AVVOCATO ESPERTO MORTE PER INFEZIONE OSpEDALIERA E MANCATA DIAGNOSI INTERVENTO CHIRURGICO ERRATO

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Siamo ESPERTI in casi di Malasanitàrisarcimenti per danno da Responsabilità Professionale Medica e/o della Struttura Ospedaliera e danni personali e materiali a seguito di gravi sinistri stradali sia delle persone danneggiate che dei loro prossimi congiunti.

Lo Studio AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO MALASANITA’ cura casi di malasanità in tutta Italia, con competenza, professionalità e passione

 

Lo Studio AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO MALASANITA’per la giustizia collabora con Medici Legali e Specialisti nelle varie specialità della Medicina e Chirurgia, che svolgono la loro opera professionale nei vari Istituti di Medicina Legale di tutta Italia.

Pluriennale esperienza nell’ambito del diritto sanitario per le richieste di risarcimento danni da malpractice medica. Assisto e difendendo sia in via giudiziale che stragiudiziale strutture sanitarie, liberi professionisti (per il tramite delle rispettive compagnie assicurative) nonché i singoli pazienti.

Presto assistenza giudiziale e stragiudiziale nel settore del contenzioso derivante da responsabilità professionale del medico. Ho approfondito la materia con particolare riferimento agli specializzati in chirurgia plastica odontoiatria e otorinolaringoiatria. L’esperienza decennale consolidata collaborando con studi legali impegnati nell’ambito della responsabilità civile in difesa del paziente e delle compagnie assicurative mi ha consentito di appassionarmi alla materia ed acquisire le conoscenze necessarie per questo ambito particolarmente delicato.

AVV-ARMAROLI-INNAZI-A-UNA-STATUA

Corte d’Appello Campobasso, Sentenza, 29/04/2020, n. 142

Il termine di prescrizione quinquennale del diritto al risarcimento del danno di chi assume di avere contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo inizia a decorrere, a norma dell’art. 2947 c.c., comma 1, non dal momento in cui il terzo determina la modificazione che produce danno all’altrui diritto o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui la malattia viene percepita o può essere percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, momento ritenuto normalmente coincidente con la proposizione della domanda amministrativa alla Commissione medica ospedaliera di cui all’art. 4 della legge n. 210 del 1992, ove non accertato in epoca più antica.

Cass. civ., Sez. VI – 3, Ordinanza, 18/06/2019, n. 16217 (rv. 654317-01)

Parti: S. c. M.

PRESCRIZIONE CIVILE – Decorrenza – Responsabilità del ministero della salute per contagio con virus hbv, hiv e hcv in conseguenza di emotrasfusioni o assunzione di emoderivati con sangue infetto – Diritto al risarcimento del danno – Prescrizione quinquennale – Decorrenza – Momento in cui la malattia è percepibile come danno ingiusto conseguente a comportamento di un terzo – Criteri – Data della domanda amministrativa – Rilevanza – Fondamento

La responsabilità del Ministero della salute per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da soggetti emotrasfusi è di natura extracontrattuale, né sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemia colposa o lesioni colpose plurime); ne consegue che il diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto tali patologie per fatto doloso o colposo di un terzo è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, comma 1, c.c., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita, o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, da ritenersi coincidente non con la comunicazione del responso della Commissione medica ospedaliera di cui all’art. 4 della l. n. 210 del 1992, ma con la proposizione della relativa domanda amministrativa, che attesta l’esistenza, in capo all’interessato, di una sufficiente ed adeguata percezione della malattia. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ROMA, 09/03/2017)

Malasanita’ per diagnosi sbagliata o ritardata

Malasanita’ per intervento chirurgico andato male o malriuscito ?

Malasanita’ per intervento endoscopico sbagliato

Malasanita’ per amputazione di arto sbagliato o non necessaria

Malasanita’ per asportazione di rene sbagliato

Malasanita’ per infezione ospedaliera

Malasanita’ per errore ortopedico (protesi di anca e di ginocchio, ernia del disco)

errore medico nella diagnosi prenatale Malasanita’ per ecografica e genetica e problemi durante il parto sia naturale che cesareo

Malasanita’ per errore trasfusionale con trasmissione di infezioni come l’ epatite HCV (legge 210)

Malasanita’ per vaccinazioni inopportune e loro conseguenze

Malasanita’ per danno da chirurgia plastica e danno da medicina estetica

Malasanita’ per referto istologico sbagliato, mancata tempestiva e corretta diagnosi tumorale da errore istologico

Errata o tardiva diagnosi malattie oncologiche

Interventi chirurgici eccessivamente invasivi o non necessari

Interventi chirurgici inefficaci perché non completi

Terapie oncologiche (chemioterapie, radioterapie, ecc) inadatte

Accanimento terapeutico

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L’Avv. SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO MORTEPER OSPEDALE O OPERAZIONE O MANCATA DIAGNOSI segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

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 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, Aosta, Ascoli Piceno, Alessandria, Arezzo, Asti, Belluno, , Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, , Cuneo, Enna, Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, , Padova, , Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, , Ravenna, , Reggio Emilia, Rieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Siena, Sondrio, Teramo, Terni, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vicenza, Viterbo.

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  1. Accertamenti clinici errati, insufficienti o tardivi
  2. Omessa o mancata diagnosi di patologia
  3. Errato approccio terapeutico alla patologia
  4. Ritardi nella diagnosi e nelle terapie farmacologiche
  5. Errori nella scelta o nella somministrazione del farmaco

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Consenso informato: pazienti mal edotti delle eventuali complicazioni derivanti dall’intervento

Scarsa assistenza post-operatoria

Lesioni colpose di organi, terminazioni nervose, legamenti in corso di intervento

Errori in fase di anestesia con lesioni cerebrali o decesso del paziente

Embolie, trombo embolie, infarti in sala operatoria

Infezioni per cattiva cura post operatoria

NESSO CAUSALE LA CASSAZIONE

Quanto, infatti, alla censura concernente la ripartizione dell’onere probatorio del nesso causale tra paziente danneggiato (o, come nella specie, i suoi eredi) e struttura sanitaria, va ribadito – nel senso della sua infondatezza – che, nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria, si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle”. Orbene, il primo, “quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia”, ovvero la morte, “e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)” (così, in motivazione, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 26 luglio 2017, n. 18392, Rv. 645164-01). Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento)”, ovvero la morte del paziente, “è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017, cit.; nello stesso senso anche Cass. Sez. 3, sent. 4 novembre 2017, n. 26824, non massimata; Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2017, n. 29315, Rv. 646653-01; Cass. Sez. 3, sent. 15 febbraio 2018, n. 3704, Rv. 647948-01; Cass. Sez. 3, ord. 23 ottobre 2018, n. 26700, Rv. 651166-01, nonchè, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 11 novembre 2019, n. 28991, Rv. 655828-01). Si tratta, peraltro, di conclusione – come è stato di recente sottolineato – che tiene conto della peculiare configurazione che il “sottosistema” della responsabilità per attività sanitaria riveste nell’ambito del sistema “generale” della responsabilità contrattuale. Se, invero, nell’ambito di quest’ultimo, la “causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento”, non altrettanto può dirsi in ambito di responsabilità sanitaria, giacchè nel “diverso territorio del “tacere” professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta”. Qui, infatti, “l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore” (che, nel caso del “facere” professionale del sanitario, è quello alla guarigione), giacchè oggetto della prestazione sanitaria è solo “il perseguimento delle “leges artis” nella cura dell’interesse del creditore” (o, altrimenti detto, il diligente svolgimento della prestazione professionale), di talchè, il “danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute”. Ne consegue, pertanto, che non essendo l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie (ovvero la morte) “immanenti alla violazione delle “leges artis””, potendo “avere una diversa eziologia”, all’onere del creditore/ danneggiato “di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico”, si affianca – “posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento”, anche quello “di provare quella connessione” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 28991 del 2019, cit.). Da quanto precede, dunque, deriva che – nel caso che occupa l’onere di provare il nesso tra la morte della T. e la condotta dei medici dell’Azienda Ospedaliera gravava sui suoi eredi, già attori ed odierni ricorrenti, sicchè, solo una volta assolto tale onere, assume rilievo quello della convenuta di dimostrare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dagli attori, è stato determinato da causa ad essa non imputabile. Tali rilievi, tuttavia, se comportano il rigetto della prima censura in cui si articola il primo motivo di ricorso non pregiudicano l’esito dell’impugnazione proposta dai germani M

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Ordinanza 6 luglio 2020, n. 13872 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ARMANO Uliana – Presidente – Dott. SESTINI Danilo – Consigliere – Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere – Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere – Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso 17188/2018 proposto da: M.A., M.L., M.M., domiciliati ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato ALESSANDRA COLAO; – ricorrenti – contro AZIENDA OSPEDALIERA UNIVERSITARIA (OMISSIS), in persona del Direttore della U.O. Affari Generali, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CAIO MARIO 27, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO ALESSANDRO MAGNI, che la rappresenta e difende; – controricorrente – avverso la sentenza n. 674/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 22/03/2018; udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 12/02/2020 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI. Svolgimento del processo 1. M.M., A. e L., in proprio, nonchè quali successori nel processo di M.R., deceduto nelle more del giudizio di primo grado, ricorrono, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 674/18, del 22 marzo 2018, della Corte di Appello di Firenze, che – accogliendo il gravame esperito dall’Azienda Ospedaliera Universitaria (OMISSIS) (d’ora in avanti, “Azienza Ospedaliera”), avverso la sentenza n. 3396/14, del 3 novembre 2014, del Tribunale di Firenze – ha rigettato la domanda proposta dagli odierni ricorrenti volta a far accertare la responsabilità della predetta Azienda Ospedaliera, in relazione al decesso della proprio congiunta, T.L.. 2. Riferiscono, in punto di fatto, i ricorrenti di aver convenuto in giudizio – in origine, insieme al loro padre, M.R. – la predetta Azienda Ospedaliera, lamentando che, in data (OMISSIS), T.L. (madre degli odierni ricorrenti e moglie di M.R.), ricoverata in attesa dell’esecuzione di un intervento di chirurgico di sostituzione di valvola mitrale, era deceduta a causa di un “violento shock emorragico”, in occasione di un intervento di taracotomia, resosi necessario a seguito dell’insorgenza di “emotorace massivo a destra”. Assumevano, in particolare, gli allora attori che la morte della paziente era da ricondurre alla condotta colposa dei sanitari dell’Azienda Ospedaliera, i quali, dopo aver eseguito manovra di toracentesi per versamento pleurico, non avrebbero effettuato gli opportuni controlli successivi, omettendo di diagnosticare tempestivamente l’emotorace massivo che condusse la paziente alla morte. Radicato il giudizio, lo stesso veniva istruito anche a mezzo di CTU medico-legale, la quale, pur dando atto degli inadempimenti e dei ritardi compiuti dai sanitari, concludeva nel senso di non poter stabilire con certezza il rapporto eziologico tra la toracentesi espletata dai sanitari e l’emotorace massivo insorto, soggiungendo che l’evoluzione del quadro clinico non consentiva di affermare che un eventuale esame radiologico avrebbe evidenziato elementi tali da far supporre un’emorragia. Inoltre, l’errore commesso in sede di perizia autoptica, che ravvisava la causa della morte nello sfiancamento globale del cuore da anemia acuta metaemorragica, addebitandolo all’operazione di sostituzione della valvola mitrale (intervento, in realtà, programmato per il (OMISSIS), e dunque mai eseguito, essendo la T. deceduta il giorno precedente), veniva attribuito ad un mero difetto di comunicazione tra medici. Il primo giudice accoglieva la domanda risarcitoria, pervenendo a tale conclusione sul presupposto che la relazione causa-effetto tra la toratocentesi e l’emotorace – sebbene la CTU avesse escluso la possibilità di affermarla con certezza – fosse, in mancanza di qualunque ipotesi alternativa, “l’unica sul tavolo”, ed inoltre che, “rispetto ad essa”, non risultava fornita prova, “che incombeva a parte convenuta”, della “inevitabilità della lacerazione, o per lo meno della corretta esecuzione della toratocentesi”. Su gravame dell’Azienda Ospedaliera, il giudice d’appello riformava “in toto” la sentenza di primo grado, ritenendo insussistente la prova del nesso eziologico tra la condotta dei sanitari e il decesso della paziente, nonchè del carattere illecito della condotta dei medici, anche omissiva. 3. Avverso la decisione della Corte toscana hanno proposto ricorso per cassazione i germani M., sulla base – come detto di due motivi. 3.1. Con il primo motivo – proposto a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – si deduce la violazione degli artt. 2697, 1218, 1176 e 2236 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., laddove il giudice d’appello ha ritenuto non raggiunta la prova in ordine al nesso di causalità e al carattere lesivo dell’operato medico (in relazione sia all’esecuzione della manovra di toracentesi, sia all’omesso esame radiologico successivo alla predetta manovra). A ben vedere, il presente motivo si compone di una pluralità di doglianze. Anzitutto, si censura l’errata distribuzione dell’onere probatorio tra le parti del giudizio, paziente (o, per esso, come nel caso di specie, i suoi eredi) e struttura ospedaliera, laddove il giudice d’appello ha posto in capo alla parte attrice l’onere di provare la sussistenza del nesso di causa tra la condotta del sanitario e il danno lamentato, dovendo, invece, essa limitarsi ad allegare un inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato. Inoltre, i ricorrenti lamentano la violazione delle norme e dei principi che regolano l’accertamento delle cause e (soprattutto) delle concause di un evento, nella parte in cui la sentenza ha affermato che non vi fossero elementi per “stabilire con certezza un rapporto di causa effetto tra la toracentesi e la comparsa di un emotorace”, e ciò “non potendosi escludere altre possibili cause alternative del decesso, stante le critiche condizioni di salute della T.”, rispetto a quella della lacerazione di un vaso sanguigno. La Corte territoriale, da un lato, non avrebbe applicato il principio del “più probabile che non” ai fini dell’accertamento dell’efficienza eziologica della condotta della convenuta, richiedendo, al contrario, un insolito grado di certezza nella causazione dell’evento, dall’altro, avrebbe individuato delle ipotetiche concause o cause alternative al decesso, mai allegate nè provate da alcuno, formulando una mera congettura. Inoltre, essa avrebbe fatto, erroneamente, ricadere sul danneggiato le conseguenze dell’incertezza circa l’accertamento del nesso di causa. Si censura, poi, la sentenza della Corte toscana laddove ha escluso la lesività della condotta omissiva dei sanitari (consistita nella mancata esecuzione della radiografia di controllo post toracentesi, di norma eseguita ad un’ora di distanza dalla manovra stessa), in quanto, accedendo alle conclusioni della CTU (che pure ritiene “sicuramente censurabile la mancata esecuzione del controllo radiologico”), ha affermato che, anche nell’ipotesi in cui la radiografia fosse stata eseguita, non è certo che essa avrebbe evidenziato l’emorragia in atto. Pure in questo caso la sentenza avrebbe errato nella ripartizione dell’onere probatorio, dovendo porre a carico della struttura sanitaria l’onere di provare che l’esame omesso avrebbe dato un risultato negativo. Infine, i ricorrenti censurano la sentenza laddove ha escluso il carattere lesivo della condotta dei sanitari, sul rilievo che dall’esame della cartella clinica è emerso il costante monitoraggio della paziente. 3.2. Con il secondo motivo – proposto a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – si deduce la violazione degli artt. 2697, 1218, 1176 e 2236 c.c. e dell’art. 116 c.p.c., laddove la sentenza ha gravato i danneggiati della prova della colpa medica. I ricorrenti ritengono che il giudice d’appello avrebbe dovuto porre a carico della struttura sanitaria l’onere di provare di aver adempiuto diligentemente le proprie obbligazioni, ovvero di aver eseguito correttamente la toracentesi. 4. L’Azienda Ospedaliera ha resistito, con controricorso, all’avversaria impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza. Quanto al primo motivo di ricorso, esso sarebbe inammissibile, in quanto si risolverebbe in una critica dell’accertamento in fatto compiuto dal giudice di merito; insindacabile in sede di legittimità: Inoltre, la censura relativa all’errata ripartizione dell’onere probatorio sarebbe infondata alla luce degli insegnamenti di questa Corte (si richiama Cass. Sez. 3, sent. 19 luglio 2018, n. 19204). In relazione al secondo motivo di ricorso, si osserva che esso finisce per censurare un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, travolgendo, dunque, l’apprezzamento compiuto dal giudice in ordine alle stesse. 5. Entrambe le parti hanno presentato memoria, insistendo nelle rispettive argomentazioni. Motivi della decisione 6. Il ricorso va accolto, per quanto di ragione. 7. Il primo motivo di ricorso è fondato, nei limiti di cui si dirà, ovvero in relazione alla censura di violazione dei principi in tema di ricostruzione del nesso causale. 7.1. Quanto, infatti, alla censura concernente la ripartizione dell’onere probatorio del nesso causale tra paziente danneggiato (o, come nella specie, i suoi eredi) e struttura sanitaria, va ribadito – nel senso della sua infondatezza – che, nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria, si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle”. Orbene, il primo, “quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia”, ovvero la morte, “e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)” (così, in motivazione, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 26 luglio 2017, n. 18392, Rv. 645164-01). Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento)”, ovvero la morte del paziente, “è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017, cit.; nello stesso senso anche Cass. Sez. 3, sent. 4 novembre 2017, n. 26824, non massimata; Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2017, n. 29315, Rv. 646653-01; Cass. Sez. 3, sent. 15 febbraio 2018, n. 3704, Rv. 647948-01; Cass. Sez. 3, ord. 23 ottobre 2018, n. 26700, Rv. 651166-01, nonchè, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 11 novembre 2019, n. 28991, Rv. 655828-01). Si tratta, peraltro, di conclusione – come è stato di recente sottolineato – che tiene conto della peculiare configurazione che il “sottosistema” della responsabilità per attività sanitaria riveste nell’ambito del sistema “generale” della responsabilità contrattuale. Se, invero, nell’ambito di quest’ultimo, la “causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento”, non altrettanto può dirsi in ambito di responsabilità sanitaria, giacchè nel “diverso territorio del “tacere” professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta”. Qui, infatti, “l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore” (che, nel caso del “facere” professionale del sanitario, è quello alla guarigione), giacchè oggetto della prestazione sanitaria è solo “il perseguimento delle “leges artis” nella cura dell’interesse del creditore” (o, altrimenti detto, il diligente svolgimento della prestazione professionale), di talchè, il “danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute”. Ne consegue, pertanto, che non essendo l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie (ovvero la morte) “immanenti alla violazione delle “leges artis””, potendo “avere una diversa eziologia”, all’onere del creditore/ danneggiato “di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico”, si affianca – “posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento”, anche quello “di provare quella connessione” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 28991 del 2019, cit.). Da quanto precede, dunque, deriva che – nel caso che occupa l’onere di provare il nesso tra la morte della T. e la condotta dei medici dell’Azienda Ospedaliera gravava sui suoi eredi, già attori ed odierni ricorrenti, sicchè, solo una volta assolto tale onere, assume rilievo quello della convenuta di dimostrare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dagli attori, è stato determinato da causa ad essa non imputabile. Tali rilievi, tuttavia, se comportano il rigetto della prima censura in cui si articola il primo motivo di ricorso non pregiudicano l’esito dell’impugnazione proposta dai germani M.. 7.2. Diverso, infatti, è l’esito della seconda censura in cui si articola il primo motivo di ricorso, ovvero quella di violazione della “regula iuris” relativa al riscontro del nesso di causalità materiale tra condotta del sanitario ed evento dannoso. Si legge, infatti, nella sentenza impugnata – che recepisce, sul punto, le conclusioni della CTU – che l’esistenza di tale nesso, nella specie, è stata esclusa in assenza di elementi “che permettano (…) di stabilire con certezza un rapporto di causa effetto tra la toracentesi e la comparsa dell’emotorace” (fatto, quest’ultimo, certamente all’origine del decesso per “shock emorragico”). La sentenza, anzi, addirittura aggiunge che “il mancato riconoscimento di una lesione vascolare in sede operatoria” (omissione che l’ausiliario del giudice attribuisce alla necessità, per i sanitari, di concentrare tutti i loro sforzi, in quel momento, nel tentativo di salvare la vita del paziente), nonchè in sede autoptica – circostanza, per inciso, assai meno giustificabile, giacchè frutto di una grossolana superficialità, in quanto si è “supposta” la causa dell’emorragia nell’intervento di sostituzione della valvola mitrale solo programmato, ma in realtà mai effettuato, visto che il decesso della paziente precedette la sua esecuzione – si sono posti come “elementi che impediscono di stabilire in maniera inequivocabile che la causa dell’emotorace sia stata la toracentesi”. Sul punto va, in primo luogo, respinta l’eccezione di inammissibilità della censura sollevata dalla controricorrente, secondo cui la doglianza tenderebbe ad una rivalutazione delle risultanze istruttorie. Al riguardo, per contro, appare necessario rammentare che “l’errore compiuto dal giudice di merito nell’individuare la regola giuridica in base alla quale accertare la sussistenza del nesso causale tra fatto illecito ed evento è censurabile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, restando, invece, inteso che “l’eventuale errore nell’individuazione delle conseguenze che sono derivate dall’illecito, alla luce della regola giuridica applicata, costituisce una valutazione di fatto, come tale sottratta al sindacato di legittimità, se adeguatamente motivata” (Cass. Sez. 3, sent. 25 febbraio 2014, n. 4439, Rv. 630127-01). La censura degli odierni ricorrenti investe il primo di tali profili, visto che si addebita alla Corte territoriale di non aver applicato il principio del “più probabile che non”, ai fini della ricostruzione dell’efficienza eziologica della condotta della convenuta, avendo, anzi, essa addirittura applicato una regola probatoria che esige un “inedito” grado di certezza nella causazione dell’evento. 7.2.1. Tale doglianza è, come già rilevato, fondata. 7.2.1.1. Per pervenire a tale conclusione, tuttavia, appare necessario muovere da alcune, indispensabili, premesse. In via preliminare, va qui evidenziato come – nel “territorio” della responsabilità civile, ampiamente intesa (ovvero come nozione comprensiva della responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c., non meno che da inadempimento contrattuale) – la verifica del nesso di causalità, tra la condotta del presunto danneggiante e l’evento di danno lamentato dal preteso danneggiato, costituisca, realmente, per riprendere un’ormai classica espressione della letteratura giuridica sul tema, un “cespuglio spinoso”. La presente non è, certo, la sede per ripercorrere l’estrema complessità che il tema della causalità – prima ancora che sul piano giuridico, su quello epistemologico (se non filosofico “tout court”) ha, da sempre, rivelato. Si potrà, qui, solo accennare – sulla scorta di una rielaborazione del tema operata da una autorevole dottrina processualcivistica – come, secondo alcuni approdi della filosofia della scienza, la nozione di causa possa essere intesa, in una prospettiva cognitivistica, alla stregua di un “idealized cognitive model”, ovvero di una “modalità tipizzata con cui la mente umana organizza la conoscenza di eventi, persone e oggetti, e delle loro relazioni caratteristiche, in strutture che risultano significative nel loro insieme”. Analogamente, del resto, la causalità è ricostruita secondo un’impostazione in cui riecheggia la concezione humiana del nesso causale quale meccanismo psicologico, o meglio, specifica attitudine della mente (“la sola che possa spingersi al di là dei sensi, ed informarci dell’esistenza di oggetti che non vediamo nè sentiamo”) a stabilire una connessione regolare tra accadimenti – come, appunto, un “modello mentale”, utilizzato per interpretare i dati dell’esperienza. Tuttavia, quanto qui interessa è – naturalmente – la nozione di causalità rilevante per il (ed agli effetti del) diritto, e ciò con particolare riferimento al sistema della responsabilità civile, ove la causalità assolve “alla duplice finalità di fungere da criterio di imputazione del fatto illecito e di regola operativa per il successivo accertamento dell’entità delle conseguenze pregiudizievoli del fatto che si traducono in danno risarcibile” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 16 ottobre 2007, n. 21619, Rv. 599816-01). Esistono, infatti, nella ricostruzione, a tali fini, del nesso causale – secondo le indicazioni fornite dalle Sezioni Unite di questa Corte – “due momenti diversi”, ovvero “la costruzione del fatto idoneo a fondare la responsabilità” (vale a dire, il momento della ricostruzione della “causalità materiale o di fatto”, altrimenti definita pure come “Haftungsbegrundende Kausalitat”), e “la successiva determinazione dell’intero danno cagionato, che costituisce l’oggetto dell’obbligazione risarcitoria”, ovvero l’operazione che, “collegando l’evento al danno, consente l’individuazione delle singole conseguenze dannose, con la precipua funzione di delimitare, a valle, i confini di una (già accertata) responsabilità risarcitoria”, ovvero il momento dell’apprezzamento della cosiddetta “causalità giuridica”, della “Haftungsausfullende Kausalitat”, nel quale un ruolo rilevate è svolto dall’art. 1223 c.c. (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 11 gennaio 2008, n. 576, Rv. 600899-01; nello stesso senso, sempre in motivazione, già Cass. Sez. 3, sent. 21619 del 2007, cit., mentre per l’applicazione successiva di tali principi si vedano, nuovamente in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 21 luglio 2011, n. 15991, Rv. 618882-01, nonchè, più di recente, Cass. Sez. 3, sent. 21 gennaio 2020, n. 1164, Rv. 656634-01). A venire in rilievo, nel caso oggetto del presente giudizio di legittimità (o meglio, nello scrutinio della censura che qui, partitamente, si esamina), è il primo di tali momenti. 7.2.1.2. Ciò premesso, va ulteriormente precisato – ancora una volta, sulla scorta dei “dicta” delle Sezioni Unite di questa Corte – che la ricostruzione della “problematica causale”, con riferimento alla suddetta “causalità materiale o di fatto, presenta rilevanti analogie con quella penale, artt. 40 e 41 c.p.”, giacchè “il danno rileva solo come evento lesivo” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. n. 576 del 2008; per l’applicazione degli artt. 40 e 41 c.p., al nesso di causalità materiale dell’illecito civile si vedano anche Cass. Sez. 3, sent. 11 maggio 2009, n. 10741, Rv. 608391-01; Cass. Sez. 3, sent. 8 luglio 2010, n. 16123, Rv. 613967-01; Cass. Sez. 3, ord. 12 aprile 2011, n. 8430, Rv. 616864-01). Sino a che punto, tuttavia, possa predicarsi siffatta “analogia”, è quanto ha formato oggetto di puntualizzazione da parte della giurisprudenza di questa Corte, culminata nel riconoscimento di un criterio di ricostruzione del nesso causale – definito della “preponderanza dell’evidenza” (o anche del “più probabile che non”) – differente da quello, “oltre ogni ragionevole dubbio”, utilizzato nel sistema della responsabilità penale. L’esito di tale percorso – dei cui effetti, rispetto al caso qui in esame, si dirà meglio di seguito – richiede, tuttavia, ulteriori puntualizzazioni. Invero, si è già sottolineata, in passato, da parte di questa Corte, la natura “muta” della dizione contenuta nell’art. 40 c.p., giacchè essa – nello stabilire che l’evento dannoso o pericoloso deve porsi come “conseguenza” dell’azione o omissione del soggetto “candidato” al riconoscimento della responsabilità – non enuncerebbe, in realtà, “alcuna “regola” causale”, risolvendosi in “una mera enunciazione lessicale”, e ciò “se per regola correttamente si intende una proposizione che offre risposta al triplice interrogativo “quando, come, perchè”” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 17 settembre 2013, n. 21255, Rv. 628702-01). D’altra parte, quello di “conseguenza” – come è stato evidenziato, di recente, da un’attenta dottrina civilistica – “non è un concetto normativo e, dunque, rinvia a saperi extragiuridici”, sui quali “il diritto poi interviene con proprie autonome scelte di fondo che conducono alla rielaborazione in termini giuridici delle conclusioni offerte dall’applicazione del sapere extragiuridico cui, di volta in volta, si è attinto”. In questa stessa prospettiva teorica, dunque, la “causalità materiale” (o “di fatto”), si rivelerebbe essa stessa una “formula decettiva perchè suggerisce, in maniera contraria al vero, che si sia in presenza di una nozione pregiuridica, mentre si è al cospetto di un concetto normativo con aperture extrasistemiche che scaturisce dalla riformulazione giuridica di saperi che appartengono a sistemi normativi diversi dal diritto”. Non è, pertanto, un caso se le stesse ricostruzioni dommatiche e giurisprudenziali, che pure, “in applicazione dei principi penalistici, di cui agli artt. 40 e 41 c.p., ritengono che un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cd. teoria della “condicio sine qua non”)” (così, nuovamente, Cass. Sez. Un., n. 576 del 2008, cit., che, peraltro, precisa come il principio dell’antecedente necessario trovi “il suo temperamento nel principio di causalità efficiente, desumibile dell’art. 41 c.p., comma 2”, norma che ha la funzione di escludere il rilievo eziologico di quegli antecedenti che si collocano “fuori delle normali linee di sviluppo della serie causale già in atto”), reputino di dover ricostruire il nesso di causalità materiale in base alla cd. teoria condizionalistica, “corretta” secondo il metodo della sussunzione sotto leggi scientifiche. E’, quest’ultimo, un modello ricostruttivo in base al quale la relazione intercorrente tra due accadimenti viene – per richiamare la dottrina processualistica già in precedenza citata – “provata in via inferenziale, ossia dimostrando che esiste una legge “di copertura” riferibile al caso di specie”; un modello detto anche “nomologicodeduttivo”, in quanto l’inferenza “è “nomologica” perchè si fonda su una legge di copertura, ed è “deduttiva” perchè questa legge di copertura è – almeno in linea di principio – generale, e quindi include il caso particolare che è oggetto di considerazione”. 7.2.1.3. Senonchè, proprio seguendo una simile impostazione come sottolinea la dottrina civilistica, di cui pure si diceva – il tema della ricostruzione del nesso di causalità finisce, nuovamente, per “coinvolgere anche il problema epistemologico dei limiti della conoscenza scientifica”. Invero, secondo quanto rilevato nuovamente – tra le altre – dalla dottrina da ultimo menzionata, la “rivoluzione realizzata dalla teoria eisteiniana della relatività, con la sua ridefinizione della concezione del tempo e della successione degli eventi”, in uno con lo sviluppo della “meccanica quantistica, la quale ha condotto al riconoscimento della natura statistica delle leggi ultime dei processi elementari”, costituiscono altrettanti fattori di un vero e proprio rovesciamento della nozione stessa di scoperta scientifica (o meglio, della sua “logica”). Ne è derivato, infatti, un nuovo paradigma, nel quale, al concetto di “verità” dell’ipotesi scientifica, è subentrato quello di “non falsificabilità” della stessa. Orbene, “in un contesto epistemologico nel quale la scienza non è più sicura di sè e delle sue leggi” – per dirla con un autorevole dottrina civilistica – “la causalità da risultanza naturalistica o di esperienza, a seconda del contesto filosofico nel quale essa può essere innestata”, risulterebbe scadere “a mera valutazione assistita dal riferimento statistico”, sicchè non più di “causalità” in senso proprio sarebbe lecito discorrere, bensì di “un criterio ideale di collegamento tra fatti che mima quello causale, ma invece di accertarlo lo considera “als ob”, come se, in base a una valutazione che non è l’esito di una ricognizione puramente naturalistica, bensì un giudizio squisitamente orientato alla soluzione del problema di responsabilità”. Tale, dunque, sarebbe l’esito “inevitabile”, dell’avvenuta “assimilazione, all’interno della categoria “leggi scientifiche” delle leggi universali e delle leggi statistiche, in base all’idea che “tutte le leggi scientifiche debbono essere considerate probabilistiche””. A tale ordine di considerazioni non è rimasta estranea neppure la giurisprudenza di questa Corte, la quale ha, da tempo, osservato che “lo stesso sintagma “accertamento del nesso causale” cela una prima, latente, insidia lessicale, dacchè ogni “accertamento” postula e tende ad una operazione logico-deduttiva o logicoinduttiva che conduca ad una conclusione, appunto, “certa”; mentre un’indagine, per quanto rigorosa, funzionale a predicarne l’esistenza sul piano del diritto, si arresta, sovente, quantomeno in sede civile, sulle soglie del giudizio probabilistico (sia pur connotato da un diverso livello di intensità, dalla “quasi certezza” alla “seria ed apprezzabile possibilità)” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 21619 del 2007, cit., nonchè, in senso analogo e sempre in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 15991 del 2011, cit.). Ciò, tuttavia, non equivale – come si è addebitato a questa Corte – ad una “svalutazione” del sapere scientifico, e quindi dell’apporto che esso è in grado di fornire, proprio in relazione alla ricostruzione di quell’elemento della fattispecie della responsabilità civile che è costituito dal nesso causale. Per contro, e specificamente nell’ambito del sottosistema della responsabilità da malpractice sanitaria (che viene in rilievo nel presente caso), questa Corte ha sottolineato la centralità dei saperi scientifici, dei quali il giudice può fruire pure attraverso il contributo di quell’ausiliario qualificato che è il consulente tecnico d’ufficio. Si è, infatti, affermato che, in materia di responsabilità sanitaria, “la consulenza tecnica è di norma “consulenza percipiente” a causa delle conoscenze tecniche specialistiche necessarie, non solo per la comprensione dei fatti, ma per la rilevabilità stessa dei fatti, i quali, anche solo per essere individuati, necessitano di specifiche cognizioni e/o strumentazioni tecniche; atteso che, proprio gli accertamenti in sede di consulenza, offrono al giudice il quadro dei fattori causali entro il quale far operare la regola probatoria della certezza probabilistica per la ricostruzione del nesso causale” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 20 ottobre 2014, n. 22225, Rv. 632945-01). Il riconoscimento del carattere (spesso) soltanto “relativo” delle “certezze” espresse dalle leggi scientifiche, pertanto, non vuole – nè può essere – l’adesione a quel modello ricostruttivo, pure proposto da autorevole dottrina, soprattutto penalistica, e un tempo recepito anche dalla giurisprudenza civile di questa Corte (si veda, a titolo di esempio, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 28 aprile 1994, n. 4440), che affida la ricostruzione del nesso causale alla “certezza morale” del giudicante in ordine alla sussistenza di una legge di copertura, in grado di spiegare l’efficienza eziologica della condotta del (presunto) danneggiante. Una simile impostazione, nella quale riecheggia la teoria della “intime conviction du juge” di certa letteratura giuridica d’oltralpe, presta il fianco, infatti, alla facile obiezione – espressa dalla dottrina processuale, qui già più volte richiamata – secondo cui “non è chiaro il significato dell’aggettivo “morale”, riferito al convincimento del giudice intorno all’esistenza di una legge causale”, giacchè, se la ricostruzione del nesso di causalità pone “problemi di prova, e quindi di carattere conoscitivo, non è facile intendere quale possa essere la “moralità” del convincimento del giudice”. In definitiva, come osserva sempre questa stessa dottrina, il problema della causalità materiale, si risolve nella “dimostrazione probatoria della verità di un enunciato”, ovvero quello che “descrive un nesso di causalità naturale e specifica” tra la condotta del supposto danneggiante e l’evento lesivo lamentato dal preteso danneggiato, sicchè, in ultima analisi, il cuore della questione consiste nell’individuare “i criteri secondo i quali il giudice, in presenza di elementi di prova che riguardano l’enunciato relativo all’esistenza di un nesso causale, stabilisce se tale enunciato ha o non ha ricevuto una adeguata conferma probatoria”. Come osservato da questa Corte, la verifica della sussistenza del nesso causale non è più “soltanto questione di ricostruzione dei fatti nel loro svolgersi fenomenologico, ma sempre ed anche vicenda “giuridica”, cioè questione anche di diritto, e, più precisamente, vero e proprio ragionamento probatorio sui fatti, allegati e non, dimostrati e non” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 15991 del 2011, cit.). Ragionamento da compiersi, evidentemente, in applicazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, senza, però, che ciò equivalga – come è stato ipotizzato – ad “avallare l’angoscia nichilistica di un libero convincimento che sembra rimasto una mera “scatola vuota””. Difatti, se è vero – come sottolinea la dottrina processuale prima richiamata – che il principio del libero convincimento, mentre “ha un chiaro significato negativo, nel senso che svincola il giudice da regole legali di valutazione della prova”, esso “ha tuttora un significato positivo quanto mai incerto”, visto che “non indica in quale modo il giudice il giudice debba esercitare questo potere discrezionale” di valutazione della prova. Nondimeno, sempre secondo tale condivisibile impostazione, “il libero convincimento svincola il giudice da regole di prova legale, ma non lo esime dall’osservanza dei criteri di razionalità e controllabilità logica del ragionamento probatorio, soprattutto negli ordinamenti – come il nostro – nei quali egli è soggetto all’obbligo di motivare la sua decisione con argomenti idonei a fornire di essa un giustificazione razionale ed intersoggettivamente accettabile”. Di ciò, del resto, si mostra ben consapevole questa Corte. Invero, pur a fronte dell’avvenuta riduzione al “minimo costituzionale” – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), nel testo “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, 134 – del proprio sindacato sulla parte motiva della sentenza impugnata, essa ha ribadito (tra l’altro, proprio con riferimento alla motivazione che abbia ad investire la ricostruzione del nesso causale) il proprio potere di “verificare l’estrinseca correttezza del giudizio di fatto sotto il profilo della manifesta implausibilità del percorso che lega la verosimiglianza delle premesse alla probabilità delle conseguenze”, e, pertanto, la possibilità di “sindacare la manifesta fallacia o non verità delle premesse o l’intrinseca incongruità o contraddittorietà degli argomenti, onde ritenere inficiato il procedimento inferenziale ed il risultato cui esso è pervenuto, per escludere la corretta applicazione della norma entro cui è stata sussunta la fattispecie” (così Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 644818-01). 7.2.1.4. Tuttavia, se discutere della causalità materiale (soprattutto, come si dirà meglio di seguito, di quella definita come “individuale”, o “specifica”) significa interrogarsi su di una regola probatoria, è proprio su questo piano che vanno apprezzate le differenti soluzioni offerte dalla giurisprudenza di legittimità, penale e civile, al problema della verifica del nesso causale, costituendo le stesse null’altro che il riflesso della diversità – morfologica e funzionale – dei due sistemi di responsabilità, con i quali il giudice si confronta. Difatti, nella “ricostruzione del nesso causale, ciò che muta sostanzialmente tra il processo penale e quello civile è la regola probatoria, in quanto nel primo vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio” (cfr. Cass. Pen. S.U. 11 settembre 2002, n. 30328, Franzese), mentre nel secondo vige la regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non”, stante la diversità dei valori in gioco nel processo penale tra accusa e difesa, e l’equivalenza di quelli in gioco nel processo civile tra le due parti contendenti” (così, in particolare, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. n. 576 del 2008, cit.; in senso conforme, tra le più recenti, si vedano Cass. Sez. 3, ord. 27 settembre 2018, n. 23197, Rv. 65060201, in motivazione, nonchè Cass. Sez. Lav., sent. 3 gennaio 2017, n. 47, Rv. 642263-01). Del resto, come osservato da questa Corte già prima del citato arresto delle Sezioni Unite, sempre al fine di chiarire la diversità – in sede civile e penale – delle regole probatorie in materia di causalità, queste ultime riflettono la differente morfologia e funzione dei due sistemi. Invero, quanto al profilo morfologico, deve considerarsi “come il baricentro della disciplina penale con riferimento al profilo causale del fatto sia sempre e comunque rivolto verso l’autore del reato/soggetto responsabile, orbitando, viceversa, l’illecito civile (quantomeno a far data dagli anni ‘60) intorno alla figura del danneggiato” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 21619 del 2007, cit.). Quanto, poi, al profilo funzionale, più ancora che la constatazione – valida, invero, per il solo caso in cui venga in rilievo un’ipotesi di responsabilità per omissione – secondo cui una “valutazione del nesso di causa, fondata esclusivamente sul semplice accertamento di un aumento (o di una speculare, mancata diminuzione) del rischio in conseguenza della condotta omessa, è criterio ermeneutico che inquieta l’interprete penale, poichè realmente trasforma surrettiziamente la fattispecie del reato omissivo improprio da vicenda di danno in reato di pericolo (o di mera condotta), mentre la stessa preoccupazione non pare esportabile in sede civile, dove l’accento è posto, ormai, sul concetto di “danno ingiusto”” (cfr. ancora una volta, e nuovamente in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. n. 21619 del 2007, cit.), decisivo appare quanto osservato in dottrina. Ovvero, che i sistemi dell’illecito penale e del torto civile si caratterizzano, rispettivamente, “per la personalità quanto alla pena, come ora ci sollecita a rilevare l’art. 27 Cost., comma 1 e per la patrimonialità quanto al risarcimento”, giacchè se “quest’ultimo è essenzialmente riparazione, la pena è il negativo che si contrappone al negativo dell’illecito in sè”. Una conclusione da tenere ferma pur a fronte dell’avvenuto riconoscimento della non estraneità, al disegno costituzionale della responsabilità civile, del carattere “polifunzionale” della stessa, poichè tale esito “non significa che l’istituto aquiliano abbia mutato la sua essenza”, la quale resta principalmente quella riparatoria, visto che “questa curvatura deterrente/sanzionatoria” della responsabilità civile “esige una “intermediazione legislativa”, in forza del principio di cui all’art. 23 Cost. (correlato agli artt. 24 e 25), che pone una riserva di legge quanto a nuove prestazioni patrimoniali” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 5 luglio 2017, n. Rv. 644914-01, n. 16601, in tema di “punitive damages”). 7.2.1.5. Nè, d’altra parte, a contrastare tale conclusione, ovvero la necessità di mantenere distinte in sede civile e penale – giacchè espressione delle differenti caratteristiche dei due sistemi – le regole probatorie relative al riscontro del nesso causale, vale l’obiezione formulata proprio dalla dottrina da ultima citata. Il rilievo critico, come noto, si basa sulla constatazione che l’azione civile di danno può essere esercita – a norma degli artt. 74 c.p.p. e segg. e dell’art. 185 c.p. – anche nel giudizio penale, sicchè la teorizzata (da questa Corte) “duplicità del criterio causale potrebbe avere come esito un fatto ritenuto in pari tempo causalmente rilevante e no”. Al riguardo, tuttavia, deve rilevarsi che il vigente codice di procedura penale, scegliendo di limitare drasticamente i casi di sospensione del giudizio penale per pregiudizialità civile (art. 3), allargando, per converso, quelli di accertamento incidentale del giudice penale (art. 2), ha optato per “il principio di separatezza dei due giudizi” (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 15 luglio 2019, n. 18918, Rv. 654448-02), nell’ambito del quale persino il rischio del contrasto di giudicati non costituisce (più) un’evenienza, per così dire, “patologica”, o meglio disfunzionale. Invero, corna ancora di recente ribadito dalla giurisprudenza costituzionale, nel processo penale l’azione civile “assume carattere accessorio e subordinato rispetto all’azione penale, sicchè è destinata a subire tutte le conseguenze e gli adattamenti derivanti dalla funzione e dalla struttura del processo penale, cioè dalle esigenze, di interesse pubblico, connesse all’accertamento dei reati e alla rapida definizione dei processi”, essendo, invero, “l’idea di fondo sottesa alla nuova codificazione”, quella “che la costituzione di parte civile non dovesse essere comunque “incoraggiata”” (così, da ultimo, Corte Cost., sent. 3 aprile 2019, n. 176. Orbene, proprio tale “adattamento”, conosciuto dell’azione civile esercitata in sede penale, non è privo di conseguenze, nuovamente, sul piano delle “regole probatorie” (non escluse, ovviamente, quelle relative al riscontro del nesso causale). Infatti, qualora il soggetto asseritamente danneggiato scelga peraltro, sempre con possibilità di esercitare lo “ius poenitendi”, dal momento che la revoca della costituzione di parte civile “non preclude il successivo esercizio dell’azione in sede civile” (art. 82 c.p.p., comma 4) – di far valere, nel processo penale, la propria pretesa risarcitoria, egli vede esaminata la propria domanda da un giudice la cui potestà decisoria non coincide con quella delineata dall’art. 115 c.p.c., comma 1, secondo cui, fatti salvi i diversi casi previsti dalla legge, la sua pronuncia interviene “iuxta alligata et probata partium”. Diversamente da quello civile, il giudice penale, nell’esercizio della propria “potestas iudicandi”, è invece legittimato con effetti, evidentemente, anche in ordine alla pretesa risarcitoria azionata dalla parte civile – ad avvalersi di un potere di “integrazione probatoria”, quello disciplinato dall’art. 507 c.p.p., che va oltre l’assunzione di “nuovi” mezzi di prova (come tale norma, nella sua formulazione letterale, parrebbe suggerire). Di tale potere, infatti, esso può avvalersi sia nel caso in cui le parti siano decadute dalla prova testimoniale per la mancata o tardiva indicazione dei testimoni nella lista prevista dall’art. 468 c.p.p., sia, persino, in quello in cui non vi “sia stata ad iniziativa di esse una qualunque attività probatoria” (Corte Cost., sent. 24 marzo 1993, n. 111). Difatti, la giurisprudenza costituzionale – come già, per vero, quella di questa Corte (cfr. Cass. Sez. Un. Pen., sent. dep. 21 novembre 1992, n. 11227, Rv. 191606-01), ha escluso che il vigente codice di procedura penale abbia riservato al giudice “essenzialmente un ruolo di garante dell’osservanza delle regole di una contesa tra parti contrapposte”, nell’ambito di un giudizio che “avrebbe la funzione non di accertare i fatti reali onde pervenire ad una decisione il più possibile corrispondente al risultato voluto dal diritto sostanziale, ma di attingere – nel presupposto di un’accentuata autonomia finalistica del processo – quella sola “verità” processuale che sia possibile conseguire attraverso la logica dialettica del contraddittorio e nel rispetto di rigorose regole metodologiche e processuali coerenti al modello”, modello del quale, pertanto, uno degli assi portanti sarebbe “l’operatività di un principio dispositivo sotto il profilo probatorio”. Per contro, si è ribadito che “fine primario ed ineludibile del processo penale non può che rimanere quello della ricerca della verità”, di talchè, “ad un ordinamento improntato al principio di legalità (art. 25 Cost., comma 2) – che rende doverosa la punizione delle condotte penalmente sanzionate – nonchè al connesso principio di obbligatorietà dell’azione penale” non possono ritenersi “consone norme di metodologia processuale che ostacolino in modo irragionevole il processo di accertamento del fatto storico necessario per pervenire ad una giusta decisione” (così, Corte Cost., sent. n. 111 del 1993, cit.). Nel contesto, dunque, di un simile processo, che rigetta il principio dispositivo in materia di prova, deve ritenersi del tutto ragionevole – fugando i dubbi che sono stati, al riguardo, paventati dalla citata dottrina – che la “utilitas” tratta dalla parte civile, nel vedere esaminata la propria domanda risarcitoria da un giudice munito di un ampio potere officioso di “integrazione” della prova, risulti “controbilanciata” dalla necessità che quella prova, nella misura in cui investe (anche) il nesso causale tra la condotta del preteso responsabile e l’evento di danno lamentato dall’asserito danneggiato, venga raggiunta “oltre ogni ragionevole dubbio”. 7.2.1.6. Chiarite, pertanto, le ragioni dell’operatività – nel giudizio civile di danno – della regola probatoria del “più probabile che non”, occorre illustrarne le modalità di applicazione. Essa – anche denominata, forse in modo preferibile, come “preponderanza dell’evidenza” – costituisce, in realtà (lo sottolinea, nuovamente, la dottrina processuale più volte richiamata), la “combinazione di due regole: la regola del “più probabile che non” e la regola della “prevalenza relativa” della probabilità”. La regola del “più probabile che non”, in particolare – per riprendere tale impostazione dommatica – “implica che rispetto ad ogni enunciato si consideri l’eventualità che esso possa essere vero o falso, ossia che sul medesimo fatto vi siano un’ipotesi positiva ed una complementare ipotesi negativa”, sicchè, tra queste due ipotesi alternative, “il giudice deve scegliere quella che, in base alle prove disponibili, ha un grado di conferma logica superiore all’altra: sarebbe infatti irrazionale preferire l’ipotesi che è meno probabile dell’ipotesi inversa”. In altri termini, l’affermazione della verità dell’enunciato implica “che vi siano prove preponderanti a sostegno di essa: ciò accade quando vi sono una o più prove dirette – di cui è sicura la credibilità o l’autenticità – che confermano quell’ipotesi, oppure vi sono una o più prove indirette dalle quali si possono derivare validamente inferenze convergenti a sostegno di essa”. Per parte propria, la regola della “prevalenza relativa” della probabilità, rileva – quanto al nesso causale, nel caso di cd. “multifattorialità” nella produzione di un evento dannoso (ovvero quando all’ipotesi, formulata dall’attore, in ordine all’eziologia dell’evento stesso, possano affiancarsene altre) – allorchè “sullo stesso fatto esistano diverse ipotesi, ossia diversi enunciati che narrano il fatto in modi diversi, e che queste ipotesi abbiano ricevuto qualche conferma positiva dalle prove acquisite al giudizio”, dovendo, invero, essere prese in considerazione “solo le ipotesi che sono risultate “più probabili che non”, poichè le ipotesi negative prevalenti non rilevano”. Orbene, ricorrendo tale evenienza, vale a dire se “vi sono più enunciati sullo stesso fatto che hanno ricevuto conferma probatoria, la regola della prevalenza relativa” – sempre secondo l’impostazione dottrinaria di cui sopra – “implica che il giudice scelga come “vero” l’enunciato che ha ricevuto il grado relativamente maggiore di conferma sulla base delle prove disponibili”. Quello che viene, così, a delinearsi – per dirla, questa volta, con la giurisprudenza di questa Corte – è un modello di “certezza probabilistica”, nel quale “il procedimento logico-giuridico” da seguire “ai fini della ricostruzione del nesso causale” implica che l’ipotesi formulata vada verificata “riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma (e nel contempo di esclusione di altri possibili alternativi) disponibili in relazione al caso concreto (c.d. probabilità logica o baconiana)”, nel senso, cioè, che in tale “schema generale della probabilità come relazione logica va determinata l’attendibilità dell’ipotesi sulla base dei relativi elementi di conferma (c.d. evidence and inference nei sistemi anglosassoni)” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. n. 576 del 2008, cit., nello stesso senso, più di recente, Cass. Sez. 3, sent. 20 febbraio 2015, n. 3390, Rv. 634481-01; Cass. Sez. 3, ord. 29 gennaio 2018, n. 2061, non massimata, Cass. Sez. 3, ord. n. 23197 del 2018, cit.). La nozione di probabilità “baconiana”, o “logica”, si distingue, dunque, dalla probabilità “quantitativa” (i cui concetti e calcoli poco si prestano – come osservato dalla migliore dottrina processualistica – a essere applicati al ragionamento sulle prove), riferendosi al grado di conferma (ossia al cd. “evidential weight”, al peso probatorio) che l’ipotesi, relativa all’efficienza eziologica della condotta del preteso danneggiante a cagionare l’evento di danno lamentato dall’asserito danneggiato, riceve sulla base delle inferenze tratte dagli elementi di prova disponibili. 7.2.2. Orbene, alla luce di tutte le considerazioni che precedono, risulta, di tutta evidenza, il vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), in cui è incorsa – nel caso che occupa – la sentenza impugnata. Essa, sul presupposto che la disposta CTU ebbe ad evidenziare che “l’emotorace, a seguito di toracentesi, è evenienza rara”, sicchè “la possibilità di ravvisare la causa dell’emotorace nella toracentesi può essere posta in dubbio”, ha escluso di poter “stabilire con certezza un rapporto di casa effetto” tra due accadimenti. Anzi, ha soggiunto che “il mancato riconoscimento di una lesione vascolare in sede operatoria e autoptica” (un esito questo, tuttavia, non del riscontro della inesistenza di tale lesione, bensì del fatto che i chirurghi e il medico legale – impegnati, rispettivamente, in tali sedi non effettuarono, per le ragioni già illustrate, verifiche di sorta, “atte ad identificare la fonte del sanguinamento” che determinò il decesso della paziente) avrebbe impedito “di stabilire in maniera inequivocabile che la causa dell’emotorace sia stata la toracentesi”. Così argomentando, tuttavia, la Corte territoriale ha affidato il riscontro del nesso causale ad un criterio persino più rigoroso di quello utilizzato in sede penale, giacchè, in tale ambito, l’efficienza eziologica della condotta addebitata all’imputato è vagliata non già in termini di “certezza” (nè tantomeno di “inequivocabilità”), ma, come detto, secondo la regola probatoria che impone di affermarne la responsabilità “oltre ogni ragionevole dubbio”. La sentenza impugnata ha, dunque, disatteso la “regula iuris” che impone di accertare il nesso di causalità materiale secondo il criterio – consono alla morfologia e alla funzione del sistema della responsabilità civile – del “più probabile che non” (o meglio, della “preponderanza dell’evidenza”), nel duplice significato che si è, dianzi, illustrato. In particolare, essa avrebbe dovuto verificare, sulla scorta delle evidenze probatorie acquisite (anche a mezzo della disposta di consulenza tecnica d’ufficio), innanzitutto, se l’ipotesi sulla verità dell’enunciato relativo all’idoneità della toracentesi a cagionare l’emotorace presentasse un grado di conferma logica maggiore rispetto a quella della sua falsità (criterio del “più probabile che non”). Di seguito, essa avrebbe dovuto stabilire – in applicazione, questa volta, del criterio della “prevalenza relativa della probabilità” se tale ipotesi avesse ricevuto, sempre su un piano logico, ovvero nuovamente sulla base delle prove disponibili, un grado relativamente maggiore di conferma rispetto ad altrettante, differenti, ipotesi sulla eziologia tanto dell’emotorace, quanto del decesso della paziente (facendo la sentenza riferimento a non meglio precisate sue “critiche condizioni di salute” che avrebbero influito sul cd. “exitus”), ipotesi anch’esse, però, da riscontrare preliminarmente, nella loro verità, nello stesso modo, ovvero in applicazione del principio del “più probabile che non”. 8. Il secondo motivo resta assorbito dall’accoglimento del primo. 9. All’accoglimento del ricorso, nei termini indicati, segue la cassazione della sentenza impugnata e il rinvio alla Corte di Appello di Firenze, in diversa composizione, per la decisione nel merito, alla luce dei principi enunciati, in particolare, nel p. 7.2.2., oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio. P.Q.M. La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo, cassando, per l’effetto, la sentenza impugnata e rinviando alla Corte di Appello di Firenze, in diversa composizione, per la decisione nel merito, oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio. Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 12 febbraio 2020. Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2020

