AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSpEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSpEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

Siamo ESPERTI in casi di Malasanitàrisarcimenti per danno da Responsabilità Professionale Medica e/o della Struttura Ospedaliera e danni personali e materiali a seguito di gravi sinistri stradali sia delle persone danneggiate che dei loro prossimi congiunti.

Lo Studio AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO MALASANITA’ cura casi di malasanità in tutta Italia, con competenza, professionalità e passione

 

Lo Studio AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO MALASANITA’per la giustizia collabora con Medici Legali e Specialisti nelle varie specialità della Medicina e Chirurgia, che svolgono la loro opera professionale nei vari Istituti di Medicina Legale di tutta Italia.

Pluriennale esperienza nell’ambito del diritto sanitario per le richieste di risarcimento danni da malpractice medica. Assisto e difendendo sia in via giudiziale che stragiudiziale strutture sanitarie, liberi professionisti (per il tramite delle rispettive compagnie assicurative) nonché i singoli pazienti.

Presto assistenza giudiziale e stragiudiziale nel settore del contenzioso derivante da responsabilità professionale del medico. Ho approfondito la materia con particolare riferimento agli specializzati in chirurgia plastica odontoiatria e otorinolaringoiatria. L’esperienza decennale consolidata collaborando con studi legali impegnati nell’ambito della responsabilità civile in difesa del paziente e delle compagnie assicurative mi ha consentito di appassionarmi alla materia ed acquisire le conoscenze necessarie per questo ambito particolarmente delicato.

AVV-ARMAROLI-INNAZI-A-UNA-STATUA

Corte d’Appello Campobasso, Sentenza, 29/04/2020, n. 142

Il termine di prescrizione quinquennale del diritto al risarcimento del danno di chi assume di avere contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo inizia a decorrere, a norma dell’art. 2947 c.c., comma 1, non dal momento in cui il terzo determina la modificazione che produce danno all’altrui diritto o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui la malattia viene percepita o può essere percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, momento ritenuto normalmente coincidente con la proposizione della domanda amministrativa alla Commissione medica ospedaliera di cui all’art. 4 della legge n. 210 del 1992, ove non accertato in epoca più antica.

Cass. civ., Sez. VI – 3, Ordinanza, 18/06/2019, n. 16217 (rv. 654317-01)

Parti: S. c. M.

PRESCRIZIONE CIVILE – Decorrenza – Responsabilità del ministero della salute per contagio con virus hbv, hiv e hcv in conseguenza di emotrasfusioni o assunzione di emoderivati con sangue infetto – Diritto al risarcimento del danno – Prescrizione quinquennale – Decorrenza – Momento in cui la malattia è percepibile come danno ingiusto conseguente a comportamento di un terzo – Criteri – Data della domanda amministrativa – Rilevanza – Fondamento

La responsabilità del Ministero della salute per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da soggetti emotrasfusi è di natura extracontrattuale, né sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemia colposa o lesioni colpose plurime); ne consegue che il diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto tali patologie per fatto doloso o colposo di un terzo è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, comma 1, c.c., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita, o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, da ritenersi coincidente non con la comunicazione del responso della Commissione medica ospedaliera di cui all’art. 4 della l. n. 210 del 1992, ma con la proposizione della relativa domanda amministrativa, che attesta l’esistenza, in capo all’interessato, di una sufficiente ed adeguata percezione della malattia. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ROMA, 09/03/2017)

Malasanita’ per diagnosi sbagliata o ritardata

Malasanita’ per intervento chirurgico andato male o malriuscito ?

Malasanita’ per intervento endoscopico sbagliato

Malasanita’ per amputazione di arto sbagliato o non necessaria

Malasanita’ per asportazione di rene sbagliato

Malasanita’ per infezione ospedaliera

Malasanita’ per errore ortopedico (protesi di anca e di ginocchio, ernia del disco)

errore medico nella diagnosi prenatale Malasanita’ per ecografica e genetica e problemi durante il parto sia naturale che cesareo

Malasanita’ per errore trasfusionale con trasmissione di infezioni come l’ epatite HCV (legge 210)

Malasanita’ per vaccinazioni inopportune e loro conseguenze

Malasanita’ per danno da chirurgia plastica e danno da medicina estetica

Malasanita’ per referto istologico sbagliato, mancata tempestiva e corretta diagnosi tumorale da errore istologico

Errata o tardiva diagnosi malattie oncologiche

Interventi chirurgici eccessivamente invasivi o non necessari

Interventi chirurgici inefficaci perché non completi

Terapie oncologiche (chemioterapie, radioterapie, ecc) inadatte

Accanimento terapeutico

Ti assistiamo in tutta Italia

L’Avv. SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO MORTEPER OSPEDALE O OPERAZIONE O MANCATA DIAGNOSI segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Alessandria, Arezzo, Asti, Belluno, , Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, , Cuneo, Enna, Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, , Padova, , Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, , Ravenna, , Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Siena, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza, Viterbo.

Ti assistiamo in tutta Italia

L’Avv. SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO MORTEPER OSPEDALE O OPERAZIONE O MANCATA DIAGNOSI segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Alessandria, Arezzo, Asti, Belluno, , Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, , Cuneo, Enna, Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, , Padova, , Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, , Ravenna, , Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Siena, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza, Viterbo.

Ti assistiamo in tutta Italia

L’Avv. SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO MORTEPER OSPEDALE O OPERAZIONE O MANCATA DIAGNOSI segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Alessandria, Arezzo, Asti, Belluno, , Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, , Cuneo, Enna, Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, , Padova, , Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, , Ravenna, , Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Siena, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza, Viterbo.

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSPEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

Ti assistiamo in tutta Italia

L’Avv. SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO MORTEPER OSPEDALE O OPERAZIONE O MANCATA DIAGNOSI segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

  1. Accertamenti clinici errati, insufficienti o tardivi
  2. Omessa o mancata diagnosi di patologia
  3. Errato approccio terapeutico alla patologia
  4. Ritardi nella diagnosi e nelle terapie farmacologiche
  5. Errori nella scelta o nella somministrazione del farmaco

 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Alessandria, Arezzo, Asti, Belluno, , Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, , Cuneo, Enna, Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, , Padova, , Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, , Ravenna, , Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Siena, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza, Viterbo.

Consenso informato: pazienti mal edotti delle eventuali complicazioni derivanti dall’intervento

Scarsa assistenza post-operatoria

Lesioni colpose di organi, terminazioni nervose, legamenti in corso di intervento

Errori in fase di anestesia con lesioni cerebrali o decesso del paziente

Embolie, trombo embolie, infarti in sala operatoria

Infezioni per cattiva cura post operatoria

NESSO CAUSALE LA CASSAZIONE

Quanto, infatti, alla censura concernente la ripartizione dell’onere probatorio del nesso causale tra paziente danneggiato (o, come nella specie, i suoi eredi) e struttura sanitaria, va ribadito – nel senso della sua infondatezza – che, nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria, si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle”. Orbene, il primo, “quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia”, ovvero la morte, “e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)” (così, in motivazione, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 26 luglio 2017, n. 18392, Rv. 645164-01). Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento)”, ovvero la morte del paziente, “è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017, cit.; nello stesso senso anche Cass. Sez. 3, sent. 4 novembre 2017, n. 26824, non massimata; Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2017, n. 29315, Rv. 646653-01; Cass. Sez. 3, sent. 15 febbraio 2018, n. 3704, Rv. 647948-01; Cass. Sez. 3, ord. 23 ottobre 2018, n. 26700, Rv. 651166-01, nonchè, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 11 novembre 2019, n. 28991, Rv. 655828-01). Si tratta, peraltro, di conclusione – come è stato di recente sottolineato – che tiene conto della peculiare configurazione che il “sottosistema” della responsabilità per attività sanitaria riveste nell’ambito del sistema “generale” della responsabilità contrattuale. Se, invero, nell’ambito di quest’ultimo, la “causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento”, non altrettanto può dirsi in ambito di responsabilità sanitaria, giacchè nel “diverso territorio del “tacere” professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta”. Qui, infatti, “l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore” (che, nel caso del “facere” professionale del sanitario, è quello alla guarigione), giacchè oggetto della prestazione sanitaria è solo “il perseguimento delle “leges artis” nella cura dell’interesse del creditore” (o, altrimenti detto, il diligente svolgimento della prestazione professionale), di talchè, il “danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute”. Ne consegue, pertanto, che non essendo l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie (ovvero la morte) “immanenti alla violazione delle “leges artis””, potendo “avere una diversa eziologia”, all’onere del creditore/ danneggiato “di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico”, si affianca – “posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento”, anche quello “di provare quella connessione” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 28991 del 2019, cit.). Da quanto precede, dunque, deriva che – nel caso che occupa l’onere di provare il nesso tra la morte della T. e la condotta dei medici dell’Azienda Ospedaliera gravava sui suoi eredi, già attori ed odierni ricorrenti, sicchè, solo una volta assolto tale onere, assume rilievo quello della convenuta di dimostrare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dagli attori, è stato determinato da causa ad essa non imputabile. Tali rilievi, tuttavia, se comportano il rigetto della prima censura in cui si articola il primo motivo di ricorso non pregiudicano l’esito dell’impugnazione proposta dai germani M

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Ordinanza 6 luglio 2020, n. 13872 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ARMANO Uliana – Presidente – Dott. SESTINI Danilo – Consigliere – Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere – Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere – Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso 17188/2018 proposto da: M.A., M.L., M.M., domiciliati ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato ALESSANDRA COLAO; – ricorrenti – contro AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA (OMISSIS), in persona del Direttore della U.O. Affari Generali, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CAIO MARIO 27, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO ALESSANDRO MAGNI, che la rappresenta e difende; – controricorrente – avverso la sentenza n. 674/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 22/03/2018; udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 12/02/2020 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI. Svolgimento del processo 1. M.M., A. e L., in proprio, nonchè quali successori nel processo di M.R., deceduto nelle more del giudizio di primo grado, ricorrono, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 674/18, del 22 marzo 2018, della Corte di Appello di Firenze, che – accogliendo il gravame esperito dall’Azienda Ospedaliera Universitaria (OMISSIS) (d’ora in avanti, “Azienza Ospedaliera”), avverso la sentenza n. 3396/14, del 3 novembre 2014, del Tribunale di Firenze – ha rigettato la domanda proposta dagli odierni ricorrenti volta a far accertare la responsabilità della predetta Azienda Ospedaliera, in relazione al decesso della proprio congiunta, T.L.. 2. Riferiscono, in punto di fatto, i ricorrenti di aver convenuto in giudizio – in origine, insieme al loro padre, M.R. – la predetta Azienda Ospedaliera, lamentando che, in data (OMISSIS), T.L. (madre degli odierni ricorrenti e moglie di M.R.), ricoverata in attesa dell’esecuzione di un intervento di chirurgico di sostituzione di valvola mitrale, era deceduta a causa di un “violento shock emorragico”, in occasione di un intervento di taracotomia, resosi necessario a seguito dell’insorgenza di “emotorace massivo a destra”. Assumevano, in particolare, gli allora attori che la morte della paziente era da ricondurre alla condotta colposa dei sanitari dell’Azienda Ospedaliera, i quali, dopo aver eseguito manovra di toracentesi per versamento pleurico, non avrebbero effettuato gli opportuni controlli successivi, omettendo di diagnosticare tempestivamente l’emotorace massivo che condusse la paziente alla morte. Radicato il giudizio, lo stesso veniva istruito anche a mezzo di CTU medico-legale, la quale, pur dando atto degli inadempimenti e dei ritardi compiuti dai sanitari, concludeva nel senso di non poter stabilire con certezza il rapporto eziologico tra la toracentesi espletata dai sanitari e l’emotorace massivo insorto, soggiungendo che l’evoluzione del quadro clinico non consentiva di affermare che un eventuale esame radiologico avrebbe evidenziato elementi tali da far supporre un’emorragia. Inoltre, l’errore commesso in sede di perizia autoptica, che ravvisava la causa della morte nello sfiancamento globale del cuore da anemia acuta metaemorragica, addebitandolo all’operazione di sostituzione della valvola mitrale (intervento, in realtà, programmato per il (OMISSIS), e dunque mai eseguito, essendo la T. deceduta il giorno precedente), veniva attribuito ad un mero difetto di comunicazione tra medici. Il primo giudice accoglieva la domanda risarcitoria, pervenendo a tale conclusione sul presupposto che la relazione causa-effetto tra la toratocentesi e l’emotorace – sebbene la CTU avesse escluso la possibilità di affermarla con certezza – fosse, in mancanza di qualunque ipotesi alternativa, “l’unica sul tavolo”, ed inoltre che, “rispetto ad essa”, non risultava fornita prova, “che incombeva a parte convenuta”, della “inevitabilità della lacerazione, o per lo meno della corretta esecuzione della toratocentesi”. Su gravame dell’Azienda Ospedaliera, il giudice d’appello riformava “in toto” la sentenza di primo grado, ritenendo insussistente la prova del nesso eziologico tra la condotta dei sanitari e il decesso della paziente, nonchè del carattere illecito della condotta dei medici, anche omissiva. 3. Avverso la decisione della Corte toscana hanno proposto ricorso per cassazione i germani M., sulla base – come detto di due motivi. 3.1. Con il primo motivo – proposto a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – si deduce la violazione degli artt. 2697, 1218, 1176 e 2236 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., laddove il giudice d’appello ha ritenuto non raggiunta la prova in ordine al nesso di causalità e al carattere lesivo dell’operato medico (in relazione sia all’esecuzione della manovra di toracentesi, sia all’omesso esame radiologico successivo alla predetta manovra). A ben vedere, il presente motivo si compone di una pluralità di doglianze. Anzitutto, si censura l’errata distribuzione dell’onere probatorio tra le parti del giudizio, paziente (o, per esso, come nel caso di specie, i suoi eredi) e struttura ospedaliera, laddove il giudice d’appello ha posto in capo alla parte attrice l’onere di provare la sussistenza del nesso di causa tra la condotta del sanitario e il danno lamentato, dovendo, invece, essa limitarsi ad allegare un inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato. Inoltre, i ricorrenti lamentano la violazione delle norme e dei principi che regolano l’accertamento delle cause e (soprattutto) delle concause di un evento, nella parte in cui la sentenza ha affermato che non vi fossero elementi per “stabilire con certezza un rapporto di causa effetto tra la toracentesi e la comparsa di un emotorace”, e ciò “non potendosi escludere altre possibili cause alternative del decesso, stante le critiche condizioni di salute della T.”, rispetto a quella della lacerazione di un vaso sanguigno. La Corte territoriale, da un lato, non avrebbe applicato il principio del “più probabile che non” ai fini dell’accertamento dell’efficienza eziologica della condotta della convenuta, richiedendo, al contrario, un insolito grado di certezza nella causazione dell’evento, dall’altro, avrebbe individuato delle ipotetiche concause o cause alternative al decesso, mai allegate nè provate da alcuno, formulando una mera congettura. Inoltre, essa avrebbe fatto, erroneamente, ricadere sul danneggiato le conseguenze dell’incertezza circa l’accertamento del nesso di causa. Si censura, poi, la sentenza della Corte toscana laddove ha escluso la lesività della condotta omissiva dei sanitari (consistita nella mancata esecuzione della radiografia di controllo post toracentesi, di norma eseguita ad un’ora di distanza dalla manovra stessa), in quanto, accedendo alle conclusioni della CTU (che pure ritiene “sicuramente censurabile la mancata esecuzione del controllo radiologico”), ha affermato che, anche nell’ipotesi in cui la radiografia fosse stata eseguita, non è certo che essa avrebbe evidenziato l’emorragia in atto. Pure in questo caso la sentenza avrebbe errato nella ripartizione dell’onere probatorio, dovendo porre a carico della struttura sanitaria l’onere di provare che l’esame omesso avrebbe dato un risultato negativo. Infine, i ricorrenti censurano la sentenza laddove ha escluso il carattere lesivo della condotta dei sanitari, sul rilievo che dall’esame della cartella clinica è emerso il costante monitoraggio della paziente. 3.2. Con il secondo motivo – proposto a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – si deduce la violazione degli artt. 2697, 1218, 1176 e 2236 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., laddove la sentenza ha gravato i danneggiati della prova della colpa medica. I ricorrenti ritengono che il giudice d’appello avrebbe dovuto porre a carico della struttura sanitaria l’onere di provare di aver adempiuto diligentemente le proprie obbligazioni, ovvero di aver eseguito correttamente la toracentesi. 4. L’Azienda Ospedaliera ha resistito, con controricorso, all’avversaria impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza. Quanto al primo motivo di ricorso, esso sarebbe inammissibile, in quanto si risolverebbe in una critica dell’accertamento in fatto compiuto dal giudice di merito; insindacabile in sede di legittimità: Inoltre, la censura relativa all’errata ripartizione dell’onere probatorio sarebbe infondata alla luce degli insegnamenti di questa Corte (si richiama Cass. Sez. 3, sent. 19 luglio 2018, n. 19204). In relazione al secondo motivo di ricorso, si osserva che esso finisce per censurare un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, travolgendo, dunque, l’apprezzamento compiuto dal giudice in ordine alle stesse. 5. Entrambe le parti hanno presentato memoria, insistendo nelle rispettive argomentazioni. Motivi della decisione 6. Il ricorso va accolto, per quanto di ragione. 7. Il primo motivo di ricorso è fondato, nei limiti di cui si dirà, ovvero in relazione alla censura di violazione dei principi in tema di ricostruzione del nesso causale. 7.1. Quanto, infatti, alla censura concernente la ripartizione dell’onere probatorio del nesso causale tra paziente danneggiato (o, come nella specie, i suoi eredi) e struttura sanitaria, va ribadito – nel senso della sua infondatezza – che, nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria, si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle”. Orbene, il primo, “quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia”, ovvero la morte, “e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)” (così, in motivazione, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 26 luglio 2017, n. 18392, Rv. 645164-01). Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento)”, ovvero la morte del paziente, “è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017, cit.; nello stesso senso anche Cass. Sez. 3, sent. 4 novembre 2017, n. 26824, non massimata; Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2017, n. 29315, Rv. 646653-01; Cass. Sez. 3, sent. 15 febbraio 2018, n. 3704, Rv. 647948-01; Cass. Sez. 3, ord. 23 ottobre 2018, n. 26700, Rv. 651166-01, nonchè, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 11 novembre 2019, n. 28991, Rv. 655828-01). Si tratta, peraltro, di conclusione – come è stato di recente sottolineato – che tiene conto della peculiare configurazione che il “sottosistema” della responsabilità per attività sanitaria riveste nell’ambito del sistema “generale” della responsabilità contrattuale. Se, invero, nell’ambito di quest’ultimo, la “causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento”, non altrettanto può dirsi in ambito di responsabilità sanitaria, giacchè nel “diverso territorio del “tacere” professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta”. Qui, infatti, “l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore” (che, nel caso del “facere” professionale del sanitario, è quello alla guarigione), giacchè oggetto della prestazione sanitaria è solo “il perseguimento delle “leges artis” nella cura dell’interesse del creditore” (o, altrimenti detto, il diligente svolgimento della prestazione professionale), di talchè, il “danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute”. Ne consegue, pertanto, che non essendo l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie (ovvero la morte) “immanenti alla violazione delle “leges artis””, potendo “avere una diversa eziologia”, all’onere del creditore/ danneggiato “di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico”, si affianca – “posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento”, anche quello “di provare quella connessione” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 28991 del 2019, cit.). Da quanto precede, dunque, deriva che – nel caso che occupa l’onere di provare il nesso tra la morte della T. e la condotta dei medici dell’Azienda Ospedaliera gravava sui suoi eredi, già attori ed odierni ricorrenti, sicchè, solo una volta assolto tale onere, assume rilievo quello della convenuta di dimostrare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dagli attori, è stato determinato da causa ad essa non imputabile. Tali rilievi, tuttavia, se comportano il rigetto della prima censura in cui si articola il primo motivo di ricorso non pregiudicano l’esito dell’impugnazione proposta dai germani M.. 7.2. Diverso, infatti, è l’esito della seconda censura in cui si articola il primo motivo di ricorso, ovvero quella di violazione della “regula iuris” relativa al riscontro del nesso di causalità materiale tra condotta del sanitario ed evento dannoso. Si legge, infatti, nella sentenza impugnata – che recepisce, sul punto, le conclusioni della CTU – che l’esistenza di tale nesso, nella specie, è stata esclusa in assenza di elementi “che permettano (…) di stabilire con certezza un rapporto di causa effetto tra la toracentesi e la comparsa dell’emotorace” (fatto, quest’ultimo, certamente all’origine del decesso per “shock emorragico”). La sentenza, anzi, addirittura aggiunge che “il mancato riconoscimento di una lesione vascolare in sede operatoria” (omissione che l’ausiliario del giudice attribuisce alla necessità, per i sanitari, di concentrare tutti i loro sforzi, in quel momento, nel tentativo di salvare la vita del paziente), nonchè in sede autoptica – circostanza, per inciso, assai meno giustificabile, giacchè frutto di una grossolana superficialità, in quanto si è “supposta” la causa dell’emorragia nell’intervento di sostituzione della valvola mitrale solo programmato, ma in realtà mai effettuato, visto che il decesso della paziente precedette la sua esecuzione – si sono posti come “elementi che impediscono di stabilire in maniera inequivocabile che la causa dell’emotorace sia stata la toracentesi”. Sul punto va, in primo luogo, respinta l’eccezione di inammissibilità della censura sollevata dalla controricorrente, secondo cui la doglianza tenderebbe ad una rivalutazione delle risultanze istruttorie. Al riguardo, per contro, appare necessario rammentare che “l’errore compiuto dal giudice di merito nell’individuare la regola giuridica in base alla quale accertare la sussistenza del nesso causale tra fatto illecito ed evento è censurabile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, restando, invece, inteso che “l’eventuale errore nell’individuazione delle conseguenze che sono derivate dall’illecito, alla luce della regola giuridica applicata, costituisce una valutazione di fatto, come tale sottratta al sindacato di legittimità, se adeguatamente motivata” (Cass. Sez. 3, sent. 25 febbraio 2014, n. 4439, Rv. 630127-01). La censura degli odierni ricorrenti investe il primo di tali profili, visto che si addebita alla Corte territoriale di non aver applicato il principio del “più probabile che non”, ai fini della ricostruzione dell’efficienza eziologica della condotta della convenuta, avendo, anzi, essa addirittura applicato una regola probatoria che esige un “inedito” grado di certezza nella causazione dell’evento. 7.2.1. Tale doglianza è, come già rilevato, fondata. 7.2.1.1. Per pervenire a tale conclusione, tuttavia, appare necessario muovere da alcune, indispensabili, premesse. In via preliminare, va qui evidenziato come – nel “territorio” della responsabilità civile, ampiamente intesa (ovvero come nozione comprensiva della responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c., non meno che da inadempimento contrattuale) – la verifica del nesso di causalità, tra la condotta del presunto danneggiante e l’evento di danno lamentato dal preteso danneggiato, costituisca, realmente, per riprendere un’ormai classica espressione della letteratura giuridica sul tema, un “cespuglio spinoso”. La presente non è, certo, la sede per ripercorrere l’estrema complessità che il tema della causalità – prima ancora che sul piano giuridico, su quello epistemologico (se non filosofico “tout court”) ha, da sempre, rivelato. Si potrà, qui, solo accennare – sulla scorta di una rielaborazione del tema operata da una autorevole dottrina processualcivistica – come, secondo alcuni approdi della filosofia della scienza, la nozione di causa possa essere intesa, in una prospettiva cognitivistica, alla stregua di un “idealized cognitive model”, ovvero di una “modalità tipizzata con cui la mente umana organizza la conoscenza di eventi, persone e oggetti, e delle loro relazioni caratteristiche, in strutture che risultano significative nel loro insieme”. Analogamente, del resto, la causalità è ricostruita secondo un’impostazione in cui riecheggia la concezione humiana del nesso causale quale meccanismo psicologico, o meglio, specifica attitudine della mente (“la sola che possa spingersi al di là dei sensi, ed informarci dell’esistenza di oggetti che non vediamo nè sentiamo”) a stabilire una connessione regolare tra accadimenti – come, appunto, un “modello mentale”, utilizzato per interpretare i dati dell’esperienza. Tuttavia, quanto qui interessa è – naturalmente – la nozione di causalità rilevante per il (ed agli effetti del) diritto, e ciò con particolare riferimento al sistema della responsabilità civile, ove la causalità assolve “alla duplice finalità di fungere da criterio di imputazione del fatto illecito e di regola operativa per il successivo accertamento dell’entità delle conseguenze pregiudizievoli del fatto che si traducono in danno risarcibile” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 16 ottobre 2007, n. 21619, Rv. 599816-01). Esistono, infatti, nella ricostruzione, a tali fini, del nesso causale – secondo le indicazioni fornite dalle Sezioni Unite di questa Corte – “due momenti diversi”, ovvero “la costruzione del fatto idoneo a fondare la responsabilità” (vale a dire, il momento della ricostruzione della “causalità materiale o di fatto”, altrimenti definita pure come “Haftungsbegrundende Kausalitat”), e “la successiva determinazione dell’intero danno cagionato, che costituisce l’oggetto dell’obbligazione risarcitoria”, ovvero l’operazione che, “collegando l’evento al danno, consente l’individuazione delle singole conseguenze dannose, con la precipua funzione di delimitare, a valle, i confini di una (già accertata) responsabilità risarcitoria”, ovvero il momento dell’apprezzamento della cosiddetta “causalità giuridica”, della “Haftungsausfullende Kausalitat”, nel quale un ruolo rilevate è svolto dall’art. 1223 c.c. (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 11 gennaio 2008, n. 576, Rv. 600899-01; nello stesso senso, sempre in motivazione, già Cass. Sez. 3, sent. 21619 del 2007, cit., mentre per l’applicazione successiva di tali principi si vedano, nuovamente in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 21 luglio 2011, n. 15991, Rv. 618882-01, nonchè, più di recente, Cass. Sez. 3, sent. 21 gennaio 2020, n. 1164, Rv. 656634-01). A venire in rilievo, nel caso oggetto del presente giudizio di legittimità (o meglio, nello scrutinio della censura che qui, partitamente, si esamina), è il primo di tali momenti. 7.2.1.2. Ciò premesso, va ulteriormente precisato – ancora una volta, sulla scorta dei “dicta” delle Sezioni Unite di questa Corte – che la ricostruzione della “problematica causale”, con riferimento alla suddetta “causalità materiale o di fatto, presenta rilevanti analogie con quella penale, artt. 40 e 41 c.p.”, giacchè “il danno rileva solo come evento lesivo” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. n. 576 del 2008; per l’applicazione degli artt. 40 e 41 c.p., al nesso di causalità materiale dell’illecito civile si vedano anche Cass. Sez. 3, sent. 11 maggio 2009, n. 10741, Rv. 608391-01; Cass. Sez. 3, sent. 8 luglio 2010, n. 16123, Rv. 613967-01; Cass. Sez. 3, ord. 12 aprile 2011, n. 8430, Rv. 616864-01). Sino a che punto, tuttavia, possa predicarsi siffatta “analogia”, è quanto ha formato oggetto di puntualizzazione da parte della giurisprudenza di questa Corte, culminata nel riconoscimento di un criterio di ricostruzione del nesso causale – definito della “preponderanza dell’evidenza” (o anche del “più probabile che non”) – differente da quello, “oltre ogni ragionevole dubbio”, utilizzato nel sistema della responsabilità penale. L’esito di tale percorso – dei cui effetti, rispetto al caso qui in esame, si dirà meglio di seguito – richiede, tuttavia, ulteriori puntualizzazioni. Invero, si è già sottolineata, in passato, da parte di questa Corte, la natura “muta” della dizione contenuta nell’art. 40 c.p., giacchè essa – nello stabilire che l’evento dannoso o pericoloso deve porsi come “conseguenza” dell’azione o omissione del soggetto “candidato” al riconoscimento della responsabilità – non enuncerebbe, in realtà, “alcuna “regola” causale”, risolvendosi in “una mera enunciazione lessicale”, e ciò “se per regola correttamente si intende una proposizione che offre risposta al triplice interrogativo “quando, come, perchè”” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 17 settembre 2013, n. 21255, Rv. 628702-01). D’altra parte, quello di “conseguenza” – come è stato evidenziato, di recente, da un’attenta dottrina civilistica – “non è un concetto normativo e, dunque, rinvia a saperi extragiuridici”, sui quali “il diritto poi interviene con proprie autonome scelte di fondo che conducono alla rielaborazione in termini giuridici delle conclusioni offerte dall’applicazione del sapere extragiuridico cui, di volta in volta, si è attinto”. In questa stessa prospettiva teorica, dunque, la “causalità materiale” (o “di fatto”), si rivelerebbe essa stessa una “formula decettiva perchè suggerisce, in maniera contraria al vero, che si sia in presenza di una nozione pregiuridica, mentre si è al cospetto di un concetto normativo con aperture extrasistemiche che scaturisce dalla riformulazione giuridica di saperi che appartengono a sistemi normativi diversi dal diritto”. Non è, pertanto, un caso se le stesse ricostruzioni dommatiche e giurisprudenziali, che pure, “in applicazione dei principi penalistici, di cui agli artt. 40 e 41 c.p., ritengono che un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cd. teoria della “condicio sine qua non”)” (così, nuovamente, Cass. Sez. Un., n. 576 del 2008, cit., che, peraltro, precisa come il principio dell’antecedente necessario trovi “il suo temperamento nel principio di causalità efficiente, desumibile dell’art. 41 c.p., comma 2”, norma che ha la funzione di escludere il rilievo eziologico di quegli antecedenti che si collocano “fuori delle normali linee di sviluppo della serie causale già in atto”), reputino di dover ricostruire il nesso di causalità materiale in base alla cd. teoria condizionalistica, “corretta” secondo il metodo della sussunzione sotto leggi scientifiche. E’, quest’ultimo, un modello ricostruttivo in base al quale la relazione intercorrente tra due accadimenti viene – per richiamare la dottrina processualistica già in precedenza citata – “provata in via inferenziale, ossia dimostrando che esiste una legge “di copertura” riferibile al caso di specie”; un modello detto anche “nomologicodeduttivo”, in quanto l’inferenza “è “nomologica” perchè si fonda su una legge di copertura, ed è “deduttiva” perchè questa legge di copertura è – almeno in linea di principio – generale, e quindi include il caso particolare che è oggetto di considerazione”. 7.2.1.3. Senonchè, proprio seguendo una simile impostazione come sottolinea la dottrina civilistica, di cui pure si diceva – il tema della ricostruzione del nesso di causalità finisce, nuovamente, per “coinvolgere anche il problema epistemologico dei limiti della conoscenza scientifica”. Invero, secondo quanto rilevato nuovamente – tra le altre – dalla dottrina da ultimo menzionata, la “rivoluzione realizzata dalla teoria eisteiniana della relatività, con la sua ridefinizione della concezione del tempo e della successione degli eventi”, in uno con lo sviluppo della “meccanica quantistica, la quale ha condotto al riconoscimento della natura statistica delle leggi ultime dei processi elementari”, costituiscono altrettanti fattori di un vero e proprio rovesciamento della nozione stessa di scoperta scientifica (o meglio, della sua “logica”). Ne è derivato, infatti, un nuovo paradigma, nel quale, al concetto di “verità” dell’ipotesi scientifica, è subentrato quello di “non falsificabilità” della stessa. Orbene, “in un contesto epistemologico nel quale la scienza non è più sicura di sè e delle sue leggi” – per dirla con un autorevole dottrina civilistica – “la causalità da risultanza naturalistica o di esperienza, a seconda del contesto filosofico nel quale essa può essere innestata”, risulterebbe scadere “a mera valutazione assistita dal riferimento statistico”, sicchè non più di “causalità” in senso proprio sarebbe lecito discorrere, bensì di “un criterio ideale di collegamento tra fatti che mima quello causale, ma invece di accertarlo lo considera “als ob”, come se, in base a una valutazione che non è l’esito di una ricognizione puramente naturalistica, bensì un giudizio squisitamente orientato alla soluzione del problema di responsabilità”. Tale, dunque, sarebbe l’esito “inevitabile”, dell’avvenuta “assimilazione, all’interno della categoria “leggi scientifiche” delle leggi universali e delle leggi statistiche, in base all’idea che “tutte le leggi scientifiche debbono essere considerate probabilistiche””. A tale ordine di considerazioni non è rimasta estranea neppure la giurisprudenza di questa Corte, la quale ha, da tempo, osservato che “lo stesso sintagma “accertamento del nesso causale” cela una prima, latente, insidia lessicale, dacchè ogni “accertamento” postula e tende ad una operazione logico-deduttiva o logicoinduttiva che conduca ad una conclusione, appunto, “certa”; mentre un’indagine, per quanto rigorosa, funzionale a predicarne l’esistenza sul piano del diritto, si arresta, sovente, quantomeno in sede civile, sulle soglie del giudizio probabilistico (sia pur connotato da un diverso livello di intensità, dalla “quasi certezza” alla “seria ed apprezzabile possibilità)” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 21619 del 2007, cit., nonchè, in senso analogo e sempre in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 15991 del 2011, cit.). Ciò, tuttavia, non equivale – come si è addebitato a questa Corte – ad una “svalutazione” del sapere scientifico, e quindi dell’apporto che esso è in grado di fornire, proprio in relazione alla ricostruzione di quell’elemento della fattispecie della responsabilità civile che è costituito dal nesso causale. Per contro, e specificamente nell’ambito del sottosistema della responsabilità da malpractice sanitaria (che viene in rilievo nel presente caso), questa Corte ha sottolineato la centralità dei saperi scientifici, dei quali il giudice può fruire pure attraverso il contributo di quell’ausiliario qualificato che è il consulente tecnico d’ufficio. Si è, infatti, affermato che, in materia di responsabilità sanitaria, “la consulenza tecnica è di norma “consulenza percipiente” a causa delle conoscenze tecniche specialistiche necessarie, non solo per la comprensione dei fatti, ma per la rilevabilità stessa dei fatti, i quali, anche solo per essere individuati, necessitano di specifiche cognizioni e/o strumentazioni tecniche; atteso che, proprio gli accertamenti in sede di consulenza, offrono al giudice il quadro dei fattori causali entro il quale far operare la regola probatoria della certezza probabilistica per la ricostruzione del nesso causale” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 20 ottobre 2014, n. 22225, Rv. 632945-01). Il riconoscimento del carattere (spesso) soltanto “relativo” delle “certezze” espresse dalle leggi scientifiche, pertanto, non vuole – nè può essere – l’adesione a quel modello ricostruttivo, pure proposto da autorevole dottrina, soprattutto penalistica, e un tempo recepito anche dalla giurisprudenza civile di questa Corte (si veda, a titolo di esempio, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 28 aprile 1994, n. 4440), che affida la ricostruzione del nesso causale alla “certezza morale” del giudicante in ordine alla sussistenza di una legge di copertura, in grado di spiegare l’efficienza eziologica della condotta del (presunto) danneggiante. Una simile impostazione, nella quale riecheggia la teoria della “intime conviction du juge” di certa letteratura giuridica d’oltralpe, presta il fianco, infatti, alla facile obiezione – espressa dalla dottrina processuale, qui già più volte richiamata – secondo cui “non è chiaro il significato dell’aggettivo “morale”, riferito al convincimento del giudice intorno all’esistenza di una legge causale”, giacchè, se la ricostruzione del nesso di causalità pone “problemi di prova, e quindi di carattere conoscitivo, non è facile intendere quale possa essere la “moralità” del convincimento del giudice”. In definitiva, come osserva sempre questa stessa dottrina, il problema della causalità materiale, si risolve nella “dimostrazione probatoria della verità di un enunciato”, ovvero quello che “descrive un nesso di causalità naturale e specifica” tra la condotta del supposto danneggiante e l’evento lesivo lamentato dal preteso danneggiato, sicchè, in ultima analisi, il cuore della questione consiste nell’individuare “i criteri secondo i quali il giudice, in presenza di elementi di prova che riguardano l’enunciato relativo all’esistenza di un nesso causale, stabilisce se tale enunciato ha o non ha ricevuto una adeguata conferma probatoria”. Come osservato da questa Corte, la verifica della sussistenza del nesso causale non è più “soltanto questione di ricostruzione dei fatti nel loro svolgersi fenomenologico, ma sempre ed anche vicenda “giuridica”, cioè questione anche di diritto, e, più precisamente, vero e proprio ragionamento probatorio sui fatti, allegati e non, dimostrati e non” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 15991 del 2011, cit.). Ragionamento da compiersi, evidentemente, in applicazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, senza, però, che ciò equivalga – come è stato ipotizzato – ad “avallare l’angoscia nichilistica di un libero convincimento che sembra rimasto una mera “scatola vuota””. Difatti, se è vero – come sottolinea la dottrina processuale prima richiamata – che il principio del libero convincimento, mentre “ha un chiaro significato negativo, nel senso che svincola il giudice da regole legali di valutazione della prova”, esso “ha tuttora un significato positivo quanto mai incerto”, visto che “non indica in quale modo il giudice il giudice debba esercitare questo potere discrezionale” di valutazione della prova. Nondimeno, sempre secondo tale condivisibile impostazione, “il libero convincimento svincola il giudice da regole di prova legale, ma non lo esime dall’osservanza dei criteri di razionalità e controllabilità logica del ragionamento probatorio, soprattutto negli ordinamenti – come il nostro – nei quali egli è soggetto all’obbligo di motivare la sua decisione con argomenti idonei a fornire di essa un giustificazione razionale ed intersoggettivamente accettabile”. Di ciò, del resto, si mostra ben consapevole questa Corte. Invero, pur a fronte dell’avvenuta riduzione al “minimo costituzionale” – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), nel testo “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, 134 – del proprio sindacato sulla parte motiva della sentenza impugnata, essa ha ribadito (tra l’altro, proprio con riferimento alla motivazione che abbia ad investire la ricostruzione del nesso causale) il proprio potere di “verificare l’estrinseca correttezza del giudizio di fatto sotto il profilo della manifesta implausibilità del percorso che lega la verosimiglianza delle premesse alla probabilità delle conseguenze”, e, pertanto, la possibilità di “sindacare la manifesta fallacia o non verità delle premesse o l’intrinseca incongruità o contraddittorietà degli argomenti, onde ritenere inficiato il procedimento inferenziale ed il risultato cui esso è pervenuto, per escludere la corretta applicazione della norma entro cui è stata sussunta la fattispecie” (così Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 644818-01). 7.2.1.4. Tuttavia, se discutere della causalità materiale (soprattutto, come si dirà meglio di seguito, di quella definita come “individuale”, o “specifica”) significa interrogarsi su di una regola probatoria, è proprio su questo piano che vanno apprezzate le differenti soluzioni offerte dalla giurisprudenza di legittimità, penale e civile, al problema della verifica del nesso causale, costituendo le stesse null’altro che il riflesso della diversità – morfologica e funzionale – dei due sistemi di responsabilità, con i quali il giudice si confronta. Difatti, nella “ricostruzione del nesso causale, ciò che muta sostanzialmente tra il processo penale e quello civile è la regola probatoria, in quanto nel primo vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio” (cfr. Cass. Pen. S.U. 11 settembre 2002, n. 30328, Franzese), mentre nel secondo vige la regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non”, stante la diversità dei valori in gioco nel processo penale tra accusa e difesa, e l’equivalenza di quelli in gioco nel processo civile tra le due parti contendenti” (così, in particolare, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. n. 576 del 2008, cit.; in senso conforme, tra le più recenti, si vedano Cass. Sez. 3, ord. 27 settembre 2018, n. 23197, Rv. 65060201, in motivazione, nonchè Cass. Sez. Lav., sent. 3 gennaio 2017, n. 47, Rv. 642263-01). Del resto, come osservato da questa Corte già prima del citato arresto delle Sezioni Unite, sempre al fine di chiarire la diversità – in sede civile e penale – delle regole probatorie in materia di causalità, queste ultime riflettono la differente morfologia e funzione dei due sistemi. Invero, quanto al profilo morfologico, deve considerarsi “come il baricentro della disciplina penale con riferimento al profilo causale del fatto sia sempre e comunque rivolto verso l’autore del reato/soggetto responsabile, orbitando, viceversa, l’illecito civile (quantomeno a far data dagli anni ‘60) intorno alla figura del danneggiato” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 21619 del 2007, cit.). Quanto, poi, al profilo funzionale, più ancora che la constatazione – valida, invero, per il solo caso in cui venga in rilievo un’ipotesi di responsabilità per omissione – secondo cui una “valutazione del nesso di causa, fondata esclusivamente sul semplice accertamento di un aumento (o di una speculare, mancata diminuzione) del rischio in conseguenza della condotta omessa, è criterio ermeneutico che inquieta l’interprete penale, poichè realmente trasforma surrettiziamente la fattispecie del reato omissivo improprio da vicenda di danno in reato di pericolo (o di mera condotta), mentre la stessa preoccupazione non pare esportabile in sede civile, dove l’accento è posto, ormai, sul concetto di “danno ingiusto”” (cfr. ancora una volta, e nuovamente in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 21619 del 2007, cit.), decisivo appare quanto osservato in dottrina. Ovvero, che i sistemi dell’illecito penale e del torto civile si caratterizzano, rispettivamente, “per la personalità quanto alla pena, come ora ci sollecita a rilevare l’art. 27 Cost., comma 1 e per la patrimonialità quanto al risarcimento”, giacchè se “quest’ultimo è essenzialmente riparazione, la pena è il negativo che si contrappone al negativo dell’illecito in sè”. Una conclusione da tenere ferma pur a fronte dell’avvenuto riconoscimento della non estraneità, al disegno costituzionale della responsabilità civile, del carattere “polifunzionale” della stessa, poichè tale esito “non significa che l’istituto aquiliano abbia mutato la sua essenza”, la quale resta principalmente quella riparatoria, visto che “questa curvatura deterrente/sanzionatoria” della responsabilità civile “esige una “intermediazione legislativa”, in forza del principio di cui all’art. 23 Cost. (correlato agli artt. 24 e 25), che pone una riserva di legge quanto a nuove prestazioni patrimoniali” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 5 luglio 2017, n. Rv. 644914-01, n. 16601, in tema di “punitive damages”). 7.2.1.5. Nè, d’altra parte, a contrastare tale conclusione, ovvero la necessità di mantenere distinte in sede civile e penale – giacchè espressione delle differenti caratteristiche dei due sistemi – le regole probatorie relative al riscontro del nesso causale, vale l’obiezione formulata proprio dalla dottrina da ultima citata. Il rilievo critico, come noto, si basa sulla constatazione che l’azione civile di danno può essere esercita – a norma degli artt. 74 c.p.p. e segg. e dell’art. 185 c.p. – anche nel giudizio penale, sicchè la teorizzata (da questa Corte) “duplicità del criterio causale potrebbe avere come esito un fatto ritenuto in pari tempo causalmente rilevante e no”. Al riguardo, tuttavia, deve rilevarsi che il vigente codice di procedura penale, scegliendo di limitare drasticamente i casi di sospensione del giudizio penale per pregiudizialità civile (art. 3), allargando, per converso, quelli di accertamento incidentale del giudice penale (art. 2), ha optato per “il principio di separatezza dei due giudizi” (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 15 luglio 2019, n. 18918, Rv. 654448-02), nell’ambito del quale persino il rischio del contrasto di giudicati non costituisce (più) un’evenienza, per così dire, “patologica”, o meglio disfunzionale. Invero, corna ancora di recente ribadito dalla giurisprudenza costituzionale, nel processo penale l’azione civile “assume carattere accessorio e subordinato rispetto all’azione penale, sicchè è destinata a subire tutte le conseguenze e gli adattamenti derivanti dalla funzione e dalla struttura del processo penale, cioè dalle esigenze, di interesse pubblico, connesse all’accertamento dei reati e alla rapida definizione dei processi”, essendo, invero, “l’idea di fondo sottesa alla nuova codificazione”, quella “che la costituzione di parte civile non dovesse essere comunque “incoraggiata”” (così, da ultimo, Corte Cost., sent. 3 aprile 2019, n. 176. Orbene, proprio tale “adattamento”, conosciuto dell’azione civile esercitata in sede penale, non è privo di conseguenze, nuovamente, sul piano delle “regole probatorie” (non escluse, ovviamente, quelle relative al riscontro del nesso causale). Infatti, qualora il soggetto asseritamente danneggiato scelga peraltro, sempre con possibilità di esercitare lo “ius poenitendi”, dal momento che la revoca della costituzione di parte civile “non preclude il successivo esercizio dell’azione in sede civile” (art. 82 c.p.p., comma 4) – di far valere, nel processo penale, la propria pretesa risarcitoria, egli vede esaminata la propria domanda da un giudice la cui potestà decisoria non coincide con quella delineata dall’art. 115 c.p.c., comma 1, secondo cui, fatti salvi i diversi casi previsti dalla legge, la sua pronuncia interviene “iuxta alligata et probata partium”. Diversamente da quello civile, il giudice penale, nell’esercizio della propria “potestas iudicandi”, è invece legittimato con effetti, evidentemente, anche in ordine alla pretesa risarcitoria azionata dalla parte civile – ad avvalersi di un potere di “integrazione probatoria”, quello disciplinato dall’art. 507 c.p.p., che va oltre l’assunzione di “nuovi” mezzi di prova (come tale norma, nella sua formulazione letterale, parrebbe suggerire). Di tale potere, infatti, esso può avvalersi sia nel caso in cui le parti siano decadute dalla prova testimoniale per la mancata o tardiva indicazione dei testimoni nella lista prevista dall’art. 468 c.p.p., sia, persino, in quello in cui non vi “sia stata ad iniziativa di esse una qualunque attività probatoria” (Corte Cost., sent. 24 marzo 1993, n. 111). Difatti, la giurisprudenza costituzionale – come già, per vero, quella di questa Corte (cfr. Cass. Sez. Un. Pen., sent. dep. 21 novembre 1992, n. 11227, Rv. 191606-01), ha escluso che il vigente codice di procedura penale abbia riservato al giudice “essenzialmente un ruolo di garante dell’osservanza delle regole di una contesa tra parti contrapposte”, nell’ambito di un giudizio che “avrebbe la funzione non di accertare i fatti reali onde pervenire ad una decisione il più possibile corrispondente al risultato voluto dal diritto sostanziale, ma di attingere – nel presupposto di un’accentuata autonomia finalistica del processo – quella sola “verità” processuale che sia possibile conseguire attraverso la logica dialettica del contraddittorio e nel rispetto di rigorose regole metodologiche e processuali coerenti al modello”, modello del quale, pertanto, uno degli assi portanti sarebbe “l’operatività di un principio dispositivo sotto il profilo probatorio”. Per contro, si è ribadito che “fine primario ed ineludibile del processo penale non può che rimanere quello della ricerca della verità”, di talchè, “ad un ordinamento improntato al principio di legalità (art. 25 Cost., comma 2) – che rende doverosa la punizione delle condotte penalmente sanzionate – nonchè al connesso principio di obbligatorietà dell’azione penale” non possono ritenersi “consone norme di metodologia processuale che ostacolino in modo irragionevole il processo di accertamento del fatto storico necessario per pervenire ad una giusta decisione” (così, Corte Cost., sent. n. 111 del 1993, cit.). Nel contesto, dunque, di un simile processo, che rigetta il principio dispositivo in materia di prova, deve ritenersi del tutto ragionevole – fugando i dubbi che sono stati, al riguardo, paventati dalla citata dottrina – che la “utilitas” tratta dalla parte civile, nel vedere esaminata la propria domanda risarcitoria da un giudice munito di un ampio potere officioso di “integrazione” della prova, risulti “controbilanciata” dalla necessità che quella prova, nella misura in cui investe (anche) il nesso causale tra la condotta del preteso responsabile e l’evento di danno lamentato dall’asserito danneggiato, venga raggiunta “oltre ogni ragionevole dubbio”. 7.2.1.6. Chiarite, pertanto, le ragioni dell’operatività – nel giudizio civile di danno – della regola probatoria del “più probabile che non”, occorre illustrarne le modalità di applicazione. Essa – anche denominata, forse in modo preferibile, come “preponderanza dell’evidenza” – costituisce, in realtà (lo sottolinea, nuovamente, la dottrina processuale più volte richiamata), la “combinazione di due regole: la regola del “più probabile che non” e la regola della “prevalenza relativa” della probabilità”. La regola del “più probabile che non”, in particolare – per riprendere tale impostazione dommatica – “implica che rispetto ad ogni enunciato si consideri l’eventualità che esso possa essere vero o falso, ossia che sul medesimo fatto vi siano un’ipotesi positiva ed una complementare ipotesi negativa”, sicchè, tra queste due ipotesi alternative, “il giudice deve scegliere quella che, in base alle prove disponibili, ha un grado di conferma logica superiore all’altra: sarebbe infatti irrazionale preferire l’ipotesi che è meno probabile dell’ipotesi inversa”. In altri termini, l’affermazione della verità dell’enunciato implica “che vi siano prove preponderanti a sostegno di essa: ciò accade quando vi sono una o più prove dirette – di cui è sicura la credibilità o l’autenticità – che confermano quell’ipotesi, oppure vi sono una o più prove indirette dalle quali si possono derivare validamente inferenze convergenti a sostegno di essa”. Per parte propria, la regola della “prevalenza relativa” della probabilità, rileva – quanto al nesso causale, nel caso di cd. “multifattorialità” nella produzione di un evento dannoso (ovvero quando all’ipotesi, formulata dall’attore, in ordine all’eziologia dell’evento stesso, possano affiancarsene altre) – allorchè “sullo stesso fatto esistano diverse ipotesi, ossia diversi enunciati che narrano il fatto in modi diversi, e che queste ipotesi abbiano ricevuto qualche conferma positiva dalle prove acquisite al giudizio”, dovendo, invero, essere prese in considerazione “solo le ipotesi che sono risultate “più probabili che non”, poichè le ipotesi negative prevalenti non rilevano”. Orbene, ricorrendo tale evenienza, vale a dire se “vi sono più enunciati sullo stesso fatto che hanno ricevuto conferma probatoria, la regola della prevalenza relativa” – sempre secondo l’impostazione dottrinaria di cui sopra – “implica che il giudice scelga come “vero” l’enunciato che ha ricevuto il grado relativamente maggiore di conferma sulla base delle prove disponibili”. Quello che viene, così, a delinearsi – per dirla, questa volta, con la giurisprudenza di questa Corte – è un modello di “certezza probabilistica”, nel quale “il procedimento logico-giuridico” da seguire “ai fini della ricostruzione del nesso causale” implica che l’ipotesi formulata vada verificata “riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma (e nel contempo di esclusione di altri possibili alternativi) disponibili in relazione al caso concreto (c.d. probabilità logica o baconiana)”, nel senso, cioè, che in tale “schema generale della probabilità come relazione logica va determinata l’attendibilità dell’ipotesi sulla base dei relativi elementi di conferma (c.d. evidence and inference nei sistemi anglosassoni)” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. n. 576 del 2008, cit., nello stesso senso, più di recente, Cass. Sez. 3, sent. 20 febbraio 2015, n. 3390, Rv. 634481-01; Cass. Sez. 3, ord. 29 gennaio 2018, n. 2061, non massimata, Cass. Sez. 3, ord. n. 23197 del 2018, cit.). La nozione di probabilità “baconiana”, o “logica”, si distingue, dunque, dalla probabilità “quantitativa” (i cui concetti e calcoli poco si prestano – come osservato dalla migliore dottrina processualistica – a essere applicati al ragionamento sulle prove), riferendosi al grado di conferma (ossia al cd. “evidential weight”, al peso probatorio) che l’ipotesi, relativa all’efficienza eziologica della condotta del preteso danneggiante a cagionare l’evento di danno lamentato dall’asserito danneggiato, riceve sulla base delle inferenze tratte dagli elementi di prova disponibili. 7.2.2. Orbene, alla luce di tutte le considerazioni che precedono, risulta, di tutta evidenza, il vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), in cui è incorsa – nel caso che occupa – la sentenza impugnata. Essa, sul presupposto che la disposta CTU ebbe ad evidenziare che “l’emotorace, a seguito di toracentesi, è evenienza rara”, sicchè “la possibilità di ravvisare la causa dell’emotorace nella toracentesi può essere posta in dubbio”, ha escluso di poter “stabilire con certezza un rapporto di casa effetto” tra due accadimenti. Anzi, ha soggiunto che “il mancato riconoscimento di una lesione vascolare in sede operatoria e autoptica” (un esito questo, tuttavia, non del riscontro della inesistenza di tale lesione, bensì del fatto che i chirurghi e il medico legale – impegnati, rispettivamente, in tali sedi non effettuarono, per le ragioni già illustrate, verifiche di sorta, “atte ad identificare la fonte del sanguinamento” che determinò il decesso della paziente) avrebbe impedito “di stabilire in maniera inequivocabile che la causa dell’emotorace sia stata la toracentesi”. Così argomentando, tuttavia, la Corte territoriale ha affidato il riscontro del nesso causale ad un criterio persino più rigoroso di quello utilizzato in sede penale, giacchè, in tale ambito, l’efficienza eziologica della condotta addebitata all’imputato è vagliata non già in termini di “certezza” (nè tantomeno di “inequivocabilità”), ma, come detto, secondo la regola probatoria che impone di affermarne la responsabilità “oltre ogni ragionevole dubbio”. La sentenza impugnata ha, dunque, disatteso la “regula iuris” che impone di accertare il nesso di causalità materiale secondo il criterio – consono alla morfologia e alla funzione del sistema della responsabilità civile – del “più probabile che non” (o meglio, della “preponderanza dell’evidenza”), nel duplice significato che si è, dianzi, illustrato. In particolare, essa avrebbe dovuto verificare, sulla scorta delle evidenze probatorie acquisite (anche a mezzo della disposta di consulenza tecnica d’ufficio), innanzitutto, se l’ipotesi sulla verità dell’enunciato relativo all’idoneità della toracentesi a cagionare l’emotorace presentasse un grado di conferma logica maggiore rispetto a quella della sua falsità (criterio del “più probabile che non”). Di seguito, essa avrebbe dovuto stabilire – in applicazione, questa volta, del criterio della “prevalenza relativa della probabilità” se tale ipotesi avesse ricevuto, sempre su un piano logico, ovvero nuovamente sulla base delle prove disponibili, un grado relativamente maggiore di conferma rispetto ad altrettante, differenti, ipotesi sulla eziologia tanto dell’emotorace, quanto del decesso della paziente (facendo la sentenza riferimento a non meglio precisate sue “critiche condizioni di salute” che avrebbero influito sul cd. “exitus”), ipotesi anch’esse, però, da riscontrare preliminarmente, nella loro verità, nello stesso modo, ovvero in applicazione del principio del “più probabile che non”. 8. Il secondo motivo resta assorbito dall’accoglimento del primo. 9. All’accoglimento del ricorso, nei termini indicati, segue la cassazione della sentenza impugnata e il rinvio alla Corte di Appello di Firenze, in diversa composizione, per la decisione nel merito, alla luce dei principi enunciati, in particolare, nel p. 7.2.2., oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio. P.Q.M. La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo, cassando, per l’effetto, la sentenza impugnata e rinviando alla Corte di Appello di Firenze, in diversa composizione, per la decisione nel merito, oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio. Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 12 febbraio 2020. Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2020

TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!

TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!

TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!

TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!

051 6447838  051 6447838 051 7447838

Tribunale Treviso, Sez. I, Sentenza, 25/11/2019, n. 2467

 

 

 

La Suprema Corte ha chiarito, peraltro, che costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, non altrimenti specificato, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del medesimo pregiudizio complessivo, che va ristorato integralmente e unitariamente (cfr. Cass. 17 dicembre 2015, n. 25351).

La Corte di Cassazione ha inoltre chiarito che il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale patito iure proprio dai familiari della vittima primaria dell’illecito deve essere ridotto in misura corrispondente alla parte di danno cagionato da quest’ultimo a se stesso. Ciò non in quanto l’art. 1227, comma primo, cod. civ. si applichi direttamente, bensì in quanto la lesione del diritto alla vita, colposamente cagionata da chi la vita la perde, non integra un illecito della vittima nei confronti dei propri congiunti, atteso che la rottura del rapporto parentale ad opera di una delle sue parti non può considerarsi fonte di danno nei confronti dell’altra per mancanza del requisito dell’ingiustizia del danno (Cass. 12 aprile 2017, n. 9349

avvocato-erede-legittimo-10

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale costituisce duplicazione di risarcimento non consentita, la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale, sovente liquidato in percentuale del primo, o la congiunta attribuzione del danno morale, nella sua rinnovata configurazione e del danno da perdita del rapporto parentale che possono, quindi, costituire solo voci del danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, secondo l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, vengono assorbiti, altresì, il cosiddetto danno alla vita di relazione, i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica.

Tribunale Treviso, Sez. I, Sent., 16/04/2019

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TREVISO

SEZIONE PRIMA CIVILE

in composizione monocratica, in persona del dott. Alberto Barbazza, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio iscritto al R.G. n. (…)/2015 promosso da

(…),

(…),

(…),

(…), legalmente rappresentata dalla madre (…),

(…)

(…),

(…), per mezzo della procuratrice speciale (…),

tutti rappresentati e difesi dall’avv. (…), per mandato a margine dell’atto di citazione, ed elettivamente domiciliati presso lo studio della stessa in Conegliano (TV);

– ATTORI –

contro

(…), già (…), in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa dagli avv.ti (…) e (…), per mandato in calce alla comparsa di costituzione e risposta, ed elettivamente domiciliata presso lo studio degli stessi in Trieste;

(…),

– CONVENUTO CONTUMACE –

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

ex art. 132, comma secondo, n. 4), cod. proc. civ.

Con atto di citazione regolarmente notificato, gli odierni attori convenivano in giudizio (…) e (…)., già (…) (in seguito, per brevità, anche solo “(…)”), al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza della morte di (…)

Gli attori esponevano che in data (…), in prossimità di (…) (TV), (…) percorreva una strada a piedi tenendo a mano il proprio velocipede quando veniva investito dal veicolo di proprietà e guidato da (…), assicurato con (…) (all’epoca, (…)

A seguito dell’urto, il (…) riportava lesioni gravissime che ne causavano il decesso, poche ore dopo, presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale di (…) (TV).

Essendo la responsabilità del sinistro interamente ascrivibile al convenuto (…), gli attori domandavano il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del prossimo congiunto, da quantificare secondo giustizia tenendo conto del legame di parentela e dell’intenso rapporto affettivo che li legava allo stesso, e la moglie e la figlia del (…) agivano per il ristoro dell’ulteriore danno patrimoniale subito per la perdita delle elargizioni economiche erogate dal defunto.

Con comparsa di costituzione e risposta, (…) si costituiva negando la sussistenza di responsabilità alcuna in capo al conducente del veicolo, essendo la responsabilità del sinistro interamente attribuibile alla vittima, e opponendosi, in subordine, alla quantificazione del danno operata da parte attrice.

(…) non si costituiva e all’udienza del 19 novembre 2015 veniva dichiarato contumace.

La causa veniva istruita mediante CTU dinamico ricostruttiva e assunzione dei testi (…)

All’udienza del 13 dicembre 2018, le parti precisavano le conclusioni come da foglio depositato telematicamente e il Giudice concedeva, su loro concorde istanza, i termini ex art. 190 cod. proc. civ. per il deposito di comparse conclusionali e repliche, trattenendo la causa in decisione.

  1. Preliminarmente, deve essere rilevato che è pacifica, in quanto incontestata, l’operatività della copertura assicurativa di (…) in favore del convenuto (…).
  2. In merito all’an debeatur, il CTU, con motivazione immune da vizi logici e incongruenze, redatta nel pieno contraddittorio con i consulenti tecnici di parte, concludeva nei seguenti termini: “si può sinteticamente affermare come la causa del sinistro vada ricercata nel comportamento del pedone (…) il quale di ora notturna, senza segnalazione alcuna e senza servirsi della pista ciclopedonale presente a lato della strada (violazione art. 190del C.d.S.), si trovava a marciare all’interno e nei pressi del margine esterno della corsia di destra della provinciale nel momento in cui stava sopraggiungendo l’autocarro (…) condotto da (…).

Quest’ultimo veicolo finiva per investire il pedone causandone il decesso.

Si ritiene che anche il comportamento del conducente dell’autocarro sia da individuare quale altra causa del sinistro dato che assai probabilmente si trovava a marciare a velocità superiore a quella consentitagli dai dispositivi di illuminazione in uso (fari anabbaglianti) quindi in violazione dell’art. 141 del C.d.S.

Per quanto riguarda infine la ripartizione delle responsabilità nella causazione del sinistro, dal punto di vista esclusivamente tecnico, si può accreditare il 60-65% a carico del pedone (…) e il restante 35-40% a carico del conducente dell’autocarro (…)”.

Alla luce delle considerazioni del CTU e del riscontrato concorso, fra danneggiante e danneggiato, nella causazione del danno-evento, la responsabilità del convenuto (e, di conseguenza, di (…)) deve ritenersi accertata nella misura del 35%, essendo la stessa ascrivibile, per il restante 65%, alla mancata osservanza, da parte del (…) di regole di prudenza avendo egli percorso, di notte e in assenza di adeguata segnalazione e illuminazione, una strada provinciale in luogo del percorso ciclopedonale a margine di tale strada.

  1. Le voci di danno allegate dagli attori devono essere in primo luogo divise nelle componenti del danno patrimoniale e del danno non patrimoniale.

3.1Per quanto riguarda la prima componente, gli attori agiscono per il ristoro del danno da perdita del rapporto parentale.

Com’è noto, il danno da perdita del rapporto parentale è una species del cosiddetto danno tanatologico, il quale comprende sia i pregiudizi non patrimoniali patiti dai prossimi congiunti del defunto, potendo, questi ultimi, far valere tale voce di danno iure proprio, sia il danno eventualmente sofferto dal morituro stesso nell’arco temporale fra il danno-evento e la morte, per il ristoro del quale si potrà eventualmente agire iure hereditario.

Il danno da perdita del rapporto parentale, a sua volta, può manifestarsi sia nella forma del danno morale, consistente nel dolore e nelle sofferenze subite da una persona come conseguenza della morte del prossimo congiunto, sia nella forma del danno biologico, qualora il prossimo congiunto soffra, come conseguenza del medesimo evento, un danno alla propria salute ed integrità psico-fisica medicalmente accertabile.

La Suprema Corte ha chiarito, peraltro, che costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, non altrimenti specificato, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del medesimo pregiudizio complessivo, che va ristorato integralmente e unitariamente (cfr. Cass. 17 dicembre 2015, n. 25351).

La Corte di Cassazione ha inoltre chiarito che il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale patito iure proprio dai familiari della vittima primaria dell’illecito deve essere ridotto in misura corrispondente alla parte di danno cagionato da quest’ultimo a se stesso. Ciò non in quanto l’art. 1227, comma primo, cod. civ. si applichi direttamente, bensì in quanto la lesione del diritto alla vita, colposamente cagionata da chi la vita la perde, non integra un illecito della vittima nei confronti dei propri congiunti, atteso che la rottura del rapporto parentale ad opera di una delle sue parti non può considerarsi fonte di danno nei confronti dell’altra per mancanza del requisito dell’ingiustizia del danno (Cass. 12 aprile 2017, n. 9349).

3.2Per quanto concerne l’onere della prova del danno da perdita del rapporto parentale patito dagli attori, l’evoluzione giurisprudenziale in materia ha portato a richiedere la sussistenza di un duplice presupposto: il primo, di diritto, consistente nell’esistenza di un vincolo riconosciuto dall’ordinamento giuridico fra la vittima e l’attore, e il secondo, di fatto, richiedendosi la sussistenza di un vincolo affettivo fra gli stessi.

3.3Il presupposto di diritto è certamente integrato con riferimento a tutti gli attori poiché è pacifico, in quanto fra le parti non contestato, nonché provato documentalmente (cfr. doc. 2 di parte attrice), che (…), (…), (…), (…), (…), (…) e (…) e siano, rispettivamente, padre, madre, moglie, figlia, fratelli e nonna del deceduto.

3.4L’analisi della sussistenza del presupposto di fatto, così come la liquidazione del danno (subordinata all’esito positivo di tale verifica), deve essere svolta individualmente con riguardo a ciascuno degli attori.

3.4.1Con riguardo ai genitori, (…) e (…) la sussistenza del vincolo affettivo va presunta ex art. 2729 cod. civ., potendo desumersi, dal fatto noto del rapporto di genitorialità e dalla convivenza degli stessi con il deceduto, il fatto ignoto del patimento di natura non patrimoniale sofferto dagli attori in conseguenza della morte del figlio.

Non si ravvisa tuttavia alcuna ragione per personalizzare il risarcimento dovuto, come richiesto dagli attori, in misura prossima al massimo previsto dalle Tabelle in uso presso il Tribunale di Milano.

La personalizzazione, infatti, deve essere giustificata da circostanze anomale, inusuali ed eccezionali (cfr. Cass. 17 dicembre 2014, n. 26590Cass. 9 maggio 2011, n. 10107), e gli attori, nel caso di specie, non hanno allegato né provato alcuna fra queste circostanze, non essendo sufficiente, a tal fine, la mera allegazione dell’età della vittima e del rapporto di convivenza della stessa con gli attori, le quali non possono giustificare, in re ipsa, una personalizzazione del danno, trattandosi di circostanze “normali”.

Va, infatti, puntualizzato che conseguenze “normali” non vuole affatto dire, come precisato da autorevole dottrina che si condivide, conseguenza “non gravi”: fra gravità e normalità delle conseguenze non vi può essere alcuna corrispondenza biunivoca, pertanto le circostanze che possono giustificare la “personalizzazione” del risarcimento sono solo quelle che si discostano, per intensità o frequenza, da quelle ordinariamente derivanti da un evento luttuoso.

Pertanto, tenendo presente che la responsabilità del sinistro deve essere ascritta per il 65% a (…) (figlio, deceduto) e che quindi, per i motivi sopra evidenziati, il risarcimento va ridotto della misura corrispondente, il danno risarcibile subito da (…) (padre, attore) e (…) (madre) deve essere quantificato nella somma finale di Euro 58.086,00 per ciascun genitore, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.2Parimenti, deve essere presunta, ex art. 2729 cod. civ., la sussistenza del legame affettivo con (…) e (…) rispettivamente, moglie e figlia del deceduto.

Tuttavia, anche con riguardo alle due attrici dagli atti di causa non emerge alcuna circostanza anomala, inusuale ed eccezionale suscettibile di giustificare una personalizzazione del danno da perdita del prossimo congiunto.

Pertanto, il danno risarcibile subito da (…) (moglie) e (…) (figlia) deve essere quantificato nella somma finale di Euro 58.086,00 per ciascun familiare, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.3Per quanto riguarda le posizioni dei fratelli (…) e (…) sussiste il presupposto fattuale per il riconoscimento del danno da perdita del rapporto parentale poiché dall’istruttoria testimoniale è emerso che gli stessi hanno vissuto per lunghi periodi di tempo con (…) e tornavano con regolarità dalla Romania a trovare lui e gli altri familiari (cfr. verbale di udienza del 14 marzo 2017), fatto noto dal quale può essere presunta, ex art. 2729 cod. civ., la sussistenza di un legame affettivo con il fratello.

Poiché non emergono circostanze idonee a giustificare una personalizzazione, il danno risarcibile deve essere liquidato nella somma finale di Euro 8.407,00 per ciascun fratello, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.4Con riguardo alla posizione della nonna (…) la Suprema Corte ha di recente affermato che “non è condivisibile limitare la “società naturale” della famiglia cui fa riferimento l’art. 29 della Costituzione all’ambito ristretto della sola c.d. “famiglia nucleare”, incentrata su coniuge, genitori e figli, e non può ritenersi che le disposizioni civilistiche che specificamente concernono i nonni non siano tali “da poter fondare un rapporto diretto, giuridicamente rilevante, fra nonni e nipoti” ma piuttosto individuino un “rapporto mediato dai genitori-figli o di supplenza dei figli”, evidenziandosi, a tale riguardo, che il nostro ordinamento non solo include i discendenti in linea retta fra i parenti e riconosce tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela (…), ma prevede nei confronti dei discendenti e viceversa una serie di diritti, doveri e facoltà (…) da cui risulta l’innegabile rilevanza anche giuridica, oltre che affettiva e morale, di tale rapporto” (cfr. Cass. 20 ottobre 2016, n. 21239).

Secondo l’orientamento maggioritario, al quale si ritiene di aderire, dalla citata giurisprudenza e, in particolare, dall’uso da parte della Suprema Corte dell’espressione “stretto vincolo di parentela”, con riferimento al rapporto fra nonni e nipoti, si deve concludere che, come per i genitori, la sussistenza del presupposto di fatto possa essere dedotta in via presuntiva ex art. 2729 cod. civ., salvo il convenuto fornisca prova che nonno e nipote non si frequentavano o non versavano comunque in buoni rapporti.

Nel caso di specie, dall’istruttoria è emerso che la nonna di (…) pur non vivendo insieme alla vittima, si recava di frequente presso la sua abitazione per incontrare i parenti e consumare i pasti insieme (cfr. verbale di udienza del 14 marzo 2017), il che è sufficiente per ritenere provato, ex art. 2729 cod. civ., il presupposto fattuale del legame affettivo in concreto.

Poiché non emergono circostanze idonee a giustificare una personalizzazione, il danno risarcibile patito dalla nonna (…) deve essere liquidato nella somma finale di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.5Gli importi così determinati non sono soggetti a rivalutazione poiché sono state utilizzate, nel caso di specie, le Tabelle di Milano aggiornate all’anno 2018.

  1. Il danno patrimoniale allegato deve essere ulteriormente distinto nel danno da perdita del contributo economico elargito dal defunto, nel danno da spese per oneri funerari e nel danno da spese per il recupero del velocipede coinvolto nell’incidente.

4.1Le domande relative alle spese sostenute per gli oneri funerari e per il recupero del velocipede, di cui ai docc. 7 e 8 prodotti all’udienza del 19 novembre 2015, sono inammissibili in quanto tardive poiché tali spese risalgono, rispettivamente, al 14 gennaio 2014 e al 21 gennaio 2014, ossia a più di un anno prima della notificazione dell’atto di citazione e, quindi, le relative domande avrebbero dovuto essere proposte in atto di citazione, nel quale invece non si fa riferimento alcuno a tali voci di danno.

4.2Per quanto riguarda il danno da perdita delle elargizioni economiche erogate dal defunto, per il cui ristoro agiscono le attrici (…) e (…) la giurisprudenza prevalente considera risarcibile il danno patito dai tutti coloro i quali, pur non vantando alcun diritto di credito nei confronti della vittima, godevano comunque di una stabile e periodica contribuzione da parte dello stesso, in adempimento di un dovere anche solo morale (cfr. Cass. 19 agosto 2003, n. 12124).

Poiché dagli atti di causa e dall’istruttoria compiuta è emerso che (…) fosse sposato con (…) unione dalla quale nasceva la figlia (…) nel 2011, e che la famiglia convivesse, deve essere dedotto, ex art. 2729 cod. civ., che le attrici beneficiassero del contributo economico del defunto e, per l’effetto, deve ritenersi accertato l’an debeatur.

La quantificazione di tale voce di danno patrimoniale consta di tre fasi.

In primo luogo, deve essere accertato il reddito netto annuo del defunto, tenendo conto anche dei presumibili incrementi futuri.

Dalla somma così ottenuta bisogna sottrarre la cosiddetta quota sibi, ossia la parte di reddito che il definito avrebbe presumibilmente tenuto per sé, non devolvendola ai bisogni della famiglia.

Infine, la quota di reddito così accertata deve essere capitalizzata in base a un coefficiente pari alla differenza fra la durata media della vita di un individuo di sesso femminile meno l’abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa e l’età della richiedente al momento del fatto, per la moglie, ed in base a un coefficiente di capitalizzazione pari al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno, per la figlia (cfr. Cass 14 luglio 2003, n. 11003Cass. 19 febbraio 2007, n. 3758, Cass. 2 marzo 2004, n. 4186).

Come correttamente osservato da parte attrice, infatti, la Corte di Cassazione ha sancito l’inutilizzabilità dei coefficienti di cui al R.D. n. 1403 del 1922 in considerazione del notevole aumento della durata media della vita rispetto all’anno di emanazione del citato decreto, essendo necessario l’utilizzo di un diverso coefficiente che consenta di tenere conto di tali cambiamenti (cfr. Cass. 14 ottobre 2015, n. 20615).

