Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

Successione legittima: cos’è? Come avviene? A chi spetta?

Successione legittima: cos’è? Come avviene? A chi spetta?

La successione indica il fenomeno per cui un soggetto subentra nell’intero universo dei rapporti giuridici (sia attivi che passivi) di un altro dopo la sua morte. In tal modo si evita che situazioni giuridiche restino senza un effettivo titolare. La successione, come indicato dall’art. 457 c.c., può avvenire in due modi:

  1. per legge quando il defunto nulla ha disposto;
  2. per testamento ove sia stato redatto l’atto contenente le disposizioni di ultima volontà.
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Cos’è la successione legittima?

La successione legittima rientra nel primo gruppo di ipotesi di successioni ovvero quelle che avvengono per legge in assenza di un atto dispositivo. Tale forma, infatti, è utilizzata quando il de cuius non ha provveduto, in tutto o in parte, a disporre delle proprie sostanze. Rientrano in questa particolare forma di successione anche quelle anomale ossia in deroga al disposto dell’art. 565 c.c. che prevede le categorie dei successibili (coniuge, discendenti legittimi e naturali, ascendenti legittimi, collaterali, altri parenti e lo Stato secondo l’ordine e le regole previste da legge).

Successione legittima e successione dei legittimari indicano il medesimo fenomeno?

Assolutamente no. Si tratta di due distinti istituti che operano in circostanze e al cospetto di presupposti diversi. La successione legittima, infatti, come già detto, devolve l’eredità a una particolare categoria di soggetti, indicata dalla legge, in assenza di un atto dispositivo di ultima volontà. Nella successione dei legittimari, invece, si identifica un ambito di eredi cui è attribuita una posizione privilegiata che funge da limite alla libertà di testare. Data questa peculiarità la dottrina più attenta e la giurisprudenza maggiormente avveduta molto si affannano a discutere circa l’esatta posizione dei legittimari senza giungere a un’unanimità di vedute. La divisione è tra coloro che creano in capo ai legittimari una posizione di eredi necessari fino dall’apertura della successione in relazione alla quota loro riservata e senza alcun bisogno di esperire l’azione di riduzione. Quest’ultima risulta indispensabile solo se la quota di eredità non è pari a quella della legittima. Una diversa impostazione afferma che i legittimari sono successori a titolo particolare perché possono ottenere solo ed esclusivamente ciò che gli spetta anche a titolo di donazione o di legato. una terza opzione si concentra maggiormente sul momento in cui i soggetti in esame diventerebbero eredi. L’acquisto di tale qualifica, secondo il filone esegetico in commento, non sarebbe automatico in quanto i legittimari assumerebbero la qualifica di eredi solo in caso di esito positivo dell’azione di riduzione esperita se pretermessi.

Come avviene la successione legittima?

La successione legittima avviene in diverse fase. Vi è, infatti, la fase di quiescenza dell’eredità, la vocazione e la delazione. La prima indica la chiamata ereditaria con individuazione del soggetto chiamato a succedere; la seconda riguarda il complesso di situazioni che vengono offerte al chiamato. Queste due fasi non sempre coincidono soprattutto in relazione alla successione testamentaria laddove, ad esempio, l’istituzione dell’erede può avvenire o sotto condizione sospensiva oppure a favore di un nascituro (soggetto non ancora nato, ma concepito).

Quale la prima fase della successione legittima?

Dal momento in cui si apre la successione l’eredità entra in una fase di quiescenza assumendo la natura di patrimonio destinato. Ad essa è attribuito anche un amministratore. In assenza di un curatore al chiamato l’art. 460 c.c. attribuisce diversi poteri di gestione della massa (possibilità di esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, compimento di atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, richiesta di autorizzazioni per vendere i beni non conservabili o conservabili in modo assai dispendioso). Molto discussa è la natura giuridica della disposizione di cui all’art. 460 c.c. e, in particolare, se si tratta di facoltà o di obbligo tenuto conto del verbo “potere” utilizzato dalla disposizione. Argomentando proprio dal tenore letterale della norma un’impostazione ricostruisce la norma come attributiva di un potere che si converte in obbligo di terminate la gestione una volta iniziata analogamente alla situazione descritta dall’art. 2028 c.c. (gestione di affari altrui). Altro e diverso filone pretorio sostiene che il chiamato è gravato da un vero e proprio obbligo di curare l’eredità assumendo la qualifica di amministratore ex lege.

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Quando l’eredità è nella fase di giacenza, prima dell’acquisto, è ammissibile una divisione in quote tra eredi?

Sull’ammissibilità della giacenza pro quota diverse sono le tesi che si sono sviluppate nel dibattito dottrinario e giurisprudenziale. Una prima impostazione ne afferma l’inammissibilità in quanto una colta ottenuto il possesso il chiamato ha a disposizione l’intero patrimonio. Altra e diversa tesi ritiene possibile la giacenza pro quota solo in caso di chiamata solidale in quanto, in tale occasione, opererebbe l’accrescimento. Una terza teoria ritiene pacificamente ammissibile la giacenza pro quota, perché il chiamato può trovarsi in conflitto di interessi con altri e curare solo la sua parte.

Quando cessa la giacenza dell’eredità?

La giacenza dell’eredità cessa con l’accettazione.

Cosa è l’accettazione?

L’accettazione è la seconda fase della successione. Con la sua apertura, infatti, non si verifica l’immediato acquisto dei beni ereditari in quanto l’eredità, a differenza del legato, ha bisogno dell’accettazione. Quest’ultima non costituisce atto personalissimo e, pertanto, può essere effettuata anche da un rappresentante con apposita procura integrando un atto di straordinaria amministrazione. L’accettazione può assumere varie forme. Essa, infatti, può avvenire per forma espressa oppure in maniera tacita per atti concludenti o, ancora, con beneficio d’inventario (si accettano soltanto le attività della massa senza le passività). In rarissime ipotesi l’acquisto dell’eredità avviene senza accettazione come, ad esempio, nel caso si scelga l’accettazione con beneficio di inventario e trascorre inutilmente il termine per redigerlo.

Accettata l’eredità è possibile anche esperire l’azione di petizione ereditaria attraverso cui l’erede può chiedere il riconoscimento della sua qualità contro chiunque possiede i beni ereditari per ottenere la restituzione degli stessi. Questa azione, dunque, può essere esperita avverso coloro che:

1- possiedono asserendo di essere eredi. Si tratta del cosiddetto possessor pro herede, nel qual caso non rileva la buona o la mala fede del possessore se non in ordine ai frutti;

2- si sono appropriati dei beni ereditari senza alcun titolo, cosiddetti possessor pro possessore, che necessariamente sono in mala fede.

L’azione di petizione ereditaria è imprescrittibile data la continuità della qualità di erede (semel hers semper heres) anche se sono fatti salvi gli effetti dell’usucapione.

È possibile rinunciare all’eredità?

Sì, certo. La rinuncia all’eredità è sempre possibile. Si tratta di atto unilaterale (manifesta la volontà di un solo soggetto) non recettizio (produce effetti indipendentemente dalla conoscenza dell’altra parte, quindi, al momento dell’emissione). L’erede è considerato come se non fosse mai stato chiamato. La rinuncia ha, dunque, effetto retroattivo anche se diviene definitiva quando la medesima massa ereditaria è accettata da altro e diverso soggetto oppure se si prescrive il diritto di accettare. È atto revocabile, come disposto dall’art. 525 c.c., fino al termine ultimo di accettazione se non sono intervenuti altri chiamati e senza pregiudizio dei diritti acquistati dai terzi sui beni ereditari. L’atto di rinuncia è anche impugnabile per errore, violenza e dolo.

Chi sono i successibili nelle successioni legittime?

L’art. 565 c.c. nomina tra i successibili il coniuge, i discendenti naturali e legittimi, gli ascendenti legittimi, i collaterali, gli altri parenti e lo Stato.

I nascituri possono succedere?

I nascituri possono succedere per legge se concepiti o per testamento se non ancora concepiti, ma figli di un soggetto vivente. Molto discussa sia in dottrina che in giurisprudenza è la possibilità di equiparare i nascituri agli adottati. Un’impostazione opta in senso negativo per violazione del disposto dell’art. 631 c.c. (disposizioni rimesse all’arbitrio di un terzo) secondo cui il testatore non può domandare a terzi la determinazione dell’erede.

Le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti possono succedere?

Sì, anche le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti possono succedere con obbligo di accettazione con beneficio di inventario. Tale previsione è stabilita nell’ottica di tutela del patrimonio delle persone giuridiche e degli enti obbligati a accettare escludendo i debiti, le passività dalla massa.

Tutti i soggetti chiamati all’eredità possono succedere?

Assolutamente no. Ci sono, infatti, dei casi individuati dall’art 463 c.c. in cui il soggetto chiamato all’eredità è considerato “indegno” alla successione, pertanto, non può trattenere l’eredità (secondo il brocardo potest capere sed non potest retinere). La previsione è la conseguenza di un comportamento ritenuto non consono alla qualità di erede. Si tratta di ipotesi molto gravi e indicate specificamente nel codice civile:

  1. omicidio volontario o tentato omicidio della persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente, o un ascendente della medesima in assenza di cause di esclusione della punibilità;
  2. fatti a danno dei medesimi soggetti per cui si applicano le norme sull’omicidio;
  3. calunnia o falsa testimonianza in giudizio penale avverso le persone indicate;
  4. decadenza dalla potestà genitoriale senza reintegrazione;
  5. induzione con dolo o violenza del de cuius a fare, revocare, mutare il testamento o impedimento alle medesime condotte;
  6. soppressione, alterazione, soppressione del testamento;
  7. formazione e uso di testamento falso.

L’indegno non può mai succedere?

No, l’indegno può anche essere riabilitato. La riabilitazione può essere totale o parziale. Nel primo caso configura una disposizione di carattere non patrimoniale fondata sul perdono; il secondo si configura quando il testatore chiama l’indegno a succedere conoscendo la causa di indegnità.

Cosa accade se l’istituito non vuole o non può accettare l’eredità?

Se l’istituito non vuole o non può accettare l’eredità opera la rappresentazione a favore dei soggetti indicati dalla norma. Dottrina e giurisprudenza dominanti rinvengono in tale ipotesi un caso di delazione diretta in quanto il rappresentante succede in modo diretto al de cuius. L’oggetto, in questa eventualità, è determinato per relationem e in base alla posizione del rappresentato in cui subentra il rappresentante.

Cosa accade se viene meno la titolarità della quota di uno dei partecipanti all’acquisto ereditario?

Se viene meno la quota di uno dei partecipanti si espande quella degli altri in base al fenomeno dell’accrescimento. In questa ipotesi l’acquisto opera di diritto in modo retroattivo ed è irrinunciabile. L’accrescimento, invece, non esplica i suoi effetti in presenza di una volontà contraria del testatore che ha previsto una sostituzione ordinaria ai sensi e per gli effetti degli articoli 688 e ss. c.c. L’accrescimento non produce effetti neanche in caso di rappresentazione prevalendo di su esso. Discussa la possibilità di un accrescimento volontario in quanto la tematica si innesta nel macro ambito dell’autonomia testamentaria e, in ogni caso, non riguarda la successione legittima che è effettuata dalla legge e in assenza dell’atto dispositivo. Per mera completezza si riportano le due tesi in merito alla problematica accennata. Secondo una prima impostazione il de cuius può solo impedire l’accrescimento, ma non derogare ai presupposti previsti per lo stesso. Tale tesi riscostruisce il fenomeno come un’ipotesi di sostituzione reciproca. Altri studiosi individuano nell’accrescimento un momento volontaristico con possibilità per il testatore di rendere operante l’istituto anche al di fuori dei casi previsti dalla legge.

Sono possibili le sostituzioni nella successione legittima?

No in quanto l’istituto è disciplinano proprio per evitare l’apertura della successione legittima nei casi in cui il chiamato all’eredità tramite testamento non vuole o non può accettarla. Con le sostituzioni, infatti, il testatore prevede il subingresso di diversa persona nel caso in cui il primo istituito non acquista l’eredità cui è chiamato. Presupposto per l’operatività è, dunque, il mancato acquisto dell’eredità per impossibilità di accettazione o per assenza di volontà in tal senso. Non è espressamente disciplinata dal legislatore la sostituzione parziale che non comprende l’intera quota, ma solo parte di essa. In ogni caso risulta applicabile il disposto dell’art. 451, 2 ° comma c.c. in tema di forza probatoria degli atti. Rientra tra le ipotesi particolari di sostituzione quella fedecommissaria (attraverso una disposizione testamentaria si istituisce erede o legatario un soggetto gravato dall’obbligo di conservare i beni ricevuti che, dopo la sua morte, andranno a altra persona) che si distingue da quella compendiosa nulla perché disposta al di fuori dei casi di cui all’art. 692 c.c., ma passibile di conversione in sostituzione ordinaria valida. È ammesso anche il fedecommesso de residuo quando l’istituito deve restituire ciò che resta senza alcun obbligo di conservazione.

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TREVISO COLLAZIONE TRIBUNALE SIMULAZIONE DONAZIONE FRATELLI FRATELLI LITE

TREVISO COLLAZIONE TRIBUNALE SIMULAZIONE DONAZIONE FRATELLI FRATELLI LITE

  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI VICENZA TREVISO BOLOGNA RAVENNA FORLI 051 6447838 
  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI VICENZA TREVISO BOLOGNA RAVENNA FORLI 6447838 
  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI VICENZA TREVISO BOLOGNA RAVENNA FORLI 6447838 
  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI VICENZA TREVISO BOLOGNA RAVENNA FORLI 6447838 
  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838 
    AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838
  • P.M., nella sua qualità di erede universale testamentaria della madre E.S., ha convenuto in giudizio i fratelli G.P., A. e D. allegando che quest’ultimi, con contratto del 25.7.2002, avevano acquistato dalla madre la sua quota di proprietà di taluni immobili e chiedendo:

– l’accertamento del carattere simulato della compravendita in quanto dissimulante una donazione, con conseguente conferimento nella massa ereditaria ex art. 737 c.c. (ossia, nel caso di specie, con obbligo di conferimento ad essa attrice);

– in subordine, l’accertamento della simulazione della quietanza relativa al pagamento della somma di Euro 40.800,00, pari all’acconto sul prezzo di vendita, con conseguente pronuncia di risoluzione del contratto per inadempimento;

Tre le parti la simulazione non può essere provata né per testimoni né conseguentemente per presunzioni (artt. 14172722 e 2729 c.c.), essendo invece necessaria la prova scritta, costituita dalla c.d. controdichiarazione. Siffatto documento, tuttavia, non è stato prodotto nel presente giudizio. Si ricorda, a tal proposito, che solo il legittimario che agisce in riduzione è considerato quale terzo rispetto all’accordo simulatorio (e, pertanto, abilitato a dare prova della simulazione anche per testimoni o presunzioni), mentre invece l’odierna attrice non ha proposto domanda di riduzione (rectius, non l’ha proposta ammissibilmente e l’ha comunque poi abbandonata).

È altresì infondata la domanda di accertamento della simulazione della quietanza relativa al pagamento dell’acconto sul prezzo di vendita.

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838 
AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838

L’attrice si è limitata ad affermare che “la quietanza appare simulata”, senza però neppure indicare quali ragioni o elementi oggettivi consentirebbero di giungere ad una tale conclusione. Già tale constatazione consentirebbe di ritenere non assolti gli oneri di prova e, ancor prima, di allegazione gravanti sulla parte.

L’attrice ha invero allegato l’esistenza di alcuni (vaghissimi) elementi presuntivi dai quali si dovrebbe dedurre, a suo dire, l’esistenza della simulazione (chiedendo anche l’ammissione di prove testimoniali, comunque inammissibili in quanto generiche). Anche in tal caso tuttavia, dato che l’attrice non è terza rispetto all’accordo (non assumendo la qualità di legittimario agente in riduzione), valgono per essa le limitazioni probatorie di cui all’art. 1417 c.c.. Non essendo stata fornita prova scritta della simulazione della quietanza, la relativa domanda non può essere accolta.

La domanda di risoluzione del contratto per inadempimento è infondata, dal momento che i convenuti hanno dato piena prova di aver correttamente adempiuto all’obbligo di pagamento del saldo del prezzo di vendita.

I convenuti hanno infatti prodotto non solo le distinte dei singoli bonifici effettuati sul conto della madre (docc. 4-6), ma anche l’estratto del conto corrente a lei intestato (doc. 8), dal quale risulta senza alcun dubbio l’effettivo accredito delle somme via via bonificate dai figli, sino all’effettivo totale pagamento del debito.

L’attrice ha “contestato” le distinte dei bonifici “ai sensi del codice civile in quanto prodotti in copia”. La censura appare francamente incomprensibile, non avendo la parte chiarito cosa intendesse contestare né ai sensi di quale norma del codice civile. In ogni caso, anche a voler ritenere che l’attrice avesse voluto in tal modo contestare la conformità delle copie rispetto agli originali (ai sensi dell’art. 2719 c.c.), il disconoscimento dovrebbe considerarsi tamquam non esset, dato che la parte non ha specificato in cosa le copie sarebbero difformi: il disconoscimento ex art. 2719 c.c. deve infatti essere specifico e circostanziato (cfr. Cass. ord. n. 29993/2017). In ogni caso, l’eccezione è superata sia dalla mancata specifica contestazione da parte dell’attrice dell’effettiva esecuzione dei versamenti (la quale deve quindi ritenersi provata ex art. 115 co. 2 c.p.c.), sia dalla produzione dell’estratto conto doc. 8, dal quale risultano effettivamente gli accrediti dei bonifici effettuati dagli odierni convenuti.

L’attrice ha poi eccepito che il conto corrente nel quale sono state bonificate le somme sarebbe stato cointestato alla de cuius ed ai fratelli, i quali avrebbero quindi di fatto effettuato i bonifici a sé stessi (con correlativo danno in capo alla de cuius). Anche tale eccezione è infondata. Dal doc. 8 emerge quale intestatario del conto la sola E.S. e non è stata prodotta in giudizio altra documentazione dalla quale si possa evincere l’esistenza di altri cointestatari. Si sottolinea che l’attrice, in quanto unica erede di S., ha la piena disponibilità di tutta la documentazione inerente i conti correnti intestati alla de cuius ed è quindi l’unico soggetto in grado di fornire l’eventuale prova dell’esistenza di altri intestatari del conto. Si rileva altresì che, stante il tenore della risposta fornita dalla banca alla richiesta di accesso ex art. 119 TUB (missiva comunque depositata dall’attrice solo con la comparsa conclusionale, quindi tardivamente), la quale ha comunicato di non disporre più della documentazione essendo trascorsi più di dieci anni, vieppiù non avrebbe avuto senso disporre un qualsivoglia ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c.. In ogni caso, l’attrice non ha dato prova che i fratelli avessero mai prelevato alcuna somma dal conto corrente in questione.

L’attrice ha ulteriormente eccepito che gli ordini di bonifico non contenevano alcuna indicazione in ordine alla causale dell’operazione, per cui si dovrebbe ritenere che le relative somme erano state versate dai figli alla madre in esecuzione dell’obbligazione naturale di mantenimento della stessa. Tale tesi non può essere condivisa. Non vi è alcun elemento che possa far ritenere che i convenuti avessero inteso effettuare i versamenti di cui si discute in esecuzione di una supposta obbligazione naturale di mantenimento (si osservi, peraltro, che la de cuius godeva anche di sostanze proprie, in primis la pensione). La mancata indicazione della causale dei bonifici è irrilevante: essendo pacifico che non vi erano altri debiti dei convenuti nei confronti della madre se non quello relativo al pagamento del prezzo della compravendita, va da sé che i versamenti di denaro, in difetto di specifica imputazione, debbono necessariamente essere imputati all’unico debito allora esistente. Del tutto irrilevante che i bonifici potessero anche essere continuati dopo il 2006 (circostanza della quale, comunque, non vi è prova), dato che i figli ben potevano contribuire al mantenimento della madre, una volta estinto il debito nei di lei confronti.

 

 

Tribunale Treviso, Sez. III, Sent., 17/04/2019, n. 886

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TREVISO

TERZA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale di Treviso, Terza Sezione civile, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Deli Luca – presidente

dott. Andrea Valerio Cambi – giudice

dott. Carlo Baggio – giudice relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta al R.G. n. 345/2017 in data 16.1.2017, promossa

da

P.M., con il patrocinio degli avv. AMATO GIUSEPPE e CORONA MARIA GRAZIA, con domicilio eletto presso lo studio dei difensori in VIA LE TAGLIE 15 – SAN NICOLA LA STRADA (CE)

attrice

contro

G.P.M., A.M. e D.M., con il patrocinio dell’avv. FERRARELLI ANTONIO, con domicilio eletto presso lo studio del difensore in BORGO CAVOUR 37 – TREVISO

convenuti

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

P.M., nella sua qualità di erede universale testamentaria della madre E.S., ha convenuto in giudizio i fratelli G.P., A. e D. allegando che quest’ultimi, con contratto del 25.7.2002, avevano acquistato dalla madre la sua quota di proprietà di taluni immobili e chiedendo:

– l’accertamento del carattere simulato della compravendita in quanto dissimulante una donazione, con conseguente conferimento nella massa ereditaria ex art. 737 c.c. (ossia, nel caso di specie, con obbligo di conferimento ad essa attrice);

– in subordine, l’accertamento della simulazione della quietanza relativa al pagamento della somma di Euro 40.800,00, pari all’acconto sul prezzo di vendita, con conseguente pronuncia di risoluzione del contratto per inadempimento;

– in ulteriore subordine, pronuncia di risoluzione del contratto per inadempimento per mancato pagamento del saldo del prezzo;

– il risarcimento del danno per il mancato godimento dell’immobile.

I convenuti si sono costituiti in giudizio chiedendo il rigetto delle domande attoree.

Con la prima memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c. l’attrice ha introdotto l’ulteriore domanda di riduzione della donazione dissimulata con l’atto di compravendita impugnato.

La causa viene ora in decisione senza lo svolgimento di attività istruttoria.

Come sopra accennato, l’attrice ha, con la memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c., formulato anche domanda di riduzione (il che comporta la devoluzione della cognizione della presente controversia al Tribunale in composizione collegiale).

Tale domanda deve essere dichiarata inammissibile, in quanto tardivamente formulata.

La stessa attrice, infatti, riconosce che la domanda di riduzione non era stata proposta con l’atto di citazione, salvo poi affermare che nel caso di specie non si configurerebbe (a suo dire) un’inammissibile mutatio libelli, bensì una mera emendatio libelli.

Tali conclusioni non possono essere accolte. Con l’atto di citazione l’attrice aveva chiesto semplicemente che venisse accertato il carattere simulato della compravendita e che conseguentemente il bene asseritamente donato venisse conferito alla massa ereditaria in virtù dell’obbligo di collazione di cui all’art. 737 c.p.c.; in nessun modo, neppure implicitamente, l’attrice aveva invece lamentato una lesione della propria quota di legittima e chiesto la riduzione della presunta donazione fatta dalla madre ai fratelli.

È ben noto che la collazione e la riduzione sono due istituti ben distinti l’uno dall’altro. La collazione, disciplinata dagli art. 737 ss. c.c., consiste nell’obbligo gravante sui figli, i loro discendenti ed il coniuge del de cuius di conferire ai coeredi, in sede di divisione ereditaria, tutto quanto abbiano ricevuto per donazione dal de cuius stesso. L’azione di riduzione mira invece a ridurre le donazioni o le disposizioni testamentarie che si assuma essere lesive della quota di legittima.

Ne discende quindi che la domanda di riduzione non può in alcun modo considerarsi come semplice emendatio rispetto alla domanda di collazione.

La domanda di accertamento della simulazione della compravendita (in quanto asseritamente dissimulante un contratto di donazione) è infondata.

L’attrice ha proposto tale domanda dichiaratamente al fine di far “rientrare i beni di cui in premessa ed oggetto del contratto impugnato nel patrimonio della de cuius, ossia dell’erede P.M.”, in esecuzione dell’obbligo di collazione.

Come sopra accennato, la collazione è un istituto che opera esclusivamente nell’ambito della divisione ereditaria (gli artt. 737 ss. c.c. sono infatti inseriti nel Capo II del Titolo IV del Libro II del Codice, rubricato per l’appunto “della divisione”). La ratio dell’istituto consiste nel mantenimento, tra i discendenti e il coniuge del de cuius, della proporzione stabilita nel testamento o nella legge.

Nel presente caso, tuttavia, non è stata proposta dall’attrice alcuna domanda di divisione. Non sussiste quindi alcun obbligo di collazione, il che rende radicalmente infondata la domanda proposta.

Si sottolinea, per completezza, che la domanda avrebbe dovuto comunque essere dichiarata infondata anche nel caso in cui effettivamente fosse stata effettivamente proposta la domanda di divisione.

Da un lato, infatti, è la stessa attrice a sostenere di essere unica erede universale della defunta madre. Tale circostanza di per sé escluderebbe la sussistenza di una comunione ereditaria: non sussistendo il presupposto per la divisione (la comunione), neppure sussisterebbe alcun obbligo di collazione.

Dall’altro, l’attrice non avrebbe comunque adempiuto al proprio onere probatorio. Tre le parti la simulazione non può essere provata né per testimoni né conseguentemente per presunzioni (artt. 14172722 e 2729 c.c.), essendo invece necessaria la prova scritta, costituita dalla c.d. controdichiarazione. Siffatto documento, tuttavia, non è stato prodotto nel presente giudizio. Si ricorda, a tal proposito, che solo il legittimario che agisce in riduzione è considerato quale terzo rispetto all’accordo simulatorio (e, pertanto, abilitato a dare prova della simulazione anche per testimoni o presunzioni), mentre invece l’odierna attrice non ha proposto domanda di riduzione (rectius, non l’ha proposta ammissibilmente e l’ha comunque poi abbandonata).

È altresì infondata la domanda di accertamento della simulazione della quietanza relativa al pagamento dell’acconto sul prezzo di vendita.

L’attrice si è limitata ad affermare che “la quietanza appare simulata”, senza però neppure indicare quali ragioni o elementi oggettivi consentirebbero di giungere ad una tale conclusione. Già tale constatazione consentirebbe di ritenere non assolti gli oneri di prova e, ancor prima, di allegazione gravanti sulla parte.

L’attrice ha invero allegato l’esistenza di alcuni (vaghissimi) elementi presuntivi dai quali si dovrebbe dedurre, a suo dire, l’esistenza della simulazione (chiedendo anche l’ammissione di prove testimoniali, comunque inammissibili in quanto generiche). Anche in tal caso tuttavia, dato che l’attrice non è terza rispetto all’accordo (non assumendo la qualità di legittimario agente in riduzione), valgono per essa le limitazioni probatorie di cui all’art. 1417 c.c.. Non essendo stata fornita prova scritta della simulazione della quietanza, la relativa domanda non può essere accolta.

La domanda di risoluzione del contratto per inadempimento è infondata, dal momento che i convenuti hanno dato piena prova di aver correttamente adempiuto all’obbligo di pagamento del saldo del prezzo di vendita.

I convenuti hanno infatti prodotto non solo le distinte dei singoli bonifici effettuati sul conto della madre (docc. 4-6), ma anche l’estratto del conto corrente a lei intestato (doc. 8), dal quale risulta senza alcun dubbio l’effettivo accredito delle somme via via bonificate dai figli, sino all’effettivo totale pagamento del debito.

L’attrice ha “contestato” le distinte dei bonifici “ai sensi del codice civile in quanto prodotti in copia”. La censura appare francamente incomprensibile, non avendo la parte chiarito cosa intendesse contestare né ai sensi di quale norma del codice civile. In ogni caso, anche a voler ritenere che l’attrice avesse voluto in tal modo contestare la conformità delle copie rispetto agli originali (ai sensi dell’art. 2719 c.c.), il disconoscimento dovrebbe considerarsi tamquam non esset, dato che la parte non ha specificato in cosa le copie sarebbero difformi: il disconoscimento ex art. 2719 c.c. deve infatti essere specifico e circostanziato (cfr. Cass. ord. n. 29993/2017). In ogni caso, l’eccezione è superata sia dalla mancata specifica contestazione da parte dell’attrice dell’effettiva esecuzione dei versamenti (la quale deve quindi ritenersi provata ex art. 115 co. 2 c.p.c.), sia dalla produzione dell’estratto conto doc. 8, dal quale risultano effettivamente gli accrediti dei bonifici effettuati dagli odierni convenuti.

L’attrice ha poi eccepito che il conto corrente nel quale sono state bonificate le somme sarebbe stato cointestato alla de cuius ed ai fratelli, i quali avrebbero quindi di fatto effettuato i bonifici a sé stessi (con correlativo danno in capo alla de cuius). Anche tale eccezione è infondata. Dal doc. 8 emerge quale intestatario del conto la sola E.S. e non è stata prodotta in giudizio altra documentazione dalla quale si possa evincere l’esistenza di altri cointestatari. Si sottolinea che l’attrice, in quanto unica erede di S., ha la piena disponibilità di tutta la documentazione inerente i conti correnti intestati alla de cuius ed è quindi l’unico soggetto in grado di fornire l’eventuale prova dell’esistenza di altri intestatari del conto. Si rileva altresì che, stante il tenore della risposta fornita dalla banca alla richiesta di accesso ex art. 119 TUB (missiva comunque depositata dall’attrice solo con la comparsa conclusionale, quindi tardivamente), la quale ha comunicato di non disporre più della documentazione essendo trascorsi più di dieci anni, vieppiù non avrebbe avuto senso disporre un qualsivoglia ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c.. In ogni caso, l’attrice non ha dato prova che i fratelli avessero mai prelevato alcuna somma dal conto corrente in questione.

L’attrice ha ulteriormente eccepito che gli ordini di bonifico non contenevano alcuna indicazione in ordine alla causale dell’operazione, per cui si dovrebbe ritenere che le relative somme erano state versate dai figli alla madre in esecuzione dell’obbligazione naturale di mantenimento della stessa. Tale tesi non può essere condivisa. Non vi è alcun elemento che possa far ritenere che i convenuti avessero inteso effettuare i versamenti di cui si discute in esecuzione di una supposta obbligazione naturale di mantenimento (si osservi, peraltro, che la de cuius godeva anche di sostanze proprie, in primis la pensione). La mancata indicazione della causale dei bonifici è irrilevante: essendo pacifico che non vi erano altri debiti dei convenuti nei confronti della madre se non quello relativo al pagamento del prezzo della compravendita, va da sé che i versamenti di denaro, in difetto di specifica imputazione, debbono necessariamente essere imputati all’unico debito allora esistente. Del tutto irrilevante che i bonifici potessero anche essere continuati dopo il 2006 (circostanza della quale, comunque, non vi è prova), dato che i figli ben potevano contribuire al mantenimento della madre, una volta estinto il debito nei di lei confronti.

Deve infine essere rigettata la domanda di risarcimento del danno, dato che la stessa è stata formulata dall’attrice in via consequenziale rispetto alle domande di simulazione e di risoluzione, le quali tuttavia sono da rigettare per i motivi sinora esposti.

Le spese di lite, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza. La liquidazione viene effettuata secondo valori inferiori ai medi, stante l’assenza di attività istruttoria e di particolari questioni di fatto e di diritto da risolvere.

Sussistono altresì i presupposti per disporre la condanna della parte attrice ai sensi dell’art. 96 co. 4 c.p.c.. In particolare, sono indice di mala fede (o, quanto meno, di colpa grave): l’aver introdotto tardivamente la domanda di riduzione; l’aver svolto una domanda di collazione senza aver proposto domanda di divisione; l’aver svolto una domanda di simulazione relativa del tutto apoditticamente; l’aver svolto domanda di simulazione della quietanza, pur essendo la stessa stata rilasciata nell’atto notarile di compravendita ed in difetto non solo della necessaria prova scritta, ma finanche in difetto di qualsivoglia serio elemento indiziario (comunque irrilevante); l’aver richiesto un risarcimento del danno per l’importo palesemente sproporzionato e totalmente indimostrato di ben 100.000 Euro. Si ritiene equo quantificare la condanna in un importo pari alla metà delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale, ogni diversa domanda ed eccezione reiette ed ogni ulteriore deduzione disattesa, definitivamente pronunciando,

  1. dichiara inammissibile la domanda di riduzione in quanto tardivamente proposta; 2. dichiara infondate tutte le altre domande attoree;

  2. condanna l’attrice P.M. a rifondere ai convenuti G.P., A. e D.M. le spese di lite del presente giudizio, che si liquidano in Euro 9.000,00 per compensi, oltre ad IVA, CPA e rimborso forfettario ex D.M. n. 55 del 2014;

  3. condanna l’attrice P.M. a pagare ai convenuti G.P., A. e D.M. la somma capitale di Euro 4.500,00 ex art. 96co. 3 c.p.c.;

  4. ordina al competente Conservatore dei RR.II. (Agenzia Entrate di Treviso) la cancellazione della trascrizione n. 17019 RG – 12013 RP, eseguita in data 19.5.2017, della domanda giudiziale 22/11/2016 di accertamento della simulazione, con relative spese a carico dell’attrice soccombente P.M..

Conclusione

Così deciso in Treviso, il 8 aprile 2019.

Depositata in Cancelleria il 17 aprile 2019.

TREVISO COLLAZIONE TRIBUNALE SIMULAZIONE DONAZIONE FRATELLI FRATELLI LITE

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838 

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838 

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838 

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838 

SUCCESSIONI INTERNAZIONALI  AVVOCATO ESPERTO

SUCCESSIONI INTERNAZIONALI  AVVOCATO ESPERTO

 Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato (DIP)

(L. 31 maggio 1995, n. 218)

Successioni

SUCCESSIONI INTERNAZIONALI  AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA LONDRA   NEW YORK ROMA MILANO SEDE A BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838
SUCCESSIONI INTERNAZIONALI  AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA LONDRA   NEW YORK ROMA MILANO SEDE A BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838
  1. B. propose azione di petizione di eredità e domandò di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data … 1997 da O. A. P., con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in Toscana, due appartamenti in Porto Ercole, un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalità del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della legge n. 218 del 1995, sicché il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837
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  1. B. propose azione di petizione di eredità e domandò di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data … 1997 da O. A. P., con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in Toscana, due appartamenti in Porto Ercole, un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalità del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della legge n. 218 del 1995, sicché il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837
  2. SUCCESSIONI INTERNAZIONALI  AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA LONDRA   NEW YORK ROMA MILANO SEDE A BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

Cass. civ., Sez. Un., 5 febbraio 2021, n. 2867; Spirito Presidente – Scarpa Relatore (Omissis) FATTI DI CAUSA

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  1. J. P. ha proposto ricorso articolato in cinque motivi avverso la sentenza n. … della Corte d’appello di Milano, depositata il … 2014. R. C. P. ha quindi notificato controricorso con ricorso incidentale articolato in quattro motivi. Anche O. B. ha notificato controricorso e ricorso incidentale in due motivi, condizionato all’accoglimento dei ricorsi avversi. R. C. P. e J. P. hanno notificato controricorsi per resistere al ricorso incidentale di O. B. A seguito di ordinanza del … 2019, è stata disposta la notificazione del ricorso altresì a A. A. P., I. I. P., R. C. P., C. P. e C. D. P., i quali non hanno tuttavia svolto attività difensive. 2. O. B. convenne nel 2001 dinanzi al Tribunale di Milano C., C. D., I., A. A., R., J. e R. P., figli di O. A. P., cittadino inglese morto a Milano il … 1999, con il quale l’attrice aveva contratto matrimonio il … 1999. O. B. propose azione di petizione di eredità e domandò di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data … 1997 da O. A. P., con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in Toscana, due appartamenti in Porto Ercole, un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalità del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della legge n. 218 del 1995, sicché il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837. Per O. B. la successione di O. A. P. andava quindi considerata ab intestato, restando disciplinata dal diritto inglese, con attribuzione in suo favore di tutti i beni mobili personali del defunto, nonché di un terzo degli immobili in applicazione dell’art. 581 c.c., operante per il “rinvio indietro” voluto dalla legge inglese. La citazione di O. B. conteneva altresì, ove si fosse ritenuto tuttora efficace il testamento, la domanda di attribuzione del legato ivi contemplato ed istanze subordinate di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della legittima e di rendiconto, nonché la richiesta di scioglimento della comunione ereditaria. Tutti i convenuti, tranne A. A., si costituirono, prospettando le loro difese nel senso della validità del testamento o della integrale applicabilità della legge italiana o della rilevanza del codicillo modificativo del de cuius rinvenuto in sede di inventario, sulla cui autenticità venne espletata consulenza tecnica. In corso di lite, J. P. e R. P. acquistarono le quote ereditarie di C., C. D., I., A. A. e R. P. 3. All’esito dell’istruttoria, il Tribunale di Milano, con sentenza del … 2009, dichiarò revocato il testamento del … 1997, accertò la qualità di erede in capo ad O. B. e riconobbe alla stessa il diritto ad un terzo dei beni immobili siti in Italia nonché a tutti i beni mobili personali del de cuius, sciolse la comunione ereditaria relativa al compendio immobiliare, attribuendo lo stesso ai condividenti J. e R. P., con conguaglio pari ad € 2.288,521,44 in favore della B. 4. Proposero appelli in via principale R. C. P. ed in via incidentale J. P. ed O. B. Venne accolto il gravame principale soltanto in punto di regolamentazione delle spese di primo grado, confermandosi per il resto la sentenza di primo grado. La Corte d’appello di Milano, per quanto innanzitutto ora rileva, affermò che: non era in discussione l’applicazione della legge inglese alla successione di O. A. P.; in forza di ciò doveva perciò dirsi revocato il testamento del … 1997 quale conseguenza del successivo matrimonio del testatorecon O. B., trattandosi peraltro di questione attinente ai rapporti patrimoniali fra i coniugi e non alle successioni, ai sensi degli artt. 13 e 15 della legge n. 218 del 1995; la successione doveva pertanto considerarsi ab intestato; in applicazione del diritto internazionale privato inglese, per i beni mobili doveva procedersi secondo la legge del domicilio del testatore al momento della morte, e quindi quella inglese, mentre per i beni immobili occorreva provvedere in base alla legge italiana, trovandosi gli stessi immobili in Italia (senza però che la medesima legge italiana interferisse sul profilo della disciplina della revoca del testamento). Con ordinanza interlocutoria n. 18 del 3 gennaio 2020, resa all’esito dell’udienza pubblica del 26 giugno 2019, la Seconda Sezione Civile di questa Corte ha rimesso i ricorsi al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite, ravvisando una pluralità di questioni di massima di particolare importanza. E’ stata altresì acquisita la relazione predisposta dell’Ufficio del massimario. Il pubblico ministero ha depositato memoria contenente le proprie conclusioni motivate. Le parti hanno presentato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c. RAGIONI DELLA DECISIONE l. Sono superabili tutte le contrapposte eccezioni pregiudiziali sollevate dalle parti. 1.1. La procura per il ricorso per cassazione di J. P. è validamente conferita, soddisfacendo il requisito di specialità di cui all’art. 365 c.p.c., giacché apposta su di un foglio separato ma materialmente unito al ricorso, per di più contenente espresso riferimento alla sentenza impugnata, il che elimina ogni rilievo anche della mancanza della data, in applicazione dell’art. 83, comma 3, c.p.c. (come novellato dalla legge 27 maggio 1997, n. 141). 1.2. Il ricorso principale contiene altresì una sufficiente esposizione sommaria dei fatti sostanziali e processuali della vicenda, funzionale alla comprensione dei motivi nonché alla verifica dell’ammissibilità, pertinenza e fondatezza delle censure proposte. 1.3. I ricorsi incidentali di R. C. P. e di O. B. soddisfano l’esigenza di specifica indicazione, ex art. 366, n. 6, c.p.c., e di produzione, ex art. 369, comma 2, n. 4, c.p.c., degli atti e dei documenti si cui si fondano le censure. 2. Il primo motivo del ricorso di J. P. deduce la violazione e/o falsa applicazione “delle disposizioni di diritto internazionale privato (italiano e inglese) e degli artt. 13, comma 1, e 15, legge n. 218 del 1995, sostenendo che la Corte d’appello avrebbe erroneamente applicato dapprima il diritto materiale inglese, così intendendo revocato il testamento a seguito del matrimonio del testatore, e poi la norma di diritto internazionale privato inglese sulla successione degli immobili regolata dalla lex rei sitae. Viceversa, accertata l’applicabilità della legge italiana in base al diritto internazionale privato inglese, la validità ed efficacia del testamento del 1997 andava giudicata in base alla legge italiana. Il secondo motivo del ricorso di J. P. denuncia ancora la violazione e/o falsa applicazione del diritto internazionale privato inglese e degli artt. 13, comma 1, e 15, legge n. 218 del 1995, nonché del Will Act del 1837. Viene censurata la decisione della Corte di Milano per aver ritenuto che la revoca del testamento restasse regolata dalla legge inglese sia in base al regime successorio che alla disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi. La revoca del testamento doveva invece giudicarsi secondo la lex rei sitae degli immobili, sicché l’atto avrebbe conservato efficacia, stando al diritto italiano, nonostante il successivo matrimonio del testatore. Il terzo motivo del ricorso di J. P. allega la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 13 e 46 della legge n. 218 del 1995 evincibile da quanto affermato nella sentenza impugnata, secondo cui l’art. 46 citato ammetterebbe il testatore soltanto ad optare per la legge dello Stato in cui risiede, che nella specie sarebbe stata quella italiana. Secondo il ricorrente principale, la Corte di Milano avrebbe errato nell’applicare l’art. 46 citato, in quanto la “non scelta” della legge di residenza da parte del testatore avrebbe dovuto indurre ad escludere l’operatività dell’art. 13, o comunque del rinvio indietro ai sensi del secondo comma di tale ultimanorma. Il quarto motivo del ricorso di J. P. censura la violazione del giudicato interno in relazione all’affermazione che il de cuius, con il testamento del 1997, non avrebbe positivamente scelto la legge inglese, a differenza di quanto accertato dal Tribunale. Il quinto motivo del ricorso di J. P. denuncia la violazione degli artt. 46, comma 1, 13 e 15, legge n. 218 del 1995, per aver la Corte di Milano ritenuto che la successione fosse disciplinata dalla legge inglese per i beni mobili e dalla legge italiana per gli immobili, in quanto l’art. 13 citato escluderebbe la possibilità di applicare le norme di conflitto inglesi che frazionano la successione; per il ricorrente principale, si dovrebbe, piuttosto, intendere che il richiamo dell’art. 46 alla legge nazionale comporti che l’intera successione resti regolata dal diritto materiale inglese, con conseguenti revoca del testamento per successivo matrimonio ed esclusione della successione ab intestato del coniuge con riguardo ai beni immobili. 3. Il primo motivo del ricorso incidentale di R. C. P. denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 46, legge n. 218 del 1995 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese, avendo la sentenza impugnata ignorato gli ambiti di applicazione della lex successionis e della lex rei sitae. In particolare, alla successione di O. A. P. si doveva applicare il diritto inglese, stante il principio di unitarietà ritraibile dall’art. 46 citato, senza così riconoscere alcun diritto sul patrimonio immobiliare alla coniuge del de cuius. La legge italiana, quale lex rei sitae, avrebbe dovuto rilevare solo per le procedure di acquisto dei beni, per gli atti di autorizzazione o di immissione in proprietà, per le formalità di controllo e vidimazione, e non invece per l’attribuzione della qualità di erede. Il secondo motivo del ricorso incidentale di R. C. P. deduce la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 46, comma 2, e 13, comma 2, legge n. 218 del 1995, sostenendo che la scelta da parte de cuius della lex successionis escluda l’applicazione del cosiddetto “rinvio indietro”, con conseguente applicazione alla successione di O. A. P. del solodiritto materiale inglese e non anche del diritto italiano, dal che la negazione di qualsiasi attribuzione ad O. B. eccedente i soli beni mobili del defunto. Il terzo motivo del ricorso incidentale di R. C. P. denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 13 e dell’art. 48, legge n. 218 del 1995, nonché delle norme consuetudinarie di diritto inglese internazionale privato. Si assume che il rinvio alla lex rei sitae, voluto dal diritto inglese per il patrimonio ereditario immobiliare, avrebbe dovuto condurre alla conclusione della permanente validità del testamento del … 1997 alla stregua della disciplina successoria italiana, limitando la quota spettante al coniuge alla misura di un quarto stabilita dall’art. 542 c.c. in tema di tutela deilegittimari. Il quarto motivo del ricorso incidentale di R. C. P. allega la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 581 c.c., in quanto la Corte d’appello ha attribuito ad O. B. tutti i beni mobili personali del de cuius ed un terzo degli immobili siti in Italia, senza neppure tener conto dei debiti gravanti sull’eredità. 4. Il primo motivo del ricorso incidentale di O. B., proposto in via subordinata all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, e correlato al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato di 125.000 sterline, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Provision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonché dell’art. 581 c.c., ove si ritenesse applicabile alla successione il solo diritto inglese, dovendo in tal caso il legato gravare sull’asse ereditario immobiliare assegnato ai figli. Il secondo motivo del ricorso incidentale di O. B., proposto condizionatamente all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Provision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonché dell’art. 542 c.c., ove viceversa si ritenesse applicabile il diritto italiano alla questione della validità del testamento, in tal caso potendo il legato gravare sul patrimonio immobiliare assegnato ai figli senza alcuna lesione di legittima. Al riguardo di tale legato ex lege (cosiddetto statutory legacy), la Corte d’appello, dopo aver riconosciuto l’irrilevanza della ravvisata revoca testamentaria, ha tuttavia sostenuto che esso “non può gravare sull’asse ereditario costituito dagli immobili, poiché in tal caso verrebbero alterate in danno dei figli del defunto le quote di legittima in violazione della legge italiana”. 5. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 del 3 gennaio 2020 pronunciata dalla Seconda Sezione Civile ha così esposto le questioni di massima di particolare importanza che sono sottese alla decisione deiricorsi. 5.1. Il de cuius O. A. P., che aveva mantenuto fino alla morte, avvenuta il … 1999, cittadinanza e domicilio inglesi, aveva redatto il … 1997 testamento, istituendo propri eredi cinque dei suoi sette figli ed attribuendo un legato di 50.000 sterline ad O. B., che aveva poi sposato in data … 1999. Non era stato accertato dai giudici del merito che il testatore avesse scelto di sottoporre la sua successione alla legge inglese (art. 46, comma 2, legge n. 218 del 1995), in maniera da precludere pure il rinvio alla legge italiana (art. 13, comma 2, legge n. 218 del 1995). 5.2. L’asse ereditario comprendeva anche immobili siti in Italia (il compendio denominato “Fattoria …” in Scandicci ed un immobile nel comune di Monte Argentario). 5.3. La decisione della Corte d’appello era stata quella di regolare la successione secondo il diritto inglese, intendere perciò revocato il testamento per effetto del successivo matrimonio alla section 46 del Will Act del 1837, procedere ab intestato, attribuire i beni mobili secondo la legge del domicilio del testatore e i beni secondo la legge di situazione. 5.4. La cornice normativa di riferimento va rinvenuta nella legge n. 218 del 1995, non avendo applicazione nella specie né la Convenzione dell’Aja del 1° agosto 1989 né il Regolamento UE n. 650/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio del 4 luglio 2012. 5.5. L’art. 46, comma 1, della legge n. 218 del 1995 dà conferma del principio di unitarietà della successione. 5.6. Nei sistemi di common law, tuttavia, la successione non investe l’intero patrimonio del defunto. In particolare, il diritto internazionale privato inglese scinde la disciplina applicabile alla successione, riservando alla legge del domicilio del de cuius la sorte dei beni mobili ed alla lex rei sitae la regolamentazione degli immobili. 5.7. Concorrendo leggi diverse nella disciplina della medesima successione, in virtù del sistema della scissione dovrebbero costituirsi due distinte masse ereditarie e risolversi in base alle norme a ciascuna applicabili i problemi di validità ed efficacia del titolo successorio, quelli legati all’entità delle quote spettanti ai successori, o alle modalità della delazione, all’accettazione ed alla pubblicità degli atti, nonché all’eventuale tutela dei legittimari. 5.8. La professio iuris generalmente contemplata dall’art. 13, comma 2, letta a) della legge n. 218 del 1995, quale deroga al rinvio alla legge di altro Stato, è comunque limitata per le successioni causa mortis al solo eventuale riferimento che il testatore abbia fatto alla legge dello Stato in cui risiede. 5.9. A norma dell’art. 15 della legge n. 218 del 1995, la legge straniera va applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo. 5.10. Dall’art. 13 della legge n. 218 del 1995 si desume come venga ammesso sia il cosiddetto rinvio all’indietro (e cioè alla legge italiana), sia il cosiddetto rinvio altrove (e cioè ad un terzo ordinamento). Nel caso in esame, la legge inglese contiene, così, un rinvio all’indietro alla legge italiana in base alla situazione dei beni, e tale rinvio è accettato dall’ordinamento italiano. 5.11. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 evidenzia allora come occorra verificare: 5.11.1. se, in base al combinato disposto degli artt. 13, comma 1, 15 e 46, comma 1, della legge n. 218 del 1995, la collocazione dell’istituto della revoca del testamento nell’ambito della materia successoria o di quella matrimoniale debba operarsi in base ai criteri di qualificazione della legge italiana o della legge straniera (nella specie, quella inglese); 5.11.2. se l’applicabilità del diritto inglese sia altrimenti comunque da escludere a causa del criterio della scissione dello statuto successorio adottato in quell’ordinamento, giacché contrastante con il principio di unitarietà ed universalità della successione recepito anche dalla legge n. 218 del 1995, ove ritenuto inderogabile; 5.11.3. se, in base agli artt. 13, comma 1, e 46, comma 1, della legge n. 218 del 1995, sia corretto anteporre l’operatività della norma sostanziale inglese, riguardante la revoca testamentaria, alla disciplina successoria individuata per gli immobili con riferimento alla lex rei sitae. Potrebbe viceversa sostenersi che l’art. 13 citato, ove stabilisce che deve tenersi conto della norma straniera di rinvio, intenda escludere che la materia possa essere disciplinata dall’ordinamento straniero che – in base alle proprie norme di diritto internazionale privato – non vuole invece regolarla. In particolare, la conclusione di applicare la legge materiale inglese riguardante la revoca del testamento per susseguente matrimonio all’intera successione non sembra considerare la norma di rinvio contenuta nella legge di diritto internazionale privato inglese, che non è volta a disciplinare la devoluzione degli immobili situati in Italia, anche riguardo alle questioni concernenti l’efficacia del titolo testamentario; 5.11.4. se la lex rei sitae, oltre ad integrare la legge successoria in base al primo comma dell’art. 46, possa costituire essa stessa la fonte di regolazione del titolo successorio per effetto del rinvio contenuto nelle norme di diritto internazionale privato straniero che contemplano il sistema della scissione; o se, piuttosto, detta legge venga in rilievo ai soli fini della regolazione delle modalità di acquisto dei beni ereditari. 6. Vanno esaminati congiuntamente il ricorso principale di J. P. ed il ricorso incidentale di R. C. P., in quanto essi pongono censure in parte sovrapponibili ed in parte interdipendenti, sicché le ragioni che depongono per la fondatezza di alcuni dei motivi rendono superflua l’autonoma trattazione delle questioni sollevate con altri. Il ricorso principale di J. P. ed il ricorso incidentale di R. C. P.sono dunque da accogliere nei limiti di seguito delineati. 6.1. Si ha riguardo alla successione di O. A. P., cittadino inglese, morto in Italia il … 1999, coniugato dal … 1999 con O. B., cittadina italiana. Alla successione di O. A. P. partecipano, oltre la coniuge, i sette figli del de cuius, C., C. D., I., A. A., R., J. e R. P.. O. A. P. aveva redatto testamento redatto a Londra il … 1997, ed aveva disposto di tutte le sue sostanze in favore di C., C. D., I., A. A. e R., lasciando ad O. B. un legato di 50.000 sterline. In corso di causa, J. P. e R. P. hanno acquistato le quote ereditarie di C., C. D., I., A. A. e R. P. Il patrimonio ereditario è composto da immobili siti in Italia e da benimobili. 7. La fattispecie di causa va regolata esclusivamente alla stregua della legge 31 maggio 1995 n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato). Non rileva ratione temporis, e comunque per il mancato opt-in del Regno Unito, il Regolamento (UE) numero 650/2012 del 4 luglio 2012. Non rileva neppure la Convenzione dell’Aja del 1 agosto 1989, di cui l’Italia non è parte contraente. 8. La legge 31 maggio 1995 n. 218 dedica al diritto internazionale privato delle successioni il capo VII, strutturato in quattro articoli inerenti alla legge applicabile (artt. 46-49) ed in un articolo in tema di giurisdizione (art. 50). L’art. 46 individua la disciplina che regola la successione internazionale e la divisione ereditaria, gli artt. 47 e 48 riguardano il regime della capacità di testare e della forma del testamento, mentre l’art. 49 contempla una norma sostanziale sulla successione dello Stato. 9. Nella vicenda per cui è causa, viene in rilievo un caso di revoca del testamento previsto dal Wills Act 1837 in ipotesi di successivo matrimonio del testatore («In England, Wales and Northern Ireland, it is still a general rule that marriage automatically revokes a will»). Ai fini della qualificazione della questione come rientrante nello statuto successorio, e perciò da affrontare in base all’art. 46 della legge n. 218 del 1995, non serve contrapporre che per il diritto inglese tale revoca non rientra nell’ambito delle successioni, ma del matrimonio. La qualificazione dirimente per dare soluzione alla questione preliminare della inerenza della fattispecie di revoca testamentaria alla legge delle successioni va operata in base alla legge materiale italiana. L’art. 15 della legge 31 maggio1995, n. 218 (in base al quale: “la legge straniera è applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo”), postula che il diritto straniero, operante nell’ordinamento italiano in forza delle norme di diritto internazionale privato, deveessere applicato dal giudice italiano avvalendosi di tutti gli strumenti interpretativi posti dall’ordinamento straniero, ma non dà risposta al profilo della qualificazione e quindi della natura della norma di altro Stato, da affrontare, perciò, secondo la lex fori. Pertanto, nel decidere quale norma di conflitto prevista dalla legge n. 218 del 1995 funzioni in rapporto alla specifica domanda proposta, il giudice deve determinare il significato delle espressioni giuridiche che connotano le categorie di fattispecie sulla base della lex fori, e cioè secondo i canoni di qualificazione propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene (e non già sulla base della lex causae, e cioè adoperando i canoni ermeneutici dell’ordinamento straniero di volta in volta richiamato). Nella specie, individuate dapprima negli artt. 13 e 46 della legge n. 218 del 1995 le norme di conflitto, alla stregua della qualificazione compiuta secondo la lex fori, occorre poi considerare che la medesima legge inglese richiamata intende regolare la successione dei beni mobili, mentre rinvia indietro all’Italia la disciplina della successione dei beni immobili. La qualificazione, alla luce dell’ordinamento inglese richiamato, della questione preliminare attinente alla revoca del testamento come inerente ai rapporti tra coniugi (cosiddetta seconda qualificazione o qualificazione di rinvio) può rilevare, quindi, soltanto nei limiti in cui le norme di conflitto dapprima individuate portino a dare applicazione alla legge straniera. 10. In continuità con l’abrogato art. 23 disp. prel. c.c. e ancora prima con l’art. 8 disp. prel. codice civile 1865, l’art. 46 della legge n. 218 del 1995 ribadisce inizialmente i principi di unitarietà e universalità della successione (tanto ex lege che testamentaria), affermando il primo comma che la successione mortis causa è regolata (soltanto) dalla legge nazionale del defunto al momento della morte, senza che abbiano rilievo la natura e la situazione dei beni che ne costituiscono oggetto. 10.1. I principi di unitarietà e universalità della successione divergono dalla soluzione della pluralità delle successioni, adottata, ad esempio, nei paesi di common law (ma anche in alcuni ordinamenti di civil law), e connotata dalla separazione tra legge regolatrice della proprietà mobiliare e legge regolatrice della proprietà immobiliare: la prima coincidente con la legge dell’ultimo domicilio o dell’ultima cittadinanza del de cuius, la seconda, per beni immobili, individuabile come lex rei sitae. 10.2. Lo stesso art. 46 della legge n. 218 del 1995, peraltro, al secondo comma riconosce al soggetto della cui eredità si tratta la scelta di sottoporre, necessariamente con dichiarazione espressa in forma testamentaria, che “l’intera successione” sia sottoposta “alla legge dello Stato in cui risiede” (cosiddetta optio legis, o professio juris). In tal caso, però, ove si tratti di successione di un cittadino italiano, la scelta non può pregiudicare diritti che la legge italiana attribuisce ai legittimari residenti in Italia al momento della morte del de cuius. 10.3. D’altro canto, il principio di unità della successione può essere attenuato dall’operatività del meccanismo del rinvio ex art. 13 della legge n. 218 del 1995, il quale, introdotto da tale disposizione per la prima volta nel nostro ordinamento, può portare a modificare le stesse regole di conflitto: ciò è quel che avviene, ad esempio, proprio allorché la legge nazionale del defunto adotti il criterio della scissione e così postuli l’assoggettamento della successione a discipline diverse in base alla natura ed alla situazione dei beni compresi nell’eredità. 10.4. La coniugazione simultanea, sotto il profilo della legge regolatrice della successione internazionale, della regola di unitarietà e universalità della successione e della regola del rinvio impone all’interprete un difficile coordinamento, che era invece ignoto nell’originario sistema retto dagli artt. 23 e 30 delle disposizioni sulla legge in generale. Tale difficile coordinamento si impone indicativamente proprio quando muoia un cittadino inglese che lasci nel suo patrimonio immobili in Italia: la successione è regolata dalla legge inglese secondo l’art. 46 della legge n. 218 del 1995, ma la conflict law inglese non codificata valevole per i beni immobili rinvia, ai sensi dell’art. 13 della legge n. 218 del 1995, alla lex rei sitae, ovvero alla legge italiana. Ciò, peraltro, garantisce l’applicazione della stessa legge alla medesima successione internazionale, evitando che i giudici dei due diversi Stati pervengano, ove alternativamente aditi, a soluzioni opposte. 11. Deve subito considerarsi come il ricorso incidentale di R. C. P. (in particolare, secondo motivo) fa riferimento ad una “quaestio voluntatis”, attinente alla “scelta” inequivocabile di O. A. P. di assoggettare la propria successione alla legge sostanziale inglese, ritraibile dalla decisione dello stesso di recarsi a Londra nel 1997 appositamente per fare testamento. Di tale questione non vi è però alcun cenno nella sentenza impugnata, né il ricorrente incidentale, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, allega, nei modi imposti dall’art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c., l’avvenuta deduzione della stessa innanzi al giudice di merito, limitandosi il ricorrente incidentale, del resto, ad articolare censure per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, le quali non implicano l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa. Neppure è sostenibile che la decisione del Tribunale di Milano Contenesse una statuizione minima, perciò suscettibile di acquisire efficacia di giudicato interno, nel senso che O. A. P. avesse “scelto” la legge materiale da applicare alla sua successione, trattandosi, perciò, di questione che il giudice di appello aveva il potere di riconsiderare e riqualificare relativamente agli aspetti comunque coinvolti dai motivi dei contrapposti gravami. 11.1. In ogni caso, perché possa ravvisarsi la scelta di cui all’art. 46, comma 2, della legge n. 218 del 1995 (ammissibile soltanto in favore della legge dello Stato in cui il de cuius abbia la propria effettiva ed abituale residenza, al momento della stessa scelta e della morte, e riferibile necessariamente all’intera successione, nonché tale da disattivare in potenza anche l’effetto dell’eventuale rinvio: art. 13, comma 2, lettera a, legge n. 218 del 1995), occorre una” dichiarazione espressa in forma testamentaria”, ovvero in una delle forme valide previste dal successivo art. 48. 11.2. La contemporanea operatività degli artt. 13 e 46 della legge n. 218 del 1995 esclude che al cittadino inglese, che non opti per la legge dello Stato di residenza, basti redigere testamento ai sensi della sua legge materiale nazionale per rendere applicabile quest’ultima all’intera successione: la scelta della forma del testamento non rivela ex se una volontà del testatore se manca nella scheda una dichiarazione espressa della legge applicabile alla sua successione, e così la situazione dei beni immobili finisce per determinare l’applicabilità della legge del posto quale conseguenza del rinvio indietro. 12. Dunque, il principio di unità della successione comporta che la legge non considera né le caratteristiche dei beni, né le qualità dei successibili per disciplinare la vocazione. Esso inoltre implica l’unicità della successione, che si apre solo una volta, e l’unitarietà della sua regolazione normativa, cioè l’utilizzazione di un unico meccanismo di allocazione delle situazioni comprese nel compendio ereditario. Il diritto internazionale privato è, tuttavia, il terreno elettivo dello scontro tra unità e pluralità delle successioni mortis causa. Questo scontro si avvera, infatti, quando, nelle successioni transnazionali, entra in gioco il rinvio consentito ed accettato anche di ritorno (contraddittoriamente, ad avviso di alcuni commentatori) dall’art. 13 della legge n. 218 del 1995. Nel caso in esame (che delinea una fattispecie non a caso ipotizzata come emblematica in molti studi specialistici), le norme di conflitto, di cui agli artt. 13 e 46 della legge n. 218 del 1995, individuano preliminarmente la lex successionis nella legge inglese, la quale poi trattiene la regolamentazione dei beni mobili e rinvia indietro alla lex rei sitae la disciplina dei beni immobili. In sostanza, quale conseguenza del rinvio del diritto internazionale privato italiano al diritto privato internazionale inglese e del correlato rinvio indietro previsto da quest’ultimo, si determina l’effetto della cosiddetta “scissione” tra i beni immobili e i beni mobili del defunto, senza che, per quanto detto, emerga alcun contrasto con l’ordine pubblico internazionale ex art. 16 della legge n. 218: la legge che governa la successione inerente ai beni immobili è la legge italiana, ovvero quella dello Stato in cui i beni si trovano (lex rei sitae); la legge che governa la successione inerente ai beni mobili, per contro, è la legge inglese, legge del domicilio del defunto. 13. Il sistema della scissione, che connota il diritto inglese (nonché altri paesi europei) e che il nostro ordinamento “accetta” quale possibile conseguenza del “rinvio indietro” nella regolamentazione di una successione che contiene elementi di estraneità, poggia su considerazioni di carattere eminentemente pratico di antica discendenza («mobilia personam sequuntur, immobilia vero territorium»): il rilievo riconosciuto al domicilio per la disciplina della successione mobiliare è giustificato dalla normale collocazione di tale patrimonio del de cuius presso il domicile of origin, che si acquista alla nascita e che viene mantenuto finché non sia sostituito con un domicile of choice, sicché, non avendo i beni mobili un collegamento stabile, essi vengono regolati dallo statuto personale; viceversa, la propensione per la legge del luogo di situazione in rapporto alla successione immobiliare deriva dal legame con l’autorità che ha giurisdizione sui beni immobili, giustificandosi l’operatività riguardo ad essi dello statuto reale. Si tratta di un sistema di scissione, dunque, riguardante le categorie di beni, e non meramente «funzionale», quale quello che invece sottopone la devoluzione dei beni ereditari alla legge successoria e la sola amministrazione della successione alla lex fori. 14. Il principio della scissione, beninteso, opera sia nell’ambito di una successione ab intestato sia in una successione testamentaria. 15. La ricorrenza di un sistema dualista nella disciplina della successione transazionale comporta l’apertura di due (o più, se più sono gli Stati in cui esistono beni immobili del defunto) successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi chiamate a verificare la validità e l’efficacia del titolo successorio, ad individuare gli eredi, a determinare l’entità delle quote e le modalità di accettazione e di pubblicità. 15. In particolare, l’ambito di applicazione della lex successionis, individuata per le due successioni, quella mobiliare e quella immobiliare, abbraccia tutti i tre momenti in cui si sviluppa il procedimento successorio: quello della devoluzione, quello della trasmissione ereditaria dei beni e quello della divisione. Trattandosi di successione testamentaria, la stessa lex successionis, nella specie, quella inglese per i beni mobili e quella italiana per i beni immobili, disciplina, tra l’altro, quali tipi di disposizione il testatore poteva prevedere, la necessità di accettazione del legato o le modalità della rinuncia ad esso, i presupposti, le cause, modi e gli effetti della revoca del testamento, l’eventuale tutela dei legittimari (quest’ultima desumibile altresì dall’art. 46, comma 2, della legge n. 218 del 1995). In mancanza di una dichiarazione espressa del testatore della legge applicabile alla successione e comunque agli effetti dello stesso secondo comma dall’art. 46 della legge n. 218 del 1995, non può, invero, sostenersi che il rinvio alla legge italiana per la successione immobiliare, e la conseguente tutela delle quote di legittima, sacrificano la volontà di quello di disporre dei propri beni dopo la morte preservata dal sistema giuridico inglese. 16. L’errore della sentenza impugnata sta dunque nell’aver ritenuto che “è proprio perché è la legge inglese a disciplinare la successione mortis causa che trova applicazione prima la revoca del testamento per susseguente matrimonio, poi la successione ab intestato secondo le regole di diritto internazionale privato della stessa – applicate dunque prima di quelle sostanziali per risolvere il conflitto – che individuano per i beni mobili le disposizioni della legge inglese in considerazione del domicile del de cuius e per gli immobili le disposizioni della legge italiana per il rinvio senza distinzioni alla lex rei sitae”. In tal modo, i giudici del merito hanno finito per regolare anche il titolo di acquisto della successione immobiliare in base alla legge inglese, relegando l’operatività della lex rei sitae alla sola fase successiva alla delazione, limitata alla determinazione delle quote, alle modalità materiali ed alle formalità di acquisito. Devono pertanto enunciarsi i seguenti principi: In tema di successione transazionale, per l’individuazione della norma di conflitto operante, ed in particolare per la qualificazione preliminare della questione come rientrante nello statuto successorio, e perciò da regolare alla stregua dell’art. 46 della legge 31 maggio 1995, n. 218, il giudice deve adoperare i canoni propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene. Allorché la legge nazionale che regola la successione transnazionale, ai sensi dell’art. 46 della legge 31 maggio 1995, n. 218, sottopone i beni mobili alla legge del domicilio del de cuius e rinvia indietro alla legge italiana, come consentito dall’art. 13, comma 1, lettera b), della legge n. 218 del 1995, per la disciplina dei beni immobili compresi nell’eredità, si verifica l’apertura di due successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi che verificano la validità e l’efficacia del titolo successorio (anche, nella specie, con riguardo ai presupposti, alle cause, ai modi ed agli effetti della revoca del testamento), individuano gli eredi, determinano l’entità delle quote e le modalità di accettazione e di pubblicità ed apprestano l’eventuale tutela dei legittimari. 17. L’accoglimento, nei limiti di cui in motivazione, del ricorso principale di J. P. e del ricorso incidentale di R. C. P. comporta l’assorbimento del ricorso incidentale di O. B., le cui censure, attinenti al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato ex lege (statutory legacy) di 125.000 sterline in forza dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46, perdono di immediata evidenza decisoria, dovendo necessariamente essere riesaminate dal giudice di rinvio nell’ambito dei nuovi accertamenti di fatto ad esso devoluti alla stregua degli enunciati principi di diritto. 18. La sentenza impugnata va cassata, con rinvio dalla causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, che deciderà uniformandosi ai principi di diritto enunciati e provvederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di cassazione. P. Q. M. La Corte accoglie, nei limiti di cui in motivazione, il ricorso principale di J. P. ed il ricorso incidentale di R. C. P., dichiara assorbito il ricorso incidentale di O. B., cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte Suprema di Cassazione, il 26 gennaio 2021.

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A colui che muore senza lasciare prole, né genitori, né altri ascendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali.

I fratelli e le sorelle unilaterali conseguono però la metà della quota che conseguono i germani.

Nella divisione ereditaria, così come nella divisione delle cose in comunione, non è richiesta un’assoluta omogeneità delle porzioni, ben potendosi che nell’ambito di ciascuna categoria di beni da dividere (mobili, immobili, crediti) essi siano assegnati per l’intero ad una quota ed altri, per intero, ad altra quota,

 

fatti salvi i necessari conguagli. Il diritto potestativo dei condividenti all’assegnazione dei beni in natura (se possibile) non corrisponde infatti ad un frazionamento in quote delle singole entità appartenenti a ciascuna categoria, ma alla proporzionale divisione di ciò che è ricompreso nelle categorie stesse.

Da ciò consegue che, ad avviso della Corte di Cassazione, qualora ad esempio vi siano più immobili da dividere,

il giudice del merito accerterà se il diritto del condividente sarà meglio tutelato e soddisfatto con il frazionamento delle unità immobiliari o con l’assegnazione degli interi immobili ad ogni condividente, salvo conguaglio.

FRATELLI CHE LITIGANO PER EREDITA’ , MA TI SEMBRA NORMALE?

BOLOGNA RAVENNA IMOLA VICENZA TREVISO PADOVA ROVIGO

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PERCHE’ NON TENTARE  UN ACCORDO A VOLTE E’ MOLTO PIU’ VICINO DI QUANTO PENSI

FRATELLI E EREDITA’ PADRE E MADRE DI ENTRAMBI

Uguale che si tratti di figli legittimi, cioè nati nel corso dei matrimonio, sia di quelli naturali e adottivi, la legge non fa alcuna distinzione.

Tuttavia, entro certi limiti, il genitore può fare delle differenze di trattamento, ovvero derogare al principio di legge del pari trattamento.

Non si puo’ intaccare invece la quota di riserva cioè della quota minima riservata a ciascun dei figli eredi.

