Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA

CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA

CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA
CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA

L’art. 23 Reg. congiunto, nel testo applicabile alla specie, non ha affatto abdicato al principio “disclose or abstain” alla base della previgente disciplina del conflitto di interesse risultante dall’art. 27 Reg. Consob 1 luglio 1998, n. 11522, ma nel quadro di una riorganizzazione di essa fondata sul principio della prevenzione si è passati, quanto alla posizione dell’investitore, da un’impostazione basata sul principio del consenso espresso ad un’impostazione basata ora sul principio del consenso tacito. In ragione dei mutamenti che attraversano senza sosta il mercato finanziario e che rendono il conflitto di interessi una dimensione potenzialmente presente in qualunque contrattazione finanziaria, l’intento dei riformatori si è infatti indirizzato in direzione di un’attualizzazione della relativa disciplina per mezzo principalmente di un’accresciuta responsabilizzazione degli intermediari, chiamati, qui, come già più in generale previsto dall’art. 21, comma 1 bis, TUF, ad adottare “ogni misura ragionevole per identificare i conflitti di interesse che potrebbero insorgere con il cliente o tra clienti” (art. 23, comma 1) e a gestire “i conflitti di interessi anche adottando idonee misure organizzative… da evitare che tali conflitti incidano negativamente sugli interessi dei clienti” (art. 23, comma 2); e ciò non senza, però, fare nel contempo salva l’avvertenza che “quando le misure adottate ai sensi dell’art. 2 non sono sufficienti per assicurare, con ragionevole certezza che il rischio di nuocere agli interessi dei clienti sia evitato, gli intermediari informano chiaramente i clienti, prima di agire per loro conto, della natura generale e/o delle fonti dei conflitti affinchè essi possano assumere una decisione informata sui servizi prestati, tenuto conto del contesto in cui le situazioni di conflitto si manifestano” (art. 23, comma 3). Quest’ultima disposizione rafforza la convinzione che l’intermediario che intenda promuovere la conclusione di un’operazione in conflitto di interessi deve informarne previamente il cliente (“gli intermediari informano chiaramente i clienti prima di agire per loro conto”) e solo dopo averne ottenuto il consenso (“possano assumere una decisione informata”) l’operazione può avere seguito.

Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Sentenza 15 luglio 2021, n. 20251 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SCOTTI Umberto L.G.C. – Presidente – Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere – Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere – Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere – Dott. RUSSO Rita – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 15866/2016 proposto da: Credit Suisse Life & Pensions Ag. e Credit Suisse Italy S.p.a.,

in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliate in Roma, Via Nazionale n. 204, presso lo studio dell’avvocato Benedetta Musco Carbonaro, che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato Luca Zitiello, giuste procure in calce al ricorso; – ricorrenti – contro R.F., elettivamente domiciliato in Roma, Via Tacito n. 23, presso lo studio dell’avvocato Cinzia De Micheli, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati Paolo Codegoni, Paolo Comoglio e Roberto Scheda, giusta procura in calce al controricorso; – controricorrente – avverso la sentenza n. 606/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 14/04/2016; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 9/04/2020 dal Cons. Dott. Marco Marulli; lette le conclusioni scritte ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 176 del 2020, del P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che chiede che la Corte di Cassazione rigetti il ricorso in epigrafe; con le conseguenze di legge.

Svolgimento del processo 1. Credit Suisse Life & Pensions AG e Credit Suisse Italy s.p.a. impugnano la sentenza in esergo con la quale la Corte d’Appello di Torino, respingendone il gravame, ha confermato la decisione di prima istanza che su ricorso di R.F. aveva condannato entrambe in solido a ristorare il medesimo del danno patito in conseguenza dell’acquisto mediante la sottoscrizione di proposta contrattuale in data 9.6.2008, per il tramite della banca, di una polizza Unit Linked emessa dalla compagnia, operazione conclusa da costoro in conflitto di interessi ed in violazione degli obblighi informativi previsti dal TUF e dalla normativa di secondo livello. Nel motivare il rigetto il giudice distrettuale, disattesa previamente l’eccepita inammissibilità dell’appello per conflitto di interesse dei difensori, ha ribadito i convincimenti già esternati dal giudice di prime cure. Sicchè, sussistendo nella specie un’incontestata situazione di conflitto d’interessi, era dovere dell’intermediario, alla stregua degli obblighi informativi gravanti sul medesimo a mente dell’art. 21, comma 1 bis TUF e dell’art. 23, comma 3, Regolamento congiunto Banca d’Italia-Consob del 29.10.2007 nei testi vigenti all’epoca, astenersi dal dare corso all’operazione ove non avesse informato di ciò il cliente (“l’intermediario ha… l’obbligo di informare il cliente del conflitto; se non lo fa, si deve astenere, obbligo che discende dall’interpretazione del dato testuale che richiede la necessaria informazione ai fini della decisione informata”); e,

poichè nella specie detta segnalazione era intervenuta dopo la conclusione del contratto (“è documentata la tardività di tale segnalazione – 24.6.2008 – perchè intervenuta quando il contratto di polizza ormai perfezionatosi era in esecuzione – proposta del 9.6.2008, pagamento del premio in data 16.6.2008 ed accettazione da parte di CSLP in data 24.6.2008 -“), ciò rendeva corretta la condanna di entrambe le convenute (“corretta è poi la statuizione del giudice di prime cura circa la titolarità di CSI e CSLP in relazione alla domanda risarcitoria derivante da violazione degli obblighi informativi, comprensivo di quello relativo al conflitto di interessi, in virtù del precetto contenuto nell’art. 25 bis TUF che testualmente al comma 1, recita “gli artt. 21 e 23, si applicano alla sottoscrizione e al collocamento di prodotti finanziari emessi da banche e imprese di assicurazione””), al risarcimento decretato in primo grado, sussistendo altresì il nesso causale (“la S.C. ha stabilito che nella fattispecie del conflitto di interessi deve considerarsi irrilevante l’indagine sul nesso causale tra condotta e inadempimento”), nella misura ivi riconosciuta pari alla differenza tra il capitale investito e quello riscosso (“il risarcimento del danno non deve essere limitato al c.d. “interesse negativo”,… ma si deve estendere alla totalità dei danni, valutati nel loro complesso, che risultino collegati da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto: rilevano in sostanza sia il danno emergente che il lucro cessante”). Per la cassazione di detta sentenza le soccombenti si valgono cumulativamente di quattro motivi di ricorso, a cui la compagnia ne aggiunge un quinto, motivi a cui replica con il controricorso il R..

 Chiamata in trattazione alla camera di consiglio del 10.7.2020 con ordinanza interlocutoria 22608/2020, all’esito della discussione in quella sede, la causa era rimessa all’odierna trattazione in pubblica udienza. Motivi della decisione 2. Il ricorso – alla cui cognizione, salvo quanto si avrà occasione di dire riguardo al quinto motivo di ricorso, non osta la pregiudiziale opposta dal controricorrente in punto di conflitto di interessi tra le parti ricorrenti, che renderebbe nullo il rilascio della procura all’unico difensore costituitosi per entrambe, e ciò perchè nei limiti enunciati in relazione al concreto rapporto esistente tra le parti (Cass., Sez. II, 22/01/2018, n. 1530) non è apprezzabile la pretesa situazione di conflitto ravvisandosi, per vero, tra le ricorrenti una sostanziale uniformità di intenti – allega, al primo motivo, un’inammissibile doglianza motivazionale – nella specie avente ad oggetto l’omesso esame di un fatto decisivo consistito nel non aver considerato se l’asserito conflitto di interessi fosse pregiudizievole per il cliente soggiacendo invero la specie in esame all’applicazione, ratione temporis, dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5, – la cui applicazione prescinde anche concettualmente dall’inammissibilità dell’appello – di guisa che deve ritenersi precluso il ricorso per cassazione, se come qui – e come pure riconoscono le stesse ricorrenti (“la Corte d’Appello di Torino, al pari del giudice di primo grado, ha completamento omesso di indagare sul carattere pregiudizievole o meno del conflitto di interessi”) – la sentenza d’appello confermi la decisione di primo grado. 3.1. Il secondo motivo argomenta la violazione dell’art. 23 del citato regolamento congiunto Banca d’Italia-Consob del 29 ottobre 2007, nel testo applicabile alla specie, che le ricorrenti spiegano, a confutazione dell’affermazione operata dal giudice d’appello circa il dovere dell’intermediario di astenersi dal dar corso all’esecuzione di operazioni in conflitto di interessi, rilevando che, poichè in tal senso si era orientata la Dir MiFID I (Dir. CEE 21 aprile 2004, n. 2004/39/CE) alla luce della quale sono state adottate le citate disposizioni regolamentari, “la disciplina di riferimento introdotta in attuazione delle direttive Mifid non prevede più alcun obbligo di astensione per l’intermediario che operi in conflitto di interessi”. 3.2. L’assunto, fermo in principio che è da escludere che il legislatore Europeo e, di seguito, quello nazionale possano aver pensato di liberalizzare totalmente le operazioni in conflitto di interessi icasticamente il P.M. discorre al riguardo di “una sorta di franchigia dell’omissione informativa” – è frutto di un travisamento della richiamata realtà normativa.

 L’art. 23 Reg. congiunto, nel testo applicabile alla specie, non ha affatto abdicato al principio “disclose or abstain” alla base della previgente disciplina del conflitto di interesse risultante dall’art. 27 Reg. Consob 1 luglio 1998, n. 11522, ma nel quadro di una riorganizzazione di essa fondata sul principio della prevenzione si è passati, quanto alla posizione dell’investitore, da un’impostazione basata sul principio del consenso espresso ad un’impostazione basata ora sul principio del consenso tacito. In ragione dei mutamenti che attraversano senza sosta il mercato finanziario e che rendono il conflitto di interessi una dimensione potenzialmente presente in qualunque contrattazione finanziaria, l’intento dei riformatori si è infatti indirizzato in direzione di un’attualizzazione della relativa disciplina per mezzo principalmente di un’accresciuta responsabilizzazione degli intermediari, chiamati, qui, come già più in generale previsto dall’art. 21, comma 1 bis, TUF, ad adottare “ogni misura ragionevole per identificare i conflitti di interesse che potrebbero insorgere con il cliente o tra clienti” (art. 23, comma 1) e a gestire “i conflitti di interessi anche adottando idonee misure organizzative… da evitare che tali conflitti incidano negativamente sugli interessi dei clienti” (art. 23, comma 2); e ciò non senza, però, fare nel contempo salva l’avvertenza che “quando le misure adottate ai sensi dell’art. 2 non sono sufficienti per assicurare, con ragionevole certezza che il rischio di nuocere agli interessi dei clienti sia evitato, gli intermediari informano chiaramente i clienti, prima di agire per loro conto, della natura generale e/o delle fonti dei conflitti affinchè essi possano assumere una decisione informata sui servizi prestati, tenuto conto del contesto in cui le situazioni di conflitto si manifestano” (art. 23, comma 3).

 

 

 

Quest’ultima disposizione rafforza la convinzione che l’intermediario che intenda promuovere la conclusione di un’operazione in conflitto di interessi deve informarne previamente il cliente (“gli intermediari informano chiaramente i clienti prima di agire per loro conto”) e solo dopo averne ottenuto il consenso (“possano assumere una decisione informata”) l’operazione può avere seguito. E’ vero, a questo riguardo, che la norma non ne fa cenno, ma la prestazione del consenso è implicitamente presupposta dalla circostanza che l’intermediario non può agire se non dopo aver posto il cliente nella condizione di prendere una decisione informata, che non può che essere perciò espressione di assenso da parte sua, dato che diversamente l’intermediario si troverebbe nella condizione di non potere portare a termine l’operazione. Il passaggio normativo rilevante sta piuttosto nel fatto non già che l’intermediario possa prescindere dal consenso dell’investitore, ma che quel consenso che in precedenza doveva essere prestato in forma espressa oggi può essere manifestato anche per mezzo di un comportamento concludente, quale è da ravvisarsi nel fatto che l’investitore, debitamente notiziato della conflittualità dell’operazione, non si opponga ad essa e ne autorizzi così tacitamente la conclusione. Il che è, all’evidenza, cosa ben diversa da quella predicata dal motivo, persistendo in difetto di /’disclosure,, il dovere dCabstain,, dell’intermediario, che non può infatti effettuare l’operazione in conflitto di interessi se non dopo aver informato il cliente ed avere da questo ottenuto, sia pure per effetto di un comportamento concludente, il consenso alla sua esecuzione. 4.1. Il terzo motivo di ricorso – che sfugge ad un preliminare rilievo di inammissibilità poichè oggetto della censura non è l’apprezzamento di fatto compiuto dal giudice d’appello, ma la regula iuris dal medesimo applicata – imputa all’impugnata decisione di aver ritenuto

 

 

 

“la sussistenza in re ipsa del nesso causale tra inadempimento e danno, sebbene “la banca non avesse violato alcun obbligo di astensione atteso che la disciplina vigente in tema di conflitto di interessi non ne prevede”, alla luce dei principi generali in materia di responsabilità da inadempimento “spettasse, dunque al sig. R. provare la sussistenza del nesso causale” ed, una volta informato, costui non avesse esercitato “il diritto di recesso dal contratto”. 4.2. Il motivo è infondato. Esso riposa su un presupposto (l’insussistenza di un dovere di astensione da parte dell’intermediario in caso di conflitto di interessi) del tutto inveritiero come si è spiegato rigettando il secondo motivo di gravame, non avendo il legislatore – e, per esso, le autorità delegate all’adozione dei provvedimenti attuativi – con le disposizioni regolanti la specie inteso disgiungere l’obbligo di trasparenza, che impone di informare il cliente che l’operazione avviene in conflitto di interessi, ed il dovere di astensione ove il cliente non sia posto in condizione di prendere una decisione informata, prestando il proprio consenso all’operazione. Sicchè, come bene ha indicato il P.M. una volta “individuato l’oggetto della tutela che è la consapevole e compiuta informazione del cliente su ogni aspetto dell’operazione in strumenti finanziari, la violazione delle misure apprestate in quella direzione e delle regole poste per impedire il pericolo del pregiudizio definisce come tale la responsabilità del soggetto intermediario o collocatore a titolo omissivo”. Ciò del resto rispecchia un intendimento già enunciato da questa Corte in relazione alla fattispecie a suo tempo prevista dall’art. 27 Reg. Consob 11522/1998, che postulava, non diversamente del resto da quanto si è osservato in relazione alle disposizioni applicabili al caso di specie, l’obbligo dell’intermediario di astenersi dalle operazioni in conflitto di interessi se non debitamente autorizzate dall’investitori. In tali ipotesi si sosteneva, sottolineandosi segnatamente la peculiarità di essa rispetto alla violazione degli obblighi informativi più generalmente previsti a carico dell’intermediario, ove, come si è ricordato ancora di recente, la funzione dei medesimi di colmare l’asimmettria informativa tra le parti è foriera solo di una presunzione legale di sussistenza del nesso causale fra inadempimento informativo e pregiudizio (Cass., Sez. I, 17/04/2020, n. 7905), “la violazione dell’obbligo giuridico di astensione a carico dell’intermediario

 

 

 

esclude la necessità dell’accertamento del nesso causale, da ritenersi in “re ipsa”; invece nella differente ipotesi dell’inosservanza dell’obbligo di informazione attiva, specificamente prevista dall’art. 28, comma 2, del Regolamento Consob n. 11522 del 1998, l’esistenza del nesso causale andrà accertata in concreto, non potendosi escludere che l’investitore, una volta correttamente informato, avrebbe deciso di dar corso ugualmente all’investimento”. Nè vi è ragione di deflettere da siffatto indirizzo in considerazione dei visti mutamenti normativi, poichè come si è precisato, rigettando il secondo motivo di ricorso, il principio in virtù del quale le operazioni in conflitto di interessi non possono avere seguito senza il consenso dell’investitore non è stato accantonato, ma ha solo visto mutare il suo assetto, con la conseguenza che l’operazione posta in essere dall’intermediario in una situazione di conflitto di interessi del quale egli non abbia previamente informato l’investitore e rispetto al compimento della quale, sia pure nella vista forma del consenso tacito, egli non sia stato perciò autorizzato, qualora si riveli pregiudizievole, è fonte di indubbia responsabilità dell’intermediario, dato che solo l’adesione ad essa dell’investitore recide il nesso di causalità altrimenti sussistente tra la violazione dello specifico obbligo informativo a cui è tenuto l’intermediario nel dar corso ad un’operazione in conflitto di interessi e il danno che ne patisce l’investitore. 4.3. In questa ottica risulta, poi, del tutto inconferente, poichè relativo ad un post factum irrilevante sul piano dell’accertamento della responsabilità dell’intermediario – e di cui al più si sarebbe potuta apprezzare la concludenza se solo la questione fosse stata sollevata nei gradi di merito ai fini del contenimento del risarcimento del danno ex art. 1227 c.c., comma 2, -, è l’argomento del recesso. 5.1. Il quarto motivo di ricorso lamenta la violazione dell’art. 1223 c.c., perchè la Corte d’Appello avrebbe ritenuto cristallizzato il danno, disponendo la sua liquidazione nella somma corrispondente alla differenza tra la somma versata all’atto dell’operazione e la somma rimborsata al R., sebbene nella specie fosse mancata qualsiasi cristallizzazione della minusvalenza e non si potesse perciò parlare di una perdita “in quanto il quantum dello stessa è allo stato del tutto indeterminato ed indeterminabile”. 5.2. Il motivo è inammissibile. La Corte d’Appello, nel confermare sul punto l’assunto del giudice di primo grado e nel ritenere quindi corretta la liquidazione del danno patito dal R. nella differenza tra quanto investito e quanto riscosso, mostra di condividere il criterio più generalmente enunciato in materia da questa Corte, che ne raccomanda la parametrazione “in misura pari alla differenza tra il valore dei titoli al momento del relativo acquisto e quello degli stessi al momento della domanda risarcitoria” (Cass., Sez. I, 14/11/2018, n. 29353). Nell’indirizzarsi in questa direzione essa ha dato forma ad un giudizio di valore che basandosi sull’apprezzamento di circostanze di fatto emerse nel corso della vicenda sostanzia un accertamento di merito non suscettibile di essere sindacato da parte questa Corte, tanto più considerando che la pretesa “potenzialità” del danno, eccepita dalle ricorrenti nel formulare il motivo, è tale non già in forza dei dati concreti disponibili al momento della decisione ma in ragione di ipotetici e non prevedibili rimborsi futuri, sicchè, come ancora annota il PM, potenziale non è il danno liquidato dal decidente ma, potenziali sono semmai gli ulteriori rimborsi che l’investitore potrebbe essere deputato a ricevere in futuro. 6.1

 

CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA
CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA

 

. Il quinto motivo di ricorso, che riguarda solo la compagnia, deduce un duplice errore di diritto in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello pronunciandone la solidale condanna con la banca. Da un lato, posto che la responsabilità solidale è configurabile solo in correlazione con la medesima prestazione, sarebbe, invero, “di palmare evidenza… la diversità delle prestazioni” alle quali sono obbligate la banca e la compagnia, la prima essendo “tenuta a fornire al cliente tutte le informazioni sull’investimento”, la seconda rispondendo esclusivamente “per l’eventuale violazione delle obbligazioni assunte ed attinenti alla fase formativa ed esecutiva del contratto”; dall’altro si sarebbero ritenute applicabili alla compagnia le disposizioni in tema di conflitto di interessi quantunque esse “siano applicabili alle imprese di assicurazione solo quando esse distribuiscono direttamente prodotti finanziari ed assicurativi”, mentre nella specie alla collocazione della polizza aveva provveduto la banca e solo su di essa gravavano perciò gli obblighi informativi a cui erano tenuti gli intermediari. 6.2. Il motivo è inammissibile. Sciogliendo qui la riserva di cui si è fatto cenno nello scrutinare il primo motivo di ricorso occorre prendere atto del conflitto di interessi che per effetto del rassegnato motivo di ricorso si determina tra Credit Suisse Life & Pensions AG e Credit Suisse Italy s.p.a., giacchè l’estraneità alla vicenda argomentata dalla prima rispetto alla seconda e da cui la prima intende prendere le distanze contestando, segnatamente, la solidarietà risarcitoria tra loro affermata nella pregressa fase di merito e separando perciò la propria posizione da quella della banca, rende inammissibile, come reiteratamente affermato da questa Corte, il conferimento di unico mandato difensivo ed inammissibile la costituzione in giudizio a mezzo dello stesso procuratore, per irriducibile contrasto con il diritto di difesa ed il principio del contraddittorio, valori costituzionalmente garantiti (Cass., Sez. VI-III, 20/01/2020, n. 1143; Cass., Sez. I, 25/09/2018, n. 22772; Cass., Sez. I, 23/03/2018, n. 7363). Ne consegue che in parte qua il ricorso non può trovare alcun seguito. Nè, in contrario, rileva l’asserzione circa l’intervenuta rinuncia da parte della Compagnia al regresso nei confronti della Banca per il caso di conferma della condanna in solido di cui dà notizia la memoria agli atti, giacchè non consta che la relativa volontà sia stata debitamente formalizzata nei modi previsti dalla legge. 7. Vanno dunque respinti i primi quattro motivi di ricorso, mentre va dichiarato inammissibile il quinto. 8. Le spese seguono la soccombenza. Ove dovuto sussistono i presupposti per il raddoppio a carico del ricorrente del contributo unificato ai sensi del del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater. P.Q.M. Respinge il primo, il secondo, il terzo ed il quarto motivo di ricorso; dichiara inammissibile il quinto motivo di ricorso; condanna le parti ricorrenti al pagamento in solido delle spese del presente giudizio che liquida in favore di parte resistente in Euro 28200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ove dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso. Si da atto che la presente sentenza viene sottoscritta dal solo Presidente in applicazione delle disposizioni impartite dal Primo Presidente con Decreto 40/2020 del 18.3.2020. Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile, il 9 aprile 2021. Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2021

DIVORZIO PARLIAMO DI SOLDI DI ASSEGNO DI MANTENIMENTO TASTO DOLOROSO MA UTILE

DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo  fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale.

1) ricorsi per la separazione consensuale dei coniugiDIVORZIO PARLIAMO DI SOLDI DI ASSEGNO DI MANTENIMENTO TASTO DOLOROSO MA UTILE

2) separazione con negoziazione assistita 

3) ricorsi per la separazione giudiziale dei coniugi;

4) ricorsi per l’ottenimento del divorzio congiunto (scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario);

5) divorzio con negoziazione assistita 

6) ricorsi per l’ottenimento del divorzio giudiziale (scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario);

7) ricorsi congiunti o giudiziali per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio;

8) assistenza e consulenza legale nel diritto di famiglia e mediazione familiare;

9) assistenza alla famiglia senza matrimonio.

DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,
DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,

ai fini del riconoscimento dell’assegno “si deve adottare un criterio composito – hanno spiegato – che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive

L’avvocato divorzista Bologna Sergio Armaroli sia consensuali che giudiziali, senza produrre effetti negativi su figli e familiari.

La consulenza prestata dall’ avvocato divorzista Bologna Sergio Armaroli comprende anche tutti i servizi legati alla gestione telematica dei ricorsi: l’assistenza personale dei clienti durante le udienze ed il reperimento, nonché il deposito davanti al Giudice dei documenti necessari alla pratica.

Tutto ciò che dovrai fare è affidarti alla sua esperienza e professionalità e lasciarti guidare nelle scelte più opportune.

DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,
DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,

Partendo dal testo originario dell’art. 5, c. 6 della l. n. 898 del 1970

“con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l’obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell’altro periodicamente un assegno in proposizione alle proprie sostanze e ai propri redditi. Nella determinazione di tale assegno il giudice tiene conto del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi. […]”

“Si assume come punto di partenza il profilo assistenziale, valorizzando l’elemento testuale dell’adeguatezza dei mezzi e della capacità (incapacità) di procurarseli, questo criterio deve essere calato nel “contesto sociale” del richiedente, un contesto composito formato da condizioni strettamente individuali e da situazioni che sono conseguenza della relazione coniugale, specie se di lunga durata e specie se caratterizzata da uno squilibrio nella realizzazione personale e professionale fuori del nucleo familiare.

 Lo scioglimento del vincolo incide sullo status,

divorzio assegno
divorzio assegno

ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare. Il profilo assistenziale deve, pertanto, essere contestualizzato con riferimento alla situazione effettiva nella quale si inserisce la fase di vita post matrimoniale, in chiave perequativa-compensativa”

ultima sentenza cassazione divorzio 2021
ultima sentenza cassazione divorzio 2020
nuova legge divorzio 2020
divorzio nuove regole ecco cosa cambia da oggi
assegno divorzile novità 2020
assegno divorzile nuova relazione senza convivenza
assegno divorzile quando non è dovuto

DIVORZIO PARLIAMO DI SOLDI DI ASSEGNO DI MANTENIMENTO TASTO DOLOROSO MA UTILE

cass civ n 11472 2021

Successione legittima: cos’è? Come avviene? A chi spetta?

Successione legittima: cos’è? Come avviene? A chi spetta?

La successione indica il fenomeno per cui un soggetto subentra nell’intero universo dei rapporti giuridici (sia attivi che passivi) di un altro dopo la sua morte. In tal modo si evita che situazioni giuridiche restino senza un effettivo titolare. La successione, come indicato dall’art. 457 c.c., può avvenire in due modi:

  1. per legge quando il defunto nulla ha disposto;
  2. per testamento ove sia stato redatto l’atto contenente le disposizioni di ultima volontà.
  3. AVVOCATO ESPERTO TESTAMENTI E SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE BOLOGNA  MONZA MILANO COMO VICENZA TREVISO ARZIGNANO TIENE SEDE  UNICA BOLOGNA  051 6447838 PER UN APPUNTAMENTO

Cos’è la successione legittima?

La successione legittima rientra nel primo gruppo di ipotesi di successioni ovvero quelle che avvengono per legge in assenza di un atto dispositivo. Tale forma, infatti, è utilizzata quando il de cuius non ha provveduto, in tutto o in parte, a disporre delle proprie sostanze. Rientrano in questa particolare forma di successione anche quelle anomale ossia in deroga al disposto dell’art. 565 c.c. che prevede le categorie dei successibili (coniuge, discendenti legittimi e naturali, ascendenti legittimi, collaterali, altri parenti e lo Stato secondo l’ordine e le regole previste da legge).

Successione legittima e successione dei legittimari indicano il medesimo fenomeno?

Assolutamente no. Si tratta di due distinti istituti che operano in circostanze e al cospetto di presupposti diversi. La successione legittima, infatti, come già detto, devolve l’eredità a una particolare categoria di soggetti, indicata dalla legge, in assenza di un atto dispositivo di ultima volontà. Nella successione dei legittimari, invece, si identifica un ambito di eredi cui è attribuita una posizione privilegiata che funge da limite alla libertà di testare. Data questa peculiarità la dottrina più attenta e la giurisprudenza maggiormente avveduta molto si affannano a discutere circa l’esatta posizione dei legittimari senza giungere a un’unanimità di vedute. La divisione è tra coloro che creano in capo ai legittimari una posizione di eredi necessari fino dall’apertura della successione in relazione alla quota loro riservata e senza alcun bisogno di esperire l’azione di riduzione. Quest’ultima risulta indispensabile solo se la quota di eredità non è pari a quella della legittima. Una diversa impostazione afferma che i legittimari sono successori a titolo particolare perché possono ottenere solo ed esclusivamente ciò che gli spetta anche a titolo di donazione o di legato. una terza opzione si concentra maggiormente sul momento in cui i soggetti in esame diventerebbero eredi. L’acquisto di tale qualifica, secondo il filone esegetico in commento, non sarebbe automatico in quanto i legittimari assumerebbero la qualifica di eredi solo in caso di esito positivo dell’azione di riduzione esperita se pretermessi.

Come avviene la successione legittima?

La successione legittima avviene in diverse fase. Vi è, infatti, la fase di quiescenza dell’eredità, la vocazione e la delazione. La prima indica la chiamata ereditaria con individuazione del soggetto chiamato a succedere; la seconda riguarda il complesso di situazioni che vengono offerte al chiamato. Queste due fasi non sempre coincidono soprattutto in relazione alla successione testamentaria laddove, ad esempio, l’istituzione dell’erede può avvenire o sotto condizione sospensiva oppure a favore di un nascituro (soggetto non ancora nato, ma concepito).

Quale la prima fase della successione legittima?

Dal momento in cui si apre la successione l’eredità entra in una fase di quiescenza assumendo la natura di patrimonio destinato. Ad essa è attribuito anche un amministratore. In assenza di un curatore al chiamato l’art. 460 c.c. attribuisce diversi poteri di gestione della massa (possibilità di esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, compimento di atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, richiesta di autorizzazioni per vendere i beni non conservabili o conservabili in modo assai dispendioso). Molto discussa è la natura giuridica della disposizione di cui all’art. 460 c.c. e, in particolare, se si tratta di facoltà o di obbligo tenuto conto del verbo “potere” utilizzato dalla disposizione. Argomentando proprio dal tenore letterale della norma un’impostazione ricostruisce la norma come attributiva di un potere che si converte in obbligo di terminate la gestione una volta iniziata analogamente alla situazione descritta dall’art. 2028 c.c. (gestione di affari altrui). Altro e diverso filone pretorio sostiene che il chiamato è gravato da un vero e proprio obbligo di curare l’eredità assumendo la qualifica di amministratore ex lege.

  1. AVVOCATO ESPERTO TESTAMENTI E SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE BOLOGNA  MONZA MILANO COMO VICENZA TREVISO ARZIGNANO TIENE SEDE  UNICA BOLOGNA  051 6447838 PER UN APPUNTAMENTO

Quando l’eredità è nella fase di giacenza, prima dell’acquisto, è ammissibile una divisione in quote tra eredi?

Sull’ammissibilità della giacenza pro quota diverse sono le tesi che si sono sviluppate nel dibattito dottrinario e giurisprudenziale. Una prima impostazione ne afferma l’inammissibilità in quanto una colta ottenuto il possesso il chiamato ha a disposizione l’intero patrimonio. Altra e diversa tesi ritiene possibile la giacenza pro quota solo in caso di chiamata solidale in quanto, in tale occasione, opererebbe l’accrescimento. Una terza teoria ritiene pacificamente ammissibile la giacenza pro quota, perché il chiamato può trovarsi in conflitto di interessi con altri e curare solo la sua parte.

Quando cessa la giacenza dell’eredità?

La giacenza dell’eredità cessa con l’accettazione.

Cosa è l’accettazione?

L’accettazione è la seconda fase della successione. Con la sua apertura, infatti, non si verifica l’immediato acquisto dei beni ereditari in quanto l’eredità, a differenza del legato, ha bisogno dell’accettazione. Quest’ultima non costituisce atto personalissimo e, pertanto, può essere effettuata anche da un rappresentante con apposita procura integrando un atto di straordinaria amministrazione. L’accettazione può assumere varie forme. Essa, infatti, può avvenire per forma espressa oppure in maniera tacita per atti concludenti o, ancora, con beneficio d’inventario (si accettano soltanto le attività della massa senza le passività). In rarissime ipotesi l’acquisto dell’eredità avviene senza accettazione come, ad esempio, nel caso si scelga l’accettazione con beneficio di inventario e trascorre inutilmente il termine per redigerlo.

Accettata l’eredità è possibile anche esperire l’azione di petizione ereditaria attraverso cui l’erede può chiedere il riconoscimento della sua qualità contro chiunque possiede i beni ereditari per ottenere la restituzione degli stessi. Questa azione, dunque, può essere esperita avverso coloro che:

1- possiedono asserendo di essere eredi. Si tratta del cosiddetto possessor pro herede, nel qual caso non rileva la buona o la mala fede del possessore se non in ordine ai frutti;

2- si sono appropriati dei beni ereditari senza alcun titolo, cosiddetti possessor pro possessore, che necessariamente sono in mala fede.

L’azione di petizione ereditaria è imprescrittibile data la continuità della qualità di erede (semel hers semper heres) anche se sono fatti salvi gli effetti dell’usucapione.

È possibile rinunciare all’eredità?

Sì, certo. La rinuncia all’eredità è sempre possibile. Si tratta di atto unilaterale (manifesta la volontà di un solo soggetto) non recettizio (produce effetti indipendentemente dalla conoscenza dell’altra parte, quindi, al momento dell’emissione). L’erede è considerato come se non fosse mai stato chiamato. La rinuncia ha, dunque, effetto retroattivo anche se diviene definitiva quando la medesima massa ereditaria è accettata da altro e diverso soggetto oppure se si prescrive il diritto di accettare. È atto revocabile, come disposto dall’art. 525 c.c., fino al termine ultimo di accettazione se non sono intervenuti altri chiamati e senza pregiudizio dei diritti acquistati dai terzi sui beni ereditari. L’atto di rinuncia è anche impugnabile per errore, violenza e dolo.

Chi sono i successibili nelle successioni legittime?

L’art. 565 c.c. nomina tra i successibili il coniuge, i discendenti naturali e legittimi, gli ascendenti legittimi, i collaterali, gli altri parenti e lo Stato.

I nascituri possono succedere?

I nascituri possono succedere per legge se concepiti o per testamento se non ancora concepiti, ma figli di un soggetto vivente. Molto discussa sia in dottrina che in giurisprudenza è la possibilità di equiparare i nascituri agli adottati. Un’impostazione opta in senso negativo per violazione del disposto dell’art. 631 c.c. (disposizioni rimesse all’arbitrio di un terzo) secondo cui il testatore non può domandare a terzi la determinazione dell’erede.

Le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti possono succedere?

Sì, anche le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti possono succedere con obbligo di accettazione con beneficio di inventario. Tale previsione è stabilita nell’ottica di tutela del patrimonio delle persone giuridiche e degli enti obbligati a accettare escludendo i debiti, le passività dalla massa.

Tutti i soggetti chiamati all’eredità possono succedere?

Assolutamente no. Ci sono, infatti, dei casi individuati dall’art 463 c.c. in cui il soggetto chiamato all’eredità è considerato “indegno” alla successione, pertanto, non può trattenere l’eredità (secondo il brocardo potest capere sed non potest retinere). La previsione è la conseguenza di un comportamento ritenuto non consono alla qualità di erede. Si tratta di ipotesi molto gravi e indicate specificamente nel codice civile:

  1. omicidio volontario o tentato omicidio della persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente, o un ascendente della medesima in assenza di cause di esclusione della punibilità;
  2. fatti a danno dei medesimi soggetti per cui si applicano le norme sull’omicidio;
  3. calunnia o falsa testimonianza in giudizio penale avverso le persone indicate;
  4. decadenza dalla potestà genitoriale senza reintegrazione;
  5. induzione con dolo o violenza del de cuius a fare, revocare, mutare il testamento o impedimento alle medesime condotte;
  6. soppressione, alterazione, soppressione del testamento;
  7. formazione e uso di testamento falso.

L’indegno non può mai succedere?

No, l’indegno può anche essere riabilitato. La riabilitazione può essere totale o parziale. Nel primo caso configura una disposizione di carattere non patrimoniale fondata sul perdono; il secondo si configura quando il testatore chiama l’indegno a succedere conoscendo la causa di indegnità.

Cosa accade se l’istituito non vuole o non può accettare l’eredità?

Se l’istituito non vuole o non può accettare l’eredità opera la rappresentazione a favore dei soggetti indicati dalla norma. Dottrina e giurisprudenza dominanti rinvengono in tale ipotesi un caso di delazione diretta in quanto il rappresentante succede in modo diretto al de cuius. L’oggetto, in questa eventualità, è determinato per relationem e in base alla posizione del rappresentato in cui subentra il rappresentante.

Cosa accade se viene meno la titolarità della quota di uno dei partecipanti all’acquisto ereditario?

Se viene meno la quota di uno dei partecipanti si espande quella degli altri in base al fenomeno dell’accrescimento. In questa ipotesi l’acquisto opera di diritto in modo retroattivo ed è irrinunciabile. L’accrescimento, invece, non esplica i suoi effetti in presenza di una volontà contraria del testatore che ha previsto una sostituzione ordinaria ai sensi e per gli effetti degli articoli 688 e ss. c.c. L’accrescimento non produce effetti neanche in caso di rappresentazione prevalendo di su esso. Discussa la possibilità di un accrescimento volontario in quanto la tematica si innesta nel macro ambito dell’autonomia testamentaria e, in ogni caso, non riguarda la successione legittima che è effettuata dalla legge e in assenza dell’atto dispositivo. Per mera completezza si riportano le due tesi in merito alla problematica accennata. Secondo una prima impostazione il de cuius può solo impedire l’accrescimento, ma non derogare ai presupposti previsti per lo stesso. Tale tesi riscostruisce il fenomeno come un’ipotesi di sostituzione reciproca. Altri studiosi individuano nell’accrescimento un momento volontaristico con possibilità per il testatore di rendere operante l’istituto anche al di fuori dei casi previsti dalla legge.

Sono possibili le sostituzioni nella successione legittima?

No in quanto l’istituto è disciplinano proprio per evitare l’apertura della successione legittima nei casi in cui il chiamato all’eredità tramite testamento non vuole o non può accettarla. Con le sostituzioni, infatti, il testatore prevede il subingresso di diversa persona nel caso in cui il primo istituito non acquista l’eredità cui è chiamato. Presupposto per l’operatività è, dunque, il mancato acquisto dell’eredità per impossibilità di accettazione o per assenza di volontà in tal senso. Non è espressamente disciplinata dal legislatore la sostituzione parziale che non comprende l’intera quota, ma solo parte di essa. In ogni caso risulta applicabile il disposto dell’art. 451, 2 ° comma c.c. in tema di forza probatoria degli atti. Rientra tra le ipotesi particolari di sostituzione quella fedecommissaria (attraverso una disposizione testamentaria si istituisce erede o legatario un soggetto gravato dall’obbligo di conservare i beni ricevuti che, dopo la sua morte, andranno a altra persona) che si distingue da quella compendiosa nulla perché disposta al di fuori dei casi di cui all’art. 692 c.c., ma passibile di conversione in sostituzione ordinaria valida. È ammesso anche il fedecommesso de residuo quando l’istituito deve restituire ciò che resta senza alcun obbligo di conservazione.

  1. AVVOCATO ESPERTO TESTAMENTI E SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE BOLOGNA  MONZA MILANO COMO VICENZA TREVISO ARZIGNANO TIENE SEDE  UNICA BOLOGNA  051 6447838 PER UN APPUNTAMENTO
  2. Agazzano
    Albareto
    Albinea
    Alfonsine
    Alseno
    Alta Val Tidone
    Alto Reno Terme
    Anzola dell’Emilia
    Argelato
    Argenta
    Bagnacavallo
    Bagnara di Romagna
    Bagno di Romagna
    Bagnolo in Piano
    Baiso
    Bardi
    Baricella
    Bastiglia
    Bedonia
    Bellaria-Igea Marina
    Bentivoglio
    Berceto
    Bertinoro
    Besenzone
    Bettola
    Bibbiano
    Bobbio
    Bologna
    Bomporto
    Bondeno
    Bore
    Boretto
    Borghi
    Borgo Tossignano
    Borgo Val di Taro
    Borgonovo Val Tidone
    Brescello
    Brisighella
    Budrio
    Busseto
    Cadelbosco di Sopra
    Cadeo
    Calderara di Reno
    Calendasco
    Calestano
    Campagnola Emilia
    Campegine
    Campogalliano
    Camposanto
    Camugnano
    Canossa
    Caorso
    Carpaneto Piacentino
    Carpi
    Carpineti
    Casalecchio di Reno
    Casalfiumanese
    Casalgrande
    Casina
    Casola Valsenio
    Castel Bolognese
    Castel d’Aiano
    Castel del Rio
    Castel di Casio
    Castel Guelfo di Bologna
    Castel Maggiore
    Castel San Giovanni
    Castel San Pietro Terme
    Casteldelci
    Castelfranco Emilia
    Castellarano
    Castell’Arquato
    Castello d’Argile
    Castelnovo di Sotto
    Castelnovo ne’ Monti
    Castelnuovo Rangone
    Castelvetro di Modena
    Castelvetro Piacentino
    Castenaso
    Castiglione dei Pepoli
    Castrocaro Terme e Terra del Sole
    Cattolica
    Cavezzo
    Cavriago
    Cento
    Cerignale
    Cervia
    Cesena
    Cesenatico
    Civitella di Romagna
    Codigoro
    Coli
    Collecchio
    Colorno
    Comacchio
    Compiano
    Concordia sulla Secchia
    Conselice
    Copparo
    Coriano
    Corniglio
    Correggio
    Corte Brugnatella
    Cortemaggiore
    Cotignola
    Crevalcore
    Dovadola
    Dozza
    Fabbrico
    Faenza
    Fanano
    Farini
    Felino
    Ferrara
    Ferriere
    Fidenza
    Finale Emilia
    Fiorano Modenese
    Fiorenzuola d’Arda
    Fiscaglia
    Fiumalbo
    Fontanelice
    Fontanellato
    Fontevivo
    Forlì
    Forlimpopoli
    Formigine
    Fornovo di Taro
    Frassinoro
    Fusignano
    Gaggio Montano
    Galeata
    Galliera
    Gambettola
    Gattatico
    Gatteo
    Gazzola
    Gemmano
    Goro
    Gossolengo
    Gragnano Trebbiense
    Granarolo dell’Emilia
    Grizzana Morandi
    Gropparello
    Gualtieri
    Guastalla
    Guiglia
    Imola
    Jolanda di Savoia
    Lagosanto
    Lama Mocogno
    Langhirano
    Lesignano de’ Bagni
    Lizzano in Belvedere
    Loiano
    Longiano
    Lugagnano Val d’Arda
    Lugo
    Luzzara
    Maiolo
    Malalbergo
    Maranello
    Marano sul Panaro
    Marzabotto
    Masi Torello
    Massa Lombarda
    Medesano
    Medicina
    Medolla
    Meldola
    Mercato Saraceno
    Mesola
    Minerbio
    Mirandola
    Misano Adriatico
    Modena
    Modigliana
    Molinella
    Monchio delle Corti
    Mondaino
    Monghidoro
    Monte San Pietro
    Montecchio Emilia
    Montechiarugolo
    Montecreto
    Montefiore Conca
    Montefiorino
    Montegridolfo
    Monterenzio
    Montescudo-Monte Colombo
    Montese
    Montiano
    Monticelli d’Ongina
    Monzuno
    Morciano di Romagna
    Mordano
    Morfasso
    Neviano degli Arduini
    Noceto
    Nonantola
    Novafeltria
    Novellara
    Novi di Modena
    Ostellato
    Ottone
    Ozzano dell’Emilia
    Palagano
    Palanzano
    Parma
    Pavullo nel Frignano
    Pellegrino Parmense
    Pennabilli
    Piacenza
    Pianello Val Tidone
    Pianoro
    Pieve di Cento
    Pievepelago
    Piozzano
    Podenzano
    Poggio Renatico
    Poggio Torriana
    Polesine Zibello
    Polinago
    Ponte dell’Olio
    Pontenure
    Portico e San Benedetto
    Portomaggiore
    Poviglio
    Predappio
    Premilcuore
    Prignano sulla Secchia
    Quattro Castella
    Ravarino
    Ravenna
    Reggio nell’Emilia
    Reggiolo
    Riccione
    Rimini
    Rio Saliceto
    Riolo Terme
    Riolunato
    Riva del Po
    Rivergaro
    Rocca San Casciano
    Roccabianca
    Rolo
    Roncofreddo
    Rottofreno
    Rubiera
    Russi
    Sala Baganza
    Sala Bolognese
    Salsomaggiore Terme
    Saludecio
    San Benedetto Val di Sambro
    San Cesario sul Panaro
    San Clemente
    San Felice sul Panaro
    San Giorgio di Piano
    San Giorgio Piacentino
    San Giovanni in Marignano
    San Giovanni in Persiceto
    San Lazzaro di Savena
    San Leo
    San Martino in Rio
    San Mauro Pascoli
    San Pietro in Casale
    San Pietro in Cerro
    San Polo d’Enza
    San Possidonio
    San Prospero
    San Secondo Parmense
    Santa Sofia
    Sant’Agata Bolognese
    Sant’Agata Feltria
    Sant’Agata sul Santerno
    Santarcangelo di Romagna
    Sant’Ilario d’Enza
    Sarmato
    Sarsina
    Sasso Marconi
    Sassuolo
    Savignano sul Panaro
    Savignano sul Rubicone
    Scandiano
    Serramazzoni
    Sestola
    Sissa Trecasali
    Sogliano al Rubicone
    Solarolo
    Soliera
    Solignano
    Soragna
    Sorbolo Mezzani
    Spilamberto
    Talamello
    Terenzo
    Terre del Reno
    Tizzano Val Parma
    Toano
    Tornolo
    Torrile
    Traversetolo
    Travo
    Tredozio
    Tresignana
    Valmozzola
    Valsamoggia
    Varano de’ Melegari
    Varsi
    Ventasso
    Vergato
    Verghereto
    Vernasca
    Verucchio
    Vetto
    Vezzano sul Crostolo
    Viano
    Vigarano Mainarda
    Vignola
    Vigolzone
    Villa Minozzo
    Villanova sull’Arda
    Voghiera
    Zerba
    Ziano Piacentino
    Zocca
    Zola Predosa

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSpEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSpEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

Siamo ESPERTI in casi di Malasanitàrisarcimenti per danno da Responsabilità Professionale Medica e/o della Struttura Ospedaliera e danni personali e materiali a seguito di gravi sinistri stradali sia delle persone danneggiate che dei loro prossimi congiunti.

Lo Studio AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO MALASANITA’ cura casi di malasanità in tutta Italia, con competenza, professionalità e passione

 

Lo Studio AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO MALASANITA’per la giustizia collabora con Medici Legali e Specialisti nelle varie specialità della Medicina e Chirurgia, che svolgono la loro opera professionale nei vari Istituti di Medicina Legale di tutta Italia.

Pluriennale esperienza nell’ambito del diritto sanitario per le richieste di risarcimento danni da malpractice medica. Assisto e difendendo sia in via giudiziale che stragiudiziale strutture sanitarie, liberi professionisti (per il tramite delle rispettive compagnie assicurative) nonché i singoli pazienti.

Presto assistenza giudiziale e stragiudiziale nel settore del contenzioso derivante da responsabilità professionale del medico. Ho approfondito la materia con particolare riferimento agli specializzati in chirurgia plastica odontoiatria e otorinolaringoiatria. L’esperienza decennale consolidata collaborando con studi legali impegnati nell’ambito della responsabilità civile in difesa del paziente e delle compagnie assicurative mi ha consentito di appassionarmi alla materia ed acquisire le conoscenze necessarie per questo ambito particolarmente delicato.

AVV-ARMAROLI-INNAZI-A-UNA-STATUA

Corte d’Appello Campobasso, Sentenza, 29/04/2020, n. 142

Il termine di prescrizione quinquennale del diritto al risarcimento del danno di chi assume di avere contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo inizia a decorrere, a norma dell’art. 2947 c.c., comma 1, non dal momento in cui il terzo determina la modificazione che produce danno all’altrui diritto o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui la malattia viene percepita o può essere percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, momento ritenuto normalmente coincidente con la proposizione della domanda amministrativa alla Commissione medica ospedaliera di cui all’art. 4 della legge n. 210 del 1992, ove non accertato in epoca più antica.

Cass. civ., Sez. VI – 3, Ordinanza, 18/06/2019, n. 16217 (rv. 654317-01)

Parti: S. c. M.

PRESCRIZIONE CIVILE – Decorrenza – Responsabilità del ministero della salute per contagio con virus hbv, hiv e hcv in conseguenza di emotrasfusioni o assunzione di emoderivati con sangue infetto – Diritto al risarcimento del danno – Prescrizione quinquennale – Decorrenza – Momento in cui la malattia è percepibile come danno ingiusto conseguente a comportamento di un terzo – Criteri – Data della domanda amministrativa – Rilevanza – Fondamento

La responsabilità del Ministero della salute per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da soggetti emotrasfusi è di natura extracontrattuale, né sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemia colposa o lesioni colpose plurime); ne consegue che il diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto tali patologie per fatto doloso o colposo di un terzo è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, comma 1, c.c., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita, o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, da ritenersi coincidente non con la comunicazione del responso della Commissione medica ospedaliera di cui all’art. 4 della l. n. 210 del 1992, ma con la proposizione della relativa domanda amministrativa, che attesta l’esistenza, in capo all’interessato, di una sufficiente ed adeguata percezione della malattia. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ROMA, 09/03/2017)

Malasanita’ per diagnosi sbagliata o ritardata

Malasanita’ per intervento chirurgico andato male o malriuscito ?

Malasanita’ per intervento endoscopico sbagliato

Malasanita’ per amputazione di arto sbagliato o non necessaria

Malasanita’ per asportazione di rene sbagliato

Malasanita’ per infezione ospedaliera

Malasanita’ per errore ortopedico (protesi di anca e di ginocchio, ernia del disco)

errore medico nella diagnosi prenatale Malasanita’ per ecografica e genetica e problemi durante il parto sia naturale che cesareo

Malasanita’ per errore trasfusionale con trasmissione di infezioni come l’ epatite HCV (legge 210)

Malasanita’ per vaccinazioni inopportune e loro conseguenze

Malasanita’ per danno da chirurgia plastica e danno da medicina estetica

Malasanita’ per referto istologico sbagliato, mancata tempestiva e corretta diagnosi tumorale da errore istologico

Errata o tardiva diagnosi malattie oncologiche

Interventi chirurgici eccessivamente invasivi o non necessari

Interventi chirurgici inefficaci perché non completi

Terapie oncologiche (chemioterapie, radioterapie, ecc) inadatte

Accanimento terapeutico

Ti assistiamo in tutta Italia

L’Avv. SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO MORTEPER OSPEDALE O OPERAZIONE O MANCATA DIAGNOSI segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Alessandria, Arezzo, Asti, Belluno, , Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, , Cuneo, Enna, Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, , Padova, , Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, , Ravenna, , Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Siena, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza, Viterbo.

Ti assistiamo in tutta Italia

L’Avv. SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO MORTEPER OSPEDALE O OPERAZIONE O MANCATA DIAGNOSI segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Alessandria, Arezzo, Asti, Belluno, , Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, , Cuneo, Enna, Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, , Padova, , Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, , Ravenna, , Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Siena, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza, Viterbo.

Ti assistiamo in tutta Italia

L’Avv. SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO MORTEPER OSPEDALE O OPERAZIONE O MANCATA DIAGNOSI segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Alessandria, Arezzo, Asti, Belluno, , Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, , Cuneo, Enna, Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, , Padova, , Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, , Ravenna, , Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Siena, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza, Viterbo.

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSPEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO DANNO DA PRONTO SOCCORSO 051 6447838

Ti assistiamo in tutta Italia

L’Avv. SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO MORTEPER OSPEDALE O OPERAZIONE O MANCATA DIAGNOSI segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

  1. Accertamenti clinici errati, insufficienti o tardivi
  2. Omessa o mancata diagnosi di patologia
  3. Errato approccio terapeutico alla patologia
  4. Ritardi nella diagnosi e nelle terapie farmacologiche
  5. Errori nella scelta o nella somministrazione del farmaco

 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Alessandria, Arezzo, Asti, Belluno, , Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, , Cuneo, Enna, Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, , Padova, , Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, , Ravenna, , Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Siena, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza, Viterbo.

Consenso informato: pazienti mal edotti delle eventuali complicazioni derivanti dall’intervento

Scarsa assistenza post-operatoria

Lesioni colpose di organi, terminazioni nervose, legamenti in corso di intervento

Errori in fase di anestesia con lesioni cerebrali o decesso del paziente

Embolie, trombo embolie, infarti in sala operatoria

Infezioni per cattiva cura post operatoria

NESSO CAUSALE LA CASSAZIONE

Quanto, infatti, alla censura concernente la ripartizione dell’onere probatorio del nesso causale tra paziente danneggiato (o, come nella specie, i suoi eredi) e struttura sanitaria, va ribadito – nel senso della sua infondatezza – che, nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria, si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle”. Orbene, il primo, “quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia”, ovvero la morte, “e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)” (così, in motivazione, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 26 luglio 2017, n. 18392, Rv. 645164-01). Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento)”, ovvero la morte del paziente, “è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017, cit.; nello stesso senso anche Cass. Sez. 3, sent. 4 novembre 2017, n. 26824, non massimata; Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2017, n. 29315, Rv. 646653-01; Cass. Sez. 3, sent. 15 febbraio 2018, n. 3704, Rv. 647948-01; Cass. Sez. 3, ord. 23 ottobre 2018, n. 26700, Rv. 651166-01, nonchè, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 11 novembre 2019, n. 28991, Rv. 655828-01). Si tratta, peraltro, di conclusione – come è stato di recente sottolineato – che tiene conto della peculiare configurazione che il “sottosistema” della responsabilità per attività sanitaria riveste nell’ambito del sistema “generale” della responsabilità contrattuale. Se, invero, nell’ambito di quest’ultimo, la “causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento”, non altrettanto può dirsi in ambito di responsabilità sanitaria, giacchè nel “diverso territorio del “tacere” professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta”. Qui, infatti, “l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore” (che, nel caso del “facere” professionale del sanitario, è quello alla guarigione), giacchè oggetto della prestazione sanitaria è solo “il perseguimento delle “leges artis” nella cura dell’interesse del creditore” (o, altrimenti detto, il diligente svolgimento della prestazione professionale), di talchè, il “danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute”. Ne consegue, pertanto, che non essendo l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie (ovvero la morte) “immanenti alla violazione delle “leges artis””, potendo “avere una diversa eziologia”, all’onere del creditore/ danneggiato “di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico”, si affianca – “posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento”, anche quello “di provare quella connessione” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 28991 del 2019, cit.). Da quanto precede, dunque, deriva che – nel caso che occupa l’onere di provare il nesso tra la morte della T. e la condotta dei medici dell’Azienda Ospedaliera gravava sui suoi eredi, già attori ed odierni ricorrenti, sicchè, solo una volta assolto tale onere, assume rilievo quello della convenuta di dimostrare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dagli attori, è stato determinato da causa ad essa non imputabile. Tali rilievi, tuttavia, se comportano il rigetto della prima censura in cui si articola il primo motivo di ricorso non pregiudicano l’esito dell’impugnazione proposta dai germani M

