CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA

CONSULENTE PROMOTORE FINANZIARIO CONFLITTO INTERESSE CONDANNA

L’art. 23 Reg. congiunto, nel testo applicabile alla specie, non ha affatto abdicato al principio “disclose or abstain” alla base della previgente disciplina del conflitto di interesse risultante dall’art. 27 Reg. Consob 1 luglio 1998, n. 11522, ma nel quadro di una riorganizzazione di essa fondata sul principio della prevenzione si è passati, quanto alla posizione dell’investitore, da un’impostazione basata sul principio del consenso espresso ad un’impostazione basata ora sul principio del consenso tacito. In ragione dei mutamenti che attraversano senza sosta il mercato finanziario e che rendono il conflitto di interessi una dimensione potenzialmente presente in qualunque contrattazione finanziaria, l’intento dei riformatori si è infatti indirizzato in direzione di un’attualizzazione della relativa disciplina per mezzo principalmente di un’accresciuta responsabilizzazione degli intermediari, chiamati, qui, come già più in generale previsto dall’art. 21, comma 1 bis, TUF, ad adottare “ogni misura ragionevole per identificare i conflitti di interesse che potrebbero insorgere con il cliente o tra clienti” (art. 23, comma 1) e a gestire “i conflitti di interessi anche adottando idonee misure organizzative… da evitare che tali conflitti incidano negativamente sugli interessi dei clienti” (art. 23, comma 2); e ciò non senza, però, fare nel contempo salva l’avvertenza che “quando le misure adottate ai sensi dell’art. 2 non sono sufficienti per assicurare, con ragionevole certezza che il rischio di nuocere agli interessi dei clienti sia evitato, gli intermediari informano chiaramente i clienti, prima di agire per loro conto, della natura generale e/o delle fonti dei conflitti affinchè essi possano assumere una decisione informata sui servizi prestati, tenuto conto del contesto in cui le situazioni di conflitto si manifestano” (art. 23, comma 3). Quest’ultima disposizione rafforza la convinzione che l’intermediario che intenda promuovere la conclusione di un’operazione in conflitto di interessi deve informarne previamente il cliente (“gli intermediari informano chiaramente i clienti prima di agire per loro conto”) e solo dopo averne ottenuto il consenso (“possano assumere una decisione informata”) l’operazione può avere seguito.

Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Sentenza 15 luglio 2021, n. 20251 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SCOTTI Umberto L.G.C. – Presidente – Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere – Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere – Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere – Dott. RUSSO Rita – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 15866/2016 proposto da: Credit Suisse Life & Pensions Ag. e Credit Suisse Italy S.p.a.,

in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliate in Roma, Via Nazionale n. 204, presso lo studio dell’avvocato Benedetta Musco Carbonaro, che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato Luca Zitiello, giuste procure in calce al ricorso; – ricorrenti – contro R.F., elettivamente domiciliato in Roma, Via Tacito n. 23, presso lo studio dell’avvocato Cinzia De Micheli, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati Paolo Codegoni, Paolo Comoglio e Roberto Scheda, giusta procura in calce al controricorso; – controricorrente – avverso la sentenza n. 606/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 14/04/2016; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 9/04/2020 dal Cons. Dott. Marco Marulli; lette le conclusioni scritte ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 176 del 2020, del P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che chiede che la Corte di Cassazione rigetti il ricorso in epigrafe; con le conseguenze di legge.

Svolgimento del processo 1. Credit Suisse Life & Pensions AG e Credit Suisse Italy s.p.a. impugnano la sentenza in esergo con la quale la Corte d’Appello di Torino, respingendone il gravame, ha confermato la decisione di prima istanza che su ricorso di R.F. aveva condannato entrambe in solido a ristorare il medesimo del danno patito in conseguenza dell’acquisto mediante la sottoscrizione di proposta contrattuale in data 9.6.2008, per il tramite della banca, di una polizza Unit Linked emessa dalla compagnia, operazione conclusa da costoro in conflitto di interessi ed in violazione degli obblighi informativi previsti dal TUF e dalla normativa di secondo livello. Nel motivare il rigetto il giudice distrettuale, disattesa previamente l’eccepita inammissibilità dell’appello per conflitto di interesse dei difensori, ha ribadito i convincimenti già esternati dal giudice di prime cure. Sicchè, sussistendo nella specie un’incontestata situazione di conflitto d’interessi, era dovere dell’intermediario, alla stregua degli obblighi informativi gravanti sul medesimo a mente dell’art. 21, comma 1 bis TUF e dell’art. 23, comma 3, Regolamento congiunto Banca d’Italia-Consob del 29.10.2007 nei testi vigenti all’epoca, astenersi dal dare corso all’operazione ove non avesse informato di ciò il cliente (“l’intermediario ha… l’obbligo di informare il cliente del conflitto; se non lo fa, si deve astenere, obbligo che discende dall’interpretazione del dato testuale che richiede la necessaria informazione ai fini della decisione informata”); e,

poichè nella specie detta segnalazione era intervenuta dopo la conclusione del contratto (“è documentata la tardività di tale segnalazione – 24.6.2008 – perchè intervenuta quando il contratto di polizza ormai perfezionatosi era in esecuzione – proposta del 9.6.2008, pagamento del premio in data 16.6.2008 ed accettazione da parte di CSLP in data 24.6.2008 -“), ciò rendeva corretta la condanna di entrambe le convenute (“corretta è poi la statuizione del giudice di prime cura circa la titolarità di CSI e CSLP in relazione alla domanda risarcitoria derivante da violazione degli obblighi informativi, comprensivo di quello relativo al conflitto di interessi, in virtù del precetto contenuto nell’art. 25 bis TUF che testualmente al comma 1, recita “gli artt. 21 e 23, si applicano alla sottoscrizione e al collocamento di prodotti finanziari emessi da banche e imprese di assicurazione””), al risarcimento decretato in primo grado, sussistendo altresì il nesso causale (“la S.C. ha stabilito che nella fattispecie del conflitto di interessi deve considerarsi irrilevante l’indagine sul nesso causale tra condotta e inadempimento”), nella misura ivi riconosciuta pari alla differenza tra il capitale investito e quello riscosso (“il risarcimento del danno non deve essere limitato al c.d. “interesse negativo”,… ma si deve estendere alla totalità dei danni, valutati nel loro complesso, che risultino collegati da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto: rilevano in sostanza sia il danno emergente che il lucro cessante”). Per la cassazione di detta sentenza le soccombenti si valgono cumulativamente di quattro motivi di ricorso, a cui la compagnia ne aggiunge un quinto, motivi a cui replica con il controricorso il R..

 Chiamata in trattazione alla camera di consiglio del 10.7.2020 con ordinanza interlocutoria 22608/2020, all’esito della discussione in quella sede, la causa era rimessa all’odierna trattazione in pubblica udienza. Motivi della decisione 2. Il ricorso – alla cui cognizione, salvo quanto si avrà occasione di dire riguardo al quinto motivo di ricorso, non osta la pregiudiziale opposta dal controricorrente in punto di conflitto di interessi tra le parti ricorrenti, che renderebbe nullo il rilascio della procura all’unico difensore costituitosi per entrambe, e ciò perchè nei limiti enunciati in relazione al concreto rapporto esistente tra le parti (Cass., Sez. II, 22/01/2018, n. 1530) non è apprezzabile la pretesa situazione di conflitto ravvisandosi, per vero, tra le ricorrenti una sostanziale uniformità di intenti – allega, al primo motivo, un’inammissibile doglianza motivazionale – nella specie avente ad oggetto l’omesso esame di un fatto decisivo consistito nel non aver considerato se l’asserito conflitto di interessi fosse pregiudizievole per il cliente soggiacendo invero la specie in esame all’applicazione, ratione temporis, dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5, – la cui applicazione prescinde anche concettualmente dall’inammissibilità dell’appello – di guisa che deve ritenersi precluso il ricorso per cassazione, se come qui – e come pure riconoscono le stesse ricorrenti (“la Corte d’Appello di Torino, al pari del giudice di primo grado, ha completamento omesso di indagare sul carattere pregiudizievole o meno del conflitto di interessi”) – la sentenza d’appello confermi la decisione di primo grado. 3.1. Il secondo motivo argomenta la violazione dell’art. 23 del citato regolamento congiunto Banca d’Italia-Consob del 29 ottobre 2007, nel testo applicabile alla specie, che le ricorrenti spiegano, a confutazione dell’affermazione operata dal giudice d’appello circa il dovere dell’intermediario di astenersi dal dar corso all’esecuzione di operazioni in conflitto di interessi, rilevando che, poichè in tal senso si era orientata la Dir MiFID I (Dir. CEE 21 aprile 2004, n. 2004/39/CE) alla luce della quale sono state adottate le citate disposizioni regolamentari, “la disciplina di riferimento introdotta in attuazione delle direttive Mifid non prevede più alcun obbligo di astensione per l’intermediario che operi in conflitto di interessi”. 3.2. L’assunto, fermo in principio che è da escludere che il legislatore Europeo e, di seguito, quello nazionale possano aver pensato di liberalizzare totalmente le operazioni in conflitto di interessi icasticamente il P.M. discorre al riguardo di “una sorta di franchigia dell’omissione informativa” – è frutto di un travisamento della richiamata realtà normativa.

 L’art. 23 Reg. congiunto, nel testo applicabile alla specie, non ha affatto abdicato al principio “disclose or abstain” alla base della previgente disciplina del conflitto di interesse risultante dall’art. 27 Reg. Consob 1 luglio 1998, n. 11522, ma nel quadro di una riorganizzazione di essa fondata sul principio della prevenzione si è passati, quanto alla posizione dell’investitore, da un’impostazione basata sul principio del consenso espresso ad un’impostazione basata ora sul principio del consenso tacito. In ragione dei mutamenti che attraversano senza sosta il mercato finanziario e che rendono il conflitto di interessi una dimensione potenzialmente presente in qualunque contrattazione finanziaria, l’intento dei riformatori si è infatti indirizzato in direzione di un’attualizzazione della relativa disciplina per mezzo principalmente di un’accresciuta responsabilizzazione degli intermediari, chiamati, qui, come già più in generale previsto dall’art. 21, comma 1 bis, TUF, ad adottare “ogni misura ragionevole per identificare i conflitti di interesse che potrebbero insorgere con il cliente o tra clienti” (art. 23, comma 1) e a gestire “i conflitti di interessi anche adottando idonee misure organizzative… da evitare che tali conflitti incidano negativamente sugli interessi dei clienti” (art. 23, comma 2); e ciò non senza, però, fare nel contempo salva l’avvertenza che “quando le misure adottate ai sensi dell’art. 2 non sono sufficienti per assicurare, con ragionevole certezza che il rischio di nuocere agli interessi dei clienti sia evitato, gli intermediari informano chiaramente i clienti, prima di agire per loro conto, della natura generale e/o delle fonti dei conflitti affinchè essi possano assumere una decisione informata sui servizi prestati, tenuto conto del contesto in cui le situazioni di conflitto si manifestano” (art. 23, comma 3).

