Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO ART 600 TER E QUATER AVVOCATO PENALE BOLOGNA

MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO ART 600 TER E QUATER AVVOCATO PENALE BOLOGNA

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DIRITTO PENALE -AVVOCATO A BOLOGNA

Il disposto normativo di cui all’art. 600 ter c.p. si pone quale previsione volta a reprimere le più gravi condotte realizzate attraverso un contesto di organizzazione, almeno embrionale, e di destinazione, anche solo potenziale, del materiale pornografico al successivo utilizzo da parte di un numero imprecisato di soggetti terzi. Quanto affermato, tuttavia, in alcun caso consente la semplicistica conclusione secondo cui la incriminata condotta di realizzazione del materiale pedo-pornografico, qualora avvenuta in maniera estemporanea e senza organizzazione, e pertanto non destinata a soddisfare il mercato della pedofilia, diventi per ciò solo neutra. All’uopo soccorre, invero, la previsione di cui all’art. 600 quater c.p., la cui introduzione rappresenta proprio una forma di chiusura del cerchio al cui interno ricomprendere ogni possibile forma di aggressione al bene primario del libero e corretto sviluppo psicofisico del minore e segnatamente della sua sfera sessuale.

SECONDO TRIB MELANO :

Integra la fattispecie di cui all’art. 600, quater-1, c.p., la detenzione di immagini tridimensionali, realizzate con elevata qualità grafica, che rappresentano figure umane plastiche e proporzionate di adulti e minori coinvolti in atti sessuali, dove alla sommità del corpo del minorenne è stata apposta l’immagine bidimensionale ritraente un bambino realmente esistente, ancorché non identificato, in quanto il prodotto finale, rappresentativo di una situazione simile al reale e dunque lesivo dell’onore, del decoro e dell’equilibrio della persona minorenne rappresentata, cagiona una lesione del bene giuridico protetto dalla norma, da riconoscersi, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata, nello ‘sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale’ del minore stesso; al contrario, restano esclusi dalla previsione normativa i disegni pornografici e, dunque, anche i cartoni animati che rappresentano bambini e adolescenti di fantasia.

Cass. pen., Sez. III, Sentenza, 22/10/2020, n. 2252 (rv. 280825-03)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la liberta’ individuale – In genere – Detenzione di materiale pornografico – Pornografia minorile – Concorso di reati – Condizioni

Il reato di detenzione di materiale pornografico di cui all’art. 600-quater cod. pen. e quello di pornografia minorile ex art. 600-ter cod. pen., che incrimina la produzione di detto materiale, non integrano due distinti illeciti ma due diverse modalità di realizzazione del medesimo reato, con la conseguenza che non possono concorrere tra loro se riguardano il medesimo materiale, mentre può sussistere il concorso se il materiale oggetto della produzione e quello oggetto della detenzione siano diversi. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto configurabile il concorso tra i due reati in quanto la condotta di detenzione aveva ad oggetto immagini di “repertorio” della vittima e, pertanto, diverse da quelle che l’imputato aveva tentato di produrre fornendo alla minore specifiche indicazioni sulla sua realizzazione). (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO TORINO, 28/10/2019)

Cass. pen., Sez. III, Sentenza, 14/12/2017, n. 14001

In tema di pornografia minorile, la sussistenza del reato di cui all’art. 600-ter, comma 3, c.p. deve essere esclusa nel caso di semplice utilizzazione di programmi di file sharing che comportino nella rete internet l’acquisizione e la condivisione con altri utenti del files contenenti materiale pedopornografico, solo quando difettino ulteriori elementi indicativi della volontà dell’agente di divulgare tale materiale, anche sotto il profilo dell’individuazione del dolo eventuale, desumibile dall’esperienza dell’imputato e dalla durata nel tempo del possesso di materiale pedopornografico, dall’entità numerica del materiale, e dalla condotta, già illecita ex art. 600-quater, c.p., connaturata da accorgimenti volti alla difficoltà di individuazione dell’attività (specificamene utilizzo del computer del luogo di lavoro, come elemento che avrebbe garantito la difficoltà dell’individuazione dell’agente).

Cass. pen., Sez. III, 27/11/2019, n. 15208

La clausola di riserva contenuta nell’art. 600 quater c.p. non opera e il reato di detenzione di materiale pedopornografico concorre con quello di divulgazione di materiale pedopornografico di cui all’art. 600 ter, 3° co., c.p. allorché il materiale sia di tale ingente quantità che solo una parte sia stata oggetto di divulgazione, essendo, in questo caso, la condotta di detenzione autonoma ed ulteriore sotto il profilo cronologico e naturalistico ed essendo dotata di una carica di offensività propria.

Cass. pen., Sez. VII, Ordinanza, 19/06/2020, n. 20427 (rv. 280231-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la liberta’ individuale – Violenza sessuale – In genere – Adescamento di minore – Dolo specifico – Fonte di prova

In tema di reato di adescamento previsto dall’art. 609-undecies cod. pen., il dolo specifico consistente nell’intenzione di commettere i reati di cui agli artt. 600, 600-bis 600-ter e 600-quater cod. pen., non deve necessariamente risultare manifesto da quanto esplicitato nella condotta direttamente posta in essere nei confronti del minore, ben potendo la relativa prova essere ricavata anche “aliunde”. (In motivazione la Corte ha anche precisato che, ove il soggetto agente prospettasse con chiarezza al minore il proposito di compiere con lo stesso atti sessuali, ricorrerebbe il diverso reato di tentata prostituzione minorile). (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO BOLOGNA, 17/05/2018)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACETO Aldo – Presidente –

Dott. GENTILI Andrea – rel. Consigliere –

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere –

Dott. REYNAUD Gianni F. – Consigliere –

Dott. CORBO Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.A., nato in (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1714 della Corte di appello di Ancona del 22 aprile 2016;

letti gli atti di causa, la sentenza impugnata e il ricorso introduttivo;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Andrea GENTILI;

letta la requisitoria scritta del PM, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. TOCCI Stefan, il quale ha concluso chiedendo la dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

Con sentenza del 22 aprile 2016, la Corte di appello di Ancona ha confermato la precedente decisione con la quale, in data 3 marzo 2015, il Tribunale di Ancona aveva dichiarato la penale responsabilità di C.A. in ordine al reato di cui all’art. 600-quater c.p., per essersi costui consapevolmente procurato ed avere disposto di materiale pedopornografico rinvenuto all’interno dell’hard disk di un pc in uso e nella sua disponibilità presso la impresa ove questi lavorava e su di un CD Rom rinvenuto presso la sua abitazione, e lo aveva, pertanto, condannato alla pena, peraltro integralmente condonata, di mesi 3 di reclusione ed Euro 3.000,00 di multa.

Avverso la predetta sentenza ha interposto ricorso per cassazione la difesa del prevenuto, articolando 7 motivi di impugnazione.

Secondo l’ordine di loro presentazione il contenuto di questi è il seguente: con il primo motivo il ricorrente ha contestato la identificazione dell’indirizzo IP attraverso il quale è stato fatto accesso ad un sito internet contenente immagini pedopornografiche quale indirizzo riferibile al C., essendo questo, invece, riguardante non la società di pertinenza dell’imputato.

Con il secondo motivo è stata contestata la stessa sussistenza del fatto costituente reato, posto che, essendo stato ascritto al C. il fatto di avere visionato del materiale pedopornografico, si osserva che – sulla base della normativa vigente al momento dei fatti di cui in imputazione, la quale punisce esclusivamente la detenzione del materiale in questione e non anche la sua mera visione – la condotta ascritta al prevenuto era penalmente irrilevante.

Con il terzo motivo la ricorrente difesa ha dedotto la mancanza di certezza in ordine alla volontarietà degli accessi al sito pedopornografico, potendo accedersi ad esso anche in maniera inconsapevole.

Il quarto motivo di impugnazione riguarda la incertezza rispetto alla volontarietà dell’avvenuto scaricamento delle immagini pedopornografiche, non essendovi, peraltro, la certezza che quelle rinvenute presso l’imputato fossero rappresentative di persone di età minore.

Così come emerge anche dal confuso e contraddittorio tenore della relazione tecnica redatta dal Ctu – e questo è l’oggetto specifico del quinto motivo di ricorso – questi esprime esclusivamente un suo parere personale, peraltro confutato da altri testi, sul fatto che le immagini rinvenute appartenessero a soggetti minorenni.

Il sesto motivo è riferito alla censura di contraddittorietà e difetto di risultanze probatorie nella motivazione della sentenza impugnata, il cui contenuto e riferito a giudizi di mera probabilità ovvero ad inferenze logiche operate dalla Corte di appello senza un adeguato supporto probatorio.

Infine, il settimo motivo ha ad oggetto il difetto di motivazione in punto di determinazione della pena.

Motivi della decisione

Il ricorso, essendo risultati i motivi posti a suo supporto ora manifestamente infondati ora direttamente inammissibili, deve essere, a sua volta, dichiarato, nel suo complesso inammissibile.

Il primo motivo è chiaramente inammissibile; invero, nella sentenza impugnata è chiaramente precisato che l’accesso ai siti web da cui sono state scaricate immagini pedopornografiche è stato eseguito da una utenza telefonica in uso presso la azienda gestita dal padre del prevenuto, ove quest’ultimo svolgeva, senza avere altri colleghi con analoghi compiti, mansioni aventi oggetto la materia informatica, utilizzando un gestore presso il quale proprio l’odierno imputato aveva stipulato un contratto per l’attivazione di un collegamento internet; sulla base di tali obbiettivi dati i giudici del merito hanno, con motivazione indubbiamente congrua ed immune da vizi logici o giuridici, plausibilmente desunto il fatto che l’autore dei collegamenti nel corso dei quali vi è stato lo scaricamento delle immagini di cui al capo di imputazione sia stato l’odierno ricorrente.

Il secondo motivo è manifestamente infondato; si osserva, infatti, che, anche sulla base della normativa vigente al momento in relazione al quale i fatti sono stati contestati, cioè nel dicembre del 2012, la condotta attribuita all’imputato – l’avere disposto del materiale pornografico procuratosi (e non la sua mera visione) – era, ed è tuttora, idonea a realizzare il reato a lui contestato, nessun rilievo avendo il fatto che nella materiale redazione del capo di imputazione la Procura della Repubblica anconetana abbia fatto riferimento, seguendo una lezione normativa non più in vigore, all’atto di “disporre” e non di “detenere” il materiale in questione, essendo evidente che il significato del costrutto lessicale adoperato era quello di “avere a propria disposizione”, cioè un concetto del tutto equivalente a quello espresso, nel comune modo di intendere la lingua, dalla parola “detenere”.

Il terzo motivo di impugnazione – che può essere esaminato congiuntamente al quarto, attesa la prossimità logica che li caratterizza, oltre al comune percorso motivazionale della soluzione dei quesiti da essi posti attiene, il primo, al ritenuto difetto di certezza in ordine alla volontarietà dell’avvenuto accesso ai siti dai quali sono state scaricate le immagine pedopornografiche di cui alla imputazione, mentre il successivo motivo attiene alla certezza in ordine alla volontarietà dell’avvenuta operazione di download della predette immagini.

Si tratta di censure sviluppate in fatto, cui la Corte di merito ha già dato congrua risposta, avendo osservato che la ipotesi dell’accesso involontario appare esclusa sia dal fatto che il C. avesse contatti con altri soggetti avvezzi alla divulgazione di materiale pedopornografico sia, principalmente, dalla circostanza che il materiale in questione era conservato in files ed in altri supporti informatici creati ad hoc, con indubbia consapevolezza, da un utente, cioè il C., che non poteva, visti i nomi con i quali i predetti contenitori erano stati catalogati – evidentemente allusivi ed a volte con plateale volgarità al loro oggetto, ignorarne il contenuto.

Passando al successivo motivo di ricorso, il quinto, con il quale è contestata la concludenza della perizia tecnica in esito alla quale è stata rilevata la minore età dei soggetti effigiati nelle immagini pornografiche rinvenute presso l’imputato, essendo stato rilevato dalla ricorrente difesa che il Ctu avrebbe semplicemente affermato la “verosimile” minore età di tali soggetti, è stata ben precisa la sentenza della Corte dorica nel rilevare che, al di là di una certa prudenza espressa dal teste attraverso la parola “verosimile”, la diretta visione di talune delle immagini da questo, nello svolgimento del suo incarico, estrapolate dal ben più corposo compendio rinvenuto della disponibilità dell’imputato, ed acquisite al fascicolo del processo, ha permesso di evidenziare, sulla base dei diversi e tutti attendibili indici morfologici posti in evidenza dalla Corte di Ancona nella motivazione della sentenza impugnata, che le figure ivi rappresentate riproducessero la immagine di persone aventi ancora uno stadio incompleto di maturazione fisica e, pertanto, è legittimo ritenere che si trattasse di individui cronologicamente ancora minorenni.

La natura fattuale di tale inferenza, logicamente operata dalla Corte, ne impedisce il riesame in questa sede di legittimità, rendendo, pertanto, inammissibile il motivo di ricorso con il quale una tale verifica era stata sollecitata.

Il sesto motivo di impugnazione concerne la contraddittorietà e la mancanza degli elementi probatori in forza dei quali è stata affermata la penale responsabilità dell’imputato.

Si tratta di doglianza priva di pregio, posto che, a differenza di quanto ritenuto dalla parte ricorrente, nella sentenza impugnata si è dato atto della esistenza di elementi dimostrativi univoci della sua penale responsabilità, essendo stata evidenziata la presenza, di per sè atta a tacitare qualsivoglia lamento difensivo, di ben 596 foto ritraenti ragazze (sulla raggiunta prova della minore età di diverse delle quali già ci si è dianzi intrattenuti) “vestite, seminude e nude in atti sessuali”, di un CD Rom contenente immagini cinematografiche a contenuto pedopornografico, oltre a quella di numerosi collegamenti effettuati a siti specializzati nella pedopornografia; che poi nella sentenza della Corte il termine in questione, sia utilizzato promiscuamente con quello di “pornografico” non è certo indice di contraddittorietà della motivazione di detta sentenza, posto che quella della “pedopornografia” non è certo una categoria concettuale che si contrapponga in termini di reciproca esclusione a quella della “pornografia” (nel senso che laddove si sia in presenza di immagini pedopornografiche vi è la negazione della pornografia e viceversa), costituendo, semmai, essa una species, avente rilevanza penale, di un più ampio genus di cui la medesima, indubbiamente, fa tuttavia parte.

In ordine al settimo motivo di ricorso, riguardante il difetto di motivazione in punto di determinazione del trattamento sanzionatorio, si rileva che essendo stato questo ampiamente contenuto entro i limiti del medio edittale, anzi essendo stato lo stesso, pur nel consapevole rilievo del “carattere non isolato della condotta” e della “astuzia dimostrata dal C. nel tentativo di occultare le proprie responsabilità”, benevolmente delimitato ad un dipresso dal minimo della pena che l’astratta comminatoria legislativa prevede – onere motivazionale che il giudice del merito doveva soddisfare onde giustificare la dosimetria sanzionatoria poteva ritenersi esaurito anche attraverso il riferimento, come è infatti avvenuto nel caso di specie, alla effettiva congruità della pena irrogata (cfr. Corte di cassazione, Sezione IV penale, 26 giugno 2013, n. 27959).

Il ricorso deve, conclusivamente, essere dichiarato inammissibile ed il ricorrente, visti l’art. 616 c.p.p. va condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 21 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 ottobre 2021

Cass. pen., Sez. Unite, Sent., (data ud. 15/07/2021) 26/10/2021, n. 38402

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASSANO Margherita – Presidente –

Dott. BRUNO Paolo Antonio – Consigliere –

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere –

Dott. PICCIALLI Patrizia – Consigliere –

Dott. ZAZA Carlo – rel. Consigliere –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere –

Dott. ROSI Elisabetta – Consigliere –

Dott. PELLEGRINO Andrea – Consigliere –

Dott. BELTRANI Sergio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

  1. Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma;
  2. M.A., nata a (OMISSIS) nel procedimento a carico di quest’ultima;

avverso la sentenza del 21/04/2020 della Corte di assise di appello di Roma;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;

udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Birritteri Luigi, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso del Procuratore generale e per il rigetto del ricorso dell’imputata;

udito il difensore delle parti civili I.G., I.A., I.R. e C.G.A., avv. Dino Lucchetti, che ha concluso per il rigetto del ricorso dell’imputata depositando conclusioni e nota spese;

uditi i difensori dell’imputata M.A. avv. Giuseppe Cincioni, in sostituzione dell’avv. Giovanni Aricò, e avv. Pasquale Cardillo Cupo, che hanno concluso per l’accoglimento del proprio ricorso e per l’inammissibilità del ricorso del Procuratore generale.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del 2 aprile 2017 il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Latina, a seguito di giudizio abbreviato, condannava M.A. alla pena di sedici anni di reclusione per la continuazione fra il reato di cui all’art. 612-bisc.p. e quello di cui all’art. 575c.p., quest’ultimo aggravato dai futili motivi e dalla commissione del fatto ad opera di persona responsabile del reato di atti persecutori in danno della stessa vittima dell’omicidio C.A.L., riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti.
  2. Il corpo privo di sensi della C., impiegata presso l’ufficio postale di Sperlonga, era stato rinvenuto il 14 giugno 2016 sul pavimento del vano scale del parcheggio pubblico multipiano attiguo a detto ufficio con lesioni, successivamente identificate dagli accertamenti medico-legali, in fratture zigomatiche, nasali e craniche. Queste ultime cagionavano il decesso della C. il successivo 21 giugno in conseguenza di emorragia extraparenchimale.

Secondo i giudici di merito l’imputata, dopo aver raggiunto la C. sulle scale, l’aveva aggredita e spinta, cagionandone la caduta e il violento urto del capo che provocava le lesioni craniche. Tale ricostruzione si fondava sulle dichiarazioni dei testi intervenuti che indicavano la presenza sul luogo, nell’immediatezza del fatto, della collega della vittima M.A., su altri contributi testimoniali, su riprese dell’impianto di sorveglianza del parcheggio, da cui risultava che la C. percorreva le scale in discesa e la M. si dirigeva verso il vano scale dopo essere entrata nel parcheggio da altro accesso, nonchè sul rilevamento di tracce di sangue della C. in corrispondenza del primo gradino della scala e di una ciocca di capelli, stretta nella mano della vittima, corrispondente al profilo genetico della M..

Alla luce delle dichiarazioni di colleghi delle due donne e di congiunti e conoscenti della vittima, si riteneva altresì che la M., dal 2015 fino al giorno dell’omicidio, avesse dato luogo, nel corso dell’attività lavorativa presso l’ufficio postale, ad una reiterata condotta persecutoria in danno della C., rivolgendole epiteti ingiuriosi, inviandole messaggi offensivi e minacciosi e cercando continuamente il contatto fisico con la stessa mediante gomitate e spallate, in modo da creare uno stato di ansia e timore che induceva la C. ad evitare di incrociare la M., ad uscire dall’ufficio al termine della giornata lavorativa solo dopo che la predetta si era allontanata e a programmare la cessazione anticipata del rapporto di lavoro.

  1. Essendo stato proposto appello avverso la sentenza di cui sopra dal pubblico ministero, dalle parti civili e dall’imputata, con sentenza del 28 giugno 2018 la Corte di assise di appello di Roma, in accoglimento del gravame della M., assolveva quest’ultima dall’imputazione di atti persecutori per insussistenza del fatto e, riqualificato il reato di omicidio volontario come preterintenzionale ed escluse le aggravanti, rideterminava la pena in sei anni di reclusione.
  2. A seguito di ricorso per cassazione proposto da tutte le parti avverso la decisione di secondo grado, la Prima sezione di questa Corte, il 10 luglio 2019, annullava la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio sui seguenti punti.

4.1. La sentenza impugnata, nel riqualificare il fatto omicidiario, aveva escluso l’intento dell’imputata di sorprendere la vittima sulle scale per ucciderla, il pericolo, a seguito della spinta, di una precipitazione della vittima nel vuoto, in considerazione dell’assenza di una tromba delle scale, nonchè la configurabilità del dolo omicidiario a fronte della caduta da pochi gradini e delle deposizioni testimoniali sull’atteggiamento compassionevole tenuto dalla M..

Nel motivare su questi profili i giudici di appello avevano, però, omesso di confrontarsi criticamente con le diverse narrazioni sulla dinamica del fatto e sulle caratteristiche delle scale e, comunque, con l’articolato contenuto delle argomentazioni della sentenza di primo grado in merito alla sussistenza di un dolo omicidiario quanto meno eventuale, desumibile dalla accettazione dell’evento insita nello scaraventare per le scale una persona di mezza età già stordita dalle procurate fratture allo zigomo e alle ossa nasali.

4.2. La sentenza di questa Corte rilevava altresì, a quest’ultimo proposito, l’illogicità della motivazione fondata sull’astratta ipotesi di una caduta della vittima per rotolamento, nonostante la presenza di elementi oggettivi di segno contrario.

4.3. Anche la motivazione sull’assoluzione dall’imputazione di atti persecutori era ritenuta carente, in quanto fondata sulla qualificazione dei rapporti fra la M. e la C. in termini di reciproca ostilità, sulla base di testimonianze contrastanti delle quali non era stata vagliata l’attendibilità.

  1. Con sentenza del 21 aprile 2020 la Corte di assise di appello di Roma, giudicando in sede di rinvio, riteneva la M. responsabile del reato continuato di atti persecutori ed omicidio volontario aggravato dalla commissione del fatto ad opera di persona responsabile del reato di atti persecutori in danno della stessa vittima dell’omicidio, e, ritenute le attenuanti generiche equivalenti a tale residua aggravante, rideterminava la pena in quindici anni e quattro mesi di reclusione.

La responsabilità dell’imputata per il reato di atti persecutori era ritenuta provata da quanto dichiarato dai congiunti, da una vicina e da colleghe della C., destinatarie di confidenze di quest’ultima in ordine agli atti persecutori subiti dalla M.’. Le prove dichiarative erano suffragate, ad avviso dei giudici, dal rinvenimento, su un opuscolo divulgativo delle poste, di commenti offensivi nei confronti della C. che la consulenza grafica riconduceva alla grafia dell’imputata, e dai fotogrammi tratti dalle videoriprese dell’impianto di sorveglianza, indicativi dell’atteggiamento di cautela della C. nel percorso di uscita dall’ufficio al fine di non avere contatti con la M..

Quanto al reato di omicidio volontario, i giudici ritenevano che il narrato dei testi, i quali avevano visto la M. dirigersi verso il vano scale del parcheggio e subito dopo avevano udito l’urlo di una donna e un tonfo, valutato unitamente alle risultanze medico-legali, consentisse di ritenere accertato che l’imputata aveva colpito la C. con un pugno al viso, cagionando le lesioni nasali e zigomatiche, e successivamente le aveva inferto una spinta, provocandone la caduta all’indietro e l’urto della testa contro il pianerottolo della scala. Sulla base di questa ricostruzione la Corte di assise di appello di Roma argomentava che l’evento letale era stato quanto meno accettato dall’imputata ed escludeva che indicazioni di segno contrario potessero essere tratte dal successivo comportamento assunto dalla M., la quale avrebbe brevemente sorretto il capo della vittima per poi allontanarsi repentinamente. La sentenza osservava in proposito che tale comportamento non era stato confermato dai primi testimoni giunti sul luogo, ma era stato descritto solo dai testi successivamente sopraggiunti, e che, quindi, poteva essere stato adottato in chiave difensiva.

Il concorso fra i reati di atti persecutori ed omicidio volontario aggravato ai sensi dell’art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1 era affermato sulla base di un orientamento giurisprudenziale in tal senso.

La richiesta prevalenza delle attenuanti generiche era esclusa in considerazione della concorrente condotta persecutoria e del negativo comportamento processuale costituito dalla falsa accusa di aggressione rivolta alla vittima.

  1. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale e l’imputata.

6.1. Il Procuratore generale ricorrente deduce vizio motivazionale in ordine al giudizio di equivalenza delle circostanze, lamentando l’omesso esame del motivo di appello relativo alla richiesta subvalenza delle attenuanti generiche. Lamenta, inoltre, la contraddittorietà del giudizio di equivalenza, tenuto conto degli elementi sfavorevoli all’imputata indicati nella sentenza impugnata.

6.2. L’imputata ricorre con due atti di impugnazione proposti dai propri difensori.

Con l’atto proposto dall’avv. Cardillo Cupo si deducono i seguenti cinque motivi.

6.2.1. Vizio motivazionale sulla sussistenza del reato di atti persecutori.

Le dichiarazioni testimoniali favorevoli alla ricostruzione accusatoria sono state illogicamente preferite a quelle difensive, malgrado le prime si limitassero a riferire confidenze della persona offesa. E’ stata omessa la valutazione delle testimonianze dei dipendenti dell’ufficio sulla reciprocità delle condotte offensive fra la M. e la C.. Quanto ai ritenuti riscontri, l’opuscolo contiene in realtà annotazioni riferite a tutti i dipendenti. La cautela della vittima nell’uscire dall’ufficio dopo la M. è stata desunta unicamente da una videoripresa del giorno del ritenuto omicidio, che non evidenzia in maniera univoca questo atteggiamento e documenta l’uscita della C. dall’ufficio a distanza di pochi secondi dall’imputata. Non sono state considerate le dichiarazioni del padre dell’imputata, pur se confermate da produzione documentale, da cui risulta che la M. aveva deciso di cambiare sede di lavoro a causa dell’atteggiamento della C.. Non vi è traccia della domanda di trasferimento di quest’ultima di cui ha riferito la teste T.. Non sono state valutate neppure le dichiarazioni del teste N. che attribuiscono chiaramente al marito della C. la volontà di convincere la moglie al pensionamento anticipato.

6.2.2. Violazione di legge e vizio motivazionale sulla configurabilità del reato di cui all’art. 612-bis c.p..

La condotta contestata è riconducibile alla diversa fattispecie civilistica del mobbing, in quanto svoltasi esclusivamente in ambito lavorativo.

6.2.3. Violazione di legge con riferimento al ritenuto concorso del reato di atti persecutori con il reato di omicidio volontario.

La fattispecie aggravata di quest’ultimo delitto, prevista dall’art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1, realizza un’ipotesi di reato complesso ai sensi dell’art. 84 c.p., e tanto non consente di aderire all’orientamento, richiamato nella sentenza impugnata, per il quale l’assorbimento del reato di atti persecutori in quello di omicidio aggravato sarebbe escluso dalla diversità strutturale delle fattispecie incriminatrici. E’, altresì, inconferente il richiamo alla disciplina di cui all’art. 15 c.p., applicabile ai casi nei quali un unico reato è riferibile a più disposizioni in rapporto di specialità, e non ad un caso, come quello in esame, in cui il rapporto intercorre non fra più reati, ma fra il reato di atti persecutori e la contestata aggravante del reato di omicidio. La suddetta aggravante non può essere qualificata come circostanza soggettiva diretta ad inasprire il trattamento sanzionatorio nei confronti del soggetto responsabile anche del reato di atti persecutori, essendo la formulazione letterale della norma chiaramente espressiva della previsione di un’aggravante oggettiva.

6.2.4. Vizio motivazionale sulla sussistenza del reato di omicidio volontario.

Non è provato che la M. si fosse diretta verso le scale dopo aver notato la presenza della C., e sul punto non è stata tenuta in adeguata considerazione la versione dell’imputata, che riferiva di essere tornata verso l’ufficio dal parcheggio per parlare con il collega D.B..

L’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, che argomenta l’inverosimiglianza della versione difensiva dell’aggressione della M. ad opera della C. con le mani ingombre, contrasta con lo strappo di un ciuffo di capelli dell’imputata da parte della vittima.

La ricostruzione della spinta che l’imputata avrebbe inferto alla C. è difforme da quella proposta nella sentenza di primo grado e priva di supporto probatorio, in quanto non è stato accertato da quale gradino della scala la persona offesa era caduta, e dalla tempistica descritta dai testimoni si desume che la M. aveva potuto salire solo pochi gradini.

L’argomentazione circa la precostituzione difensiva dell’atteggiamento compassionevole verso la C., da parte dell’imputata, è illogica, in quanto sarebbe stato ben più agevole per l’imputata allontanarsi.

La sentenza impugnata non tiene conto della relazione psichiatrica da cui emergono le sofferenze manifestate dall’imputata durante l’esecuzione della custodia cautelare.

6.2.5. Violazione di legge su(giudizio di mera equivalenza delle attenuanti generiche rispetto all’aggravante.

Il riconoscimento delle attenuanti è oggetto di un giudicato formatosi sulla statuizione della precedente sentenza di appello che aveva applicato la corrispondente diminuzione di un terzo della pena, i cui effetti sono stati vanificati dalla mancata applicazione di detta diminuzione in conseguenza del bilanciamento con la circostanza aggravante.

6.3. Con l’atto proposto dall’avv. Aricò si deducono i seguenti due motivi. 6.3.1. Violazione di legge e vizio motivazionale in ordine alla sussistenza del reato di omicidio volontario.

La sentenza rescindente aveva fissato il principio di diritto per il quale la natura del dolo doveva essere accertata con riferimento al momento dell’azione lesiva, ed a questi fini il materiale probatorio doveva essere interamente rivalutato. In questa ottica la sentenza impugnata non ha colmato il vuoto conoscitivo sull’individuazione dell’esatto luogo nel quale la condotta sarebbe stata sarebbe stata posta in essere, imprescindibile ai fini delle valutazioni sulla ravvisabilità del ritenuto dolo eventuale. In merito alla tesi difensiva di un’aggressione iniziata dalla C., oltre a quanto osservato in precedenza, la ricostruzione dello strappo dei capelli della M. quale mera reazione istintiva alla caduta è illogica, nel momento in cui un siffatto gesto aveva cagionato conseguenze lesive al cuoio capelluto dell’imputata.

6.3.2. Violazione di legge e vizio motivazionale sulla sussistenza del reato di atti persecutori.

In aggiunta a quanto dedotto in precedenza, il mandato della sentenza rescindente, che imponeva di valutare l’attendibilità dei diversi contributi dichiarativi, non è stato rispettato, in quanto sono state valutate solo le dichiarazioni che riportavano quanto riferito dalla vittima sugli atti vessatori subiti, e non anche quelle che rappresentavano una situazione di reciprocità di offese.

  1. Con ordinanza del 1 marzo 2021 la Quinta Sezione penale di questa Corte, investita della decisione sui ricorsi, ha rilevato, con riguardo alla questione sul concorso fra i reati di atti persecutori e di omicidio aggravato ai sensi dell’art. 576c.p., comma 1, n. 5.1, l’esistenza di due contrastanti orientamenti giurisprudenziali.

Osserva che il primo di essi, richiamato nella sentenza impugnata, considera la natura soggettiva dell’aggravante, in quanto fondata sull’identità dell’autore dei due reati, traendone la conseguenza che l’elemento aggravatore non è pertinente alla condotta. Esclude la riconducibilità del caso alla previsione dell’art. 15 c.p. per l’insussistenza del rapporto di specialità che detta norma presuppone.

Evidenzia tuttavia la ricorrenza di un secondo indirizzo interpretativo, secondo cui il caso in esame realizza un’ipotesi di reato complesso nella quale la fattispecie omicidiaria aggravata assorbe il disvalore degli atti persecutori.