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Ordinanza 6 luglio 2020, n. 13872 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ARMANO Uliana – Presidente – Dott. SESTINI Danilo – Consigliere – Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere – Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere – Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso 17188/2018 proposto da: M.A., M.L., M.M., domiciliati ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato ALESSANDRA COLAO; – ricorrenti – contro AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA (OMISSIS), in persona del Direttore della U.O. Affari Generali, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CAIO MARIO 27, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO ALESSANDRO MAGNI, che la rappresenta e difende; – controricorrente – avverso la sentenza n. 674/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 22/03/2018; udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 12/02/2020 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI. Svolgimento del processo 1. M.M., A. e L., in proprio, nonchè quali successori nel processo di M.R., deceduto nelle more del giudizio di primo grado, ricorrono, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 674/18, del 22 marzo 2018, della Corte di Appello di Firenze, che – accogliendo il gravame esperito dall’Azienda Ospedaliera Universitaria (OMISSIS) (d’ora in avanti, “Azienza Ospedaliera”), avverso la sentenza n. 3396/14, del 3 novembre 2014, del Tribunale di Firenze – ha rigettato la domanda proposta dagli odierni ricorrenti volta a far accertare la responsabilità della predetta Azienda Ospedaliera, in relazione al decesso della proprio congiunta, T.L.. 2. Riferiscono, in punto di fatto, i ricorrenti di aver convenuto in giudizio – in origine, insieme al loro padre, M.R. – la predetta Azienda Ospedaliera, lamentando che, in data (OMISSIS), T.L. (madre degli odierni ricorrenti e moglie di M.R.), ricoverata in attesa dell’esecuzione di un intervento di chirurgico di sostituzione di valvola mitrale, era deceduta a causa di un “violento shock emorragico”, in occasione di un intervento di taracotomia, resosi necessario a seguito dell’insorgenza di “emotorace massivo a destra”. Assumevano, in particolare, gli allora attori che la morte della paziente era da ricondurre alla condotta colposa dei sanitari dell’Azienda Ospedaliera, i quali, dopo aver eseguito manovra di toracentesi per versamento pleurico, non avrebbero effettuato gli opportuni controlli successivi, omettendo di diagnosticare tempestivamente l’emotorace massivo che condusse la paziente alla morte. Radicato il giudizio, lo stesso veniva istruito anche a mezzo di CTU medico-legale, la quale, pur dando atto degli inadempimenti e dei ritardi compiuti dai sanitari, concludeva nel senso di non poter stabilire con certezza il rapporto eziologico tra la toracentesi espletata dai sanitari e l’emotorace massivo insorto, soggiungendo che l’evoluzione del quadro clinico non consentiva di affermare che un eventuale esame radiologico avrebbe evidenziato elementi tali da far supporre un’emorragia. Inoltre, l’errore commesso in sede di perizia autoptica, che ravvisava la causa della morte nello sfiancamento globale del cuore da anemia acuta metaemorragica, addebitandolo all’operazione di sostituzione della valvola mitrale (intervento, in realtà, programmato per il (OMISSIS), e dunque mai eseguito, essendo la T. deceduta il giorno precedente), veniva attribuito ad un mero difetto di comunicazione tra medici. Il primo giudice accoglieva la domanda risarcitoria, pervenendo a tale conclusione sul presupposto che la relazione causa-effetto tra la toratocentesi e l’emotorace – sebbene la CTU avesse escluso la possibilità di affermarla con certezza – fosse, in mancanza di qualunque ipotesi alternativa, “l’unica sul tavolo”, ed inoltre che, “rispetto ad essa”, non risultava fornita prova, “che incombeva a parte convenuta”, della “inevitabilità della lacerazione, o per lo meno della corretta esecuzione della toratocentesi”. Su gravame dell’Azienda Ospedaliera, il giudice d’appello riformava “in toto” la sentenza di primo grado, ritenendo insussistente la prova del nesso eziologico tra la condotta dei sanitari e il decesso della paziente, nonchè del carattere illecito della condotta dei medici, anche omissiva. 3. Avverso la decisione della Corte toscana hanno proposto ricorso per cassazione i germani M., sulla base – come detto di due motivi. 3.1. Con il primo motivo – proposto a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – si deduce la violazione degli artt. 2697, 1218, 1176 e 2236 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., laddove il giudice d’appello ha ritenuto non raggiunta la prova in ordine al nesso di causalità e al carattere lesivo dell’operato medico (in relazione sia all’esecuzione della manovra di toracentesi, sia all’omesso esame radiologico successivo alla predetta manovra). A ben vedere, il presente motivo si compone di una pluralità di doglianze. Anzitutto, si censura l’errata distribuzione dell’onere probatorio tra le parti del giudizio, paziente (o, per esso, come nel caso di specie, i suoi eredi) e struttura ospedaliera, laddove il giudice d’appello ha posto in capo alla parte attrice l’onere di provare la sussistenza del nesso di causa tra la condotta del sanitario e il danno lamentato, dovendo, invece, essa limitarsi ad allegare un inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato. Inoltre, i ricorrenti lamentano la violazione delle norme e dei principi che regolano l’accertamento delle cause e (soprattutto) delle concause di un evento, nella parte in cui la sentenza ha affermato che non vi fossero elementi per “stabilire con certezza un rapporto di causa effetto tra la toracentesi e la comparsa di un emotorace”, e ciò “non potendosi escludere altre possibili cause alternative del decesso, stante le critiche condizioni di salute della T.”, rispetto a quella della lacerazione di un vaso sanguigno. La Corte territoriale, da un lato, non avrebbe applicato il principio del “più probabile che non” ai fini dell’accertamento dell’efficienza eziologica della condotta della convenuta, richiedendo, al contrario, un insolito grado di certezza nella causazione dell’evento, dall’altro, avrebbe individuato delle ipotetiche concause o cause alternative al decesso, mai allegate nè provate da alcuno, formulando una mera congettura. Inoltre, essa avrebbe fatto, erroneamente, ricadere sul danneggiato le conseguenze dell’incertezza circa l’accertamento del nesso di causa. Si censura, poi, la sentenza della Corte toscana laddove ha escluso la lesività della condotta omissiva dei sanitari (consistita nella mancata esecuzione della radiografia di controllo post toracentesi, di norma eseguita ad un’ora di distanza dalla manovra stessa), in quanto, accedendo alle conclusioni della CTU (che pure ritiene “sicuramente censurabile la mancata esecuzione del controllo radiologico”), ha affermato che, anche nell’ipotesi in cui la radiografia fosse stata eseguita, non è certo che essa avrebbe evidenziato l’emorragia in atto. Pure in questo caso la sentenza avrebbe errato nella ripartizione dell’onere probatorio, dovendo porre a carico della struttura sanitaria l’onere di provare che l’esame omesso avrebbe dato un risultato negativo. Infine, i ricorrenti censurano la sentenza laddove ha escluso il carattere lesivo della condotta dei sanitari, sul rilievo che dall’esame della cartella clinica è emerso il costante monitoraggio della paziente. 3.2. Con il secondo motivo – proposto a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – si deduce la violazione degli artt. 2697, 1218, 1176 e 2236 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., laddove la sentenza ha gravato i danneggiati della prova della colpa medica. I ricorrenti ritengono che il giudice d’appello avrebbe dovuto porre a carico della struttura sanitaria l’onere di provare di aver adempiuto diligentemente le proprie obbligazioni, ovvero di aver eseguito correttamente la toracentesi. 4. L’Azienda Ospedaliera ha resistito, con controricorso, all’avversaria impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza. Quanto al primo motivo di ricorso, esso sarebbe inammissibile, in quanto si risolverebbe in una critica dell’accertamento in fatto compiuto dal giudice di merito; insindacabile in sede di legittimità: Inoltre, la censura relativa all’errata ripartizione dell’onere probatorio sarebbe infondata alla luce degli insegnamenti di questa Corte (si richiama Cass. Sez. 3, sent. 19 luglio 2018, n. 19204). In relazione al secondo motivo di ricorso, si osserva che esso finisce per censurare un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, travolgendo, dunque, l’apprezzamento compiuto dal giudice in ordine alle stesse. 5. Entrambe le parti hanno presentato memoria, insistendo nelle rispettive argomentazioni. Motivi della decisione 6. Il ricorso va accolto, per quanto di ragione. 7. Il primo motivo di ricorso è fondato, nei limiti di cui si dirà, ovvero in relazione alla censura di violazione dei principi in tema di ricostruzione del nesso causale. 7.1. Quanto, infatti, alla censura concernente la ripartizione dell’onere probatorio del nesso causale tra paziente danneggiato (o, come nella specie, i suoi eredi) e struttura sanitaria, va ribadito – nel senso della sua infondatezza – che, nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria, si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle”. Orbene, il primo, “quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia”, ovvero la morte, “e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)” (così, in motivazione, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 26 luglio 2017, n. 18392, Rv. 645164-01). Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento)”, ovvero la morte del paziente, “è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017, cit.; nello stesso senso anche Cass. Sez. 3, sent. 4 novembre 2017, n. 26824, non massimata; Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2017, n. 29315, Rv. 646653-01; Cass. Sez. 3, sent. 15 febbraio 2018, n. 3704, Rv. 647948-01; Cass. Sez. 3, ord. 23 ottobre 2018, n. 26700, Rv. 651166-01, nonchè, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 11 novembre 2019, n. 28991, Rv. 655828-01). Si tratta, peraltro, di conclusione – come è stato di recente sottolineato – che tiene conto della peculiare configurazione che il “sottosistema” della responsabilità per attività sanitaria riveste nell’ambito del sistema “generale” della responsabilità contrattuale. Se, invero, nell’ambito di quest’ultimo, la “causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento”, non altrettanto può dirsi in ambito di responsabilità sanitaria, giacchè nel “diverso territorio del “tacere” professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta”. Qui, infatti, “l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore” (che, nel caso del “facere” professionale del sanitario, è quello alla guarigione), giacchè oggetto della prestazione sanitaria è solo “il perseguimento delle “leges artis” nella cura dell’interesse del creditore” (o, altrimenti detto, il diligente svolgimento della prestazione professionale), di talchè, il “danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute”. Ne consegue, pertanto, che non essendo l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie (ovvero la morte) “immanenti alla violazione delle “leges artis””, potendo “avere una diversa eziologia”, all’onere del creditore/ danneggiato “di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico”, si affianca – “posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento”, anche quello “di provare quella connessione” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 28991 del 2019, cit.). Da quanto precede, dunque, deriva che – nel caso che occupa l’onere di provare il nesso tra la morte della T. e la condotta dei medici dell’Azienda Ospedaliera gravava sui suoi eredi, già attori ed odierni ricorrenti, sicchè, solo una volta assolto tale onere, assume rilievo quello della convenuta di dimostrare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dagli attori, è stato determinato da causa ad essa non imputabile. Tali rilievi, tuttavia, se comportano il rigetto della prima censura in cui si articola il primo motivo di ricorso non pregiudicano l’esito dell’impugnazione proposta dai germani M.. 7.2. Diverso, infatti, è l’esito della seconda censura in cui si articola il primo motivo di ricorso, ovvero quella di violazione della “regula iuris” relativa al riscontro del nesso di causalità materiale tra condotta del sanitario ed evento dannoso. Si legge, infatti, nella sentenza impugnata – che recepisce, sul punto, le conclusioni della CTU – che l’esistenza di tale nesso, nella specie, è stata esclusa in assenza di elementi “che permettano (…) di stabilire con certezza un rapporto di causa effetto tra la toracentesi e la comparsa dell’emotorace” (fatto, quest’ultimo, certamente all’origine del decesso per “shock emorragico”). La sentenza, anzi, addirittura aggiunge che “il mancato riconoscimento di una lesione vascolare in sede operatoria” (omissione che l’ausiliario del giudice attribuisce alla necessità, per i sanitari, di concentrare tutti i loro sforzi, in quel momento, nel tentativo di salvare la vita del paziente), nonchè in sede autoptica – circostanza, per inciso, assai meno giustificabile, giacchè frutto di una grossolana superficialità, in quanto si è “supposta” la causa dell’emorragia nell’intervento di sostituzione della valvola mitrale solo programmato, ma in realtà mai effettuato, visto che il decesso della paziente precedette la sua esecuzione – si sono posti come “elementi che impediscono di stabilire in maniera inequivocabile che la causa dell’emotorace sia stata la toracentesi”. Sul punto va, in primo luogo, respinta l’eccezione di inammissibilità della censura sollevata dalla controricorrente, secondo cui la doglianza tenderebbe ad una rivalutazione delle risultanze istruttorie. Al riguardo, per contro, appare necessario rammentare che “l’errore compiuto dal giudice di merito nell’individuare la regola giuridica in base alla quale accertare la sussistenza del nesso causale tra fatto illecito ed evento è censurabile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, restando, invece, inteso che “l’eventuale errore nell’individuazione delle conseguenze che sono derivate dall’illecito, alla luce della regola giuridica applicata, costituisce una valutazione di fatto, come tale sottratta al sindacato di legittimità, se adeguatamente motivata” (Cass. Sez. 3, sent. 25 febbraio 2014, n. 4439, Rv. 630127-01). La censura degli odierni ricorrenti investe il primo di tali profili, visto che si addebita alla Corte territoriale di non aver applicato il principio del “più probabile che non”, ai fini della ricostruzione dell’efficienza eziologica della condotta della convenuta, avendo, anzi, essa addirittura applicato una regola probatoria che esige un “inedito” grado di certezza nella causazione dell’evento. 7.2.1. Tale doglianza è, come già rilevato, fondata. 7.2.1.1. Per pervenire a tale conclusione, tuttavia, appare necessario muovere da alcune, indispensabili, premesse. In via preliminare, va qui evidenziato come – nel “territorio” della responsabilità civile, ampiamente intesa (ovvero come nozione comprensiva della responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c., non meno che da inadempimento contrattuale) – la verifica del nesso di causalità, tra la condotta del presunto danneggiante e l’evento di danno lamentato dal preteso danneggiato, costituisca, realmente, per riprendere un’ormai classica espressione della letteratura giuridica sul tema, un “cespuglio spinoso”. La presente non è, certo, la sede per ripercorrere l’estrema complessità che il tema della causalità – prima ancora che sul piano giuridico, su quello epistemologico (se non filosofico “tout court”) ha, da sempre, rivelato. Si potrà, qui, solo accennare – sulla scorta di una rielaborazione del tema operata da una autorevole dottrina processualcivistica – come, secondo alcuni approdi della filosofia della scienza, la nozione di causa possa essere intesa, in una prospettiva cognitivistica, alla stregua di un “idealized cognitive model”, ovvero di una “modalità tipizzata con cui la mente umana organizza la conoscenza di eventi, persone e oggetti, e delle loro relazioni caratteristiche, in strutture che risultano significative nel loro insieme”. Analogamente, del resto, la causalità è ricostruita secondo un’impostazione in cui riecheggia la concezione humiana del nesso causale quale meccanismo psicologico, o meglio, specifica attitudine della mente (“la sola che possa spingersi al di là dei sensi, ed informarci dell’esistenza di oggetti che non vediamo nè sentiamo”) a stabilire una connessione regolare tra accadimenti – come, appunto, un “modello mentale”, utilizzato per interpretare i dati dell’esperienza. Tuttavia, quanto qui interessa è – naturalmente – la nozione di causalità rilevante per il (ed agli effetti del) diritto, e ciò con particolare riferimento al sistema della responsabilità civile, ove la causalità assolve “alla duplice finalità di fungere da criterio di imputazione del fatto illecito e di regola operativa per il successivo accertamento dell’entità delle conseguenze pregiudizievoli del fatto che si traducono in danno risarcibile” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 16 ottobre 2007, n. 21619, Rv. 599816-01). Esistono, infatti, nella ricostruzione, a tali fini, del nesso causale – secondo le indicazioni fornite dalle Sezioni Unite di questa Corte – “due momenti diversi”, ovvero “la costruzione del fatto idoneo a fondare la responsabilità” (vale a dire, il momento della ricostruzione della “causalità materiale o di fatto”, altrimenti definita pure come “Haftungsbegrundende Kausalitat”), e “la successiva determinazione dell’intero danno cagionato, che costituisce l’oggetto dell’obbligazione risarcitoria”, ovvero l’operazione che, “collegando l’evento al danno, consente l’individuazione delle singole conseguenze dannose, con la precipua funzione di delimitare, a valle, i confini di una (già accertata) responsabilità risarcitoria”, ovvero il momento dell’apprezzamento della cosiddetta “causalità giuridica”, della “Haftungsausfullende Kausalitat”, nel quale un ruolo rilevate è svolto dall’art. 1223 c.c. (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 11 gennaio 2008, n. 576, Rv. 600899-01; nello stesso senso, sempre in motivazione, già Cass. Sez. 3, sent. 21619 del 2007, cit., mentre per l’applicazione successiva di tali principi si vedano, nuovamente in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 21 luglio 2011, n. 15991, Rv. 618882-01, nonchè, più di recente, Cass. Sez. 3, sent. 21 gennaio 2020, n. 1164, Rv. 656634-01). A venire in rilievo, nel caso oggetto del presente giudizio di legittimità (o meglio, nello scrutinio della censura che qui, partitamente, si esamina), è il primo di tali momenti. 7.2.1.2. Ciò premesso, va ulteriormente precisato – ancora una volta, sulla scorta dei “dicta” delle Sezioni Unite di questa Corte – che la ricostruzione della “problematica causale”, con riferimento alla suddetta “causalità materiale o di fatto, presenta rilevanti analogie con quella penale, artt. 40 e 41 c.p.”, giacchè “il danno rileva solo come evento lesivo” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. n. 576 del 2008; per l’applicazione degli artt. 40 e 41 c.p., al nesso di causalità materiale dell’illecito civile si vedano anche Cass. Sez. 3, sent. 11 maggio 2009, n. 10741, Rv. 608391-01; Cass. Sez. 3, sent. 8 luglio 2010, n. 16123, Rv. 613967-01; Cass. Sez. 3, ord. 12 aprile 2011, n. 8430, Rv. 616864-01). Sino a che punto, tuttavia, possa predicarsi siffatta “analogia”, è quanto ha formato oggetto di puntualizzazione da parte della giurisprudenza di questa Corte, culminata nel riconoscimento di un criterio di ricostruzione del nesso causale – definito della “preponderanza dell’evidenza” (o anche del “più probabile che non”) – differente da quello, “oltre ogni ragionevole dubbio”, utilizzato nel sistema della responsabilità penale. L’esito di tale percorso – dei cui effetti, rispetto al caso qui in esame, si dirà meglio di seguito – richiede, tuttavia, ulteriori puntualizzazioni. Invero, si è già sottolineata, in passato, da parte di questa Corte, la natura “muta” della dizione contenuta nell’art. 40 c.p., giacchè essa – nello stabilire che l’evento dannoso o pericoloso deve porsi come “conseguenza” dell’azione o omissione del soggetto “candidato” al riconoscimento della responsabilità – non enuncerebbe, in realtà, “alcuna “regola” causale”, risolvendosi in “una mera enunciazione lessicale”, e ciò “se per regola correttamente si intende una proposizione che offre risposta al triplice interrogativo “quando, come, perchè”” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 17 settembre 2013, n. 21255, Rv. 628702-01). D’altra parte, quello di “conseguenza” – come è stato evidenziato, di recente, da un’attenta dottrina civilistica – “non è un concetto normativo e, dunque, rinvia a saperi extragiuridici”, sui quali “il diritto poi interviene con proprie autonome scelte di fondo che conducono alla rielaborazione in termini giuridici delle conclusioni offerte dall’applicazione del sapere extragiuridico cui, di volta in volta, si è attinto”. In questa stessa prospettiva teorica, dunque, la “causalità materiale” (o “di fatto”), si rivelerebbe essa stessa una “formula decettiva perchè suggerisce, in maniera contraria al vero, che si sia in presenza di una nozione pregiuridica, mentre si è al cospetto di un concetto normativo con aperture extrasistemiche che scaturisce dalla riformulazione giuridica di saperi che appartengono a sistemi normativi diversi dal diritto”. Non è, pertanto, un caso se le stesse ricostruzioni dommatiche e giurisprudenziali, che pure, “in applicazione dei principi penalistici, di cui agli artt. 40 e 41 c.p., ritengono che un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cd. teoria della “condicio sine qua non”)” (così, nuovamente, Cass. Sez. Un., n. 576 del 2008, cit., che, peraltro, precisa come il principio dell’antecedente necessario trovi “il suo temperamento nel principio di causalità efficiente, desumibile dell’art. 41 c.p., comma 2”, norma che ha la funzione di escludere il rilievo eziologico di quegli antecedenti che si collocano “fuori delle normali linee di sviluppo della serie causale già in atto”), reputino di dover ricostruire il nesso di causalità materiale in base alla cd. teoria condizionalistica, “corretta” secondo il metodo della sussunzione sotto leggi scientifiche. E’, quest’ultimo, un modello ricostruttivo in base al quale la relazione intercorrente tra due accadimenti viene – per richiamare la dottrina processualistica già in precedenza citata – “provata in via inferenziale, ossia dimostrando che esiste una legge “di copertura” riferibile al caso di specie”; un modello detto anche “nomologicodeduttivo”, in quanto l’inferenza “è “nomologica” perchè si fonda su una legge di copertura, ed è “deduttiva” perchè questa legge di copertura è – almeno in linea di principio – generale, e quindi include il caso particolare che è oggetto di considerazione”. 7.2.1.3. Senonchè, proprio seguendo una simile impostazione come sottolinea la dottrina civilistica, di cui pure si diceva – il tema della ricostruzione del nesso di causalità finisce, nuovamente, per “coinvolgere anche il problema epistemologico dei limiti della conoscenza scientifica”. Invero, secondo quanto rilevato nuovamente – tra le altre – dalla dottrina da ultimo menzionata, la “rivoluzione realizzata dalla teoria eisteiniana della relatività, con la sua ridefinizione della concezione del tempo e della successione degli eventi”, in uno con lo sviluppo della “meccanica quantistica, la quale ha condotto al riconoscimento della natura statistica delle leggi ultime dei processi elementari”, costituiscono altrettanti fattori di un vero e proprio rovesciamento della nozione stessa di scoperta scientifica (o meglio, della sua “logica”). Ne è derivato, infatti, un nuovo paradigma, nel quale, al concetto di “verità” dell’ipotesi scientifica, è subentrato quello di “non falsificabilità” della stessa. Orbene, “in un contesto epistemologico nel quale la scienza non è più sicura di sè e delle sue leggi” – per dirla con un autorevole dottrina civilistica – “la causalità da risultanza naturalistica o di esperienza, a seconda del contesto filosofico nel quale essa può essere innestata”, risulterebbe scadere “a mera valutazione assistita dal riferimento statistico”, sicchè non più di “causalità” in senso proprio sarebbe lecito discorrere, bensì di “un criterio ideale di collegamento tra fatti che mima quello causale, ma invece di accertarlo lo considera “als ob”, come se, in base a una valutazione che non è l’esito di una ricognizione puramente naturalistica, bensì un giudizio squisitamente orientato alla soluzione del problema di responsabilità”. Tale, dunque, sarebbe l’esito “inevitabile”, dell’avvenuta “assimilazione, all’interno della categoria “leggi scientifiche” delle leggi universali e delle leggi statistiche, in base all’idea che “tutte le leggi scientifiche debbono essere considerate probabilistiche””. A tale ordine di considerazioni non è rimasta estranea neppure la giurisprudenza di questa Corte, la quale ha, da tempo, osservato che “lo stesso sintagma “accertamento del nesso causale” cela una prima, latente, insidia lessicale, dacchè ogni “accertamento” postula e tende ad una operazione logico-deduttiva o logicoinduttiva che conduca ad una conclusione, appunto, “certa”; mentre un’indagine, per quanto rigorosa, funzionale a predicarne l’esistenza sul piano del diritto, si arresta, sovente, quantomeno in sede civile, sulle soglie del giudizio probabilistico (sia pur connotato da un diverso livello di intensità, dalla “quasi certezza” alla “seria ed apprezzabile possibilità)” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 21619 del 2007, cit., nonchè, in senso analogo e sempre in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 15991 del 2011, cit.). Ciò, tuttavia, non equivale – come si è addebitato a questa Corte – ad una “svalutazione” del sapere scientifico, e quindi dell’apporto che esso è in grado di fornire, proprio in relazione alla ricostruzione di quell’elemento della fattispecie della responsabilità civile che è costituito dal nesso causale. Per contro, e specificamente nell’ambito del sottosistema della responsabilità da malpractice sanitaria (che viene in rilievo nel presente caso), questa Corte ha sottolineato la centralità dei saperi scientifici, dei quali il giudice può fruire pure attraverso il contributo di quell’ausiliario qualificato che è il consulente tecnico d’ufficio. Si è, infatti, affermato che, in materia di responsabilità sanitaria, “la consulenza tecnica è di norma “consulenza percipiente” a causa delle conoscenze tecniche specialistiche necessarie, non solo per la comprensione dei fatti, ma per la rilevabilità stessa dei fatti, i quali, anche solo per essere individuati, necessitano di specifiche cognizioni e/o strumentazioni tecniche; atteso che, proprio gli accertamenti in sede di consulenza, offrono al giudice il quadro dei fattori causali entro il quale far operare la regola probatoria della certezza probabilistica per la ricostruzione del nesso causale” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 20 ottobre 2014, n. 22225, Rv. 632945-01). Il riconoscimento del carattere (spesso) soltanto “relativo” delle “certezze” espresse dalle leggi scientifiche, pertanto, non vuole – nè può essere – l’adesione a quel modello ricostruttivo, pure proposto da autorevole dottrina, soprattutto penalistica, e un tempo recepito anche dalla giurisprudenza civile di questa Corte (si veda, a titolo di esempio, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 28 aprile 1994, n. 4440), che affida la ricostruzione del nesso causale alla “certezza morale” del giudicante in ordine alla sussistenza di una legge di copertura, in grado di spiegare l’efficienza eziologica della condotta del (presunto) danneggiante. Una simile impostazione, nella quale riecheggia la teoria della “intime conviction du juge” di certa letteratura giuridica d’oltralpe, presta il fianco, infatti, alla facile obiezione – espressa dalla dottrina processuale, qui già più volte richiamata – secondo cui “non è chiaro il significato dell’aggettivo “morale”, riferito al convincimento del giudice intorno all’esistenza di una legge causale”, giacchè, se la ricostruzione del nesso di causalità pone “problemi di prova, e quindi di carattere conoscitivo, non è facile intendere quale possa essere la “moralità” del convincimento del giudice”. In definitiva, come osserva sempre questa stessa dottrina, il problema della causalità materiale, si risolve nella “dimostrazione probatoria della verità di un enunciato”, ovvero quello che “descrive un nesso di causalità naturale e specifica” tra la condotta del supposto danneggiante e l’evento lesivo lamentato dal preteso danneggiato, sicchè, in ultima analisi, il cuore della questione consiste nell’individuare “i criteri secondo i quali il giudice, in presenza di elementi di prova che riguardano l’enunciato relativo all’esistenza di un nesso causale, stabilisce se tale enunciato ha o non ha ricevuto una adeguata conferma probatoria”. Come osservato da questa Corte, la verifica della sussistenza del nesso causale non è più “soltanto questione di ricostruzione dei fatti nel loro svolgersi fenomenologico, ma sempre ed anche vicenda “giuridica”, cioè questione anche di diritto, e, più precisamente, vero e proprio ragionamento probatorio sui fatti, allegati e non, dimostrati e non” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 15991 del 2011, cit.). Ragionamento da compiersi, evidentemente, in applicazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, senza, però, che ciò equivalga – come è stato ipotizzato – ad “avallare l’angoscia nichilistica di un libero convincimento che sembra rimasto una mera “scatola vuota””. Difatti, se è vero – come sottolinea la dottrina processuale prima richiamata – che il principio del libero convincimento, mentre “ha un chiaro significato negativo, nel senso che svincola il giudice da regole legali di valutazione della prova”, esso “ha tuttora un significato positivo quanto mai incerto”, visto che “non indica in quale modo il giudice il giudice debba esercitare questo potere discrezionale” di valutazione della prova. Nondimeno, sempre secondo tale condivisibile impostazione, “il libero convincimento svincola il giudice da regole di prova legale, ma non lo esime dall’osservanza dei criteri di razionalità e controllabilità logica del ragionamento probatorio, soprattutto negli ordinamenti – come il nostro – nei quali egli è soggetto all’obbligo di motivare la sua decisione con argomenti idonei a fornire di essa un giustificazione razionale ed intersoggettivamente accettabile”. Di ciò, del resto, si mostra ben consapevole questa Corte. Invero, pur a fronte dell’avvenuta riduzione al “minimo costituzionale” – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), nel testo “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, 134 – del proprio sindacato sulla parte motiva della sentenza impugnata, essa ha ribadito (tra l’altro, proprio con riferimento alla motivazione che abbia ad investire la ricostruzione del nesso causale) il proprio potere di “verificare l’estrinseca correttezza del giudizio di fatto sotto il profilo della manifesta implausibilità del percorso che lega la verosimiglianza delle premesse alla probabilità delle conseguenze”, e, pertanto, la possibilità di “sindacare la manifesta fallacia o non verità delle premesse o l’intrinseca incongruità o contraddittorietà degli argomenti, onde ritenere inficiato il procedimento inferenziale ed il risultato cui esso è pervenuto, per escludere la corretta applicazione della norma entro cui è stata sussunta la fattispecie” (così Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 644818-01). 7.2.1.4. Tuttavia, se discutere della causalità materiale (soprattutto, come si dirà meglio di seguito, di quella definita come “individuale”, o “specifica”) significa interrogarsi su di una regola probatoria, è proprio su questo piano che vanno apprezzate le differenti soluzioni offerte dalla giurisprudenza di legittimità, penale e civile, al problema della verifica del nesso causale, costituendo le stesse null’altro che il riflesso della diversità – morfologica e funzionale – dei due sistemi di responsabilità, con i quali il giudice si confronta. Difatti, nella “ricostruzione del nesso causale, ciò che muta sostanzialmente tra il processo penale e quello civile è la regola probatoria, in quanto nel primo vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio” (cfr. Cass. Pen. S.U. 11 settembre 2002, n. 30328, Franzese), mentre nel secondo vige la regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non”, stante la diversità dei valori in gioco nel processo penale tra accusa e difesa, e l’equivalenza di quelli in gioco nel processo civile tra le due parti contendenti” (così, in particolare, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. n. 576 del 2008, cit.; in senso conforme, tra le più recenti, si vedano Cass. Sez. 3, ord. 27 settembre 2018, n. 23197, Rv. 65060201, in motivazione, nonchè Cass. Sez. Lav., sent. 3 gennaio 2017, n. 47, Rv. 642263-01). Del resto, come osservato da questa Corte già prima del citato arresto delle Sezioni Unite, sempre al fine di chiarire la diversità – in sede civile e penale – delle regole probatorie in materia di causalità, queste ultime riflettono la differente morfologia e funzione dei due sistemi. Invero, quanto al profilo morfologico, deve considerarsi “come il baricentro della disciplina penale con riferimento al profilo causale del fatto sia sempre e comunque rivolto verso l’autore del reato/soggetto responsabile, orbitando, viceversa, l’illecito civile (quantomeno a far data dagli anni ‘60) intorno alla figura del danneggiato” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 21619 del 2007, cit.). Quanto, poi, al profilo funzionale, più ancora che la constatazione – valida, invero, per il solo caso in cui venga in rilievo un’ipotesi di responsabilità per omissione – secondo cui una “valutazione del nesso di causa, fondata esclusivamente sul semplice accertamento di un aumento (o di una speculare, mancata diminuzione) del rischio in conseguenza della condotta omessa, è criterio ermeneutico che inquieta l’interprete penale, poichè realmente trasforma surrettiziamente la fattispecie del reato omissivo improprio da vicenda di danno in reato di pericolo (o di mera condotta), mentre la stessa preoccupazione non pare esportabile in sede civile, dove l’accento è posto, ormai, sul concetto di “danno ingiusto”” (cfr. ancora una volta, e nuovamente in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 21619 del 2007, cit.), decisivo appare quanto osservato in dottrina. Ovvero, che i sistemi dell’illecito penale e del torto civile si caratterizzano, rispettivamente, “per la personalità quanto alla pena, come ora ci sollecita a rilevare l’art. 27 Cost., comma 1 e per la patrimonialità quanto al risarcimento”, giacchè se “quest’ultimo è essenzialmente riparazione, la pena è il negativo che si contrappone al negativo dell’illecito in sè”. Una conclusione da tenere ferma pur a fronte dell’avvenuto riconoscimento della non estraneità, al disegno costituzionale della responsabilità civile, del carattere “polifunzionale” della stessa, poichè tale esito “non significa che l’istituto aquiliano abbia mutato la sua essenza”, la quale resta principalmente quella riparatoria, visto che “questa curvatura deterrente/sanzionatoria” della responsabilità civile “esige una “intermediazione legislativa”, in forza del principio di cui all’art. 23 Cost. (correlato agli artt. 24 e 25), che pone una riserva di legge quanto a nuove prestazioni patrimoniali” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 5 luglio 2017, n. Rv. 644914-01, n. 16601, in tema di “punitive damages”). 7.2.1.5. Nè, d’altra parte, a contrastare tale conclusione, ovvero la necessità di mantenere distinte in sede civile e penale – giacchè espressione delle differenti caratteristiche dei due sistemi – le regole probatorie relative al riscontro del nesso causale, vale l’obiezione formulata proprio dalla dottrina da ultima citata. Il rilievo critico, come noto, si basa sulla constatazione che l’azione civile di danno può essere esercita – a norma degli artt. 74 c.p.p. e segg. e dell’art. 185 c.p. – anche nel giudizio penale, sicchè la teorizzata (da questa Corte) “duplicità del criterio causale potrebbe avere come esito un fatto ritenuto in pari tempo causalmente rilevante e no”. Al riguardo, tuttavia, deve rilevarsi che il vigente codice di procedura penale, scegliendo di limitare drasticamente i casi di sospensione del giudizio penale per pregiudizialità civile (art. 3), allargando, per converso, quelli di accertamento incidentale del giudice penale (art. 2), ha optato per “il principio di separatezza dei due giudizi” (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 15 luglio 2019, n. 18918, Rv. 654448-02), nell’ambito del quale persino il rischio del contrasto di giudicati non costituisce (più) un’evenienza, per così dire, “patologica”, o meglio disfunzionale. Invero, corna ancora di recente ribadito dalla giurisprudenza costituzionale, nel processo penale l’azione civile “assume carattere accessorio e subordinato rispetto all’azione penale, sicchè è destinata a subire tutte le conseguenze e gli adattamenti derivanti dalla funzione e dalla struttura del processo penale, cioè dalle esigenze, di interesse pubblico, connesse all’accertamento dei reati e alla rapida definizione dei processi”, essendo, invero, “l’idea di fondo sottesa alla nuova codificazione”, quella “che la costituzione di parte civile non dovesse essere comunque “incoraggiata”” (così, da ultimo, Corte Cost., sent. 3 aprile 2019, n. 176. Orbene, proprio tale “adattamento”, conosciuto dell’azione civile esercitata in sede penale, non è privo di conseguenze, nuovamente, sul piano delle “regole probatorie” (non escluse, ovviamente, quelle relative al riscontro del nesso causale). Infatti, qualora il soggetto asseritamente danneggiato scelga peraltro, sempre con possibilità di esercitare lo “ius poenitendi”, dal momento che la revoca della costituzione di parte civile “non preclude il successivo esercizio dell’azione in sede civile” (art. 82 c.p.p., comma 4) – di far valere, nel processo penale, la propria pretesa risarcitoria, egli vede esaminata la propria domanda da un giudice la cui potestà decisoria non coincide con quella delineata dall’art. 115 c.p.c., comma 1, secondo cui, fatti salvi i diversi casi previsti dalla legge, la sua pronuncia interviene “iuxta alligata et probata partium”. Diversamente da quello civile, il giudice penale, nell’esercizio della propria “potestas iudicandi”, è invece legittimato con effetti, evidentemente, anche in ordine alla pretesa risarcitoria azionata dalla parte civile – ad avvalersi di un potere di “integrazione probatoria”, quello disciplinato dall’art. 507 c.p.p., che va oltre l’assunzione di “nuovi” mezzi di prova (come tale norma, nella sua formulazione letterale, parrebbe suggerire). Di tale potere, infatti, esso può avvalersi sia nel caso in cui le parti siano decadute dalla prova testimoniale per la mancata o tardiva indicazione dei testimoni nella lista prevista dall’art. 468 c.p.p., sia, persino, in quello in cui non vi “sia stata ad iniziativa di esse una qualunque attività probatoria” (Corte Cost., sent. 24 marzo 1993, n. 111). Difatti, la giurisprudenza costituzionale – come già, per vero, quella di questa Corte (cfr. Cass. Sez. Un. Pen., sent. dep. 21 novembre 1992, n. 11227, Rv. 191606-01), ha escluso che il vigente codice di procedura penale abbia riservato al giudice “essenzialmente un ruolo di garante dell’osservanza delle regole di una contesa tra parti contrapposte”, nell’ambito di un giudizio che “avrebbe la funzione non di accertare i fatti reali onde pervenire ad una decisione il più possibile corrispondente al risultato voluto dal diritto sostanziale, ma di attingere – nel presupposto di un’accentuata autonomia finalistica del processo – quella sola “verità” processuale che sia possibile conseguire attraverso la logica dialettica del contraddittorio e nel rispetto di rigorose regole metodologiche e processuali coerenti al modello”, modello del quale, pertanto, uno degli assi portanti sarebbe “l’operatività di un principio dispositivo sotto il profilo probatorio”. Per contro, si è ribadito che “fine primario ed ineludibile del processo penale non può che rimanere quello della ricerca della verità”, di talchè, “ad un ordinamento improntato al principio di legalità (art. 25 Cost., comma 2) – che rende doverosa la punizione delle condotte penalmente sanzionate – nonchè al connesso principio di obbligatorietà dell’azione penale” non possono ritenersi “consone norme di metodologia processuale che ostacolino in modo irragionevole il processo di accertamento del fatto storico necessario per pervenire ad una giusta decisione” (così, Corte Cost., sent. n. 111 del 1993, cit.). Nel contesto, dunque, di un simile processo, che rigetta il principio dispositivo in materia di prova, deve ritenersi del tutto ragionevole – fugando i dubbi che sono stati, al riguardo, paventati dalla citata dottrina – che la “utilitas” tratta dalla parte civile, nel vedere esaminata la propria domanda risarcitoria da un giudice munito di un ampio potere officioso di “integrazione” della prova, risulti “controbilanciata” dalla necessità che quella prova, nella misura in cui investe (anche) il nesso causale tra la condotta del preteso responsabile e l’evento di danno lamentato dall’asserito danneggiato, venga raggiunta “oltre ogni ragionevole dubbio”. 7.2.1.6. Chiarite, pertanto, le ragioni dell’operatività – nel giudizio civile di danno – della regola probatoria del “più probabile che non”, occorre illustrarne le modalità di applicazione. Essa – anche denominata, forse in modo preferibile, come “preponderanza dell’evidenza” – costituisce, in realtà (lo sottolinea, nuovamente, la dottrina processuale più volte richiamata), la “combinazione di due regole: la regola del “più probabile che non” e la regola della “prevalenza relativa” della probabilità”. La regola del “più probabile che non”, in particolare – per riprendere tale impostazione dommatica – “implica che rispetto ad ogni enunciato si consideri l’eventualità che esso possa essere vero o falso, ossia che sul medesimo fatto vi siano un’ipotesi positiva ed una complementare ipotesi negativa”, sicchè, tra queste due ipotesi alternative, “il giudice deve scegliere quella che, in base alle prove disponibili, ha un grado di conferma logica superiore all’altra: sarebbe infatti irrazionale preferire l’ipotesi che è meno probabile dell’ipotesi inversa”. In altri termini, l’affermazione della verità dell’enunciato implica “che vi siano prove preponderanti a sostegno di essa: ciò accade quando vi sono una o più prove dirette – di cui è sicura la credibilità o l’autenticità – che confermano quell’ipotesi, oppure vi sono una o più prove indirette dalle quali si possono derivare validamente inferenze convergenti a sostegno di essa”. Per parte propria, la regola della “prevalenza relativa” della probabilità, rileva – quanto al nesso causale, nel caso di cd. “multifattorialità” nella produzione di un evento dannoso (ovvero quando all’ipotesi, formulata dall’attore, in ordine all’eziologia dell’evento stesso, possano affiancarsene altre) – allorchè “sullo stesso fatto esistano diverse ipotesi, ossia diversi enunciati che narrano il fatto in modi diversi, e che queste ipotesi abbiano ricevuto qualche conferma positiva dalle prove acquisite al giudizio”, dovendo, invero, essere prese in considerazione “solo le ipotesi che sono risultate “più probabili che non”, poichè le ipotesi negative prevalenti non rilevano”. Orbene, ricorrendo tale evenienza, vale a dire se “vi sono più enunciati sullo stesso fatto che hanno ricevuto conferma probatoria, la regola della prevalenza relativa” – sempre secondo l’impostazione dottrinaria di cui sopra – “implica che il giudice scelga come “vero” l’enunciato che ha ricevuto il grado relativamente maggiore di conferma sulla base delle prove disponibili”. Quello che viene, così, a delinearsi – per dirla, questa volta, con la giurisprudenza di questa Corte – è un modello di “certezza probabilistica”, nel quale “il procedimento logico-giuridico” da seguire “ai fini della ricostruzione del nesso causale” implica che l’ipotesi formulata vada verificata “riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma (e nel contempo di esclusione di altri possibili alternativi) disponibili in relazione al caso concreto (c.d. probabilità logica o baconiana)”, nel senso, cioè, che in tale “schema generale della probabilità come relazione logica va determinata l’attendibilità dell’ipotesi sulla base dei relativi elementi di conferma (c.d. evidence and inference nei sistemi anglosassoni)” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. n. 576 del 2008, cit., nello stesso senso, più di recente, Cass. Sez. 3, sent. 20 febbraio 2015, n. 3390, Rv. 634481-01; Cass. Sez. 3, ord. 29 gennaio 2018, n. 2061, non massimata, Cass. Sez. 3, ord. n. 23197 del 2018, cit.). La nozione di probabilità “baconiana”, o “logica”, si distingue, dunque, dalla probabilità “quantitativa” (i cui concetti e calcoli poco si prestano – come osservato dalla migliore dottrina processualistica – a essere applicati al ragionamento sulle prove), riferendosi al grado di conferma (ossia al cd. “evidential weight”, al peso probatorio) che l’ipotesi, relativa all’efficienza eziologica della condotta del preteso danneggiante a cagionare l’evento di danno lamentato dall’asserito danneggiato, riceve sulla base delle inferenze tratte dagli elementi di prova disponibili. 7.2.2. Orbene, alla luce di tutte le considerazioni che precedono, risulta, di tutta evidenza, il vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), in cui è incorsa – nel caso che occupa – la sentenza impugnata. Essa, sul presupposto che la disposta CTU ebbe ad evidenziare che “l’emotorace, a seguito di toracentesi, è evenienza rara”, sicchè “la possibilità di ravvisare la causa dell’emotorace nella toracentesi può essere posta in dubbio”, ha escluso di poter “stabilire con certezza un rapporto di casa effetto” tra due accadimenti. Anzi, ha soggiunto che “il mancato riconoscimento di una lesione vascolare in sede operatoria e autoptica” (un esito questo, tuttavia, non del riscontro della inesistenza di tale lesione, bensì del fatto che i chirurghi e il medico legale – impegnati, rispettivamente, in tali sedi non effettuarono, per le ragioni già illustrate, verifiche di sorta, “atte ad identificare la fonte del sanguinamento” che determinò il decesso della paziente) avrebbe impedito “di stabilire in maniera inequivocabile che la causa dell’emotorace sia stata la toracentesi”. Così argomentando, tuttavia, la Corte territoriale ha affidato il riscontro del nesso causale ad un criterio persino più rigoroso di quello utilizzato in sede penale, giacchè, in tale ambito, l’efficienza eziologica della condotta addebitata all’imputato è vagliata non già in termini di “certezza” (nè tantomeno di “inequivocabilità”), ma, come detto, secondo la regola probatoria che impone di affermarne la responsabilità “oltre ogni ragionevole dubbio”. La sentenza impugnata ha, dunque, disatteso la “regula iuris” che impone di accertare il nesso di causalità materiale secondo il criterio – consono alla morfologia e alla funzione del sistema della responsabilità civile – del “più probabile che non” (o meglio, della “preponderanza dell’evidenza”), nel duplice significato che si è, dianzi, illustrato. In particolare, essa avrebbe dovuto verificare, sulla scorta delle evidenze probatorie acquisite (anche a mezzo della disposta di consulenza tecnica d’ufficio), innanzitutto, se l’ipotesi sulla verità dell’enunciato relativo all’idoneità della toracentesi a cagionare l’emotorace presentasse un grado di conferma logica maggiore rispetto a quella della sua falsità (criterio del “più probabile che non”). Di seguito, essa avrebbe dovuto stabilire – in applicazione, questa volta, del criterio della “prevalenza relativa della probabilità” se tale ipotesi avesse ricevuto, sempre su un piano logico, ovvero nuovamente sulla base delle prove disponibili, un grado relativamente maggiore di conferma rispetto ad altrettante, differenti, ipotesi sulla eziologia tanto dell’emotorace, quanto del decesso della paziente (facendo la sentenza riferimento a non meglio precisate sue “critiche condizioni di salute” che avrebbero influito sul cd. “exitus”), ipotesi anch’esse, però, da riscontrare preliminarmente, nella loro verità, nello stesso modo, ovvero in applicazione del principio del “più probabile che non”. 8. Il secondo motivo resta assorbito dall’accoglimento del primo. 9. All’accoglimento del ricorso, nei termini indicati, segue la cassazione della sentenza impugnata e il rinvio alla Corte di Appello di Firenze, in diversa composizione, per la decisione nel merito, alla luce dei principi enunciati, in particolare, nel p. 7.2.2., oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio. P.Q.M. La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo, cassando, per l’effetto, la sentenza impugnata e rinviando alla Corte di Appello di Firenze, in diversa composizione, per la decisione nel merito, oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio. Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 12 febbraio 2020. Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2020

TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!

TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!

TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!

TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!TREVISO BOLOGNA DANNO PARENTALE MORTE INCIDENTE !!!!!!!!!!

051 6447838  051 6447838 051 7447838

Tribunale Treviso, Sez. I, Sentenza, 25/11/2019, n. 2467

La Suprema Corte ha chiarito, peraltro, che costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, non altrimenti specificato, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del medesimo pregiudizio complessivo, che va ristorato integralmente e unitariamente (cfr. Cass. 17 dicembre 2015, n. 25351).

La Corte di Cassazione ha inoltre chiarito che il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale patito iure proprio dai familiari della vittima primaria dell’illecito deve essere ridotto in misura corrispondente alla parte di danno cagionato da quest’ultimo a se stesso. Ciò non in quanto l’art. 1227, comma primo, cod. civ. si applichi direttamente, bensì in quanto la lesione del diritto alla vita, colposamente cagionata da chi la vita la perde, non integra un illecito della vittima nei confronti dei propri congiunti, atteso che la rottura del rapporto parentale ad opera di una delle sue parti non può considerarsi fonte di danno nei confronti dell’altra per mancanza del requisito dell’ingiustizia del danno (Cass. 12 aprile 2017, n. 9349

avvocato-erede-legittimo-10

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale costituisce duplicazione di risarcimento non consentita, la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale, sovente liquidato in percentuale del primo, o la congiunta attribuzione del danno morale, nella sua rinnovata configurazione e del danno da perdita del rapporto parentale che possono, quindi, costituire solo voci del danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, secondo l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, vengono assorbiti, altresì, il cosiddetto danno alla vita di relazione, i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica.

Tribunale Treviso, Sez. I, Sent., 16/04/2019

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TREVISO

SEZIONE PRIMA CIVILE

in composizione monocratica, in persona del dott. Alberto Barbazza, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio iscritto al R.G. n. (…)/2015 promosso da

(…),

(…),

(…),

(…), legalmente rappresentata dalla madre (…),

(…)

(…),

(…), per mezzo della procuratrice speciale (…),

tutti rappresentati e difesi dall’avv. (…), per mandato a margine dell’atto di citazione, ed elettivamente domiciliati presso lo studio della stessa in Conegliano (TV);

– ATTORI –

contro

(…), già (…), in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa dagli avv.ti (…) e (…), per mandato in calce alla comparsa di costituzione e risposta, ed elettivamente domiciliata presso lo studio degli stessi in Trieste;

(…),

– CONVENUTO CONTUMACE –

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

ex art. 132, comma secondo, n. 4), cod. proc. civ.

Con atto di citazione regolarmente notificato, gli odierni attori convenivano in giudizio (…) e (…)., già (…) (in seguito, per brevità, anche solo “(…)”), al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza della morte di (…)

Gli attori esponevano che in data (…), in prossimità di (…) (TV), (…) percorreva una strada a piedi tenendo a mano il proprio velocipede quando veniva investito dal veicolo di proprietà e guidato da (…), assicurato con (…) (all’epoca, (…)

A seguito dell’urto, il (…) riportava lesioni gravissime che ne causavano il decesso, poche ore dopo, presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale di (…) (TV).

Essendo la responsabilità del sinistro interamente ascrivibile al convenuto (…), gli attori domandavano il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del prossimo congiunto, da quantificare secondo giustizia tenendo conto del legame di parentela e dell’intenso rapporto affettivo che li legava allo stesso, e la moglie e la figlia del (…) agivano per il ristoro dell’ulteriore danno patrimoniale subito per la perdita delle elargizioni economiche erogate dal defunto.

Con comparsa di costituzione e risposta, (…) si costituiva negando la sussistenza di responsabilità alcuna in capo al conducente del veicolo, essendo la responsabilità del sinistro interamente attribuibile alla vittima, e opponendosi, in subordine, alla quantificazione del danno operata da parte attrice.

(…) non si costituiva e all’udienza del 19 novembre 2015 veniva dichiarato contumace.

La causa veniva istruita mediante CTU dinamico ricostruttiva e assunzione dei testi (…)

All’udienza del 13 dicembre 2018, le parti precisavano le conclusioni come da foglio depositato telematicamente e il Giudice concedeva, su loro concorde istanza, i termini ex art. 190 cod. proc. civ. per il deposito di comparse conclusionali e repliche, trattenendo la causa in decisione.

  1. Preliminarmente, deve essere rilevato che è pacifica, in quanto incontestata, l’operatività della copertura assicurativa di (…) in favore del convenuto (…).
  2. In merito all’an debeatur, il CTU, con motivazione immune da vizi logici e incongruenze, redatta nel pieno contraddittorio con i consulenti tecnici di parte, concludeva nei seguenti termini: “si può sinteticamente affermare come la causa del sinistro vada ricercata nel comportamento del pedone (…) il quale di ora notturna, senza segnalazione alcuna e senza servirsi della pista ciclopedonale presente a lato della strada (violazione art. 190del C.d.S.), si trovava a marciare all’interno e nei pressi del margine esterno della corsia di destra della provinciale nel momento in cui stava sopraggiungendo l’autocarro (…) condotto da (…).

Quest’ultimo veicolo finiva per investire il pedone causandone il decesso.

Si ritiene che anche il comportamento del conducente dell’autocarro sia da individuare quale altra causa del sinistro dato che assai probabilmente si trovava a marciare a velocità superiore a quella consentitagli dai dispositivi di illuminazione in uso (fari anabbaglianti) quindi in violazione dell’art. 141 del C.d.S.

Per quanto riguarda infine la ripartizione delle responsabilità nella causazione del sinistro, dal punto di vista esclusivamente tecnico, si può accreditare il 60-65% a carico del pedone (…) e il restante 35-40% a carico del conducente dell’autocarro (…)”.

Alla luce delle considerazioni del CTU e del riscontrato concorso, fra danneggiante e danneggiato, nella causazione del danno-evento, la responsabilità del convenuto (e, di conseguenza, di (…)) deve ritenersi accertata nella misura del 35%, essendo la stessa ascrivibile, per il restante 65%, alla mancata osservanza, da parte del (…) di regole di prudenza avendo egli percorso, di notte e in assenza di adeguata segnalazione e illuminazione, una strada provinciale in luogo del percorso ciclopedonale a margine di tale strada.

  1. Le voci di danno allegate dagli attori devono essere in primo luogo divise nelle componenti del danno patrimoniale e del danno non patrimoniale.

3.1Per quanto riguarda la prima componente, gli attori agiscono per il ristoro del danno da perdita del rapporto parentale.

Com’è noto, il danno da perdita del rapporto parentale è una species del cosiddetto danno tanatologico, il quale comprende sia i pregiudizi non patrimoniali patiti dai prossimi congiunti del defunto, potendo, questi ultimi, far valere tale voce di danno iure proprio, sia il danno eventualmente sofferto dal morituro stesso nell’arco temporale fra il danno-evento e la morte, per il ristoro del quale si potrà eventualmente agire iure hereditario.

Il danno da perdita del rapporto parentale, a sua volta, può manifestarsi sia nella forma del danno morale, consistente nel dolore e nelle sofferenze subite da una persona come conseguenza della morte del prossimo congiunto, sia nella forma del danno biologico, qualora il prossimo congiunto soffra, come conseguenza del medesimo evento, un danno alla propria salute ed integrità psico-fisica medicalmente accertabile.

La Suprema Corte ha chiarito, peraltro, che costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, non altrimenti specificato, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del medesimo pregiudizio complessivo, che va ristorato integralmente e unitariamente (cfr. Cass. 17 dicembre 2015, n. 25351).

La Corte di Cassazione ha inoltre chiarito che il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale patito iure proprio dai familiari della vittima primaria dell’illecito deve essere ridotto in misura corrispondente alla parte di danno cagionato da quest’ultimo a se stesso. Ciò non in quanto l’art. 1227, comma primo, cod. civ. si applichi direttamente, bensì in quanto la lesione del diritto alla vita, colposamente cagionata da chi la vita la perde, non integra un illecito della vittima nei confronti dei propri congiunti, atteso che la rottura del rapporto parentale ad opera di una delle sue parti non può considerarsi fonte di danno nei confronti dell’altra per mancanza del requisito dell’ingiustizia del danno (Cass. 12 aprile 2017, n. 9349).

3.2Per quanto concerne l’onere della prova del danno da perdita del rapporto parentale patito dagli attori, l’evoluzione giurisprudenziale in materia ha portato a richiedere la sussistenza di un duplice presupposto: il primo, di diritto, consistente nell’esistenza di un vincolo riconosciuto dall’ordinamento giuridico fra la vittima e l’attore, e il secondo, di fatto, richiedendosi la sussistenza di un vincolo affettivo fra gli stessi.

3.3Il presupposto di diritto è certamente integrato con riferimento a tutti gli attori poiché è pacifico, in quanto fra le parti non contestato, nonché provato documentalmente (cfr. doc. 2 di parte attrice), che (…), (…), (…), (…), (…), (…) e (…) e siano, rispettivamente, padre, madre, moglie, figlia, fratelli e nonna del deceduto.

3.4L’analisi della sussistenza del presupposto di fatto, così come la liquidazione del danno (subordinata all’esito positivo di tale verifica), deve essere svolta individualmente con riguardo a ciascuno degli attori.

3.4.1Con riguardo ai genitori, (…) e (…) la sussistenza del vincolo affettivo va presunta ex art. 2729 cod. civ., potendo desumersi, dal fatto noto del rapporto di genitorialità e dalla convivenza degli stessi con il deceduto, il fatto ignoto del patimento di natura non patrimoniale sofferto dagli attori in conseguenza della morte del figlio.

Non si ravvisa tuttavia alcuna ragione per personalizzare il risarcimento dovuto, come richiesto dagli attori, in misura prossima al massimo previsto dalle Tabelle in uso presso il Tribunale di Milano.

La personalizzazione, infatti, deve essere giustificata da circostanze anomale, inusuali ed eccezionali (cfr. Cass. 17 dicembre 2014, n. 26590Cass. 9 maggio 2011, n. 10107), e gli attori, nel caso di specie, non hanno allegato né provato alcuna fra queste circostanze, non essendo sufficiente, a tal fine, la mera allegazione dell’età della vittima e del rapporto di convivenza della stessa con gli attori, le quali non possono giustificare, in re ipsa, una personalizzazione del danno, trattandosi di circostanze “normali”.

Va, infatti, puntualizzato che conseguenze “normali” non vuole affatto dire, come precisato da autorevole dottrina che si condivide, conseguenza “non gravi”: fra gravità e normalità delle conseguenze non vi può essere alcuna corrispondenza biunivoca, pertanto le circostanze che possono giustificare la “personalizzazione” del risarcimento sono solo quelle che si discostano, per intensità o frequenza, da quelle ordinariamente derivanti da un evento luttuoso.

Pertanto, tenendo presente che la responsabilità del sinistro deve essere ascritta per il 65% a (…) (figlio, deceduto) e che quindi, per i motivi sopra evidenziati, il risarcimento va ridotto della misura corrispondente, il danno risarcibile subito da (…) (padre, attore) e (…) (madre) deve essere quantificato nella somma finale di Euro 58.086,00 per ciascun genitore, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.2Parimenti, deve essere presunta, ex art. 2729 cod. civ., la sussistenza del legame affettivo con (…) e (…) rispettivamente, moglie e figlia del deceduto.

Tuttavia, anche con riguardo alle due attrici dagli atti di causa non emerge alcuna circostanza anomala, inusuale ed eccezionale suscettibile di giustificare una personalizzazione del danno da perdita del prossimo congiunto.

Pertanto, il danno risarcibile subito da (…) (moglie) e (…) (figlia) deve essere quantificato nella somma finale di Euro 58.086,00 per ciascun familiare, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.3Per quanto riguarda le posizioni dei fratelli (…) e (…) sussiste il presupposto fattuale per il riconoscimento del danno da perdita del rapporto parentale poiché dall’istruttoria testimoniale è emerso che gli stessi hanno vissuto per lunghi periodi di tempo con (…) e tornavano con regolarità dalla Romania a trovare lui e gli altri familiari (cfr. verbale di udienza del 14 marzo 2017), fatto noto dal quale può essere presunta, ex art. 2729 cod. civ., la sussistenza di un legame affettivo con il fratello.

Poiché non emergono circostanze idonee a giustificare una personalizzazione, il danno risarcibile deve essere liquidato nella somma finale di Euro 8.407,00 per ciascun fratello, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.4Con riguardo alla posizione della nonna (…) la Suprema Corte ha di recente affermato che “non è condivisibile limitare la “società naturale” della famiglia cui fa riferimento l’art. 29 della Costituzione all’ambito ristretto della sola c.d. “famiglia nucleare”, incentrata su coniuge, genitori e figli, e non può ritenersi che le disposizioni civilistiche che specificamente concernono i nonni non siano tali “da poter fondare un rapporto diretto, giuridicamente rilevante, fra nonni e nipoti” ma piuttosto individuino un “rapporto mediato dai genitori-figli o di supplenza dei figli”, evidenziandosi, a tale riguardo, che il nostro ordinamento non solo include i discendenti in linea retta fra i parenti e riconosce tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela (…), ma prevede nei confronti dei discendenti e viceversa una serie di diritti, doveri e facoltà (…) da cui risulta l’innegabile rilevanza anche giuridica, oltre che affettiva e morale, di tale rapporto” (cfr. Cass. 20 ottobre 2016, n. 21239).

Secondo l’orientamento maggioritario, al quale si ritiene di aderire, dalla citata giurisprudenza e, in particolare, dall’uso da parte della Suprema Corte dell’espressione “stretto vincolo di parentela”, con riferimento al rapporto fra nonni e nipoti, si deve concludere che, come per i genitori, la sussistenza del presupposto di fatto possa essere dedotta in via presuntiva ex art. 2729 cod. civ., salvo il convenuto fornisca prova che nonno e nipote non si frequentavano o non versavano comunque in buoni rapporti.

Nel caso di specie, dall’istruttoria è emerso che la nonna di (…) pur non vivendo insieme alla vittima, si recava di frequente presso la sua abitazione per incontrare i parenti e consumare i pasti insieme (cfr. verbale di udienza del 14 marzo 2017), il che è sufficiente per ritenere provato, ex art. 2729 cod. civ., il presupposto fattuale del legame affettivo in concreto.

Poiché non emergono circostanze idonee a giustificare una personalizzazione, il danno risarcibile patito dalla nonna (…) deve essere liquidato nella somma finale di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.5Gli importi così determinati non sono soggetti a rivalutazione poiché sono state utilizzate, nel caso di specie, le Tabelle di Milano aggiornate all’anno 2018.

  1. Il danno patrimoniale allegato deve essere ulteriormente distinto nel danno da perdita del contributo economico elargito dal defunto, nel danno da spese per oneri funerari e nel danno da spese per il recupero del velocipede coinvolto nell’incidente.

4.1Le domande relative alle spese sostenute per gli oneri funerari e per il recupero del velocipede, di cui ai docc. 7 e 8 prodotti all’udienza del 19 novembre 2015, sono inammissibili in quanto tardive poiché tali spese risalgono, rispettivamente, al 14 gennaio 2014 e al 21 gennaio 2014, ossia a più di un anno prima della notificazione dell’atto di citazione e, quindi, le relative domande avrebbero dovuto essere proposte in atto di citazione, nel quale invece non si fa riferimento alcuno a tali voci di danno.

4.2Per quanto riguarda il danno da perdita delle elargizioni economiche erogate dal defunto, per il cui ristoro agiscono le attrici (…) e (…) la giurisprudenza prevalente considera risarcibile il danno patito dai tutti coloro i quali, pur non vantando alcun diritto di credito nei confronti della vittima, godevano comunque di una stabile e periodica contribuzione da parte dello stesso, in adempimento di un dovere anche solo morale (cfr. Cass. 19 agosto 2003, n. 12124).

Poiché dagli atti di causa e dall’istruttoria compiuta è emerso che (…) fosse sposato con (…) unione dalla quale nasceva la figlia (…) nel 2011, e che la famiglia convivesse, deve essere dedotto, ex art. 2729 cod. civ., che le attrici beneficiassero del contributo economico del defunto e, per l’effetto, deve ritenersi accertato l’an debeatur.

La quantificazione di tale voce di danno patrimoniale consta di tre fasi.

In primo luogo, deve essere accertato il reddito netto annuo del defunto, tenendo conto anche dei presumibili incrementi futuri.

Dalla somma così ottenuta bisogna sottrarre la cosiddetta quota sibi, ossia la parte di reddito che il definito avrebbe presumibilmente tenuto per sé, non devolvendola ai bisogni della famiglia.

Infine, la quota di reddito così accertata deve essere capitalizzata in base a un coefficiente pari alla differenza fra la durata media della vita di un individuo di sesso femminile meno l’abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa e l’età della richiedente al momento del fatto, per la moglie, ed in base a un coefficiente di capitalizzazione pari al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno, per la figlia (cfr. Cass 14 luglio 2003, n. 11003Cass. 19 febbraio 2007, n. 3758, Cass. 2 marzo 2004, n. 4186).

Come correttamente osservato da parte attrice, infatti, la Corte di Cassazione ha sancito l’inutilizzabilità dei coefficienti di cui al R.D. n. 1403 del 1922 in considerazione del notevole aumento della durata media della vita rispetto all’anno di emanazione del citato decreto, essendo necessario l’utilizzo di un diverso coefficiente che consenta di tenere conto di tali cambiamenti (cfr. Cass. 14 ottobre 2015, n. 20615).

4.2.1Dalla documentazione prodotta, emerge che (…) percepisse, al momento del decesso, un reddito netto pari a circa Euro 1.100,00 mensili; tale somma, tenuto conto dei presumibili incrementi futuri e della mansione svolta dal defunto (operaio metalmeccanico), alla luce di quanto stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro applicabile, deve essere equitativamente rideterminata nell’importo medio di Euro 1.325,00 mensili per tredici mensilità, ossia Euro 17.225,00 all’anno. Tale importo risulta determinato tenendo conto dei vari incrementi di livello retributivo per un lavoratore metalmeccanico previsti nel relativo CCNL.

4.2.2Alla luce della situazione economica di (…) e tenuto conto del fatto che dagli atti di causa risulta che la moglie fosse casalinga, pare equo fissare la quota sibi nella misura di 1/3 del reddito del (…) pertanto, dall’importo di Euro 17.225,00 deve essere sottratta la somma di Euro 5.741,67, ottenendo la somma di Euro 11.483,33, dei quali ½ sarebbe stato presumibilmente devoluto alla moglie e ½ alla figlia, fino al raggiungimento dell’autosufficienza economica della stessa.

4.2.3.1Per quanto riguarda la figlia (…) la quale aveva l’età di 3 anni al momento del decesso del padre, deve essere presunto che la stessa avrebbe raggiunto l’indipendenza economica all’età di 30 anni, e quindi il danno da perdita delle elargizioni erogate dal defunto deve essere liquidato nella somma di Euro 5.741,67 x 27 anni = Euro 155.024,95, a sua volta moltiplicata per il coefficiente di responsabilità del convenuto danneggiate del 35%, ottenendo così l’importo finale di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

4.2.3.2Per quanto riguarda la moglie (…) l’operazione di liquidazione deve essere divisa in due parti.

In primo luogo, deve essere presunto che fino alla data in cui la figlia (…) avrebbe raggiunto l’autosufficienza economica (ossia, dal 2014, per 27 anni), il marito avrebbe corrisposto alla moglie la metà dei 2/3 del suo reddito annuale medio, pari ad Euro 5.741,67. Pertanto, il danno da perdita delle elargizioni erogate dal defunto fino all’anno 2041 deve essere liquidato nella somma di Euro 5.741,67 x 27 anni = Euro 155.024,95, a sua volta moltiplicata per il coefficiente di responsabilità del convenuto danneggiate del 35%, ottenendo così l’importo di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

Successivamente all’età del raggiungimento dell’indipendenza economica da parte di (…), deve essere presunto che il (…) avrebbe destinato 1/2 del suo reddito netto alla moglie, e, pertanto, tenuto conto che la durata media della vita per un individuo di sesso femminile va oggi individuata in 84 anni e che, in considerazione dell’età della vittima primaria, deve essere sottratto il coefficiente di abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa, equitativamente determinato nella misura del 10%, l’importo da liquidare deve essere calcolato sulla base della seguente formula:

– Euro 17.225,00 / 2 (pari alla quota di ½ del reddito annuale medio presuntivamente destinato alla moglie dopo la presumibile autosufficienza economica della figlia);

– x 34 anni (pari a 84 – 50, cioè pari alla differenza fra la durata media della vita di un individuo di sesso femminile e l’età dell’attrice nell’anno 2041 in cui la figlia raggiungerà la presumibile indipendenza economica);

– sottratto il coefficiente del 10% dell’importo così ottenuto (pari al suddetto coefficiente di abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa);

– il tutto moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto del 35%;

All’importo così ottenuto, pari ad Euro 92.239,87 deve essere sommato l’importo liquidato in relazione agli anni 2014-2041, pari ad Euro 54.258,73, ottenendo l’importo finale di Euro 146.498,60, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

  1. Le spese di CTU, nella misura già liquidata con decreto del 7 ottobre 2016, devono essere poste definitivamente a carico di parte attrice per la quota di 2/3 e di parte convenuta per la quota di 1/3, in considerazione degli esiti della perizia. Le spese di CLP sostenute da parte attrice per Euro 1.811,70 e documentate come da fattura di cui al doc. 11 degli attori, dovranno essere rimborsate dalla convenuta nella misura di 1/3.
  2. Le spese di lite devono essere interamente compensate in virtù della soccombenza parziale reciproca, tenuto conto, inoltre, della condotta complessiva delle parti e, in particolare, dell’offerta transattiva formulata da (…) per importi simili a quelli di cui alla presente sentenza e rifiutata dagli attori.

P.Q.M.

Il Tribunale di Treviso, in composizione monocratica, in persona del dott. Alberto Barbazza, in parziale accoglimento delle domande proposte dagli attori, rigettata ogni altra domanda, eccezione o istanza, definitivamente pronunciando, accertata la responsabilità nei termini di cui in motivazione dei convenuti, così provvede:

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della madre (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della procuratrice speciale (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 146.498,60, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…) in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della madre (…) del danno patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Pone le spese di CTU, nella misura già liquidata con decreto del 7 ottobre 2016, definitivamente a carico di parte attrice per la quota di 2/3 e di parte convenuta per la quota di 1/3;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, a rimborsare agli attori in solido fra loro la quota di 1/3 delle spese di CTP da essi sostenute pari ad Euro 603,90 con distrazione in favore del procuratore attoreo, che si è dichiarato antistatario, ex art. 93 cod. proc. civ.;

– Spese di lite compensate.

Conclusione

Così deciso in Treviso, il 16 aprile 2019.

Depositata in Cancelleria il 16 aprile 2019.

SEQUESTRO PENALE BENI MOBILI E IMMOBILI

SEQUESTRO PENALE BENI MOBILI E IMMOBILI

Qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca viene eseguita, in ragione della natura del bene, mediante l’ablazione del denaro, comunque rinvenuto nel patrimonio del soggetto, che rappresenti l’effettivo accrescimento patrimoniale monetario da quest’ultimo conseguito per effetto del reato; tale confisca deve essere qualificata come confisca diretta, e non per equivalente, e non è ostativa alla sua adozione l’allegazione o la prova dell’origine lecita del numerarlo oggetto di ablazione”.

  1. ricorre per cassazione, per il tramite del suo difensore di fiducia, avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale di Salerno – in parziale accoglimento dell’istanza di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale in data 2 marzo 2020, che aveva disposto il vincolo reale sulle somme di denaro in contanti o giacenti su conti correnti bancari intestati e nella disponibilità del C. fino alla concorrenza di Euro 175.000, quale profitto del delitto di traffico di influenze illecite oggetto di imputazione provvisoria – ha ordinato il dissequestro parziale del denaro e la restituzione all’interessato della somma di Euro 35.425,45, sul presupposto che, essendo essa stata versata sui conti correnti bancari successivamente alla commissione del reato, non poteva considerarsi prezzo o profitto dell’illecito, in quanto da esso non derivante.

Cass. pen., Sez. Unite, Sent., (data ud. 27/05/2021) 18/11/2021, n. 42415

Inizio modulo

Fine modulo

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASSANO Margherita – Presidente –

Dott. LAPALORCIA Grazia – Consigliere –

Dott. IASILLO Adriano – Consigliere –

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere –

Dott. MOGINI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere –

Dott. PELLEGRINO Andrea – Consigliere –

Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere –

Dott. ANDRONIO A. Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.L., nato a (OMISSIS);

Avverso l’ordinanza del 18/6/2020 del Tribunale di Salerno;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal componente Stefano Mogini;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale GAETA Pio, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito il difensore, avv. Sabato Romano, che ha concluso insistendo per l’accoglimento del ricorso e l’annullamento dell’ordinanza impugnata.

Svolgimento del processo

  1. C.L. ricorre per cassazione, per il tramite del suo difensore di fiducia, avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale di Salerno – in parziale accoglimento dell’istanza di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale in data 2 marzo 2020, che aveva disposto il vincolo reale sulle somme di denaro in contanti o giacenti su conti correnti bancari intestati e nella disponibilità del C. fino alla concorrenza di Euro 175.000, quale profitto del delitto di traffico di influenze illecite oggetto di imputazione provvisoria – ha ordinato il dissequestro parziale del denaro e la restituzione all’interessato della somma di Euro 35.425,45, sul presupposto che, essendo essa stata versata sui conti correnti bancari successivamente alla commissione del reato, non poteva considerarsi prezzo o profitto dell’illecito, in quanto da esso non derivante.

Al ricorrente si contesta di aver ricevuto da altro soggetto la complessiva somma di Euro 175.000 Euro in contanti quale prezzo per la mediazione illecita che il medesimo ricorrente si era impegnato a svolgere presso un componente della Commissione Tributaria di Salerno ed un funzionario dell’Agenzia delle Entrate della stessa città al fine di ottenere una riduzione non dovuta delle imposte accertate a carico della società di cui il predetto soggetto era amministratore di fatto.

  1. Nell’interesse del ricorrente, il difensore di fiducia, avv. Sabato Romano, ha proposto ricorso deducendo i seguenti motivi.

2.1. Col primo, egli lamenta violazione di legge perchè il Tribunale avrebbe affermato di delibare un sequestro finalizzato alla confisca diretta delle somme giacenti sui conti correnti, ma avrebbe poi qualificato tali somme come “risparmio di spesa”, la cui perdurante disponibilità da parte dell’indagato sarebbe dipesa dall’avvenuto conseguimento in contanti del profitto del reato oggetto di contestazione provvisoria. Così facendo, il Tribunale avrebbe finito per qualificare la misura cautelare quale confisca per equivalente. Inoltre, le somme assoggettate a cautela risultavano avere una loro causale lecita ed erano giacenti sui conti correnti bancari già in epoca anteriore a quella di commissione del reato, sicchè anche per esse doveva escludersi il nesso di derivazione dal reato, necessario per procedere all’ipotizzata confisca diretta.

2.2. Col secondo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge in relazione al giudicato cautelare e al fumus commissi delicti. Egli rappresenta che un precedente sequestro probatorio è stato disposto nel medesimo procedimento ipotizzando, sulla base delle stesse emergenze e per la medesima condotta, il delitto di truffa aggravata. Tale provvedimento sarebbe stato confermato dallo stesso Tribunale di Salerno in sede di riesame e, quindi, dalla Corte di cassazione, sicchè la mutata qualificazione giuridica del fatto, in assenza di elementi nuovi, avrebbe violato il giudicato interno.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione di legge, poichè – in ragione del tempus commissi delicti, risalente ad “epoca anteriore e prossima al 31 dicembre 2016” – i giudici di merito avrebbero dovuto fare riferimento alla fattispecie e alla pena vigenti a quella data.

2.4. Con il quarto motivo il ricorrente deduce violazione di legge, poichè in relazione al delitto di cui all’art. 346 bis c.p., non sarebbe ipotizzabile una confisca diretta del denaro costituente profitto del reato in quanto la Pubblica Amministrazione sarebbe estranea alle condotte considerate e detto profitto sarebbe totalmente privato.

  1. La Sesta Sezione, cui il ricorso è stato assegnato, ne ha rimesso la trattazione alle Sezioni Unite, con riferimento alla questione concernente i limiti entro i quali è possibile procedere alla confisca diretta di somme di denaro giacenti su conto corrente bancario che rappresentino il prezzo o profitto del reato, anche nel caso in cui la parte interessata fornisca la prova che il denaro vincolato a fini di confisca derivi da un titolo lecito.

L’ordinanza di rimessione prende le mosse dalla ricostruzione delle movimentazioni di denaro che hanno interessato i conti correnti bancari sui quali sono state rinvenute le somme sottoposte a sequestro e rileva come il ricorrente avesse allegato elementi volti a dimostrare, in sede cautelare, che su tali conti risultavano compiuti versamenti di assegni per un importo pari a circa 40.000 Euro e, per la parte residua, accrediti di denaro di apparente derivazione lecita, quali numerosi bonifici disposti da Equitalia.

L’ordinanza evidenzia poi che il Tribunale del riesame, pur richiamandosi al principio secondo cui la confisca del denaro è sempre diretta, ha applicato solo in parte la suddetta regola, posto che con riguardo alle somme depositate fino alla data di commissione del reato ha ritenuto la assoggettabilità a sequestro del saldo attivo, mentre, con riguardo alle sopravvenienze successive alla suddetta data, ha ritenuto di escludere la sussistenza del nesso di pertinenzialità con il reato, revocando parzialmente il sequestro.

Partendo da tale dato di fatto, la Sezione rimettente ha passato in rassegna la ricostruzione della confisca del denaro risultante dalle sentenze delle Sezioni Unite secondo le quali la confisca del prezzo o del profitto cosiddetto accrescitivo derivanti dal reato e costituiti da denaro andrebbe qualificata sempre come diretta e non per equivalente, in virtù della natura fungibile del bene (Sez. U, n. 10561 del 30 gennaio 2014, Gubert, Rv. 258647; Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264437). Al riguardo, la Sesta Sezione richiama ed espressamente mostra di condividere il principio, ribadito da Sez. U, Lucci, secondo cui il profitto è solo il vantaggio di immediata e diretta derivazione causale dal reato e rileva che nella giurisprudenza di legittimità successiva a detta sentenza se ne registrano altre che, pur formalmente non discostandosi dai principi enunciati dalle Sezioni Unite, “ridefiniscono tuttavia l’ambito di operatività e i limiti di applicabilità della confisca diretta e, in particolare, del sequestro preventivo avente ad oggetto il valore monetario del denaro che costituisce il profitto del reato”.

La Sesta Sezione mostra di ritenere tale principio meritevole di un approfondimento, volto a verificarne l’assolutezza, ovvero la necessità di apportare delle limitazioni in tutti quei casi in cui risulti concretamente allegata, o addirittura dimostrata, la provenienza lecita del denaro da sottoporre a cautela.

L’ordinanza di rimessione richiama a tale proposito la giurisprudenza di legittimità formatasi, dopo Sez. U, Lucci, con riferimento alla possibilità di individuare un “profitto” nei cosiddetti risparmi di spesa che non determinano un effetto accrescitivo del patrimonio, bensì solo un mancato decremento.

La Sesta Sezione ha quindi evidenziato l’esistenza di un orientamento favorevole a riconoscere la possibilità di dar rilievo alla dimostrata provenienza lecita del denaro, sul presupposto che, in presenza della prova dell’insussistenza del nesso di pertinenzialità tra reato e denaro vincolato, dovrebbe riprendere vigore la regola distintiva tra confisca diretta e per equivalente. L’ordinanza di rimessione richiama al proposito plurime pronunce che, pur non ponendosi in aperto contrasto con i principi affermati da Sez. U, Lucci, ne hanno fornito un’interpretazione secondo cui la confisca del denaro costituente prezzo o profitto del reato, pur in astratto suscettibile di essere qualificata come diretta, non determina una sorta di automatismo, in base al quale risulterebbe irrilevante la prova della provenienza lecita del quantum oggetto di confisca.

La Sezione rimettente manifesta la sua condivisione di tale orientamento interpretativo e sostiene che in tal modo si manterrebbe fermo il principio di diritto recepito dalle Sezioni Unite, la cui assolutezza verrebbe temperata consentendo alla parte interessata di dimostrare che il profitto illecito non si è confuso con le somme aventi sicura provenienza lecita.

Il punto sul quale, pertanto, la Sesta Sezione sollecita un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite attiene alla possibilità che, ai fini del sequestro e della confisca diretta del denaro costituente prezzo o profitto derivante dal reato, la fungibilità del bene esenti “sempre” dalla prova che il denaro soggetto a vincolo sia legato da un nesso di derivazione diretta al prezzo o profitto del reato, ovvero che tale evenienza configuri solo una presunzione superabile.

La Sezione rimettente evidenzia a tale riguardo come una lettura non temperata di tale pronuncia condurrebbe ad una completa sovrapposizione della confisca diretta a quella di valore, nel senso che quest’ultima, nel caso di confisca di denaro, non sarebbe mai configurabile, oltre che ad una sostanziale inutilità dell’art. 322 ter c.p., che assolverebbe, nella prospettiva valorizzata dalle Sezioni Unite, all’unica funzione di rendere obbligatoria la confisca del profitto che, invece, è facoltativa, ai sensi dell’art. 240 c.p..

La Sesta Sezione sostiene che, in definitiva, in mancanza dei prefigurati aggiustamenti interpretativi, l’applicazione del principio di diritto affermato da Sez. U, Lucci, comporterebbe l’esistenza nell’ordinamento di un triplice modello di confisca:

  1. a) la confisca diretta, che impone l’accertamento del nesso di derivazione diretta della cosa dal reato;
  2. b) la confisca di valore, che invece prescinde dall’accertamento del nesso in questione;
  3. c) la confisca di denaro, che sarebbe sempre diretta, prescindendo, di fatto, da una parte, dall’accertamento del nesso di derivazione del denaro dal reato in ragione della natura del bene, cioè della sua fungibilità, e, dall’altra, anche dalla eventuale prova positiva della liceità ed estraneità del denaro che si sequestra rispetto al reato.

L’attuale assetto basato sui principi affermati da Sez. U, Lucci non viene dalla Sezione rimettente considerato esaustivo, nella misura in cui determinerebbe la sovrapposizione di elementi diversi. Il rapporto di pertinenza tra il bene vincolato e il reato è, infatti, strutturalmente autonomo rispetto alla natura di bene fungibile del denaro, posto che la verifica del nesso di derivazione dal reato non attiene alla natura del bene, ma si sostanzia in un giudizio di relazione tra la cosa ed il reato che non è in radice impedita dalla fungibilità del denaro.

L’ordinanza di rimessione precisa che il tema non è il superamento o la rivisitazione dei principi affermati da Sez. U, Lucci, quanto, piuttosto, se detti principi possano essere definiti ulteriormente nella loro portata nel senso di ritenere che il denaro può essere attinto con il sequestro finalizzato alla confisca diretta solo nei casi in cui:

  1. a) risulti che la somma sia proprio quella che è derivata immediatamente e direttamente dal reato;
  2. b) ovvero, si tratti di denaro che, per mero valore, corrisponda al profitto del reato in virtù di una presunzione semplice, non superata da una “prova” contraria cautelare: la parte interessata può, cioè, fornire elementi idonei ad escludere la presunzione e dimostrare che su quel conto sono giacenti, in tutto o in parte, somme aventi origine da un titolo lecito ed in relazione alle quali si può escludere ogni rapporto di derivazione con il reato. Ove detta prova vi sia, il denaro sarà sequestrabile, ma solo in funzione della confisca di valore, se consentita, e non di quella diretta.

Tale risistemazione della materia consentirebbe anche di escludere l’insorgere di dubbi di legittimità costituzionale e compatibilità con i principi CEDU, posto che la qualificazione in termini di confisca diretta del denaro, anche a fronte dell’accertata provenienza lecita, potrebbe porre l’istituto in possibile conflitto con le garanzie previste dagli artt. 2527 Cost., e artt. 67 CEDU, giacchè – a fronte della formale qualificazione – si realizzerebbe di fatto una confisca per equivalente in casi non consentiti.

  1. Con decreto del 2 marzo 2021, il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza.
  2. In data 12 maggio 2021 l’Avvocato generale Piero Gaeta ha depositato ai sensi dell’art. 611c.p.p., comma 1, articolata memoria con la quale sollecita la Corte a confermare integralmente argomentazioni e principi di diritto già affermati da Sez. U, Lucci, ribadendo le caratteristiche proprie della confisca diretta del denaro, nonchè l’incompatibilità, logica e di sistema, di ogni prova tesa alla dimostrazione della provenienza lecita di alcune somme e disponibilità finanziarie presenti nel patrimonio dell’indagato, tale provenienza essendo del tutto irrilevante rispetto alla misura ablativa una volta conseguita la gravità indiziaria, prima, e la prova piena, poi, dell’esistenza e dell’ammontare del prezzo o profitto del reato e del conseguente incremento monetario di cui, in forza di esso, ha beneficiato il patrimonio del reo.
  3. Con memoria in replica la difesa del ricorrente ha ulteriormente chiarito, con riferimento alle argomentazioni esposte dalla Procura generale nel suo scritto, le ragioni poste a base del ricorso.

Motivi della decisione

  1. La questione rimessa all’esame delle Sezioni Unite è la seguente: “se il sequestro delle somme di denaro giacenti su conto corrente bancario debba sempre qualificarsi come finalizzato alla confisca diretta del prezzo o profitto derivante dal reato anche nel caso in cui la parte interessata fornisca la “prova” della derivazione del denaro da titolo lecito”.
  2. Le Sezioni Unite hanno più volte esaminato il perimetro della confisca diretta del prezzo e del profitto del reato consistente in una somma di denaro.
  3. Per prima, Sez. U, n. 29951 del 24/05/2004, Focarelli, Rv. 228166, ha affermato che è ammissibile il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di somme di denaro che costituiscono profitto di reato sia nel caso in cui la somma si identifichi proprio in quella che è stata acquisita attraverso l’attività criminosa, sia quando sussistono indizi per i quali il denaro di provenienza illecita risulti depositato in banca ovvero investito in titoli, trattandosi di assicurare ciò che proviene dal reato e che si è cercato di occultare.

Nel valorizzare la fungibilità del denaro e la sua funzione di mezzo di pagamento, tale pronuncia ha escluso che il sequestro debba necessariamente colpire le medesime specie monetarie illegalmente percepite, ben potendosi apprendere la somma corrispondente al loro valore nominale, ovunque sia stata rinvenuta, purchè sia attribuibile all’indagato. La sentenza sottolinea, inoltre, che l’ablazione di quegli attivi monetari o finanziari richiede comunque la sussistenza del rapporto pertinenziale, quale relazione diretta, attuale e strumentale, tra il danaro sequestrato ed il reato del quale costituisce il profitto illecito (utilità creata, trasformata od acquisita proprio mediante la realizzazione della condotta criminosa).

  1. Sul tema della correlazione tra il bene da aggredire con la confisca diretta – e, quindi, con il sequestro ad essa preordinato – e il reato produttivo di utile economico, le Sezioni Unite sono tornate con altra sentenza, secondo la quale, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca prevista dall’art. 322 terc.p., costituisce profitto del reato anche il bene immobile acquistato con somme di denaro illecitamente conseguite, quando l’impiego del denaro sia causalmente collegabile al reato e sia soggettivamente attribuibile all’autore di quest’ultimo (Sez. U, n. 10280 del 25/10/2007, dep. 2008, Miragliotta, Rv. 238700).

Dopo aver ribadito che “nel concetto di profitto o provento di reato vanno compresi non soltanto i beni che l’autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto e immediato dell’illecito, ma anche ogni altra utilità che lo stesso realizza come effetto anche mediato ed indiretto della sua attività criminosa”, quella sentenza ha chiarito che la nozione di profitto del reato “deve essere riguardata in rapporto all’arricchimento complessivo” e ha precisato che “una corretta interpretazione letterale dell’art. 240 c.p., e logico-sistematica dell’istituto della confisca” impone che “qualsiasi trasformazione che il denaro illecitamente conseguito subisca per effetto di investimento dello stesso deve essere considerata profitto del reato quando sia causalmente collegata al reato stesso ed al profitto immediato – il denaro – conseguito e sia soggettivamente attribuibile all’autore del reato, che quella trasformazione abbia voluto”.

Nell’abbracciare “una nozione di profitto estensibile anche ai beni ottenuti indirettamente dal reo attraverso l’utilizzo del profitto stesso”, le Sezioni Unite hanno inoltre fatto espressamente proprio il principio di diritto – già affermato da Sez. 6, 14/6/2007, Puliga, Rv. 236984 – secondo cui, quando il profitto del reato di concussione sia costituito da denaro, è legittimamente operato in base alla prima parte dell’art. 322 ter c.p., comma 1, il sequestro preventivo di disponibilità di conto corrente dell’imputato finalizzato a confisca diretta.