 

 

 

Quest’ultima disposizione rafforza la convinzione che l’intermediario che intenda promuovere la conclusione di un’operazione in conflitto di interessi deve informarne previamente il cliente (“gli intermediari informano chiaramente i clienti prima di agire per loro conto”) e solo dopo averne ottenuto il consenso (“possano assumere una decisione informata”) l’operazione può avere seguito. E’ vero, a questo riguardo, che la norma non ne fa cenno, ma la prestazione del consenso è implicitamente presupposta dalla circostanza che l’intermediario non può agire se non dopo aver posto il cliente nella condizione di prendere una decisione informata, che non può che essere perciò espressione di assenso da parte sua, dato che diversamente l’intermediario si troverebbe nella condizione di non potere portare a termine l’operazione. Il passaggio normativo rilevante sta piuttosto nel fatto non già che l’intermediario possa prescindere dal consenso dell’investitore, ma che quel consenso che in precedenza doveva essere prestato in forma espressa oggi può essere manifestato anche per mezzo di un comportamento concludente, quale è da ravvisarsi nel fatto che l’investitore, debitamente notiziato della conflittualità dell’operazione, non si opponga ad essa e ne autorizzi così tacitamente la conclusione. Il che è, all’evidenza, cosa ben diversa da quella predicata dal motivo, persistendo in difetto di /’disclosure,, il dovere dCabstain,, dell’intermediario, che non può infatti effettuare l’operazione in conflitto di interessi se non dopo aver informato il cliente ed avere da questo ottenuto, sia pure per effetto di un comportamento concludente, il consenso alla sua esecuzione. 4.1. Il terzo motivo di ricorso – che sfugge ad un preliminare rilievo di inammissibilità poichè oggetto della censura non è l’apprezzamento di fatto compiuto dal giudice d’appello, ma la regula iuris dal medesimo applicata – imputa all’impugnata decisione di aver ritenuto

 

 

 

“la sussistenza in re ipsa del nesso causale tra inadempimento e danno, sebbene “la banca non avesse violato alcun obbligo di astensione atteso che la disciplina vigente in tema di conflitto di interessi non ne prevede”, alla luce dei principi generali in materia di responsabilità da inadempimento “spettasse, dunque al sig. R. provare la sussistenza del nesso causale” ed, una volta informato, costui non avesse esercitato “il diritto di recesso dal contratto”. 4.2. Il motivo è infondato. Esso riposa su un presupposto (l’insussistenza di un dovere di astensione da parte dell’intermediario in caso di conflitto di interessi) del tutto inveritiero come si è spiegato rigettando il secondo motivo di gravame, non avendo il legislatore – e, per esso, le autorità delegate all’adozione dei provvedimenti attuativi – con le disposizioni regolanti la specie inteso disgiungere l’obbligo di trasparenza, che impone di informare il cliente che l’operazione avviene in conflitto di interessi, ed il dovere di astensione ove il cliente non sia posto in condizione di prendere una decisione informata, prestando il proprio consenso all’operazione. Sicchè, come bene ha indicato il P.M. una volta “individuato l’oggetto della tutela che è la consapevole e compiuta informazione del cliente su ogni aspetto dell’operazione in strumenti finanziari, la violazione delle misure apprestate in quella direzione e delle regole poste per impedire il pericolo del pregiudizio definisce come tale la responsabilità del soggetto intermediario o collocatore a titolo omissivo”. Ciò del resto rispecchia un intendimento già enunciato da questa Corte in relazione alla fattispecie a suo tempo prevista dall’art. 27 Reg. Consob 11522/1998, che postulava, non diversamente del resto da quanto si è osservato in relazione alle disposizioni applicabili al caso di specie, l’obbligo dell’intermediario di astenersi dalle operazioni in conflitto di interessi se non debitamente autorizzate dall’investitori. In tali ipotesi si sosteneva, sottolineandosi segnatamente la peculiarità di essa rispetto alla violazione degli obblighi informativi più generalmente previsti a carico dell’intermediario, ove, come si è ricordato ancora di recente, la funzione dei medesimi di colmare l’asimmettria informativa tra le parti è foriera solo di una presunzione legale di sussistenza del nesso causale fra inadempimento informativo e pregiudizio (Cass., Sez. I, 17/04/2020, n. 7905), “la violazione dell’obbligo giuridico di astensione a carico dell’intermediario

 

 

 

esclude la necessità dell’accertamento del nesso causale, da ritenersi in “re ipsa”; invece nella differente ipotesi dell’inosservanza dell’obbligo di informazione attiva, specificamente prevista dall’art. 28, comma 2, del Regolamento Consob n. 11522 del 1998, l’esistenza del nesso causale andrà accertata in concreto, non potendosi escludere che l’investitore, una volta correttamente informato, avrebbe deciso di dar corso ugualmente all’investimento”. Nè vi è ragione di deflettere da siffatto indirizzo in considerazione dei visti mutamenti normativi, poichè come si è precisato, rigettando il secondo motivo di ricorso, il principio in virtù del quale le operazioni in conflitto di interessi non possono avere seguito senza il consenso dell’investitore non è stato accantonato, ma ha solo visto mutare il suo assetto, con la conseguenza che l’operazione posta in essere dall’intermediario in una situazione di conflitto di interessi del quale egli non abbia previamente informato l’investitore e rispetto al compimento della quale, sia pure nella vista forma del consenso tacito, egli non sia stato perciò autorizzato, qualora si riveli pregiudizievole, è fonte di indubbia responsabilità dell’intermediario, dato che solo l’adesione ad essa dell’investitore recide il nesso di causalità altrimenti sussistente tra la violazione dello specifico obbligo informativo a cui è tenuto l’intermediario nel dar corso ad un’operazione in conflitto di interessi e il danno che ne patisce l’investitore. 4.3. In questa ottica risulta, poi, del tutto inconferente, poichè relativo ad un post factum irrilevante sul piano dell’accertamento della responsabilità dell’intermediario – e di cui al più si sarebbe potuta apprezzare la concludenza se solo la questione fosse stata sollevata nei gradi di merito ai fini del contenimento del risarcimento del danno ex art. 1227 c.c., comma 2, -, è l’argomento del recesso. 5.1. Il quarto motivo di ricorso lamenta la violazione dell’art. 1223 c.c., perchè la Corte d’Appello avrebbe ritenuto cristallizzato il danno, disponendo la sua liquidazione nella somma corrispondente alla differenza tra la somma versata all’atto dell’operazione e la somma rimborsata al R., sebbene nella specie fosse mancata qualsiasi cristallizzazione della minusvalenza e non si potesse perciò parlare di una perdita “in quanto il quantum dello stessa è allo stato del tutto indeterminato ed indeterminabile”. 5.2. Il motivo è inammissibile. La Corte d’Appello, nel confermare sul punto l’assunto del giudice di primo grado e nel ritenere quindi corretta la liquidazione del danno patito dal R. nella differenza tra quanto investito e quanto riscosso, mostra di condividere il criterio più generalmente enunciato in materia da questa Corte, che ne raccomanda la parametrazione “in misura pari alla differenza tra il valore dei titoli al momento del relativo acquisto e quello degli stessi al momento della domanda risarcitoria” (Cass., Sez. I, 14/11/2018, n. 29353). Nell’indirizzarsi in questa direzione essa ha dato forma ad un giudizio di valore che basandosi sull’apprezzamento di circostanze di fatto emerse nel corso della vicenda sostanzia un accertamento di merito non suscettibile di essere sindacato da parte questa Corte, tanto più considerando che la pretesa “potenzialità” del danno, eccepita dalle ricorrenti nel formulare il motivo, è tale non già in forza dei dati concreti disponibili al momento della decisione ma in ragione di ipotetici e non prevedibili rimborsi futuri, sicchè, come ancora annota il PM, potenziale non è il danno liquidato dal decidente ma, potenziali sono semmai gli ulteriori rimborsi che l’investitore potrebbe essere deputato a ricevere in futuro. 6.1

 

 

. Il quinto motivo di ricorso, che riguarda solo la compagnia, deduce un duplice errore di diritto in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello pronunciandone la solidale condanna con la banca. Da un lato, posto che la responsabilità solidale è configurabile solo in correlazione con la medesima prestazione, sarebbe, invero, “di palmare evidenza… la diversità delle prestazioni” alle quali sono obbligate la banca e la compagnia, la prima essendo “tenuta a fornire al cliente tutte le informazioni sull’investimento”, la seconda rispondendo esclusivamente “per l’eventuale violazione delle obbligazioni assunte ed attinenti alla fase formativa ed esecutiva del contratto”; dall’altro si sarebbero ritenute applicabili alla compagnia le disposizioni in tema di conflitto di interessi quantunque esse “siano applicabili alle imprese di assicurazione solo quando esse distribuiscono direttamente prodotti finanziari ed assicurativi”, mentre nella specie alla collocazione della polizza aveva provveduto la banca e solo su di essa gravavano perciò gli obblighi informativi a cui erano tenuti gli intermediari. 6.2. Il motivo è inammissibile. Sciogliendo qui la riserva di cui si è fatto cenno nello scrutinare il primo motivo di ricorso occorre prendere atto del conflitto di interessi che per effetto del rassegnato motivo di ricorso si determina tra Credit Suisse Life & Pensions AG e Credit Suisse Italy s.p.a., giacchè l’estraneità alla vicenda argomentata dalla prima rispetto alla seconda e da cui la prima intende prendere le distanze contestando, segnatamente, la solidarietà risarcitoria tra loro affermata nella pregressa fase di merito e separando perciò la propria posizione da quella della banca, rende inammissibile, come reiteratamente affermato da questa Corte, il conferimento di unico mandato difensivo ed inammissibile la costituzione in giudizio a mezzo dello stesso procuratore, per irriducibile contrasto con il diritto di difesa ed il principio del contraddittorio, valori costituzionalmente garantiti (Cass., Sez. VI-III, 20/01/2020, n. 1143; Cass., Sez. I, 25/09/2018, n. 22772; Cass., Sez. I, 23/03/2018, n. 7363). Ne consegue che in parte qua il ricorso non può trovare alcun seguito. Nè, in contrario, rileva l’asserzione circa l’intervenuta rinuncia da parte della Compagnia al regresso nei confronti della Banca per il caso di conferma della condanna in solido di cui dà notizia la memoria agli atti, giacchè non consta che la relativa volontà sia stata debitamente formalizzata nei modi previsti dalla legge. 7. Vanno dunque respinti i primi quattro motivi di ricorso, mentre va dichiarato inammissibile il quinto. 8. Le spese seguono la soccombenza. Ove dovuto sussistono i presupposti per il raddoppio a carico del ricorrente del contributo unificato ai sensi del del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater. P.Q.M. Respinge il primo, il secondo, il terzo ed il quarto motivo di ricorso; dichiara inammissibile il quinto motivo di ricorso; condanna le parti ricorrenti al pagamento in solido delle spese del presente giudizio che liquida in favore di parte resistente in Euro 28200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, ove dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso. Si da atto che la presente sentenza viene sottoscritta dal solo Presidente in applicazione delle disposizioni impartite dal Primo Presidente con Decreto 40/2020 del 18.3.2020. Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile, il 9 aprile 2021. Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2021

BANCAROTTA VICENZA BOLOGNA? QUANDO VI E’ DOLO?

BANCAROTTA VICENZA BOLOGNA? QUANDO VI E’ DOLO?

NELLA BANCAROTTA LA RESTITUZIONE DI SOMME?

 

 

 

occorre rammentare che una siffatta restituzione è rilevante nel momento in cui la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della dichiarazione di fallimento ed impedisca l’insorgenza di alcun effettivo pregiudizio per i creditori

 

 

 

il permanere o meno di tale pregiudizio, costituente per questo come per altri aspetti l’offesa tipica dei reati di bancarotta

 

 

 

E’ pertanto al permanere o meno di tale pregiudizio, costituente per questo come per altri aspetti l’offesa tipica dei reati di bancarotta (Sez. 5, n. 39043 del 21/09/2007, Spitoni, Rv. 238212), che deve essere riferita la vantazione sulla sussistenza di un’azione restitutoria idonea a rimuovere gli effetti distrattivi della precedente condotta; non tralasciando di considerare la natura di reati di pericolo che connota i delitti in esame, e che attribuisce valenza lesiva anche alla mera potenzialità di un danno per le ragioni dei creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 214860; sez. 5, n. 11633 dell’08/02/2012, Lombardi Stronati, Rv, 252307; Sez. 5, n. 3229 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932). Tenuto conto di questo, la decisione impugnata è senz’altro corretta nella ritenuta irrilevanza, ai fini che qui interessano, della manleva prestata dagli acquirenti delle quote.

 

 

 

IL DOLO QUANDO SI HA NEL REATO DI BANCAROTTA?

l’oggetto del dolo dei reati di bancarotta non include la prospettiva del dissesto; essendo tale oggetto limitato, quanto in particolare al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, alla consapevolezza di dare a beni della fallita una destinazione diversa da quella dovuta secondo la funzionalità dell’impresa, privando quest’ultima di risorse e di garanzie per i creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 211538; Sez. 5, n. 29896 dell’01/07/2002, Arienti, Rv.222388; Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006, De Rosa, Rv. 233413; Sez. 5, n. 11899 del 14/01/2010, Rizzardi, Rv. 246357; Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214; Sez. 5, n. 3299 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932).

 

 

 

Opportunamente l’aspetto sottolineato dal ricorrente non veniva pertanto valutato nella sentenza impugnata ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico del reato, compiutamente motivata con la consapevolezza, esistente nell’imputato all’atto del non contesto prelievo delle somme dai conti correnti, di sottrarre le stesse alla garanzia delle obbligazioni della società

 

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MARASCA Gennaro – Presidente – Dott. OLDI Paolo – Consigliere – Dott. DE BERARDINIS Silvana – Consigliere – Dott. ZAZA Carlo – rel. Consigliere – Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere – ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso proposto da: G.G.M., nato a (OMISSIS); avverso la sentenza del 02/04/2012 della Corte d’Appello di Genova; visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. SALZANO Francesco, che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito per l’imputato l’avv. CELASCO FIORENZO, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso. Svolgimento del processo Con la sentenza impugnata, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Savona del 13/01/2010, veniva confermata l’affermazione di responsabilità di G.G.M. per il reato di cui all’art. 216 r.d. 16 marzo 1942, n. 267, commesso quale socio amministratore della xxxsuccessivamente xxxxe come tale dichiarata fallita in (OMISSIS) il (OMISSIS), distraendo le somme di L. 12.475.278 e L. 97.500.000 dai conti correnti bancari della società, rideterminandosi la pena inflitta in anni tre di reclusione. L’imputato ricorre sui punti e per i motivi di seguito indicati. 1. Sulla sussistenza della condotta distratti va, il ricorrente deduce violazione di legge e mancanza di motivazione sulla sostanziale restituzione delle somme di cui all’imputazione precedentemente al fallimento, costituita dall’atto del 05/10/2001 con il quale il G. cedeva le quote della Madi s.n.c., che contestualmente si trasformava in Madi s.a.s., a M.B. e Gr.Di., e questi ultimi manlevavano il G. dai precedenti debiti verso la società, ivi compresi quelli derivanti dai prelievi delle somme avvenuti nel 1999, escludendosi pertanto alcun pregiudizio per i creditori. 2. Sulla sussistenza dell’elemento psicologico del reato, il ricorrente deduce violazione di legge e mancanza di motivazione in ordine alla consapevolezza del dissesto, tenuto conto della distanza di tempo fra la condotta contestata ed il fallimento.