Non abbiamo differenze nemmeno quando uno dei fratelli si è preso cura dei genitori

I diritti dei fratelli eredi possono variare:

  • Quando il genitore ha fatto un valido testamento;
  • Quando il genitore, prima di morire, ha elargito delle donazioni in favore di uno o entrambi i figli.
  • Corte di Cassazione, sez. trib., ordinanza 25 ottobre 2010, n. 21101
  • Oggetto Obbligazioni tributarie – Obbligazioni mortis causa – Responsabilità solidale dell’erede per l’obbligazione del dante causa – Presupposti – Confusione dei patrimoni – Necessità – Prova dell’accettazione dell’eredità dal chiamato – Onere dell’Amministrazione finanziaria – Art. 7 del D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 – Art. 528 del codice civile
  • Svolgimento del processo
  • I fratelli A.A.P., O., R. e M. propongono ricorso per cassazione nei confronti dell’Agenzia delle Entrate (che è rimasta intimata) e avverso la sentenza con la quale, in controversia concernente impugnazione di avviso di accertamento per Irpef relativa all’anno 2003 emesso nei confronti della defunta genitrice D.I.M. – nell’ambito della quale gli odierni ricorrenti sono stati chiamati in giudizio nella asserita qualità di eredi – la Commissione tributaria regionale Campania, in riforma della sentenza di primo grado, confermava l’avviso opposto, in particolare premettendo (per quel che in questa sede ancora rileva) che, pur verificandosi solo con l’accettazione la confusione patrimoniale tra de cuius ed erede, che fa nascere in capo a questo ultimo la responsabilità per le obbligazioni tributarie del primo, i chiamati all’eredità possono essere legittimamente chiamati in causa per l’accertamento in sede contenziosa di un debito tributario contestato al de cuius.
  • L’unico motivo di ricorso (col quale si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 7 del D.Lgs. n. 346/1990; 65 del D.P.R. n. 600/1973, nonché 549, 485, 486 e 752 c.c. rilevando che i ricorrenti non erano eredi ma solo chiamati all’eredità, che l’amministrazione non aveva provato la loro qualità di eredi e infine che la disposizione di cui al citato art. 7, che prende in considerazione il chiamato all’eredità e non l’erede, salvo prova di rinuncia o di mancanza del titolo di erede legittimo o testamentario, è derogatoria dei principi del codice civile e non si applica ad ipotesi di obbligazioni tributarie diverse dalla imposta di successione) è manifestamente fondato.
  • Giova infatti evidenziare che, come affermato nella sentenza impugnata, solo l’erede, a seguito della confusione dei patrimoni, può rispondere delle obbligazioni (anche tributarie) del de cuius e che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, “grava sull’Amministrazione finanziaria creditrice del de cuius l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte del chiamato, per potere esigere l’adempimento dell’obbligazione del suo dante causa” (vd. Cass. n. 2820 del 2005), senza che possa in contrario invocarsi l’art. 7 del D.Lgs. n. 346/1990, norma che, comportando un’eccezione ai principi generali in tema di obbligazioni, è strettamente applicabile all’ipotesi in essa contemplata, ossia l’imposta di successione, ipotesi del tutto diversa da quella di un debito ereditario (nella specie, obbligazione tributaria del de cuius), dovendo peraltro evidenziarsi che il creditore che voglia ottenere l’accertamento giudiziale di un credito vantato nei confronti di un soggetto deceduto nel caso in cui non vi siano (ancora) eredi, può sempre proporre istanza di nomina del curatore dell’eredità giacente ex art. 528 c.c.
  • Il ricorso deve essere pertanto accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altro giudice che provvedere anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.
  • Q.M.
  • accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese a diversa Sezione della Commissione tributaria regionale Campania.
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TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

lL testamento può essere impugnato

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

quando presenta vizi, che ne comportino la nullità, a causa di anomalie nella sua formazione, che lo rendono contrario alle norme di legge (ad es. perché contrario a norme imperative, ovvero quando manchi un elemento essenziale per la sua redazione, ovvero l’illiceità del motivo o dell’oggetto).

Tanto la mancanza dell’autografia, quanto quella della sottoscrizione comportano la nullità del testamento olografo. Per quel che concerne la mancanza di autografia, ci si riferisce al testamento steso con l’ausilio di strumenti meccanografici ovvero scritto da altra persona [C. M. Bianca, op. cit.]. Le parole aggiunte da terzi, integrazioni o correzioni che siano, si considerano irrilevanti se non mutano la sostanza del testamento, mentre nel caso in cui concorrano a formare il contenuto delle disposizioni testamentarie comportano la nullità del testamento (Cass., 2 agosto 2002, n. 11733).

 

La mancanza della data non comporta la nullità del testamento olografo, ma la sola annullabilità. A questo proposito, la dottrina sottolinea che la data si limiti ad essere la sola indicazione di una circostanza di fatto, relativa al tempo in cui il testatore esprime la sua volontà. L’omissione di tale indicazione non impedisce al testatore di riformulare la sua volontà nelle forme corrette previste dalla legge . 

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

 

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

La seconda sezione civile, con ordinanza interlocutoria n. 28586 del 20 dicembre 2013, investita della trattazione dei ricorsi riuniti ai quali risultava comune il motivo relativo all’interrogativo di quale fosse lo strumento processuale utilizzabile per contestare l’autenticità del testamento olografo, rimetteva gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite Civili, ai fini della risoluzione del contrasto esistente nella giurisprudenza di legittimità in proposito, alla cui cognizione essa veniva effettivamente devoluta.

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

 

 

 

In particolare, l’ordinanza di rimessione rilevava che si confrontavano in proposito due orientamenti. Secondo un primo indirizzo il testamento olografo, nonostante siano imposti i requisiti di forma previsti dall’art. 602 c.c., troverebbe collocazione tra le scritture private, sicché, sul piano della efficacia sostanziale, sarebbe necessario e sufficiente che colui contro il quale sia prodotto, disconosca (più correttamente non riconosca) la scrittura, da ciò derivando l’onere della controparte, che alla efficacia di quella scheda ha invece interesse perché da essa investito della eredità, di dimostrare la sua provenienza dall’autore apparente.

 

 

 

L’ordinanza di rimessione evidenziava che secondo questo orientamento “nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e chi vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe su secondo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sull’erede legittimo”, con l’ulteriore conseguenza che sulla ripartizione dell’onere probatorio non ha alcuna influenza la posizione processuale delle parti, ossia se la falsità del documento sia fatta valere in via principale dall’erede legittimo, che a tal fine abbia proposto l’azione, oppure se, introdotto dall’erede testamentario un giudizio per il riconoscimento dei propri diritti ereditari in forza della scheda testamentaria, questa sia stata disconosciuta dall’erede legittimo.

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

ART 602 CODICE CIVILE

La sottoscrizione deve essere posta alla fine delle disposizioni(2). Se anche non è fatta indicando nome e cognome, è tuttavia valida quando designa con certezza la persona del testatore(3).

La data deve contenere l’indicazione del giorno, mese e anno(4). La prova della non verità della data è ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacità del testatore [591 c.c.], della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento(

Secondo Cass. civ. n. 31457/2018 l’uso dello stampatello non può escludere di per sé l’autenticità della scrittura

 

 

L’abitualità e la normalità del carattere grafico adoperato non rientrano fra i requisiti formali del testamento olografo ai sensi dell’art. 602 c.c., benché assumano un pregnante valore probatorio nell’ottica dell’attribuzione della scheda al testatore. Pertanto, l’uso dello stampatello non può escludere di per sé l’autenticità della scrittura, pur se rappresenta, ove non sia giustificato dalle condizioni psico-fisiche o da abitudine del dichiarante o da altre contingenze, il cui esame è di esclusiva competenza del giudice di merito, un elemento significativo del quale tenere conto ai fini della valutazione di tale autenticità.

 

 

Secondo Cass. civ. n. 27414/2018 Nel testamento olografo l’omessa o incompleta indicazione della data ne comporta l’annullabilità; l’apposizione di questa ad opera di terzi

Nel testamento olografo l’omessa o incompleta indicazione della data ne comporta l’annullabilità; l’apposizione di questa ad opera di terzi, invece, se effettuata durante il confezionamento del documento, lo rende nullo perché, in tal caso, viene meno l’autografia stessa dell’atto, senza che rilevi l’importanza dell’alterazione. Peraltro, l’intervento del terzo, se avvenuto in epoca successiva alla redazione, non impedisce al negozio “mortis causa” di conservare il suo valore tutte le volte in cui sia comunque possibile accertare la originaria e genuina volontà del “de cuius”. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto nullo il testamento al quale il terzo, durante la stesura del medesimo, aveva aggiunto la data ed il luogo di formazione).

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 27414 del 29 ottobre 2018)

NECESSITA’ DELLA SOTTOSCRIZIONE  Cass. civ. n. 18616/2017

In tema di nullità del testamento olografo, la finalità del requisito della sottoscrizione, previsto dall’art. 602 c.c. distintamente dall’autografia delle disposizioni in esso contenute, ha la finalità di soddisfare l’imprescindibile esigenza di avere l’assoluta certezza non solo della loro riferibilità al testatore, già assicurata dall’olografia, ma anche dell’inequivocabile paternità e responsabilità del medesimo che, dopo avere redatto il testamento – anche in tempi diversi – abbia disposto del suo patrimonio senza alcun ripensamento, onde l’accertata apocrifia della sottoscrizione esclude in radice la riconducibilità dell’atto di ultima volontà al testatore.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 18616 del 27 luglio 2017)

)

Cass. civ. n. 10613/2016, l’inesatta indicazione della data

In tema di testamento olografo, l’inesatta indicazione della data, dovuta ad errore materiale del testatore (per distrazione, ignoranza od altra causa), pur se essa, senza essere così voluta dal “de cuius”, sia impossibile (nella specie, il “12-112-1990” ), può essere rettificata dal giudice, ricorrendo ad altri elementi intrinseci della scheda testamentaria, sì da rispettare il requisito essenziale della autografia dell’atto.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10613 del 23 maggio 2016)

Cass. civ. n. 23014/2015

Secondo Cass. civ. n. 24882/2013 La guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia

La guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia, indispensabile per la validità del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda rispetto alla volontà del testatore ed essendo ultroneo verificare se la “mano guidante” sia intervenuta (come nella specie) su tutta la scheda testamentaria o se la parte non interessata dal suo intervento rappresenti una compiuta manifestazione di volontà.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 24882 del 6 novembre 2013)

 

 

 

Indice:

I motivi di impugnazione

Annullabilità

Nullità

Lesione della legittima

Il tema dell’impugnazione del testamento non è trattato in modo unitario dal codice civile, ed il motivo è facile da spiegare. Si tratta spesso di lesioni o di vizi che sono giuridicamente molto diversi fra loro. Per tali ragioni, sono rinvenibili in parti diverse del codice.

  • L’impugnazione del testamento può aver luogo anche quando si ritenga che il testamento olografo sia falso. In tale circostanza, la parte che adduce la falsità dovrà procedere attraverso il disconoscimento del testamento.
  • Al riguardo, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui, nel giudizio sulla falsità del testamento olografo, il soggetto che ritiene il documento falso e quindi contesti l’autenticità del testamento olografo dovrà proporre domanda di accertamento negativo in merito alla provenienza del testamento, fornendo la prova che quel documento non è stato redatto dal testatore (Cass. Civ., Sez. Unite, 15 Giugno 2015, Sent. n. 12307). Un testamento può essere impugnato da chiunque ne abbia interesse, quindi anche da uno degli eredi. La legge prevede due tipi di invalidità del testamento:

 

 

 

  • L’annullabilità.
  • La nullità.
  • In tal caso, l’atto non produce effetti.
  • La nullità può essere fatta valere da chiunque ne abbia interesse, nonché rilevata d’ufficio dal giudice, e l’azione di nullità non è soggetta a prescrizione.
  • Occorre distinguere tra i vizi che rendono nullo l’intero atto da quelli che colpiscono singole disposizioni.
  • aVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTO  
    • AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI

    AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Campagnola EmiliAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    CampeginAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    CampogallianAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    CamposantAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    CamugnanAVVOCATO PER SUCCESSIONI AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI  EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    CanossAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    CaorsAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Carpaneto PiacentinAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Carpi AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Carpineti AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Casalecchio di Reno AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Casalgrande AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    CasinaAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Casola ValseniAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI  

    Castel BologneseAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Castel d’Aiano AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Castel del Rio

    Castel di Casio

    Castel Guelfo di Bologna

    Castel Maggiore

    Castel San Giovanni

    Castel San Pietro Terme

    Casteldelci

    Castelfranco Emilia

    Castellarano

    Castell’Arquato

    Castello d’Argile

    Castelnovo di Sotto

    Castelnovo ne’ Monti

    Castelnuovo Rangone

    Castelvetro di Modena

    Castelvetro Piacentino

    Castenaso

    Castiglione dei Pepoli

    Castrocaro Terme e Terra del Sole

    Cattolica

    Cavezzo

    Cavriago

    Cento

    Cerignale

    Cervia

    Cesena

    Cesenatico

    Civitella di Romagna

    Codigoro

    Coli

    Collecchio

    Colorno

    Comacchio

    Compiano

    Concordia sulla Secchia

    Conselice

    Copparo

    Coriano

    Corniglio

    Correggio

    Corte Brugnatella

    Cortemaggiore

    Cotignola

    Crevalcore

    Dovadola

    Dozza

    Fabbrico

    Faenza

    Fanano

    Farini

    Felino

    Ferrara

    Ferriere

    Fidenza

    Finale Emilia

    Fiorano Modenese

    Fiorenzuola d’Arda

    Fiscaglia

    Fiumalbo

    Fontanelice

    Fontanellato

    Fontevivo

    Forlì

    Forlimpopoli

    Formigine

    Fornovo di Taro

    Frassinoro

    Fusignano

    Gaggio Montano

    Galeata

    Galliera

    Gambettola

    Gattatico

    Gatteo

    Gazzola

    Gemmano

    Goro

    Gossolengo

    Gragnano Trebbiense

    Granarolo dell’Emilia

    Grizzana Morandi

    Gropparello

    Gualtieri

    Guastalla

    Guiglia

    Imola

    Jolanda di Savoia

    Lagosanto

    Lama Mocogno

    Langhirano

    Lesignano de’ Bagni

    Lizzano in Belvedere

    Loiano

    Longiano

    Lugagnano Val d’Arda

    Lugo

    Luzzara

    Maiolo

    Malalbergo

    Maranello

    Marano sul Panaro

    Marzabotto

    Masi Torello

    Massa Lombarda

    Medesano

    Medicina

    Medolla

    Meldola

    Mercato Saraceno

    Mesola

    Minerbio

    Mirandola

    Misano Adriatico

    Modena

    Modigliana

    Molinella

    Monchio delle Corti

    Mondaino

    Monghidoro

    Monte San Pietro

    Montecchio Emilia

    Montechiarugolo

    Montecreto

    Montefiore Conca

    Montefiorino

    Montegridolfo

    Monterenzio

    Montescudo-Monte Colombo

    Montese

    Montiano

    Monticelli d’Ongina

    Monzuno

    Morciano di Romagna

    Mordano

    Morfasso

    Neviano degli Arduini

    Noceto

    Nonantola

    Novafeltria

    Novellara

    Novi di Modena

    Ostellato

    Ottone

    Ozzano dell’Emilia

    Palagano

    Palanzano

    Parma

    Pavullo nel Frignano

    Pellegrino Parmense

    Pennabilli

    Piacenza

    Pianello Val Tidone

    Pianoro

    Pieve di Cento

    Pievepelago

    Piozzano

    Podenzano

    Poggio Renatico

    Poggio Torriana

    Polesine Zibello

    Polinago

    Ponte dell’Olio

    Pontenure

    Portico e San Benedetto

    Portomaggiore

    Poviglio

    Predappio

    Premilcuore

    Prignano sulla Secchia

    Quattro Castella

    Ravarino

    Ravenna

    Reggio Emilia

    Reggiolo

    Riccione

    Rimini

    Rio Saliceto

    Riolo Terme

    Riolunato

    Riva del Po

    Rivergaro

    Rocca San Casciano

    Roccabianca

    Rolo

    Roncofreddo

    Rottofreno

    Rubiera

    Russi

    Sala Baganza

    Sala Bolognese

    Salsomaggiore Terme

    Saludecio

    San Benedetto Val di Sambro

    San Cesario sul Panaro

    San Clemente

    San Felice sul Panaro

    San Giorgio di Piano

    San Giorgio Piacentino

    San Giovanni in Marignano

    San Giovanni in Persiceto

    San Lazzaro di Savena

    San Leo

    San Martino in Rio

    San Mauro Pascoli

    San Pietro in Casale

    San Pietro in Cerro

    San Polo d’Enza

    San Possidonio

    San Prospero

    San Secondo Parmense

    Santa Sofia

    Sant’Agata Bolognese

    Sant’Agata Feltria

    Sant’Agata sul Santerno

    Santarcangelo di Romagna

    Sant’Ilario d’Enza

    Sarmato

    Sarsina

    Sasso Marconi

    Sassuolo

    Savignano sul Panaro

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE – RIDUZIONE

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE

La collazione presuppone l’esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere, mentre, se l’asse é stato esaurito con donazioni o con legati, o con le une e con gli altri insieme, sicché viene a mancare un “relictum” da dividere, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l’esito dell’eventuale azione di riduzione

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE - RIDUZIONE
DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE – RIDUZIONE

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA MILANO VICENZA TREVISO  VENEZIA

DIVISIONE – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Resa dei conti – Oggetto – In genere – Collazione – Presupposti – Asse da dividere – Esistenza – Necessità – Fondamento

La collazione presuppone l’esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere, mentre, se l’asse é stato esaurito con donazioni o con legati, o con le une e con gli altri insieme, sicché viene a mancare un “relictum” da dividere, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l’esito dell’eventuale azione di riduzione. (Dichiara inammissibile, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 30/05/2018) Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 10/12/2020, n. 28196 (rv. 659836-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Collazione e azione di riduzione – Differenze – Concorso tra i due istituti – Condizioni – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – Oggetto – Porzioni degli eredi legittimi – In genere

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE - RIDUZIONE
DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE – RIDUZIONE

Mentre la riduzione sacrifica i donatari nei limiti di quanto occorra per reintegrare la legittima lesa ed è quindi imperniata sul rapporto fra legittima e disponibile, la collazione, nei rapporti indicati nell’art. 737 c.c., pone il bene donato, in proporzione della quota ereditaria di ciascuno, in comunione fra i coeredi che siano il coniuge o discendenti del “de cuius”, donatario compreso, senza alcun riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile. Nondimeno, il rilievo che la collazione può comportare di fatto l’eliminazione di eventuali lesioni di legittima, consentendo agli eredi legittimi di conseguire nella divisione proporzioni uguali, non esclude che il legittimario possa contestualmente esercitare l’azione di riduzione verso il coerede donatario, atteso che solo l’accoglimento di tale domanda assicura al legittimario leso la reintegrazione della sua quota di riserva con l’assegnazione di beni in natura, privando i coeredi della facoltà di optare per l’imputazione del relativo valore. Al contempo, e in modo speculare, deve riconoscersi che l’azione di riduzione, una volta esperita, non esclude l’operatività della collazione con riguardo alla donazione oggetto di riduzione, fermo restando che mentre la collazione, ove richiesta in via esclusiva, comporta il rientro del bene donato nella massa, senza riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile, nel caso di concorso con l’azione di riduzione essa interviene in un secondo tempo, dopo che la legittima sia stata reintegrata, al fine di redistribuire l’eventuale eccedenza, e cioè l’ulteriore valore della liberalità che esprime la disponibile. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO TORINO, 16/03/2018)

Tribunale Torino, Sez. II, Sentenza, 02/09/2020

La collazione, a differenza di quanto accade nell’azione di riduzione (per effetto della quale non si determina alcun incremento della massa comune, ma implica che, a soli fini di calcolo, si tenga conto delle donazioni effettuate in vita dal de cuius, onde accertare l’eventuale esistenza di una lesione, che giustifichi poi la riduzione delle donazioni e negli stretti limiti necessari a reintegrare la quota di legittima), assicura l’effettivo rientro del bene nella massa da dividere, o comunque del suo controvalore (nel diverso caso in cui il donatario opti per la colla

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 11/01/2018, n. 536 (rv. 647378-01)

CONTRATTI IN GENERE – Simulazione (nozione) – Prova – Testimoniale erede – Azione di accertamento di dissimulate donazioni – Limiti probatori alla simulazione – Condizioni – Dispensa dalla collazione – Irrilevanza – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere in genere

In tema di limiti alla prova testimoniale del negozio simulato posti alla parte (ovvero ai suoi successori universali) dall’art. 1417 c.c., l’erede che agisca per l’accertamento di dedotte dissimulate donazioni non è necessariamente terzo, assumendo tale qualità solo qualora, dopo aver esperito l’azione di riduzione per pretesa lesione di legittima, spenda la qualità di legittimario e non anche allorché agisca per lo scioglimento della comunione, previa collazione delle donazioni effettuate in vita dal “de cuius”; né consente il superamento, da parte dell’erede, dei suddetti limiti probatori il riferimento alla dispensa dalla collazione, trattandosi di istituto che opera solo dopo che sia stata accertata, in base alle previsioni di cui al cit. art. 1417 c.c., la natura di donazione dell’atto, ove la parte abbia inteso far valere in giudizio anche la qualità di legittimaria e l’azione di simulazione sia strumentale al coevo esperimento di quella di riduzione. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ANCONA, 21/10/2014)

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 22/03/2017, n. 7237 (rv. 643666-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere domanda giudiziale – Criteri di individuazione – Domanda di simulazione – Riferimento alla incidenza del “donatum” sulla quota disponibile – Proposizione di domanda di riduzione – Esclusione – Fondamento

In tema di divisione ereditaria, poiché, ai fini dell’individuazione della domanda proposta, non può prescindersi dalla disamina congiunta della “causa petendi” e del “petitum”, se, sotto il primo profilo, la parte ha fatto riferimento alla possibilità di donazioni lesive della quota di legittima, non può ritenersi che sia stata proposta un’azione di riduzione ove il “petitum” rientri in quello dell’azione di divisione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che era stata proposta solo la domanda di divisione ereditaria, in quanto l’autonoma domanda di riduzione avrebbe dovuto essere formulata espressamente ed, inoltre, la parte aveva richiesto di includere nel patrimonio da dividere, oltre al “relictum”, anche il preteso “donatum”, risultato assicurato dal diverso istituto della collazione). (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANIA, 16/11/2015)

AZIONE DI RIDUZIONE

Il legittimario(1) [536 c.c.] che non ha accettato l’eredità col beneficio d’inventario(2) [484, 557 c.c.] non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le donazioni e i legati siano stati fatti a persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all’eredità [519 ss. c.c.]. Questa disposizione non si applica all’erede che ha accettato col beneficio d’inventario e che ne è decaduto [493, 505, 494 c.c.](2).

In ogni caso il legittimario, che domanda la riduzione di donazioni [555 c.c.] o di disposizioni testamentarie [554 c.c.], deve imputare alla sua porzione legittima le donazioni e i legati a lui fatti(3), salvo che ne sia stato espressamente dispensato(4) [552, 553, 724 c.c.].

Il legittimario che succede per rappresentazione [467 ss. c.c.] deve anche imputare le donazioni e i legati fatti, senza espressa dispensa, al suo ascendente [740 c.c.].

La dispensa non ha effetto a danno dei donatari anteriori(5).

Ogni cosa, che, secondo le regole contenute nel capo II del titolo IV di questo libro, è esente da collazione, è pure esente da imputazione [737 ss. c.c.].

In tema di azione di riduzione delle donazioni e dei legati, qualora il testatore abbia disposto a titolo universale dell’intero asse ereditario, la condizione dell’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario è esclusa nell’ipotesi in cui il legittimario, essendo stato totalmente pretermesso, non assume, ai sensi dell’art. 467 secondo comma c.c., la qualità di chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria non venga ridotta nei suoi confronti; tale regola è stata da tempo estesa all’erede legittimo sul rilievo che, qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero patrimonio con atti di donazione, anche nella successione ab intestato può configurarsi la totale pretermissione del legittimario il quale, per l’assenza di beni relitti, si trovi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela del diritto sostanziale riconosciutogli dalla legge; infatti, la disposizione di cui all’art. 564 c.c., che subordina la proposizione dell’azione di riduzione delle donazioni e dei legati da parte del legittimario alla sua accettazione con beneficio d’inventario, salvo che le donazioni e i legati siano fatte a persone chiamate come coeredi, risponde alla ratio di evitare che la confusione dei patrimoni del de cuius e dell’erede impedisca al donatario e al legatario di verificare l’effettività della lesione della riserva e, inoltre, all’esigenza, di cui è fatta menzione nella relazione al progetto definitivo del codice civile, di evitare il contrasto logico ed insanabile fra la responsabilità illimitata dell’erede, nonché il suo obbligo di rispettare gli atti di disposizione del defunto, e l’azione di riduzione della liberalità.

Cass. civ., Sez. III, 13/05/2021, n. 12872

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L’azione ad supplendam aut implendam legitimam di cui agli artt. 553 c.c. ss., è un’azione personale, e non un’azione reale dalla quale deriva una pronuncia di natura costitutiva avente l’effetto di risolvere, con effetto limitato alle parti, le disposizioni testamentarie, i legati e le donazioni lesive della quota di legittima. L’azione di riduzione può avere ad oggetto sia i beni che si trovavano nel patrimonio del defunto al momento dell’apertura della successione e sia beni che, al momento dell’apertura della successione, ne erano già usciti per effetto di donazioni.

Corte d’Appello Napoli, Sez. II, Sentenza, 12/03/2021, n. 935

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L’atto di costituzione in mora è idoneo ad interrompere la prescrizione solo di diritti obbligatori, tra i quali non va annoverato certamente il diritto del legittimario a veder ridotte le disposizioni lesive della sua quota. Ed invero, l’azione di riduzione ha natura personale in quanto essa non mira a rivendicare il bene posseduto dal beneficiario dell’atto di liberalità, ma soltanto a far valere sul rispettivo valore le ragioni successorie spettanti al legittimario preterito, con la conseguenza che ad essa non corrisponde un obbligo, di prestazione della controparte, anteriore alla iniziativa del legittimario.

Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 04/09/2020, n. 18468 (rv. 659168-01)

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SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Azione di divisione ereditaria e azione di riduzione – Diversità di presupposti e di finalità – Conseguenze – Ammissibilità della domanda di divisione e di collazione in sede di giudizio di riduzione – Accettazione del contradittorio – Necessità

L’azione di divisione ereditaria e quella di riduzione sono fra loro autonome e diverse, perché la prima presuppone la qualità di erede e l’esistenza di una comunione ereditaria che si vuole sciogliere, mentre la seconda implica la qualità di legittimario leso nella quota di riserva ed è diretta alla reintegra in essa, indipendentemente dalla divisione; ne consegue che la domanda di divisione e collazione non può ritenersi implicitamente inclusa in quella di riduzione, sicché una volta proposta la domanda di riduzione, quella di divisione e collazione, avanzate nel corso del giudizio di primo grado con le memorie ex art. 183 c.p.c., sono da ritenersi nuove e, come tali, inammissibili ove la controparte abbia sul punto rifiutato il contraddittorio. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ROMA, 10/12/2014)

DIVISIONI EREDITARIE, EREDI TESTAMENTI SENTENZE ULTIME ROVIGO

DIVISIONI EREDITARIE, EREDI TESTAMENTI SENTENZE ULTIME ROVIGO

CHIAMA SUBITO PRENDI APPUNTAMENTO AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA SUCCESSIONI EREDI TESTAMENTI

051 6447838 AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

Ai sensi della normativa di cui all’ art. 1102 c.c., l’uso diretto del bene comune da parte di un comproprietario, deve intendersi come l’attuazione del diritto dominicale, salvo l’obbligo di questi di non alterare la destinazione economica del bene e di non impedire agli altri condividenti l’eguale e diretto uso ovvero di trarre dal bene i frutti civili. Sicché, il semplice godimento esclusivo del bene ad opera di uno dei comproprietari, in via di principio, non assume l’idoneità a produrre un qualche pregiudizio in danno degli altri comproprietari, e, ancor meno, in danno di coloro che abbiano mostrato acquiescenza all’altrui uso esclusivo. Con la conseguenza, che colui che utilizza in via esclusiva il bene comune non è, tenuto a corrispondere alcunché al comproprietario pro indiviso che rimanga inerte e/o, a maggior ragione se, abbia consentito, in modo certo ed inequivoco, detto uso esclusivo. Piuttosto, l’occupante del bene (il comproprietario che gode in modo esclusivo) è tenuto al pagamento della corrispondente quota di frutti civili traibili dal godimento indiretto dell’immobile solo se il comproprietario abbia manifestato l’intenzione di utilizzare il bene in maniera diretta e non gli è stato consentito, per la ragione assorbente di non aver potuto godere al pari degli altri del bene comune.

Tribunale Rovigo, 21/07/2008

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SUCCESSIONE › Testamento

Pare condivisibile la giurisprudenza di legittimità secondo cui, nell’interpretazione di un testamento, occorre individuare l’intenzione del de cuius considerando congiuntamente l’elemento letterale e quello logico, fermo restando il “primario criterio ermeneutico della letteralità”.

 

Tribunale Rovigo, Sentenza, 02/07/2020

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In tema di successioni, la reintegrazione della quota di legittima, conseguente all’esercizio dell’azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura, salvi i casi eccezionalmente previsti per il caso della riduzione dei legati e delle donazioni aventi a oggetto beni immobili. In quest’ultima ipotesi, infatti, si deve anzitutto verificare se si possa procedere a un frazionamento materiale dell’immobile oggetto di donazione o di legato, al fine di ricavare una porzione idonea a soddisfare la quota di legittima; in mancanza, qualora il legatario o il donatario abbiano nell’immobile una eccedenza maggiore del quarto della porzione disponibile, l’immobile si deve lasciare per intero nell’eredità, salvo il diritto del legatario o del donatario di conseguire il valore della porzione disponibile; qualora il legatario o il donatario abbiano nell’immobile una eccedenza inferiore al quarto, il legatario o il donatario possono ritenere tutto l’immobile compensando in danaro i legittimari.

Tribunale Rovigo, Sentenza, 27/02/2020

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Ai sensi della normativa di cui all’ art. 1102 c.c., l’uso diretto del bene comune da parte di un comproprietario, deve intendersi come l’attuazione del diritto dominicale, salvo l’obbligo di questi di non alterare la destinazione economica del bene e di non impedire agli altri condividenti l’eguale e diretto uso ovvero di trarre dal bene i frutti civili. Sicché, il semplice godimento esclusivo del bene ad opera di uno dei comproprietari, in via di principio, non assume l’idoneità a produrre un qualche pregiudizio in danno degli altri comproprietari, e, ancor meno, in danno di coloro che abbiano mostrato acquiescenza all’altrui uso esclusivo. Con la conseguenza, che colui che utilizza in via esclusiva il bene comune non è, tenuto a corrispondere alcunché al comproprietario pro indiviso che rimanga inerte e/o, a maggior ragione se, abbia consentito, in modo certo ed inequivoco, detto uso esclusivo. Piuttosto, l’occupante del bene (il comproprietario che gode in modo esclusivo) è tenuto al pagamento della corrispondente quota di frutti civili traibili dal godimento indiretto dell’immobile solo se il comproprietario abbia manifestato l’intenzione di utilizzare il bene in maniera diretta e non gli è stato consentito, per la ragione assorbente di non aver potuto godere al pari degli altri del bene comune.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI ROVIGO

SEZIONE CIVILE

composto dai magistrati:

dr.ssa Pierangela Congiu – Presidente est.

  1. Pier Francesco Bazzega – Giudice

dr.ssa Federica Abiuso – Giudice

ha pronunciato la presente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 1875/2017 promossa da:

G.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANFRINI MICHELE, elettivamente domiciliato in Adria, Corso Vittorio Emanuele II n.99, presso lo studio dell’Avv. Luca Azzano Cantarutti;

E.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANFRINI MICHELE, elettivamente domiciliato in Adria, Corso Vittorio Emanuele II n.99, presso lo studio dell’Avv. Luca Azzano Cantarutti;

R.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANFRINI MICHELE, elettivamente domiciliato in Adria, Corso Vittorio Emanuele II n.99, presso lo studio dell’Avv. Luca Azzano Cantarutti;

ATTORI

contro

G.R. (C.F.(…)), con il patrocinio dell’avv. CERUTI GIANLUIGI, elettivamente domiciliato in VIA ALL’ARA N.8 ROVIGO presso il difensore avv. CERUTI GIANLUIGI;

L.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CERUTI GIANLUIGI, elettivamente domiciliato in VIA ALL’ARA N.8 ROVIGO presso il difensore avv. CERUTI GIANLUIGI;

E.R. (C.F. (…)), CONTUMACE;

C.R. (C.F. (…)), CONTUMACE;

L.R. (C.F. (…)), CONTUMACE;

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Premesso che

Con atto di citazione ritualmente notificato alle convenute R.G. e R.L., sorelle del de cuius D.R., e a R.E., R.C. e R.L., figlie di R.L., fratello premorto del de cuius, gli attori E.R., G.R. e R.R., figli di R.G., fratello premorto del de cuius, esponevano e deducevano che:

– in data 18.2.2017 mancava ai vivi il signor D.R. nato a S. B. (R.) il (…) (doc.1 parte attrice), fratello del padre premorto degli attori, R.G.;

– D.R. non aveva né moglie né figli ed aveva disposto delle proprie sostanze a mezzo testamento olografo, redatto in data 14.10.2012 (doc.2 parte attrice), nominando propri eredi universali i nipoti ed odierni attori, R.G., E. e R.;

– il predetto testamento veniva pubblicato per atto del Notaio S.D. di R., in data (…) di Rep. (…), registrato a R. il (…), contenente dichiarazione di accettazione dell’eredità (doc.3); l’atto veniva trascritto in data 14.3.2017;

– gli attori venivano successivamente a conoscenza che le zie (sorelle del de cuius), signore R.G., nata a S. B. (R.) il (…) e R.L. (detta G.), nata a S. B. (R.), il (…), erano in possesso di una scheda testamentaria, apparentemente riconducibile allo zio D., portante la data del 28.11.2014 (doc.4), nonché di una dichiarazione di revoca delle precedenti disposizioni testamentarie, datata 23.11.2014 (doc.5); atti che le stesse pubblicavano, per atto del Notaio E.G.B. di R. del (…) di Rep.(…), registrato a Rovigo in data 3.4.2017 (doc. 6);

– il de cuius all’epoca della presunta redazione dei suddetti atti ( scheda testamentaria del 28.11.2014 e revoca del 23.11.2014) era sicuramente incapace di intendere e di volere a causa delle patologie invalidanti che lo affliggevano;

– ciò emergeva dalla documentazione sanitaria allegata all’atto introduttivo ed, in particolare, dall’ultimo Responso specialistico del 18.11.2014 del Centro per il Decadimento Cognitivo (doc.17), ove veniva riscontrata nel sig. D.R. una demenza di Alzheimer di grado medio elevato con associata componente vascolare e si suggeriva la necessità di un’assistenza continua;

– la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie vergata dal R.D. il 23.11.2014, in ogni caso, era invalida o inefficacia, posto che, per espressa disposizione dell’art. 680 c.c., la revocazione può essere effettuata solo con un nuovo testamento o con un atto ricevuto da Notaio alla presenza di due testimoni in cui il testatore personalmente manifesti la propria volontà di revocare, in tutto o in parte, la disposizione anteriore e che nel caso in esame, invece, la revoca era intervenuta attraverso una scrittura del testatore che non risultava essere inserita in una nuova scheda testamentaria;

– pertanto, gli attori avevano interesse ad impugnare il cennato testamento e la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie rilasciate dal de cuius in data 14 ottobre 2012.

Su tali presupposti, parte attrice adiva il Tribunale per ottenere l’accoglimento delle seguenti conclusioni:

” ACCERTARE che R.D. al momento della redazione della scheda testamentaria 28.11.14 e della dichiarazione di revoca del 23.11.2014, alle quali è stata data pubblicazione con atto del Notaio E.G.B. di R. del (…) di Rep. (…), era affetto da incapacità di intendere e di volere e, per l’effetto,

DICHIARARE in applicazione di quanto disposto dall’art. 591 comma 2 n.3 c.c., l’annullamento e/o comunque l’inefficacia del testamento 28.11.2014 e della dichiarazione di revoca del 23.11.2014, quest’ultima anche per il mancato rispetto delle forme previste dall’art. 680 c.c.”.

Con comparsa di costituzione e risposta del 30.10.2017 si costituivano in giudizio le convenute G.R. e L.R., sorelle del de cuius, eccependo la mancata dimostrazione da parte degli attori del fatto che il sig. D.R. all’epoca della redazione delle schede testamentarie per cui è causa fosse privo in modo assoluto della capacità di determinarsi coscientemente e liberamente e rilevando che, contrariamente a quanto sostenuto da parte attrice, dalla documentazione in atti, risultava che all’epoca della redazione degli atti impugnati dalla controparte D.R. si trovava nelle piene facoltà mentali, per cui aveva espresso consapevolmente la propria volontà testamentaria.

Concludevano per il rigetto delle domande attoree in quanto infondate in fatto ed in diritto.

Le altre convenute (R.E., R.C. e R.L.) non si costituivano e venivano dichiarate contumaci.

La causa veniva istruita con produzione documentale.

Rilevato che

Preliminarmente si rigettano le istanze istruttorie formulate da parte attrice per le stesse ragioni indicate nell’ordinanza emessa in data 15 aprile 2019, il cui contenuto integralmente si richiama. In particolare, i capitoli di prova indicati da parte attrice nella memoria ex art. 183, comma 6, n.2, c.p.c. si reputano inammissibili poiché genericamente formulati (capitoli di prova n.ri 1,3,4,6,8), in quanto non collocati sotto il profilo cronologico, mentre gli ulteriori capitoli di prova (n.ri 2,5,7,9) si reputano irrilevanti ai fini della decisione. Infatti, le prove orali articolate dagli attori non hanno ad oggetto la capacità di intendere e di volere, nonché la capacità di autodeterminarsi del testatore D.R. con specifico riguardo al momento temporale nel quale sono state redatte la schede testamentarie di cui si tratta.

La causa è stata adeguatamente istruita e si reputa matura per la decisione.

La domanda attorea è rimasta sfornita di prova, per cui va necessariamente respinta.

È insegnamento costante della Suprema Corte che l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza, non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova – a carico di chi agisce – che, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, il soggetto fosse privo, in modo assoluto, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi, a cagione di una infermità transitoria o permanente ovvero di altra causa perturbatrice (cfr. Cass. Civ., II, 15 aprile 2010, N. 9081Cass. Civ., II, 18 aprile 2005, N. 8079Cass. Civ., II, 30.1.2003, N. 1444Cass. Civ., II, 10.7.1986, N. 4499).

Dal momento che lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a colui che impugna dimostrare l’incapacità assoluta del de cuius al momento della redazione del testamento, salvo che il testatore risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso è compito di chi vuole avvalersi del testamento dimostrare che esso fu redatto in un momento di lucido intervallo (cfr. Cass. Civ., II, 29.10.2008, N. 26002).

Nel caso di specie, l’onere probatorio gravava sicuramente sulla parte attrice, poiché, come si dirà in seguito, non vi è un’incapacità permanente, oltre che totale, del testatore.

Spettava, dunque, all’istante provare che, al momento della redazione del testamento, il de cuius versava in uno stato di incapacità naturale assoluta.

Tuttavia, l’onus probandi non è stato assolto.

Innanzitutto, la prova dell’incapacità assoluta del testatore non è nella documentazione medica versata in atti, che dà, solo, conto di un’affezione da decadimento neurocognitivo riconducibile al morbo di Alzheimer con associata componente cerebrovascolare a partire dall’anno 2012, con un episodio di ictus cerebrale ischemico nell’agosto 2014.

La patologia da cui era affetto il de cuius, tuttavia, non implica, tout court, incapacità naturale assoluta.

Tanto è vero che, a proposito delle condizioni del testatore al momento della manifestazione della volontà testamentaria, dalla documentazione sanitaria prodotta da parte attrice emerge che il de cuius nel 2014 presentava uno stato di demenza con compromissione delle performances cognitive ed intellettive di grado moderato severo, con ridotta capacità di giudizio e ragionamento, disorientamento spazio temporale e quindi non nel pieno delle proprie facoltà mentali di intendere e di volere.

È evidente che altro è non esser nel pieno delle proprie facoltà mentali, altro è l’incapacità naturale assoluta, che, sola, può giustificare l’annullamento del negozio di ultima volontà.

Dunque, la documentazione medica allegata al fascicolo attoreo non depone per la fondatezza della domanda attorea, tanto più che le conclusioni del consulente di parte poggiano su deduzioni e valutazioni che non trovano in atti riscontri oggettivi e che risultano smentite dalla documentazione medica prodotta dalla stessa parte attrice, relativa al periodo più prossimo alle dichiarazioni testamentarie di cui si discute.

In particolare, si richiama la cartella clinica rilasciata dall’Ospedale di Trecenta a seguito del ricovero di D.R. nel mese di agosto 2014, dove viene diagnosticata la patologia dell’Alzheimer dalla quale era affetto il de cuis ,da cui risulta che il degente si trovava in uno stato mentale “lucido”e in uno stato di coscienza “vigile” (doc. 14 parte attrice). Risulta, infatti, che durante il periodo di ricovero dell’agosto 2014, in cui il de cuius si trovava nella fase acuta di un ictus cerebrale (poi regredito), lo stato di coscienza fu sempre descritto vigile nei resoconti infermieristici e nel referto della visita neurologica e lo stato mentale lucido nelle scale di Norton del 2 agosto, del 10 agosto e del 14 agosto. Lo stesso quadro relativo ad una persona vigile, parzialmente orientata e collaborante risulta registrato dal medico di Guardia medica dell’Ulss 18 in occasione della sua visita domiciliare del 15/9/2014 (doc. 16 parte attrice).

Ancora, il responso medico del 18 novembre 2014 (doc. 17 parte attrice ) attesta un miglioramento del quadro psicologico delle performance mentali rispetto al precedente controllo eseguito il 27 febbraio 2014 (vedi doc. 11 parte attrice). Invero i dati clinici del test del MMSE – che erano di 10.7/30 nel mese di febbraio, sono stati stimati in 14.4/30.

Emerge insomma che, contrariamente a quanto sostenuto dalla parte attrice, proprio nel periodo più vicino a quello in cui sono state redatte le schede testamentarie impugnate, il disturbo da decadimento neurocognitivo di cui era affetto D.R. era nella fase di minore gravità.

Inoltre, depongono a favore della capacità di intendere e di volere da parte del sig. D.R. le operazioni poste in essere dallo stesso presso l’ufficio postale di Lendinara nel gennaio 2015 (“Richiesta emissione di Vaglia Postale Circolare” e stipula di una polizza assicurativa con Crédit Agricol Vita denominata “Tariffa n. 245 – Assicurazione vita intera a premio unico e premi integrativi con rivalutazione annuale del capitale assicurato” – vedi docc. 8 e 9 convenute), ovvero circa un mese e mezzo dopo la redazione degli atti impugnati, la cui esistenza e congruità, sotto il profilo della bontà, misura e vantaggiosità, non sono mai state contestate dalla parte attrice.

Né vi sono elementi da cui desumere una gestione non oculata del patrimonio da parte de cuius all’epoca della redazione delle schede testamentarie del novembre 2014 o del fatto che i suoi familiari ed, in particolare, gli attori non avessero fiducia nelle sue capacità di gestione, come emerge anche dalla mancata attivazione da parte degli stessi di alcuna misura di protezione in considerazione delle condizioni psicofisiche in cui versava il sig. D.R..

Per completezza, mette conto rilevare che, ai fini dell’accertamento sulla sussistenza o meno della capacità di intendere e di volere del de cuius, il giudice del merito non può ignorare il contenuto del testamento e gli elementi di valutazione da esso desumibili, in relazione alla serietà, normalità e coerenza delle relative disposizioni, nonché ai sentimenti ed ai fini che risultano averle ispirate (cfr. Cass. Civ., II, 5.1.2011, N. 230).

Nel caso in esame, il de cuius ha manifestato la propria volontà testamentaria senza incorrere in contraddittorietà né in illogicità.

Egli ha espresso la propria volontà in termini coerenti – quantomeno sul piano logico -, nominando ed istituendo eredi universali di tutti i suoi beni tutti i suoi fratelli (e sorelle).

Né si reputa decisiva ai fini della rigorosa prova dell’assoluta incapacità del testatore la circostanza relativa all’ avvenuta nomina, quali propri eredi, dei fratelli G. e L. già deceduti da diversi anni, da cui, invece, si ricava la precisa volontà del de cuius di lasciare i propri beni a quella parte della famiglia costituita dai primi parenti in linea collaterale, ovvero a tutti i suoi fratelli e sorelle. Da tale disposizione, insomma, emerge l’intenzione del testatore di ricordare i suoi fratelli come parte di quel ramo della famiglia (gli stretti collaterali), a cui ha inteso lasciare i propri beni, compiendo in tal modo la precisa scelta di estendere la platea dei suoi eredi rispetto a quanto fatto con il primo testamento dell’ottobre 2012. Con tale atto infatti, il de cuius aveva nominato come suoi eredi universali solo i figli del fratello premorto G.R. (odierni attori); mentre con il successivo testamento del novembre 2014 ha deciso di lasciare i suoi beni anche a tutti gli altri suoi fratelli e sorelle e, quindi, ai loro rispettivi discendenti.

Ancora, infondata si reputa la contestazione di parte attrice circa l’asserita invalidità ed inefficacia, ai sensi dell’art. 680 c.c., della dichiarazione di revoca datata 23.11.2014 (doc. 5 parte attrice) delle precedenti disposizioni testamentarie vergate di pugno dal defunto D.R., con la quale lo stesso testatore, tra l’altro, ha scritto espressamente: “Revoco ogni mio precedente testamento”.

Infatti, come correttamente rilevato dalla difesa delle convenute costituite, la revoca espressa dell’atto di ultima volontà può essere valida ed efficace, ai sensi dell’art. 680 c.c., non solo con un atto ricevuto da notaio alla presenza di due testimoni, ma anche con una dichiarazione di volontà unilaterale e non recettizia diretta a togliere efficacia a disposizioni testamentarie del revocante con la quale lo stesso de cuius, nel testamento posteriore, ha usato la seguente espressione: “revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria” (vedi Cass. civ., sez. II, 9.10.2013, n. 22983Cass. civ., sez. II, 20.03.1986 n.1964).

L’interpretazione letterale della norma, che parla di nuovo testamento senza alcuna ulteriore indicazione, induce a ritenere che la revoca possa essere contenuta indifferentemente in un testamento olografo, pubblico o segreto o, anche, in un testamento speciale, purché siano presenti le particolari circostanze che lo giustificano (artt. 609 ss. c.c.). Deve, peraltro, trattarsi di un testamento posteriore, non potendosi ritenere capace di produrre l’effetto di revoca un testamento avente pari data, nei quali l’eventuale inconciliabilità delle disposizioni conduce all’elisione reciproca.

È stato , tuttavia, precisato come sia sufficiente che il nuovo testamento sia composto dalla sola clausola revocatoria, poiché la norma richiede esclusivamente che la revoca espressa sia contenuta in un atto a forma testamentaria. Si deve ammettere, infatti, la piena efficacia della sola clausola revocatoria in nome del principio della piena libertà di revoca, precisandosi peraltro la necessità di valutare se la clausola stessa risponda effettivamente all’intento revocatorio del testatore.

Va, peraltro, rilevato come diverse siano le conseguenze a seconda che il nuovo testamento revochi in tutto o in parte le disposizioni anteriori: nel primo caso, si avrà l’apertura della successione legittima; nel secondo, il testamento anteriore manterrà la sua piena efficacia rispetto alle disposizioni non revocate.

Nello stesso senso è orientata la giurisprudenza che, nell’indicare la possibile forma della revoca espressa, precisa che essa può essere manifestata con un testamento posteriore, anche privo di ulteriori disposizioni patrimoniali ( Cass., sent. 1964/1986). La revoca può effettuarsi con un nuovo testamento, mediante una dichiarazione di volontà unilaterale e non recettizia, diretta a togliere, in tutto o in parte, efficacia giuridica a precedenti disposizioni testamentarie dello stesso revocante; ne consegue che, a tal fine, non può essere considerata come una formula di stile l’espressione “revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria” contenuta nel testamento posteriore (Cass., sent. 22983/2013).

Nel caso in esame, il de cuius , prima, con la dichiarazione del 23 novembre 2014 ha revocato il precedente testamento olografo che aveva inizialmente disposto a favore degli attori e, successivamente, ha redatto nuovo testamento in data 28 novembre 2014, nominando come eredi le sorelle G. e G. e i fratelli G. e L..

Non vi sono quindi ragioni per ritenere invalida la scheda testamentaria del 23 novembre 2014 contenente la sola clausola revocatoria delle precedenti disposizioni di ultima volontà ( 14 ottobre 2012).

Le risultanze sin qui esaminate depongono, chiaramente, per l’infondatezza e, quindi, per la reiezione della domanda attorea.

Di conseguenza, alla luce di tutte le considerazioni che precedono, va respinta la domanda attorea.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo secondo i criteri stabiliti nel D.M. n. 55 del 2014, tenuto conto del valore indeterminato della causa, della sua natura e complessità.

Nei confronti delle convenute non costituite (R.E., R.C. e R.L.) vanno dichiarate irripetibili le spese di lite anticipate dall’attrice.

P.Q.M.

Il Tribunale di Rovigo, in composizione collegiale, definitivamente pronunciando nel contraddittorio delle parti, ogni diversa domanda, istanza ed eccezione respinta:

– respinge le domande attoree;

– condanna E.R., G.R. e R.R., in solido tra loro, a pagare in favore di R.G. e R.L. le spese di lite che liquida in Euro 13.430,00 per compenso, oltre il 15% del compenso per spese forfettarie, C.P.A. e I.V.A., ed Euro 102,26 per spese documentate;

– dichiara irripetibili le spese di lite anticipate dall’attrice nei confronti delle convenute non costituite.

Conclusione

Così deciso in Rovigo nella camera di consiglio del 29 giugno 2021.

Depositata in Cancelleria il 13 luglio 2021.

 

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Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo

Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA VICENZA MILANO VENEZIA TREVISO ROVIGO PADOVA  SEDE BOLOGNA  051 6447838 

 

Tribunale|Milano|Sezione 6|Civile|Sentenza|4 giugno 2015| n. 6955

Risarcimento danni – Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo – Risarcimento

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI MILANO

SESTA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del giudice dott. Antonio S. Stefani, ha pronunciato ex art. 281 – sexies c.p.c. la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. r.g. 79999/2013 promossa da:

CA.MA. (…), con il patrocinio dell’avv. CA.MA., domiciliato in VIA (…) 20155 MILANO

– parte attrice –

contro:

IN.SA. S.p.A. (…), con il patrocinio dell’avv. PI.VI., domiciliato in VIA (…) 20121 MILANO

– parte convenuta –

e con la chiamata in causa di:

Li.Ad., Li.Ir. E Pi.Br., con il patrocinio dell’avv. An.Ma.

parte terza chiamata

CONCISA ESPOSIZIONE DEI MOTIVI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

  1. Parte attrice, Ca.Ma., ha chiesto di condannare IN.SA. S.p.A. al risarcimento del danno subito per aver permesso a Li.Ad., Li.Ir. e Pi.Br., di effettuare dei prelievi e in data 29/4/2008 disporre la chiusura del conto corrente n. (…) e del deposito amministrato n. (…), intestati a Pi.Gi., all’epoca in essere presso la filiale di Cesano Maderno della predetta Banca.

Secondo la ricostruzione dei fatti operata da parte attrice, l’istituto di credito avrebbe permesso a Li.Ad., anche per conto di Li.Ir. e Pi.Br., di disporre del denaro e dei titoli presenti sui conti intestati a Gi.Pi., in virtù di deleghe invalide e comunque in assenza di potere in occasione della chiusura dei rapporti, attesa la morte di Gi.Pi., intervenuta due giorni prima (v. dichiarazione di successione, doc. 1 att.).

L’unico erede di Pi.Gi. è – circostanza pacifica – lo stesso Ma.Ca., quale erede testamentario di BI.An., deceduta il 27/3/2009, a sua volta unica erede legittima di PI. Conseguentemente, alla data del 29/4/2008 le somme prelevate dai terzi chiamati presso la Banca erano, in realtà, già di spettanza dell’attore. Questi prelievi indebiti avrebbero comportato per CA. un danno patrimoniale al verificarsi del quale avrebbe concorso anche la condotta tenuta dalla Banca connotata, a dire dell’attore, da colpa grave.

  1. I terzi chiamati hanno allegato e documentato che fra gli stessi e Mario Ca. è intervenuto, nel marzo 2011, un accordo transattivo atto a comporre una controversia instaurata nei loro confronti dall’odierno attore e avente ad oggetto “le operazioni bancarie eseguite da Li.Ad., Li.Ir. e Pi.Br. in qualità di delegati di Pi.Gi. mi rapporti di quest’ultimo con la Ba.In. ora SA.” (v. pagg.7 e 8 docc. di parte chiamata, senza numero).

Sia la parte terza chiamata che parte convenuta hanno dichiarato di volersi avvalere di detta transazione ai fini della presente causa, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1304 c.c. E’ pacifico, altresì, che seguito di detto accordo, l’attore ha già ricevuto in via transattiva dai terzi chiamati la somma di Euro 130.000,00 per le operazioni bancarie di cui sopra “a tacitazione, transazione e stralcio di ogni pretesa derivante dalla sua qualità di erede testamentario di Bi.An. e della sua successione legittima di Pi.Gi. a quest’ultima premorto”.

  1. In riferimento a ciò, parte attrice ha tuttavia contestato la qualifica della Banca quale debitore solidale con i terzi chiamati ed ha dunque contestato la possibilità per la stessa di avvalersi della citata transazione. In particolare, secondo parte attrice, oggetto della presente controversia sarebbe un’obbligazione del tutto diversa da quella dedotta nel contratto transattivo, del quale peraltro la Banca non è parte. Tale difesa non è però condivisibile.

Il danno provocato a Ca.Ma. dai terzi chiamati è il medesimo che la Banca avrebbe concorso a provocare, a dire dell’attore, con la propria condotta connotata da grave colpa nell’aver permesso ai terzi di operare sui predetti rapporti.

E’ lo stesso attore che a pag. 2 della propria memoria n. 1 ex art. 183, sesto comma, c.p.c. circoscrive il motivo del contendere nell’aver la Banca consentito “operazioni che hanno depauperato il patrimonio del dante causa dell’attore, che ne è l’erede”. In punto di fatto, le operazioni che hanno depauperato il patrimonio di Ca. sono le medesime, sia che si faccia riferimento alla condotta tenuta dai terzi chiamati, sia che si faccia riferimento alla condotta tenuta dalla Banca, di modo che In.Sa., Li.Ad., Li.Ir. e Pi.Br. non possono che porsi all’interno di un unico rapporto di coobbligazione solidale.

In argomento, la giurisprudenza di legittimità (v. Cass. 7618/2010) ha espressamente statuito che “quando un medesimo danno è provocato da più soggetti, per inadempimenti di contratti diversi, intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato, tali soggetti debbono essere considerati corresponsabili in solido; (…) sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale, se un unico evento dannoso è imputabile a più persone, al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali, del resto, l’art. 2055 costituisce un’esplicitazione), che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrlo”.

In altri termini, quando il fatto generatore del danno è unico, tutti coloro che vi hanno concorso, a qualsiasi titolo, sono responsabili in solido per il risarcimento. Pertanto la volontà espressa dalla Banca di avvalersi della predetta transazione è del tutto valida ed efficace, attesa la sua qualità di debitore solidale con i terzi chiamati. L’attore ha già ricevuto integrale soddisfazione per il danno in questione, come attestato dalla transazione sottoscritta. Ne deriva che l’ulteriore domanda azionata nel presente giudizio da Ma.Ca. nei confronti della Banca deve essere dichiarata inammissibile per carenza di interesse ad agire.

Non vi è luogo, quindi, a provvedere sulla domanda di manleva svolta dalla Banca.

  1. Nel caso di specie non vi è soccombenza reciproca, né ricorrono le altri ipotesi previste nell’art.92 c.p.c.per derogare al principio della soccombenza per la liquidazione delle spese, operata in dispositivo in base ai parametri medi indicati dal d.m. 55/2014. La liquidazione tiene conto della limitata attività istruttoria e della forma orale della decisione. Il rimborso concerne anche le spese dei terzi, la cui chiamata in giudizio era giustificata alla luce dell’azione intrapresa dall’attore.

Per questi motivi il Tribunale di Milano in composizione monocratica sesta sezione civile definitivamente pronunciando, disattesa ogni altra domanda ed eccezione, così provvede:

1) dichiara inammissibile la domanda di parte attrice – CA.MA.;

2) dichiara che non vi è luogo a provvedere sulla domanda di manleva svolta da parte convenuta;

3) condanna parte attrice a rimborsare in favore di parte convenuta e di parte terza chiamata, le spese di giudizio, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre 15% per spese generali, CPA ed IVA per ciascuna;

4) distrae il pagamento delle spese per i terzi chiamati in favore del difensore.

Sentenza resa ex articolo 281 – sexies c.p.c., pubblicata mediante lettura alle parti presenti ed allegazione al verbale.

Così deciso in Milano il 4 giugno 2015.

Depositata in Cancelleria il 4 giugno 2015.

 

Erede legittimo che agisce – Legittimario leso – Soggetto terzo

Corte d’Appello|Milano|Sezione 2|Civile|Sentenza|7 novembre 2012| n. 3543

Simulazione – Prova – Compravendita dissimulante donazione – Erede legittimo che agisce – Legittimario leso – Soggetto terzo – È tale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI MILANO

SEZIONE II CIVILE

Il Collegio composto da:

Luigi de Ruggiero – Presidente

Nicoletta Ongania – Consigliere

Maria Caterina Chiulli – Consigliere relatore

SENTENZA

Nella causa civile iscritta al n. 3581/07 r.g.

Promossa da:

Cr.Va. e Ru.Pa., entrambi rappresentati e difesi dall’Avv. An.Ro. del Foro di Voghera, unitamente e disgiuntamente con l’avvocato Et.Ni., presso il cui studio in Milano, sono elettivamente domiciliati;

Appellanti

Contro

Cr.Iv., rappresentato e difeso dall’avv. Pi.Go., presso il cui studio in Milano, è elettivamente domiciliato;

Appellato

Ca.Ma.

Cr.De.

Appellate contumaci

Conclusioni come da fogli allegati

MOTIVI DELLA DECISIONE

In primo grado il signor Iv.Cr. conveniva in giudizio Ma.Ca., Va.C., Pa.Ru. e De.Cr. affinché, tra l’altro, venisse dichiarata la simulazione dell’atto di compravendita di un immobile sito in Cornale, meglio specificato in atti, in quanto dissimulava una donazione, e per l’effetto che l’intero immobile rientrava nell’asse ereditario, e conseguentemente accertare la lesione in danno del legittimario Iv.Cr., disponendo la riduzione della disposizione testamentaria e delle donazioni, reintegrandolo nella sua quota.

A sostegno della propria domanda l’attore asseriva che in data 6 gennaio 2000 era deceduto il padre, An.Cr., che con testamento olografo aveva istituito come eredi universali la moglie Ma.Ca., il figlio Va.Cr. e la nipote De.Cr., negandogli così la quota di legittima.

Lamentava Iv.Cr. che in vita il de cuius aveva favorito la moglie, il figlio Va. e la nuora Pa.Ru. con donazioni dirette e indirette, lesive della sua quota di legittima.

Si costituivano in giudizio Ma.Ca., Va.Cr. e Pa.Ru., contestavano le domande dell’attore ed esperivano domanda riconvenzionale volta ad accertare la donazione da parte del de cuius della somma di lire 70 milioni, nonché la simulazione dell’atto di compravendita del 2 febbraio 1989.

Con sentenza non definitiva il Tribunale di Voghera si pronunciava, tra l’altro, dichiarando la simulazione dell’atto di compravendita dell’Immobile sito in Cornale, in quanto dissimulante una donazione, e per l’effetto dichiarava che l’intero immobile doveva rientrare nell’asse ereditario, unitamente ad altri titoli e somme in danaro contante, mentre rigettava ogni altra domanda, comprese quindi le domande riconvenzionali, rimettendo le parti in istruttoria per il prosieguo relativo alla valutazione dell’asse ereditario e alla stima del patrimonio ai fini della domanda di reintegra di legittima.

Avverso tale sentenza parziale Va.Cr. e Pa.Ru. proponevano appello immediato, chiedendo la riforma della predetta relativamente alla declaratoria di simulazione dell’atto di compravendita dell’Immobile sito in Cornale, nonché per la parte relativa al rigetto della domanda della avvenuta donazione da parte del de cuius al figlio Iv. della somma di lire 71.450.000, nonché di quella di lire 1.000.000, somme tutte da far rientrare nell’asse ereditario.

Gli appellati sostenevano che la sentenza di primo grado dovesse essere riformata in quanto i predetti avevano provato che il prezzo per l’acquisto dell’immobile era stato pagato mediante assegni bancari staccati dal compratore Va.Cr. a favore del venditore An.Cr.

Era da escludere che la provvista si fosse formata con denari del de cuius, in quanto sul punto la difesa di Iv.Cr. non aveva che portato che mere presunzioni, fatte proprie dal Tribunale.

Quanto alla domanda riconvenzionale di accertamento della donazione di lire 71.450.000, la decisione del Tribunale non risultava adeguatamente motivata posto che le parti avevano dimostrato il versamento del danaro attraverso la produzione delle matrici autentiche degli assegni.

La causa è stata assegnata in decisione alla udienza del 20/6/2012 con contestuale assegnazione dei termini per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica.

Preliminarmente si deve rilevare che in data 14 dicembre 2010 il procedimento davanti alla Corte d’appello veniva interrotto a seguito della morte dell’ allora procuratore dell’odierno appellato, Iv.Cr., l’avvocato Pa.Ba., ed a seguito di ciò gli appellanti provvedevano a presentare ricorso in riassunzione il 29 dicembre 2010.

Il nuovo difensore costituito, con la comparsa conclusionale, sosteneva l’intervenuta estinzione del processo per tardiva riassunzione.

Il termine per la riassunzione del processo non doveva decorrere dal giorno in cui era stata dichiarata l’interruzione, ma bensì da quello in cui il procuratore della parte appellante aveva avuto conoscenza della scomparsa dell’avvocato Ba.Pr., circostanza verificatasi all’udienza dell’8 aprile 2009, tenutasi innanzi al Tribunale di Voghera, in relazione al procedimento numero 1254/2007 pendente tra le medesime parti.

Difatti il presente procedimento nasce dall’ appello immediato sulla sentenza non definitiva nell’ambito del procedimento su indicato n. 1254/07.

La Corte di Cassazione (sentenza 3085/2010) ha sostenuto che il termine per la riassunzione deve decorrere da quello in cui una delle parti abbia avuto di tale evento conoscenza legale, non essendo sufficiente la conoscenza aliunde acquisita e che grava sulla parte che eccepisce l’intempestività della riassunzione la prova della legale conoscenza dell’evento in data anteriore al semestre precedente la riassunzione.

Nel caso di specie l’evento interruttivo che aveva colpito la persona del procuratore legale di Iv.Cr. era già emerso nel corso dell’udienza del giorno 8 aprile 2009 davanti al Tribunale di Voghera, ma la parte non era in grado di valutare se alla udienza che si sarebbe tenuta davanti alla Corte il 14/12/2010 Iv.Cr. si sarebbe già costituito con nuovo difensore cosicché nel predetto procedimento non sarebbe intervenuta alcun causa di interruzione del processo.

Pertanto sino a quella data, nella quale il decesso dell’avvocato Ba.Pr. è stato dichiarato, nessun termine per la riassunzione poteva decorrere.

Poiché la causa è poi stata riassunta con istanza depositata dalla difesa degli appellanti il 29/12/2010, il termine di cui all’art. 303 cpc è stato pienamente rispettato.

Quanto al merito, la sentenza di primo grado resiste alle censure.

Premesso che la domanda svolta dall’appellante in merito alla restituzione da parte di Iv.Cr. della somma di lire 1.000.000 costituisce domanda nuova e come tale inammissibile, l’appello relativamente alla parte in cui la sentenza di primo grado ha accolto la domanda di simulazione della compravendita dell’appartamento in Cornale, nonché il rigetto della domanda riconvenzionale tendente a far accertare la donazione della somma di lire 70.000.000 che il de cuis avrebbe versato al figlio Iv., appare destituito di valido fondamento.

Si deve condividere la motivazione del giudice di prime cure laddove rileva che la documentazione prodotta dalla difesa di Iv.Cr., e segnatamente gli estratti conto bancari intestati al de cuius An.Cr. e dalla moglie Ma.Ca. nonché le copie degli assegni circolari versati da Va.Cr., evidenziano una significativa coincidenza tra i prelevamenti in contanti effettuati da An.Cr. per consistenti importi e i versamenti immediatamente successivi effettuati con assegni circolari a nome di Va.Cr.

Sottolineava il Tribunale che la sequenza non risultava estemporanea e casuale ma si ripeteva per ben tre volte nell’arco di due mesi, con le cadenze temporali riportate nella sentenza impugnata a pagina otto.

Sulla base di tali risultanze documentali il Tribunale correttamente aveva ritenuto provato che la somma versata da Va.Cr., che doveva apparentemente costituire il corrispettivo della compravendita, in realtà è stata messa a disposizione dallo stesso de cuius che aveva costituito con cospicui versamenti la provvista per l’effettuazione delle dazioni eseguite dal figlio Va.

Si deve poi rilevare che l’erede legittimo deve essere considerato terzo ai fini della prova della simulazione, con conseguente ammissibilità senza limiti della stessa, allorquando agisca contestualmente per far dichiarare non solo la simulazione e l’accertamento della donazione, ma anche la sua qualità di legittimario leso dall’atto dissimulato.

Pertanto correttamente il giudice di primo grado ha ritenuto che l’atto di compravendita datato 18 ottobre 1999 concreti in realtà una donazione sulla quale legittimamente Iv.Cr. ha esplicato azione di riduzione per la reintegra della propria quota ereditaria.

La sentenza di primo grado deve essere confermata anche per quanto riguarda il rigetto della domanda riconvenzionale di accertamento della avvenuta donazione da parte del padre in favore di Iv.Cr. della somma di lire 71.450.000.

Infatti per un verso si deve rilevare come la difesa di Iv.Cr. abbia sin dal primo atto successivo alla costituzione dei convenuti in primo grado contestato l’autenticità della grafia del de cuius, sostenendo che le matrici degli assegni con i quali sarebbero stati consegnati gli importi contestati potrebbero essere state compilate da chiunque, anche in funzione strumentale rispetto al giudizio di prime cure.

Per altro verso si deve condividere la motivazione della sentenza impugnata laddove rileva che si tratta documenti unilateralmente predisposti, anche qualora fossero stati effettivamente compilati dal de cuius, privi di efficacia probatoria quanto all’effettiva consegna dei titoli corrispondenti, nonché dell’effettivo incasso degli stessi da parte del fratello Iv.

D’altro canto la produzione di tali matrici, sulle quali bisogna ribadire come sin dalle prime difese l’attuale appellato abbia contestato l’autenticità della grafia, poteva al più costituire un elemento indiziario della supposta donazione in favore di Iv. qualora supportata da altri riscontri probatori che non sono stati offerti dalla parte che richiedeva l’accertamento della donazione delle predette somme.

La sentenza di primo grado quindi deve essere confermata anche sul punto del rigetto della domanda riconvenzionale tendente a far accertare la donazione degli importi di cui sopra si è detto in favore di Iv.Cr.

La condanna alle spese segue la soccombenza in applicazione del disposto dell’art. 91 cpc, in riferimento al presente grado di giudizio.

Le stesse sulla base dei parametri indicati dal DM 140/12 in vigore nonché della natura e della relativa complessità della controversia vengono liquidate come da dispositivo quanto ai compensi professionali.

Non vengono riconosciute voci di spesa in quanto né richieste né documentate.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando nel contraddittorio fra le parti, ogni contraria istanza, domanda, eccezione disattesa, così decide:

Rigetta l’appello e per l’effetto conferma integralmente la sentenza non definitiva n. 279/07 del Tribunale di Voghera.

Condanna parte appellante alla rifusione delle spese di lite sostenute da parte appellata, che si liquidano per il presente grado in euro 10.000 per compensi professionali, oltre ad Iva e Cpa.

Così deciso in Milano, in Camera di Consiglio il 2 ottobre 2012.

Depositata in Cancelleria il 7 novembre 2012.

Corte di Cassazione|Sezione 6 3|Civile|Ordinanza|15 ottobre 2018| n. 25635

Polizza vitalizia – Successione ereditaria – Designazione dei beneficiari mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari – Applicazione delle regole sulla successione ereditaria – Esclusione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4085/2017 proposto da:

(OMISSIS) SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 170/2016 della CORTE D’APPELLO di TRENTO SEZIONE DISTACCATA DI BOLZANO, depositata il 10/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 27/06/2018 dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO.

FATTO E DIRITTO

Rilevato che:

con atto di citazione del 30 gennaio 2014 (OMISSIS) evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Bolzano la societa’ (OMISSIS) S.p.A. chiedendo dichiararsi il proprio diritto, quale erede universale di (OMISSIS) e, comunque, a qualsiasi titolo, alle prestazioni derivanti dalla polizza assicurativa. Deduceva che in data 3 giugno 2004 la (OMISSIS) aveva stipulato con (OMISSIS) S.p.A. un contratto di assicurazione sulla vita per il capitale di Euro 35.000 nel quale venivano indicati quali beneficiari gli “eredi legittimi”. A causa del successivo decesso della contraente, si apprendeva della stesura di un testamento olografo, nel quale (OMISSIS) veniva designata erede

universale dell’assicurata, senza alcun riferimento all’esistenza

dell’assicurazione sulla vita sottoscritta dalla de cuius. Si costituiva (OMISSIS) S.p.A. chiedendo il rigetto della domanda;

il Tribunale di Bolzano con sentenza del 15 aprile 2015 accoglieva le domande condannando la compagnia al pagamento della somma di Euro 50.000 corrispondente al capitale investito oltre rivalutazione e interessi. Il primo giudice riteneva che l’attrice, quale erede universale della assicurata, istituita con testamento olografo del 30 agosto 2010, integrasse la qualita’ di un unico “erede legittimo” indicato nella polizza quale beneficiario;

con atto di citazione del 27 luglio 2015 la Compagnia impugnava la decisione del Tribunale rilevando che il diritto del beneficiario aveva natura contrattuale e non successoria e che l’istituzione di (OMISSIS) quale erede testamentario non attribuiva alla stessa il diritto alla corresponsione della somma, in quanto tale importo non rientrava nell’asse ereditario. Si costituiva l’appellata contestando i motivi di impugnazione;

la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, con sentenza del 10 dicembre 2016 rigettava l’appello proposto da (OMISSIS) S.p.A. con condanna al pagamento delle spese di lite;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione (OMISSIS) S.p.A. affidandosi ad un motivo che illustra con memoria ex articolo 380 bis c.p.c..

esiste con controricorso (OMISSIS).