Dopo aver ritenuto di dover superare tanto le decisioni che suggeriscono una interpretazione più restrittiva della nozione di profitto e che sottolineano la necessità di una stretta e diretta correlazione tra il profitto confiscabile e la condotta illecita (Sez. U, n. 29951 del 24/05/2004, Focarelli, cit.; Sez. U, n. 920 del 17/12/2003, dep. 2004, Montella, Rv. 226490), quanto la dottrina che riferisce il profitto del reato unicamente “al primo rapporto di scambio”, la sentenza in esame ha quindi affermato che il bene costituente profitto di reato è suscettibile di confisca diretta ogni qualvolta esso sia ricollegabile causalmente in modo preciso all’attività criminosa posta in essere dall’agente. Sicchè è necessario “che siano indicati in modo chiaro gli elementi indiziari sulla cui base determinare come i beni sequestrati possano considerarsi in tutto o in parte l’immediato prodotto di una condotta penalmente rilevante o l’indiretto profitto della stessa, siccome frutto di reimpiego da parte del reo del denaro o di altre utilità direttamente ottenute dai concussi”, non risultando comprensibile un’interpretazione degli art. 240 c.p. e art. 322 ter c.p., comma 1, prima parte, “che consenta la confisca del denaro ricevuto dal concessore e non anche del bene immobile acquistato con tale denaro perchè non di diretta derivazione causale dall’attività del reo”.

  1. Le conclusioni alle quali le Sezioni Unite erano pervenute con la sentenza Miragliotta sono state ribadite, specificate e approfondite da Sez. U, n. 10561 del 30 gennaio 2014, Gubert, Rv. 258647, con riferimento al profitto derivante da reato tributario e corrispondente all’imposta evasa.

Con tale decisione le Sezioni Unite hanno infatti recepito una nozione di profitto funzionale alla confisca capace di accogliere al suo interno “non soltanto i beni appresi per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma anche ogni altra utilità che sia conseguenza, anche indiretta o mediata, dell’attività criminosa (…) la trasformazione che il denaro, profitto del reato, abbia subito in beni di altra natura, fungibili o infungibili, non è quindi di ostacolo al sequestro preventivo il quale ben può avere ad oggetto il bene di investimento così acquisito. Infatti, il concetto di profitto o provento di reato legittimante la confisca e quindi nelle indagini preliminari, ai sensi dell’art. 321 c.p.p., comma 2, il suddetto sequestro, deve intendersi come comprensivo non soltanto dei beni che l’autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma altresì di ogni altra utilità che lo stesso realizza come conseguenza anche indiretta o mediata della sua attività criminosa”.

Sulla base di tale principio, la Corte di cassazione ha espressamente qualificato come risparmio di spesa il profitto causato dal reato tributario e, al contempo, ha ritenuto configurabile la confisca diretta del denaro corrispondente all’imposta evasa, rimasto nel patrimonio della persona giuridica nel cui interesse o vantaggio il reato sia stato commesso, non potendo l’ente considerarsi, salvo il caso in cui costituisca un mero schermo della persona fisica, terzo estraneo rispetto al reato.

  1. La successiva giurisprudenza di legittimità ha consolidato il principio affermato da Sez. U, Gubert, nel senso che la confisca del prezzo o del profitto del reato rappresentato da una somma di denaro – che si sostanzi, quindi, in un effettivo accrescimento patrimoniale di natura monetaria – non è “per equivalente”, ma, attesa la fungibilità del bene, è sempre confisca diretta (Sez. 6, n. 2336 del 7/1/2015, Pretner Calore, Rv. 262082; Sez. 3, n. 39177 dell’8/5/2014, Civil Vigilanza S.r.l., non mass. sul punto; Sez. 7, Ord. n. 50482 del 12/11/2014, Castellani, Rv. 261199, in fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima la qualificazione come confisca diretta dell’ablazione, disposta con sentenza di patteggiamento per i reati di concussione e peculato, di somma contante rinvenuta e sequestrata nella cassetta di sicurezza della figlia dell’imputato, considerata prestanome di quest’ultimo; in precedenza, nello stesso senso, Sez. 6, n. 30966 del 14//6/2007, Puliga, Rv. 236984, con specifico riferimento a sequestro preventivo a fini di confisca relativo a disponibilità di conto corrente dell’imputato).

Si è in particolare rilevato che, nella ipotesi in cui il profitto del reato sia costituito da numerarlo, cosa fungibile, è legittimo il sequestro delle disponibilità di conto corrente dell’imputato a norma della prima parte e non della seconda parte dell’art. 322 ter c.p., poichè “nella dizione dell’art. 322 ter c.p., il denaro, come cosa essenzialmente fungibile e, anzi, quale parametro di valutazione unificante rispetto a cose di diverso valore rispettivo, non può qualificarsi come cosa di valore corrispondente ed esorbita pertanto dal sistema della confisca per equivalente, la cui funzione è di rapportare il valore in denaro del bene ulteriormente disponibile all’importo del prezzo del reato. Prezzo che nel sistema di questa forma di confisca, che si riferisce anche a beni di per sè estranei sia al prezzo che al profitto del reato, ha in tal caso la sola funzione di parametro di riferimento al valore con fiscabile. Pertanto, la norma dev’essere intesa nel senso che, ove sia impossibile sottoporre a confisca i beni che costituiscono il prezzo o il profitto del reato e nel patrimonio del condannato non vi sia disponibilità di denaro liquido, si ricorrerà alla confisca di beni diversi, eventualmente disponibili, nei limiti del valore corrispondente al prezzo del reato. A fronte di questa interpretazione – è stato quindi dedotto – erroneamente si esclude la configurabilità della confisca, e quindi del sequestro, in relazione al denaro liquido disponibile nel conto corrente dell’imputato sul presupposto che si tratti di profitto e non di prezzo del reato, prescindendo dalla considerazione che la fungibilità del bene, e la confusione delle somme che ne deriva nella composizione del patrimonio, rendono superflua la ricerca della provenienza con riferimento al prezzo o al profitto del reato”.

  1. Le fondamenta ermeneutiche appena descritte sono state ulteriormente consolidate dalla pronuncia resa da Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264437, secondo cui, qualora il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario, di cui il soggetto abbia la disponibilità, deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura del bene, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato.

Le Sezioni Unite hanno in particolare affermato che “ove il profitto o il prezzo del reato sia rappresentato da una somma di denaro, questa, non soltanto si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell’autore del fatto, ma perde per il fatto stesso di essere ormai divenuta una appartenenza del reo – qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica. Non avrebbe, infatti, alcuna ragion d’essere – nè sul piano economico nè su quello giuridico – la necessità di accertare se la massa monetaria percepita quale profitto o prezzo dell’illecito sia stata spesa, occultata o investita: ciò che rileva è che le disponibilità monetarie del percipiente si siano accresciute di quella somma, legittimando, dunque, la confisca in forma diretta del relativo importo, ovunque o presso chiunque custodito nell’interesse del reo. Soltanto, quindi, nella ipotesi in cui sia impossibile la confisca di denaro sorge la eventualità di far luogo ad una confisca per equivalente degli altri beni di cui disponga l’imputato e per un valore corrispondente a quello del prezzo o profitto del reato, giacchè, in tal caso, si avrebbe quella necessaria novazione oggettiva che costituisce il naturale presupposto per poter procedere alla confisca di valore (l’oggetto della confisca diretta non può essere appreso e si legittima, così, l’ablazione di altro bene di pari valore). Nè è a dirsi, come parte della giurisprudenza mostra di ritenere, che la confisca del denaro costituente prezzo o profitto del reato, in assenza di elementi che dimostrino che proprio quella somma è stata versata su quel conto corrente, determinerebbe una sostanziale coincidenza della confisca diretta con quella di valore, dal momento che è la prova della percezione illegittima della somma che conta, e non la sua materiale destinazione: con la conseguenza che, agli effetti della confisca, è l’esistenza del numerarlo comunque accresciuto di consistenza a rappresentare l’oggetto da confiscare, senza che assumano rilevanza alcuna gli eventuali movimenti che possa aver subito quel determinato conto bancario”.

  1. A seguito del duplice pronunciamento delle Sezioni Unite favorevole alla qualificazione come diretta della confisca di denaro costituente prezzo o profitto del reato, la giurisprudenza successiva ha dato con continuità applicazione a quel principio di diritto ogni qualvolta si sia riscontrata una obiettiva “confusione” nel patrimonio dell’indagatolimputato del profitto monetario conseguito quale diretta conseguenza del reato a lui ascritto.

Tra queste sentenze si segnala Sez. 5, n. 23393 del 29/03/2017, Garau, Rv. 270134, secondo la quale il denaro, essendo il bene fungibile per eccellenza, non solo si confonde necessariamente con le altre disponibilità del reato, ma perde anche qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica. Ciò che rileva, quindi, è che le disponibilità monetarie del percipiente si siano accresciute di quella somma, il che legittima sempre la confisca diretta del relativo importo, ovunque o presso chiunque custodito nell’interesse del reo (in senso conforme, Sez. 5, n. 5459 del 18/01/2018, Barbato, non mass.).

  1. I principi di diritto affermati dalle più recenti sentenze delle Sezioni unite, ed in particolare da Sez. U, Lucci, sono stati posti in discussione da talune decisioni che la Corte di cassazione ha reso in ordine a fattispecie caratterizzate a vario titolo dalla particolarità del fatto concreto o dalla specifica natura dei reati contestati.

La Sesta Sezione ha così ritenuto che, in tema di sequestro preventivo funzionale alla confisca, è illegittima l’apprensione diretta delle somme di denaro entrate nel patrimonio del reo in base ad un titolo lecito, ovvero in relazione ad un credito sorto dopo la commissione del reato, che non risultino allo stesso collegate, neppure indirettamente (Sez. 6, n. 6816 del 29/1/2019, Sena, Rv. 275048). La Corte ha, al riguardo, ammesso “che, nell’ipotesi in cui il profitto del reato sia consistito in una somma di denaro, la confisca diretta possa legittimamente avere ad oggetto un importo di pari entità comunque presente nei conti bancari o nei depositi nella disponibilità dell’autore del reato”, ma ha subordinato tale evenienza alla condizione che “si tratti di denaro già confluito nei conti o nei depositi al momento della commissione del reato ovvero al momento del suo accertamento”, in quanto “solo in tali ipotesi è possibile ragionevolmente sostenere che il denaro è sequestrabile e poi confiscabile in via diretta come profitto accrescitivo, dunque indipendentemente da ogni verifica in ordine al rapporto di concreta pertinenzialità con il reato, perchè tale relazione è considerata in via fittizia sussistente proprio per effetto della confusione del profitto concretamente conseguito con tutte le altre disponibilità economiche del reo. Diversamente argomentando, cioè ammettendo che il vincolo reale possa estendersi anche su importi di denaro indistintamente accreditati sui conti o nei depositi dell’autore del reato, sulla base di crediti lecitamente maturati in epoca successiva al momento della commissione del reato – momento che giuridicamente finirebbe per recidere ogni rapporto di pertinenzialità con il reato – si finirebbe obiettivamente per trasformare una confisca diretta in una confisca per equivalente: in quanto avente ad oggetto somme di denaro sì oggetto di movimentazione sui conti o sui depositi nella disponibilità dell’autore del reato, ma che solo con una inaccettabile forzatura possono essere qualificate come profitto accrescitivo, perchè del tutto sganciate, dal punto di vista logico e cronologico, dal profitto dell’illecito. D’altro canto, se la finalità della confisca diretta è quella di evitare che chi ha commesso un reato possa beneficiare del profitto che ne è conseguito, bisogna ammettere che tale funzione è assente laddove l’ablazione colpisca somme di denaro entrate nel patrimonio del reo certamente in base ad un titolo lecito ovvero in relazione ad un credito sorto dopo la commissione del reato, e non risulti in alcun modo provato che tali somme siano collegabili, anche indirettamente, all’illecito commesso”.

E’ stata altresì messa in evidenza la necessità che il sequestro a fini di confisca diretta di somme di denaro giacenti su conti correnti o di altri strumenti finanziari consegua all’accertamento del nesso di pertinenzialità tra il denaro sottoposto a vincolo ed il profitto del reato (Sez. 6, n. 17997 del 20 marzo 2018, Bagalà, Rv.272906, con la quale la Corte ha annullato con rinvio il sequestro di conti correnti, libretti postali, titoli ed altri strumenti finanziari intestati all’indagato, disposto sulla base del generico presupposto che tali beni fossero provento dell’appartenenza ad un’associazione di stampo mafioso; Sez. 5, n. 48625 del 24/09/2018, Ratio s.r.l., n. m.).

  1. In dottrina sono prevalenti le posizioni nettamente contrarie a quelle espresse da Sez. U, Gubert e Lucci.

Si è ritenuto che tali pronunce, modulando il principio nominalistico in funzione del superamento dell’individuazione della riferibilità al reato del denaro oggetto di vincolo a fini di ablazione, si sarebbero spinte fino a recidere l’individuazione di un nesso diretto tra la somma da confiscare e quella costituente profitto del reato, il che comporterebbe la sostanziale trasformazione della misura, da confisca diretta a confisca per equivalente.

Al riguardo, si è sottolineato che, per potersi affermare in ogni caso la natura diretta della confisca del profitto monetario del reato, nella sentenza Gubert si è dovuto ammettere che tale confisca non deve necessariamente ricadere sul denaro immediatamente conseguito col reato, ben potendosi confiscare anche le utilità mediate e conseguenziali.

Le Sezioni Unite avrebbero, per tale via, definito un vero e proprio regime derogatorio alla confisca del profitto monetario, nel quale la naturale fungibilità del denaro consente di superare la pur necessaria individuazione del vincolo di provenienza.

Si è poi osservato che proprio il rilievo svolto da Sez. U, Lucci – secondo cui il denaro non soltanto si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell’autore del reato, ma perde, per il fatto stesso di essere ormai divenuto un’appartenenza del reo, qualsiasi connotato di autonomia e ogni identificabilità fisica – induce a concludere nel senso che la confisca del denaro, ove di quest’ultimo non sia tracciabile l’origine, dovrebbe essere considerata una confisca di valore. In questa prospettiva, la fungibilità caratteristica del denaro non potrebbe comportare l’elisione del requisito della pertinenzialità, in realtà sussistente solo se proprio la somma di denaro vincolata a fini di ablazione è causalmente collegata in via diretta al reato. Sicchè la confisca diretta dovrebbe ritenersi circoscritta ai casi in cui il denaro costituente profitto del reato rimanga identificabile, perchè depositato o custodito senza che si sia determinata confusione con altri attivi monetari del reo, ovvero perchè direttamente reinvestito con modalità che ne consentano la tracciabilità.

Al di là di tali limiti, si verificherebbe una vera e propria trasfigurazione della nozione stessa di profitto del reato, nella quale evaporerebbe il nesso di pertinenzialità, rendendosi possibile la confisca di qualsiasi vantaggio derivante dal reato, a prescindere dal fatto che si tratti di un effettivo e concreto accrescimento patrimoniale.

  1. Le Sezioni Unite intendono rispondere al quesito posto dalla Sezione remittente dando continuità al principio di diritto affermato, in tema di sequestro a fini di confisca diretta del prezzo o profitto monetario del reato, da Sez. U, Lucci.

In particolare, il Collegio vuole ribadire che, ai fini della confisca diretta del pretium delicti rappresentato da una somma di denaro, è indifferente l’identità fisica del numerarlo oggetto di ablazione rispetto a quello illecitamente conseguito.

Conseguentemente, ritiene necessario precisare che il nesso eziologico di diretta provenienza che lega al reato la somma acquisita dall’autore, lungi dal venir meno, va tuttavia individuato, definito e conformato in relazione alla peculiare natura del denaro e alla disciplina giuridica sua propria.

  1. Il denaro è bene numerarlo fungibile. Esso è strumento corrispettivo di valore per eccellenza, specificamente destinato alla circolazione e a servire da mezzo di pagamento.

Da tali sue intrinseche caratteristiche derivano, ai fini che qui interessano, alcune rilevanti conseguenze giuridiche.

  1. La prima è che il denaro è bene ontologicamente diverso rispetto a qualunque “utilità” di altro tipo.

Non è quindi un accidente che le varie norme penali che ad esso si riferiscono – in particolare nell’ambito dei delitti contro la pubblica amministrazione, ma non solo traccino una espressa e netta demarcazione tra queste due categorie – “denaro o altra utilità” – allorchè si tratta di individuare le cose e i beni nei quali può consistere il prezzo, il profitto o il prodotto del reato.

Se si esamina tale distinzione nella prospettiva della confisca-misura di sicurezza di cui all’art. 240 c.p., è agevole rilevare che allorchè la norma fa riferimento a “cose”, “beni” e “strumenti”, il denaro, ove rappresenti uno dei suddetti proventi, è genericamente considerato bene soggetto a confisca diretta. Infatti, quando il legislatore ha voluto riservare all’ablazione del denaro una specifica disciplina, lo ha fatto in modo espresso, al citato art. 240 c.p., comma 1 bis, il quale per l’ipotesi ivi descritta prevede che tale ablazione possa avvenire unicamente per equivalente.

  1. La peculiare natura del “bene-denaro” costituente il prezzo o il profitto del reato conforma i tratti e la disciplina della confisca che lo abbia ad oggetto.

A tale fine, quale numerarlo fungibile destinato ex lege a servire da mezzo di pagamento, esso è infatti ontologicamente e normativamente indifferente all’individuazione materiale del relativo supporto nummario: natura e funzione del denaro rendono recessiva la sua consistenza fisica, determinando la sua automatica confusione nel patrimonio del reo, che ne risulta correlativamente accresciuto.

Per la confisca del prezzo o del profitto del reato che sia consistente in una somma di denaro è quindi irrilevante che il numerarlo conseguito dall’autore – perciò stesso confuso nel suo patrimonio, al pari, del resto, di eventuali altre acquisizioni monetarie lecite – sia materialmente corrispondente a quello sottoposto a confisca.

La somma di denaro che ha costituito il prezzo o il profitto del reato non va dunque considerata, ai fini che ci occupano, nella sua fisica consistenza, ma nella sua ontologica essenza di bene fungibile e paradigma di valore. Se il prezzo o il profitto del reato è rappresentato da una somma di denaro, essa si confonde con le altre componenti del patrimonio del reo e perde perciò stesso ogni giuridico rilievo la sua identificabilità fisica.

Da un lato, quindi, non occorrerà ricercare lo stesso numerarlo – le medesime banconote – conseguito dall’autore come diretta derivazione del reato da lui commesso, e, dall’altro, nessuna rilevanza sarà attribuibile all’eventuale esistenza di altri attivi monetari in ipotesi confluiti nel patrimonio del reo, foss’anche a seguito di versamenti di denaro aventi origine lecita nel suo conto corrente bancario.

Lo scopo della misura non è, infatti, di ritrovare sul conto corrente del reo le stesse banconote ab origine costituenti il prezzo o il profitto del reato, ma di realizzare l’ablazione della somma che sia già entrata nel patrimonio dell’autore a causa della commissione dell’illecito ed ivi sia ancora rinvenibile. Come icasticamente affermato dall’Avvocato generale nella sua pregevole memoria, “la confisca diretta insegue non le banconote, ma la somma di denaro quale entità che incrementa il patrimonio del reo”.

Allo stesso modo, risultano irrilevanti le vicende che abbiano in ipotesi interessato la somma riveniente dal reato, una volta che la stessa- intesa, come per sua natura, quale massa monetaria fungibile – sia stata reperita nel patrimonio del reo al momento dell’esecuzione della misura ablativa o, se del caso, del prodromico vincolo cautelare.

In tale ipotesi, infatti, l’occultamento o il consumo eventuali del pretium delicti, ovvero la sua sostituzione con altro numerarlo – anche di origine lecita – avrebbero ad oggetto un valore monetario già confluito nel patrimonio del reo e divenuto perciò, al pari degli altri dello stesso tipo ivi rinvenuti, una sua indistinguibile componente liquida, tutt’ora esistente al momento della confisca. Mentre l’eventuale trasformazione di quella componente monetaria rileverebbe solo in quanto essa abbia comportato, al momento della cautela reale o dell’ablazione, il venir meno nel patrimonio del reo di qualsivoglia attivo dello stesso genere. Solo in questa ipotesi, che Sez. U, Lucci ha definito “novazione oggettiva”, cioè quando non sia più rinvenuto l’accrescimento monetario derivante dal reato perchè la persona non dispone più di denaro, opererà, nei casi normativamente previsti, lo strumento surrogatorio della confisca per equivalente, attuabile sui beni di diversa natura di cui disponga l’autore del reato.

  1. Il denaro rappresenta non solo cosa essenzialmente fungibile, ma anche l’archetipo di bene corrispettivo di valore. Esso è, infatti, parametro di valutazione unificante del valore di cose tra loro diverse. Rispetto ad esso è quindi impossibile – e comunque inutile, logicamente prima ancora che giuridicamente – ricercare in altra somma di denaro un equivalente di valore. Sicchè, nel caso in cui il prezzo o il profitto del reato siano originariamente costituiti da numerarlo, quest’ultimo esorbita dal sistema della confisca per equivalente, la cui funzione è quella di rapportare il valore in denaro del diverso bene disponibile a fini di ablazione a quello dei proventi del reato.

Altrimenti detto, se la confisca diretta del prezzo o del profitto del reato consistente in una somma di denaro ha necessariamente ad oggetto un determinato valore, non v’è ragione che non possa essere quello stesso valore, se esistente nel patrimonio del reo, a formare oggetto di ablazione diretta. Lo strumento della confisca per equivalente ha, infatti, carattere surrogatorio ed è applicabile nel caso in cui il bene suscettibile di ablazione diretta non sia rintracciabile, rendendosi così necessario confiscare un bene di valore corrispondente. Ma ove il bene oggetto di confisca diretta sia, come il denaro, ex se privo di una propria rilevante identità fisica e sia esso stesso ontologicamente rappresentativo di un valore e di un corrispettivo monetario, non c’è spazio per operare tale sostituzione dell’aliud pro alio.

  1. Da tutto quanto precede consegue che, contrariamente agli assunti dei critici della più volte citata Sez. U, Lucci, l’esegesi innanzi descritta non determina la recisione del nesso di diretta derivazione causale tra il reato e il prezzo o profitto monetario sottoposto a confisca, bensì la necessaria conformazione di quel rapporto eziologico alla peculiare natura del denaro e alla sua concreta funzione economica.

Per il denaro, il nesso di pertinenzialità col reato non può essere inteso come fisica identità della somma confiscata rispetto al provento del reato, ma consiste nella effettiva derivazione dal reato dell’accrescimento patrimoniale monetario conseguito dal reo, che sia ancora rinvenibile, nella stessa forma monetaria, nel suo patrimonio. E’ tale incremento monetario che rappresenta il provento del reato suscettibile di ablazione, non il gruzzolo fisicamente inteso.

Se correttamente definito e individuato, il rapporto eziologico di derivazione dal reato non viene dunque meno per il fatto che la somma di denaro oggetto di ablazione sia rappresentata da un numerarlo “diverso” rispetto a quello fisicamente conseguito per effetto del reato.

Da ciò derivano le conseguenze di seguito descritte.

  1. Una volta risolto l’equivoco di fondo che sorregge l’opposta ricostruzione interpretativa – la quale riferisce il rapporto di pertinenza tra il bene e il reato non già all’incremento monetario provocato nel patrimonio del reo, bensì al denaro fisicamente inteso – il rapporto eziologico di causazione che lega il prezzo o il profitto monetario al reato rimane strutturalmente autonomo rispetto alle caratteristiche intrinseche del bene, alla sua fungibilità.
  2. Perchè il prezzo o il profitto monetari possano essere soggetti ad ablazione diretta, è necessario che il loro effettivo conseguimento da parte del reo (ed il relativo accrescimento patrimoniale) sia provato secondo gli ordinari standard probatori, previsti, dapprima, per l’eventuale adozione della cautela reale e, poi, in termini di certezza processuale, per la confisca.

Rispetto a tale thema probandum l’indagato-imputato gode di tutte le facoltà che l’ordinamento gli riconosce per garantire la pienezza del contraddittorio e il suo diritto di difendersi provando. Non è dunque vero che consentire all’indagato-imputato la prova dell’origine lecita di componenti finanziarie del suo patrimonio al fine di paralizzare la confisca proprietaria del prezzo o del profitto monetario del reato rappresenti l’unica garanzia compatibile con i principi costituzionali e convenzionali che presidiano l’effettività del diritto di difesa, ed in particolare del diritto di difendersi provando.

  1. Se si ammettesse che la confisca diretta del denaro costituente il prezzo o il profitto del reato si debba arrestare di fronte alla concreta allegazione che gli attivi monetari oggetto di ablazione abbiano origine lecita (cioè che quel denaro, pur facente parte del patrimonio del reo, è cosa diversa da quello conseguito per effetto del reato), si determinerebbero effetti non desiderabili in punto di coerenza di sistema e di funzionalità della misura ablativa.

Sotto il primo profilo, il metodo probatorio della confisca diretta, basato sul rigoroso accertamento del nesso eziologico di derivazione dal reato dell’accrescimento patrimoniale monetario conseguito dall’autore del fatto delittuoso, assumerebbe caratteristiche diverse dall’attuale previsione codicistica. Esso sarebbe, infatti, soggetto ad una innaturale ibridazione con le modalità di accertamento del presupposto della sproporzione, proprie della confisca di prevenzione e di quella “allargata”. Verrebbe infatti ad essere riconosciuta al reo – nei confronti del quale è stato dimostrato l’effettivo conseguimento del pretium delicti, entrato pertanto nel suo patrimonio – una eccezione probatoria, finalizzata alla giustificazione della provenienza del denaro oggetto di ablazione, fondata sull’allegazione che nella componente patrimoniale attinta dalla misura sono confluite disponibilità monetarie di origine lecita.

Gli effetti pratici di un tale approccio risulterebbero amplificati dal fatto che nella confisca diretta la distribuzione dell’onere probatorio è naturalmente diversa rispetto alle confische “di sproporzione”. In queste ultime è l’interessato a dover giustificare la legittima provenienza delle sue risorse per sottrarsi all’ablazione, mentre alla confisca diretta, contrariamente a quanto suggerito nell’ordinanza di rimessione, è estranea qualunque forma di presunzione ed è l’accusa a dover dimostrare l’effettivo conseguimento del prezzo o del profitto monetario del reato da parte del suo autore.

L’esegesi che si contesta avrebbe, dunque, per effetto di porre a carico del pubblico ministero – in tutti i casi in cui il reo ha visto provato l’effettivo conseguimento da parte sua del denaro costituente prezzo del reato, ma ha avuto cura di occultare lo specifico numerarlo o di rendere non tracciabile la sua circolazione – l’ulteriore e alternativo onere di rinvenire proprio quel denaro, ovvero di dimostrarne le vicende che hanno condotto alla sua sostituzione o trasformazione in beni della stessa o diversa natura. Tutto ciò in spregio del fatto che la commixtio nummorum col patrimonio del reo, e la conseguente perdita di autonoma identificabilità degli attivi monetari che vi sono soggetti, si verifica in via automatica tanto per il denaro provento di reato che per gli altri asset monetari di origine lecita confluiti in quel patrimonio al momento della misura ablatoria.

Sicchè il più volte descritto fenomeno di confusione attrae tutte quelle componenti liquide nel patrimonio monetario del reo e giustifica che su tale patrimonio venga eseguita la confisca diretta dei proventi del reato rappresentati da somme di denaro.

  1. L’ordinanza di rimessione ricorda correttamente che secondo la giurisprudenza di questa Corte l’applicabilità del principio di legalità penale in tema di confisca è conseguente alla valutazione della natura giuridica dell’ablazione, affidata all’individuazione della funzione ad essa assegnata dall’ordinamento e da essa concretamente assicurata. Sicchè ove la confisca assolva una funzione afflittivo-punitiva, la stessa dovrà essere considerata alla stregua di una pena, nel senso che al termine assegna la CEDU, e il soggetto che la subisce deve poter godere delle garanzie di cui agli artt. 2527Cost., artt. 67CEDU e art. 2 c.p.. Nel caso in cui, invece, la confisca assolva ad una finalità di prevenzione, di mero riequilibrio, la stessa non è soggetta alle indicate garanzie. (Sez. U, Lucci, cit.; Sez. U, n. 4880 del 26/4/2014, dep. 2015, Spinelli, Rv. 262602).

Ebbene, come innanzi ricostruita, la confisca diretta dei proventi monetari del reato non ha carattere afflittivo e, tantomeno, sanzionatorio. A tale riguardo, in effetti, non ha tanto rilievo la sua formale collocazione tra le misure di sicurezza, quanto il fatto che essa assolve unicamente una finalità ripristinatoria. L’ablazione ha ad oggetto, infatti, solo l’effettivo accrescimento monetario direttamente prodotto nel patrimonio del reo dal dimostrato conseguimento da parte sua del prezzo o profitto del reato consistente in una somma di denaro.

  1. Del resto, se il nesso di diretta derivazione dal reato dovesse essere unicamente riferito alla somma di denaro fisicamente conseguita dal reo o, al più, esteso a quella risultante in via immediata dalla sua trasformazione tracciabile (i cosiddetti succedanei, già considerati da Sez. U., Miragliotta, cit.), la confisca diretta del denaro sarebbe limitata a rarissime e del tutto marginali ipotesi, a veri e propri casi di scuola.

La dottrina ne ha puntualmente individuati alcuni: per esempio, il denaro contante riversato sul conto corrente a saldo zero, ovvero su quello destinato a ricevere unicamente proventi criminosi. Altre, quale la tracciatura preventiva delle banconote prezzo di corruzione o profitto di estorsione rinvenute ancora in possesso del consegnatario al momento del sequestro, emergono dall’esperienza giudiziaria.

Definire residuali i casi nei quali si avrebbe certezza che un attivo monetario è confiscabile in via diretta – in quanto fisica derivazione dal reato e distinguibile da altri asset liquidi dei quali il reo possa concretamente allegare l’origine lecita – sarebbe un eufemismo.

Negli altri casi, la confisca del denaro dovrebbe sempre essere ritenuta una confisca di valore e potrebbe operare solo in ragione delle eccezionali ipotesi in cui quello specifico strumento ablatorio è consentito. Ma ciò, oltre a contraddire l’innanzi descritta, ontologica natura del denaro, caratterizzato dall’essere destinato a circolare rapidamente e in forma per lo più anonima quale strumento di pagamento e parametro di valore, comporterebbe evidenti ricadute negative sul piano della coerenza stessa del sistema, il quale verrebbe a fondarsi principalmente, in casi così rilevanti e frequenti, sullo strumento ablativo surrogatorio, normativamente riservato a un ristretto numero di fattispecie penali, laddove, al contrario, quello di carattere generale avrebbe di fatto un’applicazione del tutto residuale.

  1. Al quesito sottoposto alle Sezioni Unite deve dunque conclusivamente rispondersi nei seguenti termini: “Qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca viene eseguita, in ragione della natura del bene, mediante l’ablazione del denaro, comunque rinvenuto nel patrimonio del soggetto, che rappresenti l’effettivo accrescimento patrimoniale monetario da quest’ultimo conseguito per effetto del reato; tale confisca deve essere qualificata come confisca diretta, e non per equivalente, e non è ostativa alla sua adozione l’allegazione o la prova dell’origine lecita del numerarlo oggetto di ablazione”.
  2. Venendo all’esame dei motivi di ricorso, va rilevato che il primo è privo di fondamento.

In questa sede il ricorrente non contesta il fumus del delitto di traffico di influenze illecite oggetto di imputazione provvisoria, che gli viene attribuito in relazione all’avvenuto conseguimento, come prezzo della mediazione illecita verso i pubblici ufficiali e per remunerarli in relazione al compimento di atti contrari ai loro doveri di ufficio, della somma complessiva di 175.000 Euro.

Il vincolo cautelare tutt’ora applicato sulla somma che residua dalla riduzione disposta dal Tribunale in sede di riesame deve dunque ritenersi conforme al principio di diritto sopra affermato, poichè il sequestro preventivo disposto a fini di confisca diretta ha colpito denaro, rinvenuto su conti correnti intestati al ricorrente e nella sua effettiva disponibilità, che rappresenta l’accrescimento patrimoniale monetario da lui conseguito quale prezzo e profitto del reato oggetto di contestazione provvisoria, senza che possa rilevare a tale scopo l’allegazione dell’origine lecita delle somme depositate su quei conti correnti.

  1. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile, in quanto aspecifico, poichè non si confronta in alcun modo con l’ordinanza impugnata, là dove tale provvedimento testualmente evidenzia che la condotta contestata al ricorrente in questa sede “è diversa sotto il profilo fattuale da quella riportata nel precedente sequestro e relativa ad una specifica vicenda tributaria seguita dallo studio C. ed in relazione alla quale venivano rappresentati fatti diversi da quelli reali per indurre i denuncianti a corrispondere un dato onorario”. Circostanza questa che esclude il verificarsi in questa sede di qualsivoglia preclusione per medesimezza del fatto.
  2. Il terzo motivo è pure inammissibile, poichè meramente reiterativo di analoga doglianza alla quale il Tribunale ha già offerto corretta e congrua risposta, rilevando che nel caso in esame la contestazione riguarda una relazione coi pubblici ufficiali realmente esistente, e non solo vantata, sicchè le condotte oggetto di imputazione, realizzate nel dicembre 2016, già erano suscettibili di integrare la fattispecie di cui all’art. 346 bisc.p., quale risultava dalla L. 6 novembre 2012, n. 190, entrata in vigore il 28 novembre 2012.
  3. Il quarto e ultimo motivo è anch’esso inammissibile, poichè l’art. 346 bisc.p., non è reato proprio del pubblico agente, prevede che il prezzo della mediazione illecita possa essere corrisposto da un privato ad altro privato e non esclude che entrambi possano direttamente ricavare dal medesimo reato un diverso profitto.
  4. Al rigetto del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 27 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 18 novembre 2021

fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiunto

fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiuntoavvocato-erede-legittimo-10

L’uccisione di una persona fa presumere da sola, ex art. 2727 c.c., una conseguente sofferenza morale in capo ai genitori, al coniuge, ai figli od ai fratelli della vittima, a nulla rilevando né che la vittima ed il superstite non convivessero, né che fossero distanti (circostanze, queste ultime, le quali potranno essere valutate ai fini del “quantum debeatur”). Nei casi suddetti è pertanto onere del convenuto provare che vittima e superstite fossero tra foro indifferenti o in odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 24/07/2015)

In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro stradale (nella specie, sei o sette ore), il risarcimento del c.d. danno “catastrofale” – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; e, d’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta,; in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita

In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro stradale (nella specie, sei o sette ore), il risarcimento del c.d. danno “catastrofale” – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; e, d’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta,; in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.

Cass. civ., Sez. III, 11/12/2018, n. 31950

Il fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiunto appartenente al ristretto nucleo familiare (genitore, coniuge, fratello) dà luogo ad un danno non patrimoniale presunto, consistente nella sofferenza morale che solitamente si accompagna alla morte dì una persona cara e nella perdita del rapporto, parentale e conseguente lesione del diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che ordinariamente caratterizza la vita familiare. Trattasi di un’ipotesi di danno presunto, dovendosi ordinariamente ritenere sussistente tra detti stretti congiunti un intenso vincolo affettivo ed un progetto di vita in comune ma siffatta presunzione semplice può tuttavia, come tale, essere superata da elementi di segno contrario, quali la separazione legale o (come nel caso di specie) l’esistenza di una relazione extraconiugale con conseguente nascita di un figlio tre mesi prima della morte del coniuge (relazione extraconiugale che costituisce evidente inadempimento all’obbligo di fedeltà tra coniugi di cui all’art. 143 c.c.).

Fonti:

Cass. civ., Sez. lavoro, 27/03/2019, n. 8580

Esclusa la risarcibilità iure hereditatis di un danno da perdita della vita, in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, è configurabile e trasmissibile iure hereditatis il danno non patrimoniale nelle due componenti di danno biologico “terminale”, cioè di danno biologico da invalidità temporanea assoluta, configurabile in capo alla vittima nell’ipotesi in cui la morte sopravvenga dopo apprezzabile lasso di tempo dall’evento lesivo e di danno morale “terminale o catastrofale o catastrofico”, ossia del danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza nell’intervallo tra l’evento lesivo e la morte, con conseguente acquisizione di una pretesa risarcitoria trasmissibile agli eredi.

In tema di risarcimento dei danni, in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione”, proposta “iure proprio” dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno. Infatti, non essendo condivisibile limitare la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., all’ambito ristretto della sola cd. “famiglia nucleare”, il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla convivenza, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, escludendo automaticamente, nel caso di non sussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto.

Il danno non patrimoniale da perdita della vita non è indennizzabile “ex se”, senza che con ciò possa ritenersi violato l’art. 2 CEDU sul riconoscimento del “diritto alla vita”, poiché la richiamata norma, pur se di carattere generale e diretta a tutelare ogni possibile componente del bene vita, non detta specifiche prescrizioni sull’ambito ed i modi in cui tale tutela debba esplicarsi, né, in caso di decesso immediatamente conseguente a lesioni derivanti da fatto illecito, impone necessariamente l’attribuzione della tutela risarcitoria, il riconoscimento della quale in numerosi interventi normativi ha, comunque, carattere di specialità e tassatività ed è inidoneo a modificare il vigente sistema della responsabilità civile, improntato al concetto di perdita-conseguenza e non sull’evento lesivo in sé considerato. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 04/06/2018)

Cass. civ., Sez. VI – 3, Ordinanza, 17/09/2019, n. 23153 (rv. 655508-01)

RISARCIMENTO DEL DANNO – Patrimoniale e non patrimoniale (danni morali) – Danno non patrimoniale – Danno biologico terminale e danno morale terminale – Risarcibilità – Condizioni – Fattispecie

In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, nel periodo di tempo interposto tra la lesione e la morte ricorre il danno biologico terminale, cioè il danno biologico “stricto sensu” (ovvero danno al bene “salute”), al quale, nell’unitarietà del “genus” del danno non patrimoniale, può aggiungersi un danno morale peculiare improntato alla fattispecie (“danno morale terminale”), ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza dell'”exitus”, se nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”, in quanto in grado di percepire la sua situazione ed in particolare l’imminenza della morte, essendo quindi irrilevante, a fini risarcitori, in tale ipotesi, il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale ed il decesso. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva escluso il diritto al risarcimento del danno morale terminale, e, quindi, la sua conseguente trasmissibilità “iure hereditatis”, senza accertare se la vittima si trovasse in una condizione di “lucidità agonica”, nonostante fosse emerso che il lasso temporale tra lesione e morte, tutt’altro che “brevissimo”, ammontasse ad alcune ore). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO ANCONA, 27/09/2016)

Corte d’Appello Genova, Sez. II, Sentenza, 13/08/2020, n. 786

In tema di pregiudizio derivante da perdita o lesione del rapporto parentale, il giudice è tenuto a verificare, in base alle evidenze probatorie acquisite, se sussistano uno o entrambi i profili di cui si compone l’unitario danno non patrimoniale subito dal prossimo congiunto e, cioè, l’interiore sofferenza morale soggettiva e quella riflessa sul piano dinamico-relazionale, nonché ad apprezzare la gravità ed effettiva entità del danno in considerazione dei concreti rapporti col congiunto, anche ricorrendo ad elementi presuntivi quali la maggiore o minore prossimità del legame parentale, la qualità dei legami affettivi (anche se al di fuori di una configurazione formale), la sopravvivenza di altri congiunti, la convivenza o meno col danneggiato, l’età delle parti ed ogni altra circostanza del caso.

– Morte di congiunti (parenti della vittima) – Perdita del rapporto parentale – Criteri di liquidazione equitativa 

RISARCIMENTO DEL DANNO – Morte di congiunti (parenti della vittima) – Perdita del rapporto parentale – Criteri di liquidazione equitativa – Tabelle basate sul sistema a punti variabili – Necessità – Deroga per l’eccezionalità del caso – Ammissibilità – Condizioni – Fattispecie – RISARCIMENTO DEL DANNO – Valutazione e liquidazione – Criteri equitativi – In genere

In tema di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio in casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul “sistema a punti”, che preveda, oltre all’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, indefettibilmente, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonché l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la decisione del giudice d’appello che, per liquidare il danno da perdita del rapporto parentale patito dal fratello e dal coniuge della vittima, aveva fatto applicazione delle tabelle milanesi, non fondate sulla tecnica del punto, bensì sull’individuazione di un importo minimo e di un “tetto” massimo, con un intervallo molto ampio tra l’uno e l’altro). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO CATANIA, 20/03/2018)

Tribunale Torino, Sez. IV, Sentenza, 30/04/2021, n. 2113

Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi nel vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti. Il danno non patrimoniale da perdita parentale deve essere liquidato unitariamente, dovendo il Giudice al momento della quantificazione considerare tanto quello di tipo relazionale da perdita del congiunto, quanto la sofferenza soggettiva rappresentata dal danno morale, fermo restando l’obbligo di tenere conto nel caso concreto di tutte le peculiarità di manifestazione del danno non patrimoniale, così da assicurare la liquidazione più adeguata al caso concreto.

Cass. civ., Sez. III, Ordinanza, 29/09/2021, n. 26300

In tema di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio in casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul “sistema a punti”, che preveda, oltre all’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, indefettibilmente, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonchè l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale die correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. Tabella che, allo stato, risulta essere quella di Roma.

DANNO ESTETICO CATASTROFICO GRAVISSIMO COSA FARE? BOLOGNA VICENZA

DANNO ESTETICO CATASTROFICO GRAVISSIMO COSA FARE? BOLOGNA VICENZA

Quando ad un intervento di chirurgia estetica segua un inestetismo più grave di quello che si mirava ad eliminare o attenuare, la responsabilità del medico per il danno derivatone è conseguente all’accertamento che il paziente non sia stato adeguatamente informato di tale possibile esito, ancorché l’intervento risulti correttamente eseguito. Infatti, con la chirurgia estetica, il paziente insegue un risultato non declinabile in termini di tutela della salute, ciò che fa presumere come il consenso all’intervento non sarebbe stato prestato se egli fosse stato compiutamente informato dei relativi rischi, senza che sia necessario accertare quali

CHIAMA CHIEDI UN APPUNTAMENTO 051 6447838

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

DECIMA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Damiano Spera

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 7440/2018 promossa da:

  1. S.P.A. (C.F. (…)), rappresentata e difesa dall’avvocato PASETTO LEONARDO,

ATTRICE

contro

  1. – U.C.I. (C.F. (…)), rappresentato e difeso dall’avvocato MARTINI FILIPPO

A.A.Z., CONTUMACE

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

  1. Con ricorso ex art. 702-bisc.p.c. ritualmente proposto, la G. S.p.a. formulava azione di rivalsa ex art. 1916c.c. nei confronti di A.A.Z. e dell’U.C.I., per sentire condannare quest’ultimo al rimborso della somma di Euro 801.248,00, oltre interessi e rivalutazione, complessivamente liquidata in relazione al sinistro stradale avvenuto il 29 agosto 2013 in località P. (U.).

Il Giudice fissava udienza di comparizione delle parti ed il ricorso, unitamente al decreto di fissazione udienza, veniva ritualmente notificato dalla ricorrente ad entrambi i resistenti.

Si costituiva in giudizio l’U., domandando la conversione del rito sommario in rito ordinario e concludendo per l’integrale rigetto delle pretese della ricorrente.

All’udienza del 5 luglio 2018, il Giudice disponeva la conversione del rito e concedeva quindi i termini ex art. 183, VI comma, c.p.c.

Alla successiva udienza, il Giudice, verificata la ritualità della notifica al convenuto Z., ne dichiarava la contumacia. Invitava altresì le parti e conciliare la lite e le autorizzava a depositare brevi note esplicative in merito alle voci di danno condivise o controverse.

Rimasto infruttuoso il tentativo di conciliazione, il Giudice disponeva CTU medico-legale sulla danneggiata del sinistro, sig.ra F.F., nominando come CTU il dott. Roberto Rossetti.

Quindi, all’udienza del 12 febbraio 2020, il Giudice formulava una proposta conciliativa alle parti, così come risulta dal verbale di causa.

All’udienza dell’8 ottobre 2020, atteso che la proposta del Giudice non era stata accettata dalle parti, le stesse precisavano le conclusioni come da fogli già depositati in via telematica.

Il Giudice concedeva i termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, e tratteneva quindi la causa in decisione alla scadenza dell’ultimo termine.

  1. La compagnia attrice agisce in giudizio a titolo di rivalsa nei confronti di U. e del sig. Z., per vedersi rimborsate le somme corrisposte a vario titolo a seguito del sinistro occorso il 29 agosto 2013 in località P. (U.).

In quelle circostanze di tempo e di luogo, la sig.ra F.F. viaggiava come terza trasportata a bordo del veicolo Nissan (tg. (…)), di proprietà e condotto dal sig. M.F. ed assicurato con G. S.p.a. Detto veicolo veniva travolto dall’autoarticolato Volvo (Tg. (…)), di proprietà del sig. Z., condotto dal sig. S.K.G. ed assicurato presso una Compagnia polacca.

A seguito del sinistro, la sig.ra F. subiva gravi lesioni.

G., compagnia assicuratrice del veicolo su cui era trasportata la sig.ra F., la risarciva della somma di Euro 720.000,00 a titolo di danno non patrimoniale e spese mediche. La Compagnia liquidava altresì l’importo di Euro 10.000,00 a titolo di danno patrimoniale, nonché la somma di Euro 71.248,00 per i costi dell’assistenza stragiudiziale fornita dalla società G. S.r.l.

In questa sede, l’attrice agisce a titolo di rivalsa, ex art. 141, IV comma, C.d.A., nei confronti della compagnia di assicurazione del responsabile civile, ritenendo che il sinistro sia imputabile esclusivamente all’autoarticolato Volvo.

  1. Con riferimento all’an debeatur, si osserva quanto segue.

La dinamica dell’incidente è stata ricostruita sulla base delle dichiarazioni dei testimoni e dei rilievi effettuati sul luogo dell’incidente, circostanze che si apprendono dal Rapporto di incidente stradale prodotto dall’attrice sub doc. (…).

Il sinistro è avvenuto lungo l’autostrada Trieste-Venezia, quando il conducente dell’autoarticolato Volvo, che procedeva con direzione Trieste, perdeva il controllo del proprio mezzo, tanto da oltrepassare il guard-rail che separa le due direzioni di percorrenza e da invadere l’opposta corsia di marcia, travolgendo l’auto su cui era trasportata la sig.ra F., che viaggiava con direzione Venezia.

Il conducente del veicolo Volvo, sig. G., sentito a sommarie informazioni dalla Polizia Stradale di Palmanova, così dichiarava: “ad un certo punto scoppiava la ruota anteriore sx del trattore stradale ed il mezzo deviava a sx, ribaltandosi” (pag. 4 del Verbale di incidente).

La circostanza è stata confermata anche dal sig. G.D.S., che al momento del sinistro si trovava a bordo del proprio veicolo e si accingeva a sorpassare il mezzo Volvo: “sentivo un forte scoppio provenire da uno dei pneumatici di sinistra del predetto veicolo. Vedevo inoltre staccarsi il battistrada del pneumatico. Allora frenavo per evitare sia il battistrada che il camion. Questo deviava verso sinistra repentinamente si ribaltava sul fianco destro e abbatteva il guard-rail centrale” (pag. 22 del Verbale di incidente).

Del resto, risulta pacifico tra le parti che il sinistro sia avvenuto a causa dello scoppio dello pneumatico di cui si è detto. L’U., infatti, qualifica tale fattispecie come “caso fortuito”, ragione per cui eccepisce che l’autoarticolato Volvo venga considerato esente da responsabilità.

Questo Giudice ritiene che la tesi sostenuta da U. sia infondata.

La fattispecie di cui è causa rientra nell’ambito del IV comma dell’art. 2054 c.c., che prevede espressamente come non possano costituire esimenti di responsabilità eventuali vizi di costruzione o manutenzione del veicolo che abbia causato l’incidente. Ed infatti, viene configurata un’ipotesi di responsabilità oggettiva, escludendo precisamente che detti vizi, in astratto anche imputabili a terzi (si pensi al vizio di costruzione), possano escludere la responsabilità del veicolo viziato nei confronti del danneggiato.

A nulla, dunque, rilevano le considerazioni in merito alla manutenzione dello pneumatico che ha causato l’incidente, svolte in relazione all’accertamento tecnico effettuato in data 04/09/2013 dagli Ufficiali di Polizia Giudiziaria con l’ausilio del sig. Bidot Rinaldo, di professione gommista (pag. 7 della Relazione di incidente).

Per consolidata giurisprudenza, infatti, l’avaria che colpisca – anche incolpevolmente – il veicolo, e quindi causi danni a sé o a terzi, non può, per ciò solo, mandare esente da responsabilità il proprietario del veicolo. Perché abbia efficacia tale esimente si richiede un elemento ulteriore ed estraneo, che vada ad inserirsi e ad interrompere il nesso causale tra avaria e danno cagionato: “In virtù del disposto dell’art. 2054, ultimo comma, cod. civ., il proprietario o il conducente dell’auto è responsabile dei danni derivanti da vizi di manutenzione o di costruzione dell’autoveicolo, indipendentemente da un suo comportamento colpevole; tuttavia, pur avendo questa responsabilità natura oggettiva, il nesso causale tra il guasto e la responsabilità del danno può essere interrotto se interviene un fattore esterno che, con propria autonoma ed esclusiva efficienza causale, determina il verificarsi del danno, nel qual caso unico responsabile di esso sarà il soggetto cui va ascritta la responsabilità in ordine al fattore sopraggiunto. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la corte di merito abbia fatto corretta applicazione di tale principio, in caso in cui a carico di un veicolo si era verificata un’avaria, ed esso era stato tamponato non a causa dell’avaria, ma per il comportamento imprudente del conducente del veicolo che sopraggiungeva)” (Cass. civ., sez. III, sentenza n. 4754/2004).

È di tutta evidenza che possa applicarsi al caso di specie il principio di diritto enunciato: trattasi di vizio di costruzione e/o manutenzione dello pneumatico sinistro, e sussiste quindi la responsabilità oggettiva ex art. 2054, IV comma, c.c.

A diversa conclusione si sarebbe pervenuti nell’ipotesi di prova di un effettivo “caso fortuito”, e cioè di un fattore esterno che, con propria autonoma ed esclusiva efficienza causale, avesse cagionato l’evento (si pensi agli esempi di scuola del fulmine o della macchia d’olio sulla carreggiata).

Per queste ragioni, il Tribunale ritiene che la responsabilità dell’incidente di cui è causa sia da attribuire in via esclusiva al sig. G., conducente dell’autoarticolato Volvo.

Alla luce di quanto esposto, devono essere rigettate le istanze istruttorie reiterate dal convenuto U., perché relative a circostanze irrilevanti ai fini del decidere.

  1. Con riferimento al quantum debeatur, si osserva quanto segue.

    malasanita-ospedali-avvocato-esperto-Bologna-
    avvocato malasanita’ Bologna

L’attrice agisce in giudizio per ottenere il rimborso di quanto erogato in conseguenza del sinistro di cui è causa, e precisamente:

– Euro 720.000,00 in favore della sig.ra F., a titolo di danno non patrimoniale e spese mediche (docc. 10-11 fascicolo di parte attrice). Detto importo veniva versato in due tranche: Euro 530.000,00 in data 16/09/2015 ed Euro 190.000,00 in data 29/01/2016;

– Euro 10.000,00, in data 29/01/2016, in favore della società M. S.n.c., di cui la sig.ra F. è socia, a titolo di danno patrimoniale, per non aver potuto beneficiare dell’attività lavorativa di artigiana della sig.ra F., nel periodo di convalescenza (doc. 13);

– Euro 71.248,00, in data 01/02/2016, in favore della società G. S.r.l., che aveva assistito la sig.ra F. nella gestione del sinistro in via stragiudiziale (doc. 16).

La domanda dell’attrice, quindi, ammonta a complessivi Euro 801.248,00, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

4.1. In merito alla liquidazione del danno biologico si osserva quanto segue.

G., sulla base delle perizie di parte F. (docc. 25-26) e della propria perizia di parte (doc. 27), che così avevano previsto:

– I.P. al 63%;

– I.T.P. al 100% per 150 giorni (punto valore Euro 130,00 pro die);

– I.T.P. al 75% per 300 giorni (punto valore Euro 130,00 pro die);

– Personalizzazione al 25% sul danno biologico permanente,

applicando le Tabelle di Milano – ed. 2014 e considerando l’età della danneggiata al momento del sinistro (49 anni), aveva liquidato Euro 696.908,00 per danno biologico, oltre Euro 13.190,00 per spese mediche documentate, oltre interessi e rivalutazione (si veda pag. 4 della memoria autorizzata di parte attrice).

Parte convenuta contesta anzitutto la liquidazione del danno biologico.

Ed invero, la CTU disposta da questo Giudice ed effettuata dal dott. Roberto Rossetti, svolta nel contraddittorio delle parti, ha così individuato:

– I.P. al 55%;

– I.T.P. al 100% per 120 giorni;

– I.T.P. al 75% per 200 giorni,

oltre ad “una prestazione lavorativa in usura sia riguardo a quella svolta attualmente dalla paziente sia in altre ad essa confacenti, ed alla circostanza per cui “sono fortemente limitate le attività ludico-sportive svolte ante sinistro stradale (ballo latino americano a livello amatoriale, sport subacquei)”.

Questo giudice ritiene di condividere le risultanze della espletata CTU.

Ai fini del risarcimento, il danno biologico deve essere considerato in relazione all’integralità dei suoi riflessi pregiudizievoli rispetto a tutte le attività, le situazioni e i rapporti in cui la persona esplica se stessa nella propria vita; non soltanto, quindi, con riferimento alla sfera produttiva, ma anche con riferimento alla sfera spirituale, culturale, affettiva, sociale, sportiva, e a ogni altro ambito e modo in cui il soggetto svolge la sua personalità e cioè a tutte le attività realizzatrici della persona umana (così la Corte Cost. n. 356 del 1991; v. altresì Corte Cost. n. 184 del 1986).

Inoltre, la Cassazione a Sez. Unite (sentenza n. 26972-3-4-5/2008, c.d. “sentenze di San Martino”) ha ritenuto che, nell’ambito del danno non patrimoniale, il riferimento a determinati tipi di pregiudizi, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. È compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione. Il giudice anziché procedere alla separata liquidazione del danno morale in termini di una percentuale del danno biologico (procedimento che determina una duplicazione di danno), deve procedere ad un’adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.

Va ulteriormente precisato che, come recentemente statuito dalla Suprema Corte (cfr. Cass., ord. n. 7513/2018), il danno biologico consiste in una ordinaria compromissione delle attività quotidiane (gli aspetti dinamico relazionali).

Il danno alla salute, quindi, non comprende i pregiudizi dinamico relazionali ma è esattamente il danno dinamico relazionale.

Consegue che il danno alla vita di relazione è risarcibile oltre la misura liquidata in base ai punti percentuali accertati in sede medico legale, qualora si sia concretato non già in conseguenze comuni a tutti i soggetti che patiscano quel tipo di invalidità, ma in conseguenze peculiari del caso concreto che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto a casi consimili; qualora, quindi, consista in una conseguenza straordinaria, non avente base organica e quindi estranea alla determinazione medico legale.

Tuttavia, tale danno è risarcibile in quanto sia specificamente allegato e provato dall’attore.

Alla luce di tali principi, l’Osservatorio di Milano nel 2009 ha elaborato nuovi Criteri Orientativi (tuttora vigenti) che prevedono la liquidazione congiunta del danno non patrimoniale conseguente a “lesione permanente dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale”, sia nei suoi risvolti anatomo-funzionali e relazionali medi ovvero peculiare e del danno non patrimoniale conseguente alle medesime lesioni in termini di “dolore”, “sofferenza soggettiva”, in via di presunzione in riferimento ad un dato tipo di lesione.

Accanto a una tabella di valori monetari “medi”, corrispondenti al caso di incidenza della lesione in termini “standardizzabili” in quanto frequentemente ricorrenti (sia quanto agli aspetti anatomo-funzionali, sia quanto agli aspetti relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva), viene individuata una percentuale di aumento di tali valori “medi” da utilizzarsi – onde consentire un’adeguata “personalizzazione” complessiva della liquidazione – laddove il caso concreto presenti peculiarità che vengano allegate e provate (anche in via presuntiva) dal danneggiato sia quanto agli

aspetti anatomo-funzionali e relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva, ferma restando, ovviamente, la possibilità che il giudice moduli la liquidazione oltre i valori minimi e massimi, in relazione a fattispecie eccezionali rispetto alla casistica comune degli illeciti.

Con riguardo al quantum, la Cassazione ha statuito che, nella liquidazione del danno biologico, quando, come nella fattispecie concreta, manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 cod. civ. deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziari. Garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale – e al quale la S.C., in applicazione dell’art. 3 Cost., riconosce la valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 cod. civ. -, salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne l’abbandono. L’applicazione di diverse tabelle, ancorché comportante liquidazione di entità inferiore a quella che sarebbe risultata sulla base dell’applicazione delle tabelle di Milano, può essere fatta valere, in sede di legittimità, come vizio di violazione di legge, solo in quanto la questione sia stata già posta nel giudizio di merito (Cass., sent. n. 12408/2011).

Ebbene, nella fattispecie concreta, la componente del danno non patrimoniale relativa alla sofferenza interiore appare congruamente compensata nei termini standard con i valori medi, riconosciuti in via presuntiva nella tabella milanese.

In definitiva, tenuto conto delle accertate invalidità, dell’età (anni 49), del sesso e delle condizioni di vita della danneggiata delle allegazioni di parte e delle risultanze probatorie, dei menzionati criteri tabellari adottati da questo Tribunale per la liquidazione del danno biologico e da sofferenza soggettiva, stimasi equo liquidare con le modalità che seguono il complessivo risarcimento del danno non patrimoniale da lesione permanente al diritto alla salute.

In particolare, in relazione alla liquidazione del danno biologico da inabilità temporanea, si ritiene equo attribuire il valore monetario medio di Euro 100,00 per ogni giorno di inabilità assoluta, non ravvisandosi nel caso di specie peculiarità che ne giustifichino un aumento personalizzato.

Altresì, si considera equo un aumento nella misura del 15% da applicarsi al danno da invalidità permanente, considerando l’usura lavorativa e le limitazioni alla vita di relazione ed alle attività ludico-sportive subiti dalla danneggiata e riconosciute dal C.T.U.

Appare quindi equo così liquidare il danno non patrimoniale complessivamente subito in conseguenza della malattia e dell’invalidità permanente della sig.ra F. (49 anni al momento del sinistro), in applicazione delle Tabelle di Milano – ed. 2018:

– Euro 422.533,00 per il danno da invalidità permanente al 55%;

– Euro 12.000,00 per il danno da invalidità temporanea assoluta (120 giorni);

– Euro 15.000,00 per il danno da invalidità temporanea al 75% (200 giorni);

– Euro 63.380,00 per la personalizzazione nella misura del 15%;

così per un totale di Euro 512.913,00.

4.2. Con riguardo alle spese mediche si osserva quanto segue.

  1. ha liquidato alla sig.ra F. Euro 13.190,00 per spese mediche, di cui Euro 9.350,00 oltre imposte, in relazione ad un intervento di chirurgia esteticavolto ad attenuare le deturpazioni conseguenti al sinistro e circa Euro 2.000,00 in relazione a spese varie.

Il convenuto ha contestato dette voci di danno, poiché rimaste senza riscontro.

Questo Giudice ritiene che le somme liquidate a titolo di spese mediche non siano state provate in giudizio.

In particolare, in relazione alla somma relativa all’intervento chirurgico, atteso che agli atti risulta unicamente un preventivo (doc. 5 attrice), il CTU ha confermato che detto intervento non è mai stato effettuato, che è comunque ancora effettuabile, e che la cifra indicata risulta in linea con i livelli medi delle prestazioni sanitarie attuali. Tuttavia, il dott. Rossetti ha precisato che “a fronte di un miglioramento dell’aspetto estetico derivante da tale intervento, si deve convenire che i postumi permanenti del 55% sicuramente si ridurrebbero di almeno del 5%” (risposta del CTU alle note del CTP di parte attrice).

Si ritiene, quindi, che non possa rimborsarsi una somma relativa ad un intervento possibile ma non indispensabile, e comunque mai effettuato nemmeno a distanza di anni dalla liquidazione, sulla base di un mero preventivo, della somma necessaria da parte di G.. Tanto più che riconoscere alla danneggiata detta somma significherebbe ridimensionare conseguentemente il danno biologico permanente subito: le due liquidazioni, infatti, per espressa valutazione del CTU, di fatto sarebbero incompatibili e determinerebbero un ingiusto arricchimento della sig.ra F..

In relazione alla somma di circa Euro 2.000,00 a titolo di varie spese mediche, sebbene ritenute dal CTU “plausibili e confacenti alla vicenda clinica della paziente”, è stato dallo stesso rilevato che non vi sia prova di ricevute fiscali o fatture sanitarie.

Si ritiene, pertanto, che nemmeno di detto esborso sia stata fornita prova da parte di G., e che quindi non vi sia titolo per il rimborso da parte di U..

4.3. Con riguardo al danno patrimoniale da lucro cessante si osserva quanto segue.

  1. riferisce di aver versato la cifra di Euro 10.000,00 in favore della società M. S.n.c., di cui la danneggiata è socia e presso cui era impiegata come lavoratrice autonoma artigiana. Questo a parziale ristoro del danno subito dalla società per aver dovuto privarsi per oltre due anni dell’attività lavorativa della sig.ra F.. Precisa, inoltre, che detta somma è stata sottratta a quanto dovuto alla danneggiata a titolo di danno biologico, e, per espresso volere di quest’ultima, è stata devoluta direttamente all’azienda (doc. 21 attrice; memoria autorizzata di parte attrice, pagg. 5-6).

A parere di questo Giudice, anche il rimborso di tale voce di danno/spesa non può essere riconosciuto a G.. Ciò, innanzitutto, perché, come eccepito da parte convenuta, non risulta agli atti alcuna indicazione dei criteri liquidativi utilizzati; inoltre, come specificato da parte attrice nella propria memoria autorizzata, detta somma venne di fatto espunta da quanto dovuto alla sig.ra F. a titolo di danno biologico e venne liquidata direttamente alla società M. S.n.c.

Ne consegue che, ad ogni modo, la somma di Euro 10.000,00 era stata calcolata da G., inizialmente, come parte del danno biologico subito dalla danneggiata, sulla cui liquidazione questo Giudice si è già espresso, e solo per ragioni transattive era stata destinata a soggetto diverso dalla sig.ra F..

Pertanto, non può riconoscersi il rimborso di tale somma, dovendosi ritenere la stessa già compresa della somma complessiva da liquidare a titolo di danno biologico, che, si ripete, ammonta ad Euro 512.913,00.

4.4. Con riguardo alle spese per l’attività stragiudiziale si osserva quanto segue.

  1. ha riconosciuto, infine, la somma di Euro 71.248,00 in favore della società G. S.r.l., con riguardo alle spese sostenute per la gestione del sinistro in fase stragiudiziale (doc. 14 attrice).
  2. contesta questa somma, ritenendola sproporzionata al valore della controversia.

Il Tribunale ritiene che la cifra liquidata a G. S.r.l. non sia congrua, in considerazione del valore della controversia ma soprattutto in considerazione dell’attività svolta dalla società, che è stata unicamente di tipo stragiudiziale. Ed invero, come osservato da U., se già inizialmente la causa fosse stata trattata in giudizio, il compenso spettante a titolo di onorari, in linea con i parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014, sarebbe stato sensibilmente inferiore, segnatamente tra i 20.000,00 e i 25.000,00 Euro, oltre oneri.

Pertanto, si ritiene equo riconoscere a G. la somma rivalutata ad oggi, di Euro 22.000,00, oltre IVA.

  1. In definitiva, dalle statuizioni che precedono, deriva il parziale accoglimento delle domande proposte dall’attrice nei confronti dei convenuti.

Il credito dell’attrice va liquidato nella complessiva somma rivalutata ad oggi di Euro 512.913,00 a titolo di danno non patrimoniale e di Euro 22.000,00, oltre IVA, a titolo di spese stragiudiziali, per un totale di Euro 534.913,00, oltre IVA sulla somma di Euro 22.000,00.

Gli interessi compensativi – secondo l’ormai consolidato indirizzo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (v. sentenza n. 1712/1995) – decorrono dalla produzione dell’evento di danno sino al tempo della liquidazione; per questo periodo, gli interessi compensativi si possono calcolare applicando un tasso annuo medio ponderato, equitativamente determinato, sul danno rivalutato.

Da oggi, giorno della liquidazione, all’effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulla somma rivalutata.

Pertanto, alla luce di tale criterio di calcolo, il convenuto U. deve essere condannato al pagamento, in favore dell’attrice, della complessiva somma di Euro 534.913,00, oltre IVA sulla somma di Euro 22.000,00, liquidata in moneta attuale, oltre:

– interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato dell’ 0,2%, sulla somma di Euro 512.913,00 dalla data del 16/09/2015 ad oggi;

– interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato dell’ 0,2%, sulla somma di Euro 22.000,00, oltre IVA dalla data del 01/02/2016 ad oggi;

– interessi, al tasso legale, sulle predette somme di Euro 512.913,00 e di Euro 22.000,00, oltre IVA, dalla data della presente sentenza al saldo effettivo.

  1. Consegue alla soccombenza la condanna del convenuto U. a rifondere all’attrice le spese processuali.

Le spese della consulenza tecnica d’ufficio vanno poste a carico del convenuto U.

La presente sentenza è dichiarata provvisoriamente esecutiva ex lege.

P.Q.M.

Il Tribunale di Milano, definitivamente pronunciando, così provvede:

– condanna il convenuto U. al pagamento, in favore dell’attrice, delle somme di Euro 512.913,00 e di Euro 22.000,00 oltre IVA, oltre interessi come specificato in motivazione;

– rigetta le altre domande ed istanze proposte dalle parti;

– pone le spese della consulenza tecnica d’ufficio a carico del convenuto U.;

– condanna il convenuto U. a rifondere all’attrice le spese processuali, che liquida in Euro 843,00 per esborsi ed anticipazioni, Euro 35.000,00 per onorario di avvocato, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre C.P.A. ed I.V.A.;

– dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

Conclusione

Così deciso in Milano, il 24 marzo 2021.

Depositata in Cancelleria il 26 marzo 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI ROMA

XIII SEZIONE

Il giudice d.ssa Paola Larosa ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 6613/2016 R.G.A.C., trattenuta in decisone in data 29.12.2020, con termini ex art. 190 c.p.c. e promossa

DA

S.D.D.,

elettivamente domiciliata in Roma Via Lorenzo Rocci n.67, presso lo studio dell’ Avv. Raffaella Di Tommaso, che, assieme all’avv. Vanessa Staffolani, la rappresenta e difende come da delega contenuta rispettivamente nella comparsa di costituzione di nuovo difensore depositata in data 27.10.2020 e a margine dell’atto di citazione;

ATTRICE

CONTRO

A.S. S.p.A.- A.S.,

in persona del legale rappresentante Avv. S.P., elettivamente domiciliata in Roma, viale G. Mazzini n.119, presso lo studio dell’Avv. Francesco Massimo Candreva, che la rappresenta e difende per delega a margine della comparsa di costituzione e risposta;

CONVENUTA

E

M.T., elettivamente domiciliato Roma, via Aurelia n.407, presso lo studio dell’Avv. Simona Martelli, che lo rappresenta e difende per delega in calce alla comparsa di costituzione e risposta;

CONVENUTO

Oggetto: risarcimento danni da responsabilità professionale;

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione ritualmente notificato S.D.D. evocava in giudizio dinanzi a questo Tribunale il dott. G.T. e la società A.S. S.p.A., affinché fosse accertata la responsabilità dei convenuti per i danni derivati dall’intervento di revisione di rinoplastica e blefaroplastica cui era stata sottoposta, da parte del medico convenuto, presso la C.C. in data 22.12.2010, con accertamento dell’inadempimento contrattuale e conseguente condanna al risarcimento del danno, di carattere patrimoniale e non, in misura pari ad Euro 45.589,00 oltre alla restituzione della somma pari ad Euro 5.353,81 versata per l’intervento, interessi e rivalutazione monetaria, e con vittoria di spese di lite da distrarsi.

In particolare, a sostegno della domanda spiegata, l’attrice deduceva quanto segue:

– Avendo già eseguito, nel 1995, un intervento chirurgico di rinoplastica per ragioni estetiche, nel 2010 si era rivolta al dott. T. per correggere l’appesantimento della regione palpebrale;

– Il dott. T. le aveva consigliato di sottoporsi ad intervento di blefaroplastica oltre che di revisione della rinoplastica per ottenere un effetto di insieme più armonico;

– Pertanto, in data 22.12.2020, si era ricoverata presso la C.C. e, nella medesima data, era stata sottoposta dal T. all’intervento programmato;

– Era stata quindi dimessa in data 23.12.2020, ed aveva corrisposto al convenuto, il quale non aveva rilasciato fattura, la somma di Euro 9.000,00 e alla Casa di Cura la somma di Euro 5.353,81, come da fatture depositate;

– Nel periodo postoperatorio aveva accusato infezioni oculari, sanguinamento e gonfiore, per le quali si era recata più volte dal convenuto per le medicazioni; aveva inoltre riscontrato postumi a carico della respirazione, consistenti in percolamento del naso e limitazione della capacità di respirazione per la quale era costretta a fare uso di gocce per agevolare l’apporto di aria;

– Si era dunque rivolta ad altri specialisti, che avevano riscontrato una non corretta esecuzione dell’intervento eseguito dal convenuto, a seguito del quale erano residuati postumi consistenti in un’alterazione del flusso aereo nasale , continuo percolamento del naso e disagio per il danno estetico subito.

Pertanto, richiamando la responsabilità di natura contrattuale dei convenuti, ne chiedeva la condanna al risarcimento di tali danni, nella misura sopra indicata.

Si costituiva in giudizio la A.S. S.p.A., deducendo la propria estraneità rispetto ai fatti allegati – atteso che gli interventi erano stati direttamente concordati tra la paziente e il dott. T. e da quest’ultimo eseguiti in forza di un rapporto professionale diretto con la paziente, ed il T. non era legato alla Casa di Cura da alcun rapporto di dipendenza – e, nel merito, l’infondatezza della domanda attorea, in assenza qualsiasi imprudenza, negligenza o imperizia da parte del sanitario convenuto nell’esecuzione degli interventi oggetto di causa, ed in assenza di prova del nesso causale tra i predetti interventi e i danni allegati. Contestava inoltre nel “quantum” la domanda attorea, chiedendone il rigetto in quanto infondata. In via subordinata svolgeva azione di rivalsa, regresso o manleva nei confronti del convenuto T. per quanto fosse stata condannata a corrispondere alla attrice. Con vittoria di spese di lite.