 

 

 

3. Sulla rilevanza della dichiarazione di fallimento, il ricorrente deduce violazione di legge e mancanza di motivazione in ordine alla connotazione della stessa quale elemento costitutivo della qualificazione del soggetto agente e, conseguentemente, alle intervenute modifiche dei requisiti di fallibilità di cui al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, e al D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, ed alla previsione della L. Fall., art. 147, per la quale non è consentito il fallimento dei soci a responsabilità illimitata dopo un anno dal momento in cui gli stessi abbiano perso tale qualità. 4. Sulla qualificazione giuridica del fatto come bancarotta fraudolenta anzichè come bancarotta preferenziale e sul trattamento sanzionatorio, il ricorrente deduce violazione di legge e mancanza di motivazione in ordine all’essere state le somme prelevate a titolo di restituzione di un finanziamento eseguito dall’imputato quale socio della fallita, al diniego delle attenuanti di cui all’art. 62 c.p., n. 6, e art. 62 bis c.p., ed alla determinazione della durata delle pene accessorie in anni dieci e non in misura pari alla pena principale.

 

 

 

 

 

Motivi della decisione 1. I motivi di ricorso relativi alla sussistenza della condotta distrattiva sono infondati. Posto che il prelievo delle somme di cui all’imputazione non è messo in discussione dal ricorrente, il quale esclude invece che lo stesso configuri distrazione per la sostanziale restituzione delle somme, individuata nella manleva degli acquirenti delle quote sociali rispetto ai precedenti debiti del G. verso la società, occorre rammentare che una siffatta restituzione è rilevante nel momento in cui la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della dichiarazione di fallimento ed impedisca l’insorgenza di alcun effettivo pregiudizio per i creditori (Sez. S, n. 3622 del 19/12/2006, Morrà, Rv. 236051; Sez. 5, n. 8402 del 03/02/2011, Cannavale, Rv. 249721).

 

 

 

 

E’ pertanto al permanere o meno di tale pregiudizio, costituente per questo come per altri aspetti l’offesa tipica dei reati di bancarotta (Sez. 5, n. 39043 del 21/09/2007, Spitoni, Rv. 238212), che deve essere riferita la vantazione sulla sussistenza di un’azione restitutoria idonea a rimuovere gli effetti distrattivi della precedente condotta; non tralasciando di considerare la natura di reati di pericolo che connota i delitti in esame, e che attribuisce valenza lesiva anche alla mera potenzialità di un danno per le ragioni dei creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 214860; sez. 5, n. 11633 dell’08/02/2012, Lombardi Stronati, Rv, 252307; Sez. 5, n. 3229 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932).

 

 

 

Tenuto conto di questo, la decisione impugnata è senz’altro corretta nella ritenuta irrilevanza, ai fini che qui interessano, della manleva prestata dagli acquirenti delle quote. Questi ultimi, con il relativo accordo, acconsentivano infatti a tenere il G. indenne dai debiti pregressi verso la società, ivi compresi quelli derivanti dalle sottrazioni contestate. Ma tale accordo non poteva che esaurire i suoi effetti all’interno dei rapporti fra i soci della fallita, e non mutava la situazione con riferimento alla posizione dei creditori della stessa; rispetto alle ragioni dei quali, al di là della soggettiva assunzione di responsabilità per le sottrazioni, persisteva il pericolo derivante dall’incidenza di dette sottrazioni sulla garanzia patrimoniale dei debiti della società, non rimosso dall’effettiva immissione di somme corrispondenti a quelle prelevate. Altrettanto correttamente la circostanza non veniva pertanto valutata come qualificabile al pari di una restituzione di dette somme, delle quali veniva in conclusione motivatamente ritenuta la distrazione. 2. I motivi di ricorso relativi alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato sono anch’essi infondati. Contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, l’oggetto del dolo dei reati di bancarotta non include la prospettiva del dissesto; essendo tale oggetto limitato, quanto in particolare al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, alla consapevolezza di dare a beni della fallita una destinazione diversa da quella dovuta secondo la funzionalità dell’impresa, privando quest’ultima di risorse e di garanzie per i creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 211538; Sez. 5, n. 29896 dell’01/07/2002, Arienti, Rv.222388; Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006, De Rosa, Rv. 233413; Sez. 5, n. 11899 del 14/01/2010, Rizzardi, Rv. 246357; Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214; Sez. 5, n. 3299 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932).

 

 

 

 

Opportunamente l’aspetto sottolineato dal ricorrente non veniva pertanto valutato nella sentenza impugnata ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico del reato, compiutamente motivata con la consapevolezza, esistente nell’imputato all’atto del non contesto prelievo delle somme dai conti correnti, di sottrarre le stesse alla garanzia delle obbligazioni della società. 3. Parimenti infondati sono i motivi di ricorso relativi alla rilevanza della dichiarazione di fallimento. Non valutando il tema proposto dal ricorrente in ordine alla sussistenza, nella posizione della società Madi, dei diversi requisiti di fallibilità introdotti con le modifiche normative intervenute successivamente alla declaratoria di fallimento della stessa, la sentenza impugnata faceva infatti corretta applicazione dei principi stabiliti da questa Corte (Sez. U, n. 19601 del 28/02/2008, Niccoli, Rv.239398; Sez. 5, n. 9279 dell’08/01/2009, Carottini, Rv.2 43160; Sez. 5, n. 40404 dell’08/05/2009, Melucci, Rv.245427), per i quali la dichiarazione di fallimento, costituendo atto giuridico richiamato nella struttura di una fattispecie incriminatrice, ne diviene componente solo in quanto provvedimento giudiziale che attualizza e rende concreta la potenzialità offensiva della condotta, e non in quanto rappresentativo dei fatti che con esso vengano accertati, unicamente sui quali, e non anche sull’atto giuridico della declaratoria di fallimento, incide la normativa che individua i presupposti di quest’ultima; normativa che pertanto, nella sua natura indiscutibilmente extra pena le, investe ciò che propriamente è l’elemento costitutivo della fattispecie e non può essere qualificata come integratrice del precetto penale, derivandone l’estraneità delle modifiche legislative normative di cui sopra all’operatività dell’art. 2 c.p., e l’inapplicabilità delle stesse, ai fini penali, alle vicende fallimentari precedentemente in corso. Ragioni analoghe rendono infondata la censura del ricorrente sull’omessa valutazione della previsione di cui alla L. Fall., art. 147, in ordine all’impossibilità di dichiarare il fallimento di un socio a responsabilità illimitata oltre l’anno dalla perdita di tale qualità, costituente anch’esso un presupposto della declaratoria di fallimento, per quanto detto non sindacabile in questa sede (Sez. 5, n. 47017 dell’08/07/2011, Di Matteo, Rv. 251446). Non senza considerare, comunque, che l’imputato risponde nella specie non quale socio dichiarato personalmente fallito in estensione, ma come socio amministratore anche di fatto, il che rende irrilevante, anche rispetto ad una società di persone, che lo stesso sia stato o meno dichiarato fallito in proprio (Sez. 5, n. 12496 dell’11/10/1994, De Negri, Rv. 200437; Sez. 5, n. 43036 del 13/10/2009, Gennari, Rv.245435). 4. I motivi di ricorso relativi alla qualificazione giuridica del fatto come bancarotta fraudolenta anzichè come bancarotta preferenziale, al diniego delle attenuanti di cui all’art. 62 c.p., n. 6, e art. 62 bis c.p., ed alla durata delle pene accessorie sono infine inammissibili. Le relative questioni non venivano infatti proposte con i motivi di appello e devolute alla cognizione di secondo grado, il che ne preclude in questa sede (Sez. 1, n. 2176 del 20/12/1993, Etzi, Rv. 196414; Sez. 2, n. 40240 del 22/11/2006, Roccetti, Rv. 235504). Il ricorso deve in conclusione essere rigettato, seguendone la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Così deciso in Roma, il 23 aprile 2013. Depositato in Cancelleria il 2 luglio 2013

 

 

 

 

 

Cassazione Penale Sez. V, Sent., (data ud. 18/02/2021) 29/07/2021, n. 29864

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

Dott. GUARDIANO Alfredo – rel. Consigliere –

Dott. BELMONTE Maria Teresa – Consigliere –

Dott. CALASELICE Barbara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

B.S., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 24/01/2020 della CORTE APPELLO di BOLOGNA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ALFREDO GUARDIANO;

il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. BIRRITTERI LUIGI, ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

  1. Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza con cui il tribunale di Rimini, in data 12.7.2018, aveva assolto B.S., con la formula perchè il fatto non costituisce reato, dal delitto, tra gli altri in contestazione, di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione ascrittogli nel capo A), in qualità di socio accomandatario della “(OMISSIS) SAS”, dichiarata fallita in data 17.7.2015, e di fallito in proprio, dichiarava il B. colpevole del reato de quo, condannandolo alle pene, principale ed accessorie, ritenute di giustizia.
  2. Avverso la sentenza della corte territoriale, di cui chiede l’annullamento, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, lamentando vizio di motivazione, sotto il profilo del travisamento della prova testimoniale, rappresentata dalle deposizioni dei testi M.V. e C.M., nonchè della prova documentale costituita dal contenuto dei partitari esaminati dalla curatrice fallimentare.

 

 

 

 

In particolare, ad avviso del ricorrente, l’assunto della corte territoriale, secondo cui i prelievi delle somme di denaro operati dal B. avrebbero avuto natura distrattiva, in quanto non pertinenti rispetto all’attività societaria, con connesso depauperamento del patrimonio sociale, perchè privi di contropartita, risulta smentito dal contenuto delle prove innanzi indicate, non considerate dalla corte territoriale, sulle quali si fondava la decisione assolutoria del giudice di primo grado, secondo cui ogni movimentazione di denaro da parte dell’imputato era stata finalizzata al fine di garantire gli adempimenti verso i creditori. Le prove in questione, infatti, rappresentano una realtà affatto diversa: l’imputato ha utilizzato i fondi che si assume oggetto di distrazione per completare gli appartamenti costruiti in corso di allestimento al fine di locarli, in modo da poter ridurre l’esposizione debitoria nei confronti dei creditori della società.

 

 

 

 

 

2.1. Con requisitoria scritta del 1.2.2021, depositata sulla base della previsione del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8, che consente la trattazione orale in udienza pubblica solo dei ricorsi solo dei ricorsi per i quali tale modalità di celebrazione è stata specificamente richiesta da una delle parti, il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di cassazione chiede che il ricorso sia accolto, con conseguente annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

  1. Il ricorso è fondato e va accolto.
  2. Al riguardo giova premettere una, sia pure sintetica, ricostruzione dell’evoluzione della giurisprudenza di legittimità, formatasi sulla questione di diritto posta dal ricorrente, partendo dai principi affermati nella nota sentenza “Dasgupta” delle Sezioni Unite di questa Corte di Cassazione.

 

 

 

 

In tale fondamentale arresto il Supremo Collegio rilevava, che, in pieno accordo con i principi espressi dalla giurisprudenza della Corte EDU, fermi restando i limiti derivanti dal dovere di immediata declaratoria di cause di non procedibilità o di estinzione del reato, ex art. 129 c.p.p., comma 1, il giudice di appello, investito dalla impugnazione del pubblico ministero che si dolga dell’esito assolutorio di primo grado adducendo una erronea valutazione sulla concludenza delle prove dichiarative, non può riformare la sentenza impugnata nel senso dell’affermazione della responsabilità penale dell’imputato senza avere proceduto, anche d’ufficio, a norma dell’art. 603 c.p.p., comma 3, a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo, ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado.

 

 

 

 

Si tratta di una conclusione perfettamente in linea, sottolineava il Supremo Consesso, con la proposta di introduzione di una esplicitazione di un simile dovere del giudice di appello, nell’ambito di un apposito comma (4-bis) da inserire nell’art. 603 c.p.p., formulata dalla Commissione ministeriale istituita con decreto del 10 giugno 2013 per la elaborazione di interventi in tema di processo penale.