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Liquidati ben quindicimila euro di risarcimento per la lesione dell’onore, della reputazione e del decoro della ex. Tanto è costato il commento a una fotografia postata su Facebook a un uomo che aveva apostrofato in malo modo la ragazza con cui aveva intrattenuto una relazione. ha sottolineato come «coloro che decidono di diventare utenti di “Fa.” sono ben consci non solo delle grandi possibilità relazionali offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono: rischio in una certa misura indubbiamente accettato e consapevolmente vissuto». In questa consapevolezza nell’uso del social network deve rientrare anche quella che i commenti inseriti – benché inizialmente leggibili solo dagli “amici” – possono essere diffusi in modo più ampio attravero il tagging e sfuggire quindi al controllo degli autori.

incongrue anche in ossequio alla stessa prospettazione dei fatti offerta dalla difesa del convenuto.
Relativamente al quantum debeatur, ribadito che parte attrice ha limitato le proprie richieste al risarcimento “del danno
morale soggettivo o, comunque, del danno non patrimoniale” sofferto quale diretta conseguenza della subita lesione
“alla reputazione, all’onore e al decoro” cagionatale dal convenuto mediante l’invio del messaggio oggetto di causa,
appare utile brevemente in diritto premettere come, recentemente, la Suprema Corte abbia riaffermato l’autonomia del
danno morale rispetto alla più ampia categoria del danno non patrimoniale (Cass. 12.12.2008 n. 29191), in apparente
contrasto con le note decisioni adottate dalle Sezioni Unite (Cass. Sez. Un. 11.11.2008 numeri 26972 e 26975), che
hanno negato valenza autonoma al danno morale, relegandolo al rango di sottocategoria del danno non patrimoniale.
Peraltro, per quel che qui rileva, le Sezioni Unite avevano affermato “che, nell’ambito della categoria generale del danno
non patrimoniale, la formula danno morale non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive – tra i vari
possibili pregiudizi non patrimoniali – un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in
sé considerata: sofferenza la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini della esistenza del danno,
ma solo della quantificazione del risarcimento”.
Nel caso di specie, avendo parte attrice invocato la liquidazione “del danno morale soggettivo o, comunque, del danno
non patrimoniale” per tale via e in modo esclusivo individuato, le anzidette problematiche interpretative ben possono
considerarsi irrilevanti, così come la stessa querelle riguardante la eccepita necessità di individuare, ai fini della
liquidazione, una fattispecie di reato nell’ambito delle vicende discusse in giudizio.
Come è noto, il danno non patrimoniale trae la propria specifica origine dall’art. 2059 c.c., alla luce del quale simile
pregiudizio deve essere risarcito “solo nei casi determinati dalla legge”: tale possibilità risarcitoria sembrava dunque
limitata alle sole ipotesi di reato, così come previsto dall’art. 185 c.p. A seguito dell’intervento della Corte Costituzionale
(sent. 30.6.2003 n. 233) può ormai dirsi del tutto superata questa interpretazione limitativa, di talchè ogni lesione di
valori di rilievo costituzionale inerenti la persona comporta il ristoro del danno non patrimoniale sofferto.
Qui va rimarcata la risarcibilità, attesi i limiti della domanda attrice, del solo danno morale soggettivo inteso quale
“transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima” del fatto illecito, vale a dire come complesso delle sofferenze
inferte alla danneggiata dall’evento dannoso, indipendentemente dalla sua rilevanza penalistica.
Rilevanza che, peraltro, ben potrebbe essere ravvisata nel fatto dedotto in giudizio, concretamente sussumibile
nell’ambito della astratta previsione di cui all’art. 594 c.p. (ingiuria) ovvero in quella più grave di cui all’art. 595 c.p.
(diffamazione) alla luce del cennato carattere pubblico del contesto che ebbe a ospitare il messaggio de quo, della sua
conoscenza da parte di più persone e della possibile sua incontrollata diffusione a seguito di tagging.
Elemento, quest’ultimo, idoneo ad ulteriormente qualificare la potenzialità lesiva del fatto illecito, in uno con i
documentati problemi di natura fisica ed estetica sofferti da F. B. (doc. 1).
Alla luce di quanto accertato in fatto, della evidente lesione di diritti e valori costituzionalmente garantiti (la reputazione,
l’onore, il decoro della vittima) e delle conseguenti indubbie sofferenze inferte all’attrice dalla vicenda della quale si
discute, in via di equità, può essere liquidata ai valori attuali, a titolo di danno morale ovvero non patrimoniale, la somma
di Euro 15.000,00.

I gestori del sito (statunitensi, secondo la Polizia Postale), pur reputandosi proprietari dei contenuti pubblicati, declinano
ogni responsabilità civile e/o penale ad essi relativa (come dimostra, eloquentemente, una recentissima e dibattuta
controversia giudiziaria riguardante il motore di ricerca “Go.”).
In definitiva, coloro che decidono di diventare utenti di “Fa.” sono ben consci non solo delle grandi possibilità relazionali
offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono: rischio in una certa misura
indubbiamente accettato e consapevolmente vissuto.
Il caso di specie è emblematico in tal senso.
Due giovani si conoscono e socializzano tramite “Fa.” e tra loro ha inizio una relazione da entrambi definita sentimentale,
con sviluppi non lineari ed irreprensibili, descritti dal convenuto in modo minuzioso, pur se irrilevanti ai fini della presente
decisione.
In tale contesto si inserisce l’invio da parte di T. P. di un messaggio a mezzo “Fa.” a F. B., datato 1.10.2008 e del
seguente eloquentissimo tenore: “Senti brutta troia strabica che nn sei altro … T consiglio di smetterla. Nn voglio fare il
cattivo sputtanandoti nella tua sfera sociale dove le persone t stimano (facebook, myspace, ecc.). Purtroppo nn siamo
To. Ve. o Fi. Na. … quindi nn appetibili sessualmente per te. T consiglio di caricare le foto ove la frangia nn t nasconde il
litigio continuo dei tuoi occhi e nello stesso tempo il numero di un bravo psichiatra che può prescriverti al più presto
possibile, pastigle rettali da cavallo con funzione antidepressiva (se t piaceva il dito nn mi immagino il farmaco). Con
queste affermazioni, vere, chiedo di eclissarti e di smetterla di ossessionarmi come il tuo grande idolo e modello
comportamentale … Mentos! Ah … Tutti i miei orgasmi erano finti …=) ihoho”.
Trattasi, in tutta evidenza, di un messaggio denotante la conoscenza non solo della imperfezione fisica sofferta da F. B.,

 

Trib. Civ. Monza n. 770 del 2010 Risarcibile il danno morale su Facebook

Risarcibile il danno morale soggettivo per la diffamazione su Facebook

MASSIMA

Quindicimila euro di risarcimento per la lesione dell’onore, della reputazione e del decoro della ex. Tanto è costato il commento a una fotografia postata su Facebook a un uomo che aveva apostrofato in malo modo la ragazza con cui aveva intrattenuto una relazione. ha sottolineato come «coloro che decidono di diventare utenti di “Fa.” sono ben consci non solo delle grandi possibilità relazionali offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono: rischio in una certa misura indubbiamente accettato e consapevolmente vissuto». In questa consapevolezza nell’uso del social network deve rientrare anche quella che i commenti inseriti – benché inizialmente leggibili solo dagli “amici” – possono essere diffusi in modo più ampio attravero il tagging e sfuggire quindi al controllo degli autori.

Tribunale di Monza Sezione 4 Civile
Sentenza del 2 marzo 2010, n. 770

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI MONZA
SEZIONE IV CIVILE
Il Tribunale di Monza, Sezione Quarta Civile, in persona del magistrato dott. PIERO CALABRO’
in funzione di Giudice Unico
ha pronunziato la seguente
SENTENZA
nella causa civile iscritta al RG n. 4456/09, promossa con atto di citazione notificato in data 12.3.2009
da
F. B., rappresentata e difesa dagli avvocati M. Co. e R. Ma., presso lo studio dei quali in Me. largo Eu. (…) ha eletto
domicilio.
PARTE ATTRICE
contro
T. P., rappresentato e difeso dagli avvocati S. Pa., G. Vi. e C. De., presso lo studio della quale in Mo. via Ma. (…) ha
eletto domicilio.
PARTE CONVENUTA
Oggetto della causa: risarcimento danni da fatto illecito
All’udienza del 22.12.2009 i procuratori delle parti precisavano le
CONCLUSIONI
come da n. 3 fogli vistati dal G.U. ed allegati al processo verbale
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione notificato in data 12.3.2009 F. B. conveniva in giudizio, innanzi a questo Tribunale, T. P. per sentirlo
condannare all’integrale risarcimento “del danno morale soggettivo o, comunque, del danno non patrimoniale” sofferti in
conseguenza della subita lesione “alla reputazione, all’onore e al decoro” cagionatale in data 1.10.2008 dal convenuto
mediante l’invio di un messaggio per il tramite del social network “Fa.”.
Deduceva F. B.:
– che, conosciuto T. P. su “Fa.”, ebbe ad intraprendere con il medesimo una relazione sentimentale;
– che, anche al termine di tale relazione, continuò a comunicare ed interagire con il convenuto e con i numerosi comuni
“amici” del sito;
– che, portatrice di una patologia (una forma di strabismo definita “esotropia congenita”) ben nota a T. P., si vide inviare
da quest’ultimo tramite “Fa.” in data 1.10.2008 il seguente messaggio: “Senti brutta troia strabica che nn sei altro … T
consiglio di smetterla. Nn voglio fare il cattivo sputtanandoti nella tua sfera sociale dove le persone t stimano (facebook,
myspaces, ecc.). Purtroppo nn siamo To. Ve. o Fi. Na. … quindi nn appetibili sessualmente per te. T consiglio di caricare
le foto ove la frangia nn t nasconde il litigio continuo dei tuoi occhi e nello stesso tempo il numero di un bravo psichiatra
che può prescriverti al più presto possibile, pastigle rettali da cavallo con funzione antidepressiva (se t piaceva il dito nn
mi immagino il farmaco). Con queste affermazioni, vere, chiedo di eclissarti e di smetterla di ossessionarmi come il tuo
grande idolo e modello comportamentale … Mentos! Ah … Tutti i miei orgasmi erano finti …=) ihoho”;
– che tale messaggio, oltre ad infierire sul predetto difetto visivo (per il quale era solita nascondere l’occhio sinistro con la
capigliatura), aveva in modo grave leso la propria reputazione, il proprio onore e il proprio decoro;
– che il conseguente pregiudizio morale o, comunque, non patrimoniale era suscettibile di essere liquidato nella misura di
Euro 26.000,00 ovvero in quella ritenuta di giustizia.
T. P., costituitosi in giudizio, contestava l’avversa domanda e ne chiedeva la reiezione.
Eccepiva, in particolare, l’assenza di prova della riconducibilità a sé, quale autore, del messaggio de quo e la sua
riferibilità all’attrice quale destinataria (non apparendo il suo nome sulla pubblicazione chat prodotta in atti).
Invocava, in via subordinata, l’esimente di cui all’art. 599 comma II° c.p. e la ulteriore norma di cui all’art. 1227 c.c.,
avendo reagito al comportamento persecutorio tenuto da F. B. a seguito dell’interruzione del rapporto sentimentale,
decisa dallo stesso convenuto.
Compiutamente trattato il processo e precisate le conclusioni, la causa era trattenuta per la decisione dal Tribunale in
composizione monocratica ai sensi dell’art. 50-ter c.p.c.
MOTIVI DELLA DECISIONE
La presente controversia, di indubbia peculiarità, trae le proprie origini dal rapporto instaurato tra le odierne parti per il
tramite del sito web denominato “Fa.”.
Trattasi, come è ormai notorio, di un c.d. social network ad accesso gratuito fondato nel 2004 da uno studente
dell’Università di Ha. al quale, a far tempo dal settembre 2006, può partecipare chiunque abbia compiuto dodici anni di
età: peraltro, se scopo iniziale di “Fa.” era il mantenimento dei contatti tra studenti di università e scuole superiori di
tutto il mondo, in soli pochi anni ha assunto i connotati di una vera e proprie rete sociale destinata a coinvolgere, in
modo trasversale, un numero indeterminato di utenti o di navigatori Internet.
Questi ultimi partecipano creando “profili” contenenti fotografie e liste di interessi personali, scambiando messaggi
(privati o pubblici) e aderendo ad un gruppo di c.d. “amici”: quest’ultimo aspetto è rilevante, anche ai fini della presente
decisione, in quanto la visione dei dati dettagliati del profilo di ogni singolo utente è di solito ristretta agli “amici” dallo
stesso accettati.

“Fa.”, come detto, include alcuni servizi tra i quali la possibilità per gli utenti di ricevere ed inviare messaggi e di scrivere
sulla bacheca di altri utenti e consente di impostare l’accesso ai vari contenuti del proprio profilo attraverso una serie di
“livelli” via via più ristretti e/o restrittivi (dal livello “Tutti” a quello intermedio “Amici di amici” ai soli “Amici”) per di più in
modo selettivo quanto ai contenuti o alle stesse “categorie” di informazioni inserite nel profilo medesimo.
Quindi, agendo opportunamente sul livello e sulle impostazioni del proprio profilo, è possibile limitare l’accesso e la
diffusione dei propri contenuti, sia dal punto di vista soggettivo che da quello oggettivo.
E’ peraltro nota agli utenti di “Fa.” l’eventualità che altri possano in qualche modo individuare e riconoscere le tracce e le
informazioni lasciate in un determinato momento sul sito, anche a prescindere dal loro consenso: trattasi dell’attività di
c.d. “tagging” (tradotta in lingua italiana con l’uso del neologismo “taggare”) che consente, ad esempio, di copiare
messaggi e foto pubblicati in bacheca e nel profilo altrui oppure email e conversazioni in chat, che di fatto sottrae questo
materiale dalla disponibilità dell’autore e sopravvive alla stessa sua eventuale cancellazione dal social network.
I gestori del sito (statunitensi, secondo la Polizia Postale), pur reputandosi proprietari dei contenuti pubblicati, declinano
ogni responsabilità civile e/o penale ad essi relativa (come dimostra, eloquentemente, una recentissima e dibattuta
controversia giudiziaria riguardante il motore di ricerca “Go.”).
In definitiva, coloro che decidono di diventare utenti di “Fa.” sono ben consci non solo delle grandi possibilità relazionali
offerte dal sito, ma anche delle potenziali esondazioni dei contenuti che vi inseriscono: rischio in una certa misura
indubbiamente accettato e consapevolmente vissuto.
Il caso di specie è emblematico in tal senso.
Due giovani si conoscono e socializzano tramite “Fa.” e tra loro ha inizio una relazione da entrambi definita sentimentale,
con sviluppi non lineari ed irreprensibili, descritti dal convenuto in modo minuzioso, pur se irrilevanti ai fini della presente
decisione.
In tale contesto si inserisce l’invio da parte di T. P. di un messaggio a mezzo “Fa.” a F. B., datato 1.10.2008 e del
seguente eloquentissimo tenore: “Senti brutta troia strabica che nn sei altro … T consiglio di smetterla. Nn voglio fare il
cattivo sputtanandoti nella tua sfera sociale dove le persone t stimano (facebook, myspace, ecc.). Purtroppo nn siamo
To. Ve. o Fi. Na. … quindi nn appetibili sessualmente per te. T consiglio di caricare le foto ove la frangia nn t nasconde il
litigio continuo dei tuoi occhi e nello stesso tempo il numero di un bravo psichiatra che può prescriverti al più presto
possibile, pastigle rettali da cavallo con funzione antidepressiva (se t piaceva il dito nn mi immagino il farmaco). Con
queste affermazioni, vere, chiedo di eclissarti e di smetterla di ossessionarmi come il tuo grande idolo e modello
comportamentale … Mentos! Ah … Tutti i miei orgasmi erano finti …=) ihoho”.
Trattasi, in tutta evidenza, di un messaggio denotante la conoscenza non solo della imperfezione fisica sofferta da F. B.,
ma anche e soprattutto di alcune sue presunte preferenze maschili e abitudini sessuali.
Per di più, il messaggio presuppone precedenti conversazioni non gradite al mittente (“T consiglio di smetterla”) e che
trovano riscontro nelle difese del convenuto, laddove ha lamentato il preteso comportamento persecutorio di parte
attrice e la propria conseguente giustificata reazione.
Difese che, ad onor del vero, si appalesano ictu oculi come contraddittorie nel momento in cui alla contestazione della
provenienza del messaggio è poi soggiunta la non riferibilità a F. B. del suo contenuto
Immeritevoli di accoglienza appaiono, comunque, le generiche eccezioni svolte dal convenuto in relazione alla effettiva
provenienza del messaggio de quo, posto che è ampiamente documentata dall’attrice la partecipazione di T. P. alla
discussione in chat messaggistica sul profilo di un comune “amico Fa.” (tale G. F.) a commento di una foto che li ritrae
assieme, l’inserimento di F. B. in tale conversazione web e la replica finale suggellata dal messaggio del quale oggi si
discute (doc. 2).
Maggiormente dimostrativo della provenienza dal convenuto del messaggio in esame è l’ulteriore scambio di messaggi
avvenuto tra le parti in ora tarda (ore 22,37 attrice – ore 1,03 convenuto: doc.3), dal quale si evince anche la volontà di
T. P. di rivendicare nuovamente il contenuto di quanto in precedenza scritto (“Se fosse stato per me il commento l’avrei
lasciato, ma il mio amico l’ha voluto cancellare …”) e di voler sin da allora individuare una possibile scappatoia nella
pretesa non riferibilità all’attrice delle gravi espressioni adottate (“Non vedo il tuo nome scritto nel commento pubblico
della mia foto con i miei amici”).
Quest’ultima affermazione del convenuto è, di contro, dimostrativa del carattere pubblico delle offese arrecate: offese
certamente riconducibili in modo immediato e diretto a F. B., non solo per la riferita forzata condivisione con i comuni
“amici Fa.” delle abitudini di vita dell’attrice e dei suoi asseriti comportamenti vessatori (v. pag. 4 comparsa di risposta),
ma anche più semplicemente per la evidente circostanza che il messaggio ingiurioso è immediatamente successivo a
quello inviato dalla stessa F. B. a commento della foto pubblicata dal comune “amico Fa.” G. F. (il quale, poi, a detta
dello stesso convenuto ebbe a “cancellare” il messaggio de quo).
La nota impossibilità di registrazione nel social network a nome di un utente già registrato (confermata anche in via
documentale dall’attrice: docc. 4-5-6) e l’assenza di formali denunzie del convenuto concernenti eventuali e non
dimostrati “furti d’identità” (anzi escludibili, alla luce dell’utilizzazione del medesimo recapito email, in altre occasioni
pubblicato: doc. 7) consentono di affermare la provenienza del messaggio da T. P.
Se a ciò si aggiungono le ulteriori considerazioni già ampiamente svolte in relazione alle note caratteristiche di “Fa.”, ai
suoi altrettanto notori e conosciuti limiti ed alla consapevole accettazione dei conseguenti rischi di una sua non corretta
utilizzazione, non possono sussistere ragionevoli dubbi sulla affermazione di civile responsabilità del convenuto quanto
agli effetti ed ai pregiudizi arrecati dal messaggio del giorno 1.10.2008 e dalla reale (e (ancor potenziale) sua diffusione.
Dunque, T. P. dev’essere condannato al risarcimento dei danni arrecati per tale via a F. B., dovendosi al riguardo
escludere le invocate scriminanti o diminuenti di cui all’art. 599 c. II° c.p. ed all’art. 1227 c.c., certamente apparse
incongrue anche in ossequio alla stessa prospettazione dei fatti offerta dalla difesa del convenuto.
Relativamente al quantum debeatur, ribadito che parte attrice ha limitato le proprie richieste al risarcimento “del danno
morale soggettivo o, comunque, del danno non patrimoniale” sofferto quale diretta conseguenza della subita lesione
“alla reputazione, all’onore e al decoro” cagionatale dal convenuto mediante l’invio del messaggio oggetto di causa,
appare utile brevemente in diritto premettere come, recentemente, la Suprema Corte abbia riaffermato l’autonomia del
danno morale rispetto alla più ampia categoria del danno non patrimoniale (Cass. 12.12.2008 n. 29191), in apparente
contrasto con le note decisioni adottate dalle Sezioni Unite (Cass. Sez. Un. 11.11.2008 numeri 26972 e 26975), che
hanno negato valenza autonoma al danno morale, relegandolo al rango di sottocategoria del danno non patrimoniale.
Peraltro, per quel che qui rileva, le Sezioni Unite avevano affermato “che, nell’ambito della categoria generale del danno
non patrimoniale, la formula danno morale non individua una autonoma sottocategoria di danno, ma descrive – tra i vari
possibili pregiudizi non patrimoniali – un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in
sé considerata: sofferenza la cui intensità e durata nel tempo non assumono rilevanza ai fini della esistenza del danno,
ma solo della quantificazione del risarcimento”.
Nel caso di specie, avendo parte attrice invocato la liquidazione “del danno morale soggettivo o, comunque, del danno
non patrimoniale” per tale via e in modo esclusivo individuato, le anzidette problematiche interpretative ben possono
considerarsi irrilevanti, così come la stessa querelle riguardante la eccepita necessità di individuare, ai fini della
liquidazione, una fattispecie di reato nell’ambito delle vicende discusse in giudizio.
Come è noto, il danno non patrimoniale trae la propria specifica origine dall’art. 2059 c.c., alla luce del quale simile
pregiudizio deve essere risarcito “solo nei casi determinati dalla legge”: tale possibilità risarcitoria sembrava dunque
limitata alle sole ipotesi di reato, così come previsto dall’art. 185 c.p. A seguito dell’intervento della Corte Costituzionale
(sent. 30.6.2003 n. 233) può ormai dirsi del tutto superata questa interpretazione limitativa, di talchè ogni lesione di
valori di rilievo costituzionale inerenti la persona comporta il ristoro del danno non patrimoniale sofferto.
Qui va rimarcata la risarcibilità, attesi i limiti della domanda attrice, del solo danno morale soggettivo inteso quale
“transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima” del fatto illecito, vale a dire come complesso delle sofferenze
inferte alla danneggiata dall’evento dannoso, indipendentemente dalla sua rilevanza penalistica.
Rilevanza che, peraltro, ben potrebbe essere ravvisata nel fatto dedotto in giudizio, concretamente sussumibile
nell’ambito della astratta previsione di cui all’art. 594 c.p. (ingiuria) ovvero in quella più grave di cui all’art. 595 c.p.
(diffamazione) alla luce del cennato carattere pubblico del contesto che ebbe a ospitare il messaggio de quo, della sua
conoscenza da parte di più persone e della possibile sua incontrollata diffusione a seguito di tagging.
Elemento, quest’ultimo, idoneo ad ulteriormente qualificare la potenzialità lesiva del fatto illecito, in uno con i
documentati problemi di natura fisica ed estetica sofferti da F. B. (doc. 1).
Alla luce di quanto accertato in fatto, della evidente lesione di diritti e valori costituzionalmente garantiti (la reputazione,
l’onore, il decoro della vittima) e delle conseguenti indubbie sofferenze inferte all’attrice dalla vicenda della quale si
discute, in via di equità, può essere liquidata ai valori attuali, a titolo di danno morale ovvero non patrimoniale, la somma
di Euro 15.000,00.
Le spese processuali seguono la soccombenza del convenuto e si liquidano come da dispositivo.
La presente sentenza dev’essere munita, ai sensi di legge, della clausola di provvisoria esecutività di cui all’art. 282 c.p.c.
P.Q.M.
Il Tribunale, definitivamente pronunziando sulla domanda proposta con atto di citazione notificato il 12.3.2009 da F. B.
nei confronti di T. P., così provvede:
1) condanna T. P. al pagamento, in favore di F. B., della somma di Euro 15.000,00 oltre agli interessi legali dalla data del
fatto al saldo;
2) lo condanna, altresì, al pagamento delle spese processuali in favore di parte attrice, liquidate nella misura di Euro
4.400,58 (di cui Euro 186,58 per esborsi, Euro 1.214,00 per diritti ed Euro 3.000,00 per onorari), oltre spese generali,
IVA e CPA come per legge;
3) dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

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051 6447838  051 6447838 051 7447838

Tribunale Treviso, Sez. I, Sentenza, 25/11/2019, n. 2467

 

 

 

La Suprema Corte ha chiarito, peraltro, che costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, non altrimenti specificato, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del medesimo pregiudizio complessivo, che va ristorato integralmente e unitariamente (cfr. Cass. 17 dicembre 2015, n. 25351).

