FRATELLI CHE LITIGANO PER EREDITA’ , MA TI SEMBRA NORMALE?

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BOLOGNA RAVENNA IMOLA VICENZA TREVISO PADOVA ROVIGO

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PERCHE’ NON TENTARE  UN ACCORDO A VOLTE E’ MOLTO PIU’ VICINO DI QUANTO PENSI

CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO SUCCESSIONI 051 6447838 PRENDI APPUNTAMENTO|||

Ricordo un caso di un cliente che arrivo’ da me dicendo che da anni ere in causa per  una caSa con il fratello !!!!

Ebbene diedi una soluzione che in 15 ripeto 15 giorni li mise d’accordo!!

Il mio CLIENTE – FRATELLO compro’ la quota del fratello, sembra banale ma non lo è si misero subito d’accordo!!

BOLOGNA RAVENNA IMOLA VICENZA TREVISO PADOVA ROVIGO

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PERCHE’ NON TENTARE  UN ACCORDO A VOLTE E’ MOLTO PIU’ VICINO DI QUANTO PENSI…

A colui che muore senza lasciare prole, né genitori, né altri ascendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali.

I fratelli e le sorelle unilaterali conseguono però la metà della quota che conseguono i germani.

Nella divisione ereditaria, così come nella divisione delle cose in comunione, non è richiesta un’assoluta omogeneità delle porzioni, ben potendosi che nell’ambito di ciascuna categoria di beni da dividere (mobili, immobili, crediti) essi siano assegnati per l’intero ad una quota ed altri, per intero, ad altra quota,

 

fatti salvi i necessari conguagli. Il diritto potestativo dei condividenti all’assegnazione dei beni in natura (se possibile) non corrisponde infatti ad un frazionamento in quote delle singole entità appartenenti a ciascuna categoria, ma alla proporzionale divisione di ciò che è ricompreso nelle categorie stesse.

Da ciò consegue che, ad avviso della Corte di Cassazione, qualora ad esempio vi siano più immobili da dividere,

il giudice del merito accerterà se il diritto del condividente sarà meglio tutelato e soddisfatto con il frazionamento delle unità immobiliari o con l’assegnazione degli interi immobili ad ogni condividente, salvo conguaglio.

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PERCHE’ NON TENTARE  UN ACCORDO A VOLTE E’ MOLTO PIU’ VICINO DI QUANTO PENSI

FRATELLI E EREDITA’ PADRE E MADRE DI ENTRAMBI

Uguale che si tratti di figli legittimi, cioè nati nel corso dei matrimonio, sia di quelli naturali e adottivi, la legge non fa alcuna distinzione.

Tuttavia, entro certi limiti, il genitore può fare delle differenze di trattamento, ovvero derogare al principio di legge del pari trattamento.

Non si puo’ intaccare invece la quota di riserva cioè della quota minima riservata a ciascun dei figli eredi.

Non abbiamo differenze nemmeno quando uno dei fratelli si è preso cura dei genitori

I diritti dei fratelli eredi possono variare:

  • Quando il genitore ha fatto un valido testamento;
  • Quando il genitore, prima di morire, ha elargito delle donazioni in favore di uno o entrambi i figli.
  • Corte di Cassazione, sez. trib., ordinanza 25 ottobre 2010, n. 21101
  • Oggetto Obbligazioni tributarie – Obbligazioni mortis causa – Responsabilità solidale dell’erede per l’obbligazione del dante causa – Presupposti – Confusione dei patrimoni – Necessità – Prova dell’accettazione dell’eredità dal chiamato – Onere dell’Amministrazione finanziaria – Art. 7 del D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 – Art. 528 del codice civile
  • Svolgimento del processo
  • I fratelli A.A.P., O., R. e M. propongono ricorso per cassazione nei confronti dell’Agenzia delle Entrate (che è rimasta intimata) e avverso la sentenza con la quale, in controversia concernente impugnazione di avviso di accertamento per Irpef relativa all’anno 2003 emesso nei confronti della defunta genitrice D.I.M. – nell’ambito della quale gli odierni ricorrenti sono stati chiamati in giudizio nella asserita qualità di eredi – la Commissione tributaria regionale Campania, in riforma della sentenza di primo grado, confermava l’avviso opposto, in particolare premettendo (per quel che in questa sede ancora rileva) che, pur verificandosi solo con l’accettazione la confusione patrimoniale tra de cuius ed erede, che fa nascere in capo a questo ultimo la responsabilità per le obbligazioni tributarie del primo, i chiamati all’eredità possono essere legittimamente chiamati in causa per l’accertamento in sede contenziosa di un debito tributario contestato al de cuius.
  • L’unico motivo di ricorso (col quale si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 7 del D.Lgs. n. 346/1990; 65 del D.P.R. n. 600/1973, nonché 549, 485, 486 e 752 c.c. rilevando che i ricorrenti non erano eredi ma solo chiamati all’eredità, che l’amministrazione non aveva provato la loro qualità di eredi e infine che la disposizione di cui al citato art. 7, che prende in considerazione il chiamato all’eredità e non l’erede, salvo prova di rinuncia o di mancanza del titolo di erede legittimo o testamentario, è derogatoria dei principi del codice civile e non si applica ad ipotesi di obbligazioni tributarie diverse dalla imposta di successione) è manifestamente fondato.
  • Giova infatti evidenziare che, come affermato nella sentenza impugnata, solo l’erede, a seguito della confusione dei patrimoni, può rispondere delle obbligazioni (anche tributarie) del de cuius e che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, “grava sull’Amministrazione finanziaria creditrice del de cuius l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte del chiamato, per potere esigere l’adempimento dell’obbligazione del suo dante causa” (vd. Cass. n. 2820 del 2005), senza che possa in contrario invocarsi l’art. 7 del D.Lgs. n. 346/1990, norma che, comportando un’eccezione ai principi generali in tema di obbligazioni, è strettamente applicabile all’ipotesi in essa contemplata, ossia l’imposta di successione, ipotesi del tutto diversa da quella di un debito ereditario (nella specie, obbligazione tributaria del de cuius), dovendo peraltro evidenziarsi che il creditore che voglia ottenere l’accertamento giudiziale di un credito vantato nei confronti di un soggetto deceduto nel caso in cui non vi siano (ancora) eredi, può sempre proporre istanza di nomina del curatore dell’eredità giacente ex art. 528 c.c.
  • Il ricorso deve essere pertanto accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altro giudice che provvedere anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.
  • Q.M.
  • accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese a diversa Sezione della Commissione tributaria regionale Campania.
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designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita

designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita

In tema di successione legittima spettano al coniuge superstite, in aggiunta alla quota attribuita dagli artt. 581 e 582 c.c., i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, di cui all’art. 540, comma 2 c.c., dovendo il valore capitale di tali diritti essere detratto dall’asse prima di procedere alla divisione dello stesso tra tutti i coeredi, secondo un meccanismo assimilabile al prelegato, e senza che, perciò, operi il diverso procedimento di imputazione previsto dall’art. 553 c.c., relativo al concorso tra eredi legittimi e legittimari e strettamente inerente alla tutela delle quote di riserva dei figli del “de cuius”.Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 09/04/2021, n. 9487

La designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in una delle forme previste dell’art. 1920, comma 2, c.c., comporta l’acquisto di un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione da parte di coloro che, al momento della morte del contraente, rivestano tale qualità in forza del titolo della astratta delazione indicata all’assicuratore per individuare i creditori della prestazione. La designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in difetto di una inequivoca volontà del contraente in senso diverso, non comporta la ripartizione dell’indennizzo tra gli aventi diritto secondo le proporzioni della successione ereditaria, spettando a ciascuno dei creditori, in forza della eadem causa obligandi, una quota uguale dell’indennizzo assicurativo. Allorché uno dei beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita premuore al contraente, la prestazione, se il beneficio non sia stato revocato o il contraente non abbia disposto diversamente, deve essere eseguita a favore degli eredi del premorto in proporzione della quota che sarebbe spettata a quest’ultimo.

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

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designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

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In mancanza di una manifestazione contraria all’apertura della successione legittima, i beni consapevolmente esclusi sono attribuiti al chiamato ex lege. La quota dell’istituito ex re è determinata, perciò, in base al rapporto fra le cose attribuite e il valore globale dei beni che il testatore sapeva di possedere in quel dato momento, tenuto conto anche di quelli non contemplati nel testamento. Nella quota differenziale, formata dalle altre cose dell’asse, succede l’erede legittimo; nella stessa proporzione, in forza della virtù espansiva che costituito connotato essenziale della vocazione a titolo universale, si ripartiranno fra erede testamentario e legittimo i beni ignorati dal testatore o sopravvenuti dopo la confezione della scheda.

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

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designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

Cass. civ., Sez. Unite, Sentenza, 30/04/2021, n. 11421 (rv. 661129-03)

ASSICURAZIONE – Assicurazione sulla vita – A favore di un terzo – Designazione del beneficiario – Assicurazione sulla vita – Clausola di attribuzione dell’indennizzo a favore degli eredi legittimi (e/o testamentari) – Premorienza di uno degli eredi del contraente – Conseguenze – Trasmissibilità agli eredi del beneficiario premorto

Allorché uno dei beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita premuore al contraente, la prestazione, se il beneficio non sia stato revocato o il contraente non abbia disposto diversamente, deve essere eseguita a favore degli eredi del premorto in proporzione della quota che sarebbe spettata a quest’ultimo. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO CATANIA, 18/05/2018)

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

rCass. civ., Sez. II, Sentenza, 30/06/2021, n. 18561 (rv. 661688-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Diritti riservati ai legittimari – In genere – Legato in sostituzione di legittima – Computo nella porzione indisponibile – Conseguenze – Inclusione del beneficiario nel numero complessivo dei legittimari – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Diritti riservati ai legittimari – Legati e donazioni in conto di legittima – In genere

Il legato in sostituzione di legittima, come espressamente previsto dall’art. 551 c.c., deve gravare sulla porzione indisponibile; ne consegue che, al fine della determinazione di ciascuna quota di riserva, il legittimario che sia beneficiario di detto legato, ancorché lo abbia accettato perdendo il diritto di chiederne un supplemento, deve essere calcolato nel numero complessivo degli eredi legittimari. (Rigetta, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 08/10/2015)

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE – RIDUZIONE

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE

La collazione presuppone l’esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere, mentre, se l’asse é stato esaurito con donazioni o con legati, o con le une e con gli altri insieme, sicché viene a mancare un “relictum” da dividere, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l’esito dell’eventuale azione di riduzione

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA MILANO VICENZA TREVISO  VENEZIA

DIVISIONE – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Resa dei conti – Oggetto – In genere – Collazione – Presupposti – Asse da dividere – Esistenza – Necessità – Fondamento

La collazione presuppone l’esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere, mentre, se l’asse é stato esaurito con donazioni o con legati, o con le une e con gli altri insieme, sicché viene a mancare un “relictum” da dividere, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l’esito dell’eventuale azione di riduzione. (Dichiara inammissibile, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 30/05/2018) Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 10/12/2020, n. 28196 (rv. 659836-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Collazione e azione di riduzione – Differenze – Concorso tra i due istituti – Condizioni – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – Oggetto – Porzioni degli eredi legittimi – In genere

Mentre la riduzione sacrifica i donatari nei limiti di quanto occorra per reintegrare la legittima lesa ed è quindi imperniata sul rapporto fra legittima e disponibile, la collazione, nei rapporti indicati nell’art. 737 c.c., pone il bene donato, in proporzione della quota ereditaria di ciascuno, in comunione fra i coeredi che siano il coniuge o discendenti del “de cuius”, donatario compreso, senza alcun riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile. Nondimeno, il rilievo che la collazione può comportare di fatto l’eliminazione di eventuali lesioni di legittima, consentendo agli eredi legittimi di conseguire nella divisione proporzioni uguali, non esclude che il legittimario possa contestualmente esercitare l’azione di riduzione verso il coerede donatario, atteso che solo l’accoglimento di tale domanda assicura al legittimario leso la reintegrazione della sua quota di riserva con l’assegnazione di beni in natura, privando i coeredi della facoltà di optare per l’imputazione del relativo valore. Al contempo, e in modo speculare, deve riconoscersi che l’azione di riduzione, una volta esperita, non esclude l’operatività della collazione con riguardo alla donazione oggetto di riduzione, fermo restando che mentre la collazione, ove richiesta in via esclusiva, comporta il rientro del bene donato nella massa, senza riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile, nel caso di concorso con l’azione di riduzione essa interviene in un secondo tempo, dopo che la legittima sia stata reintegrata, al fine di redistribuire l’eventuale eccedenza, e cioè l’ulteriore valore della liberalità che esprime la disponibile. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO TORINO, 16/03/2018)

Tribunale Torino, Sez. II, Sentenza, 02/09/2020

La collazione, a differenza di quanto accade nell’azione di riduzione (per effetto della quale non si determina alcun incremento della massa comune, ma implica che, a soli fini di calcolo, si tenga conto delle donazioni effettuate in vita dal de cuius, onde accertare l’eventuale esistenza di una lesione, che giustifichi poi la riduzione delle donazioni e negli stretti limiti necessari a reintegrare la quota di legittima), assicura l’effettivo rientro del bene nella massa da dividere, o comunque del suo controvalore (nel diverso caso in cui il donatario opti per la colla

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 11/01/2018, n. 536 (rv. 647378-01)

CONTRATTI IN GENERE – Simulazione (nozione) – Prova – Testimoniale erede – Azione di accertamento di dissimulate donazioni – Limiti probatori alla simulazione – Condizioni – Dispensa dalla collazione – Irrilevanza – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere in genere

In tema di limiti alla prova testimoniale del negozio simulato posti alla parte (ovvero ai suoi successori universali) dall’art. 1417 c.c., l’erede che agisca per l’accertamento di dedotte dissimulate donazioni non è necessariamente terzo, assumendo tale qualità solo qualora, dopo aver esperito l’azione di riduzione per pretesa lesione di legittima, spenda la qualità di legittimario e non anche allorché agisca per lo scioglimento della comunione, previa collazione delle donazioni effettuate in vita dal “de cuius”; né consente il superamento, da parte dell’erede, dei suddetti limiti probatori il riferimento alla dispensa dalla collazione, trattandosi di istituto che opera solo dopo che sia stata accertata, in base alle previsioni di cui al cit. art. 1417 c.c., la natura di donazione dell’atto, ove la parte abbia inteso far valere in giudizio anche la qualità di legittimaria e l’azione di simulazione sia strumentale al coevo esperimento di quella di riduzione. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ANCONA, 21/10/2014)

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 22/03/2017, n. 7237 (rv. 643666-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere domanda giudiziale – Criteri di individuazione – Domanda di simulazione – Riferimento alla incidenza del “donatum” sulla quota disponibile – Proposizione di domanda di riduzione – Esclusione – Fondamento

In tema di divisione ereditaria, poiché, ai fini dell’individuazione della domanda proposta, non può prescindersi dalla disamina congiunta della “causa petendi” e del “petitum”, se, sotto il primo profilo, la parte ha fatto riferimento alla possibilità di donazioni lesive della quota di legittima, non può ritenersi che sia stata proposta un’azione di riduzione ove il “petitum” rientri in quello dell’azione di divisione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che era stata proposta solo la domanda di divisione ereditaria, in quanto l’autonoma domanda di riduzione avrebbe dovuto essere formulata espressamente ed, inoltre, la parte aveva richiesto di includere nel patrimonio da dividere, oltre al “relictum”, anche il preteso “donatum”, risultato assicurato dal diverso istituto della collazione). (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANIA, 16/11/2015)

AZIONE DI RIDUZIONE

Il legittimario(1) [536 c.c.] che non ha accettato l’eredità col beneficio d’inventario(2) [484, 557 c.c.] non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le donazioni e i legati siano stati fatti a persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all’eredità [519 ss. c.c.]. Questa disposizione non si applica all’erede che ha accettato col beneficio d’inventario e che ne è decaduto [493, 505, 494 c.c.](2).

In ogni caso il legittimario, che domanda la riduzione di donazioni [555 c.c.] o di disposizioni testamentarie [554 c.c.], deve imputare alla sua porzione legittima le donazioni e i legati a lui fatti(3), salvo che ne sia stato espressamente dispensato(4) [552, 553, 724 c.c.].

Il legittimario che succede per rappresentazione [467 ss. c.c.] deve anche imputare le donazioni e i legati fatti, senza espressa dispensa, al suo ascendente [740 c.c.].

La dispensa non ha effetto a danno dei donatari anteriori(5).

Ogni cosa, che, secondo le regole contenute nel capo II del titolo IV di questo libro, è esente da collazione, è pure esente da imputazione [737 ss. c.c.].

In tema di azione di riduzione delle donazioni e dei legati, qualora il testatore abbia disposto a titolo universale dell’intero asse ereditario, la condizione dell’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario è esclusa nell’ipotesi in cui il legittimario, essendo stato totalmente pretermesso, non assume, ai sensi dell’art. 467 secondo comma c.c., la qualità di chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria non venga ridotta nei suoi confronti; tale regola è stata da tempo estesa all’erede legittimo sul rilievo che, qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero patrimonio con atti di donazione, anche nella successione ab intestato può configurarsi la totale pretermissione del legittimario il quale, per l’assenza di beni relitti, si trovi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela del diritto sostanziale riconosciutogli dalla legge; infatti, la disposizione di cui all’art. 564 c.c., che subordina la proposizione dell’azione di riduzione delle donazioni e dei legati da parte del legittimario alla sua accettazione con beneficio d’inventario, salvo che le donazioni e i legati siano fatte a persone chiamate come coeredi, risponde alla ratio di evitare che la confusione dei patrimoni del de cuius e dell’erede impedisca al donatario e al legatario di verificare l’effettività della lesione della riserva e, inoltre, all’esigenza, di cui è fatta menzione nella relazione al progetto definitivo del codice civile, di evitare il contrasto logico ed insanabile fra la responsabilità illimitata dell’erede, nonché il suo obbligo di rispettare gli atti di disposizione del defunto, e l’azione di riduzione della liberalità.

Cass. civ., Sez. III, 13/05/2021, n. 12872

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L’azione ad supplendam aut implendam legitimam di cui agli artt. 553 c.c. ss., è un’azione personale, e non un’azione reale dalla quale deriva una pronuncia di natura costitutiva avente l’effetto di risolvere, con effetto limitato alle parti, le disposizioni testamentarie, i legati e le donazioni lesive della quota di legittima. L’azione di riduzione può avere ad oggetto sia i beni che si trovavano nel patrimonio del defunto al momento dell’apertura della successione e sia beni che, al momento dell’apertura della successione, ne erano già usciti per effetto di donazioni.

Corte d’Appello Napoli, Sez. II, Sentenza, 12/03/2021, n. 935

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L’atto di costituzione in mora è idoneo ad interrompere la prescrizione solo di diritti obbligatori, tra i quali non va annoverato certamente il diritto del legittimario a veder ridotte le disposizioni lesive della sua quota. Ed invero, l’azione di riduzione ha natura personale in quanto essa non mira a rivendicare il bene posseduto dal beneficiario dell’atto di liberalità, ma soltanto a far valere sul rispettivo valore le ragioni successorie spettanti al legittimario preterito, con la conseguenza che ad essa non corrisponde un obbligo, di prestazione della controparte, anteriore alla iniziativa del legittimario.

Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 04/09/2020, n. 18468 (rv. 659168-01)

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SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Azione di divisione ereditaria e azione di riduzione – Diversità di presupposti e di finalità – Conseguenze – Ammissibilità della domanda di divisione e di collazione in sede di giudizio di riduzione – Accettazione del contradittorio – Necessità

L’azione di divisione ereditaria e quella di riduzione sono fra loro autonome e diverse, perché la prima presuppone la qualità di erede e l’esistenza di una comunione ereditaria che si vuole sciogliere, mentre la seconda implica la qualità di legittimario leso nella quota di riserva ed è diretta alla reintegra in essa, indipendentemente dalla divisione; ne consegue che la domanda di divisione e collazione non può ritenersi implicitamente inclusa in quella di riduzione, sicché una volta proposta la domanda di riduzione, quella di divisione e collazione, avanzate nel corso del giudizio di primo grado con le memorie ex art. 183 c.p.c., sono da ritenersi nuove e, come tali, inammissibili ove la controparte abbia sul punto rifiutato il contraddittorio. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ROMA, 10/12/2014)

DIVISIONI EREDITARIE, EREDI TESTAMENTI SENTENZE ULTIME ROVIGO

DIVISIONI EREDITARIE, EREDI TESTAMENTI SENTENZE ULTIME ROVIGO

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051 6447838 AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

Ai sensi della normativa di cui all’ art. 1102 c.c., l’uso diretto del bene comune da parte di un comproprietario, deve intendersi come l’attuazione del diritto dominicale, salvo l’obbligo di questi di non alterare la destinazione economica del bene e di non impedire agli altri condividenti l’eguale e diretto uso ovvero di trarre dal bene i frutti civili. Sicché, il semplice godimento esclusivo del bene ad opera di uno dei comproprietari, in via di principio, non assume l’idoneità a produrre un qualche pregiudizio in danno degli altri comproprietari, e, ancor meno, in danno di coloro che abbiano mostrato acquiescenza all’altrui uso esclusivo. Con la conseguenza, che colui che utilizza in via esclusiva il bene comune non è, tenuto a corrispondere alcunché al comproprietario pro indiviso che rimanga inerte e/o, a maggior ragione se, abbia consentito, in modo certo ed inequivoco, detto uso esclusivo. Piuttosto, l’occupante del bene (il comproprietario che gode in modo esclusivo) è tenuto al pagamento della corrispondente quota di frutti civili traibili dal godimento indiretto dell’immobile solo se il comproprietario abbia manifestato l’intenzione di utilizzare il bene in maniera diretta e non gli è stato consentito, per la ragione assorbente di non aver potuto godere al pari degli altri del bene comune.

Tribunale Rovigo, 21/07/2008

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SUCCESSIONE › Testamento

Pare condivisibile la giurisprudenza di legittimità secondo cui, nell’interpretazione di un testamento, occorre individuare l’intenzione del de cuius considerando congiuntamente l’elemento letterale e quello logico, fermo restando il “primario criterio ermeneutico della letteralità”.

 

Tribunale Rovigo, Sentenza, 02/07/2020

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In tema di successioni, la reintegrazione della quota di legittima, conseguente all’esercizio dell’azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura, salvi i casi eccezionalmente previsti per il caso della riduzione dei legati e delle donazioni aventi a oggetto beni immobili. In quest’ultima ipotesi, infatti, si deve anzitutto verificare se si possa procedere a un frazionamento materiale dell’immobile oggetto di donazione o di legato, al fine di ricavare una porzione idonea a soddisfare la quota di legittima; in mancanza, qualora il legatario o il donatario abbiano nell’immobile una eccedenza maggiore del quarto della porzione disponibile, l’immobile si deve lasciare per intero nell’eredità, salvo il diritto del legatario o del donatario di conseguire il valore della porzione disponibile; qualora il legatario o il donatario abbiano nell’immobile una eccedenza inferiore al quarto, il legatario o il donatario possono ritenere tutto l’immobile compensando in danaro i legittimari.

Tribunale Rovigo, Sentenza, 27/02/2020

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Ai sensi della normativa di cui all’ art. 1102 c.c., l’uso diretto del bene comune da parte di un comproprietario, deve intendersi come l’attuazione del diritto dominicale, salvo l’obbligo di questi di non alterare la destinazione economica del bene e di non impedire agli altri condividenti l’eguale e diretto uso ovvero di trarre dal bene i frutti civili. Sicché, il semplice godimento esclusivo del bene ad opera di uno dei comproprietari, in via di principio, non assume l’idoneità a produrre un qualche pregiudizio in danno degli altri comproprietari, e, ancor meno, in danno di coloro che abbiano mostrato acquiescenza all’altrui uso esclusivo. Con la conseguenza, che colui che utilizza in via esclusiva il bene comune non è, tenuto a corrispondere alcunché al comproprietario pro indiviso che rimanga inerte e/o, a maggior ragione se, abbia consentito, in modo certo ed inequivoco, detto uso esclusivo. Piuttosto, l’occupante del bene (il comproprietario che gode in modo esclusivo) è tenuto al pagamento della corrispondente quota di frutti civili traibili dal godimento indiretto dell’immobile solo se il comproprietario abbia manifestato l’intenzione di utilizzare il bene in maniera diretta e non gli è stato consentito, per la ragione assorbente di non aver potuto godere al pari degli altri del bene comune.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI ROVIGO

SEZIONE CIVILE

composto dai magistrati:

dr.ssa Pierangela Congiu – Presidente est.

  1. Pier Francesco Bazzega – Giudice

dr.ssa Federica Abiuso – Giudice

ha pronunciato la presente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 1875/2017 promossa da:

G.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANFRINI MICHELE, elettivamente domiciliato in Adria, Corso Vittorio Emanuele II n.99, presso lo studio dell’Avv. Luca Azzano Cantarutti;

E.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANFRINI MICHELE, elettivamente domiciliato in Adria, Corso Vittorio Emanuele II n.99, presso lo studio dell’Avv. Luca Azzano Cantarutti;

R.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANFRINI MICHELE, elettivamente domiciliato in Adria, Corso Vittorio Emanuele II n.99, presso lo studio dell’Avv. Luca Azzano Cantarutti;

ATTORI

contro

G.R. (C.F.(…)), con il patrocinio dell’avv. CERUTI GIANLUIGI, elettivamente domiciliato in VIA ALL’ARA N.8 ROVIGO presso il difensore avv. CERUTI GIANLUIGI;

L.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CERUTI GIANLUIGI, elettivamente domiciliato in VIA ALL’ARA N.8 ROVIGO presso il difensore avv. CERUTI GIANLUIGI;

E.R. (C.F. (…)), CONTUMACE;

C.R. (C.F. (…)), CONTUMACE;

L.R. (C.F. (…)), CONTUMACE;

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Premesso che

Con atto di citazione ritualmente notificato alle convenute R.G. e R.L., sorelle del de cuius D.R., e a R.E., R.C. e R.L., figlie di R.L., fratello premorto del de cuius, gli attori E.R., G.R. e R.R., figli di R.G., fratello premorto del de cuius, esponevano e deducevano che:

– in data 18.2.2017 mancava ai vivi il signor D.R. nato a S. B. (R.) il (…) (doc.1 parte attrice), fratello del padre premorto degli attori, R.G.;

– D.R. non aveva né moglie né figli ed aveva disposto delle proprie sostanze a mezzo testamento olografo, redatto in data 14.10.2012 (doc.2 parte attrice), nominando propri eredi universali i nipoti ed odierni attori, R.G., E. e R.;

– il predetto testamento veniva pubblicato per atto del Notaio S.D. di R., in data (…) di Rep. (…), registrato a R. il (…), contenente dichiarazione di accettazione dell’eredità (doc.3); l’atto veniva trascritto in data 14.3.2017;

– gli attori venivano successivamente a conoscenza che le zie (sorelle del de cuius), signore R.G., nata a S. B. (R.) il (…) e R.L. (detta G.), nata a S. B. (R.), il (…), erano in possesso di una scheda testamentaria, apparentemente riconducibile allo zio D., portante la data del 28.11.2014 (doc.4), nonché di una dichiarazione di revoca delle precedenti disposizioni testamentarie, datata 23.11.2014 (doc.5); atti che le stesse pubblicavano, per atto del Notaio E.G.B. di R. del (…) di Rep.(…), registrato a Rovigo in data 3.4.2017 (doc. 6);

– il de cuius all’epoca della presunta redazione dei suddetti atti ( scheda testamentaria del 28.11.2014 e revoca del 23.11.2014) era sicuramente incapace di intendere e di volere a causa delle patologie invalidanti che lo affliggevano;

– ciò emergeva dalla documentazione sanitaria allegata all’atto introduttivo ed, in particolare, dall’ultimo Responso specialistico del 18.11.2014 del Centro per il Decadimento Cognitivo (doc.17), ove veniva riscontrata nel sig. D.R. una demenza di Alzheimer di grado medio elevato con associata componente vascolare e si suggeriva la necessità di un’assistenza continua;

– la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie vergata dal R.D. il 23.11.2014, in ogni caso, era invalida o inefficacia, posto che, per espressa disposizione dell’art. 680 c.c., la revocazione può essere effettuata solo con un nuovo testamento o con un atto ricevuto da Notaio alla presenza di due testimoni in cui il testatore personalmente manifesti la propria volontà di revocare, in tutto o in parte, la disposizione anteriore e che nel caso in esame, invece, la revoca era intervenuta attraverso una scrittura del testatore che non risultava essere inserita in una nuova scheda testamentaria;

– pertanto, gli attori avevano interesse ad impugnare il cennato testamento e la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie rilasciate dal de cuius in data 14 ottobre 2012.

Su tali presupposti, parte attrice adiva il Tribunale per ottenere l’accoglimento delle seguenti conclusioni:

” ACCERTARE che R.D. al momento della redazione della scheda testamentaria 28.11.14 e della dichiarazione di revoca del 23.11.2014, alle quali è stata data pubblicazione con atto del Notaio E.G.B. di R. del (…) di Rep. (…), era affetto da incapacità di intendere e di volere e, per l’effetto,

DICHIARARE in applicazione di quanto disposto dall’art. 591 comma 2 n.3 c.c., l’annullamento e/o comunque l’inefficacia del testamento 28.11.2014 e della dichiarazione di revoca del 23.11.2014, quest’ultima anche per il mancato rispetto delle forme previste dall’art. 680 c.c.”.

Con comparsa di costituzione e risposta del 30.10.2017 si costituivano in giudizio le convenute G.R. e L.R., sorelle del de cuius, eccependo la mancata dimostrazione da parte degli attori del fatto che il sig. D.R. all’epoca della redazione delle schede testamentarie per cui è causa fosse privo in modo assoluto della capacità di determinarsi coscientemente e liberamente e rilevando che, contrariamente a quanto sostenuto da parte attrice, dalla documentazione in atti, risultava che all’epoca della redazione degli atti impugnati dalla controparte D.R. si trovava nelle piene facoltà mentali, per cui aveva espresso consapevolmente la propria volontà testamentaria.

Concludevano per il rigetto delle domande attoree in quanto infondate in fatto ed in diritto.

Le altre convenute (R.E., R.C. e R.L.) non si costituivano e venivano dichiarate contumaci.

La causa veniva istruita con produzione documentale.

Rilevato che

Preliminarmente si rigettano le istanze istruttorie formulate da parte attrice per le stesse ragioni indicate nell’ordinanza emessa in data 15 aprile 2019, il cui contenuto integralmente si richiama. In particolare, i capitoli di prova indicati da parte attrice nella memoria ex art. 183, comma 6, n.2, c.p.c. si reputano inammissibili poiché genericamente formulati (capitoli di prova n.ri 1,3,4,6,8), in quanto non collocati sotto il profilo cronologico, mentre gli ulteriori capitoli di prova (n.ri 2,5,7,9) si reputano irrilevanti ai fini della decisione. Infatti, le prove orali articolate dagli attori non hanno ad oggetto la capacità di intendere e di volere, nonché la capacità di autodeterminarsi del testatore D.R. con specifico riguardo al momento temporale nel quale sono state redatte la schede testamentarie di cui si tratta.

La causa è stata adeguatamente istruita e si reputa matura per la decisione.

La domanda attorea è rimasta sfornita di prova, per cui va necessariamente respinta.

È insegnamento costante della Suprema Corte che l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza, non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova – a carico di chi agisce – che, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, il soggetto fosse privo, in modo assoluto, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi, a cagione di una infermità transitoria o permanente ovvero di altra causa perturbatrice (cfr. Cass. Civ., II, 15 aprile 2010, N. 9081Cass. Civ., II, 18 aprile 2005, N. 8079Cass. Civ., II, 30.1.2003, N. 1444Cass. Civ., II, 10.7.1986, N. 4499).

Dal momento che lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a colui che impugna dimostrare l’incapacità assoluta del de cuius al momento della redazione del testamento, salvo che il testatore risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso è compito di chi vuole avvalersi del testamento dimostrare che esso fu redatto in un momento di lucido intervallo (cfr. Cass. Civ., II, 29.10.2008, N. 26002).

Nel caso di specie, l’onere probatorio gravava sicuramente sulla parte attrice, poiché, come si dirà in seguito, non vi è un’incapacità permanente, oltre che totale, del testatore.

Spettava, dunque, all’istante provare che, al momento della redazione del testamento, il de cuius versava in uno stato di incapacità naturale assoluta.

Tuttavia, l’onus probandi non è stato assolto.

Innanzitutto, la prova dell’incapacità assoluta del testatore non è nella documentazione medica versata in atti, che dà, solo, conto di un’affezione da decadimento neurocognitivo riconducibile al morbo di Alzheimer con associata componente cerebrovascolare a partire dall’anno 2012, con un episodio di ictus cerebrale ischemico nell’agosto 2014.

La patologia da cui era affetto il de cuius, tuttavia, non implica, tout court, incapacità naturale assoluta.

Tanto è vero che, a proposito delle condizioni del testatore al momento della manifestazione della volontà testamentaria, dalla documentazione sanitaria prodotta da parte attrice emerge che il de cuius nel 2014 presentava uno stato di demenza con compromissione delle performances cognitive ed intellettive di grado moderato severo, con ridotta capacità di giudizio e ragionamento, disorientamento spazio temporale e quindi non nel pieno delle proprie facoltà mentali di intendere e di volere.

È evidente che altro è non esser nel pieno delle proprie facoltà mentali, altro è l’incapacità naturale assoluta, che, sola, può giustificare l’annullamento del negozio di ultima volontà.

Dunque, la documentazione medica allegata al fascicolo attoreo non depone per la fondatezza della domanda attorea, tanto più che le conclusioni del consulente di parte poggiano su deduzioni e valutazioni che non trovano in atti riscontri oggettivi e che risultano smentite dalla documentazione medica prodotta dalla stessa parte attrice, relativa al periodo più prossimo alle dichiarazioni testamentarie di cui si discute.

In particolare, si richiama la cartella clinica rilasciata dall’Ospedale di Trecenta a seguito del ricovero di D.R. nel mese di agosto 2014, dove viene diagnosticata la patologia dell’Alzheimer dalla quale era affetto il de cuis ,da cui risulta che il degente si trovava in uno stato mentale “lucido”e in uno stato di coscienza “vigile” (doc. 14 parte attrice). Risulta, infatti, che durante il periodo di ricovero dell’agosto 2014, in cui il de cuius si trovava nella fase acuta di un ictus cerebrale (poi regredito), lo stato di coscienza fu sempre descritto vigile nei resoconti infermieristici e nel referto della visita neurologica e lo stato mentale lucido nelle scale di Norton del 2 agosto, del 10 agosto e del 14 agosto. Lo stesso quadro relativo ad una persona vigile, parzialmente orientata e collaborante risulta registrato dal medico di Guardia medica dell’Ulss 18 in occasione della sua visita domiciliare del 15/9/2014 (doc. 16 parte attrice).

Ancora, il responso medico del 18 novembre 2014 (doc. 17 parte attrice ) attesta un miglioramento del quadro psicologico delle performance mentali rispetto al precedente controllo eseguito il 27 febbraio 2014 (vedi doc. 11 parte attrice). Invero i dati clinici del test del MMSE – che erano di 10.7/30 nel mese di febbraio, sono stati stimati in 14.4/30.

Emerge insomma che, contrariamente a quanto sostenuto dalla parte attrice, proprio nel periodo più vicino a quello in cui sono state redatte le schede testamentarie impugnate, il disturbo da decadimento neurocognitivo di cui era affetto D.R. era nella fase di minore gravità.

Inoltre, depongono a favore della capacità di intendere e di volere da parte del sig. D.R. le operazioni poste in essere dallo stesso presso l’ufficio postale di Lendinara nel gennaio 2015 (“Richiesta emissione di Vaglia Postale Circolare” e stipula di una polizza assicurativa con Crédit Agricol Vita denominata “Tariffa n. 245 – Assicurazione vita intera a premio unico e premi integrativi con rivalutazione annuale del capitale assicurato” – vedi docc. 8 e 9 convenute), ovvero circa un mese e mezzo dopo la redazione degli atti impugnati, la cui esistenza e congruità, sotto il profilo della bontà, misura e vantaggiosità, non sono mai state contestate dalla parte attrice.

Né vi sono elementi da cui desumere una gestione non oculata del patrimonio da parte de cuius all’epoca della redazione delle schede testamentarie del novembre 2014 o del fatto che i suoi familiari ed, in particolare, gli attori non avessero fiducia nelle sue capacità di gestione, come emerge anche dalla mancata attivazione da parte degli stessi di alcuna misura di protezione in considerazione delle condizioni psicofisiche in cui versava il sig. D.R..