4.2.1Dalla documentazione prodotta, emerge che (…) percepisse, al momento del decesso, un reddito netto pari a circa Euro 1.100,00 mensili; tale somma, tenuto conto dei presumibili incrementi futuri e della mansione svolta dal defunto (operaio metalmeccanico), alla luce di quanto stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro applicabile, deve essere equitativamente rideterminata nell’importo medio di Euro 1.325,00 mensili per tredici mensilità, ossia Euro 17.225,00 all’anno. Tale importo risulta determinato tenendo conto dei vari incrementi di livello retributivo per un lavoratore metalmeccanico previsti nel relativo CCNL.

4.2.2Alla luce della situazione economica di (…) e tenuto conto del fatto che dagli atti di causa risulta che la moglie fosse casalinga, pare equo fissare la quota sibi nella misura di 1/3 del reddito del (…) pertanto, dall’importo di Euro 17.225,00 deve essere sottratta la somma di Euro 5.741,67, ottenendo la somma di Euro 11.483,33, dei quali ½ sarebbe stato presumibilmente devoluto alla moglie e ½ alla figlia, fino al raggiungimento dell’autosufficienza economica della stessa.

4.2.3.1Per quanto riguarda la figlia (…) la quale aveva l’età di 3 anni al momento del decesso del padre, deve essere presunto che la stessa avrebbe raggiunto l’indipendenza economica all’età di 30 anni, e quindi il danno da perdita delle elargizioni erogate dal defunto deve essere liquidato nella somma di Euro 5.741,67 x 27 anni = Euro 155.024,95, a sua volta moltiplicata per il coefficiente di responsabilità del convenuto danneggiate del 35%, ottenendo così l’importo finale di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

4.2.3.2Per quanto riguarda la moglie (…) l’operazione di liquidazione deve essere divisa in due parti.

In primo luogo, deve essere presunto che fino alla data in cui la figlia (…) avrebbe raggiunto l’autosufficienza economica (ossia, dal 2014, per 27 anni), il marito avrebbe corrisposto alla moglie la metà dei 2/3 del suo reddito annuale medio, pari ad Euro 5.741,67. Pertanto, il danno da perdita delle elargizioni erogate dal defunto fino all’anno 2041 deve essere liquidato nella somma di Euro 5.741,67 x 27 anni = Euro 155.024,95, a sua volta moltiplicata per il coefficiente di responsabilità del convenuto danneggiate del 35%, ottenendo così l’importo di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

Successivamente all’età del raggiungimento dell’indipendenza economica da parte di (…), deve essere presunto che il (…) avrebbe destinato 1/2 del suo reddito netto alla moglie, e, pertanto, tenuto conto che la durata media della vita per un individuo di sesso femminile va oggi individuata in 84 anni e che, in considerazione dell’età della vittima primaria, deve essere sottratto il coefficiente di abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa, equitativamente determinato nella misura del 10%, l’importo da liquidare deve essere calcolato sulla base della seguente formula:

– Euro 17.225,00 / 2 (pari alla quota di ½ del reddito annuale medio presuntivamente destinato alla moglie dopo la presumibile autosufficienza economica della figlia);

– x 34 anni (pari a 84 – 50, cioè pari alla differenza fra la durata media della vita di un individuo di sesso femminile e l’età dell’attrice nell’anno 2041 in cui la figlia raggiungerà la presumibile indipendenza economica);

– sottratto il coefficiente del 10% dell’importo così ottenuto (pari al suddetto coefficiente di abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa);

– il tutto moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto del 35%;

All’importo così ottenuto, pari ad Euro 92.239,87 deve essere sommato l’importo liquidato in relazione agli anni 2014-2041, pari ad Euro 54.258,73, ottenendo l’importo finale di Euro 146.498,60, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

  1. Le spese di CTU, nella misura già liquidata con decreto del 7 ottobre 2016, devono essere poste definitivamente a carico di parte attrice per la quota di 2/3 e di parte convenuta per la quota di 1/3, in considerazione degli esiti della perizia. Le spese di CLP sostenute da parte attrice per Euro 1.811,70 e documentate come da fattura di cui al doc. 11 degli attori, dovranno essere rimborsate dalla convenuta nella misura di 1/3.
  2. Le spese di lite devono essere interamente compensate in virtù della soccombenza parziale reciproca, tenuto conto, inoltre, della condotta complessiva delle parti e, in particolare, dell’offerta transattiva formulata da (…) per importi simili a quelli di cui alla presente sentenza e rifiutata dagli attori.

P.Q.M.

Il Tribunale di Treviso, in composizione monocratica, in persona del dott. Alberto Barbazza, in parziale accoglimento delle domande proposte dagli attori, rigettata ogni altra domanda, eccezione o istanza, definitivamente pronunciando, accertata la responsabilità nei termini di cui in motivazione dei convenuti, così provvede:

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della madre (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della procuratrice speciale (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 146.498,60, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…) in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della madre (…) del danno patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Pone le spese di CTU, nella misura già liquidata con decreto del 7 ottobre 2016, definitivamente a carico di parte attrice per la quota di 2/3 e di parte convenuta per la quota di 1/3;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, a rimborsare agli attori in solido fra loro la quota di 1/3 delle spese di CTP da essi sostenute pari ad Euro 603,90 con distrazione in favore del procuratore attoreo, che si è dichiarato antistatario, ex art. 93 cod. proc. civ.;

– Spese di lite compensate.

Conclusione

Così deciso in Treviso, il 16 aprile 2019.

Depositata in Cancelleria il 16 aprile 2019.

 

SEQUESTRO PENALE BENI MOBILI E IMMOBILI

SEQUESTRO PENALE BENI MOBILI E IMMOBILI

Qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca viene eseguita, in ragione della natura del bene, mediante l’ablazione del denaro, comunque rinvenuto nel patrimonio del soggetto, che rappresenti l’effettivo accrescimento patrimoniale monetario da quest’ultimo conseguito per effetto del reato; tale confisca deve essere qualificata come confisca diretta, e non per equivalente, e non è ostativa alla sua adozione l’allegazione o la prova dell’origine lecita del numerarlo oggetto di ablazione”.

  1. ricorre per cassazione, per il tramite del suo difensore di fiducia, avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale di Salerno – in parziale accoglimento dell’istanza di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale in data 2 marzo 2020, che aveva disposto il vincolo reale sulle somme di denaro in contanti o giacenti su conti correnti bancari intestati e nella disponibilità del C. fino alla concorrenza di Euro 175.000, quale profitto del delitto di traffico di influenze illecite oggetto di imputazione provvisoria – ha ordinato il dissequestro parziale del denaro e la restituzione all’interessato della somma di Euro 35.425,45, sul presupposto che, essendo essa stata versata sui conti correnti bancari successivamente alla commissione del reato, non poteva considerarsi prezzo o profitto dell’illecito, in quanto da esso non derivante.

Cass. pen., Sez. Unite, Sent., (data ud. 27/05/2021) 18/11/2021, n. 42415

Inizio modulo

Fine modulo

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASSANO Margherita – Presidente –

Dott. LAPALORCIA Grazia – Consigliere –

Dott. IASILLO Adriano – Consigliere –

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere –

Dott. MOGINI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere –

Dott. PELLEGRINO Andrea – Consigliere –

Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere –

Dott. ANDRONIO A. Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.L., nato a (OMISSIS);

Avverso l’ordinanza del 18/6/2020 del Tribunale di Salerno;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal componente Stefano Mogini;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale GAETA Pio, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito il difensore, avv. Sabato Romano, che ha concluso insistendo per l’accoglimento del ricorso e l’annullamento dell’ordinanza impugnata.

Svolgimento del processo

  1. C.L. ricorre per cassazione, per il tramite del suo difensore di fiducia, avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale di Salerno – in parziale accoglimento dell’istanza di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale in data 2 marzo 2020, che aveva disposto il vincolo reale sulle somme di denaro in contanti o giacenti su conti correnti bancari intestati e nella disponibilità del C. fino alla concorrenza di Euro 175.000, quale profitto del delitto di traffico di influenze illecite oggetto di imputazione provvisoria – ha ordinato il dissequestro parziale del denaro e la restituzione all’interessato della somma di Euro 35.425,45, sul presupposto che, essendo essa stata versata sui conti correnti bancari successivamente alla commissione del reato, non poteva considerarsi prezzo o profitto dell’illecito, in quanto da esso non derivante.

Al ricorrente si contesta di aver ricevuto da altro soggetto la complessiva somma di Euro 175.000 Euro in contanti quale prezzo per la mediazione illecita che il medesimo ricorrente si era impegnato a svolgere presso un componente della Commissione Tributaria di Salerno ed un funzionario dell’Agenzia delle Entrate della stessa città al fine di ottenere una riduzione non dovuta delle imposte accertate a carico della società di cui il predetto soggetto era amministratore di fatto.

  1. Nell’interesse del ricorrente, il difensore di fiducia, avv. Sabato Romano, ha proposto ricorso deducendo i seguenti motivi.

2.1. Col primo, egli lamenta violazione di legge perchè il Tribunale avrebbe affermato di delibare un sequestro finalizzato alla confisca diretta delle somme giacenti sui conti correnti, ma avrebbe poi qualificato tali somme come “risparmio di spesa”, la cui perdurante disponibilità da parte dell’indagato sarebbe dipesa dall’avvenuto conseguimento in contanti del profitto del reato oggetto di contestazione provvisoria. Così facendo, il Tribunale avrebbe finito per qualificare la misura cautelare quale confisca per equivalente. Inoltre, le somme assoggettate a cautela risultavano avere una loro causale lecita ed erano giacenti sui conti correnti bancari già in epoca anteriore a quella di commissione del reato, sicchè anche per esse doveva escludersi il nesso di derivazione dal reato, necessario per procedere all’ipotizzata confisca diretta.

2.2. Col secondo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge in relazione al giudicato cautelare e al fumus commissi delicti. Egli rappresenta che un precedente sequestro probatorio è stato disposto nel medesimo procedimento ipotizzando, sulla base delle stesse emergenze e per la medesima condotta, il delitto di truffa aggravata. Tale provvedimento sarebbe stato confermato dallo stesso Tribunale di Salerno in sede di riesame e, quindi, dalla Corte di cassazione, sicchè la mutata qualificazione giuridica del fatto, in assenza di elementi nuovi, avrebbe violato il giudicato interno.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione di legge, poichè – in ragione del tempus commissi delicti, risalente ad “epoca anteriore e prossima al 31 dicembre 2016” – i giudici di merito avrebbero dovuto fare riferimento alla fattispecie e alla pena vigenti a quella data.

2.4. Con il quarto motivo il ricorrente deduce violazione di legge, poichè in relazione al delitto di cui all’art. 346 bis c.p., non sarebbe ipotizzabile una confisca diretta del denaro costituente profitto del reato in quanto la Pubblica Amministrazione sarebbe estranea alle condotte considerate e detto profitto sarebbe totalmente privato.

  1. La Sesta Sezione, cui il ricorso è stato assegnato, ne ha rimesso la trattazione alle Sezioni Unite, con riferimento alla questione concernente i limiti entro i quali è possibile procedere alla confisca diretta di somme di denaro giacenti su conto corrente bancario che rappresentino il prezzo o profitto del reato, anche nel caso in cui la parte interessata fornisca la prova che il denaro vincolato a fini di confisca derivi da un titolo lecito.

L’ordinanza di rimessione prende le mosse dalla ricostruzione delle movimentazioni di denaro che hanno interessato i conti correnti bancari sui quali sono state rinvenute le somme sottoposte a sequestro e rileva come il ricorrente avesse allegato elementi volti a dimostrare, in sede cautelare, che su tali conti risultavano compiuti versamenti di assegni per un importo pari a circa 40.000 Euro e, per la parte residua, accrediti di denaro di apparente derivazione lecita, quali numerosi bonifici disposti da Equitalia.

L’ordinanza evidenzia poi che il Tribunale del riesame, pur richiamandosi al principio secondo cui la confisca del denaro è sempre diretta, ha applicato solo in parte la suddetta regola, posto che con riguardo alle somme depositate fino alla data di commissione del reato ha ritenuto la assoggettabilità a sequestro del saldo attivo, mentre, con riguardo alle sopravvenienze successive alla suddetta data, ha ritenuto di escludere la sussistenza del nesso di pertinenzialità con il reato, revocando parzialmente il sequestro.

Partendo da tale dato di fatto, la Sezione rimettente ha passato in rassegna la ricostruzione della confisca del denaro risultante dalle sentenze delle Sezioni Unite secondo le quali la confisca del prezzo o del profitto cosiddetto accrescitivo derivanti dal reato e costituiti da denaro andrebbe qualificata sempre come diretta e non per equivalente, in virtù della natura fungibile del bene (Sez. U, n. 10561 del 30 gennaio 2014, Gubert, Rv. 258647; Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264437). Al riguardo, la Sesta Sezione richiama ed espressamente mostra di condividere il principio, ribadito da Sez. U, Lucci, secondo cui il profitto è solo il vantaggio di immediata e diretta derivazione causale dal reato e rileva che nella giurisprudenza di legittimità successiva a detta sentenza se ne registrano altre che, pur formalmente non discostandosi dai principi enunciati dalle Sezioni Unite, “ridefiniscono tuttavia l’ambito di operatività e i limiti di applicabilità della confisca diretta e, in particolare, del sequestro preventivo avente ad oggetto il valore monetario del denaro che costituisce il profitto del reato”.

La Sesta Sezione mostra di ritenere tale principio meritevole di un approfondimento, volto a verificarne l’assolutezza, ovvero la necessità di apportare delle limitazioni in tutti quei casi in cui risulti concretamente allegata, o addirittura dimostrata, la provenienza lecita del denaro da sottoporre a cautela.

L’ordinanza di rimessione richiama a tale proposito la giurisprudenza di legittimità formatasi, dopo Sez. U, Lucci, con riferimento alla possibilità di individuare un “profitto” nei cosiddetti risparmi di spesa che non determinano un effetto accrescitivo del patrimonio, bensì solo un mancato decremento.

La Sesta Sezione ha quindi evidenziato l’esistenza di un orientamento favorevole a riconoscere la possibilità di dar rilievo alla dimostrata provenienza lecita del denaro, sul presupposto che, in presenza della prova dell’insussistenza del nesso di pertinenzialità tra reato e denaro vincolato, dovrebbe riprendere vigore la regola distintiva tra confisca diretta e per equivalente. L’ordinanza di rimessione richiama al proposito plurime pronunce che, pur non ponendosi in aperto contrasto con i principi affermati da Sez. U, Lucci, ne hanno fornito un’interpretazione secondo cui la confisca del denaro costituente prezzo o profitto del reato, pur in astratto suscettibile di essere qualificata come diretta, non determina una sorta di automatismo, in base al quale risulterebbe irrilevante la prova della provenienza lecita del quantum oggetto di confisca.

La Sezione rimettente manifesta la sua condivisione di tale orientamento interpretativo e sostiene che in tal modo si manterrebbe fermo il principio di diritto recepito dalle Sezioni Unite, la cui assolutezza verrebbe temperata consentendo alla parte interessata di dimostrare che il profitto illecito non si è confuso con le somme aventi sicura provenienza lecita.

Il punto sul quale, pertanto, la Sesta Sezione sollecita un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite attiene alla possibilità che, ai fini del sequestro e della confisca diretta del denaro costituente prezzo o profitto derivante dal reato, la fungibilità del bene esenti “sempre” dalla prova che il denaro soggetto a vincolo sia legato da un nesso di derivazione diretta al prezzo o profitto del reato, ovvero che tale evenienza configuri solo una presunzione superabile.

La Sezione rimettente evidenzia a tale riguardo come una lettura non temperata di tale pronuncia condurrebbe ad una completa sovrapposizione della confisca diretta a quella di valore, nel senso che quest’ultima, nel caso di confisca di denaro, non sarebbe mai configurabile, oltre che ad una sostanziale inutilità dell’art. 322 ter c.p., che assolverebbe, nella prospettiva valorizzata dalle Sezioni Unite, all’unica funzione di rendere obbligatoria la confisca del profitto che, invece, è facoltativa, ai sensi dell’art. 240 c.p..

La Sesta Sezione sostiene che, in definitiva, in mancanza dei prefigurati aggiustamenti interpretativi, l’applicazione del principio di diritto affermato da Sez. U, Lucci, comporterebbe l’esistenza nell’ordinamento di un triplice modello di confisca:

  1. a) la confisca diretta, che impone l’accertamento del nesso di derivazione diretta della cosa dal reato;
  2. b) la confisca di valore, che invece prescinde dall’accertamento del nesso in questione;
  3. c) la confisca di denaro, che sarebbe sempre diretta, prescindendo, di fatto, da una parte, dall’accertamento del nesso di derivazione del denaro dal reato in ragione della natura del bene, cioè della sua fungibilità, e, dall’altra, anche dalla eventuale prova positiva della liceità ed estraneità del denaro che si sequestra rispetto al reato.

L’attuale assetto basato sui principi affermati da Sez. U, Lucci non viene dalla Sezione rimettente considerato esaustivo, nella misura in cui determinerebbe la sovrapposizione di elementi diversi. Il rapporto di pertinenza tra il bene vincolato e il reato è, infatti, strutturalmente autonomo rispetto alla natura di bene fungibile del denaro, posto che la verifica del nesso di derivazione dal reato non attiene alla natura del bene, ma si sostanzia in un giudizio di relazione tra la cosa ed il reato che non è in radice impedita dalla fungibilità del denaro.

L’ordinanza di rimessione precisa che il tema non è il superamento o la rivisitazione dei principi affermati da Sez. U, Lucci, quanto, piuttosto, se detti principi possano essere definiti ulteriormente nella loro portata nel senso di ritenere che il denaro può essere attinto con il sequestro finalizzato alla confisca diretta solo nei casi in cui:

  1. a) risulti che la somma sia proprio quella che è derivata immediatamente e direttamente dal reato;
  2. b) ovvero, si tratti di denaro che, per mero valore, corrisponda al profitto del reato in virtù di una presunzione semplice, non superata da una “prova” contraria cautelare: la parte interessata può, cioè, fornire elementi idonei ad escludere la presunzione e dimostrare che su quel conto sono giacenti, in tutto o in parte, somme aventi origine da un titolo lecito ed in relazione alle quali si può escludere ogni rapporto di derivazione con il reato. Ove detta prova vi sia, il denaro sarà sequestrabile, ma solo in funzione della confisca di valore, se consentita, e non di quella diretta.

Tale risistemazione della materia consentirebbe anche di escludere l’insorgere di dubbi di legittimità costituzionale e compatibilità con i principi CEDU, posto che la qualificazione in termini di confisca diretta del denaro, anche a fronte dell’accertata provenienza lecita, potrebbe porre l’istituto in possibile conflitto con le garanzie previste dagli artt. 2527 Cost., e artt. 67 CEDU, giacchè – a fronte della formale qualificazione – si realizzerebbe di fatto una confisca per equivalente in casi non consentiti.

  1. Con decreto del 2 marzo 2021, il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza.
  2. In data 12 maggio 2021 l’Avvocato generale Piero Gaeta ha depositato ai sensi dell’art. 611c.p.p., comma 1, articolata memoria con la quale sollecita la Corte a confermare integralmente argomentazioni e principi di diritto già affermati da Sez. U, Lucci, ribadendo le caratteristiche proprie della confisca diretta del denaro, nonchè l’incompatibilità, logica e di sistema, di ogni prova tesa alla dimostrazione della provenienza lecita di alcune somme e disponibilità finanziarie presenti nel patrimonio dell’indagato, tale provenienza essendo del tutto irrilevante rispetto alla misura ablativa una volta conseguita la gravità indiziaria, prima, e la prova piena, poi, dell’esistenza e dell’ammontare del prezzo o profitto del reato e del conseguente incremento monetario di cui, in forza di esso, ha beneficiato il patrimonio del reo.
  3. Con memoria in replica la difesa del ricorrente ha ulteriormente chiarito, con riferimento alle argomentazioni esposte dalla Procura generale nel suo scritto, le ragioni poste a base del ricorso.

Motivi della decisione

  1. La questione rimessa all’esame delle Sezioni Unite è la seguente: “se il sequestro delle somme di denaro giacenti su conto corrente bancario debba sempre qualificarsi come finalizzato alla confisca diretta del prezzo o profitto derivante dal reato anche nel caso in cui la parte interessata fornisca la “prova” della derivazione del denaro da titolo lecito”.
  2. Le Sezioni Unite hanno più volte esaminato il perimetro della confisca diretta del prezzo e del profitto del reato consistente in una somma di denaro.
  3. Per prima, Sez. U, n. 29951 del 24/05/2004, Focarelli, Rv. 228166, ha affermato che è ammissibile il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di somme di denaro che costituiscono profitto di reato sia nel caso in cui la somma si identifichi proprio in quella che è stata acquisita attraverso l’attività criminosa, sia quando sussistono indizi per i quali il denaro di provenienza illecita risulti depositato in banca ovvero investito in titoli, trattandosi di assicurare ciò che proviene dal reato e che si è cercato di occultare.

Nel valorizzare la fungibilità del denaro e la sua funzione di mezzo di pagamento, tale pronuncia ha escluso che il sequestro debba necessariamente colpire le medesime specie monetarie illegalmente percepite, ben potendosi apprendere la somma corrispondente al loro valore nominale, ovunque sia stata rinvenuta, purchè sia attribuibile all’indagato. La sentenza sottolinea, inoltre, che l’ablazione di quegli attivi monetari o finanziari richiede comunque la sussistenza del rapporto pertinenziale, quale relazione diretta, attuale e strumentale, tra il danaro sequestrato ed il reato del quale costituisce il profitto illecito (utilità creata, trasformata od acquisita proprio mediante la realizzazione della condotta criminosa).

  1. Sul tema della correlazione tra il bene da aggredire con la confisca diretta – e, quindi, con il sequestro ad essa preordinato – e il reato produttivo di utile economico, le Sezioni Unite sono tornate con altra sentenza, secondo la quale, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca prevista dall’art. 322 terc.p., costituisce profitto del reato anche il bene immobile acquistato con somme di denaro illecitamente conseguite, quando l’impiego del denaro sia causalmente collegabile al reato e sia soggettivamente attribuibile all’autore di quest’ultimo (Sez. U, n. 10280 del 25/10/2007, dep. 2008, Miragliotta, Rv. 238700).

Dopo aver ribadito che “nel concetto di profitto o provento di reato vanno compresi non soltanto i beni che l’autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto e immediato dell’illecito, ma anche ogni altra utilità che lo stesso realizza come effetto anche mediato ed indiretto della sua attività criminosa”, quella sentenza ha chiarito che la nozione di profitto del reato “deve essere riguardata in rapporto all’arricchimento complessivo” e ha precisato che “una corretta interpretazione letterale dell’art. 240 c.p., e logico-sistematica dell’istituto della confisca” impone che “qualsiasi trasformazione che il denaro illecitamente conseguito subisca per effetto di investimento dello stesso deve essere considerata profitto del reato quando sia causalmente collegata al reato stesso ed al profitto immediato – il denaro – conseguito e sia soggettivamente attribuibile all’autore del reato, che quella trasformazione abbia voluto”.

Nell’abbracciare “una nozione di profitto estensibile anche ai beni ottenuti indirettamente dal reo attraverso l’utilizzo del profitto stesso”, le Sezioni Unite hanno inoltre fatto espressamente proprio il principio di diritto – già affermato da Sez. 6, 14/6/2007, Puliga, Rv. 236984 – secondo cui, quando il profitto del reato di concussione sia costituito da denaro, è legittimamente operato in base alla prima parte dell’art. 322 ter c.p., comma 1, il sequestro preventivo di disponibilità di conto corrente dell’imputato finalizzato a confisca diretta.

Dopo aver ritenuto di dover superare tanto le decisioni che suggeriscono una interpretazione più restrittiva della nozione di profitto e che sottolineano la necessità di una stretta e diretta correlazione tra il profitto confiscabile e la condotta illecita (Sez. U, n. 29951 del 24/05/2004, Focarelli, cit.; Sez. U, n. 920 del 17/12/2003, dep. 2004, Montella, Rv. 226490), quanto la dottrina che riferisce il profitto del reato unicamente “al primo rapporto di scambio”, la sentenza in esame ha quindi affermato che il bene costituente profitto di reato è suscettibile di confisca diretta ogni qualvolta esso sia ricollegabile causalmente in modo preciso all’attività criminosa posta in essere dall’agente. Sicchè è necessario “che siano indicati in modo chiaro gli elementi indiziari sulla cui base determinare come i beni sequestrati possano considerarsi in tutto o in parte l’immediato prodotto di una condotta penalmente rilevante o l’indiretto profitto della stessa, siccome frutto di reimpiego da parte del reo del denaro o di altre utilità direttamente ottenute dai concussi”, non risultando comprensibile un’interpretazione degli art. 240 c.p. e art. 322 ter c.p., comma 1, prima parte, “che consenta la confisca del denaro ricevuto dal concessore e non anche del bene immobile acquistato con tale denaro perchè non di diretta derivazione causale dall’attività del reo”.

  1. Le conclusioni alle quali le Sezioni Unite erano pervenute con la sentenza Miragliotta sono state ribadite, specificate e approfondite da Sez. U, n. 10561 del 30 gennaio 2014, Gubert, Rv. 258647, con riferimento al profitto derivante da reato tributario e corrispondente all’imposta evasa.

Con tale decisione le Sezioni Unite hanno infatti recepito una nozione di profitto funzionale alla confisca capace di accogliere al suo interno “non soltanto i beni appresi per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma anche ogni altra utilità che sia conseguenza, anche indiretta o mediata, dell’attività criminosa (…) la trasformazione che il denaro, profitto del reato, abbia subito in beni di altra natura, fungibili o infungibili, non è quindi di ostacolo al sequestro preventivo il quale ben può avere ad oggetto il bene di investimento così acquisito. Infatti, il concetto di profitto o provento di reato legittimante la confisca e quindi nelle indagini preliminari, ai sensi dell’art. 321 c.p.p., comma 2, il suddetto sequestro, deve intendersi come comprensivo non soltanto dei beni che l’autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma altresì di ogni altra utilità che lo stesso realizza come conseguenza anche indiretta o mediata della sua attività criminosa”.

Sulla base di tale principio, la Corte di cassazione ha espressamente qualificato come risparmio di spesa il profitto causato dal reato tributario e, al contempo, ha ritenuto configurabile la confisca diretta del denaro corrispondente all’imposta evasa, rimasto nel patrimonio della persona giuridica nel cui interesse o vantaggio il reato sia stato commesso, non potendo l’ente considerarsi, salvo il caso in cui costituisca un mero schermo della persona fisica, terzo estraneo rispetto al reato.

  1. La successiva giurisprudenza di legittimità ha consolidato il principio affermato da Sez. U, Gubert, nel senso che la confisca del prezzo o del profitto del reato rappresentato da una somma di denaro – che si sostanzi, quindi, in un effettivo accrescimento patrimoniale di natura monetaria – non è “per equivalente”, ma, attesa la fungibilità del bene, è sempre confisca diretta (Sez. 6, n. 2336 del 7/1/2015, Pretner Calore, Rv. 262082; Sez. 3, n. 39177 dell’8/5/2014, Civil Vigilanza S.r.l., non mass. sul punto; Sez. 7, Ord. n. 50482 del 12/11/2014, Castellani, Rv. 261199, in fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima la qualificazione come confisca diretta dell’ablazione, disposta con sentenza di patteggiamento per i reati di concussione e peculato, di somma contante rinvenuta e sequestrata nella cassetta di sicurezza della figlia dell’imputato, considerata prestanome di quest’ultimo; in precedenza, nello stesso senso, Sez. 6, n. 30966 del 14//6/2007, Puliga, Rv. 236984, con specifico riferimento a sequestro preventivo a fini di confisca relativo a disponibilità di conto corrente dell’imputato).

Si è in particolare rilevato che, nella ipotesi in cui il profitto del reato sia costituito da numerarlo, cosa fungibile, è legittimo il sequestro delle disponibilità di conto corrente dell’imputato a norma della prima parte e non della seconda parte dell’art. 322 ter c.p., poichè “nella dizione dell’art. 322 ter c.p., il denaro, come cosa essenzialmente fungibile e, anzi, quale parametro di valutazione unificante rispetto a cose di diverso valore rispettivo, non può qualificarsi come cosa di valore corrispondente ed esorbita pertanto dal sistema della confisca per equivalente, la cui funzione è di rapportare il valore in denaro del bene ulteriormente disponibile all’importo del prezzo del reato. Prezzo che nel sistema di questa forma di confisca, che si riferisce anche a beni di per sè estranei sia al prezzo che al profitto del reato, ha in tal caso la sola funzione di parametro di riferimento al valore con fiscabile. Pertanto, la norma dev’essere intesa nel senso che, ove sia impossibile sottoporre a confisca i beni che costituiscono il prezzo o il profitto del reato e nel patrimonio del condannato non vi sia disponibilità di denaro liquido, si ricorrerà alla confisca di beni diversi, eventualmente disponibili, nei limiti del valore corrispondente al prezzo del reato. A fronte di questa interpretazione – è stato quindi dedotto – erroneamente si esclude la configurabilità della confisca, e quindi del sequestro, in relazione al denaro liquido disponibile nel conto corrente dell’imputato sul presupposto che si tratti di profitto e non di prezzo del reato, prescindendo dalla considerazione che la fungibilità del bene, e la confusione delle somme che ne deriva nella composizione del patrimonio, rendono superflua la ricerca della provenienza con riferimento al prezzo o al profitto del reato”.

  1. Le fondamenta ermeneutiche appena descritte sono state ulteriormente consolidate dalla pronuncia resa da Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264437, secondo cui, qualora il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario, di cui il soggetto abbia la disponibilità, deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura del bene, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato.

Le Sezioni Unite hanno in particolare affermato che “ove il profitto o il prezzo del reato sia rappresentato da una somma di denaro, questa, non soltanto si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell’autore del fatto, ma perde per il fatto stesso di essere ormai divenuta una appartenenza del reo – qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica. Non avrebbe, infatti, alcuna ragion d’essere – nè sul piano economico nè su quello giuridico – la necessità di accertare se la massa monetaria percepita quale profitto o prezzo dell’illecito sia stata spesa, occultata o investita: ciò che rileva è che le disponibilità monetarie del percipiente si siano accresciute di quella somma, legittimando, dunque, la confisca in forma diretta del relativo importo, ovunque o presso chiunque custodito nell’interesse del reo. Soltanto, quindi, nella ipotesi in cui sia impossibile la confisca di denaro sorge la eventualità di far luogo ad una confisca per equivalente degli altri beni di cui disponga l’imputato e per un valore corrispondente a quello del prezzo o profitto del reato, giacchè, in tal caso, si avrebbe quella necessaria novazione oggettiva che costituisce il naturale presupposto per poter procedere alla confisca di valore (l’oggetto della confisca diretta non può essere appreso e si legittima, così, l’ablazione di altro bene di pari valore). Nè è a dirsi, come parte della giurisprudenza mostra di ritenere, che la confisca del denaro costituente prezzo o profitto del reato, in assenza di elementi che dimostrino che proprio quella somma è stata versata su quel conto corrente, determinerebbe una sostanziale coincidenza della confisca diretta con quella di valore, dal momento che è la prova della percezione illegittima della somma che conta, e non la sua materiale destinazione: con la conseguenza che, agli effetti della confisca, è l’esistenza del numerarlo comunque accresciuto di consistenza a rappresentare l’oggetto da confiscare, senza che assumano rilevanza alcuna gli eventuali movimenti che possa aver subito quel determinato conto bancario”.

  1. A seguito del duplice pronunciamento delle Sezioni Unite favorevole alla qualificazione come diretta della confisca di denaro costituente prezzo o profitto del reato, la giurisprudenza successiva ha dato con continuità applicazione a quel principio di diritto ogni qualvolta si sia riscontrata una obiettiva “confusione” nel patrimonio dell’indagatolimputato del profitto monetario conseguito quale diretta conseguenza del reato a lui ascritto.

Tra queste sentenze si segnala Sez. 5, n. 23393 del 29/03/2017, Garau, Rv. 270134, secondo la quale il denaro, essendo il bene fungibile per eccellenza, non solo si confonde necessariamente con le altre disponibilità del reato, ma perde anche qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica. Ciò che rileva, quindi, è che le disponibilità monetarie del percipiente si siano accresciute di quella somma, il che legittima sempre la confisca diretta del relativo importo, ovunque o presso chiunque custodito nell’interesse del reo (in senso conforme, Sez. 5, n. 5459 del 18/01/2018, Barbato, non mass.).

  1. I principi di diritto affermati dalle più recenti sentenze delle Sezioni unite, ed in particolare da Sez. U, Lucci, sono stati posti in discussione da talune decisioni che la Corte di cassazione ha reso in ordine a fattispecie caratterizzate a vario titolo dalla particolarità del fatto concreto o dalla specifica natura dei reati contestati.

La Sesta Sezione ha così ritenuto che, in tema di sequestro preventivo funzionale alla confisca, è illegittima l’apprensione diretta delle somme di denaro entrate nel patrimonio del reo in base ad un titolo lecito, ovvero in relazione ad un credito sorto dopo la commissione del reato, che non risultino allo stesso collegate, neppure indirettamente (Sez. 6, n. 6816 del 29/1/2019, Sena, Rv. 275048). La Corte ha, al riguardo, ammesso “che, nell’ipotesi in cui il profitto del reato sia consistito in una somma di denaro, la confisca diretta possa legittimamente avere ad oggetto un importo di pari entità comunque presente nei conti bancari o nei depositi nella disponibilità dell’autore del reato”, ma ha subordinato tale evenienza alla condizione che “si tratti di denaro già confluito nei conti o nei depositi al momento della commissione del reato ovvero al momento del suo accertamento”, in quanto “solo in tali ipotesi è possibile ragionevolmente sostenere che il denaro è sequestrabile e poi confiscabile in via diretta come profitto accrescitivo, dunque indipendentemente da ogni verifica in ordine al rapporto di concreta pertinenzialità con il reato, perchè tale relazione è considerata in via fittizia sussistente proprio per effetto della confusione del profitto concretamente conseguito con tutte le altre disponibilità economiche del reo. Diversamente argomentando, cioè ammettendo che il vincolo reale possa estendersi anche su importi di denaro indistintamente accreditati sui conti o nei depositi dell’autore del reato, sulla base di crediti lecitamente maturati in epoca successiva al momento della commissione del reato – momento che giuridicamente finirebbe per recidere ogni rapporto di pertinenzialità con il reato – si finirebbe obiettivamente per trasformare una confisca diretta in una confisca per equivalente: in quanto avente ad oggetto somme di denaro sì oggetto di movimentazione sui conti o sui depositi nella disponibilità dell’autore del reato, ma che solo con una inaccettabile forzatura possono essere qualificate come profitto accrescitivo, perchè del tutto sganciate, dal punto di vista logico e cronologico, dal profitto dell’illecito. D’altro canto, se la finalità della confisca diretta è quella di evitare che chi ha commesso un reato possa beneficiare del profitto che ne è conseguito, bisogna ammettere che tale funzione è assente laddove l’ablazione colpisca somme di denaro entrate nel patrimonio del reo certamente in base ad un titolo lecito ovvero in relazione ad un credito sorto dopo la commissione del reato, e non risulti in alcun modo provato che tali somme siano collegabili, anche indirettamente, all’illecito commesso”.

E’ stata altresì messa in evidenza la necessità che il sequestro a fini di confisca diretta di somme di denaro giacenti su conti correnti o di altri strumenti finanziari consegua all’accertamento del nesso di pertinenzialità tra il denaro sottoposto a vincolo ed il profitto del reato (Sez. 6, n. 17997 del 20 marzo 2018, Bagalà, Rv.272906, con la quale la Corte ha annullato con rinvio il sequestro di conti correnti, libretti postali, titoli ed altri strumenti finanziari intestati all’indagato, disposto sulla base del generico presupposto che tali beni fossero provento dell’appartenenza ad un’associazione di stampo mafioso; Sez. 5, n. 48625 del 24/09/2018, Ratio s.r.l., n. m.).

  1. In dottrina sono prevalenti le posizioni nettamente contrarie a quelle espresse da Sez. U, Gubert e Lucci.

Si è ritenuto che tali pronunce, modulando il principio nominalistico in funzione del superamento dell’individuazione della riferibilità al reato del denaro oggetto di vincolo a fini di ablazione, si sarebbero spinte fino a recidere l’individuazione di un nesso diretto tra la somma da confiscare e quella costituente profitto del reato, il che comporterebbe la sostanziale trasformazione della misura, da confisca diretta a confisca per equivalente.