Secondo tale interpretazione, ciò che aggrava il reato di omicidio non è, infatti, la commissione dello stesso da parte del persecutore in quanto tale, ma il fatto che l’omicidio sia stato preceduto dalle condotte persecutorie. In questa prospettiva il concorso dei due reati farebbe pesare inammissibilmente per due volte sul soggetto agente il disvalore degli atti persecutori.

Ha rimesso, pertanto, i ricorsi alle Sezioni Unite per la soluzione del contrasto.

  1. Con decreto del 21 aprile 2021 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissandone la trattazione per l’udienza odierna.
  2. Nell’interesse delle parti civili I.G., I.A., I.R. e C.G., è stata depositata memoria con la quale, sulla questione oggetto della rimessione, si osserva che la norma che prevede la circostanza aggravante in esame sanziona la maggiore pericolosità dell’omicidio in quanto commesso nei confronti della persona vittima di una condotta persecutoria. La tesi del reato complesso è fondata su una progressione criminosa non chiaramente identificabile e non necessariamente sussistente, potendo l’omicidio essere commesso in occasione di uno qualsiasi degli atti persecutori. Le argomentazioni dell’ordinanza di rimessione confondono il reato complesso con i diversi istituiti della progressione criminosa e dell’antefatto non punibile, che richiedono l’omogeneità degli interessi offesi. La formulazione letterale dell’art. 576c.p., comma 1, n. 5.1 non comprende gli atti persecutori. Quanto agli ulteriori motivi proposti dall’imputata, si osserva che la sussistenza della fattispecie di omicidio volontario è motivata nella sentenza impugnata in base alle risultanze oggettive e medico-legali sulla precipitazione del corpo della vittima. Sulla sussistenza del reato di atti persecutori le dichiarazioni indicate dalla difesa sono state esaminate. Il mutamento delle abitudini di vita della vittima era motivato dalla necessità di attendere l’uscita dal lavoro della M.: tale circostanza esprimeva anche il timore della C. per la propria incolumità. La sentenza impugnata è sorretta da idonea motivazione anche sulla riconducibilità alla condotta vessatoria della M. dell’intenzione della C. di chiedere il pensionamento.
  3. Sulla questione oggetto della rimessione il Procuratore generale in sede e il difensore dell’imputata avv. Aricò hanno depositato note d’udienza a sostegno delle rispettive richieste.

Motivi della decisione

  1. La questione rimessa alle Sezioni Unite può essere formulata nei seguenti termini: “Se, in caso di omicidio commesso dopo l’esecuzione di condotte persecutorie poste in essere dall’agente nei confronti della medesima persona offesa, i reati di atti persecutori e di omicidio aggravato ai sensi dell’art. 576c.p., comma 1, n. 5.1 concorrano tra loro o sia invece ravvisabile un reato complesso, ai sensi dell’art. 84c.p., comma 1″.
  2. La questione è oggetto di contrasto giurisprudenziale fra due pronunce pervenute, sul tema in discussione, a conclusioni opposte.

2.1. Nella prospettiva adottata dal primo orientamento (Sez. 1, n. 20786 del 12/04/2019, P., Rv. 275481) non ricorre nel caso di specie alcuna delle ipotesi generali di esclusione del concorso fra le norme incriminatrici, da considerarsi pertanto sussistente sulla base delle seguenti argomentazioni.

L’art. 84 c.p., comma 1, esclude l’applicazione delle disposizioni sul concorso di reati quando “la legge considera come elementi costitutivi, o come circostanze aggravanti di un solo reato, fatti che costituirebbero, per sè stessi, reato”. Quindi, condizione imprescindibile per la ravvisabilità della figura del reato complesso è l’interferenza fra le norme incriminatrici su un fatto oggettivo, comune agli ambiti applicativi delle stesse. L’attenzione normativa è riposta sui “fatti”, per tali dovendosi intendere i profili oggettivi e non anche la relazione eminentemente soggettiva tra il fatto e il suo autore, posto che il rapporto è tra fattispecie e, dunque, tra accadimenti umani.

La scelta legislativa di attribuire specifico rilievo, nella disciplina dell’aggravante ex art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1, alla identità del soggetto autore sia del delitto di atti persecutori che di quello di omicidio volontario, e non alla relazione tra i fatti commessi, è frutto di una consapevole modalità espressiva, come si evince dalla disposizione aggravatrice immediatamente precedente in cui è usata una formula lessicale significativamente diversa, incentrata sulle condotte lesive il cui disvalore aggiuntivo risiede nel fatto che esse sono state compiute “in occasione della commissione di taluno dei delitti previsti dagli artt. 572, 600-bis, 600-ter, 609-bis, 609-quater e 609-octies”; l’omessa riproposizione, nella disposizione che qui interessa, dell’espresso riferimento al legame, quanto meno occasionale, con il reato diverso dall’omicidio (nella specie il delitto di atti persecutori), esclude che il fatto costitutivo di detto reato sia considerato in quanto tale integrativo della fattispecie aggravata.

Per altro verso, non è possibile ravvisare nell’ipotesi considerata un caso di concorso apparente di norme ex art. 15 c.p., che le Sezioni Unite (ultimamente Sez. U, n. 2664 del 23/02/2017, Stalla, Rv. 269668) hanno ritenuto applicabile qualora fra le norme evocate dal caso concreto sussista un rapporto di specialità in astratto, indiscutibilmente non sussistente fra le incriminazioni di omicidio volontario ed atti persecutori. Irrilevante, infine, per il corretto inquadramento della questione, è la clausola di riserva contenuta nell’art. 612-bis c.p., comma 1, (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”), attesa la oggettiva diversità tra il fatto idoneo ad integrare il delitto di cui all’art. 575 c.p. e quello riconducibile al paradigma normativo dell’art. 612-bis c.p., dei quali, peraltro, l’uno ha natura istantanea e l’altro abituale.

Sulla base di tali considerazioni, l’indirizzo in esame giunge alla conclusione che il delitto di atti persecutori concorre con quello di omicidio, pur se aggravato dalla commissione della condotta persecutoria in danno della stessa vittima.

2.2. Nel percorso argomentativo dell’opposto indirizzo (Sez. 3, n. 30931 del 13/10/2020, G., Rv. 280101) il concorso fra i reati di omicidio e atti persecutori è invece escluso in conseguenza della ritenuta ravvisabilità, nella fattispecie omicidiaria aggravata dal compimento di una condotta persecutoria da parte dello stesso autore nei confronti della medesima vittima, di una figura di reato complesso che assorbe il delitto di cui all’art. 612-bis c.p..

E’ opportuno precisare che la decisione citata riguardava un caso particolare nel quale la questione si poneva nella prospettiva del ne bis in idem processuale, e non sostanziale; era infatti dedotta, in quel giudizio di legittimità, la violazione dell’art. 649 c.p.p. in relazione alla condanna (fra gli altri) per il reato di atti persecutori, intervenuta dopo una precedente condanna per il reato di omicidio aggravato ai sensi dell’art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1, in una situazione concreta nella quale vi era coincidenza fattuale e temporale della condotta persecutoria contestata nei due procedimenti. La questione veniva tuttavia risolta in base a considerazioni valide in termini generali circa l’assorbimento del reato di atti persecutori in quello di omicidio aggravato.

Secondo questo orientamento, la formulazione testuale della menzionata disposizione aggravatrice, contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza di segno contrario precedentemente esposta, non limita il suo oggetto descrittivo alla posizione soggettiva dell’autore dell’omicidio quale persecutore della vittima, ma estende la sua portata fino a comprendere il fatto persecutorio nella sua interezza. Tanto in conseguenza del riferimento all’espressa indicazione dell’identità non solo del soggetto agente dei due reati, ma anche del soggetto passivo degli stessi; il che implica necessariamente l’inclusione, nella previsione normativa, di entrambi i fatti criminosi intercorsi fra tali soggetti, realizzando la condizione della comprensione dei fatti in un reato complesso di cui l’opposto indirizzo giurisprudenziale nega l’esistenza.

In questa prospettiva, traspare l’intento del legislatore di aggravare la pena non per quello che il soggetto agente dell’omicidio appare essere, ma per ciò che lo stesso ha fatto; e quindi non perchè l’omicidio è commesso da un persecutore, ma in quanto tale delitto è preceduto da una condotta persecutoria della quale lo stesso costituisce l’esito. Tale conclusione sarebbe confermata dai lavori preparatori all’introduzione della circostanza aggravante in esame con il D.L. 23 febbraio 2009, n. 11art. 1, comma 1, lett. a), convertito con modificazioni dalla L. 23 aprile 2009, n. 38. Dagli stessi si desume che l’integrazione normativa è stata giustificata con la necessità di fronteggiare l’allarmante fenomeno della commissione di omicidi in danno delle vittime di atti persecutori, in tal modo presupponendo, quale oggetto della nuova previsione aggravatrice, una connessione fra i due fatti criminosi, entrambi compresi nella stessa.

In presenza di questi elementi testuali e sistematici, una lettura nel senso del concorso dei reati si tradurrebbe nella sostanziale abrogazione della disciplina del reato complesso di cui all’art. 84 c.p. e, per altro verso, nel duplice addebito, a carico del soggetto agente, del delitto volontario aggravato ex art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1 e di quello di atti persecutori, in violazione del principio generale del ne bis in idem, nei suoi aspetti sia processuali che sostanziali.

Nell’economia della motivazione della decisione citata assume peraltro rilievo contrale, ai fini dello sviluppo del ragionamento, la circostanza che la fattispecie assorbente sia costituita da un omicidio volontario verificatosi quale sviluppo conseguente della condotta persecutoria.

  1. Ai fini del corretto inquadramento della problematica in esame, sono innanzitutto e senz’altro condivisibili le argomentazioni della sentenza della Prima Sezione in ordine all’irrilevanza, per un verso, della normativa sul concorso apparente di norme (art. 15c.p.), e, per altro, della clausola di riserva contenuta in una delle norme incriminatrici astrattamente incidenti sulla fattispecie, ossia l’art. 612-bisc.p..

3.1. Quanto al primo aspetto, la giurisprudenza delle Sezioni Unite ha da tempo chiarito che la sussistenza dell’identità della materia regolata da più disposizioni della legge penale, che costituisce il presupposto normativo dell’operatività dell’istituto del concorso apparente, non può essere valutata alla luce di criteri diversi dal principio di astratta specialità fra le norme (Sez. U, n. 20664 del 23/02/2017, Stalla, Rv. 269668). L’ipotesi dell’esclusiva applicabilità di una sola delle norme incriminatrici ricorre pertanto unicamente ove, all’esito del confronto strutturale fra le fattispecie astratte configurate e della comparazione degli elementi costitutivi che concorrono a definirle, sia da escludere il presupposto della convergenza di norme (Sez. U, n. 1963 del 28/10/2010, dep. 2011, Di Lorenzo, Rv. 248722; Sez. U, n. 1235 del 28/10/2010, dep. 2011, Giordano, Rv. 248864).

Tali condizioni non sono all’evidenza ravvisabili nel raffronto tra le articolazioni strutturali degli artt. 575 e 612-bis c.p., che non presentano elementi comuni nè con riguardo alle condotte, costituite nella prima norma da atti lesivi dell’integrità fisica e nella seconda da comportamenti minacciosi o molesti, nè per quanto concerne gli eventi, diversamente individuati, per il primo reato, nella morte della vittima, e, per il secondo, nell’induzione nella stessa di stati di ansia, paura o timore per l’incolumità propria o di congiunti, ovvero dalla costrizione della persona offesa all’alterazione delle proprie abitudini di vita. Non senza considerare, peraltro, che anche l’eventuale riferimento agli ormai superati criteri fondati sull’omogeneità o meno degli interessi tutelati dalle norme (Sez. 5, n. 13164 del 01/10/1999, Melluccio, Rv. 214712) condurrebbe nel caso di specie a risultati analoghi, essendo i reati in discussione diretti ad offendere l’uno il valore della vita e l’altro quello della libertà morale della persona.

3.2. Per quanto riguarda il secondo aspetto, relativo alla presenza nell’art. 612-bis c.p. della clausola di riserva per il caso in cui il fatto costituisca un più grave reato, le stesse osservazioni che precedono, in ordine alla radicale difformità strutturale delle fattispecie incriminatrici dell’omicidio e degli atti persecutori e alla estraneità dei relativi elementi costitutivi, implicano inevitabilmente l’impossibilità che il fatto persecutorio integri di per sè il più grave e diverso fatto omicidiario.

3.3. A prescindere da queste considerazioni, va però richiamata l’attenzione su un dato che in ogni caso le supera, rivelandosi in definitiva dirimente. Il riferimento normativo per la soluzione della questione, anche per i termini nei quali la stessa è stata proposta alle Sezioni Unite, si individua esclusivamente nell’art. 84 c.p.; si tratta di stabilire, infatti, se il caso in esame sia e meno riconducibile all’istituto del reato complesso, disciplinato da detta norma.

E’ noto a questa Corte il risalente dibattito dottrinario sulla identificazione del principio generale del quale il citato art. 84 sarebbe espressione. Essoe ha visto contrapporre ai richiami ai criteri della specialità in concreto, della sussidiarietà, della consunzione o del ne bis in idem sostanziale quello alla specialità in astratto posta a fondamento dell’art. 15 c.p., di cui l’art. 84 sarebbe una sostanziale duplicazione. Questa tesi ha trovato anche un riconoscimento giurisprudenziale in un caso in cui l’assorbimento del reato di procurata somministrazione di sostanze stupefacenti (art. 613 c.p.) in quello di rapina, aggravata dal porre il soggetto passivo in stato di incapacità di volere e agire (art. 628 c.p., comma 3, n. 2), è stato giustificato quale applicazione specifica del principio di specialità e del conseguente concorso apparente di norme (Sez. 2, n. 50155 del 1/11/2004, Minicucci, Rv. 230601).

E’ tuttavia alla particolare struttura normativa del reato complesso, per come delineata dall’art. 84, che occorre avere riguardo per stabilire se, nel caso di specie, sussista o meno il concorso fra le norme incriminatrici richiamate.

  1. La soluzione del quesito richiede a questo punto una preliminare riflessione sulla fattispecie del reato complesso, come tale nominata nella rubrica dell’art. 84c.p., e descritta, nel comma 1 di detto articolo, quale sussunzione, come elementi costitutivi o circostanze aggravanti di un reato, di fatti di per sè costituenti autonomi reati.

4.1. Dal tenore letterale della disposizione risulta immediatamente che la figura in esame presenta più forme di manifestazione. Va tralasciata, in quanto non attinente al caso oggetto della questione rimessa, la problematica dell’inclusione o meno tra queste forme del cosiddetto “reato complesso in senso lato”, nel quale una fattispecie incriminatrice è composta da un fatto costituente altro reato e da ulteriori elementi di fatto in sè privi di rilevanza penale. Tale ipotesi è stata ritenuta configurabile dalla giurisprudenza con riguardo al reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, in quanto comprendente un fatto di appropriazione indebita a cui si aggiunge la sentenza dichiarativa di fallimento (Sez. 5, n. 2295 del 03/07/2015, dep. 2016, Marafioti, Rv. 266018), mentre viene diversamente ricondotta da parte della dottrina alla diretta applicazione del principio generale di specialità.

Tanto premesso, nel testo della norma citata si individuano chiaramente due distinte ipotesi, rispettivamente denominate in dottrina come “reato composto”, costituito da elementi che di per sè integrererebbero altre figure criminose, e come “reato complesso circostanziato”, nel quale, ad una fattispecie-base, distintamente prevista come reato, si aggiunge quale circostanza aggravante un fatto autonomamente incriminato da altra disposizione di legge.

La seconda di tali ipotesi è quella che evidentemente ricorrerebbe nel caso proposto alle Sezioni Unite secondo una delle interpretazioni giurisprudenziali in contrasto, per la quale il reato-base di omicidio volontario è aggravato dalla commissione di un fatto costituente il diverso reato di atti persecutori.

Dal testo normativo emergono peraltro, per il reato complesso in genere come per quello circostanziato in particolare, alcune indicazioni di contenuto chiaro e indiscutibile.

4.2. E’ in primo luogo necessario che l’elemento costitutivo o la circostanza aggravante del reato complesso abbiano ad oggetto un fatto oggettivamente identificabile come tale. Ne segue che la fattispecie in esame non ricorre allorchè la norma incriminatrice, in tesi assorbente, consideri in questa prospettiva una mera qualificazione soggettiva del soggetto agente. E’ il caso della condizione di persona facente parte di un’associazione finalizzata alla commissione di reati di contrabbando (L. 17 luglio 1942, n. 907art. 81, n. 4), in relazione alla quale è stato ravvisato il concorso fra il reato di contrabbando aggravato e quello di associazione per delinquere (Sez. 3, n. 11916 del 05/10/2016, dep. 2017, Colombo, Rv. 269276).

4.3. Occorre, altresì, che il fatto di cui sopra sia inserito nella struttura del reato complesso nella completa configurazione tipica con la quale è previsto quale reato da altra norma incriminatrice. Per questa ragione è stata coerentemente esclusa la natura di reato complesso della rissa, aggravata dalla morte o dalle lesioni subite da taluno nel corso della stessa, rispetto ai reati di omicidio o lesioni personali, essendo gli eventi aggravanti inclusi nella fattispecie incriminatrice di cui all’art. 588 c.p. nella loro oggettiva verificazione quale conseguenza della colluttazione, e non in tutte le componenti materiali e psicologiche dei reati specificamente previsti dagli artt. 575 e 582 c.p. (Sez. 1, n. 30215 del 07/04/2016, R., Rv. 267224). Analogamente, è stato escluso l’assorbimento del reato di porto illegale di arma nel delitto di rapina aggravata dall’uso della medesima arma (art. 628 c.p., comma 3, n. 1), in quanto il delitto di porto illegale è integrato da una condotta diversa da quella sufficiente per la realizzazione dell’aggravante della rapina, che richiede unicamente l’utilizzazione di un’arma anche non detenuta o portata illegalmente (Sez. 2, n. 8999 del 18/11/2014, dep. 2015, Di Stefano, Rv. 263229). La giurisprudenza ha, inoltre, ritenuto assorbita la contravvenzione di possesso ingiustificato di strumenti di effrazione (art. 707 c.p.) nel delitto di furto aggravato dalla violenza sulle cose o dal mezzo fraudolento solo allorchè gli strumenti abbiano trovato effettivo impiego nell’azione furtiva e la detenzione sia attuata esclusivamente con l’uso necessario all’effrazione (Sez. 2, n. 5731 del 02/10/2019, dep. 2020, Lamonaca, Rv. 278371).

4.4. Il fatto deve, infine, essere previsto dalla norma incriminatrice, che si assume configurare un reato complesso, quale componente necessaria della relativa fattispecie astratta, non essendone rilevante l’eventuale ricorrenza nel caso concreto quale occasionale modalità esecutiva della condotta. In tal senso la Corte di legittimità ha ritenuto il concorso del reato di falso in atto pubblico con quello di truffa del quale il falso abbia costituito un artificio nella situazione specificamente contestata (Sez. 5, n. 2935 del 05/11/2018, dep. 2019, Manzo, Rv. 274589), nonchè il concorso del reato di esercizio abusivo di attività finanziaria con quello di usura, non necessariamente realizzabile mediante l’irregolare erogazione di un finanziamento (Sez. 2, n. 43916 del 04/10/2019, Abbate, Rv. 277740).

Le citate decisioni hanno sostanzialmente ritenuto estranea alla fattispecie dell’art. 84 c.p., nella sua inequivoca e insuperabile formulazione testuale, la figura del “reato eventualmente complesso”, ipotizzata da parte della dottrina.

  1. Sulla base di quanto sinora esposto è possibile affermare che i tratti strutturali della fattispecie normativa del reato complesso, chiaramente rilevabili dalla formulazione letterale dell’art. 84c.p., richiedono la previsione testuale di più fatti di per sè costituenti autonomi e diversi reati, puntualmente riconducibili a distinte fattispecie incriminatrici.

A questo punto si tratta di verificare, alla luce della ratio e della collocazione sistematica dell’istituto, se sussistano ulteriori presupposti per la configurabilità del reato complesso.

Il tema, come si è visto, è prospettato nella stessa ordinanza di rimessione. Secondo uno dei due indirizzi interpretativi esaminati, il reato complesso si configura in presenza anche di un collegamento sostanziale fra la condotta omicidiaria e quella persecutoria, collegamento la cui necessità è stata affermata anche da una parte della dottrina. Quest’ultima, pur ammettendo che la figura del reato complesso è il risultato di un’operazione legislativa di unificazione di reati, individua alla base di tale costruzione normativa un substrato sostanziale che riconduce i fatti ad un contesto criminoso esso stesso unitario e ne identifica il profilo di congiunzione in una comune matrice ideologica quanto ai motivi a delinquere, in un rapporto finalistico fra i fatti o nella convergenza degli stessi verso un unico risultato finale.

Orbene, guardando in questa prospettiva al testo dell’art. 84, si nota che i caratteri del reato complesso sono costruiti come funzionali ad un effetto giuridico immediatamente ed espressamente indicato (“le disposizioni degli articoli precedenti non si applicano…”), ossia l’inoperatività dei meccanismi di cumulo sanzionatorio previsti in detti articoli e la conseguente applicazione della sola pena edittale prevista per il reato complesso, escludendo qualsiasi incidenza sanzionatoria dei reati in esso unificati. Fra le disposizioni oggetto di richiamo dell’incipit dell’art. 84 rientra il concorso formale di reati disciplinato dall’art. 81 c.p., comma 1, per la quale è previsto un trattamento sanzionatorio che, pur nella forma mitigata del cumulo giuridico, è determinato dalla pluralità delle pene corrispondenti ai singoli reati concorrenti. La normativa dell’art. 84 si connota particolarmente come derogatoria rispetto a quella dell’art. 81 e il reato complesso ne emerge quale fattispecie di esenzione dal regime sanzionatorio del concorso formale, in quanto “assorbe” la pene stabilite per i singoli reati in quella stabilita per il reato complesso.

Questo rapporto fra le due disposizioni suggerisce la riferibilità delle stesse ad un fondamento sostanziale comune che dà ragione della previsione specifica di una particolare disciplina sanzionatoria nell’ipotesi del reato complesso; tale fondamento è identificabile nell’unitarietà dell’azione complessiva che comprende i fatti criminosi, da intendersi come implicitamente sottesa anche alla figura del reato complesso, secondo quanto sottolineato dalla dottrina sopra citata.

Si pone nella stessa linea argomentativa la considerazione della ratio della previsione dell’art. 84, volta ad evitare una duplicazione della risposta sanzionatoria per gli stessi fatti in violazione del principio del ne bis in idem sostanziale (oggetto di recente e reiterata affermazione nella giurisprudenza costituzionale, v. Corte Cost., sent. n. 20 del 2016 sull’identità del fatto ai fini del divieto di procedere per precedente giudicato ai sensi dell’art. 649 c.p.p., ma con evidenti ricadute sul piano sostanziale; Corte Cost., sent. n. 43 del 2018 e sent. n. 236 del 2016 in tema di proporzionalità della previsione punitiva). E’ evidente che tale necessità si manifesta segnatamente nel rapporto fra il reato complesso e gli altri reati che lo compongono, contraddistinti da un contesto unitario, nell’ambito del quale maggiormente risalta la possibilità di una sproporzione nel cumulo di pene previste per fatti inseriti nella stessa azione criminosa.

  1. Vi sono dunque convincenti ragioni sistematiche per le quali deve ritenersi che il reato complesso sia caratterizzato, oltre che dagli elementi strutturali esplicitamente indicati dalla norma, anche da un ulteriore elemento sostanziale, costituito dall’unitarietà del fatto che complessivamente integra il reato riconducibile a questa fattispecie.

L’esistenza di questo presupposto è stata peraltro colta dalla giurisprudenza di legittimità nelle situazioni in cui la casistica concreta ha posto in rilievo la relativa problematica; e in tali occasioni il concetto di unitarietà del fatto è stato arricchito di ulteriori connotazioni descrittive.

Una di esse è stata ravvisata nella contestualità spaziale e temporale fra i singoli fatti criminosi che compongono la fattispecie del reato complesso.

In aggiunta a questo, però, si è posto in luce un altro aspetto allorchè è stata esaminata l’ipotesi della rapina commessa in un luogo destinato a privata dimora, che, in quanto prevista quale forma aggravata del reato di rapina dall’art. 628 c.p., comma 3, n. 3-bis, costituisce in linea generale e in termini strutturali un reato complesso circostanziato che assorbe il delitto di violazione di domicilio (in tal senso Sez. 2, n. 40382 del 17/07/2014, Farfaglia, Rv. 260322). Qui non vi è dubbio che la stessa formulazione della fattispecie astratta, radicando la forma circostanziale in un dato ambientale relativo al particolare luogo di commissione del fatto, implichi inevitabilmente la descritta contestualità dei fatti di rapina e di violazione di domicilio. Quando tuttavia è stato presentato all’attenzione della giurisprudenza il caso particolare della violazione di domicilio commessa al fine di danneggiare l’abitazione della vittima, e nel corso della quale il soggetto agente abbia approfittato della disponibilità di detta abitazione per impossessarsi di beni della persona offesa, si è sottolineato come in una situazione del genere i fatti di violazione di domicilio e rapina assumano il carattere della contestualità per un limitato segmento temporale, inserendosi solo occasionalmente il secondo nell’azione relativa al primo e per il resto divergendone le finalità. E’ stata di conseguenza esclusa la configurabilità nel caso in esame del reato complesso, ritenendosi il concorso fra i reati di rapina aggravata e violazione di domicilio (Sez. 2, n. 1925 del 18/12/2015, dep. 2016, Singh, Rv. 265990). Questa linea interpretativa ha trovato successiva conferma nell’affermazione di carattere generale per la quale l’assorbimento della violazione di domicilio nel reato complesso di rapina aggravata si verifica allorchè la predetta violazione sia posta in essere al fine esclusivo della sottrazione di beni della persona offesa (Sez. 2, n. 17147 del 28/03/2018, Andolina, Rv. 272808).

L’insufficienza della mera contestualità dei fatti criminosi, previsti quali costitutivi di un reato complesso, ad integrare detta fattispecie con i relativi effetti di assorbimento nella stessa dei reati componenti, è stata peraltro ribadita con riguardo ad un’ipotesi nella quale il legame finalistico fra i fatti è letteralmente enunciato nella formulazione della norma incriminatrice del reato complesso: è il caso della violenza sessuale commessa mediante minaccia. L’assorbimento dell’autonomo reato di minaccia di cui all’art. 612 c.p. in quello di violenza sessuale è stato, infatti, rigorosamente limitato ai casi in cui la condotta minacciosa sia strumentale alla costrizione della vittima a subire la violenza sessuale; è stato, viceversa, escluso, con il conseguente concorso fra i due reati, nei casi in cui le espressioni minacciose siano rivolte alla persona offesa anche per una finalità diversa, come quella di indurre la stessa a ristabilire una relazione sentimentale con il soggetto agente (Sez. 3, n. 23898 del 12/03/2014, R., Rv. 259433).

Alla luce di queste indicazioni, oltre ad essere confermata sul piano applicativo la necessità, per la configurabilità del reato complesso, del presupposto sostanziale dell’unitarietà del fatto – in aggiunta alle condizioni strutturali previste dall’art. 84 c.p. – detto presupposto si presenta come articolato non solo nella contestualità dei singoli fatti criminosi sussunti della fattispecie assorbente, ma anche nella loro collocazione in una comune prospettiva finalistica. Ed in tal senso l’esperienza giurisprudenziale si salda con i menzionati riferimenti dottrinali che individuano il fondamento del reato complesso nella convergenza dei fatti che lo compongono in direzione di un unico risultato finale.

  1. Occorre ora verificare se i requisiti necessari per la ravvisabilità di un reato complesso, fin qui descritti, siano o meno sussistenti nella fattispecie aggravata del reato di omicidio di cui all’art. 576c.p., comma 1, n. 5.1, rispetto al reato di atti persecutori.

L’orientamento che propende per la conclusione negativa sul punto incentra le sue argomentazioni sulla mancanza nel caso di un elemento strutturale del reato complesso, ossia la puntuale descrizione della fattispecie tipica del reato assorbito all’interno di quella del reato assorbente. Difetterebbe in particolare, trattandosi, in tesi, nel caso in esame di un reato complesso circostanziato, la riproduzione testuale del fatto aggravante in termini corrispondenti a quelli del fatto tipico del reato di atti persecutori. L’oggetto dell’aggravante si ridurrebbe viceversa ad un aspetto eminentemente soggettivo, inerente alla qualificazione del soggetto agente come autore di una condotta persecutoria, e quindi ad un profilo negativo della sua personalità con riguardo alla maggiore capacità criminale dimostrata.

La lettura della norma nella sua interezza fornisce, però, indicazioni di segno contrario.

Va in primo luogo attribuito il giusto rilievo al dato per il quale la fattispecie del reato di atti persecutori è richiamata nella previsione circostanziale mediante la citazione della relativa norma incriminatrice.

Questo elemento deve essere valutato in collegamento con la descrizione normativa del fatto aggravante quale commissione dell’omicidio ad opera “dell’autore del delitto previsto dall’art. 612-bis nei confronti della stessa persona offesa”. Questa formulazione non comprende unicamente il riferimento all’identità del soggetto agente dei reati di omicidio volontario e di atti persecutori, sul quale l’orientamento contrario alla configurabilità del reato complesso sofferma la sua attenzione per limitare la portata della circostanza aggravante alla mera posizione soggettiva dell’autore del fatto omicidiario. L’espressione della norma, come viceversa sottolineato dall’opposto indirizzo giurisprudenziale, attribuisce analogo risalto all’essere i due reati diretti contro la medesima persona, e quindi all’identità della vittima dei reati.

La fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612-bis c.p. è, dunque, menzionata nella previsione della circostanza aggravante attraverso l’indicazione non solo del titolo di reato, ma anche dell’autore e della vittima della relativa condotta, ossia dei soggetti fra quali l’azione persecutoria si svolge. In questi termini, la predetta fattispecie è di conseguenza inequivocabilmente riportata all’interno della fattispecie aggravatrice nella sua integrale tipicità.

L’omicidio volontario è pertanto aggravato, nell’ipotesi in esame, non per le caratteristiche personali del soggetto agente, ossia l’essere un persecutore, ma per ciò che egli ha fatto, vale a dire per il fatto persecutorio commesso. Fatto che in quanto tale, e non solo per il suo significato in termini di capacità criminale del soggetto agente, è costitutivo della fattispecie astratta di un reato a questo punto complesso nella forma circostanziata.

Sostiene ulteriormente questa interpretazione il contenuto dei lavori preparatori al D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni dalla L. 23 aprile 2009, n. 38, introduttivo della circostanza aggravante in esame. L’intenzione del legislatore era nell’occasione chiaramente espressa dall’intento di affrontare con adeguato rigore sanzionatorio un fenomeno criminale notoriamente ricorrente ed ingravescente nella realtà attuale, ossia il verificarsi di fatti omicidiari in danno di vittime di atti persecutori da parte degli stessi autori di tali atti. Orbene, in questa prospettiva la ratio della previsione si individua nella risposta ad un fatto complessivo visto come meritevole di aggravamento per la sua oggettiva valenza criminale, ossia lo sviluppo omicidiario di una condotta persecutoria, con l’effetto di sanzionare tale aggravamento con la massima pena dell’ergastolo; nel quale, pertanto, tale condotta è intranea nella sua fattualità alla struttura della disposizione circostanziale.

