Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA

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L’art. 23 Reg. congiunto, nel testo applicabile alla specie, non ha affatto abdicato al principio “disclose or abstain” alla base della previgente disciplina del conflitto di interesse risultante dall’art. 27 Reg. Consob 1 luglio 1998, n. 11522, ma nel quadro di una riorganizzazione di essa fondata sul principio della prevenzione si è passati, quanto alla posizione dell’investitore, da un’impostazione basata sul principio del consenso espresso ad un’impostazione basata ora sul principio del consenso tacito. In ragione dei mutamenti che attraversano senza sosta il mercato finanziario e che rendono il conflitto di interessi una dimensione potenzialmente presente in qualunque contrattazione finanziaria, l’intento dei riformatori si è infatti indirizzato in direzione di un’attualizzazione della relativa disciplina per mezzo principalmente di un’accresciuta responsabilizzazione degli intermediari, chiamati, qui, come già più in generale previsto dall’art. 21, comma 1 bis, TUF, ad adottare “ogni misura ragionevole per identificare i conflitti di interesse che potrebbero insorgere con il cliente o tra clienti” (art. 23, comma 1) e a gestire “i conflitti di interessi anche adottando idonee misure organizzative… da evitare che tali conflitti incidano negativamente sugli interessi dei clienti” (art. 23, comma 2); e ciò non senza, però, fare nel contempo salva l’avvertenza che “quando le misure adottate ai sensi dell’art. 2 non sono sufficienti per assicurare, con ragionevole certezza che il rischio di nuocere agli interessi dei clienti sia evitato, gli intermediari informano chiaramente i clienti, prima di agire per loro conto, della natura generale e/o delle fonti dei conflitti affinchè essi possano assumere una decisione informata sui servizi prestati, tenuto conto del contesto in cui le situazioni di conflitto si manifestano” (art. 23, comma 3). Quest’ultima disposizione rafforza la convinzione che l’intermediario che intenda promuovere la conclusione di un’operazione in conflitto di interessi deve informarne previamente il cliente (“gli intermediari informano chiaramente i clienti prima di agire per loro conto”) e solo dopo averne ottenuto il consenso (“possano assumere una decisione informata”) l’operazione può avere seguito.

Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Sentenza 15 luglio 2021, n. 20251 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SCOTTI Umberto L.G.C. – Presidente – Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere – Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere – Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere – Dott. RUSSO Rita – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 15866/2016 proposto da: Credit Suisse Life & Pensions Ag. e Credit Suisse Italy S.p.a.,

in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliate in Roma, Via Nazionale n. 204, presso lo studio dell’avvocato Benedetta Musco Carbonaro, che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato Luca Zitiello, giuste procure in calce al ricorso; – ricorrenti – contro R.F., elettivamente domiciliato in Roma, Via Tacito n. 23, presso lo studio dell’avvocato Cinzia De Micheli, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati Paolo Codegoni, Paolo Comoglio e Roberto Scheda, giusta procura in calce al controricorso; – controricorrente – avverso la sentenza n. 606/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 14/04/2016; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 9/04/2020 dal Cons. Dott. Marco Marulli; lette le conclusioni scritte ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 176 del 2020, del P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che chiede che la Corte di Cassazione rigetti il ricorso in epigrafe; con le conseguenze di legge.

Svolgimento del processo 1. Credit Suisse Life & Pensions AG e Credit Suisse Italy s.p.a. impugnano la sentenza in esergo con la quale la Corte d’Appello di Torino, respingendone il gravame, ha confermato la decisione di prima istanza che su ricorso di R.F. aveva condannato entrambe in solido a ristorare il medesimo del danno patito in conseguenza dell’acquisto mediante la sottoscrizione di proposta contrattuale in data 9.6.2008, per il tramite della banca, di una polizza Unit Linked emessa dalla compagnia, operazione conclusa da costoro in conflitto di interessi ed in violazione degli obblighi informativi previsti dal TUF e dalla normativa di secondo livello. Nel motivare il rigetto il giudice distrettuale, disattesa previamente l’eccepita inammissibilità dell’appello per conflitto di interesse dei difensori, ha ribadito i convincimenti già esternati dal giudice di prime cure. Sicchè, sussistendo nella specie un’incontestata situazione di conflitto d’interessi, era dovere dell’intermediario, alla stregua degli obblighi informativi gravanti sul medesimo a mente dell’art. 21, comma 1 bis TUF e dell’art. 23, comma 3, Regolamento congiunto Banca d’Italia-Consob del 29.10.2007 nei testi vigenti all’epoca, astenersi dal dare corso all’operazione ove non avesse informato di ciò il cliente (“l’intermediario ha… l’obbligo di informare il cliente del conflitto; se non lo fa, si deve astenere, obbligo che discende dall’interpretazione del dato testuale che richiede la necessaria informazione ai fini della decisione informata”); e,

poichè nella specie detta segnalazione era intervenuta dopo la conclusione del contratto (“è documentata la tardività di tale segnalazione – 24.6.2008 – perchè intervenuta quando il contratto di polizza ormai perfezionatosi era in esecuzione – proposta del 9.6.2008, pagamento del premio in data 16.6.2008 ed accettazione da parte di CSLP in data 24.6.2008 -“), ciò rendeva corretta la condanna di entrambe le convenute (“corretta è poi la statuizione del giudice di prime cura circa la titolarità di CSI e CSLP in relazione alla domanda risarcitoria derivante da violazione degli obblighi informativi, comprensivo di quello relativo al conflitto di interessi, in virtù del precetto contenuto nell’art. 25 bis TUF che testualmente al comma 1, recita “gli artt. 21 e 23, si applicano alla sottoscrizione e al collocamento di prodotti finanziari emessi da banche e imprese di assicurazione””), al risarcimento decretato in primo grado, sussistendo altresì il nesso causale (“la S.C. ha stabilito che nella fattispecie del conflitto di interessi deve considerarsi irrilevante l’indagine sul nesso causale tra condotta e inadempimento”), nella misura ivi riconosciuta pari alla differenza tra il capitale investito e quello riscosso (“il risarcimento del danno non deve essere limitato al c.d. “interesse negativo”,… ma si deve estendere alla totalità dei danni, valutati nel loro complesso, che risultino collegati da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto: rilevano in sostanza sia il danno emergente che il lucro cessante”). Per la cassazione di detta sentenza le soccombenti si valgono cumulativamente di quattro motivi di ricorso, a cui la compagnia ne aggiunge un quinto, motivi a cui replica con il controricorso il R..

 Chiamata in trattazione alla camera di consiglio del 10.7.2020 con ordinanza interlocutoria 22608/2020, all’esito della discussione in quella sede, la causa era rimessa all’odierna trattazione in pubblica udienza. Motivi della decisione 2. Il ricorso – alla cui cognizione, salvo quanto si avrà occasione di dire riguardo al quinto motivo di ricorso, non osta la pregiudiziale opposta dal controricorrente in punto di conflitto di interessi tra le parti ricorrenti, che renderebbe nullo il rilascio della procura all’unico difensore costituitosi per entrambe, e ciò perchè nei limiti enunciati in relazione al concreto rapporto esistente tra le parti (Cass., Sez. II, 22/01/2018, n. 1530) non è apprezzabile la pretesa situazione di conflitto ravvisandosi, per vero, tra le ricorrenti una sostanziale uniformità di intenti – allega, al primo motivo, un’inammissibile doglianza motivazionale – nella specie avente ad oggetto l’omesso esame di un fatto decisivo consistito nel non aver considerato se l’asserito conflitto di interessi fosse pregiudizievole per il cliente soggiacendo invero la specie in esame all’applicazione, ratione temporis, dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5, – la cui applicazione prescinde anche concettualmente dall’inammissibilità dell’appello – di guisa che deve ritenersi precluso il ricorso per cassazione, se come qui – e come pure riconoscono le stesse ricorrenti (“la Corte d’Appello di Torino, al pari del giudice di primo grado, ha completamento omesso di indagare sul carattere pregiudizievole o meno del conflitto di interessi”) – la sentenza d’appello confermi la decisione di primo grado. 3.1. Il secondo motivo argomenta la violazione dell’art. 23 del citato regolamento congiunto Banca d’Italia-Consob del 29 ottobre 2007, nel testo applicabile alla specie, che le ricorrenti spiegano, a confutazione dell’affermazione operata dal giudice d’appello circa il dovere dell’intermediario di astenersi dal dar corso all’esecuzione di operazioni in conflitto di interessi, rilevando che, poichè in tal senso si era orientata la Dir MiFID I (Dir. CEE 21 aprile 2004, n. 2004/39/CE) alla luce della quale sono state adottate le citate disposizioni regolamentari, “la disciplina di riferimento introdotta in attuazione delle direttive Mifid non prevede più alcun obbligo di astensione per l’intermediario che operi in conflitto di interessi”. 3.2. L’assunto, fermo in principio che è da escludere che il legislatore Europeo e, di seguito, quello nazionale possano aver pensato di liberalizzare totalmente le operazioni in conflitto di interessi icasticamente il P.M. discorre al riguardo di “una sorta di franchigia dell’omissione informativa” – è frutto di un travisamento della richiamata realtà normativa.

 L’art. 23 Reg. congiunto, nel testo applicabile alla specie, non ha affatto abdicato al principio “disclose or abstain” alla base della previgente disciplina del conflitto di interesse risultante dall’art. 27 Reg. Consob 1 luglio 1998, n. 11522, ma nel quadro di una riorganizzazione di essa fondata sul principio della prevenzione si è passati, quanto alla posizione dell’investitore, da un’impostazione basata sul principio del consenso espresso ad un’impostazione basata ora sul principio del consenso tacito. In ragione dei mutamenti che attraversano senza sosta il mercato finanziario e che rendono il conflitto di interessi una dimensione potenzialmente presente in qualunque contrattazione finanziaria, l’intento dei riformatori si è infatti indirizzato in direzione di un’attualizzazione della relativa disciplina per mezzo principalmente di un’accresciuta responsabilizzazione degli intermediari, chiamati, qui, come già più in generale previsto dall’art. 21, comma 1 bis, TUF, ad adottare “ogni misura ragionevole per identificare i conflitti di interesse che potrebbero insorgere con il cliente o tra clienti” (art. 23, comma 1) e a gestire “i conflitti di interessi anche adottando idonee misure organizzative… da evitare che tali conflitti incidano negativamente sugli interessi dei clienti” (art. 23, comma 2); e ciò non senza, però, fare nel contempo salva l’avvertenza che “quando le misure adottate ai sensi dell’art. 2 non sono sufficienti per assicurare, con ragionevole certezza che il rischio di nuocere agli interessi dei clienti sia evitato, gli intermediari informano chiaramente i clienti, prima di agire per loro conto, della natura generale e/o delle fonti dei conflitti affinchè essi possano assumere una decisione informata sui servizi prestati, tenuto conto del contesto in cui le situazioni di conflitto si manifestano” (art. 23, comma 3).

 

 

 

Quest’ultima disposizione rafforza la convinzione che l’intermediario che intenda promuovere la conclusione di un’operazione in conflitto di interessi deve informarne previamente il cliente (“gli intermediari informano chiaramente i clienti prima di agire per loro conto”) e solo dopo averne ottenuto il consenso (“possano assumere una decisione informata”) l’operazione può avere seguito. E’ vero, a questo riguardo, che la norma non ne fa cenno, ma la prestazione del consenso è implicitamente presupposta dalla circostanza che l’intermediario non può agire se non dopo aver posto il cliente nella condizione di prendere una decisione informata, che non può che essere perciò espressione di assenso da parte sua, dato che diversamente l’intermediario si troverebbe nella condizione di non potere portare a termine l’operazione. Il passaggio normativo rilevante sta piuttosto nel fatto non già che l’intermediario possa prescindere dal consenso dell’investitore, ma che quel consenso che in precedenza doveva essere prestato in forma espressa oggi può essere manifestato anche per mezzo di un comportamento concludente, quale è da ravvisarsi nel fatto che l’investitore, debitamente notiziato della conflittualità dell’operazione, non si opponga ad essa e ne autorizzi così tacitamente la conclusione. Il che è, all’evidenza, cosa ben diversa da quella predicata dal motivo, persistendo in difetto di /’disclosure,, il dovere dCabstain,, dell’intermediario, che non può infatti effettuare l’operazione in conflitto di interessi se non dopo aver informato il cliente ed avere da questo ottenuto, sia pure per effetto di un comportamento concludente, il consenso alla sua esecuzione. 4.1. Il terzo motivo di ricorso – che sfugge ad un preliminare rilievo di inammissibilità poichè oggetto della censura non è l’apprezzamento di fatto compiuto dal giudice d’appello, ma la regula iuris dal medesimo applicata – imputa all’impugnata decisione di aver ritenuto

 

 

 

“la sussistenza in re ipsa del nesso causale tra inadempimento e danno, sebbene “la banca non avesse violato alcun obbligo di astensione atteso che la disciplina vigente in tema di conflitto di interessi non ne prevede”, alla luce dei principi generali in materia di responsabilità da inadempimento “spettasse, dunque al sig. R. provare la sussistenza del nesso causale” ed, una volta informato, costui non avesse esercitato “il diritto di recesso dal contratto”. 4.2. Il motivo è infondato. Esso riposa su un presupposto (l’insussistenza di un dovere di astensione da parte dell’intermediario in caso di conflitto di interessi) del tutto inveritiero come si è spiegato rigettando il secondo motivo di gravame, non avendo il legislatore – e, per esso, le autorità delegate all’adozione dei provvedimenti attuativi – con le disposizioni regolanti la specie inteso disgiungere l’obbligo di trasparenza, che impone di informare il cliente che l’operazione avviene in conflitto di interessi, ed il dovere di astensione ove il cliente non sia posto in condizione di prendere una decisione informata, prestando il proprio consenso all’operazione. Sicchè, come bene ha indicato il P.M. una volta “individuato l’oggetto della tutela che è la consapevole e compiuta informazione del cliente su ogni aspetto dell’operazione in strumenti finanziari, la violazione delle misure apprestate in quella direzione e delle regole poste per impedire il pericolo del pregiudizio definisce come tale la responsabilità del soggetto intermediario o collocatore a titolo omissivo”. Ciò del resto rispecchia un intendimento già enunciato da questa Corte in relazione alla fattispecie a suo tempo prevista dall’art. 27 Reg. Consob 11522/1998, che postulava, non diversamente del resto da quanto si è osservato in relazione alle disposizioni applicabili al caso di specie, l’obbligo dell’intermediario di astenersi dalle operazioni in conflitto di interessi se non debitamente autorizzate dall’investitori. In tali ipotesi si sosteneva, sottolineandosi segnatamente la peculiarità di essa rispetto alla violazione degli obblighi informativi più generalmente previsti a carico dell’intermediario, ove, come si è ricordato ancora di recente, la funzione dei medesimi di colmare l’asimmettria informativa tra le parti è foriera solo di una presunzione legale di sussistenza del nesso causale fra inadempimento informativo e pregiudizio (Cass., Sez. I, 17/04/2020, n. 7905), “la violazione dell’obbligo giuridico di astensione a carico dell’intermediario

 

 