Considerato che:

(OMISSIS) S.p.A. lamenta la violazione degli articoli 1362, 1363, 1367, 1920 e 1921 c.c., rilevando che la Corte aveva errato nell’applicazione dei criteri ermeneutici contrattuali. In particolare, l’interpretazione del contratto avrebbe dovuto imporre la corretta applicazione delle norme in tema di assicurazione (articoli 1920 e 1921 c.c.) secondo cui la disciplina in tema di assicurazione a favore del terzo si applica a quella sulla vita, per cui il diritto del beneficiario alla prestazione dell’assicuratore trova fondamento nel contratto, con la conseguenza che diverrebbe irrilevante la successiva istituzione, quale erede universale, di (OMISSIS) la cui differente qualifica (da terza estranea, a erede universale), non sposterebbe l’individuazione contrattuale dei beneficiari, nelle persone degli eredi legittimi. La volonta’ contrattuale della assicurata (OMISSIS) sarebbe chiara nell’individuazione dei beneficiari negli eredi legittimi. Al contrario non vi sarebbe alcuna revoca di tale indicazione nel testamento olografo, che non menziona la polizza. Pertanto, vi era stata una violazione degli articoli 1362 e seguenti c.c. perche’ la Corte territoriale aveva equiparato la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie, alla revoca della individuazione del beneficiario del contratto di assicurazione. In ogni caso, non ricorrerebbe una revoca esplicita la quale, ai sensi dell’articolo 1921 c.c., deve essere contenuta in una successiva dichiarazione scritta contrattuale o nel testamento. Secondo la Corte territoriale, invece, l’istituzione di un erede testamentario universale integrerebbe la revoca della precedente designazione del beneficiario nella persona degli eredi legittimi;

Osserva il collegio che la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, adotta una doppia e autonoma motivazione. In primo luogo e in maniera piu’ diffusa (pagine 5, 6 e 7 della sentenza) richiama l’orientamento tradizionale della giurisprudenza di legittimita’ per evidenziare che il termine “eredi legittimi” utilizzato dall’assicurata, assumeva la sola funzione di individuare la categoria delle persone beneficiarie dell’indennizzo, i quali acquistano certamente iure proprio il diritto, con la precisazione che la concreta individuazione del beneficiario che potra’ pretendere la liquidazione dell’indennizzo, rimane ignota sino alla data del decesso dell’assicurata. Con seconda ed autonoma motivazione rileva (pagina 8) che l’articolo 1921 c.c., consente all’assicurato di revocare la designazione del beneficiario attraverso il testamento;

sia la prima, che la seconda motivazione sono errate. Quanto alla prima, secondo la Corte territoriale, in sostanza, il riferimento alla categoria degli eredi non consente di distinguere tra quelli testamentari o legittimi, poiche’ costituisce un semplice criterio per la concreta, ma futura, individuazione dei beneficiari. Pertanto, nel momento in cui l’assicurata opta per la successione testamentaria, quel criterio di individuazione consente di escludere la categoria degli eredi legittimi, incompatibile con la presenza di un testamento e individua l’unica erede testamentaria, nell’odierna controricorrente;

tale impostazione e’ contraria ai principi affermati da questa Corte in materia. Nel contratto di assicurazione per il caso di morte, il beneficiario designato acquista, ai sensi dell’articolo 1920 c.c., comma 3, un diritto proprio che trova la sua fonte nel contratto e che non entra a far parte del patrimonio ereditario del soggetto stipulante e non puo’, quindi, essere oggetto delle sue (eventuali) disposizioni testamentarie ne’ di devoluzione agli eredi secondo le regole della successione legittima; sicche’ la designazione dei terzi beneficiari del contratto, mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari, non vale ad assoggettare il rapporto alle regole della successione ereditaria, trattandosi di una mera indicazione del criterio per la individuazione dei beneficiari medesimi in funzione della loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, in modo che qualora i beneficiari siano individuati, come nella specie, negli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che, in linea teorica e con riferimento alla qualita’ esistente al momento della morte dello stipulante, siano i successibili per legge, indipendentemente dalla loro effettiva chiamata all’eredita’ (Cass. Sez. 2 n. 26606 del 21/12/2016 e Cass. n. 9388 del 1994 Rv. 488508 – 01, Cass. n. 6531 del 2006 Rv. 594102);

nel momento in cui l’assicurato individua il beneficiario, questi acquista un diritto iure proprio (giurisprudenza costante), ma nello stesso tempo la liquidazione dell’indennizzo da parte dell’assicuratore non fara’ piu’ parte del patrimonio dell’assicurato, al momento della morte di questi. Residua in capo all’assicurato un unico potere, quello previsto dall’articolo 1921 c.c., di revocare la designazione del beneficiario. Ma la designazione del beneficiario non si realizza attraverso la modificazione della generica categoria degli eredi legittimi, ma attraverso una specifica individuazione di un nuovo soggetto beneficiario. Quest’ultimo, infatti, acquista un diritto iure proprio del tutto autonomo rispetto alle vicende successorie. La polizza e’ un contratto a favore del terzo, dal quale deriva il diritto del beneficiario al pagamento dell’indennita’; la designazione puo’ essere compiuta con il contratto o con il testamento; nella specie la designazione a favore degli eredi legittimi contenuta in contratto era una modalita’ per individuare i beneficiari fra i quali andava divisa l’indennita’ prevista nel contratto, restando esclusa l’applicabilita’ delle norme sulla successione ereditaria; la revoca deve avvenire nelle stesse forme della designazione; nella specie il testamento non contiene pacificamente alcuna revoca;

la questione risolutiva concerne la interpretazione della clausola apposta nel contratto di assicurazione in caso di morte dell’assicurata, laddove individua i beneficiari negli eredi legittimi. Escluso, come si e’ detto, che l’attribuzione del diritto avvenga in applicazione e per effetto della disciplina che regola la successione ereditaria, il riferimento contenuto in tale clausola alla qualita’ di eredi (legittimi) integra un criterio di determinazione per relationem dei beneficiari in funzione della loro appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, non incidendo sulla fonte del diritto (che, come si e’ detto, e’ l’atto inter vivos). Peraltro, la individuazione dei soggetti designati – seppure va compiuta necessariamente al momento della morte dell’assicurato – non postula che i medesimi si identifichino, come invece sostenuto in sentenza, con coloro che siano effettivamente chiamati all’eredita’: nell’ipotesi in cui siano individuati con riferimento alla categoria degli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che in astratto, seppure con riferimento alla qualita’ esistente al momento della morte, siano i successibili per legge, e cio’ indipendentemente dalla effettiva vocazione e anche se poi interviene una successione testamentaria;

questa Corte ha precisato che quando la designazione sia avvenuta con il contratto di assicurazione, che e’ stato stipulato in epoca anteriore alla redazione del testamento, la volonta’ negoziale va correttamente interpretata, ritenendo che i beneficiari dovessero identificarsi negli eredi ab intestato, cosi’ da escludere rilevanza alla successiva istituzione testamentaria dell’attrice (odierna ricorrente), quale erede universale: infatti, “deve negarsi che, in difetto di alcun riferimento alla designazione formulata nel contratto, tale disposizione testamentaria possa di per se sola integrare univoca manifestazione di volonta’ di revoca, anche tacita, della (ovvero che sia incompatibile con la) designazione avvenuta nel contratto di assicurazione”, atteso che, per quel che si e’ detto, il diritto azionato dall’attrice trova fonte nel contratto di assicurazione stipulato dal(la) de cuius a favore dei terzi ivi indicati e pertanto, al momento della morte dell’assicurata, non rientra nel patrimonio ereditario;

sulla base di quanto precede la prima motivazione della sentenza della Corte di Trento e’ errata, perche’ fondata sulla rilevanza della successiva istituzione testamentaria dell’attrice quale erede universale;

con la seconda motivazione (pagina 8) la Corte territoriale rileva che l’articolo 1921 c.c., consente all’assicurato di revocare la designazione del beneficiario attraverso il testamento e osserva che la redazione di un testamento successivo alla stipula del contratto di assicurazione con istituzione di un erede assume “chiara valenza di revoca dell’originario beneficiario, individuato negli “eredi legittimi”;

anche questa seconda motivazione e’ in contrasto con il citato orientamento secondo cui “in difetto di alcun riferimento alla designazione formulata nel contratto, tale disposizione testamentaria possa di per se sola integrare univoca manifestazione di volonta’ di revoca”;

e’ evidente che la volonta’ dell’assicurato e’ quella di beneficiare chi le e’ stato vicino, ma tale parametro riguarda la volonta’ del testatore, piu’ che quella del contraente, rispetto alla quale operano i principi affermati dalla giurisprudenza sopra indicata, secondo cui, una cosa e’ il contratto di assicurazione per la vita, altra cosa e’ la regola della successione legittima e testamentaria. L’articolo 1920 c.c., consente di legare i due ambiti, prevedendo che la revoca della indicazione del beneficiario possa essere fatta con successiva dichiarazione scritta, cioe’ negoziale, o per testamento. Nell’ipotesi in esame non vi e’ una revoca esplicita, essendo pacifico e sufficientemente allegato che il testamento non tratta dell’assicurazione sulla vita e la motivazione della Corte e’ esclusivamente sostanziale (pagina 8) laddove si limita a precisare che una delle forme di revoca della designazione del beneficiario e’ il testamento (ma la dichiarazione di revoca va interpretata con i criteri stabiliti dall’articolo 1362 e seguenti c.c. e non con le norme in tema di successione testamentaria, con il favor testamenti). Pertanto, c’e’ un salto logico laddove la Corte afferma che “la stessa redazione di un testamento successivo alla stipula del contratto di assicurazione, che contenga l’istituzione di erede, assume chiara valenza di revoca dell’originario beneficiario, individuato negli “eredi legittimi”. In sostanza la Corte non interpreta il contenuto del testamento, per individuare una implicita dichiarazione di revoca della designazione del beneficiario, ma erroneamente considera il fatto storico dell’esistenza in se’ di un testamento, che quindi sostituisce la categoria degli eredi legittimi, con quella degli eredi testamentari, quale elemento che “assume chiara valenza di revoca”;

ne consegue che il ricorso per cassazione deve essere accolto; la sentenza va cassata con rinvio, atteso che la decisione impugnata non ha osservato i principi sopra illustrati in materia di interpretazione negoziale. Ad essi dovra’ evidentemente attenersi il giudice di rinvio.

P.T.M.

La Corte accoglie il ricorso;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimita’, alla Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, in diversa composizione.

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO
IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO

La disposizione testamentaria può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse(1) quando è l’effetto di errore(2) [625 c.c.], di violenza(3) o di dolo(4) [1427 ss. c.c.].

L’errore sul motivo(5) [626 c.c.], sia esso di fatto o di diritto, è causa di annullamento della disposizione testamentaria(6), quando il motivo risulta dal testamento ed è il solo che ha determinato il testatore a disporre [634, 647, 648 c.c.].

L’azione si prescrive in cinque anni(7) dal giorno in cui si è avuta notizia della violenza, del dolo o dell’errore [2652 n. 7, art. 2690 del c.c. n. 4, art. 2948 del c.c.].

In tema di impugnazione di una disposizione testamentaria che si assuma effetto di dolo, per potere configurarne la sussistenza non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti che – avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire l’attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore. Cass. civ. sez. II, 28 febbraio 2018, n. 4653

Il motivo del testamento consiste nella ragione determinante di esso, come quella che domina la volontà del testatore nel momento in cui detta o redige le disposizioni di ultima volontà, cosicché, per potersi parlare di motivo erroneo, tale da rendere inefficace la disposizione, è necessaria la certezza, desumibile dallo stesso testamento, che la volontà del testatore sia stata dominata dalla rappresentazione di un fatto non vero, in modo da doversene dedurre che, se il fatto fosse stato percepito o conosciuto nella sua verità obiettiva, quella disposizione testamentaria non sarebbe stata dettata o redatta. L’apprezzamento del giudice di merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, è incensurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto. Cass. civ. sez. II, 3 dicembre 2010, n. 24637

È viziata la motivazione della sentenza che, nel rigettare la domanda di annullamento del testamento per violenza morale, ometta di tener conto dell’età, del sesso e della condizione del testatore. Cass. civ. sez. II, 24 marzo 1975, n. 1117

Cassazione, ordinanza 9 novembre 2020, n. 25077, sez. VI – 2 civileAVVOCATO-ESPERTO-RESPONSABILITA-ARCHITETTO-2

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – SUCCESSIONE TESTAMENTARIA – CAPACITÀ – DI TESTARE – INCAPACITÀ – AZIONE DI ANNULLAMENTO – LEGITTIMAZIONE – Testamento olografo – Interesse del successibile “ex lege” ad impugnarlo – Esistenza di altri successibili – Rilevanza – Condizioni.

L’interesse del successibile “ex lege” ad impugnare il testamento olografo può essere disconosciuto, qualora costui non dia prova dell’inesistenza in vita di altri eredi legittimi di grado poziore in termini di evidente probabilità, ancorché non di oggettiva certezza

A norma dell’art. 457 cod. civ. l’ordinamento ammette due tipi di successione: quella testamentaria e quella legittima. La prima è regolata da un testamento mentre la seconda è disciplinata dalla legge perché manca l’atto di ultima volontà o perché pur esistendo dispone solo di alcuni dei beni ereditabili. I due tipi di successione appaiono dunque tra loro graduati sicché le norme in materia di successione legittima trovano applicazione solo in via residuale.

le norme in materia di successione legittima possono trovare applicazione anche in presenza di un testamento

Dinnanzi all’incertezza ingenerata da un testamento viziato il legislatore offre specifici rimedi. È infatti previsto che la disposizione testamentaria può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse quando è l’effetto di errore, violenza o di dolo (art. 624 cod. civ).

l’atto di ultima volontà potrebbe essere viziato anche per ulteriori e diversi motivi. Il testamento è nullo quando manca l’autografia o la sottoscrizione nel caso di testamento olografo, ovvero manca la redazione per iscritto, da parte del notaio, delle dichiarazioni del testatore o la sottoscrizione dell’uno o dell’altro, nel caso di testamento per atto di notaio.

Per ogni altro difetto di forma il testamento può essere annullato su istanza di chiunque vi ha interesse (art. 606 cod. civ.).

Corte di Cassazione|Sezione 2|Civile|Sentenza|22 marzo 2018| n. 7178

Data udienza 18 dicembre 2017

Integrale

Successione mortis causa – Divisione ereditaria – Azione di riduzione – testamento – Azione di nullità – Errore di cui all’art. 624, comma 2, cc – Naturaavvocato-erede-legittimo-9

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere

Dott. ABETE Luigi – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 28120/’13) proposto da:

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), in proprio e quale erede di (OMISSIS), rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. (OMISSIS) ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. (OMISSIS), in (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in virtu’ di procura speciale a margine del controricorso (contenente ricorso incidentale), dagli Avv.ti (OMISSIS) e (OMISSIS) ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, in (OMISSIS);

– controricorrente – ricorrente incidentale –

Avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze n. 593/2013, depositata il 22 aprile 2013 (e non notificata);

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 18 dicembre 2017 dal Consigliere relatore Aldo Carrato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e per l’inammissibilita’ del ricorso incidentale;

uditi l’Avv. (OMISSIS) (per delega) nell’interesse della ricorrente principale e l’Avv. (OMISSIS) per il controricorrente – ricorrente incidentale.

FATTI DI CAUSA

Con sentenza non definitiva del 3 luglio 2008, il Tribunale di Firenze, decidendo sulla causa instaurata dalla sig.ra (OMISSIS) nei confronti del germano sig. (OMISSIS) per la divisione dell’eredita’ della loro genitrice (OMISSIS), cosi’ provvedeva:

– accoglieva l’azione di riduzione proposta dall’attrice (nella qualita’ di erede del padre (OMISSIS)), disponendo la riduzione delle disposizioni testamentarie di cui alle schede redatte dalla genitrice (OMISSIS), pubblicate il 13 marzo 2000, nella misura di tre quarti dell’intero asse ereditario;

– dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle stesse schede testamentarie;

– riconosceva il diritto della stessa attrice di succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto della (OMISSIS);

– approvava il rendiconto redatto dal c.t.u. e dichiarava il diritto delle medesima attrice a percepire l’importo di Euro 61.718,29.

Avverso la suddetta sentenza proponeva appello il convenuto (OMISSIS) articolato in complessivi quattro motivi, al quale resisteva l’originaria attrice che, a sua volta, formulava appello incidentale in relazione al rigetto della domanda di declaratoria di inefficacia (od invalidita’) del preteso testamento, oltre che in ordine alla nullita’ della divisione, per effetto della pretermissione del legittimario, con la conseguente devoluzione dell’eredita’ in quote paritarie, deducendo, inoltre, la circostanza dell’intervenuta definizione transattiva della divisione dei cespiti immobiliari, chiedendo di procedersi alla divisione del patrimonio residuo (comprendente beni mobili e denaro) a perfetta meta’.

La Corte di appello di Firenze, con sentenza non definitiva n. 593/2013 (depositata il 22 aprile 2013), in parziale riforma della impugnata sentenza di primo grado, cosi’ decideva:

– accertava e dichiarava che la successione di (OMISSIS) avrebbe dovuto essere devoluta secondo la volonta’ testamentaria della de cuius di cui alle schede testamentarie pubblicate dal notaio (OMISSIS) il 13 marzo 2000, previa riduzione proporzionale per la determinazione della quota legittima di 1/4 dell’eredita’ spettante a (OMISSIS);

– accertava e dichiarava la devoluzione della predetta quota legittima agli eredi di (OMISSIS), e cioe’ a (OMISSIS) e (OMISSIS), ciascuno per meta’;

– disponeva la rimessione della causa sul ruolo per la determinazione della quota legittima e la sua divisione.

A sostegno dell’adottata pronuncia il giudice di secondo grado disattendeva – in primo luogo – l’eccezione pregiudiziale di tardivita’ dell’appello incidentale e respingeva quest’ultimo con riferimento alla domanda di invalidita’ del testamento della (OMISSIS) (sulla cui volonta’ devolutiva dei beni ereditari in favore di entrambi i figli non poteva nutrirsi alcun dubbio). Delibando, poi, sul merito delle censure avanzate dall’appellante principale, premessa l’insussistenza dell’incompatibilita’ della tutela del diritto del legittimario con la divisio inter liberos ex articolo 734 c.c., le accoglieva nella parte in cui il Tribunale di prime cure aveva dichiarato la nullita’ della divisione quale conseguenza della ritenuta fondatezza dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto. La stessa Corte territoriale confermava, poi, la riduzione delle disposizioni testamentarie della (OMISSIS) e, per l’effetto, accertato e dichiarato che la quota spettante al legittimario pretermesso (OMISSIS) era corrispondente ad 1/4, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote attribuite ai due eredi testamentari secondo le ritenute valide disposizioni della testatrice, dava atto del venir meno dell’esigenza della formazione dei lotti secondo quote paritarie previste in sentenza e della conseguente necessita’ della formazione di un progetto di assegnazione dal momento che gli eredi risultavano gia’ assegnatari, con effetti reali, dei beni loro attribuiti per testamento. Sulla base di queste disposizioni, la Corte fiorentina disponeva la rimessione della causa sul ruolo per procedere all’anzidetta individuazione dei beni da attribuire al legittimario pretermesso, pari a 1/4 del relictum, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote gia’ assegnate agli eredi e con la ridistribuzione di detta quota per meta’, corrispondente ad 1/8 dello stesso relictum in favore di ciascuna parte, nella qualita’ di erede paritario del legittimario in nome del quale era stata esercitata jure successionis l’azione di riduzione.

Avverso la suddetta sentenza (non notificata) ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS), articolato in quattro motivi, al quale ha resistito l’intimato (OMISSIS) con controricorso contenente, a sua volta, ricorso incidentale riferito a tre motivi. La ricorrente principale ha formulato anche controricorso al ricorso incidentale avanzato dal (OMISSIS).

I difensori di entrambe le parti hanno anche depositato, rispettivamente, memoria illustrativa ai sensi dell’articolo 378 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo complesso motivo la ricorrente principale – avuto riguardo al rigetto dell’appello incidentale dalla stessa proposto volto ad ottenere la dichiarazione di nullita’ e/o di annullabilita’ del testamento della genitrice (OMISSIS) (sul presupposto della deduzione dell’erroneita’ dell’impugnata sentenza nella parte in cui aveva ritenuto che le schede redatte dalla (OMISSIS) avevano la natura di testamento essendo indubitabile la manifestazione della volonta’ testamentaria della de cuius) – ha denunciato:

– la nullita’ della sentenza di appello per assunta carenza di uno dei requisiti indispensabili ex articolo 132 c.p.c., per il raggiungimento dello scopo ex articolo 156 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la nullita’ della stessa sentenza per asserita violazione dell’articolo 115 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la violazione e falsa applicazione dell’articolo 624 c.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con il secondo, articolato, motivo la ricorrente principale ha – con riferimento alla parte della sentenza di appello con la quale era stata ravvisata la validita’ della divisione disposta con le schede testamentarie della (OMISSIS), malgrado non avesse in essa compreso il coniuge legittimario (OMISSIS) (per la cui relativa lesione dei diritti la stessa (OMISSIS) aveva esercitato in via pregiudiziale “ab origine” l’azione di riduzione per il riconoscimento della quota spettantele quale erede del padre, deceduto successivamente senza testamento) – prospettato:

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la nullita’ dell’impugnata sentenza per asserita violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’assunta violazione o falsa applicazione degli articoli 734 e 735 c.c., in ordine all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la terza censura – correlata all’addotta erroneita’ della sentenza di secondo grado nella parte in cui si era pronunciata ultra petita e, comunque, in violazione delle norme sui diritti riservati ai legittimari – la difesa della (OMISSIS) ha inteso denunciare:

– la nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la violazione o falsa applicazione degli articoli 542, 554, 556, 558 e 735 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la quarta ed ultima doglianza – rivolta alla denuncia dell’omessa pronuncia sull’appello incidentale formulato dalla stessa – la ricorrente principale ha dedotto la nullita’ della sentenza impugnata per violazione dell’articolo 112c.p.c. (in relazione all’articolo 360c.p.c., comma 1, n. 4) e l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia (ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5).
  2. Con la prima censura del ricorso incidentale la difesa del (OMISSIS) ha – in ordine alla critica della stima dei beni immobili compiuta dal c.t.u. e alla ravvisata necessita’ della sua rielaborazione – prospettato la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., (in relazione all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 3) nonche’ l’omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  3. Con il secondo motivo del ricorso incidentale – riferita alla mancata condivisione dei risultati e del metodo di valutazione dei beni mobili operata dal c.t.u. – sono stati prospettati gli stessi vizi di cui all’appena riportata prima censura.
  4. Con il terzo ed ultimo motivo del ricorso incidentale – riguardante la mancata disposizione del rendiconto a carico della controparte sui beni dalla stessa posseduti sul presupposto della tardivita’ della relativa richiesta – il (OMISSIS) ha inteso far valere la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., oltre che dell’articolo723 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, unitamente al vizio di omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  5. Cominciando, in ordine logico-giuridico, l’esame delle formulate censure con la considerazione del primo motivo del ricorso principale, rileva il collegio che esso deve essere dichiarato in parte inammissibile e in parte infondato.

La doglianza si prospetta, invero, inammissibile nella parte in cui con la stessa risultano denunciati vizi processuali ricondotti all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, perche’, con la relativa deduzione, la ricorrente principale ha inteso solamente far valere la supposta violazione di legge attinente alla qualificazione come testamento delle schede redatte dalla (OMISSIS) avuto riguardo all’interpretazione delle disposizioni in esse contenute e all’emergenza di un’effettiva manifestazione di volonta’ testamentaria, in tal senso prospettando anche il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con riferimento a quest’ultimo pure deve pervenirsi ad una pronuncia di inammissibilita’ perche’ – applicandosi, nel caso di specie, la nuova formulazione della relativa previsione normativa come introdotta dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 1, lettera b), conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, (sul presupposto che la sentenza impugnata e’ stata pubblicata successivamente all’il settembre 2012, in virtu’ di quanto stabilito dal citato Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 3) – la Corte di appello di Firenze ha – in linea con la giurisprudenza di questa Corte (v., per tutte, Cass. Sez. U. n. 8053 e 8054 del 2014 e, da ultimo, Cass. n. 9253/2017) – certamente esaminato la relativa doglianza sul fatto decisivo della controversia riguardante l’asserita invalidita’ del testamento della (OMISSIS), adottando una motivazione sicuramente sufficiente, non omettendola ne’ fornendo una giustificazione argomentativa sul piano logico-giuridico meramente apparente del suo convincimento.

Il prospettato vizio di violazione di legge e’, invece, privo di fondamento.

Infatti, il giudice di appello ha espressamente e logicamente motivato sull’effettivita’ dell’emergenza dal contenuto delle schede testamentarie della univoca volonta’ della testatrice nel rendere le disposizioni ereditarie (riguardanti i beni immobili alla stessa appartenenti) in favore dei due figli, ancorche’ emesse nel convincimento (o, comunque, nell’auspicio) della ritenuta corrispondenza ai loro stessi desideri. Certamente questa finalita’ rafforzativa della volonta’ della de cuius (compendiata nell’espressione dell’incipit “…dedico ai miei due carissimi figli – per testamento il mio avere – come gia’ da loro espresso desiderio nella divisione di: a mia figlia….; a mio figlio…”) non poteva aver determinato il venir meno del presupposto intento pienamente volitivo della testatrice, ne’ puo’ ritenersi che, nel caso di specie, come sostenuto dalla ricorrente principale, si fosse venuta a configurare una ipotesi di “errore sul fatto”, nel senso che la suddetta volonta’ era stata condizionata in modo decisivo dalla rappresentazione di un fatto (da inquadrarsi in senso oggettivo) non vero (cfr. Cass. n. 24637/2010).

Invero, secondo la concorde giurisprudenza di questa Corte (v., anche, Cass. n. 2152/1966 e Cass. 2132/1971), l’errore sul motivo, assunto dall’articolo 624 c.c., comma 2, quale causa di annullamento di disposizioni testamentarie, si identifica in quello che cade sulla realta’ obiettiva e non gia’ sulla valutazione che di essa abbia fatto il testatore, nel suo libero ed insindacabile apprezzamento circa l’importanza e le conseguenze della realta’ stessa, in relazione alle sue personali vedute ed aspirazioni ed ai fini perseguiti nel dettare le sue ultime volonta’ (donde tale soggettiva valutazione della realta’ obiettiva e’ da qualificarsi come giuridicamente irrilevante). Peraltro, l’apprezzamento del giudice del merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, e’ incensurabile in sede di legittimita’, se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto, come verificatosi nella fattispecie.

In altri termini, il giudice di appello ha, nella vicenda che ci occupa, legittimamente ritenuto che il contenuto dei testamenti (con cui aveva disposto del suo complessivo patrimonio immobiliare) corrispondesse alla reale volonta’ della testatrice, senza che essi contenessero alcun errore (escludendosi, percio’, la supposta violazione dell’articolo 624 c.c.), inteso nel senso di distorsione della realta’ oggettiva, esprimendo gli stessi soltanto una convinzione maturata dalla (OMISSIS) e legittimamente dalla stessa posta a base delle proprie disposizioni di ultima volonta’.

  1. La seconda, complessa, censura dedotta con il ricorso principale – nei termini prima richiamati – e’, ad avviso del collegio, da dichiarare inammissibile con riguardo alla dedotta violazione ricondotta all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 5, (per le stesse ragioni esposte con riferimento al primo motivo, avendo la Corte territoriale comunque esaminato l’ulteriore fatto decisivo della causa riferito alla contestata validita’ della divisione operata con testamento dalla (OMISSIS)), infondata in relazione al supposto vizio di omessa pronuncia (palesemente insussistente) mentre e’ da ritenersi fondata in ordine alla denunciata violazione degli articoli734 e 735 c.c..

E’ opportuno premettere che l’attuale ricorrente principale, fin dall’originario atto di citazione, aveva richiesto (ribadendo le domande anche in sede di precisazione delle conclusioni) – subordinatamente alla domanda principale di dichiarazione di invalidita’ e/o di inefficacia dei testamenti olografi della (OMISSIS) (come detto rigettata con la sentenza di primo grado e confermata sul punto dalla sentenza d’appello, il cui motivo, riproposto in questa sede, e’ stato respinto per quanto chiarito in ordine alla prima censura) – che venisse, comunque, accertata e dichiarata la nullita’ dei testamenti stessi ai sensi dell’articolo 735 c.c., comma 1, o, comunque, della sola divisione sempre in virtu’ della stessa norma (v. pagg. 6-8 del ricorso) per pretermissione del coniuge legittimario (ancora vivente al momento dell’apertura della successione, ancorche’ deceduto poco tempo dopo). Da cio’ sarebbe derivata la conseguente dichiarazione che allo stesso legittimario pretermesso (poi deceduto) spettava (ai sensi dell’articolo 542 c.c., comma 2) la quota di riserva di 1/4 dell’eredita’ relitta della (OMISSIS) e che, pertanto, a seguito della sopravvenuta morte (“ab intestato”) del padre (marito della (OMISSIS)), previo accertamento che ella era erede legittima del padre per la quota del 50% ed in accoglimento dell’azione di riduzione cumulativamente proposta (quale, appunto, erede di (OMISSIS)), alla medesima avrebbe dovuto essere riconosciuta una quota pari al 50% dell’intero asse relitto dalla madre (OMISSIS).

Le domande formulate in via subordinata venivano accolte con la sentenza di primo grado del Tribunale di Firenze, il quale riteneva fondata l’azione di riduzione proposta dall’attrice in qualita’ di erede del padre successivamente deceduto (provvedendo alle relative riduzioni) e dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle impugnate schede testamentarie della (OMISSIS), con il conseguente riconoscimento del diritto della (OMISSIS) a succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto di (OMISSIS) di cui alle stesse schede testamentarie, provvedendo, inoltre, sull’approvazione del rendiconto.

La Corte di appello di Firenze (la cui sentenza qui impugnata e per come depositata nell’interesse della ricorrente principale nella forma di cui all’articolo 369 c.p.c., comma 2, pur essendo monca della pag. 9, risulta sufficientemente intelligibile ai fini dell’esame del secondo motivo, anche alla stregua del concorde richiamo del relativo contenuto nei rispettivi ricorsi di entrambe le parti in questa fase di legittimita’), adita dal (OMISSIS), pur dando atto che non era stato proposto gravame dal predetto appellante sul punto della decisione di primo grado con cui erano state accertate la lesione dei diritti del legittimario (OMISSIS) e l’ammissibilita’ dell’azione di riduzione esercitata dalla (OMISSIS) quale erede dello stesso legittimario pretermesso (v. pag. 8 della sentenza di appello, donde la formazione dell’acquiescenza su tale questione e il relativo passaggio in giudicato sull’intervenuto accoglimento della inerente domanda), ha riformato la sentenza di primo grado proprio con riferimento alla dichiarazione di nullita’ della divisione quale conseguenza dell’accoglimento dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto.

Cosi’ statuendo, pero’, la Corte territoriale e’ incorsa nella denunciata violazione dell’articolo 734 e, soprattutto, dell’articolo 735 c.c..

Ad avviso del collegio, infatti, risulta erronea la sentenza impugnata nella parte in cui con essa e’ stata riformata la decisione di primo grado, dovendo, invece, pervenirsi – come domandato nell’originaria citazione dalla (OMISSIS) (che non si era, quindi, limitata solo a proporre, in via pregiudiziale, una domanda di riduzione quale erede del padre successivamente deceduto) – alla dichiarazione di nullita’ della divisione operata direttamente dalla testatrice che aveva disposto dei suoi beni pretermettendo il coniuge legittimario.

Cosi’ provvedendo, il giudice di appello e’ incorso, specificamente, nella violazione del primo comma del citato articolo 735 c.c., determinando il mancato riconoscimento, in favore della ricorrente principale, del diritto a succedere nella meta’ (indistinta) dell’intero asse relitto dalla (OMISSIS), stante l’assenza nel testamento “di criteri per la definizione delle quote da assegnare” a ciascuno dei due eredi parti in causa (con totale pretermissione del coniuge legittimario, non istituito formalmente coerede, che aveva legittimato la stessa (OMISSIS) ad agire per la relativa azione di riduzione essendo a sua volta diventata coerede del padre, nelle more deceduto senza testamento), sul presupposto che l’istituzione di eredi testamentari era stata fatta dalla “de cuius” per cespiti immobiliari nominati (in funzione, per l’appunto, divisoria tra i due germani eredi) e non per quote.

Ha, quindi, errato la Corte fiorentina laddove ha ritenuto che la nullita’ della divisione contemplata dall’articolo 735 c.c., comma 1, operi solo nell’ipotesi in cui il testatore abbia espressamente previsto che il legittimario debba essere soddisfatto con beni non compresi nel relictum, ritenendo, invece, esclusa l’operativita’ di siffatta nullita’ nel caso di pretermissione del legittimario dal testamento e dalla divisione, sul presupposto che, in tal caso, la divisione sarebbe idonea a conservare i suoi effetti previa riduzione delle assegnazioni e, quindi, facendo in modo che l’erede pretermesso possa essere soddisfatto con beni provenienti dal relictum, da prelevarsi proporzionalmente da quelli attribuiti agli eredi testamentari.

Cosi’ statuendo, infatti, il giudice di appello ha illegittimamente assoggettato alla stessa disciplina il caso della pretermissione dell’erede legittimario e quello della lesione della quota di legittima che, invece, il legislatore ha voluto mantenere distinti, prevedendo una differenziata disciplina contenuta, rispettivamente, nel primo e nel piu’ volte menzionato articolo 735 c.c., comma 2.

Infatti, in virtu’ del disposto di cui al primo comma di detta norma, in caso di divisione testamentaria con pretermissione del legittimario, la divisione proprio perche’ ne e’ impedita la realizzazione della causa per effetto dell’anomalia funzionale dipendente dalla mancata previsione della partecipazione ad essa di un avente diritto – e’ da ritenersi nulla (v. Cass. n. 2367/1970; Cass. n. 2870/1972 e, in motivazione, anche se solo per obiter, Cass. Sez. U. n. 20644/2004), ragion per cui deve escludersi, in tale ipotesi, la configurabilita’ dell’efficacia reale della c.d. divisici inter liberos (ritenuta, invece, operante dalla Corte di appello toscana), derivando dalla nullita’ della divisione testamentaria il ripristino della comunione ereditaria.

Essendo stata, quindi, nella concreta fattispecie, proficuamente reclamata, in via preliminare, la quota ereditaria riservata al legittimario per mezzo dell’accolta azione di riduzione esperita dalla ricorrente principale quale legittima erede del padre pretermesso (v., per idonei riferimenti, anche Cass. n. 3599/1992 e Cass. n. 3694/2003), il giudice di appello avrebbe dovuto ritenere fondata (come, del resto, aveva rilevato correttamente il giudice di prime cure) la correlata domanda di nullita’ del riparto divisorio cosi’ come operato di sua iniziativa dalla testatrice con attribuzione diretta di distinti cespiti dell’intero patrimonio ereditario immobiliare, concretamente individuati, in favore dei due figli a causa della “preterizione divisoria del legittimario”.

In definitiva, in accoglimento per quanto di ragione (ovvero relativamente alla denuncia violazione di legge sostanziale) del secondo motivo dedotto con il ricorso principale, la sentenza della Corte di appello di Firenze deve essere cassata “in parte qua”, enunciandosi – ai sensi dell’articolo 384 c.p.c., comma 2, il principio di diritto secondo cui “deve essere accolta la domanda di nullita’, proposta dal legittimario pretermesso nel testamento (o, in sostituzione del medesimo, da un suo erede, come verificatosi nel caso di specie), della divisione del patrimonio ereditario disposta direttamente dal testatore qualora Io stesso legittimario (o un suo erede agente “iure successionis”), da considerarsi preterito per non essere stato compreso nella divisione, abbia positivamente esperito in via preventiva l’azione di riduzione”.

Alla ritenuta fondatezza di detta censura nei richiamati termini consegue, per derivazione logico-giuridica, la dichiarazione di assorbimento dei residui motivi proposti con il ricorso principale e di tutti quelli avanzati con il ricorso incidentale.

Il giudice di rinvio (che si designa in altra Sezione della Corte di appello di Firenze), oltre a conformarsi al su riportato principio di diritto, provvedera’ anche a regolare le spese della presente fase di giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso principale; accoglie, per quanto di ragione, il secondo motivo dello stesso ricorso principale e dichiarata assorbiti gli altri motivi del ricorso principale e tutti i motivi del ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per la regolazione delle spese della presente fase di legittimita’, ad altra Sezione della Corte di appello di Firenze.

Successione mortis causa – Testamento olografo – Scioglimento della comunione rìereditaria – Collazione – Capacità di intendere e volere del testatore – Onere della prova – Elementi probatori – Ctu – Valutazione del giudice di merito – Criteri

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere

Dott. PENTA Andrea – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28093-2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliate in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1069/2013 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 07/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 21/06/2017 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI.

FATTI DI CAUSA

(OMISSIS), proponeva appello avverso la sentenza non definitiva n. 88 del 2007 con la quale il Tribunale di Padova, nel giudizio di primo grado proposto dalle sigg.re (OMISSIS) ( (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS)) nei confronti della (OMISSIS), rigettava l’impugnazione del testamento olografo redatto da Sergio (OMISSIS), proposta da (OMISSIS), dichiarava che il de cuius aveva donato, in vita, a (OMISSIS) la complessiva somma di Euro 188.353,31 e, conseguentemente, dichiarava la stessa obbligata a collazionare in sede di divisione ereditaria il suddetto importo, rigettava la domanda delle attrici avente ad oggetto il credito di Lire 145.000.000 nei confronti del padre.

Si costituivano le appellate chiedevano il rigetto del gravame e proponevano appello incidentale per il riconoscimento del credito a loro favore e di cui si e’ gia’ detto.

La Corte di Appello di Venezia, con sentenza n. 1069 del 2013, notificata in data 8 ottobre 2013, rigettava l’appello principale e accoglieva parzialmente l’appello incidentale, assegnava alle sigg.re (OMISSIS) la somma di Lire 145.000.000 con relativi interessi, condannava l’appellante alle spese del giudizio di secondo grado. Secondo la Corte lagunare, l’appello principale andava rigettato perche’ l’appellante, su cui ricadeva il relativo onere, non aveva provato che il de cuius era incapace di intendere e di volere al momento della redazione del testamento. A sua volta, andava accolto l’appello incidentale delle sorelle (OMISSIS), posto che in caso di conto cointestato le somme dovevano essere ritenute sia della moglie che del marito ed, in difetto di prova specifica sulla loro provenienza, spettavano a ciascuno nella misura del 50%.

La cassazione di questa sentenza e’ stata chiesta da (OMISSIS) con ricorso affidato a tre motivi. Le sigg.re (OMISSIS) hanno resistito con controricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= Con il primo motivo di ricorso, la sig.ra (OMISSIS) lamenta l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 5. La ricorrente si duole del fatto che la Corte distrettuale non abbia ammesso CTU per effettuare “ora per allora”, sulla scorta della documentazione acquisita e agli atti del processo, l’accertamento sulla capacita’, o meno transeunte del (OMISSIS) al momento in cui dava corso, su pressione delle figlie, al secondo testamento.

1.1.= Il motivo e’ infondatote essenzialmente perche’ la sentenza ha ampiamente chiarito le ragioni, che vanno condivise perche’ coerenti ai dati acquisiti al processo, per le quali ha escluso che il de cuius fosse incapace di intendere e di volere, nel momento cui confezionava il testamento di cui si dice e, ad un tempo, ha anche chiarito le ragioni per le quali escludeva l’ammissibilita’ della CTU “(…) non appare utilmente esperibile una CTU medica postuma per accertarne le condizioni di salute (sul punto sarebbe per altro esplorativa) e la conseguente pretesa incapacita’ a testare”.

La ricorrente, comunque, limitandosi a denunciare la mancata ammissione di una CTU non ha, neppure, spiegato in che modo i dati valutati dalla Corte distrettuale sarebbero stati, con certezza, travolti e/o privati di significato dalla chiesta e non ammessa CTU e/o perche’ quei dati valutati, dalla Corte distrettuale, sarebbero insufficienti a dar prova dell’accertata capacita’ a testatore del (OMISSIS). Senza dire che la consulenza tecnica d’ufficio e’ mezzo istruttorio (e non una prova vera e propria), sottratta alla disponibilita’ delle parti ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel suo potere discrezionale la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario e la motivazione dell’eventuale diniego, puo’ anche essere implicitamente desumibile dal contesto generale delle argomentazioni svolte e dalla valutazione del quadro probatorio unitariamente considerato effettuata dal suddetto giudice (cfr. Cass. n. 9461 del 21/04/2010).

Piuttosto, la Corte distrettuale ha, correttamente, tenuto conto che la documentazione in atti ed, in particolare, la visita effettuata dal prof. (OMISSIS), dava ampia prova della capacita’ a testare del Candbtto. Infatti, come afferma la sentenza impugnata “(….) il giorno del testamento il de cuius e’ stato valutato capace di testare dal professore ordinario di psichiatria (OMISSIS) (…)” E, la sentenza impugnata, aggiunge che la valutazione del prof. (OMISSIS) non meritava di essere smentita “(…) perche’ non era stato, neppure, dedotto in causa che il de cuius fosse affetto da particolari patologie idonee a compromettere, in via permanente, la capacita’ a testare ed in difetto di ulteriore documentazione sanitaria (…).

2.= Con il secondo motivo, la ricorrente denuncia la nullita’ della sentenza ex articolo 360 c.p.c., n. 4 in combinato con l’articolo 132 cod. proc., civ., (motivazione quale elemento essenziale della pronuncia) e l’articolo 624 cod. civ.. La ricorrente si duole che la Corte distrettuale non abbia dato valore alla lettera del 28 giugno 1998 con la quale il de cuius aveva dichiarato “(…) con questa mia annullo ogni cosa scritta contro mia moglie perche’ ho agito sotto la pressione dei miei familiari e sotto l’influsso delle calunnie di (OMISSIS). Dichiaro che ogni cosa intestata a mia moglie e’ di sua legittima proprieta’, compreso il denaro che lei mi ha sempre affidato in buona fede (…)”. Piuttosto: a) la prima locuzione, secondo la ricorrente, certificherebbe quanto accaduto in sede di redazione del testamento impugnato e, cioe’, che il de cuius era stato costretto in forza di pressioni e calunnie e cio’ integrerebbe la prospettiva di cui all’articolo 624 cod. civ.. E, sul punto, la Corte distrettuale non avrebbe motivato o avrebbe dato una motivazione semplicemente apparente. b) la stessa missiva avrebbe un valore confessorio in ordine alla riferibilita’ delle somme gia’ contenute nei conti correnti cointestati al (OMISSIS).

2.1. = Il motivo e’ infondato, essenzialmente, perche’ si risolve nella richiesta di una nuova e diversa valutazione delle emergenze istruttorie non proponibile nel giudizio di cassazione se, come nel caso in esame, la valutazione compiuta dalla Corte distrettuale non presenta vizi logici e/o giuridici.

  1. a) Come ha avuto modo di evidenziare la Corte distrettuale “(…) quanto al fatto del testamento impugnato sarebbe viziato ex articolo624 cod. civ.perche’ redatto sotto pressione da parte dei familiari, come sostenuto da parte dell’appellante in base alla lettera sub doc. 11, questa Corte esclude la fondatezza della doglianza perche’ la citata lettera non fa espresso rinvio al testamento in questione e, di conseguenza, ben avrebbe potuto riferirsi ad altre condotte, nella lettera si legge che il (OMISSIS) annullava ogni cosa scritta contro sua moglie perche’ avrebbe agito sotto pressione dei suoi familiari, ma il testamento in questione non e’ stato scritto contro la moglie perche’ la riconosce, comunque, coerede insieme alle figlie, per altro, al momento della redazione del testamento, documento 11 in esame, il testatore poteva revocare espressamente il testamento e sostituirlo con un altro, se avesse voluto farlo, ma non lo ha fatto (…)” Ora, e’ di tutta evidenza che la Corte ha valutato e vagliato le risultanze istruttorie ed e’ pervenuta, secondo ragionevoli considerazioni, non sindacabili in cassazione ad escludere che la lettera di cui si dice identificherebbe un’ipotesi riconducibile alla normativa di cui all’articolo 624 cod. civ..

Senza dire che, come e’ stato gia’ affermato da questa Corte in altra occasione (Cass. n. 14011 del 2008) in tema di impugnazione di una disposizione testamentaria che si assuma affetta di dolo, per potere configurarne la sussistenza non e’ sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti, i quali – avuto riguardo all’eta’, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volonta’, in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano, di identificare e ricostruire l’attivita’ captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volonta’ del testatore.

  1. b) Come ha avuto modo di chiarire la Corte distrettuale agli atti non vi era prova per escludere “(…) la presunzione che in caso di conto cointestato le somme dovevano essere ritenute sia della moglie che del marito e, in difetto di prove specifiche sulla loro provenienza spettano a ciascuno nella misura del 50% (…)”. Ora, tale affermazione non sembra sia scalfita dalle osservazioni della ricorrente secondo cui la dichiarazione del de cuius del 29 giugno 1998 dimostrerebbe che il denaro nei conti correnti cointestati era della sig.ra (OMISSIS) e che la cointestazione al sig. (OMISSIS) era avvenuta per lo svolgimento degli affari che lo stesso poneva in essere come procuratore della moglie, perche’ manca un diretto rapporto tra la dichiarazione del (OMISSIS) e l’appartenenza alla (OMISSIS) del denaro versato nel conto corrente cointestato. Infatti, come afferma la stessa Corte distrettuale “(…) parte appellante non indicava neppure i proventi delle vendite immobiliari, ne’ in base a quali fruttuosi investimenti il suo patrimonio sarebbe aumentato fino al valore totale degli importi transitati nei conti cointestati, in sostanza per provare l’esclusiva titolarita’ delle somme dei conti cointestati adduce circostanze assolutamente generiche e prive di riscontro, inidonee a vincere la presunzione di contitolarita’ delle somme esistenti nei conti cointestati (….)”.

3) Con il terzo motivo del ricorso, la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione di norme, in particolare gli articoli 752 e 754 cod. civ. in combinato con i principi della compensazione fra debiti e crediti in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 3. Secondo la ricorrente, posto che il padre era debitore verso le sig.re (OMISSIS) e che tale debito era sussistente al momento dell’apertura della successione e che essendo le sig.re (OMISSIS) coeredi si trovavano nella situazione di creditrice per l’intero, ma, anche, di debitrici in proporzioni delle proprie quote. Pertanto, secondo la ricorrente, sarebbe illegittima l’assegnazione dell’intero credito alle controparti e, comunque, avrebbe dovuto considerare estinto il debito in parte qua, per compensazione.

3.1.= Il motivo e’ infondato.

Invero, gli articoli 752 e 754 c.c. regolano, rispettivamente, la ripartizione dei debiti ereditari tra gli eredi ed il pagamento di tali debiti da parte dei coeredi, con il conseguente diritto di rivalsa del coerede, che ha pagato i creditori, oltre la parte a lui spettante nei confronti degli altri coeredi; tali norme, quindi, disciplinano i rapporti tra coeredi da un lato e creditori del “de cuius” dall’altro, tra i quali ultimi, quindi, non puo’ essere compreso il coerede che vanta un credito nei confronti del “de cuius”. Nondimeno, deve ritenersi che non sussiste alcuna preclusione a far valere detto credito, invece, che in un giudizio autonomo rispetto a quello di scioglimento della comunione ereditaria, nello stesso giudizio divisorio, sussistendo, anzi, ragioni di economia processuale a fondamento di tale assunto; infatti, considerato che nell’ambito del giudizio di divisione si realizza la finalita’ di definire tutti i rapporti di dare ed avere tra i coeredi, sia pure in dipendenza dei rapporti di comunione, deve ritenersi ammissibile definire in tale sede un rapporto obbligatorio che, pur avendo una natura diversa (come appunto il credito del coerede nei confronti della massa ereditaria), trova, comunque, la sua collocazione e la sua tutela nell’ambito della vicenda successoria che ha dato luogo alla comunione ereditaria.

In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex articolo 91 cod. proc. civ. condannata al pagamento delle spese del presente giudizio che vengono liquidate con il dispositivo. Il Collegio da atto che, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 sussistono i presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condanna la ricorrente a rimborsare, a parte controricorrente, le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 7.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% del compenso ed accessori, come per legge, da’ atto che sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

Corte d’Appello|Taranto|Civile|Sentenza|14 febbraio 2014| n. 134

Impugnazione del testamento – Richiesta di annullamento del testamento – Art. 624 c.c. – Risultanze processuali tali da non considerare raggiunta la prova di fatti certi e significativi – Fatti idonei ad integrare raggiri od altre manifestazioni fraudolente – Atti capaci di trarre in inganno il de cuius ed a condizionarne la volontà – Orientamento della volontà verso il compimento di atti cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata – Rigetto della richiesta – Ipotesi ricorrente nella fattispecie – Insufficienza di qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, lusinghe e promesse – Necessità della prova del concorso di mezzi fraudolenti – Mezzi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso – Relativa prova pure presuntiva – Prova fondata su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire l’attività captatoria – Prova della conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI APPELLO DI LECCE

– SEZIONE DISTACCATA DI TARANTO –

SEZIONE CIVILE

composta dai Signori:

1) Dott. Riccardo ALESSANDRINO – Presidente –

2) Dott. Franco MOREA – Consigliere –

3) Dott. Loredana COLELLA – Consigliere REL. –

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 288 del Ruolo Generale delle cause dell’anno 2010, trattata e passata in decisione all’udienza di trattazione del 20/9/2013

TRA

MI.Mi., MI.Lu. e MI.An., rappresentati e difesi dall’avv. Fr.Bl., tutti residenti in S. Vito (Taranto) ed ivi stesso elettivamente domiciliati presso il suo studio legale alla Via(…) in virtù di mandato a margine dell’atto di appello

– APPELLANTI –

E

CA.Fr. e CA.Um.Ma., residenti in Taranto ed ivi elettivamente domiciliati alla via (…), presso e nello studio dell’Avv. Sa.La. dal quale sono rappresentati e difesi giusta procura a margine della comparsa di costituzione e risposta

– APPELLATI –

I procuratori delle parti precisano le conclusioni come da verbale dell’udienza di precisazione delle conclusioni del 20/9/2013.

Fatto e diritto

Con sentenza n. 924/2010 del 13.5.2010 il Tribunale di Taranto rigettava le domande proposte da Mi.Mi., Mi.Lu. e Mi.An. nei confronti di Ca.Fr. e Ca.Um.Ma., dirette ad ottenere: l’annullamento ex art. 591 c.c. o in subordine dell’art. 624 c.c., della scheda testamentaria del defunto zio Ca.Um., redatta dal notaio La. il 2.9.97; l’annullamento ex art. 775 c.c. dell’atto di donazione immobiliare tra il de cuius ed il nipote Ca.Fr., redatto dal medesimo notaio il 24.12.97: la dichiarazione di nullità per vizio di forma o per errore e/o dolo tutti gli atti inter vivos intercorsi il 24.12.97 tra il de cuius ed i convenuti; dichiarare nulli detti negozi inter vivos e le disposizioni testamentarie per violazione del divieto di patti commissori; dichiarare che per effetto della valida scheda testamentaria redatta il 30.12.1988 il locale sito in Taranto alla Via (…) si appartiene agli attori; ordinare ai convenuti il rendiconto dei titoli e del denaro giacente in banca o presso l’ufficio postale e provvedere alla sua divisione secondo le disposizioni contenute nel testamento pubblico del 30.12.1988.

Per la parziale riforma di detta sentenza hanno proposto tempestivo appello Mi.Mi., Mi.Lu. e Mi.An. ed hanno chiesto: annullarsi ex art. 591 e 624 c.c. sia la scheda testamentaria di Ca.Um. redatta dal notaio La. il 2.9.97 che ex art. 775 c.c. l’atto di donazione redatto dal notaio La. il 24.12.97 ed avente ad oggetto il locale commerciale sito in Taranto alla Via (…); annullare comunque per dolo tutti gli atti inter vivos conclusi a mezzo del notaio La. il 24.12.97 tra il de cuius Ca.Um. ed i convenuti (rep. 54850, 54851 e 54862); per l’effetto dichiarare che in virtù della scheda testamentaria redatta il 30.12.1988 per notar La. l’immobile sito in Taranto alla Via (…) si appartiene agli appellanti Mi.Mi., Lu. ed An.; vittoria di spese del doppio grado di giudizio o in subordine disporsi la compensazione parziale delle spese e competenze del giudizio di primo grado e ordinarsi la restituzione, in favore degli appellanti, della maggior somma versata in esecuzione della sentenza impugnata; in via istruttoria il rinnovo delle indagini peritali da affidarsi ad uno specialista neurologo e, in subordine, l’audizione del CTU a chiarimenti sullo stadio evolutivo della demenza senile al momento del compimento degli atti impugnati, con riferimento alle obiettività cliniche emerse dalle osservazioni dei medici curanti e degli altri testi di parte attrice sentiti in prime cure.

Si sono costituiti Ca.Fr. e Ca.Um.Ma., chiedendo il rigetto dell’appello con vittoria di spese del secondo grado di giudizio, da distrarsi in favore del difensore antistatario ed opponendosi alla richiesta istruttoria.

All’udienza del 20.9.2013 i procuratori delle parti hanno precisato le conclusioni, come rassegnate a verbale, e la causa è stata ritenuta in decisione con assegnazione dei termini ex art. 190 c.p.c.

Con i motivi di appello si muove censura alle statuizioni della sentenza impugnata: per essersi il tribunale adeguato alle conclusioni del CTU affermando in maniera erronea che la demenza senile di cui soffriva il sig. Ca. fosse allo stato iniziale, non risultando tale affermazione neppure in maniera assoluta dalla CTU e non corretta sotto il profilo tecnico; per difetto di motivazione e contraddittorietà sotto il profilo logico, avendo il tribunale omesso di valutare tutti i dati obiettivi sulle condizioni patologiche del sig. Ca. emerse dagli atti di causa, avendo il neurologo ed il medico curante descritto la sintomatologia; erroneo rigetto della domanda di annullamento degli atti impugnati sotto il profilo della captazione e/o del dolo, non avendo il tribunale dato alcun peso al raggiro cui fu sottoposto il Ca. nel momento in cui gli fu fatto credere di aver venduto al nipote per il prezzo di Lire 202.125.000 l’immobile di cui all’atto del 24.12.97 (rep. 54851), non essendovi traccia del passaggio del denaro ed essendo l’acquirente disoccupato, nonché per il contrasto tra l’atto a titolo oneroso a favore del nipote e la contestuale liberalità e le disposizioni testamentarie di cui hanno beneficiato i convenuti sugli stessi beni, dovendosi la captazione ricavare da presunzioni; che avendo il tribunale accolto l’eccezione di nullità della difesa degli attori per difetto dello ius postulandi del difensore, controparte doveva ritenersi parzialmente soccombente e pertanto le spese processuali andavano compensate ex art. 92 c.p.c. o comunque andavano liquidate in misura proporzionale all’attività difensiva legalmente effettuata.

Le censure inerenti il rigetto delle domande di annullamento della scheda testamentaria del 2.9.97, dell’atto di donazione e degli atti inter vivos del 24.12.97 sono infondate.

Dichiarata, per difetto dello ius postulandi in capo al difensore, la nullità del mandato originario e della successiva attività, anche probatoria, svolta nell’interesse dei convenuti, il tribunale ha ritenuto che l’assunto secondo cui il sig. Ca., affetto da tempo da una grave forma di demenza senile e poi deceduto il 29.8.99, all’epoca del suo secondo testamento pubblico, redatto il 2.9.97, non fosse capace di intendere e di volere, non fosse assistito dal necessario conforto probatorio, all’uopo rifacendosi al consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui l’incapacità naturale del testatore, determinante l’invalidità del testamento ex art. 591 c.c., non si identifica in una semplice anomalia o alterazione del normale processo di formazione e di estrinsecazione della volontà, ma richiede che a cagione dell’infermità (transitoria o permanente) o di altra causa perturbatrice, il soggetto al momento della redazione dell’atto di ultima volontà fosse assolutamente privo della coscienza del significato dei propri atti e della capacità di autodeterminarsi, così da versare in condizioni analoghe a quelle che, con il concorso dell’abitualità, legittimano la pronuncia di interdizione (Cass., 9274/2008; 8079/2005; 1444/2003; 15480/2001; 10571/98; 5620/95; 4499/86), ritenendo logico corollario di tanto che la parte interessata sia tenuta a provare in modo serio e rigoroso che il testamento fu redatto in un momento in cui lo stato psichico del disponente fosse tale da sopprimere l’attitudine a determinarsi coscientemente e liberamente. Al riguardo il tribunale ha ritenuto che non fossero emersi elementi probatori inequivoci dell’insanità mentale del de cuius al momento della stesura della scheda testamentaria e dell’atto donativo, atteso che: le deposizioni dei testi di parte attrice costituiscono indici rivelatori dell’insorgenza della psicopatologia negli ultimi anni di vita dell’anziano, ma non autorizzano a ritenere che il Ca. al momento dei negozi fosse assolutamente privo della coscienza del proprio agire poiché, considerate le caratteristiche cliniche della malattia, quali evidenziate dal CTU dott. Bo., le situazioni ed anomalie comportamentali descritte dai testi (confusione, amnesie e disorientamenti), peraltro infarcite di valutazioni ed impressioni personali, aprono il quadro alla sindrome demenziale ma non sono elementi sufficienti per ritenere che nell’anno 1997 il Ca., sebbene anziano ed in precarie condizioni di salute, fosse incapace di intendere e di volere.

Il Tribunale ha altresì rilevato la lacunosità del complessivo quadro probatorio, essendo la denunciata infermità mentale del testatore priva del necessario supporto tecnico-documentale (attestante la sua eziopatogenesi e le sue caratteristiche involutive) utile a fornire elementi obiettivi, certi, sulla storia clinica del soggetto, necessari per il formarsi del serio convincimento sulla sua condizione deficitaria all’epoca degli atti dispositivi, non trovando il quadro degenerativo diagnosticato dal dott. Na. e dal dott. Ro., suoi medici curanti, alcun riscontro testuale, mancando la documentazione medica atta a verificare le patologie sofferte dal paziente, la loro incidenza sulla sfera neuropsichica e quindi il manifestarsi della malattia e la sua concreta evoluzione ingravescente ed ha considerato: che le valutazioni e le conclusioni del dott. Ro., specialista neurologo, sono frutto di osservazioni del paziente compiute a distanza di un anno dal testamento e dalla donazione, avendo questi affermato di aver visitato il Ca. solo due volte (ottobre e dicembre 1998), riscontrando anomalie proprie della sindrome demenziale in stato avanzato ma non avendo nel contempo potuto attestare, per il periodo pregresso, quali fossero le condizioni del paziente, astenendosi dal formulare giudizi in merito; che la capacità di testare per converso risulta avvalorata sia dalla valutazione professionale operata dal notaio rogante (che nel ricevere le dichiarazioni di ultima volontà del testatore e ridurle per iscritto ha potuto vagliarne la lucidità e la capacità di autodeterminazione), sia dal contenuto stesso della scheda testamentaria, le cui disposizioni non appaiono incoerenti o irragionevoli, considerato che il Ca., previa revoca espressa del precedente testamento, ha inteso disporre ex novo di quasi tutto il suo patrimonio, ripartendolo, sia pure in diversa misura, tra i nipoti Mi.- Ca.

Le valutazioni compiute dal tribunale meritano piena condivisione, non risultando acquisita sufficiente prova che al momento della redazione dell’atto il sig. Ca. non fosse in grado di intendere il valore etico e giuridico dell’atto e di prevederne le conseguenze morali, giuridiche ed economiche, né potendo escludersi che avesse la piena capacità di autodeterminarsi, ovverosia che la sua volontà potesse liberamente esprimersi senza sottostare a coartazioni, raggiri, minacce e suggestioni, e ciò sulla scorta delle complessive risultanze processuali e dei principi che regolano la materia.

Al riguardo il CTU dott. Ma.Bo., al fine della valutazione richiestagli sulle capacità intellettive e volitive del Ca. al momento degli atti di disposizione, ha rilevato che la documentazione su cui basarsi per compiere detta valutazione non appare determinante: rispecchiando le considerazioni medico-legali in esse contenute solo un’opinione ed non un dato di fatto obiettivo, essendo la prima certificazione in atti del dott. Ro. risalente al 1.3.99. e cioè a circa 15-18 mesi dai fatti per cui si procede, fotografando detto certificato la situazione del momento e non contenendo elementi storici probativi; che nella relazione del dott. Ro. del 9.12.99, successiva al decesso del sig. Ca. (avvenuto il 29.8.99), si traccia una breve storia clinica del paziente a partire dal 9.10.98, e cioè un anno dopo la redazione del testamento; che l’ultimo documento di natura sanitaria presente è la relazione di parte del dott. Na., medico curante del Ca., nella quale, lungi dal produrre dati testimoniali certi circa lo stato di salute del Ca. al momento degli atti impugnati, esprime un giudizio basato su dati statistici circa l’insorgenza del disordine mentale nei casi di demenza.

Quanto alle caratteristiche della demenza (sindrome caratterizzata dal deterioramento di abilità intellettuali precedentemente acquisite, che interferisce con il comportamento sociale e/o professionale e che con il progredire del deficit comporta ripercussioni sulla globalità delle funzioni psichiche o neurologiche), ha precisato il CTU che il quadro clinico può essere abbastanza vario e viene distinto in tre stadi progressivi (iniziale, intermedio ed avanzato), della durata media di 2-3 anni ciascuno, avendo la malattia un decorso che comincia con semplici disturbi di memoria, minime modificazioni della personalità (come sviluppo di apatia, perdita di spontaneità e silenzioso ritiro dalle relazioni sociali), aggravandosi con il tempo il quadro patologico, passando allo stadio confusionale ed alla demenza vera e propria, sebbene il grado di deterioramento sia ampiamente variabile, con possibili fasi di plateau in cui la malattia sembra arrestarsi, ritenendo detto CTU, sulla scorta di quanto esaminato, che all’epoca dei fatti il sig. Ca. si trovasse in precarie condizioni di salute, ma non essendovi sufficienti elementi per definirlo incapace di intendere di volere, atteso che tale affermazione contenuta nelle certificazioni esibite, sebbene verosimile considerata l’età del soggetto e la patologia sofferta, non può essere considerata vera oltre ogni ragionevole dubbio, perché basata su dati statistici e non corroborata da riscontri obiettivi, non essendovi quindi elementi sufficienti a stabilire che il Ca., all’epoca dei fatti, fosse incapace di intendere di volere. In sede di chiarimenti il CTU ha confermato le proprie valutazioni e, pur ribadendo la compatibilità di quanto riferito dai testimoni con la patologia sofferta dal Ca. (demenza senile), ha evidenziato tuttavia che nelle prime fasi della demenza, prima di arrivare al completo decadimento mentale, vi è un periodo più meno lungo durante il quale le facoltà mentali non sono completamente annullate né lo sono in maniera continuativa, potendo episodi di confusione, amnesie e disorientamenti aprire il quadro della sindrome demenziale ma essere intervallati da periodi di integrità mentale durante i quali il soggetto può essere in grado di autodeterminarsi”.

La rinnovazione della CTU non si ritiene possa portare a diversi risultati, essendo (necessariamente) basata sulle risultanze documentali nonché sulle valutazioni di natura tecnica svolte dai medici curanti, che hanno redatto i pareri medico-legali su richiesta di parte attrice e sono stati sentiti anche come testimoni, spettando invero al giudice la valutazione delle risultanze testimoniali, ed avendo il CTU già esaustivamente fornito i chiarimenti richiestigli in primo grado.

Al riguardo deve poi rilevarsi come non possa trovare ingresso il “parere pro – veritate” a firma del prof. Gi.Me., allegato da parte appellante alla comparsa conclusionale del 12.11.2013, sia pure fatto proprio e sottoscritto dal difensore “quale memoria tecnica”, atteso che la finalità è quella di formulare osservazioni critiche alla CTU, attività ormai preclusa in quanto sottratta al contraddittorio ed al dibattito processuale (Cass., n. 11999/98; n. n. 9517/2002; n. 7335/2013).

Ed invero il riesame delle risultanze processuali compiuto dalla Corte consente di rilevare che le deposizioni dei testi di parte attrice non sono tranquillizzanti circa l’esistenza, in capo al sig. Ca.Um., nel periodo in cui sono stati conclusi gli atti impugnati, di una situazione di totale incapacità di intendere e di volere a causa della patologia di demenza senile da cui era affetto, non potendosi con assoluta certezza risalire all’effettivo grado di evoluzione della malattia in tale momento e conseguentemente ad uno stato talmente grave da dar ritenere insussistente la possibilità di lucidi intervalli.

Basti considerare, al riguardo, che il neurologo dott. Ro. ebbe ad effettuare solo due visite, di cui la prima solo nell’ottobre del 1998 e la seconda due mesi dopo, sicché, mancando documentazione attestante una patologia neurologica risalente ad epoca precedente, deve ragionevolmente ritenersi che fino a quel momento non vi fossero manifestazioni di tale gravità da richiedere l’intervento di uno specialista, avendo peraltro detto dott. Ro., in sede di deposizione testimoniale, dichiarato di non essere in grado di riferire “se precedentemente al 9.10.98 la situazione clinica del Ca. fosse migliore o peggiore”, riferendo altresì che ritenne di diagnosticare una demenza senile, facendo i fattori di rischio pensare ad una origine vascolare, ma che, “considerando retrospettivamente il caso”, non avendo il signor Ca. risposto alla terapia prescrittagli, ipotizzò “trattarsi di una forma degenerativa”, mentre il medico curante dott. Na., che lo ha tenuto in cura per quarant’anni, alla comparsa dei sintomi si era limitato a prescrivergli terapia per ridurre il tasso glicemico e l’ipertensione e per migliorare il circolo cerebrale, avendo lo stesso riferito che il sig. Ca. era seguito dal Centro Diabetico presso l’Ospedale di Taranto e/o la S. Rita, ove veniva seguito da specialisti, e solo negli ultimi due anni era stato seguito da un neurologo, “quando la malattia aveva avuto una involuzione tale da richiedere una cura specialistica”).

La certificazione del dott. Ro. del 1.3.99 attesta lo stato del paziente a quella data e diagnostica una “demenza tipo SDAT”, mentre nella relazione del 9.12.99, nella quale si ricostruisce la condizione del sig. Ca. dalla prima visita del 9.10.98 e l’evoluzione peggiorativa a distanza di due mesi riscontrata da detto specialista, lo stesso conferma la diagnosi di sindrome demenziale, il cui decorso lo faceva “pensare ad una demenza di tipo Alzhaimer, per la quale è descritto un decorso di circa 5-7 anni per giungere ad una perdita completa del contatto con la realtà”, giungendo così il dott. Ro. ad “ipotizzare che il sig. Ca. si trovasse in uno stadio di malattia piuttosto avanzato al momento della visita e che la sua storia clinica avesse avuto inizio da qualche anno”, mentre nella relazione del 13.12.99, successiva al decesso, il dott. Na. attesta un progressivo decadimento delle più importanti funzioni organiche del sig. Ca., con pregiudizio della funzione uditiva, visiva e, negli ultimi anni, di quella cognitiva, esprimendo la valutazione che “una ragionevole interpretazione dei tempi di evoluzione dell’involuzione mentale del C. fa decorrere a circa tre anni or sono la incapacità di provvedere scientemente ai propri interessi”, che l’affezione dominante (tra le patologie da cui era affetto il Ca.) fosse quella relativa alla sfera neuropsichica sicché, “fatta salva l’evoluzione di tipo evolutivo-involutivo di detta infermità” esprimeva il parere “che il Ca. non fosse nel pieno delle proprie facoltà cognitive a far data da circa tre anno or sono”.

Risulta con tutta evidenza che tali valutazioni, come rilevato dal tribunale, restano sganciate da precisi dati che facciano da supporto tecnico-documentale ed attestanti la eziopatogenesi e le caratteristiche involutive della malattia, utili a fornire elementi obiettivi, certi, sulla storia clinica del soggetto.

Neppure le dichiarazioni delle testi escusse su richiesta di parte attrice possono considerarsi dotate di elevato grado di valenza probante al fine di risalire alle reali condizioni del sig. Ca. nel periodo in oggetto.

De.Fe.Co. ha affermato che il sig. Ca. non era in grado di ricordare fatti e persone della sua vita quotidiana, che non la riconosceva, che a volte questi chiamava le sorelle Mi. Con un nome diverso, e cioè con quello delle proprie sorelle, che dette sorelle Mi. ed i nipoti lo aiutavano a lavarsi e a vestirsi e che dopo aver fatto colazione rimaneva seduto in maniera apatica non rispondendo ad alcuna domanda o sollecitazione, confabulando molte volte frasi senza senso, avendo la stessa nel contempo affermato di frequentare la casa per svolgere lavori domestici per tre volte a settimana e che al suo arrivo il signor Ca. stava facendo colazione, venendo prelevato dopo circa mezz’ora, alle ore 8,15 dal nipote che lo conduceva al negozio.

De.Fe.Gi. ha riferito che in occasione delle sue visite il Ca. era seduto con sguardo assente, non vedeva la TV e non partecipava ad alcuna conversazione, non rispondeva alle sue domande, avendo tuttavia affermato di aver frequentato la casa dei signori Mi. con frequenza settimanale e nelle festività, prevalentemente nelle ore del primo pomeriggio, “verso le ore 15,00, orario in cui il Ca. era sempre a letto a dormire” e qualche volta alle ore 20,00.