Proposta effettivamente recepita dal Legislatore, che, con la L. 23 giugno 2017, n. 103, art. 1, comma 58, ha inserito nel disposto dell’art. 603 c.p.p., il comma 3 bis, in cui si statuisce, con effetto a decorrere dal 3 agosto 2017, che “nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla prova dichiarativa, il giudice dispone” (vale a dire, è tenuto a disporre) “la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale”.

Nel corpo della medesima motivazione venivano affermati anche ulteriori principi, che appare opportuno ribadire.

In particolare, si è precisato, da un lato, che costituiscono prove decisive al fine della valutazione della necessità di procedere alla rinnovazione della istruzione dibattimentale delle prove dichiarative nel caso di riforma in appello del giudizio assolutorio di primo grado fondata su una diversa concludenza delle dichiarazioni rese, quelle che, sulla base della sentenza di primo grado, hanno determinato, o anche soltanto contribuito a determinare, l’assoluzione e che, pur in presenza di altre fonti probatorie di diversa natura, se espunte dal complesso materiale probatorio, si rivelano potenzialmente idonee ad incidere sull’esito del giudizio, nonchè quelle che, pur ritenute dal primo giudice di scarso o nullo valore, siano, invece, nella prospettiva dell’appellante, rilevanti da sole o insieme ad altri elementi di prova – ai fini dell’esito della condanna.

Dall’altro, che la necessità per il giudice dell’appello di procedere, anche d’ufficio, alla rinnovazione dibattimentale della prova dichiarativa nel caso di riforma della sentenza di assoluzione sulla base di un diverso apprezzamento dell’attendibilità di una dichiarazione ritenuta decisiva, non consente distinzioni a seconda della qualità soggettiva del dichiarante.

In considerazione del valore centrale attribuito alla esigenza di procedere alla rinnovazione istruttoria, le Sezioni Unite evidenziavano, infine, come anche il giudice di appello che riformi, ai soli fini civili, la sentenza assolutoria di primo grado sulla base di un diverso apprezzamento dell’attendibilità di una prova dichiarativa ritenuta decisiva, è obbligato a rinnovare l’istruzione dibattimentale, anche d’ufficio (cfr. Cass., Sez. U., n. 27620 del 28/04/2016, rv. 267488, nonchè, nello stesso senso, in tema di giudizio abbreviato, Sez. U, n. 18620 del 19/01/2017, rv. 269787, Patalano).

Si è, quindi, evidenziato come, nell’ipotesi in cui sia appellata una sentenza di assoluzione, il contraddittorio deve essere implementato con il principio dell’oralità anche in appello, perchè questo è il metodo epistemologico più corretto ed idoneo a superare l’intrinseca contraddittorietà fra due sentenze che, pur sulla base dello stesso materiale probatorio, giungano ad opposte conclusioni, non apparendo influente, sotto detto aspetto, la circostanza che l’impugnazione sia proposta dal pubblico ministero piuttosto che dalla parte civile, posto che il nostro sistema processuale non prevede differenziazioni delle regole probatorie ai fini dell’accertamento della responsabilità penale e civile nel contesto unitario del processo penale, non potendosi, sotto il profilo del diritto di difesa, diversamente declinarsi le regole poste a presidio dello stesso, a seconda se vengano in rilievo profili penali o esclusivamente civili, non essendo ciò in alcun modo desumibile dai principi della Convenzione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, come sviluppati dall’interpretazione della Corte comunitaria e recepita nella Carta Costituzionale all’art. 111, nonchè dalla prospettiva posta a fondamento dell’elaborazione giurisprudenziale delle Sezioni Unite di questa Corte” (cfr. Cass., Sez. U. n. 14426 del 28/1/2019, Rv. 275112, Pavan, in motivazione).

A ciò si aggiunga, sotto diverso, ma concorrente profilo, che, come affermato dall’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimità, in tema di giudizio di appello, la motivazione rafforzata, richiesta nel caso di riforma della sentenza assolutoria o di condanna di primo grado, consiste nella compiuta indicazione delle ragioni per cui una determinata prova assume una valenza dimostrativa completamente diversa rispetto a quella ritenuta dal giudice di primo grado, nonchè in un apparato giustificativo che dia conto degli specifici passaggi logici relativi alla disamina degli istituti di diritto sostanziale o processuale, in modo da conferire alla decisione una forza persuasiva superiore (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. 6, n. 51898 del 11/07/2019, Rv. 278056; Cass., Sez. 3, n. 50351 del 29/10/2019, Rv. 277616).

Tanto premesso, non può non rilevarsi come la corte territoriale, nel ribaltare la decisione assolutoria del giudice di primo grado, non abbia fatto buon governo di tali principi.

Il punto focale della fattispecie contestata all’imputato è rappresentato dalla natura distrattiva o meno delle operazioni effettuate dal B., prelevando somme di denaro dalla “cassa” ovvero dal conto corrente bancario della società fallita, per un importo complessivo di 145.129,48 Euro, come descritto nel capo A) dell’imputazione.

Il giudice di primo grado, nel pronunciare sentenza di assoluzione perchè il fatto non costituisce reato, si è richiamato a un principio affermato nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui in tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, l’accertamento dell’elemento oggettivo della concreta pericolosità del fatto distrattivo e del dolo generico deve valorizzare la ricerca di “indici di fraudolenza”, rinvenibili, ad esempio, nella disamina della condotta alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’azienda, nel contesto in cui l’impresa ha operato, avuto riguardo a cointeressenze dell’amministratore rispetto ad altre imprese coinvolte, nella irriducibile estraneità del fatto generatore dello squilibrio tra attività e passività rispetto a canoni di ragionevolezza imprenditoriale, necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa, funzionale ad assicurare la garanzia dei creditori, e, dall’altro, all’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volontà della condotta in concreto pericolosa (cfr. Cass., Sez. Sez. 5, n. 38396 del 23/06/2017, Rv. 270763) Ad avviso del giudice di primo grado tali “indici di fraudolenza” non sono configurabili nel caso in esame, in quanto, dalle risultanze processuali, era emerso che tutte le attività poste in essere dall’imputato, imprenditore edile a capo di un gruppo avente ad oggetto la costruzione e la vendita di unità immobiliari, “erano state finalizzate alla vitalità dell’azienda, alla sua ripresa in un momento di crisi generale e alla ragionevolezza imprenditoriale suffragata da strumenti leciti, quali il concordato preventivo, la realizzazione di contratti di affitto, che effettivamente avevano prodotto utili per il 2011” (con i quali, evidenzia il tribunale, “aveva addirittura saldato una parte dei debiti”) “e la partecipazione al salvataggio della società, mediante l’impiego di propri capitali e dei capitali dei propri familiari”.

Significativa, nella prospettiva seguita dal tribunale, è la circostanza che il B., allo scopo di salvare la società, non solo era riuscito a concludere con gli istituti bancari che vantavano posizioni creditorie nei suoi confronti un concordato preventivo, ma, soprattutto, “aveva diversificato la finalizzazione degli immobili: gli appartamenti in via di costruzione erano quindi stati bloccati, preferendo dar corso all’ultimazione di quelle unità immobiliari che avrebbero potuto essere poste in locazione”, ottenendo dai relativi canoni di affitto il ricavo finanziario necessario a coprire le spese vive e parte dei debiti.

In questa prospettiva, il tribunale ha ricondotto le movimentazioni di denaro imputabili al B. alla finalità, affatto distrattiva, di “garantire gli adempimenti verso creditori”, senza tacere, per altro verso, che “a fronte di un patrimonio immobiliare attivo di circa 5 milioni di Euro”, la curatrice del fallimento “non ha saputo specificare se le fatturazioni di cui al capo A) fossero destinate a prestazioni, consulenze o attività necessarie a far proseguire utilmente la società poi dichiarata fallita, limitandosi ad asserire di aver indicato l’esistenza di tali uscite senza altro considerare o poter considerare”.

Centrale, dunque, nella fattispecie in esame, è il tema della destinazione delle somme indicate nel capo A) dell’imputazione, in quanto, come è noto, integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione qualunque operazione diretta a distaccare dal patrimonio sociale, senza immettervi il corrispettivo e senza alcun utile, beni ed altre attività, così da impedirne l’apprensione da parte degli organi fallimentari e causare un depauperamento del patrimonio sociale, in pregiudizio dei creditori (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. 5, n. 36850 del 06/10/2020, Rv. 280106). Ed invero, il patrimonio di una società commerciale non è necessariamente intangibile, potendo configurarsi una sua diversa destinazione, qualificabile in termini di distrazione, solo se le sue – componenti siano impiegate per finalità estranee all’oggetto sociale ovvero senza remunerazione, non quando venga utilizzato per attività rientranti negli scopi dell’impresa, con accollo del relativo rischio economico, insito nella natura stessa dell’attività imprenditoriale.

Distrazione, in relazione alla quale va parametrato l’elemento soggettivo del reato, costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (cfr. Cass. Sez. U., n. 22474 del 31/03/2016, Rv. 266805).

Orbene, entrambi i profili non vengono affrontati adeguatamente dalla corte territoriale, che, con motivazione assolutamente assertiva, si limita ad affermare, da un lato, che non risulta dimostrata la destinazione delle movimentazioni di denaro in precedenza indicate al fine di garantire gli adempimenti verso i creditori, dall’altro che tali movimentazioni, essendo prive di corrispondenza sinallagmatica, non potevano che essere ricondotte ad una finalità distrattiva, senza indicare, tuttavia, le ragioni per cui gli esborsi in questione debbano considerarsi estranei alle finalità dell’impresa.

Omissione particolarmente significativa ove si tenga presente, che, come dimostrato dal ricorrente, dai partitari che la curatrice ha affermato di avere esaminato, allegati al ricorso, si evince che gli esborsi di denaro di cui essi danno contezza sono stati indicati con la dicitura “pagamenti fornitori”, che, secondo la prospettazione difensiva, sarebbero proprio i fornitori che hanno prestato la loro opera e i loro servizi per consentire il completamento degli appartamenti dai quali il B. si riprometteva di conseguire una fonte di sostegno finanziario per la società, come evidenziato dal tribunale di Rimini.

La corte territoriale, in conclusione, è giunta a un ribaltamento della pronuncia assolutoria, senza procedere, come avrebbe dovuto, alla rinnovazione delle prove dichiarative su cui il giudice di primo grado ha fondato la sua decisione (deposizioni dei testi M.; C. e Mo.).

Sotto altro profilo il giudice di appello ha fondato, altresì, la pronuncia di condanna dell’imputato su di una motivazione incompleta, che, da un lato, non si è confrontata adeguatamente con il percorso argomentativo del giudice di primo grado; dall’altro, ha omesso di prendere in considerazione un importante elemento probatorio acquisito al processo (i partitari, di cui si è detto), potenzialmente in grado di suffragare l’assunto del tribunale di Rimini, omissione che integra il vizio di travisamento della prova per omissione, deducibile in cassazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), (cfr. Cass., Sez. 6, n. 8610 del 05/02/2020, Rv. 278457).

  1. Sulla base delle svolte considerazioni, la sentenza impugnata va annullata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di appello di Bologna, che provvederà a colmare le evidenziate lacune, uniformandosi ai principi di diritto innanzi richiamati.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di appello di Bologna.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2021

DIVORZIO PARLIAMO DI SOLDI DI ASSEGNO DI MANTENIMENTO TASTO DOLOROSO MA UTILE

DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo  fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale

DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,
DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,

ai fini del riconoscimento dell’assegno “si deve adottare un criteriocomposito – hanno spiegato – che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo  fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale

DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,
DIVORZIO che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali,

Partendo dal testo originario dell’art. 5, c. 6 della l. n. 898 del 1970

“con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone, tenuto conto delle condizioni economiche dei coniugi e delle ragioni della decisione, l’obbligo per uno dei coniugi di somministrare a favore dell’altro periodicamente un assegno in proposizione alle proprie sostanze e ai propri redditi. Nella determinazione di tale assegno il giudice tiene conto del contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi. […]”

“Si assume come punto di partenza il profilo assistenziale, valorizzando l’elemento testuale dell’adeguatezza dei mezzi e della capacità (incapacità) di procurarseli, questo criterio deve essere calato nel “contesto sociale” del richiedente, un contesto composito formato da condizioni strettamente individuali e da situazioni che sono conseguenza della relazione coniugale, specie se di lunga durata e specie se caratterizzata da uno squilibrio nella realizzazione personale e professionale fuori del nucleo familiare.