Per completezza, mette conto rilevare che, ai fini dell’accertamento sulla sussistenza o meno della capacità di intendere e di volere del de cuius, il giudice del merito non può ignorare il contenuto del testamento e gli elementi di valutazione da esso desumibili, in relazione alla serietà, normalità e coerenza delle relative disposizioni, nonché ai sentimenti ed ai fini che risultano averle ispirate (cfr. Cass. Civ., II, 5.1.2011, N. 230).

Nel caso in esame, il de cuius ha manifestato la propria volontà testamentaria senza incorrere in contraddittorietà né in illogicità.

Egli ha espresso la propria volontà in termini coerenti – quantomeno sul piano logico -, nominando ed istituendo eredi universali di tutti i suoi beni tutti i suoi fratelli (e sorelle).

Né si reputa decisiva ai fini della rigorosa prova dell’assoluta incapacità del testatore la circostanza relativa all’ avvenuta nomina, quali propri eredi, dei fratelli G. e L. già deceduti da diversi anni, da cui, invece, si ricava la precisa volontà del de cuius di lasciare i propri beni a quella parte della famiglia costituita dai primi parenti in linea collaterale, ovvero a tutti i suoi fratelli e sorelle. Da tale disposizione, insomma, emerge l’intenzione del testatore di ricordare i suoi fratelli come parte di quel ramo della famiglia (gli stretti collaterali), a cui ha inteso lasciare i propri beni, compiendo in tal modo la precisa scelta di estendere la platea dei suoi eredi rispetto a quanto fatto con il primo testamento dell’ottobre 2012. Con tale atto infatti, il de cuius aveva nominato come suoi eredi universali solo i figli del fratello premorto G.R. (odierni attori); mentre con il successivo testamento del novembre 2014 ha deciso di lasciare i suoi beni anche a tutti gli altri suoi fratelli e sorelle e, quindi, ai loro rispettivi discendenti.

Ancora, infondata si reputa la contestazione di parte attrice circa l’asserita invalidità ed inefficacia, ai sensi dell’art. 680 c.c., della dichiarazione di revoca datata 23.11.2014 (doc. 5 parte attrice) delle precedenti disposizioni testamentarie vergate di pugno dal defunto D.R., con la quale lo stesso testatore, tra l’altro, ha scritto espressamente: “Revoco ogni mio precedente testamento”.

Infatti, come correttamente rilevato dalla difesa delle convenute costituite, la revoca espressa dell’atto di ultima volontà può essere valida ed efficace, ai sensi dell’art. 680 c.c., non solo con un atto ricevuto da notaio alla presenza di due testimoni, ma anche con una dichiarazione di volontà unilaterale e non recettizia diretta a togliere efficacia a disposizioni testamentarie del revocante con la quale lo stesso de cuius, nel testamento posteriore, ha usato la seguente espressione: “revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria” (vedi Cass. civ., sez. II, 9.10.2013, n. 22983Cass. civ., sez. II, 20.03.1986 n.1964).

L’interpretazione letterale della norma, che parla di nuovo testamento senza alcuna ulteriore indicazione, induce a ritenere che la revoca possa essere contenuta indifferentemente in un testamento olografo, pubblico o segreto o, anche, in un testamento speciale, purché siano presenti le particolari circostanze che lo giustificano (artt. 609 ss. c.c.). Deve, peraltro, trattarsi di un testamento posteriore, non potendosi ritenere capace di produrre l’effetto di revoca un testamento avente pari data, nei quali l’eventuale inconciliabilità delle disposizioni conduce all’elisione reciproca.

È stato , tuttavia, precisato come sia sufficiente che il nuovo testamento sia composto dalla sola clausola revocatoria, poiché la norma richiede esclusivamente che la revoca espressa sia contenuta in un atto a forma testamentaria. Si deve ammettere, infatti, la piena efficacia della sola clausola revocatoria in nome del principio della piena libertà di revoca, precisandosi peraltro la necessità di valutare se la clausola stessa risponda effettivamente all’intento revocatorio del testatore.

Va, peraltro, rilevato come diverse siano le conseguenze a seconda che il nuovo testamento revochi in tutto o in parte le disposizioni anteriori: nel primo caso, si avrà l’apertura della successione legittima; nel secondo, il testamento anteriore manterrà la sua piena efficacia rispetto alle disposizioni non revocate.

Nello stesso senso è orientata la giurisprudenza che, nell’indicare la possibile forma della revoca espressa, precisa che essa può essere manifestata con un testamento posteriore, anche privo di ulteriori disposizioni patrimoniali ( Cass., sent. 1964/1986). La revoca può effettuarsi con un nuovo testamento, mediante una dichiarazione di volontà unilaterale e non recettizia, diretta a togliere, in tutto o in parte, efficacia giuridica a precedenti disposizioni testamentarie dello stesso revocante; ne consegue che, a tal fine, non può essere considerata come una formula di stile l’espressione “revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria” contenuta nel testamento posteriore (Cass., sent. 22983/2013).

Nel caso in esame, il de cuius , prima, con la dichiarazione del 23 novembre 2014 ha revocato il precedente testamento olografo che aveva inizialmente disposto a favore degli attori e, successivamente, ha redatto nuovo testamento in data 28 novembre 2014, nominando come eredi le sorelle G. e G. e i fratelli G. e L..

Non vi sono quindi ragioni per ritenere invalida la scheda testamentaria del 23 novembre 2014 contenente la sola clausola revocatoria delle precedenti disposizioni di ultima volontà ( 14 ottobre 2012).

Le risultanze sin qui esaminate depongono, chiaramente, per l’infondatezza e, quindi, per la reiezione della domanda attorea.

Di conseguenza, alla luce di tutte le considerazioni che precedono, va respinta la domanda attorea.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo secondo i criteri stabiliti nel D.M. n. 55 del 2014, tenuto conto del valore indeterminato della causa, della sua natura e complessità.

Nei confronti delle convenute non costituite (R.E., R.C. e R.L.) vanno dichiarate irripetibili le spese di lite anticipate dall’attrice.

P.Q.M.

Il Tribunale di Rovigo, in composizione collegiale, definitivamente pronunciando nel contraddittorio delle parti, ogni diversa domanda, istanza ed eccezione respinta:

– respinge le domande attoree;

– condanna E.R., G.R. e R.R., in solido tra loro, a pagare in favore di R.G. e R.L. le spese di lite che liquida in Euro 13.430,00 per compenso, oltre il 15% del compenso per spese forfettarie, C.P.A. e I.V.A., ed Euro 102,26 per spese documentate;

– dichiara irripetibili le spese di lite anticipate dall’attrice nei confronti delle convenute non costituite.

Conclusione

Così deciso in Rovigo nella camera di consiglio del 29 giugno 2021.

Depositata in Cancelleria il 13 luglio 2021.

 

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Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo

Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA VICENZA MILANO VENEZIA TREVISO ROVIGO PADOVA  SEDE BOLOGNA  051 6447838 

 

Tribunale|Milano|Sezione 6|Civile|Sentenza|4 giugno 2015| n. 6955

Risarcimento danni – Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo – Risarcimento

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI MILANO

SESTA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del giudice dott. Antonio S. Stefani, ha pronunciato ex art. 281 – sexies c.p.c. la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. r.g. 79999/2013 promossa da:

CA.MA. (…), con il patrocinio dell’avv. CA.MA., domiciliato in VIA (…) 20155 MILANO

– parte attrice –

contro:

IN.SA. S.p.A. (…), con il patrocinio dell’avv. PI.VI., domiciliato in VIA (…) 20121 MILANO

– parte convenuta –

e con la chiamata in causa di:

Li.Ad., Li.Ir. E Pi.Br., con il patrocinio dell’avv. An.Ma.

parte terza chiamata

CONCISA ESPOSIZIONE DEI MOTIVI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

  1. Parte attrice, Ca.Ma., ha chiesto di condannare IN.SA. S.p.A. al risarcimento del danno subito per aver permesso a Li.Ad., Li.Ir. e Pi.Br., di effettuare dei prelievi e in data 29/4/2008 disporre la chiusura del conto corrente n. (…) e del deposito amministrato n. (…), intestati a Pi.Gi., all’epoca in essere presso la filiale di Cesano Maderno della predetta Banca.

Secondo la ricostruzione dei fatti operata da parte attrice, l’istituto di credito avrebbe permesso a Li.Ad., anche per conto di Li.Ir. e Pi.Br., di disporre del denaro e dei titoli presenti sui conti intestati a Gi.Pi., in virtù di deleghe invalide e comunque in assenza di potere in occasione della chiusura dei rapporti, attesa la morte di Gi.Pi., intervenuta due giorni prima (v. dichiarazione di successione, doc. 1 att.).

L’unico erede di Pi.Gi. è – circostanza pacifica – lo stesso Ma.Ca., quale erede testamentario di BI.An., deceduta il 27/3/2009, a sua volta unica erede legittima di PI. Conseguentemente, alla data del 29/4/2008 le somme prelevate dai terzi chiamati presso la Banca erano, in realtà, già di spettanza dell’attore. Questi prelievi indebiti avrebbero comportato per CA. un danno patrimoniale al verificarsi del quale avrebbe concorso anche la condotta tenuta dalla Banca connotata, a dire dell’attore, da colpa grave.

  1. I terzi chiamati hanno allegato e documentato che fra gli stessi e Mario Ca. è intervenuto, nel marzo 2011, un accordo transattivo atto a comporre una controversia instaurata nei loro confronti dall’odierno attore e avente ad oggetto “le operazioni bancarie eseguite da Li.Ad., Li.Ir. e Pi.Br. in qualità di delegati di Pi.Gi. mi rapporti di quest’ultimo con la Ba.In. ora SA.” (v. pagg.7 e 8 docc. di parte chiamata, senza numero).

Sia la parte terza chiamata che parte convenuta hanno dichiarato di volersi avvalere di detta transazione ai fini della presente causa, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1304 c.c. E’ pacifico, altresì, che seguito di detto accordo, l’attore ha già ricevuto in via transattiva dai terzi chiamati la somma di Euro 130.000,00 per le operazioni bancarie di cui sopra “a tacitazione, transazione e stralcio di ogni pretesa derivante dalla sua qualità di erede testamentario di Bi.An. e della sua successione legittima di Pi.Gi. a quest’ultima premorto”.

  1. In riferimento a ciò, parte attrice ha tuttavia contestato la qualifica della Banca quale debitore solidale con i terzi chiamati ed ha dunque contestato la possibilità per la stessa di avvalersi della citata transazione. In particolare, secondo parte attrice, oggetto della presente controversia sarebbe un’obbligazione del tutto diversa da quella dedotta nel contratto transattivo, del quale peraltro la Banca non è parte. Tale difesa non è però condivisibile.

Il danno provocato a Ca.Ma. dai terzi chiamati è il medesimo che la Banca avrebbe concorso a provocare, a dire dell’attore, con la propria condotta connotata da grave colpa nell’aver permesso ai terzi di operare sui predetti rapporti.

E’ lo stesso attore che a pag. 2 della propria memoria n. 1 ex art. 183, sesto comma, c.p.c. circoscrive il motivo del contendere nell’aver la Banca consentito “operazioni che hanno depauperato il patrimonio del dante causa dell’attore, che ne è l’erede”. In punto di fatto, le operazioni che hanno depauperato il patrimonio di Ca. sono le medesime, sia che si faccia riferimento alla condotta tenuta dai terzi chiamati, sia che si faccia riferimento alla condotta tenuta dalla Banca, di modo che In.Sa., Li.Ad., Li.Ir. e Pi.Br. non possono che porsi all’interno di un unico rapporto di coobbligazione solidale.

In argomento, la giurisprudenza di legittimità (v. Cass. 7618/2010) ha espressamente statuito che “quando un medesimo danno è provocato da più soggetti, per inadempimenti di contratti diversi, intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato, tali soggetti debbono essere considerati corresponsabili in solido; (…) sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale, se un unico evento dannoso è imputabile a più persone, al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali, del resto, l’art. 2055 costituisce un’esplicitazione), che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrlo”.

In altri termini, quando il fatto generatore del danno è unico, tutti coloro che vi hanno concorso, a qualsiasi titolo, sono responsabili in solido per il risarcimento. Pertanto la volontà espressa dalla Banca di avvalersi della predetta transazione è del tutto valida ed efficace, attesa la sua qualità di debitore solidale con i terzi chiamati. L’attore ha già ricevuto integrale soddisfazione per il danno in questione, come attestato dalla transazione sottoscritta. Ne deriva che l’ulteriore domanda azionata nel presente giudizio da Ma.Ca. nei confronti della Banca deve essere dichiarata inammissibile per carenza di interesse ad agire.

Non vi è luogo, quindi, a provvedere sulla domanda di manleva svolta dalla Banca.

  1. Nel caso di specie non vi è soccombenza reciproca, né ricorrono le altri ipotesi previste nell’art.92 c.p.c.per derogare al principio della soccombenza per la liquidazione delle spese, operata in dispositivo in base ai parametri medi indicati dal d.m. 55/2014. La liquidazione tiene conto della limitata attività istruttoria e della forma orale della decisione. Il rimborso concerne anche le spese dei terzi, la cui chiamata in giudizio era giustificata alla luce dell’azione intrapresa dall’attore.

Per questi motivi il Tribunale di Milano in composizione monocratica sesta sezione civile definitivamente pronunciando, disattesa ogni altra domanda ed eccezione, così provvede:

1) dichiara inammissibile la domanda di parte attrice – CA.MA.;

2) dichiara che non vi è luogo a provvedere sulla domanda di manleva svolta da parte convenuta;

3) condanna parte attrice a rimborsare in favore di parte convenuta e di parte terza chiamata, le spese di giudizio, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre 15% per spese generali, CPA ed IVA per ciascuna;

4) distrae il pagamento delle spese per i terzi chiamati in favore del difensore.

Sentenza resa ex articolo 281 – sexies c.p.c., pubblicata mediante lettura alle parti presenti ed allegazione al verbale.

Così deciso in Milano il 4 giugno 2015.

Depositata in Cancelleria il 4 giugno 2015.

 

Erede legittimo che agisce – Legittimario leso – Soggetto terzo

Corte d’Appello|Milano|Sezione 2|Civile|Sentenza|7 novembre 2012| n. 3543

Simulazione – Prova – Compravendita dissimulante donazione – Erede legittimo che agisce – Legittimario leso – Soggetto terzo – È tale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI MILANO

SEZIONE II CIVILE

Il Collegio composto da:

Luigi de Ruggiero – Presidente

Nicoletta Ongania – Consigliere

Maria Caterina Chiulli – Consigliere relatore

SENTENZA

Nella causa civile iscritta al n. 3581/07 r.g.

Promossa da:

Cr.Va. e Ru.Pa., entrambi rappresentati e difesi dall’Avv. An.Ro. del Foro di Voghera, unitamente e disgiuntamente con l’avvocato Et.Ni., presso il cui studio in Milano, sono elettivamente domiciliati;

Appellanti

Contro

Cr.Iv., rappresentato e difeso dall’avv. Pi.Go., presso il cui studio in Milano, è elettivamente domiciliato;

Appellato

Ca.Ma.

Cr.De.

Appellate contumaci

Conclusioni come da fogli allegati

MOTIVI DELLA DECISIONE

In primo grado il signor Iv.Cr. conveniva in giudizio Ma.Ca., Va.C., Pa.Ru. e De.Cr. affinché, tra l’altro, venisse dichiarata la simulazione dell’atto di compravendita di un immobile sito in Cornale, meglio specificato in atti, in quanto dissimulava una donazione, e per l’effetto che l’intero immobile rientrava nell’asse ereditario, e conseguentemente accertare la lesione in danno del legittimario Iv.Cr., disponendo la riduzione della disposizione testamentaria e delle donazioni, reintegrandolo nella sua quota.

A sostegno della propria domanda l’attore asseriva che in data 6 gennaio 2000 era deceduto il padre, An.Cr., che con testamento olografo aveva istituito come eredi universali la moglie Ma.Ca., il figlio Va.Cr. e la nipote De.Cr., negandogli così la quota di legittima.

Lamentava Iv.Cr. che in vita il de cuius aveva favorito la moglie, il figlio Va. e la nuora Pa.Ru. con donazioni dirette e indirette, lesive della sua quota di legittima.

Si costituivano in giudizio Ma.Ca., Va.Cr. e Pa.Ru., contestavano le domande dell’attore ed esperivano domanda riconvenzionale volta ad accertare la donazione da parte del de cuius della somma di lire 70 milioni, nonché la simulazione dell’atto di compravendita del 2 febbraio 1989.

Con sentenza non definitiva il Tribunale di Voghera si pronunciava, tra l’altro, dichiarando la simulazione dell’atto di compravendita dell’Immobile sito in Cornale, in quanto dissimulante una donazione, e per l’effetto dichiarava che l’intero immobile doveva rientrare nell’asse ereditario, unitamente ad altri titoli e somme in danaro contante, mentre rigettava ogni altra domanda, comprese quindi le domande riconvenzionali, rimettendo le parti in istruttoria per il prosieguo relativo alla valutazione dell’asse ereditario e alla stima del patrimonio ai fini della domanda di reintegra di legittima.

Avverso tale sentenza parziale Va.Cr. e Pa.Ru. proponevano appello immediato, chiedendo la riforma della predetta relativamente alla declaratoria di simulazione dell’atto di compravendita dell’Immobile sito in Cornale, nonché per la parte relativa al rigetto della domanda della avvenuta donazione da parte del de cuius al figlio Iv. della somma di lire 71.450.000, nonché di quella di lire 1.000.000, somme tutte da far rientrare nell’asse ereditario.

Gli appellati sostenevano che la sentenza di primo grado dovesse essere riformata in quanto i predetti avevano provato che il prezzo per l’acquisto dell’immobile era stato pagato mediante assegni bancari staccati dal compratore Va.Cr. a favore del venditore An.Cr.

Era da escludere che la provvista si fosse formata con denari del de cuius, in quanto sul punto la difesa di Iv.Cr. non aveva che portato che mere presunzioni, fatte proprie dal Tribunale.

Quanto alla domanda riconvenzionale di accertamento della donazione di lire 71.450.000, la decisione del Tribunale non risultava adeguatamente motivata posto che le parti avevano dimostrato il versamento del danaro attraverso la produzione delle matrici autentiche degli assegni.

La causa è stata assegnata in decisione alla udienza del 20/6/2012 con contestuale assegnazione dei termini per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica.

Preliminarmente si deve rilevare che in data 14 dicembre 2010 il procedimento davanti alla Corte d’appello veniva interrotto a seguito della morte dell’ allora procuratore dell’odierno appellato, Iv.Cr., l’avvocato Pa.Ba., ed a seguito di ciò gli appellanti provvedevano a presentare ricorso in riassunzione il 29 dicembre 2010.

Il nuovo difensore costituito, con la comparsa conclusionale, sosteneva l’intervenuta estinzione del processo per tardiva riassunzione.

Il termine per la riassunzione del processo non doveva decorrere dal giorno in cui era stata dichiarata l’interruzione, ma bensì da quello in cui il procuratore della parte appellante aveva avuto conoscenza della scomparsa dell’avvocato Ba.Pr., circostanza verificatasi all’udienza dell’8 aprile 2009, tenutasi innanzi al Tribunale di Voghera, in relazione al procedimento numero 1254/2007 pendente tra le medesime parti.

Difatti il presente procedimento nasce dall’ appello immediato sulla sentenza non definitiva nell’ambito del procedimento su indicato n. 1254/07.

La Corte di Cassazione (sentenza 3085/2010) ha sostenuto che il termine per la riassunzione deve decorrere da quello in cui una delle parti abbia avuto di tale evento conoscenza legale, non essendo sufficiente la conoscenza aliunde acquisita e che grava sulla parte che eccepisce l’intempestività della riassunzione la prova della legale conoscenza dell’evento in data anteriore al semestre precedente la riassunzione.

Nel caso di specie l’evento interruttivo che aveva colpito la persona del procuratore legale di Iv.Cr. era già emerso nel corso dell’udienza del giorno 8 aprile 2009 davanti al Tribunale di Voghera, ma la parte non era in grado di valutare se alla udienza che si sarebbe tenuta davanti alla Corte il 14/12/2010 Iv.Cr. si sarebbe già costituito con nuovo difensore cosicché nel predetto procedimento non sarebbe intervenuta alcun causa di interruzione del processo.

Pertanto sino a quella data, nella quale il decesso dell’avvocato Ba.Pr. è stato dichiarato, nessun termine per la riassunzione poteva decorrere.

Poiché la causa è poi stata riassunta con istanza depositata dalla difesa degli appellanti il 29/12/2010, il termine di cui all’art. 303 cpc è stato pienamente rispettato.

Quanto al merito, la sentenza di primo grado resiste alle censure.

Premesso che la domanda svolta dall’appellante in merito alla restituzione da parte di Iv.Cr. della somma di lire 1.000.000 costituisce domanda nuova e come tale inammissibile, l’appello relativamente alla parte in cui la sentenza di primo grado ha accolto la domanda di simulazione della compravendita dell’appartamento in Cornale, nonché il rigetto della domanda riconvenzionale tendente a far accertare la donazione della somma di lire 70.000.000 che il de cuis avrebbe versato al figlio Iv., appare destituito di valido fondamento.

Si deve condividere la motivazione del giudice di prime cure laddove rileva che la documentazione prodotta dalla difesa di Iv.Cr., e segnatamente gli estratti conto bancari intestati al de cuius An.Cr. e dalla moglie Ma.Ca. nonché le copie degli assegni circolari versati da Va.Cr., evidenziano una significativa coincidenza tra i prelevamenti in contanti effettuati da An.Cr. per consistenti importi e i versamenti immediatamente successivi effettuati con assegni circolari a nome di Va.Cr.

Sottolineava il Tribunale che la sequenza non risultava estemporanea e casuale ma si ripeteva per ben tre volte nell’arco di due mesi, con le cadenze temporali riportate nella sentenza impugnata a pagina otto.

Sulla base di tali risultanze documentali il Tribunale correttamente aveva ritenuto provato che la somma versata da Va.Cr., che doveva apparentemente costituire il corrispettivo della compravendita, in realtà è stata messa a disposizione dallo stesso de cuius che aveva costituito con cospicui versamenti la provvista per l’effettuazione delle dazioni eseguite dal figlio Va.

Si deve poi rilevare che l’erede legittimo deve essere considerato terzo ai fini della prova della simulazione, con conseguente ammissibilità senza limiti della stessa, allorquando agisca contestualmente per far dichiarare non solo la simulazione e l’accertamento della donazione, ma anche la sua qualità di legittimario leso dall’atto dissimulato.

Pertanto correttamente il giudice di primo grado ha ritenuto che l’atto di compravendita datato 18 ottobre 1999 concreti in realtà una donazione sulla quale legittimamente Iv.Cr. ha esplicato azione di riduzione per la reintegra della propria quota ereditaria.

La sentenza di primo grado deve essere confermata anche per quanto riguarda il rigetto della domanda riconvenzionale di accertamento della avvenuta donazione da parte del padre in favore di Iv.Cr. della somma di lire 71.450.000.

Infatti per un verso si deve rilevare come la difesa di Iv.Cr. abbia sin dal primo atto successivo alla costituzione dei convenuti in primo grado contestato l’autenticità della grafia del de cuius, sostenendo che le matrici degli assegni con i quali sarebbero stati consegnati gli importi contestati potrebbero essere state compilate da chiunque, anche in funzione strumentale rispetto al giudizio di prime cure.

Per altro verso si deve condividere la motivazione della sentenza impugnata laddove rileva che si tratta documenti unilateralmente predisposti, anche qualora fossero stati effettivamente compilati dal de cuius, privi di efficacia probatoria quanto all’effettiva consegna dei titoli corrispondenti, nonché dell’effettivo incasso degli stessi da parte del fratello Iv.

D’altro canto la produzione di tali matrici, sulle quali bisogna ribadire come sin dalle prime difese l’attuale appellato abbia contestato l’autenticità della grafia, poteva al più costituire un elemento indiziario della supposta donazione in favore di Iv. qualora supportata da altri riscontri probatori che non sono stati offerti dalla parte che richiedeva l’accertamento della donazione delle predette somme.

La sentenza di primo grado quindi deve essere confermata anche sul punto del rigetto della domanda riconvenzionale tendente a far accertare la donazione degli importi di cui sopra si è detto in favore di Iv.Cr.

La condanna alle spese segue la soccombenza in applicazione del disposto dell’art. 91 cpc, in riferimento al presente grado di giudizio.

Le stesse sulla base dei parametri indicati dal DM 140/12 in vigore nonché della natura e della relativa complessità della controversia vengono liquidate come da dispositivo quanto ai compensi professionali.

Non vengono riconosciute voci di spesa in quanto né richieste né documentate.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando nel contraddittorio fra le parti, ogni contraria istanza, domanda, eccezione disattesa, così decide:

Rigetta l’appello e per l’effetto conferma integralmente la sentenza non definitiva n. 279/07 del Tribunale di Voghera.

Condanna parte appellante alla rifusione delle spese di lite sostenute da parte appellata, che si liquidano per il presente grado in euro 10.000 per compensi professionali, oltre ad Iva e Cpa.

Così deciso in Milano, in Camera di Consiglio il 2 ottobre 2012.

Depositata in Cancelleria il 7 novembre 2012.

Corte di Cassazione|Sezione 6 3|Civile|Ordinanza|15 ottobre 2018| n. 25635

Polizza vitalizia – Successione ereditaria – Designazione dei beneficiari mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari – Applicazione delle regole sulla successione ereditaria – Esclusione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4085/2017 proposto da:

(OMISSIS) SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 170/2016 della CORTE D’APPELLO di TRENTO SEZIONE DISTACCATA DI BOLZANO, depositata il 10/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 27/06/2018 dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO.

FATTO E DIRITTO

Rilevato che:

con atto di citazione del 30 gennaio 2014 (OMISSIS) evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Bolzano la societa’ (OMISSIS) S.p.A. chiedendo dichiararsi il proprio diritto, quale erede universale di (OMISSIS) e, comunque, a qualsiasi titolo, alle prestazioni derivanti dalla polizza assicurativa. Deduceva che in data 3 giugno 2004 la (OMISSIS) aveva stipulato con (OMISSIS) S.p.A. un contratto di assicurazione sulla vita per il capitale di Euro 35.000 nel quale venivano indicati quali beneficiari gli “eredi legittimi”. A causa del successivo decesso della contraente, si apprendeva della stesura di un testamento olografo, nel quale (OMISSIS) veniva designata erede

universale dell’assicurata, senza alcun riferimento all’esistenza

dell’assicurazione sulla vita sottoscritta dalla de cuius. Si costituiva (OMISSIS) S.p.A. chiedendo il rigetto della domanda;

il Tribunale di Bolzano con sentenza del 15 aprile 2015 accoglieva le domande condannando la compagnia al pagamento della somma di Euro 50.000 corrispondente al capitale investito oltre rivalutazione e interessi. Il primo giudice riteneva che l’attrice, quale erede universale della assicurata, istituita con testamento olografo del 30 agosto 2010, integrasse la qualita’ di un unico “erede legittimo” indicato nella polizza quale beneficiario;

con atto di citazione del 27 luglio 2015 la Compagnia impugnava la decisione del Tribunale rilevando che il diritto del beneficiario aveva natura contrattuale e non successoria e che l’istituzione di (OMISSIS) quale erede testamentario non attribuiva alla stessa il diritto alla corresponsione della somma, in quanto tale importo non rientrava nell’asse ereditario. Si costituiva l’appellata contestando i motivi di impugnazione;

la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, con sentenza del 10 dicembre 2016 rigettava l’appello proposto da (OMISSIS) S.p.A. con condanna al pagamento delle spese di lite;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione (OMISSIS) S.p.A. affidandosi ad un motivo che illustra con memoria ex articolo 380 bis c.p.c..

esiste con controricorso (OMISSIS).

Considerato che:

(OMISSIS) S.p.A. lamenta la violazione degli articoli 1362, 1363, 1367, 1920 e 1921 c.c., rilevando che la Corte aveva errato nell’applicazione dei criteri ermeneutici contrattuali. In particolare, l’interpretazione del contratto avrebbe dovuto imporre la corretta applicazione delle norme in tema di assicurazione (articoli 1920 e 1921 c.c.) secondo cui la disciplina in tema di assicurazione a favore del terzo si applica a quella sulla vita, per cui il diritto del beneficiario alla prestazione dell’assicuratore trova fondamento nel contratto, con la conseguenza che diverrebbe irrilevante la successiva istituzione, quale erede universale, di (OMISSIS) la cui differente qualifica (da terza estranea, a erede universale), non sposterebbe l’individuazione contrattuale dei beneficiari, nelle persone degli eredi legittimi. La volonta’ contrattuale della assicurata (OMISSIS) sarebbe chiara nell’individuazione dei beneficiari negli eredi legittimi. Al contrario non vi sarebbe alcuna revoca di tale indicazione nel testamento olografo, che non menziona la polizza. Pertanto, vi era stata una violazione degli articoli 1362 e seguenti c.c. perche’ la Corte territoriale aveva equiparato la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie, alla revoca della individuazione del beneficiario del contratto di assicurazione. In ogni caso, non ricorrerebbe una revoca esplicita la quale, ai sensi dell’articolo 1921 c.c., deve essere contenuta in una successiva dichiarazione scritta contrattuale o nel testamento. Secondo la Corte territoriale, invece, l’istituzione di un erede testamentario universale integrerebbe la revoca della precedente designazione del beneficiario nella persona degli eredi legittimi;

Osserva il collegio che la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, adotta una doppia e autonoma motivazione. In primo luogo e in maniera piu’ diffusa (pagine 5, 6 e 7 della sentenza) richiama l’orientamento tradizionale della giurisprudenza di legittimita’ per evidenziare che il termine “eredi legittimi” utilizzato dall’assicurata, assumeva la sola funzione di individuare la categoria delle persone beneficiarie dell’indennizzo, i quali acquistano certamente iure proprio il diritto, con la precisazione che la concreta individuazione del beneficiario che potra’ pretendere la liquidazione dell’indennizzo, rimane ignota sino alla data del decesso dell’assicurata. Con seconda ed autonoma motivazione rileva (pagina 8) che l’articolo 1921 c.c., consente all’assicurato di revocare la designazione del beneficiario attraverso il testamento;

sia la prima, che la seconda motivazione sono errate. Quanto alla prima, secondo la Corte territoriale, in sostanza, il riferimento alla categoria degli eredi non consente di distinguere tra quelli testamentari o legittimi, poiche’ costituisce un semplice criterio per la concreta, ma futura, individuazione dei beneficiari. Pertanto, nel momento in cui l’assicurata opta per la successione testamentaria, quel criterio di individuazione consente di escludere la categoria degli eredi legittimi, incompatibile con la presenza di un testamento e individua l’unica erede testamentaria, nell’odierna controricorrente;

tale impostazione e’ contraria ai principi affermati da questa Corte in materia. Nel contratto di assicurazione per il caso di morte, il beneficiario designato acquista, ai sensi dell’articolo 1920 c.c., comma 3, un diritto proprio che trova la sua fonte nel contratto e che non entra a far parte del patrimonio ereditario del soggetto stipulante e non puo’, quindi, essere oggetto delle sue (eventuali) disposizioni testamentarie ne’ di devoluzione agli eredi secondo le regole della successione legittima; sicche’ la designazione dei terzi beneficiari del contratto, mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari, non vale ad assoggettare il rapporto alle regole della successione ereditaria, trattandosi di una mera indicazione del criterio per la individuazione dei beneficiari medesimi in funzione della loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, in modo che qualora i beneficiari siano individuati, come nella specie, negli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che, in linea teorica e con riferimento alla qualita’ esistente al momento della morte dello stipulante, siano i successibili per legge, indipendentemente dalla loro effettiva chiamata all’eredita’ (Cass. Sez. 2 n. 26606 del 21/12/2016 e Cass. n. 9388 del 1994 Rv. 488508 – 01, Cass. n. 6531 del 2006 Rv. 594102);

nel momento in cui l’assicurato individua il beneficiario, questi acquista un diritto iure proprio (giurisprudenza costante), ma nello stesso tempo la liquidazione dell’indennizzo da parte dell’assicuratore non fara’ piu’ parte del patrimonio dell’assicurato, al momento della morte di questi. Residua in capo all’assicurato un unico potere, quello previsto dall’articolo 1921 c.c., di revocare la designazione del beneficiario. Ma la designazione del beneficiario non si realizza attraverso la modificazione della generica categoria degli eredi legittimi, ma attraverso una specifica individuazione di un nuovo soggetto beneficiario. Quest’ultimo, infatti, acquista un diritto iure proprio del tutto autonomo rispetto alle vicende successorie. La polizza e’ un contratto a favore del terzo, dal quale deriva il diritto del beneficiario al pagamento dell’indennita’; la designazione puo’ essere compiuta con il contratto o con il testamento; nella specie la designazione a favore degli eredi legittimi contenuta in contratto era una modalita’ per individuare i beneficiari fra i quali andava divisa l’indennita’ prevista nel contratto, restando esclusa l’applicabilita’ delle norme sulla successione ereditaria; la revoca deve avvenire nelle stesse forme della designazione; nella specie il testamento non contiene pacificamente alcuna revoca;

la questione risolutiva concerne la interpretazione della clausola apposta nel contratto di assicurazione in caso di morte dell’assicurata, laddove individua i beneficiari negli eredi legittimi. Escluso, come si e’ detto, che l’attribuzione del diritto avvenga in applicazione e per effetto della disciplina che regola la successione ereditaria, il riferimento contenuto in tale clausola alla qualita’ di eredi (legittimi) integra un criterio di determinazione per relationem dei beneficiari in funzione della loro appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, non incidendo sulla fonte del diritto (che, come si e’ detto, e’ l’atto inter vivos). Peraltro, la individuazione dei soggetti designati – seppure va compiuta necessariamente al momento della morte dell’assicurato – non postula che i medesimi si identifichino, come invece sostenuto in sentenza, con coloro che siano effettivamente chiamati all’eredita’: nell’ipotesi in cui siano individuati con riferimento alla categoria degli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che in astratto, seppure con riferimento alla qualita’ esistente al momento della morte, siano i successibili per legge, e cio’ indipendentemente dalla effettiva vocazione e anche se poi interviene una successione testamentaria;

questa Corte ha precisato che quando la designazione sia avvenuta con il contratto di assicurazione, che e’ stato stipulato in epoca anteriore alla redazione del testamento, la volonta’ negoziale va correttamente interpretata, ritenendo che i beneficiari dovessero identificarsi negli eredi ab intestato, cosi’ da escludere rilevanza alla successiva istituzione testamentaria dell’attrice (odierna ricorrente), quale erede universale: infatti, “deve negarsi che, in difetto di alcun riferimento alla designazione formulata nel contratto, tale disposizione testamentaria possa di per se sola integrare univoca manifestazione di volonta’ di revoca, anche tacita, della (ovvero che sia incompatibile con la) designazione avvenuta nel contratto di assicurazione”, atteso che, per quel che si e’ detto, il diritto azionato dall’attrice trova fonte nel contratto di assicurazione stipulato dal(la) de cuius a favore dei terzi ivi indicati e pertanto, al momento della morte dell’assicurata, non rientra nel patrimonio ereditario;

sulla base di quanto precede la prima motivazione della sentenza della Corte di Trento e’ errata, perche’ fondata sulla rilevanza della successiva istituzione testamentaria dell’attrice quale erede universale;

con la seconda motivazione (pagina 8) la Corte territoriale rileva che l’articolo 1921 c.c., consente all’assicurato di revocare la designazione del beneficiario attraverso il testamento e osserva che la redazione di un testamento successivo alla stipula del contratto di assicurazione con istituzione di un erede assume “chiara valenza di revoca dell’originario beneficiario, individuato negli “eredi legittimi”;

anche questa seconda motivazione e’ in contrasto con il citato orientamento secondo cui “in difetto di alcun riferimento alla designazione formulata nel contratto, tale disposizione testamentaria possa di per se sola integrare univoca manifestazione di volonta’ di revoca”;

e’ evidente che la volonta’ dell’assicurato e’ quella di beneficiare chi le e’ stato vicino, ma tale parametro riguarda la volonta’ del testatore, piu’ che quella del contraente, rispetto alla quale operano i principi affermati dalla giurisprudenza sopra indicata, secondo cui, una cosa e’ il contratto di assicurazione per la vita, altra cosa e’ la regola della successione legittima e testamentaria. L’articolo 1920 c.c., consente di legare i due ambiti, prevedendo che la revoca della indicazione del beneficiario possa essere fatta con successiva dichiarazione scritta, cioe’ negoziale, o per testamento. Nell’ipotesi in esame non vi e’ una revoca esplicita, essendo pacifico e sufficientemente allegato che il testamento non tratta dell’assicurazione sulla vita e la motivazione della Corte e’ esclusivamente sostanziale (pagina 8) laddove si limita a precisare che una delle forme di revoca della designazione del beneficiario e’ il testamento (ma la dichiarazione di revoca va interpretata con i criteri stabiliti dall’articolo 1362 e seguenti c.c. e non con le norme in tema di successione testamentaria, con il favor testamenti). Pertanto, c’e’ un salto logico laddove la Corte afferma che “la stessa redazione di un testamento successivo alla stipula del contratto di assicurazione, che contenga l’istituzione di erede, assume chiara valenza di revoca dell’originario beneficiario, individuato negli “eredi legittimi”. In sostanza la Corte non interpreta il contenuto del testamento, per individuare una implicita dichiarazione di revoca della designazione del beneficiario, ma erroneamente considera il fatto storico dell’esistenza in se’ di un testamento, che quindi sostituisce la categoria degli eredi legittimi, con quella degli eredi testamentari, quale elemento che “assume chiara valenza di revoca”;

ne consegue che il ricorso per cassazione deve essere accolto; la sentenza va cassata con rinvio, atteso che la decisione impugnata non ha osservato i principi sopra illustrati in materia di interpretazione negoziale. Ad essi dovra’ evidentemente attenersi il giudice di rinvio.