La fattispecie in esame presenta, in conclusione, le caratteristiche strutturali del reato complesso circostanziato, che include il reato di atti persecutori in una specifica forma aggravata del reato di omicidio.

Le considerazioni da ultimo svolte rendono inoltre coerente una lettura della norma che sottende l’esistenza del requisito sostanziale del reato complesso, ossia l’unitarietà finalistica dei fatti di omicidio volontario ed atti persecutori. Non vi è dubbio infatti che, se l’intento legislativo alla base della previsione dell’aggravante è quello di perseguire con maggiore severità l’omicidio costituente sviluppo della condotta persecutoria, è a questa dimensione fattuale che deve aversi riguardo per la definizione della fattispecie aggravante; e quindi ad una situazione nella quale gli atti persecutori e l’omicidio presentano non solo contestualità spazio-temporale, ma si pongono altresì in una prospettiva finalistica unitaria.

  1. La tesi della ravvisabilità di un reato complesso nella fattispecie aggravata in esame, convalidata dalle argomentazioni che precedono, non è inficiata dalle obiezioni che alla stessa sono state opposte. Tanto in considerazione, soprattutto, delle caratteristiche del reato complesso come delineate in generale e, per quanto detto, presenti nel caso di specie, con particolare riguardo alla necessaria ricorrenza di un’unitarietà non solo contestuale, ma anche finalistica dei fatti complessivamente considerati; aspetto, quest’ultimo, che rende irrilevante la maggior parte di dette obiezioni.

8.1. Deve innanzitutto escludersi che l’accoglimento della opzione interpretativa del reato complesso possa condurre all’irragionevole risultato di escludere la punibilità della condotta persecutoria nel caso in cui la stessa sia seguita, a distanza consistente di tempo, dall’omicidio della vittima ad opera dello stesso persecutore. E’ del tutto evidente, infatti, che in una situazione di questo genere non si realizzerebbe il requisito minimo dell’unitarietà del fatto rappresentato dalla contestualità dei due reati; con la conseguente impossibilità di configurare il reato complesso e, quindi, l’assorbimento del reato di atti persecutori in quello di omicidio.

8.2. Non è rilevante l’osservazione critica, proposta nella contraria decisione della Prima Sezione, relativa al raffronto con la disposizione aggravatrice dettata dall’art. 576 c.p., stesso comma 1, n. 5 per i casi in cui l’omicidio sia commesso “in occasione della commissione di taluno dei delitti previsti dagli artt. 572, 583-quinquies, 600-bis, 600-ter, 609-bis, 609-quater e 609-octies”; con particolare riguardo alla mancata riproposizione, nella descrizione normativa dell’aggravante di cui al n. 5.1 successivamente introdotta, del riferimento al legame “occasionale” dell’omicidio con il diverso reato che dà luogo all’ipotesi aggravata.

Va premesso, per l’esatta comprensione dell’argomento, che la costante giurisprudenza di legittimità riconosce, nella citata disposizione del n. 5, una fattispecie di reato complesso, in forza specificamente della contestualità del reato di omicidio con taluno degli altri indicati nella norma (Sez. 1, n. 29167 del 26/05/2017, Nwajiobi, Rv. 2702181; Sez. 1, n. 6775 del 28/01/2015, Erra, Rv. 230149). Ebbene, proprio la mancanza di un esplicito riferimento a tale contestualità nella previsione di cui al n. 5.1 è stata considerata, nella prospettazione critica esaminata, quale indicativa dell’intento legislativo di escludere la configurabilità del reato complesso nel caso di concorso dell’omicidio con il reato di atti persecutori.

Se tuttavia si tiene conto della presenza, fra le caratteristiche generali del reato complesso, dell’unitarietà del fatto in termini finalistici oltre che contestuali, il riferimento letterale contenuto nell’art. 576, n. 5 alla sola contestualità acquisisce un significato non solo diverso, ma addirittura opposto a quello attribuitogli nell’argomentazione in discussione. E’ in tal senso significativo quanto osservato dalla giurisprudenza di legittimità formatasi sulla norma in esame, allorchè ha da tempo sottolineato che il concorso dell’omicidio con uno degli altri reati ivi indicati è escluso “senza che neppure sia richiesta alcuna connessione di tipo finalistico fra i due delitti” (Sez. 1, n. 12680 del 29/01/2008, Giorni, Rv. 239365; Sez. 1, n. 4690 del 10/02/1992, De Pasquale, Rv. 189872). Perchè nel delitto di omicidio sia assorbito il diverso reato in occasione del quale il primo è commesso, è in altre parole sufficiente la mera contestualità dei reati, mentre non è necessaria la sussistenza di un rapporto di connessione tra i fatti. Non occorre in particolare l’inserimento dei fatti nella stessa ottica finalistica, che costituisce il presupposto sostanziale per la configurabilità del reato complesso. Ne segue che, nei casi in cui l’omicidio venga commesso contestualmente a reati di maltrattamenti, lesioni deformanti, prostituzione e pornografia minorile e violenza sessuale, la legge prevede sostanzialmente una “soglia” di configurabilità del reato complesso diversa e di livello inferiore rispetto a quella generalmente richiesta per tale figura, in quanto limitata per l’appunto a tale contestualità spazio-temporale tra i fatti. E’ del resto coerente con questa scelta legislativa la mancata previsione per l’aggravante di cui al n. 5, a differenza di quella di cui alla questione rimessa, dell’identità della persona offesa dell’omicidio e degli altri reati.

Il fatto che nella disposizione di cui al n. 5.1 non sia espressamente prevista la contestualità dei fatti di omicidio e atti persecutori, lungi dall’escludere per tale fattispecie la ravvisabilità del reato complesso riconosciuta per l’ipotesi di cui al n. 5, assume a questo punto un valore contrario. Dove per i casi di cui al n. 5 tale esplicita previsione limita alla mera contestualità dei fatti il presupposto dell’assorbimento nel delitto di omicidio degli altri reati ivi indicati, l’assenza del riferimento in esame nella formulazione dettata all’art. 576, n. 5.1 ha l’effetto di ristabilire, per il caso in cui l’omicidio venga commesso dall’autore del reato di persecutori in danno della stessa vittima, il presupposto sostanziale del reato complesso nella sua interezza. In tale ipotesi, di conseguenza, la contestualità dei fatti criminosi non è sufficiente per l’assorbimento del reato di astti persecutori in quello di omicidio, se ad essa non si aggiunge in concreto l’unicità della prospettiva finalistica nella quale i fatti sono realizzati.

8.3. Il riferimento contenuto nella sentenza n. 20786 del 12/04/2019 alla giurisprudenza di legittimità sul concorso fra i reati di atti persecutori e lesioni personali non appare dirimente.

Occorre rammentare a questo proposito che l’art. 585 c.p., comma 1, prevede per i reati di lesioni – anche nelle forme autonome delle mutilazioni genitali femminili e delle lesioni deformanti di cui, rispettivamente, agli artt. 583-bis e 583-quinquies – oltre che per il reato di omicidio preterintenzionale, un aumento della pena da un terzo alla metà ove ricorra alcuna delle aggravanti indicate nell’art. 576; in tal modo richiama per i predetti reati, fra le altre, l’aggravante della commissione del fatto ad opera dell’autore di atti persecutori in danno della stessa vittima.

Come correttamente rammentato nella sentenza sopra citata, si è ritenuto procedibile il reato di atti persecutori, in quanto connesso con quello di lesioni, anche nel caso in cui la procedibilità d’ufficio per quest’ultimo delitto sia determinata dalla contestazione dell’aggravante in discussione (Sez. 5, n. 11409 del 08/10/2015, dep. 2016, C., Rv. 266341). Tale decisione si colloca, però, all’interno di una linea interpretativa che ammette il concorso fra i reati di atti persecutori e lesioni sulla base dell’insussistenza, fra le relative norme incriminatrici, di un rapporto di specialità, tenuto conto sia della struttura delle fattispecie che dell’oggettività giuridica delle stesse (Sez. 5, n. 10051 del 19/01/2017, B., Rv. 269456; Sez. 5, n. 54923 del 08/06/2016, V., Rv. 268408), e della conseguente inoperatività dell’istituto del concorso apparente di cui all’art. 15 c.p. La tematica non è stata viceversa affrontata in quella sede sotto il diverso profilo, che qui invece rileva, dell’applicabilità della disciplina del reato complesso di cui all’art. 84; l’indirizzo citato non incide di conseguenza sulla questione qui discussa.

8.4. Il rapporto fra i reati di atti persecutori e lesioni è oggetto delle note d’udienza depositate, in cui vengono illustrate le conseguenze asseritamente paradossali derivanti dall’accoglimento della tesi del reato complesso nell’ipotesi in cui gli atti persecutori concorrano con fatti di lesioni in danno della stessa vittima. Si osserva, in particolare, che l’applicazione dell’art. 84 c.p. anche in questa ipotesi porterebbe all’assorbimento del reato di atti persecutori nel reato di lesioni, che, pur tenuto conto dell’aumento di pena previsto dall’art. 585 c.p. per la richiamata aggravante (che si è visto poc’anzi essere della misura variante da un terzo alla metà della pena prevista per il reato di lesioni) sarebbe meno grave, nel massimo edittale, del delitto di cui all’art. 612-bis c.p..

Sul punto va osservato in primo luogo che effetti eventualmente distorsivi, anche nelle conseguenze sanzionatorie, sarebbero nella specie imputabili alla scelta legislativa di mantenere inalterato, nel citato art. 585, il richiamo alle circostanze aggravanti previste dall’art. 576, pur in presenza della progressiva inclusione in dette fattispecie circostanziali di ipotesi di concorso di reati di gravità superiore a quello di lesioni. Effetti analoghi, del resto, sono potenzialmente verificabili anche nel caso della contestualità del reato di lesioni con quelli indicati nell’art. 576, comma 1, n. 5 esso pure richiamato dall’art. 585, situazione in cui è indiscussa in giurisprudenza la ravvisabilità di un reato complesso. Tali conseguenze indirette, in altre parole, non sono in grado di superare gli argomenti che, per quanto detto, convergono nell’individuare la configurazione di un reato complesso anche nella fattispecie aggravata di cui all’art. 576, n. 5.1.

A prescindere da questa, già di per sè dirimente, osservazione, deve peraltro aggiungersi che gli effetti di cui sopra sono comunque notevolmente depotenziati, nella loro concreta ricorrenza, dalla portata che il requisito dell’unitarietà del fatto assume nel reato complesso; condizione che, lo si ribadisce, si dispiega interamente nella circostanza aggravante di cui al n. 5.1, in quanto non è limitata alla mera contestualità dei fatti richiesta dalla disposizione di cui al n. 5, ma comprende anche l’inserimento dei fatti in una comune prospettiva finalistica. Tale prospettiva, con riguardo al contesto persecutorio posto in essere con la condotta e gli eventi descritti nell’art. 612-bis c.p., inerisce al condizionamento e, in ottica finale, all’annientamento della personalità della vittima, progressivamente limitata e impedita, nell’esercizio della sua libertà di determinazione, dalle molestie e dalle minacce che ne inibiscono lo svolgimento dalla normale vita sociale.

In questa visione prospettica della condotta criminosa, l’omicidio del soggetto perseguitato si presenta nell’esperienza giudiziaria come il risultato estremo, ma purtroppo non infrequente, dell’intento di annullamento della personalità della vittima; e quindi si integra compiutamente nella complessiva direzione finalistica del fatto, come peraltro sottolineato nei rammentati lavori preparatori.

Nella stessa esperienza, viceversa, i fatti di lesioni si presentano solitamente come collaterali all’azione del soggetto agente, che ha la sua mira essenziale nel controllo e nell’appropriazione della vita quotidiana della persona offesa. Nella normalità dei casi, pertanto, tali fatti non potranno essere considerati come inclusi nella prospettiva finalistica del contesto persecutorio. Difetteranno di conseguenza, in questi casi, le condizioni per l’assorbimento della condotta persecutoria in quelle di lesioni, che manterranno la loro autonoma e specifica offensività.

8.5. Non sono, infine, fondati gli ulteriori rilievi formulati dal Procuratore generale.

In primo luogo, l’asserita difficoltà di concepire l’assorbimento di un delitto abituale come quello di atti persecutori in un delitto istantaneo come l’omicidio non sussiste, nel momento in cui la legge, come nel caso in esame, assume la condotta abituale quale fatto aggravante del reato istantaneo, facendone coincidere l’ultimo atto con detto reato. Anche per questo aspetto, del resto, una situazione analoga si propone per l’aggravante prevista dall’art. 576, n. 5 nell’ipotesi dell’omicidio commesso in occasione del reato, anch’esso abituale, di maltrattamenti, ipotesi della quale, come si è detto più volte, è indiscussa la natura di reato complesso.

Non è neppure sostenibile che la configurazione del reato complesso provochi un’irragionevole eliminazione o riduzione degli effetti sanzionatori di un reato grave come quello di atti persecutori. E’ appena il caso di rammentare, a questo proposito, che l’affermazione di responsabilità per il delitto di omicidio aggravato comporta edittalmente la massima pena dell’ergastolo, ampiamente adeguata rispetto ad un fatto complessivo che comprende sia l’offensività propria dell’omicidio che quella conseguente alla condotta persecutoria. Non è rilevante in contrario la possibilità che, trattandosi di un reato complesso circostanziato, l’aggravamento di pena, nella forma della sostituzione della pena detentiva temporanea con quella perpetua, sia eliso da circostanze attenuanti ove ritenute equivalenti o prevalenti. In quanto eventuale risultato del giudizio di bilanciamento fra circostanze, al quale il legislatore ha mantenuto piena operatività anche nella fattispecie in esame, tale possibile esito non costituisce infatti un elemento ostativo al riconoscimento di una configurazione giuridica sostenuta da ragioni sia letterali che sistematiche.

  1. Deve in conclusione essere affermato il seguente principio di diritto: “La fattispecie del delitto di omicidio, realizzata a seguito di quella di atti persecutori da parte dell’agente nei confronti della medesima vittima, contestata e ritenuta nella forma del delitto aggravato ai sensi dell’art. 575c.p. e art. 576c.p., comma 1, n. 5.1 – punito con la pena edittale dell’ergastolo – integra un reato complesso, ai sensi dell’art. 84 c.p., comma 1, in ragione della unitarietà del fatto”.
  2. L’applicazione del principio di cui sopra nel caso di specie comporta la fondatezza del motivo dedotto dall’imputata sul ritenuto concorso del reato di atti persecutori con il reato di omicidio. Il fatto omicidiario contestato, ultimo degli atti persecutori oggetto della relativa imputazione e, come meglio si vedrà, in linea continuativa con i precedenti, è indiscutibilmente contestuale alla conclusione della condotta persecutoria e inserito nella stessa prospettiva finalistica di annichilimento della personalità della vittima.

Le conseguenze sanzionatorie dell’accoglimento del motivo saranno esposte in seguito (cfr. paragrafo 15).

  1. I motivi proposti dall’imputata ricorrente sul vizio di motivazione in ordine alla sussistenza del fatto di atti persecutori sono infondati.

La decisione rescindente aveva chiamato sul punto il giudice del rinvio ad approfondire la valutazione dell’attendibilità dei contributi testimoniali, non limitandosi a prendere atto dell’esistenza di deposizioni confermative dell’assunto accusatorio e di altre rappresentative di una situazione di reciprocità di atteggiamenti offensivi fra la M. e la C., ma verificando la credibilità intrinseca ed estrinseca di queste ricostruzioni dei fatti.

La sentenza impugnata è stata puntualmente motivata in questa prospettiva. La Corte territoriale ha esaminato il complesso delle dichiarazioni testimoniali tenendo conto che le stesse riportavano informazioni rispettivamente apprese dalla persona offesa e dall’imputata, ma verificandone l’attendibilità in base ad elementi diversi dalla natura indiretta di tali dichiarazioni. I giudici hanno osservato, in primo luogo, che le dichiarazioni del marito della C., per le quali i coniugi avevano concordato di non parlare nelle sedi ufficiali delle vessazioni subite dalla donna, davano ragione della comprensibile ritrosia della C. a raccontare a chiunque nell’ambito lavorativo le vessazioni subite. Tenuto conto di questo, hanno ritenuto significativo che di tali vessazioni la predetta avesse parlato con le colleghe con le quali aveva maggiore confidenza, ossia T.M.A. e C.P.. La sentenza impugnata, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha valorizzato la testimonianza della T., destinataria delle confidenze della C. circa le ripetute aggressioni fisiche subite ad opera della M. nel parcheggio e nel vano scale dello stesso. Ha dato altresì rilievo alla deposizione della C., in ordine a quanto confidatole dalla C. su frasi offensive e provocatorie rivoltele dall’imputata e sul timore della prima che la M. le sottraesse qualcosa dalla cassa per crearle dei problemi con la contabilità, condizione che la induceva a non allontanarsi mai dalla propria postazione di lavoro. Ha, infine, sottolineato che la C. subiva le lesioni fatali in quel medesimo vano scale dove, secondo le confidenze riportate dalla T., sarebbe stata in precedenza più volte aggredita dalla M., circostanza idonea ad offrire alla ricostruzione accusatoria una conferma, costituita dalla corrispondenza delle modalità del fatto omicidiario con taluni degli atti persecutori.

Ulteriori elementi in tal senso sono stati peraltro individuati dai giudici di merito nel rinvenimento dell’opuscolo divulgativo dei servizi postali, sul quale erano tracciate annotazioni offensive nei confronti della C., redatte con una grafia attribuita all’imputata dalla consulenza tecnica, e nei fotogrammi delle riprese dell’impianto di videosorveglianza dell’ufficio postale, da cui risultava che la C. usciva dall’ufficio dopo la M. assicurandosi che la stessa non si trovasse sul suo tragitto.

La censura della ricorrente, secondo la quale le dichiarazioni a carico dell’imputata sarebbero state illogicamente privilegiate, nonostante avessero natura indiretta analoga a quella delle dichiarazioni favorevoli alla difesa, non si confronta con le riportate considerazioni della sentenza impugnata sulle particolari caratteristiche di attendibilità riconosciute alle informazioni riferite dalla T. e dalla C.. Sui riscontri indicati nei contenuti dell’opuscolo e nelle videoriprese il ricorso propone difformi valutazioni di merito, non consentite nel giudizio di legittimità, in presenza di un’argomentazione completa e ben sviluppata, e comunque generiche rispetto al giudizio di valenza di detti elementi quali dati convergenti con quelli dichiarativi nella complessiva convalida dell’ipotesi accusatoria.

Quanto, infine, all’evento del reato costituito dall’alterazione delle abitudini di vita della persona offesa, la doglianza di omessa valutazione delle dichiarazioni del teste N., in ordine all’iniziativa del marito della C. con riguardo al pensionamento anticipato della stessa, è per più profili generica. Essa, in primo luogo, si appunta solo su un aspetto di tale evento, ossia il congedo dal lavoro della persona offesa, trascurando gli altri, individuati dalla sentenza impugnata negli accorgimenti che la vittima era costretta ad adottare sul luogo di lavoro per evitare gli incontri con l’imputata. Non tiene conto, in secondo luogo, degli ulteriori eventi contestati, ossia le condizioni di ansia e timore indotte nella persona offesa. Non considera, infine, le risposte che ai rilievi difensivi sono state date dai giudici di merito nel richiamo alle menzionate dichiarazioni del marito della C., in ordine all’accordo con la moglie di tacere le vessazioni della M. negli incontri ufficiali, ed alla conseguente pretestuosità dell’assunzione, da parte del marito stesso, della paternità dell’iniziativa sul pensionamento anticipato della moglie.

  1. Il motivo dedotto dall’imputata ricorrente sulla configurabilità del reato di cui all’art. 612-bisc.p. è infondato. In particolare, è priva di pregio la tesi per la quale la collocazione del fatto contestato nell’ambito lavorativo consentirebbe di ravvisare nello stesso unicamente la fattispecie civilistica del mobbing. Non vi è dubbio che tale fattispecie, come ricostruita anche dalla giurisprudenza lavoristica, presenti quale componente qualificante, oltre ad un elemento oggettivo costituito dalla sistematica e prolungata reiterazione di atti espressivi di ostilità verso il dipendente, un elemento soggettivo individuato nell’intento persecutorio che unifica tali atti nella esclusiva finalità di mortificare la personalità e la dignità del lavoratore (Sez. L, n. 12437 del 21/05/2018, Rv. 648956; Sez. L, n. 26684 del 10/11/2017, Rv. 646150). E’ altrettanto certo che detto comportamento rileva anche ove posto in essere, oltre che dal datore di lavoro o da un suo preposto, da un altro dipendente (Sez. L, n. 17698 del 06/08/2014, Rv. 631986), dando luogo all’ipotesi del cosiddetto “mobbing orizzontale”.

Tuttavia, a parte il fatto che anche in questa ipotesi la rilevanza del comportamento, in termini di responsabilità per la violazione dell’art. 2087 c.c., è attribuita a titolo omissivo al datore di lavoro che abbia avuto conoscenza dell’attività persecutoria svolta da propri dipendenti nell’ordinario contesto lavorativo (Sez. L, n. 1109 del 20/01/2020, Rv. 656597), la giurisprudenza penale di legittimità ha evidenziato che l’eventuale illiceità civilistica della condotta persecutoria, in quanto inquadrata nell’ipotesi del mobbing, non esclude comunque che detta condotta integri le condizioni per l’autonoma configurabilità del reato di atti persecutori, ove la stessa determini taluno degli eventi previsti dalla relativa norma incriminatrice (Sez. 5, n. 31273 del 14/09/2020, F., Rv. 279752), eventi in ordine ai quali la sentenza impugnata ha fornito motivazione compiuta, esente da vizi logici e giuridici.

  1. I motivi dedotti dall’imputata ricorrente sulla sussistenza del reato di omicidio volontario sono infondati.

Sono in primo luogo inammissibili, in quanto precluse in questo giudizio di legittimità, le censure relative all’attribuibilità della caduta della C. all’esito accidentale di una lite dalla stessa ingaggiata con la M. piuttosto che ad una spinta di quest’ultima. Il precedente ricorso per cassazione proposto dall’imputata, che si esauriva nella deduzione della mancata valutazione della versione alternativa della difesa sulla causa della caduta e del conseguente evento letale, è stato infatti dichiarato inammissibile sia nella motivazione che nel dispositivo della sentenza rescindente. Il riferimento alla necessità per il giudice di rinvio di “riesaminare il fatto nel suo complesso, valutando tutte le risultanze probatorie disponibili e confrontandosi con le considerazioni svolte nella sentenza di primo grado” si colloca alla conclusione delle considerazioni sul rilevato vizio motivazionale concernente la qualificazione del fatto come omicidio preterintenzionale anzichè volontario, indicata nel dispositivo come esclusivo oggetto dell’annullamento della precedente sentenza di secondo grado. La rivalutazione probatoria, contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, era dunque limitata, nel giudizio di rinvio, alla ricostruzione dell’elemento psicologico con riguardo all’evento cagionato dall’accertata spinta inferta dalla M. alla C. sulle scale del parcheggio.

Le componenti del fatto rilevanti a questi fini sono state ricostruite nella sentenza impugnata in base ad una serie di elementi, di seguito esposti. I testi D.L. e D. vedevano una donna bionda come la M. entrare nel vano scale dal parcheggio nel momento in cui le videoriprese dell’impianto di sorveglianza mostravano la C. percorrere quelle scale e scendere verso il parcheggio. Gli stessi testimoni, in un momento immediatamente successivo, udivano l’urlo di una donna e un tonfo. Sul corpo della C., rinvenuto ai piedi della scala sul cui primo gradino erano rilevate tracce di sangue corrispondente a quello della vittima, venivano riscontrate, oltre alla lesione cranica rivelatasi mortale, altre fratture zigomatiche e nasali, ematomi ai polsi e, infine, veniva trovata una ciocca dei capelli dell’imputata stretta in una mano della vittima.

I giudici di merito, all’esito della valutazione complessiva di questi dati, osservavano in primo luogo che le fratture facciali della C. non potevano essere attribuite agli effetti di un rotolamento sulle scale a seguito della caduta, le quali avrebbero cagionato altre lesioni al resto del corpo. Argomentavano altresì, dallo scarso intervallo temporale colto dai testi fra l’accesso della M. alle scale e la caduta della C., segnalata dall’urlo e dal tonfo udito dagli stessi, che l’aggressione subita dalla vittima aveva fatto immediato seguito a quell’accesso. Rilevavano da ciò che l’imputata, introdottasi nel parcheggio da una diversa entrata, si era diretta verso le scale alla vista della persona offesa. Le lesioni facciali subite da quest’ultima erano di conseguenza ricondotte agli effetti di un pugno con il quale la M. aveva colpito il volto della C.. Evidenziavano, inoltre, che gli ematomi ai polsi e la ciocca strappata convergevano nel delineare una dinamica nella quale la M., che saliva le scale, aveva strattonato la vittima per porla verso il basso e spingerla in quella direzione, mentre la C. afferrava disperatamente e vanamente i suoi capelli. Hanno concluso pertanto che tale azione, volontariamente esercitata nei confronti della persona offesa dopo aver colpito la stessa al capo con forza tale da provocarle le descritte fratture facciali, non poteva che implicare l’accettazione dell’evento letale e la sussistenza di un dolo omicidiario quanto meno di natura eventuale.

Per tutte queste ragioni la motivazione della sentenza impugnata è immune dai vizi denunciati.

La ricorrente deduce carenza probatoria sulla conclusione della Corte territoriale che ha collegato la decisione dell’imputata di risalire le scale alla circostanza dell’avervi visto la C.. Tale censura si riduce tuttavia al riferimento alla tesi difensiva che motivava tale comportamento con la necessità di parlare con un collega. Si tratta pertanto di una doglianza in fatto non proponibile in questa sede e, comunque, generica ove non accompagnata dalla confutazione delle argomentazioni della sentenza impugnata sulla valenza dalla stessa attribuita alla tempistica degli eventi descritti dai testimoni.

La mancanza di un’esatta individuazione del gradino della scala, dal quale sarebbe iniziata la caduta della vittima, è irrilevante rispetto ad un assetto argomentativo nel quale i giudici di merito, conferendo adeguata significatività al devastante colpo al volto subito dalla C. prima della caduta, hanno evidenziato la prevedibile letalità di una spinta inferta ad una vittima le cui condizioni fisiche erano già pregiudicate dalle lesioni facciali subite.

E’ poi oggetto di difformi valutazioni di merito, estranee al giudizio di legittimità, il tema della riconducibilità ad una mera precostituzione difensiva dell’atteggiamento compassionevole dell’imputata verso la vittima notato dai testi D. e D.L., a fronte della motivazione della sentenza impugnata che, senza incorrere in vizi logici, valorizzava in tal senso le deposizioni dei testi C., F. e P., che, giunti sul luogo del fatto prima dei predetti D. e D.L., non notavano tale comportamento ed anzi riferivano che la M. attribuiva la caduta della C. ad una causa accidentale. Non senza considerare, sotto altro profilo, che la circostanza dedotta dalla difesa sarebbe comunque priva di decisività, non essendo l’atteggiamento di cui sopra, successivo al fatto, incompatibile con la precedente e volontaria causazione dell’evento.

Altrettanto privo di decisività è all’evidenza il riferimento della ricorrente ad una relazione psichiatrica che evidenzierebbe problematiche psicologiche dell’imputata durante la custodia cautelare. Di conseguenza è manifestamente infondata la censura di mancanza di motivazione sul punto.

Complessivamente, infine, le doglianze proposte con il ricorso si dirigono su singoli elementi del quadro probatorio, trascurandone la convergenza che sorregge la struttura motivazionale della sentenza impugnata.

  1. Sono infine inammissibili i motivi dedotti dal Procuratore generale e dall’imputata sul giudizio di equivalenza delle attenuanti generiche rispetto all’aggravante.

Le deduzioni del Procuratore generale sull’omesso esame del motivo di appello relativo alla richiesta subvalenza delle attenuanti e, comunque, sulla contraddittorietà della ritenuta equivalenza in relazione ad aspetti sfavorevoli all’imputata indicati nella stessa sentenza impugnata sono generiche a fronte dell’implicito rigetto della richiesta di subvalenza a fronte della valorizzazione di altri elementi favorevoli che avevano giustificato l’ormai definitivo riconoscimento delle attenuanti, e del bilanciamento di tali elementi con quelli di segno contrario. E’ quindi da escludere la denunciata contraddittorietà.

Il motivo di ricorso dell’imputata, con il quale si deduce la violazione del giudicato che si sarebbe creato sull’applicazione della diminuente per le attenuanti generiche, disposta con la precedente sentenza di appello, è invece manifestamente infondato, in quanto tale diminuzione era operata in quella sede in conseguenza dell’esclusione di tutte le aggravanti contestate. Tale statuizione era pertanto travolta dall’annullamento dell’assoluzione dall’imputazione di atti persecutori e della conseguente esclusione della relativa aggravante, viceversa ripristinata con la sentenza impugnata, per effetto della riaffermata sussistenza del reato di cui sopra, e correttamente sottoposta al giudizio di comparazione con le attenuanti generiche.

  1. Per effetto dell’accoglimento del motivo di ricorso sull’assorbimento del reato di atti persecutori in quello di omicidio aggravato, in applicazione dell’affermato principio di diritto sulla natura di reato complesso propria di quest’ultimo delitto, la pena corrispondente al reato assorbito deve essere eliminata, ai sensi dell’art. 620c.p.p., lett. l). Con la sentenza impugnata, ritenuta la continuazione fra i due delitti, la pena-base per l’omicidio aggravato era determinata in ventuno anni e sei mesi di reclusione, aumentata ai sensi dell’art. 81c.p. di un anno e sei mesi e ridotta a quindici anni e quattro mesi per il rito abbreviato. Va pertanto eliminato l’aumento di un anno e sei mesi, e la rimanente pena-base deve essere rideterminata, con la riduzione per l’abbreviato, in quattordici anni e quattro mesi di reclusione.

Al rigetto nel resto del ricorso dell’imputata segue la condanna della stessa alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili, che, avuto riguardo alla complessità delle questioni affrontate, si liquidano in complessivi Euro 6.900,00 oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Assorbito il delitto di cui al capo B) (art. 612-bis cod. pen.) in quello di cui al capo A) (art. 575 c.p., art. 576 c.p., n. 5.1), annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio che ridetermina in complessivi anni quattordici e mesi quattro di reclusione.

Rigetta, nel resto, il ricorso dell’imputata che condanna alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili I.G., I.A., I.R. e C.G.A., liquidate in complessivi Euro 6.900,00 oltre accessori di legge.

Dichiara inammissibile il ricorso del Procuratore generale.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2021

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

DECIMA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Damiano Spera

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 7440/2018 promossa da:

  1. S.P.A. (C.F. (…)), rappresentata e difesa dall’avvocato PASETTO LEONARDO,

ATTRICE

contro

  1. – U.C.I. (C.F. (…)), rappresentato e difeso dall’avvocato MARTINI FILIPPO

A.A.Z., CONTUMACE

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

  1. Con ricorso ex art. 702-bisc.p.c. ritualmente proposto, la G. S.p.a. formulava azione di rivalsa ex art. 1916c.c. nei confronti di A.A.Z. e dell’U.C.I., per sentire condannare quest’ultimo al rimborso della somma di Euro 801.248,00, oltre interessi e rivalutazione, complessivamente liquidata in relazione al sinistro stradale avvenuto il 29 agosto 2013 in località P. (U.).

