SEPARAZIONE ? DIVORZIO? BOLOGNA ? TRASFERIMENTI IMMMOBILIARI !!!!!!Cass. civ., Sez. Unite 29/07/2021, n. 21761 PRINCIPIO

SEPARAZIONE ? DIVORZIO? BOLOGNA ? TRASFERIMENTI IMMMOBILIARI !!!!!!Cass. civ., Sez. Unite 29/07/2021, n. 21761

PRINCIPIO

SEPARAZIONE ? DIVORZIO? BOLOGNA ? TRASFERIMENTI IMMMOBILIARI !!!!!!Cass. civ., Sez. Unite 29/07/2021, n. 21761 PRINCIPIO
Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

sono valide le clausole dell’accordo di divorzio a domanda congiunta, o di separazione consensuale, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, o di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi, o dei figli, al fine di assicurarne il mantenimento;

il suddetto accordo di divorzio o di separazione, in quanto inserito nel verbale d’udienza, redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato, assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo la sentenza di divorzio resa ai sensi della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, che, in relazione alle pattuizioni aventi ad oggetto le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, ha valore di pronuncia dichiarativa, ovvero dopo l’omologazione che lo rende efficace, valido titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c.; la validità dei trasferimenti immobiliari presuppone l’attestazione, da parte del cancelliere, che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui alla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis; non produce nullità del trasferimento, il mancato compimento, da parte dell’ausiliario, dell’ulteriore verifica circa l’intestatario catastale dei beni trasferiti e la sua conformità con le risultanze dei registri immobiliari”.

SEPARAZIONE ? DIVORZIO? BOLOGNA ? TRASFERIMENTI IMMMOBILIARI !!!!!!Cass. civ., Sez. Unite 29/07/2021, n. 21761 PRINCIPIO
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E si tratterebbe di accordi tipici, in quanto ancorati alle previsioni – valorizzate in un significato diametralmente opposto a quello propugnato dal primo orientamento – dell’art. 711 c.p.c. e della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, laddove si riferiscono, rispettivamente, alle “condizioni della separazione consensuale” e alle “condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici” delle parti. A tali contratti è attribuito il nome di “contratti della crisi coniugale” o di “contratti post-matrimoniali”.

3.2. La giurisprudenza di legittimità ha più volte affrontato la problematica dei trasferimenti di diritti reali immobiliari in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto in decisioni emesse, peraltro, con riferimento a contesti fattuali spesso differenti l’uno dall’altro, e non sempre affrontando tutti i complessi profili implicati dalle due fattispecie. Sicchè è intuibile l’esigenza – avvertita dall’ordinanza di rimessione – di fare piena chiarezza sull’intera questione, attraverso una decisione che – muovendo dalla vicenda inerente un giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario – fornisca, altresì, le coordinate interpretative per la risoluzione delle problematiche, del tutto simili, anche se non identiche, implicate dal contiguo – e non agevolmente disgiungibile sul piano dogmatico – istituto della separazione consensuale dei coniugi. E ciò tenuto conto anche del fatto che talune affermazioni di principio sono state emesse proprio con riferimento a casi di separazione incardinati quando ancora la legge sul divorzio non era entrata in vigore, e sono state – dipoi – traslate a fattispecie di divorzio successive.

SEPARAZIONE ? DIVORZIO? BOLOGNA ? TRASFERIMENTI IMMMOBILIARI !!!!!!Cass. civ., Sez. Unite 29/07/2021, n. 21761 PRINCIPIO
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3.2.1. Nelle prime decisioni in materia, sebbene il problema non sia stato consapevolmente e funditus affrontato, avendo tali pronunce ad oggetto la costituzione a favore del coniuge, in sede di separazione, di un diritto reale di abitazione, o il trasferimento di beni, ma con riferimento specifico alla necessità di integrazione del contributo al mantenimento del medesimo (Cass., 12/06/1963, n. 1594; Cass., 27/10/1972, n. 3299), o al riconoscimento della proprietà esclusiva di alcuni beni al coniuge, ma in funzione divisoria (Cass., 11/11/1992, n. 12110), non si è mancato, tuttavia, di rilevare la validità della clausola, con la quale i coniugi, nel verbale di separazione consensuale, riconoscano la proprietà esclusiva di singoli beni mobili ed immobili in favore dell’uno o dell’altra.

3.2.2. Fondamentale è, per contro, una successiva pronuncia, nella quale questa Corte ha affermato che sono da ritenersi pienamente valide le clausole dell’accordo di separazione che riconoscano ad uno, o ad entrambi i coniugi, la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, ovvero che ne operino il trasferimento a favore di uno di essi al fine di assicurarne il mantenimento. Il suddetto accordo di separazione, in quanto inserito nel verbale d’udienza (redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato), assume – per vero – forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c., e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo l’omologazione che lo rende efficace, titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c., senza che la validità di trasferimenti siffatti sia esclusa dal fatto che i relativi beni ricadono nella comunione legale tra coniugi. Lo scioglimento della comunione legale dei beni fra coniugi si verifica, infatti, con effetto “ex nunc”, dal momento del passaggio in giudicato della sentenza di separazione ovvero dell’omologazione degli accordi di separazione consensuale.

La pronuncia contiene poi l’affermazione di rilievo – ai fini della risoluzione della questione oggetto di esame in questa sede secondo cui la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare, espressamente previsto dagli artt. 150 e 158 c.c. e disciplinato nei suoi aspetti formali dall’art. 711 c.p.c., il quale ne prevede la documentazione nel verbale di udienza – redatto da un ausiliario del giudice ai sensi dell’art. 126 c.p.c. – e ne subordina l’efficacia all’omologazione, attribuita alla competenza del tribunale (Cass., 15/05/1997, n. 4306).

3.2.3. In senso contrario si era, in precedenza, espressa una pronuncia – rimasta, peraltro, isolata – secondo la quale, qualora i coniugi abbiano convenuto, nell’accordo di separazione, una donazione, l’omologazione non vale a rivestire l’atto negoziale della forma dell’atto pubblico, richiesto dall’art. 782 c.c., che gli artt. 2699 e 2700 c.c., impongono sia “redatto” e “formato” dal pubblico ufficiale (Cass., 08/03/1995, n. 2700). La decisione non chiarisce, tuttavia, l’aspetto fondamentale della questione, concernente la ragione per la quale il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi, sebbene redatto dal cancelliere – che è, a sua volta, un pubblico ufficiale – con le modalità di cui all’art. 126 c.p.c., non rivesta la natura di un atto pubblico.

3.2.4. Le statuizioni contenute nella pronuncia n. 4306/1997 hanno trovato, peraltro, conferma in tutta la giurisprudenza successiva, essendosi affermato – con riferimento ad una vicenda di proposizione dell’azione revocatoria – che gli accordi di separazione personale fra i coniugi, contenenti reciproche attribuzioni patrimoniali e concernenti beni mobili o immobili, rispondono, di norma, ad uno specifico spirito di sistemazione dei rapporti in occasione dell’evento di separazione consensuale che svela una sua “tipicità” propria. Tale tipicità – intesa in senso lato, con riferimento alla finalità, comune a questi accordi, di regolare i rapporti economici a seguito della crisi di coppia – ai fini della più particolare e differenziata disciplina di cui all’art. 2901 c.c., può colorarsi dei tratti dell’obiettiva onerosità piuttosto che di quelli della gratuità, in ragione dell’eventuale ricorrenza, o meno, nel concreto, dei connotati di una sistemazione solutorio-compensativa più ampia e complessiva, di tutta quella serie di possibili rapporti aventi significati, anche solo riflessi, patrimoniali maturati nel corso della quotidiana convivenza matrimoniale (Cass., 25/10/2019, n. 27409). In tale decisione, la Corte ha ribadito che il verbale in cui le parti avevano espresso le condizioni di separazione personale costituisse a seguito dell’omologa, ed in quanto atto pubblico – titolo per la trascrizione, a norma dell’art. 2657 c.c. (in senso sostanzialmente conforme, cfr. anche Cass., 15/04/2019, n. 10443).

Ma già in precedenza, nello stesso senso della pronuncia succitata e sempre con riferimento all’esperimento dell’azione revocatoria, la Corte aveva più volte conformemente statuito sui presupposti per l’utile esperimento di tale azione contro il trasferimento immobiliare concordato in sede di separazione consensuale o di divorzio congiunto, in tal modo riconoscendone quanto meno implicitamente – la validità (in tal senso, cfr. Cass., 23/03/2004, n. 5741Cass., 26/07/2005, n. 15603Cass., 14/03/2006, n. 5473Cass., 12/04/2006, n. 8516, con riferimento alla revocatoria fallimentare, Cass., 13/05/2008, n. 11914Cass., 10/04/2013, n. 8678Cass., 05/07/2018, n. 17612).

3.2.5. Altre decisioni di legittimità hanno recepito la distinzione tra “contenuto essenziale” e “contenuto eventuale”, elaborata dalla dottrina succitata, avendo statuito che la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, che trova solo “occasione” nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata. Ne consegue che questi ultimi accordi non sono suscettibili di modifica (o conferma) in sede di ricorso “ad hoc” ex art. 710 c.p.c., o anche in sede di divorzio, la quale può riguardare unicamente le clausole aventi causa nella separazione personale, ma non i patti autonomi, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c. (Cass., 19/08/2015, n. 16909Cass., 30/08/2019, n. 21839, che ha ammesso l’azione di simulazione nei confronti di un patto, contenuto nelle condizioni di separazione consensuale omologate, che prevedeva trasferimenti immobiliari tra le parti).

Ma al di là dalla precisazione, concernente il diverso contenuto degli accordi della crisi coniugale, va rilevato come venga anche da tali decisioni sostanzialmente ribadita l’ammissibilità dei patti di trasferimento di diritti reali in sede di separazione consensuale e di accordo congiunto di divorzio.

3.2.6. Di particolare interesse – ai fini della risoluzione della questione in esame, ed a prescindere dalla peculiarità della vicenda – si palesa, altresì, una recente pronuncia nella quale si è ritenuto che la previsione di cui alla L. n. 266 del 2005art. 1, comma 497 – che attribuisce alle persone fisiche che non agiscano nell’esercizio di attività commerciali, artistiche o professionali e che abbiano acquistato immobili ad uso abitativo e relative pertinenze, la facoltà di optare per la liquidazione delle imposte di registro, ipotecarie e catastali, ai sensi del D.P.R. n. 131 del 1986art. 52, commi 4 e 5 e quindi sulla base della rendita catastale – operi anche nel caso in cui il trasferimento (nella specie, cessione di quote di una casa di civile abitazione) avvenga in via transattiva davanti all’autorità giudiziaria. Ed invero – si afferma – il verbale di conciliazione giudiziale presenta tutti gli elementi essenziali dell’atto di compravendita, essendo il giudice, al pari di un notaio, un pubblico ufficiale ed assumendo detto verbale il valore di vero e proprio atto pubblico (Cass., 30/10/2020, n. 24087).

In tale decisione la Corte perviene, pertanto, all’equiparazione, sotto i profili del contenuto e della forma, delle cessioni di immobili abitativi perfezionate con atto notarile e dei trasferimenti effettuati in sede di conciliazione giudiziale, proprio sulla scorta della giurisprudenza succitata in materia di trasferimenti concordati in sede di separazione consensuale e divorzio congiunto.

3.2.7. Ulteriori implicite conferme in tal senso provengono, peraltro, anche da una serie di decisioni in materia fiscale, concernenti l’applicazione del disposto della L. 6 marzo 1987, n. 74art. 19, che, nel testo risultante dalle pronunce di illegittimità costituzionale nn. 176 del 1992 e 154 del 1999, stabilisce l’esenzione “dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa” per tutti i provvedimenti giudiziali resi nelle cause di divorzio o di separazione dei coniugi. Si è, invero, affermato che le agevolazioni di cui alla L. n. 74 del 1987art. 19, operano con riferimento a tutti gli atti e convenzioni che i coniugi pongono in essere nell’intento di regolare sotto il controllo del giudice i loro rapporti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla separazione personale, ivi compresi gli accordi che contengono il riconoscimento o il trasferimento della proprietà esclusiva di beni mobili ed immobili all’uno o all’altro coniuge. Tale agevolazione si estende ad ogni tipo di “tassazione”, indipendentemente dalla natura di imposta o di tassa in senso proprio del tributo concretamente in discussione (Cass., 22/05/2002, n. 7493; Cass., 28/10/2003, n. 16171; Cass. 03/02/2016, n. 2111).

E l’esenzione è stata riconosciuta anche agli atti stipulati a seguito dell’assunzione del solo obbligo di trasferimento in sede di separazione consensuale o di divorzio congiunto, in favore di alcuno dei coniugi o dei figli, senza che sia posto in essere dalle parti un accordo traslativo definitivo (Cass., 28/06/2013, n. 16348Cass., 30/05/2005, n. 11458).

3.2.8. Del tutto incontroversa, nella giurisprudenza di questa Corte, è peraltro l’ammissibilità – sul piano generale, anche a prescindere dalla materia fiscale – della sola assunzione dell’obbligo di trasferire la proprietà di un bene, o altro diritto reale, con gli accordi di separazione o di divorzio. Sotto tale profilo, può anzi affermarsi che qualsiasi clausola che sia in grado di soddisfare gli interessi delle parti a regolare consensualmente – in quel particolare e delicato contesto costituito dalla crisi coniugale – gli aspetti economici della vicenda in atto, sia essa di mero accertamento della proprietà di un bene immobile, ovvero di cessione definitiva del bene stesso, o ancora di assunzione dell’obbligo di trasferirlo, è stata ritenuta egualmente ammissibile e valida dalla giurisprudenza di legittimità.

3.2.8.1. In tal senso, si è statuito, infatti, che è di per sè valida la clausola dell’accordo di separazione che contenga l'”impegno” di uno dei coniugi, al fine di concorrere al mantenimento del figlio minore, di trasferire, in suo favore, la piena proprietà di un bene immobile, trattandosi di pattuizione che dà vita ad un “contratto atipico”, distinto dalle convenzioni matrimoniali ex art. 162 c.c. e dalle donazioni, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico, ai sensi dell’art. 1322 c.c. (Cass. 17/06/2004, n. 11342).

3.2.8.2. Nella medesima prospettiva si pone l’affermazione secondo cui l’obbligo di mantenimento nei confronti della prole ben può essere adempiuto con l’attribuzione definitiva di beni, o con l’impegno ad effettuare detta attribuzione, piuttosto che attraverso una prestazione patrimoniale periodica, sulla base di accordi costituenti espressione di autonomia contrattuale, con i quali vengono, peraltro, regolate solo le concrete modalità di adempimento di una prestazione comunque dovuta. Si è precisato, pertanto, che la pattuizione conclusa in sede di separazione personale dei coniugi non esime il giudice, chiamato a pronunciarsi nel giudizio di divorzio, dal verificare se essa abbia avuto ad oggetto la sola pretesa azionata nella causa di separazione ovvero se sia stata conclusa a tacitazione di ogni pretesa successiva, e, in tale seconda ipotesi, dall’accertare se, nella sua concreta attuazione, essa abbia lasciato anche solo in parte inadempiuto l’obbligo di mantenimento nei confronti della prole, in caso affermativo emettendo i provvedimenti idonei ad assicurare detto mantenimento (Cass., 02/02/2005, n. 2088).

L’obbligo di mantenimento dei figli minori (ovvero maggiorenni non autosufficienti) può essere, per vero, legittimamente adempiuto dai genitori – nella crisi coniugale – mediante un accordo che, in sede di separazione personale o di divorzio, attribuisca direttamente – o impegni il promittente ad attribuire – la proprietà di beni mobili o immobili ai figli, senza che tale accordo (formalmente rientrante nelle previsioni, rispettivamente, degli artt. 155158711 c.c. e della L. n. 898 del 1970artt. 4 e 6 e sostanzialmente costituente applicazione della “regula iuris” di cui all’art. 1322 c.c., attesa la indiscutibile meritevolezza di tutela degli interessi perseguiti) integri gli estremi della liberalità donativa, ma assolvendo esso, di converso, ad una funzione solutorio-compensativa dell’obbligo di mantenimento. L’accordo in parola, comporta l’immediata e definitiva acquisizione al patrimonio dei figli della proprietà dei beni che i genitori abbiano loro attribuito, o si siano impegnati ad attribuire; di talchè, in questa seconda ipotesi, il correlativo obbligo, è suscettibile di esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c. (Cass., 21/02/2006, n. 3747Cass., 23/09/2013, n. 21736, secondo cui tale pattuizione non è affetta da nullità, non essendo in contrasto con norme imperative, nè con diritti indisponibili).

E’ indifferente, in definitiva, nella giurisprudenza di questa Corte, la modalità con la quale il regolamento di interessi avvenga, purchè esso sia idoneo a garantire un soddisfacente assetto dei rapporti tra le parti – per un futuro nel quale la convivenza coniugale si avvia verso un esito di separazione o di scioglimento – in tempi ragionevoli che consentano di chiudere la crisi al più presto, quanto meno sul piano economico. Ed in tale prospettiva – come in seguito si dirà – lo strumento più adeguato si palesa proprio il trasferimento immobiliare definitivo, escluso invece – nel caso di specie – dalla sentenza impugnata.

Una ulteriore chiara indicazione in senso favorevole all’ammissibilità degli accordi traslativi in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto proviene, infine, da una pronuncia in materia di “negoziazione assistita”, secondo la quale, ogni qualvolta l’accordo stabilito tra i coniugi, al fine di giungere ad una soluzione consensuale della separazione personale, ricomprenda anche il trasferimento di uno o più diritti di proprietà su beni immobili, la disciplina di cui al D.L. n. 132 del 2014art. 6, convertito dalla L. n. 162 del 2014, deve necessariamente integrarsi con quella di cui del medesimo D.L. n. 132, art. 5, comma 3. Ne consegue che, per procedere alla trascrizione dell’accordo di separazione, contenente anche un atto negoziale comportante un trasferimento immobiliare, è necessaria l’autenticazione del verbale di accordo da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato, ai sensi dell’art. 5, comma 3, succitato (Cass., 21/01/2020, n. 1202).

La pronuncia costituisce, non soltanto una conferma dell’ammissibilità di siffatti accordi nella sistemazione dei rapporti economici nella crisi coniugale, ma anche della non esclusività della funzione certificatoria in capo al notaio, essendo a quest’ultimo equiparabile qualunque pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

In senso contrario rispetto alle coordinate interpretative tracciate dalla giurisprudenza di legittimità, si è – per contro espressa la maggior parte delle pronunce rese dai giudici di merito, prevalentemente orientati a negale le possibilità di intese immediatamente traslative all’interno del verbale di separazione consensuale o di divorzio congiunto.

3.3.1. Riprendendo la distinzione – come si è visto, operata dalla dottrina e della giurisprudenza di legittimità – tra contenuto necessario e contenuto eventuale degli accordi di separazione, la maggior parte delle decisioni ha ritenuto, invero, che quest’ultimo non possa ricomprendere negoziazioni prive dei requisiti formali e sostanziali necessari per la loro validità, come gli atti traslativi definitivi, ciò rientrando in un dovere funzionale volto al rispetto dei principi generali dell’ordinamento, segnatamente in materia di trascrizione di tali atti e di certezza e regolarità dei trasferimenti immobiliari. Le parti, in tale prospettiva, ben potrebbero integrare le clausole costituenti il contenuto necessario delle pattuizioni di separazione e di divorzio, ma dovrebbero ricorrere “alla tecnica obbligatoria”, e non a quella reale, pena la possibile vanificazione dello strumento di tutela prescelto” Tale soluzione, si afferma, sarebbe ora confermata dalla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis, con il quale la legge avrebbe demandato al notaio, e non ad altri operatori, il compito della individuazione e della verifica catastale, nella fase di stesura degli atti traslativi, in tal modo mostrando di voler concentrare, nell’alveo naturale del rogito notarile, il controllo indiretto statale sugli atti di trasferimento immobiliare, a tutela degli interessi ad essi sottesi. Nè il giudice potrebbe, nemmeno in sede di volontaria giurisdizione, svolgere alcun potere certificativo e attributivo della pubblica fede alle dichiarazioni negoziali delle parti (ex plurimis, Trib. Milano, 06/12/2009, in Fam. dir., 2011, 937; Trib. Milano, 21/05/2013, in Fam. Dir., 2014, 600 e ss.; Trib. Firenze, 29/09/1989, in Riv. not., 1992, 595; Trib. Firenze, 07/02/1992, in Dir. fam e pers., 1992, 731). Per il che, il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi non costituirebbe nè atto pubblico, nè scrittura privata autenticata, bensì una semplice scrittura privata, la cui efficacia nei confronti del terzi è sottoposta alla necessaria ripetizione del contratto nella forma dell’atto pubblico notarile, ai fini della trascrizione ai sensi dell’art. 2657 c.c. (Trib. Napoli, 16/04/1997, in Fam. Dir., 1997, 420).

In tale orientamento si iscrivono altresì le decisioni – emesse nel caso di specie – dal Tribunale di Pesaro n. 933/2016 e dalla Corte d’appello di Ancona n. 583/2017.

3.3.2. Sebbene la giurisprudenza di merito, e le prassi ed i protocolli – uno di essi menzionato dai ricorrenti, relativo al Tribunale di Pesaro – si siano espressi in massima parte in senso contrario all’ammissibilità dei trasferimenti immobiliari ad effetti reali in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto, non mancano, tuttavia, diverse decisioni di segno contrario, conformi alla giurisprudenza di legittimità succitata.

Si è affermato, infatti, in tal senso, che la clausola di un accordo traslativo della proprietà di un bene immobile, in quanto inserita nel verbale d’udienza, assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo l’omologazione che lo rende efficace, titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c.. Il verbale di separazione consensuale, contenente clausole relative al trasferimento di immobili tra i coniugi, costituisce invero un vero e proprio contratto atipico, con cui le parti intendono attuare un regolamento dei loro rapporti in occasione della separazione, ed è un atto pubblico costituente valido titolo per la trascrizione (Trib. Salerno, 04/07/2006, in Fam e dir., 2007, 63; Trib. Pistoia, 01/02/1996, in Riv. not., 1997, 1421; App. Genova, 27/05/1997, in Dir. fam. e pers., 1998, 572; App. Milano, 12/01/2010, in Fam. dir., 2011, 589).

Tale essendo il quadro dottrinale e giurisprudenziale di riferimento, ritengono queste Sezioni Unite che l’orientamento secondo il quale in sede di divorzio congiunto e di separazione consensuale siano ammissibili accordi tra le parti, che non si limitino all’assunzione di un mero obbligo preliminare, ma attuino in via diretta ed immediata il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi, meriti di essere condiviso e confermato, con le precisazioni che si passa ad esporre.

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Svolgimento del processo

  1. Con ricorso congiunto depositato presso il Tribunale di Pesaro il 6 luglio 2016, G.R. e R.I. chiedevano pronunciarsi la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, celebrato dai medesimi in (OMISSIS), e dal quale erano nati i figli S. ed E.. I coniugi avevano acquistato, durante il matrimonio, un appartamento sito in (OMISSIS), cointestato al 50%, destinandolo, poi, a casa coniugale. Desiderando comporre in via definitiva ogni questione patrimoniale conseguente alla crisi coniugale – che aveva già dato luogo a separazione consensuale, omologata dal Tribunale di Pesaro con Decreto del 9 marzo 2012 – “senza differenziazione nei tempi di perfezionamento”, i coniugi addivenivano, pertanto, al seguente accordo: a) il G. si obbligava a versare l’assegno divorzile a favore della R., nonchè direttamente ai figli maggiorenni, ma non economicamente autosufficienti, il contributo per il loro mantenimento; b) il medesimo trasferiva a favore dei figli la nuda proprietà, in relazione alla sua quota del 50%, dell’immobile sito in (OMISSIS), nonchè, a favore della R., dell’usufrutto sulla propria quota dell’immobile predetto.

1.1. Con il ricorso, i coniugi producevano, altresì, oltre alla dichiarazione del G. in ordine alla conformità allo stato di fatto dell’immobile dei dati catastali e delle planimetrie ed alla conformità dell’intestazione catastale alle risultanze dei registri immobiliari, una perizia tecnica giurata, con allegati l’attestato di prestazione energetica, la dichiarazione di conformità dell’impianto termico alle prescrizioni legali, la visura e la planimetria catastale dell’appartamento e del garage. I coniugi si impegnavano, inoltre, ad effettuare a loro cura e spese la trascrizione e le ulteriori formalità di pubblicità immobiliare, nonchè le conseguenti volture presso gli uffici competenti, esonerando il cancelliere da ogni responsabilità, ed a depositare presso la cancelleria la ricevuta di avvenuta presentazione della richiesta di pubblicità immobiliare, nonchè la successiva nota di trascrizione rilasciata dall’Agenzia del territorio.

Nel procedimento intervenivano, altresì, ad adiuvandum, i figli dei ricorrenti, esprimendo il loro pieno consenso agli accordi in ordine al loro mantenimento, in essi compresi i trasferimenti immobiliari operati dal genitore.

1.2. Successivamente al deposito del ricorso, la cancelleria comunicava agli istanti una richiesta di chiarimenti del Presidente del Tribunale, in relazione ai trasferimenti immobiliari contenuti nelle condizioni di divorzio congiunto. Seguiva nota con la quale il G. e la R., nonchè i figli S. ed E., chiarivano anzitutto che l’accordo raggiunto “rappresentava una reale tutela soprattutto per i soggetti più deboli dal punto di vista economico (cioè la moglie ed i figli) in quanto avrebbe garantito che il patrimonio conseguito nel corso del matrimonio non venisse disperso, ma conservato a favore dei membri della famiglia di origine” (p. 4 del ricorso per cassazione).

I ricorrenti dichiaravano, inoltre, di essere al corrente del contenuto del decreto del Presidente del Tribunale di Pesaro, con il quale si escludeva la possibilità di inserire nelle domande congiunte di divorzio disposizioni accessorie, aventi ad oggetto trasferimenti immobiliari a qualsiasi titolo, “a causa di problematiche organizzative”. Gli istanti evidenziavano, tuttavia, che la diversa opzione – consentita dalla prassi del Tribunale di Pesaro – di inserire negli accordi di divorzio un mero accordo preliminare di vendita, oltre a comportare un esborso per l’atto notarile definitivo, implicava l’accettazione del rischio che se una delle parti si fosse successivamente sottratta all’accordo, per una qualsiasi ragione, si sarebbe dovuto instaurare un contenzioso – mediante proposizione dell’azione di esecuzione specifica ex art. 2932 c.c. – dalla durata e dagli esiti incerti, con grave pregiudizio per i ricorrenti e per i loro figli.

1.3. All’udienza del 28 novembre 2016, nella quale comparivano sia i coniugi che i figli, i ricorrenti insistevano nella richiesta di divorzio alle condizioni indicate nel ricorso congiunto, ivi comprese quelle relative ai trasferimenti immobiliari, e solo in via del tutto subordinata, in considerazione della manifestata contrarietà espressa dal Tribunale adito, chiedevano di considerare tali trasferimenti come impegni preliminari di vendita e di acquisto.

Il verbale veniva, quindi, sottoscritto da tutti i presenti.

1.4. Con sentenza n. 933/2016, depositata il 13 dicembre 2016, il Tribunale di Pesaro pronunciava la cessazione degli effetti civili del matrimonio, contratto dai ricorrenti in (OMISSIS), stabilendo espressamente, peraltro, che “i trasferimenti previsti nelle condizioni sono da intendersi impegni preliminari di vendita ed acquisto”.

  1. Con sentenza n. 583/2017, depositata il 18 aprile 2017, la Corte d’appello di Ancona rigettava il gravame proposto dal G. e dalla R., confermando la statuizione del Tribunale secondo cui i trasferimenti dei diritti reali previsti nelle condizioni di divorzio sono da considerarsi impegni preliminari di vendita ed acquisto, e non trasferimenti immobiliari definitivi, con effetto traslativo immediato.
  2. Avverso tale decisione hanno, quindi, proposto ricorso per cassazione congiunto G.R. ed R.I., affidato a tre motivi, illustrati con memoria. Il Procuratore Generale ha concluso per il rigetto del ricorso.
  3. Con ordinanza interlocutoria n. 3089/2020, depositata il 10 febbraio 2020, la prima sezione civile di questa Corte, ritenuto che, per il rilevante impatto che l’interpretazione delle norme sottoposte al giudizio della Corte – involgenti profili relative all’autonomia delle parti in sede della determinazione degli accordi della “crisi coniugale” aventi ad oggetto trasferimenti immobiliari (artt. 13221376c.c.), l’interpretazione di tali accordi (artt. 1362 c.c. e segg.), ed il ruolo svolto dal notaio in relazione all’identificazione catastale dell’immobile ed alla sua conformità alle risultanze dei registri immobiliari (D.L. 31 maggio 2010, n. 78art. 19) – può avere sulla giurisprudenza nazionale che, peraltro, sulla questione è pervenuta a conclusioni non univoche, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, ai sensi degli artt. 374 e 376 c.p.c., trattandosi di questione di massima di particolare importanza.
  4. Fissata la pubblica udienza dal Primo Presidente per la data dell’11 maggio 2021, il Procuratore Generale ha concluso per il rigetto del ricorso.

Motivi della decisione

  1. Con i tre motivi di ricorso – che, per la loro evidente connessione, vanno esaminati congiuntamente – G.R. ed R.I. denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 132213621376c.c., nonchè del D.L. n. 78 del 2010art. 19, convertito nella L. 30 luglio 2010, n. 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

1.1. I ricorrenti censurano l’impugnata sentenza nella parte in cui ha condiviso l’opzione ermeneutica fatta propria da diverse decisioni di merito, affermando che le parti, nell’esercizio della loro autonomia contrattuale, ben possono “integrare le tipiche clausole di separazione e divorzio (figli, assegni, casa coniugale) con clausole che si prefiggono di trasferire tra i coniugi o in favore di figli diritti reali immobiliari o di costituire iura in re aliena su immobili ricorrendo esclusivamente alla tecnica obbligatoria, che consente l’applicazione dell’art. 2932 c.c. e non a quella reale, pena la possibile vanificazione dello strumento di tutela prescelto”.

Osservano, per contro, gli istanti che siffatta opzione ermeneutica costituisce violazione del disposto dell’art. 1322 c.c., laddove consente – nell’ottica della massima espansione dell’ambito di applicazione dell’autonomia privata – la possibilità per le parti, e quindi anche per i coniugi in sede di determinazione dei cd. “accordi della crisi coniugale”, di concludere pattuizioni atipiche, meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico. L’indirizzo interpretativo – per lo più seguito dai giudici di merito – collide, peraltro, ad avviso dei ricorrenti, anche con il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, che si è ripetutamente pronunciato in senso contrario. Gli istanti ricordano, invero, come si sia più volte affermato – nella giurisprudenza di questa Corte – che l’accordo delle parti in sede di separazione e di divorzio ha natura certamente negoziale, e può dare vita a pattuizioni atipiche meritevoli di tutela, che ben possono avere ad oggetto – essendo soddisfatta, mediante l’inserimento nel ricorso sottoscritto da entrambe le parti, poi trasfuso nel verbale di udienza sottoscritto dalle medesime, il requisiti della forma scritta ex art. 1350 c.c. – anche trasferimenti di proprietà su immobili, o altri diritti reali.

1.2. La decisione impugnata non terrebbe, poi, in alcun conto la volontà, inequivocabilmente espressa dai coniugi e dai figli, di voler realizzare in via immediata – e non prevedendosi un mero obbligo di trasferimento – il passaggio del diritto di proprietà sull’immobile adibito a casa coniugale a favore dei figli, nonchè il trasferimento del diritto di usufrutto dal G. alla R., al fine di definire senza differimenti pregiudizievoli per tutti gli interessati – ogni questione relativa ai profili economici della crisi coniugale.

Di tale chiara e legittima espressione della volontà delle parti la Corte d’appello non avrebbe tenuto conto, in tal modo violando anche il disposto degli artt. 1362 e 1376 c.c..

1.3. L’impugnata pronuncia sarebbe, infine, incorsa – a parere degli esponenti – nella violazione del D.L. n. 78 del 2010art. 19, convertito nella L. n. 1 del 2010, laddove prevede che il notaio deve effettuare la verifica catastale degli immobili da trasferire. L Corte territoriale avrebbe, per vero, erroneamente opinato che il legislatore abbia inteso demandare a detto professionista, e non anche ad altri operatori, “il compito della individuazione e della verifica catastale nella fase di stesura degli atti traslativi così concentrando, nell’alveo naturale del rogito notarile, il controllo indiretto statale a presidio degli interessi pubblici coinvolti, senza che tale attività possa essere sostituita da quella di altri operatori, tra i quali il giudice” (pp. 3 e 4 della sentenza di appello)..

1.3.1. Osservano, per contro, i ricorrenti che anzitutto, nel caso concreto, il G. aveva dichiarato la conformità dello stato di fatto dell’immobile ad i dati catastali ed alle planimetrie allegate, e che l’intestazione catastale era conforme alle risultanze dei registri immobiliari. Le parti avevano, poi, prodotto perizia giurata dalla quale era possibile desumere ulteriormente siffatte conformità, oltre a tutta la documentazione necessaria per il trasferimento immobiliare, come le planimetrie degli immobili (appartamento e garage) e le dichiarazioni di conformità a legge degli impianti elettrico e termico, obbligandosi, inoltre, a curare a proprie spese esonerando il cancelliere da ogni responsabilità al riguardo – le formalità richieste per la trascrizione del trasferimento immobiliare. Per il che tutti gli adempimenti che la norma del D.L. n. 78 del 2010art. 19, pone a carico del notaio, sarebbero stati effettuati dalle stesse parti.

1.3.2. Rilevano, altresì, gli esponenti che la decisione impugnata non terrebbe conto del fatto che la norma del D.L. n. 78 del 2010art. 19, riguarda i soli casi nei quali le parti abbiano inteso effettuare il trasferimento di diritti reali con atto notarile, laddove detta disposizione non trova applicazione qualora le parti abbiano effettuato il trasferimento con scrittura privata – in relazione alla quale il notaio si limita ad autenticare la firma dei contraenti. Il che è, del resto, certamente consentito dall’art. 1350 c.c., che si limita a richiedere per i trasferimenti in questione la forma scritta ad substantiam, senza operare distinzione alcuna tra atto pubblico e scrittura privata.

1.3.3. Nè potrebbe opporsi a tali considerazioni il rilievo della impossibilità di trascrivere l’atto in tal modo concluso, non rientrando siffatto accordo nelle categorie di atti trascrivibili, ai sensi dell’art. 2657 c.c. Osservano, per vero, i ricorrenti che nella specie la parti, oltre ad avere sottoscritto l’accordo di divorzio contenuto nel ricorso, con firma autenticata dal difensore, avevano poi nuovamente sottoscritto il verbale di udienza del 28 novembre 2016, riportandosi alle condizioni dell’accordo, ed il verbale – costituente atto pubblico ex art. 2699 c.c. – era stato redatto dal cancelliere (pubblico ufficiale) che aveva, in tal modo, certificato l’identità dei presenti e la veridicità delle dichiarazioni rese. Sicchè il verbale di udienza, debitamente autenticato, già costituirebbe titolo valido per la trascrizione. In ogni caso, osservano gli istanti, la sentenza di divorzio è direttamente trascrivibile, ai sensi dell’art. 2657 c.c..

  1. Su tali specifici profili – dedotti dai ricorrenti – l’ordinanza di rimessione n. 3089/2020 ha investito queste Sezioni Unite rilevando, anzitutto, che la soluzione adottata dalla sentenza di appello, nel senso dell’inderogabilità della verifica di conformità ipocatastale da parte del notaio, oltre ad essere contraria all’indirizzo prevalente nella giurisprudenza di legittimità, chiaramente ed univocamente incline a ritenere ammissibili – nell’esercizio dell’autonomia privata ex art. 1322c.c. – i trasferimenti immobiliari operati dalle parti in sede di divorzio e di separazione consensuale, non è pacificamente seguita neppure dai giudici di merito.

2.1. Rileva, al riguardo, l’ordinanza di rimessione che la disposizione di cui al comma 1 bis, aggiunto della L. n. 52 del 1985art. 29D.L. n. 78 del 2010art. 19, comma 14, convertito nella L. 30 luglio 2010, n. 122, ha, difatti, dato luogo a contrasti interpretativi fra i giudici di merito. Per intanto, va rilevato che la sanzione della nullità colpisce – come si evince dai primi due periodi del testo della norma – solo l’identificazione catastale, il riferimento alle planimetrie depositate e la dichiarazione resa dagli intestatari della conformità dello stato di fatto ai dati catastali ed alle planimetrie; dichiarazione che peraltro può essere sostituita – come è accaduto nel caso di specie – da un’attestazione rilasciata da un tecnico abilitato. Per converso, non è prevista a pena di nullità la previsione – contenuta nel terzo periodo – secondo cui il notaio deve individuare, prima della stipula dell’atto, gli intestatari catastali e verificare la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari.