P.T.M.

La Corte accoglie il ricorso;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimita’, alla Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, in diversa composizione.

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO

La disposizione testamentaria può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse(1) quando è l’effetto di errore(2) [625 c.c.], di violenza(3) o di dolo(4) [1427 ss. c.c.].

L’errore sul motivo(5) [626 c.c.], sia esso di fatto o di diritto, è causa di annullamento della disposizione testamentaria(6), quando il motivo risulta dal testamento ed è il solo che ha determinato il testatore a disporre [634, 647, 648 c.c.].

L’azione si prescrive in cinque anni(7) dal giorno in cui si è avuta notizia della violenza, del dolo o dell’errore [2652 n. 7, art. 2690 del c.c. n. 4, art. 2948 del c.c.].

In tema di impugnazione di una disposizione testamentaria che si assuma effetto di dolo, per potere configurarne la sussistenza non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti che – avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire l’attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore. Cass. civ. sez. II, 28 febbraio 2018, n. 4653

Il motivo del testamento consiste nella ragione determinante di esso, come quella che domina la volontà del testatore nel momento in cui detta o redige le disposizioni di ultima volontà, cosicché, per potersi parlare di motivo erroneo, tale da rendere inefficace la disposizione, è necessaria la certezza, desumibile dallo stesso testamento, che la volontà del testatore sia stata dominata dalla rappresentazione di un fatto non vero, in modo da doversene dedurre che, se il fatto fosse stato percepito o conosciuto nella sua verità obiettiva, quella disposizione testamentaria non sarebbe stata dettata o redatta. L’apprezzamento del giudice di merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, è incensurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto. Cass. civ. sez. II, 3 dicembre 2010, n. 24637

È viziata la motivazione della sentenza che, nel rigettare la domanda di annullamento del testamento per violenza morale, ometta di tener conto dell’età, del sesso e della condizione del testatore. Cass. civ. sez. II, 24 marzo 1975, n. 1117

Cassazione, ordinanza 9 novembre 2020, n. 25077, sez. VI – 2 civileAVVOCATO-ESPERTO-RESPONSABILITA-ARCHITETTO-2

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – SUCCESSIONE TESTAMENTARIA – CAPACITÀ – DI TESTARE – INCAPACITÀ – AZIONE DI ANNULLAMENTO – LEGITTIMAZIONE – Testamento olografo – Interesse del successibile “ex lege” ad impugnarlo – Esistenza di altri successibili – Rilevanza – Condizioni.

L’interesse del successibile “ex lege” ad impugnare il testamento olografo può essere disconosciuto, qualora costui non dia prova dell’inesistenza in vita di altri eredi legittimi di grado poziore in termini di evidente probabilità, ancorché non di oggettiva certezza

A norma dell’art. 457 cod. civ. l’ordinamento ammette due tipi di successione: quella testamentaria e quella legittima. La prima è regolata da un testamento mentre la seconda è disciplinata dalla legge perché manca l’atto di ultima volontà o perché pur esistendo dispone solo di alcuni dei beni ereditabili. I due tipi di successione appaiono dunque tra loro graduati sicché le norme in materia di successione legittima trovano applicazione solo in via residuale.

le norme in materia di successione legittima possono trovare applicazione anche in presenza di un testamento

Dinnanzi all’incertezza ingenerata da un testamento viziato il legislatore offre specifici rimedi. È infatti previsto che la disposizione testamentaria può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse quando è l’effetto di errore, violenza o di dolo (art. 624 cod. civ).

l’atto di ultima volontà potrebbe essere viziato anche per ulteriori e diversi motivi. Il testamento è nullo quando manca l’autografia o la sottoscrizione nel caso di testamento olografo, ovvero manca la redazione per iscritto, da parte del notaio, delle dichiarazioni del testatore o la sottoscrizione dell’uno o dell’altro, nel caso di testamento per atto di notaio.

Per ogni altro difetto di forma il testamento può essere annullato su istanza di chiunque vi ha interesse (art. 606 cod. civ.).

Corte di Cassazione|Sezione 2|Civile|Sentenza|22 marzo 2018| n. 7178

Data udienza 18 dicembre 2017

Integrale

Successione mortis causa – Divisione ereditaria – Azione di riduzione – testamento – Azione di nullità – Errore di cui all’art. 624, comma 2, cc – Naturaavvocato-erede-legittimo-9

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere

Dott. ABETE Luigi – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 28120/’13) proposto da:

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), in proprio e quale erede di (OMISSIS), rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. (OMISSIS) ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. (OMISSIS), in (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in virtu’ di procura speciale a margine del controricorso (contenente ricorso incidentale), dagli Avv.ti (OMISSIS) e (OMISSIS) ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, in (OMISSIS);

– controricorrente – ricorrente incidentale –

Avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze n. 593/2013, depositata il 22 aprile 2013 (e non notificata);

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 18 dicembre 2017 dal Consigliere relatore Aldo Carrato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e per l’inammissibilita’ del ricorso incidentale;

uditi l’Avv. (OMISSIS) (per delega) nell’interesse della ricorrente principale e l’Avv. (OMISSIS) per il controricorrente – ricorrente incidentale.

FATTI DI CAUSA

Con sentenza non definitiva del 3 luglio 2008, il Tribunale di Firenze, decidendo sulla causa instaurata dalla sig.ra (OMISSIS) nei confronti del germano sig. (OMISSIS) per la divisione dell’eredita’ della loro genitrice (OMISSIS), cosi’ provvedeva:

– accoglieva l’azione di riduzione proposta dall’attrice (nella qualita’ di erede del padre (OMISSIS)), disponendo la riduzione delle disposizioni testamentarie di cui alle schede redatte dalla genitrice (OMISSIS), pubblicate il 13 marzo 2000, nella misura di tre quarti dell’intero asse ereditario;

– dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle stesse schede testamentarie;

– riconosceva il diritto della stessa attrice di succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto della (OMISSIS);

– approvava il rendiconto redatto dal c.t.u. e dichiarava il diritto delle medesima attrice a percepire l’importo di Euro 61.718,29.

Avverso la suddetta sentenza proponeva appello il convenuto (OMISSIS) articolato in complessivi quattro motivi, al quale resisteva l’originaria attrice che, a sua volta, formulava appello incidentale in relazione al rigetto della domanda di declaratoria di inefficacia (od invalidita’) del preteso testamento, oltre che in ordine alla nullita’ della divisione, per effetto della pretermissione del legittimario, con la conseguente devoluzione dell’eredita’ in quote paritarie, deducendo, inoltre, la circostanza dell’intervenuta definizione transattiva della divisione dei cespiti immobiliari, chiedendo di procedersi alla divisione del patrimonio residuo (comprendente beni mobili e denaro) a perfetta meta’.

La Corte di appello di Firenze, con sentenza non definitiva n. 593/2013 (depositata il 22 aprile 2013), in parziale riforma della impugnata sentenza di primo grado, cosi’ decideva:

– accertava e dichiarava che la successione di (OMISSIS) avrebbe dovuto essere devoluta secondo la volonta’ testamentaria della de cuius di cui alle schede testamentarie pubblicate dal notaio (OMISSIS) il 13 marzo 2000, previa riduzione proporzionale per la determinazione della quota legittima di 1/4 dell’eredita’ spettante a (OMISSIS);

– accertava e dichiarava la devoluzione della predetta quota legittima agli eredi di (OMISSIS), e cioe’ a (OMISSIS) e (OMISSIS), ciascuno per meta’;

– disponeva la rimessione della causa sul ruolo per la determinazione della quota legittima e la sua divisione.

A sostegno dell’adottata pronuncia il giudice di secondo grado disattendeva – in primo luogo – l’eccezione pregiudiziale di tardivita’ dell’appello incidentale e respingeva quest’ultimo con riferimento alla domanda di invalidita’ del testamento della (OMISSIS) (sulla cui volonta’ devolutiva dei beni ereditari in favore di entrambi i figli non poteva nutrirsi alcun dubbio). Delibando, poi, sul merito delle censure avanzate dall’appellante principale, premessa l’insussistenza dell’incompatibilita’ della tutela del diritto del legittimario con la divisio inter liberos ex articolo 734 c.c., le accoglieva nella parte in cui il Tribunale di prime cure aveva dichiarato la nullita’ della divisione quale conseguenza della ritenuta fondatezza dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto. La stessa Corte territoriale confermava, poi, la riduzione delle disposizioni testamentarie della (OMISSIS) e, per l’effetto, accertato e dichiarato che la quota spettante al legittimario pretermesso (OMISSIS) era corrispondente ad 1/4, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote attribuite ai due eredi testamentari secondo le ritenute valide disposizioni della testatrice, dava atto del venir meno dell’esigenza della formazione dei lotti secondo quote paritarie previste in sentenza e della conseguente necessita’ della formazione di un progetto di assegnazione dal momento che gli eredi risultavano gia’ assegnatari, con effetti reali, dei beni loro attribuiti per testamento. Sulla base di queste disposizioni, la Corte fiorentina disponeva la rimessione della causa sul ruolo per procedere all’anzidetta individuazione dei beni da attribuire al legittimario pretermesso, pari a 1/4 del relictum, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote gia’ assegnate agli eredi e con la ridistribuzione di detta quota per meta’, corrispondente ad 1/8 dello stesso relictum in favore di ciascuna parte, nella qualita’ di erede paritario del legittimario in nome del quale era stata esercitata jure successionis l’azione di riduzione.

Avverso la suddetta sentenza (non notificata) ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS), articolato in quattro motivi, al quale ha resistito l’intimato (OMISSIS) con controricorso contenente, a sua volta, ricorso incidentale riferito a tre motivi. La ricorrente principale ha formulato anche controricorso al ricorso incidentale avanzato dal (OMISSIS).

I difensori di entrambe le parti hanno anche depositato, rispettivamente, memoria illustrativa ai sensi dell’articolo 378 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo complesso motivo la ricorrente principale – avuto riguardo al rigetto dell’appello incidentale dalla stessa proposto volto ad ottenere la dichiarazione di nullita’ e/o di annullabilita’ del testamento della genitrice (OMISSIS) (sul presupposto della deduzione dell’erroneita’ dell’impugnata sentenza nella parte in cui aveva ritenuto che le schede redatte dalla (OMISSIS) avevano la natura di testamento essendo indubitabile la manifestazione della volonta’ testamentaria della de cuius) – ha denunciato:

– la nullita’ della sentenza di appello per assunta carenza di uno dei requisiti indispensabili ex articolo 132 c.p.c., per il raggiungimento dello scopo ex articolo 156 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la nullita’ della stessa sentenza per asserita violazione dell’articolo 115 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la violazione e falsa applicazione dell’articolo 624 c.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con il secondo, articolato, motivo la ricorrente principale ha – con riferimento alla parte della sentenza di appello con la quale era stata ravvisata la validita’ della divisione disposta con le schede testamentarie della (OMISSIS), malgrado non avesse in essa compreso il coniuge legittimario (OMISSIS) (per la cui relativa lesione dei diritti la stessa (OMISSIS) aveva esercitato in via pregiudiziale “ab origine” l’azione di riduzione per il riconoscimento della quota spettantele quale erede del padre, deceduto successivamente senza testamento) – prospettato:

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la nullita’ dell’impugnata sentenza per asserita violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’assunta violazione o falsa applicazione degli articoli 734 e 735 c.c., in ordine all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la terza censura – correlata all’addotta erroneita’ della sentenza di secondo grado nella parte in cui si era pronunciata ultra petita e, comunque, in violazione delle norme sui diritti riservati ai legittimari – la difesa della (OMISSIS) ha inteso denunciare:

– la nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la violazione o falsa applicazione degli articoli 542, 554, 556, 558 e 735 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la quarta ed ultima doglianza – rivolta alla denuncia dell’omessa pronuncia sull’appello incidentale formulato dalla stessa – la ricorrente principale ha dedotto la nullita’ della sentenza impugnata per violazione dell’articolo 112c.p.c. (in relazione all’articolo 360c.p.c., comma 1, n. 4) e l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia (ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5).
  2. Con la prima censura del ricorso incidentale la difesa del (OMISSIS) ha – in ordine alla critica della stima dei beni immobili compiuta dal c.t.u. e alla ravvisata necessita’ della sua rielaborazione – prospettato la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., (in relazione all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 3) nonche’ l’omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  3. Con il secondo motivo del ricorso incidentale – riferita alla mancata condivisione dei risultati e del metodo di valutazione dei beni mobili operata dal c.t.u. – sono stati prospettati gli stessi vizi di cui all’appena riportata prima censura.
  4. Con il terzo ed ultimo motivo del ricorso incidentale – riguardante la mancata disposizione del rendiconto a carico della controparte sui beni dalla stessa posseduti sul presupposto della tardivita’ della relativa richiesta – il (OMISSIS) ha inteso far valere la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., oltre che dell’articolo723 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, unitamente al vizio di omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  5. Cominciando, in ordine logico-giuridico, l’esame delle formulate censure con la considerazione del primo motivo del ricorso principale, rileva il collegio che esso deve essere dichiarato in parte inammissibile e in parte infondato.

La doglianza si prospetta, invero, inammissibile nella parte in cui con la stessa risultano denunciati vizi processuali ricondotti all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, perche’, con la relativa deduzione, la ricorrente principale ha inteso solamente far valere la supposta violazione di legge attinente alla qualificazione come testamento delle schede redatte dalla (OMISSIS) avuto riguardo all’interpretazione delle disposizioni in esse contenute e all’emergenza di un’effettiva manifestazione di volonta’ testamentaria, in tal senso prospettando anche il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con riferimento a quest’ultimo pure deve pervenirsi ad una pronuncia di inammissibilita’ perche’ – applicandosi, nel caso di specie, la nuova formulazione della relativa previsione normativa come introdotta dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 1, lettera b), conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, (sul presupposto che la sentenza impugnata e’ stata pubblicata successivamente all’il settembre 2012, in virtu’ di quanto stabilito dal citato Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 3) – la Corte di appello di Firenze ha – in linea con la giurisprudenza di questa Corte (v., per tutte, Cass. Sez. U. n. 8053 e 8054 del 2014 e, da ultimo, Cass. n. 9253/2017) – certamente esaminato la relativa doglianza sul fatto decisivo della controversia riguardante l’asserita invalidita’ del testamento della (OMISSIS), adottando una motivazione sicuramente sufficiente, non omettendola ne’ fornendo una giustificazione argomentativa sul piano logico-giuridico meramente apparente del suo convincimento.

Il prospettato vizio di violazione di legge e’, invece, privo di fondamento.

Infatti, il giudice di appello ha espressamente e logicamente motivato sull’effettivita’ dell’emergenza dal contenuto delle schede testamentarie della univoca volonta’ della testatrice nel rendere le disposizioni ereditarie (riguardanti i beni immobili alla stessa appartenenti) in favore dei due figli, ancorche’ emesse nel convincimento (o, comunque, nell’auspicio) della ritenuta corrispondenza ai loro stessi desideri. Certamente questa finalita’ rafforzativa della volonta’ della de cuius (compendiata nell’espressione dell’incipit “…dedico ai miei due carissimi figli – per testamento il mio avere – come gia’ da loro espresso desiderio nella divisione di: a mia figlia….; a mio figlio…”) non poteva aver determinato il venir meno del presupposto intento pienamente volitivo della testatrice, ne’ puo’ ritenersi che, nel caso di specie, come sostenuto dalla ricorrente principale, si fosse venuta a configurare una ipotesi di “errore sul fatto”, nel senso che la suddetta volonta’ era stata condizionata in modo decisivo dalla rappresentazione di un fatto (da inquadrarsi in senso oggettivo) non vero (cfr. Cass. n. 24637/2010).

Invero, secondo la concorde giurisprudenza di questa Corte (v., anche, Cass. n. 2152/1966 e Cass. 2132/1971), l’errore sul motivo, assunto dall’articolo 624 c.c., comma 2, quale causa di annullamento di disposizioni testamentarie, si identifica in quello che cade sulla realta’ obiettiva e non gia’ sulla valutazione che di essa abbia fatto il testatore, nel suo libero ed insindacabile apprezzamento circa l’importanza e le conseguenze della realta’ stessa, in relazione alle sue personali vedute ed aspirazioni ed ai fini perseguiti nel dettare le sue ultime volonta’ (donde tale soggettiva valutazione della realta’ obiettiva e’ da qualificarsi come giuridicamente irrilevante). Peraltro, l’apprezzamento del giudice del merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, e’ incensurabile in sede di legittimita’, se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto, come verificatosi nella fattispecie.

In altri termini, il giudice di appello ha, nella vicenda che ci occupa, legittimamente ritenuto che il contenuto dei testamenti (con cui aveva disposto del suo complessivo patrimonio immobiliare) corrispondesse alla reale volonta’ della testatrice, senza che essi contenessero alcun errore (escludendosi, percio’, la supposta violazione dell’articolo 624 c.c.), inteso nel senso di distorsione della realta’ oggettiva, esprimendo gli stessi soltanto una convinzione maturata dalla (OMISSIS) e legittimamente dalla stessa posta a base delle proprie disposizioni di ultima volonta’.

  1. La seconda, complessa, censura dedotta con il ricorso principale – nei termini prima richiamati – e’, ad avviso del collegio, da dichiarare inammissibile con riguardo alla dedotta violazione ricondotta all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 5, (per le stesse ragioni esposte con riferimento al primo motivo, avendo la Corte territoriale comunque esaminato l’ulteriore fatto decisivo della causa riferito alla contestata validita’ della divisione operata con testamento dalla (OMISSIS)), infondata in relazione al supposto vizio di omessa pronuncia (palesemente insussistente) mentre e’ da ritenersi fondata in ordine alla denunciata violazione degli articoli734 e 735 c.c..

E’ opportuno premettere che l’attuale ricorrente principale, fin dall’originario atto di citazione, aveva richiesto (ribadendo le domande anche in sede di precisazione delle conclusioni) – subordinatamente alla domanda principale di dichiarazione di invalidita’ e/o di inefficacia dei testamenti olografi della (OMISSIS) (come detto rigettata con la sentenza di primo grado e confermata sul punto dalla sentenza d’appello, il cui motivo, riproposto in questa sede, e’ stato respinto per quanto chiarito in ordine alla prima censura) – che venisse, comunque, accertata e dichiarata la nullita’ dei testamenti stessi ai sensi dell’articolo 735 c.c., comma 1, o, comunque, della sola divisione sempre in virtu’ della stessa norma (v. pagg. 6-8 del ricorso) per pretermissione del coniuge legittimario (ancora vivente al momento dell’apertura della successione, ancorche’ deceduto poco tempo dopo). Da cio’ sarebbe derivata la conseguente dichiarazione che allo stesso legittimario pretermesso (poi deceduto) spettava (ai sensi dell’articolo 542 c.c., comma 2) la quota di riserva di 1/4 dell’eredita’ relitta della (OMISSIS) e che, pertanto, a seguito della sopravvenuta morte (“ab intestato”) del padre (marito della (OMISSIS)), previo accertamento che ella era erede legittima del padre per la quota del 50% ed in accoglimento dell’azione di riduzione cumulativamente proposta (quale, appunto, erede di (OMISSIS)), alla medesima avrebbe dovuto essere riconosciuta una quota pari al 50% dell’intero asse relitto dalla madre (OMISSIS).

Le domande formulate in via subordinata venivano accolte con la sentenza di primo grado del Tribunale di Firenze, il quale riteneva fondata l’azione di riduzione proposta dall’attrice in qualita’ di erede del padre successivamente deceduto (provvedendo alle relative riduzioni) e dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle impugnate schede testamentarie della (OMISSIS), con il conseguente riconoscimento del diritto della (OMISSIS) a succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto di (OMISSIS) di cui alle stesse schede testamentarie, provvedendo, inoltre, sull’approvazione del rendiconto.

La Corte di appello di Firenze (la cui sentenza qui impugnata e per come depositata nell’interesse della ricorrente principale nella forma di cui all’articolo 369 c.p.c., comma 2, pur essendo monca della pag. 9, risulta sufficientemente intelligibile ai fini dell’esame del secondo motivo, anche alla stregua del concorde richiamo del relativo contenuto nei rispettivi ricorsi di entrambe le parti in questa fase di legittimita’), adita dal (OMISSIS), pur dando atto che non era stato proposto gravame dal predetto appellante sul punto della decisione di primo grado con cui erano state accertate la lesione dei diritti del legittimario (OMISSIS) e l’ammissibilita’ dell’azione di riduzione esercitata dalla (OMISSIS) quale erede dello stesso legittimario pretermesso (v. pag. 8 della sentenza di appello, donde la formazione dell’acquiescenza su tale questione e il relativo passaggio in giudicato sull’intervenuto accoglimento della inerente domanda), ha riformato la sentenza di primo grado proprio con riferimento alla dichiarazione di nullita’ della divisione quale conseguenza dell’accoglimento dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto.

Cosi’ statuendo, pero’, la Corte territoriale e’ incorsa nella denunciata violazione dell’articolo 734 e, soprattutto, dell’articolo 735 c.c..

Ad avviso del collegio, infatti, risulta erronea la sentenza impugnata nella parte in cui con essa e’ stata riformata la decisione di primo grado, dovendo, invece, pervenirsi – come domandato nell’originaria citazione dalla (OMISSIS) (che non si era, quindi, limitata solo a proporre, in via pregiudiziale, una domanda di riduzione quale erede del padre successivamente deceduto) – alla dichiarazione di nullita’ della divisione operata direttamente dalla testatrice che aveva disposto dei suoi beni pretermettendo il coniuge legittimario.

Cosi’ provvedendo, il giudice di appello e’ incorso, specificamente, nella violazione del primo comma del citato articolo 735 c.c., determinando il mancato riconoscimento, in favore della ricorrente principale, del diritto a succedere nella meta’ (indistinta) dell’intero asse relitto dalla (OMISSIS), stante l’assenza nel testamento “di criteri per la definizione delle quote da assegnare” a ciascuno dei due eredi parti in causa (con totale pretermissione del coniuge legittimario, non istituito formalmente coerede, che aveva legittimato la stessa (OMISSIS) ad agire per la relativa azione di riduzione essendo a sua volta diventata coerede del padre, nelle more deceduto senza testamento), sul presupposto che l’istituzione di eredi testamentari era stata fatta dalla “de cuius” per cespiti immobiliari nominati (in funzione, per l’appunto, divisoria tra i due germani eredi) e non per quote.

Ha, quindi, errato la Corte fiorentina laddove ha ritenuto che la nullita’ della divisione contemplata dall’articolo 735 c.c., comma 1, operi solo nell’ipotesi in cui il testatore abbia espressamente previsto che il legittimario debba essere soddisfatto con beni non compresi nel relictum, ritenendo, invece, esclusa l’operativita’ di siffatta nullita’ nel caso di pretermissione del legittimario dal testamento e dalla divisione, sul presupposto che, in tal caso, la divisione sarebbe idonea a conservare i suoi effetti previa riduzione delle assegnazioni e, quindi, facendo in modo che l’erede pretermesso possa essere soddisfatto con beni provenienti dal relictum, da prelevarsi proporzionalmente da quelli attribuiti agli eredi testamentari.

Cosi’ statuendo, infatti, il giudice di appello ha illegittimamente assoggettato alla stessa disciplina il caso della pretermissione dell’erede legittimario e quello della lesione della quota di legittima che, invece, il legislatore ha voluto mantenere distinti, prevedendo una differenziata disciplina contenuta, rispettivamente, nel primo e nel piu’ volte menzionato articolo 735 c.c., comma 2.

Infatti, in virtu’ del disposto di cui al primo comma di detta norma, in caso di divisione testamentaria con pretermissione del legittimario, la divisione proprio perche’ ne e’ impedita la realizzazione della causa per effetto dell’anomalia funzionale dipendente dalla mancata previsione della partecipazione ad essa di un avente diritto – e’ da ritenersi nulla (v. Cass. n. 2367/1970; Cass. n. 2870/1972 e, in motivazione, anche se solo per obiter, Cass. Sez. U. n. 20644/2004), ragion per cui deve escludersi, in tale ipotesi, la configurabilita’ dell’efficacia reale della c.d. divisici inter liberos (ritenuta, invece, operante dalla Corte di appello toscana), derivando dalla nullita’ della divisione testamentaria il ripristino della comunione ereditaria.

Essendo stata, quindi, nella concreta fattispecie, proficuamente reclamata, in via preliminare, la quota ereditaria riservata al legittimario per mezzo dell’accolta azione di riduzione esperita dalla ricorrente principale quale legittima erede del padre pretermesso (v., per idonei riferimenti, anche Cass. n. 3599/1992 e Cass. n. 3694/2003), il giudice di appello avrebbe dovuto ritenere fondata (come, del resto, aveva rilevato correttamente il giudice di prime cure) la correlata domanda di nullita’ del riparto divisorio cosi’ come operato di sua iniziativa dalla testatrice con attribuzione diretta di distinti cespiti dell’intero patrimonio ereditario immobiliare, concretamente individuati, in favore dei due figli a causa della “preterizione divisoria del legittimario”.

In definitiva, in accoglimento per quanto di ragione (ovvero relativamente alla denuncia violazione di legge sostanziale) del secondo motivo dedotto con il ricorso principale, la sentenza della Corte di appello di Firenze deve essere cassata “in parte qua”, enunciandosi – ai sensi dell’articolo 384 c.p.c., comma 2, il principio di diritto secondo cui “deve essere accolta la domanda di nullita’, proposta dal legittimario pretermesso nel testamento (o, in sostituzione del medesimo, da un suo erede, come verificatosi nel caso di specie), della divisione del patrimonio ereditario disposta direttamente dal testatore qualora Io stesso legittimario (o un suo erede agente “iure successionis”), da considerarsi preterito per non essere stato compreso nella divisione, abbia positivamente esperito in via preventiva l’azione di riduzione”.

Alla ritenuta fondatezza di detta censura nei richiamati termini consegue, per derivazione logico-giuridica, la dichiarazione di assorbimento dei residui motivi proposti con il ricorso principale e di tutti quelli avanzati con il ricorso incidentale.

Il giudice di rinvio (che si designa in altra Sezione della Corte di appello di Firenze), oltre a conformarsi al su riportato principio di diritto, provvedera’ anche a regolare le spese della presente fase di giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso principale; accoglie, per quanto di ragione, il secondo motivo dello stesso ricorso principale e dichiarata assorbiti gli altri motivi del ricorso principale e tutti i motivi del ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per la regolazione delle spese della presente fase di legittimita’, ad altra Sezione della Corte di appello di Firenze.

Successione mortis causa – Testamento olografo – Scioglimento della comunione rìereditaria – Collazione – Capacità di intendere e volere del testatore – Onere della prova – Elementi probatori – Ctu – Valutazione del giudice di merito – Criteri

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere

Dott. PENTA Andrea – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28093-2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliate in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1069/2013 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 07/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 21/06/2017 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI.

FATTI DI CAUSA

(OMISSIS), proponeva appello avverso la sentenza non definitiva n. 88 del 2007 con la quale il Tribunale di Padova, nel giudizio di primo grado proposto dalle sigg.re (OMISSIS) ( (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS)) nei confronti della (OMISSIS), rigettava l’impugnazione del testamento olografo redatto da Sergio (OMISSIS), proposta da (OMISSIS), dichiarava che il de cuius aveva donato, in vita, a (OMISSIS) la complessiva somma di Euro 188.353,31 e, conseguentemente, dichiarava la stessa obbligata a collazionare in sede di divisione ereditaria il suddetto importo, rigettava la domanda delle attrici avente ad oggetto il credito di Lire 145.000.000 nei confronti del padre.

Si costituivano le appellate chiedevano il rigetto del gravame e proponevano appello incidentale per il riconoscimento del credito a loro favore e di cui si e’ gia’ detto.

La Corte di Appello di Venezia, con sentenza n. 1069 del 2013, notificata in data 8 ottobre 2013, rigettava l’appello principale e accoglieva parzialmente l’appello incidentale, assegnava alle sigg.re (OMISSIS) la somma di Lire 145.000.000 con relativi interessi, condannava l’appellante alle spese del giudizio di secondo grado. Secondo la Corte lagunare, l’appello principale andava rigettato perche’ l’appellante, su cui ricadeva il relativo onere, non aveva provato che il de cuius era incapace di intendere e di volere al momento della redazione del testamento. A sua volta, andava accolto l’appello incidentale delle sorelle (OMISSIS), posto che in caso di conto cointestato le somme dovevano essere ritenute sia della moglie che del marito ed, in difetto di prova specifica sulla loro provenienza, spettavano a ciascuno nella misura del 50%.

La cassazione di questa sentenza e’ stata chiesta da (OMISSIS) con ricorso affidato a tre motivi. Le sigg.re (OMISSIS) hanno resistito con controricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= Con il primo motivo di ricorso, la sig.ra (OMISSIS) lamenta l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 5. La ricorrente si duole del fatto che la Corte distrettuale non abbia ammesso CTU per effettuare “ora per allora”, sulla scorta della documentazione acquisita e agli atti del processo, l’accertamento sulla capacita’, o meno transeunte del (OMISSIS) al momento in cui dava corso, su pressione delle figlie, al secondo testamento.

1.1.= Il motivo e’ infondatote essenzialmente perche’ la sentenza ha ampiamente chiarito le ragioni, che vanno condivise perche’ coerenti ai dati acquisiti al processo, per le quali ha escluso che il de cuius fosse incapace di intendere e di volere, nel momento cui confezionava il testamento di cui si dice e, ad un tempo, ha anche chiarito le ragioni per le quali escludeva l’ammissibilita’ della CTU “(…) non appare utilmente esperibile una CTU medica postuma per accertarne le condizioni di salute (sul punto sarebbe per altro esplorativa) e la conseguente pretesa incapacita’ a testare”.

La ricorrente, comunque, limitandosi a denunciare la mancata ammissione di una CTU non ha, neppure, spiegato in che modo i dati valutati dalla Corte distrettuale sarebbero stati, con certezza, travolti e/o privati di significato dalla chiesta e non ammessa CTU e/o perche’ quei dati valutati, dalla Corte distrettuale, sarebbero insufficienti a dar prova dell’accertata capacita’ a testatore del (OMISSIS). Senza dire che la consulenza tecnica d’ufficio e’ mezzo istruttorio (e non una prova vera e propria), sottratta alla disponibilita’ delle parti ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel suo potere discrezionale la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario e la motivazione dell’eventuale diniego, puo’ anche essere implicitamente desumibile dal contesto generale delle argomentazioni svolte e dalla valutazione del quadro probatorio unitariamente considerato effettuata dal suddetto giudice (cfr. Cass. n. 9461 del 21/04/2010).

Piuttosto, la Corte distrettuale ha, correttamente, tenuto conto che la documentazione in atti ed, in particolare, la visita effettuata dal prof. (OMISSIS), dava ampia prova della capacita’ a testare del Candbtto. Infatti, come afferma la sentenza impugnata “(….) il giorno del testamento il de cuius e’ stato valutato capace di testare dal professore ordinario di psichiatria (OMISSIS) (…)” E, la sentenza impugnata, aggiunge che la valutazione del prof. (OMISSIS) non meritava di essere smentita “(…) perche’ non era stato, neppure, dedotto in causa che il de cuius fosse affetto da particolari patologie idonee a compromettere, in via permanente, la capacita’ a testare ed in difetto di ulteriore documentazione sanitaria (…).

2.= Con il secondo motivo, la ricorrente denuncia la nullita’ della sentenza ex articolo 360 c.p.c., n. 4 in combinato con l’articolo 132 cod. proc., civ., (motivazione quale elemento essenziale della pronuncia) e l’articolo 624 cod. civ.. La ricorrente si duole che la Corte distrettuale non abbia dato valore alla lettera del 28 giugno 1998 con la quale il de cuius aveva dichiarato “(…) con questa mia annullo ogni cosa scritta contro mia moglie perche’ ho agito sotto la pressione dei miei familiari e sotto l’influsso delle calunnie di (OMISSIS). Dichiaro che ogni cosa intestata a mia moglie e’ di sua legittima proprieta’, compreso il denaro che lei mi ha sempre affidato in buona fede (…)”. Piuttosto: a) la prima locuzione, secondo la ricorrente, certificherebbe quanto accaduto in sede di redazione del testamento impugnato e, cioe’, che il de cuius era stato costretto in forza di pressioni e calunnie e cio’ integrerebbe la prospettiva di cui all’articolo 624 cod. civ.. E, sul punto, la Corte distrettuale non avrebbe motivato o avrebbe dato una motivazione semplicemente apparente. b) la stessa missiva avrebbe un valore confessorio in ordine alla riferibilita’ delle somme gia’ contenute nei conti correnti cointestati al (OMISSIS).

2.1. = Il motivo e’ infondato, essenzialmente, perche’ si risolve nella richiesta di una nuova e diversa valutazione delle emergenze istruttorie non proponibile nel giudizio di cassazione se, come nel caso in esame, la valutazione compiuta dalla Corte distrettuale non presenta vizi logici e/o giuridici.

  1. a) Come ha avuto modo di evidenziare la Corte distrettuale “(…) quanto al fatto del testamento impugnato sarebbe viziato ex articolo624 cod. civ.perche’ redatto sotto pressione da parte dei familiari, come sostenuto da parte dell’appellante in base alla lettera sub doc. 11, questa Corte esclude la fondatezza della doglianza perche’ la citata lettera non fa espresso rinvio al testamento in questione e, di conseguenza, ben avrebbe potuto riferirsi ad altre condotte, nella lettera si legge che il (OMISSIS) annullava ogni cosa scritta contro sua moglie perche’ avrebbe agito sotto pressione dei suoi familiari, ma il testamento in questione non e’ stato scritto contro la moglie perche’ la riconosce, comunque, coerede insieme alle figlie, per altro, al momento della redazione del testamento, documento 11 in esame, il testatore poteva revocare espressamente il testamento e sostituirlo con un altro, se avesse voluto farlo, ma non lo ha fatto (…)” Ora, e’ di tutta evidenza che la Corte ha valutato e vagliato le risultanze istruttorie ed e’ pervenuta, secondo ragionevoli considerazioni, non sindacabili in cassazione ad escludere che la lettera di cui si dice identificherebbe un’ipotesi riconducibile alla normativa di cui all’articolo 624 cod. civ..

Senza dire che, come e’ stato gia’ affermato da questa Corte in altra occasione (Cass. n. 14011 del 2008) in tema di impugnazione di una disposizione testamentaria che si assuma affetta di dolo, per potere configurarne la sussistenza non e’ sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti, i quali – avuto riguardo all’eta’, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volonta’, in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano, di identificare e ricostruire l’attivita’ captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volonta’ del testatore.

  1. b) Come ha avuto modo di chiarire la Corte distrettuale agli atti non vi era prova per escludere “(…) la presunzione che in caso di conto cointestato le somme dovevano essere ritenute sia della moglie che del marito e, in difetto di prove specifiche sulla loro provenienza spettano a ciascuno nella misura del 50% (…)”. Ora, tale affermazione non sembra sia scalfita dalle osservazioni della ricorrente secondo cui la dichiarazione del de cuius del 29 giugno 1998 dimostrerebbe che il denaro nei conti correnti cointestati era della sig.ra (OMISSIS) e che la cointestazione al sig. (OMISSIS) era avvenuta per lo svolgimento degli affari che lo stesso poneva in essere come procuratore della moglie, perche’ manca un diretto rapporto tra la dichiarazione del (OMISSIS) e l’appartenenza alla (OMISSIS) del denaro versato nel conto corrente cointestato. Infatti, come afferma la stessa Corte distrettuale “(…) parte appellante non indicava neppure i proventi delle vendite immobiliari, ne’ in base a quali fruttuosi investimenti il suo patrimonio sarebbe aumentato fino al valore totale degli importi transitati nei conti cointestati, in sostanza per provare l’esclusiva titolarita’ delle somme dei conti cointestati adduce circostanze assolutamente generiche e prive di riscontro, inidonee a vincere la presunzione di contitolarita’ delle somme esistenti nei conti cointestati (….)”.