 

esclude la necessità dell’accertamento del nesso causale, da ritenersi in “re ipsa”; invece nella differente ipotesi dell’inosservanza dell’obbligo di informazione attiva, specificamente prevista dall’art. 28, comma 2, del Regolamento Consob n. 11522 del 1998, l’esistenza del nesso causale andrà accertata in concreto, non potendosi escludere che l’investitore, una volta correttamente informato, avrebbe deciso di dar corso ugualmente all’investimento”. Nè vi è ragione di deflettere da siffatto indirizzo in considerazione dei visti mutamenti normativi, poichè come si è precisato, rigettando il secondo motivo di ricorso, il principio in virtù del quale le operazioni in conflitto di interessi non possono avere seguito senza il consenso dell’investitore non è stato accantonato, ma ha solo visto mutare il suo assetto, con la conseguenza che l’operazione posta in essere dall’intermediario in una situazione di conflitto di interessi del quale egli non abbia previamente informato l’investitore e rispetto al compimento della quale, sia pure nella vista forma del consenso tacito, egli non sia stato perciò autorizzato, qualora si riveli pregiudizievole, è fonte di indubbia responsabilità dell’intermediario, dato che solo l’adesione ad essa dell’investitore recide il nesso di causalità altrimenti sussistente tra la violazione dello specifico obbligo informativo a cui è tenuto l’intermediario nel dar corso ad un’operazione in conflitto di interessi e il danno che ne patisce l’investitore. 4.3. In questa ottica risulta, poi, del tutto inconferente, poichè relativo ad un post factum irrilevante sul piano dell’accertamento della responsabilità dell’intermediario – e di cui al più si sarebbe potuta apprezzare la concludenza se solo la questione fosse stata sollevata nei gradi di merito ai fini del contenimento del risarcimento del danno ex art. 1227 c.c., comma 2, -, è l’argomento del recesso. 5.1. Il quarto motivo di ricorso lamenta la violazione dell’art. 1223 c.c., perchè la Corte d’Appello avrebbe ritenuto cristallizzato il danno, disponendo la sua liquidazione nella somma corrispondente alla differenza tra la somma versata all’atto dell’operazione e la somma rimborsata al R., sebbene nella specie fosse mancata qualsiasi cristallizzazione della minusvalenza e non si potesse perciò parlare di una perdita “in quanto il quantum dello stessa è allo stato del tutto indeterminato ed indeterminabile”. 5.2. Il motivo è inammissibile. La Corte d’Appello, nel confermare sul punto l’assunto del giudice di primo grado e nel ritenere quindi corretta la liquidazione del danno patito dal R. nella differenza tra quanto investito e quanto riscosso, mostra di condividere il criterio più generalmente enunciato in materia da questa Corte, che ne raccomanda la parametrazione “in misura pari alla differenza tra il valore dei titoli al momento del relativo acquisto e quello degli stessi al momento della domanda risarcitoria” (Cass., Sez. I, 14/11/2018, n. 29353). Nell’indirizzarsi in questa direzione essa ha dato forma ad un giudizio di valore che basandosi sull’apprezzamento di circostanze di fatto emerse nel corso della vicenda sostanzia un accertamento di merito non suscettibile di essere sindacato da parte questa Corte, tanto più considerando che la pretesa “potenzialità” del danno, eccepita dalle ricorrenti nel formulare il motivo, è tale non già in forza dei dati concreti disponibili al momento della decisione ma in ragione di ipotetici e non prevedibili rimborsi futuri, sicchè, come ancora annota il PM, potenziale non è il danno liquidato dal decidente ma, potenziali sono semmai gli ulteriori rimborsi che l’investitore potrebbe essere deputato a ricevere in futuro. 6.1

 

CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA
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. Il quinto motivo di ricorso, che riguarda solo la compagnia, deduce un duplice errore di diritto in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello pronunciandone la solidale condanna con la banca. Da un lato, posto che la responsabilità solidale è configurabile solo in correlazione con la medesima prestazione, sarebbe, invero, “di palmare evidenza… la diversità delle prestazioni” alle quali sono obbligate la banca e la compagnia, la prima essendo “tenuta a fornire al cliente tutte le informazioni sull’investimento”, la seconda rispondendo esclusivamente “per l’eventuale violazione delle obbligazioni assunte ed attinenti alla fase formativa ed esecutiva del contratto”; dall’altro si sarebbero ritenute applicabili alla compagnia le disposizioni in tema di conflitto di interessi quantunque esse “siano applicabili alle imprese di assicurazione solo quando esse distribuiscono direttamente prodotti finanziari ed assicurativi”, mentre nella specie alla collocazione della polizza aveva provveduto la banca e solo su di essa gravavano perciò gli obblighi informativi a cui erano tenuti gli intermediari. 6.2. Il motivo è inammissibile. Sciogliendo qui la riserva di cui si è fatto cenno nello scrutinare il primo motivo di ricorso occorre prendere atto del conflitto di interessi che per effetto del rassegnato motivo di ricorso si determina tra Credit Suisse Life & Pensions AG e Credit Suisse Italy s.p.a., giacchè l’estraneità alla vicenda argomentata dalla prima rispetto alla seconda e da cui la prima intende prendere le distanze contestando, segnatamente, la solidarietà risarcitoria tra loro affermata nella pregressa fase di merito e separando perciò la propria posizione da quella della banca, rende inammissibile, come reiteratamente affermato da questa Corte, il conferimento di unico mandato difensivo ed inammissibile la costituzione in giudizio a mezzo dello stesso procuratore, per irriducibile contrasto con il diritto di difesa ed il principio del contraddittorio, valori costituzionalmente garantiti (Cass., Sez. VI-III, 20/01/2020, n. 1143; Cass., Sez. I, 25/09/2018, n. 22772; Cass., Sez. I, 23/03/2018, n. 7363). Ne consegue che in parte qua il ricorso non può trovare alcun seguito. Nè, in contrario, rileva l’asserzione circa l’intervenuta rinuncia da parte della Compagnia al regresso nei confronti della Banca per il caso di conferma della condanna in solido di cui dà notizia la memoria agli atti, giacchè non consta che la relativa volontà sia stata debitamente formalizzata nei modi previsti dalla legge. 7. Vanno dunque respinti i primi quattro motivi di ricorso, mentre va dichiarato inammissibile il quinto. 8. Le spese seguono la soccombenza. Ove dovuto sussistono i presupposti per il raddoppio a carico del ricorrente del contributo unificato ai sensi del del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater. P.Q.M. Respinge il primo, il secondo, il terzo ed il quarto motivo di ricorso; dichiara inammissibile il quinto motivo di ricorso; condanna le parti ricorrenti al pagamento in solido delle spese del presente giudizio che liquida in favore di parte resistente in Euro 28200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ove dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso. Si da atto che la presente sentenza viene sottoscritta dal solo Presidente in applicazione delle disposizioni impartite dal Primo Presidente con Decreto 40/2020 del 18.3.2020. Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile, il 9 aprile 2021. Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2021

att8

art. 216 bancarotta- cassazione avvocato esperto

art. 216, comma primo, n. 1, r.d. 16 marzo

1942, n. 267 –bancarotta- cassazione

avvocato esperto

SENTENZA  NON LUOGO A PROCEDERE

rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare

Quanto alla decorrenza del termine per impugnare la sentenza di non luogo a procedere,

 

 

deve escludersi, ove il giudice rispetti le previsioni di cui all’art. 424 cod. рrос, реn., l’operatività dell’art, 123 cod. рrос. реn., che,

 

facendo espressamente salvo quanto il codice dispone in relazione ai provvedimenti emessi nell’udienza preliminare e nel dibattimento, è riferibile ai provvedimenti camerali così detti “tipici” e ne disciplina il deposito, la comunicazione o la notificazione del relativo avviso alle parti processuali cui la legge attribuisce il diritto d’impugnazione.

  • Deve invece farsi riferimento alla norma di cui all’art. 585, comma 2, cod. proc. pen., che regola la decorrenza dei termini per l’impugnazione non solo delle sentenze dibattimentali ma di ogni tipo di provvedimento del giudice.

    rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
    rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
  • Con quest’ultima norma, il legislatore del 1988 ha dato attuazione alla direttiva di cui al punto 83 dell’art. 2 della legge-delega 16 febbraio 1987, n. 81, in cui si stabiliva che la determinazione della decorrenza dei termini per le impugnazioni fosse «ispirata a criteri di massima funzionalità e semplificazione», e ha conseguentemente privilegiato meccanismi automatici predefìniti per l’individuazione del momento da cui detti termini devono decorrere, limitando il ricorso alla comunicazione o alla notificazione dell’avviso di deposito del provvedimento ai soli casi in cui, non potendo operare il modello presuntivo, risulti necessario garantire l’effettiva conoscenza alle parti interessate a proporre impugnazione
CALCOLO DANNO A PERSONA ,MALASANITA' ,INCIDENTE
rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
  • L’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, opera sia nel caso di reiterazione di fatti riconducibili alla medesima ipotesi di bancarotta che in quello di commissione di più fatti tra quelli previsti indifferentemente dai precedenti artt., 216 e 217.
  • In relazione al primo aspetto, rileva la Corte che l’espresso richiamo fatto dalla norma in esame anche al reato di cui all’art. 218 legge fall., che disciplina una sola fattispecie delittuosa (ricorso abusivo al credito), non lascia margini di dubbio sull’operatività della disposizione in caso di reiterazione della stessa condotta tipica. Diversamente opinando, si determinerebbe una interpretatio abrogans del richiamo che l’art. 219 fa all’art. 218.
  • In relazione al secondo aspetto, vanno condivise, a superamento dell’esistente contrasto giurisprudenziale, le argomentazioni sviluppate da 5ez. S, n. 27231 del 03/06/2005, dep. 21/07/2005, imp. Laface e da Sez. 5, n. 3619 del 15/12/2006, dep. 31/01/2007, imp. Belsito,
  • Deve osservarsi, invero, che, di fronte al dato testuale non univoco («più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli»), l’applicabilità dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, alla pluralità di fatti di bancarotta commessi, a prescindere se gli stessi siano contemplati nello stesso articolo o in articoli diversi, è imposta dalla necessità di privilegiare un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, perché, diversamente opinando, si determinerebbero, in contrasto con l’art, 3 Cost,,
  • situazioni di palese e irragionevole disparità di trattamento: ove si ritenga, infatti, che la norma in esame sia applicabile solo ai casi di concorso interno, quello cioè tra più fatti di bancarotta tutti semplici о tutti fraudolenti, mentre il concorso esterno tra fatti di bancarotta semplice e fatti di bancarotta fraudolenta rientrerebbe nella sfera di operatività dell’art. 81 cod. pen., si finirebbe col «punire con maggiore asprezza etti abbia commesso un fatto di bancarotta fraudolenta e un fatto di bancarotta semplice, rispetto a chi abbia commesso più fatti di bancarotta fraudolenta», dovendo il primo soggiacere al più rigoroso trattamento sanzionatorio previsto dall’art, 81 cod. pen.
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA, DENUNCE QUERELE, UDIENZ APRELIMINARE, AVVOCATO ESPERTO
rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Sentenza 26 maggio 2011, n. 21039

21039/11

REPUBBLICA ITALIANA

in nome del Popolo Italiano

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta da: Giuseppe Maria Cosentino Nicola Milo Gennaro Marasca Alfredo Marta Lombardi Ruggero Galblati Gian Giacomo Sandrelll Franco Randanese Marlastefanra Tornassi Margherita Cassano

Presidente Relatore 

Sent. n, sez. 2 CC-27/01/2011 R.G.N, 21583/2009

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trieste

avverso la sentenza del 09/01/2009 del Giudice della udienza preliminare del

Tribunale di Trieste emessa nel confronti di , nato a Trieste il

visti gli atti, 

Il provvedimento impugnato ed il ricorso; 

udita la relazione svolta dal consigliere Nicola Milo;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Vittorio Martusclello, che ha concluso chiedendo l’annullamento della sentenza con rinvio al Giudice della udienza preliminare del Tribunale di Trieste.

RITENUTO IN FATTO

  1. Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Trieste, con sentenza del 9 gennaio 2009, dichiarava, ex art 425 cod. proc. pen., non luogo a procedere nel confronti di *** in ordine al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non potendo l’azione penale essere proseguita -secondo la previsione dell’art. 649 cod. proc. pen, – per precedente giudicato. Più specificamente, il reato contestato all’imputato è quello di cui all’art. 216, comma primo, n. 1, r.d. 16 marzo 1942, n. 267 (cosi detta legge fallimentare),
  2. per avere, nella qualità di legale rappresentante e socio accomandatario della società di *** & C. s.a.s., dichiarata fallita – unitamente allo stesso accomandatario – con sentenza 23 giugno 2005 del Tribunale di Trieste, dissipato, distratto, occultato, dissimulato attività della società, prelevando, in più occasioni, somme di denaro di vario importo dai conti correnti di cui aveva la disponibilità, con le aggravanti di cui all’art. 219, commi primo e secondo, n. 1, legge fall, e la recidiva semplice.
  3. Il Giudice dell’udienza preliminare, prescindendo da qualsiasi valutazione di merito e facendo leva sulla mera comparazione formale tra i fatti sottoposti al suo esame e quelli di bancarotta preferenziale (art. 216, comma terzo, legge fall.) e semplice nell’Ipotesi di cui all’art. 217, comma primo, n. 4, legge fall., relativi al medesimo fallimento ed oggetto della sentenza 14 marzo 2006 (irrevocabile il 18 luglio 2006) dello stesso G.u.p, con la quale al era stata applicata la pena concordata ex art. 444 cod. proc. pen., riteneva che, dato il carattere unitario del reato di bancarotta, non era consentito,
  4. in presenza di un giudicato su tale illecito, l’inizio di un nuovo e differente processo per ulteriori e diversi ratti di bancarotta accertati successivamente, ostandovi il divieto del bis in idem, in quanto questi ultimi fatti, pur non sovrapponibili naturalisticamente ai primi, erano comunque assorbiti nel disvalore dell’unico reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale già giudicato e non davano luogo a una pluralità di reati.
  5. Il Giudice dell’udienza preliminare, nel pronunciare II dispositivo della decisione alla presenza del p.m. e del difensore dell’imputato, indicava, ex art. 544, comma 3, cod. proc pen., il termine di 90 giorni per il deposito della motivazione. La sentenza, completa di motivazione, veniva depositata in cancelleria nel termine preannunciato ed esattamente in data 7 aprile 2009.
  6. Ha proposto ricorso per cassazione, con atto depositato in data 19 maggio 2009, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trieste, deducendo l’erronea applicazione degli artt. 649 cod. proc. pen. e 219 legge fall, per i seguenti rilievi :

 

  1. a) la tesi privilegiata dalla sentenza impugnata comporta una abrogazione implicita del richiamato art. 219, comma secondo, n. 1, che dovrebbe invece operare proprio nel casi di plurimi fatti di bancarotta, e conduce a risultati assolutamente irragionevoli, come conferma iI caso in esame, in cui l’imputato, dopo avere patteggiato la pena per i meno gravi reati di bancarotta preferenziale e bancarotta semplice, ha beneficiato della declaratoria d’improcedibilità per il diverso e più grave reato di bancarotta fraudolenta per distrazione;
  2. b) l’art. 649 cod. proc. pen. prevede, in linea generale, il divieto di un secondo giudizio per iI «medesimo fatto» (principio del ne bis in idem), intendendosi per tale il fatto storico cosi come cristallizzato nella sentenza irrevocabile;

 

 

  1. c) fatti storici che si differenziano per condotte e conseguenze sono logicamente diversi tra loro, con conseguente inapplicabilità del divieto del bis in idem;
  2. d) l’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., prevedendo un aumento di pena ove vengano commessi più fatti tra quelli previsti in ciascuno dei precedenti articoli 216, 217, 218, persegue la finalità di mitigare il rigore sanzionatolo conseguente al concorso materiale di più fatti di bancarotta, che vengono unificati solo quoad poenam, rimanendo ferma, quindi, l’innegabile autonomia ontologica dei singoli fatti di bancarotta, ciascuno dei quali è idoneo a fondare una decisione di responsabilità penale;
  3. e) il contrario orientamento espresso dalla sentenza impugnata implica che il trattamento sanzionatore da riservare ad un soggetto che si sia reso responsabile di più fatti di bancarotta dipenderebbe non già dalla valutazione delle condotte complessivamente considerate, ma dalla tempistica – variabile e casuale – di emersione e di contestazione dei diversi fatti, con le conseguenze irragionevoli Innanzi evidenziate.

    rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
    rt 216 l.f. art. 216 l.f art 216 legge fallimentare patteggiamento art 216 legge fallimentare normattiva art. 216 legge fallimentare giurisprudenza art 216 legge fallimentare elemento soggettivo art 216 legge fallimentare dolo art. 216 legge fallimentare corte costituzionale art 216 legge fallimentare spiegazione art 216 legge fallimentare primo comma reato art 216 legge fallimentare
  4. Con ordinanza del 7 ottobre 2010, la Quinta Sezione penale, alla quale il ricorso era stato assegnato ratione materiae, ne ha rimesso – ex art. 618 cod. proc pen. – la decisione a queste Sezioni Unite, rilevando un contrasto giurisprudenziale sulla natura giuridica del reato di bancarotta: da un lato, fa tesi della concezione unitaria del reato, che ravvisa nella pluralità di fatti tipici, commessi nell’ambito della stessa procedura concorsuale, una circostanza aggravante e considera le diverse violazioni – in deroga alle norme sul concorso materiale di reati e sulla continuazione – come un solo reato, con l’effetto della operatività della preclusione di un secondo giudizio; dall’altro, la concezione pluralistica del reato, che ravvisa nei più fatti tipici descritti dalla norma incrìminatrice fattispecie di reato autonome e ontologicamente diverse, le quali concorrono tra loro e sono unificate solo quoad poenam.