La causa veniva istruita mediante acquisizione dei documenti prodotti e con l’espletamento di CTU medico-legale.

Con comparsa di costituzione depositata in data 19.11.2020 si costituiva in giudizio G.T., deducendo che l’attrice era stata correttamente informata sui rischi e sulle possibili conseguenze degli interventi, che gli interventi chirurgici del 22.12.2010- che implicavano la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà- erano stati correttamente e diligentemente eseguiti, e che dagli stessi non era derivato alcun danno a carico della paziente. Chiedeva quindi il rigetto della domanda attorea in quanto infondata, con vittoria di spese di lite.

La causa era trattenuta in decisione, all’udienza del 29.12.2020, con concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. per il deposito di scritti conclusionali.

All’esito dell’istruttoria, nel merito la domanda attorea appare parzialmente fondata e va accolta, nei limiti esposti a seguire.

Si premette che, al fine della configurabilità della responsabilità invocata da parte attrice a sostegno dell’avanzata pretesa risarcitoria è necessario dimostrare che il professionista ovvero la struttura sanitaria ove questi ha operato non abbiano rispettato il dovere di diligenza su loro incombente in relazione alla specifiche obbligazioni ex art. 1176 comma 2 c.c.. A prescindere, pertanto, dalla qualificazione dell’obbligazione medica come di mezzi o di risultato, e dalla natura della responsabilità della clinica come contrattuale -per contratto di spedalità o contatto sociale con il sanitario della struttura- ovvero extracontrattuale, occorre che ne venga provato l’inadempimento o l’inesatto adempimento.

La giurisprudenza della Suprema Corte ha chiarito come debba essere ripartito l’onere probatorio tra le parti: ” Ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto o del contatto sociale e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ad allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”. (Cass n.4764/2016).

Ora, nel caso in esame l’attrice ha dimostrato, attraverso la documentazione prodotta, il titolo da cui emerge l’obbligazione dei convenuti ed ha allegato la negligenza del sanitario convenuto nell’esecuzione degli interventi di chirurgia estetica, in ragione della quale sarebbero insorti postumi permanenti.

Dalla CTU espletata e depositata in atti, svolta a firma dei dott.ri Federico Eibenstein e Giancarlo Sabatini -che appare logica nel percorso argomentativo seguito e dunque integralmente condivisibile nelle conclusioni rassegnate- è emerso che ” La descrizione dell’atto operatorio riportata nella cartella clinica della C.C. appare esaustiva. Inoltre, occorre sottolineare che non si sono verificate complicanze infettive, né emorragiche e/o altro. Comunque, se si analizza nello specifico l’intervento chirurgico così come descritto in cartella, al di là dell’accesso open perfettamente indicato in caso di rinoplastica secondaria, non si può fare a meno di rilevare che praticamente è descritta una rinosettoplastica primaria in particolare ” …Cifectomia osteocartilaginea…Osteotomie” in altri termini il dorso nasale che era già stato ridotto nel precedente intervento del 1995, viene ulteriormente abbassato determinando l’insellamento descritto e documentato fotograficamente in allegato. Inoltre, il modellamento della punta del naso, verosimilmente, ha determinato un indebolimento della crus laterale con conseguente insufficienza della valvola nasale e difficoltà respiratoria nasale. Illustrato quanto sopra si può affermare che i trattamenti medico-chirurgici somministrati all’attrice presso la C.C. convenuta non sono stati eseguiti in conformità delle metodiche medico-chirurgiche stabilite dalla prassi o dalla scienza medica e le cause sono identificabili nell’eccessiva riduzione del dorso naso e nell’indebolimento iatrogeno della crus laterale”

I CTU hanno quindi accertato, in punto di nesso causale, che ” il risultato estetico conseguente all’intervento eseguito il 22.12.2010 presso la C.C. è insoddisfacente e residuano gli esiti, riscontrati nel corso delle operazioni peritali, dettagliatamente descritti nel presente elaborato peritale…risulta evidente l’innaturale insellamento del dorso naso con sproporzione delle strutture cartilaginee che conferiscono alla piramide nasale un aspetto “posticcio”.

I CTU hanno quindi riscontrato l’esistenza di postumi permanenti in misura pari al 4% , comprensivi del danno alla integrità fisiognomica.

Inoltre hanno rilevato la totale emendabilità del danno biologico attraverso un intervento di rinoplastica correttiva secondaria, finalizzato a correggere l’insellamento del dorso del naso, l’asimmetria delle narici e l’infossamento della parete laterale sinistra, preventivando una spesa compresa tra i 10.000,00 e i 12.000,00 Euro omnicomprensivi.

Apparendo condivisibile il ragionamento svolto dai CTU, risulta dimostrata la negligenza professionale del dott. T. ed il nesso causale tra gli interventi di chirurgia plastica dallo stesso posti in essere e i postumi lamentati dalla paziente. D’altra parte, si evidenzia che la parte convenuta T. non ha fornito la prova di aver adottato le cautele prescritte dalle leges artis nell’esecuzione dell’intervento. Pertanto, a fronte della prova della sussistenza del nesso causale tra l’intervento subito ed i postumi, secondo quanto accertato dal CTU, deve ritenersi che la parte convenuta non abbia fornito la prova liberatoria del fatto che l’evento dannoso si sia verificato nonostante l’adozione e l’osservanza di tutte le cautele previste dai protocolli medici, ossia che sia derivato da un evento inevitabile e quindi non prevenibile.

Per quanto riguarda la responsabilità della Casa di Cura , si osserva che, come affermato dalla Suprema Corte con orientamento consolidato, ” il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo, insorgono a carico della casa di cura, accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale..”.(cfr. Cass. n.13953/07, Cass.n. 8826/07, Cass. n.1620/12). Ne consegue che la società gerente la Casa di Cura in cui è stato eseguito l’intervento è chiamata a rispondere sia dei pregiudizi eziologicamente ricollegabili alle proprie inadempienze specifiche che a quelle eventualmente imputabili all’operato del sanitario che al suo interno ha operato. Si osserva inoltre, sul punto, che, in assenza dell’opera professionale del personale medico, sia pure non legato alla Casa di Cura da un rapporto di lavoro di carattere subordinato, la Casa di Cura sarebbe impossibilitata a svolgere la propria attività di assistenza di carattere sanitario.

Per quanto concerne il lato interno dell’obbligazione di risarcimento-gravante in via solidale sui convenuti- la responsabilità per i postumi accertati deve attribuirsi in misura pari al 50% alla A.S. S.p.A. e per la restante quota del 50% al convenuto T..

Al fine della liquidazione del danno biologico, deve rilevarsi che i CTU hanno specificato come il danno biologico fosse emendabile del tutto attraverso un intervento riparativo, intervento che la parte attrice afferma, in comparsa conclusionale e nelle note di trattazione depositate, di avere già eseguito. Per tale ragione, costituendo una indebita duplicazione di risarcimento il riconoscimento, per un verso, della somma risarcitoria collegata al grado di invalidità riconosciuto, e, per altro, della somma necessaria per effettuare l’intervento riparatore del danno, appare equo riconoscere in favore dell’attrice, a titolo di risarcimento del danno, la somma stimata dai CTU come necessaria per emendare il danno, in misura pari ad Euro 12.000,00.

Per quanto riguarda la documentazione depositata dalla parte attrice con nota di deposito – non autorizzata- del 14.11.2020- ed il cui deposito è stato provvisoriamente ammesso all’udienza di precisazione delle conclusioni del 29.12.2020, si rileva che, pur essendo stata ammessa la produzione di detti documenti in quanto di formazione successiva alla scadenza dei termini di cui all’art.183 c.6 c.p.c., la stessa documentazione non può essere valutata al fine della quantificazione dell’obbligo risarcitorio gravante sui convenuti, in quanto non emerge, dalle fatture prodotte, alcun elemento che consenta di comprendere la tipologia di intervento per il quale sono state emesse – essendovi solo nella ricevuta n.29 rilasciata dal dott. E.N. l’indicazione, tra parentesi, di due parole non comprensibili-; né appariva possibile, come chiesto in subordine dalla parte attrice, rimettere la causa sul ruolo al fine di disporre un supplemento di CTU volto ad accertare la misura dell’emendazione dei postumi a seguito dell’intervento riparativo posto in essere secondo quanto dedotto dall’attrice, in considerazione dell’anno di iscrizione a ruolo del presente giudizio, e della conseguente inopportunità di retrocessione del giudizio, ormai giunto alla fase della precisazione delle conclusioni, alla precedente fase istruttoria.

Appare inoltre equo riconoscere in favore dell’attrice, a titolo di danno morale espressamente richiesto in atto di citazione, la somma di Euro 1.000,00 in considerazione del patimento morale consistente nella necessità di sottoporsi ad un ulteriore intervento per emendare i danni derivati dall’operato del medico convenuto.

Spetta poi all’attrice, a fronte dell’accertato inadempimento dei convenuti all’obbligo contrattuale, la restituzione della somma corrisposta per l’esecuzione degli interventi del 22.12.2010, pari secondo quanto emerge dalla documentazione in atti, ad Euro 5.353,81 (documentata in all.9), oltre che il rimborso della spesa per la perizia di parte pari ad Euro 866,00 (documentata in all.8 alla citazione), mentre, per le restanti fatture di spesa allegate all’atto di citazione, non emerge il collegamento rispetto ai fatti di causa, e pertanto alcun rimborso è dovuto.

Pertanto, la somma dovuta all’attrice dal convenuti, in solido, è pari ad Euro 19.219,81, oltre interessi legali dalla data della pubblicazione della presente sentenza al saldo.

Per quanto concerne la domanda della A.S. S.p.A. di accertamento del diritto di regresso nei confronti del T., atteso che, come sopra motivato, dell’inadempimento all’obbligo professionale medico-chirurgico devono rispondere solidalmente entrambi i convenuti, in misura pari al 50% ciascuno per quanto concerne il lato interno dell’obbligazione risarcitoria, si riconosce – per l’ipotesi in cui la società A.S. SpA abbia corrisposto a parte attrice l’intera somma stabilita dalla presente sentenza – il diritto di regresso della stessa, pro quota, nei confronti di T.G..

In base al criterio della soccombenza, i convenuti devono essere condannati, in solido, a rimborsare le spese di lite in favore di parte attrice, liquidate come da dispositivo, in applicazione dei criteri di cui al D.M. n. 55 del 2014, oltre che a sostenere in via definitiva le spese della CTU medico-legale.

P.Q.M.

il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da D.D.S. nei confronti di A.S. S.p.A.- A.S. e di T.G., così provvede:

1) condanna A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido, a pagare, in favore di D.D.S., la somma di Euro 19.219,81, oltre interessi legali dalla presente pronuncia al saldo;

2) accerta la responsabilità dei convenuti soccombenti in misura pari al 50% ciascuno, relativamente al lato interno dell’obbligazione, con diritto di regresso pro quota di A.S. S.p.A. nei confronti di T.G. per l’ipotesi in cui abbia corrisposto a parte attrice l’intera somma stabilita dalla presente sentenza;

3) condanna A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido, al pagamento delle spese di lite sostenute da parte attrice, liquidate in Euro 5.000,00 per compenso, 526,00 per spese, oltre rimborso forfettario spese generali, iva e cpa, e che si distraggono in favore dei procuratori antistatari;

4) pone le spese della CTU medico-legale definitivamente a carico di A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 20 luglio 2021.

Cass. civ., Sez. III, Sentenza, 06/06/2014, n. 12830 (rv. 631825)

Inizio modulo

Fine modulo

RESPONSABILITÀ CIVILE – Professionisti – Attività medico-chirurgica – Intervento di chirurgia estetica – Esisto peggiorativo per il paziente – Responsabilità del sanitario per mancanza di consenso informato del paziente – Sussistenza – Fondamento

Quando ad un intervento di chirurgia estetica segua un inestetismo più grave di quello che si mirava ad eliminare o attenuare, la responsabilità del medico per il danno derivatone è conseguente all’accertamento che il paziente non sia stato adeguatamente informato di tale possibile esito, ancorché l’intervento risulti correttamente eseguito. Infatti, con la chirurgia estetica, il paziente insegue un risultato non declinabile in termini di tutela della salute, ciò che fa presumere come il consenso all’intervento non sarebbe stato prestato se egli fosse stato compiutamente informato dei relativi rischi, senza che sia necessario accertare quali sarebbero state le sue concrete determinazioni in presenza della dovuta informazione. (Rigetta, App. Perugia, 31/08/2010)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di ROMA

SEZIONE DIRITTI DELLA PERSONA E IMMIGRAZIONE CIVILE

in persona del giudice monocratico dott.ssa Damiana Colla ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. 49524 del ruolo generale per gli affari contenziosi dell’anno 2018, posta in decisione all’udienza svoltasi con modalità cartolare del giorno 7 aprile 2021 e vertente

TRA

B.G., elettivamente domiciliato in Rieti, Via Garibaldi, n. 264/E, presso lo studio degli avv.ti C. Mestichelli e C. Baiocchi, che lo rappresentano e difendono per procura allegata alla comparsa di costituzione di nuovo procuratore telematicamente depositata il 9.9.2019

ATTORE

E

C.M.P. S.R.L. e G.R., quest’ultimo in proprio e quale legale rappresentante, entrambi elettivamente domiciliati in Reggio Emilia, Largo M. Gerra, n. 3, presso lo studio dell’avv.to D. Martinelli, che li rappresenta e difende per procura allegata alle note di trattazione scritta con comparsa di costituzione di nuovo procuratore telematicamente depositate il 2.4.2021

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione ritualmente notificato G.B., medico specializzato in Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica con contratto di collaborazione professionale presso il centro medico convenuto negli 2016 e 2017, ha convenuto davanti a questo Tribunale il Centro Medico Lazzaro Spallanzani ed il suo legale rappresentante, quest’ultimo anche in proprio, al fine di sentirli condannare, previo accertamento del carattere diffamatorio e lesivo della propria reputazione professionale delle affermazioni effettuate sulla stampa e sui social network meglio descritte nell’atto introduttivo, relativamente al proprio operato presso il centro, nonché inibitoria di ulteriore diffusione delle dichiarazioni diffamatorie, al risarcimento del danno subito, anche non patrimoniale, quantificato nella misura di Euro 500.000,00, pari al doppio dei compensi corrisposti in proprio favore per gli anni 2016 e 2017, ovvero nella diversa misura ritenuta di giustizia, con ordine di pubblicazione della relativa sentenza sulle testate giornalistiche indicate in citazione.

A tal fine, ha esposto che in data 4.3.18 era andata in onda sul canale Italia Uno una puntata della trasmissione “Le Iene” contenente un servizio nel quale alcune donne che avevano eseguito interventi di mastoplastica additiva presso il centro medico convenuto avevano rilasciato interviste dichiarandosi insoddisfatte dei risultati e lamentando dolore o inestetismi ad essi conseguiti; che il 9.3.2018 il convenuto aveva rilasciato un’intervista alla “Gazzetta di Reggio”, pubblicata anche online, nella quale aveva affermato che “le ragazze sentite dalle Iene rappresentano il 20% delle donne in relazione alle quali l’attore avrebbe errato l’intervento di mastoplastica effettuato nella clinica”, attribuendogli quindi la responsabilità per i seni deformati e doloranti mostrati all’interno del servizio televisivo e che “in ragione del mancato mantenimento, da parte di quest’ultimo, degli standard di qualità del Centro sarebbe stato allontanato ad agosto 2017”; che l’8.4.2018 il convenuto aveva pubblicato su Facebook una dichiarazione del seguente tenore “i casi clinici analizzati durante il servizio Le Iene si riferivano agli interventi chirurgici eseguiti dal dott. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017” e che “il CICE ha interrotto i rapporti con il dott. B. in ragione del mancato mantenimento, da parte di quest’ultimo, degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua nascita”, con la chiara indicazione dell’attore quale autore degli interventi chirurgici menzionati dal servizio televisivo; che infine parte convenuta aveva consentito la pubblicazione su Facebook di un filmato dal titolo “Io sto con il CICE”, nel quale una paziente del centro, riferendosi espressamente all’attore, aveva affermato “dovrebbe essere radiato dall’ordine dei medici ed invece è ancora a piede libero”, filmato poi ripreso anche in successiva puntata de Le Iene, sebbene epurato della parte relativa a tali affermazioni diffamatorie, con l’affermazione del G. secondo la quale “Le Iene, diffondendo il filmato in maniera parziale, avrebbe omesso la verità”, fonte di ulteriore offesa alla reputazione professionale del B..

Ha evidenziato la falsità delle notizie riferite dal convenuto all’esito della messa in onda del menzionato programma televisivo, sostenendo in particolare che non tutti gli interventi di cui al servizio televisivo fossero da ricondurre al suo operato professionale, atteso che all’epoca presso il centro in questione lavoravano anche altri medici, nonché che le complicanze verificatesi per alcune pazienti rientravano nella casistica post-operatoria, erano ampiamente descritte nel modello di consenso informato dalle medesime sottoscritto ed erano comunque tutte suscettibili di revisione chirurgica da eseguirsi di prassi, con esclusione quindi di ogni responsabilità in capo a sé medesimo, atteso che non aveva posto in essere alcuna errata attività chirurgica, responsabilità piuttosto da ricondursi al CICE ed all’inefficienza dell’intero sistema organizzativo utilizzato.

Parte convenuta si è costituita in data 6.2.2019 contestando la fondatezza dell’avversa domanda e chiedendone il rigetto.

Ha sostenuto la conformità delle dichiarazioni del G. ai parametri giurisprudenzialmente elaborati della verità della notizia, dell’interesse pubblico e continenza della stessa, con la conseguente applicazione della scriminante dell’esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero costituzionalmente tutelato.

In particolare, ha rappresentato che le dichiarazioni in contestazione, peraltro parzialmente travisate nell’atto introduttivo ed infedelmente riportate, si erano rese necessarie, sulla stampa e su social network, all’esito della trasmissione Le Iene del 4.3.2018, la quale aveva gettato in maniera indiscriminata grave discredito sul centro medico convenuto, con la conseguente necessità di pubblicazione dei dati statistici di incidenza del rischio clinico nel decennio 2007/2017 e l’opportunità di effettuare alcune precisazioni al fine di ristabilire una corretta informazione circa l’attività del CICE, struttura sanitaria regolarmente autorizzata per l’erogazione delle prestazioni chirurgiche, peraltro sempre ritualmente verificate senza rilievi negativi dalle competenti autorità preposte al controllo.

Concessi i termini ex art. 183, sesto comma, c.p.c. e ritenuta all’esito la causa matura per la decisione senza necessità delle prove orali richieste da entrambe le parti, l’udienza fissata per la precisazione delle conclusioni del 7.4.2021, derivante da differimento a causa dell’emergenza sanitaria, è stata oggetto di trattazione cartolare come da Provv. del 24 gennaio 2021, cui è seguita la concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. per scritti conclusivi, depositati da entrambe le parti.

La domanda non è fondata e deve pertanto essere respinta alla luce delle considerazioni che seguono.

In tema di offese all’altrui reputazione, di libertà di stampa, di diritto di cronaca e di critica vanno preliminarmente ribaditi i principi più volte affermati dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione e condivisi da questo giudice, applicabili in genere ad ogni dichiarazione indirizzata ad una pluralità di destinatari.

La diffamazione non può essere fonte di risarcimento dei danni quando il giornalista eserciti legittimamente i diritti di cronaca e di critica giornalistica, entrambi espressione della libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’art. 21 della Costituzione. Presupposti per il legittimo esercizio del diritto di cronaca sono, come è noto, l’interesse del pubblico alla conoscenza delle notizie diffuse, la correttezza dell’esposizione dei fatti – in ciò propriamente si sostanzia la cd. continenza (formale) -, e infine la corrispondenza tra la narrazione ed i fatti realmente accaduti, nel senso che deve essere assicurata l’oggettiva verità del racconto. Va ribadito che quest’ultimo requisito tollera le inesattezze (anche di carattere tecnico) o le incompletezze che possono ritenersi irrilevanti se riferite a particolari di non decisivo rilievo e privi di valore informativo, a condizione che quindi venga rispettata la verità della notizia nel suo nucleo essenziale.

I medesimi canoni valgono inoltre quando, come nella fattispecie, alla cronaca si aggiungano valutazioni critiche dei fatti stessi eventualmente lesive della reputazione altrui, nel senso che il giudizio critico per rimanere nei limiti della liceità deve trarre spunto dalla realtà oggettiva e quindi da fatti realmente accaduti.

E’ pur vero che, nell’esercizio del diritto di critica è necessario il rispetto del nucleo essenziale di verità del fatto relativamente al quale la critica è svolta (ed in mancanza del quale la critica sarebbe pura congettura e possibile occasione di dileggio e di mistificazione), ma è innegabile altresì che in tal caso l’onere del rispetto della verità sia più attenuato rispetto all’ipotesi di mera cronaca giornalistica, atteso che “la critica esprime un giudizio di valore che, in quanto tale, non può pretendersi rigorosamente obiettivo” (Cass. Pen., n. 43403 del 18.6.2009).

La critica è infatti, per sé stessa, espressione di un’opinione, che come tale non può essere rigorosamente obiettiva e che comunque non ha nulla a che vedere col diritto di cronaca. La critica non può che essere soggettiva e quindi non può che corrispondere al punto di vista di chi la manifesta. Infatti, “Il diritto di critica non è soggetto a un giudizio di verità per l’opinabilità intrinseca ad ogni giudizio individuale, che esprime convincimenti, valori, credenze necessariamente differenti tra individui nei vari gruppi sociali” (Cass. pen., sez. V., 8 maggio 1998, n. 6584).

Ciò posto, considerate le contestazioni di parte convenuta circa la non corretta riproduzione nell’atto introduttivo delle dichiarazioni ritenute diffamatorie, occorre riportarle testualmente, per come risultanti dal fascicolo dell’attore, agli allegati nn. 3 e 4, con la precisazione che il post asseritamente pubblicato dal convenuto su Facebook l’8.4.2018 risulta estratto direttamente dal social network solo in allegato alla terza memoria ex art. 183 c.p.c., sebbene originariamente risulti riprodotto dallo stesso B. in una mail dal medesimo inviata il 10.4.2018 al difensore che ha introdotto il giudizio (testualmente a “studio Manfredi”), verosimilmente copiato dalla pagina Facebook (i due testi del post risultano comunque di identico contenuto).

In particolare, dalla menzionata mail allegata al n. 3 da parte attrice si evince che le dichiarazioni pubblicate su Facebook l’8.4.2018 alle 12.45 erano del seguente tenore: “Le Iene hanno preso un granchio. I pochi casi clinici analizzati durante il servizio de “Le Iene” si riferiscono quasi unicamente agli interventi chirurgici eseguiti dal Dr. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017 e che ha operato circa 600 pazienti, di cui solo il 3% ha lamentato complicanze (19 casi a noi noti). Non sono quindi “decine e decine” di interventi andati male, come invece segnalato dalle Iene con toni allarmistici. Il CICE ha interrotto i rapporti con il Dr. B. in ragione del mancato mantenimento degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua stessa nascita. I casi trattati dal Dr. B. che hanno richiesto un intervento chirurgico di revisione sono stati presi in carico e trattati in forma integralmente gratuita per i pazienti dal dott. V.C. responsabile del CICE, con la risoluzione della complicanza”.

L’allegato n. 4 del fascicolo introduttivo è invece relativo al brano a firma di L.G. pubblicato sulla versione online della Gazzetta di Reggio del 10.3.2018 dal titolo: “Reggio Emilia: seni “low cost”, partita la denuncia del Cice alle Iene” e dal sottotitolo: “Dopo il servizio delle Iene, il Cice presenta querela: allontanato ad agosto il chirurgo che ha operato le donne intervistate” (il medesimo articolo nella versione cartacea risulta depositato, pur se scarsamente leggibile, solo unitamente alla terza memoria ex art. 183 c.p.c.). Il contenuto del brano è del seguente tenore: “REGGIO EMILIA. Lo avevano annunciato, e alla fine hanno mantenuto la promessa. Il Centro italiano chirurgia estetica di Reggio Emilia (Cice) ha denunciato la trasmissione “Le Iene” dopo il servizio televisivo andato in onda domenica 4 marzo, intitolato “Ragazze rovinate dalla clinica low cost”. Dolori, inestetismi, visite effettuate via WhatsApp. Questa la sintesi di quanto mostrato su Italia Uno. Tutto “assolutamente falso e tendenzioso” per i dirigenti della struttura tanto che, per tutelare la loro immagine “fortemente danneggiata” dal servizio, hanno dato mandato ai propri legali – gli avvocati N.T. e F.L. – di denunciare quanto successo all’autorità giudiziaria “affinché la magistratura possa fare subito chiarezza”.

Il succo della critica rivolta alla giornalista di M. non è tanto l’aver mostrato eventi o fatti mai realmente accaduti quanto, piuttosto, l’aver fatto passare il messaggio che tutto il lavoro svolto all’interno del Cice sia approssimativo e mal svolto.

“Il nostro è un centro di eccellenza – ci spiega il direttore generale R.G. mentre ci fa visitare la struttura – che in dieci anni di attività ha eseguito 8.573 interventi di chirurgia estetica, con una incidenza di complicanze inferiore al 4%, tutte risolte con una ulteriore prestazione erogata in forma assolutamente gratuita per le pazienti”. Complicanze che, ammette apertamente G., ci possono essere “come in qualunque altro intervento. Ma le clienti sono informate con largo anticipo sui rischi che, tengo a ribadirlo visto il messaggio che è passato sulle Iene, da noi sono più contenuti rispetto ad altre realtà. Sempre in dieci anni abbiamo avuto 13 richieste di risarcimento, lo 0,1% del totale contro una media del 34,5% di incidenza nelle strutture italiane. E su tredici, cinque le abbiamo vinte in sede giudiziale, due con soccombenza parziale e le rimanenti sono ancora aperte”. Insomma, prezzi moderati non vogliono dire qualità moderata. Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo. “Si trattava di un medico – prosegue il direttore generale – che abbiamo assunto a settembre 2016 e che in un anno ha eseguito circa 600 interventi. Di queste donne, 17 sono dovute tornare una seconda volta per delle complicanze o perché non erano soddisfatte e l’80% ha risolto poi il problema. L’altro 20% sono le ragazze sentite dalle Iene. Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017”. Infine, ci viene spiegato, le foto mandate via WhatsApp non sostituiscono le visite “che comunque avvengono il giorno prima o il giorno stesso dell’operazione. Se fossimo dei venditori di tabacco avremmo tutto l’interesse a operare sempre e invece capita spesso che, purtroppo, dobbiamo annullare tutto. Ad esempio questa settimana su 30 interventi ne abbiamo cancellati tre”.

Ciò posto, occorre premettere che nella presente sede non possono essere oggetto di esame né i contenuti del servizio de “Le Iene” (se non quale mero presupposto dell’odierno giudizio), non essendo contestato alcunchè della trasmissione nella presente sede (e nemmeno convenuta in giudizio l’emittente televisiva, il direttore responsabile e l’autrice del servizio), né il contenuto del brano giornalistico pubblicato sulla Gazzetta di Reggio, se non limitatamente all’intervista rilasciata dall’odierno convenuto, non essendo citati i soggetti legittimati secondo la legge sulla stampa, né invero essendo in contestazione il contenuto del brano, ma solo quello dell’intervista a R.G. in esso riportata.

Ciò posto, con riferimento all’intervista del 9.3.2018 deve altresì premettersi che nell’intero brano non sono in alcun modo menzionate espressamente le generalità dell’odierno attore, con ogni conseguenza sotto il profilo del difetto di legittimazione attiva in capo al B. per quanto concerne la diffamazione asseritamente derivante dall’intervista, atteso che il contenuto delle dichiarazioni asseritamente offensive non risulta indirizzato direttamente al B., né questo risulta destinatario facilmente individuabile delle stesse.

Anche a prescindere comunque da tale assorbente rilievo e considerando individuabile l’odierno attore attraverso l’intervista in questione (quantomeno in relazione alla cerchia di dipendenti e collaboratori del centro, nonché tra i pazienti del medesimo), deve osservarsi nel merito che il convenuto G. ha legittimamente espresso in entrambe le occasioni un giudizio in chiave critica circa l’operato professionale del B., quale conseguenza del servizio delle Iene (oggetto di contestazione in altra sede), esponendo in tal modo una sua valutazione soggettiva, da ricondurre a verità quanto al suo nucleo essenziale, espressa con toni pacati, in relazione a notizia di interesse pubblico, specie in considerazione del risalto assunto dal precedente servizio delle Iene.

Tutte le espressioni in contestazione sopra riportate del G. – tanto con riferimento all’intervista, quanto al post su Facebook – appaiono infatti, ad avviso del giudicante, estrinsecazione del diritto di critica, quale espressione del principio costituzionalmente garantito della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.).

Posto che nulla è in contestazione circa l’interesse pubblico della notizia e la sua continenza espressiva, la verità della notizia contenuta nell’intervista in oggetto deve ritenersi sussistente, nei limiti sopra esposti in cui tale presupposto deve essere inteso con rifermento alla manifestazione di opinione critica.

Ebbene, le affermazioni contenute nel brano giornalistico che concernono l’odierno attore, pur senza nominarlo esplicitamente, sono le seguenti: “Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo. “Si trattava di un medico – prosegue il direttore generale – che abbiamo assunto a settembre 2016 e che in un anno ha eseguito circa 600 interventi. Di queste donne, 17 sono dovute tornare una seconda volta per delle complicanze o perché non erano soddisfatte e l’80% ha risolto poi il problema. L’altro 20% sono le ragazze sentite dalle Iene. Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017”.

Invero, le menzionate affermazioni dell’intervistato appaiono in generale di natura critica rispetto al servizio andato in onda su Le Iene (circa il fatto che tutto il lavoro svolto presso il Cice fosse “approssimativo e mal svolto”) e, in particolare, risultano volte a fornire un chiarimento in termini statistici circa gli interventi menzionati nel servizio stesso ed attribuiti al B. (non esplicitamente); viene affermato al riguardo il fatto, non contestato, che il medico in questione aveva effettuato in un anno di servizio presso il centro medico compreso tra il 2016 ed il 2017 circa 600 interventi.

Su tale cifra complessiva di interventi da esso eseguiti il G. afferma che solo 17 pazienti di quelle da lui operate sono state sottoposte a nuovo trattamento chirurgico “per delle complicanze o perché non erano soddisfatte” e che conseguentemente ad esso l’80% di esse ha risolto il problema (ossia 13 di esse circa), mentre la restante parte (ossia 4 di esse) ha manifestato la sua insoddisfazione alle Iene.

La documentazione allegata conferma quanto sostenuto in termini di verità del nucleo essenziale della notizia, nel senso che una minima parte delle pazienti operate dall’attore in quel periodo ha mostrato complicanze (17 pazienti su 600 interventi), che la maggior parte di questi casi (80%) sono stati risolti con un secondo intervento presso il centro e che solo una parte residua (il 20% di 17) non ha risolto le

complicanze, denunciandole alle Iene ed intentando azioni giudiziali ovvero formulando richieste risarcitorie stragiudiziali; cinque dei sei casi oggetto del servizio, cui l’intervista giornalistica è riferita, risultano infatti essere relativi a pazienti originariamente operate dall’attore, con la conseguenza che il nucleo essenziale della notizia corrisponde a verità; del resto, anche la circostanza che la gran parte delle pazienti con complicanze dal medesimo operate sono state sottoposte ad un secondo intervento presso il centro risulta provata dalla copiosa documentazione prodotta.

Invece, la circostanza che le complicanze fossero errori chirurgici o rientrassero piuttosto nelle conseguenze post-operatorie menzionate nel modulo di consenso informato sottoscritto dalle pazienti non è oggetto di valutazione da parte di questo giudice (considerazione in base alla quale le istanze istruttorie orali sono state respinte, con ordinanza riservata del 16.10.2019, qui integralmente richiamata, atteso che gran parte di esse è riferita alla richiesta di pareri medico-legali sul corretto operato dell’attore negli specifici casi in contestazione, in inammissibile sostituzione di consulenza tecnica), bensì di quello al quale sono devolute le relative domande risarcitorie (dagli atti e dai documenti risulta altresì che per alcune pazienti è stato quantificato in sede giudiziale un danno biologico permanente compreso tra il 7 ed il 9%), né è menzionato alcunchè dal G. nel brano, in termini di colpa medica ed errori chirurgici (il medesimo si esprime infatti unicamente in termini di “complicanze” e nella parte precedente dell’intervista afferma che esse in generale per il centro medico si erano attestate intorno al 4% degli 8.573 interventi effettuati in dieci anni, con trattamento gratuito e reingresso in sala operatoria e solo 13 richieste risarcitorie).

Ed ancora, anche (e soprattutto) le frasi “Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017” e “Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo” corrispondono al parametro della verità della notizia.

Infatti, analizzando la documentazione prodotta dalla parte convenuta (cfr., in particolare, estratto verbale dell’Unità Gestione Rischio del 20.12.17, in atti) si evince che, nonostante la bassa percentuale di complicanze post-operatorie rappresentata dallo stesso G. nell’intervista tanto con riferimento al centro nel complesso quanto agli interventi eseguiti dal B. in particolare, il contenzioso giudiziale e stragiudiziale che ne era scaturito fosse comunque aumentato a seguito dell’ingresso del medesimo nell’equipe medica del centro rispetto al decennio precedente, con maggiore incidenza del rischio (passato dal 4,11% al 17,88, con aumento del 13% circa), tanto da aver determinato la cessazione del rapporto di collaborazione tra centro medico e chirurgo.

In altri termini, quanto al contenzioso, emerge che mentre per il decennio 2007/2017 da 8753 interventi (946 solo nel 2017, ivi compresi quelli effettuati dall’attore) sono scaturiti 13 procedimenti giudiziali (di cui 7 ancora pendenti e 4 definiti, come da comparsa di costituzione e risposta), per il biennio 2016/2017 da 509 interventi effettuati dall’attore sono scaturiti 6 procedimenti in fase giudiziale e 15 in fase stragiudiziale (dati riferiti al momento della costituzione in giudizio di parte convenuta), risultandone inoltre già definiti 3 con transazione ed oneri economici a carico del centro a seguito di perizia medica di parte che aveva accertato l’esistenza di un danno permanente da ricondursi ad errore chirurgico.

A prescindere dunque dal numero di complicanze post-operatorie, ciò che ha determinato l’interruzione del rapporto di collaborazione professionale tra le parti (pacificamente da ricondurre all’agosto del 2017 e dunque ad epoca precedente di alcuni mesi al servizio de Le Iene, per come correttamente riferito nel brano dal G.) risulta essere stato l’innalzamento del livello di contenzioso giudiziale e stragiudiziale riscontrato per gli anni 2016 e 2017 in relazione agli interventi effettuati dal B. e di ciò parte convenuta ha dato atto nell’intervista in questione, per la parte da ultimo riportata (“non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro”), atteso che negli standard qualitativi non può essere compresa solo l’evidenza delle complicanze post-operatorie, ma anche – evidentemente – l’entità del contenzioso scaturita dalle complicanze rimaste irrisolte.

Analogamente, con riferimento al post su Facebook dell’8.4.2018 oggetto di contestazione.

Questo risulta riferito esclusivamente ai casi esaminati nel servizio de Le Iene ed appare pubblicato a commento dello stesso, a seguito del clamore suscitato dalla messa in onda del programma in data 4.3.2018.

In particolare, si afferma il vero quando si dice che “I pochi casi clinici analizzati durante il servizio de “Le Iene” si riferiscono quasi unicamente agli interventi chirurgici eseguiti dal Dr. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017 e che ha operato circa 600 pazienti”, considerato che le medesime risultano nominativamente individuate sin dal primo scritto difensivo di parte convenuta senza alcuna specifica contestazione da parte dell’attore circa il fatto che siano state sue pazienti (risultano denunciati nel servizio i casi di sei pazienti del centro, cinque delle quali operate dal B.; cfr., altresì prima memoria ex art. 183 c.p.c. di parte attrice), che la collaborazione professionale è durata un anno e che il numero dei pazienti dal medesimo operati è stato pari a 509 (con una sfasatura con quanto dichiarato che tuttavia consente di ritenere vera la notizia nel suo nucleo essenziale, considerato l’uso della parola “circa” accanto a “600 pazienti”), il tutto per come evincibile dalla documentazione allegata da parte convenuta e comunque non specificamente contestato.

Sebbene poi il numero delle complicanze sia ridotto in percentuale dal 4% al 3% rispetto al contenuto del brano sulla Gazzetta di Reggio, la discrepanza non appare tale da incidere sul generale contesto di verità nel quale la notizia è resa, la quale è comunque presentata come nota di merito per il centro nel senso che “solo il 3% ha lamentato complicanze (19 casi a noi noti)”, in modo da contrastare il dato asseritamente fuorviante fornito nel servizio televisivo (“Non sono quindi “decine e decine” di interventi andati male, come invece segnalato dalle Iene con toni allarmistici”), con la precisazione ulteriore (e la rassicurazione) che comunque “I casi trattati dal Dr. B. che hanno richiesto un intervento chirurgico di revisione sono stati presi in carico e trattati in forma integralmente gratuita per i pazienti dal dott. V.C. responsabile del CICE, con la risoluzione della complicanza”.

Nella riportata prospettiva, infine, per l’affermazione secondo la quale “Il CICE ha interrotto i rapporti con il Dr. B. in ragione del mancato mantenimento degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua stessa nascita” valgono le medesime considerazioni sopra esposte.

Invero, il parametro del mancato mantenimento degli standard della prestazione professionale erogata dall’attore risulta, per come documentato, quello del contenzioso conseguente a complicanze post-operatorie da essa scaturito, laddove sul punto la documentazione allegata conferma la maggiore incidenza di esso rispetto al periodo precedente, circostanza legittimamente posta dal centro a fondamento della cessazione del rapporto di collaborazione professionale menzionata dal G. (risultano prodotti nel fascicolo di parte convenuta e non specificamente contestati dalla controparte non solo elenchi e frontespizi delle cartelle cliniche delle pazienti sottoposte a revisione chirurgica a seguito di interventi eseguiti dall’attore, ma anche tutti gli atti giudiziali e stragiudiziali, transazioni, diffide ed esiti di visite medico-legali riferite al predetto contenzioso, con accertamento di danno biologico permanente in capo ad alcune pazienti diverse da quelle menzionate nel servizio, invece tutte ancora con accertamenti in corso all’epoca della costituzione di parte convenuta).

Alla luce delle considerazioni esposte sotto il profilo della verità della notizia, pertanto, il legittimo esercizio del diritto di critica, quale espressione del più generale principio costituzionale di libertà di manifestazione del pensiero, appare nella specie scriminare il contenuto asseritamente diffamatorio delle dichiarazioni della parte convenuta.

A ciò si aggiunga, da ultimo, che non risultano affatto utilizzate (né invero sono oggetto di doglianza nell’atto introduttivo) espressioni esorbitanti dal concetto di continenza formale, tenuto conto del contesto indubbiamente critico del quale l’inchiesta in esame risulta espressione. Per quanto riguarda il requisito della continenza, infatti, va ricordato che “Il diritto di critica giornalistica può essere esercitato anche in modo “graffiante”, ma con il parametro della proporzione tra l’importanza del fatto e la necessità della sua esposizione anche in chiave critica ed i contenuti espressivi con i quali la critica è esercitata. Pertanto, la critica non deve trascendere in attacchi e aggressioni personali diretti a colpire, sul piano individuale, la figura morale del soggetto criticato” (tra le tante, v. Cass. civ., Sez. 3, 20 ottobre 2006, n. 22527); ebbene, nella specie, deve essere rilevata la totale assenza di qualsivoglia espressione che esuli dai concetti di moderazione, misura e proporzione nelle modalità espressive. Le espressioni utilizzate esprimono un giudizio indubbiamente critico rispetto, sebbene nel complesso appaiono assolutamente pacate e non trasmodano affatto in attacchi personali o denigrazione della persona dei destinatari, risultando piuttosto espressione di una esposizione dei fatti in forma civile e comunque non eccedente rispetto allo scopo informativo/critico da conseguire, né tale da manifestare un deliberato intento denigratorio, tenuto conto altresì del fatto che anche il limite della continenza opera, analogamente a quello della verità, in maniera meno rigorosa nell’esercizio del diritto di critica proprio in considerazione della soggettività della narrazione e del giudizio che essa tende ad esprimere, proprio della polemica politica e sociale cui si riferisce (Cass., 29730/2010 e Cass., n. 43403/2009).

Da ultimo, non può essere oggetto di esame nel presente procedimento quanto dedotto nell’atto introduttivo circa l’esistenza di un asserito filmato dal titolo “Io sto con il Cice” diffuso sulla pagina Facebook del centro medico (e parzialmente riportato in una successiva puntata de Le Iene) in cui una paziente del centro avrebbe dichiarato, riferendosi espressamente all’attore: “Dovrebbe essere radiato dall’ordine dei medici ed invece è ancora a piede libero”; invero, a prescindere da ogni considerazione circa la responsabilità del centro medico per quanto dichiarato da una sua paziente, del filmato non vi è traccia agli atti di causa è non è dunque possibile prenderne visione ai fini della decisione (nemmeno delle dichiarazioni al riguardo attribuite al G., il quale secondo l’atto introduttivo contestualmente alla sua diffusione da parte delle Iene avrebbe dichiarato “Le Iene, diffondendo il filmato in maniera parziale, avrebbero omesso la verità”); né al mancato deposito della copia del filmato in contestazione avrebbe potuto supplire il non ammesso interrogatorio formale del G., considerata l’ineludibile necessità di prenderne visione nella sua interezza al fine di valutare il contesto nel quale le dichiarazioni sono state rese dal convenuto, l’autore delle stesse ed il loro esatto tenore, in quanto peraltro parzialmente rese da un terzo soggetto (che risulta tra i pazienti del centro, come da allegati frontespizi delle cartelle cliniche in atti); analogamente deve dirsi con riferimento alla richiesta di esibizione del video alla piattaforma Facebook di cui alla terza memoria ex art. 183 c.p.c., in quanto ormai rimosso e presente sulla medesima solo per il periodo compreso tra il marzo ed il giugno 2018, per espressa ammissione di parte attrice e peraltro da ritenersi prova diretta, tardivamente richiesta.

La domanda attrice deve, in conclusione, essere interamente respinta, rimanendo assorbita nella decisione ogni altra richiesta.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo (scaglione individuato in base alla somma domandata a titolo di risarcimento – complessità media per le fasi di studio ed introduttiva, minima per quella istruttoria, meramente documentale, e decisionale, svoltasi con modalità cartolare e senza elementi di novità rispetto a quelle precedenti).

P.Q.M.

Il tribunale, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, così provvede:

– rigetta la domanda;

– condanna l’attore alla rifusione delle spese di lite nei confronti di parte convenuta, complessivamente liquidate in Euro 15.478,00 per compensi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 6 settembre 2021.

Depositata in Cancelleria il 8 settembre 2021.

BOLOGNA AVVOCATO ARRESTO IN FLAGRANZA CONVALIDA PENALE PROCESSO

BOLOGNA AVVOCATO ARRESTO IN FLAGRANZA CONVALIDA PENALE PROCESSO

E’ configurabile lo stato di flagranza del reato di maltrattamenti in famiglia purché il singolo episodio lesivo risulti non isolato, ma quale ultimo anello di una catena di comportamenti violenti o in altro modo lesivi, che tale episodio delittuoso sia avvenuto immediatamente prima e che l’autore di esso si sia dato alla fuga ovvero sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appare che egli abbia appena commesso il reato

Cass. pen., Sez. VI, 27/05/2020, n. 17853

Inizio modulo

Fine modulo

E’ configurabile lo stato di flagranza del reato di maltrattamenti in famiglia purché il singolo episodio lesivo risulti non isolato, ma quale ultimo anello di una catena di comportamenti violenti o in altro modo lesivi, che tale episodio delittuoso sia avvenuto immediatamente prima e che l’autore di esso si sia dato alla fuga ovvero sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appare che egli abbia appena commesso il reato. E’ possibile, dunque, affermare che nell’ipotesi in cui il reato per il quale si procede è quello abituale di maltrattamenti ai danni di un familiare, l’arresto in flagranza debba considerarsi legittimamente eseguito non solamente quando gli agenti della polizia giudiziaria hanno assistito ad una frazione di quelle condotte maltrattanti che costituiscono l’elemento oggettivo del delitto, ma anche quando siano intervenuti subito dopo la commissione di tale illecito e abbiano accertato che l’autore si sia dato alla fuga ovvero sia trovato con cose o tracce dimostrative della immediatamente precedente commissione del reato: “tracce” che possono essere qualificate come tutti quegli elementi fattuali che, oggetto di accertamenti o di altre iniziative di indagine della polizia giudiziaria, possono essere acquisite o rilevate per la loro idoneità a dimostrare l’esistenza del reato.

Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 25/02/2021, n. 21494 (rv. 281210-01)

Inizio modulo

Fine modulo

INDAGINI PRELIMINARI – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – “quasi flagranza” – “tracce” del reato – Nozione – Fattispecie

In tema di arresto in flagranza, per la configurabilità della c.d. “quasi flagranza”, la nozione di tracce del reato non va considerata in senso solo letterale, ma può comprendere anche l’atteggiamento assunto dall’autore del fatto o dalla persona offesa ove costituisca, con assoluta probabilità, un indicatore dell’avvenuta perpetrazione del reato in termini di stretta contiguità temporale rispetto all’intervento della polizia giudiziaria. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittimo l’arresto per il reato di furto, eseguito in “quasi flagranza” sulla base del comportamento dell’indagato che, alla vista di agenti di polizia municipale, tentava di fuggire liberandosi di confezioni di merce, poi risultata sottratta poco prima da banchi espositivi di esercizi commerciali della zona). (Annulla senza rinvio, TRIBUNALE GENOVA, 17/11/2020)

Cass. pen., Sez. II, 08/09/2020, n. 29215

Inizio modulo

Fine modulo

Integra il reato di rapina impropria la condotta dell’agente che, al fine di impossessarsi di quanto sottratto ovvero per conseguire l’impunità, impedisca alle forze dell’ordine – tramite la pregressa apposizione di automezzi in prossimità del luogo di commissione del fatto in numero e in posizione tale da ostacolare l’accesso di automezzi delle stesse forze dell’ordine – di intervenire prontamente, determinando un conseguente ritardo nell’esecuzione delle operazioni di polizia giudiziaria finalizzate all’identificazione e all’eventuale arresto in flagranza del reo nonché al compimento delle operazioni di sopralluogo e degli altri atti di assicurazione della prova: in tal caso, la predetta condotta impeditiva, configura un’ipotesi di violenza alla persona, intesa come violenza impropria, avendo la stessa coartato la libertà di autodeterminazione degli appartenenti delle forze dell’ordine che, conseguentemente, per il semplice ritardo imposto al loro intervento, sono stati costretti a fare, tollerare od omettere le azioni doverose di contrasto a cui erano tenuti.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 19/05/2021, n. 25331 (rv. 281749-01)

INDAGINI PRELIMINARI – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – Quasi flagranza – Sorpresa dell’indiziato con cose o tracce del reato commesso “immediatamente prima” – Nozione – Fattispecie

In tema di convalida dell’arresto, ricorre lo stato di quasi-flagranza nel caso in cui l’indagato sia sorpreso dalla polizia giudiziaria con cose e tracce inequivocamente rivelatrici della recentissima commissione del delitto. (Fattispecie in cui la Corte, in riforma dell’impugnata ordinanza, ha ritenuto che legittimamente la polizia giudiziaria avesse proceduto all’arresto nella quasi flagranza del reato di lesioni, dal momento che l’indagato aveva dichiarato spontaneamente agli operanti “state cercando me” e recava sulla gamba il segno del morso infertogli dalla vittima nella colluttazione, quali tracce della contiguità temporale tra il fatto-reato e la constatazione degli operanti). (Annulla in parte senza rinvio, GIP TRIBUNALE REGGIO CALABRIA, 16/03/2021)

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 18/05/2021, n. 21019 (rv. 281508-02)

Inizio modulo

Fine modulo

REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE – Delitti – Dei pubblici ufficiali – Concussione – In genere – Utilità – Nozione – Inclusione del vantaggio anche di natura non patrimoniale – Sussistenza – Fattispecie

In tema di concussione, il termine “utilità” include tutto ciò che rappresenta un vantaggio per la persona, pur se di natura non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile, e dunque anche l’accrescimento del proprio prestigio professionale ovvero della propria considerazione nella comunità lavorativa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto integrato il reato di concussione, e non invece quello di violenza privata, in relazione alle condotte costrittive poste in essere da un carabiniere nei confronti di un cittadino straniero per indurlo ad acquistare una partita di eroina e consentirgli di effettuare un arresto in flagranza, così da acquisire benemerenze utili ai fini della progressione in carriera, l’assegnazione ad altri reparti e l’affidamento di incarichi fiduciari). (Rigetta, CORTE APPELLO BRESCIA, 17/12/2019)

DANNO OSPEDALE E MEDICO COME PROVARE IL DANNO MEDICO COLPA MEDICA

DANNO OSPEDALE E MEDICO COME PROVARE IL DANNO MEDICO COLPA MEDICA

LA CASSAZIONE ENUNCIA IL SEGUENTE PRINCIPIO:

ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l’inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica, o l’insorgenza di nuove patologie, e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l’esatta esecuzione della prestazione”

Cass. civ. Sez. III, Sent., (ud. 04-07-2019) 11-11-2019, n. 28992 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente – Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere – Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere – Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere – Dott. VALLE Cristiano – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 27225-2017 proposto da: C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G.B. VICO 22, presso lo studio dell’avvocato CARLO PICARONE, rappresentato e difeso dall’avvocato PAOLO ROBERTO RISOTTI; – ricorrente – contro V.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TAGLIAMENTO, 76, presso lo studio dell’avvocato FAUSTO TARSITANO, che lo rappresenta e difende; ISTITUTO ORTOPEDICO GALEAZZI SPA, in persona del Vice Presidente Dott. R.P., elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE DEI MELLINI, 44, presso lo studio dell’avvocato NICOLA ADRAGNA, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati STEFANO DALLE DONNE, VITTORIO GELPI; – controricorrenti – e contro UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA; – intimata – avverso la sentenza n. 2109/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 16/05/2017; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 04/07/2019 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito l’Avvocato ROBERTO RISOTTI PAOLO; udito l’Avvocato NICOLA ADRAGNA; udito l’Avvocato FAUSTO TARSITANO; Svolgimento del processo 1. C.L. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Milano l’Istituto Clinico San Siro s.p.a. (poi Istituto Ortopedico Galeazzi s.p.a.) e V.R. chiedendo il risarcimento del danno nella misura di Euro 392.496,00 o altro importo di giustizia. Espose in particolare parte attrice quanto segue. Nell’anno 2002 il C. aveva subito presso l’Istituto Clinico San Siro intervento chirurgico di menistectomia al ginocchio sinistro, cui nel 2003 aveva fatto seguito presso la medesima struttura sanitaria, con il Dott. V. quale operatore, l’artroprotesi totale nel ginocchio sinistro. Dopo circa due settimane dall’ultima operazione era emersa al ginocchio sinistro una patologia flogistica settica per la quale il V. aveva eseguito ripetute artrocentesi (drenaggi percutanei con siringa) le quali avevano avuto come conseguenza la formazione di sepsi con setticemia. Fra il 2007 ed il 2009 nuovamente il V. aveva sottoposto l’attore a due interventi di sinoviectomia, con ricovero dopo il secondo intervento per una grave sepsi al ginocchio sinistro. In seguito nel 2009 e nel 2010 presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano il C. era stato sottoposto a due ulteriori interventi, il primo di rimozione della protesi settica ed il secondo di impianto di una nuova protesi. Si costituirono entrambi i convenuti chiedendo il rigetto della domanda e chiamando in causa le società assicuratrici. 2. Il Tribunale adito, previa CTU, rigettò la domanda. 3. Avverso detta sentenza propose appello il C.. Si costituirono le parti appellate chiedendo il rigetto dell’appello. 4. Con sentenza di data 16 maggio 2017 la Corte d’appello di Milano rigettò l’appello. Osservò la corte territoriale che sia nel caso di responsabilità extracontrattuale che nel caso di responsabilità contrattuale incombeva sull’attore l’onere della prova del nesso di causalità fra la condotta del sanitario e l’evento e che non solo l’onere non era stato assolto, ma dalla CTU era positivamente emersa l’assenza del nesso eziologico ed in particolare: la sepsi da stafilococco non aureo, apparsa nel ricovero del febbraio 2009, a sei anni di distanza dal primo intervento chirurgico, non era attribuibile alla protesizzazione del ginocchio sinistro, non essendo state documentate complicanze infettive in sede di intervento e nulla era emerso dalla documentazione relativa al periodo 10 ottobre 2003-12 novembre 2007, sicchè costituiva una complicanza infettiva insorta per la prima volta nel ricovero del gennaio 2009, limitata ai tessuti molli superficiali del ginocchio, facilmente debellata con il trattamento antibiotico ed insorta nonostante la corretta applicazione dei protocolli di profilassi infettiva in ambito ortopedico, sulla quale aveva verosimilmente inciso lo stato diabetico del paziente; i ripetuti episodi di tenosinovite manifestatisi nel 2007 erano riconducibili ad un complesso clinicopatologico a carattere neoplastico benigno ad insorgenza spontanea. Concluse nel senso che era da escludere che l’insorgenza della sepsi con setticemia fosse stata causata dagli interventi di artrocentesi e dalla veicolazione dello stafilococco mediante uno strumento chirurgico non adeguatamente sterilizzato. 5. Ha proposto ricorso per cassazione C.L. sulla base di quattro motivi. Resistono con distinti controricorsi l’Istituto Ortopedico Galeazzi s.p.a. e V.R.. E’ stata depositata memoria di parte. Motivi della decisione 1. Con il primo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1218, 2043, 2697 e 1123 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che il creditore deve provare solo la sussistenza del contratto ed allegare l’inadempimento del medico e che, sulla base della regola del “più probabile che non”, doveva ritenersi che lo stafilococco era stato necessariamente trasmesso con uno strumento chirurgico non adeguatamente sterilizzato e/o causa di una o più delle numerose atrocentesi. 1.1. Il motivo è infondato. La questione posta dal motivo di censura attiene al rapporto fra responsabilità contrattuale nel campo medico e causalità materiale. Negare che incomba sul paziente creditore di provare l’esistenza del nesso di causalità fra l’inadempimento ed il pregiudizio alla salute, come si assume nel motivo, significa espungere dalla fattispecie costitutiva del diritto l’elemento della causalità materiale. Di contro va osservato che la causalità relativa tanto all’evento pregiudizievole, quanto al danno conseguenziale, è comune ad ogni fattispecie di responsabilità, contrattuale ed extracontrattuale, quale portato della distinzione fra causalità ed imputazione. La causalità attiene al collegamento naturalistico fra fatti accertato sulla base delle cognizioni scientifiche del tempo ovvero su basi logico-inferenziali. Essa attiene alla relazione probabilistica (svincolata da ogni riferimento alla prevedibilità soggettiva) tra condotta ed evento di danno (e fra quest’ultimo e le conseguenze risarcibili), da ricostruirsi secondo un criterio di regolarità causale, integrato, se del caso, da quelli dello scopo della norma violata e dell’aumento del rischio tipico, previa analitica descrizione dell’evento (cfr. Cass. sez. U. 11 gennaio 2008, n. 576 pag. 13 e Cass. 11 luglio 2017, n. 17084), mentre su un piano diverso si colloca la dimensione soggettiva dell’imputazione. Quest’ultima corrisponde all’effetto giuridico che la norma collega ad un determinato comportamento sulla base di un criterio di valore, che è rappresentato dall’inadempienza nella responsabilità contrattuale e dalla colpa o il dolo in quell’aquiliana (salvo i casi di imputazione oggettiva dell’evento nell’illecito aquiliano – artt. 2049, 2050, 2051 e 2053 c.c.). Che la causalità materiale si iscriva a pieno titolo anche nella dimensione della responsabilità contrattuale trova una testuale conferma nell’art. 1227 c.c., comma 1, che disciplina proprio il fenomeno della causalità materiale rispetto al danno evento sotto il profilo del concorso del fatto colposo del creditore (Cass. 19 luglio 2018, n. 19218; 21 luglio 2011, n. 15991), mentre il comma 2 attiene, come è noto, alle conseguenze pregiudizievoli del danno evento (c.d. causalità giuridica). Ogni forma di responsabilità è dunque connotata dalla congiunzione di causalità ed imputazione. Su questo tronco comune intervengono le peculiarità della responsabilità contrattuale. 1.1.1. Il tratto distintivo della responsabilità contrattuale risiede nella premessa della relazionalità, da cui la responsabilità conseguente alla violazione di un rapporto obbligatorio. Il danno derivante dall’inadempimento dell’obbligazione non richiede la qualifica dell’ingiustizia, che si rinviene nella responsabilità extracontrattuale, perchè la rilevanza dell’interesse leso dall’inadempimento non è affidata alla natura di interesse meritevole di tutela alla stregua dell’ordinamento giuridico, come avviene per il danno ingiusto di cui all’art. 2043 c.c. (cfr. Cass. Sez. U. 22 luglio 1999, n. 500), ma alla corrispondenza dell’interesse alla prestazione dedotta in obbligazione (arg. ex art. 1174 c.c.). E’ la fonte contrattuale dell’obbligazione che conferisce rilevanza giuridica all’interesse regolato. Se la soddisfazione dell’interesse è affidata alla prestazione che forma oggetto dell’obbligazione vuol dire che la lesione dell’interesse, in cui si concretizza il danno evento, è cagionata dall’inadempimento. La causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento. La causalità acquista qui autonomia di valutazione solo quale causalità giuridica, e dunque quale delimitazione del danno risarcibile attraverso l’identificazione del nesso eziologico fra evento di danno e danno conseguenza (art. 1223 c.c.). L’assorbimento pratico della causalità materiale nell’inadempimento fa si che tema di prova del creditore resti solo quello della causalità giuridica (oltre che della fonte del diritto di credito), perchè, come affermato da Cass. Sez. U. 30 ottobre 2001 n. 13533 del 2001, è onere del debitore provare l’adempimento o la causa non imputabile che ha reso impossibile la prestazione (art. 1218 c.c.), mentre l’inadempimento, nel quale è assorbita la causalità materiale, deve essere solo allegato dal creditore. Non c’è quindi un onere di specifica allegazione (e tanto meno di prova) della causalità materiale perchè allegare l’inadempimento significa allegare anche nesso di causalità e danno evento. Tale forma del rapporto fra causalità materiale e responsabilità contrattuale attiene tuttavia allo schema classico dell’obbligazione di dare o di fare contenuto nel codice civile. Nel diverso territorio del facere professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta secondo le regole generali sopra richiamate. Sul punto valgono le seguenti considerazioni. 1.1.2. Se l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore, causalità ed imputazione per inadempimento tornano a distinguersi anche sul piano funzionale (e non solo su quello strutturale) perchè il danno evento consta non della lesione dell’interesse alla cui soddisfazione è preposta l’obbligazione, ma della lesione dell’interesse presupposto a quello contrattualmente regolato. La distinzione fra interesse strumentale, affidato alla cura della prestazione oggetto di obbligazione, ed interesse primario emerge nel campo delle obbligazioni di diligenza professionale. La prestazione oggetto dell’obbligazione non è la guarigione dalla malattia o la vittoria della causa, ma il perseguimento delle leges artis nella cura dell’interesse del creditore. Il danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute. Benchè guarigione dalla malattia o vittoria della causa non siano dedotte in obbligazione, esse non costituiscono un motivo soggettivo che resti estrinseco rispetto al contratto d’opera professionale, ma sono tipicamente connesse all’interesse regolato perchè la possibilità del loro soddisfacimento è condizionata dai mutamenti intermedi nello stato di fatto determinati dalla prestazione professionale. L’interesse corrispondente alla prestazione oggetto di obbligazione ha natura strumentale rispetto ad un interesse primario o presupposto, il quale non ricade nel motivo irrilevante dal punto di vista contrattuale perchè non attiene alla soddisfazione del contingente ed occasionale bisogno soggettivo ma è connesso all’interesse regolato già sul piano della programmazione negoziale e dunque del motivo comune rilevante al livello della causa del contratto. Non c’è obbligazione di diligenza professionale del medico o dell’avvocato se non in vista, per entrambe le parti, del risultato della guarigione dalla malattia o della vittoria della causa. Dato che il danno evento nelle obbligazioni di diligenza professionale riguarda, come si è detto, non l’interesse corrispondente alla prestazione ma l’interesse presupposto, la causalità materiale non è praticamente assorbita dall’inadempimento. Quest’ultimo coincide con la lesione dell’interesse strumentale, ma non significa necessariamente lesione dell’interesse presupposto, e dunque allegare l’inadempimento non significa allegare anche il danno evento il quale, per riguardare un interesse ulteriore rispetto a quello perseguito dalla prestazione, non è necessariamente collegabile al mancato rispetto delle leges artis ma potrebbe essere riconducibile ad una causa diversa dall’inadempimento. La violazione delle regole della diligenza professionale non ha dunque un’intrinseca attitudine causale alla produzione del danno evento. Aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie non sono immanenti alla violazione delle leges artis e potrebbero avere una diversa eziologia. Si riespande così, anche sul piano funzionale, la distinzione fra causalità ed imputazione soggettiva sopra delineata. Persiste, nonostante l’inadempienza, la questione pratica del nesso eziologico fra il danno evento (lesione dell’interesse primario) e la condotta materiale suscettibile di qualificazione in termini di inadempimento. Il creditore ha l’onere di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico e, posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento, ha anche l’onere di provare quella connessione, e lo deve fare sul piano meramente naturalistico sia perchè la qualifica di inadempienza deve essere da lui solo allegata, ma non provata (appartenendo gli oneri probatori sul punto al debitore), sia perchè si tratta del solo profilo della causalità materiale, il quale è indifferente alla qualifica in termini di valore rappresentata dall’inadempimento dell’obbligazione ed attiene esclusivamente al fatto materiale che soggiace a quella qualifica. La prova della causalità materiale da parte del creditore può naturalmente essere raggiunta anche mediante presunzione. Argomentare diversamente, e cioè sostenere che anche nell’inadempimento dell’obbligazione di diligenza professionale non emerga un problema pratico di causalità materiale e danno evento, vorrebbe dire implicitamente riconoscere che oggetto della prestazione è lo stato di salute in termini di guarigione o impedimento della sopravvenienza dell’aggravamento o di nuove patologie, ma ciò non è perchè il parametro per valutare se c’è stato inadempimento dell’obbligazione professionale è fornito dall’art. 1176 c.c., comma 2, il quale determina il contenuto della prestazione in termini di comportamento idoneo per il conseguimento del risultato utile. Per riprendere le parole di un’autorevole dottrina della metà del secolo scorso, la guarigione o l’impedimento della sopravvenienza dell’aggravamento o di nuove patologie dipendono troppo poco dalla volontà del medico e dalla collaborazione del malato perchè possano essere dedotte in obbligazione. Lo stato di salute, come si è detto, integra la causa del contratto, ma l’obbligazione resta di diligenza professionale. La causalità materiale nella disciplina delle obbligazioni non è così soltanto causa di esonero da responsabilità per il debitore (art. 1218 c.c.), e perciò materia dell’onere probatorio di quest’ultimo, ma è nelle obbligazioni di diligenza professionale anche elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio ove risulti allegato il danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie. Il creditore di prestazione professionale che alleghi un evento di danno alla salute, non solo deve provare quest’ultimo e le conseguenze pregiudizievoli che ne siano derivate (c.d. causalità giuridica), ma deve provare anche, avvalendosi eventualmente pure di presunzioni, il nesso di causalità fra quell’evento e la condotta del professionista nella sua materialità, impregiudicata la natura di inadempienza di quella condotta, inadempienza che al creditore spetta solo di allegare. 1.1.3. Una volta che il creditore abbia provato, anche mediante presunzioni, il nesso eziologico fra la condotta del debitore, nella sua materialità, e l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie, sorgono gli oneri probatori del debitore, il quale deve provare o l’adempimento o che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione a lui non imputabile. Emerge così un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il nesso di causalità materiale che il creditore della prestazione professionale deve provare è quello fra intervento del sanitario e danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie; il nesso eziologico che invece spetta al debitore di provare, dopo che il creditore abbia assolto il suo onere probatorio, è quello fra causa esterna, imprevedibile ed inevitabile alla stregua dell’ordinaria diligenza di cui all’art. 1176, comma 1, ed impossibilità sopravvenuta della prestazione di diligenza professionale (art. 1218). Se la prova della causa di esonero è stata raggiunta vuol dire che l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di una nuova patologia è si eziologicamente riconducibile all’intervento sanitario, ma il rispetto delle leges artis è nella specie mancato per causa non imputabile al medico. Ne discende che, se resta ignota anche mediante l’utilizzo di presunzioni la causa dell’evento di danno, le conseguenze sfavorevoli ai fini del giudizio ricadono sul creditore della prestazione professionale, se invece resta ignota la causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione di diligenza professionale, ovvero resta indimostrata l’imprevedibilità ed inevitabilità di tale causa, le conseguenze sfavorevoli ricadono sul debitore. E’ bene rammentare che tali principi si collocano nell’ambito delle regole sull’onere della prova, le quali assumono rilievo solo nel caso di causa rimasta ignota. Si tratta quindi della regola residuale di giudizio grazie alla quale la mancanza, in seno alle risultanze istruttorie, di elementi idonei all’accertamento, anche in via presuntiva, della sussistenza o insussistenza del diritto in contestazione determina la soccombenza della parte onerata della dimostrazione rispettivamente dei relativi fatti costitutivi o di quelli modificativi o estintivi (Cass. 16 giugno 1998, n. 5980; 16 giugno 2000, n. 8195; 7 agosto 2002, n. 11911; 21 marzo 2003, n. 4126). 1.1.4. Va data così continuità all’orientamento di questa Corte che nel tempo si è consolidato e secondo cui incombe sul creditore l’onere di provare il nesso di causalità fra la condotta del sanitario e l’evento di danno quale fatto costitutivo della domanda risarcitoria, non solo nel caso di responsabilità da fatto illecito ma anche nel caso di responsabilità contrattuale (Cass. 26 luglio 2017, n. 18392, cui sono conformi: Cass. 26 febbraio 2019, n. 5487; 17 gennaio 2019, n. 1045; 20 novembre 2018, n. 29853; 30 ottobre 2018, nn. 27455, 27449, 27447, 27446; 23 ottobre 2018, n. 26700; 20 agosto 2018, n. 20812; 13 settembre 2018, n. 22278; 22 agosto 2018, n. 20905; 19 luglio 2018, n. 19204; 19 luglio 2018, n. 19199; 13 luglio 2018, n. 18549; 13 luglio 2018, n. 18540; 9 marzo 2018, n. 5641; 15 febbraio 2018, nn. 3704 e 3698; 7 dicembre 2017, n. 29315; 14 novembre 2017, n. 26824; si vedano tuttavia già prima Cass. 24 maggio 2006, n. 12362; 17 gennaio 2008, n. 867; 16 gennaio 2009, n. 975; 9 ottobre 2012, n. 17143; 26 febbraio 2013, n. 4792; 31 luglio 2013, n. 18341; 12 settembre 2013, n. 20904; 20 ottobre 2015, n. 21177; 9 giugno 2016, n. 11789). 1.1.5. In conclusione va affermato ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, il seguente principio di diritto: “ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l’inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica, o l’insorgenza di nuove patologie, e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l’esatta esecuzione della prestazione”. A tale principio di diritto si è attenuta la corte territoriale. Quanto al resto la censura attiene al giudizio di fatto in ordine all’assolvimento dell’onere probatorio che è giudizio non sindacabile in quanto tale nella presente sede di legittimità. 2. Con il secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che non è controversa la circostanza della pluralità di artrocentesi eseguite e che alla luce delle numerosissime artrocentesi non era comprensibile come la Corte d’appello avesse potuto sostenere che era stata riscontrata l’assenza di complicanze infettive dal primo intervento fino al 2007. 2.1. Il motivo è inammissibile. La censura attiene al giudizio di fatto il quale in quanto tale non è sindacabile nella presente sede di legittimità. Peraltro il giudizio di fatto svolto dalla corte territoriale contempla la circostanza che il ricorrente definisce come incontroversa. 3. Con il terzo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 61, 196 e 359 c.p.c., art. 111 Cost., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che il CTU era un medico specializzato in ortopedia e che sia il Tribunale che la Corte d’appello hanno disatteso l’istanza di nuova consulenza a mezzo di un medico infettivologo. Aggiunge che il CTU non ha in alcun modo indagato sulle origini dell’insorgere dell’infezione, nè ha svolto accertamenti sulle numerose artrocentesi, essendosi limitato a parlare di corretta applicazione dei protocolli di profilassi infettiva in ambito ortopedico. 3.1. Il motivo è inammissibile. Il rinnovo dell’indagine tecnica rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito (Cass. 24 gennaio 2019, n. 2103; 29 settembre 2017, n. 22799). Le circostanze relative alla consulenza tecnica possono rilevare sul piano motivazionale, quale omesso esame di fatto controverso e decisivo o di assenza del requisito motivazionale dell’atto giurisdizionale, ma non quale sindacato sull’esercizio del potere di disporre la consulenza. 4. Con il quarto motivo si denuncia omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva il ricorrente che la corte territoriale ha omesso di esaminare le seguenti circostanze: mancanza di competenze infettivologhe da parte del consulente; la CTU non fornisce spiegazioni circa le differenze fra stafilococco non aureo e stafilococco epidermidis; non è stato esaminato se un processo infettivo vi fosse già a partire dal 2003; il ricovero nel 2009 per sepsi setticemica e la rimozione della protesi smentiscono le conclusioni del consulente; mancato esame del fatto che il 5 maggio 2009, in pieno corso della gravissima infezione, al C. fosse stato prescritto l’uso di farmaci omeopatici; era stata disattesa l’istanza di esibizione ai sensi dell’art. 210 c.p.c. di tutte le cartelle cliniche e schede ambulatoriali. 4.1 Il motivo è inammissibile. La denuncia di vizio motivazionale non attiene a fatti storici, di cui sarebbe stato omesso l’esame, ma a valutazioni e rilievi in ordine alla CTU svolta, oltre che al mancato accoglimento di istanza istruttoria. L’unica circostanza di fatto denunciata è quella della prescrizione di farmaci omeopatici, ma rispetto a tale circostanza non si indicano le specifiche ragioni di decisività nel quadro dei fatti costitutivi della domanda. 5. L’assestamento della giurisprudenza in ordine alla questione del nesso causale costituisce ragione di compensazione delle spese processuali. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene rigettato, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1 – quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione. P.Q.M. Rigetta il ricorso. Dispone la compensazione delle spese processuali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13. Dispone che in caso di utilizzazione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle persone fisiche riportati nella sentenza. Così deciso in Roma, il 4 luglio 2019. Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2019

INFORTUNIO MORTALE LAVORO DANNO

 

 

 

INFORTUNIO MORTALE LAVORO DANNO

Tenuto poi conto della necessità di capitalizzare il risarcimento, occorre moltiplicare tali somme per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie corrispondente, nel rapporto tra la vittima e del coniuge, all’età del più giovane tra i due, e, nel rapporto tra la vittima e ciascuno dei figli, al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno (Cass. n. 6619/2018), con esclusione in ogni caso dei coefficienti di capitalizzazione di cui al r.d. numero 1403/1922 i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’articolo 1223 c.c. (Cass. n. 20615/2015, Cass. n. 18093/2020); a tale riguardo risultano invece legittimamente utilizzabili coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente della materia del danno aquiliano (Cass. n. 10499/2017).avvocato-erede-legittimo-10

Ritiene questa Corte che i coefficienti da utilizzare ai fini che qui interessano possono essere tratti dalla tavola 7 di cui alle tabelle per il calcolo di capitali attuali delle rendite di inabilità e di quelli a favore dei superstiti dei lavoratori deceduti a causa dell’evento lesivo (Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2006), che applicano, con riferimento all’età del superstite al momento dell’evento (nel caso di specie verificatosi nel 2008) per il coniuge XX (nata nel 1978) il coefficiente di 29,6328 (30 anni), per il figlio J (nato nel 2002) il coefficiente di 12,2674 (6 anni), per la figlia W (nata nel 2005) il coefficiente di 14,2829: moltiplicando la quota di reddito spettante a ciascuno per il rispettivo coefficiente si ottiene € 296,328,00 per la moglie, € 61.337,00 per il figlio J ed € 71.414,50 per la figlia W.

