TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!

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051 6447838  051 6447838 051 7447838

Tribunale Treviso, Sez. I, Sentenza, 25/11/2019, n. 2467

 

 

 

La Suprema Corte ha chiarito, peraltro, che costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, non altrimenti specificato, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del medesimo pregiudizio complessivo, che va ristorato integralmente e unitariamente (cfr. Cass. 17 dicembre 2015, n. 25351).

La Corte di Cassazione ha inoltre chiarito che il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale patito iure proprio dai familiari della vittima primaria dell’illecito deve essere ridotto in misura corrispondente alla parte di danno cagionato da quest’ultimo a se stesso. Ciò non in quanto l’art. 1227, comma primo, cod. civ. si applichi direttamente, bensì in quanto la lesione del diritto alla vita, colposamente cagionata da chi la vita la perde, non integra un illecito della vittima nei confronti dei propri congiunti, atteso che la rottura del rapporto parentale ad opera di una delle sue parti non può considerarsi fonte di danno nei confronti dell’altra per mancanza del requisito dell’ingiustizia del danno (Cass. 12 aprile 2017, n. 9349

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In tema di risarcimento del danno non patrimoniale costituisce duplicazione di risarcimento non consentita, la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale, sovente liquidato in percentuale del primo, o la congiunta attribuzione del danno morale, nella sua rinnovata configurazione e del danno da perdita del rapporto parentale che possono, quindi, costituire solo voci del danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, secondo l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, vengono assorbiti, altresì, il cosiddetto danno alla vita di relazione, i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica.

Tribunale Treviso, Sez. I, Sent., 16/04/2019

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TREVISO

SEZIONE PRIMA CIVILE

in composizione monocratica, in persona del dott. Alberto Barbazza, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio iscritto al R.G. n. (…)/2015 promosso da

(…),

(…),

(…),

(…), legalmente rappresentata dalla madre (…),

(…)

(…),

(…), per mezzo della procuratrice speciale (…),

tutti rappresentati e difesi dall’avv. (…), per mandato a margine dell’atto di citazione, ed elettivamente domiciliati presso lo studio della stessa in Conegliano (TV);

– ATTORI –

contro

(…), già (…), in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa dagli avv.ti (…) e (…), per mandato in calce alla comparsa di costituzione e risposta, ed elettivamente domiciliata presso lo studio degli stessi in Trieste;

(…),

– CONVENUTO CONTUMACE –

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

ex art. 132, comma secondo, n. 4), cod. proc. civ.

Con atto di citazione regolarmente notificato, gli odierni attori convenivano in giudizio (…) e (…)., già (…) (in seguito, per brevità, anche solo “(…)”), al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza della morte di (…)

Gli attori esponevano che in data (…), in prossimità di (…) (TV), (…) percorreva una strada a piedi tenendo a mano il proprio velocipede quando veniva investito dal veicolo di proprietà e guidato da (…), assicurato con (…) (all’epoca, (…)

A seguito dell’urto, il (…) riportava lesioni gravissime che ne causavano il decesso, poche ore dopo, presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale di (…) (TV).

Essendo la responsabilità del sinistro interamente ascrivibile al convenuto (…), gli attori domandavano il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del prossimo congiunto, da quantificare secondo giustizia tenendo conto del legame di parentela e dell’intenso rapporto affettivo che li legava allo stesso, e la moglie e la figlia del (…) agivano per il ristoro dell’ulteriore danno patrimoniale subito per la perdita delle elargizioni economiche erogate dal defunto.

Con comparsa di costituzione e risposta, (…) si costituiva negando la sussistenza di responsabilità alcuna in capo al conducente del veicolo, essendo la responsabilità del sinistro interamente attribuibile alla vittima, e opponendosi, in subordine, alla quantificazione del danno operata da parte attrice.

(…) non si costituiva e all’udienza del 19 novembre 2015 veniva dichiarato contumace.

La causa veniva istruita mediante CTU dinamico ricostruttiva e assunzione dei testi (…)

All’udienza del 13 dicembre 2018, le parti precisavano le conclusioni come da foglio depositato telematicamente e il Giudice concedeva, su loro concorde istanza, i termini ex art. 190 cod. proc. civ. per il deposito di comparse conclusionali e repliche, trattenendo la causa in decisione.

  1. Preliminarmente, deve essere rilevato che è pacifica, in quanto incontestata, l’operatività della copertura assicurativa di (…) in favore del convenuto (…).
  2. In merito all’an debeatur, il CTU, con motivazione immune da vizi logici e incongruenze, redatta nel pieno contraddittorio con i consulenti tecnici di parte, concludeva nei seguenti termini: “si può sinteticamente affermare come la causa del sinistro vada ricercata nel comportamento del pedone (…) il quale di ora notturna, senza segnalazione alcuna e senza servirsi della pista ciclopedonale presente a lato della strada (violazione art. 190del C.d.S.), si trovava a marciare all’interno e nei pressi del margine esterno della corsia di destra della provinciale nel momento in cui stava sopraggiungendo l’autocarro (…) condotto da (…).

Quest’ultimo veicolo finiva per investire il pedone causandone il decesso.

Si ritiene che anche il comportamento del conducente dell’autocarro sia da individuare quale altra causa del sinistro dato che assai probabilmente si trovava a marciare a velocità superiore a quella consentitagli dai dispositivi di illuminazione in uso (fari anabbaglianti) quindi in violazione dell’art. 141 del C.d.S.

Per quanto riguarda infine la ripartizione delle responsabilità nella causazione del sinistro, dal punto di vista esclusivamente tecnico, si può accreditare il 60-65% a carico del pedone (…) e il restante 35-40% a carico del conducente dell’autocarro (…)”.

Alla luce delle considerazioni del CTU e del riscontrato concorso, fra danneggiante e danneggiato, nella causazione del danno-evento, la responsabilità del convenuto (e, di conseguenza, di (…)) deve ritenersi accertata nella misura del 35%, essendo la stessa ascrivibile, per il restante 65%, alla mancata osservanza, da parte del (…) di regole di prudenza avendo egli percorso, di notte e in assenza di adeguata segnalazione e illuminazione, una strada provinciale in luogo del percorso ciclopedonale a margine di tale strada.

  1. Le voci di danno allegate dagli attori devono essere in primo luogo divise nelle componenti del danno patrimoniale e del danno non patrimoniale.

3.1Per quanto riguarda la prima componente, gli attori agiscono per il ristoro del danno da perdita del rapporto parentale.

Com’è noto, il danno da perdita del rapporto parentale è una species del cosiddetto danno tanatologico, il quale comprende sia i pregiudizi non patrimoniali patiti dai prossimi congiunti del defunto, potendo, questi ultimi, far valere tale voce di danno iure proprio, sia il danno eventualmente sofferto dal morituro stesso nell’arco temporale fra il danno-evento e la morte, per il ristoro del quale si potrà eventualmente agire iure hereditario.

Il danno da perdita del rapporto parentale, a sua volta, può manifestarsi sia nella forma del danno morale, consistente nel dolore e nelle sofferenze subite da una persona come conseguenza della morte del prossimo congiunto, sia nella forma del danno biologico, qualora il prossimo congiunto soffra, come conseguenza del medesimo evento, un danno alla propria salute ed integrità psico-fisica medicalmente accertabile.

La Suprema Corte ha chiarito, peraltro, che costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, non altrimenti specificato, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del medesimo pregiudizio complessivo, che va ristorato integralmente e unitariamente (cfr. Cass. 17 dicembre 2015, n. 25351).

La Corte di Cassazione ha inoltre chiarito che il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale patito iure proprio dai familiari della vittima primaria dell’illecito deve essere ridotto in misura corrispondente alla parte di danno cagionato da quest’ultimo a se stesso. Ciò non in quanto l’art. 1227, comma primo, cod. civ. si applichi direttamente, bensì in quanto la lesione del diritto alla vita, colposamente cagionata da chi la vita la perde, non integra un illecito della vittima nei confronti dei propri congiunti, atteso che la rottura del rapporto parentale ad opera di una delle sue parti non può considerarsi fonte di danno nei confronti dell’altra per mancanza del requisito dell’ingiustizia del danno (Cass. 12 aprile 2017, n. 9349).

3.2Per quanto concerne l’onere della prova del danno da perdita del rapporto parentale patito dagli attori, l’evoluzione giurisprudenziale in materia ha portato a richiedere la sussistenza di un duplice presupposto: il primo, di diritto, consistente nell’esistenza di un vincolo riconosciuto dall’ordinamento giuridico fra la vittima e l’attore, e il secondo, di fatto, richiedendosi la sussistenza di un vincolo affettivo fra gli stessi.

3.3Il presupposto di diritto è certamente integrato con riferimento a tutti gli attori poiché è pacifico, in quanto fra le parti non contestato, nonché provato documentalmente (cfr. doc. 2 di parte attrice), che (…), (…), (…), (…), (…), (…) e (…) e siano, rispettivamente, padre, madre, moglie, figlia, fratelli e nonna del deceduto.

3.4L’analisi della sussistenza del presupposto di fatto, così come la liquidazione del danno (subordinata all’esito positivo di tale verifica), deve essere svolta individualmente con riguardo a ciascuno degli attori.

3.4.1Con riguardo ai genitori, (…) e (…) la sussistenza del vincolo affettivo va presunta ex art. 2729 cod. civ., potendo desumersi, dal fatto noto del rapporto di genitorialità e dalla convivenza degli stessi con il deceduto, il fatto ignoto del patimento di natura non patrimoniale sofferto dagli attori in conseguenza della morte del figlio.

Non si ravvisa tuttavia alcuna ragione per personalizzare il risarcimento dovuto, come richiesto dagli attori, in misura prossima al massimo previsto dalle Tabelle in uso presso il Tribunale di Milano.

La personalizzazione, infatti, deve essere giustificata da circostanze anomale, inusuali ed eccezionali (cfr. Cass. 17 dicembre 2014, n. 26590Cass. 9 maggio 2011, n. 10107), e gli attori, nel caso di specie, non hanno allegato né provato alcuna fra queste circostanze, non essendo sufficiente, a tal fine, la mera allegazione dell’età della vittima e del rapporto di convivenza della stessa con gli attori, le quali non possono giustificare, in re ipsa, una personalizzazione del danno, trattandosi di circostanze “normali”.

Va, infatti, puntualizzato che conseguenze “normali” non vuole affatto dire, come precisato da autorevole dottrina che si condivide, conseguenza “non gravi”: fra gravità e normalità delle conseguenze non vi può essere alcuna corrispondenza biunivoca, pertanto le circostanze che possono giustificare la “personalizzazione” del risarcimento sono solo quelle che si discostano, per intensità o frequenza, da quelle ordinariamente derivanti da un evento luttuoso.

Pertanto, tenendo presente che la responsabilità del sinistro deve essere ascritta per il 65% a (…) (figlio, deceduto) e che quindi, per i motivi sopra evidenziati, il risarcimento va ridotto della misura corrispondente, il danno risarcibile subito da (…) (padre, attore) e (…) (madre) deve essere quantificato nella somma finale di Euro 58.086,00 per ciascun genitore, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.2Parimenti, deve essere presunta, ex art. 2729 cod. civ., la sussistenza del legame affettivo con (…) e (…) rispettivamente, moglie e figlia del deceduto.

Tuttavia, anche con riguardo alle due attrici dagli atti di causa non emerge alcuna circostanza anomala, inusuale ed eccezionale suscettibile di giustificare una personalizzazione del danno da perdita del prossimo congiunto.

Pertanto, il danno risarcibile subito da (…) (moglie) e (…) (figlia) deve essere quantificato nella somma finale di Euro 58.086,00 per ciascun familiare, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.3Per quanto riguarda le posizioni dei fratelli (…) e (…) sussiste il presupposto fattuale per il riconoscimento del danno da perdita del rapporto parentale poiché dall’istruttoria testimoniale è emerso che gli stessi hanno vissuto per lunghi periodi di tempo con (…) e tornavano con regolarità dalla Romania a trovare lui e gli altri familiari (cfr. verbale di udienza del 14 marzo 2017), fatto noto dal quale può essere presunta, ex art. 2729 cod. civ., la sussistenza di un legame affettivo con il fratello.

Poiché non emergono circostanze idonee a giustificare una personalizzazione, il danno risarcibile deve essere liquidato nella somma finale di Euro 8.407,00 per ciascun fratello, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.4Con riguardo alla posizione della nonna (…) la Suprema Corte ha di recente affermato che “non è condivisibile limitare la “società naturale” della famiglia cui fa riferimento l’art. 29 della Costituzione all’ambito ristretto della sola c.d. “famiglia nucleare”, incentrata su coniuge, genitori e figli, e non può ritenersi che le disposizioni civilistiche che specificamente concernono i nonni non siano tali “da poter fondare un rapporto diretto, giuridicamente rilevante, fra nonni e nipoti” ma piuttosto individuino un “rapporto mediato dai genitori-figli o di supplenza dei figli”, evidenziandosi, a tale riguardo, che il nostro ordinamento non solo include i discendenti in linea retta fra i parenti e riconosce tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela (…), ma prevede nei confronti dei discendenti e viceversa una serie di diritti, doveri e facoltà (…) da cui risulta l’innegabile rilevanza anche giuridica, oltre che affettiva e morale, di tale rapporto” (cfr. Cass. 20 ottobre 2016, n. 21239).

Secondo l’orientamento maggioritario, al quale si ritiene di aderire, dalla citata giurisprudenza e, in particolare, dall’uso da parte della Suprema Corte dell’espressione “stretto vincolo di parentela”, con riferimento al rapporto fra nonni e nipoti, si deve concludere che, come per i genitori, la sussistenza del presupposto di fatto possa essere dedotta in via presuntiva ex art. 2729 cod. civ., salvo il convenuto fornisca prova che nonno e nipote non si frequentavano o non versavano comunque in buoni rapporti.

Nel caso di specie, dall’istruttoria è emerso che la nonna di (…) pur non vivendo insieme alla vittima, si recava di frequente presso la sua abitazione per incontrare i parenti e consumare i pasti insieme (cfr. verbale di udienza del 14 marzo 2017), il che è sufficiente per ritenere provato, ex art. 2729 cod. civ., il presupposto fattuale del legame affettivo in concreto.

Poiché non emergono circostanze idonee a giustificare una personalizzazione, il danno risarcibile patito dalla nonna (…) deve essere liquidato nella somma finale di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.5Gli importi così determinati non sono soggetti a rivalutazione poiché sono state utilizzate, nel caso di specie, le Tabelle di Milano aggiornate all’anno 2018.

  1. Il danno patrimoniale allegato deve essere ulteriormente distinto nel danno da perdita del contributo economico elargito dal defunto, nel danno da spese per oneri funerari e nel danno da spese per il recupero del velocipede coinvolto nell’incidente.

4.1Le domande relative alle spese sostenute per gli oneri funerari e per il recupero del velocipede, di cui ai docc. 7 e 8 prodotti all’udienza del 19 novembre 2015, sono inammissibili in quanto tardive poiché tali spese risalgono, rispettivamente, al 14 gennaio 2014 e al 21 gennaio 2014, ossia a più di un anno prima della notificazione dell’atto di citazione e, quindi, le relative domande avrebbero dovuto essere proposte in atto di citazione, nel quale invece non si fa riferimento alcuno a tali voci di danno.

4.2Per quanto riguarda il danno da perdita delle elargizioni economiche erogate dal defunto, per il cui ristoro agiscono le attrici (…) e (…) la giurisprudenza prevalente considera risarcibile il danno patito dai tutti coloro i quali, pur non vantando alcun diritto di credito nei confronti della vittima, godevano comunque di una stabile e periodica contribuzione da parte dello stesso, in adempimento di un dovere anche solo morale (cfr. Cass. 19 agosto 2003, n. 12124).

Poiché dagli atti di causa e dall’istruttoria compiuta è emerso che (…) fosse sposato con (…) unione dalla quale nasceva la figlia (…) nel 2011, e che la famiglia convivesse, deve essere dedotto, ex art. 2729 cod. civ., che le attrici beneficiassero del contributo economico del defunto e, per l’effetto, deve ritenersi accertato l’an debeatur.

La quantificazione di tale voce di danno patrimoniale consta di tre fasi.

In primo luogo, deve essere accertato il reddito netto annuo del defunto, tenendo conto anche dei presumibili incrementi futuri.

Dalla somma così ottenuta bisogna sottrarre la cosiddetta quota sibi, ossia la parte di reddito che il definito avrebbe presumibilmente tenuto per sé, non devolvendola ai bisogni della famiglia.

Infine, la quota di reddito così accertata deve essere capitalizzata in base a un coefficiente pari alla differenza fra la durata media della vita di un individuo di sesso femminile meno l’abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa e l’età della richiedente al momento del fatto, per la moglie, ed in base a un coefficiente di capitalizzazione pari al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno, per la figlia (cfr. Cass 14 luglio 2003, n. 11003Cass. 19 febbraio 2007, n. 3758, Cass. 2 marzo 2004, n. 4186).

Come correttamente osservato da parte attrice, infatti, la Corte di Cassazione ha sancito l’inutilizzabilità dei coefficienti di cui al R.D. n. 1403 del 1922 in considerazione del notevole aumento della durata media della vita rispetto all’anno di emanazione del citato decreto, essendo necessario l’utilizzo di un diverso coefficiente che consenta di tenere conto di tali cambiamenti (cfr. Cass. 14 ottobre 2015, n. 20615).

4.2.1Dalla documentazione prodotta, emerge che (…) percepisse, al momento del decesso, un reddito netto pari a circa Euro 1.100,00 mensili; tale somma, tenuto conto dei presumibili incrementi futuri e della mansione svolta dal defunto (operaio metalmeccanico), alla luce di quanto stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro applicabile, deve essere equitativamente rideterminata nell’importo medio di Euro 1.325,00 mensili per tredici mensilità, ossia Euro 17.225,00 all’anno. Tale importo risulta determinato tenendo conto dei vari incrementi di livello retributivo per un lavoratore metalmeccanico previsti nel relativo CCNL.

4.2.2Alla luce della situazione economica di (…) e tenuto conto del fatto che dagli atti di causa risulta che la moglie fosse casalinga, pare equo fissare la quota sibi nella misura di 1/3 del reddito del (…) pertanto, dall’importo di Euro 17.225,00 deve essere sottratta la somma di Euro 5.741,67, ottenendo la somma di Euro 11.483,33, dei quali ½ sarebbe stato presumibilmente devoluto alla moglie e ½ alla figlia, fino al raggiungimento dell’autosufficienza economica della stessa.

4.2.3.1Per quanto riguarda la figlia (…) la quale aveva l’età di 3 anni al momento del decesso del padre, deve essere presunto che la stessa avrebbe raggiunto l’indipendenza economica all’età di 30 anni, e quindi il danno da perdita delle elargizioni erogate dal defunto deve essere liquidato nella somma di Euro 5.741,67 x 27 anni = Euro 155.024,95, a sua volta moltiplicata per il coefficiente di responsabilità del convenuto danneggiate del 35%, ottenendo così l’importo finale di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

4.2.3.2Per quanto riguarda la moglie (…) l’operazione di liquidazione deve essere divisa in due parti.

In primo luogo, deve essere presunto che fino alla data in cui la figlia (…) avrebbe raggiunto l’autosufficienza economica (ossia, dal 2014, per 27 anni), il marito avrebbe corrisposto alla moglie la metà dei 2/3 del suo reddito annuale medio, pari ad Euro 5.741,67. Pertanto, il danno da perdita delle elargizioni erogate dal defunto fino all’anno 2041 deve essere liquidato nella somma di Euro 5.741,67 x 27 anni = Euro 155.024,95, a sua volta moltiplicata per il coefficiente di responsabilità del convenuto danneggiate del 35%, ottenendo così l’importo di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

Successivamente all’età del raggiungimento dell’indipendenza economica da parte di (…), deve essere presunto che il (…) avrebbe destinato 1/2 del suo reddito netto alla moglie, e, pertanto, tenuto conto che la durata media della vita per un individuo di sesso femminile va oggi individuata in 84 anni e che, in considerazione dell’età della vittima primaria, deve essere sottratto il coefficiente di abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa, equitativamente determinato nella misura del 10%, l’importo da liquidare deve essere calcolato sulla base della seguente formula:

– Euro 17.225,00 / 2 (pari alla quota di ½ del reddito annuale medio presuntivamente destinato alla moglie dopo la presumibile autosufficienza economica della figlia);

– x 34 anni (pari a 84 – 50, cioè pari alla differenza fra la durata media della vita di un individuo di sesso femminile e l’età dell’attrice nell’anno 2041 in cui la figlia raggiungerà la presumibile indipendenza economica);

– sottratto il coefficiente del 10% dell’importo così ottenuto (pari al suddetto coefficiente di abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa);

– il tutto moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto del 35%;

All’importo così ottenuto, pari ad Euro 92.239,87 deve essere sommato l’importo liquidato in relazione agli anni 2014-2041, pari ad Euro 54.258,73, ottenendo l’importo finale di Euro 146.498,60, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

  1. Le spese di CTU, nella misura già liquidata con decreto del 7 ottobre 2016, devono essere poste definitivamente a carico di parte attrice per la quota di 2/3 e di parte convenuta per la quota di 1/3, in considerazione degli esiti della perizia. Le spese di CLP sostenute da parte attrice per Euro 1.811,70 e documentate come da fattura di cui al doc. 11 degli attori, dovranno essere rimborsate dalla convenuta nella misura di 1/3.
  2. Le spese di lite devono essere interamente compensate in virtù della soccombenza parziale reciproca, tenuto conto, inoltre, della condotta complessiva delle parti e, in particolare, dell’offerta transattiva formulata da (…) per importi simili a quelli di cui alla presente sentenza e rifiutata dagli attori.

P.Q.M.

Il Tribunale di Treviso, in composizione monocratica, in persona del dott. Alberto Barbazza, in parziale accoglimento delle domande proposte dagli attori, rigettata ogni altra domanda, eccezione o istanza, definitivamente pronunciando, accertata la responsabilità nei termini di cui in motivazione dei convenuti, così provvede:

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della madre (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della procuratrice speciale (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 146.498,60, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…) in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della madre (…) del danno patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Pone le spese di CTU, nella misura già liquidata con decreto del 7 ottobre 2016, definitivamente a carico di parte attrice per la quota di 2/3 e di parte convenuta per la quota di 1/3;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, a rimborsare agli attori in solido fra loro la quota di 1/3 delle spese di CTP da essi sostenute pari ad Euro 603,90 con distrazione in favore del procuratore attoreo, che si è dichiarato antistatario, ex art. 93 cod. proc. civ.;

– Spese di lite compensate.

Conclusione

Così deciso in Treviso, il 16 aprile 2019.

Depositata in Cancelleria il 16 aprile 2019.

 

INCIDENTE CAMION MOTORINO CAMIONISTA HA RAGIONE

INCIDENTE CAMION MOTORINO CAMIONISTA HA RAGIONE

CONCLUSIONE :

Ed, infatti lo scontro è stato, di fatto, determinato solo dalla perdita del controllo della moto, da parte del Sig. V., il quale, verosimilmente, a causa della elevata velocità e/o per la presenza di un dosso che limitava la visuale del motociclista, uscendo da una curva, invadeva la corsia opposta, senza che il conducente dell’autocarro potesse fare alcunchè per evitare l’urto, atteso che viaggiava ad una velocità di circa 30 km/h, tenendosi in prossimità del margine destro, come accertato dalla Polizia Stradale intervenuta sul posto (cfr. schizzo planimetrico di cui a pagina 7 delle “Annotazioni” relative al sinistro in oggetto, Prot. (…), allegate sub (…) dai medesimi Attori), e come si evince altresì dall’allegata documentazione fotografica.

 

-CHE in data 30.08.2012, verso le ore 18.00, il Sig. V.F. si trovava a percorrere la via T., in F., direzione via dei S., alla guida del motociclo Honda Hornet targato (…) (di proprietà del padre, Sig M.F.), con il casco regolarmente indossato, mentre un autocarro targato (…) di proprietà della A.F. SRL (A.U. SPA) percorreva la medesima via T., nell’opposta direzione di marcia;

-CHE il conducente dell’autocarro, pur avendo notato, a suo dire, che il F., proveniente dalla opposta corsia di marcia, stava sbandando e perdendo il controllo del motoveicolo, non provvedeva a marciare strettamente alla propria destra, e soprattutto non tentava nemmeno di scartare sempre verso destra, ove vi era un ampio spazio di manovra né arrestava la marcia;

-CHE così si verificava l’urto, come riportato nella Relazione di P.G., tra la parte anteriore/gomma sinistra dell’autocarro e la parte latero anteriore del motociclo, determinando gravissime lesioni per il motociclista, V.F., che veniva elitrasportato presso il Policlinico “Umberto I” di Roma, ove alle ore 21.00 cessava di vivere;

-CHE la P.G., intervenuta successivamente al fatto, sulla base di una valutazione, ex post, della dinamica, indi, attribuiva la esclusiva responsabilità del sinistro al giovane F.V.;

-CHE detta valutazione circa la responsabilità del F. veniva pedissequamente accolta sia dall’Autorità Giurisdizionale Penale competente, che assolveva da ogni colpa il conducente dell’autocarro nel procedimento penale all’uopo instaurato, sia dalla U. SPA, compagnia assicuratrice del medesimo autocarro, che denegava un pur minimo risarcimento ai prossimi congiunti ed eredi di V.F., indi, rendendo necessario l’instaurarsi dell’odierno procedimento;

-CHE però la predetta ricostruzione dei fatti era da ritenersi erronea;

-CHE, infatti, come affermato dal perito di parte, G.P., nelle conclusioni dell’elaborato svolto su incarico degli attuali attori e depositato in atti: “…Prima di ogni evoluzione, manovra e collisione, l’autocarro marciava ad una velocità di circa 43 Km/h mentre il motociclo con direzione opposta procedeva ad una velocità di circa 37 Km/h….La velocità di marcia calcolata a carico del motociclo non giustifica una sua perdita di controllo così come riferita dal conducente dell’autocarro, potendosi questa eventualmente ricondurre ad una irregolare posizione dell’autocarro stesso negli istanti immediatamente precedenti la collisione … In tale contesto l’autocarro non manteneva la destra pur approssimandosi ad un tratto curvilineo con pendenza negativa a visuale limitata … “.

Tanto premesso, gli attori -ritenendo che anche il conducente dell’autocarro targato (…), di proprietà della A.F. SRL (A.U. SPA), fosse quanto meno corresponsabile del sinistro suddetto- così concludevano:

Piaccia all’ Ecc.mo Tribunale di Frosinone respinta ogni contraria istanza eccezione e deduzione, ritenere fondati i motivi esposti e pertanto riconoscere che la responsabilità del sinistro di cui è causa è attribuibile in via esclusiva ovvero, in subordine, in via concorsuale maggioritaria e/o paritaria e/o minoritaria al proprietario del veicolo Tg. (…), e quindi condannare lo stesso convenuto A.F. srl. in persona del legale rapp.te pro tempore, in una ed in solido con la compagnia di assicurazioni dello stesso veicolo U. SpA, in persona del l.r.p.t., ex art. 144, 145 e 148 CdA, al risarcimento di tutti i danni subiti e subendi dagli attori, patrimoniali e non patrimoniali, iure proprio e iure hereditatis, e per l’effetto al pagamento a favore degli attori della somma che sarà ritenuta di giustizia secondo equità e/o sulla base delle note “Tabelle del Tribunale di Milano” e/o, in via subordinata, come sopra quantificato nella misura complessiva di Euro 820.000,00 oltre il danno patrimoniale iure hereditatis e gli ulteriori danni materiali e gli esborsi che verranno provati e documentati in corso di causa e, comunque nella misura maggiore e/o minore che verrà ritenuta di giustizia secondo equità e secondo il grado di corresponsabilità accertato.

Con vittoria di spese, compensi e rimborso spese generali da distrarsi in favore del sottoscritto difensore antistatario, anche per la fase stragiudiziale.

Con comparsa di costituzione e risposta del 15.02.2019, si costituiva in giudizio la A.F. SRL, la quale contestando in toto la ricostruzione come oggi operata dagli attori, così concludeva: Voglia l’Ill.mo Tribunale adìto, respinta ogni contraria istanza, rigettare la domanda attorea in quanto infondata in fatto e in diritto; il tutto con vittoria delle spese e competenze del presente giudizio.

Indi, A.F. SRL evidenziava come il GIP avesse ben cristallizzato gli accadimenti, laddove aveva scritto che: “è evidente come la condotta della parte offesa, travalicando la soglia del cd. ragionevolmente prevedibile comportamento degli altri utenti della strada, anche imprudente (richiesto dalla Giurisprudenza della Suprema Corte per ritenere che l’evento sia ascrivibile a titolo di colpa al conducente di un autoveicolo), porti a concludere nel senso indicato ed a ritenere gli elementi acquisiti tali da non consentire margini per l’utile esercizio dell’azione penale e sostenere l’accusa in giudizio, poiché il fatto non costituisce reato”. Si richiamava, indi, quale elemento a supporto di detta ricostruzione -e principale fonte di prova-l’accertamento della Polizia Stradale, da cui si desumeva inequivocabilmente che l’incidente (poi rivelatosi fatale) era stato determinato esclusivamente dalla perdita del controllo della moto da parte del giovane F..

gli Attori, a carico dei quali gravava il relativo onere probatorio ai sensi dell’art. 2697 cod. civ., non sono riusciti a fornire dimostrazione alcuna dei propri assunti, avendo prodotto come detto a supporto della loro ricostruzione dei fatti, unicamente una perizia di parte, redatta, peraltro, in assenza di contraddittorio, ed, oltretutto, a distanza di tempo dal sinistro e quindi allorchè lo stato dei luoghi risultava già modificato. Ed, invero gli Attori, per quanto ivi rileva, hanno indicato, nella II memoria ex art. 183 comma 6 c.p.c., anche tale M.C. res.te in F., Via C., n. 5, quale teste in grado di riferire sui fatti, che però non è stato ammesso dal Tribunale, non risultando la sua presenza sui luoghi di causa al momento del sinistro (in relazione all’onere della prova, in generale, cfr.: Cass. Sez. L., Sentenza n. 9374 del 21/04/2006; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 8052 del 22/05/2003Cass. Sez. U., Sentenza n. 28056 del 25/11/2008Cass. Sez. 3, Sentenza n. 4950 del 02/03/2010Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16837 del 19/07/2010Cass. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 9942 del 13/05/2016Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 5841 del 09/03/2018).

Infatti, in tema di responsabilità civile per i sinistri occorsi nella circolazione stradale, la presunzione di colpa prevista in ugual misura a carico di ciascuno dei conducenti dall’articolo 2054, secondo comma, cod. civ., ha funzione meramente sussidiaria, giacché opera solo ove non sia possibile l’accertamento in concreto della misura delle rispettive responsabilità, con la conseguenza che, nel caso in cui risulti che l’incidente si è verificato per esclusiva colpa di uno di essi e che, per converso, nessuna colpa è ravvisabile nel comportamento dell’altro, quest’ultimo è esonerato dalla presunzione suddetta e non è, pertanto, tenuto a provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno (così: Cass. Sez. 3, Sentenza n. 29883 del 19/12/2008 e Cass. Sez. 3, Sentenza n. 18631 del 22/09/2015; e cfr. anche Cass. Sentenza n. 26004 del 05/12/2011 e Sentenza n. 9528 del 12.06.2012, nonché Cass. Sez. 3, Sentenza n. 26004 del 05/12/2011 e Cass. Sez. 3, Ordinanza n. 9353 del 04/04/2019).

Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità -se è certamente vero che il rapporto di polizia fa piena prova, fino a querela di falso, solo delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesti come

avvenuti in sua presenza- risulta nondimeno altrettanto innegabile che, per quanto riguarda, invece, le valutazioni e considerazioni operate dai pubblici ufficiali circa la presunta dinamica del sinistro, le stesse siano comunque idonee, secondo la prevalente giurisprudenza, a fondare presunzioni semplici che, ove non contestate o contestate in modo generico, ovvero ancora, corroborate dal contegno processuale della controparte o da altri elementi, sono valevoli ad assurgere, anche da sole, a valido riscontro probatorio (e cfr. in motivazione: Cass. Sez. 3, del 08 marzo 2001, n. 3350; Cass. Sez. 3, del 16 giugno 2003 n. 9620Cass. Sez. 2, Sentenza n. 21816 del 29/08/2008; Cass. Sez. L, Sentenza n. 23800 del 07/11/2014).

Orbene, dalla ricostruzione operata dagli AGENTI emerge, con tutta evidenza, l’esclusiva responsabilità del povero F.V. nella produzione causale dell’evento letale dedotto in giudizio, giacché, quest’ultimo, come accertato dai Militi all’uopo intervenuti, … nell’uscire dalla predetta curva, per cause autonome e non riconducibili a terzi, non era in grado di tenersi entro l’area della corsia di sua pertinenza. Quindi il motociclo sconfinava nella corsia opposta ove si scontrava con l’autocarro Mercedes condotto da L.M., il quale procedeva in direzione opposta entro l’area della corsia di sua pertinenza e ad una velocità di circa 30 Km/h, così come successivamente accertato dall’esame del foglio di registrazione del crono tachigrafo.

Ed, infatti lo scontro è stato, di fatto, determinato solo dalla perdita del controllo della moto, da parte del Sig. V., il quale, verosimilmente, a causa della elevata velocità e/o per la presenza di un dosso che limitava la visuale del motociclista, uscendo da una curva, invadeva la corsia opposta, senza che il conducente dell’autocarro potesse fare alcunchè per evitare l’urto, atteso che viaggiava ad una velocità di circa 30 km/h, tenendosi in prossimità del margine destro, come accertato dalla Polizia Stradale intervenuta sul posto (cfr. schizzo planimetrico di cui a pagina 7 delle “Annotazioni” relative al sinistro in oggetto, Prot. (…), allegate sub (…) dai medesimi Attori), e come si evince altresì dall’allegata documentazione fotografica.

Peraltro, come attentamente rilevato da U., nel tempo di reazione psicotecnico dalla presa di cognizione del pericolo (moto in sbandata) alla reazione (frenata e deviazione a destra), pari a circa un secondo (durante il trascorre del quale la moto era già in sbandata sulla la corsia opposta), L.M., conducente dell’autocarro Mercedes, è riuscito comunque a deviare verso la sua destra, tant’è che la striscia gommata di frenata lasciata sull’asfalto dal camion ha un andamento verso destra (cfr. schizzo planimetrico), altresì riuscendo ad azionare immediatamente l’impianto frenante.