 Lo scioglimento del vincolo incide sullo status,

ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare. Il profilo assistenziale deve, pertanto, essere contestualizzato con riferimento alla situazione effettiva nella quale si inserisce la fase di vita post matrimoniale, in chiave perequativa-compensativa”

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Eredità senza testamento? COSA FARE? COME FARLO? SOLUZIONI

Eredità senza testamento

Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

Eredità senza testamento? COSA FARE? COME FARLO? SOLUZIONI

AVVOCATO BOLOGNA PER SUCCESSIONE DIVISIONE EREDITARIA VICENZA TREVISO PADOVA RAVENNA 051 6447838

È possibile devolvere l’eredità senza testamento? AVVOCATO BOLOGNA

Assolutamente sì. La successione, infatti, indica il fenomeno per cui un soggetto subentra nell’intero universo dei rapporti giuridici (di solito sia attivi che passivi. È possibile escludere le passività se si accetta l’eredità con beneficio di inventario) di un altro dopo la sua morte. Lo scopo delle previsioni è quello di evitare che situazioni giuridiche restino senza un effettivo titolare. La successione, come indicato dall’art. 457 c.c., può avvenire in due modi:

  1. per legge quando il defunto nulla ha disposto;
  2. per testamento ove sia stato redatto l’atto contenente le disposizioni di ultima volontà.

Ben è possibile, dunque, un’eredità in assenza di testamento intervenendo a colmare le lacune dell’autonomia la legge.

Come è devoluta l’eredità in assenza di testamento?

L’eredità in assenza di testamento è devoluta con l’osservanza delle regole previste per la successione legittima. Essa rientra nel primo gruppo di ipotesi di successioni summenzionate avvenendo per legge. Tale forma, infatti, è utilizzata proprio quando il de cuius non ha provveduto, in tutto o in parte, a disporre delle sostanze di cui risulta essere titolare. Rientrano in questa particolare forma di successione anche quelle anomale ossia in deroga al disposto dell’art. 565 c.c. che prevede le categorie dei successibili (coniuge, discendenti legittimi e naturali, ascendenti legittimi, collaterali, altri parenti e lo Stato secondo l’ordine e le regole previste da legge).

Oltre alla successione legittima ci sono altre forme di successione che avvengono per legge?

No, la successione legittima è l’unica prevista dalla legge. Vi è poi la successione dei legittimari che, però, indica un fenomeno diverso e distinto che opera al cospetto di presupposti diversi. La successione legittima, infatti, come già detto, devolve l’eredità a una particolare categoria di soggetti, indicata dalla legge, in assenza di un atto dispositivo di ultima volontà. Nella successione dei legittimari, invece, si identifica un ambito di eredi cui è attribuita una posizione privilegiata che funge da limite alla libertà di testare. Soltanto la prima, dunque, attua una vera e propria successione. La seconda, al contrario, pone soltanto dei limiti alla libertà del testatore riservendo alle categorie previste dalla legge una quota di eredità che è intangibile e, se lesa, può essere reintegrata attraverso apposita tutela giurisdizionale.

Quali sono le fasi della successione legittima?

Diverse sono le fasi della successione legittima: quiescenza, vocazione e delazione. La vocazione indica la chiamata ereditaria con individuazione del soggetto chiamato a succedere; la delazione riguarda il complesso di situazioni che vengono offerte al chiamato. Di solito queste due fasi coincidono, ma non sempre e, in particolare, in relazione alla successione testamentaria. Si pensi, ad esempio, all’istituzione dell’erede che può avvenire o sotto condizione sospensiva oppure a favore di un nascituro (soggetto non ancora nato, ma concepito).

Cosa accade all’eredità in assenza di testamento?

La domanda è particolarmente delicata e riguarda la fase di quiescenza dell’eredità. Dal momento in cui si apre la successione essa, infatti, entra in una fase di quiescenza e rientra negli ambiti del patrimonio destinato. All’eredità, in tale fase, è attribuito anche un amministratore. Anche il chiamato, in questa fase, non è privo di poteri. In assenza di un curatore, infatti, l’art. 460 c.c. gli attribuisce diverse facoltà di gestione della massa (possibilità di esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, compimento di atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, richiesta di autorizzazioni per vendere i beni non conservabili o conservabili in modo assai dispendioso). Si discute se l’art. 460 c.c. attribuisce obblighi o facoltà. La discussione prende le mosse dall’utilizzo del verbo “potere” contenuto nella disposizione. Argomentando proprio dal tenore letterale della norma una tesi esegetica attribuisce alla un potere che si converte in obbligo di terminate la gestione una volta iniziata analogamente alla situazione descritta dall’art. 2028 c.c. (gestione di affari altrui). In tal senso l’art. 460 c.c. andrebbe ad integrare un’ipotesi specifica di negotiorum gestio. Altro e diverso filone afferma che il chiamato è onerato da un vero e proprio obbligo di curare l’eredità assumendo la qualifica di amministratore ex lege.

Lo stato di giacenza dell’eredità cessa con il testamento?

Assolutamente no. La giacenza dell’eredità cessa con l’accettazione.

In questa fase, ovvero nella fase di quiescenza, è ammissibile la divisione per quote dell’eredità?

Sulla questione non ci sono unanimità di vedute. Differenti sono le tesi che si sono sviluppate ad opera della migliore dottrina e della giurisprudenza maggiormente avveduta. Una prima tesi ne afferma l’inammissibilità tenuto conto della circostanza per cui i il chiamato, una colta ottenuto il possesso, ha a disposizione l’intero patrimonio. Altra e diversa impostazione ritiene possibile la giacenza pro quota solo in caso di chiamata solidale in quanto, esclusivamente in tale eventualità, opererebbe l’accrescimento. Una terza e ultima teoria ritiene senza dubbio ammissibile la giacenza pro quota, in quanto il chiamato può trovarsi in conflitto di interessi con altri e curare solo la sua parte.

In assenza di testamento come si diviene titolari della qualità di erede?

Se manca il testamento e opera la successione legittima si diviene eredi tramite l’accettazione. Si passa, in tal modo, alla seconda fase della successione. Anche in assenza di testamento, infatti, la semplice chiamata per legge, non comporta l’immediato acquisto dei beni ereditari in quanto l’eredità, a differenza del legato, ha bisogno dell’accettazione. L’accettazione non è atto personalissimo e, pertanto, può essere effettuata anche da un rappresentante con apposita procura costituendo un atto di straordinaria amministrazione.

In assenza di testamento come avviene l’accettazione dell’eredità?

L’accettazione può assumere varie forme. Essa, infatti, può avvenire per forma espressa oppure in maniera tacita per atti concludenti o, ancora, con beneficio d’inventario (si accettano soltanto le attività della massa senza le passività). In rarissime ipotesi l’acquisto dell’eredità avviene senza accettazione come, ad esempio, nel caso si scelga l’accettazione con beneficio di inventario e trascorre inutilmente il termine per redigerlo.

In assenza di testamento è possibile esperire l’azione ereditaria per ottenere il riconoscimento della qualità di erede e il possesso dei beni ereditari?

Assolutamente sì, una volta. Questa azione, dunque, può essere esperita avverso due categorie di soggetti:

1- possiedono asserendo di essere eredi nel qual caso non rileva la buona o la mala fede del possessore se non in ordine ai frutti;

2- si sono appropriati dei beni ereditari senza alcun titolo che necessariamente sono in mala fede.

Il chiamato all’eredità in assenza di testamento deve necessariamente accettarla oppure può anche rinunciare?

È sempre possibile la rinuncia all’eredità. La rinuncia costituisce atto unilaterale (manifesta la volontà di un solo soggetto) non recettizio (produce effetti indipendentemente dalla conoscenza dell’altra parte, quindi, al momento dell’emissione). L’erede, in tal caso, è considerato come se non fosse mai stato chiamato. La rinuncia ha, pertanto, effetto retroattivo anche se diviene definitiva quando la medesima massa ereditaria è accettata da altro e diverso soggetto oppure se si prescrive il diritto di accettare. È sempre revocabile, come disposto dall’art. 525 c.c., fino al termine ultimo di accettazione se non sono intervenuti altri chiamati e senza pregiudizio dei diritti acquistati dai terzi sui beni ereditari.

Quali sono i soggetti chiamati all’eredità in assenza di testamento?

L’art. 565 c.c. nomina tra i successibili il coniuge, i discendenti naturali e legittimi, gli ascendenti legittimi, i collaterali, gli altri parenti e lo Stato.

In assenza di testamento possono succedere anche i figli non ancora nati, ma concepiti?

I nascituri possono succedere per legge se concepiti o per testamento se non ancora concepiti, ma figli di un soggetto vivente.

I figli non ancora nati, ma concepiti nella successione senza testamento sono equiparato agli adottati?

Si tratta di ipotesi molto discussa. Un’impostazione opta in senso negativo per violazione del disposto dell’art. 631 c.c. (disposizioni rimesse all’arbitrio di un terzo) secondo cui il testatore non può domandare a terzi la determinazione dell’erede.

Nella successione senza testamento possono essere chiamati ad accettare l’eredità anche le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti?

Certo. Le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti possono succedere però con obbligo di accettazione con beneficio di inventario. L’onere è previsto per tutelare il patrimonio delle persone giuridiche e degli enti obbligati a accettare escludendo i debiti, le passività dalla massa.

In assenza di testamento ogni chiamato all’eredità può succedere?

Assolutamente no. Ci sono, infatti, dei casi individuati dall’art 463 c.c. in cui il soggetto chiamato all’eredità è considerato “indegno” alla successione, pertanto, non può trattenere l’eredità (secondo il brocardo potest capere sed non potest retinere). Si tratta di ipotesi molto gravi e indicate tassativamente nel codice civile:

  1. omicidio volontario o tentato omicidio della persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente, o un ascendente della medesima in assenza di cause di esclusione della punibilità;
  2. fatti a danno dei medesimi soggetti per cui si applicano le norme sull’omicidio;
  3. calunnia o falsa testimonianza in giudizio penale avverso le persone indicate;
  4. decadenza dalla potestà genitoriale senza reintegrazione;
  5. induzione con dolo o violenza del de cuius a fare, revocare, mutare il testamento o impedimento alle medesime condotte;
  6. soppressione, alterazione, soppressione del testamento;
  7. formazione e uso di testamento falso.

In assenza di testamento è possibile riabilitare l’indegno?

Sì, l’indegno può anche essere riabilitato. La riabilitazione può essere totale (disposizione di carattere non patrimoniale fondata sul perdono) o parziale (il testatore chiama l’indegno a succedere conoscendo la causa di indegnità).

In assenza di testamento opera l’istituto della rappresentazione?

Se l’istituito non vuole o non può accettare l’eredità opera la rappresentazione a favore dei soggetti indicati dalla norma. Si tratta di un caso di delazione diretta in quanto il rappresentante succede in modo diretto al de cuius. L’oggetto, in questa eventualità, è determinato per relazione e in base alla posizione del rappresentato in cui subentra il rappresentante.

In assenza di testamento opera l’istituto dell’accrescimento?

Sì, l’istituto dell’accrescimento opera se viene meno la quota di uno dei partecipanti. L’effetto consiste nell’ espandersi della degli altri. In questo caso l’acquisto opera di diritto in modo retroattivo ed è irrinunciabile. L’accrescimento, invece, non esplica i suoi effetti in presenza di una volontà contraria del testatore che ha previsto una sostituzione ordinaria ai sensi e per gli effetti degli articoli 688 e ss. c.c. e neanche in caso di rappresentazione prevalendo di su esso.

È possibile in assenza di testamento l’accrescimento volontario?

La questione è assai discussa. In dottrina e in giurisprudenza si discetta sulla possibilità di un accrescimento volontario che, però, riguarderebbe il testamento e l’autonomia testamentaria. In assenza di testamento, pertanto, non sarebbe comunque possibile. Al cospetto di un atto di ultima volontà secondo una prima impostazione il de cuius potrebbe solo impedire l’accrescimento, ma non derogare ai presupposti previsti per lo stesso. Tale tesi riscostruisce il fenomeno come un’ipotesi di sostituzione reciproca. Altri studiosi individuano nell’accrescimento un momento volontaristico con possibilità per il testatore di rendere operante l’istituto anche al di fuori dei casi previsti dalla legge.

In assenza di testamento sono possibili le sostituzioni?

No in quanto l’istituto è disciplinano proprio per evitare l’apertura della successione legittima nei casi in cui il chiamato all’eredità tramite testamento non vuole o non può accettarla. Con le sostituzioni il testatore prevede il subingresso di diversa persona nel caso in cui il primo istituito non acquista l’eredità cui è chiamato. Presupposto per l’operatività è, proprio, il mancato acquisto dell’eredità per impossibilità di accettazione o per assenza di volontà in tal senso.

In assenza di testamento è possibile la sostituzione fedecommissaria?