Il Giudice fissava udienza di comparizione delle parti ed il ricorso, unitamente al decreto di fissazione udienza, veniva ritualmente notificato dalla ricorrente ad entrambi i resistenti.

Si costituiva in giudizio l’U., domandando la conversione del rito sommario in rito ordinario e concludendo per l’integrale rigetto delle pretese della ricorrente.

All’udienza del 5 luglio 2018, il Giudice disponeva la conversione del rito e concedeva quindi i termini ex art. 183, VI comma, c.p.c.

Alla successiva udienza, il Giudice, verificata la ritualità della notifica al convenuto Z., ne dichiarava la contumacia. Invitava altresì le parti e conciliare la lite e le autorizzava a depositare brevi note esplicative in merito alle voci di danno condivise o controverse.

Rimasto infruttuoso il tentativo di conciliazione, il Giudice disponeva CTU medico-legale sulla danneggiata del sinistro, sig.ra F.F., nominando come CTU il dott. Roberto Rossetti.

Quindi, all’udienza del 12 febbraio 2020, il Giudice formulava una proposta conciliativa alle parti, così come risulta dal verbale di causa.

All’udienza dell’8 ottobre 2020, atteso che la proposta del Giudice non era stata accettata dalle parti, le stesse precisavano le conclusioni come da fogli già depositati in via telematica.

Il Giudice concedeva i termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, e tratteneva quindi la causa in decisione alla scadenza dell’ultimo termine.

  1. La compagnia attrice agisce in giudizio a titolo di rivalsa nei confronti di U. e del sig. Z., per vedersi rimborsate le somme corrisposte a vario titolo a seguito del sinistro occorso il 29 agosto 2013 in località P. (U.).

In quelle circostanze di tempo e di luogo, la sig.ra F.F. viaggiava come terza trasportata a bordo del veicolo Nissan (tg. (…)), di proprietà e condotto dal sig. M.F. ed assicurato con G. S.p.a. Detto veicolo veniva travolto dall’autoarticolato Volvo (Tg. (…)), di proprietà del sig. Z., condotto dal sig. S.K.G. ed assicurato presso una Compagnia polacca.

A seguito del sinistro, la sig.ra F. subiva gravi lesioni.

G., compagnia assicuratrice del veicolo su cui era trasportata la sig.ra F., la risarciva della somma di Euro 720.000,00 a titolo di danno non patrimoniale e spese mediche. La Compagnia liquidava altresì l’importo di Euro 10.000,00 a titolo di danno patrimoniale, nonché la somma di Euro 71.248,00 per i costi dell’assistenza stragiudiziale fornita dalla società G. S.r.l.

In questa sede, l’attrice agisce a titolo di rivalsa, ex art. 141, IV comma, C.d.A., nei confronti della compagnia di assicurazione del responsabile civile, ritenendo che il sinistro sia imputabile esclusivamente all’autoarticolato Volvo.

  1. Con riferimento all’an debeatur, si osserva quanto segue.

La dinamica dell’incidente è stata ricostruita sulla base delle dichiarazioni dei testimoni e dei rilievi effettuati sul luogo dell’incidente, circostanze che si apprendono dal Rapporto di incidente stradale prodotto dall’attrice sub doc. (…).

Il sinistro è avvenuto lungo l’autostrada Trieste-Venezia, quando il conducente dell’autoarticolato Volvo, che procedeva con direzione Trieste, perdeva il controllo del proprio mezzo, tanto da oltrepassare il guard-rail che separa le due direzioni di percorrenza e da invadere l’opposta corsia di marcia, travolgendo l’auto su cui era trasportata la sig.ra F., che viaggiava con direzione Venezia.

Il conducente del veicolo Volvo, sig. G., sentito a sommarie informazioni dalla Polizia Stradale di Palmanova, così dichiarava: “ad un certo punto scoppiava la ruota anteriore sx del trattore stradale ed il mezzo deviava a sx, ribaltandosi” (pag. 4 del Verbale di incidente).

La circostanza è stata confermata anche dal sig. G.D.S., che al momento del sinistro si trovava a bordo del proprio veicolo e si accingeva a sorpassare il mezzo Volvo: “sentivo un forte scoppio provenire da uno dei pneumatici di sinistra del predetto veicolo. Vedevo inoltre staccarsi il battistrada del pneumatico. Allora frenavo per evitare sia il battistrada che il camion. Questo deviava verso sinistra repentinamente si ribaltava sul fianco destro e abbatteva il guard-rail centrale” (pag. 22 del Verbale di incidente).

Del resto, risulta pacifico tra le parti che il sinistro sia avvenuto a causa dello scoppio dello pneumatico di cui si è detto. L’U., infatti, qualifica tale fattispecie come “caso fortuito”, ragione per cui eccepisce che l’autoarticolato Volvo venga considerato esente da responsabilità.

Questo Giudice ritiene che la tesi sostenuta da U. sia infondata.

La fattispecie di cui è causa rientra nell’ambito del IV comma dell’art. 2054 c.c., che prevede espressamente come non possano costituire esimenti di responsabilità eventuali vizi di costruzione o manutenzione del veicolo che abbia causato l’incidente. Ed infatti, viene configurata un’ipotesi di responsabilità oggettiva, escludendo precisamente che detti vizi, in astratto anche imputabili a terzi (si pensi al vizio di costruzione), possano escludere la responsabilità del veicolo viziato nei confronti del danneggiato.

A nulla, dunque, rilevano le considerazioni in merito alla manutenzione dello pneumatico che ha causato l’incidente, svolte in relazione all’accertamento tecnico effettuato in data 04/09/2013 dagli Ufficiali di Polizia Giudiziaria con l’ausilio del sig. Bidot Rinaldo, di professione gommista (pag. 7 della Relazione di incidente).

Per consolidata giurisprudenza, infatti, l’avaria che colpisca – anche incolpevolmente – il veicolo, e quindi causi danni a sé o a terzi, non può, per ciò solo, mandare esente da responsabilità il proprietario del veicolo. Perché abbia efficacia tale esimente si richiede un elemento ulteriore ed estraneo, che vada ad inserirsi e ad interrompere il nesso causale tra avaria e danno cagionato: “In virtù del disposto dell’art. 2054, ultimo comma, cod. civ., il proprietario o il conducente dell’auto è responsabile dei danni derivanti da vizi di manutenzione o di costruzione dell’autoveicolo, indipendentemente da un suo comportamento colpevole; tuttavia, pur avendo questa responsabilità natura oggettiva, il nesso causale tra il guasto e la responsabilità del danno può essere interrotto se interviene un fattore esterno che, con propria autonoma ed esclusiva efficienza causale, determina il verificarsi del danno, nel qual caso unico responsabile di esso sarà il soggetto cui va ascritta la responsabilità in ordine al fattore sopraggiunto. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la corte di merito abbia fatto corretta applicazione di tale principio, in caso in cui a carico di un veicolo si era verificata un’avaria, ed esso era stato tamponato non a causa dell’avaria, ma per il comportamento imprudente del conducente del veicolo che sopraggiungeva)” (Cass. civ., sez. III, sentenza n. 4754/2004).

È di tutta evidenza che possa applicarsi al caso di specie il principio di diritto enunciato: trattasi di vizio di costruzione e/o manutenzione dello pneumatico sinistro, e sussiste quindi la responsabilità oggettiva ex art. 2054, IV comma, c.c.

A diversa conclusione si sarebbe pervenuti nell’ipotesi di prova di un effettivo “caso fortuito”, e cioè di un fattore esterno che, con propria autonoma ed esclusiva efficienza causale, avesse cagionato l’evento (si pensi agli esempi di scuola del fulmine o della macchia d’olio sulla carreggiata).

Per queste ragioni, il Tribunale ritiene che la responsabilità dell’incidente di cui è causa sia da attribuire in via esclusiva al sig. G., conducente dell’autoarticolato Volvo.

Alla luce di quanto esposto, devono essere rigettate le istanze istruttorie reiterate dal convenuto U., perché relative a circostanze irrilevanti ai fini del decidere.

  1. Con riferimento al quantum debeatur, si osserva quanto segue.

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L’attrice agisce in giudizio per ottenere il rimborso di quanto erogato in conseguenza del sinistro di cui è causa, e precisamente:

– Euro 720.000,00 in favore della sig.ra F., a titolo di danno non patrimoniale e spese mediche (docc. 10-11 fascicolo di parte attrice). Detto importo veniva versato in due tranche: Euro 530.000,00 in data 16/09/2015 ed Euro 190.000,00 in data 29/01/2016;

– Euro 10.000,00, in data 29/01/2016, in favore della società M. S.n.c., di cui la sig.ra F. è socia, a titolo di danno patrimoniale, per non aver potuto beneficiare dell’attività lavorativa di artigiana della sig.ra F., nel periodo di convalescenza (doc. 13);

– Euro 71.248,00, in data 01/02/2016, in favore della società G. S.r.l., che aveva assistito la sig.ra F. nella gestione del sinistro in via stragiudiziale (doc. 16).

La domanda dell’attrice, quindi, ammonta a complessivi Euro 801.248,00, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

4.1. In merito alla liquidazione del danno biologico si osserva quanto segue.

G., sulla base delle perizie di parte F. (docc. 25-26) e della propria perizia di parte (doc. 27), che così avevano previsto:

– I.P. al 63%;

– I.T.P. al 100% per 150 giorni (punto valore Euro 130,00 pro die);

– I.T.P. al 75% per 300 giorni (punto valore Euro 130,00 pro die);

– Personalizzazione al 25% sul danno biologico permanente,

applicando le Tabelle di Milano – ed. 2014 e considerando l’età della danneggiata al momento del sinistro (49 anni), aveva liquidato Euro 696.908,00 per danno biologico, oltre Euro 13.190,00 per spese mediche documentate, oltre interessi e rivalutazione (si veda pag. 4 della memoria autorizzata di parte attrice).

Parte convenuta contesta anzitutto la liquidazione del danno biologico.

Ed invero, la CTU disposta da questo Giudice ed effettuata dal dott. Roberto Rossetti, svolta nel contraddittorio delle parti, ha così individuato:

– I.P. al 55%;

– I.T.P. al 100% per 120 giorni;

– I.T.P. al 75% per 200 giorni,

oltre ad “una prestazione lavorativa in usura sia riguardo a quella svolta attualmente dalla paziente sia in altre ad essa confacenti, ed alla circostanza per cui “sono fortemente limitate le attività ludico-sportive svolte ante sinistro stradale (ballo latino americano a livello amatoriale, sport subacquei)”.

Questo giudice ritiene di condividere le risultanze della espletata CTU.

Ai fini del risarcimento, il danno biologico deve essere considerato in relazione all’integralità dei suoi riflessi pregiudizievoli rispetto a tutte le attività, le situazioni e i rapporti in cui la persona esplica se stessa nella propria vita; non soltanto, quindi, con riferimento alla sfera produttiva, ma anche con riferimento alla sfera spirituale, culturale, affettiva, sociale, sportiva, e a ogni altro ambito e modo in cui il soggetto svolge la sua personalità e cioè a tutte le attività realizzatrici della persona umana (così la Corte Cost. n. 356 del 1991; v. altresì Corte Cost. n. 184 del 1986).

Inoltre, la Cassazione a Sez. Unite (sentenza n. 26972-3-4-5/2008, c.d. “sentenze di San Martino”) ha ritenuto che, nell’ambito del danno non patrimoniale, il riferimento a determinati tipi di pregiudizi, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. È compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione. Il giudice anziché procedere alla separata liquidazione del danno morale in termini di una percentuale del danno biologico (procedimento che determina una duplicazione di danno), deve procedere ad un’adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.

Va ulteriormente precisato che, come recentemente statuito dalla Suprema Corte (cfr. Cass., ord. n. 7513/2018), il danno biologico consiste in una ordinaria compromissione delle attività quotidiane (gli aspetti dinamico relazionali).

Il danno alla salute, quindi, non comprende i pregiudizi dinamico relazionali ma è esattamente il danno dinamico relazionale.

Consegue che il danno alla vita di relazione è risarcibile oltre la misura liquidata in base ai punti percentuali accertati in sede medico legale, qualora si sia concretato non già in conseguenze comuni a tutti i soggetti che patiscano quel tipo di invalidità, ma in conseguenze peculiari del caso concreto che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto a casi consimili; qualora, quindi, consista in una conseguenza straordinaria, non avente base organica e quindi estranea alla determinazione medico legale.

Tuttavia, tale danno è risarcibile in quanto sia specificamente allegato e provato dall’attore.

Alla luce di tali principi, l’Osservatorio di Milano nel 2009 ha elaborato nuovi Criteri Orientativi (tuttora vigenti) che prevedono la liquidazione congiunta del danno non patrimoniale conseguente a “lesione permanente dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale”, sia nei suoi risvolti anatomo-funzionali e relazionali medi ovvero peculiare e del danno non patrimoniale conseguente alle medesime lesioni in termini di “dolore”, “sofferenza soggettiva”, in via di presunzione in riferimento ad un dato tipo di lesione.

Accanto a una tabella di valori monetari “medi”, corrispondenti al caso di incidenza della lesione in termini “standardizzabili” in quanto frequentemente ricorrenti (sia quanto agli aspetti anatomo-funzionali, sia quanto agli aspetti relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva), viene individuata una percentuale di aumento di tali valori “medi” da utilizzarsi – onde consentire un’adeguata “personalizzazione” complessiva della liquidazione – laddove il caso concreto presenti peculiarità che vengano allegate e provate (anche in via presuntiva) dal danneggiato sia quanto agli

aspetti anatomo-funzionali e relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva, ferma restando, ovviamente, la possibilità che il giudice moduli la liquidazione oltre i valori minimi e massimi, in relazione a fattispecie eccezionali rispetto alla casistica comune degli illeciti.

Con riguardo al quantum, la Cassazione ha statuito che, nella liquidazione del danno biologico, quando, come nella fattispecie concreta, manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 cod. civ. deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziari. Garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale – e al quale la S.C., in applicazione dell’art. 3 Cost., riconosce la valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 cod. civ. -, salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne l’abbandono. L’applicazione di diverse tabelle, ancorché comportante liquidazione di entità inferiore a quella che sarebbe risultata sulla base dell’applicazione delle tabelle di Milano, può essere fatta valere, in sede di legittimità, come vizio di violazione di legge, solo in quanto la questione sia stata già posta nel giudizio di merito (Cass., sent. n. 12408/2011).

Ebbene, nella fattispecie concreta, la componente del danno non patrimoniale relativa alla sofferenza interiore appare congruamente compensata nei termini standard con i valori medi, riconosciuti in via presuntiva nella tabella milanese.

In definitiva, tenuto conto delle accertate invalidità, dell’età (anni 49), del sesso e delle condizioni di vita della danneggiata delle allegazioni di parte e delle risultanze probatorie, dei menzionati criteri tabellari adottati da questo Tribunale per la liquidazione del danno biologico e da sofferenza soggettiva, stimasi equo liquidare con le modalità che seguono il complessivo risarcimento del danno non patrimoniale da lesione permanente al diritto alla salute.

In particolare, in relazione alla liquidazione del danno biologico da inabilità temporanea, si ritiene equo attribuire il valore monetario medio di Euro 100,00 per ogni giorno di inabilità assoluta, non ravvisandosi nel caso di specie peculiarità che ne giustifichino un aumento personalizzato.

Altresì, si considera equo un aumento nella misura del 15% da applicarsi al danno da invalidità permanente, considerando l’usura lavorativa e le limitazioni alla vita di relazione ed alle attività ludico-sportive subiti dalla danneggiata e riconosciute dal C.T.U.

Appare quindi equo così liquidare il danno non patrimoniale complessivamente subito in conseguenza della malattia e dell’invalidità permanente della sig.ra F. (49 anni al momento del sinistro), in applicazione delle Tabelle di Milano – ed. 2018:

– Euro 422.533,00 per il danno da invalidità permanente al 55%;

– Euro 12.000,00 per il danno da invalidità temporanea assoluta (120 giorni);

– Euro 15.000,00 per il danno da invalidità temporanea al 75% (200 giorni);

– Euro 63.380,00 per la personalizzazione nella misura del 15%;

così per un totale di Euro 512.913,00.

4.2. Con riguardo alle spese mediche si osserva quanto segue.

  1. ha liquidato alla sig.ra F. Euro 13.190,00 per spese mediche, di cui Euro 9.350,00 oltre imposte, in relazione ad un intervento di chirurgia esteticavolto ad attenuare le deturpazioni conseguenti al sinistro e circa Euro 2.000,00 in relazione a spese varie.

Il convenuto ha contestato dette voci di danno, poiché rimaste senza riscontro.

Questo Giudice ritiene che le somme liquidate a titolo di spese mediche non siano state provate in giudizio.

In particolare, in relazione alla somma relativa all’intervento chirurgico, atteso che agli atti risulta unicamente un preventivo (doc. 5 attrice), il CTU ha confermato che detto intervento non è mai stato effettuato, che è comunque ancora effettuabile, e che la cifra indicata risulta in linea con i livelli medi delle prestazioni sanitarie attuali. Tuttavia, il dott. Rossetti ha precisato che “a fronte di un miglioramento dell’aspetto estetico derivante da tale intervento, si deve convenire che i postumi permanenti del 55% sicuramente si ridurrebbero di almeno del 5%” (risposta del CTU alle note del CTP di parte attrice).

Si ritiene, quindi, che non possa rimborsarsi una somma relativa ad un intervento possibile ma non indispensabile, e comunque mai effettuato nemmeno a distanza di anni dalla liquidazione, sulla base di un mero preventivo, della somma necessaria da parte di G.. Tanto più che riconoscere alla danneggiata detta somma significherebbe ridimensionare conseguentemente il danno biologico permanente subito: le due liquidazioni, infatti, per espressa valutazione del CTU, di fatto sarebbero incompatibili e determinerebbero un ingiusto arricchimento della sig.ra F..

In relazione alla somma di circa Euro 2.000,00 a titolo di varie spese mediche, sebbene ritenute dal CTU “plausibili e confacenti alla vicenda clinica della paziente”, è stato dallo stesso rilevato che non vi sia prova di ricevute fiscali o fatture sanitarie.

Si ritiene, pertanto, che nemmeno di detto esborso sia stata fornita prova da parte di G., e che quindi non vi sia titolo per il rimborso da parte di U..

4.3. Con riguardo al danno patrimoniale da lucro cessante si osserva quanto segue.

  1. riferisce di aver versato la cifra di Euro 10.000,00 in favore della società M. S.n.c., di cui la danneggiata è socia e presso cui era impiegata come lavoratrice autonoma artigiana. Questo a parziale ristoro del danno subito dalla società per aver dovuto privarsi per oltre due anni dell’attività lavorativa della sig.ra F.. Precisa, inoltre, che detta somma è stata sottratta a quanto dovuto alla danneggiata a titolo di danno biologico, e, per espresso volere di quest’ultima, è stata devoluta direttamente all’azienda (doc. 21 attrice; memoria autorizzata di parte attrice, pagg. 5-6).

A parere di questo Giudice, anche il rimborso di tale voce di danno/spesa non può essere riconosciuto a G.. Ciò, innanzitutto, perché, come eccepito da parte convenuta, non risulta agli atti alcuna indicazione dei criteri liquidativi utilizzati; inoltre, come specificato da parte attrice nella propria memoria autorizzata, detta somma venne di fatto espunta da quanto dovuto alla sig.ra F. a titolo di danno biologico e venne liquidata direttamente alla società M. S.n.c.

Ne consegue che, ad ogni modo, la somma di Euro 10.000,00 era stata calcolata da G., inizialmente, come parte del danno biologico subito dalla danneggiata, sulla cui liquidazione questo Giudice si è già espresso, e solo per ragioni transattive era stata destinata a soggetto diverso dalla sig.ra F..

Pertanto, non può riconoscersi il rimborso di tale somma, dovendosi ritenere la stessa già compresa della somma complessiva da liquidare a titolo di danno biologico, che, si ripete, ammonta ad Euro 512.913,00.

4.4. Con riguardo alle spese per l’attività stragiudiziale si osserva quanto segue.

  1. ha riconosciuto, infine, la somma di Euro 71.248,00 in favore della società G. S.r.l., con riguardo alle spese sostenute per la gestione del sinistro in fase stragiudiziale (doc. 14 attrice).
  2. contesta questa somma, ritenendola sproporzionata al valore della controversia.

Il Tribunale ritiene che la cifra liquidata a G. S.r.l. non sia congrua, in considerazione del valore della controversia ma soprattutto in considerazione dell’attività svolta dalla società, che è stata unicamente di tipo stragiudiziale. Ed invero, come osservato da U., se già inizialmente la causa fosse stata trattata in giudizio, il compenso spettante a titolo di onorari, in linea con i parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014, sarebbe stato sensibilmente inferiore, segnatamente tra i 20.000,00 e i 25.000,00 Euro, oltre oneri.

Pertanto, si ritiene equo riconoscere a G. la somma rivalutata ad oggi, di Euro 22.000,00, oltre IVA.

  1. In definitiva, dalle statuizioni che precedono, deriva il parziale accoglimento delle domande proposte dall’attrice nei confronti dei convenuti.

Il credito dell’attrice va liquidato nella complessiva somma rivalutata ad oggi di Euro 512.913,00 a titolo di danno non patrimoniale e di Euro 22.000,00, oltre IVA, a titolo di spese stragiudiziali, per un totale di Euro 534.913,00, oltre IVA sulla somma di Euro 22.000,00.

Gli interessi compensativi – secondo l’ormai consolidato indirizzo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (v. sentenza n. 1712/1995) – decorrono dalla produzione dell’evento di danno sino al tempo della liquidazione; per questo periodo, gli interessi compensativi si possono calcolare applicando un tasso annuo medio ponderato, equitativamente determinato, sul danno rivalutato.

Da oggi, giorno della liquidazione, all’effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulla somma rivalutata.

Pertanto, alla luce di tale criterio di calcolo, il convenuto U. deve essere condannato al pagamento, in favore dell’attrice, della complessiva somma di Euro 534.913,00, oltre IVA sulla somma di Euro 22.000,00, liquidata in moneta attuale, oltre:

– interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato dell’ 0,2%, sulla somma di Euro 512.913,00 dalla data del 16/09/2015 ad oggi;

– interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato dell’ 0,2%, sulla somma di Euro 22.000,00, oltre IVA dalla data del 01/02/2016 ad oggi;

– interessi, al tasso legale, sulle predette somme di Euro 512.913,00 e di Euro 22.000,00, oltre IVA, dalla data della presente sentenza al saldo effettivo.

  1. Consegue alla soccombenza la condanna del convenuto U. a rifondere all’attrice le spese processuali.

Le spese della consulenza tecnica d’ufficio vanno poste a carico del convenuto U.

La presente sentenza è dichiarata provvisoriamente esecutiva ex lege.

P.Q.M.

Il Tribunale di Milano, definitivamente pronunciando, così provvede:

– condanna il convenuto U. al pagamento, in favore dell’attrice, delle somme di Euro 512.913,00 e di Euro 22.000,00 oltre IVA, oltre interessi come specificato in motivazione;

– rigetta le altre domande ed istanze proposte dalle parti;

– pone le spese della consulenza tecnica d’ufficio a carico del convenuto U.;

– condanna il convenuto U. a rifondere all’attrice le spese processuali, che liquida in Euro 843,00 per esborsi ed anticipazioni, Euro 35.000,00 per onorario di avvocato, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre C.P.A. ed I.V.A.;

– dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

Conclusione

Così deciso in Milano, il 24 marzo 2021.

Depositata in Cancelleria il 26 marzo 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI ROMA

XIII SEZIONE

Il giudice d.ssa Paola Larosa ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 6613/2016 R.G.A.C., trattenuta in decisone in data 29.12.2020, con termini ex art. 190 c.p.c. e promossa

DA

S.D.D.,

elettivamente domiciliata in Roma Via Lorenzo Rocci n.67, presso lo studio dell’ Avv. Raffaella Di Tommaso, che, assieme all’avv. Vanessa Staffolani, la rappresenta e difende come da delega contenuta rispettivamente nella comparsa di costituzione di nuovo difensore depositata in data 27.10.2020 e a margine dell’atto di citazione;

ATTRICE

CONTRO

A.S. S.p.A.- A.S.,

in persona del legale rappresentante Avv. S.P., elettivamente domiciliata in Roma, viale G. Mazzini n.119, presso lo studio dell’Avv. Francesco Massimo Candreva, che la rappresenta e difende per delega a margine della comparsa di costituzione e risposta;

CONVENUTA

E

M.T., elettivamente domiciliato Roma, via Aurelia n.407, presso lo studio dell’Avv. Simona Martelli, che lo rappresenta e difende per delega in calce alla comparsa di costituzione e risposta;

CONVENUTO

Oggetto: risarcimento danni da responsabilità professionale;

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione ritualmente notificato S.D.D. evocava in giudizio dinanzi a questo Tribunale il dott. G.T. e la società A.S. S.p.A., affinché fosse accertata la responsabilità dei convenuti per i danni derivati dall’intervento di revisione di rinoplastica e blefaroplastica cui era stata sottoposta, da parte del medico convenuto, presso la C.C. in data 22.12.2010, con accertamento dell’inadempimento contrattuale e conseguente condanna al risarcimento del danno, di carattere patrimoniale e non, in misura pari ad Euro 45.589,00 oltre alla restituzione della somma pari ad Euro 5.353,81 versata per l’intervento, interessi e rivalutazione monetaria, e con vittoria di spese di lite da distrarsi.

In particolare, a sostegno della domanda spiegata, l’attrice deduceva quanto segue:

– Avendo già eseguito, nel 1995, un intervento chirurgico di rinoplastica per ragioni estetiche, nel 2010 si era rivolta al dott. T. per correggere l’appesantimento della regione palpebrale;

– Il dott. T. le aveva consigliato di sottoporsi ad intervento di blefaroplastica oltre che di revisione della rinoplastica per ottenere un effetto di insieme più armonico;

– Pertanto, in data 22.12.2020, si era ricoverata presso la C.C. e, nella medesima data, era stata sottoposta dal T. all’intervento programmato;

– Era stata quindi dimessa in data 23.12.2020, ed aveva corrisposto al convenuto, il quale non aveva rilasciato fattura, la somma di Euro 9.000,00 e alla Casa di Cura la somma di Euro 5.353,81, come da fatture depositate;

– Nel periodo postoperatorio aveva accusato infezioni oculari, sanguinamento e gonfiore, per le quali si era recata più volte dal convenuto per le medicazioni; aveva inoltre riscontrato postumi a carico della respirazione, consistenti in percolamento del naso e limitazione della capacità di respirazione per la quale era costretta a fare uso di gocce per agevolare l’apporto di aria;

– Si era dunque rivolta ad altri specialisti, che avevano riscontrato una non corretta esecuzione dell’intervento eseguito dal convenuto, a seguito del quale erano residuati postumi consistenti in un’alterazione del flusso aereo nasale , continuo percolamento del naso e disagio per il danno estetico subito.

Pertanto, richiamando la responsabilità di natura contrattuale dei convenuti, ne chiedeva la condanna al risarcimento di tali danni, nella misura sopra indicata.

Si costituiva in giudizio la A.S. S.p.A., deducendo la propria estraneità rispetto ai fatti allegati – atteso che gli interventi erano stati direttamente concordati tra la paziente e il dott. T. e da quest’ultimo eseguiti in forza di un rapporto professionale diretto con la paziente, ed il T. non era legato alla Casa di Cura da alcun rapporto di dipendenza – e, nel merito, l’infondatezza della domanda attorea, in assenza qualsiasi imprudenza, negligenza o imperizia da parte del sanitario convenuto nell’esecuzione degli interventi oggetto di causa, ed in assenza di prova del nesso causale tra i predetti interventi e i danni allegati. Contestava inoltre nel “quantum” la domanda attorea, chiedendone il rigetto in quanto infondata. In via subordinata svolgeva azione di rivalsa, regresso o manleva nei confronti del convenuto T. per quanto fosse stata condannata a corrispondere alla attrice. Con vittoria di spese di lite.

La causa veniva istruita mediante acquisizione dei documenti prodotti e con l’espletamento di CTU medico-legale.

Con comparsa di costituzione depositata in data 19.11.2020 si costituiva in giudizio G.T., deducendo che l’attrice era stata correttamente informata sui rischi e sulle possibili conseguenze degli interventi, che gli interventi chirurgici del 22.12.2010- che implicavano la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà- erano stati correttamente e diligentemente eseguiti, e che dagli stessi non era derivato alcun danno a carico della paziente. Chiedeva quindi il rigetto della domanda attorea in quanto infondata, con vittoria di spese di lite.

La causa era trattenuta in decisione, all’udienza del 29.12.2020, con concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. per il deposito di scritti conclusionali.

All’esito dell’istruttoria, nel merito la domanda attorea appare parzialmente fondata e va accolta, nei limiti esposti a seguire.

Si premette che, al fine della configurabilità della responsabilità invocata da parte attrice a sostegno dell’avanzata pretesa risarcitoria è necessario dimostrare che il professionista ovvero la struttura sanitaria ove questi ha operato non abbiano rispettato il dovere di diligenza su loro incombente in relazione alla specifiche obbligazioni ex art. 1176 comma 2 c.c.. A prescindere, pertanto, dalla qualificazione dell’obbligazione medica come di mezzi o di risultato, e dalla natura della responsabilità della clinica come contrattuale -per contratto di spedalità o contatto sociale con il sanitario della struttura- ovvero extracontrattuale, occorre che ne venga provato l’inadempimento o l’inesatto adempimento.

La giurisprudenza della Suprema Corte ha chiarito come debba essere ripartito l’onere probatorio tra le parti: ” Ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto o del contatto sociale e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ad allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”. (Cass n.4764/2016).

Ora, nel caso in esame l’attrice ha dimostrato, attraverso la documentazione prodotta, il titolo da cui emerge l’obbligazione dei convenuti ed ha allegato la negligenza del sanitario convenuto nell’esecuzione degli interventi di chirurgia estetica, in ragione della quale sarebbero insorti postumi permanenti.