La teste Ch.An., cugina delle parti e frequentatrice della casa Mi., ha riferito che nel periodo in oggetto lo zio non la riconosceva, confondendola con altre persone, non partecipava ad alcun tipo di conversazione e non era interessato a nulla, era taciturno, confondeva il giorno con la notte essendosi lei interessata per trovargli un assistente notturno, venendo ogni mattina prelevato per andare al negozio e venendo riportato all’ora di pranzo. La predetta ha altresì riferito che siccome i Mi. pranzavano dopo le ore 15,00 e che lei giungeva verso le ore 15,30-16,00, allontanandosi verso le ore 18,00-18,30, trovava lo zio Um. sempre a tavola anziché, come avrebbe preferito, a letto. Ha precisato altresì che lo zio aveva problemi di udito, che lo stesso non era in grado di fare un ragionamento e si limitava rispondere con si o con un no alle domande che gli venivano rivolte e talvolta rispondeva “non ricordo” ed in uno stato di continuo torpore.

Se ne deve ricavare: che il tempo da dette testi trascorso con il signor Ca. era minimo; che all’epoca dei fatti il complessivo stato di malattia non era tale da precludere al signor Ca. di trascorrere le ore del mattino fuori di casa; che sussiste una contraddittorietà tra le dichiarazioni della teste De.Fe.Gi. e quelle della teste Ch. circa le abitudini pomeridiane dello zio Um. Non va inoltre dimenticato che, come emerge dagli atti, il signor Ca. era anche affetto da problemi di udito, patologia compatibile con lo stato di chiusura ed astrazione dal mondo esterno.

Di fronte a tale insufficiente quadro probatorio, del tutto correttamente poi il Tribunale ha vagliato il contenuto del testamento medesimo e gli elementi di valutazione da esso desumibili (Cass., sent. n. 230/2011), deponenti in senso contrario all’assunto di parte attrice. Ovviamente l’insufficienza della prova non può che tradursi nel rigetto della domanda, non potendo nella fattispecie ravvisarsi una situazione di infermità totale e permanente che rendesse il soggetto privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi, tale da giustificare un’inversione dell’onere della prova (Cass., sent. n. 652/1991; n. 9508/2005; n. 807/2005; n. 9081/2010; n. 7477/2011).

Anche i motivi di appello con cui si censura la statuizione di insussistenza dei presupposti per l’annullamento dell’atto ex art. 624 c.c. non si ritengono meritevoli di accoglimento.

Premesso che non può trovare in questa sede ingresso ogni questione finalizzata a valutare la sussistenza o meno di indici rivelatori di una simulazione, in quanto non costituente oggetto di specifica domanda né di prova su cui si sia potuto instaurare valido contraddittorio, le risultanze processuali non consentono, come rilevato dal tribunale, di ritenere raggiunta la prova di fatti certi e significativi atti ad integrare raggiri od altre manifestazioni fraudolente idonee a trarre in inganno il de cuius ed a condizionarne la volontà, orientandola verso il compimento di atti cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata, a ciò non potendo bastare, secondo consolidata giurisprudenza, qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma essendo necessario raggiungere la prova del concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato, dovendo la relativa prova, sia pure presuntiva, fondarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire la attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore (Cass., sent. n. 2122/1991; n. 7689/1999; n. 8047/2001 Sez. 2, Sentenza n. 14011 del 28/05/2008).

Del pari condivisibile è l’affermazione del tribunale secondo cui la circostanza che l’anziano venisse prelevato al mattino dai nipoti Ca., per trascorrere di buon grado la mattinata presso il loro esercizio commerciale, non può di per sé indurre a ritenere provato che detti nipoti ne abbiano coartato la volontà esercitando sullo stesso un’illecita attività di convincimento finalizzata alla modifica delle precedenti disposizioni testamentarie, non potendo neppure la captazione testamentaria ed il dolo contrattuale essere reso palese dai successivi contratti di donazione e compravendita immobiliare del dicembre 1997 (stipulati, secondo la prospettazione di parte attrice, con la finalità di rendere irrevocabile la volontà dello zio) riguardando l’atto di liberalità un cespite immobiliare non compreso nel precedente testamento e non avendo comunque i contratti inter vivos il crisma dell’irretrattabilità degli effetti, essendo impugnabili sotto diversi profili dagli eredi (come poi avvenuto), non potendo quindi da dette iniziative negoziali desumersi l’impiego, ex ante, di mezzi fraudolenti atti a coartare la volontà del testatore.

Neppure la circostanza, dedotta dagli attori, che il raggiro configurante il dolo contrattuale sia consistito nello sfruttare l’instabilità psichica e la suggestionabilità dello zio facendogli credere di continuare a svolgere l’attività di commerciante nell’esercizio di (…) risulta comprovata, non risultando acquisita la prova che il sig. Ca. abbia manifestato un interesse maniacale per l’attività dei nipoti e palesato il convincimento di continuare a svolgere l’attività di commerciante (si vedano al riguardo le dichiarazioni testimoniali del dott. Ro. e di An.Ch.).

Non è pertanto dato ritenere raggiunta la prova che siano stati usati raggiri tali che senza di essi il sig. Ca. non avrebbe prestato il proprio consenso per la conclusione dei contratti di vendita, mediante una falsa rappresentazione della realtà tale da provocare nel suo meccanismo volitivo un errore da considerarsi essenziale ex art. 1429 c.c., non essendo sufficiente per l’annullamento del contratto una qualunque influenza psicologica sull’altro contraente ma artifici, raggiri o menzogne che abbiano avuto comunque un’efficienza causale sulla sua determinazione volitiva e quindi sul consenso, dovendo il raggiro o l’inganno aver agito come fattore decisivo e determinante della volontà (Cass., Sez. U, Sent. n. 1955/1996; n. 4409/1999; n. 12424/2006).

Con l’ultimo motivo di appello si dolgono gli appellanti della mancata applicazione dell’art. 92 c.p.c., stante l’accoglimento dell’eccezione di nullità degli atti processuali compiuti dal difensore dei Ca., dovendo a tale riguardo ritenersi parte avversa parzialmente soccombente, essendo state rigettate le avverse deduzioni.

Il motivo non può essere accolto, atteso che: gli attori sono rimasti totalmente soccombenti in merito alle plurime domande proposte; a seguito della pubblicità data alla vicenda del difetto di ius postulandi in capo al soggetto che si era costituito quale difensore dei Ca., la nullità i dell’attività compiuta andava dichiarata d’ufficio; si era costituito in cancelleria il nuovo difensore Avv. Sa.La., partecipando alle successive attività difensive (precisazione delle conclusioni e deposito comparsa conclusionale e di replica, partecipazione alle successive udienze a seguito della rimessione della causa sul ruolo per espletamento di CTU e per richiesta di chiarimenti al CTU, nuova precisazione delle conclusioni e deposito di nuova comparsa conclusionale), sicché tale attività andava remunerata.

Neppure può accogliersi, in quanto inammissibile perché genericamente formulato, il motivo subordinato, secondo cui le spese si sarebbero dovute liquidare “in misura proporzionale all’attività difensiva legalmente compiuta” atteso che non risulta specificato perché ed in quale misura l’importo liquidato in sentenza (Euro 3.428,00, di cui Euro 1.128,00 per diritti ed Euro 2.300,00 per onorario) fosse eccedente l’attività effettivamente espletata da detto difensore, né risultando esplicitati eventuali errori che sarebbero stati commessi dal primo giudice nel liquidare detti importi. Le spese del presente grado di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando sull’appello avverso la sentenza n. 924/2010 del Tribunale di Taranto in data 13.5.2010, proposto da Mi.Mi., Mi.An. e Mi.Lu. nei confronti di Ca.Fr. e Ca.Um.Ma., così provvede:

1) rigetta l’appello e per l’effetto conferma l’impugnata sentenza;

2) condanna l’appellante alla rifusione delle spese di parte appellata per questo grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 3.960,00, oltre accessori di legge, da distrarsi in favore dell’Avv. Sa.La., dichiaratasi antistataria.

Così deciso in Taranto, 24 gennaio 2014.

Depositata in Cancelleria il 14 marzo 2014.

Corte di Cassazione|Sezione 2|Civile|Sentenza|22 marzo 2018| n. 7178

Successione mortis causa – Divisione ereditaria – Azione di riduzione – testamento – Azione di nullità – Errore di cui all’art. 624, comma 2, cc – Natura

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere

Dott. ABETE Luigi – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 28120/’13) proposto da:

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), in proprio e quale erede di (OMISSIS), rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. (OMISSIS) ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. (OMISSIS), in (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in virtu’ di procura speciale a margine del controricorso (contenente ricorso incidentale), dagli Avv.ti (OMISSIS) e (OMISSIS) ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, in (OMISSIS);

– controricorrente – ricorrente incidentale –

Avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze n. 593/2013, depositata il 22 aprile 2013 (e non notificata);

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 18 dicembre 2017 dal Consigliere relatore Aldo Carrato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e per l’inammissibilita’ del ricorso incidentale;

uditi l’Avv. (OMISSIS) (per delega) nell’interesse della ricorrente principale e l’Avv. (OMISSIS) per il controricorrente – ricorrente incidentale.

FATTI DI CAUSA

Con sentenza non definitiva del 3 luglio 2008, il Tribunale di Firenze, decidendo sulla causa instaurata dalla sig.ra (OMISSIS) nei confronti del germano sig. (OMISSIS) per la divisione dell’eredita’ della loro genitrice (OMISSIS), cosi’ provvedeva:

– accoglieva l’azione di riduzione proposta dall’attrice (nella qualita’ di erede del padre (OMISSIS)), disponendo la riduzione delle disposizioni testamentarie di cui alle schede redatte dalla genitrice (OMISSIS), pubblicate il 13 marzo 2000, nella misura di tre quarti dell’intero asse ereditario;

– dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle stesse schede testamentarie;

– riconosceva il diritto della stessa attrice di succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto della (OMISSIS);

– approvava il rendiconto redatto dal c.t.u. e dichiarava il diritto delle medesima attrice a percepire l’importo di Euro 61.718,29.

Avverso la suddetta sentenza proponeva appello il convenuto (OMISSIS) articolato in complessivi quattro motivi, al quale resisteva l’originaria attrice che, a sua volta, formulava appello incidentale in relazione al rigetto della domanda di declaratoria di inefficacia (od invalidita’) del preteso testamento, oltre che in ordine alla nullita’ della divisione, per effetto della pretermissione del legittimario, con la conseguente devoluzione dell’eredita’ in quote paritarie, deducendo, inoltre, la circostanza dell’intervenuta definizione transattiva della divisione dei cespiti immobiliari, chiedendo di procedersi alla divisione del patrimonio residuo (comprendente beni mobili e denaro) a perfetta meta’.

La Corte di appello di Firenze, con sentenza non definitiva n. 593/2013 (depositata il 22 aprile 2013), in parziale riforma della impugnata sentenza di primo grado, cosi’ decideva:

– accertava e dichiarava che la successione di (OMISSIS) avrebbe dovuto essere devoluta secondo la volonta’ testamentaria della de cuius di cui alle schede testamentarie pubblicate dal notaio (OMISSIS) il 13 marzo 2000, previa riduzione proporzionale per la determinazione della quota legittima di 1/4 dell’eredita’ spettante a (OMISSIS);

– accertava e dichiarava la devoluzione della predetta quota legittima agli eredi di (OMISSIS), e cioe’ a (OMISSIS) e (OMISSIS), ciascuno per meta’;

– disponeva la rimessione della causa sul ruolo per la determinazione della quota legittima e la sua divisione.

A sostegno dell’adottata pronuncia il giudice di secondo grado disattendeva – in primo luogo – l’eccezione pregiudiziale di tardivita’ dell’appello incidentale e respingeva quest’ultimo con riferimento alla domanda di invalidita’ del testamento della (OMISSIS) (sulla cui volonta’ devolutiva dei beni ereditari in favore di entrambi i figli non poteva nutrirsi alcun dubbio). Delibando, poi, sul merito delle censure avanzate dall’appellante principale, premessa l’insussistenza dell’incompatibilita’ della tutela del diritto del legittimario con la divisio inter liberos ex articolo 734 c.c., le accoglieva nella parte in cui il Tribunale di prime cure aveva dichiarato la nullita’ della divisione quale conseguenza della ritenuta fondatezza dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto. La stessa Corte territoriale confermava, poi, la riduzione delle disposizioni testamentarie della (OMISSIS) e, per l’effetto, accertato e dichiarato che la quota spettante al legittimario pretermesso (OMISSIS) era corrispondente ad 1/4, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote attribuite ai due eredi testamentari secondo le ritenute valide disposizioni della testatrice, dava atto del venir meno dell’esigenza della formazione dei lotti secondo quote paritarie previste in sentenza e della conseguente necessita’ della formazione di un progetto di assegnazione dal momento che gli eredi risultavano gia’ assegnatari, con effetti reali, dei beni loro attribuiti per testamento. Sulla base di queste disposizioni, la Corte fiorentina disponeva la rimessione della causa sul ruolo per procedere all’anzidetta individuazione dei beni da attribuire al legittimario pretermesso, pari a 1/4 del relictum, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote gia’ assegnate agli eredi e con la ridistribuzione di detta quota per meta’, corrispondente ad 1/8 dello stesso relictum in favore di ciascuna parte, nella qualita’ di erede paritario del legittimario in nome del quale era stata esercitata jure successionis l’azione di riduzione.

Avverso la suddetta sentenza (non notificata) ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS), articolato in quattro motivi, al quale ha resistito l’intimato (OMISSIS) con controricorso contenente, a sua volta, ricorso incidentale riferito a tre motivi. La ricorrente principale ha formulato anche controricorso al ricorso incidentale avanzato dal (OMISSIS).

I difensori di entrambe le parti hanno anche depositato, rispettivamente, memoria illustrativa ai sensi dell’articolo 378 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo complesso motivo la ricorrente principale – avuto riguardo al rigetto dell’appello incidentale dalla stessa proposto volto ad ottenere la dichiarazione di nullita’ e/o di annullabilita’ del testamento della genitrice (OMISSIS) (sul presupposto della deduzione dell’erroneita’ dell’impugnata sentenza nella parte in cui aveva ritenuto che le schede redatte dalla (OMISSIS) avevano la natura di testamento essendo indubitabile la manifestazione della volonta’ testamentaria della de cuius) – ha denunciato:

– la nullita’ della sentenza di appello per assunta carenza di uno dei requisiti indispensabili ex articolo 132 c.p.c., per il raggiungimento dello scopo ex articolo 156 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la nullita’ della stessa sentenza per asserita violazione dell’articolo 115 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la violazione e falsa applicazione dell’articolo 624 c.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con il secondo, articolato, motivo la ricorrente principale ha – con riferimento alla parte della sentenza di appello con la quale era stata ravvisata la validita’ della divisione disposta con le schede testamentarie della (OMISSIS), malgrado non avesse in essa compreso il coniuge legittimario (OMISSIS) (per la cui relativa lesione dei diritti la stessa (OMISSIS) aveva esercitato in via pregiudiziale “ab origine” l’azione di riduzione per il riconoscimento della quota spettantele quale erede del padre, deceduto successivamente senza testamento) – prospettato:

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la nullita’ dell’impugnata sentenza per asserita violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’assunta violazione o falsa applicazione degli articoli 734 e 735 c.c., in ordine all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la terza censura – correlata all’addotta erroneita’ della sentenza di secondo grado nella parte in cui si era pronunciata ultra petita e, comunque, in violazione delle norme sui diritti riservati ai legittimari – la difesa della (OMISSIS) ha inteso denunciare:

– la nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la violazione o falsa applicazione degli articoli 542, 554, 556, 558 e 735 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la quarta ed ultima doglianza – rivolta alla denuncia dell’omessa pronuncia sull’appello incidentale formulato dalla stessa – la ricorrente principale ha dedotto la nullita’ della sentenza impugnata per violazione dell’articolo 112c.p.c. (in relazione all’articolo 360c.p.c., comma 1, n. 4) e l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia (ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5).
  2. Con la prima censura del ricorso incidentale la difesa del (OMISSIS) ha – in ordine alla critica della stima dei beni immobili compiuta dal c.t.u. e alla ravvisata necessita’ della sua rielaborazione – prospettato la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., (in relazione all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 3) nonche’ l’omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  3. Con il secondo motivo del ricorso incidentale – riferita alla mancata condivisione dei risultati e del metodo di valutazione dei beni mobili operata dal c.t.u. – sono stati prospettati gli stessi vizi di cui all’appena riportata prima censura.
  4. Con il terzo ed ultimo motivo del ricorso incidentale – riguardante la mancata disposizione del rendiconto a carico della controparte sui beni dalla stessa posseduti sul presupposto della tardivita’ della relativa richiesta – il (OMISSIS) ha inteso far valere la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., oltre che dell’articolo723 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, unitamente al vizio di omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  5. Cominciando, in ordine logico-giuridico, l’esame delle formulate censure con la considerazione del primo motivo del ricorso principale, rileva il collegio che esso deve essere dichiarato in parte inammissibile e in parte infondato.

La doglianza si prospetta, invero, inammissibile nella parte in cui con la stessa risultano denunciati vizi processuali ricondotti all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, perche’, con la relativa deduzione, la ricorrente principale ha inteso solamente far valere la supposta violazione di legge attinente alla qualificazione come testamento delle schede redatte dalla (OMISSIS) avuto riguardo all’interpretazione delle disposizioni in esse contenute e all’emergenza di un’effettiva manifestazione di volonta’ testamentaria, in tal senso prospettando anche il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con riferimento a quest’ultimo pure deve pervenirsi ad una pronuncia di inammissibilita’ perche’ – applicandosi, nel caso di specie, la nuova formulazione della relativa previsione normativa come introdotta dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 1, lettera b), conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, (sul presupposto che la sentenza impugnata e’ stata pubblicata successivamente all’il settembre 2012, in virtu’ di quanto stabilito dal citato Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 3) – la Corte di appello di Firenze ha – in linea con la giurisprudenza di questa Corte (v., per tutte, Cass. Sez. U. n. 8053 e 8054 del 2014 e, da ultimo, Cass. n. 9253/2017) – certamente esaminato la relativa doglianza sul fatto decisivo della controversia riguardante l’asserita invalidita’ del testamento della (OMISSIS), adottando una motivazione sicuramente sufficiente, non omettendola ne’ fornendo una giustificazione argomentativa sul piano logico-giuridico meramente apparente del suo convincimento.

Il prospettato vizio di violazione di legge e’, invece, privo di fondamento.

Infatti, il giudice di appello ha espressamente e logicamente motivato sull’effettivita’ dell’emergenza dal contenuto delle schede testamentarie della univoca volonta’ della testatrice nel rendere le disposizioni ereditarie (riguardanti i beni immobili alla stessa appartenenti) in favore dei due figli, ancorche’ emesse nel convincimento (o, comunque, nell’auspicio) della ritenuta corrispondenza ai loro stessi desideri. Certamente questa finalita’ rafforzativa della volonta’ della de cuius (compendiata nell’espressione dell’incipit “…dedico ai miei due carissimi figli – per testamento il mio avere – come gia’ da loro espresso desiderio nella divisione di: a mia figlia….; a mio figlio…”) non poteva aver determinato il venir meno del presupposto intento pienamente volitivo della testatrice, ne’ puo’ ritenersi che, nel caso di specie, come sostenuto dalla ricorrente principale, si fosse venuta a configurare una ipotesi di “errore sul fatto”, nel senso che la suddetta volonta’ era stata condizionata in modo decisivo dalla rappresentazione di un fatto (da inquadrarsi in senso oggettivo) non vero (cfr. Cass. n. 24637/2010).

Invero, secondo la concorde giurisprudenza di questa Corte (v., anche, Cass. n. 2152/1966 e Cass. 2132/1971), l’errore sul motivo, assunto dall’articolo 624 c.c., comma 2, quale causa di annullamento di disposizioni testamentarie, si identifica in quello che cade sulla realta’ obiettiva e non gia’ sulla valutazione che di essa abbia fatto il testatore, nel suo libero ed insindacabile apprezzamento circa l’importanza e le conseguenze della realta’ stessa, in relazione alle sue personali vedute ed aspirazioni ed ai fini perseguiti nel dettare le sue ultime volonta’ (donde tale soggettiva valutazione della realta’ obiettiva e’ da qualificarsi come giuridicamente irrilevante). Peraltro, l’apprezzamento del giudice del merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, e’ incensurabile in sede di legittimita’, se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto, come verificatosi nella fattispecie.

In altri termini, il giudice di appello ha, nella vicenda che ci occupa, legittimamente ritenuto che il contenuto dei testamenti (con cui aveva disposto del suo complessivo patrimonio immobiliare) corrispondesse alla reale volonta’ della testatrice, senza che essi contenessero alcun errore (escludendosi, percio’, la supposta violazione dell’articolo 624 c.c.), inteso nel senso di distorsione della realta’ oggettiva, esprimendo gli stessi soltanto una convinzione maturata dalla (OMISSIS) e legittimamente dalla stessa posta a base delle proprie disposizioni di ultima volonta’.

  1. La seconda, complessa, censura dedotta con il ricorso principale – nei termini prima richiamati – e’, ad avviso del collegio, da dichiarare inammissibile con riguardo alla dedotta violazione ricondotta all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 5, (per le stesse ragioni esposte con riferimento al primo motivo, avendo la Corte territoriale comunque esaminato l’ulteriore fatto decisivo della causa riferito alla contestata validita’ della divisione operata con testamento dalla (OMISSIS)), infondata in relazione al supposto vizio di omessa pronuncia (palesemente insussistente) mentre e’ da ritenersi fondata in ordine alla denunciata violazione degli articoli734 e 735 c.c..

E’ opportuno premettere che l’attuale ricorrente principale, fin dall’originario atto di citazione, aveva richiesto (ribadendo le domande anche in sede di precisazione delle conclusioni) – subordinatamente alla domanda principale di dichiarazione di invalidita’ e/o di inefficacia dei testamenti olografi della (OMISSIS) (come detto rigettata con la sentenza di primo grado e confermata sul punto dalla sentenza d’appello, il cui motivo, riproposto in questa sede, e’ stato respinto per quanto chiarito in ordine alla prima censura) – che venisse, comunque, accertata e dichiarata la nullita’ dei testamenti stessi ai sensi dell’articolo 735 c.c., comma 1, o, comunque, della sola divisione sempre in virtu’ della stessa norma (v. pagg. 6-8 del ricorso) per pretermissione del coniuge legittimario (ancora vivente al momento dell’apertura della successione, ancorche’ deceduto poco tempo dopo). Da cio’ sarebbe derivata la conseguente dichiarazione che allo stesso legittimario pretermesso (poi deceduto) spettava (ai sensi dell’articolo 542 c.c., comma 2) la quota di riserva di 1/4 dell’eredita’ relitta della (OMISSIS) e che, pertanto, a seguito della sopravvenuta morte (“ab intestato”) del padre (marito della (OMISSIS)), previo accertamento che ella era erede legittima del padre per la quota del 50% ed in accoglimento dell’azione di riduzione cumulativamente proposta (quale, appunto, erede di (OMISSIS)), alla medesima avrebbe dovuto essere riconosciuta una quota pari al 50% dell’intero asse relitto dalla madre (OMISSIS).

Le domande formulate in via subordinata venivano accolte con la sentenza di primo grado del Tribunale di Firenze, il quale riteneva fondata l’azione di riduzione proposta dall’attrice in qualita’ di erede del padre successivamente deceduto (provvedendo alle relative riduzioni) e dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle impugnate schede testamentarie della (OMISSIS), con il conseguente riconoscimento del diritto della (OMISSIS) a succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto di (OMISSIS) di cui alle stesse schede testamentarie, provvedendo, inoltre, sull’approvazione del rendiconto.

La Corte di appello di Firenze (la cui sentenza qui impugnata e per come depositata nell’interesse della ricorrente principale nella forma di cui all’articolo 369 c.p.c., comma 2, pur essendo monca della pag. 9, risulta sufficientemente intelligibile ai fini dell’esame del secondo motivo, anche alla stregua del concorde richiamo del relativo contenuto nei rispettivi ricorsi di entrambe le parti in questa fase di legittimita’), adita dal (OMISSIS), pur dando atto che non era stato proposto gravame dal predetto appellante sul punto della decisione di primo grado con cui erano state accertate la lesione dei diritti del legittimario (OMISSIS) e l’ammissibilita’ dell’azione di riduzione esercitata dalla (OMISSIS) quale erede dello stesso legittimario pretermesso (v. pag. 8 della sentenza di appello, donde la formazione dell’acquiescenza su tale questione e il relativo passaggio in giudicato sull’intervenuto accoglimento della inerente domanda), ha riformato la sentenza di primo grado proprio con riferimento alla dichiarazione di nullita’ della divisione quale conseguenza dell’accoglimento dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto.

Cosi’ statuendo, pero’, la Corte territoriale e’ incorsa nella denunciata violazione dell’articolo 734 e, soprattutto, dell’articolo 735 c.c..

Ad avviso del collegio, infatti, risulta erronea la sentenza impugnata nella parte in cui con essa e’ stata riformata la decisione di primo grado, dovendo, invece, pervenirsi – come domandato nell’originaria citazione dalla (OMISSIS) (che non si era, quindi, limitata solo a proporre, in via pregiudiziale, una domanda di riduzione quale erede del padre successivamente deceduto) – alla dichiarazione di nullita’ della divisione operata direttamente dalla testatrice che aveva disposto dei suoi beni pretermettendo il coniuge legittimario.

Cosi’ provvedendo, il giudice di appello e’ incorso, specificamente, nella violazione del primo comma del citato articolo 735 c.c., determinando il mancato riconoscimento, in favore della ricorrente principale, del diritto a succedere nella meta’ (indistinta) dell’intero asse relitto dalla (OMISSIS), stante l’assenza nel testamento “di criteri per la definizione delle quote da assegnare” a ciascuno dei due eredi parti in causa (con totale pretermissione del coniuge legittimario, non istituito formalmente coerede, che aveva legittimato la stessa (OMISSIS) ad agire per la relativa azione di riduzione essendo a sua volta diventata coerede del padre, nelle more deceduto senza testamento), sul presupposto che l’istituzione di eredi testamentari era stata fatta dalla “de cuius” per cespiti immobiliari nominati (in funzione, per l’appunto, divisoria tra i due germani eredi) e non per quote.

Ha, quindi, errato la Corte fiorentina laddove ha ritenuto che la nullita’ della divisione contemplata dall’articolo 735 c.c., comma 1, operi solo nell’ipotesi in cui il testatore abbia espressamente previsto che il legittimario debba essere soddisfatto con beni non compresi nel relictum, ritenendo, invece, esclusa l’operativita’ di siffatta nullita’ nel caso di pretermissione del legittimario dal testamento e dalla divisione, sul presupposto che, in tal caso, la divisione sarebbe idonea a conservare i suoi effetti previa riduzione delle assegnazioni e, quindi, facendo in modo che l’erede pretermesso possa essere soddisfatto con beni provenienti dal relictum, da prelevarsi proporzionalmente da quelli attribuiti agli eredi testamentari.

Cosi’ statuendo, infatti, il giudice di appello ha illegittimamente assoggettato alla stessa disciplina il caso della pretermissione dell’erede legittimario e quello della lesione della quota di legittima che, invece, il legislatore ha voluto mantenere distinti, prevedendo una differenziata disciplina contenuta, rispettivamente, nel primo e nel piu’ volte menzionato articolo 735 c.c., comma 2.

Infatti, in virtu’ del disposto di cui al primo comma di detta norma, in caso di divisione testamentaria con pretermissione del legittimario, la divisione proprio perche’ ne e’ impedita la realizzazione della causa per effetto dell’anomalia funzionale dipendente dalla mancata previsione della partecipazione ad essa di un avente diritto – e’ da ritenersi nulla (v. Cass. n. 2367/1970; Cass. n. 2870/1972 e, in motivazione, anche se solo per obiter, Cass. Sez. U. n. 20644/2004), ragion per cui deve escludersi, in tale ipotesi, la configurabilita’ dell’efficacia reale della c.d. divisici inter liberos (ritenuta, invece, operante dalla Corte di appello toscana), derivando dalla nullita’ della divisione testamentaria il ripristino della comunione ereditaria.

Essendo stata, quindi, nella concreta fattispecie, proficuamente reclamata, in via preliminare, la quota ereditaria riservata al legittimario per mezzo dell’accolta azione di riduzione esperita dalla ricorrente principale quale legittima erede del padre pretermesso (v., per idonei riferimenti, anche Cass. n. 3599/1992 e Cass. n. 3694/2003), il giudice di appello avrebbe dovuto ritenere fondata (come, del resto, aveva rilevato correttamente il giudice di prime cure) la correlata domanda di nullita’ del riparto divisorio cosi’ come operato di sua iniziativa dalla testatrice con attribuzione diretta di distinti cespiti dell’intero patrimonio ereditario immobiliare, concretamente individuati, in favore dei due figli a causa della “preterizione divisoria del legittimario”.

In definitiva, in accoglimento per quanto di ragione (ovvero relativamente alla denuncia violazione di legge sostanziale) del secondo motivo dedotto con il ricorso principale, la sentenza della Corte di appello di Firenze deve essere cassata “in parte qua”, enunciandosi – ai sensi dell’articolo 384 c.p.c., comma 2, il principio di diritto secondo cui “deve essere accolta la domanda di nullita’, proposta dal legittimario pretermesso nel testamento (o, in sostituzione del medesimo, da un suo erede, come verificatosi nel caso di specie), della divisione del patrimonio ereditario disposta direttamente dal testatore qualora Io stesso legittimario (o un suo erede agente “iure successionis”), da considerarsi preterito per non essere stato compreso nella divisione, abbia positivamente esperito in via preventiva l’azione di riduzione”.

Alla ritenuta fondatezza di detta censura nei richiamati termini consegue, per derivazione logico-giuridica, la dichiarazione di assorbimento dei residui motivi proposti con il ricorso principale e di tutti quelli avanzati con il ricorso incidentale.

Il giudice di rinvio (che si designa in altra Sezione della Corte di appello di Firenze), oltre a conformarsi al su riportato principio di diritto, provvedera’ anche a regolare le spese della presente fase di giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso principale; accoglie, per quanto di ragione, il secondo motivo dello stesso ricorso principale e dichiarata assorbiti gli altri motivi del ricorso principale e tutti i motivi del ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per la regolazione delle spese della presente fase di legittimita’, ad altra Sezione della Corte di appello di Firenze.

Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

Successione transnazionale - Legge regolatrice avvocato esperto
Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

Corte di Cassazione|Sezione U|Civile|Sentenza|5 febbraio 2021| n. 2867

PRINCIPIO

Allorche’ la legge nazionale che regola la successione transnazionale, ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 46 sottopone i beni mobili alla legge del domicilio del de cuius e rinvia indietro alla legge italiana, come consentito dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1, lettera b), per la disciplina dei beni immobili compresi nell’eredita’, si verifica l’apertura di due successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi che verificano la validita’ e l’efficacia del titolo successorio (anche, nella specie, con riguardo ai presupposti, alle cause, ai modi ed agli effetti della revoca del testamento), individuano gli eredi, determinano l’entita’ delle quote e le modalita’ di accettazione e di pubblicita’ ed apprestano l’eventuale tutela dei legittimari.

Successione transnazionale - Legge regolatrice avvocato esperto
Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

La revoca del testamento doveva invece giudicarsi secondo la lex rei sitae degli immobili, sicche’ l’atto avrebbe conservato efficacia, stando al diritto italiano, nonostante il successivo matrimonio del testatore. Il terzo motivo del ricorso di (OMISSIS) allega la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 evincibile da quanto affermato nella sentenza impugnata, secondo cui l’articolo 46 citato ammetterebbe il testatore soltanto ad optare per la legge dello Stato in cui risiede, che nella specie sarebbe stata quella italiana. Secondo il ricorrente principale, la Corte di Milano avrebbe errato nell’applicare l’articolo 46 citato, in quanto la “non scelta” della legge di residenza da parte del testatore avrebbe dovuto indurre ad escludere l’operativita’ dell’articolo 13, o comunque del rinvio indietro ai sensi del comma 2 di tale ultima norma. Il quarto motivo del ricorso di (OMISSIS) censura la violazione del giudicato interno in relazione all’affermazione che il de cuius, con il testamento del 1997, non avrebbe positivamente scelto la legge inglese, a differenza di quanto accertato dal Tribunale. Il quinto motivo del ricorso di (OMISSIS) denuncia la violazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 1, articoli 13 e 15, per aver la Corte di Milano ritenuto che la successione fosse disciplinata dalla legge inglese per i beni mobili e dalla legge italiana per gli immobili, in quanto l’articolo 13 citato escluderebbe la possibilita’ di applicare le norme di conflitto inglesi che frazionano la successione; per il ricorrente principale, si dovrebbe, piuttosto, intendere che il richiamo dell’articolo 46 alla legge nazionale comporti che l’intera successione resti regolata dal diritto materiale inglese, con conseguenti revoca del testamento per successivo matrimonio ed esclusione della successione ab intestato del coniuge con riguardo ai beni immobili

propose azione di petizione di eredita’ e domando’ di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data 29 ottobre 1997 da (OMISSIS), con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in (OMISSIS), due appartamenti in (OMISSIS), un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalita’ del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della L. n. 218 del 1995, sicche’ il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837. Per (OMISSIS) la successione di (OMISSIS) andava quindi considerata ab intestato, restando disciplinata dal diritto inglese, con attribuzione in suo favore di tutti i beni mobili personali del defunto, nonche’ di un terzo degli immobili in applicazione dell’articolo 581 c.c., operante per il “rinvio indietro” voluto dalla legge inglese

– Principi REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SPIRITO Angelo – Primo Presidente f.f. Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente di sez. Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere Dott. MANCINO Rossana – Consigliere Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 25821-2014 proposto da: (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS); – ricorrente – contro (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS); (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difese dall’avvocato (OMISSIS); – controricorrenti – e contro (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS); – intimati – nonche’ sul ricorso proposto da: (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS); – ricorrente incidentale – contro (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS); – intimati – nonche’ sul ricorso proposto da: (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difese dall’avvocato (OMISSIS); – ricorrente incidentale – contro (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS); (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS); – controricorrenti – nonche’ contro (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS); – intimati – avverso la sentenza n. 2105/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 06/06/2014; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/01/2021 dal Consigliere ANTONIO SCARPA; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MISTRI CORRADO, il quale ha concluso per il rigetto dei ricorsi proposti da (OMISSIS) e da (OMISSIS) e per l’assorbimento dei ricorso proposto da (OMISSIS); uditi gli Avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) e MICHELA BURCHI per delega dell’Avvocato (OMISSIS). FATTI DI CAUSA 1. (OMISSIS) ha proposto ricorso articolato in cinque motivi avverso la sentenza n. 2105/2014 della Corte d’appello di Milano, depositata il 6 giugno 2014. (OMISSIS) ha quindi notificato controricorso con ricorso incidentale articolato in quattro motivi. Anche (OMISSIS) ha notificato controricorso e ricorso incidentale in due motivi, condizionato all’accoglimento dei ricorsi avversi. (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno notificato controricorsi per resistere al ricorso incidentale di (OMISSIS). A seguito di ordinanza del 5 febbraio 2019, e’ stata disposta la notificazione del ricorso altresi’ a (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), i quali non hanno tuttavia svolto attivita’ difensive. 2. (OMISSIS) convenne nel 2001 dinanzi al Tribunale di Milano (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), figli di (OMISSIS), cittadino inglese morto a (OMISSIS), con il quale l’attrice aveva contratto matrimonio il (OMISSIS). (OMISSIS) propose azione di petizione di eredita’ e domando’ di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data 29 ottobre 1997 da (OMISSIS), con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in (OMISSIS), due appartamenti in (OMISSIS), un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalita’ del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della L. n. 218 del 1995, sicche’ il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837. Per (OMISSIS) la successione di (OMISSIS) andava quindi considerata ab intestato, restando disciplinata dal diritto inglese, con attribuzione in suo favore di tutti i beni mobili personali del defunto, nonche’ di un terzo degli immobili in applicazione dell’articolo 581 c.c., operante per il “rinvio indietro” voluto dalla legge inglese. La citazione di (OMISSIS) conteneva altresi’, ove si fosse ritenuto tuttora efficace il testamento, la domanda di attribuzione del legato ivi contemplato ed istanze subordinate di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della legittima e di rendiconto, nonche’ la richiesta di scioglimento della comunione ereditaria. Tutti i convenuti, tranne (OMISSIS), si costituirono, prospettando le loro difese nel senso della validita’ del testamento o della integrale applicabilita’ della legge italiana o della rilevanza del codicillo modificativo del de cuius rinvenuto in sede di inventario, sulla cui autenticita’ venne espletata consulenza tecnica. In corso di lite, (OMISSIS) e (OMISSIS) acquistarono le quote ereditarie di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). 3. All’esito dell’istruttoria, il Tribunale di Milano, con sentenza del 20 aprile 2009, dichiaro’ revocato il testamento del 29 ottobre 1997, accerto’ la qualita’ di erede in capo ad (OMISSIS) e riconobbe alla stessa il diritto ad un terzo dei beni immobili siti in Italia nonche’ a tutti i beni mobili personali del de cuius, sciolse la comunione ereditaria relativa al compendio immobiliare, attribuendo lo stesso ai condividenti (OMISSIS) e (OMISSIS), con conguaglio pari ad Euro 2.288,521,44 in favore della (OMISSIS). 4. Proposero appelli in via principale (OMISSIS) ed in via incidentale (OMISSIS) ed (OMISSIS). Venne accolto il gravame principale soltanto in punto di regolamentazione delle spese di primo grado, confermandosi per il resto la sentenza di primo grado. La Corte d’appello di Milano, per quanto innanzitutto ora rileva, affermo’ che: non era in discussione l’applicazione della legge inglese alla successione di (OMISSIS); in forza di cio’ doveva percio’ dirsi revocato il testamento del 29 ottobre 1997 quale conseguenza del successivo matrimonio del testatore con (OMISSIS), trattandosi peraltro di questione attinente ai rapporti patrimoniali fra i coniugi e non alle successioni, ai sensi della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 15; la successione doveva pertanto considerarsi ab intestato; in applicazione del diritto internazionale privato inglese, per i beni mobili doveva procedersi secondo la legge del domicilio del testatore al momento della morte, e quindi quella inglese, mentre per i beni immobili occorreva provvedere in base alla legge italiana, trovandosi gli stessi immobili in Italia (senza pero’ che la medesima legge italiana interferisse sul profilo della disciplina della revoca del testamento). Con ordinanza interlocutoria n. 18/2020 del 3 gennaio 2020, resa all’esito dell’udienza pubblica del 26 giugno 2019, la Seconda Sezione Civile di questa Corte ha rimesso i ricorsi al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite, ravvisando una pluralita’ di questioni di massima di particolare importanza. E’ stata altresi’ acquisita la relazione predisposta dell’Ufficio del massimario. Il pubblico ministero ha depositato memoria contenente le proprie conclusioni motivate. Le parti hanno presentato memorie ai sensi dell’articolo 378 c.p.c. RAGIONI DELLA DECISIONE 1. Sono superabili tutte le contrapposte eccezioni pregiudiziali sollevate dalle parti. 1.1. La procura per il ricorso per cassazione di (OMISSIS) e’ validamente conferita, soddisfacendo il requisito di specialita’ di cui all’articolo 365 c.p.c., giacche’ apposta su di un foglio separato ma materialmente unito al ricorso, per di piu’ contenente espresso riferimento alla sentenza impugnata, il che elimina ogni rilievo anche della mancanza della data, in applicazione dell’articolo 83 c.p.c., comma 3 (come novellato dalla L. 27 maggio 1997, n. 141). 1.2. Il ricorso principale contiene altresi’ una sufficiente esposizione sommaria dei fatti sostanziali e processuali della vicenda, funzionale alla comprensione dei motivi nonche’ alla verifica dell’ammissibilita’, pertinenza e fondatezza delle censure proposte. 1.3. I ricorsi incidentali di (OMISSIS) e di (OMISSIS) soddisfano l’esigenza di specifica indicazione, ex articolo 366 c.p.c., n. 6, e di produzione, ex articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4, degli atti e dei documenti si cui si fondano le censure. 2. Il primo motivo del ricorso di (OMISSIS) deduce la violazione e/o falsa applicazione “delle disposizioni di diritto internazionale privato (italiano e inglese) e della L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1 e articolo 15, sostenendo che la Corte d’appello avrebbe erroneamente applicato dapprima il diritto materiale inglese, cosi’ intendendo revocato il testamento a seguito del matrimonio del testatore, e poi la norma di diritto internazionale privato inglese sulla successione degli immobili regolata dalla lex rei sitae. Viceversa, accertata l’applicabilita’ della legge italiana in base al diritto internazionale privato inglese, la validita’ ed efficacia del testamento del 1997 andava giudicata in base alla legge italiana. Il secondo motivo del ricorso di (OMISSIS) denuncia ancora la violazione e/o falsa applicazione del diritto internazionale privato inglese e della L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1 e articolo 15, nonche’ del Will Act del 1837. Viene censurata la decisione della Corte di Milano per aver ritenuto che la revoca del testamento restasse regolata dalla legge inglese sia in base al regime successorio che alla disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi. La revoca del testamento doveva invece giudicarsi secondo la lex rei sitae degli immobili, sicche’ l’atto avrebbe conservato efficacia, stando al diritto italiano, nonostante il successivo matrimonio del testatore. Il terzo motivo del ricorso di (OMISSIS) allega la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 evincibile da quanto affermato nella sentenza impugnata, secondo cui l’articolo 46 citato ammetterebbe il testatore soltanto ad optare per la legge dello Stato in cui risiede, che nella specie sarebbe stata quella italiana. Secondo il ricorrente principale, la Corte di Milano avrebbe errato nell’applicare l’articolo 46 citato, in quanto la “non scelta” della legge di residenza da parte del testatore avrebbe dovuto indurre ad escludere l’operativita’ dell’articolo 13, o comunque del rinvio indietro ai sensi del comma 2 di tale ultima norma. Il quarto motivo del ricorso di (OMISSIS) censura la violazione del giudicato interno in relazione all’affermazione che il de cuius, con il testamento del 1997, non avrebbe positivamente scelto la legge inglese, a differenza di quanto accertato dal Tribunale. Il quinto motivo del ricorso di (OMISSIS) denuncia la violazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 1, articoli 13 e 15, per aver la Corte di Milano ritenuto che la successione fosse disciplinata dalla legge inglese per i beni mobili e dalla legge italiana per gli immobili, in quanto l’articolo 13 citato escluderebbe la possibilita’ di applicare le norme di conflitto inglesi che frazionano la successione; per il ricorrente principale, si dovrebbe, piuttosto, intendere che il richiamo dell’articolo 46 alla legge nazionale comporti che l’intera successione resti regolata dal diritto materiale inglese, con conseguenti revoca del testamento per successivo matrimonio ed esclusione della successione ab intestato del coniuge con riguardo ai beni immobili. 3. Il primo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, e delle norme consuetudinarie di diritto inglese, avendo la sentenza impugnata ignorato gli ambiti di applicazione della lex successionis e della lex rei sitae. In particolare, alla successione di (OMISSIS) si doveva applicare il diritto inglese, stante il principio di unitarieta’ ritraibile dall’articolo 46 citato, senza cosi’ riconoscere alcun diritto sul patrimonio immobiliare alla coniuge del de cuius. La legge italiana, quale lex rei sitae, avrebbe dovuto rilevare solo per le procedure di acquisto dei beni, per gli atti di autorizzazione o di immissione in proprieta’, per le formalita’ di controllo e vidimazione, e non invece per l’attribuzione della qualita’ di erede. Il secondo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) deduce la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2 e articolo 13, comma 2, sostenendo che la scelta da parte de cuius della lex successionis escluda l’applicazione del cosiddetto “rinvio indietro”, con conseguente applicazione alla successione di (OMISSIS) del solo diritto materiale inglese e non anche del diritto italiano, dal che la negazione di qualsiasi attribuzione ad (OMISSIS) eccedente i soli beni mobili del defunto. Il terzo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articolo 13 e articolo 48, nonche’ delle norme consuetudinarie di diritto inglese internazionale privato. Si assume che il rinvio alla lex rei sitae, voluto dal diritto inglese per il patrimonio ereditario immobiliare, avrebbe dovuto condurre alla conclusione della permanente validita’ del testamento del 29 ottobre 1997 alla stregua della disciplina successoria italiana, limitando la quota spettante al coniuge alla misura di un quarto stabilita dall’articolo 542 c.c. in tema di tutela dei legittimari. Il quarto motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) allega la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 581 c.c., in quanto la Corte d’appello ha attribuito ad (OMISSIS) tutti i beni mobili personali del de cuius ed un terzo degli immobili siti in Italia, senza neppure tener conto dei debiti gravanti sull’eredita’. 4. Il primo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS), proposto in via subordinata all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, e correlato al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato di 125.000 sterline, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Proyision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonche’ dell’articolo 581 c.c., ove si ritenesse applicabile alla successione il solo diritto inglese, dovendo in tal caso il legato gravare sull’asse ereditario immobiliare assegnato ai figli. Il secondo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS), proposto condizionatamente all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Provision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonche’ dell’articolo 542 c.c., ove viceversa si ritenesse applicabile il diritto italiano alla questione della validita’ del testamento, in tal caso potendo il legato gravare sul patrimonio immobiliare assegnato ai figli senza alcuna lesione di legittima. Al riguardo di tale legato ex lege (cosiddetto statutory legacy), la Corte d’appello, dopo aver riconosciuto l’irrilevanza della ravvisata revoca testamentaria, ha tuttavia sostenuto che esso “non puo’ gravare sull’asse ereditario costituito dagli immobili, poiche’ in tal caso verrebbero alterate in danno dei figli del defunto le quote di legittima in violazione della legge italiana”. 5. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 del 3 gennaio 2020 pronunciata dalla Seconda Sezione Civile ha cosi’ esposto le questioni di massima di particolare importanza che sono sottese alla decisione dei ricorsi. 5.1. Il de cuius (OMISSIS), che aveva mantenuto fino alla morte, avvenuta il (OMISSIS), cittadinanza e domicilio inglesi, aveva redatto il 29 ottobre 1997 testamento, istituendo propri eredi cinque dei suoi sette figli ed attribuendo un legato di 50.000 sterline ad (OMISSIS), che aveva poi sposato in data (OMISSIS). Non era stato accertato dai giudici del merito che il testatore avesse scelto di sottoporre la sua successione alla legge inglese (L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2), in maniera da precludere pure il rinvio alla legge italiana (L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 2). 5.2. L’asse ereditario comprendeva anche immobili siti in Italia (il compendio denominato “(OMISSIS)” in (OMISSIS) ed un immobile nel comune di (OMISSIS)). 5.3. La decisione della Corte d’appello era stata quella di regolare la successione secondo il diritto inglese, intendere percio’ revocato il testamento per effetto del successivo matrimonio alla section 46 del Will Act del 1837, procedere ab intestato, attribuire i beni mobili secondo la legge del domicilio del testatore e i beni secondo la legge di situazione. 5.4. La cornice normativa di riferimento va rinvenuta nella L. n. 218 del 1995, non avendo applicazione nella specie ne’ la Convenzione dell’Aja del 1 agosto 1989 ne’ il Regolamento UE n. 650/2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 4 luglio 2012. 5.5. la L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 1, da’ conferma del principio di unitarieta’ della successione. 5.6. Nei sistemi di common law, tuttavia, la successione non investe l’intero patrimonio del defunto. In particolare, il diritto internazionale privato inglese scinde la disciplina applicabile alla successione, riservando alla legge del domicilio del de cuius la sorte dei beni mobili ed alla lex rei sitae la regolamentazione degli immobili. 5.7. Concorrendo leggi diverse nella disciplina della medesima successione, in virtu’ del sistema della scissione dovrebbero costituirsi due distinte masse ereditarie e risolversi in base alle norme a ciascuna applicabili i problemi di validita’ ed efficacia del titolo successorio, quelli legati all’entita’ delle quote spettanti ai successori, o alle modalita’ della delazione, all’accettazione ed alla pubblicita’ degli atti, nonche’ all’eventuale tutela dei legittimari. 5.8. La professio iuris generalmente contemplata dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 2, lettera a) quale deroga al rinvio alla legge di altro Stato, e’ comunque limitata per le successioni causa mortis al solo eventuale riferimento che il testatore abbia fatto alla legge dello Stato in cui risiede. 5.9. A norma della L. n. 218 del 1995, articolo 15 la legge straniera va applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo. 5.10. dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13 si desume come venga ammesso sia il cosiddetto rinvio all’indietro (e cioe’ alla legge italiana), sia il cosiddetto rinvio altrove (e cioe’ ad un terzo ordinamento). Nel caso in esame, la legge inglese contiene, cosi’, un rinvio all’indietro alla legge italiana in base alla situazione dei beni, e tale rinvio e’ accettato dall’ordinamento italiano. 5.11. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 evidenzia allora come occorra verificare: 5.11.1. se, in base al combinato disposto della L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1, articolo 15 e articolo 46, comma 1, la collocazione dell’istituto della revoca del testamento nell’ambito della materia successoria o di quella matrimoniale debba operarsi in base ai criteri di qualificazione della legge italiana o della legge straniera (nella specie, quella inglese); 5.11.2. se l’applicabilita’ del diritto inglese sia altrimenti comunque da escludere a causa del criterio della scissione dello statuto successorio adottato in quell’ordinamento, giacche’ contrastante con il principio di unitarieta’ ed universalita’ della successione recepito anche dalla L. n. 218 del 1995, ove ritenuto inderogabile; 5.11.3. se, in base alla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1 e articolo 46, comma 1, sia corretto anteporre l’operativita’ della norma sostanziale inglese, riguardante la revoca testamentaria, alla disciplina successoria individuata per gli immobili con riferimento alla lex rei sitae. Potrebbe viceversa sostenersi che l’articolo 13 citato, ove stabilisce che deve tenersi conto della norma straniera di rinvio, intenda escludere che la materia possa essere disciplinata dall’ordinamento straniero che – in base alle proprie norme di diritto internazionale privato – non vuole invece regolarla. In particolare, la conclusione di applicare la legge materiale inglese riguardante la revoca del testamento per susseguente matrimonio all’intera successione non sembra considerare la norma di rinvio contenuta nella legge di diritto internazionale privato inglese, che non e’ volta a disciplinare la devoluzione degli immobili situati in Italia, anche riguardo alle questioni concernenti l’efficacia del titolo testamentario; 5.11.4. se la lex rei sitae, oltre ad integrare la legge successoria in base all’articolo 46, comma 1 possa costituire essa stessa la fonte di regolazione del titolo successorio per effetto del rinvio contenuto nelle norme di diritto internazionale privato straniero che contemplano il sistema della scissione; o se, piuttosto, detta legge venga in rilievo ai soli fini della regolazione delle modalita’ di acquisto dei beni ereditari. 6. Vanno esaminati congiuntamente il ricorso principale di (OMISSIS) ed il ricorso incidentale di (OMISSIS), in quanto essi pongono censure in parte sovrapponibili ed in parte interdipendenti, sicche’ le ragioni che depongono per la fondatezza di alcuni dei motivi rendono superflua l’autonoma trattazione delle questioni sollevate con altri. Il ricorso principale di (OMISSIS) ed il ricorso incidentale di (OMISSIS) sono dunque da accogliere nei limiti di seguito delineati. 6.1. Si ha riguardo alla successione di (OMISSIS), cittadino inglese, morto in Italia il (OMISSIS), coniugato dal (OMISSIS) con (OMISSIS), cittadina italiana. Alla successione di (OMISSIS) partecipano, oltre la coniuge, i sette figli del de cuius, (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). (OMISSIS) aveva redatto testamento redatto a Londra il 29 ottobre 1997, ed aveva disposto di tutte le sue sostanze in favore di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), lasciando ad (OMISSIS) un legato di 50.000 sterline. In corso di causa, (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno acquistato le quote ereditarie di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). Il patrimonio ereditario e’ composto da immobili siti in Italia e da beni mobili. 7. La fattispecie di causa va regolata esclusivamente alla stregua della L. 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato). Non rileva ratione temporis, e comunque per il mancato opt-in del Regno Unito, il Regolamento (UE) numero 650/2012 del 4 luglio 2012. Non rileva neppure la Convenzione dell’Aja del 1 agosto 1989, di cui l’Italia non e’ parte contraente. 8. La L. 31 maggio 1995, n. 218 dedica al diritto internazionale privato delle successioni il capo VII, strutturato in quattro articoli inerenti alla legge applicabile (articoli 46-49) ed in un articolo in tema di giurisdizione (articolo 50). L’articolo 46 individua la disciplina che regola la successione internazionale e la divisione ereditaria, gli articoli 47 e 48 riguardano il regime della capacita’ di testare e della forma del testamento, mentre l’articolo 49 contempla una norma sostanziale sulla successione dello Stato. 9. Nella vicenda per cui e’ causa, viene in rilievo un caso di revoca del testamento previsto dal Wills Act 1837 in ipotesi di successivo matrimonio del testatore (“In England, Wales and Northern Ireland, it is still a general rule that marriage automatically revokes a will”). Ai fini della qualificazione della questione come rientrante nello statuto successorio, e percio’ da affrontare in base alla L. n. 218 del 1995, articolo 46 non serve contrapporre che per il diritto inglese tale revoca non rientra nell’ambito delle successioni, ma del matrimonio. La qualificazione dirimente per dare soluzione alla questione preliminare della inerenza della fattispecie di revoca testamentaria alla legge delle successioni va operata in base alla legge materiale italiana. La L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 15 (in base al quale “la legge straniera e’ applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo”), postula che il diritto straniero, operante nell’ordinamento italiano in forza delle norme di diritto internazionale privato, deve essere applicato dal giudice italiano avvalendosi di tutti gli strumenti interpretativi posti dall’ordinamento straniero, ma non da’ risposta al profilo della qualificazione e quindi della natura della norma di altro Stato, da affrontare, percio’, secondo la lex fori. Pertanto, nel decidere quale norma di conflitto prevista dalla L. n. 218 del 1995 funzioni in rapporto alla specifica domanda proposta, il giudice deve determinare il significato delle espressioni giuridiche che connotano le categorie di fattispecie sulla base della lex fori, e cioe’ secondo i canoni di qualificazione propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene (e non gia’ sulla base della lex causae, e cioe’ adoperando i canoni ermeneutici dell’ordinamento straniero di volta in volta richiamato). Nella specie, individuate dapprima nella L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 le norme di conflitto, alla stregua della qualificazione compiuta secondo la lex fori, occorre poi considerare che la medesima legge inglese richiamata intende regolare la successione dei beni mobili, mentre rinvia indietro all’Italia la disciplina della successione dei beni immobili. La qualificazione, alla luce dell’ordinamento inglese richiamato, della questione preliminare attinente alla revoca del testamento come inerente ai rapporti tra coniugi (cosiddetta seconda qualificazione o qualificazione di rinvio) puo’ rilevare, quindi, soltanto nei limiti in cui le norme di conflitto dapprima individuate portino a dare applicazione alla legge straniera. 10. In continuita’ con l’abrogato articolo 23 preleggi e ancora prima con l’articolo 8 preleggi 1865, la L. n. 218 del 1995, articolo 46 ribadisce inizialmente i principi di unitarieta’ e universalita’ della successione (tanto ex lege che testamentaria), affermando il comma 1 che la successione mortis causa e’ regolata (soltanto) dalla legge nazionale del defunto al momento della morte, senza che abbiano rilievo la natura e la situazione dei beni che ne costituiscono oggetto. 10.1. I principi di unitarieta’ e universalita’ della successione divergono dalla soluzione della pluralita’ delle successioni, adottata, ad esempio, nei paesi di common law (ma anche in alcuni ordinamenti di civil law), e connotata dalla separazione tra legge regolatrice della proprieta’ mobiliare e legge regolatrice della proprieta’ immobiliare: la prima coincidente con la legge dell’ultimo domicilio o dell’ultima cittadinanza del de cuius, la seconda, per i beni immobili, individuabile come lex rei sitae. 10.2. Lo stesso L. n. 218 del 1995, articolo 46 peraltro, al comma 2 riconosce al soggetto della cui eredita’ si tratta la scelta di sottoporre, necessariamente con dichiarazione espressa in forma testamentaria, che “l’intera successione” sia sottoposta “alla legge dello Stato in cui risiede” (cosiddetta optio legis, o professio juris). In tal caso, pero’, ove si tratti di successione di un cittadino italiano, la scelta non puo’ pregiudicare i diritti che la legge italiana attribuisce ai legittimari residenti in Italia al momento della morte del de cuius. 10.3. D’altro canto, il principio di unita’ della successione puo’ essere attenuato dall’operativita’ del meccanismo del rinvio L. n. 218 del 1995, ex articolo 13 il quale, introdotto da tale disposizione per la prima volta nel nostro ordinamento, puo’ portare a modificare le stesse regole di conflitto: cio’ e’ quel che avviene, ad esempio, proprio allorche’ la legge nazionale del defunto adotti il criterio della scissione e cosi’ postuli l’assoggettamento della successione a discipline diverse in base alla natura ed alla situazione dei beni compresi nell’eredita’. 10.4. La coniugazione simultanea, sotto il profilo della legge regolatrice della successione internazionale, della regola di unitarieta’ e universalita’ della successione e della regola del rinvio impone all’interprete un difficile coordinamento, che era invece ignoto nell’originario sistema retto dagli articoli 23 e 30 disp. gen.. Tale difficile coordinamento si impone indicativamente proprio quando muoia un cittadino inglese che lasci nel suo patrimonio immobili in Italia: la successione e’ regolata dalla legge inglese secondo la L. n. 218 del 1995, articolo 46 ma la conflict law inglese non codificata valevole per i beni immobili rinvia, ai sensi della L. n. 218 del 1995, articolo 13 alla lex rei sitae, ovvero alla legge italiana. Cio’, peraltro, garantisce l’applicazione della stessa legge alla medesima successione internazionale, evitando che i giudici dei due diversi Stati pervengano, ove alternativamente aditi, a soluzioni opposte. 11. Deve subito considerarsi come il ricorso incidentale di (OMISSIS) (in particolare, secondo motivo) fa riferimento ad una “quaestio voluntatis”, attinente alla “scelta” inequivocabile di (OMISSIS) di assoggettare la propria successione alla legge sostanziale inglese, ritraibile dalla decisione dello stesso di recarsi a Londra nel 1997 appositamente per fare testamento. Di tale questione non vi e’ pero’ alcun cenno nella sentenza impugnata, ne’ il ricorrente incidentale, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilita’ per novita’ della censura, allega, nei modi imposti dall’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, l’avvenuta deduzione della stessa innanzi al giudice di merito, limitandosi il ricorrente incidentale, del resto, ad articolare censure per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, le quali non implicano l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa. Neppure e’ sostenibile che la decisione del Tribunale di Milano contenesse una statuizione minima, percio’ suscettibile di acquisire efficacia di giudicato interno, nel senso che (OMISSIS) avesse “scelto” la legge materiale da applicare alla sua successione, trattandosi, percio’, di questione che il giudice di appello aveva il potere di riconsiderare e riqualificare relativamente agli aspetti comunque coinvolti dai motivi dei contrapposti gravami. 11.1. In ogni caso, perche’ possa ravvisarsi la scelta di cui alla L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2, (ammissibile soltanto in favore della legge dello Stato in cui il de cuius abbia la propria effettiva ed abituale residenza, al momento della stessa scelta e della morte, e riferibile necessariamente all’intera successione, nonche’ tale da disattivare in potenza anche l’effetto dell’eventuale rinvio: L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 2, lettera a), occorre una “dichiarazione espressa in forma testamentaria”, ovvero in una delle forme valide previste dal successivo articolo 48. 11.2. La contemporanea operativita’ della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 esclude che al cittadino inglese, che non opti per la legge dello Stato di residenza, basti redigere testamento ai sensi della sua legge materiale nazionale per rendere applicabile quest’ultima all’intera successione: la scelta della forma del testamento non rivela ex se una volonta’ del testatore se manca nella scheda una dichiarazione espressa della legge applicabile alla sua successione, e cosi’ la situazione dei beni immobili finisce per determinare l’applicabilita’ della legge del posto quale conseguenza del rinvio indietro. 12. Dunque, il principio di unita’ della successione comporta che la legge non considera ne’ le caratteristiche dei beni, ne’ le qualita’ dei successibili per disciplinare la vocazione. Esso inoltre implica l’unicita’ della successione, che si apre solo una volta, e l’unitarieta’ della sua regolazione normativa, cioe’ l’utilizzazione di un unico meccanismo di allocazione delle situazioni comprese nel compendio ereditario. Il diritto internazionale privato e’, tuttavia, il terreno elettivo dello scontro tra unita’ e pluralita’ delle successioni mortis causa. Questo scontro si avvera, infatti, quando, nelle successioni transnazionali, entra in gioco il rinvio consentito ed accettato anche di ritorno (contraddittoriamente, ad avviso di alcuni commentatori) dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13. Nel caso in esame (che delinea una fattispecie non a caso ipotizzata come emblematica in molti studi specialistici), le norme di conflitto, di cui alla L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 individuano preliminarmente la lex successionis nella legge inglese, la quale poi trattiene la regolamentazione dei beni mobili e rinvia indietro alla lex rei sitae la disciplina dei beni immobili. In sostanza, quale conseguenza del rinvio del diritto internazionale privato italiano al diritto privato internazionale inglese e del correlato rinvio indietro previsto da quest’ultimo, si determina l’effetto della cosiddetta “scissione” tra i beni immobili e i beni mobili del defunto, senza che, per quanto detto, emerga alcun contrasto con l’ordine pubblico internazionale L. n. 218, ex articolo 16: la legge che governa la successione inerente ai beni immobili e’ la legge italiana, ovvero quella dello Stato in cui i beni si trovano (lex rei sitae); la legge che governa la successione inerente ai beni mobili, per contro, e’ la legge inglese, legge del domicilio del defunto. 13. Il sistema della scissione, che connota il diritto inglese (nonche’ altri paesi Europei) e che il nostro ordinamento “accetta” quale possibile conseguenza del “rinvio indietro” nella regolamentazione di una successione che contiene elementi di estraneita’, poggia su considerazioni di carattere eminentemente pratico di antica discendenza (“mobilia personam sequuntur, immobilia vero territorium”): il rilievo riconosciuto al domicilio per la disciplina della successione mobiliare e’ giustificato dalla normale collocazione di tale patrimonio del de cuius presso il domicile of origin, che si acquista alla nascita e che viene mantenuto finche’ non sia sostituito con un domicile of choice, sicche’, non avendo i beni mobili un collegamento stabile, essi vengono regolati dallo statuto personale; viceversa, la propensione per la legge del luogo di situazione in rapporto alla successione immobiliare deriva dal legame con l’autorita’ che ha giurisdizione sui beni immobili, giustificandosi l’operativita’ riguardo ad essi dello statuto reale. Si tratta di un sistema di scissione, dunque, riguardante le categorie di beni, e non meramente “funzionale”, quale quello che invece sottopone la devoluzione dei beni ereditari alla legge successoria e la sola amministrazione della successione alla lex fori. 14. Il principio della scissione, beninteso, opera sia nell’ambito di una successione ab intestato sia in una successione testamentaria. 15. La ricorrenza di un sistema dualista nella disciplina della successione transazionale comporta l’apertura di due (o piu’, se piu’ sono gli Stati in cui esistono beni immobili del defunto) successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi chiamate a verificare la validita’ e l’efficacia del titolo successorio, ad individuare gli eredi, a determinare l’entita’ delle quote e le modalita’ di accettazione e di pubblicita’. 15. In particolare, l’ambito di applicazione della lex successionis, individuata per le due successioni, quella mobiliare e quella immobiliare, abbraccia tutti i tre momenti in cui si sviluppa il procedimento successorio: quello della devoluzione, quello della trasmissione ereditaria dei beni e quello della divisione. Trattandosi di successione testamentaria, la stessa lex successionis, nella specie, quella inglese per i beni mobili e quella italiana per i beni immobili, disciplina, tra l’altro, quali tipi di disposizione il testatore poteva prevedere, la necessita’ di accettazione del legato o le modalita’ della rinuncia ad esso, i presupposti, le cause, i modi e gli effetti della revoca del testamento, l’eventuale tutela dei legittimari (quest’ultima desumibile altresi’ dalla L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2). In mancanza di una dichiarazione espressa del testatore della legge applicabile alla successione e comunque agli effetti dalla L. n. 218 del 1995, articolo 46, cit. comma 2 non puo’, invero, sostenersi che il rinvio alla legge italiana per la successione immobiliare, e la conseguente tutela delle quote di legittima, sacrificano la volonta’ di quello di disporre dei propri beni dopo la morte preservata dal sistema giuridico inglese. 16. L’errore della sentenza impugnata sta dunque nell’aver ritenuto che “e’ proprio perche’ e’ la legge inglese a disciplinare la successione mortis causa che trova applicazione prima la revoca del testamento per susseguente matrimonio, poi la successione ab intestato secondo le regole di diritto internazionale privato della stessa – applicate dunque prima di quelle sostanziali per risolvere il conflitto – che individuano per i beni mobili le disposizioni della legge inglese in considerazione del domicile del de cuius e per gli immobili le disposizioni della legge italiana per il rinvio senza distinzioni alla lex rei sitae”. In tal modo, i giudici del merito hanno finito per regolare anche il titolo di acquisto della successione immobiliare in base alla legge inglese, relegando l’operativita’ della lex rei sitae alla sola fase successiva alla delazione, limitata alla determinazione delle quote, alle modalita’ materiali ed alle formalita’ di acquisito. Devono pertanto enunciarsi i seguenti principi: In tema di successione transazionale, per l’individuazione della norma di conflitto operante, ed in particolare per la qualificazione preliminare della questione come rientrante nello statuto successorio, e percio’ da regolare alla stregua della L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 46 il giudice deve adoperare i canoni propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene. Allorche’ la legge nazionale che regola la successione transnazionale, ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 46 sottopone i beni mobili alla legge del domicilio del de cuius e rinvia indietro alla legge italiana, come consentito dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1, lettera b), per la disciplina dei beni immobili compresi nell’eredita’, si verifica l’apertura di due successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi che verificano la validita’ e l’efficacia del titolo successorio (anche, nella specie, con riguardo ai presupposti, alle cause, ai modi ed agli effetti della revoca del testamento), individuano gli eredi, determinano l’entita’ delle quote e le modalita’ di accettazione e di pubblicita’ ed apprestano l’eventuale tutela dei legittimari. 17. L’accoglimento, nei limiti di cui in motivazione, del ricorso principale di (OMISSIS) e del ricorso incidentale di (OMISSIS) comporta l’assorbimento del ricorso incidentale di (OMISSIS), le cui censure, attinenti al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato ex lege (statutory legacy) di 125.000 sterline in forza dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46, perdono di immediata evidenza decisoria, dovendo necessariamente essere riesaminate dal giudice di rinvio nell’ambito dei nuovi accertamenti di fatto ad esso devoluti alla stregua degli enunciati principi di diritto. 18. La sentenza impugnata va cassata, con rinvio dalla causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, che decidera’ uniformandosi ai principi di diritto enunciati e provvedera’ anche alla liquidazione delle spese del giudizio di cassazione. P.Q.M. La Corte accoglie, nei limiti di cui in motivazione, il ricorso principale di (OMISSIS) ed il ricorso incidentale di (OMISSIS), dichiara assorbito il ricorso incidentale di (OMISSIS), cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