Assolutamente no in quanto rientra nell’ambito delle sostituzioni che, come detto, servono proprio per evitare l’apertura della successione legittima. Il testatore si premura di individuare altri chiamati nel caso in cui quelli principali non possono o non vogliono accettare. Essa rientra tra le ipotesi particolari di sostituzione. Attraverso una disposizione testamentaria si istituisce erede o legatario un soggetto gravato dall’obbligo di conservare i beni ricevuti che, dopo la sua morte, andranno a altra persona. Si distingue da quella compendiosa nulla perché disposta al di fuori dei casi di cui all’art. 692 c.c., ma passibile di conversione in sostituzione ordinaria valida. È ammesso anche il fedecommesso de residuo quando l’istituito deve restituire ciò che resta senza alcun obbligo di conservazione.

 

 

 

 

 

INCIDENTE STRADALE – ANAS – RESPONSABILITA’

INCIDENTE STRADALE -ANAS -RESPONSABILITA’

 

INCIDENTE STRADALE - ANAS - RESPONSABILITA’
INCIDENTE STRADALE – ANAS – RESPONSABILITA’

 

M.F. ha agito in giudizio nei confronti dell’ANAS S.p.A. per ottenere il risarcimento dei danni subiti in occasione di un incidente stradale di cui era rimasta vittima in data 3 luglio 2003

L’errata ricostruzione della fattispecie concreta, a causa dell’omesso esame di tale elemento di fatto, avrebbe determinato altresì un vizio di sussunzione e, quindi una violazione o falsa applicazione delle disposizioni di legge in tema di responsabilità da cose in custodia

tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie” (Cass., Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831 – 01; conf., ex multis: Sez. U, Sentenza n. 8054 del 07/04/2014, Rv. 629834 – 01; Sez. 6 – 3, Sentenza n. 25216 del 27/11/2014, Rv. 633425 01; Sez. 3, Sentenza n. 9253 del 11/04/2017, Rv. 643845 01; Sez. 2, Ordinanza n. 27415 del 29/10/2018, Rv. 651028 01)

 

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA CIVILE SOTTOSEZIONE 3 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente – Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere – Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere – Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere – Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso iscritto al numero 8268 del ruolo generale dell’anno 2020, proposto da: M.F. (C.F.: (OMISSIS)) rappresentata e difesa dall’avvocato Domenico Damato (C.F.: (OMISSIS)); – ricorrente – nei confronti di: ANAS S.p.A. (C.F.: (OMISSIS)), in persona del rappresentante per procura R.N. rappresentato e difeso dall’avvocato Domenico Zambrino (C.F.: (OMISSIS)); – controricorrente – per la cassazione della sentenza della Corte di appello di Po-tenza n. 479/2019, pubblicata in data 15 luglio 2019; udita la relazione sulla causa svolta nella camera di consiglio in data 1 dicembre 2021 dal consigliere Dott. Tatangelo Augusto. Svolgimento del processo M.F. ha agito in giudizio nei confronti dell’ANAS S.p.A. per ottenere il risarcimento dei danni subiti in occasione di un incidente stradale di cui era rimasta vittima in data 3 luglio 2003. La domanda è stata rigettata dal Tribunale di Matera. La Corte di Appello di Potenza ha confermato la decisione di primo grado. Ricorre la M., sulla base di tre motivi. Resiste con controricorso l’ANAS S.p.A.. E’ stata disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375, 376 e 380 bis c.p.c., in quanto il relatore ha ritenuto che il ricorso fosse destinato ad essere dichiarato inammissibile e/o manifestamente infondato. E’ stata quindi fissata con decreto l’adunanza della Corte, e il decreto è stato notificato alle parti con l’indicazione della proposta. La ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 2. Motivi della decisione 1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5): erroneità della sentenza per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. Con il secondo motivo si denunzia “Art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3): erroneità della sentenza per violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto”. I primi due motivi del ricorso sono connessi, logicamente e giuridicamente, costituendo espressione di una censura sostanzialmente unitaria: possono essere, quindi, esaminati congiuntamente. La ricorrente sostiene che la corte di appello avrebbe omesso di prendere in esame il fatto, decisivo ai fini del giudizio, costituito dall’esistenza di un canale naturale di deflusso delle acque meteoriche posizionato in posizione parallela a ridosso del lato destro della carreggiata della strada dove è avvenuto l’incidente che, rendendo la stessa strada particolarmente pericolosa, avrebbe imposto l’adozione di più adeguate misure di salvaguardia degli utenti, come l’installazione di un guard rail. L’errata ricostruzione della fattispecie concreta, a causa dell’omesso esame di tale elemento di fatto, avrebbe determinato altresì un vizio di sussunzione e, quindi una violazione o falsa applicazione delle disposizioni di legge in tema di responsabilità da cose in custodia Si tratta di motivi in parte inammissibili ed in parte manifestamente infondati. Come è noto “l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie” (Cass., Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831 – 01; conf., ex multis: Sez. U, Sentenza n. 8054 del 07/04/2014, Rv. 629834 – 01; Sez. 6 – 3, Sentenza n. 25216 del 27/11/2014, Rv. 633425 01; Sez. 3, Sentenza n. 9253 del 11/04/2017, Rv. 643845 01; Sez. 2, Ordinanza n. 27415 del 29/10/2018, Rv. 651028 01). Nella specie, non vi è dubbio che la corte di appello abbia preso espressamente in considerazione il “fatto storico rilevante in causa” e cioè la dinamica del sinistro e le sue cause, nonchè la situazione dedotta di intrinseca pericolosità della strada ove esso ha avuto luogo, oltre alla condotta della danneggiata. Ha in proposito valutato gli elementi istruttori disponibili e, in particolare ha, tra l’altro, preso specificamente in esame proprio le condizioni oggettive del tratto di strada in cui aveva avuto luogo l’incidente, negando che potesse sussistere, in ragione della sua pretesa particolare pericolosità, un obbligo dell’ANAS di installarvi un guard rail; è infine giunta alla conclusione che il sinistro si era verificato per colpa esclusiva della stessa attrice. Si tratta di apprezzamenti di fatto sostenuti da adeguata motivazione, non apparente nè insanabilmente contraddittoria sul piano logico, come tale non censurabile nella presente sede. Le censure di cui al primo motivo di ricorso in esame si risolvono, in definitiva, nella richiesta di una nuova e diversa valutazione delle prove, il che non è consentito in sede di legittimità. Le censure di violazione di norme di diritto formulate con il secondo motivo (quale diretta conseguenza di quelle in fatto formulate con il primo motivo) risultano a loro volta, quindi, manifestamente infondate. In proposito, è comunque opportuno osservare, ad ogni buon conto, che la decisione impugnata, in diritto, risulta pienamente conforme ai principi in materia di responsabilità da cose in custodia costantemente affermati da questa Corte, secondo i quali: a) il criterio di imputazione della responsabilità fondato sul rapporto di custodia di cui all’art. 2051 c.c. opera in termini rigorosamente oggettivi; b) il danneggiato ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa in custodia (a prescindere dalla sua pericolosità o dalle sue caratteristiche intrinseche) ed il danno, mentre al custode spetta l’onere della prova liberatoria del caso fortuito, inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità o adeguatezza causale, esclude il nesso eziologico tra cosa e danno, ed è comprensivo del fatto del terzo e della condotta incauta della vittima; c) la deduzione di omissioni, violazione di obblighi di legge, di regole tecniche o di criteri di comune prudenza da parte del custode rileva ai fini della sola fattispecie dell’art. 2043 c.c., salvo che la deduzione non sia diretta soltanto a dimostrare lo stato della cosa e la sua capacità di recare danno, e a sostenere allegazione e prova del rapporto causale tra quella e l’evento dannoso (si vedano, in proposito: Cass., Sez. 3, Ordinanza n. 25856 del 2017; Sez. 3, Ordinanza n. 2478 del 01/02/2018; Sez. 3, Ordinanza n. 2480 del 01/02/2018, Sez. 3, Ordinanza n. 2482 del 01/02/2018; Sez. 3, Sentenza n. 8229 del 07/04/2010, Rv. 612442 – 01; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 12027 del 16/05/2017, Rv. 644285 – 01; Sez. 3, Ordinanza n. 25856 del 2017). 2. Con il terzo motivo si denunzia “Art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4): nullità per motivazione del tutto carente e comunque incomprensibile”. Il motivo è inammissibile. La ricorrente censura la motivazione della decisione impugnata nella parte in cui in essa si rileva che non risultava adeguatamente contestata, con l’appello, la riconducibilità della fattispecie sotto l’egida della disposizione di cui all’art. 2043 c.c., ritenuta applicabile dal giudice di primo grado. Si tratta di una parte della motivazione del tutto priva di rilievo ai fini della decisione, dal momento che i giudici di secondo grado, al di là del tenore letterale della parte introduttiva della sentenza, hanno preso in esame specificamente e unicamente la domanda formulata dall’attrice ai sensi dell’art. 2051 c.c. e tale domanda hanno ritenuto infondata, pervenendo per tale via alla decisione del rigetto del gravame, sostanzialmente operando una correzione di fatto della motivazione della sentenza di primo grado, in proposito. Di conseguenza, deve escludersi la sussistenza di un interesse ad impugnare la decisione di secondo grado, in relazione al punto oggetto del motivo di ricorso in esame. 3. Il ricorso è rigettato. Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo. Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. P.Q.M. La Corte: – rigetta il ricorso; – condanna la ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della società controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 4.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali ed accessori di legge. Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis. Conclusione Depositato in Cancelleria il 23 dicembre 2021

 

 

Divisione eredità moglie e figli

Divisione eredità moglie e figli

 

Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

 

 

In quale categoria successoria rientrano moglie e figli?

Il coniuge e i figli rientrano sia nella categoria dei legittimari, coloro cui la legge riserva una quota

necessaria dell’eredità, che nell’ambito della successione legittima. Coniuge e figli, infatti, sono menzionati

sia dall’art. 536 c.c. che dall’art. 565 c.c. Ad essi, pertanto, spetta una quota di riserva di cui il testatore, in

nessun caso, può liberamente disporre, sia la chiamata in assenza del testamento nell’eventualità in cui si

apre la successione legittima.

 

Nella successione dei legittimari quale la riserva a favore dei figli?

Prima di procedere nell’analisi del tema oggetto di trattazione è necessario da subito puntualizzare che i

figli naturali sono equiparati a quelli legittimi e agli adottivi. Si tratta di una grande rivoluzione giuridica e

sociale posta in essere nell’ambito di una modifica che riguarda l’intero capitolo della filiazione laddove il

legislatore ha optato per l’equiparazione dello stato di filiazione. Premesso ciò bisogna focalizzare

l’attenzione sull’art. 537 c.c. dedicato interamente alla riserva a favore dei figli compresi, come già

precisato, sia quelli legittimi che naturali. Se il genitore lascia un figlio solo, a questi è riservata la metà del

patrimonio. Se i figli sono più, è loro riservata la quota dei due terzi, da dividersi in parti uguali tra tutti i

figli.avvocato-erede-legittimo-8

Quale quota di eredità è riservata al coniuge?

La norma da prendere in considerazione è l’art. 540 c.c. che attribuisce a favore del coniuge la metà del

patrimonio dell'altro coniuge, salve le ulteriori disposizione, che si analizzeranno di seguito, per il caso di

concorso con i figli. Al coniuge, anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di

abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se il defunto risulta

titolare del relativo diritto di proprietà o se l’immobile è in comunione. Tali diritti gravano sulla porzione

disponibile e, qualora questa non sia sufficiente, per il rimanente sulla quota di riserva del coniuge ed

eventualmente sulla quota riservata ai figli.

 

I diritti di uso e di abitazione sulla casa coniugale a favore del coniuge superstite trovano applicazione

anche nella successione legittima?

sì, i diritti di uso e di abitazione della casa coniugale trovano applicazione anche nella successione legittima

per il fondamento logico- giuridico sotteso agli stessi e in quanto l’art. 540, 2° comma c.c. prevede tali

diritti anche in casi di concorso con altri chiamati quindi sia in presenza di testamento che in ipotesi di

concorso di successione ab intestato nonostante gli artt. 581 e 582 c.c. non li menzionino (la Corte

Costituzionale non li ha ritenuti costituzionalmente illegittimi volendo il legislatore solo evitare il cumulo tra

la quota riservata e i diritti de quibus). Essi si aggiungono alla quota spettante al coniuge superstite perché

prelegati ex lege. Sono riconosciuti anche al coniuge separato se non ha abbandonato la casa. Alcuni li

configurano come legato ex lege anche se ciò comporterebbe pregiudizio ai creditori in quanto il coniuge

risponderebbe solo entro i limiti della cosa legata. Il loro valore capitale è stralciato dall’asse ereditario per

poi procedere alla divisione tra tutti i coeredi.

 

Con l’attribuzione al coniuge dei diritti di uso e di abitazione si introduce una vocazione anomala?

