Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

Violenza sessuale, attendibilità del minore (Cass.13129/20)

Violenza sessuale, attendibilità del minore (Cass.13129/20)

Violenza sessuale, attendibilità del minore (Cass.13129/20)
Violenza sessuale, attendibilità del minore (Cass.13129/20)

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di istruzione dibattimentale, il giudice può legittimamente desumere elementi di prova dall’esame del consulente tecnico di cui le parti abbiano chiesto ed ottenuto l’ammissione, stante l’assimilazione della sua posizione a quella del testimone, senza necessità di dover disporre apposita perizia se, con adeguata e logica motivazione, dimostri che essa non è indispensabile per essere gli elementi forniti dall’ausiliario privi di incertezze, scientificamente corretti e basati su argomentazioni logiche e convincenti (Sez. 3, n. 4672 del 22/10/2014, dep. 2015, L., Rv. 262469; Sez. 3, n. 8377 del 17/01/2008, Scarlassare, Rv. 239281; Sez. 2, n. 3383 del 28/02/1997, Santilli, Rv. 207411).

in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l’articolo citato, attraverso il richiamo all’art. 495 c.p.p., comma 2, si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività (Sez. U, n. 39746 del 23/03/2017, A, e a., Rv. 270936).

La sentenza (pagg. 7-9) analizza compiutamente, con argomentazioni logiche ed articolate, la consulenza tecnica del pubblico ministero, la ritiene scientificamente corretta ed esaustiva e legittimamente reputa non necessaria la perizia, dando anche conto del fondato giudizio sulla non suggestionabilità della bambina reso dalla consulente, sicchè appare del tutto generica – oltre che ipotetica, e tale motivatamente ritenuta dalla sentenza impugnata (pag. 11) – la necessità di ulteriormente verificare se fossero intervenuti condizionamenti esterni tali da modificare o alterare il suo ricordo dei fatti.

2.2. Escluso il dedotto vizio di illogica motivazione, deve aggiungersi che in sede di legittimità, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), è possibile contestare la mancata assunzione di una prova soltanto se si tratti di una prova a discarico richiesta ai sensi dell’art. 495 c.p.p., comma 2, e se essa sia decisiva. La perizia, tuttavia, non è una vera e propria prova a discarico e non è mai, comunque, decisiva.

Ed invero, è consolidato l’orientamento secondo cui è decisiva quella prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia; ovvero quella che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014, Di Meglio, Rv. 259323; Sez. 2, n. 21884 del 20/03/2013, Cabras, Rv. 255817). Con particolare riguardo all’accertamento peritale sulla capacità a testimoniare di un minore vittima di violenza sessuale, questa Corte nella sua più autorevole composizione ha poi di recente affermato che il suo mancato espletamento non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l’articolo citato, attraverso il richiamo all’art. 495 c.p.p., comma 2, si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività (Sez. U, n. 39746 del 23/03/2017, A, e a., Rv. 270936).

Violenza sessuale attendibilità del minore

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

(ud. 28/02/2020) 28-04-2020, n. 13129

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACETO Aldo – Presidente –

Dott. GENTILI Andrea – Consigliere –

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere –

Dott. REYNAUD Gianni F. – rel. Consigliere –

Dott. MENGONI Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

H.A., nato in (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27/02/2019 della Corte di appello di Trieste;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Gianni Filippo Reynaud;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Spinaci Sante, che non si è opposto al rinvio richiesto dalla difesa e, nel merito, ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del 27 febbraio 2019, la Corte d’appello di Trieste, accogliendo parzialmente il gravame proposto dall’odierno ricorrente con riguardo alla revoca di taluni effetti penali della condanna, ha nel resto confermato la pronuncia con cui l’imputato è stato condannato alla pena di anni dodici e mesi sei di reclusione in ordine al reato continuato di cui all’art. 609 bis c.p. e art. 609 ter c.p., comma 1, n. 1, (nel testo vigente prima delle modifiche apportate con L. 19 luglio 2019, n. 69) per aver ripetutamente costretto a subire atti sessuali una bambina che da poco aveva compiuto i dieci anni di età, commettendo altresì nei suoi confronti atti di violenza privata per costringerla a non rivelare ai genitori gli abusi subiti.
  2. Avverso la sentenza di appello, ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo, con il primo motivo, violazione dell’art. 190 c.p.p. e art. 495 c.p.p., comma 2, art. 111 Cost. e art. 6, lett. d), c.e.d.u., nonchè vizio di motivazione, con riguardo alla mancata ammissione della perizia, richiesta sin dal giudizio di primo grado, volta ad accertare la capacità a testimoniare della persona offesa minorenne. Il fatto che tale accertamento fosse stato unilateralmente compiuto dal pubblico ministero, a mezzo di proprio consulente, non era sufficiente a consentire l’esercizio del diritto di difesa sul punto, considerato, inoltre, che detto consulente non aveva condotto indagini per verificare se la minore avesse in precedenza raccontato ad altri degli abusi e non aveva tenuto conto che ella aveva assistito al racconto degli stessi fatto dalla madre ad una pediatra, potendo così rimanerne suggestionata nella successiva narrazione in sede processuale. In ogni caso, avendo la sentenza impugnata fatto ampio riferimento a detta consulenza tecnica, il richiesto approfondimento peritale non poteva essere ritenuto superfluo.
  3. Con il secondo motivo di ricorso si deducono inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 530 c.p.p., violazione delle linee guida della c.d. Carta di Noto e manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione per essere stato ritenuto che le pur riconosciute inosservanze dei protocolli – con particolare riguardo alla conduzione dell’esame della minore – non avessero influito sulla genuinità della prova, peraltro valorizzandosi le già criticate conclusioni della consulenza tecnica del pubblico ministero. Del resto, al di là delle dichiarazioni della bambina, non vi erano altri elementi univoci di prova, non essendo tale la riscontrata presenza di ragadi anali, potendo la patologia avere una causa diversa dalla contestata penetrazione.
  4. Con l’ultimo motivo di ricorso si deducono violazione degli artt. 132, 133, 81 e 62 bis c.p., nonchè art. 27 Cost., comma 2, per essere stata determinata la pena nel massimo edittale senza adeguata motivazione, negandosi le circostanze attenuanti generiche senza tener neppure conto della richiesta di perdono fatta dall’imputato ai genitori della bambina e della sua incensuratezza. Si era dunque omessa qualsiasi valutazione in ordine alla capacità a delinquere dell’imputato ed alla funzione rieducativa della pena.
  5. Con richiesta trasmessa prima dell’udienza, il difensore dell’imputato, del Foro di Gorizia, allegando copia dell’ordinanza contingibile ed urgente, recante Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019, adottata il 23 febbraio u.s. dal Ministro della Salute e dal Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, ha addotto il proprio legittimo impedimento, a tutela del diritto di salute, ad effettuare il viaggio da Gorizia a Roma e quindi a comparire all’udienza, richiedendo pertanto il rinvio del processo.

Motivi della decisione

  1. Rileva preliminarmente il Collegio che l’istanza di rinvio del processo per legittimo impedimento del difensore non sia meritevole d’accoglimento.

Dall’ordinanza contingibile ed urgente addotta a giustificazione dell’istanza di rinvio si ricava che, alla data della richiesta, nessun caso di contagio da COVID-19 era stato rilevato nella regione Friuli Venezia Giulia, dandosi soltanto atto di 25 casi accertati invece nella vicina regione Veneto.

Nessuna delle misure precauzionali adottate dall’ordinanza allegata incide sulla trattazione dei procedimenti giudiziari, sull’utilizzo dei mezzi di trasporto o sulla libertà di circolazione all’interno della Regione o da questa verso zone non identificate dall’O.M.S. come a rischio epidemiologico. Com’è noto, poi, alcuna, analoga, restrizione era stata adottata, nel periodo in cui si è tenuta l’udienza del presente procedimento, nella città di Roma, ove non erano stati accertati focolai di epidemia, sicchè l’udienza pubblica fissata il giorno 28 febbraio u.s. presso questa Corte Suprema si è regolarmente tenuta con la trattazione di tutti i procedimenti e la partecipazione – oltre che dei componenti l’Ufficio, molti dei quali residenti in altre regioni – di numerosi avvocati provenienti dalle più disparate aree del Paese.

La prudente, ed insindacabile, decisione del difensore di rinunciare al programmato trasferimento aereo da Trieste a Roma, senza che sia stato addotto alcun particolare motivo di salute di carattere personale/familiare, che sarebbe altrimenti stato adeguatamente considerato (cfr. Sez. 4, n. 18069 del 10/02/2015, Saluci, Rv. 263438), non può pertanto integrare – alla data di trattazione del procedimento e con riguardo alla situazione al momento in atto nelle aree geografiche interessate quali sopra indicate – un assoluto impedimento a comparire rilevante ai sensi dell’art. 420 ter c.p.p., comma 5.

  1. Venendo al contenuto del ricorso, il primo motivo va ritenuto infondato.

2.1. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di istruzione dibattimentale, il giudice può legittimamente desumere elementi di prova dall’esame del consulente tecnico di cui le parti abbiano chiesto ed ottenuto l’ammissione, stante l’assimilazione della sua posizione a quella del testimone, senza necessità di dover disporre apposita perizia se, con adeguata e logica motivazione, dimostri che essa non è indispensabile per essere gli elementi forniti dall’ausiliario privi di incertezze, scientificamente corretti e basati su argomentazioni logiche e convincenti (Sez. 3, n. 4672 del 22/10/2014, dep. 2015, L., Rv. 262469; Sez. 3, n. 8377 del 17/01/2008, Scarlassare, Rv. 239281; Sez. 2, n. 3383 del 28/02/1997, Santilli, Rv. 207411).

La sentenza (pagg. 7-9) analizza compiutamente, con argomentazioni logiche ed articolate, la consulenza tecnica del pubblico ministero, la ritiene scientificamente corretta ed esaustiva e legittimamente reputa non necessaria la perizia, dando anche conto del fondato giudizio sulla non suggestionabilità della bambina reso dalla consulente, sicchè appare del tutto generica – oltre che ipotetica, e tale motivatamente ritenuta dalla sentenza impugnata (pag. 11) – la necessità di ulteriormente verificare se fossero intervenuti condizionamenti esterni tali da modificare o alterare il suo ricordo dei fatti.

2.2. Escluso il dedotto vizio di illogica motivazione, deve aggiungersi che in sede di legittimità, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), è possibile contestare la mancata assunzione di una prova soltanto se si tratti di una prova a discarico richiesta ai sensi dell’art. 495 c.p.p., comma 2, e se essa sia decisiva. La perizia, tuttavia, non è una vera e propria prova a discarico e non è mai, comunque, decisiva.

Ed invero, è consolidato l’orientamento secondo cui è decisiva quella prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia; ovvero quella che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014, Di Meglio, Rv. 259323; Sez. 2, n. 21884 del 20/03/2013, Cabras, Rv. 255817). Con particolare riguardo all’accertamento peritale sulla capacità a testimoniare di un minore vittima di violenza sessuale, questa Corte nella sua più autorevole composizione ha poi di recente affermato che il suo mancato espletamento non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l’articolo citato, attraverso il richiamo all’art. 495 c.p.p., comma 2, si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività (Sez. U, n. 39746 del 23/03/2017, A, e a., Rv. 270936).

2.3. Nè ha pregio il rilievo secondo cui sarebbe mancata la possibilità di esercitare il contraddittorio sui temi affrontati dal consulente tecnico del pubblico ministero. Del tutto correttamente, infatti, la sentenza impugnata osserva che la difesa aveva controesaminato il consulente in giudizio e che aveva avuto la possibilità, di fatto non esercitata, di nominare un proprio consulente di parte, qualora avesse voluto sottoporre al giudice contrari elementi tecnici di valutazione.

  1. Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato e generico.

3.1. In diritto, va premesso che, anche laddove sia stato effettuato l’accertamento tecnico sulla capacità a testimoniare del minore persona offesa di reato sessuale, le risultanze peritali vanno calate nel contesto delle altre prove assunte e occorre che il giudice tenga adeguatamente conto di tutte le circostanze concrete che possono influire su tale valutazione (Sez. 3, n. 39405 del 23/05/2013, B., Rv. 257094; Sez. 3, n. 29612 del 05/05/2010, R. e aa, Rv. 247740). E’ in particolare necessario che il racconto del minore sia inquadrato nel più ampio contesto sociale, familiare e ambientale del medesimo, al fine di escludere l’intervento di fattori inquinanti in grado di inficiarne la credibilità (Sez. 3, n. 8057 del 06/12/2012, dep. 2013, v. e a., Rv. 254741), ciò che va necessariamente fatto anche laddove, con l’accertamento peritale di cui all’art. 196 c.p.p., comma 2, sia stata accertata la capacità di comprendere e riferire i fatti della persona offesa minorenne (Sez. 3, n. 8057 del 06/12/2012, dep. 2013, S., Rv. 254741). Per altro verso, la valutazione di attendibilità del teste minorenne vittima di reati sessuali è compito esclusivo del giudice, che deve procedere direttamente all’analisi della condotta del dichiarante, della linearità del suo racconto e dell’esistenza di riscontri esterni allo stesso, non potendo limitarsi a richiamare il giudizio al riguardo espresso da periti e consulenti tecnici, cui non è delegabile tale verifica, ma solo l’accertamento dell’idoneità mentale del teste, diretta ad appurare se questi sia stato capace di rendersi conto dei comportamenti subiti, e se sia attualmente in grado di riferirne senza influenze dovute ad alterazioni psichiche (Sez. 3, n. 47033 del 18/09/2015, F., Rv. 265528; Sez. 4, n. 44644 del 18/10/2011, F. Rv. 251662).

Sotto altro profilo, va richiamato il principio, più volte ribadito, secondo cui in tema di testimonianza del minore vittima di abusi sessuali, il giudice non è vincolato, nell’assunzione e valutazione della prova, al rispetto delle metodiche suggerite dalla Carta di Noto, salvo che non siano già trasfuse in disposizioni del codice di rito con relativa disciplina degli effetti in caso di inosservanza, di modo che la loro violazione non comporta l’inutilizzabilità della prova così assunta; tuttavia, il giudice è tenuto a motivare perchè, secondo il suo libero ma non arbitrario convincimento, ritenga comunque attendibile la prova dichiarativa assunta in violazione di tali metodiche, dovendo adempiere ad un onere motivazionale sul punto tanto più stringente quanto più grave e patente sia stato, anche alla luce delle eccezioni difensive, lo scostamento dalle citate linee guida (Sez. 3, n. 648/2017 del 11/10/2016, L.P.M., Rv. 268738; Sez. 3, n. 39411 del 13/03/2014. G., Rv. 262976).

3.2. La sentenza impugnata, reputa il Collegio, ha fatto certamente buon governo di tali principi, rendendo una motivazione analitica, attenta e del tutto logica circa l’affermazione di penale responsabilità dell’imputato per i gravissimi fatti ascrittigli, che non presta il fianco a censure di sorta.

Ed invero, la sentenza impugnata (pagg. 11 ss.) ha analizzato l’unico profilo di violazione della Corta di Noto segnalato dall’appellante – e nuovamente riproposto in ricorso – vale a dire l’insistenza con cui l’esaminatrice, in sede di incidente probatorio, aveva chiesto alla bambina “se fosse sicura” quando, in prima battuta, aveva negato che l’imputato le avrebbe messo “il pisello nel culetto”.

La sentenza osserva, tuttavia, come si trattasse dell’estrapolazione di un unico passaggio di un esame che aveva avuto notevole durata ed ampiezza e che, nel resto, non aveva dato adito a contestazioni circa la proposizione di domande suggestive o manipolatrici. Rende, inoltre, ragione del fatto che, nello stesso esame, la bambina aveva chiaramente mostrato di non essere suggestionabile, non avendo timore di contraddire la persona che la stava intervistando, sicchè non v’era ragione per non crederle quando aveva affermato di aver subito una parziale penetrazione anale e anche vaginale. Il racconto della minore era caratterizzato da coerenza intrinseca, chiarezza, logicità del narrato, riferito con dovizia di particolari.

La sentenza attesta, inoltre, come la penetrazione anale trovasse ulteriore conferma nei dolori che la minore aveva rappresentato nel defecare e, soprattutto, nel fatto che l’ispezione effettuata presso l’ospedale infantile aveva riscontrato non già semplici ragadi anali, ma plurime abrasioni all’interno dell’orifizio anale indicate, in referto, come “altamente suggestive per sospetto abuso sessuale”. Del pari erano state riscontrate “a livello del margine imenale posteriore…due piccole incisure a V che non raggiungono la base dell’impianto…compatibili con la tipologia della localizzazione del dolore indicati dalla minore, nel momento in cui ha ricordato che il membro dell’imputato, da lei avvertito come rigido, aveva spinto sui suoi genitali, per entrarvi, nonostante le sue resistenze, tanto da farle trovare sangue nelle mutandine”.

Questi oggettivi, forti, riscontri del racconto fatto dalla minore, osserva poi la sentenza impugnata, hanno trovato definitiva conferma nella confessione stragiudiziale fatta dall’imputato alla mamma della bambina, allorquando, informata dell’accaduto della piccola, ella l’aveva verbalmente aggredito, provocando, da parte sua, l’ammissione dei fatti e la richiesta di perdono, successivamente reiterata con una messaggio trasmesso via Facebook. Su queste, significative, circostanze in punto valutazione della penale responsabilità il ricorso è del tutto silente, salvo valorizzare la confessione nell’ambito delle doglianze svolte con riguardo al trattamento sanzionatorio.

  1. Venendo, dunque, all’ultimo motivo di ricorso, proprio a tal riguardo proposto, reputa il Collegio che lo stesso non sia fondato.