Al danno patrimoniale così determinato con riferimento alla data dell’evento mortale deve — per ciascuno degli attori — aggiungersi il danno non patrimoniale per la perdita del rapporto parentale, liquidato dal primo giudice in € 326.000,00 (importo non contestato sotto alcun profilo) e deve, poi, detrarsi l’importo di € 198.157,00 (incontestatamente determinato dal primo giudice per quanto ricevuto dagli attori da parte di altri responsabili e dall’assicuratore sociale INAIL): il credito risarcitorio ammonta quindi ad € 424.171,00 per la moglie, € 189.180,00 per il figlio J ed € 199.257,50 per la figlia W.

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

SECONDA SEZIONE CIVILE

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Giampiero Maria Fiore – Presidente

dott. Antonella Palumbi – Consigliere Relatore

dott. Mariacolomba Giuliano – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. 836/2014 promossa da:

ALFA SOCIETA’ COOPERATIVA AGRICOLA (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Mauro Brighi e dell’avv. Antonio Trentin (c.f. omissis) Via San Petronio Vecchio, 4/2 Bologna;

APPELLANTE

contro

XX in proprio e per i figli minori J e W (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Andrea Fabozzo e dell’avv. Andrea Assogna (c.f. omissis) presso l’avv. Andrea Fabozzo – Via Castiglione, 24 Bologna;

APPELLATI-APPELLANTI INCIDENTALI

YY (c.f. omissis)

APPELLATO contumace

in punto a

“appello avverso sentenza n. 1016/2013 Tribunale Forlì”

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da note scritte depositate per l’udienza cartolare del 10.11.2020.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza n. 1016/2013 il Tribunale di Forlì, pronunciando nella causa promossa da XX, in proprio e quale esercente la potestà sui figli minori J e W, dichiarava la responsabilità del convenuto YY, nella veste di legale rappresentante della società ‘Alfa’ Società Cooperativa Agricola, per la morte di B. S., avvenuta in data 29 giugno 2008 presso la sede della predetta società, col concorso di colpa della vittima in misura di 1/3; condannava il convenuto a pagare a titolo di risarcimento dei danni, oltre interessi legali dalla data della sentenza al saldo, € 402.562,00 a XX in proprio nonché € 178.562,00 per ciascuno dei figli minori J e W, condannava inoltre la terza chiamata ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la a tenere indenne il convenuto YY delle somme da questa dovute agli attori; condannava il convenuto e la terza chiamata a pagare in solido agli attori le spese del grado, compensandole invece tra il convenuto e la terza chiamata.

Riteneva il Tribunale che il convenuto, nella veste di legale rappresentante della terza chiamata ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la, era responsabile per la mancata adozione delle misure di prevenzione specificamente indicate dall’articolo 83 D.lgs. n. 81/2008 (avvertimento dell’esistenza nell’impianto elettrico su cui operava B. S. di parti attive non protette) nonché per la mancata predisposizione di apposito piano di lavoro attesa la natura complessa dell’intervento eseguito dal B. S., responsabilità ascrivibile, ai sensi dell’articolo 26 del citato decreto legislativo, alla società ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la quale committente del lavoro; che la vittima B. S., essendosi imprudentemente accostato ai terminali dell’interruttore generale rimasti attivi, aveva concorso alla causazione dell’evento mortale in misura pari a 1/3; che il pregiudizio patito dagli attori per la scomparsa del marito (XX) e del padre (J e W) aveva natura sia patrimoniale che non patrimoniale; che, avuto riguardo al reddito medio annuo di cui la vittima era titolare (€ 42.000,00), alla presumibile durata della sua attività lavorativa (34 anni), alla percentuale del reddito di cui i congiunti avrebbero goduto (1/3 alla moglie per 34 anni, 1/6 a ciascuno dei figli per 20 anni), agli importi massimi stabiliti dalle tabelle del Tribunale di Milano nel 2013 per il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, detratto quanto già ricevuto aliunde per il medesimo titolo (€ 198.157,00 per ciascuno degli attori) e tenuto conto del concorso di responsabilità della vittima pari a 1/3, a XX residuava un credito di € 402.562,00 ed a ciascuno dei figli un credito di € 178.562,00 mentre non venivano calcolati gli accessori sulle predette somme, tenuto conto, quanto al danno non patrimoniale, dell’applicazione delle tabelle relative all’epoca della sentenza e non già all’epoca del decesso e, quanto al danno patrimoniale, dell’avvenuto arrotondamento del reddito annuo della vittima; che, in assenza di contestazioni al riguardo, il convenuto aveva diritto a farsi indennizzare dalla società di cui era legale rappresentante.

Avverso questa sentenza proponeva appello ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la, affidato a unico motivo di impugnazione con cui denunciava l’eccessività della liquidazione del danno patrimoniale, in quanto basata sul reddito imponibile anziché sul reddito netto (detratte cioè le imposte e ritenute di legge) e senza applicare, inoltre, il correttivo del coefficiente per la costituzione delle rendite temporanee e dello scarto tra vita lavorativa e aspettativa di vita.

Si costituiva XX, in proprio e quale esercente la potestà genitoriale sui figli minori J e W, chiedendo il rigetto dell’appello e svolgendo appello incidentale avverso il riconoscimento del concorso di responsabilità a carico della vittima, statuizione di cui rilevava l’illogicità rispetto all’affermazione, pure presente in sentenza, della complessità dell’intervento eseguito da B. S., della “..difficoltà obiettiva nell’individuare le parti rimaste in tensione nonostante che il trasformatore fosse fuori servizio..”, della non abnormità e non eccezionalità della manovra eseguita in concreto dal lavoratore, della regolarità e della prevedibilità del rischio, poi effettivamente realizzatosi, mediante quelle condotte la cui omissione è stata ascritta a responsabilità del YY, nella cennata qualità di legale rappresentante ‘Alfa

Rimaneva contumace YY.

La causa veniva posta in decisione sulle conclusioni precisate dalle parti con note scritte depositate per l’udienza del 10/11/2020 trattata con le modalità di cui all’articolo 83 comma 7 lettera h, D.L. n. 18/2020, essendo scaduti all’8.2.20221 i termini per le comparse conclusionali e le memorie di replica.

***

Preliminarmente, si osserva che le deduzioni ed argomentazioni difensive svolte dall’appellante nella comparsa conclusionale risultano ammissibili solo nei limiti in cui sono dirette a contrastare l’appello incidentale (volto ad escludere il concorso di responsabilità in capo alla vittima), ma non anche ai fini del riesame dell’accertamento di responsabilità in capo ad ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la (di cui la difesa fa, infatti, questione), in quanto tale punto avrebbe dovuto essere oggetto di specifica censura da formularsi con l’atto d’appello, nel quale invece, come si è rilevato, viene contestata unicamente la liquidazione del danno patrimoniale (quantum), con conseguente acquiescenza riguardo all’accertamento predetto (an).

***

Quanto alle questioni che questa Corte è chiamata a riesaminare, risulta preliminare valutare in primis il motivo su cui si basa l’appello incidentale.

Il motivo è fondato.

La concorrente responsabilità attribuita alla vittima è incoerente con le premesse e la descrizione dei fatti, quali incontestatamente ricostruiti nella gravata sentenza con riferimento, non censurato da nessuna delle parti, al rapporto degli ispettori AUSL e ai testi sentiti.

Infatti, nel rapporto risulta che l’impianto elettrico della centrale frigorifera, il cui guasto ha reso necessario l’intervento eseguito da B. S., era privo dei requisiti richiesti dall’art. 340.1 della norma CEI 64-8/3, in quanto non disponeva di un sistema di alimentazione di riserva, sicché l’alimentazione provvisoria (realizzata prima dell’intervento del B. S. per evitare il deterioramento degli alimenti conservati nella cella frigorifera per il tempo necessario a riparare il guasto) aveva cambiato sostanzialmente la configurazione dell’impianto mettendo in tensione quelle parti di esso che diversamente, in condizioni di normale fuori servizio del trasformatore, non sarebbero state attive ed il cui contatto da parte del B. S. ne ha provocato la morte per folgorazione; le parti predette erano costituite dai terminali dell’interruttore, posti in ambiente scarsamente illuminato e non facilmente riconoscibili dal B. S. che operava in prossimità; risultavano inoltre assenti tanto il piano di lavoro che il piano di intervento, entrambi invece necessari attesa la tipologia e la natura del lavoro che il B. S. doveva eseguire; risultava infine assente qualunque cartello monitore di avvertimento della presenza di parti attive nonostante il fuori servizio del trasformatore, avvertimento che avrebbe reso il B. S. consapevole del rischio che correva.

Per contro, nessun rilievo è formulato nel rapporto riguardo alla condotta della vittima.

Questa essendo la ricostruzione dei fatti, non è possibile ravvisare alcuna violazione di norme di prudenza, specifica o generica, da parte della vittima, la quale operava ritenendo (erroneamente ma incolpevolmente, proprio per il legittimo affidamento ingenerato dalla mancanza di cartelli monitori) che non vi fosse tensione elettrica in nessuna delle parti dell’impianto su cui doveva intervenire.

Di conseguenza, nessuna efficienza causale nella verificazione dell’evento mortale è ascrivibile al B. S. e nessuna decurtazione è applicabile alla liquidazione del danno spettante alla vedova ed ai figli di B. S.

***

Quanto al motivo di impugnazione formulato dall’appellante principale, esso è fondato per quanto attiene alla base reddituale rispetto alla quale può calcolarsi il danno patrimoniale da lucro cessante rappresentato dal venir meno del contributo economico di cui la moglie ed i figli del defunto avrebbero usufruito ove il congiunto non fosse morto.

«In caso di morte del danneggiato, anche il risarcimento dei danni patrimoniali derivanti ai congiunti postula l’adozione di un metodo di calcolo funzionale all’accertamento del reddito netto su cui determinare il danno futuro subito dagli eredi, sulla base della detrazione, dal reddito stesso, sia del relativo carico fiscale, sia della cosiddetta “quota sibi” (della parte, cioè, del reddito che il defunto avrebbe speso per sé), quota che può legittimamente quantificarsi come percentuale del reddito complessivo al lordo delle imposte e delle contribuzioni..» (Cass. numero 6321/2000, conforme Cass. n. 11007/2003, Cass. n. 4186/2004, Cass. n. 10.304/2009, Cass. n. 10.853/2012): il principio è consolidato e costantemente ribadito dalla Suprema Corte, sicché, risultando ad essa contraria la scelta del Tribunale di prendere in esame invece il reddito imponibile, la sentenza va sul punto riformata, prendendo in considerazione il reddito medio netto quale evincibile dalle dichiarazioni fiscali della vittima prodotte in causa.

Da esse risulta un reddito netto per l’anno di imposta 2006 pari ad € 23.020,00, per l’anno 2007 pari ad € 35.095,00 e per l’anno 2008 pari ad € 31.771,00 sicché, essendo pari ad € 29.962,00 la media di essi, il reddito netto da prendere in considerazione ai fini che qui interessano può farsi pari ad € 30.000,00 (importi, questi, esposti anche in atto d’appello e non contestati dagli appellati).

Quanto alla cosiddetta “quota sibi”, il Tribunale ne ha correttamente tenuto conto laddove ha determinato la quota del reddito della vittima che sarebbe andata a beneficio dei congiunti superstiti in misura pari ad 1/3 per la moglie e ad 1/6 per ciascuno dei figli, così risultando, per differenza, pari a 1/3 la “quota sibi”: determinazione che va confermata in assenza di specifica censura da parte dell’appellante principale.

Pertanto, la base di calcolo per il risarcimento del danno patrimoniale patito dai congiunti di B. S. per la perdita delle elargizioni che sarebbero state loro erogate dal defunto risulta pari, quanto alla moglie, ad € 10.000,00 e, quanto a ciascuno dei figli, ad € 5.000,00.

Tenuto poi conto della necessità di capitalizzare il risarcimento, occorre moltiplicare tali somme per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie corrispondente, nel rapporto tra la vittima e del coniuge, all’età del più giovane tra i due, e, nel rapporto tra la vittima e ciascuno dei figli, al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno (Cass. n. 6619/2018), con esclusione in ogni caso dei coefficienti di capitalizzazione di cui al r.d. numero 1403/1922 i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’articolo 1223 c.c. (Cass. n. 20615/2015, Cass. n. 18093/2020); a tale riguardo risultano invece legittimamente utilizzabili coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente della materia del danno aquiliano (Cass. n. 10499/2017).

Ritiene questa Corte che i coefficienti da utilizzare ai fini che qui interessano possono essere tratti dalla tavola 7 di cui alle tabelle per il calcolo di capitali attuali delle rendite di inabilità e di quelli a favore dei superstiti dei lavoratori deceduti a causa dell’evento lesivo (Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2006), che applicano, con riferimento all’età del superstite al momento dell’evento (nel caso di specie verificatosi nel 2008) per il coniuge XX (nata nel 1978) il coefficiente di 29,6328 (30 anni), per il figlio J (nato nel 2002) il coefficiente di 12,2674 (6 anni), per la figlia W (nata nel 2005) il coefficiente di 14,2829: moltiplicando la quota di reddito spettante a ciascuno per il rispettivo coefficiente si ottiene € 296,328,00 per la moglie, € 61.337,00 per il figlio J ed € 71.414,50 per la figlia W.

Al danno patrimoniale così determinato con riferimento alla data dell’evento mortale deve — per ciascuno degli attori — aggiungersi il danno non patrimoniale per la perdita del rapporto parentale, liquidato dal primo giudice in € 326.000,00 (importo non contestato sotto alcun profilo) e deve, poi, detrarsi l’importo di € 198.157,00 (incontestatamente determinato dal primo giudice per quanto ricevuto dagli attori da parte di altri responsabili e dall’assicuratore sociale INAIL): il credito risarcitorio ammonta quindi ad € 424.171,00 per la moglie, € 189.180,00 per il figlio J ed € 199.257,50 per la figlia W.

Null’altro è dovuto a titolo di rivalutazione ed interessi compensativi, non essendo stata contestata la relativa statuizione del primo giudice a riguardo.

Sono invece dovuti gli interessi legali, riconosciuti nella gravata sentenza dal 24/12/2013 al saldo.

Nulla è dovuto in restituzione dagli appellati all’appellante, attesa la maggior liquidazione (seppur di poco) riconosciuta in questa sede.

Tenuto conto dell’esito del giudizio, si ravvisa un’ipotesi di soccombenza reciproca che giustifica la compensazione integrale delle spese del grado.

PQM

La Corte, in parziale accoglimento dell’appello principale e dell’appello incidentale, e per l’effetto, la sentenza n. 1016/2013 del tribunale di Forlì che per il resto:

1) dichiara la responsabilità di YY per la morte di B. S., con esclusione di qualsivoglia concorso di colpa di quest’ultimo;

2) condanna YY pagare, titolo di risarcimento dei danni, le seguenti somme, cui dovranno aggiungersi gli interessi legali dal 24/12/2013 al saldo: a) € 424.171,00 a XX in proprio, b) € 189.180,00 a XX quale genitore esercente la potestà sul figlio J, c) € 199.257,00 a XX quale genitore esercente la potestà sulla figlia W;

3) compensa integralmente le spese del grado tra l’appellante principale e gli appellanti incidentali.

Bologna, nella camera di consiglio della seconda sezione civile, il 12.3.2021

Il Consigliere estensore

dott. Antonella Palumbi

Misure cautelari reali – Sequestro preventivo immobile – ABUSI EDILIZI

 

Misure cautelari reali – Sequestro preventivo immobile –

Con la sentenza n. 12878 del 29/01/2003, Innocenti, Rv. 223721, le Sezioni Unite hanno affermato il principio, proprio in tema di sequestro preventivo di manufatti abusivi ultimati, per cui “Il sequestro preventivo di cosa pertinente al reato e’ consentito anche nel caso di ipotesi criminosa gia’ perfezionatasi, purche’ il pericolo della libera disponibilita’ della cosa stessa – che va accertato dal giudice con adeguata motivazione – presenti i requisiti della concretezza e dell’attualita’ e le conseguenze del reato, ulteriori rispetto alla sua consumazione, abbiano connotazione di antigiuridicita’, consistano nel volontario aggravarsi o protrarsi dell’offesa al bene protetto che sia in rapporto di stretta connessione con la condotta penalmente illecita e possano essere definitivamente rimosse con l’accertamento irrevocabile del reato”.

 

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|28 maggio 2021| n. 21088

Misure cautelari reali – Sequestro preventivo immobile – Ricorso per cassazione –

avvocato-successione-nuova-2

ABUSI EDILIZI IMMOBILE ABUSIVO

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENTILI Andrea – Presidente

Dott. SEMERARO Luca – rel. Consigliere

Dott. GAI Emanuela – Consigliere

Dott. REYNAUD Gianni Filippo – Consigliere

Dott. MENGONI Enrico – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 12/01/2021 del TRIB. LIBERTA’ di PALERMO;

udita la relazione svolta dal Consigliere SEMERARO LUCA;

sentite le conclusioni del PG MOLINO PIETRO;

Il PG chiede l’annullamento senza rinvio;

udito il difensore:

l’avv. (OMISSIS), anche in sostituzione dell’avv. (OMISSIS), si associa alle conclusioni del P.G.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con l’ordinanza del 12 gennaio 2021il Tribunale del riesame di Palermo ha accolto l’appello del pubblico ministero avverso l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo del 12 novembre 2020 con la quale e’ stata disposta le revoca del decreto genetico di sequestro preventivo dell’immobile della Euro (OMISSIS) s.p.a., di cui e’ legale rappresentante (OMISSIS), per l’insussistenza del periculum in mora, ferma la sussistenza del fumus del reato Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, ex articolo 44.

Il Tribunale del riesame ha pertanto ripristinato il sequestro preventivo dell’immobile, sede del centro sportivo Virgin active, disposto con il decreto genetico del 30 settembre 2020 del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo.

  1. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di (OMISSIS), legale rappresentante della Euro (OMISSIS) s.p.a., deducendo, ex articolo 606 c.p.p., lettera b) e c), l’erronea applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44 e articolo 321 c.p.p., nonche’, ex articolo 606 c.p.p., lettera e), il vizio di mancanza di motivazione.AVVOCATO-ESPERTO

Dopo aver ricostruito la genesi del procedimento, si sostiene che il Tribunale del riesame avrebbe erroneamente applicato il Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44 e articolo 321 c.p.p., nel ritenere sussistente il significativo aggravio del carico urbanistico determinato dalla realizzazione delle opere ritenute abusive, costituite dalla piscina e dal solaio di mq. 629,305.

La motivazione sul punto sarebbe inoltre apparente e non in linea con la giurisprudenza citata nel ricorso.

Il Tribunale del riesame non avrebbe motivato sul perche’ l’opera avrebbe comportato una nuova domanda di servizi ed infrastrutture destinata ad aggravare il carico urbanistico, premessa l’urbanizzazione della specifica zona in cui e’ ubicata l’opera.

Gli elementi adoperati, il numero di iscritti al centro sportivo, non avrebbe rilevanza; sarebbe stata omessa la valutazione di un dato, riportato nell’appello del pubblico ministero, relativo alle presenze giornaliere registrate dal centro sportivo, anche in precedenza.

Quanto alla piscina, l’aggravio del carico urbanistico sarebbe stato motivato con riferimento al significativo impatto sugli impianti di smaltimento delle acque reflue senza pero’ verificare l’esistenza del nulla osta rilasciato dall’Amap al mantenimento degli allacci fognari a servizio dell’impianto a seguito della richiesta presentata dal centro proprio per lo scarico diverso dal precedente.

Il Tribunale del riesame avrebbe poi frainteso in concetto di carico urbanistico, definito dalle Sezioni Unite con la sentenza 12878/2003, dalla L. n. 847 del 1964 quanto alle opere di urbanizzazione primaria, dalla L. n. 865 del 1971quanto alle opere di urbanizzazione secondarla – tale essendo il centro fitness (OMISSIS).

Il centro si troverebbe su un’area destinata dal P.R.G. di Palermo ai servizi pubblici e attrezzature per attivita’ collettive, agli impianti sportivi, non determinerebbe alcun aumento del numero degli abitanti della zona.

La giurisprudenza citata dal Tribunale del riesame si riferirebbe a casi diversi, quali il mutamento della destinazione d’uso, qui non esistente.

La decisione non rispetterebbe neanche la Legge della Regione Sicilia n. 16 del 2016, articolo 24 che da’ la definizione di carico urbanistico.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile ex articolo 325 e 606 comma 3 c.p.p.nella parte in cui deduce il vizio della motivazione.

1.1. Avverso le ordinanze emesse nella procedura di riesame delle misure cautelari reali il ricorso per cassazione e’ ammesso, ai sensi dell’articolo 325 c.p.p., soltanto per violazione di legge; e’ preclusa ogni censura relativa ai vizi della motivazione, salvi i casi della motivazione assolutamente mancante – che si risolve in una violazione di legge per la mancata osservanza dell’obbligo stabilito dall’articolo 125 c.p.p. – e della motivazione apparente, tale cioe’ da rendere l’apparato argomentativo, posto a sostegno del provvedimento, privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi, inidonei, a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice.

1.2. Motivazione assente e’ quella che manca fisicamente (Sez. 5, n. 4942 del 04/08/1998, Seana; Sez. 5, n. 35532 del 25/06/2010, Angelini) o che e’ graficamente indecifrabile (Sez. 3, n. 19636 del 19/01/2012, Buzi); motivazione apparente, invece e’ solo quella che “non risponda ai requisiti minimi di esistenza, completezza e logicita’ del discorso argomentativo su cui si e’ fondata la decisione, mancando di specifici momenti esplicativi anche in relazione alle critiche pertinenti dedotte dalle parti” (Sez. 1, n. 4787 del 10/11/1993, Di Giorgio), come, per esempio, nel caso di utilizzo di timbri o moduli a stampa (Sez. 1, n. 1831 del 22/04/1994, Caldaras; Sez. 4, n. 520 del 18/02/1999, Reitano; Sez. 1, n. 43433 dell’8/11/2005, Costa; Sez. 3, n. 20843, del 28/04/2011, Saitta) o di ricorso a clausole di stile (Sez. 6, n. 7441 del 13/03/1992, Bonati; Sez. 6, n. 25361 del 24/05/2012, Piscopo) e, piu’ in generale, quando la motivazione dissimuli la totale mancanza di un vero e proprio esame critico degli elementi di fatto e di diritto su cui si fonda la decisione, o sia privcuclei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo, a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. U., n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov).

1.3. Non puo’ essere dedotto il vizio della illogicita’ manifesta della motivazione, che puo’ essere denunciato, in sede di legittimita’, soltanto mediante lo specifico ed autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e).

1.4. La motivazione dell’ordinanza impugnata non puo’ in alcun modo dirsi assente, essendo graficamente presente, ne’ apparente, tanto che per contestarne il contenuto il ricorrente propone valutazioni alternative di merito o l’omessa valutazione di elementi di prova, per altro non emergendo la loro pregressa sottoposizione al Tribunale del riesame.

  1. Non sussiste poi la dedotta violazione di legge sulla sussistenza del periculum in mora: il Tribunale del riesame ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto della giurisprudenza.

2.1. Con la sentenza n. 12878 del 29/01/2003, Innocenti, Rv. 223721, le Sezioni Unite hanno affermato il principio, proprio in tema di sequestro preventivo di manufatti abusivi ultimati, per cui “Il sequestro preventivo di cosa pertinente al reato e’ consentito anche nel caso di ipotesi criminosa gia’ perfezionatasi, purche’ il pericolo della libera disponibilita’ della cosa stessa – che va accertato dal giudice con adeguata motivazione – presenti i requisiti della concretezza e dell’attualita’ e le conseguenze del reato, ulteriori rispetto alla sua consumazione, abbiano connotazione di antigiuridicita’, consistano nel volontario aggravarsi o protrarsi dell’offesa al bene protetto che sia in rapporto di stretta connessione con la condotta penalmente illecita e possano essere definitivamente rimosse con l’accertamento irrevocabile del reato”.

2.2. Tale principio e’ stato poi sviluppato dalla giurisprudenza successivamente formatasi (cfr. Sez. 3, n. 52051 del 20/10/2016, Giudici, Rv. 268812 – 01) affermando che e’ ammissibile il sequestro preventivo di opere costruite abusivamente anche nell’ipotesi in cui l’edificazione sia ultimata, fermo restando l’obbligo di motivazione del giudice circa le conseguenze ulteriori sul regolare assetto del territorio rispetto alla consumazione del reato, derivanti dalla libera disponibilita’ del bene (fattispecie in cui la Corte ha annullato il provvedimento di sequestro di un impianto per la produzione di energia eolica, che di per se’, non incide sulla domanda di elementi urbanistici secondari, sul rilievo che non era stato valutato in concreto se dall’uso dell’impianto derivasse un aumento del cosiddetto carico urbanistico).

2.3. La sussistenza delle esigenze cautelari e’ stata collegata all’accertamento in concreto di quali conseguenze negative sul regolare assetto del territorio, in termini. di aggravio del carico urbanistico, derivino dalla libera disponibilita’ del bene, tenuto conto della mole delle opere realizzate in rapporto allo stato dei luoghi, dell’aggravio per il traffico veicolare, del trasferimento nella zona interessata di un numero di persone tali da incidere sulla fruizione dei servizi pubblici, dell’impatto dell’insediamento sul tessuto abitativo (Sez. 3, n. 10101 del 15/11/2012, dep. 2013, Vigorito, non massimata).

Nel caso di ipotizzato aggravamento del c.d. carico urbanistico va delibata in fatto tale evenienza sotto il profilo della consistenza reale ed intensita’ del pregiudizio paventato, tenendo conto della situazione esistente al momento dell’adozione del provvedimento coercitivo.

Cfr. anche Sez. 3, n. 6599 del 24/11/2011, dep. 2012, Susinno, Rv. 252016, per cui il sequestro preventivo di cose pertinenti al reato puo’ essere adottato anche su un immobile abusivo gia’ ultimato e rifinito, laddove la libera disponibilita’ di esso possa concretamente pregiudicare gli interessi attinenti alla gestione del territorio ed incidere sul “carico urbanistico”, il pregiudizio del quale va valutato avendo riguardo agli indici della consistenza dell’insediamento edilizio, del numero dei nuclei familiari, della dotazione minima degli spazi pubblici per abitare nonche’ della domanda di strutture e di opere collettive.

2.4. Va in primo luogo rilevato che le opere realizzate che avrebbero determinato un aumento di volumetria e di sagoma dell’immobile sono diverse ed indicate nei capi di imputazione 1 (nel quale si fa riferimento ad una nuova volumetria di 125 metri cubi), 2 (la piscina nell’area esterna di 64 mq.), 3 (altre due volumetrie di 165X225X180 e 140X445X95 di altezza), oltre al nuovo solaio di cui al capo 4 (mq.629,305).

2.5. Va ribadito il principio per cui (cfr. Sez. 3, n. 5618 del 17/11/2011, Forte, Rv. 252125 – 01), in tema di reati edilizi, la valutazione dell’opera ai fini della individuazione del regime abilitativo necessario deve riguardare la stessa nella sua unitarieta’, senza che sia consentito considerare separatamente i singoli componenti.

Nello stesso senso Sez. 3, n. 16622 del 08/04/2015, Casciato, Rv. 263473 01 per cui, in tema di reati edilizi, la valutazione dell’opera, ai fini della individuazione del regime abilitativo applicabile, deve riguardare il risultato dell’attivita’ edificatoria nella sua unitarieta’, senza che sia consentito considerare separatamente i singoli componenti.

2.6. Il Tribunale del riesame ha correttamente motivato la sussistenza del periculum in mora prendendo in esame tutti i lavori (punto 5.3.) e valutando poi in particolare l’aumento del carico urbanistico sulle strutture principali, la piscina e l’aumento della superficie utile interna, la cui illegittimita’ deriva proprio dalla valutazione complessiva delle opere realizzate.

2.7. Il Tribunale del riesame ha collegato l’aggravio del carico urbanistico ad elementi concreti; ha preso in esame la natura delle opere realizzate abusivamente ed il numero degli iscritti prima e dopo la realizzazione delle opere: ha di conseguenza ritenuto che le opere hanno in concreto determinato un maggiore afflusso di persone nella zona e l’aggravio per il traffico veicolare.

Inoltre, il Tribunale del riesame ha correttamente affermato che il trasferimento nella zona interessata di un numero maggiore di persone tali incidere inevitabilmente anche sulla fruizione dei servizi pubblici.

2.8. Quanto poi all’impatto sugli impianti di smaltimento delle acque reflue esistenti, il Tribunale del riesame’ ha fondato la valutazione sulla relazione del consulente tecnico del pubblico ministero mentre non risulta se il nulla osta allegato sub 3) sia stato prodotto anche al Tribunale del riesame

2.9. Alcuna concreta rilevanza ha poi la L. Regione Sicilia n. 16 del 2016, articolo 24, riferito alle sole ipotesi di mutamento di destinazione d’uso.

  1. Pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Ai sensi dell’articolo 616 c.p.p.si condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 3.000,00, determinata in via equitativa, in favore della Cassa delle Ammende, tenuto conto della sentenza della Corte costituzionale del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi e’ ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilita’.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi

PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi

Il Comune e un corpo morale (art. 38 tu 1934) coincidente con la popolazione insediata in un ambito territoriale determinato, fornita di una sua propria autonomia (riferimento agli artt. 5 e 133, secondo comma, cost.) e considerata astraendo dalla somma di individui che la compongono in un momento storico, dai loro interessi singoli, dal loro patrimonio personale, non osta ad attribuire al comune tale essenza l’avere esso una personalità giuridica di diritto pubblico ne che a taluni suoi organi competano un potere di imperio e funzioni amministrative, non viola pertanto gli artt. 81 e 100 cod. proc. civ. l’azione proposta dal comune, costituitosi pane civile nel giudizio penale per ottenere il risarcimento del danno risentito dalla collettività per offesa recata al territorio dal reato urbanistico“.

 

PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi
PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi

 

I fatti si riferiscono ad alterazioni interne, destinate a rendere abitabile il sottotetto di una struttura edilizia sottoposta a vincolo storico, realizzate con l’apposizione di tubature per il riscaldamento, bagni, tramezzi, aperture in muri portanti, spostamento di scale -opere qualificabili come di ristrutturazione- e furono compiute senza concessione comunale ed autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali all’interno di un palazzo del 1591 destinatario di vincolo di immodificabilità per il suo interesse storico dichiarato con provvedimento adottato il 5.11.1920.

La sentenza appellata ha richiamato le testimonianze Gi., Pi., Gh., il verbale di sopralluogo in data 26.6.1998 e la relazione 22.10.1998 della Sovraintendenza, ha ricordato come una precedente autorizzazione concessa nel 1991 fosse già scaduta, non contemplasse neppure le modificazioni riscontrate e contemplasse comunque un uso abitativo sulla base del presupposto falsamente rappresentato della preesistenza di tale destinazione. Ha evidenziato come con la istanza di sanatoria presentata dall’arch. Zi. (doc. 3 atti PM) la stessa parte avesse chiesto di essere autorizzata al ripristino delle opere illegittimamente eseguite con la postilla della deroga per un bagno al secondo piano e della già eseguita canalizzazione delle tubature.

Quanto al provvedimento di sanatoria del 4.9.2001, revocato il 15.1.2002, il giudice di primo grado ha ricordato come i beni vincolati non possano essere oggetto di sanatoria per effetto dell’art. 9 c. III legge 47/1985 e 33 legge 47/1947 lett. a).

 

 

avvocato-erede-legittimo-12
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

Corte d’Appello|Bologna|Sezione 2|Penale|Sentenza|29 aprile 2004| n. 280

Edilizia e urbanistica – Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi comunali – Condono edilizio – Sospensione del procedimento – Esclusione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte d’Appello di Bologna

SECONDA Sezione Penale

composta dai magistrati:

1- Dr. Claudio Nunziata PRESIDENTE

2- Dr. Rosalia Rinaldi CONSIGLIERE

3- Dr. Rossella Zuffa CONSIGLIERE

Udita la relazione della causa fatta alla pubblica udienza odierna dal consigliere relatore Dr. Claudio Nunziata

Inteso l’appellante.

Inteso il Procuratore Generale, dr. Giuseppe MATTIOLI

ed i difensori, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa penale

CONTRO

1 – Lu. Ma.- nato a Pi. (PC) il (…) con domicilio dichiarato: Pi. Piazzale Ge., 3/D

libero contumace

con la costituzione della parte civile in data di: Ca. c. elett. dom. c/o Avv. Ca. Be. di Pi.

con la costituzione della parte civile in data di; COMUNE DI Pi. in persona del Sindaco pro-tempore Avv. Gi. Gu. elett. dom. c/o Avv. El. Ve. di Pi.

IMPUTATO

della contravvenzione di cui all’art. 20 lettera b) Leg. 28.2.85 n. 47, per avere effettuato impianti idraulici, demolizione di tramezze interne, parziali aperture su strutture murarie portanti, costruzioni di tramezze interne, demolizione di scala interna e sua nuova costruzione in altra posizione in difetto di concessione edilizia.

Accertato in Pi. il 25/6/98

Della contravvenzione p.e p. dagli artt. 26102123118 del Decreto Legislativo 29.10.1999 n. 490 per avere violato il vincolo di immodificabilità imposto dal competente Ministero sul Palazzo Ba. Ra. Te. costruito tra il seicento ed il settecento sito invia San Si. n. 76, con Decreto 23.1.1992 confermativo di precedente Decreto, disponendo impianti idraulici, demolizioni di tramezze interne, parziali aperture su strutture murarie portanti, costruzione di tramezze interne, demolizione di scala interna e sua nuova costruzione in altra posizione, in difetto di autorizzazione.

In Pi. accertato il 25.6.98

avverso la sentenza emessa dal TRIBUNALE MONOC. di PIACENZA in data 17/07/2002 che ha pronunciato il seguente dispositivo:

Visto l’ art. 533 c.p.p.

Dichiara l’imputato colpevole dei reati a lui ascritti e concesse le attenuanti genetiche di cui all’art. 62 bis c.p. riuniti i reati sotto il vincolo della continuazione di cui all’art. 81 cpv c.p., ritenuto più grave il reato di cui all’art. 118 D.Lgs 490/99, lo condanna alla pena di mesi cinque di arresto ed Euro 7.500,00 di ammenda oltre il pagamento delle spese processuali. Visto l’ art. 7 u.c. L. 47/85 ordina la demolizione delle opere stesse, se non sia stata altrimenti eseguita. Condanna l’imputato al pagamento delle spese processuali. Respinge l’istanza di. sospensione e non menzione perché non concedibile.

Visto l’art. 538 e 539 c.p.p. condanna Lu. Ma. al risarcimento a favore della parte civile Ca. c. mediante il pagamento di una provvisionale di Euro 20.000,00 per danni patrimoniali oltre interessi e rivalutazione da oggi fino al saldo ed Euro 10,000.00 per danni morali, questi ultimi determinati in via equitativa e definitiva, oltre alle spese del giudizio liquidate in Euro 4.000.00 di cui 3.500,00 per onorari oltre accessori di legge CPA ed IVA. Condanna Lu. Ma. “al pagamento della somma di Euro 15.000,00 a titolo di risarcimento danni liquidati in via provvisionale con interessi e rivalutazione da oggi fino al saldo effettivo a favore della p.c. Comune di Pi., oltre alle spese di costituzione liquidate in Euro 1.340,00 oltre accessori IVA e CPA, di cui 1.251,74 per onorari.

Assegna il termine di giorni 90 per la redazione della motivazione e deposito sentenza.

CONCLUSIONI DEL P.G.: NDP per intervenuta prescrizione; conferma delle statuizioni civili.

CONCLUSIONI DEI DIFENSORI DELLE PARTI ClVILI:

Per Ca. c. : conferma sentenza di primo grado

Per Comune di Pi.:conferma sentenza di primo grado

Per entrambi rigetto dell’appello.

CONCLUSIONI DEL DIFENSORE DELL’IMPUTATO:

In primo luogo insiste per l’esclusione della Parte Civile Comune di Pi.;

insiste altresì per l’accoglimento in toto dell’appello ed in subordine si associa alla richiesta del PG.

Lu. Ma. è stato riconosciuto dal giudice di primo grado responsabile delle contravvenzioni previste dall’art. 20 lett. b) legge 47/1985 e 118 d.lgv. 490/1999, accertate il 25.6.1998 e condannato alla pena 5 mesi di arresto ed euro 7.500 di ammenda con conseguente obbligo di demolizione delle opere eseguite.

I fatti si riferiscono ad alterazioni interne, destinate a rendere abitabile il sottotetto di una struttura edilizia sottoposta a vincolo storico, realizzate con l’apposizione di tubature per il riscaldamento, bagni, tramezzi, aperture in muri portanti, spostamento di scale -opere qualificabili come di ristrutturazione- e furono compiute senza concessione comunale ed autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali all’interno di un palazzo del 1591 destinatario di vincolo di immodificabilità per il suo interesse storico dichiarato con provvedimento adottato il 5.11.1920.

La sentenza appellata ha richiamato le testimonianze Gi., Pi., Gh., il verbale di sopralluogo in data 26.6.1998 e la relazione 22.10.1998 della Sovraintendenza, ha ricordato come una precedente autorizzazione concessa nel 1991 fosse già scaduta, non contemplasse neppure le modificazioni riscontrate e contemplasse comunque un uso abitativo sulla base del presupposto falsamente rappresentato della preesistenza di tale destinazione. Ha evidenziato come con la istanza di sanatoria presentata dall’arch. Zi. (doc. 3 atti PM) la stessa parte avesse chiesto di essere autorizzata al ripristino delle opere illegittimamente eseguite con la postilla della deroga per un bagno al secondo piano e della già eseguita canalizzazione delle tubature.

Quanto al provvedimento di sanatoria del 4.9.2001, revocato il 15.1.2002, il giudice di primo grado ha ricordato come i beni vincolati non possano essere oggetto di sanatoria per effetto dell’art. 9 c. III legge 47/1985 e 33 legge 47/1947 lett. a).

La sentenza appellata si cura di definire anche che la decorrenza della prescrizione non è spostata per effetto della permanenza del reato, in quanto è intervenuto provvedimento di sospensione dei lavori in data 29.6.1998, ma non ha tenuto conto dell’effetto sospensivo della richiesta di sanatoria e del fatto che esso permane a prescindere dalla sua efficacia.

Quanto alla domanda risarcitoria la sentenza appellata ha ritenuto giustificata tanto quella del Comune di Pi., in relazione alle caratteristiche di estremo prestigio del palazzo per la città di Pi., quanto quella della parte civile Ca. c. che, essendo proprietario di un appartamento sottostante, ha visto pregiudicati dai lavori (eseguiti ricorrendo anche al martello pneumatico) i propri interni e gli affreschi posti sulle volte del piano sottostante,

L’appellante ha formulato i seguenti motivi di impugnazione:

– Molte modifiche risalgono agli anni 1982 e 1987 in relazione a corrispondenti autorizzazioni edilizie, mentre nel 1998 vennero eseguite solo le opere relative alla posa degli impianti idraulici qualificabili come attività di manutenzione o la massimo come manutenzione straordinaria, le cui violazioni integrano un illecito amministrativo (richiama a tale proposito la testimonianza di An. Al., che ha localizzato la costruzione della scala al 1997 e i tramezzi tra il 1993 e 1997)

– Ha lamentato l’eccessività della pena e la mancata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, rilevando che alcuni dei precedenti penali attribuiti all’imputato sono stati depenalizzati sicché egli può ancora beneficiare della sospensione condizionale della pena.

– Ha lamentato la mancata esclusione della parte civile, escludendosi che i lavori interni possano aver determinato un danno al territorio,

– Ha dedotto che la costituzione di parte civile del Comune dopo l’annullamento del decreto di citazione a giudizio avrebbe dovuto essere rinnovata.

– Quanto alla costituzione di parte civile di Ca. c., ha rilevato che il fatto lamentato integra solo una questione di natura civilistica indipendente dal reato.

– Ha lamentato che Ca. c. non ha provato i danni subiti e che le testimonianze rese dai testi Zu. e Lu. sono inattendibili.

La Corte osserva:

– Risulta accertato sulla base delle relazioni acquisite e dichiarazioni dei tecnici assunte al dibattimento che nell’immobile in questione lavori edilizi furono eseguiti abusivamente. Il teste Gi. ha dichiarato di avere rilevato in occasione del suo accesso che gli operai stavano realizzando tramezzi e demolendo intonaci. Peraltro la stessa richiesta di sanatoria contiene una implicita ammissione in proposito. La sentenza appellata ha ampiamente ed adeguatamente motivato in proposito -richiamando diffusi passi delle acquisizioni dibattimentali- senza che in ordine ad esse siano stati proposti nei motivi di appello rilievi di un qualche spessore.

– Nel caso di specie furono eseguiti veri e propri lavori di trasformazione edilizia destinati alla destinazione di quella parte dell’edificio a fini abitativi, potendosi escludere che gli stessi fossero invece diretti a ripristinare una situazione anteriore dell’immobile che risulta storicamente finalizzata ad usi non abitativi.

– La possibilità di realizzazione di questi lavori era subordinata alla valutazione del Comune e della Sovraintendenza, valutazioni che nel caso di specie l’imputato ha cercato prima di aggirare ricorrendo a false rappresentazioni e poi di ignorare eseguendo i lavori senza autorizzazione.

– Nessun effetto giuridico può essere attribuito ad una autorizzazione edilizia illegittimamente conseguita previa falsa rappresentazione dei presupposti di fatto sottoposti all’esame dell’autorità amministrativa. L’autorizzazione amministrativa in tal modo conseguita è difatti un atto invalido sul quale si riverbera per effetto dell’art. 48-479 e/o dell’art. 483 c.p. la falsità ideologica riscontrata nella relativa richiesta. [1]

– Anche se la sanatoria non avrebbe potuto essere accordata in ordine ai lavori eseguiti, il solo fatto della presentazione di una richiesta di sanatoria ha comportato la sospensione dei termini prescrizionali o per gg. 223. La norma che prevede la sospensione fa, difatti, riferimento solo al dato formale della presentazione dell’istanza di sanatoria, poiché dalla sola presentazione discende l’obbligo di sospendere ogni attività processuale. In tal senso la seguente massima della Corte di Cassazione:

Sez. 3, Sentenza n. 8903 del 02/10/1997 Rv. 209357

In materia edilizia e paesaggistica, le Leggi 28 febbraio 1985, n. 47; 23 dicembre 1994, n. 724 e 23 dicembre 1996, n. 662 non indicano il momento di cessazione della sospensione del processo -disposta a seguito della presentazione della domanda di sanatoria e della attestazione del versamento dell’oblazione, nei limiti dovuti- e di conseguente ripresa della prescrizione, sicché è necessario applicare la regola generale, stabilita dall’art. 159, terzo comma cod. pen., in base alla quale il corso della prescrizione riprende dal giorno in cui cessa la causa che ha dato luogo alla sospensione. Consegue che in base al menzionato principio -applicazione di quello più ampio del “favor rei”- la sospensione del procedimento edilizio viene meno nel giorno in cui perviene la risposta definitiva da parte della P.A. circa la sussistenza dei requisiti per la declaratoria d’estinzione dei reati per oblazione o in ordine al rilascio della concessione e dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria per la violazione del vincolo e non nella data della sottoscrizione o della notifica del decreto di citazione (o dell’avviso al difensore in Cassazione) o dell’udienza.

– Gli effetti sospensivi dell’istanza di condono edilizio, a giudizio di questa Corte, valgono solo per la violazione edilizia, poiché nel caso in questione essa si accompagna a contravvenzione diretta a tutelare un bene giuridico di natura diversa (vincolo storico) anche se commessa in continuazione. Ritiene difatti la Corte che non sia estensibile al caso in questione il principio di diritto affermato nella seguente massima per il caso di più contravvenzioni edilizie siano unificate dal vincolo della continuazione:

Sez. 3, Sentenza n. 27812 del 11/07/2001 Rv. 219539

“In caso di pluralità di reati in materia di edilizia e urbanistica, la sospensione del procedimento -con la correlata sospensione dei termini prescrizionali- prevista per il solo reato di costruzione senza concessione dall’art. 44 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 ha effetto per gli ulteriori reati esclusivamente se a questo legati dal vincolo della continuazione, così che non può trovare applicazione nella ipotesi in cui il giudice abbia ritenuto il reato di costruzione senza concessione assorbito da quello di lottizzazione abusiva in zona vincolata e non abbia su di esso pronunciato condanna. Ne consegue che costituisce ipotesi di violazione del devoluto e del divieto di “reformatio in pejus” in contrasto con il disposto dell’art. 87 cod. proc. pen., la sentenza con cui la corte di appello, diversamente qualificando il fatto e ritenendo sussistere anche il reato di costruzione senza concessione, abbia escluso per tutti i reati l’estinzione per intervenuta prescrizione ritenendo applicabile la sospensione del procedimento ex art. 44 della legge n. 47 del 1985″.

– Per quanto riguarda la violazione edilizia la permanenza del reato si è protratta sino all’ordine di sospensione dei lavori. Per quanto riguarda la contravvenzione al vincolo storico, come affermato nella seguente pronunzia della Corte di Cassazione, la permanenza si è protratta anche oltre l’ordine di sospensione dei lavori, essendo destinata a protrarsi sino al ripristino della situazione anteriore ovvero alla pronunzia della sentenza di primo grado:

Sez. 3, Sentenza n. 9860 del 27/09/1995 Rv. 203092

L’ art. 21 della Legge sulla tutela delle cose d’interesse artistico e storico ( Legge 1 giugno 1939, n. 1089), sanzionato dall’art. 59 per le inosservanze, attribuisce al Ministro per i beni culturali e ambientali la facoltà di prescrivere le distanze, le misure e le altre norme dirette ad evitare che sia messa in pericolo l’integrità delle cose immobili soggette alla tutela artistica e storica o che ne siano alterate le condizioni di ambiente e di decoro. I provvedimenti previsti da tale disposizione sono di vincolo indiretto, perché pur essendo volti ad aver efficacia sui beni immobili diversi da quelli tutelati sono connessi al vincolo esistente su questi ultimi. Avvenuta l’alterazione o altre condotte vietate, il bene tutelato è compresso nella sua fruibilità estetica, sino a quando le condizioni ambientali non siano ripristinate, sicché trattasi di reato permanente, del quale risponde chi, dovendolo e potendolo fare, non ha rimosso la situazione antigiuridica in atto. (Nella specie il ricorrente, sindaco del Comune, più volte diffidato, non aveva provveduto a rimuovere opere precarie in contrasto con le prescrizioni impartite per area comunale soggetta a vincolo culturale indiretto).

– I lavori si sono protratti anche oltre l’ordine di sospensione, essendo stati acquisiti elementi di prova in tal senso sulla base dei riferimenti dei testi. E’ difatti sufficiente anche un minimo intervento sui lavori sospesi -e questo è accertato- per ritenere irrilevante quell’ordine ai fini di ritenere cessata la permanenza del reato, a prescindere dal fatto che esso sia stato oggetto o meno di una specifica denunzia da parte dell’autorità comunale. Ne consegue che la permanenza della contravvenzione edilizia è andata oltre ordine di sospensione e che la prescrizione per entrambe le contravvenzione debba decorrere dalla data della sentenza di primo grado.

– Quanto ai rilievi relativi alle parti civili osserva la Corte che nei compiti dell’amministrazione comunale vi è pacificamente anche quello di assicurare la conservazione e la salvaguardia del patrimonio storico della città nel quale si riconosce la stessa identità cittadina, sicché nessun pregio possono avere le obiezioni in proposito svolte nei motivi di appello. Anche i lavori interni influiscono sull’interesse del Comune in quanto possono contribuire a mettere a rischio la conservazione e la integrità di un bene di interesse storico, il cui pregio va valutato non solo in relazione al suo aspetto esterno ma anche in relazione alla perfetta aderenza dei suoi interni alla loro originaria conformazione in quanto espressione delle modalità costruttive ed architettoniche del passato. In tal senso una pacifica e consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione:

Sez. 3, Sentenza n. 8381 del 13/10/1979 Rv. 143064

“Il Comune e un corpo morale (art. 38 tu 1934) coincidente con la popolazione insediata in un ambito territoriale determinato, fornita di una sua propria autonomia (riferimento agli artt. 5 e 133, secondo comma, cost.) e considerata astraendo dalla somma di individui che la compongono in un momento storico, dai loro interessi singoli, dal loro patrimonio personale, non osta ad attribuire al comune tale essenza l’avere esso una personalità giuridica di diritto pubblico ne che a taluni suoi organi competano un potere di imperio e funzioni amministrative, non viola pertanto gli artt. 81 e 100 cod. proc. civ. l’azione proposta dal comune, costituitosi pane civile nel giudizio penale per ottenere il risarcimento del danno risentito dalla collettività per offesa recata al territorio dal reato urbanistico”.

– La parte civile Ca. c. ha dimostrato di avere ricevuto un danno per il ricorso al martello pneumatico nella esecuzione dei lavori, ma a prescindere dal danno effettivo, la sola esecuzione dei lavori aveva già di per sé determinato una situazione di rischio e di pericolo per gli affreschi presenti nell’appartamento di Ca. c., il quale si è venuto a trovare nella situazione di dovere valutare l’opportunità di eseguire lavori di consolidamento, valutazione che comporta comunque un onere economico. Inoltre la violazione della procedura amministrativa appositamente prevista per gli interventi edilizi e per quelli di interesse storico hanno posto Ca. c. nella condizione di non potere intervenire come soggetto interessato nel procedimento amministrativo per far valere i propri interessi esponendo la sua proprietà ad una situazione di pericolo. Ne consegue la sua piena legittimazione a costituirsi come parte civile nel presente processo al fine di ottenere la liquidazione dei danni. Le statuizioni di natura civilistica appaiono determinate dal giudice di primo grado in misura adeguata.

– Nessun difetto di legittimazione delle parti civili e nessuna irregolarità si è verificata in ordine alle modalità di costituzione. Le osservazioni espresse nella memoria depositata dalla parte civile Comune di Pi. all’udienza di appello sono fondate ed aderenti alla realtà processuale.

– La pena comminata dal giudice di primo grado è adeguata alla entità dei fatti. La sentenza appellata deve essere pertanto confermata.

P.T.M.

Visti gli artt. 605 e 592 c.p.p. conferma la sentenza in data 17.7.2002 del Tribunale di Piacenza e condanna l’appellante al pagamento delle spese processuali relative al presente grado di giudizio. Conferma altresì le statuizioni di natura civilistica e condanna l’appellante alla rifusione delle spese di assistenza e difesa sostenute per il presente grado di giudizio dalle parti civili costituite che liquida per ciascuna di esse in complessivi euro 1500, oltre IVA, CPA.

Ai sensi dell’art. 544 c. III cpp fissa in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.

Bologna, 30.1.2004

_____

[1] In tal senso TAR SARDEGNA – Sentenza n. 00930 del 29/05/1995

“II silenzio-assenso sulla domanda di concessione edilizia in sanatoria non può formarsi qualora la domanda stessa sia dolosamente infedele, intendendosi con ciò una volontaria falsa rappresentazione di un elemento essenziale dell’abuso (quale la qualificazione giuridico dell’illecito, l’entità dell’oblazione o la data della sua commissione) al fine di trarre in errore il comune”.

COME VA VALUTATA LA RESPONSABILITA’ DEL MEDICO?

 

COME VA VALUTATA LA RESPONSABILITA’ DEL MEDICO?

con riguardo alla natura della colpa, tale elemento assume rilievo qualora, invece, la fattispecie sia sussumibile nell’ambito di applicazione dell’art. 590 sexies c.p., introdotto dalla L. 8 marzo 2017, n. 24, art. 5, applicabile ai soli casi di imperizia di grado lieve. Secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite

COME SI ACCERTA COLPA DEL MEDICO?

il giudizio concernente la responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie non può prescindere dalla disposizione che impone al giudice penale di applicare la legge più favorevole (art. 2 c.p., comma 4), imponendosi un corretto ed esaustivo esame dei profili del fatto che garantisca l’esatta applicazione della normativa più favorevole in rapporto alle peculiarità del caso concreto.

LEGGE PIU’ FAVOREVOLE AL REO

AVVOCATO-ESPERTO-MALASANITA-BOLOGNA-RAVENNA-FORLI-CESENA
news/responsabilita-medica-e-struttura-sanitaria-ricorso-ex-art-702-cpc.html

ha omesso di valutare l’applicabilità della normativa più favorevole, quale che fosse, sia con riguardo ad omissioni qualificabili in termini di negligenza sia con riguardo ad omissioni inquadrabili in termini d’imperizia. La motivazione offerta non risulta, pertanto,

TRAVISAMENTO

Il travisamento sopra indicato concreta il vizio di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), perchè introduce nella motivazione un’informazione rilevante che non esiste nel processo, da consìderare decisiva nel caso concreto in quanto l’esatta ricostruzione delle condizioni cliniche pregresse, delle modalità di svolgimento e degli esiti dell’intervento chirurgico del 5 marzo 2013 costituiscono sia l’evento dell’omissione ascritta a C.S. sia le premesse fattuali dell’omissione ascritta a M.S. (Sez. 2, n. 27929 del 12/06/2019, Borriello, Rv. 27656701; Sez. 2, n. 47035 del 3/10/2013, Giugliano, Rv. 2574901; Sez. 2, n. 23419 del 23/05/2007, Vignaroli, Rv. 23689301).

 

Per quanto riguarda l’accertamento della colpa, in particolare, il dettato del D.L. 13 settembre 2012, n. 158, art. 3, comma 1, conv. con modificazioni dalla L. 8 novembre 2021, n. 189, è stato interpretato nel senso di aver limitato i casi di responsabilità del medico, risultando esente da responsabilità penale la condotta rispettosa di linee-guida connotata da colpa lieve (Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri, Rv. 26690301); d’altro canto, con riguardo alla natura della colpa, tale elemento assume rilievo qualora, invece, la fattispecie sia sussumibile nell’ambito di applicazione dell’art. 590 sexies c.p., introdotto dalla L. 8 marzo 2017, n. 24, art. 5, applicabile ai soli casi di imperizia di grado lieve. Secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite (Sez.U, n. 8770 del 21/12/2017, dep. 2018, Mariotti, Rv. 27217401), l’abrogato, D.L. n. 158 del 2012, art. 3 comma 1, si configura dunque come norma più favorevole rispetto all’art. 590 sexies c.p., sia in relazione alle condotte connotate da colpa lieve per negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve per imperizia intervenuto nella fase della scelta delle linee-guida adeguate al caso concreto (Sez. U, n. 8770/2018, Rv. 27217501).

4.2. Risulta evidente, sulla base di tali premesse, che il giudizio concernente la responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie non può prescindere dalla disposizione che impone al giudice penale di applicare la legge più favorevole (art. 2 c.p., comma 4), imponendosi un corretto ed esaustivo esame dei profili del fatto che garantisca l’esatta applicazione della normativa più favorevole in rapporto alle peculiarità del caso concreto.

4.3. La sentenza impugnata risulta priva di qualsivoglia riferimento in proposito. Va, infatti, considerato che la sentenza di primo grado è stata emessa nel vigore della L. 8 novembre 2012, n. 189, art. 3 e che, secondo il principio che regola la successione di leggi penali nel tempo, la Corte territoriale, che avrebbe dovuto valutare la colpevolezza degli imputati alla luce della disciplina più favorevole tra quelle succedutesi nel tempo, dalla data del fatto sino alla data della decisione di appello, ha omesso di valutare l’applicabilità della normativa più favorevole, quale che fosse, sia con riguardo ad omissioni qualificabili in termini di negligenza sia con riguardo ad omissioni inquadrabili in termini d’imperizia. La motivazione offerta non risulta, pertanto,

idonea ad escludere in ogni caso la sussumibilità del fatto nella fattispecie regolata dalla norma più favorevole, tenendo conto dell’orientamento della Corte regolatrice teso ad ampliare i margini di applicabilità della L. n. 189 del 2012, art. 3 alla colpa per imprudenza e per negligenza (Sez. 4, n. 16140 del 16/03/2017, Filippini, Rv. 26961101; Sez.4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri, Rv. 26690301).

 

Cassazione è univoco. In presenza di una causa di estinzione del reato il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129 c.p.p., comma 2, soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, cosi che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di constatazione, ossia di percezione ictu oculi, che a quello di apprezzamento e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 24427501). Nel caso di specie, restando al vaglio previsto dall’art. 129 c.p.p., comma 2, l’assenza di elementi univoci dai quali possa trarsi, senza necessità di approfondimento critico, il convincimento di innocenza degli imputati impone l’applicazione della causa estintiva. Va disposto, pertanto, l’annullamento senza rinvio agli effetti penali della sentenza impugnata nei confronti di C.S. e M.S. in quanto il reato loro ascritto è estinto per prescrizione.

  1. Ma, nel giudizio di impugnazione, in presenza di una condanna al risarcimento dei danni o alle restituzioni pronunziata dal primo giudice o dal giudice di appello ed essendo ancora pendente l’azione civile, il giudice penale, secondo il disposto dell’art. 578 c.p.p., è tenuto, quando accerti l’estinzione del reato per prescrizione, ad esaminare il fondamento dell’azione civile. In questi casi la cognizione del giudice penale, sia pure ai soli effetti civili, rimane integra e il giudice dell’impugnazione deve verificare, senza alcun limite, l’esistenza di tutti gli elementi della fattispecie penale al fine di confermare o meno il fondamento della condanna alle restituzioni ed al risarcimento pronunziata dal primo giudice o, come nel caso in esame, confermata dal giudice di appello. Le censure svolte dai ricorrenti sono dunque da esaminare, attesa la pronuncia di condanna degli stessi al risarcimento dei danni in favore delle parti civili (Sez.6, n. 18889 del 28/02/2017, Tomasi, Rv. 26989001; Sez. 6, n. 3284 del 25/11/2009, dep. 2010, Mosca, Rv. 24587601).

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE IV PENALE
Sentenza 29 aprile – 12 maggio 2021, n. 18347

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUARTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. PICCIALLI Patrizia – Presidente – Dott. SERRAO Eugenia – rel. Consigliere – Dott. RANALDI Alessandro – Consigliere – Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere – Dott. DAWAN Daniela – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
C.S., nato a (OMISSIS);
M.S., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 12/11/2019 della CORTE APPELLO di ROMA; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. SERRAO EUGENIA;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. FIMIANI PASQUALE, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio del ricorso proposto da C.S.; l’inammissibilità del ricorso proposto da M.S..

E’ presente l’avvocato ARCHIDIACONO RENATO del foro di LATINA in difesa di C.S. e M.S. che, illustrando i motivi dei ricorsi, insiste per l’accoglimento.

Svolgimento del processo

  1. La Corte di Appello di Roma, con la sentenza in epigrafe, ha confermato la pronuncia di condanna emessa il 23 novembre 2017 dal Tribunale di Latina nei confronti dei medici C.S. e M.S., imputati del delitto previsto e punito dall’art. 113 e art. 590, commi 1 e 2, in relazione all’art. 583 c.p., comma 1, n. 2, per aver cagionato a F.D., in cooperazione colposa tra loro, quali medici chirurghi presso la (OMISSIS) di (OMISSIS), per colpa generica dovuta ad imprudenza, negligenza ed imperizia, lesioni personali consistenti in “colostomia sinistra, un laparocele mediano mesogastrico ed addome ostile” che determinava un indebolimento permanente della funzione contenitiva della parete addominale e della funzione di assorbimento del colon con prognosi superiore ai 40 giorni. La condotta colposa era stata indicata nel capo d’imputazione come segue: C.S., dopo l’esecuzione il 1 febbraio 2013 sulla persona di F.D. di un intervento

chirurgico per asportazione per via endoscopica di una massa complex dell’ovaio sinistro, aveva omesso di considerare tempestivamente la complicanza post operatoria costituita dalla lesione della parete del retto, evidente attraverso gli esami ematochimici, indicativi della sepsi, e la T.A.C., indicativa di versamento pleurico ed endoaddominale, ed aveva conseguentemente eseguito tardivamente, in data 5 febbraio 2013, il secondo intervento chirurgico di colostomia; M.S. aveva omesso, nella fase seguente l’intervento del (OMISSIS), di valutare tempestivamente la diagnosi di “addome acuto e shock settico” già effettuata il (OMISSIS) e, conseguentemente, aveva omesso di attuare il necessario drenaggio percutaneo della raccolta intraperiepatica.

  1. La Corte di Appello ha ritenuto sussistenti plurimi elementi di natura probatoria a carico degli imputati. Con riguardo all’imputato C.S., la Corte ha valutato come sussistenti chiari profili di negligenza, imperizia e imprudenza in relazione alle scelte diagnostiche tenute nei confronti della persona offesa a seguito dell’intervento chirurgico del (OMISSIS).

2.1. I giudici di merito hanno così ricostruito il fatto: a seguito dell’intervento, come complicanza, l’operatore aveva causato una lesione della parete del retto; il giorno successivo, il chirurgo aveva effettuato una prima visita post operatoria; il (OMISSIS), le condizioni della paziente erano peggiorate sensibilmente ed il medico di turno aveva rilevato e riportato in cartella clinica che la paziente non era canalizzata, presentava addome teso, meteorico, difeso alla palpazione, peristalsi assente, e che l’esito del prelievo ematico aveva consentito di rilevare leucocitosi; la paziente aveva dolori addominali forti e rialzo febbrile; il chirurgo era stato avvisato ed il 4 febbraio era stato effettuato esame T.A.C., che aveva rilevato una piccola falda di versamento pleurico bilaterale con falda aerea a destra tra fegato, parete addominale e diaframma, altre bolle di gas nello scavo pelvico, falda a livello di Douglas; il 5 febbraio il chirurgo aveva deciso di effettuare un secondo intervento, all’esito del quale tuttavia si era verificata una nuova lesione intestinale che aveva causato la fuoriuscita di materiale fecale, conseguendone in poco tempo la formazione di una fistola con causazione di peritonite; in data 7 febbraio alla paziente era stato diagnosticato shock settico e, dopo un ulteriore esame T.A.C. del 1(OMISSIS), che aveva rilevato un versamento pleurico, il 22 febbraio era stato eseguito un esame di clisma opaco, che aveva fatto emergere una perforazione a livello del sigma pelvico con fistola a fondo cieco della lunghezza di mm. 35; il 2(OMISSIS), all’esame ematico e T.A.C., era stata confermata la sepsi e la perforazione intestinale; la paziente era stata, quindi, trasportata d’urgenza presso l’ospedale (OMISSIS) di (OMISSIS), ove era stata ricoverata con diagnosi di “massa complex ovaio sinistro in paziente già isterectomizzata, peritonite stercoraria da perforazione del retto post operatoria post ovariectomia laparoscopica, raccolta fluida nello spazio di Morrison”.

2.2. La Corte ha rilevato che, secondo il consulente di parte civile, la persona offesa ha riportato lesioni permanenti nella misura del 40%. La complicanza seguita all’intervento chirurgico in laparoscopia è ricompresa, si legge nella sentenza, tra i rischi accettabili di questo tipo di intervento chirurgico, nel caso concreto complicato dalle numerose aderenze visceroparietali della paziente, sottoposta in passato a isterectomia. La Corte, sulla base delle consulenze tecniche disposte dal pubblico ministero e dalla parte civile, ha tuttavia ritenuto che il Dott. C. avesse tenuto una condotta omissiva gravemente negligente ed imprudente nei giorni successivi all’intervento. Tale condotta colposa sarebbe evincibile dalle chiare ed evidenti risultanze della T.A.C. e degli esami ematici, che avevano mostrato senza alcun dubbio la presenza di sepsi e di lesione della parete intestinale, confermate dall’esame obiettivo della paziente, che riferiva forti dolori addominali e aveva febbre alta. Il ritardo nell’esecuzione del secondo intervento chirurgico, avvenuta il (OMISSIS), è stato, secondo i giudici di merito, determinante nella causazione del significativo peggioramento delle condizioni della paziente, dello sviluppo crescente della sepsi e della indispensabile realizzazione di una colostomia, che un tempestivo intervento avrebbe con elevato grado di probabilità evitato. La Corte ha ritenuto colpevole anche il ritardo nell’esecuzione degli esami strumentali, disposti in data 4 febbraio, ed ha ritenuto che la corretta interpretazione dei dati clinici e la scelta di immediati e tempestivi accertamenti diagnostici e di terapie farmacologiche appropriate fossero condotte esigibili da un chirurgo professionista esercente la professione medica da lungo tempo; in ragione delle conoscenze tecniche del chirurgo, le conseguenze dannose verificatesi erano secondo la Corte assolutamente prevedibili.

2.3. Con riguardo alla condotta di M.S., la Corte ha premesso che il secondo intervento chirurgico si era reso necessario per la sepsi conclamata e che tale secondo intervento aveva determinato “come complicanza una ulteriore lesione della parete dell’intestino, con fuoriuscita di materiale fecale, conseguente formazione di una fistola con causazione di peritonite e nuovo shock settico”. I giudici di merito hanno ascritto a M.S. l’omessa adozione, per circa un mese dal (OMISSIS), di un adeguato trattamento terapeutico per fronteggiare questa grave complicanza, non avendo il medico adeguatamente valutato le risultanze chiare ed evidenti del nuovo esame T.A.C., dell’esame RX torace-addome e degli esami ematici, che mostravano senza alcun dubbio la presenza di una sepsi e di una lesione della parete intestinale, rafforzate dall’esame

obiettivo della paziente, che presentava febbre e che riferiva forti dolori addominali. La Corte ha ritenuto tale colpevole omissione determinante nella causazione del significativo peggioramento delle condizioni fisiche della paziente, dello sviluppo crescente della peritonite e dell’ormai indispensabile trasferimento della paziente presso altra struttura ospedaliera. La corretta e tempestiva interpretazione della sintomatologia presentata dalla paziente, delle obiettività cliniche e delle risultanze degli esami strumentali avrebbe certamente consentito, secondo la Corte, di fronteggiare la peritonite ed impedire la formazione di una fistola a livello sigmoideo.

2.4. Sia per il Dott. C. che per il Dott. M. i giudici di merito hanno ritenuto fosse emersa una divergenza ragguardevole della condotta tenuta rispetto all’agire appropriato ed al parametro fornito dal complesso delle raccomandazioni contenute nelle linee-guida di riferimento e che tale comportamento consentisse di considerare la condotta colposa di entrambi gli imputati come grave. In particolare, si è attribuito rilievo al tempo a disposizione dei medici per determinare il corretto percorso diagnostico e terapeutico da seguire, essendo la paziente ricoverata presso la struttura dal 1 febbraio al 4 marzo. In ragione della qualifica assunta, delle competenze mediche e della loro esperienza professionale, la condotta doverosa è stata ritenuta assolutamente esigibile dai medici curanti e con certezza idonea ad evitare i danni fisici permanenti riportati dalla F..

2.5. La Corte ha ritenuto sovrabbondante l’espletamento della perizia richiesta dalla difesa degli imputati sul presupposto che l’indagine espletata dai consulenti del pubblico ministero della parte civile fosse stata completa e che il perito di ufficio non avrebbe esaminato altro che la documentazione medica già a disposizione.

  1. Propone ricorso C.S. deducendo, con un primo motivo, vizio di motivazione con particolare riguardo ai profili di colpa. Il ricorrente ha richiamato quanto dedotto in appello a proposito del fatto che dovesse escludersi la presenza di segnali di allarme nei giorni 2 e (OMISSIS) 2013 in quanto dall’espletamento dell’esame T.A.C. compiuto il 4 febbraio non era emersa alcuna patologia indicativa dell’urgenza di un nuovo intervento chirurgico, dunque del fatto che il quadro radiologico fosse assolutamente compatibile con un normale decorso post operatorio di intervento laparoscopico, nel quale si opera insufflando gas inerte. Ha richiamato le deduzioni sottoposte al giudice di appello con riguardo al fatto che solo intorno alle ore 12 del (OMISSIS) la paziente aveva manifestato la comparsa improvvisa di dolore trafittivo nei quadranti bassi dell’addome, come annotato in cartella clinica, e che in tale contesto il chirurgo aveva disposto l’esame ecografico addominale, in esito al quale aveva effettuato nel medesimo giorno un nuovo intervento chirurgico. Secondo il ricorrente, i dati emergenti fino al 4 febbraio 2013 non suggerivano la necessità di esplorazione chirurgica ed, anzi, consigliavano il mantenimento di un atteggiamento attendista al fine di favorire la spontanea risoluzione del quadro clinico, mentre solo il giorno (OMISSIS) si era manifestato un quadro clinico di conclamata peritonite. Nell’atto di appello si era anche dedotto che la procedura chirurgica avrebbe comunque contemplato il confezionamento di una colostomia, se anche si fosse deciso di intervenire, in maniera clinicamente del tutto azzardata, nella giornata del 4 febbraio. Lamenta il ricorrente che la Corte territoriale ha del tutto omesso di confrontarsi con tali doglianze e, con motivazione apparente, ha riproposto le medesime argomentazioni esposte nella sentenza di primo grado. Il ricorrente censura la sentenza per aver travisato la corretta ricostruzione della storia clinica della paziente, indicando elementi fattuali non coerenti con i dati esposti nella cartella clinica, essendo pacifico come l’esame T.A.C. non avesse evidenziato alcun versamento che potesse suggerire l’effettuazione di un nuovo intervento chirurgico.