2.2. La nullità prevista – secondo l’ordinanza di rimessione riguarda, dunque, l’assenza dei requisiti ed ha “carattere oggettivo”, poichè è “rivolta a prevenire e sanzionare atti che non siano conformi allo stato di fatto dell’immobile, in relazione ad eventuali violazioni della disciplina urbanistica”. Il controllo sulla identità degli intestatari catastali e sulla loro conformità alle risultanze dei registri immobiliari – non espressamente sanzionato, in caso di omissione, con la nullità dell’atto – non esclude, pertanto, il permanere della nullità oggettiva dell’atto medesimo, nonostante l’intervento del notaio, qualora gli adempimenti richiesti dalla prima parte della norma non siano stati effettuati.

Di qui la necessità che l’atto traslativo – anche di diritti reali diversi dal diritto di proprietà, venendo in considerazione nella specie il diritto di usufrutto – contenuto nel verbale di separazione consensuale o nella sentenza che recepisce l’accordo divorzile, contengano i requisiti previsti dalla menzionata norma a pena di nullità, “ma la verifica che la norma rimette al notaio può essere svolta da un ausiliario del giudice dal momento che la validità dell’atto deriva esclusivamente dalla conformità alle prescrizioni normative” (p. 7 dell’ordinanza di rimessione).

2.3. Siffatta conclusione sarebbe, peraltro, confortata – a parere del collegio rimettente – dalla previsione, sebbene non direttamente applicabile ai conflitti familiari, della L. n. 162 del 2014, art. 5 (sulla cd. “negoziazione assistita”), che esclude la necessità del ricorso al notaio anche quando le parti, con l’accordo che compone la controversia, concludono uno dei contratti che vanno trascritti ai sensi dell’art. 2643 c.c., limitandosi la norma a prevedere che per procedere alla trascrizione “la sottoscrizione del processo verbale di accordo deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato” (p. 8).

  1. Il ricorso è fondato.

3.1. La questione relativa alla possibilità per le parti di introdurre – negli accordi di separazione consensuale o di divorzio congiunto, ferme talune differenze tra i due atti, sulle quali si tornerà – clausole diverse da quelle facenti parte del contenuto necessario di tali accordi, ha ricevuto da parte della dottrina risposte diverse ed articolate.

3.1.1. Una parte degli autori si è attestata su posizioni di maggiore chiusura, affermando che gli accordi tra i coniugi in sede di divorzio congiunto o di separazione consensuale non potrebbero avere un contenuto diverso da quello necessario, che si riferisce nel dettato delle norme che disciplinano le due diverse fattispecie all’affidamento dei figli minori ed al loro mantenimento, all’esercizio della responsabilità genitoriale, all’assegnazione della casa coniugale, all’eventuale mantenimento del coniuge, e comunque alla disciplina di tutte quelle situazioni che avrebbero potuto costituire oggetto della statuizione del giudice. Tale opzione interpretativa si fonda, per il divorzio, sul tenore letterale della disposizione di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898art. 4, comma 16, che fa riferimento – quale contenuto della domanda congiunta – alla compiuta indicazione delle “condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici”, nonchè, per la separazione, sul disposto dell’art. 158 c.c., artt. 710 e 711 c.p.c., nei quali si fa riferimento all'”accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli”, ed ai “provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione”, che possono essere modificati in ogni tempo su istanza delle parti.

Secondo i sostenitori di questa tesi, pertanto, non vi sarebbe spazio per i trasferimenti immobiliari nè in sede di separazione consensuale, nè in sede di divorzio. Solo il notaio potrebbe, invero, ricevere i negozi giuridici traslativi di diritti reali, quand’anche l’esigenza della loro stipulazione sia originata dalla crisi coniugale; sicchè – seppure riportati nel verbale del giudizio – tali accordi traslativi non potrebbero comunque essere trascritti.

3.1.2. Altri autori – pur ritenendo in astratto valido l’accordo immediatamente traslativo di beni immobili in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto – ritengono comunque preferibile adottare la “procedura bifasica” (assunzione dell’obbligo di trasferire in sede giudiziale e redazione dell’atto notarile in esecuzione dell’obbligo assunto) in ragione dell’elevato rischio di errori invalidanti, connesso agli adempimenti e alle verifiche richiesti per gli atti immediatamente traslativi (indicazioni urbanistiche, attestazioni di prestazione energetica e certificazione catastale).

3.1.3. Altra dottrina – in un’ottica di maggiore apertura, dettata dalla necessità di tenere conto del contesto peculiare nel quale si sviluppano siffatti accordi traslativi, dettati dall’esigenza di porre fine quanto prima, e senza il rischio di successivi ripensamenti pregiudizievoli per la stabilità, già precaria, della situazione familiare – si spinge fino a valutare unitariamente e complessivamente tutte le condizioni della separazione (o del divorzio), ed arriva ad attribuire ad esse una comune connotazione di tipicità, cui fa conseguire una disciplina unitaria. In particolare, secondo tale tesi, occorrerebbe tenere conto del carattere di “negoziazione globale” che la coppia in crisi attribuisce al momento della “liquidazione” del rapporto coniugale di fronte alla necessità di valutare gli infiniti e complessi rapporti di dare-avere che la protratta convivenza genera, operando una ricostruzione che, in luogo di una miriade di possibili accordi innominati, faccia perno, invece, sull’individuazione di un vero e proprio contratto di definizione della crisi coniugale o, più esattamente, dei suoi aspetti patrimoniali. Tale contratto dovrebbe abbracciare ogni forma di costituzione e di trasferimento di diritti patrimoniali, compiuti con o senza controprestazione, in occasione della crisi coniugale.

E si tratterebbe di accordi tipici, in quanto ancorati alle previsioni – valorizzate in un significato diametralmente opposto a quello propugnato dal primo orientamento – dell’art. 711 c.p.c. e della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, laddove si riferiscono, rispettivamente, alle “condizioni della separazione consensuale” e alle “condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici” delle parti. A tali contratti è attribuito il nome di “contratti della crisi coniugale” o di “contratti post-matrimoniali”.

3.2. La giurisprudenza di legittimità ha più volte affrontato la problematica dei trasferimenti di diritti reali immobiliari in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto in decisioni emesse, peraltro, con riferimento a contesti fattuali spesso differenti l’uno dall’altro, e non sempre affrontando tutti i complessi profili implicati dalle due fattispecie. Sicchè è intuibile l’esigenza – avvertita dall’ordinanza di rimessione – di fare piena chiarezza sull’intera questione, attraverso una decisione che – muovendo dalla vicenda inerente un giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario – fornisca, altresì, le coordinate interpretative per la risoluzione delle problematiche, del tutto simili, anche se non identiche, implicate dal contiguo – e non agevolmente disgiungibile sul piano dogmatico – istituto della separazione consensuale dei coniugi. E ciò tenuto conto anche del fatto che talune affermazioni di principio sono state emesse proprio con riferimento a casi di separazione incardinati quando ancora la legge sul divorzio non era entrata in vigore, e sono state – dipoi – traslate a fattispecie di divorzio successive.

3.2.1. Nelle prime decisioni in materia, sebbene il problema non sia stato consapevolmente e funditus affrontato, avendo tali pronunce ad oggetto la costituzione a favore del coniuge, in sede di separazione, di un diritto reale di abitazione, o il trasferimento di beni, ma con riferimento specifico alla necessità di integrazione del contributo al mantenimento del medesimo (Cass., 12/06/1963, n. 1594; Cass., 27/10/1972, n. 3299), o al riconoscimento della proprietà esclusiva di alcuni beni al coniuge, ma in funzione divisoria (Cass., 11/11/1992, n. 12110), non si è mancato, tuttavia, di rilevare la validità della clausola, con la quale i coniugi, nel verbale di separazione consensuale, riconoscano la proprietà esclusiva di singoli beni mobili ed immobili in favore dell’uno o dell’altra.

3.2.2. Fondamentale è, per contro, una successiva pronuncia, nella quale questa Corte ha affermato che sono da ritenersi pienamente valide le clausole dell’accordo di separazione che riconoscano ad uno, o ad entrambi i coniugi, la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, ovvero che ne operino il trasferimento a favore di uno di essi al fine di assicurarne il mantenimento. Il suddetto accordo di separazione, in quanto inserito nel verbale d’udienza (redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato), assume – per vero – forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c., e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo l’omologazione che lo rende efficace, titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c., senza che la validità di trasferimenti siffatti sia esclusa dal fatto che i relativi beni ricadono nella comunione legale tra coniugi. Lo scioglimento della comunione legale dei beni fra coniugi si verifica, infatti, con effetto “ex nunc”, dal momento del passaggio in giudicato della sentenza di separazione ovvero dell’omologazione degli accordi di separazione consensuale.

La pronuncia contiene poi l’affermazione di rilievo – ai fini della risoluzione della questione oggetto di esame in questa sede secondo cui la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare, espressamente previsto dagli artt. 150 e 158 c.c. e disciplinato nei suoi aspetti formali dall’art. 711 c.p.c., il quale ne prevede la documentazione nel verbale di udienza – redatto da un ausiliario del giudice ai sensi dell’art. 126 c.p.c. – e ne subordina l’efficacia all’omologazione, attribuita alla competenza del tribunale (Cass., 15/05/1997, n. 4306).

3.2.3. In senso contrario si era, in precedenza, espressa una pronuncia – rimasta, peraltro, isolata – secondo la quale, qualora i coniugi abbiano convenuto, nell’accordo di separazione, una donazione, l’omologazione non vale a rivestire l’atto negoziale della forma dell’atto pubblico, richiesto dall’art. 782 c.c., che gli artt. 2699 e 2700 c.c., impongono sia “redatto” e “formato” dal pubblico ufficiale (Cass., 08/03/1995, n. 2700). La decisione non chiarisce, tuttavia, l’aspetto fondamentale della questione, concernente la ragione per la quale il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi, sebbene redatto dal cancelliere – che è, a sua volta, un pubblico ufficiale – con le modalità di cui all’art. 126 c.p.c., non rivesta la natura di un atto pubblico.

3.2.4. Le statuizioni contenute nella pronuncia n. 4306/1997 hanno trovato, peraltro, conferma in tutta la giurisprudenza successiva, essendosi affermato – con riferimento ad una vicenda di proposizione dell’azione revocatoria – che gli accordi di separazione personale fra i coniugi, contenenti reciproche attribuzioni patrimoniali e concernenti beni mobili o immobili, rispondono, di norma, ad uno specifico spirito di sistemazione dei rapporti in occasione dell’evento di separazione consensuale che svela una sua “tipicità” propria. Tale tipicità – intesa in senso lato, con riferimento alla finalità, comune a questi accordi, di regolare i rapporti economici a seguito della crisi di coppia – ai fini della più particolare e differenziata disciplina di cui all’art. 2901 c.c., può colorarsi dei tratti dell’obiettiva onerosità piuttosto che di quelli della gratuità, in ragione dell’eventuale ricorrenza, o meno, nel concreto, dei connotati di una sistemazione solutorio-compensativa più ampia e complessiva, di tutta quella serie di possibili rapporti aventi significati, anche solo riflessi, patrimoniali maturati nel corso della quotidiana convivenza matrimoniale (Cass., 25/10/2019, n. 27409). In tale decisione, la Corte ha ribadito che il verbale in cui le parti avevano espresso le condizioni di separazione personale costituisse a seguito dell’omologa, ed in quanto atto pubblico – titolo per la trascrizione, a norma dell’art. 2657 c.c. (in senso sostanzialmente conforme, cfr. anche Cass., 15/04/2019, n. 10443).

Ma già in precedenza, nello stesso senso della pronuncia succitata e sempre con riferimento all’esperimento dell’azione revocatoria, la Corte aveva più volte conformemente statuito sui presupposti per l’utile esperimento di tale azione contro il trasferimento immobiliare concordato in sede di separazione consensuale o di divorzio congiunto, in tal modo riconoscendone quanto meno implicitamente – la validità (in tal senso, cfr. Cass., 23/03/2004, n. 5741Cass., 26/07/2005, n. 15603Cass., 14/03/2006, n. 5473Cass., 12/04/2006, n. 8516, con riferimento alla revocatoria fallimentare, Cass., 13/05/2008, n. 11914Cass., 10/04/2013, n. 8678Cass., 05/07/2018, n. 17612).

3.2.5. Altre decisioni di legittimità hanno recepito la distinzione tra “contenuto essenziale” e “contenuto eventuale”, elaborata dalla dottrina succitata, avendo statuito che la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, che trova solo “occasione” nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata. Ne consegue che questi ultimi accordi non sono suscettibili di modifica (o conferma) in sede di ricorso “ad hoc” ex art. 710 c.p.c., o anche in sede di divorzio, la quale può riguardare unicamente le clausole aventi causa nella separazione personale, ma non i patti autonomi, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c. (Cass., 19/08/2015, n. 16909Cass., 30/08/2019, n. 21839, che ha ammesso l’azione di simulazione nei confronti di un patto, contenuto nelle condizioni di separazione consensuale omologate, che prevedeva trasferimenti immobiliari tra le parti).

Ma al di là dalla precisazione, concernente il diverso contenuto degli accordi della crisi coniugale, va rilevato come venga anche da tali decisioni sostanzialmente ribadita l’ammissibilità dei patti di trasferimento di diritti reali in sede di separazione consensuale e di accordo congiunto di divorzio.

3.2.6. Di particolare interesse – ai fini della risoluzione della questione in esame, ed a prescindere dalla peculiarità della vicenda – si palesa, altresì, una recente pronuncia nella quale si è ritenuto che la previsione di cui alla L. n. 266 del 2005art. 1, comma 497 – che attribuisce alle persone fisiche che non agiscano nell’esercizio di attività commerciali, artistiche o professionali e che abbiano acquistato immobili ad uso abitativo e relative pertinenze, la facoltà di optare per la liquidazione delle imposte di registro, ipotecarie e catastali, ai sensi del D.P.R. n. 131 del 1986art. 52, commi 4 e 5 e quindi sulla base della rendita catastale – operi anche nel caso in cui il trasferimento (nella specie, cessione di quote di una casa di civile abitazione) avvenga in via transattiva davanti all’autorità giudiziaria. Ed invero – si afferma – il verbale di conciliazione giudiziale presenta tutti gli elementi essenziali dell’atto di compravendita, essendo il giudice, al pari di un notaio, un pubblico ufficiale ed assumendo detto verbale il valore di vero e proprio atto pubblico (Cass., 30/10/2020, n. 24087).

In tale decisione la Corte perviene, pertanto, all’equiparazione, sotto i profili del contenuto e della forma, delle cessioni di immobili abitativi perfezionate con atto notarile e dei trasferimenti effettuati in sede di conciliazione giudiziale, proprio sulla scorta della giurisprudenza succitata in materia di trasferimenti concordati in sede di separazione consensuale e divorzio congiunto.

3.2.7. Ulteriori implicite conferme in tal senso provengono, peraltro, anche da una serie di decisioni in materia fiscale, concernenti l’applicazione del disposto della L. 6 marzo 1987, n. 74art. 19, che, nel testo risultante dalle pronunce di illegittimità costituzionale nn. 176 del 1992 e 154 del 1999, stabilisce l’esenzione “dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa” per tutti i provvedimenti giudiziali resi nelle cause di divorzio o di separazione dei coniugi. Si è, invero, affermato che le agevolazioni di cui alla L. n. 74 del 1987art. 19, operano con riferimento a tutti gli atti e convenzioni che i coniugi pongono in essere nell’intento di regolare sotto il controllo del giudice i loro rapporti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla separazione personale, ivi compresi gli accordi che contengono il riconoscimento o il trasferimento della proprietà esclusiva di beni mobili ed immobili all’uno o all’altro coniuge. Tale agevolazione si estende ad ogni tipo di “tassazione”, indipendentemente dalla natura di imposta o di tassa in senso proprio del tributo concretamente in discussione (Cass., 22/05/2002, n. 7493; Cass., 28/10/2003, n. 16171; Cass. 03/02/2016, n. 2111).

E l’esenzione è stata riconosciuta anche agli atti stipulati a seguito dell’assunzione del solo obbligo di trasferimento in sede di separazione consensuale o di divorzio congiunto, in favore di alcuno dei coniugi o dei figli, senza che sia posto in essere dalle parti un accordo traslativo definitivo (Cass., 28/06/2013, n. 16348Cass., 30/05/2005, n. 11458).

3.2.8. Del tutto incontroversa, nella giurisprudenza di questa Corte, è peraltro l’ammissibilità – sul piano generale, anche a prescindere dalla materia fiscale – della sola assunzione dell’obbligo di trasferire la proprietà di un bene, o altro diritto reale, con gli accordi di separazione o di divorzio. Sotto tale profilo, può anzi affermarsi che qualsiasi clausola che sia in grado di soddisfare gli interessi delle parti a regolare consensualmente – in quel particolare e delicato contesto costituito dalla crisi coniugale – gli aspetti economici della vicenda in atto, sia essa di mero accertamento della proprietà di un bene immobile, ovvero di cessione definitiva del bene stesso, o ancora di assunzione dell’obbligo di trasferirlo, è stata ritenuta egualmente ammissibile e valida dalla giurisprudenza di legittimità.

3.2.8.1. In tal senso, si è statuito, infatti, che è di per sè valida la clausola dell’accordo di separazione che contenga l'”impegno” di uno dei coniugi, al fine di concorrere al mantenimento del figlio minore, di trasferire, in suo favore, la piena proprietà di un bene immobile, trattandosi di pattuizione che dà vita ad un “contratto atipico”, distinto dalle convenzioni matrimoniali ex art. 162 c.c. e dalle donazioni, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico, ai sensi dell’art. 1322 c.c. (Cass. 17/06/2004, n. 11342).

3.2.8.2. Nella medesima prospettiva si pone l’affermazione secondo cui l’obbligo di mantenimento nei confronti della prole ben può essere adempiuto con l’attribuzione definitiva di beni, o con l’impegno ad effettuare detta attribuzione, piuttosto che attraverso una prestazione patrimoniale periodica, sulla base di accordi costituenti espressione di autonomia contrattuale, con i quali vengono, peraltro, regolate solo le concrete modalità di adempimento di una prestazione comunque dovuta. Si è precisato, pertanto, che la pattuizione conclusa in sede di separazione personale dei coniugi non esime il giudice, chiamato a pronunciarsi nel giudizio di divorzio, dal verificare se essa abbia avuto ad oggetto la sola pretesa azionata nella causa di separazione ovvero se sia stata conclusa a tacitazione di ogni pretesa successiva, e, in tale seconda ipotesi, dall’accertare se, nella sua concreta attuazione, essa abbia lasciato anche solo in parte inadempiuto l’obbligo di mantenimento nei confronti della prole, in caso affermativo emettendo i provvedimenti idonei ad assicurare detto mantenimento (Cass., 02/02/2005, n. 2088).

L’obbligo di mantenimento dei figli minori (ovvero maggiorenni non autosufficienti) può essere, per vero, legittimamente adempiuto dai genitori – nella crisi coniugale – mediante un accordo che, in sede di separazione personale o di divorzio, attribuisca direttamente – o impegni il promittente ad attribuire – la proprietà di beni mobili o immobili ai figli, senza che tale accordo (formalmente rientrante nelle previsioni, rispettivamente, degli artt. 155158711 c.c. e della L. n. 898 del 1970artt. 4 e 6 e sostanzialmente costituente applicazione della “regula iuris” di cui all’art. 1322 c.c., attesa la indiscutibile meritevolezza di tutela degli interessi perseguiti) integri gli estremi della liberalità donativa, ma assolvendo esso, di converso, ad una funzione solutorio-compensativa dell’obbligo di mantenimento. L’accordo in parola, comporta l’immediata e definitiva acquisizione al patrimonio dei figli della proprietà dei beni che i genitori abbiano loro attribuito, o si siano impegnati ad attribuire; di talchè, in questa seconda ipotesi, il correlativo obbligo, è suscettibile di esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c. (Cass., 21/02/2006, n. 3747Cass., 23/09/2013, n. 21736, secondo cui tale pattuizione non è affetta da nullità, non essendo in contrasto con norme imperative, nè con diritti indisponibili).

3.2.8.3. E’ indifferente, in definitiva, nella giurisprudenza di questa Corte, la modalità con la quale il regolamento di interessi avvenga, purchè esso sia idoneo a garantire un soddisfacente assetto dei rapporti tra le parti – per un futuro nel quale la convivenza coniugale si avvia verso un esito di separazione o di scioglimento – in tempi ragionevoli che consentano di chiudere la crisi al più presto, quanto meno sul piano economico. Ed in tale prospettiva – come in seguito si dirà – lo strumento più adeguato si palesa proprio il trasferimento immobiliare definitivo, escluso invece – nel caso di specie – dalla sentenza impugnata.

3.2.9. Una ulteriore chiara indicazione in senso favorevole all’ammissibilità degli accordi traslativi in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto proviene, infine, da una pronuncia in materia di “negoziazione assistita”, secondo la quale, ogni qualvolta l’accordo stabilito tra i coniugi, al fine di giungere ad una soluzione consensuale della separazione personale, ricomprenda anche il trasferimento di uno o più diritti di proprietà su beni immobili, la disciplina di cui al D.L. n. 132 del 2014art. 6, convertito dalla L. n. 162 del 2014, deve necessariamente integrarsi con quella di cui del medesimo D.L. n. 132, art. 5, comma 3. Ne consegue che, per procedere alla trascrizione dell’accordo di separazione, contenente anche un atto negoziale comportante un trasferimento immobiliare, è necessaria l’autenticazione del verbale di accordo da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato, ai sensi dell’art. 5, comma 3, succitato (Cass., 21/01/2020, n. 1202).

La pronuncia costituisce, non soltanto una conferma dell’ammissibilità di siffatti accordi nella sistemazione dei rapporti economici nella crisi coniugale, ma anche della non esclusività della funzione certificatoria in capo al notaio, essendo a quest’ultimo equiparabile qualunque pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

3.3. In senso contrario rispetto alle coordinate interpretative tracciate dalla giurisprudenza di legittimità, si è – per contro espressa la maggior parte delle pronunce rese dai giudici di merito, prevalentemente orientati a negale le possibilità di intese immediatamente traslative all’interno del verbale di separazione consensuale o di divorzio congiunto.

3.3.1. Riprendendo la distinzione – come si è visto, operata dalla dottrina e della giurisprudenza di legittimità – tra contenuto necessario e contenuto eventuale degli accordi di separazione, la maggior parte delle decisioni ha ritenuto, invero, che quest’ultimo non possa ricomprendere negoziazioni prive dei requisiti formali e sostanziali necessari per la loro validità, come gli atti traslativi definitivi, ciò rientrando in un dovere funzionale volto al rispetto dei principi generali dell’ordinamento, segnatamente in materia di trascrizione di tali atti e di certezza e regolarità dei trasferimenti immobiliari. Le parti, in tale prospettiva, ben potrebbero integrare le clausole costituenti il contenuto necessario delle pattuizioni di separazione e di divorzio, ma dovrebbero ricorrere “alla tecnica obbligatoria”, e non a quella reale, pena la possibile vanificazione dello strumento di tutela prescelto” Tale soluzione, si afferma, sarebbe ora confermata dalla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis, con il quale la legge avrebbe demandato al notaio, e non ad altri operatori, il compito della individuazione e della verifica catastale, nella fase di stesura degli atti traslativi, in tal modo mostrando di voler concentrare, nell’alveo naturale del rogito notarile, il controllo indiretto statale sugli atti di trasferimento immobiliare, a tutela degli interessi ad essi sottesi. Nè il giudice potrebbe, nemmeno in sede di volontaria giurisdizione, svolgere alcun potere certificativo e attributivo della pubblica fede alle dichiarazioni negoziali delle parti (ex plurimis, Trib. Milano, 06/12/2009, in Fam. dir., 2011, 937; Trib. Milano, 21/05/2013, in Fam. Dir., 2014, 600 e ss.; Trib. Firenze, 29/09/1989, in Riv. not., 1992, 595; Trib. Firenze, 07/02/1992, in Dir. fam e pers., 1992, 731). Per il che, il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi non costituirebbe nè atto pubblico, nè scrittura privata autenticata, bensì una semplice scrittura privata, la cui efficacia nei confronti del terzi è sottoposta alla necessaria ripetizione del contratto nella forma dell’atto pubblico notarile, ai fini della trascrizione ai sensi dell’art. 2657 c.c. (Trib. Napoli, 16/04/1997, in Fam. Dir., 1997, 420).

In tale orientamento si iscrivono altresì le decisioni – emesse nel caso di specie – dal Tribunale di Pesaro n. 933/2016 e dalla Corte d’appello di Ancona n. 583/2017.

3.3.2. Sebbene la giurisprudenza di merito, e le prassi ed i protocolli – uno di essi menzionato dai ricorrenti, relativo al Tribunale di Pesaro – si siano espressi in massima parte in senso contrario all’ammissibilità dei trasferimenti immobiliari ad effetti reali in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto, non mancano, tuttavia, diverse decisioni di segno contrario, conformi alla giurisprudenza di legittimità succitata.

Si è affermato, infatti, in tal senso, che la clausola di un accordo traslativo della proprietà di un bene immobile, in quanto inserita nel verbale d’udienza, assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo l’omologazione che lo rende efficace, titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c.. Il verbale di separazione consensuale, contenente clausole relative al trasferimento di immobili tra i coniugi, costituisce invero un vero e proprio contratto atipico, con cui le parti intendono attuare un regolamento dei loro rapporti in occasione della separazione, ed è un atto pubblico costituente valido titolo per la trascrizione (Trib. Salerno, 04/07/2006, in Fam e dir., 2007, 63; Trib. Pistoia, 01/02/1996, in Riv. not., 1997, 1421; App. Genova, 27/05/1997, in Dir. fam. e pers., 1998, 572; App. Milano, 12/01/2010, in Fam. dir., 2011, 589).

3.4. Tale essendo il quadro dottrinale e giurisprudenziale di riferimento, ritengono queste Sezioni Unite che l’orientamento secondo il quale in sede di divorzio congiunto e di separazione consensuale siano ammissibili accordi tra le parti, che non si limitino all’assunzione di un mero obbligo preliminare, ma attuino in via diretta ed immediata il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi, meriti di essere condiviso e confermato, con le precisazioni che si passa ad esporre.

3.4.1. La vicenda in ordine alla quale è stata operata la rimessione alle Sezioni Unite di questa Corte attiene ad un caso in cui le parti, con un accordo del 6 luglio 2016, avevano chiesto consensualmente al Tribunale di Pesaro la pronuncia della cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario da essi celebrato, prevedendo, tra le altre condizioni dell’accordo, il trasferimento definitivo a favore dei figli della coppia, maggiorenni economicamente non autosufficienti, della quota del 50% della nuda proprietà spettante al padre sull’immobile adibito a casa coniugale, nonchè il trasferimento, da parte del marito alla moglie, dell’usufrutto sulla propria quota dell’immobile.

La fattispecie concreta concerne, pertanto, non la separazione consensuale tra i coniugi, bensì il divorzio congiuntamente richiesto dai medesimi, ai sensi della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16. E tuttavia, come dianzi detto, i due istituti – pur presentando innegabili diversità sul piano della disciplina – si presentano strettamente connessi l’uno all’altro sul piano dogmatico. Ed invero, ad accomunare le due fattispecie è certamente la connotazione presente in entrambe – dell’essere finalizzate ad ottenere mediante il consenso dei coniugi, piuttosto che con la pronuncia costitutiva del giudice, le divisate modificazioni dello status coniugale, con le conseguenti ricadute sull’affidamento ed il mantenimento della prole, ove esistente, e sui profili economici concernenti i rapporti tra i coniugi stessi.

3.4.2. E tuttavia, è innegabile la sussistenza di diverse differenza tra i due istituti sul piano della rispettiva disciplina giuridica.

3.4.2.1. Una prima differenza tra il giudizio di separazione consensuale e quello di divorzio su domanda congiunta è ravvisabile, invero, nel fatto che, in quest’ultima fattispecie, il procedimento non termina con l’omologazione da parte del Tribunale, bensì con una sentenza emessa all’esito dell’audizione dei coniugi, e con la quale il collegio giudicante è tenuto a verificare la sussistenza dei presupposti di legge – in particolare se la comunione tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita – ed a verificare “la rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli”. La mancata corrispondenza a tale interesse comporterà l’apertura della procedura contenziosa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, comma 8 (art. 4, comma 16).

3.4.2.2. Ed è questa una seconda differenza di regime giuridico con la separazione consensuale, nella quale – qualora l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento ed al mantenimento dei figli sia contrario agli interessi di questi ultimi, il Tribunale – nel caso in cui le modifiche proposte non siano state idoneamente eseguite – “può rifiutare allo stato l’omologazione” (art. 158 c.c., comma 2).

3.4.3. La dottrina che si è occupata del procedimento di divorzio congiunto è pervenuta a conclusioni non del tutto univoche, anche se tra gli autori più recenti è dato registrare una maggiore uniformità di vedute.

3.4.3.1. Secondo una prima opinione, il procedimento disciplinato dalla L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, condotto in Camera di consiglio e senza istruttoria, assume connotazioni particolari, ma è pur sempre un procedimento contenzioso e la decisione ha la forma e la sostanza della sentenza. Il tribunale non si limita ad omologare il consenso dei coniugi, perchè la presentazione della domanda congiunta costituisce il presupposto per la trattazione della causa secondo un rito “abbreviato”, ma devono pur sempre essere accertate le condizioni per pronunciare il divorzio, proprio come avviene nei giudizi contenziosi. Nella medesima prospettiva, si è pertanto sostenuto che la sentenza che conclude siffatto procedimento presenta una duplice natura, ossia di accertamento costitutivo, quanto all’esame dei presupposti di legge ed alla pronuncia di divorzio, e dichiarativa dell’efficacia delle condizioni volute dalle parti.

3.4.3.2. Altra dottrina, senza peraltro porsi il problema della valenza del verbale di comparizione dei coniugi che riporti le condizioni concordate dai coniugi, ritiene che il ricorso a firma congiunta sia un qualcosa in meno dell’accordo in sede di separazione consensuale, poichè non avrebbe alcun contenuto negoziale e si risolverebbe semplicemente in una domanda comune rivolta al Tribunale, nell’aspirazione ad ottenere un certo provvedimento, avente un contenuto concordemente divisato dalle parti.

3.4.3.3. Su posizione diametralmente opposta sembra, tuttavia, ormai collocarsi la dottrina di gran lunga prevalente, secondo la quale l’accordo posto a base di tale procedimento avrebbe chiara natura negoziale, rilevando il parallelismo e la connotazione causale identici all’accordo concluso tra coniugi in sede di separazione consensuale, dalla quale si distingue solo per il preliminare accertamento dei requisiti di legge per dichiarare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Secondo tale tesi, a prescindere dalla forma del provvedimento finale, il divorzio su domanda congiunta non costituisce un giudizio contenzioso, ma un procedimento di giurisdizione volontaria, nel quale gli accordi delle parti non possono essere sindacati dal giudice, se non per quanto riguarda le statuizioni riguardanti i figli minori, ferma restando la decisione sulla sussistenza dei presupposti per la pronuncia di divorzio. Al di fuori di tale profilo, l’attività del Tribunale è ritenuta sostanzialmente vincolata, tant’è che gli effetti patrimoniali del divorzio vengono ricondotti all’accordo delle parti, riportati nel verbale di comparizione davanti al collegio, anzichè alla determinazione del giudice, che è assimilata a una mera omologa all’esito di un procedimento di controllo sul rispetto delle norme inderogabili dell’ordinamento vigente. Ciò che rileva – si ribadisce è che, in caso di divorzio su domanda congiunta, la fonte della regolamentazione dei rapporti tra gli ex coniugi divorziati va ravvisata nell’accordo delle parti e non nella sentenza.

3.4.4. La giurisprudenza di questa Corte ha recepito in parte ciascuna delle diverse elaborazioni della dottrina, muovendo da un dato inequivocabile di diritto positivo, costituito dal disposto della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, secondo cui il Tribunale decide con sentenza verificando esclusivamente “la sussistenza dei presupposti di legge” e valutando “la rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli”.

3.4.4.1. In tal senso – accomunando le due fattispecie, che al di là della diversità di disciplina presentano l’evidenziato tratto comune della consensualità – si è affermato che, in caso di separazione consensuale o di divorzio congiunto (o su conclusioni conformi), la sentenza incide sul vincolo matrimoniale, ma sull’accordo tra i coniugi. Essa realizza pertanto – in funzione di tutela dei diritti indisponibili del soggetto più debole e dei figli – un controllo solo esterno su tale accordo, attesa la natura negoziale dello stesso, da affermarsi in ragione dell’ormai avvenuto superamento della concezione che ritiene la preminenza di un interesse superiore e trascendente della famiglia rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti. Ne consegue che i coniugi ben possono concordare, con il limite del rispetto dei diritti indisponibili, non solo gli aspetti patrimoniali, ma anche quelli personali della vita familiare, quali, in particolare, l’affidamento dei figli e le modalità di visita dei genitori (Cass., 20/08/2014, n. 18066Cass., 13/02/2018, n. 10463).

3.4.4.2. Nel medesimo ordine di idee si pone la successiva pronuncia, con la quale questa Corte – affrontando un caso di revoca unilaterale del consenso da parte di uno dei coniugi – ha stabilito che il Tribunale deve comunque provvedere all’accertamento dei presupposti per la pronuncia richiesta, per poi procedere, in caso di esito positivo della verifica, all’esame delle condizioni concordate dai coniugi, valutandone esclusivamente la conformità a norme inderogabili ed agli interessi dei figli minori.

Infatti, a differenza di quanto avviene nel procedimento di separazione consensuale, la domanda congiunta di divorzio dà luogo ad un procedimento che si conclude con una sentenza costitutiva, nell’ambito del quale l’accordo sotteso alla relativa domanda riveste natura meramente ricognitiva, con riferimento alla sussistenza dei presupposti necessari per lo scioglimento del vincolo coniugale della L. n. 898 del 1970, ex art. 3, mentre ha valore negoziale per quanto concerne la prole ed i rapporti economici. Il che consente al tribunale di intervenire su tali accordi soltanto nel caso in cui essi risultino contrari a norme inderogabili, con l’adozione di provvedimenti temporanei ed urgenti e la prosecuzione del giudizio nelle forme contenziose (Cass., 24/07/2018, n. 19540).

3.4.4.3. E’ del tutto evidente, pertanto, che – ferma la natura costituiva della sentenza che definisce il procedimento di divorzio a domanda congiunta, con la peculiarità che siffatta pronuncia è emessa sull’accordo delle parti, sia pure avente natura ricognitiva dei presupposti per la pronuncia sullo status, che il Tribunale ha comunque il dovere di verificare – la sentenza in parola viene a rivestire un valore meramente dichiarativo, o di presa d’atto, invece, quanto alle condizioni “inerenti alla prole ed ai rapporti economici”, che la domanda congiunta di divorzio deve “compiutamente” indicare. Fermo il limite invalicabile costituito dalla necessaria mancanza di un contrasto tra gli accordi patrimoniali e norme inderogabili, e dal fatto che gli accordi non collidano con l’interesse dei figli, in special modo se minori.

3.4.5. La pacifica – secondo tutta la giurisprudenza di legittimità succitata – natura negoziale degli accordi dei coniugi, equiparabili a pattuizioni atipiche ex art. 1322 c.c., comma 2, comporta pertanto che – al di fuori delle specifiche ipotesi succitate – nessun sindacato può esercitare il giudice del divorzio sulle pattuizione stipulate dalle parti, e riprodotte nel verbale di separazione. Come del resto – sul piano generale – il giudice non può sindacare qualsiasi accordo di natura contrattuale privato, che corrisponda ad una fattispecie tipica, libere essendo le parti di determinarne liberamente il contenuto (art. 1322 c.c., comma 1), fermo esclusivamente il rispetto dei limiti imposti dalla legge a presidio della liceità delle contrattazioni private e, se si tratta di pattuizioni atipiche, sempre che l’accordo sia anche meritevole di tutela secondo l’ordinamento (art. 1322 c.c., comma 2).