Nel confermare il trattamento sanzionatorio inflitto in primo grado, negando le circostanze attenuanti generiche e muovendo dalla pena massima edittale di dodici anni di reclusione – prevista nel caso di violenza sessuale commessa in danno di infraquattordicenne dall’art. 609 ter c.p., comma 1, n. 1, nel testo vigente all’epoca della commissione dei fatti – applicando quindi un contenuto aumento di quattro mesi di reclusione per la continuazione interna al reato di violenza sessuale di cui al capo a) e di due mesi di reclusione per il reato continuato di violenza privata contestato al capo b), la Corte territoriale ha effettuato una valutazione di merito non censurabile in questa sede di legittimità.

Vanno sul punto richiamati i consolidati principi secondo cui, in tema di circostanze attenuanti generiche, il giudice del merito esprime un giudizio di fatto, la cui motivazione è insindacabile in sede di legittimità, purchè sia non contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli elementi, tra quelli indicati nell’art. 133 c.p., considerati preponderanti ai fini della concessione o dell’esclusione (Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017, Pettinelli, Rv. 271269). Nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche, peraltro, non è necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3, n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899).

Quanto alla pena base, la determinazione della pena tra il minimo ed il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito (Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013, Serratore, Rv. 256197), sicchè può essere censurata in sede di legittimità soltanto sul piano del soddisfacimento dell’obbligo di motivazione. Se per assolvere a tale onere, nel caso in cui venga irrogata una pena al di sotto della media edittale, è sufficiente il richiamo al criterio di adeguatezza della pena, nel quale sono impliciti gli elementi di cui all’art. 133 c.p. (Sez. 4, n. 46412 del 05/11/2015, Scaramozzino, Rv. 265283; Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013, Serratore, Rv. 256197), altrettanto non è consentito fare allorquando la pena sia stata inflitta in termini prossimi al massimo edittale (Sez. 4, n. 27959 del 18/06/2013, Pasquali, Rv. 258356; Sez. 2, n. 36245 del 26/06/2009, Denaro, Rv. 245596). In tali casi, vi e più laddove, come nella specie, la pena base sia stata fissata nel massimo edittale, è invece necessaria una attenta e rigorosa motivazione che mostri la corretta applicazione dei criteri di legge previsti dall’art. 133 c.p. (cfr. Sez. 5, n. 35100 del 27/06/2019, Torre, Rv. 276932; Sez. 3, n. 10095 del 10/01/2013, Monterosso, Rv. 255153), senza che, tuttavia, la Corte di legittimità possa sovrapporre la propria eventualmente diversa – valutazione a quella fatta dai giudici di merito e sorretta da logica e congrua motivazione.

4.1. Già il giudice di primo grado aveva giustificato in modo articolato e non certo illogico l’uso del proprio potere discrezionale nell’irrogare la pena nel massimo edittale, osservando che: la condotta aveva raggiunto la massima gravità possibile, tanto nelle minacce (effettuate anche con l’uso di un coltello e addirittura estrinsecatesi in un quid pluris che aveva giustificato l’ulteriore contestazione di violenza privata), quanto nella lesione dell’integrità sessuale della bambina, ripetutamente penetrata per via vaginale e anale, con lesioni accertate dai medici e di cui più sopra si è detto; all’epoca dei fatti la bambina aveva compiuto dieci anni da soli due mesi, sicchè la sua età era prossima a quella che avrebbe altrimenti giustificato il considerevole aumento di pena previsto dall’art. 609 ter c.p., u.c.; gli atti erano stati non solo offensivi della sfera sessuale della minore, ma ne avevano mortificato l’infanzia, compromettendone il sereno sviluppo; l’imputato, con condotta pervicacemente reiterata, aveva mostrato la particolare intensità del dolo, calpestando brutalmente il sentimento di fiducia che i genitori della piccola avevano in lui riposto, accogliendolo e ospitandolo in casa propria; ancora nel processo egli aveva mostrato carattere proditorio e spregiudicata capacità a delinquere, non limitandosi a difendersi, ma accusando la bambina di essere portatrice di una non meglio chiarita “acredine” nei propri confronti.

Il ricorrente – il quale, sia detto per inciso, non ha inteso in alcun modo optare per scelte processuali che, nel denegato caso di condanna, avrebbero consentito di fruire di benefici premiali capaci di attenuare il rigoroso trattamento sanzionatorio che la legge prevede per reati gravissimi come quello di violenza sessuale in danno di infraquattordicenne (trattamento peraltro di recente inasprito con la ricordata L. n. 69 del 2019) – rappresenta che, con l’atto di appello, si era doluto della valutazione fatta dal primo giudice sul rilievo che i fatti non avessero raggiunto la massima gravità possibile, che la reiterazione non poteva dirsi provata, che le valutazioni sulla capacità a delinquere e sul carattere proditorio dell’imputato non trovavano riscontro in atti.

La Corte territoriale, nel confermare il trattamento sanzionatorio inflitto in primo grado richiamando e condividendo i rilievi svolti dal tribunale, ha respinto il motivo di gravame proposto sul punto ritenendo che: i fatti erano di estrema gravità e le penetrazioni vaginali e anali, sia pur parziali, erano state incontestabilmente provate; le condotte erano state reiterate nel tempo e avevano avuto apprezzabile durata; il giudizio sulla personalità era certamente sfavorevole per aver l’imputato approfittato dell’ospitalità offertagli nell’abitazione dai genitori della bambina per violentare ripetutamente la piccola e nell’averla minacciata, anche con un coltello, per compiere i reati e ottenerne il silenzio. La sentenza impugnata esclude, poi, la sussistenza di favorevoli elementi di valutazione che consentano di ridurre la pena – e tantomeno di concedere le circostanze attenuanti generiche – negando rilievo alla mera incensuratezza ed alla partecipazione dell’imputato al processo, come pure al fatto che egli non aveva accusato la bambina ma si era limitato, secondo quanto sostenuto dallo stesso appellante, a “riportare un episodio dal quale, a suo parere, emergeva come la minore non gradisse la sua presenza in casa in assenza del padre”. Neppure poteva essere favorevolmente valutata la richiesta di perdono fatta stragiudizialmente ai genitori della bambina, non essendo stata la stessa spontanea, ma indotta dal fatto di essere stato scoperto, dovendosi per contro ritenere che, se la minore non si fosse finalmente confidata con la madre, gli abusi sarebbero continuati.

4.2. Reputa il Collegio, che le argomentazioni esposte diano logicamente conto dell’applicazione dei criteri delineati nell’art. 133 c.p. sulla gravità del reato e sulla capacità a delinquere del reo e giustifichino, pertanto, l’uso del potere discrezionale esercitato dal giudice di merito sia quanto al giudizio sull’eventuale concessione delle circostanze attenuanti generiche, sia quanto alla determinazione della pena base nel massimo edittale (peraltro coniugato ad un contenuto aumento, come pure si è rilevato, a titolo di continuazione).

Le poche, specifiche, doglianze mosse sul punto dal ricorrente sono infondate e non scalfiscono la tenuta logica delle articolate motivazioni esposte.

Ed invero:

– che le condotte non abbiano raggiunto la massima gravità possibile è un giudizio di fatto ovviamente insuscettibile di valutazione in questa sede di legittimità e va comunque rilevato come il trattamento sanzionatorio per il reato continuato – che avrebbe potuto giungere sino al triplo del massimo edittale previsto per il reato più grave, come statuito dall’art. 81 c.p. – sia rimasto ben lontano dal massimo consentito;

la doglianza circa il fatto che la richiesta di perdono dimostrerebbe una scarsa capacità a delinquere trova convincente smentita nelle riportate argomentazioni della sentenza impugnata e, comunque, si tratta di atteggiamento tenuto soltanto nell’iniziale fase preprocessuale ed immediatamente abbandonato – in modo, ovviamente, del tutto legittimo – nella successiva fase processuale, caratterizzata da una radicale negazione dei fatti, con veemenza sostenuta ancora in questa sede;

– non dirimente, alla luce della evidenziata gravità dei fatti, è lo stato di incensuratezza del ricorrente, peraltro ancor meno significativo se rapportato alla giovane età;

– del tutto generici, e sganciati rispetto alle particolarità del caso di specie, sono i richiami alla funzione rieducativa della pena.

  1. Il ricorso, complessivamente infondato, va pertanto rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Si dà atto che il presente provvedimento è sottoscritto dal solo presidente del collegio per impedimento dell’estensore, ai sensi del D.P.C.M. 8 marzo 2020, art. 1, comma 1, lett. a).

Dispone, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52 che – a tutela dei diritti o della dignità degli interessati – sia apposta a cura della cancelleria, sull’originale della sentenza, un’annotazione volta a precludere, in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati riportati sulla sentenza.

Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2020

Successione legittima: cos’è? Come avviene? A chi spetta?

Successione legittima: cos’è? Come avviene? A chi spetta?

La successione indica il fenomeno per cui un soggetto subentra nell’intero universo dei rapporti giuridici (sia attivi che passivi) di un altro dopo la sua morte. In tal modo si evita che situazioni giuridiche restino senza un effettivo titolare. La successione, come indicato dall’art. 457 c.c., può avvenire in due modi:

  1. per legge quando il defunto nulla ha disposto;
  2. per testamento ove sia stato redatto l’atto contenente le disposizioni di ultima volontà.
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Cos’è la successione legittima?

La successione legittima rientra nel primo gruppo di ipotesi di successioni ovvero quelle che avvengono per legge in assenza di un atto dispositivo. Tale forma, infatti, è utilizzata quando il de cuius non ha provveduto, in tutto o in parte, a disporre delle proprie sostanze. Rientrano in questa particolare forma di successione anche quelle anomale ossia in deroga al disposto dell’art. 565 c.c. che prevede le categorie dei successibili (coniuge, discendenti legittimi e naturali, ascendenti legittimi, collaterali, altri parenti e lo Stato secondo l’ordine e le regole previste da legge).

Successione legittima e successione dei legittimari indicano il medesimo fenomeno?

Assolutamente no. Si tratta di due distinti istituti che operano in circostanze e al cospetto di presupposti diversi. La successione legittima, infatti, come già detto, devolve l’eredità a una particolare categoria di soggetti, indicata dalla legge, in assenza di un atto dispositivo di ultima volontà. Nella successione dei legittimari, invece, si identifica un ambito di eredi cui è attribuita una posizione privilegiata che funge da limite alla libertà di testare. Data questa peculiarità la dottrina più attenta e la giurisprudenza maggiormente avveduta molto si affannano a discutere circa l’esatta posizione dei legittimari senza giungere a un’unanimità di vedute. La divisione è tra coloro che creano in capo ai legittimari una posizione di eredi necessari fino dall’apertura della successione in relazione alla quota loro riservata e senza alcun bisogno di esperire l’azione di riduzione. Quest’ultima risulta indispensabile solo se la quota di eredità non è pari a quella della legittima. Una diversa impostazione afferma che i legittimari sono successori a titolo particolare perché possono ottenere solo ed esclusivamente ciò che gli spetta anche a titolo di donazione o di legato. una terza opzione si concentra maggiormente sul momento in cui i soggetti in esame diventerebbero eredi. L’acquisto di tale qualifica, secondo il filone esegetico in commento, non sarebbe automatico in quanto i legittimari assumerebbero la qualifica di eredi solo in caso di esito positivo dell’azione di riduzione esperita se pretermessi.

Come avviene la successione legittima?

La successione legittima avviene in diverse fase. Vi è, infatti, la fase di quiescenza dell’eredità, la vocazione e la delazione. La prima indica la chiamata ereditaria con individuazione del soggetto chiamato a succedere; la seconda riguarda il complesso di situazioni che vengono offerte al chiamato. Queste due fasi non sempre coincidono soprattutto in relazione alla successione testamentaria laddove, ad esempio, l’istituzione dell’erede può avvenire o sotto condizione sospensiva oppure a favore di un nascituro (soggetto non ancora nato, ma concepito).

Quale la prima fase della successione legittima?

Dal momento in cui si apre la successione l’eredità entra in una fase di quiescenza assumendo la natura di patrimonio destinato. Ad essa è attribuito anche un amministratore. In assenza di un curatore al chiamato l’art. 460 c.c. attribuisce diversi poteri di gestione della massa (possibilità di esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, compimento di atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, richiesta di autorizzazioni per vendere i beni non conservabili o conservabili in modo assai dispendioso). Molto discussa è la natura giuridica della disposizione di cui all’art. 460 c.c. e, in particolare, se si tratta di facoltà o di obbligo tenuto conto del verbo “potere” utilizzato dalla disposizione. Argomentando proprio dal tenore letterale della norma un’impostazione ricostruisce la norma come attributiva di un potere che si converte in obbligo di terminate la gestione una volta iniziata analogamente alla situazione descritta dall’art. 2028 c.c. (gestione di affari altrui). Altro e diverso filone pretorio sostiene che il chiamato è gravato da un vero e proprio obbligo di curare l’eredità assumendo la qualifica di amministratore ex lege.

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Quando l’eredità è nella fase di giacenza, prima dell’acquisto, è ammissibile una divisione in quote tra eredi?

Sull’ammissibilità della giacenza pro quota diverse sono le tesi che si sono sviluppate nel dibattito dottrinario e giurisprudenziale. Una prima impostazione ne afferma l’inammissibilità in quanto una colta ottenuto il possesso il chiamato ha a disposizione l’intero patrimonio. Altra e diversa tesi ritiene possibile la giacenza pro quota solo in caso di chiamata solidale in quanto, in tale occasione, opererebbe l’accrescimento. Una terza teoria ritiene pacificamente ammissibile la giacenza pro quota, perché il chiamato può trovarsi in conflitto di interessi con altri e curare solo la sua parte.

Quando cessa la giacenza dell’eredità?

La giacenza dell’eredità cessa con l’accettazione.

Cosa è l’accettazione?

L’accettazione è la seconda fase della successione. Con la sua apertura, infatti, non si verifica l’immediato acquisto dei beni ereditari in quanto l’eredità, a differenza del legato, ha bisogno dell’accettazione. Quest’ultima non costituisce atto personalissimo e, pertanto, può essere effettuata anche da un rappresentante con apposita procura integrando un atto di straordinaria amministrazione. L’accettazione può assumere varie forme. Essa, infatti, può avvenire per forma espressa oppure in maniera tacita per atti concludenti o, ancora, con beneficio d’inventario (si accettano soltanto le attività della massa senza le passività). In rarissime ipotesi l’acquisto dell’eredità avviene senza accettazione come, ad esempio, nel caso si scelga l’accettazione con beneficio di inventario e trascorre inutilmente il termine per redigerlo.

Accettata l’eredità è possibile anche esperire l’azione di petizione ereditaria attraverso cui l’erede può chiedere il riconoscimento della sua qualità contro chiunque possiede i beni ereditari per ottenere la restituzione degli stessi. Questa azione, dunque, può essere esperita avverso coloro che:

1- possiedono asserendo di essere eredi. Si tratta del cosiddetto possessor pro herede, nel qual caso non rileva la buona o la mala fede del possessore se non in ordine ai frutti;

2- si sono appropriati dei beni ereditari senza alcun titolo, cosiddetti possessor pro possessore, che necessariamente sono in mala fede.

L’azione di petizione ereditaria è imprescrittibile data la continuità della qualità di erede (semel hers semper heres) anche se sono fatti salvi gli effetti dell’usucapione.

È possibile rinunciare all’eredità?

Sì, certo. La rinuncia all’eredità è sempre possibile. Si tratta di atto unilaterale (manifesta la volontà di un solo soggetto) non recettizio (produce effetti indipendentemente dalla conoscenza dell’altra parte, quindi, al momento dell’emissione). L’erede è considerato come se non fosse mai stato chiamato. La rinuncia ha, dunque, effetto retroattivo anche se diviene definitiva quando la medesima massa ereditaria è accettata da altro e diverso soggetto oppure se si prescrive il diritto di accettare. È atto revocabile, come disposto dall’art. 525 c.c., fino al termine ultimo di accettazione se non sono intervenuti altri chiamati e senza pregiudizio dei diritti acquistati dai terzi sui beni ereditari. L’atto di rinuncia è anche impugnabile per errore, violenza e dolo.

Chi sono i successibili nelle successioni legittime?

L’art. 565 c.c. nomina tra i successibili il coniuge, i discendenti naturali e legittimi, gli ascendenti legittimi, i collaterali, gli altri parenti e lo Stato.

I nascituri possono succedere?

I nascituri possono succedere per legge se concepiti o per testamento se non ancora concepiti, ma figli di un soggetto vivente. Molto discussa sia in dottrina che in giurisprudenza è la possibilità di equiparare i nascituri agli adottati. Un’impostazione opta in senso negativo per violazione del disposto dell’art. 631 c.c. (disposizioni rimesse all’arbitrio di un terzo) secondo cui il testatore non può domandare a terzi la determinazione dell’erede.

Le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti possono succedere?

Sì, anche le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti possono succedere con obbligo di accettazione con beneficio di inventario. Tale previsione è stabilita nell’ottica di tutela del patrimonio delle persone giuridiche e degli enti obbligati a accettare escludendo i debiti, le passività dalla massa.

Tutti i soggetti chiamati all’eredità possono succedere?

Assolutamente no. Ci sono, infatti, dei casi individuati dall’art 463 c.c. in cui il soggetto chiamato all’eredità è considerato “indegno” alla successione, pertanto, non può trattenere l’eredità (secondo il brocardo potest capere sed non potest retinere). La previsione è la conseguenza di un comportamento ritenuto non consono alla qualità di erede. Si tratta di ipotesi molto gravi e indicate specificamente nel codice civile:

  1. omicidio volontario o tentato omicidio della persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente, o un ascendente della medesima in assenza di cause di esclusione della punibilità;
  2. fatti a danno dei medesimi soggetti per cui si applicano le norme sull’omicidio;
  3. calunnia o falsa testimonianza in giudizio penale avverso le persone indicate;
  4. decadenza dalla potestà genitoriale senza reintegrazione;
  5. induzione con dolo o violenza del de cuius a fare, revocare, mutare il testamento o impedimento alle medesime condotte;
  6. soppressione, alterazione, soppressione del testamento;
  7. formazione e uso di testamento falso.