3.1. Con un secondo motivo deduce erronea applicazione degli artt. 40 e 590 c.p. nonchè vizio della motivazione sul punto concernente il nesso eziologico. Nell’atto di appello il ricorrente aveva dedotto l’insussistenza di prove che dimostrassero in termini di certezza che il ritardo nell’esecuzione del secondo intervento avesse cagionato o concorso a cagionare le lesioni indicate nel capo di imputazione, consistenti “nell’indebolimento permanente della funzione contenitiva della parete addominale e della funzione di assorbimento del colon”, non essendo stato acquisito alcun elemento di certezza processuale che consentisse di formulare un positivo giudizio controfattuale tra la prospettata omissione e l’evento; l’eventuale anticipazione dell’intervento chirurgico nei termini prospettati nell’imputazione, secondo il ricorrente, non avrebbe in alcun modo determinato esiti diversi e più favorevoli per la salute della paziente. Nell’atto di appello si era osservato come nella stessa consulenza redatta su incarico del pubblico ministero non fosse affermato con certezza che un trattamento più pronto della lesione iatrogena avrebbe evitato la necessità di procedere al confezionamento della stomia. Lamenta che la Corte territoriale ha omesso di esaminare tale profilo di censura.

3.2. Con un terzo motivo deduce vizio di motivazione in ordine all’entità delle somme attribuite a titolo di provvisionale, ritenendo che la Corte territoriale abbia omesso di esaminare con il dovuto rigore la censura

mossa alla sentenza di primo grado sul punto.

  1. Ricorre per cassazione M.S.. Premesso che nell’atto di appello si era contestato l’errore macroscopico nel quale era incorso il primo giudice, attribuendo al Dott. M. l’esecuzione dell’intervento chirurgico del (OMISSIS), il ricorrente deduce con un primo motivo vizio di motivazione sotto il profilo dell’individuazione della colpa. Nell’atto di appello la difesa aveva, in primo luogo, chiarito che il Dott. M. non faceva parte dell’èquipe chirurgica che aveva sottoposto ad intervento la paziente il (OMISSIS), ma la Corte territoriale non ha tenuto conto di tale rilievo. Con specifico riguardo alla gestione della paziente dopo il predetto intervento, nell’atto di appello si era dedotta la palese erroneità della ricostruzione del fatto contenuta nella sentenza di primo grado, disancorata dalla realtà clinica e processuale emersa nel corso dell’istruttoria: il giudice di primo grado aveva ascritto al Dott. M. l’omissione di qualsivoglia cura, laddove la paziente era stata trattata con somministrazione orale di farmaci antibiotici; era erroneo ascrivere al Dott. M. di aver procrastinato l’intervento chirurgico eseguito al San Camillo, posto che il trasferimento della paziente al San Camillo era stato deliberato dal Dott. M. in ragione del fatto che presso detto nosocomio fosse presente il reparto di radiologia interventistica, di cui la Casa di Cura era sprovvista; la “fistola sigmoidea” non era conseguenza della condotta del Dott. M., trattandosi invece di conseguenza del secondo intervento che, pur avendo determinato un rialzo di temperatura, non aveva messo in pericolo di vita la paziente. Il ricorrente si duole del fatto che la Corte territoriale abbia omesso di esaminare e riscontrare tali censure, così travisando elementi decisivi il cui esame avrebbe condotto a diversa decisione.

4.1. Con un secondo motivo deduce erronea applicazione degli artt. 40 e 590 c.p. nonchè vizio della motivazione sul punto concernente il nesso eziologico. Nell’atto di appello il ricorrente aveva dedotto l’insussistenza di prove che dimostrassero in termini di certezza che il ritardo nell’esecuzione del secondo intervento avesse cagionato o concorso a cagionare le lesioni indicate nel capo di imputazione, consistenti “nell’indebolimento permanente della funzione contenitiva della parete addominale e della funzione di assorbimento del colon”, non essendo stato acquisito alcun elemento di certezza processuale che consentisse di formulare un positivo giudizio controfattuale tra la prospettata omissione e l’evento; l’eventuale anticipazione dell’intervento chirurgico nei termini prospettati nell’imputazione, secondo il ricorrente, non avrebbe in alcun modo determinato esiti diversi e più favorevoli per la salute della paziente. Nell’atto di appello si era osservato come nella stessa consulenza redatta su incarico del pubblico ministero non fosse affermato con certezza che un trattamento più pronto della lesione iatrogena avrebbe evitato la necessità di procedere al confezionamento della stomia. Lamenta che la Corte territoriale abbia omesso di esaminare tale profilo di censura.

4.2. Con un terzo motivo deduce vizio di motivazione in ordine all’entità delle somme attribuite a titolo di provvisionale, ritenendo che la Corte territoriale abbia omesso di esaminare con il dovuto rigore la censura mossa alla sentenza di primo grado sul punto.

Motivi della decisione

  1. Considerazione preliminare è quella che concerne il termine di prescrizione del reato, da considerarsi commesso in data (OMISSIS) per C.S. ed in data 4 marzo 2013 per M.S.; il predetto termine è alla data della decisione spirato, nonostante la sospensione operante a norma del D.L. 17 marzo 2020, n. 18, art. 83, comma 2, conv. con modif. dalla L. 24 aprile 2020, n. 27 (64 giorni per fascicolo pervenuto alla cancelleria della Corte il 4 giugno 2020, Sez. U, n. 5292 del 26/11/2020, dep. 2021, Sanna, Rv. 28043201) e nonostante la sospensione su istanza del difensore dell’imputato del 17 settembre 2019 (55 giorni ai sensi dell’art. 159 c.p., comma 1, n. 3). Il reato va, dunque, dichiarato prescritto per entrambi gli imputati. Deve, infatti, considerarsi che “Nel reato di lesioni personali colpose provocate da responsabilità medica la prescrizione inizia a decorrere dal momento di insorgenza della malattia in fieri, anche se non ancora stabilizzata in termini di irreversibilità o di impedimento permanente” (Sez. 4, n. 44335 del 11/10/2016, Lozzi, Rv. 26783801; Sez. 4, n. 8904 del 08/11/2011, dep. 2012, Torrelli, Rv. 252436). Ora, alla luce del suindicato principio, l’evento lesivo che si ascrive a C.S., ossia la tardiva realizzazione di un intervento chirurgico che ha reso necessaria la colostomia, risulta databile in corrispondenza del giorno in cui tale secondo intervento chirurgico è stato eseguito; l’evento lesivo che si ascrive a M.S., ossia l’omessa adozione, nella gestione del periodo post-operatorio, di adeguato trattamento terapeutico, risulta invece databile allorchè la persistente omissione dell’agente ha avuto termine, con il trasferimento urgente della paziente presso altro nosocomio (Sez. 1, n. 7941 del 19/11/2014, dep. 2015, P.C., R.C. e Schmidheiny, in motivazione; Sez. 4, n. 7475 del 09/12/1985, dep. 1986, Bazzi, Rv. 17339801).
  2. La delibazione dei motivi sopra indicati fa escludere l’emergere di un quadro dal quale possa trarsi ragionevole convincimento dell’evidente innocenza dei ricorrenti. Sul punto, l’orientamento della Corte di

Cassazione è univoco. In presenza di una causa di estinzione del reato il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129 c.p.p., comma 2, soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, cosi che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di constatazione, ossia di percezione ictu oculi, che a quello di apprezzamento e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 24427501). Nel caso di specie, restando al vaglio previsto dall’art. 129 c.p.p., comma 2, l’assenza di elementi univoci dai quali possa trarsi, senza necessità di approfondimento critico, il convincimento di innocenza degli imputati impone l’applicazione della causa estintiva. Va disposto, pertanto, l’annullamento senza rinvio agli effetti penali della sentenza impugnata nei confronti di C.S. e M.S. in quanto il reato loro ascritto è estinto per prescrizione.

  1. Ma, nel giudizio di impugnazione, in presenza di una condanna al risarcimento dei danni o alle restituzioni pronunziata dal primo giudice o dal giudice di appello ed essendo ancora pendente l’azione civile, il giudice penale, secondo il disposto dell’art. 578 c.p.p., è tenuto, quando accerti l’estinzione del reato per prescrizione, ad esaminare il fondamento dell’azione civile. In questi casi la cognizione del giudice penale, sia pure ai soli effetti civili, rimane integra e il giudice dell’impugnazione deve verificare, senza alcun limite, l’esistenza di tutti gli elementi della fattispecie penale al fine di confermare o meno il fondamento della condanna alle restituzioni ed al risarcimento pronunziata dal primo giudice o, come nel caso in esame, confermata dal giudice di appello. Le censure svolte dai ricorrenti sono dunque da esaminare, attesa la pronuncia di condanna degli stessi al risarcimento dei danni in favore delle parti civili (Sez.6, n. 18889 del 28/02/2017, Tomasi, Rv. 26989001; Sez. 6, n. 3284 del 25/11/2009, dep. 2010, Mosca, Rv. 24587601).
  2. Nel merito e con specifico riguardo al dedotto vizio di motivazione, i ricorsi sono fondatamente proposti.

In linea di principio, si osserva che il giudice di merito investito del compito di pronunciarsi in ordine alla responsabilità dell’esercente una professione sanitaria per l’evento lesivo causato nel praticare l’attività, ove concluda per la attribuibilità del medesimo evento alla condotta colposa dell’imputato, è tenuto a rendere un’articolata motivazione, dovendo verificare, in primo luogo, se il caso concreto sia regolato da linee-guida o, in mancanza, da buone pratiche clinico-assistenziali; dovendo, quindi, specificare la natura della colpa (generica o specifica; per imperizia, negligenza o imprudenza); spiegando se ed in quale misura la condotta del sanitario si sia discostata dalle pertinenti linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali e, più in generale, quale sia stato il grado della colpa. Preliminare valutazione, ove il reato non sia stato commesso sotto la vigenza dell’art. 590 sexies c.p. (cfr. Sez. U, n. 40986 del 19/07/2018, P, Rv. 27393401), concerne l’identificazione della norma applicabile secondo il criterio dettato dall’art. 2 c.p., comma 4.

4.1. Per quanto riguarda l’accertamento della colpa, in particolare, il dettato del D.L. 13 settembre 2012, n. 158, art. 3, comma 1, conv. con modificazioni dalla L. 8 novembre 2021, n. 189, è stato interpretato nel senso di aver limitato i casi di responsabilità del medico, risultando esente da responsabilità penale la condotta rispettosa di linee-guida connotata da colpa lieve (Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri, Rv. 26690301); d’altro canto, con riguardo alla natura della colpa, tale elemento assume rilievo qualora, invece, la fattispecie sia sussumibile nell’ambito di applicazione dell’art. 590 sexies c.p., introdotto dalla L. 8 marzo 2017, n. 24, art. 5, applicabile ai soli casi di imperizia di grado lieve. Secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite (Sez.U, n. 8770 del 21/12/2017, dep. 2018, Mariotti, Rv. 27217401), l’abrogato, D.L. n. 158 del 2012, art. 3 comma 1, si configura dunque come norma più favorevole rispetto all’art. 590 sexies c.p., sia in relazione alle condotte connotate da colpa lieve per negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve per imperizia intervenuto nella fase della scelta delle linee-guida adeguate al caso concreto (Sez. U, n. 8770/2018, Rv. 27217501).

4.2. Risulta evidente, sulla base di tali premesse, che il giudizio concernente la responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie non può prescindere dalla disposizione che impone al giudice penale di applicare la legge più favorevole (art. 2 c.p., comma 4), imponendosi un corretto ed esaustivo esame dei profili del fatto che garantisca l’esatta applicazione della normativa più favorevole in rapporto alle peculiarità del caso concreto.

4.3. La sentenza impugnata risulta priva di qualsivoglia riferimento in proposito. Va, infatti, considerato che la sentenza di primo grado è stata emessa nel vigore della L. 8 novembre 2012, n. 189, art. 3 e che, secondo il principio che regola la successione di leggi penali nel tempo, la Corte territoriale, che avrebbe dovuto valutare la colpevolezza degli imputati alla luce della disciplina più favorevole tra quelle succedutesi nel tempo, dalla data del fatto sino alla data della decisione di appello, ha omesso di valutare l’applicabilità della normativa più favorevole, quale che fosse, sia con riguardo ad omissioni qualificabili in termini di negligenza sia con riguardo ad omissioni inquadrabili in termini d’imperizia. La motivazione offerta non risulta, pertanto,

idonea ad escludere in ogni caso la sussumibilità del fatto nella fattispecie regolata dalla norma più favorevole, tenendo conto dell’orientamento della Corte regolatrice teso ad ampliare i margini di applicabilità della L. n. 189 del 2012, art. 3 alla colpa per imprudenza e per negligenza (Sez. 4, n. 16140 del 16/03/2017, Filippini, Rv. 26961101; Sez.4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri, Rv. 26690301).

  1. L’introduzione, ad opera del c.d. decreto Balduzzi, del parametro di valutazione dell’operato del sanitario costituito dalle linee-guida e dalle buone pratiche clinico-assistenziali, con la più incisiva conferma di tale parametro ad opera della L. n. 24 del 2017, ha modificato i termini del giudizio penale imponendo al giudice, non solo una compiuta disamina della rilevanza penale della condotta colposa ascrivibile al sanitario alla luce di tali parametri ma, ancor prima, un’indagine che tenga conto dei medesimi parametri allorchè si accerti quello che sarebbe stato il comportamento alternativo corretto che ci si doveva attendere dal professionista, in funzione dell’analisi controfattuale della riferibilità causale alla sua condotta dell’evento lesivo. Una decisione, come quella in esame, in cui si sia trascurato di indicare a quali linee-guida o, in mancanza, a quali buone pratiche clinico-assistenziali si ispira la descrizione del comportamento doveroso, di valutare il nesso di causa tenendo conto del comportamento salvifico indicato dai predetti parametri in relazione al concreto rischio che si sarebbe dovuto evitare, e di specificare la natura ed il grado della colpa considerando se ed in quale misura la condotta del sanitario si sia discostata da linee-guida o da buone pratiche clinico- assistenziali, risulta viziata da carenza di motivazione (in merito alla distinzione tra attuazione ed adattamento rispetto alle linee-guida ovvero alle best practices, Sez. 4, n. 15258 del 11/02/2020, Agnello, Rv. 27924202).

5.1. Con specifico riferimento all’esercente una professione sanitaria va, infatti, rammentato che sì può parlare di colpa grave solo quando si sia in presenza di una deviazione ragguardevole rispetto all’agire appropriato, rispetto al parametro dato dal complesso delle raccomandazioni contenute nelle linee guida di riferimento, quando cioè il gesto tecnico risulti marcatamente distante dalle necessità di adeguamento alle peculiarità della malattia ed alle condizioni del paziente; e quanto più la vicenda risulti problematica, oscura, equivoca o segnata dall’impellenza, tanto maggiore dovrà essere la propensione a considerare lieve l’addebito nei confronti del professionista che, pur essendosi uniformato ad una accreditata direttiva, non sia stato in grado di produrre un trattamento adeguato e abbia determinato, anzi, la negativa evoluzione della patologia (Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, Rv. 25510501).

5.2. Del pari, va ricordato quanto già osservato dalla giurisprudenza di legittimità a proposito della misura della divergenza tra la condotta effettivamente tenuta e quella che era da attendersi sulla base della norma cautelare che si doveva osservare: “sul punto,… possono venire in rilievo, nel determinare la misura del rimprovero, sia le specifiche condizioni del soggetto agente ed il suo grado specializzazione, sia la situazione ambientale, di particolare difficoltà, in cui il professionista si è trovato ad operare. E preme sottolineare che la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che il giudice di merito deve procedere ad una valutazione complessiva di tali indicatori – come pure di altri, quali l’accuratezza nell’effettuazione del gesto medico, le eventuali ragioni di urgenza, l’oscurità del quadro patologico, la difficoltà di cogliere e legare le informazioni cliniche, il grado di atipicità o novità della situazione data e così di seguito – al fine di esprimere la conclusiva valutazione sul grado della colpa, ponendo in bilanciamento fattori anche di segno contrario, che ben possono coesistere nell’ambito della fattispecie esaminata, non dissimilmente da quanto avviene in tema di concorso di circostanze” (Sez. 4, n. 22281 del 15/04/2014, Cavallaro, Rv. 26227301).

5.3. L’individuazione della regola cautelare violata è compito al quale l’interprete non può sottrarsi, in generale, nel giudizio di responsabilità per colpa ma in modo particolare nella materia della colpa medica, ove le regole cautelaci sono a volte sfuggenti, a volte rigidamente determinate, più spesso di natura elastica ed in quanto tali in grado di mostrare diversa incidenza sulla stessa esigibilità della condotta salvifica. Conseguentemente, il giudizio di prevedibilità dell’evento lesivo in questa materia è particolarmente difficoltoso, ove non risultino indiscusse massime di esperienza e leggi scientifiche di copertura con ragionevole grado di certezza.

5.4. Anche con riferimento a tali profili, ed in relazione alle specifiche censure mosse nei rispettivi atti di appello in merito all’interpretazione del quadro patologico della paziente dopo il primo e dopo il secondo intervento chirurgico, la motivazione della sentenza impugnata si mostra carente, avendo tralasciato di identificare le linee-guida o le buone prassi dalle quali siano stati desunti il comportamento astrattamente doveroso, la regola cautelare alla cui violazione fosse ex ante ragionevolmente riconducibile il rischio concretamente realizzatosi, le ragioni per le quali il giudice di merito abbia ritenuto che il comportamento concretamente posto in essere fosse connotato da colpa grave.

  1. Per altro profilo di censura, va ricordato che il vizio di travisamento della prova può essere dedotto con il ricorso per cassazione anche qualora le sentenze dei due gradi di merito siano conformi, sia nell’ipotesi in

cui il giudice di appello, per rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, abbia richiamato dati probatori non esaminati dal primo giudice, sia quando entrambi i giudici del merito siano incorsi nel medesimo travisamento delle risultanze probatorie acquisite in forma di tale macroscopica o manifesta evidenza da imporre, in termini inequivocabili, il riscontro della non corrispondenza delle motivazioni di entrambe le sentenze di merito rispetto al compendio probatorio acquisito nel contraddittorio delle parti (Sez.4, n. 35963 del 03/12/2020, Tassoni, Rv. 28015501; Sez. 5, n. 48050 del 2/07/2019, S., Rv. 27775801). Ed è anche necessario che il ricorrente prospetti la decisività del travisamento nell’economia della motivazione (Sez.6, n. 36512 del 16/10/2020, Villari, Rv.28011701).

6.1. Tanto premesso, con specifico riguardo al ricorrente C.S., la difesa aveva dedotto nell’atto di appello: a) che la necessità di un intervento chirurgico per curare la complicanza conseguente all’intervento di annessiectomia mediante laparoscopia si fosse manifestata solo il (OMISSIS), suggerendo il quadro clinico generale e la TAC fino al 4 febbraio 2013 di mantenere un atteggiamento attendista al fine di favorire la spontanea risoluzione del quadro clinico; b) che, anche se si fosse deciso di intervenire il 4 febbraio 2013, la procedura chirurgica avrebbe comunque contemplato il confezionamento di una colostomia.

6.2. Nel caso in esame, sebbene le due sentenze dei gradi di merito siano pervenute alla medesima conclusione, il vizio di travisamento della prova è stato correttamente dedotto, dal momento che in entrambe le pronunce si è reiterata una ricostruzione della vicenda clinica diversa da quella indicata nella consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero, sulla quale i giudici hanno fondato la decisione. E’ sufficiente rilevare che, nella sentenza di primo grado, si legge: “Nel corso dell’intervento chirurgico, eseguito dal Dott. M., di annessectomia, si verificava una nuova lesione intestinale, che determinava la fuoriuscita di materiale fecale, e quindi la formazione di una peritonite e poi di una fistola”, con sovrapposizione tra la diagnosi d’ingresso al secondo intervento e gli esiti di quest’ultimo. Tale erronea lettura della storia clinica della paziente è stata riportata nella sentenza di appello a pag.2, ove si legge: “Il (OMISSIS) il Dott. C. decideva di effettuare un secondo intervento chirurgico, che lui stesso eseguiva come primo operatore di colostomia, all’esito del quale tuttavia si verificava una nuova lesione intestinale che causava la fuoriuscita di materiale fecale; ne conseguiva in poco tempo la formazione di una fistola con causazione di peritonite”, nonostante a pag.5 dell’atto di appello la difesa avesse censurato la sentenza di primo grado per il travisamento dei dati istruttori costituiti dalla relazione tecnica del consulente del pubblico ministero e dalla cartella clinica. Il vizio di motivazione risulta desumibile anche laddove nella sentenza impugnata, a pag.3, la Corte territoriale ha ricondotto il giudizio circa il colpevole ritardo ascritto al Dott. C. alle “risultanze chiare e evidenti dell’esame TAC e degli esami ematici che mostravano, senza alcun dubbio, la presenza di una sepsi e di una lesione della parete intestinale, rafforzate dall’esame obiettivo della paziente che riferiva forti dolori addominali e aveva febbre alta” nonchè al rilievo per cui “un trattamento immediato della lesione avrebbe escluso con alta probabilità la successiva stomia”, omettendo di fornire replica fondata su evidenza scientifica agli specifici rilievi difensivi secondo i quali “la necessità di un intervento chirurgico per curare la complicanza conseguente all’intervento di annessiectomia mediante laparoscopia si fosse manifestata solo il (OMISSIS)” e “anche se sì fosse deciso di intervenire il 4 febbraio 2013, la procedura chirurgica avrebbe comunque contemplato il confezionamento di una colostomia”.

6.3. Anche con riguardo alla posizione del ricorrente M.S. occorre osservare che, in entrambe le sentenze di merito, si presuppone che la paziente, all’esito dell’intervento del (OMISSIS), avesse riportato “come complicanza una ulteriore lesione della parete dell’intestino, con fuoriuscita di materiale fecale, conseguente formazione di una fistola con causazione di peritonite e nuovo shock settico”, laddove nella relazione del consulente tecnico del pubblico ministero non si parla di peritonite da fuoriuscita di materiale fecale (peritonite stercoracea) se non come complicanza del primo intervento, mentre con riguardo agli esiti della condotta ascritta al Dott. M. il consulente si esprime in termini di “raccolta intraperiepatica purulenta” e riferisce che la diagnosi effettuata presso l’Ospedale (OMISSIS) era stata di “raccolta endoperitoneale con stato febbrile”, peraltro compatibile con la dimissione in data 15 marzo 2013 a seguito di drenaggio percutaneo.

6.4. Il travisamento sopra indicato concreta il vizio di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), perchè introduce nella motivazione un’informazione rilevante che non esiste nel processo, da consìderare decisiva nel caso concreto in quanto l’esatta ricostruzione delle condizioni cliniche pregresse, delle modalità di svolgimento e degli esiti dell’intervento chirurgico del 5 marzo 2013 costituiscono sia l’evento dell’omissione ascritta a C.S. sia le premesse fattuali dell’omissione ascritta a M.S. (Sez. 2, n. 27929 del 12/06/2019, Borriello, Rv. 27656701; Sez. 2, n. 47035 del 3/10/2013, Giugliano, Rv. 2574901; Sez. 2, n. 23419 del 23/05/2007, Vignaroli, Rv. 23689301).

  1. Il terzo motivo di entrambi i ricorsi è inammissibile E’ principio consolidato nella giurisprudenza della Corte di Cassazione che la statuizione che assegna la provvisionale abbia tra le proprie caratteristiche quelle della

precarietà (essendo destinata ad essere travolta o assorbita dalla decisione conclusiva del processo e quindi insuscettibile di passare in giudicato: ex multis Sez. 4, n. 36760 del 04/06/2004, Cattaneo, Rv. 23027101); della discrezionalità nella determinazione dell’ammontare senza obbligo di specifica motivazione (Sez. 5,n. 32899 del 25/05/2011, Mapelli, Rv. 25093401; Sez. 6, n. 49877 del 11/11/2009, Blancaflor, Rv. 24570101; Sez. 5, n. 40410 del 18/03/2004, Farina, Rv. 23010501); della non impugnabilità con il ricorso per cassazione (Sez. U, n. 2246 del 19/12/1990, dep.1991, Capelli, Rv. 18672201; Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014, P.C. e G, Rv. 26153601; Sez. 4, n. 34791 del 23/06/2010, Mazzamurro, Rv. 24834801; Sez. 4, n. 36760 del 04/06/2004, Cattaneo, Rv. 23027101; Sez. 5, n. 40410 del 18/03/2004, Farina, Rv. 23010501), da ciò desumendosi l’inidoneità di tale pronuncia a condizionare le statuizioni civili concernenti l’entità del danno definitivamente risarcibile.

  1. Conclusivamente, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio agli effetti penali perchè il reato è estinto per prescrizione, mentre i ricorsi vanno accolti con riferimento al rilevato vizio di motivazione. Ove sussista un vizio di motivazione attinente alla (affermata, dal giudice del merito, in sede penale) responsabilità dell’imputato, ma non vi è più spazio alcuno per il giudice penale, stante la rilevata (e dichiarata) estinzione del reato per prescrizione, altra soluzione non può essere adottata, ai fini delle determinazioni sulle statuizioni civili, se non quella del rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello ai sensi dell’art. 622 c.p.p.. Sarà, in conclusione, il giudice civile competente per valore in grado di appello a celebrare il giudizio di rinvio nei confronti di C.S. e M.S., e a valutare se procedere nominando un esperto d’ufficio anche per la corretta ricostruzione della storia clinica della persona offesa, oltre a provvedere alla regolazione delle spese nei confronti dei ricorrenti (Ord. 30858/2020 Cremonini rimette alle SS.UU. e SS.UU. 28/01/2021, notizia di decisione; Sez. U, n. 40109 del 18/07/2013, Sciortino, Rv. 25608701; Sez. 5, n. 1970 del 27/11/2020, dep. 2021, Arcadia, n. m.; Sez. 5, n. 28848 del 21/09/2020, D’Alessandro, Rv. 27959901; Sez. 5, n. 26217 del 13/07/2020, G., Rv. 27959802; Sez.4, n. 13869 del 05/03/2020, Sassi, Rv. 27876101; Sez. 1, n. 14822 del 20/02/2020 Milanesi, Rv. 27894301).

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali perchè il reato è estinto per prescrizione.

Annulla la sentenza impugnata agli effetti civili e rinvia al giudice civile competente per valore in grado di appello.

Così deciso in Roma, il 29 aprile 2021. Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2021.

ROVIGO BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE

ROVIGO BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE

avvocato-erede-legittimo-12
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

 

Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha parzialmente riformato la sentenza del 24 maggio 2012 del Tribunale di Rovigo che ha condannato (OMISSIS) per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale (capo A) e per il delitto di cui al Regio Decreto n. 267 del 1942, articolo 220 (capo B), da lui commessi quale amministratore della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il (OMISSIS).

In particolare, la Corte di appello ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di cui al capo B), riducendo la pena principale e le pene accessorie.

  1. Avverso detta sentenza (OMISSIS), a mezzo del suo difensore, ha proposto ricorso chiedendone l’annullamento ed affidandosi a due motivi.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la carenza di motivazione in ordine al motivo di appello con il quale si lamentava la insussistenza dell’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta documentale.

Nel caso di specie, la sentenza della Corte di appello e del Tribunale hanno evidenziato che nel pur breve periodo in cui l’imputato ha amministrato la societa’ fallita, egli ha ritirato le scritture contabili presso il consulente della societa’ e ha poi omesso di depositarle presso il Tribunale fallimentare. In tal modo egli ha occultato dette scritture.

Quanto al dolo, nella sentenza di primo grado si segnala che il (OMISSIS) non ha in alcun modo collaborato con gli organi fallimentari per ricostruire il patrimonio ed il movimento degli affari, rendendosi irreperibile, e non ha in alcun modo risposto ai telegrammi che gli sono stati inviati dal curatore. Il (OMISSIS), quindi, ha agito allo scopo di celare alla curatela la attivita’ di gestione della societa’ ed i risultati della stessa. Il curatore, tuttavia, ha potuto accertare alcune vicende ad essa inerenti, tramite la consultazione di pubblici registri e di banche dati.

Gli elementi cosi’ acquisiti, si evidenzia nella sentenza di primo grado, hanno consentito di accertare che il (OMISSIS) ha proceduto allo “smantellamento” della societa’, licenziando i dipendenti e trasferendo la sede della societa’ all’estero e ponendo in essere operazioni prive di logica, se non finalizzate ad indebitare ulteriormente la societa’ e a distrarre il suo attivo. In particolare, si evidenzia che la societa’ ha acquistato e rivenduto in appena tre mesi sette veicoli tra semirimorchi e trattori stradali e non e’ stato possibile stabilire che destinazione abbia avuto il ricavato dalla vendita di detti veicoli, cosicche’ (vedi pag. 3 della motivazione della sentenza di primo grado e pag. 4 della motivazione della sentenza di secondo grado) deve ritenersi che i proventi di dette operazioni commerciali siano stati distratti.

L’occultamento delle scritture, si legge nella sentenza impugnata, era quindi diretto ad impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari e quindi la ricostruzione delle attivita’ distrattive poste in essere.

Il Tribunale e la Corte di appello hanno, quindi, fornito una motivazione esaustiva sia in ordine alla sussistenza del dolo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, sia in ordine alla impossibilita’ di qualificare il fatto come bancarotta semplice documentale.

 

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|12 ottobre 2020| n. 28383

 

 

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere

Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere

Dott. ROMANO Miche – rel. Consigliere

Dott. FRANCOLINI Giovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 11/03/2019 della Corte di appello di Venezia;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Michele Romano;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Di Leo Giovanni, che ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile;

udito il difensore del ricorrente, avv. (OMISSIS), che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha parzialmente riformato la sentenza del 24 maggio 2012 del Tribunale di Rovigo che ha condannato (OMISSIS) per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale (capo A) e per il delitto di cui al Regio Decreto n. 267 del 1942, articolo 220(capo B), da lui commessi quale amministratore della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il (OMISSIS).

In particolare, la Corte di appello ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di cui al capo B), riducendo la pena principale e le pene accessorie.

  1. Avverso detta sentenza (OMISSIS), a mezzo del suo difensore, ha proposto ricorso chiedendone l’annullamento ed affidandosi a due motivi.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la carenza di motivazione in ordine al motivo di appello con il quale si lamentava la insussistenza dell’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta documentale.

A tale proposito la Corte di appello si era limitata ad elencare le attivita’ svolte dall’imputato quale amministratore, senza spiegare perche’ esse avrebbero arrecato danno alla societa’. Era, invece, necessario che il soggetto fosse consapevole di arrecare danno al patrimonio della societa’ con la propria condotta.

La mancata consegna delle scritture contabili, secondo la Corte di appello, era volta ad occultare detta documentazione in quanto compromettente, ma non si spiegavano le ragioni per le quali le scritture avrebbero avuto carattere compromettente e quindi non si chiarivano i motivi per i quali era stato ritenuto sussistente l’elemento soggettivo della bancarotta fraudolenta.

2.2. Con il secondo motivo deduce che, non risultando esplicitate le ragioni per le quali era stato ritenuto sussistente il dolo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, la Corte di appello neppure aveva dato risposta al motivo di appello con il quale era stata chiesta la riqualificazione del fatto come bancarotta semplice documentale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile.
  2. Il primo ed il secondo motivo di ricorso, che possono essere trattati unitariamente in quanto strettamente connessi, sono manifestamente infondati.

Il giudice di legittimita’, ai fini della valutazione della congruita’ della motivazione del provvedimento impugnato, deve fare riferimento alle sentenze di primo e secondo grado, le quali si integrano a vicenda confluendo in un risultato organico ed inscindibile (Sez. 5, n. 14022 del 12/01/2016, Genitore, Rv. 266617).

Nel caso di specie, la sentenza della Corte di appello e del Tribunale hanno evidenziato che nel pur breve periodo in cui l’imputato ha amministrato la societa’ fallita, egli ha ritirato le scritture contabili presso il consulente della societa’ e ha poi omesso di depositarle presso il Tribunale fallimentare. In tal modo egli ha occultato dette scritture.

Quanto al dolo, nella sentenza di primo grado si segnala che il (OMISSIS) non ha in alcun modo collaborato con gli organi fallimentari per ricostruire il patrimonio ed il movimento degli affari, rendendosi irreperibile, e non ha in alcun modo risposto ai telegrammi che gli sono stati inviati dal curatore. Il (OMISSIS), quindi, ha agito allo scopo di celare alla curatela la attivita’ di gestione della societa’ ed i risultati della stessa. Il curatore, tuttavia, ha potuto accertare alcune vicende ad essa inerenti, tramite la consultazione di pubblici registri e di banche dati.

Gli elementi cosi’ acquisiti, si evidenzia nella sentenza di primo grado, hanno consentito di accertare che il (OMISSIS) ha proceduto allo “smantellamento” della societa’, licenziando i dipendenti e trasferendo la sede della societa’ all’estero e ponendo in essere operazioni prive di logica, se non finalizzate ad indebitare ulteriormente la societa’ e a distrarre il suo attivo. In particolare, si evidenzia che la societa’ ha acquistato e rivenduto in appena tre mesi sette veicoli tra semirimorchi e trattori stradali e non e’ stato possibile stabilire che destinazione abbia avuto il ricavato dalla vendita di detti veicoli, cosicche’ (vedi pag. 3 della motivazione della sentenza di primo grado e pag. 4 della motivazione della sentenza di secondo grado) deve ritenersi che i proventi di dette operazioni commerciali siano stati distratti.

L’occultamento delle scritture, si legge nella sentenza impugnata, era quindi diretto ad impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari e quindi la ricostruzione delle attivita’ distrattive poste in essere.

Il Tribunale e la Corte di appello hanno, quindi, fornito una motivazione esaustiva sia in ordine alla sussistenza del dolo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, sia in ordine alla impossibilita’ di qualificare il fatto come bancarotta semplice documentale.

  1. All’inammissibilita’ del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e, ai sensi dell’articolo 616 c.p.p., comma 1, al pagamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che si reputa equo fissare in Euro 3.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.

COMPRARE CASA CON VIZI ATTENTI ALLE FREGATURE

COMPRARE CASA CON VIZI ATTENTI ALLE FREGATURE

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE IMMOBILIARI E VIZI IMMOBILI DANNI

VIZI DELLA CASA QUANDO SI COMPRA AVVOCATO BOLOGNA

VIZI COSA VENDUTA  PER INTERRUZiUìONE PRESCRIZIONE BASTA DENUNCIA STRAGIUDIZIALE

COMPRARE CASA CON VIZI ATTENTI ALLE FREGATURE I Avvocato a Bologna Sergio Armaroli
COMPRARE CASA CON VIZI ATTENTI ALLE FREGATURE I Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

 

– assistenza a progetti di sviluppo immobiliare e di finanziamento di fabbricati, complessi residenziali, strutture alberghiere– redazione di contratti di locazione di immobili residenziali, commerciali, industriali;

 

 

– assistenza e consulenza nelle fasi di criticità dei rapporti di compravendita

 

 

– assistenza nelle cause immobiliari più ricorrenti ( fallimenti, responsabilità costruttore/venditore, vizi dell’immobile, appalti e subappalti, agibilità, abusi e reati edilizi, amianto, contestazione utilizzo immobile in contrasto con il regolamento condominiale);

avvocato-erede-legittimo-10
COMPRARE CASA CON VIZI ATTENTI ALLE FREGATURE I Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

SENTENZE VIZI IMMOBILE
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Mariacolomba Giuliano ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 15766/2005 promossa da:

XX

con il patrocinio dell’avv. Barbara Iannuccelli; elettivamente domiciliata in via de’ Poeti, 5 40124 Bologna, presso il difensore avv. Barbara Iannuccelli

ATTRICE

contro

‘A.B.’ SNC di YY e JJ

YY in proprio

JJ in proprio

tutti con il patrocinio dell’avv. Massimo Brugioni presso l’avv. Lucio Strazziari via D’Azeglio 27 40123 Bologna; tutti elettivamente domiciliati in via D’Azeglio 27 40123 Bologna, presso il difensore avv. Massimo Brugioni

Arch. WW

con il patrocinio dell’avv. Claudia Domenichini e dell’avv. Luca Esposito (c.f. …omissis…) piazza Sacrati, 11 44121 Ferrara; elettivamente domiciliato in Strada Maggiore 42 40125 Bologna, presso il difensore avv. Claudia Domenichini

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione notificato il 25.10.2005 XX conveniva in giudizio la ‘A.B.’ di YY e JJ S.n.c. nonché il YY ed il JJ in proprio quali soci illimitatamente responsabili onde ottenerne la condanna ex art. 1669 c.c. al risarcimento dei danni, pari a Euro (Euro) 58.821,00, conseguenti ai gravi vizi costruttivi presenti nel fabbricato di sua proprietà, posto in (omissis), recte : località in provincia di Bologna ; NdRedattore , via (omissis) n. (omissis), oggetto di lavori di ristrutturazione e trasformazione da rurale a residenziale, appaltati alla ‘A.B.’ S.n.c. con contratto del 21.10.2000; l’attrice citava altresì WW, architetto, affinché rispondesse in solido con gli altri convenuti in relazione al ruolo di progettista e direttore lavori.

L’arch. WW si costituiva chiedendo il rigetto della domanda attorea, infondata, essendo stata peraltro raggiunta fra le parti in data 1.7.2003 una transazione in merito alla ristrutturazione dell’immobile.

Gli altri convenuti si costituivano chiedendo il rigetto della domanda attorea, infondata, richiamato il disposto deli artt. 1665 e 1667 c.c. in tema, rispettivamente, di vizi conosciuti o comunque riconoscibili, e di vizi occulti.

Acquisito il fascicolo relativo all’ATP svolto ante causam su ricorso della XX, consistito nell’espletamento di CTU affidata all’ing. Dorigo, con ordinanza del 3.4.2006 l’attrice veniva autorizzata a procedere a sequestro conservativo nei confronti della ‘A.B.’ S.n.c. sino alla concorrenza di Euro (Euro) 45.000,00, sequestro che, con ordinanza dell’8.10.2007, veniva revocato ex art. 684 c.p.c. previo versamento di cauzione di Euro (Euro) 58.821,00 a mezzo di libretto bancario.

La causa, istruita documentalmente, con l’escussione di testimoni e mediante CTU affidata all’ing. Pini, veniva posta in decisione sulle conclusioni di cui in epigrafe all’udienza dell’ 11.7.2013 .

La convenuta si costituiva tempestivamente chiedendo il rigetto della domanda attorea, infondata non potendo i vizi qualificarsi gravi, eccepita preliminarmente la prescrizione dell’azione in relazione alla denuncia effettuata nel 2002.

Acquisito il fascicolo relativo all’ATP ed espletata CTU affidata all’ing. Gianluca Morselli, la causa veniva posta in decisione sulle conclusioni di cui in epigrafe all’udienza del 6.6.2013.

avvocato-distanze-vicini-1
COMPRARE CASA CON VIZI ATTENTI ALLE FREGATURE I Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

La domanda attorea merita accoglimento nei limiti di cui appresso.

È opportuno premettere che la natura e l’entità delle opere appaltate alla ‘A.B.’ snc, finalizzate al cambio di destinazione d’uso del fabbricato, è tale da far assimilare la ristrutturazione alla realizzazione dell’immobile con caratteristiche destinate a garantirne la lunga durata, da ciò derivando la configurabilità della responsabilità del venditore-costruttore ai sensi dell’art. 1669 c.c..

Sempre in via preliminare si rileva che non sono conferenti con la fattispecie di responsabilità extracontrattuale ex art. 1669 c.c., in relazione alla quale la XX ha agito, le eccezioni relative alla responsabilità negoziale stabilite, in tema di appalto, dall’art. 1665 c.c. (che esclude la garanzia per i vizi non occulti in caso di accettazione dell’opera) e dall’art. 1667 c.c. (che stabilisce a pena di decadenza la denuncia dei vizi occulti entro due mesi dalla loro scoperta).

Orbene, dalla CTU dell’ing. Pini e dalla successiva integrazione peritale, relazioni immuni da vizi logici o giuridici ed esaustivamente motivate anche con puntuale risposta alle osservazioni dei CTP, è emerso che, dei vizi lamentati dall’attrice, sussistono e sono imputabili ai lavori eseguiti dalla ‘A.B.’ S.n.c. soltanto la mancanza di sfiati per i servizi igienici sfocianti oltre il manto di copertura, per l’esecuzione dei quali va prevista la spesa di Euro (Euro) 525,00, e le infiltrazioni provenienti dalla copertura, per l’eliminazione delle quali sono necessari i lavori meglio specificati in perizia, del costo complessivo, ai valori della CTU, di Euro (Euro) 15.165,00; la somma dei costi relativi alle due problematiche (Euro (Euro) 525,00 + (Euro) 15.165,00) è, pari con l’IVA, ad Euro (Euro) 19.141,80.

È risultata quindi confermata la presenza di vizi imputabili alla esecuzione non a regola d’arte della costruzione tali da configurare responsabilità extracontrattuale della convenuta ai sensi dell’art. 1669 c.c., ricordandosi che, secondo il costante insegnamento della S.C., il “difetto di costruzione” che, a norma dell’art.1669 c.c., legittima l’azione di risarcimento danni dei committente nei confronti dell’appaltatore e, come in ispecie, dell’impresa venditrice-costruttrice, può consistere in una qualunque alterazione, conseguente ad una insoddisfacente realizzazione dell’opera, che, pur non riguardando parti essenziali della stessa (e perciò non determinandone la rovina o il pericolo di rovina) bensì quegli elementi secondari o accessori, quali impermeabilizzazione, rivestimenti, infissi, pavimentazione, impianti, che ne consentono l’impiego duraturo cui è destinata, incide negativamente e in modo considerevole sulla abitabilità o sulla funzionalità dell’immobile medesimo, indipendentemente dal fatto che i difetti siano emendabili a mezzo di interventi di straordinaria oppure ordinaria manutenzione (v. ex multis Cass. 2238/2012, 8140/2004, 81/2000 e 456/1999).

Detta responsabilità va vieppiù affermata alla luce dell’orientamento più volte espresso dalla S.C. nella materia, laddove si è ravvisata la fattispecie di cui all’art. 1669 c.c. in ipotesi di infiltrazioni dal manto di copertura e di umidità (fra le tante, Cass. 11740/2003117/2000) e nella presenza di vizi anche di limitata localizzazione (Cass. 8140/2004).

L’importo suindicato di Euro (Euro) 19.141,80, inerendo a obbligazione risarcitoria e pertanto a debito di valore, va svalutato dalla data della perizia (agosto 2011) alla data della domanda e quindi rivalutato dalla domanda ad oggi (Euro (Euro) 17.030,07); per lo stesso arco temporale, esso va poi aumentato degli interessi legali maturati secondo la rivalutazione annuale, a titolo di risarcimento del danno da ritardo nell’adempimento dell’obbligazione risarcitoria (Cass. 1712/1995). Si ottiene così la somma di Euro (Euro) 23.416,04 sulla quale decorreranno gli interessi legali dalla pubblicazione della presente sentenza al saldo.

L’ing. Pini ha invece correttamente escluso la sussistenza dei vizi lamentati dalla XX relativi alla mancanza di fermaneve, all’ancoraggio dei coppi, al pettine fermaneve, ai distacchi della tinteggiatura esterna (semplicemente mal eseguita, ma da parte di impresa diversa dalla convenuta), e alla presenza di crepe.

Correttamente lo stesso perito ha poi osservato che non costituisce un vizio né una difformità, tanto meno integrante in sé grave vizio costruttivo rilevante agli effetti dell’art. 1669 c.c., la mera realizzazione del tetto con le caratteristiche di ventilazione previste nella tavola n. 8 allegata alla concessione edilizia. Il tetto effettivamente realizzato, come da tavola n. 15, di costo molto inferiore a quello di un tetto ventilato e come tale pagato secondo l’elenco prezzo sottoscritto dalle parti, è dunque conforme alle previsioni negoziali, che riservavano peraltro all’arch. WW la possibilità di fornire all’impresa indicazioni relative alle dimensioni e alle caratteristiche dei particolari costruttivi singole opere. Ma se anche così non fosse, l’azione riservata alla committente per ottenere l’esatta realizzazione dell’opera come appaltata sarebbe un’azione contrattuale di adempimento, affatto diversa da quella extracontrattuale e risarcitoria per gravi vizi costruttivi esercitata in questo giudizio.

COMPRARE CASA CON VIZI ATTENTI ALLE FREGATURE I Avvocato a Bologna Sergio Armaroli
COMPRARE CASA CON VIZI ATTENTI ALLE FREGATURE I Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

Va invece respinta la domanda proposta dall’attrice nei confronti dell’arch. WW avendo il CTU accertato che non è allo stesso imputabile, con riferimento ai vizi riscontrati, alcun inadempimento nell’esecuzione delle prestazioni a lui demandate quale progettista e quale direttore dei lavori.

Quanto alla conversione ex art. 684 c.p.c. del sequestro conservativo, nulla deve provvedersi dovendo trovare applicazione la disciplina generale in tema di sequestro conservativo, essendo stata semplicemente sostituita la somma versata nei libretti custoditi in Cancelleria all’oggetto originario del sequestro.

Le spese di lite, comprese quelle relative al procedimento di ATP (Euro (Euro) 1.000,00 per diritti e onorari, oltre ad anticipazioni) nonché quelle relative al procedimento cautelare incidentale, liquidate unitariamente come da dispositivo, seguono la soccombenza secondo i criteri di cui al D.M. n. 140 del 2012 tenuto conto della somma effettivamente riconosciuta all’attrice e dell’importo della domanda come proposta nei confronti dell’arch. WW.

Le spese relative alla CTU svolta in sede di ATP vanno definitivamente poste a carico dell’attrice per il 50% e della ‘A.B.’ S.n.c., del YY e del JJ per il restante 50%; quelle della CTU, pagate, in via provvisoria dall’attrice, dall’attrice, dall’arch. WW e dagli altri convenuti un terzo per ciascuno, vanno definitivamente poste a carico della XX per due terzi e della ‘A.B.’ S.n.c., del YY e del JJ per il restante terzo; le spese di CTP rimangono a carico di ciascuna delle parti che le ha anticipate.

P.Q.M.

Il Giudice, definitivamente pronunciando sulle domande proposte da XX nei confronti della ‘A.B.’ di YY e JJ S.n.c. nonché di YY e JJ in proprio quali soci illimitatamente responsabili, e dell’arch. WW, disattesa e respinta ogni contraria istanza ed eccezione, così provvede:

condanna in solido la ‘A.B.’ di YY e JJ S.n.c. nonché YY e JJ a pagare alla XX Euro 23.416,04 oltre interessi legali dalla pubblicazione della presente sentenza al saldo;

rigetta la domanda proposta dalla XX nei confronti dell’arch. WW.

Pone le spese di CTU svolte nell’ATP definitivamente a carico della XX per il 50% e, per il restante 50%, a carico della ‘A.B.’ S.n.c., del YY e del JJ; pone le spese della CTU svolta in questo giudizio definitivamente a carico della XX per due terzi e della ‘A.B.’ S.n.c., del YY e del JJ per il restante terzo.

Condanna la ‘A.B.’ di YY e JJ S.n.c. nonché YY e JJ a rifondere all’attrice le spese di lite che liquida in Euro 1.393,66 per anticipazioni (comprese quelle dell’ATP ed il 50% della CTU svolta in ATP) ed Euro 4.200,00 per compensi, oltre a CPA ed IVA come per legge.

Condanna la XX a rifondere all’arch. WW le spese di lite che liquida in Euro 4.500,00 per compensi, oltre a CPA ed IVA come per legge, oltre, per anticipazioni, quanto dall’arch. WW corrisposto al CTU ing. Pini.

Conclusione

Così deciso in Bologna, il 29 gennaio 2014.

Depositata in Cancelleria il 7 febbraio 2014.

EPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI BOLOGNA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, in composizione monocratica nella persona di:

dott. Vittorio Serra

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta al n. r.g. 9105/03 promossa da:

Condominio via M. 11 R. di P., con il patrocinio dell’avv. Valerio Cavallari, come da mandato in atti;

attore

contro

  1. s.r.l., con il patrocinio dell’avv. Francesca Romana Gori, come da mandato in atti;

convenuta

con l’intervento di

F.F., con il patrocinio dell’avv. Carlo Gubellini, come da mandato in atti;

terzo chiamato

in punto a: appalto

Svolgimento del processo

I

Con atto di citazione notificato in data 13.6.2003 il Condominio via M. ll R. di P. conveniva in giudizio R. s.r.l..

Esponeva il Condominio che:

– R. aveva acquistato un fabbricato sito in via E.M. n. ll nel Comune di P., frazione di R.; aveva demolito l’edificio e poi lo aveva ricostruito; aveva quindi venduto i singoli appartamenti nel corso del 2001 e successivamente;

– in data 14/6/2002 l’amministratore del condominio aveva segnalato a R. una serie di inconvenienti alle parti comuni dell’edificio;

– successivamente, dopo specifici accertamenti tecnici, era emerso che i vizi e difetti della costruzione riguardavano:

  1. a) il giardino pensile, che aveva evidenziato infiltrazioni d’acqua nei sottostanti corsello e box autorimessa;
  2. b) la pavimentazione del lastrico solare, per la totale mancanza di pendenza di fuga tra le piastrelle e per la mancanza di giunti di dilatazione;

– questi ultimi vizi erano stati denunciati con raccomandata ricevuta da R. in data 13/1/2003;

– successivamente erano state riscontrate ulteriori infiltrazioni d’acqua nella muratura contro terra che al piano interrato separava il corridoio cantine e due cantine dal terreno;

– era stata anche accertata l’esistenza di un probabile vizio occulto riguardante il muro contro terra esterno, che pareva non avesse alcuna protezione contro le infiltrazioni d’acqua del terreno;

– anche tali vizi erano stati denunciati con raccomandata ricevuta in data 27/3/2003;

– i vizi denunciati costituivano gravi difetti ai sensi dell’articolo 1669 c.c.;

– per eliminare i vizi erano necessari interventi il cui costo poteva essere quantificato in Euro 78.000 oltre i.v.a..

Ciò premesso il condominio chiedeva che:

  1. a) la società convenuta fosse condannata a risarcire il danno derivato dai vizi e difetti delle parti comuni dell’immobile nella misura di Euro 78.000,00, oltre i.v.a..

II

Si costituiva in giudizio R. s.r.l..

Esponeva la società convenuta che:

– i vizi denunciati non erano riconducibili all’ipotesi prevista dall’articolo 1669 c.c.;

– i vizi, ove esistenti, sarebbero comunque stati di modestissima entità;

– erano decorsi i termini di prescrizione e di decadenza previsti dall’articolo 1495 c.c;

– la costruzione dell’immobile era stata affidata in appalto all’Impresa F. geom. F. ed era interesse della convenuta chiamare l’appaltatore in causa.

Ciò premesso, la società convenuta chiedeva che, previa chiamata in causa del F.:

  1. a) fossero respinte tutte le domande proposte dall’attore;

in subordine chiedeva che:

  1. b) fosse dichiarato che l’Impresa F. geom. F. era obbligata a tenere R. indenne da tutte le domande svolte nei suoi confronti dall’attore e che di conseguenza l’Impresa F. fosse condannata a rimborsare tutte le somme che la convenuta avesse dovuto corrispondere all’attore.

III

Con atto di citazione notificato in data 4/11/2003 R. s.r.l.chiamava in giudizio l’Impresa F. geom. F..

La società chiamante esponeva i fatti di causa e concludeva come in comparsa di costituzione risposta.

IV

Si costituiva in giudizio F.F..

Esponeva il chiamato che:

– R. era decaduta dall’azione di regresso, per inosservanza del termine di sessanta giorni previsto dall’art. 1670 c.c., essendo stata l’impresa F. messa in mora solo in data 7.10.2002, pur avendo la convenuta ricevuto la prima denuncia dei vizi in data 14.6.2002;

– i vizi denunciati non erano riconducibili alle previsioni di cui all’art. 1669 c.c.;

– erano decorsi i termini di prescrizione e di decadenza del diritto azionato avverso R.;

– i vani interrati interessati dalle infiltrazioni provenienti dal giardino pensile appartenevano ai condomini Giusti e Rapolla ed ogni questione era stata definita all’esito di un procedimento di accertamento tecnico preventivo anteriore alla causa, in cui era stato autorizzato il c.t.u. a far eseguire i lavori necessari all’eliminazione dei difetti;

– i presunti lastrici erano in realtà balconi ad uso esclusivo degli appartamenti di pertinenza, completamente coperti dal tetto dello stabile;

– non vi era comunque responsabilità dell’impresa appaltatrice, in quanto fin dai particolari di progetto di costruzione vi erano incongruenze tra gli spessori della sezione complessiva del fabbricato e quella dei particolari costruttivi.

Ciò premesso, il F. chiedeva che:

  1. a) fosse dichiarata la carenza di legittimazione attiva del condominio e tutte le domande dallo stesso proposte fossero respinte per difetto di interesse e con ciò fosse dichiarata cessata la materia del contendere;
  2. b) fosse dichiarata l’intervenuta decadenza di R. da ogni azione nei confronti dell’Impresa F. e fossero respinte tutte le domande dalla stessa avanzate;
  3. c) fossero respinte tutte le domande proposte dal condominio nei confronti R..

V

La causa era istruita con prove documentali e mediante c.t.u. ed all’udienza del 20.10.2011 era posta in decisione sulle conclusioni riportate in epigrafe.

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente deve essere respinta l’eccezione di nullità della c.t.u., su cui il Condominio ha insistito in sede di precisazione delle conclusioni, dal momento che la partecipazione del F. alle operazioni peritali, nella veste di consulente tecnico di se stesso, non viola il principio della “parità delle armi processuali”.
  2. Nel merito, la domanda del Condominio è parzialmente fondata.

2.1. In primo luogo occorre rilevare che, secondo l’orientamento della giurisprudenza, l’acquirente dell’immobile ha azione ai sensi dell’art. 1669 ce. nei confronti del venditore-costruttore, anche quando quest’ultimo abbia interamente affidato a terzi la realizzazione dell’opera (cfr. Cass. 3146/98).

2.2. Sempre secondo la giurisprudenza, costituiscono gravi difetti ai sensi dell’art. 1669 c.c. quei vizi dell’opera che, pur non riguardando elementi essenziali ma accessori o secondari, pregiudicano in modo considerevole il godimento dell’immobile e, tra questi, devono essere ricompresi quei difetti che determinano infiltrazioni di acqua e umidità (cfr. Cass. 3301/96).

Nel caso in esame, alla luce della c.t.u. effettuata deve ritenersi provato che l’immobile presenta vizi e difetti in più punti e precisamente sfaldature ai mattoni della pensilina di accesso pedonale; corrosione dei tubi del gas; scarsa pendenza dei pavimenti di lastrici e terrazze; infiltrazioni d’acqua causate dalla non corretta funzionalità delle lattonerie di facciata; infiltrazioni alle soglie di tre portefinestre; infiltrazioni dai muri controterra a livello dei box; infiltrazioni dai muri controterra del vano scale.

I vizi denunciati dal Condominio devono quindi ritenersi idonei ad integrare l’ipotesi prevista dall’art. 1669 c.c..

2.3. Essendo infondate, alla luce della disciplina prevista dal citato articolo 1669 c.c., le eccezioni di decadenza e di prescrizione sollevate dalla società convenuta, occorre concludere che il Condominio abbia diritto ad essere risarcito dei costi necessari all’eliminazione dei difetti.

Secondo il consulente, tali costi possono essere stimati in Euro 14.300,00.

Le conclusioni del c.t.u. devono essere integralmente condivise.

Non possono invero trovare accoglimento le contestazioni del Condominio, secondo cui dovrebbero essere quantificati anche futuri intereventi di ripristino e dovrebbe essere valorizzato il pregiudizio costituito dalla scarsa pendenza della pavimentazione dei lastrici e delle terrazze.

Non è allo stato possibile una stima razionale del grado di probabilità di nuove manifestazioni dei problemi già emersi, della loro frequenza e della loro intensità, e non vi è prova che i “localizzati ristagni” di acqua sui terrazzi – di cui il c.t.u. dà atto – siano di ampiezza tale da cagionare apprezzabile disagio ai condomini.

La società convenuta deve pertanto essere condannata a pagare la somma sopra indicata, oltre interessi dalla domanda al saldo.

  1. L’azione di regresso del venditore-costruttore nei confronti dell’appaltore che abbia realizzato l’opera è soggetta ai termini di cui all’art. 1670c.c.. (cfr. Cass. 8109/97).
  2. ha ricevuto la prima denuncia dei vizi in data 14.6.2002, ma solo in data 7.10.2002 ha dato comunicazione al F. della denuncia ricevuta.

Essendo quindi la comuncazione all’appaltatore successiva alla scadenza del termine di sessanta giorni previsto dall’art. 1670 c.c., la domanda proposta da R. nei confronti del F. è inammissibile.

  1. Considerato l’esito della causa, è equo compensare per metà le spese di lite tra il Condominio e R., ponendo a carico della convenuta le rimanenti, che si liquidano per tale frazione in complessivi Euro 4050,00, di cui per spese 250,00, per diritti 1800,00 e per onorari 2000,00, oltre spese generali, c.p.a. ed i.v.a. come per legge.

Le spese sostenute dal F., regolate secondo il criterio della soccombenza, devono essere poste a carico della convenuta, e si liquidano in complessivi Euro 6664,00, di cui per spese 51,00, per diritti 2613,00 e per onorari 4000,00, oltre spese generali, c.p.a. ed i.v.a. come per legge.

Le spese di c.t.u., come già liquidate, devono essere definitivamente poste a carico di R..

P.Q.M.

il tribunale, ogni diversa istanza, eccezione e domanda disattesa, definitivamente pronunciando nella causa tra

Condominio via M. 11 R. di P.

contro

  1. s.r.l.

con l’intervento di

F.F.

così provvede:

– dichiara tenuta e condanna R. s.r.l. al pagamento in favore di Condominio via M. 11 R. di P. della somma di Euro 14.300,00, oltre interessi legali dalla domanda al saldo;

– dichiara inammissibile la domanda proposta da R. s.r.l. nei confronti di F.F.;

– compensa per metà le spese di giudizio tra Condominio via M. 11 R. di P. e R. s.r.l. e condanna quest’ultima al pagamento delle rimanenti, che liquida per tale frazione in complessivi Euro 4050,00, di cui per spese 250,00, per diritti 1800,00 e per onorari 2000,00, oltre spese generali, c.p.a. ed i.v.a. come per legge;

– dichiara tenuta e condanna R. s.r.l. al pagamento delle spese di giudizio sostenute da F.F., che liquida in complessivi Euro 6664,00, di cui per spese 51,00, per diritti 2613,00 e per onorari 4000,00, oltre spese generali, c.p.a. ed i.v.a. come per legge;

– pone le spese di c.t.u., come già liquidate, definitivamente a carico di R. s.r.l..

Conclusione

Così deciso in Bologna, il 4 maggio 2012.

Depositata in Cancelleria il 15 maggio 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA – SEZIONE SECONDA

nella persona del giudice unico Dott. Anna Maria ROSSI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al N. 17105/2000 R.G. promossa da:

A.A. elettivamente domiciliato in VIA DE” FALEGNAMI, 5 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. RIDOLFI RENZO che lo rappresenta e difende;

ATTORE

N.N. elettivamente domiciliato in STRADA MAGGIORE, 29 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. SARDINI VITTORIO che lo rappresenta e difende;

CONVENUTO

CONDOMINIO “A.” VIA omissis – SAN BENEDETTO VAL DI SAMBRO (BOLOGNA) elettivamente domiciliato in VIA GARIBALDI, 7 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. SCIRE” LETTERIO che lo rappresenta e difende;

CHIAMATO IN CAUSA

in punto a:

“140999 – Altri contratti tipici ed obbligazioni non rientranti nelle altre materie”

CONCLUSIONI

Il procuratore dell’attore chiede e conclude:

“Voglia l’Ill.mo Tribunale, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa:

accertare e verificare l’esistenza dei vizi esposti in narrativa che rendono l’immobile in questione inidoneo all’uso cui è destinato;

dichiarare conseguentemente la risoluzione del contratto preliminare stipulato in data 27.9.1999 per inadempimento del promittente venditore, sig. N.N.;

condannare il sig. N.N. alla restituzione della somma di Lire 30.000.000 versata al sig. N.N. al momento della stipula del preliminare.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari del presente giudizio e del precedente giudizio di accertamento tecnico preventivo.”

Il procuratore del convenuto chiede e conclude:

Voglia l’Ill.mo Tribunale, ogni contraria istanza, domanda ed eccezione disattesa.

In via preliminare

Autorizzare la chiamata in causa del Condominio “A.” via “M.” n. 1000 San Benedetto Val di Sambro (Bologna) nella persona dell’amministratore pro tempore, per essere dal medesimo manlevato di ogni eventuale conseguenza pregiudizievole che dovesse derivare a parte convenuta dal presente giudizio, ciò sul presupposto che i vizi denunciati dall’attore, se accertati, possono essere solo di esclusiva responsabilità del condominio;

In via principale

Respingere ogni domanda formulata dall’attore in quanto destituita di fondamento in diritto. Con vittoria delle spese della lite.

In via riconvenzionale principale

Disporre, per gli effetti dell’art. 2932 c.c., l’acquisto dell’immobile sito in San Benedetto Val di Sambro (Bologna), via “M.” n. 1000 in capo al sig. A.A. e conseguentemente

Condannare il sig. A.A. a corrispondere a parte convenuta il prezzo pari a Lire 40.000.000 oltre interessi e rivalutazione monetaria.

Con vittoria delle spese di giudizio.

In via riconvenzionale subordinata

Nella denegata ipotesi che l’Ill.mo Tribunale adito ritenesse di accogliere la domanda di risoluzione formulata dall’attore, si chiede che nella determinazione del quantum da restituirsi da parte del sig. N.N. al sig. A.A. si tenga conto dei fattori enunciati al punto 4) del presente atto, i cui importi verranno documentati in corso di causa, con conseguente compensazione e conguaglio delle somme.

Con compensazione delle spese di giudizio.

Il procuratore del terzo chiamato chiede e conclude:

piaccia all’Ill.mo Giudice:

in via preliminare

dichiarare la carenza di legittimazione passiva del condominio convenuto.

Respingere la domanda proposta nei confronti del condominio per assoluta indeterminatezza del petitum e della causa petendi, determinata dalla mancata esposizione e specificazione delle ragioni di diritto poste a fondamento della domanda nonché dalla sua mancata determinazione.

Nel merito respingere la domanda svolta nei confronti del condominio perché infondata in fatto ed in diritto.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari.”

Svolgimento del processo

Con domanda notificata il 7.12.2000 A.A. lamentava che nella sua abitazione si erano verificati gravi fenomeni di infiltrazione di umidità e di trasudamento d’acqua e di condensa tali da rendere l’appartamento sito in via “M.’, n. 1000, a San Benedetto Val di Sambro (Bologna), invivibile ed insalubre. Tale appartamento era stato promesso in vendita all’attore con contratto preliminare di compravendita stipulato con il promittente alienante N.N. in data 27.9.1999, per il prezzo di Lire 70.000.000. Il sig. A.A. corrispondeva a titolo di caparra confirmatoria ed acconto prezzo Lire 30.000.000. Preso possesso dell’immobile riscontrava i vizi sopra descritti.

Al fine di far accertare lo stato dei luoghi e le condizioni dell’immobile, il sig. A.A. depositava avanti il Tribunale di Bologna ricorso ex art. 696 c.p.c., R.G. n. 3733/2000. In tale sede conveniva in giudizio il proprietario dell’immobile promesso in vendita che a sua volta chiamava in manleva il condominio di Via “M.’, in persona del suo amministratore pro tempore. Il procedimento si concludeva con deposito della perizia del CTU geom. M. in data 4.9.2000.

Successivamente, il sig. A.A. proponeva domanda, per cui è causa, di risoluzione del contratto preliminare per inadempimento del promittente venditore, sig. N.N., previo accertamento dell’esistenza dei vizi dovuti a fenomeni di infiltrazione e umidità che rendono l’immobile inidoneo all’uso pattuito e di condanna alla restituzione della somma di Lire 30.000.000 versata al sig. N.N. al momento della stipula del preliminare.

Si costituiva in giudizio con comparsa di costituzione e risposta depositata in data 01.03.20001 il sig. N.N. chiedendo preliminarmente l’autorizzazione alla chiamata in causa del Condominio per essere dal medesimo manlevato da ogni conseguenza pregiudizievole, sull’assunto che i vizi, qualora esistenti, dovessero essere imputati al Condominio.

In via principale il sig. N.N. chiedeva il rigetto della domanda attrice perché infondata e in via riconvenzionale principale la pronuncia di sentenza costitutiva ai sensi dell’art. 2932 c.c. con conseguente condanna del sig. A.A. a corrispondergli il residuo prezzo di Lire 40.000.000, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

In via subordinata, nella denegata ipotesi di accoglimento della domanda attorea, chiedeva la determinazione del quantum da restituirsi da parte dell’attore, comprensivo del canone locativo e dei costi per il ripristino dell’appartamento nelle condizioni in cui si trovava al momento della consegna.

In data 29.5.2001 si costituiva in giudizio anche il condominio, contestando le domande svolte nei suoi confronti perché infondate in fatto e in diritto ed eccependo in via preliminare la propria carenza di legittimazione passiva nonché la nullità della domanda proposta nei suoi confronti per indeterminatezza della causa petendi e del petitum.

La causa veniva istruita mediante l’espletamento di prove per testi e CTU richiesta dal convenuto ad integrazione di quanto emerso nell’ATP, il cui fascicolo veniva acquisito d’ufficio agli atti di causa.

All’udienza di precisazione delle conclusioni del 25.10.2007, i difensori delle parti precisavano le conclusioni, come da atto di citazione e da comparsa di costituzione e risposta. All’esito dei termini massimi di legge ai sensi dell’art. 190 c.p.c. la causa veniva trattenuta in decisione.

Motivi della decisione

Ai fini della pronuncia sulla domanda attorea di risoluzione del contratto preliminare di compravendita vanno innanzitutto presi in considerazione i vizi dedotti, relativi alle manifestazioni di umidità e alle infiltrazioni, dei quali va accertata l’esistenza e la gravità. Segnatamente, tali vizi giustificano la risoluzione del contratto se viene data la prova che hanno assunto obiettiva rilevanza e consistenza in modo da ostacolare la salubrità di vita delle persone che occupavano l’alloggio in questione, incidendo sull’ordinario godimento dell’unità immobiliare e se tali vizi, taciuti dal promittente alienante e non facilmente riconoscibili dal promissario acquirente, sono preesistenti al momento della stipulazione del contratto preliminare.

L’esistenza dei gravi vizi risulta sufficientemente provata dall’attore per i motivi si seguito enunciati.

Nella propria relazione peritale in sede di ATP, il geom. M. ha riscontrato vizi causati da umidità: “vaste porzioni di parete sono umide, con conseguente formazione di macchie di muffa, sgretolamento delle tinteggiature e danneggiamento dell’intonaco. Le macchie di umidità sono ascritte essenzialmente a due tipi di cause: “a fenomeni di risalita per capillarità di acqua presente nel terreno (umidità saliente) e da condensa di umidità nelle zone fredde alle pareti”. La risalita di umidità è dovuta alla mancanza di una barriera impermeabile al livello del terreno, che la impedisca, e di un vespaio, con funzione isolante, ed è notevolmente aggravata dall’accentuata inclinazione del marciapiede che determina un accumulo di acqua. Inoltre, la condensa dell’umidità interna è dovuta all’inadeguatezza del sistema di isolamento in sede di esecuzione dell’edificio.

Le conclusioni del CTU appaiono pienamente condivisibili, in quanto la relazione è accurata e completa sotto ogni profilo, in relazione alla descrizione dell’immobile, all’individuazione dei vizi e alla determinazione delle loro cause e l’iter motivazionale seguito appare congruo alla natura del quesito, sorretto da precise argomentazioni tecniche e immune da qualsivoglia vizio logico.

Orbene, l’esistenza dei vizi, oggettivi e strutturali, così come accertata dal ctu, non è pressoché contestata dalle parti costituite. Le difese del convenuto si appuntano invece su tre diversi elementi: 1) sulla sopravvenienza di tali vizi in un momento successivo alla stipula del preliminare; 2) sulla loro imputabilità alla condotta del promissario acquirente e/o del condominio; 3) sulla scarsa incidenza sulle condizioni di vita nell’immobile.

Quanto al primo punto, si osserva che l’inizio dei lavori da parte del consulente, fissato per giugno del 2000, è di pochi mesi posteriore all’immissione dell’attore nel godimento dell’immobile e che le cause dei difetti accertati dal consulente non sono ravvisabili in circostanze estemporanee ma trovano spiegazione in carenze strutturali, per lo più originarie, e coessenziali alla struttura dell’immobile, ovvero che difficilmente avrebbero potuto insorgere in un breve lasso di tempo. Non valgono a inficiare queste conclusioni le testimonianze rese nell’interesse del convenuto: esse si riferiscono alla non immediata percettibilità delle infiltrazioni, (che consente di ritenere il vizio occulto e la contestazione tempestiva) in ipotesi ascrivibile ad una continua e particolarmente accurata manutenzione del proprietario, ma non valgono a contraddire la CTU in relazione all’esistenza di difetti strutturali nella realizzazione del condominio, che si pongono come antecedente causale dei vizi e dei danni denunciati dall’attore, evidenziatisi poco dopo la promessa vendita all’interno dell’appartamento oggetto del negozio.

Anche a voler diversamente opinare, dal complesso delle testimonianze non si evince comunque in maniera certa l’inesistenza di fenomeni di muffa e infiltrazione nel periodo antecedente alla stipulazione del preliminare: l’agente immobiliare sig.ra L.L. riferisce infatti di aver visitato l’appartamento unicamente nel corso del 1999, dopo il conferimento dell’incarico di vendita da parte del sig. N.N., presumibilmente dopo che l’immobile era stato tinteggiato (cfr. testimonianza sig.ra B.B., moglie dell’attore, in regime di separazione dei beni). Anche le altre testimonianze del figlio del convenuto, sig. M.M., che dichiara di non aver visitato l’appartamento nel 1999, e della sig. S.S. che riferisce di sue visite all’appartamento limitate fino al 1997, non permettono di provare in modo univoco che anteriormente al settembre 1999 lo stato dell’immobile fosse del tutto alieno da fenomeni quali quelli riscontrati dall’attore.