3) Con il terzo motivo del ricorso, la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione di norme, in particolare gli articoli 752 e 754 cod. civ. in combinato con i principi della compensazione fra debiti e crediti in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 3. Secondo la ricorrente, posto che il padre era debitore verso le sig.re (OMISSIS) e che tale debito era sussistente al momento dell’apertura della successione e che essendo le sig.re (OMISSIS) coeredi si trovavano nella situazione di creditrice per l’intero, ma, anche, di debitrici in proporzioni delle proprie quote. Pertanto, secondo la ricorrente, sarebbe illegittima l’assegnazione dell’intero credito alle controparti e, comunque, avrebbe dovuto considerare estinto il debito in parte qua, per compensazione.

3.1.= Il motivo e’ infondato.

Invero, gli articoli 752 e 754 c.c. regolano, rispettivamente, la ripartizione dei debiti ereditari tra gli eredi ed il pagamento di tali debiti da parte dei coeredi, con il conseguente diritto di rivalsa del coerede, che ha pagato i creditori, oltre la parte a lui spettante nei confronti degli altri coeredi; tali norme, quindi, disciplinano i rapporti tra coeredi da un lato e creditori del “de cuius” dall’altro, tra i quali ultimi, quindi, non puo’ essere compreso il coerede che vanta un credito nei confronti del “de cuius”. Nondimeno, deve ritenersi che non sussiste alcuna preclusione a far valere detto credito, invece, che in un giudizio autonomo rispetto a quello di scioglimento della comunione ereditaria, nello stesso giudizio divisorio, sussistendo, anzi, ragioni di economia processuale a fondamento di tale assunto; infatti, considerato che nell’ambito del giudizio di divisione si realizza la finalita’ di definire tutti i rapporti di dare ed avere tra i coeredi, sia pure in dipendenza dei rapporti di comunione, deve ritenersi ammissibile definire in tale sede un rapporto obbligatorio che, pur avendo una natura diversa (come appunto il credito del coerede nei confronti della massa ereditaria), trova, comunque, la sua collocazione e la sua tutela nell’ambito della vicenda successoria che ha dato luogo alla comunione ereditaria.

In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex articolo 91 cod. proc. civ. condannata al pagamento delle spese del presente giudizio che vengono liquidate con il dispositivo. Il Collegio da atto che, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 sussistono i presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condanna la ricorrente a rimborsare, a parte controricorrente, le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 7.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% del compenso ed accessori, come per legge, da’ atto che sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

Corte d’Appello|Taranto|Civile|Sentenza|14 febbraio 2014| n. 134

Impugnazione del testamento – Richiesta di annullamento del testamento – Art. 624 c.c. – Risultanze processuali tali da non considerare raggiunta la prova di fatti certi e significativi – Fatti idonei ad integrare raggiri od altre manifestazioni fraudolente – Atti capaci di trarre in inganno il de cuius ed a condizionarne la volontà – Orientamento della volontà verso il compimento di atti cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata – Rigetto della richiesta – Ipotesi ricorrente nella fattispecie – Insufficienza di qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, lusinghe e promesse – Necessità della prova del concorso di mezzi fraudolenti – Mezzi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso – Relativa prova pure presuntiva – Prova fondata su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire l’attività captatoria – Prova della conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI APPELLO DI LECCE

– SEZIONE DISTACCATA DI TARANTO –

SEZIONE CIVILE

composta dai Signori:

1) Dott. Riccardo ALESSANDRINO – Presidente –

2) Dott. Franco MOREA – Consigliere –

3) Dott. Loredana COLELLA – Consigliere REL. –

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 288 del Ruolo Generale delle cause dell’anno 2010, trattata e passata in decisione all’udienza di trattazione del 20/9/2013

TRA

MI.Mi., MI.Lu. e MI.An., rappresentati e difesi dall’avv. Fr.Bl., tutti residenti in S. Vito (Taranto) ed ivi stesso elettivamente domiciliati presso il suo studio legale alla Via(…) in virtù di mandato a margine dell’atto di appello

– APPELLANTI –

E

CA.Fr. e CA.Um.Ma., residenti in Taranto ed ivi elettivamente domiciliati alla via (…), presso e nello studio dell’Avv. Sa.La. dal quale sono rappresentati e difesi giusta procura a margine della comparsa di costituzione e risposta

– APPELLATI –

I procuratori delle parti precisano le conclusioni come da verbale dell’udienza di precisazione delle conclusioni del 20/9/2013.

Fatto e diritto

Con sentenza n. 924/2010 del 13.5.2010 il Tribunale di Taranto rigettava le domande proposte da Mi.Mi., Mi.Lu. e Mi.An. nei confronti di Ca.Fr. e Ca.Um.Ma., dirette ad ottenere: l’annullamento ex art. 591 c.c. o in subordine dell’art. 624 c.c., della scheda testamentaria del defunto zio Ca.Um., redatta dal notaio La. il 2.9.97; l’annullamento ex art. 775 c.c. dell’atto di donazione immobiliare tra il de cuius ed il nipote Ca.Fr., redatto dal medesimo notaio il 24.12.97: la dichiarazione di nullità per vizio di forma o per errore e/o dolo tutti gli atti inter vivos intercorsi il 24.12.97 tra il de cuius ed i convenuti; dichiarare nulli detti negozi inter vivos e le disposizioni testamentarie per violazione del divieto di patti commissori; dichiarare che per effetto della valida scheda testamentaria redatta il 30.12.1988 il locale sito in Taranto alla Via (…) si appartiene agli attori; ordinare ai convenuti il rendiconto dei titoli e del denaro giacente in banca o presso l’ufficio postale e provvedere alla sua divisione secondo le disposizioni contenute nel testamento pubblico del 30.12.1988.

Per la parziale riforma di detta sentenza hanno proposto tempestivo appello Mi.Mi., Mi.Lu. e Mi.An. ed hanno chiesto: annullarsi ex art. 591 e 624 c.c. sia la scheda testamentaria di Ca.Um. redatta dal notaio La. il 2.9.97 che ex art. 775 c.c. l’atto di donazione redatto dal notaio La. il 24.12.97 ed avente ad oggetto il locale commerciale sito in Taranto alla Via (…); annullare comunque per dolo tutti gli atti inter vivos conclusi a mezzo del notaio La. il 24.12.97 tra il de cuius Ca.Um. ed i convenuti (rep. 54850, 54851 e 54862); per l’effetto dichiarare che in virtù della scheda testamentaria redatta il 30.12.1988 per notar La. l’immobile sito in Taranto alla Via (…) si appartiene agli appellanti Mi.Mi., Lu. ed An.; vittoria di spese del doppio grado di giudizio o in subordine disporsi la compensazione parziale delle spese e competenze del giudizio di primo grado e ordinarsi la restituzione, in favore degli appellanti, della maggior somma versata in esecuzione della sentenza impugnata; in via istruttoria il rinnovo delle indagini peritali da affidarsi ad uno specialista neurologo e, in subordine, l’audizione del CTU a chiarimenti sullo stadio evolutivo della demenza senile al momento del compimento degli atti impugnati, con riferimento alle obiettività cliniche emerse dalle osservazioni dei medici curanti e degli altri testi di parte attrice sentiti in prime cure.

Si sono costituiti Ca.Fr. e Ca.Um.Ma., chiedendo il rigetto dell’appello con vittoria di spese del secondo grado di giudizio, da distrarsi in favore del difensore antistatario ed opponendosi alla richiesta istruttoria.

All’udienza del 20.9.2013 i procuratori delle parti hanno precisato le conclusioni, come rassegnate a verbale, e la causa è stata ritenuta in decisione con assegnazione dei termini ex art. 190 c.p.c.

Con i motivi di appello si muove censura alle statuizioni della sentenza impugnata: per essersi il tribunale adeguato alle conclusioni del CTU affermando in maniera erronea che la demenza senile di cui soffriva il sig. Ca. fosse allo stato iniziale, non risultando tale affermazione neppure in maniera assoluta dalla CTU e non corretta sotto il profilo tecnico; per difetto di motivazione e contraddittorietà sotto il profilo logico, avendo il tribunale omesso di valutare tutti i dati obiettivi sulle condizioni patologiche del sig. Ca. emerse dagli atti di causa, avendo il neurologo ed il medico curante descritto la sintomatologia; erroneo rigetto della domanda di annullamento degli atti impugnati sotto il profilo della captazione e/o del dolo, non avendo il tribunale dato alcun peso al raggiro cui fu sottoposto il Ca. nel momento in cui gli fu fatto credere di aver venduto al nipote per il prezzo di Lire 202.125.000 l’immobile di cui all’atto del 24.12.97 (rep. 54851), non essendovi traccia del passaggio del denaro ed essendo l’acquirente disoccupato, nonché per il contrasto tra l’atto a titolo oneroso a favore del nipote e la contestuale liberalità e le disposizioni testamentarie di cui hanno beneficiato i convenuti sugli stessi beni, dovendosi la captazione ricavare da presunzioni; che avendo il tribunale accolto l’eccezione di nullità della difesa degli attori per difetto dello ius postulandi del difensore, controparte doveva ritenersi parzialmente soccombente e pertanto le spese processuali andavano compensate ex art. 92 c.p.c. o comunque andavano liquidate in misura proporzionale all’attività difensiva legalmente effettuata.

Le censure inerenti il rigetto delle domande di annullamento della scheda testamentaria del 2.9.97, dell’atto di donazione e degli atti inter vivos del 24.12.97 sono infondate.

Dichiarata, per difetto dello ius postulandi in capo al difensore, la nullità del mandato originario e della successiva attività, anche probatoria, svolta nell’interesse dei convenuti, il tribunale ha ritenuto che l’assunto secondo cui il sig. Ca., affetto da tempo da una grave forma di demenza senile e poi deceduto il 29.8.99, all’epoca del suo secondo testamento pubblico, redatto il 2.9.97, non fosse capace di intendere e di volere, non fosse assistito dal necessario conforto probatorio, all’uopo rifacendosi al consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui l’incapacità naturale del testatore, determinante l’invalidità del testamento ex art. 591 c.c., non si identifica in una semplice anomalia o alterazione del normale processo di formazione e di estrinsecazione della volontà, ma richiede che a cagione dell’infermità (transitoria o permanente) o di altra causa perturbatrice, il soggetto al momento della redazione dell’atto di ultima volontà fosse assolutamente privo della coscienza del significato dei propri atti e della capacità di autodeterminarsi, così da versare in condizioni analoghe a quelle che, con il concorso dell’abitualità, legittimano la pronuncia di interdizione (Cass., 9274/2008; 8079/2005; 1444/2003; 15480/2001; 10571/98; 5620/95; 4499/86), ritenendo logico corollario di tanto che la parte interessata sia tenuta a provare in modo serio e rigoroso che il testamento fu redatto in un momento in cui lo stato psichico del disponente fosse tale da sopprimere l’attitudine a determinarsi coscientemente e liberamente. Al riguardo il tribunale ha ritenuto che non fossero emersi elementi probatori inequivoci dell’insanità mentale del de cuius al momento della stesura della scheda testamentaria e dell’atto donativo, atteso che: le deposizioni dei testi di parte attrice costituiscono indici rivelatori dell’insorgenza della psicopatologia negli ultimi anni di vita dell’anziano, ma non autorizzano a ritenere che il Ca. al momento dei negozi fosse assolutamente privo della coscienza del proprio agire poiché, considerate le caratteristiche cliniche della malattia, quali evidenziate dal CTU dott. Bo., le situazioni ed anomalie comportamentali descritte dai testi (confusione, amnesie e disorientamenti), peraltro infarcite di valutazioni ed impressioni personali, aprono il quadro alla sindrome demenziale ma non sono elementi sufficienti per ritenere che nell’anno 1997 il Ca., sebbene anziano ed in precarie condizioni di salute, fosse incapace di intendere e di volere.

Il Tribunale ha altresì rilevato la lacunosità del complessivo quadro probatorio, essendo la denunciata infermità mentale del testatore priva del necessario supporto tecnico-documentale (attestante la sua eziopatogenesi e le sue caratteristiche involutive) utile a fornire elementi obiettivi, certi, sulla storia clinica del soggetto, necessari per il formarsi del serio convincimento sulla sua condizione deficitaria all’epoca degli atti dispositivi, non trovando il quadro degenerativo diagnosticato dal dott. Na. e dal dott. Ro., suoi medici curanti, alcun riscontro testuale, mancando la documentazione medica atta a verificare le patologie sofferte dal paziente, la loro incidenza sulla sfera neuropsichica e quindi il manifestarsi della malattia e la sua concreta evoluzione ingravescente ed ha considerato: che le valutazioni e le conclusioni del dott. Ro., specialista neurologo, sono frutto di osservazioni del paziente compiute a distanza di un anno dal testamento e dalla donazione, avendo questi affermato di aver visitato il Ca. solo due volte (ottobre e dicembre 1998), riscontrando anomalie proprie della sindrome demenziale in stato avanzato ma non avendo nel contempo potuto attestare, per il periodo pregresso, quali fossero le condizioni del paziente, astenendosi dal formulare giudizi in merito; che la capacità di testare per converso risulta avvalorata sia dalla valutazione professionale operata dal notaio rogante (che nel ricevere le dichiarazioni di ultima volontà del testatore e ridurle per iscritto ha potuto vagliarne la lucidità e la capacità di autodeterminazione), sia dal contenuto stesso della scheda testamentaria, le cui disposizioni non appaiono incoerenti o irragionevoli, considerato che il Ca., previa revoca espressa del precedente testamento, ha inteso disporre ex novo di quasi tutto il suo patrimonio, ripartendolo, sia pure in diversa misura, tra i nipoti Mi.- Ca.

Le valutazioni compiute dal tribunale meritano piena condivisione, non risultando acquisita sufficiente prova che al momento della redazione dell’atto il sig. Ca. non fosse in grado di intendere il valore etico e giuridico dell’atto e di prevederne le conseguenze morali, giuridiche ed economiche, né potendo escludersi che avesse la piena capacità di autodeterminarsi, ovverosia che la sua volontà potesse liberamente esprimersi senza sottostare a coartazioni, raggiri, minacce e suggestioni, e ciò sulla scorta delle complessive risultanze processuali e dei principi che regolano la materia.

Al riguardo il CTU dott. Ma.Bo., al fine della valutazione richiestagli sulle capacità intellettive e volitive del Ca. al momento degli atti di disposizione, ha rilevato che la documentazione su cui basarsi per compiere detta valutazione non appare determinante: rispecchiando le considerazioni medico-legali in esse contenute solo un’opinione ed non un dato di fatto obiettivo, essendo la prima certificazione in atti del dott. Ro. risalente al 1.3.99. e cioè a circa 15-18 mesi dai fatti per cui si procede, fotografando detto certificato la situazione del momento e non contenendo elementi storici probativi; che nella relazione del dott. Ro. del 9.12.99, successiva al decesso del sig. Ca. (avvenuto il 29.8.99), si traccia una breve storia clinica del paziente a partire dal 9.10.98, e cioè un anno dopo la redazione del testamento; che l’ultimo documento di natura sanitaria presente è la relazione di parte del dott. Na., medico curante del Ca., nella quale, lungi dal produrre dati testimoniali certi circa lo stato di salute del Ca. al momento degli atti impugnati, esprime un giudizio basato su dati statistici circa l’insorgenza del disordine mentale nei casi di demenza.

Quanto alle caratteristiche della demenza (sindrome caratterizzata dal deterioramento di abilità intellettuali precedentemente acquisite, che interferisce con il comportamento sociale e/o professionale e che con il progredire del deficit comporta ripercussioni sulla globalità delle funzioni psichiche o neurologiche), ha precisato il CTU che il quadro clinico può essere abbastanza vario e viene distinto in tre stadi progressivi (iniziale, intermedio ed avanzato), della durata media di 2-3 anni ciascuno, avendo la malattia un decorso che comincia con semplici disturbi di memoria, minime modificazioni della personalità (come sviluppo di apatia, perdita di spontaneità e silenzioso ritiro dalle relazioni sociali), aggravandosi con il tempo il quadro patologico, passando allo stadio confusionale ed alla demenza vera e propria, sebbene il grado di deterioramento sia ampiamente variabile, con possibili fasi di plateau in cui la malattia sembra arrestarsi, ritenendo detto CTU, sulla scorta di quanto esaminato, che all’epoca dei fatti il sig. Ca. si trovasse in precarie condizioni di salute, ma non essendovi sufficienti elementi per definirlo incapace di intendere di volere, atteso che tale affermazione contenuta nelle certificazioni esibite, sebbene verosimile considerata l’età del soggetto e la patologia sofferta, non può essere considerata vera oltre ogni ragionevole dubbio, perché basata su dati statistici e non corroborata da riscontri obiettivi, non essendovi quindi elementi sufficienti a stabilire che il Ca., all’epoca dei fatti, fosse incapace di intendere di volere. In sede di chiarimenti il CTU ha confermato le proprie valutazioni e, pur ribadendo la compatibilità di quanto riferito dai testimoni con la patologia sofferta dal Ca. (demenza senile), ha evidenziato tuttavia che nelle prime fasi della demenza, prima di arrivare al completo decadimento mentale, vi è un periodo più meno lungo durante il quale le facoltà mentali non sono completamente annullate né lo sono in maniera continuativa, potendo episodi di confusione, amnesie e disorientamenti aprire il quadro della sindrome demenziale ma essere intervallati da periodi di integrità mentale durante i quali il soggetto può essere in grado di autodeterminarsi”.

La rinnovazione della CTU non si ritiene possa portare a diversi risultati, essendo (necessariamente) basata sulle risultanze documentali nonché sulle valutazioni di natura tecnica svolte dai medici curanti, che hanno redatto i pareri medico-legali su richiesta di parte attrice e sono stati sentiti anche come testimoni, spettando invero al giudice la valutazione delle risultanze testimoniali, ed avendo il CTU già esaustivamente fornito i chiarimenti richiestigli in primo grado.

Al riguardo deve poi rilevarsi come non possa trovare ingresso il “parere pro – veritate” a firma del prof. Gi.Me., allegato da parte appellante alla comparsa conclusionale del 12.11.2013, sia pure fatto proprio e sottoscritto dal difensore “quale memoria tecnica”, atteso che la finalità è quella di formulare osservazioni critiche alla CTU, attività ormai preclusa in quanto sottratta al contraddittorio ed al dibattito processuale (Cass., n. 11999/98; n. n. 9517/2002; n. 7335/2013).

Ed invero il riesame delle risultanze processuali compiuto dalla Corte consente di rilevare che le deposizioni dei testi di parte attrice non sono tranquillizzanti circa l’esistenza, in capo al sig. Ca.Um., nel periodo in cui sono stati conclusi gli atti impugnati, di una situazione di totale incapacità di intendere e di volere a causa della patologia di demenza senile da cui era affetto, non potendosi con assoluta certezza risalire all’effettivo grado di evoluzione della malattia in tale momento e conseguentemente ad uno stato talmente grave da dar ritenere insussistente la possibilità di lucidi intervalli.

Basti considerare, al riguardo, che il neurologo dott. Ro. ebbe ad effettuare solo due visite, di cui la prima solo nell’ottobre del 1998 e la seconda due mesi dopo, sicché, mancando documentazione attestante una patologia neurologica risalente ad epoca precedente, deve ragionevolmente ritenersi che fino a quel momento non vi fossero manifestazioni di tale gravità da richiedere l’intervento di uno specialista, avendo peraltro detto dott. Ro., in sede di deposizione testimoniale, dichiarato di non essere in grado di riferire “se precedentemente al 9.10.98 la situazione clinica del Ca. fosse migliore o peggiore”, riferendo altresì che ritenne di diagnosticare una demenza senile, facendo i fattori di rischio pensare ad una origine vascolare, ma che, “considerando retrospettivamente il caso”, non avendo il signor Ca. risposto alla terapia prescrittagli, ipotizzò “trattarsi di una forma degenerativa”, mentre il medico curante dott. Na., che lo ha tenuto in cura per quarant’anni, alla comparsa dei sintomi si era limitato a prescrivergli terapia per ridurre il tasso glicemico e l’ipertensione e per migliorare il circolo cerebrale, avendo lo stesso riferito che il sig. Ca. era seguito dal Centro Diabetico presso l’Ospedale di Taranto e/o la S. Rita, ove veniva seguito da specialisti, e solo negli ultimi due anni era stato seguito da un neurologo, “quando la malattia aveva avuto una involuzione tale da richiedere una cura specialistica”).

La certificazione del dott. Ro. del 1.3.99 attesta lo stato del paziente a quella data e diagnostica una “demenza tipo SDAT”, mentre nella relazione del 9.12.99, nella quale si ricostruisce la condizione del sig. Ca. dalla prima visita del 9.10.98 e l’evoluzione peggiorativa a distanza di due mesi riscontrata da detto specialista, lo stesso conferma la diagnosi di sindrome demenziale, il cui decorso lo faceva “pensare ad una demenza di tipo Alzhaimer, per la quale è descritto un decorso di circa 5-7 anni per giungere ad una perdita completa del contatto con la realtà”, giungendo così il dott. Ro. ad “ipotizzare che il sig. Ca. si trovasse in uno stadio di malattia piuttosto avanzato al momento della visita e che la sua storia clinica avesse avuto inizio da qualche anno”, mentre nella relazione del 13.12.99, successiva al decesso, il dott. Na. attesta un progressivo decadimento delle più importanti funzioni organiche del sig. Ca., con pregiudizio della funzione uditiva, visiva e, negli ultimi anni, di quella cognitiva, esprimendo la valutazione che “una ragionevole interpretazione dei tempi di evoluzione dell’involuzione mentale del C. fa decorrere a circa tre anni or sono la incapacità di provvedere scientemente ai propri interessi”, che l’affezione dominante (tra le patologie da cui era affetto il Ca.) fosse quella relativa alla sfera neuropsichica sicché, “fatta salva l’evoluzione di tipo evolutivo-involutivo di detta infermità” esprimeva il parere “che il Ca. non fosse nel pieno delle proprie facoltà cognitive a far data da circa tre anno or sono”.

Risulta con tutta evidenza che tali valutazioni, come rilevato dal tribunale, restano sganciate da precisi dati che facciano da supporto tecnico-documentale ed attestanti la eziopatogenesi e le caratteristiche involutive della malattia, utili a fornire elementi obiettivi, certi, sulla storia clinica del soggetto.

Neppure le dichiarazioni delle testi escusse su richiesta di parte attrice possono considerarsi dotate di elevato grado di valenza probante al fine di risalire alle reali condizioni del sig. Ca. nel periodo in oggetto.

De.Fe.Co. ha affermato che il sig. Ca. non era in grado di ricordare fatti e persone della sua vita quotidiana, che non la riconosceva, che a volte questi chiamava le sorelle Mi. Con un nome diverso, e cioè con quello delle proprie sorelle, che dette sorelle Mi. ed i nipoti lo aiutavano a lavarsi e a vestirsi e che dopo aver fatto colazione rimaneva seduto in maniera apatica non rispondendo ad alcuna domanda o sollecitazione, confabulando molte volte frasi senza senso, avendo la stessa nel contempo affermato di frequentare la casa per svolgere lavori domestici per tre volte a settimana e che al suo arrivo il signor Ca. stava facendo colazione, venendo prelevato dopo circa mezz’ora, alle ore 8,15 dal nipote che lo conduceva al negozio.

De.Fe.Gi. ha riferito che in occasione delle sue visite il Ca. era seduto con sguardo assente, non vedeva la TV e non partecipava ad alcuna conversazione, non rispondeva alle sue domande, avendo tuttavia affermato di aver frequentato la casa dei signori Mi. con frequenza settimanale e nelle festività, prevalentemente nelle ore del primo pomeriggio, “verso le ore 15,00, orario in cui il Ca. era sempre a letto a dormire” e qualche volta alle ore 20,00.

La teste Ch.An., cugina delle parti e frequentatrice della casa Mi., ha riferito che nel periodo in oggetto lo zio non la riconosceva, confondendola con altre persone, non partecipava ad alcun tipo di conversazione e non era interessato a nulla, era taciturno, confondeva il giorno con la notte essendosi lei interessata per trovargli un assistente notturno, venendo ogni mattina prelevato per andare al negozio e venendo riportato all’ora di pranzo. La predetta ha altresì riferito che siccome i Mi. pranzavano dopo le ore 15,00 e che lei giungeva verso le ore 15,30-16,00, allontanandosi verso le ore 18,00-18,30, trovava lo zio Um. sempre a tavola anziché, come avrebbe preferito, a letto. Ha precisato altresì che lo zio aveva problemi di udito, che lo stesso non era in grado di fare un ragionamento e si limitava rispondere con si o con un no alle domande che gli venivano rivolte e talvolta rispondeva “non ricordo” ed in uno stato di continuo torpore.

Se ne deve ricavare: che il tempo da dette testi trascorso con il signor Ca. era minimo; che all’epoca dei fatti il complessivo stato di malattia non era tale da precludere al signor Ca. di trascorrere le ore del mattino fuori di casa; che sussiste una contraddittorietà tra le dichiarazioni della teste De.Fe.Gi. e quelle della teste Ch. circa le abitudini pomeridiane dello zio Um. Non va inoltre dimenticato che, come emerge dagli atti, il signor Ca. era anche affetto da problemi di udito, patologia compatibile con lo stato di chiusura ed astrazione dal mondo esterno.

Di fronte a tale insufficiente quadro probatorio, del tutto correttamente poi il Tribunale ha vagliato il contenuto del testamento medesimo e gli elementi di valutazione da esso desumibili (Cass., sent. n. 230/2011), deponenti in senso contrario all’assunto di parte attrice. Ovviamente l’insufficienza della prova non può che tradursi nel rigetto della domanda, non potendo nella fattispecie ravvisarsi una situazione di infermità totale e permanente che rendesse il soggetto privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi, tale da giustificare un’inversione dell’onere della prova (Cass., sent. n. 652/1991; n. 9508/2005; n. 807/2005; n. 9081/2010; n. 7477/2011).

Anche i motivi di appello con cui si censura la statuizione di insussistenza dei presupposti per l’annullamento dell’atto ex art. 624 c.c. non si ritengono meritevoli di accoglimento.

Premesso che non può trovare in questa sede ingresso ogni questione finalizzata a valutare la sussistenza o meno di indici rivelatori di una simulazione, in quanto non costituente oggetto di specifica domanda né di prova su cui si sia potuto instaurare valido contraddittorio, le risultanze processuali non consentono, come rilevato dal tribunale, di ritenere raggiunta la prova di fatti certi e significativi atti ad integrare raggiri od altre manifestazioni fraudolente idonee a trarre in inganno il de cuius ed a condizionarne la volontà, orientandola verso il compimento di atti cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata, a ciò non potendo bastare, secondo consolidata giurisprudenza, qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma essendo necessario raggiungere la prova del concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato, dovendo la relativa prova, sia pure presuntiva, fondarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire la attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore (Cass., sent. n. 2122/1991; n. 7689/1999; n. 8047/2001 Sez. 2, Sentenza n. 14011 del 28/05/2008).

Del pari condivisibile è l’affermazione del tribunale secondo cui la circostanza che l’anziano venisse prelevato al mattino dai nipoti Ca., per trascorrere di buon grado la mattinata presso il loro esercizio commerciale, non può di per sé indurre a ritenere provato che detti nipoti ne abbiano coartato la volontà esercitando sullo stesso un’illecita attività di convincimento finalizzata alla modifica delle precedenti disposizioni testamentarie, non potendo neppure la captazione testamentaria ed il dolo contrattuale essere reso palese dai successivi contratti di donazione e compravendita immobiliare del dicembre 1997 (stipulati, secondo la prospettazione di parte attrice, con la finalità di rendere irrevocabile la volontà dello zio) riguardando l’atto di liberalità un cespite immobiliare non compreso nel precedente testamento e non avendo comunque i contratti inter vivos il crisma dell’irretrattabilità degli effetti, essendo impugnabili sotto diversi profili dagli eredi (come poi avvenuto), non potendo quindi da dette iniziative negoziali desumersi l’impiego, ex ante, di mezzi fraudolenti atti a coartare la volontà del testatore.

Neppure la circostanza, dedotta dagli attori, che il raggiro configurante il dolo contrattuale sia consistito nello sfruttare l’instabilità psichica e la suggestionabilità dello zio facendogli credere di continuare a svolgere l’attività di commerciante nell’esercizio di (…) risulta comprovata, non risultando acquisita la prova che il sig. Ca. abbia manifestato un interesse maniacale per l’attività dei nipoti e palesato il convincimento di continuare a svolgere l’attività di commerciante (si vedano al riguardo le dichiarazioni testimoniali del dott. Ro. e di An.Ch.).

Non è pertanto dato ritenere raggiunta la prova che siano stati usati raggiri tali che senza di essi il sig. Ca. non avrebbe prestato il proprio consenso per la conclusione dei contratti di vendita, mediante una falsa rappresentazione della realtà tale da provocare nel suo meccanismo volitivo un errore da considerarsi essenziale ex art. 1429 c.c., non essendo sufficiente per l’annullamento del contratto una qualunque influenza psicologica sull’altro contraente ma artifici, raggiri o menzogne che abbiano avuto comunque un’efficienza causale sulla sua determinazione volitiva e quindi sul consenso, dovendo il raggiro o l’inganno aver agito come fattore decisivo e determinante della volontà (Cass., Sez. U, Sent. n. 1955/1996; n. 4409/1999; n. 12424/2006).

Con l’ultimo motivo di appello si dolgono gli appellanti della mancata applicazione dell’art. 92 c.p.c., stante l’accoglimento dell’eccezione di nullità degli atti processuali compiuti dal difensore dei Ca., dovendo a tale riguardo ritenersi parte avversa parzialmente soccombente, essendo state rigettate le avverse deduzioni.

Il motivo non può essere accolto, atteso che: gli attori sono rimasti totalmente soccombenti in merito alle plurime domande proposte; a seguito della pubblicità data alla vicenda del difetto di ius postulandi in capo al soggetto che si era costituito quale difensore dei Ca., la nullità i dell’attività compiuta andava dichiarata d’ufficio; si era costituito in cancelleria il nuovo difensore Avv. Sa.La., partecipando alle successive attività difensive (precisazione delle conclusioni e deposito comparsa conclusionale e di replica, partecipazione alle successive udienze a seguito della rimessione della causa sul ruolo per espletamento di CTU e per richiesta di chiarimenti al CTU, nuova precisazione delle conclusioni e deposito di nuova comparsa conclusionale), sicché tale attività andava remunerata.

Neppure può accogliersi, in quanto inammissibile perché genericamente formulato, il motivo subordinato, secondo cui le spese si sarebbero dovute liquidare “in misura proporzionale all’attività difensiva legalmente compiuta” atteso che non risulta specificato perché ed in quale misura l’importo liquidato in sentenza (Euro 3.428,00, di cui Euro 1.128,00 per diritti ed Euro 2.300,00 per onorario) fosse eccedente l’attività effettivamente espletata da detto difensore, né risultando esplicitati eventuali errori che sarebbero stati commessi dal primo giudice nel liquidare detti importi. Le spese del presente grado di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando sull’appello avverso la sentenza n. 924/2010 del Tribunale di Taranto in data 13.5.2010, proposto da Mi.Mi., Mi.An. e Mi.Lu. nei confronti di Ca.Fr. e Ca.Um.Ma., così provvede:

1) rigetta l’appello e per l’effetto conferma l’impugnata sentenza;

2) condanna l’appellante alla rifusione delle spese di parte appellata per questo grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 3.960,00, oltre accessori di legge, da distrarsi in favore dell’Avv. Sa.La., dichiaratasi antistataria.

Così deciso in Taranto, 24 gennaio 2014.

Depositata in Cancelleria il 14 marzo 2014.

Corte di Cassazione|Sezione 2|Civile|Sentenza|22 marzo 2018| n. 7178

Successione mortis causa – Divisione ereditaria – Azione di riduzione – testamento – Azione di nullità – Errore di cui all’art. 624, comma 2, cc – Natura

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere

Dott. ABETE Luigi – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 28120/’13) proposto da:

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), in proprio e quale erede di (OMISSIS), rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. (OMISSIS) ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. (OMISSIS), in (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in virtu’ di procura speciale a margine del controricorso (contenente ricorso incidentale), dagli Avv.ti (OMISSIS) e (OMISSIS) ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, in (OMISSIS);

– controricorrente – ricorrente incidentale –

Avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze n. 593/2013, depositata il 22 aprile 2013 (e non notificata);

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 18 dicembre 2017 dal Consigliere relatore Aldo Carrato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e per l’inammissibilita’ del ricorso incidentale;

uditi l’Avv. (OMISSIS) (per delega) nell’interesse della ricorrente principale e l’Avv. (OMISSIS) per il controricorrente – ricorrente incidentale.

FATTI DI CAUSA

Con sentenza non definitiva del 3 luglio 2008, il Tribunale di Firenze, decidendo sulla causa instaurata dalla sig.ra (OMISSIS) nei confronti del germano sig. (OMISSIS) per la divisione dell’eredita’ della loro genitrice (OMISSIS), cosi’ provvedeva:

– accoglieva l’azione di riduzione proposta dall’attrice (nella qualita’ di erede del padre (OMISSIS)), disponendo la riduzione delle disposizioni testamentarie di cui alle schede redatte dalla genitrice (OMISSIS), pubblicate il 13 marzo 2000, nella misura di tre quarti dell’intero asse ereditario;

– dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle stesse schede testamentarie;

– riconosceva il diritto della stessa attrice di succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto della (OMISSIS);

– approvava il rendiconto redatto dal c.t.u. e dichiarava il diritto delle medesima attrice a percepire l’importo di Euro 61.718,29.

Avverso la suddetta sentenza proponeva appello il convenuto (OMISSIS) articolato in complessivi quattro motivi, al quale resisteva l’originaria attrice che, a sua volta, formulava appello incidentale in relazione al rigetto della domanda di declaratoria di inefficacia (od invalidita’) del preteso testamento, oltre che in ordine alla nullita’ della divisione, per effetto della pretermissione del legittimario, con la conseguente devoluzione dell’eredita’ in quote paritarie, deducendo, inoltre, la circostanza dell’intervenuta definizione transattiva della divisione dei cespiti immobiliari, chiedendo di procedersi alla divisione del patrimonio residuo (comprendente beni mobili e denaro) a perfetta meta’.

La Corte di appello di Firenze, con sentenza non definitiva n. 593/2013 (depositata il 22 aprile 2013), in parziale riforma della impugnata sentenza di primo grado, cosi’ decideva:

– accertava e dichiarava che la successione di (OMISSIS) avrebbe dovuto essere devoluta secondo la volonta’ testamentaria della de cuius di cui alle schede testamentarie pubblicate dal notaio (OMISSIS) il 13 marzo 2000, previa riduzione proporzionale per la determinazione della quota legittima di 1/4 dell’eredita’ spettante a (OMISSIS);

– accertava e dichiarava la devoluzione della predetta quota legittima agli eredi di (OMISSIS), e cioe’ a (OMISSIS) e (OMISSIS), ciascuno per meta’;

– disponeva la rimessione della causa sul ruolo per la determinazione della quota legittima e la sua divisione.

A sostegno dell’adottata pronuncia il giudice di secondo grado disattendeva – in primo luogo – l’eccezione pregiudiziale di tardivita’ dell’appello incidentale e respingeva quest’ultimo con riferimento alla domanda di invalidita’ del testamento della (OMISSIS) (sulla cui volonta’ devolutiva dei beni ereditari in favore di entrambi i figli non poteva nutrirsi alcun dubbio). Delibando, poi, sul merito delle censure avanzate dall’appellante principale, premessa l’insussistenza dell’incompatibilita’ della tutela del diritto del legittimario con la divisio inter liberos ex articolo 734 c.c., le accoglieva nella parte in cui il Tribunale di prime cure aveva dichiarato la nullita’ della divisione quale conseguenza della ritenuta fondatezza dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto. La stessa Corte territoriale confermava, poi, la riduzione delle disposizioni testamentarie della (OMISSIS) e, per l’effetto, accertato e dichiarato che la quota spettante al legittimario pretermesso (OMISSIS) era corrispondente ad 1/4, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote attribuite ai due eredi testamentari secondo le ritenute valide disposizioni della testatrice, dava atto del venir meno dell’esigenza della formazione dei lotti secondo quote paritarie previste in sentenza e della conseguente necessita’ della formazione di un progetto di assegnazione dal momento che gli eredi risultavano gia’ assegnatari, con effetti reali, dei beni loro attribuiti per testamento. Sulla base di queste disposizioni, la Corte fiorentina disponeva la rimessione della causa sul ruolo per procedere all’anzidetta individuazione dei beni da attribuire al legittimario pretermesso, pari a 1/4 del relictum, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote gia’ assegnate agli eredi e con la ridistribuzione di detta quota per meta’, corrispondente ad 1/8 dello stesso relictum in favore di ciascuna parte, nella qualita’ di erede paritario del legittimario in nome del quale era stata esercitata jure successionis l’azione di riduzione.