Pertanto, deve ritenersi acclarata l’esclusiva incidenza, sulla produzione causale dell’evento dannoso di cui si tratta, del comportamento di guida tenuto dal F., mentre, per contro, la valutazione degli elementi probatori sopra indicati non permette, in alcun modo, di rinvenire la concreta sussistenza di alcuna responsabilità del conducente dell’autocarro nella verificazione del sinistro stradale oggetto di controversia. Ed, infatti, come detto, questi: a) procedeva a velocità moderata (circa 30 km/h) come risulta dall’esame del foglio di registrazione del cronotachigrafo; b) tenendo strettamente la destra (cfr. pag. 7 citata e relativo schizzo planimetrico).

Del resto, come sopra detto, la giurisprudenza di legittimità

Tribunale Frosinone, Sent., 16/09/2020, n. 610

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE di FROSINONE

-Sezione Civile-

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile promossa in I grado, iscritta al RG n 2938/18 e vertente

TRA

F.M. (C.F.: (…)), N.L. (C.F.: (…)), F.J. (C.F.: (…)) e D.V.G. (C.F.: (…)), tutti rappresentati e difesi dall’Avv. Carlo Testa.

Parte attrice

E

A.F. SRL (P. IVA: (…)), rappresentata e difesa, anche disgiuntamente, dagli Avv.ti Francesco Germani e Valentina Proia.

Parte convenuta

NONCHÉ

U.A. SPA (P. IVA: (…)), rappresentata e difesa, anche disgiuntamente, dagli Avv.ti Massimiliano Martini e Massimo Cocco.

Parte convenuta

Avente ad OGGETTO Azione di risarcimento danni.

Svolgimento del processo

Gli odierni attori convenivano in giudizio dinanzi all’intestato Tribunale A.F. SRL e U.A. SPA, esponendo:

-CHE in data 30.08.2012, verso le ore 18.00, il Sig. V.F. si trovava a percorrere la via T., in F., direzione via dei S., alla guida del motociclo Honda Hornet targato (…) (di proprietà del padre, Sig M.F.), con il casco regolarmente indossato, mentre un autocarro targato (…) di proprietà della A.F. SRL (A.U. SPA) percorreva la medesima via T., nell’opposta direzione di marcia;

-CHE il conducente dell’autocarro, pur avendo notato, a suo dire, che il F., proveniente dalla opposta corsia di marcia, stava sbandando e perdendo il controllo del motoveicolo, non provvedeva a marciare strettamente alla propria destra, e soprattutto non tentava nemmeno di scartare sempre verso destra, ove vi era un ampio spazio di manovra né arrestava la marcia;

-CHE così si verificava l’urto, come riportato nella Relazione di P.G., tra la parte anteriore/gomma sinistra dell’autocarro e la parte latero anteriore del motociclo, determinando gravissime lesioni per il motociclista, V.F., che veniva elitrasportato presso il Policlinico “Umberto I” di Roma, ove alle ore 21.00 cessava di vivere;

-CHE la P.G., intervenuta successivamente al fatto, sulla base di una valutazione, ex post, della dinamica, indi, attribuiva la esclusiva responsabilità del sinistro al giovane F.V.;

-CHE detta valutazione circa la responsabilità del F. veniva pedissequamente accolta sia dall’Autorità Giurisdizionale Penale competente, che assolveva da ogni colpa il conducente dell’autocarro nel procedimento penale all’uopo instaurato, sia dalla U. SPA, compagnia assicuratrice del medesimo autocarro, che denegava un pur minimo risarcimento ai prossimi congiunti ed eredi di V.F., indi, rendendo necessario l’instaurarsi dell’odierno procedimento;

-CHE però la predetta ricostruzione dei fatti era da ritenersi erronea;

-CHE, infatti, come affermato dal perito di parte, G.P., nelle conclusioni dell’elaborato svolto su incarico degli attuali attori e depositato in atti: “…Prima di ogni evoluzione, manovra e collisione, l’autocarro marciava ad una velocità di circa 43 Km/h mentre il motociclo con direzione opposta procedeva ad una velocità di circa 37 Km/h….La velocità di marcia calcolata a carico del motociclo non giustifica una sua perdita di controllo così come riferita dal conducente dell’autocarro, potendosi questa eventualmente ricondurre ad una irregolare posizione dell’autocarro stesso negli istanti immediatamente precedenti la collisione … In tale contesto l’autocarro non manteneva la destra pur approssimandosi ad un tratto curvilineo con pendenza negativa a visuale limitata … “.

Tanto premesso, gli attori -ritenendo che anche il conducente dell’autocarro targato (…), di proprietà della A.F. SRL (A.U. SPA), fosse quanto meno corresponsabile del sinistro suddetto- così concludevano:

Piaccia all’ Ecc.mo Tribunale di Frosinone respinta ogni contraria istanza eccezione e deduzione, ritenere fondati i motivi esposti e pertanto riconoscere che la responsabilità del sinistro di cui è causa è attribuibile in via esclusiva ovvero, in subordine, in via concorsuale maggioritaria e/o paritaria e/o minoritaria al proprietario del veicolo Tg. (…), e quindi condannare lo stesso convenuto A.F. srl. in persona del legale rapp.te pro tempore, in una ed in solido con la compagnia di assicurazioni dello stesso veicolo U. SpA, in persona del l.r.p.t., ex art. 144, 145 e 148 CdA, al risarcimento di tutti i danni subiti e subendi dagli attori, patrimoniali e non patrimoniali, iure proprio e iure hereditatis, e per l’effetto al pagamento a favore degli attori della somma che sarà ritenuta di giustizia secondo equità e/o sulla base delle note “Tabelle del Tribunale di Milano” e/o, in via subordinata, come sopra quantificato nella misura complessiva di Euro 820.000,00 oltre il danno patrimoniale iure hereditatis e gli ulteriori danni materiali e gli esborsi che verranno provati e documentati in corso di causa e, comunque nella misura maggiore e/o minore che verrà ritenuta di giustizia secondo equità e secondo il grado di corresponsabilità accertato.

Con vittoria di spese, compensi e rimborso spese generali da distrarsi in favore del sottoscritto difensore antistatario, anche per la fase stragiudiziale.

Con comparsa di costituzione e risposta del 15.02.2019, si costituiva in giudizio la A.F. SRL, la quale contestando in toto la ricostruzione come oggi operata dagli attori, così concludeva: Voglia l’Ill.mo Tribunale adìto, respinta ogni contraria istanza, rigettare la domanda attorea in quanto infondata in fatto e in diritto; il tutto con vittoria delle spese e competenze del presente giudizio.

Indi, A.F. SRL evidenziava come il GIP avesse ben cristallizzato gli accadimenti, laddove aveva scritto che: “è evidente come la condotta della parte offesa, travalicando la soglia del cd. ragionevolmente prevedibile comportamento degli altri utenti della strada, anche imprudente (richiesto dalla Giurisprudenza della Suprema Corte per ritenere che l’evento sia ascrivibile a titolo di colpa al conducente di un autoveicolo), porti a concludere nel senso indicato ed a ritenere gli elementi acquisiti tali da non consentire margini per l’utile esercizio dell’azione penale e sostenere l’accusa in giudizio, poiché il fatto non costituisce reato”. Si richiamava, indi, quale elemento a supporto di detta ricostruzione -e principale fonte di prova-l’accertamento della Polizia Stradale, da cui si desumeva inequivocabilmente che l’incidente (poi rivelatosi fatale) era stato determinato esclusivamente dalla perdita del controllo della moto da parte del giovane F..

La Compagnia si costituiva, associandosi, alle difese del proprio assicurato e dunque insisteva per il rigetto della domanda attorea, con vittoria di spese.

All’udienza del 22/02/2019 il Tribunale assegnava i termini per il deposito delle memorie ex art. 183, comma 6, c.p.c..

Le Parti depositavano rituali memorie.

Con ordinanza in data 19/07/2019, questo giudicante, ritenuta la causa sufficientemente istruita e quindi superflua eventuale ulteriore attività istruttoria, la rinviava per la precisazione delle conclusioni all’udienza del 12.05.2020.

All’udienza del 12.05.2020, la causa era dunque trattenuta in decisione, con l’assegnazione dei termini di legge ex art. 190 comma 1 c.p.c.. Ed, invero, stante la sopravvenuta emergenza epidemiologica da COVID-19, il Tribunale, nel confermare l’udienza del 12.05.2020 per la precisazione delle conclusioni, disponeva altresì, ai sensi dell’art. 83 comma 7 lettera h) D.L. n. 18 del 2020, che detta udienza avesse luogo mediante deposito telematico di note di trattazione scritta, giusta decreto in data 02 maggio 2020, debitamente comunicato alle Parti in data 04 maggio 2020.

Acquisite quindi le suddette “note” conclusionali -rilevata la tempestività del deposito delle note- il giudice designato tratteneva la causa in decisione.

Motivi della decisione

Preliminarmente, occorre innanzitutto osservare che, per consolidata giurisprudenza della Suprema Corte, il giudice, nel motivare “concisamente” la “sentenza” secondo i dettami di cui all’art. 118 disp. att. c.p.c., non è tenuto ad esaminare specificamente ed analiticamente tutte le questiones sollevate dalle parti, ben potendosi egli limitare alla trattazione delle sole questioni -di fatto e di diritto- rilevanti ai fini della decisione concretamente adottata e che in effetti quelle restanti, non trattate, non andranno necessariamente ritenute come “omesse” -per effetto di error in procedendo- ben potendo esse risultare semplicemente assorbite (ovvero superate) per incompatibilità logico-giuridica con quanto concretamente ritenuto provato dal giudicante.

Pertanto, non saranno prese in esame le questioni non rilevanti ai fini della decisione, né quelle proposte tardivamente: difatti, le preclusioni derivanti dal mancato rispetto dei termini perentori, in quanto volte a tutelare anche l’interesse pubblico al corretto e celere andamento del processo, devono essere rilevate d’ufficio dal giudice, indipendentemente dall’atteggiamento processuale della controparte al riguardo (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 3806 del 26/02/2016Cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 11282 del 10/05/2018Cass. Sez. 1, Sentenza n. 24040 del 26/09/2019Cass. Sez. Un., Sentenza n. 157 del 09/01/2020, etc.).

Neppure saranno trattate le questioni non contestate, ex art. 115 c.p.c. (cfr. ad es. Cass. Sez. L., Sentenza n. 21460 del 19/08/2019, sull’applicazione del cd. principio di non contestazione rispetto ai fatti costitutivi del diritto azionato).

Infine, può rilevarsi come il giudicante -anche sulla base di quanto disposto dall’On.le Presidente del Tribunale ex art. 83 co. 6 e 7 D.L. n. 18 del 2020, come conv. dall’art. 1 della L. n. 27 del 1920, e da ultimo all’esito della Riunione di Sezione, convocata con urgenza tenutasi in data 11.09.2020, al fine di evitare il rischio di assembramenti, nonché dai vari (D.P.C.M. dell’11 marzo 2020, del 01.04.2020, del 10.04.2020, del 26.04.2020, del 17.05.2020, dell’11.06.2020, del 14.07.2020, del 07.08.2020, del 07.09.2020, etc.)- abbia preferito disporre la cd. “trattazione scritta”, indi, di fatto disattendendo la richiesta degli Attori di procedere ai sensi dell’art. 281 quinquies, 2 co., c.p.c. (cfr. le note conclusionali di cui sopra).

Indi, può ivi rilevarsi come oggetto del presente giudizio sia una domanda di risarcimento danni (patrimoniali e non patrimoniali, iure proprio e iure ereditatis) come proposta da F.M., N.L., F.J. e D.V.G., quali stretti congiunti del giovane F.V. (trattasi dei genitori, della sorella e della nonna), i quali ritengono che l’incidente come sopra descritto, che ha portato alla morte del giovane V., sia da addebitare, almeno in parte, ex art. 2054 c.c., anche al conducente dell’autocarro targato (…), di proprietà della convenuta A.F. SRL (Assicurata con l’altra convenuta, U. SPA), il quale non avrebbe fatto tutto il possibile per evitare l’impatto fatale.

Di contro, i convenuti respingono ogni addebito, sulla base di quanto emerso -inequivocabilmente- in sede penale.

Ebbene, tanto precisato, va dunque rilevato come gli attori, in definitiva, pretendano di fare discendere detta (cor)responsabilità, di fatto, solo sulla base dell’allegata consulenza di parte, la quale è però smentita da tutte le restanti emergenze istruttorie.

Ed, invero, però, la consulenza tecnica di parte, costituisce una semplice allegazione difensiva, priva di autonomo valore probatorio, posto che il contenuto tecnico del documento non vale ad alterarne la natura, che resta quella di atto difensivo (cfr. in tale senso, Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite, Sentenza n. 13902 del 03/06/2013. Nello stesso senso, tra le altre, si veda anche Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16552 del 06/08/2015).

Pertanto, ad avviso di questo giudice, la sostanziale assenza di elementi probatori a sostegno degli assunti degli attori comporta, con tutta evidenza, la necessità di considerare, come uniche fonti di prova relative alla dinamica dell’evento dannoso oggetto di controversia: a) la ricostruzione operata dagli Agenti di Polizia Stradale nel rapporto redatto in occasione dell’intervento sui luoghi di causa (che risulta essere stato ritualmente prodotto da tutte le parti in causa); b) nonché le (ulteriori) emergenze istruttorie come risultanti all’esito del procedimento penale iscritto, a carico del conducente del predetto autocarro, ai nr. 5889/12 RGNR e 3437/12 GIP (parimenti ritualmente prodotte), conclusosi con un’archiviazione.

Infatti, si deve rilevare come elementi di prova cd. atipici ben possono ritrarsi dai complessivi accertamenti esperiti in sede penale. Infatti, il giudice civile può utilizzare, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, anche prove raccolte in un diverso giudizio, in ipotesi anche ove esso fosse intercorso (solo) tra altre parti, come qualsiasi altra produzione delle parti stesse, e può quindi trarre elementi di convincimento ed anche attribuire valore di prova esclusiva, ad esempio, ad una perizia disposta in sede penale, tanto più se essa sia stata predisposta in relazione ad un giudizio avente ad oggetto una situazione di fatto rilevante in entrambi i processi (cfr. Cass. Sez. L., Sentenza n. 11426 del 16/05/2006, e sotto altro profilo cfr. Cass. Sentenza n. 8459 del 05/05/2020, secondo la quale la categoria dell’inutilizzabilità prevista ex art. 191 c.p.p. in ambito penale non rileva in quello civile, nel quale le prove atipiche sono comunque ammissibili, nonostante siano state assunte in un diverso processo in violazione delle regole a quello esclusivamente applicabili, poiché il contraddittorio è assicurato dalle modalità tipizzate di introduzione della prova nel giudizio civile).

Trattandosi, peraltro, di accertamenti esperiti, in sede penale, su “cose soggette a modificazione”, le risultanze di dette indagini (effettuate, nell’immediatezza, dagli organi accertatori e poi approdate, nel rituale e regolare contraddittorio, nel presente processo) risultano essere dotate di particolare valenza probatoria.

Ciò premesso e passando alla disamina della “res controversa”, la domanda giudiziale di risarcimento danni è da ritenersi dunque infondata.

Ed invero, gli Attori, a carico dei quali gravava il relativo onere probatorio ai sensi dell’art. 2697 cod. civ., non sono riusciti a fornire dimostrazione alcuna dei propri assunti, avendo prodotto come detto a supporto della loro ricostruzione dei fatti, unicamente una perizia di parte, redatta, peraltro, in assenza di contraddittorio, ed, oltretutto, a distanza di tempo dal sinistro e quindi allorchè lo stato dei luoghi risultava già modificato. Ed, invero gli Attori, per quanto ivi rileva, hanno indicato, nella II memoria ex art. 183 comma 6 c.p.c., anche tale M.C. res.te in F., Via C., n. 5, quale teste in grado di riferire sui fatti, che però non è stato ammesso dal Tribunale, non risultando la sua presenza sui luoghi di causa al momento del sinistro (in relazione all’onere della prova, in generale, cfr.: Cass. Sez. L., Sentenza n. 9374 del 21/04/2006; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 8052 del 22/05/2003Cass. Sez. U., Sentenza n. 28056 del 25/11/2008Cass. Sez. 3, Sentenza n. 4950 del 02/03/2010Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16837 del 19/07/2010Cass. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 9942 del 13/05/2016Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 5841 del 09/03/2018).

Infatti, in tema di responsabilità civile per i sinistri occorsi nella circolazione stradale, la presunzione di colpa prevista in ugual misura a carico di ciascuno dei conducenti dall’articolo 2054, secondo comma, cod. civ., ha funzione meramente sussidiaria, giacché opera solo ove non sia possibile l’accertamento in concreto della misura delle rispettive responsabilità, con la conseguenza che, nel caso in cui risulti che l’incidente si è verificato per esclusiva colpa di uno di essi e che, per converso, nessuna colpa è ravvisabile nel comportamento dell’altro, quest’ultimo è esonerato dalla presunzione suddetta e non è, pertanto, tenuto a provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno (così: Cass. Sez. 3, Sentenza n. 29883 del 19/12/2008 e Cass. Sez. 3, Sentenza n. 18631 del 22/09/2015; e cfr. anche Cass. Sentenza n. 26004 del 05/12/2011 e Sentenza n. 9528 del 12.06.2012, nonché Cass. Sez. 3, Sentenza n. 26004 del 05/12/2011 e Cass. Sez. 3, Ordinanza n. 9353 del 04/04/2019).

Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità -se è certamente vero che il rapporto di polizia fa piena prova, fino a querela di falso, solo delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesti come

avvenuti in sua presenza- risulta nondimeno altrettanto innegabile che, per quanto riguarda, invece, le valutazioni e considerazioni operate dai pubblici ufficiali circa la presunta dinamica del sinistro, le stesse siano comunque idonee, secondo la prevalente giurisprudenza, a fondare presunzioni semplici che, ove non contestate o contestate in modo generico, ovvero ancora, corroborate dal contegno processuale della controparte o da altri elementi, sono valevoli ad assurgere, anche da sole, a valido riscontro probatorio (e cfr. in motivazione: Cass. Sez. 3, del 08 marzo 2001, n. 3350; Cass. Sez. 3, del 16 giugno 2003 n. 9620Cass. Sez. 2, Sentenza n. 21816 del 29/08/2008; Cass. Sez. L, Sentenza n. 23800 del 07/11/2014).

Orbene, dalla ricostruzione operata dagli AGENTI emerge, con tutta evidenza, l’esclusiva responsabilità del povero F.V. nella produzione causale dell’evento letale dedotto in giudizio, giacché, quest’ultimo, come accertato dai Militi all’uopo intervenuti, … nell’uscire dalla predetta curva, per cause autonome e non riconducibili a terzi, non era in grado di tenersi entro l’area della corsia di sua pertinenza. Quindi il motociclo sconfinava nella corsia opposta ove si scontrava con l’autocarro Mercedes condotto da L.M., il quale procedeva in direzione opposta entro l’area della corsia di sua pertinenza e ad una velocità di circa 30 Km/h, così come successivamente accertato dall’esame del foglio di registrazione del crono tachigrafo.

Ed, infatti lo scontro è stato, di fatto, determinato solo dalla perdita del controllo della moto, da parte del Sig. V., il quale, verosimilmente, a causa della elevata velocità e/o per la presenza di un dosso che limitava la visuale del motociclista, uscendo da una curva, invadeva la corsia opposta, senza che il conducente dell’autocarro potesse fare alcunchè per evitare l’urto, atteso che viaggiava ad una velocità di circa 30 km/h, tenendosi in prossimità del margine destro, come accertato dalla Polizia Stradale intervenuta sul posto (cfr. schizzo planimetrico di cui a pagina 7 delle “Annotazioni” relative al sinistro in oggetto, Prot. (…), allegate sub (…) dai medesimi Attori), e come si evince altresì dall’allegata documentazione fotografica.

Peraltro, come attentamente rilevato da U., nel tempo di reazione psicotecnico dalla presa di cognizione del pericolo (moto in sbandata) alla reazione (frenata e deviazione a destra), pari a circa un secondo (durante il trascorre del quale la moto era già in sbandata sulla la corsia opposta), L.M., conducente dell’autocarro Mercedes, è riuscito comunque a deviare verso la sua destra, tant’è che la striscia gommata di frenata lasciata sull’asfalto dal camion ha un andamento verso destra (cfr. schizzo planimetrico), altresì riuscendo ad azionare immediatamente l’impianto frenante.

Pertanto, deve ritenersi acclarata l’esclusiva incidenza, sulla produzione causale dell’evento dannoso di cui si tratta, del comportamento di guida tenuto dal F., mentre, per contro, la valutazione degli elementi probatori sopra indicati non permette, in alcun modo, di rinvenire la concreta sussistenza di alcuna responsabilità del conducente dell’autocarro nella verificazione del sinistro stradale oggetto di controversia. Ed, infatti, come detto, questi: a) procedeva a velocità moderata (circa 30 km/h) come risulta dall’esame del foglio di registrazione del cronotachigrafo; b) tenendo strettamente la destra (cfr. pag. 7 citata e relativo schizzo planimetrico).

Del resto, come sopra detto, la giurisprudenza di legittimità non ha mancato di chiarire come la presunzione di pari responsabilità dei conducenti di veicoli a motore coinvolti in un sinistro stradale, prevista dall’art. 2054, comma secondo, cod. civ., ben possa essere superata anche dall’accertamento in concreto che la condotta di uno dei conducenti ha avuto efficacia causale assorbente nella produzione dell’evento dannoso (cfr., in tal senso anche: Cass. Sez. 3, del 16 luglio 2003, n. 11143Cass. Sez. 3, Sentenza n. 5226 del 10/03/2006Cass. Sez. 3, Sentenza n. 9550 del 22/04/2009, nonché Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 13672 del 21/05/2019, a mente della quale: Nel caso di scontro tra veicoli, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti e della regolare condotta di guida dell’altro, libera quest’ultimo dalla presunzione di concorrente responsabilità fissata in via sussidiaria dall’art. 2054, comma 2 c.c., nonché dall’onere di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno; la prova liberatoria per il superamento di detta presunzione può essere acquisita anche indirettamente tramite l’accertamento del collegamento eziologico esclusivo o assorbente dell’evento dannoso col comportamento dell’altro conducente).

Dalle considerazioni finora complessivamente sviluppate -e dimostrative dell’esclusiva responsabilità del povero motociclista nella produzione causale del sinistro stradale oggetto della presente controversia- discende, dunque il rigetto di tutte le domande giudiziali di tipo risarcitorio (ed, invero, la sentenza, quale atto giuridico tipico, non ha il compito di ricostruire compiutamente la vicenda che è oggetto del giudizio in tutti i suoi aspetti giuridici, ma solo quello di accertare se ricorrano le condizioni per concedere la tutela richiesta dall’attore).

La peculiarità della fattispecie in esame e l’evento lesivo effettivamente subito, costituiscono, complessivamente valutati, elementi valevoli ad integrare le gravi ed eccezionali ragioni contemplate dall’art. 92, comma secondo, c.p.c., idonee a giustificare l’integrale compensazione delle spese di lite (e cfr. ad esempio Cassazione Sez. L, Ordinanza n. 21157 del 07/08/2019).

P.Q.M.

IL TRIBUNALE DI FROSINONE -SEZIONE CIVILE- in composizione monocratica, definitivamente pronunziando nella controversia civile promossa come in epigrafe, disattesa ogni altra istanza ed eccezione, così provvede:

– RIGETTA le DOMANDE proposte dagli attori;

– DICHIARA INTERAMENTE COMPENSATE, tra tutte le parti, le SPESE del PRESENTE GIUDIZIO.

Conclusione

Così deciso in Frosinone, il 14 settembre 2020.

Depositata in Cancelleria il 16 settembre 2020.

CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI

CICLISTI INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI BOLOGNA NAPOLI FIRENZE VICENZA RAVENNA TREVISO

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 19/01/2021, n. 20091 (rv. 281173-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Attenuante di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen. – Presupposti – Fattispecie

CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI
CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI

Si configura il delitto di omicidio colposo in capo al prevenuto che a bordo della sua autovettura, in prossimità dell’incrocio, per negligenza, imperizia ed imprudenza, tenendo una velocità superiore al limite imposto, non percependo tempestivamente la presenza di un ciclista in fase di attraversamento della carreggiata, ne cagionava la morte per colpa consistita nell’omettere di ridurre la velocità. La responsabilità del prevenuto deve ritenersi accertata in presenza del nesso di causalità materiale tra il sinistro stradale ed il decesso laddove debba escludersi l’insussistenza del nesso di causalità per il sopravvenire di cause patologiche mediche o per l’impossibilità dell’imputato medesimo di impedire la collisione per il carattere improvviso ed imprevedibile dell’attraversamento del passaggio pedonale da parte della vittima.

CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI
CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI

In tema di responsabilità colposa per morte o lesioni derivanti da incidenti stradali, deve escludersi che l’obbligo di osservanza della distanza di sicurezza tra veicoli in marcia, previsto dall’art. 149, comma 1, c.s., sia finalizzato unicamente a prevenire collisioni tra i veicoli stessi, dovendosi invece ritenere che la ratio della norma, quale rivelata dalla sua dichiarata finalità sia anzitutto che venga “garantito in ogni caso l’arresto tempestivo” del veicolo, ed inoltre quella di far sì che ogni conducente mantenga, rispetto al veicolo che lo precede, una distanza sufficiente ad evitare qualsiasi ostacolo o pericolo che, direttamente o indirettamente, sia ricollegabile alla circolazione del medesimo. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto che correttamente fosse stata affermata la penale responsabilità del conducente di un veicolo che, a cagione della ritenuta inosservanza dell’obbligo di cui all’art. 149 c.s. aveva investito con conseguenze mortali un ciclista caduto a terra a cagione dell’urto con il veicolo che precedeva quello dell’imputato).

 

Two men reporting a car crash for the insurance claim,main focus on red triangle

In tema di omicidio stradale, la circostanza attenuante ad effetto speciale di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen., che fa riferimento all’ipotesi in cui l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione od omissione del colpevole, è configurabile nel caso in cui sia accertato il concorso di colpa, anche minimo, della vittima. (In applicazione del principio la Corte ha annullato con rinvio la sentenza che aveva escluso la circostanza attenuante in questione, in riferimento all’omicidio colposo di un ciclista che viaggiando in prossimità del centro, e non del margine destro, della carreggiata, era stato investito da un’autovettura che, procedendo nello stesso senso di marcia, stava rientrando da un sorpasso effettuato in un tratto di strada curvilineo). (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO FIRENZE, 16/01/2020)

CICLISTI INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI BOLOGNA NAPOLI FIRENZE VICENZA RAVENNA TREVISO

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 19/01/2021, n. 20091 (rv. 281173-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Attenuante di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen. – Presupposti – Fattispecie

Cass. pen., Sez. IV, Sent., (data ud. 27/10/2021) 08/11/2021, n. 40010

Sentenza

Sommario

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCIALLI Patrizia – Presidente –

Dott. CAPPELLO Gabriella – rel. Consigliere –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – Consigliere –

Dott. CENCI Daniele – Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 02/03/2020 della CORTE APPELLO di NAPOLI;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

svolta la relazione dal Consigliere CAPPELLO GABRIELLA;

lette le conclusioni del Procuratore generale, in persona del sostituto MIGNOLO OLGA, la quale ha chiesto la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. La Corte d’appello di Napoli ha confermato la sentenza del GUP del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con la quale P.G. era stato condannato, ad esito di giudizio abbreviato, alla pena ritenuta di giustizia per omicidio stradale ai danni del ciclista S.A.R., in violazione delle norme del codice della strada e, segnatamente, degli artt. 140, 141 e 149, reato aggravato ai sensi dell’art. 589-terc.p., per essersi il conducente dato alla fuga e per il reato di rifiuto di sottoporsi ad accertamento dello stato di ebbrezza.
  2. Avverso la sentenza d’appello ha proposto ricorso l’imputato, a mezzo di difensore, formulando tre motivi.

Con il primo, ha dedotto vizio della motivazione, anche per travisamento della prova – nella specie – gli esiti della consulenza disposta dal pubblico ministero, con specifico riferimento alla condotta della vittima, in relazione alla posizione tenuta nell’occorso dal velocipede condotto dalla vittima. La difesa assume che il diniego di riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 589-bis c.p., comma 7, sarebbe stato motivato ignorando i rilievi del consulente tecnico, il quale avrebbe ricostruito la dinamica dell’incidente, calcolando il punto d’urto, sulla scorta di dati tecnici elaborati con apposito software informatico certificato. Il chiaro tenore espositivo dell’accertamento, secondo la difesa, non lascerebbe alcun dubbio sulla corretta collocazione della vittima a circa due metri dal margine destro della carreggiata.

Con il secondo, ha dedotto erronea applicazione della legge penale e vizio motivazionale, con riferimento alla affermazione di responsabilità per il reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7, per essere il rifiuto intervenuto a distanza dall’incidente, allorchè il P. era già a casa, l’obbligo di sottoporsi agli accertamenti sussistendo entro precisi limiti temporali, ovvero al momento in cui il soggetto si trovi alla guida di un veicolo o subito dopo e non allorquando egli non si trovi più sul luogo.

Infine, analoghi vizi sono stati dedotti con l’ultimo motivo in riferimento, questa volta, alla mancata sostituzione della revoca della patente di guida con la sanzione amministrativa accessoria della sospensione, contestando la difesa le argomentazioni spese dai giudici territoriali a sostegno della decisione.

  1. Il Procuratore generale, in persona del sostituto MIGNOLO Olga, ha rassegnato conclusioni scritte con le quali ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è inammissibile.
  2. La Corte d’appello di Napoli ha puntualizzato in premessa che il gravame aveva rigurdato specifici punti della decisione e segnatamente le richieste di escludere l’elemento psicologico del reato, per non essersi il P. reso conto dell’accaduto (investimento da tergo di un ciclista che precedeva il furgone dal medesimo condotto); il riconoscimento del concorso di colpa della vittima, ai fini di cui all’art. 589-bisc.p., comma 7; l’esclusione dell’aggravante di cui all’art. 589-terc.p.; l’assoluzione dal reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7; infine, il trattamento sanzionatorio.

Quanto al primo aspetto, riguardante peraltro la valutazione delle prove ai fini della ricostruzione della dinamica del sinistro e delle condotte di guida tenute dai conducenti, il giudice d’appello ha richiamato ampiamente gli esiti della svolta istruttoria, compresi gli accertamenti di PG espletati nella immediatezza e la consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero, in uno con la prova orale (testimoniale e dichiarazioni confessorie), preceduta dal vaglio di attendibilità del riferito anche in relazione alle discrepanze tra le versioni fornite dall’imputato, nell’immediatezza e successivamente, e quella fornita dal teste F., il cui riferito è stato considerato smentito in maniera decisiva dalle video riprese acquisite dagli impianti di sorveglianza in funzione in zona utile a riprendere la scena dell’incidente (dimostrative della circostanza che il velocipede precedeva il furgone nella stessa direzione di marcia, laddove il teste aveva inteso accreditare la tesi secondo cui la vittima avrebbe invaso la corsia del furgone provenendo dall’opposto senso di marcia).

Alla stregua di tale materiale probatorio, analiticamente esaminato e valutato poi nel suo complesso, quel giudice ha ritenuto provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, analogamente al Tribunale, che l’imputato avesse, nell’occorso, violato l’obbligo di viaggiare a velocità adeguata alle caratteristche della strada (la cui descrizione è ampiamente contenuta nella sentenza impugnata) e che il P. per distrazione non si fosse avveduto in tempo della presenza del velocipede (in ciò ravvisata da parte del Tribunale anche la violazione dell’obbligo di mantenere una distanza di sicurezza tra i veicoli); ma ha escluso, contrariamente a quanto affermato dal consulente del pubblico ministero, un concorso di colpa della vittima, osservando che era rimasto indimostrato l’assunto secondo cui il velocipede si sarebbe trovato a due metri dal ciglio destro della carreggiata e che la vittima avesse conseguentemente violato la regola cautelare di cui all’art. 143 C.d.S..

In particolare, la Corte territoriale ha osservato che ciò non poteva inferirsi dalla sola posizione di una scarpa della vittima (elemento del tutto aleatorio, secondo la Corte d’appello) e che, in ogni caso e risolutivamente, anche ove fosse stato dimostrato che quella era stata la posizione del velocipede, ciò non aveva avuto alcun collegamento etiologico con l’evento alla stregua del rilevato punto d’urto tra i due mezzi (ampiamente descritto in sentenza anche in base agli accertamenti espletati), l’eventuale posizione del mezzo investito a due metri dal ciglio della strada non integrando alcuna violazione della regola cautelare richiamata.

Quanto, poi, al reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7, i giudici d’appello hanno ritenuto che la circostanza che la richiesta di sottoporsi all’alcoltest fosse stata rivolta al P. a distanza di alcune ore dal fatto fosse ininfluente ai fini della rilevanza penale della condotta, ciò essendo dipeso da motivi addebitabili esclusivamente all’agente, dileguatosi dal luogo dell’incidente senza prestare i dovuti soccorsi, riservata al merito ogni valutazione degli esiti di un test mediante etilometro somministrato a distanza di tempo dal momento in cui il P. si era trovato alla guida del furgone, ciò involgendo la valutazione di elementi fattuali, quali i tempi di assorbimento e smaltimento dell’alcol eventualmente assunto e la dimostrazione che il P. avesse assunto sostanze alcoliche successivamente all’incidente (incidentalmente osservando la Corte napoletana che, anche su tale punto, erano rinvenibili discrepanze tra la versione del P. e quella del teste F., il primo avendo dichiarato di avere assunto alcolici per riprendersi dallo shock, il secondo che, in sua presenza, il P. non aveva assunto bevande alcoliche).