La Corte di Cassazione ha inoltre chiarito che il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale patito iure proprio dai familiari della vittima primaria dell’illecito deve essere ridotto in misura corrispondente alla parte di danno cagionato da quest’ultimo a se stesso. Ciò non in quanto l’art. 1227, comma primo, cod. civ. si applichi direttamente, bensì in quanto la lesione del diritto alla vita, colposamente cagionata da chi la vita la perde, non integra un illecito della vittima nei confronti dei propri congiunti, atteso che la rottura del rapporto parentale ad opera di una delle sue parti non può considerarsi fonte di danno nei confronti dell’altra per mancanza del requisito dell’ingiustizia del danno (Cass. 12 aprile 2017, n. 9349

avvocato-erede-legittimo-10

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale costituisce duplicazione di risarcimento non consentita, la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale, sovente liquidato in percentuale del primo, o la congiunta attribuzione del danno morale, nella sua rinnovata configurazione e del danno da perdita del rapporto parentale che possono, quindi, costituire solo voci del danno biologico nel suo aspetto dinamico, nel quale, secondo l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza di legittimità, vengono assorbiti, altresì, il cosiddetto danno alla vita di relazione, i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica.

Tribunale Treviso, Sez. I, Sent., 16/04/2019

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TREVISO

SEZIONE PRIMA CIVILE

in composizione monocratica, in persona del dott. Alberto Barbazza, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio iscritto al R.G. n. (…)/2015 promosso da

(…),

(…),

(…),

(…), legalmente rappresentata dalla madre (…),

(…)

(…),

(…), per mezzo della procuratrice speciale (…),

tutti rappresentati e difesi dall’avv. (…), per mandato a margine dell’atto di citazione, ed elettivamente domiciliati presso lo studio della stessa in Conegliano (TV);

– ATTORI –

contro

(…), già (…), in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa dagli avv.ti (…) e (…), per mandato in calce alla comparsa di costituzione e risposta, ed elettivamente domiciliata presso lo studio degli stessi in Trieste;

(…),

– CONVENUTO CONTUMACE –

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

ex art. 132, comma secondo, n. 4), cod. proc. civ.

Con atto di citazione regolarmente notificato, gli odierni attori convenivano in giudizio (…) e (…)., già (…) (in seguito, per brevità, anche solo “(…)”), al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti in conseguenza della morte di (…)

Gli attori esponevano che in data (…), in prossimità di (…) (TV), (…) percorreva una strada a piedi tenendo a mano il proprio velocipede quando veniva investito dal veicolo di proprietà e guidato da (…), assicurato con (…) (all’epoca, (…)

A seguito dell’urto, il (…) riportava lesioni gravissime che ne causavano il decesso, poche ore dopo, presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale di (…) (TV).

Essendo la responsabilità del sinistro interamente ascrivibile al convenuto (…), gli attori domandavano il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del prossimo congiunto, da quantificare secondo giustizia tenendo conto del legame di parentela e dell’intenso rapporto affettivo che li legava allo stesso, e la moglie e la figlia del (…) agivano per il ristoro dell’ulteriore danno patrimoniale subito per la perdita delle elargizioni economiche erogate dal defunto.

Con comparsa di costituzione e risposta, (…) si costituiva negando la sussistenza di responsabilità alcuna in capo al conducente del veicolo, essendo la responsabilità del sinistro interamente attribuibile alla vittima, e opponendosi, in subordine, alla quantificazione del danno operata da parte attrice.

(…) non si costituiva e all’udienza del 19 novembre 2015 veniva dichiarato contumace.

La causa veniva istruita mediante CTU dinamico ricostruttiva e assunzione dei testi (…)

All’udienza del 13 dicembre 2018, le parti precisavano le conclusioni come da foglio depositato telematicamente e il Giudice concedeva, su loro concorde istanza, i termini ex art. 190 cod. proc. civ. per il deposito di comparse conclusionali e repliche, trattenendo la causa in decisione.

  1. Preliminarmente, deve essere rilevato che è pacifica, in quanto incontestata, l’operatività della copertura assicurativa di (…) in favore del convenuto (…).
  2. In merito all’an debeatur, il CTU, con motivazione immune da vizi logici e incongruenze, redatta nel pieno contraddittorio con i consulenti tecnici di parte, concludeva nei seguenti termini: “si può sinteticamente affermare come la causa del sinistro vada ricercata nel comportamento del pedone (…) il quale di ora notturna, senza segnalazione alcuna e senza servirsi della pista ciclopedonale presente a lato della strada (violazione art. 190del C.d.S.), si trovava a marciare all’interno e nei pressi del margine esterno della corsia di destra della provinciale nel momento in cui stava sopraggiungendo l’autocarro (…) condotto da (…).

Quest’ultimo veicolo finiva per investire il pedone causandone il decesso.

Si ritiene che anche il comportamento del conducente dell’autocarro sia da individuare quale altra causa del sinistro dato che assai probabilmente si trovava a marciare a velocità superiore a quella consentitagli dai dispositivi di illuminazione in uso (fari anabbaglianti) quindi in violazione dell’art. 141 del C.d.S.

Per quanto riguarda infine la ripartizione delle responsabilità nella causazione del sinistro, dal punto di vista esclusivamente tecnico, si può accreditare il 60-65% a carico del pedone (…) e il restante 35-40% a carico del conducente dell’autocarro (…)”.

Alla luce delle considerazioni del CTU e del riscontrato concorso, fra danneggiante e danneggiato, nella causazione del danno-evento, la responsabilità del convenuto (e, di conseguenza, di (…)) deve ritenersi accertata nella misura del 35%, essendo la stessa ascrivibile, per il restante 65%, alla mancata osservanza, da parte del (…) di regole di prudenza avendo egli percorso, di notte e in assenza di adeguata segnalazione e illuminazione, una strada provinciale in luogo del percorso ciclopedonale a margine di tale strada.

  1. Le voci di danno allegate dagli attori devono essere in primo luogo divise nelle componenti del danno patrimoniale e del danno non patrimoniale.

3.1Per quanto riguarda la prima componente, gli attori agiscono per il ristoro del danno da perdita del rapporto parentale.

Com’è noto, il danno da perdita del rapporto parentale è una species del cosiddetto danno tanatologico, il quale comprende sia i pregiudizi non patrimoniali patiti dai prossimi congiunti del defunto, potendo, questi ultimi, far valere tale voce di danno iure proprio, sia il danno eventualmente sofferto dal morituro stesso nell’arco temporale fra il danno-evento e la morte, per il ristoro del quale si potrà eventualmente agire iure hereditario.

Il danno da perdita del rapporto parentale, a sua volta, può manifestarsi sia nella forma del danno morale, consistente nel dolore e nelle sofferenze subite da una persona come conseguenza della morte del prossimo congiunto, sia nella forma del danno biologico, qualora il prossimo congiunto soffra, come conseguenza del medesimo evento, un danno alla propria salute ed integrità psico-fisica medicalmente accertabile.

La Suprema Corte ha chiarito, peraltro, che costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, non altrimenti specificato, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del medesimo pregiudizio complessivo, che va ristorato integralmente e unitariamente (cfr. Cass. 17 dicembre 2015, n. 25351).

La Corte di Cassazione ha inoltre chiarito che il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale patito iure proprio dai familiari della vittima primaria dell’illecito deve essere ridotto in misura corrispondente alla parte di danno cagionato da quest’ultimo a se stesso. Ciò non in quanto l’art. 1227, comma primo, cod. civ. si applichi direttamente, bensì in quanto la lesione del diritto alla vita, colposamente cagionata da chi la vita la perde, non integra un illecito della vittima nei confronti dei propri congiunti, atteso che la rottura del rapporto parentale ad opera di una delle sue parti non può considerarsi fonte di danno nei confronti dell’altra per mancanza del requisito dell’ingiustizia del danno (Cass. 12 aprile 2017, n. 9349).

3.2Per quanto concerne l’onere della prova del danno da perdita del rapporto parentale patito dagli attori, l’evoluzione giurisprudenziale in materia ha portato a richiedere la sussistenza di un duplice presupposto: il primo, di diritto, consistente nell’esistenza di un vincolo riconosciuto dall’ordinamento giuridico fra la vittima e l’attore, e il secondo, di fatto, richiedendosi la sussistenza di un vincolo affettivo fra gli stessi.

3.3Il presupposto di diritto è certamente integrato con riferimento a tutti gli attori poiché è pacifico, in quanto fra le parti non contestato, nonché provato documentalmente (cfr. doc. 2 di parte attrice), che (…), (…), (…), (…), (…), (…) e (…) e siano, rispettivamente, padre, madre, moglie, figlia, fratelli e nonna del deceduto.

3.4L’analisi della sussistenza del presupposto di fatto, così come la liquidazione del danno (subordinata all’esito positivo di tale verifica), deve essere svolta individualmente con riguardo a ciascuno degli attori.

3.4.1Con riguardo ai genitori, (…) e (…) la sussistenza del vincolo affettivo va presunta ex art. 2729 cod. civ., potendo desumersi, dal fatto noto del rapporto di genitorialità e dalla convivenza degli stessi con il deceduto, il fatto ignoto del patimento di natura non patrimoniale sofferto dagli attori in conseguenza della morte del figlio.

Non si ravvisa tuttavia alcuna ragione per personalizzare il risarcimento dovuto, come richiesto dagli attori, in misura prossima al massimo previsto dalle Tabelle in uso presso il Tribunale di Milano.

La personalizzazione, infatti, deve essere giustificata da circostanze anomale, inusuali ed eccezionali (cfr. Cass. 17 dicembre 2014, n. 26590Cass. 9 maggio 2011, n. 10107), e gli attori, nel caso di specie, non hanno allegato né provato alcuna fra queste circostanze, non essendo sufficiente, a tal fine, la mera allegazione dell’età della vittima e del rapporto di convivenza della stessa con gli attori, le quali non possono giustificare, in re ipsa, una personalizzazione del danno, trattandosi di circostanze “normali”.

Va, infatti, puntualizzato che conseguenze “normali” non vuole affatto dire, come precisato da autorevole dottrina che si condivide, conseguenza “non gravi”: fra gravità e normalità delle conseguenze non vi può essere alcuna corrispondenza biunivoca, pertanto le circostanze che possono giustificare la “personalizzazione” del risarcimento sono solo quelle che si discostano, per intensità o frequenza, da quelle ordinariamente derivanti da un evento luttuoso.

Pertanto, tenendo presente che la responsabilità del sinistro deve essere ascritta per il 65% a (…) (figlio, deceduto) e che quindi, per i motivi sopra evidenziati, il risarcimento va ridotto della misura corrispondente, il danno risarcibile subito da (…) (padre, attore) e (…) (madre) deve essere quantificato nella somma finale di Euro 58.086,00 per ciascun genitore, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.2Parimenti, deve essere presunta, ex art. 2729 cod. civ., la sussistenza del legame affettivo con (…) e (…) rispettivamente, moglie e figlia del deceduto.

Tuttavia, anche con riguardo alle due attrici dagli atti di causa non emerge alcuna circostanza anomala, inusuale ed eccezionale suscettibile di giustificare una personalizzazione del danno da perdita del prossimo congiunto.

Pertanto, il danno risarcibile subito da (…) (moglie) e (…) (figlia) deve essere quantificato nella somma finale di Euro 58.086,00 per ciascun familiare, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.3Per quanto riguarda le posizioni dei fratelli (…) e (…) sussiste il presupposto fattuale per il riconoscimento del danno da perdita del rapporto parentale poiché dall’istruttoria testimoniale è emerso che gli stessi hanno vissuto per lunghi periodi di tempo con (…) e tornavano con regolarità dalla Romania a trovare lui e gli altri familiari (cfr. verbale di udienza del 14 marzo 2017), fatto noto dal quale può essere presunta, ex art. 2729 cod. civ., la sussistenza di un legame affettivo con il fratello.

Poiché non emergono circostanze idonee a giustificare una personalizzazione, il danno risarcibile deve essere liquidato nella somma finale di Euro 8.407,00 per ciascun fratello, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.4Con riguardo alla posizione della nonna (…) la Suprema Corte ha di recente affermato che “non è condivisibile limitare la “società naturale” della famiglia cui fa riferimento l’art. 29 della Costituzione all’ambito ristretto della sola c.d. “famiglia nucleare”, incentrata su coniuge, genitori e figli, e non può ritenersi che le disposizioni civilistiche che specificamente concernono i nonni non siano tali “da poter fondare un rapporto diretto, giuridicamente rilevante, fra nonni e nipoti” ma piuttosto individuino un “rapporto mediato dai genitori-figli o di supplenza dei figli”, evidenziandosi, a tale riguardo, che il nostro ordinamento non solo include i discendenti in linea retta fra i parenti e riconosce tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela (…), ma prevede nei confronti dei discendenti e viceversa una serie di diritti, doveri e facoltà (…) da cui risulta l’innegabile rilevanza anche giuridica, oltre che affettiva e morale, di tale rapporto” (cfr. Cass. 20 ottobre 2016, n. 21239).

Secondo l’orientamento maggioritario, al quale si ritiene di aderire, dalla citata giurisprudenza e, in particolare, dall’uso da parte della Suprema Corte dell’espressione “stretto vincolo di parentela”, con riferimento al rapporto fra nonni e nipoti, si deve concludere che, come per i genitori, la sussistenza del presupposto di fatto possa essere dedotta in via presuntiva ex art. 2729 cod. civ., salvo il convenuto fornisca prova che nonno e nipote non si frequentavano o non versavano comunque in buoni rapporti.

Nel caso di specie, dall’istruttoria è emerso che la nonna di (…) pur non vivendo insieme alla vittima, si recava di frequente presso la sua abitazione per incontrare i parenti e consumare i pasti insieme (cfr. verbale di udienza del 14 marzo 2017), il che è sufficiente per ritenere provato, ex art. 2729 cod. civ., il presupposto fattuale del legame affettivo in concreto.

Poiché non emergono circostanze idonee a giustificare una personalizzazione, il danno risarcibile patito dalla nonna (…) deve essere liquidato nella somma finale di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo, calcolata in relazione al valore base di cui alle Tabelle di Milano aggiornate al 2018 moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto.

3.4.5Gli importi così determinati non sono soggetti a rivalutazione poiché sono state utilizzate, nel caso di specie, le Tabelle di Milano aggiornate all’anno 2018.

  1. Il danno patrimoniale allegato deve essere ulteriormente distinto nel danno da perdita del contributo economico elargito dal defunto, nel danno da spese per oneri funerari e nel danno da spese per il recupero del velocipede coinvolto nell’incidente.

4.1Le domande relative alle spese sostenute per gli oneri funerari e per il recupero del velocipede, di cui ai docc. 7 e 8 prodotti all’udienza del 19 novembre 2015, sono inammissibili in quanto tardive poiché tali spese risalgono, rispettivamente, al 14 gennaio 2014 e al 21 gennaio 2014, ossia a più di un anno prima della notificazione dell’atto di citazione e, quindi, le relative domande avrebbero dovuto essere proposte in atto di citazione, nel quale invece non si fa riferimento alcuno a tali voci di danno.

4.2Per quanto riguarda il danno da perdita delle elargizioni economiche erogate dal defunto, per il cui ristoro agiscono le attrici (…) e (…) la giurisprudenza prevalente considera risarcibile il danno patito dai tutti coloro i quali, pur non vantando alcun diritto di credito nei confronti della vittima, godevano comunque di una stabile e periodica contribuzione da parte dello stesso, in adempimento di un dovere anche solo morale (cfr. Cass. 19 agosto 2003, n. 12124).

Poiché dagli atti di causa e dall’istruttoria compiuta è emerso che (…) fosse sposato con (…) unione dalla quale nasceva la figlia (…) nel 2011, e che la famiglia convivesse, deve essere dedotto, ex art. 2729 cod. civ., che le attrici beneficiassero del contributo economico del defunto e, per l’effetto, deve ritenersi accertato l’an debeatur.

La quantificazione di tale voce di danno patrimoniale consta di tre fasi.

In primo luogo, deve essere accertato il reddito netto annuo del defunto, tenendo conto anche dei presumibili incrementi futuri.

Dalla somma così ottenuta bisogna sottrarre la cosiddetta quota sibi, ossia la parte di reddito che il definito avrebbe presumibilmente tenuto per sé, non devolvendola ai bisogni della famiglia.

Infine, la quota di reddito così accertata deve essere capitalizzata in base a un coefficiente pari alla differenza fra la durata media della vita di un individuo di sesso femminile meno l’abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa e l’età della richiedente al momento del fatto, per la moglie, ed in base a un coefficiente di capitalizzazione pari al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno, per la figlia (cfr. Cass 14 luglio 2003, n. 11003Cass. 19 febbraio 2007, n. 3758, Cass. 2 marzo 2004, n. 4186).

Come correttamente osservato da parte attrice, infatti, la Corte di Cassazione ha sancito l’inutilizzabilità dei coefficienti di cui al R.D. n. 1403 del 1922 in considerazione del notevole aumento della durata media della vita rispetto all’anno di emanazione del citato decreto, essendo necessario l’utilizzo di un diverso coefficiente che consenta di tenere conto di tali cambiamenti (cfr. Cass. 14 ottobre 2015, n. 20615).

4.2.1Dalla documentazione prodotta, emerge che (…) percepisse, al momento del decesso, un reddito netto pari a circa Euro 1.100,00 mensili; tale somma, tenuto conto dei presumibili incrementi futuri e della mansione svolta dal defunto (operaio metalmeccanico), alla luce di quanto stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro applicabile, deve essere equitativamente rideterminata nell’importo medio di Euro 1.325,00 mensili per tredici mensilità, ossia Euro 17.225,00 all’anno. Tale importo risulta determinato tenendo conto dei vari incrementi di livello retributivo per un lavoratore metalmeccanico previsti nel relativo CCNL.

4.2.2Alla luce della situazione economica di (…) e tenuto conto del fatto che dagli atti di causa risulta che la moglie fosse casalinga, pare equo fissare la quota sibi nella misura di 1/3 del reddito del (…) pertanto, dall’importo di Euro 17.225,00 deve essere sottratta la somma di Euro 5.741,67, ottenendo la somma di Euro 11.483,33, dei quali ½ sarebbe stato presumibilmente devoluto alla moglie e ½ alla figlia, fino al raggiungimento dell’autosufficienza economica della stessa.

4.2.3.1Per quanto riguarda la figlia (…) la quale aveva l’età di 3 anni al momento del decesso del padre, deve essere presunto che la stessa avrebbe raggiunto l’indipendenza economica all’età di 30 anni, e quindi il danno da perdita delle elargizioni erogate dal defunto deve essere liquidato nella somma di Euro 5.741,67 x 27 anni = Euro 155.024,95, a sua volta moltiplicata per il coefficiente di responsabilità del convenuto danneggiate del 35%, ottenendo così l’importo finale di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

4.2.3.2Per quanto riguarda la moglie (…) l’operazione di liquidazione deve essere divisa in due parti.

In primo luogo, deve essere presunto che fino alla data in cui la figlia (…) avrebbe raggiunto l’autosufficienza economica (ossia, dal 2014, per 27 anni), il marito avrebbe corrisposto alla moglie la metà dei 2/3 del suo reddito annuale medio, pari ad Euro 5.741,67. Pertanto, il danno da perdita delle elargizioni erogate dal defunto fino all’anno 2041 deve essere liquidato nella somma di Euro 5.741,67 x 27 anni = Euro 155.024,95, a sua volta moltiplicata per il coefficiente di responsabilità del convenuto danneggiate del 35%, ottenendo così l’importo di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

Successivamente all’età del raggiungimento dell’indipendenza economica da parte di (…), deve essere presunto che il (…) avrebbe destinato 1/2 del suo reddito netto alla moglie, e, pertanto, tenuto conto che la durata media della vita per un individuo di sesso femminile va oggi individuata in 84 anni e che, in considerazione dell’età della vittima primaria, deve essere sottratto il coefficiente di abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa, equitativamente determinato nella misura del 10%, l’importo da liquidare deve essere calcolato sulla base della seguente formula:

– Euro 17.225,00 / 2 (pari alla quota di ½ del reddito annuale medio presuntivamente destinato alla moglie dopo la presumibile autosufficienza economica della figlia);

– x 34 anni (pari a 84 – 50, cioè pari alla differenza fra la durata media della vita di un individuo di sesso femminile e l’età dell’attrice nell’anno 2041 in cui la figlia raggiungerà la presumibile indipendenza economica);

– sottratto il coefficiente del 10% dell’importo così ottenuto (pari al suddetto coefficiente di abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa);

– il tutto moltiplicato per il coefficiente di responsabilità del convenuto del 35%;

All’importo così ottenuto, pari ad Euro 92.239,87 deve essere sommato l’importo liquidato in relazione agli anni 2014-2041, pari ad Euro 54.258,73, ottenendo l’importo finale di Euro 146.498,60, oltre interessi moratori al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo.

  1. Le spese di CTU, nella misura già liquidata con decreto del 7 ottobre 2016, devono essere poste definitivamente a carico di parte attrice per la quota di 2/3 e di parte convenuta per la quota di 1/3, in considerazione degli esiti della perizia. Le spese di CLP sostenute da parte attrice per Euro 1.811,70 e documentate come da fattura di cui al doc. 11 degli attori, dovranno essere rimborsate dalla convenuta nella misura di 1/3.
  2. Le spese di lite devono essere interamente compensate in virtù della soccombenza parziale reciproca, tenuto conto, inoltre, della condotta complessiva delle parti e, in particolare, dell’offerta transattiva formulata da (…) per importi simili a quelli di cui alla presente sentenza e rifiutata dagli attori.

P.Q.M.

Il Tribunale di Treviso, in composizione monocratica, in persona del dott. Alberto Barbazza, in parziale accoglimento delle domande proposte dagli attori, rigettata ogni altra domanda, eccezione o istanza, definitivamente pronunciando, accertata la responsabilità nei termini di cui in motivazione dei convenuti, così provvede:

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della madre (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 58.086,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della procuratrice speciale (…) del danno non patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 8.407,00, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) del danno patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 146.498,60, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Condanna (…) in persona del legale rappresentante pro tempore, al risarcimento in favore di (…) in persona della madre (…) del danno patrimoniale subito, liquidato nella somma di Euro 54.258,73, oltre interessi moratori calcolati al tasso legale dal 11 gennaio 2014 al saldo;

– Pone le spese di CTU, nella misura già liquidata con decreto del 7 ottobre 2016, definitivamente a carico di parte attrice per la quota di 2/3 e di parte convenuta per la quota di 1/3;

– Condanna (…), in persona del legale rappresentante pro tempore, a rimborsare agli attori in solido fra loro la quota di 1/3 delle spese di CTP da essi sostenute pari ad Euro 603,90 con distrazione in favore del procuratore attoreo, che si è dichiarato antistatario, ex art. 93 cod. proc. civ.;

– Spese di lite compensate.

Conclusione

Così deciso in Treviso, il 16 aprile 2019.

Depositata in Cancelleria il 16 aprile 2019.

 

SEQUESTRO PENALE BENI MOBILI E IMMOBILI

SEQUESTRO PENALE BENI MOBILI E IMMOBILI

Qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca viene eseguita, in ragione della natura del bene, mediante l’ablazione del denaro, comunque rinvenuto nel patrimonio del soggetto, che rappresenti l’effettivo accrescimento patrimoniale monetario da quest’ultimo conseguito per effetto del reato; tale confisca deve essere qualificata come confisca diretta, e non per equivalente, e non è ostativa alla sua adozione l’allegazione o la prova dell’origine lecita del numerarlo oggetto di ablazione”.

  1. ricorre per cassazione, per il tramite del suo difensore di fiducia, avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale di Salerno – in parziale accoglimento dell’istanza di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale in data 2 marzo 2020, che aveva disposto il vincolo reale sulle somme di denaro in contanti o giacenti su conti correnti bancari intestati e nella disponibilità del C. fino alla concorrenza di Euro 175.000, quale profitto del delitto di traffico di influenze illecite oggetto di imputazione provvisoria – ha ordinato il dissequestro parziale del denaro e la restituzione all’interessato della somma di Euro 35.425,45, sul presupposto che, essendo essa stata versata sui conti correnti bancari successivamente alla commissione del reato, non poteva considerarsi prezzo o profitto dell’illecito, in quanto da esso non derivante.

Cass. pen., Sez. Unite, Sent., (data ud. 27/05/2021) 18/11/2021, n. 42415

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASSANO Margherita – Presidente –

Dott. LAPALORCIA Grazia – Consigliere –

Dott. IASILLO Adriano – Consigliere –

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere –

Dott. MOGINI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere –

Dott. PELLEGRINO Andrea – Consigliere –

Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere –

Dott. ANDRONIO A. Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.L., nato a (OMISSIS);

Avverso l’ordinanza del 18/6/2020 del Tribunale di Salerno;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal componente Stefano Mogini;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale GAETA Pio, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito il difensore, avv. Sabato Romano, che ha concluso insistendo per l’accoglimento del ricorso e l’annullamento dell’ordinanza impugnata.

Svolgimento del processo

  1. C.L. ricorre per cassazione, per il tramite del suo difensore di fiducia, avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale di Salerno – in parziale accoglimento dell’istanza di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale in data 2 marzo 2020, che aveva disposto il vincolo reale sulle somme di denaro in contanti o giacenti su conti correnti bancari intestati e nella disponibilità del C. fino alla concorrenza di Euro 175.000, quale profitto del delitto di traffico di influenze illecite oggetto di imputazione provvisoria – ha ordinato il dissequestro parziale del denaro e la restituzione all’interessato della somma di Euro 35.425,45, sul presupposto che, essendo essa stata versata sui conti correnti bancari successivamente alla commissione del reato, non poteva considerarsi prezzo o profitto dell’illecito, in quanto da esso non derivante.

Al ricorrente si contesta di aver ricevuto da altro soggetto la complessiva somma di Euro 175.000 Euro in contanti quale prezzo per la mediazione illecita che il medesimo ricorrente si era impegnato a svolgere presso un componente della Commissione Tributaria di Salerno ed un funzionario dell’Agenzia delle Entrate della stessa città al fine di ottenere una riduzione non dovuta delle imposte accertate a carico della società di cui il predetto soggetto era amministratore di fatto.

  1. Nell’interesse del ricorrente, il difensore di fiducia, avv. Sabato Romano, ha proposto ricorso deducendo i seguenti motivi.

2.1. Col primo, egli lamenta violazione di legge perchè il Tribunale avrebbe affermato di delibare un sequestro finalizzato alla confisca diretta delle somme giacenti sui conti correnti, ma avrebbe poi qualificato tali somme come “risparmio di spesa”, la cui perdurante disponibilità da parte dell’indagato sarebbe dipesa dall’avvenuto conseguimento in contanti del profitto del reato oggetto di contestazione provvisoria. Così facendo, il Tribunale avrebbe finito per qualificare la misura cautelare quale confisca per equivalente. Inoltre, le somme assoggettate a cautela risultavano avere una loro causale lecita ed erano giacenti sui conti correnti bancari già in epoca anteriore a quella di commissione del reato, sicchè anche per esse doveva escludersi il nesso di derivazione dal reato, necessario per procedere all’ipotizzata confisca diretta.

2.2. Col secondo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge in relazione al giudicato cautelare e al fumus commissi delicti. Egli rappresenta che un precedente sequestro probatorio è stato disposto nel medesimo procedimento ipotizzando, sulla base delle stesse emergenze e per la medesima condotta, il delitto di truffa aggravata. Tale provvedimento sarebbe stato confermato dallo stesso Tribunale di Salerno in sede di riesame e, quindi, dalla Corte di cassazione, sicchè la mutata qualificazione giuridica del fatto, in assenza di elementi nuovi, avrebbe violato il giudicato interno.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione di legge, poichè – in ragione del tempus commissi delicti, risalente ad “epoca anteriore e prossima al 31 dicembre 2016” – i giudici di merito avrebbero dovuto fare riferimento alla fattispecie e alla pena vigenti a quella data.

2.4. Con il quarto motivo il ricorrente deduce violazione di legge, poichè in relazione al delitto di cui all’art. 346 bis c.p., non sarebbe ipotizzabile una confisca diretta del denaro costituente profitto del reato in quanto la Pubblica Amministrazione sarebbe estranea alle condotte considerate e detto profitto sarebbe totalmente privato.

  1. La Sesta Sezione, cui il ricorso è stato assegnato, ne ha rimesso la trattazione alle Sezioni Unite, con riferimento alla questione concernente i limiti entro i quali è possibile procedere alla confisca diretta di somme di denaro giacenti su conto corrente bancario che rappresentino il prezzo o profitto del reato, anche nel caso in cui la parte interessata fornisca la prova che il denaro vincolato a fini di confisca derivi da un titolo lecito.

L’ordinanza di rimessione prende le mosse dalla ricostruzione delle movimentazioni di denaro che hanno interessato i conti correnti bancari sui quali sono state rinvenute le somme sottoposte a sequestro e rileva come il ricorrente avesse allegato elementi volti a dimostrare, in sede cautelare, che su tali conti risultavano compiuti versamenti di assegni per un importo pari a circa 40.000 Euro e, per la parte residua, accrediti di denaro di apparente derivazione lecita, quali numerosi bonifici disposti da Equitalia.

L’ordinanza evidenzia poi che il Tribunale del riesame, pur richiamandosi al principio secondo cui la confisca del denaro è sempre diretta, ha applicato solo in parte la suddetta regola, posto che con riguardo alle somme depositate fino alla data di commissione del reato ha ritenuto la assoggettabilità a sequestro del saldo attivo, mentre, con riguardo alle sopravvenienze successive alla suddetta data, ha ritenuto di escludere la sussistenza del nesso di pertinenzialità con il reato, revocando parzialmente il sequestro.

Partendo da tale dato di fatto, la Sezione rimettente ha passato in rassegna la ricostruzione della confisca del denaro risultante dalle sentenze delle Sezioni Unite secondo le quali la confisca del prezzo o del profitto cosiddetto accrescitivo derivanti dal reato e costituiti da denaro andrebbe qualificata sempre come diretta e non per equivalente, in virtù della natura fungibile del bene (Sez. U, n. 10561 del 30 gennaio 2014, Gubert, Rv. 258647; Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264437). Al riguardo, la Sesta Sezione richiama ed espressamente mostra di condividere il principio, ribadito da Sez. U, Lucci, secondo cui il profitto è solo il vantaggio di immediata e diretta derivazione causale dal reato e rileva che nella giurisprudenza di legittimità successiva a detta sentenza se ne registrano altre che, pur formalmente non discostandosi dai principi enunciati dalle Sezioni Unite, “ridefiniscono tuttavia l’ambito di operatività e i limiti di applicabilità della confisca diretta e, in particolare, del sequestro preventivo avente ad oggetto il valore monetario del denaro che costituisce il profitto del reato”.

La Sesta Sezione mostra di ritenere tale principio meritevole di un approfondimento, volto a verificarne l’assolutezza, ovvero la necessità di apportare delle limitazioni in tutti quei casi in cui risulti concretamente allegata, o addirittura dimostrata, la provenienza lecita del denaro da sottoporre a cautela.

L’ordinanza di rimessione richiama a tale proposito la giurisprudenza di legittimità formatasi, dopo Sez. U, Lucci, con riferimento alla possibilità di individuare un “profitto” nei cosiddetti risparmi di spesa che non determinano un effetto accrescitivo del patrimonio, bensì solo un mancato decremento.

La Sesta Sezione ha quindi evidenziato l’esistenza di un orientamento favorevole a riconoscere la possibilità di dar rilievo alla dimostrata provenienza lecita del denaro, sul presupposto che, in presenza della prova dell’insussistenza del nesso di pertinenzialità tra reato e denaro vincolato, dovrebbe riprendere vigore la regola distintiva tra confisca diretta e per equivalente. L’ordinanza di rimessione richiama al proposito plurime pronunce che, pur non ponendosi in aperto contrasto con i principi affermati da Sez. U, Lucci, ne hanno fornito un’interpretazione secondo cui la confisca del denaro costituente prezzo o profitto del reato, pur in astratto suscettibile di essere qualificata come diretta, non determina una sorta di automatismo, in base al quale risulterebbe irrilevante la prova della provenienza lecita del quantum oggetto di confisca.