3.4.6. E’ del tutto evidente, pertanto, che l’impostazione seguita – nel caso di specie – dalla Corte d’appello si è tradotta, in concreto, in un limite ingiustificato all’esplicazione dell’autonomia privata, che potrebbe dispiegarsi – ad avviso della Corte territoriale esclusivamente in direzione di un accordo obbligatorio, avente il valore sostanziale di un preliminare, e non di un atto traslativo definitivo. L’operazione ermeneutica che ne è derivata si è concretata, pertanto, in una sorta di peculiare – quanto inammissibile – “conversione” dell’atto di autonomia, che da trasferimento definitivo è stato trasformato d’ufficio, dal giudice, in un mero obbligo di trasferimento immobiliare.

Ed invero, il giudice di secondo grado ha confermato, sul punto, l’impostazione operata dal primo giudice, secondo cui le condizioni stabilite dalle parti vanno precisate nel senso che “i trasferimenti immobiliari indicati nelle condizioni siano da intendersi come impegni preliminari di vendita e di acquisto”.

3.4.7. Per converso, in una lettura costituzionalmente orientata che tenga conto de fondamento costituzionale dell’autonomia privata, ravvisabile negli artt. 2341 (Corte Cost., sent. n. 60 del 1968) e 42 Cost. – è evidente che una restrizione dell’autonomia, per di più in presenza di una situazione di crisi coniugale che impone, anche sul piano solidaristico, una soluzione il più celere possibile quanto meno delle questioni economiche che possono tradursi in ulteriori motivi di contrasto tra i coniugi, la soluzione propugnata dalla Corte territoriale non può ritenersi condivisibile. Basti, per vero, por mente all’evenienza, di certo tutt’altro che improbabile, che – in caso di inadempimento, per qualsiasi ragione, dell’obbligato alla promessa di trasferimento della proprietà di beni, in sede di accordi di separazione consensuale o di divorzio congiunto – la controparte di siffatti accordi non potrà che intraprendere dovendo escludersi anche una risoluzione del patto per inadempimento, non trattandosi di un contratto sinallagmatico, bensì dell’adempimento di un dovere di mantenimento previsto dalla legge (Cass., 17/06/2004, n. 11342) – di un lungo ed incerto giudizio di esecuzione specifica dell’obbligo, ai sensi dell’art. 2932 c.c.. Con evidente levitazione dei costi, che verrebbero ad incidere su di una situazione già fortemente compromessa sul piano economico.

3.4.8. D’altro canto, tale soluzione contrasta con la rilevata assenza – sul piano generale, e fatte salve le verifiche che il Tribunale è tenuto ad operare nelle singole fattispecie concrete – di profili di illiceità o di meritevolezza di siffatti accordi.

3.4.9. Nè la diversa opzione interpretativa può efficacemente fondarsi, a giudizio di queste Sezioni Unite, sulla disposizione della L. 27 febbraio 1985, n. 52art. 29, comma 1-bis, introdotto dal D.L. n. 78 del 2010art. 19, comma 14, a norma del quale “Gli atti pubblici e le scritture private autenticate tra vivi aventi ad oggetto il trasferimento, la costituzione o lo scioglimento di comunione di diritti reali su fabbricati già esistenti, ad esclusione dei diritti reali di garanzia, devono contenere, per le unità immobiliari urbane, a pena di nullità, oltre all’identificazione catastale, il riferimento alle planimetrie depositate in catasto e la dichiarazione, resa in atti dagli intestatari, della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie, sulla base delle disposizioni vigenti in materia catastale. La predetta dichiarazione può essere sostituita da un’attestazione di conformità rilasciata da un tecnico abilitato alla presentazione degli atti di aggiornamento catastale. Prima della stipula dei predetti atti il notaio individua gli intestatari catastali e verifica la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari”.

E’ di chiara evidenza, infatti, che il tenore letterale della norma fonda la previsione di nullità sulla mancanza nell’atto dell'”identificazione catastale”, nonchè del “riferimento alle planimetrie depositate in catasto” e della “la dichiarazione, resa in atti dagli intestatari, della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie, sulla base delle disposizioni vigenti in materia catastale”. Si tratta dunque, com’è del tutto evidente, di una nullità testuale (art. 1418 c.c.) di carattere oggettivo che, a prescindere dalla esattezza e veridicità degli allegati e della dichiarazione, determina la nullità dell’atto per la sua sola mancanza (per un’ipotesi non dissimile, Cass. Sez. U., 22/03/2019, n. 8230).

3.4.10. Tale nullità non è ancorabile, pertanto, al soggetto che compie tale accertamento – neppure individuato nella prima parte dell’art. 29 succitato – ben potendo la nullità stessa verificarsi qualunque sia il soggetto che roga l’atto, sia esso un notaio o anche le parti private nella scrittura privata autenticata. Il che risulta confermato dal fatto che l’unica previsione che si riferisce al notaio, contenuta nell’ultima parte della norma (individuazione degli intestatari catastali e verifica della loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari), non è sanzionata dalla nullità dell’atto.

Ne discende che l’accordo traslativo adottato in sede di divorzio ma mutatis mutandis il principio, per le ragioni suesposte, è applicabile anche alla separazione consensuale, nella quale l’atto traslativo è riconducibile alla parte negoziale eventuale dell’accordo, ai sensi degli artt. 150 e 158 c.c., ma l’atto, non essendo espressamente previsto e disciplinato dalla legge, ha natura atipica deve contenere tutte le indicazioni richieste, a pena di nullità, dalla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis.

3.4.11. Sotto tale profilo, è evidente che il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi redatto dal cancelliere ai sensi dell’art. 126 c.p.c., che – per intanto – realizza l’esigenza della forma scritta dei trasferimenti immobiliari, richiesta dall’art. 1350 c.c., è – come dianzi detto – un atto pubblico avente fede privilegiata, fino a querela di falso, sia della provenienza dal cancelliere che lo redige e degli atti da questi compiuti, sia dei fatti che egli attesta essere avvenuti in sua presenza (oltre alle decisioni succitate, cfr. Cass., 12/01/2009, n. 440Cass. 11/12/2014, n. 26105).

E’ stato già chiarito, infatti, che la dominante giurisprudenza di legittimità e una parte della dottrina ammettono la possibilità di attribuzioni patrimoniali tra coniugi in sede di separazione consensuale e di divorzio su domanda congiunta, ritenendo che le relative pattuizioni, quando operino il trasferimento in favore di uno di essi o di terzi di beni immobili, in quanto inserite nel verbale di udienza, redatto da un ausiliario del giudice e diretto a far fede di ciò che in esso è attestato, devono ritenersi, stipulate nella forma di atto pubblico, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 2699 c.c. e quindi trascrivibili, ai sensi dell’art. 2657 c.c.. Secondo tale opinione, al cancelliere (esattamente come al giudice) compete la qualifica di pubblico ufficiale e lo svolgimento delle formalità relative all’udienza, ivi compresa la stesura del verbale, rientra nell’esercizio di una pubblica funzione (cfr. art. 357 c.p.); sicchè gli atti redatti o formati con il suo concorso, nell’ambito delle funzioni al medesimo attribuite, e con l’osservanza delle formalità prescritte dalla legge, costituiscono atti pubblici ai sensi dell’art. 2699 c.c..

Gli incombenti relativi alla verifica della coincidenza dell’intestatario catastale con il soggetto risultante dai registri immobiliari – previsti dall’ultima parte della L. n. 52 del 1985art. 29 – ben possono, di conseguenza, essere eseguiti dall’ausiliario del giudice, sulla base della documentazione che le parti saranno tenute a produrre, se del caso mediante un protocollo che ciascun ufficio giudiziario – come accade già in diversi Tribunali potrà predisporre d’intesa con il locale Consiglio dell’ordine degli avvocati.

3.4.12. L’opzione interpretativa che queste Sezioni Unite intendono privilegiare, è, d’altra parte, in linea con le affermazioni della più recente giurisprudenza di questa Corte, emesse con specifico riferimento alla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis. Si è – per vero – anzitutto affermato, al riguardo, che la dichiarazione richiesta dal D.L. 31 maggio 2010, n. 78art. 19, comma 14, conv. in L. 30 luglio 2010, n. 122, riguarda la conformità allo stato di fatto non della sola planimetria dell’immobile, ma anche dei dati catastali, questi ultimi costituendo gli elementi oggettivi di riscontro delle caratteristiche patrimoniali del bene, rilevanti ai fini fiscali. L’omissione – ma limitatamente a tale dichiarazione – determina, pertanto, la nullità assoluta dell’atto, perchè la norma ha una finalità pubblicistica di contrasto all’evasione fiscale, conseguendone la responsabilità disciplinare del notaio, ai sensi della L. 16 febbraio 1913, n. 89art. 28, comma 1 (Cass., 11/04/2014, n. 8611Cass., 21/07/2016, n. 15073Cass., 03/06/2016, n. 11507Cass., 29/08/2019, n. 21828).

3.4.13. Quanto all’ambito di applicazione delle prescrizioni riguardanti le informazioni e le dichiarazioni catastali, previste a pena di nullità, la tesi minoritaria secondo la quale il perimetro applicativo della norma sarebbe circoscritto allo schema dell’atto negoziale notarile (sia esso l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata), con esclusione, oltre che delle scritture private semplici, anche degli atti pubblici amministrativi o giudiziari, che producano gli stessi effetti giuridici indicati dalla norma, è smentito dall’orientamento assolutamente maggioritario della dottrina.

La maggioranza degli interpreti considera, per vero, necessaria una interpretazione estensiva e adeguatrice della disposizione in esame, che la rende applicabile agli atti di categoria diversa che trasferiscano o costituiscano diritti reali (o sciolgano la comunione dei relativi diritti). Si ritiene, in sostanza, che, pur essendo la norma rivolta anzitutto agli atti formati o autenticati dal notaio, essa sia, comunque, applicabile a tutti gli atti amministrativi che producono i medesimi effetti, quali i decreti di trasferimento per espropriazione, ed anche agli atti giudiziari, come le sentenze costitutive ex art. 2932 c.c.. Se non si aderisse alla tesi estensiva – non si manca di rilevare, altresì, da autorevole dottrina – si porrebbe il più generale problema della configurabilità dei trasferimenti immobiliari nei verbali di conciliazione ex art. 185 c.p.c., aventi certamente natura negoziale, ancorchè redatti con l’intervento del giudice a definizione di una controversia pendente (in tal senso, cfr. Cass., 26/02/2014, n. 4564Cass., 28/06/2007, n. 14911).

3.4.14. Alla tesi dominante ha, peraltro, aderito la giurisprudenza più recente di questa Corte, secondo la quale il mancato riscontro, da parte del giudice investito di una domanda di adempimento del contratto in forma specifica ex art. 2932 c.c., della sussistenza della condizione dell’azione costituita dalla presenza in atti delle menzioni catastali di cui della L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1 bis, costituisce un “error in iudicando” censurabile in cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e non un vizio di contenuto-forma produttivo di nullità della sentenza. Gli effetti di tale errore, pertanto, si esauriscono all’interno del processo e non producono alcuna conseguenza sul piano della idoneità della sentenza ad essere trascritta nei registri immobiliari (Cass., 25/06/2020, n. 12654).

In una successiva pronuncia, questa Corte ha affrontato, poi, anche la questione relativa alla portata dell’ultima parte della L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis. La decisione – per vero ribadisce che nel giudizio di esecuzione in forma specifica dell’obbligo di concludere un contratto di trasferimento immobiliare relativo ad un fabbricato già esistente, la conformità catastale oggettiva di cui alla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1 bis, costituisce una condizione dell’azione e deve formare oggetto di accertamento da parte del giudice, che non può accogliere la domanda ove la presenza delle menzioni catastali difetti al momento della decisione. Si afferma, peraltro, che il giudice non è, viceversa, tenuto a verificare la ricorrenza della c.d. conformità catastale soggettiva, consistente nella coincidenza del promittente venditore con l’intestatario catastale del bene, in quanto essa non costituisce una condizione dell’azione e la sua mancanza non impedisce l’emissione di una sentenza costitutiva di trasferimento del fabbricato ex art. 2932 c.c. (Cass., 29/09/2020, n. 20526).

3.4.15. Deve ritenersi, pertanto, che la disposizione succitata non sia applicabile esclusivamente agli atti compiuti con il ministero del notaio, ma si attagli invece a tutti i trasferimenti immobiliari che, oltre che in forma giudiziale, ai sensi dell’art. 2932 c.c., ben possono essere effettuati anche in un verbale di conciliazione giudiziale o in un verbale di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta. D’altro canto, si osserva da parte di attenta dottrina, della L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1 bis, ultimo periodo, il legislatore ha certamente detto meno di quanto volesse, usando il riferimento al notaio come indicativo dell’accertamento che deve essere compiuto in ogni caso di redazione dell’atto da parte del un pubblico ufficiale. Se, invero, avesse voluto imporre l’intervento del solo notaio, il legislatore avrebbe dovuto chiarire che introduceva una norma in deroga all’art. 1350 c.c., sia pure limitatamente alle unità immobiliari urbane, mentre nulla ha disposto sul punto, dovendo pertanto ritenersi ancora pienamente lecite, e valide, semplici scritture private, che riportino trasferimenti o costituzioni di diritti reali, o scioglimento delle relative comunioni.

Secondo i sostenitori di tale tesi, un’opinione contraria renderebbe, d’altro canto, la norma intrinsecamente incoerente, visto che, da una parte, legittima la possibilità di realizzare atti dispositivi anche con scritture private e, dall’altra, impone la redazione di tali atti da parte del notaio. A ciò viene aggiunta la considerazione che la violazione della disposizione sulla conformità soggettiva – come dianzi detto – non è assistita, come per la violazione di quelle conformità oggettiva, dalla sanzione della nullità, sicchè, se non vi è nullità, e nessuna altra conseguenza è prevista, diviene difficile sostenere che, in forza di tale norma, solo il notaio possa compiere gli atti in esame.

3.5. Dando, conclusivamente, risposta al quesito posto dall’ordinanza di rimessione, queste Sezioni Unite affermano i seguenti principi di diritto: “sono valide le clausole dell’accordo di divorzio a domanda congiunta, o di separazione consensuale, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, o di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi, o dei figli, al fine di assicurarne il mantenimento; il suddetto accordo di divorzio o di separazione, in quanto inserito nel verbale d’udienza, redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato, assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo la sentenza di divorzio resa ai sensi della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, che, in relazione alle pattuizioni aventi ad oggetto le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, ha valore di pronuncia dichiarativa, ovvero dopo l’omologazione che lo rende efficace, valido titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c.; la validità dei trasferimenti immobiliari presuppone l’attestazione, da parte del cancelliere, che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui alla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis; non produce nullità del trasferimento, il mancato compimento, da parte dell’ausiliario, dell’ulteriore verifica circa l’intestatario catastale dei beni trasferiti e la sua conformità con le risultanze dei registri immobiliari”.

  1. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere, pertanto, accolto. La sentenza impugnata va, di conseguenza, cassata con rinvio alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione, che dovrà procedere a nuovo esame del merito della controversia, facendo applicazione dei principi di diritto suesposti.
  2. Nessuna statuizione va emessa sulle spese del presente giudizio, trattandosi di ricorso congiunto.

P.Q.M.

La Corte, pronunciando a Sezioni Unite, accoglie il ricorso; cassa l’impugnata sentenza con rinvio alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione.

Dispone, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52, che in caso di diffusione della presente sentenza si omettano le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2021

PROPRIETARIO CAPANNONE NON RISPONDE all’attività svolta al suo interno ed alla conformità alle norme antinfortunistiche della struttura modificata

PROPRIETARIO CAPANNONE NON RISPONDE all’attività svolta al suo interno ed alla conformità alle norme antinfortunistiche della struttura modificata

AVV-ARMAROLI-INNAZI-A-UNA-STATUA
Successione legittima: avviene fra fratelli, nipoti, zii, cugini?

La conseguenza dell’assenza di un onere di sicurezza imposto al locatore di un immobile ad uso non abitativo in relazione all’attività svolta al suo interno ed alla conformità alle norme antinfortunistiche della struttura modificata, nei corso del rapporto, dal conduttore, non può che essere l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

Assumono che al di là delle modifiche contrattuali formali, è stato provato in giudizio che sin dal 2008 il capannone fu affittato a L.Y.L., quale titolare dell’impresa, pur denominata sotto ditte apparentemente diverse, la quale, come è parimenti emerse e non contestato, ha costruito in quello stesso anno il soppalco. Il contratto concluso il 25 gennaio 2012, considerato dalla Corte territoriale ‘nuovo e diverso’ -e come tale comportante la consegna del locali in buono stato locativo, ai sensi dell’art. 1575 cod. civ.- nondimeno, non è affatto tale, in quanto le condizioni contrattuali, nulla innovano né in relazione all’effettivo conduttore, né in relazione all’attività da svolgere nel capannone, che era sempre la stessa sin dal 2003. Rilevano che l’identità della situazione concreta prima e dopo il contratto del 2012, è riconosciuta anche dal giudice di appello, secondo il quale formalmente con l’intervento dell’ultimo contratto si sarebbe dovuti pervenire alla restituzione alla società proprietaria, con successiva consegna dell’immobile ai nuovo conduttore.

 

Una simile affermazione, nondimeno, si scontra contro il dato fattuale -continuità concreta del contratto- unico dato rilevante sotto il profilo penalistico. Invero, il richiamo delle norme regolatrici il contratto di locazione e gli obblighi del locatore (artt, 1575 cod. civ. e segg.) appare fuorviente, posto che la situazione oggettiva dei locali è rimasta immutata dall’effettiva consegna del locale nel 2008 e le cause dell’incendio sono da ricondursi a tre circostanze di fatto dipendenti dai datore di lavoro: malfunzionamento dell’impianto elettrico, o di componenti di connessione o di un utilizzatore, prossimità della scala di accesso al soppalco-dormitorio, ove al momento del fatto si trovava depositata una grande quantità di tessuto, altamente infiammabile. Sottolineano che la sentenza impugnata afferma che i ricorrenti avessero conoscenza dell’esistenza della struttura, ma nulla dice intorno alla consapevolezza dei medesimi sull’uso cui il soppalco era adibito. Invero, la presenza dell’installazione non costituiva di per sé pericolo, questo essendo derivato dall’impiego come dormitorio, tanto che tutti coloro che dormivano al piano terra si erano salvati, mentre la presenza di due operai deceduti al piano terra, senza detriti sotto il corpo, se poteva testimoniare che i due alloggiassero al piano terra, poteva anche voler dire che essi erano riusciti a raggiungere il piano sottostante. Al contrario, la Corte ritiene in modo apodittico che mancasse una via di fuga per chi alloggiava sul soppalco, salvo poi aggiungere che nella parte finale del capannone vi era una scala che conduceva al piano terra e mancando, in ogni caso, dì dare importanza all’ammasso di tessuti, altamente infiammabili, posti ai piedi della scala. Cosicché in modo del tutto congetturale ed illogico la Corte territoriale giunge ad affermare che la colpa degli imputati è consistita nell’avere consentito o comunque non impedito l’utilizzo del soppalco, benché riconosca che incombeva sul datore di lavoro provvedere al rispetto delle norme antinfortunistiche. Nondimeno, non incombe sui proprietario dell’immobile locato l’obbligo di verificare in modo pressoché giornaliero, come sembra intendere la sentenza di appello, se il conduttore rispetti i doveri che gli sono propri. Rilevano che la sentenza utilizza argomenti congetturali al fine di ribadire la sussistenza di una condotta rimproverabile dei proprietari, facendo riferimento al fatto che l’ipotetico verificarsi dell’Incendio in orario lavorativo, per la situazione dei luoghi, non avrebbe comunque consentito a coloro che si trovavano nella parte soppalcata di mettersi in salvo. Così illogicamente giungendo alla conclusione che la mancanza di adeguate vie di fuga è concausa dell’evento e che le macroscopiche violazioni del datore di lavoro non interrompono il nesso causale. E ciò, senza compiere il doveroso giudizio controfattuale al fine di valutare se in assenza di materiale infiammabile ai piedi della scala, di un utilizzo del soppalco diverso da quello del dormitorio degli operai e del malfunzionamento dell’impianto elettrico, cause tutte ascrivibili al datore di lavoro, l’evento morte si sarebbe prodotto egualmente. Sostengono che ulteriore elemento di contraddittorietà della decisione, che assolve gli imputati dal reato di cui all’art. 449 cod. pen,, in quanto non accertata la causa di innesco dei fuoco (circostanza che non consente di escluderne la natura dolosa), emerge laddove la Corte afferma che non vi è certezza dell’esistenza del nesso di causalità fra la presenza del soppalco e lo svilupparsi dell’incendio ma poi conclude in modo diametralmente opposto allorquando valuta il nesso di causalità fra la condotta ascritta agli imputati, consistita nella consegna di un immobile pericoloso e inidoneo all’uso e l’evento morte. Invero, siffatta condotta non può avere efficacia causale in ordine alla morte di un soggetto e nessuna efficacia causale in relazione alla condizione (incendio) che ha determinato quella morte. Né, senza aprire le porte alla responsabilità oggettiva, è possibile negare l’influenza sotto il profilo della prevedibilità ed evitabilità dell’evento, della mancanza di conoscenza in capo agli imputati dell’ammasso di materiali infiammabili, sostenendo, come fa la Corte, che le condizioni strutturali del capannone, anche in assenza della struttura soppalcata, fossero tali da far ritenere prevedibili le conseguenze nell’Ipotesi di necessità di rapido allontanamento. Rilevano la mancanza di logicità della motivazione nella parte in cui dopo aver richiamato le dichiarazioni di L.Y.L. secondo cui fu lei stessa a far autonomamente costruire il soppalco nel 2008, nondimeno, afferma che i ricorrenti dettero l’assenso alla sua costruzione, per poi sostenere che i medesimi lo visionarono approvandolo e continuarono a vederlo nelle loro rare visite. In ogni caso, nessuno degli argomenti utilizzati dalla Corte consente di considerare provata la conoscenza dell’uso del soppalco da parte di G.P., visto che, secondo la stessa sentenza, egli fece una sola visita al capannone nel 2008. Infine, nessun valore probatorio può essere riconosciuto al contenuto della pen drive sequestrata a G.P., proprio avuto riguardo a quanto riconosciuto dalla Corte di appello e cioè che esso rappresentava la linea difensiva che i due fratelli intendevano adottare.

  1. Con il quarto motivo si dolgono delle violazione della legge penale e del vizio di motivazione, in relazione alla ritenuta sussistenza, a fini civili, dell’aggravante di cui all’art. 539, comma 2A cod. pen., sulla base della considerazione della sua natura oggettiva. Osservano che non essendo stata contestata la cooperazione colposa, ma il concorso di cause indipendenti non può estendersi oggettivamente l’aggravante ad un soggette diverso da quello che assuma la specifica posizione di garanzia in relazione al rispetto della normativa antinfortunistica. Con ogni conseguenza anche in relazione alla procedibilità dell’azione civile nel processo penale proposta da C.C., a fronte della mancanza di querela.

Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 40259 depositata il 2 ottobre 2019

Lavoro – Sicurezza sul lavoro – Rapporto di lavoro – Infortunio sul lavoro – Non responsabilità – Proprietari del capannone per l’incendio nell’azienda tessile – Infortunio mortale

FATTO

  1. Con sentenza del 20 febbraio 2018 la Corte di Appello di Firenze in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Prato ha assolto G.P. e M.P. dal reato di cui all’art. 449 cod. pen. per non avere commesso il fatto, confermando la penale responsabilità degli imputati in relazione al reato di cui all’art. 589 cod. pen, per avere colposamente cagionato per negligenza, imprudenza ed imperizia, nelle loro rispettive qualità di socio accomandatario e socio accomandante ed amministratore di fatto della M.G.F. s.a.s. -società immobiliare, proprietaria e locatrice del capannone di via (omissis) n. 63/5 in Prato- la morte di sette operai impiegati presso l’impresa individuale T. Moda di L.J., gestita da L.Y.L., L.Y., ed in particolare di S.Q., W.C., Z.X., R.C., L.G., X.X., deceduti a causa di asfissia acuta da intossicazione da monossido di carbonio e D.W., deceduto a causa dell’effetto sinergico dell’inalazione di cianuri e dell’intossicazione da monossido di carbonio. La condotta ascritta agli imputati ( L.Y.L., L.Y., L.J. e per V.P.., socio della M.G.F. s.a.s. si è proceduto separatamente) è consistita nell’avere concesso in locazione alla T. Moda di L.J. il capannone, a partire dal 29 febbraio 2012, nella consapevolezza che al suo interno erano stato realizzati abusivamente dei locali dormitorio con legno e cartongesso, così consentendo un uso promiscuo abitativo ed industriale dell’immobile, in assenza dei requisiti di abitabilità, aumentando il rischio incendio, già presente per la natura tessile delle lavorazioni ivi praticate, omettendo di interrompere il rapporto contrattuale pur avendo rilevato siffatta utilizzo illecito e pericoloso, essendo consapevoli della situazione ed essendosi l’evento morte verificatosi, causalmente connesso con tale violazione, prevedibile ed evitabile.
  2. Il fatto, come risultante dalle sentenze di merito, può essere brevemente descritto nei modo che segue; in data 1 dicembre 2013, a seguito della chiamata ricevuta alle ore 6:53, i Vigili del Fuoco si recavano presso il capannone sito in Prato, via (omissis) n. 63/5, ivi potevano osservare che era divampato un incendio, che interessava la parte tergale dell’immobile, a causa del quale una parte del tetto era già collassata. Malgrado l’intervento, l’incendio si propagava ulteriormente, fino ad interessare l’intero capannone, e veniva definitivamente spento alle ore 19:00 del medesimo giorno. Al momento dell’arrivo sui luoghi la prima squadra intervenuta trovava il portone carraio del capannone aperto ed all’esterno alcune persone scampate all’incendio, poi identificate in C.H., L.Y., H.X. ed il figlio di questi ultimi.

All’interno, successivamente, venivano rinvenuti in diverse zone del capannone i corpi degli operai deceduti, di cui sei carbonizzati, poi identificati a mezzo di esami odontologici e genetici. In particolare X.X., unico non carbonizzato, veniva trovato in uno dei vani costruiti sopra la struttura in muratura, nel vano prospiciente la strada pubblica; L.G. nella zona posteriore dell’immobile a circa 3/4 della lunghezza dei capannone, all’esterno dell’area già occupata dal manufatto in legno e cartongesso; S.Q., all’interno dell’area medesima, ma a diretto contatto con il suolo, senza detriti sottostanti il corpo, il che veniva considerato indicativo della perdita di coscienza, nel momento in cui egli si trovava ai piano terra; D.W., all’interno della stessa area, in prossimità della scala, in cima ad una significativa quantità di materiale combusto, il che è stato considerato indice della sua collocazione al piano superiore ai momento della perdita di conoscenza. W.C., Z.X. e R.C. erano rinvenuti nelle immediate vicinanze della scala, al di sopra dei detriti, il che era ritenuto indice della loro collocazione ai piano superiore al momento della perdita di conoscenza.

  1. La decisione della Corte di appello, ribadita la ricostruzione della vicenda, ha ritenuto accertato che la costruzione del manufatto fosse intervenuta nel 2003 per opera di L.Y.L., la quale aveva mantenuto la disponibilità dei locale, dal gennaio di quell’anno sino alla data dell’evento mortale, a seguito dapprima della formale cessione dell’originario contratto di locazione originariamente concluso fra M.G.R. s.a.s e la Stireria L. di D.M., ad imprese diversamente nominate, ma a lei facenti capo, e successivamente attraverso la stipulazione di nuovo contratto fra la medesima immobiliare e la T. Moda da lei gestita con altri. In occasione di siffatto ultimo contratto Intervenuto il 29 febbraio 2012, cionondimeno, la società avrebbe dovuto consegnare un bene idoneo all’uso convenuto. Tale non era, invece, il locale oggetto del nuovo contratto, posto che al suo interno insisteva un’opera abusiva, ancorché realizzata da altri (L.Y.L.), adibita a dormitorio, che ne rendeva promiscuo l’uso. Il Collegio, esaminando il dato fattuale della posizione nella quale sono state trovate le vittime ha chiarito che l’utilizzo del soppalco aveva costretto gli occupanti delle piccole stanze a percorrere 30 metri in direzione opposta a quella in cui si trovava l’unica via di fuga, costituita dal portone di ingresso, e poi ulteriori 30 metri in direzione di quell’uscita, essendo le scale per scendere dal soppalco collocate a tergo del capannone. Su questa base la Corte territoriale ha ritenuto che l’utilizzo del soppalco come dormitorio avesse contribuito a cagionare il decesso dei lavoratori, ostacolandone la fuga, cosicché, salva la responsabilità del datore di lavoro e comunque di coloro che gestivano l’attività lavorativa, l’avere consentito o il non avere impedito da parte dei locatori l’uso della struttura soppalcata, in un locale già privo di adeguate uscite di sicurezza, deve reputarsi integrante una condotta colposa causalmente connessa con l’evento. La posizione di garanzia degli imputati, nelle loro rispettive qualità, deriverebbe dagli obblighi scaturenti dal contratto di locazione, ai sensi dell’art. 1575 cod. civ. che impone al locatore di tenere indenne il conduttore dai danni causati dalla cosa locata, mentre non soccorrerebbe nel ritenere interrotto il nesso di causalità né il gravissimo comportamento del datore di lavoro, né la modalità repentina di propagazione dell’incendio e di produzione dei fumi tossici, agevolata dalla quantità di materiale tessile accatastato in prossimità della scala che consentiva l’accesso al soppalco.

E ciò perché, in forza degli esiti dell’accertamento, era stato provato in giudizio la presenza del soppalco ed il suo utilizzo quale dormitorio avevano avuto un ruolo decisivo nella causazione dei decessi, dato che coloro che alloggiavano nelle stanze – non abusivamente costruite- al piano terra, avevano potuto fuggire dal portone di ingresso, mentre gli operai che dormivano sul soppalco non erano riusciti a raggiungere la salvezza, da un lato, perché costretti ad un lungo percorso per raggiungere l’uscita e dall’altro, perché addormentati allorquando l’incendio si produsse. La condizione di pericolosità degli ambienti al momento della consegna nel 2012, ulteriormente aggravata dalla presenza del soppalco adibito a dormitorio, dunque, dimostra secondo la Corte territoriale la prevedibilità dell’evento, e la sua evitabilità. Prima dì affrontare le azioni civili esercitate nel processo penale, ivi compresa l’azione di regresso proposta dall’Inail, la sentenza rigetta l’eccezione di difetto di legittimazione passiva formulato dalla M.G.F. s.a.s., in quanto già sottoposta ad altro procedimento penale quale imputata dell’illecito amministrativo di cui all’art. 25 septies d. lgs. 231/2001, sottolineando la diversità fra la domanda di risarcimento del danno proposta nei suoi confronti come responsabile di fatto altrui ed il coinvolgimento in qualità di imputata nel procedimento nel quale sono state elevate a suo carico imputazioni, inerenti condotte che le sono proprie e chiarendo, altresì, che l’impossibilità per le persone offese di costituirsi parti civili in siffatto ultimo procedimento eliminerebbe ogni possibilità di duplicazione del risarcimento. La decisione, riconosciuto il diritto al risarcimento proposto dai familiari dei deceduti non soddisfatti transattivamente, ha chiarito che, nonostante l’esclusione, da parte del primo giudice, dell’aggravante della violazione delle norme di prevenzione antinfortunistica, che aveva condotto alla declaratoria di improcedibilità dell’azione penale per il reato di cui all’art. 590 cod. pen. non avendo C.C. proposto querela, siffatta aggravante sussiste, operando oggettivamente e non soggettivamente. Ed invero, secondo la Corte territoriale, in assenza dell’impugnazione del pubblico ministero della medesima di essa deve tenersi conto, sebbene solo ai fini civilistici, con la conseguenza dell’ammissibilità e fondatezza del gravame proposto da C.C., costituitosi parte civile, ancorché non querelante.

  1. Avverso la sentenza della Corte di appello propongono impugnazione, con un unico atto, a mezzo del loro difensore, gli imputati G.P. e M.P., nonché, con separato ricorso, il responsabile civile soc. M.G.F. s.a.s., a mezzo di diverso difensore.
  2. G.P. e M.P. formulano otto motivi di impugnazione.
  3. Con il primo fanno valere ex art. 606, comma 1, lett.rec) ed e) cod. proc, pen., la violazione della legge processuale ed il vizio di motivazione in ordine ai difetto dei presupposti di legge per l’emissione del decreto di giudizio immediato, come previsti dall’art. 453, commi 1 bis e 1 ter cod. proc. pen.. Sottolineano che la disposizione subordina la richiesta di giudizio immediato all’attualità della custodia cautelare applicata all’indagato ed alla definizione del procedimento di riesame dell’ordinanza che abbia disposto la misura, con ciò dovendosi intendere l’intervenuto deposito della motivazione e non la mera pronuncia del dispositivo. Nel caso di specie, peraltro, al momento della richiesta dei rito Immediato gli imputati non si trovavano più legittimamente assoggettati alla misura cautelare, essendo stato previsto dai G.I.P. che essa perdesse efficacia allo scadere del termine di un mese dalla sua esecuzione “e comunque all’esito dell’escussione dei soggetti ivi indicati”. Essendo stati costoro escussi il 14 aprile 2014, alla data del 19 aprile 2014, quando ancora G.P. e M.P. erano agli arresti domiciliari, benché la misura avesse perso efficacia, il pubblico ministero formulava richiesta di rito abbreviato. Dunque, la richiesta era intervenuta, in assenza del presupposto dell’attualità della misura, non potendosi ritenere tale una misura la cui protrazione sia illegittima, per essere divenuta inefficace. Sostengono che la condivisione da parte della sentenza degli orientamenti di legittimità omette di dare risposta agli interrogativi posti circa l’interpretazione antiletterale della disposizione di cui all’art. 453 cod. proc. pen., come adottata e non supera la critica inerente alla violazione dei diritti della difesa.
  4. Con il secondo motivo si dolgono, ex art. 606, comma 1A, lett.rec) ed e) della violazione della legge processuale e del vizio di motivazione con riferimento all’inosservanza delle norme in materia di competenza collegiale, di cui all’art. 33 bis cod. proc. pen.. Richiamano le difese svolte con l’atto di appello, anche in relazione alla questione di costituzionalità sollecitata con il gravame.
  5. Con la terza doglianza i ricorrenti fanno valere, ex art, 606, comma 1, lett.reb) ed e) la violazione della legge penale ed il vizio di motivazione nella parte in cui la sentenza giunge all’affermazione di responsabilità degli imputati, attraverso un ragionamento formulato sulla base di pregiudizi, trasformando il procedimento in uno strumento di “lotta per il futuro contro la piaga dello sfruttamento dei lavoratori stranieri”. Sostengono che i principi da prendere in considerazione, per risolvere i quesiti posti dalla vicenda, si trovano espressi nella sentenza pronunciata dalla Suprema Corte nel confronti di L.Y.L. L.Y. in qualità di datore di lavoro, che attribuisce alla figura di quest’ultimo la posizione di garante dei rischi sul luogo di lavoro, specificando che egli non è esente dall’obbligo di assicurare la sicurezza dell’ambiente di lavoro condotto in locazione, anche se i locali presentino sin dall’origine rischi in materia antinfortunistica.