Avverso la suddetta sentenza (non notificata) ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS), articolato in quattro motivi, al quale ha resistito l’intimato (OMISSIS) con controricorso contenente, a sua volta, ricorso incidentale riferito a tre motivi. La ricorrente principale ha formulato anche controricorso al ricorso incidentale avanzato dal (OMISSIS).

I difensori di entrambe le parti hanno anche depositato, rispettivamente, memoria illustrativa ai sensi dell’articolo 378 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo complesso motivo la ricorrente principale – avuto riguardo al rigetto dell’appello incidentale dalla stessa proposto volto ad ottenere la dichiarazione di nullita’ e/o di annullabilita’ del testamento della genitrice (OMISSIS) (sul presupposto della deduzione dell’erroneita’ dell’impugnata sentenza nella parte in cui aveva ritenuto che le schede redatte dalla (OMISSIS) avevano la natura di testamento essendo indubitabile la manifestazione della volonta’ testamentaria della de cuius) – ha denunciato:

– la nullita’ della sentenza di appello per assunta carenza di uno dei requisiti indispensabili ex articolo 132 c.p.c., per il raggiungimento dello scopo ex articolo 156 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la nullita’ della stessa sentenza per asserita violazione dell’articolo 115 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la violazione e falsa applicazione dell’articolo 624 c.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con il secondo, articolato, motivo la ricorrente principale ha – con riferimento alla parte della sentenza di appello con la quale era stata ravvisata la validita’ della divisione disposta con le schede testamentarie della (OMISSIS), malgrado non avesse in essa compreso il coniuge legittimario (OMISSIS) (per la cui relativa lesione dei diritti la stessa (OMISSIS) aveva esercitato in via pregiudiziale “ab origine” l’azione di riduzione per il riconoscimento della quota spettantele quale erede del padre, deceduto successivamente senza testamento) – prospettato:

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la nullita’ dell’impugnata sentenza per asserita violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’assunta violazione o falsa applicazione degli articoli 734 e 735 c.c., in ordine all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la terza censura – correlata all’addotta erroneita’ della sentenza di secondo grado nella parte in cui si era pronunciata ultra petita e, comunque, in violazione delle norme sui diritti riservati ai legittimari – la difesa della (OMISSIS) ha inteso denunciare:

– la nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la violazione o falsa applicazione degli articoli 542, 554, 556, 558 e 735 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la quarta ed ultima doglianza – rivolta alla denuncia dell’omessa pronuncia sull’appello incidentale formulato dalla stessa – la ricorrente principale ha dedotto la nullita’ della sentenza impugnata per violazione dell’articolo 112c.p.c. (in relazione all’articolo 360c.p.c., comma 1, n. 4) e l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia (ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5).
  2. Con la prima censura del ricorso incidentale la difesa del (OMISSIS) ha – in ordine alla critica della stima dei beni immobili compiuta dal c.t.u. e alla ravvisata necessita’ della sua rielaborazione – prospettato la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., (in relazione all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 3) nonche’ l’omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  3. Con il secondo motivo del ricorso incidentale – riferita alla mancata condivisione dei risultati e del metodo di valutazione dei beni mobili operata dal c.t.u. – sono stati prospettati gli stessi vizi di cui all’appena riportata prima censura.
  4. Con il terzo ed ultimo motivo del ricorso incidentale – riguardante la mancata disposizione del rendiconto a carico della controparte sui beni dalla stessa posseduti sul presupposto della tardivita’ della relativa richiesta – il (OMISSIS) ha inteso far valere la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., oltre che dell’articolo723 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, unitamente al vizio di omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  5. Cominciando, in ordine logico-giuridico, l’esame delle formulate censure con la considerazione del primo motivo del ricorso principale, rileva il collegio che esso deve essere dichiarato in parte inammissibile e in parte infondato.

La doglianza si prospetta, invero, inammissibile nella parte in cui con la stessa risultano denunciati vizi processuali ricondotti all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, perche’, con la relativa deduzione, la ricorrente principale ha inteso solamente far valere la supposta violazione di legge attinente alla qualificazione come testamento delle schede redatte dalla (OMISSIS) avuto riguardo all’interpretazione delle disposizioni in esse contenute e all’emergenza di un’effettiva manifestazione di volonta’ testamentaria, in tal senso prospettando anche il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con riferimento a quest’ultimo pure deve pervenirsi ad una pronuncia di inammissibilita’ perche’ – applicandosi, nel caso di specie, la nuova formulazione della relativa previsione normativa come introdotta dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 1, lettera b), conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, (sul presupposto che la sentenza impugnata e’ stata pubblicata successivamente all’il settembre 2012, in virtu’ di quanto stabilito dal citato Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 3) – la Corte di appello di Firenze ha – in linea con la giurisprudenza di questa Corte (v., per tutte, Cass. Sez. U. n. 8053 e 8054 del 2014 e, da ultimo, Cass. n. 9253/2017) – certamente esaminato la relativa doglianza sul fatto decisivo della controversia riguardante l’asserita invalidita’ del testamento della (OMISSIS), adottando una motivazione sicuramente sufficiente, non omettendola ne’ fornendo una giustificazione argomentativa sul piano logico-giuridico meramente apparente del suo convincimento.

Il prospettato vizio di violazione di legge e’, invece, privo di fondamento.

Infatti, il giudice di appello ha espressamente e logicamente motivato sull’effettivita’ dell’emergenza dal contenuto delle schede testamentarie della univoca volonta’ della testatrice nel rendere le disposizioni ereditarie (riguardanti i beni immobili alla stessa appartenenti) in favore dei due figli, ancorche’ emesse nel convincimento (o, comunque, nell’auspicio) della ritenuta corrispondenza ai loro stessi desideri. Certamente questa finalita’ rafforzativa della volonta’ della de cuius (compendiata nell’espressione dell’incipit “…dedico ai miei due carissimi figli – per testamento il mio avere – come gia’ da loro espresso desiderio nella divisione di: a mia figlia….; a mio figlio…”) non poteva aver determinato il venir meno del presupposto intento pienamente volitivo della testatrice, ne’ puo’ ritenersi che, nel caso di specie, come sostenuto dalla ricorrente principale, si fosse venuta a configurare una ipotesi di “errore sul fatto”, nel senso che la suddetta volonta’ era stata condizionata in modo decisivo dalla rappresentazione di un fatto (da inquadrarsi in senso oggettivo) non vero (cfr. Cass. n. 24637/2010).

Invero, secondo la concorde giurisprudenza di questa Corte (v., anche, Cass. n. 2152/1966 e Cass. 2132/1971), l’errore sul motivo, assunto dall’articolo 624 c.c., comma 2, quale causa di annullamento di disposizioni testamentarie, si identifica in quello che cade sulla realta’ obiettiva e non gia’ sulla valutazione che di essa abbia fatto il testatore, nel suo libero ed insindacabile apprezzamento circa l’importanza e le conseguenze della realta’ stessa, in relazione alle sue personali vedute ed aspirazioni ed ai fini perseguiti nel dettare le sue ultime volonta’ (donde tale soggettiva valutazione della realta’ obiettiva e’ da qualificarsi come giuridicamente irrilevante). Peraltro, l’apprezzamento del giudice del merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, e’ incensurabile in sede di legittimita’, se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto, come verificatosi nella fattispecie.

In altri termini, il giudice di appello ha, nella vicenda che ci occupa, legittimamente ritenuto che il contenuto dei testamenti (con cui aveva disposto del suo complessivo patrimonio immobiliare) corrispondesse alla reale volonta’ della testatrice, senza che essi contenessero alcun errore (escludendosi, percio’, la supposta violazione dell’articolo 624 c.c.), inteso nel senso di distorsione della realta’ oggettiva, esprimendo gli stessi soltanto una convinzione maturata dalla (OMISSIS) e legittimamente dalla stessa posta a base delle proprie disposizioni di ultima volonta’.

  1. La seconda, complessa, censura dedotta con il ricorso principale – nei termini prima richiamati – e’, ad avviso del collegio, da dichiarare inammissibile con riguardo alla dedotta violazione ricondotta all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 5, (per le stesse ragioni esposte con riferimento al primo motivo, avendo la Corte territoriale comunque esaminato l’ulteriore fatto decisivo della causa riferito alla contestata validita’ della divisione operata con testamento dalla (OMISSIS)), infondata in relazione al supposto vizio di omessa pronuncia (palesemente insussistente) mentre e’ da ritenersi fondata in ordine alla denunciata violazione degli articoli734 e 735 c.c..

E’ opportuno premettere che l’attuale ricorrente principale, fin dall’originario atto di citazione, aveva richiesto (ribadendo le domande anche in sede di precisazione delle conclusioni) – subordinatamente alla domanda principale di dichiarazione di invalidita’ e/o di inefficacia dei testamenti olografi della (OMISSIS) (come detto rigettata con la sentenza di primo grado e confermata sul punto dalla sentenza d’appello, il cui motivo, riproposto in questa sede, e’ stato respinto per quanto chiarito in ordine alla prima censura) – che venisse, comunque, accertata e dichiarata la nullita’ dei testamenti stessi ai sensi dell’articolo 735 c.c., comma 1, o, comunque, della sola divisione sempre in virtu’ della stessa norma (v. pagg. 6-8 del ricorso) per pretermissione del coniuge legittimario (ancora vivente al momento dell’apertura della successione, ancorche’ deceduto poco tempo dopo). Da cio’ sarebbe derivata la conseguente dichiarazione che allo stesso legittimario pretermesso (poi deceduto) spettava (ai sensi dell’articolo 542 c.c., comma 2) la quota di riserva di 1/4 dell’eredita’ relitta della (OMISSIS) e che, pertanto, a seguito della sopravvenuta morte (“ab intestato”) del padre (marito della (OMISSIS)), previo accertamento che ella era erede legittima del padre per la quota del 50% ed in accoglimento dell’azione di riduzione cumulativamente proposta (quale, appunto, erede di (OMISSIS)), alla medesima avrebbe dovuto essere riconosciuta una quota pari al 50% dell’intero asse relitto dalla madre (OMISSIS).

Le domande formulate in via subordinata venivano accolte con la sentenza di primo grado del Tribunale di Firenze, il quale riteneva fondata l’azione di riduzione proposta dall’attrice in qualita’ di erede del padre successivamente deceduto (provvedendo alle relative riduzioni) e dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle impugnate schede testamentarie della (OMISSIS), con il conseguente riconoscimento del diritto della (OMISSIS) a succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto di (OMISSIS) di cui alle stesse schede testamentarie, provvedendo, inoltre, sull’approvazione del rendiconto.

La Corte di appello di Firenze (la cui sentenza qui impugnata e per come depositata nell’interesse della ricorrente principale nella forma di cui all’articolo 369 c.p.c., comma 2, pur essendo monca della pag. 9, risulta sufficientemente intelligibile ai fini dell’esame del secondo motivo, anche alla stregua del concorde richiamo del relativo contenuto nei rispettivi ricorsi di entrambe le parti in questa fase di legittimita’), adita dal (OMISSIS), pur dando atto che non era stato proposto gravame dal predetto appellante sul punto della decisione di primo grado con cui erano state accertate la lesione dei diritti del legittimario (OMISSIS) e l’ammissibilita’ dell’azione di riduzione esercitata dalla (OMISSIS) quale erede dello stesso legittimario pretermesso (v. pag. 8 della sentenza di appello, donde la formazione dell’acquiescenza su tale questione e il relativo passaggio in giudicato sull’intervenuto accoglimento della inerente domanda), ha riformato la sentenza di primo grado proprio con riferimento alla dichiarazione di nullita’ della divisione quale conseguenza dell’accoglimento dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto.

Cosi’ statuendo, pero’, la Corte territoriale e’ incorsa nella denunciata violazione dell’articolo 734 e, soprattutto, dell’articolo 735 c.c..

Ad avviso del collegio, infatti, risulta erronea la sentenza impugnata nella parte in cui con essa e’ stata riformata la decisione di primo grado, dovendo, invece, pervenirsi – come domandato nell’originaria citazione dalla (OMISSIS) (che non si era, quindi, limitata solo a proporre, in via pregiudiziale, una domanda di riduzione quale erede del padre successivamente deceduto) – alla dichiarazione di nullita’ della divisione operata direttamente dalla testatrice che aveva disposto dei suoi beni pretermettendo il coniuge legittimario.

Cosi’ provvedendo, il giudice di appello e’ incorso, specificamente, nella violazione del primo comma del citato articolo 735 c.c., determinando il mancato riconoscimento, in favore della ricorrente principale, del diritto a succedere nella meta’ (indistinta) dell’intero asse relitto dalla (OMISSIS), stante l’assenza nel testamento “di criteri per la definizione delle quote da assegnare” a ciascuno dei due eredi parti in causa (con totale pretermissione del coniuge legittimario, non istituito formalmente coerede, che aveva legittimato la stessa (OMISSIS) ad agire per la relativa azione di riduzione essendo a sua volta diventata coerede del padre, nelle more deceduto senza testamento), sul presupposto che l’istituzione di eredi testamentari era stata fatta dalla “de cuius” per cespiti immobiliari nominati (in funzione, per l’appunto, divisoria tra i due germani eredi) e non per quote.

Ha, quindi, errato la Corte fiorentina laddove ha ritenuto che la nullita’ della divisione contemplata dall’articolo 735 c.c., comma 1, operi solo nell’ipotesi in cui il testatore abbia espressamente previsto che il legittimario debba essere soddisfatto con beni non compresi nel relictum, ritenendo, invece, esclusa l’operativita’ di siffatta nullita’ nel caso di pretermissione del legittimario dal testamento e dalla divisione, sul presupposto che, in tal caso, la divisione sarebbe idonea a conservare i suoi effetti previa riduzione delle assegnazioni e, quindi, facendo in modo che l’erede pretermesso possa essere soddisfatto con beni provenienti dal relictum, da prelevarsi proporzionalmente da quelli attribuiti agli eredi testamentari.

Cosi’ statuendo, infatti, il giudice di appello ha illegittimamente assoggettato alla stessa disciplina il caso della pretermissione dell’erede legittimario e quello della lesione della quota di legittima che, invece, il legislatore ha voluto mantenere distinti, prevedendo una differenziata disciplina contenuta, rispettivamente, nel primo e nel piu’ volte menzionato articolo 735 c.c., comma 2.

Infatti, in virtu’ del disposto di cui al primo comma di detta norma, in caso di divisione testamentaria con pretermissione del legittimario, la divisione proprio perche’ ne e’ impedita la realizzazione della causa per effetto dell’anomalia funzionale dipendente dalla mancata previsione della partecipazione ad essa di un avente diritto – e’ da ritenersi nulla (v. Cass. n. 2367/1970; Cass. n. 2870/1972 e, in motivazione, anche se solo per obiter, Cass. Sez. U. n. 20644/2004), ragion per cui deve escludersi, in tale ipotesi, la configurabilita’ dell’efficacia reale della c.d. divisici inter liberos (ritenuta, invece, operante dalla Corte di appello toscana), derivando dalla nullita’ della divisione testamentaria il ripristino della comunione ereditaria.

Essendo stata, quindi, nella concreta fattispecie, proficuamente reclamata, in via preliminare, la quota ereditaria riservata al legittimario per mezzo dell’accolta azione di riduzione esperita dalla ricorrente principale quale legittima erede del padre pretermesso (v., per idonei riferimenti, anche Cass. n. 3599/1992 e Cass. n. 3694/2003), il giudice di appello avrebbe dovuto ritenere fondata (come, del resto, aveva rilevato correttamente il giudice di prime cure) la correlata domanda di nullita’ del riparto divisorio cosi’ come operato di sua iniziativa dalla testatrice con attribuzione diretta di distinti cespiti dell’intero patrimonio ereditario immobiliare, concretamente individuati, in favore dei due figli a causa della “preterizione divisoria del legittimario”.

In definitiva, in accoglimento per quanto di ragione (ovvero relativamente alla denuncia violazione di legge sostanziale) del secondo motivo dedotto con il ricorso principale, la sentenza della Corte di appello di Firenze deve essere cassata “in parte qua”, enunciandosi – ai sensi dell’articolo 384 c.p.c., comma 2, il principio di diritto secondo cui “deve essere accolta la domanda di nullita’, proposta dal legittimario pretermesso nel testamento (o, in sostituzione del medesimo, da un suo erede, come verificatosi nel caso di specie), della divisione del patrimonio ereditario disposta direttamente dal testatore qualora Io stesso legittimario (o un suo erede agente “iure successionis”), da considerarsi preterito per non essere stato compreso nella divisione, abbia positivamente esperito in via preventiva l’azione di riduzione”.

Alla ritenuta fondatezza di detta censura nei richiamati termini consegue, per derivazione logico-giuridica, la dichiarazione di assorbimento dei residui motivi proposti con il ricorso principale e di tutti quelli avanzati con il ricorso incidentale.

Il giudice di rinvio (che si designa in altra Sezione della Corte di appello di Firenze), oltre a conformarsi al su riportato principio di diritto, provvedera’ anche a regolare le spese della presente fase di giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso principale; accoglie, per quanto di ragione, il secondo motivo dello stesso ricorso principale e dichiarata assorbiti gli altri motivi del ricorso principale e tutti i motivi del ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per la regolazione delle spese della presente fase di legittimita’, ad altra Sezione della Corte di appello di Firenze.

Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

Successione transnazionale - Legge regolatrice avvocato esperto
Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

Corte di Cassazione|Sezione U|Civile|Sentenza|5 febbraio 2021| n. 2867

PRINCIPIO

Allorche’ la legge nazionale che regola la successione transnazionale, ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 46 sottopone i beni mobili alla legge del domicilio del de cuius e rinvia indietro alla legge italiana, come consentito dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1, lettera b), per la disciplina dei beni immobili compresi nell’eredita’, si verifica l’apertura di due successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi che verificano la validita’ e l’efficacia del titolo successorio (anche, nella specie, con riguardo ai presupposti, alle cause, ai modi ed agli effetti della revoca del testamento), individuano gli eredi, determinano l’entita’ delle quote e le modalita’ di accettazione e di pubblicita’ ed apprestano l’eventuale tutela dei legittimari.

Successione transnazionale - Legge regolatrice avvocato esperto
Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

La revoca del testamento doveva invece giudicarsi secondo la lex rei sitae degli immobili, sicche’ l’atto avrebbe conservato efficacia, stando al diritto italiano, nonostante il successivo matrimonio del testatore. Il terzo motivo del ricorso di (OMISSIS) allega la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 evincibile da quanto affermato nella sentenza impugnata, secondo cui l’articolo 46 citato ammetterebbe il testatore soltanto ad optare per la legge dello Stato in cui risiede, che nella specie sarebbe stata quella italiana. Secondo il ricorrente principale, la Corte di Milano avrebbe errato nell’applicare l’articolo 46 citato, in quanto la “non scelta” della legge di residenza da parte del testatore avrebbe dovuto indurre ad escludere l’operativita’ dell’articolo 13, o comunque del rinvio indietro ai sensi del comma 2 di tale ultima norma. Il quarto motivo del ricorso di (OMISSIS) censura la violazione del giudicato interno in relazione all’affermazione che il de cuius, con il testamento del 1997, non avrebbe positivamente scelto la legge inglese, a differenza di quanto accertato dal Tribunale. Il quinto motivo del ricorso di (OMISSIS) denuncia la violazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 1, articoli 13 e 15, per aver la Corte di Milano ritenuto che la successione fosse disciplinata dalla legge inglese per i beni mobili e dalla legge italiana per gli immobili, in quanto l’articolo 13 citato escluderebbe la possibilita’ di applicare le norme di conflitto inglesi che frazionano la successione; per il ricorrente principale, si dovrebbe, piuttosto, intendere che il richiamo dell’articolo 46 alla legge nazionale comporti che l’intera successione resti regolata dal diritto materiale inglese, con conseguenti revoca del testamento per successivo matrimonio ed esclusione della successione ab intestato del coniuge con riguardo ai beni immobili

propose azione di petizione di eredita’ e domando’ di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data 29 ottobre 1997 da (OMISSIS), con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in (OMISSIS), due appartamenti in (OMISSIS), un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalita’ del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della L. n. 218 del 1995, sicche’ il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837. Per (OMISSIS) la successione di (OMISSIS) andava quindi considerata ab intestato, restando disciplinata dal diritto inglese, con attribuzione in suo favore di tutti i beni mobili personali del defunto, nonche’ di un terzo degli immobili in applicazione dell’articolo 581 c.c., operante per il “rinvio indietro” voluto dalla legge inglese