La Sezione rimettente manifesta la sua condivisione di tale orientamento interpretativo e sostiene che in tal modo si manterrebbe fermo il principio di diritto recepito dalle Sezioni Unite, la cui assolutezza verrebbe temperata consentendo alla parte interessata di dimostrare che il profitto illecito non si è confuso con le somme aventi sicura provenienza lecita.

Il punto sul quale, pertanto, la Sesta Sezione sollecita un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite attiene alla possibilità che, ai fini del sequestro e della confisca diretta del denaro costituente prezzo o profitto derivante dal reato, la fungibilità del bene esenti “sempre” dalla prova che il denaro soggetto a vincolo sia legato da un nesso di derivazione diretta al prezzo o profitto del reato, ovvero che tale evenienza configuri solo una presunzione superabile.

La Sezione rimettente evidenzia a tale riguardo come una lettura non temperata di tale pronuncia condurrebbe ad una completa sovrapposizione della confisca diretta a quella di valore, nel senso che quest’ultima, nel caso di confisca di denaro, non sarebbe mai configurabile, oltre che ad una sostanziale inutilità dell’art. 322 ter c.p., che assolverebbe, nella prospettiva valorizzata dalle Sezioni Unite, all’unica funzione di rendere obbligatoria la confisca del profitto che, invece, è facoltativa, ai sensi dell’art. 240 c.p..

La Sesta Sezione sostiene che, in definitiva, in mancanza dei prefigurati aggiustamenti interpretativi, l’applicazione del principio di diritto affermato da Sez. U, Lucci, comporterebbe l’esistenza nell’ordinamento di un triplice modello di confisca:

  1. a) la confisca diretta, che impone l’accertamento del nesso di derivazione diretta della cosa dal reato;
  2. b) la confisca di valore, che invece prescinde dall’accertamento del nesso in questione;
  3. c) la confisca di denaro, che sarebbe sempre diretta, prescindendo, di fatto, da una parte, dall’accertamento del nesso di derivazione del denaro dal reato in ragione della natura del bene, cioè della sua fungibilità, e, dall’altra, anche dalla eventuale prova positiva della liceità ed estraneità del denaro che si sequestra rispetto al reato.

L’attuale assetto basato sui principi affermati da Sez. U, Lucci non viene dalla Sezione rimettente considerato esaustivo, nella misura in cui determinerebbe la sovrapposizione di elementi diversi. Il rapporto di pertinenza tra il bene vincolato e il reato è, infatti, strutturalmente autonomo rispetto alla natura di bene fungibile del denaro, posto che la verifica del nesso di derivazione dal reato non attiene alla natura del bene, ma si sostanzia in un giudizio di relazione tra la cosa ed il reato che non è in radice impedita dalla fungibilità del denaro.

L’ordinanza di rimessione precisa che il tema non è il superamento o la rivisitazione dei principi affermati da Sez. U, Lucci, quanto, piuttosto, se detti principi possano essere definiti ulteriormente nella loro portata nel senso di ritenere che il denaro può essere attinto con il sequestro finalizzato alla confisca diretta solo nei casi in cui:

  1. a) risulti che la somma sia proprio quella che è derivata immediatamente e direttamente dal reato;
  2. b) ovvero, si tratti di denaro che, per mero valore, corrisponda al profitto del reato in virtù di una presunzione semplice, non superata da una “prova” contraria cautelare: la parte interessata può, cioè, fornire elementi idonei ad escludere la presunzione e dimostrare che su quel conto sono giacenti, in tutto o in parte, somme aventi origine da un titolo lecito ed in relazione alle quali si può escludere ogni rapporto di derivazione con il reato. Ove detta prova vi sia, il denaro sarà sequestrabile, ma solo in funzione della confisca di valore, se consentita, e non di quella diretta.

Tale risistemazione della materia consentirebbe anche di escludere l’insorgere di dubbi di legittimità costituzionale e compatibilità con i principi CEDU, posto che la qualificazione in termini di confisca diretta del denaro, anche a fronte dell’accertata provenienza lecita, potrebbe porre l’istituto in possibile conflitto con le garanzie previste dagli artt. 2527 Cost., e artt. 67 CEDU, giacchè – a fronte della formale qualificazione – si realizzerebbe di fatto una confisca per equivalente in casi non consentiti.

  1. Con decreto del 2 marzo 2021, il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza.
  2. In data 12 maggio 2021 l’Avvocato generale Piero Gaeta ha depositato ai sensi dell’art. 611c.p.p., comma 1, articolata memoria con la quale sollecita la Corte a confermare integralmente argomentazioni e principi di diritto già affermati da Sez. U, Lucci, ribadendo le caratteristiche proprie della confisca diretta del denaro, nonchè l’incompatibilità, logica e di sistema, di ogni prova tesa alla dimostrazione della provenienza lecita di alcune somme e disponibilità finanziarie presenti nel patrimonio dell’indagato, tale provenienza essendo del tutto irrilevante rispetto alla misura ablativa una volta conseguita la gravità indiziaria, prima, e la prova piena, poi, dell’esistenza e dell’ammontare del prezzo o profitto del reato e del conseguente incremento monetario di cui, in forza di esso, ha beneficiato il patrimonio del reo.
  3. Con memoria in replica la difesa del ricorrente ha ulteriormente chiarito, con riferimento alle argomentazioni esposte dalla Procura generale nel suo scritto, le ragioni poste a base del ricorso.

Motivi della decisione

  1. La questione rimessa all’esame delle Sezioni Unite è la seguente: “se il sequestro delle somme di denaro giacenti su conto corrente bancario debba sempre qualificarsi come finalizzato alla confisca diretta del prezzo o profitto derivante dal reato anche nel caso in cui la parte interessata fornisca la “prova” della derivazione del denaro da titolo lecito”.
  2. Le Sezioni Unite hanno più volte esaminato il perimetro della confisca diretta del prezzo e del profitto del reato consistente in una somma di denaro.
  3. Per prima, Sez. U, n. 29951 del 24/05/2004, Focarelli, Rv. 228166, ha affermato che è ammissibile il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di somme di denaro che costituiscono profitto di reato sia nel caso in cui la somma si identifichi proprio in quella che è stata acquisita attraverso l’attività criminosa, sia quando sussistono indizi per i quali il denaro di provenienza illecita risulti depositato in banca ovvero investito in titoli, trattandosi di assicurare ciò che proviene dal reato e che si è cercato di occultare.

Nel valorizzare la fungibilità del denaro e la sua funzione di mezzo di pagamento, tale pronuncia ha escluso che il sequestro debba necessariamente colpire le medesime specie monetarie illegalmente percepite, ben potendosi apprendere la somma corrispondente al loro valore nominale, ovunque sia stata rinvenuta, purchè sia attribuibile all’indagato. La sentenza sottolinea, inoltre, che l’ablazione di quegli attivi monetari o finanziari richiede comunque la sussistenza del rapporto pertinenziale, quale relazione diretta, attuale e strumentale, tra il danaro sequestrato ed il reato del quale costituisce il profitto illecito (utilità creata, trasformata od acquisita proprio mediante la realizzazione della condotta criminosa).

  1. Sul tema della correlazione tra il bene da aggredire con la confisca diretta – e, quindi, con il sequestro ad essa preordinato – e il reato produttivo di utile economico, le Sezioni Unite sono tornate con altra sentenza, secondo la quale, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca prevista dall’art. 322 terc.p., costituisce profitto del reato anche il bene immobile acquistato con somme di denaro illecitamente conseguite, quando l’impiego del denaro sia causalmente collegabile al reato e sia soggettivamente attribuibile all’autore di quest’ultimo (Sez. U, n. 10280 del 25/10/2007, dep. 2008, Miragliotta, Rv. 238700).

Dopo aver ribadito che “nel concetto di profitto o provento di reato vanno compresi non soltanto i beni che l’autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto e immediato dell’illecito, ma anche ogni altra utilità che lo stesso realizza come effetto anche mediato ed indiretto della sua attività criminosa”, quella sentenza ha chiarito che la nozione di profitto del reato “deve essere riguardata in rapporto all’arricchimento complessivo” e ha precisato che “una corretta interpretazione letterale dell’art. 240 c.p., e logico-sistematica dell’istituto della confisca” impone che “qualsiasi trasformazione che il denaro illecitamente conseguito subisca per effetto di investimento dello stesso deve essere considerata profitto del reato quando sia causalmente collegata al reato stesso ed al profitto immediato – il denaro – conseguito e sia soggettivamente attribuibile all’autore del reato, che quella trasformazione abbia voluto”.

Nell’abbracciare “una nozione di profitto estensibile anche ai beni ottenuti indirettamente dal reo attraverso l’utilizzo del profitto stesso”, le Sezioni Unite hanno inoltre fatto espressamente proprio il principio di diritto – già affermato da Sez. 6, 14/6/2007, Puliga, Rv. 236984 – secondo cui, quando il profitto del reato di concussione sia costituito da denaro, è legittimamente operato in base alla prima parte dell’art. 322 ter c.p., comma 1, il sequestro preventivo di disponibilità di conto corrente dell’imputato finalizzato a confisca diretta.

Dopo aver ritenuto di dover superare tanto le decisioni che suggeriscono una interpretazione più restrittiva della nozione di profitto e che sottolineano la necessità di una stretta e diretta correlazione tra il profitto confiscabile e la condotta illecita (Sez. U, n. 29951 del 24/05/2004, Focarelli, cit.; Sez. U, n. 920 del 17/12/2003, dep. 2004, Montella, Rv. 226490), quanto la dottrina che riferisce il profitto del reato unicamente “al primo rapporto di scambio”, la sentenza in esame ha quindi affermato che il bene costituente profitto di reato è suscettibile di confisca diretta ogni qualvolta esso sia ricollegabile causalmente in modo preciso all’attività criminosa posta in essere dall’agente. Sicchè è necessario “che siano indicati in modo chiaro gli elementi indiziari sulla cui base determinare come i beni sequestrati possano considerarsi in tutto o in parte l’immediato prodotto di una condotta penalmente rilevante o l’indiretto profitto della stessa, siccome frutto di reimpiego da parte del reo del denaro o di altre utilità direttamente ottenute dai concussi”, non risultando comprensibile un’interpretazione degli art. 240 c.p. e art. 322 ter c.p., comma 1, prima parte, “che consenta la confisca del denaro ricevuto dal concessore e non anche del bene immobile acquistato con tale denaro perchè non di diretta derivazione causale dall’attività del reo”.

  1. Le conclusioni alle quali le Sezioni Unite erano pervenute con la sentenza Miragliotta sono state ribadite, specificate e approfondite da Sez. U, n. 10561 del 30 gennaio 2014, Gubert, Rv. 258647, con riferimento al profitto derivante da reato tributario e corrispondente all’imposta evasa.

Con tale decisione le Sezioni Unite hanno infatti recepito una nozione di profitto funzionale alla confisca capace di accogliere al suo interno “non soltanto i beni appresi per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma anche ogni altra utilità che sia conseguenza, anche indiretta o mediata, dell’attività criminosa (…) la trasformazione che il denaro, profitto del reato, abbia subito in beni di altra natura, fungibili o infungibili, non è quindi di ostacolo al sequestro preventivo il quale ben può avere ad oggetto il bene di investimento così acquisito. Infatti, il concetto di profitto o provento di reato legittimante la confisca e quindi nelle indagini preliminari, ai sensi dell’art. 321 c.p.p., comma 2, il suddetto sequestro, deve intendersi come comprensivo non soltanto dei beni che l’autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma altresì di ogni altra utilità che lo stesso realizza come conseguenza anche indiretta o mediata della sua attività criminosa”.

Sulla base di tale principio, la Corte di cassazione ha espressamente qualificato come risparmio di spesa il profitto causato dal reato tributario e, al contempo, ha ritenuto configurabile la confisca diretta del denaro corrispondente all’imposta evasa, rimasto nel patrimonio della persona giuridica nel cui interesse o vantaggio il reato sia stato commesso, non potendo l’ente considerarsi, salvo il caso in cui costituisca un mero schermo della persona fisica, terzo estraneo rispetto al reato.

  1. La successiva giurisprudenza di legittimità ha consolidato il principio affermato da Sez. U, Gubert, nel senso che la confisca del prezzo o del profitto del reato rappresentato da una somma di denaro – che si sostanzi, quindi, in un effettivo accrescimento patrimoniale di natura monetaria – non è “per equivalente”, ma, attesa la fungibilità del bene, è sempre confisca diretta (Sez. 6, n. 2336 del 7/1/2015, Pretner Calore, Rv. 262082; Sez. 3, n. 39177 dell’8/5/2014, Civil Vigilanza S.r.l., non mass. sul punto; Sez. 7, Ord. n. 50482 del 12/11/2014, Castellani, Rv. 261199, in fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima la qualificazione come confisca diretta dell’ablazione, disposta con sentenza di patteggiamento per i reati di concussione e peculato, di somma contante rinvenuta e sequestrata nella cassetta di sicurezza della figlia dell’imputato, considerata prestanome di quest’ultimo; in precedenza, nello stesso senso, Sez. 6, n. 30966 del 14//6/2007, Puliga, Rv. 236984, con specifico riferimento a sequestro preventivo a fini di confisca relativo a disponibilità di conto corrente dell’imputato).

Si è in particolare rilevato che, nella ipotesi in cui il profitto del reato sia costituito da numerarlo, cosa fungibile, è legittimo il sequestro delle disponibilità di conto corrente dell’imputato a norma della prima parte e non della seconda parte dell’art. 322 ter c.p., poichè “nella dizione dell’art. 322 ter c.p., il denaro, come cosa essenzialmente fungibile e, anzi, quale parametro di valutazione unificante rispetto a cose di diverso valore rispettivo, non può qualificarsi come cosa di valore corrispondente ed esorbita pertanto dal sistema della confisca per equivalente, la cui funzione è di rapportare il valore in denaro del bene ulteriormente disponibile all’importo del prezzo del reato. Prezzo che nel sistema di questa forma di confisca, che si riferisce anche a beni di per sè estranei sia al prezzo che al profitto del reato, ha in tal caso la sola funzione di parametro di riferimento al valore con fiscabile. Pertanto, la norma dev’essere intesa nel senso che, ove sia impossibile sottoporre a confisca i beni che costituiscono il prezzo o il profitto del reato e nel patrimonio del condannato non vi sia disponibilità di denaro liquido, si ricorrerà alla confisca di beni diversi, eventualmente disponibili, nei limiti del valore corrispondente al prezzo del reato. A fronte di questa interpretazione – è stato quindi dedotto – erroneamente si esclude la configurabilità della confisca, e quindi del sequestro, in relazione al denaro liquido disponibile nel conto corrente dell’imputato sul presupposto che si tratti di profitto e non di prezzo del reato, prescindendo dalla considerazione che la fungibilità del bene, e la confusione delle somme che ne deriva nella composizione del patrimonio, rendono superflua la ricerca della provenienza con riferimento al prezzo o al profitto del reato”.

  1. Le fondamenta ermeneutiche appena descritte sono state ulteriormente consolidate dalla pronuncia resa da Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264437, secondo cui, qualora il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario, di cui il soggetto abbia la disponibilità, deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura del bene, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato.

Le Sezioni Unite hanno in particolare affermato che “ove il profitto o il prezzo del reato sia rappresentato da una somma di denaro, questa, non soltanto si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell’autore del fatto, ma perde per il fatto stesso di essere ormai divenuta una appartenenza del reo – qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica. Non avrebbe, infatti, alcuna ragion d’essere – nè sul piano economico nè su quello giuridico – la necessità di accertare se la massa monetaria percepita quale profitto o prezzo dell’illecito sia stata spesa, occultata o investita: ciò che rileva è che le disponibilità monetarie del percipiente si siano accresciute di quella somma, legittimando, dunque, la confisca in forma diretta del relativo importo, ovunque o presso chiunque custodito nell’interesse del reo. Soltanto, quindi, nella ipotesi in cui sia impossibile la confisca di denaro sorge la eventualità di far luogo ad una confisca per equivalente degli altri beni di cui disponga l’imputato e per un valore corrispondente a quello del prezzo o profitto del reato, giacchè, in tal caso, si avrebbe quella necessaria novazione oggettiva che costituisce il naturale presupposto per poter procedere alla confisca di valore (l’oggetto della confisca diretta non può essere appreso e si legittima, così, l’ablazione di altro bene di pari valore). Nè è a dirsi, come parte della giurisprudenza mostra di ritenere, che la confisca del denaro costituente prezzo o profitto del reato, in assenza di elementi che dimostrino che proprio quella somma è stata versata su quel conto corrente, determinerebbe una sostanziale coincidenza della confisca diretta con quella di valore, dal momento che è la prova della percezione illegittima della somma che conta, e non la sua materiale destinazione: con la conseguenza che, agli effetti della confisca, è l’esistenza del numerarlo comunque accresciuto di consistenza a rappresentare l’oggetto da confiscare, senza che assumano rilevanza alcuna gli eventuali movimenti che possa aver subito quel determinato conto bancario”.

  1. A seguito del duplice pronunciamento delle Sezioni Unite favorevole alla qualificazione come diretta della confisca di denaro costituente prezzo o profitto del reato, la giurisprudenza successiva ha dato con continuità applicazione a quel principio di diritto ogni qualvolta si sia riscontrata una obiettiva “confusione” nel patrimonio dell’indagatolimputato del profitto monetario conseguito quale diretta conseguenza del reato a lui ascritto.

Tra queste sentenze si segnala Sez. 5, n. 23393 del 29/03/2017, Garau, Rv. 270134, secondo la quale il denaro, essendo il bene fungibile per eccellenza, non solo si confonde necessariamente con le altre disponibilità del reato, ma perde anche qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica. Ciò che rileva, quindi, è che le disponibilità monetarie del percipiente si siano accresciute di quella somma, il che legittima sempre la confisca diretta del relativo importo, ovunque o presso chiunque custodito nell’interesse del reo (in senso conforme, Sez. 5, n. 5459 del 18/01/2018, Barbato, non mass.).

  1. I principi di diritto affermati dalle più recenti sentenze delle Sezioni unite, ed in particolare da Sez. U, Lucci, sono stati posti in discussione da talune decisioni che la Corte di cassazione ha reso in ordine a fattispecie caratterizzate a vario titolo dalla particolarità del fatto concreto o dalla specifica natura dei reati contestati.

La Sesta Sezione ha così ritenuto che, in tema di sequestro preventivo funzionale alla confisca, è illegittima l’apprensione diretta delle somme di denaro entrate nel patrimonio del reo in base ad un titolo lecito, ovvero in relazione ad un credito sorto dopo la commissione del reato, che non risultino allo stesso collegate, neppure indirettamente (Sez. 6, n. 6816 del 29/1/2019, Sena, Rv. 275048). La Corte ha, al riguardo, ammesso “che, nell’ipotesi in cui il profitto del reato sia consistito in una somma di denaro, la confisca diretta possa legittimamente avere ad oggetto un importo di pari entità comunque presente nei conti bancari o nei depositi nella disponibilità dell’autore del reato”, ma ha subordinato tale evenienza alla condizione che “si tratti di denaro già confluito nei conti o nei depositi al momento della commissione del reato ovvero al momento del suo accertamento”, in quanto “solo in tali ipotesi è possibile ragionevolmente sostenere che il denaro è sequestrabile e poi confiscabile in via diretta come profitto accrescitivo, dunque indipendentemente da ogni verifica in ordine al rapporto di concreta pertinenzialità con il reato, perchè tale relazione è considerata in via fittizia sussistente proprio per effetto della confusione del profitto concretamente conseguito con tutte le altre disponibilità economiche del reo. Diversamente argomentando, cioè ammettendo che il vincolo reale possa estendersi anche su importi di denaro indistintamente accreditati sui conti o nei depositi dell’autore del reato, sulla base di crediti lecitamente maturati in epoca successiva al momento della commissione del reato – momento che giuridicamente finirebbe per recidere ogni rapporto di pertinenzialità con il reato – si finirebbe obiettivamente per trasformare una confisca diretta in una confisca per equivalente: in quanto avente ad oggetto somme di denaro sì oggetto di movimentazione sui conti o sui depositi nella disponibilità dell’autore del reato, ma che solo con una inaccettabile forzatura possono essere qualificate come profitto accrescitivo, perchè del tutto sganciate, dal punto di vista logico e cronologico, dal profitto dell’illecito. D’altro canto, se la finalità della confisca diretta è quella di evitare che chi ha commesso un reato possa beneficiare del profitto che ne è conseguito, bisogna ammettere che tale funzione è assente laddove l’ablazione colpisca somme di denaro entrate nel patrimonio del reo certamente in base ad un titolo lecito ovvero in relazione ad un credito sorto dopo la commissione del reato, e non risulti in alcun modo provato che tali somme siano collegabili, anche indirettamente, all’illecito commesso”.

E’ stata altresì messa in evidenza la necessità che il sequestro a fini di confisca diretta di somme di denaro giacenti su conti correnti o di altri strumenti finanziari consegua all’accertamento del nesso di pertinenzialità tra il denaro sottoposto a vincolo ed il profitto del reato (Sez. 6, n. 17997 del 20 marzo 2018, Bagalà, Rv.272906, con la quale la Corte ha annullato con rinvio il sequestro di conti correnti, libretti postali, titoli ed altri strumenti finanziari intestati all’indagato, disposto sulla base del generico presupposto che tali beni fossero provento dell’appartenenza ad un’associazione di stampo mafioso; Sez. 5, n. 48625 del 24/09/2018, Ratio s.r.l., n. m.).

  1. In dottrina sono prevalenti le posizioni nettamente contrarie a quelle espresse da Sez. U, Gubert e Lucci.

Si è ritenuto che tali pronunce, modulando il principio nominalistico in funzione del superamento dell’individuazione della riferibilità al reato del denaro oggetto di vincolo a fini di ablazione, si sarebbero spinte fino a recidere l’individuazione di un nesso diretto tra la somma da confiscare e quella costituente profitto del reato, il che comporterebbe la sostanziale trasformazione della misura, da confisca diretta a confisca per equivalente.

Al riguardo, si è sottolineato che, per potersi affermare in ogni caso la natura diretta della confisca del profitto monetario del reato, nella sentenza Gubert si è dovuto ammettere che tale confisca non deve necessariamente ricadere sul denaro immediatamente conseguito col reato, ben potendosi confiscare anche le utilità mediate e conseguenziali.

Le Sezioni Unite avrebbero, per tale via, definito un vero e proprio regime derogatorio alla confisca del profitto monetario, nel quale la naturale fungibilità del denaro consente di superare la pur necessaria individuazione del vincolo di provenienza.

Si è poi osservato che proprio il rilievo svolto da Sez. U, Lucci – secondo cui il denaro non soltanto si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell’autore del reato, ma perde, per il fatto stesso di essere ormai divenuto un’appartenenza del reo, qualsiasi connotato di autonomia e ogni identificabilità fisica – induce a concludere nel senso che la confisca del denaro, ove di quest’ultimo non sia tracciabile l’origine, dovrebbe essere considerata una confisca di valore. In questa prospettiva, la fungibilità caratteristica del denaro non potrebbe comportare l’elisione del requisito della pertinenzialità, in realtà sussistente solo se proprio la somma di denaro vincolata a fini di ablazione è causalmente collegata in via diretta al reato. Sicchè la confisca diretta dovrebbe ritenersi circoscritta ai casi in cui il denaro costituente profitto del reato rimanga identificabile, perchè depositato o custodito senza che si sia determinata confusione con altri attivi monetari del reo, ovvero perchè direttamente reinvestito con modalità che ne consentano la tracciabilità.

Al di là di tali limiti, si verificherebbe una vera e propria trasfigurazione della nozione stessa di profitto del reato, nella quale evaporerebbe il nesso di pertinenzialità, rendendosi possibile la confisca di qualsiasi vantaggio derivante dal reato, a prescindere dal fatto che si tratti di un effettivo e concreto accrescimento patrimoniale.

  1. Le Sezioni Unite intendono rispondere al quesito posto dalla Sezione remittente dando continuità al principio di diritto affermato, in tema di sequestro a fini di confisca diretta del prezzo o profitto monetario del reato, da Sez. U, Lucci.

In particolare, il Collegio vuole ribadire che, ai fini della confisca diretta del pretium delicti rappresentato da una somma di denaro, è indifferente l’identità fisica del numerarlo oggetto di ablazione rispetto a quello illecitamente conseguito.

Conseguentemente, ritiene necessario precisare che il nesso eziologico di diretta provenienza che lega al reato la somma acquisita dall’autore, lungi dal venir meno, va tuttavia individuato, definito e conformato in relazione alla peculiare natura del denaro e alla disciplina giuridica sua propria.

  1. Il denaro è bene numerarlo fungibile. Esso è strumento corrispettivo di valore per eccellenza, specificamente destinato alla circolazione e a servire da mezzo di pagamento.

Da tali sue intrinseche caratteristiche derivano, ai fini che qui interessano, alcune rilevanti conseguenze giuridiche.

  1. La prima è che il denaro è bene ontologicamente diverso rispetto a qualunque “utilità” di altro tipo.

Non è quindi un accidente che le varie norme penali che ad esso si riferiscono – in particolare nell’ambito dei delitti contro la pubblica amministrazione, ma non solo traccino una espressa e netta demarcazione tra queste due categorie – “denaro o altra utilità” – allorchè si tratta di individuare le cose e i beni nei quali può consistere il prezzo, il profitto o il prodotto del reato.

Se si esamina tale distinzione nella prospettiva della confisca-misura di sicurezza di cui all’art. 240 c.p., è agevole rilevare che allorchè la norma fa riferimento a “cose”, “beni” e “strumenti”, il denaro, ove rappresenti uno dei suddetti proventi, è genericamente considerato bene soggetto a confisca diretta. Infatti, quando il legislatore ha voluto riservare all’ablazione del denaro una specifica disciplina, lo ha fatto in modo espresso, al citato art. 240 c.p., comma 1 bis, il quale per l’ipotesi ivi descritta prevede che tale ablazione possa avvenire unicamente per equivalente.

  1. La peculiare natura del “bene-denaro” costituente il prezzo o il profitto del reato conforma i tratti e la disciplina della confisca che lo abbia ad oggetto.

A tale fine, quale numerarlo fungibile destinato ex lege a servire da mezzo di pagamento, esso è infatti ontologicamente e normativamente indifferente all’individuazione materiale del relativo supporto nummario: natura e funzione del denaro rendono recessiva la sua consistenza fisica, determinando la sua automatica confusione nel patrimonio del reo, che ne risulta correlativamente accresciuto.

Per la confisca del prezzo o del profitto del reato che sia consistente in una somma di denaro è quindi irrilevante che il numerarlo conseguito dall’autore – perciò stesso confuso nel suo patrimonio, al pari, del resto, di eventuali altre acquisizioni monetarie lecite – sia materialmente corrispondente a quello sottoposto a confisca.

La somma di denaro che ha costituito il prezzo o il profitto del reato non va dunque considerata, ai fini che ci occupano, nella sua fisica consistenza, ma nella sua ontologica essenza di bene fungibile e paradigma di valore. Se il prezzo o il profitto del reato è rappresentato da una somma di denaro, essa si confonde con le altre componenti del patrimonio del reo e perde perciò stesso ogni giuridico rilievo la sua identificabilità fisica.

Da un lato, quindi, non occorrerà ricercare lo stesso numerarlo – le medesime banconote – conseguito dall’autore come diretta derivazione del reato da lui commesso, e, dall’altro, nessuna rilevanza sarà attribuibile all’eventuale esistenza di altri attivi monetari in ipotesi confluiti nel patrimonio del reo, foss’anche a seguito di versamenti di denaro aventi origine lecita nel suo conto corrente bancario.

Lo scopo della misura non è, infatti, di ritrovare sul conto corrente del reo le stesse banconote ab origine costituenti il prezzo o il profitto del reato, ma di realizzare l’ablazione della somma che sia già entrata nel patrimonio dell’autore a causa della commissione dell’illecito ed ivi sia ancora rinvenibile. Come icasticamente affermato dall’Avvocato generale nella sua pregevole memoria, “la confisca diretta insegue non le banconote, ma la somma di denaro quale entità che incrementa il patrimonio del reo”.

Allo stesso modo, risultano irrilevanti le vicende che abbiano in ipotesi interessato la somma riveniente dal reato, una volta che la stessa- intesa, come per sua natura, quale massa monetaria fungibile – sia stata reperita nel patrimonio del reo al momento dell’esecuzione della misura ablativa o, se del caso, del prodromico vincolo cautelare.

In tale ipotesi, infatti, l’occultamento o il consumo eventuali del pretium delicti, ovvero la sua sostituzione con altro numerarlo – anche di origine lecita – avrebbero ad oggetto un valore monetario già confluito nel patrimonio del reo e divenuto perciò, al pari degli altri dello stesso tipo ivi rinvenuti, una sua indistinguibile componente liquida, tutt’ora esistente al momento della confisca. Mentre l’eventuale trasformazione di quella componente monetaria rileverebbe solo in quanto essa abbia comportato, al momento della cautela reale o dell’ablazione, il venir meno nel patrimonio del reo di qualsivoglia attivo dello stesso genere. Solo in questa ipotesi, che Sez. U, Lucci ha definito “novazione oggettiva”, cioè quando non sia più rinvenuto l’accrescimento monetario derivante dal reato perchè la persona non dispone più di denaro, opererà, nei casi normativamente previsti, lo strumento surrogatorio della confisca per equivalente, attuabile sui beni di diversa natura di cui disponga l’autore del reato.

  1. Il denaro rappresenta non solo cosa essenzialmente fungibile, ma anche l’archetipo di bene corrispettivo di valore. Esso è, infatti, parametro di valutazione unificante del valore di cose tra loro diverse. Rispetto ad esso è quindi impossibile – e comunque inutile, logicamente prima ancora che giuridicamente – ricercare in altra somma di denaro un equivalente di valore. Sicchè, nel caso in cui il prezzo o il profitto del reato siano originariamente costituiti da numerarlo, quest’ultimo esorbita dal sistema della confisca per equivalente, la cui funzione è quella di rapportare il valore in denaro del diverso bene disponibile a fini di ablazione a quello dei proventi del reato.

Altrimenti detto, se la confisca diretta del prezzo o del profitto del reato consistente in una somma di denaro ha necessariamente ad oggetto un determinato valore, non v’è ragione che non possa essere quello stesso valore, se esistente nel patrimonio del reo, a formare oggetto di ablazione diretta. Lo strumento della confisca per equivalente ha, infatti, carattere surrogatorio ed è applicabile nel caso in cui il bene suscettibile di ablazione diretta non sia rintracciabile, rendendosi così necessario confiscare un bene di valore corrispondente. Ma ove il bene oggetto di confisca diretta sia, come il denaro, ex se privo di una propria rilevante identità fisica e sia esso stesso ontologicamente rappresentativo di un valore e di un corrispettivo monetario, non c’è spazio per operare tale sostituzione dell’aliud pro alio.

  1. Da tutto quanto precede consegue che, contrariamente agli assunti dei critici della più volte citata Sez. U, Lucci, l’esegesi innanzi descritta non determina la recisione del nesso di diretta derivazione causale tra il reato e il prezzo o profitto monetario sottoposto a confisca, bensì la necessaria conformazione di quel rapporto eziologico alla peculiare natura del denaro e alla sua concreta funzione economica.

Per il denaro, il nesso di pertinenzialità col reato non può essere inteso come fisica identità della somma confiscata rispetto al provento del reato, ma consiste nella effettiva derivazione dal reato dell’accrescimento patrimoniale monetario conseguito dal reo, che sia ancora rinvenibile, nella stessa forma monetaria, nel suo patrimonio. E’ tale incremento monetario che rappresenta il provento del reato suscettibile di ablazione, non il gruzzolo fisicamente inteso.

Se correttamente definito e individuato, il rapporto eziologico di derivazione dal reato non viene dunque meno per il fatto che la somma di denaro oggetto di ablazione sia rappresentata da un numerarlo “diverso” rispetto a quello fisicamente conseguito per effetto del reato.

Da ciò derivano le conseguenze di seguito descritte.

  1. Una volta risolto l’equivoco di fondo che sorregge l’opposta ricostruzione interpretativa – la quale riferisce il rapporto di pertinenza tra il bene e il reato non già all’incremento monetario provocato nel patrimonio del reo, bensì al denaro fisicamente inteso – il rapporto eziologico di causazione che lega il prezzo o il profitto monetario al reato rimane strutturalmente autonomo rispetto alle caratteristiche intrinseche del bene, alla sua fungibilità.
  2. Perchè il prezzo o il profitto monetari possano essere soggetti ad ablazione diretta, è necessario che il loro effettivo conseguimento da parte del reo (ed il relativo accrescimento patrimoniale) sia provato secondo gli ordinari standard probatori, previsti, dapprima, per l’eventuale adozione della cautela reale e, poi, in termini di certezza processuale, per la confisca.

Rispetto a tale thema probandum l’indagato-imputato gode di tutte le facoltà che l’ordinamento gli riconosce per garantire la pienezza del contraddittorio e il suo diritto di difendersi provando. Non è dunque vero che consentire all’indagato-imputato la prova dell’origine lecita di componenti finanziarie del suo patrimonio al fine di paralizzare la confisca proprietaria del prezzo o del profitto monetario del reato rappresenti l’unica garanzia compatibile con i principi costituzionali e convenzionali che presidiano l’effettività del diritto di difesa, ed in particolare del diritto di difendersi provando.

  1. Se si ammettesse che la confisca diretta del denaro costituente il prezzo o il profitto del reato si debba arrestare di fronte alla concreta allegazione che gli attivi monetari oggetto di ablazione abbiano origine lecita (cioè che quel denaro, pur facente parte del patrimonio del reo, è cosa diversa da quello conseguito per effetto del reato), si determinerebbero effetti non desiderabili in punto di coerenza di sistema e di funzionalità della misura ablativa.

Sotto il primo profilo, il metodo probatorio della confisca diretta, basato sul rigoroso accertamento del nesso eziologico di derivazione dal reato dell’accrescimento patrimoniale monetario conseguito dall’autore del fatto delittuoso, assumerebbe caratteristiche diverse dall’attuale previsione codicistica. Esso sarebbe, infatti, soggetto ad una innaturale ibridazione con le modalità di accertamento del presupposto della sproporzione, proprie della confisca di prevenzione e di quella “allargata”. Verrebbe infatti ad essere riconosciuta al reo – nei confronti del quale è stato dimostrato l’effettivo conseguimento del pretium delicti, entrato pertanto nel suo patrimonio – una eccezione probatoria, finalizzata alla giustificazione della provenienza del denaro oggetto di ablazione, fondata sull’allegazione che nella componente patrimoniale attinta dalla misura sono confluite disponibilità monetarie di origine lecita.

Gli effetti pratici di un tale approccio risulterebbero amplificati dal fatto che nella confisca diretta la distribuzione dell’onere probatorio è naturalmente diversa rispetto alle confische “di sproporzione”. In queste ultime è l’interessato a dover giustificare la legittima provenienza delle sue risorse per sottrarsi all’ablazione, mentre alla confisca diretta, contrariamente a quanto suggerito nell’ordinanza di rimessione, è estranea qualunque forma di presunzione ed è l’accusa a dover dimostrare l’effettivo conseguimento del prezzo o del profitto monetario del reato da parte del suo autore.

L’esegesi che si contesta avrebbe, dunque, per effetto di porre a carico del pubblico ministero – in tutti i casi in cui il reo ha visto provato l’effettivo conseguimento da parte sua del denaro costituente prezzo del reato, ma ha avuto cura di occultare lo specifico numerarlo o di rendere non tracciabile la sua circolazione – l’ulteriore e alternativo onere di rinvenire proprio quel denaro, ovvero di dimostrarne le vicende che hanno condotto alla sua sostituzione o trasformazione in beni della stessa o diversa natura. Tutto ciò in spregio del fatto che la commixtio nummorum col patrimonio del reo, e la conseguente perdita di autonoma identificabilità degli attivi monetari che vi sono soggetti, si verifica in via automatica tanto per il denaro provento di reato che per gli altri asset monetari di origine lecita confluiti in quel patrimonio al momento della misura ablatoria.

Sicchè il più volte descritto fenomeno di confusione attrae tutte quelle componenti liquide nel patrimonio monetario del reo e giustifica che su tale patrimonio venga eseguita la confisca diretta dei proventi del reato rappresentati da somme di denaro.

  1. L’ordinanza di rimessione ricorda correttamente che secondo la giurisprudenza di questa Corte l’applicabilità del principio di legalità penale in tema di confisca è conseguente alla valutazione della natura giuridica dell’ablazione, affidata all’individuazione della funzione ad essa assegnata dall’ordinamento e da essa concretamente assicurata. Sicchè ove la confisca assolva una funzione afflittivo-punitiva, la stessa dovrà essere considerata alla stregua di una pena, nel senso che al termine assegna la CEDU, e il soggetto che la subisce deve poter godere delle garanzie di cui agli artt. 2527Cost., artt. 67CEDU e art. 2 c.p.. Nel caso in cui, invece, la confisca assolva ad una finalità di prevenzione, di mero riequilibrio, la stessa non è soggetta alle indicate garanzie. (Sez. U, Lucci, cit.; Sez. U, n. 4880 del 26/4/2014, dep. 2015, Spinelli, Rv. 262602).