Assumono che al di là delle modifiche contrattuali formali, è stato provato in giudizio che sin dal 2008 il capannone fu affittato a L.Y.L., quale titolare dell’impresa, pur denominata sotto ditte apparentemente diverse, la quale, come è parimenti emerse e non contestato, ha costruito in quello stesso anno il soppalco. Il contratto concluso il 25 gennaio 2012, considerato dalla Corte territoriale ‘nuovo e diverso’ -e come tale comportante la consegna del locali in buono stato locativo, ai sensi dell’art. 1575 cod. civ.- nondimeno, non è affatto tale, in quanto le condizioni contrattuali, nulla innovano né in relazione all’effettivo conduttore, né in relazione all’attività da svolgere nel capannone, che era sempre la stessa sin dal 2003. Rilevano che l’identità della situazione concreta prima e dopo il contratto del 2012, è riconosciuta anche dal giudice di appello, secondo il quale formalmente con l’intervento dell’ultimo contratto si sarebbe dovuti pervenire alla restituzione alla società proprietaria, con successiva consegna dell’immobile ai nuovo conduttore. Una simile affermazione, nondimeno, si scontra contro il dato fattuale -continuità concreta del contratto- unico dato rilevante sotto il profilo penalistico. Invero, il richiamo delle norme regolatrici il contratto di locazione e gli obblighi del locatore (artt, 1575 cod. civ. e segg.) appare fuorviente, posto che la situazione oggettiva dei locali è rimasta immutata dall’effettiva consegna del locale nel 2008 e le cause dell’incendio sono da ricondursi a tre circostanze di fatto dipendenti dai datore di lavoro: malfunzionamento dell’impianto elettrico, o di componenti di connessione o di un utilizzatore, prossimità della scala di accesso al soppalco-dormitorio, ove al momento del fatto si trovava depositata una grande quantità di tessuto, altamente infiammabile. Sottolineano che la sentenza impugnata afferma che i ricorrenti avessero conoscenza dell’esistenza della struttura, ma nulla dice intorno alla consapevolezza dei medesimi sull’uso cui il soppalco era adibito. Invero, la presenza dell’installazione non costituiva di per sé pericolo, questo essendo derivato dall’impiego come dormitorio, tanto che tutti coloro che dormivano al piano terra si erano salvati, mentre la presenza di due operai deceduti al piano terra, senza detriti sotto il corpo, se poteva testimoniare che i due alloggiassero al piano terra, poteva anche voler dire che essi erano riusciti a raggiungere il piano sottostante. Al contrario, la Corte ritiene in modo apodittico che mancasse una via di fuga per chi alloggiava sul soppalco, salvo poi aggiungere che nella parte finale del capannone vi era una scala che conduceva al piano terra e mancando, in ogni caso, dì dare importanza all’ammasso di tessuti, altamente infiammabili, posti ai piedi della scala. Cosicché in modo del tutto congetturale ed illogico la Corte territoriale giunge ad affermare che la colpa degli imputati è consistita nell’avere consentito o comunque non impedito l’utilizzo del soppalco, benché riconosca che incombeva sul datore di lavoro provvedere al rispetto delle norme antinfortunistiche. Nondimeno, non incombe sui proprietario dell’immobile locato l’obbligo di verificare in modo pressoché giornaliero, come sembra intendere la sentenza di appello, se il conduttore rispetti i doveri che gli sono propri. Rilevano che la sentenza utilizza argomenti congetturali al fine di ribadire la sussistenza di una condotta rimproverabile dei proprietari, facendo riferimento al fatto che l’ipotetico verificarsi dell’Incendio in orario lavorativo, per la situazione dei luoghi, non avrebbe comunque consentito a coloro che si trovavano nella parte soppalcata di mettersi in salvo. Così illogicamente giungendo alla conclusione che la mancanza di adeguate vie di fuga è concausa dell’evento e che le macroscopiche violazioni del datore di lavoro non interrompono il nesso causale. E ciò, senza compiere il doveroso giudizio controfattuale al fine di valutare se in assenza di materiale infiammabile ai piedi della scala, di un utilizzo del soppalco diverso da quello del dormitorio degli operai e del malfunzionamento dell’impianto elettrico, cause tutte ascrivibili al datore di lavoro, l’evento morte si sarebbe prodotto egualmente. Sostengono che ulteriore elemento di contraddittorietà della decisione, che assolve gli imputati dal reato di cui all’art. 449 cod. pen,, in quanto non accertata la causa di innesco dei fuoco (circostanza che non consente di escluderne la natura dolosa), emerge laddove la Corte afferma che non vi è certezza dell’esistenza del nesso di causalità fra la presenza del soppalco e lo svilupparsi dell’incendio ma poi conclude in modo diametralmente opposto allorquando valuta il nesso di causalità fra la condotta ascritta agli imputati, consistita nella consegna di un immobile pericoloso e inidoneo all’uso e l’evento morte. Invero, siffatta condotta non può avere efficacia causale in ordine alla morte di un soggetto e nessuna efficacia causale in relazione alla condizione (incendio) che ha determinato quella morte. Né, senza aprire le porte alla responsabilità oggettiva, è possibile negare l’influenza sotto il profilo della prevedibilità ed evitabilità dell’evento, della mancanza di conoscenza in capo agli imputati dell’ammasso di materiali infiammabili, sostenendo, come fa la Corte, che le condizioni strutturali del capannone, anche in assenza della struttura soppalcata, fossero tali da far ritenere prevedibili le conseguenze nell’Ipotesi di necessità di rapido allontanamento. Rilevano la mancanza di logicità della motivazione nella parte in cui dopo aver richiamato le dichiarazioni di L.Y.L. secondo cui fu lei stessa a far autonomamente costruire il soppalco nel 2008, nondimeno, afferma che i ricorrenti dettero l’assenso alla sua costruzione, per poi sostenere che i medesimi lo visionarono approvandolo e continuarono a vederlo nelle loro rare visite. In ogni caso, nessuno degli argomenti utilizzati dalla Corte consente di considerare provata la conoscenza dell’uso del soppalco da parte di G.P., visto che, secondo la stessa sentenza, egli fece una sola visita al capannone nel 2008. Infine, nessun valore probatorio può essere riconosciuto al contenuto della pen drive sequestrata a G.P., proprio avuto riguardo a quanto riconosciuto dalla Corte di appello e cioè che esso rappresentava la linea difensiva che i due fratelli intendevano adottare.

  1. Con il quarto motivo si dolgono delle violazione della legge penale e del vizio di motivazione, in relazione alla ritenuta sussistenza, a fini civili, dell’aggravante di cui all’art. 539, comma 2A cod. pen., sulla base della considerazione della sua natura oggettiva. Osservano che non essendo stata contestata la cooperazione colposa, ma il concorso di cause indipendenti non può estendersi oggettivamente l’aggravante ad un soggette diverso da quello che assuma la specifica posizione di garanzia in relazione al rispetto della normativa antinfortunistica. Con ogni conseguenza anche in relazione alla procedibilità dell’azione civile nel processo penale proposta da C.C., a fronte della mancanza di querela.
  2. Con il quinto motivo fanno valere la violazione della legge penale ed il vizio di motivazione, sotto il profilo della illogicità e della carenza, in ordine alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. Rilevano che la sentenza richiamando, in sede di determinazione della pena, l’incidenza nella valutazione dada gravità del fatto dell’aggravante di cui agli artt. 589, comma 2A e 590, comma 3A cod. pen., pur ritenuta applicabile solo in sede civile, viola il principio di legalità, non essendovi stato appello del pubblico ministero sul punto e non potendo, dunque, l’aggravante essere presa in considerazione né per formulare la pena base, né per negare le circostanze attenuanti generiche.

Deducono la grave erroneità della motivazione nella parte in cui, affrontando il grado della colpa, sotto il profilo sanzionatorio, fa riferimento al fatto che abusi come quello accertato nel caso di specie ‘erano stati riscontrati in altri immobili locati ad imprenditori cinesi senza che gli interventi dell’autorità giudiziaria’ inducessero gli imputati a rispettare la legge. Sottolineano che il ricorso al ‘fatto notorio’ deve seguire criteri precisi, quali la conoscenza certa e generalizzata, mentre la Corte si riferisce a mere ipotesi riferite a terzi e non agli imputati. Lamentano la duplicazione degli effetti delle circostanze considerate sia in relazione all’individuazione della pena, che rispetto alla negativa valutazione di meritevolezza dell’attenuante di cui all’art. 62 bis cod. pen.

  1. Con il sesto motivo fanno valere la violazione della legge processuale ed il vizio di motivazione per travisamento della prova, in relazione al valore della procura rilasciata n favore di OMISSIS, rispettivamente moglie e madre di D.W., al fine di transigere con tutti i possibili responsabili della morte al quest’ultimo, rinunciando a perseguirli penalmente e civilmente, alla luce del risarcimento ricevuto. La procura, infatti, nonostante il diverso avviso della Corte territoriale che ha accolto la richiesta di risarcimento di L.H., respinta in primo grado, conferisce a D.X. il potere di rinunciare In proprio ed in nome dei rappresentati.
  2. Con il settimo motivo censurano, in quanto immotivata, la decisione della Corte territoriale con cui è stato riconosciuto il diritto al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva, sulla base del tempo decorso dal fatto, non potendo rinvenirsi la giustificazione di una simile statuizione nel fatto che le parti civili non avessero ancora ottenuto il risarcimento del danno.
  3. Con l’ottavo motivo si dolgono della violazione della legge civile e penale e del vizio di motivazione in relazione all’accoglimento dell’azione di regresso esercitata dall’INAIL, nonché delle domande di risarcimento del danno formulate dal Comune di Prato e dalle organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL.

sservano che rigettando l’appello in ordine alla comanda dell’INAlL, ancora una volta la sentenza fa riferimento all’aggravante della violazione delle norme antinfortunistiche, incorrendo in un grave vizio motivazionale. Sottolineano ‘’insussistenza di rapporti di garanzia fra i proprietari dei bene locato ed i lavoratori, anche in relazione alla mancanza della prova della consapevolezza dei primi dell’uso promiscuo cella struttura. Sostengono l’illogicità della motivazione posta a fondamento del rigetto dell’appello sulle domande proposte dalie organizzazioni sindacali, proprio per l’assenza di rapporti contrattuali o di altra natura con i lavoratori deceduti ed in ragione dei fatto che l’Incendio e le morti non sono intervenute nel corso dell’orario di lavoro. Ed infine rileva, con riferimento al riconoscimento del risarcimento a favore del Comune di Prato, l’erroneità della sentenza nella parte in cui afferma che l’opera di vigilanza del Comune sul territorio e sul radicato fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori stranieri ed irregolari sarebbe stata ostacolata dagli imprenditori e dai proprietari degli immobili locati, che avrebbero consentito all’uso delle strutture come dormitori, non essendo detta ultima circostanza provata nel caso di specie.

  1. G.P. e M.P. concludono per l’annullamento, della sentenza impugnata, anche in relazione alle statuizioni civili, con rinvio per nuovo esame.
    15. Il responsabile civile Società immobiliare M.G.F. s.r.l., già M.G.F. s.a.s. di G.P. & C., formula sette motivi di ricorso, tutti articolati in più profili.
  2. Con il primo fa valere la violazione della legge penale per erronea applicazione dell’art. 43 cod. pen., della legge civile, in relazione al disposto dell’art. 1575 cod. civ. ed il vizio di motivazione. Rileva che la Corte territoriale nell’argomentare le ragioni della condanna al risarcimento del danno in favore delle parti civili, parte dell’errata considerazione che l’art. 1575 cod. civ. introduca una regola cautelare in favore del conduttore del bene immobile locato, che costituisce il locatore come titolare di una posizione di garanzia.

Sostiene che il disposto dell’art. 1575 cod. civ. ha rilievo meramente civilistico e che, in ogni caso, la responsabilità del locatore in ordine alla conformità del bene alla destinazione d’uso va esclusa quando la non conformità sia nota ed accettata dalla controparte contrattuale, essendo la norma rivolta al mantenimento dell’equilibrio contrattuale. Richiama la giurisprudenza di legittimità delle sezioni civili in ordine all’insussistenza di oneri risarcitori a carico del locatore per danni derivanti a terzi, allorquando le modificazioni dell’immobile locato, da cui è derivato il danno, siano dipese da abusi del conduttore, nonché le pronunce relative agli oneri gravanti sul conduttore per il rilascio delle autorizzazioni amministrative per lo svolgimento negli immobili locati delle attività che il medesimo intende esercitare, con esclusione di ogni obbligo per il locatore. Assume che l’art. 1575 ccd. civ. non pone in capo al locatore un obbligo di regolarità amministrativa sotto il profilo edilizio, salvo che ciò non sia espressamente previsto dal contratto, né impone obblighi di prevenzione circa l’attività che si svolga nell’immobile e tanto meno obblighi di prevenzione dei rischi inerenti alla sicurezza sul lavoro che prescindono sempre da eventuali difetti strutturai, dell’Immobile. Rileva che, secondo la giurisprudenza di legittimità, ai fini dell’individuazione della regola cautelare alla stregua della quale valutare la condotta dell’agente non è sufficiente fare riferimento a norme che distribuiscano compiti, senza impartire prescrizioni modali, impartite per evitare il verificarsi dell’evento e sottolinea che l’art. 1575 cod. civ. non ha siffatto contenuto. Occorre, peraltro, tenere conto delle diverse aree di rischio governate dal proprietario dell’immobile e dal datore di lavoro, non potendo i rischi dell’attività del secondo gravare sul primo, né rientrare nella sfera di governo del primo l’utilizzo improprio del luogo di lavoro da parte del secondo. Deduce l’improprio richiamo da parte della Corte territoriale della disposizione di cui all’art. 1580 cod. civ. relativo ai rischi derivanti alla salute dai vizi della cosa locata, che assicura al conduttore la facoltà di risolvere il contratto, ancorché ne abbia avuto conoscenza od abbia rinunciato a rilevarne la sussistenza, posto che la norma opera solo nell’ipotesi di utilizzo del bene conforme alla destinazione d’uso, accompagnato dal rispetto degli obblighi anche normativi posti a carico del conduttore. Assume, avuto riguardo all’utilizzo del soppalco, che la Corte di appello afferma che la presenza della struttura non ebbe rilevanza quale causa dell’incendio, ma ne riconosce il ruolo causale rispetto al decesso dei lavoratori, in ragione dell’utilizzazione quale dormitorio, ritenendo che, se gli operai non fossero stati addormentati, con probabilità che sfiora la certezza, sarebbero riusciti a fuggire. Contraddittoriamente, tuttavia, la Corte in un passo successivo attribuisce rilevanza causale anche alla mancanza di idonee vie di fuga, nonostante quanto ritenuto In precedenza.

Sostiene che nessun rimprovero può essere mosso al locatore per l’uso del soppalco a fini abitativi e che la violazione del disposto dell’allegato IV punto 114 del d.lgs. 51/2008, relativo alle caratteristiche dei dormitori per i lavoratori, originariamente contestata non è stata riconosciuta neppure in primo grado e che, comunque, solo il datore di lavoro può essere responsabile della conformità dei dormitori alla normativa prevista, in quanto le ipotesi in cui la responsabilità inerente alla sicurezza dei lavoratori viene estesa ad altri soggetti sono espressamente previste dal legislatore del T.U. sulla sicurezza dei luoghi di lavoro.

  1. Con Il secondo motivo si duole della violazione della legge penale con riferimento agli artt. 41,43 e 589 cod. pen., nonché del vizio di motivazione. Ribadendo che sul proprietario dell’immobile non grava alcuna posizione di garanzia in ordine al suo utilizzo da parte del conduttore, lamenta che la Corte territoriale abbia omesso di configurare nelle gravissime violazioni della disciplina antinfortunistica e di sicurezza dei luoghi di lavoro -anche in relazione alla normativa antincendio, accertate dalla sentenza irrevocabile a carico di L.Y.- una causa interruttiva del nesso causale fra l’asserita condotta colposa e l’evento. Si tratta, infatti, di cause concorrenti successive ex art. 41 cod. pen. a quella imputata a G.P. e M.P. -consistente nella contestata locazione di un immobile non conforme all’uso- che rappresentano una causa sopravvenuta interruttiva del nesso causale, in quanto eccentrica all’area di rischio governata dai proprietari, ma anche una circostanza eccezionale ed abnorme, non essendo prevedibile per gli imputati la condotta posta in essere dall’imprenditore e datore di lavoro nel processo produttivo e nella definizione delle condizioni lavorative ed abitative dei lavoratori.
  2. Con il terzo motivo lamenta la violazione della legge penale in relazione agii artt. 43 e 589 cod. pen. ed il vizio di motivazione per avere la Corte territoriale fondato il giudizio di colpevolezza degli imputati e quindi il relativo obbligo risarcitorio del responsabile civile sulla scorta del principio di precauzione e non sulla prevedibilità ed evitabilità dell’evento concreto, cosi finendo per fondare l’elemento soggettivo sul mero disvalore dell’azione, anziché verificare se fosse prevedibile che dalla consegna di un immobile non idoneo all’uso potesse derivare un fatto lesivo dei genere di quello prodottosi. Cioè se i proprietari dell’Immobile potessero rappresentarsi che, in conseguenza dell’ammasso di materiale Infiammabile, dell’utilizzo di impianti elettrici non a norma, dell’uso del soppalco come dormitorio e di tutte le violazioni antinfortunistiche poste in essere dal datore di lavoro, l’immobile avrebbe potuto costituire un impedimento fisico Invalicabile per chi intendesse fuggire da un incendio.
  3. Con il quarto motivo censura la sentenza impugnata per avere erroneamente applicato l’art. 83 cod. proc. pen.. Rileva che la società M.G.F, s.a.s. (all’epoca) si trova parallelamente coinvolta nel procedimento penale con cui le è stato contestato l’illecito amministrativo di cui agli artt. 1, 5, 6 e 25 septìes d.lgs. 231/2001 in qualità di società – benché priva di personalità giuridica- proprietaria del capannone industriale, in quanto responsabile del reato di omicidio colposo plurimo aggravato dalla violazione della disciplina antinfortunistica. La pendenza di procedimento penale per autonomo titolo di responsabilità comporta il difetto di legittimazione passiva nel presente procedimento, non potendo la società cui è ascritta responsabilità per fatto proprio, rispondere per responsabilità altrui.
  4. Con il quinto motivo del ricorso si duole della violazione di legge In relazione all’art 59 cod. pen. ed agli artt. 10 e 11 d.P.R. 1124/1965, nonché dell’art. 185 cod. pen.. Rileva come la sentenza del giudice di appello senza porre la distinzione tra la cooperazione colposa e concorso di condotte colpose indipendenti nella causazione dell’evento, giunge ad estendere -sebbene solo ai fini civilistici- l’aggravante della violazione della normativa antinfortunistica anche ai proprietari dell’Immobile, sulla base della natura oggettiva della medesima e della ritenuta ‘unicità del fatto’. E ciò pur dopo avere ritenuto che l’evento ‘unico’ fu determinato da condotte indipendenti concorrenti nella sua causazione. Assume che nell’ipotesi di concorso di cause indipendenti, non essendovi la consapevolezza dell’altrui partecipazione, connotante invece la cooperazione colposa, manca ogni legame sotto il profilo soggettivo, sicché le condotte debbono essere autonomamente valutate, ancorché l’evento sia unico (secondo la disciplina dell’art. 41 cod. pen.).

Come già ritenuto dal primo giudice, dunque, nonostante la natura oggettiva dell’aggravante, la sua estensione è impedita dall’assenza della cooperazione colposa, che determina l’inapplicabilità dell’art. 59, comma 2 cod. pen.. Sostiene che da simili premesse debba trarsi l’improcedibiiità dell’azione penale per il reato di cui all’art. 590 cod. pen. posto in essere in danno ai C.C., per difetto di querela, non essendo il medesimo procedibile d’ufficio in assenza dell’aggravante, con il conseguente venir meno della condanna al risarcimento del danno in favore del medesimo. Afferma che l’esclusione dell’aggravante della violazione della normativa antinfortunistica comporta altresì l’infondatezza della domanda di regresso introdotta dall’INAIL. Siffatta azione, invero, può essere esercitata soie nei confronti del datore di lavoro o di soggetti che siano legati al lavoratore assicurato nell’ambito del rapporto di lavoro ex art. 10, comma 2 d.P.R. 1124/1955 (altri dipendenti, preposti ecc.). dovendosi, per converso esercitare nei confronti di terzi eventuali responsabili l’azione surrogatoria di cui all’art. 1916 cod. civ.. Avendo l’INAIL formulato la costituzione di parte civile nel processo penale in forza dell’esercizio dell’azione di cui agli artt. 10 e 11 D.P.R. 1124/1965, e cioè di una pretesa non configurabile nei confronti di G.P. e M.P., soggetti diversi dal datore di lavoro, estranei alla violazione della normativa antinfortunistica, la condanna non poteva essere pronunciata. Osserva che priva di fondamento, sulla base della non estensibilità dell’aggravante della violazione della normativa antinfortunistica, va ritenuta la condanna al risarcimento del danno in favore delle OO.SS., poste che l’eventuale perdita di credibilità dell’azione di tutela delle condizioni ci lavoro non è causalmente connessa con l’azione dei proprietari dell’Immobile.

  1. Con il sesto motivo lamenta l’inosservanza della legge penale penale e della legge processuale penale, con riferimento rispettivamente all’art. 185 cod. pen. ed all’art. 74 ccc. proc. pen.. Ricorda che il Comune di Prato ha formulato l’azione civile nel processo penale fondando la richiesta di risarcimento sul progetto Patto Prato Sicura, relativo, secondo la documentazione prodotta, all’attività di contrasto alla criminalità economica a mezzo di controlli intesi a combattere lo sfruttamento della manodopera irregolare, con iniziative di contrasto dei fenomeni di sfruttamento dell’impiego irregolare. Osserva che la Corte territoriale, nel respingere l’appello sul punto, ha ritenuto che il fenomeno dello sfruttamento è sostenuto anche dai proprietari dei capannoni che non si fanno scrupolo a locare e consegnare ad Imprenditori-sfruttatori immobili inidonei ad ospitare attività produttive, in un’ottica di puro guadagno. Sottolinea che, nondimeno, l’assenza di violazioni di normative sul lavoro ed antinfortunistiche impedisce di riferire ai proprietari degli immobili condizioni di sfruttamento dei lavoratori, con il conseguente venir meno del presupposto della condanna ai risarcimento dei danni in favore del Comune di Prato.
  2. Con il settimo motivo censura la sentenza impugnata per avere condannato il responsabile civile al pagamento di provvisionali senza fare riferimento al parametro indicato dall’art. 539, comma 2 cod. proc. pen., relativo al raggiungimento della prova del danno e del suo ammontare, limitandosi a richiamare la certezza di un danno rilevante ed il tempo trascorso, criteri estranei alla disposizione che autorizza la condanna. Conclude chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.
  3. Con memoria depositata in cancelleria l’INAIL formula osservazioni relativamente a ciascuna delle doglianze proposte dai ricorrenti, rilevando in particolare che l’Immobile era privo del requisiti di sicurezza, non essendo dotato di idonee vie di fuga e di un sistema antincendio con porte tagliafuoco omologate e valido sistema di tiraggio dell’aria, mentre all’interno dell’immobile era presente un solo idrante utilizzabile, il cui raggio di portata non copriva l’estensione del capannone. L’ente rileva che gli imputati, esperti immobiliaristi, hanno violato le norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, locando ad uso artigianale un immobile privo di agibilità e senza i requisiti minimi imposti per la sicurezza antincendio, contribuendo a creare i presupposti per il verificarsi dell’evento. Osserva che l’azione di regresso può essere esercitata nei confronti degli imputati (e del responsabile civile) gravando sui medesimi un obbligo di sicurezza. Conclude per la reiezione dei ricorsi.

DIRITTO

  1. I ricorsi devono trovare accoglimento.
  2. Il primo motivo formulato dagli imputati è manifestamente Infondato.

2.1 E’ sufficiente richiamare la pronuncia delle Sezioni Unite con cui si è chiarito che “La decisione con la quale il giudice per le indagini preliminari dispone il giudizio immediato non può essere oggetto di ulteriore sindacato. (In motivazione, la Corte ha osservato che il provvedimento adottato dal Gip chiude una fase di carattere endoprocessuale priva di conseguenze rilevanti sui diritti di difesa dell’imputato, salva l’ipotesi in cui il giudice del dibattimento rilevi che la richiesta dei rito non è stata preceduta da un valido interrogatorio o dall’invito a presentarsi, integrandosi in tal caso la violazione di una norma procedimentale concernente l’intervento dell’imputato, sanzionata di nullità a norma degli artt. 178, comma primo, lett. c) e 180 cod. proc. pen.)” (Sez. U., n. 42979 del 25/06/2014, S., Rv. 260018).

  1. Anche il secondo motivo formulato da M.P. e G.P. è manifestamente infondato.

3.1. I ricorrenti assumono la violazione della norme sulla competenza del Tribunale in composizione collegiale e si dolgono del mancato accoglimento dell’eccezione di legittimità costituzionale formulata con l’atto di appello che richiamano.

Ora, la doglianza proposta appare priva dei requisiti di specificità necessari per procedere al suo vaglio. Mal si comprende, infatti, se essa sia riferita alla mancata condivisione da parte del giudice di seconda cura dell’invocata interpretazione estensiva dell’art. 33 bis cod. proc. pen., ai fine di farvi rientrare anche il reato di col all’art. 437, comma 2 cod. pen., o alla mancata qualificazione dell’art. 589, comma 4A cod. pen., come reato autonomo, con conseguente superamento del limite di pena stabilito dall’art. 33 bis, comma 2A cod. pen., che segna lo scrimine fra la competenza monocratica e quella collegiale, o ad entrambe le censure formulate con il gravame in appello, con separati motivi.

In ogni caso, vale qui ricordare che la determinazione della riserva di collegialità e scelta legislativa, operata sulla base di una pluralità di criteri (maggiore o minore gravità dei reati, individuata in via generale attraverso un criterio quantitativo che tiene conto dell’entità della pena, e in via specifica attraverso un’elencazione nominativa di singole fattispecie), non suscettibile di analogia, né censurabile sotto il profilo costituzionale in assenza di un vulnus delle garanzie processuali, neppure efficacemente prospettato in questa sede.

Condivisibile, dunque, appare la motivazione della Corte di appello che, da un lato, rammenta la pacifica qualificazione dell’art. 589 comma 4 cod. pen. quale ipotesi di concorso formale di reati, unificati quod poenam, restando escluso che l’ipotesi costituisca fattispecie autonoma (cfr. Sez. 4, n. 20340 del 07/03/2017 – dep. 28/04/2017, M. Rv. 27016701; Sez, 4, n, 36024 del 03/06/2015, P.C. e altro, D. P. e altro Rv. 264408; Sez. 4, n. 35305 del 15/06/2011, S., Rv. 251106; Sez. 4, n. 15551 del 24/09/2007 – dep. 15/04/2008, C. e altri, Rv. 239529), dall’altro, ribadisce che la competenza collegiale è stata espressamente riservata a figure particolari di disastro, fra le quali non rientra quella di cui all’art. 437, comma 2 cod, pen..

Rilevato che i due reati di cui all’art. 589 cod. pen. e 437 comma 2 cod. pen. non sono espressamente richiamati dall’art. 33 bis cod. proc. oen., va riaffermato che siffatta disposizione è insuscettibile di interpretazione estensiva, in quanto frutto dell’insindacabile discrezionalità legislativa in ordine alla determinazione delle attribuzioni del tribunale in composizione collegiale, che per la loro natura specificamente derogatoria, assumono valore tassativo, impedendo di prefigurare per via esegetica ulteriori riserve di collegialità rispetto all’ipotesi di reato non specificamente previste.

  1. Non resta, dunque, che respingere l’eccezione.
  2. Esaurita la trattazione dei motivi di carattere processuale, possono essere affrontati le ulteriori censure formulate sia da M.P. e G.P., che dal responsabile civile Società Immobiliare M.G.F. s.r.l. (in persona del legale rappresentante V.P..). I temi introdotti dai ricorrenti si snodano trasversalmente in una pluralità di doglianze e vanno pertanto, affrontati per questioni ai fine di evitare ripetizioni e sovrapposizioni argomentative.
  3. La prima, in ordine logico, riguarda la sussistenza di una posizione di garanzia in capo agii imputati (terzo motivo del ricorso introdotto da M.P. e G.P.; primo e secondo motivo dell’impugnazione proposta dal responsabile civile), la cui fonte è stata rinvenuta dai giudici del merito negli obblighi giuridici scaturenti dal contratto di locazione concluso fra la Società Immobiliare M.G.F. s.a.s. e L.J. (giudicata separatamente) titolare della T. Moda, avente ad oggetto il capannone con destinazione d’uso industriale sito in Prato in via (omissis).

6.1. Le argomentazioni svolte dalle sentenze, sia di primo che di secondo grado, si articolano su più piani.
La comune premessa del ragionamento riguarda la natura del negozio concluso in data 29 febbraio 2012. Si assume, infatti, che l’accordo in vigore al momento del disastro si sia sostituito a quello stipulato il 24 gennaio 2008 fra la Stireria L. di D.M. e la società Società Immobiliare M.G.F. s.a.s (attualmente s.r.l.), risolto il 27 febbraio 2012, avendo le parti, previo scioglimento del precedente patto, concluso un nuovo contratto, con cui veniva modificato, riducendolo, il canone di locazione.

Sulla base di questo assunto, la Corta territoriale ha ritenuto che a seguito della risoluzione dei primo contratto sia intervenuta ‘almeno formalmente’ la restituzione dei bene da parte del conduttore, con conseguente assunzione dell’onere in capo al locatore, in occasione della stipula del nuovo contratto, di ‘consegnare la cosa in buono stato di manutenzione’ e di ‘mantenerla in stato da servire all’uso convenuto’ ex art. 1575 cod. civ..

Secondo le sentenze è proprio da quest’ultima disposizione che scaturisce la posizione di garanzia del locatore (e quindi degli imputati), trattandosi di norma che, insieme con l’art. 1578 cod. civ. e con I”art. 1580 cod. civ., definisce il quadro degli obblighi del locatore, consistenti non solo nel consentire il pacifico uso della cosa locata, nel consegnarla e mantenerla in buono stato di manutenzione, ma nell’assicurare che la medesima non sia affetta da vizi tali da attentare alla salute o da diminuirne apprezzabilmente il godimento. Sicché l’avere formalmente riconsegnato, in occasione della conclusione del contratto datato 29 febbraio 2012, un bene inidoneo all’uso convenuto, in quanto contenente l’opera abusiva realizzata dal conduttore e costituita da un soppalco che rendeva promiscuo l’uso del capannone, che per la sua conformazione creava una situazione di pericolo per i lavoratori, implica la violazione dei doveri conseguenti ex lege alla conclusione del contratto, che delineano l’ambito di responsabilità del locatore nei confronti dei conduttore e da cui origina la posizione di garanzia del locatore.

6.2. Dunque, secondo la decisione impugnata, da un lato, è nella disciplina del contratto di locazione che va ricercato l’obbligo violato -consegna della cosa in buono stato locativo- dall’altro, la sussistenza della violazione può affermarsi in quanto, pur essendo l’opera abusiva stata costruita durante la vigenza del precedente contratto (2008), la sua risoluzione avrebbe comportato, quantomeno formalmente, la restituzione del bene e la riconsegna in occasione del nuovo accordo, con assunzione dell’onere in capo al locatore di adempiere al disposto di cui agli artt. 1575 e 1580 cod. civ.., in relazione alla conformità della cosa all’uso consentito ed alla sua non pericolosità per la salute.

  1. Ora, per affrontare la delicata questione della costituzione in capo al locatore di oneri di sicurezza nei confronti di soggetti utilizzatori della cosa locata deve necessariamente mutuarsi l’aspetto descrittivo delle obbligazioni facenti capo al medesimo dalla normativa codicistica, che distingue fra gli obblighi ed i rimedi contrattuali. I primi, per quanto concerne il locatore, sono stabiliti dall’art. 1575 cod. civ. e, fatto salvo il dovere di assicurare il pacifico godimento della cosa, consistono nel dovere di consegnarla e di mantenerla in modo da servire all’uso convenuto. E’ ovvio che nell’obbligo di consegnare la cosa locata in buono stato manutentivo, in modo da servire all’uso convenuto, è compreso l’obbligo di garantire che la cosa sia esente da vizi che la rendano inidonea all’uso o che ne diminuiscano il godimento ed ancor prima quello di assicurare che la cosa non sia affetta di vizi tali da renderla pericolosa per la salute.
  2. Senza addentrarsi ulteriormente nella materia, affrontando la disponibilità delle parti in ordine all’accettazione di vizi od alla limitazione dei rimedi contrattuali per i vizi conosciuti o conoscibili (l’art. 1578 cod. civ. consente la risoluzione o la riduzione del corrispettivo solo per il caso di vizi non conosciuti o non facilmente riconoscibili, mentre l’art. 1579 stabilisce sulle ipotesi di inefficacia del patto di limitazione della responsabilità del locatore), è sufficiente ricordare che la disciplina che regola l’equilibrio contrattuale consente lo scioglimento del sinallagma anche per vizi noti – e sinanco accettati ed oggetto di specifica pattuizione- qualora essi espongano il conduttore (i familiari) o i dipendenti a rischio per la salute (art. 1580 cod. civ.).
  3. Questo preambolo è indispensabile per introdurre ulteriori precisazioni sulla ripartizione degli oneri fra le parti in ordine alla corrispondenza fra le caratteristiche del bene e l’uso pattuito, anche avuto riguardo alla regolarità amministrativa, nonché in relazione all’eventuale sussistenza della responsabilità del locatore per le addizioni alla cosa locata, eseguite dal conduttore.

La giurisprudenza delle Sezioni civili di questa Corte ha, in plurime occasioni, chiarito che “Nei contratti di locazione relativi ad immobili destinati ad uso non abitativo, grava sui conduttore l’onere di verificare che le caratteristiche del bene siano adeguate a quanto tecnicamente necessario per lo svolgimento dell’attività che egli intende esercitarvi, nonché al rilascio delle necessarie autorizzazioni amministrative; ne consegue che, ove il conduttore non riesca ad ottenere tali autorizzazioni, non è configurabile alcuna responsabilità per inadempimento a carico del locatore, e ciò anche se il diniego sia dipeso dalle caratteristiche proprie dei bene locato. La destinazione particolare dell’Immobile, tale da richiedere che lo stesso sia dotato di precise caratteristiche e che attenga specifiche licenze amministrative, diventa rilevante, quale condizione di efficacia, quale elemento presupposto o, infine, quale contenuto dell’obbligo assunto dal locatore nella garanzia di pacifico godimento dell’immobile in relazione all’uso convenuto, solo se abbia formato oggetto di specifica pattuizione, non essendo sufficiente la mera enunciazione, in contratto, che la locazione sia stipulata per un certo uso e l’attestazione del riconoscimento dell’idoneità dell’immobile da parte del conduttore” (Cass. Civ.: Sez. 3, Ordinanza n. 14731 del 07/06/2018, Rv. 649048; ed ancora ex multis Sez, 3, Sentenza n. 6123 dei 14/03/2018, Rv. 648416; Sez. 3, Sentenza n. 17986 del 14/08/2014, Rv. 632684, Sez. 5, Sez. 3, Sentenza n. 1735 del 25/01/2011, Rv. 616335; Sentenza n. 13587 del 04/06/2010, Rv. 613335).

  1. Se è vero che le conseguenze contrattuali del mancato ottenimento o della mancata richiesta di titoli amministrativi o abilitativi necessari allo svolgimento nell’immobile locato dell’attività imprenditoriale gravano sul conduttore, dande luogo alla responsabilità del locatore solo allorquando sia pattiziamente stabilito, ciò deve affermarsi anche per la verifica della sussistenza di determinate caratteristiche tecniche dei locali in relazione all’attività da svolgere al loro interno. Infatti, in tal caso, è onere della parte conduttrice, consapevole del tipo di attività da esercitare nei locali accertare preventivamente che quell’attività sia compatibile con le strutture dell’edificio e conforme a quanto tecnicamente necessario, ovvero pretendere in contratto specifiche garanzie in proposito dal locatore (cfr. ancora Cass. civ,: Sez. 3, Ordinanza n. 14731 del 07/06/2018, Rv. 649048; Sez. 3, Sentenza n. 13841 del 09/06/2010, Rv. 613270 ; Sez. 3, Sentenza n. 9015 del 30/04/2005, Rv, 581431).
  2. Ora, sebbene la previsione di doveri connessi al contratto derivanti dalla legge o dalla volontà delle parti non ne implichi di per sé la natura cautelare, nondimeno, laddove la prescrizione dell’obbligo contenga una regola comportamentale rivolta all’elisione di un rischio dovrà ritenersi che il suo contenuto assuma la natura di regola cautelare.

La regolamentazione legale e contrattuale del rapporto negoziale delinea, quindi, la sfera di responsabilità del locatore nei confronti della controparte contrattuale e dei soggetti che utilizzano il bene, in ragione dell’uso pattiziamente previsto, e genera in quell’ambito la posizione di garanzia del locatore, potendosi rimettere al medesimo esclusivamente il governo del rischio generato dalla cosa locata, nei limiti nei quali egli deve assicurarne l’utilizzo convenuto, restando esclusi i rischi derivanti dall’attività svolta dal conduttore e permanendo, invece, in capo al locatore il rischio derivante dalla struttura in sé, indipendentemente dal suo utilizzo.