– Principi REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SPIRITO Angelo – Primo Presidente f.f. Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente di sez. Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere Dott. MANCINO Rossana – Consigliere Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 25821-2014 proposto da: (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS); – ricorrente – contro (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS); (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difese dall’avvocato (OMISSIS); – controricorrenti – e contro (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS); – intimati – nonche’ sul ricorso proposto da: (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS); – ricorrente incidentale – contro (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS); – intimati – nonche’ sul ricorso proposto da: (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difese dall’avvocato (OMISSIS); – ricorrente incidentale – contro (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS); (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS); – controricorrenti – nonche’ contro (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS); – intimati – avverso la sentenza n. 2105/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 06/06/2014; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/01/2021 dal Consigliere ANTONIO SCARPA; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MISTRI CORRADO, il quale ha concluso per il rigetto dei ricorsi proposti da (OMISSIS) e da (OMISSIS) e per l’assorbimento dei ricorso proposto da (OMISSIS); uditi gli Avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) e MICHELA BURCHI per delega dell’Avvocato (OMISSIS). FATTI DI CAUSA 1. (OMISSIS) ha proposto ricorso articolato in cinque motivi avverso la sentenza n. 2105/2014 della Corte d’appello di Milano, depositata il 6 giugno 2014. (OMISSIS) ha quindi notificato controricorso con ricorso incidentale articolato in quattro motivi. Anche (OMISSIS) ha notificato controricorso e ricorso incidentale in due motivi, condizionato all’accoglimento dei ricorsi avversi. (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno notificato controricorsi per resistere al ricorso incidentale di (OMISSIS). A seguito di ordinanza del 5 febbraio 2019, e’ stata disposta la notificazione del ricorso altresi’ a (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), i quali non hanno tuttavia svolto attivita’ difensive. 2. (OMISSIS) convenne nel 2001 dinanzi al Tribunale di Milano (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), figli di (OMISSIS), cittadino inglese morto a (OMISSIS), con il quale l’attrice aveva contratto matrimonio il (OMISSIS). (OMISSIS) propose azione di petizione di eredita’ e domando’ di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data 29 ottobre 1997 da (OMISSIS), con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in (OMISSIS), due appartamenti in (OMISSIS), un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalita’ del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della L. n. 218 del 1995, sicche’ il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837. Per (OMISSIS) la successione di (OMISSIS) andava quindi considerata ab intestato, restando disciplinata dal diritto inglese, con attribuzione in suo favore di tutti i beni mobili personali del defunto, nonche’ di un terzo degli immobili in applicazione dell’articolo 581 c.c., operante per il “rinvio indietro” voluto dalla legge inglese. La citazione di (OMISSIS) conteneva altresi’, ove si fosse ritenuto tuttora efficace il testamento, la domanda di attribuzione del legato ivi contemplato ed istanze subordinate di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della legittima e di rendiconto, nonche’ la richiesta di scioglimento della comunione ereditaria. Tutti i convenuti, tranne (OMISSIS), si costituirono, prospettando le loro difese nel senso della validita’ del testamento o della integrale applicabilita’ della legge italiana o della rilevanza del codicillo modificativo del de cuius rinvenuto in sede di inventario, sulla cui autenticita’ venne espletata consulenza tecnica. In corso di lite, (OMISSIS) e (OMISSIS) acquistarono le quote ereditarie di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). 3. All’esito dell’istruttoria, il Tribunale di Milano, con sentenza del 20 aprile 2009, dichiaro’ revocato il testamento del 29 ottobre 1997, accerto’ la qualita’ di erede in capo ad (OMISSIS) e riconobbe alla stessa il diritto ad un terzo dei beni immobili siti in Italia nonche’ a tutti i beni mobili personali del de cuius, sciolse la comunione ereditaria relativa al compendio immobiliare, attribuendo lo stesso ai condividenti (OMISSIS) e (OMISSIS), con conguaglio pari ad Euro 2.288,521,44 in favore della (OMISSIS). 4. Proposero appelli in via principale (OMISSIS) ed in via incidentale (OMISSIS) ed (OMISSIS). Venne accolto il gravame principale soltanto in punto di regolamentazione delle spese di primo grado, confermandosi per il resto la sentenza di primo grado. La Corte d’appello di Milano, per quanto innanzitutto ora rileva, affermo’ che: non era in discussione l’applicazione della legge inglese alla successione di (OMISSIS); in forza di cio’ doveva percio’ dirsi revocato il testamento del 29 ottobre 1997 quale conseguenza del successivo matrimonio del testatore con (OMISSIS), trattandosi peraltro di questione attinente ai rapporti patrimoniali fra i coniugi e non alle successioni, ai sensi della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 15; la successione doveva pertanto considerarsi ab intestato; in applicazione del diritto internazionale privato inglese, per i beni mobili doveva procedersi secondo la legge del domicilio del testatore al momento della morte, e quindi quella inglese, mentre per i beni immobili occorreva provvedere in base alla legge italiana, trovandosi gli stessi immobili in Italia (senza pero’ che la medesima legge italiana interferisse sul profilo della disciplina della revoca del testamento). Con ordinanza interlocutoria n. 18/2020 del 3 gennaio 2020, resa all’esito dell’udienza pubblica del 26 giugno 2019, la Seconda Sezione Civile di questa Corte ha rimesso i ricorsi al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite, ravvisando una pluralita’ di questioni di massima di particolare importanza. E’ stata altresi’ acquisita la relazione predisposta dell’Ufficio del massimario. Il pubblico ministero ha depositato memoria contenente le proprie conclusioni motivate. Le parti hanno presentato memorie ai sensi dell’articolo 378 c.p.c. RAGIONI DELLA DECISIONE 1. Sono superabili tutte le contrapposte eccezioni pregiudiziali sollevate dalle parti. 1.1. La procura per il ricorso per cassazione di (OMISSIS) e’ validamente conferita, soddisfacendo il requisito di specialita’ di cui all’articolo 365 c.p.c., giacche’ apposta su di un foglio separato ma materialmente unito al ricorso, per di piu’ contenente espresso riferimento alla sentenza impugnata, il che elimina ogni rilievo anche della mancanza della data, in applicazione dell’articolo 83 c.p.c., comma 3 (come novellato dalla L. 27 maggio 1997, n. 141). 1.2. Il ricorso principale contiene altresi’ una sufficiente esposizione sommaria dei fatti sostanziali e processuali della vicenda, funzionale alla comprensione dei motivi nonche’ alla verifica dell’ammissibilita’, pertinenza e fondatezza delle censure proposte. 1.3. I ricorsi incidentali di (OMISSIS) e di (OMISSIS) soddisfano l’esigenza di specifica indicazione, ex articolo 366 c.p.c., n. 6, e di produzione, ex articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4, degli atti e dei documenti si cui si fondano le censure. 2. Il primo motivo del ricorso di (OMISSIS) deduce la violazione e/o falsa applicazione “delle disposizioni di diritto internazionale privato (italiano e inglese) e della L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1 e articolo 15, sostenendo che la Corte d’appello avrebbe erroneamente applicato dapprima il diritto materiale inglese, cosi’ intendendo revocato il testamento a seguito del matrimonio del testatore, e poi la norma di diritto internazionale privato inglese sulla successione degli immobili regolata dalla lex rei sitae. Viceversa, accertata l’applicabilita’ della legge italiana in base al diritto internazionale privato inglese, la validita’ ed efficacia del testamento del 1997 andava giudicata in base alla legge italiana. Il secondo motivo del ricorso di (OMISSIS) denuncia ancora la violazione e/o falsa applicazione del diritto internazionale privato inglese e della L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1 e articolo 15, nonche’ del Will Act del 1837. Viene censurata la decisione della Corte di Milano per aver ritenuto che la revoca del testamento restasse regolata dalla legge inglese sia in base al regime successorio che alla disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi. La revoca del testamento doveva invece giudicarsi secondo la lex rei sitae degli immobili, sicche’ l’atto avrebbe conservato efficacia, stando al diritto italiano, nonostante il successivo matrimonio del testatore. Il terzo motivo del ricorso di (OMISSIS) allega la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 evincibile da quanto affermato nella sentenza impugnata, secondo cui l’articolo 46 citato ammetterebbe il testatore soltanto ad optare per la legge dello Stato in cui risiede, che nella specie sarebbe stata quella italiana. Secondo il ricorrente principale, la Corte di Milano avrebbe errato nell’applicare l’articolo 46 citato, in quanto la “non scelta” della legge di residenza da parte del testatore avrebbe dovuto indurre ad escludere l’operativita’ dell’articolo 13, o comunque del rinvio indietro ai sensi del comma 2 di tale ultima norma. Il quarto motivo del ricorso di (OMISSIS) censura la violazione del giudicato interno in relazione all’affermazione che il de cuius, con il testamento del 1997, non avrebbe positivamente scelto la legge inglese, a differenza di quanto accertato dal Tribunale. Il quinto motivo del ricorso di (OMISSIS) denuncia la violazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 1, articoli 13 e 15, per aver la Corte di Milano ritenuto che la successione fosse disciplinata dalla legge inglese per i beni mobili e dalla legge italiana per gli immobili, in quanto l’articolo 13 citato escluderebbe la possibilita’ di applicare le norme di conflitto inglesi che frazionano la successione; per il ricorrente principale, si dovrebbe, piuttosto, intendere che il richiamo dell’articolo 46 alla legge nazionale comporti che l’intera successione resti regolata dal diritto materiale inglese, con conseguenti revoca del testamento per successivo matrimonio ed esclusione della successione ab intestato del coniuge con riguardo ai beni immobili. 3. Il primo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, e delle norme consuetudinarie di diritto inglese, avendo la sentenza impugnata ignorato gli ambiti di applicazione della lex successionis e della lex rei sitae. In particolare, alla successione di (OMISSIS) si doveva applicare il diritto inglese, stante il principio di unitarieta’ ritraibile dall’articolo 46 citato, senza cosi’ riconoscere alcun diritto sul patrimonio immobiliare alla coniuge del de cuius. La legge italiana, quale lex rei sitae, avrebbe dovuto rilevare solo per le procedure di acquisto dei beni, per gli atti di autorizzazione o di immissione in proprieta’, per le formalita’ di controllo e vidimazione, e non invece per l’attribuzione della qualita’ di erede. Il secondo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) deduce la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2 e articolo 13, comma 2, sostenendo che la scelta da parte de cuius della lex successionis escluda l’applicazione del cosiddetto “rinvio indietro”, con conseguente applicazione alla successione di (OMISSIS) del solo diritto materiale inglese e non anche del diritto italiano, dal che la negazione di qualsiasi attribuzione ad (OMISSIS) eccedente i soli beni mobili del defunto. Il terzo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articolo 13 e articolo 48, nonche’ delle norme consuetudinarie di diritto inglese internazionale privato. Si assume che il rinvio alla lex rei sitae, voluto dal diritto inglese per il patrimonio ereditario immobiliare, avrebbe dovuto condurre alla conclusione della permanente validita’ del testamento del 29 ottobre 1997 alla stregua della disciplina successoria italiana, limitando la quota spettante al coniuge alla misura di un quarto stabilita dall’articolo 542 c.c. in tema di tutela dei legittimari. Il quarto motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) allega la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 581 c.c., in quanto la Corte d’appello ha attribuito ad (OMISSIS) tutti i beni mobili personali del de cuius ed un terzo degli immobili siti in Italia, senza neppure tener conto dei debiti gravanti sull’eredita’. 4. Il primo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS), proposto in via subordinata all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, e correlato al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato di 125.000 sterline, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Proyision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonche’ dell’articolo 581 c.c., ove si ritenesse applicabile alla successione il solo diritto inglese, dovendo in tal caso il legato gravare sull’asse ereditario immobiliare assegnato ai figli. Il secondo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS), proposto condizionatamente all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Provision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonche’ dell’articolo 542 c.c., ove viceversa si ritenesse applicabile il diritto italiano alla questione della validita’ del testamento, in tal caso potendo il legato gravare sul patrimonio immobiliare assegnato ai figli senza alcuna lesione di legittima. Al riguardo di tale legato ex lege (cosiddetto statutory legacy), la Corte d’appello, dopo aver riconosciuto l’irrilevanza della ravvisata revoca testamentaria, ha tuttavia sostenuto che esso “non puo’ gravare sull’asse ereditario costituito dagli immobili, poiche’ in tal caso verrebbero alterate in danno dei figli del defunto le quote di legittima in violazione della legge italiana”. 5. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 del 3 gennaio 2020 pronunciata dalla Seconda Sezione Civile ha cosi’ esposto le questioni di massima di particolare importanza che sono sottese alla decisione dei ricorsi. 5.1. Il de cuius (OMISSIS), che aveva mantenuto fino alla morte, avvenuta il (OMISSIS), cittadinanza e domicilio inglesi, aveva redatto il 29 ottobre 1997 testamento, istituendo propri eredi cinque dei suoi sette figli ed attribuendo un legato di 50.000 sterline ad (OMISSIS), che aveva poi sposato in data (OMISSIS). Non era stato accertato dai giudici del merito che il testatore avesse scelto di sottoporre la sua successione alla legge inglese (L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2), in maniera da precludere pure il rinvio alla legge italiana (L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 2). 5.2. L’asse ereditario comprendeva anche immobili siti in Italia (il compendio denominato “(OMISSIS)” in (OMISSIS) ed un immobile nel comune di (OMISSIS)). 5.3. La decisione della Corte d’appello era stata quella di regolare la successione secondo il diritto inglese, intendere percio’ revocato il testamento per effetto del successivo matrimonio alla section 46 del Will Act del 1837, procedere ab intestato, attribuire i beni mobili secondo la legge del domicilio del testatore e i beni secondo la legge di situazione. 5.4. La cornice normativa di riferimento va rinvenuta nella L. n. 218 del 1995, non avendo applicazione nella specie ne’ la Convenzione dell’Aja del 1 agosto 1989 ne’ il Regolamento UE n. 650/2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 4 luglio 2012. 5.5. la L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 1, da’ conferma del principio di unitarieta’ della successione. 5.6. Nei sistemi di common law, tuttavia, la successione non investe l’intero patrimonio del defunto. In particolare, il diritto internazionale privato inglese scinde la disciplina applicabile alla successione, riservando alla legge del domicilio del de cuius la sorte dei beni mobili ed alla lex rei sitae la regolamentazione degli immobili. 5.7. Concorrendo leggi diverse nella disciplina della medesima successione, in virtu’ del sistema della scissione dovrebbero costituirsi due distinte masse ereditarie e risolversi in base alle norme a ciascuna applicabili i problemi di validita’ ed efficacia del titolo successorio, quelli legati all’entita’ delle quote spettanti ai successori, o alle modalita’ della delazione, all’accettazione ed alla pubblicita’ degli atti, nonche’ all’eventuale tutela dei legittimari. 5.8. La professio iuris generalmente contemplata dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 2, lettera a) quale deroga al rinvio alla legge di altro Stato, e’ comunque limitata per le successioni causa mortis al solo eventuale riferimento che il testatore abbia fatto alla legge dello Stato in cui risiede. 5.9. A norma della L. n. 218 del 1995, articolo 15 la legge straniera va applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo. 5.10. dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13 si desume come venga ammesso sia il cosiddetto rinvio all’indietro (e cioe’ alla legge italiana), sia il cosiddetto rinvio altrove (e cioe’ ad un terzo ordinamento). Nel caso in esame, la legge inglese contiene, cosi’, un rinvio all’indietro alla legge italiana in base alla situazione dei beni, e tale rinvio e’ accettato dall’ordinamento italiano. 5.11. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 evidenzia allora come occorra verificare: 5.11.1. se, in base al combinato disposto della L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1, articolo 15 e articolo 46, comma 1, la collocazione dell’istituto della revoca del testamento nell’ambito della materia successoria o di quella matrimoniale debba operarsi in base ai criteri di qualificazione della legge italiana o della legge straniera (nella specie, quella inglese); 5.11.2. se l’applicabilita’ del diritto inglese sia altrimenti comunque da escludere a causa del criterio della scissione dello statuto successorio adottato in quell’ordinamento, giacche’ contrastante con il principio di unitarieta’ ed universalita’ della successione recepito anche dalla L. n. 218 del 1995, ove ritenuto inderogabile; 5.11.3. se, in base alla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1 e articolo 46, comma 1, sia corretto anteporre l’operativita’ della norma sostanziale inglese, riguardante la revoca testamentaria, alla disciplina successoria individuata per gli immobili con riferimento alla lex rei sitae. Potrebbe viceversa sostenersi che l’articolo 13 citato, ove stabilisce che deve tenersi conto della norma straniera di rinvio, intenda escludere che la materia possa essere disciplinata dall’ordinamento straniero che – in base alle proprie norme di diritto internazionale privato – non vuole invece regolarla. In particolare, la conclusione di applicare la legge materiale inglese riguardante la revoca del testamento per susseguente matrimonio all’intera successione non sembra considerare la norma di rinvio contenuta nella legge di diritto internazionale privato inglese, che non e’ volta a disciplinare la devoluzione degli immobili situati in Italia, anche riguardo alle questioni concernenti l’efficacia del titolo testamentario; 5.11.4. se la lex rei sitae, oltre ad integrare la legge successoria in base all’articolo 46, comma 1 possa costituire essa stessa la fonte di regolazione del titolo successorio per effetto del rinvio contenuto nelle norme di diritto internazionale privato straniero che contemplano il sistema della scissione; o se, piuttosto, detta legge venga in rilievo ai soli fini della regolazione delle modalita’ di acquisto dei beni ereditari. 6. Vanno esaminati congiuntamente il ricorso principale di (OMISSIS) ed il ricorso incidentale di (OMISSIS), in quanto essi pongono censure in parte sovrapponibili ed in parte interdipendenti, sicche’ le ragioni che depongono per la fondatezza di alcuni dei motivi rendono superflua l’autonoma trattazione delle questioni sollevate con altri. Il ricorso principale di (OMISSIS) ed il ricorso incidentale di (OMISSIS) sono dunque da accogliere nei limiti di seguito delineati. 6.1. Si ha riguardo alla successione di (OMISSIS), cittadino inglese, morto in Italia il (OMISSIS), coniugato dal (OMISSIS) con (OMISSIS), cittadina italiana. Alla successione di (OMISSIS) partecipano, oltre la coniuge, i sette figli del de cuius, (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). (OMISSIS) aveva redatto testamento redatto a Londra il 29 ottobre 1997, ed aveva disposto di tutte le sue sostanze in favore di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), lasciando ad (OMISSIS) un legato di 50.000 sterline. In corso di causa, (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno acquistato le quote ereditarie di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). Il patrimonio ereditario e’ composto da immobili siti in Italia e da beni mobili. 7. La fattispecie di causa va regolata esclusivamente alla stregua della L. 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato). Non rileva ratione temporis, e comunque per il mancato opt-in del Regno Unito, il Regolamento (UE) numero 650/2012 del 4 luglio 2012. Non rileva neppure la Convenzione dell’Aja del 1 agosto 1989, di cui l’Italia non e’ parte contraente. 8. La L. 31 maggio 1995, n. 218 dedica al diritto internazionale privato delle successioni il capo VII, strutturato in quattro articoli inerenti alla legge applicabile (articoli 46-49) ed in un articolo in tema di giurisdizione (articolo 50). L’articolo 46 individua la disciplina che regola la successione internazionale e la divisione ereditaria, gli articoli 47 e 48 riguardano il regime della capacita’ di testare e della forma del testamento, mentre l’articolo 49 contempla una norma sostanziale sulla successione dello Stato. 9. Nella vicenda per cui e’ causa, viene in rilievo un caso di revoca del testamento previsto dal Wills Act 1837 in ipotesi di successivo matrimonio del testatore (“In England, Wales and Northern Ireland, it is still a general rule that marriage automatically revokes a will”). Ai fini della qualificazione della questione come rientrante nello statuto successorio, e percio’ da affrontare in base alla L. n. 218 del 1995, articolo 46 non serve contrapporre che per il diritto inglese tale revoca non rientra nell’ambito delle successioni, ma del matrimonio. La qualificazione dirimente per dare soluzione alla questione preliminare della inerenza della fattispecie di revoca testamentaria alla legge delle successioni va operata in base alla legge materiale italiana. La L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 15 (in base al quale “la legge straniera e’ applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo”), postula che il diritto straniero, operante nell’ordinamento italiano in forza delle norme di diritto internazionale privato, deve essere applicato dal giudice italiano avvalendosi di tutti gli strumenti interpretativi posti dall’ordinamento straniero, ma non da’ risposta al profilo della qualificazione e quindi della natura della norma di altro Stato, da affrontare, percio’, secondo la lex fori. Pertanto, nel decidere quale norma di conflitto prevista dalla L. n. 218 del 1995 funzioni in rapporto alla specifica domanda proposta, il giudice deve determinare il significato delle espressioni giuridiche che connotano le categorie di fattispecie sulla base della lex fori, e cioe’ secondo i canoni di qualificazione propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene (e non gia’ sulla base della lex causae, e cioe’ adoperando i canoni ermeneutici dell’ordinamento straniero di volta in volta richiamato). Nella specie, individuate dapprima nella L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 le norme di conflitto, alla stregua della qualificazione compiuta secondo la lex fori, occorre poi considerare che la medesima legge inglese richiamata intende regolare la successione dei beni mobili, mentre rinvia indietro all’Italia la disciplina della successione dei beni immobili. La qualificazione, alla luce dell’ordinamento inglese richiamato, della questione preliminare attinente alla revoca del testamento come inerente ai rapporti tra coniugi (cosiddetta seconda qualificazione o qualificazione di rinvio) puo’ rilevare, quindi, soltanto nei limiti in cui le norme di conflitto dapprima individuate portino a dare applicazione alla legge straniera. 10. In continuita’ con l’abrogato articolo 23 preleggi e ancora prima con l’articolo 8 preleggi 1865, la L. n. 218 del 1995, articolo 46 ribadisce inizialmente i principi di unitarieta’ e universalita’ della successione (tanto ex lege che testamentaria), affermando il comma 1 che la successione mortis causa e’ regolata (soltanto) dalla legge nazionale del defunto al momento della morte, senza che abbiano rilievo la natura e la situazione dei beni che ne costituiscono oggetto. 10.1. I principi di unitarieta’ e universalita’ della successione divergono dalla soluzione della pluralita’ delle successioni, adottata, ad esempio, nei paesi di common law (ma anche in alcuni ordinamenti di civil law), e connotata dalla separazione tra legge regolatrice della proprieta’ mobiliare e legge regolatrice della proprieta’ immobiliare: la prima coincidente con la legge dell’ultimo domicilio o dell’ultima cittadinanza del de cuius, la seconda, per i beni immobili, individuabile come lex rei sitae. 10.2. Lo stesso L. n. 218 del 1995, articolo 46 peraltro, al comma 2 riconosce al soggetto della cui eredita’ si tratta la scelta di sottoporre, necessariamente con dichiarazione espressa in forma testamentaria, che “l’intera successione” sia sottoposta “alla legge dello Stato in cui risiede” (cosiddetta optio legis, o professio juris). In tal caso, pero’, ove si tratti di successione di un cittadino italiano, la scelta non puo’ pregiudicare i diritti che la legge italiana attribuisce ai legittimari residenti in Italia al momento della morte del de cuius. 10.3. D’altro canto, il principio di unita’ della successione puo’ essere attenuato dall’operativita’ del meccanismo del rinvio L. n. 218 del 1995, ex articolo 13 il quale, introdotto da tale disposizione per la prima volta nel nostro ordinamento, puo’ portare a modificare le stesse regole di conflitto: cio’ e’ quel che avviene, ad esempio, proprio allorche’ la legge nazionale del defunto adotti il criterio della scissione e cosi’ postuli l’assoggettamento della successione a discipline diverse in base alla natura ed alla situazione dei beni compresi nell’eredita’. 10.4. La coniugazione simultanea, sotto il profilo della legge regolatrice della successione internazionale, della regola di unitarieta’ e universalita’ della successione e della regola del rinvio impone all’interprete un difficile coordinamento, che era invece ignoto nell’originario sistema retto dagli articoli 23 e 30 disp. gen.. Tale difficile coordinamento si impone indicativamente proprio quando muoia un cittadino inglese che lasci nel suo patrimonio immobili in Italia: la successione e’ regolata dalla legge inglese secondo la L. n. 218 del 1995, articolo 46 ma la conflict law inglese non codificata valevole per i beni immobili rinvia, ai sensi della L. n. 218 del 1995, articolo 13 alla lex rei sitae, ovvero alla legge italiana. Cio’, peraltro, garantisce l’applicazione della stessa legge alla medesima successione internazionale, evitando che i giudici dei due diversi Stati pervengano, ove alternativamente aditi, a soluzioni opposte. 11. Deve subito considerarsi come il ricorso incidentale di (OMISSIS) (in particolare, secondo motivo) fa riferimento ad una “quaestio voluntatis”, attinente alla “scelta” inequivocabile di (OMISSIS) di assoggettare la propria successione alla legge sostanziale inglese, ritraibile dalla decisione dello stesso di recarsi a Londra nel 1997 appositamente per fare testamento. Di tale questione non vi e’ pero’ alcun cenno nella sentenza impugnata, ne’ il ricorrente incidentale, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilita’ per novita’ della censura, allega, nei modi imposti dall’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, l’avvenuta deduzione della stessa innanzi al giudice di merito, limitandosi il ricorrente incidentale, del resto, ad articolare censure per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, le quali non implicano l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa. Neppure e’ sostenibile che la decisione del Tribunale di Milano contenesse una statuizione minima, percio’ suscettibile di acquisire efficacia di giudicato interno, nel senso che (OMISSIS) avesse “scelto” la legge materiale da applicare alla sua successione, trattandosi, percio’, di questione che il giudice di appello aveva il potere di riconsiderare e riqualificare relativamente agli aspetti comunque coinvolti dai motivi dei contrapposti gravami. 11.1. In ogni caso, perche’ possa ravvisarsi la scelta di cui alla L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2, (ammissibile soltanto in favore della legge dello Stato in cui il de cuius abbia la propria effettiva ed abituale residenza, al momento della stessa scelta e della morte, e riferibile necessariamente all’intera successione, nonche’ tale da disattivare in potenza anche l’effetto dell’eventuale rinvio: L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 2, lettera a), occorre una “dichiarazione espressa in forma testamentaria”, ovvero in una delle forme valide previste dal successivo articolo 48. 11.2. La contemporanea operativita’ della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 esclude che al cittadino inglese, che non opti per la legge dello Stato di residenza, basti redigere testamento ai sensi della sua legge materiale nazionale per rendere applicabile quest’ultima all’intera successione: la scelta della forma del testamento non rivela ex se una volonta’ del testatore se manca nella scheda una dichiarazione espressa della legge applicabile alla sua successione, e cosi’ la situazione dei beni immobili finisce per determinare l’applicabilita’ della legge del posto quale conseguenza del rinvio indietro. 12. Dunque, il principio di unita’ della successione comporta che la legge non considera ne’ le caratteristiche dei beni, ne’ le qualita’ dei successibili per disciplinare la vocazione. Esso inoltre implica l’unicita’ della successione, che si apre solo una volta, e l’unitarieta’ della sua regolazione normativa, cioe’ l’utilizzazione di un unico meccanismo di allocazione delle situazioni comprese nel compendio ereditario. Il diritto internazionale privato e’, tuttavia, il terreno elettivo dello scontro tra unita’ e pluralita’ delle successioni mortis causa. Questo scontro si avvera, infatti, quando, nelle successioni transnazionali, entra in gioco il rinvio consentito ed accettato anche di ritorno (contraddittoriamente, ad avviso di alcuni commentatori) dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13. Nel caso in esame (che delinea una fattispecie non a caso ipotizzata come emblematica in molti studi specialistici), le norme di conflitto, di cui alla L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 individuano preliminarmente la lex successionis nella legge inglese, la quale poi trattiene la regolamentazione dei beni mobili e rinvia indietro alla lex rei sitae la disciplina dei beni immobili. In sostanza, quale conseguenza del rinvio del diritto internazionale privato italiano al diritto privato internazionale inglese e del correlato rinvio indietro previsto da quest’ultimo, si determina l’effetto della cosiddetta “scissione” tra i beni immobili e i beni mobili del defunto, senza che, per quanto detto, emerga alcun contrasto con l’ordine pubblico internazionale L. n. 218, ex articolo 16: la legge che governa la successione inerente ai beni immobili e’ la legge italiana, ovvero quella dello Stato in cui i beni si trovano (lex rei sitae); la legge che governa la successione inerente ai beni mobili, per contro, e’ la legge inglese, legge del domicilio del defunto. 13. Il sistema della scissione, che connota il diritto inglese (nonche’ altri paesi Europei) e che il nostro ordinamento “accetta” quale possibile conseguenza del “rinvio indietro” nella regolamentazione di una successione che contiene elementi di estraneita’, poggia su considerazioni di carattere eminentemente pratico di antica discendenza (“mobilia personam sequuntur, immobilia vero territorium”): il rilievo riconosciuto al domicilio per la disciplina della successione mobiliare e’ giustificato dalla normale collocazione di tale patrimonio del de cuius presso il domicile of origin, che si acquista alla nascita e che viene mantenuto finche’ non sia sostituito con un domicile of choice, sicche’, non avendo i beni mobili un collegamento stabile, essi vengono regolati dallo statuto personale; viceversa, la propensione per la legge del luogo di situazione in rapporto alla successione immobiliare deriva dal legame con l’autorita’ che ha giurisdizione sui beni immobili, giustificandosi l’operativita’ riguardo ad essi dello statuto reale. Si tratta di un sistema di scissione, dunque, riguardante le categorie di beni, e non meramente “funzionale”, quale quello che invece sottopone la devoluzione dei beni ereditari alla legge successoria e la sola amministrazione della successione alla lex fori. 14. Il principio della scissione, beninteso, opera sia nell’ambito di una successione ab intestato sia in una successione testamentaria. 15. La ricorrenza di un sistema dualista nella disciplina della successione transazionale comporta l’apertura di due (o piu’, se piu’ sono gli Stati in cui esistono beni immobili del defunto) successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi chiamate a verificare la validita’ e l’efficacia del titolo successorio, ad individuare gli eredi, a determinare l’entita’ delle quote e le modalita’ di accettazione e di pubblicita’. 15. In particolare, l’ambito di applicazione della lex successionis, individuata per le due successioni, quella mobiliare e quella immobiliare, abbraccia tutti i tre momenti in cui si sviluppa il procedimento successorio: quello della devoluzione, quello della trasmissione ereditaria dei beni e quello della divisione. Trattandosi di successione testamentaria, la stessa lex successionis, nella specie, quella inglese per i beni mobili e quella italiana per i beni immobili, disciplina, tra l’altro, quali tipi di disposizione il testatore poteva prevedere, la necessita’ di accettazione del legato o le modalita’ della rinuncia ad esso, i presupposti, le cause, i modi e gli effetti della revoca del testamento, l’eventuale tutela dei legittimari (quest’ultima desumibile altresi’ dalla L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2). In mancanza di una dichiarazione espressa del testatore della legge applicabile alla successione e comunque agli effetti dalla L. n. 218 del 1995, articolo 46, cit. comma 2 non puo’, invero, sostenersi che il rinvio alla legge italiana per la successione immobiliare, e la conseguente tutela delle quote di legittima, sacrificano la volonta’ di quello di disporre dei propri beni dopo la morte preservata dal sistema giuridico inglese. 16. L’errore della sentenza impugnata sta dunque nell’aver ritenuto che “e’ proprio perche’ e’ la legge inglese a disciplinare la successione mortis causa che trova applicazione prima la revoca del testamento per susseguente matrimonio, poi la successione ab intestato secondo le regole di diritto internazionale privato della stessa – applicate dunque prima di quelle sostanziali per risolvere il conflitto – che individuano per i beni mobili le disposizioni della legge inglese in considerazione del domicile del de cuius e per gli immobili le disposizioni della legge italiana per il rinvio senza distinzioni alla lex rei sitae”. In tal modo, i giudici del merito hanno finito per regolare anche il titolo di acquisto della successione immobiliare in base alla legge inglese, relegando l’operativita’ della lex rei sitae alla sola fase successiva alla delazione, limitata alla determinazione delle quote, alle modalita’ materiali ed alle formalita’ di acquisito. Devono pertanto enunciarsi i seguenti principi: In tema di successione transazionale, per l’individuazione della norma di conflitto operante, ed in particolare per la qualificazione preliminare della questione come rientrante nello statuto successorio, e percio’ da regolare alla stregua della L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 46 il giudice deve adoperare i canoni propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene. Allorche’ la legge nazionale che regola la successione transnazionale, ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 46 sottopone i beni mobili alla legge del domicilio del de cuius e rinvia indietro alla legge italiana, come consentito dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1, lettera b), per la disciplina dei beni immobili compresi nell’eredita’, si verifica l’apertura di due successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi che verificano la validita’ e l’efficacia del titolo successorio (anche, nella specie, con riguardo ai presupposti, alle cause, ai modi ed agli effetti della revoca del testamento), individuano gli eredi, determinano l’entita’ delle quote e le modalita’ di accettazione e di pubblicita’ ed apprestano l’eventuale tutela dei legittimari. 17. L’accoglimento, nei limiti di cui in motivazione, del ricorso principale di (OMISSIS) e del ricorso incidentale di (OMISSIS) comporta l’assorbimento del ricorso incidentale di (OMISSIS), le cui censure, attinenti al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato ex lege (statutory legacy) di 125.000 sterline in forza dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46, perdono di immediata evidenza decisoria, dovendo necessariamente essere riesaminate dal giudice di rinvio nell’ambito dei nuovi accertamenti di fatto ad esso devoluti alla stregua degli enunciati principi di diritto. 18. La sentenza impugnata va cassata, con rinvio dalla causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, che decidera’ uniformandosi ai principi di diritto enunciati e provvedera’ anche alla liquidazione delle spese del giudizio di cassazione. P.Q.M. La Corte accoglie, nei limiti di cui in motivazione, il ricorso principale di (OMISSIS) ed il ricorso incidentale di (OMISSIS), dichiara assorbito il ricorso incidentale di (OMISSIS), cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

SUCCESSIONI TESTAMENTO TRIB RAVENNA VALIDITA’ DEL TESTAMENTO

SUCCESSIONI TESTAMENTO TRIB RAVENNA
VALIDITA’ DEL TESTAMENTO
  • Deve in primo luogo rilevarsi la validità delle disposizioni testamentarie invocate dall’attore, nonostante l’indeterminatezza dei beneficiari delle medesime, in quanto gli stessi appaiono individuabili in base a criteri oggettivi stabiliti dalla testatrice, sia pure facendo riferimento a situazioni future rispetto all’epoca della redazione del testamento.
  • Va ricordato che la giurisprudenza ha qualificato come disposizione testamentaria a titolo universale l’attribuzione di tutti i beni residui, dei quali il testatore non abbia già disposto a titolo particolare (v. Cass. 26/5/1989 n. 2556).
  • Le domande del X vanno pertanto rigettate, mentre deve trovare accoglimento la domanda riconvenzionale delle L.A. diretta a far dichiarare la devoluzione a loro favore dell’eredità di L. R., comprensiva dei due appartamenti di Lido Adriano.
AVVOCATO-ESPERTO
  • In questo senso si è pronunciata la Suprema Corte con riferimento ad una disposizione testamentaria analoga a quelle in esame (“lascio tutto quel che possiedo a chi mi curerà”), cassando la sentenza impugnata secondo la quale detta disposizione non forniva parametri utili all’individuazione del soggetto beneficiario, e doveva pertanto ritenersi nulla a norma dell’art. 628 c.c., stante l’assoluta incertezza se attribuire la qualifica di erede a chi avrebbe garantito un’assistenza materiale non specialistica, a casa o in un centro ospedaliero, o al medico curante o a chi avrebbe assicurato sostegno morale o spirituale.
  • Secondo la Suprema Corte, infatti, “tale convincimento non può essere condiviso in quanto frutto di una valutazione astratta della disposizione della testatrice che ha precluso in radice di accertare la possibilità di identificare il beneficiario (o i beneficiari) della disposizione stessa. Invero il riferimento della C. a “chi mi curerà” consente di affermare che ella ha inteso richiamarsi, quanto a detta identificazione, non alla situazione in essere all’atto della redazione del testamento in oggetto, bensì a quella che si sarebbe via via realizzata fino alla sua morte in evidente relazione alle sue future esigenze di assistenza, cosicché il criterio indicato, ai fini di poter verificare se esso fornisse univoci dati oggettivi per la determinazione del beneficiario, avrebbe dovuto essere applicato con specifico riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione (vedi in tal senso Cass. 8-2-1962 n. 2629); in altri termini, poiché la volontà del testatore ai sensi dell’art. 628 c.c., deve essere almeno determinabile, è possibile che il “de cuius” faccia riferimento ad una delineata futura situazione di fatto dalla cui realizzazione emerga in termini inequivocabili l’individuazione del soggetto beneficiario (anche qualora si tratti di persona neppure conosciuta dal testatore), come appunto nella fattispecie, dove occorre verificare la sussistenza o meno di persone che si siano prese cura della C. dall’epoca di redazione del testamento fino alla sua morte” (Cass. 03/03/2011 n. 5131).
avvocato-erede-legittimo-10
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE DI RAVENNA
in composizione monocratica, nella persona del Giudice dott. Massimo Vicini, ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa civile di I Grado iscritta al n. R.G. 4030/2018 promossa
da:
X con il patrocinio dell’avv. TOMASI MARCO,
elettivamente domiciliato in VIA C. 44022 COMACCHIO (FE) presso il difensore avv. TOMASI MARCO
ATTORE
contro
L.A. con il patrocinio dell’avv. PALMIERI LUCA,
elettivamente domiciliata in PIAZZA F. T. 48022 LUGO (RA) presso il difensore avv. PALMIERI LUCA E.A. con il patrocinio dell’avv. PALMIERI LUCA, elettivamente domiciliata in PIAZZA F. T. 48022 LUGO (RA) presso il difensore avv. PALMIERI LUCA
CONVENUTE
CONCLUSIONI
Le parti hanno concluso come da fogli allegati al verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.
MOTIVI DELLA DECISIONE
X, qualificandosi come successore testamentario della defunta L. R. (deceduta in data ..), ha promosso il presente giudizio nei confronti di L.A. ed E.A., nipoti della R., per fare accertare nei loro confronti la propria qualità di proprietario delle unità immobiliari site in Lido Adriano (RA), Via G., appartenute alla defunta e possedute dalle convenute, e per sentir condannare queste ultime a lasciare immediatamente detti beni liberi da persone e cose nella piena disponibilità dell’attore.
Le domande attoree si fondano su un testamento olografo della defunta L. R. datato 19/11/2014, pubblicato in data 13/12/2017, e precisamente su due disposizioni in esso contenute, del seguente tenore:
“a chi si occuperà, quotidianamente, in questo luogo, del mio Gatto Romeo (alimentandolo col cibo urinary ed obesity) lascio l’appartamento al civico 55 di via G. a Lido Adriano (Ra).
A chi si sarà occupato, fino alla fine, della mia persona, l’appartamento al civico 53 di via G. a Lido Adriano (Ra), lasciando prelevare dal medesimo, alla mia amica M. T. di San Giovanni Persiceto (Bo) oggetti, libri, gioielli (in cassaforte) che saranno di suo gradimento”.
Il X sostiene infatti di avere conosciuto la R. nella primavera del 2015 tramite un’agenzia matrimoniale, e di avere intrapreso con lei una relazione sentimentale ininterrotta, durata fino al decesso della compagna, rimanendole vicino più di ogni altra persona e rappresentando per lei una comunione di vita materiale e spirituale; afferma inoltre di avere manifestato la volontà di prendersi cura del gatto Romeo nel luogo indicato nel testamento, ma di non aver potuto attuare tale volontà perché l’animale, già nell’immediatezza del decesso della R., venne allontanato dall’abitazione di Lido Adriano ove avrebbe dovuto essere accudito.
Le L.A., ritualmente costituitesi in giudizio, contestano la fondatezza delle domande attoree, esponendo che:
– alla morte della R. L. provvide a prelevare il gatto Romeo e a portarlo presso la propria abitazione in Bologna, dove l’animale è stato ed è tuttora accudito in modo da assicurargli affetto e benessere materiale, conformemente alla volontà testamentaria della de cuius;
– il X, residente a Lugo, non ha chiarito con quali modalità avrebbe voluto prendersi cura del predetto felino presso l’immobile di Lido Adriano;
– il X non si era occupato della R. fino alla fine, avendo intrattenuto con lei solo una relazione di amicizia, non continuativa e sicuramente terminata almeno sei mesi prima del decesso della donna;
– il testamento della R. individuava come eredi L. ed E.A. nel caso in cui nessuno si fosse occupato della testatrice fino al suo ultimo giorno di vita.
Le convenute chiedono pertanto di essere dichiarate, previo rigetto delle domande attoree, uniche destinatarie della volontà della de cuius.
Esaminati gli atti e i documenti prodotti, il Tribunale osserva quanto segue.
Il testamento olografo datato 19/11/2014, sul quale si fondano le domande attoree (doc. 2 allegato all’atto di citazione), contiene le seguenti disposizioni, oltre a quelle sopra riportate:
“Io sottoscritta R. L., nata il .. a San Giovanni in Persiceto (Bo) e residente in Ravenna, via G., con la presente, annullo ogni mio precedente testamento.
Nomino come esecutrici testamentarie Lorena ed Elena L.A. residenti a Bologna.
A loro divisi in parti uguali destino i soldi rimasti dopo aver eseguito le mie volontà.
A mio cognato G.A. euro quindicimila per la mia cremazione e sistemazione nella tomba di mia madre L. R. nel cimitero di Anzola dell’Emilia (Bo).
Dispongo che la proprietà di via L. in Anzola, venga venduta e sia estinto il mutuo in essere sul 55 di Via G.
Tutti sono da considerarsi eredi ed il rimanente va alle esecutrici”.
Deve in primo luogo rilevarsi la validità delle disposizioni testamentarie invocate dall’attore, nonostante l’indeterminatezza dei beneficiari delle medesime, in quanto gli stessi appaiono individuabili in base a criteri oggettivi stabiliti dalla testatrice, sia pure facendo riferimento a situazioni future rispetto all’epoca della redazione del testamento.
In questo senso si è pronunciata la Suprema Corte con riferimento ad una disposizione testamentaria analoga a quelle in esame (“lascio tutto quel che possiedo a chi mi curerà”), cassando la sentenza impugnata secondo la quale detta disposizione non forniva parametri utili all’individuazione del soggetto beneficiario, e doveva pertanto ritenersi nulla a norma dell’art. 628 c.c., stante l’assoluta incertezza se attribuire la qualifica di erede a chi avrebbe garantito un’assistenza materiale non specialistica, a casa o in un centro ospedaliero, o al medico curante o a chi avrebbe assicurato sostegno morale o spirituale.
Secondo la Suprema Corte, infatti, “tale convincimento non può essere condiviso in quanto frutto di una valutazione astratta della disposizione della testatrice che ha precluso in radice di accertare la possibilità di identificare il beneficiario (o i beneficiari) della disposizione stessa. Invero il riferimento della C. a “chi mi curerà” consente di affermare che ella ha inteso richiamarsi, quanto a detta identificazione, non alla situazione in essere all’atto della redazione del testamento in oggetto, bensì a quella che si sarebbe via via realizzata fino alla sua morte in evidente relazione alle sue future esigenze di assistenza, cosicché il criterio indicato, ai fini di poter verificare se esso fornisse univoci dati oggettivi per la determinazione del beneficiario, avrebbe dovuto essere applicato con specifico riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione (vedi in tal senso Cass. 8-2-1962 n. 2629); in altri termini, poiché la volontà del testatore ai sensi dell’art. 628 c.c., deve essere almeno determinabile, è possibile che il “de cuius” faccia riferimento ad una delineata futura situazione di fatto dalla cui realizzazione emerga in termini inequivocabili l’individuazione del soggetto beneficiario (anche qualora si tratti di persona neppure conosciuta dal testatore), come appunto nella fattispecie, dove occorre verificare la sussistenza o meno di persone che si siano prese cura della C. dall’epoca di redazione del testamento fino alla sua morte” (Cass. 03/03/2011 n. 5131).
Ciò premesso, deve però rilevarsi che nessuna delle parti in causa può essere individuata come beneficiaria delle disposizioni testamentarie aventi ad oggetto specifico i due appartamenti siti in Lido Adriano.
Ciò è del tutto evidente per quanto riguarda la disposizione relativa all’appartamento posto al civico 55 di Via G., poiché dopo la morte della R. la cura quotidiana del gatto Romeo avrebbe dovuto essere prestata presso la residenza della defunta (“in questo luogo”), e ciò non risulta essere mai avvenuto, essendo stato l’animale sempre accudito da L.A. presso la propria abitazione a Bologna; né è stato chiarito dal X come e quando avrebbe manifestato la volontà di prendersi cura del felino nel luogo indicato dalla testatrice, e tanto meno con quali modalità avrebbe voluto provvedervi.
Quanto alla disposizione relativa all’altro appartamento di Lido Adriano, va osservato che non è in contestazione la circostanza che il X abbia intrattenuto una relazione sentimentale o comunque affettiva con la defunta L. R. (conosciuta nella primavera del 2015 tramite un’agenzia matrimoniale), così come è pacifico che detta relazione non è mai sfociata in un rapporto di stabile convivenza o coabitazione.
Ciò che rileva ai fini dell’individuazione del beneficiario, però, non è la semplice esistenza di una relazione con la de cuius, bensì il fatto di essersi concretamente occupato della sua persona fino al momento della sua morte, cioè di essersi preso cura di lei prestandole un’assistenza materiale e morale adeguata alle sue esigenze, certamente accresciutesi negli ultimi mesi di vita, quando la R. si è vista colpita da una grave patologia, che l’ha condotta dapprima ad un ricovero ospedaliero e poi al decesso.
E’ evidente, quindi, che grava sull’attore un preciso onere assertivo, oltre che probatorio, avente ad oggetto tempi, modi e circostanze di tale assistenza materiale e morale.
Orbene, l’esposizione contenuta a tale proposito nell’atto di citazione e nella prima memoria attorea (che costituisce il limite temporale oltre il quale l’attività assertiva deve ritenersi preclusa) appare assolutamente insufficiente, essendo costituita unicamente da affermazioni generiche, non supportate da precisi e pertinenti riferimenti fattuali (“i due hanno intrapreso una relazione sentimentale ininterrotta, che durerà fino al decesso della compagna”; “è evidente la volontà della donna di attribuire la proprietà di uno dei suoi immobili alla persona che, più di altri, le sarebbe stata vicina da lì al decesso”, persona da identificare “nella figura del compagno che, negli ultimi anni di vita, ha rappresentato per lei, certamente, una comunione di vita materiale e spirituale”; “la presunta fine della relazione è sconfessata dai documenti prodotti dalla controparte … la signora, già in condizioni gravi, manifesta la volontà di annoverare il sig. X tra le persone a lei più vicine in quel momento”).
Deve rilevarsi, in particolare, che l’attore nulla riferisce (se non con le fumose espressioni sopra riportate) circa il proprio comportamento durante il periodo di malattia della R., nemmeno per quanto riguarda la fase terminale di tale periodo, quando la de cuius, ricoverata in ospedale, aveva massima necessità di aiuto e conforto.
Ad abundantiam si osserva che appaiono del tutto insufficienti anche le prove offerte dal X a sostegno della propria tesi.
I documenti prodotti a tal fine dall’attore (un bigliettino privo di data recante la firma “L. S.”, contenente espressioni affettuose nei confronti di una persona non nominata; un dipinto privo di data raffigurante una donna ed un gatto; una lettera datata 6 marzo 2017 e recante la firma “L. R.”, indirizzata ad un amico di nome Luigi, nella quale la scrivente riferisce di un suo felice rapporto sentimentale con “una bella persona, che dipinge, fa sculture e canta”, e conclude con la frase “Saluti e baci dalla famiglia X”; un altro dipinto non datato, presumibilmente allegato alla lettera, raffigurante tre persone ed un gatto) dimostrano tutt’al più l’esistenza di un legame sentimentale-affettivo tra la R. ed il X fino al mese di marzo del 2017, >ma nulla provano relativamente all’effettiva presenza dell’attore nella vita della de cuius nei mesi successivi, e in particolare nel periodo di maggior bisogno di tale presenza.
Quanto alla prova per testi dedotta dall’attore sulla sua relazione con la R., non ammessa con l’ordinanza istruttoria del 30/11/2019, non può che ribadirsi l’inammissibilità e/o inutilità della stessa per il contenuto palesemente generico e/o ininfluente dei relativi capitoli.
Appare inammissibile, per il suo evidente carattere esplorativo, anche l’istanza di esibizione avente ad oggetto i dati relativi al traffico telefonico, in entrata e in uscita, sull’utenza in uso alla de cuius.
Vi è comunque motivo di ritenere che negli ultimi mesi prima del decesso della R. la presenza dell’odierno attore nella sua vita sia venuta del tutto a mancare, o sia risultata assolutamente marginale, considerato che:
– dalla cartella infermieristica relativa al predetto ricovero ospedaliero risulta che la R. indicò come referenti per i medici il cognato G. ed un’amica, con i relativi numeri di telefono; solo nel modulo di consenso al trattamento dei dati sensibili figura anche il nome “G.” (dopo quello del cognato), con il relativo numero di telefono (doc. 8 allegato alla comparsa di costituzione e risposta);
– prima del ricovero la R. aveva affidato la propria carta bancomat, con l’incarico di effettuare alcuni pagamenti, alla vicina di casa F. P., e non al X (doc. 10 allegato alla seconda memoria per la convenuta).
In definitiva, quindi, nessuna delle parti in causa può essere individuata come beneficiaria delle due disposizioni a favore di persone non determinate, contenute nel testamento olografo di L. R., né risulta l’esistenza di altre persone individuabili come tali, con la conseguenza che i due appartamenti oggetto di tali disposizioni devono ritenersi compresi nell’eredità devoluta alle convenute in virtù dell’ultima disposizione testamentaria (“il rimanente va alle esecutrici”), che deve intendersi come una disposizione residuale, avente ad oggetto tutti i beni non assegnati per qualsiasi ragione con le precedenti disposizioni.
Va ricordato che la giurisprudenza ha qualificato come disposizione testamentaria a titolo universale l’attribuzione di tutti i beni residui, dei quali il testatore non abbia già disposto a titolo particolare (v. Cass. 26/5/1989 n. 2556).
Le domande del X vanno pertanto rigettate, mentre deve trovare accoglimento la domanda riconvenzionale delle L.A. diretta a far dichiarare la devoluzione a loro favore dell’eredità di L. R., comprensiva dei due appartamenti di Lido Adriano.
Le spese di lite seguono la soccombenza.
Non si ravvisano i presupposti per una condanna dell’attore al risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c.
P.Q.M.
il Tribunale, definitivamente pronunciando sulle domande oggetto del presente giudizio, così provvede:
1) respinge le domande proposte da X nei confronti di L.A. ed E.A.;
2) accerta e dichiara che L.A. ed E.A. sono eredi testamentarie della defunta L.R., e che nell’eredità devoluta alle stesse sono compresi anche i due appartamenti siti in località Lido Adriano del Comune di Ravenna, Via G.;
3) condanna X a rifondere alle convenute le spese del presente giudizio, che liquida in € 12.000,00 per compenso professionale, oltre a rimborso forf. spese generali nella misura del 15%, I.V.A. e C.P.A.;
4) respinge la domanda di risarcimento ex art. 96 c.p.c. proposta dalle convenute.
Così deciso in Ravenna, il giorno 15/03/2021.
Il Giudice
(dott. Massimo Vicini)

PISTOIA TRIBUNALE AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI

PISTOIA TRIBUNALE AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI

AVVOCATO A BOLOGNA ESPERTO CAUSE EREDITARIE SUCCESSIONI PISTOIA PRATO

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Pistoia

Il Tribunale in composizione collegiale, in persone dei magistrati:

Maria Iannone – Presidente

Lucia Leoncini – Giudice rel.

Elena Piccinni – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa n. 3228/2018 tra le parti:

B.R. (cf (…)), E.R. (cf (…)), F.R. (cf (…)), N.R. (cf (…)), P.R. (cf (…)), L.V. (cf (…)), con gli avv. MEACCI ILARIA (cf (…)) e SANTANGELO MARIA ROSARIA (cf (…))

ATTORI

G.B. (cf (…)), con gli avv. BONACCHI STEFANO (cf (…)) e FAGNI ALESSANDRO (cf (…));

A.B. (cf (…)), C.B. (cf (…)), con l’avv. FAGNI ALESSANDRO (cf (…))

CONVENUTE

G.G.S.G., con l’avv. PANELLI FABIO (cf (…))

TERZE INTERVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

.1. Agiscono in giudizio B.R., E.R., F.R., adia R., P.R., L.V., E.R. (quest’ultimo oi rinunciatario agli atti del giudizio per la propria posizione) chiedendo preliminarmente accertarsi e dichiararsi la reale consistenza del patrimonio del defunto A.R. al momento dell’apertura della successione e

accertarsi e dichiararsi che gli attori, nonché le convenute C.B. e A.B., sono nipoti del de cuius in quanto figli dei fratelli e sorelle di costui; in via principale, accertare e dichiarare le effettive volontà testamentarie del de cuius espresse nel testamento olografo del 16.10.2014 e, in particolare, esplicitare il significato del termine “fabbisogno” in esso menzionato, ancora accertare e dichiarare che gli attori oltre a C.B. e A.B., in quanto nipoti del de cuius, sono chiamati alla successione del medesimo e dunque accertare e dichiarare la qualità di eredi degli attori e a quale titolo, con quali diritti e in quali quote gli stessi sono stati chiamati all’eredità del de cuius, conseguentemente disporre in loro favore il rilascio dei beni ereditari nella misura che sarà accertata in corso di causa.