Appare piuttosto più plausibile che durante la stagione invernale dell’anno 1999 si siano manifestate in tutta la loro gravità macchie di muffa, prima rimaste non visibili per la recente tinteggiatura dei vani e per le più favorevoli condizioni meteorologiche. Dalla testimonianza della sig. B.B. risulta, a conferma di ciò, che le prime infiltrazioni e macchie di muffa si sono manifestate a novembre, proprio in concomitanza con le prime nevicate.

A completamento del quadro istruttorio, si collocano le testimonianze dei due elettricisti: il sig. C.C., intervenuto a seguito di chiamata del sig. A.A., ha dichiarato che l’impianto elettrico dell’appartamento era non adeguato e in cattive condizioni e che buona parte delle prese elettriche presenti nell’immobile erano ossidate dall’umidità, aggiungendo di avere scollegato, per evitare il cortocircuito, due dei termosifoni presenti nell’abitazione. In precedenza, nell’ottobre 1998, quando ancora l’appartamento era abitato dal sig. N.N., era intervenuto il sig. Davide D., che in sede di testimonianza ha dichiarato di non aver visto macchie di umidità e di muffa, ma solo di condensa agli angoli.

Quanto al secondo punto, il convenuto deduce che le macchie di umidità sono state causate da una condotta colposa ascrivibile al sig. A.A. che ha eliminato l’impianto termico e apposto doppi infissi con telaio in alluminio. Tali censure sono infondate: il CTU M. esplicitamente riconosce che tali due condotte possono essere valutati come elementi aggravanti ma non determinanti la formazione delle macchie. Con riferimento alla disattivazione di alcuni corpi scaldanti da parte del sig. A.A. si osserva inoltre che tale riduzione dei caloriferi è stata determinata dall’inadeguatezza dell’impianto elettrico, che creava dei cortocircuiti. Pertanto in tale condotta non può essere ravvisato un concorso di colpa del sig. A.A.. Quanto invece alla realizzazione dei doppi infissi, la circostanza che siano stati apposti dal sig. A.A. è solo allegata e non provata dal convenuto.

Infine, riguardo ai rapporti tra promittente alienante e condominio, sui quali si tornerà in prosieguo di motivazione, si evince dalla relazione del CTU la sussistenza di un nesso di causa-effetto tra i vizi riscontrati nell’appartamento da una parte e l’assenza di impermeabilizzazione nella parete esterna del condominio e la mancanza di una barriera impermeabile a livello del terreno dall’altro, che non comporta peraltro alcun addebito in capo al condominio, in relazione all’oggetto della presente controversia, per quanto più avanti si dirà.

Sul piano contrattuale, infatti, dei vizi accertati nell’immobile promesso in vendita risponde oggettivamente il promittente venditore, per il solo fatto della loro esistenza, a prescindere da ogni profilo di colpa. Il rimedio generale della risoluzione del contratto è infatti valevole per il contratto preliminare e può essere esperito dal promissario acquirente anticipatamente immesso nella disponibilità materiale del bene che risulti affetto da vizi non considerati nel momento della stipula del preliminare, in quanto l’obbligo assunto dal promittente venditore è quello di trasferire l’immobile esente da vizi che lo rendano inidoneo o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore (Cass. civ. n. 3383/2007).

Ne discende la piena applicabilità anche al preliminare della disciplina sulla garanzia per i vizi come prevista in materia di compravendita, che opera oggettivamente.

Venendo al terzo punto, vale invece anche in questa fattispecie il limite generale della non scarsa importanza dell’inadempimento: rilevanti sono pertanto i vizi che diminuiscono in modo apprezzabile il valore del bene o lo rendono inidoneo all’uso cui è destinato.

Nel caso di specie, i vizi rilevati – come sopra ricordato si tratta di formazione di macchie di muffa, sgretolamento della tinteggiatura, danneggiamento dell’intonaco – sono tali da rendere l’immobile non del tutto idoneo all’uso abitativo: risulta di tutta evidenza che non è in linea con gli attuali standard abitativi un immobile le cui pareti sono interessate da una continua formazione di macchie di muffa e da infiltrazioni, sia per motivi estetici, sia per la gravosa incidenza sulla manutenzione dello stesso, richiedendo il fenomeno una serie costante di interventi, prima dell’effettuazione delle necessarie opere di ripristino sulle pareti esterne che non sono nella disponibilità dell’attore, sia per l’insalubrità dello stesso.

Va pertanto accolta la domanda di risoluzione proposta dall’attore, ricorrendone tutti gli elementi costitutivi, e per l’effetto condannato, il convenuto alla restituzione nei confronti dell’attore di Lire 30.000.000 ricevuti a titolo di caparra e acconto sul prezzo, e l’attore al rilascio dell’immobile; per quanto consta dagli atti di causa, invero, l’attore permane nel godimento dell’immobile oggetto di causa.

Ne consegue l’implicito rigetto della domanda riconvenzionale avanzata dal convenuto, di trasferimento dell’immobile ai sensi dell’art. 2932 c.c.

Per contro, va invece accolta la domanda riconvenzionale subordinata del convenuto e, accertato il credito convenuto nei confronti dell’attore, si dichiara interamente compensata la somma di Lire 30.000.000 versata dal A.A. a titolo di acconto del prezzo di vendita e alla cui restituzione è stato condannato il N.N. come effetto della dichiarata risoluzione del preliminare con la somma dovuta dal A.A. per i canoni locativi e i costi di ripristino.

Al riguardo, si osserva preliminarmente che la domanda dell’attore di restituzione è limitata al capitale di Lire 30.000.000, e non è estesa agli interessi, che non possono essere attribuiti d’ufficio. Per costante orientamento giurisprudenziale, in tema di obbligazioni pecuniarie, gli interessi hanno fondamento autonomo rispetto al debito al quale accedono, sicché gli stessi possono essere attribuiti, in applicazione degli artt. 99 e 112 cod. proc. civ., soltanto su espressa domanda della parte (Cass. civ. n. 4423/04).

D’altro canto il convenuto avanza sola domanda di compensazione e non anche di condanna per l’eventuale eccedenza del proprio credito.

Passando al merito della domanda riconvenzionale, dalla CTU esperita in corso di giudizio risulta che l’importo di Lire 30.000.000 dovuto dal N.N. per l’effetto dell’accoglimento della domanda di risoluzione e della conseguente domanda di restituzione proposta dal sig. A.A., era già ampiamente raggiunto per i lavori di ripristino quantificati in Euro. 1.750,00 IVA esclusa e per i canoni locativi dovuti dal 27.9.1999 ad aprile 2006, stimati dal geom. M. secondo un valore locativo medio di Euro 200,00 in un totale di Euro 17.550,00.

Non ci sono ragioni per discostarsi dal calcolo effettuato dal CTU, che ha tenuto conto di un valore medio tra Euro 120,00 di canone mensile per il 1999 e Euro 280,00 per l’anno 2006, anche in ragione dei parametri relativi ad immobili simili per ubicazione, dimensione, livello di finiture.

L’attore lamenta, da un lato che le modifiche apportate all’immobile rispetto alle quali il CTU calcola il costo dei ripristini non sono sufficientemente provate, dall’altro che il CTU ha erroneamente computato nel calcolo del canone un’autorimessa non ricompresa nell’oggetto del contratto preliminare: anche a voler dare spazio a tali doglianze, con conseguente riduzione dell’importo complessivo come sopra calcolato, esso risulta comunque superiore a Lire 30.000.000, atteso che il canone locativo va computato fino alla data dell’odierna pronuncia.

Quanto infine alla domanda avanzata dal N.N. nei confronti del condominio terzo chiamato, essa è da respingere.

Del tutto estranea è la posizione del condominio rispetto all’oggetto della causa, se solo si considera che non si fa in questa sede questione delle opere di esecuzione necessarie per porre rimedio ai vizi strutturali delle parti comuni del condominio, incidenti sulle porzioni di proprietà esclusiva, né si fa valere nei confronti del condominio una responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c. per danni cagionati da beni di proprietà condominiale. L’oggetto della causa riguarda il contratto preliminare stipulato tra il sig. N.N. e il sig. A.A., che costituisce res inter alios acta rispetto al condominio e pertanto nessuna responsabilità può essere imputata al condominio per la risoluzione del contratto stipulato dall’attore e dal convenuto. Il condominio può certamente essere ritenuto responsabile ai sensi dell’art. 2051 c.c. per i danni arrecati alle singole unità immobiliari se conseguenti a difetti delle parti comuni dell’edificio, ma non può viceversa farsi carico della mancata conclusione del contratto di compravendita dell’immobile, rispetto al quale è rimasto estraneo. Né il convenuto ha dimostrato di avere sollecitato il condominio, (costituitosi a seguito della compiuta edificazione dell’edificio, e quindi certamente immune da responsabilità, rispetto alle scelte costruttive a cui il ctu ha attribuito i problemi di infiltrazioni), nelle dovute sedi, affinché eseguisse le opere necessarie a conferire salubrità alla unità di sua proprietà, così da ritenerlo responsabile per colpevole inerzia della condizione attuale dell’immobile.

Le spese di lite tra attore e convenuto (comprensive delle spese di ATP e CTU) vanno compensate in ragione della reciproca soccombenza, mentre nei rapporti tra convenuto e terzo chiamato, sempre in forza del criterio della soccombenza, il sig. N.N. viene condannato a rifondere al condominio “A.” le spese del giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta con atto di citazione ritualmente notificato da A.A. nei confronti di N.N. e sulle domande riconvenzionali proposte da costui nei confronti di A.A., nonché sulla domanda proposta da N.N. nei confronti del terzo chiamato Condominio “A.” sito alla via “M.” n. 1000 in San Benedetto Val di Sambro (Bologna) nella persona dell’amministratore pro tempore, ogni ulteriore domanda e/o eccezione disattesa, ha così provveduto:

-dichiara, previo accertamento dei vizi dedotti, la risoluzione del contratto preliminare di compravendita stipulato da A.A. e N.N.;

-dichiara tenuto e condanna N.N. alla restituzione di Lire 30.000.000 nei confronti di A.A.;

-dichiara tenuto e condanna A.A. al rilascio dell’immobile a favore di N.N., libero da cose o persone;

-dichiara tenuto e condanna A.A. al pagamento della indennità di occupazione, e alla rifusione delle spese di ripristino, fino a concorrenza della somma di Lire 30.000.000 nei confronti di N.N. e per l’effetto dichiara integralmente compensati i rispettivi crediti;

-respinge la domanda proposta da N.N. nei confronti del condominio “A.”;

-compensa le spese tra A.A. e N.N.;

-condanna N.N. a rifondere le spese di lite al condominio “A.”, che liquida in Euro 1.841,04 per diritti, Euro 2.800,00 per onorari, Euro 177,19 per spese vive, oltre spese generali, IVA e CPA.

Cosi” deciso in data 31.3.2008 dal TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA.

il Giudice Dott. Anna Maria ROSSI

Depositata in Cancelleria il 6 MAGGIO 2008

Tribunale Bologna, Sez. II, Sent., 13/05/2014

Inizio modulo

Fine modulo

Sentenza

Massime (1)

Codici (1)

IntestazioneSvolgimento del processo – Motivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

OBBLIGAZIONI E CONTRATTI › Recesso
OBBLIGAZIONI E CONTRATTI › Risoluzione del contratto per inadempimento

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale civile e penale di Bologna, Sezione II civile, in persona del giudice unico dott.ssa Paola Matteucci, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile promossa con atto di citazione notificato in data 16 febbraio 2006

da:

XX nato a Bologna l'(omissis) (omissis) 1962, c.f. …omissis…

rappresentato e difeso, giusta mandato in calce all’atto di citazione, dall’avv. Pierpasquale Monea ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in Bologna, Piazza Trento e Trieste 4

– attore –

nei confronti di:

YY nata a (omissis) (Bologna) il (omissis) (omissis) 1953, c.f. …omissis… rappresentata e difesa, giusta mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione, dall’avv. Lucio Strazziari ed elettivamente domiciliata presso il loro studio in Bologna, Via d’Azeglio 27

– convenuta –

in punto a: risoluzione / annullamento di contratto preliminare di compravendita.

Causa trattenuta in decisione all’udienza dell’ 11 giugno 2013 sulle seguenti

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

A)

  1. – Il giudizio di cognizione.

XX con atto di citazione notificato in data 16 febbraio 2006 conveniva YY avanti al Tribunale intestato, esponendo:

– di avere stipulato in data 30 giugno 2005 con la YY un contratto preliminare di compravendita, mediante il quale la YY si impegnava a vendergli un appartamento con accessori sito in Bologna, Via (omissis) n. 10;

– di avere versato Euro 75.000 a titolo di caparra;

– di essere entrato in possesso, nell’ottobre 2005, per il tramite dell’amministratore dello stabile geom. V(omissis) S(omissis) autorizzato dalla YY, di alcune perizie redatte sul bene promesso in vendita, dalle quali emergevano gravi problemi di natura statico-strutturale dell’immobile che avrebbero comportato la necessità di procedere ad interventi di sottofondazione profonda;

– che la situazione dell’immobile, taciuta dalla YY in occasione della visita del 12 maggio 2005 e in occasione della stipula del preliminare, era dalla stessa ben conosciuta sin dal 1995 quando essa aveva acquistato l’immobile giusta atto a ministero Notaio M(omissis) di Bologna n. (omissis) Rep. (ove la YY quale parte acquirente dava atto che lo stato di fatto e di diritto dell’immobile le era “ben noto … con particolare riferimento alla situazione statica complessiva del fabbricato condominiale”);

– che, visto che la YY nonostante ogni sollecito non forniva adeguati ragguagli, il XX decideva di recedere dal preliminare con atto stragiudiziale notificato in data 18 gennaio 2006, esigendo il pagamento della somma di Euro 150.000 pari al doppio della caparra versata.

In diritto parte attrice deduceva:

– che il contratto preliminare doveva ritenersi annullabile ex art. 1439 c.c. in quanto la YY aveva dolosamente omesso di informarlo dello stato dell’immobile;

– che doveva ritenersi comunque violato l’obbligo di informazione in sede precontrattuale e di esecuzione del contratto preliminare, in violazione dei principi di correttezza e buona fede; che sussisteva comunque una causa di risoluzione del contratto preliminare stante l’inadempimento della YY;

– di avere legittimamente receduto dal contratto, stante il comportamento della convenuta.

Parte attrice concludeva quindi chiedendo l’annullamento o la risoluzione del preliminare, con condanna della YY al pagamento del doppio della caparra versata.

La convenuta YY si costituiva tempestivamente in data 4 maggio 2006, contestando ogni assunto avverso ed evidenziando:

– che era il XX a doversi ritenere inadempiente, non essendosi reso disponibile alla stipulazione del rogito entro il termine stabilito del 14 dicembre 2005 (adducendo questioni connesse alla statica dell’edificio);

– di avere inviato al XX diffida ad adempiere in data 22 dicembre 2005, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 1454 c.c., indicando per la stipulazione del rogito la data del 18 gennaio 2006 presso lo studio del Notaio S(omissis) in Bologna, segnalando che in caso di mancato adempimento il contratto sarebbe stato ritenuto risolto;

– che il XX non si presentava per la stipula del rogito ed anzi in data 18 gennaio 2006 inviava alla YY atto stragiudiziale con il quale dichiarava dì recedere dal contratto;

– di avere pertanto comunicato a mezzo legale al XX, in data 8 febbraio 2006, che il contratto doveva intendersi risolto di diritto ex art. 1454 c.c.

Esponeva inoltre la YY:

– di non avere sottaciuto alcunché al XX, non essendovi da comunicargli nulla di più di quanto egli stesso aveva potuto verificare in occasione delle visite in loco;

– di avere autorizzato l’amministratore del condominio, non appena ne ebbe ricevuto richiesta dal XX, a consegnare a quest’ultimo tutta la documentazione riguardante l’appartamento e l’intero stabile condominiale;

– che la frase estrapolata dal rogito del 1995 costituisce mera clausola di stile, e “fa riferimento alla conoscenza che la acquirente aveva della “situazione statica complessiva del fabbricato condominiale”, e non, e non sicuramente, di possibili problematiche che a quella situazione fossero correlate”;

– che la situazione dell’edificio non poteva dirsi compromessa, come si evince dalle perizie R(omissis) e O(omissis)i e anche dalla perizia 2 febbraio 2006 redatta dal perito incaricato dalla convenuta, dott. ing. L(omissis) B(omissis).

La convenuta concludeva quindi chiedendo:

– il rigetto di ogni domanda avversa;

– in via riconvenzionale, che fosse dichiarata la piena legittimità del recesso operato, con riconoscimento del proprio diritto di ritenere la caparra versata ai sensi dell’articolo 1385 c.c.

In occasione dell’udienza ex art. 180 c.p.c. tenutasi in data 25 maggio 2006 venivano assegnati termini per il deposito di comparse e repliche ex artt. 170180 c.p.c.

Esperito tentativo di conciliazione che dava esito negativo, venivano assegnati termini per il deposito di memorie ex artt. 183 e 184 c.p.c.

Con ordinanza riservata depositata in data 22 settembre 2009 venivano ammesse in parte le prove capitolate dalle parti.

Quindi all’udienza del 21 giugno 2010 la convenuta veniva sottoposta ad interrogatorio formale e venivano esaminati i testi V(omissis) S(omissis) (all’epoca dei fatti amministratore del condominio di Via (omissis) 10), F(omissis) N(omissis) (agente immobiliare incaricato dalla YY all’epoca dei fatti) e R(omissis) F(omissis) (amica del XX).

Infine con ordinanza riservata depositata in data 11 febbraio 2011 veniva fissata udienza di precisazione delle conclusioni.

Acquisito il fascicolo del reclamo n. 8994/2006 R.G., all’udienza dell’ 11 giugno 2013 le parti hanno precisato le rispettive conclusioni come in epigrafe e la causa è stata trattenuta in decisione con assegnazione dei termini massimi ex art. 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

Le parti hanno depositato gli scritti difensivi conclusivi entro i termini assegnati.

La parte attrice, che a ciò si era resa disponibile in sede di precisazione delle conclusioni (v. verbale), non ha provveduto a depositare, unitamente alla comparsa conclusionale, la trascrizione integrale del verbale (redatto a mano, poco comprensibile) dell’udienza del 21 giugno 2010 in occasione della quale sono state assunte le prove.

  1. – Il procedimento cautelare in corso di causa.

In data 23 febbraio 2006 parte attrice XX depositava ricorso per sequestro conservativo in corso di causa, chiedendo di essere autorizzato all’esecuzione del sequestro sui beni mobili e immobili della YY sino alla concorrenza di Euro 150.000.

Si costituiva la convenuta YY, chiedendo il rigetto della domanda.

Autorizzata parte ricorrente al deposito di memoria integrativa, con ordinanza riservata depositata in data 15 maggio 2006 il ricorso veniva rigettato sul presupposto del difetto del periculum in mora.

A seguito di reclamo proposto dal XX, il Tribunale in composizione collegiale con ordinanza riservata depositata in data 7 agosto 2006 autorizzava il sequestro conservativo fino alla concorrenza della somma di Euro 150.000.

Il provvedimento veniva notificato al difensore del XX in data 16 agosto 2006, e al difensore della YY in data 28 agosto 2006.

Il XX dava corso ad espropriazione prezzo terzi (Credem), attivando la notifica in data 4 settembre 2006 nel rispetto del termine di gg. 30 dalla comunicazione/notifica della pronuncia, previsto dall’articolo 675 c.p.c. a pena di inefficacia del sequestro (cfr. documento 12 prodotto dal XX all’udienza dell’ 11 giugno 2013).

B)

1.

La convenuta YY in data 15 febbraio 2006 – dunque più o meno in un momento coevo alla notifica dell’atto introduttivo del presente giudizio – ha venduto l’appartamento di Via (omissis) 10 – Bologna (in precedenza promesso in vendita al XX) a tale P(omissis) A(omissis) (documento 2 XX, procedimento cautelare).

Orbene, alla data della compravendita YY-P(omissis) A(omissis):

il XX aveva già operato recesso dal preliminare per cui è causa giusta atto stragiudiziale notificato il 18 gennaio 2006, pretendendo il versamento del doppio della caparra ex art. 1385 co. 2 c.c. (documento 8 attoreo);

la YY aveva già comunicato al XX l’intervenuta risoluzione di diritto del contratto preliminare ai sensi dell’articolo 1454 c.c., stante la diffida in data 22 dicembre 2005 rimasta senza esito, ma non si era resa disponibile alla restituzione di quanto ricevuto a titolo di caparra confirmatoria (documenti 6 attoreo e 5 convenuta).

Dunque, le parti mediante le predette comunicazioni manifestarono chiaramente, seppure per diverse ragioni, il reciproco sopravvenuto disinteresse alla stipula del contratto definitivo.

Peraltro tali comunicazioni non consentono di affermare che il contratto preliminare si sia risolto.

Infatti, a fronte della richiesta del XX, la YY non si è resa disponibile alla restituzione di quanto ricevuto a titolo di caparra confirmatoria (“Qualora un contraente comunichi la dichiarazione di recesso con contestuale richiesta di restituzione della somma versata a titolo di anticipo (o caparra) e di rimborso delle spese sostenute ed il contraente asseritamente inadempiente comunichi anch’esso la volontà di recedere – pur attribuendo l’inadempimento all’altra parte – e la disponibilità alla restituzione delle somme richieste, si verifica la risoluzione del contratto, atteso che le due dichiarazioni di recesso – pur non determinando un accordo negoziale risolutorio, come nell’ipotesi del mutuo consenso, in quanto muovono da premesse contrastanti – sono tuttavia dirette all’identico scopo dello scioglimento del contratto e della restituzione delle somme versate … “: Cass. 16317/2011).

Non resta quindi che valutare quale debba essere la sorte della somma di Euro 75.000 versata dal XX alla YY a titolo di caparra confirmatoria, ad oggi trattenuta dalla YY.

2.

La parte attrice XX (le cui domande costituiscono il frutto di un parziale affastellamento, che non ha giovato alla piana comprensione delle pretese fatte valere in causa) tra l’altro ha dedotto la responsabilità precontrattuale, in sede di trattative, della YY, sul presupposto che la stessa abbia sottaciuto l’esistenza di problemi collegati alla statica dell’edificio condominiale di cui fa parte l’appartamento promesso in vendita.

2.a.

La questione è mal posta.

Questo giudice infatti intende aderire all’orientamento giurisprudenziale in forza del quale “Non costituisce ipotesi di responsabilità precontrattuale la fattispecie in cui l’accordo tra le parti si è formato, ma a condizioni diverse da quelle che si sarebbero avute se la parte venditrice non avesse tenuto nei confronti degli acquirenti un comportamento contrario alla buona fede, in quanto la configurabilità della responsabilità precontrattuale è preclusa dalla intervenuta conclusione del contratto” (Cass. 2479/2007; v. anche Cass. 7768/2007).

Pertanto nel caso in esame, in cui il contratto preliminare è stato stipulato, la doglianza attorea in punto a responsabilità precontrattuale risulta preclusa.

2.b.

Comunque, anche a volere aderire all’orientamento giurisprudenziale in forza del quale la regola dettata dall’articolo 1337 c.c. (comportamento secondo buona fede) non deve ritenersi riferita alla sola ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative in quanto “ha valore di clausola generale, il cui contenuto non può essere predeterminato in modo preciso ed implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o conoscibile con l’ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto”, sicché “la violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume rilievo non solo in caso di rottura ingiustificata delle trattative e, quindi, di mancata conclusione del contratto o di conclusione di un contratto invalido o inefficace, ma anche nel caso in cui il contratto concluso sia valido e, tuttavia, risulti pregiudizievole per la parte vittima dell’altrui comportamento scorretto. …” (Cass. 24795/2008), si deve constatare che il promissario acquirente XX si è limitato ad invocare (appunto) la regola di giudizio sulla buona fede, ma non è arrivato ad allegare in modo chiaro e puntuale (né tantomeno ad offrire quantomeno un principio di prova sul punto) se e come egli avrebbe subito un pregiudizio in forza della stipula del preliminare (in conseguenza del comportamento della YY, in tesi reticente e contrario a buona fede).

Ed infatti, è vero che l’edificio condominiale di cui fa parte l’appartamento promesso in vendita dalla YY al XX risulta caratterizzato da un difficoltoso e risalente percorso di verifica e sistemazione di problemi legati alla statica; sul punto è sufficiente rinviare alle varie perizie tecniche redatte sin dagli anni ’80 su incarico del Condominio, prodotte dalle parti.

Tuttavia, con preciso riferimento all’appartamento per cui è causa, il XX a ben vedere non ha allegato l’esistenza di un pregiudizio che egli avrebbe patito in conseguenza della stipula del preliminare, né ha offerto un principio di prova sul punto.

Egli infatti non ha prodotto una relazione di stima del valore dell’appartamento (al fine di dimostrare, ad esempio, che il prezzo pattuito era troppo elevato avuto riguardo alle condizioni complessive dello stabile); né ha chiesto l’espletamento di una CTU a ciò finalizzata (che, nel difetto di una perizia di parte, sarebbe stata comunque inammissibile in quanto esplorativa).

Ne consegue che non si ha traccia concreta di un possibile pregiudizio che (a contratto preliminare concluso) possa avere giustificato la formulazione da parte del XX di una doglianza in punto a inosservanza della clausola generale di buona fede nelle trattative.

Ad ogni buon conto, strettamente, il XX non ha neppure formulato una domanda risarcitoria che possa essere collegata alla dedotta responsabilità precontrattuale.

Infatti non può valere, di per sé, la richiesta di restituzione del doppio della caparra versata, trattandosi di pretesa pertinente unicamente rispetto alla norma dettata dall’articolo 1385 co. 2 c.c. (altro, rispetto alla responsabilità precontrattuale). 3.

Il XX ha altresì chiesto l’annullamento del contratto preliminare, in considerazione della condotta dolosa (per omissione informativa / reticenza rispetto alle problematiche relative alla statica dell’edificio condominiale) a suo dire posta in essere dalla promittente venditrice YY al momento della stipula del preliminare.

La domanda è stata espressamente formulata dall’attore ai sensi dell’articolo 1439 c.c. (dolo determinante).

Ove accolta, tale domanda (in forza degli effetti retroattivi dell’annullamento) porterebbe alla restituzione del versato e quindi della somma di Euro 75.000, non certo al versamento del doppio della caparra (come ventilato dall’attore, che ha affastellato, si ripete, le varie domande).

Tanto chiarito, valga richiamare il seguente principio di diritto: “In tema di vizi del consenso, il dolo, a norma dell’art. 1439 cod. civ., è causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati da una parte abbiano determinato la volontà a contrarre del “deceptus”, avendo ingenerato in lui una rappresentazione alterata della realtà, che abbia provocato nel suo meccanismo volitivo un errore essenziale ai sensi dell’art. 1429 cod. civ. In particolare, ricorre il “dolus malus” solo se, in relazione alle circostanze di fatto e personali del contraente, il mendacio sia accompagnato da malizie ed astuzie volte a realizzare l’inganno voluto ed idonee in concreto a sorprendere una persona di normale diligenza e sussista, quindi, in chi se ne proclami vittima, assenza di negligenza o di incolpevole ignoranza” (Cass. 14628/2009).

La fattispecie di cui all’articolo 1439 c.c. va correlata, a fini interpretativi e di valutazione della concreta fattispecie, alla “attigua” fattispecie di cui all’articolo 1440 c.c. (dolo incidente: “In ipotesi di dolo incidente, il contraente il quale, assumendo che, in assenza dei raggiri sofferti avrebbe concluso il contratto a condizioni diverse e che l’altro contraente fu in mala fede, agisce contro costui chiedendo il risarcimento del danno, non deve esercitare anche l’azione di annullamento del contratto, in quanto la suddetta domanda risarcitoria ha come presupposto che i raggiri non abbiano avuto carattere determinante del consenso e che, pertanto, il contratto resti valido (nella specie la Suprema Corte ha cassato con rinvio la sentenza di merito, la quale, invece, aveva ritenuto che la domanda risarcitoria supponesse la proposizione della domanda di annullamento del contratto, che non era stata formulata)”: Cass. 9523/1999).

Nel caso di specie è pacifico che l’attore non ha formulato domanda ex art. 1440 c.c.

Tuttavia il raffronto fra le due fattispecie è utile in quanto consente di comprendere che l’attore, che in questo caso, non ha sufficientemente né idoneamente allegato le proprie ragioni.

Egli infatti in modo sbrigativo ed apodittico sostiene che, se avesse saputo della situazione problematica relativa alla statica dell’edificio condominiale, non avrebbe stipulato il contratto preliminare.

Ma, per quanto già prima esposto con riferimento alla responsabilità precontrattuale, l’attore non ha svolto utili difese sul punto.

Egli cioè non ha spiegato le ragioni per cui (saputo dei problemi di statica) non si sarebbe determinato a stipulare il preliminare.

Egli comunque non ha dedotto che, in forza delle problematiche relative alla statica dell’edificio, il prezzo pattuito fosse eccessivo.

Vero è, invece, che il XX ad un certo punto si è sottratto tout court alla stipula del rogito, pretendendo da controparte la redazione di una ulteriore perizia (non si sa bene se relativa all’intero stabile o soltanto all’appartamento promesso in vendita) e preannunciando una propria perizia di parte.

Si vedano sul punto i documenti 5 e 7 attorei.

Il rifiuto opposto dal XX rispetto alla stipula del rogito – in quanto non supportato da elementi di fatto che consentano di affermare che la YY abbia “strappato” un prezzo eccessivo rispetto a quello effettivo di mercato, in conseguenza delle problematiche di statica, e quindi che il XX giustificatamente non abbia rogitato, a quel prezzo – svuota di significato la pretesa dell’attore e rende infondata la domanda ex art. 1439 c.c.

Tra l’altro si consideri che le problematiche di statica che connotano l’edificio condominiale non necessariamente hanno avuto una concreta ricaduta sull’appartamento per cui è causa (ché di ciò non vi è traccia in atti).

Ad ogni buon conto, come si evince dalle plurime perizie in atti, si trattava di un fenomeno tenuto sotto controllo, e monitorato da decenni senza che si fossero mai determinate situazioni di concreto pericolo.

In ogni caso il supposto minor valore delle parti comuni (in quanto interessate da fenomeni di assestamento, fessurazioni e quant’altro) non è stato neppure dedotto dall’attore, e comunque non può considerarsi un elemento provato in causa.

Giova aggiungere, sempre a riprova della debolezza della tesi attorea ex art. 1439 c.c., che è intercorso un considerevole lasso di tempo tra la sottoscrizione della proposta di acquisto da parte del XX (12 maggio 2005) e la stipula del preliminare (30 giugno 2005). Tale lasso di tempo avrebbe consentito al XX (sol che egli avesse usato la normale diligenza) di attivarsi per acquisire l’atto di provenienza della YY e per svolgere ogni opportuno approfondimento (anche solo contattando i danti causa della YY), valutando se addivenire alla stipula del preliminare.

Ciò è tanto più vero, sol che si consideri che il XX ha insistentemente rimarcato l’esistenza nell’atto di provenienza della YY (1995) di una postilla notarile che faceva comprendere che la YY era stata espressamente informata dai propri danti causa dei problemi di statica dell’edificio.

Ma ciò depone a sfavore dell’attore: infatti egli, se avesse adoperato la normale diligenza, si sarebbe posto nella condizione di “allarmarsi” sulla qualità dell’immobile oggetto della proposta di acquisto, e magari (ma non è dato di saperlo con certezza) non avrebbe sottoscritto il preliminare.

Invece il XX ha ritenuto di sottoscrivere il preliminare, sostanzialmente nulla facendo tra la sottoscrizione della proposta di acquisto e la stipula del preliminare; e solo dopo ha iniziato ad allegare la reticenza della YY (laddove egli, secondo la normale diligenza, aveva, come detto, la possibilità di svolgere approfondimenti in prevenzione).

Essendo egli venuto meno a un comportamento di normale diligenza, non può ex post far ricadere sulla YY una propria leggerezza.

Comunque il XX avrebbe dovuto, quantomeno, attivarsi subito dopo la stipula del preliminare avvenuta il 30 giugno 2005, per acquisire la copia dell’atto di provenienza della YY e il materiale peritale che gli consentisse di approfondire la questione delle problematiche di statica dell’edificio.

Invece egli sin dalle prime difese ha dato atto di essersi attivato ben dopo, visto che egli ha ricevuto dall’amministratore del condominio il materiale peritale solo tra settembre e ottobre 2005.

A tale ultimo proposito va escluso che sia intercorso un notevole lasso di tempo fra la richiesta del XX e la consegna dei documenti da parte dell’amministratore condominiale V(omissis) S(omissis): questi infatti in sede di esame testimoniale, con dichiarazioni che debbono ritenersi immuni da dubbi di attendibilità, ha dichiarato che intercorsero al massimo dieci giorni fra la richiesta dei documenti e la consegna dei medesimi presso l’ufficio del XX.

Addirittura, dopo l’acquisizione di tali documenti, l’attore attese sino all’ 11 dicembre 2005 (documento 5 attoreo), dunque circa due mesi e mezzo, per comunicare alla YY le proprie rimostranze (tra l’altro solamente tre giorni prima della data fissata in preliminare per la stipula del definitivo).

Con la medesima missiva il XX dedusse di avere “incaricato un tecnico di fiducia” per la verifica della situazione; ma nel presente giudizio egli non ha prodotto alcuna perizia redatta da tecnico di sua fiducia, il che significa che tale perizia non è mai venuta ad esistenza.

Tale atteggiamento, esattamente stigmatizzato dalla convenuta, porta a ragionevolmente ritenere che il XX si sia pentito dell’affare, ammantando tale pentimento di questioni che non sono state allegate né provate in modo consono nel presente giudizio.

Il XX avrebbe dovuto munirsi quantomeno di una propria perizia di parte, mediante la quale fornire un principio di prova sull’eventuale grave divario tra prezzo pattuito e prezzo di mercato effettivo dell’appartamento, ma non lo ha fatto.

Tale scelta non può peraltro ricadere sulla YY.

In buona sostanza e conclusivamente, restano dubbi su ciò che il XX avrebbe fatto se avesse saputo, alle soglie della stipula del preliminare, dell’esistenza delle problematiche di statica. Così come restano dubbi sulla concreta ricaduta delle problematiche di statica dell’edificio nel suo complesso, sul valore dello specifico appartamento oggetto del preliminare.

E comunque l’attore non ha fatto uso della normale diligenza, rispetto alle informazioni sull’appartamento che avrebbe potuto acquisire sol che avesse attivato modalità tempestive e solerti.

Tali dubbi, non diradati dalle scarne allegazioni dell’attore (che sono comunque rimaste prive di principio di prova a suo favore), non consentono di ravvisare un dolo determinante quale vizio genetico del contratto preliminare in esame.

Con ciò non si vuole dire che la YY abbia agito in modo encomiabile, laddove ha ritenuto che la visita effettuata in loco dal XX il 12 maggio 2005 gli abbia consentito di capire tutto sull’immobile. E laddove ha ritenuto non necessario prospettargli, in quel momento o comunque prima della stipula del preliminare, le problematiche di statica sviluppatesi nel corso degli anni precedenti.

Si vuole evidenziare, semplicemente, che il XX non ha dedotto né provato le ragioni che lo avrebbero portato a non stipulare il preliminare, se avesse saputo tutto ciò.

In ogni caso le domande formulate dal XX non possono essere forzate al punto da ravvisare nelle sue difese – laddove egli ha dedotto (qua e là) di avere patito un danno – una implicita domanda ex art. 1440 c.c. (la quale consente il rimedio del risarcimento del danno, lasciando intatta la pattuizione).

Se così si facesse, si incorrerebbe in un evidente vizio di ultrapetizione.

Pertanto la domanda di annullamento va rigettata in quanto infondata.

4.

Non resta che valutare le domande mediante le quali ognuna delle parti ha dedotto l’inadempimento dell’altra parte:

– giustificante, secondo il XX, il recesso e il diritto di conseguire il pagamento del doppio della caparra; o comunque la risoluzione del contratto con ogni conseguente obbligo restitutorio del versato (e di nulla più del versato);

– giustificante, secondo la YY, l’intervenuta risoluzione di diritto del preliminare con conseguente diritto di ritenere la caparra ricevuta.

Vi è subito da dire che la parte attrice ha formulato in modo non del tutto felice la domanda in esame.

Il XX infatti pretende il pagamento di una somma pari al doppio della caparra, ma non invoca espressamente il rimedio del recesso ex art. 1385 co. 2 c.c. (ventilato solamente nelle comunicazioni ante causam).

Egli invoca unicamente il più generale rimedio della risoluzione per inadempimento; ma così si pone all’esterno del meccanismo della preventiva quantificazione del danno (che è proprio della norma dettata dall’articolo 1385 co. 2 c.c.) e fa echeggiare il meccanismo di cui all’articolo 1385 co. 3 c.c. (nell’ambito del quale la prova del danno è governata dalle norme generali, sicché spetta al soggetto che lamenti il maggior danno – cioè il danno maggiore della caparra versata – fornirne la prova).

Ad ogni buon conto, ferme tali aporie, è inevitabile porre a confronto i reciproci inadempimenti prospettati alle parti, per verificare quale di esse debba ritenersi inadempiente.

La risposta, dopo tutto quanto prima esposto, è agevole.

Il soggetto inadempiente è il XX.

Infatti la YY, una volta ricevuta la missiva datata 11 dicembre 2005 (contenente le prime doglianze del XX sulla statica dell’edificio), si è premurata di formulare chiara diffida ad adempiere in data 22 dicembre 2005, consentendo al XX di addivenire alla stipula del definitivo non più in data 14 dicembre 2005 (come pattuito nel preliminare) bensì in data 18 gennaio 2006 (documento 6 attoreo).

Il XX a fronte di ciò si è trincerato dietro le doglianze sulla statica dell’edificio, notificando alla YY i due atti stragiudiziali di cui ai documenti 7 e 8 attorei (con il secondo dei quali ha dichiarato di recedere dal preliminare).

Ma, per le ragioni prima esposte, difetta la prova che il rifiuto del XX di addivenire alla stipula del definitivo o comunque il suo recesso dal preliminare possano dirsi giustificati.

Il suo inadempimento è conclamato e grave in quanto l’unica obbligazione scaturente dal preliminare è appunto quella di rendersi disponibile alla stipula del definitivo.

Scatta dunque la risoluzione di diritto invocata dalla YY la quale – dopo la notifica dei due atti stragiudiziali da parte del XX – ha del tutto coerentemente comunicato al promissario acquirente che il preliminare doveva intendersi risolto di diritto ex art. 1454 c.c. (essendo decorso inutilmente – e senza valide ragioni addotte dal XX – il termine assegnato a quest’ultimo mediante la diffida ad adempiere del 22 dicembre 2005; e dovendosi ritenere che il XX si fosse con ciò reso gravemente inadempiente).

Si veda il documento 5 convenuta.

Vi è a questo punto da dire che la diffida ad adempiere formulata dalla YY (e la intervenuta risoluzione di diritto del contratto) non è incompatibile con la pretesa avanzata dalla YY di vedere accertato il proprio diritto di ritenere la caparra versata, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 1385 c.c.

Vale infatti il principio di diritto in forza del quale “La risoluzione di diritto del contratto per diffida ad adempiere, ai sensi dell’art. 1454 cod. civ., non preclude alla parte adempiente, nel caso in cui sia stata contrattualmente prevista una caparra confirmatoria, l’esercizio della facoltà di ottenere, secondo il disposto dell’art. 1385 cod. civ., invece del risarcimento del danno, la ritenzione della caparra o la restituzione del suo doppio, con la conseguenza che, sebbene spetti al giudice di accertare che l’inadempimento dell’altra parte non sia di scarsa importanza, non è poi onere della parte adempiente provare anche il danno nell’ “an” e nel “quantum debeatur” (Cass. 2999/2012).

Pertanto, in accoglimento della domanda riconvenzionale della YY, va dichiarata la risoluzione di diritto del contratto preliminare di compravendita sottoscritto dalle parti in data 30 giugno 2005, e va riconosciuto il diritto della YY di ritenere la caparra confirmatoria di Euro 75.000,00.

5.

La dirimenza degli argomenti esposti determina l’irrilevanza della CTU insistita dalla parte convenuta.

6.

Al rigetto delle domande attoree consegue, ai sensi dell’articolo 669 novies co. 3 c.p.c., la perdita di efficacia del provvedimento cautelare di sequestro conservativo autorizzato con ordinanza collegiale depositata in data 7 agosto 2006 sino alla concorrenza di Euro 150.000.

C)

Secondo il principio della soccombenza, le spese del presente giudizio e del procedimento cautelare in corso di causa vanno poste a carico di parte attrice.

La liquidazione del compenso va effettuata secondo i parametri introdotti dal Decreto del Ministero della Giustizia 20 luglio 2012 n. 140 (entrato in vigore il 23 agosto 2012), e non secondo i parametri dettati dal nuovo Regolamento di cui al Decreto del Ministero della Giustizia 10 marzo 2014, n. 55 (entrato in vigore il 3 aprile 2014), per le seguenti ragioni.

L’articolo 41 del D.M. n. 140 del 2012 è del seguente tenore: “Disposizione temporale – Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore”.

Proprio con riferimento a tale norma, la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite mediante la sentenza n. 17405/2012 ha chiarito che i nuovi parametri di cui al D.M. n. 140 del 2012, cui vanno commisurati i compensi dei professionisti in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono da applicare ogni qualvolta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, evocando l’accezione onnicomprensiva di “compenso” la nozione di un corrispettivo unitario per l’opera complessivamente prestata.

Calando tali principi nel caso in esame è possibile rilevare:

– che la liquidazione del compenso viene effettuata in un momento successivo alla data di entrata in vigore del D.M. n. 140 del 2012;

– che il difensore della YY alla data di entrata in vigore del predetto decreto non aveva ancora completato la propria prestazione professionale;

– che il medesimo difensore ha completato la propria prestazione professionale in data 15 ottobre 2013, al deposito della memoria di replica;

– che quindi sussistono entrambi i presupposti che consentono di applicare i parametri di cui al D.M. n. 140 del 2012.

Per converso, difettano i presupposti per applicare i parametri di cui al nuovo D.M. n. 55 del 2014 entrato in vigore in data 3 aprile 2014 in quanto:

– il nuovo D.M. contiene una norma identica a quella del precedente D.M.;

– si fa riferimento all’articolo 28, parimenti denominato “Disposizione temporale”, in forza del quale “Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore”;

– atteso l’identico tenore della “Disposizione temporale”, anche con riferimento al nuovo D.M. debbono valere i principi dettati dalla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite (non rinvenendosi valide ragioni per discostarsene);

– conseguentemente il nuovo D.M. non si applica alla presente liquidazione: trattasi infatti di liquidazione successiva alla sua entrata in vigore, ma la prestazione del difensore della YY si è completamente esaurita prima del 3 aprile 2014 e dunque sotto il vigore delle precedenti tariffe di cui al D.M. n. 140 del 2012.

Tanto chiarito:

– alla luce della somma accertata come dovuta (Euro 75.000), si applica lo scaglione da Euro 50.001 ad Euro 100.000;

– le fasi da prendere in considerazione sono quelle di studio, introduttiva, istruttoria e decisoria;

– attesa la complessità del caso trattato e in considerazione dell’istruttoria orale svolta, altresì tenuto conto del risultato utile conseguito dalla YY, si stima equo liquidare complessivi Euro 9.000, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa e ulteriore istanza, difesa, eccezione e deduzione disattesa, così giudica:

– Rigetta le domande proposte da XX nei confronti di YY.

– In accoglimento della domanda riconvenzionale proposta dalla convenuta YY, dichiara la risoluzione di diritto del contratto preliminare di compravendita sottoscritto dalle parti in data 30 giugno 2005, riconoscendo il diritto della YY di ritenere la caparra confirmatoria di Euro 75.000,00.

– Visto l’articolo 669 novies co. 3 c.p.c., dichiara la perdita di efficacia del provvedimento

cautelare di sequestro conservativo autorizzato con ordinanza collegiale depositata in data 7

agosto 2006 (procedimento n. 8994/2006 R.G.) sino alla concorrenza di Euro 150.000.

– Condanna XX al pagamento in favore di YY delle spese del presente giudizio, che si liquidano in Euro 9.000 per compenso, oltre CPA 4% ed IVA se dovuta.

Conclusione

Così deciso in Bologna, il 19 aprile 2014.

Depositata in Cancelleria il 13 maggio 2014.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA – SEZIONE SECONDA

nella persona del giudice unico Dott. Anna Maria ROSSI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al N. 17105/2000 R.G. promossa da:

A.A. elettivamente domiciliato in VIA DE” FALEGNAMI, 5 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. RIDOLFI RENZO che lo rappresenta e difende;

ATTORE

N.N. elettivamente domiciliato in STRADA MAGGIORE, 29 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. SARDINI VITTORIO che lo rappresenta e difende;

CONVENUTO

CONDOMINIO “A.” VIA omissis – SAN BENEDETTO VAL DI SAMBRO (BOLOGNA) elettivamente domiciliato in VIA GARIBALDI, 7 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. SCIRE” LETTERIO che lo rappresenta e difende;

CHIAMATO IN CAUSA

in punto a:

“140999 – Altri contratti tipici ed obbligazioni non rientranti nelle altre materie”

CONCLUSIONI

Il procuratore dell’attore chiede e conclude:

“Voglia l’Ill.mo Tribunale, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa:

accertare e verificare l’esistenza dei vizi esposti in narrativa che rendono l’immobile in questione inidoneo all’uso cui è destinato;

dichiarare conseguentemente la risoluzione del contratto preliminare stipulato in data 27.9.1999 per inadempimento del promittente venditore, sig. N.N.;

condannare il sig. N.N. alla restituzione della somma di Lire 30.000.000 versata al sig. N.N. al momento della stipula del preliminare.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari del presente giudizio e del precedente giudizio di accertamento tecnico preventivo.”

Il procuratore del convenuto chiede e conclude:

Voglia l’Ill.mo Tribunale, ogni contraria istanza, domanda ed eccezione disattesa.

In via preliminare

Autorizzare la chiamata in causa del Condominio “A.” via “M.” n. 1000 San Benedetto Val di Sambro (Bologna) nella persona dell’amministratore pro tempore, per essere dal medesimo manlevato di ogni eventuale conseguenza pregiudizievole che dovesse derivare a parte convenuta dal presente giudizio, ciò sul presupposto che i vizi denunciati dall’attore, se accertati, possono essere solo di esclusiva responsabilità del condominio;

In via principale

Respingere ogni domanda formulata dall’attore in quanto destituita di fondamento in diritto. Con vittoria delle spese della lite.

In via riconvenzionale principale

Disporre, per gli effetti dell’art. 2932 c.c., l’acquisto dell’immobile sito in San Benedetto Val di Sambro (Bologna), via “M.” n. 1000 in capo al sig. A.A. e conseguentemente

Condannare il sig. A.A. a corrispondere a parte convenuta il prezzo pari a Lire 40.000.000 oltre interessi e rivalutazione monetaria.

Con vittoria delle spese di giudizio.

In via riconvenzionale subordinata

Nella denegata ipotesi che l’Ill.mo Tribunale adito ritenesse di accogliere la domanda di risoluzione formulata dall’attore, si chiede che nella determinazione del quantum da restituirsi da parte del sig. N.N. al sig. A.A. si tenga conto dei fattori enunciati al punto 4) del presente atto, i cui importi verranno documentati in corso di causa, con conseguente compensazione e conguaglio delle somme.

Con compensazione delle spese di giudizio.

Il procuratore del terzo chiamato chiede e conclude:

piaccia all’Ill.mo Giudice:

in via preliminare

dichiarare la carenza di legittimazione passiva del condominio convenuto.

Respingere la domanda proposta nei confronti del condominio per assoluta indeterminatezza del petitum e della causa petendi, determinata dalla mancata esposizione e specificazione delle ragioni di diritto poste a fondamento della domanda nonché dalla sua mancata determinazione.

Nel merito respingere la domanda svolta nei confronti del condominio perché infondata in fatto ed in diritto.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari.”

Svolgimento del processo

Con domanda notificata il 7.12.2000 A.A. lamentava che nella sua abitazione si erano verificati gravi fenomeni di infiltrazione di umidità e di trasudamento d’acqua e di condensa tali da rendere l’appartamento sito in via “M.’, n. 1000, a San Benedetto Val di Sambro (Bologna), invivibile ed insalubre. Tale appartamento era stato promesso in vendita all’attore con contratto preliminare di compravendita stipulato con il promittente alienante N.N. in data 27.9.1999, per il prezzo di Lire 70.000.000. Il sig. A.A. corrispondeva a titolo di caparra confirmatoria ed acconto prezzo Lire 30.000.000. Preso possesso dell’immobile riscontrava i vizi sopra descritti.

Al fine di far accertare lo stato dei luoghi e le condizioni dell’immobile, il sig. A.A. depositava avanti il Tribunale di Bologna ricorso ex art. 696 c.p.c., R.G. n. 3733/2000. In tale sede conveniva in giudizio il proprietario dell’immobile promesso in vendita che a sua volta chiamava in manleva il condominio di Via “M.’, in persona del suo amministratore pro tempore. Il procedimento si concludeva con deposito della perizia del CTU geom. M. in data 4.9.2000.

Successivamente, il sig. A.A. proponeva domanda, per cui è causa, di risoluzione del contratto preliminare per inadempimento del promittente venditore, sig. N.N., previo accertamento dell’esistenza dei vizi dovuti a fenomeni di infiltrazione e umidità che rendono l’immobile inidoneo all’uso pattuito e di condanna alla restituzione della somma di Lire 30.000.000 versata al sig. N.N. al momento della stipula del preliminare.

Si costituiva in giudizio con comparsa di costituzione e risposta depositata in data 01.03.20001 il sig. N.N. chiedendo preliminarmente l’autorizzazione alla chiamata in causa del Condominio per essere dal medesimo manlevato da ogni conseguenza pregiudizievole, sull’assunto che i vizi, qualora esistenti, dovessero essere imputati al Condominio.

In via principale il sig. N.N. chiedeva il rigetto della domanda attrice perché infondata e in via riconvenzionale principale la pronuncia di sentenza costitutiva ai sensi dell’art. 2932 c.c. con conseguente condanna del sig. A.A. a corrispondergli il residuo prezzo di Lire 40.000.000, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

In via subordinata, nella denegata ipotesi di accoglimento della domanda attorea, chiedeva la determinazione del quantum da restituirsi da parte dell’attore, comprensivo del canone locativo e dei costi per il ripristino dell’appartamento nelle condizioni in cui si trovava al momento della consegna.

In data 29.5.2001 si costituiva in giudizio anche il condominio, contestando le domande svolte nei suoi confronti perché infondate in fatto e in diritto ed eccependo in via preliminare la propria carenza di legittimazione passiva nonché la nullità della domanda proposta nei suoi confronti per indeterminatezza della causa petendi e del petitum.

La causa veniva istruita mediante l’espletamento di prove per testi e CTU richiesta dal convenuto ad integrazione di quanto emerso nell’ATP, il cui fascicolo veniva acquisito d’ufficio agli atti di causa.

All’udienza di precisazione delle conclusioni del 25.10.2007, i difensori delle parti precisavano le conclusioni, come da atto di citazione e da comparsa di costituzione e risposta. All’esito dei termini massimi di legge ai sensi dell’art. 190 c.p.c. la causa veniva trattenuta in decisione.

Motivi della decisione

Ai fini della pronuncia sulla domanda attorea di risoluzione del contratto preliminare di compravendita vanno innanzitutto presi in considerazione i vizi dedotti, relativi alle manifestazioni di umidità e alle infiltrazioni, dei quali va accertata l’esistenza e la gravità. Segnatamente, tali vizi giustificano la risoluzione del contratto se viene data la prova che hanno assunto obiettiva rilevanza e consistenza in modo da ostacolare la salubrità di vita delle persone che occupavano l’alloggio in questione, incidendo sull’ordinario godimento dell’unità immobiliare e se tali vizi, taciuti dal promittente alienante e non facilmente riconoscibili dal promissario acquirente, sono preesistenti al momento della stipulazione del contratto preliminare.

L’esistenza dei gravi vizi risulta sufficientemente provata dall’attore per i motivi si seguito enunciati.

Nella propria relazione peritale in sede di ATP, il geom. M. ha riscontrato vizi causati da umidità: “vaste porzioni di parete sono umide, con conseguente formazione di macchie di muffa, sgretolamento delle tinteggiature e danneggiamento dell’intonaco. Le macchie di umidità sono ascritte essenzialmente a due tipi di cause: “a fenomeni di risalita per capillarità di acqua presente nel terreno (umidità saliente) e da condensa di umidità nelle zone fredde alle pareti”. La risalita di umidità è dovuta alla mancanza di una barriera impermeabile al livello del terreno, che la impedisca, e di un vespaio, con funzione isolante, ed è notevolmente aggravata dall’accentuata inclinazione del marciapiede che determina un accumulo di acqua. Inoltre, la condensa dell’umidità interna è dovuta all’inadeguatezza del sistema di isolamento in sede di esecuzione dell’edificio.

Le conclusioni del CTU appaiono pienamente condivisibili, in quanto la relazione è accurata e completa sotto ogni profilo, in relazione alla descrizione dell’immobile, all’individuazione dei vizi e alla determinazione delle loro cause e l’iter motivazionale seguito appare congruo alla natura del quesito, sorretto da precise argomentazioni tecniche e immune da qualsivoglia vizio logico.

Orbene, l’esistenza dei vizi, oggettivi e strutturali, così come accertata dal ctu, non è pressoché contestata dalle parti costituite. Le difese del convenuto si appuntano invece su tre diversi elementi: 1) sulla sopravvenienza di tali vizi in un momento successivo alla stipula del preliminare; 2) sulla loro imputabilità alla condotta del promissario acquirente e/o del condominio; 3) sulla scarsa incidenza sulle condizioni di vita nell’immobile.

Quanto al primo punto, si osserva che l’inizio dei lavori da parte del consulente, fissato per giugno del 2000, è di pochi mesi posteriore all’immissione dell’attore nel godimento dell’immobile e che le cause dei difetti accertati dal consulente non sono ravvisabili in circostanze estemporanee ma trovano spiegazione in carenze strutturali, per lo più originarie, e coessenziali alla struttura dell’immobile, ovvero che difficilmente avrebbero potuto insorgere in un breve lasso di tempo. Non valgono a inficiare queste conclusioni le testimonianze rese nell’interesse del convenuto: esse si riferiscono alla non immediata percettibilità delle infiltrazioni, (che consente di ritenere il vizio occulto e la contestazione tempestiva) in ipotesi ascrivibile ad una continua e particolarmente accurata manutenzione del proprietario, ma non valgono a contraddire la CTU in relazione all’esistenza di difetti strutturali nella realizzazione del condominio, che si pongono come antecedente causale dei vizi e dei danni denunciati dall’attore, evidenziatisi poco dopo la promessa vendita all’interno dell’appartamento oggetto del negozio.

Anche a voler diversamente opinare, dal complesso delle testimonianze non si evince comunque in maniera certa l’inesistenza di fenomeni di muffa e infiltrazione nel periodo antecedente alla stipulazione del preliminare: l’agente immobiliare sig.ra L.L. riferisce infatti di aver visitato l’appartamento unicamente nel corso del 1999, dopo il conferimento dell’incarico di vendita da parte del sig. N.N., presumibilmente dopo che l’immobile era stato tinteggiato (cfr. testimonianza sig.ra B.B., moglie dell’attore, in regime di separazione dei beni). Anche le altre testimonianze del figlio del convenuto, sig. M.M., che dichiara di non aver visitato l’appartamento nel 1999, e della sig. S.S. che riferisce di sue visite all’appartamento limitate fino al 1997, non permettono di provare in modo univoco che anteriormente al settembre 1999 lo stato dell’immobile fosse del tutto alieno da fenomeni quali quelli riscontrati dall’attore.

Appare piuttosto più plausibile che durante la stagione invernale dell’anno 1999 si siano manifestate in tutta la loro gravità macchie di muffa, prima rimaste non visibili per la recente tinteggiatura dei vani e per le più favorevoli condizioni meteorologiche. Dalla testimonianza della sig. B.B. risulta, a conferma di ciò, che le prime infiltrazioni e macchie di muffa si sono manifestate a novembre, proprio in concomitanza con le prime nevicate.

A completamento del quadro istruttorio, si collocano le testimonianze dei due elettricisti: il sig. C.C., intervenuto a seguito di chiamata del sig. A.A., ha dichiarato che l’impianto elettrico dell’appartamento era non adeguato e in cattive condizioni e che buona parte delle prese elettriche presenti nell’immobile erano ossidate dall’umidità, aggiungendo di avere scollegato, per evitare il cortocircuito, due dei termosifoni presenti nell’abitazione. In precedenza, nell’ottobre 1998, quando ancora l’appartamento era abitato dal sig. N.N., era intervenuto il sig. Davide D., che in sede di testimonianza ha dichiarato di non aver visto macchie di umidità e di muffa, ma solo di condensa agli angoli.

Quanto al secondo punto, il convenuto deduce che le macchie di umidità sono state causate da una condotta colposa ascrivibile al sig. A.A. che ha eliminato l’impianto termico e apposto doppi infissi con telaio in alluminio. Tali censure sono infondate: il CTU M. esplicitamente riconosce che tali due condotte possono essere valutati come elementi aggravanti ma non determinanti la formazione delle macchie. Con riferimento alla disattivazione di alcuni corpi scaldanti da parte del sig. A.A. si osserva inoltre che tale riduzione dei caloriferi è stata determinata dall’inadeguatezza dell’impianto elettrico, che creava dei cortocircuiti. Pertanto in tale condotta non può essere ravvisato un concorso di colpa del sig. A.A.. Quanto invece alla realizzazione dei doppi infissi, la circostanza che siano stati apposti dal sig. A.A. è solo allegata e non provata dal convenuto.

Infine, riguardo ai rapporti tra promittente alienante e condominio, sui quali si tornerà in prosieguo di motivazione, si evince dalla relazione del CTU la sussistenza di un nesso di causa-effetto tra i vizi riscontrati nell’appartamento da una parte e l’assenza di impermeabilizzazione nella parete esterna del condominio e la mancanza di una barriera impermeabile a livello del terreno dall’altro, che non comporta peraltro alcun addebito in capo al condominio, in relazione all’oggetto della presente controversia, per quanto più avanti si dirà.

Sul piano contrattuale, infatti, dei vizi accertati nell’immobile promesso in vendita risponde oggettivamente il promittente venditore, per il solo fatto della loro esistenza, a prescindere da ogni profilo di colpa. Il rimedio generale della risoluzione del contratto è infatti valevole per il contratto preliminare e può essere esperito dal promissario acquirente anticipatamente immesso nella disponibilità materiale del bene che risulti affetto da vizi non considerati nel momento della stipula del preliminare, in quanto l’obbligo assunto dal promittente venditore è quello di trasferire l’immobile esente da vizi che lo rendano inidoneo o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore (Cass. civ. n. 3383/2007).

Ne discende la piena applicabilità anche al preliminare della disciplina sulla garanzia per i vizi come prevista in materia di compravendita, che opera oggettivamente.

Venendo al terzo punto, vale invece anche in questa fattispecie il limite generale della non scarsa importanza dell’inadempimento: rilevanti sono pertanto i vizi che diminuiscono in modo apprezzabile il valore del bene o lo rendono inidoneo all’uso cui è destinato.

Nel caso di specie, i vizi rilevati – come sopra ricordato si tratta di formazione di macchie di muffa, sgretolamento della tinteggiatura, danneggiamento dell’intonaco – sono tali da rendere l’immobile non del tutto idoneo all’uso abitativo: risulta di tutta evidenza che non è in linea con gli attuali standard abitativi un immobile le cui pareti sono interessate da una continua formazione di macchie di muffa e da infiltrazioni, sia per motivi estetici, sia per la gravosa incidenza sulla manutenzione dello stesso, richiedendo il fenomeno una serie costante di interventi, prima dell’effettuazione delle necessarie opere di ripristino sulle pareti esterne che non sono nella disponibilità dell’attore, sia per l’insalubrità dello stesso.

Va pertanto accolta la domanda di risoluzione proposta dall’attore, ricorrendone tutti gli elementi costitutivi, e per l’effetto condannato, il convenuto alla restituzione nei confronti dell’attore di Lire 30.000.000 ricevuti a titolo di caparra e acconto sul prezzo, e l’attore al rilascio dell’immobile; per quanto consta dagli atti di causa, invero, l’attore permane nel godimento dell’immobile oggetto di causa.

Ne consegue l’implicito rigetto della domanda riconvenzionale avanzata dal convenuto, di trasferimento dell’immobile ai sensi dell’art. 2932 c.c.

Per contro, va invece accolta la domanda riconvenzionale subordinata del convenuto e, accertato il credito convenuto nei confronti dell’attore, si dichiara interamente compensata la somma di Lire 30.000.000 versata dal A.A. a titolo di acconto del prezzo di vendita e alla cui restituzione è stato condannato il N.N. come effetto della dichiarata risoluzione del preliminare con la somma dovuta dal A.A. per i canoni locativi e i costi di ripristino.

Al riguardo, si osserva preliminarmente che la domanda dell’attore di restituzione è limitata al capitale di Lire 30.000.000, e non è estesa agli interessi, che non possono essere attribuiti d’ufficio. Per costante orientamento giurisprudenziale, in tema di obbligazioni pecuniarie, gli interessi hanno fondamento autonomo rispetto al debito al quale accedono, sicché gli stessi possono essere attribuiti, in applicazione degli artt. 99 e 112 cod. proc. civ., soltanto su espressa domanda della parte (Cass. civ. n. 4423/04).

D’altro canto il convenuto avanza sola domanda di compensazione e non anche di condanna per l’eventuale eccedenza del proprio credito.

Passando al merito della domanda riconvenzionale, dalla CTU esperita in corso di giudizio risulta che l’importo di Lire 30.000.000 dovuto dal N.N. per l’effetto dell’accoglimento della domanda di risoluzione e della conseguente domanda di restituzione proposta dal sig. A.A., era già ampiamente raggiunto per i lavori di ripristino quantificati in Euro. 1.750,00 IVA esclusa e per i canoni locativi dovuti dal 27.9.1999 ad aprile 2006, stimati dal geom. M. secondo un valore locativo medio di Euro 200,00 in un totale di Euro 17.550,00.

Non ci sono ragioni per discostarsi dal calcolo effettuato dal CTU, che ha tenuto conto di un valore medio tra Euro 120,00 di canone mensile per il 1999 e Euro 280,00 per l’anno 2006, anche in ragione dei parametri relativi ad immobili simili per ubicazione, dimensione, livello di finiture.

L’attore lamenta, da un lato che le modifiche apportate all’immobile rispetto alle quali il CTU calcola il costo dei ripristini non sono sufficientemente provate, dall’altro che il CTU ha erroneamente computato nel calcolo del canone un’autorimessa non ricompresa nell’oggetto del contratto preliminare: anche a voler dare spazio a tali doglianze, con conseguente riduzione dell’importo complessivo come sopra calcolato, esso risulta comunque superiore a Lire 30.000.000, atteso che il canone locativo va computato fino alla data dell’odierna pronuncia.

Quanto infine alla domanda avanzata dal N.N. nei confronti del condominio terzo chiamato, essa è da respingere.

Del tutto estranea è la posizione del condominio rispetto all’oggetto della causa, se solo si considera che non si fa in questa sede questione delle opere di esecuzione necessarie per porre rimedio ai vizi strutturali delle parti comuni del condominio, incidenti sulle porzioni di proprietà esclusiva, né si fa valere nei confronti del condominio una responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c. per danni cagionati da beni di proprietà condominiale. L’oggetto della causa riguarda il contratto preliminare stipulato tra il sig. N.N. e il sig. A.A., che costituisce res inter alios acta rispetto al condominio e pertanto nessuna responsabilità può essere imputata al condominio per la risoluzione del contratto stipulato dall’attore e dal convenuto. Il condominio può certamente essere ritenuto responsabile ai sensi dell’art. 2051 c.c. per i danni arrecati alle singole unità immobiliari se conseguenti a difetti delle parti comuni dell’edificio, ma non può viceversa farsi carico della mancata conclusione del contratto di compravendita dell’immobile, rispetto al quale è rimasto estraneo. Né il convenuto ha dimostrato di avere sollecitato il condominio, (costituitosi a seguito della compiuta edificazione dell’edificio, e quindi certamente immune da responsabilità, rispetto alle scelte costruttive a cui il ctu ha attribuito i problemi di infiltrazioni), nelle dovute sedi, affinché eseguisse le opere necessarie a conferire salubrità alla unità di sua proprietà, così da ritenerlo responsabile per colpevole inerzia della condizione attuale dell’immobile.

Le spese di lite tra attore e convenuto (comprensive delle spese di ATP e CTU) vanno compensate in ragione della reciproca soccombenza, mentre nei rapporti tra convenuto e terzo chiamato, sempre in forza del criterio della soccombenza, il sig. N.N. viene condannato a rifondere al condominio “A.” le spese del giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta con atto di citazione ritualmente notificato da A.A. nei confronti di N.N. e sulle domande riconvenzionali proposte da costui nei confronti di A.A., nonché sulla domanda proposta da N.N. nei confronti del terzo chiamato Condominio “A.” sito alla via “M.” n. 1000 in San Benedetto Val di Sambro (Bologna) nella persona dell’amministratore pro tempore, ogni ulteriore domanda e/o eccezione disattesa, ha così provveduto:

-dichiara, previo accertamento dei vizi dedotti, la risoluzione del contratto preliminare di compravendita stipulato da A.A. e N.N.;

-dichiara tenuto e condanna N.N. alla restituzione di Lire 30.000.000 nei confronti di A.A.;

-dichiara tenuto e condanna A.A. al rilascio dell’immobile a favore di N.N., libero da cose o persone;

-dichiara tenuto e condanna A.A. al pagamento della indennità di occupazione, e alla rifusione delle spese di ripristino, fino a concorrenza della somma di Lire 30.000.000 nei confronti di N.N. e per l’effetto dichiara integralmente compensati i rispettivi crediti;

-respinge la domanda proposta da N.N. nei confronti del condominio “A.”;

-compensa le spese tra A.A. e N.N.;

-condanna N.N. a rifondere le spese di lite al condominio “A.”, che liquida in Euro 1.841,04 per diritti, Euro 2.800,00 per onorari, Euro 177,19 per spese vive, oltre spese generali, IVA e CPA.

Cosi” deciso in data 31.3.2008 dal TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA.

il Giudice Dott. Anna Maria ROSSI

Depositata in Cancelleria il 6 MAGGIO 2008

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA – SEZIONE SECONDA

nella persona del giudice unico Dott. Anna Maria ROSSI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al N. 8876/2004 R.G. promossa da: XX elettivamente domiciliato in C/O NARDELLA VIA S. GIULIANO, 12 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. DI MATTIA GIANFRANCO che lo rappresenta e difende;

ATTORE

YY, elettivamente domiciliato in VIA ARTIERI, 2 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. POJANI GIANNUMBERTO che lo rappresenta e difende;

CONVENUTO

in punto a:

“140011 – Vendita di cose immobili”

CONCLUSIONI

Il procuratore dell’attore chiede e conclude: Nel merito in via principale: previo accertamento del grave inadempimento della signora YY, da cui è derivata la mancata stipula dell’atto pubblico di compravendita dell’immobile sito in Bologna, via “Melarancia’, n.30, dare atto della legittimità del recesso operato dall’Ing. XX ex art.1385 2° comma c.c., e per l’effetto condannare la signora YY convenuta al pagamento del saldo della caparra confirmatoria, e quindi a pagare a favore dell’Ing. XX la somma di Euro. 105.000,00 oltre interessi dalla domanda al soddisfo; in via subordinata, dichiarare risolta la promessa di compravendita sottoscritta il 27.11.2003, per grave inadempimento della promissaria acquirente, sig.ra YY, e per l’effetto condannare quest’ultima al pagamento del saldo della caparra confirmatoria di Euro.105.000,00 in virtù di quanto espressamente pattuito, oltre interessi, e al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, subiti dagli attori, con interessi e rivalutazione, danni da liquidarsi anche in via equitativa.

In via istruttoria, si chiede l’interrogatorio della convenuta sui capitoli di cui alla citazione

Il procuratore del convenuto chiede e conclude: Piaccia al Tribunale, in via principale respingere tutte le domande così come formulate da parte attrice, in quanto infondate in fatto e in diritto e in via riconvenzionale principalmente condannare l’attore XX a restituire alla signora YY la somma di Euro. 5.000,00 già versata, oltre interessi e rivalutazione dalla data della domanda all’effettivo soddisfo, accertato e ritenuto che il preliminare non si era mai perfezionato, sia per mancanza di volontà del proponente a trasmettere la proposta, o comunque perché ritirata, sia per mancata ricettizietà della accettazione, ed ancora per responsabilità precontrattuale del signor XX, avendo taciuto la esistenza della ipoteca durante la fase delle trattative; in subordine, qualora si ritenga concluso il contratto preliminare, dichiarare risolto per inadempimento del signor XX, per avere taciuto la esistenza della ipoteca, e condannare comunque l’attore alla restituzione della somma di Euro. 5.000,00 già versata, oltre interessi e rivalutazione dalla data della domanda all’effettivo soddisfo.

In via istruttoria chiede di ammettere la prova testimoniale della signora Emilia Testa, sui capitoli della comparsa di risposta.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con citazione notificata il 26 maggio 2004, XX conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Bologna YY, per la udienza del 16.9.2004, esponendo di essere proprietario di un immobile posto in Bologna, via “Melarancia’, n. 30, e di averne affidato la vendita alla agenzia immobiliare “A.D.”; aggiungeva che la Agenzia in data 28.11.2003 gli aveva sottoposto una “proposta d’acquisto con prosieguo di promessa di compravendita”, sottoscritta il 27.11.2003 da YY, che prometteva irrevocabilmente ai sensi dell’art.1329 c.c. di acquistare per sé o persona da nominare l’immobile dell’attore, per il prezzo complessivo di Euro.560.000,00, fissato a corpo e non a misura, versando un acconto di caparra confirmatoria di Euro. 5.000,00 ed impegnandosi a versare il saldo della caparra confirmatoria, pari ad Euro.105.000,00 entro il 30.1.2004, ed il residuo prezzo al momento dell’atto notarile.