L’indegno non può mai succedere?

No, l’indegno può anche essere riabilitato. La riabilitazione può essere totale o parziale. Nel primo caso configura una disposizione di carattere non patrimoniale fondata sul perdono; il secondo si configura quando il testatore chiama l’indegno a succedere conoscendo la causa di indegnità.

Cosa accade se l’istituito non vuole o non può accettare l’eredità?

Se l’istituito non vuole o non può accettare l’eredità opera la rappresentazione a favore dei soggetti indicati dalla norma. Dottrina e giurisprudenza dominanti rinvengono in tale ipotesi un caso di delazione diretta in quanto il rappresentante succede in modo diretto al de cuius. L’oggetto, in questa eventualità, è determinato per relationem e in base alla posizione del rappresentato in cui subentra il rappresentante.

Cosa accade se viene meno la titolarità della quota di uno dei partecipanti all’acquisto ereditario?

Se viene meno la quota di uno dei partecipanti si espande quella degli altri in base al fenomeno dell’accrescimento. In questa ipotesi l’acquisto opera di diritto in modo retroattivo ed è irrinunciabile. L’accrescimento, invece, non esplica i suoi effetti in presenza di una volontà contraria del testatore che ha previsto una sostituzione ordinaria ai sensi e per gli effetti degli articoli 688 e ss. c.c. L’accrescimento non produce effetti neanche in caso di rappresentazione prevalendo di su esso. Discussa la possibilità di un accrescimento volontario in quanto la tematica si innesta nel macro ambito dell’autonomia testamentaria e, in ogni caso, non riguarda la successione legittima che è effettuata dalla legge e in assenza dell’atto dispositivo. Per mera completezza si riportano le due tesi in merito alla problematica accennata. Secondo una prima impostazione il de cuius può solo impedire l’accrescimento, ma non derogare ai presupposti previsti per lo stesso. Tale tesi riscostruisce il fenomeno come un’ipotesi di sostituzione reciproca. Altri studiosi individuano nell’accrescimento un momento volontaristico con possibilità per il testatore di rendere operante l’istituto anche al di fuori dei casi previsti dalla legge.

Sono possibili le sostituzioni nella successione legittima?

No in quanto l’istituto è disciplinano proprio per evitare l’apertura della successione legittima nei casi in cui il chiamato all’eredità tramite testamento non vuole o non può accettarla. Con le sostituzioni, infatti, il testatore prevede il subingresso di diversa persona nel caso in cui il primo istituito non acquista l’eredità cui è chiamato. Presupposto per l’operatività è, dunque, il mancato acquisto dell’eredità per impossibilità di accettazione o per assenza di volontà in tal senso. Non è espressamente disciplinata dal legislatore la sostituzione parziale che non comprende l’intera quota, ma solo parte di essa. In ogni caso risulta applicabile il disposto dell’art. 451, 2 ° comma c.c. in tema di forza probatoria degli atti. Rientra tra le ipotesi particolari di sostituzione quella fedecommissaria (attraverso una disposizione testamentaria si istituisce erede o legatario un soggetto gravato dall’obbligo di conservare i beni ricevuti che, dopo la sua morte, andranno a altra persona) che si distingue da quella compendiosa nulla perché disposta al di fuori dei casi di cui all’art. 692 c.c., ma passibile di conversione in sostituzione ordinaria valida. È ammesso anche il fedecommesso de residuo quando l’istituito deve restituire ciò che resta senza alcun obbligo di conservazione.

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  • La separazione consensuale dopo aver  concordato le condizioni di separazione,
  • occorre depositare  presso il Tribunale, del ricorso da parte di uno o entrambi i coniugi assistiti ciascuno da un proprio o da un comune difensore.
  • Nell’udienza davanti il Presidente del Tribunale, i coniugi devono comparire personalmente per il tentativo obbligatorio di conciliazione. Se quest’ultimo fallisce, e se gli accordi intervenuti tra i coniugi sono conformi a legge e non sono pregiudizievoli per l’interesse dei figli, il Tribunale dispone con decreto l’omologazione di tali condizioni (c.d. decreto di omologazione), così determinando di diritto la separazione.
  • La separazione giudiziale,
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    Il processo inizia con ricorso al presidente del tribunale, di norma, nel luogo in cui è individuata l’ultima residenza della coppia .

 

  • L’avvio della causa di separazione giudiziale
  • avviene con il deposito di un ricorso presso il Tribunale del luogo dove risiede la coppia o il coniuge convenuto in giudizio, indicando contestualmente l’eventuale presenza di figli.
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  • il Presidente del Tribunale durante prima udienza intrattiene un colloquio con i coniugi, prima separatamente, poi congiuntamente, tentando la conciliazione.
  • Quando non riesce la conciliazione (quasi mai ) , il Presidente del Tribunale adotterà i provvedimenti necessari ed urgenti a tutela del coniuge debole e dei figli:
  • nominando il giudice istruttore;
  • fissando l’udienza di comparizione delle parti e trattazione.

cass. civ., Sez. VI – 1, Ordinanza, 11/08/2021, n. 22700 (rv. 662349-01)

COMPETENZA CIVILE – Connessione di cause – In genere – Domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario e domanda riconvenzionale di annullamento dell’accordo di separazione consensuale per vizio del consenso – Connessione “per subordinazione” o “forte” – Sussistenza – Fondamento – Conseguenze – FAMIGLIA – Matrimonio – Scioglimento – Divorzio – Presupposti condizionanti la pronuncia – Preesistente separazione – Consensuale – In genere

Tra la domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio e quella, proposta in via riconvenzionale, volta ad ottenere l’annullamento dell’accordo di separazione consensuale per vizio del consenso, assoggettate a riti diversi, è configurabile una situazione di connessione “per subordinazione” o “forte”, atteso il nesso di pregiudizialità che lega le azioni, la quale rende applicabile l’art. 40, comma 3, c.p.c., salva ogni determinazione del giudice di merito in ordine alla sospensione ex art. 295 c.p.c. della domanda (pregiudicata) di divorzio in attesa della definizione di quella (pregiudicante) sul richiesto annullamento della separazione. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 26/08/2019)

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Cass. civ., Sez. Unite, Sentenza, 29/07/2021, n. 21761 (rv. 661859-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Rapporti patrimoniali tra coniugi – In genere – Separazione consensuale o divorzio congiunto – Accordi tra i coniugi – Clausole implicanti l’attribuzione di beni immobili ai coniugi o ai figli – Validità – Condizioni

 

Le clausole dell’accordo di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni – mobili o immobili – o la titolarità di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi o dei figli al fine di assicurarne il mantenimento, sono valide in quanto il predetto accordo, inserito nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato, assume forma di atto pubblico ex art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo il decreto di omologazione della separazione o la sentenza di divorzio, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 c.c., purché risulti l’attestazione del cancelliere che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui all’art. 29, comma 1-bis, della l. n. 52 del 1985, come introdotto dall’art. 19, comma 14, del d.l. n. 78 del 2010, conv. con modif. dalla l. n. 122 del 2010, restando invece irrilevante l’ulteriore verifica circa gli intestatari catastali dei beni e la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO ANCONA, 18/04/2017)

Il diritto di abitazione attribuito in sede di separazione ha natura di contratto atipico e non di condizione della separazione. Difatti, la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, che trova solo occasione nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata.

Cass. civ., Sez. II, 29/09/2020, n. 20545

I

Parti: D.M.F. c. Ministero della Giustizia – Agenzia delle Entrate – Dir. Prov. Treviso

Nei procedimenti di separazione consensuale ex art. 711 c.p.c., ai fini dell’applicabilità della disciplina del patrocinio a spese dello Stato di cui all’art. 76d.P.R. n. 115/2002, il reddito del ricorrente non deve essere cumulato con quello del coniuge convivente, poiché la sussistenza di un conflitto di interessi tra le posizioni dei coniugi rende operante la deroga di cui all’art. 76, comma 4, d.P.R. n. 115/2002.

 

l’addebitabilità della colpa del fallimento del matrimonio deve essere riferita anche al periodo di convivenza pre-matrimoniale

Cass. civ. n. 15486/2013

In tema di separazione giudiziale, l’addebitabilità della colpa del fallimento del matrimonio deve essere riferita anche al periodo di convivenza pre-matrimoniale, allorché questo si collochi rispetto al matrimonio come un periodo di convivenza continuativo, che consente, quindi, di valutare complessivamente la vita della coppia e le reciproche responsabilità dei coniugi.

Il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi, e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto; tale prova è più rigorosa nell’ipotesi in cui l’allontanamento riguardi pure i figli, dovendosi specificamente ed adeguatamente dimostrare, anche riguardo ad essi, la situazione d’intollerabilità.

Cass. civ. n. 8929/2013

La relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 cod. civ quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.

Cass. civ. n. 2274/2012

Ai fini della separazione giudiziale, l’esistenza di una nuova famiglia, composta dal coniuge, dalla nuova convivente e dal loro figlio minore costituisce sicuro indice della intollerabilità della convivenza matrimoniale

l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta

Grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà.

Cass. civ. n. 9074/2011

In tema di separazione tra coniugi, la reiterata inosservanza da parte di entrambi dell’obbligo di reciproca fedeltà non costituisce circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione in capo all’uno o all’altro o ad entrambi, quando sia sopravvenuta in un contesto di disgregazione della comunione spirituale e materiale quale rispondente al dettato normativo e al comune sentire, in una situazione stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da “affectio coniugalis”.

ove i fatti accertati a carico di un coniuge costituiscano violazione di norme di condotta imperative ed inderogabili

Cass. civ. n. 8548/2011

In tema di addebitabilità della separazione personale, ove i fatti accertati a carico di un coniuge costituiscano violazione di norme di condotta imperative ed inderogabili – traducendosi nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale dell’altro coniuge, ed oltrepassando quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner – essi sono insuscettibili di essere giustificati come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo e si sottraggono anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere.

L’allontanamento dalla residenza familiare, ove attuato unilateralmente dal coniuge, cioè senza il consenso dell’altro coniuge, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale ed conseguentemente causa di addebitamento della separazione

Cass. civ. n. 4540/2011

L’allontanamento dalla residenza familiare, ove attuato unilateralmente dal coniuge, cioè senza il consenso dell’altro coniuge, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale ed conseguentemente causa di addebitamento della separazione; non concreta, invece, tale violazione il coniuge se risulti legittimato da una “giusta causa”, vale a dire dalla presenza di situazioni di fatto di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza, ossia tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare. (Nella specie, la Corte ha cassato la sentenza di merito che, addebitando la separazione alla moglie, non aveva ravvisato la giusta causa del suo allontanamento nei frequenti litigi domestici con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi).

Cass. civ. n. 817/2011

In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito richiesta da un coniuge per le violenze perpetrate dall’altro non è esclusa qualora risulti provato un unico episodio di percosse, trattandosi di comportamento idoneo comunque a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia, poiché lesivo della pari dignità di ogni persona.

Nel giudizio di separazione personale, ove venga dedotto come causa di addebitabilità della separazione il mancato accordo sulla fissazione della residenza familiare, il giudice di merito, al fine di valutare i motivi del disaccordo, deve tenere presente che l’art. 144 c.c. rimette la scelta relativa alla volontà concordata di entrambi i coniugi, con la conseguenza che questa non deve soddisfare solo le esigenze economiche e professionali del marito, ma deve soprattutto salvaguardare le esigenze di entrambi i coniugi e quelle preminenti della serenità della famiglia. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito, che aveva tenuto conto unicamente delle esigenze economiche e lavorative prospettate dal marito, omettendo di valutare quelle, offerte dalla moglie, inerenti al suo stato di gravidanza ed all’imminente maternità).

La relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.

In tema di separazione personale tra i coniugi, non è ammissibile, successivamente alla pronuncia di separazione senza addebito, così come all’omologazione della separazione consensuale, chiedere il mutamento del titolo della separazione stessa, da consensuale a giudiziale con addebito, né per fatti sopravvenuti né per fatti anteriori alla separazione ma emersi successivamente, stante il disposto dell’art. 151, secondo comma, c.c. che attribuisce espressamente al giudice della separazione la competenza ad emettere la eventuale ed accessoria pronuncia di addebito.

ai fini dell’accertamento dell’addebito, è rilevante il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio posto in essere da un coniuge, benché tollerato negli anni dall’altro

In materia di separazione tra i coniugi, ai fini dell’accertamento dell’addebito, è rilevante il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio posto in essere da un coniuge, benché tollerato negli anni dall’altro; tuttavia, seppure la tolleranza non sia una «esimente oggettiva» può essere espressione di una sostanziale cessazione dell’affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale, con la conseguenza dell’esclusione della rilevanza del comportamento in violazione, ai fini della valutazione di cui all’art. 151, secondo comma, c.c. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la decisione impugnata che non aveva censurato, ai fini dell’addebitabilità della separazione, le ventennali angherie della moglie poiché tollerate dal marito).

La dichiarazione di addebito della separazione implica la sussistenza di comportamenti «oggettivamente» contrari ai valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, benché nella «soggettiva» opinione del coniuge agente siano conformi alla «propria» personale etica o visione sociale o religiosa od ai propri costumi o siano espressivi di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva ritenuto non censurabili, ai fini dell’addebito della separazione, le condotte della moglie vessatorie e violente nei confronti del marito, in quanto scaturite da uno stato di disagio profondo e cagionate dalla peculiare cultura e storia personale della donna).

In tema di separazione personale dei coniugi, l’abbandono della casa familiare, di per sè costituisce violazione di un obbligo matrimoniale, non essendo decisiva la prova della asserita esistenza di una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio. Ne consegue che il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sè sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi — e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono — che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto.

Ai sensi del novellato art. 151 c.c. la separazione dei coniugi deve trovare causa e giustificazione in una situazione di intollerabilità della convivenza oggettivamente apprezzabile e giuridicamente controllabile; a tal fine non è necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi,

Ai sensi del novellato art. 151 c.c. la separazione dei coniugi deve trovare causa e giustificazione in una situazione di intollerabilità della convivenza oggettivamente apprezzabile e giuridicamente controllabile; a tal fine non è necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale di una sola delle parti, verificabile in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione, ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità. (Nella specie, alla stregua del principio di cui alla massima, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ravvisato i fatti dimostrativi della intollerabilità della convivenza in contrasti di vario genere e gravi litigi, evidenziati, tra l’altro, da una relazione del servizio sociale, nonché dal comportamento processuale del marito in relazione ad una lettera della moglie che denunciava una condizione di forte insoddisfazione, delusione e sofferenza per il fallimento del matrimonio, e, in generale, alla dimostrazione della incapacità dell’uomo di comprendere e dare significato alle emozioni ed alle aspirazioni della moglie).

In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. Pertanto, la riferita infedeltà può essere causa (anche esclusiva) dell’addebito della separazione solo quando risulti accertato che ad essa sia, in fatto, riconducibile la crisi dell’unione, mentre il relativo comportamento (infedele), se successivo al verificarsi di una situazione di intollerabilità della convivenza, non è, di per sé solo, rilevante e non può, conseguentemente, giustificare una pronuncia di addebito.

Nell’accertamento relativo all’eventuale addebito della separazione personale dei coniugi, il giudice di merito può legittimamente utilizzare le risultanze delle indagini espletate dal consulente tecnico dí ufficio, nominato ad altri fini (nella specie per la determinazione delle modalità di affidamento dei figli minori), con l’audizione delle parti e dei loro figli.

Ai sensi dell’art. 144 c.c., prevedente l’obbligo per i coniugi di concordare tra di loro l’indirizzo della vita familiare, le scelte educative e gli interventi diretti a risolvere i problemi dei figli devono essere adottati d’intesa tra i coniugi. Un atteggiamento unilaterale, sordo alle valutazioni ed alle richieste dell’altro coniuge, a tratti violento ed eccessivamente rigido, può tradursi, oltre che in una violazione degli obblighi del genitore nei confronti dei figli, anche nella violazione dell’obbligo, nei confronti dell’altro coniuge, di concordare l’indirizzo della vita familiare e, in quanto fonte di angoscia e dolore per il medesimo, nella violazione del dovere di assistenza morale e materiale sancito dall’art. 143 c.c.. Ove tale condotta si protragga e persista nel tempo, aprendo una frattura tra un coniuge e i figli ed obbligando l’altro coniuge a schierarsi a difesa di costoro, essa può divenire fonte di intollerabilità della convivenza e rappresentare, in quanto contraria ai doveri che derivano dal matrimonio sia nei confronti del coniuge che dei figli in quanto tali, causa di addebito della separazione ai sensi dell’art. 151, secondo comma, c.c.

Il comportamento tenuto dal coniuge successivamente al venir meno della convivenza, ma in tempi immediatamente prossimi a detta cessazione, sebbene privo, in sé, di efficacia autonoma nel determinare l’intollerabilità della convivenza stessa, può nondimeno rilevare ai fini della dichiarazione di addebito della separazione allorché costituisca una conferma del passato e concorra ad illuminare sulla condotta pregressa.

Le reiterate violenze fisiche e morali,

Le reiterate violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all’altro, costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sè sole, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti la intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all’autore di esse, e da esonerare il giudice del merito, che abbia accertato siffatti comportamenti, dal dovere di comparare con essi, ai fini dell’adozione delle relative pronunce, il comportamento dei coniuge che sia vittima delle violenze, trattandosi di atti che, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con comportamenti omogenei.

 

BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare

BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare
BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare

La sentenza di nullità del matrimonio delibata dal Tribunale Ecclesiastico circa violazione degli obblighi matrimoniali deve essere delibata per avere effetti dinanzi al Giudice Ordinario?