L’ordinanza di rimessione sottolinea che importanza centrale assume, nel rilevato contrasto di giurisprudenza, la disposizione dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., a seconda che si ravvisi in essa la previsione di una vera e propria circostanza aggravante, sia sotto il profilo funzionale che sotto quello strutturale, o piuttosto una peculiare regolamentazione del concorso di reati e dell’istituto della continuazione, nella prospettiva di contenere entro limiti di ragionevolezza la pretesa punitiva dello Stato.

Segnala ancora che, se è razionale la scelta di politica criminale finalizzata a disciplinare in maniera peculiare il concorso di reati e a contenere il potere sanzionatorio del giudice in relazione a plurime e autonome fattispecie incriminatoci in materia di bancarotta patrimoniale, non è altrettanto razionale una interpretazione della disciplina spedale che, riconducendo ad unità fatti ontologicamente diversi, ne precluda il completo accertamento ed eventualmente la punizione, ponendosi in definitiva in contrasto con la logica del sistema penale e con gli art. 3e 112 della Costituzione.

Sottolinea, infine, che la preclusione connessa al divieto del bis in idem opera soltanto in relazione allo “Stesso fatto”, che ricorre quando v’è corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso di causalità) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona.

  1. Il Primo presidente, con decreto del 18 novembre 2010, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza camerale,

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Preliminarmente deve essere verificata la tempestività del ricorso.

Nel caso in esame, è accaduto che il Giudice dell’udienza preliminare, nel dare immediata lettura del dispositivo della sentenza del 9 gennaio 2009, indicò, richiamando espressamente l’art. 544, comma 3, cod. proc. pen., il termine di giorni novanta per il deposito della motivazione. La sentenza, completa di motivazione, fu depositata entro il termine programmato ed esattamente In data 7 aprile 2009. L’avviso di deposito della sentenza fu comunicato, il giorno 15 successivo, al Procuratore generale presso la Corte d’appello e notificato all’imputato contumace l’8 maggio 2009, Nessuna comunicazione e notificazione dell’avviso fu fatta rispettivamente al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale e al difensore, presenti alla lettura del dispositivo, essendo stato puntualmente osservato il preannunciato termine di deposito (cfr. l’acquisita certificazione 14 gennaio 2011 della cancelleria del Tribunale di Trieste).

Il Procuratore della Repubblica ha proposto ricorso in data 19 maggio 2009, vale a dire nel quarantacinque giorni successivi alla scadenza del termine determinato dal giudice per il deposito della sentenza.

La procedura seguita, mutuata da quella prevista per la redazione e l’impugnazione delle sentenze dibattimentali, non può ritenersi regolare. Tuttavia deve escludersi che le modalità prescelte per l’esplicitazione della motivazione della decisione, pur non conformi – come si preciserà – all’ortodossia procedurale, abbiano inciso negativamente sulla tempestività del ricorso.

1.1. La disciplina dettata dal legislatore in materia di udienza preliminare, con particolare riferimento alla pronuncia e ai tempi di redazione e deposito della motivazione della sentenza di non luogo a procedere, è del tutto peculiare e non è riconducibile tour court né al modello del procedimento in camera di consiglio così detto “tipico”, previsto dagli art. 127 e 126 cod. proc. pen,, né a quello delineato per la celebrazione della fase del giudizio.

L’art. 424 cod. proc. pen, prevede che il giudice, all’esito dell’udienza preliminare, ove ritenga che non debba discorsi il giudizio, pronuncia sentenza di non luogo a procedere (comma 1). Di tale provvedimento, completo – di norma – in ogni sua parte (motivazione e dispositivo), deve dare immediata lettura in udienza, il che equivale a notificazione per le parti presenti (comma 2). Ove non sia possibile procedere alla redazione immediata dei motivi, il giudice deve provvedervi non oltre il trentesimo giorno dalla lettura del solo dispositivo (comma 4).

Non è consentito al giudice dell’udienza preliminare fissare un termine più ampio per il deposito della motivazione della sentenza: il richiamato art. 424 cod. proc. pen., infatti, non prevede tale facoltà. Né può farsi leva sulla diversa disposizione di cui all’art. 544, comma 3, cod. proc. pen., riferìbile alla redazione delle solo sentenze dibattimentali.

In relazione a quest’ultimo punto, non può condividersi la tesi sostenuta da Sez. 4, n. 38571 del 22/09/2010, dep. 02/11/2010, imp. ***, secondo cui l’art. 544, comma 3, cod, proc. pen. sarebbe applicabile anche alla redazione della sentenza di non luogo a procedere, perché non conterrebbe «alcuno specìfico riferimento ai giudizio», avrebbe una portata di carattere generale e «non disciplini (erebbe) la materia relativa ai termini del deposito delle sentenze con modalità incompatibili con quelle della camera di consiglio»,

Devesi, in contrarlo, osservare che l’art. 544 cod. proc. pen., inserito nel Capo III, Titolo III, Libro VII, si riferisce specificamente alla redazione della sentenza pronunciata in giudizio e non è, pertanto, estensibile alla sentenza camerale di non luogo a procedere, per la quale l’art. 424 cod. proc. pen. prevede la specifica disciplina innanzi esposta. Appare altresì arduo, sotto il profilo ermeneutico, volere individuare nel solo comma 3 dell’art. 544 cod, proc. pen. una disposizione di carattere generale, che si insinuerebbe tra le previsioni contenute negli altri commi, tutta univocamente riferibili alla sola sentenza dibattimentale. Un’interpretazione sistematica e coerente dell’intera norma conduce, invece, a non differenziare il campo operativo delle varie previsioni in essa contenute.

1.2. La sentenza di non luogo a procedere deve essere impugnata, a pena di decadenza, nel termine di quindici giorni, ai sensi dell’art. 585, comma 1, lett. a), cod. proc. pen., che disciplina In via generale il termine per l’impugnazione dei provvedimenti emessi in seguito a procedimento in camera di consiglio, tra i quali rientra certamente la detta pronuncia. Non rileva, ai fini dell’ampiezza del termine per impugnare, la circostanza che il Giudice dell’udienza preliminare, nell’adottare la decisione, se ne riservi la motivazione nel termine previsto dall’art. 424, comma 4, cod. рroc. реn. о addirittura, con iniziativa irrituale, entro un maggior termine da cui espressamente determinato, incidendo tale evenienza, «come si dirà, esclusivamente sulla decorrenza del termine d’impugnazione.»

Il termine per impugnare la sentenza di non luogo a procedere, in sostanza, non rimane coinvolto, a differenza di quello previsto per l’impugnazione delle sentenze dibattimentali, dall’eventuale utilizzazione da parte del giudice del regime della motivazione differita, ma è e rimane sempre di quindici giorni.

Qualunque perplessità interpretativa al riguardo, pur espressa in precedenza, deve ritenersi definitivamente superata dopa la pronunzia di queste Sezioni Unite n. 31312 del 26/6/2002, dep. 19/9/2002, imp. ***, le cui argomentazioni vanno qui richiamate e ribadite.

E’ il caso di ricordare che la norma di cui all’art. 565, comma 1, lett. a), cod. рrос. pen. ha superato anche il vaglio di costituzionalità, essendo stata ritenuta infondata la corrispondente questione sollevata, in ferimento agli art. 3 e 112 della Costituzione, perché il differenziato regime dei termini per l’impugnazione, fissati in tre distinte fasce (quindici, trenta e quarantacinque giorni), in quanto rapportato al diversi tipi e alla diversa struttura dei provvedimenti, ha una sua ragionevolezza e non incide negativamente sull’esercizio dell’azione penale (Corte Cost. sent. n. 206 del 1997).

La sentenza di non luogo a procedere, pur dopo le profonde innovazioni introdotte dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479, resta una sentenza di tipo processuale, destinata a null’altro che a paralizzare la domanda di giudizio formulata dal pubblico ministero, è sottratta al regime del ne bis in idem, è designata da un mero effetto preclusivo, può – ove ricorrano i presupposti di cui all’art. 434 cod. рrос. реn. – essere revocata e si differenzia, quindi, da quella emessa all’esito del giudizio di merito, per la quale l’art. 585, comma 1, lett. a), b) e c), cod. рrос. реn. (per il richiamo fatto ai commi 1, 2, 3 dell’art. 544) prevede termini diversi d’impugnazione a seconda delle modalità di redazione e pubblicazione del provvedimento.

1.3. Quanto alla decorrenza del termine per impugnare la sentenza di non luogo a procedere, deve escludersi, ove il giudice rispetti le previsioni di cui all’art. 424 cod. рrос, реn., l’operatività dell’art, 123 cod. рrос. реn., che, facendo espressamente salvo quanto il codice dispone in relazione ai provvedimenti emessi nell’udienza preliminare e nel dibattimento, è riferibile ai provvedimenti camerali così detti “tipici” e ne disciplina il deposito, la comunicazione o la notificazione del relativo avviso alle parti processuali cui la legge attribuisce il diritto d’impugnazione.

Deve invece farsi riferimento alla norma di cui all’art. 585, comma 2, cod. proc. pen., che regola la decorrenza dei termini per l’impugnazione non solo delle sentenze dibattimentali ma di ogni tipo di provvedimento del giudice.

Con quest’ultima norma, il legislatore del 1988 ha dato attuazione alla direttiva di cui al punto 83 dell’art. 2 della legge-delega 16 febbraio 1987, n. 81, in cui si stabiliva che la determinazione della decorrenza dei termini per le impugnazioni fosse «ispirata a criteri di massima funzionalità e semplificazione», e ha conseguentemente privilegiato meccanismi automatici predefìniti per l’individuazione del momento da cui detti termini devono decorrere, limitando il ricorso alla comunicazione o alla notificazione dell’avviso di deposito del provvedimento ai soli casi in cui, non potendo operare il modello presuntivo, risulti necessario garantire l’effettiva conoscenza alle parti interessate a proporre impugnazione.

La decorrenza dei termini per impugnare, secondo la previsione dell’art. 585 cod. proc. pen., è infatti collegata – di norma – in via automatica al termini prestabiliti per il deposito del provvedimenti giurisdizionali.

E’ evidente quindi che, sulla base di una interpretazione coordinata degli artt., 424 e 585, comma 2, cod. proc. pen., il termine per impugnare la sentenza di non luogo a procedere deve farsi decorrere, ove il dispositivo e la contestuale motivazione siano letti in udienza, da tale momento, secondo la previsione di cui alla lett. b) del comma 2 dell’art. 585, equivalendo la lettura a notificazione per le parti presenti o presunte tali.

Ove il Giudice dell’udienza preliminare, nel dare lettura in udienza – alla presenza delle parti – del solo dispositivo della sentenza, opti per il regime della motivazione differita e questa sia depositata, cosi come previsto dall’art. 424, comma 4, cod. proc. pen., nei trenta giorni successivi alla pronuncia, è dalla scadenza di tale termine legale, non prorogabile, che deve farsi decorrere in via automatica, al sensi dell’art. 585, comma 2, lett. c), prima parte, cod. proc. pen., il termine iniziale per proporre impugnazione, giacché, in tal caso, per le parti interessate e presenti in udienza opera una forma di presunzione legale di conoscenza e non deve alle stesse essere comunicato o notificato l’avviso di deposito della motivazione.

Ovviamente la necessità della comunicazione o della notificazione di tale avviso sussiste allorché il giudice non rispetti il termine, meramente ordinatorio, previsto dalla legge per il deposito della motivazione differita, e ciò al fine di garantire l’effettiva conoscenza dei provvedimento, con la conseguenza che il termine d’impugnazione deve decorrere, in ossequio al disposto dell’art. 585, comma 2, lett. e), ultima parte, cod. proc. pen., dal giorno in cui è stata eseguita detta comunicazione o notificazione.

Coerentemente con la ratio che informa il sistema delle impugnazioni, la comunicazione o la notifica dell’avviso di deposito va fatta, a norma dell’art. 585, comma 2, lett. d), cod. proc. pen., al Procuratore generale presso la Corte d’appello, che altrimenti non avrebbe la possibilità di proporre impugnazione.

Ad analoga conclusione deve pervenirsi nell’ipotesi in cui il Giudice dell’udienza preliminare abbia irritualmente indicato, come nella specie, un termine per il deposito della motivazione della sentenza superiore a quello massimo di trenta giorni previsto dall’art, 424 cod. proc. pen. ed abbia osservato tale termine preannunciato.

Non può condividersi l’orientamento secondo cui, in questo caso, non vi sarebbe «ragione di condizionare all’avviso di deposito la decorrenza del termine per l’impugnazione», in considerazione del fatto che le parti interessate, presenti alla lettura del dispositivo in udienza, sono poste comunque al corrente del termine più ampio fissato per il deposito della sentenza, dalla cui scadenza, se rispettato, decorrerebbe quello per impugnare (cir. Sez. 6, n. 39458 del 09/10/2003, dep. 20/10/2003, ìmp. Bassetto; Sez. 6, n. 40877 del 01/10/2007, dep. 07/11/2007, imp. Esposito).

Osserva la Corte che la disposizione di cui all’art 585, comma 2, lett., c), cod. proc. pen., nella parte in cui stabilisce che il termine d’impugnazione decorre dalla scadenza di quello «determinato dal giudice per il deposito della sentenza», é chiaramente riferibile alle sole sentenze dibattimentali, per le quali soltanto, come si è detto, opera la previsione di cui all’art. 544, comma 3, cod. proc. pen..

La riserva di motivazione assunta secondo modalità non conformi al modello regale è illegittima, è da considerarsi, pertanto, priva di qualunque valore e non può mutare la natura del provvedimento deliberato dal G.u.p, né il regime che regola la relativa impugnazione, quanto al termine per proporla e alla sua decorrenza (Sez. 6, n. 1798 del 28/11/2002, dep. 16/01/2003, imp. Vidoni; Sez. 6, n. 43609 dell’11/10/2007, dep. 23/11/2007, imp. Lancella; Sez. 6, n. 21520 del 07/05/2008, dep. 28/05/2008, imp. Formisano).

In sostanza, nell’ipotesi in esame, non può esplicare alcuna funzione vicaria la presunzione di conoscenza della decisione impugnata, per effetto del preannunciato e rispettato termine di deposito della sentenza, fissato Irritualmente dal giudice. Si finirebbe col dare vita ad una disciplina ibrida, estranea ai sistema, priva di coordinamento e idonea ad ingenerare equivoci sul termine per impugnare, che la parte interessata, com’è accaduto nella specie, potrebbe individuare, secondo una visione ermeneutica paradossalmente più coerente, in quello di 45 giorni di cui alla lettera c) del comma 1 dell’art. 585 cod. proc. pen., anziché di quindici giorni, che, come si è precisato, è il termine inderogabile previsto dalla lett. a) della norma citata per l’impugnazione del provvedimenti emessi all’epilogo dei procedimento in camera di consiglio.

1.4. E’ il caso di precisare che il sistema delineato sulla base del modello legale prefigurato dall’art. 585 cod. proc. pen. è in generale previsto, come si è detto, per tutte le sentenze camerali, fatti salvi gli opportuni adattamenti, in relazione alla specifica disciplina, quanto all’individuazione del momento dal quale fare decorrere il termine d’impugnazione.

Esemplificativamente, può farsi riferimento: alla sentenza di proscioglimento emessa ai sensi dell’art. 129 cod, proc. pen. (Sez. U n. 430S5 del 30/09/2010, dep. 03/12/2010, imp. Dalla Serra, con riferimento all’ipotesi di pronuncia de plano ex art. 459, comma 3, cod., proc. pen,); alla sentenza predi batti mentale ex art. 469 cod. proc. pen; alla sentenza di applicazione della pena a» sensi degli artt. 444 e seguenti del codice di rito, quando la stessa è deliberata fuori dalla sede dibattimentale, vale a dire nel corso delle indagini preliminari, nell’udienza preliminare o prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, ipotesi queste In cui la pronuncia deve ritenersi assunta in camera di consiglio (Sez. U, n. 29S del 12/10/1993, dep. 17/01/1994, imp. Scopel); alla sentenza in materia di estradizione.