Infine, quanto alla sanzione amministrativa accessoria, la Corte territoriale, perfettamente edotta del superamento, da parte del giudice delle leggi, dell’automatismo della revoca della patente di guida, nei casi non aggravati ai sensi dell’art. 589-bis c.p., comma 2, ha ritenuto che la condotta del P. si connotasse di una particolare gravità, considerato il grado della colpa e il comportamento omissivo tenuto dopo il sinistro: l’imputato aveva tenuto una condotta di guida palesemente imprudente e negligente, viaggiando a velocità non commisurata alle caratteristiche della strada, percorsa anche da velocipedi, tamponandone violentemente uno e venedo individuato solo grazie alle indagini degli investigatori, il P. essendo stato trovato a casa sua dopo due ore dal sinistro senza che si fosse minimamente attivato e interessato alle sorti del conducente del velocipede investito.

  1. I motivi sono tutti manifestamente infondati e la loro trattazione unitaria è ampiamente giustificata dal vizio che li accomuna: la difesa ha omesso un effettivo confronto con le ragioni sulle quali si è fondata la decisione del gravame di merito, in violazione dei principi costantemente affermati da questa Corte di legittimità, secondo i quali il contenuto essenziale dell’atto d’impugnazione è indefettibilmente il confronto puntuale, con specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che fondano il dissenso, con le argomentazioni del provvedimento il cui dispositivo si contesta (cfr., in motivazione, sez. 6 n. 8700 del 21/1/2013, Rv. 254584; Sez. U. n. 8825 del 27/10/2016, dep. 2017, Galtelli, Rv. 268822, sui motivi d’appello, ma i cui principi possono applicarsi anche al ricorso per cassazione).

3.1. Quanto al mancato riconoscimento dell’attenuante invocata, in particolare, la difesa ha del tutto omesso di considerare che la Corte territoriale, dopo aver disatteso in maniera argomentata le conclusioni del consulente del pubblico ministero, ha tuttavia, in maniera dirimente, ritenuto la circostanza ininfluente sul decorso etiologico, atteso che la condotta del ciclista non avrebbe comunque integrato la violazione di alcuna norma cautelare.

Così ragionando, i giudici d’appello, peraltro, si sono conformati alla sentenza appellata, nella quale il Tribunale, pur dando atto della conclusione del consulente del pubblico ministero, ha tuttavia escluso la configurabilità dell’attenuantè invocata, osservando che la posizione leggermente discosta assunta dal velocipede era giustificata dalle condizioni del tratto stradale (presenza di canne al margine) che avrebbero semmai dovuto suggerire al P. una maggior prudenza, essendo del tutto prevedibile che anche un mezzo più piccolo si sarebbe inevitabilmente portato a leggera distanza dal ciglio. Anche il primo giudice, peraltro, ha osservato, in maniera dirimente, che i danni ai mezzi avevano confermato che, al momento dell’impatto, la bicicletta non si trovava al centro della carreggiata (cfr. pagg. 8 e 9 della sentenza appellata).

Sul punto, pare opportuno ricordare che l’art. 589-bis c.p., comma 7, prevede una diminuzione di pena (“fino alla metà”) nel caso in cui l’evento “non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole” (analogamente l’art. 590-bis, comma 7, in tema di lesioni personali stradali gravi o gravissime). Tali norme sono state così modificate dal Senato nella seduta del 10 dicembre 2015 (il diverso testo approvato dalla Camera prevedeva infatti una riduzione di pena solo qualora l’evento fosse “conseguenza anche di una condotta colposa della vittima”).

E’ del tutto evidente che la ratio della modifica risiede nella necessità di spostare l’attenzione dalla condotta interferente della vittima al piano generale dell’interferenza causale, a chiunque riferibile e di valutare detta interferenza a prescindere dall’elemento psicologico che la sorregge (dolo, colpa o addirittura assenza di suitas), risultando irragionevole un giudizio di meritevolezza del più lieve trattamento sanzionatorio ancorato ai connotati soggettivi dell’interferenza stessa (si pensi per esempio ad una condotta della vittima che sia conseguenza del caso fortuito o della forza maggiore, in cui neppure potrebbe parlarsi di condotta cosciente e volontaria o alle interferenze di terzi e non della vittima, casi che sarebbero rimasti irragionevolmente esclusi dal raggio di operatività della norma nella originaria versione, esponendola a dubbi di legittimità costituzionale).

Il che pone la previsione normativa in esame nel solco delineato dall’art. 41 c.p. e colloca esattamente il fattore esterno considerato sul piano della gravità della condotta e fuori dall’ambito della responsabilità (cfr., sul punto, in motivazione, sez. 4, n. 13587 del 26/2/2019, Mendoza Vivanco Babbio Alexander, Rv. 275873, in cui la Corte ha ritenuto non ricorrere la circostanza attenuante a effetto speciale di cui trattasi nel caso in cui sia stato accertato un comportamento della vittima perfettamente lecito e completamente estraneo al decorso causale dell’evento colposo, confermando la sentenza di merito che aveva escluso l’attenuante in relazione a un tamponamento violento che aveva causato la morte di una persona che, munita di cintura di sicurezza, si trovava alla guida di un’autovettura ferma al semaforo rosso, escludendo che potesse considerarsi fattore concausale, cui rapportare la minore gravità della condotta, il tipo di autovettura della vittima – d’epoca e priva di air bag, con telaio leggero e assetto estremamente basso – dotata, comunque, dei requisiti di sicurezza previsti dalla legge per circolare).

3.2. Ne deriva, quale logico corollario, stante la più ampia portata della norma (rispetto al testo originario), che il comportamento della vittima che rientra nel paradigma considerato non può mai consistere in una condotta perfettamente lecita. La norma, in altri termini, per quanto attiene al comportamento della persona offesa, fa riferimento a quelle condotte esse stesse colpose, oppure anomale rispetto all’ordinario svolgersi degli eventi, che possono quindi correttamente refluire sul grado di colpevolezza dell’agente. Nulla di tutto ciò è emerso dall’istruttoria, avendo la Corte di merito precisato che la circostanza che il ciclista avesse viaggiato a due metri dal ciglio non ne rendeva la condotta tale da porre in essere, nella specifica situazione, una violazione delle regole cautelari.

3.3. Alle stesse conclusioni deve giungersi anche per quanto riguarda il rifiuto di sottoporsi all’alcoltest. La Corte ha fornito una risposta del tutto congrua, logica e per nulla contraddittoria alle doglianze articolate con l’atto di appello, tenuto conto che il reato di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti alcolimetrici costituisce una distinta e autonoma fattispecie incriminatrice rispetto al reato di guida in stato di ebbrezza, in quanto il rinvio dell’art. 186 C.d.S., comma 7, al comma 2, lett. c) della medesima disposizione riguarda solo il trattamento sanzionatorio (cfr. sez. 4, n. 43845 del 26/9/2014, Lambiase, Rv. 260604), cosicchè di nessun pregio si ritiene l’osservazione difensiva secondo cui il reato non potrebbe configurarsi una volta trascorso un certo lasso di tempo tra la guida (supposta in stato di ebbrezza e tale da legittimare i relativi controlli da parte dell’organo accertatore) e la somministrazione del test ai fini della verifica dello stato di alterazione. Ciò, oltre a non emergere dal testo di legge, si ricava anche dai principi affermati dalla stessa giurisprudenza, secondo cui, ai fini della prova dello stato di ebbrezza, deve essere motivato adeguatamente il valore scientifico dei risultati dell’alcoltest effettuato alcune ore dopo la condotta di guida incriminata (cfr. sez. 4, n. 39725 del 6/6/2019, Angeli Gabriele, Rv. 277618), così confermandosi l’assunto che il soggetto controllato può essere sottoposto alla prova anche a distanza di tempo dall’incidente in cui è stato coinvolto mentre era alla guida di un veicolo e che gli eventuali esiti costituiscono oggetto di una valutazione di merito, rispetto alla quale il soggetto incriminato ha facoltà di svolgere le sue difese e contestazioni (cfr., sul punto, sez. 4, n. 50973 del 5/7/2017, Denicolò, Rv. 271532, in cui si è precisato, per l’appunto, che non integra circostanza utile a tal fine il solo intervallo temporale intercorrente tra l’ultimo atto di guida e l’espletamento dell’accertamento; n. 24206 del 4/3/2015, Mongiardo, Rv. 263725).

Va, dunque, certamente ribadito che che il decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile e non incide sulla validità del rilevamento alcolemico (cfr. sez. 4, n. 13999 del 11/3/2014, Pittiani, Rv. 259694), sebbene il decorso di un intervallo temporale di alcune ore tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolemico possa riflettersi sulla prova del fatto, ai fini della sua sussunzione in una delle due ipotesi di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. b) e c), richiedendo eventualmente la presenza di altri elementi indiziari (cfr. sez. 4, n. 42004 del 19/9/2019, Milutinovic Dusan, Rv. 277689; n. 47298 del 11/11/2014, Ciminari, Rv. 261573).

Il che è, per l’appunto, ciò che la Corte territoriale, con motivazione peraltro immune da censure, ha spiegato nei passaggi motivazionali contestati dal ricorrente e si allinea anche con il principio per il quale il reato di che trattasi si configura anche in tutte quelle ipotesi in cui il comportamento del soggetto da controllare sia elusivo e impedisca dunque il pronto espletamento dell’alcoltest (cfr. sul punto sez. 4, n. 3202 del 12/12/2019, dep. 2020, Berton Rubina Giorgia, Rv. 278025; n. 5409 del 27/1/2015, Avondo, Rv. 262162).

3.4. Infine, quanto alla invocata sostituzione della sanzione amministrativa accessoria, la Corte territoriale ha valorizzato elementi di sicuro rilievo al fine di ritenere la necessità della più rigorosa misura della revoca del titolo di guida, correttamente esercitando proprio quella facoltà discrezionale riconosciuta dalla legge (nel testo risultante dall’intervento del giudice delle leggi di cui alla sentenza n. 88/2019 che ha unicamente eliso l’automatismo individuato dal legislatore), in maniera del tutto congrua e pertinente alle evidenze raccolte. La difesa, ancora una volta, si è limitata a dissentire da tali motivate decisioni, senza un confronto con le ragioni sulle quali esse si sono fondate.

  1. Alla declaratoria di inammissibilità segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende, non ravvisandosi assenza di colpa in ordine alla determinazione della causa di inammissibilità (cfr. C. Cost. n. 186/2000).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 27 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

CICLISTI INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI BOLOGNA NAPOLI FIRENZE VICENZA RAVENNA TREVISO

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 19/01/2021, n. 20091 (rv. 281173-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Attenuante di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen. – Presupposti – Fattispecie

Cass. pen., Sez. IV, Sent., (data ud. 26/10/2021) 12/11/2021, n. 41141

Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRANTI Donatella – Presidente –

Dott. DOVERE Salvatore – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Aldo – Consigliere –

Dott. CENCI Daniele – rel. Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

F.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 14/10/2019 della CORTE APPELLO di CATANZARO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. DANIELE CENCI;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero (Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa TASSONE KATE).

Svolgimento del processo

1.La Corte di appello di Catanzaro il 14 ottobre 2019 ha integralmente confermato la sentenza, impugnata dall’imputato, con la quale il G.i.p. del Tribunale di Castrovillari il 9 luglio 2018, all’esito del giudizio abbreviato, ha riconosciuto F.G. responsabile dei reati di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle regole sulla circolazione stradale, per avere, alla guida di un autobus travolto ed ucciso un ciclista (capo A) e di omissione di soccorso e di fuga (capo B), fatti commessi tutti il (OMISSIS), in conseguenza condannando lo stesso, con le attenuanti generiche e la diminuzione per il rito, alle pene di giustizia in relazione al capo A) ed al capo B), riconosciuta, quanto a quest’ultimo, la continuazione tra le due violazioni dell’art. 189 C.d.S. in esso ricomprese; oltre alla sospensione della patente.

  1. Ricorre per la cassazione della sentenza l’imputato, tramite difensore di fiducia, affidandosi a quattro motivi con i quali denunzia violazione di legge.

2.1.Con il primo motivo lamenta violazione dell’art. 589 c.p. in ragione della ritenuta mancanza di penale responsabilità dell’imputato quanto al capo A).

Sarebbero state del tutto trascurate le conclusioni della CTU (recte: perizia) esperita nel corso dell’abbreviato, avendo l’ing. Minasi accertato che il conducente dell’autobus non si è accorto della bicicletta poichè la visuale era impedita dal parabrezza superiore del cruscotto, non sarebbero invece attendibili gli accertamenti della polizia giudiziaria, intervenuta sul luogo non immediatamente e dopo che i veicoli erano stati rimossi, mentre quanto dichiarato dalla testimone sarebbe scarsamente attendibile sia perchè ha riferito di un’impressione circa il “sorpasso azzardato” sia perchè la moglie della vittima, quindi non disinteressata all’esito del processo.

2.2. Con il secondo motivo censura l’affermazione di penale responsabilità dell’imputato in relazione all’accusa di omissione di soccorso stradale, poichè la valutazione, già riferita, del perito (alle pp. 57-61 dell’elaborato scritto) circa l’ostacolo alla visuale del conducente l’autobus rappresentato dal parabrezza superiore o “palpebra” del cruscotto (così alla p. 4 del ricorso) varrebbe a dimostrare che l’imputato in realtà non si è accorto di avere investito il ciclista.

2.3. Mediante il terzo motivo F.G. si duole della violazione dell’art. 81 c.p., per avere i giudici di merito ritenuto nella motivazione i fatti avvinti dal nesso della continuazione ma poi nel dispositivo inflitto autonoma pena per il capo A) e per il capo B) dell’editto.

2.4. Con l’ultimo motivo il ricorrente segnala che il reato si sarebbe prescritto dopo la sentenza di appello ma prima delle decisione della Corte di legittimità.

Si chiede, dunque, l’annullamento della sentenza impugnata.

  1. Il P.G. ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso.
  2. Il difensore del ricorrente con memoria del 15 ottobre 2021 ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è manifestamente infondato, per le seguenti ragioni.
  2. I primi tre motivi di ricorso sono la mera reiterazione testuale, con adattamenti testuale minimi, dei motivi nn. 1, 3 e 4 dell’atto di appello.

In conseguenza, deva applicarsi il tradizionale principio, che non vi è ragione alcuna per disattendere, secondo il quale “E’ inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che si risolvono nella pedissequa reiterazione di quelli già dedotti in appello e puntualmente disattesi dalla corte di merito, dovendosi gli stessi considerare non specifici ma soltanto apparenti, in quanto omettono di assolvere la tipica funzione di una critica argomentata avverso la sentenza oggetto di ricorso” (Sez. 2, n. 42046 del 17/07/2019, Boutartour Sami, Rv. 277710; nello stesso senso, tra le numerose altre, Sez. 2, n. 27816 del 22/03/2019, Rovinelli, Rv. 276970; Sez. 3, n. 44882 del 18/07/2014, Cariolo ed altri, Rv. 260608; Sez. 6, n. 20377 del 11/03/2009, Arnone ed altri, Rv. 243838;

Sez. 5, n. 11933 del 27/01/2005, Giagnorio, Rv. 231708; Sez. 6, n. 12 del 29/10/1996, dep. 1997, Del Vecchio, Rv. 206507; Sez. 2, n. 11126 del 26/06/1992, Petrosillo ed altro, Rv. 192556).

In ogni caso, la sentenza impugnata (alle ultime due pagine) confuta le tesi difensive con motivazione adeguata, congrua e logica, con la quale, in sostanza, il ricorrente non si confronta.

  1. Il quarto ed ultimo motivo, che consiste peraltro in una apodittica asserzione, è manifestamente infondato, non essendo la prescrizione maturata.
  2. Essendo, in definitiva, il ricorso manifestamente infondato e non ravvisandosi, ai sensi dell’art. 616c.p.p., assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Costituzionale, sentenza n. 186 del 13 giugno 2000), alla condanna al pagamento delle spese consegue anche quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, che si stima conforme a diritto ed equa, indicata in dispositivo.
  3. Motivazione semplificata, dovendosi fare applicazione nel caso di specie di principi giuridici già reiteratamente affermati dalla Corte di cassazione e condivisi dal Collegio, ricorrendo le condizioni di cui al decreto del Primo Presidente della S.C. n. 84dell’8 giugno 2016.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.

Motivazione semplificata.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2021

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCIALLI Patrizia – Presidente –

Dott. FERRANTI Donatella – Consigliere –

Dott. CAPPELLO Gabriella – Consigliere –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

I.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27/11/2019 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere PEZZELLA VINCENZO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Gen. MARINELLI FELICETTA che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. La Corte di Appello di Milano, pronunciando nei confronti dell’odierno ricorrente I.G., con sentenza del 27/11/2019, confermava la sentenza con cui il Giudice Monocratico del Tribunale di Milano il 24/5/2019, all’esito di giudizio ordinario, lo aveva condannato, con l’attenuante di cui all’art. 590 bisc.p., comma 7, alla pena condizionalmente sospesa di mesi otto di reclusione, con la sospensione della patente di guida per anni uno, per il delitto p. e p. dall’art. 590 bisc.p., comma 1, perchè per colpa, consistita nella violazione del D.Lgs. n. 285 del 1992art. 154, comma 8, conducendo l’autoarticolato tg. (OMISSIS) in prossimità di un’intersezione stradale, svoltava senza avvedersi della presenza del velocipede condotto da L.D., posto alla sua destra, ed investendola le cagionava lesioni personali gravissime consistenti nella perdita di entrambi gli arti di sinistra e giudicate guaribili in complessivi giorni 105 (vds. scioglimento prognosi – (OMISSIS)). In (OMISSIS).
  2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, l’ I., deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173disp. att. c.p.p., comma 1:

Con un primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in punto di riconosciuta responsabilità e travisamento della prova, anche rispetto alle prove acquisite legittimamente al processo, e violazione dell’art. 154 C.d.S..

Per il ricorrente la motivazione della quale la Corte di Appello di Milano sarebbe manifestamente illogica, oltre che apparente, laddove fonda il proprio convincimento sul fatto che, nella fattispecie, non si trattasse di un evento imprevedibile e straordinario, dovuto al caso fortuito, avendo dovuto l’imputato accertarsi in modo assoluto, prima di svoltare a destra, della non presenza di un utente della strada sulla propria destra.

La difesa ricorda che aveva invitato la Corte territoriale ad analizzare attentamente la deposizione dell’unico teste oculare, dalla quale emergeva che, nel momento in cui I.G. si era fermato all’incrocio regolato da semaforo (che, nella circostanza, era rosso), la propria corsia di marcia era completamente libera; che, nel momento in cui si fermava, il camionista aveva segnalato la propria intenzione di svoltare a destra (essendo, peraltro, l’unica direzione nella quale egli avrebbe potuto dirigersi); che la Lanciano, alla guida della bicicletta, sopraggiungeva solo in un momento successivo, infilandosi tra l’autocarro ed il marciapiede e posizionandosi in un punto cieco, non consentendo all’autista di poterla avvistare. La difesa, dunque, aveva invitato la Corte a porre particolare attenzione al contenuto della deposizione testimoniale, oltre che a quello dell’esame dell’imputato (l’ I. aveva confermato che, allorquando si era fermato al semaforo non vi era nessuno e, quando è ripartito, dagli specchietti non aveva visto alcuno).

La circostanza evidenziata dalla difesa – ci si duole- non sarebbe stata correttamente presa in considerazione e valutata dalla Corte territoriale che, anzi, ha giustificato l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato, richiamando un precedente pronunciato giurisprudenziale di questa Corte (Sez. 4 n. 10223/2005) e ritenendo che l’imputato ben sapesse che ad un incrocio in luogo abitato si poteva arrivare incolonnati… che vi era lo spazio materiale perchè una bici potesse affiancare l’autoarticolato sulla destra… che le foto in atti dimostravano che l’autoarticolato era molto distante dal marciapiede.

Addirittura – ci si duole – la Corte è giunta ad affermare, così ricalcando la motivazione della sentenza di primo grado, che l’imputato avrebbe potuto eventualmente alzarsi dal proprio sedile prima di ripartire per verificare la visuale non rappresentata dagli specchietti esterni.

In tali affermazioni sarebbe evidente l’illogicità della sentenza, perchè si richiede ad un autista di mezzi pesanti una condotta inesigibile.

Anzitutto, il riferimento giurisprudenziale richiamato dalla Corte di Appello di Milano sarebbe assolutamente inconferente, atteso che la richiamata sentenza di legittimità si riferisce ad un’ipotesi nella quale non era stata acquisita, in dibattimento, alcuna prova che il ciclista si fosse posizionato all’altezza dell’autocarro nel cd. punto morto, tant’è che, nella fattispecie, la Corte Suprema censurava la sentenza della Corte territoriale ritenendo che il posizionamento nel punto morto era riferito solo come allegazione difensiva, priva di ogni delibazione di concretezza ed effettività. In altre parole, il giudice di legittimità aveva annullato la sentenza della Corte territoriale perchè questa poggiava unicamente su ipotesi ricostruttive della dinamica dell’incidente, stante l’assenza di sicure testimonianze oculari.

Evidenzia, invece, il ricorrente che nel caso di specie, non è così, in quanto in dibattimento era stata acquisita la dichiarazione di K.O. che aveva riferito chiaramente che la ciclista si era infilata tra il marciapiede e l’autocarro – mentre questi era fermo al semaforo, con l’indicatore di dx accesso – e si era posizionata in modo tale da non poter essere vista dall’autista.

A fronte delle emergenze dibattimentali, la motivazione addotta dalla Corte territoriale sarebbe allora assolutamente illogica in quanto l’affermazione secondo la quale l’imputato avrebbe potuto eventualmente alzarsi dal proprio sedile prima di ripartire per verificare la visuale non rappresentata dagli specchietti esterni, costituirebbe una motivazione assolutamente irrazionale oltre che contrastante con le altre norme del codice della strada.

Il comportamento consigliato dal giudice di primo grado prima, e dalla Corte territoriale dopo, sarebbe stato oltremodo pericoloso e d’intralcio alla stessa circolazione stradale, perchè implicante che qualsiasi conducente di mezzi pesanti, in un centro cittadino, e ad ogni incrocio regolato da semaforo ovvero ad ogni intersezione stradale, dovrebbe, prima di riprendere la marcia, slacciare la cintura di sicurezza (contravvenendo all’art. 172 C.d.S.), allontanare le mani dal volante, posizionarsi sul sedile lato passeggero, affacciarsi al finestrino per sincerarsi dell’assenza di pericoli, per poi ritornare sul lato guida e riallacciare la cintura di sicurezza e ripartire.

Una tale manovra, oltre che non realizzabile in pochi istanti, avrebbe comportato non solo la violazione di altre norme del codice della strada, bensì sarebbe stata d’intralcio alla stessa circolazione stradale, essendo tale manovra esercitabile in un arco temporale di almeno 20/30 secondi. E, in tutto questo, il conducente del mezzo pesante avrebbe dovuto, comunque, prestare attenzione al tratto di strada che vi si poneva dinanzi ed alla parte di strada posta alla propria sinistra.

Nell’addurre tale irrazionale motivazione -si duole il ricorrente- la Corte territoriale avrebbe finanche travisato le prove acquisite, laddove ha affermato che le foto in atti dimostravano che l’autoarticolato era molto distante dal marciapiede. Le foto cui la Corte si riferisce sono quelle allegate al rapporto d’incidente redatto dalla Polizia Municipale che, però, raffigurano l’autocarro dopo che questi aveva già impegnato l’incrocio e, quindi, dopo che egli si era dovuto necessariamente allargare a sinistra per svoltare a destra (data la stazza dell’automezzo). Invece, le foto della strada sulla quale si era posizionato l’autocarro prima d’impegnare l’incrocio e l’ulteriore dato emergente dall’esame dell’imputato, acclaravano che detta strada era a doppio senso di circolazione e che tra l’autocarro ed il marciapiede vi poteva essere uno spazio massimo di circa 30/50 cm. (dato confermato anche dal teste K.O.).

Anche sotto tale aspetto, la sentenza della Corte territoriale si presenterebbe contraddittoria ed illogica. Inoltre, il fatto stesso che l’autocarro investiva la ciclista con la propria ruota anteriore destra, e che l’impatto avveniva pochi metri dopo il semaforo, induce per il ricorrente a ritenere che la Lanciano, all’accensione della luce verde, abbia tentato di anticipare la manovra di svolta dell’autocarro, probabilmente per dirigersi nella strada situata di fronte. Ma anche tale valutazione sarebbe stata omessa dalla Corte di Appello di Milano, così violando l’ulteriore principio secondo il quale si configura un’ipotesi di travisamento della prova quando viene utilizzata un’informazione inesistente o viene omesso l’esame degli elementi probatori offerti dalle parti (il richiamo è alla sentenza 45637/2015).

In buona sostanza, gli elementi probatori acquisiti dimostrerebbero che l’imputato nulla poteva per evitare l’incidente e, quindi, la sentenza della Corte di Appello di Milano sarebbe contraddittoria ed illogica.

Con un secondo motivo si denuncia inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 45 c.p. e mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione sul punto.

La sentenza impugnata sarebbe illogica anche nella parte in cui ritiene che il comportamento imprudente della vittima non escluda la responsabilità dell’imputato.

Con tale affermazione, la Corte di Appello di Milano implicitamente per il ricorrente afferma che, nella circostanza, la persona offesa avrebbe, con il proprio imprudente comportamento, contribuito, in un qualche modo, alla determinazione dell’evento, ciò se non altro perchè se ella non avesse affiancato l’autocarro – che era fermo al semaforo ed aveva indicato la propria intenzione di svoltare a destra – l’evento lesivo non si sarebbe verificato.

Ciò nonostante, la Corte di Appello -ci si duole- giunge all’affermazione di penale responsabilità dell’ I.G., ritenendo che l’evento non fosse nè imprevedibile nè straordinario, potendo l’imputato prevedere il comportamento (imprudente) della persona offesa. In tal modo, però, la Corte implicitamente riconoscerebbe un’ipotesi di presunzione di responsabilità, ciò perchè l’affermazione inerente la prevedibilità, in capo all’autista, che qualcuno potesse posizionarsi nel cd. punto cieco costituisce, di per sè stessa, una mera presunzione di responsabilità.

Sotto tale profilo, la sentenza oltre che intrinsecamente contraddittoria, violerebbe la regola secondo la quale la presunzione di colpa può essere applicata solo in sede di risarcimento del danno e non in sede penale (Sez. 4 n. 13136/16).

In altre parole, nella fattispecie de qua, I.G. non poteva prevedere un comportamento imprudente altrui. Anzi, sarebbe proprio l’imprudenza del comportamento della L. che escluderebbe la responsabilità dell’imputato, potendosi configurare, nella fattispecie, l’ipotesi di un caso fortuito.

L’imputato versava -secondo la tesi proposta in ricorso- nella completa impossibilità di potere avvistare la L. sul suo velocipede, ciò vuoi perchè ella si era posizionata nel cd punto cieco, vuoi perchè non era minimamente immaginabile che, una volta accesasi la luce verde del semaforo, un’autista possa alzarsi dal posto guida, spostarsi sul sedile lato passeggero ed affacciarsi per verificare se qualcuno si sia infilato nello spazio di 30 cm. per tentare di anticiparlo nell’impegnare l’incrocio.

La sentenza, quindi, sarebbe contraddittoria ed illogica perchè l’imprudenza della stessa persona offesa escludeva la responsabilità dell’imputato.

Chiede, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata.

  1. All’udienza odierna, procedendosi a trattazione orale secondo la disciplina ordinaria, in virtù del disposto del D.L. 23 luglio 2021, n. 105art. 7, comma 2, entrato in vigore in pari data, è comparsi il solo Procuratore generale, che ha rassegnato le proprie conclusioni nei termini riportati in epigrafe.

Motivi della decisione

  1. I denunciati vizi di motivazione della sentenza impugnata sono sussistenti e, pertanto, la sentenza impugnata va annullata con rinvio per nuovo giudizio ad altra Sezione della Corte di Appello di Milano.
  2. Per i giudici di merito i fatti sono acclarati.

Scrive il giudice di primo grado che: “La dinamica del sinistro è pacificamente provata, sulla scorta dell’inequivocabile testimonianza del teste oculare, e della relazione di incidente redatta dagli operanti intervenuti. La parte lesa, in bicicletta, attendeva al semaforo, ferma nello spazio tra il marciapiede e la cabina del camion, in una posizione in cui probabilmente non era visibile al camionista. I mezzi ripartirono pressochè insieme, per intraprendere la svolta a destra, e il camion investì la donna con la ruota anteriore destra, schiacciandola e provocandole le gravissime lesioni documentate in atti. L’imputato, in sede di esame, ha confermato la dinamica, affermando (credibilmente) di non avere visto la bicicletta in quanto posizionata in un punto cd. “cieco”, anche con l’ausilio dello specchio retrovisore, rispetto alla sua posizione di guida; ha aggiunto che avrebbe potuto vederla solo alzandosi dal posto di guida” (cfr. pag. 2 della sentenza di primo grado). Più in avanti, lo stesso giudice monocratico milanese aggiunge che: “…in ogni caso, in base alle emergenze, non vi è alcuna prova del fatto che la bicicletta si trovasse in quella posizione nel momento in cui il camion si arrestò, e l’affian-camento successivo appare altamente probabile, di tal che all’imputato deve essere accordata la diminuente prevista dalla legge” (così sempre pag. 2 della sentenza di primo grado).

Tale ricostruzione fattuale non risulta essere stata messa in discussione in appello.

Per i giudici di merito sussiste la responsabilità per colpa dell’odierno ricorrente anche se “deve non di meno ritenersi che il sinistro e l’evento si siano verificati non esclusivamente per conseguenza della violazione di I., poichè la posizione in cui la persona offesa si era collocata era intuitivamente pericolosa (anche se fosse stato il camion ad affiancarla avrebbe dovuto evitare di rimanere in quella posizione e di ripartire insieme al mezzo pesante), e la condotta è quanto meno caratterizzata da imprudenza” (così pag. 2 della sentenza di primo grado).

  1. Orbene, occorre a questo punto prendere le mosse dall’editto accusatorio, con il quale si è contestato all’ I., come ricordato in premessa, il profilo di colpa specifica di avere violato l’art. 154C.d.S., comma 8.

Al di là del richiamo (errato) al comma che disciplina il trattamento sanziona-torio, come spiega il giudice di primo grado, l’odierno ricorrente è stato condannato avendolo ritenuto colpevole di avere “violato il comma 1 lett. a), sanzionato dal comma 8, dell’art. 154 C.d.S., non essendosi, prima di voltare a destra, assicurato di poter effettuare la manovra senza creare pericolo agli altri utenti della strada” (così pag. 2 della sentenza di primo grado).

L’addebito è stato convalidato dai giudici del gravame del merito per i quali “seppure, infatti, l’imputato aveva segnalato mediante l’indicatore di direzione la sua intenzione di svoltare a destra, egli era comunque tenuto, ai sensi dell’art. 154 C.d.S., a verificare preventivamente che non vi fosse nessuno affiancato che potesse essere messo in pericolo dalla manovra di svolta. Soprattutto, la doverosa cautela che I. avrebbe dovuto porre in essere andava correlata al fatto che l’imputato era conducente di un autoarticolato, e cioè di un mezzo di grosse dimensioni e altezza rispetto alla platea stradale, con “punti ciechi” di visuale rispetto a quanto avveniva sulla strada: motivo per il quale egli doveva a maggior ragione adottare un comportamento di guida più prudente di quello manifestato nel caso di specie” (così pag. 3 della motivazione della sentenza impugnata).

Dunque, il richiamo è alla prima parte dell’art. 154 C.d.S. secondo cui: “1. I conducenti che intendono eseguire una manovra per immettersi nel flusso della circolazione, per cambiare direzione o corsia, per invertire il senso di marcia, per fare retromarcia, per voltare a destra o a sinistra, per impegnare un’altra strada, o per immettersi in un luogo non soggetto a pubblico passaggio, ovvero per fermarsi, devono: a) assicurarsi di poter effettuare la manovra senza creare pericolo o intralcio agli altri utenti della strada, tenendo conto della posizione, distanza, direzione di essi; b) segnalare con sufficiente anticipo la loro intenzione”.

  1. Ebbene, questa Corte di legittimità, nel condivisibile arresto giurisprudenziale richiamato dalla sentenza impugnata (Sez. 4, n. 10223 del 20/1/2005, S., Rv. 231145) ha da tempo chiarito che in tema di circolazione stradale, in ipotesi di svolta a destra, il conducente di un veicolo (soprattutto – come nella specie – di grosse dimensioni) ha il dovere di assicurarsi con assoluta certezza che intraprendendo la manovra non crei pericolo o intralcio ad altri utenti della strada (in quel caso la Corte ha annullato la sentenza di merito che aveva assolto l’imputato il quale, alla guida di un camion, nel girare a destra aveva provocato la mortedi una ciclista, ritenendo contraddittoria e illogica la sentenza nella quale si affermava come la precisa osservanza di tutte le regole durante la manovra avrebbe costituito una forma di diligenza impossibile da osservare per il guidatore).

Ciò che, tuttavia, vulnera il percorso motivazionale della sentenza impugnata, in sede di applicazione di quel condivisibile principio, è il non aver sufficientemente individuato e circostanziato il comportamento alternativo lecito omesso dall’ I..

Di certo -e qui ha ragione il ricorrente- non si poteva richiedere al conducente dell’autoarticolato di “alzarsi brevemente dal posto di guida, con un’azione di pochissimi istanti, per verificare l’assenza di mezzi a due ruote in posizione pericolosa (situazione invero frequente e tutt’altro che imprevedibile e straordinaria nelle normali condizioni di traffico cittadino)” (così pagg. 2 della sentenza di primo grado e 1 della motivazione della sentenza impugnata).

L’alzarsi dal posto di guida, infatti, è comportamento inesigibile, perchè sarebbe stato oltremodo pericoloso e d’intralcio alla stessa circolazione stradale, perchè implicante che qualsiasi conducente di mezzi pesanti, in un centro cittadino, e ad ogni incrocio regolato da semaforo ovvero ad ogni intersezione stradale, dovrebbe, prima di riprendere la marcia, slacciare la cintura di sicurezza (contravvenendo all’art. 172 C.d.S.), allontanare le mani dal volante, posizionarsi sul sedile lato passeggero, affacciarsi al finestrino per sincerarsi dell’assenza di pericoli, per poi ritornare sul lato guida e riallacciare la cintura di sicurezza e ripartire.

Fondata, invece è l’affermazione dei giudici di merito secondo cui l’esistenza dei punti ciechi è notoria e ciò deve comportare la massima cautela per chi guida un autoarticolato, quando si trova in un centro urbano, nell’effettuare una ripar-tenza e/o una svolta. E’ appunto quello che richiede l’art. 154 C.d.S..