Al riguardo, si è sottolineato che, per potersi affermare in ogni caso la natura diretta della confisca del profitto monetario del reato, nella sentenza Gubert si è dovuto ammettere che tale confisca non deve necessariamente ricadere sul denaro immediatamente conseguito col reato, ben potendosi confiscare anche le utilità mediate e conseguenziali.

Le Sezioni Unite avrebbero, per tale via, definito un vero e proprio regime derogatorio alla confisca del profitto monetario, nel quale la naturale fungibilità del denaro consente di superare la pur necessaria individuazione del vincolo di provenienza.

Si è poi osservato che proprio il rilievo svolto da Sez. U, Lucci – secondo cui il denaro non soltanto si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell’autore del reato, ma perde, per il fatto stesso di essere ormai divenuto un’appartenenza del reo, qualsiasi connotato di autonomia e ogni identificabilità fisica – induce a concludere nel senso che la confisca del denaro, ove di quest’ultimo non sia tracciabile l’origine, dovrebbe essere considerata una confisca di valore. In questa prospettiva, la fungibilità caratteristica del denaro non potrebbe comportare l’elisione del requisito della pertinenzialità, in realtà sussistente solo se proprio la somma di denaro vincolata a fini di ablazione è causalmente collegata in via diretta al reato. Sicchè la confisca diretta dovrebbe ritenersi circoscritta ai casi in cui il denaro costituente profitto del reato rimanga identificabile, perchè depositato o custodito senza che si sia determinata confusione con altri attivi monetari del reo, ovvero perchè direttamente reinvestito con modalità che ne consentano la tracciabilità.

Al di là di tali limiti, si verificherebbe una vera e propria trasfigurazione della nozione stessa di profitto del reato, nella quale evaporerebbe il nesso di pertinenzialità, rendendosi possibile la confisca di qualsiasi vantaggio derivante dal reato, a prescindere dal fatto che si tratti di un effettivo e concreto accrescimento patrimoniale.

  1. Le Sezioni Unite intendono rispondere al quesito posto dalla Sezione remittente dando continuità al principio di diritto affermato, in tema di sequestro a fini di confisca diretta del prezzo o profitto monetario del reato, da Sez. U, Lucci.

In particolare, il Collegio vuole ribadire che, ai fini della confisca diretta del pretium delicti rappresentato da una somma di denaro, è indifferente l’identità fisica del numerarlo oggetto di ablazione rispetto a quello illecitamente conseguito.

Conseguentemente, ritiene necessario precisare che il nesso eziologico di diretta provenienza che lega al reato la somma acquisita dall’autore, lungi dal venir meno, va tuttavia individuato, definito e conformato in relazione alla peculiare natura del denaro e alla disciplina giuridica sua propria.

  1. Il denaro è bene numerarlo fungibile. Esso è strumento corrispettivo di valore per eccellenza, specificamente destinato alla circolazione e a servire da mezzo di pagamento.

Da tali sue intrinseche caratteristiche derivano, ai fini che qui interessano, alcune rilevanti conseguenze giuridiche.

  1. La prima è che il denaro è bene ontologicamente diverso rispetto a qualunque “utilità” di altro tipo.

Non è quindi un accidente che le varie norme penali che ad esso si riferiscono – in particolare nell’ambito dei delitti contro la pubblica amministrazione, ma non solo traccino una espressa e netta demarcazione tra queste due categorie – “denaro o altra utilità” – allorchè si tratta di individuare le cose e i beni nei quali può consistere il prezzo, il profitto o il prodotto del reato.

Se si esamina tale distinzione nella prospettiva della confisca-misura di sicurezza di cui all’art. 240 c.p., è agevole rilevare che allorchè la norma fa riferimento a “cose”, “beni” e “strumenti”, il denaro, ove rappresenti uno dei suddetti proventi, è genericamente considerato bene soggetto a confisca diretta. Infatti, quando il legislatore ha voluto riservare all’ablazione del denaro una specifica disciplina, lo ha fatto in modo espresso, al citato art. 240 c.p., comma 1 bis, il quale per l’ipotesi ivi descritta prevede che tale ablazione possa avvenire unicamente per equivalente.

  1. La peculiare natura del “bene-denaro” costituente il prezzo o il profitto del reato conforma i tratti e la disciplina della confisca che lo abbia ad oggetto.

A tale fine, quale numerarlo fungibile destinato ex lege a servire da mezzo di pagamento, esso è infatti ontologicamente e normativamente indifferente all’individuazione materiale del relativo supporto nummario: natura e funzione del denaro rendono recessiva la sua consistenza fisica, determinando la sua automatica confusione nel patrimonio del reo, che ne risulta correlativamente accresciuto.

Per la confisca del prezzo o del profitto del reato che sia consistente in una somma di denaro è quindi irrilevante che il numerarlo conseguito dall’autore – perciò stesso confuso nel suo patrimonio, al pari, del resto, di eventuali altre acquisizioni monetarie lecite – sia materialmente corrispondente a quello sottoposto a confisca.

La somma di denaro che ha costituito il prezzo o il profitto del reato non va dunque considerata, ai fini che ci occupano, nella sua fisica consistenza, ma nella sua ontologica essenza di bene fungibile e paradigma di valore. Se il prezzo o il profitto del reato è rappresentato da una somma di denaro, essa si confonde con le altre componenti del patrimonio del reo e perde perciò stesso ogni giuridico rilievo la sua identificabilità fisica.

Da un lato, quindi, non occorrerà ricercare lo stesso numerarlo – le medesime banconote – conseguito dall’autore come diretta derivazione del reato da lui commesso, e, dall’altro, nessuna rilevanza sarà attribuibile all’eventuale esistenza di altri attivi monetari in ipotesi confluiti nel patrimonio del reo, foss’anche a seguito di versamenti di denaro aventi origine lecita nel suo conto corrente bancario.

Lo scopo della misura non è, infatti, di ritrovare sul conto corrente del reo le stesse banconote ab origine costituenti il prezzo o il profitto del reato, ma di realizzare l’ablazione della somma che sia già entrata nel patrimonio dell’autore a causa della commissione dell’illecito ed ivi sia ancora rinvenibile. Come icasticamente affermato dall’Avvocato generale nella sua pregevole memoria, “la confisca diretta insegue non le banconote, ma la somma di denaro quale entità che incrementa il patrimonio del reo”.

Allo stesso modo, risultano irrilevanti le vicende che abbiano in ipotesi interessato la somma riveniente dal reato, una volta che la stessa- intesa, come per sua natura, quale massa monetaria fungibile – sia stata reperita nel patrimonio del reo al momento dell’esecuzione della misura ablativa o, se del caso, del prodromico vincolo cautelare.

In tale ipotesi, infatti, l’occultamento o il consumo eventuali del pretium delicti, ovvero la sua sostituzione con altro numerarlo – anche di origine lecita – avrebbero ad oggetto un valore monetario già confluito nel patrimonio del reo e divenuto perciò, al pari degli altri dello stesso tipo ivi rinvenuti, una sua indistinguibile componente liquida, tutt’ora esistente al momento della confisca. Mentre l’eventuale trasformazione di quella componente monetaria rileverebbe solo in quanto essa abbia comportato, al momento della cautela reale o dell’ablazione, il venir meno nel patrimonio del reo di qualsivoglia attivo dello stesso genere. Solo in questa ipotesi, che Sez. U, Lucci ha definito “novazione oggettiva”, cioè quando non sia più rinvenuto l’accrescimento monetario derivante dal reato perchè la persona non dispone più di denaro, opererà, nei casi normativamente previsti, lo strumento surrogatorio della confisca per equivalente, attuabile sui beni di diversa natura di cui disponga l’autore del reato.

  1. Il denaro rappresenta non solo cosa essenzialmente fungibile, ma anche l’archetipo di bene corrispettivo di valore. Esso è, infatti, parametro di valutazione unificante del valore di cose tra loro diverse. Rispetto ad esso è quindi impossibile – e comunque inutile, logicamente prima ancora che giuridicamente – ricercare in altra somma di denaro un equivalente di valore. Sicchè, nel caso in cui il prezzo o il profitto del reato siano originariamente costituiti da numerarlo, quest’ultimo esorbita dal sistema della confisca per equivalente, la cui funzione è quella di rapportare il valore in denaro del diverso bene disponibile a fini di ablazione a quello dei proventi del reato.

Altrimenti detto, se la confisca diretta del prezzo o del profitto del reato consistente in una somma di denaro ha necessariamente ad oggetto un determinato valore, non v’è ragione che non possa essere quello stesso valore, se esistente nel patrimonio del reo, a formare oggetto di ablazione diretta. Lo strumento della confisca per equivalente ha, infatti, carattere surrogatorio ed è applicabile nel caso in cui il bene suscettibile di ablazione diretta non sia rintracciabile, rendendosi così necessario confiscare un bene di valore corrispondente. Ma ove il bene oggetto di confisca diretta sia, come il denaro, ex se privo di una propria rilevante identità fisica e sia esso stesso ontologicamente rappresentativo di un valore e di un corrispettivo monetario, non c’è spazio per operare tale sostituzione dell’aliud pro alio.

  1. Da tutto quanto precede consegue che, contrariamente agli assunti dei critici della più volte citata Sez. U, Lucci, l’esegesi innanzi descritta non determina la recisione del nesso di diretta derivazione causale tra il reato e il prezzo o profitto monetario sottoposto a confisca, bensì la necessaria conformazione di quel rapporto eziologico alla peculiare natura del denaro e alla sua concreta funzione economica.

Per il denaro, il nesso di pertinenzialità col reato non può essere inteso come fisica identità della somma confiscata rispetto al provento del reato, ma consiste nella effettiva derivazione dal reato dell’accrescimento patrimoniale monetario conseguito dal reo, che sia ancora rinvenibile, nella stessa forma monetaria, nel suo patrimonio. E’ tale incremento monetario che rappresenta il provento del reato suscettibile di ablazione, non il gruzzolo fisicamente inteso.

Se correttamente definito e individuato, il rapporto eziologico di derivazione dal reato non viene dunque meno per il fatto che la somma di denaro oggetto di ablazione sia rappresentata da un numerarlo “diverso” rispetto a quello fisicamente conseguito per effetto del reato.

Da ciò derivano le conseguenze di seguito descritte.

  1. Una volta risolto l’equivoco di fondo che sorregge l’opposta ricostruzione interpretativa – la quale riferisce il rapporto di pertinenza tra il bene e il reato non già all’incremento monetario provocato nel patrimonio del reo, bensì al denaro fisicamente inteso – il rapporto eziologico di causazione che lega il prezzo o il profitto monetario al reato rimane strutturalmente autonomo rispetto alle caratteristiche intrinseche del bene, alla sua fungibilità.
  2. Perchè il prezzo o il profitto monetari possano essere soggetti ad ablazione diretta, è necessario che il loro effettivo conseguimento da parte del reo (ed il relativo accrescimento patrimoniale) sia provato secondo gli ordinari standard probatori, previsti, dapprima, per l’eventuale adozione della cautela reale e, poi, in termini di certezza processuale, per la confisca.

Rispetto a tale thema probandum l’indagato-imputato gode di tutte le facoltà che l’ordinamento gli riconosce per garantire la pienezza del contraddittorio e il suo diritto di difendersi provando. Non è dunque vero che consentire all’indagato-imputato la prova dell’origine lecita di componenti finanziarie del suo patrimonio al fine di paralizzare la confisca proprietaria del prezzo o del profitto monetario del reato rappresenti l’unica garanzia compatibile con i principi costituzionali e convenzionali che presidiano l’effettività del diritto di difesa, ed in particolare del diritto di difendersi provando.

  1. Se si ammettesse che la confisca diretta del denaro costituente il prezzo o il profitto del reato si debba arrestare di fronte alla concreta allegazione che gli attivi monetari oggetto di ablazione abbiano origine lecita (cioè che quel denaro, pur facente parte del patrimonio del reo, è cosa diversa da quello conseguito per effetto del reato), si determinerebbero effetti non desiderabili in punto di coerenza di sistema e di funzionalità della misura ablativa.

Sotto il primo profilo, il metodo probatorio della confisca diretta, basato sul rigoroso accertamento del nesso eziologico di derivazione dal reato dell’accrescimento patrimoniale monetario conseguito dall’autore del fatto delittuoso, assumerebbe caratteristiche diverse dall’attuale previsione codicistica. Esso sarebbe, infatti, soggetto ad una innaturale ibridazione con le modalità di accertamento del presupposto della sproporzione, proprie della confisca di prevenzione e di quella “allargata”. Verrebbe infatti ad essere riconosciuta al reo – nei confronti del quale è stato dimostrato l’effettivo conseguimento del pretium delicti, entrato pertanto nel suo patrimonio – una eccezione probatoria, finalizzata alla giustificazione della provenienza del denaro oggetto di ablazione, fondata sull’allegazione che nella componente patrimoniale attinta dalla misura sono confluite disponibilità monetarie di origine lecita.

Gli effetti pratici di un tale approccio risulterebbero amplificati dal fatto che nella confisca diretta la distribuzione dell’onere probatorio è naturalmente diversa rispetto alle confische “di sproporzione”. In queste ultime è l’interessato a dover giustificare la legittima provenienza delle sue risorse per sottrarsi all’ablazione, mentre alla confisca diretta, contrariamente a quanto suggerito nell’ordinanza di rimessione, è estranea qualunque forma di presunzione ed è l’accusa a dover dimostrare l’effettivo conseguimento del prezzo o del profitto monetario del reato da parte del suo autore.

L’esegesi che si contesta avrebbe, dunque, per effetto di porre a carico del pubblico ministero – in tutti i casi in cui il reo ha visto provato l’effettivo conseguimento da parte sua del denaro costituente prezzo del reato, ma ha avuto cura di occultare lo specifico numerarlo o di rendere non tracciabile la sua circolazione – l’ulteriore e alternativo onere di rinvenire proprio quel denaro, ovvero di dimostrarne le vicende che hanno condotto alla sua sostituzione o trasformazione in beni della stessa o diversa natura. Tutto ciò in spregio del fatto che la commixtio nummorum col patrimonio del reo, e la conseguente perdita di autonoma identificabilità degli attivi monetari che vi sono soggetti, si verifica in via automatica tanto per il denaro provento di reato che per gli altri asset monetari di origine lecita confluiti in quel patrimonio al momento della misura ablatoria.

Sicchè il più volte descritto fenomeno di confusione attrae tutte quelle componenti liquide nel patrimonio monetario del reo e giustifica che su tale patrimonio venga eseguita la confisca diretta dei proventi del reato rappresentati da somme di denaro.

  1. L’ordinanza di rimessione ricorda correttamente che secondo la giurisprudenza di questa Corte l’applicabilità del principio di legalità penale in tema di confisca è conseguente alla valutazione della natura giuridica dell’ablazione, affidata all’individuazione della funzione ad essa assegnata dall’ordinamento e da essa concretamente assicurata. Sicchè ove la confisca assolva una funzione afflittivo-punitiva, la stessa dovrà essere considerata alla stregua di una pena, nel senso che al termine assegna la CEDU, e il soggetto che la subisce deve poter godere delle garanzie di cui agli artt. 2527Cost., artt. 67CEDU e art. 2 c.p.. Nel caso in cui, invece, la confisca assolva ad una finalità di prevenzione, di mero riequilibrio, la stessa non è soggetta alle indicate garanzie. (Sez. U, Lucci, cit.; Sez. U, n. 4880 del 26/4/2014, dep. 2015, Spinelli, Rv. 262602).

Ebbene, come innanzi ricostruita, la confisca diretta dei proventi monetari del reato non ha carattere afflittivo e, tantomeno, sanzionatorio. A tale riguardo, in effetti, non ha tanto rilievo la sua formale collocazione tra le misure di sicurezza, quanto il fatto che essa assolve unicamente una finalità ripristinatoria. L’ablazione ha ad oggetto, infatti, solo l’effettivo accrescimento monetario direttamente prodotto nel patrimonio del reo dal dimostrato conseguimento da parte sua del prezzo o profitto del reato consistente in una somma di denaro.

  1. Del resto, se il nesso di diretta derivazione dal reato dovesse essere unicamente riferito alla somma di denaro fisicamente conseguita dal reo o, al più, esteso a quella risultante in via immediata dalla sua trasformazione tracciabile (i cosiddetti succedanei, già considerati da Sez. U., Miragliotta, cit.), la confisca diretta del denaro sarebbe limitata a rarissime e del tutto marginali ipotesi, a veri e propri casi di scuola.

La dottrina ne ha puntualmente individuati alcuni: per esempio, il denaro contante riversato sul conto corrente a saldo zero, ovvero su quello destinato a ricevere unicamente proventi criminosi. Altre, quale la tracciatura preventiva delle banconote prezzo di corruzione o profitto di estorsione rinvenute ancora in possesso del consegnatario al momento del sequestro, emergono dall’esperienza giudiziaria.

Definire residuali i casi nei quali si avrebbe certezza che un attivo monetario è confiscabile in via diretta – in quanto fisica derivazione dal reato e distinguibile da altri asset liquidi dei quali il reo possa concretamente allegare l’origine lecita – sarebbe un eufemismo.

Negli altri casi, la confisca del denaro dovrebbe sempre essere ritenuta una confisca di valore e potrebbe operare solo in ragione delle eccezionali ipotesi in cui quello specifico strumento ablatorio è consentito. Ma ciò, oltre a contraddire l’innanzi descritta, ontologica natura del denaro, caratterizzato dall’essere destinato a circolare rapidamente e in forma per lo più anonima quale strumento di pagamento e parametro di valore, comporterebbe evidenti ricadute negative sul piano della coerenza stessa del sistema, il quale verrebbe a fondarsi principalmente, in casi così rilevanti e frequenti, sullo strumento ablativo surrogatorio, normativamente riservato a un ristretto numero di fattispecie penali, laddove, al contrario, quello di carattere generale avrebbe di fatto un’applicazione del tutto residuale.

  1. Al quesito sottoposto alle Sezioni Unite deve dunque conclusivamente rispondersi nei seguenti termini: “Qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca viene eseguita, in ragione della natura del bene, mediante l’ablazione del denaro, comunque rinvenuto nel patrimonio del soggetto, che rappresenti l’effettivo accrescimento patrimoniale monetario da quest’ultimo conseguito per effetto del reato; tale confisca deve essere qualificata come confisca diretta, e non per equivalente, e non è ostativa alla sua adozione l’allegazione o la prova dell’origine lecita del numerarlo oggetto di ablazione”.
  2. Venendo all’esame dei motivi di ricorso, va rilevato che il primo è privo di fondamento.

In questa sede il ricorrente non contesta il fumus del delitto di traffico di influenze illecite oggetto di imputazione provvisoria, che gli viene attribuito in relazione all’avvenuto conseguimento, come prezzo della mediazione illecita verso i pubblici ufficiali e per remunerarli in relazione al compimento di atti contrari ai loro doveri di ufficio, della somma complessiva di 175.000 Euro.

Il vincolo cautelare tutt’ora applicato sulla somma che residua dalla riduzione disposta dal Tribunale in sede di riesame deve dunque ritenersi conforme al principio di diritto sopra affermato, poichè il sequestro preventivo disposto a fini di confisca diretta ha colpito denaro, rinvenuto su conti correnti intestati al ricorrente e nella sua effettiva disponibilità, che rappresenta l’accrescimento patrimoniale monetario da lui conseguito quale prezzo e profitto del reato oggetto di contestazione provvisoria, senza che possa rilevare a tale scopo l’allegazione dell’origine lecita delle somme depositate su quei conti correnti.

  1. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile, in quanto aspecifico, poichè non si confronta in alcun modo con l’ordinanza impugnata, là dove tale provvedimento testualmente evidenzia che la condotta contestata al ricorrente in questa sede “è diversa sotto il profilo fattuale da quella riportata nel precedente sequestro e relativa ad una specifica vicenda tributaria seguita dallo studio C. ed in relazione alla quale venivano rappresentati fatti diversi da quelli reali per indurre i denuncianti a corrispondere un dato onorario”. Circostanza questa che esclude il verificarsi in questa sede di qualsivoglia preclusione per medesimezza del fatto.
  2. Il terzo motivo è pure inammissibile, poichè meramente reiterativo di analoga doglianza alla quale il Tribunale ha già offerto corretta e congrua risposta, rilevando che nel caso in esame la contestazione riguarda una relazione coi pubblici ufficiali realmente esistente, e non solo vantata, sicchè le condotte oggetto di imputazione, realizzate nel dicembre 2016, già erano suscettibili di integrare la fattispecie di cui all’art. 346 bisc.p., quale risultava dalla L. 6 novembre 2012, n. 190, entrata in vigore il 28 novembre 2012.
  3. Il quarto e ultimo motivo è anch’esso inammissibile, poichè l’art. 346 bisc.p., non è reato proprio del pubblico agente, prevede che il prezzo della mediazione illecita possa essere corrisposto da un privato ad altro privato e non esclude che entrambi possano direttamente ricavare dal medesimo reato un diverso profitto.
  4. Al rigetto del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 27 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 18 novembre 2021

fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiunto

fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiuntoavvocato-erede-legittimo-10

L’uccisione di una persona fa presumere da sola, ex art. 2727 c.c., una conseguente sofferenza morale in capo ai genitori, al coniuge, ai figli od ai fratelli della vittima, a nulla rilevando né che la vittima ed il superstite non convivessero, né che fossero distanti (circostanze, queste ultime, le quali potranno essere valutate ai fini del “quantum debeatur”). Nei casi suddetti è pertanto onere del convenuto provare che vittima e superstite fossero tra foro indifferenti o in odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 24/07/2015)

In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro stradale (nella specie, sei o sette ore), il risarcimento del c.d. danno “catastrofale” – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; e, d’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta,; in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita

In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro stradale (nella specie, sei o sette ore), il risarcimento del c.d. danno “catastrofale” – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; e, d’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta,; in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.

Cass. civ., Sez. III, 11/12/2018, n. 31950

Il fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiunto appartenente al ristretto nucleo familiare (genitore, coniuge, fratello) dà luogo ad un danno non patrimoniale presunto, consistente nella sofferenza morale che solitamente si accompagna alla morte dì una persona cara e nella perdita del rapporto, parentale e conseguente lesione del diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che ordinariamente caratterizza la vita familiare. Trattasi di un’ipotesi di danno presunto, dovendosi ordinariamente ritenere sussistente tra detti stretti congiunti un intenso vincolo affettivo ed un progetto di vita in comune ma siffatta presunzione semplice può tuttavia, come tale, essere superata da elementi di segno contrario, quali la separazione legale o (come nel caso di specie) l’esistenza di una relazione extraconiugale con conseguente nascita di un figlio tre mesi prima della morte del coniuge (relazione extraconiugale che costituisce evidente inadempimento all’obbligo di fedeltà tra coniugi di cui all’art. 143 c.c.).

Fonti:

Cass. civ., Sez. lavoro, 27/03/2019, n. 8580

Esclusa la risarcibilità iure hereditatis di un danno da perdita della vita, in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, è configurabile e trasmissibile iure hereditatis il danno non patrimoniale nelle due componenti di danno biologico “terminale”, cioè di danno biologico da invalidità temporanea assoluta, configurabile in capo alla vittima nell’ipotesi in cui la morte sopravvenga dopo apprezzabile lasso di tempo dall’evento lesivo e di danno morale “terminale o catastrofale o catastrofico”, ossia del danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza nell’intervallo tra l’evento lesivo e la morte, con conseguente acquisizione di una pretesa risarcitoria trasmissibile agli eredi.

In tema di risarcimento dei danni, in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione”, proposta “iure proprio” dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno. Infatti, non essendo condivisibile limitare la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., all’ambito ristretto della sola cd. “famiglia nucleare”, il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla convivenza, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, escludendo automaticamente, nel caso di non sussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto.

Il danno non patrimoniale da perdita della vita non è indennizzabile “ex se”, senza che con ciò possa ritenersi violato l’art. 2 CEDU sul riconoscimento del “diritto alla vita”, poiché la richiamata norma, pur se di carattere generale e diretta a tutelare ogni possibile componente del bene vita, non detta specifiche prescrizioni sull’ambito ed i modi in cui tale tutela debba esplicarsi, né, in caso di decesso immediatamente conseguente a lesioni derivanti da fatto illecito, impone necessariamente l’attribuzione della tutela risarcitoria, il riconoscimento della quale in numerosi interventi normativi ha, comunque, carattere di specialità e tassatività ed è inidoneo a modificare il vigente sistema della responsabilità civile, improntato al concetto di perdita-conseguenza e non sull’evento lesivo in sé considerato. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 04/06/2018)

Cass. civ., Sez. VI – 3, Ordinanza, 17/09/2019, n. 23153 (rv. 655508-01)

RISARCIMENTO DEL DANNO – Patrimoniale e non patrimoniale (danni morali) – Danno non patrimoniale – Danno biologico terminale e danno morale terminale – Risarcibilità – Condizioni – Fattispecie

In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, nel periodo di tempo interposto tra la lesione e la morte ricorre il danno biologico terminale, cioè il danno biologico “stricto sensu” (ovvero danno al bene “salute”), al quale, nell’unitarietà del “genus” del danno non patrimoniale, può aggiungersi un danno morale peculiare improntato alla fattispecie (“danno morale terminale”), ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza dell'”exitus”, se nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”, in quanto in grado di percepire la sua situazione ed in particolare l’imminenza della morte, essendo quindi irrilevante, a fini risarcitori, in tale ipotesi, il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale ed il decesso. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva escluso il diritto al risarcimento del danno morale terminale, e, quindi, la sua conseguente trasmissibilità “iure hereditatis”, senza accertare se la vittima si trovasse in una condizione di “lucidità agonica”, nonostante fosse emerso che il lasso temporale tra lesione e morte, tutt’altro che “brevissimo”, ammontasse ad alcune ore). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO ANCONA, 27/09/2016)

Corte d’Appello Genova, Sez. II, Sentenza, 13/08/2020, n. 786

In tema di pregiudizio derivante da perdita o lesione del rapporto parentale, il giudice è tenuto a verificare, in base alle evidenze probatorie acquisite, se sussistano uno o entrambi i profili di cui si compone l’unitario danno non patrimoniale subito dal prossimo congiunto e, cioè, l’interiore sofferenza morale soggettiva e quella riflessa sul piano dinamico-relazionale, nonché ad apprezzare la gravità ed effettiva entità del danno in considerazione dei concreti rapporti col congiunto, anche ricorrendo ad elementi presuntivi quali la maggiore o minore prossimità del legame parentale, la qualità dei legami affettivi (anche se al di fuori di una configurazione formale), la sopravvivenza di altri congiunti, la convivenza o meno col danneggiato, l’età delle parti ed ogni altra circostanza del caso.

– Morte di congiunti (parenti della vittima) – Perdita del rapporto parentale – Criteri di liquidazione equitativa 

RISARCIMENTO DEL DANNO – Morte di congiunti (parenti della vittima) – Perdita del rapporto parentale – Criteri di liquidazione equitativa – Tabelle basate sul sistema a punti variabili – Necessità – Deroga per l’eccezionalità del caso – Ammissibilità – Condizioni – Fattispecie – RISARCIMENTO DEL DANNO – Valutazione e liquidazione – Criteri equitativi – In genere

In tema di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio in casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul “sistema a punti”, che preveda, oltre all’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, indefettibilmente, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonché l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la decisione del giudice d’appello che, per liquidare il danno da perdita del rapporto parentale patito dal fratello e dal coniuge della vittima, aveva fatto applicazione delle tabelle milanesi, non fondate sulla tecnica del punto, bensì sull’individuazione di un importo minimo e di un “tetto” massimo, con un intervallo molto ampio tra l’uno e l’altro). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO CATANIA, 20/03/2018)

Tribunale Torino, Sez. IV, Sentenza, 30/04/2021, n. 2113

Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi nel vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti. Il danno non patrimoniale da perdita parentale deve essere liquidato unitariamente, dovendo il Giudice al momento della quantificazione considerare tanto quello di tipo relazionale da perdita del congiunto, quanto la sofferenza soggettiva rappresentata dal danno morale, fermo restando l’obbligo di tenere conto nel caso concreto di tutte le peculiarità di manifestazione del danno non patrimoniale, così da assicurare la liquidazione più adeguata al caso concreto.

Cass. civ., Sez. III, Ordinanza, 29/09/2021, n. 26300

In tema di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio in casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul “sistema a punti”, che preveda, oltre all’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, indefettibilmente, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonchè l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale die correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. Tabella che, allo stato, risulta essere quella di Roma.

DANNO ESTETICO CATASTROFICO GRAVISSIMO COSA FARE? BOLOGNA VICENZA

DANNO ESTETICO CATASTROFICO GRAVISSIMO COSA FARE? BOLOGNA VICENZA

Quando ad un intervento di chirurgia estetica segua un inestetismo più grave di quello che si mirava ad eliminare o attenuare, la responsabilità del medico per il danno derivatone è conseguente all’accertamento che il paziente non sia stato adeguatamente informato di tale possibile esito, ancorché l’intervento risulti correttamente eseguito. Infatti, con la chirurgia estetica, il paziente insegue un risultato non declinabile in termini di tutela della salute, ciò che fa presumere come il consenso all’intervento non sarebbe stato prestato se egli fosse stato compiutamente informato dei relativi rischi, senza che sia necessario accertare quali

CHIAMA CHIEDI UN APPUNTAMENTO 051 6447838

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

DECIMA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Damiano Spera

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 7440/2018 promossa da:

  1. S.P.A. (C.F. (…)), rappresentata e difesa dall’avvocato PASETTO LEONARDO,

ATTRICE

contro

  1. – U.C.I. (C.F. (…)), rappresentato e difeso dall’avvocato MARTINI FILIPPO

A.A.Z., CONTUMACE

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

  1. Con ricorso ex art. 702-bisc.p.c. ritualmente proposto, la G. S.p.a. formulava azione di rivalsa ex art. 1916c.c. nei confronti di A.A.Z. e dell’U.C.I., per sentire condannare quest’ultimo al rimborso della somma di Euro 801.248,00, oltre interessi e rivalutazione, complessivamente liquidata in relazione al sinistro stradale avvenuto il 29 agosto 2013 in località P. (U.).

Il Giudice fissava udienza di comparizione delle parti ed il ricorso, unitamente al decreto di fissazione udienza, veniva ritualmente notificato dalla ricorrente ad entrambi i resistenti.

Si costituiva in giudizio l’U., domandando la conversione del rito sommario in rito ordinario e concludendo per l’integrale rigetto delle pretese della ricorrente.

All’udienza del 5 luglio 2018, il Giudice disponeva la conversione del rito e concedeva quindi i termini ex art. 183, VI comma, c.p.c.

Alla successiva udienza, il Giudice, verificata la ritualità della notifica al convenuto Z., ne dichiarava la contumacia. Invitava altresì le parti e conciliare la lite e le autorizzava a depositare brevi note esplicative in merito alle voci di danno condivise o controverse.

Rimasto infruttuoso il tentativo di conciliazione, il Giudice disponeva CTU medico-legale sulla danneggiata del sinistro, sig.ra F.F., nominando come CTU il dott. Roberto Rossetti.

Quindi, all’udienza del 12 febbraio 2020, il Giudice formulava una proposta conciliativa alle parti, così come risulta dal verbale di causa.

All’udienza dell’8 ottobre 2020, atteso che la proposta del Giudice non era stata accettata dalle parti, le stesse precisavano le conclusioni come da fogli già depositati in via telematica.

Il Giudice concedeva i termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, e tratteneva quindi la causa in decisione alla scadenza dell’ultimo termine.

  1. La compagnia attrice agisce in giudizio a titolo di rivalsa nei confronti di U. e del sig. Z., per vedersi rimborsate le somme corrisposte a vario titolo a seguito del sinistro occorso il 29 agosto 2013 in località P. (U.).

In quelle circostanze di tempo e di luogo, la sig.ra F.F. viaggiava come terza trasportata a bordo del veicolo Nissan (tg. (…)), di proprietà e condotto dal sig. M.F. ed assicurato con G. S.p.a. Detto veicolo veniva travolto dall’autoarticolato Volvo (Tg. (…)), di proprietà del sig. Z., condotto dal sig. S.K.G. ed assicurato presso una Compagnia polacca.

A seguito del sinistro, la sig.ra F. subiva gravi lesioni.

G., compagnia assicuratrice del veicolo su cui era trasportata la sig.ra F., la risarciva della somma di Euro 720.000,00 a titolo di danno non patrimoniale e spese mediche. La Compagnia liquidava altresì l’importo di Euro 10.000,00 a titolo di danno patrimoniale, nonché la somma di Euro 71.248,00 per i costi dell’assistenza stragiudiziale fornita dalla società G. S.r.l.

In questa sede, l’attrice agisce a titolo di rivalsa, ex art. 141, IV comma, C.d.A., nei confronti della compagnia di assicurazione del responsabile civile, ritenendo che il sinistro sia imputabile esclusivamente all’autoarticolato Volvo.

  1. Con riferimento all’an debeatur, si osserva quanto segue.

La dinamica dell’incidente è stata ricostruita sulla base delle dichiarazioni dei testimoni e dei rilievi effettuati sul luogo dell’incidente, circostanze che si apprendono dal Rapporto di incidente stradale prodotto dall’attrice sub doc. (…).

Il sinistro è avvenuto lungo l’autostrada Trieste-Venezia, quando il conducente dell’autoarticolato Volvo, che procedeva con direzione Trieste, perdeva il controllo del proprio mezzo, tanto da oltrepassare il guard-rail che separa le due direzioni di percorrenza e da invadere l’opposta corsia di marcia, travolgendo l’auto su cui era trasportata la sig.ra F., che viaggiava con direzione Venezia.

Il conducente del veicolo Volvo, sig. G., sentito a sommarie informazioni dalla Polizia Stradale di Palmanova, così dichiarava: “ad un certo punto scoppiava la ruota anteriore sx del trattore stradale ed il mezzo deviava a sx, ribaltandosi” (pag. 4 del Verbale di incidente).

La circostanza è stata confermata anche dal sig. G.D.S., che al momento del sinistro si trovava a bordo del proprio veicolo e si accingeva a sorpassare il mezzo Volvo: “sentivo un forte scoppio provenire da uno dei pneumatici di sinistra del predetto veicolo. Vedevo inoltre staccarsi il battistrada del pneumatico. Allora frenavo per evitare sia il battistrada che il camion. Questo deviava verso sinistra repentinamente si ribaltava sul fianco destro e abbatteva il guard-rail centrale” (pag. 22 del Verbale di incidente).

Del resto, risulta pacifico tra le parti che il sinistro sia avvenuto a causa dello scoppio dello pneumatico di cui si è detto. L’U., infatti, qualifica tale fattispecie come “caso fortuito”, ragione per cui eccepisce che l’autoarticolato Volvo venga considerato esente da responsabilità.

Questo Giudice ritiene che la tesi sostenuta da U. sia infondata.

La fattispecie di cui è causa rientra nell’ambito del IV comma dell’art. 2054 c.c., che prevede espressamente come non possano costituire esimenti di responsabilità eventuali vizi di costruzione o manutenzione del veicolo che abbia causato l’incidente. Ed infatti, viene configurata un’ipotesi di responsabilità oggettiva, escludendo precisamente che detti vizi, in astratto anche imputabili a terzi (si pensi al vizio di costruzione), possano escludere la responsabilità del veicolo viziato nei confronti del danneggiato.

A nulla, dunque, rilevano le considerazioni in merito alla manutenzione dello pneumatico che ha causato l’incidente, svolte in relazione all’accertamento tecnico effettuato in data 04/09/2013 dagli Ufficiali di Polizia Giudiziaria con l’ausilio del sig. Bidot Rinaldo, di professione gommista (pag. 7 della Relazione di incidente).

Per consolidata giurisprudenza, infatti, l’avaria che colpisca – anche incolpevolmente – il veicolo, e quindi causi danni a sé o a terzi, non può, per ciò solo, mandare esente da responsabilità il proprietario del veicolo. Perché abbia efficacia tale esimente si richiede un elemento ulteriore ed estraneo, che vada ad inserirsi e ad interrompere il nesso causale tra avaria e danno cagionato: “In virtù del disposto dell’art. 2054, ultimo comma, cod. civ., il proprietario o il conducente dell’auto è responsabile dei danni derivanti da vizi di manutenzione o di costruzione dell’autoveicolo, indipendentemente da un suo comportamento colpevole; tuttavia, pur avendo questa responsabilità natura oggettiva, il nesso causale tra il guasto e la responsabilità del danno può essere interrotto se interviene un fattore esterno che, con propria autonoma ed esclusiva efficienza causale, determina il verificarsi del danno, nel qual caso unico responsabile di esso sarà il soggetto cui va ascritta la responsabilità in ordine al fattore sopraggiunto. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la corte di merito abbia fatto corretta applicazione di tale principio, in caso in cui a carico di un veicolo si era verificata un’avaria, ed esso era stato tamponato non a causa dell’avaria, ma per il comportamento imprudente del conducente del veicolo che sopraggiungeva)” (Cass. civ., sez. III, sentenza n. 4754/2004).