In tutti questi casi, è fuori discussione che il termine per impugnare è quello di quindici giorni di cui all’art. 585, comma 1, lett. a), cod. proc. pen.

Quanto alla decorrenza, la stessa deve coincidere con la lettura in udienza del provvedimento contestualmente motivato (è quanto si verifica per la sentenza di patteggiamento, che – di regola – secondo la previsione dell’art. 448, comma 1, cod. proc. pen., deve essere pronunciata «immediatamente» e non è ammessa la riserva di motivazione) ovvero con la data di comunicazione o notifica del provvedimento depositato fuori udienza, in assenza di una previsione normativa che consenta il “distacco temporale” tra decisione e deposito della relativa motivazione.

Quando il legislatore ha inteso derogare al meccanismo d’impugnazione dei provvedimenti camerali, ha lasciato traccia nel testo normativo di riferimento, è il caso della sentenza emessa all’esito del rito abbreviato. In virtù del rinvio operato dall’art 442, comma 1, cod. proc. pen. agli «artt. 529 e seguenti», tra i quali è ricompresso l’art, 544 cod. proc. pen., al quale fa rinvio, a sua volta, l’art. 585 cod. proc. pen., deve ritenersi che si sia voluto assimilare, per questo specifico aspetto, la sentenza emessa nel giudizio abbreviato a quella dibattimentale, con l’effetto che il termine d’impugnazione varia, secondo le diversificazioni contenute nei comma 1 dell’art. 585 cod., proc. pen., in relazione al tempo impiegato dal giudice per la redazione della sentenza, e decorre dai diversi momenti specificali nelle lettere b), c) e d) del comma 2 dello stesso articolo (sez. U n. 16 del 15/12/1992, dep. 30/03/1993, imp. Cicero).

1.5. Il percorso argomentativo sin qui seguito deve essere sintetizzato nel seguenti principi:

«il termine di impugnazione della sentenza di non luogo a procedere, pronunciata all’esito dell’udienza preliminare, è quello di quindici giorni previsto dall’art 585, comma 1, lett. a, cod. proc. pen. per i provvedimenti emessi in seguito a procedimento in camera di consiglio»;

«detto termine decorre, per le parti presenti, dalla lettura in udienza della sentenza contestualmente motivata o dalla scadenza del termine legale di trenta giorni, in caso di motivazione differita e depositata entro tale termine»; «non è consentito al Giudice dell’udienza preliminare fissare, ai sensi dell’art. 544, comma 3, cod. proc. pen., un termine più ampio per il deposito delta motivazione deità sentenza di non luogo a procedere»;

«ove ciò si verifichi, deve essere comunicato o notificato alle parti legittimate all’impugnazione il relativo avviso di deposito e da tate comunicazione o notificazione decorre il termine per impugnare».

1.6. Alla luce di tali principi, considerato che, nel caso in esame, il documento-sentenza pacificamente risulta essere stato depositato non nel termine legale di trenta giorni dalla deliberazione (art. 424, comma 4, cod. proc. pen.), bensì in quello irrìtualmente determinato dal G.u.p, doveva darsi corso alla comunicazione e alla notificazione del relativo avviso di deposito a tutte le parti processuali interessate, incombenti questi che, in particolare, non risultano essere stati eseguiti per il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trieste e per il difensore dell’imputato. Ne discende che la decorrenza del termine per l’impugnazione da parte del primo, in difetto della relativa comunicazione, non ha avuto mai inizio e il ricorso dal medesimo proposto deve, pertanto, ritenersi tempestivo.

  1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è la seguente: «se il delitto di bancarotta, nel caso in cui siano poste in essere più condotte tìpiche nell’ambito di uno stesso fallimento, sia un unico reato, con l’effetto di un aumento di pena in funzione di circostanza aggravatrice, o se – invece – la pluralità di condotte di bancarotta dia luogo ad un concorso di reati, con conseguente esclusione del divieto di bis in idem per l’eventuale giudicato intervenuto su alcune delle indicate condotte».
  2. La prevalente giurisprudenza di questa Suprema Corte, nell’affrontare varie problematiche, sostanziali e processuali, con approcci interpretativi – in verità – non sempre omogenei e di corto respiro, perché incentrati su tematiche specifiche e comunque condizionati dalia lettera della disposizione di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., privilegia la concezione unitaria del reato di bancarotta.

Tale orientamento evidenzia che il legislatore, collocando la pluralità dei fatti nell’ambito della tecnica sanzionatola e qualificandola formalmente, con la richiamata norma, come circostanza aggravante, considera le diverse violazioni – in deroga alle norme sul concorso materiale dei reati e sulla continuazione – come un unico reato, posto che una circostanza non può che aggravare un solo fatto di reato, nel quale essa si innesta (Sez, 3, n. 2492 del 26/05/1959, imp. Jerussi; Sez. 5, n. 314 del 24/03/1972, dep. 15/06/1972, imp. Draghi; Sez. 5, n. 1431 del 20/11/1981, Imp. Borselli; Sez. 5, n. 4403 del 14/01/1980, dep. 01/04/1980, imp. Testa; Sez. 5, n. 8390 del 04/06/1981, dep. 28/09/1981, imp. Picardi; Sez. 5, n. 9266 del 24/06/1988, dep. 15/09/1988, Imp. Ricelli; Sez. 5, n. 10260 del 05/10/1981, dep. 13/11/1981, imp. Brandinelll; Sez. 5, n. 43 del 25/11/1983, dep. 04/01/1984, imp. Giovannoni; Sez. 5, n. 8988 del 01/06/1988, dep. 23/08/1988, Imp. Termini; Sez, 5, n. 4431 del 14/03/1998, dep. 15/04/1998, Imp. Calabro; Sez. 5, n. 9047 del 1S/06/1999, dep. 15/07/1999, Imp. Ialini; Sez. 5, n. 10423 del 22/05/2000, dep. 02/10/2000, imp. Piana; Sez. 5, n. 4901 del 16/12/2002, dep. 03/02/2003, imp, Gazzani; Sez, 5, n. 38810 del 04/07/2006, dep. 22/11/2006, imp. Vassallo).

Secondo altro indirizzo interpretativo, l’art 219, comma secondo, n. 1, legge fall, prevede l’unificazione solo quoad poenam della pluralità dei fatti di bancarotta posti In essere nell’ambito della stessa procedura concorsuale, ma non esclude l’autonomia ontologica dei singoli episodi delittuosi; tale unificazione, pur esplicitamente qualificata come aggravante, costituisce in realtà un’ipotesi particolare di continuazione derogativa di quella ordinaria, consistendo la deroga nella determinazione dell’aumento di pena fino a un terzo (e non fino al triplo ex art. 81 cod. pen.) e nell’assoggettabilità al giudizio di comparazione di cui all’art. 69 cod. pen, (Sez. 5, n. 2588 del 16/10/1980, dep. 21/11/1980, Imp. Caltagirone; Sez. 5, n. 2547 del 08/10/1981, dep. 16/02/1981, Imp, Murgia; Sez. 5, n. 4913 del 21/11/1994, dep. 29/12/1994, Imp. Migliavacca; Sez. 5, n. 32254 del 04/06/2003, dep. 31/07/2003, Imp. Pazienza; Sez. 5, n. 26794 del 17/05/2008, dep. 03/07/2008, Imp. Schiavone).

  1. Entrambi gli orientamenti sono intrìnsecamente connessi alla interpretazione della struttura del reato di bancarotta e, più esattamente, all’individuazione della relazione che intercorre tra la dichiarazione di fallimento e la molteplicità delle azioni tipiche poste in essere dal fallito.

Il principio della unitarietà della bancarotta, secondo il quale il reato resta unico anche se realizzato attraverso una molteplicità di fatti, trova la sua genesi nell’antica concezione del fallimento come evento del reato, al quale si accompagnerebbero, «in secondo plano e quasi In ombra», I fatti di bancarotta.

Alla luce di ciò, nella vigenza del codice di commercio dei 1882, si sosteneva che il reato è sempre uno solo, anche nel concorso di più fatti; si ha sempre una sola e medesima lesione giuridica, epperò sarebbe un errore ravvisare in questi altrettanti reati distinti», che sono – invece – «aspetti di un unico evento che la legge vuole punito».

Il codice di commercio francese del 1607, dal quale aveva tratto origine quello unitario, d’altra parte, non dava adito a perplessità: era previsto esplicitamente che si dichiarava «colpevole di bancarotta il commerciante fallito che si trovasse in uno o più dei casi seguenti» (artt. 533 e 593).

Con l’entrata in vigore della legge 16 marzo 1942, n. 267, le critiche mosse alla concezione tradizionale del fallimento come evento del reato di bancarotta e il paritario rilievo dato al singoli fatti tipici, espressione concreta della violazione degli interessi protetti, hanno determinato, per un verso, l’insorgere della cd. teoria pluralista della bancarotta e, per altro verso, la necessità anche per i sostenitori della contrapposta teoria, d’Individuare la ragione del principio unitario nell’identità in concreto del bene leso da ogni fatto di bancarotta e nella conseguente identità dell’evento giuridico, che rimane unico a prescindere dalla molteplicità di quegli stessi fatti.

In sostanza, oggetto della punizione non è il fallimento, ma i singoli fatti di bancarotta, che ledono o pongono comunque in pericolo gli interessi dei creditori, sempre che l’imprenditore sia o sia stato dichiarato fallito, rappresentando tale dichiarazione una «condizione di esistenza del reato» (Sez. U del 25/01/1958, Imp. Mezzo).

Il fallimento, infatti, non integra – di per sé – l’illecito penale della bancarotta, non fosse altro perché può trovare origine in cause non attribuibili in alcun modo all’imprenditore di riferimento (si pensi ad una grave crisi economica generale, al dissesto finanziarlo di una banca con la quale l’Imprenditore opera, ad una guerra). Può esservi fallimento senza che vi sia, quasi per automatismo, bancarotta. Ad integrare tale illecito concorrono, con pari incidenza, i fatti tipici previsti dalle corrispondenti norme incriminatici e la dichiarazione di fallimento, elemento quest’ultimo imprescindibile per la punibilità dei primi, che altrimenti sarebbero, come fatti di bancarotta, penalmente irrilevanti.

  1. La questione controversa rimessa alla cognizione delle Sezioni Unite, per essere ragionevolmente risolta in aderenza al diritto positivo e alla ratio che ispira l’intero sistema, impone d’individuare la reale natura giuridica delta disposizione di cui al comma secondo n. l dell’art. 219 legge fall, e di apprezzare la configurazione delle singole condotte tipiche delineate dal precedenti artt. 216, 217 e 218, senza trascurare, al fini che qui specificamente interessano, i riflessi processuali connessi alla disposizione di cui all’art. 649 cod. proc. pen..

5.1. Preliminare è l’analisi del contenuto e della portata delle norme incriminatici (artt. 216, 217, 218 legge fall.) richiamate dall’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., la cui interpretazione ha dato luogo al contrasto giurisprudenziale.

E’ noto che vi sono disposizioni a più norme (o norme miste cumulative), che contengono diverse ipotesi incriminatici, aventi ciascuna una propria autonomia ontologica ed un’autonoma rilevanza penale, e norme a più fattispecie (norme miste alternative o fungibili), che viceversa prevedono un’unica ipotesi di reato e sono applicabili una sola volta anche in caso di realizzazione di più fattispecie, che degradano al rango di semplici modalità di previsione di un unico tipo di reato.

L’art. 216 legge fall., in particolare, apprezzato nella sua complessa articolazione, è inquadrabile nella categoria della disposizione a più norme, prevedendo diverse ipotesi di reato assolutamente eterogenee tra loro per condotta, per oggettività giuridica, per gravità, per tempo di consumazione, per sanzione prevista: 

  1. a) bancarotta fraudolenta patrimoniale, contemplata dal n. 1 del comma primo, e cioè la distrazione, l’occultamento, la dissimulazione, la distruzione, la dissipazione di beni, nonché l’esposizione e il riconoscimento di passività inesistenti (diminuzione fittizia o effettiva dei patrimonio), condotte queste che ledono l’interesse del creditori alla conservazione della garanzia offerta dall’integrità patrimoniale dell’imprenditore;
  2. b) bancarotta fraudolenta documentale, contemplata dal n, 2 del comma primo, che lede l’interesse dei creditori alla estensibilità della situazione patrimoniale del debitore;
  3. c) bancarotta preferenziale, contemplata dal comma terzo, che lede l’interesse dei creditori alla distribuzione dell’attivo secondo i principi della pur condicio;
  4. d) le anzidette figure criminose possono integrare fatti di bancarotta pre-fallimentare o post-falli mentare, a seconda che siano poste in essere prima o durante la procedura concorsuali (cfr. commi primo, secondo e terzo);
  5. e) diversa è la collocazione temporale della bancarotta pre-fallimentare, la cui consumazione coincide con la sentenza dichiarativa di fallimento (condizione di esistenza dei reato), rispetto a quella post-fallimentare, in cui la già intervenuta sentenza dichiarativa di fallimento opera come presupposto del reato e la consumazione coincide temporalmente con le condotte vietate poste in essere;
  6. f) differenziato è anche il trattamento sanzionatolo previsto: più grave per le ipotesi di bancarotta fraudolenta in senso stretto (comma primo, n. 1) e per le frodi nelle scritture contabili (comma primo, n. 2), meno grave per le indebite preferenze usate ai creditori (comma terzo).

L’art. 216 legge fall., penò, contiene anche norme a più fattispecie alternative o fungibili. E’ il caso delle condotte di distrazione, occultamento, dissimulazione, distruzione o dissipazione di cui al comma primo n. 1, le quali, se hanno ad oggetto lo stesso bene, sono, per cosi dire, in rapporto di “alternatività formale”, di “alternatività di modi”, nel senso cioè che le diverse condotte descritte dalla legge sono estrinsecazione di un unico fatto fondamentale e integrano un solo reato, anche se vengono poste in essere, in immediata successione cronologica, due o più di tali condotte, che, essendo omogenee tra loro, ledono lo stesso bene giuridico (integrità del patrimonio dei debitore insolvente): in tal caso, l’atto conforme al tipo legale resta assorbito dalla realizzazione, in contiguità temporale, di altro atto di per sé stesso tipico. Analoghe considerazioni possono ripetersi per le ipotesi, pur esse omogenee, di esposizione e di riconoscimento di passività inesistenti (entrambe lesive dell’Interesse specifico alla veridica Indicazione del passivo).

In difetto della detta unitarietà d’azione con pluralità di atti, è indubbio che, anche tra fattispecie alternative, si ha concorso ogniqualvolta le differenti azioni tipiche siano «distinte sul piano ontologico, psicologico e funzionate» e abbiano ad oggetto beni specifici differenti.

Anche il comma primo, n. 2, prevede le fattispecie alternative della sottrazione, della distruzione o della falsificazione di libri o di altre scritture contabili, nonché della tenuta di tale documentazione in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, condotte che, se riconducibili ad un’azione unica, integrano un solo reato.

L’art. 217 legge fall., è disposizione a più norme, prevedendo ipotesi di bancarotta semplice, riconducibili a condotte ontologicamente diverse e distinte tra loro: 

  1. a) spese personali o per la famiglia eccessive;
  2. b) dissipazione del patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti;
  3. c) operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;
  4. d) aggravamento dei dissesto con l’astenersi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento; e) inadempimento delle obbligazioni assunte in sede di concordato preventivo o fallimentare;
  5. f) omessa o irregolare tenuta del libri e delle altre scritture contabili.

Non va sottaciuto che alcune di tali previsioni incriminatici sono strutturate normativamente in modo tale da comprendere tanto un solo fatto quanto una molteplicità di fatti: si pensi alle spese personali o per la famiglia eccessive (comma primo, n. 1), alle operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti (comma primo, n. 2), alla tenuta irregolare o incompleta dei libri e delle altre scritture contabili (comma secondo). In queste ipotesi, la molteplicità dei fatti, intesi come atti di un’unica azione, integra un reato unico.