A fondamento di tali domande, gli attori propongono un’interpretazione della scheda testamentaria redatta dal de cuius nel senso che alla compagna di costui, convenuta nel presente giudizio, G.B. debba essere attribuito quanto necessario per il proprio sostentamento (“fabbisogno”, secondo l’espressione utilizzata dal testatore) mentre l’eccedenza sia da ripartire fra gli altri chiamati all’eredità ossia appunto i nipoti.

I.2. Si costituisce in giudizio la convenuta B., contestando le avverse domande e l’altrui interpretazione dell’atto testamentario e avanzando domanda riconvenzionale per il rimborso delle spese già versate per oneri successori e da gravare sulla massa ereditaria nonché per ottenere, pendente il giudizio, le somme necessarie per il proprio sostentamento come da volontà espressa dal de cuius ed ex adverso, in parte qua, non contestata: conclude quindi, in via preliminare, per l’emissione di ordinanza-ingiunzione ex art. 186ter c.p.c. per il rimborso delle spese riguardanti il passivo ereditario nell’importo di Euro 20.129,00 e per l’autorizzazione al prelievo dall’eredità della somma di Euro 3.000,00 mensili o altra ritenuta di giustizia per il proprio sostentamento, nel merito in tesi per essere dichiarata unica erede universale del de cuius ovvero, in ipotesi, essere dichiarata usufruttuaria con diritto di disporre fino alla propria morte dei beni ereditari anche con atti inter vivos.

I.3. Si costituiscono altresì, con autonoma e medesima comparsa, le altre convenute C.B. e A.B., aderendo all’interpretazione testamentaria data dalla convenuta B. con conseguente richiesta di rigetto delle domande attoree ovvero, in ipotesi e in caso di non accoglimento da parte del Tribunale di siffatta interpretazione, chiedendo di estendere a se medesime le richieste degli attori sia in punto di accertamento della propria qualità di eredi di A.R., sia in punto di determinazione delle quote a sé spettanti.

I.4. Si costituiscono altresì, con comparsa di intervento volontario adesivo delle ragioni attoree ex art. 105 co. 2 c.p.c., G.G. e S.G., chiedendo accertarsi e dichiararsi anche la propria qualità di chiamate all’eredità, con richiesta di estensione a se medesime di ogni effetto della sentenza da pronunciarsi in favore degli attori, in forza di relatio operata dal testatore nella scheda testamentaria del 16.10.2014 ad altra precedente scrittura nella quale sono menzionate quali nipoti anche le terze intervenute.

I.5. Accolto con ordinanza collegiale 11.10.2019 ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. in corso di causa promosso dalla convenuta B. e assegnati alle parti nel procedimento principale i termini di cui all’art. 183 co. 6 c.p.c., la causa viene ritenuta matura per la decisione su base documentale (respinte le istanze istruttorie formulate dalla sola parte attrice) e viene rimessa al Collegio sulle conclusioni delle parti come in epigrafe riportate, con assegnazione alle stesse dei termini di legge per il deposito di scritti conclusivi.

  1. Per la definizione della controversia, occorre muovere dal testo della scheda testamentaria datata 16.10.2014, non fatta oggetto di alcuna impugnativa e relativamente alla quale non v’è contestazione fra le parti che costituisca il valido atto di espressione delle ultime volontà del de cuius, anche in sostituzione di altre scritture dallo stesso redatte in precedenza.

Ivi si legge letteralmente:

“In data odierna nella mia piena facoltà di intendere e volere decido di sostituire tutti gli scritti da me fatti in data 31-07-09-10-10-11 e 10-10-2012 dopo le mie valutazioni oltre queste date. per comportamenti ricevuti dagli aventi diritto dei miei beni.

Io A.R. da oggi intendo che i miei beni alla mia morte siano così ripartiti Se dovessi mancare prima della mia suocera A.P. e della mia compagna B.G. i beni miei dovranno servire per il loro fabbisogno fino alle loro morti, se al momento di questi due decessi ci rimaranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti maschi o femmine in parti uguali.

I nomi dei nipoti sono già riportati nella scrittura del 10-10-2012.

Sono contento di tutto quello che la vita mi a dato come sapete non credo q nulla pertanto ricordatemi se volete per quello che sono stato

A.”.

Ora, evidente che le parole usate dal testatore devono essere lette e interpretate alla luce del contesto familiare e culturale di appartenenza, andando a ricercare nel concreto la reale volontà del de cuius sottesa alle espressioni utilizzate senza ricercare in esse tecnicismi giuridici che non possono pretendersi da non professionisti della materia, dal dato testuale della scrittura in analisi possono desumersi quantomeno taluni dati chiari e indubbi ossia che:

– se il de cuius dovesse morire prima della suocera e della compagna, i suoi beni andranno a costoro e dovranno servire per il loro fabbisogno;

– se anche alla morte della suocera e della compagna dovessero residuare dei beni, gli stessi dovranno essere suddivisi in parti uguali fra tutti i nipoti del de cuius, maschi o femmine, come indicati nella scrittura del 10.10.2012.

A quest’ultimo proposito, le intervenienti G.G. e S.G. hanno dedotto e documentato (cfr. deposito documentale in sede di udienza 24.9.2019) come la scrittura 10.10.2012, cui per relationem si riferisce il testamento 16.10.2014 per l’individuazione dei nipoti del testatore, indichi costoro in R.E., R.F., R.B., R.P., R.A., R.N., G.G., G.S., V.

L., B.C., B.A..

È convinzione di questo Collegio che l’atto di intervento volontario spiegato dalle pretese chiamate all’eredità G.G. e S.G. sia legittimo, radicandosi la legitimatio ad causam delle intervenienti nella relatio contenuta nel testamento 16.10.2014 ad altra precedente scrittura recante indicazione dei “nipoti” come intesi dal de cuius. Al riguardo, non si ritiene infatti possibile sostenere che, essendo stato quel precedente testamento del 10.10.2012 revocato dallo stesso testatore in forza di testamento successivo, esso non possa rivestire più alcun valore: certamente non può valere quale atto contenente le ultime volontà del de cuius, ma nulla vieta che possa avere una qualche rilevanza ad altri fini – come appunto, nella specie, ai fini dell’individuazione dei nipoti che il testatore ha inteso chiamare alla sua eredità (indipendentemente dalla problematica afferente la validità o meno della chiamata, di cui si tratterà in seguito) – allorquando sia stato lo stesso testatore ad attribuire un simile rilievo.

Né con ciò può dirsi che non sussista valida revoca del testamento 10.10.2012 avendo ad esso il testatore fatto riferimento nella successiva scheda testamentaria del 16.10.2014, atteso che la relatio contenuta in quest’ultima attiene non propriamente e direttamente alla volontà dispositiva del testatore ma semplicemente all’individuazione di un elemento (destinatari delle ultime volontà del de cuius) che ben può essere integrato da dati esterni al testamento purché definibili e accertabili come espressione delle intenzioni del de cuius. Aspetto, questo, che nella vicenda qui in decisione ricorre senz’altro, in quanto l’elemento estrinseco alla scheda testamentaria cui questa opera formale relatio consiste in documento scritto dal testatore stesso, non contraddetto né superato in parte qua dal testamento redatto in epoca successiva.

A ciò si aggiunga, a conforto, che l’individuazione dei “nipoti” operata dal de cuius appare anche ragionevole, posto che essa comprende sia i nipoti in senso giuridico ossia legati da rapporti di parentela in sensi stresso, sia nipoti c.d. “acquisiti” (le nipoti della moglie del de cuius, come pacifico oltre che documentato in causa, cfr. documentazione allegata alla mem. 183 co. 6 n. 2 c.p.c. delle parti intervenute) che quindi, nella mentalità comune, rientrano parimenti nel novero dei nipoti.

Fatta chiarezza su questo profilo e venendo alla quaestio controversa fra le parti, su cui si innervano le plurime domande variamente azionate in causa, ossia il corretto inquadramento giuridico delle ultime volontà espresse dal de cuius, reputa il Collegio dirimente la circostanza per cui l’attribuzione dei beni ai nipoti è subordinata alla previa morte dei soggetti indicati come primi beneficiari, ossia la suocera e la compagna del testatore.

Anche ponendosi nell’ottica esegetica della ricerca dell’intentio testatoris al di là di quanto strettamente risultante dalla scheda testamentaria e dunque valorizzando elementi esterni ad essa, non può farsi a meno di rilevare come anche nel precedente testamento olografo 10.10.2012 poi annullato il de cuius avesse ben chiaramente stabilito la suddetta successione cronologica, trovandosi scritto “Alla mia morte deve essere tutelata con imiei beni se ci saranno la signora A.P. e la signora B.G. fino alla loro morte nei modi e maniere in cui abbiano portato la vita fino al mio decesso. Alla morte delle signore sopracitate i beni restanti sempre se ci saranno dovranno essere così suddivisi: Alla nipote G.G. il 5% (cinque percento) del totale rimasto, il rimanente valore suddiviso in parti uguali a tutti i nipoti G.G. compresa R.E., R.F., R.B., R.P., R.N., R.A., G.G.G.S., V.L., B.C., B.A.” (cfr. deposito documentale delle terze intervenute in sede di udienza 24.9.2019).

Ne risulta quindi confermata la volontà del testatore di attribuire i propri beni in prima battura alla suocera e alla compagna, ove questa siano ancora in vita alla sua morte, e di attribuire ai nipoti i beni rimanenti solo dopo la morte anche della suocera e della compagna.

Del resto, pur dovendosi procedere all’interpretazione della volontà testamentaria anche “oltre” il dato letterale delle espressioni utilizzate dal de cuius alla ricerca dall’effettiva volontà di questi e nell’ottica di conservazione del testamento, non è però certo consentito andare “contro” la littera testamentis poiché ciò significherebbe, piuttosto che valorizzare l’effettiva volontà del testatore, mettere a tacere la stessa indebitamente.

Ebbene, come detto, nel testamento del 16.10.2014 e già in quello precedente del 10.10.2012 – a conferma di una continuità nell’intenzione dispositiva del testatore che rinsalda la stessa e la corrobora, anche dal punto di vista probatorio processuale – il de cuius si è inequivocabilmente espresso nel senso che la devoluzione dei propri beni ai nipoti debba avvenire sui beni in ipotesi rimanenti alla morte delle prime beneficiarie, ossia la suocera e la moglie.

Trattasi di aspetto indubbio e imprescindibile ai fini della soluzione della controversia che ci occupa.

Difatti, pur volendo aderire per un momento alla prospettazione attorea per cui, valorizzando il termine “fabbisogno” utilizzato dal testatore in riferimento alle prime beneficiarie A. e B., si sarebbe di fronte all’attribuzione alle predette A. e B. di un diritto di usufrutto sub specie di usufrutto vitalizio, con nuda proprietà a favore dei nipoti (o altra similare fattispecie non meglio identificata ex parte actoris e lasciata al potere interpretativo e qualificatorio del Tribunale), ci si scontra tuttavia con il dato oggettivo e insuperabile – oltre che, si ripete, presente in tutte le schede testamentarie nel tempo redatte dal R.A. – della delazione successiva (devoluzione dei beni ereditari ai nipoti dopo la morte delle prime chiamate all’eredità A. e B.) e avente ad oggetto solo i beni residui se ancora sussistenti alla morte delle prime chiamate all’eredità; laddove l’elaborazione interpretativa è costante nel ritenere incompatibile l’istituzione di eredi tributari del diritto di usufrutto e di eredi tributari del diritto di nuda proprietà qualora tali istituzioni non siano contestuali, ma appunto in ordine successivo esattamente come avvenuto nel caso di specie.

Peraltro l’istituto dell’usufrutto o dell’usufrutto vitalizio si profila, nella concreta vicenda successoria al nostro esame, contrastante con il tenore testuale della scheda testamentaria, nella quale la devoluzione ai nipoti concerne i beni ereditari eventualmente ancora sussistenti al momento della morte delle chiamate all’eredità A. e B. (“se al momento di questi due decessi ci rimarranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti…”), dal che si desume l’assenza in capo alle istituite A. e B. dei limiti all’utilizzo dei beni che sono invece propri dell’usufruttuario.

Posto un simile contesto, ritiene allora il Tribunale di condividere l’interpretazione propugnata dalle parti convenute e suffragata da copiosa giurisprudenza di legittimità espressasi in argomento, la quale concordemente ravvisa nella c.d. delazione successiva una sostituzione fedecommissaria vietata a mente dell’art. 692 co. 5 c.c. stante da un lato l’indubbia non ricorrenza nel caso de quo delle circoscritte ipotesi in cui un tale istituto è consentito ove avente finalità assistenziali (cfr. art. 692 co. 1 c.c.), dall’altro lato e inoltre l’assenza dell’obbligo per l’istituito di “conservare e restituire alla sua morte i beni” a favore dei sostituiti come previsto invece per la sostituzione fedecommissaria lecita ex art. 692 co. 1 c.c.: nella vicenda qui in disamina, infatti, non solo non sussistono in capo a istituiti e sostituiti le qualifiche soggettive in presenza delle quali l’istituto successorio di cui si discetta è considerato lecito, ma manca altresì l’obbligazione principe posta a carico degli istituiti atteso che alle chiamate all’eredità A. e B. non è posto alcun obbligo di conservazione dei beni per poi poterli devolvere, alla loro morte, ai nipoti del de cuius, né un simile obbligo è desumibile dalla lettura complessiva del testamento o da elementi estrinseci ad esso non avendo le parti allegato né dimostrato alcunché sul punto, ma anzi nella scheda testamentaria è chiaramente detto che alla morte delle prime beneficiarie A. e B. dovrà essere devoluto ai nipoti del R. solo quanto rimanente e se ci sarà del rimanente, avendo quindi il testatore preso in considerazione come del tutto possibile anche il caso in cui niente dei bene ereditari sopravviva alle sig.re A. e B. secondo quanto risultante dalla chiara espressione del testamento 16.10.2014 “se al momento di questi due decessi ci saranno dei beni da gestire…”.

A conforto della tesi qui sostenuta, sulla scorta del tenore letterale del testamento in analisi e in mancanza, come detto, di indici anche esterni significanti una diversa o difforme volontà del testatore (i quali, per vero, si porrebbero in contrasto con quanto chiaramente espresso nella scheda testamentaria e dunque in conflitto anche con la direttiva principe in materia successoria di favor testamenti e tutela della volontà del disponente), possono citarsi le seguenti pronunce di legittimità, tutte per diversi aspetti perfettamente attagliate alla vicenda oggi in decisione:

Cass. ord. n. 25698/2018, in massima “L’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca della effettiva volontà del “de cuius”, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria; ne consegue che la disposizione con la quale il “de cuius” lascia a persone diverse rispettivamente l’usufrutto e la nuda proprietà di uno stesso bene (o dell’intero complesso dei beni ereditari) non integra gli estremi della sostituzione fedecommissaria (ma quelli di una formale istituzione di erede) quando le disposizioni siano dirette e simultanee e non in ordine successivo, i chiamati non succedano l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, e la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisca un effetto non della successione, ma della “vis espansiva” della proprietà”; conf. Cass. n. 2172/2011, Cass. n. 4435/2009;

Cass. n. 5604/2001 per cui “è ipotizzabile una istituzione con sostituzione fedecommissaria qualora il testatore, pur adoperando la terminologia corrispondente ad una attribuzione separata di usufrutto e di nuda proprietà, abbia attribuito all’onorato dell’usufrutto diritti ed obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede oppure abbia condizionato l’acquisto della qualità di erede del secondo alla sopravvivenza al primo”.

Quanto sopra conduce dunque a ravvisare, nel testamento in analisi, una non consentita sostituzione fedecommissaria c.d. de residuo, nulla ex art. 692 u.c. c.c. senza che ciò invalidi – interpretazione granitica sul punto – l’intera scheda testamentaria, in virtù dei principi cardini di conservazione del testamento (mutuato ex art. 1367 c.c.) e di tutela della volontà del testatore: ché infatti ciò che rende illecito l’istituto in parola (sostituzione fedecommissaria ex art. 692 co. 5 c.c.) è la circostanza che, tramite esso, si pretenderebbe coartare la volontà del soggetto chiamato all’eredità del de cuius, qualora si consentisse a quest’ultimo di stabilire a chi debbano essere devoluti i beni ereditari al momento della morte dell’erede istituito, dovendo invece essere preservata anche la legittima volontà testamentaria di costui il quale, una volta ereditati determinati beni, deve essere libero di disporne anche tramite i propri atti di ultima volontà.

D’altronde, se per un verso – come detto – non può sostenersi che una clausola testamentaria nulla quale quella istituente un fedecommesso de residuo vietato renda nullo tutto il testamento, sia alla luce del principio di conservazione degli atti di ultima volontà sia in forza del disposto testuale dell’art. 692 u.c. c.c. che espressamente sanziona con la nullità esclusivamente la “sostituzione” e non il testamento che la contiene, per altro verso neppure è possibile sanare una clausola nulla ex lege in forza del principio di conservazione della volontà del testatore, quasi che tale volontà soggettiva potesse superare i divieti di legge ciò che verrebbe a configurare un’insanabile contraddizione ordinamentale: tanto più in riferimento ad un divieto, come quello di cui si tratta, posto a tutela di principi di ordine pubblico quale preservare la libertà e volontà testamentaria con riguardo, in specifico, all’erede istituito che non può essere sostituito dal proprio dante causa nella designazione dei propri eredi al momento della propria morte.

All’occorrenza, si conferma in questa sede la valutazione di inammissibilità delle istanze istruttorie attoree siccome, in punto di prova per testi, vertenti su capitoli genericamente formulati e in parte anche valutativi, in punto di c.t.u. e ordine di esibizione superflue e per certi versi esplorative, stante l’interpretazione della voluntas testatoris come emergente dall’atto di ultime volontà che conduce ad escludere le attrici (così come le convenute B. e le terze intervenuti) dal novero dei chiamati all’eredità per insanabile nullità della relativa istituzione.

In definitiva quindi, non essendovi altra possibilità di diversamente interpretare la indubbia devoluzione successiva operata dal testatore A.R. se non con una invalida sostituzione fedecommissaria, deve essere dichiarata la nullità del testamento in parte qua, ossia laddove intende istituire i nipoti quali eredi dei beni rimanenti alla morte delle istituite A. e B.: mentre il testamento resta valido per il resto, dovendo quindi essere individuata – stante l’avvenuto decesso della chiamata all’eredità P.A. anteriormente al decesso del de cuius – l’unica erede testamentaria nella persona di G.B..

Ciò determina il rigetto tanto delle domande attoree, quanto delle domande adesive delle terze intervenute, assorbite invece le domande svolte in subordine dalle convenute C.B. e A.B. stante l’accoglimento della loro domanda principale, ossia di rigetto delle pretese degli attori.

La decisione assunta determina altresì l’assorbimento delle ulteriori pretese avanzate in via riconvenzionale dalla convenuta B., per il rimborso delle spese sostenute per il pagamento di passivi ereditari e per il riconoscimento del diritto a prelevare dalla massa ereditaria quanto necessario per il proprio sostentamento, domanda quest’ultima già accolta in sede di procedimento cautelare in corso di causa nel quale del resto nessuna delle controparti si è costituita nulla avendo opposto alla pretesa della convenuta B. in tal senso (il che è coerente con la prospettazione giuridica propugnata dagli attori e dalle intervenute, ossia con il riconoscimento alla convenuta B. del diritto di prelevare dall’eredità quanto occorrente per il proprio fabbisogno, con devoluzione del residuo ai nipoti): difatti, il riconoscimento della convenuta B. quale unica erede testamentaria conferisce alla stessa l’esclusività dei diritti sulla massa ereditaria e la piena disponibilità di questa.

Occorre solo, da ultimo, spendere due parole sulla domanda, formulata dalle terze intervenute per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c. e reiterata in fase conclusionale, di condanna degli eredi alla refusione delle spese sostenute dalle predette per la pubblicazione dei testamenti olografi 10.10.2011 e 10.10.2012; oltre al profilo della novità e tardività della domanda al di là del limite dell’emendatio libelli, a destituire di fondamento la pretesa delle terze intervenute conduce il rilievo per cui la pubblicazione di cui le stesse chiedono il rimborso è stata operata dalle medesime nel loro esclusivo interesse, specificamente al fine di comprovare la propria legittimazione ad intervenire quali chiamate all’eredità del de cuius, ma non essendo stata accolta la loro domanda di accertamento della loro qualità di eredi certamente dette spese non possono gravare sulla massa ereditaria ovvero sull’unica erede riconosciuta G.B. che in niente ha beneficiato da simili esborsi essendo per la stessa sufficiente, al fine di dimostrare la propria qualità di legittima erede del de cuius, la pubblicazione del solo testamento del 16.10.2014.

III. Quanto alle spese di lite, stante la soccombenza delle attrici e delle terze intervenute costoro devono essere chiamate tutte, in solido, alla refusione delle spese in favore di tutte le convenute, avendo anche le convenute B. aderito alla prospettazione della convenuta B. e chiesto in via principale il rigetto delle domande attoree.

Non viene chiamato a concorrere alle spese l’attore rinunciatario E.R. pur in assenza di accettazione espressa delle altre parti alla rinuncia, non potendosi dire detta accettazione necessaria non ravvisandosi a monte un interesse di nessuna delle altre parti contrario alla rinuncia stessa ovvero un interesse a che la causa proseguisse anche da e nei confronti del rinunciatario (cfr. art. 306 co. 1 c.p.c.): tanto più che la rinuncia di esso non ha fatto venir meno il contenzioso e quindi la possibilità per le controparti di recuperare dagli attori non rinunciatari le spese sostenute per la propria difesa.

In punto di liquidazione dei compensi, che viene operata a mente del D.M. n. 55 del 2014 in base al valore della lite indeterminabile di complessità media, ritiene il Collegio di dover tenere in conto la consistenza dell’attività processuale svolta giustificandosi al riguardo per la posizione della convenuta B. la riduzione dei compensi per la fase istruttoria limitata al deposito di due brevissime memorie ex art. 183 co. 6 n. 1 e n. 3 c.p.c. (rispettivamente di una e di due pagine), per la posizione delle convenute B. la riduzione dei compensi per le fasi di studio e introduttiva, essendosi le predette costituite a mezzo il medesimo procuratore della convenuta B. con atti di adesione alla tesi di questa e ricalcati sulla di lei comparsa costitutiva, nonché per la fase decisionale per i medesimi motivi e l’eliminazione dei compensi per la fase istruttoria, non avendo le convenute B. depositato alcuna memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c..

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

A carico delle sole parti attrici vengono poste le spese del subprocedimento cautelare azionato dalla convenuta B. in quanto, pur non essendosi in esso le attrici costituite e dunque non essendosi formalmente opposte al relativo accoglimento, tuttavia con l’introduzione del giudizio di merito hanno dato causa all’introduzione del procedimento cautelare da parte della chiamata all’eredità B. cui, pendente giudizio, era preclusa la disponibilità dei beni ereditari: non sono invece considerate le terze intervenute, che si sono costituite in senso adesivo solo nel giudizio principale senza aver dato causa esse stesse al contenzioso. Per il subprocedimento cautelare la liquidazione, a mente del D.M. n. 55 del 2014, tiene conto del valore della controversia cautelare come risultante dal decisum e del fatto che la decisione è stata assunta allo stato degli atti sulla base del solo ricorso introduttivo ex art. 700 c.p.c., assenti fase istruttoria e fase propriamente decisionale, senza riconoscimento di alcun aumento in assenza di questioni di particolare complessità e vista anche la contumacia delle controparti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Pistoia in composizione collegiale, definitivamente pronunciando, ogni contraria o diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:

1) respinge le domande attoree;

2) respinge le domande delle terze intervenute;

3) dichiara estinto il giudizio nei confronti di E.R. ai sensi dell’art. 306 c.p.c.;

4) in accoglimento della domanda riconvenzionale di parte convenuta B., dichiara G.B. erede universale del de cuius A.R.; 5) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta B., che liquida nella misura di Euro 9.275,00 oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

6) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore delle convenute A.B. e C.B., che liquida nell’importo di Euro 3.393,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

7) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) in solido alla refusione, in favore di parte convenuta B., delle spese del subprocedimento cautelare che liquida nell’importo di Euro 3.000,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge.

Conclusione

Così deciso in Pistoia nella camera di consiglio dell’11 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Pistoia

Il Tribunale in composizione collegiale, in persone dei magistrati:

Maria Iannone – Presidente

Lucia Leoncini – Giudice rel.

Elena Piccinni – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa n. 3228/2018 tra le parti:

B.R. (cf (…)), E.R. (cf (…)), F.R. (cf (…)), N.R. (cf (…)), P.R. (cf (…)), L.V. (cf (…)), con gli avv. MEACCI ILARIA (cf (…)) e SANTANGELO MARIA ROSARIA (cf (…))

ATTORI

G.B. (cf (…)), con gli avv. BONACCHI STEFANO (cf (…)) e FAGNI ALESSANDRO (cf (…));

A.B. (cf (…)), C.B. (cf (…)), con l’avv. FAGNI ALESSANDRO (cf (…))

CONVENUTE

G.G.S.G., con l’avv. PANELLI FABIO (cf (…))

TERZE INTERVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

.1. Agiscono in giudizio B.R., E.R., F.R., adia R., P.R., L.V., E.R. (quest’ultimo oi rinunciatario agli atti del giudizio per la propria posizione) chiedendo reliminarmente accertarsi e dichiararsi la reale consistenza del patrimonio el defunto A.R. al momento dell’apertura della successione e

accertarsi e dichiararsi che gli attori, nonché le convenute C.B. e A.B., sono nipoti del de cuius in quanto figli dei fratelli e sorelle di costui; in via principale, accertare e dichiarare le effettive volontà testamentarie del de cuius espresse nel testamento olografo del 16.10.2014 e, in particolare, esplicitare il significato del termine “fabbisogno” in esso menzionato, ancora accertare e dichiarare che gli attori oltre a C.B. e A.B., in quanto nipoti del de cuius, sono chiamati alla successione del medesimo e dunque accertare e dichiarare la qualità di eredi degli attori e a quale titolo, con quali diritti e in quali quote gli stessi sono stati chiamati all’eredità del de cuius, conseguentemente disporre in loro favore il rilascio dei beni ereditari nella misura che sarà accertata in corso di causa.

A fondamento di tali domande, gli attori propongono un’interpretazione della scheda testamentaria redatta dal de cuius nel senso che alla compagna di costui, convenuta nel presente giudizio, G.B. debba essere attribuito quanto necessario per il proprio sostentamento (“fabbisogno”, secondo l’espressione utilizzata dal testatore) mentre l’eccedenza sia da ripartire fra gli altri chiamati all’eredità ossia appunto i nipoti.

I.2. Si costituisce in giudizio la convenuta B., contestando le avverse domande e l’altrui interpretazione dell’atto testamentario e avanzando domanda riconvenzionale per il rimborso delle spese già versate per oneri successori e da gravare sulla massa ereditaria nonché per ottenere, pendente il giudizio, le somme necessarie per il proprio sostentamento come da volontà espressa dal de cuius ed ex adverso, in parte qua, non contestata: conclude quindi, in via preliminare, per l’emissione di ordinanza-ingiunzione ex art. 186ter c.p.c. per il rimborso delle spese riguardanti il passivo ereditario nell’importo di Euro 20.129,00 e per l’autorizzazione al prelievo dall’eredità della somma di Euro 3.000,00 mensili o altra ritenuta di giustizia per il proprio sostentamento, nel merito in tesi per essere dichiarata unica erede universale del de cuius ovvero, in ipotesi, essere dichiarata usufruttuaria con diritto di disporre fino alla propria morte dei beni ereditari anche con atti inter vivos.

I.3. Si costituiscono altresì, con autonoma e medesima comparsa, le altre convenute C.B. e A.B., aderendo all’interpretazione testamentaria data dalla convenuta B. con conseguente richiesta di rigetto delle domande attoree ovvero, in ipotesi e in caso di non accoglimento da parte del Tribunale di siffatta interpretazione, chiedendo di estendere a se medesime le richieste degli attori sia in punto di accertamento della propria qualità di eredi di A.R., sia in punto di determinazione delle quote a sé spettanti.

I.4. Si costituiscono altresì, con comparsa di intervento volontario adesivo delle ragioni attoree ex art. 105 co. 2 c.p.c., G.G. e S.G., chiedendo accertarsi e dichiararsi anche la propria qualità di chiamate all’eredità, con richiesta di estensione a se medesime di ogni effetto della sentenza da pronunciarsi in favore degli attori, in forza di relatio operata dal testatore nella scheda testamentaria del 16.10.2014 ad altra precedente scrittura nella quale sono menzionate quali nipoti anche le terze intervenute.

I.5. Accolto con ordinanza collegiale 11.10.2019 ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. in corso di causa promosso dalla convenuta B. e assegnati alle parti nel procedimento principale i termini di cui all’art. 183 co. 6 c.p.c., la causa viene ritenuta matura per la decisione su base documentale (respinte le istanze istruttorie formulate dalla sola parte attrice) e viene rimessa al Collegio sulle conclusioni delle parti come in epigrafe riportate, con assegnazione alle stesse dei termini di legge per il deposito di scritti conclusivi.

  1. Per la definizione della controversia, occorre muovere dal testo della scheda testamentaria datata 16.10.2014, non fatta oggetto di alcuna impugnativa e relativamente alla quale non v’è contestazione fra le parti che costituisca il valido atto di espressione delle ultime volontà del de cuius, anche in sostituzione di altre scritture dallo stesso redatte in precedenza.

Ivi si legge letteralmente:

“In data odierna nella mia piena facoltà di intendere e volere decido di sostituire tutti gli scritti da me fatti in data 31-07-09-10-10-11 e 10-10-2012 dopo le mie valutazioni oltre queste date. per comportamenti ricevuti dagli aventi diritto dei miei beni.

Io A.R. da oggi intendo che i miei beni alla mia morte siano così ripartiti Se dovessi mancare prima della mia suocera A.P. e della mia compagna B.G. i beni miei dovranno servire per il loro fabbisogno fino alle loro morti, se al momento di questi due decessi ci rimaranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti maschi o femmine in parti uguali.

I nomi dei nipoti sono già riportati nella scrittura del 10-10-2012.

Sono contento di tutto quello che la vita mi a dato come sapete non credo q nulla pertanto ricordatemi se volete per quello che sono stato

A.”.

Ora, evidente che le parole usate dal testatore devono essere lette e interpretate alla luce del contesto familiare e culturale di appartenenza, andando a ricercare nel concreto la reale volontà del de cuius sottesa alle espressioni utilizzate senza ricercare in esse tecnicismi giuridici che non possono pretendersi da non professionisti della materia, dal dato testuale della scrittura in analisi possono desumersi quantomeno taluni dati chiari e indubbi ossia che:

– se il de cuius dovesse morire prima della suocera e della compagna, i suoi beni andranno a costoro e dovranno servire per il loro fabbisogno;

– se anche alla morte della suocera e della compagna dovessero residuare dei beni, gli stessi dovranno essere suddivisi in parti uguali fra tutti i nipoti del de cuius, maschi o femmine, come indicati nella scrittura del 10.10.2012.

A quest’ultimo proposito, le intervenienti G.G. e S.G. hanno dedotto e documentato (cfr. deposito documentale in sede di udienza 24.9.2019) come la scrittura 10.10.2012, cui per relationem si riferisce il testamento 16.10.2014 per l’individuazione dei nipoti del testatore, indichi costoro in R.E., R.F., R.B., R.P., R.A., R.N., G.G., G.S., V.

L., B.C., B.A..

È convinzione di questo Collegio che l’atto di intervento volontario spiegato dalle pretese chiamate all’eredità G.G. e S.G. sia legittimo, radicandosi la legitimatio ad causam delle intervenienti nella relatio contenuta nel testamento 16.10.2014 ad altra precedente scrittura recante indicazione dei “nipoti” come intesi dal de cuius. Al riguardo, non si ritiene infatti possibile sostenere che, essendo stato quel precedente testamento del 10.10.2012 revocato dallo stesso testatore in forza di testamento successivo, esso non possa rivestire più alcun valore: certamente non può valere quale atto contenente le ultime volontà del de cuius, ma nulla vieta che possa avere una qualche rilevanza ad altri fini – come appunto, nella specie, ai fini dell’individuazione dei nipoti che il testatore ha inteso chiamare alla sua eredità (indipendentemente dalla problematica afferente la validità o meno della chiamata, di cui si tratterà in seguito) – allorquando sia stato lo stesso testatore ad attribuire un simile rilievo.

Né con ciò può dirsi che non sussista valida revoca del testamento 10.10.2012 avendo ad esso il testatore fatto riferimento nella successiva scheda testamentaria del 16.10.2014, atteso che la relatio contenuta in quest’ultima attiene non propriamente e direttamente alla volontà dispositiva del testatore ma semplicemente all’individuazione di un elemento (destinatari delle ultime volontà del de cuius) che ben può essere integrato da dati esterni al testamento purché definibili e accertabili come espressione delle intenzioni del de cuius. Aspetto, questo, che nella vicenda qui in decisione ricorre senz’altro, in quanto l’elemento estrinseco alla scheda testamentaria cui questa opera formale relatio consiste in documento scritto dal testatore stesso, non contraddetto né superato in parte qua dal testamento redatto in epoca successiva.

A ciò si aggiunga, a conforto, che l’individuazione dei “nipoti” operata dal de cuius appare anche ragionevole, posto che essa comprende sia i nipoti in senso giuridico ossia legati da rapporti di parentela in sensi stresso, sia nipoti c.d. “acquisiti” (le nipoti della moglie del de cuius, come pacifico oltre che documentato in causa, cfr. documentazione allegata alla mem. 183 co. 6 n. 2 c.p.c. delle parti intervenute) che quindi, nella mentalità comune, rientrano parimenti nel novero dei nipoti.

Fatta chiarezza su questo profilo e venendo alla quaestio controversa fra le parti, su cui si innervano le plurime domande variamente azionate in causa, ossia il corretto inquadramento giuridico delle ultime volontà espresse dal de cuius, reputa il Collegio dirimente la circostanza per cui l’attribuzione dei beni ai nipoti è subordinata alla previa morte dei soggetti indicati come primi beneficiari, ossia la suocera e la compagna del testatore.

Anche ponendosi nell’ottica esegetica della ricerca dell’intentio testatoris al di là di quanto strettamente risultante dalla scheda testamentaria e dunque valorizzando elementi esterni ad essa, non può farsi a meno di rilevare come anche nel precedente testamento olografo 10.10.2012 poi annullato il de cuius avesse ben chiaramente stabilito la suddetta successione cronologica, trovandosi scritto “Alla mia morte deve essere tutelata con imiei beni se ci saranno la signora A.P. e la signora B.G. fino alla loro morte nei modi e maniere in cui abbiano portato la vita fino al mio decesso. Alla morte delle signore sopracitate i beni restanti sempre se ci saranno dovranno essere così suddivisi: Alla nipote G.G. il 5% (cinque percento) del totale rimasto, il rimanente valore suddiviso in parti uguali a tutti i nipoti G.G. compresa R.E., R.F., R.B., R.P., R.N., R.A., G.G.G.S., V.L., B.C., B.A.” (cfr. deposito documentale delle terze intervenute in sede di udienza 24.9.2019).

Ne risulta quindi confermata la volontà del testatore di attribuire i propri beni in prima battura alla suocera e alla compagna, ove questa siano ancora in vita alla sua morte, e di attribuire ai nipoti i beni rimanenti solo dopo la morte anche della suocera e della compagna.

Del resto, pur dovendosi procedere all’interpretazione della volontà testamentaria anche “oltre” il dato letterale delle espressioni utilizzate dal de cuius alla ricerca dall’effettiva volontà di questi e nell’ottica di conservazione del testamento, non è però certo consentito andare “contro” la littera testamentis poiché ciò significherebbe, piuttosto che valorizzare l’effettiva volontà del testatore, mettere a tacere la stessa indebitamente.

Ebbene, come detto, nel testamento del 16.10.2014 e già in quello precedente del 10.10.2012 – a conferma di una continuità nell’intenzione dispositiva del testatore che rinsalda la stessa e la corrobora, anche dal punto di vista probatorio processuale – il de cuius si è inequivocabilmente espresso nel senso che la devoluzione dei propri beni ai nipoti debba avvenire sui beni in ipotesi rimanenti alla morte delle prime beneficiarie, ossia la suocera e la moglie.

Trattasi di aspetto indubbio e imprescindibile ai fini della soluzione della controversia che ci occupa.