La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare è analogo a tutti gli altri illeciti aquiliani con conseguente risarcimento del danno non patrimoniale?

Quando dottrina e giurisprudenza si riferiscono al danno endofamiliare, derivante dalla violazione dei doveri specificati dall’art. 143, 2° comma c.c., lo intende come qualcosa di differente dalle ipotesi di danno alla salute, perché si ha riguardo alla violazione di determinati doveri derivanti dal matrimonio ai sensi e per gli effetti dell’art. 143 c.c. In tal senso l’illecito endofamiliare ha caratteristiche diverse rispetto a quello aquiliano, extracontrattuale. C’è una maggiore selettività di danni risarcibili. Ciò avviene in quanto oltre ai doveri sanciti e specificati dall’art. 143 c.c. vi è la libertà di autodeterminazione di ciascun individuo e, nello specifico, di ciascun coniuge. Non è punibile il legittimo cambio di sentimento. Il vero discrimine tra violazioni risarcibili e non risarcibili risiede nella ricerca del dolo da parte del coniuge che trasforma la condotta tenuta attraverso modalità offensive non necessarie per il raggiungimento dello scopo. L’altro principio è quello attinente alla solidarietà familiare che si concretizza in un continuo spirito di reciproca comprensione.

Il danno derivante da illecito endofamiliare come si quantifica?

BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare
BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare

Il criterio di quantificazione utilizzato per il computo da danno derivante dalla violazione dei doveri matrimoniali viene risarcito in via equitativa in applicazione dell’art. 1226 c.c. non potendo essere provato nel suo preciso ammontare. La Suprema Corte in una recente pronuncia ha riconosciuto al figlio di padre che rifiuta il riconoscimento e la prestazione degli alimenti lo stesso risarcimento per lesione di rapporto parentale dovuto alla morte del genitore.

Sì la sentenza di nullità del matrimonio emessa dal Tribunale Ecclesiastico per avere effetti nell’ordinamento giuridico italiano deve essere sottoposta al procedimento di delibazione al fine di verificare l’assenza di contrasto con l’ordine pubblico interno. Tre sono le forme attraverso cui è possibile instaurare il vincolo del coniugio: matrimonio religioso (ha effetti esclusivamente per la comunità cristiana e i nubendi sono considerati tali soltanto per l’ordinamento ecclesiastico), matrimonio civile (è celebrato dinanzi l’autorità civile e gli sposi sono legati esclusivamente per effetto della legge civile), matrimonio concordatario (i nubendi sono considerati tali sia dinanzi alle autorità ecclesiastiche che civili). In tale ultimo caso se la controversia è decisa per prima dal Tribunale Ecclesiastico si è al cospetto di sentenza emessa da un giudice straniero (provenendo da un ordinamento autonomo e distinto rispetto a quello italiano). Per far valere gli effetti di questa pronuncia anche nell’ordinamento interno è necessario un procedimento di riconoscimento.

Perché è necessario il procedimento di delibazione per riconoscere gli effetti della sentenza ecclesiastica nel nostro ordinamento se si parla di nullità matrimoniale, quindi, di vizio originario del rapporto/ atto?

Il procedimento di delibazione è necessario in quanto i casi di nullità ecclesiastica del matrimonio sono più ampi rispetto a quelli contemplati dal codice civile. Tale discrasia impone la necessità di una verifica formale e sostanziale di compatibilità del disposto della sentenza con l’ordine pubblico interno.

Può essere delibata la sentenza del Tribunale Ecclesiastico che dichiara la nullità di un matrimonio avente durata superiore ai tre anni di convivenza?

No. Recente giurisprudenza ha, infatti, affermato che la sentenza del Tribunale Ecclesiastico che dichiara la nullità di un matrimonio di durata superiore ai tre anni di convivenza non può essere delibata nell’ordinamento interno in quanto contraria all’ordine pubblico. Tale decisione argomenta partendo dall’esistenza di ipotesi di sanatoria del negozio nullo. Durante il triennio, infatti, il rapporto si stabilizza con conseguente sanatoria della nullità. La vera essenza del matrimonio risiede nel rapporto e non nell’atto.

Perché la giurisprudenza ai fini della mancata delibazione della sentenza di nullità del matrimonio ha posto quale vincolo proprio la convivenza coniugale protratta almeno per un triennio?

La giurisprudenza ha posto il vincolo triennale in base a diversi precedenti con precisi addentellati normativi. Il riferimento è alla legge del 1983 sull’adozione che presuppone come condizione legittimante alla relativa richiesta di adozione da parte dei coniugi una durata matrimoniale pari almeno ai tre anni di convivenza. Ancora la Corte Costituzionale con sentenza n. 281 del 1984 ha affermato che risulta ormai obsoleta l’idea di identificare il matrimonio con il rito. Esso costituisce esperienza matrimoniale con volontà perdurante di vivere insieme che si presume dal terzo anno di celebrazione.

violazione degli obblighi matrimoniali significa matrimonio atto e matrimonio rapporto?

Il matrimonio- atto è inteso come negozio giuridico e non come contratto perché non ha contenuto patrimoniale. Un’impostazione ne afferma la trilateralità in quanto aggiunge la volontà del celebrante (si tratta di tesi del tutto minoritaria e isolata). Il matrimonio come rapporto, invece, indica l’insieme dei doveri e degli obblighi reciproci ispirati all’assoluta parità tra moglie e marito come disposto dall’art. 143 c.c.

In caso di violazione degli obblighi che derivano dal matrimonio che natura ha il conseguente risarcimento chiesto in sede di separazione o divorzio?

Il tema sotteso all’interrogativo posto riguarda la natura giuridica degli obblighi matrimoniali. Diverse sono le tesi sorte al riguardo. Per una prima impostazione il riferimento è alla responsabilità contrattuale perché il matrimonio è inteso come negozio. Si è, però, osservato in senso contrario che le norme sulla responsabilità contrattuale presuppongono un contenuto patrimoniale. La tesi prevalente, argomentando dai rilievi critici menzionati, opta per la natura extracontrattuale della violazione degli obblighi matrimoniali anche se nascenti da un negozio. Ciò è possibile in quanto il matrimonio è inteso soprattutto come rapporto. I doveri esistono in quanto si diventa parti di una formazione sociale. Gli obblighi matrimoniali solo occasionalmente nascono dal negozio essendo funzionali alla famiglia.

La rottura della promessa matrimoniale è fonte di risarcimento dei danni?

La promessa di matrimonio è irrilevante sul piano giuridico. I requisiti per far sorgere il diritto al risarcimento del danno sono:

  1. violazione degli obblighi matrimoniali vicendevolezza
  2. forma
  3. maggiore età o emancipazione minorile

Il legislatore all’interno del Codice Civile distingue tra promessa semplice, senza alcun particolare formalismo, e promessa qualificata ai sensi e con gli effetti descritti dall’art. 81 c.c. In tale ultima ipotesi il risarcimento dei danni è limitato a quelli emergenti ovvero alle perdite effettivamente subite senza tener conto del lucro cessante, del mancato guadagno conseguente alla rottura della promessa matrimoniale.

La rottura ingiustificata della promessa matrimoniale al cospetto di una promessa qualificata costituisce un fatto illecito. Quale la natura di tale forma di responsabilità? È collocabile in ambito contrattuale o extracontrattuale?

In caso di rottura ingiustificata di promessa di matrimonio qualificata la natura della responsabilità che ne deriva non può essere ricondotta nel medesimo ambito di quella contrattuale in quanto vale il disposto dell’art. 79 c.c. che attribuisce carattere non vincolante all’istituto in esame. Non ci può essere neanche risarcimento del danno da inadempimento in quanto dalla promessa non nasce alcun obbligo. Qualche impostazione esegetica sia dottrinaria che giurisprudenziale fa riferimento alla responsabilità precontrattuale collocandosi in un momento anteriore rispetto al matrimonio. L’orientamento più recente riconduce la responsabilità per rottura ingiustificata di promessa matrimoniale qualificata tra le ipotesi di responsabilità extracontrattuale, aquiliana. Il fatto illecito, in tale ottica, risiede nell’aver operato un recesso senza giustificato motivo con conseguente lesione dell’affidamento della controparte che costituisce un diritto soggettivo. L’esegesi menzionata non è scevra da criticità logiche e ontologiche. I fautori di opposta impostazione hanno, infatti, osservato come i sostenitori dell’interpretazione in esame hanno trascurato la circostanza per cui la rottura della promessa non può mai costituire un illecito in quanto esercizio e esplicazione della libertà matrimoniale di ciascuno con annessa possibilità di tirarsi indietro fino alla fine. Il risarcimento non è possibile mancando la fonte generatrice dello stesso ovvero il fatto illecito come descritto e voluto dall’art. 2043 c.c. La giurisprudenza più evoluta e la dottrina maggiormente avveduta attribuiscono al ristoro dovuto per rottura della promessa di matrimonio qualificata natura non di vero e proprio risarcimento, ma di semplice rimborso rientrante latamente nell’indebito oggettivo ai fini della ripetizione.

È possibile chiedere la restituzione delle donazioni tra fidanzati?

Si distingue tra donazioni tra fidanzati, donazioni prenunziali e donazioni obnuziali. Le donazioni prenunziali sono disciplinate dall’art. 80 c.c. e sono liberalità d’uso. Non richiedono la forma pubblica e, di sovente, hanno modico valore. Quando l’ammontare è di rilevante entità si è al cospetto di una donazione vera e propria. La donazione obnuziale è disciplinata dall’art. 785 c.c. ed è fatta riguardo un determinato e futuro matrimonio sia dagli sposi tra loro che da altri. Si perfeziona senza bisogno dell’accettazione essendo unica nel suo genere unilaterale e ed sottoposta alla condizione sospensiva della celebrazione del matrimonio la cui nullità invalida anche il contratto donativo con salvezza dei diritti acquistati dai terzi tra il giorno della celebrazione e quello del passaggio in giudicato della sentenza che dichiara la nullità. Richiede la forma dell’atto pubblico ad substantiam. Per la perfezione non è necessario il donatario. Le donazioni tra i fidanzati, al contrario, prescindono dalla celebrazione del futuro matrimonio e non rientrano né nell’ambito applicativo dell’art. 80 c.c. né in quello dell’art. 785 c.c. Il loro regime è quello proprio delle liberalità d’uso se contenute in limiti quantitativi usuali avendosi una donazione vera e propria in caso contrario. In relazione alla possibilità di richiederne la restituzione i precedenti giurisprudenziali hanno applicato in via analogica il disposto di cui all’art. 80 c.c.

BANCAROTTA FRAUDOLENTA PENA PRESCRIZIONE BOLOGNA RAVENNA VICENZA CHIAMPO

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LR PENE SONO MOLTO PESANTI E ANCHE LE PENE O SANZIONI ACCESSORIE

L’articolo 216 della Legge Fallimentare 

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato(1) in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari(2).

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione(3).

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa(4).

BANCAROTTA FRAUDOLENTA PENA PRESCRIZIONE BOLOGNA RAVENNA VICENZA CHIAMPO
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È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell’articolo precedente:

1) ha fatto spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alla sua condizione economica (1);

2) ha consumato una notevole parte del suo patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti (2);

3) ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento (3);

4) ha aggravato il proprio dissesto (4), astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;

5) non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare.

La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta.

Salve le altre pene accessorie di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale [28 ss. c.p.], la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a due anni.

 decreta che l’imprenditore dichiarato fallito commette il reato di bancarotta nei casi in cui:

BANCAROTTA FRAUDOLENTA PENA PRESCRIZIONE BOLOGNA RAVENNA VICENZA CHIAMPO
BANCAROTTA FRAUDOLENTA PENA PRESCRIZIONE BOLOGNA RAVENNA VICENZA CHIAMPO

effettua per sé o per la famiglia spese eccessive rispetto alla sua condizione economica

consuma parte del suo patrimonio in operazioni imprudenti

compie atti gravemente imprudenti per ritardare il fallimento

aggrava il proprio dissesto non presentando la richiesta di fallimento 

non soddisfa le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare

Commette lo stesso reato l’imprenditore, poi dichiarato fallito, che non ha tenuto in ordine o le ha tenute in maniera incompleta le scritture contabili nei 3 anni precedenti alla dichiarazione di fallimento.

Dispositivo dell’art. 216 Legge fallimentare

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato(1) in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari(2).

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione(3).

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa(4).

Le condotte distrattive compiute prima dell’ammissione al concordato preventivo di una società poi dichiarata fallita integrano il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale anche nel caso in cui l’agente abbia ottenuto l’ammissione al concordato preventivo, si sia adoperato per il buon esito della procedura, e questo non sia stato conseguito per fatti indipendenti dalla sua volontà, in quanto, laddove si verifichi il fallimento, ai fini della configurabilità del dolo, è sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 33268 del 28 luglio 2015)

Cass. pen. n. 31703/2015

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la distrazione di un ramo di azienda è configurabile solo in caso di cessione avente ad oggetto, unitariamente, oltre che i singoli beni e rapporti giuridici, anche l’avviamento riferibile a tale autonoma organizzazione produttiva. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta l’ordinanza del Tribunale del riesame che aveva annullato il sequestro preventivo di un intero complesso aziendale, che si ipotizzava costituisse l’oggetto di una cessione fittizia, rilevando come nella specie, pur essendovi una distrazione di veicoli, dei dipendenti, di denaro e di locali della società cedente successivamente fallita, non potesse configurarsi, in assenza della cessione dell’avviamento, una distrazione dell’intera azienda).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 31703 del 21 luglio 2015)

Cass. pen. n. 26458/2015

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, la soppressione, a seguito della modifica dell’art. 2478 c.c. recata dall’art. 18 del D.L. n. 185 del 2008 conv. nella l. n. 2 del 2009, dell’obbligo per le società a responsabilità limitata di tenere il libro dei soci, non incide sulla configurabilità del reato in relazione alle condotte tenute nel periodo precedente alla modifica normativa, posto che l’art. 216, comma primo n. 2, della l. fall. punisce la sottrazione, distruzione e falsificazione dei libri e delle scritture che il fallito è obbligato a tenere secondo la normativa vigente al momento della gestione della impresa, nel periodo antecedente al fallimento, al fine di consentire la ricostruzione del suo patrimonio e dei fatti gestionali a tutela del soddisfacimento degli interessi dei creditori, e che, quindi, le disposizioni del c.c. costitutive degli obblighi contabili si pongono esclusivamente come elemento normativo della fattispecie.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 26458 del 23 giugno 2015)

Cass. pen. n. 24324/2015

In caso di fallimento, integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione l’appropriazione indebita da parte dell’amministratore di somme di spettanza della società, ancorché l’amministratore vanti un credito nei confronti della società stessa, poiché la compensazione e, quindi, la eventuale sussistenza della bancarotta preferenziale, può essere invocata solo in presenza di un debito nei confronti della società maturato per cause lecite.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 24324 del 5 giugno 2015)

Cass. pen. n. 17084/2015

Il termine di prescrizione del reato di bancarotta preferenziale prefallimentare decorre dal momento in cui interviene la sentenza dichiarativa di fallimento.

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili previste dall’articolo 216, primo comma n. 2 prima parte, l. fall. è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori.

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, la restituzione del bene distratto a seguito di richiesta del curatore non esclude la sussistenza dell’elemento materiale del reato, essendosi questo già perfezionato al momento del distacco del bene dal patrimonio del fallito.

Cass. pen. n. 44886/2015

L’oggetto del reato di bancarotta fraudolenta documentale può essere rappresentato da qualsiasi documento contabile relativo alla vita dell’impresa, dal quale sia possibile conoscere i tratti della sua gestione, diversamente da quanto previsto per l’ipotesi di bancarotta semplice documentale, in relazione alla quale l’oggetto del reato è individuato nelle sole scritture obbligatorie.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 44886 del 9 novembre 2015)

Cass. pen. n. 33268/2015

 (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 17084 del 23 aprile 2015)

Cass. pen. n. 15951/2015

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale post-fallimentare impropria, la condotta distrattiva, non potendo essere compiuta interamente dall’amministratore, ad eccezione dei casi in cui la disponibilità dei beni dell’impresa fallita è conservata dallo stesso, si manifesta, di regola, nella forma del concorso di persone nel reato, poiché è necessario il contributo dei soggetti che, in quanto titolari di funzioni nella procedura concorsuale, sono in grado di adottare gli atti dispositivi dei beni del fallimento o di consentire il compimento della azioni distruttive. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi la sentenza che aveva affermato il concorso nel reato dell’amministratore della società fallita, del curatore fallimentare e del giudice delegato, in relazione ad una transazione, autorizzata da quest’ultimo, con la quale, realizzandosi effetti pregiudizievoli per i creditori, erano state alienate l’azienda e gli immobili dell’impresa a due società gestite dallo stesso amministratore della fallita).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 15951 del 16 aprile 2015)

Cass. pen. n. 5317/2015

a bancarotta fraudolenta per dissipazione richiede, per la sua configurabilità, sotto il profilo oggettivo, l’incoerenza assoluta, nella prospettiva delle esigenze dell’impresa, delle operazioni poste in essere e, sotto il profilo soggettivo, la consapevolezza dell’agente di diminuire il patrimonio dell’impresa per scopi a questa del tutto estranei.