SUCCESSIONI TESTAMENTO TRIB RAVENNA VALIDITA’ DEL TESTAMENTO

SUCCESSIONI TESTAMENTO TRIB RAVENNA
VALIDITA’ DEL TESTAMENTO
  • Deve in primo luogo rilevarsi la validità delle disposizioni testamentarie invocate dall’attore, nonostante l’indeterminatezza dei beneficiari delle medesime, in quanto gli stessi appaiono individuabili in base a criteri oggettivi stabiliti dalla testatrice, sia pure facendo riferimento a situazioni future rispetto all’epoca della redazione del testamento.
  • Va ricordato che la giurisprudenza ha qualificato come disposizione testamentaria a titolo universale l’attribuzione di tutti i beni residui, dei quali il testatore non abbia già disposto a titolo particolare (v. Cass. 26/5/1989 n. 2556).
  • Le domande del X vanno pertanto rigettate, mentre deve trovare accoglimento la domanda riconvenzionale delle L.A. diretta a far dichiarare la devoluzione a loro favore dell’eredità di L. R., comprensiva dei due appartamenti di Lido Adriano.
AVVOCATO-ESPERTO
  • In questo senso si è pronunciata la Suprema Corte con riferimento ad una disposizione testamentaria analoga a quelle in esame (“lascio tutto quel che possiedo a chi mi curerà”), cassando la sentenza impugnata secondo la quale detta disposizione non forniva parametri utili all’individuazione del soggetto beneficiario, e doveva pertanto ritenersi nulla a norma dell’art. 628 c.c., stante l’assoluta incertezza se attribuire la qualifica di erede a chi avrebbe garantito un’assistenza materiale non specialistica, a casa o in un centro ospedaliero, o al medico curante o a chi avrebbe assicurato sostegno morale o spirituale.
  • Secondo la Suprema Corte, infatti, “tale convincimento non può essere condiviso in quanto frutto di una valutazione astratta della disposizione della testatrice che ha precluso in radice di accertare la possibilità di identificare il beneficiario (o i beneficiari) della disposizione stessa. Invero il riferimento della C. a “chi mi curerà” consente di affermare che ella ha inteso richiamarsi, quanto a detta identificazione, non alla situazione in essere all’atto della redazione del testamento in oggetto, bensì a quella che si sarebbe via via realizzata fino alla sua morte in evidente relazione alle sue future esigenze di assistenza, cosicché il criterio indicato, ai fini di poter verificare se esso fornisse univoci dati oggettivi per la determinazione del beneficiario, avrebbe dovuto essere applicato con specifico riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione (vedi in tal senso Cass. 8-2-1962 n. 2629); in altri termini, poiché la volontà del testatore ai sensi dell’art. 628 c.c., deve essere almeno determinabile, è possibile che il “de cuius” faccia riferimento ad una delineata futura situazione di fatto dalla cui realizzazione emerga in termini inequivocabili l’individuazione del soggetto beneficiario (anche qualora si tratti di persona neppure conosciuta dal testatore), come appunto nella fattispecie, dove occorre verificare la sussistenza o meno di persone che si siano prese cura della C. dall’epoca di redazione del testamento fino alla sua morte” (Cass. 03/03/2011 n. 5131).
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REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE DI RAVENNA
in composizione monocratica, nella persona del Giudice dott. Massimo Vicini, ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa civile di I Grado iscritta al n. R.G. 4030/2018 promossa
da:
X con il patrocinio dell’avv. TOMASI MARCO,
elettivamente domiciliato in VIA C. 44022 COMACCHIO (FE) presso il difensore avv. TOMASI MARCO
ATTORE
contro
L.A. con il patrocinio dell’avv. PALMIERI LUCA,
elettivamente domiciliata in PIAZZA F. T. 48022 LUGO (RA) presso il difensore avv. PALMIERI LUCA E.A. con il patrocinio dell’avv. PALMIERI LUCA, elettivamente domiciliata in PIAZZA F. T. 48022 LUGO (RA) presso il difensore avv. PALMIERI LUCA
CONVENUTE
CONCLUSIONI
Le parti hanno concluso come da fogli allegati al verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.
MOTIVI DELLA DECISIONE
X, qualificandosi come successore testamentario della defunta L. R. (deceduta in data ..), ha promosso il presente giudizio nei confronti di L.A. ed E.A., nipoti della R., per fare accertare nei loro confronti la propria qualità di proprietario delle unità immobiliari site in Lido Adriano (RA), Via G., appartenute alla defunta e possedute dalle convenute, e per sentir condannare queste ultime a lasciare immediatamente detti beni liberi da persone e cose nella piena disponibilità dell’attore.
Le domande attoree si fondano su un testamento olografo della defunta L. R. datato 19/11/2014, pubblicato in data 13/12/2017, e precisamente su due disposizioni in esso contenute, del seguente tenore:
“a chi si occuperà, quotidianamente, in questo luogo, del mio Gatto Romeo (alimentandolo col cibo urinary ed obesity) lascio l’appartamento al civico 55 di via G. a Lido Adriano (Ra).
A chi si sarà occupato, fino alla fine, della mia persona, l’appartamento al civico 53 di via G. a Lido Adriano (Ra), lasciando prelevare dal medesimo, alla mia amica M. T. di San Giovanni Persiceto (Bo) oggetti, libri, gioielli (in cassaforte) che saranno di suo gradimento”.
Il X sostiene infatti di avere conosciuto la R. nella primavera del 2015 tramite un’agenzia matrimoniale, e di avere intrapreso con lei una relazione sentimentale ininterrotta, durata fino al decesso della compagna, rimanendole vicino più di ogni altra persona e rappresentando per lei una comunione di vita materiale e spirituale; afferma inoltre di avere manifestato la volontà di prendersi cura del gatto Romeo nel luogo indicato nel testamento, ma di non aver potuto attuare tale volontà perché l’animale, già nell’immediatezza del decesso della R., venne allontanato dall’abitazione di Lido Adriano ove avrebbe dovuto essere accudito.
Le L.A., ritualmente costituitesi in giudizio, contestano la fondatezza delle domande attoree, esponendo che:
– alla morte della R. L. provvide a prelevare il gatto Romeo e a portarlo presso la propria abitazione in Bologna, dove l’animale è stato ed è tuttora accudito in modo da assicurargli affetto e benessere materiale, conformemente alla volontà testamentaria della de cuius;
– il X, residente a Lugo, non ha chiarito con quali modalità avrebbe voluto prendersi cura del predetto felino presso l’immobile di Lido Adriano;
– il X non si era occupato della R. fino alla fine, avendo intrattenuto con lei solo una relazione di amicizia, non continuativa e sicuramente terminata almeno sei mesi prima del decesso della donna;
– il testamento della R. individuava come eredi L. ed E.A. nel caso in cui nessuno si fosse occupato della testatrice fino al suo ultimo giorno di vita.
Le convenute chiedono pertanto di essere dichiarate, previo rigetto delle domande attoree, uniche destinatarie della volontà della de cuius.
Esaminati gli atti e i documenti prodotti, il Tribunale osserva quanto segue.
Il testamento olografo datato 19/11/2014, sul quale si fondano le domande attoree (doc. 2 allegato all’atto di citazione), contiene le seguenti disposizioni, oltre a quelle sopra riportate:
“Io sottoscritta R. L., nata il .. a San Giovanni in Persiceto (Bo) e residente in Ravenna, via G., con la presente, annullo ogni mio precedente testamento.
Nomino come esecutrici testamentarie Lorena ed Elena L.A. residenti a Bologna.
A loro divisi in parti uguali destino i soldi rimasti dopo aver eseguito le mie volontà.
A mio cognato G.A. euro quindicimila per la mia cremazione e sistemazione nella tomba di mia madre L. R. nel cimitero di Anzola dell’Emilia (Bo).
Dispongo che la proprietà di via L. in Anzola, venga venduta e sia estinto il mutuo in essere sul 55 di Via G.
Tutti sono da considerarsi eredi ed il rimanente va alle esecutrici”.
Deve in primo luogo rilevarsi la validità delle disposizioni testamentarie invocate dall’attore, nonostante l’indeterminatezza dei beneficiari delle medesime, in quanto gli stessi appaiono individuabili in base a criteri oggettivi stabiliti dalla testatrice, sia pure facendo riferimento a situazioni future rispetto all’epoca della redazione del testamento.
In questo senso si è pronunciata la Suprema Corte con riferimento ad una disposizione testamentaria analoga a quelle in esame (“lascio tutto quel che possiedo a chi mi curerà”), cassando la sentenza impugnata secondo la quale detta disposizione non forniva parametri utili all’individuazione del soggetto beneficiario, e doveva pertanto ritenersi nulla a norma dell’art. 628 c.c., stante l’assoluta incertezza se attribuire la qualifica di erede a chi avrebbe garantito un’assistenza materiale non specialistica, a casa o in un centro ospedaliero, o al medico curante o a chi avrebbe assicurato sostegno morale o spirituale.
Secondo la Suprema Corte, infatti, “tale convincimento non può essere condiviso in quanto frutto di una valutazione astratta della disposizione della testatrice che ha precluso in radice di accertare la possibilità di identificare il beneficiario (o i beneficiari) della disposizione stessa. Invero il riferimento della C. a “chi mi curerà” consente di affermare che ella ha inteso richiamarsi, quanto a detta identificazione, non alla situazione in essere all’atto della redazione del testamento in oggetto, bensì a quella che si sarebbe via via realizzata fino alla sua morte in evidente relazione alle sue future esigenze di assistenza, cosicché il criterio indicato, ai fini di poter verificare se esso fornisse univoci dati oggettivi per la determinazione del beneficiario, avrebbe dovuto essere applicato con specifico riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione (vedi in tal senso Cass. 8-2-1962 n. 2629); in altri termini, poiché la volontà del testatore ai sensi dell’art. 628 c.c., deve essere almeno determinabile, è possibile che il “de cuius” faccia riferimento ad una delineata futura situazione di fatto dalla cui realizzazione emerga in termini inequivocabili l’individuazione del soggetto beneficiario (anche qualora si tratti di persona neppure conosciuta dal testatore), come appunto nella fattispecie, dove occorre verificare la sussistenza o meno di persone che si siano prese cura della C. dall’epoca di redazione del testamento fino alla sua morte” (Cass. 03/03/2011 n. 5131).
Ciò premesso, deve però rilevarsi che nessuna delle parti in causa può essere individuata come beneficiaria delle disposizioni testamentarie aventi ad oggetto specifico i due appartamenti siti in Lido Adriano.
Ciò è del tutto evidente per quanto riguarda la disposizione relativa all’appartamento posto al civico 55 di Via G., poiché dopo la morte della R. la cura quotidiana del gatto Romeo avrebbe dovuto essere prestata presso la residenza della defunta (“in questo luogo”), e ciò non risulta essere mai avvenuto, essendo stato l’animale sempre accudito da L.A. presso la propria abitazione a Bologna; né è stato chiarito dal X come e quando avrebbe manifestato la volontà di prendersi cura del felino nel luogo indicato dalla testatrice, e tanto meno con quali modalità avrebbe voluto provvedervi.
Quanto alla disposizione relativa all’altro appartamento di Lido Adriano, va osservato che non è in contestazione la circostanza che il X abbia intrattenuto una relazione sentimentale o comunque affettiva con la defunta L. R. (conosciuta nella primavera del 2015 tramite un’agenzia matrimoniale), così come è pacifico che detta relazione non è mai sfociata in un rapporto di stabile convivenza o coabitazione.
Ciò che rileva ai fini dell’individuazione del beneficiario, però, non è la semplice esistenza di una relazione con la de cuius, bensì il fatto di essersi concretamente occupato della sua persona fino al momento della sua morte, cioè di essersi preso cura di lei prestandole un’assistenza materiale e morale adeguata alle sue esigenze, certamente accresciutesi negli ultimi mesi di vita, quando la R. si è vista colpita da una grave patologia, che l’ha condotta dapprima ad un ricovero ospedaliero e poi al decesso.
E’ evidente, quindi, che grava sull’attore un preciso onere assertivo, oltre che probatorio, avente ad oggetto tempi, modi e circostanze di tale assistenza materiale e morale.
Orbene, l’esposizione contenuta a tale proposito nell’atto di citazione e nella prima memoria attorea (che costituisce il limite temporale oltre il quale l’attività assertiva deve ritenersi preclusa) appare assolutamente insufficiente, essendo costituita unicamente da affermazioni generiche, non supportate da precisi e pertinenti riferimenti fattuali (“i due hanno intrapreso una relazione sentimentale ininterrotta, che durerà fino al decesso della compagna”; “è evidente la volontà della donna di attribuire la proprietà di uno dei suoi immobili alla persona che, più di altri, le sarebbe stata vicina da lì al decesso”, persona da identificare “nella figura del compagno che, negli ultimi anni di vita, ha rappresentato per lei, certamente, una comunione di vita materiale e spirituale”; “la presunta fine della relazione è sconfessata dai documenti prodotti dalla controparte … la signora, già in condizioni gravi, manifesta la volontà di annoverare il sig. X tra le persone a lei più vicine in quel momento”).
Deve rilevarsi, in particolare, che l’attore nulla riferisce (se non con le fumose espressioni sopra riportate) circa il proprio comportamento durante il periodo di malattia della R., nemmeno per quanto riguarda la fase terminale di tale periodo, quando la de cuius, ricoverata in ospedale, aveva massima necessità di aiuto e conforto.
Ad abundantiam si osserva che appaiono del tutto insufficienti anche le prove offerte dal X a sostegno della propria tesi.
I documenti prodotti a tal fine dall’attore (un bigliettino privo di data recante la firma “L. S.”, contenente espressioni affettuose nei confronti di una persona non nominata; un dipinto privo di data raffigurante una donna ed un gatto; una lettera datata 6 marzo 2017 e recante la firma “L. R.”, indirizzata ad un amico di nome Luigi, nella quale la scrivente riferisce di un suo felice rapporto sentimentale con “una bella persona, che dipinge, fa sculture e canta”, e conclude con la frase “Saluti e baci dalla famiglia X”; un altro dipinto non datato, presumibilmente allegato alla lettera, raffigurante tre persone ed un gatto) dimostrano tutt’al più l’esistenza di un legame sentimentale-affettivo tra la R. ed il X fino al mese di marzo del 2017, >ma nulla provano relativamente all’effettiva presenza dell’attore nella vita della de cuius nei mesi successivi, e in particolare nel periodo di maggior bisogno di tale presenza.
Quanto alla prova per testi dedotta dall’attore sulla sua relazione con la R., non ammessa con l’ordinanza istruttoria del 30/11/2019, non può che ribadirsi l’inammissibilità e/o inutilità della stessa per il contenuto palesemente generico e/o ininfluente dei relativi capitoli.
Appare inammissibile, per il suo evidente carattere esplorativo, anche l’istanza di esibizione avente ad oggetto i dati relativi al traffico telefonico, in entrata e in uscita, sull’utenza in uso alla de cuius.
Vi è comunque motivo di ritenere che negli ultimi mesi prima del decesso della R. la presenza dell’odierno attore nella sua vita sia venuta del tutto a mancare, o sia risultata assolutamente marginale, considerato che:
– dalla cartella infermieristica relativa al predetto ricovero ospedaliero risulta che la R. indicò come referenti per i medici il cognato G. ed un’amica, con i relativi numeri di telefono; solo nel modulo di consenso al trattamento dei dati sensibili figura anche il nome “G.” (dopo quello del cognato), con il relativo numero di telefono (doc. 8 allegato alla comparsa di costituzione e risposta);
– prima del ricovero la R. aveva affidato la propria carta bancomat, con l’incarico di effettuare alcuni pagamenti, alla vicina di casa F. P., e non al X (doc. 10 allegato alla seconda memoria per la convenuta).
In definitiva, quindi, nessuna delle parti in causa può essere individuata come beneficiaria delle due disposizioni a favore di persone non determinate, contenute nel testamento olografo di L. R., né risulta l’esistenza di altre persone individuabili come tali, con la conseguenza che i due appartamenti oggetto di tali disposizioni devono ritenersi compresi nell’eredità devoluta alle convenute in virtù dell’ultima disposizione testamentaria (“il rimanente va alle esecutrici”), che deve intendersi come una disposizione residuale, avente ad oggetto tutti i beni non assegnati per qualsiasi ragione con le precedenti disposizioni.
Va ricordato che la giurisprudenza ha qualificato come disposizione testamentaria a titolo universale l’attribuzione di tutti i beni residui, dei quali il testatore non abbia già disposto a titolo particolare (v. Cass. 26/5/1989 n. 2556).
Le domande del X vanno pertanto rigettate, mentre deve trovare accoglimento la domanda riconvenzionale delle L.A. diretta a far dichiarare la devoluzione a loro favore dell’eredità di L. R., comprensiva dei due appartamenti di Lido Adriano.
Le spese di lite seguono la soccombenza.
Non si ravvisano i presupposti per una condanna dell’attore al risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c.
P.Q.M.
il Tribunale, definitivamente pronunciando sulle domande oggetto del presente giudizio, così provvede:
1) respinge le domande proposte da X nei confronti di L.A. ed E.A.;
2) accerta e dichiara che L.A. ed E.A. sono eredi testamentarie della defunta L.R., e che nell’eredità devoluta alle stesse sono compresi anche i due appartamenti siti in località Lido Adriano del Comune di Ravenna, Via G.;
3) condanna X a rifondere alle convenute le spese del presente giudizio, che liquida in € 12.000,00 per compenso professionale, oltre a rimborso forf. spese generali nella misura del 15%, I.V.A. e C.P.A.;
4) respinge la domanda di risarcimento ex art. 96 c.p.c. proposta dalle convenute.
Così deciso in Ravenna, il giorno 15/03/2021.
Il Giudice
(dott. Massimo Vicini)

PISTOIA TRIBUNALE AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI

PISTOIA TRIBUNALE AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI

AVVOCATO A BOLOGNA ESPERTO CAUSE EREDITARIE SUCCESSIONI PISTOIA PRATO

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Pistoia

Il Tribunale in composizione collegiale, in persone dei magistrati:

Maria Iannone – Presidente

Lucia Leoncini – Giudice rel.

Elena Piccinni – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa n. 3228/2018 tra le parti:

B.R. (cf (…)), E.R. (cf (…)), F.R. (cf (…)), N.R. (cf (…)), P.R. (cf (…)), L.V. (cf (…)), con gli avv. MEACCI ILARIA (cf (…)) e SANTANGELO MARIA ROSARIA (cf (…))

ATTORI

G.B. (cf (…)), con gli avv. BONACCHI STEFANO (cf (…)) e FAGNI ALESSANDRO (cf (…));

A.B. (cf (…)), C.B. (cf (…)), con l’avv. FAGNI ALESSANDRO (cf (…))

CONVENUTE

G.G.S.G., con l’avv. PANELLI FABIO (cf (…))

TERZE INTERVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

.1. Agiscono in giudizio B.R., E.R., F.R., adia R., P.R., L.V., E.R. (quest’ultimo oi rinunciatario agli atti del giudizio per la propria posizione) chiedendo preliminarmente accertarsi e dichiararsi la reale consistenza del patrimonio del defunto A.R. al momento dell’apertura della successione e

accertarsi e dichiararsi che gli attori, nonché le convenute C.B. e A.B., sono nipoti del de cuius in quanto figli dei fratelli e sorelle di costui; in via principale, accertare e dichiarare le effettive volontà testamentarie del de cuius espresse nel testamento olografo del 16.10.2014 e, in particolare, esplicitare il significato del termine “fabbisogno” in esso menzionato, ancora accertare e dichiarare che gli attori oltre a C.B. e A.B., in quanto nipoti del de cuius, sono chiamati alla successione del medesimo e dunque accertare e dichiarare la qualità di eredi degli attori e a quale titolo, con quali diritti e in quali quote gli stessi sono stati chiamati all’eredità del de cuius, conseguentemente disporre in loro favore il rilascio dei beni ereditari nella misura che sarà accertata in corso di causa.

A fondamento di tali domande, gli attori propongono un’interpretazione della scheda testamentaria redatta dal de cuius nel senso che alla compagna di costui, convenuta nel presente giudizio, G.B. debba essere attribuito quanto necessario per il proprio sostentamento (“fabbisogno”, secondo l’espressione utilizzata dal testatore) mentre l’eccedenza sia da ripartire fra gli altri chiamati all’eredità ossia appunto i nipoti.

I.2. Si costituisce in giudizio la convenuta B., contestando le avverse domande e l’altrui interpretazione dell’atto testamentario e avanzando domanda riconvenzionale per il rimborso delle spese già versate per oneri successori e da gravare sulla massa ereditaria nonché per ottenere, pendente il giudizio, le somme necessarie per il proprio sostentamento come da volontà espressa dal de cuius ed ex adverso, in parte qua, non contestata: conclude quindi, in via preliminare, per l’emissione di ordinanza-ingiunzione ex art. 186ter c.p.c. per il rimborso delle spese riguardanti il passivo ereditario nell’importo di Euro 20.129,00 e per l’autorizzazione al prelievo dall’eredità della somma di Euro 3.000,00 mensili o altra ritenuta di giustizia per il proprio sostentamento, nel merito in tesi per essere dichiarata unica erede universale del de cuius ovvero, in ipotesi, essere dichiarata usufruttuaria con diritto di disporre fino alla propria morte dei beni ereditari anche con atti inter vivos.

I.3. Si costituiscono altresì, con autonoma e medesima comparsa, le altre convenute C.B. e A.B., aderendo all’interpretazione testamentaria data dalla convenuta B. con conseguente richiesta di rigetto delle domande attoree ovvero, in ipotesi e in caso di non accoglimento da parte del Tribunale di siffatta interpretazione, chiedendo di estendere a se medesime le richieste degli attori sia in punto di accertamento della propria qualità di eredi di A.R., sia in punto di determinazione delle quote a sé spettanti.

I.4. Si costituiscono altresì, con comparsa di intervento volontario adesivo delle ragioni attoree ex art. 105 co. 2 c.p.c., G.G. e S.G., chiedendo accertarsi e dichiararsi anche la propria qualità di chiamate all’eredità, con richiesta di estensione a se medesime di ogni effetto della sentenza da pronunciarsi in favore degli attori, in forza di relatio operata dal testatore nella scheda testamentaria del 16.10.2014 ad altra precedente scrittura nella quale sono menzionate quali nipoti anche le terze intervenute.

I.5. Accolto con ordinanza collegiale 11.10.2019 ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. in corso di causa promosso dalla convenuta B. e assegnati alle parti nel procedimento principale i termini di cui all’art. 183 co. 6 c.p.c., la causa viene ritenuta matura per la decisione su base documentale (respinte le istanze istruttorie formulate dalla sola parte attrice) e viene rimessa al Collegio sulle conclusioni delle parti come in epigrafe riportate, con assegnazione alle stesse dei termini di legge per il deposito di scritti conclusivi.

  1. Per la definizione della controversia, occorre muovere dal testo della scheda testamentaria datata 16.10.2014, non fatta oggetto di alcuna impugnativa e relativamente alla quale non v’è contestazione fra le parti che costituisca il valido atto di espressione delle ultime volontà del de cuius, anche in sostituzione di altre scritture dallo stesso redatte in precedenza.

Ivi si legge letteralmente:

“In data odierna nella mia piena facoltà di intendere e volere decido di sostituire tutti gli scritti da me fatti in data 31-07-09-10-10-11 e 10-10-2012 dopo le mie valutazioni oltre queste date. per comportamenti ricevuti dagli aventi diritto dei miei beni.

Io A.R. da oggi intendo che i miei beni alla mia morte siano così ripartiti Se dovessi mancare prima della mia suocera A.P. e della mia compagna B.G. i beni miei dovranno servire per il loro fabbisogno fino alle loro morti, se al momento di questi due decessi ci rimaranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti maschi o femmine in parti uguali.

I nomi dei nipoti sono già riportati nella scrittura del 10-10-2012.

Sono contento di tutto quello che la vita mi a dato come sapete non credo q nulla pertanto ricordatemi se volete per quello che sono stato

A.”.

Ora, evidente che le parole usate dal testatore devono essere lette e interpretate alla luce del contesto familiare e culturale di appartenenza, andando a ricercare nel concreto la reale volontà del de cuius sottesa alle espressioni utilizzate senza ricercare in esse tecnicismi giuridici che non possono pretendersi da non professionisti della materia, dal dato testuale della scrittura in analisi possono desumersi quantomeno taluni dati chiari e indubbi ossia che:

– se il de cuius dovesse morire prima della suocera e della compagna, i suoi beni andranno a costoro e dovranno servire per il loro fabbisogno;

– se anche alla morte della suocera e della compagna dovessero residuare dei beni, gli stessi dovranno essere suddivisi in parti uguali fra tutti i nipoti del de cuius, maschi o femmine, come indicati nella scrittura del 10.10.2012.

A quest’ultimo proposito, le intervenienti G.G. e S.G. hanno dedotto e documentato (cfr. deposito documentale in sede di udienza 24.9.2019) come la scrittura 10.10.2012, cui per relationem si riferisce il testamento 16.10.2014 per l’individuazione dei nipoti del testatore, indichi costoro in R.E., R.F., R.B., R.P., R.A., R.N., G.G., G.S., V.

L., B.C., B.A..

È convinzione di questo Collegio che l’atto di intervento volontario spiegato dalle pretese chiamate all’eredità G.G. e S.G. sia legittimo, radicandosi la legitimatio ad causam delle intervenienti nella relatio contenuta nel testamento 16.10.2014 ad altra precedente scrittura recante indicazione dei “nipoti” come intesi dal de cuius. Al riguardo, non si ritiene infatti possibile sostenere che, essendo stato quel precedente testamento del 10.10.2012 revocato dallo stesso testatore in forza di testamento successivo, esso non possa rivestire più alcun valore: certamente non può valere quale atto contenente le ultime volontà del de cuius, ma nulla vieta che possa avere una qualche rilevanza ad altri fini – come appunto, nella specie, ai fini dell’individuazione dei nipoti che il testatore ha inteso chiamare alla sua eredità (indipendentemente dalla problematica afferente la validità o meno della chiamata, di cui si tratterà in seguito) – allorquando sia stato lo stesso testatore ad attribuire un simile rilievo.

Né con ciò può dirsi che non sussista valida revoca del testamento 10.10.2012 avendo ad esso il testatore fatto riferimento nella successiva scheda testamentaria del 16.10.2014, atteso che la relatio contenuta in quest’ultima attiene non propriamente e direttamente alla volontà dispositiva del testatore ma semplicemente all’individuazione di un elemento (destinatari delle ultime volontà del de cuius) che ben può essere integrato da dati esterni al testamento purché definibili e accertabili come espressione delle intenzioni del de cuius. Aspetto, questo, che nella vicenda qui in decisione ricorre senz’altro, in quanto l’elemento estrinseco alla scheda testamentaria cui questa opera formale relatio consiste in documento scritto dal testatore stesso, non contraddetto né superato in parte qua dal testamento redatto in epoca successiva.

A ciò si aggiunga, a conforto, che l’individuazione dei “nipoti” operata dal de cuius appare anche ragionevole, posto che essa comprende sia i nipoti in senso giuridico ossia legati da rapporti di parentela in sensi stresso, sia nipoti c.d. “acquisiti” (le nipoti della moglie del de cuius, come pacifico oltre che documentato in causa, cfr. documentazione allegata alla mem. 183 co. 6 n. 2 c.p.c. delle parti intervenute) che quindi, nella mentalità comune, rientrano parimenti nel novero dei nipoti.

Fatta chiarezza su questo profilo e venendo alla quaestio controversa fra le parti, su cui si innervano le plurime domande variamente azionate in causa, ossia il corretto inquadramento giuridico delle ultime volontà espresse dal de cuius, reputa il Collegio dirimente la circostanza per cui l’attribuzione dei beni ai nipoti è subordinata alla previa morte dei soggetti indicati come primi beneficiari, ossia la suocera e la compagna del testatore.

Anche ponendosi nell’ottica esegetica della ricerca dell’intentio testatoris al di là di quanto strettamente risultante dalla scheda testamentaria e dunque valorizzando elementi esterni ad essa, non può farsi a meno di rilevare come anche nel precedente testamento olografo 10.10.2012 poi annullato il de cuius avesse ben chiaramente stabilito la suddetta successione cronologica, trovandosi scritto “Alla mia morte deve essere tutelata con imiei beni se ci saranno la signora A.P. e la signora B.G. fino alla loro morte nei modi e maniere in cui abbiano portato la vita fino al mio decesso. Alla morte delle signore sopracitate i beni restanti sempre se ci saranno dovranno essere così suddivisi: Alla nipote G.G. il 5% (cinque percento) del totale rimasto, il rimanente valore suddiviso in parti uguali a tutti i nipoti G.G. compresa R.E., R.F., R.B., R.P., R.N., R.A., G.G.G.S., V.L., B.C., B.A.” (cfr. deposito documentale delle terze intervenute in sede di udienza 24.9.2019).

Ne risulta quindi confermata la volontà del testatore di attribuire i propri beni in prima battura alla suocera e alla compagna, ove questa siano ancora in vita alla sua morte, e di attribuire ai nipoti i beni rimanenti solo dopo la morte anche della suocera e della compagna.

Del resto, pur dovendosi procedere all’interpretazione della volontà testamentaria anche “oltre” il dato letterale delle espressioni utilizzate dal de cuius alla ricerca dall’effettiva volontà di questi e nell’ottica di conservazione del testamento, non è però certo consentito andare “contro” la littera testamentis poiché ciò significherebbe, piuttosto che valorizzare l’effettiva volontà del testatore, mettere a tacere la stessa indebitamente.

Ebbene, come detto, nel testamento del 16.10.2014 e già in quello precedente del 10.10.2012 – a conferma di una continuità nell’intenzione dispositiva del testatore che rinsalda la stessa e la corrobora, anche dal punto di vista probatorio processuale – il de cuius si è inequivocabilmente espresso nel senso che la devoluzione dei propri beni ai nipoti debba avvenire sui beni in ipotesi rimanenti alla morte delle prime beneficiarie, ossia la suocera e la moglie.

Trattasi di aspetto indubbio e imprescindibile ai fini della soluzione della controversia che ci occupa.

Difatti, pur volendo aderire per un momento alla prospettazione attorea per cui, valorizzando il termine “fabbisogno” utilizzato dal testatore in riferimento alle prime beneficiarie A. e B., si sarebbe di fronte all’attribuzione alle predette A. e B. di un diritto di usufrutto sub specie di usufrutto vitalizio, con nuda proprietà a favore dei nipoti (o altra similare fattispecie non meglio identificata ex parte actoris e lasciata al potere interpretativo e qualificatorio del Tribunale), ci si scontra tuttavia con il dato oggettivo e insuperabile – oltre che, si ripete, presente in tutte le schede testamentarie nel tempo redatte dal R.A. – della delazione successiva (devoluzione dei beni ereditari ai nipoti dopo la morte delle prime chiamate all’eredità A. e B.) e avente ad oggetto solo i beni residui se ancora sussistenti alla morte delle prime chiamate all’eredità; laddove l’elaborazione interpretativa è costante nel ritenere incompatibile l’istituzione di eredi tributari del diritto di usufrutto e di eredi tributari del diritto di nuda proprietà qualora tali istituzioni non siano contestuali, ma appunto in ordine successivo esattamente come avvenuto nel caso di specie.

Peraltro l’istituto dell’usufrutto o dell’usufrutto vitalizio si profila, nella concreta vicenda successoria al nostro esame, contrastante con il tenore testuale della scheda testamentaria, nella quale la devoluzione ai nipoti concerne i beni ereditari eventualmente ancora sussistenti al momento della morte delle chiamate all’eredità A. e B. (“se al momento di questi due decessi ci rimarranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti…”), dal che si desume l’assenza in capo alle istituite A. e B. dei limiti all’utilizzo dei beni che sono invece propri dell’usufruttuario.

Posto un simile contesto, ritiene allora il Tribunale di condividere l’interpretazione propugnata dalle parti convenute e suffragata da copiosa giurisprudenza di legittimità espressasi in argomento, la quale concordemente ravvisa nella c.d. delazione successiva una sostituzione fedecommissaria vietata a mente dell’art. 692 co. 5 c.c. stante da un lato l’indubbia non ricorrenza nel caso de quo delle circoscritte ipotesi in cui un tale istituto è consentito ove avente finalità assistenziali (cfr. art. 692 co. 1 c.c.), dall’altro lato e inoltre l’assenza dell’obbligo per l’istituito di “conservare e restituire alla sua morte i beni” a favore dei sostituiti come previsto invece per la sostituzione fedecommissaria lecita ex art. 692 co. 1 c.c.: nella vicenda qui in disamina, infatti, non solo non sussistono in capo a istituiti e sostituiti le qualifiche soggettive in presenza delle quali l’istituto successorio di cui si discetta è considerato lecito, ma manca altresì l’obbligazione principe posta a carico degli istituiti atteso che alle chiamate all’eredità A. e B. non è posto alcun obbligo di conservazione dei beni per poi poterli devolvere, alla loro morte, ai nipoti del de cuius, né un simile obbligo è desumibile dalla lettura complessiva del testamento o da elementi estrinseci ad esso non avendo le parti allegato né dimostrato alcunché sul punto, ma anzi nella scheda testamentaria è chiaramente detto che alla morte delle prime beneficiarie A. e B. dovrà essere devoluto ai nipoti del R. solo quanto rimanente e se ci sarà del rimanente, avendo quindi il testatore preso in considerazione come del tutto possibile anche il caso in cui niente dei bene ereditari sopravviva alle sig.re A. e B. secondo quanto risultante dalla chiara espressione del testamento 16.10.2014 “se al momento di questi due decessi ci saranno dei beni da gestire…”.

A conforto della tesi qui sostenuta, sulla scorta del tenore letterale del testamento in analisi e in mancanza, come detto, di indici anche esterni significanti una diversa o difforme volontà del testatore (i quali, per vero, si porrebbero in contrasto con quanto chiaramente espresso nella scheda testamentaria e dunque in conflitto anche con la direttiva principe in materia successoria di favor testamenti e tutela della volontà del disponente), possono citarsi le seguenti pronunce di legittimità, tutte per diversi aspetti perfettamente attagliate alla vicenda oggi in decisione:

Cass. ord. n. 25698/2018, in massima “L’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca della effettiva volontà del “de cuius”, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria; ne consegue che la disposizione con la quale il “de cuius” lascia a persone diverse rispettivamente l’usufrutto e la nuda proprietà di uno stesso bene (o dell’intero complesso dei beni ereditari) non integra gli estremi della sostituzione fedecommissaria (ma quelli di una formale istituzione di erede) quando le disposizioni siano dirette e simultanee e non in ordine successivo, i chiamati non succedano l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, e la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisca un effetto non della successione, ma della “vis espansiva” della proprietà”; conf. Cass. n. 2172/2011, Cass. n. 4435/2009;

Cass. n. 5604/2001 per cui “è ipotizzabile una istituzione con sostituzione fedecommissaria qualora il testatore, pur adoperando la terminologia corrispondente ad una attribuzione separata di usufrutto e di nuda proprietà, abbia attribuito all’onorato dell’usufrutto diritti ed obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede oppure abbia condizionato l’acquisto della qualità di erede del secondo alla sopravvivenza al primo”.

Quanto sopra conduce dunque a ravvisare, nel testamento in analisi, una non consentita sostituzione fedecommissaria c.d. de residuo, nulla ex art. 692 u.c. c.c. senza che ciò invalidi – interpretazione granitica sul punto – l’intera scheda testamentaria, in virtù dei principi cardini di conservazione del testamento (mutuato ex art. 1367 c.c.) e di tutela della volontà del testatore: ché infatti ciò che rende illecito l’istituto in parola (sostituzione fedecommissaria ex art. 692 co. 5 c.c.) è la circostanza che, tramite esso, si pretenderebbe coartare la volontà del soggetto chiamato all’eredità del de cuius, qualora si consentisse a quest’ultimo di stabilire a chi debbano essere devoluti i beni ereditari al momento della morte dell’erede istituito, dovendo invece essere preservata anche la legittima volontà testamentaria di costui il quale, una volta ereditati determinati beni, deve essere libero di disporne anche tramite i propri atti di ultima volontà.

D’altronde, se per un verso – come detto – non può sostenersi che una clausola testamentaria nulla quale quella istituente un fedecommesso de residuo vietato renda nullo tutto il testamento, sia alla luce del principio di conservazione degli atti di ultima volontà sia in forza del disposto testuale dell’art. 692 u.c. c.c. che espressamente sanziona con la nullità esclusivamente la “sostituzione” e non il testamento che la contiene, per altro verso neppure è possibile sanare una clausola nulla ex lege in forza del principio di conservazione della volontà del testatore, quasi che tale volontà soggettiva potesse superare i divieti di legge ciò che verrebbe a configurare un’insanabile contraddizione ordinamentale: tanto più in riferimento ad un divieto, come quello di cui si tratta, posto a tutela di principi di ordine pubblico quale preservare la libertà e volontà testamentaria con riguardo, in specifico, all’erede istituito che non può essere sostituito dal proprio dante causa nella designazione dei propri eredi al momento della propria morte.

All’occorrenza, si conferma in questa sede la valutazione di inammissibilità delle istanze istruttorie attoree siccome, in punto di prova per testi, vertenti su capitoli genericamente formulati e in parte anche valutativi, in punto di c.t.u. e ordine di esibizione superflue e per certi versi esplorative, stante l’interpretazione della voluntas testatoris come emergente dall’atto di ultime volontà che conduce ad escludere le attrici (così come le convenute B. e le terze intervenuti) dal novero dei chiamati all’eredità per insanabile nullità della relativa istituzione.

In definitiva quindi, non essendovi altra possibilità di diversamente interpretare la indubbia devoluzione successiva operata dal testatore A.R. se non con una invalida sostituzione fedecommissaria, deve essere dichiarata la nullità del testamento in parte qua, ossia laddove intende istituire i nipoti quali eredi dei beni rimanenti alla morte delle istituite A. e B.: mentre il testamento resta valido per il resto, dovendo quindi essere individuata – stante l’avvenuto decesso della chiamata all’eredità P.A. anteriormente al decesso del de cuius – l’unica erede testamentaria nella persona di G.B..

Ciò determina il rigetto tanto delle domande attoree, quanto delle domande adesive delle terze intervenute, assorbite invece le domande svolte in subordine dalle convenute C.B. e A.B. stante l’accoglimento della loro domanda principale, ossia di rigetto delle pretese degli attori.

La decisione assunta determina altresì l’assorbimento delle ulteriori pretese avanzate in via riconvenzionale dalla convenuta B., per il rimborso delle spese sostenute per il pagamento di passivi ereditari e per il riconoscimento del diritto a prelevare dalla massa ereditaria quanto necessario per il proprio sostentamento, domanda quest’ultima già accolta in sede di procedimento cautelare in corso di causa nel quale del resto nessuna delle controparti si è costituita nulla avendo opposto alla pretesa della convenuta B. in tal senso (il che è coerente con la prospettazione giuridica propugnata dagli attori e dalle intervenute, ossia con il riconoscimento alla convenuta B. del diritto di prelevare dall’eredità quanto occorrente per il proprio fabbisogno, con devoluzione del residuo ai nipoti): difatti, il riconoscimento della convenuta B. quale unica erede testamentaria conferisce alla stessa l’esclusività dei diritti sulla massa ereditaria e la piena disponibilità di questa.

Occorre solo, da ultimo, spendere due parole sulla domanda, formulata dalle terze intervenute per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c. e reiterata in fase conclusionale, di condanna degli eredi alla refusione delle spese sostenute dalle predette per la pubblicazione dei testamenti olografi 10.10.2011 e 10.10.2012; oltre al profilo della novità e tardività della domanda al di là del limite dell’emendatio libelli, a destituire di fondamento la pretesa delle terze intervenute conduce il rilievo per cui la pubblicazione di cui le stesse chiedono il rimborso è stata operata dalle medesime nel loro esclusivo interesse, specificamente al fine di comprovare la propria legittimazione ad intervenire quali chiamate all’eredità del de cuius, ma non essendo stata accolta la loro domanda di accertamento della loro qualità di eredi certamente dette spese non possono gravare sulla massa ereditaria ovvero sull’unica erede riconosciuta G.B. che in niente ha beneficiato da simili esborsi essendo per la stessa sufficiente, al fine di dimostrare la propria qualità di legittima erede del de cuius, la pubblicazione del solo testamento del 16.10.2014.

III. Quanto alle spese di lite, stante la soccombenza delle attrici e delle terze intervenute costoro devono essere chiamate tutte, in solido, alla refusione delle spese in favore di tutte le convenute, avendo anche le convenute B. aderito alla prospettazione della convenuta B. e chiesto in via principale il rigetto delle domande attoree.

Non viene chiamato a concorrere alle spese l’attore rinunciatario E.R. pur in assenza di accettazione espressa delle altre parti alla rinuncia, non potendosi dire detta accettazione necessaria non ravvisandosi a monte un interesse di nessuna delle altre parti contrario alla rinuncia stessa ovvero un interesse a che la causa proseguisse anche da e nei confronti del rinunciatario (cfr. art. 306 co. 1 c.p.c.): tanto più che la rinuncia di esso non ha fatto venir meno il contenzioso e quindi la possibilità per le controparti di recuperare dagli attori non rinunciatari le spese sostenute per la propria difesa.

In punto di liquidazione dei compensi, che viene operata a mente del D.M. n. 55 del 2014 in base al valore della lite indeterminabile di complessità media, ritiene il Collegio di dover tenere in conto la consistenza dell’attività processuale svolta giustificandosi al riguardo per la posizione della convenuta B. la riduzione dei compensi per la fase istruttoria limitata al deposito di due brevissime memorie ex art. 183 co. 6 n. 1 e n. 3 c.p.c. (rispettivamente di una e di due pagine), per la posizione delle convenute B. la riduzione dei compensi per le fasi di studio e introduttiva, essendosi le predette costituite a mezzo il medesimo procuratore della convenuta B. con atti di adesione alla tesi di questa e ricalcati sulla di lei comparsa costitutiva, nonché per la fase decisionale per i medesimi motivi e l’eliminazione dei compensi per la fase istruttoria, non avendo le convenute B. depositato alcuna memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c..

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

A carico delle sole parti attrici vengono poste le spese del subprocedimento cautelare azionato dalla convenuta B. in quanto, pur non essendosi in esso le attrici costituite e dunque non essendosi formalmente opposte al relativo accoglimento, tuttavia con l’introduzione del giudizio di merito hanno dato causa all’introduzione del procedimento cautelare da parte della chiamata all’eredità B. cui, pendente giudizio, era preclusa la disponibilità dei beni ereditari: non sono invece considerate le terze intervenute, che si sono costituite in senso adesivo solo nel giudizio principale senza aver dato causa esse stesse al contenzioso. Per il subprocedimento cautelare la liquidazione, a mente del D.M. n. 55 del 2014, tiene conto del valore della controversia cautelare come risultante dal decisum e del fatto che la decisione è stata assunta allo stato degli atti sulla base del solo ricorso introduttivo ex art. 700 c.p.c., assenti fase istruttoria e fase propriamente decisionale, senza riconoscimento di alcun aumento in assenza di questioni di particolare complessità e vista anche la contumacia delle controparti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Pistoia in composizione collegiale, definitivamente pronunciando, ogni contraria o diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:

1) respinge le domande attoree;

2) respinge le domande delle terze intervenute;

3) dichiara estinto il giudizio nei confronti di E.R. ai sensi dell’art. 306 c.p.c.;

4) in accoglimento della domanda riconvenzionale di parte convenuta B., dichiara G.B. erede universale del de cuius A.R.; 5) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta B., che liquida nella misura di Euro 9.275,00 oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

6) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore delle convenute A.B. e C.B., che liquida nell’importo di Euro 3.393,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

7) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) in solido alla refusione, in favore di parte convenuta B., delle spese del subprocedimento cautelare che liquida nell’importo di Euro 3.000,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge.

Conclusione

Così deciso in Pistoia nella camera di consiglio dell’11 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Pistoia

Il Tribunale in composizione collegiale, in persone dei magistrati:

Maria Iannone – Presidente

Lucia Leoncini – Giudice rel.

Elena Piccinni – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa n. 3228/2018 tra le parti:

B.R. (cf (…)), E.R. (cf (…)), F.R. (cf (…)), N.R. (cf (…)), P.R. (cf (…)), L.V. (cf (…)), con gli avv. MEACCI ILARIA (cf (…)) e SANTANGELO MARIA ROSARIA (cf (…))

ATTORI

G.B. (cf (…)), con gli avv. BONACCHI STEFANO (cf (…)) e FAGNI ALESSANDRO (cf (…));

A.B. (cf (…)), C.B. (cf (…)), con l’avv. FAGNI ALESSANDRO (cf (…))

CONVENUTE

G.G.S.G., con l’avv. PANELLI FABIO (cf (…))

TERZE INTERVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

.1. Agiscono in giudizio B.R., E.R., F.R., adia R., P.R., L.V., E.R. (quest’ultimo oi rinunciatario agli atti del giudizio per la propria posizione) chiedendo reliminarmente accertarsi e dichiararsi la reale consistenza del patrimonio el defunto A.R. al momento dell’apertura della successione e

accertarsi e dichiararsi che gli attori, nonché le convenute C.B. e A.B., sono nipoti del de cuius in quanto figli dei fratelli e sorelle di costui; in via principale, accertare e dichiarare le effettive volontà testamentarie del de cuius espresse nel testamento olografo del 16.10.2014 e, in particolare, esplicitare il significato del termine “fabbisogno” in esso menzionato, ancora accertare e dichiarare che gli attori oltre a C.B. e A.B., in quanto nipoti del de cuius, sono chiamati alla successione del medesimo e dunque accertare e dichiarare la qualità di eredi degli attori e a quale titolo, con quali diritti e in quali quote gli stessi sono stati chiamati all’eredità del de cuius, conseguentemente disporre in loro favore il rilascio dei beni ereditari nella misura che sarà accertata in corso di causa.

A fondamento di tali domande, gli attori propongono un’interpretazione della scheda testamentaria redatta dal de cuius nel senso che alla compagna di costui, convenuta nel presente giudizio, G.B. debba essere attribuito quanto necessario per il proprio sostentamento (“fabbisogno”, secondo l’espressione utilizzata dal testatore) mentre l’eccedenza sia da ripartire fra gli altri chiamati all’eredità ossia appunto i nipoti.

I.2. Si costituisce in giudizio la convenuta B., contestando le avverse domande e l’altrui interpretazione dell’atto testamentario e avanzando domanda riconvenzionale per il rimborso delle spese già versate per oneri successori e da gravare sulla massa ereditaria nonché per ottenere, pendente il giudizio, le somme necessarie per il proprio sostentamento come da volontà espressa dal de cuius ed ex adverso, in parte qua, non contestata: conclude quindi, in via preliminare, per l’emissione di ordinanza-ingiunzione ex art. 186ter c.p.c. per il rimborso delle spese riguardanti il passivo ereditario nell’importo di Euro 20.129,00 e per l’autorizzazione al prelievo dall’eredità della somma di Euro 3.000,00 mensili o altra ritenuta di giustizia per il proprio sostentamento, nel merito in tesi per essere dichiarata unica erede universale del de cuius ovvero, in ipotesi, essere dichiarata usufruttuaria con diritto di disporre fino alla propria morte dei beni ereditari anche con atti inter vivos.

I.3. Si costituiscono altresì, con autonoma e medesima comparsa, le altre convenute C.B. e A.B., aderendo all’interpretazione testamentaria data dalla convenuta B. con conseguente richiesta di rigetto delle domande attoree ovvero, in ipotesi e in caso di non accoglimento da parte del Tribunale di siffatta interpretazione, chiedendo di estendere a se medesime le richieste degli attori sia in punto di accertamento della propria qualità di eredi di A.R., sia in punto di determinazione delle quote a sé spettanti.

I.4. Si costituiscono altresì, con comparsa di intervento volontario adesivo delle ragioni attoree ex art. 105 co. 2 c.p.c., G.G. e S.G., chiedendo accertarsi e dichiararsi anche la propria qualità di chiamate all’eredità, con richiesta di estensione a se medesime di ogni effetto della sentenza da pronunciarsi in favore degli attori, in forza di relatio operata dal testatore nella scheda testamentaria del 16.10.2014 ad altra precedente scrittura nella quale sono menzionate quali nipoti anche le terze intervenute.

I.5. Accolto con ordinanza collegiale 11.10.2019 ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. in corso di causa promosso dalla convenuta B. e assegnati alle parti nel procedimento principale i termini di cui all’art. 183 co. 6 c.p.c., la causa viene ritenuta matura per la decisione su base documentale (respinte le istanze istruttorie formulate dalla sola parte attrice) e viene rimessa al Collegio sulle conclusioni delle parti come in epigrafe riportate, con assegnazione alle stesse dei termini di legge per il deposito di scritti conclusivi.

  1. Per la definizione della controversia, occorre muovere dal testo della scheda testamentaria datata 16.10.2014, non fatta oggetto di alcuna impugnativa e relativamente alla quale non v’è contestazione fra le parti che costituisca il valido atto di espressione delle ultime volontà del de cuius, anche in sostituzione di altre scritture dallo stesso redatte in precedenza.

Ivi si legge letteralmente:

“In data odierna nella mia piena facoltà di intendere e volere decido di sostituire tutti gli scritti da me fatti in data 31-07-09-10-10-11 e 10-10-2012 dopo le mie valutazioni oltre queste date. per comportamenti ricevuti dagli aventi diritto dei miei beni.

Io A.R. da oggi intendo che i miei beni alla mia morte siano così ripartiti Se dovessi mancare prima della mia suocera A.P. e della mia compagna B.G. i beni miei dovranno servire per il loro fabbisogno fino alle loro morti, se al momento di questi due decessi ci rimaranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti maschi o femmine in parti uguali.

I nomi dei nipoti sono già riportati nella scrittura del 10-10-2012.

Sono contento di tutto quello che la vita mi a dato come sapete non credo q nulla pertanto ricordatemi se volete per quello che sono stato

A.”.

Ora, evidente che le parole usate dal testatore devono essere lette e interpretate alla luce del contesto familiare e culturale di appartenenza, andando a ricercare nel concreto la reale volontà del de cuius sottesa alle espressioni utilizzate senza ricercare in esse tecnicismi giuridici che non possono pretendersi da non professionisti della materia, dal dato testuale della scrittura in analisi possono desumersi quantomeno taluni dati chiari e indubbi ossia che:

– se il de cuius dovesse morire prima della suocera e della compagna, i suoi beni andranno a costoro e dovranno servire per il loro fabbisogno;

– se anche alla morte della suocera e della compagna dovessero residuare dei beni, gli stessi dovranno essere suddivisi in parti uguali fra tutti i nipoti del de cuius, maschi o femmine, come indicati nella scrittura del 10.10.2012.

A quest’ultimo proposito, le intervenienti G.G. e S.G. hanno dedotto e documentato (cfr. deposito documentale in sede di udienza 24.9.2019) come la scrittura 10.10.2012, cui per relationem si riferisce il testamento 16.10.2014 per l’individuazione dei nipoti del testatore, indichi costoro in R.E., R.F., R.B., R.P., R.A., R.N., G.G., G.S., V.

L., B.C., B.A..

È convinzione di questo Collegio che l’atto di intervento volontario spiegato dalle pretese chiamate all’eredità G.G. e S.G. sia legittimo, radicandosi la legitimatio ad causam delle intervenienti nella relatio contenuta nel testamento 16.10.2014 ad altra precedente scrittura recante indicazione dei “nipoti” come intesi dal de cuius. Al riguardo, non si ritiene infatti possibile sostenere che, essendo stato quel precedente testamento del 10.10.2012 revocato dallo stesso testatore in forza di testamento successivo, esso non possa rivestire più alcun valore: certamente non può valere quale atto contenente le ultime volontà del de cuius, ma nulla vieta che possa avere una qualche rilevanza ad altri fini – come appunto, nella specie, ai fini dell’individuazione dei nipoti che il testatore ha inteso chiamare alla sua eredità (indipendentemente dalla problematica afferente la validità o meno della chiamata, di cui si tratterà in seguito) – allorquando sia stato lo stesso testatore ad attribuire un simile rilievo.

Né con ciò può dirsi che non sussista valida revoca del testamento 10.10.2012 avendo ad esso il testatore fatto riferimento nella successiva scheda testamentaria del 16.10.2014, atteso che la relatio contenuta in quest’ultima attiene non propriamente e direttamente alla volontà dispositiva del testatore ma semplicemente all’individuazione di un elemento (destinatari delle ultime volontà del de cuius) che ben può essere integrato da dati esterni al testamento purché definibili e accertabili come espressione delle intenzioni del de cuius. Aspetto, questo, che nella vicenda qui in decisione ricorre senz’altro, in quanto l’elemento estrinseco alla scheda testamentaria cui questa opera formale relatio consiste in documento scritto dal testatore stesso, non contraddetto né superato in parte qua dal testamento redatto in epoca successiva.

A ciò si aggiunga, a conforto, che l’individuazione dei “nipoti” operata dal de cuius appare anche ragionevole, posto che essa comprende sia i nipoti in senso giuridico ossia legati da rapporti di parentela in sensi stresso, sia nipoti c.d. “acquisiti” (le nipoti della moglie del de cuius, come pacifico oltre che documentato in causa, cfr. documentazione allegata alla mem. 183 co. 6 n. 2 c.p.c. delle parti intervenute) che quindi, nella mentalità comune, rientrano parimenti nel novero dei nipoti.

Fatta chiarezza su questo profilo e venendo alla quaestio controversa fra le parti, su cui si innervano le plurime domande variamente azionate in causa, ossia il corretto inquadramento giuridico delle ultime volontà espresse dal de cuius, reputa il Collegio dirimente la circostanza per cui l’attribuzione dei beni ai nipoti è subordinata alla previa morte dei soggetti indicati come primi beneficiari, ossia la suocera e la compagna del testatore.

Anche ponendosi nell’ottica esegetica della ricerca dell’intentio testatoris al di là di quanto strettamente risultante dalla scheda testamentaria e dunque valorizzando elementi esterni ad essa, non può farsi a meno di rilevare come anche nel precedente testamento olografo 10.10.2012 poi annullato il de cuius avesse ben chiaramente stabilito la suddetta successione cronologica, trovandosi scritto “Alla mia morte deve essere tutelata con imiei beni se ci saranno la signora A.P. e la signora B.G. fino alla loro morte nei modi e maniere in cui abbiano portato la vita fino al mio decesso. Alla morte delle signore sopracitate i beni restanti sempre se ci saranno dovranno essere così suddivisi: Alla nipote G.G. il 5% (cinque percento) del totale rimasto, il rimanente valore suddiviso in parti uguali a tutti i nipoti G.G. compresa R.E., R.F., R.B., R.P., R.N., R.A., G.G.G.S., V.L., B.C., B.A.” (cfr. deposito documentale delle terze intervenute in sede di udienza 24.9.2019).

Ne risulta quindi confermata la volontà del testatore di attribuire i propri beni in prima battura alla suocera e alla compagna, ove questa siano ancora in vita alla sua morte, e di attribuire ai nipoti i beni rimanenti solo dopo la morte anche della suocera e della compagna.

Del resto, pur dovendosi procedere all’interpretazione della volontà testamentaria anche “oltre” il dato letterale delle espressioni utilizzate dal de cuius alla ricerca dall’effettiva volontà di questi e nell’ottica di conservazione del testamento, non è però certo consentito andare “contro” la littera testamentis poiché ciò significherebbe, piuttosto che valorizzare l’effettiva volontà del testatore, mettere a tacere la stessa indebitamente.

Ebbene, come detto, nel testamento del 16.10.2014 e già in quello precedente del 10.10.2012 – a conferma di una continuità nell’intenzione dispositiva del testatore che rinsalda la stessa e la corrobora, anche dal punto di vista probatorio processuale – il de cuius si è inequivocabilmente espresso nel senso che la devoluzione dei propri beni ai nipoti debba avvenire sui beni in ipotesi rimanenti alla morte delle prime beneficiarie, ossia la suocera e la moglie.

Trattasi di aspetto indubbio e imprescindibile ai fini della soluzione della controversia che ci occupa.

Difatti, pur volendo aderire per un momento alla prospettazione attorea per cui, valorizzando il termine “fabbisogno” utilizzato dal testatore in riferimento alle prime beneficiarie A. e B., si sarebbe di fronte all’attribuzione alle predette A. e B. di un diritto di usufrutto sub specie di usufrutto vitalizio, con nuda proprietà a favore dei nipoti (o altra similare fattispecie non meglio identificata ex parte actoris e lasciata al potere interpretativo e qualificatorio del Tribunale), ci si scontra tuttavia con il dato oggettivo e insuperabile – oltre che, si ripete, presente in tutte le schede testamentarie nel tempo redatte dal R.A. – della delazione successiva (devoluzione dei beni ereditari ai nipoti dopo la morte delle prime chiamate all’eredità A. e B.) e avente ad oggetto solo i beni residui se ancora sussistenti alla morte delle prime chiamate all’eredità; laddove l’elaborazione interpretativa è costante nel ritenere incompatibile l’istituzione di eredi tributari del diritto di usufrutto e di eredi tributari del diritto di nuda proprietà qualora tali istituzioni non siano contestuali, ma appunto in ordine successivo esattamente come avvenuto nel caso di specie.

Peraltro l’istituto dell’usufrutto o dell’usufrutto vitalizio si profila, nella concreta vicenda successoria al nostro esame, contrastante con il tenore testuale della scheda testamentaria, nella quale la devoluzione ai nipoti concerne i beni ereditari eventualmente ancora sussistenti al momento della morte delle chiamate all’eredità A. e B. (“se al momento di questi due decessi ci rimarranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti…”), dal che si desume l’assenza in capo alle istituite A. e B. dei limiti all’utilizzo dei beni che sono invece propri dell’usufruttuario.

Posto un simile contesto, ritiene allora il Tribunale di condividere l’interpretazione propugnata dalle parti convenute e suffragata da copiosa giurisprudenza di legittimità espressasi in argomento, la quale concordemente ravvisa nella c.d. delazione successiva una sostituzione fedecommissaria vietata a mente dell’art. 692 co. 5 c.c. stante da un lato l’indubbia non ricorrenza nel caso de quo delle circoscritte ipotesi in cui un tale istituto è consentito ove avente finalità assistenziali (cfr. art. 692 co. 1 c.c.), dall’altro lato e inoltre l’assenza dell’obbligo per l’istituito di “conservare e restituire alla sua morte i beni” a favore dei sostituiti come previsto invece per la sostituzione fedecommissaria lecita ex art. 692 co. 1 c.c.: nella vicenda qui in disamina, infatti, non solo non sussistono in capo a istituiti e sostituiti le qualifiche soggettive in presenza delle quali l’istituto successorio di cui si discetta è considerato lecito, ma manca altresì l’obbligazione principe posta a carico degli istituiti atteso che alle chiamate all’eredità A. e B. non è posto alcun obbligo di conservazione dei beni per poi poterli devolvere, alla loro morte, ai nipoti del de cuius, né un simile obbligo è desumibile dalla lettura complessiva del testamento o da elementi estrinseci ad esso non avendo le parti allegato né dimostrato alcunché sul punto, ma anzi nella scheda testamentaria è chiaramente detto che alla morte delle prime beneficiarie A. e B. dovrà essere devoluto ai nipoti del R. solo quanto rimanente e se ci sarà del rimanente, avendo quindi il testatore preso in considerazione come del tutto possibile anche il caso in cui niente dei bene ereditari sopravviva alle sig.re A. e B. secondo quanto risultante dalla chiara espressione del testamento 16.10.2014 “se al momento di questi due decessi ci saranno dei beni da gestire…”.

A conforto della tesi qui sostenuta, sulla scorta del tenore letterale del testamento in analisi e in mancanza, come detto, di indici anche esterni significanti una diversa o difforme volontà del testatore (i quali, per vero, si porrebbero in contrasto con quanto chiaramente espresso nella scheda testamentaria e dunque in conflitto anche con la direttiva principe in materia successoria di favor testamenti e tutela della volontà del disponente), possono citarsi le seguenti pronunce di legittimità, tutte per diversi aspetti perfettamente attagliate alla vicenda oggi in decisione:

Cass. ord. n. 25698/2018, in massima “L’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca della effettiva volontà del “de cuius”, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria; ne consegue che la disposizione con la quale il “de cuius” lascia a persone diverse rispettivamente l’usufrutto e la nuda proprietà di uno stesso bene (o dell’intero complesso dei beni ereditari) non integra gli estremi della sostituzione fedecommissaria (ma quelli di una formale istituzione di erede) quando le disposizioni siano dirette e simultanee e non in ordine successivo, i chiamati non succedano l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, e la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisca un effetto non della successione, ma della “vis espansiva” della proprietà”; conf. Cass. n. 2172/2011, Cass. n. 4435/2009;

Cass. n. 5604/2001 per cui “è ipotizzabile una istituzione con sostituzione fedecommissaria qualora il testatore, pur adoperando la terminologia corrispondente ad una attribuzione separata di usufrutto e di nuda proprietà, abbia attribuito all’onorato dell’usufrutto diritti ed obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede oppure abbia condizionato l’acquisto della qualità di erede del secondo alla sopravvivenza al primo”.

Quanto sopra conduce dunque a ravvisare, nel testamento in analisi, una non consentita sostituzione fedecommissaria c.d. de residuo, nulla ex art. 692 u.c. c.c. senza che ciò invalidi – interpretazione granitica sul punto – l’intera scheda testamentaria, in virtù dei principi cardini di conservazione del testamento (mutuato ex art. 1367 c.c.) e di tutela della volontà del testatore: ché infatti ciò che rende illecito l’istituto in parola (sostituzione fedecommissaria ex art. 692 co. 5 c.c.) è la circostanza che, tramite esso, si pretenderebbe coartare la volontà del soggetto chiamato all’eredità del de cuius, qualora si consentisse a quest’ultimo di stabilire a chi debbano essere devoluti i beni ereditari al momento della morte dell’erede istituito, dovendo invece essere preservata anche la legittima volontà testamentaria di costui il quale, una volta ereditati determinati beni, deve essere libero di disporne anche tramite i propri atti di ultima volontà.

D’altronde, se per un verso – come detto – non può sostenersi che una clausola testamentaria nulla quale quella istituente un fedecommesso de residuo vietato renda nullo tutto il testamento, sia alla luce del principio di conservazione degli atti di ultima volontà sia in forza del disposto testuale dell’art. 692 u.c. c.c. che espressamente sanziona con la nullità esclusivamente la “sostituzione” e non il testamento che la contiene, per altro verso neppure è possibile sanare una clausola nulla ex lege in forza del principio di conservazione della volontà del testatore, quasi che tale volontà soggettiva potesse superare i divieti di legge ciò che verrebbe a configurare un’insanabile contraddizione ordinamentale: tanto più in riferimento ad un divieto, come quello di cui si tratta, posto a tutela di principi di ordine pubblico quale preservare la libertà e volontà testamentaria con riguardo, in specifico, all’erede istituito che non può essere sostituito dal proprio dante causa nella designazione dei propri eredi al momento della propria morte.

All’occorrenza, si conferma in questa sede la valutazione di inammissibilità delle istanze istruttorie attoree siccome, in punto di prova per testi, vertenti su capitoli genericamente formulati e in parte anche valutativi, in punto di c.t.u. e ordine di esibizione superflue e per certi versi esplorative, stante l’interpretazione della voluntas testatoris come emergente dall’atto di ultime volontà che conduce ad escludere le attrici (così come le convenute B. e le terze intervenuti) dal novero dei chiamati all’eredità per insanabile nullità della relativa istituzione.

In definitiva quindi, non essendovi altra possibilità di diversamente interpretare la indubbia devoluzione successiva operata dal testatore A.R. se non con una invalida sostituzione fedecommissaria, deve essere dichiarata la nullità del testamento in parte qua, ossia laddove intende istituire i nipoti quali eredi dei beni rimanenti alla morte delle istituite A. e B.: mentre il testamento resta valido per il resto, dovendo quindi essere individuata – stante l’avvenuto decesso della chiamata all’eredità P.A. anteriormente al decesso del de cuius – l’unica erede testamentaria nella persona di G.B..

Ciò determina il rigetto tanto delle domande attoree, quanto delle domande adesive delle terze intervenute, assorbite invece le domande svolte in subordine dalle convenute C.B. e A.B. stante l’accoglimento della loro domanda principale, ossia di rigetto delle pretese degli attori.

La decisione assunta determina altresì l’assorbimento delle ulteriori pretese avanzate in via riconvenzionale dalla convenuta B., per il rimborso delle spese sostenute per il pagamento di passivi ereditari e per il riconoscimento del diritto a prelevare dalla massa ereditaria quanto necessario per il proprio sostentamento, domanda quest’ultima già accolta in sede di procedimento cautelare in corso di causa nel quale del resto nessuna delle controparti si è costituita nulla avendo opposto alla pretesa della convenuta B. in tal senso (il che è coerente con la prospettazione giuridica propugnata dagli attori e dalle intervenute, ossia con il riconoscimento alla convenuta B. del diritto di prelevare dall’eredità quanto occorrente per il proprio fabbisogno, con devoluzione del residuo ai nipoti): difatti, il riconoscimento della convenuta B. quale unica erede testamentaria conferisce alla stessa l’esclusività dei diritti sulla massa ereditaria e la piena disponibilità di questa.

Occorre solo, da ultimo, spendere due parole sulla domanda, formulata dalle terze intervenute per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c. e reiterata in fase conclusionale, di condanna degli eredi alla refusione delle spese sostenute dalle predette per la pubblicazione dei testamenti olografi 10.10.2011 e 10.10.2012; oltre al profilo della novità e tardività della domanda al di là del limite dell’emendatio libelli, a destituire di fondamento la pretesa delle terze intervenute conduce il rilievo per cui la pubblicazione di cui le stesse chiedono il rimborso è stata operata dalle medesime nel loro esclusivo interesse, specificamente al fine di comprovare la propria legittimazione ad intervenire quali chiamate all’eredità del de cuius, ma non essendo stata accolta la loro domanda di accertamento della loro qualità di eredi certamente dette spese non possono gravare sulla massa ereditaria ovvero sull’unica erede riconosciuta G.B. che in niente ha beneficiato da simili esborsi essendo per la stessa sufficiente, al fine di dimostrare la propria qualità di legittima erede del de cuius, la pubblicazione del solo testamento del 16.10.2014.

III. Quanto alle spese di lite, stante la soccombenza delle attrici e delle terze intervenute costoro devono essere chiamate tutte, in solido, alla refusione delle spese in favore di tutte le convenute, avendo anche le convenute B. aderito alla prospettazione della convenuta B. e chiesto in via principale il rigetto delle domande attoree.

Non viene chiamato a concorrere alle spese l’attore rinunciatario E.R. pur in assenza di accettazione espressa delle altre parti alla rinuncia, non potendosi dire detta accettazione necessaria non ravvisandosi a monte un interesse di nessuna delle altre parti contrario alla rinuncia stessa ovvero un interesse a che la causa proseguisse anche da e nei confronti del rinunciatario (cfr. art. 306 co. 1 c.p.c.): tanto più che la rinuncia di esso non ha fatto venir meno il contenzioso e quindi la possibilità per le controparti di recuperare dagli attori non rinunciatari le spese sostenute per la propria difesa.

In punto di liquidazione dei compensi, che viene operata a mente del D.M. n. 55 del 2014 in base al valore della lite indeterminabile di complessità media, ritiene il Collegio di dover tenere in conto la consistenza dell’attività processuale svolta giustificandosi al riguardo per la posizione della convenuta B. la riduzione dei compensi per la fase istruttoria limitata al deposito di due brevissime memorie ex art. 183 co. 6 n. 1 e n. 3 c.p.c. (rispettivamente di una e di due pagine), per la posizione delle convenute B. la riduzione dei compensi per le fasi di studio e introduttiva, essendosi le predette costituite a mezzo il medesimo procuratore della convenuta B. con atti di adesione alla tesi di questa e ricalcati sulla di lei comparsa costitutiva, nonché per la fase decisionale per i medesimi motivi e l’eliminazione dei compensi per la fase istruttoria, non avendo le convenute B. depositato alcuna memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c..

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

A carico delle sole parti attrici vengono poste le spese del subprocedimento cautelare azionato dalla convenuta B. in quanto, pur non essendosi in esso le attrici costituite e dunque non essendosi formalmente opposte al relativo accoglimento, tuttavia con l’introduzione del giudizio di merito hanno dato causa all’introduzione del procedimento cautelare da parte della chiamata all’eredità B. cui, pendente giudizio, era preclusa la disponibilità dei beni ereditari: non sono invece considerate le terze intervenute, che si sono costituite in senso adesivo solo nel giudizio principale senza aver dato causa esse stesse al contenzioso. Per il subprocedimento cautelare la liquidazione, a mente del D.M. n. 55 del 2014, tiene conto del valore della controversia cautelare come risultante dal decisum e del fatto che la decisione è stata assunta allo stato degli atti sulla base del solo ricorso introduttivo ex art. 700 c.p.c., assenti fase istruttoria e fase propriamente decisionale, senza riconoscimento di alcun aumento in assenza di questioni di particolare complessità e vista anche la contumacia delle controparti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Pistoia in composizione collegiale, definitivamente pronunciando, ogni contraria o diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:

1) respinge le domande attoree;

2) respinge le domande delle terze intervenute;

3) dichiara estinto il giudizio nei confronti di E.R. ai sensi dell’art. 306 c.p.c.;

4) in accoglimento della domanda riconvenzionale di parte convenuta B., dichiara G.B. erede universale del de cuius A.R.; 5) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta B., che liquida nella misura di Euro 9.275,00 oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

6) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore delle convenute A.B. e C.B., che liquida nell’importo di Euro 3.393,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

7) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) in solido alla refusione, in favore di parte convenuta B., delle spese del subprocedimento cautelare che liquida nell’importo di Euro 3.000,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge.

Conclusione

Così deciso in Pistoia nella camera di consiglio dell’11 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2021.

Forli tribunale divisione ereditaria avvocato esperto bologna

Forli tribunale divisione ereditaria avvocato esperto bologna

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

AVVOCATO ESPERTO DIVISIONE EREDITARIA CHIAMA SUBITO 051 6447838

IL TRIBUNALE DISPONEVA

Come previsto dall’art. 556 c.c., ai fini della determinazione della quota disponibile, “Per determinare l’ammontare della quota di cui il defunto poteva disporre si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti. Si riuniscono quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione 562, 737 ss. c.c., secondo il loro valore determinato in base alle regole dettate negli articoli 747 a 750, e sull’asse così formato si calcola la quota di cui il defunto poteva disporre 537 c.c..”.

Non è contestato fra le parti che all’interno dell’asse ereditario, quale componente attiva, debba conteggiarsi l’immobile di C. di R., oggetto della disposizione testamentaria citata poco sopra. L’immobile in questione è stato oggetto di perizia di stima del corso del giudizio. Sul punto, occorre tuttavia ricordare che “In tema di successione necessaria, per accertare la lesione della quota di riserva va determinato il valore della massa ereditaria, quello della quota disponibile e della quota di legittima. A tal fine, occorre procedere alla formazione del compendio dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione; quindi, alla detrazione dal “relictum” dei debiti, da valutare con riferimento alla stessa data; e, ancora, alla riunione fittizia, cioè meramente contabile, tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare, in relazione ai beni immobili ed ai beni mobili, secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e, con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 cod. civ.). Devono calcolarsi, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del “relictum” al netto ed il valore del “donatum” ed imputarsi, infine, le liberalità fatte al legittimario, con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 cod. civ.).” (Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012).

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Forlì

Sezione Civile

In composizione collegiale nella persona dei Signori magistrati:

Dott.ssa Rossella Talia – Presidente

Dott.ssa Anna Orlandi – Giudice

Dott.ssa Valentina Vecchietti – Giudice Relatore, Estensore

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nel procedimento civile di primo grado iscritto al N. 1180/2015 R.G. fra

N.G. (CF (…)), G.G. (CF (…)), con il patrocinio dell’avv. PIER PAOLO BENINI (CF (…)), elettivamente domiciliati presso lo Studio del difensore in Forlì, corso della Repubblica n. 108;

ATTORI

L.I.G. (CF (…)), C.R. (CF (…)), con il patrocinio dell’avv. FEDERICO BOSI (CF (…)), elettivamente domiciliati in Forlì, piazza Orsi Mangelli n. 1 presso lo studio del difensore;

CONVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione i sig.ri N.G. e G.G. (“gli attori”) convenivano in giudizio le sig.re L.I.G. e C.R. (“le convenute”) per sentire accogliere le conclusioni ivi formulate, ed in particolare affinchè, in via preliminare, fosse accertata e dichiarata la legittimazione attiva degli attori in quanto dotati del diritto di rappresentazione ex art. 467 c.c. del sig. G.R., erede legittimario di G.A., e che la quota di spettanza del sig. G.R. sull’asse ereditario di G.A. ammonta a 1/3; sempre in via preliminare, fosse accertato e dichiarato che l’asse ereditario di G.A. era composto, al momento della morte, oltre ad altri beni, dall’immobile sito in C. di R., fraz. C., via S. P. – C. N. 69, costituito da fabbricato residenziale con relativa corte e terreni seminativi, meglio indicato in atti, complessivamente stimato per un valore di mercato di Euro 170.000,00 o diversa somma ritenuta di giustizia; in via principale e nel merito, affinchè, previa declaratoria di lesione dei diritti di legittimari degli attori, fosse condannata R.C., cui fu devoluto per testamento l’immobile di C. di R., a corrispondere agli attori la somma corrispondente a un terzo del valore dell’immobile, e dunque la somma di Euro 56.660,00 o diversa somma da quantificarsi in corso di causa, con interessi dal dovuto al saldo effettivo, ovvero emettere sentenza costitutiva della quota di proprietà di 1/3 in favore degli attori; ancora in via principale, accertare e quantificare, previa collazione, in Euro 90.000,00, ovvero diversa somma ritenuta di giustizia, tutte le somme confluite e progressivamente prelevate sui conti correnti e depositi cointestati al sig. G.A. e pertanto dichiarare che la porzione di dette somme spettante al sig. G.R., applicandovi la quota di riserva di 1/3 ammonta ad Euro 30.000,00 ovvero diversa somma ritenuta di giustizia; ancora in via principale, condannare le convenute in solido a conferire ex art. 737 e 751 c.c. tutte le somme prelevate dai conti correnti e depositi di cui il sig. G. risultava cointestatario fino a reintegrazione dei legittimari nella quota di Euro 30.000,00, il tutto con vittoria di spese.