È di tutta evidenza che possa applicarsi al caso di specie il principio di diritto enunciato: trattasi di vizio di costruzione e/o manutenzione dello pneumatico sinistro, e sussiste quindi la responsabilità oggettiva ex art. 2054, IV comma, c.c.

A diversa conclusione si sarebbe pervenuti nell’ipotesi di prova di un effettivo “caso fortuito”, e cioè di un fattore esterno che, con propria autonoma ed esclusiva efficienza causale, avesse cagionato l’evento (si pensi agli esempi di scuola del fulmine o della macchia d’olio sulla carreggiata).

Per queste ragioni, il Tribunale ritiene che la responsabilità dell’incidente di cui è causa sia da attribuire in via esclusiva al sig. G., conducente dell’autoarticolato Volvo.

Alla luce di quanto esposto, devono essere rigettate le istanze istruttorie reiterate dal convenuto U., perché relative a circostanze irrilevanti ai fini del decidere.

  1. Con riferimento al quantum debeatur, si osserva quanto segue.

    malasanita-ospedali-avvocato-esperto-Bologna-
    avvocato malasanita’ Bologna

L’attrice agisce in giudizio per ottenere il rimborso di quanto erogato in conseguenza del sinistro di cui è causa, e precisamente:

– Euro 720.000,00 in favore della sig.ra F., a titolo di danno non patrimoniale e spese mediche (docc. 10-11 fascicolo di parte attrice). Detto importo veniva versato in due tranche: Euro 530.000,00 in data 16/09/2015 ed Euro 190.000,00 in data 29/01/2016;

– Euro 10.000,00, in data 29/01/2016, in favore della società M. S.n.c., di cui la sig.ra F. è socia, a titolo di danno patrimoniale, per non aver potuto beneficiare dell’attività lavorativa di artigiana della sig.ra F., nel periodo di convalescenza (doc. 13);

– Euro 71.248,00, in data 01/02/2016, in favore della società G. S.r.l., che aveva assistito la sig.ra F. nella gestione del sinistro in via stragiudiziale (doc. 16).

La domanda dell’attrice, quindi, ammonta a complessivi Euro 801.248,00, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

4.1. In merito alla liquidazione del danno biologico si osserva quanto segue.

G., sulla base delle perizie di parte F. (docc. 25-26) e della propria perizia di parte (doc. 27), che così avevano previsto:

– I.P. al 63%;

– I.T.P. al 100% per 150 giorni (punto valore Euro 130,00 pro die);

– I.T.P. al 75% per 300 giorni (punto valore Euro 130,00 pro die);

– Personalizzazione al 25% sul danno biologico permanente,

applicando le Tabelle di Milano – ed. 2014 e considerando l’età della danneggiata al momento del sinistro (49 anni), aveva liquidato Euro 696.908,00 per danno biologico, oltre Euro 13.190,00 per spese mediche documentate, oltre interessi e rivalutazione (si veda pag. 4 della memoria autorizzata di parte attrice).

Parte convenuta contesta anzitutto la liquidazione del danno biologico.

Ed invero, la CTU disposta da questo Giudice ed effettuata dal dott. Roberto Rossetti, svolta nel contraddittorio delle parti, ha così individuato:

– I.P. al 55%;

– I.T.P. al 100% per 120 giorni;

– I.T.P. al 75% per 200 giorni,

oltre ad “una prestazione lavorativa in usura sia riguardo a quella svolta attualmente dalla paziente sia in altre ad essa confacenti, ed alla circostanza per cui “sono fortemente limitate le attività ludico-sportive svolte ante sinistro stradale (ballo latino americano a livello amatoriale, sport subacquei)”.

Questo giudice ritiene di condividere le risultanze della espletata CTU.

Ai fini del risarcimento, il danno biologico deve essere considerato in relazione all’integralità dei suoi riflessi pregiudizievoli rispetto a tutte le attività, le situazioni e i rapporti in cui la persona esplica se stessa nella propria vita; non soltanto, quindi, con riferimento alla sfera produttiva, ma anche con riferimento alla sfera spirituale, culturale, affettiva, sociale, sportiva, e a ogni altro ambito e modo in cui il soggetto svolge la sua personalità e cioè a tutte le attività realizzatrici della persona umana (così la Corte Cost. n. 356 del 1991; v. altresì Corte Cost. n. 184 del 1986).

Inoltre, la Cassazione a Sez. Unite (sentenza n. 26972-3-4-5/2008, c.d. “sentenze di San Martino”) ha ritenuto che, nell’ambito del danno non patrimoniale, il riferimento a determinati tipi di pregiudizi, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. È compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione. Il giudice anziché procedere alla separata liquidazione del danno morale in termini di una percentuale del danno biologico (procedimento che determina una duplicazione di danno), deve procedere ad un’adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.

Va ulteriormente precisato che, come recentemente statuito dalla Suprema Corte (cfr. Cass., ord. n. 7513/2018), il danno biologico consiste in una ordinaria compromissione delle attività quotidiane (gli aspetti dinamico relazionali).

Il danno alla salute, quindi, non comprende i pregiudizi dinamico relazionali ma è esattamente il danno dinamico relazionale.

Consegue che il danno alla vita di relazione è risarcibile oltre la misura liquidata in base ai punti percentuali accertati in sede medico legale, qualora si sia concretato non già in conseguenze comuni a tutti i soggetti che patiscano quel tipo di invalidità, ma in conseguenze peculiari del caso concreto che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto a casi consimili; qualora, quindi, consista in una conseguenza straordinaria, non avente base organica e quindi estranea alla determinazione medico legale.

Tuttavia, tale danno è risarcibile in quanto sia specificamente allegato e provato dall’attore.

Alla luce di tali principi, l’Osservatorio di Milano nel 2009 ha elaborato nuovi Criteri Orientativi (tuttora vigenti) che prevedono la liquidazione congiunta del danno non patrimoniale conseguente a “lesione permanente dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale”, sia nei suoi risvolti anatomo-funzionali e relazionali medi ovvero peculiare e del danno non patrimoniale conseguente alle medesime lesioni in termini di “dolore”, “sofferenza soggettiva”, in via di presunzione in riferimento ad un dato tipo di lesione.

Accanto a una tabella di valori monetari “medi”, corrispondenti al caso di incidenza della lesione in termini “standardizzabili” in quanto frequentemente ricorrenti (sia quanto agli aspetti anatomo-funzionali, sia quanto agli aspetti relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva), viene individuata una percentuale di aumento di tali valori “medi” da utilizzarsi – onde consentire un’adeguata “personalizzazione” complessiva della liquidazione – laddove il caso concreto presenti peculiarità che vengano allegate e provate (anche in via presuntiva) dal danneggiato sia quanto agli

aspetti anatomo-funzionali e relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva, ferma restando, ovviamente, la possibilità che il giudice moduli la liquidazione oltre i valori minimi e massimi, in relazione a fattispecie eccezionali rispetto alla casistica comune degli illeciti.

Con riguardo al quantum, la Cassazione ha statuito che, nella liquidazione del danno biologico, quando, come nella fattispecie concreta, manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 cod. civ. deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziari. Garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale – e al quale la S.C., in applicazione dell’art. 3 Cost., riconosce la valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 cod. civ. -, salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne l’abbandono. L’applicazione di diverse tabelle, ancorché comportante liquidazione di entità inferiore a quella che sarebbe risultata sulla base dell’applicazione delle tabelle di Milano, può essere fatta valere, in sede di legittimità, come vizio di violazione di legge, solo in quanto la questione sia stata già posta nel giudizio di merito (Cass., sent. n. 12408/2011).

Ebbene, nella fattispecie concreta, la componente del danno non patrimoniale relativa alla sofferenza interiore appare congruamente compensata nei termini standard con i valori medi, riconosciuti in via presuntiva nella tabella milanese.

In definitiva, tenuto conto delle accertate invalidità, dell’età (anni 49), del sesso e delle condizioni di vita della danneggiata delle allegazioni di parte e delle risultanze probatorie, dei menzionati criteri tabellari adottati da questo Tribunale per la liquidazione del danno biologico e da sofferenza soggettiva, stimasi equo liquidare con le modalità che seguono il complessivo risarcimento del danno non patrimoniale da lesione permanente al diritto alla salute.

In particolare, in relazione alla liquidazione del danno biologico da inabilità temporanea, si ritiene equo attribuire il valore monetario medio di Euro 100,00 per ogni giorno di inabilità assoluta, non ravvisandosi nel caso di specie peculiarità che ne giustifichino un aumento personalizzato.

Altresì, si considera equo un aumento nella misura del 15% da applicarsi al danno da invalidità permanente, considerando l’usura lavorativa e le limitazioni alla vita di relazione ed alle attività ludico-sportive subiti dalla danneggiata e riconosciute dal C.T.U.

Appare quindi equo così liquidare il danno non patrimoniale complessivamente subito in conseguenza della malattia e dell’invalidità permanente della sig.ra F. (49 anni al momento del sinistro), in applicazione delle Tabelle di Milano – ed. 2018:

– Euro 422.533,00 per il danno da invalidità permanente al 55%;

– Euro 12.000,00 per il danno da invalidità temporanea assoluta (120 giorni);

– Euro 15.000,00 per il danno da invalidità temporanea al 75% (200 giorni);

– Euro 63.380,00 per la personalizzazione nella misura del 15%;

così per un totale di Euro 512.913,00.

4.2. Con riguardo alle spese mediche si osserva quanto segue.

  1. ha liquidato alla sig.ra F. Euro 13.190,00 per spese mediche, di cui Euro 9.350,00 oltre imposte, in relazione ad un intervento di chirurgia esteticavolto ad attenuare le deturpazioni conseguenti al sinistro e circa Euro 2.000,00 in relazione a spese varie.

Il convenuto ha contestato dette voci di danno, poiché rimaste senza riscontro.

Questo Giudice ritiene che le somme liquidate a titolo di spese mediche non siano state provate in giudizio.

In particolare, in relazione alla somma relativa all’intervento chirurgico, atteso che agli atti risulta unicamente un preventivo (doc. 5 attrice), il CTU ha confermato che detto intervento non è mai stato effettuato, che è comunque ancora effettuabile, e che la cifra indicata risulta in linea con i livelli medi delle prestazioni sanitarie attuali. Tuttavia, il dott. Rossetti ha precisato che “a fronte di un miglioramento dell’aspetto estetico derivante da tale intervento, si deve convenire che i postumi permanenti del 55% sicuramente si ridurrebbero di almeno del 5%” (risposta del CTU alle note del CTP di parte attrice).

Si ritiene, quindi, che non possa rimborsarsi una somma relativa ad un intervento possibile ma non indispensabile, e comunque mai effettuato nemmeno a distanza di anni dalla liquidazione, sulla base di un mero preventivo, della somma necessaria da parte di G.. Tanto più che riconoscere alla danneggiata detta somma significherebbe ridimensionare conseguentemente il danno biologico permanente subito: le due liquidazioni, infatti, per espressa valutazione del CTU, di fatto sarebbero incompatibili e determinerebbero un ingiusto arricchimento della sig.ra F..

In relazione alla somma di circa Euro 2.000,00 a titolo di varie spese mediche, sebbene ritenute dal CTU “plausibili e confacenti alla vicenda clinica della paziente”, è stato dallo stesso rilevato che non vi sia prova di ricevute fiscali o fatture sanitarie.

Si ritiene, pertanto, che nemmeno di detto esborso sia stata fornita prova da parte di G., e che quindi non vi sia titolo per il rimborso da parte di U..

4.3. Con riguardo al danno patrimoniale da lucro cessante si osserva quanto segue.

  1. riferisce di aver versato la cifra di Euro 10.000,00 in favore della società M. S.n.c., di cui la danneggiata è socia e presso cui era impiegata come lavoratrice autonoma artigiana. Questo a parziale ristoro del danno subito dalla società per aver dovuto privarsi per oltre due anni dell’attività lavorativa della sig.ra F.. Precisa, inoltre, che detta somma è stata sottratta a quanto dovuto alla danneggiata a titolo di danno biologico, e, per espresso volere di quest’ultima, è stata devoluta direttamente all’azienda (doc. 21 attrice; memoria autorizzata di parte attrice, pagg. 5-6).

A parere di questo Giudice, anche il rimborso di tale voce di danno/spesa non può essere riconosciuto a G.. Ciò, innanzitutto, perché, come eccepito da parte convenuta, non risulta agli atti alcuna indicazione dei criteri liquidativi utilizzati; inoltre, come specificato da parte attrice nella propria memoria autorizzata, detta somma venne di fatto espunta da quanto dovuto alla sig.ra F. a titolo di danno biologico e venne liquidata direttamente alla società M. S.n.c.

Ne consegue che, ad ogni modo, la somma di Euro 10.000,00 era stata calcolata da G., inizialmente, come parte del danno biologico subito dalla danneggiata, sulla cui liquidazione questo Giudice si è già espresso, e solo per ragioni transattive era stata destinata a soggetto diverso dalla sig.ra F..

Pertanto, non può riconoscersi il rimborso di tale somma, dovendosi ritenere la stessa già compresa della somma complessiva da liquidare a titolo di danno biologico, che, si ripete, ammonta ad Euro 512.913,00.

4.4. Con riguardo alle spese per l’attività stragiudiziale si osserva quanto segue.

  1. ha riconosciuto, infine, la somma di Euro 71.248,00 in favore della società G. S.r.l., con riguardo alle spese sostenute per la gestione del sinistro in fase stragiudiziale (doc. 14 attrice).
  2. contesta questa somma, ritenendola sproporzionata al valore della controversia.

Il Tribunale ritiene che la cifra liquidata a G. S.r.l. non sia congrua, in considerazione del valore della controversia ma soprattutto in considerazione dell’attività svolta dalla società, che è stata unicamente di tipo stragiudiziale. Ed invero, come osservato da U., se già inizialmente la causa fosse stata trattata in giudizio, il compenso spettante a titolo di onorari, in linea con i parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014, sarebbe stato sensibilmente inferiore, segnatamente tra i 20.000,00 e i 25.000,00 Euro, oltre oneri.

Pertanto, si ritiene equo riconoscere a G. la somma rivalutata ad oggi, di Euro 22.000,00, oltre IVA.

  1. In definitiva, dalle statuizioni che precedono, deriva il parziale accoglimento delle domande proposte dall’attrice nei confronti dei convenuti.

Il credito dell’attrice va liquidato nella complessiva somma rivalutata ad oggi di Euro 512.913,00 a titolo di danno non patrimoniale e di Euro 22.000,00, oltre IVA, a titolo di spese stragiudiziali, per un totale di Euro 534.913,00, oltre IVA sulla somma di Euro 22.000,00.

Gli interessi compensativi – secondo l’ormai consolidato indirizzo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (v. sentenza n. 1712/1995) – decorrono dalla produzione dell’evento di danno sino al tempo della liquidazione; per questo periodo, gli interessi compensativi si possono calcolare applicando un tasso annuo medio ponderato, equitativamente determinato, sul danno rivalutato.

Da oggi, giorno della liquidazione, all’effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulla somma rivalutata.

Pertanto, alla luce di tale criterio di calcolo, il convenuto U. deve essere condannato al pagamento, in favore dell’attrice, della complessiva somma di Euro 534.913,00, oltre IVA sulla somma di Euro 22.000,00, liquidata in moneta attuale, oltre:

– interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato dell’ 0,2%, sulla somma di Euro 512.913,00 dalla data del 16/09/2015 ad oggi;

– interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato dell’ 0,2%, sulla somma di Euro 22.000,00, oltre IVA dalla data del 01/02/2016 ad oggi;

– interessi, al tasso legale, sulle predette somme di Euro 512.913,00 e di Euro 22.000,00, oltre IVA, dalla data della presente sentenza al saldo effettivo.

  1. Consegue alla soccombenza la condanna del convenuto U. a rifondere all’attrice le spese processuali.

Le spese della consulenza tecnica d’ufficio vanno poste a carico del convenuto U.

La presente sentenza è dichiarata provvisoriamente esecutiva ex lege.

P.Q.M.

Il Tribunale di Milano, definitivamente pronunciando, così provvede:

– condanna il convenuto U. al pagamento, in favore dell’attrice, delle somme di Euro 512.913,00 e di Euro 22.000,00 oltre IVA, oltre interessi come specificato in motivazione;

– rigetta le altre domande ed istanze proposte dalle parti;

– pone le spese della consulenza tecnica d’ufficio a carico del convenuto U.;

– condanna il convenuto U. a rifondere all’attrice le spese processuali, che liquida in Euro 843,00 per esborsi ed anticipazioni, Euro 35.000,00 per onorario di avvocato, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre C.P.A. ed I.V.A.;

– dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

Conclusione

Così deciso in Milano, il 24 marzo 2021.

Depositata in Cancelleria il 26 marzo 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI ROMA

XIII SEZIONE

Il giudice d.ssa Paola Larosa ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 6613/2016 R.G.A.C., trattenuta in decisone in data 29.12.2020, con termini ex art. 190 c.p.c. e promossa

DA

S.D.D.,

elettivamente domiciliata in Roma Via Lorenzo Rocci n.67, presso lo studio dell’ Avv. Raffaella Di Tommaso, che, assieme all’avv. Vanessa Staffolani, la rappresenta e difende come da delega contenuta rispettivamente nella comparsa di costituzione di nuovo difensore depositata in data 27.10.2020 e a margine dell’atto di citazione;

ATTRICE

CONTRO

A.S. S.p.A.- A.S.,

in persona del legale rappresentante Avv. S.P., elettivamente domiciliata in Roma, viale G. Mazzini n.119, presso lo studio dell’Avv. Francesco Massimo Candreva, che la rappresenta e difende per delega a margine della comparsa di costituzione e risposta;

CONVENUTA

E

M.T., elettivamente domiciliato Roma, via Aurelia n.407, presso lo studio dell’Avv. Simona Martelli, che lo rappresenta e difende per delega in calce alla comparsa di costituzione e risposta;

CONVENUTO

Oggetto: risarcimento danni da responsabilità professionale;

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione ritualmente notificato S.D.D. evocava in giudizio dinanzi a questo Tribunale il dott. G.T. e la società A.S. S.p.A., affinché fosse accertata la responsabilità dei convenuti per i danni derivati dall’intervento di revisione di rinoplastica e blefaroplastica cui era stata sottoposta, da parte del medico convenuto, presso la C.C. in data 22.12.2010, con accertamento dell’inadempimento contrattuale e conseguente condanna al risarcimento del danno, di carattere patrimoniale e non, in misura pari ad Euro 45.589,00 oltre alla restituzione della somma pari ad Euro 5.353,81 versata per l’intervento, interessi e rivalutazione monetaria, e con vittoria di spese di lite da distrarsi.

In particolare, a sostegno della domanda spiegata, l’attrice deduceva quanto segue:

– Avendo già eseguito, nel 1995, un intervento chirurgico di rinoplastica per ragioni estetiche, nel 2010 si era rivolta al dott. T. per correggere l’appesantimento della regione palpebrale;

– Il dott. T. le aveva consigliato di sottoporsi ad intervento di blefaroplastica oltre che di revisione della rinoplastica per ottenere un effetto di insieme più armonico;

– Pertanto, in data 22.12.2020, si era ricoverata presso la C.C. e, nella medesima data, era stata sottoposta dal T. all’intervento programmato;

– Era stata quindi dimessa in data 23.12.2020, ed aveva corrisposto al convenuto, il quale non aveva rilasciato fattura, la somma di Euro 9.000,00 e alla Casa di Cura la somma di Euro 5.353,81, come da fatture depositate;

– Nel periodo postoperatorio aveva accusato infezioni oculari, sanguinamento e gonfiore, per le quali si era recata più volte dal convenuto per le medicazioni; aveva inoltre riscontrato postumi a carico della respirazione, consistenti in percolamento del naso e limitazione della capacità di respirazione per la quale era costretta a fare uso di gocce per agevolare l’apporto di aria;

– Si era dunque rivolta ad altri specialisti, che avevano riscontrato una non corretta esecuzione dell’intervento eseguito dal convenuto, a seguito del quale erano residuati postumi consistenti in un’alterazione del flusso aereo nasale , continuo percolamento del naso e disagio per il danno estetico subito.

Pertanto, richiamando la responsabilità di natura contrattuale dei convenuti, ne chiedeva la condanna al risarcimento di tali danni, nella misura sopra indicata.

Si costituiva in giudizio la A.S. S.p.A., deducendo la propria estraneità rispetto ai fatti allegati – atteso che gli interventi erano stati direttamente concordati tra la paziente e il dott. T. e da quest’ultimo eseguiti in forza di un rapporto professionale diretto con la paziente, ed il T. non era legato alla Casa di Cura da alcun rapporto di dipendenza – e, nel merito, l’infondatezza della domanda attorea, in assenza qualsiasi imprudenza, negligenza o imperizia da parte del sanitario convenuto nell’esecuzione degli interventi oggetto di causa, ed in assenza di prova del nesso causale tra i predetti interventi e i danni allegati. Contestava inoltre nel “quantum” la domanda attorea, chiedendone il rigetto in quanto infondata. In via subordinata svolgeva azione di rivalsa, regresso o manleva nei confronti del convenuto T. per quanto fosse stata condannata a corrispondere alla attrice. Con vittoria di spese di lite.

La causa veniva istruita mediante acquisizione dei documenti prodotti e con l’espletamento di CTU medico-legale.

Con comparsa di costituzione depositata in data 19.11.2020 si costituiva in giudizio G.T., deducendo che l’attrice era stata correttamente informata sui rischi e sulle possibili conseguenze degli interventi, che gli interventi chirurgici del 22.12.2010- che implicavano la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà- erano stati correttamente e diligentemente eseguiti, e che dagli stessi non era derivato alcun danno a carico della paziente. Chiedeva quindi il rigetto della domanda attorea in quanto infondata, con vittoria di spese di lite.

La causa era trattenuta in decisione, all’udienza del 29.12.2020, con concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. per il deposito di scritti conclusionali.

All’esito dell’istruttoria, nel merito la domanda attorea appare parzialmente fondata e va accolta, nei limiti esposti a seguire.

Si premette che, al fine della configurabilità della responsabilità invocata da parte attrice a sostegno dell’avanzata pretesa risarcitoria è necessario dimostrare che il professionista ovvero la struttura sanitaria ove questi ha operato non abbiano rispettato il dovere di diligenza su loro incombente in relazione alla specifiche obbligazioni ex art. 1176 comma 2 c.c.. A prescindere, pertanto, dalla qualificazione dell’obbligazione medica come di mezzi o di risultato, e dalla natura della responsabilità della clinica come contrattuale -per contratto di spedalità o contatto sociale con il sanitario della struttura- ovvero extracontrattuale, occorre che ne venga provato l’inadempimento o l’inesatto adempimento.

La giurisprudenza della Suprema Corte ha chiarito come debba essere ripartito l’onere probatorio tra le parti: ” Ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto o del contatto sociale e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ad allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”. (Cass n.4764/2016).

Ora, nel caso in esame l’attrice ha dimostrato, attraverso la documentazione prodotta, il titolo da cui emerge l’obbligazione dei convenuti ed ha allegato la negligenza del sanitario convenuto nell’esecuzione degli interventi di chirurgia estetica, in ragione della quale sarebbero insorti postumi permanenti.

Dalla CTU espletata e depositata in atti, svolta a firma dei dott.ri Federico Eibenstein e Giancarlo Sabatini -che appare logica nel percorso argomentativo seguito e dunque integralmente condivisibile nelle conclusioni rassegnate- è emerso che ” La descrizione dell’atto operatorio riportata nella cartella clinica della C.C. appare esaustiva. Inoltre, occorre sottolineare che non si sono verificate complicanze infettive, né emorragiche e/o altro. Comunque, se si analizza nello specifico l’intervento chirurgico così come descritto in cartella, al di là dell’accesso open perfettamente indicato in caso di rinoplastica secondaria, non si può fare a meno di rilevare che praticamente è descritta una rinosettoplastica primaria in particolare ” …Cifectomia osteocartilaginea…Osteotomie” in altri termini il dorso nasale che era già stato ridotto nel precedente intervento del 1995, viene ulteriormente abbassato determinando l’insellamento descritto e documentato fotograficamente in allegato. Inoltre, il modellamento della punta del naso, verosimilmente, ha determinato un indebolimento della crus laterale con conseguente insufficienza della valvola nasale e difficoltà respiratoria nasale. Illustrato quanto sopra si può affermare che i trattamenti medico-chirurgici somministrati all’attrice presso la C.C. convenuta non sono stati eseguiti in conformità delle metodiche medico-chirurgiche stabilite dalla prassi o dalla scienza medica e le cause sono identificabili nell’eccessiva riduzione del dorso naso e nell’indebolimento iatrogeno della crus laterale”

I CTU hanno quindi accertato, in punto di nesso causale, che ” il risultato estetico conseguente all’intervento eseguito il 22.12.2010 presso la C.C. è insoddisfacente e residuano gli esiti, riscontrati nel corso delle operazioni peritali, dettagliatamente descritti nel presente elaborato peritale…risulta evidente l’innaturale insellamento del dorso naso con sproporzione delle strutture cartilaginee che conferiscono alla piramide nasale un aspetto “posticcio”.

I CTU hanno quindi riscontrato l’esistenza di postumi permanenti in misura pari al 4% , comprensivi del danno alla integrità fisiognomica.

Inoltre hanno rilevato la totale emendabilità del danno biologico attraverso un intervento di rinoplastica correttiva secondaria, finalizzato a correggere l’insellamento del dorso del naso, l’asimmetria delle narici e l’infossamento della parete laterale sinistra, preventivando una spesa compresa tra i 10.000,00 e i 12.000,00 Euro omnicomprensivi.

Apparendo condivisibile il ragionamento svolto dai CTU, risulta dimostrata la negligenza professionale del dott. T. ed il nesso causale tra gli interventi di chirurgia plastica dallo stesso posti in essere e i postumi lamentati dalla paziente. D’altra parte, si evidenzia che la parte convenuta T. non ha fornito la prova di aver adottato le cautele prescritte dalle leges artis nell’esecuzione dell’intervento. Pertanto, a fronte della prova della sussistenza del nesso causale tra l’intervento subito ed i postumi, secondo quanto accertato dal CTU, deve ritenersi che la parte convenuta non abbia fornito la prova liberatoria del fatto che l’evento dannoso si sia verificato nonostante l’adozione e l’osservanza di tutte le cautele previste dai protocolli medici, ossia che sia derivato da un evento inevitabile e quindi non prevenibile.

Per quanto riguarda la responsabilità della Casa di Cura , si osserva che, come affermato dalla Suprema Corte con orientamento consolidato, ” il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo, insorgono a carico della casa di cura, accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale..”.(cfr. Cass. n.13953/07, Cass.n. 8826/07, Cass. n.1620/12). Ne consegue che la società gerente la Casa di Cura in cui è stato eseguito l’intervento è chiamata a rispondere sia dei pregiudizi eziologicamente ricollegabili alle proprie inadempienze specifiche che a quelle eventualmente imputabili all’operato del sanitario che al suo interno ha operato. Si osserva inoltre, sul punto, che, in assenza dell’opera professionale del personale medico, sia pure non legato alla Casa di Cura da un rapporto di lavoro di carattere subordinato, la Casa di Cura sarebbe impossibilitata a svolgere la propria attività di assistenza di carattere sanitario.

Per quanto concerne il lato interno dell’obbligazione di risarcimento-gravante in via solidale sui convenuti- la responsabilità per i postumi accertati deve attribuirsi in misura pari al 50% alla A.S. S.p.A. e per la restante quota del 50% al convenuto T..

Al fine della liquidazione del danno biologico, deve rilevarsi che i CTU hanno specificato come il danno biologico fosse emendabile del tutto attraverso un intervento riparativo, intervento che la parte attrice afferma, in comparsa conclusionale e nelle note di trattazione depositate, di avere già eseguito. Per tale ragione, costituendo una indebita duplicazione di risarcimento il riconoscimento, per un verso, della somma risarcitoria collegata al grado di invalidità riconosciuto, e, per altro, della somma necessaria per effettuare l’intervento riparatore del danno, appare equo riconoscere in favore dell’attrice, a titolo di risarcimento del danno, la somma stimata dai CTU come necessaria per emendare il danno, in misura pari ad Euro 12.000,00.

Per quanto riguarda la documentazione depositata dalla parte attrice con nota di deposito – non autorizzata- del 14.11.2020- ed il cui deposito è stato provvisoriamente ammesso all’udienza di precisazione delle conclusioni del 29.12.2020, si rileva che, pur essendo stata ammessa la produzione di detti documenti in quanto di formazione successiva alla scadenza dei termini di cui all’art.183 c.6 c.p.c., la stessa documentazione non può essere valutata al fine della quantificazione dell’obbligo risarcitorio gravante sui convenuti, in quanto non emerge, dalle fatture prodotte, alcun elemento che consenta di comprendere la tipologia di intervento per il quale sono state emesse – essendovi solo nella ricevuta n.29 rilasciata dal dott. E.N. l’indicazione, tra parentesi, di due parole non comprensibili-; né appariva possibile, come chiesto in subordine dalla parte attrice, rimettere la causa sul ruolo al fine di disporre un supplemento di CTU volto ad accertare la misura dell’emendazione dei postumi a seguito dell’intervento riparativo posto in essere secondo quanto dedotto dall’attrice, in considerazione dell’anno di iscrizione a ruolo del presente giudizio, e della conseguente inopportunità di retrocessione del giudizio, ormai giunto alla fase della precisazione delle conclusioni, alla precedente fase istruttoria.

Appare inoltre equo riconoscere in favore dell’attrice, a titolo di danno morale espressamente richiesto in atto di citazione, la somma di Euro 1.000,00 in considerazione del patimento morale consistente nella necessità di sottoporsi ad un ulteriore intervento per emendare i danni derivati dall’operato del medico convenuto.

Spetta poi all’attrice, a fronte dell’accertato inadempimento dei convenuti all’obbligo contrattuale, la restituzione della somma corrisposta per l’esecuzione degli interventi del 22.12.2010, pari secondo quanto emerge dalla documentazione in atti, ad Euro 5.353,81 (documentata in all.9), oltre che il rimborso della spesa per la perizia di parte pari ad Euro 866,00 (documentata in all.8 alla citazione), mentre, per le restanti fatture di spesa allegate all’atto di citazione, non emerge il collegamento rispetto ai fatti di causa, e pertanto alcun rimborso è dovuto.

Pertanto, la somma dovuta all’attrice dal convenuti, in solido, è pari ad Euro 19.219,81, oltre interessi legali dalla data della pubblicazione della presente sentenza al saldo.

Per quanto concerne la domanda della A.S. S.p.A. di accertamento del diritto di regresso nei confronti del T., atteso che, come sopra motivato, dell’inadempimento all’obbligo professionale medico-chirurgico devono rispondere solidalmente entrambi i convenuti, in misura pari al 50% ciascuno per quanto concerne il lato interno dell’obbligazione risarcitoria, si riconosce – per l’ipotesi in cui la società A.S. SpA abbia corrisposto a parte attrice l’intera somma stabilita dalla presente sentenza – il diritto di regresso della stessa, pro quota, nei confronti di T.G..

In base al criterio della soccombenza, i convenuti devono essere condannati, in solido, a rimborsare le spese di lite in favore di parte attrice, liquidate come da dispositivo, in applicazione dei criteri di cui al D.M. n. 55 del 2014, oltre che a sostenere in via definitiva le spese della CTU medico-legale.

P.Q.M.

il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da D.D.S. nei confronti di A.S. S.p.A.- A.S. e di T.G., così provvede:

1) condanna A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido, a pagare, in favore di D.D.S., la somma di Euro 19.219,81, oltre interessi legali dalla presente pronuncia al saldo;

2) accerta la responsabilità dei convenuti soccombenti in misura pari al 50% ciascuno, relativamente al lato interno dell’obbligazione, con diritto di regresso pro quota di A.S. S.p.A. nei confronti di T.G. per l’ipotesi in cui abbia corrisposto a parte attrice l’intera somma stabilita dalla presente sentenza;

3) condanna A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido, al pagamento delle spese di lite sostenute da parte attrice, liquidate in Euro 5.000,00 per compenso, 526,00 per spese, oltre rimborso forfettario spese generali, iva e cpa, e che si distraggono in favore dei procuratori antistatari;

4) pone le spese della CTU medico-legale definitivamente a carico di A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 20 luglio 2021.

Cass. civ., Sez. III, Sentenza, 06/06/2014, n. 12830 (rv. 631825)

Inizio modulo

Fine modulo

RESPONSABILITÀ CIVILE – Professionisti – Attività medico-chirurgica – Intervento di chirurgia estetica – Esisto peggiorativo per il paziente – Responsabilità del sanitario per mancanza di consenso informato del paziente – Sussistenza – Fondamento

Quando ad un intervento di chirurgia estetica segua un inestetismo più grave di quello che si mirava ad eliminare o attenuare, la responsabilità del medico per il danno derivatone è conseguente all’accertamento che il paziente non sia stato adeguatamente informato di tale possibile esito, ancorché l’intervento risulti correttamente eseguito. Infatti, con la chirurgia estetica, il paziente insegue un risultato non declinabile in termini di tutela della salute, ciò che fa presumere come il consenso all’intervento non sarebbe stato prestato se egli fosse stato compiutamente informato dei relativi rischi, senza che sia necessario accertare quali sarebbero state le sue concrete determinazioni in presenza della dovuta informazione. (Rigetta, App. Perugia, 31/08/2010)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di ROMA

SEZIONE DIRITTI DELLA PERSONA E IMMIGRAZIONE CIVILE

in persona del giudice monocratico dott.ssa Damiana Colla ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. 49524 del ruolo generale per gli affari contenziosi dell’anno 2018, posta in decisione all’udienza svoltasi con modalità cartolare del giorno 7 aprile 2021 e vertente

TRA

B.G., elettivamente domiciliato in Rieti, Via Garibaldi, n. 264/E, presso lo studio degli avv.ti C. Mestichelli e C. Baiocchi, che lo rappresentano e difendono per procura allegata alla comparsa di costituzione di nuovo procuratore telematicamente depositata il 9.9.2019

ATTORE

E

C.M.P. S.R.L. e G.R., quest’ultimo in proprio e quale legale rappresentante, entrambi elettivamente domiciliati in Reggio Emilia, Largo M. Gerra, n. 3, presso lo studio dell’avv.to D. Martinelli, che li rappresenta e difende per procura allegata alle note di trattazione scritta con comparsa di costituzione di nuovo procuratore telematicamente depositate il 2.4.2021

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione ritualmente notificato G.B., medico specializzato in Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica con contratto di collaborazione professionale presso il centro medico convenuto negli 2016 e 2017, ha convenuto davanti a questo Tribunale il Centro Medico Lazzaro Spallanzani ed il suo legale rappresentante, quest’ultimo anche in proprio, al fine di sentirli condannare, previo accertamento del carattere diffamatorio e lesivo della propria reputazione professionale delle affermazioni effettuate sulla stampa e sui social network meglio descritte nell’atto introduttivo, relativamente al proprio operato presso il centro, nonché inibitoria di ulteriore diffusione delle dichiarazioni diffamatorie, al risarcimento del danno subito, anche non patrimoniale, quantificato nella misura di Euro 500.000,00, pari al doppio dei compensi corrisposti in proprio favore per gli anni 2016 e 2017, ovvero nella diversa misura ritenuta di giustizia, con ordine di pubblicazione della relativa sentenza sulle testate giornalistiche indicate in citazione.