L’art. 218 legge fall, disciplina una sola fattispecie delittuosa: il ricorso abusivo al credito, dissimulando il dissesto o io stato d’insolvenza dell’impresa commerciale.

L’analisi delle norme citate evidenzia che in esse sono previste plurime, distinte e autonome fattispecie delittuose, le quali, ad esclusione delle ipotesi a cui innanzi si è fatto cenno, sono in concorso materiale tra loro.

Si tratta ora di stabilire la disciplina applicabile al riguardo.

5.2. Non può farsi riferimento al sistema generale delineato dal codice penale (artt. 72 e ss.) in tema di concorso di reati, venendo, invece, in rilievo la norma specifica di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., e la natura giuridica della relativa disciplina. 

Quest’ultima norma dispone che le pene stabilite nel precedenti artt. 216, 217 e 218 «sono aumentate se il colpevole ha commesso più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli Indicati».

Tale regolamentazione sembra, almeno formalmente, non discostarsi, in linea di massima, dalla direttiva tradizionale della unitarietà della bancarotta.

E’ necessario, però, cogliere, attraverso un’interpretazione corretta e aderente alla logica del sistema, la reale portata della previsione unificante, se cioè integri, sotto il profilo strutturale e al di là di quello funzionale, una effettiva circostanza aggravante, così come si evincerebbe dalla rubrica della norma, o piuttosto una peculiare disciplina del concorso di reati alla stregua del principio del cumulo giurìdico in luogo di quello generale del cumulo materiale.

La configurazione unitaria della bancarotta ha trovato, come sopra precisato, la giustificazione più significativa nell’antica concezione del fallimento come evento del reato e ha avuto come «supporto “naturale” la spiccata omogeneità dei comportamenti criminosi commessi dall’imprenditore nella fase della decozione».

Nella realtà contemporanea, con l’abbandono definitivo della concezione del fallimento come evento e in considerazione del fatto che i comportamenti dell’imprenditore insolvente possono essere estremamente eterogenei per tipologia e per offensività, deve ritenersi che i plurimi fatti di bancarotta nell’ambito del medesimo dissesto fallimentare, pur unificati normativamente nella previsione dell’art. 219, comma 2, n, 1, legge fall., rimangono naturalisticamente apprezzabili, se riconducibili a distinte azioni criminose, e sono da considerare e da trattare come fatti autonomi, ciascuno dei quali costituisce un autonomo illecito penale.

E’ in rapporto, quindi, alla natura e alla eterogeneità delle fattispecie previste dalle norme incriminatrici che deve essere valutata e colta la reale portata dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall.

Tale norma postula l’unificazione quoad poenam di fatti-reato autonomi e non sovrapponibili tra loro, facendo ricorso alla categoria teorica della circostanza aggravante, della quale presenta sicuri indici qualificano: 

  1. a) Il nomen iuris, «circostanze», adottato nella rubrica;
  2. b) la generica formula utilizzata per individuare la variazione dì pena in aggravamento («le pene [,..] sono aumentate») implica il necessario richiamo all’art. 64 cod. pen., che è l’unica disposizione che consente di modulare la detta variazione sanzionatoria.

E’ indubbio che, sul piano formale, si è di fronte a una circostanza aggravante.

In realtà, però, il riferimento formale e anche quello funzionale a tale categoria giuridica non sono coerenti con la connotazione strutturale della stessa.

Difetta, infatti, il rapporto tra un fatto-base, cioè il fatto del reato, e un fatto accessorio, cioè il fatto della circostanza. Occorre, per configurare una circostanza in senso tecnico, che si sia in presenza di un elemento non essenziale del reato, di un quid cioè che può esserci o non esserci, senza che il reato venga meno nella sua previsione di base. Si è obiettato che, nel caso in esame, il legislatore avrebbe considerato proprio la pluralità dei fatti di bancarotta come una circostanza aggravante. E’ agevole replicare che i fatti sono tutti sullo stesso piano, ciascuno di essi delinea – secondo la corrispondente previsione tipica – un’ipotesi delittuosa e non v’è, quindi, alcuna ragione logica per assegnare ad uno o più di essi la funzione di circostanza, declassando così condotte tipiche di determinate fattispecie incriminatrici ad accadimento eventuale di altra fattispecie incriminatrice.

L’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, disciplina, nella sostanza, un’ipotesi di concorso di reati autonomi e indipendenti, che il legislatore unifica fittiziamente agli effetti della individuazione del regime sanzionatorio nel cumulo giuridico, facendo ricorso formalmente allo strumento tecnico della circostanza aggravante. Tale scelta appare chiaramente ispirata dall’esigenza, avvertita dal legislatore, di mitigare le conseguenze sanzionatone e di non pervenire a forme di repressione draconiana dei reati di bancarotta, la cui pluralità in un fallimento è evenienza fisiologica.

Detta norma non dà vita a un reato unico nella forma del reato complesso ex art. 84, comma primo, seconda parte, cod. pen., con riferimento all’ipotesi in cui «la legge considera [..,] come circostanze aggravanti di un solo reato fatti che costituirebbero, per se stessi, reato»: il reato complesso, certamente costruito come reato unico a tutti gli effetti, è integrato da fatti-reato realizzati contestualmente (si pensi, esemplificativamente, al furto aggravato dalla violazione del domicilio, al danneggiamento aggravato dalla minaccia o dalla stesso soggetto nell’ambito dello stesso fallimento ed emersi successivamente al fatto già giudicato.

  1. L’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., opera sia nel caso di reiterazione di fatti riconducibili alla medesima ipotesi di bancarotta che in quello di commissione di più fatti tra quelli previsti Indifferentemente dai precedenti artt. 216 e 217.

In relazione al primo aspetto, rileva la Corte che l’espresso richiamo fatto dalla norma in esame anche al reato di cui all’art. 218 legge fall., che disciplina una sola fattispecie delittuosa (ricorso abusivo al credito), non lascia margini di dubbio sull’operatività della disposizione in caso di reiterazione della stessa condotta tipica. Diversamente opinando, si determinerebbe una interpretatìo abrogans del richiamo che l’art. 219 fa all’art. 218.

In relazione ai secondo aspetto, vanno condivise, a superamento dell’esistente contrasto giurisprudenziale, le argomentazioni sviluppate da Sez. 5 n. 27231 del 03/06/2005, dep. 21/07/2005, Imp. Laface e da Sez. 5, n, 3619 del 15/12/2006, dep. 31/01/2007, imp. Belsito.

Deve osservarsi, invero, che, di fronte al dato testuale non univoco («più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli»), l’applicabilità dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, alla pluralità di fatti di bancarotta commessi, a prescindere se gii stessi siano contemplati nello stesso articolo o in articoli diversi, è imposta dalla necessità di privilegiare un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, perché, diversamente opinando, si determinerebbero, in contrasto con l’art. 3 Cost., situazioni di palese e Irragionevole disparità di trattamento: ove si ritenga, Infatti, che la norma in esame sia applicabile solo ai casi di concorso interno, quello cioè tra più fatti di violenza concretizzatasi in sole percosse), mentre difetta tale contestualità nei fatti di bancarotta riconducibili a distinte azioni criminose.

Non può parlarsi neppure di reato abituale, considerato che tale categoria penalistica richiede la reiterazione nel tempo di condotte omogenee e una differenza qualitativa tra la volontà del fatto singolo e la volontà dei fatto complessivo, mentre le condotte di bancarotta sono o possono essere eterogenee e la prospettazione soggettiva dell’agente non subisce mutamento alcuno per il moltiplicarsi delle condotte medesime.

Non va sottaciuto che è rinvenibile nel nostro sistema giuridico altra ipotesi accostabile all’interpretazione, che qui si privilegia, della norma in esame: il riferimento è all’art. 589, comma quarto, cod. pen., che, pur atteggiandosi apparentemente come circostanza aggravante, non è tale e non costituisce neppure un’autonoma figura di reato complesso, ma configura, secondo la prevalente giurisprudenza di questa Suprema Corte, un’ipotesi di concorso formale di reati, nella quale l’unificazione rileva solo quoad poenam, con la conseguenza che, ad ogni altro effetto, anche processuale, ciascun reato rimane autonomo e distinto (Sez. 4 n, 1S09 del 15/12/1989, dep. 09/02/1990, Imp. Mangili; Sez. 4 n. 10048 del 16/07/1993, dep. 08/11/1994, Rv. 195698,; Sez. 1 n. 175 del 07/11/1995, dep. 09/01/1996, Imp. Ferraioli; Sez. 4 n. 12472 del 15/06/2000, dep. 01/12/2000, Imp. Pellegrini; Sez. 4 n. 4738 del 29/10/2008, dep. 19/12/2008, Imp. Pilato).

5.3. Conclusivamente, l’art. 219, comma secondo, n. l, legge fall., altro non è che un’ipotesi di concorso di reati, casisticamente definita da una parte della dottrina come una sorta di «continuazione fallimentare», regolamentata in deroga alla disciplina generale sul concorso di reati e sulla continuazione.

Non è un caso che l’ambito di operatività della norma coincide con quello dell’art. 81, comma secondo, cod. pen., così come modificato dall’art. 8 d.l. 11 aprile 1974, n. 99 (introdotto dalla legge di conversione 7 giugno 1974, n. 220): la norma codicistica fa riferimento sia all’inosservanza di ipotesi delittuose diverse, sia alla violazione della medesima disposizione di legge; la norma della legge fallimentare deve intendersi, come meglio si preciserà in seguito, applicabile sia in caso di “più fatti” costituenti reiterazione della medesima fattispecie tipica”, sia in caso di “più fatti” rappresentanti la realizzazione di situazioni differenti”.

La portata derogatoria della disciplina introdotta dall’art. 219, comma secondo, n, l, legge fall., rispetto a quella generale di cui all’art. 81 cod. pen., si apprezza in maniera ancora più evidente, ove si consideri che, al momento dell’entrata in vigore della legge fallimentare, il reato poteva definirsi “continuato”, in base al testo originario dell’art. 81, comma secondo, cod. pen., soltanto in costanza di «più violazioni della stessa disposizione di legge».

Il legislatore del 1942, quindi, facendo ricorso alla categoria giuridica della circostanza aggravante, che, come si è detto, è tale solo dal punto di vista funzionale, ma non da quello strutturale, ha inteso, per ragioni di favor rei, dettare una particolare disciplina della continuazione in tema di reati fallimentari, con l’effetto che i singoli fatti di bancarotta, pur unitariamente considerati quod poenam, conservano, ove ne ricorrano i presupposti, la loro autonomia sia sul piano ontologico che su quello giuridico.

La concezione unitaria, che contrasta tale conclusione, riconducendo a unità fatti autonomi e diversi, finisce col precludere – dopo un’eventuale sentenza definitiva su un singolo fatto di bancarotta – l’accertamento completo di altri fatti emersi successivamente, si pone in contrasto con la logica del sistema penale e con gli artt. 3 e 112 Cost., determina conseguenze paradossali: esemplificativamente, una condanna per bancarotta preferenziale di scarso rilievo condurrebbe all’impunità di altri e più gravi fatti di bancarotta fraudolenta commessi dallo stesso soggetto nell’ambito dello stesso fallimento ed emersi solo successivamente al fatto già giudicato.

  1. L’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, opera sia nel caso di reiterazione di fatti riconducibili alla medesima ipotesi di bancarotta che in quello di commissione di più fatti tra quelli previsti indifferentemente dai precedenti artt., 216 e 217.

In relazione al primo aspetto, rileva la Corte che l’espresso richiamo fatto dalla norma in esame anche al reato di cui all’art. 218 legge fall., che disciplina una sola fattispecie delittuosa (ricorso abusivo al credito), non lascia margini di dubbio sull’operatività della disposizione in caso di reiterazione della stessa condotta tipica. Diversamente opinando, si determinerebbe una interpretatio abrogans del richiamo che l’art. 219 fa all’art. 218.

In relazione al secondo aspetto, vanno condivise, a superamento dell’esistente contrasto giurisprudenziale, le argomentazioni sviluppate da 5ez. S, n. 27231 del 03/06/2005, dep. 21/07/2005, imp. Laface e da Sez. 5, n. 3619 del 15/12/2006, dep. 31/01/2007, imp. Belsito,

Deve osservarsi, invero, che, di fronte al dato testuale non univoco («più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli»), l’applicabilità dell’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, alla pluralità di fatti di bancarotta commessi, a prescindere se gli stessi siano contemplati nello stesso articolo o in articoli diversi, è imposta dalla necessità di privilegiare un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, perché, diversamente opinando, si determinerebbero, in contrasto con l’art, 3 Cost,, situazioni di palese e irragionevole disparità di trattamento: ove si ritenga, infatti, che la norma in esame sia applicabile solo ai casi di concorso interno, quello cioè tra più fatti di bancarotta tutti semplici о tutti fraudolenti, mentre il concorso esterno tra fatti di bancarotta semplice e fatti di bancarotta fraudolenta rientrerebbe nella sfera di operatività dell’art. 81 cod. pen., si finirebbe col «punire con maggiore asprezza etti abbia commesso un fatto di bancarotta fraudolenta e un fatto di bancarotta semplice, rispetto a chi abbia commesso più fatti di bancarotta fraudolenta», dovendo il primo soggiacere al più rigoroso trattamento sanzionatorio previsto dall’art, 81 cod. pen.

Il reato rimane logicamente unico nelle ipotesi, già sopra richiamate, di condotte criminose in rapporto di “alternatività formale” о “alternatività di modi”, di condotte espressione di un’unica azione con pluralità di atti, di fattispecie costruite, per espressa previsione normativa, su una base strutturale unitaria, assimilabile a quella del reato abituale ma non coincidente con la stessa.

6.1. La peculiare disciplina di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, deve essere estesa anche alle ipotesi di cd. bancarotta impropria, vale a dire ai fatti di reato previsti negli artt. 216, 217, 218 allorché siano commessi da persone diverse dal fallito (artt. 223, 224, 225 legge fall.).

E’ vero che, sul piano della interpretazione letterale, tale estensione sembra insostenibile, non contemplando la disciplina della bancarotta impropria la normativa di cui all’art. 219 (e quindi anche dei comma secondo n. 1) e non facendo quest’ultimo rinvio agli articoli 223 e seguenti.

E’ agevole, tuttavia, osservare, in aderenza al consolidato orientamento di questa Suprema Corte, che il richiamo contenuto nelle norme incriminatrici della bancarotta impropria allo stesso trattamento sanzionatorio previsto per le corrispondenti ipotesi ordinarie non legittima margini di dubbio sull’applicabilità dei relativo regime nella sua interezza, ivi compresa l’aggravante sui generis di cui si discute. D’altra parte, avendo il legislatore posto su un piano paritario i reati di bancarotta propria e quelli di bancarotta impropria, non v’è ragione, ricorrendo l’eadem ratio, di differenziare la disciplina sanzionatoria. L’applicazione analogica dell’art. 219 legge fall., ai reati di bancarotta impropria non può ritenersi preclusa, trattandosi di disposizione favorevole all’imputato (Sez. 5. n, 561 del 17/03/1967, dep. 16/05/1967, Imp. Folonari; Sez. 5, n, 1209 del 29/11/1968, dep. 31/01/1969, imp. Solaro; Sez. 5, n. 3297 del 08/01/1980, dep, 11/03/1980, imp. Riva; Sez. 5, n. 12531 del 25/10/2000, dep. 01/12/2000, imp. Mazzei; Sez. 5, n. 8829 del 18/12/2009, dep. 05/03/2010, imp. Truzzi).

  1. La soluzione privilegiata, integrando una unità fittizia di reati, che in realtà concorrono tra loro, comporta conseguenze rilevanti sul piano processuale e, per la individuazione di tali effetti, la figura di unificazione legislativa deve necessariamente essere scissa nelle sue componenti.