Ebbene, come innanzi ricostruita, la confisca diretta dei proventi monetari del reato non ha carattere afflittivo e, tantomeno, sanzionatorio. A tale riguardo, in effetti, non ha tanto rilievo la sua formale collocazione tra le misure di sicurezza, quanto il fatto che essa assolve unicamente una finalità ripristinatoria. L’ablazione ha ad oggetto, infatti, solo l’effettivo accrescimento monetario direttamente prodotto nel patrimonio del reo dal dimostrato conseguimento da parte sua del prezzo o profitto del reato consistente in una somma di denaro.

  1. Del resto, se il nesso di diretta derivazione dal reato dovesse essere unicamente riferito alla somma di denaro fisicamente conseguita dal reo o, al più, esteso a quella risultante in via immediata dalla sua trasformazione tracciabile (i cosiddetti succedanei, già considerati da Sez. U., Miragliotta, cit.), la confisca diretta del denaro sarebbe limitata a rarissime e del tutto marginali ipotesi, a veri e propri casi di scuola.

La dottrina ne ha puntualmente individuati alcuni: per esempio, il denaro contante riversato sul conto corrente a saldo zero, ovvero su quello destinato a ricevere unicamente proventi criminosi. Altre, quale la tracciatura preventiva delle banconote prezzo di corruzione o profitto di estorsione rinvenute ancora in possesso del consegnatario al momento del sequestro, emergono dall’esperienza giudiziaria.

Definire residuali i casi nei quali si avrebbe certezza che un attivo monetario è confiscabile in via diretta – in quanto fisica derivazione dal reato e distinguibile da altri asset liquidi dei quali il reo possa concretamente allegare l’origine lecita – sarebbe un eufemismo.

Negli altri casi, la confisca del denaro dovrebbe sempre essere ritenuta una confisca di valore e potrebbe operare solo in ragione delle eccezionali ipotesi in cui quello specifico strumento ablatorio è consentito. Ma ciò, oltre a contraddire l’innanzi descritta, ontologica natura del denaro, caratterizzato dall’essere destinato a circolare rapidamente e in forma per lo più anonima quale strumento di pagamento e parametro di valore, comporterebbe evidenti ricadute negative sul piano della coerenza stessa del sistema, il quale verrebbe a fondarsi principalmente, in casi così rilevanti e frequenti, sullo strumento ablativo surrogatorio, normativamente riservato a un ristretto numero di fattispecie penali, laddove, al contrario, quello di carattere generale avrebbe di fatto un’applicazione del tutto residuale.

  1. Al quesito sottoposto alle Sezioni Unite deve dunque conclusivamente rispondersi nei seguenti termini: “Qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca viene eseguita, in ragione della natura del bene, mediante l’ablazione del denaro, comunque rinvenuto nel patrimonio del soggetto, che rappresenti l’effettivo accrescimento patrimoniale monetario da quest’ultimo conseguito per effetto del reato; tale confisca deve essere qualificata come confisca diretta, e non per equivalente, e non è ostativa alla sua adozione l’allegazione o la prova dell’origine lecita del numerarlo oggetto di ablazione”.
  2. Venendo all’esame dei motivi di ricorso, va rilevato che il primo è privo di fondamento.

In questa sede il ricorrente non contesta il fumus del delitto di traffico di influenze illecite oggetto di imputazione provvisoria, che gli viene attribuito in relazione all’avvenuto conseguimento, come prezzo della mediazione illecita verso i pubblici ufficiali e per remunerarli in relazione al compimento di atti contrari ai loro doveri di ufficio, della somma complessiva di 175.000 Euro.

Il vincolo cautelare tutt’ora applicato sulla somma che residua dalla riduzione disposta dal Tribunale in sede di riesame deve dunque ritenersi conforme al principio di diritto sopra affermato, poichè il sequestro preventivo disposto a fini di confisca diretta ha colpito denaro, rinvenuto su conti correnti intestati al ricorrente e nella sua effettiva disponibilità, che rappresenta l’accrescimento patrimoniale monetario da lui conseguito quale prezzo e profitto del reato oggetto di contestazione provvisoria, senza che possa rilevare a tale scopo l’allegazione dell’origine lecita delle somme depositate su quei conti correnti.

  1. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile, in quanto aspecifico, poichè non si confronta in alcun modo con l’ordinanza impugnata, là dove tale provvedimento testualmente evidenzia che la condotta contestata al ricorrente in questa sede “è diversa sotto il profilo fattuale da quella riportata nel precedente sequestro e relativa ad una specifica vicenda tributaria seguita dallo studio C. ed in relazione alla quale venivano rappresentati fatti diversi da quelli reali per indurre i denuncianti a corrispondere un dato onorario”. Circostanza questa che esclude il verificarsi in questa sede di qualsivoglia preclusione per medesimezza del fatto.
  2. Il terzo motivo è pure inammissibile, poichè meramente reiterativo di analoga doglianza alla quale il Tribunale ha già offerto corretta e congrua risposta, rilevando che nel caso in esame la contestazione riguarda una relazione coi pubblici ufficiali realmente esistente, e non solo vantata, sicchè le condotte oggetto di imputazione, realizzate nel dicembre 2016, già erano suscettibili di integrare la fattispecie di cui all’art. 346 bisc.p., quale risultava dalla L. 6 novembre 2012, n. 190, entrata in vigore il 28 novembre 2012.
  3. Il quarto e ultimo motivo è anch’esso inammissibile, poichè l’art. 346 bisc.p., non è reato proprio del pubblico agente, prevede che il prezzo della mediazione illecita possa essere corrisposto da un privato ad altro privato e non esclude che entrambi possano direttamente ricavare dal medesimo reato un diverso profitto.
  4. Al rigetto del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 27 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 18 novembre 2021

INCIDENTE CAMION MOTORINO CAMIONISTA HA RAGIONE

INCIDENTE CAMION MOTORINO CAMIONISTA HA RAGIONE

CONCLUSIONE :

Ed, infatti lo scontro è stato, di fatto, determinato solo dalla perdita del controllo della moto, da parte del Sig. V., il quale, verosimilmente, a causa della elevata velocità e/o per la presenza di un dosso che limitava la visuale del motociclista, uscendo da una curva, invadeva la corsia opposta, senza che il conducente dell’autocarro potesse fare alcunchè per evitare l’urto, atteso che viaggiava ad una velocità di circa 30 km/h, tenendosi in prossimità del margine destro, come accertato dalla Polizia Stradale intervenuta sul posto (cfr. schizzo planimetrico di cui a pagina 7 delle “Annotazioni” relative al sinistro in oggetto, Prot. (…), allegate sub (…) dai medesimi Attori), e come si evince altresì dall’allegata documentazione fotografica.

 

-CHE in data 30.08.2012, verso le ore 18.00, il Sig. V.F. si trovava a percorrere la via T., in F., direzione via dei S., alla guida del motociclo Honda Hornet targato (…) (di proprietà del padre, Sig M.F.), con il casco regolarmente indossato, mentre un autocarro targato (…) di proprietà della A.F. SRL (A.U. SPA) percorreva la medesima via T., nell’opposta direzione di marcia;

-CHE il conducente dell’autocarro, pur avendo notato, a suo dire, che il F., proveniente dalla opposta corsia di marcia, stava sbandando e perdendo il controllo del motoveicolo, non provvedeva a marciare strettamente alla propria destra, e soprattutto non tentava nemmeno di scartare sempre verso destra, ove vi era un ampio spazio di manovra né arrestava la marcia;

-CHE così si verificava l’urto, come riportato nella Relazione di P.G., tra la parte anteriore/gomma sinistra dell’autocarro e la parte latero anteriore del motociclo, determinando gravissime lesioni per il motociclista, V.F., che veniva elitrasportato presso il Policlinico “Umberto I” di Roma, ove alle ore 21.00 cessava di vivere;

-CHE la P.G., intervenuta successivamente al fatto, sulla base di una valutazione, ex post, della dinamica, indi, attribuiva la esclusiva responsabilità del sinistro al giovane F.V.;

-CHE detta valutazione circa la responsabilità del F. veniva pedissequamente accolta sia dall’Autorità Giurisdizionale Penale competente, che assolveva da ogni colpa il conducente dell’autocarro nel procedimento penale all’uopo instaurato, sia dalla U. SPA, compagnia assicuratrice del medesimo autocarro, che denegava un pur minimo risarcimento ai prossimi congiunti ed eredi di V.F., indi, rendendo necessario l’instaurarsi dell’odierno procedimento;

-CHE però la predetta ricostruzione dei fatti era da ritenersi erronea;

-CHE, infatti, come affermato dal perito di parte, G.P., nelle conclusioni dell’elaborato svolto su incarico degli attuali attori e depositato in atti: “…Prima di ogni evoluzione, manovra e collisione, l’autocarro marciava ad una velocità di circa 43 Km/h mentre il motociclo con direzione opposta procedeva ad una velocità di circa 37 Km/h….La velocità di marcia calcolata a carico del motociclo non giustifica una sua perdita di controllo così come riferita dal conducente dell’autocarro, potendosi questa eventualmente ricondurre ad una irregolare posizione dell’autocarro stesso negli istanti immediatamente precedenti la collisione … In tale contesto l’autocarro non manteneva la destra pur approssimandosi ad un tratto curvilineo con pendenza negativa a visuale limitata … “.

Tanto premesso, gli attori -ritenendo che anche il conducente dell’autocarro targato (…), di proprietà della A.F. SRL (A.U. SPA), fosse quanto meno corresponsabile del sinistro suddetto- così concludevano:

Piaccia all’ Ecc.mo Tribunale di Frosinone respinta ogni contraria istanza eccezione e deduzione, ritenere fondati i motivi esposti e pertanto riconoscere che la responsabilità del sinistro di cui è causa è attribuibile in via esclusiva ovvero, in subordine, in via concorsuale maggioritaria e/o paritaria e/o minoritaria al proprietario del veicolo Tg. (…), e quindi condannare lo stesso convenuto A.F. srl. in persona del legale rapp.te pro tempore, in una ed in solido con la compagnia di assicurazioni dello stesso veicolo U. SpA, in persona del l.r.p.t., ex art. 144, 145 e 148 CdA, al risarcimento di tutti i danni subiti e subendi dagli attori, patrimoniali e non patrimoniali, iure proprio e iure hereditatis, e per l’effetto al pagamento a favore degli attori della somma che sarà ritenuta di giustizia secondo equità e/o sulla base delle note “Tabelle del Tribunale di Milano” e/o, in via subordinata, come sopra quantificato nella misura complessiva di Euro 820.000,00 oltre il danno patrimoniale iure hereditatis e gli ulteriori danni materiali e gli esborsi che verranno provati e documentati in corso di causa e, comunque nella misura maggiore e/o minore che verrà ritenuta di giustizia secondo equità e secondo il grado di corresponsabilità accertato.

Con vittoria di spese, compensi e rimborso spese generali da distrarsi in favore del sottoscritto difensore antistatario, anche per la fase stragiudiziale.

Con comparsa di costituzione e risposta del 15.02.2019, si costituiva in giudizio la A.F. SRL, la quale contestando in toto la ricostruzione come oggi operata dagli attori, così concludeva: Voglia l’Ill.mo Tribunale adìto, respinta ogni contraria istanza, rigettare la domanda attorea in quanto infondata in fatto e in diritto; il tutto con vittoria delle spese e competenze del presente giudizio.

Indi, A.F. SRL evidenziava come il GIP avesse ben cristallizzato gli accadimenti, laddove aveva scritto che: “è evidente come la condotta della parte offesa, travalicando la soglia del cd. ragionevolmente prevedibile comportamento degli altri utenti della strada, anche imprudente (richiesto dalla Giurisprudenza della Suprema Corte per ritenere che l’evento sia ascrivibile a titolo di colpa al conducente di un autoveicolo), porti a concludere nel senso indicato ed a ritenere gli elementi acquisiti tali da non consentire margini per l’utile esercizio dell’azione penale e sostenere l’accusa in giudizio, poiché il fatto non costituisce reato”. Si richiamava, indi, quale elemento a supporto di detta ricostruzione -e principale fonte di prova-l’accertamento della Polizia Stradale, da cui si desumeva inequivocabilmente che l’incidente (poi rivelatosi fatale) era stato determinato esclusivamente dalla perdita del controllo della moto da parte del giovane F..

gli Attori, a carico dei quali gravava il relativo onere probatorio ai sensi dell’art. 2697 cod. civ., non sono riusciti a fornire dimostrazione alcuna dei propri assunti, avendo prodotto come detto a supporto della loro ricostruzione dei fatti, unicamente una perizia di parte, redatta, peraltro, in assenza di contraddittorio, ed, oltretutto, a distanza di tempo dal sinistro e quindi allorchè lo stato dei luoghi risultava già modificato. Ed, invero gli Attori, per quanto ivi rileva, hanno indicato, nella II memoria ex art. 183 comma 6 c.p.c., anche tale M.C. res.te in F., Via C., n. 5, quale teste in grado di riferire sui fatti, che però non è stato ammesso dal Tribunale, non risultando la sua presenza sui luoghi di causa al momento del sinistro (in relazione all’onere della prova, in generale, cfr.: Cass. Sez. L., Sentenza n. 9374 del 21/04/2006; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 8052 del 22/05/2003Cass. Sez. U., Sentenza n. 28056 del 25/11/2008Cass. Sez. 3, Sentenza n. 4950 del 02/03/2010Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16837 del 19/07/2010Cass. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 9942 del 13/05/2016Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 5841 del 09/03/2018).

Infatti, in tema di responsabilità civile per i sinistri occorsi nella circolazione stradale, la presunzione di colpa prevista in ugual misura a carico di ciascuno dei conducenti dall’articolo 2054, secondo comma, cod. civ., ha funzione meramente sussidiaria, giacché opera solo ove non sia possibile l’accertamento in concreto della misura delle rispettive responsabilità, con la conseguenza che, nel caso in cui risulti che l’incidente si è verificato per esclusiva colpa di uno di essi e che, per converso, nessuna colpa è ravvisabile nel comportamento dell’altro, quest’ultimo è esonerato dalla presunzione suddetta e non è, pertanto, tenuto a provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno (così: Cass. Sez. 3, Sentenza n. 29883 del 19/12/2008 e Cass. Sez. 3, Sentenza n. 18631 del 22/09/2015; e cfr. anche Cass. Sentenza n. 26004 del 05/12/2011 e Sentenza n. 9528 del 12.06.2012, nonché Cass. Sez. 3, Sentenza n. 26004 del 05/12/2011 e Cass. Sez. 3, Ordinanza n. 9353 del 04/04/2019).

Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità -se è certamente vero che il rapporto di polizia fa piena prova, fino a querela di falso, solo delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesti come

avvenuti in sua presenza- risulta nondimeno altrettanto innegabile che, per quanto riguarda, invece, le valutazioni e considerazioni operate dai pubblici ufficiali circa la presunta dinamica del sinistro, le stesse siano comunque idonee, secondo la prevalente giurisprudenza, a fondare presunzioni semplici che, ove non contestate o contestate in modo generico, ovvero ancora, corroborate dal contegno processuale della controparte o da altri elementi, sono valevoli ad assurgere, anche da sole, a valido riscontro probatorio (e cfr. in motivazione: Cass. Sez. 3, del 08 marzo 2001, n. 3350; Cass. Sez. 3, del 16 giugno 2003 n. 9620Cass. Sez. 2, Sentenza n. 21816 del 29/08/2008; Cass. Sez. L, Sentenza n. 23800 del 07/11/2014).

Orbene, dalla ricostruzione operata dagli AGENTI emerge, con tutta evidenza, l’esclusiva responsabilità del povero F.V. nella produzione causale dell’evento letale dedotto in giudizio, giacché, quest’ultimo, come accertato dai Militi all’uopo intervenuti, … nell’uscire dalla predetta curva, per cause autonome e non riconducibili a terzi, non era in grado di tenersi entro l’area della corsia di sua pertinenza. Quindi il motociclo sconfinava nella corsia opposta ove si scontrava con l’autocarro Mercedes condotto da L.M., il quale procedeva in direzione opposta entro l’area della corsia di sua pertinenza e ad una velocità di circa 30 Km/h, così come successivamente accertato dall’esame del foglio di registrazione del crono tachigrafo.

Ed, infatti lo scontro è stato, di fatto, determinato solo dalla perdita del controllo della moto, da parte del Sig. V., il quale, verosimilmente, a causa della elevata velocità e/o per la presenza di un dosso che limitava la visuale del motociclista, uscendo da una curva, invadeva la corsia opposta, senza che il conducente dell’autocarro potesse fare alcunchè per evitare l’urto, atteso che viaggiava ad una velocità di circa 30 km/h, tenendosi in prossimità del margine destro, come accertato dalla Polizia Stradale intervenuta sul posto (cfr. schizzo planimetrico di cui a pagina 7 delle “Annotazioni” relative al sinistro in oggetto, Prot. (…), allegate sub (…) dai medesimi Attori), e come si evince altresì dall’allegata documentazione fotografica.

Peraltro, come attentamente rilevato da U., nel tempo di reazione psicotecnico dalla presa di cognizione del pericolo (moto in sbandata) alla reazione (frenata e deviazione a destra), pari a circa un secondo (durante il trascorre del quale la moto era già in sbandata sulla la corsia opposta), L.M., conducente dell’autocarro Mercedes, è riuscito comunque a deviare verso la sua destra, tant’è che la striscia gommata di frenata lasciata sull’asfalto dal camion ha un andamento verso destra (cfr. schizzo planimetrico), altresì riuscendo ad azionare immediatamente l’impianto frenante.

Pertanto, deve ritenersi acclarata l’esclusiva incidenza, sulla produzione causale dell’evento dannoso di cui si tratta, del comportamento di guida tenuto dal F., mentre, per contro, la valutazione degli elementi probatori sopra indicati non permette, in alcun modo, di rinvenire la concreta sussistenza di alcuna responsabilità del conducente dell’autocarro nella verificazione del sinistro stradale oggetto di controversia. Ed, infatti, come detto, questi: a) procedeva a velocità moderata (circa 30 km/h) come risulta dall’esame del foglio di registrazione del cronotachigrafo; b) tenendo strettamente la destra (cfr. pag. 7 citata e relativo schizzo planimetrico).

Del resto, come sopra detto, la giurisprudenza di legittimità

Tribunale Frosinone, Sent., 16/09/2020, n. 610

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE di FROSINONE

-Sezione Civile-

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile promossa in I grado, iscritta al RG n 2938/18 e vertente

TRA

F.M. (C.F.: (…)), N.L. (C.F.: (…)), F.J. (C.F.: (…)) e D.V.G. (C.F.: (…)), tutti rappresentati e difesi dall’Avv. Carlo Testa.

Parte attrice

E

A.F. SRL (P. IVA: (…)), rappresentata e difesa, anche disgiuntamente, dagli Avv.ti Francesco Germani e Valentina Proia.

Parte convenuta

NONCHÉ

U.A. SPA (P. IVA: (…)), rappresentata e difesa, anche disgiuntamente, dagli Avv.ti Massimiliano Martini e Massimo Cocco.

Parte convenuta

Avente ad OGGETTO Azione di risarcimento danni.

Svolgimento del processo

Gli odierni attori convenivano in giudizio dinanzi all’intestato Tribunale A.F. SRL e U.A. SPA, esponendo:

-CHE in data 30.08.2012, verso le ore 18.00, il Sig. V.F. si trovava a percorrere la via T., in F., direzione via dei S., alla guida del motociclo Honda Hornet targato (…) (di proprietà del padre, Sig M.F.), con il casco regolarmente indossato, mentre un autocarro targato (…) di proprietà della A.F. SRL (A.U. SPA) percorreva la medesima via T., nell’opposta direzione di marcia;

-CHE il conducente dell’autocarro, pur avendo notato, a suo dire, che il F., proveniente dalla opposta corsia di marcia, stava sbandando e perdendo il controllo del motoveicolo, non provvedeva a marciare strettamente alla propria destra, e soprattutto non tentava nemmeno di scartare sempre verso destra, ove vi era un ampio spazio di manovra né arrestava la marcia;

-CHE così si verificava l’urto, come riportato nella Relazione di P.G., tra la parte anteriore/gomma sinistra dell’autocarro e la parte latero anteriore del motociclo, determinando gravissime lesioni per il motociclista, V.F., che veniva elitrasportato presso il Policlinico “Umberto I” di Roma, ove alle ore 21.00 cessava di vivere;

-CHE la P.G., intervenuta successivamente al fatto, sulla base di una valutazione, ex post, della dinamica, indi, attribuiva la esclusiva responsabilità del sinistro al giovane F.V.;

-CHE detta valutazione circa la responsabilità del F. veniva pedissequamente accolta sia dall’Autorità Giurisdizionale Penale competente, che assolveva da ogni colpa il conducente dell’autocarro nel procedimento penale all’uopo instaurato, sia dalla U. SPA, compagnia assicuratrice del medesimo autocarro, che denegava un pur minimo risarcimento ai prossimi congiunti ed eredi di V.F., indi, rendendo necessario l’instaurarsi dell’odierno procedimento;

-CHE però la predetta ricostruzione dei fatti era da ritenersi erronea;

-CHE, infatti, come affermato dal perito di parte, G.P., nelle conclusioni dell’elaborato svolto su incarico degli attuali attori e depositato in atti: “…Prima di ogni evoluzione, manovra e collisione, l’autocarro marciava ad una velocità di circa 43 Km/h mentre il motociclo con direzione opposta procedeva ad una velocità di circa 37 Km/h….La velocità di marcia calcolata a carico del motociclo non giustifica una sua perdita di controllo così come riferita dal conducente dell’autocarro, potendosi questa eventualmente ricondurre ad una irregolare posizione dell’autocarro stesso negli istanti immediatamente precedenti la collisione … In tale contesto l’autocarro non manteneva la destra pur approssimandosi ad un tratto curvilineo con pendenza negativa a visuale limitata … “.

Tanto premesso, gli attori -ritenendo che anche il conducente dell’autocarro targato (…), di proprietà della A.F. SRL (A.U. SPA), fosse quanto meno corresponsabile del sinistro suddetto- così concludevano:

Piaccia all’ Ecc.mo Tribunale di Frosinone respinta ogni contraria istanza eccezione e deduzione, ritenere fondati i motivi esposti e pertanto riconoscere che la responsabilità del sinistro di cui è causa è attribuibile in via esclusiva ovvero, in subordine, in via concorsuale maggioritaria e/o paritaria e/o minoritaria al proprietario del veicolo Tg. (…), e quindi condannare lo stesso convenuto A.F. srl. in persona del legale rapp.te pro tempore, in una ed in solido con la compagnia di assicurazioni dello stesso veicolo U. SpA, in persona del l.r.p.t., ex art. 144, 145 e 148 CdA, al risarcimento di tutti i danni subiti e subendi dagli attori, patrimoniali e non patrimoniali, iure proprio e iure hereditatis, e per l’effetto al pagamento a favore degli attori della somma che sarà ritenuta di giustizia secondo equità e/o sulla base delle note “Tabelle del Tribunale di Milano” e/o, in via subordinata, come sopra quantificato nella misura complessiva di Euro 820.000,00 oltre il danno patrimoniale iure hereditatis e gli ulteriori danni materiali e gli esborsi che verranno provati e documentati in corso di causa e, comunque nella misura maggiore e/o minore che verrà ritenuta di giustizia secondo equità e secondo il grado di corresponsabilità accertato.

Con vittoria di spese, compensi e rimborso spese generali da distrarsi in favore del sottoscritto difensore antistatario, anche per la fase stragiudiziale.

Con comparsa di costituzione e risposta del 15.02.2019, si costituiva in giudizio la A.F. SRL, la quale contestando in toto la ricostruzione come oggi operata dagli attori, così concludeva: Voglia l’Ill.mo Tribunale adìto, respinta ogni contraria istanza, rigettare la domanda attorea in quanto infondata in fatto e in diritto; il tutto con vittoria delle spese e competenze del presente giudizio.

Indi, A.F. SRL evidenziava come il GIP avesse ben cristallizzato gli accadimenti, laddove aveva scritto che: “è evidente come la condotta della parte offesa, travalicando la soglia del cd. ragionevolmente prevedibile comportamento degli altri utenti della strada, anche imprudente (richiesto dalla Giurisprudenza della Suprema Corte per ritenere che l’evento sia ascrivibile a titolo di colpa al conducente di un autoveicolo), porti a concludere nel senso indicato ed a ritenere gli elementi acquisiti tali da non consentire margini per l’utile esercizio dell’azione penale e sostenere l’accusa in giudizio, poiché il fatto non costituisce reato”. Si richiamava, indi, quale elemento a supporto di detta ricostruzione -e principale fonte di prova-l’accertamento della Polizia Stradale, da cui si desumeva inequivocabilmente che l’incidente (poi rivelatosi fatale) era stato determinato esclusivamente dalla perdita del controllo della moto da parte del giovane F..

La Compagnia si costituiva, associandosi, alle difese del proprio assicurato e dunque insisteva per il rigetto della domanda attorea, con vittoria di spese.

All’udienza del 22/02/2019 il Tribunale assegnava i termini per il deposito delle memorie ex art. 183, comma 6, c.p.c..

Le Parti depositavano rituali memorie.

Con ordinanza in data 19/07/2019, questo giudicante, ritenuta la causa sufficientemente istruita e quindi superflua eventuale ulteriore attività istruttoria, la rinviava per la precisazione delle conclusioni all’udienza del 12.05.2020.

All’udienza del 12.05.2020, la causa era dunque trattenuta in decisione, con l’assegnazione dei termini di legge ex art. 190 comma 1 c.p.c.. Ed, invero, stante la sopravvenuta emergenza epidemiologica da COVID-19, il Tribunale, nel confermare l’udienza del 12.05.2020 per la precisazione delle conclusioni, disponeva altresì, ai sensi dell’art. 83 comma 7 lettera h) D.L. n. 18 del 2020, che detta udienza avesse luogo mediante deposito telematico di note di trattazione scritta, giusta decreto in data 02 maggio 2020, debitamente comunicato alle Parti in data 04 maggio 2020.

Acquisite quindi le suddette “note” conclusionali -rilevata la tempestività del deposito delle note- il giudice designato tratteneva la causa in decisione.

Motivi della decisione

Preliminarmente, occorre innanzitutto osservare che, per consolidata giurisprudenza della Suprema Corte, il giudice, nel motivare “concisamente” la “sentenza” secondo i dettami di cui all’art. 118 disp. att. c.p.c., non è tenuto ad esaminare specificamente ed analiticamente tutte le questiones sollevate dalle parti, ben potendosi egli limitare alla trattazione delle sole questioni -di fatto e di diritto- rilevanti ai fini della decisione concretamente adottata e che in effetti quelle restanti, non trattate, non andranno necessariamente ritenute come “omesse” -per effetto di error in procedendo- ben potendo esse risultare semplicemente assorbite (ovvero superate) per incompatibilità logico-giuridica con quanto concretamente ritenuto provato dal giudicante.

Pertanto, non saranno prese in esame le questioni non rilevanti ai fini della decisione, né quelle proposte tardivamente: difatti, le preclusioni derivanti dal mancato rispetto dei termini perentori, in quanto volte a tutelare anche l’interesse pubblico al corretto e celere andamento del processo, devono essere rilevate d’ufficio dal giudice, indipendentemente dall’atteggiamento processuale della controparte al riguardo (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 3806 del 26/02/2016Cass. Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 11282 del 10/05/2018Cass. Sez. 1, Sentenza n. 24040 del 26/09/2019Cass. Sez. Un., Sentenza n. 157 del 09/01/2020, etc.).

Neppure saranno trattate le questioni non contestate, ex art. 115 c.p.c. (cfr. ad es. Cass. Sez. L., Sentenza n. 21460 del 19/08/2019, sull’applicazione del cd. principio di non contestazione rispetto ai fatti costitutivi del diritto azionato).

Infine, può rilevarsi come il giudicante -anche sulla base di quanto disposto dall’On.le Presidente del Tribunale ex art. 83 co. 6 e 7 D.L. n. 18 del 2020, come conv. dall’art. 1 della L. n. 27 del 1920, e da ultimo all’esito della Riunione di Sezione, convocata con urgenza tenutasi in data 11.09.2020, al fine di evitare il rischio di assembramenti, nonché dai vari (D.P.C.M. dell’11 marzo 2020, del 01.04.2020, del 10.04.2020, del 26.04.2020, del 17.05.2020, dell’11.06.2020, del 14.07.2020, del 07.08.2020, del 07.09.2020, etc.)- abbia preferito disporre la cd. “trattazione scritta”, indi, di fatto disattendendo la richiesta degli Attori di procedere ai sensi dell’art. 281 quinquies, 2 co., c.p.c. (cfr. le note conclusionali di cui sopra).

Indi, può ivi rilevarsi come oggetto del presente giudizio sia una domanda di risarcimento danni (patrimoniali e non patrimoniali, iure proprio e iure ereditatis) come proposta da F.M., N.L., F.J. e D.V.G., quali stretti congiunti del giovane F.V. (trattasi dei genitori, della sorella e della nonna), i quali ritengono che l’incidente come sopra descritto, che ha portato alla morte del giovane V., sia da addebitare, almeno in parte, ex art. 2054 c.c., anche al conducente dell’autocarro targato (…), di proprietà della convenuta A.F. SRL (Assicurata con l’altra convenuta, U. SPA), il quale non avrebbe fatto tutto il possibile per evitare l’impatto fatale.

Di contro, i convenuti respingono ogni addebito, sulla base di quanto emerso -inequivocabilmente- in sede penale.

Ebbene, tanto precisato, va dunque rilevato come gli attori, in definitiva, pretendano di fare discendere detta (cor)responsabilità, di fatto, solo sulla base dell’allegata consulenza di parte, la quale è però smentita da tutte le restanti emergenze istruttorie.

Ed, invero, però, la consulenza tecnica di parte, costituisce una semplice allegazione difensiva, priva di autonomo valore probatorio, posto che il contenuto tecnico del documento non vale ad alterarne la natura, che resta quella di atto difensivo (cfr. in tale senso, Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite, Sentenza n. 13902 del 03/06/2013. Nello stesso senso, tra le altre, si veda anche Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16552 del 06/08/2015).

Pertanto, ad avviso di questo giudice, la sostanziale assenza di elementi probatori a sostegno degli assunti degli attori comporta, con tutta evidenza, la necessità di considerare, come uniche fonti di prova relative alla dinamica dell’evento dannoso oggetto di controversia: a) la ricostruzione operata dagli Agenti di Polizia Stradale nel rapporto redatto in occasione dell’intervento sui luoghi di causa (che risulta essere stato ritualmente prodotto da tutte le parti in causa); b) nonché le (ulteriori) emergenze istruttorie come risultanti all’esito del procedimento penale iscritto, a carico del conducente del predetto autocarro, ai nr. 5889/12 RGNR e 3437/12 GIP (parimenti ritualmente prodotte), conclusosi con un’archiviazione.

Infatti, si deve rilevare come elementi di prova cd. atipici ben possono ritrarsi dai complessivi accertamenti esperiti in sede penale. Infatti, il giudice civile può utilizzare, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, anche prove raccolte in un diverso giudizio, in ipotesi anche ove esso fosse intercorso (solo) tra altre parti, come qualsiasi altra produzione delle parti stesse, e può quindi trarre elementi di convincimento ed anche attribuire valore di prova esclusiva, ad esempio, ad una perizia disposta in sede penale, tanto più se essa sia stata predisposta in relazione ad un giudizio avente ad oggetto una situazione di fatto rilevante in entrambi i processi (cfr. Cass. Sez. L., Sentenza n. 11426 del 16/05/2006, e sotto altro profilo cfr. Cass. Sentenza n. 8459 del 05/05/2020, secondo la quale la categoria dell’inutilizzabilità prevista ex art. 191 c.p.p. in ambito penale non rileva in quello civile, nel quale le prove atipiche sono comunque ammissibili, nonostante siano state assunte in un diverso processo in violazione delle regole a quello esclusivamente applicabili, poiché il contraddittorio è assicurato dalle modalità tipizzate di introduzione della prova nel giudizio civile).

Trattandosi, peraltro, di accertamenti esperiti, in sede penale, su “cose soggette a modificazione”, le risultanze di dette indagini (effettuate, nell’immediatezza, dagli organi accertatori e poi approdate, nel rituale e regolare contraddittorio, nel presente processo) risultano essere dotate di particolare valenza probatoria.

Ciò premesso e passando alla disamina della “res controversa”, la domanda giudiziale di risarcimento danni è da ritenersi dunque infondata.

Ed invero, gli Attori, a carico dei quali gravava il relativo onere probatorio ai sensi dell’art. 2697 cod. civ., non sono riusciti a fornire dimostrazione alcuna dei propri assunti, avendo prodotto come detto a supporto della loro ricostruzione dei fatti, unicamente una perizia di parte, redatta, peraltro, in assenza di contraddittorio, ed, oltretutto, a distanza di tempo dal sinistro e quindi allorchè lo stato dei luoghi risultava già modificato. Ed, invero gli Attori, per quanto ivi rileva, hanno indicato, nella II memoria ex art. 183 comma 6 c.p.c., anche tale M.C. res.te in F., Via C., n. 5, quale teste in grado di riferire sui fatti, che però non è stato ammesso dal Tribunale, non risultando la sua presenza sui luoghi di causa al momento del sinistro (in relazione all’onere della prova, in generale, cfr.: Cass. Sez. L., Sentenza n. 9374 del 21/04/2006; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 8052 del 22/05/2003Cass. Sez. U., Sentenza n. 28056 del 25/11/2008Cass. Sez. 3, Sentenza n. 4950 del 02/03/2010Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16837 del 19/07/2010Cass. Sez. 6 – 3, Sentenza n. 9942 del 13/05/2016Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 5841 del 09/03/2018).

Infatti, in tema di responsabilità civile per i sinistri occorsi nella circolazione stradale, la presunzione di colpa prevista in ugual misura a carico di ciascuno dei conducenti dall’articolo 2054, secondo comma, cod. civ., ha funzione meramente sussidiaria, giacché opera solo ove non sia possibile l’accertamento in concreto della misura delle rispettive responsabilità, con la conseguenza che, nel caso in cui risulti che l’incidente si è verificato per esclusiva colpa di uno di essi e che, per converso, nessuna colpa è ravvisabile nel comportamento dell’altro, quest’ultimo è esonerato dalla presunzione suddetta e non è, pertanto, tenuto a provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno (così: Cass. Sez. 3, Sentenza n. 29883 del 19/12/2008 e Cass. Sez. 3, Sentenza n. 18631 del 22/09/2015; e cfr. anche Cass. Sentenza n. 26004 del 05/12/2011 e Sentenza n. 9528 del 12.06.2012, nonché Cass. Sez. 3, Sentenza n. 26004 del 05/12/2011 e Cass. Sez. 3, Ordinanza n. 9353 del 04/04/2019).

Del resto, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità -se è certamente vero che il rapporto di polizia fa piena prova, fino a querela di falso, solo delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesti come

avvenuti in sua presenza- risulta nondimeno altrettanto innegabile che, per quanto riguarda, invece, le valutazioni e considerazioni operate dai pubblici ufficiali circa la presunta dinamica del sinistro, le stesse siano comunque idonee, secondo la prevalente giurisprudenza, a fondare presunzioni semplici che, ove non contestate o contestate in modo generico, ovvero ancora, corroborate dal contegno processuale della controparte o da altri elementi, sono valevoli ad assurgere, anche da sole, a valido riscontro probatorio (e cfr. in motivazione: Cass. Sez. 3, del 08 marzo 2001, n. 3350; Cass. Sez. 3, del 16 giugno 2003 n. 9620Cass. Sez. 2, Sentenza n. 21816 del 29/08/2008; Cass. Sez. L, Sentenza n. 23800 del 07/11/2014).

Orbene, dalla ricostruzione operata dagli AGENTI emerge, con tutta evidenza, l’esclusiva responsabilità del povero F.V. nella produzione causale dell’evento letale dedotto in giudizio, giacché, quest’ultimo, come accertato dai Militi all’uopo intervenuti, … nell’uscire dalla predetta curva, per cause autonome e non riconducibili a terzi, non era in grado di tenersi entro l’area della corsia di sua pertinenza. Quindi il motociclo sconfinava nella corsia opposta ove si scontrava con l’autocarro Mercedes condotto da L.M., il quale procedeva in direzione opposta entro l’area della corsia di sua pertinenza e ad una velocità di circa 30 Km/h, così come successivamente accertato dall’esame del foglio di registrazione del crono tachigrafo.

Ed, infatti lo scontro è stato, di fatto, determinato solo dalla perdita del controllo della moto, da parte del Sig. V., il quale, verosimilmente, a causa della elevata velocità e/o per la presenza di un dosso che limitava la visuale del motociclista, uscendo da una curva, invadeva la corsia opposta, senza che il conducente dell’autocarro potesse fare alcunchè per evitare l’urto, atteso che viaggiava ad una velocità di circa 30 km/h, tenendosi in prossimità del margine destro, come accertato dalla Polizia Stradale intervenuta sul posto (cfr. schizzo planimetrico di cui a pagina 7 delle “Annotazioni” relative al sinistro in oggetto, Prot. (…), allegate sub (…) dai medesimi Attori), e come si evince altresì dall’allegata documentazione fotografica.