A tal fine, ha esposto che in data 4.3.18 era andata in onda sul canale Italia Uno una puntata della trasmissione “Le Iene” contenente un servizio nel quale alcune donne che avevano eseguito interventi di mastoplastica additiva presso il centro medico convenuto avevano rilasciato interviste dichiarandosi insoddisfatte dei risultati e lamentando dolore o inestetismi ad essi conseguiti; che il 9.3.2018 il convenuto aveva rilasciato un’intervista alla “Gazzetta di Reggio”, pubblicata anche online, nella quale aveva affermato che “le ragazze sentite dalle Iene rappresentano il 20% delle donne in relazione alle quali l’attore avrebbe errato l’intervento di mastoplastica effettuato nella clinica”, attribuendogli quindi la responsabilità per i seni deformati e doloranti mostrati all’interno del servizio televisivo e che “in ragione del mancato mantenimento, da parte di quest’ultimo, degli standard di qualità del Centro sarebbe stato allontanato ad agosto 2017”; che l’8.4.2018 il convenuto aveva pubblicato su Facebook una dichiarazione del seguente tenore “i casi clinici analizzati durante il servizio Le Iene si riferivano agli interventi chirurgici eseguiti dal dott. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017” e che “il CICE ha interrotto i rapporti con il dott. B. in ragione del mancato mantenimento, da parte di quest’ultimo, degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua nascita”, con la chiara indicazione dell’attore quale autore degli interventi chirurgici menzionati dal servizio televisivo; che infine parte convenuta aveva consentito la pubblicazione su Facebook di un filmato dal titolo “Io sto con il CICE”, nel quale una paziente del centro, riferendosi espressamente all’attore, aveva affermato “dovrebbe essere radiato dall’ordine dei medici ed invece è ancora a piede libero”, filmato poi ripreso anche in successiva puntata de Le Iene, sebbene epurato della parte relativa a tali affermazioni diffamatorie, con l’affermazione del G. secondo la quale “Le Iene, diffondendo il filmato in maniera parziale, avrebbe omesso la verità”, fonte di ulteriore offesa alla reputazione professionale del B..

Ha evidenziato la falsità delle notizie riferite dal convenuto all’esito della messa in onda del menzionato programma televisivo, sostenendo in particolare che non tutti gli interventi di cui al servizio televisivo fossero da ricondurre al suo operato professionale, atteso che all’epoca presso il centro in questione lavoravano anche altri medici, nonché che le complicanze verificatesi per alcune pazienti rientravano nella casistica post-operatoria, erano ampiamente descritte nel modello di consenso informato dalle medesime sottoscritto ed erano comunque tutte suscettibili di revisione chirurgica da eseguirsi di prassi, con esclusione quindi di ogni responsabilità in capo a sé medesimo, atteso che non aveva posto in essere alcuna errata attività chirurgica, responsabilità piuttosto da ricondursi al CICE ed all’inefficienza dell’intero sistema organizzativo utilizzato.

Parte convenuta si è costituita in data 6.2.2019 contestando la fondatezza dell’avversa domanda e chiedendone il rigetto.

Ha sostenuto la conformità delle dichiarazioni del G. ai parametri giurisprudenzialmente elaborati della verità della notizia, dell’interesse pubblico e continenza della stessa, con la conseguente applicazione della scriminante dell’esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero costituzionalmente tutelato.

In particolare, ha rappresentato che le dichiarazioni in contestazione, peraltro parzialmente travisate nell’atto introduttivo ed infedelmente riportate, si erano rese necessarie, sulla stampa e su social network, all’esito della trasmissione Le Iene del 4.3.2018, la quale aveva gettato in maniera indiscriminata grave discredito sul centro medico convenuto, con la conseguente necessità di pubblicazione dei dati statistici di incidenza del rischio clinico nel decennio 2007/2017 e l’opportunità di effettuare alcune precisazioni al fine di ristabilire una corretta informazione circa l’attività del CICE, struttura sanitaria regolarmente autorizzata per l’erogazione delle prestazioni chirurgiche, peraltro sempre ritualmente verificate senza rilievi negativi dalle competenti autorità preposte al controllo.

Concessi i termini ex art. 183, sesto comma, c.p.c. e ritenuta all’esito la causa matura per la decisione senza necessità delle prove orali richieste da entrambe le parti, l’udienza fissata per la precisazione delle conclusioni del 7.4.2021, derivante da differimento a causa dell’emergenza sanitaria, è stata oggetto di trattazione cartolare come da Provv. del 24 gennaio 2021, cui è seguita la concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. per scritti conclusivi, depositati da entrambe le parti.

La domanda non è fondata e deve pertanto essere respinta alla luce delle considerazioni che seguono.

In tema di offese all’altrui reputazione, di libertà di stampa, di diritto di cronaca e di critica vanno preliminarmente ribaditi i principi più volte affermati dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione e condivisi da questo giudice, applicabili in genere ad ogni dichiarazione indirizzata ad una pluralità di destinatari.

La diffamazione non può essere fonte di risarcimento dei danni quando il giornalista eserciti legittimamente i diritti di cronaca e di critica giornalistica, entrambi espressione della libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’art. 21 della Costituzione. Presupposti per il legittimo esercizio del diritto di cronaca sono, come è noto, l’interesse del pubblico alla conoscenza delle notizie diffuse, la correttezza dell’esposizione dei fatti – in ciò propriamente si sostanzia la cd. continenza (formale) -, e infine la corrispondenza tra la narrazione ed i fatti realmente accaduti, nel senso che deve essere assicurata l’oggettiva verità del racconto. Va ribadito che quest’ultimo requisito tollera le inesattezze (anche di carattere tecnico) o le incompletezze che possono ritenersi irrilevanti se riferite a particolari di non decisivo rilievo e privi di valore informativo, a condizione che quindi venga rispettata la verità della notizia nel suo nucleo essenziale.

I medesimi canoni valgono inoltre quando, come nella fattispecie, alla cronaca si aggiungano valutazioni critiche dei fatti stessi eventualmente lesive della reputazione altrui, nel senso che il giudizio critico per rimanere nei limiti della liceità deve trarre spunto dalla realtà oggettiva e quindi da fatti realmente accaduti.

E’ pur vero che, nell’esercizio del diritto di critica è necessario il rispetto del nucleo essenziale di verità del fatto relativamente al quale la critica è svolta (ed in mancanza del quale la critica sarebbe pura congettura e possibile occasione di dileggio e di mistificazione), ma è innegabile altresì che in tal caso l’onere del rispetto della verità sia più attenuato rispetto all’ipotesi di mera cronaca giornalistica, atteso che “la critica esprime un giudizio di valore che, in quanto tale, non può pretendersi rigorosamente obiettivo” (Cass. Pen., n. 43403 del 18.6.2009).

La critica è infatti, per sé stessa, espressione di un’opinione, che come tale non può essere rigorosamente obiettiva e che comunque non ha nulla a che vedere col diritto di cronaca. La critica non può che essere soggettiva e quindi non può che corrispondere al punto di vista di chi la manifesta. Infatti, “Il diritto di critica non è soggetto a un giudizio di verità per l’opinabilità intrinseca ad ogni giudizio individuale, che esprime convincimenti, valori, credenze necessariamente differenti tra individui nei vari gruppi sociali” (Cass. pen., sez. V., 8 maggio 1998, n. 6584).

Ciò posto, considerate le contestazioni di parte convenuta circa la non corretta riproduzione nell’atto introduttivo delle dichiarazioni ritenute diffamatorie, occorre riportarle testualmente, per come risultanti dal fascicolo dell’attore, agli allegati nn. 3 e 4, con la precisazione che il post asseritamente pubblicato dal convenuto su Facebook l’8.4.2018 risulta estratto direttamente dal social network solo in allegato alla terza memoria ex art. 183 c.p.c., sebbene originariamente risulti riprodotto dallo stesso B. in una mail dal medesimo inviata il 10.4.2018 al difensore che ha introdotto il giudizio (testualmente a “studio Manfredi”), verosimilmente copiato dalla pagina Facebook (i due testi del post risultano comunque di identico contenuto).

In particolare, dalla menzionata mail allegata al n. 3 da parte attrice si evince che le dichiarazioni pubblicate su Facebook l’8.4.2018 alle 12.45 erano del seguente tenore: “Le Iene hanno preso un granchio. I pochi casi clinici analizzati durante il servizio de “Le Iene” si riferiscono quasi unicamente agli interventi chirurgici eseguiti dal Dr. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017 e che ha operato circa 600 pazienti, di cui solo il 3% ha lamentato complicanze (19 casi a noi noti). Non sono quindi “decine e decine” di interventi andati male, come invece segnalato dalle Iene con toni allarmistici. Il CICE ha interrotto i rapporti con il Dr. B. in ragione del mancato mantenimento degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua stessa nascita. I casi trattati dal Dr. B. che hanno richiesto un intervento chirurgico di revisione sono stati presi in carico e trattati in forma integralmente gratuita per i pazienti dal dott. V.C. responsabile del CICE, con la risoluzione della complicanza”.

L’allegato n. 4 del fascicolo introduttivo è invece relativo al brano a firma di L.G. pubblicato sulla versione online della Gazzetta di Reggio del 10.3.2018 dal titolo: “Reggio Emilia: seni “low cost”, partita la denuncia del Cice alle Iene” e dal sottotitolo: “Dopo il servizio delle Iene, il Cice presenta querela: allontanato ad agosto il chirurgo che ha operato le donne intervistate” (il medesimo articolo nella versione cartacea risulta depositato, pur se scarsamente leggibile, solo unitamente alla terza memoria ex art. 183 c.p.c.). Il contenuto del brano è del seguente tenore: “REGGIO EMILIA. Lo avevano annunciato, e alla fine hanno mantenuto la promessa. Il Centro italiano chirurgia estetica di Reggio Emilia (Cice) ha denunciato la trasmissione “Le Iene” dopo il servizio televisivo andato in onda domenica 4 marzo, intitolato “Ragazze rovinate dalla clinica low cost”. Dolori, inestetismi, visite effettuate via WhatsApp. Questa la sintesi di quanto mostrato su Italia Uno. Tutto “assolutamente falso e tendenzioso” per i dirigenti della struttura tanto che, per tutelare la loro immagine “fortemente danneggiata” dal servizio, hanno dato mandato ai propri legali – gli avvocati N.T. e F.L. – di denunciare quanto successo all’autorità giudiziaria “affinché la magistratura possa fare subito chiarezza”.

Il succo della critica rivolta alla giornalista di M. non è tanto l’aver mostrato eventi o fatti mai realmente accaduti quanto, piuttosto, l’aver fatto passare il messaggio che tutto il lavoro svolto all’interno del Cice sia approssimativo e mal svolto.

“Il nostro è un centro di eccellenza – ci spiega il direttore generale R.G. mentre ci fa visitare la struttura – che in dieci anni di attività ha eseguito 8.573 interventi di chirurgia estetica, con una incidenza di complicanze inferiore al 4%, tutte risolte con una ulteriore prestazione erogata in forma assolutamente gratuita per le pazienti”. Complicanze che, ammette apertamente G., ci possono essere “come in qualunque altro intervento. Ma le clienti sono informate con largo anticipo sui rischi che, tengo a ribadirlo visto il messaggio che è passato sulle Iene, da noi sono più contenuti rispetto ad altre realtà. Sempre in dieci anni abbiamo avuto 13 richieste di risarcimento, lo 0,1% del totale contro una media del 34,5% di incidenza nelle strutture italiane. E su tredici, cinque le abbiamo vinte in sede giudiziale, due con soccombenza parziale e le rimanenti sono ancora aperte”. Insomma, prezzi moderati non vogliono dire qualità moderata. Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo. “Si trattava di un medico – prosegue il direttore generale – che abbiamo assunto a settembre 2016 e che in un anno ha eseguito circa 600 interventi. Di queste donne, 17 sono dovute tornare una seconda volta per delle complicanze o perché non erano soddisfatte e l’80% ha risolto poi il problema. L’altro 20% sono le ragazze sentite dalle Iene. Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017”. Infine, ci viene spiegato, le foto mandate via WhatsApp non sostituiscono le visite “che comunque avvengono il giorno prima o il giorno stesso dell’operazione. Se fossimo dei venditori di tabacco avremmo tutto l’interesse a operare sempre e invece capita spesso che, purtroppo, dobbiamo annullare tutto. Ad esempio questa settimana su 30 interventi ne abbiamo cancellati tre”.

Ciò posto, occorre premettere che nella presente sede non possono essere oggetto di esame né i contenuti del servizio de “Le Iene” (se non quale mero presupposto dell’odierno giudizio), non essendo contestato alcunchè della trasmissione nella presente sede (e nemmeno convenuta in giudizio l’emittente televisiva, il direttore responsabile e l’autrice del servizio), né il contenuto del brano giornalistico pubblicato sulla Gazzetta di Reggio, se non limitatamente all’intervista rilasciata dall’odierno convenuto, non essendo citati i soggetti legittimati secondo la legge sulla stampa, né invero essendo in contestazione il contenuto del brano, ma solo quello dell’intervista a R.G. in esso riportata.

Ciò posto, con riferimento all’intervista del 9.3.2018 deve altresì premettersi che nell’intero brano non sono in alcun modo menzionate espressamente le generalità dell’odierno attore, con ogni conseguenza sotto il profilo del difetto di legittimazione attiva in capo al B. per quanto concerne la diffamazione asseritamente derivante dall’intervista, atteso che il contenuto delle dichiarazioni asseritamente offensive non risulta indirizzato direttamente al B., né questo risulta destinatario facilmente individuabile delle stesse.

Anche a prescindere comunque da tale assorbente rilievo e considerando individuabile l’odierno attore attraverso l’intervista in questione (quantomeno in relazione alla cerchia di dipendenti e collaboratori del centro, nonché tra i pazienti del medesimo), deve osservarsi nel merito che il convenuto G. ha legittimamente espresso in entrambe le occasioni un giudizio in chiave critica circa l’operato professionale del B., quale conseguenza del servizio delle Iene (oggetto di contestazione in altra sede), esponendo in tal modo una sua valutazione soggettiva, da ricondurre a verità quanto al suo nucleo essenziale, espressa con toni pacati, in relazione a notizia di interesse pubblico, specie in considerazione del risalto assunto dal precedente servizio delle Iene.

Tutte le espressioni in contestazione sopra riportate del G. – tanto con riferimento all’intervista, quanto al post su Facebook – appaiono infatti, ad avviso del giudicante, estrinsecazione del diritto di critica, quale espressione del principio costituzionalmente garantito della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.).

Posto che nulla è in contestazione circa l’interesse pubblico della notizia e la sua continenza espressiva, la verità della notizia contenuta nell’intervista in oggetto deve ritenersi sussistente, nei limiti sopra esposti in cui tale presupposto deve essere inteso con rifermento alla manifestazione di opinione critica.

Ebbene, le affermazioni contenute nel brano giornalistico che concernono l’odierno attore, pur senza nominarlo esplicitamente, sono le seguenti: “Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo. “Si trattava di un medico – prosegue il direttore generale – che abbiamo assunto a settembre 2016 e che in un anno ha eseguito circa 600 interventi. Di queste donne, 17 sono dovute tornare una seconda volta per delle complicanze o perché non erano soddisfatte e l’80% ha risolto poi il problema. L’altro 20% sono le ragazze sentite dalle Iene. Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017”.

Invero, le menzionate affermazioni dell’intervistato appaiono in generale di natura critica rispetto al servizio andato in onda su Le Iene (circa il fatto che tutto il lavoro svolto presso il Cice fosse “approssimativo e mal svolto”) e, in particolare, risultano volte a fornire un chiarimento in termini statistici circa gli interventi menzionati nel servizio stesso ed attribuiti al B. (non esplicitamente); viene affermato al riguardo il fatto, non contestato, che il medico in questione aveva effettuato in un anno di servizio presso il centro medico compreso tra il 2016 ed il 2017 circa 600 interventi.

Su tale cifra complessiva di interventi da esso eseguiti il G. afferma che solo 17 pazienti di quelle da lui operate sono state sottoposte a nuovo trattamento chirurgico “per delle complicanze o perché non erano soddisfatte” e che conseguentemente ad esso l’80% di esse ha risolto il problema (ossia 13 di esse circa), mentre la restante parte (ossia 4 di esse) ha manifestato la sua insoddisfazione alle Iene.

La documentazione allegata conferma quanto sostenuto in termini di verità del nucleo essenziale della notizia, nel senso che una minima parte delle pazienti operate dall’attore in quel periodo ha mostrato complicanze (17 pazienti su 600 interventi), che la maggior parte di questi casi (80%) sono stati risolti con un secondo intervento presso il centro e che solo una parte residua (il 20% di 17) non ha risolto le

complicanze, denunciandole alle Iene ed intentando azioni giudiziali ovvero formulando richieste risarcitorie stragiudiziali; cinque dei sei casi oggetto del servizio, cui l’intervista giornalistica è riferita, risultano infatti essere relativi a pazienti originariamente operate dall’attore, con la conseguenza che il nucleo essenziale della notizia corrisponde a verità; del resto, anche la circostanza che la gran parte delle pazienti con complicanze dal medesimo operate sono state sottoposte ad un secondo intervento presso il centro risulta provata dalla copiosa documentazione prodotta.

Invece, la circostanza che le complicanze fossero errori chirurgici o rientrassero piuttosto nelle conseguenze post-operatorie menzionate nel modulo di consenso informato sottoscritto dalle pazienti non è oggetto di valutazione da parte di questo giudice (considerazione in base alla quale le istanze istruttorie orali sono state respinte, con ordinanza riservata del 16.10.2019, qui integralmente richiamata, atteso che gran parte di esse è riferita alla richiesta di pareri medico-legali sul corretto operato dell’attore negli specifici casi in contestazione, in inammissibile sostituzione di consulenza tecnica), bensì di quello al quale sono devolute le relative domande risarcitorie (dagli atti e dai documenti risulta altresì che per alcune pazienti è stato quantificato in sede giudiziale un danno biologico permanente compreso tra il 7 ed il 9%), né è menzionato alcunchè dal G. nel brano, in termini di colpa medica ed errori chirurgici (il medesimo si esprime infatti unicamente in termini di “complicanze” e nella parte precedente dell’intervista afferma che esse in generale per il centro medico si erano attestate intorno al 4% degli 8.573 interventi effettuati in dieci anni, con trattamento gratuito e reingresso in sala operatoria e solo 13 richieste risarcitorie).

Ed ancora, anche (e soprattutto) le frasi “Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017” e “Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo” corrispondono al parametro della verità della notizia.

Infatti, analizzando la documentazione prodotta dalla parte convenuta (cfr., in particolare, estratto verbale dell’Unità Gestione Rischio del 20.12.17, in atti) si evince che, nonostante la bassa percentuale di complicanze post-operatorie rappresentata dallo stesso G. nell’intervista tanto con riferimento al centro nel complesso quanto agli interventi eseguiti dal B. in particolare, il contenzioso giudiziale e stragiudiziale che ne era scaturito fosse comunque aumentato a seguito dell’ingresso del medesimo nell’equipe medica del centro rispetto al decennio precedente, con maggiore incidenza del rischio (passato dal 4,11% al 17,88, con aumento del 13% circa), tanto da aver determinato la cessazione del rapporto di collaborazione tra centro medico e chirurgo.

In altri termini, quanto al contenzioso, emerge che mentre per il decennio 2007/2017 da 8753 interventi (946 solo nel 2017, ivi compresi quelli effettuati dall’attore) sono scaturiti 13 procedimenti giudiziali (di cui 7 ancora pendenti e 4 definiti, come da comparsa di costituzione e risposta), per il biennio 2016/2017 da 509 interventi effettuati dall’attore sono scaturiti 6 procedimenti in fase giudiziale e 15 in fase stragiudiziale (dati riferiti al momento della costituzione in giudizio di parte convenuta), risultandone inoltre già definiti 3 con transazione ed oneri economici a carico del centro a seguito di perizia medica di parte che aveva accertato l’esistenza di un danno permanente da ricondursi ad errore chirurgico.

A prescindere dunque dal numero di complicanze post-operatorie, ciò che ha determinato l’interruzione del rapporto di collaborazione professionale tra le parti (pacificamente da ricondurre all’agosto del 2017 e dunque ad epoca precedente di alcuni mesi al servizio de Le Iene, per come correttamente riferito nel brano dal G.) risulta essere stato l’innalzamento del livello di contenzioso giudiziale e stragiudiziale riscontrato per gli anni 2016 e 2017 in relazione agli interventi effettuati dal B. e di ciò parte convenuta ha dato atto nell’intervista in questione, per la parte da ultimo riportata (“non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro”), atteso che negli standard qualitativi non può essere compresa solo l’evidenza delle complicanze post-operatorie, ma anche – evidentemente – l’entità del contenzioso scaturita dalle complicanze rimaste irrisolte.

Analogamente, con riferimento al post su Facebook dell’8.4.2018 oggetto di contestazione.

Questo risulta riferito esclusivamente ai casi esaminati nel servizio de Le Iene ed appare pubblicato a commento dello stesso, a seguito del clamore suscitato dalla messa in onda del programma in data 4.3.2018.

In particolare, si afferma il vero quando si dice che “I pochi casi clinici analizzati durante il servizio de “Le Iene” si riferiscono quasi unicamente agli interventi chirurgici eseguiti dal Dr. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017 e che ha operato circa 600 pazienti”, considerato che le medesime risultano nominativamente individuate sin dal primo scritto difensivo di parte convenuta senza alcuna specifica contestazione da parte dell’attore circa il fatto che siano state sue pazienti (risultano denunciati nel servizio i casi di sei pazienti del centro, cinque delle quali operate dal B.; cfr., altresì prima memoria ex art. 183 c.p.c. di parte attrice), che la collaborazione professionale è durata un anno e che il numero dei pazienti dal medesimo operati è stato pari a 509 (con una sfasatura con quanto dichiarato che tuttavia consente di ritenere vera la notizia nel suo nucleo essenziale, considerato l’uso della parola “circa” accanto a “600 pazienti”), il tutto per come evincibile dalla documentazione allegata da parte convenuta e comunque non specificamente contestato.

Sebbene poi il numero delle complicanze sia ridotto in percentuale dal 4% al 3% rispetto al contenuto del brano sulla Gazzetta di Reggio, la discrepanza non appare tale da incidere sul generale contesto di verità nel quale la notizia è resa, la quale è comunque presentata come nota di merito per il centro nel senso che “solo il 3% ha lamentato complicanze (19 casi a noi noti)”, in modo da contrastare il dato asseritamente fuorviante fornito nel servizio televisivo (“Non sono quindi “decine e decine” di interventi andati male, come invece segnalato dalle Iene con toni allarmistici”), con la precisazione ulteriore (e la rassicurazione) che comunque “I casi trattati dal Dr. B. che hanno richiesto un intervento chirurgico di revisione sono stati presi in carico e trattati in forma integralmente gratuita per i pazienti dal dott. V.C. responsabile del CICE, con la risoluzione della complicanza”.

Nella riportata prospettiva, infine, per l’affermazione secondo la quale “Il CICE ha interrotto i rapporti con il Dr. B. in ragione del mancato mantenimento degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua stessa nascita” valgono le medesime considerazioni sopra esposte.

Invero, il parametro del mancato mantenimento degli standard della prestazione professionale erogata dall’attore risulta, per come documentato, quello del contenzioso conseguente a complicanze post-operatorie da essa scaturito, laddove sul punto la documentazione allegata conferma la maggiore incidenza di esso rispetto al periodo precedente, circostanza legittimamente posta dal centro a fondamento della cessazione del rapporto di collaborazione professionale menzionata dal G. (risultano prodotti nel fascicolo di parte convenuta e non specificamente contestati dalla controparte non solo elenchi e frontespizi delle cartelle cliniche delle pazienti sottoposte a revisione chirurgica a seguito di interventi eseguiti dall’attore, ma anche tutti gli atti giudiziali e stragiudiziali, transazioni, diffide ed esiti di visite medico-legali riferite al predetto contenzioso, con accertamento di danno biologico permanente in capo ad alcune pazienti diverse da quelle menzionate nel servizio, invece tutte ancora con accertamenti in corso all’epoca della costituzione di parte convenuta).

Alla luce delle considerazioni esposte sotto il profilo della verità della notizia, pertanto, il legittimo esercizio del diritto di critica, quale espressione del più generale principio costituzionale di libertà di manifestazione del pensiero, appare nella specie scriminare il contenuto asseritamente diffamatorio delle dichiarazioni della parte convenuta.

A ciò si aggiunga, da ultimo, che non risultano affatto utilizzate (né invero sono oggetto di doglianza nell’atto introduttivo) espressioni esorbitanti dal concetto di continenza formale, tenuto conto del contesto indubbiamente critico del quale l’inchiesta in esame risulta espressione. Per quanto riguarda il requisito della continenza, infatti, va ricordato che “Il diritto di critica giornalistica può essere esercitato anche in modo “graffiante”, ma con il parametro della proporzione tra l’importanza del fatto e la necessità della sua esposizione anche in chiave critica ed i contenuti espressivi con i quali la critica è esercitata. Pertanto, la critica non deve trascendere in attacchi e aggressioni personali diretti a colpire, sul piano individuale, la figura morale del soggetto criticato” (tra le tante, v. Cass. civ., Sez. 3, 20 ottobre 2006, n. 22527); ebbene, nella specie, deve essere rilevata la totale assenza di qualsivoglia espressione che esuli dai concetti di moderazione, misura e proporzione nelle modalità espressive. Le espressioni utilizzate esprimono un giudizio indubbiamente critico rispetto, sebbene nel complesso appaiono assolutamente pacate e non trasmodano affatto in attacchi personali o denigrazione della persona dei destinatari, risultando piuttosto espressione di una esposizione dei fatti in forma civile e comunque non eccedente rispetto allo scopo informativo/critico da conseguire, né tale da manifestare un deliberato intento denigratorio, tenuto conto altresì del fatto che anche il limite della continenza opera, analogamente a quello della verità, in maniera meno rigorosa nell’esercizio del diritto di critica proprio in considerazione della soggettività della narrazione e del giudizio che essa tende ad esprimere, proprio della polemica politica e sociale cui si riferisce (Cass., 29730/2010 e Cass., n. 43403/2009).

Da ultimo, non può essere oggetto di esame nel presente procedimento quanto dedotto nell’atto introduttivo circa l’esistenza di un asserito filmato dal titolo “Io sto con il Cice” diffuso sulla pagina Facebook del centro medico (e parzialmente riportato in una successiva puntata de Le Iene) in cui una paziente del centro avrebbe dichiarato, riferendosi espressamente all’attore: “Dovrebbe essere radiato dall’ordine dei medici ed invece è ancora a piede libero”; invero, a prescindere da ogni considerazione circa la responsabilità del centro medico per quanto dichiarato da una sua paziente, del filmato non vi è traccia agli atti di causa è non è dunque possibile prenderne visione ai fini della decisione (nemmeno delle dichiarazioni al riguardo attribuite al G., il quale secondo l’atto introduttivo contestualmente alla sua diffusione da parte delle Iene avrebbe dichiarato “Le Iene, diffondendo il filmato in maniera parziale, avrebbero omesso la verità”); né al mancato deposito della copia del filmato in contestazione avrebbe potuto supplire il non ammesso interrogatorio formale del G., considerata l’ineludibile necessità di prenderne visione nella sua interezza al fine di valutare il contesto nel quale le dichiarazioni sono state rese dal convenuto, l’autore delle stesse ed il loro esatto tenore, in quanto peraltro parzialmente rese da un terzo soggetto (che risulta tra i pazienti del centro, come da allegati frontespizi delle cartelle cliniche in atti); analogamente deve dirsi con riferimento alla richiesta di esibizione del video alla piattaforma Facebook di cui alla terza memoria ex art. 183 c.p.c., in quanto ormai rimosso e presente sulla medesima solo per il periodo compreso tra il marzo ed il giugno 2018, per espressa ammissione di parte attrice e peraltro da ritenersi prova diretta, tardivamente richiesta.

La domanda attrice deve, in conclusione, essere interamente respinta, rimanendo assorbita nella decisione ogni altra richiesta.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo (scaglione individuato in base alla somma domandata a titolo di risarcimento – complessità media per le fasi di studio ed introduttiva, minima per quella istruttoria, meramente documentale, e decisionale, svoltasi con modalità cartolare e senza elementi di novità rispetto a quelle precedenti).

P.Q.M.

Il tribunale, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, così provvede:

– rigetta la domanda;

– condanna l’attore alla rifusione delle spese di lite nei confronti di parte convenuta, complessivamente liquidate in Euro 15.478,00 per compensi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 6 settembre 2021.

Depositata in Cancelleria il 8 settembre 2021.

BOLOGNA AVVOCATO ARRESTO IN FLAGRANZA CONVALIDA PENALE PROCESSO

BOLOGNA AVVOCATO ARRESTO IN FLAGRANZA CONVALIDA PENALE PROCESSO

E’ configurabile lo stato di flagranza del reato di maltrattamenti in famiglia purché il singolo episodio lesivo risulti non isolato, ma quale ultimo anello di una catena di comportamenti violenti o in altro modo lesivi, che tale episodio delittuoso sia avvenuto immediatamente prima e che l’autore di esso si sia dato alla fuga ovvero sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appare che egli abbia appena commesso il reato

Cass. pen., Sez. VI, 27/05/2020, n. 17853

Inizio modulo

Fine modulo

E’ configurabile lo stato di flagranza del reato di maltrattamenti in famiglia purché il singolo episodio lesivo risulti non isolato, ma quale ultimo anello di una catena di comportamenti violenti o in altro modo lesivi, che tale episodio delittuoso sia avvenuto immediatamente prima e che l’autore di esso si sia dato alla fuga ovvero sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appare che egli abbia appena commesso il reato. E’ possibile, dunque, affermare che nell’ipotesi in cui il reato per il quale si procede è quello abituale di maltrattamenti ai danni di un familiare, l’arresto in flagranza debba considerarsi legittimamente eseguito non solamente quando gli agenti della polizia giudiziaria hanno assistito ad una frazione di quelle condotte maltrattanti che costituiscono l’elemento oggettivo del delitto, ma anche quando siano intervenuti subito dopo la commissione di tale illecito e abbiano accertato che l’autore si sia dato alla fuga ovvero sia trovato con cose o tracce dimostrative della immediatamente precedente commissione del reato: “tracce” che possono essere qualificate come tutti quegli elementi fattuali che, oggetto di accertamenti o di altre iniziative di indagine della polizia giudiziaria, possono essere acquisite o rilevate per la loro idoneità a dimostrare l’esistenza del reato.

Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 25/02/2021, n. 21494 (rv. 281210-01)

Inizio modulo

Fine modulo

INDAGINI PRELIMINARI – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – “quasi flagranza” – “tracce” del reato – Nozione – Fattispecie

In tema di arresto in flagranza, per la configurabilità della c.d. “quasi flagranza”, la nozione di tracce del reato non va considerata in senso solo letterale, ma può comprendere anche l’atteggiamento assunto dall’autore del fatto o dalla persona offesa ove costituisca, con assoluta probabilità, un indicatore dell’avvenuta perpetrazione del reato in termini di stretta contiguità temporale rispetto all’intervento della polizia giudiziaria. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittimo l’arresto per il reato di furto, eseguito in “quasi flagranza” sulla base del comportamento dell’indagato che, alla vista di agenti di polizia municipale, tentava di fuggire liberandosi di confezioni di merce, poi risultata sottratta poco prima da banchi espositivi di esercizi commerciali della zona). (Annulla senza rinvio, TRIBUNALE GENOVA, 17/11/2020)

Cass. pen., Sez. II, 08/09/2020, n. 29215

Inizio modulo

Fine modulo

Integra il reato di rapina impropria la condotta dell’agente che, al fine di impossessarsi di quanto sottratto ovvero per conseguire l’impunità, impedisca alle forze dell’ordine – tramite la pregressa apposizione di automezzi in prossimità del luogo di commissione del fatto in numero e in posizione tale da ostacolare l’accesso di automezzi delle stesse forze dell’ordine – di intervenire prontamente, determinando un conseguente ritardo nell’esecuzione delle operazioni di polizia giudiziaria finalizzate all’identificazione e all’eventuale arresto in flagranza del reo nonché al compimento delle operazioni di sopralluogo e degli altri atti di assicurazione della prova: in tal caso, la predetta condotta impeditiva, configura un’ipotesi di violenza alla persona, intesa come violenza impropria, avendo la stessa coartato la libertà di autodeterminazione degli appartenenti delle forze dell’ordine che, conseguentemente, per il semplice ritardo imposto al loro intervento, sono stati costretti a fare, tollerare od omettere le azioni doverose di contrasto a cui erano tenuti.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 19/05/2021, n. 25331 (rv. 281749-01)

INDAGINI PRELIMINARI – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – Quasi flagranza – Sorpresa dell’indiziato con cose o tracce del reato commesso “immediatamente prima” – Nozione – Fattispecie

In tema di convalida dell’arresto, ricorre lo stato di quasi-flagranza nel caso in cui l’indagato sia sorpreso dalla polizia giudiziaria con cose e tracce inequivocamente rivelatrici della recentissima commissione del delitto. (Fattispecie in cui la Corte, in riforma dell’impugnata ordinanza, ha ritenuto che legittimamente la polizia giudiziaria avesse proceduto all’arresto nella quasi flagranza del reato di lesioni, dal momento che l’indagato aveva dichiarato spontaneamente agli operanti “state cercando me” e recava sulla gamba il segno del morso infertogli dalla vittima nella colluttazione, quali tracce della contiguità temporale tra il fatto-reato e la constatazione degli operanti). (Annulla in parte senza rinvio, GIP TRIBUNALE REGGIO CALABRIA, 16/03/2021)

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 18/05/2021, n. 21019 (rv. 281508-02)

Inizio modulo

Fine modulo

REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE – Delitti – Dei pubblici ufficiali – Concussione – In genere – Utilità – Nozione – Inclusione del vantaggio anche di natura non patrimoniale – Sussistenza – Fattispecie

In tema di concussione, il termine “utilità” include tutto ciò che rappresenta un vantaggio per la persona, pur se di natura non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile, e dunque anche l’accrescimento del proprio prestigio professionale ovvero della propria considerazione nella comunità lavorativa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto integrato il reato di concussione, e non invece quello di violenza privata, in relazione alle condotte costrittive poste in essere da un carabiniere nei confronti di un cittadino straniero per indurlo ad acquistare una partita di eroina e consentirgli di effettuare un arresto in flagranza, così da acquisire benemerenze utili ai fini della progressione in carriera, l’assegnazione ad altri reparti e l’affidamento di incarichi fiduciari). (Rigetta, CORTE APPELLO BRESCIA, 17/12/2019)

DANNO OSPEDALE E MEDICO COME PROVARE IL DANNO MEDICO COLPA MEDICA

DANNO OSPEDALE E MEDICO COME PROVARE IL DANNO MEDICO COLPA MEDICA

LA CASSAZIONE ENUNCIA IL SEGUENTE PRINCIPIO:

ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l’inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica, o l’insorgenza di nuove patologie, e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l’esatta esecuzione della prestazione”