E’ sufficiente ricordare che:

– la contestazione nel decreto che dispone il giudizio deve indicare ogni singolo fatto;

– ogni singolo fatto deve essere oggetto di accertamento in sede di istruttoria dibattimentale;

– ogni singolo fatto deve essere oggetto di un autonomo capo della decisione anche- fini dell’effetto devolutivo in sede di eventuale impugnazione;

– per ogni diverso e autonomo fatto di bancarotta che emerge nel corso di un processo riguardante altro fatto di bancarotta, relativo logicamente alla stessa procedura fallimentare, occorre procedere a nuova contestazione;

– la diversità ontologica dei singoli fatti, unificati fittizia mente dall’art. 219, comma secondo, n, 1, legge fall., si riflette sul giudicato e sul connesso problema dell’operatività dell’art. 671 cod. proc. pen. in materia di applicazione in executivis della disciplina del reato continuato.

7.1. Sono questi due «ultimi aspetti processuali, intimamente connessi tra loro, che assumono rilievo specifico nel caso rimesso alla cognizione delle Sezioni Unite.

Osserva la Corte che, poiché – secondo la concezione pluralista qui privilegiata – i diversi episodi di bancarotta nell’ambito dello stesso fallimento conservano la loro autonomia e la disciplina dettata dall’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, costituisce, sotto il profilo strutturale, non un’aggravante ma un’ipotesi particolare di continuazione derogativa di quella ordinaria, l’eventuale giudicato intervenuto su uno dei detti fatti non è di ostacolo alla perseguibilità di altro e diverso fatto di bancarotta relativo allo stesso fallimento.

A chiarire meglio la insussistenza, in tale ipotesi, del divieto del bis in idem di cui all’art. 649 cod. proc. pen. è la nozione di «medesimo fatto» che la norma evoca.

L’identità del fatto sussiste quando v’è corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso di causalità) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persone (Sez. U, n. 34655 del 28/06/2005, dep. 28/09/2005, imp. Donati).

Non v’è certamente tale corrispondenza tra le varie ipotesi di bancarotta.

La bancarotta fraudolenta patrimoniale, quella fraudolenta documentale, quella preferenziale, le plurime e diverse ipotesi di bancarotta semplice, la bancarotta pre-fallimentare e quella post-fallimentare si concretizzano attraverso condotte diverse, determinano eventi diversi, hanno gradi di offensività non omologhi, sono sanzionate in modo differenziato, non tutte coincidono come tempo e luogo di consumazione (la bancarotta pre-fallimentare si consuma nel momento e nel luogo in cui interviene la sentenza di fallimento, mentre la consumazione di quella post-fallimentare si attua nel tempo e nel luogo In cui vengono posti in essere I fatti tipici).

7.2. A non diversa conclusione deve pervenirsi con riferimento alla previsione di cui all’art. 669 cod. proc. pen. in tema di pluralità di sentenze di condanna irrevocabili pronunciate contro la stessa persona per il «medesimo fatto».

Anche in questo caso, se più condanne irrevocabili sono state pronunciate contro la stessa persona per reati dì bancarotta commessi nell’ambito dello stesso fallimento, in tanto può ordinarsi l’esecuzione della sentenza che ha inflitto la pena meno grave e revocarsi le altre, in quanto vi sia esatta coincidenza, nel senso innanzi indicato, tra i fatti-reato oggetto dei plurimi giudizi.

7.3. Una riflessione merita la questione concernente la possibilità di applicare l’art. 671 cod. proc. pen. al caso in cui contro la stessa persona siano state pronunciate, in procedimenti distinti, più sentenze irrevocabili per fatti diversi di bancarotta riguardanti la medesima procedura concorsuale.

La detta norma menziona testualmente la – «disciplina del reato continuato» e ha carattere eccezionale, nel senso che fa eccezione alla regola generale dell’intangibilità del giudicato, con l’effetto che non può essere applicata oltre i casi in essa previsti.

L’operazione ermeneutica, però, non può rimanere negli angusti limiti del dato testuale offerto dalla citata norma, ma deve essere di più ampio respiro, nella prospettiva di non vanificare la finalità che la norma persegue e di non determinare irragionevoli disparità di trattamento, che legittimerebbero dubbi di costituzionalità, in riferimento all’art. 3 della Costituzione.

Tale operazione deve tenere conto, innanzi tutto, che il vigente codice di rito, favorendo la separazione delle regiudicande, tende a «recuperare in executivis quelle occasioni di riunificazione legislativa dei fatti di reato e di cumulo giuridico tra le pene che non siano state fruite in sede di cognizione»; deve, inoltre, considerare chela previsione di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., configura, come si è detto, una particolare ipotesi di continuazione, cd. “continuazione fallimentare”. Sulla base di tali premesse, è agevole concludere che non vi sono ostacoli insuperabili per applicare in sede esecutiva, ai sensi dell’art, 671 cod. proc. pen., la peculiare disciplina di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall., (sostitutiva di quella di cui all’art. 31 cod. pen.) nel caso in cui nei confronti di uno stesso soggetto siano state emesse, in procedimenti distinti e relativi a un unico fallimento, più sentenze irrevocabili per fatti diversi di bancarotta, sempre che il giudice della cognizione non abbia già escluso la unificazione quoad poenam dei detti reati.

  1. 8. All’esito dell’analisi logico-sistematica della normativa esaminata, devono enunciarsi, in ossequio al disposto dell’art. 173, comma 3, disp. att. cod, proc. pen., i seguenti principi di diritto:

«più condotte tipiche di bancarotta poste in essere nell’ambito di uno stesso fallimento mantengono la propria autonomia ontologica e danno luogo a un concorso di reati, che vengono unificati, ai soli fini sanzionatori, nel cumulo giuridico»;

«la disposizione di cui all’art. 219, comma secondo, n. 1, legge fall, non integra, sotto il profilo strutturale, una circostanza aggravante, ma detta una peculiare disciplina della continuazione, in deroga a quella ordinaria di cui all’art. 81 cod. pen., in tema di reati fallimentari»,

«deve escludersi, con riferimento a condotte di bancarotta ancora sub iudice, la preclusione dell’eventuale giudicato intervenuto su altre e distinte condotte di bancarotta relative alla stessa procedura concorsuale».

  1. La sentenza impugnata, privilegiando implicitamente la concezione unitaria del delitto di bancarotta, si pone in contrasto con gli enunciati principi di diritto e perviene alla declaratoria, ex art. 649 cod. proc. pen., di non luogo a procedere per precedente giudicato.

Il G.u.p. del Tribunale di Trieste non considera che gli episodi di bancarotta fraudolenta per distrazione oggetto del presente procedimento sono diversi e distinti da quelli già giudicati con la sentenza del 14 marzo 2006 (irrevocabile il 18 luglio 2006) dello stesso G.u.p., sicché i primi non sono sovrapponibili ai secondi e non sono inquadrabili nella nozione di «medesimo fatto».

Ed invero, i fatti distrattivi per cui si procede (art. 216, comma primo, n. 1, legge fall.) riguardano operazioni bancarie poste in essere dall’imputato a proprio vantaggio anche in periodo successivo alla dichiarazione di fallimento (condotte commesse fino al 13 febbraio 2006) e, quindi, si ipotizzano anche episodi di bancarotta post-fallimentare. La sentenza irrevocabile, invece, si è occupata di fatti di bancarotta preferenziale di cui all’art. 216, comma terzo, legge fall., e di bancarotta semplice di cui all’art. 217, comma primo, n. 4, legge fall.

Non ricorrono, pertanto, nel caso in esame, contrariamente a quanto ritenuto dal Giudice a quo, i presupposti di operatività della norma di cui all’art. 649 cod. proc. pen.

La sentenza in verifica deve, pertanto, essere annullata con rinvio, per nuova deliberazione, al Tribunale di Trieste, che dovrà adeguarsi ai principi di diritto enunciati e rivalutare, in piena libertà di giudizio quanto al merito, la vicenda.

E’ il caso di precisare che l’annullamento va disposto con rinvio, non ricorrendo alcuno dei casi tassativamente previsti dall’art, 620 cod. proc. pen. per l’annullamento senza rinvio, il quale implica concettualmente la superfluità del nuovo giudizio, perché la decisione della Cassazione risolve ed esaurisce il thema decidendum, anche attraverso l’eventuale adozione di provvedimenti compatibili con la cognizione di legittimità. Nel caso in esame, invece, la riscontrata illegalità della decisione in relazione alla fattispecie concreta impone l’intervento del giudice di rinvio, che ha il compito di rinnovare la decisione sulla stessa fattispecie e di conformarla alla legge.

P.Q.M.

Annulla l’impugnata sentenza con rinvio al Tribunale di Trieste per nuova deliberazione.

Così deciso il 27/1/2011

Tribunale Vicenza Bancarotta patrimoniale e documentale

Tribunale|Vicenza|Penale|Sentenza|12 luglio 2018| n. 658 Reati fallimentari – Bancarotta patrimoniale e documentale – Bancarotta impropria – Caratteri e differenze delle fattispecie delittuose – Concorso tra i reato

Tribunale| Vicenza  Bancarotta patrimoniale e documentale
Tribunale| Vicenza Bancarotta patrimoniale e documentale
Tribunale| Vicenza  Bancarotta patrimoniale e documentale
Tribunale| Vicenza Bancarotta patrimoniale e documentale

Tribunale|Vicenza|Penale|Sentenza|12 luglio 2018| n. 658

Reati fallimentari – Bancarotta patrimoniale e documentale – Bancarotta impropria – Caratteri e differenze delle fattispecie delittuose – Concorso tra i reato

 

Il pubblico ministero ha concluso chiedendo l’assoluzione degli imputati dal reato contestato per non essere emersa prova sufficiente dell’efficacia causale dell’emissione delle cambiali rispetto al dissesto della società che, peraltro, pare indicato nell’imputazione quale oggetto di dolo specifico quando, com’è noto, ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. è necessario accertate il nesso eziologico tra l’operazione dolosa e il dissesto della società.

Deve prendersi atto, in ogni caso, dell’assenza di qualunque evidenza in merito alla stessa esistenza delle cambiali.

 

Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020
Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI VICENZA – Sezione Penale –

composto dai Signori:

Dott. Lorenzo MIAZZI – Presidente

Dott. Camilla AMEDORO – Giudice est.

Dott. Filippo LAGRASTA – Giudice

alla pubblica udienza del 17/04/2018

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

(art. 544 3 comma c.p.p.)

nel procedimento a carico di:

1) (…) nata il (…) a S. residente a V. in via (…) – domicilio dichiarato;

arresti domiciliari 22.04.08 – div. esp. 14.10.08 – rimessa in libertà 28.05.09

libera – contumace

con difensore di fiducia avv. Fi.Sp. del Foro di Vicenza;

2) (…) nato il (…) a T. residente a V. in via (…) – domicilio eletto c/o studio avv. Vi.Ga. del Foro di Vicenza;

arrestato 17.04.08 – arresti domiciliari 11.08.08 – div. esp. 14.10.08

libero – già presente

con difensore di fiducia avv. Vi.Ga. del Foro di Vicenza;

imputati

capo B) stralciato:

  1. B) (…), (…) e (…) del delitto di cui agli artt. 110 c.p., 219 co. 2 n. 2, 223 co. 1 e 2 n. 2 D. n. 267 del 1942perché (…) quale direttore generale, già dichiarato fallito il 17.12.1979 a Trento e il 6.10.1989 a Vicenza, (…) quale presidente c.d.a., (…) quale consigliere di (…) spa dichiarata fallita ne cagionavano il fallimento per effetto delle seguenti operazioni dolose:

1) mancato versamento dei decimi residui di capitale sociale per Euro 630.000,00;

2) consegna al cliente/fornitore (…) spa di assegni circolari per Euro 130.000,00 a parziale copertura di assegno bancario già protestato;

3) bonifico a (…) srl, pure riferibile ai (…), di Euro 435.000,00, non giustificato da alcun rapporto commerciale;

4) vendita dei beni di magazzino – già pignorati da (…) di (…) – per il controvalore di Euro 559.041,84;

5) versamento di Euro 57.000,00 a (…) srl, pure riferibile ai (…);

6) prelievo, per totali Euro 102.500,00 dal c/c banco posta intestato a (…) spa;

7) assunzione di debiti verso istituti di credito per totali Euro 1.920.000,00 Iva inclusa, apparentemente garantiti da fatture relative invece ad operazioni commerciali inesistenti;

8) mancata svalutazione e mancato azionamento del credito verso (…) di (…) con sede in M. (F.) per Euro 810.639,86 complessivi rispetto a fondo rischi appostato nel bilancio 2002 per soli Euro 150.000,00 ed essendo tra l’altro A. coinvolta nelle frodi fiscali di cui oltre;

9) pagamento di Euro 360.000,00 (on tre assegni bancari di Euro 120.000,00 l’uno) tratti su (…) a favore di (…) spa tra l’altro coinvolta attraverso (…) spa nelle frodi fiscali di cui oltre;

10 ) trasferimento dell’avviamento aziendale ad (…) srl – costituita subito dopo il fallimento di (…) spa e pure riferibile ai (…) – in assenza di qualsiasi corrispettivo;

11 ) distrazione di Euro 1.187.850,87 per apertura di credito a (…) spa di (…) poi (…) spa;

12 ) attuazione di plurime condotte delittuose per frode fiscale allo Stato in materia di Iva e imposte diverse (proc. 13343/2005 e 7497/2003 AG di Verona, 5900/07 AG di Padova, 362/02 AG di Gorizia, 8792/04 AG di Brescia, 11530/05 AG di Santa Maria Capua Vetere, 1934/02 AG di Pesaro), specificamente volte al fallimento della società ai fine di evaderle;

a Vicenza, sent. dich. di fall. del 4.5.2004

capo E) stralciato:

  1. E) (…) dei delitti di cui agli artt. 216 co. 1 n. 1 e 2. 219 co. 2 n. 1 e 2 D. n. 267 del 1942perché quale rappresentante legale di (…) srl distraeva dal patrimonio sociale la somma di Euro 435.000,00 oggetto dell’operazione dolosa di cui sub B) n. 3 nonché la somma complessiva di Euro 283.600,00 prelevata in ripartite occasioni dal conto finanziamento soci della srl, nonché i beni strumentali di computer, arredi, autoveicoli e macchine per la gestione di reti informatiche e servizi telematici che cedeva in affitto di ramo d’azienda senza alcun corrispettivo a (…) srl; nonché allo scopo di arrecare pregiudizio ai creditori non teneva la contabilità della srl così da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e movimento degli affari;

a Vicenza, sentenza dich. di fall. del 29.5.2006

Entrambi, in concorso con (…) (giudicato separatamente):

  1. I) (…), (…), (…) del delitto di cui agli artt. 110 c.p., 216 co. 1 n. 1 e 2 219 co. 2 n. 2 e 223 co. 2 n. 2 D. n. 267 del 1942 perché in concorso tra loro S. quale rappresentante legale di (…) srl dichiarata fallita, (…) già liquidatore dichiarato fallito il 17.12.1979 a Trento e il 6.10.1989 a Vicenza, (…) quale addetta alla contabilità distraendo dal patrimonio sociale utili relativi all’esercizio 2004 per Euro 109.613,00 e utili relativi all’esercizio 2005 per Euro 108.936,00 nonché i beni strumentali di cui al capo E) oggetto dell’affitto del ramo d’azienda di (…) srl, cagionavano dolosamente il fallimento della società nonché allo scopo di arrecare pregiudizio ai creditori non tenevano la contabilità della srl così da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e movimento degli affari;

a Vicenza, sent. dich. di fall. del 9.10.2007

  1. J) (…), (…), (…) del delitto di cui agli artt. 110 c.p. 223 co. 2 n. 2 R.D. n. 267 del 1942 perché S. quale rappresentante legale di (…) srl dichiarata fallita, (…) già liquidatore dichiarato fallito il 17.12.1979 a Trento e il 6.10.1989 a Vicenza, (…) quale addetta alla contabilità in concorso tra loro emettevano otto cambiali con il timbro della (…) srl al fine di cagionarne il fallimento;

tempo e luogo come sub I)

  1. K) (…), (…), (…) del delitto di cui agli artt. 110 c.p. 223 co. 2 n. 2 R.D. n. 267 del 1942 perché S. quale rappresentante legale di (…) srl dichiarata fallita, (…) già liquidatore dichiarato fallito il 17.12.1979 a Trento e il 6.10.1989 a Vicenza, (…) quale addetta alla contabilità in concorso tra loro e con le persone indicate sub B) concorrevano nell’operazione dolosa di cui sub B) n. 10;

tempo e luogo come sub I)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto dell’8 marzo 2012, il giudice dell’udienza preliminare ha disposto il rinvio a giudizio degli odierni imputati per i reati descritti in epigrafe.