Nelle loro scarne motivazioni, tuttavia, i giudici di merito milanesi non dicono in cosa si sia concretizzata la scarsa attenzione e cautela dell’ I.. Aveva lo specchietto retrovisore mal posizionato? Era per qualche altra ragione disattento? La Corte territoriale nemmeno dice – e dovrà farlo il giudice del rinvio-perchè era concretamente prevedibile la presenza della ciclista alla destra dell’autoarticolato. Qual era, in concreto, in quelle condizioni di tempo e di luogo, la visibilità? In quele punto esatto, per quanto si desume dalla compiuta istruttoria, si era fermata la ciclista? C’è un’insufficienza motivazionale, nella sentenza impugnata, anche sul momento in cui la bicicletta si è inserita tra il camion e il marciapiede.

A ben guardare, proprio la sentenza del 2005 richiamata dalla Corte territoriale conferma che non si può, come paiono fare i giudici milanesi, desumere ex post l’assenza delle necessarie cautele da parte dell’imputato dal fatto storico che si sia verificato l’incidente.

In quel caso, ove pure si giudicava in relazione ad una vicenda che presentava numerose analogie con quella che ci occupa (il camion del ricorrente S. e la bicicletta della persona offesa C. erano entrambi fermi al semaforo rosso; il camion aveva azionato il segnalatore direzionale destro per svoltare a destra; scattato il verde, il camion aveva effettuato la manovra di svolta a destra, non avvedendosi della ciclista, investendola) ebbe, infatti, a scrivere la Corte: “… non dal semplice verificarsi del fatto-sinistro-decesso desumersi la conseguenza che lo S. abbia negligentemente omesso di controllare e verificare il sopraggiungere di veicoli alla sua destra…. non dal semplice verificarsi del decesso della ciclista può arguirsi che lo S. non abbia adottato le cautele possibili per evitare il sinistro”.

Perciò, in quell’occasione come in questa i giudici di legittimità pervennero all’annullamento con rinvio della sentenza al loro esame chiedendo al giudice del rinvio di procedere “ad una esatta ricostruzione della compiuta dinamica del sinistro” e ad una più chiara individuazione dei profili di responsabilità dell’imputato.

  1. Il giudice del rinvio dovrà, da un lato tenere conto dell’esigibilità della condotta colposa da ascriversi all’imputato e dall’altro dell’ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità secondo cui in tema di circolazione stradale, il c.d. principio di affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purchè questo rientri nel limite della prevedibilità (cfr. ex multis la recente Sez. 4, n. 27513 del 10/05/2017, Mulas, Rv. 269997; conf. Sez. 4, n. 5691 del 2/2/2016, Tettamanti, Rv. 265981, relativa ad un caso in cui la Corte ha confermato la sentenza impugnata ritenendo la responsabilitàdell’imputato che, alla guida della propria vettura, aveva effettuato un repentino cambio dalla corsia di sorpasso a quella di destra senza segnalare per tempo la sua intenzione, andando così a collidere con un motociclo che sopraggiungendo dietro di lui aveva tentato, imprudentemente, di sorpassarlo a destra). Nell’affermare il medesimo principio, con altra condivisibile pronuncia (Sez. 4, n. 12260 del 9/1/2015, Moccia ed altro, Rv. 263010), questa Corte aveva annullato la sentenza con la quale era esclusa la responsabilitàdel guidatore per omicidio colposo di un pedone, il quale, sceso dalla portiera anteriore dell’autobus in sosta lungo il lato destro della carreggiata, era passato davanti all’automezzo ed era stato investito dall’imputato, che aveva rispettato il limite di velocità ma non aveva provveduto a moderarla in ragione delle condizioni spazio-temporali di guida e, segnatamente, della presenza in sosta del pullman).

Per contro, non va trascurato, il risalente ma pur sempre attuale dictum di questa Corte che, sotto la vigenza del D.P.R. 15 giugno 1959, n. 393art. 104, norma che come il vigente art. 154 C.d.S., faceva obbligo ai conducenti che intendessero svoltare a destra di tenersi il più possibile ebbe ad affermare che gli stessi “quando non esiste o non hanno avuto la possibilità di percepire un concreto pericolo, non hanno alcun obbligo di controllare continuamente il sopraggiungere di veicoli da tergo e lungo la fiancata di destra in quanto possono fare affidamento sul divieto di sorpasso in corrispondenza delle intersezioni, sull’obbligo di rispettare la distanza di sicurezza e su quello di uniformarsi ai segnali di arresto e di direzione azionati dagli stessi conducenti (Sez. 4, n. 1192 del 23/11/1992 dep. 1993, Vollo, Rv. 193012) Il giudice del rinvio, come si è detto dovrà colmare il deficit motivazionale che invece presente la sentenza oggi impugnata in termini di prevedibilità della condotta imprudente altrui secondo il dictum di Sez. 4, n. 46741 del 8/10/2009, Mi-nunno, Rv. 245663 per cui il principio di affidamento trova applicazione anche in relazione ai reati colposi commessi a seguito di violazione di norme sulla circolazione stradale, ed impone di valutare, ai fini della sussistenza della colpa, se, nelle condizioni date, l’agente dovesse e potesse concretamente prevedere le altrui condotte irregolari (in quel caso è stata ritenuta in concreto imprevedibile per l’imputato – che, a bordo di una autovettura, percorreva una strada statale, e stava avviando manovra di svolta a sinistra per accedere ad un’area di servizio che si trovava sul lato opposto della carreggiata, profittando del fatto che alcuni veicoli, tra cui in particolare un autoarticolato, che procedevano nell’opposto senso di marcia, si erano fermati per favorire la manovra – la condotta della parte lesa, una ciclomotorista che aveva sorpassato scorrettamente sulla destra la colonna ferma di autoveicoli, omettendo inoltre di fermarsi o rallentare in prossimità dell’ingresso all’impianto di distribuzione di carburanti).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di Appello di Milano, altra Sezione.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2021

CICLISTI INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI BOLOGNA NAPOLI FIRENZE VICENZA RAVENNA TREVISO

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 19/01/2021, n. 20091 (rv. 281173-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Attenuante di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen. – Presupposti – Fattispecie

 

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designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita

designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita

In tema di successione legittima spettano al coniuge superstite, in aggiunta alla quota attribuita dagli artt. 581 e 582 c.c., i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, di cui all’art. 540, comma 2 c.c., dovendo il valore capitale di tali diritti essere detratto dall’asse prima di procedere alla divisione dello stesso tra tutti i coeredi, secondo un meccanismo assimilabile al prelegato, e senza che, perciò, operi il diverso procedimento di imputazione previsto dall’art. 553 c.c., relativo al concorso tra eredi legittimi e legittimari e strettamente inerente alla tutela delle quote di riserva dei figli del “de cuius”.Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 09/04/2021, n. 9487

La designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in una delle forme previste dell’art. 1920, comma 2, c.c., comporta l’acquisto di un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione da parte di coloro che, al momento della morte del contraente, rivestano tale qualità in forza del titolo della astratta delazione indicata all’assicuratore per individuare i creditori della prestazione. La designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in difetto di una inequivoca volontà del contraente in senso diverso, non comporta la ripartizione dell’indennizzo tra gli aventi diritto secondo le proporzioni della successione ereditaria, spettando a ciascuno dei creditori, in forza della eadem causa obligandi, una quota uguale dell’indennizzo assicurativo. Allorché uno dei beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita premuore al contraente, la prestazione, se il beneficio non sia stato revocato o il contraente non abbia disposto diversamente, deve essere eseguita a favore degli eredi del premorto in proporzione della quota che sarebbe spettata a quest’ultimo.

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

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designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

In mancanza di una manifestazione contraria all’apertura della successione legittima, i beni consapevolmente esclusi sono attribuiti al chiamato ex lege. La quota dell’istituito ex re è determinata, perciò, in base al rapporto fra le cose attribuite e il valore globale dei beni che il testatore sapeva di possedere in quel dato momento, tenuto conto anche di quelli non contemplati nel testamento. Nella quota differenziale, formata dalle altre cose dell’asse, succede l’erede legittimo; nella stessa proporzione, in forza della virtù espansiva che costituito connotato essenziale della vocazione a titolo universale, si ripartiranno fra erede testamentario e legittimo i beni ignorati dal testatore o sopravvenuti dopo la confezione della scheda.

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Cass. civ., Sez. Unite, Sentenza, 30/04/2021, n. 11421 (rv. 661129-03)

ASSICURAZIONE – Assicurazione sulla vita – A favore di un terzo – Designazione del beneficiario – Assicurazione sulla vita – Clausola di attribuzione dell’indennizzo a favore degli eredi legittimi (e/o testamentari) – Premorienza di uno degli eredi del contraente – Conseguenze – Trasmissibilità agli eredi del beneficiario premorto

Allorché uno dei beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita premuore al contraente, la prestazione, se il beneficio non sia stato revocato o il contraente non abbia disposto diversamente, deve essere eseguita a favore degli eredi del premorto in proporzione della quota che sarebbe spettata a quest’ultimo. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO CATANIA, 18/05/2018)

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rCass. civ., Sez. II, Sentenza, 30/06/2021, n. 18561 (rv. 661688-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Diritti riservati ai legittimari – In genere – Legato in sostituzione di legittima – Computo nella porzione indisponibile – Conseguenze – Inclusione del beneficiario nel numero complessivo dei legittimari – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Diritti riservati ai legittimari – Legati e donazioni in conto di legittima – In genere

Il legato in sostituzione di legittima, come espressamente previsto dall’art. 551 c.c., deve gravare sulla porzione indisponibile; ne consegue che, al fine della determinazione di ciascuna quota di riserva, il legittimario che sia beneficiario di detto legato, ancorché lo abbia accettato perdendo il diritto di chiederne un supplemento, deve essere calcolato nel numero complessivo degli eredi legittimari. (Rigetta, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 08/10/2015)

fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiunto

fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiuntoavvocato-erede-legittimo-10

L’uccisione di una persona fa presumere da sola, ex art. 2727 c.c., una conseguente sofferenza morale in capo ai genitori, al coniuge, ai figli od ai fratelli della vittima, a nulla rilevando né che la vittima ed il superstite non convivessero, né che fossero distanti (circostanze, queste ultime, le quali potranno essere valutate ai fini del “quantum debeatur”). Nei casi suddetti è pertanto onere del convenuto provare che vittima e superstite fossero tra foro indifferenti o in odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 24/07/2015)

In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro stradale (nella specie, sei o sette ore), il risarcimento del c.d. danno “catastrofale” – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; e, d’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta,; in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita

In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro stradale (nella specie, sei o sette ore), il risarcimento del c.d. danno “catastrofale” – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; e, d’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta,; in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.

Cass. civ., Sez. III, 11/12/2018, n. 31950

Il fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiunto appartenente al ristretto nucleo familiare (genitore, coniuge, fratello) dà luogo ad un danno non patrimoniale presunto, consistente nella sofferenza morale che solitamente si accompagna alla morte dì una persona cara e nella perdita del rapporto, parentale e conseguente lesione del diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che ordinariamente caratterizza la vita familiare. Trattasi di un’ipotesi di danno presunto, dovendosi ordinariamente ritenere sussistente tra detti stretti congiunti un intenso vincolo affettivo ed un progetto di vita in comune ma siffatta presunzione semplice può tuttavia, come tale, essere superata da elementi di segno contrario, quali la separazione legale o (come nel caso di specie) l’esistenza di una relazione extraconiugale con conseguente nascita di un figlio tre mesi prima della morte del coniuge (relazione extraconiugale che costituisce evidente inadempimento all’obbligo di fedeltà tra coniugi di cui all’art. 143 c.c.).

Fonti:

Cass. civ., Sez. lavoro, 27/03/2019, n. 8580

Esclusa la risarcibilità iure hereditatis di un danno da perdita della vita, in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, è configurabile e trasmissibile iure hereditatis il danno non patrimoniale nelle due componenti di danno biologico “terminale”, cioè di danno biologico da invalidità temporanea assoluta, configurabile in capo alla vittima nell’ipotesi in cui la morte sopravvenga dopo apprezzabile lasso di tempo dall’evento lesivo e di danno morale “terminale o catastrofale o catastrofico”, ossia del danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza nell’intervallo tra l’evento lesivo e la morte, con conseguente acquisizione di una pretesa risarcitoria trasmissibile agli eredi.

In tema di risarcimento dei danni, in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione”, proposta “iure proprio” dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno. Infatti, non essendo condivisibile limitare la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., all’ambito ristretto della sola cd. “famiglia nucleare”, il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla convivenza, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, escludendo automaticamente, nel caso di non sussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto.

Il danno non patrimoniale da perdita della vita non è indennizzabile “ex se”, senza che con ciò possa ritenersi violato l’art. 2 CEDU sul riconoscimento del “diritto alla vita”, poiché la richiamata norma, pur se di carattere generale e diretta a tutelare ogni possibile componente del bene vita, non detta specifiche prescrizioni sull’ambito ed i modi in cui tale tutela debba esplicarsi, né, in caso di decesso immediatamente conseguente a lesioni derivanti da fatto illecito, impone necessariamente l’attribuzione della tutela risarcitoria, il riconoscimento della quale in numerosi interventi normativi ha, comunque, carattere di specialità e tassatività ed è inidoneo a modificare il vigente sistema della responsabilità civile, improntato al concetto di perdita-conseguenza e non sull’evento lesivo in sé considerato. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 04/06/2018)

Cass. civ., Sez. VI – 3, Ordinanza, 17/09/2019, n. 23153 (rv. 655508-01)

RISARCIMENTO DEL DANNO – Patrimoniale e non patrimoniale (danni morali) – Danno non patrimoniale – Danno biologico terminale e danno morale terminale – Risarcibilità – Condizioni – Fattispecie

In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, nel periodo di tempo interposto tra la lesione e la morte ricorre il danno biologico terminale, cioè il danno biologico “stricto sensu” (ovvero danno al bene “salute”), al quale, nell’unitarietà del “genus” del danno non patrimoniale, può aggiungersi un danno morale peculiare improntato alla fattispecie (“danno morale terminale”), ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza dell'”exitus”, se nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”, in quanto in grado di percepire la sua situazione ed in particolare l’imminenza della morte, essendo quindi irrilevante, a fini risarcitori, in tale ipotesi, il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale ed il decesso. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva escluso il diritto al risarcimento del danno morale terminale, e, quindi, la sua conseguente trasmissibilità “iure hereditatis”, senza accertare se la vittima si trovasse in una condizione di “lucidità agonica”, nonostante fosse emerso che il lasso temporale tra lesione e morte, tutt’altro che “brevissimo”, ammontasse ad alcune ore). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO ANCONA, 27/09/2016)

Corte d’Appello Genova, Sez. II, Sentenza, 13/08/2020, n. 786

In tema di pregiudizio derivante da perdita o lesione del rapporto parentale, il giudice è tenuto a verificare, in base alle evidenze probatorie acquisite, se sussistano uno o entrambi i profili di cui si compone l’unitario danno non patrimoniale subito dal prossimo congiunto e, cioè, l’interiore sofferenza morale soggettiva e quella riflessa sul piano dinamico-relazionale, nonché ad apprezzare la gravità ed effettiva entità del danno in considerazione dei concreti rapporti col congiunto, anche ricorrendo ad elementi presuntivi quali la maggiore o minore prossimità del legame parentale, la qualità dei legami affettivi (anche se al di fuori di una configurazione formale), la sopravvivenza di altri congiunti, la convivenza o meno col danneggiato, l’età delle parti ed ogni altra circostanza del caso.

– Morte di congiunti (parenti della vittima) – Perdita del rapporto parentale – Criteri di liquidazione equitativa 

RISARCIMENTO DEL DANNO – Morte di congiunti (parenti della vittima) – Perdita del rapporto parentale – Criteri di liquidazione equitativa – Tabelle basate sul sistema a punti variabili – Necessità – Deroga per l’eccezionalità del caso – Ammissibilità – Condizioni – Fattispecie – RISARCIMENTO DEL DANNO – Valutazione e liquidazione – Criteri equitativi – In genere

In tema di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio in casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul “sistema a punti”, che preveda, oltre all’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, indefettibilmente, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonché l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la decisione del giudice d’appello che, per liquidare il danno da perdita del rapporto parentale patito dal fratello e dal coniuge della vittima, aveva fatto applicazione delle tabelle milanesi, non fondate sulla tecnica del punto, bensì sull’individuazione di un importo minimo e di un “tetto” massimo, con un intervallo molto ampio tra l’uno e l’altro). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO CATANIA, 20/03/2018)

Tribunale Torino, Sez. IV, Sentenza, 30/04/2021, n. 2113

Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi nel vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti. Il danno non patrimoniale da perdita parentale deve essere liquidato unitariamente, dovendo il Giudice al momento della quantificazione considerare tanto quello di tipo relazionale da perdita del congiunto, quanto la sofferenza soggettiva rappresentata dal danno morale, fermo restando l’obbligo di tenere conto nel caso concreto di tutte le peculiarità di manifestazione del danno non patrimoniale, così da assicurare la liquidazione più adeguata al caso concreto.

Cass. civ., Sez. III, Ordinanza, 29/09/2021, n. 26300

In tema di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio in casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul “sistema a punti”, che preveda, oltre all’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, indefettibilmente, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonchè l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale die correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. Tabella che, allo stato, risulta essere quella di Roma.

INFORTUNIO MORTALE LAVORO DANNO

 

 

 

INFORTUNIO MORTALE LAVORO DANNO

Tenuto poi conto della necessità di capitalizzare il risarcimento, occorre moltiplicare tali somme per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie corrispondente, nel rapporto tra la vittima e del coniuge, all’età del più giovane tra i due, e, nel rapporto tra la vittima e ciascuno dei figli, al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno (Cass. n. 6619/2018), con esclusione in ogni caso dei coefficienti di capitalizzazione di cui al r.d. numero 1403/1922 i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’articolo 1223 c.c. (Cass. n. 20615/2015, Cass. n. 18093/2020); a tale riguardo risultano invece legittimamente utilizzabili coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente della materia del danno aquiliano (Cass. n. 10499/2017).avvocato-erede-legittimo-10

Ritiene questa Corte che i coefficienti da utilizzare ai fini che qui interessano possono essere tratti dalla tavola 7 di cui alle tabelle per il calcolo di capitali attuali delle rendite di inabilità e di quelli a favore dei superstiti dei lavoratori deceduti a causa dell’evento lesivo (Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2006), che applicano, con riferimento all’età del superstite al momento dell’evento (nel caso di specie verificatosi nel 2008) per il coniuge XX (nata nel 1978) il coefficiente di 29,6328 (30 anni), per il figlio J (nato nel 2002) il coefficiente di 12,2674 (6 anni), per la figlia W (nata nel 2005) il coefficiente di 14,2829: moltiplicando la quota di reddito spettante a ciascuno per il rispettivo coefficiente si ottiene € 296,328,00 per la moglie, € 61.337,00 per il figlio J ed € 71.414,50 per la figlia W.

Al danno patrimoniale così determinato con riferimento alla data dell’evento mortale deve — per ciascuno degli attori — aggiungersi il danno non patrimoniale per la perdita del rapporto parentale, liquidato dal primo giudice in € 326.000,00 (importo non contestato sotto alcun profilo) e deve, poi, detrarsi l’importo di € 198.157,00 (incontestatamente determinato dal primo giudice per quanto ricevuto dagli attori da parte di altri responsabili e dall’assicuratore sociale INAIL): il credito risarcitorio ammonta quindi ad € 424.171,00 per la moglie, € 189.180,00 per il figlio J ed € 199.257,50 per la figlia W.

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

SECONDA SEZIONE CIVILE

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Giampiero Maria Fiore – Presidente

dott. Antonella Palumbi – Consigliere Relatore

dott. Mariacolomba Giuliano – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. 836/2014 promossa da:

ALFA SOCIETA’ COOPERATIVA AGRICOLA (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Mauro Brighi e dell’avv. Antonio Trentin (c.f. omissis) Via San Petronio Vecchio, 4/2 Bologna;

APPELLANTE

contro

XX in proprio e per i figli minori J e W (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Andrea Fabozzo e dell’avv. Andrea Assogna (c.f. omissis) presso l’avv. Andrea Fabozzo – Via Castiglione, 24 Bologna;

APPELLATI-APPELLANTI INCIDENTALI

YY (c.f. omissis)

APPELLATO contumace

in punto a

“appello avverso sentenza n. 1016/2013 Tribunale Forlì”

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da note scritte depositate per l’udienza cartolare del 10.11.2020.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza n. 1016/2013 il Tribunale di Forlì, pronunciando nella causa promossa da XX, in proprio e quale esercente la potestà sui figli minori J e W, dichiarava la responsabilità del convenuto YY, nella veste di legale rappresentante della società ‘Alfa’ Società Cooperativa Agricola, per la morte di B. S., avvenuta in data 29 giugno 2008 presso la sede della predetta società, col concorso di colpa della vittima in misura di 1/3; condannava il convenuto a pagare a titolo di risarcimento dei danni, oltre interessi legali dalla data della sentenza al saldo, € 402.562,00 a XX in proprio nonché € 178.562,00 per ciascuno dei figli minori J e W, condannava inoltre la terza chiamata ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la a tenere indenne il convenuto YY delle somme da questa dovute agli attori; condannava il convenuto e la terza chiamata a pagare in solido agli attori le spese del grado, compensandole invece tra il convenuto e la terza chiamata.

Riteneva il Tribunale che il convenuto, nella veste di legale rappresentante della terza chiamata ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la, era responsabile per la mancata adozione delle misure di prevenzione specificamente indicate dall’articolo 83 D.lgs. n. 81/2008 (avvertimento dell’esistenza nell’impianto elettrico su cui operava B. S. di parti attive non protette) nonché per la mancata predisposizione di apposito piano di lavoro attesa la natura complessa dell’intervento eseguito dal B. S., responsabilità ascrivibile, ai sensi dell’articolo 26 del citato decreto legislativo, alla società ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la quale committente del lavoro; che la vittima B. S., essendosi imprudentemente accostato ai terminali dell’interruttore generale rimasti attivi, aveva concorso alla causazione dell’evento mortale in misura pari a 1/3; che il pregiudizio patito dagli attori per la scomparsa del marito (XX) e del padre (J e W) aveva natura sia patrimoniale che non patrimoniale; che, avuto riguardo al reddito medio annuo di cui la vittima era titolare (€ 42.000,00), alla presumibile durata della sua attività lavorativa (34 anni), alla percentuale del reddito di cui i congiunti avrebbero goduto (1/3 alla moglie per 34 anni, 1/6 a ciascuno dei figli per 20 anni), agli importi massimi stabiliti dalle tabelle del Tribunale di Milano nel 2013 per il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, detratto quanto già ricevuto aliunde per il medesimo titolo (€ 198.157,00 per ciascuno degli attori) e tenuto conto del concorso di responsabilità della vittima pari a 1/3, a XX residuava un credito di € 402.562,00 ed a ciascuno dei figli un credito di € 178.562,00 mentre non venivano calcolati gli accessori sulle predette somme, tenuto conto, quanto al danno non patrimoniale, dell’applicazione delle tabelle relative all’epoca della sentenza e non già all’epoca del decesso e, quanto al danno patrimoniale, dell’avvenuto arrotondamento del reddito annuo della vittima; che, in assenza di contestazioni al riguardo, il convenuto aveva diritto a farsi indennizzare dalla società di cui era legale rappresentante.

Avverso questa sentenza proponeva appello ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la, affidato a unico motivo di impugnazione con cui denunciava l’eccessività della liquidazione del danno patrimoniale, in quanto basata sul reddito imponibile anziché sul reddito netto (detratte cioè le imposte e ritenute di legge) e senza applicare, inoltre, il correttivo del coefficiente per la costituzione delle rendite temporanee e dello scarto tra vita lavorativa e aspettativa di vita.

Si costituiva XX, in proprio e quale esercente la potestà genitoriale sui figli minori J e W, chiedendo il rigetto dell’appello e svolgendo appello incidentale avverso il riconoscimento del concorso di responsabilità a carico della vittima, statuizione di cui rilevava l’illogicità rispetto all’affermazione, pure presente in sentenza, della complessità dell’intervento eseguito da B. S., della “..difficoltà obiettiva nell’individuare le parti rimaste in tensione nonostante che il trasformatore fosse fuori servizio..”, della non abnormità e non eccezionalità della manovra eseguita in concreto dal lavoratore, della regolarità e della prevedibilità del rischio, poi effettivamente realizzatosi, mediante quelle condotte la cui omissione è stata ascritta a responsabilità del YY, nella cennata qualità di legale rappresentante ‘Alfa

Rimaneva contumace YY.

La causa veniva posta in decisione sulle conclusioni precisate dalle parti con note scritte depositate per l’udienza del 10/11/2020 trattata con le modalità di cui all’articolo 83 comma 7 lettera h, D.L. n. 18/2020, essendo scaduti all’8.2.20221 i termini per le comparse conclusionali e le memorie di replica.

***

Preliminarmente, si osserva che le deduzioni ed argomentazioni difensive svolte dall’appellante nella comparsa conclusionale risultano ammissibili solo nei limiti in cui sono dirette a contrastare l’appello incidentale (volto ad escludere il concorso di responsabilità in capo alla vittima), ma non anche ai fini del riesame dell’accertamento di responsabilità in capo ad ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la (di cui la difesa fa, infatti, questione), in quanto tale punto avrebbe dovuto essere oggetto di specifica censura da formularsi con l’atto d’appello, nel quale invece, come si è rilevato, viene contestata unicamente la liquidazione del danno patrimoniale (quantum), con conseguente acquiescenza riguardo all’accertamento predetto (an).

***

Quanto alle questioni che questa Corte è chiamata a riesaminare, risulta preliminare valutare in primis il motivo su cui si basa l’appello incidentale.

Il motivo è fondato.

La concorrente responsabilità attribuita alla vittima è incoerente con le premesse e la descrizione dei fatti, quali incontestatamente ricostruiti nella gravata sentenza con riferimento, non censurato da nessuna delle parti, al rapporto degli ispettori AUSL e ai testi sentiti.

Infatti, nel rapporto risulta che l’impianto elettrico della centrale frigorifera, il cui guasto ha reso necessario l’intervento eseguito da B. S., era privo dei requisiti richiesti dall’art. 340.1 della norma CEI 64-8/3, in quanto non disponeva di un sistema di alimentazione di riserva, sicché l’alimentazione provvisoria (realizzata prima dell’intervento del B. S. per evitare il deterioramento degli alimenti conservati nella cella frigorifera per il tempo necessario a riparare il guasto) aveva cambiato sostanzialmente la configurazione dell’impianto mettendo in tensione quelle parti di esso che diversamente, in condizioni di normale fuori servizio del trasformatore, non sarebbero state attive ed il cui contatto da parte del B. S. ne ha provocato la morte per folgorazione; le parti predette erano costituite dai terminali dell’interruttore, posti in ambiente scarsamente illuminato e non facilmente riconoscibili dal B. S. che operava in prossimità; risultavano inoltre assenti tanto il piano di lavoro che il piano di intervento, entrambi invece necessari attesa la tipologia e la natura del lavoro che il B. S. doveva eseguire; risultava infine assente qualunque cartello monitore di avvertimento della presenza di parti attive nonostante il fuori servizio del trasformatore, avvertimento che avrebbe reso il B. S. consapevole del rischio che correva.

Per contro, nessun rilievo è formulato nel rapporto riguardo alla condotta della vittima.

Questa essendo la ricostruzione dei fatti, non è possibile ravvisare alcuna violazione di norme di prudenza, specifica o generica, da parte della vittima, la quale operava ritenendo (erroneamente ma incolpevolmente, proprio per il legittimo affidamento ingenerato dalla mancanza di cartelli monitori) che non vi fosse tensione elettrica in nessuna delle parti dell’impianto su cui doveva intervenire.

Di conseguenza, nessuna efficienza causale nella verificazione dell’evento mortale è ascrivibile al B. S. e nessuna decurtazione è applicabile alla liquidazione del danno spettante alla vedova ed ai figli di B. S.

***

Quanto al motivo di impugnazione formulato dall’appellante principale, esso è fondato per quanto attiene alla base reddituale rispetto alla quale può calcolarsi il danno patrimoniale da lucro cessante rappresentato dal venir meno del contributo economico di cui la moglie ed i figli del defunto avrebbero usufruito ove il congiunto non fosse morto.

«In caso di morte del danneggiato, anche il risarcimento dei danni patrimoniali derivanti ai congiunti postula l’adozione di un metodo di calcolo funzionale all’accertamento del reddito netto su cui determinare il danno futuro subito dagli eredi, sulla base della detrazione, dal reddito stesso, sia del relativo carico fiscale, sia della cosiddetta “quota sibi” (della parte, cioè, del reddito che il defunto avrebbe speso per sé), quota che può legittimamente quantificarsi come percentuale del reddito complessivo al lordo delle imposte e delle contribuzioni..» (Cass. numero 6321/2000, conforme Cass. n. 11007/2003, Cass. n. 4186/2004, Cass. n. 10.304/2009, Cass. n. 10.853/2012): il principio è consolidato e costantemente ribadito dalla Suprema Corte, sicché, risultando ad essa contraria la scelta del Tribunale di prendere in esame invece il reddito imponibile, la sentenza va sul punto riformata, prendendo in considerazione il reddito medio netto quale evincibile dalle dichiarazioni fiscali della vittima prodotte in causa.

Da esse risulta un reddito netto per l’anno di imposta 2006 pari ad € 23.020,00, per l’anno 2007 pari ad € 35.095,00 e per l’anno 2008 pari ad € 31.771,00 sicché, essendo pari ad € 29.962,00 la media di essi, il reddito netto da prendere in considerazione ai fini che qui interessano può farsi pari ad € 30.000,00 (importi, questi, esposti anche in atto d’appello e non contestati dagli appellati).

Quanto alla cosiddetta “quota sibi”, il Tribunale ne ha correttamente tenuto conto laddove ha determinato la quota del reddito della vittima che sarebbe andata a beneficio dei congiunti superstiti in misura pari ad 1/3 per la moglie e ad 1/6 per ciascuno dei figli, così risultando, per differenza, pari a 1/3 la “quota sibi”: determinazione che va confermata in assenza di specifica censura da parte dell’appellante principale.

Pertanto, la base di calcolo per il risarcimento del danno patrimoniale patito dai congiunti di B. S. per la perdita delle elargizioni che sarebbero state loro erogate dal defunto risulta pari, quanto alla moglie, ad € 10.000,00 e, quanto a ciascuno dei figli, ad € 5.000,00.

Tenuto poi conto della necessità di capitalizzare il risarcimento, occorre moltiplicare tali somme per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie corrispondente, nel rapporto tra la vittima e del coniuge, all’età del più giovane tra i due, e, nel rapporto tra la vittima e ciascuno dei figli, al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno (Cass. n. 6619/2018), con esclusione in ogni caso dei coefficienti di capitalizzazione di cui al r.d. numero 1403/1922 i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’articolo 1223 c.c. (Cass. n. 20615/2015, Cass. n. 18093/2020); a tale riguardo risultano invece legittimamente utilizzabili coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente della materia del danno aquiliano (Cass. n. 10499/2017).

Ritiene questa Corte che i coefficienti da utilizzare ai fini che qui interessano possono essere tratti dalla tavola 7 di cui alle tabelle per il calcolo di capitali attuali delle rendite di inabilità e di quelli a favore dei superstiti dei lavoratori deceduti a causa dell’evento lesivo (Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2006), che applicano, con riferimento all’età del superstite al momento dell’evento (nel caso di specie verificatosi nel 2008) per il coniuge XX (nata nel 1978) il coefficiente di 29,6328 (30 anni), per il figlio J (nato nel 2002) il coefficiente di 12,2674 (6 anni), per la figlia W (nata nel 2005) il coefficiente di 14,2829: moltiplicando la quota di reddito spettante a ciascuno per il rispettivo coefficiente si ottiene € 296,328,00 per la moglie, € 61.337,00 per il figlio J ed € 71.414,50 per la figlia W.

Al danno patrimoniale così determinato con riferimento alla data dell’evento mortale deve — per ciascuno degli attori — aggiungersi il danno non patrimoniale per la perdita del rapporto parentale, liquidato dal primo giudice in € 326.000,00 (importo non contestato sotto alcun profilo) e deve, poi, detrarsi l’importo di € 198.157,00 (incontestatamente determinato dal primo giudice per quanto ricevuto dagli attori da parte di altri responsabili e dall’assicuratore sociale INAIL): il credito risarcitorio ammonta quindi ad € 424.171,00 per la moglie, € 189.180,00 per il figlio J ed € 199.257,50 per la figlia W.

Null’altro è dovuto a titolo di rivalutazione ed interessi compensativi, non essendo stata contestata la relativa statuizione del primo giudice a riguardo.

Sono invece dovuti gli interessi legali, riconosciuti nella gravata sentenza dal 24/12/2013 al saldo.

Nulla è dovuto in restituzione dagli appellati all’appellante, attesa la maggior liquidazione (seppur di poco) riconosciuta in questa sede.

Tenuto conto dell’esito del giudizio, si ravvisa un’ipotesi di soccombenza reciproca che giustifica la compensazione integrale delle spese del grado.

PQM

La Corte, in parziale accoglimento dell’appello principale e dell’appello incidentale, e per l’effetto, la sentenza n. 1016/2013 del tribunale di Forlì che per il resto:

1) dichiara la responsabilità di YY per la morte di B. S., con esclusione di qualsivoglia concorso di colpa di quest’ultimo;

2) condanna YY pagare, titolo di risarcimento dei danni, le seguenti somme, cui dovranno aggiungersi gli interessi legali dal 24/12/2013 al saldo: a) € 424.171,00 a XX in proprio, b) € 189.180,00 a XX quale genitore esercente la potestà sul figlio J, c) € 199.257,00 a XX quale genitore esercente la potestà sulla figlia W;

3) compensa integralmente le spese del grado tra l’appellante principale e gli appellanti incidentali.