 

Sì, l’attribuzione al coniuge dei diritti di uso e di abitazione costituisce una vocazione anomala in quanto

introduce un’eccezione al principio di unità della successione e all’uguaglianza delle quote tra coeredi. Si

tratta di legato ex lege perché il bene è singolo. Per altra e differente tesi è prelegato se il coniuge non

concorre con altri. Un’impostazione esegetica parla genericamente di ampliamento della quota ereditaria.

Sono sempre espropriabili e non pongono alcun problema di trascrizione e opponibilità poiché non ci sono

conflitti da risolvere prevalendo il diritto di abitazione.

Cosa accade nella successione dei legittimari in caso di concorso tra coniuge e figli?

Il concorso nella successione dei legittimari tra coniuge e figli è disciplinato dall’art. 542 c.c. La norma

espressamente prevede che se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio, a quest'ultimo è riservato

un terzo del patrimonio ed un altro terzo spetta al coniuge. Quando i figli, sono più di uno, ad essi è

complessivamente riservata la metà del patrimonio e al coniuge spetta un quarto del patrimonio del

defunto. La divisione tra tutti i figli, legittimi e naturali, è effettuata in parti uguali.

Cosa accade se chi muore non lascia i figli, ma solo ascendenti e coniuge?

Al coniuge è riservata la metà del patrimonio, ed agli ascendenti un quarto come dispone l’art. 544 c.c. In

caso di pluralità di ascendenti, la quota di riserva ad essi attribuita è ripartita tra i medesimi secondo i

criteri previsti per la successione degli ascendenti.

Il coniuge separato ha diritto a una quota di riserva?

Sì, egli gode degli stessi diritti del coniuge non separato se la separazione non gli è stata addebitata. In

caso contrario, se la separazione è avvenuta con addebito, al cospetto di sentenza passata in giudicato, ha

diritto soltanto ad un assegno vitalizio se al momento dell'apertura della successione godeva degli alimenti

a carico del coniuge deceduto. Quest’ultimo è commisurato alle sostanze ereditarie e alla qualità e al

numero degli eredi legittimi, e non può essere superiore a quella della prestazione alimentare goduta. Le

stesse regole si applicano nel caso in cui la separazione sia stata addebitata ad entrambi i coniugi.

Nella successione legittima cosa accade in caso di concorso tra coniuge e figli?

La norma di riferimento è l’art. 581 c.c. In tal caso il coniuge ha diritto alla metà dell'eredità, se alla

successione concorre un solo figlio, e ad un terzo negli altri casi.

Cosa accade nella successione legittima se è presente solo il coniuge?

Il tale ipotesi, come previsto dall’art. 583 c.c., l’intera eredità si devolve al coniuge superstite.

Il coniuge ha diritto all’eredità se il matrimonio dopo la morte del de cuius è dichiarato nullo?

La disposizione che disciplina tale caso è l’art. 584 c.c. rubricato “successione del coniuge putativo”. Il

legislatore ha espressamente disposto che nell’eventualità in esame ovvero se il matrimonio è dichiarato

nullo dopo la morte di uno dei coniugi, a quello superstite di buona fede spetta la quota attribuita al

coniuge dalle disposizioni che precedono. Si applica anche la disposizione del secondo comma dell'articolo

540 relativa ai diritti di uso e di abitazione. Egli è però escluso dalla successione, quando la persona della cui

eredità si tratta è legata da valido matrimonio al momento della morte. Solo in caso di nuovo matrimonio

valido e esistente al momento della morte il coniuge putativo è escluso dalla successione.

 

 

Il coniuge separato rientra anche nella successione legittima oppure è solo titolare di una parte di quota

riservata in quanto legittimario?

Alla strega delle previsioni dettate per i legittimari, il coniuge separato in assenza di addebito ha gli stessi

diritti di quello coniugato ancora al momento della morte. Tale disposizione si giustifica in quanto la

separazione, a differenza del divorzio, attenua, ma non scioglie il vincolo matrimoniale.

Il defunto può disporre con testamento a favore dei figli e del coniuge?

Certo. Il defunto può anche attraverso il testamento dividere l’eredità tra figli e coniugi sebbene

rispettando le previsioni di legge in relazione alle singole quote.

Se coniuge e figli risultano essere coeredi di beni in comunione possono optare per la divisione?

Assolutamente sì. La divisione dell’eredità è sempre ammessa. Quella ereditaria costituisce una tipologia di

comunione incidentale in quanto non voluta dagli eredi né dagli stessi concordata. A differenza della

comunione ordinaria essa è improntata al principio della libera disposizione delle quote e si risolve in un

fenomeno provvisorio di cui il legislatore facilita lo scioglimento tenuto conto delle numerose controversie

che genera la gestione di beni comuni. L’oggetto della comunione ereditaria è costituito dall’intero asse cui

si aggiungono i beni provenienti dalla collazione con l’unica eccezione costituita dai debiti che vengono

ripartiti pro quota e proporzionalmente. I crediti, invece, entrano a far parte della comunione e non sono

divisi in quote, pertanto, per far valere l’intero credito comune senza alcuna necessità di integrare il

contraddittorio. La comunione ereditaria si forma anche se sono presenti eredi legittimi o legittimari e

testamentari se la massa è unitaria. La divisione non avviene in modo unitario se le masse ereditarie sono

diverse sebbene correlate.

Come può il coniuge dividere la sua eredità da quella del figlio?

Tre sono le forme previste per la divisione ereditaria: contrattuale, giudiziale e testamentaria. La prima

avviene attraverso un contratto che presuppone l’accordo tra le parti e il contenuto necessariamente

patrimoniale di modifica dell’assetto. La divisione giudiziale avviene con apposita domanda al giudice che

provvede circa la richiesta delle parti. Le tempistiche della procedura possono variare a seconda della

complessità della questione e anche dell’entità della massa ereditaria da dividere. Infine vi è la divisione

testamentaria disposta dallo stesso testatore. In tale ipotesi si tratta di atto a causa di morte in quanto

utilizzato dal de cuius per disporre delle proprie sostanze per il tempo in cui avrà cessato di vivere.

Differenti le tesi circa la natura di tale divisione che oscillano tra costitutiva e dichiarativa. La questione non

appare soltanto teorica in quanto la natura dichiarativa presuppone effetti retroattivi. Ciò comporta che

ogni condividente è considerato titolare della quota dal momento dell’apertura della successione. Non voi

è, inoltre, un effettivo trasferimento in quanto è esclusa la natura traslativa. Diversamente se si opina per

gli effetti costitutivi laddove la retroattività funge esclusivamente da limite temporale del verificarsi degli

effetti verso i terzi. Unanime il carattere dell’universalità oggettiva e soggettiva attribuito alla divisione

involgendo tutte le situazioni riferite alla comunione e dovendo partecipare tutti i comunisti.

Può il coniuge superstite rinunciare a parte della propria eredità a favore del figlio?

Certamente la rinuncia è sempre possibile. Essa costituisce atto unilaterale (proviene da una sola persona)

e non recettizio (ha effetti anche senza l’effettiva conoscenza del destinatario). È sempre revocabile se

l’eredità non viene accettata da altro soggetto oppure si prescrive il diritto all’accettazione. Se il coniuge

rinuncia alla quota di eredità a favore del figlio è come se non fosse mai stato chiamato. in caso di rinuncia

esplicitata per errore, violenza o dolo essa è revocabile come disposto dall’art. 525 c.c. Il coniuge deve

redigere l’atto di rinuncia in forma solenne non essendo considerate valide forme equipollenti. È possibile

anche l’accettazione successiva in quanto la rinuncia non osta alla delazione. Essa può avvenire anche in

forma tacita se il coniuge pone in essere comportamenti ritenuti incompatibili con la volontà di rinunciare.

In caso di divisione dell’eredità tra figlio e coniuge opera l’accrescimento?

L’accrescimento designa il fenomeno per cui se viene meno la titolarità della quota di uno dei partecipanti

alla comunione si espande quella degli altri. In tal caso l’acquisto opera di diritto, è retroattivo e non è

possibile la rinuncia. L’unico limite è rappresentato dalla volontà contraria del testatore espressa attraverso

la previsione di una sostituzione ordinaria.

 

L’eredità può essere divisa tra coniuge e figli non ancora nati?

Sì, in quanto il nascituro è soggetto ritenuto capace di succedere. Se la devoluzione avviene per legge,

come nel caso della successione legittima, possono succedere solo i soggetti già concepiti. Al cospetto di un

valido testamento anche i figli non ancora concepiti possono essere destinatari di eredità. Ad essi

un’impostazione esegetica equipara gli adottati anche se sulla questione non vi unanimità di vedute per il

divieto di demandare a terzi la determinazione dell’erede.

Il figlio può agire contro il coniuge per violazione della quota di eredità a lui riservata dalla legge?

Sì. In primo luogo è necessario il computo della quota riservata attraverso un’operazione complicata che

vede sottratti alla massa ereditaria i debiti e aggiunge le donazioni effettuate nell’ultimo ventennio.

Successivamente è possibile esperire l’azione di riduzione che spetta al legittimario che ha subito una

lesione alla quota riservata (nel nostro caso il figlio). Si tratta di diritto potestativo il cui esercizio passa

attraverso l’autorità giudiziaria, è azione a carattere personale che comprende anche quella di restituzione

TRIBUNALE BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI

TRIBUNALE BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA VELOCI?

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA AVVOCATO DIVORZISTA

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA AVVOCATO PREPARATO SEPARAZIONI SERGIO ARMAROLI

051 6447838 

Tribunale Bologna, Sez. I, 18/02/2014, n. 569

In merito alla domanda di separazione personale giudiziale proposta dai coniugi stranieri residenti in Italia ed entrambi aventi nazionalità e cittadinanza del Bangladesh – escluso il difetto di giurisdizione del giudice italiano adito in ragione della residenza di entrambi i coniugi nel territorio dello Stato Italiano, nel contempo – quanto alla legge applicabile al caso di specie, posto il principio stabilito dalle norme di diritto internazionale privato dell’ “applicazione della legge nazionale comune ai coniugi al momento della proposizione della domanda”, va esclusa l’applicabilità della legge del Bangladesh, in quanto, consentendo la modificazione di posizioni giuridiche soggettive senza possibilità, per la parte nei cui confronti dovranno attuarsi, di contro-dedurre, viola le regole – sancite dalla Costituzione, e quindi – fondamentali, del contraddittorio e del diritto di difesa, ed è, come tale, contraria al principio di ordine pubblico interno (italiano). Deve perciò farsi luogo – a seguito dell’esclusione così affermata e motivata del criterio legale considerato – alla posizione dell’ulteriore principio “dell’applicazione della legge del luogo ove i coniugi hanno stabilito prevalentemente (o radicato) la loro vita matrimoniale”, e quindi, essendo i coniugi stessi stabilmente residenti nel territorio dello Stato Italiano, ivi svolgendo attività lavorativa ed ivi avendo anche avuto prole, dovrà trovare applicazione, nella disciplina della separazione personale dei coniugi stranieri, la legge italiana.

TRIBUNALE BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA VELOCI?

Tribunale Bologna, Sez. I, 18/02/2014, n. 569

In merito alla domanda di separazione personale giudiziale proposta dai coniugi stranieri residenti in Italia ed entrambi aventi nazionalità e cittadinanza del Bangladesh – escluso il difetto di giurisdizione del giudice italiano adito in ragione della residenza di entrambi i coniugi nel territorio dello Stato Italiano, nel contempo – quanto alla legge applicabile al caso di specie, posto il principio stabilito dalle norme di diritto internazionale privato dell’ “applicazione della legge nazionale comune ai coniugi al momento della proposizione della domanda”, va esclusa l’applicabilità della legge del Bangladesh, in quanto, consentendo la modificazione di posizioni giuridiche soggettive senza possibilità, per la parte nei cui confronti dovranno attuarsi, di contro-dedurre, viola le regole – sancite dalla Costituzione, e quindi – fondamentali, del contraddittorio e del diritto di difesa, ed è, come tale, contraria al principio di ordine pubblico interno (italiano). Deve perciò farsi luogo – a seguito dell’esclusione così affermata e motivata del criterio legale considerato – alla posizione dell’ulteriore principio “dell’applicazione della legge del luogo ove i coniugi hanno stabilito prevalentemente (o radicato) la loro vita matrimoniale”, e quindi, essendo i coniugi stessi stabilmente residenti nel territorio dello Stato Italiano, ivi svolgendo attività lavorativa ed ivi avendo anche avuto prole, dovrà trovare applicazione, nella disciplina della separazione personale dei coniugi stranieri, la legge italiana.

TRIBUNALE BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI

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AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA VELOCI?