Allegavano gli attori di essere eredi legittimari del de cuius G.A., deceduto a Santa Sofia il 5 agosto 2013, per diritto di rappresentazione, in quanto figli del defunto G.R., figlio premorto, deceduto il 14.7.2007.

Il sig. G.A. aveva redatto testamento in forma pubblica, in data 16.7.2013, dichiarando di lasciare alla propria nipote, R.C., figlia di G.L.I., sorella di G.R. e figlia del de cuius, l’immobile di C. di R., fraz. C. sopra citato.

Al momento della morte, il de cuius risultava titolare di un libretto postale, di un conto corrente e di un deposito amministrato, sui quali risultavano effettuate numerose movimentazioni e prelievi dettagliati in atti.

Ad avviso degli attori, dunque, il relictum sarebbe composto: dall’immobile lasciato per testamento alla nipote, dal valore, ad avviso degli attori, ammontante al momento della morte ad Euro 170.000,00. Vi sarebbero inoltre somme di denaro quantificate in Euro 90.000,00, detratto quanto necessario per il ricovero di G.A. negli ultimi tempi di vita. Dette somme di denaro sarebbero state prelevate da parte di G.L.I., che se ne sarebbe di fatto appropriata approfittando del rapporto con il de cuius, e sarebbero dunque soggette a collazione.

Si costituivano in giudizio G.L.I. e R.C. (“le convenute”) concludendo, in via preliminare, per l’accertamento che al momento della morte di G.A. i ben relitti in proprietà di costui erano composti dall’immobile sito in C. di R., fraz. C., indicato in atti, oltre che dalla quota del 50% di spettanza del de cuius delle somme presenti all’epoca della morte sul libretto postale cointestato al de cuius e alla figlia L.I., per Euro 17,10, accertata e dichiarata la detraibilità dal relictum così formato dei debiti gravanti sullo stesso per Euro 15.416,73 nonché la riunione fittizia al valore netto dei beni relitti di tutte le somme ricevute in donazione da G.R. per complessivi Euro 6.963,38, e per l’effetto dichiarare che il valore della quota ereditaria spettante per successione necessaria a G.G. e G.N., in rappresentazione del padre premorto G.R., assomma a Euro 36.891,20 ovvero diversa somma di giustizia; in via riconvenzionale, accertare e dichiarare l’esistenza di debito gravante sugli attori pari ad Euro 3.627,54 per la captazione a danno delle convenute di somme eccedenti la propria quota di successione legittima nella delazione ereditaria di R.E., e per l’effetto dichiarare la compensazione giudiziale di siffatta posizione debitoria con la somma dovuta agli attori a titolo di legittima nella successione di G.R., rideterminandola nell’ammontare di Euro 33.263,66. Il tutto con vittoria di spese.

Eccepivano le convenute che, nel corso degli ultimi anni della sua vita, il de cuius sarebbe stato costantemente coadiuvato, affiancato e assistito dalle convenute, che lo aiutavano in tutte le incombenze quotidiane, e ciò nel completo disinteresse degli attori.

Solo dopo la morte del nonno gli attori avrebbero iniziato ad avanzare pretese economiche.

Ad avviso delle convenute il valore del relictum, comprensivo della casa di abitazione del de cuius e del denaro esistente al tempo della apertura della successione, ammonterebbe ad Euro 140.017,10. Per quanto concerne i debiti, da detrarre dalla massa, essi ammonterebbero ad Euro 15.416,73 e sarebbero costituiti dalle voci di spesa dettagliate in comparsa.

Contestavano poi le affermazioni attoree circa la sussistenza di apprensioni di somme in danno del de cuius, avendo lo stesso personalmente sempre prelevato e gestito il proprio denaro al fine di provvedere ai propri bisogni personali.

Al contrario, il de cuius avrebbe posto in essere in vita elargizioni a favore del rappresentato G.R., in parte come prestiti mai restituiti, in parte come elargizioni, il tutto per complessivi Euro 6.963,38, da imputarsi alla quota di legittima ex adverso pretesa, che dovrebbe, dunque, essere quantificata nell’importo di Euro 43.854,58, pari a 1/3 del relictum, e dunque, sottratte le somme già ricevute a titolo di liberalità, ad Euro 36.891,20.

Inoltre, eccepivano le convenute che, alla morte della sig.ra R.E., moglie premorta del de cuius, gli attori avrebbero operato una suddivisione dell’asse in quattro quote, anziché in tre, tenendo per sé la complessiva somma di Euro 10.882,16 in luogo della somma di Euro 7.255,07. Per questo, l’importo loro spettante in morte del sig. A.G. andrebbe ulteriormente ridotto per compensazione della somma di Euro 3.627,54.

La causa è stata istruita documentalmente e mediante ctu estimativa.

Non è contestata fra le parti la natura di chiamati alla eredità degli attori, per rappresentazione del premorto R.G. e dunque la loro legittimazione attiva al presente giudizio, ai sensi dell’art. 557 comma 1 c.c.. Neppure è contestato fra le parti che la quota di spettanza degli attori ammonta ad un terzo dell’asse ereditario di A.G. (crf. art. 537 c.c.).

Neppure è contestato fra le parti che il de cuius redasse testamento in forma pubblica, lasciando alla propria nipote R.C. – figlia di G.L. – l’immobile di C. di R.. Neppure è contestato fra le parti che detta disposizioni testamentaria comportò la lesione della quota di legittima spettante, per rappresentazione, agli odierni attori.

Le parti controvertono, tuttavia, sulla determinazione quantitativa di detta quota, oltre che sulla sussistenza di rapporti di credito -debito fra le parti stesse.

Come previsto dall’art. 556 c.c., ai fini della determinazione della quota disponibile, “Per determinare l’ammontare della quota di cui il defunto poteva disporre si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti. Si riuniscono quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione 562, 737 ss. c.c., secondo il loro valore determinato in base alle regole dettate negli articoli 747 a 750, e sull’asse così formato si calcola la quota di cui il defunto poteva disporre 537 c.c..”.

Non è contestato fra le parti che all’interno dell’asse ereditario, quale componente attiva, debba conteggiarsi l’immobile di C. di R., oggetto della disposizione testamentaria citata poco sopra. L’immobile in questione è stato oggetto di perizia di stima del corso del giudizio. Sul punto, occorre tuttavia ricordare che “In tema di successione necessaria, per accertare la lesione della quota di riserva va determinato il valore della massa ereditaria, quello della quota disponibile e della quota di legittima. A tal fine, occorre procedere alla formazione del compendio dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione; quindi, alla detrazione dal “relictum” dei debiti, da valutare con riferimento alla stessa data; e, ancora, alla riunione fittizia, cioè meramente contabile, tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare, in relazione ai beni immobili ed ai beni mobili, secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e, con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 cod. civ.). Devono calcolarsi, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del “relictum” al netto ed il valore del “donatum” ed imputarsi, infine, le liberalità fatte al legittimario, con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 cod. civ.).” (Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012).

Pertanto, il valore dell’immobile da prendere a riferimento deve essere quello riferibile al momento della apertura della successione (5 agosto 2013), stimato dal CTU in complessivi Euro 108.000,00, di cui Euro 96.000,00 riferibili al fabbricato ed Euro 12.000,00 al terreno. Dal momento che il quesito espressamente prevedeva la stima del valore al momento della apertura della successione che la determinazione della stima di concerto con i ctp è stata autorizzata dal Giudice su proposta della parte attrice alla udienza del 25.1.2017, il valore da prendere a riferimento non potrà che essere che di Euro 108.000,00.

Per quanto concerne i beni mobili, essi sono così documentati: Euro 34,21 giacenti sul libretto di risparmio cointestato fra il de cuius e la convenuta (doc. 13 fascicolo parte attrice): sul punto, le convenute affermano che l’importo da considerare sarebbe pari a Euro 17,10, pari alla metà del saldo: in assenza di prova contraria, le quote spettanti ai cointestatari si presumono uguali, sì che confluirà nell’asse attivo l’importo di Euro 17,10 (crf., Cass. Civ., Sez. 3, Sentenza n. 4496 del 24/02/2010).

Il valore del relictum ammonta dunque a complessivi euro 108.017,10.

Per quanto concerne i debiti, occorre ricordare che il debito ereditario è quello esistente in capo al de cuius al momento della sua morte o sorto in occasione della morte: essi comprendono anche le spese per le onoranze funebri (Cass. Civ., Sez. 2 -, Ordinanza n. 17938 del 27/08/2020) e le imposte di successione (crf., Tribunale Modena, 12/06/2019, n.915, DeJure).

Pertanto, visto quanto allegato e documentato dalle convenute,

dovranno essere detratti i debiti ereditari, così costituiti:

euro 2.000,00 per spese funebri (doc. 4)

euro 1.992,62 per spese loculo (doc. 5)

euro 2.150,00 per spese notarili (doc. 6)

euro 32,52 per la luce votiva (doc. 7)

euro 35,89 per modello unico (doc. 8)

euro 519,89 per imposte di successione (doc. 9)

euro 750,00 per spese loculo (doc. 10)

euro 4.994,34 per debiti Hera (doc. 14);

non devono invece essere conteggiate le ulteriori spese relative all’immobile oggetto della disposizione testamentaria e successive alla apertura della successione (doc.ti 11, 12, 13).

Pertanto, l’ammontare complessivo dei debiti deve essere determinato nell’importo di euro 12.475,26.

Pertanto, il valore del relictum al netto dei debiti ammonta a euro 95.541,84.

Entrambe le parti allegano, poi, che la rispettiva controparte avrebbe ricevuto donazioni che dovrebbero essere oggetto di collazione.

In particolare, ad avviso degli attori, infatti, G.L.I. avrebbe prelevato, dai libretti e conti correnti paterni, sfruttando il rapporto stretto con il padre e la cointestazione dei conti, rilevanti somme di denaro, indicativamente ammontanti ad Euro 90.000,00. Le convenute, per converso, affermano che quanto asserito dagli attori sarebbe destituito di fondamento e di prova, e che le somme indicate dagli attori sarebbero state utilizzate dal de cuius per il soddisfacimento delle proprie personali esigenze.

In punto alla distribuzione dell’onere della prova, la giurisprudenza di merito ha chiarito come “spetti al legittimario che afferma l’esistenza dell’atto di liberalità da collazionare ai sensi dell’art. 737 c.c. l’onere di provare che il coerede abbia effettivamente beneficiato di una donazione diretta o indiretta. Anche in tale ipotesi, dunque, secondo la regola generale, la prova costituisce un onere per la parte che è interessata a far valere gli effetti del fatto da provare e, quindi, ad affermarlo” (Tribunale Torino sez. II, 07/08/2019, n.3892).

Nel caso di specie, non sembra che gli attori abbiano effettivamente soddisfatto l’onere della prova loro spettante: al contrario, finanche l’allegazione delle presunte donazioni appare sommamente generica, avendo gli attori fornito una quantificazione del tutto indicativa e sommaria delle donazioni che dovrebbero essere oggetto di collazione. La domanda di collazione, pertanto, non è fondata e non può essere accolta.

Dall’altro verso, le convenute allegano che il padre degli attori avrebbe ricevuto dal de cuius donazioni per Euro 6.963,38, negli anni compresi fra il 1998 e il 2000.

Sul punto, gli attori eccepivano l’intervenuta prescrizione per decorso del termine decennale, allegando che il flusso di denaro in questione avrebbe in realtà natura di mutuo.

Anche sotto questo versante, la domanda di collazione non appare fondata; infatti, dalla analisi del doc.2 e della dicitura utilizzata con riferimento alla prima somma di L. 5 milioni (“da restituire”) si evince che tale somma fosse oggetto non già di donazione, ma di mutuo; tale considerazione appare presuntivamente applicabile anche alle successive dazioni di denaro, indicate di seguito nello stesso foglio (doc. 2 fascicolo parte convenuta). Sull’intervenuto decorso della prescrizione, va ricordato che, quand’anche non sia indicato il termine per la restituzione (art. 1817 c.c.), essa decorre ugualmente, giacchè “Condizione necessaria e sufficiente perché la prescrizione decorra è che il titolare del diritto, pur potendo esercitarlo, si astenga da tale esercizio; sicché, anche quando il termine acceda al diritto di credito da far valere, la prescrizione decorre anche quando il diritto non sia esigibile per la mancata fissazione del tempo dell’adempimento, potendo il creditore ricorrere al giudice per la fissazione di un termine, ai sensi dell’art. 1183, comma 2, c.c.” (Cass. Civ., Sez. 2 – , Sentenza n. 8640 del 07/05/2020). L’eccezione di prescrizione pertanto coglie nel segno.

Pertanto, non dovendosi operare collazioni, l’entità della lesione della quota riservata agli attori deve essere così determinata:

euro 95.541,84/3 = Euro 31.847,28 (quota di legittima di 1/3), detratto l’importo di Euro 5,70 (pari a un terzo della somma di Euro 17,10, su cosi vedasi supra), e dunque euro 31.841,58.

Occorre ora domandarsi come deve avvenire la reintegrazione della legittima spettante (per rappresentazione) agli odierni attori.

Oggetto della riduzione è evidentemente la disposizione testamentaria con la quale il de cuius ha disposto di lasciare alla propria nipote, R.C., l’immobile di C. di R..

L’art. 560 c.c. così dispone sulla riduzione del legato o della donazione di immobili:

“Quando oggetto del legato 649c.c. o della donazione 769 c.c. da ridurre è un immobile, la riduzione si fa separando dall’immobile medesimo la parte occorrente per integrare la quota riservata, se ciò può avvenire comodamente 720 c.c..

Se la separazione non può farsi comodamente 720 e il legatario o il donatario ha nell’immobile una eccedenza maggiore del quarto della porzione disponibile 556 c.c., l’immobile si deve lasciare per intero nell’eredità, salvo il diritto di conseguire il valore della porzione disponibile. Se l’eccedenza non supera il quarto, il legatario o il donatario può ritenere tutto l’immobile compensando in danaro i legittimari”.

Nel caso di specie, poiché il valore della disponibile è pari ad Euro 31.847,28 ed il valore del legato immobiliare, alla data di apertura della successione, è pari ad Euro 108.000,00, è evidente che la quota della legataria (non legittimaria) detenuta nell’immobile eccede di oltre un quarto il valore della disponibile.

Sul punto, tuttavia: 1) gli attori non chiedono la separazione in natura della quota dell’immobile corrispondente al valore della quota di legittima, 2) gli attori non chiedono l’attribuzione in natura dell’intero immobile, 3) nessuna delle parti chiede che l’immobile sia venduto (art. 720 c.c.), 4) la domanda subordinata attorea di assegnazione della quota di 1/3 in comproprietà non appare congruente con il dettato dell’art. 560 c.c..

Conseguentemente, e considerato anche quanto implicitamente manifestato dalle parti, il bene immobile in questione dovrà rimanere assegnato alla legataria R.C., che dovrà compensare in denaro gli attori, per la somma di Euro 31.841,58, da non rivalutarsi alla attualità, atteso che, dalle considerazioni rese dal ctu, appare evidente che il bene immobile non potrebbe, alla data attuale, vantare un valore superiore a quello stimato alla data di apertura della successione (crf., Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 5320 del 17/03/2016).

R.C. dovrà dunque compensare gli attori con il pagamento della somma di Euro 31.841,58.

Resta da definire la domanda riconvenzionale delle convenute, le quali affermano che gli attori, nell’operare la divisione delle somme derivanti dalla eredità di R.E. (moglie premorta del de cuius), avrebbero indebitamente suddiviso la complessiva somma non già in tre quote, bensì in quattro, tenendo per loro due quote.

La domanda appare radicalmente inammissibile posto che ogni questione relativa alla divisione ereditaria in morte della sig.ra R.E. appare già, per stessa ammissione delle convenute, definita in via negoziale fra i condividenti con la ripartizione delle relative somme.

In considerazione dell’esito della lite, nonché del fatto che la proposta transattiva, formulata dal giudice in data 25.5.2017, non appare satisfattiva delle pretese degli attori come riconosciute all’esito del giudizio, le spese di lite devono gravare interamente sulle convenute, e sono liquidate come da dispositivo, ex D.M. n. 55 del 2014, scaglione da Euro 26.000,01 a Euro 52.000,00 parametri minimi.

Le spese di ctu vanno integralmente poste a carico delle convenute.

P.Q.M.

Il Tribunale di Forlì, definitivamente decidendo, ogni diversa eccezione, domanda ed istanza disattesa:

1) accerta e dichiara che dell’asse ereditario del de cuius G.A., deceduto in Santa Sofia (FC) il 5 agosto 2013 fanno parte tutti i seguenti beni:

attivo:

– Quota di ½ del saldo attivo del libretto cointestato al de cuius e alla convenuta L.I.G., pari a Euro 17,10;

– Immobile sito in C. di R. – fraz. C., via S. P., C. N. 69, fabbricato residenziale con la relativa corte e terreni seminativi, censito a Catasto Terreni al foglio (…), particella (…), particella (…), particella (…), e Catasto fabbricati foglio (…), particella (…);

passivo:

– Euro 12.475,26 per debiti ereditari;

2) respinge le reciproche domande di collazione formulate dalle parti;

3) accerta e dichiara che il valore dell’asse ereditario (già detratti i debiti), alla data di apertura della successione, ammonta a complessivi Euro 95.541,84, che il valore della quota disponibile ammonta a Euro 31.847,28 e che il valore della quota di legittima spettante agli attori ammonta pure ad Euro 31.847,28;

4) accerta e dichiara che il legato testamentario a favore di R.C. avente ad oggetto l’immobile sopra indicato lede la quota di legittima spettante a G.G.L. e G.N. per rappresentazione del premorto G.R., figlio del de cuius, pari a 1/3;

5) accerta e dichiara che l’entità della lesione della legittima ammonta a Euro 31.841,58 e pertanto

6) condanna R.C. al pagamento, ai fini della reintegrazione della legittima lesa, della somma di Euro 31.841,58 a favore degli attori;

7) respinge la domanda riconvenzionale di R.C. e G.L.I.;

8) condanna R.C. e G.L.I., in solido, alla integrale refusione a G.G.L. e G.N. delle spese di lite del presente procedimento che liquida in complessivi Euro 4.000,00, oltre 15% per spese generali, cp e iva come per legge ed Euro 805,38 per anticipazioni;

9) pone le spese di ctu definitivamente a carico delle convenute, in solido.

Conclusione

Così deciso in Forlì nella Camera di Consiglio in data 3 novembre 2020.

Depositata in Cancelleria il 12 novembre 2020.

SUCCESSIONI RAVENNA FORLI SOLUZIONI E PROBLEMATICHE

SUCCESSIONI RAVENNA FORLI SOLUZIONI E PROBLEMATICHE

Il diritto successorio, unitamente al diritto di famiglia, è quell’ambito del diritto dove i conflitti investono gli equilibri familiari, così potendo far crollare ogni certezza. Per tale ragione, anche tale settore mi ha conquistata, permettendomi di aiutare l’assistito a risolvere le vicende giuridiche non soltanto con strumenti propri del diritto, ma anche psicologici e strategici. SUCCESSIONI RAVENNA FORLI SOLUZIONI E PROBLEMATICHE assistito moltissimi clienti in vicende ereditarie, occupandomi sia di successioni legittime che testamentarie in sede stragiudiziale (dichiarazioni successorie; rinuncia all’eredità; pianificazione successoria) e giudiziale (impugnazione di testamenti, divisioni ereditarie etc). L’approccio attento alla specificità del caso concreto e finalizzato al risultato, hanno sempre condotto a soluzioni di soddisfazione per i miei assistiti. Mi occupo della materia da oltre 15 anni e mi aggiorno costantemente. Affianco il cliente e suggerisco allo stesso le soluzioni migliori relative alla propria situazione ( accettazioni delle eredità con beneficio di inventario, rinuncia all’eredità, possibilità di impugnazione di testamenti per lesione delle legittima ecc.).

 

 

 

ART 741 CC  SUCCESSIONI RAVENNA FORLI SOLUZIONI E PROBLEMATICHE

È soggetto a collazione ciò che il defunto ha speso a favore dei suoi discendenti per assegnazioni fatte a causa di matrimonio(1), per avviarli all’esercizio di una attività produttiva o professionale(2), per soddisfare premi relativi a contratti di assicurazione sulla vita [1919, 1923 c.c.] a loro favore o per pagare i loro debiti.

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

La legge esclude dalla collazione:

a) le spese di mantenimento, educazione e malattie. Le due prime categorie erano già previste dall’articolo 1009del vecchio codice del 1865, mentre l’ultima è, in sostanza, un’esplicazione della prima, dal momento che l’obbligo alimentare comprende i medicinali e le cure.

b) le spese ordinarie per abbigliamento e nozze. Sono ordinarie le spese che si suole fare e nella misura che è consueta; esse rientrano, in sostanza, nel mantenimento, concepito però in senso ampio: dunque la dottrina esclude, generalmente, dall’obbligo della collazione non soltanto il comune vestiario, ma anche gli oggetti, arredi ed indumenti occorrenti per talune cariche e funzioni civili, militari, ecclesiastiche, diplomatiche etc. sempre, beninteso, nei limiti dell’uso.

 

 

 

La norma di cui all’art. 742 c.c. che dispensa dalla collazione le liberalità e le spese in essa previste non pone un principio inderogabile che non possa essere superato dalla volontà contraria del testatore, dovendosi riconoscere a questi la facoltà di imporre la collazione anche nei casi previsti dalla norma cit., quale strumento per incidere sulla misura dell’attribuzione patrimoniale a favore dell’erede. La suddetta facoltà incontra il solo limite posto dall’ordinamento, con gli articoli 536 e segg. c.c., alla libertà del de cujus di disporre dei propri beni dopo la sua morte, a tutela dei diritti dei congiunti più stretti. (Nella specie trattavasi di clausola testamentaria prescrivente la collazione di ordinarie spese nuziali, ritenuta valida dai giudici di merito, con sentenza confermata dalla S.C.).

 

 

In tema di successioni mortis causa la collazione del denaro si attua naturalmente per imputazione, sul presupposto necessario che si sia in precedenza proceduto ad un’operazione di divisione dell’asse ereditario, realizzandosi l’imputazione, appunto, attraverso un minor prelievo rispetto a quanto altrimenti spetterebbe pro quota al donatario sull’intero asse. Da ciò conseguono l’impossibilità di scindere logicamente i due momenti — quello della collazione e quello della formazione delle quote ereditarie spettanti a ciascun coerede — e perciò la necessità che la collazione si compia all’interno dell’operazione di divisione dell’asse ereditario (nella specie, gli eredi del de cuius morto ab intestato avevano chiesto che venisse ammesso, in prededuzione, il loro credito avverso il fallimento di un altro coerede che aveva ricevuto in vita alcune donazioni in denaro, delle quali si chiedeva operarsi la collazione. La s.c., nel confermare la sentenza di rigetto della domanda emessa dalla corte di merito, ha enunciato il principio di diritto di cui in massima).

La collazione per imputazione è il modo normale della collazione delle donazioni di denaro tanto secondo l’art. 1025 del c.c. del 1865, quanto secondo l’art. 751 del c.c. vigente, mentre ha carattere eccezionale la collazione reale, la quale può avvenire allorché il denaro manchi o non sia sufficiente a che gli altri coeredi prelevino somme di ammontare pari a quello ricevuto dal donatario. In questa seconda ipotesi, peraltro, la collazione reale può essere esclusa allorché il donante abbia imposto al donatario l’onere di conferire in collazione il denaro donato, mediante imputazione e non in natura; onere perfettamente valido, dovendosi riconoscere al donante il potere e la facoltà di stabilire il modo di conferimento della disposta donazione. (Nella specie la volontà del donante si era espressa nel senso che per le somme di denaro donate la collazione si facesse per imputazione, escludendo un conferimento alla massa ereditaria di somme di pari ammontare).

SUCCESSIONI RAVENNA FORLI SOLUZIONI E PROBLEMATICHE

I DEBITI

NELLA SUCCESSIONE

Il fatto che, ai sensi dell’art. 752 c.c., i coeredi «contribuiscono tra loro al pagamento dei debiti e pesi ereditari in proporzione delle quote ereditarie…» e che, ai sensi dell’art. 754 c.c., ciascuno è tenuto verso i creditori in proporzione della sua quota, comporta solo che, a seguito della successione, ciascuno dei debitori «non è tenuto a pagare il debito che per la sua parte» a norma dell’art. 1314 c.c., e non significa anche che sussistono originariamente tanti autonomi rapporti quanti sono gli eredi, giacché il debito di ognuno (“pro quota”) ha comunque la sua fonte nell’obbligazione del de cuius la quale determina l’unicità genetica del rapporto obbligatorio. Ne consegue che l’art. 11 c.p.c. (che pone una regola derogatoria a quella di cui all’art. 10, comma secondo, c.p.c. e che sarebbe inutile se non fosse ritenuto applicabile alle obbligazioni divisibili, essendone esclusa la riferibilità alle obbligazioni solidali ed indivisibili) trova applicazione nel caso in cui a più eredi sia richiesto, con domande proposte sin dall’inizio nello stesso processo, l’adempimento pro quota dell’unica obbligazione del de cuius essendo irrilevante che, a seguito della successione, i rapporti obbligatori tra il creditore e ciascuno degli eredi siano ormai autonomi e restando il valore della causa determinato, dunque, dalla somma delle quote di cui il creditore abbia chiesto il pagamento.

(

I debiti per interessi maturati successivamente all’apertura della successione in relazione ad un debito del de cuius sono debiti ereditari che gravano su ciascuno dei coeredi in proporzione alla propria quota ereditaria e non in proporzione alla quota di partecipazione alla comunione ereditaria.

In tema di ripartizione dei debiti ereditari, l’art. 752 c.c. concerne solamente i rapporti tra coeredi, e non è pertanto invocabile dai creditori del de cuius per i quali trova viceversa applicazione l’art. 754 c.c., in base al quale essi possono pretendere nei confronti di ciascun coerede l’adempimento della prestazione divisibile in misura non eccedente la rispettiva quota ereditaria, norma che, nel fare eccezione alla regola della solidarietà passiva di cui all’art. 1294 c.c., è peraltro, ai sensi degli artt. 1295 e 1394 c.c., anche tacitamente derogabile dagli eredi, e in ogni caso non impedisce l’adempimento del terzo con efficacia estintiva dell’obbligazione.

Le spese per le onoranze funebri sono da comprendere tra i pesi ereditari, cioè tra quegli oneri che sorgono in conseguenza dell’apertura della successione e, pur dovendo essere distinti dai debiti ereditari — ossia dai debiti esistenti in capo al de cuius e che si trasmettono, con il patrimonio del medesimo, a coloro che gli succedono per legge o per testamento — gravano sugli eredi per effetto dell’acquisto dell’eredità, concorrendo a costituire il passivo ereditario, che è composto sia dai debiti del defunto sia dai debiti dell’eredità; ne consegue che colui che ha anticipato tali spese ha diritto di ottenere il rimborso dagli eredi, sempre che non si tratti di spese eccessive sostenute contro la volontà espressa dai medesimi.

L’art. 752 c.c. prevede che i coeredi contricontribuiscano fra loro al pagamento dei debiti ereditari, in proporzione delle loro quote ereditarie, salvo che il testatore abbia disposto diversamente. Ne deriva che in mancanza di un patto con cui il de cuius abbia stipulato l’obbligazione solidale dei propri eredi a favore del creditore, gli eredi sono tenuti al pagamento dei debiti personalmente in proporzione delle rispettive quote.

Il debito ereditario di cui all’art. 752 c.c. è quello esistente in capo al de cuius al momento della sua morte – che si trasmette, insieme con il suo patrimonio, ai suoi successori, ex lege o per testamento, ripartendosi automaticamente tra di loro – e ricomprende sia la somma capitale, sia gli interessi, il cui maturarsi giorno per giorno non trova un limite temporale nella morte del debitore. Ne consegue che, essendo ciascun coerede tenuto al pagamento del debito ereditario in proporzione della propria quota (nomina haereditaria ipso iure dividuntur), anche gli interessi maturati dopo la morte del de cuius gravano sugli eredi fino a che il debito non venga estinto da ciascuno di essi per la propria quota.

Gli eredi del condebitore solidale rispondono del debito del de cuius in proporzione delle rispettive quote senza vincolo di solidarietà.

Con riguardo a debito ereditario, la pronuncia di condanna generica «in solido» a carico degli eredi non trova ostacolo nel principio fissato dall’art. 752 c.c., sulla ripartizione del debito medesimo fra gli eredi in proporzione delle quote, in quanto la concreta determinazione dell’obbligo di ciascuno, secondo tale principio, resta demandata al giudice che provvede alla liquidazione del quantum.

La disciplina di ripartizione dei debiti e pesi ereditari tra i coeredi in proporzione delle loro quote, salvo che il testatore abbia diversamente disposto, ai sensi dell’art. 752 c.c., opera per i debiti e pesi presenti nel patrimonio del “de cuius” al momento della morte, nonché per quelli sorti in immediata conseguenza della successione ereditaria, e non anche per i debiti (quale, nella specie, l’obbligo risarcitorio per il mancato rilascio di un immobile concesso in comodato al “de cuius” e richiesto in restituzione dal comodante per la prima volta agli eredi) venuti occasionalmente ad esistenza dopo la morte di quello a causa della condotta degli eredi, i quali non adempiano ad obbligazioni che pur traggono i propri presupposti remoti da atti o fatti riconducibili alla sfera patrimoniale del defunto.

SUCCESSIONI RAVENNA FORLI SOLUZIONI E PROBLEMATICHE

Gli artt. 752 e 754 c.c. regolando, rispettivamente, la ripartizione dei debiti ereditari tra gli eredi ed il pagamento di tali debiti da parte dei coeredi, disciplinano i rapporti tra coeredi, da un lato, e creditori del “de cuius”, dall’altro, tra i quali ultimi non rientra il coerede che vanti un credito nei confronti del “de cuius”; né a tale credito consegue un diritto al prelevamento, ai sensi dell’art. 725 c.c., riguardando piuttosto, quest’ultima norma, in combinato con l’art. 724, secondo comma, c.c., la definizione dei rapporti obbligatori tra coeredi in dipendenza della situazione di comunione. Nondimeno, il medesimo credito del coerede verso il “de cuius”, e quindi verso la massa, può essere fatto valere, per ragioni di economia processuale, nello stesso giudizio di scioglimento della comunione ereditaria mediante imputazione alle quote degli altri coeredi, trattandosi di rapporto obbligatorio avente comunque la sua collocazione e la sua tutela nell’ambito della vicenda successoria, la quale ha dato luogo alla comunione ereditaria.

Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

Cosa è la successione legittima?

La successione legittima è quella tipologia di successione che si apre in assenza di testamento. Quando il defunto non ha disposto attraverso apposito atto dei suoi beni per il tempo in cui ha cessato di vivere è la legge che individua i soggetti cui devolvere l’eredità.

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Fratelli, nipoti, zii e cugini rientrano

anche all’interno della categoria dei legittimari?

I legittimari sono coloro a cui la legge riserva una quota di eredità che fuoriesce dalla libera disponibilità del testatore. Le categorie di legittimari sono quelle previste dall’art. 536 c.c. ossia coniuge, figli e ascendenti. La disposizione, però, prevede un’ulteriore possibilità: a favore dei discendenti dei figli, i quali vengono alla successione in luogo dei legittimari, la legge riserva gli stessi diritti che sono riservati ai figli.

 

 

La successione legittima avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

La norma di riferimento è l’art. 565 c.c. che individua le categorie di successibili. Esse sono: al coniuge, ai discendenti (hanno un capostipite in comune), agli ascendenti, ai collaterali (hanno un capostipite in comune, ma sono esclusi quelli in linea retta), agli altri parenti e allo Stato, nell’ordine e secondo le regole stabilite dalla legge.

Quando succedono i fratelli, i nipoti, gli zii e i cugini?

La norma di riferimento sono gli artt. 569 e ss c.c. Se colui della cui eredità si tratta muore senza lasciare prole, ne’ genitori, ne’ fratelli o sorelle o loro discendenti, succedono per una metà gli ascendenti della linea paterna e per l’altra metà gli ascendenti della linea materna. Se però gli ascendenti non sono di eguale grado, l’eredità è devoluta al più vicino senza distinzione di linea. Nel caso in cui non ci sono prole, ne’ genitori, ne’ altri ascendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali. I fratelli e le sorelle unilaterali conseguono però la metà della quota che conseguono i germani.

Cosa accade in caso di concorso tra genitori o ascendenti con fratelli e sorelle?

L’art. 571 c.c. fornisce indicazioni in tal senso. La disposizione precisa che se coi genitori o con uno soltanto di essi concorrono fratelli e sorelle germani del defunto, tutti sono ammessi alla successione del medesimo per capi, a patto che in nessun caso la quota, in cui succedono i genitori o uno di essi, sia minore della metà. Altro caso preso in considerazione dal legislatore è quello in cui sono presenti fratelli e sorelle unilaterali, ciascuno di essi consegue la metà della quota che spetta a ciascuno dei germani o dei genitori, salva in ogni caso la quota della metà in favore di questi ultimi. Se entrambi i genitori non possono o non vogliono venire alla successione e vi sono ulteriori ascendenti, a questi ultimi si devolve, nei modi stabiliti dalla legge, la quota che sarebbe spettata a uno dei genitori in mancanza dell’altro.

Quando la successione si devolve agli altri parenti?

L’art. 572 c.c. prende espressamente in considerazione tale eventualità ossia quella della successione degli altri parenti, quelli non contemplati specificamente negli articoli precedenti. Presupposti sono l’assenza di porle, di genitori, di altri ascendenti, di fratelli, di sorelle o di loro discendenti. Nell’eventualità prospettata la successione si apre a favore del parente o dei parenti prossimi, senza distinzione di linea. La successione, in ogni caso, non ha luogo tra i parenti oltre il sesto grado.

Cosa accade se fratelli, zii, nipoti, cugini concorrono con il coniuge?

L’art. 582 c.c. prevede tale ipotesi disciplinandola espressamente. In tal caso al coniuge sono devoluti i due terzi dell’eredità se egli concorre con ascendenti o con fratelli e sorelle anche se unilaterali, ovvero con gli uni e con gli altri. In quest’ultimo caso la parte che resta è devoluta agli ascendenti, ai fratelli e alle sorelle, secondo le disposizioni dell’articolo 571 (la norma è dettata in tema di concorso di genitori o ascendenti con fratelli e sorelle), salvo in ogni caso agli ascendenti il diritto a un quarto della eredità.

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Fratelli, zii, nipoti, cugini possono rinunciare all’eredità?

Sì, certamente. Essi possono rinunciare all’eredità che gli è stata devoluta. L’atto di rinuncia deve essere fatto in forma solenne senza possibilità di equipollenti. La rinuncia non estingue la delazione quindi non osta alla successiva accettazione anche in forma tacita ovvero con comportamento incompatibile con la volontà di rinunciare.

Quali sono le fasi di accettazione dell’eredità per fratelli, zii, nipoti e cugini?

Anche se si apre la successione legittima, l’eredità non è immediatamente acquistata nel patrimonio del chiamato, perché essa, a differenza del legato, disposizione a titolo particolare, deve essere accettata. L’accettazione non si traduce in un atto personalissimo e, pertanto, può essere effettuata anche a mezzo di rappresentante con apposita procura rilasciata per il compimento di atti di straordinaria amministrazione.

Fratelli, zii, nipoti e cugini come possono accettare l’eredità?

Tre sono le forme di accettazione dell’eredità: espressa, tacita o con beneficio di inventario. Nella prima ipotesi i chiamati dovranno redigere e trascrivere formale atto di accettazione dell’eredità che ad essi è stata devoluta dalla legge. L’accettazione tacita avviene per fatti concludenti ossia per comportamenti espliciti di fratelli, zii, nipoti, cugini che risultano incompatibili con la volontà di rinunciare all’eredità. L’accettazione con beneficio di inventario risulta essere maggiormente complessa. Essa è diretta a separare il patrimonio degli eredi da quello del defunto in modo tale da non rispondere delle passività della massa ereditaria. Per l’accettazione con beneficio di inventario è necessario rendere una dichiarazione, ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del circondario in cui si è aperta la successione che, successivamente, viene inserita nel registro delle successioni conservato nello stesso tribunale. Il secondo passaggio, precisamente entro un mese dall’inserzione, è la trascrizione della dichiarazione, a cura del cancelliere, presso l’ufficio dei registri immobiliari del luogo in cui si è aperta la successione. Precedentemente alla dichiarazione o dopo la stessa deve essere redatto l’inventario, nelle forme prescritte dal codice di procedura civile. Se l’inventario redatto in epoca anteriore alla dichiarazione, nel registro deve pure menzionarsi la data in cui esso è stato compiuto. In caso contrario, se l’inventario è fatto dopo la dichiarazione, l’ufficiale pubblico che lo ha redatto deve, nel termine di un mese, far inserire nel registro l’annotazione della data in cui esso è stato compiuto.

Quali sono le fasi che caratterizzano la successione legittima di fratelli, zii, nipoti e cugini?

Le fasi sono tre: vocazione (la chiamata all’eredità), la delazione (la devoluzione dell’eredità) e l’accettazione. Di norma vocazione e delazione coincidono anche se ciò non sempre è vero. I due momenti non sono contestuali, ad esempio, in presenza di una condizione. Prima dell’acquisto e, precisamente, dal momento in cui si apre la successione, l’eredità si trova in una fase di quiescenza e giuridicamente costituisce un patrimonio destinato cui è dedicato un amministratore. Anche il chiamato ha diversi poteri gestori previsti espressamente dall’art. 460 c.c.

Fratelli, zii, nipoti e cugino possono sempre succedere?

Assolutamente no. L’art. 463 c.c., infatti, individua casi in cui l’erede è considerato “indegno” alla successione. Se un fratello, uno zio, un nipote o un cugino chiamato all’eredità si trova in una delle circostanze previste dalla norma non può trattenere l’eredità (secondo il brocardo potest capere sed non potest retinere). Ciò in quanto ha adottato un comportamento ritenuto non adeguato alla qualità di erede. le ipotesi sono specificamente elencate dall’art. 463 c.c. e si riassumono in comportamenti molto gravi, lesivi della persona e della dignità del defunto della cui eredità si tratta. Essi sono:

  1. omicidio volontario o tentato omicidio della persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente, o un ascendente della medesima in assenza di cause di esclusione della punibilità;
  2. fatti a danno dei medesimi soggetti per cui si applicano le norme sull’omicidio;
  3. calunnia o falsa testimonianza in giudizio penale avverso le persone indicate;
  4. decadenza dalla potestà genitoriale senza reintegrazione;
  5. induzione con dolo o violenza del de cuius a fare, revocare, mutare il testamento o impedimento alle medesime condotte;
  6. soppressione, alterazione, soppressione del testamento;
  7. formazione e uso di testamento falso.

L’esclusione, però, non è definitiva in quanto l’indegno può anche essere riabilitato. Tale soluzione può essere totale o parziale. La prima ipotesi si attua attraverso una disposizione di carattere non patrimoniale fondata sul perdono; la seconda si ha quando il testatore chiama l’indegno a succedere conoscendo la causa di indegnità.

Cosa accade se la titolarità, ad esempio, di un fratello chiamato all’acquisto ereditario viene meno?

La questione risulta essere di facile e pronta soluzione applicandosi le regole generali in tema di successione. Se, infatti, viene meno la quota di uno dei partecipanti si espande quella degli altri così come previsto dal fenomeno dell’accrescimento. La quota, acquistata in tal modo, opera di diritto in modo retroattivo ed è irrinunciabile. È anche possibile che il testatore inibisca tale effetto con contraria volontà attraverso una sostituzione ordinaria ai sensi e per gli effetti degli articoli 688 e ss. c.c. L’accrescimento non produce effetti neanche in caso di rappresentazione prevalendo di su esso.

Cosa accade se fratelli, zii, nipoti e cugini non vogliono o non possono accettare l’eredità?

Se i fratelli, gli zii, i nipoti e i cugini non vogliono o non possono accettare l’eredità opera la rappresentazione a favore dei soggetti indicati dalla norma. La migliore dottrina e giurisprudenza più avveduta rinvengono in questa ipotesi un caso di delazione diretta in quanto il rappresentante succede in modo diretto al de cuius. L’oggetto, in questa occasione, è individuato in base alla posizione del rappresentato in cui subentra il rappresentante.

È possibile sostituire la successione di un fratello al cugino o di un nipote allo zio al cospetto di successione legittima?

Assolutamente no. La domanda non ammette soluzioni diverse in quanto l’istituto è disciplinano proprio per evitare l’apertura della successione legittima nei casi in cui il chiamato all’eredità tramite testamento non vuole o non può accettarla. Con le sostituzioni è la volontà del testatore a prevede il subingresso di diversa persona nel caso in cui il primo istituito non acquista l’eredità cui è chiamato. Nelle sostituzioni presupposto imprescindibile per la loro operatività è proprio il mancato acquisto dell’eredità per impossibilità di accettazione o per assenza di volontà.

Quale la regola per dividere l’eredità tra fratelli, zii, nipoti e cugini?

La regola è che parente più vicino esclude tutti gli altri mentre se vi è parità di grado l’eredità si divide senza distinguere fra linea paterna e linea materna e fra parentela lato duplice o unilaterale.

Possono succedere anche i nipoti non ancora nati?

In caso di successione legittima i nascituri possono succedere se concepiti mentre in presenza di un testamento anche se non ancora concepiti, ma figli di soggetto vivente. Un’impostazione equipara la successione dei nascituri a quella degli adottati.

È possibile attribuite una rendita a un determinato fratello, zio, nipote o cugino?

Certamente, però soltanto attraverso apposita disposizione testamentaria e non anche nella successione legittima. La giurisprudenza più recente ha specificato che in tal caso la disposizione testamentaria che prevede la corresponsione di una rendita ad un soggetto determinato ha natura di legato e non di onere. Il legatario è un avente causa del de cuius, il beneficiario dell’onere dell’onerato.

Fratelli, zii, nipoti e cugini hanno a disposizioni azione a tutela del loro diritto ereditario?

Assolutamente sì. Se i fratelli, i cugini, gli zii e i nipoti accettano l’eredità possono agire con l’azione di petizione ereditaria per recuperare quei beni che sono illegittimamente detenuti da altri soggetti e chiedere, contestualmente, il riconoscimento della loro qualità di erede. in tale sede è anche possibile ottenere la restituzione dei beni. Soggetto passivo dell’azione è colui che possiede i beni ereditari vantando la qualità di erede e, in tal caso, non rileva lo stato soggettivo di buona o di mala fede oppure il soggetto che si è appropriato di detti beni senza titolo alcuno. In tale ultima eventualità la legge richiede necessariamente la mala fede. L’azione è imprescrittibile, ma si ha riguardo a eventuali diritti maturati in capo ai terzi grazie all’usucapione. In relazione ai tempi per veder soddisfatte le proprie ragioni essi variano a seconda della complessità della controversia.

AVVOCATO-ESPERTO-RESPONSABILITA-ARCHITETTO-1

INGEGNERE RESPONSABILITA’ AVVOCATO ESPERTO Obbligazione dei progettista,

INGEGNERE RESPONSABILITA’ Obbligazione dei progettista

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Obbligazione dei progettista,

1)Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

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2)Dall’altro, evidenziato come il precedente orientamento dia luogo, per i progettisti, ad uno snaturamento del rapporto, configurando come di risultato un’obbligazione viceversa ritenuta tipicamente di mezzo per tutte le altre libere professioni, ai E, per contro, considerata anche l’obbligazione in esame come di mezzo, appunto, ed il prodotto della prestazione come l’esito d’un lavoro intellettuale oggetto del contratto, che resta un bene immateriale benché si estrinsechi in una cosa la quale tuttavia, costituisce un mero strumento d’espressione. cioè il corpus mechanicum in cui l’opera intellettuale si estrinseca

3)per poter essere utilizzala dal committente (Casa. 23.7.2005 n. 10741; 27.5.1997, n.4704; 22.12.1994, n.11067; 201 1993, n. 8799; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1981, n. 2334).

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Con la conseguenza dell’inapplicabilità della disciplina e: art. 2226 c.c. (v., in particolare, Cass. 27.5.1997, n. 4704.

Tra i due indirizzi può ritenersi intermedio quello per cui la norma in discussione potrebbe trovare applicazione anche nel contratto di prestazione d’opera intellettuale, in forze del richiamo contenuto nella prima parte del primo comma dell’art. 2230 c.c., ove e nei limiti in cui anche tale contratto implichi la realizzazione d’un risultato materiale, la cui consistenza possa essere colte senza k specifiche cognizioni c facoltà intellettive del professionista (Case. 7.5.1984, n. 2757; 7.5. 1988, n. 3389).

Analoghe considerazioni si rinvengono nelle pronunce con le quali è stato ritenuto l’eccezionale concorso della responsabilità del committente con quella dell’appaltatore, oltre che nelle ipotesi riconducibili agli arti. 2043 ss, c.a o di disposizioni vincolanti impartite dal primo tali da rendere il secondo un nudus minister, anche quando il fatto dannoso aia stato posto in essere a seguito di errori o carenze nel progetto o nella direzione dei lavori, sempre che al committente stesso siano imputabili, congiuntamente ai professionisti incaricati, per difetto di diligenza nel controllare che l’opera intellettuale, commessa

a soggetto idoneo, sia stata realizzato nel rispetto delle particolari norme tecniche delle disciplina e sempre che si versi nell’ipotesi di vizi e violazioni facilmente riconoscibili anche de parte di un profano (Cass. 26.7.1999, n. 8075; 2.2.1999, n. 851).

Obbligazione del direttore dei lavori.

Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

1.12.1992, n. 12820; 21.10.1991, n. 11116) ed applicabilità, invece, dell’ ordinaria prescrizione decennale ex art. 2946 c.c. (Casa.8.11. 1985, n. 5463; 7.12.1976, n. 4559; 8.3.1975, n. 873).

Obbligazione del progettista – direttore dei lavori.

Nel caso di cumulo della funzione di progettista con quella di direttore dei lavori (l’art. 27 della 1. 11.2.1994, n. 109, legge quadro in teme di lavori pubblici, espressamente prevede il cumulo delle due prestazioni), la giurisprudenza ritiene generalmente che si tratti di obbligazione di “mezzi”, con conseguente esclusione dell’applicazione dell’art. 2226 c.c. (Caa 29.1.2003, n. 1294; 1-12-1992 n. 12820; 28.1.1983 n. 48t 29.10.1965, n. 2292).

Solo in due pronunce (l’obbligazione del progettista associata a quella della direzione dei lavori dell’opera) viene qualificata di risultato (Case, 27.10.1984, n. 5509; 22.4.1974, r. 1156).

  1. Ritengono le Sezioni Unite, al fine di risolvere la questione di diritto e definire il contrasto, che debba privilegiarsi l’interpretazione secondo la quale sono inapplicabili alla prestazione d’opera intellettuale, in particolare a quelle del progettista, anche nell5potesi in cui cumuli le funzioni di direttore dei lavori, le disposizioni dell’art. 2226 c.c. in tema di difformità e vizi dell’opera, in base alle seguenti considerazioni.

8.1. Innanzitutto è opinione della Corte che la distinzione, finora seguita dalla giurisprudenza, fra obbligazioni di mezzi e dì risultato non possa continuare ancora a costituire il criterio risolutivo della problematica relativa all’applicabilità dell’art. 2226 c.c. alle obbligazioni d’indole intellettuale, alla luce dei principi in tema di responsabilità contrattuale del professioni sta intellettuale, della disamina dei casi più salienti portati all’emme del giudice di legittimità, della posizione della dottrina e della legislazione comperata, tenuto conto anche, in riferimento alle prestazioni professionali d’indole conforme a quel

le oggetto di controversia, le frequenti possibilità di commistione delle diverse obbligazioni (in capo al medesimo o a diversi soggetti) in vista del medesimo scopo finale, rispetto al quale diversità di disciplina normativa e conseguenti responsabilità, relativi limiti e oneri probatori potrebbero apparire ingiustificati e forieri di confusione.

Come è noto, la rcsponsabilità contrattuale dell’ appaltatore è regolata dagli artt.16fi7 e 1668 e c., collocati nei capi del codice civile dedicato al contratto d’appalto, mentre, sic come tali articoli nulla dispongono sulla posizione del progettista e del direttore dei lavori, la responsabilità contrattuale d: costoro c‘ regolata in base alle norme generali sull’ inadempi- mento dei contratti e, per quanto siano applicabili, dalle norme stilla prestazione d’opera e sulle professioni intellettuali (arti. 2222 – 2238 c.c.). Il professionista deve comportersi se- condo le comuni regole di correttezza e di diligenza. In particolare, per quanto attiene alla diligenza, Part. I t76, comma 2, c.c. ne qualifica il contenuto allorché si tratti di valutare il comportamento del professionista (la cui diligenza deve essere conforme alla natura dell’attività professionale da svolgere), con la conseguenza che al rapporto scaturante dal contratto di prestazione d’opera intellettuale debbono essere applicate, in linea generale e di tendenza (salvo quanto previsto dalle specifica normative dettata per tale tipo di rapporto), le norme che determinano le conseguenze dell’inadempimento (art. 1218 c.c.) e che consentono di operare le definizione di inadempimento nel quadro della attuazione del

rapporto.

li regime di responsabilità del professionista (la ed. colpa professionale) è sempre il medesimo. per cui, 1’ inadempimento, oltre che totale o dovuto a incuria o disattenzione, consiste generalmente nell’imperizia. ossia ne8’errore determinato da ignoranza di cognizioni tecniche o da inesperienza professionale, sia quando il professionista risponde solo per dolo o colpa grave (art. 2236 c.c.) sia quando – secondo le regole comuni – deve rispondere anche di colpa (art 1176, comma 2, c.c.)

La distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato-Obbligazione dei progettista

non ha, quindi, alcuna incidenza sul regime di responsabilità, ove è richiesto al professionista di attenersi a parametri molto rigidi di professionalità, notandosi in proposito come lo stesso standard di diligenza del professionista sia cresciuto sensibilmente, comprimendo di conseguenza l’arca della colpa grave nei confronti di problemi tecnici di speciale difficoltà di cui all’ art 2236 c.c. (cfr. Cass. 11.8.1990,n. 8218).

l,a distinzione sembra inoltre perdere ogni peso. sempre nell’ambito della responsabilità professionale, in materia di eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., trovando tale eccezione accoglimento a prescindere dalla natura dell’ obbligazione da adempiere (v. Casa. 5.8-2002, n. 11728; 23-4.200 n. 5928).

Dalla casistica giurisprudenziale emergono spunti interessanti in ordine alla dicotomia tra obbligazione di mezzi e di risultato, appare utilizzata al fine di risolvere problemi di ordine pratico, quali la distribuzione dell’onere della prova e l’individuazione dei contenuto dell’obbligo, ai fini del giudizio d responsabilità, operandosi non di rodo, per ampliare la responsabilità contrattuale del professionista, una sorta di metamorfosi dell’obbligazione di mezzi in quella di risultato, al traverso l’individuazione di doveri di informazione e di avviso (cfr., per quanto riguarda in particolare la responsabilità professionale del medico: Casa. 8.4.1997, n. 3tM6), definiti accessori ma integrativi rispetto all’obbligo primario della prestazio- ne, ed ancorati a principi di buona fede, quali obblighi di protezione, indispensabili per il corretto adempimento delle prestazione professionale in senso proprio.

Così, pur trattandosi di prestazione intellettuale, 1’ obbligazione del progettista 2 stata ritenuta dalla giurisprudenza un’obbligazione di risultato, ai fini della responsabilità del professionista, in quanto è stato affermato che tra i suoi doveri rientra anche quello di accertare con precisione i confini, le dimensioni a le altre caratteristiche dell’arca sulla quale le costruzione dovrà essere realizzate pass. 21.7. 1989, n.

3476; 29.3. 1979, n. 1818), avverti di sondare il suolo o il sottosuolo su cui deve sorgere l’opera (Cass. 16.9.1993, n. 11290; 5.1.1976, n. 1).

Inoltre, l’ingegnere o architetto progettista é tenuto a redigere un progetto conforme, oltre che alle regole tecniche, anche alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione su un dato territorio, in modo da non compromettere il conseguimento del provvedimento amministrativo che abilita all’esecuzione dell’opera, con la conseguenza che gli errori di progettazione concernenti la mancata adeguazione degli edifici previsti alla normativa vigente, compromettendo il rilascio della concessione, non possono che costituire inadempimento caratterizzato da colpa grave e quindi fonte di responsabilità del progettista

(Casa. 16.2.1996, n. 1208; 19.7.1993, n. 8033).

In particolare, poiché l’obbligazione dei professionista di redigere un progetto edilizio destinato all’esecuzione è di risultato perché ha per oggetto la sua realizzabilità, il committen- te, in base al principio inadempienti non est adtmplendum, ha diritto di rifiutare il compenso al professionista che abbia fornito il progetto di un’opera non realizzabile (Cass. 21.3.1997, n. 2540).

In tal modo si perviene al superamento della dicotomia in esame: l’obbligazione di redigere un progetto di ingegneria o di architettura, pur avendo per oggetto una prestazione d’opera intellettuale., costituisce un’obbligazione di risultato.

La dottrina ha assunto posizioni critiche sull’utilizzo della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, la quale, ancorché operante soltanto all’interno della categoria delle obbligazioni di tare (a differenza che in Francia dove rappresenta una summa ditrisio valida per tutte le obbligazioni), ha originato una diatriba senza fine sia in ordine all’oggetto o contenuto dell’obbligazione, sia in relazione all’onere della prova e, quindi, in definitiva, allo stesso fondamento della responsabilità del professionista.

Come insegna la definizione tradizionale, nelle obbligazioni di mezzi la prestazione dovuta prescinde da un particolare esito positivo dell’attività del debitore, che adempie e- sattamente ove svolga l’attività richiesta nel modo dovuto. In tali obbligazioni è il comportamento del debitore ad essere in obbligazione, nel senso che la diligenza é tendenzialmente considerata quale criterio determinativo del contenuto del vincolo, con l’ulteriore corollario che il risultato é caratterizzato dall’ aleatorietà, perché dipende, oltre che dal comportamento del debitore, de altri fattori esterni oggettivi o soggettivi.

Nelle obbligazioni di risultato, invece, ciò che importa é il conseguimento del risultato stesso, essendo indifferente il mezzo utilizzato per raggiungerlo. La diligenza opera solo come parametro. ovvero come criterio di controllo e valutazione del comportamento del debitore: in altri termini, è il risultato cui mira il creditore, e non il comportamento, ad essere direttamente in obbligazione.

Tale impostazione non è immune da profili problematici, specialmente se applicata proprio alle ipotesi di prestano ne d’opera intellettuale, in considerazione della struttura ateo sa del rapporto obbligatorio e tenendo conto, altresì, che ur risultato é dovuto in tutte le obbligazioni.

In realtà, in ogni obbligazione si richiede la compresenza del comportamento del debitore che del risultato, anche se in proporzione variabile, sicché molti autori criticano la distinzione poiché in ciascuna obbligazione assumono rilievo cosi il risultato pratico da raggiungere attraverso il vincolo, come I’ impegno che il debitore deve porre per ottenerlo. In tal senso la dottrina porta ad esempio proprio l’obbligazione dell’appaltatore, che deve in ogni caso utilizzare idonee procedure e modalità di esecuzione.

Si è visto, d’altra parte, come la giurisprudenza. pur utilizzando frequentemente la distinzione, non esita a convertire l’obbligazione di mezzi in obbligazione di risultato, dando luogo ad una sorta di metamorfosi, quando afferma che se è vero che obbligazioni inerenti

all’esercizio dl un’attività professionale sono generalmente obbligazioni di mezzi, tuttavia pos- sono assumere anche le caratteristiche delle obbligazioni di risultato in cui il professionista ai impegna a conseguire un determinato opus.

Sotto il profilo dell’onere della prove, la distinzione (talvolta costruita con prevalente attenzione alla responsabilità dei professionisti intellettuali e dei medici in particolare) é stata utilizzata per sostenere che mentre nelle obbligazioni di mezzi, essendo aleatorio il risultato, sul creditore incombe l’onere della prova che il manca il risultato è dipeso da scarsa diligenza, nelle obbligazioni di risultato, invece, sul debitore incombe l’onere della prova che un mancato risultato é dipeso da causa a lui non imputabile.

Ma anche sotto tale profilo la distinzione è stata sottoposta a revisione aia da parte della giurisprudenza che delta dottrina.

Infatti, questa Corte ha affermato che il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c.c. in materia di responsabilità contrattuale (in conformità a criteri di ragionevolezza per identità di situazioni probatorie, di riferibilità in concreto dell’onere probatorio alla sfera di azione dei singoli soggetti e di distinzione strutturale tra responsabilità contrattuale e da fatto illecito) é identico, sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione. ex art. 1453 c.c., sia che domandi il risarcimento per l’inadempimento contrattuale, ex art. 1218 c.c., senza richiamarsi in alcun modo alla distinzione tra obbligazioni di mezzi c di risultato (pur essendo pacifico che nella specie veniva dedotto un risultato connesso al contratto di trasporto: Cass. 7.2.1996, n. 973).

A sua volta, le dottrina, sia civilistica che processualistica, tende ad un’applicazione unitaria dei principi generali in materia di onere della prova, sia in tema di inadempimento, sia di risarcimento del danno, che infine in tema di risoluzione del contratto, indipendentemente dalla natura dell’ obbligazione (se di mezzi o di risultato).

Ulteriori elementi si possono trarre da un confronto con i modelli esistenti negli altri paesi europei, in assenza di una direttiva tesa a ravvicinare le soluzioni nazionali (come é notti, la proposta di direttiva 9 novembre 1990 della Commissione Cee non si è mai tradotta in provvedimento finale) .

In Francia, la responsabilità del professionista è regolata dalla legge speciale 4 gennaio 1978, n. 78-12, in base alla quale 1’ architetto è tenuto al risarcimento dei danni, entro il termine di prescrizione di dieci anni, verso il committente o l’acquirente nelle ipotesi in cui vi siano vizi dell’opera o altri che ne compromettano le sua destinazione e, poiché i giudici ammettono in maniera molto rigorosa l’esistenza della cause etrangère, la responsabilità può dirsi quasi oggettiva, ancorché l’obbligazione del professionista edile, secondo la summa divisio, sia un’obbligazione di risultato.

Nel diritto tedesco, dove la responsabilità dei professionista edile è costruita in maniera rigorosa rispetto agli altri professionisti (avvocati, medici), si ha la collocazione del)’ Ar- chitektenvertrag ora entro il contratto di servizio ora entro il contratto d’opera, con conseguenze rilevanti sotto il profilo della responsabilità del professionista, nel senso di caricare quest’ultimo rispettivamente di obblighi di diligenza o di risultato.

Anche in Austria la natura dell’ Archifektenoertrag oscilla fra il contratto d’opera, quando il contratto ha ad oggetto la pura redazione dei progetto, e il contratto misto, dove prevale l’elemento del mandato, nei casi in cui le prestazioni del professionista siano molteplici. La responsabilità del professionista è fondata essenzialmente sulla colpa.

Analoga situazione si registra in Svizzera, dove I’ ArchitelUenvertrag integra ora un contratto d’opera ora un mandato oneroso, e la responsabilità contrattuale del professionista edile scatta allorquando questi abbia agito con colpa, cagionando un danno al cornmittente in via casualmente adeguata.

15.5. Nel sistema inglese, invece, vi è stato il passaggio dalla esclusiva responsabilità contrattuale del professionista edile all’ammissibilità dell’azione per illecito civile. Il common law, pur non conoscendo in via extracontrattuale, il principio della risarcibilità dei puri danni patrimoniali, ammette l’esistenza di exelusionary rules, fra le quali vi rientra appunto la responsabilità professionale.

  1. L’esame di diritto comparato, secondo l’opinione prevalente in dottrina, porte a privilegiare la tesi di coloro che ritengono che tutti i profili di responsabilità contrattuale del professionista intellettuale, siano essi connessi ad obbligazioni di mezzi o di risultato, possono essere esaustivamente ricondotti nell’ambito della disciplina generale dell’inadempimento delle obbligazioni (artt. 2236, 2232, 1218, 1176, secodo comma, c.c.; come sopra evidenziato sub 9).

Vero è che la verifica del nesso di compatibilità fra gli artt. 2230 e 2226 del codice civile, da effettuarsi in base alla .natura del rapporto contrattuale dei professionista, richiede une valutazione riferita a dati concreti e diversa da quella propria del procedimento analogico (art. 12, secondo comma. c.c.), onde potrebbe ntenerai, a stretto rigore esegetico. 1’ in- compatibilità della sola parte dell’art. 2226 c.c. relativa alla garanzia per vizi occulti, esprimendosi il primo comma della disposizione in termini generali ed autonomi di liberazione della responsabilità per difformità e per vizi noti o facilmente

riconoscibili dell’open, a seguito di accettazione espressa o tacita da parte dei committente.

Ma per contro deve puro considerarsi che, quando 1’ opus consista nel risultato della progettazione tecnica, la configurabilità dei vizi e difetti contemplati dall’art. 2726 c.c., siano essi d’indole palese, facilmente riconoscibile , o occulta, ha come implicazione, anche a prescindere delle forzatura lessicale, la riconduzione a tali due ambiti di tutta la gamme delle carenze che impediscono un’esatta esecuzione dell’opera, e quindi, oltre a quelle riferibili alla stessa attività ideativa, per essere il progetto in tutto o in parte ineseguibile, ovvero eseguibile ma inutilizzabile sia pure per contrasto con la normativa urbanistica o perché non corrispondente all’uso convenuto, anche quelle che ai risolvano in meri errori materiali, quali pure quelli di calcolo, nella redazione degli elaborati tecnici, suscettibili di autonomo rilievo pregiudizievole per il committente.

In tal caso, appare evidente che, ne fosse applicabile il termine professionale imposto dall’art. 2226, secondo comma, c.c., ossia quello di un anno della consegna degli elaborati, da un canto si imporrebbe al committente la tempestiva c completa verifica dell’attuabilità o utilizzabilità della progettazione quando l’attuazione di casa non fosse prevista in termini

corrispondenti, e dall’altro il professionista verrebbe esonerato

dalla relativa garanzia, qualora le medesime carenze si evidenziassero solo nelle successive fase dell’esecuzione dell’opera progettata, posteriore alla scadenza del termine prescrizionale, compatibile con iniziative costruttive di non eccessiva importanza.

17.3. Va, infine, considerato che é senz’altro da escludere 1’ applicabilità della disciplina di cui all’art. 2226 c.c. nel caso in cui la redazione del progetto sia affidata a società di ingegneri (art. 2238 c.c.), in considerazione della natura del rapporto contrattuale, della sua fonte (appalto, privato o pubblico, di opera c/o di servizi) c dell’organizzazione imprenditoriale.

Pertanto, in base alle considerazioni svolte, il contrasto giurisprudenziale va risolto affermandosi che le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c. in tema di decadenza e prescrizione delf azione di garanzia per vizi non sono applicabili alla prestazione d’opere intellettuale, in particolare alla prestazione del professionista che abbia assunto l’obbligazione della redazione di un progetto d’ingegneria o della direzione dei lavori ovvero dell’ uno e dell’altro compito, cumulando nella propria persona i ruoli di progettista e direttore dei lavori.

 

 

 

 

 

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI

SENTENZA 15781 del 28 luglio 2005
(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore A. Elefante)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. B.. , con atto di citazione del ‘21.12.81, esponeva che, con contratto di appalto del 26.07.1976, aveva affidato all’impresa edile M A la costruzione di un fabbricato, all’ing. Adriano Panelli 1’incarico della progettazione e direzione dei lavori strutturati in cemento armato e allo Studio Tecnico H Giuliano la progettazione c direzione dei lavori concernenti la parte architettonica. Dopo che i lavori erano stati ultimati (luglio 1976), collaudati (marzo 1977) e consegnati (aprile 1977), aveva rilevato vizi e lesioni ai pavimenti, alle pareti e ai solai. Alla denuncia dei vizi aveva fatto seguito un accordo in data 29.10.1979 che prevedeva sia il risanamento delle strutture, con attuazione degli interventi progettati da un diverso professionista, l’ing. Collina, sia l’eliminazione di ogni difetto. Il collaudo dei lavori di ripristino era stato effettuato in data 22.10.1980 c successivamente, con lettera del 30.07.1981, aveva chiesto il risarcimento dei danni, ma senza alcun esito. Pertanto, il B. conveniva dinanzi al Tribunale di Forli 1’impresa M., l’ing. Z. e lo Studio Tecnico H al fine di ottenere il risarcimento del danno subito, costituito nel diminuito valore dell’edificio emendato dai vizi.

Il Tribunale, con sentenza non definitiva (n. 490/ 1987), respingeva le eccezioni di decadenze e prescrizione sollevate dai convenuti in riferimento agli artt. 2226 e 1667 c.c., c, con sentenza definitiva (39119), escludeva ogni addebito dello Studio Tecnico H ed affermava la corresponsabilità dell’ing. Z e dell’impresa M, determinando in misura prevalente e pari all’ 80% la percentuale di colpa del professionista, riferita sia ed errore nei calcoli delle opere in cemento armato quale progettista, sia ad omissione delle verifiche sulla qualità dei materiali, oltre che a mancata acquisizione della documentazione prescritta dall’art. 4 della legge n. 1086/71, in relazione alla diversa e ulteriore veste di direttore dei lavori afferenti le parti in cemento armato. Condannava, pertanto, l’ing. Z e l’impresa M, in misura del rispettivo apporto causale (g0°U e 205’0), a pagare al B, a ti tolo dì risarcimento danni, la somma di £. 170 milioni, con rivalutazione secondo indici ISTAT dal 16 giugno 1993 alla data della sentenza, oltre agli interessi legali, calcolati anno per anno sulla somma capitale.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Con sentenza n. 1261199 del 5.11/2.12.1999, la Corte d’appello di Bologna, in parziale accoglimento dell’appello principale proposto dall’ing. Z, riduceva l’entità del danno risarcibile da £. 170 milioni a £. 136 milioni dovuto al B e confermava nel resto la decisione dei Tribunale, respingendo l’appello incidentale del B nei confronti dello Studio Tecnica H.

Per quanto è rilcvantc in queste sede, in relazione all’appello principale dell’ing. Z c alle eccezioni di decadenza e prescrizione dallo stesso sollevate, la Corte bolognese, premesso che in primo grado la responsabilità dell’ing. Z tra stata affermata in relazione ad entrambi gli incarichi ricevuti di progettazione e di direzione dei lavori in cemento armato, dopo aver richiamati gli orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilità del professionista intellettuale per difformità e vizi occulti dell’opera. osservava, innanzitutto, che, secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c., in tema di lavoro autonomo c di decadenza (per mancata denuncia nel termine di otto giorni) e pre- scrizione annuale dell’azione di garanzia, spettante al committente in caso di difformità c vizi occulti dell’opera, avrebbero potuto applicarsi solo alla prestazione progettuale dell’ing. Z, qualificabile come obbligazione di risultato e non anche all’attività di direzione dei lavori, inquadrabile fra le obbligazioni di mezzi.

Riteneva che tale orientamento non era condivisibile, in quanto la valutazione di compatibilità prescritta dall’art. 2230 c.c., avrebbe dovuto portare ad escludere in ogni caso I’ applicabilità dell’art. 2226 c.c. sul lavoro autonomo, inconciliabile con l’essenza stessa delle prestazioni d’indole intellettuale.

Osservava, in particolare, che la distinzione delle obbligazioni d’opera intellettuale a seconda che fossero o meno produttive di un opus era frutto di un equivoco, consistente nel confondere il supporto del prodotto dell’obbligazione con il prodotto stesso, equivoco e sua volta dovuto e due ragioni, ossia alla non sempre agevole possibilità di attribuire prevalenza a] profilo intellettuale piuttosto che al risultato materiale della prestazione ed alla necessità di trasfondere su supporto materiale il prodotto dell’attività ideativa.

Concludeva che nelle prestazioni intellettuali ‘…l’attività mentale assume netta prevalenza su quella fisica” sicché «la trasformazione della materia o manca del tutto …o assume un ruolo del tutto marginale e secondario».

Contro tale sentenza l’ing. Z ha proposto ricorso per cassazione, formulando nove motivi di censura.

Il B ha resistito con controricorso, svolgendo altresì due motivi di ricorso incidentale. Gli altri intimati non si sono costituiti.

La seconda sezione civile, con ordinanza del 29.04.2003/ 20.01.2004, riuniti i ricorsi, in ordine al primo motivo del ricorso principale, con il quale si deducono due profili di censura, ha rilevato la presenza di orientamenti giurisprudenziali divergenti.

Quanto al primo profilo, l’ordinanza interlocutoria ha osservato che l’obbligazione del progettista, secondo l’indirizzo maggioritario (Cass. 27 .2.1996, n. 1530; 28.1.1995, n. 1040; 1.12. 19(32, n. 12820; 28.1.1985, n. 488; 8.4.1977, n. 1346; 7.2.1975, n. 475; 10.12.1974, n. 4159) avrebbe natura di obbligazione di risultato; secondo quello minoritario (Cass. 27.5. 1497, n. 4704; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1481, n. 234) sarebbe, invece, un’obbligazione di mezzi.