Bologna, nella camera di consiglio della seconda sezione civile, il 12.3.2021

Il Consigliere estensore

dott. Antonella Palumbi

Monopattini elettrici INCIDENTE equiparati alle biciclette

Monopattini elettrici INCIDENTE equiparati alle biciclette

INCIDENTE MONOPATTINO AVVOCATO ESPERTO DANNI FISICI

051 6447838   051 6447838  051 6447838

Con l’approvazione del Decreto Legge cosiddetto “milleproroghe” sono entrate in vigore a partire dal 1° marzo 2020 nuove disposizioni e norme di comportamento in materia di micromobilità elettrica:

– tutti i monopattini a motore (elettrico o termico) con potenza o velocità superiori a quelli consentiti dalla legge (0,5 kW e 25km/h) non potranno circolare né su strada, né su piste o marciapiedi.

INCIDENTI CON DANNI AI PEDONI PRODOTTI DA MONOPATTINO

 Se vi è uno scontro con un pedone la responsabilità dell’incidente è nella maggior parte dei casi addebitata a chi conduce il monopattino, tuttavia vi sono dei casi di concorso di colpa se si dimostra che il pedone aveva un comportamento colposo o negligente. Chi guida un monopattino elettrico (come per le biciclette) e sorpassa un pedone, deve effettuare la manovra tenendo un ampio margine di distanza di sicurezza e segnalando il sorpasso al pedone attraverso un campanello. La cassazione si è espressa in tal senso con la sentenza n. 2596 del 2019, sostenendo che: “L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile, di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada”.

2) INCIDENTI A CHI GUIDA IL MONOPATTINO

Purtroppo in Italia abbiamo già avuto la prima vittima a seguito di incidente che ha coinvolto un monopattino, un cittadino di 60 anni che a Budrio (in provincia di Bologna) mentre circolava con il suo veicolo a due ruote è stato investito da un’utilitaria. Il numero dei sinistri è molto alto e credo sia destinato a crescere. Basti pensare che ce ne sono stati 22 dall’inizio del 2020 di cui 14 solo nell’ultimo mese dovuti per lo più a distrazioni dei conducenti”.

Anche alla guida di tale velocipede, quindi, è necessario, come per gli altri mezzi di trasporto, essere molto cauti e prudenti per evitare conseguenze che si possono rivelare letali.

 

La Legge di bilancio pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 304 del 30 dicembre 2019 ha precisato che i monopattini elettrici con potenza massima di 0,5 kW sono, dal primo gennaio 2020, equiparati alle biciclette.

Con l’approvazione del Decreto Legge cosiddetto “milleproroghe” sono entrate in vigore a partire dal 1° marzo 2020 nuove disposizioni e norme di comportamento in materia di micromobilità elettrica:

– tutti i monopattini a motore (elettrico o termico) con potenza o velocità superiori a quelli consentiti dalla legge (0,5 kW e 25km/h) non potranno circolare né su strada, né su piste o marciapiedi.

Per i  monopattini possono essere utilizzati solo da persone di età superiore ai 14 annI

 e possono circolare esclusivamente su strade urbane dove è consentita la circolazione dei velocipedi e nelle strade extraurbane solo all’interno delle piste ciclabili; assolutamente vietato quindi l’utilizzo sui marciapiedi, con limiti di velocità pari a 25 km/h su strada e a 6 km/h nelle aree pedonali.

– i mezzi per poter circolare devono essere dotati di segnalatori acustici (campanelli) e di sistemi di illuminazione;

L’obbligo di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli

Sorge quando un veicolo sia posto in circolazione su una strada pubblica od a questa equiparata. La “circolazione”, per l’art. 3, comma 1, n. 9, cod. strad., è “il movimento, la fermata e la sosta dei pedoni, dei veicoli e degli animali sulla strada”. Dunque un monopattino che si trovi sulla strada, in movimento od in sosta, è un mezzo  “in circolazione”.

Quanto al luogo della circolazione, per la Corte di cassazione le strade pubbliche od a queste equiparate, di cui all’art. 122 cod. ass., sono tutte le aree ove di fatto si svolta una circolazione aperta a tutti, a prescindere dalla circostanza che siano di proprietà pubblica o privata (ex multis, Cass. civ., sez. III, 28-06-2018, n. 17017, in Arch. circolaz., 2018, 933).

 questi ultimi devono essere messi in funzione tutte le volte che le condizioni atmosferiche non consentano un’adeguata visibilità e obbligatoriamente mezz’ora dopo il tramonto; in questi casi è necessario anche indossare il giubbotto o le bretelle retroriflettenti ad alta visibilità.

INCIDENTE MONOPATTINO AVVOCATO ESPERTO DANNI FISICI

Con l’approvazione del Decreto Legge cosiddetto “milleproroghe” sono entrate in vigore a partire dal 1° marzo 2020 nuove disposizioni e norme di comportamento in materia di micromobilità elettrica:

– tutti i monopattini a motore (elettrico o termico) con potenza o velocità superiori a quelli consentiti dalla legge (0,5 kW e 25km/h) non potranno circolare né su strada, né su piste o marciapiedi.

 

MONOPATTINO E ATTRAVERSAMENTO PEDONI

L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile (sentenza della Cassazione n.2596 del 2019), di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada.

– i monopattini elettrici che non hanno sistemi di illuminazione dopo il tramonto non possono circolare e devono essere condotti a mano. L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile (sentenza della Cassazione n.2596 del 2019), di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada.

Come ribadito nella sentenza n.13591 del 2020, anche il cambio improvviso di direzione da parte di un pedone non è un evento imprevedibile che esclude la responsabilità dell’investitore, in quanto, come detto, soprattutto in prossimità di incroci e marciapiedi e all’interno di centri urbani e parchi cittadini dove è prevedibile la presenza di persone che camminano, chi guida un veicolo, come il monopattino, deve rispettare delle regole generali di prudenza e di diligenza che gli consentano di evitare le collisioni.

– i conducenti minorenni hanno l’obbligo di indossare il casco, di circolare su un’unica fila e mai affiancati in numero superiore a due.

SCOOTER GRAVE INCIDENTE COME OTTENERE  RISARCIMENTO BOLOGNA

SCOOTER GRAVE INCIDENTE COME OTTENERE  RISARCIMENTO

IN UN INCIDENTE CON SCOOTER VIENE RICONOSCIUTO UN

CONCORSO

DI COLPA DELLO STESSO SCOOTER

che, al riguardo, deve innanzitutto osservarsi come il ricorrente, nel censurare il ragionamento presuntivo operato dalla Corte felsinea, muova da una visione atomistica delle tre diverse circostanze dalla stessa valorizzate, pretendendo che ciascuna di esse singolarmente considerata – e non tutte nel loro insieme, o meglio nella loro interazione – sia idonea a consentire la prova del fatto ignoto;

– che questa Corte, per contro, ha sottolineato come la corretta applicazione dell’art. 2729 c.c. presupponga un apprezzamento degli clementi acquisiti in giudizio, dai quali inferire quello ignoto, che riconosca ad essi efficacia probatoria, “quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziarla”, se risultino “in grado di acquisirla ove valutati nella loro convergenza globale”, ovvero “accertandone la pregnanza conclusiva” (Cass. Sez. Lav., ord. 16 luglio 2018, n. 18822, Rv. 649915-01), e ciò in quanto “la valutazione della prova presuntiva esige che il giudice di merito esamini tutti gli indizi di cui disponga non già considerandoli isolatamente, ma valutandoli complessivamente ed alla luce l’uno dell’altro, senza negare valore ad uno o più di essi sol perchè equivoci, cosi da stabilire se sia comunque possibile ritenere accettabilmente probabile l’esistenza del fatto da provare” (Cass. Sez. 3, sent. 13 marzo 2014, n. 5787, Rv. 630512-01);

– che il ragionamento presuntivo, per vero, costituisce “un “itero logico che non è un risalire all’indietro, ma piuttosto un procedere “in avanti”, verso un’ipotesi da verificare, ovvero verso la dimostrazione di un fatto che è prefigurato come possibile conclusione dell’inferenza in cui si articola il ragionamento presuntivo” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 22 giugno 2020, n. 1218, non massimata sul punto; sul carattere “inferenziale” del ragionamento presuntivo si vedano anche, da ultimo, e tra le innumerevoli, Cass. sez. 5, sent. 5 giugno 2019, n. 15454, Rv. 654383-01; Cass. Sez. 6-2, ord. 291 gennaio 2019, n. 2482, Rv. 652386-02);

– che a siffatto “modus operandz” si è correttamente attenuta la sentenza impugnata, la quale ha preso le mosse dal rilievo – non contestato dall’odierno ricorrente – che la conformazione dello stato dei luoghi “teatro” del sinistro permetteva al conducente del veicolo che procedeva lungo via dell’Unione (ovvero, l’odierno ricorrente) di “avvistare” con anticipo la vettura proveniente da via Vinazzetti, su tale premessa fondando un ragionamento presuntivo che, attraverso la constatazione, dapprima, dell’assenza di tracce di frenata del motociclo del C. in prossimità del punto di impatto tra i due veicoli, nonchè, di seguito, dell’avvenuta collisione della parte anteriore dello scooter con la fiancata destra anteriore della vettura antagonista, si è concluso nel senso che l’elevata velocità del primo avesse contribuito (nella misura del 25%) alla causazione dell’incidente, giacchè se il ciclomotorista avesse tenuto una velocità moderata sarebbe stato in condizione, quantomeno, di tentare una frenata;

– che tale ragionamento inferenziale resiste alla critica del ricorrente, che ne censura il primo passaggio sul rilievo, non fondato, che la possibilità di avvistamento del veicolo antagonista “non significa necessariamente” che esso C. potesse “evitare l’impatto anche tenendo una velocità non elevata”;

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

FATTO il ricorrente riferisce che, in data 14 luglio 2003, alle ore 9:30, un’autovettura di proprietà e condotta dal M. (assicurata per la “RCA” dalla società Winterthur Assicurazioni S.p.a., poi divenuta Aurora Assicurazioni S.p.a., successivamente incorporata da UGF Assicurazioni S.p.a. e, infine, divenuta Unipolsai Assicurazioni S.p.a.), giunta all’intersezione tra via (OMISSIS), omettendo di dare la dovuta precedenza allo scooter condotto da esso Carullo, collideva con lo stesso, provocandone la rovinosa caduta a terra;

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GUIZZI GIAIME Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34370-2019 proposto da:

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MARCELLO PRESTINARI, 13, presso lo studio dell’Avvocato GIANNI SAVERIO, che lo rappresenta e difende unitamente all’Avvocato DAZIO DOMENICO;

– ricorrente –

contro

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C. COLOMBO 440, presso lo studio dell’Avvocato TASSONI FRANCO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

M.D.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1221/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 11/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 26/11/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GIAIME GUIZZI STEFANO.

Svolgimento del processo

– che C.A. ricorre, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 1221/19, dell’11 aprile 2019, della Corte di Appello di Bologna, che – rigettando il gravame dallo stesso esperito contro la sentenza n. 4123/09, dell’8 settembre 2009, del Tribunale di Bologna – ha confermato integralmente la pronuncia del primo giudice che, riconoscendo una corresponsabilità del medesimo Carullo, nella misura del 25%, nella causazione del sinistro stradale di cui rimase vittima, ha condannato M.D. e la società UGF Assicurazioni S.p.a., oggi Unipolsai Assicurazioni S.p.a., a risarcire all’odierno ricorrente i danni subiti, liquidati nella misura di Euro 42.180,96;

– che, in punto di fatto, il ricorrente riferisce che, in data 14 luglio 2003, alle ore 9:30, un’autovettura di proprietà e condotta dal M. (assicurata per la “RCA” dalla società Winterthur Assicurazioni S.p.a., poi divenuta Aurora Assicurazioni S.p.a., successivamente incorporata da UGF Assicurazioni S.p.a. e, infine, divenuta Unipolsai Assicurazioni S.p.a.), giunta all’intersezione tra via (OMISSIS), omettendo di dare la dovuta precedenza allo scooter condotto da esso Carullo, collideva con lo stesso, provocandone la rovinosa caduta a terra;

– che avendo il medesimo Carullo riportato lesioni personali, adiva il Tribunale di Bologna per conseguire dal M. e dalla società Aurora Assicurazioni il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti a causa del sinistro;

– che il primo giudice, come detto, riconosciuta la concorrente responsavibilità del C. nella causazione dell’incidente, in misura del 25%, accoglieva la domanda di risarcimento nei limiti sopra indicati, con decisione confermata dal giudice di appello, che – nella contumacia del M., essendosi costituita la sola UGF Assicurazioni S.p.a. -rigettava il gravame esperito dal già attore;

– che avverso la sentenza della Corte felsinea il C. ricorre per cassazione, sulla base – come detto – di due motivi;

– che il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione degli artt. 205426972727 e 2729 c.c. censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che il concorso di responsabilità di esso C. nella causazione del sinistro fosse da attribuire alla elevata velocità di guida dello scooter condotto;

– che, in particolare, si contesta il ragionamento presuntivo svolto dalla Corte territoriale per giungere a tale conclusione, avendo essa valorizzato tre elementi: lo stato dei luoghi, tale da permettere a chi (come il C.) provenisse da via dell’Unione di avvedersi, in tempo utile, della presenza di un’autovettura proveniente da via Vinazzetti; l’assenza, in prossimità del luogo di collisione tra i due mezzi, di tracce di frenata del motoveicolo; il punto di impatto dei veicoli, ed in particolare il fatto che l’urto fosse avvenuto tra la fiancata destra anteriore della vettura e la parte anteriore del motociclo;

– che ad avviso del ricorrente “l’affermazione del nesso di consequenzialità”, tra i tre fatti noti sopra illustrati ed il fatto ignoto desunto (ovvero, l’eccessiva velocità dello scooter), “non risponde ai criteri logici di precisione, gravità e concordanza che consentono di affermare”, ai sensi dell’art. 2729 c.c., “una reale inferenza probabilistica tra i fatti noti ed il fatto ignoto”;

– che in particolare, secondo il ricorrente, l’assenza di tracce di frenata sull’asfalto di via dell’Unione attesterebbe esclusivamente che il conducente del motoveicolo non fu grado di arrestare per tempo il mezzo ed evitare l’impatto con l’autovettura, mentre, Jua volta, la circostanza che la collisione si sia prodotta tra la fiancata anteriore destra dell’autovettura e la parte anteriore del motociclo, deporrebbe solo per il fatto dell’avvenuto scontro tra gli automezzi, ma non dimostra nè che il motociclo abbia impattato sull’autovettura, nè che al verificarsi dello scontro abbia concorso l’elevata velocità del primo, così come, infine, la peculiare conformazione dello stato dei luoghi non significa necessariamente che, in presenza di un’omessa precedenza di un autoveicolo proveniente da via Vinazzetti, chi giungesse da via dell’Unione potesse evitare l’urto anche tenendo una velocità non elevata;

– che il secondo motivo denuncia – sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 1223 c.c.;

– che, in questo caso, si censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto di escludere la risarcibilità del danno patrimoniale, e ciò sul presupposto che la documentazione prodotta fosse assolutamente inidonea a provare una ridotta diminuzione del reddito in conseguenza del sinistro, essendo insufficiente allo scopo “l’indicazione da parte del CTU dell’astratta percentuale di invalidità sulla capacità lavorativa specifica”, dovendo il danneggiato fornire “prova certa e rigorosa dell’incidenza sul reddito dell’invalidità indicata”;

– che tale prova, secondo la Corte territoriale non poteva dirsi raggiunta “in ragione di due sole denunce dei redditi (una precedente l’altra successiva l’anno del sinistro), la cui inidoneità probatoria discende dal fatto che l’attività lavorativa cui si riferiscono è svolta in regime di libera professione ed è notoriamente incostante nel tempo”, essendo, infatti, “soggetta, di per sè, ad oscillazione e mutamenti da un anno d’imposta all’altro”, sicchè “l’unica dichiarazione fiscale precedente al sinistro è, in quanto isolata, insufficiente a dimostrare che reddito in essa indicato si fosse stabilizzato”;

– che, per contro, il ricorrente assume di non essersi “limitato ad asserire, sulla scorta dell’elaborato peritale, di aver subito un danno alla capacità di produrre reddito”, ma di aver “fornito la prova documentale di tale pregiudizio” e, in particolare, di aver “dimostrato la contrazione dei redditi”;

– che ha resistito all’impugnazione, con controricorso, la società Unipolsai Assicurazioni, chiedendo che lo stesso venga dichiarato inammissibile o rigettato, tendendo ad una non consentita rivalutazione del merito del giudizio;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per il 26 novembre 2020;

– che la controricorrente ha presentato memoria, insistendo nelle proprie argomentazioni e nelle conclusioni già rassegnate nel controricorso.

Motivi della decisione

– che il ricorso è manifestamente infondato;

– che il primo motivo, che investe il ragionamento presuntivo svolto dalla Corte territoriale per affermare la corresponsabilità del C. nella causazione del sinistro, sebbene ammissibile, non è fondato;

– che in relazione alla sua ammissibilità, deve confermarsi quanto più volte ribadito da questa Corte, ovvero che, “qualora il giudice di merito sussuma erroneamente sotto i tre caratteri individuatori della presunzione (gravità, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, il relativo ragionamento è censurabile in base all’art. 360 c.p.c., n. 3, (e non già alla stregua dello stesso art. 360 c.p.c., n. 5), competendo alla Corte di cassazione, nell’esercizio della funzione di nomofilachia, controllare se la norma dell’art. 2729 c.c., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell’applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta” (Cass. Sez. 3, sent. 4 agosto 2017, n. 19485, Rv. 645496-02; in senso sostanzialmente analogo pure Cass. Sez. 6-5, ord. 5 maggio 2017, n. 10973, Rv. 643968-01; nonchè Cass. Sez. 3, sent. 26 giugno 2008, n. 17535, Rv. 603893-01 e Cass. Sez. 3, sent. 19 agosto 2007, n. 17457, non massimata sul punto);

– che, nondimeno, il motivo risulta non fondato;

– che, al riguardo, deve innanzitutto osservarsi come il ricorrente, nel censurare il ragionamento presuntivo operato dalla Corte felsinea, muova da una visione atomistica delle tre diverse circostanze dalla stessa valorizzate, pretendendo che ciascuna di esse singolarmente considerata – e non tutte nel loro insieme, o meglio nella loro interazione – sia idonea a consentire la prova del fatto ignoto;

– che questa Corte, per contro, ha sottolineato come la corretta applicazione dell’art. 2729 c.c. presupponga un apprezzamento degli clementi acquisiti in giudizio, dai quali inferire quello ignoto, che riconosca ad essi efficacia probatoria, “quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziarla”, se risultino “in grado di acquisirla ove valutati nella loro convergenza globale”, ovvero “accertandone la pregnanza conclusiva” (Cass. Sez. Lav., ord. 16 luglio 2018, n. 18822, Rv. 649915-01), e ciò in quanto “la valutazione della prova presuntiva esige che il giudice di merito esamini tutti gli indizi di cui disponga non già considerandoli isolatamente, ma valutandoli complessivamente ed alla luce l’uno dell’altro, senza negare valore ad uno o più di essi sol perchè equivoci, cosi da stabilire se sia comunque possibile ritenere accettabilmente probabile l’esistenza del fatto da provare” (Cass. Sez. 3, sent. 13 marzo 2014, n. 5787, Rv. 630512-01);

– che il ragionamento presuntivo, per vero, costituisce “un “itero logico che non è un risalire all’indietro, ma piuttosto un procedere “in avanti”, verso un’ipotesi da verificare, ovvero verso la dimostrazione di un fatto che è prefigurato come possibile conclusione dell’inferenza in cui si articola il ragionamento presuntivo” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 22 giugno 2020, n. 1218, non massimata sul punto; sul carattere “inferenziale” del ragionamento presuntivo si vedano anche, da ultimo, e tra le innumerevoli, Cass. sez. 5, sent. 5 giugno 2019, n. 15454, Rv. 654383-01; Cass. Sez. 6-2, ord. 291 gennaio 2019, n. 2482, Rv. 652386-02);

– che a siffatto “modus operandz” si è correttamente attenuta la sentenza impugnata, la quale ha preso le mosse dal rilievo – non contestato dall’odierno ricorrente – che la conformazione dello stato dei luoghi “teatro” del sinistro permetteva al conducente del veicolo che procedeva lungo via dell’Unione (ovvero, l’odierno ricorrente) di “avvistare” con anticipo la vettura proveniente da via Vinazzetti, su tale premessa fondando un ragionamento presuntivo che, attraverso la constatazione, dapprima, dell’assenza di tracce di frenata del motociclo del C. in prossimità del punto di impatto tra i due veicoli, nonchè, di seguito, dell’avvenuta collisione della parte anteriore dello scooter con la fiancata destra anteriore della vettura antagonista, si è concluso nel senso che l’elevata velocità del primo avesse contribuito (nella misura del 25%) alla causazione dell’incidente, giacchè se il ciclomotorista avesse tenuto una velocità moderata sarebbe stato in condizione, quantomeno, di tentare una frenata;

– che tale ragionamento inferenziale resiste alla critica del ricorrente, che ne censura il primo passaggio sul rilievo, non fondato, che la possibilità di avvistamento del veicolo antagonista “non significa necessariamente” che esso C. potesse “evitare l’impatto anche tenendo una velocità non elevata”;

– che siffatta doglianza sottende, invero, una nozione di “gravità” dell’indizio che non risponde alla definizione datane da questa Corte, secondo cui “la gravità allude ad un concetto logico, generale o speciale (cioè rispondente a principi di logica in genere oppure a principi di una qualche logica particolare, per esempio di natura scientifica o propria di una qualche “lex adira)”, esprimendo nient’altro che “la presunzione si deve fondare su un ragionamento probabilistico, per cui, dato un fatto A noto è probabile che si sia verificato il fatto B”, non essendo, invece, “condivisibile invece l’idea che vorrebbe sotteso alla gravità che l’inferenza presuntiva sia “certa.”” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 19485 del 2017, cit.), come, invece, mostra di ritenere il ricorrente;

– che, infatti, “per la configurazione di una presunzione giuridicamente valida non occorre che l’esistenza del fatto ignoto rappresenti l’unica conseguenza possibile di quello noto secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva” (secondo quanto reputa, viceversa, il ricorrente, nell’affermare che la possibilità di avvistamento del veicolo antagonista, da parte di esso C., “non significa necessariamente” che egli potesse “evitare l’impatto anche tenendo una velocità non elevata”), essendo, invece, “sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull'”id quod pleranique accidit”” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 17457 del 2007, cit., in senso analogo, più di recente, Cass. Sez. 2, sent. 6 febbraio 2019, n. 3513, n. 652361-01; Cass. Sez. 2, sent. 31 ottobre 2011, n. 22656, Rv. 619955-01);

– che, d’altra parte, anche la valorizzazione delle ulteriori circostanze apprezzate dalla Corte felsinea si sottrae alla censura del ricorrente, risultando le stesse “precise” e “concordanti”;

– che la precisione, nuovamente, “esprime l’idea che l’inferenza probabilistica conduca alla conoscenza del fatto ignoto con un grado di probabilità che si indirizzi solo verso” di esso, mentre “non lasci spazio, sempre al livello della probabilità” (e, dunque, anche in questo caso non della certezza), “ad un indirizzarsi in senso diverso, cioè anche verso un altro o altri fatti”, così come la concordanza individua un “requisito del ragionamento presuntivo, che non lo concerne in modo assoluto, cioè di per sè considerato, come invece gli altri due elementi, bensì in modo relativo, cioè nel quadro della possibile sussistenza di altri elementi probatori, volendo esprimere l’idea che, intanto la presunzione è ammissibile, in quanto indirizzi alla conoscenza del fatto in modo concordante con altri elementi probatori, che, peraltro, possono essere o meno anche altri ragionamenti presuntivi” (così, nuovamente, Cass. sez. 3, sent. 19485 del 2017, cit.);

– che, per concludere la disamina del primo motivo di ricorso, neppure può sottacersi il fatto – sottovalutato, invece, dal ricorrente, nell’insistere sul carattere assorbente che avrebbe avuto la violazione dell’obbligo di dare precedenza, riscontrata a carico del M. -che sussistendo, nel caso di specie, un’ipotesi di scontro tra veicoli, la stessa andava astrattamente ricondotta alla previsione di cui all’art. 2054 c.c., comma 2, norma che contempla un’ipotesi di pari responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti, in presenza della quale “l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, dell’obbligo di dare la precedenza, non dispensa il giudice dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente” (da ultimo, Cass. Sez. 6-3, ord. 16 settembre 2013, n. 21130, Rv. 628631-01);

– che il secondo motivo di ricorso – che censura il mancato risarcimento del danno patrimoniale – risulta in parte inammissibile e in parte non fondato;

– che quanto alla censura che evoca l’art. 2697 c.c., l’esito dell’inammissibilità deriva dall’applicazione del principio secondo cui la violazione di tale norma, “censurabile per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), è configurabile soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni” (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 29 maggio 2018, n. 13395, Rv. 649038-01), evenienza, quella appena indicata, che non risulta lamentata nel caso di specie, restando, invece, inteso che “laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti”, essa “può essere fatta valere ai sensi del numero 5 del medesimo art. 360 c.p.c.” (Cass. Sez. 3, sent. 17 giugno 2013, n. 15107, Rv. 626907-01), ovviamente “entro i limiti ristretti del “nuovo”” suo testo (Cass. Sez. 3, ord. n. 13395 del 2018, cit.);

– che ciò è quanto, in definitiva, il ricorrente lamenta nell’ipotizzare la violazione dell’art. 1223 c.c., censura da ritenersi, tuttavia, non fondata;

– che, come rammenta lo stesso ricorrente, “la menomazione della capacità lavorativa specifica, configurando un pregiudizio patrimoniale, va ricondotta nell’ambito del danno patrimoniale e non del danno biologico”, sicchè “il grado di invalidità permanente determinato da una lesione all’integrità psico-fisica, non determina automaticamente la riduzione percentuale della capacità lavorativa specifica del danneggiato nè, conseguentemente, una diminuzione del correlato guadagno, dovendo comunque il soggetto leso dimostrare, in concreto, lo svolgimento di un’attività produttiva di reddito (o, trattandosi di persona non ancora dedita ad attività lavorativa, che presumibilmente avrebbe svolto) e la diminuzione o il mancato conseguimento di questo in conseguenza del fatto dannoso” (così, in motivazione, tra le molte, Cass. Sez. 3, sent. 10 marzo 2016, n. 4673, Rv. 639103-01);

– che proprio tale dimostrazione “in concreto” della “diminuzione del reddito” è mancata, secondo la sentenza impugnata, nel caso di specie, avendo la Corte territoriale ritenuto all’uopo insufficiente la produzione di “due sole denunce dei redditi (una precedente l’altra successiva l’anno del sinistro), la cui inidoneità probatoria discende dal fatto che l’attività lavorativa cui si riferiscono è svolta in regime di libera professione ed è notoriamente incostante nel tempo”, essendo, infatti, “soggetta, di per sè, ad oscillazione e mutamenti da un anno d’imposta all’altro”, sicchè “l’unica dichiarazione fiscale precedente al sinistro è, in quanto isolata, insufficiente a dimostrare che reddito in essa indicato si fosse stabilizzato”;

– che siffatta motivazione deve ritenersi esente da vizi, visto che essa non reca “argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento” (Cass. Sez. Un., sent. 3 novembre 2016, n. 22232, Rv. 641526-01, nonchè, più di recente, Cass. Sez. 6-5, ord. 23 maggio 2019, n. 13977, Rv. 654145-0), nè risulta affetta da “irriducibile contraddittorietà” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940, Rv. 645828-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 25 settembre 2018, n. 22598, Rv. 650880-01) o da “affermazioni inconciliabili” (da ultimo, Cass. Sez. 6-Lav., ord. 25 giugno 2018, n. 16111, Rv. 649628-01), non ricorrendo, così, le sole evenienze suscettibili di integrare, ormai, il vizio motivazionale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nel testo “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, 134, testo applicabile “ratione tempon’s” al presente giudizio;

– che il ricorso va, dunque, rigettato;

– che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che in ragione del rigetto del ricorso, va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo, se dovuto, a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando C.A. a rifondere, alla società Unipolsai Assicurazioni S.p.a., le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 7.900,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonchè 15% per spese generali più accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo, se dovuto, a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Conclusione

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2021

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DANNO DA MORTE IN INCIDENTE TRIB MILANO AVVOCATO ESPERTO MILANO VICENZA BOLOGNA

DANNO DA MORTE IN INCIDENTE TRIB MILANO AVVOCATO ESPERTO MILANO VICENZA BOLOGNA

  1. Prima di valutare la fondatezza delle domande spiegate da parte attrice, è necessario affrontare la questione della qualificazione giuridica della responsabilità della struttura sanitaria convenuta.
  2. E’ pacifica la conclusione di un contratto di spedalità tra il sig. A. e la M. S.p.A.
  3. Tale contratto, però, contrariamente rispetto a quanto dedotto dalla difesa di parte attrice, non può giustificare la qualificazione del rapporto tra struttura sanitaria ed erede del paziente in termini contrattuali.
  4. Come da tempo chiarito dalla Suprema Corte, infatti, il diritto che i congiunti invocano, chiedendo di essere risarciti dalla struttura sanitaria dei danni subiti dal proprio congiunto a causa dell’esito infausto dell’operazione subita dal danneggiato principale (che aveva concluso il contratto di spedalità con la struttura), si colloca nell’ambito della responsabilità extracontrattuale (Cass. 5590/2015; Cass. 6914/2012).
  5. Deve, infatti, essere esclusa la configurabilità della responsabilità contrattuale, posto che il rapporto contrattuale è intercorso tra la struttura sanitaria e il paziente (poi deceduto), non certo tra la prima e il figlio della seconda.
  6. Né a diverse conclusioni può giungersi sulla base delle pronunce della Suprema Corte che, invocando la figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, qualifica in termini contrattuali la responsabilità della struttura anche nei confronti di soggetti terzi rispetto alle parti che hanno concluso il contratto di spedalità (cfr. tra le più recenti Cass. 10812/2019). Tali pronunce, infatti, erroneamente richiamano i principi affermati dalla Corte di Cassazione nella peculiare fattispecie del contratto concluso tra una gestante e una struttura sanitaria e/o un medico, avente in particolare ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza, con riferimento al nascituro.
  7. Ancora in via generale, appare necessario compiere alcune precisazioni proprio in merito al nesso di causa.
  8. Come affermato da Cass. 12 settembre 2013, n. 20904, “dal punto di vista del danneggiato, la prova del nesso causale quale fatto costitutivo della domanda intesa a far valere la responsabilità per l’inadempimento del rapporto curativo si sostanzia nella dimostrazione che l’esecuzione del rapporto curativo, che si sarà articolata con comportamenti positivi ed eventualmente omissivi, si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di preteso danno, che è rappresentato o dalla persistenza della patologia per cui si era richiesta la prestazione o dal suo aggravamento fino anche ad un esito finale come quello mortale o dall’insorgenza di una nuova patologia che non era quella con cui il rapporto era iniziato”.
  9. Orbene, come recentemente chiarito dalla Suprema Corte, quando resta incerta la causa dell’evento, occorre distinguere fra la causalità relativa all’evento (causalità materiale) ed al consequenziale danno (causalità giuridica) e quella concernente la possibilità (rectius impossibilità) della prestazione. Nella sentenza n. 18392/2017 (con motivazioni ribadite anche nella successiva sentenza n. 28991/2019), la Corte ha affermato che: “emerge così un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto). Conseguenzialmente la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che la patologia sia riconducibile, ad esempio, all’intervento chirurgico, la struttura sanitaria deve dimostrare che l’intervento ha determinato la patologia per una causa, imprevedibile ed inevitabile, la quale ha reso impossibile l’esecuzione esperta dell’intervento chirurgico medesimo”.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

PRIMA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Martina Flamini

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 47383/2017 promossa da:

M.A. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. IMPELLUSO MARCO CARMELO, elettivamente domiciliato in MILANO, VIALE MAJNO, 5 presso il difensore

ATTORE

contro

  1. S.P.A. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. DE PACE ALBERTO, elettivamente domiciliata in MILANO, VIA BARACCHINI, 7 presso il difensore

CONVENUT

OGGETTO: Responsabilità professionale medica

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione notificato il 29.9.2017 M.A., in proprio e quale erede del fratello A.A. e della madre R.D.L. (quest’ultima sia in proprio, sia quale erede del figlio) ha evocato in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, la M. S.p.A. esponendo la seguente vicenda sanitaria: dal gennaio al luglio 2001 A.A. era stato ricoverato presso diverse strutture sanitarie per problemi addominali; a causa del persistere della sintomatologia dolorosa il 30.7.2011 era stato trasferito presso l’IRCCS di Sesto San Giovanni, gruppo M., ed il giorno dopo era stato sottoposto ad intervento chirurgico di emicolectomia sinistra in laparoscopia per diverticolite del colon; due giorni dopo l’intervento era comparsa una fistola pancreatica ed un versamento pleurico reattivo sinistro; l’11.8.2001 era stato posizionato un catetere venoso centrale e il 27.8.2011 era stato dimesso; dopo un ulteriore ricovero e successive dimissioni, il 21 ottobre il sig. A. era stato nuovamente operato per necrosectomia e toeletta del cavo addominale; il 30 ottobre 2011 si verificava il decesso.

Premessi tali elementi, parte attrice – dopo aver precisato che, in seguito alla morte della madre, sig. D.L. ed alla rinuncia dell’eredità da parte del fratello M., egli agiva per la quota di 1/3 dell’eredità del fratello A. – ha dedotto: che la morte di A.A. era ricollegabile ai comportamenti imperiti, imprudenti e negligenti dei sanitari della M. S.p.A., rilevanti sia in presenza di una qualificazione in termini di responsabilità contrattuale che in presenza di una responsabilità extracontrattuale; che erano stati commessi errori nel corso dei tre ricoveri presso la struttura sanitaria convenuta; che l’attore aveva subito ingenti danni non patrimoniali (danno da perdita del rapporto parentale, danno da lucida agonia richiesto iure hereditario, danno da sofferenza), sia in proprio che quale erede della madre sig. D.L., che patrimoniali (relativi alle spese funerarie, alle spese di avio della procedura di mediazione ed alle spese per esami diagnostici effettuate).