  1. A siffatto quadro interpretativo non si sottraggono le addizioni all’immobiie effettuate dal conduttore incombendo sempre su quest’ultimo non solo la richiesta dei titoli amministrativi eventualmente necessari, ma anche le responsabilità derivanti dal loro utilizzo o dalla modificazione dell’Immobile locato.
  2. Tirando le fila del discorso finora svolto va affermato che non possono essere ex lege (ma solo ex contractu) addebitate al locatore le conseguenze dell’inidoneità funzionale o della modifica dell’immobile incombendo sul medesimo solo quelle discendenti dal contratto o dalle deficienze strutturali del bene (a mero titolo di esempio: la vetusta del tetto, o vizi dei plinti dell’immobile, inidoneità di parapetti ecc.) o comunque quelle che costituiscano vizi propri della cosa tali da porre in pericolo la salute del conduttore o dei suoi familiari o dipendenti (art. 1580 cod. civ.) purché essi non siano originate dall’attività del conduttore o dalle modificazioni dell’immobile da questi realizzate in corso di contratto.
  3. Non sembrano, per la verità, discostarsi dalla ricostruzione sviluppata le premesse del ragionamento della sentenza impugnata. Anche la Corte territoriale, infatti, muove le proprie considerazioni dalla sovrapponibilità fra gli obblighi scaturenti dalla locazione, come descritti dagli art. 1575 e ss. cod. civ. (siano essi ex lege o ex contractu) e gli obblighi cautelari incombenti sul locatore, che ne definiscono la posizione di garanzia.
  4. Né contraddicono siffatta impostazione le sentenze richiamate dalla Corte territoriale che hanno affrontato il tema dell’estensione della posizione di garanzia del locatore, affermando che gli “obblighi che regolano il rapporto contrattuale, al contempo, delineano l’ambito della responsabilità del locatore nei confronti del conduttore” (Sez. 4, n. 4622 del 15/12/2017 – dep. 31/01/2018, G., in motivazione), o che “il proprietario dell’Immobile è titolare di una posizione di garanzia derivante dall’art. 1575 cod, civ. nella parte in cui prevede l’obbligo di consegnare e mantenere in buono stato di manutenzione la cosa locata” (Sez. 4, n. 35296 del 16/05/2013 – dep. 21/08/2013, C., Rv. 256341, fattispecie relativa alla caduta da un balcone non protetto da parapetto).
  5. Ora, nel caso di specie, è pacifico in giudizio che la costruzione del soppalco, adattato a dormitorio dei lavoratori, che ha reso promiscuo l’uso dei capannone, vada ascritta al conduttore, che vi ha provveduto sin dal 2008, cioè poco dopo la conclusione dell’originario contratto di locazione.

Parimenti è pacifico -e sul punto si trattiene a lungo la prima sentenza, che viene sinteticamente ripresa dalla Corte di appello- che il conduttore-datore di lavoro non sia mai mutato nel corso del tempo. A questo proposito, Invero, il giudice di prima cura fa cenno all’intestazione fittizia di tutte le ditte individuali cinesi succedutesi nel contratto dal mese di gennaio 2008 fino ai giorno dell’evento, ognuna delle quali in realtà riferibile alla stessa amministratrice di fatto, nella persona di L.Y.L.

Senza meglio approfondire se si sia realizzata una successione di diversi conduttori nei contratti di locazione, o più propriamente il solo mutamento di denominazione dell’impresa conduttrice, ciò che importa in questa sede è che il contraente (L.Y.L.) è rimasto il medesimo e che ha proseguito l’attività d’impresa, all’interno del capannone locato, dal gennaio 2008 sino alla data dell’evento, ininterrottamente, modificandone sin da subito la struttura interna.

  1. Si tratta di una circostanza rilevante, posto che la decisione qui impugnata fa derivare responsabilità degli imputati (In quanto locatori) dal mancato adempimento all’obbligo di consegna del bene in buono stato di manutenzione (pag. 24 della sentenza celia Corte di appello), riferendosi ad una restituzione del bene alla società proprietaria intervenuta ‘almeno formalmente’ ed alla ‘almeno formale consegna del capannone alla società conduttrice’, in occasione della stipulazione del contratto del 29 febbraio 2012.

E’ proprio da questa restituzione-riconsegna fittizia che i giudici del merito, desumono la violazione degli obblighi di cui agli artt. 1575 e 1580 cod. civ., per avere dato in locazione un bene affetto da un vizio che lo rendeva inidoneo all’uso pattuito e pericoloso per la salute, essendo il soppalco struttura che non consentiva adeguata via di fuga.

  1. Ora, anche volendo prescindere da quanto supra ricordato circa l’onere gravante sul solo conduttore dell’Immobile destinato ad uso non abitativo di verificare che le caratteristiche del bene siano adeguate a quanto tecnicamente necessario per lo svolgimento dell’attività, vi è che solo l’effettiva restituzione del bene ai sensi dell’art. 1590 eoo. civ. -conseguente la scadenza naturale del rapporto o suo scioglimento- avrebbe eventualmente consentito al locatore di adempiere all’obbligo di consegnare nuovamente il medesimo bene privo del vizi derivanti dalla trasformazione dovuta alle addizioni del conduttore, ed in particolare di vizi che ne rendessero l’utilizzo pericoloso per la salute.

Ma, siffatta restituzione non solo non vi è stata, ma è stata chiaramente esclusa dalle parti contrattuali posto che ai contratto del 24 gennaio 2008 (allegato al ricorso degli imputati) con scadenza al 31 gennaio 2014, formalmente risolto il 27 febbraio 2012, è seguito In data 29 febbraio 2012 contratto di identico contenuto, con cui si è semplicemente prevista la modificazione dell’importo del canone, senza alcuna soluzione di continuità nel godimento dell’Immobile da parte del conduttore, fatto quest’ultimo del tutto incontestato.

Ciò smentisce quanto sostenuto dalla sentenza Impugnata perché non può certamente ritenersi l’assenza di collegamento con i rapporti di locazione precedenti stante la prosecuzione nel godimento dell’immobile e la mera rinegoziazione dei canone. (Circostanza questa che rende del tutto superfluo anche il richiamo del costante orientamento di questa Corte di legittimità, pur evocata dalle difese, secondo cui, in tema di locazione, non è sufficiente ad integrare novazione del contratto la variazione della misura del canone o del termine di scadenza, trattandosi di modificazioni accessorie, essendo invece necessario, oltre al mutamento dell’oggetto o del titolo della prestazione (rimanendo irrilevante la successione di un soggetto ad un altro nel rapporto), che ricorrano gli elementi dell’animus e della causa novandi, che debbono essere accertati dal giudice di merito, cfr. sul punto Sez. 3, Sentenza n. 14620 del 13/06/2017, Rv. 644645 ; Sez. 3, Sentenza n. 5673 del 09/03/2010, Rv. 511737; Sez. 3, Sentenza n. 11672 del 21/05/2007, Rv. 596711).

Il rapporto di locazione, dunque, sotto il profilo sostanziale è certamente proseguito fra le parti, senza alcuna interruzione, sicché ricavare, come fanno i giudici del merito, dalla conclusione del contratto datato 29 febbraio 2012 l’obbligo di consegnare al conduttore un bene, dal medesimo già detenuto e del quale egli ha continuato a godere, appare del tutto fuorviante.

  1. Se l’area di rischio governabile dal locatore, rispetto alla quale può affermarsi che egli rivesta una posizione di garanzia, è quella delineata dagli obblighi a lui facenti capo ai sensi degli arti. 1575 e 1580 cod. civ. -e cioè consegnare In buono stato di manutenzione, privo di vizi che ne determinino la pericolosità per il conduttore ed i terzi che lo utilizzino in forza del contratto, come affermato sopra- aventi natura cautelare in quanto il loro carattere prescrittivo comporta l’elisione di un rischio, è solo con l’effettiva consegna del bene che sorge la posizione di garanzia.

Non è infatti con l’assunzione dell’obbligo contrattuale di consegnare -quale prestazione che deve essere adempiuta dal locatore ed il cui mancato adempimento comporta il ricorso agli ordinari rimedi contrattuali- ma con la consegna materiale dei bene che si delinea in capo al locatore il dovere di sicurezza in relazione all’area di rischio dal medesimo governabile e cioè in relazione alle caratteristiche strutturali dell’immobile, nei limiti sopra delineati, restando escluse (salvo diversa pattuizione, da cui può scaturire ulteriore obbligo cautelare) sia la sua conformità all’attività da svolgervi, che le trasformazioni o addizioni successive apportate dal conduttore.

17.1 Né può ritenersi, come sembrano seppur meno chiaramente sostenere i giudici di merito, che nell’obbligo mantenere la cosa in stato ‘da servire all’uso convenuto’, vi sia quello di imporre l’eliminazione di manufatti costruiti dai conduttore nel corso del rapporto. L’obbligo previsto dall’art. 1575, n 2) cod. civ., invero, e strettamente connesso con quello previsto a suo carico dall’art. 1575 n. 1) cod. civ.. Esso tende ad assicurare il buono stato di manutenzione della cosa per la durata dei contratto e consiste nel provvedere a tutte le riparazioni necessarie a conservare la cosa nello stato in cui si trovava al momento della consegna del bene (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 120 85 del 28/11/1998, Rv. 521192), con cui il locatore adempie al proprio obbligo contrattuale. L’art. 1575 n. 2) cod. civ., infatti, introduce un obbligo di fare e non di inibire, rispetto al quale residua in capo al locatore, laddove ravvisi una violazione del contratto o della legge, solo il ricorso alla domanda di esatto adempimento (laddove possibile) o alla risoluzione contrattuale, rimedi entrambi inidonei ad ottenere l’immediata rimozione di un manufatto e la cessazione della pericolosità creata dal conduttore.

  1. Dunque, tirando le fila di questo lungo discorso- ricordato ancora una volta che l’onere di verifica della sussistenza delle necessarie caratteristiche tecniche (e quindi antinfortunistiche) dei locali in relazione all’attività da svolgere incombe sul conduttore (cosi come l’onere di richiedere titoli amministrativi abilitativi alla modifica), salva diversa previsione contrattuale, che parimenti grava su di lui la responsabilità per i rischi derivanti da addizioni e trasformazioni effettuate nei corso del rapporto- deve affermarsi che, in assenza dell’effettiva restituzione del bene al locatore, non essendo stato interrotto il godimento della cosa e non essendo quindi il bene rientrato nella sua effettiva disponibilità, per la sostanziale prosecuzione del rapporto locativo, nessuna posizione di garanzia può Individuarsi in capo al locatore in relazione alla pericolosità della situazione creatasi all’interno del capannone, a causa della costruzione da parte del conduttore del manufatto (soppalco) utilizzato quale dormitorio che non consentiva un rapido accesso alle vie di fuga, non gravando sul primo il governo del relativo rischio.
  2. Va ulteriormente aggiunto che del tutto indifferente è la circostanza che gli imputati avessero o no conoscenza dell’addizione alla cosa locata costituita dalla struttura costruita dal conduttore, posto che l’eventuale consapevolezza di una violazione antinfortunistica posta in essere dall’imprenditore che conduce in locazione l’immobile non estende al locatore alcuno degli obblighi propri del datore di lavoro, in assenza dei poteri a lui facenti capo, rimanendo a carico del locatore solo quelli derivanti dalla legge o dal contratto in forza del rapporto di locazione, come fin qui delineati.
  3. La conseguenza dell’assenza di un onere di sicurezza imposto al locatore di un immobile ad uso non abitativo in relazione all’attività svolta al suo interno ed alla conformità alle norme antinfortunistiche della struttura modificata, nei corso del rapporto, dal conduttore, non può che essere l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.
  4. Restano assorbiti tutti gli altri motivi formulati con i ricorsi.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

Violenza sessuale, attendibilità del minore (Cass.13129/20)

Violenza sessuale, attendibilità del minore (Cass.13129/20)

Violenza sessuale, attendibilità del minore (Cass.13129/20)
Violenza sessuale, attendibilità del minore (Cass.13129/20)

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di istruzione dibattimentale, il giudice può legittimamente desumere elementi di prova dall’esame del consulente tecnico di cui le parti abbiano chiesto ed ottenuto l’ammissione, stante l’assimilazione della sua posizione a quella del testimone, senza necessità di dover disporre apposita perizia se, con adeguata e logica motivazione, dimostri che essa non è indispensabile per essere gli elementi forniti dall’ausiliario privi di incertezze, scientificamente corretti e basati su argomentazioni logiche e convincenti (Sez. 3, n. 4672 del 22/10/2014, dep. 2015, L., Rv. 262469; Sez. 3, n. 8377 del 17/01/2008, Scarlassare, Rv. 239281; Sez. 2, n. 3383 del 28/02/1997, Santilli, Rv. 207411).

in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l’articolo citato, attraverso il richiamo all’art. 495 c.p.p., comma 2, si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività (Sez. U, n. 39746 del 23/03/2017, A, e a., Rv. 270936).

La sentenza (pagg. 7-9) analizza compiutamente, con argomentazioni logiche ed articolate, la consulenza tecnica del pubblico ministero, la ritiene scientificamente corretta ed esaustiva e legittimamente reputa non necessaria la perizia, dando anche conto del fondato giudizio sulla non suggestionabilità della bambina reso dalla consulente, sicchè appare del tutto generica – oltre che ipotetica, e tale motivatamente ritenuta dalla sentenza impugnata (pag. 11) – la necessità di ulteriormente verificare se fossero intervenuti condizionamenti esterni tali da modificare o alterare il suo ricordo dei fatti.

2.2. Escluso il dedotto vizio di illogica motivazione, deve aggiungersi che in sede di legittimità, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), è possibile contestare la mancata assunzione di una prova soltanto se si tratti di una prova a discarico richiesta ai sensi dell’art. 495 c.p.p., comma 2, e se essa sia decisiva. La perizia, tuttavia, non è una vera e propria prova a discarico e non è mai, comunque, decisiva.

Ed invero, è consolidato l’orientamento secondo cui è decisiva quella prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia; ovvero quella che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014, Di Meglio, Rv. 259323; Sez. 2, n. 21884 del 20/03/2013, Cabras, Rv. 255817). Con particolare riguardo all’accertamento peritale sulla capacità a testimoniare di un minore vittima di violenza sessuale, questa Corte nella sua più autorevole composizione ha poi di recente affermato che il suo mancato espletamento non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l’articolo citato, attraverso il richiamo all’art. 495 c.p.p., comma 2, si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività (Sez. U, n. 39746 del 23/03/2017, A, e a., Rv. 270936).

 

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

(ud. 28/02/2020) 28-04-2020, n. 13129

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACETO Aldo – Presidente –

Dott. GENTILI Andrea – Consigliere –

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere –

Dott. REYNAUD Gianni F. – rel. Consigliere –

Dott. MENGONI Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

H.A., nato in (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27/02/2019 della Corte di appello di Trieste;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Gianni Filippo Reynaud;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Spinaci Sante, che non si è opposto al rinvio richiesto dalla difesa e, nel merito, ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del 27 febbraio 2019, la Corte d’appello di Trieste, accogliendo parzialmente il gravame proposto dall’odierno ricorrente con riguardo alla revoca di taluni effetti penali della condanna, ha nel resto confermato la pronuncia con cui l’imputato è stato condannato alla pena di anni dodici e mesi sei di reclusione in ordine al reato continuato di cui all’art. 609 bis c.p. e art. 609 ter c.p., comma 1, n. 1, (nel testo vigente prima delle modifiche apportate con L. 19 luglio 2019, n. 69) per aver ripetutamente costretto a subire atti sessuali una bambina che da poco aveva compiuto i dieci anni di età, commettendo altresì nei suoi confronti atti di violenza privata per costringerla a non rivelare ai genitori gli abusi subiti.
  2. Avverso la sentenza di appello, ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo, con il primo motivo, violazione dell’art. 190 c.p.p. e art. 495 c.p.p., comma 2, art. 111 Cost. e art. 6, lett. d), c.e.d.u., nonchè vizio di motivazione, con riguardo alla mancata ammissione della perizia, richiesta sin dal giudizio di primo grado, volta ad accertare la capacità a testimoniare della persona offesa minorenne. Il fatto che tale accertamento fosse stato unilateralmente compiuto dal pubblico ministero, a mezzo di proprio consulente, non era sufficiente a consentire l’esercizio del diritto di difesa sul punto, considerato, inoltre, che detto consulente non aveva condotto indagini per verificare se la minore avesse in precedenza raccontato ad altri degli abusi e non aveva tenuto conto che ella aveva assistito al racconto degli stessi fatto dalla madre ad una pediatra, potendo così rimanerne suggestionata nella successiva narrazione in sede processuale. In ogni caso, avendo la sentenza impugnata fatto ampio riferimento a detta consulenza tecnica, il richiesto approfondimento peritale non poteva essere ritenuto superfluo.
  3. Con il secondo motivo di ricorso si deducono inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 530 c.p.p., violazione delle linee guida della c.d. Carta di Noto e manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione per essere stato ritenuto che le pur riconosciute inosservanze dei protocolli – con particolare riguardo alla conduzione dell’esame della minore – non avessero influito sulla genuinità della prova, peraltro valorizzandosi le già criticate conclusioni della consulenza tecnica del pubblico ministero. Del resto, al di là delle dichiarazioni della bambina, non vi erano altri elementi univoci di prova, non essendo tale la riscontrata presenza di ragadi anali, potendo la patologia avere una causa diversa dalla contestata penetrazione.
  4. Con l’ultimo motivo di ricorso si deducono violazione degli artt. 132, 133, 81 e 62 bis c.p., nonchè art. 27 Cost., comma 2, per essere stata determinata la pena nel massimo edittale senza adeguata motivazione, negandosi le circostanze attenuanti generiche senza tener neppure conto della richiesta di perdono fatta dall’imputato ai genitori della bambina e della sua incensuratezza. Si era dunque omessa qualsiasi valutazione in ordine alla capacità a delinquere dell’imputato ed alla funzione rieducativa della pena.
  5. Con richiesta trasmessa prima dell’udienza, il difensore dell’imputato, del Foro di Gorizia, allegando copia dell’ordinanza contingibile ed urgente, recante Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019, adottata il 23 febbraio u.s. dal Ministro della Salute e dal Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, ha addotto il proprio legittimo impedimento, a tutela del diritto di salute, ad effettuare il viaggio da Gorizia a Roma e quindi a comparire all’udienza, richiedendo pertanto il rinvio del processo.

Motivi della decisione

  1. Rileva preliminarmente il Collegio che l’istanza di rinvio del processo per legittimo impedimento del difensore non sia meritevole d’accoglimento.

Dall’ordinanza contingibile ed urgente addotta a giustificazione dell’istanza di rinvio si ricava che, alla data della richiesta, nessun caso di contagio da COVID-19 era stato rilevato nella regione Friuli Venezia Giulia, dandosi soltanto atto di 25 casi accertati invece nella vicina regione Veneto.

Nessuna delle misure precauzionali adottate dall’ordinanza allegata incide sulla trattazione dei procedimenti giudiziari, sull’utilizzo dei mezzi di trasporto o sulla libertà di circolazione all’interno della Regione o da questa verso zone non identificate dall’O.M.S. come a rischio epidemiologico. Com’è noto, poi, alcuna, analoga, restrizione era stata adottata, nel periodo in cui si è tenuta l’udienza del presente procedimento, nella città di Roma, ove non erano stati accertati focolai di epidemia, sicchè l’udienza pubblica fissata il giorno 28 febbraio u.s. presso questa Corte Suprema si è regolarmente tenuta con la trattazione di tutti i procedimenti e la partecipazione – oltre che dei componenti l’Ufficio, molti dei quali residenti in altre regioni – di numerosi avvocati provenienti dalle più disparate aree del Paese.

La prudente, ed insindacabile, decisione del difensore di rinunciare al programmato trasferimento aereo da Trieste a Roma, senza che sia stato addotto alcun particolare motivo di salute di carattere personale/familiare, che sarebbe altrimenti stato adeguatamente considerato (cfr. Sez. 4, n. 18069 del 10/02/2015, Saluci, Rv. 263438), non può pertanto integrare – alla data di trattazione del procedimento e con riguardo alla situazione al momento in atto nelle aree geografiche interessate quali sopra indicate – un assoluto impedimento a comparire rilevante ai sensi dell’art. 420 ter c.p.p., comma 5.

  1. Venendo al contenuto del ricorso, il primo motivo va ritenuto infondato.

2.1. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di istruzione dibattimentale, il giudice può legittimamente desumere elementi di prova dall’esame del consulente tecnico di cui le parti abbiano chiesto ed ottenuto l’ammissione, stante l’assimilazione della sua posizione a quella del testimone, senza necessità di dover disporre apposita perizia se, con adeguata e logica motivazione, dimostri che essa non è indispensabile per essere gli elementi forniti dall’ausiliario privi di incertezze, scientificamente corretti e basati su argomentazioni logiche e convincenti (Sez. 3, n. 4672 del 22/10/2014, dep. 2015, L., Rv. 262469; Sez. 3, n. 8377 del 17/01/2008, Scarlassare, Rv. 239281; Sez. 2, n. 3383 del 28/02/1997, Santilli, Rv. 207411).

La sentenza (pagg. 7-9) analizza compiutamente, con argomentazioni logiche ed articolate, la consulenza tecnica del pubblico ministero, la ritiene scientificamente corretta ed esaustiva e legittimamente reputa non necessaria la perizia, dando anche conto del fondato giudizio sulla non suggestionabilità della bambina reso dalla consulente, sicchè appare del tutto generica – oltre che ipotetica, e tale motivatamente ritenuta dalla sentenza impugnata (pag. 11) – la necessità di ulteriormente verificare se fossero intervenuti condizionamenti esterni tali da modificare o alterare il suo ricordo dei fatti.

2.2. Escluso il dedotto vizio di illogica motivazione, deve aggiungersi che in sede di legittimità, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), è possibile contestare la mancata assunzione di una prova soltanto se si tratti di una prova a discarico richiesta ai sensi dell’art. 495 c.p.p., comma 2, e se essa sia decisiva. La perizia, tuttavia, non è una vera e propria prova a discarico e non è mai, comunque, decisiva.

Ed invero, è consolidato l’orientamento secondo cui è decisiva quella prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia; ovvero quella che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014, Di Meglio, Rv. 259323; Sez. 2, n. 21884 del 20/03/2013, Cabras, Rv. 255817). Con particolare riguardo all’accertamento peritale sulla capacità a testimoniare di un minore vittima di violenza sessuale, questa Corte nella sua più autorevole composizione ha poi di recente affermato che il suo mancato espletamento non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l’articolo citato, attraverso il richiamo all’art. 495 c.p.p., comma 2, si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività (Sez. U, n. 39746 del 23/03/2017, A, e a., Rv. 270936).

2.3. Nè ha pregio il rilievo secondo cui sarebbe mancata la possibilità di esercitare il contraddittorio sui temi affrontati dal consulente tecnico del pubblico ministero. Del tutto correttamente, infatti, la sentenza impugnata osserva che la difesa aveva controesaminato il consulente in giudizio e che aveva avuto la possibilità, di fatto non esercitata, di nominare un proprio consulente di parte, qualora avesse voluto sottoporre al giudice contrari elementi tecnici di valutazione.

  1. Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato e generico.

3.1. In diritto, va premesso che, anche laddove sia stato effettuato l’accertamento tecnico sulla capacità a testimoniare del minore persona offesa di reato sessuale, le risultanze peritali vanno calate nel contesto delle altre prove assunte e occorre che il giudice tenga adeguatamente conto di tutte le circostanze concrete che possono influire su tale valutazione (Sez. 3, n. 39405 del 23/05/2013, B., Rv. 257094; Sez. 3, n. 29612 del 05/05/2010, R. e aa, Rv. 247740). E’ in particolare necessario che il racconto del minore sia inquadrato nel più ampio contesto sociale, familiare e ambientale del medesimo, al fine di escludere l’intervento di fattori inquinanti in grado di inficiarne la credibilità (Sez. 3, n. 8057 del 06/12/2012, dep. 2013, v. e a., Rv. 254741), ciò che va necessariamente fatto anche laddove, con l’accertamento peritale di cui all’art. 196 c.p.p., comma 2, sia stata accertata la capacità di comprendere e riferire i fatti della persona offesa minorenne (Sez. 3, n. 8057 del 06/12/2012, dep. 2013, S., Rv. 254741). Per altro verso, la valutazione di attendibilità del teste minorenne vittima di reati sessuali è compito esclusivo del giudice, che deve procedere direttamente all’analisi della condotta del dichiarante, della linearità del suo racconto e dell’esistenza di riscontri esterni allo stesso, non potendo limitarsi a richiamare il giudizio al riguardo espresso da periti e consulenti tecnici, cui non è delegabile tale verifica, ma solo l’accertamento dell’idoneità mentale del teste, diretta ad appurare se questi sia stato capace di rendersi conto dei comportamenti subiti, e se sia attualmente in grado di riferirne senza influenze dovute ad alterazioni psichiche (Sez. 3, n. 47033 del 18/09/2015, F., Rv. 265528; Sez. 4, n. 44644 del 18/10/2011, F. Rv. 251662).

Sotto altro profilo, va richiamato il principio, più volte ribadito, secondo cui in tema di testimonianza del minore vittima di abusi sessuali, il giudice non è vincolato, nell’assunzione e valutazione della prova, al rispetto delle metodiche suggerite dalla Carta di Noto, salvo che non siano già trasfuse in disposizioni del codice di rito con relativa disciplina degli effetti in caso di inosservanza, di modo che la loro violazione non comporta l’inutilizzabilità della prova così assunta; tuttavia, il giudice è tenuto a motivare perchè, secondo il suo libero ma non arbitrario convincimento, ritenga comunque attendibile la prova dichiarativa assunta in violazione di tali metodiche, dovendo adempiere ad un onere motivazionale sul punto tanto più stringente quanto più grave e patente sia stato, anche alla luce delle eccezioni difensive, lo scostamento dalle citate linee guida (Sez. 3, n. 648/2017 del 11/10/2016, L.P.M., Rv. 268738; Sez. 3, n. 39411 del 13/03/2014. G., Rv. 262976).

3.2. La sentenza impugnata, reputa il Collegio, ha fatto certamente buon governo di tali principi, rendendo una motivazione analitica, attenta e del tutto logica circa l’affermazione di penale responsabilità dell’imputato per i gravissimi fatti ascrittigli, che non presta il fianco a censure di sorta.

Ed invero, la sentenza impugnata (pagg. 11 ss.) ha analizzato l’unico profilo di violazione della Corta di Noto segnalato dall’appellante – e nuovamente riproposto in ricorso – vale a dire l’insistenza con cui l’esaminatrice, in sede di incidente probatorio, aveva chiesto alla bambina “se fosse sicura” quando, in prima battuta, aveva negato che l’imputato le avrebbe messo “il pisello nel culetto”.

La sentenza osserva, tuttavia, come si trattasse dell’estrapolazione di un unico passaggio di un esame che aveva avuto notevole durata ed ampiezza e che, nel resto, non aveva dato adito a contestazioni circa la proposizione di domande suggestive o manipolatrici. Rende, inoltre, ragione del fatto che, nello stesso esame, la bambina aveva chiaramente mostrato di non essere suggestionabile, non avendo timore di contraddire la persona che la stava intervistando, sicchè non v’era ragione per non crederle quando aveva affermato di aver subito una parziale penetrazione anale e anche vaginale. Il racconto della minore era caratterizzato da coerenza intrinseca, chiarezza, logicità del narrato, riferito con dovizia di particolari.

La sentenza attesta, inoltre, come la penetrazione anale trovasse ulteriore conferma nei dolori che la minore aveva rappresentato nel defecare e, soprattutto, nel fatto che l’ispezione effettuata presso l’ospedale infantile aveva riscontrato non già semplici ragadi anali, ma plurime abrasioni all’interno dell’orifizio anale indicate, in referto, come “altamente suggestive per sospetto abuso sessuale”. Del pari erano state riscontrate “a livello del margine imenale posteriore…due piccole incisure a V che non raggiungono la base dell’impianto…compatibili con la tipologia della localizzazione del dolore indicati dalla minore, nel momento in cui ha ricordato che il membro dell’imputato, da lei avvertito come rigido, aveva spinto sui suoi genitali, per entrarvi, nonostante le sue resistenze, tanto da farle trovare sangue nelle mutandine”.

Questi oggettivi, forti, riscontri del racconto fatto dalla minore, osserva poi la sentenza impugnata, hanno trovato definitiva conferma nella confessione stragiudiziale fatta dall’imputato alla mamma della bambina, allorquando, informata dell’accaduto della piccola, ella l’aveva verbalmente aggredito, provocando, da parte sua, l’ammissione dei fatti e la richiesta di perdono, successivamente reiterata con una messaggio trasmesso via Facebook. Su queste, significative, circostanze in punto valutazione della penale responsabilità il ricorso è del tutto silente, salvo valorizzare la confessione nell’ambito delle doglianze svolte con riguardo al trattamento sanzionatorio.

  1. Venendo, dunque, all’ultimo motivo di ricorso, proprio a tal riguardo proposto, reputa il Collegio che lo stesso non sia fondato.

Nel confermare il trattamento sanzionatorio inflitto in primo grado, negando le circostanze attenuanti generiche e muovendo dalla pena massima edittale di dodici anni di reclusione – prevista nel caso di violenza sessuale commessa in danno di infraquattordicenne dall’art. 609 ter c.p., comma 1, n. 1, nel testo vigente all’epoca della commissione dei fatti – applicando quindi un contenuto aumento di quattro mesi di reclusione per la continuazione interna al reato di violenza sessuale di cui al capo a) e di due mesi di reclusione per il reato continuato di violenza privata contestato al capo b), la Corte territoriale ha effettuato una valutazione di merito non censurabile in questa sede di legittimità.

Vanno sul punto richiamati i consolidati principi secondo cui, in tema di circostanze attenuanti generiche, il giudice del merito esprime un giudizio di fatto, la cui motivazione è insindacabile in sede di legittimità, purchè sia non contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli elementi, tra quelli indicati nell’art. 133 c.p., considerati preponderanti ai fini della concessione o dell’esclusione (Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017, Pettinelli, Rv. 271269). Nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche, peraltro, non è necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3, n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899).

Quanto alla pena base, la determinazione della pena tra il minimo ed il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito (Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013, Serratore, Rv. 256197), sicchè può essere censurata in sede di legittimità soltanto sul piano del soddisfacimento dell’obbligo di motivazione. Se per assolvere a tale onere, nel caso in cui venga irrogata una pena al di sotto della media edittale, è sufficiente il richiamo al criterio di adeguatezza della pena, nel quale sono impliciti gli elementi di cui all’art. 133 c.p. (Sez. 4, n. 46412 del 05/11/2015, Scaramozzino, Rv. 265283; Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013, Serratore, Rv. 256197), altrettanto non è consentito fare allorquando la pena sia stata inflitta in termini prossimi al massimo edittale (Sez. 4, n. 27959 del 18/06/2013, Pasquali, Rv. 258356; Sez. 2, n. 36245 del 26/06/2009, Denaro, Rv. 245596). In tali casi, vi e più laddove, come nella specie, la pena base sia stata fissata nel massimo edittale, è invece necessaria una attenta e rigorosa motivazione che mostri la corretta applicazione dei criteri di legge previsti dall’art. 133 c.p. (cfr. Sez. 5, n. 35100 del 27/06/2019, Torre, Rv. 276932; Sez. 3, n. 10095 del 10/01/2013, Monterosso, Rv. 255153), senza che, tuttavia, la Corte di legittimità possa sovrapporre la propria eventualmente diversa – valutazione a quella fatta dai giudici di merito e sorretta da logica e congrua motivazione.

4.1. Già il giudice di primo grado aveva giustificato in modo articolato e non certo illogico l’uso del proprio potere discrezionale nell’irrogare la pena nel massimo edittale, osservando che: la condotta aveva raggiunto la massima gravità possibile, tanto nelle minacce (effettuate anche con l’uso di un coltello e addirittura estrinsecatesi in un quid pluris che aveva giustificato l’ulteriore contestazione di violenza privata), quanto nella lesione dell’integrità sessuale della bambina, ripetutamente penetrata per via vaginale e anale, con lesioni accertate dai medici e di cui più sopra si è detto; all’epoca dei fatti la bambina aveva compiuto dieci anni da soli due mesi, sicchè la sua età era prossima a quella che avrebbe altrimenti giustificato il considerevole aumento di pena previsto dall’art. 609 ter c.p., u.c.; gli atti erano stati non solo offensivi della sfera sessuale della minore, ma ne avevano mortificato l’infanzia, compromettendone il sereno sviluppo; l’imputato, con condotta pervicacemente reiterata, aveva mostrato la particolare intensità del dolo, calpestando brutalmente il sentimento di fiducia che i genitori della piccola avevano in lui riposto, accogliendolo e ospitandolo in casa propria; ancora nel processo egli aveva mostrato carattere proditorio e spregiudicata capacità a delinquere, non limitandosi a difendersi, ma accusando la bambina di essere portatrice di una non meglio chiarita “acredine” nei propri confronti.

Il ricorrente – il quale, sia detto per inciso, non ha inteso in alcun modo optare per scelte processuali che, nel denegato caso di condanna, avrebbero consentito di fruire di benefici premiali capaci di attenuare il rigoroso trattamento sanzionatorio che la legge prevede per reati gravissimi come quello di violenza sessuale in danno di infraquattordicenne (trattamento peraltro di recente inasprito con la ricordata L. n. 69 del 2019) – rappresenta che, con l’atto di appello, si era doluto della valutazione fatta dal primo giudice sul rilievo che i fatti non avessero raggiunto la massima gravità possibile, che la reiterazione non poteva dirsi provata, che le valutazioni sulla capacità a delinquere e sul carattere proditorio dell’imputato non trovavano riscontro in atti.

La Corte territoriale, nel confermare il trattamento sanzionatorio inflitto in primo grado richiamando e condividendo i rilievi svolti dal tribunale, ha respinto il motivo di gravame proposto sul punto ritenendo che: i fatti erano di estrema gravità e le penetrazioni vaginali e anali, sia pur parziali, erano state incontestabilmente provate; le condotte erano state reiterate nel tempo e avevano avuto apprezzabile durata; il giudizio sulla personalità era certamente sfavorevole per aver l’imputato approfittato dell’ospitalità offertagli nell’abitazione dai genitori della bambina per violentare ripetutamente la piccola e nell’averla minacciata, anche con un coltello, per compiere i reati e ottenerne il silenzio. La sentenza impugnata esclude, poi, la sussistenza di favorevoli elementi di valutazione che consentano di ridurre la pena – e tantomeno di concedere le circostanze attenuanti generiche – negando rilievo alla mera incensuratezza ed alla partecipazione dell’imputato al processo, come pure al fatto che egli non aveva accusato la bambina ma si era limitato, secondo quanto sostenuto dallo stesso appellante, a “riportare un episodio dal quale, a suo parere, emergeva come la minore non gradisse la sua presenza in casa in assenza del padre”. Neppure poteva essere favorevolmente valutata la richiesta di perdono fatta stragiudizialmente ai genitori della bambina, non essendo stata la stessa spontanea, ma indotta dal fatto di essere stato scoperto, dovendosi per contro ritenere che, se la minore non si fosse finalmente confidata con la madre, gli abusi sarebbero continuati.

4.2. Reputa il Collegio, che le argomentazioni esposte diano logicamente conto dell’applicazione dei criteri delineati nell’art. 133 c.p. sulla gravità del reato e sulla capacità a delinquere del reo e giustifichino, pertanto, l’uso del potere discrezionale esercitato dal giudice di merito sia quanto al giudizio sull’eventuale concessione delle circostanze attenuanti generiche, sia quanto alla determinazione della pena base nel massimo edittale (peraltro coniugato ad un contenuto aumento, come pure si è rilevato, a titolo di continuazione).

Le poche, specifiche, doglianze mosse sul punto dal ricorrente sono infondate e non scalfiscono la tenuta logica delle articolate motivazioni esposte.

Ed invero:

– che le condotte non abbiano raggiunto la massima gravità possibile è un giudizio di fatto ovviamente insuscettibile di valutazione in questa sede di legittimità e va comunque rilevato come il trattamento sanzionatorio per il reato continuato – che avrebbe potuto giungere sino al triplo del massimo edittale previsto per il reato più grave, come statuito dall’art. 81 c.p. – sia rimasto ben lontano dal massimo consentito;

la doglianza circa il fatto che la richiesta di perdono dimostrerebbe una scarsa capacità a delinquere trova convincente smentita nelle riportate argomentazioni della sentenza impugnata e, comunque, si tratta di atteggiamento tenuto soltanto nell’iniziale fase preprocessuale ed immediatamente abbandonato – in modo, ovviamente, del tutto legittimo – nella successiva fase processuale, caratterizzata da una radicale negazione dei fatti, con veemenza sostenuta ancora in questa sede;

– non dirimente, alla luce della evidenziata gravità dei fatti, è lo stato di incensuratezza del ricorrente, peraltro ancor meno significativo se rapportato alla giovane età;

– del tutto generici, e sganciati rispetto alle particolarità del caso di specie, sono i richiami alla funzione rieducativa della pena.

  1. Il ricorso, complessivamente infondato, va pertanto rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Si dà atto che il presente provvedimento è sottoscritto dal solo presidente del collegio per impedimento dell’estensore, ai sensi del D.P.C.M. 8 marzo 2020, art. 1, comma 1, lett. a).