Il processo ha subito numerosi rinvii a causa di ripetuti mutamenti della composizione del collegio.

All’udienza del 28 novembre 2017, il Tribunale ha disposto la separazione del procedimento avente ad oggetto i capi A), B), C), D), E), F), G), H), L) e B), trattandosi di reati già prescritti o destinati a prescriversi, al più tardi, nel mese di novembre del 2018. Pertanto, in ossequio alle linee guida dettate dalla Corte d’Appello di Venezia in materia di trattazione dei procedimenti prioritari e della circolare adottata dalla stessa Corte in data 19.12.2014, il procedimento avente ad oggetto i predetti reati è stato rinviato all’udienza del 15 gennaio 2019. E’ stata altresì disposta la separazione dei procedimenti a carico dell’imputato (…), deceduto in data 18 aprile 2012.

Restano oggetto del presente procedimento, quindi, i reati di cui ai capi I), J) e K) che coinvolgono i soli imputati (…), presente all’udienza del 14 ottobre 2014, e (…), dichiarata contumace all’udienza del 19 giugno 2012.

All’udienza del 28 novembre 2017, il Tribunale ha rinnovato la dichiarazione di apertura del dibattimento e le parti hanno prestato il consenso all’utilizzabilità delle prove già assunte in precedenza.

Sentite le conclusioni delle parti, all’udienza del 17 aprile 2018, il Tribunale ha pronunciato sentenza dando lettura del dispositivo.

RISULTATI DELL’ISTRUTTORIA DIBATTIMENTALE

Il capo I) dell’imputazione.

(…) e (…) sono imputati del reato di cui agli art. 216 co. 1 n. 1 L.f. per avere, in concorso tra loro – (…) quale liquidatore della (…) s.r.l., dichiarata fallita dal Tribunale di Vicenza in data 9.10.2007, e (…) quale addetta alla contabilità – distratto dal patrimonio della (…) s.r.l. gli utili relativi all’esercizio 2004, per un importo complessivo di 109.613,00 Euro, gli utili relativi all’esercizio 2005, per un importo complessivo di 108.936,00 Euro, e i beni strumentali “di cui al capo E” (e, quindi, “computer, arredi, autoveicoli e macchine per la gestione di reti informatiche e servizi telematici”) ceduti alla (…) s.r.l. dalla (…) s.r.l. (società di cui lo stesso (…) era legale rappresentante) con contratto di affitto di ramo di azienda.

Gli imputati sono accusati, inoltre, del delitto di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. in quanto, ponendo in essere le predette “operazioni”, avrebbero cagionato dolosamente il fallimento della (…) s.r.l. e, infine, del reato di cui all’art. 216 co. 1 n. 2 L.f. per aver omesso, allo scopo di arrecare pregiudizio ai creditori, di tenere le scritture contabili così da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.

La ricostruzione dei fatti descritti nell’imputazione si fonda principalmente sulla testimonianza resa dal curatore della società fallita, (…), sentita all’udienza del 15 aprile 2014, e sulla relazione ex art. 33 L.f. e la successiva integrazione.

In mancanza della documentazione contabile, mai rinvenuta, e fallito qualunque tentativo di rintracciare l’imputato, il curatore ricostruì la storia della società solo sulla base , dei documenti allegati alla richiesta di fallimento e delle informazioni fornite dagli ex dipendenti.

La (…) s.r.l. (d’ora in avanti indicata come “(…)”) fu costituita il 4 giugno 2004 con sede in V. (V.) in via (…).

Il capitale sociale, dell’importo di 10.000,00 Euro, fu sottoscritto per il 99% da (…) e, per la restante parte, da (…).

Oggetto sociale della (…) era “la gestione di reti informatiche, la realizzazione di programmi e sistemi informatici, l’assistenza e la realizzazione di sistemi informatici a favore di imprese di professionisti, società o enti la vendita al minuto e all’ingrosso si materiale informatico hardware e software”.

In data 25.10.2004, (…) cedette la propria quota alla (…) s.r.l., con sede in (…), mentre (…) cedette la propria quota a (…).

In data 23.12.2004, fu iscritto al Registro delle Imprese un aumento di capitale da 10.000,00 Euro a 100.000,00 Euro.

Il 21 aprile 2006, (…) cedette la propria quota alla (…) s.r.l. che restò, pertanto, socio unico della (…) fino alla data del fallimento.

Nella carica di amministratore si succedettero (…) (fino al 23 febbraio 2006), (…) (fino al 15 maggio 2006) e, infine, (…) (fino al 18 luglio 2006).

Il 23 maggio 2006, la società fu posta in liquidazione e fu nominato liquidatore (…) che rivestì tale carica fino alla data della dichiarazione del fallimento, pronunciata dal Tribunale di Vicenza con sentenza del 9 ottobre 2007 (acquisita agli atti).

Il curatore accertò che la (…) fu costituita per proseguire l’attività di altre società, tutte facenti capo a (…) o ai suoi figli, (…) e (…), e tutte aventi la medesima sede legale e operativa in V., in via dell’A. n. 2:

– La (…) s.p.a. i cui soci e amministratori erano i figli dell’imputato, (…) e (…), dichiarata fallita in data 27.04.2004 e, quindi, circa un mese e mezzo prima della costituzione della (…);

– La (…) s.r.l., costituita dai figli dell’imputato il quale, in data 8.3.32004, ne divenne unico socio e amministratore. Il fallimento della società fu dichiarato in data 29.05.2006;

– La (…) s.r.l., di cui (…) era socio unico alla data del fallimento nonché amministratore unico dal 2003 fino al 28 marzo 2006, quando fu sostituito dal nuovo amministratore S.C. che, in data 1 giugno 2006, presentò istanza di fallimento, dichiarato dal Tribunale di Vicenza con sentenza del 9 giugno 2006, Quest’ultima società era proprietaria dell’immobile sito in via dell'(…) dove, come si è detto, fu stabilita la sede di tutte le società riconducibili a (…).

In particolare, dalle informazioni raccolte dal curatore, emerse che la (…) e la (…) s.r.l., erano, di fatto, “la stessa cosa” (pagina 484 della relazione del curatore) e che l’effettiva gestione di entrambe le società era seguita da (…) e dai suoi famigliari.

Non a caso, (…), che si occupò della costituzione della (…) per poi cedere le proprie quote, all’epoca, era uno dei consulenti di (…).

A specifica domanda del pubblico ministero in merito all’amministrazione della società, il curatore ha risposto: “parlando con i dipendenti eccetera loro mi dicevano: possono esserci stati anche altri amministratori ma chi gestiva tutto era (…). Anche se davano le direttive, le cose che dovevano essere fatte, venivano sempre impartite da (…) (pagina 73 delle trascrizioni del verbale dell’udienza del 15 aprile 2014).

Inoltre, con atto notarile sottoscritto in data 30 giugno 2004, la (…) s.r.l. e la neocostituita (…) stipularono un contratto di affitto di ramo di azienda in forza del quale la (…) s.r.l. concesse in affitto alla (…) i propri beni materiali quali “impianti, computer, arredi, autoveicoli e macchine d’ufficio… necessari per l’erogazione di reti informatiche ed erogazione di servizi telematici, assistenza direzionale, amministrativa e di organizzazione del lavoro” e la (…) subentrò nei rapporti di lavoro subordinato di otto dipendenti della (…) s.r.l.

Come si legge ai punti 2) e 3) del contratto, le parti rappresentarono che la (…) s.r.l. si trovava “in una situazione di tensione finanziaria che potrebbe condizionare il corretto svolgimento della propria attività” e “che al fine di favorire la conservazione del patrimonio aziendale e la sua continuità il concedente si è determinato ad affittare il compendio di cui al punto 1.1.: gestione reti informatiche e servizi telematici”.

Quanto alle cause del dissesto, in assenza di documentazione contabile, il curatore fu in grado di accertare solo che, nel 2005 – “senza alcun motivo apparente” – il lavoro diminuì e il pagamento degli stipendi cominciò ad essere sistematicamente posticipato. Gli ultimi dipendenti furono licenziati il 10 aprile 2006 per chiusura attività, cui segui la messa in liquidazione della società.

Emerse, inoltre, che la contabilità della società era stata tenuta dalla figlia di (…), (…) ma non risultò depositato alcun bilancio né, come si è detto, fu rinvenuta alcuna documentazione.

Presso la sede dell'(…), furono rinvenute solo le copie di alcune fatture relative al 2005 e al 2006 e alcune lettere di presentazione e pubblicizzazione della società.

Non fu rinvenuto alcun bene mobile o immobile né furono rinvenuti i beni della (…) che, alla data del fallimento, risultavano ancora in possesso della (…).

L’importo dei crediti ammessi al passivo risultò pari a 704.966,15 Euro.

Gli ex dipendenti della (…) (e prima ancora della (…)) – (…), (…) e (…) – riferirono al curatore che (…) stava continuando l’attività dell'(…) con una nuova società, la (…) s.r.l., con sede in (…).

Il curatore accertò che la (…) s.r.l., era amministrata da (…), già collaboratore della (…).

Scrive il curatore a pagina 485 della relazione ex art. 33 L.f.: “coincidenti vuole che, in data 10 aprile 2006, mentre la (…) ((…)) licenziava gli ultimi dipendenti per cessata attività, la società (…) integrava l’attività di commercio all’ingrosso di materiali radio televisivi, telefonici e antifurto con commercio all’ingrosso di computer, apparecchiature informatiche e commercio all’ingrosso di software”. Risultò, inoltre, che nella (…) s.r.l. furono impiegati due ex dipendenti della (…) e che la società, per la gestione del proprio sito internet, utilizzava il dominio di proprietà del figlio dell’imputato, (…).

Per quanto attiene alla sorte dei beni della (…) s.r.l. e al ruolo giocato nella vicenda dall’odierno imputato, giova ripercorrere brevemente alcuni momenti della storia della (…) s.r.l. e dei rapporti di quest’ultima con la (…).

All’epoca della stipula del contratto di affitto, (…) era ancora amministratore della (…) s.r.l. Tuttavia, in conseguenza del fallimento della (…) s.p.a. e dell’azione di responsabilità promossa dal curatore (…) nei confronti dell’imputato, nel gennaio del 2006, l’intero capitale sociale della (…) s.r.l. fu sottoposto a sequestro. In data 28 marzo 2006, l’assemblea rappresentata dal custode delle quote sociale, (…), revocò l’imputato dalla carica di amministratore unico e nominò al suo posto (…).

Nella relazione redatta in qualità di amministratore unico, (…) ripercorse le alterne vicende del rapporto contrattuale tra la (…) s.r.l. e la (…) ponendo in evidenza il fatto che (…) avesse di fatto gestito le due società come cosa propria.

In particolare, in data 29 settembre 2005, la (…) aveva comunicato via fax il recesso dal contratto d’affitto di ramo d’azione a far data dal 31 marzo 2006. Seguì, in data 27 marzo 2006, un accordo siglato da (…) – per la (…) s.r.l. – e da (…) – per la (…) – con cui le parti concordarono la continuazione della gestione del ramo d’azienda da parte di (…) per “ulteriori 2-3 mesi”, a condizioni nettamente svantaggiose per la (…) s.r.l. Si stabilì, infatti, la riduzione del canone da 7.500,00 Euro mensili a soli 3.000,00 Euro mensili a fronte di una “contropartita” di 4.500,00 Euro mensili “quale corrispettivo per l’assistenza tecnica” fornita da (…).

All’epoca, peraltro, le due società erano assistite dallo stesso legale, l’avv. Vi.Ga.

Quando (…) subentrò nella carica di amministratore, assunse un nuovo legale per la (…) s.r.l., l’avvocato Ri.Ca. il quale rilevò l’invalidità e, quindi, l’inefficacia del recesso esercitato a suo tempo dalla (…). A quel punto, (…) diffidò formalmente la (…) dall’intraprendere azioni in danno al ramo d’azienda affittato nonché dal compimento di qualunque attività che potesse avallare il recesso.

Per tutta risposta, in data 19 aprile 2006 – (…) sarebbe stato nominato di lì a poco liquidatore della (…) – la (…) interruppe i servizi di connessione alla rete telematica dei clienti (…) s.r.l., provocando a quest’ultima gravi disservizi e cospicui danni in termini di perdita di clientela e richieste di risarcimento dei danni.

Appare significativo quanto scrive (…) a pagina 87 della sua relazione: “è opinione dello scrivente amministratore, maturata in base alla valutazione del comportamento e dell’atteggiamento dell’ex amministratore che (…) sia in realtà un soggetto riconducibile allo stesso (…), Infatti nella convulsa fase seguita al momentaneo disservizio è stato lo stesso (…) a porsi in come interlocutore in nome e per conto della (…) dimostrando ampia autonomia decisionale”.

Non a caso, il 23 maggio 2006, (…) assunse la carica di liquidatore della (…).

In sintesi, (…) giunse alle medesime conclusioni cui giunse anche il curatore V. ossia che, al di là delle cariche formalmente assunte da terzi soggetti, (…) fosse il vero dominus delle due società così come di tutte le altre società ubicate presso la sede di (…) nonché della (…) s.r.l. dove verosimilmente confluirono i beni di proprietà della (…) s.r.l.

Capo J).

E’ contestato agli imputati il delitto di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. per avere, in concorso tra loro, nelle medesime qualità indicate nel capo i), emesso otto cambiali con il timbro della (…) al fine di cagionarne il fallimento.

Le cambiali indicate nell’imputazione non sono state acquisite agli atti del dibattimento né l’istruttoria svolta ha consentito di accertare l’effettiva emissione delle stesse.

Il pubblico ministero ha concluso chiedendo l’assoluzione degli imputati dal reato contestato per non essere emersa prova sufficiente dell’efficacia causale dell’emissione delle cambiali rispetto al dissesto della società che, peraltro, pare indicato nell’imputazione quale oggetto di dolo specifico quando, com’è noto, ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. è necessario accertate il nesso eziologico tra l’operazione dolosa e il dissesto della società.

Deve prendersi atto, in ogni caso, dell’assenza di qualunque evidenza in merito alla stessa esistenza delle cambiali.

Capo K).

E’ contestato agli imputati il reato di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. per avere, in concorso tra loro e nelle medesime qualità descritte al capo 1), concorso “nell’operazione dolosa si cui al capo B) n. 10”.

Al capo B), veniva contestato all’imputato e ai due figli, (…) e (…), il reato di cui 223 co. 2 n. 2 L.f. per aver posto in essere una serie di operazione dolose (indicate con numerazione da 1 a 12) che avrebbero cagionato il fallimento della (…) s.p.a. (dichiarato dal Tribunale di Vicenza con sentenza del 4 maggio 2004, in atti), in cui l’odierno imputato rivestiva il ruolo di direttore generale.

Il numero 10 del capo B) concerne, in particolare, “il trasferimento dell’avviamento aziendale ad (…) – costituita subito dopo il fallimento della (…) s.p.a e pure riferibile a (…) – in assenza di qualunque corrispettivo”.

Nonostante l’ambigua formulazione del capo K), l’espresso richiamo alle qualifiche rivestite dagli imputati nella (…), induce a ritenere che gli imputati siano accusati di aver cagionato, mediante l’operazione descritta al capo B) n. 10, il fallimento della (…).

Chiariti i termini dell’addebito, non è dato comprendere quale efficacia possa aver dispiegato sul fallimento della (…) l’acquisizione gratuita da parte della stessa dell’avviamento della (…), operazione, questa, che costituisce semmai un indebito arricchimento della (…) a danno della (…).

MOTIVI DELLA DECISIONE

Così ricostruiti i fatti, in accoglimento delle concordi conclusioni delle parti, si impone l’assoluzione degli imputati dai reati di cui ai capi J) e K) perché i fatti non sussistono.

Quanto al capo J), non è emersa alcuna prova dell’esistenza delle cambiali la cui emissione avrebbe cagionato il fallimento della (…).