Ritualmente citata la M. S.p.A. si è costituita contestando le domande spiegate da parte attrice e chiedendone il rigetto. In particolare ha dedotto: che non vi era alcun collegamento causale tra le condotte dei sanitari ed il decesso del sig. A.; che l’attore era stato informato in modo esauriente; che, in ragione del breve lasso temporale tra la lesione e la morte, non poteva ritenersi sussistente né un danno biologico né un danno morale; che non vi era prova del fatto che il sig. A. fosse consapevole della futura imminenza della sua morte.

Acquisita la documentazione prodotta, espletata una prima CTU medico legale, il Giudice, con Provv. del 17 settembre 2019 ha disposto la rinnovazione della CTU.

Espletata una seconda CTU medico legale, acquisiti i chiarimenti richiesti agli ausiliari del Giudice, sentiti i testi ammessi, sulle conclusioni di cui ai rispettivi atti introduttivi, riassunte nei fogli di precisazione delle conclusioni, la causa è stata decisa all’esito della concessione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c..

Prima di valutare la fondatezza delle domande spiegate da parte attrice, è necessario affrontare la questione della qualificazione giuridica della responsabilità della struttura sanitaria convenuta.

E’ pacifica la conclusione di un contratto di spedalità tra il sig. A. e la M. S.p.A.

Tale contratto, però, contrariamente rispetto a quanto dedotto dalla difesa di parte attrice, non può giustificare la qualificazione del rapporto tra struttura sanitaria ed erede del paziente in termini contrattuali.

Come da tempo chiarito dalla Suprema Corte, infatti, il diritto che i congiunti invocano, chiedendo di essere risarciti dalla struttura sanitaria dei danni subiti dal proprio congiunto a causa dell’esito infausto dell’operazione subita dal danneggiato principale (che aveva concluso il contratto di spedalità con la struttura), si colloca nell’ambito della responsabilità extracontrattuale (Cass. 5590/2015; Cass. 6914/2012).

Deve, infatti, essere esclusa la configurabilità della responsabilità contrattuale, posto che il rapporto contrattuale è intercorso tra la struttura sanitaria e il paziente (poi deceduto), non certo tra la prima e il figlio della seconda.

Né a diverse conclusioni può giungersi sulla base delle pronunce della Suprema Corte che, invocando la figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, qualifica in termini contrattuali la responsabilità della struttura anche nei confronti di soggetti terzi rispetto alle parti che hanno concluso il contratto di spedalità (cfr. tra le più recenti Cass. 10812/2019). Tali pronunce, infatti, erroneamente richiamano i principi affermati dalla Corte di Cassazione nella peculiare fattispecie del contratto concluso tra una gestante e una struttura sanitaria e/o un medico, avente in particolare ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza, con riferimento al nascituro.

Ancora in via generale, appare necessario compiere alcune precisazioni proprio in merito al nesso di causa.

Come affermato da Cass. 12 settembre 2013, n. 20904, “dal punto di vista del danneggiato, la prova del nesso causale quale fatto costitutivo della domanda intesa a far valere la responsabilità per l’inadempimento del rapporto curativo si sostanzia nella dimostrazione che l’esecuzione del rapporto curativo, che si sarà articolata con comportamenti positivi ed eventualmente omissivi, si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di preteso danno, che è rappresentato o dalla persistenza della patologia per cui si era richiesta la prestazione o dal suo aggravamento fino anche ad un esito finale come quello mortale o dall’insorgenza di una nuova patologia che non era quella con cui il rapporto era iniziato”.

Orbene, come recentemente chiarito dalla Suprema Corte, quando resta incerta la causa dell’evento, occorre distinguere fra la causalità relativa all’evento (causalità materiale) ed al consequenziale danno (causalità giuridica) e quella concernente la possibilità (rectius impossibilità) della prestazione. Nella sentenza n. 18392/2017 (con motivazioni ribadite anche nella successiva sentenza n. 28991/2019), la Corte ha affermato che: “emerge così un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto). Conseguenzialmente la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che la patologia sia riconducibile, ad esempio, all’intervento chirurgico, la struttura sanitaria deve dimostrare che l’intervento ha determinato la patologia per una causa, imprevedibile ed inevitabile, la quale ha reso impossibile l’esecuzione esperta dell’intervento chirurgico medesimo”.

Tanto premesso, le domande di parte attrice sono fondate e possono essere accolte nei limiti che seguono.

La vicenda oggetto del presente giudizio va esaminata alla luce della seconda consulenza medico legale (redatta dal dott. G.D.C., specialista in medicina legale, e del dott. M.P.G. (specialista in malattie infettive) disposta in corso di causa, che si ritiene di condividere interamente risultando, all’evidenza, frutto di una seria, approfondita e completa disamina – alla luce della documentazione in atti – della vicenda sanitaria per cui è causa. Non verrà presa in esame, invece, la prima relazione di CTU espletata nel presente procedimento perché la disamina generica e poco approfondita svolta dai primi ausiliari del Giudice non consente di valutare gli elementi tecnici necessari ai fini della decisione.

In particolare, nelle predetta relazione, gli ausiliari del Giudice hanno esaminato i principali elementi relativi alla vicenda in esame:

– Il sig. A., noto per diverticolosi del sigma, effettua plurimi accessi al Pronto Soccorso e all’Ambulatorio dell’Ospedale San Carlo a far data dal 5.6.2011;

– Dal 30.7.2011 al 27.8.2011 viene ricoverato presso la M. di Sesto San Giovanni e sottoposto ad intervento chirurgico di emicolectomia sinistra videolaparoscopica;

– Il 3.8.2011 si registra la presenza dal drenaggio di 250 cc di liquido corpuscolato tinto bilio-ematico;

– Nelle successive giornate viene costantemente rilevato materiale di drenaggio puruloide in quantità variabili;

– Il 27 agosto viene dimesso con la diagnosi di malattia diverticolare del grosso intestino con diverticolite cronica (viene altresì descritta una fistola pancreatica a bassa portata);

– Dal 16.9.2011 al 5.10.2011 viene ricoverato presso l’ospedale Muldiledica di sesto San Giovanni e dimesso con il drenaggio in sede splenica;

– Dal 12 al 29 ottobre 2011 segue ulteriore ricovero presso il predetto nosocomio ove, il 21 ottobre viene eseguito intervento chirurgico;

– Il 29 ottobre 2011 si verifica una severa insufficienza cardiorespiratoria e il 30.10.2011 si registra il decesso per “schock cardiogeno irreversibile”.

– Il decesso del sig. A. è correlato alla progressione della patologia neoplastica che la affliggeva.

Sulla base dei predetti elementi, gli ausiliari del Giudice hanno chiarito quanto segue:

– “La fistola pancreatica diagnosticata con certezza nel corso della IV giornata postoperatoria mediante il dosaggio delle amilasi dal liquido di drenaggio a fronte di una sostanziale normalità delle amilasi seriche avrebbe richiesto l’esecuzione immediata di un accertamento TAC, non tanto per la diagnosi che era assolutamente chiara, quanto piuttosto per verificare l’entità delle raccolte ed il loro efficace drenaggio. In realtà che il drenaggio fosse poco efficace è piuttosto intuitivo data la sua posizione nello scavo pelvico. La fistola, sviluppatasi in un territorio verosimilmente contaminato dal concomitante intervento di resezione colica, era sicuramente “ad alto rischio” (dato confermato successivamente dalla positività della coltura per enterococco faecium). In questa fase risultava assolutamente necessario assicurare un drenaggio efficace delle raccolte “potenzialmente” ma con elevata probabilità logica e scientifica infette, come del resto già le condizioni del paziente facevano supporre (indici di flogosi elevati, puntate febbrili, segni irritativi come il versamento pleurico sx e la comparsa, ex novo, di aritmia cardiaca). Quindi la mancata esecuzione di esame TC per la verifica delle raccolte e il loro conseguente mancato efficace drenaggio rappresentano scelte diagnostico/terapeutiche censurabili da parte degli scriventi sia nell’immediato riscontro della fistola (cioè subito dopo l’iniziale intervento eseguito in data 01/08/2011) sia, a maggior ragione, quando in data 16/08/2011 l’esame colturale del liquido di drenaggio confermava l’avvenuta colonizzazione da parte del germe enterococco faecium polichemioresistente in cui la sola terapia antibiotica poteva risultare non sufficiente;

– Nonostante l’evidente instaurarsi di una “fistola complicata” classificabile con il grado C che, solitamente, necessitano di una ospedalizzazione prolungata, il paziente veniva dimesso in data 27/08/11 con drenaggio in sede pelvica secernente liquido purulento con una portata ridotta ma comunque persistente. Dimettere un paziente con un drenaggio in corso di fistola pancreatica non è una prassi insolita a patto che il drenaggio sia nella sede giusta e si abbia contezza dell’entità delle raccolte addominali drenate efficacemente allo scopo di retrarlo progressivamente sino a creare un vero e proprio tramite consolidato neoformato all’esterno passibile poi di ulteriore trattamento con anastomosi digestiva secondo la tecnica descritta dal prof. P.. Non era naturalmente questo il caso, trattandosi di un drenaggio pelvico;

– L’inefficace trattamento della complicanza e l’inopportuna dimissione del paziente trovarono quindi conferma nella successiva riammissione ospedaliera del 16/09/11, quando finalmente il paziente venne sottoposto ad esame TAC (raccolte plurime concamerate a partenza dalla coda pancreatica estesa cranialmente in sede sotto diaframmatica sinistra, lateralmente lungo la doccia parietocolica sinistra, sede di componente saccata di 5 cm circa e caudalmente sino in fossa iliaca sinistra con componente saccata di 8 cm circa; due ulteriori componenti disomogenee in sede sotto diaframmatica anteriormente alla milza ed in adiacenza alla parete addominale posteriore sinistra tra muscolo iliaco) e venne quindi sottoposto a drenaggio percutaneo ecoguidato. Tale trattamento, seppur concettualmente corretto, trova indicazione nelle prime fasi, quando le raccolte non sono ancora concamerate. Risulta pertanto censurabile tale scelta in quanto la situazione documentata dalla TAC non risultava passibile di tale approccio che avrebbe avuto, nella migliore delle ipotesi, efficacia solo parziale. Infatti dopo un iniziale beneficio, si assisteva dopo appena 5 gg ad un rialzo febbrile, accompagnato da un aumento della leucocitosi ed la TAC di controllo, eseguita in data 26/09/11, risultando sostanzialmente invariata, dimostrava ancora una volta l’inadeguatezza delle scelte terapeutiche effettuate. Venne quindi correttamente data indicazione all’intervento del 21/10/2011, concettualmente corretto, ma effettuato tardivamente e pertanto non più efficace per dominare il progressivo stato settico che concorreva in maniera sostanziale all’exitus del paziente, avvenuto in data 30/10/2011, per eventi sistemici (cardio-vascolari) su sopravvenuta ma per altri versi evitabile prolungata fase di allettamento”.

Dalla relazione di CTU emerge pertanto che:

– Risulta condivisibile la scelta tecnica di abbattere la flessura splenica al fine di ottenere una anastomosi senza tensione;

– La genesi dell’insulto pancreatico deve ritenersi iatrogena e riconducibile all’intervento chirurgico sia in maniera meccanica diretta sia per conseguenza termina indiretta, correlata cioè all’irraggiamento laterale dello strumento utilizzato;

– È impossibile stabilire ex post se la predetta lesione al parenchima pancreatico sia il portato di una lesione diretta per erronea manovra chirurgica oppure indiretta da lesione termica – per il fenomeno dell’irraggiamento laterale dello strumento, ancora non descritto all’epoca dei fatti;

– La morte risulta correlabile causalmente alle sopravvenute complicanze di ordine sistemico e cardio vascolare insorte per il quadro settico evolutosi dopo l’intervento eseguito il 1.8.2011, prestazione a sua volta gravata dall’insorgenza di una complicanza chirurgica, prevedibile ma non concretamente prevenibile, quale la fistola pancreatica;

– In seguito alla comparsa della fistola pancreatica i sanitari non hanno gestito in modo corretto quanto accaduto: in particolare è emersa negligenza di ordine diagnostico per mancata esecuzione di esame TAC nell’immediatezza; imperizia nella scelta del drenaggio addominale; imprudenza nella scelta di dimettere il paziente senza un completo controllo delle sequele della c.d. complicanza; inopportuna scelta di applicare il drenaggio il 16.9.2011; censurabile attesa nel ricorrere all’intervento laparotomico eseguito solo il 21.10.2011.

Alla luce dei predetti elementi deve concludersi come le c.d. complicanze di ordine sistemico e cardio-vascolare conseguenti all’erroneo trattamento della fistola pancreatica abbia determinato la morte del sig. A..

Né le diverse conclusioni possono essere revocate in dubbio alla luce delle osservazioni tecniche svolte da parte convenuta – principalmente legate al fatto che le conoscenze scientifiche e la letteratura dell’epoca dei fatti non avrebbero consentito ai sanitari di scegliere sede e modalità di inserimento del device diverse.

Come precisato dai CTU, in sede di chiarimenti, infatti, a prescindere dalla modalità di lesione, l’insulto al parenchima pancreatico fa comunque riferimento ad una mancata individuazione del medesimo da parte del chirurgo che in ogni caso è tenuto a mantenersi ad una distanza “di sicurezza”, a prescindere dal fatto che la dissezione venga fatta con bisturi ad ultrasuoni o a lama fredda. Appare, pertanto, evidente come, a prescindere dalle conoscenze scientifiche relative allo strumento utilizzato nell’intervento chirurgico, il sanitario avrebbe dovuto mantenere una adeguata “distanza di sicurezza” – che non risulta rispettata nel caso in esame. A tale dirimente profili, va poi aggiunto come, dalla relazione di CTU, emergano in modo evidente le numerose censure relative alla gestione della c.d. complicanza, atte a determinare, alla luce degli elementi sopra indicati, la morte del sig. A..

Con riferimento alle domande volte ad ottenere il risarcimento del danno per perdita del rapporto parentale, si osserva quanto segue.

In merito al danno da perdita del rapporto parentale è stato condivisibilmente affermato che “il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela ex art. 32 cost., ove risulti intaccata l’integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall’interesse all’integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all’art. 2 cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l’interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli effetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 229 e 30 cost. Trattasi di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043 c.c., nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad una riparazione ai sensi dell’art. 2059 c.c., senza il limite ivi previsto in correlazione all’art. 185 c.p. in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in materia di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato” (Cass., n. 2557/11; più di recente Cass. 28989/2019). È chiaro, tuttavia, che, dal punto di vista delle conseguenze della lesione, il pregiudizio in discorso può manifestarsi come sofferenza interiore o come sconvolgimento delle abitudini e delle aspettative di vita dei superstiti danneggiati: vale a dire come danno morale o danno alla vita di relazione. Laddove, poi, la sofferenza psichica si sia “cristallizzata” in una vera e propria patologia nosograficamente apprezzabile, si configurerà un danno biologico psichico, suscettibile di liquidazione secondo il criterio c.d. tabellare, salva l’opportuna “personalizzazione” dei relativi valori, al fine di adeguare il risarcimento alle peculiarità del caso concreto.

Si tratta, dunque, di valutare gli elementi che siano stati (allegati e) provati dagli attori, con riguardo alla singola fattispecie concreta, posto che “il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che può causare nella vittima e nei suoi familiari, un danno medicalmente accertato, un dolore interiore e un’alterazione della vita quotidiana, sicché il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche “vuoti” risarcitori, e, in particolare, per il danno da lesione del rapporto parentale, deve accertare, con onere della prova a carico dei familiari della persona deceduta, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse” (Cass., n. 19402/13).

Ancora in via generale non pare inutile ricordare che, come più volte ribadito dalla Suprema Corte, il danno esistenziale da perdita del rapporto parentale non può d’altro canto considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno (per il rilievo che ben può accadere, sia pur non frequentemente, che la perdita di un congiunto non cagioni danno relazionale o danno morale o alcuno di essi v. Cass., 7/6/2011, n. 12273Cass., 20/11/2012, n. 20292, e, da ultimo, Cass., 3/10/2013, n. 22585 e, da ultimo Cass. 7766/2016) bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26975). Esso va dal danneggiato allegato e provato, secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228Cass., 13/5/2011, n. 10527).

Con riferimento ai mezzi di prova, si osserva che la prova del danno non patrimoniale da uccisione (o anche solo da lesione: v. Cass., 6/4/2011, n. 7844) dello stretto congiunto può essere invero data anche a mezzo di presunzioni (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828; Cass., 19/08/2003, n. 12124Cass., 15/07/2005, n. 15022Cass., 12/6/2006, n. 13546 ), che in argomento assumono anzi “precipuo rilievo” (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572).

Le presunzioni valgono in realtà a sostanzialmente facilitare l’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova contraria (v. Cass., 12 giugno 2006, n. 13546).

Costituendo un mezzo di prova di rango non inferiore agli altri, in quanto di grado non subordinato nella gerarchia dei mezzi di prova e dunque non “più debole” della prova diretta o rappresentativa, ben possono le presunzioni assurgere anche ad unica fonte di convincimento del giudice (v. Cass., Sez., Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez, Un., 24/3/2006, n. 6572, Cass., 12/6/2006, n. 13546, Cass., 6/7/2002, n. 9834), costituendo una “prova completa”, sulla quale può anche unicamente fondarsi il convincimento del giudice (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Incombe poi alla parte a cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria idonea a vincerla.

M.A. è il fratello di A. e, all’epoca della morte di quest’ultimo, aveva 68 anni. La sig. D.L., madre del defunto A.A., all’epoca della di lui morte aveva 90 anni. La difesa di parte attrice ha allegato, in modo specifico, l’esistenza di un solido rapporto affettivo tra i due fratelli. Le dichiarazioni del teste M.L. hanno confermato le allegazioni di parte attrice (mentre le dichiarazioni del teste A. appaiono poco rilevanti atteso che egli ha frequentato A.A. solo sino agli anni 90, avendo del periodo successivo solo una conoscenza indiretta).

Se dunque risulta raggiunta la prova, per presunzioni, del grave pregiudizio patito dagli attori, devono essere considerati i seguenti elementi: al momento della perdita del sig. A., sia il fratello che la madre erano persone adulte; la madre sig. D.L. ha perso il figlio quando aveva 90 anni ed è deceduta solo due anni più tardi; il pregiudizio subito va necessariamente rapportato al presumibile lasso di tempo che i due fratelli avrebbero trascorso insieme e ai benefici relazionali concretamente perduti e, con riferimento alla sig. D.L., all’effettivo lasso di tempo trascorso (due anni). Appare infatti del tutto evidente che tanto minori – in termini di tempo – sono le prospettive di vita in comune, tanto meno gravi saranno le conseguenze della perdita.

Quanto alla liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale, trattandosi di un danno di natura non patrimoniale è applicabile il principio generale di cui all’art. 1226 c.c..

Sul punto, la Suprema corte con sent. n. 10579/2021 ha recentemente pronunciato il seguente principio di diritto ” al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul sistema a punti, che preveda, oltre l’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, da indicare come indefettibili, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonchè l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella”.

La Corte di Cassazione, nel tentativo di realizzare un equo contemperamento tra l’esigenza di uniformità nella liquidazione del danno non patrimoniale e la realizzazione di un sufficiente grado di personalizzazione della liquidazione in considerazione delle peculiarità del caso concreto, esprime una predilezione per il sistema per punti variabili adottato dalle Tabelle del Tribunale di Roma. Il sistema di calcolo descritto nella Tabella è destinato ad agevolare l’interprete nella liquidazione del pregiudizio non patrimoniale subito per effetto della morte del congiunto. Tale danno comprende tanto l’aspetto interiore del pregiudizio sofferto (danno morale sub specie di dolore, vergogna, disistima di sé, paura, disperazione), quanto quello dinamico-relazionale, coincidente con la modificazione peggiorativa delle relazioni di vita esterne del soggetto (cfr Cassazione Sez. III, ord. 24 aprile 2019, n. 11212Cassazione Sez. III, 31 gennaio 2019, n. 2788).

I parametri da prendere in considerazione, una volta ritenuta provata l’esistenza di una seria relazione affettiva, sono: “a. il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, potendosi presumere che il danno sia maggiore quanto più stretto il rapporto; b. l’età del congiunto: il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite; c. l’età della vittima: anche in questo caso è ragionevole ritenere che il danno sia inversamente proporzionale all’età della vittima, in considerazione del progressivo avvicinarsi al naturale termine del ciclo della vita; d. la convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite; e. presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi); (fino al 4, inclusi, quindi, i cugini): infatti il danno derivante dalla perdita è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi” (Tabelle di Roma, pag. 10).

Ricorrendo al sistema di calcolo delineato dalle Tabelle del Tribunale di Roma, quindi, può procedersi – per quanto riguarda M.A. – all’attribuzione di un punteggio pari a 7 per la relazione di parentela (fratello), pari a 2 per l’età della vittima (65 anni), 2 per l’età del congiunto, 3 per l’assenza di altri familiari conviventi, dovendosi poi applicare una riduzione di un terzo per la non convivenza.

Per quanto riguarda la sig. D.L., invece, si può procedere all’attribuzione di un punteggio pari a 20 per la relazione di parentela (madre-figlio), pari a 2 per l’età della vittima, 1 per l’età del congiunto, 4 per l’assenza di altri familiari conviventi.

L’importo così ottenuto va, a sua volta moltiplicato per 9.806,70.

Nonostante un simile sistema di calcolo del danno non patrimoniale sia idoneo a soddisfare esigenze di uniformità delle decisioni, si deve tenere presente che il danno in esame è, stante quanto stabilito dall’art. 1226 c.c. un danno che va liquidato in via equitativa dal Giudice, il quale, come peraltro ribadito dalla citata Cass. 10579/2021, dovendo risarcire “un diritto che resta radicato nel caso ed in presenza di una tabella di origine pretoria e non legislativa”, può discostarsi dalla tabella elaborata dall’ufficio giudiziario, in presenza di argomenti chiaramente enunciati che spieghino la specificità del caso concreto.

Tanto premesso, alla luce dei criteri orientativi sopra indicati, per tenere conto delle specificità del caso concreto, occorre considerare i seguenti aspetti: la sig. D.L. aveva 90 anni all’epoca della morte del figlio e, dopo la di lui morte, è anch’ella deceduta dopo due anni (la perdita del rapporto parentale, pertanto, è stata vissuta dalla sig. D.L. per un periodo temporale limitato); il sig. A.A., al momento della morte del fratello, aveva 68 anni. Con riferimento alla liquidazione del danno, si osserva come l’età della vittima al momento del decesso assuma rilevanza ai fini della equa liquidazione del danno, con riferimento alla possibile proiezione futura di un rapporto fratello/fratello – la cui perdita, certamente di valore inestimabile, a prescindere dall’età dei soggetti coinvolti – che avrebbe potuto essere vissuto per un numero di anni non molto elevato.

Alla luce degli elementi sopra indicati, in riduzione delle somme che si otterrebbero con una rigida applicazione dei punti e dei valori di cui alle Tabelle – applicazione che deve, necessariamente, essere modulata sulle specificità del caso concreto – a parte attrice possono essere risarciti i danni nella misura che seguono:

– A M.A. – a titolo di danno da perdita del rapporto parentale per la morte del fratello – la somma di euro 70.000,00;

– A M.A. – a titolo di danno da perdita del rapporto parentale iure hereditatis per la perdita subita dalla madre, sig. D.L. – la somma di Euro 30.000,00.

M.A. agisce nella misura di 1/3 delle somme dovute a titolo di risarcimento, iure hereditatis, per le somme spettanti alla di lui madre (atteso che, dopo la rinuncia di M., i tre fratelli, M., A. e G. sono succeduti alla madre nella misura di 1/3 del 50% del credito dalla stessa vantato e poi caduto in successione).

A M.A., a titolo di danno da lesione del rapporto parentale subito dalla di lui madre per la perdita del figlio A.A., nei limiti della quota ereditaria, spetta la somma di euro 10.000,00.

Con riferimento alla domanda volta ad ottenere il risarcimento, iure hereditatis, del danno da c.d. L. agonia si osserva quanto segue.

La Suprema Corte ha avuto già modo di sottolineare (v. Cass., 19/10/2016, n. 21060), all’esito della pronunzia Cass., Sez. Un., n. 15350 del 2015, che per la configurabilità del c.d. danno tanatologico subito dalla vittima per la sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine (danno morale terminale o da lucida agonia o catastrofale o catastrofico: v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26772; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26773), assume rilievo il criterio dell’intensità della sofferenza provata (v. Cass., 20/8/2015, n. 16993Cass., 8/4/2010, n. 8360Cass., 23/2/2005, n. 3766Cass., 1/12/2003, n. 18305Cass., 19/10/2007, n. 21976Cass., 24/5/2001, n. 7075Cass., 6/10/1994, n. 8177; Cass., 14/6/1965, n. 1203. In tema di c.d. danno catastrofico v. Cass., 2/4/2001, n. 4783), a prescindere dall’apprezzabile intervallo di tempo tra lesioni e decesso della vittima.

Ciò che viene risarcito è il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza dell’exitus, a condizione che, nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso, la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”, in quanto in grado di percepire la sua situazione e in particolare l’imminenza della morte, essendo quindi irrilevante, a fini risarcitori, il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale e il decesso nel caso in cui la persona sia rimasta “manifestamente lucida” (Sez. 3 -, Sentenza n. 26727 del 23/10/2018, Rv. 650909 – 01)” (Cass. 28989/2011).

Nel caso di specie, dalla relazione di CTU emerge come le condizioni di salute del sig. A. siano fortemente peggiorate a far data dal ricovero del 12 ottobre (in particolare i CTU evidenziano che: “ricovero per iperpiressia in verosimile raccolte addominali ed esiti di pancreatite post chirurgica. Il paziente risultava astenico, disidratato con febbre non responsiva agli antipiretici”).

Alla luce dell’istruttoria espletata può ritenersi che, nell’intervallo tra il 12 ed il 29 ottobre, il sig. A. fosse lucido. In particolare:

– Nella relazione di CTU si dà atto di un colloquio psicologico effettuato il 26 ottobre;

– Il teste M. – il quale ha riferito di essere andato a trovare in ospedale il sig. A. 4 o 5 volte – ha precisato che, quando era andato a trovare il sig. A., lo aveva trovato lucido (tranne l’ultima volta).

In via equitativa, in forza dei criteri elaborati dall’Osservatorio per la giustizia di Milano del 2021, si perviene ad una liquidazione di Euro 33.145,00 che spetta, a parte attrice, nei limiti della quota ereditaria, nella misura di euro 11.048,00.

A parte attrice spetta, infine, il risarcimento del danno biologico temporaneo, con riferimento sia alla componente relativa alla lesione del bene salute che alle conseguenze in termini di sofferenza (che, sulla base delle lesioni subite dal sig. A. e dell’intensità delle stesse, può essere presunta).

Con riferimento alle voci di danno contenute nelle predette Tabelle, la Suprema Corte ha ribadito il principio secondo il quale la voce di danno morale mantiene la sua autonomia e non è conglobabile nel danno biologico, trattandosi di sofferenza di natura del tutto interiore e non relazionale, e perciò meritevole di un compenso aggiuntivo al di là della personalizzazione prevista per gli aspetti dinamici compromessi (in tal senso, Cass. n. 901/2018, Cass. n. 7513/2018, Cass. n. 28989/2019). Nella sentenza del 10.11.2020 n. 25164, la Corte di Cassazione, in primo luogo, ha chiarito che nell’art. 138 n. 3 del nuovo C.d.A. trova “definitiva conferma normativa, come già da tempo affermato da questa Corte, il principio della autonomia del danno morale rispetto al danno biologico, atteso che il sintagma “danno morale” 1) non è suscettibile di accertamento medico-legale; 2) si sostanzia nella rappresentazione di uno stato d’animo di sofferenza interiore, che prescinde del tutto (pur potendole influenzare) dalle vicende dinamico-relazionali della vita del danneggiato”. Tanto premesso, la Suprema Corte prosegue affermando che: “nel procedere alla liquidazione del danno alla salute, il giudice di merito dovrà: 1) accertare l’esistenza, nel singolo caso di specie, di un eventuale concorso del danno dinamico-relazionale e del danno morale; 2) in caso di positivo accertamento dell’esistenza (anche) di quest’ultimo, determinare il quantum risarcitorio applicando integralmente le tabelle di Milano, che prevedono la liquidazione di entrambe le voci di danno, ma pervengono (non correttamente, per quanto si dirà nel successivo punto 3) all’indicazione di un valore monetario complessivo (costituito dalla somma aritmetica di entrambe le voci di danno); 3) in caso di negativo accertamento, e di conseguente esclusione della componente morale del danno (accertamento da condurre caso per caso, secondo quanto si dirà nel corso dell’esame del quarto motivo di ricorso), considerare la sola voce del danno biologico, depurata dall’aumento tabellarmente previsto per il danno morale secondo le percentuali ivi indicate, liquidando, conseguentemente il solo danno dinamico-relazionale, 4) in caso di positivo accertamento dei presupposti per la cd. personalizzazione del danno, procedere all’aumento fino al 30% del valore del solo danno biologico, depurato, analogamente a quanto indicato al precedente punto 3, dalla componente morale del danno automaticamente (ma erroneamente) inserita in tabella, giusta il disposto normativo di cui al già ricordato art. 138, punto 3, del novellato codice delle assicurazioni“.

Orbene, nel caso in esame, alla luce dell’entità delle lesioni, della natura delle stesse e delle specifiche allegazioni di parte attrice, è possibile valutare, con i criteri di cui alle richiamate tabelle, sia l’aspetto interiore del danno sofferto quanto quello dinamico-relazione. Possono, pertanto, trovare applicazione i criteri di cui alle Tabelle elaborate dall’Osservatorio presso il Tribunale di Milano, edizione 2021 (che tengono conto delle sopra citate indicazione della Suprema Corte).

Gli ausiliari del Giudice hanno stimato un danno biologico temporaneo, in forma totale, nella misura di 50 giorni. Applicando i criteri sopra indicati si perviene ed una liquidazione pari ad Euro 4.950,00.

A titolo di danno biologico temporaneo e di danno da sofferenza a parte attrice, nei limiti della quota ereditaria, spetta la somma di euro 1.650,00.

M.A. ha formulato, altresì, una domanda volta ad ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali subiti relativi alle spese funerarie (pari ad Euro 2.500,00) e spese per copia esami diagnostici (pari ad Euro 24,40). A titolo di danno patrimoniale spetta a parte attrice la somma di euro 2.524,40.

Le somme relative ai compensi richiesti dal precedente difensore (quantificate in Euro 8.303,46 da parte attrice) costituiscono parte delle spese di lite e non, invece, danno patrimoniale subito.

Delle stesse si terrà conto, pertanto, nella liquidazione delle spese di lite.

Il credito risarcitorio di M.A., a titolo di danno non patrimoniale e patrimoniale, sia in proprio che iure hereditatis (nei limiti della quota ereditaria), ammonta ad euro 95.200,00.

La domanda volta ad ottenere il risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c. non può trovare accoglimento atteso che il Tribunale ha disposto la rinnovazione della CTU e che le domande sono state accolte in misura inferiore rispetto a quella richiesta da parte attrice. Non possono, pertanto, configurarsi i presupposti indicati dalla predetta norma.

Le spese di lite, comprensive delle spese di CTP (pari ad Euro 9.100,00) delle spese di avvio della mediazione (pari ad auro 171,76) seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

Le spese di entrambe le CTU, già liquidate con separato provvedimento, devono essere poste definitivamente a carico di parte convenuta.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza, difesa, eccezione disattesa, così provvede:

  1. a) Condanna la M. S.p.A., al pagamento in favore di M.A., a titolo di risarcimento dei danni non patrimoniali e patrimoniali, della somma di Euro 95.200,00, oltre interessi legali a far data dalla presente pronuncia sino al soddisfo;

  2. b) Condanna la M. S.p.A. a rifondere all’attore le spese del giudizio, che liquida in complessivi Euro 31.330,00 euro, oltre Euro 9.100,00 a titolo di spese di CTP, oltre Euro 545,00 a titolo di contributo unificato, oltre Euro 171,76 per spese di avvio della procedura di mediazione, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge;

  3. c) Pone definitivamente a carico di parte convenuta le spese di CTU, già liquidate con separato provvedimento.

Conclusione

Così deciso in Milano, il 14 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 luglio 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI MILANO

Sezione quarta civile

nelle persone dei seguenti magistrati:

dott.ssa Marina Marchetti – Presidente

dott.ssa Francesca Vullo – Consigliere rel. est.

dott.ssa Alba Maria Giuranno – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al n. r.g. 220/2020 promossa in grado d’appello

DA

G.C. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CASTIGNANI ACHILLE, elettivamente domiciliato in C/O AVV .MICHELE ANNICCHIARICO,VIA MANZONI 9 GALLARATE presso il difensore avv. CASTIGNANI ACHILLE

T.L. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CASTIGNANI ACHILLE, elettivamente domiciliato in C/O AVV .MICHELE ANNICCHIARICO,VIA MANZONI 9 GALLARATE presso il difensore avv. CASTIGNANI ACHILLE

L.C. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CASTIGNANI ACHILLE elettivamente domiciliato in C/O AVV. MICHELE ANNICCHIARICO VIA MANZONI 9 GALLARATE presso il difensore avv. CASTIGNANI ACHILLE

APPELLANTI

CONTRO

V.A. S.P.A. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. HAZAN MAURIZIO e dell’avv. TAURINI STEFANO ((…)) LARGO AUGUSTO, 3 20122 MILANO; , elettivamente domiciliato in Piazza F.lli Bandiera n. 13, 20129 Milano presso il difensore avv. HAZAN MAURIZIO

APPELLATO

M.S..

APPELLATO CONTUMACE

avente ad oggetto: Morte

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

La presente controversia ha ad oggetto il sinistro stradale accaduto in Osimo il 30.7.2012, nel quale perse la vita a 19 anni D.C. che, alla guida del suo motociclo, entrava in collisione con una Fiat Punto di proprietà e condotta da M.S. e assicurata con D.L.I. spa divenuta in seguito V.A. spa. I genitori C.G. e L.T. e il fratello L. convennero innanzi al Tribunale di Monza l’assicurazione ed il proprietario/conducente del veicolo investitore, di cui allegarono l’esclusiva responsabilità nella causazione del sinistro, chiedendone la solidale condanna al ristoro di tutti i danni non patrimoniali, sia iure proprio che iure hereditatis.