Cass. civ. Sez. III, Sent., (ud. 04-07-2019) 11-11-2019, n. 28992 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente – Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere – Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere – Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere – Dott. VALLE Cristiano – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 27225-2017 proposto da: C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G.B. VICO 22, presso lo studio dell’avvocato CARLO PICARONE, rappresentato e difeso dall’avvocato PAOLO ROBERTO RISOTTI; – ricorrente – contro V.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TAGLIAMENTO, 76, presso lo studio dell’avvocato FAUSTO TARSITANO, che lo rappresenta e difende; ISTITUTO ORTOPEDICO GALEAZZI SPA, in persona del Vice Presidente Dott. R.P., elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE DEI MELLINI, 44, presso lo studio dell’avvocato NICOLA ADRAGNA, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati STEFANO DALLE DONNE, VITTORIO GELPI; – controricorrenti – e contro UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA; – intimata – avverso la sentenza n. 2109/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 16/05/2017; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 04/07/2019 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito l’Avvocato ROBERTO RISOTTI PAOLO; udito l’Avvocato NICOLA ADRAGNA; udito l’Avvocato FAUSTO TARSITANO; Svolgimento del processo 1. C.L. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Milano l’Istituto Clinico San Siro s.p.a. (poi Istituto Ortopedico Galeazzi s.p.a.) e V.R. chiedendo il risarcimento del danno nella misura di Euro 392.496,00 o altro importo di giustizia. Espose in particolare parte attrice quanto segue. Nell’anno 2002 il C. aveva subito presso l’Istituto Clinico San Siro intervento chirurgico di menistectomia al ginocchio sinistro, cui nel 2003 aveva fatto seguito presso la medesima struttura sanitaria, con il Dott. V. quale operatore, l’artroprotesi totale nel ginocchio sinistro. Dopo circa due settimane dall’ultima operazione era emersa al ginocchio sinistro una patologia flogistica settica per la quale il V. aveva eseguito ripetute artrocentesi (drenaggi percutanei con siringa) le quali avevano avuto come conseguenza la formazione di sepsi con setticemia. Fra il 2007 ed il 2009 nuovamente il V. aveva sottoposto l’attore a due interventi di sinoviectomia, con ricovero dopo il secondo intervento per una grave sepsi al ginocchio sinistro. In seguito nel 2009 e nel 2010 presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano il C. era stato sottoposto a due ulteriori interventi, il primo di rimozione della protesi settica ed il secondo di impianto di una nuova protesi. Si costituirono entrambi i convenuti chiedendo il rigetto della domanda e chiamando in causa le società assicuratrici. 2. Il Tribunale adito, previa CTU, rigettò la domanda. 3. Avverso detta sentenza propose appello il C.. Si costituirono le parti appellate chiedendo il rigetto dell’appello. 4. Con sentenza di data 16 maggio 2017 la Corte d’appello di Milano rigettò l’appello. Osservò la corte territoriale che sia nel caso di responsabilità extracontrattuale che nel caso di responsabilità contrattuale incombeva sull’attore l’onere della prova del nesso di causalità fra la condotta del sanitario e l’evento e che non solo l’onere non era stato assolto, ma dalla CTU era positivamente emersa l’assenza del nesso eziologico ed in particolare: la sepsi da stafilococco non aureo, apparsa nel ricovero del febbraio 2009, a sei anni di distanza dal primo intervento chirurgico, non era attribuibile alla protesizzazione del ginocchio sinistro, non essendo state documentate complicanze infettive in sede di intervento e nulla era emerso dalla documentazione relativa al periodo 10 ottobre 2003-12 novembre 2007, sicchè costituiva una complicanza infettiva insorta per la prima volta nel ricovero del gennaio 2009, limitata ai tessuti molli superficiali del ginocchio, facilmente debellata con il trattamento antibiotico ed insorta nonostante la corretta applicazione dei protocolli di profilassi infettiva in ambito ortopedico, sulla quale aveva verosimilmente inciso lo stato diabetico del paziente; i ripetuti episodi di tenosinovite manifestatisi nel 2007 erano riconducibili ad un complesso clinicopatologico a carattere neoplastico benigno ad insorgenza spontanea. Concluse nel senso che era da escludere che l’insorgenza della sepsi con setticemia fosse stata causata dagli interventi di artrocentesi e dalla veicolazione dello stafilococco mediante uno strumento chirurgico non adeguatamente sterilizzato. 5. Ha proposto ricorso per cassazione C.L. sulla base di quattro motivi. Resistono con distinti controricorsi l’Istituto Ortopedico Galeazzi s.p.a. e V.R.. E’ stata depositata memoria di parte. Motivi della decisione 1. Con il primo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1218, 2043, 2697 e 1123 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che il creditore deve provare solo la sussistenza del contratto ed allegare l’inadempimento del medico e che, sulla base della regola del “più probabile che non”, doveva ritenersi che lo stafilococco era stato necessariamente trasmesso con uno strumento chirurgico non adeguatamente sterilizzato e/o causa di una o più delle numerose atrocentesi. 1.1. Il motivo è infondato. La questione posta dal motivo di censura attiene al rapporto fra responsabilità contrattuale nel campo medico e causalità materiale. Negare che incomba sul paziente creditore di provare l’esistenza del nesso di causalità fra l’inadempimento ed il pregiudizio alla salute, come si assume nel motivo, significa espungere dalla fattispecie costitutiva del diritto l’elemento della causalità materiale. Di contro va osservato che la causalità relativa tanto all’evento pregiudizievole, quanto al danno conseguenziale, è comune ad ogni fattispecie di responsabilità, contrattuale ed extracontrattuale, quale portato della distinzione fra causalità ed imputazione. La causalità attiene al collegamento naturalistico fra fatti accertato sulla base delle cognizioni scientifiche del tempo ovvero su basi logico-inferenziali. Essa attiene alla relazione probabilistica (svincolata da ogni riferimento alla prevedibilità soggettiva) tra condotta ed evento di danno (e fra quest’ultimo e le conseguenze risarcibili), da ricostruirsi secondo un criterio di regolarità causale, integrato, se del caso, da quelli dello scopo della norma violata e dell’aumento del rischio tipico, previa analitica descrizione dell’evento (cfr. Cass. sez. U. 11 gennaio 2008, n. 576 pag. 13 e Cass. 11 luglio 2017, n. 17084), mentre su un piano diverso si colloca la dimensione soggettiva dell’imputazione. Quest’ultima corrisponde all’effetto giuridico che la norma collega ad un determinato comportamento sulla base di un criterio di valore, che è rappresentato dall’inadempienza nella responsabilità contrattuale e dalla colpa o il dolo in quell’aquiliana (salvo i casi di imputazione oggettiva dell’evento nell’illecito aquiliano – artt. 2049, 2050, 2051 e 2053 c.c.). Che la causalità materiale si iscriva a pieno titolo anche nella dimensione della responsabilità contrattuale trova una testuale conferma nell’art. 1227 c.c., comma 1, che disciplina proprio il fenomeno della causalità materiale rispetto al danno evento sotto il profilo del concorso del fatto colposo del creditore (Cass. 19 luglio 2018, n. 19218; 21 luglio 2011, n. 15991), mentre il comma 2 attiene, come è noto, alle conseguenze pregiudizievoli del danno evento (c.d. causalità giuridica). Ogni forma di responsabilità è dunque connotata dalla congiunzione di causalità ed imputazione. Su questo tronco comune intervengono le peculiarità della responsabilità contrattuale. 1.1.1. Il tratto distintivo della responsabilità contrattuale risiede nella premessa della relazionalità, da cui la responsabilità conseguente alla violazione di un rapporto obbligatorio. Il danno derivante dall’inadempimento dell’obbligazione non richiede la qualifica dell’ingiustizia, che si rinviene nella responsabilità extracontrattuale, perchè la rilevanza dell’interesse leso dall’inadempimento non è affidata alla natura di interesse meritevole di tutela alla stregua dell’ordinamento giuridico, come avviene per il danno ingiusto di cui all’art. 2043 c.c. (cfr. Cass. Sez. U. 22 luglio 1999, n. 500), ma alla corrispondenza dell’interesse alla prestazione dedotta in obbligazione (arg. ex art. 1174 c.c.). E’ la fonte contrattuale dell’obbligazione che conferisce rilevanza giuridica all’interesse regolato. Se la soddisfazione dell’interesse è affidata alla prestazione che forma oggetto dell’obbligazione vuol dire che la lesione dell’interesse, in cui si concretizza il danno evento, è cagionata dall’inadempimento. La causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento. La causalità acquista qui autonomia di valutazione solo quale causalità giuridica, e dunque quale delimitazione del danno risarcibile attraverso l’identificazione del nesso eziologico fra evento di danno e danno conseguenza (art. 1223 c.c.). L’assorbimento pratico della causalità materiale nell’inadempimento fa si che tema di prova del creditore resti solo quello della causalità giuridica (oltre che della fonte del diritto di credito), perchè, come affermato da Cass. Sez. U. 30 ottobre 2001 n. 13533 del 2001, è onere del debitore provare l’adempimento o la causa non imputabile che ha reso impossibile la prestazione (art. 1218 c.c.), mentre l’inadempimento, nel quale è assorbita la causalità materiale, deve essere solo allegato dal creditore. Non c’è quindi un onere di specifica allegazione (e tanto meno di prova) della causalità materiale perchè allegare l’inadempimento significa allegare anche nesso di causalità e danno evento. Tale forma del rapporto fra causalità materiale e responsabilità contrattuale attiene tuttavia allo schema classico dell’obbligazione di dare o di fare contenuto nel codice civile. Nel diverso territorio del facere professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta secondo le regole generali sopra richiamate. Sul punto valgono le seguenti considerazioni. 1.1.2. Se l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore, causalità ed imputazione per inadempimento tornano a distinguersi anche sul piano funzionale (e non solo su quello strutturale) perchè il danno evento consta non della lesione dell’interesse alla cui soddisfazione è preposta l’obbligazione, ma della lesione dell’interesse presupposto a quello contrattualmente regolato. La distinzione fra interesse strumentale, affidato alla cura della prestazione oggetto di obbligazione, ed interesse primario emerge nel campo delle obbligazioni di diligenza professionale. La prestazione oggetto dell’obbligazione non è la guarigione dalla malattia o la vittoria della causa, ma il perseguimento delle leges artis nella cura dell’interesse del creditore. Il danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute. Benchè guarigione dalla malattia o vittoria della causa non siano dedotte in obbligazione, esse non costituiscono un motivo soggettivo che resti estrinseco rispetto al contratto d’opera professionale, ma sono tipicamente connesse all’interesse regolato perchè la possibilità del loro soddisfacimento è condizionata dai mutamenti intermedi nello stato di fatto determinati dalla prestazione professionale. L’interesse corrispondente alla prestazione oggetto di obbligazione ha natura strumentale rispetto ad un interesse primario o presupposto, il quale non ricade nel motivo irrilevante dal punto di vista contrattuale perchè non attiene alla soddisfazione del contingente ed occasionale bisogno soggettivo ma è connesso all’interesse regolato già sul piano della programmazione negoziale e dunque del motivo comune rilevante al livello della causa del contratto. Non c’è obbligazione di diligenza professionale del medico o dell’avvocato se non in vista, per entrambe le parti, del risultato della guarigione dalla malattia o della vittoria della causa. Dato che il danno evento nelle obbligazioni di diligenza professionale riguarda, come si è detto, non l’interesse corrispondente alla prestazione ma l’interesse presupposto, la causalità materiale non è praticamente assorbita dall’inadempimento. Quest’ultimo coincide con la lesione dell’interesse strumentale, ma non significa necessariamente lesione dell’interesse presupposto, e dunque allegare l’inadempimento non significa allegare anche il danno evento il quale, per riguardare un interesse ulteriore rispetto a quello perseguito dalla prestazione, non è necessariamente collegabile al mancato rispetto delle leges artis ma potrebbe essere riconducibile ad una causa diversa dall’inadempimento. La violazione delle regole della diligenza professionale non ha dunque un’intrinseca attitudine causale alla produzione del danno evento. Aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie non sono immanenti alla violazione delle leges artis e potrebbero avere una diversa eziologia. Si riespande così, anche sul piano funzionale, la distinzione fra causalità ed imputazione soggettiva sopra delineata. Persiste, nonostante l’inadempienza, la questione pratica del nesso eziologico fra il danno evento (lesione dell’interesse primario) e la condotta materiale suscettibile di qualificazione in termini di inadempimento. Il creditore ha l’onere di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico e, posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento, ha anche l’onere di provare quella connessione, e lo deve fare sul piano meramente naturalistico sia perchè la qualifica di inadempienza deve essere da lui solo allegata, ma non provata (appartenendo gli oneri probatori sul punto al debitore), sia perchè si tratta del solo profilo della causalità materiale, il quale è indifferente alla qualifica in termini di valore rappresentata dall’inadempimento dell’obbligazione ed attiene esclusivamente al fatto materiale che soggiace a quella qualifica. La prova della causalità materiale da parte del creditore può naturalmente essere raggiunta anche mediante presunzione. Argomentare diversamente, e cioè sostenere che anche nell’inadempimento dell’obbligazione di diligenza professionale non emerga un problema pratico di causalità materiale e danno evento, vorrebbe dire implicitamente riconoscere che oggetto della prestazione è lo stato di salute in termini di guarigione o impedimento della sopravvenienza dell’aggravamento o di nuove patologie, ma ciò non è perchè il parametro per valutare se c’è stato inadempimento dell’obbligazione professionale è fornito dall’art. 1176 c.c., comma 2, il quale determina il contenuto della prestazione in termini di comportamento idoneo per il conseguimento del risultato utile. Per riprendere le parole di un’autorevole dottrina della metà del secolo scorso, la guarigione o l’impedimento della sopravvenienza dell’aggravamento o di nuove patologie dipendono troppo poco dalla volontà del medico e dalla collaborazione del malato perchè possano essere dedotte in obbligazione. Lo stato di salute, come si è detto, integra la causa del contratto, ma l’obbligazione resta di diligenza professionale. La causalità materiale nella disciplina delle obbligazioni non è così soltanto causa di esonero da responsabilità per il debitore (art. 1218 c.c.), e perciò materia dell’onere probatorio di quest’ultimo, ma è nelle obbligazioni di diligenza professionale anche elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio ove risulti allegato il danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie. Il creditore di prestazione professionale che alleghi un evento di danno alla salute, non solo deve provare quest’ultimo e le conseguenze pregiudizievoli che ne siano derivate (c.d. causalità giuridica), ma deve provare anche, avvalendosi eventualmente pure di presunzioni, il nesso di causalità fra quell’evento e la condotta del professionista nella sua materialità, impregiudicata la natura di inadempienza di quella condotta, inadempienza che al creditore spetta solo di allegare. 1.1.3. Una volta che il creditore abbia provato, anche mediante presunzioni, il nesso eziologico fra la condotta del debitore, nella sua materialità, e l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie, sorgono gli oneri probatori del debitore, il quale deve provare o l’adempimento o che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione a lui non imputabile. Emerge così un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il nesso di causalità materiale che il creditore della prestazione professionale deve provare è quello fra intervento del sanitario e danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie; il nesso eziologico che invece spetta al debitore di provare, dopo che il creditore abbia assolto il suo onere probatorio, è quello fra causa esterna, imprevedibile ed inevitabile alla stregua dell’ordinaria diligenza di cui all’art. 1176, comma 1, ed impossibilità sopravvenuta della prestazione di diligenza professionale (art. 1218). Se la prova della causa di esonero è stata raggiunta vuol dire che l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di una nuova patologia è si eziologicamente riconducibile all’intervento sanitario, ma il rispetto delle leges artis è nella specie mancato per causa non imputabile al medico. Ne discende che, se resta ignota anche mediante l’utilizzo di presunzioni la causa dell’evento di danno, le conseguenze sfavorevoli ai fini del giudizio ricadono sul creditore della prestazione professionale, se invece resta ignota la causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione di diligenza professionale, ovvero resta indimostrata l’imprevedibilità ed inevitabilità di tale causa, le conseguenze sfavorevoli ricadono sul debitore. E’ bene rammentare che tali principi si collocano nell’ambito delle regole sull’onere della prova, le quali assumono rilievo solo nel caso di causa rimasta ignota. Si tratta quindi della regola residuale di giudizio grazie alla quale la mancanza, in seno alle risultanze istruttorie, di elementi idonei all’accertamento, anche in via presuntiva, della sussistenza o insussistenza del diritto in contestazione determina la soccombenza della parte onerata della dimostrazione rispettivamente dei relativi fatti costitutivi o di quelli modificativi o estintivi (Cass. 16 giugno 1998, n. 5980; 16 giugno 2000, n. 8195; 7 agosto 2002, n. 11911; 21 marzo 2003, n. 4126). 1.1.4. Va data così continuità all’orientamento di questa Corte che nel tempo si è consolidato e secondo cui incombe sul creditore l’onere di provare il nesso di causalità fra la condotta del sanitario e l’evento di danno quale fatto costitutivo della domanda risarcitoria, non solo nel caso di responsabilità da fatto illecito ma anche nel caso di responsabilità contrattuale (Cass. 26 luglio 2017, n. 18392, cui sono conformi: Cass. 26 febbraio 2019, n. 5487; 17 gennaio 2019, n. 1045; 20 novembre 2018, n. 29853; 30 ottobre 2018, nn. 27455, 27449, 27447, 27446; 23 ottobre 2018, n. 26700; 20 agosto 2018, n. 20812; 13 settembre 2018, n. 22278; 22 agosto 2018, n. 20905; 19 luglio 2018, n. 19204; 19 luglio 2018, n. 19199; 13 luglio 2018, n. 18549; 13 luglio 2018, n. 18540; 9 marzo 2018, n. 5641; 15 febbraio 2018, nn. 3704 e 3698; 7 dicembre 2017, n. 29315; 14 novembre 2017, n. 26824; si vedano tuttavia già prima Cass. 24 maggio 2006, n. 12362; 17 gennaio 2008, n. 867; 16 gennaio 2009, n. 975; 9 ottobre 2012, n. 17143; 26 febbraio 2013, n. 4792; 31 luglio 2013, n. 18341; 12 settembre 2013, n. 20904; 20 ottobre 2015, n. 21177; 9 giugno 2016, n. 11789). 1.1.5. In conclusione va affermato ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, il seguente principio di diritto: “ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l’inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica, o l’insorgenza di nuove patologie, e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l’esatta esecuzione della prestazione”. A tale principio di diritto si è attenuta la corte territoriale. Quanto al resto la censura attiene al giudizio di fatto in ordine all’assolvimento dell’onere probatorio che è giudizio non sindacabile in quanto tale nella presente sede di legittimità. 2. Con il secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che non è controversa la circostanza della pluralità di artrocentesi eseguite e che alla luce delle numerosissime artrocentesi non era comprensibile come la Corte d’appello avesse potuto sostenere che era stata riscontrata l’assenza di complicanze infettive dal primo intervento fino al 2007. 2.1. Il motivo è inammissibile. La censura attiene al giudizio di fatto il quale in quanto tale non è sindacabile nella presente sede di legittimità. Peraltro il giudizio di fatto svolto dalla corte territoriale contempla la circostanza che il ricorrente definisce come incontroversa. 3. Con il terzo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 61, 196 e 359 c.p.c., art. 111 Cost., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che il CTU era un medico specializzato in ortopedia e che sia il Tribunale che la Corte d’appello hanno disatteso l’istanza di nuova consulenza a mezzo di un medico infettivologo. Aggiunge che il CTU non ha in alcun modo indagato sulle origini dell’insorgere dell’infezione, nè ha svolto accertamenti sulle numerose artrocentesi, essendosi limitato a parlare di corretta applicazione dei protocolli di profilassi infettiva in ambito ortopedico. 3.1. Il motivo è inammissibile. Il rinnovo dell’indagine tecnica rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito (Cass. 24 gennaio 2019, n. 2103; 29 settembre 2017, n. 22799). Le circostanze relative alla consulenza tecnica possono rilevare sul piano motivazionale, quale omesso esame di fatto controverso e decisivo o di assenza del requisito motivazionale dell’atto giurisdizionale, ma non quale sindacato sull’esercizio del potere di disporre la consulenza. 4. Con il quarto motivo si denuncia omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva il ricorrente che la corte territoriale ha omesso di esaminare le seguenti circostanze: mancanza di competenze infettivologhe da parte del consulente; la CTU non fornisce spiegazioni circa le differenze fra stafilococco non aureo e stafilococco epidermidis; non è stato esaminato se un processo infettivo vi fosse già a partire dal 2003; il ricovero nel 2009 per sepsi setticemica e la rimozione della protesi smentiscono le conclusioni del consulente; mancato esame del fatto che il 5 maggio 2009, in pieno corso della gravissima infezione, al C. fosse stato prescritto l’uso di farmaci omeopatici; era stata disattesa l’istanza di esibizione ai sensi dell’art. 210 c.p.c. di tutte le cartelle cliniche e schede ambulatoriali. 4.1 Il motivo è inammissibile. La denuncia di vizio motivazionale non attiene a fatti storici, di cui sarebbe stato omesso l’esame, ma a valutazioni e rilievi in ordine alla CTU svolta, oltre che al mancato accoglimento di istanza istruttoria. L’unica circostanza di fatto denunciata è quella della prescrizione di farmaci omeopatici, ma rispetto a tale circostanza non si indicano le specifiche ragioni di decisività nel quadro dei fatti costitutivi della domanda. 5. L’assestamento della giurisprudenza in ordine alla questione del nesso causale costituisce ragione di compensazione delle spese processuali. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene rigettato, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1 – quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione. P.Q.M. Rigetta il ricorso. Dispone la compensazione delle spese processuali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13. Dispone che in caso di utilizzazione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle persone fisiche riportati nella sentenza. Così deciso in Roma, il 4 luglio 2019. Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2019

INFORTUNIO MORTALE LAVORO DANNO

 

 

 

INFORTUNIO MORTALE LAVORO DANNO

Tenuto poi conto della necessità di capitalizzare il risarcimento, occorre moltiplicare tali somme per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie corrispondente, nel rapporto tra la vittima e del coniuge, all’età del più giovane tra i due, e, nel rapporto tra la vittima e ciascuno dei figli, al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno (Cass. n. 6619/2018), con esclusione in ogni caso dei coefficienti di capitalizzazione di cui al r.d. numero 1403/1922 i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’articolo 1223 c.c. (Cass. n. 20615/2015, Cass. n. 18093/2020); a tale riguardo risultano invece legittimamente utilizzabili coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente della materia del danno aquiliano (Cass. n. 10499/2017).avvocato-erede-legittimo-10

Ritiene questa Corte che i coefficienti da utilizzare ai fini che qui interessano possono essere tratti dalla tavola 7 di cui alle tabelle per il calcolo di capitali attuali delle rendite di inabilità e di quelli a favore dei superstiti dei lavoratori deceduti a causa dell’evento lesivo (Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2006), che applicano, con riferimento all’età del superstite al momento dell’evento (nel caso di specie verificatosi nel 2008) per il coniuge XX (nata nel 1978) il coefficiente di 29,6328 (30 anni), per il figlio J (nato nel 2002) il coefficiente di 12,2674 (6 anni), per la figlia W (nata nel 2005) il coefficiente di 14,2829: moltiplicando la quota di reddito spettante a ciascuno per il rispettivo coefficiente si ottiene € 296,328,00 per la moglie, € 61.337,00 per il figlio J ed € 71.414,50 per la figlia W.

Al danno patrimoniale così determinato con riferimento alla data dell’evento mortale deve — per ciascuno degli attori — aggiungersi il danno non patrimoniale per la perdita del rapporto parentale, liquidato dal primo giudice in € 326.000,00 (importo non contestato sotto alcun profilo) e deve, poi, detrarsi l’importo di € 198.157,00 (incontestatamente determinato dal primo giudice per quanto ricevuto dagli attori da parte di altri responsabili e dall’assicuratore sociale INAIL): il credito risarcitorio ammonta quindi ad € 424.171,00 per la moglie, € 189.180,00 per il figlio J ed € 199.257,50 per la figlia W.

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

SECONDA SEZIONE CIVILE

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Giampiero Maria Fiore – Presidente

dott. Antonella Palumbi – Consigliere Relatore

dott. Mariacolomba Giuliano – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. 836/2014 promossa da:

ALFA SOCIETA’ COOPERATIVA AGRICOLA (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Mauro Brighi e dell’avv. Antonio Trentin (c.f. omissis) Via San Petronio Vecchio, 4/2 Bologna;

APPELLANTE

contro

XX in proprio e per i figli minori J e W (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Andrea Fabozzo e dell’avv. Andrea Assogna (c.f. omissis) presso l’avv. Andrea Fabozzo – Via Castiglione, 24 Bologna;

APPELLATI-APPELLANTI INCIDENTALI

YY (c.f. omissis)

APPELLATO contumace

in punto a

“appello avverso sentenza n. 1016/2013 Tribunale Forlì”

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da note scritte depositate per l’udienza cartolare del 10.11.2020.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza n. 1016/2013 il Tribunale di Forlì, pronunciando nella causa promossa da XX, in proprio e quale esercente la potestà sui figli minori J e W, dichiarava la responsabilità del convenuto YY, nella veste di legale rappresentante della società ‘Alfa’ Società Cooperativa Agricola, per la morte di B. S., avvenuta in data 29 giugno 2008 presso la sede della predetta società, col concorso di colpa della vittima in misura di 1/3; condannava il convenuto a pagare a titolo di risarcimento dei danni, oltre interessi legali dalla data della sentenza al saldo, € 402.562,00 a XX in proprio nonché € 178.562,00 per ciascuno dei figli minori J e W, condannava inoltre la terza chiamata ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la a tenere indenne il convenuto YY delle somme da questa dovute agli attori; condannava il convenuto e la terza chiamata a pagare in solido agli attori le spese del grado, compensandole invece tra il convenuto e la terza chiamata.

Riteneva il Tribunale che il convenuto, nella veste di legale rappresentante della terza chiamata ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la, era responsabile per la mancata adozione delle misure di prevenzione specificamente indicate dall’articolo 83 D.lgs. n. 81/2008 (avvertimento dell’esistenza nell’impianto elettrico su cui operava B. S. di parti attive non protette) nonché per la mancata predisposizione di apposito piano di lavoro attesa la natura complessa dell’intervento eseguito dal B. S., responsabilità ascrivibile, ai sensi dell’articolo 26 del citato decreto legislativo, alla società ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la quale committente del lavoro; che la vittima B. S., essendosi imprudentemente accostato ai terminali dell’interruttore generale rimasti attivi, aveva concorso alla causazione dell’evento mortale in misura pari a 1/3; che il pregiudizio patito dagli attori per la scomparsa del marito (XX) e del padre (J e W) aveva natura sia patrimoniale che non patrimoniale; che, avuto riguardo al reddito medio annuo di cui la vittima era titolare (€ 42.000,00), alla presumibile durata della sua attività lavorativa (34 anni), alla percentuale del reddito di cui i congiunti avrebbero goduto (1/3 alla moglie per 34 anni, 1/6 a ciascuno dei figli per 20 anni), agli importi massimi stabiliti dalle tabelle del Tribunale di Milano nel 2013 per il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, detratto quanto già ricevuto aliunde per il medesimo titolo (€ 198.157,00 per ciascuno degli attori) e tenuto conto del concorso di responsabilità della vittima pari a 1/3, a XX residuava un credito di € 402.562,00 ed a ciascuno dei figli un credito di € 178.562,00 mentre non venivano calcolati gli accessori sulle predette somme, tenuto conto, quanto al danno non patrimoniale, dell’applicazione delle tabelle relative all’epoca della sentenza e non già all’epoca del decesso e, quanto al danno patrimoniale, dell’avvenuto arrotondamento del reddito annuo della vittima; che, in assenza di contestazioni al riguardo, il convenuto aveva diritto a farsi indennizzare dalla società di cui era legale rappresentante.

Avverso questa sentenza proponeva appello ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la, affidato a unico motivo di impugnazione con cui denunciava l’eccessività della liquidazione del danno patrimoniale, in quanto basata sul reddito imponibile anziché sul reddito netto (detratte cioè le imposte e ritenute di legge) e senza applicare, inoltre, il correttivo del coefficiente per la costituzione delle rendite temporanee e dello scarto tra vita lavorativa e aspettativa di vita.

Si costituiva XX, in proprio e quale esercente la potestà genitoriale sui figli minori J e W, chiedendo il rigetto dell’appello e svolgendo appello incidentale avverso il riconoscimento del concorso di responsabilità a carico della vittima, statuizione di cui rilevava l’illogicità rispetto all’affermazione, pure presente in sentenza, della complessità dell’intervento eseguito da B. S., della “..difficoltà obiettiva nell’individuare le parti rimaste in tensione nonostante che il trasformatore fosse fuori servizio..”, della non abnormità e non eccezionalità della manovra eseguita in concreto dal lavoratore, della regolarità e della prevedibilità del rischio, poi effettivamente realizzatosi, mediante quelle condotte la cui omissione è stata ascritta a responsabilità del YY, nella cennata qualità di legale rappresentante ‘Alfa

Rimaneva contumace YY.

La causa veniva posta in decisione sulle conclusioni precisate dalle parti con note scritte depositate per l’udienza del 10/11/2020 trattata con le modalità di cui all’articolo 83 comma 7 lettera h, D.L. n. 18/2020, essendo scaduti all’8.2.20221 i termini per le comparse conclusionali e le memorie di replica.

***

Preliminarmente, si osserva che le deduzioni ed argomentazioni difensive svolte dall’appellante nella comparsa conclusionale risultano ammissibili solo nei limiti in cui sono dirette a contrastare l’appello incidentale (volto ad escludere il concorso di responsabilità in capo alla vittima), ma non anche ai fini del riesame dell’accertamento di responsabilità in capo ad ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la (di cui la difesa fa, infatti, questione), in quanto tale punto avrebbe dovuto essere oggetto di specifica censura da formularsi con l’atto d’appello, nel quale invece, come si è rilevato, viene contestata unicamente la liquidazione del danno patrimoniale (quantum), con conseguente acquiescenza riguardo all’accertamento predetto (an).

***

Quanto alle questioni che questa Corte è chiamata a riesaminare, risulta preliminare valutare in primis il motivo su cui si basa l’appello incidentale.

Il motivo è fondato.

La concorrente responsabilità attribuita alla vittima è incoerente con le premesse e la descrizione dei fatti, quali incontestatamente ricostruiti nella gravata sentenza con riferimento, non censurato da nessuna delle parti, al rapporto degli ispettori AUSL e ai testi sentiti.

Infatti, nel rapporto risulta che l’impianto elettrico della centrale frigorifera, il cui guasto ha reso necessario l’intervento eseguito da B. S., era privo dei requisiti richiesti dall’art. 340.1 della norma CEI 64-8/3, in quanto non disponeva di un sistema di alimentazione di riserva, sicché l’alimentazione provvisoria (realizzata prima dell’intervento del B. S. per evitare il deterioramento degli alimenti conservati nella cella frigorifera per il tempo necessario a riparare il guasto) aveva cambiato sostanzialmente la configurazione dell’impianto mettendo in tensione quelle parti di esso che diversamente, in condizioni di normale fuori servizio del trasformatore, non sarebbero state attive ed il cui contatto da parte del B. S. ne ha provocato la morte per folgorazione; le parti predette erano costituite dai terminali dell’interruttore, posti in ambiente scarsamente illuminato e non facilmente riconoscibili dal B. S. che operava in prossimità; risultavano inoltre assenti tanto il piano di lavoro che il piano di intervento, entrambi invece necessari attesa la tipologia e la natura del lavoro che il B. S. doveva eseguire; risultava infine assente qualunque cartello monitore di avvertimento della presenza di parti attive nonostante il fuori servizio del trasformatore, avvertimento che avrebbe reso il B. S. consapevole del rischio che correva.

Per contro, nessun rilievo è formulato nel rapporto riguardo alla condotta della vittima.

Questa essendo la ricostruzione dei fatti, non è possibile ravvisare alcuna violazione di norme di prudenza, specifica o generica, da parte della vittima, la quale operava ritenendo (erroneamente ma incolpevolmente, proprio per il legittimo affidamento ingenerato dalla mancanza di cartelli monitori) che non vi fosse tensione elettrica in nessuna delle parti dell’impianto su cui doveva intervenire.

Di conseguenza, nessuna efficienza causale nella verificazione dell’evento mortale è ascrivibile al B. S. e nessuna decurtazione è applicabile alla liquidazione del danno spettante alla vedova ed ai figli di B. S.

***

Quanto al motivo di impugnazione formulato dall’appellante principale, esso è fondato per quanto attiene alla base reddituale rispetto alla quale può calcolarsi il danno patrimoniale da lucro cessante rappresentato dal venir meno del contributo economico di cui la moglie ed i figli del defunto avrebbero usufruito ove il congiunto non fosse morto.

«In caso di morte del danneggiato, anche il risarcimento dei danni patrimoniali derivanti ai congiunti postula l’adozione di un metodo di calcolo funzionale all’accertamento del reddito netto su cui determinare il danno futuro subito dagli eredi, sulla base della detrazione, dal reddito stesso, sia del relativo carico fiscale, sia della cosiddetta “quota sibi” (della parte, cioè, del reddito che il defunto avrebbe speso per sé), quota che può legittimamente quantificarsi come percentuale del reddito complessivo al lordo delle imposte e delle contribuzioni..» (Cass. numero 6321/2000, conforme Cass. n. 11007/2003, Cass. n. 4186/2004, Cass. n. 10.304/2009, Cass. n. 10.853/2012): il principio è consolidato e costantemente ribadito dalla Suprema Corte, sicché, risultando ad essa contraria la scelta del Tribunale di prendere in esame invece il reddito imponibile, la sentenza va sul punto riformata, prendendo in considerazione il reddito medio netto quale evincibile dalle dichiarazioni fiscali della vittima prodotte in causa.

Da esse risulta un reddito netto per l’anno di imposta 2006 pari ad € 23.020,00, per l’anno 2007 pari ad € 35.095,00 e per l’anno 2008 pari ad € 31.771,00 sicché, essendo pari ad € 29.962,00 la media di essi, il reddito netto da prendere in considerazione ai fini che qui interessano può farsi pari ad € 30.000,00 (importi, questi, esposti anche in atto d’appello e non contestati dagli appellati).

Quanto alla cosiddetta “quota sibi”, il Tribunale ne ha correttamente tenuto conto laddove ha determinato la quota del reddito della vittima che sarebbe andata a beneficio dei congiunti superstiti in misura pari ad 1/3 per la moglie e ad 1/6 per ciascuno dei figli, così risultando, per differenza, pari a 1/3 la “quota sibi”: determinazione che va confermata in assenza di specifica censura da parte dell’appellante principale.

Pertanto, la base di calcolo per il risarcimento del danno patrimoniale patito dai congiunti di B. S. per la perdita delle elargizioni che sarebbero state loro erogate dal defunto risulta pari, quanto alla moglie, ad € 10.000,00 e, quanto a ciascuno dei figli, ad € 5.000,00.

Tenuto poi conto della necessità di capitalizzare il risarcimento, occorre moltiplicare tali somme per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie corrispondente, nel rapporto tra la vittima e del coniuge, all’età del più giovane tra i due, e, nel rapporto tra la vittima e ciascuno dei figli, al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno (Cass. n. 6619/2018), con esclusione in ogni caso dei coefficienti di capitalizzazione di cui al r.d. numero 1403/1922 i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’articolo 1223 c.c. (Cass. n. 20615/2015, Cass. n. 18093/2020); a tale riguardo risultano invece legittimamente utilizzabili coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente della materia del danno aquiliano (Cass. n. 10499/2017).

Ritiene questa Corte che i coefficienti da utilizzare ai fini che qui interessano possono essere tratti dalla tavola 7 di cui alle tabelle per il calcolo di capitali attuali delle rendite di inabilità e di quelli a favore dei superstiti dei lavoratori deceduti a causa dell’evento lesivo (Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2006), che applicano, con riferimento all’età del superstite al momento dell’evento (nel caso di specie verificatosi nel 2008) per il coniuge XX (nata nel 1978) il coefficiente di 29,6328 (30 anni), per il figlio J (nato nel 2002) il coefficiente di 12,2674 (6 anni), per la figlia W (nata nel 2005) il coefficiente di 14,2829: moltiplicando la quota di reddito spettante a ciascuno per il rispettivo coefficiente si ottiene € 296,328,00 per la moglie, € 61.337,00 per il figlio J ed € 71.414,50 per la figlia W.

Al danno patrimoniale così determinato con riferimento alla data dell’evento mortale deve — per ciascuno degli attori — aggiungersi il danno non patrimoniale per la perdita del rapporto parentale, liquidato dal primo giudice in € 326.000,00 (importo non contestato sotto alcun profilo) e deve, poi, detrarsi l’importo di € 198.157,00 (incontestatamente determinato dal primo giudice per quanto ricevuto dagli attori da parte di altri responsabili e dall’assicuratore sociale INAIL): il credito risarcitorio ammonta quindi ad € 424.171,00 per la moglie, € 189.180,00 per il figlio J ed € 199.257,50 per la figlia W.

Null’altro è dovuto a titolo di rivalutazione ed interessi compensativi, non essendo stata contestata la relativa statuizione del primo giudice a riguardo.

Sono invece dovuti gli interessi legali, riconosciuti nella gravata sentenza dal 24/12/2013 al saldo.

Nulla è dovuto in restituzione dagli appellati all’appellante, attesa la maggior liquidazione (seppur di poco) riconosciuta in questa sede.

Tenuto conto dell’esito del giudizio, si ravvisa un’ipotesi di soccombenza reciproca che giustifica la compensazione integrale delle spese del grado.

PQM

La Corte, in parziale accoglimento dell’appello principale e dell’appello incidentale, e per l’effetto, la sentenza n. 1016/2013 del tribunale di Forlì che per il resto:

1) dichiara la responsabilità di YY per la morte di B. S., con esclusione di qualsivoglia concorso di colpa di quest’ultimo;

2) condanna YY pagare, titolo di risarcimento dei danni, le seguenti somme, cui dovranno aggiungersi gli interessi legali dal 24/12/2013 al saldo: a) € 424.171,00 a XX in proprio, b) € 189.180,00 a XX quale genitore esercente la potestà sul figlio J, c) € 199.257,00 a XX quale genitore esercente la potestà sulla figlia W;

3) compensa integralmente le spese del grado tra l’appellante principale e gli appellanti incidentali.