Tribunale Bologna, Sez. I, 18/02/2014, n. 569

In merito alla domanda di separazione personale giudiziale proposta dai coniugi stranieri residenti in Italia ed entrambi aventi nazionalità e cittadinanza del Bangladesh – escluso il difetto di giurisdizione del giudice italiano adito in ragione della residenza di entrambi i coniugi nel territorio dello Stato Italiano, nel contempo – quanto alla legge applicabile al caso di specie, posto il principio stabilito dalle norme di diritto internazionale privato dell’ “applicazione della legge nazionale comune ai coniugi al momento della proposizione della domanda”, va esclusa l’applicabilità della legge del Bangladesh, in quanto, consentendo la modificazione di posizioni giuridiche soggettive senza possibilità, per la parte nei cui confronti dovranno attuarsi, di contro-dedurre, viola le regole – sancite dalla Costituzione, e quindi – fondamentali, del contraddittorio e del diritto di difesa, ed è, come tale, contraria al principio di ordine pubblico interno (italiano). Deve perciò farsi luogo – a seguito dell’esclusione così affermata e motivata del criterio legale considerato – alla posizione dell’ulteriore principio “dell’applicazione della legge del luogo ove i coniugi hanno stabilito prevalentemente (o radicato) la loro vita matrimoniale”, e quindi, essendo i coniugi stessi stabilmente residenti nel territorio dello Stato Italiano, ivi svolgendo attività lavorativa ed ivi avendo anche avuto prole, dovrà trovare applicazione, nella disciplina della separazione personale dei coniugi stranieri, la legge italiana.

TRIBUNALE BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA VELOCI?

Tribunale Bologna, Sez. I, 24/02/2014, n. 619

In esito alla pronunzia dichiarativa della separazione personale dei coniugi, nonostante sia stata ritenuta fondata ed accolta la domanda di addebito in ragione della violazione del dovere di fedeltà – peraltro incontroverso in quanto non contestato -, e per quanto tale condotta, in violazione dei doveri coniugali, sia stata accertata quale causa unica della frattura dell’unione coniugale, l’istanza, proposta dal coniuge cui non sia addebitabile la separazione, a fini di corresponsione di un assegno a titolo di mantenimento può non trovare accoglimento (ed il diritto in tal senso esercitato andare così incontro ad una pronunzia di reiezione) qualora entrambi i coniugi risultino essere, all’attualità, in stato di disoccupazione e quindi nessuna sperequazione reddituale in favore del coniuge fedifrago sia in concreto accertabile.

TRIBUNALE BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI

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AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA VELOCI?

Tribunale Bologna, Sez. I, 24/02/2014, n. 619

In esito alla pronunzia dichiarativa della separazione personale dei coniugi, nonostante sia stata ritenuta fondata ed accolta la domanda di addebito in ragione della violazione del dovere di fedeltà – peraltro incontroverso in quanto non contestato -, e per quanto tale condotta, in violazione dei doveri coniugali, sia stata accertata quale causa unica della frattura dell’unione coniugale, l’istanza, proposta dal coniuge cui non sia addebitabile la separazione, a fini di corresponsione di un assegno a titolo di mantenimento può non trovare accoglimento (ed il diritto in tal senso esercitato andare così incontro ad una pronunzia di reiezione) qualora entrambi i coniugi risultino essere, all’attualità, in stato di disoccupazione e quindi nessuna sperequazione reddituale in favore del coniuge fedifrago sia in concreto accertabile.

Tribunale Bologna, Sez. I, 28/04/2014, n. 1346

La donazione è revocata per ingratitudine qualora, intercorso l’atto di liberalità tra coniugi conviventi, il coniuge donatario – in via di separazione o già separato dal coniuge donante – abbia posto in essere condotte verbali lesive della dignità personale, umana (quale donna) e genitoriale (quale madre), del donante, e ciò sia in occasione di relazioni con terzi sia davanti alla prole in età minore (infra decenne). A tal riguardo il comportamento del donatario non può dirsi giustificato (né tanto meno legittimato) dalla relazione extraconiugale del donante e dalla sopravvenuta separazione, rilevando anzi in pejus – e quindi a scapito del donatario – il fatto che le sue manifestazioni offensive ed irriguardose – verso il donante – siano avvenute non nell’immediatezza o nell’insorgere della crisi coniugale ma successivamente (a distanza di tempo dal sopravvenire di tale vicenda) e a fronte di una ‘soggettiva’ violazione del dovere di fedeltà che non si sia svolta con modalità ingiuriose nei confronti del coniuge donatario, potendo massimamente dare luogo (la condotta del donante) ad una pronunzia di separazione con addebito di colpa – sempreché nella relazione extraconiugale e nell’inottemperanza del donante al dovere matrimoniale di fedeltà tra coniugi si possa ravvisare la causa unica della disaffezione coniugale e della irreparabile insostenibilità della convivenza, mentre, sul piano oggettivo delle condotte e delle loro reciproche valenze rileva, a favore del donante, che la decisione di separarsi dal coniuge corrisponde (secondo il giudice della legittimità) all’esercizio ed all’esplicarsi, in tal modo, di un diritto “di libertà”. Legittima e fondata è dunque la domanda di revocazione per ingratitudine dell’atto di liberalità proposta dal coniuge donante in quanto fatto oggetto di espressioni irriguardose, offensive e quindi ingiuriose da parte del coniuge donatario in ragione della violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del donante stesso.

Tribunale Bologna, Sez. I, 13/05/2014, n. 1518

La condotta processuale ed extraprocessuale del genitore, rimasto inadempiente all’obbligo di contribuire al mantenimento del figlio minore, disinteressatosi del tutto del benessere di questi, né preoccupatosi di conoscere e soddisfare i bisogni dello stesso, di comprenderne le effettive esigenze, di rispettarne la sensibilità e le richieste, impone di modificare il regime di affidamento condiviso della prole inizialmente adottato. In applicazione degli artt. 337 ter e 337 quater c.c., deve, pertanto, disporsi l’affidamento esclusivo del figlio unicamente all’altro genitore, con attribuzione a questi dell’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale e del potere di adottare, anche senza l’accordo dell’altro, le decisioni di maggior interesse per il figlio, salvo l’esercizio separato della potestà genitoriale durante il tempo che il figlio trascorra con il genitore non affidatario, in capo al quale, tuttavia, permane il potere-dovere di vigilare su istruzione ed educazione del figlio e di ricorrere al giudice nell’ipotesi di assunzione, da parte del genitore affidatario, di decisioni pregiudizievoli per il minore.

 

Tribunale Bologna, Sez. I, Decreto, 20/12/2018, n. 10412

La figura del coordinatore genitoriale si sovrappone ai Servizi affidatari, duplicando i centri decisionali e di fatto aumentando le possibilità di contrasti. (Nella specie, pur dovendosi sottolineare che le situazioni dei signori X e Y non sono equiparabili, nondimeno entrambi risultano attualmente connotati da gravi criticità, che portano a concludere che allo stato il regime di affidamento maggiormente tutelante per il minore sia quello ai Servizi. E invero, se il signor X è caratterizzato da una scarsa capacità di autocontenimento e da aggressività, la signora Y – alla quale va riconosciuto di avere certamente favorito la facile e buona ripresa dei rapporti tra il padre e il figlio, che non avrebbe avuto luogo senza la collaborazione del genitore con la quale il figlio passa la maggior parte del suo tempo – presenta a sua volta una fragilità emotiva diffusa e controfobica rispetto al resistente, con una visibile alterazione dell’umore e del livello di ansia alla rievocazione degli episodi salienti della relazione con lui. Sebbene questo assetto psicoemotivo della ricorrente sia, secondo il condivisibile giudizio del C.T.U. compatibile con uno stato post-traumatico, allo stato appare maggiormente tutelante per il minore un affidamento ai servizi sociali, anche allo scopo di favorire una normalizzazione dei rapporti tra i genitori, tramite la riduzione delle occasioni di contrasto e l’attribuzione di un ruolo di decisione, di controllo e di vigilanza a un’autorità terza).

Corte d’Appello Bologna, Sez. I, Decreto, 26/03/2015

In parziale accoglimento del reclamo proposto alla Corte d’Appello avverso l’ordinanza con cui il Presidente del Tribunale abbia dato i provvedimenti provvisori ed urgenti in merito alla separazione dei coniugi, e con riguardo specifico all’istanza di modifica delle statuizioni economiche rese in quella sede, preso atto della disparità reddituale esistente tra i coniugi, nonché dell’onere di locazione abitativa gravante sul coniuge avente minori risorse – essendo stata la casa familiare (pur in comproprietà) assegnata al coniuge collocatario dei figli minori in regime di affido condiviso -, può disporsi la riduzione del contributo al mantenimento di quest’ultimi stabilito a carico del coniuge non collocatario (ossia la madre) – tenuto conto sia dei tempi di permanenza presso di lei trascorsi dalla prole e sia dei compiti domestici e di cura svolti quotidianamente dalla madre per i figli stessi -, nonché può disporsi l’obbligo di un contributo al mantenimento in suo favore da parte del coniuge collocatario (il marito), benché il coniuge conseguentemente beneficiato da tale statuizione non abbia proposto domanda di addebito della separazione e quindi pur in assenza di una statuizione dell’ordinanza presidenziale che abbia preso posizione relativamente all’addebito della separazione dei coniugi.

Corte d’Appello Bologna, Sez. I, Decreto, 23/02/2015

A fronte del principio per cui i provvedimenti promananti dal Tribunale in base agli articoli 337-bis e seguenti del codice civile e concernenti i figli nati fuori dal matrimonio sono reclamabili avanti la Corte d’Appello, va affermato l’ulteriore principio secondo cui i provvedimenti – quali quelli predetti – che, più particolarmente, si qualifichino come provvisori, in quanto aventi finalità urgente e temporanea, che riguardino precipuamente questioni di affidamento, collocamento e residenza anagrafica nonché di regolamentazione della frequentazione genitore/figlio, che siano stati pronunziati, quindi, in via propriamente interinale e siano destinati, come tali, ad essere successivamente modificati o confermati o revocati, sono privi – per definizione, e per quanto emanati dal Tribunale in composizione collegiale -, del carattere della decisorietà (intesa come statuizione definitoria di controversia in materia di diritti soggettivi o di status) e del carattere della definitività (intesa come pronunzia suscettibile dell’efficacia propria del giudicato) e quindi, come tali, non sono oggetto né di un generale potere di reclamo alla Corte d’Appello, quale previsto ed esperibile avverso i provvedimenti del Tribunale in prime cure a norma dell’articolo 739 del codice di procedura civile, né sono oggetto di uno speciale ed eccezionale potere di reclamo avanti la Corte d’Appello quale quello previsto ed esperibile, a norma dell’articolo 708 del codice di procedura civile, avverso i provvedimenti – per definizione – provvisori ed urgenti emessi dal Presidente del Tribunale nell’ambito dei procedimenti di separazione e di divorzio. Ne consegue che il reclamo che venga egualmente proposto alla Corte d’Appello avverso provvedimenti interinali e strumentali resi dal Tribunale in composizione collegiale e concernenti figli nati fuori dal matrimonio vanno dichiarati inammissibili.

Tribunale Bologna, Sez. I, 09/01/2015, n. 67

Nel contesto delle conclusioni congiunte presentate dai coniugi a fini separazione personale, perseguendo in tal modo lo scopo di dare esaustiva e non controversa definizione ai rapporti parentali e patrimoniali tra loro intercorrenti mediante un regolamento che superi innanzitutto il primo, sostanziale e fondamentale vaglio di legittimità consistente nell’assenza, nella disciplina in concreto adottata, di qualunque possibile motivo o causa di contrarietà all’interesse proprio dei figli minori – il cui affidamento sia già stato stabilito ai Servizi Sociali -, è legittima, valida ed efficace la clausola espressa nelle statuizioni del dispositivo della sentenza con la quale il coniuge e genitore presso il quale stabilmente e prevalentemente risieda la prole ottenga la cessione a titolo gratuito della quota di comproprietà indivisa della casa coniugale da parte dell’altro coniuge e genitore a fronte dell’assunzione dell’obbligo all’integrale mantenimento dei figli con lui conviventi, vertendo, l’estensione del personale ed esclusivo adempimento del coniuge collocatario, sia sulle spese di natura ordinaria sia di natura straordinaria (normalmente poste, quest’ultime, a carico di entrambi i coniugi in parità percentuale). Il coniuge e genitore collocatario assume quindi qualità di cessionario a titolo gratuito della quota del diritto di proprietà sul bene immobile costituito in casa familiare in originaria titolarità dell’altro coniuge e genitore non collocatario, esimendo quest’ultimo, in ragione dell’avvenuta cessione ed in modo pienamente legittimo e valido, da qualunque obbligo quanto a spese – di qualunque natura – ed ai costi – da qualunque causa determinati – necessari alla crescita, all’educazione ed allo sviluppo dei proprii figli.