Disposta una CTU medico legale per valutare i danni psicologici subiti dagli attori, con sentenza n. 2606/19 pubblicata il 27.11.2019, il Tribunale rigettò le domande degli attori e condannò in solido i convenuti a rimborsare agli attori, con distrazione in favore dei difensori dichiaratisi antistatari, un terzo delle spese di lite ponendo le spese di ctu a carico delle parti costituite.

Questi i principali snodi motivazionali:

1.Non risultava provata, come previsto dall’art. 2054 c.c., l’esclusiva responsabilità nella causazione del sinistro dello S., non potendo detta circostanza inferirsi dall’acclarata responsabilità del conducente dell’auto, in assenza di dati sulla condotta della vittima

  1. L’importo corrisposto dall’assicurazione, tenuto conto di quanto versato anche nel corso del giudizio per l’ammontare complessivo di Euro 595.000,00 (Euro 260 mila per genitore ed Euro 75 mila per il germano), doveva ritenersi satisfattivo di ogni pretesa in quanto a) non era riconoscibile il danno iure hereditario per perdita della vita del congiunto b) il danno psichico doveva ritenersi ricompreso nel danno da perdita del rapporto parentale, per il quale era stato corrisposto un importo da ritenersi più che satisfattivo di ogni pretesa.

Avverso tale sentenza hanno proposto appello G. e L.C. e T.L.. Si è costituita la sola società di assicurazioni insistendo per il rigetto dell’impugnazione.

All’udienza del 25 febbraio 2020, precisate le conclusioni come in epigrafe indicate, la Corte ha trattenuto la causa in decisione previa concessione dei termini ex artt. 352, 190 c.p.c.. La decisione della causa è stata deliberata nella camera di consiglio del 27 maggio 2021.

Vengono articolati due motivi di impugnazione.

  1. Erroneità della motivazione nella parte in cui viene affermata la pari responsabilità dei soggetti coinvolti nel sinistro stradale

Il primo giudice avrebbe omesso di valutare correttamente a)il verbale dei CC intervenuti sul luogo del sinistro, nel quale veniva dato atto che il convenuto S. era incorso nella violazione dell’art. 145 co. 1 cds – e per tale ragione gli era stata contestata la relativa infrazione – in quanto approssimandosi all’intersezione aveva omesso di usare la dovuta prudenza, mentre a D.C. non veniva elevata alcuna contestazione b) le dichiarazioni confessorie rese da S. nell’immediatezza del fatto c) la sentenza di patteggiamento emessa a carico dell’appellato per il reato di omicidio colposo in danno di D.C..

L’insieme di questi elementi avrebbe dovuto condurre il tribunale ad affermate l’esclusiva responsabilità dell’appellato per l’incidente stradale in questione e in ogni caso ad ammettere la prova testimoniale articolata sulla dinamica del sinistro. Alcuna prova oggettiva di contro vi sarebbe per sostenere la condotta di guida imprudente del C., non certo desumibile dal ricorso di quella giornata del fratello e dalla mancata produzione dei rilievi foto planimetrici di cui il primo giudice avrebbe potuto ordinare l’esibizione.

  1. Erroneità, illogicità, contraddittorietà della motivazione con la quale il giudice ha ricondotto il danno psichico nella categoria della danno da perdita del rapporto parentale

Gli appellanti richiamano l’esito della ctu che ha accertato la compromissione permanente dell’integrità psico fisica di entrambi i genitori, nella misura del 25% per il padre e del 15% della madre, e dunque una precisa patologia clinica e non una mera condizione di afflizione correlata alla perdita del figlio.

  1. Erroneità, illogicità, contraddittorietà della motivazione con la quale il giudice non ha riconosciuto la risarcibilità del danno preteso iure hereditario da perdita della vita

Il primo giudice avrebbe disatteso i principi affermati in Cass. 1361/2014 che aveva individuato quale voce di danno risarcibile il danno da perdita della vita anche nel caso di morte istantanea della vittima.

Il primo motivo non è fondato.

Il tribunale ha fatto corretta applicazione dei principi generali in materia di responsabilità civile da circolazione dei veicoli, stabilendo che il carattere sussidiario della presunzione di eguale concorso di colpa stabilita dall’art. 2054, comma 2 c.c. opera quando le risultanze probatorie non consentano di accertare in modo concreto in quale misura la condotta dei due conducenti abbia cagionato l’evento dannoso e altresì quando non sia possibile attribuire le effettive responsabilità del sinistro (Cass. Sez. 3 – , Ordinanza n. 9353 del 04/04/2019). Infatti “In tema di responsabilità civile da circolazione dei veicoli, anche se dalla valutazione delle prove resti individuato il comportamento colposo di uno solo dei due conducenti, per attribuirgli la causa determinante ed esclusiva del sinistro deve parimenti accertarsi che l’altro conducente abbia osservato le norme sulla circolazione e quelle di comune prudenza, perché è suo onere dimostrare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno, altrimenti dovendo presumersi anche il suo colpevole concorso”. (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 124 del 08/01/2016).

Questo essendo il principio generale al quale si è uniformata la sentenza impugnata, l’atto di impugnazione elenca le prove fondanti la responsabilità dell’appellato S. nel sinistro in questione e trascura di evidenziare gli elementi in base ai quali dovrebbe ritenersi dimostrata la totale osservanza alle regole del codice della strada del conducente del ciclomotore.

Il fatto che nel rapporto di incidente stradale, nelle dichiarazioni rilasciate dallo S. e nella sentenza di patteggiamento non venga fatta alcuna menzione di una qualche negligenza, imprudenza, imperizia attribuibile a C. nella conduzione del motociclo non equivale ad affermarne l’assenza.

Come correttamente rileva il Tribunale, il dato puramente negativo del mancato rilievo di infrazioni a carico del C. non è di per sé significativo, in assenza di ulteriori elementi di riscontro, e soprattutto a fronte del rilievo positivo di “..una striscia di frenata, ascrivibile al motociclo, concretamente indicativa di un avvistamento, da parte del C. della svolta a sinistra operata dallo S. e dell’adozione di una conseguente manovra di evitamento..”, di un possibile concorso della vittima. Il fatto che il conducente dell’altro veicolo abbia omesso di dare la precedenza al motociclista non conduce necessariamente alla conclusione dell’assenza di responsabilità in capo al guidatore del veicolo investito, in coerenza con il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità in base al quale “il non aver concesso la precedenza cui era obbligato costituisce sì l’automobilista in colpa, ma non esonera il motociclista dal fornire la prova liberatoria, quale presupposto del superamento della presunzione di pari colpa dei conducenti prevista dall’art. 2054 c.c., comma 2. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, difatti, “Nel caso di scontro tra veicoli, la presunzione di pari responsabilità prevista dall’art. 2054 c.c. ha carattere sussidiario, dovendosi applicare soltanto nel caso in cui sia impossibile accertare in concreto il grado di colpa di ciascuno dei conducenti coinvolti nel sinistro; l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, dell’obbligo di dare la precedenza, non dispensa il giudice dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente.” (Cass. Civ. n. 460 del 13 gennaio 2021; nello stesso senso cfr anche Cass., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 21130 del 16/9/2013; Sez. 3, Sentenza n. 9528 del 12/6/2012; Sez. 3, Sentenza n. 4755 del 9/3/2004).

Ciò che manca nel processo è una precisa ricostruzione della dinamica dell’incidente anche sotto il profilo della descrizione della condotta del C. prima dell’impatto. In particolare è ignota la velocità di marcia del motociclo, dato fondamentale per escludere la responsabilità del ragazzo nella causazione del sinistro. La questione non è dunque se S. sia responsabile del sinistro, ragione per la quale deve confermarsi il diniego di ammissione delle prove orali, articolate dagli appellanti sulla condotta dell’appellato, ma se C. non lo sia, e tale conclusione postulava un’attività istruttoria che non è stato possibile espletare in primo grado. Nella sentenza di primo grado si dà atto della mancata produzione dei rilievi foto planimetrici, prova principe in materia di incidenti stradali, che avrebbe consentito al primo giudice di poter valutare la necessità di disporre una consulenza cinematica sulla velocità dei mezzi coinvolti e altresì del verbale delle dichiarazioni dell’unico teste oculare. Né appare censurabile la decisione del Tribunale di non voler disporne l’esibizione dovendosi escludere che l’ ordine di cui all’art. 210 cod. proc. civ., possa supplire al mancato assolvimento dell’onere della prova a carico della parte istante.

Deve pertanto essere confermata la conclusione cui perviene la sentenza di primo grado in base alla quale “gli attori non hanno offerto gli elementi probatori necessari all’accertamento in fatto della dinamica e non hanno dimostrato l’esenzione di addebiti della condotta di guida della vittima con conseguente necessaria applicazione del criterio sussidiario previsto dall’art. 2054 secondo comma c.c. sulla base dei principi di cui alle premesse di diritto”.

Ugualmente infondato è il secondo motivo.

Gli appellanti concentrano le loro censure sui passaggi della sentenza nei quali il Tribunale ricomprende il danno psichico che essi allegano avere subito nella categoria del danno da perdita del rapporto parentale mentre, sulla base delle ctu medico legali, fosse provato che si trattasse di un danno biologico.

La decisione del primo giudice si basa tuttavia su una duplice argomentazione:

1.l’inclusività del danno allegato nella categoria danno da perdita del rapporto parentale 2.l’esaustività degli importi liquidati a coprire ogni ipotesi di danno anche quello biologico psichico.

Pertanto pur condividendo la tesi degli appellanti che il danno che essi hanno allegato e provato costituisce un danno biologico, avendo le sofferenze in loro generate dalla morte del figlio causato una patologia psichica, secondo le risultanze delle ctu, meritevole di separata considerazione nell’ambito del danno non patrimoniale rispetto al danno parentale, è pur vero che, trattandosi di voci “suscettibili – in virtù del principio della “onnicomprensività” della liquidazione – di liquidazione unitaria” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 21084 del 19/10/2015) l’importo corrisposto dall’assicurazione assolve appieno a una funzione reintegratoria.

Proprio in virtù di queste considerazioni il Tribunale di Monza, con motivazione che questa Corte condivide integralmente, ha ritenuto che “il problema liquidatorio, tuttavia, resta oggi assorbito dall’entità delle somme già corrisposte dall’assicurazione: infatti, già seguendo i criteri elaborati dall’Osservatorio di Milano nel 2018 (ossia senza la necessaria aestimatio) persino l’applicazione “cumulativa” del risarcimento per danno biologico-psichico (calcolato al 50% per la corresponsabilità: circa Euro 50.000,oo per il padre, circa Euro 20.000,oo per la madre e circa Euro 4.500,oo per il fratello) e del massimo risarcimento tabellare per danno parentale (calcolato al 50% per la corresponsabilità: Euro 165.000,oo per ciascun genitore ed Euro 72.000,oo per il fratello) determinerebbe importi complessivamente inferiori (genitori) o pari (fratello) a quanto già versato dall’assicurazione (e a maggior ragione tenendo conto dei criteri liquidatori di aestimatio e di imputazione al capitale dell’acconto versato ante causam)”.

Il ragionamento del giudice secondo il quale la somma liquidata è di gran lunga sufficiente a compensare sia il danno psichico che quello da perdita del rapporto parentale nella sua massima portata non è stato minimamente confutato dagli appellanti che si limitano a richiamare l’applicabilità delle tabelle Milanesi, senza tuttavia specificare in base a quali criteri, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice, essi avrebbero diritto a un risarcimento maggiore di quello riconosciuto.

Non merita destino migliore il terzo motivo.

La sentenza impugnata sull’unica voce di danno chiesta iure hereditario così motiva: “era stata infatti fondata sull’unico riconoscimento giurisprudenziale di legittimità (la nota e dirompente Cass, sez. III n. 1361/14) la cui impostazione è stata rapidamente smentita dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 15350/2015 che ha ribadito il precedente e granitico orientamento negativo (cui questo giudice convintamente aderisce)”.

Nell’impugnazione gli appellanti non prendono minimamente in considerazione le ragioni poste dal primo giudice alla base del rigetto della domanda, ma si limitano a richiamare la trasmissibilità agli eredi del danno da perdita di vita sulla base dell’unico pronunciamento loro favorevole, senza tuttavia contro argomentare ai principi successivamente statuiti dal Supremo Collegio che, a chiare lettere, affermano “In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo. (Sez. U, Sentenza n. 15350 del 22/07/2015).

In conclusione l’appello deve essere rigettato e la sentenza confermata.

Le spese seguono la regola della soccombenza ex art. 91 c.p.c. e si liquidano, in favore della sola contro parte costituita, come da dispositivo facendo riferimento ai parametri previsti dal D.M. 10 marzo 2014, n. 55, tenuto conto del valore di causa, dei criteri stabiliti dagli artt. 4 e 5 del citato DM e dell’assenza di attività istruttoria.

Sussistono inoltre i presupposti per il pagamento da parte degli appellanti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dall’art. 13 co 1 quater D.M. n. 115 del 2002 e successive modificazioni.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Milano definitivamente pronunciando sull’appello proposto da C.G., C.L. e L.T. avverso la sentenza del Tribunale di Monza n. 2606/19 pubblicata il 27.11.2019 così provvede:

  1. A) rigetta l’appello e conseguentemente conferma la sentenza del Tribunale di Monza n. 2606/19 pubblicata il 27.11.2019;

  2. B) condanna gli appellanti a rifondere all’appellata costituita le spese processuali della presente fase liquidate in Euro 12.000,00 per compensi professionali, oltre iva cpa e contributo forfettario spese generali del 15%;

  3. C) dichiara la sussistenza dei presupposti per il pagamento da parte degli appellanti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dall’art. 13 co 1 quater D.M. n. 115 del 2002 e successive modificazioni

Conclusione

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del 27 maggio 2021.

Depositata in Cancelleria il 7 luglio 202

INCIDENTE MORTALE FONDO VITTIME IN  MOTO

INCIDENTE MORTALE FONDO VITTIME IN  MOTO

SE RIMANE IGNOTO CHI HA CAUSATO IL SINISTRO OCCORRE RIVOLGERSI AL FONDO VITTIME DELLA STRADA

LA NORMATIVA CONSAP SU FONDO VITTIME STRADA CHE SI RIPORTA:

“Il Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada, istituito con legge n. 990 del 1969 (abrogata con l’entrata in vigore del Codice delle Assicurazioni Private), operativo dal 12 giugno 1971, è amministrato, sotto la vigilanza del Ministero dello Sviluppo Economico, dalla Consap con l’assistenza di un apposito Comitato, presieduto dal Presidente della Società, o in sua vece, dall’Amministratore Delegato, composto da rappresentanti del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministero dell’Economia e delle Finanze, di Consap, dell’Ivass, delle imprese di assicurazione e dei consumatori.

Imprese Designate

La liquidazione dei danni, per i casi indicati di seguito, ai sensi dell’art. 286 del D.Lgs. 209/2005, è effettuata a cura delle Imprese Designate dall’Ivass con provvedimento valido per un triennio (il provvedimento in vigore dal 1 luglio 2015 è il n. 32 del 19 maggio 2015; per consultare il provvedimento 

Massimali

L’intervento del Fondo per i casi indicati di seguito, è limitato al massimale di legge vigente al momento del sinistro (dall’11 giugno 2017 € 6.070.000,00 nel caso di danni alle persone, per sinistro; €1.220.000,00 nel caso di danni alle cose, per sinistro.

Precedentemente a far data dall’11 giugno 2012 € 5.000.000,00 per danni a persona per sinistro, € 1.000000,00 per danni a cose per sinistro; a far data dall’11 dicembre 2009, € 2.500.000,00 per danni a persona per sinistro ed € 500.000,00 per danni a cose per sinistro.

Per consultare i massimali di legge relativi ai sinistri verificatisi prima di tali date 

Tipologie di sinistri

  • Ipotesi A – veicoli o natanti non identificati, per soli danni alla persona (dal 24 novembre 2007, a seguito del decreto legislativo n.198 del 6 novembre 2007, il risarcimento è dovuto anche per i danni alle cose, con una franchigia di Euro 500,00, in caso di danni gravi alla persona) – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui;
  • Ipotesi B – veicoli o natanti non assicurati, per danni alla persona nonché per danni alle cose con una franchigia, per quest’ultimi, di Euro 500,00 (dal 24 novembre 2007, a seguito del decreto legislativo n.198 del 6 novembre 2007, i danni alle cose verranno risarciti integralmente) – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui;
  • Ipotesi C – veicoli o natanti assicurati con Imprese poste in liquidazione coatta amministrativa. In questa ipotesi si distinguono le seguenti tre procedure, di cui solo la terza attualmente attiva:
    • Liquidazione dei danni a cura del Commissario liquidatore dell’Impresa in liquidazione coatta amministrativa, nei casi di sinistri causati da veicoli o natanti assicurati con imprese che al momento del sinistro si trovino in stato di liquidazione coatta amministrativa o vi vengano poste successivamente, i cui Commissari liquidatori siano stati autorizzati, anche per conto del Fondo di Garanzia per le vittime della Strada, alla liquidazione dei danni causati dalla circolazione dei veicoli e dei natanti (art. 293 del D.lgs. n. 209 del 07.09.2005).
    • Liquidazione dei danni a cura dell’Impresa Cessionaria, nei casi di sinistri causati da assicurati con polizze di Imprese il cui portafoglio r.c. auto è stato trasferito ad altra Compagnia.
    • Liquidazione dei danni a cura dell’Impresa Designata, nei casi di sinistri causati da veicoli o natanti assicurati con imprese che al momento del sinistro si trovino in stato di liquidazione coatta amministrativa o vi vengano poste successivamente e per le quali non si verifichino le condizioni indicate ai due punti precedenti (art. 286 del D.lgs. n. 209 del 07.09.2005) – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui.
  • Ipotesi D – veicoli posti in circolazione contro la volontà del proprietario, sia per i danni alla persona che per i danni alle cose – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui.

Il Fondo provvede al risarcimento del danno nei seguenti casi ulteriori:

  • Ipotesi Dbis – sinistri causati da veicoli spediti nel territorio della Repubblica Italiana da un altro Stato dello Spazio Economico Europeo (Paesi della UE + Islanda, Norvegia e Lichtenstein) avvenuti nel periodo intercorrente dalla data di accettazione della consegna del veicolo e lo scadere del termine di 30 giorni (Art. 283, comma 1, lett. d-bis), sia per i danni alla persona che per i danni alle cose – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui;
  • Ipotesi Dter – sinistri causati da veicoli esteri con targa non corrispondente o non più corrispondente allo stesso veicolo (Art. 283, comma 1, lett. d-ter), sia per i danni alla persona che per i danni alle cose – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui.””

G.I. s.p.a., nella sua qualità di impresa designata per la liquidazione dei sinistri a carico del “Fondo di G.V.S., in persona dell’organo di rappresentanza pro-tempore, con sede legale in via M. 14, 31021 M. V. (T.), rappresentata e difesa dall’Avv. Adamo BIOLO del Foro di Milano ed elettivamente domiciliata presso lo studio legale associato Biolo Crippa, in corso di Porta Vittoria 28, 20122 Milano;

QUANTO RILEVATO DALLA SENTENZA DI PRIMO GRADO

la domanda non può trovare accoglimento, dacchè non è provato che il sinistro, con la perdita di controllo del motociclo da parte del V., sia da imputarsi al precedente urto con un’autovettura poi datasi alla fuga. Invero: – nel rapporto della Polizia Locale intervenuta il luogo è descritto come strada rettilinea con carreggiata a doppio senso di marcia; al suolo non erano visibili tracce di frenata, ma solo tracce di scarrocciamento lasciate dagli pneumatici della moto ed abrasioni causate dalla struttura del predetto veicolo; la teste oculare M.M.G. aveva riferito che, trovandosi sul marciapiede della via M. avanti al civico n. 56, aveva notato il motociclo provenire da Via D. P. e percorrere la Via M., il veicolo aveva sbandato ed era rovinato al suolo dopo aver urtato dei veicoli in sosta. In data 28.11.2012 presso gli Uffici della Polizia Municipale si era presentato F.S., trasportato sul motociclo e che pure aveva riportato lesioni, il quale aveva riferito di un urto con un SUV, che aveva superato la moto sulla sinistra ed in altra sede questi aveva sostenuto che il SUV sopraggiungeva ad alta velocità alle loro spalle; – il V. era risultato positivo ai cannabinoidi (16 ng/ml contro 2 ng/ml) ed all’etanolo (1,78 g/l), come si evince dalla copia della cartella clinica; – nella presente sede la M. ha affermato di non ricordare nulla del sinistro, ma ha confermato le dichiarazioni rese alla Polizia, di cui le è stata data lettura. Pertanto non è emersa la presenza di alcuna ‘auto pirata’, riportata dal F., ma non nell’immediatezza dei fatti e di cui comunque la M. avrebbe potuto riferire alla Polizia subito dopo il sinistro. Inoltre non può essere sentito il F. in qualità di teste nell’attuale causa. Infatti, la giurisprudenza costante ha affermato il principio secondo cui la vittima di un sinistro stradale è incapace ex art. 246 c.p.c. a deporre nel giudizio avente ad oggetto la domanda di risarcimento del danno proposta da altra persona danneggiata in conseguenza del medesimo sinistro, a nulla rilevando che per il teste sia intervenuta una fattispecie estintiva (transazione, prescrizione del diritto, avvenuto risarcimento), dacchè l’incapacità a testimoniare deve essere valutata prescindendo da vicende che costituiscono un posterius rispetto alla configurabilità dell’interesse a partecipare al giudizio che la determina (Cass., n. 3642/2013; Cass., n. 19258/2015; Cass., n. 12660/2018). Le spese processuali seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo”.

DOMANDA RESPINTA ANCHE IN APPELLO IL CONDUCENTE DECEDUTO IN MOTO AVEVA ASSUNTO ALCOL E DROGHE

 

 

 

Non avendo gli attori assolto l’onere su di essi gravante ai sensi dell’art. 2697 c.c., alcuna prova contraria doveva essere fornita dalla convenuta/appellata G. s.p.a. circa la riconducibilità causale del sinistro in esame, in via esclusiva o concorrente, ad una condotta colposa tenuta dal conducente del motoveicolo: ne consegue che sotto tale profilo è irrilevante che la perdita di controllo del motociclo si sia verificata a causa dello stato di alterazione da consumo di sostanze alcoliche e stupefacenti in cui si trovava V.C. (o, in ipotesi, per qualunque altra causa come ad esempio un malore), trattandosi di circostanza che potrebbe al più condurre alla configurabilità di un concorso di colpa della vittima solo una volta dimostrata dagli attori l’avvenuto fatto generatore del danno di cui è chiesto il risarcimento ai sensi dell’art. 283 comma 1 lett. a) D.Lgs. n. 209 del 2005, e dunque l’avvenuto urto del motociclo ad opera di un’auto ‘pirata’.

In assenza di prova del fatto costitutivo e generatore del danno allegata dagli attori, la circostanza – rilevata dal Tribunale – che V.C. si trovasse, al momento del sinistro, sotto l’effetto dell’assunzione di cannabinoidi ed etanolo, rileva soltanto quale ulteriore argomento di prova a sostegno della ricostruzione del sinistro in esame operata dal giudice e contraria a quella prospettata dagli eredi V.: in altri termini, induce ragionevolmente a ritenere che la vittima è rovinata al suolo per aver perso autonomamente il controllo del proprio motociclo e non a seguito di un urto ad opera di un altro veicolo.

In proposito va comunque evidenziato che, contrariamente alle deduzioni degli appellanti, un simile stato di alterazione psico-fisica risulta provato dalle risultanze documentali acquisite, in particolare dal referto del Pronto Soccorso dell’Ospedale Niguarda di Milano, rilasciato a seguito della richiesta formulata dalla Polizia Locale di svolgere sulla persona della vittima accertamenti sanitari urgenti ai sensi degli artt. 186 e 187 C.d.S. (doc. 4 fascicolo appellanti): da tale referto, contenente l’esito delle analisi del sangue effettuate a V.C., si evince che il pomeriggio del sinistro quest’ultimo aveva consumato sostanze stupefacenti del tipo cannabinoidi e sostanze alcoliche oltre i limiti consentiti (16 ng/ml contro 2 ng/ml quanto ai cannabinoidi, e 1,78 g/l quanto all’etanolo).

Infine, è infondato il quarto e ultimo motivo di appello, con il quale è chiesta la riforma della sentenza del Tribunale nel punto relativo alla condanna alle spese.

AVVOCATO-ERRORE-MEDICO-DIAGNOSTICOREPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE D’APPELLO DI MILANO

SEZIONE III CIVILE

composta dai magistrati

Dott. Irene Formaggia – Presidente

Dott. Michele Montingelli – Consigliere

Dott. Alessandra Del Corvo – Consigliere rel.

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa iscritta la numero di ruolo sopra riportato, promossa in grado d’Appello con atto di citazione notificato il 25.11.2019,

DA

V.U. e P.G., entrambi residenti a M. in via M. n. 26, in proprio e nella loro qualità di eredi del figlio V.C., rappresentati e difesi dall’Avv. Luca Ferrari e dall’Avv. Sonia Musto del Foro di Milano presso lo studio dei quali in Milano, Viale Regina Margherita n. 35, sono elettivamente domiciliati;

APPELLANTI

CONTRO

G.I. s.p.a., nella sua qualità di impresa designata per la liquidazione dei sinistri a carico del “Fondo di G.V.S., in persona dell’organo di rappresentanza pro-tempore, con sede legale in via M. 14, 31021 M. V. (T.), rappresentata e difesa dall’Avv. Adamo BIOLO del Foro di Milano ed elettivamente domiciliata presso lo studio legale associato Biolo Crippa, in corso di Porta Vittoria 28, 20122 Milano;

APPELLATA

e

V.M., V.A. e V.V.,

APPELLATI CONTUMACI

OGGETTO: Morte

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza n. 4094/2019, pubblicata il 26.4.2019 e non notificata, il G.U. del Tribunale di Milano, definendo il giudizio di merito (n. 19373/2016 R.G.) promosso con atto di citazione da V.U., P.G., V.V., V.M. e V.A. nei confronti di G.A. s.p.a., ha rigettato la domanda di condanna dai medesimi formulata nei confronti della Compagnia Assicuratrice al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali – quantificati in complessivi Euro 1.203.150,00 – asseritamente subiti a seguito del sinistro stradale verificatosi in M., via M., all’altezza del civico n. 60 il giorno 5.11.2012 verso le ore 18.00; sinistro nel quale era rimasto coinvolto V.C., rispettivamente figlio e fratello degli attori, il quale, alla guida del motociclo Sym Maxsym, nel percorrere la via M. aveva perso il controllo del mezzo andando ad impattare contro alcune auto in sosta e riportando lesioni personali che ne avevano cagionato il decesso il successivo 19.11.2012.

Il giudizio era promosso dagli attori nei confronti di G.A. s.p.a. quale impresa designata per la liquidazione dei sinistri a carico del ‘Fondo di G.V.S.’ e sulla base dell’assunto per il quale il sinistro fosse stato causalmente determinato dalla condotta di un automobilista rimasto ignoto, che a bordo della propria vettura ‘modello SUV’ aveva urtato il motociclo condotto da C.V. per poi darsi alla fuga.

Il giudice di primo grado ha rigettato la domanda formulata dagli attori ritenendo non provata la circostanza che il sinistro, ed in particolare la perdita di controllo del motociclo da parte di C.V., fosse da imputarsi al precedente urto con un’autovettura poi datasi alla fuga. Nello specifico il giudice ha così motivato la decisione di rigetto “la domanda non può trovare accoglimento, dacchè non è provato che il sinistro, con la perdita di controllo del motociclo da parte del V., sia da imputarsi al precedente urto con un’autovettura poi datasi alla fuga. Invero: – nel rapporto della Polizia Locale intervenuta il luogo è descritto come strada rettilinea con carreggiata a doppio senso di marcia; al suolo non erano visibili tracce di frenata, ma solo tracce di scarrocciamento lasciate dagli pneumatici della moto ed abrasioni causate dalla struttura del predetto veicolo; la teste oculare M.M.G. aveva riferito che, trovandosi sul marciapiede della via M. avanti al civico n. 56, aveva notato il motociclo provenire da Via D. P. e percorrere la Via M., il veicolo aveva sbandato ed era rovinato al suolo dopo aver urtato dei veicoli in sosta. In data 28.11.2012 presso gli Uffici della Polizia Municipale si era presentato F.S., trasportato sul motociclo e che pure aveva riportato lesioni, il quale aveva riferito di un urto con un SUV, che aveva superato la moto sulla sinistra ed in altra sede questi aveva sostenuto che il SUV sopraggiungeva ad alta velocità alle loro spalle; – il V. era risultato positivo ai cannabinoidi (16 ng/ml contro 2 ng/ml) ed all’etanolo (1,78 g/l), come si evince dalla copia della cartella clinica; – nella presente sede la M. ha affermato di non ricordare nulla del sinistro, ma ha confermato le dichiarazioni rese alla Polizia, di cui le è stata data lettura. Pertanto non è emersa la presenza di alcuna ‘auto pirata’, riportata dal F., ma non nell’immediatezza dei fatti e di cui comunque la M. avrebbe potuto riferire alla Polizia subito dopo il sinistro. Inoltre non può essere sentito il F. in qualità di teste nell’attuale causa. Infatti, la giurisprudenza costante ha affermato il principio secondo cui la vittima di un sinistro stradale è incapace ex art. 246 c.p.c. a deporre nel giudizio avente ad oggetto la domanda di risarcimento del danno proposta da altra persona danneggiata in conseguenza del medesimo sinistro, a nulla rilevando che per il teste sia intervenuta una fattispecie estintiva (transazione, prescrizione del diritto, avvenuto risarcimento), dacchè l’incapacità a testimoniare deve essere valutata prescindendo da vicende che costituiscono un posterius rispetto alla configurabilità dell’interesse a partecipare al giudizio che la determina (Cass., n. 3642/2013; Cass., n. 19258/2015; Cass., n. 12660/2018). Le spese processuali seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo”.

  1. Avverso la suddetta sentenza hanno proposto appello U.V. e G.P., padre e madre della vittima V.C., con atto di citazione notificato a mezzo PEC il 25.11.2019 per i seguenti motivi: 1) erronea applicazione del disposto di cui all’art. 2697c.c. – erronea ricostruzione dei fatti – erronea e preconcetta valutazione delle risultanze processuali, in quanto il Tribunale avrebbe fondato il proprio convincimento su un’erronea valutazione delle dichiarazioni rese dalla teste M.G.M., la quale ‘non ha visto nulla ad esclusione della fase finale del sinistro, ha solo sentito il rumore dello stesso e si è voltata per accertarsi dell’accaduto’ (gli appellanti richiamano sul punto la deposizione resa dalla teste nell’ambito di altro procedimento – n. 88849/2013 – sulla dinamica del sinistro in oggetto, acquisita al presente procedimento tramite la produzione del relativo verbale di causa), ed avrebbe inoltre omesso di considerare lo stato dei luoghi al momento del sinistro, ovvero le caratteristiche della carreggiata stradale e l’assenza di tracce di frenata riconducibili al motociclo condotto dal V., circostanza che confermerebbe secondo gli appellanti “l’intervento di un evento estraneo (urto del SUV) che ha determinato l’improvviso sbandamento del motociclo cui è conseguito l’esito infausto”. Inoltre, secondo la prospettazione degli appellanti, la presenza del SUV scuro troverebbe conferma nelle dichiarazioni rese dal Sig. F. agli Agenti della Polizia Locale del Comune di Milano in data 26.11.2012 e nel verbale di causa dell’udienza 9.3.2015 di escussione testi nell’ambito del diverso procedimento n. 88849/2013, “dichiarazioni acquisite al presente procedimento in forma di prova documentale, ex adverso non contestate, da cui conseguentemente discende che trattasi di prova documentale validamente acquisita al presente procedimento unitamente alle circostanze ivi riportate”; 2) carenza di motivazione della sentenza del Tribunale nella parte in cui ha ritenuto che non fosse emersa la presenza di un’auto ‘pirata’: il giudice di primo grado avrebbe posto a fondamento della decisione le sole dichiarazioni rese nell’immediatezza del sinistro e in particolare quelle della teste M., e non avrebbe dimostrato che l’addotta assunzione di cannabinoidi ed etanolo da parte della vittima avesse in qualche modo interferito con la dinamica del sinistro in oggetto; 3) erronea applicazione dell’art. 246c.p.c., per avere il Tribunale erroneamente omesso di escutere quale teste, nel presente procedimento, il Sig. S.F. sulla base “dell’illogico assunto secondo cui il terzo trasportato si troverebbe aprioristicamente nella veste di cui all’art. 246 c.p.c.”. Secondo la prospettazione dell’appellante “è proprio il disposto di cui all’art. 141 Codice delle Assicurazioni Private ad elevare ‘super partes’ il terzo trasportato che, ex lege, ha azione diretta e certo risarcimento da parte della compagnia assicurativa del veicolo su cui era a bordo e ciò a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”, e il Tribunale avrebbe omesso di considerare che il teste F. fin dal verificarsi del sinistro “non aveva alcun interesse personale, concreto ed attuale a partecipare al presente giudizio promosso nei riguardi dell’Impresa designata G.I. s.p.a., atteso che aveva, ed ha avuto, completa ed integrale garanzia di legge al risarcimento da parte di G. (compagnia del motociclo) senza dover dimostrare alcunchè, ma semplicemente il verificarsi del sinistro”; 4) evidente iniquità, abnormità, erroneità ed infondatezza della sentenza impugnata “con riguardo alla parte che dispone in punto alle spese processuali liquidate in favore di G.I. s.p.a.”, ricorrendo nella prospettazione degli appellanti – in ipotesi di mancato accoglimento dei motivi di appello – i presupposti per l’integrale compensazione tra le parti delle spese processali.

Gli appellanti concludono quindi chiedendo che, in integrale riforma della sentenza di primo grado, venga accertata e dichiarata la responsabilità esclusiva del conducente dell’autoveicolo modello SUV rimasto ignoto in ordine alla produzione del sinistro mortale in oggetto, e che venga conseguentemente condannata G.I. s.p.a. al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti e quantificati in complessivi Euro 707.633,00 (ovvero Euro 353.816,50 per ciascuno degli appellanti), oltre rivalutazione monetaria secondo gli indici Istat.