Bologna, nella camera di consiglio della seconda sezione civile, il 12.3.2021

Il Consigliere estensore

dott. Antonella Palumbi

Misure cautelari reali – Sequestro preventivo immobile – ABUSI EDILIZI

 

Misure cautelari reali – Sequestro preventivo immobile –

Con la sentenza n. 12878 del 29/01/2003, Innocenti, Rv. 223721, le Sezioni Unite hanno affermato il principio, proprio in tema di sequestro preventivo di manufatti abusivi ultimati, per cui “Il sequestro preventivo di cosa pertinente al reato e’ consentito anche nel caso di ipotesi criminosa gia’ perfezionatasi, purche’ il pericolo della libera disponibilita’ della cosa stessa – che va accertato dal giudice con adeguata motivazione – presenti i requisiti della concretezza e dell’attualita’ e le conseguenze del reato, ulteriori rispetto alla sua consumazione, abbiano connotazione di antigiuridicita’, consistano nel volontario aggravarsi o protrarsi dell’offesa al bene protetto che sia in rapporto di stretta connessione con la condotta penalmente illecita e possano essere definitivamente rimosse con l’accertamento irrevocabile del reato”.

 

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|28 maggio 2021| n. 21088

Misure cautelari reali – Sequestro preventivo immobile – Ricorso per cassazione –

avvocato-successione-nuova-2

ABUSI EDILIZI IMMOBILE ABUSIVO

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENTILI Andrea – Presidente

Dott. SEMERARO Luca – rel. Consigliere

Dott. GAI Emanuela – Consigliere

Dott. REYNAUD Gianni Filippo – Consigliere

Dott. MENGONI Enrico – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 12/01/2021 del TRIB. LIBERTA’ di PALERMO;

udita la relazione svolta dal Consigliere SEMERARO LUCA;

sentite le conclusioni del PG MOLINO PIETRO;

Il PG chiede l’annullamento senza rinvio;

udito il difensore:

l’avv. (OMISSIS), anche in sostituzione dell’avv. (OMISSIS), si associa alle conclusioni del P.G.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con l’ordinanza del 12 gennaio 2021il Tribunale del riesame di Palermo ha accolto l’appello del pubblico ministero avverso l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo del 12 novembre 2020 con la quale e’ stata disposta le revoca del decreto genetico di sequestro preventivo dell’immobile della Euro (OMISSIS) s.p.a., di cui e’ legale rappresentante (OMISSIS), per l’insussistenza del periculum in mora, ferma la sussistenza del fumus del reato Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, ex articolo 44.

Il Tribunale del riesame ha pertanto ripristinato il sequestro preventivo dell’immobile, sede del centro sportivo Virgin active, disposto con il decreto genetico del 30 settembre 2020 del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo.

  1. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di (OMISSIS), legale rappresentante della Euro (OMISSIS) s.p.a., deducendo, ex articolo 606 c.p.p., lettera b) e c), l’erronea applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44 e articolo 321 c.p.p., nonche’, ex articolo 606 c.p.p., lettera e), il vizio di mancanza di motivazione.AVVOCATO-ESPERTO

Dopo aver ricostruito la genesi del procedimento, si sostiene che il Tribunale del riesame avrebbe erroneamente applicato il Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44 e articolo 321 c.p.p., nel ritenere sussistente il significativo aggravio del carico urbanistico determinato dalla realizzazione delle opere ritenute abusive, costituite dalla piscina e dal solaio di mq. 629,305.

La motivazione sul punto sarebbe inoltre apparente e non in linea con la giurisprudenza citata nel ricorso.

Il Tribunale del riesame non avrebbe motivato sul perche’ l’opera avrebbe comportato una nuova domanda di servizi ed infrastrutture destinata ad aggravare il carico urbanistico, premessa l’urbanizzazione della specifica zona in cui e’ ubicata l’opera.

Gli elementi adoperati, il numero di iscritti al centro sportivo, non avrebbe rilevanza; sarebbe stata omessa la valutazione di un dato, riportato nell’appello del pubblico ministero, relativo alle presenze giornaliere registrate dal centro sportivo, anche in precedenza.

Quanto alla piscina, l’aggravio del carico urbanistico sarebbe stato motivato con riferimento al significativo impatto sugli impianti di smaltimento delle acque reflue senza pero’ verificare l’esistenza del nulla osta rilasciato dall’Amap al mantenimento degli allacci fognari a servizio dell’impianto a seguito della richiesta presentata dal centro proprio per lo scarico diverso dal precedente.

Il Tribunale del riesame avrebbe poi frainteso in concetto di carico urbanistico, definito dalle Sezioni Unite con la sentenza 12878/2003, dalla L. n. 847 del 1964 quanto alle opere di urbanizzazione primaria, dalla L. n. 865 del 1971quanto alle opere di urbanizzazione secondarla – tale essendo il centro fitness (OMISSIS).

Il centro si troverebbe su un’area destinata dal P.R.G. di Palermo ai servizi pubblici e attrezzature per attivita’ collettive, agli impianti sportivi, non determinerebbe alcun aumento del numero degli abitanti della zona.

La giurisprudenza citata dal Tribunale del riesame si riferirebbe a casi diversi, quali il mutamento della destinazione d’uso, qui non esistente.

La decisione non rispetterebbe neanche la Legge della Regione Sicilia n. 16 del 2016, articolo 24 che da’ la definizione di carico urbanistico.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile ex articolo 325 e 606 comma 3 c.p.p.nella parte in cui deduce il vizio della motivazione.

1.1. Avverso le ordinanze emesse nella procedura di riesame delle misure cautelari reali il ricorso per cassazione e’ ammesso, ai sensi dell’articolo 325 c.p.p., soltanto per violazione di legge; e’ preclusa ogni censura relativa ai vizi della motivazione, salvi i casi della motivazione assolutamente mancante – che si risolve in una violazione di legge per la mancata osservanza dell’obbligo stabilito dall’articolo 125 c.p.p. – e della motivazione apparente, tale cioe’ da rendere l’apparato argomentativo, posto a sostegno del provvedimento, privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi, inidonei, a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice.

1.2. Motivazione assente e’ quella che manca fisicamente (Sez. 5, n. 4942 del 04/08/1998, Seana; Sez. 5, n. 35532 del 25/06/2010, Angelini) o che e’ graficamente indecifrabile (Sez. 3, n. 19636 del 19/01/2012, Buzi); motivazione apparente, invece e’ solo quella che “non risponda ai requisiti minimi di esistenza, completezza e logicita’ del discorso argomentativo su cui si e’ fondata la decisione, mancando di specifici momenti esplicativi anche in relazione alle critiche pertinenti dedotte dalle parti” (Sez. 1, n. 4787 del 10/11/1993, Di Giorgio), come, per esempio, nel caso di utilizzo di timbri o moduli a stampa (Sez. 1, n. 1831 del 22/04/1994, Caldaras; Sez. 4, n. 520 del 18/02/1999, Reitano; Sez. 1, n. 43433 dell’8/11/2005, Costa; Sez. 3, n. 20843, del 28/04/2011, Saitta) o di ricorso a clausole di stile (Sez. 6, n. 7441 del 13/03/1992, Bonati; Sez. 6, n. 25361 del 24/05/2012, Piscopo) e, piu’ in generale, quando la motivazione dissimuli la totale mancanza di un vero e proprio esame critico degli elementi di fatto e di diritto su cui si fonda la decisione, o sia privcuclei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo, a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. U., n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov).

1.3. Non puo’ essere dedotto il vizio della illogicita’ manifesta della motivazione, che puo’ essere denunciato, in sede di legittimita’, soltanto mediante lo specifico ed autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e).

1.4. La motivazione dell’ordinanza impugnata non puo’ in alcun modo dirsi assente, essendo graficamente presente, ne’ apparente, tanto che per contestarne il contenuto il ricorrente propone valutazioni alternative di merito o l’omessa valutazione di elementi di prova, per altro non emergendo la loro pregressa sottoposizione al Tribunale del riesame.

  1. Non sussiste poi la dedotta violazione di legge sulla sussistenza del periculum in mora: il Tribunale del riesame ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto della giurisprudenza.

2.1. Con la sentenza n. 12878 del 29/01/2003, Innocenti, Rv. 223721, le Sezioni Unite hanno affermato il principio, proprio in tema di sequestro preventivo di manufatti abusivi ultimati, per cui “Il sequestro preventivo di cosa pertinente al reato e’ consentito anche nel caso di ipotesi criminosa gia’ perfezionatasi, purche’ il pericolo della libera disponibilita’ della cosa stessa – che va accertato dal giudice con adeguata motivazione – presenti i requisiti della concretezza e dell’attualita’ e le conseguenze del reato, ulteriori rispetto alla sua consumazione, abbiano connotazione di antigiuridicita’, consistano nel volontario aggravarsi o protrarsi dell’offesa al bene protetto che sia in rapporto di stretta connessione con la condotta penalmente illecita e possano essere definitivamente rimosse con l’accertamento irrevocabile del reato”.

2.2. Tale principio e’ stato poi sviluppato dalla giurisprudenza successivamente formatasi (cfr. Sez. 3, n. 52051 del 20/10/2016, Giudici, Rv. 268812 – 01) affermando che e’ ammissibile il sequestro preventivo di opere costruite abusivamente anche nell’ipotesi in cui l’edificazione sia ultimata, fermo restando l’obbligo di motivazione del giudice circa le conseguenze ulteriori sul regolare assetto del territorio rispetto alla consumazione del reato, derivanti dalla libera disponibilita’ del bene (fattispecie in cui la Corte ha annullato il provvedimento di sequestro di un impianto per la produzione di energia eolica, che di per se’, non incide sulla domanda di elementi urbanistici secondari, sul rilievo che non era stato valutato in concreto se dall’uso dell’impianto derivasse un aumento del cosiddetto carico urbanistico).

2.3. La sussistenza delle esigenze cautelari e’ stata collegata all’accertamento in concreto di quali conseguenze negative sul regolare assetto del territorio, in termini. di aggravio del carico urbanistico, derivino dalla libera disponibilita’ del bene, tenuto conto della mole delle opere realizzate in rapporto allo stato dei luoghi, dell’aggravio per il traffico veicolare, del trasferimento nella zona interessata di un numero di persone tali da incidere sulla fruizione dei servizi pubblici, dell’impatto dell’insediamento sul tessuto abitativo (Sez. 3, n. 10101 del 15/11/2012, dep. 2013, Vigorito, non massimata).

Nel caso di ipotizzato aggravamento del c.d. carico urbanistico va delibata in fatto tale evenienza sotto il profilo della consistenza reale ed intensita’ del pregiudizio paventato, tenendo conto della situazione esistente al momento dell’adozione del provvedimento coercitivo.

Cfr. anche Sez. 3, n. 6599 del 24/11/2011, dep. 2012, Susinno, Rv. 252016, per cui il sequestro preventivo di cose pertinenti al reato puo’ essere adottato anche su un immobile abusivo gia’ ultimato e rifinito, laddove la libera disponibilita’ di esso possa concretamente pregiudicare gli interessi attinenti alla gestione del territorio ed incidere sul “carico urbanistico”, il pregiudizio del quale va valutato avendo riguardo agli indici della consistenza dell’insediamento edilizio, del numero dei nuclei familiari, della dotazione minima degli spazi pubblici per abitare nonche’ della domanda di strutture e di opere collettive.

2.4. Va in primo luogo rilevato che le opere realizzate che avrebbero determinato un aumento di volumetria e di sagoma dell’immobile sono diverse ed indicate nei capi di imputazione 1 (nel quale si fa riferimento ad una nuova volumetria di 125 metri cubi), 2 (la piscina nell’area esterna di 64 mq.), 3 (altre due volumetrie di 165X225X180 e 140X445X95 di altezza), oltre al nuovo solaio di cui al capo 4 (mq.629,305).

2.5. Va ribadito il principio per cui (cfr. Sez. 3, n. 5618 del 17/11/2011, Forte, Rv. 252125 – 01), in tema di reati edilizi, la valutazione dell’opera ai fini della individuazione del regime abilitativo necessario deve riguardare la stessa nella sua unitarieta’, senza che sia consentito considerare separatamente i singoli componenti.

Nello stesso senso Sez. 3, n. 16622 del 08/04/2015, Casciato, Rv. 263473 01 per cui, in tema di reati edilizi, la valutazione dell’opera, ai fini della individuazione del regime abilitativo applicabile, deve riguardare il risultato dell’attivita’ edificatoria nella sua unitarieta’, senza che sia consentito considerare separatamente i singoli componenti.

2.6. Il Tribunale del riesame ha correttamente motivato la sussistenza del periculum in mora prendendo in esame tutti i lavori (punto 5.3.) e valutando poi in particolare l’aumento del carico urbanistico sulle strutture principali, la piscina e l’aumento della superficie utile interna, la cui illegittimita’ deriva proprio dalla valutazione complessiva delle opere realizzate.

2.7. Il Tribunale del riesame ha collegato l’aggravio del carico urbanistico ad elementi concreti; ha preso in esame la natura delle opere realizzate abusivamente ed il numero degli iscritti prima e dopo la realizzazione delle opere: ha di conseguenza ritenuto che le opere hanno in concreto determinato un maggiore afflusso di persone nella zona e l’aggravio per il traffico veicolare.

Inoltre, il Tribunale del riesame ha correttamente affermato che il trasferimento nella zona interessata di un numero maggiore di persone tali incidere inevitabilmente anche sulla fruizione dei servizi pubblici.

2.8. Quanto poi all’impatto sugli impianti di smaltimento delle acque reflue esistenti, il Tribunale del riesame’ ha fondato la valutazione sulla relazione del consulente tecnico del pubblico ministero mentre non risulta se il nulla osta allegato sub 3) sia stato prodotto anche al Tribunale del riesame

2.9. Alcuna concreta rilevanza ha poi la L. Regione Sicilia n. 16 del 2016, articolo 24, riferito alle sole ipotesi di mutamento di destinazione d’uso.

  1. Pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Ai sensi dell’articolo 616 c.p.p.si condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 3.000,00, determinata in via equitativa, in favore della Cassa delle Ammende, tenuto conto della sentenza della Corte costituzionale del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi e’ ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilita’.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi

PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi

Il Comune e un corpo morale (art. 38 tu 1934) coincidente con la popolazione insediata in un ambito territoriale determinato, fornita di una sua propria autonomia (riferimento agli artt. 5 e 133, secondo comma, cost.) e considerata astraendo dalla somma di individui che la compongono in un momento storico, dai loro interessi singoli, dal loro patrimonio personale, non osta ad attribuire al comune tale essenza l’avere esso una personalità giuridica di diritto pubblico ne che a taluni suoi organi competano un potere di imperio e funzioni amministrative, non viola pertanto gli artt. 81 e 100 cod. proc. civ. l’azione proposta dal comune, costituitosi pane civile nel giudizio penale per ottenere il risarcimento del danno risentito dalla collettività per offesa recata al territorio dal reato urbanistico”.

 

 

I fatti si riferiscono ad alterazioni interne, destinate a rendere abitabile il sottotetto di una struttura edilizia sottoposta a vincolo storico, realizzate con l’apposizione di tubature per il riscaldamento, bagni, tramezzi, aperture in muri portanti, spostamento di scale -opere qualificabili come di ristrutturazione- e furono compiute senza concessione comunale ed autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali all’interno di un palazzo del 1591 destinatario di vincolo di immodificabilità per il suo interesse storico dichiarato con provvedimento adottato il 5.11.1920.

La sentenza appellata ha richiamato le testimonianze Gi., Pi., Gh., il verbale di sopralluogo in data 26.6.1998 e la relazione 22.10.1998 della Sovraintendenza, ha ricordato come una precedente autorizzazione concessa nel 1991 fosse già scaduta, non contemplasse neppure le modificazioni riscontrate e contemplasse comunque un uso abitativo sulla base del presupposto falsamente rappresentato della preesistenza di tale destinazione. Ha evidenziato come con la istanza di sanatoria presentata dall’arch. Zi. (doc. 3 atti PM) la stessa parte avesse chiesto di essere autorizzata al ripristino delle opere illegittimamente eseguite con la postilla della deroga per un bagno al secondo piano e della già eseguita canalizzazione delle tubature.

Quanto al provvedimento di sanatoria del 4.9.2001, revocato il 15.1.2002, il giudice di primo grado ha ricordato come i beni vincolati non possano essere oggetto di sanatoria per effetto dell’art. 9 c. III legge 47/1985 e 33 legge 47/1947 lett. a).

 

 

avvocato-erede-legittimo-12
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

Corte d’Appello|Bologna|Sezione 2|Penale|Sentenza|29 aprile 2004| n. 280

Edilizia e urbanistica – Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi comunali – Condono edilizio – Sospensione del procedimento – Esclusione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte d’Appello di Bologna

SECONDA Sezione Penale

composta dai magistrati:

1- Dr. Claudio Nunziata PRESIDENTE

2- Dr. Rosalia Rinaldi CONSIGLIERE

3- Dr. Rossella Zuffa CONSIGLIERE

Udita la relazione della causa fatta alla pubblica udienza odierna dal consigliere relatore Dr. Claudio Nunziata

Inteso l’appellante.

Inteso il Procuratore Generale, dr. Giuseppe MATTIOLI

ed i difensori, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa penale

CONTRO

1 – Lu. Ma.- nato a Pi. (PC) il (…) con domicilio dichiarato: Pi. Piazzale Ge., 3/D

libero contumace

con la costituzione della parte civile in data di: Ca. c. elett. dom. c/o Avv. Ca. Be. di Pi.

con la costituzione della parte civile in data di; COMUNE DI Pi. in persona del Sindaco pro-tempore Avv. Gi. Gu. elett. dom. c/o Avv. El. Ve. di Pi.

IMPUTATO

della contravvenzione di cui all’art. 20 lettera b) Leg. 28.2.85 n. 47, per avere effettuato impianti idraulici, demolizione di tramezze interne, parziali aperture su strutture murarie portanti, costruzioni di tramezze interne, demolizione di scala interna e sua nuova costruzione in altra posizione in difetto di concessione edilizia.

Accertato in Pi. il 25/6/98

Della contravvenzione p.e p. dagli artt. 26102123118 del Decreto Legislativo 29.10.1999 n. 490 per avere violato il vincolo di immodificabilità imposto dal competente Ministero sul Palazzo Ba. Ra. Te. costruito tra il seicento ed il settecento sito invia San Si. n. 76, con Decreto 23.1.1992 confermativo di precedente Decreto, disponendo impianti idraulici, demolizioni di tramezze interne, parziali aperture su strutture murarie portanti, costruzione di tramezze interne, demolizione di scala interna e sua nuova costruzione in altra posizione, in difetto di autorizzazione.

In Pi. accertato il 25.6.98

avverso la sentenza emessa dal TRIBUNALE MONOC. di PIACENZA in data 17/07/2002 che ha pronunciato il seguente dispositivo:

Visto l’ art. 533 c.p.p.

Dichiara l’imputato colpevole dei reati a lui ascritti e concesse le attenuanti genetiche di cui all’art. 62 bis c.p. riuniti i reati sotto il vincolo della continuazione di cui all’art. 81 cpv c.p., ritenuto più grave il reato di cui all’art. 118 D.Lgs 490/99, lo condanna alla pena di mesi cinque di arresto ed Euro 7.500,00 di ammenda oltre il pagamento delle spese processuali. Visto l’ art. 7 u.c. L. 47/85 ordina la demolizione delle opere stesse, se non sia stata altrimenti eseguita. Condanna l’imputato al pagamento delle spese processuali. Respinge l’istanza di. sospensione e non menzione perché non concedibile.

Visto l’art. 538 e 539 c.p.p. condanna Lu. Ma. al risarcimento a favore della parte civile Ca. c. mediante il pagamento di una provvisionale di Euro 20.000,00 per danni patrimoniali oltre interessi e rivalutazione da oggi fino al saldo ed Euro 10,000.00 per danni morali, questi ultimi determinati in via equitativa e definitiva, oltre alle spese del giudizio liquidate in Euro 4.000.00 di cui 3.500,00 per onorari oltre accessori di legge CPA ed IVA. Condanna Lu. Ma. “al pagamento della somma di Euro 15.000,00 a titolo di risarcimento danni liquidati in via provvisionale con interessi e rivalutazione da oggi fino al saldo effettivo a favore della p.c. Comune di Pi., oltre alle spese di costituzione liquidate in Euro 1.340,00 oltre accessori IVA e CPA, di cui 1.251,74 per onorari.

Assegna il termine di giorni 90 per la redazione della motivazione e deposito sentenza.

CONCLUSIONI DEL P.G.: NDP per intervenuta prescrizione; conferma delle statuizioni civili.

CONCLUSIONI DEI DIFENSORI DELLE PARTI ClVILI:

Per Ca. c. : conferma sentenza di primo grado

Per Comune di Pi.:conferma sentenza di primo grado

Per entrambi rigetto dell’appello.

CONCLUSIONI DEL DIFENSORE DELL’IMPUTATO:

In primo luogo insiste per l’esclusione della Parte Civile Comune di Pi.;

insiste altresì per l’accoglimento in toto dell’appello ed in subordine si associa alla richiesta del PG.

Lu. Ma. è stato riconosciuto dal giudice di primo grado responsabile delle contravvenzioni previste dall’art. 20 lett. b) legge 47/1985 e 118 d.lgv. 490/1999, accertate il 25.6.1998 e condannato alla pena 5 mesi di arresto ed euro 7.500 di ammenda con conseguente obbligo di demolizione delle opere eseguite.

I fatti si riferiscono ad alterazioni interne, destinate a rendere abitabile il sottotetto di una struttura edilizia sottoposta a vincolo storico, realizzate con l’apposizione di tubature per il riscaldamento, bagni, tramezzi, aperture in muri portanti, spostamento di scale -opere qualificabili come di ristrutturazione- e furono compiute senza concessione comunale ed autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali all’interno di un palazzo del 1591 destinatario di vincolo di immodificabilità per il suo interesse storico dichiarato con provvedimento adottato il 5.11.1920.

La sentenza appellata ha richiamato le testimonianze Gi., Pi., Gh., il verbale di sopralluogo in data 26.6.1998 e la relazione 22.10.1998 della Sovraintendenza, ha ricordato come una precedente autorizzazione concessa nel 1991 fosse già scaduta, non contemplasse neppure le modificazioni riscontrate e contemplasse comunque un uso abitativo sulla base del presupposto falsamente rappresentato della preesistenza di tale destinazione. Ha evidenziato come con la istanza di sanatoria presentata dall’arch. Zi. (doc. 3 atti PM) la stessa parte avesse chiesto di essere autorizzata al ripristino delle opere illegittimamente eseguite con la postilla della deroga per un bagno al secondo piano e della già eseguita canalizzazione delle tubature.

Quanto al provvedimento di sanatoria del 4.9.2001, revocato il 15.1.2002, il giudice di primo grado ha ricordato come i beni vincolati non possano essere oggetto di sanatoria per effetto dell’art. 9 c. III legge 47/1985 e 33 legge 47/1947 lett. a).

La sentenza appellata si cura di definire anche che la decorrenza della prescrizione non è spostata per effetto della permanenza del reato, in quanto è intervenuto provvedimento di sospensione dei lavori in data 29.6.1998, ma non ha tenuto conto dell’effetto sospensivo della richiesta di sanatoria e del fatto che esso permane a prescindere dalla sua efficacia.

Quanto alla domanda risarcitoria la sentenza appellata ha ritenuto giustificata tanto quella del Comune di Pi., in relazione alle caratteristiche di estremo prestigio del palazzo per la città di Pi., quanto quella della parte civile Ca. c. che, essendo proprietario di un appartamento sottostante, ha visto pregiudicati dai lavori (eseguiti ricorrendo anche al martello pneumatico) i propri interni e gli affreschi posti sulle volte del piano sottostante,

L’appellante ha formulato i seguenti motivi di impugnazione:

– Molte modifiche risalgono agli anni 1982 e 1987 in relazione a corrispondenti autorizzazioni edilizie, mentre nel 1998 vennero eseguite solo le opere relative alla posa degli impianti idraulici qualificabili come attività di manutenzione o la massimo come manutenzione straordinaria, le cui violazioni integrano un illecito amministrativo (richiama a tale proposito la testimonianza di An. Al., che ha localizzato la costruzione della scala al 1997 e i tramezzi tra il 1993 e 1997)

– Ha lamentato l’eccessività della pena e la mancata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, rilevando che alcuni dei precedenti penali attribuiti all’imputato sono stati depenalizzati sicché egli può ancora beneficiare della sospensione condizionale della pena.

– Ha lamentato la mancata esclusione della parte civile, escludendosi che i lavori interni possano aver determinato un danno al territorio,

– Ha dedotto che la costituzione di parte civile del Comune dopo l’annullamento del decreto di citazione a giudizio avrebbe dovuto essere rinnovata.

– Quanto alla costituzione di parte civile di Ca. c., ha rilevato che il fatto lamentato integra solo una questione di natura civilistica indipendente dal reato.

– Ha lamentato che Ca. c. non ha provato i danni subiti e che le testimonianze rese dai testi Zu. e Lu. sono inattendibili.

La Corte osserva:

– Risulta accertato sulla base delle relazioni acquisite e dichiarazioni dei tecnici assunte al dibattimento che nell’immobile in questione lavori edilizi furono eseguiti abusivamente. Il teste Gi. ha dichiarato di avere rilevato in occasione del suo accesso che gli operai stavano realizzando tramezzi e demolendo intonaci. Peraltro la stessa richiesta di sanatoria contiene una implicita ammissione in proposito. La sentenza appellata ha ampiamente ed adeguatamente motivato in proposito -richiamando diffusi passi delle acquisizioni dibattimentali- senza che in ordine ad esse siano stati proposti nei motivi di appello rilievi di un qualche spessore.

– Nel caso di specie furono eseguiti veri e propri lavori di trasformazione edilizia destinati alla destinazione di quella parte dell’edificio a fini abitativi, potendosi escludere che gli stessi fossero invece diretti a ripristinare una situazione anteriore dell’immobile che risulta storicamente finalizzata ad usi non abitativi.

– La possibilità di realizzazione di questi lavori era subordinata alla valutazione del Comune e della Sovraintendenza, valutazioni che nel caso di specie l’imputato ha cercato prima di aggirare ricorrendo a false rappresentazioni e poi di ignorare eseguendo i lavori senza autorizzazione.

– Nessun effetto giuridico può essere attribuito ad una autorizzazione edilizia illegittimamente conseguita previa falsa rappresentazione dei presupposti di fatto sottoposti all’esame dell’autorità amministrativa. L’autorizzazione amministrativa in tal modo conseguita è difatti un atto invalido sul quale si riverbera per effetto dell’art. 48-479 e/o dell’art. 483 c.p. la falsità ideologica riscontrata nella relativa richiesta. [1]

– Anche se la sanatoria non avrebbe potuto essere accordata in ordine ai lavori eseguiti, il solo fatto della presentazione di una richiesta di sanatoria ha comportato la sospensione dei termini prescrizionali o per gg. 223. La norma che prevede la sospensione fa, difatti, riferimento solo al dato formale della presentazione dell’istanza di sanatoria, poiché dalla sola presentazione discende l’obbligo di sospendere ogni attività processuale. In tal senso la seguente massima della Corte di Cassazione:

Sez. 3, Sentenza n. 8903 del 02/10/1997 Rv. 209357

In materia edilizia e paesaggistica, le Leggi 28 febbraio 1985, n. 47; 23 dicembre 1994, n. 724 e 23 dicembre 1996, n. 662 non indicano il momento di cessazione della sospensione del processo -disposta a seguito della presentazione della domanda di sanatoria e della attestazione del versamento dell’oblazione, nei limiti dovuti- e di conseguente ripresa della prescrizione, sicché è necessario applicare la regola generale, stabilita dall’art. 159, terzo comma cod. pen., in base alla quale il corso della prescrizione riprende dal giorno in cui cessa la causa che ha dato luogo alla sospensione. Consegue che in base al menzionato principio -applicazione di quello più ampio del “favor rei”- la sospensione del procedimento edilizio viene meno nel giorno in cui perviene la risposta definitiva da parte della P.A. circa la sussistenza dei requisiti per la declaratoria d’estinzione dei reati per oblazione o in ordine al rilascio della concessione e dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria per la violazione del vincolo e non nella data della sottoscrizione o della notifica del decreto di citazione (o dell’avviso al difensore in Cassazione) o dell’udienza.

– Gli effetti sospensivi dell’istanza di condono edilizio, a giudizio di questa Corte, valgono solo per la violazione edilizia, poiché nel caso in questione essa si accompagna a contravvenzione diretta a tutelare un bene giuridico di natura diversa (vincolo storico) anche se commessa in continuazione. Ritiene difatti la Corte che non sia estensibile al caso in questione il principio di diritto affermato nella seguente massima per il caso di più contravvenzioni edilizie siano unificate dal vincolo della continuazione:

Sez. 3, Sentenza n. 27812 del 11/07/2001 Rv. 219539

“In caso di pluralità di reati in materia di edilizia e urbanistica, la sospensione del procedimento -con la correlata sospensione dei termini prescrizionali- prevista per il solo reato di costruzione senza concessione dall’art. 44 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 ha effetto per gli ulteriori reati esclusivamente se a questo legati dal vincolo della continuazione, così che non può trovare applicazione nella ipotesi in cui il giudice abbia ritenuto il reato di costruzione senza concessione assorbito da quello di lottizzazione abusiva in zona vincolata e non abbia su di esso pronunciato condanna. Ne consegue che costituisce ipotesi di violazione del devoluto e del divieto di “reformatio in pejus” in contrasto con il disposto dell’art. 87 cod. proc. pen., la sentenza con cui la corte di appello, diversamente qualificando il fatto e ritenendo sussistere anche il reato di costruzione senza concessione, abbia escluso per tutti i reati l’estinzione per intervenuta prescrizione ritenendo applicabile la sospensione del procedimento ex art. 44 della legge n. 47 del 1985″.

– Per quanto riguarda la violazione edilizia la permanenza del reato si è protratta sino all’ordine di sospensione dei lavori. Per quanto riguarda la contravvenzione al vincolo storico, come affermato nella seguente pronunzia della Corte di Cassazione, la permanenza si è protratta anche oltre l’ordine di sospensione dei lavori, essendo destinata a protrarsi sino al ripristino della situazione anteriore ovvero alla pronunzia della sentenza di primo grado:

Sez. 3, Sentenza n. 9860 del 27/09/1995 Rv. 203092

L’ art. 21 della Legge sulla tutela delle cose d’interesse artistico e storico ( Legge 1 giugno 1939, n. 1089), sanzionato dall’art. 59 per le inosservanze, attribuisce al Ministro per i beni culturali e ambientali la facoltà di prescrivere le distanze, le misure e le altre norme dirette ad evitare che sia messa in pericolo l’integrità delle cose immobili soggette alla tutela artistica e storica o che ne siano alterate le condizioni di ambiente e di decoro. I provvedimenti previsti da tale disposizione sono di vincolo indiretto, perché pur essendo volti ad aver efficacia sui beni immobili diversi da quelli tutelati sono connessi al vincolo esistente su questi ultimi. Avvenuta l’alterazione o altre condotte vietate, il bene tutelato è compresso nella sua fruibilità estetica, sino a quando le condizioni ambientali non siano ripristinate, sicché trattasi di reato permanente, del quale risponde chi, dovendolo e potendolo fare, non ha rimosso la situazione antigiuridica in atto. (Nella specie il ricorrente, sindaco del Comune, più volte diffidato, non aveva provveduto a rimuovere opere precarie in contrasto con le prescrizioni impartite per area comunale soggetta a vincolo culturale indiretto).

– I lavori si sono protratti anche oltre l’ordine di sospensione, essendo stati acquisiti elementi di prova in tal senso sulla base dei riferimenti dei testi. E’ difatti sufficiente anche un minimo intervento sui lavori sospesi -e questo è accertato- per ritenere irrilevante quell’ordine ai fini di ritenere cessata la permanenza del reato, a prescindere dal fatto che esso sia stato oggetto o meno di una specifica denunzia da parte dell’autorità comunale. Ne consegue che la permanenza della contravvenzione edilizia è andata oltre ordine di sospensione e che la prescrizione per entrambe le contravvenzione debba decorrere dalla data della sentenza di primo grado.

– Quanto ai rilievi relativi alle parti civili osserva la Corte che nei compiti dell’amministrazione comunale vi è pacificamente anche quello di assicurare la conservazione e la salvaguardia del patrimonio storico della città nel quale si riconosce la stessa identità cittadina, sicché nessun pregio possono avere le obiezioni in proposito svolte nei motivi di appello. Anche i lavori interni influiscono sull’interesse del Comune in quanto possono contribuire a mettere a rischio la conservazione e la integrità di un bene di interesse storico, il cui pregio va valutato non solo in relazione al suo aspetto esterno ma anche in relazione alla perfetta aderenza dei suoi interni alla loro originaria conformazione in quanto espressione delle modalità costruttive ed architettoniche del passato. In tal senso una pacifica e consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione:

Sez. 3, Sentenza n. 8381 del 13/10/1979 Rv. 143064

“Il Comune e un corpo morale (art. 38 tu 1934) coincidente con la popolazione insediata in un ambito territoriale determinato, fornita di una sua propria autonomia (riferimento agli artt. 5 e 133, secondo comma, cost.) e considerata astraendo dalla somma di individui che la compongono in un momento storico, dai loro interessi singoli, dal loro patrimonio personale, non osta ad attribuire al comune tale essenza l’avere esso una personalità giuridica di diritto pubblico ne che a taluni suoi organi competano un potere di imperio e funzioni amministrative, non viola pertanto gli artt. 81 e 100 cod. proc. civ. l’azione proposta dal comune, costituitosi pane civile nel giudizio penale per ottenere il risarcimento del danno risentito dalla collettività per offesa recata al territorio dal reato urbanistico”.

– La parte civile Ca. c. ha dimostrato di avere ricevuto un danno per il ricorso al martello pneumatico nella esecuzione dei lavori, ma a prescindere dal danno effettivo, la sola esecuzione dei lavori aveva già di per sé determinato una situazione di rischio e di pericolo per gli affreschi presenti nell’appartamento di Ca. c., il quale si è venuto a trovare nella situazione di dovere valutare l’opportunità di eseguire lavori di consolidamento, valutazione che comporta comunque un onere economico. Inoltre la violazione della procedura amministrativa appositamente prevista per gli interventi edilizi e per quelli di interesse storico hanno posto Ca. c. nella condizione di non potere intervenire come soggetto interessato nel procedimento amministrativo per far valere i propri interessi esponendo la sua proprietà ad una situazione di pericolo. Ne consegue la sua piena legittimazione a costituirsi come parte civile nel presente processo al fine di ottenere la liquidazione dei danni. Le statuizioni di natura civilistica appaiono determinate dal giudice di primo grado in misura adeguata.

– Nessun difetto di legittimazione delle parti civili e nessuna irregolarità si è verificata in ordine alle modalità di costituzione. Le osservazioni espresse nella memoria depositata dalla parte civile Comune di Pi. all’udienza di appello sono fondate ed aderenti alla realtà processuale.

– La pena comminata dal giudice di primo grado è adeguata alla entità dei fatti. La sentenza appellata deve essere pertanto confermata.

P.T.M.

Visti gli artt. 605 e 592 c.p.p. conferma la sentenza in data 17.7.2002 del Tribunale di Piacenza e condanna l’appellante al pagamento delle spese processuali relative al presente grado di giudizio. Conferma altresì le statuizioni di natura civilistica e condanna l’appellante alla rifusione delle spese di assistenza e difesa sostenute per il presente grado di giudizio dalle parti civili costituite che liquida per ciascuna di esse in complessivi euro 1500, oltre IVA, CPA.

Ai sensi dell’art. 544 c. III cpp fissa in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.

Bologna, 30.1.2004

_____

[1] In tal senso TAR SARDEGNA – Sentenza n. 00930 del 29/05/1995

“II silenzio-assenso sulla domanda di concessione edilizia in sanatoria non può formarsi qualora la domanda stessa sia dolosamente infedele, intendendosi con ciò una volontaria falsa rappresentazione di un elemento essenziale dell’abuso (quale la qualificazione giuridico dell’illecito, l’entità dell’oblazione o la data della sua commissione) al fine di trarre in errore il comune”.

Call Now Buttonchiama subito cosa aspetti?