Quanto al secondo profilo, ha evidenziato due precedenti contrastanti: uno (Cass. 22.4.1974,

  1. Il 56) ha ritenuto che il cumulo delle funzioni di progettista e direttore dei lavori può, tenuto conto delle caratteristiche del caso concreto, dare luogo ad un’obbligazione di risultato; l’altro (Cass. 29.1.2003, n. 1294) ha affermato che anche nel caso di cumulo dei due ruoli, l’obbligazione dei direttore dei lavori resta un’obbligazione di mezzi, a differenza di quella del progettista che é un’obbligazione di risultato.

Per la composizione del contrasto, il Primo Presidente, ai sensi dell’art. 374, 2°comma, c.p.c., ha rimesso la questione alle sezioni unite.

Le parti hanno depositato memoria. MOTIVI DELLA DECISIONE

1 due ricorsi, principale e incidentale. sono stati già riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c, con l’ordinanza del 29.4.2003.

  1. 11 ricorso principale dell’ing. Z contiene nove motivi. a) Il primo motivo riguarda la ‘violazione e falsa applicazione dell’art. 2230 c.c. in relazione all’art. 2226 c.c. e 360 n. 3 c.p.c. c 360 n. 5 c.p.c. per aver l’impugnata sentenza ritenuto inapplicabili le sollevate eccezioni di decadenza e di prescrizione ad un’opera intellettuale del progettista e direttore dei lavori, senza considerare che nel caso specifico l’ing. Z aveva assommato la funzione e la prestazione di progettista c di direttore dei lavori in cemento armato.”

Si censura la sentenza impugnata sotto due profili, adducendo che: a) il giudice d’appello, seguendo t’indirizzo giurisprudenziale minoritario, ha errato nel negare valore di opus

al progetto di opere edilizie: b) la sentenza impugnata, trascurando di considerare che nel caso in esame nell’unico professionista sì assommavano i ruoli di progettista e, direttore dei lavori, si E allontanata dall’indirizzo giurisprudenziale secondo cui in tale caso l’obbligazione del professionista, unitariamente considerata, costituisce un’obbligazione di risultato.

  1. b) II secondo motivo denuncia la ‘violazione ed errata interpretazione del contratto d’opera professionale e della responsabilità del ricorrente come direttore dei lavori con violazione dell’art. 2230 c.c. e 360 n. 3 c.p.c, ed omessa o insufficiente motivazione su un punto essenziale della controversia, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c. nonché sulla legge 1086/71.”

Si assume che erroneamente l’impugnata sentenza ha al fermato la responsabilità dell’ing. Z anche come direttore dei lavori, senza considerare che non rientra tra i compiti del direttore dei lavori la verifica della correttezza del progetto, consistendo le sue funzioni nell’assicurare che l’opera realizzata sia conforme alle specifiche progettuali.

  1. c) li terzo motivo concerne la “violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c e 2226 c.c. per aver l’impugnata sentenza determinato con ricorso all’equità la riduzione del valore dell’immobile senza adeguata motivazione.”

Si sostiene che nella varietà delle opinioni dei tecnici, la Corte d’appello avrebbe dovuto scegliere. uno dei criteri di determinazione del danno e, in ogni caso, mai avrebbe dovuto considerare, in mancanza di prova al riguardo, come ulteriore componente del danno la notorietà che la vicenda aveva assunto in loco.

  1. d) Il quarto motivo denuncia “errata ed immotivata determinazione del danno risarcibile con violazione dell’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. e dei limiti della condanna.”

Si afferma che l’iperbolico risarcimento (L. 136 milioni) non ha alcuna spiegazione logica, atteso che era stato acclarato e dato per cerio che gli interventi strutturali eseguiti avevano ri- pristinato la statica dell’immobile. Inoltre, una svalutazione commerciale del 25°ro, ancorché ridotta dalla Corte d’appello al 20%, rapportata al valore commerciale dell’immobile e non a1 suo costo, resta oltre che immotivata, esagerate, considerato che un immobile che abbisogni di una ristrutturazione integrale ha un valore commerciale ridotto del 50%.

  1. e) 11 quinto motivo denuncia la «violazione ed erronea applicazione dell’art. 2230 e segg- c.c. e 360 n. 3 e S c.p.c. per avere l’impugnata sentenza immotivatamente attribuito una re- sponsabilità del progettista e direttore dei lavori ad una percentuale prevalente di sua colpa senza avere individuato ed adeguatamente motivato i fatti cd i comportamenti addebitabili a lui, male rapportandoli altresì agli obblighi che gravavano sulla impresa appaltatrice.*

Con tale motivo, dopo un lunga e analitica esposizione delle varie consulenze, si sostiene 1’incnmplcter2.a ed erroneità degli elaborati peritali, dolendosi che i giudici di primo e secondo grado non abbiano accolto la richiesta di espletamento di ulteriore c.t.u. per 1’esame dei materiali impiegati per la costruzione del fabbricato e per la realizzazione del solaio: esame che se effettuato avrebbe comportato 1’attribuibilità dei vizi lamentati a causa diversa dal ritenuto errore di progettazione dell’ing. Z.

Nell’ultima parte di detto motivo, si deduce che la sentenza d’appello sarebbe carente di motivazione in ordine alla distribuzione delle colpe e degli oneri risarcitori, dovendo l’ing. Z, quale progettista, rispondere solo delle proprie colpe contrattuali, ammesso che ci fossero.

0 II sesto motivo denuncia la “violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c. e 2226 c.c. per avere la Corte d’appello immotivatamente assolto da ogni colpa e quindi da un concorso risarcitorio il geom. Villi.’

Si sostiene che la responsabilità dello Studio Tecnico Linea 5 del geom. Villi emergeva dalla prima consulenza tecnica dell’ ing. Santini ed il parere del tutto discorde del secondo consu- lente tecnico ing. B., al quale i giudici di merito si sono uniformati, non sarebbe giustificato né plausibile.

  1. g) Il settimo motivo riguarda la “violazione ed erronea applicazione degli artt. 1655 e scgg. c.c. e 1218 c.c. con riferimento all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. per avere I’impugnata sentenza omesso ogni indagine ed ogni motivazione sugli obblighi ed i doveri inseguiti della impresa appaltatrice, gravando sul progettista conseguenze economiche per colpe e responsabilità che erano e restavano di questa, se pure si fosse prescritto il diritto o verificatesi decadenze in ordine ad un diritto risarcitorio dell’appaltante.”

Si censura l’impugnata sentenza per aver ritenuto non più perseguibile dal B. l’impresa appaltatrice dr A M, perché il relativo diritto rìsarcitorio “sarebbe comunque prescritto per il decorso del termine annuale di denuncia». Si sostiene che nessuna prescrizione e decadenza si sarebbero maturate nei confronti del prestatore d’opera professionale e che

l’impresa appaltatrice non sarebbe esonerala da responsabilità anche nel caso di presenza di un direttore dei lavori e di imperfezioni progettuali, essendo tenute a rilevare eventuali carenze ed errori.

  1. h) L’ottavo motivo denuncia la *violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., con riguardo all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c., per non aver dato la Corte d’appello accesso alla istruttoria ri- chiesta e ritualmente proposta, senza motivare il perché della mancata indagine, del tutto conferente e puntuale al fine di

stabilire l’assenza di colpe del progettista c le diverse cause del danno.”

Si assume che immotivatamente t’impugnata sentenza non ha ammesso la richiesta prova tecnica volta ad accertare la insussistenza della colpa del progettista e direttore dei lavori ing. Z.

  1. i) 11 nono motivo riguarda la “violazione o erronea applicazione degli ant. 1218-1224 c.c. e 360 n. 5 c.p.c. nella determinazione del danno inteso come rivalutazione ed interessi sulla somma rivalutata anno per anno con erronea motivazione sul punto.”

Premesso che i vizi strutturali sono stati tutti eliminati nel 1979 c che l’unico danno del B rimasto da risarcire è quello derivante dalla svalutazione dell’immobile, si sostiene che la attualizzazione del danno stesso è gia stata effettuata dal secondo c.t.u. ing. B., sicché non d giustificato aggiungere alla svalutazione gli interessi al tesso legale.

  1. Il ricorso incidentale del B si articola in due motivi.
  2. I) Col primo motivo (correlato al terzo motivo del ricorso principale), denunciando omessa o, comunque, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art, 360 n. 5 c.p.c., il ricorrente incidentale contesta le ragioni dì riduzione dell’entità del ristoro, perché la Corte d’appello, dopo aver affermato di doversi attenere alla valutazione effettuata dal c.t u. ing. B, ha poi ritenuto di dover diminuire il danno al 20% senza alcuna motivazione riguardo alla percentuale prescelta.

Con il secondo motivo (correlato al settimo del ricorso principale), denunciando omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia e in particolare circa l’appello inciden- tale del B., in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., il ricorrente incidentale censura l’impugnata sentenza per non aver dichiarato la solidarietà della condanna fra l’impresa M. e l’ing. Z.

  1. R contrasto giurisprudenziale rilevato con l’ordinanza di remissione, in relazione al primo motivo del ricorso principale, è sorto in relazione alle disposizioni in terna di decadenza e prescrizione dell’azione di garanzia per vizi e difetti dell’opera, dettate dall’art.. 2226 c.c., in riferimento al contratto d’opera manuale (che ha ad oggetto, secondo l’art. 2222 c.c., l’obbli- gazione di compiere un’opera o un servizio) c specificamente in ordine all’applicabilità di tale norma, inserita nel capo I del titolo 111 del libro quinto del codice civile, sul lavoro autonomo, alla diversa ipotesi in cui i vizi e i difetti si manifestino in relazione al contratto d’opera intellettuale, regolato dal capo li, relativo alle professioni intellettuali, del medesimo titolo III, sul lavoro autonomo.

Pertanto, il contrasto giurisprudenziale riguarda la questione di diritto se le disposizioni in tema di decadenza e prescrizione dell’azione di garanzia per vizi siano applicabili ella prestazione d’opera intellettuale, in particolare all’ipotesi in cui i professionista abbia assunto l’obbligazione: a) della redazione di un progetto d’ingegneria; b ( della direzione dei lavori; c) dell assolvimento dell’uno e dell’altro compito, cumulando i ruoli di progettista c direttore dei lavori.

  1. Prima di procedere all’esame del contrasto è bene premettere che la questione circa 1’applicabilità o meno dell’art. 2226 c.c. al diverso ambito delle professioni intellettuali ha come parametro di riferimento l’art. 2230 c.c., contenuto nel menzionato capo II, il quale dispone: “11 contratto che ha per oggetto una prestazione di opera intellettuale c regolato dalle norme seguenti e, in quanto compatibili con queste c con la natura del rapporto, dalle disposizioni del capo precedente…», fra le quali é appunto ricompreso, come detto, il citato art. 2226 c.c..

4.1. Tele articolo, relativo a difformità e vizi dell’opera, sancisce che:

“L’accettazione espressa o tacita dell’opera da parte del committente libera il prestatore d’opera dalla responsabilità per difformità o per vizi della medesima, se all’atto dell’ accet- tazione questi erano noti al committente n facilmente riconoscibili, purché in questo caso non siano stati dolosamente occultati.

Il committente deve, a pena dì decadenza, denunziare le difformità e i vizi occulti al prestatore d’opera entro otto giorni dalla scoperta. L’azione si prescrive entro un anno dalla consegna.

I diritti del committente nel caso di difformità o di vizi dell’ opere sono regolati dall’art. 1168.

  1. Il denunciato contrasto giurisprudenziale, con specifico riguardo all’ambito controverso, concernente prestazioni professionali consistite nella progettatone delle strutture in cemento armato di un edificio privato e nella direzione dei relativi lavori affidati in appalto, ha fatto leva sulla distinzione (influente anche sul regime probatorio della responsabilità del professionista) tra le cc. dd. obbligazioni di mezzi e le obbligazioni di risultato (alle quali ultime cono ricondotte le obbligazioni del preatatore d’opera manuale) ed è sintetizzabile nei seguenti termini.

5.1. Obbligazione dei progettista,

Da un lato sì L ritenuto che, sebbene l’obbligazione inerente alfeacroizio dì un’attività professionale aia generalmente obbligazione di mezzi, in determinate circostanze essa assume la caratteristica dell’obbligazione di risultato, nella quale il professionista si impegna a realizzare un determinato opus; come,

appunto, nel ceno dell’obbligazione di redigere un progetto d’ingegneria, che ha per oggetto un risultato ben definito e dotato d’una sua autonoma utilità qual c la sua realizzabili (Cane. 5.8.2002, n. 11728; 27.2.1996, n. 1530; 28.1.1995, n 1040; 22.12.1994, n. 11067; 19.7.1993, n, 8033; 21.7. 1989,

  1. 3476; 7.5.1988, n. 3389; 8 n. 1346; 7.2- 1975, n. 475; 10.12.1974, n. 4159;

22.4.1974, n. 1156; 22.3. 1968, n. 905;16.10.1961,n.2169)

8°ne tratta la conseguenza dell’applicabilità dell e disposizioni poste dall’art. 2226 c.c., m particolare quelle sulla prescrizione e la decadenza in relazione alla denunzie dei vizi, »ache alla prestazione d’opera intellettuale (Casa. 29-1.2003, a 1294; 27.4.1996, n. 3876; 1.12.1992, n. 12820; 28.1.1985, n. 488; 7.5.1984, n. 2757; 29.10. 1965, n. 2292).

5.2. Dall’altro, evidenziato come il precedente orientamento dia luogo, per i progettisti, ad uno snaturamento del rapporto, configurando come di risultato un’obbligazione viceversa ritenuta tipicamente di mezzo per tutte le altre libere professioni, ai E, per contro, considerata anche l’obbligazione in esame come di mezzo, appunto, ed il prodotto della prestazione come l’esito d’un lavoro intellettuale oggetto del contratto, che resta un bene immateriale benché si estrinsechi in una cosa la quak, tuttavia, costituisce un mero strumento d’espressione. cioè il corpus mechanicum in cui l’opera intellettuale si estrinseca

per poter essere utilizzala dal committente (Casa. 23.7.2005 n. 10741; 27.5.1997, n.4704; 22.12.1994, n.11067; 201 1993, n. 8799; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1981, n. 2334).

Con la conseguenza dell5napplicabilità della disciplina e: art. 2226 c.c. (v., in particolare, Cass. 27.5.1997, n. 4704.

5.3. Tra i due indirizzi può ritenersi intermedio quello per cui la norma in discussione potrebbe trovare applicazione anche nel contratto di prestazione d’opera intellettuale, in forze del richiamo contenuto nella prima parte del primo comma dell’art. 2230 c.c., ove e nei limiti in cui anche tale contratto implichi la realizzazione d’un risultato materiale, la cui consistenza possa essere colte senza k specifiche cognizioni c facoltà intellettive del professionista (Case. 7.5.1984, n. 2757; 7.5. 1988, n. 3389).

Analoghe considerazioni si rinvengono nelle pronunce con le quali è stato ritenuto l’eccezionale concorso della responsabilità del committente con quella dell’appaltatore, oltre che nelle ipotesi riconducibili agli arti. 2043 ss, c.a o di disposizioni vincolanti impartite dal primo tali da rendere il secondo un nudus minister, anche quando il fatto dannoso aia stato posto in essere a seguito di errori o carenze nel progetto o nella direzione dei lavori, sempre che al committente stesso siano imputabili, congiuntamente ai professionisti incaricati, per difetto di diligenza nel controllare che l’opera intellettuale, commessa

a soggetto idoneo, sia stata realizzato nel rispetto delle particolari norme tecniche delle disciplina e sempre che si versi nell’ipotesi di vizi e violazioni facilmente riconoscibili anche de parte di un profano (Cass. 26.7.1999, n. 8075; 2.2.1999, n. 851).

  1. Obbligazione del direttore dei lavori.

Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

1.12.1992, n. 12820; 21.10.1991, n. 11116) ed applicabilità, invece, dell’ ordinaria prescrizione decennale ex art. 2946 c.c. (Casa.8.11. 1985, n. 5463; 7.12.1976, n. 4559; 8.3.1975, n. 873).

  1. Obbligazione del progettista – direttore dei lavori.

Nel caso di cumulo della funzione di progettista con quella di direttore dei lavori (l’art. 27 della 1. 11.2.1994, n. 109, legge quadro in teme di lavori pubblici, espressamente prevede il cumulo delle due prestazioni), la giurisprudenza ritiene generalmente che si tratti di obbligazione di “mezzi”, con conseguente esclusione dell’applicazione dell’art. 2226 c.c. (Caa 29.1.2003, n. 1294; 1-12-1992 n. 12820; 28.1.1983 n. 48t 29.10.1965, n. 2292).

Solo in due pronunce (l’obbligazione del progettista associata a quella della direzione dei lavori dell’opera) viene qualificata di risultato (Case, 27.10.1984, n. 5509; 22.4.1974, r. 1156).

  1. Ritengono le Sezioni Unite, al fine di risolvere la questione di diritto e definire il contrasto, che debba privilegiarsi l’interpretazione secondo la quale sono inapplicabili alla prestazione d’opera intellettuale, in particolare a quelle del progettista, anche nell5potesi in cui cumuli le funzioni di direttore dei lavori, le disposizioni dell’art. 2226 c.c. in tema di difformità e vizi dell’opera, in base alle seguenti considerazioni.

8.1. Innanzitutto è opinione della Corte che la distinzione, finora seguita dalla giurisprudenza, fra obbligazioni di mezzi e dì risultato non possa continuare ancora a costituire il criterio risolutivo della problematica relativa all’applicabilità dell’art. 2226 c.c. alle obbligazioni d’indole intellettuale, alla luce dei principi in tema di responsabilità contrattuale del professioni sta intellettuale, della disamina dei casi più salienti portati all’emme del giudice di legittimità, della posizione della dottrina e della legislazione comperata, tenuto conto anche, in riferimento alle prestazioni professionali d’indole conforme a quel

le oggetto di controversia, le frequenti possibilità di commistione delle diverse obbligazioni (in capo al medesimo o a diversi soggetti) in vista del medesimo scopo finale, rispetto al quale diversità di disciplina normativa e conseguenti responsabilità, relativi limiti e oneri probatori potrebbero apparire ingiustificati e forieri di confusione.

  1. Come è noto, la rcsponsabilità contrattuale dell’ appaltatore è regolata dagli artt.16fi7 e 1668 e c., collocati nei capi del codice civile dedicato al contratto d’appalto, mentre, sic come tali articoli nulla dispongono sulla posizione del progettista e del direttore dei lavori, la responsabilità contrattuale d: costoro c‘ regolata in base alle norme generali sull’ inadempi- mento dei contratti e, per quanto siano applicabili, dalle norme stilla prestazione d’opera e sulle professioni intellettuali (arti. 2222 – 2238 c.c.). Il professionista deve comportersi se- condo le comuni regole di correttezza e di diligenza. In particolare, per quanto attiene alla diligenza, Part. I t76, comma 2, c.c. ne qualifica il contenuto allorché si tratti di valutare il comportamento del professionista (la cui diligenza deve essere conforme alla natura dell’attività professionale da svolgere), con la conseguenza che al rapporto scaturante dal contratto di prestazione d’opera intellettuale debbono essere applicate, in linea generale e di tendenza (salvo quanto previsto dalle specifica normative dettata per tale tipo di rapporto), le norme che determinano le conseguenze dell’inadempimento (art. 1218 c.c.) e che consentono di operare le definizione di inadempimento nel quadro della attuazione del

rapporto.

9.1. li regime di responsabilità del professionista (la ed. colpa professionale) è sempre il medesimo. per cui, 1’ inadempimento, oltre che totale o dovuto a incuria o disattenzione, consiste generalmente nell’imperizia. ossia ne8’errore determinato da ignoranza di cognizioni tecniche o da inesperienza professionale, sia quando il professionista risponde solo per dolo o colpa grave (art. 2236 c.c.) sia quando – secondo le regole comuni – deve rispondere anche di colpa (art 1176, comma 2, c.c.)

92 La distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato non ha, quindi, alcuna incidenza sul regime di responsabilità, ove è richiesto al professionista di attenersi a parametri molto rigidi di professionalità, notandosi in proposito come lo stesso standard di diligenza del professionista sia cresciuto sensibilmente, comprimendo di conseguenza l’arca della colpa grave nei confronti di problemi tecnici di speciale difficoltà di cui all’ art 2236 c.c. (cfr. Cass. 11.8.1990,n. 8218).

9.3. l,a distinzione sembra inoltre perdere ogni peso. sempre nell’ambito della responsabilità professionale, in materia di eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., trovando tale eccezione accoglimento a prescindere dalla natura dell’ obbligazione da adempiere (v. Casa. 5.8-2002, n. 11728; 23-4.200 n. 5928).

  1. Dalla casistica giurisprudenziale emergono spunti interessanti in ordine alla dicotomia tra obbligazione di mezzi e di risultato, appare utilizzata al fine di risolvere problemi di ordine pratico, quali la distribuzione dell’onere della prova e l’individuazione dei contenuto dell’obbligo, ai fini del giudizio d responsabilità, operandosi non di rodo, per ampliare la responsabilità contrattuale del professionista, una sorta di metamorfosi dell’obbligazione di mezzi in quella di risultato, al traverso l’individuazione di doveri di informazione e di avviso (cfr., per quanto riguarda in particolare la responsabilità professionale del medico: Casa. 8.4.1997, n. 3tM6), definiti accessori ma integrativi rispetto all’obbligo primario della prestazio- ne, ed ancorati a principi di buona fede, quali obblighi di protezione, indispensabili per il corretto adempimento delle prestazione professionale in senso proprio.

10.1. Così, pur trattandosi di prestazione intellettuale, 1’ obbligazione del progettista 2 stata ritenuta dalla giurisprudenza un’obbligazione di risultato, ai fini della responsabilità del professionista, in quanto è stato affermato che tra i suoi doveri rientra anche quello di accertare con precisione i confini, le dimensioni a le altre caratteristiche dell’arca sulla quale le costruzione dovrà essere realizzate pass. 21.7. 1989, n.

3476; 29.3. 1979, n. 1818), avverti di sondare il suolo o il sottosuolo su cui deve sorgere l’opera (Cass. 16.9.1993, n. 11290; 5.1.1976, n. 1).

Inoltre, l’ingegnere o architetto progettista é tenuto a redigere un progetto conforme, oltre che alle regole tecniche, anche alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione su un dato territorio, in modo da non compromettere il conseguimento del provvedimento amministrativo che abilita all’esecuzione dell’opera, con la conseguenza che gli errori di progettazione concernenti la mancata adeguazione degli edifici previsti alla normativa vigente, compromettendo il rilascio della concessione, non possono che costituire inadempimento caratterizzato da colpa grave e quindi fonte di responsabilità del progettista

(Casa. 16.2.1996, n. 1208; 19.7.1993, n. 8033).

In particolare, poiché l’obbligazione dei professionista di redigere un progetto edilizio destinato all’esecuzione è di risultato perché ha per oggetto la sua realizzabilità, il committen- te, in base al principio inadempienti non est adtmplendum, ha diritto di rifiutare il compenso al professionista che abbia fornito il progetto di un’opera non realizzabile (Cass. 21.3.1997, n. 2540).

10.2. In tal modo si perviene al superamento della dicotomia in esame: l’obbligazione di redigere un progetto di ingegneria o di architettura, pur avendo per oggetto una prestazione d’opera intellettuale., costituisce un’obbligazione di risultato.

  1. La dottrina ha assunto posizioni critiche sull’utilizzo della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, la quale, ancorché operante soltanto all’interno della categoria delle obbligazioni di tare (a differenza che in Francia dove rappresenta una summa ditrisio valida per tutte le obbligazioni), ha originato una diatriba senza fine sia in ordine all’oggetto o contenuto dell’obbligazione, sia in relazione all’onere della prova e, quindi, in definitiva, allo stesso fondamento della responsabilità del professionista.

11.1. Come insegna la definizione tradizionale, nelle obbligazioni di mezzi la prestazione dovuta prescinde da un particolare esito positivo dell’attività del debitore, che adempie e- sattamente ove svolga l’attività richiesta nel modo dovuto. In tali obbligazioni è il comportamento del debitore ad essere in obbligazione, nel senso che la diligenza é tendenzialmente considerata quale criterio determinativo del contenuto del vincolo, con l’ulteriore corollario che il risultato é caratterizzato dall’ aleatorietà, perché dipende, oltre che dal comportamento del debitore, de altri fattori esterni oggettivi o soggettivi.

Nelle obbligazioni di risultato, invece, ciò che importa é il conseguimento del risultato stesso, essendo indifferente il mezzo utilizzato per raggiungerlo. La diligenza opera solo come parametro. ovvero come criterio di controllo e valutazione del comportamento del debitore: in altri termini, è il risultato cui mira il creditore, e non il comportamento, ad essere direttamente in obbligazione.

11.2. Tale impostazione non è immune da profili problematici, specialmente se applicata proprio alle ipotesi di prestano ne d’opera intellettuale, in considerazione della struttura ateo sa del rapporto obbligatorio e tenendo conto, altresì, che ur risultato é dovuto in tutte le obbligazioni.

In realtà, in ogni obbligazione si richiede la compresenza del comportamento del debitore che del risultato, anche se in proporzione variabile, sicché molti autori criticano la distinzione poiché in ciascuna obbligazione assumono rilievo cosi il risultato pratico da raggiungere attraverso il vincolo, come I’ impegno che il debitore deve porre per ottenerlo. In tal senso la dottrina porta ad esempio proprio l’obbligazione dell’appaltatore, che deve in ogni caso utilizzare idonee procedure e modalità di esecuzione.

11.3. Si è visto, d’altra parte, come la giurisprudenza. pur utilizzando frequentemente la distinzione, non esita a convertire l’obbligazione di mezzi in obbligazione di risultato, dando luogo ad una sorta di metamorfosi, quando afferma che se è vero che obbligazioni inerenti

all’esercizio dl un’attività professionale sono generalmente obbligazioni di mezzi, tuttavia pos- sono assumere anche le caratteristiche delle obbligazioni di risultato in cui il professionista ai impegna a conseguire un determinato opus.

  1. Sotto il profilo dell’onere della prove, la distinzione (talvolta costruita con prevalente attenzione alla responsabilità dei professionisti intellettuali e dei medici in particolare) é stata utilizzata per sostenere che mentre nelle obbligazioni di mezzi, essendo aleatorio il risultato, sul creditore incombe l’onere della prova che il manca il risultato è dipeso da scarsa diligenza, nelle obbligazioni di risultato, invece, sul debitore incombe l’onere della prova che un mancato risultato é dipeso da causa a lui non imputabile.

14.1. Ma anche sotto tale profilo la distinzione è stata sottoposta a revisione aia da parte della giurisprudenza che delta dottrina.

Infatti, questa Corte ha affermato che il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c.c. in materia di responsabilità contrattuale (in conformità a criteri di ragionevolezza per identità di situazioni probatorie, di riferibilità in concreto dell’onere probatorio alla sfera di azione dei singoli soggetti e di distinzione strutturale tra responsabilità contrattuale e da fatto illecito) é identico, sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione. ex art. 1453 c.c., sia che domandi il risarcimento per l’inadempimento contrattuale, ex art. 1218 c.c., senza richiamarsi in alcun modo alla distinzione tra obbligazioni di mezzi c di risultato (pur essendo pacifico che nella specie veniva dedotto un risultato connesso al contratto di trasporto: Cass. 7.2.1996, n. 973).

14.2. A sua volta, le dottrina, sia civilistica che processualistica, tende ad un’applicazione unitaria dei principi generali in materia di onere della prova, sia in tema di inadempimento, sia di risarcimento del danno, che infine in tema di risoluzione del contratto, indipendentemente dalla natura dell’ obbligazione (se di mezzi o di risultato).

  1. Ulteriori elementi si possono trarre da un confronto con i modelli esistenti negli altri paesi europei, in assenza di una direttiva tesa a ravvicinare le soluzioni nazionali (come é notti, la proposta di direttiva 9 novembre 1990 della Commissione Cee non si è mai tradotta in provvedimento finale) .

15.1. In Francia, la responsabilità del professionista è regolata dalla legge speciale 4 gennaio 1978, n. 78-12, in base alla quale 1’ architetto è tenuto al risarcimento dei danni, entro il termine di prescrizione di dieci anni, verso il committente o l’acquirente nelle ipotesi in cui vi siano vizi dell’opera o altri che ne compromettano le sua destinazione e, poiché i giudici ammettono in maniera molto rigorosa l’esistenza della cause etrangère, la responsabilità può dirsi quasi oggettiva, ancorché l’obbligazione del professionista edile, secondo la summa divisio, sia un’obbligazione di risultato.

15.2. Nel diritto tedesco, dove la responsabilità dei professionista edile è costruita in maniera rigorosa rispetto agli altri professionisti (avvocati, medici), si ha la collocazione del)’ Ar- chitektenvertrag ora entro il contratto di servizio ora entro il contratto d’opera, con conseguenze rilevanti sotto il profilo della responsabilità del professionista, nel senso di caricare quest’ultimo rispettivamente di obblighi di diligenza o di risultato.

15.3. Anche in Austria la natura dell’ Archifektenoertrag oscilla fra il contratto d’opera, quando il contratto ha ad oggetto la pura redazione dei progetto, e il contratto misto, dove prevale l’elemento del mandato, nei casi in cui le prestazioni del professionista siano molteplici. La responsabilità del professionista è fondata essenzialmente sulla colpa.

15.4. Analoga situazione si registra in Svizzera, dove I’ ArchitelUenvertrag integra ora un contratto d’opera ora un mandato oneroso, e la responsabilità contrattuale del professionista edile scatta allorquando questi abbia agito con colpa, cagionando un danno al cornmittente in via casualmente adeguata.

15.5. Nel sistema inglese, invece, vi è stato il passaggio dalla esclusiva responsabilità contrattuale del professionista edile all’ammissibilità dell’azione per illecito civile. Il common law, pur non conoscendo in via extracontrattuale, il principio della risarcibilità dei puri danni patrimoniali, ammette l’esistenza di exelusionary rules, fra le quali vi rientra appunto la responsabilità professionale.

  1. L’esame di diritto comparato, secondo l’opinione prevalente in dottrina, porte a privilegiare la tesi di coloro che ritengono che tutti i profili di responsabilità contrattuale del professionista intellettuale, siano essi connessi ad obbligazioni di mezzi o di risultato, possono essere esaustivamente ricondotti nell’ambito della disciplina generale dell5nsdempimcnto delle obbligazioni (artt. 2236, 2232, 1218, 1176, secodo comma, c.c.; come sopra evidenziato sub 9).
  2. Vero è che la verifica del nesso di compatibilità fra gli artt. 2230 e 2226 del codice civile, da effettuarsi in base alla .natura del rapporto contrattuale dei professionista, richiede une valutazione riferita a dati concreti e diversa da quella propria del procedimento analogico (art. 12, secondo comma. c.c.), onde potrebbe ntenerai, a stretto rigore esegetico. 1’ in- compatibilità della sola parte dell’art. 2226 c.c. relativa alla garanzia per vizi occulti, esprimendosi il primo comma della disposizione in termini generali ed autonomi di liberazione della responsabilità per difformità e per vizi noti o facilmente

riconoscibili dell’open, a seguito di accettazione espressa o tacita da parte dei committente.

17.1. Ma per contro deve puro considerarsi che, quando 1’ opus consista nel risultato della progettazione tecnica, la configurabilità dei vizi e difetti contemplati dall’art. 2726 c.c., siano essi d’indole palese, facilmente riconoscibile , o occulta, ha come implicazione, anche a prescindere delle forzatura lessicale, la riconduzione a tali due ambiti di tutta la gamme delle carenze che impediscono un’esatta esecuzione dell’opera, e quindi, oltre a quelle riferibili alla stessa attività ideativa, per essere il progetto in tutto o in parte ineseguibile, ovvero eseguibile ma inutilizzabile sia pure per contrasto con la normativa urbanistica o perché non corrispondente all’uso convenuto, anche quelle che ai risolvano in meri errori materiali, quali pure quelli di calcolo, nella redazione degli elaborati tecnici, suscettibili di autonomo rilievo pregiudizievole per il committente.

17.2. In tal caso, appare evidente che, ne fosse applicabile il termine professionale imposto dall’art. 2226, secondo comma, c.c., ossia quello di un anno della consegna degli elaborati, da un canto si imporrebbe al committente la tempestiva c completa verifica dell’attuabilità o utilizzabilità della progettazione quando l’attuazione di casa non fosse prevista in termini

corrispondenti, e dall’altro il professionista verrebbe esonerato

dalla relativa garanzia, qualora le medesime carenze si evidenziassero solo nelle successive fase dell’esecuzione dell’opera progettata, posteriore alla scadenza del termine prescrizionale, compatibile con iniziative costruttive di non eccessiva importanza.

17.3. Va, infine, considerato che é senz’altro da escludere 1’ applicabilità della disciplina di cui all’art. 2226 c.c. nel caso in cui la redazione del progetto sia affidata a società di ingegneri (art. 2238 c.c.), in considerazione della natura del rapporto contrattuale, della sua fonte (appalto, privato o pubblico, di opera c/o di servizi) c dell’organizzazione imprenditoriale.

  1. Pertanto, in base alle considerazioni svolte, il contrasto giurisprudenziale va risolto affermandosi che le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c. in tema di decadenza e prescrizione delf azione di garanzia per vizi non sono applicabili alla prestazione d’opere intellettuale, in particolare alla prestazione del professionista che abbia assunto l’obbligazione della redazione di un progetto d’ingegneria o della direzione dei lavori ovvero dell’ uno e dell’altro compito, cumulando nella propria persona i ruoli di progettista e direttore dei lavori.
  2. 11 principio comporta, quindi, il rigetto del primo motivo di ricorso.
  3. Anche il secondo motivo va rigettato, in quanto infondato, perché la Corte d’appello ha individuato la responsabilità

dell’ing. Z, quale progettista, per errore di calcolo delle strutture in cemento armato; e, quale direttore dei lavori, per omesso controllo sulla consistenza e qualità dei materiali usati.

  1. Il terzo e quarto motivo, da esaminare congiuntamente perché strettamente connessi, non possono trovare ingresso, risolvendosi in censure di merito in ordine alla valutazione dei danno, atteso che la Corte d’appello lo ha determinato sulla scorta della c.t.u. effettuata dall’ing. B., il cui valore di mercato dell’immobile non è stato sottoposto a particolari critiche e sostanzialmente accettato dalle parti, procedendo poi ad una riduzione percentuale, ritenuta congrua fissare nel 2lY/o (disattendendo la valutazione minimale del 15% compiuta dall’ing. L.) in considerazione dell’entità dei vizi e deficienze dell’opera, nonché della notorietà della vicenda.
  2. Il quinto motivo è inammissibile laddove denuncia omesso accoglimento dell’istanza di nuova consulenza tecnica, in quanto rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito la valutazione dell’opportunità dì disporre indagini tecniche suppletive o integrative dì quelle già espletate, di sentire a chiarimenti il consulente tecnico di ufficio ovvero di disporre la rinnovazione delle indagini, con la nomina di altri consulenti, e l’esercizio di un tale potere, così come il mancato esercizio

di esso, non è censurabile in sede di legittimità (v. Cass. 6.4.2001, n. 5142; 10.6. 1998, n. 5777).

Parimenti é inammissibile nella seconda pane laddove critica la ripartizione della colpa tra l’ing. Z e l’impresa M. perché deduce circostanze e [atti del tutto nuovi mai prima dedotti.

  1. Il sesto motivo é infondato perché la Corte d’appello ha indicato le ragioni per le quali il geom. Villi andava esente da responsabilità per assenze di specifiche colpe, come era emer- so dalla consulenza d’ufficio dell’ing. B., sul punto precisa, dettagliata, esaustiva.
  2. Il settimo motivo non ha pregio, perché si basa su una lettura riduttiva dell9mpugnata sentenza, che ha riformato quella di primo grado unicamente in relazione alla determinazione del quantum risarcibile, confermandola per il resto, e, quindi, anche relativamente al riconoscimento della responsabilità oltre che dell’ing. Z anche dell’impresa appaltatrice Morgaqni. La critica non coglie nel segno, atteso che il diritto al risarcimento del danno non risulta affatto prescritto né riguardo al prestatore d’opera professionale ing. Z, né riguardo all’impresa. appaltatrice M., ma affermato a carico dell’uno e dell’altra.
  3. L’ottavo motivo è infondato, osservandosi, da un lato, che (come sopra evidenziato sub 22) la scelta di disporre, o

meno, una c.t.u. rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito; dall’altro, che la Corte d’appello ha dato conto del propri o convincimento, indicando gli mori di calcolo dell’ing. Z, quale progettista, c le carenze dello stesso, quale direttore dei lavori, nonché l’ambito di responsabilità dell’impresa appaltatrice.

  1. Anche il nono motivo è infondato, perché l’impugnata sentenza ha correttamente motivato in ordina alla scelta dei criteri di determinazione del danno risarcibile, conformandosi al principio affermato da questa Corte che quando l’intervallo di tempo fra 1’illecito c il suo risarcimento é cospicuo e I’ in0azione ragguardevole, del graduale mutamento del potere d’acquisto della moneta deve tenersi conto calcolando gli interessi sul valore della somme via via rivalutata nell’arco del suddetto ritardo, oppure calcolando indici medi di valutazione, essendo invero precluso computarli unicamente con riguardo alla somma rivalutata al momento della liquidazione (Sez. Un. 17.2.1995, n. 1712).
  2. 11 primo motivo del ricorso incidentale del B va disatteso per le ragioni sopra indicate sub 21), risolvendosi la censura in doglianza di merito. Né è ravvisabile il prospettato vizio motivazionale, perché la Corte d’appello con discorso logico e coerente ha esposto le argomentazioni in base alle quali

ha ritenuto di dover diminuire il quantum al 20%, con riferimento a circostanze concrete e dati fattuali.

  1. 11 secondo motivo dei ricorso incidentale E inammissibile. perché la questione della condanna in via solidale dell’ing. Z e dell’impresa M. al risarcimento dei danni non ha formato oggetto di trattazione nel giudizio d’appello, secondo quanto risulta dalle conclusioni delle parti riportate nell’ epigrafe, dall’esposizione del fatto e dalla motivazione della sentenza impugnata, contro la quale non è stata specificamente e ritualmente formulata censura alcuna per omessa pronuncia su di una questione posta al riguardo, dacché al giudice di merito si è imputato soltanto vizio di motivazione in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., e non anche, espressamente ex art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 4 c.p-c-, l’ error in procedendo eventualmente comune per la mancata valutazione e decisione della questione da qua in quanto effettivamente dedotta con l’appello.

Invero, perché possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio d’omessa pronuncia, é necessario, da un lato, che al giudice di merito fossero state rivolte una domanda o un’ ec- cezione autonomamente apprezzabili, e, dall’altro, che tali domande o eccezione siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini nel ricorso per cassazione, per il principio dell’ autosufficienza, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo c/o verbale d’udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, in primis, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività (v. fra tante Casa. 27.9.2000, n. 12790; 28.8.2000, n. 11260).

Nel motivo in esame, per contro, non solo non E formalmente dedotto 11 vizio di omessa pronunzia, ma neppure é fatto tiferimento alcuno alla formulata riproposizione della questione in appello, onde la questione risulta sollevata per le prima volta soltanto in questa sede di legittimità ed é, quindi, inammissibile (cfr., ex plurimis, Case. 22.10.2002, n. 14905; 16.9, 2002, n. 13470)

  1. In conclusione, entrambi ì ricorsi vanno rigettati. Sussistono giusti motivi, anche in considerazione dell’esito della lite, per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese del presente giudizio,
  2. Q. M.
    La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta
    Dichiara interamente compensate tra le pari le spese del giudizio di cassazione.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

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AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA

AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI

BOLOGNA

consulenza-legale avvocato bologna

AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA : ambito di diritto successorio possiamo indicare:

  • consulenza e redazione di testamento AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA,
  • interpretazione di testamenti AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA,
  • successioni con eredi legittimi e legittimari,
  • successioni in assenza di testamento,
  • controversie e divisione di patrimoni ereditari,
  • redazione dichiarazioni di successione,
  • protezione del patrimonio,
  • testamento biologico ( D.A.T. Disposizioni anticipate di trattamento Se ci troviamo di fronte a un testamento che lede la legittima questo è impugnabile e, a tal proposito, è importante sapere come scrivere un testamento proprio per evitare possibili liti dopo la propria dipartita.

Hai un problema inerente eredità o successione ? 

Vorresti redigere un testamento ?

Devi impugnare un testamento o resistere ad una causa legale di impugnazione ?

.

L’avvocato successioni Bologna Sergio Armaroli risolve tutte le problematiche concernenti la morte di una persona ed il passaggio delle sue sostanze e dei suoi beni agli eredi legittimi o testamentari, richiedono lo svolgimento di attività legali

Qualora poi si presentino temi più complessi quali, a titolo meramente esemplificativo, la lesione della quota di legittima e l’impugnazione del testamento, L’avvocato successioni Bologna Sergio Armaroli oltre alla conoscenza delle norme, è in grado di fornire consulenza sugli aspetti pratici e sulle finalità delle varie e complesse azioni legali a tutela dei diritti del Cliente.

AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA
AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA

  • La materia delle successioniregola i rapporti giuridici
  • facenti capo al defunto che si trasferiscono, ad eccezione dei diritti c.d. personalissimi, agli eredi. La successione può essere a titolo universale quando tutti i rapporti giuridici facenti capo al de cuius, od una quota di essi, si traferiscono in capo ad una persona, detta erede. E’ invece a titolo particolare quando una persona, detta legatario, acquista in forza di una disposizione testamentaria solo uno o più diritti od obblighi determinati.
  • AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI

    BOLOGNA

  • E IN ASSENZA DI TESTAMENTO ?
  • In assenza di testamento, atto unilaterale con il quale ilde cuius dispone dei propri averi per il tempo successivo all’apertura della sua successione, si applica la successione legittima detta anche ab intestato, interamente regolata dalla legge. Importanza particolare riveste infine la successione dei legittimari, disciplinata al fine di evitare che il de cuius, con disposizioni testamentarie, leda completamente le posizioni dei suoi parenti più stretti, i legittimari, ai quali spetta in ogni caso una quota dell’ eredità, c.d. “quota di riserva” o “legittima”.
  • CHI SONO I LEGITTIMARI ?
  • I legittimari sono elencati tassativamente dall’art. 536 codice civile e sono segnatamente: il coniuge, i figli legittimi (cui sono equiparati quelli legittimati e quelli adottivi) , i figli naturali, gli ascendenti legittimi, i discendenti dei figli legittimi o naturali che vengano alla successione in luogo di questi
  • CHI NON E’ LEGITTIMARIO?
  • Non rientrano quindi nella categoria dei legittimari i fratelli e le sorelle del de cuius. A tali soggetti non è quindi riservata alcuna quota di riserva.

COME DIVENTARE EREDE?

  • in ogni caso, occorre accettare l’eredità e lo si può fare in maniera espressa oppure tacita compiendo atti che non si è legittimati a fare se non nella qualità di erede.
  • In caso di testamenti e pratiche di successione, occorre rivolgersi a professionisti del settore per una gestione chiara, semplice e trasparente in grado di effettuare le operazioni legali nel pieno rispetto delle norme e degli interessi degli eredi.
  • AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA
    AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA

Coloro che sono chiamati

Come eredi hanno generalmente dieci anni di tempo per decidere il da farsi.

Accettando non puramente e semplicemente ma con il beneficio di inventario, si risponde infatti dei debiti ereditati solo nei limiti dell’attivo ricevuto.
Infine, è possibile rinunciare all’eredità e in tal caso questa verrà devoluta a coloro che in ordine di parentela sono chiamati dopo.

 

Lo Studio dell’avvocato Successioni Bologna si occupa di successioni ereditarie. La successione ereditaria regola il trasferimento dei diritti da un soggetto deceduto ai suoi successori, per legge o per testamento (figli, coniuge, ascendenti, parenti). A seconda della condizione famigliare ed economico-patrimoniale del defunto, dell’esistenza o meno di un testamento, della forma e delle clausole del medesimo, possono determinarsi le più svariate situazioni, nell’ambito delle quali è difficile districarsi senza l’ausilio di un esperto.

Lo Studio dell’avvocato Successioni Bologna offre consulenza ed assistenza, giudiziale e stragiudiziale, sia in sede civile che in sede penale, per la soluzione dei problemi legali alla successione ereditaria, dalla consulenza per la redazione di un testamento olografo, alle controversie tra eredi ed alle divisioni dei patrimoni ereditari.

AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA
AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA

  • ricerca della provenienza dei beni;
  • stesura delle dichiarazioni di successione e relativa presentazione presso gli uffici di competenza;
  • visure catastali;
  • assistenza in atti pubblici;
  • pianificazione successoria;
  • assistenza alla redazione dei testamenti;
  • conservazione dei testamenti;
  • organizzazione delle riunioni e mediazioni tra gli eredi in caso di contenzioso;
  • assistenza e rappresentanza nell’ambito di procedure di mediazione e/o giudiziarie.

La successione può essere distinta in tre diversi casi specifici:

  • Legittima se non è stato lasciato testamento;
  • Testamentaria in presenza di testamento;
  • Necessaria se il defunto ha lasciato testamento ma questo non rispetta la Legge.

Volendo definire la successione in maniera probabilmente ancora più comprensibile, possiamo dire che essa è una sorta di garanzia affinché i beni del defunto possano essere passati ai legittimi eredi.

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna garantisce e assicura il supporto la massima trasparenza nella gestione delle vicende successorie e nella ripartizione dei patrimoni ereditari, attraverso servizi completi e trasparenti mirati alla risoluzione di ogni tipo di controversia che possa originare dalla morte di una persona e che coinvolgono gli eredi legittimi e/o testamentari.

Sarete seguiti scrupolosamente passo passo AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA

In ambito di diritto successorio possiamo indicare:

  • consulenza e redazione di testamento,
  • interpretazione di testamenti,
  • successioni con eredi legittimi e legittimari,
  • successioni in assenza di testamento,
  • controversie e divisione di patrimoni ereditari,
  • redazione dichiarazioni di successione,
  • protezione del patrimonio,
  • testamento biologico ( D.A.T. Disposizioni anticipate di trattamento Se ci troviamo di fronte a un testamento che lede la legittima questo è impugnabile e, a tal proposito, è importante sapere come scrivere un testamento proprio per evitare possibili liti dopo la propria dipartita.

Hai un problema inerente eredità o successione ? 

Vorresti redigere un testamento ?

Devi impugnare un testamento o resistere ad una causa legale di impugnazione ?

.[wpforms id=”21592″]

L’avvocato successioni Bologna Sergio Armaroli risolve tutte le problematiche concernenti la morte di una persona ed il passaggio delle sue sostanze e dei suoi beni agli eredi legittimi o testamentari, richiedono lo svolgimento di attività legali

Qualora poi si presentino temi più complessi quali, a titolo meramente esemplificativo, la lesione della quota di legittima e l’impugnazione del testamento, L’avvocato successioni Bologna Sergio Armaroli oltre alla conoscenza delle norme, è in grado di fornire consulenza sugli aspetti pratici e sulle finalità delle varie e complesse azioni legali a tutela dei diritti del Cliente.[wpforms id=”21592″]

  • La materia delle successioniregola i rapporti giuridici
  • facenti capo al defunto che si trasferiscono, ad eccezione dei diritti c.d. personalissimi, agli eredi. La successione può essere a titolo universale quando tutti i rapporti giuridici facenti capo al de cuius, od una quota di essi, si traferiscono in capo ad una persona, detta erede. E’ invece a titolo particolare quando una persona, detta legatario, acquista in forza di una disposizione testamentaria solo uno o più diritti od obblighi determinati.
  • E IN ASSENZA DI TESTAMENTO ?
  • In assenza di testamento, atto unilaterale con il quale ilde cuius dispone dei propri averi per il tempo successivo all’apertura della sua successione, si applica la successione legittima detta anche ab intestato, interamente regolata dalla legge. Importanza particolare riveste infine la successione dei legittimari, disciplinata al fine di evitare che il de cuius, con disposizioni testamentarie, leda completamente le posizioni dei suoi parenti più stretti, i legittimari, ai quali spetta in ogni caso una quota dell’ eredità, c.d. “quota di riserva” o “legittima”.
  • CHI SONO I LEGITTIMARI ?
  • I legittimari sono elencati tassativamente dall’art. 536 codice civile e sono segnatamente: il coniuge, i figli legittimi (cui sono equiparati quelli legittimati e quelli adottivi) , i figli naturali, gli ascendenti legittimi, i discendenti dei figli legittimi o naturali che vengano alla successione in luogo di questi
  • CHI NON E’ LEGITTIMARIO?
  • Non rientrano quindi nella categoria dei legittimari i fratelli e le sorelle del de cuius. A tali soggetti non è quindi riservata alcuna quota di riserva.

COME DIVENTARE EREDE?

in ogni caso, occorre accettare l’eredità e lo si può fare in maniera espressa oppure tacita compiendo atti che non si è legittimati a fare se non nella qualità di erede.

In caso di testamenti e pratiche di successione, occorre rivolgersi a professionisti del settore per una gestione chiara, semplice e trasparente in grado di effettuare le operazioni legali nel pieno rispetto delle norme e degli interessi degli eredi.

Coloro che sono chiamati

Come eredi hanno generalmente dieci anni di tempo per decidere il da farsi.

Accettando non puramente e semplicemente ma con il beneficio di inventario, si risponde infatti dei debiti ereditati solo nei limiti dell’attivo ricevuto.
Infine, è possibile rinunciare all’eredità e in tal caso questa verrà devoluta a coloro che in ordine di parentela sono chiamati dopo.

TESTAMENTO-AVVOCATO-ESPERTO-BOLOGNA-
AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA

Lo Studio dell’avvocato Successioni Bologna si occupa di successioni ereditarie. La successione ereditaria regola il trasferimento dei diritti da un soggetto deceduto ai suoi successori, per legge o per testamento (figli, coniuge, ascendenti, parenti). A seconda della condizione famigliare ed economico-patrimoniale del defunto, dell’esistenza o meno di un testamento, della forma e delle clausole del medesimo, possono determinarsi le più svariate situazioni, nell’ambito delle quali è difficile districarsi senza l’ausilio di un esperto.

Lo Studio Studio dell’avvocato Successioni Bologna offre consulenza ed assistenza, giudiziale e stragiudiziale, sia in sede civile che in sede penale, per la soluzione dei problemi legali alla successione ereditaria, dalla consulenza per la redazione di un testamento olografo, alle controversie tra eredi ed alle divisioni dei patrimoni ereditari.

  • ricerca della provenienza dei beni;
  • stesura delle dichiarazioni di successione e relativa presentazione presso gli uffici di competenza;
  • visure catastali;
  • assistenza in atti pubblici;
  • pianificazione successoria;
  • assistenza alla redazione dei testamenti;
  • conservazione dei testamenti;
  • organizzazione delle riunioni e mediazioni tra gli eredi in caso di contenzioso;
  • assistenza e rappresentanza nell’ambito di procedure di mediazione e/o giudiziarie.

La successione può essere distinta in tre diversi casi specifici:

  • Legittimase non è stato lasciato testamento;
  • Testamentariain presenza di testamento;
  • Necessariase il defunto ha lasciato testamento ma questo non rispetta la Legge.

Volendo definire la successione in maniera probabilmente ancora più comprensibile, possiamo dire che essa è una sorta di garanzia affinché i beni del defunto possano essere passati ai legittimi eredi.

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna garantisce e assicura il supporto la massima trasparenza nella gestione delle vicende successorie e nella ripartizione dei patrimoni ereditari, attraverso servizi completi e trasparenti mirati alla risoluzione di ogni tipo di controversia che possa originare dalla morte di una persona e che coinvolgono gli eredi legittimi e/o testamentari.

Sarete seguiti scrupolosamente passo passo per qualsiasi esigenza legata alla corretta gestione delle problematiche in materia di successioni, in tutte le fasi della divisione dei beni o in caso di possibili controversie.

L’avvocato Sergio Armaroli offre una totale assistenza in merito a donazioni, cause ereditarie, disposizioni testamentarie e scioglimento di comunioni ereditarie.

l’assistenza legale relativa alle successioni ereditarie viene trattato da anni dall’avvocato Sergio Armaroli di Bologna , che trattano un’ampia gamma di attività connesse alla materia principale, come ad esempio:

testamento olografo;

testamento pubblico;

testamento segreto;

accettazione di eredità;

azioni giudiziarie a tutela dell’erede legittimo;

azione di riduzione della quota di legittima;

donazioni tra coniugi;

donazioni ai figli;

donazioni con diritto di usufrutto;

revoca di disposizioni testamentarie o di donazioni.

 via preventiva allo scopo di evitare per quanto possibile il contenzioso giudiziale.

Fra le materie del diritto civile maggiormente trattate dall’avvocato rientrano:

  • contrattualistica in genere
  • contratti commerciali
  • compravendita immobiliare
  • preliminare di acquisto o compromesso
  • recupero crediti
  • locazioni – affitti
  • responsabilità civile
  • condominio
  • successione ereditaria
  • e-commerce
  • risarcimento danni
  • divisione
  • separazioni e divorzi
  • esecuzioni immobiliari
  • usucapione
  • usufrutto e servitù
  • tutela della proprietà e possesso
  • proprietà intellettuali
  • marchi e brevetti
  • associazioni e fondazioni
  • donazione e patto di famiglia
  • negozia tutela dei patrimoni familiari

La successione, intesa come fenomeno del subentrare di un soggetto giuridico, detto “successore” o “avente causa”, ad un altro soggetto giuridico, detto “autore” o “dante causa”, nell’ambito di un rapporto giuridico,

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna si impegna a risolvere ogni problematica legale in materia successoria e testamentaria a vantaggio della propria clientela.


Il diritto delle successioni è quella branca del diritto che si occupa di questioni relative alla successione ereditaria e testamentaria e ai relativi contenziosi tra eredi o chiamati all’eredità (successione legittima, successione testamentaria, divisione ereditaria, ecc.).

L’avvocato Sergio Armaroli si occupa del diritto delle successioni aBologna ravenna forli cesena Treviso padova Venezia Vicenza  e in tutto il territorio Italiano e di tutte le pratiche(amministrative, notarili, legali) finalizzate alle divisioni ereditarie e successorie (incluse quelle di maggiore complessità e anche con risvolti di natura internazionalistica).

Al momento della pubblicazione di un testamento si apre la fase della successione ereditaria ed è necessario procedere all’assegnazione dei beni o alla divisione ereditaria. Si tratta di questioni estremamente complesse che necessitano di un supporto tecnico da parte di un avvocato esperto in eredità e successioni ereditarie; ciò, soprattutto nei casi in cui non vi è un accordo tra gli eredi in ordine ai diritti spettanti o alle modalità di divisione del patrimonio ereditario.

Dove si si apre la successione ?

Il luogo è quello dell’ultimo domicilio del defunto. La successione può essere a titolo universale e in questo caso l’erede subentra nella stessa posizione giuridica del defunto e diventa erede solo con l’accettazione dell’eredità.

La successione può anche essere a titolo particolare ed in tal caso il soggetto destinatario dell’eredità diventa titolare di uno o più diritti (ad esempio la proprietà su un immobile o una somma in denaro).

La successione può essere:

  1. a) legittima: si parla disuccessione legittimaquando il soggetto non ha lasciato un testamento o ha lasciato un testamento parziale. La legge sulle successioni prevede che hanno diritto di succedere solo i parenti fino al sesto grado.
  2. b) testamentaria: si parla disuccessione testamentariaquando il soggetto ha effettuato il testamento (il testamento può essere revocato in ogni momento dal testatore). Esistono diverse tipologie di testamenti: il testamento olografo (cioè scritto di pugno e firmato dal testatore) e il testamento per atto notarile.

 

A seguito della morte di una persona, i parenti del defunto dovranno prontamente fronteggiare una serie di questioni burocratiche: prima tra tutte, la dichiarazione di successione.

diritto delle successioni a Bologna ravenna forli cesena Treviso padova Venezia Vicenza  .

La dichiarazione di successione, invece, dovrà essere presentata dagli eredi all’Agenzia delle Entrate competente entro un anno dal decesso. Vediamo più nello specifico di cosa si tratta e le procedure da seguire per presentare la dichiarazione di successione.

​​La dichiarazione di successione è un documento di natura fiscale attraverso il quale viene comunicato all’Agenzia delle Entrate il subentro degli eredi nel patrimonio del defunto.

Tale dichiarazione deve essere effettuata entro i 12 mesi dalla data del decesso del defunto e presentata obbligatoriamente dai seguenti soggetti:

Eredi (parenti del defunto che abbiano accettato in modo​

I rappresentanti legali degli eredi o dei legatari;

L’amministratore dell’eredità;

L’attività della consulenza si affianca alla disponibilità di un avvocato civilista e penalista. In particolare, per differenziare le competenze, si specifica che l’avvocato civilista è quel professionista che lavora in maniera esclusiva o prevalente nel campo del diritto civile, ossia nel settore definito da tutte quelle norme che regolano i diritti e i doveri delle persone nei loro reciproci rapporti.

.

esiste in una diversa tipologia di casi. Il diritto distingue tra successione universale e particolare, in base alla portata del trasferimento di poteri da un soggetto giuridico all’altro.

Nel caso della successione universale, il successore subentra all’autore in tutti i rapporti giuridici, sia attivi che passivi; nel caso della successione particolare, invece, vi subentra solo relativamente ad uno specifico ambito giuridico.

Più nello specifico, si può individuare un’ampia casistica nell’ambito delle successioni. Il diritto distingue tra:

dichiarazione di successione

successione a causa di morte

successione legittima

successione necessaria

successione testamentaria

retratto successorio

In tutti i casi, le successioni implicano interventi e procedure relative all’eredità, ai rapporti patrimoniali e, più in generale, al diritto di famiglia

AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA :QUANTO SI LITIGA PER L’EREDITA’?

1)QUANDO UN EREDE SI VEDE  ESTROMESSO DA UN TESTAMENTO

2)QUANDO IL DE CUIUS CIOE’ COLUI CHE E’ DECEDUTO HA FATTO DONAZIONI IN VITA CHE MINANO LE QUOTE DI LEGITTIMA

 per qualsiasi esigenza legata alla corretta gestione delle problematiche in materia di successioni, in tutte le fasi della divisione dei beni o in caso di possibili controversie.

L’avvocato Sergio Armaroli offre una totale assistenza in merito a donazioni, cause ereditarie, disposizioni testamentarie e scioglimento di comunioni ereditarie.

l’assistenza legale relativa alle successioni ereditarie viene trattato da anni dall’avvocato Sergio Armaroli di Bologna , che trattano un’ampia gamma di attività connesse alla materia principale, come ad esempio:

testamento olografo;

testamento pubblico;

testamento segreto;

accettazione di eredità;

AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA
AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA

azioni giudiziarie a tutela dell’erede legittimo;

azione di riduzione della quota di legittima;

donazioni tra coniugi;

donazioni ai figli;

donazioni con diritto di usufrutto;

revoca di disposizioni testamentarie o di donazioni.

 via preventiva allo scopo di evitare per quanto possibile il contenzioso giudiziale.

Fra le materie del diritto civile maggiormente trattate dall’avvocato rientrano:

  • contrattualistica in genere- AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA
  • contratti commerciali
  • compravendita immobiliare
  • preliminare di acquisto o compromesso
  • recupero crediti
  • locazioni – affitti
  • responsabilità civile
  • condominio
  • successione ereditaria-AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA
  • e-commerce
  • risarcimento danni
  • divisione
  • separazioni e divorzi
  • esecuzioni immobiliari
  • usucapione
  • usufrutto e servitù-AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA
  • tutela della proprietà e possesso,
  • -AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA
  • proprietà intellettuali
  • marchi e brevetti
  • associazioni e fondazioni
  • donazione e patto di famiglia
  • negozia tutela dei patrimoni familiari

La successione, intesa come fenomeno del subentrare di un soggetto giuridico, detto “successore” o “avente causa”, ad un altro soggetto giuridico, detto “autore” o “dante causa”, nell’ambito di un rapporto giuridico,

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna si impegna a risolvere ogni problematica legale in materia successoria e testamentaria a vantaggio della propria clientela.


Il diritto delle successioni è quella branca del diritto che si occupa di questioni relative alla successione ereditaria e testamentaria e ai relativi contenziosi tra eredi o chiamati all’eredità (successione legittima, successione testamentaria, divisione ereditaria, ecc.).

L’avvocato Sergio Armaroli si occupa del diritto delle successioni aBologna ravenna forli cesena Treviso padova Venezia Vicenza  e in tutto il territorio Italiano e di tutte le pratiche(amministrative, notarili, legali) finalizzate alle divisioni ereditarie e successorie (incluse quelle di maggiore complessità e anche con risvolti di natura internazionalistica).

Al momento della pubblicazione di un testamento si apre la fase della successione ereditaria ed è necessario procedere all’assegnazione dei beni o alla divisione ereditaria. Si tratta di questioni estremamente complesse che necessitano di un supporto tecnico da parte di un avvocato esperto in eredità e successioni ereditarie; ciò, soprattutto nei casi in cui non vi è un accordo tra gli eredi in ordine ai diritti spettanti o alle modalità di divisione del patrimonio ereditario.

Dove si si apre la successione ?

Il luogo è quello dell’ultimo domicilio del defunto. La successione può essere a titolo universale e in questo caso l’erede subentra nella stessa posizione giuridica del defunto e diventa erede solo con l’accettazione dell’eredità.

La successione può anche essere a titolo particolare ed in tal caso il soggetto destinatario dell’eredità diventa titolare di uno o più diritti (ad esempio la proprietà su un immobile o una somma in denaro).

La successione può essere:

  1. a) legittima: si parla disuccessione legittimaquando il soggetto non ha lasciato un testamento o ha lasciato un testamento parziale. La legge sulle successioni prevede che hanno diritto di succedere solo i parenti fino al sesto grado.
  2. b) testamentaria: si parla disuccessione testamentariaquando il soggetto ha effettuato il testamento (il testamento può essere revocato in ogni momento dal testatore). Esistono diverse tipologie di testamenti: il testamento olografo (cioè scritto di pugno e firmato dal testatore) e il testamento per atto notarile.

 

A seguito della morte di una persona, i parenti del defunto dovranno prontamente fronteggiare una serie di questioni burocratiche: prima tra tutte, la dichiarazione di successione.

AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA :delle successioni a Bologna ravenna forli cesena Treviso padova Venezia Vicenza  .

La dichiarazione di successione, invece, dovrà essere presentata dagli eredi all’Agenzia delle Entrate competente entro un anno dal decesso. Vediamo più nello specifico di cosa si tratta e le procedure da seguire per presentare la dichiarazione di successione.

​​La dichiarazione di successione è un documento di natura fiscale attraverso il quale viene comunicato all’Agenzia delle Entrate il subentro degli eredi nel patrimonio del defunto.

Tale dichiarazione deve essere effettuata entro i 12 mesi dalla data del decesso del defunto e presentata obbligatoriamente dai seguenti soggetti:

Eredi (parenti del defunto che abbiano accettato in modo​

I rappresentanti legali degli eredi o dei legatari;

AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA : l’amministrazione dell’eredità;

L’attività della consulenza si affianca alla disponibilità di un avvocato civilista e penalista. In particolare, per differenziare le competenze, si specifica che l’avvocato civilista è quel professionista che lavora in maniera esclusiva o prevalente nel campo del diritto civile, ossia nel settore definito da tutte quelle norme che regolano i diritti e i doveri delle persone nei loro reciproci rapporti.

.

esiste in una diversa tipologia di casi. Il diritto distingue tra successione universale e particolare, in base alla portata del trasferimento di poteri da un soggetto giuridico all’altro.

Nel caso della successione universale, il successore subentra all’autore in tutti i rapporti giuridici, sia attivi che passivi; nel caso della successione particolare, invece, vi subentra solo relativamente ad uno specifico ambito giuridico.

Più nello specifico, si può individuare un’ampia casistica nell’ambito delle successioni. Il diritto distingue tra:

dichiarazione di successione

successione a causa di morte

successione legittima

successione necessaria

successione testamentaria

retratto successorio

In tutti i casi, le successioni implicano interventi e procedure relative all’eredità, ai rapporti patrimoniali e, più in generale, al diritto di famiglia

AVVOCATO SUCCESSIONI TESTAMENTI BOLOGNA :SI LITIGA PER L’EREDITA’?

1)QUANDO UN EREDE SI VEDE  ESTROMESSO DA UN TESTAMENTO

2)QUANDO IL DE CUIUS CIOE’ COLUI CHE E’ DECEDUTO HA FATTO DONAZIONI IN VITA CHE MINANO LE QUOTE DI LEGITTIMA[wpforms id=”21592″]

att8

art. 216 bancarotta- cassazione avvocato esperto

art. 216, comma primo, n. 1, r.d. 16 marzo

1942, n. 267 –bancarotta- cassazione

avvocato esperto

SENTENZA  NON LUOGO A PROCEDERE

rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare

Quanto alla decorrenza del termine per impugnare la sentenza di non luogo a procedere,

 

 

deve escludersi, ove il giudice rispetti le previsioni di cui all’art. 424 cod. рrос, реn., l’operatività dell’art, 123 cod. рrос. реn., che,

 

facendo espressamente salvo quanto il codice dispone in relazione ai provvedimenti emessi nell’udienza preliminare e nel dibattimento, è riferibile ai provvedimenti camerali così detti “tipici” e ne disciplina il deposito, la comunicazione o la notificazione del relativo avviso alle parti processuali cui la legge attribuisce il diritto d’impugnazione.

  • Deve invece farsi riferimento alla norma di cui all’art. 585, comma 2, cod. proc. pen., che regola la decorrenza dei termini per l’impugnazione non solo delle sentenze dibattimentali ma di ogni tipo di provvedimento del giudice.

    rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
    rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
  • Con quest’ultima norma, il legislatore del 1988 ha dato attuazione alla direttiva di cui al punto 83 dell’art. 2 della legge-delega 16 febbraio 1987, n. 81, in cui si stabiliva che la determinazione della decorrenza dei termini per le impugnazioni fosse «ispirata a criteri di massima funzionalità e semplificazione», e ha conseguentemente privilegiato meccanismi automatici predefìniti per l’individuazione del momento da cui detti termini devono decorrere, limitando il ricorso alla comunicazione o alla notificazione dell’avviso di deposito del provvedimento ai soli casi in cui, non potendo operare il modello presuntivo, risulti necessario garantire l’effettiva conoscenza alle parti interessate a proporre impugnazione

CALCOLO DANNO A PERSONA ,MALASANITA' ,INCIDENTE
rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare

  • L’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, opera sia nel caso di reiterazione di fatti riconducibili alla medesima ipotesi di bancarotta che in quello di commissione di più fatti tra quelli previsti indifferentemente dai precedenti artt., 216 e 217.
  • In relazione al primo aspetto, rileva la Corte che l’espresso richiamo fatto dalla norma in esame anche al reato di cui all’art. 218 legge fall., che disciplina una sola fattispecie delittuosa (ricorso abusivo al credito), non lascia margini di dubbio sull’operatività della disposizione in caso di reiterazione della stessa condotta tipica. Diversamente opinando, si determinerebbe una interpretatio abrogans del richiamo che l’art. 219 fa all’art. 218.
  • In relazione al secondo aspetto, vanno condivise, a superamento dell’esistente contrasto giurisprudenziale, le argomentazioni sviluppate da 5ez. S, n. 27231 del 03/06/2005, dep. 21/07/2005, imp. Laface e da Sez. 5, n. 3619 del 15/12/2006, dep. 31/01/2007, imp. Belsito,
  • Deve osservarsi, invero, che, di fronte al dato testuale non univoco («più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli»), l’applicabilità dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, alla pluralità di fatti di bancarotta commessi, a prescindere se gli stessi siano contemplati nello stesso articolo o in articoli diversi, è imposta dalla necessità di privilegiare un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, perché, diversamente opinando, si determinerebbero, in contrasto con l’art, 3 Cost,,
  • situazioni di palese e irragionevole disparità di trattamento: ove si ritenga, infatti, che la norma in esame sia applicabile solo ai casi di concorso interno, quello cioè tra più fatti di bancarotta tutti semplici о tutti fraudolenti, mentre il concorso esterno tra fatti di bancarotta semplice e fatti di bancarotta fraudolenta rientrerebbe nella sfera di operatività dell’art. 81 cod. pen., si finirebbe col «punire con maggiore asprezza etti abbia commesso un fatto di bancarotta fraudolenta e un fatto di bancarotta semplice, rispetto a chi abbia commesso più fatti di bancarotta fraudolenta», dovendo il primo soggiacere al più rigoroso trattamento sanzionatorio previsto dall’art, 81 cod. pen.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA, DENUNCE QUERELE, UDIENZ APRELIMINARE, AVVOCATO ESPERTO
rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Sentenza 26 maggio 2011, n. 21039

21039/11

REPUBBLICA ITALIANA

in nome del Popolo Italiano

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta da: Giuseppe Maria Cosentino Nicola Milo Gennaro Marasca Alfredo Marta Lombardi Ruggero Galblati Gian Giacomo Sandrelll Franco Randanese Marlastefanra Tornassi Margherita Cassano

Presidente Relatore 

Sent. n, sez. 2 CC-27/01/2011 R.G.N, 21583/2009

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trieste

avverso la sentenza del 09/01/2009 del Giudice della udienza preliminare del

Tribunale di Trieste emessa nel confronti di , nato a Trieste il

visti gli atti, 

Il provvedimento impugnato ed il ricorso; 

udita la relazione svolta dal consigliere Nicola Milo;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Vittorio Martusclello, che ha concluso chiedendo l’annullamento della sentenza con rinvio al Giudice della udienza preliminare del Tribunale di Trieste.