L’attore accettava la proposta e invitava la convenuta a versare il saldo della caparra confirmatoria, fissando un termine di 15 giorni, trascorso il quale recedeva dal contratto, intimando il pagamento della caparra; la convenuta, tuttavia, tramite il suo difensore avv. Costa assumeva di non avere avuto mai intenzione di obbligarsi al versamento di una tale caparra, e di essere stata raggirata dalla agenzia immobiliare.

L’attore concludeva come in epigrafe, chiedendo accertarsi la legittimità del recesso, e condannarsi la convenuta al pagamento della caparra, ovvero, in subordine, dichiarare risolta la promessa di compravendita, per inadempimento della promittente acquirente, e di conseguenza condannare quest’ultima al pagamento del saldo della caparra confirmatoria, oltre interessi, e al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, subiti dagli attori, con interessi e rivalutazione.

Si costituiva la convenuta, in data 12.7.2004, contestando la pretesa dell’attore; assumeva infatti di avere sottoscritto il modulo predisposto dalla agenzia in base ad informazioni verbali fornitele dall’agente, del tutto difformi dal reale contenuto della “proposta”; in particolare, l’agente le aveva assicurato che si trattava solo di una “prenotazione” che non la impegnava, ma le consentiva di essere preferita ad altri acquirenti, a parità di condizioni; aggiungeva che la proposta non conteneva gli elementi necessari per un preliminare di vendita, atteso che non vi erano indicati i dati catastali del bene, e neppure vi era menzione della ipoteca iscritta sul bene.

Negava che si fosse perfezionato il vincolo obbligatorio anche sotto altro profilo, perché assumeva che la accettazione della proposta non le era pervenuta tempestivamente ed efficacemente, perché entro il termine fissato le era giunta solo tramite il mediatore, non invece dal venditore; contestava, poi, che la somma di Euro. 105.000,00 da versarsi entro il 30 gennaio 2004 fosse qualificabile come caparra confirmatoria, rilevando che ostava a questa qualifica la mancanza di contemporaneità tra la stipula del preliminare (da farsi entro l’8.12.2003) ed il previsto versamento della somma (da farsi entro il 30.12.2003).

Concludeva chiedendo di respingere le domande di parte attrice, e in via riconvenzionale condannare l’attore alla restituzione della somma di Euro.5.000,00 già versata, in ragione del fatto che il preliminare non si era mai perfezionato, ovvero, in subordine, dichiarare risolto per inadempimento il contratto, perché l’attore aveva taciuto la esistenza della ipoteca, e condannare comunque l’attore alla restituzione della somma di Euro.5.000,00 già versata, oltre interessi e rivalutazione.

L’attore contestava la verità dei fatti narrati dalla convenuta, che era invece pienamente consapevole -a suo dire- di essersi impegnata all’acquisto, tanto che aveva fatto inserire nella vendita l’arredamento della cucina e della camera da letto; aggiungeva che la promittente acquirente ben sapeva anche della esistenza del mutuo ipotecario, da estinguersi anticipatamente prima della stipula, utilizzando la caparra che la YY si era impegnata a versare.

La causa veniva istruita con le sole produzioni documentali, e quindi trattenuta in decisione sulle conclusioni precisate alla udienza del 26.6.2008, dopo il deposito delle conclusionali e repliche.

Motivi

La proposta irrevocabile di acquisto in atti è eloquente, e descrive con chiarezza sia la natura dell’atto negoziale che la parte andava a compiere, sia l’oggetto della proposta, il corrispettivo e le modalità di versamento; contiene quindi tutti gli elementi per impegnare la proponente, con un vincolo obbligatorio che una volta accettato deve essere qualificato come preliminare di compravendita.

La proposta è stata rilasciata dalla YY al mediatore il 27.11.2003, ed accettata dal XX il giorno seguente; come risulta dalla stessa esposizione della convenuta quest’ultima ne ha avuto conoscenza tramite il mediatore, (vedi pag.6 della comparsa di costituzione), e non vi è dubbio, a questa stregua, che il contratto si sia perfezionato, atteso che l’art.1326 c.c. prevede espressamente che “il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha avuto conoscenza della accettazione dell’altra parte”, senza affatto richiedere uno scambio diretto tra le parti di proposta ed accettazione; sono quindi irrilevanti le contestazioni di parte convenuta, circa la mancata spedizione o ricezione diretta della proposta.

Per quanto attiene poi alla domanda di condanna al pagamento del saldo della caparra, si osserva che l’art.1385 c.c. disegna l’istituto della caparra confirmatoria come patto di carattere reale, richiedendo che intervenga la dazione materiale della somma, ivi prevista come elemento di perfezione del patto, accompagnata da una chiara espressione di volontà.

Solo con il concorso di queste condizioni si realizza la fattispecie, che configura un vero e proprio patto accessorio al negozio principale, di carattere reale, in cui la volontà delle parti si esprime modificando la disciplina giuridica applicabile in caso di risoluzione, ed inserendo una preventiva liquidazione del danno, forfettaria (v. art.1385 cc).

Ora, nel caso in esame, solo la somma di Euro. 5.000,00 è stata effettivamente versata, mentre la residua somma, di Euro. 105.000,00, è stata promessa, ma non versata: a questa stregua il patto accessorio non si è perfezionato, tra le parti, che quindi non possono far valere una predeterminazione negoziale del danno da inadempimento, con la conseguente applicazione della norma generale, sulla risoluzione per inadempimento.

Esaminando, quindi la domanda subordinata di parte attrice si rileva che vi è inadempimento certo e grave della parte promittente l’acquisto, che nel termine previsto non ha versato la somma pattuita, di Euro.105.000,00, perdurando nell’inadempimento nonostante la intimazione ad adempiere rivoltale ritualmente dal promittente venditore; non può invece ritenersi inadempiente il promittente venditore, atteso che questi si era obbligato a trasferire il bene libero da iscrizioni al momento del rogito, e non prima, cosicché la esistenza della iscrizione ipotecaria, correlata al mutuo, al momento della proposta di acquisto non costituisce inadempimento del venditore; si rileva, tra l’altro, che la convenuta mai ha richiesto, prima del giudizio, la cancellazione della iscrizione ipotecaria, ovvero ne ha lamentato la esistenza, il che evidenzia che non fu questo il problema che determinò la signora YY a ritrarsi dalla proposta, come d’altro canto la stessa ammette, riferendo, in comparsa, che il giorno dopo avere firmato cambiò idea, dopo essersi consultata con un legale.

L’inadempimento riguarda una somma rilevante, e giustifica la risoluzione del contratto preliminare, e la condanna della promittente acquirente al risarcimento del danno che la controparte ha subìto; poiché sappiamo che il venditore ha venduto l’immobile allo stesso prezzo, con un anno di ritardo, e risulta per tabulas che si era obbligato comunque a versare Euro. 10.000,00 alla agenzia di mediazioni, alla firma del preliminare, il danno si determina nella somma di Euro. 10.000,00 per spese di mediazione, oltre che nella somma maturata in un anno a titolo di interessi legali, che all’epoca erano fissati nel 2.5 % annuo, (percentuale che assorbe la inflazione) pari ad Euro. 14.000,00; sommate queste voci di danno, ed estinto per compensazione il credito, fino a concorrenza della somma ricevuta, di Euro. 5.000,00, il danno risarcibile si determina in Euro. 19.000,00, alla data del 28.2.2005; trattandosi di un debito di valore, da quella data fino al saldo sono dovuti, sulla somma capitale, gli importi maturati a titolo di interessi, secondo il tasso legale, ovvero, se maggiore, il danno da svalutazione, liquidato secondo gli indici istat per la variazione dei prezzi al consumo, fino al saldo.

Le spese della lite seguono la soccombenza, come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente pronunciando sulle domande formulate con citazione notificata il 26 maggio 2004, da XX nei confronti di YY, e da quest’ultima in riconvenzionale, ogni ulteriore domanda e/o eccezione disattesa, ha così provveduto:

– dichiara risolta la promessa di compravendita sottoscritta il 27.11.2003, per grave inadempimento della promissaria acquirente, sig.ra YY, e condanna quest’ultima al risarcimento del danno, mediante il pagamento della somma di Euro. 19.000,00 oltre interessi su detta somma, successivi al 28 febbraio 2005, secondo il tasso legale, ovvero, se maggiore, il danno da svalutazione, liquidato secondo gli indici istat per la variazione dei prezzi al consumo, fino al saldo;

– condanna la convenuta all’integrale rifusione in favore dell’attore delle spese, che si liquidano in Euro. 516,50 per anticipazioni, Euro. 1.903,00 per diritti, Euro.4.000,00 per onorari, oltre spese generali, iva e cpa.

Così deciso in data 29 dicembre 2008

Depositata in Cancelleria il 6 FEBBRAIO 2009

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA – avvocato s.armaroli bologna

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA- AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO 

RISOLVI URGENTE – TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA- DEVI CHIAMARE AFFRETTATI 051 6447838

DOMANDA attorea

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA
TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA
TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA – avvocato s.armaroli bologna

Divisioni Testamenti Successioni ereditarie a Bologna

  1. Hai bisogno di una consulenza legalenell’ambito delle successioni ereditarie a Bologna?

 

  1. Lo studio legale dell’avvocato Sergio Armaroli risolve, chiama chiedi una consulenza adesso veloce,

 

  1. L’avvocato Sergio Armaroli è a tua disposizione per risolvere i tuoi dubbi le tue perplessità per aiutarti ad avere la giusta quota

Avvocato Sergio Armaroli esperto in diritto delle successioni e ereditario

 

La presente difesa in via istruttoria, conclude affinché qualora il Tribunale non ritenga ictu oculi e all’evidenza che la sottoscrizione del testamento olografo impugnato non sia obiettivamente riconducibile al de cuius M(omissis) A(omissis),

Voglia disporre perizia grafologia tramite CTU volta ad “esaminare gli atti documenti di causa ed il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) nato a (omissis) il (omissis).(omissis).1911 pubblicato in data 18.02.2006 Notaio G. M(omissis) Rep. N. (omissis) – Racc. (omissis), acquisite se necessario le ulteriori scritture di comparazione effettuato ogni altro accertamento che riterrà opportuno, se la detta scheda testamentaria sia stata redatta di pugno, sia nel testo che nella sottoscrizione, da M(omissis) A(omissis) o se sia apocrifa”.

La presente difesa, nel merito, conclude nei seguenti termini:

Voglia l’Ill.ma Autorità adita, respinta ogni eccezione e deduzione avversa:

1) accertare che il sig. YY è erede del sig. M(omissis) A(omissis) per rappresentazione della figlia premorta del de cuius, sig.ra M(omissis) G(omissis) e dunque quale nipote in linea retta;

2) accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) è falso in quanto non redatto e/o sottoscritto dalla mano del testatore, con ogni consequenziale provvedimento: in particolare, respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, dichiarare l’apertura della successione ex lege in favore altresì del sig. YY e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione di un quarto (1/4) delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del Comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in ragione di 1/4 tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di (omissis) oggi Intesa San Paolo SpA – ed a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e / o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

DECISIONE

Il Tribunale ritiene che debba essere dichiarata l’inammissibilità per tardività delle domande proposte per la prima volta nella memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c. (invalidità / risoluzione per inadempimento della transazione del 4-7-2016 e petizione di eredità) e l’inammissibilità delle domande proposte in atto di citazione (impugnazione del testamento di YY e accertamento della propria qualità di erede) per intervenuta transazione.

Infatti, una volta che sia acquisita la prova della transazione o questa risulti dagli atti o sia ammessa dalle parti, il giudice deve dichiarare anche d’ufficio l’inammissibilità della domanda per difetto dell’interesse ad agire qualora la transazione sia intervenuta antecedentemente all’inizio della lite; va invece dichiarata la cessazione della materia del contendere per sopravvenienza del difetto dell’interesse ad agire nel caso di transazione nel corso del giudizio (cfr. Trib. Bologna, 19/04/2011).

Nel caso di specie, con la transazione sottoscritta da YY e XX il 4-7-2016, che aveva ad oggetto, oltre alla successione di M(omissisA(omissis), di cui qui si tratta, anche le successioni di T(omissis) E(omissis), padre di YY e XX, e di M(omissis) G(omissis), madre dei medesimi, le parti hanno dichiarato al punto 5) “Successione della signora M(omissis) G(omissis) e del signor M(omissis) A(omissis): esse parti sottoscriventi, con la sottoscrizione del presente accordo, rinunciano espressamente e reciprocamente a ogni domanda o pretesa in ordine alla successione della madre, signora M(omissis) G(omissis), e alla successione del Sig. M(omissis) A(omissis), ivi comprese quelle proposte nei procedimenti di mediazione descritti in premessa e, dunque, di non avere più nulla da pretendere o domandare reciprocamente in relazione alle domande e pretese avanzate in sede di mediazione, nonché di ogni altra possibile domanda od eccezione rispetto a tali successioni.“.

Si rammenta, infatti, che con la domanda di mediazione depositata il 17-3-2015, indirizzata alla sola XX, l’odierno attore aveva chiesto, fra l’altro, di accertare la nullità del testamento di M(omissisA(omissis) con conseguente attribuzione ex lege dei beni lasciati dal de cuius.

Ad abundantiam, si osserva che in base al disposto dell’art. 1972 c.c. (testualmente, il codice civile all’art. 1972, dispone: Transazione su un titolo nullo. 1. E’ nulla la transazione relativa a un contratto illecito, ancorché le parti abbiano trattato della nullità di questo. 2. Negli altri casi in cui la transazione è stata fatta relativamente a un titolo nullo, l’annullamento di essa può chiedersi solo dalla parte che ignorava la causa di nullità del titolo.), l’attore non avrebbe potuto in ogni caso proporre la domanda — tardiva — di annullamento della transazione, dato che egli, all’epoca in cui la transazione era stata conclusa (4-7-2016), già aveva posto in dubbio l’autenticità del testamento di M(omissisA(omissis) e comunque ne conosceva il contenuto, in base al quale egli era stato completamente pretermesso (cfr. domanda di mediazione da lui depositata nei confronti della sorella in data 17-3-2015).

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

avvocato-erede-legittimo-12
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1 – dichiara inammissibili le domande proposte dall’attore;

2 – condanna l’attore a rifondere ai convenuti JJ e XX le spese di lite che si liquidano, per ciascuno, in euro 5.355 per compensi, oltre spese generali e accessori come per legge.

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA CHIEDIMI SUI TESTAMENTI

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA VUOI RISOLVERE? 

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA, AFFRETTATI CHIAMA 

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA, AVVOCATO ESPERTO SERGIO ARMAROLI 

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA, COME RISOLVERE UNA DIVISIONE TRA EREDI 

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA. PROBLEMATICHE SUCCESSIONI 

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA VELOCITA’ E TEMPISMO 

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA , SE NON CHIAMI OCME FAI A SAPERE?

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA, RISOLVI ORA

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA, IO SONO QUA 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

PRIMA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Silvia Migliori – Presidente

dott. Francesca Neri – Giudice Relatore

dott. Arianna D’Addabbo – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado avente ad oggetto:

impugnazione di testamento – azione di riduzione per lesione di legittima

iscritta al n. r.g. 8148/2018 promossa da:

YY (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Maria Di Rocco, elettivamente domiciliato in Via Baldinucci, 10 Prato, presso il difensore avv. Maria Di Rocco

ATTORE

contro

JJ (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Micaela Venturi e dell’avv. Silvia Sanesi (c.f. omissis) Bologna; elettivamente domiciliato presso l’avv. Patrizia Vannini – Corte de’ Galluzzi, 13 Bologna, presso il difensore avv. Micaela Venturi

XX (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Gabriele Grifasi, elettivamente domiciliato in via Quirico Baldinucci, 14/a Prato, presso il difensore avv. Gabriele Grifasi

CONVENUTI

con l’intervento

del Pubblico Ministero,

INTERVENUTO

CONCLUSIONI

Attore YY:

La presente difesa in via istruttoria, conclude affinché qualora il Tribunale non ritenga ictu oculi e all’evidenza che la sottoscrizione del testamento olografo impugnato non sia obiettivamente riconducibile al de cuius M(omissis) A(omissis),

avvocato-erede-legittimo-1
TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA
TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA – avvocato s.armaroli bologna

Voglia disporre perizia grafologia tramite CTU volta ad “esaminare gli atti documenti di causa ed il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) nato a (omissis) il (omissis).(omissis).1911 pubblicato in data 18.02.2006 Notaio G. M(omissis) Rep. N. (omissis) – Racc. (omissis), acquisite se necessario le ulteriori scritture di comparazione effettuato ogni altro accertamento che riterrà opportuno, se la detta scheda testamentaria sia stata redatta di pugno, sia nel testo che nella sottoscrizione, da M(omissis) A(omissis) o se sia apocrifa”.

La presente difesa, nel merito, conclude nei seguenti termini:

Voglia l’Ill.ma Autorità adita, respinta ogni eccezione e deduzione avversa:

1) accertare che il sig. YY è erede del sig. M(omissis) A(omissis) per rappresentazione della figlia premorta del de cuius, sig.ra M(omissis) G(omissis) e dunque quale nipote in linea retta;

2) accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) è falso in quanto non redatto e/o sottoscritto dalla mano del testatore, con ogni consequenziale provvedimento: in particolare, respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, dichiarare l’apertura della successione ex lege in favore altresì del sig. YY e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione di un quarto (1/4) delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del Comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in ragione di 1/4 tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di (omissis) oggi Intesa San Paolo SpA – ed a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e / o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

3) In denegata ipotesi accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) ha leso la quota di legittima spettante al sig. YY su di un valore di massa ereditaria pari a complessivi € 149.191,94 fiscali ed € 468.812,50 in virtù dei valori OMI, e respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, disporre la conseguente riduzione delle disposizioni testamentarie in relazione alle proprietà dei beni immobili rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…, e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione della quota legittima delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in virtù della quota legittima tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di Castiglione dei Pepoli oggi Intesa San Paolo SpA – a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e / o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

4) Con condanna ex art.96 cpc delle parti convenute

5) Con vittoria di spese legali.”:

Convenuto JJ:

In via preliminare:

dichiarare inammissibili le domande nuove introdotte dall’attore con la memoria ex art. 183 VI comma n. 1, come dedotto da questa difesa nella memoria ex art. 183 VI comma n. 2:

Nel merito

Rigettare le domande formulate dall’attore sia in via preliminare, sia in tesi sia in ipotesi poiché infondate, non provate e quanto all’azione di riduzione anche prescritta.

Con vittoria di spese e compensi del giudizio.“.

Convenuta XX:

Previo accertamento di tardività, inammissibilità e non contestazione ex art. 115 cpc dell’eccezione di inadempimento della Sig.ra XX alla transazione del 04.07.2019 formulata in memoria n. 1 ex art. 183 cpc dall’attore, come dedotto in sede di memoria ex art. 183 n. 2 cpc, il Tribunale di Bologna, per tutti i titoli e la causali di cui in premessa, Voglia:

1. Dichiarare inammissibili, improcedibili nei confronti della Sig.ra XX e comunque infondate le domande svolte nei suoi confronti per intervenuta transazione e rinuncia dell’attore alle domande e alle azioni per cui è causa;

2. Dichiarare infondate, inammissibili e improcedibili nei confronti della Sig.ra XX le domande svolte nei suoi confronti per intervenuta conferma ex art. 590 c.c. delle disposizioni testamentarie impugnate;

3. Dichiarare inammissibili le domande nuove formulate dall’attore in sede di memoria ex art. 183 n.1 cpc, come indicate e per i motivi espressi con la memoria ex art. 183 n. 2 cpc depositata dalla convenuta XX;

4. Nella denegata ipotesi di mancato accoglimento sopra svolte respingere le domande avanzate dall’attore perché infondate e inammissibili.

Con vittoria di spese e compensi professionali di lite.“.

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

§

Con atto di citazione ritualmente notificato, YY conveniva in giudizio XX e JJ, esponendo che: in data 7-6-2005 era deceduto M(omissisA(omissis), padre di JJ e di M(omissis) G(omissis), a lui premorta, a sua volta madre di YY e XX; con testamento olografo datato 10-3-2005 e pubblicato il 18.02.2006, il de cuius così disponeva: “Io sottoscritto M(omissis) A(omissis) nato a (omissis) il (omissis)-(omissis)-1911 residente a (omissis) in Via (omissis) in piena facoltà mentale lascio gli appartamenti di mia proprietà in Via (omissis) n. (omissis) quello di sinistra a mio figlio JJ quello di destra a mia nipote XX il garage metà ciascuno. A mia moglie L(omissis) L(omissis) lascio l’usufrutto di tutto.“; l’attore allegava la falsità del testamento per non essere stato redatto di proprio pugno dal testatore; nella denegata ipotesi in cui fosse ritenuto autentico, chiedeva accertarsi la propria qualità di erede legittimo, totalmente pretermesso dal testatore; così concludeva:

Voglia l’Ill.mo Tribunale adito contrariis rejectis:

1) In via preliminare: accertare che il sig. YY è erede del sig. M(omissis) A(omissis), per rappresentazione sig.ra M(omissis) G(omissis), quale figlia premorta del de cuius;

2) In tesi: accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) è falso in quanto non redatto e/o sottoscritto dalla mano del testatore, con ogni consequenziale provvedimento, dichiarare l’apertura della successione ex lege.

3) In denegata ipotesi: accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) lede la quota di legittima spettante al sig. YY e, disporre la riduzione delle disposizioni testamentarie in relazione alle proprietà dei beni immobili rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…, in favore dello stesso.

Con vittoria di spese e onorari, in caso di opposizione dei convenuti.

Con ogni più ampia riserva istruttoria.

Si costituiva tempestivamente il convenuto JJ, eccependo l’intervenuta transazione di ogni pretesa relativa alla successione M(omissisA(omissis), per effetto della scrittura privata in data 4-7-2016, intervenuta fra l’attore e la di lui sorella XX, della quale egli dichiarava formalmente di volere profittare (ex art. 1304 c.c.). Faceva presente che il procedimento di mediazione obbligatoria non era stato instaurato e in ogni caso eccepiva la prescrizione decennale dell’azione di riduzione, essendosi la successione aperta il 7-6-2005. (cfr. Cass. SS.UU. 20644/2004: «Il termine di prescrizione dell’azione di riduzione decorre dalla data di accettazione dell’eredità da parte del chiamato in base a disposizioni testamentarie lesive della legittima.»).

Si costituiva tempestivamente la convenuta XX chiedendo dichiararsi inammissibili le domande dell’attore per effetto dell’intervenuta transazione in data 4-7-2016, nonché per intervenuta conferma delle disposizioni testamentarie nulle ex art. 590 c.c., laddove nella transazione medesima l’attore riconosceva in capo alla convenuta la proprietà dell’immobile alla medesima attribuito dal testatore col testamento impugnato, immobile sito in (omissis) in Via (omissis) 2/2; faceva riferimento, in particolare, alla seguente clausola della transazione: “L’abitazione in (omissis) (BO), Via (omissis) 2/2 di proprietà della Sig.ra XX potrà essere frequentata dai figli del Sig. YY, L(omissis) e A(omissis), a loro richiesta in accordo con la zia XX.“.

All’udienza del 15-11-2018 i difensori facevano presente che il procedimento di mediazione era ancora in corso e chiedevano un rinvio per i medesimi incombenti.

Alla successiva udienza del 14-3- 2019 i difensori delle parti davano atto dell’esito negativo della mediazione e chiedevano l’assegnazione dei termini ex art. 183 c. 6 c.p.c., senza formulare alcuna ulteriore istanza, eccezione o allegazione.

Con la memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c. l’attore formulava le domande seguenti:

1) accertare che il sig. YY è erede del sig. M(omissis) A(omissis) per rappresentazione della figlia premorta del de cuius, sig.ra M(omissis) G(omissis) e dunque quale nipote in linea retta;

2) accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) è falso in quanto non redatto e/o sottoscritto dalla mano del testatore, con ogni consequenziale provvedimento: in particolare, respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, dichiarare l’apertura della successione ex lege in favore altresì del sig. YY e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione di un quarto (1/4) delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in ragione di 1/4 tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di (omissis) oggi Intesa San Paolo SpA – ed a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e/o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

3) In denegata ipotesi accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) ha leso la quota di legittima spettante al sig. YY su di un valore di massa ereditaria pari a complessivi € 149.191,94 fiscali ed € 468.812,50 in virtù dei valori OMI, e respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, disporre la conseguente riduzione delle disposizioni testamentarie in relazione alle proprietà dei beni immobili rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…, e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione della quota legittima delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in virtù della quota legittima tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di (omissis) oggi Intesa San Paolo SpA – a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e / o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

4) Con condanna ex art.96 cpc delle parti convenute per i motivi ut supra.

Con vittoria di spese legali.

Egli allegava, in particolare, che la transazione in data 4-7-2016 fosse invalida in quanto non stipulata nelle forme previste dall’art. 590 c.c. (che, invero, disciplina la diversa fattispecie della rinuncia all’eredità); inoltre eccepiva l’inadempimento della sorella alla clausola n. 4b) della medesima scrittura: “le passività ereditarie indicate nella dichiarazione di successione e ogni altra passività ereditaria o della comunione ereditaria vengono integralmente assunte e saranno estinte dalla Sig. XX alle rispettive scadenze ..“, allegando che la sorella non avesse provveduto al pagamento di alcune spese condominiali relative a immobili dell’eredità e di alcuni debiti fiscali del de cuius.

Formulava, pertanto, conclusioni diverse rispetto a quelle formulate in atto di citazione; in sede di precisazione delle conclusioni confermava le conclusioni di cui alla memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c.

Nelle memorie ex art. 183 c. 6 n. 2 c.p.c. le difese JJ e XX eccepivano la tardività delle domande formulate dall’attore nella memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c., affermando che l’attore, in base a quanto disposto dall’art. 183 c.p.c. (in particolare: Nella stessa udienza l’attore può proporre le domande e le eccezioni che sono conseguenza della domanda riconvenzionale o delle eccezioni proposte dal convenuto. Può altresì chiedere di essere autorizzato a chiamare un terzo ai sensi degli articoli 106 e 269, terzo comma, se l’esigenza è sorta dalle difese del convenuto. Le parti possono precisare e modificare le domande, le eccezioni e le conclusioni già formulate. Se richiesto, il giudice concede alle parti i seguenti termini perentori: 1) un termine di ulteriori trenta giorni per il deposito di memorie limitate alle sole precisazioni o modificazioni delle domande, delle eccezioni e delle conclusioni già proposte;), a tutto voler concedere, avrebbe dovuto formularle alla prima udienza.

Parte convenuta XX rilevava in particolare:

Chiara la differenza tra la petizione di eredità e l’azione di accertamento della qualità di erede, trattandosi di azioni che «..pur condividendo l’accertamento della qualità ereditaria, la prima è azione necessariamente recuperatoria, volta ad ottenere la restituzione dei beni ereditari da chi li possegga a titolo di erede o senza titolo, mentre l’altra è azione essenzialmente dichiarativa, eventualmente corredata da domanda accessoria di condanna non attinente alla restituzione dei beni ereditari. Pertanto, l’azione di accertamento della qualità di coerede, proposta nei confronti di chi possegga i beni ereditari a titolo di erede, corredata dalla domanda di rendiconto della gestione e corresponsione dei relativi frutti, non integra “petitio hereditatis”, ma costituisce azione di accertamento con domanda accessoria di condanna. ..» (Cass. 2148/2014).

§

Il Tribunale ritiene che debba essere dichiarata l’inammissibilità per tardività delle domande proposte per la prima volta nella memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c. (invalidità / risoluzione per inadempimento della transazione del 4-7-2016 e petizione di eredità) e l’inammissibilità delle domande proposte in atto di citazione (impugnazione del testamento di YY e accertamento della propria qualità di erede) per intervenuta transazione.

Infatti, una volta che sia acquisita la prova della transazione o questa risulti dagli atti o sia ammessa dalle parti, il giudice deve dichiarare anche d’ufficio l’inammissibilità della domanda per difetto dell’interesse ad agire qualora la transazione sia intervenuta antecedentemente all’inizio della lite; va invece dichiarata la cessazione della materia del contendere per sopravvenienza del difetto dell’interesse ad agire nel caso di transazione nel corso del giudizio (cfr. Trib. Bologna, 19/04/2011).

Nel caso di specie, con la transazione sottoscritta da YY e XX il 4-7-2016, che aveva ad oggetto, oltre alla successione di M(omissisA(omissis), di cui qui si tratta, anche le successioni di T(omissis) E(omissis), padre di YY e XX, e di M(omissis) G(omissis), madre dei medesimi, le parti hanno dichiarato al punto 5) “Successione della signora M(omissis) G(omissis) e del signor M(omissis) A(omissis): esse parti sottoscriventi, con la sottoscrizione del presente accordo, rinunciano espressamente e reciprocamente a ogni domanda o pretesa in ordine alla successione della madre, signora M(omissis) G(omissis), e alla successione del Sig. M(omissis) A(omissis), ivi comprese quelle proposte nei procedimenti di mediazione descritti in premessa e, dunque, di non avere più nulla da pretendere o domandare reciprocamente in relazione alle domande e pretese avanzate in sede di mediazione, nonché di ogni altra possibile domanda od eccezione rispetto a tali successioni.“.

Si rammenta, infatti, che con la domanda di mediazione depositata il 17-3-2015, indirizzata alla sola XX, l’odierno attore aveva chiesto, fra l’altro, di accertare la nullità del testamento di M(omissisA(omissis) con conseguente attribuzione ex lege dei beni lasciati dal de cuius.

Ad abundantiam, si osserva che in base al disposto dell’art. 1972 c.c. (testualmente, il codice civile all’art. 1972, dispone: Transazione su un titolo nullo. 1. E’ nulla la transazione relativa a un contratto illecito, ancorché le parti abbiano trattato della nullità di questo. 2. Negli altri casi in cui la transazione è stata fatta relativamente a un titolo nullo, l’annullamento di essa può chiedersi solo dalla parte che ignorava la causa di nullità del titolo.), l’attore non avrebbe potuto in ogni caso proporre la domanda — tardiva — di annullamento della transazione, dato che egli, all’epoca in cui la transazione era stata conclusa (4-7-2016), già aveva posto in dubbio l’autenticità del testamento di M(omissisA(omissis) e comunque ne conosceva il contenuto, in base al quale egli era stato completamente pretermesso (cfr. domanda di mediazione da lui depositata nei confronti della sorella in data 17-3-2015).

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1 – dichiara inammissibili le domande proposte dall’attore;

2 – condanna l’attore a rifondere ai convenuti JJ e XX le spese di lite che si liquidano, per ciascuno, in euro 5.355 per compensi, oltre spese generali e accessori come per legge.

Così è deciso in Bologna nella camera di consiglio del 2-2-2021.

Il Giudice rel. estensore

dott. Francesca Neri

Il Presidente

Successioni – Successione testamentaria – Testamento olografo – Conferma ed esecuzione volontaria di disposizioni testamentarie nulle – Valenza transattiva – Procedimento civile – Deduzioni istruttorie – Invalidità\ Risoluzione della transazione e Petizione di eredità – Domande proposte con memoria istruttoria ex art.183 cpc – Proposizione tardiva – Inammissibilità – Citazione – Falsità del testamento e Accertamento della qualità di erede – Domande proposte con atto di citazione – Inammissibilità per intervenuta transazione – 

AVVOCATO-ESPERTO-RESPONSABILITA-ARCHITETTO-1

INGEGNERE RESPONSABILITA’ AVVOCATO ESPERTO Obbligazione dei progettista,

INGEGNERE RESPONSABILITA’ Obbligazione dei progettista

https://avvocatoabologna.it/immobili-difetto-costruzione-responsabilita-extracontrattuale-nozione-gravi-vizi-e-difetti/
https://avvocatoabologna.it/immobili-difetto-costruzione-responsabilita-extracontrattuale-nozione-gravi-vizi-e-difetti/

Obbligazione dei progettista,

1)Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

contatta l’avvocato sergio Obbligazione dei progettista

e prendi appuntamento 

051 6447838

 

2)Dall’altro, evidenziato come il precedente orientamento dia luogo, per i progettisti, ad uno snaturamento del rapporto, configurando come di risultato un’obbligazione viceversa ritenuta tipicamente di mezzo per tutte le altre libere professioni, ai E, per contro, considerata anche l’obbligazione in esame come di mezzo, appunto, ed il prodotto della prestazione come l’esito d’un lavoro intellettuale oggetto del contratto, che resta un bene immateriale benché si estrinsechi in una cosa la quale tuttavia, costituisce un mero strumento d’espressione. cioè il corpus mechanicum in cui l’opera intellettuale si estrinseca

3)per poter essere utilizzala dal committente (Casa. 23.7.2005 n. 10741; 27.5.1997, n.4704; 22.12.1994, n.11067; 201 1993, n. 8799; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1981, n. 2334).

https://avvocatoabologna.it/immobili-difetto-costruzione-responsabilita-extracontrattuale-nozione-gravi-vizi-e-difetti/
https://avvocatoabologna.it/immobili-difetto-costruzione-responsabilita-extracontrattuale-nozione-gravi-vizi-e-difetti/

Con la conseguenza dell’inapplicabilità della disciplina e: art. 2226 c.c. (v., in particolare, Cass. 27.5.1997, n. 4704.

Tra i due indirizzi può ritenersi intermedio quello per cui la norma in discussione potrebbe trovare applicazione anche nel contratto di prestazione d’opera intellettuale, in forze del richiamo contenuto nella prima parte del primo comma dell’art. 2230 c.c., ove e nei limiti in cui anche tale contratto implichi la realizzazione d’un risultato materiale, la cui consistenza possa essere colte senza k specifiche cognizioni c facoltà intellettive del professionista (Case. 7.5.1984, n. 2757; 7.5. 1988, n. 3389).

Analoghe considerazioni si rinvengono nelle pronunce con le quali è stato ritenuto l’eccezionale concorso della responsabilità del committente con quella dell’appaltatore, oltre che nelle ipotesi riconducibili agli arti. 2043 ss, c.a o di disposizioni vincolanti impartite dal primo tali da rendere il secondo un nudus minister, anche quando il fatto dannoso aia stato posto in essere a seguito di errori o carenze nel progetto o nella direzione dei lavori, sempre che al committente stesso siano imputabili, congiuntamente ai professionisti incaricati, per difetto di diligenza nel controllare che l’opera intellettuale, commessa

a soggetto idoneo, sia stata realizzato nel rispetto delle particolari norme tecniche delle disciplina e sempre che si versi nell’ipotesi di vizi e violazioni facilmente riconoscibili anche de parte di un profano (Cass. 26.7.1999, n. 8075; 2.2.1999, n. 851).

Obbligazione del direttore dei lavori.

Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

1.12.1992, n. 12820; 21.10.1991, n. 11116) ed applicabilità, invece, dell’ ordinaria prescrizione decennale ex art. 2946 c.c. (Casa.8.11. 1985, n. 5463; 7.12.1976, n. 4559; 8.3.1975, n. 873).

Obbligazione del progettista – direttore dei lavori.

Nel caso di cumulo della funzione di progettista con quella di direttore dei lavori (l’art. 27 della 1. 11.2.1994, n. 109, legge quadro in teme di lavori pubblici, espressamente prevede il cumulo delle due prestazioni), la giurisprudenza ritiene generalmente che si tratti di obbligazione di “mezzi”, con conseguente esclusione dell’applicazione dell’art. 2226 c.c. (Caa 29.1.2003, n. 1294; 1-12-1992 n. 12820; 28.1.1983 n. 48t 29.10.1965, n. 2292).

Solo in due pronunce (l’obbligazione del progettista associata a quella della direzione dei lavori dell’opera) viene qualificata di risultato (Case, 27.10.1984, n. 5509; 22.4.1974, r. 1156).

  1. Ritengono le Sezioni Unite, al fine di risolvere la questione di diritto e definire il contrasto, che debba privilegiarsi l’interpretazione secondo la quale sono inapplicabili alla prestazione d’opera intellettuale, in particolare a quelle del progettista, anche nell5potesi in cui cumuli le funzioni di direttore dei lavori, le disposizioni dell’art. 2226 c.c. in tema di difformità e vizi dell’opera, in base alle seguenti considerazioni.

8.1. Innanzitutto è opinione della Corte che la distinzione, finora seguita dalla giurisprudenza, fra obbligazioni di mezzi e dì risultato non possa continuare ancora a costituire il criterio risolutivo della problematica relativa all’applicabilità dell’art. 2226 c.c. alle obbligazioni d’indole intellettuale, alla luce dei principi in tema di responsabilità contrattuale del professioni sta intellettuale, della disamina dei casi più salienti portati all’emme del giudice di legittimità, della posizione della dottrina e della legislazione comperata, tenuto conto anche, in riferimento alle prestazioni professionali d’indole conforme a quel

le oggetto di controversia, le frequenti possibilità di commistione delle diverse obbligazioni (in capo al medesimo o a diversi soggetti) in vista del medesimo scopo finale, rispetto al quale diversità di disciplina normativa e conseguenti responsabilità, relativi limiti e oneri probatori potrebbero apparire ingiustificati e forieri di confusione.

Come è noto, la rcsponsabilità contrattuale dell’ appaltatore è regolata dagli artt.16fi7 e 1668 e c., collocati nei capi del codice civile dedicato al contratto d’appalto, mentre, sic come tali articoli nulla dispongono sulla posizione del progettista e del direttore dei lavori, la responsabilità contrattuale d: costoro c‘ regolata in base alle norme generali sull’ inadempi- mento dei contratti e, per quanto siano applicabili, dalle norme stilla prestazione d’opera e sulle professioni intellettuali (arti. 2222 – 2238 c.c.). Il professionista deve comportersi se- condo le comuni regole di correttezza e di diligenza. In particolare, per quanto attiene alla diligenza, Part. I t76, comma 2, c.c. ne qualifica il contenuto allorché si tratti di valutare il comportamento del professionista (la cui diligenza deve essere conforme alla natura dell’attività professionale da svolgere), con la conseguenza che al rapporto scaturante dal contratto di prestazione d’opera intellettuale debbono essere applicate, in linea generale e di tendenza (salvo quanto previsto dalle specifica normative dettata per tale tipo di rapporto), le norme che determinano le conseguenze dell’inadempimento (art. 1218 c.c.) e che consentono di operare le definizione di inadempimento nel quadro della attuazione del

rapporto.

li regime di responsabilità del professionista (la ed. colpa professionale) è sempre il medesimo. per cui, 1’ inadempimento, oltre che totale o dovuto a incuria o disattenzione, consiste generalmente nell’imperizia. ossia ne8’errore determinato da ignoranza di cognizioni tecniche o da inesperienza professionale, sia quando il professionista risponde solo per dolo o colpa grave (art. 2236 c.c.) sia quando – secondo le regole comuni – deve rispondere anche di colpa (art 1176, comma 2, c.c.)

La distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato-Obbligazione dei progettista

non ha, quindi, alcuna incidenza sul regime di responsabilità, ove è richiesto al professionista di attenersi a parametri molto rigidi di professionalità, notandosi in proposito come lo stesso standard di diligenza del professionista sia cresciuto sensibilmente, comprimendo di conseguenza l’arca della colpa grave nei confronti di problemi tecnici di speciale difficoltà di cui all’ art 2236 c.c. (cfr. Cass. 11.8.1990,n. 8218).

l,a distinzione sembra inoltre perdere ogni peso. sempre nell’ambito della responsabilità professionale, in materia di eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., trovando tale eccezione accoglimento a prescindere dalla natura dell’ obbligazione da adempiere (v. Casa. 5.8-2002, n. 11728; 23-4.200 n. 5928).

Dalla casistica giurisprudenziale emergono spunti interessanti in ordine alla dicotomia tra obbligazione di mezzi e di risultato, appare utilizzata al fine di risolvere problemi di ordine pratico, quali la distribuzione dell’onere della prova e l’individuazione dei contenuto dell’obbligo, ai fini del giudizio d responsabilità, operandosi non di rodo, per ampliare la responsabilità contrattuale del professionista, una sorta di metamorfosi dell’obbligazione di mezzi in quella di risultato, al traverso l’individuazione di doveri di informazione e di avviso (cfr., per quanto riguarda in particolare la responsabilità professionale del medico: Casa. 8.4.1997, n. 3tM6), definiti accessori ma integrativi rispetto all’obbligo primario della prestazio- ne, ed ancorati a principi di buona fede, quali obblighi di protezione, indispensabili per il corretto adempimento delle prestazione professionale in senso proprio.

Così, pur trattandosi di prestazione intellettuale, 1’ obbligazione del progettista 2 stata ritenuta dalla giurisprudenza un’obbligazione di risultato, ai fini della responsabilità del professionista, in quanto è stato affermato che tra i suoi doveri rientra anche quello di accertare con precisione i confini, le dimensioni a le altre caratteristiche dell’arca sulla quale le costruzione dovrà essere realizzate pass. 21.7. 1989, n.

3476; 29.3. 1979, n. 1818), avverti di sondare il suolo o il sottosuolo su cui deve sorgere l’opera (Cass. 16.9.1993, n. 11290; 5.1.1976, n. 1).

Inoltre, l’ingegnere o architetto progettista é tenuto a redigere un progetto conforme, oltre che alle regole tecniche, anche alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione su un dato territorio, in modo da non compromettere il conseguimento del provvedimento amministrativo che abilita all’esecuzione dell’opera, con la conseguenza che gli errori di progettazione concernenti la mancata adeguazione degli edifici previsti alla normativa vigente, compromettendo il rilascio della concessione, non possono che costituire inadempimento caratterizzato da colpa grave e quindi fonte di responsabilità del progettista

(Casa. 16.2.1996, n. 1208; 19.7.1993, n. 8033).

In particolare, poiché l’obbligazione dei professionista di redigere un progetto edilizio destinato all’esecuzione è di risultato perché ha per oggetto la sua realizzabilità, il committen- te, in base al principio inadempienti non est adtmplendum, ha diritto di rifiutare il compenso al professionista che abbia fornito il progetto di un’opera non realizzabile (Cass. 21.3.1997, n. 2540).

In tal modo si perviene al superamento della dicotomia in esame: l’obbligazione di redigere un progetto di ingegneria o di architettura, pur avendo per oggetto una prestazione d’opera intellettuale., costituisce un’obbligazione di risultato.

La dottrina ha assunto posizioni critiche sull’utilizzo della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, la quale, ancorché operante soltanto all’interno della categoria delle obbligazioni di tare (a differenza che in Francia dove rappresenta una summa ditrisio valida per tutte le obbligazioni), ha originato una diatriba senza fine sia in ordine all’oggetto o contenuto dell’obbligazione, sia in relazione all’onere della prova e, quindi, in definitiva, allo stesso fondamento della responsabilità del professionista.

Come insegna la definizione tradizionale, nelle obbligazioni di mezzi la prestazione dovuta prescinde da un particolare esito positivo dell’attività del debitore, che adempie e- sattamente ove svolga l’attività richiesta nel modo dovuto. In tali obbligazioni è il comportamento del debitore ad essere in obbligazione, nel senso che la diligenza é tendenzialmente considerata quale criterio determinativo del contenuto del vincolo, con l’ulteriore corollario che il risultato é caratterizzato dall’ aleatorietà, perché dipende, oltre che dal comportamento del debitore, de altri fattori esterni oggettivi o soggettivi.

Nelle obbligazioni di risultato, invece, ciò che importa é il conseguimento del risultato stesso, essendo indifferente il mezzo utilizzato per raggiungerlo. La diligenza opera solo come parametro. ovvero come criterio di controllo e valutazione del comportamento del debitore: in altri termini, è il risultato cui mira il creditore, e non il comportamento, ad essere direttamente in obbligazione.

Tale impostazione non è immune da profili problematici, specialmente se applicata proprio alle ipotesi di prestano ne d’opera intellettuale, in considerazione della struttura ateo sa del rapporto obbligatorio e tenendo conto, altresì, che ur risultato é dovuto in tutte le obbligazioni.

In realtà, in ogni obbligazione si richiede la compresenza del comportamento del debitore che del risultato, anche se in proporzione variabile, sicché molti autori criticano la distinzione poiché in ciascuna obbligazione assumono rilievo cosi il risultato pratico da raggiungere attraverso il vincolo, come I’ impegno che il debitore deve porre per ottenerlo. In tal senso la dottrina porta ad esempio proprio l’obbligazione dell’appaltatore, che deve in ogni caso utilizzare idonee procedure e modalità di esecuzione.

Si è visto, d’altra parte, come la giurisprudenza. pur utilizzando frequentemente la distinzione, non esita a convertire l’obbligazione di mezzi in obbligazione di risultato, dando luogo ad una sorta di metamorfosi, quando afferma che se è vero che obbligazioni inerenti

all’esercizio dl un’attività professionale sono generalmente obbligazioni di mezzi, tuttavia pos- sono assumere anche le caratteristiche delle obbligazioni di risultato in cui il professionista ai impegna a conseguire un determinato opus.

Sotto il profilo dell’onere della prove, la distinzione (talvolta costruita con prevalente attenzione alla responsabilità dei professionisti intellettuali e dei medici in particolare) é stata utilizzata per sostenere che mentre nelle obbligazioni di mezzi, essendo aleatorio il risultato, sul creditore incombe l’onere della prova che il manca il risultato è dipeso da scarsa diligenza, nelle obbligazioni di risultato, invece, sul debitore incombe l’onere della prova che un mancato risultato é dipeso da causa a lui non imputabile.

Ma anche sotto tale profilo la distinzione è stata sottoposta a revisione aia da parte della giurisprudenza che delta dottrina.

Infatti, questa Corte ha affermato che il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c.c. in materia di responsabilità contrattuale (in conformità a criteri di ragionevolezza per identità di situazioni probatorie, di riferibilità in concreto dell’onere probatorio alla sfera di azione dei singoli soggetti e di distinzione strutturale tra responsabilità contrattuale e da fatto illecito) é identico, sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione. ex art. 1453 c.c., sia che domandi il risarcimento per l’inadempimento contrattuale, ex art. 1218 c.c., senza richiamarsi in alcun modo alla distinzione tra obbligazioni di mezzi c di risultato (pur essendo pacifico che nella specie veniva dedotto un risultato connesso al contratto di trasporto: Cass. 7.2.1996, n. 973).

A sua volta, le dottrina, sia civilistica che processualistica, tende ad un’applicazione unitaria dei principi generali in materia di onere della prova, sia in tema di inadempimento, sia di risarcimento del danno, che infine in tema di risoluzione del contratto, indipendentemente dalla natura dell’ obbligazione (se di mezzi o di risultato).

Ulteriori elementi si possono trarre da un confronto con i modelli esistenti negli altri paesi europei, in assenza di una direttiva tesa a ravvicinare le soluzioni nazionali (come é notti, la proposta di direttiva 9 novembre 1990 della Commissione Cee non si è mai tradotta in provvedimento finale) .

In Francia, la responsabilità del professionista è regolata dalla legge speciale 4 gennaio 1978, n. 78-12, in base alla quale 1’ architetto è tenuto al risarcimento dei danni, entro il termine di prescrizione di dieci anni, verso il committente o l’acquirente nelle ipotesi in cui vi siano vizi dell’opera o altri che ne compromettano le sua destinazione e, poiché i giudici ammettono in maniera molto rigorosa l’esistenza della cause etrangère, la responsabilità può dirsi quasi oggettiva, ancorché l’obbligazione del professionista edile, secondo la summa divisio, sia un’obbligazione di risultato.

Nel diritto tedesco, dove la responsabilità dei professionista edile è costruita in maniera rigorosa rispetto agli altri professionisti (avvocati, medici), si ha la collocazione del)’ Ar- chitektenvertrag ora entro il contratto di servizio ora entro il contratto d’opera, con conseguenze rilevanti sotto il profilo della responsabilità del professionista, nel senso di caricare quest’ultimo rispettivamente di obblighi di diligenza o di risultato.

Anche in Austria la natura dell’ Archifektenoertrag oscilla fra il contratto d’opera, quando il contratto ha ad oggetto la pura redazione dei progetto, e il contratto misto, dove prevale l’elemento del mandato, nei casi in cui le prestazioni del professionista siano molteplici. La responsabilità del professionista è fondata essenzialmente sulla colpa.

Analoga situazione si registra in Svizzera, dove I’ ArchitelUenvertrag integra ora un contratto d’opera ora un mandato oneroso, e la responsabilità contrattuale del professionista edile scatta allorquando questi abbia agito con colpa, cagionando un danno al cornmittente in via casualmente adeguata.

15.5. Nel sistema inglese, invece, vi è stato il passaggio dalla esclusiva responsabilità contrattuale del professionista edile all’ammissibilità dell’azione per illecito civile. Il common law, pur non conoscendo in via extracontrattuale, il principio della risarcibilità dei puri danni patrimoniali, ammette l’esistenza di exelusionary rules, fra le quali vi rientra appunto la responsabilità professionale.

  1. L’esame di diritto comparato, secondo l’opinione prevalente in dottrina, porte a privilegiare la tesi di coloro che ritengono che tutti i profili di responsabilità contrattuale del professionista intellettuale, siano essi connessi ad obbligazioni di mezzi o di risultato, possono essere esaustivamente ricondotti nell’ambito della disciplina generale dell’inadempimento delle obbligazioni (artt. 2236, 2232, 1218, 1176, secodo comma, c.c.; come sopra evidenziato sub 9).

Vero è che la verifica del nesso di compatibilità fra gli artt. 2230 e 2226 del codice civile, da effettuarsi in base alla .natura del rapporto contrattuale dei professionista, richiede une valutazione riferita a dati concreti e diversa da quella propria del procedimento analogico (art. 12, secondo comma. c.c.), onde potrebbe ntenerai, a stretto rigore esegetico. 1’ in- compatibilità della sola parte dell’art. 2226 c.c. relativa alla garanzia per vizi occulti, esprimendosi il primo comma della disposizione in termini generali ed autonomi di liberazione della responsabilità per difformità e per vizi noti o facilmente

riconoscibili dell’open, a seguito di accettazione espressa o tacita da parte dei committente.

Ma per contro deve puro considerarsi che, quando 1’ opus consista nel risultato della progettazione tecnica, la configurabilità dei vizi e difetti contemplati dall’art. 2726 c.c., siano essi d’indole palese, facilmente riconoscibile , o occulta, ha come implicazione, anche a prescindere delle forzatura lessicale, la riconduzione a tali due ambiti di tutta la gamme delle carenze che impediscono un’esatta esecuzione dell’opera, e quindi, oltre a quelle riferibili alla stessa attività ideativa, per essere il progetto in tutto o in parte ineseguibile, ovvero eseguibile ma inutilizzabile sia pure per contrasto con la normativa urbanistica o perché non corrispondente all’uso convenuto, anche quelle che ai risolvano in meri errori materiali, quali pure quelli di calcolo, nella redazione degli elaborati tecnici, suscettibili di autonomo rilievo pregiudizievole per il committente.

In tal caso, appare evidente che, ne fosse applicabile il termine professionale imposto dall’art. 2226, secondo comma, c.c., ossia quello di un anno della consegna degli elaborati, da un canto si imporrebbe al committente la tempestiva c completa verifica dell’attuabilità o utilizzabilità della progettazione quando l’attuazione di casa non fosse prevista in termini

corrispondenti, e dall’altro il professionista verrebbe esonerato

dalla relativa garanzia, qualora le medesime carenze si evidenziassero solo nelle successive fase dell’esecuzione dell’opera progettata, posteriore alla scadenza del termine prescrizionale, compatibile con iniziative costruttive di non eccessiva importanza.

17.3. Va, infine, considerato che é senz’altro da escludere 1’ applicabilità della disciplina di cui all’art. 2226 c.c. nel caso in cui la redazione del progetto sia affidata a società di ingegneri (art. 2238 c.c.), in considerazione della natura del rapporto contrattuale, della sua fonte (appalto, privato o pubblico, di opera c/o di servizi) c dell’organizzazione imprenditoriale.

Pertanto, in base alle considerazioni svolte, il contrasto giurisprudenziale va risolto affermandosi che le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c. in tema di decadenza e prescrizione delf azione di garanzia per vizi non sono applicabili alla prestazione d’opere intellettuale, in particolare alla prestazione del professionista che abbia assunto l’obbligazione della redazione di un progetto d’ingegneria o della direzione dei lavori ovvero dell’ uno e dell’altro compito, cumulando nella propria persona i ruoli di progettista e direttore dei lavori.

 

 

 

 

 

 

https://avvocatoabologna.it/ingegnere-responsabilita-avvocato-esperto-obbligazione-dei-progettista/
https://avvocatoabologna.it/ingegnere-responsabilita-avvocato-esperto-obbligazione-dei-progettista/

 

 

 

 

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI

SENTENZA 15781 del 28 luglio 2005
(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore A. Elefante)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. B.. , con atto di citazione del ‘21.12.81, esponeva che, con contratto di appalto del 26.07.1976, aveva affidato all’impresa edile M A la costruzione di un fabbricato, all’ing. Adriano Panelli 1’incarico della progettazione e direzione dei lavori strutturati in cemento armato e allo Studio Tecnico H Giuliano la progettazione c direzione dei lavori concernenti la parte architettonica. Dopo che i lavori erano stati ultimati (luglio 1976), collaudati (marzo 1977) e consegnati (aprile 1977), aveva rilevato vizi e lesioni ai pavimenti, alle pareti e ai solai. Alla denuncia dei vizi aveva fatto seguito un accordo in data 29.10.1979 che prevedeva sia il risanamento delle strutture, con attuazione degli interventi progettati da un diverso professionista, l’ing. Collina, sia l’eliminazione di ogni difetto. Il collaudo dei lavori di ripristino era stato effettuato in data 22.10.1980 c successivamente, con lettera del 30.07.1981, aveva chiesto il risarcimento dei danni, ma senza alcun esito. Pertanto, il B. conveniva dinanzi al Tribunale di Forli 1’impresa M., l’ing. Z. e lo Studio Tecnico H al fine di ottenere il risarcimento del danno subito, costituito nel diminuito valore dell’edificio emendato dai vizi.

Il Tribunale, con sentenza non definitiva (n. 490/ 1987), respingeva le eccezioni di decadenze e prescrizione sollevate dai convenuti in riferimento agli artt. 2226 e 1667 c.c., c, con sentenza definitiva (39119), escludeva ogni addebito dello Studio Tecnico H ed affermava la corresponsabilità dell’ing. Z e dell’impresa M, determinando in misura prevalente e pari all’ 80% la percentuale di colpa del professionista, riferita sia ed errore nei calcoli delle opere in cemento armato quale progettista, sia ad omissione delle verifiche sulla qualità dei materiali, oltre che a mancata acquisizione della documentazione prescritta dall’art. 4 della legge n. 1086/71, in relazione alla diversa e ulteriore veste di direttore dei lavori afferenti le parti in cemento armato. Condannava, pertanto, l’ing. Z e l’impresa M, in misura del rispettivo apporto causale (g0°U e 205’0), a pagare al B, a ti tolo dì risarcimento danni, la somma di £. 170 milioni, con rivalutazione secondo indici ISTAT dal 16 giugno 1993 alla data della sentenza, oltre agli interessi legali, calcolati anno per anno sulla somma capitale.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Con sentenza n. 1261199 del 5.11/2.12.1999, la Corte d’appello di Bologna, in parziale accoglimento dell’appello principale proposto dall’ing. Z, riduceva l’entità del danno risarcibile da £. 170 milioni a £. 136 milioni dovuto al B e confermava nel resto la decisione dei Tribunale, respingendo l’appello incidentale del B nei confronti dello Studio Tecnica H.

Per quanto è rilcvantc in queste sede, in relazione all’appello principale dell’ing. Z c alle eccezioni di decadenza e prescrizione dallo stesso sollevate, la Corte bolognese, premesso che in primo grado la responsabilità dell’ing. Z tra stata affermata in relazione ad entrambi gli incarichi ricevuti di progettazione e di direzione dei lavori in cemento armato, dopo aver richiamati gli orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilità del professionista intellettuale per difformità e vizi occulti dell’opera. osservava, innanzitutto, che, secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c., in tema di lavoro autonomo c di decadenza (per mancata denuncia nel termine di otto giorni) e pre- scrizione annuale dell’azione di garanzia, spettante al committente in caso di difformità c vizi occulti dell’opera, avrebbero potuto applicarsi solo alla prestazione progettuale dell’ing. Z, qualificabile come obbligazione di risultato e non anche all’attività di direzione dei lavori, inquadrabile fra le obbligazioni di mezzi.

Riteneva che tale orientamento non era condivisibile, in quanto la valutazione di compatibilità prescritta dall’art. 2230 c.c., avrebbe dovuto portare ad escludere in ogni caso I’ applicabilità dell’art. 2226 c.c. sul lavoro autonomo, inconciliabile con l’essenza stessa delle prestazioni d’indole intellettuale.

Osservava, in particolare, che la distinzione delle obbligazioni d’opera intellettuale a seconda che fossero o meno produttive di un opus era frutto di un equivoco, consistente nel confondere il supporto del prodotto dell’obbligazione con il prodotto stesso, equivoco e sua volta dovuto e due ragioni, ossia alla non sempre agevole possibilità di attribuire prevalenza a] profilo intellettuale piuttosto che al risultato materiale della prestazione ed alla necessità di trasfondere su supporto materiale il prodotto dell’attività ideativa.

Concludeva che nelle prestazioni intellettuali ‘…l’attività mentale assume netta prevalenza su quella fisica” sicché «la trasformazione della materia o manca del tutto …o assume un ruolo del tutto marginale e secondario».

Contro tale sentenza l’ing. Z ha proposto ricorso per cassazione, formulando nove motivi di censura.

Il B ha resistito con controricorso, svolgendo altresì due motivi di ricorso incidentale. Gli altri intimati non si sono costituiti.

La seconda sezione civile, con ordinanza del 29.04.2003/ 20.01.2004, riuniti i ricorsi, in ordine al primo motivo del ricorso principale, con il quale si deducono due profili di censura, ha rilevato la presenza di orientamenti giurisprudenziali divergenti.

Quanto al primo profilo, l’ordinanza interlocutoria ha osservato che l’obbligazione del progettista, secondo l’indirizzo maggioritario (Cass. 27 .2.1996, n. 1530; 28.1.1995, n. 1040; 1.12. 19(32, n. 12820; 28.1.1985, n. 488; 8.4.1977, n. 1346; 7.2.1975, n. 475; 10.12.1974, n. 4159) avrebbe natura di obbligazione di risultato; secondo quello minoritario (Cass. 27.5. 1497, n. 4704; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1481, n. 234) sarebbe, invece, un’obbligazione di mezzi.

Quanto al secondo profilo, ha evidenziato due precedenti contrastanti: uno (Cass. 22.4.1974,

  1. Il 56) ha ritenuto che il cumulo delle funzioni di progettista e direttore dei lavori può, tenuto conto delle caratteristiche del caso concreto, dare luogo ad un’obbligazione di risultato; l’altro (Cass. 29.1.2003, n. 1294) ha affermato che anche nel caso di cumulo dei due ruoli, l’obbligazione dei direttore dei lavori resta un’obbligazione di mezzi, a differenza di quella del progettista che é un’obbligazione di risultato.

Per la composizione del contrasto, il Primo Presidente, ai sensi dell’art. 374, 2°comma, c.p.c., ha rimesso la questione alle sezioni unite.

Le parti hanno depositato memoria. MOTIVI DELLA DECISIONE

1 due ricorsi, principale e incidentale. sono stati già riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c, con l’ordinanza del 29.4.2003.

  1. 11 ricorso principale dell’ing. Z contiene nove motivi. a) Il primo motivo riguarda la ‘violazione e falsa applicazione dell’art. 2230 c.c. in relazione all’art. 2226 c.c. e 360 n. 3 c.p.c. c 360 n. 5 c.p.c. per aver l’impugnata sentenza ritenuto inapplicabili le sollevate eccezioni di decadenza e di prescrizione ad un’opera intellettuale del progettista e direttore dei lavori, senza considerare che nel caso specifico l’ing. Z aveva assommato la funzione e la prestazione di progettista c di direttore dei lavori in cemento armato.”

Si censura la sentenza impugnata sotto due profili, adducendo che: a) il giudice d’appello, seguendo t’indirizzo giurisprudenziale minoritario, ha errato nel negare valore di opus

al progetto di opere edilizie: b) la sentenza impugnata, trascurando di considerare che nel caso in esame nell’unico professionista sì assommavano i ruoli di progettista e, direttore dei lavori, si E allontanata dall’indirizzo giurisprudenziale secondo cui in tale caso l’obbligazione del professionista, unitariamente considerata, costituisce un’obbligazione di risultato.

  1. b) II secondo motivo denuncia la ‘violazione ed errata interpretazione del contratto d’opera professionale e della responsabilità del ricorrente come direttore dei lavori con violazione dell’art. 2230 c.c. e 360 n. 3 c.p.c, ed omessa o insufficiente motivazione su un punto essenziale della controversia, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c. nonché sulla legge 1086/71.”

Si assume che erroneamente l’impugnata sentenza ha al fermato la responsabilità dell’ing. Z anche come direttore dei lavori, senza considerare che non rientra tra i compiti del direttore dei lavori la verifica della correttezza del progetto, consistendo le sue funzioni nell’assicurare che l’opera realizzata sia conforme alle specifiche progettuali.

  1. c) li terzo motivo concerne la “violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c e 2226 c.c. per aver l’impugnata sentenza determinato con ricorso all’equità la riduzione del valore dell’immobile senza adeguata motivazione.”

Si sostiene che nella varietà delle opinioni dei tecnici, la Corte d’appello avrebbe dovuto scegliere. uno dei criteri di determinazione del danno e, in ogni caso, mai avrebbe dovuto considerare, in mancanza di prova al riguardo, come ulteriore componente del danno la notorietà che la vicenda aveva assunto in loco.

  1. d) Il quarto motivo denuncia “errata ed immotivata determinazione del danno risarcibile con violazione dell’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. e dei limiti della condanna.”

Si afferma che l’iperbolico risarcimento (L. 136 milioni) non ha alcuna spiegazione logica, atteso che era stato acclarato e dato per cerio che gli interventi strutturali eseguiti avevano ri- pristinato la statica dell’immobile. Inoltre, una svalutazione commerciale del 25°ro, ancorché ridotta dalla Corte d’appello al 20%, rapportata al valore commerciale dell’immobile e non a1 suo costo, resta oltre che immotivata, esagerate, considerato che un immobile che abbisogni di una ristrutturazione integrale ha un valore commerciale ridotto del 50%.

  1. e) 11 quinto motivo denuncia la «violazione ed erronea applicazione dell’art. 2230 e segg- c.c. e 360 n. 3 e S c.p.c. per avere l’impugnata sentenza immotivatamente attribuito una re- sponsabilità del progettista e direttore dei lavori ad una percentuale prevalente di sua colpa senza avere individuato ed adeguatamente motivato i fatti cd i comportamenti addebitabili a lui, male rapportandoli altresì agli obblighi che gravavano sulla impresa appaltatrice.*

Con tale motivo, dopo un lunga e analitica esposizione delle varie consulenze, si sostiene 1’incnmplcter2.a ed erroneità degli elaborati peritali, dolendosi che i giudici di primo e secondo grado non abbiano accolto la richiesta di espletamento di ulteriore c.t.u. per 1’esame dei materiali impiegati per la costruzione del fabbricato e per la realizzazione del solaio: esame che se effettuato avrebbe comportato 1’attribuibilità dei vizi lamentati a causa diversa dal ritenuto errore di progettazione dell’ing. Z.

Nell’ultima parte di detto motivo, si deduce che la sentenza d’appello sarebbe carente di motivazione in ordine alla distribuzione delle colpe e degli oneri risarcitori, dovendo l’ing. Z, quale progettista, rispondere solo delle proprie colpe contrattuali, ammesso che ci fossero.

0 II sesto motivo denuncia la “violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c. e 2226 c.c. per avere la Corte d’appello immotivatamente assolto da ogni colpa e quindi da un concorso risarcitorio il geom. Villi.’

Si sostiene che la responsabilità dello Studio Tecnico Linea 5 del geom. Villi emergeva dalla prima consulenza tecnica dell’ ing. Santini ed il parere del tutto discorde del secondo consu- lente tecnico ing. B., al quale i giudici di merito si sono uniformati, non sarebbe giustificato né plausibile.

  1. g) Il settimo motivo riguarda la “violazione ed erronea applicazione degli artt. 1655 e scgg. c.c. e 1218 c.c. con riferimento all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. per avere I’impugnata sentenza omesso ogni indagine ed ogni motivazione sugli obblighi ed i doveri inseguiti della impresa appaltatrice, gravando sul progettista conseguenze economiche per colpe e responsabilità che erano e restavano di questa, se pure si fosse prescritto il diritto o verificatesi decadenze in ordine ad un diritto risarcitorio dell’appaltante.”

Si censura l’impugnata sentenza per aver ritenuto non più perseguibile dal B. l’impresa appaltatrice dr A M, perché il relativo diritto rìsarcitorio “sarebbe comunque prescritto per il decorso del termine annuale di denuncia». Si sostiene che nessuna prescrizione e decadenza si sarebbero maturate nei confronti del prestatore d’opera professionale e che

l’impresa appaltatrice non sarebbe esonerala da responsabilità anche nel caso di presenza di un direttore dei lavori e di imperfezioni progettuali, essendo tenute a rilevare eventuali carenze ed errori.

  1. h) L’ottavo motivo denuncia la *violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., con riguardo all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c., per non aver dato la Corte d’appello accesso alla istruttoria ri- chiesta e ritualmente proposta, senza motivare il perché della mancata indagine, del tutto conferente e puntuale al fine di

stabilire l’assenza di colpe del progettista c le diverse cause del danno.”

Si assume che immotivatamente t’impugnata sentenza non ha ammesso la richiesta prova tecnica volta ad accertare la insussistenza della colpa del progettista e direttore dei lavori ing. Z.

  1. i) 11 nono motivo riguarda la “violazione o erronea applicazione degli ant. 1218-1224 c.c. e 360 n. 5 c.p.c. nella determinazione del danno inteso come rivalutazione ed interessi sulla somma rivalutata anno per anno con erronea motivazione sul punto.”

Premesso che i vizi strutturali sono stati tutti eliminati nel 1979 c che l’unico danno del B rimasto da risarcire è quello derivante dalla svalutazione dell’immobile, si sostiene che la attualizzazione del danno stesso è gia stata effettuata dal secondo c.t.u. ing. B., sicché non d giustificato aggiungere alla svalutazione gli interessi al tesso legale.

  1. Il ricorso incidentale del B si articola in due motivi.
  2. I) Col primo motivo (correlato al terzo motivo del ricorso principale), denunciando omessa o, comunque, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art, 360 n. 5 c.p.c., il ricorrente incidentale contesta le ragioni dì riduzione dell’entità del ristoro, perché la Corte d’appello, dopo aver affermato di doversi attenere alla valutazione effettuata dal c.t u. ing. B, ha poi ritenuto di dover diminuire il danno al 20% senza alcuna motivazione riguardo alla percentuale prescelta.

Con il secondo motivo (correlato al settimo del ricorso principale), denunciando omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia e in particolare circa l’appello inciden- tale del B., in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., il ricorrente incidentale censura l’impugnata sentenza per non aver dichiarato la solidarietà della condanna fra l’impresa M. e l’ing. Z.

  1. R contrasto giurisprudenziale rilevato con l’ordinanza di remissione, in relazione al primo motivo del ricorso principale, è sorto in relazione alle disposizioni in terna di decadenza e prescrizione dell’azione di garanzia per vizi e difetti dell’opera, dettate dall’art.. 2226 c.c., in riferimento al contratto d’opera manuale (che ha ad oggetto, secondo l’art. 2222 c.c., l’obbli- gazione di compiere un’opera o un servizio) c specificamente in ordine all’applicabilità di tale norma, inserita nel capo I del titolo 111 del libro quinto del codice civile, sul lavoro autonomo, alla diversa ipotesi in cui i vizi e i difetti si manifestino in relazione al contratto d’opera intellettuale, regolato dal capo li, relativo alle professioni intellettuali, del medesimo titolo III, sul lavoro autonomo.

Pertanto, il contrasto giurisprudenziale riguarda la questione di diritto se le disposizioni in tema di decadenza e prescrizione dell’azione di garanzia per vizi siano applicabili ella prestazione d’opera intellettuale, in particolare all’ipotesi in cui i professionista abbia assunto l’obbligazione: a) della redazione di un progetto d’ingegneria; b ( della direzione dei lavori; c) dell assolvimento dell’uno e dell’altro compito, cumulando i ruoli di progettista c direttore dei lavori.

  1. Prima di procedere all’esame del contrasto è bene premettere che la questione circa 1’applicabilità o meno dell’art. 2226 c.c. al diverso ambito delle professioni intellettuali ha come parametro di riferimento l’art. 2230 c.c., contenuto nel menzionato capo II, il quale dispone: “11 contratto che ha per oggetto una prestazione di opera intellettuale c regolato dalle norme seguenti e, in quanto compatibili con queste c con la natura del rapporto, dalle disposizioni del capo precedente…», fra le quali é appunto ricompreso, come detto, il citato art. 2226 c.c..

4.1. Tele articolo, relativo a difformità e vizi dell’opera, sancisce che:

“L’accettazione espressa o tacita dell’opera da parte del committente libera il prestatore d’opera dalla responsabilità per difformità o per vizi della medesima, se all’atto dell’ accet- tazione questi erano noti al committente n facilmente riconoscibili, purché in questo caso non siano stati dolosamente occultati.

Il committente deve, a pena dì decadenza, denunziare le difformità e i vizi occulti al prestatore d’opera entro otto giorni dalla scoperta. L’azione si prescrive entro un anno dalla consegna.

I diritti del committente nel caso di difformità o di vizi dell’ opere sono regolati dall’art. 1168.

  1. Il denunciato contrasto giurisprudenziale, con specifico riguardo all’ambito controverso, concernente prestazioni professionali consistite nella progettatone delle strutture in cemento armato di un edificio privato e nella direzione dei relativi lavori affidati in appalto, ha fatto leva sulla distinzione (influente anche sul regime probatorio della responsabilità del professionista) tra le cc. dd. obbligazioni di mezzi e le obbligazioni di risultato (alle quali ultime cono ricondotte le obbligazioni del preatatore d’opera manuale) ed è sintetizzabile nei seguenti termini.

5.1. Obbligazione dei progettista,

Da un lato sì L ritenuto che, sebbene l’obbligazione inerente alfeacroizio dì un’attività professionale aia generalmente obbligazione di mezzi, in determinate circostanze essa assume la caratteristica dell’obbligazione di risultato, nella quale il professionista si impegna a realizzare un determinato opus; come,</