Dalla CTU espletata e depositata in atti, svolta a firma dei dott.ri Federico Eibenstein e Giancarlo Sabatini -che appare logica nel percorso argomentativo seguito e dunque integralmente condivisibile nelle conclusioni rassegnate- è emerso che ” La descrizione dell’atto operatorio riportata nella cartella clinica della C.C. appare esaustiva. Inoltre, occorre sottolineare che non si sono verificate complicanze infettive, né emorragiche e/o altro. Comunque, se si analizza nello specifico l’intervento chirurgico così come descritto in cartella, al di là dell’accesso open perfettamente indicato in caso di rinoplastica secondaria, non si può fare a meno di rilevare che praticamente è descritta una rinosettoplastica primaria in particolare ” …Cifectomia osteocartilaginea…Osteotomie” in altri termini il dorso nasale che era già stato ridotto nel precedente intervento del 1995, viene ulteriormente abbassato determinando l’insellamento descritto e documentato fotograficamente in allegato. Inoltre, il modellamento della punta del naso, verosimilmente, ha determinato un indebolimento della crus laterale con conseguente insufficienza della valvola nasale e difficoltà respiratoria nasale. Illustrato quanto sopra si può affermare che i trattamenti medico-chirurgici somministrati all’attrice presso la C.C. convenuta non sono stati eseguiti in conformità delle metodiche medico-chirurgiche stabilite dalla prassi o dalla scienza medica e le cause sono identificabili nell’eccessiva riduzione del dorso naso e nell’indebolimento iatrogeno della crus laterale”

I CTU hanno quindi accertato, in punto di nesso causale, che ” il risultato estetico conseguente all’intervento eseguito il 22.12.2010 presso la C.C. è insoddisfacente e residuano gli esiti, riscontrati nel corso delle operazioni peritali, dettagliatamente descritti nel presente elaborato peritale…risulta evidente l’innaturale insellamento del dorso naso con sproporzione delle strutture cartilaginee che conferiscono alla piramide nasale un aspetto “posticcio”.

I CTU hanno quindi riscontrato l’esistenza di postumi permanenti in misura pari al 4% , comprensivi del danno alla integrità fisiognomica.

Inoltre hanno rilevato la totale emendabilità del danno biologico attraverso un intervento di rinoplastica correttiva secondaria, finalizzato a correggere l’insellamento del dorso del naso, l’asimmetria delle narici e l’infossamento della parete laterale sinistra, preventivando una spesa compresa tra i 10.000,00 e i 12.000,00 Euro omnicomprensivi.

Apparendo condivisibile il ragionamento svolto dai CTU, risulta dimostrata la negligenza professionale del dott. T. ed il nesso causale tra gli interventi di chirurgia plastica dallo stesso posti in essere e i postumi lamentati dalla paziente. D’altra parte, si evidenzia che la parte convenuta T. non ha fornito la prova di aver adottato le cautele prescritte dalle leges artis nell’esecuzione dell’intervento. Pertanto, a fronte della prova della sussistenza del nesso causale tra l’intervento subito ed i postumi, secondo quanto accertato dal CTU, deve ritenersi che la parte convenuta non abbia fornito la prova liberatoria del fatto che l’evento dannoso si sia verificato nonostante l’adozione e l’osservanza di tutte le cautele previste dai protocolli medici, ossia che sia derivato da un evento inevitabile e quindi non prevenibile.

Per quanto riguarda la responsabilità della Casa di Cura , si osserva che, come affermato dalla Suprema Corte con orientamento consolidato, ” il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo, insorgono a carico della casa di cura, accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale..”.(cfr. Cass. n.13953/07, Cass.n. 8826/07, Cass. n.1620/12). Ne consegue che la società gerente la Casa di Cura in cui è stato eseguito l’intervento è chiamata a rispondere sia dei pregiudizi eziologicamente ricollegabili alle proprie inadempienze specifiche che a quelle eventualmente imputabili all’operato del sanitario che al suo interno ha operato. Si osserva inoltre, sul punto, che, in assenza dell’opera professionale del personale medico, sia pure non legato alla Casa di Cura da un rapporto di lavoro di carattere subordinato, la Casa di Cura sarebbe impossibilitata a svolgere la propria attività di assistenza di carattere sanitario.

Per quanto concerne il lato interno dell’obbligazione di risarcimento-gravante in via solidale sui convenuti- la responsabilità per i postumi accertati deve attribuirsi in misura pari al 50% alla A.S. S.p.A. e per la restante quota del 50% al convenuto T..

Al fine della liquidazione del danno biologico, deve rilevarsi che i CTU hanno specificato come il danno biologico fosse emendabile del tutto attraverso un intervento riparativo, intervento che la parte attrice afferma, in comparsa conclusionale e nelle note di trattazione depositate, di avere già eseguito. Per tale ragione, costituendo una indebita duplicazione di risarcimento il riconoscimento, per un verso, della somma risarcitoria collegata al grado di invalidità riconosciuto, e, per altro, della somma necessaria per effettuare l’intervento riparatore del danno, appare equo riconoscere in favore dell’attrice, a titolo di risarcimento del danno, la somma stimata dai CTU come necessaria per emendare il danno, in misura pari ad Euro 12.000,00.

Per quanto riguarda la documentazione depositata dalla parte attrice con nota di deposito – non autorizzata- del 14.11.2020- ed il cui deposito è stato provvisoriamente ammesso all’udienza di precisazione delle conclusioni del 29.12.2020, si rileva che, pur essendo stata ammessa la produzione di detti documenti in quanto di formazione successiva alla scadenza dei termini di cui all’art.183 c.6 c.p.c., la stessa documentazione non può essere valutata al fine della quantificazione dell’obbligo risarcitorio gravante sui convenuti, in quanto non emerge, dalle fatture prodotte, alcun elemento che consenta di comprendere la tipologia di intervento per il quale sono state emesse – essendovi solo nella ricevuta n.29 rilasciata dal dott. E.N. l’indicazione, tra parentesi, di due parole non comprensibili-; né appariva possibile, come chiesto in subordine dalla parte attrice, rimettere la causa sul ruolo al fine di disporre un supplemento di CTU volto ad accertare la misura dell’emendazione dei postumi a seguito dell’intervento riparativo posto in essere secondo quanto dedotto dall’attrice, in considerazione dell’anno di iscrizione a ruolo del presente giudizio, e della conseguente inopportunità di retrocessione del giudizio, ormai giunto alla fase della precisazione delle conclusioni, alla precedente fase istruttoria.

Appare inoltre equo riconoscere in favore dell’attrice, a titolo di danno morale espressamente richiesto in atto di citazione, la somma di Euro 1.000,00 in considerazione del patimento morale consistente nella necessità di sottoporsi ad un ulteriore intervento per emendare i danni derivati dall’operato del medico convenuto.

Spetta poi all’attrice, a fronte dell’accertato inadempimento dei convenuti all’obbligo contrattuale, la restituzione della somma corrisposta per l’esecuzione degli interventi del 22.12.2010, pari secondo quanto emerge dalla documentazione in atti, ad Euro 5.353,81 (documentata in all.9), oltre che il rimborso della spesa per la perizia di parte pari ad Euro 866,00 (documentata in all.8 alla citazione), mentre, per le restanti fatture di spesa allegate all’atto di citazione, non emerge il collegamento rispetto ai fatti di causa, e pertanto alcun rimborso è dovuto.

Pertanto, la somma dovuta all’attrice dal convenuti, in solido, è pari ad Euro 19.219,81, oltre interessi legali dalla data della pubblicazione della presente sentenza al saldo.

Per quanto concerne la domanda della A.S. S.p.A. di accertamento del diritto di regresso nei confronti del T., atteso che, come sopra motivato, dell’inadempimento all’obbligo professionale medico-chirurgico devono rispondere solidalmente entrambi i convenuti, in misura pari al 50% ciascuno per quanto concerne il lato interno dell’obbligazione risarcitoria, si riconosce – per l’ipotesi in cui la società A.S. SpA abbia corrisposto a parte attrice l’intera somma stabilita dalla presente sentenza – il diritto di regresso della stessa, pro quota, nei confronti di T.G..

In base al criterio della soccombenza, i convenuti devono essere condannati, in solido, a rimborsare le spese di lite in favore di parte attrice, liquidate come da dispositivo, in applicazione dei criteri di cui al D.M. n. 55 del 2014, oltre che a sostenere in via definitiva le spese della CTU medico-legale.

P.Q.M.

il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da D.D.S. nei confronti di A.S. S.p.A.- A.S. e di T.G., così provvede:

1) condanna A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido, a pagare, in favore di D.D.S., la somma di Euro 19.219,81, oltre interessi legali dalla presente pronuncia al saldo;

2) accerta la responsabilità dei convenuti soccombenti in misura pari al 50% ciascuno, relativamente al lato interno dell’obbligazione, con diritto di regresso pro quota di A.S. S.p.A. nei confronti di T.G. per l’ipotesi in cui abbia corrisposto a parte attrice l’intera somma stabilita dalla presente sentenza;

3) condanna A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido, al pagamento delle spese di lite sostenute da parte attrice, liquidate in Euro 5.000,00 per compenso, 526,00 per spese, oltre rimborso forfettario spese generali, iva e cpa, e che si distraggono in favore dei procuratori antistatari;

4) pone le spese della CTU medico-legale definitivamente a carico di A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 20 luglio 2021.

Cass. civ., Sez. III, Sentenza, 06/06/2014, n. 12830 (rv. 631825)

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RESPONSABILITÀ CIVILE – Professionisti – Attività medico-chirurgica – Intervento di chirurgia estetica – Esisto peggiorativo per il paziente – Responsabilità del sanitario per mancanza di consenso informato del paziente – Sussistenza – Fondamento

Quando ad un intervento di chirurgia estetica segua un inestetismo più grave di quello che si mirava ad eliminare o attenuare, la responsabilità del medico per il danno derivatone è conseguente all’accertamento che il paziente non sia stato adeguatamente informato di tale possibile esito, ancorché l’intervento risulti correttamente eseguito. Infatti, con la chirurgia estetica, il paziente insegue un risultato non declinabile in termini di tutela della salute, ciò che fa presumere come il consenso all’intervento non sarebbe stato prestato se egli fosse stato compiutamente informato dei relativi rischi, senza che sia necessario accertare quali sarebbero state le sue concrete determinazioni in presenza della dovuta informazione. (Rigetta, App. Perugia, 31/08/2010)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di ROMA

SEZIONE DIRITTI DELLA PERSONA E IMMIGRAZIONE CIVILE

in persona del giudice monocratico dott.ssa Damiana Colla ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. 49524 del ruolo generale per gli affari contenziosi dell’anno 2018, posta in decisione all’udienza svoltasi con modalità cartolare del giorno 7 aprile 2021 e vertente

TRA

B.G., elettivamente domiciliato in Rieti, Via Garibaldi, n. 264/E, presso lo studio degli avv.ti C. Mestichelli e C. Baiocchi, che lo rappresentano e difendono per procura allegata alla comparsa di costituzione di nuovo procuratore telematicamente depositata il 9.9.2019

ATTORE

E

C.M.P. S.R.L. e G.R., quest’ultimo in proprio e quale legale rappresentante, entrambi elettivamente domiciliati in Reggio Emilia, Largo M. Gerra, n. 3, presso lo studio dell’avv.to D. Martinelli, che li rappresenta e difende per procura allegata alle note di trattazione scritta con comparsa di costituzione di nuovo procuratore telematicamente depositate il 2.4.2021

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione ritualmente notificato G.B., medico specializzato in Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica con contratto di collaborazione professionale presso il centro medico convenuto negli 2016 e 2017, ha convenuto davanti a questo Tribunale il Centro Medico Lazzaro Spallanzani ed il suo legale rappresentante, quest’ultimo anche in proprio, al fine di sentirli condannare, previo accertamento del carattere diffamatorio e lesivo della propria reputazione professionale delle affermazioni effettuate sulla stampa e sui social network meglio descritte nell’atto introduttivo, relativamente al proprio operato presso il centro, nonché inibitoria di ulteriore diffusione delle dichiarazioni diffamatorie, al risarcimento del danno subito, anche non patrimoniale, quantificato nella misura di Euro 500.000,00, pari al doppio dei compensi corrisposti in proprio favore per gli anni 2016 e 2017, ovvero nella diversa misura ritenuta di giustizia, con ordine di pubblicazione della relativa sentenza sulle testate giornalistiche indicate in citazione.

A tal fine, ha esposto che in data 4.3.18 era andata in onda sul canale Italia Uno una puntata della trasmissione “Le Iene” contenente un servizio nel quale alcune donne che avevano eseguito interventi di mastoplastica additiva presso il centro medico convenuto avevano rilasciato interviste dichiarandosi insoddisfatte dei risultati e lamentando dolore o inestetismi ad essi conseguiti; che il 9.3.2018 il convenuto aveva rilasciato un’intervista alla “Gazzetta di Reggio”, pubblicata anche online, nella quale aveva affermato che “le ragazze sentite dalle Iene rappresentano il 20% delle donne in relazione alle quali l’attore avrebbe errato l’intervento di mastoplastica effettuato nella clinica”, attribuendogli quindi la responsabilità per i seni deformati e doloranti mostrati all’interno del servizio televisivo e che “in ragione del mancato mantenimento, da parte di quest’ultimo, degli standard di qualità del Centro sarebbe stato allontanato ad agosto 2017”; che l’8.4.2018 il convenuto aveva pubblicato su Facebook una dichiarazione del seguente tenore “i casi clinici analizzati durante il servizio Le Iene si riferivano agli interventi chirurgici eseguiti dal dott. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017” e che “il CICE ha interrotto i rapporti con il dott. B. in ragione del mancato mantenimento, da parte di quest’ultimo, degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua nascita”, con la chiara indicazione dell’attore quale autore degli interventi chirurgici menzionati dal servizio televisivo; che infine parte convenuta aveva consentito la pubblicazione su Facebook di un filmato dal titolo “Io sto con il CICE”, nel quale una paziente del centro, riferendosi espressamente all’attore, aveva affermato “dovrebbe essere radiato dall’ordine dei medici ed invece è ancora a piede libero”, filmato poi ripreso anche in successiva puntata de Le Iene, sebbene epurato della parte relativa a tali affermazioni diffamatorie, con l’affermazione del G. secondo la quale “Le Iene, diffondendo il filmato in maniera parziale, avrebbe omesso la verità”, fonte di ulteriore offesa alla reputazione professionale del B..

Ha evidenziato la falsità delle notizie riferite dal convenuto all’esito della messa in onda del menzionato programma televisivo, sostenendo in particolare che non tutti gli interventi di cui al servizio televisivo fossero da ricondurre al suo operato professionale, atteso che all’epoca presso il centro in questione lavoravano anche altri medici, nonché che le complicanze verificatesi per alcune pazienti rientravano nella casistica post-operatoria, erano ampiamente descritte nel modello di consenso informato dalle medesime sottoscritto ed erano comunque tutte suscettibili di revisione chirurgica da eseguirsi di prassi, con esclusione quindi di ogni responsabilità in capo a sé medesimo, atteso che non aveva posto in essere alcuna errata attività chirurgica, responsabilità piuttosto da ricondursi al CICE ed all’inefficienza dell’intero sistema organizzativo utilizzato.

Parte convenuta si è costituita in data 6.2.2019 contestando la fondatezza dell’avversa domanda e chiedendone il rigetto.

Ha sostenuto la conformità delle dichiarazioni del G. ai parametri giurisprudenzialmente elaborati della verità della notizia, dell’interesse pubblico e continenza della stessa, con la conseguente applicazione della scriminante dell’esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero costituzionalmente tutelato.

In particolare, ha rappresentato che le dichiarazioni in contestazione, peraltro parzialmente travisate nell’atto introduttivo ed infedelmente riportate, si erano rese necessarie, sulla stampa e su social network, all’esito della trasmissione Le Iene del 4.3.2018, la quale aveva gettato in maniera indiscriminata grave discredito sul centro medico convenuto, con la conseguente necessità di pubblicazione dei dati statistici di incidenza del rischio clinico nel decennio 2007/2017 e l’opportunità di effettuare alcune precisazioni al fine di ristabilire una corretta informazione circa l’attività del CICE, struttura sanitaria regolarmente autorizzata per l’erogazione delle prestazioni chirurgiche, peraltro sempre ritualmente verificate senza rilievi negativi dalle competenti autorità preposte al controllo.

Concessi i termini ex art. 183, sesto comma, c.p.c. e ritenuta all’esito la causa matura per la decisione senza necessità delle prove orali richieste da entrambe le parti, l’udienza fissata per la precisazione delle conclusioni del 7.4.2021, derivante da differimento a causa dell’emergenza sanitaria, è stata oggetto di trattazione cartolare come da Provv. del 24 gennaio 2021, cui è seguita la concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. per scritti conclusivi, depositati da entrambe le parti.

La domanda non è fondata e deve pertanto essere respinta alla luce delle considerazioni che seguono.

In tema di offese all’altrui reputazione, di libertà di stampa, di diritto di cronaca e di critica vanno preliminarmente ribaditi i principi più volte affermati dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione e condivisi da questo giudice, applicabili in genere ad ogni dichiarazione indirizzata ad una pluralità di destinatari.

La diffamazione non può essere fonte di risarcimento dei danni quando il giornalista eserciti legittimamente i diritti di cronaca e di critica giornalistica, entrambi espressione della libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’art. 21 della Costituzione. Presupposti per il legittimo esercizio del diritto di cronaca sono, come è noto, l’interesse del pubblico alla conoscenza delle notizie diffuse, la correttezza dell’esposizione dei fatti – in ciò propriamente si sostanzia la cd. continenza (formale) -, e infine la corrispondenza tra la narrazione ed i fatti realmente accaduti, nel senso che deve essere assicurata l’oggettiva verità del racconto. Va ribadito che quest’ultimo requisito tollera le inesattezze (anche di carattere tecnico) o le incompletezze che possono ritenersi irrilevanti se riferite a particolari di non decisivo rilievo e privi di valore informativo, a condizione che quindi venga rispettata la verità della notizia nel suo nucleo essenziale.

I medesimi canoni valgono inoltre quando, come nella fattispecie, alla cronaca si aggiungano valutazioni critiche dei fatti stessi eventualmente lesive della reputazione altrui, nel senso che il giudizio critico per rimanere nei limiti della liceità deve trarre spunto dalla realtà oggettiva e quindi da fatti realmente accaduti.

E’ pur vero che, nell’esercizio del diritto di critica è necessario il rispetto del nucleo essenziale di verità del fatto relativamente al quale la critica è svolta (ed in mancanza del quale la critica sarebbe pura congettura e possibile occasione di dileggio e di mistificazione), ma è innegabile altresì che in tal caso l’onere del rispetto della verità sia più attenuato rispetto all’ipotesi di mera cronaca giornalistica, atteso che “la critica esprime un giudizio di valore che, in quanto tale, non può pretendersi rigorosamente obiettivo” (Cass. Pen., n. 43403 del 18.6.2009).

La critica è infatti, per sé stessa, espressione di un’opinione, che come tale non può essere rigorosamente obiettiva e che comunque non ha nulla a che vedere col diritto di cronaca. La critica non può che essere soggettiva e quindi non può che corrispondere al punto di vista di chi la manifesta. Infatti, “Il diritto di critica non è soggetto a un giudizio di verità per l’opinabilità intrinseca ad ogni giudizio individuale, che esprime convincimenti, valori, credenze necessariamente differenti tra individui nei vari gruppi sociali” (Cass. pen., sez. V., 8 maggio 1998, n. 6584).

Ciò posto, considerate le contestazioni di parte convenuta circa la non corretta riproduzione nell’atto introduttivo delle dichiarazioni ritenute diffamatorie, occorre riportarle testualmente, per come risultanti dal fascicolo dell’attore, agli allegati nn. 3 e 4, con la precisazione che il post asseritamente pubblicato dal convenuto su Facebook l’8.4.2018 risulta estratto direttamente dal social network solo in allegato alla terza memoria ex art. 183 c.p.c., sebbene originariamente risulti riprodotto dallo stesso B. in una mail dal medesimo inviata il 10.4.2018 al difensore che ha introdotto il giudizio (testualmente a “studio Manfredi”), verosimilmente copiato dalla pagina Facebook (i due testi del post risultano comunque di identico contenuto).

In particolare, dalla menzionata mail allegata al n. 3 da parte attrice si evince che le dichiarazioni pubblicate su Facebook l’8.4.2018 alle 12.45 erano del seguente tenore: “Le Iene hanno preso un granchio. I pochi casi clinici analizzati durante il servizio de “Le Iene” si riferiscono quasi unicamente agli interventi chirurgici eseguiti dal Dr. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017 e che ha operato circa 600 pazienti, di cui solo il 3% ha lamentato complicanze (19 casi a noi noti). Non sono quindi “decine e decine” di interventi andati male, come invece segnalato dalle Iene con toni allarmistici. Il CICE ha interrotto i rapporti con il Dr. B. in ragione del mancato mantenimento degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua stessa nascita. I casi trattati dal Dr. B. che hanno richiesto un intervento chirurgico di revisione sono stati presi in carico e trattati in forma integralmente gratuita per i pazienti dal dott. V.C. responsabile del CICE, con la risoluzione della complicanza”.

L’allegato n. 4 del fascicolo introduttivo è invece relativo al brano a firma di L.G. pubblicato sulla versione online della Gazzetta di Reggio del 10.3.2018 dal titolo: “Reggio Emilia: seni “low cost”, partita la denuncia del Cice alle Iene” e dal sottotitolo: “Dopo il servizio delle Iene, il Cice presenta querela: allontanato ad agosto il chirurgo che ha operato le donne intervistate” (il medesimo articolo nella versione cartacea risulta depositato, pur se scarsamente leggibile, solo unitamente alla terza memoria ex art. 183 c.p.c.). Il contenuto del brano è del seguente tenore: “REGGIO EMILIA. Lo avevano annunciato, e alla fine hanno mantenuto la promessa. Il Centro italiano chirurgia estetica di Reggio Emilia (Cice) ha denunciato la trasmissione “Le Iene” dopo il servizio televisivo andato in onda domenica 4 marzo, intitolato “Ragazze rovinate dalla clinica low cost”. Dolori, inestetismi, visite effettuate via WhatsApp. Questa la sintesi di quanto mostrato su Italia Uno. Tutto “assolutamente falso e tendenzioso” per i dirigenti della struttura tanto che, per tutelare la loro immagine “fortemente danneggiata” dal servizio, hanno dato mandato ai propri legali – gli avvocati N.T. e F.L. – di denunciare quanto successo all’autorità giudiziaria “affinché la magistratura possa fare subito chiarezza”.

Il succo della critica rivolta alla giornalista di M. non è tanto l’aver mostrato eventi o fatti mai realmente accaduti quanto, piuttosto, l’aver fatto passare il messaggio che tutto il lavoro svolto all’interno del Cice sia approssimativo e mal svolto.

“Il nostro è un centro di eccellenza – ci spiega il direttore generale R.G. mentre ci fa visitare la struttura – che in dieci anni di attività ha eseguito 8.573 interventi di chirurgia estetica, con una incidenza di complicanze inferiore al 4%, tutte risolte con una ulteriore prestazione erogata in forma assolutamente gratuita per le pazienti”. Complicanze che, ammette apertamente G., ci possono essere “come in qualunque altro intervento. Ma le clienti sono informate con largo anticipo sui rischi che, tengo a ribadirlo visto il messaggio che è passato sulle Iene, da noi sono più contenuti rispetto ad altre realtà. Sempre in dieci anni abbiamo avuto 13 richieste di risarcimento, lo 0,1% del totale contro una media del 34,5% di incidenza nelle strutture italiane. E su tredici, cinque le abbiamo vinte in sede giudiziale, due con soccombenza parziale e le rimanenti sono ancora aperte”. Insomma, prezzi moderati non vogliono dire qualità moderata. Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo. “Si trattava di un medico – prosegue il direttore generale – che abbiamo assunto a settembre 2016 e che in un anno ha eseguito circa 600 interventi. Di queste donne, 17 sono dovute tornare una seconda volta per delle complicanze o perché non erano soddisfatte e l’80% ha risolto poi il problema. L’altro 20% sono le ragazze sentite dalle Iene. Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017”. Infine, ci viene spiegato, le foto mandate via WhatsApp non sostituiscono le visite “che comunque avvengono il giorno prima o il giorno stesso dell’operazione. Se fossimo dei venditori di tabacco avremmo tutto l’interesse a operare sempre e invece capita spesso che, purtroppo, dobbiamo annullare tutto. Ad esempio questa settimana su 30 interventi ne abbiamo cancellati tre”.

Ciò posto, occorre premettere che nella presente sede non possono essere oggetto di esame né i contenuti del servizio de “Le Iene” (se non quale mero presupposto dell’odierno giudizio), non essendo contestato alcunchè della trasmissione nella presente sede (e nemmeno convenuta in giudizio l’emittente televisiva, il direttore responsabile e l’autrice del servizio), né il contenuto del brano giornalistico pubblicato sulla Gazzetta di Reggio, se non limitatamente all’intervista rilasciata dall’odierno convenuto, non essendo citati i soggetti legittimati secondo la legge sulla stampa, né invero essendo in contestazione il contenuto del brano, ma solo quello dell’intervista a R.G. in esso riportata.

Ciò posto, con riferimento all’intervista del 9.3.2018 deve altresì premettersi che nell’intero brano non sono in alcun modo menzionate espressamente le generalità dell’odierno attore, con ogni conseguenza sotto il profilo del difetto di legittimazione attiva in capo al B. per quanto concerne la diffamazione asseritamente derivante dall’intervista, atteso che il contenuto delle dichiarazioni asseritamente offensive non risulta indirizzato direttamente al B., né questo risulta destinatario facilmente individuabile delle stesse.

Anche a prescindere comunque da tale assorbente rilievo e considerando individuabile l’odierno attore attraverso l’intervista in questione (quantomeno in relazione alla cerchia di dipendenti e collaboratori del centro, nonché tra i pazienti del medesimo), deve osservarsi nel merito che il convenuto G. ha legittimamente espresso in entrambe le occasioni un giudizio in chiave critica circa l’operato professionale del B., quale conseguenza del servizio delle Iene (oggetto di contestazione in altra sede), esponendo in tal modo una sua valutazione soggettiva, da ricondurre a verità quanto al suo nucleo essenziale, espressa con toni pacati, in relazione a notizia di interesse pubblico, specie in considerazione del risalto assunto dal precedente servizio delle Iene.

Tutte le espressioni in contestazione sopra riportate del G. – tanto con riferimento all’intervista, quanto al post su Facebook – appaiono infatti, ad avviso del giudicante, estrinsecazione del diritto di critica, quale espressione del principio costituzionalmente garantito della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.).

Posto che nulla è in contestazione circa l’interesse pubblico della notizia e la sua continenza espressiva, la verità della notizia contenuta nell’intervista in oggetto deve ritenersi sussistente, nei limiti sopra esposti in cui tale presupposto deve essere inteso con rifermento alla manifestazione di opinione critica.

Ebbene, le affermazioni contenute nel brano giornalistico che concernono l’odierno attore, pur senza nominarlo esplicitamente, sono le seguenti: “Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo. “Si trattava di un medico – prosegue il direttore generale – che abbiamo assunto a settembre 2016 e che in un anno ha eseguito circa 600 interventi. Di queste donne, 17 sono dovute tornare una seconda volta per delle complicanze o perché non erano soddisfatte e l’80% ha risolto poi il problema. L’altro 20% sono le ragazze sentite dalle Iene. Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017”.

Invero, le menzionate affermazioni dell’intervistato appaiono in generale di natura critica rispetto al servizio andato in onda su Le Iene (circa il fatto che tutto il lavoro svolto presso il Cice fosse “approssimativo e mal svolto”) e, in particolare, risultano volte a fornire un chiarimento in termini statistici circa gli interventi menzionati nel servizio stesso ed attribuiti al B. (non esplicitamente); viene affermato al riguardo il fatto, non contestato, che il medico in questione aveva effettuato in un anno di servizio presso il centro medico compreso tra il 2016 ed il 2017 circa 600 interventi.

Su tale cifra complessiva di interventi da esso eseguiti il G. afferma che solo 17 pazienti di quelle da lui operate sono state sottoposte a nuovo trattamento chirurgico “per delle complicanze o perché non erano soddisfatte” e che conseguentemente ad esso l’80% di esse ha risolto il problema (ossia 13 di esse circa), mentre la restante parte (ossia 4 di esse) ha manifestato la sua insoddisfazione alle Iene.

La documentazione allegata conferma quanto sostenuto in termini di verità del nucleo essenziale della notizia, nel senso che una minima parte delle pazienti operate dall’attore in quel periodo ha mostrato complicanze (17 pazienti su 600 interventi), che la maggior parte di questi casi (80%) sono stati risolti con un secondo intervento presso il centro e che solo una parte residua (il 20% di 17) non ha risolto le

complicanze, denunciandole alle Iene ed intentando azioni giudiziali ovvero formulando richieste risarcitorie stragiudiziali; cinque dei sei casi oggetto del servizio, cui l’intervista giornalistica è riferita, risultano infatti essere relativi a pazienti originariamente operate dall’attore, con la conseguenza che il nucleo essenziale della notizia corrisponde a verità; del resto, anche la circostanza che la gran parte delle pazienti con complicanze dal medesimo operate sono state sottoposte ad un secondo intervento presso il centro risulta provata dalla copiosa documentazione prodotta.

Invece, la circostanza che le complicanze fossero errori chirurgici o rientrassero piuttosto nelle conseguenze post-operatorie menzionate nel modulo di consenso informato sottoscritto dalle pazienti non è oggetto di valutazione da parte di questo giudice (considerazione in base alla quale le istanze istruttorie orali sono state respinte, con ordinanza riservata del 16.10.2019, qui integralmente richiamata, atteso che gran parte di esse è riferita alla richiesta di pareri medico-legali sul corretto operato dell’attore negli specifici casi in contestazione, in inammissibile sostituzione di consulenza tecnica), bensì di quello al quale sono devolute le relative domande risarcitorie (dagli atti e dai documenti risulta altresì che per alcune pazienti è stato quantificato in sede giudiziale un danno biologico permanente compreso tra il 7 ed il 9%), né è menzionato alcunchè dal G. nel brano, in termini di colpa medica ed errori chirurgici (il medesimo si esprime infatti unicamente in termini di “complicanze” e nella parte precedente dell’intervista afferma che esse in generale per il centro medico si erano attestate intorno al 4% degli 8.573 interventi effettuati in dieci anni, con trattamento gratuito e reingresso in sala operatoria e solo 13 richieste risarcitorie).

Ed ancora, anche (e soprattutto) le frasi “Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017” e “Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo” corrispondono al parametro della verità della notizia.

Infatti, analizzando la documentazione prodotta dalla parte convenuta (cfr., in particolare, estratto verbale dell’Unità Gestione Rischio del 20.12.17, in atti) si evince che, nonostante la bassa percentuale di complicanze post-operatorie rappresentata dallo stesso G. nell’intervista tanto con riferimento al centro nel complesso quanto agli interventi eseguiti dal B. in particolare, il contenzioso giudiziale e stragiudiziale che ne era scaturito fosse comunque aumentato a seguito dell’ingresso del medesimo nell’equipe medica del centro rispetto al decennio precedente, con maggiore incidenza del rischio (passato dal 4,11% al 17,88, con aumento del 13% circa), tanto da aver determinato la cessazione del rapporto di collaborazione tra centro medico e chirurgo.

In altri termini, quanto al contenzioso, emerge che mentre per il decennio 2007/2017 da 8753 interventi (946 solo nel 2017, ivi compresi quelli effettuati dall’attore) sono scaturiti 13 procedimenti giudiziali (di cui 7 ancora pendenti e 4 definiti, come da comparsa di costituzione e risposta), per il biennio 2016/2017 da 509 interventi effettuati dall’attore sono scaturiti 6 procedimenti in fase giudiziale e 15 in fase stragiudiziale (dati riferiti al momento della costituzione in giudizio di parte convenuta), risultandone inoltre già definiti 3 con transazione ed oneri economici a carico del centro a seguito di perizia medica di parte che aveva accertato l’esistenza di un danno permanente da ricondursi ad errore chirurgico.