Dispone, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52 che – a tutela dei diritti o della dignità degli interessati – sia apposta a cura della cancelleria, sull’originale della sentenza, un’annotazione volta a precludere, in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati riportati sulla sentenza.

Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2020

Divisione ereditaria e lesione di legittima

Divisione ereditaria e lesione di legittima

Perché si parla di divisione ereditaria?

Si parla di divisione ereditaria in quanto l’eredità costituisce una tipologia di comunione incidentale poiché non espressamente voluta dagli eredi né pattuita dagli stessi (i beni ereditari, infatti, costituiscono una massa di cui più soggetti risultano contestualmente proprietari senza aver espresso una precisa volontà in tal senso).

Essa si differenzia dalla comunione ordinaria, perché questa è presidiata dal principio di libera disposizione delle quote risolvendosi in un fenomeno provvisorio dato il favore legislativo verso tutte le ipotesi di scioglimento tenuto conto dell’antico brocardo “communio mater est rixarum ” (la comunione genera frequentemente controversie). Per la divisione della comunione ereditaria, però, il legislatore detta regole peculiari tenuto conto delle caratteristiche proprie dell’ambito successorio e dell’oggetto ovvero l’intero asse ereditario con aggiunta dei beni conferiti in collazione ad eccezione dei debiti che vengono ripartiti pro quota e proporzionalmente.

AVVOCATO ESPERTO TESTAMENTI E SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE BOLOGNA  MONZA MILANO COMO VICENZA TREVISO RAVENNA PADOVA ROVIGO FORLI CESENA  SEDE  UNICA BOLOGNA  051 6447838 PER UN APPUNTAMENTO

Chi può domandare la divisione?

L’art. 713 c.c. dispone che i coeredi possono sempre domandare la divisione dell’eredità. Se sono presenti soggetti minori di età il testatore può decidere che non abbia luogo prima che sia trascorso un anno dalla maggiore età dell’ultimo nato. Il testatore può anche fissare un limite alla divisione disponendo che non abbia luogo prima che sia trascorso un termine dalla sua morte, ma non oltre i cinque anni. Se ci sono gravi circostanze, però, l’autorità giudiziaria su istanza dei coeredi, può stabilire la divisione in un termine minore rispetto a quanto stabilito dal testatore.

Come si ripartiscono i crediti?

I crediti entrano a far parte della comunione e non si ripartiscono pro quota in virtù degli artt. 757 e 760 c.c. Ne consegue che ognuno può agire per far valere l’intero credito comune senza necessità di integrazione del contraddittorio. La Suprema Corte di Cassazione ha, infatti, precisato che la comunione è unica anche se esistono eredi legittimi e legittimari insieme agli eredi testamentari in presenza di una massa unitaria. Al cospetto di due masse differenti, al contrario, anche se esse sono in evidente correlazione, la divisione non può avvenire in maniera unitaria.

La divisione ereditaria ha natura costitutiva o dichiarativa?

La questione appare oggetto di discussione tra la migliore dottrina e la giurisprudenza maggiormente avveduta. Non si tratta di disputa meramente teorica in quanto coinvolge importanti aspetti pratici. Dalla natura giuridica discendono, infatti, importanti conseguenze in ambito processuale e in relazione al momento di acquisto della titolarità del diritto del coerede sulla quota. Affermare che la divisione ereditaria ha natura dichiarativa significa, infatti, dire che ogni condividente è considerato titolare ex tunc (da allora ovvero dal momento in cui ha accettato l’eredità, quindi, con effetto retroattivo). Si è osservato in tal senso che la divisione non comporta un effettivo trasferimento, dunque, non è presente alcun tipo di effetto traslativo. Per altra diversa e contrapposta teoria, al contrario, la divisione ereditaria ha natura costitutiva. In tale ottica la retroattività altro non indica che il limite temporale del verificarsi degli effetti nei confronti dei terzi.  Una dottrina di origine tedesca assimila la divisione ereditaria alla permuta anche se con scopi diversi (la permuta, infatti, ha quale scopo il reciproco trasferimento di cose o di altri diritti).

La divisione ereditaria comprende tutti i beni presenti nella massa?

Alla divisione ereditaria è attribuito il carattere dell’universalità oggettiva in quanto involge ogni situazione presente nella comunione e soggettiva poiché alla stessa devono partecipare tutti i comunisti coeredi.

Il diritto di chiedere la divisione della comunione ereditaria è soggetto a termine di prescrizione?

No, si tratta di diritto imprescrittibile in quanto è sempre possibile richiedere la divisione ereditaria proprio in virtù del favore legislativo verso lo scioglimento della stessa per l’atavica convinzione delle possibili liti tra coeredi circa i beni in comune.

Quali sono le forme di divisione ereditaria?

Le forme di divisione ereditaria sono tre e precisamente:

  1. contrattuale: attraverso atto dispositivo contenete la precisa volontà di procedere alla divisione dell’eredità;
  2. giudiziale: per atto dell’autorità giudiziaria su istanza presentata da uno o più coeredi;
  3. testamentaria: per disposizione del testatore con l’atto di ultima volontà.

Quando è possibile la divisione testamentaria?

La divisione testamentaria opera previa ricostruzione dell’asse ereditario mediante collazione ossia con conferimento di tutto ciò che è stato donato.

Cosa è il retratto successorio?

Il retratto successorio è disciplinato dall’art. 732 c.c. e indica una prelazione tipica dell’ambito delle successioni. Il coerede, infatti, se non è ha potuto esercitare il diritto di prelazione può riscattare la quota dall’acquirente e da qualsiasi avente causa per tutto il tempo in cui perdura lo stato di comunione della massa ereditaria.

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È possibile la divisione della comunione ereditaria avente ad oggetto un immobile abusivo?

La questione è stata di recente oggetto di pronuncia da parte della Suprema Corte di Cassazione. Il problema si pone a causa del disposto dell’art. 46 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (noto come Testo Unico Edilizia) che prevede la nullità degli atti tra vivi che hanno ad oggetto beni immobili di cui non risultano le relative menzioni edilizie. Bisogna, pertanto, indagare la natura della divisione ereditaria ovvero se si tratta di atto tra vivi o a causa di morte. Sul punto due le tesi che si sono formate. Una prima impostazione afferma la natura di atto a causa di morte della divisione ereditaria in quanto evento terminale della vicenda successoria con effetti retroattivi al momento dell’apertura della successione. In tale ipotesi non si applicherebbe il disposto dell’art. 46 T.U. E. che, tra l’altro, ha finalità protettiva dell’affidamento sulla regolarità urbanistica dell’immobile che, nell’ipotesi in esame, non ha ragione di esistere perché ogni condividente è già proprietario del bene. Ciascun erede, dunque, già conosce la reale situazione dell’immobile. Altra e diversa impostazione, cui aderiscono anche le Sezioni Unite della Suprema Corte, afferma la natura inter vivos del contratto di divisione. Diversamente opinando si creerebbe un’insanabile differenziazione rispetto allo scioglimento della comunione ordinaria sebbene trattasi di fenomeni unitari. Un atto, inoltre, è a causa di morte quando attraverso di esso si dispone delle proprie sostanze per il tempo in cui si è cessato di vivere (testamento, patti successori, divisione per volontà del testatore). Rientrano nella successione mortis causa tutti gli atti compiuti dall’apertura fino all’accettazione con esclusione di quest’ultima. Lo scioglimento è successivo all’accettazione, dunque, primo atto tra vivi.

Se vi è un terreno oggetto di divisione ereditaria bisogna allegare il certificato di destinazione urbanistica come disposto dall’art. 30 D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380?

No, l’art. 30 T.U.E. non si applica quando il terreno è oggetto di divisione ereditaria. Vi è questa grande discrasia tra i terreni e gli immobili. Ciò si spiega in quanto nell’ipotesi dei terreni vi è solo il pericolo di abusivismo edilizio. L’illecito, pertanto, è esclusivamente di pericolo. Nella divisione ereditaria tale rischio non c’è poiché prevale l’interesse allo scioglimento. Nel caso degli immobili, invece, l’illecito è di danno, pertanto, deve essere applicato il disposto dell’art. 46 T.U.E. perché l’immobile è già abusivo e il danno si è ormai verificato.

Cosa accade nel caso in cui attraverso la divisione ereditaria si lede la quota di legittima?

La quota di legittima rappresenta una porzione di ereditò sottratta alla libera disponibilità del testatore in quanto riservata dalla legge a determinati soggetti (coniuge, figli, ascendenti). In caso di lesione la prima operazione da compiere è la riunione fittizia che consiste in una mera operazione contabile.

Quali sono le fasi in cui si articola la riunione fittizia?

Le fasi che costituiscono la riunione fittizia sono tre e precisamente:

1- computo del valore netto del relictum ovvero la somma del valore dei beni appartenenti al de cuius al tempo dell’apertura della successione detratti i debiti ereditari;

2- alla massa calcolata in tal modo si aggiunge il donatum, ossia dei beni di cui il de cuius in vita ha disposto a titolo di donazione;

3- si calcola in tal modo il valore della quota disponibile e della riserva computata sul numero dei soggetti aventi diritto a quest’ultimo e delle quote fissate dal legislatore.

In che modo i successori necessari lesi o pretermessi possono essere reintegrati nei rispettivi diritti?

Essi hanno a disposizione l’azione di riduzione delle ultime volontà lesive dei loro diritti e delle donazioni effettuate dal defunto della cui eredità si tratta.

Quali sono i presupposti necessari per l’esercizio dell’azione di riduzione?

Per esperire vittoriosamente l’azione di riduzione due sono le condizioni che devono necessariamente sussistere:

1- l’imputazione ex se, che consiste nell’imputazione alla quota di colui che propone domanda sia delle donazioni che dei legati ricevuti dal defunto, salva espressa deroga da parte del testatore. Il fondamento logico giuridico della previsione consiste nel fatto per cui le donazioni ed i legati ricevuti non rappresentano altro che mere anticipazioni della legittima.  Se, dunque, il legittimario le ha già ha avute in anticipo non può pretendere alcuna lesione se quelle donazioni e legati risultano essere già sufficienti.

2- l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario per conoscere l’effettiva esistenza del patrimonio ereditario. Tale circostanza non è necessaria se i convenuti sono anche loro coeredi, in quanto in questa ipotesi si presume la conoscenza dell’entità del patrimonio ereditario senza bisogno dell’inventario.

Come avviene la riduzione?

La riduzione avviene prima riferita alle disposizioni testamentarie lesive e, in un secondo momento, alle donazioni che hanno danneggiato la quota riservata agli eredi necessari.

Come si riducono le disposizioni testamentarie che hanno creato danno alla quota riservata?

Le disposizioni testamentarie sono ridotte proporzionalmente e non si distingue tra eredi e legatari sempre che il testatore stesso non abbia indicato un preciso ordine di riduzione con dichiarazione espressa di preferenza di una disposizione rispetto all’altra.

Come avviene la riduzione per le donazioni che hanno cagionato danno ai diritti degli eredi necessari?

Le donazioni si riducono secondo il loro ordine cronologico a partire dall’ultima fino a quelle meno recenti. Il presupposto intrinseco della previsione si basa sull’idea per cui le donazioni più datate hanno gravato sulla quota disponibile e hanno leso le aspettative dei legittimari.

Quale l’effetto dell’azione di riduzione?

L’azione di riduzione non mira a far dichiarare la nullità delle disposizioni testamentarie e delle donazioni lesive, ma serve per ottenere la dichiarazione di inefficacia delle stesse. Ne consegue che i beni che ne formano oggetto vengono valutati come se non fossero mai usciti dal patrimonio del defunto. L’azione in commento ha, pertanto, carattere personale e non reale. Essa può essere esperita solo verso i beneficiari della disposizione o della donazione lesiva anche in assenza dell’attuale disponibilità del bene.

Come avviene l’effettivo recupero dei beni?

Colui che esce vittorioso in riduzione ha a disposizione la successiva azione di restituzione per il recupero effettivo dei beni. Quest’ultima ha carattere reale e può essere esperita avverso chiunque è avente causa e si trova nella disponibilità del bene oggetto della disposizione o della donazione dichiarata inefficace nei confronti dell’erede necessario leso o pretermesso.

Quali sono i presupposti dell’azione di restituzione?

Per agire in restituzione occorre, però, la previa escussione del donatario e quando si tratta di immobili entro venti anni dalla trascrizione della donazione e quando si tratta di beni mobili entro venti anni dalla donazione. Sono fatti salvi gli effetti derivanti dall’aver agito in buona fede.

Cosa accade se la donazione che si presume lesiva è dissimulata da una vendita di cui l’erede risulta beneficiario?

L’erede necessario, in questo caso, prima di esperire l’azione di riduzione deve, con l’azione di simulazione, dimostrare che quel determinato bene non è stato venduto, ma donato. Il problema che si pone è probatorio tenuto conto dei numerosi limiti in tale ambito dettati dal codice civile. La giurisprudenza ha, ormai, raggiunto unanimità di vedute sul punto affermando che l’erede, in generale, se deve provare la simulazione deve sottostare agli stessi limiti probatori previsti per il de cuius e, pertanto, non può utilizzare la testimonianza. Se egli, però, fa valere il diritto di legittima, quindi, di un diritto proprio e non di derivazione dal defunto, può avvalersi della prova per testi senza alcun limite. In tal caso egli, infatti, agisce in qualità di terzo, e non di parte come nella prima ipotesi, con l’obiettivo di veder reintegrata la propria quota di legittima.

Successione legittima: cos’è? Come avviene? A chi spetta?

Successione legittima: cos’è? Come avviene? A chi spetta?

La successione indica il fenomeno per cui un soggetto subentra nell’intero universo dei rapporti giuridici (sia attivi che passivi) di un altro dopo la sua morte. In tal modo si evita che situazioni giuridiche restino senza un effettivo titolare. La successione, come indicato dall’art. 457 c.c., può avvenire in due modi:

  1. per legge quando il defunto nulla ha disposto;
  2. per testamento ove sia stato redatto l’atto contenente le disposizioni di ultima volontà.
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Cos’è la successione legittima?

La successione legittima rientra nel primo gruppo di ipotesi di successioni ovvero quelle che avvengono per legge in assenza di un atto dispositivo. Tale forma, infatti, è utilizzata quando il de cuius non ha provveduto, in tutto o in parte, a disporre delle proprie sostanze. Rientrano in questa particolare forma di successione anche quelle anomale ossia in deroga al disposto dell’art. 565 c.c. che prevede le categorie dei successibili (coniuge, discendenti legittimi e naturali, ascendenti legittimi, collaterali, altri parenti e lo Stato secondo l’ordine e le regole previste da legge).

Successione legittima e successione dei legittimari indicano il medesimo fenomeno?

Assolutamente no. Si tratta di due distinti istituti che operano in circostanze e al cospetto di presupposti diversi. La successione legittima, infatti, come già detto, devolve l’eredità a una particolare categoria di soggetti, indicata dalla legge, in assenza di un atto dispositivo di ultima volontà. Nella successione dei legittimari, invece, si identifica un ambito di eredi cui è attribuita una posizione privilegiata che funge da limite alla libertà di testare. Data questa peculiarità la dottrina più attenta e la giurisprudenza maggiormente avveduta molto si affannano a discutere circa l’esatta posizione dei legittimari senza giungere a un’unanimità di vedute. La divisione è tra coloro che creano in capo ai legittimari una posizione di eredi necessari fino dall’apertura della successione in relazione alla quota loro riservata e senza alcun bisogno di esperire l’azione di riduzione. Quest’ultima risulta indispensabile solo se la quota di eredità non è pari a quella della legittima. Una diversa impostazione afferma che i legittimari sono successori a titolo particolare perché possono ottenere solo ed esclusivamente ciò che gli spetta anche a titolo di donazione o di legato. una terza opzione si concentra maggiormente sul momento in cui i soggetti in esame diventerebbero eredi. L’acquisto di tale qualifica, secondo il filone esegetico in commento, non sarebbe automatico in quanto i legittimari assumerebbero la qualifica di eredi solo in caso di esito positivo dell’azione di riduzione esperita se pretermessi.

Come avviene la successione legittima?

La successione legittima avviene in diverse fase. Vi è, infatti, la fase di quiescenza dell’eredità, la vocazione e la delazione. La prima indica la chiamata ereditaria con individuazione del soggetto chiamato a succedere; la seconda riguarda il complesso di situazioni che vengono offerte al chiamato. Queste due fasi non sempre coincidono soprattutto in relazione alla successione testamentaria laddove, ad esempio, l’istituzione dell’erede può avvenire o sotto condizione sospensiva oppure a favore di un nascituro (soggetto non ancora nato, ma concepito).

Quale la prima fase della successione legittima?

Dal momento in cui si apre la successione l’eredità entra in una fase di quiescenza assumendo la natura di patrimonio destinato. Ad essa è attribuito anche un amministratore. In assenza di un curatore al chiamato l’art. 460 c.c. attribuisce diversi poteri di gestione della massa (possibilità di esercitare le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, compimento di atti conservativi, di vigilanza e di amministrazione temporanea, richiesta di autorizzazioni per vendere i beni non conservabili o conservabili in modo assai dispendioso). Molto discussa è la natura giuridica della disposizione di cui all’art. 460 c.c. e, in particolare, se si tratta di facoltà o di obbligo tenuto conto del verbo “potere” utilizzato dalla disposizione. Argomentando proprio dal tenore letterale della norma un’impostazione ricostruisce la norma come attributiva di un potere che si converte in obbligo di terminate la gestione una volta iniziata analogamente alla situazione descritta dall’art. 2028 c.c. (gestione di affari altrui). Altro e diverso filone pretorio sostiene che il chiamato è gravato da un vero e proprio obbligo di curare l’eredità assumendo la qualifica di amministratore ex lege.

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Quando l’eredità è nella fase di giacenza, prima dell’acquisto, è ammissibile una divisione in quote tra eredi?

Sull’ammissibilità della giacenza pro quota diverse sono le tesi che si sono sviluppate nel dibattito dottrinario e giurisprudenziale. Una prima impostazione ne afferma l’inammissibilità in quanto una colta ottenuto il possesso il chiamato ha a disposizione l’intero patrimonio. Altra e diversa tesi ritiene possibile la giacenza pro quota solo in caso di chiamata solidale in quanto, in tale occasione, opererebbe l’accrescimento. Una terza teoria ritiene pacificamente ammissibile la giacenza pro quota, perché il chiamato può trovarsi in conflitto di interessi con altri e curare solo la sua parte.

Quando cessa la giacenza dell’eredità?

La giacenza dell’eredità cessa con l’accettazione.

Cosa è l’accettazione?

L’accettazione è la seconda fase della successione. Con la sua apertura, infatti, non si verifica l’immediato acquisto dei beni ereditari in quanto l’eredità, a differenza del legato, ha bisogno dell’accettazione. Quest’ultima non costituisce atto personalissimo e, pertanto, può essere effettuata anche da un rappresentante con apposita procura integrando un atto di straordinaria amministrazione. L’accettazione può assumere varie forme. Essa, infatti, può avvenire per forma espressa oppure in maniera tacita per atti concludenti o, ancora, con beneficio d’inventario (si accettano soltanto le attività della massa senza le passività). In rarissime ipotesi l’acquisto dell’eredità avviene senza accettazione come, ad esempio, nel caso si scelga l’accettazione con beneficio di inventario e trascorre inutilmente il termine per redigerlo.

Accettata l’eredità è possibile anche esperire l’azione di petizione ereditaria attraverso cui l’erede può chiedere il riconoscimento della sua qualità contro chiunque possiede i beni ereditari per ottenere la restituzione degli stessi. Questa azione, dunque, può essere esperita avverso coloro che:

1- possiedono asserendo di essere eredi. Si tratta del cosiddetto possessor pro herede, nel qual caso non rileva la buona o la mala fede del possessore se non in ordine ai frutti;

2- si sono appropriati dei beni ereditari senza alcun titolo, cosiddetti possessor pro possessore, che necessariamente sono in mala fede.

L’azione di petizione ereditaria è imprescrittibile data la continuità della qualità di erede (semel hers semper heres) anche se sono fatti salvi gli effetti dell’usucapione.

È possibile rinunciare all’eredità?

Sì, certo. La rinuncia all’eredità è sempre possibile. Si tratta di atto unilaterale (manifesta la volontà di un solo soggetto) non recettizio (produce effetti indipendentemente dalla conoscenza dell’altra parte, quindi, al momento dell’emissione). L’erede è considerato come se non fosse mai stato chiamato. La rinuncia ha, dunque, effetto retroattivo anche se diviene definitiva quando la medesima massa ereditaria è accettata da altro e diverso soggetto oppure se si prescrive il diritto di accettare. È atto revocabile, come disposto dall’art. 525 c.c., fino al termine ultimo di accettazione se non sono intervenuti altri chiamati e senza pregiudizio dei diritti acquistati dai terzi sui beni ereditari. L’atto di rinuncia è anche impugnabile per errore, violenza e dolo.

Chi sono i successibili nelle successioni legittime?

L’art. 565 c.c. nomina tra i successibili il coniuge, i discendenti naturali e legittimi, gli ascendenti legittimi, i collaterali, gli altri parenti e lo Stato.

I nascituri possono succedere?

I nascituri possono succedere per legge se concepiti o per testamento se non ancora concepiti, ma figli di un soggetto vivente. Molto discussa sia in dottrina che in giurisprudenza è la possibilità di equiparare i nascituri agli adottati. Un’impostazione opta in senso negativo per violazione del disposto dell’art. 631 c.c. (disposizioni rimesse all’arbitrio di un terzo) secondo cui il testatore non può domandare a terzi la determinazione dell’erede.

Le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti possono succedere?

Sì, anche le persone giuridiche e gli enti non riconosciuti possono succedere con obbligo di accettazione con beneficio di inventario. Tale previsione è stabilita nell’ottica di tutela del patrimonio delle persone giuridiche e degli enti obbligati a accettare escludendo i debiti, le passività dalla massa.

Tutti i soggetti chiamati all’eredità possono succedere?

Assolutamente no. Ci sono, infatti, dei casi individuati dall’art 463 c.c. in cui il soggetto chiamato all’eredità è considerato “indegno” alla successione, pertanto, non può trattenere l’eredità (secondo il brocardo potest capere sed non potest retinere). La previsione è la conseguenza di un comportamento ritenuto non consono alla qualità di erede. Si tratta di ipotesi molto gravi e indicate specificamente nel codice civile:

  1. omicidio volontario o tentato omicidio della persona della cui successione si tratta, o il coniuge, o un discendente, o un ascendente della medesima in assenza di cause di esclusione della punibilità;
  2. fatti a danno dei medesimi soggetti per cui si applicano le norme sull’omicidio;
  3. calunnia o falsa testimonianza in giudizio penale avverso le persone indicate;
  4. decadenza dalla potestà genitoriale senza reintegrazione;
  5. induzione con dolo o violenza del de cuius a fare, revocare, mutare il testamento o impedimento alle medesime condotte;
  6. soppressione, alterazione, soppressione del testamento;
  7. formazione e uso di testamento falso.

L’indegno non può mai succedere?

No, l’indegno può anche essere riabilitato. La riabilitazione può essere totale o parziale. Nel primo caso configura una disposizione di carattere non patrimoniale fondata sul perdono; il secondo si configura quando il testatore chiama l’indegno a succedere conoscendo la causa di indegnità.

Cosa accade se l’istituito non vuole o non può accettare l’eredità?

Se l’istituito non vuole o non può accettare l’eredità opera la rappresentazione a favore dei soggetti indicati dalla norma. Dottrina e giurisprudenza dominanti rinvengono in tale ipotesi un caso di delazione diretta in quanto il rappresentante succede in modo diretto al de cuius. L’oggetto, in questa eventualità, è determinato per relationem e in base alla posizione del rappresentato in cui subentra il rappresentante.

Cosa accade se viene meno la titolarità della quota di uno dei partecipanti all’acquisto ereditario?

Se viene meno la quota di uno dei partecipanti si espande quella degli altri in base al fenomeno dell’accrescimento. In questa ipotesi l’acquisto opera di diritto in modo retroattivo ed è irrinunciabile. L’accrescimento, invece, non esplica i suoi effetti in presenza di una volontà contraria del testatore che ha previsto una sostituzione ordinaria ai sensi e per gli effetti degli articoli 688 e ss. c.c. L’accrescimento non produce effetti neanche in caso di rappresentazione prevalendo di su esso. Discussa la possibilità di un accrescimento volontario in quanto la tematica si innesta nel macro ambito dell’autonomia testamentaria e, in ogni caso, non riguarda la successione legittima che è effettuata dalla legge e in assenza dell’atto dispositivo. Per mera completezza si riportano le due tesi in merito alla problematica accennata. Secondo una prima impostazione il de cuius può solo impedire l’accrescimento, ma non derogare ai presupposti previsti per lo stesso. Tale tesi riscostruisce il fenomeno come un’ipotesi di sostituzione reciproca. Altri studiosi individuano nell’accrescimento un momento volontaristico con possibilità per il testatore di rendere operante l’istituto anche al di fuori dei casi previsti dalla legge.

Sono possibili le sostituzioni nella successione legittima?

No in quanto l’istituto è disciplinano proprio per evitare l’apertura della successione legittima nei casi in cui il chiamato all’eredità tramite testamento non vuole o non può accettarla. Con le sostituzioni, infatti, il testatore prevede il subingresso di diversa persona nel caso in cui il primo istituito non acquista l’eredità cui è chiamato. Presupposto per l’operatività è, dunque, il mancato acquisto dell’eredità per impossibilità di accettazione o per assenza di volontà in tal senso. Non è espressamente disciplinata dal legislatore la sostituzione parziale che non comprende l’intera quota, ma solo parte di essa. In ogni caso risulta applicabile il disposto dell’art. 451, 2 ° comma c.c. in tema di forza probatoria degli atti. Rientra tra le ipotesi particolari di sostituzione quella fedecommissaria (attraverso una disposizione testamentaria si istituisce erede o legatario un soggetto gravato dall’obbligo di conservare i beni ricevuti che, dopo la sua morte, andranno a altra persona) che si distingue da quella compendiosa nulla perché disposta al di fuori dei casi di cui all’art. 692 c.c., ma passibile di conversione in sostituzione ordinaria valida. È ammesso anche il fedecommesso de residuo quando l’istituito deve restituire ciò che resta senza alcun obbligo di conservazione.

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  • Separazione consensuale, se i coniugi, trovato accordo su condizioni  decidono di separarsi e fissano concordemente le condizioni accessorie;
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  • La separazione consensuale dopo aver  concordato le condizioni di separazione,
  • occorre depositare  presso il Tribunale, del ricorso da parte di uno o entrambi i coniugi assistiti ciascuno da un proprio o da un comune difensore.
  • Nell’udienza davanti il Presidente del Tribunale, i coniugi devono comparire personalmente per il tentativo obbligatorio di conciliazione. Se quest’ultimo fallisce, e se gli accordi intervenuti tra i coniugi sono conformi a legge e non sono pregiudizievoli per l’interesse dei figli, il Tribunale dispone con decreto l’omologazione di tali condizioni (c.d. decreto di omologazione), così determinando di diritto la separazione.
  • La separazione giudiziale,
  • secondo il codice civile italiano, si può avere su istanza di parte o perché ci sono state delle violazioni degli obblighi matrimoniali da parte di uno dei coniugi o perché ci sono delle circostanze oggettive che rendono non più sostenibile la prosecuzione del rapporto.
    Il processo inizia con ricorso al presidente del tribunale, di norma, nel luogo in cui è individuata l’ultima residenza della coppia .
  • L’avvio della causa di separazione giudiziale avviene con il deposito di un ricorso presso il Tribunale del luogo dove risiede la coppia o il coniuge convenuto in giudizio, indicando contestualmente l’eventuale presenza di figli.
  • In particolare, la competenza è del Tribunale del luogo di ultima residenza dei coniugi o del luogo dove il coniuge convenuto ha la residenza o il domicilio.
  • Durante  udienza di comparizione o prima udienza le parti sono tenute a partecipare e a comparire di persona davanti al Presidente del Tribunale con l’assistenza dell’avvocato di fiducia.
  • Come si svolge la prima udienza di separazione?
  • il Presidente del Tribunale durante prima udienza intrattiene un colloquio con i coniugi, prima separatamente, poi congiuntamente, tentando la conciliazione.
  • Quando non riesce la conciliazione (quasi mai ) , il Presidente del Tribunale adotterà i provvedimenti necessari ed urgenti a tutela del coniuge debole e dei figli:
  • nominando il giudice istruttore;
  • fissando l’udienza di comparizione delle parti e trattazione.

cass. civ., Sez. VI – 1, Ordinanza, 11/08/2021, n. 22700 (rv. 662349-01)

COMPETENZA CIVILE – Connessione di cause – In genere – Domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario e domanda riconvenzionale di annullamento dell’accordo di separazione consensuale per vizio del consenso – Connessione “per subordinazione” o “forte” – Sussistenza – Fondamento – Conseguenze – FAMIGLIA – Matrimonio – Scioglimento – Divorzio – Presupposti condizionanti la pronuncia – Preesistente separazione – Consensuale – In genere

Tra la domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio e quella, proposta in via riconvenzionale, volta ad ottenere l’annullamento dell’accordo di separazione consensuale per vizio del consenso, assoggettate a riti diversi, è configurabile una situazione di connessione “per subordinazione” o “forte”, atteso il nesso di pregiudizialità che lega le azioni, la quale rende applicabile l’art. 40, comma 3, c.p.c., salva ogni determinazione del giudice di merito in ordine alla sospensione ex art. 295 c.p.c. della domanda (pregiudicata) di divorzio in attesa della definizione di quella (pregiudicante) sul richiesto annullamento della separazione. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 26/08/2019)

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Cass. civ., Sez. Unite, Sentenza, 29/07/2021, n. 21761 (rv. 661859-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Rapporti patrimoniali tra coniugi – In genere – Separazione consensuale o divorzio congiunto – Accordi tra i coniugi – Clausole implicanti l’attribuzione di beni immobili ai coniugi o ai figli – Validità – Condizioni

Le clausole dell’accordo di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni – mobili o immobili – o la titolarità di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi o dei figli al fine di assicurarne il mantenimento, sono valide in quanto il predetto accordo, inserito nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato, assume forma di atto pubblico ex art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo il decreto di omologazione della separazione o la sentenza di divorzio, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 c.c., purché risulti l’attestazione del cancelliere che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui all’art. 29, comma 1-bis, della l. n. 52 del 1985, come introdotto dall’art. 19, comma 14, del d.l. n. 78 del 2010, conv. con modif. dalla l. n. 122 del 2010, restando invece irrilevante l’ulteriore verifica circa gli intestatari catastali dei beni e la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO ANCONA, 18/04/2017)

Il diritto di abitazione attribuito in sede di separazione ha natura di contratto atipico e non di condizione della separazione. Difatti, la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, che trova solo occasione nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata.

Cass. civ., Sez. II, 29/09/2020, n. 20545

I

Parti: D.M.F. c. Ministero della Giustizia – Agenzia delle Entrate – Dir. Prov. Treviso

Nei procedimenti di separazione consensuale ex art. 711 c.p.c., ai fini dell’applicabilità della disciplina del patrocinio a spese dello Stato di cui all’art. 76d.P.R. n. 115/2002, il reddito del ricorrente non deve essere cumulato con quello del coniuge convivente, poiché la sussistenza di un conflitto di interessi tra le posizioni dei coniugi rende operante la deroga di cui all’art. 76, comma 4, d.P.R. n. 115/2002.

RIMINI TRIBUNALE SENTENZA DANNO MEDICO MALASANITA’

RIMINI TRIBUNALE SENTENZA DANNO MEDICO MALASANITA’

SEI VITTIMA DI GRAVE DANNO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA RIMINI ROVIGO PADOVA vicenza treviso ? chiama subito adesso avvocato esperto 

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Nella specie, la struttura non ha dimostrato e invero neanche minimamente allegato che il danno patito dalla X sia imputabile in via esclusiva a una condotta del neurologo totalmente imprevedibile e di tale gravità da doversi considerare avulsa dal programma terapeutico predisposto e con questi condiviso, sicché la responsabilità non potrà che considerarsi ripartita paritariamente nei rapporti interni tra medico e struttura

IL FATTO GRAVE

X conveniva, dinanzi all’intestato Tribunale, la Alfa e il dott. F., per sentirli condannare, in solido tra loro, al risarcimento del danno cagionatole dall’intervento di decompressione e stabilizzazione mediante laminectomia L4-L5, cui era stata sottoposta per il trattamento della stenosi del canale vertebrale, associata a spondilolistesi allo stesso livello, in quanto malamente eseguito e non preceduto da adeguata informazione alla paziente, il cui consenso doveva, dunque, ritenersi viziato.

A fondamento della domanda, deduceva che la non corretta esecuzione dell’intervento aveva determinato la lesione della radice L5 destra, con conseguente paralisi della dorsiflessione del piede destro e deficit sensitivo, esiti iatrogeni già accertati nell’ambito del procedimento per atp, incardinato dinanzi all’intestato Tribunale, da parte del ctu, che – tuttavia – erroneamente li qualificava come complicanze non prevenibili dell’intervento.

 

In proposito, è sufficiente rammentare che il danno derivante dalla violazione del diritto alla corretta informazione terapeutica non costituisce un danno in re ipsa, ma al contrario può essere riconosciuto soltanto a fronte della piena prova dei pregiudizi effettivamente patiti dal paziente e della loro genesi sul versante eziologico, ovvero della loro derivazione causale dall’omessa o inadeguata informazione.AVVOCATO-SCRITTA-CORNICE

In particolare, ove l’atto terapeutico, necessario e correttamente eseguito “secundum legem artis“, non sia stato preceduto dalla preventiva informazione esplicita del paziente circa i suoi possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili, può essere riconosciuto il risarcimento del danno alla salute per la verificazione di tali conseguenze, solo ove sia allegato e provato, da parte del paziente, anche in via presuntiva, che, se correttamente informato, avrebbe rifiutato di sottoporsi a detto intervento ovvero avrebbe vissuto il periodo successivo ad esso con migliore e più serena predisposizione ad accettarne le eventuali conseguenze (e sofferenze). (Cass. 2369/2018).

Nella specie, parte attrice non ha dimostrato, e invero, neppure compiutamente allegato, che – ove adeguatamente informata dei rischi dell’intervento – non vi si sarebbe sottoposta o avrebbe affrontato diversamente gli esiti infausti dell’operazione. Al contrario, deve ritenersi altamente probabile che la paziente vi si sarebbe comunque sottoposta, anche se pienamente consapevole dei rischi, considerato che, in mancanza, avrebbe verosimilmente perso la capacità di deambulare, come chiarito dal ctu, con affermazione non contestata e immune da vizi logici.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di RIMINI

Sezione Unica CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Elisa Dai Checchi ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 3835/2018 promossa da:

X con il patrocinio dell’avv. D’AMBROSIO ENRICO

ATTORE

contro

Alfa SPA con il patrocinio dell’avv. ZINI LUCA

CONVENUTO

UNIPOL S.P.A. con il patrocinio dell’avv. CANIATO RICCARDO

TERZO CHIAMATO

Motivi della decisione

X conveniva, dinanzi all’intestato Tribunale, la Alfa e il dott. F., per sentirli condannare, in solido tra loro, al risarcimento del danno cagionatole dall’intervento di decompressione e stabilizzazione mediante laminectomia L4-L5, cui era stata sottoposta per il trattamento della stenosi del canale vertebrale, associata a spondilolistesi allo stesso livello, in quanto malamente eseguito e non preceduto da adeguata informazione alla paziente, il cui consenso doveva, dunque, ritenersi viziato.

A fondamento della domanda, deduceva che la non corretta esecuzione dell’intervento aveva determinato la lesione della radice L5 destra, con conseguente paralisi della dorsiflessione del piede destro e deficit sensitivo, esiti iatrogeni già accertati nell’ambito del procedimento per atp, incardinato dinanzi all’intestato Tribunale, da parte del ctu, che – tuttavia – erroneamente li qualificava come complicanze non prevenibili dell’intervento.

Ritualmente costituitasi, la convenuta contestava integralmente la domanda, riportandosi alle conclusioni del ctu e chiedeva di essere manlevata dal dott. F., unico responsabile del danno, che aveva assunto direttamente l’obbligazione nei confronti della paziente, avvalendosi per eseguirla della struttura; chiedeva, inoltre, la chiamata in causa della propria compagnia assicuratrice, Beta. Il dott. F., ritualmente costituitosi, chiedeva il rigetto della domanda principale, nonché della domanda di manleva, rammentando come, indipendentemente dal rapporto di lavoro tra medico e struttura, quest’ultima risponda direttamente nei confronti del paziente, con il quale autonomamente conclude il contratto di spedalità, per la prestazione dei servizi lato sensu alberghieri e anche sanitari, dei quali risponde, quand’anche eseguiti da un professionista scelto direttamente dalla paziente; chiamava in causa la propria compagnia assicuratrice, Unipol.