Peraltro, come attentamente rilevato da U., nel tempo di reazione psicotecnico dalla presa di cognizione del pericolo (moto in sbandata) alla reazione (frenata e deviazione a destra), pari a circa un secondo (durante il trascorre del quale la moto era già in sbandata sulla la corsia opposta), L.M., conducente dell’autocarro Mercedes, è riuscito comunque a deviare verso la sua destra, tant’è che la striscia gommata di frenata lasciata sull’asfalto dal camion ha un andamento verso destra (cfr. schizzo planimetrico), altresì riuscendo ad azionare immediatamente l’impianto frenante.

Pertanto, deve ritenersi acclarata l’esclusiva incidenza, sulla produzione causale dell’evento dannoso di cui si tratta, del comportamento di guida tenuto dal F., mentre, per contro, la valutazione degli elementi probatori sopra indicati non permette, in alcun modo, di rinvenire la concreta sussistenza di alcuna responsabilità del conducente dell’autocarro nella verificazione del sinistro stradale oggetto di controversia. Ed, infatti, come detto, questi: a) procedeva a velocità moderata (circa 30 km/h) come risulta dall’esame del foglio di registrazione del cronotachigrafo; b) tenendo strettamente la destra (cfr. pag. 7 citata e relativo schizzo planimetrico).

Del resto, come sopra detto, la giurisprudenza di legittimità non ha mancato di chiarire come la presunzione di pari responsabilità dei conducenti di veicoli a motore coinvolti in un sinistro stradale, prevista dall’art. 2054, comma secondo, cod. civ., ben possa essere superata anche dall’accertamento in concreto che la condotta di uno dei conducenti ha avuto efficacia causale assorbente nella produzione dell’evento dannoso (cfr., in tal senso anche: Cass. Sez. 3, del 16 luglio 2003, n. 11143Cass. Sez. 3, Sentenza n. 5226 del 10/03/2006Cass. Sez. 3, Sentenza n. 9550 del 22/04/2009, nonché Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 13672 del 21/05/2019, a mente della quale: Nel caso di scontro tra veicoli, l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti e della regolare condotta di guida dell’altro, libera quest’ultimo dalla presunzione di concorrente responsabilità fissata in via sussidiaria dall’art. 2054, comma 2 c.c., nonché dall’onere di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno; la prova liberatoria per il superamento di detta presunzione può essere acquisita anche indirettamente tramite l’accertamento del collegamento eziologico esclusivo o assorbente dell’evento dannoso col comportamento dell’altro conducente).

Dalle considerazioni finora complessivamente sviluppate -e dimostrative dell’esclusiva responsabilità del povero motociclista nella produzione causale del sinistro stradale oggetto della presente controversia- discende, dunque il rigetto di tutte le domande giudiziali di tipo risarcitorio (ed, invero, la sentenza, quale atto giuridico tipico, non ha il compito di ricostruire compiutamente la vicenda che è oggetto del giudizio in tutti i suoi aspetti giuridici, ma solo quello di accertare se ricorrano le condizioni per concedere la tutela richiesta dall’attore).

La peculiarità della fattispecie in esame e l’evento lesivo effettivamente subito, costituiscono, complessivamente valutati, elementi valevoli ad integrare le gravi ed eccezionali ragioni contemplate dall’art. 92, comma secondo, c.p.c., idonee a giustificare l’integrale compensazione delle spese di lite (e cfr. ad esempio Cassazione Sez. L, Ordinanza n. 21157 del 07/08/2019).

P.Q.M.

IL TRIBUNALE DI FROSINONE -SEZIONE CIVILE- in composizione monocratica, definitivamente pronunziando nella controversia civile promossa come in epigrafe, disattesa ogni altra istanza ed eccezione, così provvede:

– RIGETTA le DOMANDE proposte dagli attori;

– DICHIARA INTERAMENTE COMPENSATE, tra tutte le parti, le SPESE del PRESENTE GIUDIZIO.

Conclusione

Così deciso in Frosinone, il 14 settembre 2020.

Depositata in Cancelleria il 16 settembre 2020.

CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI

CICLISTI INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI BOLOGNA NAPOLI FIRENZE VICENZA RAVENNA TREVISO

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 19/01/2021, n. 20091 (rv. 281173-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Attenuante di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen. – Presupposti – Fattispecie

CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI
CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI

Si configura il delitto di omicidio colposo in capo al prevenuto che a bordo della sua autovettura, in prossimità dell’incrocio, per negligenza, imperizia ed imprudenza, tenendo una velocità superiore al limite imposto, non percependo tempestivamente la presenza di un ciclista in fase di attraversamento della carreggiata, ne cagionava la morte per colpa consistita nell’omettere di ridurre la velocità. La responsabilità del prevenuto deve ritenersi accertata in presenza del nesso di causalità materiale tra il sinistro stradale ed il decesso laddove debba escludersi l’insussistenza del nesso di causalità per il sopravvenire di cause patologiche mediche o per l’impossibilità dell’imputato medesimo di impedire la collisione per il carattere improvviso ed imprevedibile dell’attraversamento del passaggio pedonale da parte della vittima.

CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI
CICLISTA INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI

In tema di responsabilità colposa per morte o lesioni derivanti da incidenti stradali, deve escludersi che l’obbligo di osservanza della distanza di sicurezza tra veicoli in marcia, previsto dall’art. 149, comma 1, c.s., sia finalizzato unicamente a prevenire collisioni tra i veicoli stessi, dovendosi invece ritenere che la ratio della norma, quale rivelata dalla sua dichiarata finalità sia anzitutto che venga “garantito in ogni caso l’arresto tempestivo” del veicolo, ed inoltre quella di far sì che ogni conducente mantenga, rispetto al veicolo che lo precede, una distanza sufficiente ad evitare qualsiasi ostacolo o pericolo che, direttamente o indirettamente, sia ricollegabile alla circolazione del medesimo. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto che correttamente fosse stata affermata la penale responsabilità del conducente di un veicolo che, a cagione della ritenuta inosservanza dell’obbligo di cui all’art. 149 c.s. aveva investito con conseguenze mortali un ciclista caduto a terra a cagione dell’urto con il veicolo che precedeva quello dell’imputato).

 

Two men reporting a car crash for the insurance claim,main focus on red triangle

In tema di omicidio stradale, la circostanza attenuante ad effetto speciale di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen., che fa riferimento all’ipotesi in cui l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione od omissione del colpevole, è configurabile nel caso in cui sia accertato il concorso di colpa, anche minimo, della vittima. (In applicazione del principio la Corte ha annullato con rinvio la sentenza che aveva escluso la circostanza attenuante in questione, in riferimento all’omicidio colposo di un ciclista che viaggiando in prossimità del centro, e non del margine destro, della carreggiata, era stato investito da un’autovettura che, procedendo nello stesso senso di marcia, stava rientrando da un sorpasso effettuato in un tratto di strada curvilineo). (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO FIRENZE, 16/01/2020)

CICLISTI INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI BOLOGNA NAPOLI FIRENZE VICENZA RAVENNA TREVISO

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 19/01/2021, n. 20091 (rv. 281173-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Attenuante di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen. – Presupposti – Fattispecie

Cass. pen., Sez. IV, Sent., (data ud. 27/10/2021) 08/11/2021, n. 40010

Sentenza

Sommario

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCIALLI Patrizia – Presidente –

Dott. CAPPELLO Gabriella – rel. Consigliere –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – Consigliere –

Dott. CENCI Daniele – Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 02/03/2020 della CORTE APPELLO di NAPOLI;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

svolta la relazione dal Consigliere CAPPELLO GABRIELLA;

lette le conclusioni del Procuratore generale, in persona del sostituto MIGNOLO OLGA, la quale ha chiesto la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. La Corte d’appello di Napoli ha confermato la sentenza del GUP del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con la quale P.G. era stato condannato, ad esito di giudizio abbreviato, alla pena ritenuta di giustizia per omicidio stradale ai danni del ciclista S.A.R., in violazione delle norme del codice della strada e, segnatamente, degli artt. 140, 141 e 149, reato aggravato ai sensi dell’art. 589-terc.p., per essersi il conducente dato alla fuga e per il reato di rifiuto di sottoporsi ad accertamento dello stato di ebbrezza.
  2. Avverso la sentenza d’appello ha proposto ricorso l’imputato, a mezzo di difensore, formulando tre motivi.

Con il primo, ha dedotto vizio della motivazione, anche per travisamento della prova – nella specie – gli esiti della consulenza disposta dal pubblico ministero, con specifico riferimento alla condotta della vittima, in relazione alla posizione tenuta nell’occorso dal velocipede condotto dalla vittima. La difesa assume che il diniego di riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 589-bis c.p., comma 7, sarebbe stato motivato ignorando i rilievi del consulente tecnico, il quale avrebbe ricostruito la dinamica dell’incidente, calcolando il punto d’urto, sulla scorta di dati tecnici elaborati con apposito software informatico certificato. Il chiaro tenore espositivo dell’accertamento, secondo la difesa, non lascerebbe alcun dubbio sulla corretta collocazione della vittima a circa due metri dal margine destro della carreggiata.

Con il secondo, ha dedotto erronea applicazione della legge penale e vizio motivazionale, con riferimento alla affermazione di responsabilità per il reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7, per essere il rifiuto intervenuto a distanza dall’incidente, allorchè il P. era già a casa, l’obbligo di sottoporsi agli accertamenti sussistendo entro precisi limiti temporali, ovvero al momento in cui il soggetto si trovi alla guida di un veicolo o subito dopo e non allorquando egli non si trovi più sul luogo.

Infine, analoghi vizi sono stati dedotti con l’ultimo motivo in riferimento, questa volta, alla mancata sostituzione della revoca della patente di guida con la sanzione amministrativa accessoria della sospensione, contestando la difesa le argomentazioni spese dai giudici territoriali a sostegno della decisione.

  1. Il Procuratore generale, in persona del sostituto MIGNOLO Olga, ha rassegnato conclusioni scritte con le quali ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è inammissibile.
  2. La Corte d’appello di Napoli ha puntualizzato in premessa che il gravame aveva rigurdato specifici punti della decisione e segnatamente le richieste di escludere l’elemento psicologico del reato, per non essersi il P. reso conto dell’accaduto (investimento da tergo di un ciclista che precedeva il furgone dal medesimo condotto); il riconoscimento del concorso di colpa della vittima, ai fini di cui all’art. 589-bisc.p., comma 7; l’esclusione dell’aggravante di cui all’art. 589-terc.p.; l’assoluzione dal reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7; infine, il trattamento sanzionatorio.

Quanto al primo aspetto, riguardante peraltro la valutazione delle prove ai fini della ricostruzione della dinamica del sinistro e delle condotte di guida tenute dai conducenti, il giudice d’appello ha richiamato ampiamente gli esiti della svolta istruttoria, compresi gli accertamenti di PG espletati nella immediatezza e la consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero, in uno con la prova orale (testimoniale e dichiarazioni confessorie), preceduta dal vaglio di attendibilità del riferito anche in relazione alle discrepanze tra le versioni fornite dall’imputato, nell’immediatezza e successivamente, e quella fornita dal teste F., il cui riferito è stato considerato smentito in maniera decisiva dalle video riprese acquisite dagli impianti di sorveglianza in funzione in zona utile a riprendere la scena dell’incidente (dimostrative della circostanza che il velocipede precedeva il furgone nella stessa direzione di marcia, laddove il teste aveva inteso accreditare la tesi secondo cui la vittima avrebbe invaso la corsia del furgone provenendo dall’opposto senso di marcia).

Alla stregua di tale materiale probatorio, analiticamente esaminato e valutato poi nel suo complesso, quel giudice ha ritenuto provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, analogamente al Tribunale, che l’imputato avesse, nell’occorso, violato l’obbligo di viaggiare a velocità adeguata alle caratteristche della strada (la cui descrizione è ampiamente contenuta nella sentenza impugnata) e che il P. per distrazione non si fosse avveduto in tempo della presenza del velocipede (in ciò ravvisata da parte del Tribunale anche la violazione dell’obbligo di mantenere una distanza di sicurezza tra i veicoli); ma ha escluso, contrariamente a quanto affermato dal consulente del pubblico ministero, un concorso di colpa della vittima, osservando che era rimasto indimostrato l’assunto secondo cui il velocipede si sarebbe trovato a due metri dal ciglio destro della carreggiata e che la vittima avesse conseguentemente violato la regola cautelare di cui all’art. 143 C.d.S..

In particolare, la Corte territoriale ha osservato che ciò non poteva inferirsi dalla sola posizione di una scarpa della vittima (elemento del tutto aleatorio, secondo la Corte d’appello) e che, in ogni caso e risolutivamente, anche ove fosse stato dimostrato che quella era stata la posizione del velocipede, ciò non aveva avuto alcun collegamento etiologico con l’evento alla stregua del rilevato punto d’urto tra i due mezzi (ampiamente descritto in sentenza anche in base agli accertamenti espletati), l’eventuale posizione del mezzo investito a due metri dal ciglio della strada non integrando alcuna violazione della regola cautelare richiamata.

Quanto, poi, al reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 7, i giudici d’appello hanno ritenuto che la circostanza che la richiesta di sottoporsi all’alcoltest fosse stata rivolta al P. a distanza di alcune ore dal fatto fosse ininfluente ai fini della rilevanza penale della condotta, ciò essendo dipeso da motivi addebitabili esclusivamente all’agente, dileguatosi dal luogo dell’incidente senza prestare i dovuti soccorsi, riservata al merito ogni valutazione degli esiti di un test mediante etilometro somministrato a distanza di tempo dal momento in cui il P. si era trovato alla guida del furgone, ciò involgendo la valutazione di elementi fattuali, quali i tempi di assorbimento e smaltimento dell’alcol eventualmente assunto e la dimostrazione che il P. avesse assunto sostanze alcoliche successivamente all’incidente (incidentalmente osservando la Corte napoletana che, anche su tale punto, erano rinvenibili discrepanze tra la versione del P. e quella del teste F., il primo avendo dichiarato di avere assunto alcolici per riprendersi dallo shock, il secondo che, in sua presenza, il P. non aveva assunto bevande alcoliche).

Infine, quanto alla sanzione amministrativa accessoria, la Corte territoriale, perfettamente edotta del superamento, da parte del giudice delle leggi, dell’automatismo della revoca della patente di guida, nei casi non aggravati ai sensi dell’art. 589-bis c.p., comma 2, ha ritenuto che la condotta del P. si connotasse di una particolare gravità, considerato il grado della colpa e il comportamento omissivo tenuto dopo il sinistro: l’imputato aveva tenuto una condotta di guida palesemente imprudente e negligente, viaggiando a velocità non commisurata alle caratteristiche della strada, percorsa anche da velocipedi, tamponandone violentemente uno e venedo individuato solo grazie alle indagini degli investigatori, il P. essendo stato trovato a casa sua dopo due ore dal sinistro senza che si fosse minimamente attivato e interessato alle sorti del conducente del velocipede investito.

  1. I motivi sono tutti manifestamente infondati e la loro trattazione unitaria è ampiamente giustificata dal vizio che li accomuna: la difesa ha omesso un effettivo confronto con le ragioni sulle quali si è fondata la decisione del gravame di merito, in violazione dei principi costantemente affermati da questa Corte di legittimità, secondo i quali il contenuto essenziale dell’atto d’impugnazione è indefettibilmente il confronto puntuale, con specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che fondano il dissenso, con le argomentazioni del provvedimento il cui dispositivo si contesta (cfr., in motivazione, sez. 6 n. 8700 del 21/1/2013, Rv. 254584; Sez. U. n. 8825 del 27/10/2016, dep. 2017, Galtelli, Rv. 268822, sui motivi d’appello, ma i cui principi possono applicarsi anche al ricorso per cassazione).

3.1. Quanto al mancato riconoscimento dell’attenuante invocata, in particolare, la difesa ha del tutto omesso di considerare che la Corte territoriale, dopo aver disatteso in maniera argomentata le conclusioni del consulente del pubblico ministero, ha tuttavia, in maniera dirimente, ritenuto la circostanza ininfluente sul decorso etiologico, atteso che la condotta del ciclista non avrebbe comunque integrato la violazione di alcuna norma cautelare.

Così ragionando, i giudici d’appello, peraltro, si sono conformati alla sentenza appellata, nella quale il Tribunale, pur dando atto della conclusione del consulente del pubblico ministero, ha tuttavia escluso la configurabilità dell’attenuantè invocata, osservando che la posizione leggermente discosta assunta dal velocipede era giustificata dalle condizioni del tratto stradale (presenza di canne al margine) che avrebbero semmai dovuto suggerire al P. una maggior prudenza, essendo del tutto prevedibile che anche un mezzo più piccolo si sarebbe inevitabilmente portato a leggera distanza dal ciglio. Anche il primo giudice, peraltro, ha osservato, in maniera dirimente, che i danni ai mezzi avevano confermato che, al momento dell’impatto, la bicicletta non si trovava al centro della carreggiata (cfr. pagg. 8 e 9 della sentenza appellata).

Sul punto, pare opportuno ricordare che l’art. 589-bis c.p., comma 7, prevede una diminuzione di pena (“fino alla metà”) nel caso in cui l’evento “non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole” (analogamente l’art. 590-bis, comma 7, in tema di lesioni personali stradali gravi o gravissime). Tali norme sono state così modificate dal Senato nella seduta del 10 dicembre 2015 (il diverso testo approvato dalla Camera prevedeva infatti una riduzione di pena solo qualora l’evento fosse “conseguenza anche di una condotta colposa della vittima”).

E’ del tutto evidente che la ratio della modifica risiede nella necessità di spostare l’attenzione dalla condotta interferente della vittima al piano generale dell’interferenza causale, a chiunque riferibile e di valutare detta interferenza a prescindere dall’elemento psicologico che la sorregge (dolo, colpa o addirittura assenza di suitas), risultando irragionevole un giudizio di meritevolezza del più lieve trattamento sanzionatorio ancorato ai connotati soggettivi dell’interferenza stessa (si pensi per esempio ad una condotta della vittima che sia conseguenza del caso fortuito o della forza maggiore, in cui neppure potrebbe parlarsi di condotta cosciente e volontaria o alle interferenze di terzi e non della vittima, casi che sarebbero rimasti irragionevolmente esclusi dal raggio di operatività della norma nella originaria versione, esponendola a dubbi di legittimità costituzionale).

Il che pone la previsione normativa in esame nel solco delineato dall’art. 41 c.p. e colloca esattamente il fattore esterno considerato sul piano della gravità della condotta e fuori dall’ambito della responsabilità (cfr., sul punto, in motivazione, sez. 4, n. 13587 del 26/2/2019, Mendoza Vivanco Babbio Alexander, Rv. 275873, in cui la Corte ha ritenuto non ricorrere la circostanza attenuante a effetto speciale di cui trattasi nel caso in cui sia stato accertato un comportamento della vittima perfettamente lecito e completamente estraneo al decorso causale dell’evento colposo, confermando la sentenza di merito che aveva escluso l’attenuante in relazione a un tamponamento violento che aveva causato la morte di una persona che, munita di cintura di sicurezza, si trovava alla guida di un’autovettura ferma al semaforo rosso, escludendo che potesse considerarsi fattore concausale, cui rapportare la minore gravità della condotta, il tipo di autovettura della vittima – d’epoca e priva di air bag, con telaio leggero e assetto estremamente basso – dotata, comunque, dei requisiti di sicurezza previsti dalla legge per circolare).

3.2. Ne deriva, quale logico corollario, stante la più ampia portata della norma (rispetto al testo originario), che il comportamento della vittima che rientra nel paradigma considerato non può mai consistere in una condotta perfettamente lecita. La norma, in altri termini, per quanto attiene al comportamento della persona offesa, fa riferimento a quelle condotte esse stesse colpose, oppure anomale rispetto all’ordinario svolgersi degli eventi, che possono quindi correttamente refluire sul grado di colpevolezza dell’agente. Nulla di tutto ciò è emerso dall’istruttoria, avendo la Corte di merito precisato che la circostanza che il ciclista avesse viaggiato a due metri dal ciglio non ne rendeva la condotta tale da porre in essere, nella specifica situazione, una violazione delle regole cautelari.

3.3. Alle stesse conclusioni deve giungersi anche per quanto riguarda il rifiuto di sottoporsi all’alcoltest. La Corte ha fornito una risposta del tutto congrua, logica e per nulla contraddittoria alle doglianze articolate con l’atto di appello, tenuto conto che il reato di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti alcolimetrici costituisce una distinta e autonoma fattispecie incriminatrice rispetto al reato di guida in stato di ebbrezza, in quanto il rinvio dell’art. 186 C.d.S., comma 7, al comma 2, lett. c) della medesima disposizione riguarda solo il trattamento sanzionatorio (cfr. sez. 4, n. 43845 del 26/9/2014, Lambiase, Rv. 260604), cosicchè di nessun pregio si ritiene l’osservazione difensiva secondo cui il reato non potrebbe configurarsi una volta trascorso un certo lasso di tempo tra la guida (supposta in stato di ebbrezza e tale da legittimare i relativi controlli da parte dell’organo accertatore) e la somministrazione del test ai fini della verifica dello stato di alterazione. Ciò, oltre a non emergere dal testo di legge, si ricava anche dai principi affermati dalla stessa giurisprudenza, secondo cui, ai fini della prova dello stato di ebbrezza, deve essere motivato adeguatamente il valore scientifico dei risultati dell’alcoltest effettuato alcune ore dopo la condotta di guida incriminata (cfr. sez. 4, n. 39725 del 6/6/2019, Angeli Gabriele, Rv. 277618), così confermandosi l’assunto che il soggetto controllato può essere sottoposto alla prova anche a distanza di tempo dall’incidente in cui è stato coinvolto mentre era alla guida di un veicolo e che gli eventuali esiti costituiscono oggetto di una valutazione di merito, rispetto alla quale il soggetto incriminato ha facoltà di svolgere le sue difese e contestazioni (cfr., sul punto, sez. 4, n. 50973 del 5/7/2017, Denicolò, Rv. 271532, in cui si è precisato, per l’appunto, che non integra circostanza utile a tal fine il solo intervallo temporale intercorrente tra l’ultimo atto di guida e l’espletamento dell’accertamento; n. 24206 del 4/3/2015, Mongiardo, Rv. 263725).

Va, dunque, certamente ribadito che che il decorso di un intervallo temporale tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolimetrico è inevitabile e non incide sulla validità del rilevamento alcolemico (cfr. sez. 4, n. 13999 del 11/3/2014, Pittiani, Rv. 259694), sebbene il decorso di un intervallo temporale di alcune ore tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolemico possa riflettersi sulla prova del fatto, ai fini della sua sussunzione in una delle due ipotesi di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. b) e c), richiedendo eventualmente la presenza di altri elementi indiziari (cfr. sez. 4, n. 42004 del 19/9/2019, Milutinovic Dusan, Rv. 277689; n. 47298 del 11/11/2014, Ciminari, Rv. 261573).

Il che è, per l’appunto, ciò che la Corte territoriale, con motivazione peraltro immune da censure, ha spiegato nei passaggi motivazionali contestati dal ricorrente e si allinea anche con il principio per il quale il reato di che trattasi si configura anche in tutte quelle ipotesi in cui il comportamento del soggetto da controllare sia elusivo e impedisca dunque il pronto espletamento dell’alcoltest (cfr. sul punto sez. 4, n. 3202 del 12/12/2019, dep. 2020, Berton Rubina Giorgia, Rv. 278025; n. 5409 del 27/1/2015, Avondo, Rv. 262162).

3.4. Infine, quanto alla invocata sostituzione della sanzione amministrativa accessoria, la Corte territoriale ha valorizzato elementi di sicuro rilievo al fine di ritenere la necessità della più rigorosa misura della revoca del titolo di guida, correttamente esercitando proprio quella facoltà discrezionale riconosciuta dalla legge (nel testo risultante dall’intervento del giudice delle leggi di cui alla sentenza n. 88/2019 che ha unicamente eliso l’automatismo individuato dal legislatore), in maniera del tutto congrua e pertinente alle evidenze raccolte. La difesa, ancora una volta, si è limitata a dissentire da tali motivate decisioni, senza un confronto con le ragioni sulle quali esse si sono fondate.

  1. Alla declaratoria di inammissibilità segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende, non ravvisandosi assenza di colpa in ordine alla determinazione della causa di inammissibilità (cfr. C. Cost. n. 186/2000).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 27 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 novembre 2021

CICLISTI INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI BOLOGNA NAPOLI FIRENZE VICENZA RAVENNA TREVISO

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 19/01/2021, n. 20091 (rv. 281173-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Attenuante di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen. – Presupposti – Fattispecie

Cass. pen., Sez. IV, Sent., (data ud. 26/10/2021) 12/11/2021, n. 41141

Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRANTI Donatella – Presidente –

Dott. DOVERE Salvatore – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Aldo – Consigliere –

Dott. CENCI Daniele – rel. Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

F.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 14/10/2019 della CORTE APPELLO di CATANZARO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. DANIELE CENCI;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero (Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa TASSONE KATE).

Svolgimento del processo

1.La Corte di appello di Catanzaro il 14 ottobre 2019 ha integralmente confermato la sentenza, impugnata dall’imputato, con la quale il G.i.p. del Tribunale di Castrovillari il 9 luglio 2018, all’esito del giudizio abbreviato, ha riconosciuto F.G. responsabile dei reati di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle regole sulla circolazione stradale, per avere, alla guida di un autobus travolto ed ucciso un ciclista (capo A) e di omissione di soccorso e di fuga (capo B), fatti commessi tutti il (OMISSIS), in conseguenza condannando lo stesso, con le attenuanti generiche e la diminuzione per il rito, alle pene di giustizia in relazione al capo A) ed al capo B), riconosciuta, quanto a quest’ultimo, la continuazione tra le due violazioni dell’art. 189 C.d.S. in esso ricomprese; oltre alla sospensione della patente.

  1. Ricorre per la cassazione della sentenza l’imputato, tramite difensore di fiducia, affidandosi a quattro motivi con i quali denunzia violazione di legge.

2.1.Con il primo motivo lamenta violazione dell’art. 589 c.p. in ragione della ritenuta mancanza di penale responsabilità dell’imputato quanto al capo A).

Sarebbero state del tutto trascurate le conclusioni della CTU (recte: perizia) esperita nel corso dell’abbreviato, avendo l’ing. Minasi accertato che il conducente dell’autobus non si è accorto della bicicletta poichè la visuale era impedita dal parabrezza superiore del cruscotto, non sarebbero invece attendibili gli accertamenti della polizia giudiziaria, intervenuta sul luogo non immediatamente e dopo che i veicoli erano stati rimossi, mentre quanto dichiarato dalla testimone sarebbe scarsamente attendibile sia perchè ha riferito di un’impressione circa il “sorpasso azzardato” sia perchè la moglie della vittima, quindi non disinteressata all’esito del processo.

2.2. Con il secondo motivo censura l’affermazione di penale responsabilità dell’imputato in relazione all’accusa di omissione di soccorso stradale, poichè la valutazione, già riferita, del perito (alle pp. 57-61 dell’elaborato scritto) circa l’ostacolo alla visuale del conducente l’autobus rappresentato dal parabrezza superiore o “palpebra” del cruscotto (così alla p. 4 del ricorso) varrebbe a dimostrare che l’imputato in realtà non si è accorto di avere investito il ciclista.

2.3. Mediante il terzo motivo F.G. si duole della violazione dell’art. 81 c.p., per avere i giudici di merito ritenuto nella motivazione i fatti avvinti dal nesso della continuazione ma poi nel dispositivo inflitto autonoma pena per il capo A) e per il capo B) dell’editto.

2.4. Con l’ultimo motivo il ricorrente segnala che il reato si sarebbe prescritto dopo la sentenza di appello ma prima delle decisione della Corte di legittimità.

Si chiede, dunque, l’annullamento della sentenza impugnata.

  1. Il P.G. ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso.
  2. Il difensore del ricorrente con memoria del 15 ottobre 2021 ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è manifestamente infondato, per le seguenti ragioni.
  2. I primi tre motivi di ricorso sono la mera reiterazione testuale, con adattamenti testuale minimi, dei motivi nn. 1, 3 e 4 dell’atto di appello.

In conseguenza, deva applicarsi il tradizionale principio, che non vi è ragione alcuna per disattendere, secondo il quale “E’ inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che si risolvono nella pedissequa reiterazione di quelli già dedotti in appello e puntualmente disattesi dalla corte di merito, dovendosi gli stessi considerare non specifici ma soltanto apparenti, in quanto omettono di assolvere la tipica funzione di una critica argomentata avverso la sentenza oggetto di ricorso” (Sez. 2, n. 42046 del 17/07/2019, Boutartour Sami, Rv. 277710; nello stesso senso, tra le numerose altre, Sez. 2, n. 27816 del 22/03/2019, Rovinelli, Rv. 276970; Sez. 3, n. 44882 del 18/07/2014, Cariolo ed altri, Rv. 260608; Sez. 6, n. 20377 del 11/03/2009, Arnone ed altri, Rv. 243838;

Sez. 5, n. 11933 del 27/01/2005, Giagnorio, Rv. 231708; Sez. 6, n. 12 del 29/10/1996, dep. 1997, Del Vecchio, Rv. 206507; Sez. 2, n. 11126 del 26/06/1992, Petrosillo ed altro, Rv. 192556).

In ogni caso, la sentenza impugnata (alle ultime due pagine) confuta le tesi difensive con motivazione adeguata, congrua e logica, con la quale, in sostanza, il ricorrente non si confronta.

  1. Il quarto ed ultimo motivo, che consiste peraltro in una apodittica asserzione, è manifestamente infondato, non essendo la prescrizione maturata.
  2. Essendo, in definitiva, il ricorso manifestamente infondato e non ravvisandosi, ai sensi dell’art. 616c.p.p., assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Costituzionale, sentenza n. 186 del 13 giugno 2000), alla condanna al pagamento delle spese consegue anche quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, che si stima conforme a diritto ed equa, indicata in dispositivo.
  3. Motivazione semplificata, dovendosi fare applicazione nel caso di specie di principi giuridici già reiteratamente affermati dalla Corte di cassazione e condivisi dal Collegio, ricorrendo le condizioni di cui al decreto del Primo Presidente della S.C. n. 84dell’8 giugno 2016.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.

Motivazione semplificata.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2021

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCIALLI Patrizia – Presidente –

Dott. FERRANTI Donatella – Consigliere –

Dott. CAPPELLO Gabriella – Consigliere –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

I.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27/11/2019 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere PEZZELLA VINCENZO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Gen. MARINELLI FELICETTA che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. La Corte di Appello di Milano, pronunciando nei confronti dell’odierno ricorrente I.G., con sentenza del 27/11/2019, confermava la sentenza con cui il Giudice Monocratico del Tribunale di Milano il 24/5/2019, all’esito di giudizio ordinario, lo aveva condannato, con l’attenuante di cui all’art. 590 bisc.p., comma 7, alla pena condizionalmente sospesa di mesi otto di reclusione, con la sospensione della patente di guida per anni uno, per il delitto p. e p. dall’art. 590 bisc.p., comma 1, perchè per colpa, consistita nella violazione del D.Lgs. n. 285 del 1992art. 154, comma 8, conducendo l’autoarticolato tg. (OMISSIS) in prossimità di un’intersezione stradale, svoltava senza avvedersi della presenza del velocipede condotto da L.D., posto alla sua destra, ed investendola le cagionava lesioni personali gravissime consistenti nella perdita di entrambi gli arti di sinistra e giudicate guaribili in complessivi giorni 105 (vds. scioglimento prognosi – (OMISSIS)). In (OMISSIS).
  2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, l’ I., deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173disp. att. c.p.p., comma 1:

Con un primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in punto di riconosciuta responsabilità e travisamento della prova, anche rispetto alle prove acquisite legittimamente al processo, e violazione dell’art. 154 C.d.S..

Per il ricorrente la motivazione della quale la Corte di Appello di Milano sarebbe manifestamente illogica, oltre che apparente, laddove fonda il proprio convincimento sul fatto che, nella fattispecie, non si trattasse di un evento imprevedibile e straordinario, dovuto al caso fortuito, avendo dovuto l’imputato accertarsi in modo assoluto, prima di svoltare a destra, della non presenza di un utente della strada sulla propria destra.

La difesa ricorda che aveva invitato la Corte territoriale ad analizzare attentamente la deposizione dell’unico teste oculare, dalla quale emergeva che, nel momento in cui I.G. si era fermato all’incrocio regolato da semaforo (che, nella circostanza, era rosso), la propria corsia di marcia era completamente libera; che, nel momento in cui si fermava, il camionista aveva segnalato la propria intenzione di svoltare a destra (essendo, peraltro, l’unica direzione nella quale egli avrebbe potuto dirigersi); che la Lanciano, alla guida della bicicletta, sopraggiungeva solo in un momento successivo, infilandosi tra l’autocarro ed il marciapiede e posizionandosi in un punto cieco, non consentendo all’autista di poterla avvistare. La difesa, dunque, aveva invitato la Corte a porre particolare attenzione al contenuto della deposizione testimoniale, oltre che a quello dell’esame dell’imputato (l’ I. aveva confermato che, allorquando si era fermato al semaforo non vi era nessuno e, quando è ripartito, dagli specchietti non aveva visto alcuno).

La circostanza evidenziata dalla difesa – ci si duole- non sarebbe stata correttamente presa in considerazione e valutata dalla Corte territoriale che, anzi, ha giustificato l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato, richiamando un precedente pronunciato giurisprudenziale di questa Corte (Sez. 4 n. 10223/2005) e ritenendo che l’imputato ben sapesse che ad un incrocio in luogo abitato si poteva arrivare incolonnati… che vi era lo spazio materiale perchè una bici potesse affiancare l’autoarticolato sulla destra… che le foto in atti dimostravano che l’autoarticolato era molto distante dal marciapiede.

Addirittura – ci si duole – la Corte è giunta ad affermare, così ricalcando la motivazione della sentenza di primo grado, che l’imputato avrebbe potuto eventualmente alzarsi dal proprio sedile prima di ripartire per verificare la visuale non rappresentata dagli specchietti esterni.

In tali affermazioni sarebbe evidente l’illogicità della sentenza, perchè si richiede ad un autista di mezzi pesanti una condotta inesigibile.

Anzitutto, il riferimento giurisprudenziale richiamato dalla Corte di Appello di Milano sarebbe assolutamente inconferente, atteso che la richiamata sentenza di legittimità si riferisce ad un’ipotesi nella quale non era stata acquisita, in dibattimento, alcuna prova che il ciclista si fosse posizionato all’altezza dell’autocarro nel cd. punto morto, tant’è che, nella fattispecie, la Corte Suprema censurava la sentenza della Corte territoriale ritenendo che il posizionamento nel punto morto era riferito solo come allegazione difensiva, priva di ogni delibazione di concretezza ed effettività. In altre parole, il giudice di legittimità aveva annullato la sentenza della Corte territoriale perchè questa poggiava unicamente su ipotesi ricostruttive della dinamica dell’incidente, stante l’assenza di sicure testimonianze oculari.

Evidenzia, invece, il ricorrente che nel caso di specie, non è così, in quanto in dibattimento era stata acquisita la dichiarazione di K.O. che aveva riferito chiaramente che la ciclista si era infilata tra il marciapiede e l’autocarro – mentre questi era fermo al semaforo, con l’indicatore di dx accesso – e si era posizionata in modo tale da non poter essere vista dall’autista.

A fronte delle emergenze dibattimentali, la motivazione addotta dalla Corte territoriale sarebbe allora assolutamente illogica in quanto l’affermazione secondo la quale l’imputato avrebbe potuto eventualmente alzarsi dal proprio sedile prima di ripartire per verificare la visuale non rappresentata dagli specchietti esterni, costituirebbe una motivazione assolutamente irrazionale oltre che contrastante con le altre norme del codice della strada.

Il comportamento consigliato dal giudice di primo grado prima, e dalla Corte territoriale dopo, sarebbe stato oltremodo pericoloso e d’intralcio alla stessa circolazione stradale, perchè implicante che qualsiasi conducente di mezzi pesanti, in un centro cittadino, e ad ogni incrocio regolato da semaforo ovvero ad ogni intersezione stradale, dovrebbe, prima di riprendere la marcia, slacciare la cintura di sicurezza (contravvenendo all’art. 172 C.d.S.), allontanare le mani dal volante, posizionarsi sul sedile lato passeggero, affacciarsi al finestrino per sincerarsi dell’assenza di pericoli, per poi ritornare sul lato guida e riallacciare la cintura di sicurezza e ripartire.

Una tale manovra, oltre che non realizzabile in pochi istanti, avrebbe comportato non solo la violazione di altre norme del codice della strada, bensì sarebbe stata d’intralcio alla stessa circolazione stradale, essendo tale manovra esercitabile in un arco temporale di almeno 20/30 secondi. E, in tutto questo, il conducente del mezzo pesante avrebbe dovuto, comunque, prestare attenzione al tratto di strada che vi si poneva dinanzi ed alla parte di strada posta alla propria sinistra.