In via subordinata, chiedono la riforma della sentenza del Tribunale con riguardo al punto relativo alla liquidazione delle spese processuali, chiedendo disporsi la compensazione integrale delle spese o comunque la riduzione dell’importo liquidato dal giudice.

In via istruttoria chiedono ammettersi prova per testi sui capitoli articolati nell’atto di appello indicando quale teste il Sig. S.F., ammettersi CTU tecnico-cinematica e CTU medico-legale.

  1. G.I. s.p.a., costituendosi in giudizio con comparsa depositata il 12.2.2020, chiede respingersi l’appello ex adverso proposto, contestandone la fondatezza e chiedendo in via subordinata – in caso di revisione anche parziale della sentenza appellata – dichiararsi la concorrente

responsabilità di G.I. s.p.a. nella causazione dell’evento lesivo in misura non superiore al 50%, riducendo in proporzione il danno liquidabile. In ogni caso chiede respingersi le richieste di liquidazione dei danni patrimoniali e non patrimoniali così come quantificati dagli appellanti e che venga attestato l’intervenuto passaggio in giudicato della sentenza appellata nei confronti di V.V., M.V. e A.V., non avendo gli stessi proposto gravame nei termini di legge.

  1. La causa, all’udienza del 20.4.2021, precisate come in epigrafe le conclusioni, è stata trattenuta in decisione, con assegnazione alle parti di termine di giorni trenta ex art. 190c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali, e di successivo termine di legge di giorni venti per il deposito delle memorie di replica.

Motivi della decisione

Va premesso che rispetto alla posizione di V.V., V.M. e V.A. la sentenza impugnata è passata in giudicato, essendo stato proposto appello dai soli V.U. e P.G..

L’appello proposto da questi ultimi è infondato.

In tema di sinistri stradali l’intervento del Fondo di G.V.S., oggi previsto dall’art. 283 comma 1 lett. a) D.Lgs. n. 209 del 2005 al fine di consentire il risarcimento dei danni causati dalla circolazione dei veicoli per i quali vi è obbligo di assicurazione, nei casi di sinistro cagionato da veicolo non identificato, non esclude affatto la regola generale per cui il danneggiato deve provare il fatto generatore del danno.

Ne consegue che sul danneggiato che promuova richiesta di risarcimento nei confronti del Fondo di garanzia, sul presupposto che il sinistro sia stato cagionato da veicolo non identificato, incombe lo stringente onere di provare le modalità del sinistro e l’attribuibilità dello stesso alla condotta dolosa o colposa (esclusiva o concorrente) del conducente di altro veicolo rimasto sconosciuto.

Al fine di assolvere il proprio onere probatorio il danneggiato deve, quindi, fare ricorso agli ordinari mezzi di prova, operando il generale principio sancito dall’art. 2697 c.c..

Ebbene, nella specie correttamente il giudice di primo grado ha ritenuto – sulla scorta delle prove, documentali e testimoniali, acquisite – che tale onere probatorio, essenziale perché vertente sul presupposto indefettibile per l’accoglimento della domanda dei danneggiati, non sia stato assolto dagli attori odierni appellanti.

Deve innanzitutto rilevarsi l’infondatezza del terzo motivo di appello relativo all’erronea applicazione dell’art. 246 c.p.c., con il quale gli attori lamentano che il Tribunale avrebbe erroneamente omesso di escutere quale teste, nel giudizio di primo grado, il terzo trasportato S.F., e ne chiedono l’escussione nel presente giudizio di impugnazione.

Il Tribunale ha infatti correttamente motivato la propria decisione in applicazione di principi giurisprudenziali pacifici.

Va evidenziato che il giudizio sulla capacità a testimoniare differisce dalla valutazione sull’attendibilità del teste, operando le stesse su piani diversi, atteso che l’una, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., dipende dalla presenza di un interesse giuridico (non di mero fatto) che potrebbe legittimare la partecipazione del teste al giudizio, mentre la seconda afferisce alla veridicità della deposizione che il giudice deve discrezionalmente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), una volta che abbia ritenuto sussistente la capacità a testimoniare del reste.

Fatta tale premessa, e in punto di capacità a testimoniare del terzo trasportato coinvolto in un sinistro stradale, va richiamata, tra le altre, la recente pronuncia della Suprema Corte n. 19121/2019, emessa peraltro in un caso analogo a quello in esame.

Il ricorrente assumeva infatti che il terzo trasportato non possa mai essere titolare di un interesse ‘concreto ed attuale’ a vedere accolta la domanda proposta dal vettore nei confronti di un terzo, e quindi ad intervenire nel relativo giudizio, non avendo l’obbligo né la necessità di dimostrare la responsabilità del vettore: secondo tale prospettazione, cui aderiscono gli odierni appellanti, il terzo trasportato sarebbe beneficiario di un particolare statuto normativo di favore in forza dell’art. 141 cod. ass., norma che gli attribuirebbe il diritto di essere risarcito dall’assicuratore del vettore a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei veicoli coinvolti nel sinistro.

E tuttavia la Corte, nel caso esaminato e in aderenza all’orientamento giurisprudenziale consolidato, ha ribadito, al contrario, che la vittima di un sinistro stradale ha sempre un interesse giuridico, e non di mero fatto, all’esito della lite introdotta da altro danneggiato contro un soggetto potenzialmente responsabile anche nei suoi confronti. Infatti, “anche quando il diritto del testimone sia prescritto o sia estinto per adempimento o rinuncia, egli potrebbe pur sempre teoricamente intervenire nel giudizio proposto nei confronti del responsabile per far valere il diritto al risarcimento di danni a decorso occulto, o lungolatenti, o sopravvenuti all’adempimento e non prevedibili al momento del pagamento, danni che come ripetutamente affermato da questa Corte sfuggono tanto alla prescrizione (che non ricorre con riguardo ai danni ignorati e non conoscibili dalla vittima), quanto agli effetti del c.d. ‘diritto quesito’, quando non siano stati prevedibili al momento dell’adempimento o della rinuncia”.

La Corte ha pertanto ribadito che l’avvenuto risarcimento non estingue l’interesse del testimone – da intendersi come ‘interesse giuridicamente rilevante’ in antitesi al concetto di ‘interesse di mero fatto’ – a deporre nel giudizio in cui si converta del fatto illecito che gli ha causato danno, testualmente affermando che “la circostanza, poi, che il testimone chiamato a deporre nel giudizio di risarcimento del danno causato da un sinistro stradale fosse una persona trasportata su uno dei veicoli coinvolti non lo rende affatto capace a deporre, quando abbia riportato danni in conseguenza del sinistro oggetto del giudizio”.

Ed invero, posto che l’incapacità a deporre sussiste quando il testimone possa teoricamente intervenire nel giudizio in cui è chiamato a deporre, afferma la Corte che “nessuna influenza può avere sul problema qui in esame la circostanza che la persona trasportata su un veicolo possa beneficiare delle presunzioni previste dall’art. 2054 c.c. o 141 Cod. Ass.” in quanto “anche la responsabilità del vettore e del suo assicuratore nei confronti del trasportato, infatti, è pur sempre una responsabilità per colpa presunta, e non una responsabilità oggettiva (da ultimo in tal senso, Sez. 3, sentenza n. 4147 del 13.2.2019)”.

Il trasportato danneggiato, pertanto e in definitiva, ha un interesse giuridico e non di mero fatto all’esito della lite introdotta dal vettore (o dagli eredi di quest’ultimo, come nel caso di specie): basti pensare, a titolo esemplificativo, all’interesse che il trasportato-testimone potrebbe avere a che venga esclusa la ricorrenza di un’ipotesi di caso fortuito, per poter evitare che il vettore si sottragga alla propria responsabilità invocando il disposto dell’art. 141 Cod. Ass. (si vedano anche, in senso conforme, Cass., sent. n. 19258/2015 e n. 16541/2012).

Ne consegue, alla luce degli esposti pacifici principi giurisprudenziali, che non ha pregio la doglianza degli appellanti inerente la mancata escussione quale teste di F.S.: quest’ultimo, che rivestiva la qualifica di terzo trasportato sul veicolo condotto dalla vittima e che in conseguenza del sinistro in esame ha riportato danni alla persona, è portatore di un interesse giuridicamente rilevante all’esito del presente giudizio instaurato dagli eredi del vettore nei confronti del presunto responsabile del fatto illecito de quo, giudizio nell’ambito del quale si controverte circa le modalità di verificazione del sinistro stradale causativo del danno ad entrambe le parti coinvolte (conducente e trasportato).

F.S. è quindi soggetto incapace a rendere testimonianza ex art. 246 c.p.c., a prescindere dalla circostanza, irrilevante in forza di quanto detto, che lo stesso sia già stato risarcito dalla Compagnia Assicuratrice del vettore.

Alla luce di ciò, non può essere accolta la richiesta degli appellanti di escutere F.S. nel presente giudizio di appello.

In ogni caso – e anche volendo prescindere delle assorbenti considerazioni di cui sopra circa la sua incapacità a testimoniare – si tratterebbe di un teste la cui attendibilità, sia sotto il profilo soggettivo che sotto quello oggettivo, sfumerebbe a fronte delle chiare dichiarazioni rese nell’immediatezza dei fatti dalla teste oculare M.M.G..

In proposito, è infondato anche il primo motivo di doglianza formulato dagli appellanti, avendo il Tribunale correttamente valutato e valorizzato a sostegno della decisione di rigetto, con motivazione logica e aderente alle risultanze processuali, le dichiarazioni che la Sig.ra M.M.G. ha reso nell’immediatezza del sinistro agli Agenti della Polizia Locale intervenuti sul posto.

Ed invero la Sig.ra M., come si evince dalla relazione di incidente stradale del 5.11.2012 (doc. 1 fascicolo appellanti), identificata sul posto e qualificatasi come teste oculare, rilasciava le seguenti dichiarazioni: “mi trovavo lungo il marciapiede fronte civico n. 56 di via M., quando notavo un motociclo proveniente da via D. P. che percorreva via M. in direzione via T., che sbandando rovinava al suolo dopo aver urtato dei veicoli in sosta; a causa dell’urto il conducente rovinava al suolo urtando il visto”.

Non trova riscontro, pertanto, l’affermazione degli appellanti secondo la quale la teste M. “non ha visto nulla ad esclusione della fase finale del sinistro”, affermazione che anzi contrasta con il contenuto e tenore letterale delle dichiarazioni rilasciate da quest’ultima nell’immediatezza del sinistro: dichiarazioni da cui si evince che la teste ha visto il motociclo provenire da via D. P., percorrere la via M. con direzione via T., sbandare e infine rovinare al suolo dopo aver urtato i veicoli in sosta.

Tali dichiarazioni devono ritenersi pienamente attendibili, oltre che genuine, in quanto provenienti non solo da una teste del tutto estranea alla presente vicenda processuale – e quindi priva di qualunque interesse che potrebbe inficiarne la credibilità soggettiva o indurla a riferire una ricostruzione del sinistro in esame difforme da quella reale – ma altresì da soggetto presente sul posto al momento dell’incidente in questione, in grado per tali ragioni di descriverne l’esatta dinamica.

E’ del tutto evidente, sotto tale profilo, che se un veicolo ignoto e di grosse dimensioni quale quello indicato dagli appellanti avesse effettivamente percorso la via M. urtando il motociclo condotto dal V. così da farlo rovinare al suolo per poi darsi alla fuga, la teste oculare M.M.G. ne avrebbe rilevato la presenza e avrebbe riferito la relativa circostanza agli agenti della Polizia Stradale.

Via M. è infatti una carreggiata a doppio senso di circolazione con una sola corsia per ogni senso di marcia, così che un eventuale veicolo del tipo SUV, per poter cagionare un urto laterale con il motociclo condotto dalla vittima, avrebbe dovuto in ipotesi effettuare un sorpasso sulla sinistra, invadere temporaneamente la carreggiata del senso di marcia opposto, per poi rientrare nella propria carreggiata e darsi subito alla fuga: una manovra che la Sig.ra M. avrebbe certamente notato sia per le indicate dimensioni del supposto veicolo investitore, sia per le riscontrate caratteristiche della strada ove è avvenuto il sinistro, stretta e con una sola corsia per ogni senso di marcia.

In proposito si evidenzia altresì che il motociclo condotto da V.C. è definitivamente rovinato al suolo all’altezza del civico n. 60 di via M., posto a sinistra e sull’altro lato della strada rispetto alla direzione di marcia del conducente: dalla relazione della Polizia Locale in atti si evince infatti che la vittima stava percorrendo al momento del sinistro la carreggiata stradale con senso di marcia in corrispondenza dei numeri dispari.

La Signora M., a sua volta, si trovava sul marciapiede all’altezza del civico n. 56 allorchè ha visto arrivare la vittima da via D. P.: la teste si trovava quindi sul lato della via M. posto a sinistra rispetto al senso di marcia di V.C. e, inoltre, in una posizione leggermente arretrata rispetto al punto in cui il motociclo avrebbe poi terminato la propria corsa sulla carreggiata stradale dopo aver sbandato e urtato più volte contro le auto ivi parcheggiate.

Da ciò si desume che la M., voltandosi, abbia visto il motociclo avanzare verso la sua direzione lungo la via M., e che abbia potuto conseguentemente osservarne l’intera fase di sbandamento, scarrocciamento e urto contro i veicoli in sosta fino al definitivo arresto al suolo.

Ed è evidentemente significativo che la teste, pur trovandosi in tale posizione privilegiata oltre che ravvicinata rispetto al luogo di verificazione del sinistro, non abbia fatto riferimento ad alcuna auto ‘pirata’ che possa avere in qualche modo interferito con la dinamica fattuale dell’incidente così come osservata e descritta alla P.G..

La dinamica del sinistro quale descritta dalla teste oculare M.M.G. il giorno dei fatti esclude pertanto la presenza di un veicolo ignoto e conferma che V.C. è rovinato al suolo dopo aver autonomamente perso il controllo del proprio motociclo.

Né sussiste alcuna contraddizione con le dichiarazioni successivamente rese da M.M.G. in qualità di teste nel giudizio di primo grado, in particolare all’udienza del 3 maggio 2017.

In quella circostanza, come si evince dal verbale di causa, la Sig.ra M. riferiva di non ricordare più i dettagli della dinamica del sinistro (“del sinistro non ricordo nulla; so solo che ho chiamato l’ambulanza per soccorrere il signore che era caduto dalla moto”), ma confermava le dichiarazioni rese alla Polizia Locale nell’immediatezza dei fatti, di cui le veniva data lettura integrale, riportandosi quindi a quanto all’epoca riferito agli agenti intervenuti (v. verbale dell’udienza del 3.5.2017: “in questo momento non ricordo la dinamica del sinistro e mi riporto a quanto già detto … confermo le dichiarazioni poiché rese nell’immediatezza dei fatti e attualmente non ricordo ulteriori dettagli della dinamica dell’incidente …”).

Non si ravvisa pertanto la supposta contraddizione allegata dagli appellanti tra le dichiarazioni rese dalla M. nell’immediatezza del sinistro stradale e quelle successivamente rese innanzi al giudice di primo grado all’udienza del 3.5.2017: da un lato, infatti, in tale seconda circostanza la teste ha comunque confermato integralmente le dichiarazioni rilasciate alla Polizia Stradale in data 5.11.2012, di cui le è stata data lettura in udienza perché non ricordava più – dopo quasi cinque anni – i dettagli dell’incidente in esame.

Dall’altro, è del tutto plausibile che dopo alcuni anni dalla verificazione del sinistro la M. non ricordasse ogni dettaglio della relativa dinamica (basti pensare che la teste non ricordava nemmeno se sul motociclo vi fosse un terzo trasportato), senza che ciò, tuttavia, possa incidere sulla peculiare attendibilità delle prime dichiarazioni rese in data 5.11.2012 proprio perché rilasciate sul luogo e il giorno dell’incidente oggetto di causa, e non a distanza di tempo quando i ricordi tendono naturalmente ad affievolirsi e a divenire meno precisi.

Né per le medesime ragioni tale attendibilità può ritenersi inficiata – come allegato dagli appellanti – dal contenuto delle dichiarazioni che la Signora M. ha reso nell’ambito del distinto procedimento n. 88849/2013 instaurato innanzi al Tribunale di Milano dai prossimi congiunti del de cuius nei confronti di G. s.p.a., compagnia assicuratrice del motociclo: in quella circostanza, sentita come teste all’udienza del 9.3.2015 (v. verbale di causa in atti, documento n. 3 fascicolo appellanti), M.M.G. riferiva che il giorno del sinistro aveva sentito un botto, si era girata e aveva visto il motociclo scivolare sull’asfalto e il conducente restare a terra con del sangue che fuoriusciva da sotto il casco, senza ricordare se a bordo del veicolo fosse presente una persona trasportata.

Anche in tal caso, infatti, non si ravvisano sostanziali contraddizioni con quanto riferito dalla teste alla P.G. in data 5.11.2012, ma al più lievi incongruenze rispetto al primo racconto non significative e addebitabili al decorso del tempo.

Anche il ‘botto’ cui la teste ha fatto riferimento, e che l’aveva portata istintivamente a girarsi, non può che ricondursi al ripetuto urto del motociclo condotto dal V. contro le vetture parcheggiate in sosta lungo la carreggiata stradale: del resto, nemmeno in tale occasione la Sig.ra M. ha fatto menzione di un autoveicolo investitore rimasto ignoto, così che, sotto tale assorbente profilo, le sue dichiarazioni appaiono non in contrasto ma coerenti e sovrapponibili a quelle rese sul luogo dei fatti e il giorno dell’incidente.

Appare in altri termini del tutto significativo che, anche in occasione delle due successive deposizioni valorizzate dagli appellanti a discapito delle prime dichiarazioni rese il 5.11.2012, la teste oculare M. non abbia mai fatto riferimento ad un urto del motociclo della vittima ad opera di un veicolo del tipo SUV: non vi è dunque alcuna ragione per ritenere inficiata l’attendibilità del primo racconto della M., non solo perché, per quanto detto, tale racconto è dotato di una particolare genuinità per il momento temporale in cui è stato reso e per la posizione privilegiata in cui si trovava la teste rispetto alla direzione di provenienza e di marcia del motociclo, ma anche perché le minime incongruenze evidenziate dagli appellanti appaiono irrilevanti rispetto a quel nucleo centrale delle sue dichiarazioni che nonostante il decorso del tempo è rimasto invece invariato. E che conduce ad escludere la riconducibilità causale del sinistro stradale in esame alla presenza di un veicolo investitore rimasto ignoto.

Il primo motivo di doglianza è poi infondato anche sotto l’ulteriore profilo allegato dagli appellanti. Invero, la dinamica del sinistro stradale descritta dalla teste M.M.G. è coerente, e non in contrasto, con un ulteriore dato obiettivo pacifico, desumibile dalla relazione di incidente stradale in atti (doc. 1 fascicolo appellanti) e inerente alle caratteristiche della carreggiata ove è avvenuto l’incidente e allo stato dei luoghi quale accertato dagli operanti della Polizia Locale intervenuti sul posto.

Si legge in proposito nel rapporto di incidente stradale “al suolo, asciutto, non erano visibili tracce di frenata interessanti gli pneumatici dei veicoli coinvolti. Erano però visibili tracce di scarrocciamento lasciate dai pneumatici del veicolo ‘A’ … erano anche visibili tracce di abrasioni del manto stradale causate dalle strutture del veicolo ‘A’ …”.

Inoltre la carreggiata era descritta dagli Agenti come “rettilinea, disposta a doppio senso di circolazione, con la sosta consentita sui due lati e parallela alla carreggiata; la stessa non presentava alcuna anomalia sul manto stradale”.

L’assenza di tracce di frenata sul manto stradale, dove erano presenti solo tracce di scarrocciamento e di abrasioni lasciate dal motociclo condotto dal V. nell’atto di sbandare e rovinare al suolo, esclude ulteriormente, e contrariamente a quanto prospettato dagli appellanti, l’avvenuto urto di tale motociclo ad opera di un veicolo rimasto ignoto.

Diversamente, occorrerebbe ipotizzare che tale ignoto veicolo abbia urtato o impattato contro il motociclo condotto dalla vittima (non è dato comprendere peraltro, dalla stessa prospettazione degli appellanti, se lateralmente o da tergo) senza rallentare nè porre in essere precedenti manovre o tentativi di frenata e, quindi e in ipotesi, senza avvedersi in anticipo della presenza del motociclo sulla carreggiata stradale così da investirlo.

E tuttavia una simile ipotesi contrasta con la circostanza che al momento dell’incidente vi fossero buone condizioni metereologiche, manto stradale asciutto, condizioni di traffico definite ‘normali’ dagli agenti della Polizia Locale, ed una visibilità ed illuminazione definite ‘sufficienti’: appare pertanto assai poco plausibile che un veicolo possa aver impegnato la stessa carreggiata stradale – stretta, rettilinea e con una sola corsia per senso di marcia – percorsa dal motociclo del V. senza accorgersi della sua presenza, così da urtarlo e proseguire la marcia senza lasciare al suolo alcuna traccia di frenata.

Lo stato dei luoghi riscontrato al momento dell’incidente e l’assenza di qualunque traccia di frenata riconducibile alla presenza di un secondo veicolo/automobile conferma pertanto che la dinamica del sinistro è quella descritta dalla teste M. e ritenuta provata dal giudice di primo grado: una dinamica che esclude un urto del motociclo causalmente attribuibile alla condotta di un automobilista poi datosi alla fuga.

E del resto tale è anche la dinamica descritta dagli Agenti della Polizia Locale nel rapporto di incidente in atti, laddove si legge che “in sintesi, la dinamica dell’evento si può così riassumere: il motociclo marca SYM Maxsym targato (…) proveniente da via D. P. percorreva la via D. P. M. in direzione di via B., con due persone sul veicolo. Giunto in prossimità del civico 60 della via M., posto alla sinistra del senso di marcia del motociclo, il conducente perdeva il controllo del veicolo che dopo aver urtato quattro autovetture, in sosta parallela al margine del marciapiede lato numeri dispari della via percorsa, si ribaltava al suolo sbalzando il proprio conducente ed il passeggero …”.

In ultimo, con il primo motivo di impugnazione, gli appellanti lamentano che il Tribunale abbia fondato la propria decisione solo sulle dichiarazioni rese dalla teste M.M.G. e che non abbia invece valorizzato, a sostegno della tesi da essi prospettata, le dichiarazioni rese dal terzo trasportato F.S. sia alla Polizia Municipale di Milano in data 26.11.2012, sia nell’ambito del distinto procedimento R.G. n. 88849/2013 instaurato presso il Tribunale di Milano.

Anche tale motivo di doglianza non ha pregio.

Ed invero F.S. – che il giorno del sinistro non aveva rilasciato alcuna dichiarazione agli agenti accertatori sulla relativa dinamica – si presentava il successivo giorno 26.11.2012 presso gli Uffici della Polizia Municipale (v. verbale di sommarie informazioni testimoniali allegato alla relazione di incidente stradale, doc. 1 fascicolo appellanti) e riferiva innanzitutto di conoscere V.C. in quanto dimorante nel suo stesso quartiere e di averlo incontrato intorno alle ore 15.30 circa del giorno del sinistro presso un bar situato in via V. dove insieme avevano consumato bevande alcoliche.

Riferiva quindi “C. dopo essere stati nel bar citato in precedenza, si era offerto di darmi un passaggio a casa di mia zia, ripartivamo dal bar alle ore 18.00 circa. Provenivamo da via D. P., percorrevamo la via M. in direzione del parco T., quando appena dopo l’incrocio tra la via D. P. e la via M., uscendo dalla curva, un SW di colore scuro di cui non mi ricordo nulla, ci superava da sinistra toccando il motociclo su cui mi trovavo in modo lieve ma tanto da causarne una sbandata; in seguito rovinavamo subito al suolo io e C.”.

Successivamente, all’udienza di escussione testi celebratasi in data 9.3.2015 innanzi al Tribunale di Milano nell’ambito del distinto procedimento n. 88849/2013 instaurato dai prossimi congiunti del de cuius nei confronti di G. s.p.a., F.S. dichiarava “non è vero, l’incidente è stato provocato dall’urto di quest’auto di grossa cilindrata che sopraggiungeva a forte velocità alle nostre spalle” (v. verbale di causa in atti, documento n. 3 fascicolo appellanti).

Ritiene la Corte che le dichiarazioni rese da F.S. nelle circostanze indicate non possano essere ritenute attendibili e credibili, e che le stesse non siano idonee a supportare la tesi degli appellanti circa una ricostruzione fattuale del sinistro in esame diversa da quella evincibile dalle risultanze probatorie sopra esaminate e poste dal Tribunale a fondamento della sentenza impugnata.

Le conclusioni cui è pervenuto il giudice di primo grado, laddove ha escluso di poter attribuire qualunque valore probante alle dichiarazioni rese dal terzo trasportato F.S. (anche rispetto a quelle rese dalla teste M.M.G.), devono infatti integralmente condividersi.

Va premesso che, alla luce di quanto affermato anche dalla Suprema Corte di Cassazione, “in tema di procedimento civile, sono riservate al giudice del merito l’interpretazione e la valutazione del materiale probatorio, il controllo dell’attendibilità e della concludenza delle prove, la scelta, tra le risultanze probatorie, di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, nonché la scelta delle prove ritenute idonee alla formazione del proprio convincimento. E’, pertanto, insindacabile, in sede di legittimità, il “peso probatorio” di alcune testimonianze rispetto ad altre, in base al quale il giudice di secondo grado sia pervenuto a un giudizio logicamente motivato, diverso da quello formulato dal primo giudice” (v. Cass., sent. n. 13054/2014 e, di recente, Cass., ord. n. 21187/2019). Ebbene, nella vicenda in esame non può essere attribuita alle dichiarazioni di F.S. alcuna attendibilità, né se valutate nel loro tenore e contenuto oggettivo, né se valutate rispetto a quelle della teste M.M.G., e ciò anche a prescindere dall’assorbente profilo esaminato in premessa in punto di sua incapacità a testimoniare nel presente procedimento ai sensi dell’art. 246 c.p.c..

Mentre la Sig.ra M., infatti, è una teste del tutto disinteressata all’esito del presente giudizio perché terza estranea rispetto al sinistro stradale in esame e rispetto alle parti coinvolte, F.S. era soggetto trasportato sul veicolo condotto dalla vittima e ha riportato lesioni personali a seguito dell’incidente.

Egli pertanto, allorchè si è presentato spontaneamente alla Polizia Stradale per rendere dichiarazioni sul sinistro in esame in data 26.11.2012 – si noti, solo dopo l’intervenuto decesso del V. e non nell’immediatezza dei fatti -, era evidentemente interessato a prospettare una dinamica del sinistro quale quella poi effettivamente descritta, non avendo peraltro a quella data ottenuto ancora nemmeno un risarcimento per le lesioni subìte ai sensi dell’art. 141 Cod. Ass..

Inoltre F.S. era legato alla vittima e ai suoi familiari da rapporti di conoscenza e di frequentazione: lui e il V., in particolare, si conoscevano da tempo e si frequentavano nello stesso quartiere, ed anche il pomeriggio del sinistro avevano trascorso almeno tre ore insieme consumando alcolici in un bar della zona.

Sotto il profilo soggettivo, pertanto, si tratta di teste cui dev’essere senza alcun dubbio attribuita una minore attendibilità rispetto a quella invece attribuibile alla teste estranea M.M.G..

Analogamente, sotto il profilo della credibilità oggettiva e dell’intrinseca coerenza delle dichiarazioni rese, va evidenziato un palese e significativo contrasto tra quanto riferito da F.S. alla P.G. il 26.11.2012, e quanto invece dichiarato nell’ambito del diverso giudizio n. 88849/2013 R.G. all’udienza del 9.3.2015.

Nella prima circostanza F. riferiva di un veicolo SUV che li aveva superati sulla sinistra e che aveva ‘toccato in modo lieve’ il motociclo condotto dal V. causandone una sbandata.

Nella seconda circostanza, invece, affermava che tale auto di grossa cilindrata aveva causato il sinistro ‘sopraggiungendo a forte velocità’ alle loro spalle.

Si tratta di dichiarazioni che, proprio con specifico riferimento al ruolo asseritamente svolto dall’auto ‘pirata’ nel causare lo sbandamento del motociclo ed alle modalità del descritto urto, si presentano tra loro affette da contraddizioni oggettive e incongruenze all’evidenza significative, tali pertanto da privare di veridicità, anche sotto tale profilo, il racconto reso da F.S. nelle due occasioni indicate.

In definitiva, del tutto correttamente il Tribunale ha motivato la propria decisione di rigetto sulla base delle dichiarazioni rese da M.M.G. e dell’accertato stato dei luoghi al momento del sinistro, risultanze probatorie che nel loro complesso e per quando detto privano di qualunque attendibilità la diversa ricostruzione resa da F.S. sulla dinamica dell’incidente stradale in esame.

Parimenti infondato è infine il secondo motivo di doglianza, strettamente connesso al primo e da ritenersi assorbito sulla base delle considerazioni che precedono: il Tribunale, per quanto complessivamente esposto, ha congruamente motivato sulla mancata prova fornita dagli attori circa la riconducibilità causale del sinistro in esame all’urto e quindi alla condotta colposa o dolosa di un automobilista rimasto ignoto.

Non avendo gli attori assolto l’onere su di essi gravante ai sensi dell’art. 2697 c.c., alcuna prova contraria doveva essere fornita dalla convenuta/appellata G. s.p.a. circa la riconducibilità causale del sinistro in esame, in via esclusiva o concorrente, ad una condotta colposa tenuta dal conducente del motoveicolo: ne consegue che sotto tale profilo è irrilevante che la perdita di controllo del motociclo si sia verificata a causa dello stato di alterazione da consumo di sostanze alcoliche e stupefacenti in cui si trovava V.C. (o, in ipotesi, per qualunque altra causa come ad esempio un malore), trattandosi di circostanza che potrebbe al più condurre alla configurabilità di un concorso di colpa della vittima solo una volta dimostrata dagli attori l’avvenuto fatto generatore del danno di cui è chiesto il risarcimento ai sensi dell’art. 283 comma 1 lett. a) D.Lgs. n. 209 del 2005, e dunque l’avvenuto urto del motociclo ad opera di un’auto ‘pirata’.

In assenza di prova del fatto costitutivo e generatore del danno allegata dagli attori, la circostanza – rilevata dal Tribunale – che V.C. si trovasse, al momento del sinistro, sotto l’effetto dell’assunzione di cannabinoidi ed etanolo, rileva soltanto quale ulteriore argomento di prova a sostegno della ricostruzione del sinistro in esame operata dal giudice e contraria a quella prospettata dagli eredi V.: in altri termini, induce ragionevolmente a ritenere che la vittima è rovinata al suolo per aver perso autonomamente il controllo del proprio motociclo e non a seguito di un urto ad opera di un altro veicolo.

In proposito va comunque evidenziato che, contrariamente alle deduzioni degli appellanti, un simile stato di alterazione psico-fisica risulta provato dalle risultanze documentali acquisite, in particolare dal referto del Pronto Soccorso dell’Ospedale Niguarda di Milano, rilasciato a seguito della richiesta formulata dalla Polizia Locale di svolgere sulla persona della vittima accertamenti sanitari urgenti ai sensi degli artt. 186 e 187 C.d.S. (doc. 4 fascicolo appellanti): da tale referto, contenente l’esito delle analisi del sangue effettuate a V.C., si evince che il pomeriggio del sinistro quest’ultimo aveva consumato sostanze stupefacenti del tipo cannabinoidi e sostanze alcoliche oltre i limiti consentiti (16 ng/ml contro 2 ng/ml quanto ai cannabinoidi, e 1,78 g/l quanto all’etanolo).

Infine, è infondato il quarto e ultimo motivo di appello, con il quale è chiesta la riforma della sentenza del Tribunale nel punto relativo alla condanna alle spese.

Stante la totale soccombenza degli attori/odierni appellanti rispetto alle domande formulate, infatti, non si ravvisa alcuna ragione per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di primo grado, correttamente liquidate dal giudice nel rispetto di quanto previsto dall’art. 91 c.p.c..

Non può essere accolto nemmeno il motivo di doglianza relativo all’iniquità ed erroneità della liquidazione operata dal Tribunale per complessivi Euro 20.000,00: stante il valore indeterminabile della controversia, il giudice di primo grado ha infatti correttamente applicato lo scaglione di valore compreso tra Euro 52.000,00 ed Euro 260.000,00, il cui parametro massimo è peraltro più basso rispetto all’importo della somma (Euro 1.203.150,00) chiesta a titolo risarcitorio dagli odierni appellanti.

Il Tribunale ha inoltre liquidato un importo contenuto nei massimi (Euro 25.367,00) previsti dallo scaglione indicato: la liquidazione operata, pertanto, oltre ad essere legittima perché contenuta nei parametri di legge, è anche pienamente congrua.

L’appello deve essere, pertanto, respinto.

Anche le spese processuali del presente grado, seguendo la soccombenza, vanno poste a carico degli appellanti e sono liquidate come in dispositivo in base ai parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014, tenendo conto, oltre al valore – indeterminabile – della controversia, dei parametri compresi tra gli importi minimi e gli importi massimi dello scaglione di valore da Euro 52.000,00 ad Euro 260.000,00, stante la non particolare complessità delle questioni trattate ed escluso il compenso per la fase istruttoria non svoltasi.

Ricorrono le condizioni, ai sensi dell’art.13, co.1-quater, D.P.R. n. 115 del 2002 (inserito dall’art.1, co.17, L. n. 228 del 2012), per la sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte degli appellanti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Milano, definitivamente pronunciando sull’appello proposto da

V.U. e P.G.

contro

G.A. s.p.a.

avverso la sentenza del Tribunale di Milano n. 4094/2019, pubblicata il 26.4.2019, così provvede:

– RIGETTA l’appello;

– CONDANNA gli appellanti, in via tra loro solidale, a rifondere in favore dell’appellata le spese processuali del presente grado che si liquidano in Euro 2.000,00 per fase di studio, Euro 1.000,00 per fase introduttiva, ed Euro 3.000,00 per fase decisionale, oltre spese forfettarie ex art. 2 comma 2 D.M. n. 55 del 2014, oltre IVA e CPA secondo legge.

DICHIARA la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte degli appellanti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato di cui all’art. 13 comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002, come modificato dall’art. 1 comma 17 L. n. 228 del 2012.

Conclusione

Così deciso in Milano, il 12 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 luglio 2021.

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