Per quanto riguarda il capo K), alla luce delle considerazioni svolte nel precedente paragrafo, la formulazione dell’imputazione pare il frutto di un errore materiale atteso che, da un punto di vista meramente logico, sarebbe difficilmente ipotizzabile un nesso eziologico tra il dissesto della (…) e il presunto trasferimento a favore della stessa dell’avviamento della (…) a titolo gratuito.

Passando ai fatti descritti nel capo I), quanto alla distrazione degli utili (…), devono essere accolte le richieste delle parti che hanno concluso chiedendo l’assoluzione degli imputati per l’insussistenza del fatto.

Infatti, come ha osservato il pubblico ministero, l'”utile” in quale tale può essere il risultato di mere operazioni contabili e non costituire ricchezza effettiva della società.

Per vero, al di là delle considerazioni in merito al concetto di utile d’esercizio, l’istruttoria non ha consentito di individuare la fonte documentale da cui sono stati tratti gli importi indicati nell’imputazione, attesto che nulla è emerso a riguardo dalla deposizione del curatore né dalla relazione ex art. 33 L.F.

Gli imputati, pertanto, devono essere assolti dal reato di cui I), per quanto concerne la distrazione degli utili, perché il fatto non sussiste.

Deve affermarsi, invece, la responsabilità di (…) per la distrazione dei beni oggetto del contratto d’affitto di ramo d’azienda nonché per l’omessa tenuta delle scritture contabili.

L’imputato è chiamato a rispondere dei predetti reati in qualità di liquidatore della (…) sebbene, come è emerso incontrovertibilmente dall’istruttoria, egli rivestì la carica di amministratore di fatto in quanto unico vero dominus della gestione della società.

L’analisi delle vicende contrattuali intercorrenti tra la (…) e la (…) s.r.l. dimostra, in ogni caso, che i beni materiali di quest’ultima società erano ancora nella piena disponibilità della (…) quando (…) fu nominato liquidatore né la difesa ha fornito elementi di segno contrario idonei a contrastare tale evidenza.

Ne consegue che la sottrazione dei predetti beni integra distrazione atteso il pregiudizio che si riverbera sulla massa fallimentare che viene gravata dell’onere economico scaturente dall’inadempimento dell’obbligo di restituzione dei beni o del loro corrispondente valore (cfr Cass. pen. Sez. V, 01.10.2015, n. 44898 con riguardo alla configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale in caso di distrazione di beni oggetto di contratto di leasing cosiddetto di godimento).

Quanto alla prova dell’avvenuta distrazione, la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che il mancato rinvenimento, all’atto della dichiarazione di fallimento, di beni e valori societari, a disposizione dell’amministratore, costituisce qualora da questi non giustificato, valida presunzione delle loro dolosa distrazione, probatoriamente rilevante al fine dell’affermazione della penale responsabilità dell’amministratore stesso.

Si impone, pertanto, l’affermazione della responsabilità dell’odierno imputato per il delitto di bancarottafraudolenta patrimoniale quanto alla distrazione dei beni ceduti alla (…) dalla (…) s.r.l. con il contratto di affitto di ramo di azienda.

Deve affermarsi, altresì, la responsabilità dell’imputato per il delitto di bancarotta documentale attesa la pacifica configurabilità del reato in capo al liquidatore che non riceva i libri contabili e che ometta ogni controllo sulla loro esistenza e sulla loro regolare tenuta (cfr. Cass. pen. Sez. V, 14.06.2011, n. 36435).

Invero, il mancato rinvenimento delle scritture contabili e la conseguente impossibilità di ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, cosi come testimoniata dal curatore, è sufficiente ad integrare l’elemento oggettivo la fattispecie contestata.

Quanto all’elemento soggettivo, rappresentato – secondo l’espressa previsione normativa – dal dolo specifico, cioè dalla necessità che la condotta sia finalizzata allo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, in previsione della possibilità del fallimento, (cfr. Cass., sez. V, 17.12.2008, n. 1137, V; Cass., sez. V, 13.10.1993, n. 11329), deve condividersi la statuizione della Suprema Corte (Cass. pen. Sez. V, Sent., 08.01.2013, n. 769) secondo cui “proprio il mancato deposito ed il mancato rinvenimento delle menzionate scritture contabili obbligatorie assumono valore pregnante per dimostrare l’esistenza del dolo specifico, cioè della volontà di arrecare un pregiudizio ai creditori in previsione del possibile fallimento” che, peraltro, emerge dalla concomitante indisponibilità manifestata da (…) a fornire al curatore spiegazioni in merito alla sorte del patrimonio della fallita.

Rileva in definitiva la Suprema Corte che elementi sintomatici della direzione intenzionale della condotta di sottrazione documentale alla causazione di un pregiudizio ai creditori in previsione del possibile fallimento sono, per l’appunto, il mancato o incompleto deposito di libri e scritture contabili agli organi della procedura fallimentare nonché l’impossibilità di ricostruzione della situazione patrimoniale della ditta fallita, trattandosi di elementi senz’altro idonei a rivelare l’intenzione dell’imprenditore o legale rappresentante della società di pregiudicare il futuro soddisfacimento delle ragioni creditorie attraverso la sottrazione delle informazioni desumibili con carattere di certezza da quelle scritture.

Quanto alla posizione di (…) in relazione alla distrazione dei beni oggetto del contratto di affitto e alla omessa tenuta delle scritture contabili, deve accogliersi la concorde richiesta delle parti di assoluzione dell’imputata, non essendo emersa prova sufficiente della sua personale responsabilità per i fatti a lei ascritti in concorso con il padre.

Invero, secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, in tema di concorso nel delitto di bancarottafraudolenta per distrazione, il dolo del concorrente extraneus nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di apporto a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni dei creditori (ex multis Cass. pen. Sez. V, Sent., 03.08.2017, n. 38731).

Stesso principio vale in tema di concorso in bancarotta fraudolenta documentale laddove si afferma che il dolo dell’extraneus nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di sostegno a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni del creditore, (Cass. pen. Sez. V Sent., 12.11.2013, n. 1706).

Ebbene, gli elementi emersi dall’istruttoria inducono a ritenere che l’unico dominus della società fosse l’imputato mentre è rimasto del tutto indimostrato il ruolo rivestito dalla figlia che peraltro, a differenza dei fratelli, non ha mai ricoperto alcuna carica nelle numerose società riconducibili al padre. In particolare, a fronte dell’accertata inesistenza delle scritture contabili della (…), non sono emersi specifici elementi che consentano di definire l’esatto apporto che l’imputata avrebbe fornito alla gestione della contabilità della società fallita.

Anche in considerazione della giovane età della (…) – che all’epoca dei fatti aveva appena 23 anni – è quindi verosimile che la stessa sia rimasta del tutto estranea alle vicende della fallita e alle operazioni poste in essere dall’imputato per depauperarne il patrimonio.

Alla luce delle considerazioni svolte, (…) deve essere assolta dal reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, con riguardo alla distrazione dei beni oggetto del contratto di affitto stipulato con la (…) s.r.l., e dal reato di bancarottafraudolenta documentale per non aver commesso il fatto.

Resta, infine, il delitto di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. descritto al capo I) dell’imputazione in ordine al quale deve giungersi a una sentenza di assoluzione degli imputati per insussistenza del fatto.

Invero, i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale e quello di bancarotta impropria di cui all’art. 223, co. 2, n. 2, L.f. hanno ambiti diversi. Il primo postula il compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento, distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia effettivamente intervenuto. Il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono distrazione o dissipazione di attività – né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite scritture contabili – ma che devono porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati, mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora, oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.f., si siano verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali, concretandosi in abuso od infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta od in un atto intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico finanziario della società, siano stati causa del fallimento (Cass. pen. Sez. I, 19-04-2018, n. 19789).

Ebbene, nel caso in esame, al di là della distrazione dei beni oggetto beni oggetto del contratto di affitto stipulato con la (…) s.r.l., non sono state accertate – né, a ben vedere, risultano descritte nell’imputazione – “operazioni dolose” che si pongano in nesso eziologico con il fallimento.

Ne consegue l’insussistenza di fatti riconducibili alla fattispecie incriminatrice contestata.

IN ORDINE ALLA PENA.

Posto l’accertamento della responsabilità di (…) per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, sussiste la circostanza aggravante di cui all’art. 219 co. 2 n. 1) L.f. atteso che l’imputato ha commesso più fatti di bancarotta fraudolenta.

Possono ritenersi sussistenti le circostanze attenuanti generiche in ragione del comportamento processuale dell’imputato che ha ripetutamente prestato il consenso all’utilizzabilità delle prove assunte davanti al Tribunale in diversa composizione.

Considerata l’età avanzata dell’imputato e il tempo trascorso dai fatti, tenuto conto altresì che, nel corso dei molti anni trascorsi dall’accaduto, (…) non ha più commesso fatti analoghi, le predette circostanze possono essere riconosciute con giudizio di prevalenza sulla contestata aggravante.

Pertanto, considerati i parametri di cui all’art. 133 c.p. deve applicarsi all’imputato la pena di due anni di reclusione, così determinata per effetto del giudizio di prevalenza delle attenuanti generiche sull’aggravante di cui all’art. 219 co. 2 n. 1) L.f.

Segue, per legge, la condanna al pagamento delle spese processuali.

Segue, altresì, la condanna dell’imputato alle pene accessorie previste dall’art. 216 ult. comma per la durata di legge.

Ostano alla concessione della sospensione condizionale della pena le sentenze di condanna a carico dell’imputato per reati di bancarotta fraudolenta e per reati tributati.

Deve essere disposto il dissequestro e la restituzione agli aventi diritto di quanto in sequestro.

Si indica in novanta giorni il termine per il deposito della motivazione.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p. dichiara (…) responsabile dei reati di cui al capo i) dell’imputazione, con riguardo alla distrazione dei beni oggetto del contratto di affitto stipulato con la (…) s.r.l. e alla omessa tenuta delle scritture contabili, e riconosciute le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulla contestata aggravante, lo condanna alla pena di due anni di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visto l’art. 530 c.p.p., assolve (…) dai reati di cui al capo i), con riguardo alla distrazione dei beni oggetto del contratto di affitto stipulato con la (…) s.r.l. e alla omessa tenuta delle scritture contabili, per non aver commesso il fatto.

Visto l’art. 530 c.p.p., assolve (…) e (…) dai reati di cui capi j), k) e dai restanti reati di cui al capo i) perché i fatti non sussistono.

Visto l’art. 216 ult. comma L.fall., dichiara l’imputato inabilitato all’esercizio di un’impresa commerciale e incapace a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di dieci anni.

Ordina il dissequestro e la restituzione di quanto in sequestro agli aventi diritto.

Motivi in novanta giorni.

Così deciso in Vicenza il 17 aprile 2018.

Depositata in Cancelleria il 12 luglio 2018.

 

avvocato-p-consulenti-finanziaricui all'art. 223 co. 2 n. 2 L.f
cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f

i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale e quello di bancarotta impropria di cui all’art. 223, co. 2, n. 2, L.f. hanno ambiti diversi. Il primo postula il compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento, distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia effettivamente intervenuto. Il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono distrazione o dissipazione di attività – né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite scritture contabili – ma che devono porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati, mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora, oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.f., si siano verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali, concretandosi in abuso od infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta od in un atto intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico finanziario della società, siano stati causa del fallimento (Cass. pen. Sez. I, 19-04-2018, n. 19789).

Separazione consensuale CRISI FAMIGLIARE  COPPIA CHE SCOPPIA Bologna a chi va la casa

 

Separazione consensuale CRISI FAMIGLIARE  COPPIA CHE SCOPPIA Bologna a chi va la casa ,separazione giudiziale Bologna a chi va la casa

AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA 

Nella separazione consnsuale o giudiziale la casa va assegnata tenendo ocnto dell’interesse preminente dei figli , ciò significa che l’assegnazione della casa familiare ad uno dei coniugi presuppone l’esistenza di figli minori e/o non autosufficienti, mentre prescinde dalla titolarità della proprietà (la casa, infatti, può anche essere di proprietà dell’altro coniuge).

La determinazione dei presupposti che condizionano l’attribuzione del diritto di abitare la casa coniugale (specie qualora questa non sia in comproprietà) costituisce, infatti, una delle principali problematiche su cui giurisprudenza e dottrina dibattono da anni.

Al riguardo, in dottrina ed in giurisprudenza si registrano due orientamenti di segno contrapposto: l’uno, che ammette l’assegnazione della casa familiare al coniuge non proprietario solo in presenza di un provvedimento di affidamento della prole; l’altro che estende l’ambito di applicabilità dell’istituto in parola anche al ricorrere di presupposti ulteriori ed alternativi a quello rappresentato dalla tutela dei figli.

Separazione consensuale CRISI FAMIGLIARE  COPPIA CHE SCOPPIA Bologna a chi va la casa ,separazione giudiziale Bologna a chi va la cas AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA 
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Oggi con la crisi economica l’assegnazione della casa ha sempre piu’ importanza trattandosi di bene importante per la persona

AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA 

La separazione di una coppia comporta, salvo rari casi, anche la cessazione della convivenza tra i coniugi.
Quando la casa non è venduta, capita sovente che uno dei due resti a vivere nella casa coniugale mentre l’altro coniuge si rechi altrove.
Se è necessario l’intervento di un Giudice, egli stabilirà chi sarà il “coniuge assegnatario” della casa coniugale e chi il “coniuge non assegnatario”. 
Considerato che la casa familiare ha non solo un valore economico ma anche affettivo, l’assegnazione della stessa rappresenta una delle variabili di maggiore conflitto tra i coniugi, e dunque costituisce una delle più importanti e delicate questioni che il Giudice è chiamato a trattare. 

Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020
Avvocato matrimonialista Bologna, ma il figlio che non lavora va mantenuto? Pare di si secondo la cassazione Civile, sentenza 6 marzo – 9 maggio 2013, n. 11020

 La casa coniugale

AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA 

In caso di separazione o divorzio consensuale, sono i coniugi stessi, nell’atto di separazione, a stabilire la divisione dei beni mobili e immobili. Pertanto, in tale ipotesi, ogni determinazione in merito all’assegnazione della casa coniugale è rimessa alla scelta delle parti. Il Giudice nell’assegnare la casa coniugale tiene conto anche dei rapporti patrimoniali tra gli ex coniugi. 

Se il partner a cui non è stata affidata la casa è l’unico proprietario, può venderla?

NO, E SE LA VENDE IL CONIUGE ASSEGNATARIO CONTINUA AD AVERE I SUOI DIRITTI
Ciò significa che il beneficio economico derivante dall’assegnazione della casa coniugale da parte del coniuge assegnatario deve essere preso in considerazione ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento e di divorzio, in modo tale che la soluzione non ricada in modo sproporzionato sul coniuge non assegnatario.

Separazione consensuale CRISI FAMIGLIARE  COPPIA CHE SCOPPIA Bologna a chi va la casa ,separazione giudiziale Bologna a chi va la cas AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA 
Separazione consensuale CRISI FAMIGLIARE  COPPIA CHE SCOPPIA Bologna a chi va la casa ,separazione giudiziale Bologna a chi va la cas AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA

Diverso discorso avviene nel caso di separazione o divorzio giudiziale. In tal caso, mancando l’accordo tra le parti, sarà il giudice – chiamato a decidere nella causa di divisione – a chi assegnare la casa.

Il coniuge al quale è stata assegnata la casa familiare la perde se i figli diventano autosufficienti, se vanno a vivere altrove o se lo stesso coniuge abbandona l’immobile per trasferirsi.

Quando si può chiederei la revoca dell’assegnazione della casa coniugale

REVOCA ASSEGNAZIONE CASA CONIUGALE AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA 

La revoca della casa coniugale può avvenire solo quando ci sono particolari presupposti:

  • i figli smettano di convivere stabilmente con il genitore assegnatario dell’immobile;
  • quando i figli raggiungono l’autosufficienza economica.

L’articolo 337-sexies codice civile ha previsto la revoca dell’assegnazione delle casa coniugale nel caso in cui:

  • la madre decida di andare a vivere dai genitori;
  • nel caso in cui la moglie sia costretta a cambiare città per motivi di lavoro;
  • nel caso in cui la moglie si allontani dalla casa coniugale per convivere stabilmente con un’altra persona;
  • nel caso il coniuge assegnatario della casa coniugale si risposi.