Nell’addurre tale irrazionale motivazione -si duole il ricorrente- la Corte territoriale avrebbe finanche travisato le prove acquisite, laddove ha affermato che le foto in atti dimostravano che l’autoarticolato era molto distante dal marciapiede. Le foto cui la Corte si riferisce sono quelle allegate al rapporto d’incidente redatto dalla Polizia Municipale che, però, raffigurano l’autocarro dopo che questi aveva già impegnato l’incrocio e, quindi, dopo che egli si era dovuto necessariamente allargare a sinistra per svoltare a destra (data la stazza dell’automezzo). Invece, le foto della strada sulla quale si era posizionato l’autocarro prima d’impegnare l’incrocio e l’ulteriore dato emergente dall’esame dell’imputato, acclaravano che detta strada era a doppio senso di circolazione e che tra l’autocarro ed il marciapiede vi poteva essere uno spazio massimo di circa 30/50 cm. (dato confermato anche dal teste K.O.).

Anche sotto tale aspetto, la sentenza della Corte territoriale si presenterebbe contraddittoria ed illogica. Inoltre, il fatto stesso che l’autocarro investiva la ciclista con la propria ruota anteriore destra, e che l’impatto avveniva pochi metri dopo il semaforo, induce per il ricorrente a ritenere che la Lanciano, all’accensione della luce verde, abbia tentato di anticipare la manovra di svolta dell’autocarro, probabilmente per dirigersi nella strada situata di fronte. Ma anche tale valutazione sarebbe stata omessa dalla Corte di Appello di Milano, così violando l’ulteriore principio secondo il quale si configura un’ipotesi di travisamento della prova quando viene utilizzata un’informazione inesistente o viene omesso l’esame degli elementi probatori offerti dalle parti (il richiamo è alla sentenza 45637/2015).

In buona sostanza, gli elementi probatori acquisiti dimostrerebbero che l’imputato nulla poteva per evitare l’incidente e, quindi, la sentenza della Corte di Appello di Milano sarebbe contraddittoria ed illogica.

Con un secondo motivo si denuncia inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 45 c.p. e mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione sul punto.

La sentenza impugnata sarebbe illogica anche nella parte in cui ritiene che il comportamento imprudente della vittima non escluda la responsabilità dell’imputato.

Con tale affermazione, la Corte di Appello di Milano implicitamente per il ricorrente afferma che, nella circostanza, la persona offesa avrebbe, con il proprio imprudente comportamento, contribuito, in un qualche modo, alla determinazione dell’evento, ciò se non altro perchè se ella non avesse affiancato l’autocarro – che era fermo al semaforo ed aveva indicato la propria intenzione di svoltare a destra – l’evento lesivo non si sarebbe verificato.

Ciò nonostante, la Corte di Appello -ci si duole- giunge all’affermazione di penale responsabilità dell’ I.G., ritenendo che l’evento non fosse nè imprevedibile nè straordinario, potendo l’imputato prevedere il comportamento (imprudente) della persona offesa. In tal modo, però, la Corte implicitamente riconoscerebbe un’ipotesi di presunzione di responsabilità, ciò perchè l’affermazione inerente la prevedibilità, in capo all’autista, che qualcuno potesse posizionarsi nel cd. punto cieco costituisce, di per sè stessa, una mera presunzione di responsabilità.

Sotto tale profilo, la sentenza oltre che intrinsecamente contraddittoria, violerebbe la regola secondo la quale la presunzione di colpa può essere applicata solo in sede di risarcimento del danno e non in sede penale (Sez. 4 n. 13136/16).

In altre parole, nella fattispecie de qua, I.G. non poteva prevedere un comportamento imprudente altrui. Anzi, sarebbe proprio l’imprudenza del comportamento della L. che escluderebbe la responsabilità dell’imputato, potendosi configurare, nella fattispecie, l’ipotesi di un caso fortuito.

L’imputato versava -secondo la tesi proposta in ricorso- nella completa impossibilità di potere avvistare la L. sul suo velocipede, ciò vuoi perchè ella si era posizionata nel cd punto cieco, vuoi perchè non era minimamente immaginabile che, una volta accesasi la luce verde del semaforo, un’autista possa alzarsi dal posto guida, spostarsi sul sedile lato passeggero ed affacciarsi per verificare se qualcuno si sia infilato nello spazio di 30 cm. per tentare di anticiparlo nell’impegnare l’incrocio.

La sentenza, quindi, sarebbe contraddittoria ed illogica perchè l’imprudenza della stessa persona offesa escludeva la responsabilità dell’imputato.

Chiede, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata.

  1. All’udienza odierna, procedendosi a trattazione orale secondo la disciplina ordinaria, in virtù del disposto del D.L. 23 luglio 2021, n. 105art. 7, comma 2, entrato in vigore in pari data, è comparsi il solo Procuratore generale, che ha rassegnato le proprie conclusioni nei termini riportati in epigrafe.

Motivi della decisione

  1. I denunciati vizi di motivazione della sentenza impugnata sono sussistenti e, pertanto, la sentenza impugnata va annullata con rinvio per nuovo giudizio ad altra Sezione della Corte di Appello di Milano.
  2. Per i giudici di merito i fatti sono acclarati.

Scrive il giudice di primo grado che: “La dinamica del sinistro è pacificamente provata, sulla scorta dell’inequivocabile testimonianza del teste oculare, e della relazione di incidente redatta dagli operanti intervenuti. La parte lesa, in bicicletta, attendeva al semaforo, ferma nello spazio tra il marciapiede e la cabina del camion, in una posizione in cui probabilmente non era visibile al camionista. I mezzi ripartirono pressochè insieme, per intraprendere la svolta a destra, e il camion investì la donna con la ruota anteriore destra, schiacciandola e provocandole le gravissime lesioni documentate in atti. L’imputato, in sede di esame, ha confermato la dinamica, affermando (credibilmente) di non avere visto la bicicletta in quanto posizionata in un punto cd. “cieco”, anche con l’ausilio dello specchio retrovisore, rispetto alla sua posizione di guida; ha aggiunto che avrebbe potuto vederla solo alzandosi dal posto di guida” (cfr. pag. 2 della sentenza di primo grado). Più in avanti, lo stesso giudice monocratico milanese aggiunge che: “…in ogni caso, in base alle emergenze, non vi è alcuna prova del fatto che la bicicletta si trovasse in quella posizione nel momento in cui il camion si arrestò, e l’affian-camento successivo appare altamente probabile, di tal che all’imputato deve essere accordata la diminuente prevista dalla legge” (così sempre pag. 2 della sentenza di primo grado).

Tale ricostruzione fattuale non risulta essere stata messa in discussione in appello.

Per i giudici di merito sussiste la responsabilità per colpa dell’odierno ricorrente anche se “deve non di meno ritenersi che il sinistro e l’evento si siano verificati non esclusivamente per conseguenza della violazione di I., poichè la posizione in cui la persona offesa si era collocata era intuitivamente pericolosa (anche se fosse stato il camion ad affiancarla avrebbe dovuto evitare di rimanere in quella posizione e di ripartire insieme al mezzo pesante), e la condotta è quanto meno caratterizzata da imprudenza” (così pag. 2 della sentenza di primo grado).

  1. Orbene, occorre a questo punto prendere le mosse dall’editto accusatorio, con il quale si è contestato all’ I., come ricordato in premessa, il profilo di colpa specifica di avere violato l’art. 154C.d.S., comma 8.

Al di là del richiamo (errato) al comma che disciplina il trattamento sanziona-torio, come spiega il giudice di primo grado, l’odierno ricorrente è stato condannato avendolo ritenuto colpevole di avere “violato il comma 1 lett. a), sanzionato dal comma 8, dell’art. 154 C.d.S., non essendosi, prima di voltare a destra, assicurato di poter effettuare la manovra senza creare pericolo agli altri utenti della strada” (così pag. 2 della sentenza di primo grado).

L’addebito è stato convalidato dai giudici del gravame del merito per i quali “seppure, infatti, l’imputato aveva segnalato mediante l’indicatore di direzione la sua intenzione di svoltare a destra, egli era comunque tenuto, ai sensi dell’art. 154 C.d.S., a verificare preventivamente che non vi fosse nessuno affiancato che potesse essere messo in pericolo dalla manovra di svolta. Soprattutto, la doverosa cautela che I. avrebbe dovuto porre in essere andava correlata al fatto che l’imputato era conducente di un autoarticolato, e cioè di un mezzo di grosse dimensioni e altezza rispetto alla platea stradale, con “punti ciechi” di visuale rispetto a quanto avveniva sulla strada: motivo per il quale egli doveva a maggior ragione adottare un comportamento di guida più prudente di quello manifestato nel caso di specie” (così pag. 3 della motivazione della sentenza impugnata).

Dunque, il richiamo è alla prima parte dell’art. 154 C.d.S. secondo cui: “1. I conducenti che intendono eseguire una manovra per immettersi nel flusso della circolazione, per cambiare direzione o corsia, per invertire il senso di marcia, per fare retromarcia, per voltare a destra o a sinistra, per impegnare un’altra strada, o per immettersi in un luogo non soggetto a pubblico passaggio, ovvero per fermarsi, devono: a) assicurarsi di poter effettuare la manovra senza creare pericolo o intralcio agli altri utenti della strada, tenendo conto della posizione, distanza, direzione di essi; b) segnalare con sufficiente anticipo la loro intenzione”.

  1. Ebbene, questa Corte di legittimità, nel condivisibile arresto giurisprudenziale richiamato dalla sentenza impugnata (Sez. 4, n. 10223 del 20/1/2005, S., Rv. 231145) ha da tempo chiarito che in tema di circolazione stradale, in ipotesi di svolta a destra, il conducente di un veicolo (soprattutto – come nella specie – di grosse dimensioni) ha il dovere di assicurarsi con assoluta certezza che intraprendendo la manovra non crei pericolo o intralcio ad altri utenti della strada (in quel caso la Corte ha annullato la sentenza di merito che aveva assolto l’imputato il quale, alla guida di un camion, nel girare a destra aveva provocato la mortedi una ciclista, ritenendo contraddittoria e illogica la sentenza nella quale si affermava come la precisa osservanza di tutte le regole durante la manovra avrebbe costituito una forma di diligenza impossibile da osservare per il guidatore).

Ciò che, tuttavia, vulnera il percorso motivazionale della sentenza impugnata, in sede di applicazione di quel condivisibile principio, è il non aver sufficientemente individuato e circostanziato il comportamento alternativo lecito omesso dall’ I..

Di certo -e qui ha ragione il ricorrente- non si poteva richiedere al conducente dell’autoarticolato di “alzarsi brevemente dal posto di guida, con un’azione di pochissimi istanti, per verificare l’assenza di mezzi a due ruote in posizione pericolosa (situazione invero frequente e tutt’altro che imprevedibile e straordinaria nelle normali condizioni di traffico cittadino)” (così pagg. 2 della sentenza di primo grado e 1 della motivazione della sentenza impugnata).

L’alzarsi dal posto di guida, infatti, è comportamento inesigibile, perchè sarebbe stato oltremodo pericoloso e d’intralcio alla stessa circolazione stradale, perchè implicante che qualsiasi conducente di mezzi pesanti, in un centro cittadino, e ad ogni incrocio regolato da semaforo ovvero ad ogni intersezione stradale, dovrebbe, prima di riprendere la marcia, slacciare la cintura di sicurezza (contravvenendo all’art. 172 C.d.S.), allontanare le mani dal volante, posizionarsi sul sedile lato passeggero, affacciarsi al finestrino per sincerarsi dell’assenza di pericoli, per poi ritornare sul lato guida e riallacciare la cintura di sicurezza e ripartire.

Fondata, invece è l’affermazione dei giudici di merito secondo cui l’esistenza dei punti ciechi è notoria e ciò deve comportare la massima cautela per chi guida un autoarticolato, quando si trova in un centro urbano, nell’effettuare una ripar-tenza e/o una svolta. E’ appunto quello che richiede l’art. 154 C.d.S..

Nelle loro scarne motivazioni, tuttavia, i giudici di merito milanesi non dicono in cosa si sia concretizzata la scarsa attenzione e cautela dell’ I.. Aveva lo specchietto retrovisore mal posizionato? Era per qualche altra ragione disattento? La Corte territoriale nemmeno dice – e dovrà farlo il giudice del rinvio-perchè era concretamente prevedibile la presenza della ciclista alla destra dell’autoarticolato. Qual era, in concreto, in quelle condizioni di tempo e di luogo, la visibilità? In quele punto esatto, per quanto si desume dalla compiuta istruttoria, si era fermata la ciclista? C’è un’insufficienza motivazionale, nella sentenza impugnata, anche sul momento in cui la bicicletta si è inserita tra il camion e il marciapiede.

A ben guardare, proprio la sentenza del 2005 richiamata dalla Corte territoriale conferma che non si può, come paiono fare i giudici milanesi, desumere ex post l’assenza delle necessarie cautele da parte dell’imputato dal fatto storico che si sia verificato l’incidente.

In quel caso, ove pure si giudicava in relazione ad una vicenda che presentava numerose analogie con quella che ci occupa (il camion del ricorrente S. e la bicicletta della persona offesa C. erano entrambi fermi al semaforo rosso; il camion aveva azionato il segnalatore direzionale destro per svoltare a destra; scattato il verde, il camion aveva effettuato la manovra di svolta a destra, non avvedendosi della ciclista, investendola) ebbe, infatti, a scrivere la Corte: “… non dal semplice verificarsi del fatto-sinistro-decesso desumersi la conseguenza che lo S. abbia negligentemente omesso di controllare e verificare il sopraggiungere di veicoli alla sua destra…. non dal semplice verificarsi del decesso della ciclista può arguirsi che lo S. non abbia adottato le cautele possibili per evitare il sinistro”.

Perciò, in quell’occasione come in questa i giudici di legittimità pervennero all’annullamento con rinvio della sentenza al loro esame chiedendo al giudice del rinvio di procedere “ad una esatta ricostruzione della compiuta dinamica del sinistro” e ad una più chiara individuazione dei profili di responsabilità dell’imputato.

  1. Il giudice del rinvio dovrà, da un lato tenere conto dell’esigibilità della condotta colposa da ascriversi all’imputato e dall’altro dell’ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità secondo cui in tema di circolazione stradale, il c.d. principio di affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purchè questo rientri nel limite della prevedibilità (cfr. ex multis la recente Sez. 4, n. 27513 del 10/05/2017, Mulas, Rv. 269997; conf. Sez. 4, n. 5691 del 2/2/2016, Tettamanti, Rv. 265981, relativa ad un caso in cui la Corte ha confermato la sentenza impugnata ritenendo la responsabilitàdell’imputato che, alla guida della propria vettura, aveva effettuato un repentino cambio dalla corsia di sorpasso a quella di destra senza segnalare per tempo la sua intenzione, andando così a collidere con un motociclo che sopraggiungendo dietro di lui aveva tentato, imprudentemente, di sorpassarlo a destra). Nell’affermare il medesimo principio, con altra condivisibile pronuncia (Sez. 4, n. 12260 del 9/1/2015, Moccia ed altro, Rv. 263010), questa Corte aveva annullato la sentenza con la quale era esclusa la responsabilitàdel guidatore per omicidio colposo di un pedone, il quale, sceso dalla portiera anteriore dell’autobus in sosta lungo il lato destro della carreggiata, era passato davanti all’automezzo ed era stato investito dall’imputato, che aveva rispettato il limite di velocità ma non aveva provveduto a moderarla in ragione delle condizioni spazio-temporali di guida e, segnatamente, della presenza in sosta del pullman).

Per contro, non va trascurato, il risalente ma pur sempre attuale dictum di questa Corte che, sotto la vigenza del D.P.R. 15 giugno 1959, n. 393art. 104, norma che come il vigente art. 154 C.d.S., faceva obbligo ai conducenti che intendessero svoltare a destra di tenersi il più possibile ebbe ad affermare che gli stessi “quando non esiste o non hanno avuto la possibilità di percepire un concreto pericolo, non hanno alcun obbligo di controllare continuamente il sopraggiungere di veicoli da tergo e lungo la fiancata di destra in quanto possono fare affidamento sul divieto di sorpasso in corrispondenza delle intersezioni, sull’obbligo di rispettare la distanza di sicurezza e su quello di uniformarsi ai segnali di arresto e di direzione azionati dagli stessi conducenti (Sez. 4, n. 1192 del 23/11/1992 dep. 1993, Vollo, Rv. 193012) Il giudice del rinvio, come si è detto dovrà colmare il deficit motivazionale che invece presente la sentenza oggi impugnata in termini di prevedibilità della condotta imprudente altrui secondo il dictum di Sez. 4, n. 46741 del 8/10/2009, Mi-nunno, Rv. 245663 per cui il principio di affidamento trova applicazione anche in relazione ai reati colposi commessi a seguito di violazione di norme sulla circolazione stradale, ed impone di valutare, ai fini della sussistenza della colpa, se, nelle condizioni date, l’agente dovesse e potesse concretamente prevedere le altrui condotte irregolari (in quel caso è stata ritenuta in concreto imprevedibile per l’imputato – che, a bordo di una autovettura, percorreva una strada statale, e stava avviando manovra di svolta a sinistra per accedere ad un’area di servizio che si trovava sul lato opposto della carreggiata, profittando del fatto che alcuni veicoli, tra cui in particolare un autoarticolato, che procedevano nell’opposto senso di marcia, si erano fermati per favorire la manovra – la condotta della parte lesa, una ciclomotorista che aveva sorpassato scorrettamente sulla destra la colonna ferma di autoveicoli, omettendo inoltre di fermarsi o rallentare in prossimità dell’ingresso all’impianto di distribuzione di carburanti).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di Appello di Milano, altra Sezione.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 ottobre 2021

CICLISTI INVESTITI E UCCISI DANNO PARENTI BOLOGNA NAPOLI FIRENZE VICENZA RAVENNA TREVISO

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 19/01/2021, n. 20091 (rv. 281173-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Attenuante di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen. – Presupposti – Fattispecie

 

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Codigoro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Portomaggiore AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Poggio Renatico AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fiscaglia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
  • SE VUOI VERAMENTE RISOLVERE DEVI CHIAMARE SUBITO OCCORRE UN’ASSISTENZA LEGALE IMMEDIATA IN CASO DI GRAVI INCIDENTI O INCIDENTI MORTALI CHIAMA ADESSO L’AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO DI RISARCIMENTO DANNI INCIDENTI MORTALI BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA TREVISO PADOVA VICENZA 051 6447838 ADESSO CHIAMA 051 6447838 

FRATELLI CHE LITIGANO PER EREDITA’ , MA TI SEMBRA NORMALE?

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BOLOGNA RAVENNA IMOLA VICENZA TREVISO PADOVA ROVIGO

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PERCHE’ NON TENTARE  UN ACCORDO A VOLTE E’ MOLTO PIU’ VICINO DI QUANTO PENSI

CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO SUCCESSIONI 051 6447838 PRENDI APPUNTAMENTO|||

Ricordo un caso di un cliente che arrivo’ da me dicendo che da anni ere in causa per  una caSa con il fratello !!!!

Ebbene diedi una soluzione che in 15 ripeto 15 giorni li mise d’accordo!!

Il mio CLIENTE – FRATELLO compro’ la quota del fratello, sembra banale ma non lo è si misero subito d’accordo!!

BOLOGNA RAVENNA IMOLA VICENZA TREVISO PADOVA ROVIGO

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PERCHE’ NON TENTARE  UN ACCORDO A VOLTE E’ MOLTO PIU’ VICINO DI QUANTO PENSI…

A colui che muore senza lasciare prole, né genitori, né altri ascendenti, succedono i fratelli e le sorelle in parti uguali.

I fratelli e le sorelle unilaterali conseguono però la metà della quota che conseguono i germani.

Nella divisione ereditaria, così come nella divisione delle cose in comunione, non è richiesta un’assoluta omogeneità delle porzioni, ben potendosi che nell’ambito di ciascuna categoria di beni da dividere (mobili, immobili, crediti) essi siano assegnati per l’intero ad una quota ed altri, per intero, ad altra quota,

 

fatti salvi i necessari conguagli. Il diritto potestativo dei condividenti all’assegnazione dei beni in natura (se possibile) non corrisponde infatti ad un frazionamento in quote delle singole entità appartenenti a ciascuna categoria, ma alla proporzionale divisione di ciò che è ricompreso nelle categorie stesse.

Da ciò consegue che, ad avviso della Corte di Cassazione, qualora ad esempio vi siano più immobili da dividere,

il giudice del merito accerterà se il diritto del condividente sarà meglio tutelato e soddisfatto con il frazionamento delle unità immobiliari o con l’assegnazione degli interi immobili ad ogni condividente, salvo conguaglio.

FRATELLI CHE LITIGANO PER EREDITA’ , MA TI SEMBRA NORMALE?

BOLOGNA RAVENNA IMOLA VICENZA TREVISO PADOVA ROVIGO

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PERCHE’ NON TENTARE  UN ACCORDO A VOLTE E’ MOLTO PIU’ VICINO DI QUANTO PENSI

FRATELLI E EREDITA’ PADRE E MADRE DI ENTRAMBI

Uguale che si tratti di figli legittimi, cioè nati nel corso dei matrimonio, sia di quelli naturali e adottivi, la legge non fa alcuna distinzione.

Tuttavia, entro certi limiti, il genitore può fare delle differenze di trattamento, ovvero derogare al principio di legge del pari trattamento.

Non si puo’ intaccare invece la quota di riserva cioè della quota minima riservata a ciascun dei figli eredi.

Non abbiamo differenze nemmeno quando uno dei fratelli si è preso cura dei genitori

I diritti dei fratelli eredi possono variare:

  • Quando il genitore ha fatto un valido testamento;
  • Quando il genitore, prima di morire, ha elargito delle donazioni in favore di uno o entrambi i figli.
  • Corte di Cassazione, sez. trib., ordinanza 25 ottobre 2010, n. 21101
  • Oggetto Obbligazioni tributarie – Obbligazioni mortis causa – Responsabilità solidale dell’erede per l’obbligazione del dante causa – Presupposti – Confusione dei patrimoni – Necessità – Prova dell’accettazione dell’eredità dal chiamato – Onere dell’Amministrazione finanziaria – Art. 7 del D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 – Art. 528 del codice civile
  • Svolgimento del processo
  • I fratelli A.A.P., O., R. e M. propongono ricorso per cassazione nei confronti dell’Agenzia delle Entrate (che è rimasta intimata) e avverso la sentenza con la quale, in controversia concernente impugnazione di avviso di accertamento per Irpef relativa all’anno 2003 emesso nei confronti della defunta genitrice D.I.M. – nell’ambito della quale gli odierni ricorrenti sono stati chiamati in giudizio nella asserita qualità di eredi – la Commissione tributaria regionale Campania, in riforma della sentenza di primo grado, confermava l’avviso opposto, in particolare premettendo (per quel che in questa sede ancora rileva) che, pur verificandosi solo con l’accettazione la confusione patrimoniale tra de cuius ed erede, che fa nascere in capo a questo ultimo la responsabilità per le obbligazioni tributarie del primo, i chiamati all’eredità possono essere legittimamente chiamati in causa per l’accertamento in sede contenziosa di un debito tributario contestato al de cuius.
  • L’unico motivo di ricorso (col quale si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 7 del D.Lgs. n. 346/1990; 65 del D.P.R. n. 600/1973, nonché 549, 485, 486 e 752 c.c. rilevando che i ricorrenti non erano eredi ma solo chiamati all’eredità, che l’amministrazione non aveva provato la loro qualità di eredi e infine che la disposizione di cui al citato art. 7, che prende in considerazione il chiamato all’eredità e non l’erede, salvo prova di rinuncia o di mancanza del titolo di erede legittimo o testamentario, è derogatoria dei principi del codice civile e non si applica ad ipotesi di obbligazioni tributarie diverse dalla imposta di successione) è manifestamente fondato.
  • Giova infatti evidenziare che, come affermato nella sentenza impugnata, solo l’erede, a seguito della confusione dei patrimoni, può rispondere delle obbligazioni (anche tributarie) del de cuius e che, secondo la giurisprudenza di questo giudice di legittimità, “grava sull’Amministrazione finanziaria creditrice del de cuius l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte del chiamato, per potere esigere l’adempimento dell’obbligazione del suo dante causa” (vd. Cass. n. 2820 del 2005), senza che possa in contrario invocarsi l’art. 7 del D.Lgs. n. 346/1990, norma che, comportando un’eccezione ai principi generali in tema di obbligazioni, è strettamente applicabile all’ipotesi in essa contemplata, ossia l’imposta di successione, ipotesi del tutto diversa da quella di un debito ereditario (nella specie, obbligazione tributaria del de cuius), dovendo peraltro evidenziarsi che il creditore che voglia ottenere l’accertamento giudiziale di un credito vantato nei confronti di un soggetto deceduto nel caso in cui non vi siano (ancora) eredi, può sempre proporre istanza di nomina del curatore dell’eredità giacente ex art. 528 c.c.
  • Il ricorso deve essere pertanto accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altro giudice che provvedere anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.
  • Q.M.
  • accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese a diversa Sezione della Commissione tributaria regionale Campania.
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designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita

designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita

In tema di successione legittima spettano al coniuge superstite, in aggiunta alla quota attribuita dagli artt. 581 e 582 c.c., i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, di cui all’art. 540, comma 2 c.c., dovendo il valore capitale di tali diritti essere detratto dall’asse prima di procedere alla divisione dello stesso tra tutti i coeredi, secondo un meccanismo assimilabile al prelegato, e senza che, perciò, operi il diverso procedimento di imputazione previsto dall’art. 553 c.c., relativo al concorso tra eredi legittimi e legittimari e strettamente inerente alla tutela delle quote di riserva dei figli del “de cuius”.Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 09/04/2021, n. 9487

La designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in una delle forme previste dell’art. 1920, comma 2, c.c., comporta l’acquisto di un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione da parte di coloro che, al momento della morte del contraente, rivestano tale qualità in forza del titolo della astratta delazione indicata all’assicuratore per individuare i creditori della prestazione. La designazione generica degli “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, in difetto di una inequivoca volontà del contraente in senso diverso, non comporta la ripartizione dell’indennizzo tra gli aventi diritto secondo le proporzioni della successione ereditaria, spettando a ciascuno dei creditori, in forza della eadem causa obligandi, una quota uguale dell’indennizzo assicurativo. Allorché uno dei beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita premuore al contraente, la prestazione, se il beneficio non sia stato revocato o il contraente non abbia disposto diversamente, deve essere eseguita a favore degli eredi del premorto in proporzione della quota che sarebbe spettata a quest’ultimo.

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

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In mancanza di una manifestazione contraria all’apertura della successione legittima, i beni consapevolmente esclusi sono attribuiti al chiamato ex lege. La quota dell’istituito ex re è determinata, perciò, in base al rapporto fra le cose attribuite e il valore globale dei beni che il testatore sapeva di possedere in quel dato momento, tenuto conto anche di quelli non contemplati nel testamento. Nella quota differenziale, formata dalle altre cose dell’asse, succede l’erede legittimo; nella stessa proporzione, in forza della virtù espansiva che costituito connotato essenziale della vocazione a titolo universale, si ripartiranno fra erede testamentario e legittimo i beni ignorati dal testatore o sopravvenuti dopo la confezione della scheda.

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

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designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

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Cass. civ., Sez. Unite, Sentenza, 30/04/2021, n. 11421 (rv. 661129-03)

ASSICURAZIONE – Assicurazione sulla vita – A favore di un terzo – Designazione del beneficiario – Assicurazione sulla vita – Clausola di attribuzione dell’indennizzo a favore degli eredi legittimi (e/o testamentari) – Premorienza di uno degli eredi del contraente – Conseguenze – Trasmissibilità agli eredi del beneficiario premorto

Allorché uno dei beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita premuore al contraente, la prestazione, se il beneficio non sia stato revocato o il contraente non abbia disposto diversamente, deve essere eseguita a favore degli eredi del premorto in proporzione della quota che sarebbe spettata a quest’ultimo. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO CATANIA, 18/05/2018)

designazione generica “eredi” come beneficiari assicurazione sulla vita

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rCass. civ., Sez. II, Sentenza, 30/06/2021, n. 18561 (rv. 661688-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Diritti riservati ai legittimari – In genere – Legato in sostituzione di legittima – Computo nella porzione indisponibile – Conseguenze – Inclusione del beneficiario nel numero complessivo dei legittimari – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Diritti riservati ai legittimari – Legati e donazioni in conto di legittima – In genere

Il legato in sostituzione di legittima, come espressamente previsto dall’art. 551 c.c., deve gravare sulla porzione indisponibile; ne consegue che, al fine della determinazione di ciascuna quota di riserva, il legittimario che sia beneficiario di detto legato, ancorché lo abbia accettato perdendo il diritto di chiederne un supplemento, deve essere calcolato nel numero complessivo degli eredi legittimari. (Rigetta, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 08/10/2015)

dovere di fedeltà e la richiesta di addebito della separazione giudiziale Bologna ,dai che non è facile

dovere di fedeltà e la richiesta di addebito della separazione giudiziale Bologna ,dai che non è facile

In merito alla legittimità dell’addebito, pronunziato con la declaratoria di separazione personale dei coniugi, è irrilevante la carenza di prova della sussistenza di una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio quando sia stato accertato l’abbandono della casa coniugale, elemento di per sé autonomo ed esaustivo nel porre il presupposto necessario e determinante ai fini del giudizio di responsabilità esclusiva del coniuge volontariamente allontanatosi dal domicilio familiare riguardo alla intollerabilità nella prosecuzione della convivenza e dell’unione coniugale.

In tema di separazione personale dei coniugi, l’abbandono della casa familiare costituisce di per sé violazione di un obbligo matrimoniale, non essendo decisiva la prova della asserita esistenza di una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio; ne consegue che il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione: salvo che si provi – e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono – che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto.

Cass. civ., Sez. I, Ord., (data ud. 13/04/2021) 06/09/2021, n. 24050

SEPARAZIONI BOLOGNA, SEPARAZIONI BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO, PER SEPARAZONE BOLOGNA, SEPARAZIONE BOLOGNA CHIAMA 

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838 

SEPARAZIONI BOLOGNA, SEPARAZIONI BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO, PER SEPARAZONE BOLOGNA, SEPARAZIONE BOLOGNA CHIAMA 

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838 

SEPARAZIONI BOLOGNA, SEPARAZIONI BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO, PER SEPARAZONE BOLOGNA, SEPARAZIONE BOLOGNA CHIAMA 

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838 

SEPARAZIONI BOLOGNA, SEPARAZIONI BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO, PER SEPARAZONE BOLOGNA, SEPARAZIONE BOLOGNA CHIAMA 

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24896/2017 proposto da:

C.S., elettivamente domiciliato in Roma, Via Germanico n. 196, presso lo studio dell’avvocato Tilli Letizia, rappresentato e difeso dall’avvocato Teti Laura, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ch.Ri., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dall’avvocato Di Benedetto Federica, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 829/2017 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, pubblicata il 13/05/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 13/04/2021 dal cons. Dott. FALABELLA MASSIMO.

Svolgimento del processo

  1. – Il Tribunale di Pescara pronunciava, in data (OMISSIS), la separazione tra i coniugi C.S. e Ch.Ri., addebitando al primo la detta separazione e condannando il medesimo a versare alla moglie, a titolo di assegno di mantenimento, la somma mensile di Euro 2.000,00; lo stesso Tribunale rigettava, poi, la domanda di addebito proposta da C., sul presupposto che l’istruttoria non avesse dato la prova dell’esistenza di una relazione extraconiugale che assurgesse a causa della crisi matrimoniale; rilevava come, piuttosto, fosse risultato accertato che il detto C. avesse abbandonato nel (OMISSIS) il domicilio domestico.
  2. – C. interponeva appello; Ch.Ri. resisteva al gravame proponendo impugnazione incidentale con riguardo alla misura dell’assegno di mantenimento, che chiedeva fosse determinato in Euro 3.000,00 mensili: e ciò in considerazione della disparità reddituale dei coniugi e del rilevante contributo dato dalla stessa alla vita familiare, essendosi occupata in via esclusiva delle figlie, siccome abbandonate in tenera età dal padre.

La Corte di appello di L’Aquila, con sentenza pubblicata il 13 maggio 2017, respingeva l’appello principale e accoglieva quello incidentale, rideterminando l’assegno di mantenimento nella misura indicata da Ch.Ri..

In sintesi, il giudice distrettuale conferiva rilievo al fatto storico dell’allontanamento del marito dalla casa coniugale in data (OMISSIS); rilevava che gravava su C. l’onere della prova circa il fatto che l’abbandono del tetto coniugale fosse stato determinato dalla condotta della moglie; dalla testimonianza della figlia dei contendenti – osservava la Corte di appello – era emerso che la crisi matrimoniale avesse subito una “svolta decisiva” a causa di una relazione extraconiugale di C., il cui allontanamento doveva, pertanto, essere “considerato come volontario e consequenziale”. La Corte di appello aggiungeva che non erano state acquisite prove convincenti circa l’inosservanza degli obblighi di fedeltà matrimoniale da parte di Ch.Ri. in epoca anteriore alla separazione di fatto e che non risultavano ammissibili le censure dell’appellante principale quanto alla limitazione del numero dei testimoni da escutere e quanto alla mancata ammissione di alcuni capitoli di prova: rilevava, in proposito, che le doglianze sollevate sul punto risultavano essere generiche; negava, poi, che assumesse rilievo probatorio una conversazione registrata su supporto meccanico, il cui contenuto e la cui riferibilità alle persone indicate dall’appellante principale erano state tempestivamente contestate. Da ultimo, riteneva fondato l’appello incidentale, attribuendo rilievo aula circostanza per cui C., al momento della separazione di fatto, godeva di un reddito annuo di circa 50 milioni di Lire, poi incrementatosi negli anni successivi; osservava, al riguardo, che neghi anni della convivenza matrimoniale, durata quindici anni, in cui Ch.Ri. non aveva lavorato, e si era dedicata all’accudimento delle figlie, C. aveva potuto dedicare ogni sforzo allo sviluppo della propria attività professionale e al conseguimento di entrate economiche significative.

  1. – La sentenza è impugnata per cassazione da C.S.. Resiste con controricorso Ch.Ri.. Sono state depositate memorie.

Motivi della decisione

  1. – Il primo motivo oppone la nullità della sentenza per violazione del giudicato interno e violazione degli artt. 112329346c.p.c., nonchè dell’art. 2909 c.c.. Ricorda il ricorrente che, prendendo le mosse dalle dichiarazioni rese dalla figlia E. circa i rapporti tra i coniugi nel periodo immediatamente antecedente alla separazione, la Corte di merito aveva concluso nel senso che la motivazione del primo giudice potesse integrarsi nel senso che la relazione extraconiugale intrattenuta da esso istante fosse preesistente alla separazione e costituisse il motivo della crisi matrimoniale. Viene dedotto, in proposito, che la controricorrente odierna non aveva impugnato la sentenza di primo grado nella parte in cui era stata “rigettata la specifica domanda di addebito per via della dedotta relazione extraconiugale”: ad avviso del ricorrente, poichè la domanda di addebito basata sulla infedeltà era stata respinta in modo espresso attraverso una precisa enunciazione del Tribunale, la riforma della sentenza di prime cure non sarebbe stata possibile in assenza di un gravame incidentale.

Il motivo è infondato.

La Corte di appello ha osservato (pagg. 4 s. della sentenza) come l’odierna controricorrente, vittoriosa in primo grado sul tema dell’addebito della separazione, avesse l’onere, da lei assolto, di riproporre le argomentazioni, le domande e le eccezioni che inerivano alle questioni concernenti le relazioni extraconiugali del marito: infatti – ha spiegato – l’addebito era stato riconosciuto dal Tribunale in relazione alla circostanza dell’abbandono della casa coniugale, mentre esso era stato richiesto dalla stessa Ch. anche in relazione all’esistenza delle suddette relazioni.

Il fatto che l’attuale controricorrente fosse vittoriosa in primo grado con riguardo alla domanda di addebito della separazione esclude, all’evidenza, che la medesima fosse tenuta a proporre appello incidentale per far accertare che la ragione dell’addebito al marito fosse diversa rispetto a quella individuata dal giudice di prime cure. In termini generali, la parte vittoriosa in primo grado non ha l’onere di proporre appello incidentale per far valere le domande e le eccezioni non accolte e, per sottrarsi alla presunzione di rinuncia ex art. 346 c.p.c., può limitarsi a riproporle, mentre è la parte rimasta parzialmente soccombente in relazione ad una domanda od eccezione, di cui intende ottenere l’accoglimento, che ha l’onere di proporre appello incidentale, pena il formarsi del giudicato sul rigetto della stessa (Cass. Sez. U. 24 maggio 2007, n. 12067Cass. 13 maggio 2016, n. 9889Cass. 14 marzo 2013, n. 6550). In conseguenza, la parte vittoriosa in primo grado, che abbia però visto respingere taluna delle sue tesi od eccezioni, ovvero taluni dei suoi sistemi difensivi, ha l’onere di manifestare in maniera esplicita e precisa la propria volontà di riproporre la domanda o le eccezioni rigettate, onde superare la presunzione di rinuncia, e quindi la decadenza, di cui all’art. 346 c.p.c. (Cass. 29 gennaio 2018, n. 2091Cass. 17 dicembre 1999, n. 14267, la quale richiama pure il principio affermato da Cass. 16 novembre 1985 n. 5626, secondo cui ove la parte vittoriosa in primo grado intenda che la sentenza a lei favorevole sia confermata con ulteriore motivazione, essa ha l’onere non di spiegare appello incidentale, bensì di riproporre la motivazione non accolta). E infatti, chi, vittorioso nel merito, chieda la conferma della decisione impugnata, eventualmente anche in base ad una diversa soluzione delle questioni proposte nel precedente grado di giudizio, manca dell’interesse alla proposizione dell’impugnazione incidentale (per tutte: Cass. Sez. U. 27 gennaio 1993, n. 1005).