A prescindere dunque dal numero di complicanze post-operatorie, ciò che ha determinato l’interruzione del rapporto di collaborazione professionale tra le parti (pacificamente da ricondurre all’agosto del 2017 e dunque ad epoca precedente di alcuni mesi al servizio de Le Iene, per come correttamente riferito nel brano dal G.) risulta essere stato l’innalzamento del livello di contenzioso giudiziale e stragiudiziale riscontrato per gli anni 2016 e 2017 in relazione agli interventi effettuati dal B. e di ciò parte convenuta ha dato atto nell’intervista in questione, per la parte da ultimo riportata (“non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro”), atteso che negli standard qualitativi non può essere compresa solo l’evidenza delle complicanze post-operatorie, ma anche – evidentemente – l’entità del contenzioso scaturita dalle complicanze rimaste irrisolte.

Analogamente, con riferimento al post su Facebook dell’8.4.2018 oggetto di contestazione.

Questo risulta riferito esclusivamente ai casi esaminati nel servizio de Le Iene ed appare pubblicato a commento dello stesso, a seguito del clamore suscitato dalla messa in onda del programma in data 4.3.2018.

In particolare, si afferma il vero quando si dice che “I pochi casi clinici analizzati durante il servizio de “Le Iene” si riferiscono quasi unicamente agli interventi chirurgici eseguiti dal Dr. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017 e che ha operato circa 600 pazienti”, considerato che le medesime risultano nominativamente individuate sin dal primo scritto difensivo di parte convenuta senza alcuna specifica contestazione da parte dell’attore circa il fatto che siano state sue pazienti (risultano denunciati nel servizio i casi di sei pazienti del centro, cinque delle quali operate dal B.; cfr., altresì prima memoria ex art. 183 c.p.c. di parte attrice), che la collaborazione professionale è durata un anno e che il numero dei pazienti dal medesimo operati è stato pari a 509 (con una sfasatura con quanto dichiarato che tuttavia consente di ritenere vera la notizia nel suo nucleo essenziale, considerato l’uso della parola “circa” accanto a “600 pazienti”), il tutto per come evincibile dalla documentazione allegata da parte convenuta e comunque non specificamente contestato.

Sebbene poi il numero delle complicanze sia ridotto in percentuale dal 4% al 3% rispetto al contenuto del brano sulla Gazzetta di Reggio, la discrepanza non appare tale da incidere sul generale contesto di verità nel quale la notizia è resa, la quale è comunque presentata come nota di merito per il centro nel senso che “solo il 3% ha lamentato complicanze (19 casi a noi noti)”, in modo da contrastare il dato asseritamente fuorviante fornito nel servizio televisivo (“Non sono quindi “decine e decine” di interventi andati male, come invece segnalato dalle Iene con toni allarmistici”), con la precisazione ulteriore (e la rassicurazione) che comunque “I casi trattati dal Dr. B. che hanno richiesto un intervento chirurgico di revisione sono stati presi in carico e trattati in forma integralmente gratuita per i pazienti dal dott. V.C. responsabile del CICE, con la risoluzione della complicanza”.

Nella riportata prospettiva, infine, per l’affermazione secondo la quale “Il CICE ha interrotto i rapporti con il Dr. B. in ragione del mancato mantenimento degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua stessa nascita” valgono le medesime considerazioni sopra esposte.

Invero, il parametro del mancato mantenimento degli standard della prestazione professionale erogata dall’attore risulta, per come documentato, quello del contenzioso conseguente a complicanze post-operatorie da essa scaturito, laddove sul punto la documentazione allegata conferma la maggiore incidenza di esso rispetto al periodo precedente, circostanza legittimamente posta dal centro a fondamento della cessazione del rapporto di collaborazione professionale menzionata dal G. (risultano prodotti nel fascicolo di parte convenuta e non specificamente contestati dalla controparte non solo elenchi e frontespizi delle cartelle cliniche delle pazienti sottoposte a revisione chirurgica a seguito di interventi eseguiti dall’attore, ma anche tutti gli atti giudiziali e stragiudiziali, transazioni, diffide ed esiti di visite medico-legali riferite al predetto contenzioso, con accertamento di danno biologico permanente in capo ad alcune pazienti diverse da quelle menzionate nel servizio, invece tutte ancora con accertamenti in corso all’epoca della costituzione di parte convenuta).

Alla luce delle considerazioni esposte sotto il profilo della verità della notizia, pertanto, il legittimo esercizio del diritto di critica, quale espressione del più generale principio costituzionale di libertà di manifestazione del pensiero, appare nella specie scriminare il contenuto asseritamente diffamatorio delle dichiarazioni della parte convenuta.

A ciò si aggiunga, da ultimo, che non risultano affatto utilizzate (né invero sono oggetto di doglianza nell’atto introduttivo) espressioni esorbitanti dal concetto di continenza formale, tenuto conto del contesto indubbiamente critico del quale l’inchiesta in esame risulta espressione. Per quanto riguarda il requisito della continenza, infatti, va ricordato che “Il diritto di critica giornalistica può essere esercitato anche in modo “graffiante”, ma con il parametro della proporzione tra l’importanza del fatto e la necessità della sua esposizione anche in chiave critica ed i contenuti espressivi con i quali la critica è esercitata. Pertanto, la critica non deve trascendere in attacchi e aggressioni personali diretti a colpire, sul piano individuale, la figura morale del soggetto criticato” (tra le tante, v. Cass. civ., Sez. 3, 20 ottobre 2006, n. 22527); ebbene, nella specie, deve essere rilevata la totale assenza di qualsivoglia espressione che esuli dai concetti di moderazione, misura e proporzione nelle modalità espressive. Le espressioni utilizzate esprimono un giudizio indubbiamente critico rispetto, sebbene nel complesso appaiono assolutamente pacate e non trasmodano affatto in attacchi personali o denigrazione della persona dei destinatari, risultando piuttosto espressione di una esposizione dei fatti in forma civile e comunque non eccedente rispetto allo scopo informativo/critico da conseguire, né tale da manifestare un deliberato intento denigratorio, tenuto conto altresì del fatto che anche il limite della continenza opera, analogamente a quello della verità, in maniera meno rigorosa nell’esercizio del diritto di critica proprio in considerazione della soggettività della narrazione e del giudizio che essa tende ad esprimere, proprio della polemica politica e sociale cui si riferisce (Cass., 29730/2010 e Cass., n. 43403/2009).

Da ultimo, non può essere oggetto di esame nel presente procedimento quanto dedotto nell’atto introduttivo circa l’esistenza di un asserito filmato dal titolo “Io sto con il Cice” diffuso sulla pagina Facebook del centro medico (e parzialmente riportato in una successiva puntata de Le Iene) in cui una paziente del centro avrebbe dichiarato, riferendosi espressamente all’attore: “Dovrebbe essere radiato dall’ordine dei medici ed invece è ancora a piede libero”; invero, a prescindere da ogni considerazione circa la responsabilità del centro medico per quanto dichiarato da una sua paziente, del filmato non vi è traccia agli atti di causa è non è dunque possibile prenderne visione ai fini della decisione (nemmeno delle dichiarazioni al riguardo attribuite al G., il quale secondo l’atto introduttivo contestualmente alla sua diffusione da parte delle Iene avrebbe dichiarato “Le Iene, diffondendo il filmato in maniera parziale, avrebbero omesso la verità”); né al mancato deposito della copia del filmato in contestazione avrebbe potuto supplire il non ammesso interrogatorio formale del G., considerata l’ineludibile necessità di prenderne visione nella sua interezza al fine di valutare il contesto nel quale le dichiarazioni sono state rese dal convenuto, l’autore delle stesse ed il loro esatto tenore, in quanto peraltro parzialmente rese da un terzo soggetto (che risulta tra i pazienti del centro, come da allegati frontespizi delle cartelle cliniche in atti); analogamente deve dirsi con riferimento alla richiesta di esibizione del video alla piattaforma Facebook di cui alla terza memoria ex art. 183 c.p.c., in quanto ormai rimosso e presente sulla medesima solo per il periodo compreso tra il marzo ed il giugno 2018, per espressa ammissione di parte attrice e peraltro da ritenersi prova diretta, tardivamente richiesta.

La domanda attrice deve, in conclusione, essere interamente respinta, rimanendo assorbita nella decisione ogni altra richiesta.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo (scaglione individuato in base alla somma domandata a titolo di risarcimento – complessità media per le fasi di studio ed introduttiva, minima per quella istruttoria, meramente documentale, e decisionale, svoltasi con modalità cartolare e senza elementi di novità rispetto a quelle precedenti).

P.Q.M.

Il tribunale, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, così provvede:

– rigetta la domanda;

– condanna l’attore alla rifusione delle spese di lite nei confronti di parte convenuta, complessivamente liquidate in Euro 15.478,00 per compensi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 6 settembre 2021.

Depositata in Cancelleria il 8 settembre 2021.

BOLOGNA AVVOCATO ARRESTO IN FLAGRANZA CONVALIDA PENALE PROCESSO

BOLOGNA AVVOCATO ARRESTO IN FLAGRANZA CONVALIDA PENALE PROCESSO

E’ configurabile lo stato di flagranza del reato di maltrattamenti in famiglia purché il singolo episodio lesivo risulti non isolato, ma quale ultimo anello di una catena di comportamenti violenti o in altro modo lesivi, che tale episodio delittuoso sia avvenuto immediatamente prima e che l’autore di esso si sia dato alla fuga ovvero sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appare che egli abbia appena commesso il reato

Cass. pen., Sez. VI, 27/05/2020, n. 17853

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E’ configurabile lo stato di flagranza del reato di maltrattamenti in famiglia purché il singolo episodio lesivo risulti non isolato, ma quale ultimo anello di una catena di comportamenti violenti o in altro modo lesivi, che tale episodio delittuoso sia avvenuto immediatamente prima e che l’autore di esso si sia dato alla fuga ovvero sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appare che egli abbia appena commesso il reato. E’ possibile, dunque, affermare che nell’ipotesi in cui il reato per il quale si procede è quello abituale di maltrattamenti ai danni di un familiare, l’arresto in flagranza debba considerarsi legittimamente eseguito non solamente quando gli agenti della polizia giudiziaria hanno assistito ad una frazione di quelle condotte maltrattanti che costituiscono l’elemento oggettivo del delitto, ma anche quando siano intervenuti subito dopo la commissione di tale illecito e abbiano accertato che l’autore si sia dato alla fuga ovvero sia trovato con cose o tracce dimostrative della immediatamente precedente commissione del reato: “tracce” che possono essere qualificate come tutti quegli elementi fattuali che, oggetto di accertamenti o di altre iniziative di indagine della polizia giudiziaria, possono essere acquisite o rilevate per la loro idoneità a dimostrare l’esistenza del reato.

Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 25/02/2021, n. 21494 (rv. 281210-01)

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INDAGINI PRELIMINARI – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – “quasi flagranza” – “tracce” del reato – Nozione – Fattispecie

In tema di arresto in flagranza, per la configurabilità della c.d. “quasi flagranza”, la nozione di tracce del reato non va considerata in senso solo letterale, ma può comprendere anche l’atteggiamento assunto dall’autore del fatto o dalla persona offesa ove costituisca, con assoluta probabilità, un indicatore dell’avvenuta perpetrazione del reato in termini di stretta contiguità temporale rispetto all’intervento della polizia giudiziaria. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittimo l’arresto per il reato di furto, eseguito in “quasi flagranza” sulla base del comportamento dell’indagato che, alla vista di agenti di polizia municipale, tentava di fuggire liberandosi di confezioni di merce, poi risultata sottratta poco prima da banchi espositivi di esercizi commerciali della zona). (Annulla senza rinvio, TRIBUNALE GENOVA, 17/11/2020)

Cass. pen., Sez. II, 08/09/2020, n. 29215

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Integra il reato di rapina impropria la condotta dell’agente che, al fine di impossessarsi di quanto sottratto ovvero per conseguire l’impunità, impedisca alle forze dell’ordine – tramite la pregressa apposizione di automezzi in prossimità del luogo di commissione del fatto in numero e in posizione tale da ostacolare l’accesso di automezzi delle stesse forze dell’ordine – di intervenire prontamente, determinando un conseguente ritardo nell’esecuzione delle operazioni di polizia giudiziaria finalizzate all’identificazione e all’eventuale arresto in flagranza del reo nonché al compimento delle operazioni di sopralluogo e degli altri atti di assicurazione della prova: in tal caso, la predetta condotta impeditiva, configura un’ipotesi di violenza alla persona, intesa come violenza impropria, avendo la stessa coartato la libertà di autodeterminazione degli appartenenti delle forze dell’ordine che, conseguentemente, per il semplice ritardo imposto al loro intervento, sono stati costretti a fare, tollerare od omettere le azioni doverose di contrasto a cui erano tenuti.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 19/05/2021, n. 25331 (rv. 281749-01)

INDAGINI PRELIMINARI – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – Quasi flagranza – Sorpresa dell’indiziato con cose o tracce del reato commesso “immediatamente prima” – Nozione – Fattispecie

In tema di convalida dell’arresto, ricorre lo stato di quasi-flagranza nel caso in cui l’indagato sia sorpreso dalla polizia giudiziaria con cose e tracce inequivocamente rivelatrici della recentissima commissione del delitto. (Fattispecie in cui la Corte, in riforma dell’impugnata ordinanza, ha ritenuto che legittimamente la polizia giudiziaria avesse proceduto all’arresto nella quasi flagranza del reato di lesioni, dal momento che l’indagato aveva dichiarato spontaneamente agli operanti “state cercando me” e recava sulla gamba il segno del morso infertogli dalla vittima nella colluttazione, quali tracce della contiguità temporale tra il fatto-reato e la constatazione degli operanti). (Annulla in parte senza rinvio, GIP TRIBUNALE REGGIO CALABRIA, 16/03/2021)

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 18/05/2021, n. 21019 (rv. 281508-02)

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REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE – Delitti – Dei pubblici ufficiali – Concussione – In genere – Utilità – Nozione – Inclusione del vantaggio anche di natura non patrimoniale – Sussistenza – Fattispecie

In tema di concussione, il termine “utilità” include tutto ciò che rappresenta un vantaggio per la persona, pur se di natura non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile, e dunque anche l’accrescimento del proprio prestigio professionale ovvero della propria considerazione nella comunità lavorativa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto integrato il reato di concussione, e non invece quello di violenza privata, in relazione alle condotte costrittive poste in essere da un carabiniere nei confronti di un cittadino straniero per indurlo ad acquistare una partita di eroina e consentirgli di effettuare un arresto in flagranza, così da acquisire benemerenze utili ai fini della progressione in carriera, l’assegnazione ad altri reparti e l’affidamento di incarichi fiduciari). (Rigetta, CORTE APPELLO BRESCIA, 17/12/2019)

AFFIDO ESCLUSIVO FIGLIO MINORE AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA SERGIO ARMARoLI

AFFIDO ESCLUSIVO FIGLIO MINORE AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA SERGIO ARMARoLI 051 6447838

responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente. Il totale disinteresse e l’irreperibilità del padre giustificano, dunque, l’affidamento esclusivo della minore alla madre.

In tema di affidamento dei figli minori, il giudice deve attenersi al criterio fondamentale rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo il pregiudizio derivante dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. Conseguentemente l’individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio, che potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché sull’apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità.

Il tribunale di Modena  ha sentenziato che Tribunale Modena, Sez. I, Sentenza, 04/06/2019, n. 859:

L’affido condiviso risulta pregiudizievole per l’interesse del minore nel caso in cui il genitore non affidatario si sia reso totalmente inadempiente all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori ed abbia esercitato in modo discontinuo il suo diritto di visita, in quanto tali comportamenti sono sintomatici della sua inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente. Il totale disinteresse e l’irreperibilità del padre giustificano, dunque, l’affidamento esclusivo della minore alla madre.

IMPORTANTE DECISIONE CORTE APPELLO BOLOGNA

Corte d’Appello Bologna, Sez. I, Ordinanza, 12/02/2015

In merito ai provvedimenti assunti dall’autorità giurisdizionale straniera (in ispecie cinese) con la sentenza di divorzio riguardo alla prole di età minore della coppia di coniugi – l’uno cittadino italiano l’altro cittadino cinese – che abbiano contratto matrimonio in Italia e che ivi si siano consensualmente separati, la statuizione del giudice straniero (cinese) di affido esclusivo alla madre di entrambe le figlie minori (aventi cittadinanza italiana) non è contraria al principio di ordine pubblico italiano, il quale, se da un lato va riferito al principio normativo e dogmatico desumibile dal nostro ordinamento giuridico che prevede come ‘normale’ applicazione dell’istituto dell’affidamento dei figli minori quello dell’ “affidamento condiviso”, dall’altro lato è confortato – non solo sul piano interpretativo e applicativo, bensì anche su quello strettamente positivo – dall’ulteriore ed esplicita previsione dell’ “affidamento” della prole “in via esclusiva” ad uno solo dei genitori, rilevando inoltre sul punto, ai fini della legittimità della pronunzia dell’autorità giurisdizionale straniera (cinese), il precipuo fine, da quest’ultima perseguito, di garantire massimamente – con l’assunta statuizione – le figlie minori stesse in considerazione della loro tenera età nonché di quanto già disposto, in sede di separazione, dal giudice italiano, e cioè che entrambe le bambine risiedano stabilmente (“vivano in Cina”) con la madre, a nulla rilevando, per contro, e sempre sul piano del principio dell’ordine pubblico interno, che nell’ordinamento giuridico cinese si preveda ulteriormente l’affidamento dei minori al genitore senza precedente prole, prevalendo viceversa esaustivamente la decisione straniera poiché fondata, essenzialmente, sull’interesse proprio delle minori (alla loro crescita) e sugli accordi assunti con la separazione consensuale, né potendo – da ultimo – il giudice italiano, in sede di riconoscimento della sentenza straniera (cinese), sindacare i motivi posti dal giudice straniero a fondamento del provvedimento di affido esclusivo. Sul punto, quindi, dell’affido esclusivo delle figlie minori, la sentenza straniera è legittima poiché non contraddice al principio di ordine pubblico italiano, e come tale merita riconoscimento.

Cass. civ. Sez. I Ord., 17/05/2021, n. 13217 rv. 661393-01

… FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Provvedimenti per i figli – In genere – Separazione dei coniugi – Affidamento dei figli minori – Sindrome di alienazione parentale (pas) – Rilevanza ai fini del cd. “super affido” all’altro genitore – Limiti – Fattispecie … In tema di affidamento del figlio di età minore, qualora un genitore denunci i comportamenti dell’altro tesi all’allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), nella specie nella forma della sindrome della cd. “madre malevola” (MMS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova comprese le consulenze tecniche e le presunzioni, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena. …

Libro I Delle persone e della famiglia – 6. – Della potestà dei genitori

… Qualora nel giudizio di divorzio introdotto innanzi al giudice italiano siano avanzate domande inerenti la responsabilità genitoriale (nella specie, con riferimento al diritto di visita) ed il mantenimento di figli minori non residenti abitualmente in Italia, ma in altro stato membro dell’Unione Europea (nella specie, la Germania), la giurisdizione su tali domande spetta, rispettivamente ai sensi degli artt. 8, par. 1, del Regolamento CE n. 2201 del 2003 e 3 del Regolamento CE n. 4 del 2009 , all’A.G. dello Stato di residenza abituale dei minori al momento della loro proposizione, dovendosi salvaguardare l’interesse superiore e preminente dei medesimi a che i provvedimenti che li riguardano siano adottati dal giudice più vicino al luogo di residenza effettiva degli stessi, nonché realizzare la tendenziale concentrazione di tutte le azioni li riguardano, attesa la natura accessoria della domanda relativa al mantenimento rispetto a quella sulla responsabilità genitoriale. … In tema di competenza territoriale nei procedimenti di affidamento eterofamiliare di minori, qualora il provvedimento iniziale di affidamento, di regola soggetto a durata non superiore ai ventiquattro mesi, necessiti di essere seguito da un’ulteriore proroga o, viceversa, da una cessazione anticipata, queste ultime vicende integrano provvedimenti camerali nuovi, per i quali il principio della “perpetuatio” deve essere temperato con quello di prossimità, sicché il giudice competente per territorio deve essere individuato nel tribunale per i minorenni del luogo in cui il minore legittimamente si trova, in tal modo dando rilievo ad eventuali sopravvenuti cambiamenti di residenza (nella specie, le S.U. hanno dichiarato la competenza del tribunale per i minorenni del distretto ove risiedeva la famiglia cui il minore era stato affidato con provvedimento di un altro tribunale per i minorenni, nel cui distretto originariamente il minore risiedeva con la propria madre). …

Cass. civ. Sez. I Ord., 07/06/2021, n. 15819

… La Corte territoriale non si è affatto discostata da tali principi, avendo preso atto dei comportamenti posti in essere da entrambi i genitori, profondamente indicativi della loro carenza educativa ed ha correttamente valutato tali comportamenti in termini non di mera conflittualità tra i coniugi, ma di “oggettiva inidoneità” della madre e del padre alla condivisione dell’esercizio della potestà genitoriale in termini compatibili con la tutela dell’interesse primario della figlia minore. … Nel caso di specie, i giudici di merito hanno, nella sostanza, messo in evidenza la scarsa maturità dei genitori nell’affrontare le maggiori responsabilità che l’affido condiviso comportava e che il rapporto tra i genitori e la figlia era risultato in modo significativo intaccato dalla forte conflittualità esistente tra padre e madre, ovvero che la loro inidoneità educativa si poneva in contrasto con l’interesse della figlia minore all’affido condiviso. …

FORLI BULLISMO BULLI CONDANNATI A RISARCIRE IL DANNO

FORLI BULLISMO BULLI CONDANNATI A RISARCIRE IL DANNO

 

. Egli, infatti, presentava lividi ed escoriazioni e aveva l’apparecchio dei denti rotto, per via dei pugni subiti. Dopo l’episodio, l’attore iniziò a presentare comportamenti strani fino a quando decise di confidarsi con la sorella Michelle, che riferì tutto ai genitori.

Tornato in salotto, si accorse che i convenuti avevano utilizzato il suo cellulare per mandare un messaggio volgare e offensivo a una sua cara amica. Chiara era l’intenzione di isolare l’attore compromettendo il suo rapporto affettivo con l’amica. Alle lamentele dell’attore, i convenuti risposero con offese e minacce e in particolare il sig. (…) sferrò un violento pugno al volto dell’attore, a seguito del quale l’attore cadde a terra. Nonostante l’attore fosse tramortito a terra, il (…) continuò a picchiarlo con calci e pugni e a minacciarlo con frasi minatorie come “io ti farò sparire dalla faccia della terra”. Gli altri convenuti contribuirono alle percosse, sferrando calci e pugni all’attore che cercava di pararsi con le braccia. Alle percosse, seguirono offese e costrizioni verso l’attore, che fu costretto dal (…) a leccare uno sputo a terra sotto la minaccia di essere ammazzato con un coltello.

Si costituivano (…) e (…), eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva in quanto non genitori ma nonni di (…). Con ordinanza del 18 gennaio 2018, si disponeva l’estinzione parziale del giudizio fra l’attore e (…) e (…). Alla successiva udienza del 21.02.2019 veniva dichiarata la contumacia di (…). Il convenuto (…) si costituiva successivamente con comparsa in data 4.7.2019. Contestava la narrazione dei fatti come operata dall’attore, affermando che, dopo alcuni pesanti scherzi ai danni dell’attore, quest’ultimo avrebbe proferito pesanti espressioni nei confronti della madre di (…) e solo a questo punto sarebbe stato colpito con un pugno. La vulnerabilità psico fisica dell’attore, inoltre, sarebbe antecedente ai fatti e l’episodio oggetto di causa non costituirebbe l’unica origine dei disturbi lamentati dall’attore. Concludeva per il rigetto della domanda. Si costituivano in giudizio (…) e (…), quali genitori di (…), concludendo per il rigetto della domanda ovvero in subordine per l’accertamento del minore grado di responsabilità del (…) nei fatti di causa, con condanna al risarcimento in proporzione dell’effettivo grado di responsabilità e con esclusione della solidarietà. Il convenuto (…) operava, dunque, una ricostruzione dei fatti diversa da quella attorea. Eccepiva intanto di avere incontrato solo una volta (…) in tram, di non essere a conoscenza dei suoi problemi psichici né del fatto dell’insegnante di sostegno. Eccepiva che le aggressioni, se provate, sarebbero riconducibili alla sola iniziativa e a comportamenti ascrivibili a (…) ed eventualmente a (…) e non certo a (…). Sarebbe (…) l’unico ad avere picchiato l’attore. Del pari, solo (…) lo avrebbe minacciato col coltello. (…) poi non avrebbe filmato le aggressioni né inviato messaggi con il telefonino dell’attore. (…), inoltre, mai avrebbe proferito minacce nei confronti dell’attore. Infine, non corrisponderebbe al vero l’affermazione per cui l’attore sarebbe stato cacciato di casa, ma quest’ultimo sarebbe rimasto a casa fino a sera, dopo che il (…) era andato via. Ancora, il convenuto eccepiva la mancanza di prova dei danni e del nesso di causalità, ovvero che i fatti di causa avessero aggravato la situazione psico fisica dell’attore. Le difficoltà dell’attore, infatti, sarebbero antecedenti e preesistenti ai fatti di causa. Veniva successivamente disposta la riunione al fascicolo 2389/2017 del fascicolo n 735/2019, nel quale l’attore aveva citato in giudizio, per i medesimi fatti, (…). Quest’ultimo si costituiva in giudizio concludendo per il rigetto della domanda dell’attore. Eccepiva di essere amico dell’attoree non di avere mai voluto fargli subire deliberatamente atti di bullismo e violenze. Eccepiva che, in quella occasione, dopo una prima fase di gioco e scherzi, sorgeva una discussione fra (…) e (…), il quale sosteneva che l’attore avesse offeso la madre, cui seguiva un contrasto fra i due, cui (…) e (…) non prendevano parte, cercando di invitare gli altri alla calma, senza riuscirci. Eccepiva di non essere a conoscenza del fatto che fra l’attore e (…) non corressero buoni rapporti, diversamente non lo avrebbe invitato in quella occasione. Eccepiva l’insussistenza di prova certa del danno e del rapporto di causalità. Il fascicolo RG 735 del 2019 veniva riunito al fascicolo n. 2389 del 2017 in data 13.11.2019. La causa è stata istruita documentalmente. A seguito dell’invito reiterato da parte del Giudice a trovare una proposta conciliativa, alla udienza del 26 maggio 2021, fissata per la precisazione delle conclusioni, le parti davano atto che i convenuti avevano formulato una offerta ritenuta tuttavia non congrua da parte dell’attore.