La vendita sottocosto o, comunque, in perdita, di beni aziendali in tanto può costituire reato di bancarotta fraudolenta per distrazione in quanto abbia connotazioni di continuità e sistematicità.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5317 del 4 febbraio 2015)

Cass. pen. n. 52077/2014

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, posto che la penale rilevanza della distrazione per effetto di condotte riparatorie può essere esclusa solo a condizione che queste ultime si collochino in data successiva a quella della dichiarazione di fallimento, deve ritenersi che non si verifichi tale condizione qualora (come avvenuto nella specie), essendosi stipulato, prima del fallimento, un preliminare di compravendita vendita avente ad oggetto un bene immobile dell’impresa poi dichiarata fallita, con fittizio versamento, da parte del soggetto che figurava come promissario acquirente, di una somma a titolo di caparra, il curatore del fallimento abbia poi optato per l’esecuzione del contratto ed abbia quindi ottenuto la corresponsione dell’intero prezzo dell’immobile compravenduto.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 52077 del 15 dicembre 2014)

Cass. pen. n. 48739/2014

Il termine di prescrizione del reato di bancarotta preferenziale prefallimentare decorre dal momento in cui interviene la sentenza dichiarativa di fallimento.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 48739 del 24 novembre 2014)

Cass. pen. n. 42257/2014

In tema di bancarotta impropria da reato societario, il dolo presuppone una volontà protesa al dissesto, da intendersi non già quale intenzionalità di insolvenza, bensì quale consapevole rappresentazione della probabile diminuzione della garanzia dei creditori e del connesso squilibrio economico. (Fattispecie relativa alla esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero circa la situazione economica e finanziaria della società con conseguente dissesto della medesima ed induzione in errore dei creditori).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 42257 del 9 ottobre 2014)

Cass. pen. n. 32352/2014

Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 32352 del 22 luglio 2014)

Cass. pen. n. 30830/2014

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, anche l’esercizio di facoltà legittime, comprese nel contenuto di diritti riconosciuti dall’ordinamento, può costituire uno strumento di frode in danno dei creditori, in quanto la liceità di ogni operazione che incide sul patrimonio dell’imprenditore dichiarato fallito può essere affermata solo all’esito di un accertamento in concreto, in relazione alle conseguenze prodotte sulle ragioni del ceto creditorio. (Fattispecie in cui il titolare di una impresa individuale, prima della dichiarazione di fallimento, esercitando il diritto di recesso con riferimento a quote di partecipazione ad una società, di cui egli era titolare, ne aveva di fatto disposto il trasferimento alla moglie).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 30830 del 11 luglio 2014)

Cass. pen. n. 26399/2014

Sussiste la responsabilità, a titolo di concorso nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, del presidente del collegio sindacale qualora sussistano puntuali elementi sintomatici, dotati del necessario spessore indiziario, in forza dei quali l’omissione del potere di controllo – e, pertanto l’inadempimento dei poteri doveri di vigilanza il cui esercizio sarebbe valso ad impedire le condotte distrattive degli amministratori – esorbiti dalla dimensione meramente colposa per assurgere al rango di elemento dimostrativo di dolosa partecipazione, sia pure nella forma del dolo eventuale, per consapevole accettazione del rischio che l’omesso controllo avrebbe potuto consentire la commissione di illiceità da parte degli amministratori. (Nella specie la S.C. ha ritenuto elementi significativi le circostanze che l’imputato fosse, 1) espressione del gruppo di controllo della società, 2) avesse rilevante competenza professionale, e 3) avesse omesso, malgrado la situazione critica della società, ogni minimo controllo).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 26399 del 18 giugno 2014)

Cass. pen. n. 24051/2014

È configurabile il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione quando il denaro oggetto della condotta é pervenuto alla società, poi dichiarata fallita, con sistemi illeciti, e conserva la sua tracciabilità, perché lo stesso, in quanto bene fungibile, si confonde con il patrimonio del fallito, è oggetto dello spossessamento previsto dall’art. 42 della l. fall., e, in relazione a tale “res”, l’originario titolare può vantare esclusivamente un diritto di credito azionabile a norma degli artt. 93 e ss. della legge fallimentare. (Fattispecie relativa a somme pervenute alla società fallita in pagamento di fatture emesse per operazioni inesistenti).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 24051 del 9 giugno 2014)

Cass. pen. n. 19896/2014

In materia di bancarotta fraudolenta la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione ad opera dell’amministratore della destinazione dei beni suddetti, ma l’affermazione dell’imputato di aver impiegato i beni per finalità aziendali o di averli restituiti all’avente diritto, in assenza di una chiara smentita emergente dagli elementi probatori acquisiti, non può essere ignorata dal giudice che, in tal caso, non può limitarsi a rilevare l’assenza dei beni nel possesso del fallito. (Fattispecie relativa a beni concessi in “leasing” in relazione ai quali la società concedente non si era insinuata nel passivo fallimentare).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 19896 del 14 maggio 2014)

Cass. pen. n. 16989/2014

Integra il reato di bancarotta fraudolenta impropria patrimoniale l’affitto d’azienda al quale non consegua l’incasso dei canoni pattuiti da parte della società fallita, senza che sia addotta alcuna giustificazione in proposito.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 16989 del 16 aprile 2014)

Cass. pen. n. 15712/2014

Ai fini della configurabilità del reato di bancarotta preferenziale è necessaria la violazione della “par condicio creditorum” nella procedura fallimentare (elemento oggettivo) e il dolo specifico costituito dalla volontà di recare un vantaggio al creditore soddisfatto, con l’accettazione della eventualità di un danno per gli altri (elemento soggettivo), con la conseguenza che la condotta illecita non consiste nell’indebito depauperamento del patrimonio del debitore ma nell’alterazione dell’ordine, stabilito dalla legge, di soddisfazione dei creditori. Pertanto, nel caso in cui il fallito provveda al pagamento di crediti privilegiati, la configurabilità del reato di bancarotta preferenziale presuppone il concorso di altri crediti con privilegio di grado prevalente o eguale rimasti insoddisfatti per effetto dei pagamenti “de quibus” e non già di qualsiasi altro credito.

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, nel caso in cui alla ammissione alla procedura di concordato preventivo segua la dichiarazione di fallimento, la prescrizione decorre dalla sentenza dichiarativa di fallimento e non dalla ammissione al concordato preventivo, stante la disuguaglianza tra le due procedure che non consente di intravedere nella successione delle vicende concorsuali la medesima connotazione e quella uniformità che può consentire l’assorbimento cronologico della seconda nella prima.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 15712 del 8 aprile 2014)

Cass. pen. n. 11796/2014

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, il deposito nella procedura fallimentare delle scritture contabili in copia non è sufficiente ad evitare l’addebito di sottrazione delle stesse.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11796 del 11 marzo 2014)

Cass. pen. n. 11793/2014

Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11793 del 11 marzo 2014)

Cass. pen. n. 5264/2014

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, il reato previsto dall’art. 216, comma primo n. 2, della legge fallimentare richiede il dolo generico, costituito dalla consapevolezza nell’agente che la confusa tenuta della contabilità potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, non essendo, per contro, necessaria la specifica volontà di impedire quella ricostruzione.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5264 del 3 febbraio 2014)

Cass. pen. n. 5237/2014

Il reato di bancarotta fraudolenta documentale, di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall. richiede il dolo generico, ossia la mera consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità può rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5237 del 3 febbraio 2014)

Cass. pen. n. 5186/2014

In tema di reati fallimentari, l’amministratore che si ripaghi di propri crediti verso la società fallita risponde di bancarotta preferenziale – non di bancarotta fraudolenta patrimoniale – specificamente connotata dall’alterazione della “par condicio creditorum”, essendo, invece irrilevante, ai fini della qualificazione giuridica del fatto, la specifica qualità di amministratore della società, se del caso censurabile in sede di commisurazione della sanzione.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5186 del 3 febbraio 2014)

Cass. pen. n. 2812/2014

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, l’imprenditore non è esente da responsabilità nel caso in cui affidi la contabilità dell’impresa a soggetti forniti di specifiche cognizioni tecniche in quanto, non essendo egli esonerato dall’obbligo di vigilare e controllare le attività svolte dai delegati, sussiste una presunzione semplice, superabile solo con una rigorosa prova contraria, che i dati siano trascritti secondo le indicazioni fornite dal titolare dell’impresa.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2812 del 21 gennaio 2014)

Cass. pen. n. 1706/2014

In tema di concorso in bancarotta fraudolenta documentale, il dolo dell'”extraneus” nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di sostegno a quella dell'”intraneus”, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni del creditore, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della società.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1706 del 16 gennaio 2014)

Cass. pen. n. 592/2014

In tema di bancarotta, la prescrizione inizia a decorrere dalla data della declaratoria di fallimento o dello stato di insolvenza e non dal momento della consumazione delle singole condotte poste in essere in precedenza.

L’elemento soggettivo del delitto di bancarotta preferenziale è costituito dal dolo specifico che è ravvisabile ogni qualvolta l’atteggiamento psicologico del soggetto agente sia rivolto a favorire un creditore, riflettendosi contemporaneamente, anche secondo lo schema tipico del dolo eventuale, nel pregiudizio per altri.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 592 del 9 gennaio 2014)

Cass. pen. n. 11257/2013

In tema di bancarotta fraudolenta, la pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e dell’incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa ha la durata fissa ed inderogabile di dieci anni.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11257 del 11 marzo 2013)

Cass. pen. n. 10201/2013

In tema di bancarotta impropria patrimoniale, in caso di scissione mediante costituzione di nuova società, l’assegnazione a quest’ultima di rilevanti risorse non costituisce di per sé un fatto di distrazione qualora la società scissa venga successivamente dichiarata fallita, dovendosi invece tenere conto dell’effettiva situazione debitoria in cui versava la stessa al momento della scissione, nonché del fatto che tale condotta non è necessariamente idonea a porre in pericolo gli interessi dei suoi creditori, atteso che ai medesimi è attribuito il potere di opporsi al progetto di scissione e che i loro diritti sono comunque salvaguardati dalla disposizione di cui all’art. 2506 quater, comma terzo, cod. civ. che stabilisce la responsabilità solidale, nei limiti dell’attivo trasferito, della nuova società per i debiti di quella scissa non ancora soddisfatti al momento della scissione.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10201 del 4 marzo 2013)

Cass. pen. n. 7556/2013

In tema di bancarotta per distrazione, non è configurabile la responsabilità dell’amministratore di una società diversa da quella fallita nel reato proprio, ex art. 40, comma secondo, c.p., la quale, integrata dalla posizione di garanzia, ex art. 2392 c.c., è invocabile solo con riferimento agli atti di gestione della società amministrata e non può invece estendersi ad atti compiuti da amministratori di società terze. Ne consegue che l’amministratore di una società diversa da quella fallita può concorrere quale “extraneus” nel reato solo mediante una partecipazione attiva.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 7556 del 15 febbraio 2013)

Cass. pen. n. 7545/2013

Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 7545 del 15 febbraio 2013)

Cass. pen. n. 3817/2013

In tema di bancarotta fraudolenta, non è suscettibile di distrazione l’avviamento commerciale dell’azienda se, contestualmente, non sia stata oggetto di disposizione anche l’azienda medesima o quanto meno i fattori aziendali in grado di generare l’avviamento, potendo peraltro quest’ultimo rappresentare da solo l’oggetto materiale della distrazione in caso di assenza di adeguata contropartita. (In motivazione la Corte ha precisato che l’avviamento può essere oggetto autonomo della condotta di distruzione).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3817 del 24 gennaio 2013)

Cass. pen. n. 18962/2012

Il delitto di bancarotta fraudolenta documentale è configurabile anche quando le violazioni o le irregolarità contabili sono state commesse per occultare altri fatti costituenti reato, non potendosi invocare al riguardo l’effetto scriminante del diritto di difesa.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 18962 del 17 maggio 2012)

Cass. pen. n. 10778/2012

Integra il reato di bancarotta fraudolenta impropria patrimoniale la cessione di un ramo d’azienda che renda non più possibile l’utile perseguimento dell’oggetto sociale senza garantire contestualmente il ripiano della situazione debitoria della società.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10778 del 19 marzo 2012)

Cass. pen. n. 8607/2012

In tema di bancarotta semplice, l’imputato che, ai sensi dell’art. 479 c.p.p., richieda la sospensione del dibattimento, in attesa della definizione del processo instaurato contro la dichiarazione di fallimento, è tenuto – allo scopo di consentire al giudice penale di valutare la opportunità dell’esercizio del proprio potere discrezionale sul punto – a fornire allegazioni non solo in ordine alla esistenza della procedura in sede civile, ma anche in ordine alla serietà della questione sollevata, atteso che costituisce presupposto, normativamente postulato, della invocata sospensione la complessità del giudizio instaurato in sede civile o amministrativa.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 8607 del 5 marzo 2012)

Cass. pen. n. 1843/2012

Cass. pen. n. 21872/2010

La chiusura del fallimento per sopravvenuta mancanza del passivo non esclude la legittimità e l’efficacia della sentenza dichiarativa di fallimento e non fa venir meno sul piano oggettivo il reato di bancarotta fraudolenta documentale (In motivazione la S.C. ha affermato che su tale reato incide solo la revoca del fallimento pronunciabile in caso di insussistenza dello stato di insolvenza al momento della dichiarazione di fallimento).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 21872 del 8 giugno 2010)

Cass. pen. n. 21251/2010

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, deve ricomprendersi fra le operazioni distrattive anche l’utilizzazione di somme disponibili per effetto di un’apertura di credito ottenuta da un istituto bancario per le finalità aziendali, che invece vengano destinate a scopo diverso e distolte dal patrimonio della impresa senza corrispettivo. (Nella specie, le somme prelevate erano utilizzate, senza contropartita economica, per sanare i debiti di altra società del gruppo).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 21251 del 4 giugno 2010)

Cass. pen. n. 16579/2010

In tema di concorso in bancarotta fraudolenta per distrazione, il dolo dell’extraneus nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di apporto a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni del creditore, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della società. Ne consegue che ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi dell’art. 216 l.fall. in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo, il quale non costituisce l’evento del reato che, invece, coincide con la lesione dell’interesse patrimoniale della massa, posto che se la conoscenza dello stato di decozione costituisce dato significativo della consapevolezza del terzo di arrecare danno ai creditori ciò non significa che essa non possa ricavarsi da diversi fattori, quali la natura fittizia o l’entità dell’operazione che incide negativamente sul patrimonio della società.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 16579 del 29 aprile 2010)

Cass. pen. n. 13588/2010

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, la liceità del finanziamento a un partito politico non esclude la possibilità di qualificare l’erogazione come distrattiva, qualora l’amministratore non dimostri di avere comunque agito nell’interesse della società e non nel proprio esclusivo interesse personale.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 13588 del 12 aprile 2010)

Cass. pen. n. 11899/2010

L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione non richiede l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione e il pregiudizio dei creditori, in quanto, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, detti fatti assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo siano stati commessi e, quindi, anche quando l’impresa non versava ancora in condizioni di insolvenza.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11899 del 26 marzo 2010)

Cass. pen. n. 11279/2010

La mancata presentazione della dichiarazione dei redditi non integra il reato di bancarotta fraudolenta documentale, che è configurabile in relazione all’omessa tenuta di una scrittura contabile, e tale non può essere definita la dichiarazione dei redditi, solo qualora si dimostri che scopo dell’omissione sia quello di recare pregiudizio ai creditori. (In motivazione, la S.C. ha affermato che la dichiarazione dei redditi è rappresentativa di dati contabili accorpati e finalizzati alla tutela degli interessi fiscali dello Stato e non di fatti relativi all’organizzazione interna dell’impresa).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11279 del 24 marzo 2010)

Cass. pen. n. 9672/2010

In tema di bancarotta fraudolenta, la durata della pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale ed all’incapacità ad esercitare uffici direttivi di cui all’art. 216, u.c., l. fall., deve essere determinata in misura uguale a quella della pena principale inflitta.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 9672 del 10 marzo 2010)

Cass. pen. n. 49642/2009

Integra il concorso dell'”extraneus” nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, il soggetto che agevoli il titolare della società fallenda nella costituzione di una società di cui assuma l’amministrazione e con cui la prima stipuli un contratto di locazione connotato da un canone sensibilmente inferiore a quelli di mercato al fine di mantenere la disponibilità materiale dell’immobile locato alla famiglia del titolare della società fallenda.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n

Cass. pen. n. 47040/2011

La fattispecie di bancarotta fraudolenta per dissipazione si distingue da quella di bancarotta semplice per consumazione del patrimonio in operazioni aleatorie o imprudenti, sotto il profilo oggettivo, per l’incoerenza, nella prospettiva delle esigenze dell’impresa, delle operazioni poste in essere e, sotto il profilo soggettivo, per la consapevolezza dell’autore della condotta di diminuire il patrimonio della stessa per scopi del tutto estranei alla medesima.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 47040 del 20 dicembre 2011)

Cass. pen. n. 44933/2011

Il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo ed è pertanto irrilevante che al momento della consumazione l’agente non avesse consapevolezza dello stato d’insolvenza dell’impresa per non essersi lo stesso ancora manifestato.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 44933 del 2 dicembre 2011)

Cass. pen. n. 44103/2011

In tema di reati fallimentari, la mancata estensione della dichiarazione di fallimento non preclude, di per sé, la responsabilità del socio accomandante che abbia violato il divieto di immissione nell’attività amministrativa, a titolo di concorso nel delitto di bancarotta fraudolenta ascritto all’accomandatario, essendo sufficiente ai fini della lesione del bene giuridico tutelato dall’art. 216 l. fall. lo svolgimento di attività amministrativa, anche attraverso i contatti con i clienti dell’impresa, che implica inevitabilmente la gestione delle attività aziendali.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 44103 del 29 novembre 2011)

Cass. pen. n. 4551/2011

In tema di bancarotta fraudolenta, non integra fatto nuovo ai sensi dell’art. 518 c.p.p., la individuazione, nel corso dell’istruzione dibattimentale, di diverse modalità della condotta illecita ovvero di ulteriori condotte di distrazione o, comunque, di difformi condotte integrativa della violazione dell’art. 216 R.D., trattandosi di fatto che non può generare ‘novità’ dell’illecito, ma soltanto l’integrazione della circostanza aggravante (e non la modifica del fatto tipico), in virtù della peculiare disciplina dell’illecito fallimentare – connaturato alla c.d. unitarietà del reato desumibile dall’art. 219, comma secondo, n. 1 R.D., che deroga alla disciplina della continuazione – e della peculiarità della norma incriminatrice che non assegna alle condotte di distruzione, occultamento, distrazione, dissipazione e dissimulazione, previste dall’art. 216, n. R.D., natura di fatto autonomo, bensì fattispecie penalmente tra loro equivalenti, e cioè modalità di esecuzione alternative e fungibili di un unico reato.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4551 del 8 febbraio 2011)

Cass. pen. n. 3115/2011

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, la norma incriminatrice ingloba in sé ogni ipotesi di falsità, anche ideologica, in quanto è preordinata a tutelare l’agevole svolgimento delle operazioni della curatela e a proscrivere ogni manipolazione documentale che impedisca o intralci una facile ricostruzione del patrimonio del fallito o del movimento dei suoi affari, considerato che a questo risultato si frappone non solo la falsità materiale dei documenti, ma anche e soprattutto quella ideologica che fornisce un’infedele rappresentazione del dato contabile.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3115 del 28 gennaio 2011)

Cass. pen. n. 3114/2011

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, la parziale omissione del dovere annotativo integra la fattispecie di cui all’art. 216, comma primo, n. 2, R.D., in quanto rientra nell’ambito della norma incriminatrice anche la condotta di falsificazione dei dati realizzata attraverso la rappresentazione dell’evento economico in modo incompleto e distorto in ordine alla gestione di impresa e agli esiti della stessa.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3114 del 28 gennaio 2011)

Cass. pen. n. 1901/2011

Integra il delitto di bancarotta per distrazione la condotta dell’amministratore che occulti con artifici contabili l’ammanco dalle casse della fallita di somme ingenti (Nella fattispecie, la Corte ha precisato altresì che, in tal caso, non è configurabile il delitto di bancarotta preferenziale, in quanto, affinchè si possano considerare le somme dovute a titolo di retribuzione, è necessario che lo statuto della società fallita contempli espressamente la retribuzione dovuta all’amministratore e ne quantifichi l’ammontare ovvero, in subordine, che la corresponsione delle suddette retribuzioni sia riportata in bilancio).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1901 del 21 gennaio 2011)

Cass. pen. n. 45602/2010

In tema di continuazione tra reati di bancarotta fraudolenta, ai fini dell’individuazione della contiguità cronologica quale indice della sussistenza della medesima identità del disegno criminoso, assume rilievo la data di commissione della condotta.