Si costituivano anche le compagnie, chiedendo il rigetto della domanda principale e, la Unipol, il rigetto della domanda di rifusione delle spese di resistenza del proprio assicurato, che – costituendosi autonomamente – aveva violato il patto di gestione della lite, previsto dalla polizza.

Espletati gli incombenti istruttori e chiamato a chiarimenti il ctu nominato nel procedimento per atp, la causa era trattenuta in decisione sulle conclusioni sopra richiamate.

Parte attrice invoca la responsabilità dei sanitari convenuti sotto un duplice profilo: l’omessa informazione delle conseguenze e dei rischi dell’intervento; l’errata esecuzione dell’intervento;

Quanto al primo profilo, quello relativo alla necessità del consenso informato della paziente all’intervento terapeutico, la domanda è infondata e non merita accoglimento.

In proposito, è sufficiente rammentare che il danno derivante dalla violazione del diritto alla corretta informazione terapeutica non costituisce un danno in re ipsa, ma al contrario può essere riconosciuto soltanto a fronte della piena prova dei pregiudizi effettivamente patiti dal paziente e della loro genesi sul versante eziologico, ovvero della loro derivazione causale dall’omessa o inadeguata informazione.

In particolare, ove l’atto terapeutico, necessario e correttamente eseguito “secundum legem artis“, non sia stato preceduto dalla preventiva informazione esplicita del paziente circa i suoi possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili, può essere riconosciuto il risarcimento del danno alla salute per la verificazione di tali conseguenze, solo ove sia allegato e provato, da parte del paziente, anche in via presuntiva, che, se correttamente informato, avrebbe rifiutato di sottoporsi a detto intervento ovvero avrebbe vissuto il periodo successivo ad esso con migliore e più serena predisposizione ad accettarne le eventuali conseguenze (e sofferenze). (Cass. 2369/2018).

Nella specie, parte attrice non ha dimostrato, e invero, neppure compiutamente allegato, che – ove adeguatamente informata dei rischi dell’intervento – non vi si sarebbe sottoposta o avrebbe affrontato diversamente gli esiti infausti dell’operazione. Al contrario, deve ritenersi altamente probabile che la paziente vi si sarebbe comunque sottoposta, anche se pienamente consapevole dei rischi, considerato che, in mancanza, avrebbe verosimilmente perso la capacità di deambulare, come chiarito dal ctu, con affermazione non contestata e immune da vizi logici.

Non risultano, pertanto, dimostrati danni direttamente cagionati dall’omessa o insufficiente informazione terapeutica, che, dunque, non ha determinato alcuna conseguenza a carico della paziente.

La domanda risarcitoria sotto questo profilo va, dunque, rigettata.

Passando, invece, alla domanda di risarcimento del danno cagionato dall’intervento stesso in ragione della sua non corretta esecuzione, la domanda è fondata e deve essere accolta, nei limiti e per le ragioni che seguono.

Preliminarmente, appare opportuno delineare il quadro normativo e giurisprudenziale in cui si collocano le rispettive responsabilità della struttura convenuta, da una parte, e del medico, dall’altra, con particolare riferimento ai criteri di ripartizione degli oneri di allegazione e prova tra il paziente e i sanitari.

In proposito, viene in rilievo l’intervento di cui alla L. n. 24 del 2017, che ha innovato il sistema della responsabilità medica, provvedendo direttamente alla qualificazione giuridica della responsabilità della struttura e del singolo medico, attraendole rispettivamente sotto l’egida dell’art. 1218 c.c. e dell’art. 2043 c.c., salve le eccezioni che si vengono subito a esporre.

Ad avviso di chi scrive, la nuova Legge, nella parte in cui provvede alla qualificazione giuridica della fattispecie, deve trovare applicazione anche a fatti verificatisi anteriormente alla sua introduzione, rectius essi debbono semplicemente essere interpretati alla luce dei nuovi criteri di qualificazione della responsabilità, criteri che hanno sostituito, non già un precedente assetto normativo, ma un mero indirizzo pretorio, sicché non si pone in radice una questione di successione di leggi nel tempo.

In altre parole, senza che si ponga la questione dell’applicabilità retroattiva della L. n. 24 del 2017, si tratta di qualificare – oggi – il fatto generatore della responsabilità del medico e della struttura sanitaria, chiarendo, in applicazione degli ordinari criteri ermeneutici, se esso risulti attratto nell’alveo dell’art. 2043 c.c. ovvero dell’art. 1218 c.c. E, nel procedere a tale qualificazione giuridica, il giudice non può che fare riferimento al dato positivo, così come risulta all’esito della riforma, la quale chiarisce oggi che il medesimo fatto è un illecito extracontrattuale. Né osta a tale soluzione l’esigenza di tutela dell’affidamento del paziente sul superato regime prescrizionale (più favorevole nel caso del medico), esigenza che ben potrebbe essere tutelata facendo applicazione dell’art. 252 disp. att. c.c., espressione di un principio di portata generale.

Ciò posto, giova rammentare come la nuova Legge, all’art. 7, lasci immutata la qualificazione, già fatta propria dalla giurisprudenza precedente, in termini di responsabilità contrattuale, della struttura ospedaliera, così confermando che – per effetto del ricovero del paziente presso un ente ospedaliero – si conclude tra paziente e struttura un contratto atipico di spedalità o di assistenza sanitaria con il quale la seconda assume l’obbligo di eseguire una molteplicità di prestazioni: diagnostiche, terapeutiche, assistenziali: v. ex multis Cass., 1620/2012.

Il medico, invece, risponde ai sensi dell’art. 2043 c.c., essendo la sua responsabilità espressamente qualificata come aquiliana. Tale regola contempla, però, alcune eccezioni, quali sono tutti i casi in cui il medico “abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente” (e cioè come libero professionista che lavora nel proprio studio), nonché i casi delle prestazioni intramurarie per le quali vi sia stata una relazione negoziale preventiva e qualificata prima dell’accesso alla struttura nosocomiale, che appunto vengono parimenti ricondotti alla responsabilità contrattuale della struttura di cui al 1 comma della disposizione citata.

Nel caso di specie, deve ritenersi che entrambi i convenuti rispondano ai sensi dell’art. 1218 c.c., considerato, quanto al neurologo F., che pacificamente la paziente si rivolgeva a lui in regime di libera professione, prima di essere ricoverata nella struttura dallo stesso indicata e, quanto alla Casa di Cura, che, indipendentemente dalla natura del suo rapporto con il singolo medico, il semplice accoglimento della paziente per il ricovero determina l’assunzione di un’obbligazione contrattuale, avente ad oggetto prestazioni assistenziali, diagnostiche e terapeutiche in senso stretto.

Ne discende l’applicabilità, in relazione a entrambe le posizioni, della regola di cui all’art. 1218 c.c., secondo la quale, una volta provato il titolo (il contratto), il creditore ha diritto alla prestazione ivi dedotta e spetta al debitore fornire la prova dell’estinzione dell’obbligazione, dimostrando alternativamente l’adempimento, ovvero l’impossibilità della prestazione per causa non imputabile. Sotto quest’ultimo profilo, la prova liberatoria, in positivo, si compone di un duplice presupposto: la prestazione dedotta in contratto è divenuta impossibile e la causa di tale impossibilità non è imputabile al debitore, di modo che, se la prestazione è divenuta impossibile per causa imputabile o ignota, il debitore non è liberato ed è tenuto a risarcire il danno (per l’applicazione del principio in materia di responsabilità medica, si legga Cass. n. 20904/13: ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante).

Prima di fare applicazione dei principi sin qui esposti al caso di specie, conviene ripercorrere in estrema sintesi l’iter clinico seguito dall’attrice.

Nel settembre del 2014, X si sottoponeva ad accertamenti diagnostici a causa di ricorrenti parestesie agli arti inferiori (sensazione di scosse elettriche che si irradiavano dalla zona lombo-sacrale) e lombosciatalgia; gli esami accertavano una grave artrosi disco-somatica e la gravissima stenosi del canale vertebrale a livello L4-L5, associata a spondolistesi, dunque, rivelavano che la sintomatologia avvertita era collegata alla compressione delle radici nervose contenute nel canale lombare ristretto su base artrosica.

Per il trattamento di tali problematiche, l’attrice si rivolgeva, in regime di libera professione, al dott. F., il quale poneva indicazione di urgente intervento di decompressione delle strutture nervose e di stabilizzazione.

In data 5.2.2015, la paziente veniva sottoposta, presso la struttura convenuta, a intervento chirurgico di decompressione delle strutture nervose, attraverso emilaminectomia L4-L5, associata ad asportazione del legamento spinoso e del legamento giallo e di stabilizzazione, attraverso posizionamento osseo, senza impianto di viti e barre.

Subito dopo l’intervento, la paziente presentava un deficit sensitivo e motorio dell’arto inferiore destro, associato a ridotta sensibilità e impossibilità di flettere il piede, riconducibile sostanzialmente a un aggravamento del deficit radicolare, cui il dott. F. non faceva cenno nel referto del controllo postoperatorio.

Ripercorso brevemente l’iter clinico seguito dalla paziente e richiamando le considerazioni sopra svolte in ordine alla distribuzione degli oneri di allegazione e prova in materia di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e del medico, deve dirsi che la X ha assolto il proprio onere, avendo dimostrato il titolo, ovvero il rapporto contrattuale intercorso tanto con la struttura che con il dott. F., e il danno.

Quanto al primo profilo, il rapporto contrattuale con la struttura Alfa, riconducibile al c.d. contratto atipico di spedalità è pacifico in causa, così come è pacifico, in quanto non specificamente contestato, anche il rapporto con il dott. F., neurologo al quale la paziente si rivolgeva inizialmente in regime di libera professione e che poneva indicazione all’intervento, da eseguirsi presso la struttura convenuta.

Pure pacifico e risultante dalla documentazione sanitaria, adeguatamente esaminata dal ctu, è il danno, consistente nell’aggravamento della patologia per la quale la paziente si era rivolta al neurologo, posto che, se la condizione preoperatoria era riconducibile a una compressione delle strutture nervose, a seguito dell’intervento esse risultano irreversibilmente lesionate, in particolare è documentata una radicolopatia a carico di L5 con deficit sensitivi e motori, postumi accertati nella misura del 27% di danno biologico (da cui sottrarre il 20% danno che sarebbe comunque residuato alla paziente per cause naturali).

Infine, deve ritenersi accertato anche il nesso eziologico tra la condotta dei sanitari e il danno, considerato che il ctu ha chiarito che il danno radicolare è un danno iatrogeno e che è stato causato dalle manovre chirurgiche sulla radice L5, dunque, il danno è conseguito a un traumatismo delle strutture nervose cagionato dal chirurgo che maneggiava la radice nervosa e che l’ha lesionata in modo irreversibile. Le conclusioni del ctu sul punto non sono contestate.

L’unico profilo in contestazione attiene alla imputabilità della condotta lesiva dei sanitari, dunque alla sussistenza del requisito della colpa.

E, tuttavia, a ben vedere, neppure su questo punto le allegazioni dei convenuti risultano specifiche: invero, essi neppure deducono la particolare complessità dell’intervento, che, al contrario, è pacificamente qualificato come routinario, né l’inesigibilità della prestazione curativa, essi si limitano ad affermare che la condotta lesiva del chirurgo si iscrive nell’alveo delle complicanze dell’intervento di decompressione.

Orbene, come noto, però, i criteri di ripartizione dell’onere della prova, sopra richiamati, non possano essere superati attraverso il riferimento al concetto di complicanza, concetto privo di rilevanza sul piano giuridico, spettando comunque al sanitario dimostrare che la “complicanza” si è sostanziata in un evento imprevedibile e inevitabile, tale da costituire, in ultima analisi, la causa non imputabile dell’impossibilità della prestazione, dovendo egli, in mancanza, rispondere del danno cagionato dall’inadempimento della prestazione di cura. “Nel giudizio di responsabilità medica, per superare la presunzione di cui all’art. 1218 cod. civ. non è sufficiente dimostrare che l’evento dannoso per il paziente costituisca una “complicanza”, rilevabile nella statistica sanitaria, dovendosi ritenere tale nozione – indicativa nella letteratura medica di un evento, insorto nel corso dell’iter terapeutico, astrattamente prevedibile ma non evitabile – priva di rilievo sul piano giuridico, nel cui ambito il peggioramento delle condizioni del paziente può solo ricondursi ad un fatto o prevedibile ed evitabile, e dunque ascrivibile a colpa del medico, ovvero non prevedibile o non evitabile, sì da integrare gli estremi della causa non imputabile” (cfr. Cass. 13328/2015).

Dunque, escluso che possa assumere rilievo il concetto di “complicanza“, termine, invero, privo di significato dal punto di vista giuridico, i convenuti avevano l’onere di dimostrare l’impossibilità della prestazione (dunque, l’impossibilità di curare la paziente) dovuta a causa non imputabile; i sanitari dovevano, dunque, dimostrare l’insorgenza di una condizione patologica non trattabile, di cui non si potevano arrestare, né attenuare gli effetti.

I convenuti non hanno assolto tale onere, non avendo provato, e invero neppure compiutamente allegato, che la prestazione era divenuta impossibile, né tantomeno la causa non imputabile di tale impossibilità.

Il ctu, che inizialmente aveva fatto generico cenno al concetto di complicanza, senza altra spiegazione, è stato chiamato a fornire chiarimenti, sul presupposto che affermare che il danno deriva da una “complicanza” equivale a non fornire alcuna spiegazione della sua genesi, posto che la valutazione giuridica del caso impone di accertare se la lesione del nervo (indipendentemente dal fatto che sia un’evenienza riscontrata statisticamente) potesse essere evitata attraverso una manovra corretta, ovvero se fosse impossibile non lesionare chirurgicamente la radice maneggiata, o quantomeno che ciò fosse inesigibile dal sanitario.

Ebbene, il ctu, inspiegabilmente, non ha espressamente risposto alla specifica domanda postagli in sede di chiarimenti, limitandosi a ripetere che la lesione del nervo è un’evenienza che si riscontra in una percentuale nota di interventi, che – in casi come quello in questione – giunge fino all’8%.

Sebbene, la relazione integrativa risulti ovviamente insoddisfacente, se ne trae agevolmente che eseguire l’intervento di decompressione senza lesionare la radice nervosa non è affatto impossibile, anzi, è ciò che si verifica nel 92% dei casi, in cui, appunto, il chirurgo riesce a decomprimere la radice nervosa senza traumatizzarla.

Né i convenuti hanno offerto il benché minimo elemento idoneo a suffragare la tesi che la prestazione curativa fosse inesigibile, in ragione della particolare complessità dell’intervento (ad esempio, attraverso dati scientifici che spiegassero che lo spazio di manovra del chirurgo in tali casi è talmente ridotto da rendere inesigibile una precisione meccanica necessaria a non lesionare il nervo), che – al contrario, giova rammentarlo – è stato definito routinario (cfr. sul punto Cass. 12516/2016).

Sussiste, dunque, la responsabilità dei sanitari convenuti, che sono tenuti a risarcire il danno patito dalla X, nella misura che si viene finalmente a liquidare.

Venendo in questione la lesione di un interesse (dedotto in contratto e, in ogni caso,) costituzionalmente protetto, quale quello alla salute, spetta all’attrice il risarcimento delle conseguenze pregiudizievoli anche di natura non patrimoniale. I numerosissimi precedenti di legittimità che si sono occupati della liquidazione del danno non patrimoniale – talora accogliendo, talaltra rigettando la sua articolazione in varie voci di danno – hanno confermato il principio fondamentale che governa il sistema della responsabilità civile, in forza del quale il risarcimento deve essere integrale e riportare il danneggiato alla condizione in cui si sarebbe trovato se l’illecito non si fosse verificato, ciò indipendentemente dalla dogmatica che scompone il danno-conseguenza in varie tipologie, quali il danno morale, biologico o esistenziale. (cfr. da ultimo Cass. 24075/2017).

Ciò posto, quando si tratti di lesione del diritto alla salute, la misura delle conseguenze non patrimoniali risarcibili viene compendiata negli indici tabellari che consentono di liquidare il danno non patrimoniale complessivamente inteso, avendo riguardo al criterio probabilistico dell’id quod plerumque accidit; ricomprendendo tutti i pregiudizi ordinariamente conseguenti ad una lesione del diritto alla salute (cfr. Cass. 10527/11). Le tabelle in uso presso i vari Uffici Giudiziari esprimono, con accettabile approssimazione, un valore tendenzialmente omnicomprensivo di tutte le conseguenze della lesione; di tal ché è possibile discostarsene solo quando vengano allegati e dimostrati pregiudizi ulteriori rispetto a quelli che ordinariamente seguono al vulnus alla salute nella misura accertata, provvedendo a ristorare tale quid pluris attraverso una aestimatio che ben può assumere a base il valore del punto onde adeguarlo alle circostanze del caso concreto.

Orbene tale operazione di c.d. personalizzazione, come anticipato, presuppone che sia allegato e dimostrato un danno conseguenza ulteriore rispetto a quello che normalmente deriva dalla lesione riscontrata. Tale dimostrazione non potrà inferirsi dal grado di gravità della lesione alla salute, atteso che il valore del punto tabellare già comprende in sé tutte le conseguenze che normalmente una lesione di quella gravità produce.

Ciò posto, si viene a liquidare il danno non patrimoniale patito dalla X, in termini di danno biologico da invalidità temporanea e permanente, sulla base della documentazione sanitaria in atti.

Per quanto concerne la durata dell’inabilità temporanea, le risultanze documentali, come esaminate dal ctu, indicano un periodo di gg. 15 di Invalidità Temporanea Parziale al 75% ; – gg. 30 di Invalidità Temporanea Parziale al 50% ;- gg. 30 di Invalidità Temporanea Parziale al 25%, che, tenuto conto dell’età della paziente, si stima equo liquidare nella misura di euro 3.341,25

Per quanto concerne l’invalidità permanente, il ctu l’ha quantificata nella complessiva misura del 27% da cui detrarre il 20% di invalidità che sarebbe comunque residuato alla paziente per cause naturali, connesse al trattamento della patologia da cui era affetta, sicché facendo applicazione delle tabelle in uso presso questo Ufficio, spetta la complessiva somma a titolo di danno biologico pari a Euro 28.638,00 (72.889,00 euro pari a 27% – 44.251,00 euro pari a 20%). Il danno non patrimoniale ammonta, quindi, a Euro 31.979,25.

Spetta, inoltre, il rimborso delle spese mediche documentate per Euro 5.708,60.

L’ammontare totale del risarcimento spettante alla X è pari a Euro 37.687,85.

Su tale somma debbono essere corrisposti, previa devalutazione in ragione della stima fattane secondo criteri aggiornati, l’ulteriore rivalutazione, secondo gli indici ISTAT di categoria dalla data del sinistro (e, per quanto concerne la somma attribuita a titolo di risarcimento del danno da invalidità permanente, dal momento di cessazione dell’invalidità temporanea: v, Cass., n. 5680/96), ovvero dall’esborso alla presente pronuncia, e gli interessi legali, questi ultimi da calcolarsi sulle somme rivalutate anno per anno a decorrere dal sinistro ovvero dall’esborso (cfr. in termini Cass. SU 1712/95) fino alla presente decisione.

A seguito della liquidazione qui operata il debito di valore si converte in debito di valuta e su di esso dovranno computarsi gli interessi moratori ex lege fino al saldo effettivo.

Non si ritiene di dover incrementare l’importo così determinato, non essendo state allegate conseguenze esorbitanti da quelle che ordinariamente seguono una lesione dell’integrità psico-fisica nella misura accertata, la cui prova spettava all’attrice.

Così quantificato il risarcimento del danno spettante all’attrice, occorre affrontare l’eccezione (in senso ampio) dei convenuti, che chiedono di detrarre dall’importo dovuto alla X le somme da essa percepite a qualsiasi titolo da enti previdenziali.

In proposito, si ritiene di aderire all’orientamento espresso da Cass. S.U. 12566/2018 e successive conformi. Il precedente citato ha chiarito che, ove l’illecito, accanto al danno, rechi anche un vantaggio, quest’ultimo deve essere preso in considerazione in diminuzione dell’entità del risarcimento e tanto, non già in ragione di una compensazione in senso tecnico tra le due voci, quanto sul presupposto che – in ossequio al principio di indifferenza del risarcimento- il danneggiato deve essere posto nella stessa situazione in cui si sarebbe trovato se l’illecito non si fosse verificato, dunque la liquidazione del danno deve avvenire confrontando l’entità del patrimonio della vittima prima dell’illecito e dopo la sua verificazione.

Ciò premesso, la Suprema Corte ha precisato che, però, tale operazione non può essere assunta in termini assoluti, pervenendosi altrimenti all’assurda conseguenza di dover detrarre dal risarcimento del danno da lesione del legame parentale, ad esempio, il guadagno derivante al congiunto dalla devoluzione in proprio favore dell’eredità del de cuius.

Si è, dunque, chiarito che l’operatività della decurtazione deve ancorarsi ad un collegamento funzionale tra le poste da porre in “compensazione”, individuabile, anche in mancanza di coincidenza tra i titoli, ove la funzione propria dell’attribuzione sia quella di neutralizzare l’effetto dell’illecito, dunque l’omogeneità della ragione giustificatrice delle poste, ovvero il collegamento istituito in forza di meccanismi di surroga o di rivalsa.

Così circoscritto l’ambito di operatività della c.d. compensatio, deve escludersene la ricorrenza nel caso di specie, posto che, dagli atti di causa (e precisamente dalla documentazione inviata dall’Ente previdenziale), risulta che la danneggiata percepisce esclusivamente la pensione di vecchiaia e la pensione ai superstiti, che, all’evidenza, costituiscono attribuzioni autonome e disomogenee per contenuto e ragione giustificatrice rispetto al risarcimento per il danno iatrogeno patito.

Né ricorre l’ulteriore presupposto, pure individuato dalla giurisprudenza, della sussistenza di meccanismi di surroga o rivalsa che consentano di collegare attribuzioni altrimenti eterogenee.

Tirando le fila del discorso, s’impone l’accoglimento della domanda attorea, la condanna della struttura e del medico, in solido tra loro, al risarcimento del danno liquidato nelle misure sopra indicate.

Ferma la responsabilità solidale nei confronti della X del medico e della Casa di Cura, occorre affrontare la domanda di quest’ultima di essere manlevata dal medico, a suo dire, unico responsabile dell’illecito, domanda che va qualificata in termini di rivalsa, alla stregua di quanto previsto dalla stessa L. n. 24 del 2017, che offre criteri ermeneutici anche per fatti verificatisi anteriormente alla sua introduzione.

Orbene – come espressamente previsto dalla Legge citata e come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità anche in relazione a fatti antecedenti alla sua entrata in vigore – l’azione di rivalsa presuppone il concorso del medico e della struttura sanitaria nella produzione del fatto dannoso, ciò in quanto entrambi sono tenuti a garantire al paziente il risultato curativo. In sostanza, indipendentemente dal fatto che autore materiale del danno sia il singolo medico, la struttura risponde dello stesso secondo lo schema di cui all’art. 1228 c.c., ovvero per fatto proprio, cioè per non aver garantito al paziente il risultato curativo cui si era obbligata.

L’ipotesi appena descritta si differenzia dall’ipotesi di cui all’art. 2049 c.c. – nella quale il padrone risponde del fatto altrui, ovvero del fatto del suo ausiliare, che cagiona un danno a un terzo, nei confronti del quale il primo non ha assunto alcuna specifica obbligazione.

Ne deriva che, mentre nello schema previsto dall’art. 2049 c.c., il padrone che abbia risarcito il danno, essendo totalmente estraneo alla sua produzione, può rivalersi per l’intero sull’ausiliare, nello schema di cui all’art. 1228 c.c., la rivalsa non può che essere pro quota, in quanto il danno cagionato al paziente costituisce inadempimento proprio della struttura, che aveva assunto in suo confronto specifiche obbligazioni assistenziali e terapeutiche.

E in effetti, in presenza di un unico evento dannoso astrattamente imputabile a più soggetti, per ritenere tutti i soggetti tenuti ad adempiere all’obbligo risarcitorio è sufficiente che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrre il danno, che andrà quindi ripartito tra struttura e sanitario, anche in ipotesi di colpa esclusiva di quest’ultimo, salvo i casi, del tutto eccezionali, di inescusabilmente grave, del tutto imprevedibile e oggettivamente improbabile devianza da quel programma di tutela della salute del paziente condiviso da medico e struttura. Ne deriva la ripartizione paritaria della responsabilità tra i corresponsabili ai sensi dell’art. 2055 comma 3 c.c., salvo prova contraria che la struttura è onerata di fornire. Si legga in proposito Cass. 28987/2019 per ritenere superata la presunzione di divisione paritaria “pro quota” dell’obbligazione solidale evincibile, quale principio generale, dagli artt. 1298 e 2055, cod. civ., non basta, pertanto, escludere la corresponsabilità della struttura sanitaria sulla base della considerazione che l’inadempimento fosse ascrivibile alla condotta del medico, ma occorre considerare il duplice titolo in ragione del quale la struttura risponde solidalmente del proprio operato, sicché sarà onere del “solvens” dimostrare non soltanto la colpa esclusiva del medico, ma la derivazione causale dell’evento dannoso da una condotta del tutto dissonante rispetto al piano dell’ordinaria prestazione dei servizi di spedalità, in un’ottica di ragionevole bilanciamento del peso delle rispettive responsabilità sul piano dei rapporti interni; in assenza di prova (il cui onere grava sulla struttura sanitaria adempiente) in ordine all’assorbente responsabilità del medico intesa come grave, ma anche straordinaria, soggettivamente imprevedibile e oggettivamente improbabile “malpractice“, dovrà, pertanto, farsi applicazione del principio presuntivo di cui sono speculare espressione l’art. 1298, secondo comma, c.c. e l’art. 2055, terzo comma, cod. civ.”

Nella specie, la struttura non ha dimostrato e invero neanche minimamente allegato che il danno patito dalla X sia imputabile in via esclusiva a una condotta del neurologo totalmente imprevedibile e di tale gravità da doversi considerare avulsa dal programma terapeutico predisposto e con questi condiviso, sicché la responsabilità non potrà che considerarsi ripartita paritariamente nei rapporti interni tra medico e struttura.

Infine sono fondate e debbono essere accolte le domande di garanzia formulate dalla Casa di Cura e dal neurologo nei confronti delle rispettive compagnie assicuratrici della responsabilità civile, Beta e Unipol., chiamate a tenerli indenni di quanto sono chiamati a pagare in favore dell’attrice per effetto della presente sentenza, comprese le spese legali, da considerarsi una componente del danno Cass. 5063/1987.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo in applicazione dei parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014, dovendosi riconoscere, in favore dei convenuti, la rifusione delle spese di resistenza ai sensi dell’art. 1917 comma 3 c.c. e di chiamata in causa delle rispettive compagnie assicuratrici.

In proposito deve ritenersi infondata l’eccezione di Unipol in ordine all’operatività del patto di gestione della lite, patto cui la compagnia stessa ha omesso di dare corso, essendo rimasta pacificamente inerte (la relativa deduzione del F. è incontestata) a fronte della denuncia del sinistro da parte dell’assicurato, trovatosi, quindi, costretto a costituirsi autonomamente in giudizio onde evitare di incorrere nelle ordinarie decadenze.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1) Condanna la Alfa s.p.a., in persona del legale rappresentante e F., in solido tra loro e in pari misura nei rapporti interni, al pagamento in favore di X della somma di Euro 37.687,85 oltre interessi come in motivazione;

2) Condanna la Alfa s.p.a., in persona del legale rappresentante e F., in solido tra loro e in pari misura nei rapporti interni, alla rifusione in favore di X delle spese di lite, liquidate, per l’atp, in Euro 3.000,00 e, per la presente fase di merito, in Euro 7.000,00, oltre rimborso forfettario spese generali nella misura del 15 % iva e cpa;

3) pone le spese di ctu nel procedimento per atp, liquidate con separato decreto, definitivamente a carico dei convenuti Alfa s.p.a., in persona del legale rappresentante e F., in solido tra loro e in pari misura nei rapporti interni;

4) dichiara tenuta e condanna Beta s.p.a. a tenere indenne Alfa, di quanto sia tenuto a pagare per effetto della presente sentenza, escluse le somme eventualmente pagate in forza del vincolo di solidarietà passiva con il condebitore, al netto della franchigia di polizza;

5) dichiara tenuta e condanna Unipol. a tenere indenne F., di quanto sia tenuto a pagare per effetto della presente sentenza, escluse le somme eventualmente pagate in forza del vincolo di solidarietà passiva con il condebitore, al netto della franchigia di polizza;

6) dichiara tenuta e condanna Beta s.p.a. a rifondere in favore della Alfa, le spese di chiamata in causa e di resistenza che liquida in Euro 7.000,00;

7) dichiara tenuta e condanna Unipol. a rifondere in favore di F., le spese di chiamata in causa e di resistenza che liquida in Euro 7.000,00.

Così deciso in Rimini, il 4 novembre 2021.

Il Giudice

dott.ssa Elisa Dai Checchi

BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare

BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare
BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare

La sentenza di nullità del matrimonio delibata dal Tribunale Ecclesiastico deve essere delibata per avere effetti dinanzi al Giudice Ordinario?

La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare è analogo a tutti gli altri illeciti aquiliani con conseguente risarcimento del danno non patrimoniale?

Quando dottrina e giurisprudenza si riferiscono al danno endofamiliare, derivante dalla violazione dei doveri specificati dall’art. 143, 2° comma c.c., lo intende come qualcosa di differente dalle ipotesi di danno alla salute, perché si ha riguardo alla violazione di determinati doveri derivanti dal matrimonio ai sensi e per gli effetti dell’art. 143 c.c. In tal senso l’illecito endofamiliare ha caratteristiche diverse rispetto a quello aquiliano, extracontrattuale. C’è una maggiore selettività di danni risarcibili. Ciò avviene in quanto oltre ai doveri sanciti e specificati dall’art. 143 c.c. vi è la libertà di autodeterminazione di ciascun individuo e, nello specifico, di ciascun coniuge. Non è punibile il legittimo cambio di sentimento. Il vero discrimine tra violazioni risarcibili e non risarcibili risiede nella ricerca del dolo da parte del coniuge che trasforma la condotta tenuta attraverso modalità offensive non necessarie per il raggiungimento dello scopo. L’altro principio è quello attinente alla solidarietà familiare che si concretizza in un continuo spirito di reciproca comprensione.

Il danno derivante da illecito endofamiliare come si quantifica?

BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare
BOLOGNA ? SEPARAZIONE? La violazione degli obblighi matrimoniali, l’illecito endofamiliare

Il criterio di quantificazione utilizzato per il computo da danno derivante dalla violazione dei doveri matrimoniali viene risarcito in via equitativa in applicazione dell’art. 1226 c.c. non potendo essere provato nel suo preciso ammontare. La Suprema Corte in una recente pronuncia ha riconosciuto al figlio di padre che rifiuta il riconoscimento e la prestazione degli alimenti lo stesso risarcimento per lesione di rapporto parentale dovuto alla morte del genitore.

Sì la sentenza di nullità del matrimonio emessa dal Tribunale Ecclesiastico per avere effetti nell’ordinamento giuridico italiano deve essere sottoposta al procedimento di delibazione al fine di verificare l’assenza di contrasto con l’ordine pubblico interno. Tre sono le forme attraverso cui è possibile instaurare il vincolo del coniugio: matrimonio religioso (ha effetti esclusivamente per la comunità cristiana e i nubendi sono considerati tali soltanto per l’ordinamento ecclesiastico), matrimonio civile (è celebrato dinanzi l’autorità civile e gli sposi sono legati esclusivamente per effetto della legge civile), matrimonio concordatario (i nubendi sono considerati tali sia dinanzi alle autorità ecclesiastiche che civili). In tale ultimo caso se la controversia è decisa per prima dal Tribunale Ecclesiastico si è al cospetto di sentenza emessa da un giudice straniero (provenendo da un ordinamento autonomo e distinto rispetto a quello italiano). Per far valere gli effetti di questa pronuncia anche nell’ordinamento interno è necessario un procedimento di riconoscimento.

Perché è necessario il procedimento di delibazione per riconoscere gli effetti della sentenza ecclesiastica nel nostro ordinamento se si parla di nullità matrimoniale, quindi, di vizio originario del rapporto/ atto?

Il procedimento di delibazione è necessario in quanto i casi di nullità ecclesiastica del matrimonio sono più ampi rispetto a quelli contemplati dal codice civile. Tale discrasia impone la necessità di una verifica formale e sostanziale di compatibilità del disposto della sentenza con l’ordine pubblico interno.

Può essere delibata la sentenza del Tribunale Ecclesiastico che dichiara la nullità di un matrimonio avente durata superiore ai tre anni di convivenza?

No. Recente giurisprudenza ha, infatti, affermato che la sentenza del Tribunale Ecclesiastico che dichiara la nullità di un matrimonio di durata superiore ai tre anni di convivenza non può essere delibata nell’ordinamento interno in quanto contraria all’ordine pubblico. Tale decisione argomenta partendo dall’esistenza di ipotesi di sanatoria del negozio nullo. Durante il triennio, infatti, il rapporto si stabilizza con conseguente sanatoria della nullità. La vera essenza del matrimonio risiede nel rapporto e non nell’atto.

Perché la giurisprudenza ai fini della mancata delibazione della sentenza di nullità del matrimonio ha posto quale vincolo proprio la convivenza coniugale protratta almeno per un triennio?

La giurisprudenza ha posto il vincolo triennale in base a diversi precedenti con precisi addentellati normativi. Il riferimento è alla legge del 1983 sull’adozione che presuppone come condizione legittimante alla relativa richiesta di adozione da parte dei coniugi una durata matrimoniale pari almeno ai tre anni di convivenza. Ancora la Corte Costituzionale con sentenza n. 281 del 1984 ha affermato che risulta ormai obsoleta l’idea di identificare il matrimonio con il rito. Esso costituisce esperienza matrimoniale con volontà perdurante di vivere insieme che si presume dal terzo anno di celebrazione.

Cosa significa matrimonio atto e matrimonio rapporto?

Il matrimonio- atto è inteso come negozio giuridico e non come contratto perché non ha contenuto patrimoniale. Un’impostazione ne afferma la trilateralità in quanto aggiunge la volontà del celebrante (si tratta di tesi del tutto minoritaria e isolata). Il matrimonio come rapporto, invece, indica l’insieme dei doveri e degli obblighi reciproci ispirati all’assoluta parità tra moglie e marito come disposto dall’art. 143 c.c.

In caso di violazione degli obblighi che derivano dal matrimonio che natura ha il conseguente risarcimento chiesto in sede di separazione o divorzio?

Il tema sotteso all’interrogativo posto riguarda la natura giuridica degli obblighi matrimoniali. Diverse sono le tesi sorte al riguardo. Per una prima impostazione il riferimento è alla responsabilità contrattuale perché il matrimonio è inteso come negozio. Si è, però, osservato in senso contrario che le norme sulla responsabilità contrattuale presuppongono un contenuto patrimoniale. La tesi prevalente, argomentando dai rilievi critici menzionati, opta per la natura extracontrattuale della violazione degli obblighi matrimoniali anche se nascenti da un negozio. Ciò è possibile in quanto il matrimonio è inteso soprattutto come rapporto. I doveri esistono in quanto si diventa parti di una formazione sociale. Gli obblighi matrimoniali solo occasionalmente nascono dal negozio essendo funzionali alla famiglia.

La rottura della promessa matrimoniale è fonte di risarcimento dei danni?

La promessa di matrimonio è irrilevante sul piano giuridico. I requisiti per far sorgere il diritto al risarcimento del danno sono:

  1. vicendevolezza
  2. forma
  3. maggiore età o emancipazione minorile

Il legislatore all’interno del Codice Civile distingue tra promessa semplice, senza alcun particolare formalismo, e promessa qualificata ai sensi e con gli effetti descritti dall’art. 81 c.c. In tale ultima ipotesi il risarcimento dei danni è limitato a quelli emergenti ovvero alle perdite effettivamente subite senza tener conto del lucro cessante, del mancato guadagno conseguente alla rottura della promessa matrimoniale.