  1. – Il secondo mezzo denuncia la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112c.p.c. e art. 132c.p.c., n. 4, e per violazione o falsa applicazione dell’art. 143 c.c., comma 2, art. 146 c.c., artt. 151 e 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., oltre che per l’omesso esame di un fatto decisivo. La censura investe l’affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, per cui la causa della rottura matrimoniale era da addebitare al marito per via della relazione extraconiugale dello stesso. Viene dedotto che, come correttamente accertato dal giudice di prima istanza, il punto non era suffragato da riscontri probatori; si aggiunge che non era comunque emerso che la relazione extraconiugale avesse impresso una “svolta decisiva” alla crisi matrimoniale. Il ricorrente critica la pronuncia impugnata per aver essa valorizzato, a tale riguardo, la deposizione testimoniale resa da C.E.: deposizione definita “incerta e confusa”. La Corte di appello, inoltre, secondo l’istante, non avrebbe considerato ulteriori elementi, come le dichiarazioni rese in sede di interrogatorio formale da Ch.Ri. (la quale avrebbe affermato che già nel (OMISSIS) aveva depositato un primo ricorso per separazione) e le ulteriori risultanze desumibili dalle deposizioni di alcuni testimoni. Sostiene, inoltre, che la pronuncia della Corte di L’Aquila risulterebbe affetta da un’anomalia motivazionale tradottasi in violazione di legge costituzionalmente rilevante e che lo stesso giudice del gravame avrebbe omesso l’esame di fatti decisivi, mancando di soffermarsi “sulla anteriorità della crisi alla pretesa relazione extraconiugale e sull’idoneità causale della stessa”, quale causa efficiente della cessazione della convivenza tra i coniugi.

Il motivo è inammissibile.

La censura ex art. 360 c.p.c., n. 3 non può avere ingresso: l’onere di specificità dei motivi, sancito dall’art. 366 c.p.c., n. 4), impone al ricorrente che denunci il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3), a pena d’inammissibilità della censura, di indicare le norme di legge di cui intende lamentare la violazione, di esaminarne il contenuto precettivo e di raffrontarlo con le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, che è tenuto espressamente a richiamare, al fine di dimostrare che queste ultime contrastano col precetto normativo, non potendosi demandare alla Corte il compito di individuare – con una ricerca esplorativa ufficiosa, che trascende le sue funzioni – la norma violata o i punti della sentenza che si pongono in contrasto con essa (Cass. Sez. U. 28 ottobre 2020, n. 23745). Il motivo di ricorso in esame non contiene indicazioni nel senso indicato.

Il ricorrente non può, poi, denunciare l’anomalia motivazionale della sentenza facendo riferimento alle risultanze istruttorie. Infatti, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè: e il vizio deve risultare dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054). Non vale quindi opporre che la figlia dell’istante avrebbe reso una deposizione inattendibile o sottoporre alla Corte interi brani delle testimonianze assunte nel corso del giudizio di merito. E’ noto, del resto, che la prospettazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta mediante le risultanze di causa inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito (Cass. 13 ottobre 2017, n. 24155Cass. 11 gennaio 2016, n. 195). In termini generali, infatti, la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involge apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti (Cass. 4 luglio 2017, n. 16467) e dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass. 31 luglio 2017, n. 19011Cass. 2 agosto 2016, n. 16056). Col ricorso per cassazione, dunque, la parte non può rimettere in discussione, proponendo una propria diversa interpretazione, la valutazione delle risultanze processuali e la ricostruzione della fattispecie operate dai giudici del merito (Cass. 7 dicembre 2017, n. 29404Cass. 7 aprile 2017, n. 9097).

Pure inammissibile è la censura di omesso esame di fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., n. 5. La deduzione di tale vizio impone a chi ricorre per cassazione di indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, nn. 8053 e 8054 citt.). Ora, l’istante ha richiamato le deposizioni rese da alcuni testimoni (pagg. 15-18 del ricorso) senza chiarire quale sarebbe il fatto storico, nel senso sopra indicato, che la Corte avrebbe mancato di considerare (fatto che, come appena detto, non potrebbe comunque consistere nell’una o nell’altra delle risultanze istruttorie). Nè tale fatto può identificarsi nella “anteriorità della crisi alla pretesa relazione extraconiugale” e nell'”identità causale della stessa, nel senso che sia stata la causa efficiente della cessazione della tollerabilità della convivenza” (pag. 19 del ricorso): gli elementi indicati, infatti, non sono accadimenti ma dati di giudizio (peraltro sconfessati dalla Corte di merito, la quale ha ritenuto che fu proprio la detta relazione a determinare l’irreversibile deterioramento della comunione familiare).

  1. – Col terzo motivo viene lamentata la nullità della sentenza per violazione degli artt. 112132, n. 4 c.p.c. e dell’art. 111Cost.. Il ricorrente si duole di ciò: la Corte di appello avrebbe mancato di ammettere i mezzi istruttori circa l’addebito della crisi coniugale alla moglie ritenendo inammissibili le censure articolate contro la decisione del Tribunale quanto alla limitazione dei testi e alla mancata ammissione di tutti i capitoli di prova per assenza di specificità. Viene affermato che il giudice distrettuale, nel giudicare “assertive” le deduzioni svolte nell’atto di impugnazione, avrebbe reso una motivazione meramente apparente. E’ rilevato, inoltre, che i capitoli ammessi erano undici, sicchè la limitazione dei testi a cinque avrebbe concretato, ad avviso dell’istante, un vulnus al diritto di difesa. Deduce il ricorrente che il Tribunale avrebbe mancato di motivare circa la superfluità dell’ulteriore assunzione della prova e che il giudice di secondo grado avrebbe totalmente omesso di esaminare i capitoli di prova e la lista dei testimoni nonostante gli uni e gli altri fossero stati ritualmente indicati.

Il motivo è inammissibile.

La Corte di merito ha nella sostanza dato atto della genericità del motivo di appello che investiva la riduzione dei capitoli di prova e della lista testimoniale.

Parte ricorrente avrebbe dovuto quindi censurare a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 4 l’error in procedendo in cui fosse incorso il giudice di appello nel ritenere non specifico il motivo di gravame in questione. Quando infatti, col ricorso per cassazione venga denunciato un vizio che comporti la nullità del procedimento o della sentenza impugnata, sostanziandosi nel compimento di un’attività deviante rispetto ad un modello legale rigorosamente prescritto dal legislatore, il giudice di legittimità non deve limitare la propria cognizione all’esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione, ma è investito del potere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda (Cass. Sez. U. 22 maggio 2012, n. 8077; per una puntuale applicazione del principio alla violazione dell’art. 342 c.p.c., in ordine alla specificità dei motivi di appello: Cass. 19 agosto 2020, n. 17268Cass. 28 novembre 2014, n. 25308).

Non è per la verità, preclusivo di un’indagine vertente su tale vizio processuale il fatto che il ricorrente abbia fatto valere il vizio motivazionale: la censura investe, pur sempre, la statuizione di inammissibilità, per genericità, del motivo di gravame che qui interessa ed, per questo, da ricondurre alla fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4.

L’istante non fornisce, tuttavia, precise indicazioni quanto al motivo di gravame che aveva ad oggetto le richiamate istanze istruttorie.

Ebbene, ove il ricorrente censuri la statuizione di inammissibilità, per difetto di specificità, di un motivo di appello, ha l’onere di indicare, nel ricorso, le ragioni per cui ritiene erronea tale statuizione del giudice di appello e sufficientemente specifico, invece, il motivo di gravame sottoposto a quel giudice, e non può limitarsi a rinviare all’atto di appello, ma deve riportarne il contenuto nella misura necessaria ad evidenziarne la pretesa specificità (Cass. 29 settembre 2017, n. 22880Cass. 20 settembre 2006, n. 20405).

  1. – Il quarto motivo prospetta la violazione dell’art. 132c.c., n. 4, nonchè la violazione o falsa applicazione degli artt. 156, 115 e 116 c.p.c.; denuncia altresì la violazione dell’art. 2697c.c.. Il mezzo di censura concerne le statuizioni adottate con riguardo alla misura dell’assegno di mantenimento. Il motivo investe diverse questioni: la consistenza del reddito di esso ricorrente avendo riguardo ai valori monetari del (OMISSIS), ritenuta dal giudice distrettuale elevata; la possibilità di qualificare come hotel di lusso l’albergo in cui C. aveva soggiornato, subito dopo l’allontanamento dalla casa coniugale; il rilievo attribuito dalla Corte di appello alle regalie effettuate dall’istante alla moglie dopo la separazione di fatto; l’entità dei redditi dello stesso ricorrente nel periodo successivo all’introduzione del giudizio di separazione. Assume, poi, chi impugna, che, al fine di stabilire l’an e il quantum dell’assegno di mantenimento debba aversi riguardo alla situazione reddituale al momento della cessazione della convivenza. Viene inoltre osservato che la controricorrente, nel periodo successivo alla separazione di fatto, aveva svolto l’attività di insegnamento percependo un reddito mensile di Euro 1.400,00 e che la medesima Ch. risultava proprietaria di rilevanti proprietà immobiliari; è spiegato che la detta moglie non aveva contribuito in alcun modo all’affermazione professionale ed economica del marito, avendo inoltre beneficiato, nel periodo successivo alla cessazione della convivenza, del contributo versato dal coniuge per il mantenimento delle figlie e per la locazione dell’immobile da essa occupato.

Il motivo è nel complesso infondato.

La separazione personale, a differenza dello scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, presuppone la permanenza del vincolo coniugale, sicchè i “redditi adeguati” cui va rapportato, ai sensi dell’art. 156 c.c., l’assegno di mantenimento a favore del coniuge, in assenza della condizione ostativa dell’addebito, sono quelli necessari a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, essendo ancora attuale il dovere di assistenza materiale, che non presenta alcuna incompatibilità con tale situazione temporanea, dalla quale deriva solo la sospensione degli obblighi di natura personale di fedeltà, convivenza e collaborazione, e che ha una consistenza ben diversa dalla solidarietà post-coniugale, presupposto dell’assegno di divorzio (Cass. 24 giugno 2019, n. 16809Cass. 16 maggio 2017, n. 12196). Sotto tale profilo si rivelano non conferenti le diffuse considerazioni svolte dal ricorrente, nella memoria ex art. 380 bis.1, con riguardo all’assegno divorzile.

Come in precedenza ricordato, la Corte di appello ha valorizzato l’incremento delle entrate patrimoniali di C., nel periodo della convivenza, che si era potuto determinare anche grazie all’impegno domestico della moglie Ri., la quale si era dedicata, in quel periodo, alla cura delle figlie. La Corte di merito ha quindi conferito rilievo alla consistenza del reddito di cui godeva C. al momento della separazione di fatto: reddito che, per quanto inferiore a quello conseguito dal ricorrente allorquando fu proposta la domanda giudiziale, era da considerarsi “certamente elevato se rapportato al periodo in considerazione ((OMISSIS))” (sentenza impugnata, pag. 9). Il dato della ragguardevole consistenza del reddito del ricorrente risulta poi confermato, secondo il giudice del gravarne, da ulteriori elementi (le plurime elargizioni dell’istante alla moglie, cui erano state donate pellicce e gioielli e pagati viaggi; il fatto che lo stesso C., dopo la separazione, si fosse fatto carico spontaneamente del canone dell’immobile preso in locazione da Ch.Ri. e avesse corrisposto alla stessa un assegno mensile; la circostanza per cui, subito dopo l’allontanamento dalla casa coniugale, il ricorrente avesse potuto alloggiare per diciannove giorni in un albergo di lusso).

Deve in conclusione ritenersi che la sentenza, nell’affrontare il tema relativo alla quantificazione dell’assegno di mantenimento, si sia conformata al principio sopra richiamato, valorizzando il tenore di vita goduto dalla controricorrente in costanza del matrimonio, per come desumibile dal reddito di cui poteva disporre il marito.

Ma non è privo di rilievo il dato, pure rimarcato dalla Corte di appello, della disparità reddituale dei coniugi negli anni successivi all’allontanamento di C. (pagg. 9 e 10 della sentenza, ove è parola del fatto che Ch.Ri. percepiva uno stipendio di Euro 1.400,00 mensili, mentre il marito, al momento della domanda di separazione, nel 2008, dichiarava fiscalmente un reddito annuo di Euro 615.159,00: reddito che, sebbene ridottosi negli anni successivi, è rimasto elevato). Infatti, poichè nella determinazione dell’assegno di mantenimento, il tenore di vita al quale va rapportato il giudizio di adeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge richiedente è quello offerto dalle potenzialità economiche dei coniugi durante il matrimonio, quale elemento condizionante la qualità delle esigenze e l’entità delle aspettative del richiedente, rilevano anche gli incrementi reddituali del coniuge obbligato che si siano determinati nel periodo successivo a quello in cui è cessata la convivenza (sul rilievo che assume l’incremento dei redditi di uno dei coniugi verificatosi nelle more del giudizio di separazione, ai fini dell’imposizione dell’assegno di mantenimento: Cass. 19 settembre 2006, n. 20256Cass. 7 febbraio 2006, n. 2626Cass. 24 dicembre 2002, n. 18327Cass. 28 settembre 2001, n. 12136).

Sfuggono, del resto, al sindacato di legittimità, i profili che investono apprezzamenti di fatto, quanto all’attendibilità delle risultanze poste a fondamento della decisione e alle inferenze che da esse potessero trarsi. Ciò vale anche per i temi relativi allo stipendio percepito da Ch.Ri. (a partire dal (OMISSIS)) e alle spontanee contribuzioni mensili effettuate dal C. in favore della medesima nel periodo successivo alla separazione: temi che – contrariamente a quanto parrebbe supporre il ricorrente sono stati presi in considerazione dalla Corte di appello (il primo per sottolineare la sproporzione reddituale tra i due contendenti, il secondo per dar ragione, come si è visto, delle disponibilità economiche dello stesso istante). Nè possono avere ingresso, in questa sede, profili di doglianza – come quello relativo alle proprietà immobiliari della controricorrente – di cui la sentenza non si occupa e che l’istante non chiarisce se e come vennero fatti valere nella precorsa fase del giudizio (Cass. 9 agosto 2018, n. 20694Cass. 13 giugno 2018, n. 15430Cass. 18 ottobre 2013, n. 23675).

  1. – Il ricorso è dunque rigettato.
  2. – Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 10.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quel stabilito per il ricorso, ove dovuto. Oscuramento dei dati personali in caso di utilizzazione del presente provvedimento.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione prima Civile, il 13 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 settembre 2021

Cass. civ., Sez. VI – 1, Ord., (data ud. 05/10/2021) 28/10/2021, n. 30496

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19410/2020 proposto da:

B.A., rappresentata e difesa dall’avvocato Adriano Galli;

– ricorrente –

contro

C.M.;

– intimato –

Avverso la sentenza n. 710/2020 della Corte d’appello di Firenze, depositata il 30/3/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipa del 5/0/2021 del Consigliere Relatore Dott. IOFRIDA GIULIA.

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Firenze, con sentenza n. 710/2020, depositata in data 30/3/2020, ha confermato la decisione di primo grado, che aveva dichiarato la separazione personale dei coniugi C.M. ed B.A., su domanda di quest’ultima del gennaio 2016, respingendo le reciproche domande di addebito e ponendo a carico del C. un contributo al mantenimento del coniuge pari ad Euro 400,00.

In particolare, i giudici d’appello, respingendo i due contrapposti gravami proposti dai coniugi, hanno sostenuto, per quanto qui ancora interessa, che: a) in relazione alla domanda di addebito formulata dalla moglie, difettava una prova compiuta circa le minacce e i maltrattamenti denunciati dalla B. (e le prove testimoniali articolate al riguardo erano inammissibili, perchè de relato actoris e valutative) e doveva ritenersi, valutata la documentazione prodotta dalle parti e la richiesta del PM di archiviazione sia della denuncia, a carico del marito, per maltrattamenti della B., sia di quella per calunnia del C. a carico della moglie, che la crisi coniugale fosse sorta nell’immediatezza del matrimonio (contratto nel 2010) e fosse dovuta alla diversità caratteriale dei coniugi, unitisi in matrimonio allorchè ambedue erano non più giovani e con abitudini e caratteri ben radicati; b) tenuto conto del tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio (definito “parco”, avendo i coniugi vissuto, senza alcuna forma di spesa utile ed in modo assai riservato, in una località del Monte Argentario ed in una casa isolata), nonchè della situazione patrimoniale rispettiva dei coniugi (il C. era proprietario di una casa del valore di Euro 1.250.000,00, percepiva un reddito mensile netto di Euro 2.400,00 ma doveva contribuire al mantenimento di una figlia disabile ultraquarantenne; la B. percepiva una pensione di invalidità di circa Euro 400,00 mensili ed abitava in immobile condotto in locazione dall’ex coniuge, da cui aveva divorziato prima di sposare il C., non essendovi prova specifica però dell’effettiva dazione mensile del canone) era congruo l’importo di Euro 400,00 mensili già fissato in primo grado a carico del C., a titolo di contributo al mantenimento.

Avverso la suddetta pronuncia, notificata il 15/5/2020, B.A. propone ricorso per cassazione, notificato il 10/7/2020, affidato a tre motivi, nei confronti di C.M. (che non svolge difese).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Motivi della decisione

  1. La ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 156c.p.c., in relazione al rigetto della richiesta di aumento del contributo al mantenimento a carico del marito, malgrado l’enorme divario economico tra i coniugi; b) con il secondo motivo, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697c.c., in relazione all’affermazione in sentenza in ordine alla mancanza di effettiva prova della dazione, da parte di essa B., del canone mensile pattuito con il contratto di locazione con l’ex coniuge divorziato, malgrado deposito del contratto di locazione, contemplante la previsione del canone mensile; c) con il terzo motivo, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 151 c.c., comma 2, e art. 156 c.c., comma 1, e art. 2697 c.c., in relazione al rigetto della domanda di addebito, malgrado prove decisive già acquisite e non valutate, e alla declaratoria di inammissibilità della prova testimoniale articolata a tal fine.
  2. La prima censura è inammissibile.

Quanto, invero, alle doglianze relative all’assegno di mantenimento del coniuge, il vizio di violazione di legge è inammissibile, avendo la Corte territoriale proceduto ad una attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi e traducendosi il motivo di ricorso – sub specie della violazione di legge – in una domanda di rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito.

Questa Corte (Cass. 9915/2007) ha già precisato che “in tema di separazione tra coniugi, al fine della quantificazione dell’assegno di mantenimento a favore del coniuge, al quale non sia addebitabile la separazione, il giudice del merito deve accertare, quale indispensabile elemento di riferimento ai fini della valutazione di congruità dell’assegno, il tenore di vita di cui i coniugi avevano goduto durante la convivenza, quale situazione condizionante la qualità e la quantità delle esigenze del richiedente, accertando le disponibilità patrimoniali dell’onerato”, cosicchè “il giudice non può limitarsi a considerare soltanto il reddito (sia pure molto elevato) emergente dalla documentazione fiscale prodotta, ma deve tenere conto anche degli altri elementi di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito dell’onerato, suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti (quali la disponibilità di un consistente patrimonio, anche mobiliare, e la conduzione di uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso), dovendo, in caso di specifica contestazione della parte, effettuare i dovuti approfondimenti – anche, se del caso, attraverso indagini di polizia tributaria – rivolti ad un pieno accertamento delle risorse economiche dell’onerato (incluse le disponibilità monetarie e gli investimenti in titoli obbligazionari ed azionari ed in beni mobili), avuto riguardo a tutte le potenzialità derivanti dalla titolarità del patrimonio in termini di redditività, di capacità di spesa, di garanzie di elevato benessere e di fondate aspettative per il futuro; e, nell’esaminare la posizione del beneficiario, deve prescindere dal considerare come posta attiva, significativa di una capacità reddituale, l’entrata derivante dalla percezione dell’assegno di separazione”, accertamenti questi che “si rendono altresì necessari in ordine alla determinazione dell’assegno di mantenimento in favore del figlio minore, atteso che anch’esso deve essere quantificato, tra l’altro, considerando le sue esigenze in rapporto al tenore di vita goduto in costanza di convivenza con entrambi i genitori e le risorse ed i redditi di costoro”. Sempre questa Corte (Cass.17199/2013) ha chiarito che “l’art. 156 c.c., comma 2, stabilisce che il giudice debba determinare la misura dell’assegno non solo valutando i redditi dell’obbligato, ma anche altre circostanze non indicate specificatamente, nè determinabili a priori, ma da individuarsi in tutti quegli elementi fattuali di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito dell’obbligato, suscettibili di incidere sulle condizioni economiche delle parti” (Cass. 605/2017).

In sostanza, la separazione personale, a differenza dello scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, presuppone la permanenza del vincolo coniugale, sicchè i “redditi adeguati” cui va rapportato, ai sensi dell’art. 156 c.c., l’assegno di mantenimento a favore del coniuge, in assenza della condizione ostativa dell’addebito, sono quelli “necessari a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, essendo ancora attuale il dovere di assistenza materiale, che non presenta alcuna incompatibilità con tale situazione temporanea, dalla quale deriva solo la sospensione degli obblighi di natura personale di fedeltà, convivenza e collaborazione, e che ha una consistenza ben diversa dalla solidarietà post-coniugale, presupposto dell’assegno di divorzio” (Cass. 12196/2017).

La sentenza ha fatto corretta applicazione di tali principi di diritto, rilevando che, in rapporto al tenore di vita goduto dai coniugi durante i cinque anni di durata dell’unione coniugale, il contributo fissato di Euro 400,00 mensili doveva ritenersi congruo, in rapporto ai reciproci redditi dichiarati dai due coniugi e considerato che il C., pur essendo proprietario di casa di un certo valore economico, doveva provvedere al mantenimento di una figlia disabile e percepiva un reddito mensile di Euro 2.500,00.

  1. Il secondo motivo è inammissibile.

La Corte d’appello ha semplicemente rilevato che, a fronte della specifica contestazione mossa dal C. e considerato che il contratto di locazione era stato stipulato dalla B. non con un terzo ma con il proprio ex coniuge divorziato, alcuna prova era stata offerta dalla prima in ordine all’effettivo versamento all’ex coniuge del canone pattuito in contratto.

Non ricorre violazione dell’onere della prova, ex art. 2697 c.c., in quanto, poichè si verte in tema di comparazione dei rispettivi redditi dei coniugi ai fini della verifica della sussistenza dei presupposti per l’assegno di mantenimento richiesto dalla moglie, la prova della spesa effettiva sostenuta da quest’ultima, quale conduttrice di immobile locato dall’ex coniuge doveva essere assolta dalla B..

Invero, questa Corte ha da tempo chiarito (Cass. 1691/1987) che “il diritto al mantenimento, in seguito a separazione personale, sorge non solo quando il coniuge beneficiario incolpevole versa in stato di bisogno, ma anche quando i redditi dello stesso non sono adeguati a sostenere il tenore di vita tenuto in precedenza; la prova della ricorrenza di tali estremi, che incombe su chi chiede il mantenimento, non deve essere necessariamente specifica e diretta, essendo sufficiente che venga dedotta anche implicitamente una condizione inadeguata a mantenere il precedente tenore di vita, ferma restando la possibilità dell’altro coniuge di contestare la pretesa inesistenza o insufficienza di reddito e sostanze, indicando beni o proventi che evidenzino l’infondatezza della domanda. In ogni caso, il coniuge tenuto alla prestazione non può ritenersene esonerato per il fatto che altro familiare la esegua nella sua inerzia”.

  1. La terza censura è inammissibile.

Questa Corte ha chiarito che “in tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, semprechè non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale” (Cass. 16859/2015; Cass. 16270/2013).

Ora, la Corte d’appello ha fondato la propria decisione in punto di addebito (confermando la pronuncia di primo grado) anche sul rilievo della mancata prova di una riconducibilità della crisi coniugale ad un comportamento del marito, valutata la documentazione in atti e ritenuta inammissibile la prova testimoniale articolata dalla B..

In questa sede, la ricorrente non ha provveduto a ritrascrivere nella sua formulazione la prova testimoniale, non ammessa, come invece era suo onere (Cass. 17915/2010: “Il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative”; conf. Cass.19985/2017).

Inoltre, in difetto di violazione di legge, la valutazione delle prove, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involge apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili (Cass. 11511/2014). Le censure poste a fondamento del ricorso si risolvono nella sollecitazione di una lettura delle risultanze processuali diversa da quella operata dal giudice di merito (Cass. 7972/2007; Cass.25332/2014).

  1. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 5 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2021

Cass. civ., Sez. I, Sentenza, 08/05/2013, n. 10719 (rv. 626445)

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FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Giudiziale – Con addebito – Abbandono volontario del domicilio coniugale – Rilevanza ai fini della dichiarazione di addebito – Limiti – Allontanamento del coniuge insieme ai figli – Conseguenze sull’onere della prova

Il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi, e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto; tale prova è più rigorosa nell’ipotesi in cui l’allontanamento riguardi pure i figli, dovendosi specificamente ed adeguatamente dimostrare, anche riguardo ad essi, la situazione d’intollerabilità. (Rigetta, App. Catania, 15/07/2008)

Fonti:

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 05/08/2020, n. 16691

La discrasia temporale tra i fatti costituenti violazione del dovere di fedeltà e la richiesta di addebito della separazione giudiziale, fanno venir meno la sussistenza del nesso eziologico tra le infedeltà medesime e l’intollerabilità nella prosecuzione della convivenza. Ne discende che, la continuazione della convivenza, da parte del coniuge che subisce i tradimenti, col partner fedigrafo, ostacola la prova della circostanza che l’infedeltà abbia determinato l’intolleranza della convivenza.

l volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, quale violazione di un obbligo matrimoniale che comporta l’impossibilità della convivenza, fatta salva la prova, a carico di chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero che il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto. (Fattispecie avente ad oggetto la declaratoria di inammissibilità del ricorso per la cassazione avverso la sentenza del Giudice di appello, risolvendosi nella reiterazione degli argomenti addotti nei gradi di merito e nell’allegazione di fatti non provati, senza infirmare la ratio decidendi della sentenza impugnata avente fondamento sul principio innanzi esposto).

 Cass. civ., Sez. VI – 1, Ordinanza, 16/12/2015, n. 25337

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La corte del merito ha ritenuto provata la violazione da parte della moglie del dovere di fedeltà coniugale, rilevando come la sua confessione, avvenuta dopo che il marito l’aveva sorpresa in bagno a conversare di nascosto ai cellulare e le aveva chiesto spiegazioni, costituisse conferma inequivocabile dell’esistenza della relazione extraconiugale da lei intrattenuta, ulteriormente dimostrata dal comportamento successivo della signora, che solo in sede di giudizio di separazione aveva sostenuto di aver confessato il falso. A maggior conforto della decisione, la corte del merito si è poi fatta carico di chiarire perché, pur nel caso in cui si fosse voluto dar spazio alla tesi difensiva della moglie il fatto che prima dell’instaurazione del giudizio ella non avesse mal smentito la confessione, ed anzi avesse perseverato nel far credere al marito di averlo tradito, aveva comunque umiliato e gettato nello sconforto il marito, producendo lo stesso effetto pratico che si sarebbe prodotto se il tradimento fosse stato reale, ed aveva irrimediabilmente minato il rapporto coniugale. (Nel caso di specie la corte territoriale ha compiutamente esaminato la maggior parte delle circostanze di fatto cui fa cenno il motivo, rilevando: che le frequentazioni del B. con altre, ignote, signore era stata allegata tardivamente dalla moglie. In sede d’appello; che l’infezione virale da cui l’uomo era affetto si era manifestata nel 2001 e non aveva impedito la prosecuzione della convivenza; che la signora aveva ritirato la querela sporta a carico del marito per percosse e minacce, rispetto alle quali difettava ogni altro elemento di prova; che altrettanto carente era la prova che le proposte sessuali “indecenti” asseritamente provenienti dal B. si fossero tradotte in atti oltraggiosi, prevaricatori o degradanti).

fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiunto

fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiuntoavvocato-erede-legittimo-10

L’uccisione di una persona fa presumere da sola, ex art. 2727 c.c., una conseguente sofferenza morale in capo ai genitori, al coniuge, ai figli od ai fratelli della vittima, a nulla rilevando né che la vittima ed il superstite non convivessero, né che fossero distanti (circostanze, queste ultime, le quali potranno essere valutate ai fini del “quantum debeatur”). Nei casi suddetti è pertanto onere del convenuto provare che vittima e superstite fossero tra foro indifferenti o in odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 24/07/2015)

In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro stradale (nella specie, sei o sette ore), il risarcimento del c.d. danno “catastrofale” – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; e, d’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta,; in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita

In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro stradale (nella specie, sei o sette ore), il risarcimento del c.d. danno “catastrofale” – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte; e, d’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta,; in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo.

Cass. civ., Sez. III, 11/12/2018, n. 31950

Il fatto illecito costituito dalla uccisione di uno stretto congiunto appartenente al ristretto nucleo familiare (genitore, coniuge, fratello) dà luogo ad un danno non patrimoniale presunto, consistente nella sofferenza morale che solitamente si accompagna alla morte dì una persona cara e nella perdita del rapporto, parentale e conseguente lesione del diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che ordinariamente caratterizza la vita familiare. Trattasi di un’ipotesi di danno presunto, dovendosi ordinariamente ritenere sussistente tra detti stretti congiunti un intenso vincolo affettivo ed un progetto di vita in comune ma siffatta presunzione semplice può tuttavia, come tale, essere superata da elementi di segno contrario, quali la separazione legale o (come nel caso di specie) l’esistenza di una relazione extraconiugale con conseguente nascita di un figlio tre mesi prima della morte del coniuge (relazione extraconiugale che costituisce evidente inadempimento all’obbligo di fedeltà tra coniugi di cui all’art. 143 c.c.).

Fonti:

Cass. civ., Sez. lavoro, 27/03/2019, n. 8580

Esclusa la risarcibilità iure hereditatis di un danno da perdita della vita, in ragione dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, è configurabile e trasmissibile iure hereditatis il danno non patrimoniale nelle due componenti di danno biologico “terminale”, cioè di danno biologico da invalidità temporanea assoluta, configurabile in capo alla vittima nell’ipotesi in cui la morte sopravvenga dopo apprezzabile lasso di tempo dall’evento lesivo e di danno morale “terminale o catastrofale o catastrofico”, ossia del danno consistente nella sofferenza patita dalla vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita, quando vi sia la prova della sussistenza di un suo stato di coscienza nell’intervallo tra l’evento lesivo e la morte, con conseguente acquisizione di una pretesa risarcitoria trasmissibile agli eredi.

In tema di risarcimento dei danni, in caso di domanda di risarcimento del danno non patrimoniale “da uccisione”, proposta “iure proprio” dai congiunti dell’ucciso, questi ultimi devono provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, rispetto alla quale il rapporto di convivenza non assurge a connotato minimo di esistenza, ma può costituire elemento probatorio utile a dimostrarne l’ampiezza e la profondità, e ciò anche ove l’azione sia proposta dal nipote per la perdita del nonno. Infatti, non essendo condivisibile limitare la “società naturale”, cui fa riferimento l’art. 29 Cost., all’ambito ristretto della sola cd. “famiglia nucleare”, il rapporto nonni-nipoti non può essere ancorato alla convivenza, per essere ritenuto giuridicamente qualificato e rilevante, escludendo automaticamente, nel caso di non sussistenza della stessa, la possibilità per tali congiunti di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto.

Il danno non patrimoniale da perdita della vita non è indennizzabile “ex se”, senza che con ciò possa ritenersi violato l’art. 2 CEDU sul riconoscimento del “diritto alla vita”, poiché la richiamata norma, pur se di carattere generale e diretta a tutelare ogni possibile componente del bene vita, non detta specifiche prescrizioni sull’ambito ed i modi in cui tale tutela debba esplicarsi, né, in caso di decesso immediatamente conseguente a lesioni derivanti da fatto illecito, impone necessariamente l’attribuzione della tutela risarcitoria, il riconoscimento della quale in numerosi interventi normativi ha, comunque, carattere di specialità e tassatività ed è inidoneo a modificare il vigente sistema della responsabilità civile, improntato al concetto di perdita-conseguenza e non sull’evento lesivo in sé considerato. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO MILANO, 04/06/2018)

Cass. civ., Sez. VI – 3, Ordinanza, 17/09/2019, n. 23153 (rv. 655508-01)

RISARCIMENTO DEL DANNO – Patrimoniale e non patrimoniale (danni morali) – Danno non patrimoniale – Danno biologico terminale e danno morale terminale – Risarcibilità – Condizioni – Fattispecie

In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, nel periodo di tempo interposto tra la lesione e la morte ricorre il danno biologico terminale, cioè il danno biologico “stricto sensu” (ovvero danno al bene “salute”), al quale, nell’unitarietà del “genus” del danno non patrimoniale, può aggiungersi un danno morale peculiare improntato alla fattispecie (“danno morale terminale”), ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza dell'”exitus”, se nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”, in quanto in grado di percepire la sua situazione ed in particolare l’imminenza della morte, essendo quindi irrilevante, a fini risarcitori, in tale ipotesi, il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale ed il decesso. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva escluso il diritto al risarcimento del danno morale terminale, e, quindi, la sua conseguente trasmissibilità “iure hereditatis”, senza accertare se la vittima si trovasse in una condizione di “lucidità agonica”, nonostante fosse emerso che il lasso temporale tra lesione e morte, tutt’altro che “brevissimo”, ammontasse ad alcune ore). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO ANCONA, 27/09/2016)

Corte d’Appello Genova, Sez. II, Sentenza, 13/08/2020, n. 786

In tema di pregiudizio derivante da perdita o lesione del rapporto parentale, il giudice è tenuto a verificare, in base alle evidenze probatorie acquisite, se sussistano uno o entrambi i profili di cui si compone l’unitario danno non patrimoniale subito dal prossimo congiunto e, cioè, l’interiore sofferenza morale soggettiva e quella riflessa sul piano dinamico-relazionale, nonché ad apprezzare la gravità ed effettiva entità del danno in considerazione dei concreti rapporti col congiunto, anche ricorrendo ad elementi presuntivi quali la maggiore o minore prossimità del legame parentale, la qualità dei legami affettivi (anche se al di fuori di una configurazione formale), la sopravvivenza di altri congiunti, la convivenza o meno col danneggiato, l’età delle parti ed ogni altra circostanza del caso.

– Morte di congiunti (parenti della vittima) – Perdita del rapporto parentale – Criteri di liquidazione equitativa 

RISARCIMENTO DEL DANNO – Morte di congiunti (parenti della vittima) – Perdita del rapporto parentale – Criteri di liquidazione equitativa – Tabelle basate sul sistema a punti variabili – Necessità – Deroga per l’eccezionalità del caso – Ammissibilità – Condizioni – Fattispecie – RISARCIMENTO DEL DANNO – Valutazione e liquidazione – Criteri equitativi – In genere

In tema di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio in casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul “sistema a punti”, che preveda, oltre all’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, indefettibilmente, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonché l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. (Nella fattispecie, la S.C. ha cassato la decisione del giudice d’appello che, per liquidare il danno da perdita del rapporto parentale patito dal fratello e dal coniuge della vittima, aveva fatto applicazione delle tabelle milanesi, non fondate sulla tecnica del punto, bensì sull’individuazione di un importo minimo e di un “tetto” massimo, con un intervallo molto ampio tra l’uno e l’altro). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO CATANIA, 20/03/2018)

Tribunale Torino, Sez. IV, Sentenza, 30/04/2021, n. 2113

Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi nel vuoto costituito dal non poter più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti. Il danno non patrimoniale da perdita parentale deve essere liquidato unitariamente, dovendo il Giudice al momento della quantificazione considerare tanto quello di tipo relazionale da perdita del congiunto, quanto la sofferenza soggettiva rappresentata dal danno morale, fermo restando l’obbligo di tenere conto nel caso concreto di tutte le peculiarità di manifestazione del danno non patrimoniale, così da assicurare la liquidazione più adeguata al caso concreto.

Cass. civ., Sez. III, Ordinanza, 29/09/2021, n. 26300

In tema di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio in casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul “sistema a punti”, che preveda, oltre all’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, indefettibilmente, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonchè l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale die correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. Tabella che, allo stato, risulta essere quella di Roma.

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