RITENUTO IN FATTO

  1. Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Trieste, con sentenza del 9 gennaio 2009, dichiarava, ex art 425 cod. proc. pen., non luogo a procedere nel confronti di *** in ordine al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non potendo l’azione penale essere proseguita -secondo la previsione dell’art. 649 cod. proc. pen, – per precedente giudicato. Più specificamente, il reato contestato all’imputato è quello di cui all’art. 216, comma primo, n. 1, r.d. 16 marzo 1942, n. 267 (cosi detta legge fallimentare),
  2. per avere, nella qualità di legale rappresentante e socio accomandatario della società di *** & C. s.a.s., dichiarata fallita – unitamente allo stesso accomandatario – con sentenza 23 giugno 2005 del Tribunale di Trieste, dissipato, distratto, occultato, dissimulato attività della società, prelevando, in più occasioni, somme di denaro di vario importo dai conti correnti di cui aveva la disponibilità, con le aggravanti di cui all’art. 219, commi primo e secondo, n. 1, legge fall, e la recidiva semplice.
  3. Il Giudice dell’udienza preliminare, prescindendo da qualsiasi valutazione di merito e facendo leva sulla mera comparazione formale tra i fatti sottoposti al suo esame e quelli di bancarotta preferenziale (art. 216, comma terzo, legge fall.) e semplice nell’Ipotesi di cui all’art. 217, comma primo, n. 4, legge fall., relativi al medesimo fallimento ed oggetto della sentenza 14 marzo 2006 (irrevocabile il 18 luglio 2006) dello stesso G.u.p, con la quale al era stata applicata la pena concordata ex art. 444 cod. proc. pen., riteneva che, dato il carattere unitario del reato di bancarotta, non era consentito,
  4. in presenza di un giudicato su tale illecito, l’inizio di un nuovo e differente processo per ulteriori e diversi ratti di bancarotta accertati successivamente, ostandovi il divieto del bis in idem, in quanto questi ultimi fatti, pur non sovrapponibili naturalisticamente ai primi, erano comunque assorbiti nel disvalore dell’unico reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale già giudicato e non davano luogo a una pluralità di reati.
  5. Il Giudice dell’udienza preliminare, nel pronunciare II dispositivo della decisione alla presenza del p.m. e del difensore dell’imputato, indicava, ex art. 544, comma 3, cod. proc pen., il termine di 90 giorni per il deposito della motivazione. La sentenza, completa di motivazione, veniva depositata in cancelleria nel termine preannunciato ed esattamente in data 7 aprile 2009.
  6. Ha proposto ricorso per cassazione, con atto depositato in data 19 maggio 2009, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trieste, deducendo l’erronea applicazione degli artt. 649 cod. proc. pen. e 219 legge fall, per i seguenti rilievi :

 

  1. a) la tesi privilegiata dalla sentenza impugnata comporta una abrogazione implicita del richiamato art. 219, comma secondo, n. 1, che dovrebbe invece operare proprio nel casi di plurimi fatti di bancarotta, e conduce a risultati assolutamente irragionevoli, come conferma iI caso in esame, in cui l’imputato, dopo avere patteggiato la pena per i meno gravi reati di bancarotta preferenziale e bancarotta semplice, ha beneficiato della declaratoria d’improcedibilità per il diverso e più grave reato di bancarotta fraudolenta per distrazione;
  2. b) l’art. 649 cod. proc. pen. prevede, in linea generale, il divieto di un secondo giudizio per iI «medesimo fatto» (principio del ne bis in idem), intendendosi per tale il fatto storico cosi come cristallizzato nella sentenza irrevocabile;

 

 

  1. c) fatti storici che si differenziano per condotte e conseguenze sono logicamente diversi tra loro, con conseguente inapplicabilità del divieto del bis in idem;
  2. d) l’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., prevedendo un aumento di pena ove vengano commessi più fatti tra quelli previsti in ciascuno dei precedenti articoli 216, 217, 218, persegue la finalità di mitigare il rigore sanzionatolo conseguente al concorso materiale di più fatti di bancarotta, che vengono unificati solo quoad poenam, rimanendo ferma, quindi, l’innegabile autonomia ontologica dei singoli fatti di bancarotta, ciascuno dei quali è idoneo a fondare una decisione di responsabilità penale;
  3. e) il contrario orientamento espresso dalla sentenza impugnata implica che il trattamento sanzionatore da riservare ad un soggetto che si sia reso responsabile di più fatti di bancarotta dipenderebbe non già dalla valutazione delle condotte complessivamente considerate, ma dalla tempistica – variabile e casuale – di emersione e di contestazione dei diversi fatti, con le conseguenze irragionevoli Innanzi evidenziate.

    rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
    rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
  4. Con ordinanza del 7 ottobre 2010, la Quinta Sezione penale, alla quale il ricorso era stato assegnato ratione materiae, ne ha rimesso – ex art. 618 cod. proc pen. – la decisione a queste Sezioni Unite, rilevando un contrasto giurisprudenziale sulla natura giuridica del reato di bancarotta: da un lato, fa tesi della concezione unitaria del reato, che ravvisa nella pluralità di fatti tipici, commessi nell’ambito della stessa procedura concorsuale, una circostanza aggravante e considera le diverse violazioni – in deroga alle norme sul concorso materiale di reati e sulla continuazione – come un solo reato, con l’effetto della operatività della preclusione di un secondo giudizio; dall’altro, la concezione pluralistica del reato, che ravvisa nei più fatti tipici descritti dalla norma incrìminatrice fattispecie di reato autonome e ontologicamente diverse, le quali concorrono tra loro e sono unificate solo quoad poenam.

L’ordinanza di rimessione sottolinea che importanza centrale assume, nel rilevato contrasto di giurisprudenza, la disposizione dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., a seconda che si ravvisi in essa la previsione di una vera e propria circostanza aggravante, sia sotto il profilo funzionale che sotto quello strutturale, o piuttosto una peculiare regolamentazione del concorso di reati e dell’istituto della continuazione, nella prospettiva di contenere entro limiti di ragionevolezza la pretesa punitiva dello Stato.

Segnala ancora che, se è razionale la scelta di politica criminale finalizzata a disciplinare in maniera peculiare il concorso di reati e a contenere il potere sanzionatorio del giudice in relazione a plurime e autonome fattispecie incriminatoci in materia di bancarotta patrimoniale, non è altrettanto razionale una interpretazione della disciplina spedale che, riconducendo ad unità fatti ontologicamente diversi, ne precluda il completo accertamento ed eventualmente la punizione, ponendosi in definitiva in contrasto con la logica del sistema penale e con gli art. 3e 112 della Costituzione.

Sottolinea, infine, che la preclusione connessa al divieto del bis in idem opera soltanto in relazione allo “Stesso fatto”, che ricorre quando v’è corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso di causalità) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona.

  1. Il Primo presidente, con decreto del 18 novembre 2010, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza camerale,

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Preliminarmente deve essere verificata la tempestività del ricorso.

Nel caso in esame, è accaduto che il Giudice dell’udienza preliminare, nel dare immediata lettura del dispositivo della sentenza del 9 gennaio 2009, indicò, richiamando espressamente l’art. 544, comma 3, cod. proc. pen., il termine di giorni novanta per il deposito della motivazione. La sentenza, completa di motivazione, fu depositata entro il termine programmato ed esattamente In data 7 aprile 2009. L’avviso di deposito della sentenza fu comunicato, il giorno 15 successivo, al Procuratore generale presso la Corte d’appello e notificato all’imputato contumace l’8 maggio 2009, Nessuna comunicazione e notificazione dell’avviso fu fatta rispettivamente al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale e al difensore, presenti alla lettura del dispositivo, essendo stato puntualmente osservato il preannunciato termine di deposito (cfr. l’acquisita certificazione 14 gennaio 2011 della cancelleria del Tribunale di Trieste).

Il Procuratore della Repubblica ha proposto ricorso in data 19 maggio 2009, vale a dire nel quarantacinque giorni successivi alla scadenza del termine determinato dal giudice per il deposito della sentenza.

La procedura seguita, mutuata da quella prevista per la redazione e l’impugnazione delle sentenze dibattimentali, non può ritenersi regolare. Tuttavia deve escludersi che le modalità prescelte per l’esplicitazione della motivazione della decisione, pur non conformi – come si preciserà – all’ortodossia procedurale, abbiano inciso negativamente sulla tempestività del ricorso.

1.1. La disciplina dettata dal legislatore in materia di udienza preliminare, con particolare riferimento alla pronuncia e ai tempi di redazione e deposito della motivazione della sentenza di non luogo a procedere, è del tutto peculiare e non è riconducibile tour court né al modello del procedimento in camera di consiglio così detto “tipico”, previsto dagli art. 127 e 126 cod. proc. pen,, né a quello delineato per la celebrazione della fase del giudizio.

L’art. 424 cod. proc. pen, prevede che il giudice, all’esito dell’udienza preliminare, ove ritenga che non debba discorsi il giudizio, pronuncia sentenza di non luogo a procedere (comma 1). Di tale provvedimento, completo – di norma – in ogni sua parte (motivazione e dispositivo), deve dare immediata lettura in udienza, il che equivale a notificazione per le parti presenti (comma 2). Ove non sia possibile procedere alla redazione immediata dei motivi, il giudice deve provvedervi non oltre il trentesimo giorno dalla lettura del solo dispositivo (comma 4).

Non è consentito al giudice dell’udienza preliminare fissare un termine più ampio per il deposito della motivazione della sentenza: il richiamato art. 424 cod. proc. pen., infatti, non prevede tale facoltà. Né può farsi leva sulla diversa disposizione di cui all’art. 544, comma 3, cod. proc. pen., riferìbile alla redazione delle solo sentenze dibattimentali.

In relazione a quest’ultimo punto, non può condividersi la tesi sostenuta da Sez. 4, n. 38571 del 22/09/2010, dep. 02/11/2010, imp. ***, secondo cui l’art. 544, comma 3, cod, proc. pen. sarebbe applicabile anche alla redazione della sentenza di non luogo a procedere, perché non conterrebbe «alcuno specìfico riferimento ai giudizio», avrebbe una portata di carattere generale e «non disciplini (erebbe) la materia relativa ai termini del deposito delle sentenze con modalità incompatibili con quelle della camera di consiglio»,

Devesi, in contrarlo, osservare che l’art. 544 cod. proc. pen., inserito nel Capo III, Titolo III, Libro VII, si riferisce specificamente alla redazione della sentenza pronunciata in giudizio e non è, pertanto, estensibile alla sentenza camerale di non luogo a procedere, per la quale l’art. 424 cod. proc. pen. prevede la specifica disciplina innanzi esposta. Appare altresì arduo, sotto il profilo ermeneutico, volere individuare nel solo comma 3 dell’art. 544 cod, proc. pen. una disposizione di carattere generale, che si insinuerebbe tra le previsioni contenute negli altri commi, tutta univocamente riferibili alla sola sentenza dibattimentale. Un’interpretazione sistematica e coerente dell’intera norma conduce, invece, a non differenziare il campo operativo delle varie previsioni in essa contenute.

1.2. La sentenza di non luogo a procedere deve essere impugnata, a pena di decadenza, nel termine di quindici giorni, ai sensi dell’art. 585, comma 1, lett. a), cod. proc. pen., che disciplina In via generale il termine per l’impugnazione dei provvedimenti emessi in seguito a procedimento in camera di consiglio, tra i quali rientra certamente la detta pronuncia. Non rileva, ai fini dell’ampiezza del termine per impugnare, la circostanza che il Giudice dell’udienza preliminare, nell’adottare la decisione, se ne riservi la motivazione nel termine previsto dall’art. 424, comma 4, cod. рroc. реn. о addirittura, con iniziativa irrituale, entro un maggior termine da cui espressamente determinato, incidendo tale evenienza, «come si dirà, esclusivamente sulla decorrenza del termine d’impugnazione.»

Il termine per impugnare la sentenza di non luogo a procedere, in sostanza, non rimane coinvolto, a differenza di quello previsto per l’impugnazione delle sentenze dibattimentali, dall’eventuale utilizzazione da parte del giudice del regime della motivazione differita, ma è e rimane sempre di quindici giorni.

Qualunque perplessità interpretativa al riguardo, pur espressa in precedenza, deve ritenersi definitivamente superata dopa la pronunzia di queste Sezioni Unite n. 31312 del 26/6/2002, dep. 19/9/2002, imp. ***, le cui argomentazioni vanno qui richiamate e ribadite.

E’ il caso di ricordare che la norma di cui all’art. 565, comma 1, lett. a), cod. рrос. pen. ha superato anche il vaglio di costituzionalità, essendo stata ritenuta infondata la corrispondente questione sollevata, in ferimento agli art. 3 e 112 della Costituzione, perché il differenziato regime dei termini per l’impugnazione, fissati in tre distinte fasce (quindici, trenta e quarantacinque giorni), in quanto rapportato al diversi tipi e alla diversa struttura dei provvedimenti, ha una sua ragionevolezza e non incide negativamente sull’esercizio dell’azione penale (Corte Cost. sent. n. 206 del 1997).

La sentenza di non luogo a procedere, pur dopo le profonde innovazioni introdotte dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, resta una sentenza di tipo processuale, destinata a null’altro che a paralizzare la domanda di giudizio formulata dal pubblico ministero, è sottratta al regime del ne bis in idem, è designata da un mero effetto preclusivo, può – ove ricorrano i presupposti di cui all’art. 434 cod. рrос. реn. – essere revocata e si differenzia, quindi, da quella emessa all’esito del giudizio di merito, per la quale l’art. 585, comma 1, lett. a), b) e c), cod. рrос. реn. (per il richiamo fatto ai commi 1, 2, 3 dell’art. 544) prevede termini diversi d’impugnazione a seconda delle modalità di redazione e pubblicazione del provvedimento.

1.3. Quanto alla decorrenza del termine per impugnare la sentenza di non luogo a procedere, deve escludersi, ove il giudice rispetti le previsioni di cui all’art. 424 cod. рrос, реn., l’operatività dell’art, 123 cod. рrос. реn., che, facendo espressamente salvo quanto il codice dispone in relazione ai provvedimenti emessi nell’udienza preliminare e nel dibattimento, è riferibile ai provvedimenti camerali così detti “tipici” e ne disciplina il deposito, la comunicazione o la notificazione del relativo avviso alle parti processuali cui la legge attribuisce il diritto d’impugnazione.

Deve invece farsi riferimento alla norma di cui all’art. 585, comma 2, cod. proc. pen., che regola la decorrenza dei termini per l’impugnazione non solo delle sentenze dibattimentali ma di ogni tipo di provvedimento del giudice.

Con quest’ultima norma, il legislatore del 1988 ha dato attuazione alla direttiva di cui al punto 83 dell’art. 2 della legge-delega 16 febbraio 1987, n. 81, in cui si stabiliva che la determinazione della decorrenza dei termini per le impugnazioni fosse «ispirata a criteri di massima funzionalità e semplificazione», e ha conseguentemente privilegiato meccanismi automatici predefìniti per l’individuazione del momento da cui detti termini devono decorrere, limitando il ricorso alla comunicazione o alla notificazione dell’avviso di deposito del provvedimento ai soli casi in cui, non potendo operare il modello presuntivo, risulti necessario garantire l’effettiva conoscenza alle parti interessate a proporre impugnazione.

La decorrenza dei termini per impugnare, secondo la previsione dell’art. 585 cod. proc. pen., è infatti collegata – di norma – in via automatica al termini prestabiliti per il deposito del provvedimenti giurisdizionali.

E’ evidente quindi che, sulla base di una interpretazione coordinata degli artt., 424 e 585, comma 2, cod. proc. pen., il termine per impugnare la sentenza di non luogo a procedere deve farsi decorrere, ove il dispositivo e la contestuale motivazione siano letti in udienza, da tale momento, secondo la previsione di cui alla lett. b) del comma 2 dell’art. 585, equivalendo la lettura a notificazione per le parti presenti o presunte tali.

Ove il Giudice dell’udienza preliminare, nel dare lettura in udienza – alla presenza delle parti – del solo dispositivo della sentenza, opti per il regime della motivazione differita e questa sia depositata, cosi come previsto dall’art. 424, comma 4, cod. proc. pen., nei trenta giorni successivi alla pronuncia, è dalla scadenza di tale termine legale, non prorogabile, che deve farsi decorrere in via automatica, al sensi dell’art. 585, comma 2, lett. c), prima parte, cod. proc. pen., il termine iniziale per proporre impugnazione, giacché, in tal caso, per le parti interessate e presenti in udienza opera una forma di presunzione legale di conoscenza e non deve alle stesse essere comunicato o notificato l’avviso di deposito della motivazione.

Ovviamente la necessità della comunicazione o della notificazione di tale avviso sussiste allorché il giudice non rispetti il termine, meramente ordinatorio, previsto dalla legge per il deposito della motivazione differita, e ciò al fine di garantire l’effettiva conoscenza dei provvedimento, con la conseguenza che il termine d’impugnazione deve decorrere, in ossequio al disposto dell’art. 585, comma 2, lett. e), ultima parte, cod. proc. pen., dal giorno in cui è stata eseguita detta comunicazione o notificazione.

Coerentemente con la ratio che informa il sistema delle impugnazioni, la comunicazione o la notifica dell’avviso di deposito va fatta, a norma dell’art. 585, comma 2, lett. d), cod. proc. pen., al Procuratore generale presso la Corte d’appello, che altrimenti non avrebbe la possibilità di proporre impugnazione.

Ad analoga conclusione deve pervenirsi nell’ipotesi in cui il Giudice dell’udienza preliminare abbia irritualmente indicato, come nella specie, un termine per il deposito della motivazione della sentenza superiore a quello massimo di trenta giorni previsto dall’art, 424 cod. proc. pen. ed abbia osservato tale termine preannunciato.

Non può condividersi l’orientamento secondo cui, in questo caso, non vi sarebbe «ragione di condizionare all’avviso di deposito la decorrenza del termine per l’impugnazione», in considerazione del fatto che le parti interessate, presenti alla lettura del dispositivo in udienza, sono poste comunque al corrente del termine più ampio fissato per il deposito della sentenza, dalla cui scadenza, se rispettato, decorrerebbe quello per impugnare (cir. Sez. 6, n. 39458 del 09/10/2003, dep. 20/10/2003, ìmp. Bassetto; Sez. 6, n. 40877 del 01/10/2007, dep. 07/11/2007, imp. Esposito).

Osserva la Corte che la disposizione di cui all’art 585, comma 2, lett., c), cod. proc. pen., nella parte in cui stabilisce che il termine d’impugnazione decorre dalla scadenza di quello «determinato dal giudice per il deposito della sentenza», é chiaramente riferibile alle sole sentenze dibattimentali, per le quali soltanto, come si è detto, opera la previsione di cui all’art. 544, comma 3, cod. proc. pen..

La riserva di motivazione assunta secondo modalità non conformi al modello regale è illegittima, è da considerarsi, pertanto, priva di qualunque valore e non può mutare la natura del provvedimento deliberato dal G.u.p, né il regime che regola la relativa impugnazione, quanto al termine per proporla e alla sua decorrenza (Sez. 6, n. 1798 del 28/11/2002, dep. 16/01/2003, imp. Vidoni; Sez. 6, n. 43609 dell’11/10/2007, dep. 23/11/2007, imp. Lancella; Sez. 6, n. 21520 del 07/05/2008, dep. 28/05/2008, imp. Formisano).

In sostanza, nell’ipotesi in esame, non può esplicare alcuna funzione vicaria la presunzione di conoscenza della decisione impugnata, per effetto del preannunciato e rispettato termine di deposito della sentenza, fissato Irritualmente dal giudice. Si finirebbe col dare vita ad una disciplina ibrida, estranea ai sistema, priva di coordinamento e idonea ad ingenerare equivoci sul termine per impugnare, che la parte interessata, com’è accaduto nella specie, potrebbe individuare, secondo una visione ermeneutica paradossalmente più coerente, in quello di 45 giorni di cui alla lettera c) del comma 1 dell’art. 585 cod. proc. pen., anziché di quindici giorni, che, come si è precisato, è il termine inderogabile previsto dalla lett. a) della norma citata per l’impugnazione del provvedimenti emessi all’epilogo dei procedimento in camera di consiglio.

1.4. E’ il caso di precisare che il sistema delineato sulla base del modello legale prefigurato dall’art. 585 cod. proc. pen. è in generale previsto, come si è detto, per tutte le sentenze camerali, fatti salvi gli opportuni adattamenti, in relazione alla specifica disciplina, quanto all’individuazione del momento dal quale fare decorrere il termine d’impugnazione.

Esemplificativamente, può farsi riferimento: alla sentenza di proscioglimento emessa ai sensi dell’art. 129 cod, proc. pen. (Sez. U n. 430S5 del 30/09/2010, dep. 03/12/2010, imp. Dalla Serra, con riferimento all’ipotesi di pronuncia de plano ex art. 459, comma 3, cod., proc. pen,); alla sentenza predi batti mentale ex art. 469 cod. proc. pen; alla sentenza di applicazione della pena a» sensi degli artt. 444 e seguenti del codice di rito, quando la stessa è deliberata fuori dalla sede dibattimentale, vale a dire nel corso delle indagini preliminari, nell’udienza preliminare o prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, ipotesi queste In cui la pronuncia deve ritenersi assunta in camera di consiglio (Sez. U, n. 29S del 12/10/1993, dep. 17/01/1994, imp. Scopel); alla sentenza in materia di estradizione.

In tutti questi casi, è fuori discussione che il termine per impugnare è quello di quindici giorni di cui all’art. 585, comma 1, lett. a), cod. proc. pen.

Quanto alla decorrenza, la stessa deve coincidere con la lettura in udienza del provvedimento contestualmente motivato (è quanto si verifica per la sentenza di patteggiamento, che – di regola – secondo la previsione dell’art. 448, comma 1, cod. proc. pen., deve essere pronunciata «immediatamente» e non è ammessa la riserva di motivazione) ovvero con la data di comunicazione o notifica del provvedimento depositato fuori udienza, in assenza di una previsione normativa che consenta il “distacco temporale” tra decisione e deposito della relativa motivazione.

Quando il legislatore ha inteso derogare al meccanismo d’impugnazione dei provvedimenti camerali, ha lasciato traccia nel testo normativo di riferimento, è il caso della sentenza emessa all’esito del rito abbreviato. In virtù del rinvio operato dall’art 442, comma 1, cod. proc. pen. agli «artt. 529 e seguenti», tra i quali è ricompresso l’art, 544 cod. proc. pen., al quale fa rinvio, a sua volta, l’art. 585 cod. proc. pen., deve ritenersi che si sia voluto assimilare, per questo specifico aspetto, la sentenza emessa nel giudizio abbreviato a quella dibattimentale, con l’effetto che il termine d’impugnazione varia, secondo le diversificazioni contenute nei comma 1 dell’art. 585 cod., proc. pen., in relazione al tempo impiegato dal giudice per la redazione della sentenza, e decorre dai diversi momenti specificali nelle lettere b), c) e d) del comma 2 dello stesso articolo (sez. U n. 16 del 15/12/1992, dep. 30/03/1993, imp. Cicero).

1.5. Il percorso argomentativo sin qui seguito deve essere sintetizzato nel seguenti principi:

«il termine di impugnazione della sentenza di non luogo a procedere, pronunciata all’esito dell’udienza preliminare, è quello di quindici giorni previsto dall’art 585, comma 1, lett. a, cod. proc. pen. per i provvedimenti emessi in seguito a procedimento in camera di consiglio»;

«detto termine decorre, per le parti presenti, dalla lettura in udienza della sentenza contestualmente motivata o dalla scadenza del termine legale di trenta giorni, in caso di motivazione differita e depositata entro tale termine»; «non è consentito al Giudice dell’udienza preliminare fissare, ai sensi dell’art. 544, comma 3, cod. proc. pen., un termine più ampio per il deposito delta motivazione deità sentenza di non luogo a procedere»;

«ove ciò si verifichi, deve essere comunicato o notificato alle parti legittimate all’impugnazione il relativo avviso di deposito e da tate comunicazione o notificazione decorre il termine per impugnare».

1.6. Alla luce di tali principi, considerato che, nel caso in esame, il documento-sentenza pacificamente risulta essere stato depositato non nel termine legale di trenta giorni dalla deliberazione (art. 424, comma 4, cod. proc. pen.), bensì in quello irrìtualmente determinato dal G.u.p, doveva darsi corso alla comunicazione e alla notificazione del relativo avviso di deposito a tutte le parti processuali interessate, incombenti questi che, in particolare, non risultano essere stati eseguiti per il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trieste e per il difensore dell’imputato. Ne discende che la decorrenza del termine per l’impugnazione da parte del primo, in difetto della relativa comunicazione, non ha avuto mai inizio e il ricorso dal medesimo proposto deve, pertanto, ritenersi tempestivo.

  1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è la seguente: «se il delitto di bancarotta, nel caso in cui siano poste in essere più condotte tìpiche nell’ambito di uno stesso fallimento, sia un unico reato, con l’effetto di un aumento di pena in funzione di circostanza aggravatrice, o se – invece – la pluralità di condotte di bancarotta dia luogo ad un concorso di reati, con conseguente esclusione del divieto di bis in idem per l’eventuale giudicato intervenuto su alcune delle indicate condotte».
  2. La prevalente giurisprudenza di questa Suprema Corte, nell’affrontare varie problematiche, sostanziali e processuali, con approcci interpretativi – in verità – non sempre omogenei e di corto respiro, perché incentrati su tematiche specifiche e comunque condizionati dalia lettera della disposizione di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., privilegia la concezione unitaria del reato di bancarotta.

Tale orientamento evidenzia che il legislatore, collocando la pluralità dei fatti nell’ambito della tecnica sanzionatola e qualificandola formalmente, con la richiamata norma, come circostanza aggravante, considera le diverse violazioni – in deroga alle norme sul concorso materiale dei reati e sulla continuazione – come un unico reato, posto che una circostanza non può che aggravare un solo fatto di reato, nel quale essa si innesta (Sez, 3, n. 2492 del 26/05/1959, imp. Jerussi; Sez. 5, n. 314 del 24/03/1972, dep. 15/06/1972, imp. Draghi; Sez. 5, n. 1431 del 20/11/1981, Imp. Borselli; Sez. 5, n. 4403 del 14/01/1980, dep. 01/04/1980, imp. Testa; Sez. 5, n. 8390 del 04/06/1981, dep. 28/09/1981, imp. Picardi; Sez. 5, n. 9266 del 24/06/1988, dep. 15/09/1988, Imp. Ricelli; Sez. 5, n. 10260 del 05/10/1981, dep. 13/11/1981, imp. Brandinelll; Sez. 5, n. 43 del 25/11/1983, dep. 04/01/1984, imp. Giovannoni; Sez. 5, n. 8988 del 01/06/1988, dep. 23/08/1988, Imp. Termini; Sez, 5, n. 4431 del 14/03/1998, dep. 15/04/1998, Imp. Calabro; Sez. 5, n. 9047 del 1S/06/1999, dep. 15/07/1999, Imp. Ialini; Sez. 5, n. 10423 del 22/05/2000, dep. 02/10/2000, imp. Piana; Sez. 5, n. 4901 del 16/12/2002, dep. 03/02/2003, imp, Gazzani; Sez, 5, n. 38810 del 04/07/2006, dep. 22/11/2006, imp. Vassallo).

Secondo altro indirizzo interpretativo, l’art 219, comma secondo, n. 1, legge fall, prevede l’unificazione solo quoad poenam della pluralità dei fatti di bancarotta posti In essere nell’ambito della stessa procedura concorsuale, ma non esclude l’autonomia ontologica dei singoli episodi delittuosi; tale unificazione, pur esplicitamente qualificata come aggravante, costituisce in realtà un’ipotesi particolare di continuazione derogativa di quella ordinaria, consistendo la deroga nella determinazione dell’aumento di pena fino a un terzo (e non fino al triplo ex art. 81 cod. pen.) e nell’assoggettabilità al giudizio di comparazione di cui all’art. 69 cod. pen, (Sez. 5, n. 2588 del 16/10/1980, dep. 21/11/1980, Imp. Caltagirone; Sez. 5, n. 2547 del 08/10/1981, dep. 16/02/1981, Imp, Murgia; Sez. 5, n. 4913 del 21/11/1994, dep. 29/12/1994, Imp. Migliavacca; Sez. 5, n. 32254 del 04/06/2003, dep. 31/07/2003, Imp. Pazienza; Sez. 5, n. 26794 del 17/05/2008, dep. 03/07/2008, Imp. Schiavone).

  1. Entrambi gli orientamenti sono intrìnsecamente connessi alla interpretazione della struttura del reato di bancarotta e, più esattamente, all’individuazione della relazione che intercorre tra la dichiarazione di fallimento e la molteplicità delle azioni tipiche poste in essere dal fallito.

Il principio della unitarietà della bancarotta, secondo il quale il reato resta unico anche se realizzato attraverso una molteplicità di fatti, trova la sua genesi nell’antica concezione del fallimento come evento del reato, al quale si accompagnerebbero, «in secondo plano e quasi In ombra», I fatti di bancarotta.

Alla luce di ciò, nella vigenza del codice di commercio dei 1882, si sosteneva che il reato è sempre uno solo, anche nel concorso di più fatti; si ha sempre una sola e medesima lesione giuridica, epperò sarebbe un errore ravvisare in questi altrettanti reati distinti», che sono – invece – «aspetti di un unico evento che la legge vuole punito».

Il codice di commercio francese del 1607, dal quale aveva tratto origine quello unitario, d’altra parte, non dava adito a perplessità: era previsto esplicitamente che si dichiarava «colpevole di bancarotta il commerciante fallito che si trovasse in uno o più dei casi seguenti» (artt. 533 e 593).

Con l’entrata in vigore della legge 16 marzo 1942, n. 267, le critiche mosse alla concezione tradizionale del fallimento come evento del reato di bancarotta e il paritario rilievo dato al singoli fatti tipici, espressione concreta della violazione degli interessi protetti, hanno determinato, per un verso, l’insorgere della cd. teoria pluralista della bancarotta e, per altro verso, la necessità anche per i sostenitori della contrapposta teoria, d’Individuare la ragione del principio unitario nell’identità in concreto del bene leso da ogni fatto di bancarotta e nella conseguente identità dell’evento giuridico, che rimane unico a prescindere dalla molteplicità di quegli stessi fatti.

In sostanza, oggetto della punizione non è il fallimento, ma i singoli fatti di bancarotta, che ledono o pongono comunque in pericolo gli interessi dei creditori, sempre che l’imprenditore sia o sia stato dichiarato fallito, rappresentando tale dichiarazione una «condizione di esistenza del reato» (Sez. U del 25/01/1958, Imp. Mezzo).

Il fallimento, infatti, non integra – di per sé – l’illecito penale della bancarotta, non fosse altro perché può trovare origine in cause non attribuibili in alcun modo all’imprenditore di riferimento (si pensi ad una grave crisi economica generale, al dissesto finanziarlo di una banca con la quale l’Imprenditore opera, ad una guerra). Può esservi fallimento senza che vi sia, quasi per automatismo, bancarotta. Ad integrare tale illecito concorrono, con pari incidenza, i fatti tipici previsti dalle corrispondenti norme incriminatici e la dichiarazione di fallimento, elemento quest’ultimo imprescindibile per la punibilità dei primi, che altrimenti sarebbero, come fatti di bancarotta, penalmente irrilevanti.

  1. La questione controversa rimessa alla cognizione delle Sezioni Unite, per essere ragionevolmente risolta in aderenza al diritto positivo e alla ratio che ispira l’intero sistema, impone d’individuare la reale natura giuridica delta disposizione di cui al comma secondo n. l dell’art. 219 legge fall, e di apprezzare la configurazione delle singole condotte tipiche delineate dal precedenti artt. 216, 217 e 218, senza trascurare, al fini che qui specificamente interessano, i riflessi processuali connessi alla disposizione di cui all’art. 649 cod. proc. pen..

5.1. Preliminare è l’analisi del contenuto e della portata delle norme incriminatici (artt. 216, 217, 218 legge fall.) richiamate dall’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., la cui interpretazione ha dato luogo al contrasto giurisprudenziale.

E’ noto che vi sono disposizioni a più norme (o norme miste cumulative), che contengono diverse ipotesi incriminatici, aventi ciascuna una propria autonomia ontologica ed un’autonoma rilevanza penale, e norme a più fattispecie (norme miste alternative o fungibili), che viceversa prevedono un’unica ipotesi di reato e sono applicabili una sola volta anche in caso di realizzazione di più fattispecie, che degradano al rango di semplici modalità di previsione di un unico tipo di reato.

L’art. 216 legge fall., in particolare, apprezzato nella sua complessa articolazione, è inquadrabile nella categoria della disposizione a più norme, prevedendo diverse ipotesi di reato assolutamente eterogenee tra loro per condotta, per oggettività giuridica, per gravità, per tempo di consumazione, per sanzione prevista: 

  1. a) bancarotta fraudolenta patrimoniale, contemplata dal n. 1 del comma primo, e cioè la distrazione, l’occultamento, la dissimulazione, la distruzione, la dissipazione di beni, nonché l’esposizione e il riconoscimento di passività inesistenti (diminuzione fittizia o effettiva dei patrimonio), condotte queste che ledono l’interesse del creditori alla conservazione della garanzia offerta dall’integrità patrimoniale dell’imprenditore;
  2. b) bancarotta fraudolenta documentale, contemplata dal n, 2 del comma primo, che lede l’interesse dei creditori alla estensibilità della situazione patrimoniale del debitore;
  3. c) bancarotta preferenziale, contemplata dal comma terzo, che lede l’interesse dei creditori alla distribuzione dell’attivo secondo i principi della pur condicio;
  4. d) le anzidette figure criminose possono integrare fatti di bancarotta pre-fallimentare o post-falli mentare, a seconda che siano poste in essere prima o durante la procedura concorsuali (cfr. commi primo, secondo e terzo);
  5. e) diversa è la collocazione temporale della bancarotta pre-fallimentare, la cui consumazione coincide con la sentenza dichiarativa di fallimento (condizione di esistenza dei reato), rispetto a quella post-fallimentare, in cui la già intervenuta sentenza dichiarativa di fallimento opera come presupposto del reato e la consumazione coincide temporalmente con le condotte vietate poste in essere;
  6. f) differenziato è anche il trattamento sanzionatolo previsto: più grave per le ipotesi di bancarotta fraudolenta in senso stretto (comma primo, n. 1) e per le frodi nelle scritture contabili (comma primo, n. 2), meno grave per le indebite preferenze usate ai creditori (comma terzo).

L’art. 216 legge fall., penò, contiene anche norme a più fattispecie alternative o fungibili. E’ il caso delle condotte di distrazione, occultamento, dissimulazione, distruzione o dissipazione di cui al comma primo n. 1, le quali, se hanno ad oggetto lo stesso bene, sono, per cosi dire, in rapporto di “alternatività formale”, di “alternatività di modi”, nel senso cioè che le diverse condotte descritte dalla legge sono estrinsecazione di un unico fatto fondamentale e integrano un solo reato, anche se vengono poste in essere, in immediata successione cronologica, due o più di tali condotte, che, essendo omogenee tra loro, ledono lo stesso bene giuridico (integrità del patrimonio dei debitore insolvente): in tal caso, l’atto conforme al tipo legale resta assorbito dalla realizzazione, in contiguità temporale, di altro atto di per sé stesso tipico. Analoghe considerazioni possono ripetersi per le ipotesi, pur esse omogenee, di esposizione e di riconoscimento di passività inesistenti (entrambe lesive dell’Interesse specifico alla veridica Indicazione del passivo).

In difetto della detta unitarietà d’azione con pluralità di atti, è indubbio che, anche tra fattispecie alternative, si ha concorso ogniqualvolta le differenti azioni tipiche siano «distinte sul piano ontologico, psicologico e funzionate» e abbiano ad oggetto beni specifici differenti.

Anche il comma primo, n. 2, prevede le fattispecie alternative della sottrazione, della distruzione o della falsificazione di libri o di altre scritture contabili, nonché della tenuta di tale documentazione in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, condotte che, se riconducibili ad un’azione unica, integrano un solo reato.

L’art. 217 legge fall., è disposizione a più norme, prevedendo ipotesi di bancarotta semplice, riconducibili a condotte ontologicamente diverse e distinte tra loro: 

  1. a) spese personali o per la famiglia eccessive;
  2. b) dissipazione del patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti;
  3. c) operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;
  4. d) aggravamento dei dissesto con l’astenersi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento; e) inadempimento delle obbligazioni assunte in sede di concordato preventivo o fallimentare;
  5. f) omessa o irregolare tenuta del libri e delle altre scritture contabili.

Non va sottaciuto che alcune di tali previsioni incriminatici sono strutturate normativamente in modo tale da comprendere tanto un solo fatto quanto una molteplicità di fatti: si pensi alle spese personali o per la famiglia eccessive (comma primo, n. 1), alle operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti (comma primo, n. 2), alla tenuta irregolare o incompleta dei libri e delle altre scritture contabili (comma secondo). In queste ipotesi, la molteplicità dei fatti, intesi come atti di un’unica azione, integra un reato unico.

L’art. 218 legge fall, disciplina una sola fattispecie delittuosa: il ricorso abusivo al credito, dissimulando il dissesto o io stato d’insolvenza dell’impresa commerciale.

L’analisi delle norme citate evidenzia che in esse sono previste plurime, distinte e autonome fattispecie delittuose, le quali, ad esclusione delle ipotesi a cui innanzi si è fatto cenno, sono in concorso materiale tra loro.

Si tratta ora di stabilire la disciplina applicabile al riguardo.

5.2. Non può farsi riferimento al sistema generale delineato dal codice penale (artt. 72 e ss.) in tema di concorso di reati, venendo, invece, in rilievo la norma specifica di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., e la natura giuridica della relativa disciplina. 

Quest’ultima norma dispone che le pene stabilite nel precedenti artt. 216, 217 e 218 «sono aumentate se il colpevole ha commesso più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli Indicati».

Tale regolamentazione sembra, almeno formalmente, non discostarsi, in linea di massima, dalla direttiva tradizionale della unitarietà della bancarotta.

E’ necessario, però, cogliere, attraverso un’interpretazione corretta e aderente alla logica del sistema, la reale portata della previsione unificante, se cioè integri, sotto il profilo strutturale e al di là di quello funzionale, una effettiva circostanza aggravante, così come si evincerebbe dalla rubrica della norma, o piuttosto una peculiare disciplina del concorso di reati alla stregua del principio del cumulo giurìdico in luogo di quello generale del cumulo materiale.

La configurazione unitaria della bancarotta ha trovato, come sopra precisato, la giustificazione più significativa nell’antica concezione del fallimento come evento del reato e ha avuto come «supporto “naturale” la spiccata omogeneità dei comportamenti criminosi commessi dall’imprenditore nella fase della decozione».

Nella realtà contemporanea, con l’abbandono definitivo della concezione del fallimento come evento e in considerazione del fatto che i comportamenti dell’imprenditore insolvente possono essere estremamente eterogenei per tipologia e per offensività, deve ritenersi che i plurimi fatti di bancarotta nell’ambito del medesimo dissesto fallimentare, pur unificati normativamente nella previsione dell’art. 219, comma 2, n, 1, legge fall., rimangono naturalisticamente apprezzabili, se riconducibili a distinte azioni criminose, e sono da considerare e da trattare come fatti autonomi, ciascuno dei quali costituisce un autonomo illecito penale.

E’ in rapporto, quindi, alla natura e alla eterogeneità delle fattispecie previste dalle norme incriminatrici che deve essere valutata e colta la reale portata dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall.

Tale norma postula l’unificazione quoad poenam di fatti-reato autonomi e non sovrapponibili tra loro, facendo ricorso alla categoria teorica della circostanza aggravante, della quale presenta sicuri indici qualificano: 

  1. a) Il nomen iuris, «circostanze», adottato nella rubrica;
  2. b) la generica formula utilizzata per individuare la variazione dì pena in aggravamento («le pene [,..] sono aumentate») implica il necessario richiamo all’art. 64 cod. pen., che è l’unica disposizione che consente di modulare la detta variazione sanzionatoria.

E’ indubbio che, sul piano formale, si è di fronte a una circostanza aggravante.

In realtà, però, il riferimento formale e anche quello funzionale a tale categoria giuridica non sono coerenti con la connotazione strutturale della stessa.

Difetta, infatti, il rapporto tra un fatto-base, cioè il fatto del reato, e un fatto accessorio, cioè il fatto della circostanza. Occorre, per configurare una circostanza in senso tecnico, che si sia in presenza di un elemento non essenziale del reato, di un quid cioè che può esserci o non esserci, senza che il reato venga meno nella sua previsione di base. Si è obiettato che, nel caso in esame, il legislatore avrebbe considerato proprio la pluralità dei fatti di bancarotta come una circostanza aggravante. E’ agevole replicare che i fatti sono tutti sullo stesso piano, ciascuno di essi delinea – secondo la corrispondente previsione tipica – un’ipotesi delittuosa e non v’è, quindi, alcuna ragione logica per assegnare ad uno o più di essi la funzione di circostanza, declassando così condotte tipiche di determinate fattispecie incriminatrici ad accadimento eventuale di altra fattispecie incriminatrice.

L’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, disciplina, nella sostanza, un’ipotesi di concorso di reati autonomi e indipendenti, che il legislatore unifica fittiziamente agli effetti della individuazione del regime sanzionatorio nel cumulo giuridico, facendo ricorso formalmente allo strumento tecnico della circostanza aggravante. Tale scelta appare chiaramente ispirata dall’esigenza, avvertita dal legislatore, di mitigare le conseguenze sanzionatone e di non pervenire a forme di repressione draconiana dei reati di bancarotta, la cui pluralità in un fallimento è evenienza fisiologica.

Detta norma non dà vita a un reato unico nella forma del reato complesso ex art. 84, comma primo, seconda parte, cod. pen., con riferimento all’ipotesi in cui «la legge considera [..,] come circostanze aggravanti di un solo reato fatti che costituirebbero, per se stessi, reato»: il reato complesso, certamente costruito come reato unico a tutti gli effetti, è integrato da fatti-reato realizzati contestualmente (si pensi, esemplificativamente, al furto aggravato dalla violazione del domicilio, al danneggiamento aggravato dalla minaccia o dalla stesso soggetto nell’ambito dello stesso fallimento ed emersi successivamente al fatto già giudicato.

  1. L’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., opera sia nel caso di reiterazione di fatti riconducibili alla medesima ipotesi di bancarotta che in quello di commissione di più fatti tra quelli previsti Indifferentemente dai precedenti artt. 216 e 217.

In relazione al primo aspetto, rileva la Corte che l’espresso richiamo fatto dalla norma in esame anche al reato di cui all’art. 218 legge fall., che disciplina una sola fattispecie delittuosa (ricorso abusivo al credito), non lascia margini di dubbio sull’operatività della disposizione in caso di reiterazione della stessa condotta tipica. Diversamente opinando, si determinerebbe una interpretatìo abrogans del richiamo che l’art. 219 fa all’art. 218.

In relazione ai secondo aspetto, vanno condivise, a superamento dell’esistente contrasto giurisprudenziale, le argomentazioni sviluppate da Sez. 5 n. 27231 del 03/06/2005, dep. 21/07/2005, Imp. Laface e da Sez. 5, n, 3619 del 15/12/2006, dep. 31/01/2007, imp. Belsito.

Deve osservarsi, invero, che, di fronte al dato testuale non univoco («più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli»), l’applicabilità dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, alla pluralità di fatti di bancarotta commessi, a prescindere se gii stessi siano contemplati nello stesso articolo o in articoli diversi, è imposta dalla necessità di privilegiare un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, perché, diversamente opinando, si determinerebbero, in contrasto con l’art. 3 Cost., situazioni di palese e Irragionevole disparità di trattamento: ove si ritenga, Infatti, che la norma in esame sia applicabile solo ai casi di concorso interno, quello cioè tra più fatti di violenza concretizzatasi in sole percosse), mentre difetta tale contestualità nei fatti di bancarotta riconducibili a distinte azioni criminose.

Non può parlarsi neppure di reato abituale, considerato che tale categoria penalistica richiede la reiterazione nel tempo di condotte omogenee e una differenza qualitativa tra la volontà del fatto singolo e la volontà dei fatto complessivo, mentre le condotte di bancarotta sono o possono essere eterogenee e la prospettazione soggettiva dell’agente non subisce mutamento alcuno per il moltiplicarsi delle condotte medesime.

Non va sottaciuto che è rinvenibile nel nostro sistema giuridico altra ipotesi accostabile all’interpretazione, che qui si privilegia, della norma in esame: il riferimento è all’art. 589, comma quarto, cod. pen., che, pur atteggiandosi apparentemente come circostanza aggravante, non è tale e non costituisce neppure un’autonoma figura di reato complesso, ma configura, secondo la prevalente giurisprudenza di questa Suprema Corte, un’ipotesi di concorso formale di reati, nella quale l’unificazione rileva solo quoad poenam, con la conseguenza che, ad ogni altro effetto, anche processuale, ciascun reato rimane autonomo e distinto (Sez. 4 n, 1S09 del 15/12/1989, dep. 09/02/1990, Imp. Mangili; Sez. 4 n. 10048 del 16/07/1993, dep. 08/11/1994, Rv. 195698,; Sez. 1 n. 175 del 07/11/1995, dep. 09/01/1996, Imp. Ferraioli; Sez. 4 n. 12472 del 15/06/2000, dep. 01/12/2000, Imp. Pellegrini; Sez. 4 n. 4738 del 29/10/2008, dep. 19/12/2008, Imp. Pilato).

5.3. Conclusivamente, l’art. 219, comma secondo, n. l, legge fall., altro non è che un’ipotesi di concorso di reati, casisticamente definita da una parte della dottrina come una sorta di «continuazione fallimentare», regolamentata in deroga alla disciplina generale sul concorso di reati e sulla continuazione.

Non è un caso che l’ambito di operatività della norma coincide con quello dell’art. 81, comma secondo, cod. pen., così come modificato dall’art. 8 d.l. 11 aprile 1974, n. 99 (introdotto dalla legge di conversione 7 giugno 1974, n. 220): la norma codicistica fa riferimento sia all’inosservanza di ipotesi delittuose diverse, sia alla violazione della medesima disposizione di legge; la norma della legge fallimentare deve intendersi, come meglio si preciserà in seguito, applicabile sia in caso di “più fatti” costituenti reiterazione della medesima fattispecie tipica”, sia in caso di “più fatti” rappresentanti la realizzazione di situazioni differenti”.

La portata derogatoria della disciplina introdotta dall’art. 219, comma secondo, n, l, legge fall., rispetto a quella generale di cui all’art. 81 cod. pen., si apprezza in maniera ancora più evidente, ove si consideri che, al momento dell’entrata in vigore della legge fallimentare, il reato poteva definirsi “continuato”, in base al testo originario dell’art. 81, comma secondo, cod. pen., soltanto in costanza di «più violazioni della stessa disposizione di legge».

Il legislatore del 1942, quindi, facendo ricorso alla categoria giuridica della circostanza aggravante, che, come si è detto, è tale solo dal punto di vista funzionale, ma non da quello strutturale, ha inteso, per ragioni di favor rei, dettare una particolare disciplina della continuazione in tema di reati fallimentari, con l’effetto che i singoli fatti di bancarotta, pur unitariamente considerati quod poenam, conservano, ove ne ricorrano i presupposti, la loro autonomia sia sul piano ontologico che su quello giuridico.

La concezione unitaria, che contrasta tale conclusione, riconducendo a unità fatti autonomi e diversi, finisce col precludere – dopo un’eventuale sentenza definitiva su un singolo fatto di bancarotta – l’accertamento completo di altri fatti emersi successivamente, si pone in contrasto con la logica del sistema penale e con gli artt. 3 e 112 Cost., determina conseguenze paradossali: esemplificativamente, una condanna per bancarotta preferenziale di scarso rilievo condurrebbe all’impunità di altri e più gravi fatti di bancarotta fraudolenta commessi dallo stesso soggetto nell’ambito dello stesso fallimento ed emersi solo successivamente al fatto già giudicato.

  1. L’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, opera sia nel caso di reiterazione di fatti riconducibili alla medesima ipotesi di bancarotta che in quello di commissione di più fatti tra quelli previsti indifferentemente dai precedenti artt., 216 e 217.

In relazione al primo aspetto, rileva la Corte che l’espresso richiamo fatto dalla norma in esame anche al reato di cui all’art. 218 legge fall., che disciplina una sola fattispecie delittuosa (ricorso abusivo al credito), non lascia margini di dubbio sull’operatività della disposizione in caso di reiterazione della stessa condotta tipica. Diversamente opinando, si determinerebbe una interpretatio abrogans del richiamo che l’art. 219 fa all’art. 218.

In relazione al secondo aspetto, vanno condivise, a superamento dell’esistente contrasto giurisprudenziale, le argomentazioni sviluppate da 5ez. S, n. 27231 del 03/06/2005, dep. 21/07/2005, imp. Laface e da Sez. 5, n. 3619 del 15/12/2006, dep. 31/01/2007, imp. Belsito,

Deve osservarsi, invero, che, di fronte al dato testuale non univoco («più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli»), l’applicabilità dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, alla pluralità di fatti di bancarotta commessi, a prescindere se gli stessi siano contemplati nello stesso articolo o in articoli diversi, è imposta dalla necessità di privilegiare un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, perché, diversamente opinando, si determinerebbero, in contrasto con l’art, 3 Cost,, situazioni di palese e irragionevole disparità di trattamento: ove si ritenga, infatti, che la norma in esame sia applicabile solo ai casi di concorso interno, quello cioè tra più fatti di bancarotta tutti semplici о tutti fraudolenti, mentre il concorso esterno tra fatti di bancarotta semplice e fatti di bancarotta fraudolenta rientrerebbe nella sfera di operatività dell’art. 81 cod. pen., si finirebbe col «punire con maggiore asprezza etti abbia commesso un fatto di bancarotta fraudolenta e un fatto di bancarotta semplice, rispetto a chi abbia commesso più fatti di bancarotta fraudolenta», dovendo il primo soggiacere al più rigoroso trattamento sanzionatorio previsto dall’art, 81 cod. pen.

Il reato rimane logicamente unico nelle ipotesi, già sopra richiamate, di condotte criminose in rapporto di “alternatività formale” о “alternatività di modi”, di condotte espressione di un’unica azione con pluralità di atti, di fattispecie costruite, per espressa previsione normativa, su una base strutturale unitaria, assimilabile a quella del reato abituale ma non coincidente con la stessa.

6.1. La peculiare disciplina di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, deve essere estesa anche alle ipotesi di cd. bancarotta impropria, vale a dire ai fatti di reato previsti negli artt. 216, 217, 218 allorché siano commessi da persone diverse dal fallito (artt. 223, 224, 225 legge fall.).

E’ vero che, sul piano della interpretazione letterale, tale estensione sembra insostenibile, non contemplando la disciplina della bancarotta impropria la normativa di cui all’art. 219 (e quindi anche dei comma secondo n. 1) e non facendo quest’ultimo rinvio agli articoli 223 e seguenti.

E’ agevole, tuttavia, osservare, in aderenza al consolidato orientamento di questa Suprema Corte, che il richiamo contenuto nelle norme incriminatrici della bancarotta impropria allo stesso trattamento sanzionatorio previsto per le corrispondenti ipotesi ordinarie non legittima margini di dubbio sull’applicabilità dei relativo regime nella sua interezza, ivi compresa l’aggravante sui generis di cui si discute. D’altra parte, avendo il legislatore posto su un piano paritario i reati di bancarotta propria e quelli di bancarotta impropria, non v’è ragione, ricorrendo l’eadem ratio, di differenziare la disciplina sanzionatoria. L’applicazione analogica dell’art. 219 legge fall., ai reati di bancarotta impropria non può ritenersi preclusa, trattandosi di disposizione favorevole all’imputato (Sez. 5. n, 561 del 17/03/1967, dep. 16/05/1967, Imp. Folonari; Sez. 5, n, 1209 del 29/11/1968, dep. 31/01/1969, imp. Solaro; Sez. 5, n. 3297 del 08/01/1980, dep, 11/03/1980, imp. Riva; Sez. 5, n. 12531 del 25/10/2000, dep. 01/12/2000, imp. Mazzei; Sez. 5, n. 8829 del 18/12/2009, dep. 05/03/2010, imp. Truzzi).

  1. La soluzione privilegiata, integrando una unità fittizia di reati, che in realtà concorrono tra loro, comporta conseguenze rilevanti sul piano processuale e, per la individuazione di tali effetti, la figura di unificazione legislativa deve necessariamente essere scissa nelle sue componenti.

E’ sufficiente ricordare che:

– la contestazione nel decreto che dispone il giudizio deve indicare ogni singolo fatto;

– ogni singolo fatto deve essere oggetto di accertamento in sede di istruttoria dibattimentale;

– ogni singolo fatto deve essere oggetto di un autonomo capo della decisione anche- fini dell’effetto devolutivo in sede di eventuale impugnazione;

– per ogni diverso e autonomo fatto di bancarotta che emerge nel corso di un processo riguardante altro fatto di bancarotta, relativo logicamente alla stessa procedura fallimentare, occorre procedere a nuova contestazione;

– la diversità ontologica dei singoli fatti, unificati fittizia mente dall’art. 219, comma secondo, n, 1, legge fall., si riflette sul giudicato e sul connesso problema dell’operatività dell’art. 671 cod. proc. pen. in materia di applicazione in executivis della disciplina del reato continuato.

7.1. Sono questi due «ultimi aspetti processuali, intimamente connessi tra loro, che assumono rilievo specifico nel caso rimesso alla cognizione delle Sezioni Unite.

Osserva la Corte che, poiché – secondo la concezione pluralista qui privilegiata – i diversi episodi di bancarotta nell’ambito dello stesso fallimento conservano la loro autonomia e la disciplina dettata dall’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, costituisce, sotto il profilo strutturale, non un’aggravante ma un’ipotesi particolare di continuazione derogativa di quella ordinaria, l’eventuale giudicato intervenuto su uno dei detti fatti non è di ostacolo alla perseguibilità di altro e diverso fatto di bancarotta relativo allo stesso fallimento.

A chiarire meglio la insussistenza, in tale ipotesi, del divieto del bis in idem di cui all’art. 649 cod. proc. pen. è la nozione di «medesimo fatto» che la norma evoca.

L’identità del fatto sussiste quando v’è corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso di causalità) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persone (Sez. U, n. 34655 del 28/06/2005, dep. 28/09/2005, imp. Donati).

Non v’è certamente tale corrispondenza tra le varie ipotesi di bancarotta.

La bancarotta fraudolenta patrimoniale, quella fraudolenta documentale, quella preferenziale, le plurime e diverse ipotesi di bancarotta semplice, la bancarotta pre-fallimentare e quella post-fallimentare si concretizzano attraverso condotte diverse, determinano eventi diversi, hanno gradi di offensività non omologhi, sono sanzionate in modo differenziato, non tutte coincidono come tempo e luogo di consumazione (la bancarotta pre-fallimentare si consuma nel momento e nel luogo in cui interviene la sentenza di fallimento, mentre la consumazione di quella post-fallimentare si attua nel tempo e nel luogo In cui vengono posti in essere I fatti tipici).

7.2. A non diversa conclusione deve pervenirsi con riferimento alla previsione di cui all’art. 669 cod. proc. pen. in tema di pluralità di sentenze di condanna irrevocabili pronunciate contro la stessa persona per il «medesimo fatto».

Anche in questo caso, se più condanne irrevocabili sono state pronunciate contro la stessa persona per reati dì bancarotta commessi nell’ambito dello stesso fallimento, in tanto può ordinarsi l’esecuzione della sentenza che ha inflitto la pena meno grave e revocarsi le altre, in quanto vi sia esatta coincidenza, nel senso innanzi indicato, tra i fatti-reato oggetto dei plurimi giudizi.

7.3. Una riflessione merita la questione concernente la possibilità di applicare l’art. 671 cod. proc. pen. al caso in cui contro la stessa persona siano state pronunciate, in procedimenti distinti, più sentenze irrevocabili per fatti diversi di bancarotta riguardanti la medesima procedura concorsuale.

La detta norma menziona testualmente la – «disciplina del reato continuato» e ha carattere eccezionale, nel senso che fa eccezione alla regola generale dell’intangibilità del giudicato, con l’effetto che non può essere applicata oltre i casi in essa previsti.

L’operazione ermeneutica, però, non può rimanere negli angusti limiti del dato testuale offerto dalla citata norma, ma deve essere di più ampio respiro, nella prospettiva di non vanificare la finalità che la norma persegue e di non determinare irragionevoli disparità di trattamento, che legittimerebbero dubbi di costituzionalità, in riferimento all’art. 3 della Costituzione.

Tale operazione deve tenere conto, innanzi tutto, che il vigente codice di rito, favorendo la separazione delle regiudicande, tende a «recuperare in executivis quelle occasioni di riunificazione legislativa dei fatti di reato e di cumulo giuridico tra le pene che non siano state fruite in sede di cognizione»; deve, inoltre, considerare chela previsione di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., configura, come si è detto, una particolare ipotesi di continuazione, cd. “continuazione fallimentare”. Sulla base di tali premesse, è agevole concludere che non vi sono ostacoli insuperabili per applicare in sede esecutiva, ai sensi dell’art, 671 cod. proc. pen., la peculiare disciplina di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., (sostitutiva di quella di cui all’art. 31 cod. pen.) nel caso in cui nei confronti di uno stesso soggetto siano state emesse, in procedimenti distinti e relativi a un unico fallimento, più sentenze irrevocabili per fatti diversi di bancarotta, sempre che il giudice della cognizione non abbia già escluso la unificazione quoad poenam dei detti reati.

  1. 8. All’esito dell’analisi logico-sistematica della normativa esaminata, devono enunciarsi, in ossequio al disposto dell’art. 173, comma 3, disp. att. cod, proc. pen., i seguenti principi di diritto:

«più condotte tipiche di bancarotta poste in essere nell’ambito di uno stesso fallimento mantengono la propria autonomia ontologica e danno luogo a un concorso di reati, che vengono unificati, ai soli fini sanzionatori, nel cumulo giuridico»;

«la disposizione di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, non integra, sotto il profilo strutturale, una circostanza aggravante, ma detta una peculiare disciplina della continuazione, in deroga a quella ordinaria di cui all’art. 81 cod. pen., in tema di reati fallimentari»,

«deve escludersi, con riferimento a condotte di bancarotta ancora sub iudice, la preclusione dell’eventuale giudicato intervenuto su altre e distinte condotte di bancarotta relative alla stessa procedura concorsuale».

  1. La sentenza impugnata, privilegiando implicitamente la concezione unitaria del delitto di bancarotta, si pone in contrasto con gli enunciati principi di diritto e perviene alla declaratoria, ex art. 649 cod. proc. pen., di non luogo a procedere per precedente giudicato.

Il G.u.p. del Tribunale di Trieste non considera che gli episodi di bancarotta fraudolenta per distrazione oggetto del presente procedimento sono diversi e distinti da quelli già giudicati con la sentenza del 14 marzo 2006 (irrevocabile il 18 luglio 2006) dello stesso G.u.p., sicché i primi non sono sovrapponibili ai secondi e non sono inquadrabili nella nozione di «medesimo fatto».

Ed invero, i fatti distrattivi per cui si procede (art. 216, comma primo, n. 1, legge fall.) riguardano operazioni bancarie poste in essere dall’imputato a proprio vantaggio anche in periodo successivo alla dichiarazione di fallimento (condotte commesse fino al 13 febbraio 2006) e, quindi, si ipotizzano anche episodi di bancarotta post-fallimentare. La sentenza irrevocabile, invece, si è occupata di fatti di bancarotta preferenziale di cui all’art. 216, comma terzo, legge fall., e di bancarotta semplice di cui all’art. 217, comma primo, n. 4, legge fall.

Non ricorrono, pertanto, nel caso in esame, contrariamente a quanto ritenuto dal Giudice a quo, i presupposti di operatività della norma di cui all’art. 649 cod. proc. pen.

La sentenza in verifica deve, pertanto, essere annullata con rinvio, per nuova deliberazione, al Tribunale di Trieste, che dovrà adeguarsi ai principi di diritto enunciati e rivalutare, in piena libertà di giudizio quanto al merito, la vicenda.

E’ il caso di precisare che l’annullamento va disposto con rinvio, non ricorrendo alcuno dei casi tassativamente previsti dall’art, 620 cod. proc. pen. per l’annullamento senza rinvio, il quale implica concettualmente la superfluità del nuovo giudizio, perché la decisione della Cassazione risolve ed esaurisce il thema decidendum, anche attraverso l’eventuale adozione di provvedimenti compatibili con la cognizione di legittimità. Nel caso in esame, invece, la riscontrata illegalità della decisione in relazione alla fattispecie concreta impone l’intervento del giudice di rinvio, che ha il compito di rinnovare la decisione sulla stessa fattispecie e di conformarla alla legge.

P.Q.M.

Annulla l’impugnata sentenza con rinvio al Tribunale di Trieste per nuova deliberazione.

Così deciso il 27/1/2011

LEGATARIO ED EREDE CHE DIFFERENZA C’E’? RISOLVI SUCCESSIONE BOLOGNA PER EREDI

Legatario ed erede: che differenza c’è? RISOLVI SUCCESSIONE BOLOGNA PER EREDI

 

 

 

 

 

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SUCCESSIONI E DIVISIONI

Avvocato Successioni testamenti divisioni ereditarie Bologna

Lo studio legale dell’Avvocato Sergio Armaroli presta la propria assistenza in particolare:

in ambito testamentario, sia per quanto concerne la redazione di testamenti e legati, sia nel caso di atti di donazione;

in caso di impugnazione di testamenti per lesione di quota legittima o per invalidità;

in ambito giudiziale e stragiudiziale per eventuali divisioni ereditarie;

per l’individuazione di quote ereditarie.

L’Avvocato Sergio Armaroli segue tutte le fasi della procedura di successione anche nel caso in cui non sia stato disposto un regolare testamento. In questo caso vengono applicate tutte le regole della successione legittima: dalla determinazione dell’entità della successione (stabilite l’entità della successione e le singole quote ereditarie), alla liquidazione del regime matrimoniale dei beni, fino al ricorso al giudice se non viene raggiunto un accordo tra gli eredi.

L’avvocato Sergio Armaroli Bologna operante da anni nel settore delle successioni ereditarie e testamentarie, offre assistenza legale qualificata, consulenze e pareri in materia successoria ed in relazione alla redazione di testamenti.
Scrivere il proprio testamento è un atto di grande responsabilità che ciascuno di noi deve avere nei confronti della propria famiglia e delle proprie persone care.

Il lasciare che sia la legge a regolare il destino dei nostri beni, quando non ci saremo più, può generare situazioni di comunione e di conflitto tra i chiamati alla nostra eredità.

La successione si apre al momento della morte di una persona, nel luogo del suo ultimo domicilio e può essere di due tipi:

successione testamentaria: quando vi è un testamento;

successione legittima: quando non vi è un testamento, ed in questo caso occorre far riferimento alle disposizioni di legge.

Quando, invece, si parla di legittimari (o riservatari o eredi necessari) si intendono coloro che hanno diritto ad una quota parte del patrimonio del defunto (cd.quota di riserva), indipendentemente dalla volontà manifestata dal testatore. Ricordiamo, infatti che, nonostante le espressioni colorite che spesso usano i nostri parenti più prossimi in occasione di qualche discussione famigliare, nel nostro ordinamento non è prevista la diseredazione. Il defunto non può escludere dalla successione chi abbia diritto alla quota di riserva. Se infatti il defunto, per qualsiasi motivo, non contempla nel proprio testamento chi ha diritto ad una quota della sua eredità, questi potrà agire in giudizio, con la cd. azione di riduzione, al fine di far valere il proprio diritto a ricevere parte del patrimonio del defunto.

 

 

 

I legittimari sono, secondo il nostro ordinamento, il coniuge, i figli, gli ascendenti legittimi.

Ricordiamo che il coniuge cui non sia stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato, ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato. Il coniuge divorziato perde invece i diritti successori.

Il testamento può essere olografo, pubblico, segreto nonché speciale. Il testamento orale è nullo, o meglio inesistente.

L’avvocato Sergio Armaroli Bologna offre assistenza stragiudiziale e giudiziale a 360° in materia successoria, a titolo esemplificativo: impugnazione di testamenti; lesione dei diritti ereditari; falsificazione o distruzione di testamenti; interpretazione di clausole testamentarie complesse, ovvero nella valutazione della liceità o nullità delle medesime; scioglimento della comunione ereditaria, etc.

Il nostro ordinamento prevede due forme di successione ereditaria, successione legittima e successione testamentaria. La successione legittima trova titolo nella legge ed è volta a tutelare i diritti di determinate categorie di persone (c.d. legittimari), regolamentando la devoluzione delle situazioni giuridiche facenti capo al de cuius tutte le volte in cui manca (totalmente o solo in parte) un testamento.

 

 

 

La successione necessaria, che non è un terzo tipo di successione, prevede diritti intangibili per i c.d. legittimari e costituisce un limite alla volontà del testatore.

 L’avvocato Sergio Armaroli Bologna  le seguenti attività:

 ► Assistenza per rinuncia all’eredità

► Assistenza per accettazione dell’eredità con beneficio di inventario

► Ricorso per autorizzazione ad incassare la liquidazione (TFR) in caso di cessazione di rapporto di lavoro a causa del decesso del genitore a favore del minore

► Ricorso per autorizzazione ad incassare polizza assicurativa a favore del minore

► Ricorso per autorizzazione a prelevare dalla banca somme intestate al minore

► Ricorso per autorizzazione ad accettare una donazione fatta al minore

► Procedure/attività legate alla materia delle successioni

Circa i testamenti olografi, L’avvocato Sergio Armaroli Bologna ha maturato una significativa esperienza in materia di analisi della scrittura, essendosi avvalso più volte della consulenza di periti  calligrafi, con i quali ha instaurato un fiduciario e duraturo rapporto di collaborazione.
Lo studio, inoltre, offre servizio di analisi delle singole situazioni personali al fine di programmare successioni personali e aziendali, mediante l’utilizzo degli istituti giuridici previsti dall’ordinamento (ad esempio, trust, patti di famiglia, testamenti, donazioni, ecc.).

L’avvocato Sergio Armaroli Bologna offre  un servizio completo in materia di diritto delle successioni, materia molto specifica e complessa, spesso misconosciuta dagli eredi ai quali è sempre consigliato rivolgersi ad un professionista esperto anche solo per richiedere un parere legale e conoscere come poter operare in maniera legittima e tutelare i propri diritti.

patrimonio ereditario
patrimonio ereditario

L’ordinamento italiano prevede due differenti tipologie di successori: il legatario e l’erede. Si tratta di due figure differenti, che presuppongono conseguenze diverse. Quando si parla di erede, infatti, si fa riferimento a un successore a titolo universale: in pratica, il soggetto che subentra nella titolarità di una quota del patrimonio ereditario o di tutto il patrimonio. Il legatario, a differenza dell’erede, non dispone di una quota del patrimonio ereditario, dal momento che è il successore a titolo particolare che subentra solo in un rapporto giuridico attivo (o anche più di uno). Al legatario viene attribuito dal testatore – attraverso il legato, che è una specifica disposizione testamentaria – un diritto che ha natura patrimoniale. Il caso classico è quello nel quale un soggetto viene nominato da un testatore come suo erede universale, mentre un altro soggetto diventa legatario per un bene specifico (un quadro di famiglia, per esempio).avvocato-p-separazione-e-divorzio
Come può ben spiegare un avvocato per successioni di Bologna o di qualsiasi altra città italiana, l’istituzione ereditaria è ritenuta necessaria dal nostro ordinamento giuridico. Nel caso in cui non vi siano eredi, e cioè non ci siano parenti entro il sesto grado o eredi istituiti tramite un testamento, è previsto che il patrimonio ereditario sia versato allo Stato. Diverso è il caso dei legati, che non sono necessari ma eventuali, eccezion fatta per i diritti di abitazione della casa che è stata adibita a residenza coniugale, a favore del coniuge superstite.

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Altre differenze tra i legatari e gli eredi

Un’altra differenza che intercorre tra lo status di erede e quello di legatario riguarda le modalità di acquisizione: il legato, infatti, si acquista di diritto, il che vuol dire che non c’è bisogno di un atto di accettazione formale, mentre l’eredità va accettata dal chiamato – sia che l’accettazione sia tacita, sia che l’accettazione sia esplicita -.

Ne conseguono circostanze diverse anche per ciò che concerne la rinuncia: un erede ha il diritto di rifiutare di diventare tale prima che intervenga l’accettazione, mentre un legatario non può evitare di acquistare di diritto il lascito; al massimo può rifiutarlo anche se è entrato di diritto nel suo patrimonio. Un avvocato per successioni di Bologna può spiegare anche che il legatario comincia un nuovo possesso del bene, mentre l’erede prosegue nel possesso del soggetto defunto. Per ciò che riguarda le tempistiche e i termini, un legatario può essere beneficiato di una proprietà che è solo temporanea, con un termine iniziale (da una certa data in poi) o con un termine finale (fino a una certa data); un erede, invece, non è mai a termine, secondo il principio semel heres semper heres.

Cosa fare in caso di debiti

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I problemi potrebbero sorgere in presenza di debiti: in questo caso la consulenza fornita da un avvocato per successioni di Bologna (per esempio lo Studio dell’Avvocato Sergio Armaroli) si può rivelare molto preziosa. Sono soprattutto gli eredi a doverci pensare, dal momento che essi subentrano in tutti i rapporti del soggetto defunto: ecco perché, a meno che non abbiano accettato con beneficio di inventario, sono tenuti a rispondere dei debiti senza limiti. Più semplice, invece, la vita dei legatari, i quali non rispondono dei debiti ereditari, sempre che il testatore non abbia espresso una volontà differente, ma in ogni caso entro il limite della cosa legata.

Per quel che concerne l’usufrutto universale, ci si potrebbe chiedere se una disposizione di questo tipo integri un’istituzione a titolo di legato o a titolo di erede. In realtà una risposta definitiva a questo interrogativo non c’è, come dimostra anche l’orientamento oscillante della giurisprudenza da questo punto di vista: la sentenza n. 207 del 21 gennaio del 1985 della Cassazione ha qualificato l’istituzione a titolo di legato, mentre la sentenza n. 13310 del 12 settembre del 2002 ha parlato di istituzione di erede.avvocato-erede-legittimo-4
Infine, l’ultimo aspetto che merita di essere preso in esame nella distinzione tra legatario ed erede riguarda l’institutio ex re certa: si tratta dell’indicazione di un complesso di beni o di specifici beni che integrerebbero un’istituzione di legato, ma che in realtà attribuiscono la qualità di erede perché si ritengono a titolo universale nel caso in cui dalla scheda testamentaria si deduca che il testatore ha voluto attribuire i beni in questione come quota del proprio patrimonio, secondo quanto stabilito dall’articolo 588 del codice civile.

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