La rottura ingiustificata della promessa matrimoniale al cospetto di una promessa qualificata costituisce un fatto illecito. Quale la natura di tale forma di responsabilità? È collocabile in ambito contrattuale o extracontrattuale?

In caso di rottura ingiustificata di promessa di matrimonio qualificata la natura della responsabilità che ne deriva non può essere ricondotta nel medesimo ambito di quella contrattuale in quanto vale il disposto dell’art. 79 c.c. che attribuisce carattere non vincolante all’istituto in esame. Non ci può essere neanche risarcimento del danno da inadempimento in quanto dalla promessa non nasce alcun obbligo. Qualche impostazione esegetica sia dottrinaria che giurisprudenziale fa riferimento alla responsabilità precontrattuale collocandosi in un momento anteriore rispetto al matrimonio. L’orientamento più recente riconduce la responsabilità per rottura ingiustificata di promessa matrimoniale qualificata tra le ipotesi di responsabilità extracontrattuale, aquiliana. Il fatto illecito, in tale ottica, risiede nell’aver operato un recesso senza giustificato motivo con conseguente lesione dell’affidamento della controparte che costituisce un diritto soggettivo. L’esegesi menzionata non è scevra da criticità logiche e ontologiche. I fautori di opposta impostazione hanno, infatti, osservato come i sostenitori dell’interpretazione in esame hanno trascurato la circostanza per cui la rottura della promessa non può mai costituire un illecito in quanto esercizio e esplicazione della libertà matrimoniale di ciascuno con annessa possibilità di tirarsi indietro fino alla fine. Il risarcimento non è possibile mancando la fonte generatrice dello stesso ovvero il fatto illecito come descritto e voluto dall’art. 2043 c.c. La giurisprudenza più evoluta e la dottrina maggiormente avveduta attribuiscono al ristoro dovuto per rottura della promessa di matrimonio qualificata natura non di vero e proprio risarcimento, ma di semplice rimborso rientrante latamente nell’indebito oggettivo ai fini della ripetizione.

È possibile chiedere la restituzione delle donazioni tra fidanzati?

Si distingue tra donazioni tra fidanzati, donazioni prenunziali e donazioni obnuziali. Le donazioni prenunziali sono disciplinate dall’art. 80 c.c. e sono liberalità d’uso. Non richiedono la forma pubblica e, di sovente, hanno modico valore. Quando l’ammontare è di rilevante entità si è al cospetto di una donazione vera e propria. La donazione obnuziale è disciplinata dall’art. 785 c.c. ed è fatta riguardo un determinato e futuro matrimonio sia dagli sposi tra loro che da altri. Si perfeziona senza bisogno dell’accettazione essendo unica nel suo genere unilaterale e ed sottoposta alla condizione sospensiva della celebrazione del matrimonio la cui nullità invalida anche il contratto donativo con salvezza dei diritti acquistati dai terzi tra il giorno della celebrazione e quello del passaggio in giudicato della sentenza che dichiara la nullità. Richiede la forma dell’atto pubblico ad substantiam. Per la perfezione non è necessario il donatario. Le donazioni tra i fidanzati, al contrario, prescindono dalla celebrazione del futuro matrimonio e non rientrano né nell’ambito applicativo dell’art. 80 c.c. né in quello dell’art. 785 c.c. Il loro regime è quello proprio delle liberalità d’uso se contenute in limiti quantitativi usuali avendosi una donazione vera e propria in caso contrario. In relazione alla possibilità di richiederne la restituzione i precedenti giurisprudenziali hanno applicato in via analogica il disposto di cui all’art. 80 c.c.

Bancarotta, le circostanze previste dalla Legge

Bancarotta, le circostanze previste dalla Legge

Le circostanze aggravanti e attenuanti contenute nell’art. 219 R.D. 16 marzo 1942, n. 267 (d’ora in poi Legge Fallimentare) si applicano anche ai fatti di bancarotta fraudolenta di cui all’art. 223?

La bancarotta indica il fatto dell’imprenditore o di soggetti ad esso legati da una relazione qualificata che determina pregiudizio alle pretese creditorie in relazione a una procedura concorsuale.

Quale l’interesse tutelato dalla norma?

Oggetto giuridico del reato in esame, bene tutelato dal legislatore è quello patrimoniale dei creditori in uno al corretto andamento delle relazioni economiche e al regolare svolgimento delle procedure concorsuali.

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Quante tipologie di bancarotta esistono?

Esistono diverse tipologie di bancarotta:

  1. bancarotta propria: è commessa dal soggetto fallito e è reato proprio
  2. bancarotta impropria: nota anche come bancarotta societaria. È commessa da soggetto diverso dal fallito
  3. La bancarotta impropria da reato societario è un reato di “evento” costituito dal dissesto. La condotta, costituita da uno dei reati societari descritti dalla norma, deve cagionare o concorrere a cagionare tale dissesto: si tratta di stabilire cosa debba intendersi per nesso eziologico e quando esso sussista E la bancarotta commessa da amministratore, un direttore generale o anche un sindaco o un liquidatore di una società commerciale2. La normaArt. 223 L.F. – Fatti di bancarotta fraudolenta
    1. Omissis.
    2. Si applica alle persone suddette la pena prevista dal primo comma dell’art. 216, se:

    1) hanno cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuno dei fatti previsti dagli articoli 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 del codice civile;

  4. bancarotta patrimoniale: l’oggetto materiale è proprio il patrimonio dell’impresa
  5. bancarotta documentale: ha ad oggetto i libri e le diverse scritture contabili
  6. bancarotta fraudolenta: si caratterizza per la presenza del dolo
  7. bancarotta fraudolenta documentale: ha ad oggetto le scritture sia obbligatorie che facoltative

Quali sono le circostanze contenute nell’art. 219 legge fallimentare?

L’art. 219 contiene circostanze aggravanti per fatti di particolare gravità se il colpevole commette più fatti o non poteva esercitare un’impresa commerciale e attenuanti se il danno patrimoniale è particolarmente tenue.

Le circostanze di cui all’art. 219 Legge Fallimentare si applicano anche alla bancarotta societaria?

Una prima impostazione opta per la soluzione negativa. Secondo la tesi in esame l’art. 2019 non si riferisce anche alla bancarotta societaria perché indica espressamente le fattispecie al suo interno senza annoverare l’art. 223. Diversamente opinando si avrebbe analogia in malam partem vietata nell’ordinamento penale.

La corrente esegetica consolidata opina in senso opposto affermando che le circostanze di cui all’art. 219 si riferisco anche ai fatti di bancarotta di cui all’art. 223.

Non si tratta di analogia vietata, ma di interpretazione sistematica. L’art. 223, infatti, si divide in due commi. Il primo non fa altro che prevedere nuovamente le condotte già ricomprese nell’art. 216 richiamato espressamente dall’art. 219. Il comma 2 prevede condotte nuove e diverse.

L’ipotesi in commento ricade nel comma 1 dell’art. 223. Non c’è analogia perché le condotte dell’art. 223 sono le stesse di quelle descritte dell’art. 216 con la conseguenza che l’art. 223, 1° comma disciplina solo l’estensione soggettiva dell’art. 216.

Per tale motivo non occorre il richiamo dell’art. 219 all’art. 223 essendo sufficiente quello all’art. 216 che prevede identiche condotte. Resta impregiudicata l’impossibilità di applicazione dell’aggravante alle condotte di cui al comma 2 che opera la creazione di nuovi reati.

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BANCAROTTA FRAUDOLENTA PENA PRESCRIZIONE BOLOGNA RAVENNA VICENZA CHIAMPO

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LR PENE SONO MOLTO PESANTI E ANCHE LE PENE O SANZION IACCESSORIE

L’articolo 216 della Legge Fallimentare 

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato(1) in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari(2).

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione(3).

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa(4).

È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell’articolo precedente:

1) ha fatto spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alla sua condizione economica (1);

2) ha consumato una notevole parte del suo patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti (2);

3) ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento (3);

4) ha aggravato il proprio dissesto (4), astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;

5) non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare.

La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta.

Salve le altre pene accessorie di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale [28 ss. c.p.], la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a due anni.

 decreta che l’imprenditore dichiarato fallito commette il reato di bancarotta nei casi in cui:

effettua per sé o per la famiglia spese eccessive rispetto alla sua condizione economica

consuma parte del suo patrimonio in operazioni imprudenti

compie atti gravemente imprudenti per ritardare il fallimento

aggrava il proprio dissesto non presentando la richiesta di fallimento 

non soddisfa le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare

Commette lo stesso reato l’imprenditore, poi dichiarato fallito, che non ha tenuto in ordine o le ha tenute in maniera incompleta le scritture contabili nei 3 anni precedenti alla dichiarazione di fallimento.

Dispositivo dell’art. 216 Legge fallimentare

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato(1) in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari(2).

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione(3).

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa(4).

Le condotte distrattive compiute prima dell’ammissione al concordato preventivo di una società poi dichiarata fallita integrano il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale anche nel caso in cui l’agente abbia ottenuto l’ammissione al concordato preventivo, si sia adoperato per il buon esito della procedura, e questo non sia stato conseguito per fatti indipendenti dalla sua volontà, in quanto, laddove si verifichi il fallimento, ai fini della configurabilità del dolo, è sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 33268 del 28 luglio 2015)

Cass. pen. n. 31703/2015

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la distrazione di un ramo di azienda è configurabile solo in caso di cessione avente ad oggetto, unitariamente, oltre che i singoli beni e rapporti giuridici, anche l’avviamento riferibile a tale autonoma organizzazione produttiva. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta l’ordinanza del Tribunale del riesame che aveva annullato il sequestro preventivo di un intero complesso aziendale, che si ipotizzava costituisse l’oggetto di una cessione fittizia, rilevando come nella specie, pur essendovi una distrazione di veicoli, dei dipendenti, di denaro e di locali della società cedente successivamente fallita, non potesse configurarsi, in assenza della cessione dell’avviamento, una distrazione dell’intera azienda).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 31703 del 21 luglio 2015)

Cass. pen. n. 26458/2015

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, la soppressione, a seguito della modifica dell’art. 2478 c.c. recata dall’art. 18 del D.L. n. 185 del 2008 conv. nella l. n. 2 del 2009, dell’obbligo per le società a responsabilità limitata di tenere il libro dei soci, non incide sulla configurabilità del reato in relazione alle condotte tenute nel periodo precedente alla modifica normativa, posto che l’art. 216, comma primo n. 2, della l. fall. punisce la sottrazione, distruzione e falsificazione dei libri e delle scritture che il fallito è obbligato a tenere secondo la normativa vigente al momento della gestione della impresa, nel periodo antecedente al fallimento, al fine di consentire la ricostruzione del suo patrimonio e dei fatti gestionali a tutela del soddisfacimento degli interessi dei creditori, e che, quindi, le disposizioni del c.c. costitutive degli obblighi contabili si pongono esclusivamente come elemento normativo della fattispecie.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 26458 del 23 giugno 2015)

Cass. pen. n. 24324/2015

In caso di fallimento, integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione l’appropriazione indebita da parte dell’amministratore di somme di spettanza della società, ancorché l’amministratore vanti un credito nei confronti della società stessa, poiché la compensazione e, quindi, la eventuale sussistenza della bancarotta preferenziale, può essere invocata solo in presenza di un debito nei confronti della società maturato per cause lecite.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 24324 del 5 giugno 2015)

Cass. pen. n. 17084/2015

Il termine di prescrizione del reato di bancarotta preferenziale prefallimentare decorre dal momento in cui interviene la sentenza dichiarativa di fallimento.

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili previste dall’articolo 216, primo comma n. 2 prima parte, l. fall. è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori.

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, la restituzione del bene distratto a seguito di richiesta del curatore non esclude la sussistenza dell’elemento materiale del reato, essendosi questo già perfezionato al momento del distacco del bene dal patrimonio del fallito.

Cass. pen. n. 44886/2015

L’oggetto del reato di bancarotta fraudolenta documentale può essere rappresentato da qualsiasi documento contabile relativo alla vita dell’impresa, dal quale sia possibile conoscere i tratti della sua gestione, diversamente da quanto previsto per l’ipotesi di bancarotta semplice documentale, in relazione alla quale l’oggetto del reato è individuato nelle sole scritture obbligatorie.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 44886 del 9 novembre 2015)

Cass. pen. n. 33268/2015

 (Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 17084 del 23 aprile 2015)

Cass. pen. n. 15951/2015

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale post-fallimentare impropria, la condotta distrattiva, non potendo essere compiuta interamente dall’amministratore, ad eccezione dei casi in cui la disponibilità dei beni dell’impresa fallita è conservata dallo stesso, si manifesta, di regola, nella forma del concorso di persone nel reato, poiché è necessario il contributo dei soggetti che, in quanto titolari di funzioni nella procedura concorsuale, sono in grado di adottare gli atti dispositivi dei beni del fallimento o di consentire il compimento della azioni distruttive. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi la sentenza che aveva affermato il concorso nel reato dell’amministratore della società fallita, del curatore fallimentare e del giudice delegato, in relazione ad una transazione, autorizzata da quest’ultimo, con la quale, realizzandosi effetti pregiudizievoli per i creditori, erano state alienate l’azienda e gli immobili dell’impresa a due società gestite dallo stesso amministratore della fallita).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 15951 del 16 aprile 2015)

Cass. pen. n. 5317/2015

a bancarotta fraudolenta per dissipazione richiede, per la sua configurabilità, sotto il profilo oggettivo, l’incoerenza assoluta, nella prospettiva delle esigenze dell’impresa, delle operazioni poste in essere e, sotto il profilo soggettivo, la consapevolezza dell’agente di diminuire il patrimonio dell’impresa per scopi a questa del tutto estranei.

La vendita sottocosto o, comunque, in perdita, di beni aziendali in tanto può costituire reato di bancarotta fraudolenta per distrazione in quanto abbia connotazioni di continuità e sistematicità.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5317 del 4 febbraio 2015)

Cass. pen. n. 52077/2014

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, posto che la penale rilevanza della distrazione per effetto di condotte riparatorie può essere esclusa solo a condizione che queste ultime si collochino in data successiva a quella della dichiarazione di fallimento, deve ritenersi che non si verifichi tale condizione qualora (come avvenuto nella specie), essendosi stipulato, prima del fallimento, un preliminare di compravendita vendita avente ad oggetto un bene immobile dell’impresa poi dichiarata fallita, con fittizio versamento, da parte del soggetto che figurava come promissario acquirente, di una somma a titolo di caparra, il curatore del fallimento abbia poi optato per l’esecuzione del contratto ed abbia quindi ottenuto la corresponsione dell’intero prezzo dell’immobile compravenduto.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 52077 del 15 dicembre 2014)

Cass. pen. n. 48739/2014

Il termine di prescrizione del reato di bancarotta preferenziale prefallimentare decorre dal momento in cui interviene la sentenza dichiarativa di fallimento.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 48739 del 24 novembre 2014)

Cass. pen. n. 42257/2014

In tema di bancarotta impropria da reato societario, il dolo presuppone una volontà protesa al dissesto, da intendersi non già quale intenzionalità di insolvenza, bensì quale consapevole rappresentazione della probabile diminuzione della garanzia dei creditori e del connesso squilibrio economico. (Fattispecie relativa alla esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero circa la situazione economica e finanziaria della società con conseguente dissesto della medesima ed induzione in errore dei creditori).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 42257 del 9 ottobre 2014)

Cass. pen. n. 32352/2014

Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 32352 del 22 luglio 2014)

Cass. pen. n. 30830/2014

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, anche l’esercizio di facoltà legittime, comprese nel contenuto di diritti riconosciuti dall’ordinamento, può costituire uno strumento di frode in danno dei creditori, in quanto la liceità di ogni operazione che incide sul patrimonio dell’imprenditore dichiarato fallito può essere affermata solo all’esito di un accertamento in concreto, in relazione alle conseguenze prodotte sulle ragioni del ceto creditorio. (Fattispecie in cui il titolare di una impresa individuale, prima della dichiarazione di fallimento, esercitando il diritto di recesso con riferimento a quote di partecipazione ad una società, di cui egli era titolare, ne aveva di fatto disposto il trasferimento alla moglie).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 30830 del 11 luglio 2014)

Cass. pen. n. 26399/2014

Sussiste la responsabilità, a titolo di concorso nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, del presidente del collegio sindacale qualora sussistano puntuali elementi sintomatici, dotati del necessario spessore indiziario, in forza dei quali l’omissione del potere di controllo – e, pertanto l’inadempimento dei poteri doveri di vigilanza il cui esercizio sarebbe valso ad impedire le condotte distrattive degli amministratori – esorbiti dalla dimensione meramente colposa per assurgere al rango di elemento dimostrativo di dolosa partecipazione, sia pure nella forma del dolo eventuale, per consapevole accettazione del rischio che l’omesso controllo avrebbe potuto consentire la commissione di illiceità da parte degli amministratori. (Nella specie la S.C. ha ritenuto elementi significativi le circostanze che l’imputato fosse, 1) espressione del gruppo di controllo della società, 2) avesse rilevante competenza professionale, e 3) avesse omesso, malgrado la situazione critica della società, ogni minimo controllo).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 26399 del 18 giugno 2014)

Cass. pen. n. 24051/2014

È configurabile il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione quando il denaro oggetto della condotta é pervenuto alla società, poi dichiarata fallita, con sistemi illeciti, e conserva la sua tracciabilità, perché lo stesso, in quanto bene fungibile, si confonde con il patrimonio del fallito, è oggetto dello spossessamento previsto dall’art. 42 della l. fall., e, in relazione a tale “res”, l’originario titolare può vantare esclusivamente un diritto di credito azionabile a norma degli artt. 93 e ss. della legge fallimentare. (Fattispecie relativa a somme pervenute alla società fallita in pagamento di fatture emesse per operazioni inesistenti).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 24051 del 9 giugno 2014)

Cass. pen. n. 19896/2014

In materia di bancarotta fraudolenta la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione ad opera dell’amministratore della destinazione dei beni suddetti, ma l’affermazione dell’imputato di aver impiegato i beni per finalità aziendali o di averli restituiti all’avente diritto, in assenza di una chiara smentita emergente dagli elementi probatori acquisiti, non può essere ignorata dal giudice che, in tal caso, non può limitarsi a rilevare l’assenza dei beni nel possesso del fallito. (Fattispecie relativa a beni concessi in “leasing” in relazione ai quali la società concedente non si era insinuata nel passivo fallimentare).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 19896 del 14 maggio 2014)

Cass. pen. n. 16989/2014

Integra il reato di bancarotta fraudolenta impropria patrimoniale l’affitto d’azienda al quale non consegua l’incasso dei canoni pattuiti da parte della società fallita, senza che sia addotta alcuna giustificazione in proposito.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 16989 del 16 aprile 2014)

Cass. pen. n. 15712/2014

Ai fini della configurabilità del reato di bancarotta preferenziale è necessaria la violazione della “par condicio creditorum” nella procedura fallimentare (elemento oggettivo) e il dolo specifico costituito dalla volontà di recare un vantaggio al creditore soddisfatto, con l’accettazione della eventualità di un danno per gli altri (elemento soggettivo), con la conseguenza che la condotta illecita non consiste nell’indebito depauperamento del patrimonio del debitore ma nell’alterazione dell’ordine, stabilito dalla legge, di soddisfazione dei creditori. Pertanto, nel caso in cui il fallito provveda al pagamento di crediti privilegiati, la configurabilità del reato di bancarotta preferenziale presuppone il concorso di altri crediti con privilegio di grado prevalente o eguale rimasti insoddisfatti per effetto dei pagamenti “de quibus” e non già di qualsiasi altro credito.

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, nel caso in cui alla ammissione alla procedura di concordato preventivo segua la dichiarazione di fallimento, la prescrizione decorre dalla sentenza dichiarativa di fallimento e non dalla ammissione al concordato preventivo, stante la disuguaglianza tra le due procedure che non consente di intravedere nella successione delle vicende concorsuali la medesima connotazione e quella uniformità che può consentire l’assorbimento cronologico della seconda nella prima.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 15712 del 8 aprile 2014)

Cass. pen. n. 11796/2014

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, il deposito nella procedura fallimentare delle scritture contabili in copia non è sufficiente ad evitare l’addebito di sottrazione delle stesse.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11796 del 11 marzo 2014)

Cass. pen. n. 11793/2014

Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11793 del 11 marzo 2014)

Cass. pen. n. 5264/2014

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, il reato previsto dall’art. 216, comma primo n. 2, della legge fallimentare richiede il dolo generico, costituito dalla consapevolezza nell’agente che la confusa tenuta della contabilità potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, non essendo, per contro, necessaria la specifica volontà di impedire quella ricostruzione.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5264 del 3 febbraio 2014)

Cass. pen. n. 5237/2014

Il reato di bancarotta fraudolenta documentale, di cui alla seconda ipotesi dell’art. 216, comma primo n. 2, L. fall. richiede il dolo generico, ossia la mera consapevolezza che la confusa tenuta della contabilità può rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5237 del 3 febbraio 2014)

Cass. pen. n. 5186/2014

In tema di reati fallimentari, l’amministratore che si ripaghi di propri crediti verso la società fallita risponde di bancarotta preferenziale – non di bancarotta fraudolenta patrimoniale – specificamente connotata dall’alterazione della “par condicio creditorum”, essendo, invece irrilevante, ai fini della qualificazione giuridica del fatto, la specifica qualità di amministratore della società, se del caso censurabile in sede di commisurazione della sanzione.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5186 del 3 febbraio 2014)

Cass. pen. n. 2812/2014

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, l’imprenditore non è esente da responsabilità nel caso in cui affidi la contabilità dell’impresa a soggetti forniti di specifiche cognizioni tecniche in quanto, non essendo egli esonerato dall’obbligo di vigilare e controllare le attività svolte dai delegati, sussiste una presunzione semplice, superabile solo con una rigorosa prova contraria, che i dati siano trascritti secondo le indicazioni fornite dal titolare dell’impresa.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2812 del 21 gennaio 2014)

Cass. pen. n. 1706/2014

In tema di concorso in bancarotta fraudolenta documentale, il dolo dell'”extraneus” nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di sostegno a quella dell'”intraneus”, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni del creditore, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della società.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1706 del 16 gennaio 2014)

Cass. pen. n. 592/2014

In tema di bancarotta, la prescrizione inizia a decorrere dalla data della declaratoria di fallimento o dello stato di insolvenza e non dal momento della consumazione delle singole condotte poste in essere in precedenza.

L’elemento soggettivo del delitto di bancarotta preferenziale è costituito dal dolo specifico che è ravvisabile ogni qualvolta l’atteggiamento psicologico del soggetto agente sia rivolto a favorire un creditore, riflettendosi contemporaneamente, anche secondo lo schema tipico del dolo eventuale, nel pregiudizio per altri.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 592 del 9 gennaio 2014)

Cass. pen. n. 11257/2013

In tema di bancarotta fraudolenta, la pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e dell’incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa ha la durata fissa ed inderogabile di dieci anni.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11257 del 11 marzo 2013)

Cass. pen. n. 10201/2013

In tema di bancarotta impropria patrimoniale, in caso di scissione mediante costituzione di nuova società, l’assegnazione a quest’ultima di rilevanti risorse non costituisce di per sé un fatto di distrazione qualora la società scissa venga successivamente dichiarata fallita, dovendosi invece tenere conto dell’effettiva situazione debitoria in cui versava la stessa al momento della scissione, nonché del fatto che tale condotta non è necessariamente idonea a porre in pericolo gli interessi dei suoi creditori, atteso che ai medesimi è attribuito il potere di opporsi al progetto di scissione e che i loro diritti sono comunque salvaguardati dalla disposizione di cui all’art. 2506 quater, comma terzo, cod. civ. che stabilisce la responsabilità solidale, nei limiti dell’attivo trasferito, della nuova società per i debiti di quella scissa non ancora soddisfatti al momento della scissione.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10201 del 4 marzo 2013)

Cass. pen. n. 7556/2013

In tema di bancarotta per distrazione, non è configurabile la responsabilità dell’amministratore di una società diversa da quella fallita nel reato proprio, ex art. 40, comma secondo, c.p., la quale, integrata dalla posizione di garanzia, ex art. 2392 c.c., è invocabile solo con riferimento agli atti di gestione della società amministrata e non può invece estendersi ad atti compiuti da amministratori di società terze. Ne consegue che l’amministratore di una società diversa da quella fallita può concorrere quale “extraneus” nel reato solo mediante una partecipazione attiva.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 7556 del 15 febbraio 2013)

Cass. pen. n. 7545/2013

Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 7545 del 15 febbraio 2013)

Cass. pen. n. 3817/2013

In tema di bancarotta fraudolenta, non è suscettibile di distrazione l’avviamento commerciale dell’azienda se, contestualmente, non sia stata oggetto di disposizione anche l’azienda medesima o quanto meno i fattori aziendali in grado di generare l’avviamento, potendo peraltro quest’ultimo rappresentare da solo l’oggetto materiale della distrazione in caso di assenza di adeguata contropartita. (In motivazione la Corte ha precisato che l’avviamento può essere oggetto autonomo della condotta di distruzione).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3817 del 24 gennaio 2013)

Cass. pen. n. 18962/2012

Il delitto di bancarotta fraudolenta documentale è configurabile anche quando le violazioni o le irregolarità contabili sono state commesse per occultare altri fatti costituenti reato, non potendosi invocare al riguardo l’effetto scriminante del diritto di difesa.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 18962 del 17 maggio 2012)

Cass. pen. n. 10778/2012

Integra il reato di bancarotta fraudolenta impropria patrimoniale la cessione di un ramo d’azienda che renda non più possibile l’utile perseguimento dell’oggetto sociale senza garantire contestualmente il ripiano della situazione debitoria della società.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 10778 del 19 marzo 2012)

Cass. pen. n. 8607/2012

In tema di bancarotta semplice, l’imputato che, ai sensi dell’art. 479 c.p.p., richieda la sospensione del dibattimento, in attesa della definizione del processo instaurato contro la dichiarazione di fallimento, è tenuto – allo scopo di consentire al giudice penale di valutare la opportunità dell’esercizio del proprio potere discrezionale sul punto – a fornire allegazioni non solo in ordine alla esistenza della procedura in sede civile, ma anche in ordine alla serietà della questione sollevata, atteso che costituisce presupposto, normativamente postulato, della invocata sospensione la complessità del giudizio instaurato in sede civile o amministrativa.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 8607 del 5 marzo 2012)

Cass. pen. n. 1843/2012

Cass. pen. n. 21872/2010

La chiusura del fallimento per sopravvenuta mancanza del passivo non esclude la legittimità e l’efficacia della sentenza dichiarativa di fallimento e non fa venir meno sul piano oggettivo il reato di bancarotta fraudolenta documentale (In motivazione la S.C. ha affermato che su tale reato incide solo la revoca del fallimento pronunciabile in caso di insussistenza dello stato di insolvenza al momento della dichiarazione di fallimento).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 21872 del 8 giugno 2010)

Cass. pen. n. 21251/2010

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, deve ricomprendersi fra le operazioni distrattive anche l’utilizzazione di somme disponibili per effetto di un’apertura di credito ottenuta da un istituto bancario per le finalità aziendali, che invece vengano destinate a scopo diverso e distolte dal patrimonio della impresa senza corrispettivo. (Nella specie, le somme prelevate erano utilizzate, senza contropartita economica, per sanare i debiti di altra società del gruppo).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 21251 del 4 giugno 2010)

Cass. pen. n. 16579/2010

In tema di concorso in bancarotta fraudolenta per distrazione, il dolo dell’extraneus nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di apporto a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni del creditore, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della società. Ne consegue che ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi dell’art. 216 l.fall. in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo, il quale non costituisce l’evento del reato che, invece, coincide con la lesione dell’interesse patrimoniale della massa, posto che se la conoscenza dello stato di decozione costituisce dato significativo della consapevolezza del terzo di arrecare danno ai creditori ciò non significa che essa non possa ricavarsi da diversi fattori, quali la natura fittizia o l’entità dell’operazione che incide negativamente sul patrimonio della società.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 16579 del 29 aprile 2010)

Cass. pen. n. 13588/2010

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, la liceità del finanziamento a un partito politico non esclude la possibilità di qualificare l’erogazione come distrattiva, qualora l’amministratore non dimostri di avere comunque agito nell’interesse della società e non nel proprio esclusivo interesse personale.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 13588 del 12 aprile 2010)

Cass. pen. n. 11899/2010

L’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione non richiede l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione e il pregiudizio dei creditori, in quanto, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, detti fatti assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo siano stati commessi e, quindi, anche quando l’impresa non versava ancora in condizioni di insolvenza.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11899 del 26 marzo 2010)

Cass. pen. n. 11279/2010

La mancata presentazione della dichiarazione dei redditi non integra il reato di bancarotta fraudolenta documentale, che è configurabile in relazione all’omessa tenuta di una scrittura contabile, e tale non può essere definita la dichiarazione dei redditi, solo qualora si dimostri che scopo dell’omissione sia quello di recare pregiudizio ai creditori. (In motivazione, la S.C. ha affermato che la dichiarazione dei redditi è rappresentativa di dati contabili accorpati e finalizzati alla tutela degli interessi fiscali dello Stato e non di fatti relativi all’organizzazione interna dell’impresa).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 11279 del 24 marzo 2010)

Cass. pen. n. 9672/2010

In tema di bancarotta fraudolenta, la durata della pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale ed all’incapacità ad esercitare uffici direttivi di cui all’art. 216, u.c., l. fall., deve essere determinata in misura uguale a quella della pena principale inflitta.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 9672 del 10 marzo 2010)

Cass. pen. n. 49642/2009

Integra il concorso dell'”extraneus” nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, il soggetto che agevoli il titolare della società fallenda nella costituzione di una società di cui assuma l’amministrazione e con cui la prima stipuli un contratto di locazione connotato da un canone sensibilmente inferiore a quelli di mercato al fine di mantenere la disponibilità materiale dell’immobile locato alla famiglia del titolare della società fallenda.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n

Cass. pen. n. 47040/2011

La fattispecie di bancarotta fraudolenta per dissipazione si distingue da quella di bancarotta semplice per consumazione del patrimonio in operazioni aleatorie o imprudenti, sotto il profilo oggettivo, per l’incoerenza, nella prospettiva delle esigenze dell’impresa, delle operazioni poste in essere e, sotto il profilo soggettivo, per la consapevolezza dell’autore della condotta di diminuire il patrimonio della stessa per scopi del tutto estranei alla medesima.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 47040 del 20 dicembre 2011)

Cass. pen. n. 44933/2011

Il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo ed è pertanto irrilevante che al momento della consumazione l’agente non avesse consapevolezza dello stato d’insolvenza dell’impresa per non essersi lo stesso ancora manifestato.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 44933 del 2 dicembre 2011)

Cass. pen. n. 44103/2011

In tema di reati fallimentari, la mancata estensione della dichiarazione di fallimento non preclude, di per sé, la responsabilità del socio accomandante che abbia violato il divieto di immissione nell’attività amministrativa, a titolo di concorso nel delitto di bancarotta fraudolenta ascritto all’accomandatario, essendo sufficiente ai fini della lesione del bene giuridico tutelato dall’art. 216 l. fall. lo svolgimento di attività amministrativa, anche attraverso i contatti con i clienti dell’impresa, che implica inevitabilmente la gestione delle attività aziendali.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 44103 del 29 novembre 2011)

Cass. pen. n. 4551/2011

In tema di bancarotta fraudolenta, non integra fatto nuovo ai sensi dell’art. 518 c.p.p., la individuazione, nel corso dell’istruzione dibattimentale, di diverse modalità della condotta illecita ovvero di ulteriori condotte di distrazione o, comunque, di difformi condotte integrativa della violazione dell’art. 216 R.D., trattandosi di fatto che non può generare ‘novità’ dell’illecito, ma soltanto l’integrazione della circostanza aggravante (e non la modifica del fatto tipico), in virtù della peculiare disciplina dell’illecito fallimentare – connaturato alla c.d. unitarietà del reato desumibile dall’art. 219, comma secondo, n. 1 R.D., che deroga alla disciplina della continuazione – e della peculiarità della norma incriminatrice che non assegna alle condotte di distruzione, occultamento, distrazione, dissipazione e dissimulazione, previste dall’art. 216, n. R.D., natura di fatto autonomo, bensì fattispecie penalmente tra loro equivalenti, e cioè modalità di esecuzione alternative e fungibili di un unico reato.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4551 del 8 febbraio 2011)

Cass. pen. n. 3115/2011

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, la norma incriminatrice ingloba in sé ogni ipotesi di falsità, anche ideologica, in quanto è preordinata a tutelare l’agevole svolgimento delle operazioni della curatela e a proscrivere ogni manipolazione documentale che impedisca o intralci una facile ricostruzione del patrimonio del fallito o del movimento dei suoi affari, considerato che a questo risultato si frappone non solo la falsità materiale dei documenti, ma anche e soprattutto quella ideologica che fornisce un’infedele rappresentazione del dato contabile.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3115 del 28 gennaio 2011)

Cass. pen. n. 3114/2011

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, la parziale omissione del dovere annotativo integra la fattispecie di cui all’art. 216, comma primo, n. 2, R.D., in quanto rientra nell’ambito della norma incriminatrice anche la condotta di falsificazione dei dati realizzata attraverso la rappresentazione dell’evento economico in modo incompleto e distorto in ordine alla gestione di impresa e agli esiti della stessa.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 3114 del 28 gennaio 2011)

Cass. pen. n. 1901/2011

Integra il delitto di bancarotta per distrazione la condotta dell’amministratore che occulti con artifici contabili l’ammanco dalle casse della fallita di somme ingenti (Nella fattispecie, la Corte ha precisato altresì che, in tal caso, non è configurabile il delitto di bancarotta preferenziale, in quanto, affinchè si possano considerare le somme dovute a titolo di retribuzione, è necessario che lo statuto della società fallita contempli espressamente la retribuzione dovuta all’amministratore e ne quantifichi l’ammontare ovvero, in subordine, che la corresponsione delle suddette retribuzioni sia riportata in bilancio).

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1901 del 21 gennaio 2011)

Cass. pen. n. 45602/2010

In tema di continuazione tra reati di bancarotta fraudolenta, ai fini dell’individuazione della contiguità cronologica quale indice della sussistenza della medesima identità del disegno criminoso, assume rilievo la data di commissione della condotta.

(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 45602 del 29 dicembre 2010)

Cass. pen. n. 43340/2010

In tema di bancarotta fraudolenta, ai fini della prova della disponibilità, in capo alla società fallita, della somma oggetto della distrazione imputata all’amministratore, l’iscrizione nel libro giornale della società debitrice dell’avvenuto pagamento della somma stessa può costituire solo un indizio del saldo del debito, da valutarsi secondo i criteri dettati dall’art. 192, comma secondo, c.p.p.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 43340 del 6 dicembre 2010)

Cass. pen. n. 42235/2010

In tema di bancarotta fraudolenta, è legittimo il sequestro preventivo sulle giacenze di conto corrente acceso dall’indagato presso una banca quando si sospetti che siffatta ricchezza costituisca il provento di distrazioni fraudolente commesse in pregiudizio di società fallite; né, a tal fine, rileva la confusione con il personale patrimonio qualora il cespite sequestrato rappresenti il prodotto o il profitto del reato della distrazione fraudolenta in pregiudizio della fallita società, quale risultato della condotta criminosa, con la conseguenza che esso mantiene una sua intrinseca pericolosità che non si esaurisce nella confusione patrimoniale.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 42235 del 29 novembre 2010)

Cass. pen. n. 37920/2010

Non viola il principio di correlazione con l’accusa la sentenza che condanni l’imputato del reato di bancarotta fraudolenta per una delle condotte alternativamente previste dalla norma incriminatrice e diverse da quella indicata in imputazione, purché quest’ultima contenga la descrizione, anche sommaria, del comportamento addebitato.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 37920 del 25 ottobre 2010)

Cass. pen. n. 37298/2010

Non sussiste il concorso formale dei reati di bancarotta fraudolenta ed appropriazione indebita (nella specie con riferimento a beni oggetto di locazione finanziaria), quando oltre ad esservi perfetta identità della cosa su cui si sono concentrate le rispettive attività criminose e simultaneità delle attività stesse, unica risulti la destinazione data dal soggetto attivo ai beni da lui appresi indebitamente, in quanto la condotta dell’apprensione di beni di cui il fallito abbia la disponibilità, pur essendo astrattamente riconducibile alle due distinte ipotesi delittuose in questione, ricade sotto la previsione dell’art. 84 c.p., con la conseguenza che il reato meno grave di appropriazione indebita è assorbito da quello di bancarotta fraudolenta.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 37298 del 19 ottobre 2010)

Cass. pen. n. 36551/2010

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