 

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO IL TRIBUNALE DI FORLÌ in composizione monocratica in persona del giudice dott.ssa Valentina Vecchietti pronuncia SENTENZA nella causa civile di primo grado iscritta al n. 2389 del ruolo generale degli affari contenziosi dell’anno 2017 cui riunita la causa n. 735 del 2019 promossa da: (…) – Cod. Fisc. (…), elettivamente domiciliato in VIA (…) FORLÌ, presso lo studio dell’avv. PO.MA., rappresentato e difeso dall’avv. PO.MA. (…) e dall’avv. ME.DA. (CF (…) ATTORE nei confronti di (…) – Cod. Fisc. (…) elettivamente domiciliato in C.SO (…), 63 47100 FORLI’, presso lo studio dell’avv. MA.VI., rappresentato e difeso dall’avv. MA.VI. (CF (…) CONVENUTO nei confronti di (…) – Cod. Fisc. (…), con il patrocinio dell’avv. FR.VE. (CF (…) elettivamente domiciliato presso l’indirizzo pec del difensore; CONVENUTO nei confronti di (…) – Cod. Fisc. (…), elettivamente domiciliato in Forlì Largo (…), presso lo studio dell’avv. AL.PI. (CF (…) rappresentato e difeso dall’avv. AL.PI. (ammesso a PSS in via provvisoria) CONVENUTO MOTIVAZIONE IN FATTO E IN DIRITTO Il sig. (…) (di seguito anche “l’attore”) citava in giudizio (…), in persona dei genitori, (…), in persona dei genitori, (…) (“i convenuti”) per sentire accertata e dichiarata la responsabilità dei convenuti nella produzione delle lesioni fisiche e psichiche inferte all’attore per i fatti di causa e per la condanna dei convenuti al risarcimento all’attore di tutti i danni patrimoniali e non quantificati in Euro 70.000,00 o quella diversa somma accertata in corso di causa. Il tutto con vittoria di spese e compensi a favore dei procuratori antistatari. Allegava l’attore che, il giorno 8 settembre 2015, quando ancora era minorenne, venne invitato da un amico, (…), anch’egli minorenne, presso la propria abitazione. Sul posto, erano presenti anche (…) e (…), entrambi conoscenti dell’attore. L’attore fu invitato in soggiorno dai convenuti, con il pretesto di giocare insieme con i video giochi. A quel punto, iniziarono le violenze e le vessazioni ai danni dell’attore. Egli venne costretto a fare una doccia, fredda, completamente vestito. Tornato in salotto, si accorse che i convenuti avevano utilizzato il suo cellulare per mandare un messaggio volgare e offensivo a una sua cara amica. Chiara era l’intenzione di isolare l’attore compromettendo il suo rapporto affettivo con l’amica. Alle lamentele dell’attore, i convenuti risposero con offese e minacce e in particolare il sig. (…) sferrò un violento pugno al volto dell’attore, a seguito del quale l’attore cadde a terra. Nonostante l’attore fosse tramortito a terra, il (…) continuò a picchiarlo con calci e pugni e a minacciarlo con frasi minatorie come “io ti farò sparire dalla faccia della terra”. Gli altri convenuti contribuirono alle percosse, sferrando calci e pugni all’attore che cercava di pararsi con le braccia. Alle percosse, seguirono offese e costrizioni verso l’attore, che fu costretto dal (…) a leccare uno sputo a terra sotto la minaccia di essere ammazzato con un coltello. A ogni rifiuto, il (…) sferrava calci all’attore. Il (…), dall’altro lato, iniziò a girare un video fino a quando l’attore temendo per la propria incolumità fu costretto a leccare lo sputo. A quel punto, i tre convenuti minacciarono l’attore che se il video avesse fatto il giro della scuola, (…) “era finito e poteva anche ammazzarsi”. A quel punto l’attore pregò e scongiurò i convenuti di non fare vedere il video a nessuno e di lasciarlo andare a casa, ma questi lo deridevano. A quel punto, (…) si recò in cucina e tornò in salotto armato di coltello, puntò il coltello alla gola dell’attore e lo minacciò dicendo che se avesse raccontato a qualcuno le violenze subite, gli avrebbe tagliato la gola e dato fuoco alla casa. Minacciò anche l’attore di fare del male alla sorella, qualora le avesse raccontato qualcosa. A quel punto, l’attore fu buttato fuori casa facendolo rotolare nel fango. Al padre, che lo venne a prendere, raccontò di essere caduto dalle scale. Egli, infatti, presentava lividi ed escoriazioni e aveva l’apparecchio dei denti rotto, per via dei pugni subiti. Dopo l’episodio, l’attore iniziò a presentare comportamenti strani fino a quando decise di confidarsi con la sorella Michelle, che riferì tutto ai genitori. Intervenute le competenti autorità, si incardinò processo dinanzi al Tribunale per i minorenni. – Allegava l’attore di essere nato con fragilità di tipo psichico, tanto da essere seguito dal Dipartimento di salute mentale e di avvalersi a scuola di una insegnante di sostegno. A seguito delle violenze subite, lo stato psicofisico dell’attore sarebbe notevolmente peggiorato, con evidenti difficoltà comportamentali e relazionali. I pregiudizi psicofisici subiti dal ragazzo venivano riportati nella relazione di parte depositata in atti. Riportava l’attore, ancora, gli esiti delle fasi di indagine e i contenuti delle dichiarazioni raccolte in quella sede. In conseguenza dei fatti di causa, l’attore avrebbe dunque riportato danni non patrimoniali, biologico e morale, risarcibili secondo le Tabelle di Milano nella somma di Euro 70.000,00. Si costituivano (…) e (…), eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva in quanto non genitori ma nonni di (…). Con ordinanza del 18 gennaio 2018, si disponeva l’estinzione parziale del giudizio fra l’attore e (…) e (…). Alla successiva udienza del 21.02.2019 veniva dichiarata la contumacia di (…). Il convenuto (…) si costituiva successivamente con comparsa in data 4.7.2019. Contestava la narrazione dei fatti come operata dall’attore, affermando che, dopo alcuni pesanti scherzi ai danni dell’attore, quest’ultimo avrebbe proferito pesanti espressioni nei confronti della madre di (…) e solo a questo punto sarebbe stato colpito con un pugno. La vulnerabilità psico fisica dell’attore, inoltre, sarebbe antecedente ai fatti e l’episodio oggetto di causa non costituirebbe l’unica origine dei disturbi lamentati dall’attore. Concludeva per il rigetto della domanda. Si costituivano in giudizio (…) e (…), quali genitori di (…), concludendo per il rigetto della domanda ovvero in subordine per l’accertamento del minore grado di responsabilità del (…) nei fatti di causa, con condanna al risarcimento in proporzione dell’effettivo grado di responsabilità e con esclusione della solidarietà. Il convenuto (…) operava, dunque, una ricostruzione dei fatti diversa da quella attorea. Eccepiva intanto di avere incontrato solo una volta (…) in tram, di non essere a conoscenza dei suoi problemi psichici né del fatto dell’insegnante di sostegno. Eccepiva che le aggressioni, se provate, sarebbero riconducibili alla sola iniziativa e a comportamenti ascrivibili a (…) ed eventualmente a (…) e non certo a (…). Sarebbe (…) l’unico ad avere picchiato l’attore. Del pari, solo (…) lo avrebbe minacciato col coltello. (…) poi non avrebbe filmato le aggressioni né inviato messaggi con il telefonino dell’attore. (…), inoltre, mai avrebbe proferito minacce nei confronti dell’attore. Infine, non corrisponderebbe al vero l’affermazione per cui l’attore sarebbe stato cacciato di casa, ma quest’ultimo sarebbe rimasto a casa fino a sera, dopo che il (…) era andato via. Ancora, il convenuto eccepiva la mancanza di prova dei danni e del nesso di causalità, ovvero che i fatti di causa avessero aggravato la situazione psico fisica dell’attore. Le difficoltà dell’attore, infatti, sarebbero antecedenti e preesistenti ai fatti di causa. Veniva successivamente disposta la riunione al fascicolo 2389/2017 del fascicolo n 735/2019, nel quale l’attore aveva citato in giudizio, per i medesimi fatti, (…). Quest’ultimo si costituiva in giudizio concludendo per il rigetto della domanda dell’attore. Eccepiva di essere amico dell’attore, 37667525 4/13 e non di avere mai voluto fargli subire deliberatamente atti di bullismo e violenze. Eccepiva che, in quella occasione, dopo una prima fase di gioco e scherzi, sorgeva una discussione fra (…) e (…), il quale sosteneva che l’attore avesse offeso la madre, cui seguiva un contrasto fra i due, cui (…) e (…) non prendevano parte, cercando di invitare gli altri alla calma, senza riuscirci. Eccepiva di non essere a conoscenza del fatto che fra l’attore e (…) non corressero buoni rapporti, diversamente non lo avrebbe invitato in quella occasione. Eccepiva l’insussistenza di prova certa del danno e del rapporto di causalità. Il fascicolo RG 735 del 2019 veniva riunito al fascicolo n. 2389 del 2017 in data 13.11.2019. La causa è stata istruita documentalmente. A seguito dell’invito reiterato da parte del Giudice a trovare una proposta conciliativa, alla udienza del 26 maggio 2021, fissata per la precisazione delle conclusioni, le parti davano atto che i convenuti avevano formulato una offerta ritenuta tuttavia non congrua da parte dell’attore. Onde procedere ad una ricostruzione dei fatti nei termini essenziali, occorre prendere le mosse dalla lettura della documentazione agli atti di causa, e, in particolare, dai verbali di sommarie informazioni e degli interrogatori presenti in atti (doc.ti 4, 5, 6, 7 fascicolo parte attrice). Infatti, circa il valore delle dichiarazioni e degli atti assunti nel corso delle indagini ai fini istruttori nel processo civile, è noto che “Nell’ordinamento processuale vigente manca una norma di chiusura sulla tassatività dei mezzi di prova, sicché il giudice, potendo porre a base del proprio convincimento anche prove cd. atipiche, è legittimato ad avvalersi delle risultanze derivanti dagli atti delle indagini preliminari svolte in sede penale, così come delle dichiarazioni verbalizzate dagli organi di polizia giudiziaria in sede di sommarie informazioni testimoniali” (Cass. Civ., sez. 2-, Sentenza n. 1593 del 20/01/2017). Del resto, tali dichiarazioni risultano acquisite agli atti e nulla i convenuti hanno tempestivamente opposto i convenuti circa l’utilizzabilità dei verbali più volte citati ai fini decisori. Va sottolineato che anche il convenuto (…) ha prodotto gli atti della indagine penale, dove sono riportati anche i verbali di sommarie informazioni e di interrogatorio (doc. 2 fascicolo (…)) mentre il convenuto (…) ha prodotto il verbale della propria dichiarazione in sede di interrogatorio (doc. 1 fascicolo (…)). Sulla ricostruzione di fatti, che emerge dagli atti sopra citati, si riscontra quanto segue. Il convenuto (…) ha fornito una versione dei fatti (doc. 5 attoreo) da cui, sostanzialmente, emergerebbe che i fatti si sarebbero sviluppati, come alcuno dei convenuti ha notato, con una “escalation”, dove, partendo da un contesto tranquillo, sorta una discussione fra (…) e l’attore, (…) avrebbe, per reazione ad una offesa subita, picchiato l’attore sferrando nella sua direzione pugni e calci. Il convenuto (…) ha poi riferito che l’attore sembrava intimorito da (…); ha confermato il fatto che (…) aveva chiesto all’attore di leccare a terra. Il convenuto (…) ha, tuttavia, affermato come né lui né ((…)) avessero picchiato né offeso l’attore, affermando che (…) avesse solo ripreso con il telefonino la scena in cui giocavano con l’acqua in bagno. Sentito in sede di interrogatorio il sig. (…) (doc. 6), quest’ultimo ha confermato che tutto iniziò con una discussione fra l’attore e (…), nel contesto della quale (…) offese l’attore arrivando a minacciarlo con un coltello. Anche (…), come del resto (…), si è dichiarato intimorito da (…). (…) ha poi confermato l’episodio dello sputo. come seppure in termini in parte diversi, (…), ha poi sottolineato che lui e (…) intervennero per cercare di rasserenare gli animi. Ha poi affermato che (…) avrebbe sbattuto l’attore contro il muro. Ha affermato che le riprese sarebbero state effettuate da (…), con il telefono dell’attore. Ha tuttavia affermato di avere ripreso la scena in cui l’attore veniva spinto sotto la doccia da (…). Come (…), ha affermato che né lui né (…) avessero percosso o offeso l’attore. Dal verbale di interrogatorio di (…) (doc. 7), si rileva che questi ha affermato di avere reagito a una aggressione dell’attore, dando uno schiaffo in viso a quest’ultimo. Ha confermato di avere visto “(…)” ((…)) con il telefono dell’attore in mano. Ha negato di avere ulteriormente offeso o percosso l’attore. Ha confermato che gli altri due convenuti non avevano offeso o percosso l’attore. L’attore ha poi prodotto in atti (doc. 4) il verbale di sommarie informazioni rese da (…), compagna di classe dell’attore, la quale ha raccontato di avere raccolto le confidenze dell’attore, il quale avrebbe raccontato alla amica di essere stato picchiato e minacciato da (…), (…) e da un “ragazzo di Cesena”, che (…) gli avrebbe sottratto il cellulare, copiando i suoi contatti, che sarebbe stato minacciato con un coltello, che a seguito di tale episodio avrebbe sviluppato paura, anche di raccontare quanto avvenuto, per timore che i convenuti gli potessero fare più male. L’attore ha inoltre prodotto una relazione (doc. 2) del dr. (…), neuropsichiatria di Forlì, dove si riporta l’esito dei colloqui avuti con l’attore, nel corso dei quali l’attore avrebbe raccontato “in maniera molto coerente” l’episodio e il contesto in cui questo si verificò, ricostruendo “con sufficiente precisione ed organizzazione” la scansione temporale degli eventi del settembre 2015, prima dell’inizio dell’anno scolastico. L’attore ha raccontato di essere stato oggetto di atti di bullismo, in una escalation di eventi che partirono da scherzi fino a che (…) lo avrebbe picchiato, sbattendolo anche contro il muro, sarebbe stato messo a forza sotto l’acqua fredda della doccia, gli avrebbero sottratto il cellulare, altre botte sino ad arrivare alla costrizione a leccare per terra. Come già evidenziato nella ordinanza del 2 aprile 2020, è evidente che i fatti di causa si svolsero alla presenza dei soli soggetti coinvolti in causa, ovvero l’attore e i convenuti. Pertanto, è evidente che la narrazione dei fatti operata dall’attore dovrà necessariamente essere presa in considerazione anche ai fini della ricostruzione istruttoria degli accadimenti, valutata e, qualora dotata di coerenza, precisione e logica ricostruttiva, parametrata con gli ulteriori elementi emersi dall’istruttoria stessa. Parimenti, le dichiarazioni rese dai convenuti nel corso delle indagini, dovranno essere oggetto di confronto e valutazione ai fini della ricostruzione dei fatti. Orbene, tanto considerato, i fatti riportati dall’attore, come accaduti in quel pomeriggio del settembre 2015, risultano, nelle loro linee essenziali, confermati. Intanto, la narrazione dei fatti operata dall’attore, a più riprese e nei confronti di diversi soggetti, appare essenzialmente la stessa e coerente con quanto riferito in citazione: l’attore, parlando con amici (cfr. dichiarazione (…)) e con i professionisti della neuropsichiatria (doc. 2 fascicolo parte attrice), e dunque in luoghi e contesti completamente diversi e a diversi interlocutori, ha comunque ribadito di avere subito, quel pomeriggio, atti di “bullismo” consistenti in percosse, minacce, offese, sottrazione del cellulare, intimidazioni e costrizioni. Del resto, anche dalla lettura delle dichiarazioni, anch’esse necessariamente “di parte”, rilasciate dai convenuti (doc.ti 5, 6, 7 fascicolo parte attrice) è emerso che l’attore, in quella occasione, fu soggetto a percosse, offese, alle minacce e costrizioni effettivamente riportate. È evidente che tali comportamenti, subiti dall’attore in quella occasione, qualificabili nel loro complesso come “atti di bullismo” e singolarmente quali minacce, percosse, atti di violenza privata e ingiurie, costituiscono illeciti, anche penalmente rilevanti, e certamente suscettibili di fondare una responsabilità risarcitoria anche in ambito civilistico, ex art. 2043 c.c. e 2059 c.c.. Le parti controvertono, tuttavia, sulla quota di responsabilità da attribuire ai singoli convenuti, in base al contributo effettivamente dato nel perpetrare tali atti. Un primo elemento desumibile dalla analisi comparativa di tutte le precitate dichiarazioni è che, a quanto sembra, gli atti di percosse, minacce e ingiuria sarebbero essenzialmente imputabili a (…). Dalle dichiarazioni di (…) e (…) emergerebbe infatti che né l’uno né l’altro avrebbero picchiato o offeso l’attore e lo stesso (…) ha affermato che “gli altri due non hanno percosso (…)”. Del resto, gli altri due convenuti hanno anche dichiarato di avere cercato di fermare (…), di calmare gli animi e anzi di essere intimoriti da (…) stesso, essendo questi molto forte. Entrambi sostengono, in questa sede, la propria sostanziale estraneità ai fatti di causa. È certo, peraltro, poiché espressamente dichiarato ed incontestato, che essi furono sicuramente presenti nel corso degli accadimenti patiti dall’attore e oggetto di causa. Orbene, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità, in tema di concorso morale nel reato, “la presenza fisica allo svolgimento dei fatti integra un’ipotesi di concorso morale penalmente rilevante qualora si attui in modo da realizzare un rafforzamento del proposito dell’autore materiale del reato e da agevolare la sua opera, sempre che il concorrente si sia rappresentato l’evento del reato ed abbia partecipato ad esso esprimendo una volontà criminosa uguale a quella dell’autore materiale” (Cass. pen. Sez. 2, Sentenza n. 28855 del 08/05/2013); del resto, “la distinzione tra connivenza non punibile e concorso nel reato commesso da altro soggetto va individuata nel fatto che la prima postula che l’agente mantenga un comportamento meramente passivo, inidoneo ad apportare alcun contributo causale alla realizzazione del reato, mentre il secondo richiede un consapevole contributo positivo – morale o materiale – all’altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso del concorrente” (Cass. Pen. Sez. 3, Sentenza n. 34985 del 16/07/2015 Ud. (dep. 20/08/2015) Rv. 264454 – 01). Nel caso di specie, è vero che (…) e (…) hanno sottolineato il proprio tentativo di calmare (…) e hanno ammesso di essere spaventati da quest’ultimo. Tuttavia, dalle loro dichiarazioni sono emersi elementi che vale la pena di riportare. (…), in particolare, ha dichiarato che “ho visto che (…) ha ripreso con il telefono di (…) la scena di Kevin che lanciava (…) sul materasso. L’iniziativa di riprendere con quel telefono è stata una decisione autonoma di (…).. .A (…) sanguinava il lobo ed aveva un segno sotto l’occhio, non ricordo quale, inoltre si era sporcato tutti i pantaloni con la tinta dei capelli. (…) è andato a cercare dei vestiti per farlo cambiare, li ha consegnati a (…) che si è diretto in bagno. Qui, con una bottiglia con del liquido non saprei dire se piena d’acqua o di aranciata, (…) ha bagnato (…), poi (…) è entrato in bagno ed ha aperto l’acqua della doccia spingendo (…) sotto il getto della doccia vestito. Io ho ripreso (…) in bagno bagnato da (…) e spinto da (…) poi (…) ha chiuso la porta del bagno”; dall’altro canto, (…) (…) ha dichiarato che “Le riprese sono state fatte da (…) con il telefono di (…) quando abbiamo giocato con l’acqua”. Dalle parole delle parti che si sono sopra evidenziate, è evidente che anche i convenuti (…) e (…) assunsero, nell’occorso, condotte che non possono certamente ritenersi meramente passive. In particolare, il fatto che questi avessero effettuato delle riprese di alcune condotte di (…), addirittura utilizzando il cellulare della vittima, rende evidente una partecipazione all’agito di (…), che non potrebbe certamente ritenersi inconsapevole e che anzi non può che comportare un rafforzamento delle azioni del convenuto. L’effetto delle condotte adottate dai due convenuti (…) e (…) è reso evidente anche dalla percezione psichica dell’attore. Appare infatti evidente, dalle dichiarazioni attoree come riportate anche dalla sig.ra (…) e nella relazione medica sub doc. 2 attoreo, che l’attore ha percepito l’intimidazione del gruppo, tanto che egli ha raccontato a (…) (doc. 4) di avere paura di tutti e tre, senza distinzioni, che “.. .non aveva raccontato subito quanto gli era successo perché temeva che se quei ragazzi l’avessero saputo, gli avrebbero fatto ancora più male”. Coerentemente si esprime l’attore nei colloqui con gli specialisti. Nella relazione, sub doc. 2 attoreo, si riporta infatti testualmente quanto segue: “La sensazione di vergogna e di terrore per possibili recriminazioni e vendette da parte degli aggressori l’ha accompagnato e lo accompagna tuttora; tuttavia, dopo un po’ di tempo avrebbe trovato il coraggio di raccontare.”. Pertanto, la percezione dell’attore, di una aggressione perpetrata da un gruppo, e non da un singolo individuo alla presenza di altri, appare significativa di come le rispettive condotte avessero finito per comportare un reciproco sostegno e una reciproca conferma, univocamente direzionata ai danni dell’attore. A ciò di aggiunga che il fatto stesso di avere, (…) e (…), effettuato riprese degli eventi utilizzando, evidentemente senza consenso (l’esistenza del quale non è allegata e non emerge dall’istruttoria), il telefono dell’attore appare da sola significativa quanto meno di una violenza privata nei confronti di quest’ultimo, perpetrata tramite l’appropriazione e l’utilizzo, senza utilità e anzi a danno dell’attore, di un oggetto strettamente appartenente alla sfera privata e riservata dell’attore. L’eccezione dei convenuti, di esclusione della responsabilità nei fatti, appare dunque radicalmente infondata, dovendosi invece ritenere una responsabilità di tutti i convenuti per i fatti in oggetto. E’ evidente che, nei riguardi dell’attore, deve certamente predicarsi una responsabilità solidale di tutti i responsabili dell’illecito, ai sensi dell’art. 2043 e 2055 c.c.; infatti “La solidarietà sancita dall’art. 2055 cod. civ. comporta che, allorquando la produzione del fatto dannoso sia addebitabile a più soggetti come conseguenza della loro Azione od omissione dolosa o colposa, basta per ritenere solidalmente obbligato al risarcimento del danno il singolo compartecipe, che la sua Azione abbia concorso in maniera efficiente a determinare l’evento, anche se le varie componenti causali costituiscono più fatti illeciti e producono la violazione di norme giuridiche diverse” (Cass. Civ., Sez. 3, Sentenza n. 1598 del 09/05/1969). Nel caso di specie, posto che i convenuti chiedono, comunque, la gradazione delle rispettive responsabilità, nei rapporti interni, deve ritenersi proporzionato un addebito del 50% a carico del solo (…), e del 25% ciascuno per (…) e (…). Tanto accertato, occorre analizzare il profilo dei danni conseguenti ai fatti di causa, alla loro risarcibilità ed eventuale quantificazione. I convenuti contestano ampiamente i danni sia relativamente all’an che al quantum. Come è noto, la parte che si assume danneggiata è onerata della prova del danno, sia sotto il profilo del danno/evento (ovvero la lesione dell’interesse tutelato) sia del danno conseguenza (le conseguenze risarcibili, in termini di ricaduta patrimoniale) (cfr., Cass. Civ., Sez. 1, Sentenza n. 7713 del 07/06/2000). Nel caso di specie, l’attore allega la sussistenza di un ampio spettro di danni, in termini di danno biologico, quale lesione della integrità psico fisica dell’attore, e danno morale, come sofferenza soggettiva patita quale conseguenza degli illeciti subiti. Per quanto concerne il danno biologico, ovvero il danno strettamente attinente al pregiudizio alla integrità psico fisica dell’attore (danno alla salute), nel caso di specie non emergono elementi in grado di rappresentare la sussistenza di un pregiudizio medicalmente accertabile e quantificabile con parametri medico legali, a danno dell’attore. Sul punto, infatti, la relazione sub doc. 8 attoreo, oltre a costituire comunque un documento di parte, si appalesa generica e inidonea alla rappresentazione di una inabilità, temporanea o permanente, causalmente riconducibile all’episodio in questione. Conseguentemente, anche l’ammissione di una c.t.u., in assenza di precise allegazioni da parte dell’attore, si appaleserebbe del tutto esplorativa. Tutt’altre considerazioni devono essere svolte con riferimento al danno morale, pure allegato dall’attore. Infatti, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità, “Quando il fatto illecito integra gli estremi di un reato, spetta alla vittima il risarcimento del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, ivi compreso il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva causata dal reato. Tale pregiudizio può essere permanente o temporaneo (circostanze delle quali occorre tenere conto in sede di liquidazione, ma irrilevanti ai fini della risarcibilità), e può sussistere sia da solo, sia unitamente ad altri tipi di pregiudizi non patrimoniali (ad es., derivanti da lesioni personali o dalla morte di un congiunto)” (Cass. Civ., sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008). Anche il danno morale, tuttavia, va precisamente allegato e provato, atteso che “La lesione di un diritto inviolabile non determina, neanche quando il fatto illecito integri gli estremi di un reato, la sussistenza di un danno non patrimoniale “in re ipsa”, essendo comunque necessario che la vittima abbia effettivamente patito un pregiudizio, il quale va allegato e provato, anche attraverso presunzioni semplici” (Cass. Civ., sez. 3, sentenza n. 11269 del 10.05.2018). Nel caso di specie, l’attore ha riferito di avere provato angoscia, ansia, paura, a seguito dei fatti oggetto del giudizio, tutti elementi astrattamente riconducibili al pregiudizio morale di cui si domanda il risarcimento. Come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità, infatti, “Il danno morale costituisce.. .autonoma ipotesi di danno non patrimoniale risarcibile al verificarsi di determinati presupposti, collegato intimamente all’entità ed intensità della sofferenza e dotato di piena autonomia ontologica rispetto al danno biologico” (Cass. Civ., sez. L, sentenza n. 11039 del 12.05.2006). Nel caso di specie, la gravità dei fatti accaduti, come accertati in giudizio, peraltro perpetrati ai danni dell’attore anche da parte di persone che conosceva, costituisce già di per sé elemento presuntivo in grado di fare ritenere che l’attore possa avere subito gravi sofferenze, in ragione delle violenze, delle intimidazioni, minacce, offese ricevute in quella occasione. Inoltre, l’attore ha fornito elementi di prova in grado di rappresentare chiaramente la sussistenza di tale sofferenza. Nella dichiarazione di (…) (doc. 4 attoreo) si legge infatti che “Ho riscontrato che nel mese di ottobre u.s., dopo che si era confidato con me, (…) era più irascibile, aveva paura a girare per Predappio, me lo ha detto lui.”; del pari, la relazione sub doc. 2 attoreo riporta testualmente che “Alla richiesta di descrivere le sue attuali emozioni riguardo a quanto raccontato, (…), molto lucidamente e consapevolmente, riferisce di provare anzitutto una sensazione di forte sofferenza: anche un breve accenno all’accaduto da parte di persone anche non completamente informate sugli eventi, gli crea una forte reazione “d’ansia e di rabbia” che dice di riuscire a fatica a contenere. Dice di provare nello stesso tempo ancora una forte sensazione di terrore per paura di ritorsioni anche fisiche che potrebbero essere provocate dai suoi aggressori”. È evidente, dunque, che i fatti di causa hanno provocato nell’attore disagio, paura, rabbia e sofferenza con evidente pregiudizio della integrità morale del danneggiato. Trattasi, dunque, di un pregiudizio vero e concreto, attuale e risarcibile di cui i convenuti, come si è visto in solido fra di loro, dovranno rispondere. Per quanto concerne la quantificazione del danno morale, come evidenziato nella giurisprudenza di merito, “deve tenersi conto di tutte le circostanze del caso concreto ed in particolare della gravità del reato, dell’entità delle sofferenze patite dalla vittima, dell’età, del sesso e del grado di sensibilità del danneggiato, del dolo oppure del grado di colpa dell’autore dell’illecito, della realtà socio-economica in cui vive il danneggiato” (Tribunale Lucca, 02/12/2016, n. 2524, DeJure), oltre che dell’intensità e della durata della sofferenza patita (cfr., Corte appello Firenze, sez. II, 15/01/2016, n. 64, DeJure), mediante una quantificazione necessariamente equitativa dove si deve tenere conto della gravità del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entità della sofferenza e del turbamento patiti (cfr., Cass. Civ. sez. 3, sentenza n. 21087 del 19.10.2015). Nel caso di specie, in particolare, gli elementi indicati dalla giurisprudenza ai fini della quantificazione del danno, sopra evidenziati, si appalesano tutti caratterizzati da un elevato grado di gravità. Sappiamo, infatti, in quanto incontestato e documentato (cfr. doc.ti 1, 2 e 9 attorei) che l’attore, già prima dei fatti di causa, versava in una condizione personale di fragilità psichica, che usufruiva del sostegno scolastico, che presentava difficoltà sul piano sociale e comportamentale. Poste le condizioni di partenza, è evidente che le condotte in oggetto, perpetrando una grave intrusione nella sfera personale dell’attore, a livello fisico (botte e violenze) e psichico (utilizzo del cellulare, offese) appaiono particolarmente pregiudizievoli ed idonee a provocare intense sofferenze, in una persona che già, per proprie condizioni personali, patisce difficoltà nel rapportarsi con gli altri. A ciò si aggiungano le fragilità legate al contesto familiare, come reso evidente dal fatto che l’attore, all’epoca, risultava a carico dei Servizi sociali (cfr., doc. 3 fascicolo parte attrice). Il fatto, poi, del coinvolgimento negli eventi di un amico che, come da lui stesso dichiarato, era a conoscenza delle difficoltà dell’attore ((…), dichiarazione sub doc. 5 attoreo) rende i fatti ancora più odiosi anche per la capacità di minare la fiducia nel prossimo a danno di un soggetto che già presentava difficoltà nel rapportarsi con le persone. Alla luce di tutto quanto sopra valorizzato, il danno deve dunque quantificarsi, in via equitativa, nell’importo di Euro 20.000,00. Pertanto, deve essere accertata e dichiarata la responsabilità dei convenuti ex art. 2043 e 2059 c.c. per gli illeciti descritti in narrativa e devono essere condannati questi ultimi all’integrale risarcimento a favore dell’attore dei danni conseguenti, quantificati in via equitativa nell’importo di Euro 20.000,00, oltre interessi in misura legale dalla data di deposito della sentenza al saldo effettivo. Nei rapporti interni fra i convenuti, le responsabilità devono essere così gradate: 50% a carico di (…), 25% a carico di ciascuno dei restanti convenuti (…) e (…).Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo, ex dm 55 del 2014, parametri medi con distrazione a favore dei procuratori antistatari. P.Q.M. Il Giudice del Tribunale di Forlì in composizione monocratica, definitivamente pronunciando sulla causa n. 2389 del ruolo generale degli affari contenziosi dell’anno 2017 cui riunita la causa n. 735 del 2019, ogni diversa e contraria istanza, domanda ed eccezione disattese, così provvede: in accoglimento della domanda di (…), accerta e dichiara la responsabilità, ex art. 2043 c.c., in capo a (…), (…) e (…) per gli illeciti perpetrati ai danni di (…) e meglio descritti in narrativa e conseguentemente condanna (…), (…) e (…), in solido fra di loro, al risarcimento a (…) dei conseguenti danni e dunque al pagamento, a favore di (…) ed in via solidale, a tale titolo, della somma equitativamente determinata di Euro 20.000,00, oltre interessi legali dalla data di deposito della presente sentenza al saldo effettivo; accerta e dichiara che la responsabilità dei convenuti, nei soli rapporti interni, deve essere così ripartita: 50% a carico di (…), 25% a carico di (…), 25% a carico di (…); condanna (…), (…) e (…), in solido fra di loro, alla integrale refusione a (…) delle spese di lite del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 5000,00 per compensi, oltre 15% per spese generali, cp e iva di legge e oltre Euro 786,00 per anticipazioni da distrarsi a favore dei procuratori antistatari. Così deciso in Forlì il 21 settembre 2021. Depositata in cancelleria il 23 settembre 2021.

 

AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO

AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO

AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIOAFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO

AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO

In tema di separazione dei coniugi, affinché possa derogarsi alla regola dell’affidamento condiviso, occorre che risulti, nei confronti di uno dei genitori, una sua condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale appunto da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore, con la conseguenza che l’esclusione della modalità dell’affidamento condiviso dovrà risultare sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa del genitore che in tal modo si escluda dal pari esercizio della potestà genitoriale e sulla non rispondenza, quindi, all’interesse del figlio dell’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento. L’affidamento esclusivo può, pertanto, essere disposto ogni qualvolta l’affidamento condiviso risulti pregiudizievole all’interesse del minore. In tema di affidamento dei figli nati fuori del matrimonio, alla regola dell’affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non solo più in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore, e che l’affidamento condiviso non può ragionevolmente ritenersi precluso dalla oggettiva distanza esistente tra i luoghi di residenza dei genitori, potendo detta distanza incidere soltanto sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore.

CONFLITTUALITA’ CONIUGI

Posto che il decreto della corte d’appello, in tema di affidamento e di mantenimento dei figli minori, nella specie di genitori non coniugati, è ricorribile per cassazione, perché caratterizzato da decisorietà e definitività, pur se rebus sic stantibus, è conforme a legge e congruamente motivato il provvedimento che ha disposto l’affido esclusivo alla madre di una minore, ormai adolescente, con sospensione degli incontri con il padre, ma con incarico ai servizi sociali di attivare un intervento di supporto psicologico in favore della minore stessa, tenuto conto di una complessa situazione di fatto contrassegnata: a) dal fermo rifiuto di quest’ultima di incontrare il padre, b) dalla incapacità di entrambi i genitori di risolvere la propria conflittualità, nell’interesse di un sereno sviluppo della figlia, c) dalla lontananza tra il luogo di abitazione della minore e quello del padre, che obiettivamente ha aggravato la situazione conflittuale in atto, d) dall’esigenza di attendere il completamento del percorso individuale di crescita e di rielaborazione dei vissuti interiori rispetto alla figura paterna da parte della minore stessa, attraverso il richiamato supporto psicologico.

In tema di separazione dei coniugi, affinché possa derogarsi alla regola dell’affidamento condiviso, occorre che risulti, nei confronti di uno dei genitori, una sua condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale appunto da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore, con la conseguenza che l’esclusione della modalità dell’affidamento condiviso dovrà risultare sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa del genitore che in tal modo si escluda dal pari esercizio della potestà genitoriale e sulla non rispondenza, quindi, all’interesse del figlio dell’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento. L’affidamento esclusivo può, pertanto, essere disposto ogni qualvolta l’affidamento condiviso risulti pregiudizievole all’interesse del minore.

Non ricorrono i presupposti per prevedere l’affidamento esclusivo del minore ad un solo genitore nel caso di incapacità di entrambi (pur legati nel caso di specie, alla figlia da profondo affetto) di percepire i rischi connessi alla loro condotta reiterata nel tempo. (In particolare, la madre mantiene un comportamento acriticamente adesivo alle richieste della figlia, non agevolando in tal modo l’accesso all’altro genitore, il quale, a sua volta, sentendosi escluso e imputando ogni responsabilità per gli accadimenti a lui sfavorevoli all’ex coniuge, manifesta rigidità nei suoi agiti verso la figlia e reazioni inopportune, come richiedere l’intervento dei Carabinieri avanti la scuola frequentata dalla minore, che rischiano di compromettere ulteriormente la relazione con la figlia, che è in età preadolescenziale e ha quindi esigenze diverse rispetto a quelle di una bambina). In tale situazione, per agevolare il ripristino della relazione padre-figlia e sottrarre la minore alla situazione di continua conflittualità tra i genitori, è legittimo disporre la collocazione in via prevalente presso la madre e l’affidamento della minore al Comune di residenza al quale competerà assumere le decisioni inerenti l’istruzione, educazione e salute della minore, dopo aver sentito i genitori e, laddove non sia possibile raggiungere un accordo, decidendo in autonomia.