(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 45602 del 29 dicembre 2010)

Cass. pen. n. 43340/2010

In tema di bancarotta fraudolenta, ai fini della prova della disponibilità, in capo alla società fallita, della somma oggetto della distrazione imputata all’amministratore, l’iscrizione nel libro giornale della società debitrice dell’avvenuto pagamento della somma stessa può costituire solo un indizio del saldo del debito, da valutarsi secondo i criteri dettati dall’art. 192, comma secondo, c.p.p.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 43340 del 6 dicembre 2010)

Cass. pen. n. 42235/2010

In tema di bancarotta fraudolenta, è legittimo il sequestro preventivo sulle giacenze di conto corrente acceso dall’indagato presso una banca quando si sospetti che siffatta ricchezza costituisca il provento di distrazioni fraudolente commesse in pregiudizio di società fallite; né, a tal fine, rileva la confusione con il personale patrimonio qualora il cespite sequestrato rappresenti il prodotto o il profitto del reato della distrazione fraudolenta in pregiudizio della fallita società, quale risultato della condotta criminosa, con la conseguenza che esso mantiene una sua intrinseca pericolosità che non si esaurisce nella confusione patrimoniale.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 42235 del 29 novembre 2010)

Cass. pen. n. 37920/2010

Non viola il principio di correlazione con l’accusa la sentenza che condanni l’imputato del reato di bancarotta fraudolenta per una delle condotte alternativamente previste dalla norma incriminatrice e diverse da quella indicata in imputazione, purché quest’ultima contenga la descrizione, anche sommaria, del comportamento addebitato.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 37920 del 25 ottobre 2010)

Cass. pen. n. 37298/2010

Non sussiste il concorso formale dei reati di bancarotta fraudolenta ed appropriazione indebita (nella specie con riferimento a beni oggetto di locazione finanziaria), quando oltre ad esservi perfetta identità della cosa su cui si sono concentrate le rispettive attività criminose e simultaneità delle attività stesse, unica risulti la destinazione data dal soggetto attivo ai beni da lui appresi indebitamente, in quanto la condotta dell’apprensione di beni di cui il fallito abbia la disponibilità, pur essendo astrattamente riconducibile alle due distinte ipotesi delittuose in questione, ricade sotto la previsione dell’art. 84 c.p., con la conseguenza che il reato meno grave di appropriazione indebita è assorbito da quello di bancarotta fraudolenta.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 37298 del 19 ottobre 2010)

Cass. pen. n. 36551/2010

Ti assisto io e ci metto tutto l’impegno  in tutta Italia

L’avvocato Sergio Armaroli patrocinante in cassazione esperto  a livello nazionale in gravi PROCESSI BANCAROTTA  segue personalmente i propri clienti INDAGATI PER BANCAROTTA 

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OBBLIGHI DOPO LA SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA, QUALI COME ?

OBBLIGHI DOPO LA SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA, QUALI COME ?
OBBLIGHI DOPO LA SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA, QUALI COME ?

OBBLIGHI DOPO LA SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA, QUALI COME ?

OBBLIGHI DOPO LA SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA, QUALI COME ?

La separazione chiariamolo non mette fine al matrimonio, lo allenta solamente allenta gli obblighi nascenti dal matrimonio quali la fedelta’ ma non l’obbligo di istruire educar ela prole e di mantener e secondo le proprie possibilita’ la famiglia .

LA SEPARAZIONE NON E’ IL DIVORZIO

I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa [29 Cost].

A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.

OBBLIGHI DOPO LA SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA, QUALI COME ?

OBBLIGHI DOPO LA SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA, QUALI COME ?
OBBLIGHI DOPO LA SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA, QUALI COME ?

Cass. civ. n. 24574/2008

Nel giudizio di separazione personale, ove venga dedotto come causa di addebitabilità della separazione il mancato accordo sulla fissazione della residenza familiare, il giudice di merito, al fine di valutare i motivi del disaccordo, deve tenere presente che l’art. 144 c.c. rimette la scelta relativa alla volontà concordata di entrambi i coniugi, con la conseguenza che questa non deve soddisfare solo le esigenze economiche e professionali del marito, ma deve soprattutto salvaguardare le esigenze di entrambi i coniugi e quelle preminenti della serenità della famiglia. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito, che aveva tenuto conto unicamente delle esigenze economiche e lavorative prospettate dal marito, omettendo di valutare quelle, offerte dalla moglie, inerenti al suo stato di gravidanza ed all’imminente maternità).

Cass. civ. n. 19947/2004

La moglie, di regola, è responsabile in proprio per le obbligazioni da lei contratte nell’interesse della famiglia; il marito, tuttavia, è responsabile delle obbligazioni contratte in suo nome dalla moglie oltre che nei casi in cui egli le abbia conferito, in forma espressa o tacita, una procura a rappresentarlo, tutte le volte in cui sia stata posta in essere una situazione tale da far ritenere, alla stregua del principio dell’apparenza giuridica, che la moglie abbia contratto una determinata obbligazione non già in proprio, ma in nome del marito. (Nella specie, relativa al contratto stipulato dalla resistente con un artigiano per un trasloco, la S.C ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso la sussistenza di un obbligo del marito, non essendo emerso nè che la moglie avesse assunto l’obbligazione in nome del coniuge, nè che la stessa avesse da lui ricevuto mandato, nè che sussisteva una situazione di apparenza giuridica che facesse ritenere che ella operasse per conto del marito, nè infine che fosse emersa una responsabilità del coniuge ai sensi degli artt. 143 e 144 cod. civ. per obbligazioni relative all’indirizzo concordato).

OBBLIGHI DOPO LA SEPARAZIONE CONSENSUALE BOLOGNA, QUALI COME ?

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE?

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE?
SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE?

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE? DAI? COME?

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE?
SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE?

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA

MOLTO MOLTO DIFFUSA SE TI GUARDI IN GIRO TI SEMBRA CHE QUASI TUTTI SIANO SEPARATI

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA

SPOSARSI E’ FACILE SEPARARSI E DIVORZIARE E’ DIFFICILE

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA

MA NO DAI SE LA SAI GESTIRE E  NON SEI  LITIGIOSO SI PUO’ RISOLVERE

 

 

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE? DAI? COME?

SI LITIGA PER I FIGLI MA ANCORA DI PIU’ PER I SOLDI PER LA CASA PER QUESTIONI ECONOMICHE E I FIGLI PURTROPPO A VOLTE ANZI SPESSO VENGONO STRUMENTALIZZATI

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE? DAI? COME?

SI LITIGA PER LA CASA IN COMUNE MAGARI GRAVATA DA MUTUO

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE? DAI? COME?

SI LITIGA PER UN TRADIMENTO ,QUESTIONE ASSAI DIFFUSA AI GIORNI NOSTRI TANTO CHE L’OBBLIGO DI FEDELTA’ E’ MOLTO AFFIEVOLITO

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE? DAI? COME?

EPPURE UNA SOLUZIONE EPR CHIUDER EAL MEGLI OE’ MOLTO VICINA A VOLTE PIU’ DI QUELLO CHE PENSI, METTI DA PARTE L’ORGOGLIO

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE? DAI? COME?

TROVARE  UN ACCORDO FA RISPARMIARE SOLDI E FA VIVER EMEGLIO PENSACI

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE? DAI? COME?

PARLIAMONE INSIEME ,DAI CHE CE LA POSSIAMO FARE A TROVARE UNA SOLUZIONE

DIRITTO DI FAMIGLIA BOLOGNA SEPARAZIONI?

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE?
SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA LITIGIOSISSIMA PERCHE?

Il diritto di famiglia oltre ai rapporti genitori/figli riguarda anche i diritti e doveri che i nonni (gli ascendenti in generale) hanno nei confronti dei nipoti e così ad esempio si può chiarire che in caso di separazione/divorzio/rottura di una convivenza more uxorio, i nonni hanno diritto di rimanere presenti nella vita dei minori.

In aggiunta si può far luce dei casi in cui gli stessi possono essere obbligati a prestare gli alimenti nei confronti dei minori.

L’intervento di un Avvocato è necessario anche nel caso in cui un genitore voglia riconoscere un’altra persona come proprio figlio al fine di consigliare quale sia l’iter da seguire e che conseguenze giuridiche abbia tale riconoscimento.

SEPARAZIONE CONSENSUALE O GUDIZIALE BOLOGNA

Avvocato separazioni Bologna SERGIO ARMAROLI è esperto crisi familiare in sede di separazione, relativa agli obblighi alimentari verso i figli,  alle modalità di affidamento degli stessi, nonchè all’eventuale obbligo di mantenimento del coniuge.  

Durante le udienze, lo studio garantirà all’assistito tutta la tutela necessaria, operando secondo i criteri stabiliti dal diritto di famiglia. La separazione legale ha valore a livello giuridico e comporta effetti particolari come il pagamento degli alimenti ai figli, l’assegnazione dell’abitazione e altre questioni patrimoniali che è sempre consigliato far seguire da un avvocato qualificato. Nel caso di separazioni consensuali, invece, l ‘avvocato e il suo staff di consulenti assicurerà alla coppia tutto il supporto necessario per portare a buon fine la richiesta di separazione, adottando un atteggiamento neutrale che non favorisca l’uno piuttosto che l’altro assistito

Avvocato separazioni Bologna SERGIO ARMAROLI a favorire la definizione consensuale delle vertenze familiari, assistendo uno o entrambi i coniugi, in modo da rendere più snello e rapido il procedimento, anche con un importante diminuzione dei costi per il cliente.

Avvocato separazioni Bologna SERGIO ARMAROLI

PATRIMONIO MOBILIARE E IMMOBILIARE

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI DI BOLOGNA si occupa di diritto di famiglia ed in particolare di:

separazioni tra coniugi e divorzi (sia consensuali che giudiziali);

affidamento dei figli minorenni;

mantenimento coniuge e figli maggiori e/o minori;

violazione degli obblighi di assistenza familiare;

accertamento del rapporto di filiazione (legittima e naturale), riconoscimento di figlio naturale, dichiarazione giudiziale di maternità e paternità, disconoscimento di paternità;

convivenza di fatto e regolamentazione dei rapporti patrimoniali e non;

successioni e donazioni;

interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno

Ad ogni modo, laddove non vi sia la possibilità di raggiungere un accordo consensuale, lo studio offre la propria assistenza nei procedimenti giudiziari per la separazione giudiziale, anche con richiesta d’addebito alla controparte.

Divorzio consensuale e giudiziale

Avvocato separazioni Bologna SERGIO ARMAROLI è esperto consulenza stragiudiziale e giudiziale per i casi di divorzio, in relazione agli obblighi alimentari verso i figli,  alle modalità di affidamento degli stessi, nonchè all’eventuale obbligo di mantenimento del coniuge.  

Avvocato separazioni Bologna SERGIO ARMAROLI tende sempre a favorire la definizione consensuale delle vertenze in materia di divorzio, assistendo uno o entrambi i coniugi, in modo da rendere più snello e rapido il procedimento, anche con un importante diminuzione dei costi per il cliente.

SEPARAZIONE E RICONCILIAZIONE

Cass. civ. n. 1630/2018

In forza dell’art. 157 c.c., gli effetti della separazione personale, in mancanza di una dichiarazione espressa di riconciliazione, cessano soltanto col fatto della coabitazione, la quale non può, quindi, ritenersi ripristinata per la sola sussistenza di ripetute occasioni di incontri e di frequentazioni tra i coniugi, ove le stesse non depongano per una reale e concreta ripresa delle relazioni materiali e spirituali costituenti manifestazione ed effetto della rinnovata società coniugale. Ne consegue, che passata in giudicato la sentenza di separazione personale con addebito reciproco, il coniuge superstite al fine di far valere diritti successori, è tenuto ad allegare specificamente l’avvenuta cessazione degli effetti della separazione, con correlata caducazione della sentenza a far data dal ripristino della convivenza spirituale e materiale.

Cass. civ. n. 19535/2014

La mera coabitazione non è sufficiente a provare la riconciliazione tra coniugi separati essendo necessario il ripristino della comunione di vita e d’intenti, materiale e spirituale, che costituisce il fondamento del vincolo coniugale. (Nella specie, la corte territoriale aveva escluso la riconciliazione per la presenza di comportamenti, anche processuali – la proposizione di domanda riconvenzionale di addebito formulata dal ricorrente in primo grado – ostativi al ripristino, tanto più che la dedotta coabitazione era rimasta sfornita di allegazione di fatti probanti e di deduzione di mezzi istruttori idonei a corroborarla).

Cass. civ. n. 28655/2013

La cessazione degli effetti civili della separazione si determina a seguito di riconciliazione, che non consiste nel mero ripristino della situazione “quo ante”, ma nella ricostituzione del consorzio familiare attraverso la ricomposizione della comunione coniugale di vita, vale a dire la ripresa di relazioni reciproche, oggettivamente rilevanti, tali da comportare il superamento di quelle condizioni che avevano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza e che si concretizzino in un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva escluso la riconciliazione, reputando che il mantenimento di due residenze separate e la perpetuazione di una condotta adulterina da parte del marito, pur costituendo una prosecuzione del “menage” coniugale anteriore alla separazione, non potessero considerarsi elementi significativi di una ripristinata unione materiale e spirituale, mentre i contributi di natura economica e l’assistenza di un coniuge all’altro in occasione di una degenza ospedaliera potevano essere dettati da ragioni umanitarie e da solidarietà post-coniugale).

Cass. civ. n. 19541/2013

La riconciliazione successiva al provvedimento di omologazione della separazione consensuale, ai sensi dell’art. 157 cod. civ., determina la cessazione degli effetti della precedente separazione, con caducazione del provvedimento di omologazione, a far data dal ripristino della convivenza spirituale e materiale, propria della vita coniugale. Ne consegue che, in caso di successiva separazione, occorre una nuova regolamentazione dei rapporti economici tra i coniugi, cui il giudice deve provvedere sulla base di una nuova valutazione della situazione economico-patrimoniale dei coniugi stessi, che tenga conto delle eventuali sopravvenienze e, quindi, anche delle disponibilità da loro acquisite per effetto della precedente separazione.

Cass. civ. n. 3744/2001

Perché si abbia riconciliazione, con conseguente cessazione degli effetti della separazione, occorre il ripristino del consorzio familiare attraverso la restaurazione della comunione materiale e spirituale dei coniugi cessata appunto con la separazione. Il relativo accertamento, implicando un’indagine di fatto, è rimesso all’apprezzamento del giudice di merito e non è, quindi, censurabile in cassazione in mancanza di vizi logici o giuridici. (Sulla base dell’enunciato principio, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto raggiunta la prova dell’intervenuta riconciliazione, a tal fine attribuendo rilevanza ai comportamenti posti in essere dai coniugi per un apprezzabile periodo di tempo successivamente alla separazione consensuale — comportamenti ritenuti significativi di una ripresa della convivenza e di una rinnovata comunione — piuttosto che a supposti aspetti psicologici, quali l’intento di creare una situazione meramente apparente onde celare la separazione ai genitori della moglie e l’esistenza di una relazione extraconiugale che il marito intratteneva con un’altra donna).