Difatti, pur volendo aderire per un momento alla prospettazione attorea per cui, valorizzando il termine “fabbisogno” utilizzato dal testatore in riferimento alle prime beneficiarie A. e B., si sarebbe di fronte all’attribuzione alle predette A. e B. di un diritto di usufrutto sub specie di usufrutto vitalizio, con nuda proprietà a favore dei nipoti (o altra similare fattispecie non meglio identificata ex parte actoris e lasciata al potere interpretativo e qualificatorio del Tribunale), ci si scontra tuttavia con il dato oggettivo e insuperabile – oltre che, si ripete, presente in tutte le schede testamentarie nel tempo redatte dal R.A. – della delazione successiva (devoluzione dei beni ereditari ai nipoti dopo la morte delle prime chiamate all’eredità A. e B.) e avente ad oggetto solo i beni residui se ancora sussistenti alla morte delle prime chiamate all’eredità; laddove l’elaborazione interpretativa è costante nel ritenere incompatibile l’istituzione di eredi tributari del diritto di usufrutto e di eredi tributari del diritto di nuda proprietà qualora tali istituzioni non siano contestuali, ma appunto in ordine successivo esattamente come avvenuto nel caso di specie.

Peraltro l’istituto dell’usufrutto o dell’usufrutto vitalizio si profila, nella concreta vicenda successoria al nostro esame, contrastante con il tenore testuale della scheda testamentaria, nella quale la devoluzione ai nipoti concerne i beni ereditari eventualmente ancora sussistenti al momento della morte delle chiamate all’eredità A. e B. (“se al momento di questi due decessi ci rimarranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti…”), dal che si desume l’assenza in capo alle istituite A. e B. dei limiti all’utilizzo dei beni che sono invece propri dell’usufruttuario.

Posto un simile contesto, ritiene allora il Tribunale di condividere l’interpretazione propugnata dalle parti convenute e suffragata da copiosa giurisprudenza di legittimità espressasi in argomento, la quale concordemente ravvisa nella c.d. delazione successiva una sostituzione fedecommissaria vietata a mente dell’art. 692 co. 5 c.c. stante da un lato l’indubbia non ricorrenza nel caso de quo delle circoscritte ipotesi in cui un tale istituto è consentito ove avente finalità assistenziali (cfr. art. 692 co. 1 c.c.), dall’altro lato e inoltre l’assenza dell’obbligo per l’istituito di “conservare e restituire alla sua morte i beni” a favore dei sostituiti come previsto invece per la sostituzione fedecommissaria lecita ex art. 692 co. 1 c.c.: nella vicenda qui in disamina, infatti, non solo non sussistono in capo a istituiti e sostituiti le qualifiche soggettive in presenza delle quali l’istituto successorio di cui si discetta è considerato lecito, ma manca altresì l’obbligazione principe posta a carico degli istituiti atteso che alle chiamate all’eredità A. e B. non è posto alcun obbligo di conservazione dei beni per poi poterli devolvere, alla loro morte, ai nipoti del de cuius, né un simile obbligo è desumibile dalla lettura complessiva del testamento o da elementi estrinseci ad esso non avendo le parti allegato né dimostrato alcunché sul punto, ma anzi nella scheda testamentaria è chiaramente detto che alla morte delle prime beneficiarie A. e B. dovrà essere devoluto ai nipoti del R. solo quanto rimanente e se ci sarà del rimanente, avendo quindi il testatore preso in considerazione come del tutto possibile anche il caso in cui niente dei bene ereditari sopravviva alle sig.re A. e B. secondo quanto risultante dalla chiara espressione del testamento 16.10.2014 “se al momento di questi due decessi ci saranno dei beni da gestire…”.

A conforto della tesi qui sostenuta, sulla scorta del tenore letterale del testamento in analisi e in mancanza, come detto, di indici anche esterni significanti una diversa o difforme volontà del testatore (i quali, per vero, si porrebbero in contrasto con quanto chiaramente espresso nella scheda testamentaria e dunque in conflitto anche con la direttiva principe in materia successoria di favor testamenti e tutela della volontà del disponente), possono citarsi le seguenti pronunce di legittimità, tutte per diversi aspetti perfettamente attagliate alla vicenda oggi in decisione:

Cass. ord. n. 25698/2018, in massima “L’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca della effettiva volontà del “de cuius”, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria; ne consegue che la disposizione con la quale il “de cuius” lascia a persone diverse rispettivamente l’usufrutto e la nuda proprietà di uno stesso bene (o dell’intero complesso dei beni ereditari) non integra gli estremi della sostituzione fedecommissaria (ma quelli di una formale istituzione di erede) quando le disposizioni siano dirette e simultanee e non in ordine successivo, i chiamati non succedano l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, e la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisca un effetto non della successione, ma della “vis espansiva” della proprietà”; conf. Cass. n. 2172/2011, Cass. n. 4435/2009;

Cass. n. 5604/2001 per cui “è ipotizzabile una istituzione con sostituzione fedecommissaria qualora il testatore, pur adoperando la terminologia corrispondente ad una attribuzione separata di usufrutto e di nuda proprietà, abbia attribuito all’onorato dell’usufrutto diritti ed obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede oppure abbia condizionato l’acquisto della qualità di erede del secondo alla sopravvivenza al primo”.

Quanto sopra conduce dunque a ravvisare, nel testamento in analisi, una non consentita sostituzione fedecommissaria c.d. de residuo, nulla ex art. 692 u.c. c.c. senza che ciò invalidi – interpretazione granitica sul punto – l’intera scheda testamentaria, in virtù dei principi cardini di conservazione del testamento (mutuato ex art. 1367 c.c.) e di tutela della volontà del testatore: ché infatti ciò che rende illecito l’istituto in parola (sostituzione fedecommissaria ex art. 692 co. 5 c.c.) è la circostanza che, tramite esso, si pretenderebbe coartare la volontà del soggetto chiamato all’eredità del de cuius, qualora si consentisse a quest’ultimo di stabilire a chi debbano essere devoluti i beni ereditari al momento della morte dell’erede istituito, dovendo invece essere preservata anche la legittima volontà testamentaria di costui il quale, una volta ereditati determinati beni, deve essere libero di disporne anche tramite i propri atti di ultima volontà.

D’altronde, se per un verso – come detto – non può sostenersi che una clausola testamentaria nulla quale quella istituente un fedecommesso de residuo vietato renda nullo tutto il testamento, sia alla luce del principio di conservazione degli atti di ultima volontà sia in forza del disposto testuale dell’art. 692 u.c. c.c. che espressamente sanziona con la nullità esclusivamente la “sostituzione” e non il testamento che la contiene, per altro verso neppure è possibile sanare una clausola nulla ex lege in forza del principio di conservazione della volontà del testatore, quasi che tale volontà soggettiva potesse superare i divieti di legge ciò che verrebbe a configurare un’insanabile contraddizione ordinamentale: tanto più in riferimento ad un divieto, come quello di cui si tratta, posto a tutela di principi di ordine pubblico quale preservare la libertà e volontà testamentaria con riguardo, in specifico, all’erede istituito che non può essere sostituito dal proprio dante causa nella designazione dei propri eredi al momento della propria morte.

All’occorrenza, si conferma in questa sede la valutazione di inammissibilità delle istanze istruttorie attoree siccome, in punto di prova per testi, vertenti su capitoli genericamente formulati e in parte anche valutativi, in punto di c.t.u. e ordine di esibizione superflue e per certi versi esplorative, stante l’interpretazione della voluntas testatoris come emergente dall’atto di ultime volontà che conduce ad escludere le attrici (così come le convenute B. e le terze intervenuti) dal novero dei chiamati all’eredità per insanabile nullità della relativa istituzione.

In definitiva quindi, non essendovi altra possibilità di diversamente interpretare la indubbia devoluzione successiva operata dal testatore A.R. se non con una invalida sostituzione fedecommissaria, deve essere dichiarata la nullità del testamento in parte qua, ossia laddove intende istituire i nipoti quali eredi dei beni rimanenti alla morte delle istituite A. e B.: mentre il testamento resta valido per il resto, dovendo quindi essere individuata – stante l’avvenuto decesso della chiamata all’eredità P.A. anteriormente al decesso del de cuius – l’unica erede testamentaria nella persona di G.B..

Ciò determina il rigetto tanto delle domande attoree, quanto delle domande adesive delle terze intervenute, assorbite invece le domande svolte in subordine dalle convenute C.B. e A.B. stante l’accoglimento della loro domanda principale, ossia di rigetto delle pretese degli attori.

La decisione assunta determina altresì l’assorbimento delle ulteriori pretese avanzate in via riconvenzionale dalla convenuta B., per il rimborso delle spese sostenute per il pagamento di passivi ereditari e per il riconoscimento del diritto a prelevare dalla massa ereditaria quanto necessario per il proprio sostentamento, domanda quest’ultima già accolta in sede di procedimento cautelare in corso di causa nel quale del resto nessuna delle controparti si è costituita nulla avendo opposto alla pretesa della convenuta B. in tal senso (il che è coerente con la prospettazione giuridica propugnata dagli attori e dalle intervenute, ossia con il riconoscimento alla convenuta B. del diritto di prelevare dall’eredità quanto occorrente per il proprio fabbisogno, con devoluzione del residuo ai nipoti): difatti, il riconoscimento della convenuta B. quale unica erede testamentaria conferisce alla stessa l’esclusività dei diritti sulla massa ereditaria e la piena disponibilità di questa.

Occorre solo, da ultimo, spendere due parole sulla domanda, formulata dalle terze intervenute per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c. e reiterata in fase conclusionale, di condanna degli eredi alla refusione delle spese sostenute dalle predette per la pubblicazione dei testamenti olografi 10.10.2011 e 10.10.2012; oltre al profilo della novità e tardività della domanda al di là del limite dell’emendatio libelli, a destituire di fondamento la pretesa delle terze intervenute conduce il rilievo per cui la pubblicazione di cui le stesse chiedono il rimborso è stata operata dalle medesime nel loro esclusivo interesse, specificamente al fine di comprovare la propria legittimazione ad intervenire quali chiamate all’eredità del de cuius, ma non essendo stata accolta la loro domanda di accertamento della loro qualità di eredi certamente dette spese non possono gravare sulla massa ereditaria ovvero sull’unica erede riconosciuta G.B. che in niente ha beneficiato da simili esborsi essendo per la stessa sufficiente, al fine di dimostrare la propria qualità di legittima erede del de cuius, la pubblicazione del solo testamento del 16.10.2014.

III. Quanto alle spese di lite, stante la soccombenza delle attrici e delle terze intervenute costoro devono essere chiamate tutte, in solido, alla refusione delle spese in favore di tutte le convenute, avendo anche le convenute B. aderito alla prospettazione della convenuta B. e chiesto in via principale il rigetto delle domande attoree.

Non viene chiamato a concorrere alle spese l’attore rinunciatario E.R. pur in assenza di accettazione espressa delle altre parti alla rinuncia, non potendosi dire detta accettazione necessaria non ravvisandosi a monte un interesse di nessuna delle altre parti contrario alla rinuncia stessa ovvero un interesse a che la causa proseguisse anche da e nei confronti del rinunciatario (cfr. art. 306 co. 1 c.p.c.): tanto più che la rinuncia di esso non ha fatto venir meno il contenzioso e quindi la possibilità per le controparti di recuperare dagli attori non rinunciatari le spese sostenute per la propria difesa.

In punto di liquidazione dei compensi, che viene operata a mente del D.M. n. 55 del 2014 in base al valore della lite indeterminabile di complessità media, ritiene il Collegio di dover tenere in conto la consistenza dell’attività processuale svolta giustificandosi al riguardo per la posizione della convenuta B. la riduzione dei compensi per la fase istruttoria limitata al deposito di due brevissime memorie ex art. 183 co. 6 n. 1 e n. 3 c.p.c. (rispettivamente di una e di due pagine), per la posizione delle convenute B. la riduzione dei compensi per le fasi di studio e introduttiva, essendosi le predette costituite a mezzo il medesimo procuratore della convenuta B. con atti di adesione alla tesi di questa e ricalcati sulla di lei comparsa costitutiva, nonché per la fase decisionale per i medesimi motivi e l’eliminazione dei compensi per la fase istruttoria, non avendo le convenute B. depositato alcuna memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c..

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

A carico delle sole parti attrici vengono poste le spese del subprocedimento cautelare azionato dalla convenuta B. in quanto, pur non essendosi in esso le attrici costituite e dunque non essendosi formalmente opposte al relativo accoglimento, tuttavia con l’introduzione del giudizio di merito hanno dato causa all’introduzione del procedimento cautelare da parte della chiamata all’eredità B. cui, pendente giudizio, era preclusa la disponibilità dei beni ereditari: non sono invece considerate le terze intervenute, che si sono costituite in senso adesivo solo nel giudizio principale senza aver dato causa esse stesse al contenzioso. Per il subprocedimento cautelare la liquidazione, a mente del D.M. n. 55 del 2014, tiene conto del valore della controversia cautelare come risultante dal decisum e del fatto che la decisione è stata assunta allo stato degli atti sulla base del solo ricorso introduttivo ex art. 700 c.p.c., assenti fase istruttoria e fase propriamente decisionale, senza riconoscimento di alcun aumento in assenza di questioni di particolare complessità e vista anche la contumacia delle controparti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Pistoia in composizione collegiale, definitivamente pronunciando, ogni contraria o diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:

1) respinge le domande attoree;

2) respinge le domande delle terze intervenute;

3) dichiara estinto il giudizio nei confronti di E.R. ai sensi dell’art. 306 c.p.c.;

4) in accoglimento della domanda riconvenzionale di parte convenuta B., dichiara G.B. erede universale del de cuius A.R.; 5) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta B., che liquida nella misura di Euro 9.275,00 oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

6) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore delle convenute A.B. e C.B., che liquida nell’importo di Euro 3.393,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

7) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) in solido alla refusione, in favore di parte convenuta B., delle spese del subprocedimento cautelare che liquida nell’importo di Euro 3.000,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge.

Conclusione

Così deciso in Pistoia nella camera di consiglio dell’11 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2021.

Forli tribunale divisione ereditaria avvocato esperto bologna

Forli tribunale divisione ereditaria avvocato esperto bologna

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

AVVOCATO ESPERTO DIVISIONE EREDITARIA CHIAMA SUBITO 051 6447838

IL TRIBUNALE DISPONEVA

Come previsto dall’art. 556 c.c., ai fini della determinazione della quota disponibile, “Per determinare l’ammontare della quota di cui il defunto poteva disporre si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti. Si riuniscono quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione 562, 737 ss. c.c., secondo il loro valore determinato in base alle regole dettate negli articoli 747 a 750, e sull’asse così formato si calcola la quota di cui il defunto poteva disporre 537 c.c..”.

Non è contestato fra le parti che all’interno dell’asse ereditario, quale componente attiva, debba conteggiarsi l’immobile di C. di R., oggetto della disposizione testamentaria citata poco sopra. L’immobile in questione è stato oggetto di perizia di stima del corso del giudizio. Sul punto, occorre tuttavia ricordare che “In tema di successione necessaria, per accertare la lesione della quota di riserva va determinato il valore della massa ereditaria, quello della quota disponibile e della quota di legittima. A tal fine, occorre procedere alla formazione del compendio dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione; quindi, alla detrazione dal “relictum” dei debiti, da valutare con riferimento alla stessa data; e, ancora, alla riunione fittizia, cioè meramente contabile, tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare, in relazione ai beni immobili ed ai beni mobili, secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e, con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 cod. civ.). Devono calcolarsi, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del “relictum” al netto ed il valore del “donatum” ed imputarsi, infine, le liberalità fatte al legittimario, con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 cod. civ.).” (Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012).

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Forlì

Sezione Civile

In composizione collegiale nella persona dei Signori magistrati:

Dott.ssa Rossella Talia – Presidente

Dott.ssa Anna Orlandi – Giudice

Dott.ssa Valentina Vecchietti – Giudice Relatore, Estensore

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nel procedimento civile di primo grado iscritto al N. 1180/2015 R.G. fra

N.G. (CF (…)), G.G. (CF (…)), con il patrocinio dell’avv. PIER PAOLO BENINI (CF (…)), elettivamente domiciliati presso lo Studio del difensore in Forlì, corso della Repubblica n. 108;

ATTORI

L.I.G. (CF (…)), C.R. (CF (…)), con il patrocinio dell’avv. FEDERICO BOSI (CF (…)), elettivamente domiciliati in Forlì, piazza Orsi Mangelli n. 1 presso lo studio del difensore;

CONVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione i sig.ri N.G. e G.G. (“gli attori”) convenivano in giudizio le sig.re L.I.G. e C.R. (“le convenute”) per sentire accogliere le conclusioni ivi formulate, ed in particolare affinchè, in via preliminare, fosse accertata e dichiarata la legittimazione attiva degli attori in quanto dotati del diritto di rappresentazione ex art. 467 c.c. del sig. G.R., erede legittimario di G.A., e che la quota di spettanza del sig. G.R. sull’asse ereditario di G.A. ammonta a 1/3; sempre in via preliminare, fosse accertato e dichiarato che l’asse ereditario di G.A. era composto, al momento della morte, oltre ad altri beni, dall’immobile sito in C. di R., fraz. C., via S. P. – C. N. 69, costituito da fabbricato residenziale con relativa corte e terreni seminativi, meglio indicato in atti, complessivamente stimato per un valore di mercato di Euro 170.000,00 o diversa somma ritenuta di giustizia; in via principale e nel merito, affinchè, previa declaratoria di lesione dei diritti di legittimari degli attori, fosse condannata R.C., cui fu devoluto per testamento l’immobile di C. di R., a corrispondere agli attori la somma corrispondente a un terzo del valore dell’immobile, e dunque la somma di Euro 56.660,00 o diversa somma da quantificarsi in corso di causa, con interessi dal dovuto al saldo effettivo, ovvero emettere sentenza costitutiva della quota di proprietà di 1/3 in favore degli attori; ancora in via principale, accertare e quantificare, previa collazione, in Euro 90.000,00, ovvero diversa somma ritenuta di giustizia, tutte le somme confluite e progressivamente prelevate sui conti correnti e depositi cointestati al sig. G.A. e pertanto dichiarare che la porzione di dette somme spettante al sig. G.R., applicandovi la quota di riserva di 1/3 ammonta ad Euro 30.000,00 ovvero diversa somma ritenuta di giustizia; ancora in via principale, condannare le convenute in solido a conferire ex art. 737 e 751 c.c. tutte le somme prelevate dai conti correnti e depositi di cui il sig. G. risultava cointestatario fino a reintegrazione dei legittimari nella quota di Euro 30.000,00, il tutto con vittoria di spese.

Allegavano gli attori di essere eredi legittimari del de cuius G.A., deceduto a Santa Sofia il 5 agosto 2013, per diritto di rappresentazione, in quanto figli del defunto G.R., figlio premorto, deceduto il 14.7.2007.

Il sig. G.A. aveva redatto testamento in forma pubblica, in data 16.7.2013, dichiarando di lasciare alla propria nipote, R.C., figlia di G.L.I., sorella di G.R. e figlia del de cuius, l’immobile di C. di R., fraz. C. sopra citato.

Al momento della morte, il de cuius risultava titolare di un libretto postale, di un conto corrente e di un deposito amministrato, sui quali risultavano effettuate numerose movimentazioni e prelievi dettagliati in atti.

Ad avviso degli attori, dunque, il relictum sarebbe composto: dall’immobile lasciato per testamento alla nipote, dal valore, ad avviso degli attori, ammontante al momento della morte ad Euro 170.000,00. Vi sarebbero inoltre somme di denaro quantificate in Euro 90.000,00, detratto quanto necessario per il ricovero di G.A. negli ultimi tempi di vita. Dette somme di denaro sarebbero state prelevate da parte di G.L.I., che se ne sarebbe di fatto appropriata approfittando del rapporto con il de cuius, e sarebbero dunque soggette a collazione.

Si costituivano in giudizio G.L.I. e R.C. (“le convenute”) concludendo, in via preliminare, per l’accertamento che al momento della morte di G.A. i ben relitti in proprietà di costui erano composti dall’immobile sito in C. di R., fraz. C., indicato in atti, oltre che dalla quota del 50% di spettanza del de cuius delle somme presenti all’epoca della morte sul libretto postale cointestato al de cuius e alla figlia L.I., per Euro 17,10, accertata e dichiarata la detraibilità dal relictum così formato dei debiti gravanti sullo stesso per Euro 15.416,73 nonché la riunione fittizia al valore netto dei beni relitti di tutte le somme ricevute in donazione da G.R. per complessivi Euro 6.963,38, e per l’effetto dichiarare che il valore della quota ereditaria spettante per successione necessaria a G.G. e G.N., in rappresentazione del padre premorto G.R., assomma a Euro 36.891,20 ovvero diversa somma di giustizia; in via riconvenzionale, accertare e dichiarare l’esistenza di debito gravante sugli attori pari ad Euro 3.627,54 per la captazione a danno delle convenute di somme eccedenti la propria quota di successione legittima nella delazione ereditaria di R.E., e per l’effetto dichiarare la compensazione giudiziale di siffatta posizione debitoria con la somma dovuta agli attori a titolo di legittima nella successione di G.R., rideterminandola nell’ammontare di Euro 33.263,66. Il tutto con vittoria di spese.

Eccepivano le convenute che, nel corso degli ultimi anni della sua vita, il de cuius sarebbe stato costantemente coadiuvato, affiancato e assistito dalle convenute, che lo aiutavano in tutte le incombenze quotidiane, e ciò nel completo disinteresse degli attori.

Solo dopo la morte del nonno gli attori avrebbero iniziato ad avanzare pretese economiche.

Ad avviso delle convenute il valore del relictum, comprensivo della casa di abitazione del de cuius e del denaro esistente al tempo della apertura della successione, ammonterebbe ad Euro 140.017,10. Per quanto concerne i debiti, da detrarre dalla massa, essi ammonterebbero ad Euro 15.416,73 e sarebbero costituiti dalle voci di spesa dettagliate in comparsa.

Contestavano poi le affermazioni attoree circa la sussistenza di apprensioni di somme in danno del de cuius, avendo lo stesso personalmente sempre prelevato e gestito il proprio denaro al fine di provvedere ai propri bisogni personali.

Al contrario, il de cuius avrebbe posto in essere in vita elargizioni a favore del rappresentato G.R., in parte come prestiti mai restituiti, in parte come elargizioni, il tutto per complessivi Euro 6.963,38, da imputarsi alla quota di legittima ex adverso pretesa, che dovrebbe, dunque, essere quantificata nell’importo di Euro 43.854,58, pari a 1/3 del relictum, e dunque, sottratte le somme già ricevute a titolo di liberalità, ad Euro 36.891,20.

Inoltre, eccepivano le convenute che, alla morte della sig.ra R.E., moglie premorta del de cuius, gli attori avrebbero operato una suddivisione dell’asse in quattro quote, anziché in tre, tenendo per sé la complessiva somma di Euro 10.882,16 in luogo della somma di Euro 7.255,07. Per questo, l’importo loro spettante in morte del sig. A.G. andrebbe ulteriormente ridotto per compensazione della somma di Euro 3.627,54.

La causa è stata istruita documentalmente e mediante ctu estimativa.

Non è contestata fra le parti la natura di chiamati alla eredità degli attori, per rappresentazione del premorto R.G. e dunque la loro legittimazione attiva al presente giudizio, ai sensi dell’art. 557 comma 1 c.c.. Neppure è contestato fra le parti che la quota di spettanza degli attori ammonta ad un terzo dell’asse ereditario di A.G. (crf. art. 537 c.c.).

Neppure è contestato fra le parti che il de cuius redasse testamento in forma pubblica, lasciando alla propria nipote R.C. – figlia di G.L. – l’immobile di C. di R.. Neppure è contestato fra le parti che detta disposizioni testamentaria comportò la lesione della quota di legittima spettante, per rappresentazione, agli odierni attori.

Le parti controvertono, tuttavia, sulla determinazione quantitativa di detta quota, oltre che sulla sussistenza di rapporti di credito -debito fra le parti stesse.

Come previsto dall’art. 556 c.c., ai fini della determinazione della quota disponibile, “Per determinare l’ammontare della quota di cui il defunto poteva disporre si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti. Si riuniscono quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione 562, 737 ss. c.c., secondo il loro valore determinato in base alle regole dettate negli articoli 747 a 750, e sull’asse così formato si calcola la quota di cui il defunto poteva disporre 537 c.c..”.

Non è contestato fra le parti che all’interno dell’asse ereditario, quale componente attiva, debba conteggiarsi l’immobile di C. di R., oggetto della disposizione testamentaria citata poco sopra. L’immobile in questione è stato oggetto di perizia di stima del corso del giudizio. Sul punto, occorre tuttavia ricordare che “In tema di successione necessaria, per accertare la lesione della quota di riserva va determinato il valore della massa ereditaria, quello della quota disponibile e della quota di legittima. A tal fine, occorre procedere alla formazione del compendio dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione; quindi, alla detrazione dal “relictum” dei debiti, da valutare con riferimento alla stessa data; e, ancora, alla riunione fittizia, cioè meramente contabile, tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare, in relazione ai beni immobili ed ai beni mobili, secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e, con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 cod. civ.). Devono calcolarsi, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del “relictum” al netto ed il valore del “donatum” ed imputarsi, infine, le liberalità fatte al legittimario, con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 cod. civ.).” (Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012).

Pertanto, il valore dell’immobile da prendere a riferimento deve essere quello riferibile al momento della apertura della successione (5 agosto 2013), stimato dal CTU in complessivi Euro 108.000,00, di cui Euro 96.000,00 riferibili al fabbricato ed Euro 12.000,00 al terreno. Dal momento che il quesito espressamente prevedeva la stima del valore al momento della apertura della successione che la determinazione della stima di concerto con i ctp è stata autorizzata dal Giudice su proposta della parte attrice alla udienza del 25.1.2017, il valore da prendere a riferimento non potrà che essere che di Euro 108.000,00.

Per quanto concerne i beni mobili, essi sono così documentati: Euro 34,21 giacenti sul libretto di risparmio cointestato fra il de cuius e la convenuta (doc. 13 fascicolo parte attrice): sul punto, le convenute affermano che l’importo da considerare sarebbe pari a Euro 17,10, pari alla metà del saldo: in assenza di prova contraria, le quote spettanti ai cointestatari si presumono uguali, sì che confluirà nell’asse attivo l’importo di Euro 17,10 (crf., Cass. Civ., Sez. 3, Sentenza n. 4496 del 24/02/2010).

Il valore del relictum ammonta dunque a complessivi euro 108.017,10.

Per quanto concerne i debiti, occorre ricordare che il debito ereditario è quello esistente in capo al de cuius al momento della sua morte o sorto in occasione della morte: essi comprendono anche le spese per le onoranze funebri (Cass. Civ., Sez. 2 -, Ordinanza n. 17938 del 27/08/2020) e le imposte di successione (crf., Tribunale Modena, 12/06/2019, n.915, DeJure).

Pertanto, visto quanto allegato e documentato dalle convenute,

dovranno essere detratti i debiti ereditari, così costituiti:

euro 2.000,00 per spese funebri (doc. 4)

euro 1.992,62 per spese loculo (doc. 5)

euro 2.150,00 per spese notarili (doc. 6)

euro 32,52 per la luce votiva (doc. 7)

euro 35,89 per modello unico (doc. 8)

euro 519,89 per imposte di successione (doc. 9)

euro 750,00 per spese loculo (doc. 10)

euro 4.994,34 per debiti Hera (doc. 14);

non devono invece essere conteggiate le ulteriori spese relative all’immobile oggetto della disposizione testamentaria e successive alla apertura della successione (doc.ti 11, 12, 13).

Pertanto, l’ammontare complessivo dei debiti deve essere determinato nell’importo di euro 12.475,26.

Pertanto, il valore del relictum al netto dei debiti ammonta a euro 95.541,84.

Entrambe le parti allegano, poi, che la rispettiva controparte avrebbe ricevuto donazioni che dovrebbero essere oggetto di collazione.

In particolare, ad avviso degli attori, infatti, G.L.I. avrebbe prelevato, dai libretti e conti correnti paterni, sfruttando il rapporto stretto con il padre e la cointestazione dei conti, rilevanti somme di denaro, indicativamente ammontanti ad Euro 90.000,00. Le convenute, per converso, affermano che quanto asserito dagli attori sarebbe destituito di fondamento e di prova, e che le somme indicate dagli attori sarebbero state utilizzate dal de cuius per il soddisfacimento delle proprie personali esigenze.

In punto alla distribuzione dell’onere della prova, la giurisprudenza di merito ha chiarito come “spetti al legittimario che afferma l’esistenza dell’atto di liberalità da collazionare ai sensi dell’art. 737 c.c. l’onere di provare che il coerede abbia effettivamente beneficiato di una donazione diretta o indiretta. Anche in tale ipotesi, dunque, secondo la regola generale, la prova costituisce un onere per la parte che è interessata a far valere gli effetti del fatto da provare e, quindi, ad affermarlo” (Tribunale Torino sez. II, 07/08/2019, n.3892).

Nel caso di specie, non sembra che gli attori abbiano effettivamente soddisfatto l’onere della prova loro spettante: al contrario, finanche l’allegazione delle presunte donazioni appare sommamente generica, avendo gli attori fornito una quantificazione del tutto indicativa e sommaria delle donazioni che dovrebbero essere oggetto di collazione. La domanda di collazione, pertanto, non è fondata e non può essere accolta.

Dall’altro verso, le convenute allegano che il padre degli attori avrebbe ricevuto dal de cuius donazioni per Euro 6.963,38, negli anni compresi fra il 1998 e il 2000.

Sul punto, gli attori eccepivano l’intervenuta prescrizione per decorso del termine decennale, allegando che il flusso di denaro in questione avrebbe in realtà natura di mutuo.

Anche sotto questo versante, la domanda di collazione non appare fondata; infatti, dalla analisi del doc.2 e della dicitura utilizzata con riferimento alla prima somma di L. 5 milioni (“da restituire”) si evince che tale somma fosse oggetto non già di donazione, ma di mutuo; tale considerazione appare presuntivamente applicabile anche alle successive dazioni di denaro, indicate di seguito nello stesso foglio (doc. 2 fascicolo parte convenuta). Sull’intervenuto decorso della prescrizione, va ricordato che, quand’anche non sia indicato il termine per la restituzione (art. 1817 c.c.), essa decorre ugualmente, giacchè “Condizione necessaria e sufficiente perché la prescrizione decorra è che il titolare del diritto, pur potendo esercitarlo, si astenga da tale esercizio; sicché, anche quando il termine acceda al diritto di credito da far valere, la prescrizione decorre anche quando il diritto non sia esigibile per la mancata fissazione del tempo dell’adempimento, potendo il creditore ricorrere al giudice per la fissazione di un termine, ai sensi dell’art. 1183, comma 2, c.c.” (Cass. Civ., Sez. 2 – , Sentenza n. 8640 del 07/05/2020). L’eccezione di prescrizione pertanto coglie nel segno.

Pertanto, non dovendosi operare collazioni, l’entità della lesione della quota riservata agli attori deve essere così determinata:

euro 95.541,84/3 = Euro 31.847,28 (quota di legittima di 1/3), detratto l’importo di Euro 5,70 (pari a un terzo della somma di Euro 17,10, su cosi vedasi supra), e dunque euro 31.841,58.

Occorre ora domandarsi come deve avvenire la reintegrazione della legittima spettante (per rappresentazione) agli odierni attori.

Oggetto della riduzione è evidentemente la disposizione testamentaria con la quale il de cuius ha disposto di lasciare alla propria nipote, R.C., l’immobile di C. di R..

L’art. 560 c.c. così dispone sulla riduzione del legato o della donazione di immobili:

“Quando oggetto del legato 649c.c. o della donazione 769 c.c. da ridurre è un immobile, la riduzione si fa separando dall’immobile medesimo la parte occorrente per integrare la quota riservata, se ciò può avvenire comodamente 720 c.c..

Se la separazione non può farsi comodamente 720 e il legatario o il donatario ha nell’immobile una eccedenza maggiore del quarto della porzione disponibile 556 c.c., l’immobile si deve lasciare per intero nell’eredità, salvo il diritto di conseguire il valore della porzione disponibile. Se l’eccedenza non supera il quarto, il legatario o il donatario può ritenere tutto l’immobile compensando in danaro i legittimari”.

Nel caso di specie, poiché il valore della disponibile è pari ad Euro 31.847,28 ed il valore del legato immobiliare, alla data di apertura della successione, è pari ad Euro 108.000,00, è evidente che la quota della legataria (non legittimaria) detenuta nell’immobile eccede di oltre un quarto il valore della disponibile.

Sul punto, tuttavia: 1) gli attori non chiedono la separazione in natura della quota dell’immobile corrispondente al valore della quota di legittima, 2) gli attori non chiedono l’attribuzione in natura dell’intero immobile, 3) nessuna delle parti chiede che l’immobile sia venduto (art. 720 c.c.), 4) la domanda subordinata attorea di assegnazione della quota di 1/3 in comproprietà non appare congruente con il dettato dell’art. 560 c.c..

Conseguentemente, e considerato anche quanto implicitamente manifestato dalle parti, il bene immobile in questione dovrà rimanere assegnato alla legataria R.C., che dovrà compensare in denaro gli attori, per la somma di Euro 31.841,58, da non rivalutarsi alla attualità, atteso che, dalle considerazioni rese dal ctu, appare evidente che il bene immobile non potrebbe, alla data attuale, vantare un valore superiore a quello stimato alla data di apertura della successione (crf., Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 5320 del 17/03/2016).

R.C. dovrà dunque compensare gli attori con il pagamento della somma di Euro 31.841,58.

Resta da definire la domanda riconvenzionale delle convenute, le quali affermano che gli attori, nell’operare la divisione delle somme derivanti dalla eredità di R.E. (moglie premorta del de cuius), avrebbero indebitamente suddiviso la complessiva somma non già in tre quote, bensì in quattro, tenendo per loro due quote.

La domanda appare radicalmente inammissibile posto che ogni questione relativa alla divisione ereditaria in morte della sig.ra R.E. appare già, per stessa ammissione delle convenute, definita in via negoziale fra i condividenti con la ripartizione delle relative somme.

In considerazione dell’esito della lite, nonché del fatto che la proposta transattiva, formulata dal giudice in data 25.5.2017, non appare satisfattiva delle pretese degli attori come riconosciute all’esito del giudizio, le spese di lite devono gravare interamente sulle convenute, e sono liquidate come da dispositivo, ex D.M. n. 55 del 2014, scaglione da Euro 26.000,01 a Euro 52.000,00 parametri minimi.

Le spese di ctu vanno integralmente poste a carico delle convenute.

P.Q.M.

Il Tribunale di Forlì, definitivamente decidendo, ogni diversa eccezione, domanda ed istanza disattesa:

1) accerta e dichiara che dell’asse ereditario del de cuius G.A., deceduto in Santa Sofia (FC) il 5 agosto 2013 fanno parte tutti i seguenti beni:

attivo:

– Quota di ½ del saldo attivo del libretto cointestato al de cuius e alla convenuta L.I.G., pari a Euro 17,10;

– Immobile sito in C. di R. – fraz. C., via S. P., C. N. 69, fabbricato residenziale con la relativa corte e terreni seminativi, censito a Catasto Terreni al foglio (…), particella (…), particella (…), particella (…), e Catasto fabbricati foglio (…), particella (…);

passivo:

– Euro 12.475,26 per debiti ereditari;

2) respinge le reciproche domande di collazione formulate dalle parti;

3) accerta e dichiara che il valore dell’asse ereditario (già detratti i debiti), alla data di apertura della successione, ammonta a complessivi Euro 95.541,84, che il valore della quota disponibile ammonta a Euro 31.847,28 e che il valore della quota di legittima spettante agli attori ammonta pure ad Euro 31.847,28;

4) accerta e dichiara che il legato testamentario a favore di R.C. avente ad oggetto l’immobile sopra indicato lede la quota di legittima spettante a G.G.L. e G.N. per rappresentazione del premorto G.R., figlio del de cuius, pari a 1/3;

5) accerta e dichiara che l’entità della lesione della legittima ammonta a Euro 31.841,58 e pertanto

6) condanna R.C. al pagamento, ai fini della reintegrazione della legittima lesa, della somma di Euro 31.841,58 a favore degli attori;

7) respinge la domanda riconvenzionale di R.C. e G.L.I.;

8) condanna R.C. e G.L.I., in solido, alla integrale refusione a G.G.L. e G.N. delle spese di lite del presente procedimento che liquida in complessivi Euro 4.000,00, oltre 15% per spese generali, cp e iva come per legge ed Euro 805,38 per anticipazioni;

9) pone le spese di ctu definitivamente a carico delle convenute, in solido.

Conclusione

Così deciso in Forlì nella Camera di Consiglio in data 3 novembre 2020.

Depositata in Cancelleria il 12 novembre 2020.

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