Cass. civ. n. 4748/1999

L’accertamento dell’avvenuta riconciliazione tra coniugi consensualmente separati, per avere essi tenuto un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione, implicando un’indagine di fatto, è rimessa all’apprezzamento del giudice di merito e non è, quindi, censurabile in cassazione in mancanza di vizi logici o giuridici. Ad un tal riguardo, la circostanza che il marito, al momento della ripresa della convivenza con il coniuge, avesse in corso delle relazioni extraconiugali, delle quali non risulti che la moglie avesse conoscenza, non impedisce — di per sé — di ritenere intervenuta la riconciliazione tra i coniugi, quando questa sia stata argomentatamente desunta da un accenno di elementi univocamente significativi dell’intervenuta restaurazione del rapporto coniugale.

Cass. civ. n. 11523/1990

La riconciliazione fra i coniugi — intesa quale situazione di completo ed effettivo ripristino della convivenza, mediante ripresa dei rapporti materiali e spirituali che, caratterizzando il vincolo del matrimonio ed essendo alla base del consorzio familiare, appaiono oggettivamente idonei a dimostrare una seria e comune volontà di conservazione del rapporto, a prescindere da irrilevantí riserve mentali — è fonte non soltanto di effetti processuali, preclusivi del giudizio di separazione in corso, ma altresì di effetti sostanziali, consistenti nel determinare l’inidoneità dei fatti ad essa anteriori — posti in essere durante la convivenza o la separazione di fatto — ad assumere autonomo valore giustificativo di una pronuncia di separazione personale, emessa su domanda successiva all’evento riconciliativo rimasto privo di esito definitivo, con la conseguenza che, ai fini di tale pronuncia e della valutazione dell’addebito, sono utilizzabili soltanto i fatti successivi all’evento medesimo, mentre quelli anteriori possono essere considerati al solo scopo di lumeggiare il contesto storico nel quale va operato l’apprezzamento in ordine all’intollerabilità della convivenza.Cass. civ. n. 6860/1983

Affinché lo stato di separazione tra i coniugi di cui all’art. 3 L. 1 dicembre 1970, n. 898 possa ritenersi interrotto per effetto di riconciliazione e quindi non idoneo per la pronunzia di divorzio è necessaria la ricostituzione del consorzio familiare attraverso la restaurazione della comunione materiale e spirituale tra i coniugi, cessata con la pronunzia di separazione, onde non sono sufficienti a tal fine i saltuari ritorni del marito nel luogo di residenza della moglie nonché gli stessi rapporti sessuali avvenuti in tali occasioni, trattandosi di fatti inidonei a privare di valore lo stato perdurante di separazione.

  • separazione giudiziale
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  • separazione giudiziale tempi e costi
  • separazione giudiziale con addebito
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  • separazione giudiziale e consensuale

art 617-bis c.p. installazione di un software spia all’interno di uno smartphone, SPIA MOGLIE

art 617-bis c.p. installazione di un software spia all’interno di uno smartphone, SPIA MOGLIE

  1. Ve. An., per il tramite del difensore, ricorre avverso la sentenza della Corte di appello di Milano del 21 febbraio 2018, che ha confermato la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio del 3 aprile 2017, emessa nei suoi confronti, in punto di declaratoria di responsabilità per il delitto di cui all’art. 617-bis cod.pen., commesso in pregiudizio della coniuge Me. Lu., con l’istallare all’interno del telefono cellulare a lei in uso uno spy-software idoneo ad intercettarne le comunicazioni telefoniche.

Ai fini della configurabilità del reato di installazione di apparecchiature atte ad intercettare (o parte di esse) deve aversi riguardo alla sola attività di installazione e non a quella successiva dell’intercettazione o impedimento delle altrui comunicazioni, che rileva solo come fine della condotta, con la conseguenza che il reato si consuma anche se gli apparecchi installati, fuori dall’ipotesi di una loro inidoneità assoluta, non abbiano funzionato o non siano stati attivati.

Le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 26889 del 28/04/2016, Scurato, Rv. 266905, hanno spiegato che l’evoluzione tecnologica ha consentito di approntare strumenti informatici del tipo ‘software’, solitamente istallati in modo occulto su un telefono cellulare, un tablet o un PC, che consentono di captare tutto il traffico dei dati in arrivo o in partenza dal dispositivo e, quindi, anche le conversazioni telefoniche.

Ne viene che, al lume di tale autorevole interpretazione del diritto vivente, non è possibile dubitare dell’inclusione dei programmi informatici denominati ‘spy-software’ nella categoria degli “apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti” diretti all’intercettazione o all’impedimento di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone, di cui all’art. 617-bis, comma 1, cod.pen., venendo in rilievo una categoria aperta e dinamica, suscettibile di essere implementata per effetto delle innovazioni tecnologiche che, nel tempo, consentono di realizzare gli scopi vietati dalla legge. Da ciò deriva l’infondatezza del primo motivo.

  1. Parimenti infondato è il secondo motivo. Appartiene al patrimonio condiviso di questa Corte l’enunciazione direttiva secondo la quale il reato previsto dall’art. 617-bis cod. pen. anticipa la tutela della riservatezza e della libertà delle comunicazioni mediante l’incriminazione di fatti prodromici all’effettiva lesione del bene, punendo l’installazione di apparati o di strumenti, ovvero di semplici parti di essi, per intercettare o impedire comunicazioni o conversazioni telefoniche; pertanto, ai fini della configurabilità del reato deve aversi riguardo alla sola attività di installazione e non a quella successiva dell’intercettazione o impedimento delle altrui comunicazioni, che rileva solo come fine della condotta, con la conseguenza che il reato si consuma anche se gli apparecchi installati, fuori dall’ipotesi di una loro inidoneità assoluta, non abbiano funzionato o non siano stati attivati(Sez. 2, n. 37710 del 24/09/2008, Pariota, Rv. 241456; nello stesso senso: Sez. 5, n. 37557 del 12/05/2015, Sinisi, Rv. 265789; Sez. 5, n. 3061 del 14/12/2010 – dep. 27/01/2011, Mazza, Rv. 249508).

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avvocato matrimonialista Sergio Armaroli

Corte di Cassazione

sez. V Penale, sentenza 18 marzo – 5 aprile 2019, n. 15071
Presidente Sabeone – Relatore Scordamaglia

Ritenuto in fatto

  1. Ve. An., per il tramite del difensore, ricorre avverso la sentenza della Corte di appello di Milano del 21 febbraio 2018, che ha confermato la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio del 3 aprile 2017, emessa nei suoi confronti, in punto di declaratoria di responsabilità per il delitto di cui all’art. 617-bis cod.pen., commesso in pregiudizio della coniuge Me. Lu., con l’istallare all’interno del telefono cellulare a lei in uso uno spy-software idoneo ad intercettarne le comunicazioni telefoniche.

    2. L’atto di impugnativa è affidato a due motivi – enunciati nei limiti necessari per la motivazione ai sensi dell’art. 173 disp.att. cod.proc.pen. -, che denunciano:

    2.1. il vizio di violazione di legge, in relazione agli artt. 617-ò/s cod.pen. e 14 Preleggi cod.civ., e il vizio di motivazione, sul rilievo dell’applicazione analogica della norma incriminatrice in ragione dell’assimilazione all’ ‘apparato o allo strumento’ da essa contemplato del programma informatico installato all’interno del telefono cellulare della persona offesa;

    2.2. il vizio di violazione di legge, in relazione agli artt. 49, 50 e 617-bis cod.pen., e il vizio di motivazione, essendo il fatto di reato scriminato dal consenso dell’avente diritto, posto che la destinataria delle intrusioni era stata informata dal figlio dell’istallazione del software sul proprio cellulare, e, perciò, non aveva, in concreto, subito alcuna lesione della propria libertà di comunicazione.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato.

  1. Le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 26889 del 28/04/2016, Scurato, Rv. 266905, hanno spiegato che l’evoluzione tecnologica ha consentito di approntare strumenti informatici del tipo ‘software’, solitamente istallati in modo occulto su un telefono cellulare, un tablet o un PC, che consentono di captare tutto il traffico dei dati in arrivo o in partenza dal dispositivo e, quindi, anche le conversazioni telefoniche.

Ne viene che, al lume di tale autorevole interpretazione del diritto vivente, non è possibile dubitare dell’inclusione dei programmi informatici denominati ‘spy-software’ nella categoria degli “apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti” diretti all’intercettazione o all’impedimento di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone, di cui all’art. 617-bis, comma 1, cod.pen., venendo in rilievo una categoria aperta e dinamica, suscettibile di essere implementata per effetto delle innovazioni tecnologiche che, nel tempo, consentono di realizzare gli scopi vietati dalla legge. Da ciò deriva l’infondatezza del primo motivo.

  1. Parimenti infondato è il secondo motivo. Appartiene al patrimonio condiviso di questa Corte l’enunciazione direttiva secondo la quale il reato previsto dall’art. 617-bis cod. pen. anticipa la tutela della riservatezza e della libertà delle comunicazioni mediante l’incriminazione di fatti prodromici all’effettiva lesione del bene, punendo l’installazione di apparati o di strumenti, ovvero di semplici parti di essi, per intercettare o impedire comunicazioni o conversazioni telefoniche; pertanto, ai fini della configurabilità del reato deve aversi riguardo alla sola attività di installazione e non a quella successiva dell’intercettazione o impedimento delle altrui comunicazioni, che rileva solo come fine della condotta, con la conseguenza che il reato si consuma anche se gli apparecchi installati, fuori dall’ipotesi di una loro inidoneità assoluta, non abbiano funzionato o non siano stati attivati(Sez. 2, n. 37710 del 24/09/2008, Pariota, Rv. 241456; nello stesso senso: Sez. 5, n. 37557 del 12/05/2015, Sinisi, Rv. 265789; Sez. 5, n. 3061 del 14/12/2010 – dep. 27/01/2011, Mazza, Rv. 249508).

Ne viene che le deduzioni difensive in ordine all’eventuale esistenza del consenso all’intrusione, desumibile dal comportamento inerte della detentrice del telefono cellulare interessato dal software, ed in ordine all’assenza di un’effettiva lesione della libertà delle comunicazioni della destinataria delle condotte intrusive sono prive di rilievo, perché si riferiscono ad una situazione – la captazione delle comunicazioni telefoniche – che rappresenta un post-factum rispetto al momento di consumazione del reato, coincidente con l’installazione del software.

  1. S’impone, dunque, il rigetto del ricorso con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese in favore della sola Me. Lu., che liquida in complessivi Euro 2.500,00 oltre accessori di legge.

  2. Con riguardo al profilo delle statuizioni civili, è d’uopo precisare che nulla è dovuto a Ve. Amedeo, che pure ha fatto richiesta di liquidazione delle spese del presente grado di giudizio, non figurandovi come parte resistente: egli, infatti, ha assunto la veste di parte offesa, costituita parte civile, in relazione al solo delitto di cui all’art. 617-quinquies cod.pen. (capo 2 della contestazione), rispetto al quale, tuttavia, la Corte territoriale, all’esito del giudizio di appello, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti dell’imputato per essere il reato estinto per intervenuta prescrizione

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese in favore della sola Me. Lu., che liquida in complessivi Euro 2.500,00 oltre accessori di legge.

».

Cassazione penale, sez. V, 12/05/2015, n. 37557

Perché possa considerarsi integrato il reato ex art. 617 bis, occorre fare riferimento alla sola attività di installazione e non a quella successiva dell’intercettazione o impedimento delle altrui comunicazioni, che rileva solo come fine della condotta, con la conseguenza che il reato si intende consumato anche se gli apparecchi installati, salvo casi di loro assoluta inidoneità, non abbiano funzionato o non siano stati utilizzati.

Cassazione penale, sez. V, 14/12/2010, n. 3061

Integra il reato di installazione di apparecchiature atte a intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche (art. 617 bis e 623 bis c.p.), la condotta di colui che installi una telecamera – occultandola all’interno di una scatola di plastica, fissandola a un palo della luce e posizionandola ad alcuni metri dal suolo – con l’obiettivo rivolto all’ingresso di uno stabile, al fine di captare illecitamente immagini, ovvero comunicazioni e conversazioni di terzi. Né ha rilievo, ai fini della configurabilità del reato, l’effettiva intercettazione o registrazione di altrui comportamenti o comunicazioni, dovendosi avere riguardo alla sola attività di installazione e non a quella successiva dell’intercettazione o impedimento delle altrui comunicazioni, che rileva solo come fine della condotta, con la conseguenza che il reato si consuma anche se gli apparecchi installati, fuori dall’ipotesi di una loro inidoneità assoluta, non siano stati attivati o, addirittura, non abbiano funzionato.

Cassazione penale, sez. II, 24/09/2008, n. 37710

Il reato previsto dall’art. 617-bis c.p. anticipa la tutela della riservatezza e della libertà delle comunicazioni mediante l’incriminazione di fatti prodromici all’effettiva lesione del bene, punendo l’installazione di apparati o di strumenti, ovvero di semplici parti di essi, per intercettare o impedire comunicazioni o conversazioni telefoniche; pertanto ai fini della configurabilità del reato deve aversi riguardo alla sola attività di installazione e non a quella successiva dell’intercettazione o impedimento delle altrui comunicazioni, che rileva solo come fine della condotta, con la conseguenza che il reato si consuma anche se gli apparecchi installati, fuori dall’ipotesi di una loro inidoneità assoluta, non abbiano funzionato o non siano stati attivati.

********

Quadro giurisprudenziale di riferimento sull’art. 617-bis c.p.:

Cassazione penale, sez. V, 02/02/2017, n. 12603

La condotta contestata all’imputato, consistita nell’avere preso cognizione del contenuto della corrispondenza telematica intercorsa tra due soggetti diversi dall’imputato stesso e conservata nell’archivio della casella di posta elettronica di uno di essi, integra il reato di cui all’ art. 616, commi 1 e 4,   c.p.   e non quello, come ritenuto dai giudici di merito, di cui all’ art. 617 c.p. , anche tenendo conto dell’integrazione di quest’ultima norma ad opera dell’ art. 623 bis   c.p.

Cassazione penale sez. VI, 16/05/2018, n.39279

Il reato di installazione di apparecchiature atte a intercettare o impedire comunicazioni o conversazioni previsto dall’articolo 617-bis del codice penale si configura solo se l’installazione è finalizzata a intercettare o impedire comunicazioni tra persone diverse dall’agente, per cui il delitto non ricorre i nell’ipotesi in cui l’apparecchio “jammer telefonico”, vale a dire un disturbatore di frequenze utilizzato per impedire ai telefoni cellulari di ricevere o trasmettere onde radio, sia installato per impedire l’intercettazione di comunicazioni che riguardano anche il soggetto che predispone l’apparecchio. La norma incriminatrice, infatti, sanziona chi predispone apparecchiature finalizzate a intercettare o impedire conversazioni “altrui”. Inoltre, tale conclusione trova conferma nella collocazione della norma incriminatrice – che “anticipa” la soglia di punibilità propria dell’articolo 617 del codice penale – nel novero del “delitti contro l’inviolabilità dei segreti”, che sono ovviamente tali se non coinvolgono l’agente, direttamente o indirettamente.

TREVISO COLLAZIONE TRIBUNALE SIMULAZIONE DONAZIONE FRATELLI FRATELLI LITE

TREVISO COLLAZIONE TRIBUNALE SIMULAZIONE DONAZIONE FRATELLI FRATELLI LITE

  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI VICENZA TREVISO BOLOGNA RAVENNA FORLI 051 6447838 
  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI VICENZA TREVISO BOLOGNA RAVENNA FORLI 6447838 
  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI VICENZA TREVISO BOLOGNA RAVENNA FORLI 6447838 
  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI VICENZA TREVISO BOLOGNA RAVENNA FORLI 6447838 
  • AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838 
    AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838
  • P.M., nella sua qualità di erede universale testamentaria della madre E.S., ha convenuto in giudizio i fratelli G.P., A. e D. allegando che quest’ultimi, con contratto del 25.7.2002, avevano acquistato dalla madre la sua quota di proprietà di taluni immobili e chiedendo:

– l’accertamento del carattere simulato della compravendita in quanto dissimulante una donazione, con conseguente conferimento nella massa ereditaria ex art. 737 c.c. (ossia, nel caso di specie, con obbligo di conferimento ad essa attrice);

– in subordine, l’accertamento della simulazione della quietanza relativa al pagamento della somma di Euro 40.800,00, pari all’acconto sul prezzo di vendita, con conseguente pronuncia di risoluzione del contratto per inadempimento;

Tre le parti la simulazione non può essere provata né per testimoni né conseguentemente per presunzioni (artt. 14172722 e 2729 c.c.), essendo invece necessaria la prova scritta, costituita dalla c.d. controdichiarazione. Siffatto documento, tuttavia, non è stato prodotto nel presente giudizio. Si ricorda, a tal proposito, che solo il legittimario che agisce in riduzione è considerato quale terzo rispetto all’accordo simulatorio (e, pertanto, abilitato a dare prova della simulazione anche per testimoni o presunzioni), mentre invece l’odierna attrice non ha proposto domanda di riduzione (rectius, non l’ha proposta ammissibilmente e l’ha comunque poi abbandonata).

È altresì infondata la domanda di accertamento della simulazione della quietanza relativa al pagamento dell’acconto sul prezzo di vendita.

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838 
AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838

L’attrice si è limitata ad affermare che “la quietanza appare simulata”, senza però neppure indicare quali ragioni o elementi oggettivi consentirebbero di giungere ad una tale conclusione. Già tale constatazione consentirebbe di ritenere non assolti gli oneri di prova e, ancor prima, di allegazione gravanti sulla parte.

L’attrice ha invero allegato l’esistenza di alcuni (vaghissimi) elementi presuntivi dai quali si dovrebbe dedurre, a suo dire, l’esistenza della simulazione (chiedendo anche l’ammissione di prove testimoniali, comunque inammissibili in quanto generiche). Anche in tal caso tuttavia, dato che l’attrice non è terza rispetto all’accordo (non assumendo la qualità di legittimario agente in riduzione), valgono per essa le limitazioni probatorie di cui all’art. 1417 c.c.. Non essendo stata fornita prova scritta della simulazione della quietanza, la relativa domanda non può essere accolta.

La domanda di risoluzione del contratto per inadempimento è infondata, dal momento che i convenuti hanno dato piena prova di aver correttamente adempiuto all’obbligo di pagamento del saldo del prezzo di vendita.

I convenuti hanno infatti prodotto non solo le distinte dei singoli bonifici effettuati sul conto della madre (docc. 4-6), ma anche l’estratto del conto corrente a lei intestato (doc. 8), dal quale risulta senza alcun dubbio l’effettivo accredito delle somme via via bonificate dai figli, sino all’effettivo totale pagamento del debito.

L’attrice ha “contestato” le distinte dei bonifici “ai sensi del codice civile in quanto prodotti in copia”. La censura appare francamente incomprensibile, non avendo la parte chiarito cosa intendesse contestare né ai sensi di quale norma del codice civile. In ogni caso, anche a voler ritenere che l’attrice avesse voluto in tal modo contestare la conformità delle copie rispetto agli originali (ai sensi dell’art. 2719 c.c.), il disconoscimento dovrebbe considerarsi tamquam non esset, dato che la parte non ha specificato in cosa le copie sarebbero difformi: il disconoscimento ex art. 2719 c.c. deve infatti essere specifico e circostanziato (cfr. Cass. ord. n. 29993/2017). In ogni caso, l’eccezione è superata sia dalla mancata specifica contestazione da parte dell’attrice dell’effettiva esecuzione dei versamenti (la quale deve quindi ritenersi provata ex art. 115 co. 2 c.p.c.), sia dalla produzione dell’estratto conto doc. 8, dal quale risultano effettivamente gli accrediti dei bonifici effettuati dagli odierni convenuti.

L’attrice ha poi eccepito che il conto corrente nel quale sono state bonificate le somme sarebbe stato cointestato alla de cuius ed ai fratelli, i quali avrebbero quindi di fatto effettuato i bonifici a sé stessi (con correlativo danno in capo alla de cuius). Anche tale eccezione è infondata. Dal doc. 8 emerge quale intestatario del conto la sola E.S. e non è stata prodotta in giudizio altra documentazione dalla quale si possa evincere l’esistenza di altri cointestatari. Si sottolinea che l’attrice, in quanto unica erede di S., ha la piena disponibilità di tutta la documentazione inerente i conti correnti intestati alla de cuius ed è quindi l’unico soggetto in grado di fornire l’eventuale prova dell’esistenza di altri intestatari del conto. Si rileva altresì che, stante il tenore della risposta fornita dalla banca alla richiesta di accesso ex art. 119 TUB (missiva comunque depositata dall’attrice solo con la comparsa conclusionale, quindi tardivamente), la quale ha comunicato di non disporre più della documentazione essendo trascorsi più di dieci anni, vieppiù non avrebbe avuto senso disporre un qualsivoglia ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c.. In ogni caso, l’attrice non ha dato prova che i fratelli avessero mai prelevato alcuna somma dal conto corrente in questione.

L’attrice ha ulteriormente eccepito che gli ordini di bonifico non contenevano alcuna indicazione in ordine alla causale dell’operazione, per cui si dovrebbe ritenere che le relative somme erano state versate dai figli alla madre in esecuzione dell’obbligazione naturale di mantenimento della stessa. Tale tesi non può essere condivisa. Non vi è alcun elemento che possa far ritenere che i convenuti avessero inteso effettuare i versamenti di cui si discute in esecuzione di una supposta obbligazione naturale di mantenimento (si osservi, peraltro, che la de cuius godeva anche di sostanze proprie, in primis la pensione). La mancata indicazione della causale dei bonifici è irrilevante: essendo pacifico che non vi erano altri debiti dei convenuti nei confronti della madre se non quello relativo al pagamento del prezzo della compravendita, va da sé che i versamenti di denaro, in difetto di specifica imputazione, debbono necessariamente essere imputati all’unico debito allora esistente. Del tutto irrilevante che i bonifici potessero anche essere continuati dopo il 2006 (circostanza della quale, comunque, non vi è prova), dato che i figli ben potevano contribuire al mantenimento della madre, una volta estinto il debito nei di lei confronti.

 

 

Tribunale Treviso, Sez. III, Sent., 17/04/2019, n. 886

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TREVISO

TERZA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale di Treviso, Terza Sezione civile, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Deli Luca – presidente

dott. Andrea Valerio Cambi – giudice

dott. Carlo Baggio – giudice relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta al R.G. n. 345/2017 in data 16.1.2017, promossa

da

P.M., con il patrocinio degli avv. AMATO GIUSEPPE e CORONA MARIA GRAZIA, con domicilio eletto presso lo studio dei difensori in VIA LE TAGLIE 15 – SAN NICOLA LA STRADA (CE)

attrice

contro

G.P.M., A.M. e D.M., con il patrocinio dell’avv. FERRARELLI ANTONIO, con domicilio eletto presso lo studio del difensore in BORGO CAVOUR 37 – TREVISO

convenuti

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

P.M., nella sua qualità di erede universale testamentaria della madre E.S., ha convenuto in giudizio i fratelli G.P., A. e D. allegando che quest’ultimi, con contratto del 25.7.2002, avevano acquistato dalla madre la sua quota di proprietà di taluni immobili e chiedendo:

– l’accertamento del carattere simulato della compravendita in quanto dissimulante una donazione, con conseguente conferimento nella massa ereditaria ex art. 737 c.c. (ossia, nel caso di specie, con obbligo di conferimento ad essa attrice);

– in subordine, l’accertamento della simulazione della quietanza relativa al pagamento della somma di Euro 40.800,00, pari all’acconto sul prezzo di vendita, con conseguente pronuncia di risoluzione del contratto per inadempimento;

– in ulteriore subordine, pronuncia di risoluzione del contratto per inadempimento per mancato pagamento del saldo del prezzo;

– il risarcimento del danno per il mancato godimento dell’immobile.

I convenuti si sono costituiti in giudizio chiedendo il rigetto delle domande attoree.

Con la prima memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c. l’attrice ha introdotto l’ulteriore domanda di riduzione della donazione dissimulata con l’atto di compravendita impugnato.

La causa viene ora in decisione senza lo svolgimento di attività istruttoria.

Come sopra accennato, l’attrice ha, con la memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c., formulato anche domanda di riduzione (il che comporta la devoluzione della cognizione della presente controversia al Tribunale in composizione collegiale).

Tale domanda deve essere dichiarata inammissibile, in quanto tardivamente formulata.

La stessa attrice, infatti, riconosce che la domanda di riduzione non era stata proposta con l’atto di citazione, salvo poi affermare che nel caso di specie non si configurerebbe (a suo dire) un’inammissibile mutatio libelli, bensì una mera emendatio libelli.

Tali conclusioni non possono essere accolte. Con l’atto di citazione l’attrice aveva chiesto semplicemente che venisse accertato il carattere simulato della compravendita e che conseguentemente il bene asseritamente donato venisse conferito alla massa ereditaria in virtù dell’obbligo di collazione di cui all’art. 737 c.p.c.; in nessun modo, neppure implicitamente, l’attrice aveva invece lamentato una lesione della propria quota di legittima e chiesto la riduzione della presunta donazione fatta dalla madre ai fratelli.

È ben noto che la collazione e la riduzione sono due istituti ben distinti l’uno dall’altro. La collazione, disciplinata dagli art. 737 ss. c.c., consiste nell’obbligo gravante sui figli, i loro discendenti ed il coniuge del de cuius di conferire ai coeredi, in sede di divisione ereditaria, tutto quanto abbiano ricevuto per donazione dal de cuius stesso. L’azione di riduzione mira invece a ridurre le donazioni o le disposizioni testamentarie che si assuma essere lesive della quota di legittima.

Ne discende quindi che la domanda di riduzione non può in alcun modo considerarsi come semplice emendatio rispetto alla domanda di collazione.

La domanda di accertamento della simulazione della compravendita (in quanto asseritamente dissimulante un contratto di donazione) è infondata.

L’attrice ha proposto tale domanda dichiaratamente al fine di far “rientrare i beni di cui in premessa ed oggetto del contratto impugnato nel patrimonio della de cuius, ossia dell’erede P.M.”, in esecuzione dell’obbligo di collazione.

Come sopra accennato, la collazione è un istituto che opera esclusivamente nell’ambito della divisione ereditaria (gli artt. 737 ss. c.c. sono infatti inseriti nel Capo II del Titolo IV del Libro II del Codice, rubricato per l’appunto “della divisione”). La ratio dell’istituto consiste nel mantenimento, tra i discendenti e il coniuge del de cuius, della proporzione stabilita nel testamento o nella legge.

Nel presente caso, tuttavia, non è stata proposta dall’attrice alcuna domanda di divisione. Non sussiste quindi alcun obbligo di collazione, il che rende radicalmente infondata la domanda proposta.

Si sottolinea, per completezza, che la domanda avrebbe dovuto comunque essere dichiarata infondata anche nel caso in cui effettivamente fosse stata effettivamente proposta la domanda di divisione.

Da un lato, infatti, è la stessa attrice a sostenere di essere unica erede universale della defunta madre. Tale circostanza di per sé escluderebbe la sussistenza di una comunione ereditaria: non sussistendo il presupposto per la divisione (la comunione), neppure sussisterebbe alcun obbligo di collazione.

Dall’altro, l’attrice non avrebbe comunque adempiuto al proprio onere probatorio. Tre le parti la simulazione non può essere provata né per testimoni né conseguentemente per presunzioni (artt. 14172722 e 2729 c.c.), essendo invece necessaria la prova scritta, costituita dalla c.d. controdichiarazione. Siffatto documento, tuttavia, non è stato prodotto nel presente giudizio. Si ricorda, a tal proposito, che solo il legittimario che agisce in riduzione è considerato quale terzo rispetto all’accordo simulatorio (e, pertanto, abilitato a dare prova della simulazione anche per testimoni o presunzioni), mentre invece l’odierna attrice non ha proposto domanda di riduzione (rectius, non l’ha proposta ammissibilmente e l’ha comunque poi abbandonata).

È altresì infondata la domanda di accertamento della simulazione della quietanza relativa al pagamento dell’acconto sul prezzo di vendita.

L’attrice si è limitata ad affermare che “la quietanza appare simulata”, senza però neppure indicare quali ragioni o elementi oggettivi consentirebbero di giungere ad una tale conclusione. Già tale constatazione consentirebbe di ritenere non assolti gli oneri di prova e, ancor prima, di allegazione gravanti sulla parte.

L’attrice ha invero allegato l’esistenza di alcuni (vaghissimi) elementi presuntivi dai quali si dovrebbe dedurre, a suo dire, l’esistenza della simulazione (chiedendo anche l’ammissione di prove testimoniali, comunque inammissibili in quanto generiche). Anche in tal caso tuttavia, dato che l’attrice non è terza rispetto all’accordo (non assumendo la qualità di legittimario agente in riduzione), valgono per essa le limitazioni probatorie di cui all’art. 1417 c.c.. Non essendo stata fornita prova scritta della simulazione della quietanza, la relativa domanda non può essere accolta.

La domanda di risoluzione del contratto per inadempimento è infondata, dal momento che i convenuti hanno dato piena prova di aver correttamente adempiuto all’obbligo di pagamento del saldo del prezzo di vendita.

I convenuti hanno infatti prodotto non solo le distinte dei singoli bonifici effettuati sul conto della madre (docc. 4-6), ma anche l’estratto del conto corrente a lei intestato (doc. 8), dal quale risulta senza alcun dubbio l’effettivo accredito delle somme via via bonificate dai figli, sino all’effettivo totale pagamento del debito.

L’attrice ha “contestato” le distinte dei bonifici “ai sensi del codice civile in quanto prodotti in copia”. La censura appare francamente incomprensibile, non avendo la parte chiarito cosa intendesse contestare né ai sensi di quale norma del codice civile. In ogni caso, anche a voler ritenere che l’attrice avesse voluto in tal modo contestare la conformità delle copie rispetto agli originali (ai sensi dell’art. 2719 c.c.), il disconoscimento dovrebbe considerarsi tamquam non esset, dato che la parte non ha specificato in cosa le copie sarebbero difformi: il disconoscimento ex art. 2719 c.c. deve infatti essere specifico e circostanziato (cfr. Cass. ord. n. 29993/2017). In ogni caso, l’eccezione è superata sia dalla mancata specifica contestazione da parte dell’attrice dell’effettiva esecuzione dei versamenti (la quale deve quindi ritenersi provata ex art. 115 co. 2 c.p.c.), sia dalla produzione dell’estratto conto doc. 8, dal quale risultano effettivamente gli accrediti dei bonifici effettuati dagli odierni convenuti.

L’attrice ha poi eccepito che il conto corrente nel quale sono state bonificate le somme sarebbe stato cointestato alla de cuius ed ai fratelli, i quali avrebbero quindi di fatto effettuato i bonifici a sé stessi (con correlativo danno in capo alla de cuius). Anche tale eccezione è infondata. Dal doc. 8 emerge quale intestatario del conto la sola E.S. e non è stata prodotta in giudizio altra documentazione dalla quale si possa evincere l’esistenza di altri cointestatari. Si sottolinea che l’attrice, in quanto unica erede di S., ha la piena disponibilità di tutta la documentazione inerente i conti correnti intestati alla de cuius ed è quindi l’unico soggetto in grado di fornire l’eventuale prova dell’esistenza di altri intestatari del conto. Si rileva altresì che, stante il tenore della risposta fornita dalla banca alla richiesta di accesso ex art. 119 TUB (missiva comunque depositata dall’attrice solo con la comparsa conclusionale, quindi tardivamente), la quale ha comunicato di non disporre più della documentazione essendo trascorsi più di dieci anni, vieppiù non avrebbe avuto senso disporre un qualsivoglia ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c.. In ogni caso, l’attrice non ha dato prova che i fratelli avessero mai prelevato alcuna somma dal conto corrente in questione.

L’attrice ha ulteriormente eccepito che gli ordini di bonifico non contenevano alcuna indicazione in ordine alla causale dell’operazione, per cui si dovrebbe ritenere che le relative somme erano state versate dai figli alla madre in esecuzione dell’obbligazione naturale di mantenimento della stessa. Tale tesi non può essere condivisa. Non vi è alcun elemento che possa far ritenere che i convenuti avessero inteso effettuare i versamenti di cui si discute in esecuzione di una supposta obbligazione naturale di mantenimento (si osservi, peraltro, che la de cuius godeva anche di sostanze proprie, in primis la pensione). La mancata indicazione della causale dei bonifici è irrilevante: essendo pacifico che non vi erano altri debiti dei convenuti nei confronti della madre se non quello relativo al pagamento del prezzo della compravendita, va da sé che i versamenti di denaro, in difetto di specifica imputazione, debbono necessariamente essere imputati all’unico debito allora esistente. Del tutto irrilevante che i bonifici potessero anche essere continuati dopo il 2006 (circostanza della quale, comunque, non vi è prova), dato che i figli ben potevano contribuire al mantenimento della madre, una volta estinto il debito nei di lei confronti.

Deve infine essere rigettata la domanda di risarcimento del danno, dato che la stessa è stata formulata dall’attrice in via consequenziale rispetto alle domande di simulazione e di risoluzione, le quali tuttavia sono da rigettare per i motivi sinora esposti.

Le spese di lite, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza. La liquidazione viene effettuata secondo valori inferiori ai medi, stante l’assenza di attività istruttoria e di particolari questioni di fatto e di diritto da risolvere.

Sussistono altresì i presupposti per disporre la condanna della parte attrice ai sensi dell’art. 96 co. 4 c.p.c.. In particolare, sono indice di mala fede (o, quanto meno, di colpa grave): l’aver introdotto tardivamente la domanda di riduzione; l’aver svolto una domanda di collazione senza aver proposto domanda di divisione; l’aver svolto una domanda di simulazione relativa del tutto apoditticamente; l’aver svolto domanda di simulazione della quietanza, pur essendo la stessa stata rilasciata nell’atto notarile di compravendita ed in difetto non solo della necessaria prova scritta, ma finanche in difetto di qualsivoglia serio elemento indiziario (comunque irrilevante); l’aver richiesto un risarcimento del danno per l’importo palesemente sproporzionato e totalmente indimostrato di ben 100.000 Euro. Si ritiene equo quantificare la condanna in un importo pari alla metà delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale, ogni diversa domanda ed eccezione reiette ed ogni ulteriore deduzione disattesa, definitivamente pronunciando,

  1. dichiara inammissibile la domanda di riduzione in quanto tardivamente proposta; 2. dichiara infondate tutte le altre domande attoree;

  2. condanna l’attrice P.M. a rifondere ai convenuti G.P., A. e D.M. le spese di lite del presente giudizio, che si liquidano in Euro 9.000,00 per compensi, oltre ad IVA, CPA e rimborso forfettario ex D.M. n. 55 del 2014;

  3. condanna l’attrice P.M. a pagare ai convenuti G.P., A. e D.M. la somma capitale di Euro 4.500,00 ex art. 96co. 3 c.p.c.;

  4. ordina al competente Conservatore dei RR.II. (Agenzia Entrate di Treviso) la cancellazione della trascrizione n. 17019 RG – 12013 RP, eseguita in data 19.5.2017, della domanda giudiziale 22/11/2016 di accertamento della simulazione, con relative spese a carico dell’attrice soccombente P.M..

Conclusione

Così deciso in Treviso, il 8 aprile 2019.

Depositata in Cancelleria il 17 aprile 2019.

TREVISO COLLAZIONE TRIBUNALE SIMULAZIONE DONAZIONE FRATELLI FRATELLI LITE

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO CAUSE EREDITARIE TRA FRATELLI EREDI 051 6447838 

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