Tribunale Pistoia, 02/07/2020

In tema di separazione, con riguardo all’affidamento della prole, all’affidamento condiviso può infatti derogarsi solo ove esso risulti contrario all’interesse del minore, ai sensi dell’art. 337 quater c.c. Non essendo state tipizzate le circostanze ostative all’affidamento condiviso, la loro individuazione è rimessa alla decisione del giudice, da adottarsi nelle fattispecie concrete con provvedimento motivato; ipotesi di affidamento esclusivo sono individuabili ogni qualvolta l’interesse del minore possa essere pregiudicato da un affidamento condiviso, ad esempio, nel caso in cui un genitore sia indifferente nei confronti del figlio, non contribuisca al suo mantenimento, manifesti un disagio esistenziale incidente sul la relazione affettiva.

Corte d’Appello Milano, Sez. V, Sentenza, 12/02/2021, n. 475

L’affido esclusivo del figlio minore, inteso come deroga al diritto del figlio ad un rapporto completo e stabile con entrambi i genitori, è giustificato solo laddove risulti una condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa di uno dei due genitori, che renda quell’affidamento condiviso in concreto pregiudizievole per il minore, all’esito di una valutazione in positivo dell’idoneità genitoriale dell’uno e in negativo di quella dell’altro.

AFFIDO AL PADRE

In un giudizio di separazione, nel quale pure sia intervenuta sentenza parziale definitiva di separazione con addebito alla moglie, è inammissibile la domanda di affidamento esclusivo del figlio minore proposta dal padre, in considerazione del giudicato formatosi sulla pronuncia assunta in Romania, all’esito di un procedimento intrapreso dopo quello incardinato in Italia ma concluso con giudicato anteriore, che abbia deciso unitariamente sulle medesime domande, ovverosia sul vincolo coniugale, sulla responsabilità genitoriale e sul mantenimento del minore, posto che, per un verso, la sentenza della Corte di giustizia del 16 gennaio 2019, in causa C-386/17, resa in relazione al procedimento in esame, ha escluso che la violazione, da parte del giudice di uno Stato membro, delle norme sulla litispendenza di cui agli artt. 19 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del 27 novembre 2003 e 27 del regolamento (CE) n. 44/2001 del 22 dicembre 2000 impedisca il riconoscimento della sentenza in un altro Stato membro in ragione della contrarietà manifesta all’ordine pubblico ai sensi degli artt. 22 lett. a e 23 lett. a del primo regolamento e 34 n. 1 del secondo, e per l’altro, che, (i) in ordine alla decisione sullo status coniugale, va esclusa la rilevanza del motivo ostativo al riconoscimento indicato nell’art. 22 lett. c del regolamento (CE) n. 2201/2003, dal momento che, limitatamente a detto status la pronuncia passata in giudicato sulla separazione personale, producendo non il definitivo scioglimento del vincolo matrimoniale ma soltanto la condizione necessaria ma non sufficiente per proporre la domanda di divorzio, non può dirsi identica a quella di divorzio; (ii) in ordine alla decisione sulla responsabilità genitoriale, va esclusa la rilevanza del motivo ostativo di cui all’art. 23 lett. e del medesimo regolamento, dal momento che le ragioni connesse all’incompatibilità con altra decisione dello Stato membro richiesto o di uno Stato terzo riguardano esclusivamente le decisioni successive a quella della quale si chiede il riconoscimento; e che (iii) in ordine alla decisione sugli obblighi alimentari nei confronti del minore, l’incompatibilità con una pronuncia precedente intercorsa tra le stesse parti con medesimo oggetto e titolo ai sensi dell’art. 34 n. 3 e n. 4 del regolamento (CE) n. 44/2001 deve escludersi per mancanza di una decisione anteriore con carattere della definitività.

La proposizione, ex art. 316 c.c., avanti al tribunale ordinario da parte di uno dei genitori di una domanda per l’affidamento esclusivo di un minore, ai sensi degli artt. 337 quater e 316 bis c.c., nella pendenza avanti al tribunale per i minorenni di un procedimento per la decadenza dalla responsabilità genitoriale dell’altro genitore, pur escludendo l’attrazione al tribunale ordinario del procedimento “de potestate”, in quanto anteriormente instaurato, non determina l’attrazione della competenza sul procedimento per l’affidamento del figlio al tribunale minorile, senza che rilevi la circostanza che, nella specie, l’oggetto della domanda, proposta ai sensi dell’art. 316 c.c., sia costituito unicamente dall’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole, poichè il carattere tassativo delle competenze attribuite al tribunale per i minorenni e la mancata previsione di una “vis attractiva” in favore dello stesso, impongono di ritenere che il giudizio successivamente promosso dinanzi al tribunale ordinario resti attribuito alla sua competenza, ferma restando la necessità di tener conto nell’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole delle determinazioni assunte dal giudice specializzato. (Regola competenza)

Tribunale Vicenza, Sez. II, Sentenza, 11/11/2019

In tema di separazione dei coniugi, il giudice, nel decidere sull’affidamento della prole, deve far riferimento in via prioritaria al principio della bigenitorialità con conseguente affidamento dei figli ad entrambi i genitori, mentre deve disporre l’affidamento esclusivo solo se l’affidamento condiviso risulti in contrasto con il supremo interesse dei minori. L’affido condiviso presuppone la costante collaborazione tra genitori nel percorso di crescita, educativo e formativo del minore. L’affido esclusivo comporta esclusivamente la funzione di consentire al genitore affidatario esclusivo di esercitare la responsabilità genitoriale nell’interesse della prole, sul presupposto di avere un rapporto consolidato con i figli e di conoscere e comprendere i loro bisogn

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TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

lL testamento può essere impugnato

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quando presenta vizi, che ne comportino la nullità, a causa di anomalie nella sua formazione, che lo rendono contrario alle norme di legge (ad es. perché contrario a norme imperative, ovvero quando manchi un elemento essenziale per la sua redazione, ovvero l’illiceità del motivo o dell’oggetto).

Tanto la mancanza dell’autografia, quanto quella della sottoscrizione comportano la nullità del testamento olografo. Per quel che concerne la mancanza di autografia, ci si riferisce al testamento steso con l’ausilio di strumenti meccanografici ovvero scritto da altra persona [C. M. Bianca, op. cit.]. Le parole aggiunte da terzi, integrazioni o correzioni che siano, si considerano irrilevanti se non mutano la sostanza del testamento, mentre nel caso in cui concorrano a formare il contenuto delle disposizioni testamentarie comportano la nullità del testamento (Cass., 2 agosto 2002, n. 11733).

 

La mancanza della data non comporta la nullità del testamento olografo, ma la sola annullabilità. A questo proposito, la dottrina sottolinea che la data si limiti ad essere la sola indicazione di una circostanza di fatto, relativa al tempo in cui il testatore esprime la sua volontà. L’omissione di tale indicazione non impedisce al testatore di riformulare la sua volontà nelle forme corrette previste dalla legge . 

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
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TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
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La seconda sezione civile, con ordinanza interlocutoria n. 28586 del 20 dicembre 2013, investita della trattazione dei ricorsi riuniti ai quali risultava comune il motivo relativo all’interrogativo di quale fosse lo strumento processuale utilizzabile per contestare l’autenticità del testamento olografo, rimetteva gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite Civili, ai fini della risoluzione del contrasto esistente nella giurisprudenza di legittimità in proposito, alla cui cognizione essa veniva effettivamente devoluta.

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
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In particolare, l’ordinanza di rimessione rilevava che si confrontavano in proposito due orientamenti. Secondo un primo indirizzo il testamento olografo, nonostante siano imposti i requisiti di forma previsti dall’art. 602 c.c., troverebbe collocazione tra le scritture private, sicché, sul piano della efficacia sostanziale, sarebbe necessario e sufficiente che colui contro il quale sia prodotto, disconosca (più correttamente non riconosca) la scrittura, da ciò derivando l’onere della controparte, che alla efficacia di quella scheda ha invece interesse perché da essa investito della eredità, di dimostrare la sua provenienza dall’autore apparente.

 

 

 

L’ordinanza di rimessione evidenziava che secondo questo orientamento “nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e chi vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe su secondo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sull’erede legittimo”, con l’ulteriore conseguenza che sulla ripartizione dell’onere probatorio non ha alcuna influenza la posizione processuale delle parti, ossia se la falsità del documento sia fatta valere in via principale dall’erede legittimo, che a tal fine abbia proposto l’azione, oppure se, introdotto dall’erede testamentario un giudizio per il riconoscimento dei propri diritti ereditari in forza della scheda testamentaria, questa sia stata disconosciuta dall’erede legittimo.

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
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ART 602 CODICE CIVILE

La sottoscrizione deve essere posta alla fine delle disposizioni(2). Se anche non è fatta indicando nome e cognome, è tuttavia valida quando designa con certezza la persona del testatore(3).

La data deve contenere l’indicazione del giorno, mese e anno(4). La prova della non verità della data è ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacità del testatore [591 c.c.], della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento(

Secondo Cass. civ. n. 31457/2018 l’uso dello stampatello non può escludere di per sé l’autenticità della scrittura

 

 

L’abitualità e la normalità del carattere grafico adoperato non rientrano fra i requisiti formali del testamento olografo ai sensi dell’art. 602 c.c., benché assumano un pregnante valore probatorio nell’ottica dell’attribuzione della scheda al testatore. Pertanto, l’uso dello stampatello non può escludere di per sé l’autenticità della scrittura, pur se rappresenta, ove non sia giustificato dalle condizioni psico-fisiche o da abitudine del dichiarante o da altre contingenze, il cui esame è di esclusiva competenza del giudice di merito, un elemento significativo del quale tenere conto ai fini della valutazione di tale autenticità.

 

 

Secondo Cass. civ. n. 27414/2018 Nel testamento olografo l’omessa o incompleta indicazione della data ne comporta l’annullabilità; l’apposizione di questa ad opera di terzi

Nel testamento olografo l’omessa o incompleta indicazione della data ne comporta l’annullabilità; l’apposizione di questa ad opera di terzi, invece, se effettuata durante il confezionamento del documento, lo rende nullo perché, in tal caso, viene meno l’autografia stessa dell’atto, senza che rilevi l’importanza dell’alterazione. Peraltro, l’intervento del terzo, se avvenuto in epoca successiva alla redazione, non impedisce al negozio “mortis causa” di conservare il suo valore tutte le volte in cui sia comunque possibile accertare la originaria e genuina volontà del “de cuius”. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto nullo il testamento al quale il terzo, durante la stesura del medesimo, aveva aggiunto la data ed il luogo di formazione).

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 27414 del 29 ottobre 2018)

NECESSITA’ DELLA SOTTOSCRIZIONE  Cass. civ. n. 18616/2017

In tema di nullità del testamento olografo, la finalità del requisito della sottoscrizione, previsto dall’art. 602 c.c. distintamente dall’autografia delle disposizioni in esso contenute, ha la finalità di soddisfare l’imprescindibile esigenza di avere l’assoluta certezza non solo della loro riferibilità al testatore, già assicurata dall’olografia, ma anche dell’inequivocabile paternità e responsabilità del medesimo che, dopo avere redatto il testamento – anche in tempi diversi – abbia disposto del suo patrimonio senza alcun ripensamento, onde l’accertata apocrifia della sottoscrizione esclude in radice la riconducibilità dell’atto di ultima volontà al testatore.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 18616 del 27 luglio 2017)

)

Cass. civ. n. 10613/2016, l’inesatta indicazione della data

In tema di testamento olografo, l’inesatta indicazione della data, dovuta ad errore materiale del testatore (per distrazione, ignoranza od altra causa), pur se essa, senza essere così voluta dal “de cuius”, sia impossibile (nella specie, il “12-112-1990” ), può essere rettificata dal giudice, ricorrendo ad altri elementi intrinseci della scheda testamentaria, sì da rispettare il requisito essenziale della autografia dell’atto.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10613 del 23 maggio 2016)

Cass. civ. n. 23014/2015

Secondo Cass. civ. n. 24882/2013 La guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia

La guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia, indispensabile per la validità del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda rispetto alla volontà del testatore ed essendo ultroneo verificare se la “mano guidante” sia intervenuta (come nella specie) su tutta la scheda testamentaria o se la parte non interessata dal suo intervento rappresenti una compiuta manifestazione di volontà.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 24882 del 6 novembre 2013)

 

 

 

Indice:

I motivi di impugnazione

Annullabilità

Nullità

Lesione della legittima

Il tema dell’impugnazione del testamento non è trattato in modo unitario dal codice civile, ed il motivo è facile da spiegare. Si tratta spesso di lesioni o di vizi che sono giuridicamente molto diversi fra loro. Per tali ragioni, sono rinvenibili in parti diverse del codice.

  • L’impugnazione del testamento può aver luogo anche quando si ritenga che il testamento olografo sia falso. In tale circostanza, la parte che adduce la falsità dovrà procedere attraverso il disconoscimento del testamento.
  • Al riguardo, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui, nel giudizio sulla falsità del testamento olografo, il soggetto che ritiene il documento falso e quindi contesti l’autenticità del testamento olografo dovrà proporre domanda di accertamento negativo in merito alla provenienza del testamento, fornendo la prova che quel documento non è stato redatto dal testatore (Cass. Civ., Sez. Unite, 15 Giugno 2015, Sent. n. 12307). Un testamento può essere impugnato da chiunque ne abbia interesse, quindi anche da uno degli eredi. La legge prevede due tipi di invalidità del testamento:

 

 

 

  • L’annullabilità.
  • La nullità.
  • In tal caso, l’atto non produce effetti.
  • La nullità può essere fatta valere da chiunque ne abbia interesse, nonché rilevata d’ufficio dal giudice, e l’azione di nullità non è soggetta a prescrizione.
  • Occorre distinguere tra i vizi che rendono nullo l’intero atto da quelli che colpiscono singole disposizioni.
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    Carpi AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Carpineti AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Casalecchio di Reno AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

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    Casalgrande AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    CasinaAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Casola ValseniAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI  

    Castel BologneseAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Castel d’Aiano AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Castel del Rio

    Castel di Casio

    Castel Guelfo di Bologna

    Castel Maggiore

    Castel San Giovanni

    Castel San Pietro Terme

    Casteldelci

    Castelfranco Emilia

    Castellarano

    Castell’Arquato

    Castello d’Argile

    Castelnovo di Sotto

    Castelnovo ne’ Monti

    Castelnuovo Rangone

    Castelvetro di Modena

    Castelvetro Piacentino

    Castenaso

    Castiglione dei Pepoli

    Castrocaro Terme e Terra del Sole

    Cattolica

    Cavezzo

    Cavriago

    Cento

    Cerignale

    Cervia

    Cesena

    Cesenatico

    Civitella di Romagna

    Codigoro

    Coli

    Collecchio

    Colorno

    Comacchio

    Compiano

    Concordia sulla Secchia

    Conselice

    Copparo

    Coriano

    Corniglio

    Correggio

    Corte Brugnatella

    Cortemaggiore

    Cotignola

    Crevalcore

    Dovadola

    Dozza

    Fabbrico

    Faenza

    Fanano

    Farini

    Felino

    Ferrara

    Ferriere

    Fidenza

    Finale Emilia

    Fiorano Modenese

    Fiorenzuola d’Arda

    Fiscaglia

    Fiumalbo

    Fontanelice

    Fontanellato

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    Forlì

    Forlimpopoli

    Formigine

    Fornovo di Taro

    Frassinoro

    Fusignano

    Gaggio Montano

    Galeata

    Galliera

    Gambettola

    Gattatico

    Gatteo

    Gazzola

    Gemmano

    Goro

    Gossolengo

    Gragnano Trebbiense

    Granarolo dell’Emilia

    Grizzana Morandi

    Gropparello

    Gualtieri

    Guastalla

    Guiglia

    Imola

    Jolanda di Savoia

    Lagosanto

    Lama Mocogno

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    Lesignano de’ Bagni

    Lizzano in Belvedere

    Loiano

    Longiano

    Lugagnano Val d’Arda

    Lugo

    Luzzara

    Maiolo

    Malalbergo

    Maranello

    Marano sul Panaro

    Marzabotto

    Masi Torello

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    Medolla

    Meldola

    Mercato Saraceno

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    Mirandola

    Misano Adriatico

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    Monte San Pietro

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    Montescudo-Monte Colombo

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    Morciano di Romagna

    Mordano

    Morfasso

    Neviano degli Arduini

    Noceto

    Nonantola

    Novafeltria

    Novellara

    Novi di Modena

    Ostellato

    Ottone

    Ozzano dell’Emilia

    Palagano

    Palanzano

    Parma

    Pavullo nel Frignano

    Pellegrino Parmense

    Pennabilli

    Piacenza

    Pianello Val Tidone

    Pianoro

    Pieve di Cento

    Pievepelago

    Piozzano

    Podenzano

    Poggio Renatico

    Poggio Torriana

    Polesine Zibello

    Polinago

    Ponte dell’Olio

    Pontenure

    Portico e San Benedetto

    Portomaggiore

    Poviglio

    Predappio

    Premilcuore

    Prignano sulla Secchia

    Quattro Castella

    Ravarino

    Ravenna

    Reggio Emilia

    Reggiolo

    Riccione

    Rimini

    Rio Saliceto

    Riolo Terme

    Riolunato

    Riva del Po

    Rivergaro

    Rocca San Casciano

    Roccabianca

    Rolo

    Roncofreddo

    Rottofreno

    Rubiera

    Russi

    Sala Baganza

    Sala Bolognese

    Salsomaggiore Terme

    Saludecio

    San Benedetto Val di Sambro

    San Cesario sul Panaro

    San Clemente

    San Felice sul Panaro

    San Giorgio di Piano

    San Giorgio Piacentino

    San Giovanni in Marignano

    San Giovanni in Persiceto

    San Lazzaro di Savena

    San Leo

    San Martino in Rio

    San Mauro Pascoli

    San Pietro in Casale

    San Pietro in Cerro

    San Polo d’Enza

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    San Prospero

    San Secondo Parmense

    Santa Sofia

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    Sant’Agata Feltria

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    Santarcangelo di Romagna

    Sant’Ilario d’Enza

    Sarmato

    Sarsina

    Sasso Marconi

    Sassuolo

    Savignano sul Panaro

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

Nel contratto di assicurazione per il caso di morte, il beneficiario designato acquista, ai sensi dell’art. 1920, comma 3, c.c., un diritto proprio che trova la sua fonte nel contratto e che non entra a far parte del patrimonio ereditario del soggetto stipulante non potendo, di conseguenza, essere oggetto (se non in presenza di specifiche indicazioni) delle sue eventuali disposizioni testamentarie, né di devoluzione agli eredi secondo le regole della successione legittima. Sicché la designazione dei terzi beneficiari del contratto mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari, non vale ad assoggettare il rapporto alle regole della successione ereditaria, trattandosi di una mera indicazione del criterio per la individuazione dei beneficiari medesimi in funzione della loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, in modo che, qualora i beneficiari siano individuati negli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che, in linea teorica e con riferimento alla qualità esistente al momento della morte dello stipulante, siano i successibili per legge, indipendentemente dalla loro effettiva chiamata all’eredità.

 

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius BOLOGNA

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius VICENZA

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius RIMINI

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius ROVIGO

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius TREVISO

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius PADOVA

 

Tribunale Treviso, 27/02/2020

ASSICURAZIONE (CONTRATTO DI) › In genere

Sussiste il diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze assicurative stipulate in vita dal de cuius e, in caso di diniego, può esserne ordinata l’ostensione da parte del Giudice.

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

Tribunale Vicenza, Sez. I, 10/05/2016

Nelle cause ereditarie, ai fini della prova della simulazione, i successori universali possono eccezionalmente assumere la figura di terzi quando difendono un diritto proprio che essi hanno per legge. Nell’anzidetta posizione, in particolare, si trova l’erede legittimo che chiede la dichiarazione di simulazione di una vendita fatta dal de cuius, in realtà celante una donazione, quando agisce a tutela del proprio diritto, che egli ha per legge, alla intangibilità della riserva contro l’atto simulato e propone, in concreto una domanda di riduzione, di nullità o di inefficacia della donazione dissimulata, sulla premessa che l’atto simulato comporta una diminuzione della sua quota di legittima. Al di fuori di tali ipotesi, e dunque laddove all’esercizio dell’azione di simulazione non si accompagna la proposizione di una espressa domanda di riduzione e di reintegra della quota di legittima, essendo l’azione di simulazione diretta unicamente a far rientrare l’immobile tra i beni facenti parte dell’asse ereditario, il ricorso sia alla prova testimoniale che alla prova per presunzioni deve ritenersi precluso, atteso che l’erede, versando nelle stesse condizioni del de cuius, non può qualificarsi terzo rispetto al negozio.

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 09/04/2021, n. 9487

In mancanza di una manifestazione contraria all’apertura della successione legittima, i beni consapevolmente esclusi sono attribuiti al chiamato ex lege. La quota dell’istituito ex re è determinata, perciò, in base al rapporto fra le cose attribuite e il valore globale dei beni che il testatore sapeva di possedere in quel dato momento, tenuto conto anche di quelli non contemplati nel testamento. Nella quota differenziale, formata dalle altre cose dell’asse, succede l’erede legittimo; nella stessa proporzione, in forza della virtù espansiva che costituito connotato essenziale della vocazione a titolo universale, si ripartiranno fra erede testamentario e legittimo i beni ignorati dal testatore o sopravvenuti dopo la confezione della scheda.

Tribunale Savona, Sentenza, 04/01/2021

Nel contratto di assicurazione per il caso di morte, il beneficiario designato acquista, ai sensi dell’art. 1920, comma 3, c.c., un diritto proprio che trova la sua fonte nel contratto e che non entra a far parte del patrimonio ereditario del soggetto stipulante non potendo, di conseguenza, essere oggetto (se non in presenza di specifiche indicazioni) delle sue eventuali disposizioni testamentarie, né di devoluzione agli eredi secondo le regole della successione legittima. Sicché la designazione dei terzi beneficiari del contratto mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari, non vale ad assoggettare il rapporto alle regole della successione ereditaria, trattandosi di una mera indicazione del criterio per la individuazione dei beneficiari medesimi in funzione della loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, in modo che, qualora i beneficiari siano individuati negli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che, in linea teorica e con riferimento alla qualità esistente al momento della morte dello stipulante, siano i successibili per legge, indipendentemente dalla loro effettiva chiamata all’eredità.

Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 10/12/2020, n. 28196 (rv.

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Collazione e azione di riduzione – Differenze – Concorso tra i due istituti – Condizioni – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – Oggetto – Porzioni degli eredi legittimi – In genere

Mentre la riduzione sacrifica i donatari nei limiti di quanto occorra per reintegrare la legittima lesa ed è quindi imperniata sul rapporto fra legittima e disponibile, la collazione, nei rapporti indicati nell’art. 737 c.c., pone il bene donato, in proporzione della quota ereditaria di ciascuno, in comunione fra i coeredi che siano il coniuge o discendenti del “de cuius”, donatario compreso, senza alcun riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile. Nondimeno, il rilievo che la collazione può comportare di fatto l’eliminazione di eventuali lesioni di legittima, consentendo agli eredi legittimi di conseguire nella divisione proporzioni uguali, non esclude che il legittimario possa contestualmente esercitare l’azione di riduzione verso il coerede donatario, atteso che solo l’accoglimento di tale domanda assicura al legittimario leso la reintegrazione della sua quota di riserva con l’assegnazione di beni in natura, privando i coeredi della facoltà di optare per l’imputazione del relativo valore. Al contempo, e in modo speculare, deve riconoscersi che l’azione di riduzione, una volta esperita, non esclude l’operatività della collazione con riguardo alla donazione oggetto di riduzione, fermo restando che mentre la collazione, ove richiesta in via esclusiva, comporta il rientro del bene donato nella massa, senza riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile, nel caso di concorso con l’azione di riduzione essa interviene in un secondo tempo, dopo che la legittima sia stata reintegrata, al fine di redistribuire l’eventuale eccedenza, e cioè l’ulteriore valore della liberalità che esprime la disponibile. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO TORINO, 16/03/2018)

Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 30/05/2017, n. 13660 (rv. 644469-01)

La donazione fatta ad un legittimario dal defunto a valere in conto legittima e per l’eventuale esubero sulla disponibile, con dispensa da collazione, è soggetta a riduzione, secondo i criteri indicati negli artt. 555 e 559 c.c., non implicando tale clausola una volontà del “de cuius” diretta ad attribuire alla stessa liberalità un effetto preminente rispetto alle altre in caso di esercizio dell’azione di reintegrazione da parte degli altri legittimari lesi, secondo quanto, invece, stabilito per le disposizioni testamentarie dall’art. 558, comma 2, c.c., e rimanendo, pertanto, il medesimo donatario esposto alla riduzione per l’eccedenza rispetto alla sua porzione legittima. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO BRESCIA, 23/02/2012)

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE – RIDUZIONE

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE

La collazione presuppone l’esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere, mentre, se l’asse é stato esaurito con donazioni o con legati, o con le une e con gli altri insieme, sicché viene a mancare un “relictum” da dividere, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l’esito dell’eventuale azione di riduzione

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE - RIDUZIONE
DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE – RIDUZIONE

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA MILANO VICENZA TREVISO  VENEZIA

DIVISIONE – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Resa dei conti – Oggetto – In genere – Collazione – Presupposti – Asse da dividere – Esistenza – Necessità – Fondamento

La collazione presuppone l’esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere, mentre, se l’asse é stato esaurito con donazioni o con legati, o con le une e con gli altri insieme, sicché viene a mancare un “relictum” da dividere, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l’esito dell’eventuale azione di riduzione. (Dichiara inammissibile, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 30/05/2018) Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 10/12/2020, n. 28196 (rv. 659836-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Collazione e azione di riduzione – Differenze – Concorso tra i due istituti – Condizioni – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – Oggetto – Porzioni degli eredi legittimi – In genere

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE - RIDUZIONE
DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE – RIDUZIONE

Mentre la riduzione sacrifica i donatari nei limiti di quanto occorra per reintegrare la legittima lesa ed è quindi imperniata sul rapporto fra legittima e disponibile, la collazione, nei rapporti indicati nell’art. 737 c.c., pone il bene donato, in proporzione della quota ereditaria di ciascuno, in comunione fra i coeredi che siano il coniuge o discendenti del “de cuius”, donatario compreso, senza alcun riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile. Nondimeno, il rilievo che la collazione può comportare di fatto l’eliminazione di eventuali lesioni di legittima, consentendo agli eredi legittimi di conseguire nella divisione proporzioni uguali, non esclude che il legittimario possa contestualmente esercitare l’azione di riduzione verso il coerede donatario, atteso che solo l’accoglimento di tale domanda assicura al legittimario leso la reintegrazione della sua quota di riserva con l’assegnazione di beni in natura, privando i coeredi della facoltà di optare per l’imputazione del relativo valore. Al contempo, e in modo speculare, deve riconoscersi che l’azione di riduzione, una volta esperita, non esclude l’operatività della collazione con riguardo alla donazione oggetto di riduzione, fermo restando che mentre la collazione, ove richiesta in via esclusiva, comporta il rientro del bene donato nella massa, senza riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile, nel caso di concorso con l’azione di riduzione essa interviene in un secondo tempo, dopo che la legittima sia stata reintegrata, al fine di redistribuire l’eventuale eccedenza, e cioè l’ulteriore valore della liberalità che esprime la disponibile. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO TORINO, 16/03/2018)

Tribunale Torino, Sez. II, Sentenza, 02/09/2020

La collazione, a differenza di quanto accade nell’azione di riduzione (per effetto della quale non si determina alcun incremento della massa comune, ma implica che, a soli fini di calcolo, si tenga conto delle donazioni effettuate in vita dal de cuius, onde accertare l’eventuale esistenza di una lesione, che giustifichi poi la riduzione delle donazioni e negli stretti limiti necessari a reintegrare la quota di legittima), assicura l’effettivo rientro del bene nella massa da dividere, o comunque del suo controvalore (nel diverso caso in cui il donatario opti per la colla

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 11/01/2018, n. 536 (rv. 647378-01)

CONTRATTI IN GENERE – Simulazione (nozione) – Prova – Testimoniale erede – Azione di accertamento di dissimulate donazioni – Limiti probatori alla simulazione – Condizioni – Dispensa dalla collazione – Irrilevanza – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere in genere

In tema di limiti alla prova testimoniale del negozio simulato posti alla parte (ovvero ai suoi successori universali) dall’art. 1417 c.c., l’erede che agisca per l’accertamento di dedotte dissimulate donazioni non è necessariamente terzo, assumendo tale qualità solo qualora, dopo aver esperito l’azione di riduzione per pretesa lesione di legittima, spenda la qualità di legittimario e non anche allorché agisca per lo scioglimento della comunione, previa collazione delle donazioni effettuate in vita dal “de cuius”; né consente il superamento, da parte dell’erede, dei suddetti limiti probatori il riferimento alla dispensa dalla collazione, trattandosi di istituto che opera solo dopo che sia stata accertata, in base alle previsioni di cui al cit. art. 1417 c.c., la natura di donazione dell’atto, ove la parte abbia inteso far valere in giudizio anche la qualità di legittimaria e l’azione di simulazione sia strumentale al coevo esperimento di quella di riduzione. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ANCONA, 21/10/2014)

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 22/03/2017, n. 7237 (rv. 643666-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere domanda giudiziale – Criteri di individuazione – Domanda di simulazione – Riferimento alla incidenza del “donatum” sulla quota disponibile – Proposizione di domanda di riduzione – Esclusione – Fondamento

In tema di divisione ereditaria, poiché, ai fini dell’individuazione della domanda proposta, non può prescindersi dalla disamina congiunta della “causa petendi” e del “petitum”, se, sotto il primo profilo, la parte ha fatto riferimento alla possibilità di donazioni lesive della quota di legittima, non può ritenersi che sia stata proposta un’azione di riduzione ove il “petitum” rientri in quello dell’azione di divisione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che era stata proposta solo la domanda di divisione ereditaria, in quanto l’autonoma domanda di riduzione avrebbe dovuto essere formulata espressamente ed, inoltre, la parte aveva richiesto di includere nel patrimonio da dividere, oltre al “relictum”, anche il preteso “donatum”, risultato assicurato dal diverso istituto della collazione). (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANIA, 16/11/2015)

AZIONE DI RIDUZIONE

Il legittimario(1) [536 c.c.] che non ha accettato l’eredità col beneficio d’inventario(2) [484, 557 c.c.] non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le donazioni e i legati siano stati fatti a persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all’eredità [519 ss. c.c.]. Questa disposizione non si applica all’erede che ha accettato col beneficio d’inventario e che ne è decaduto [493, 505, 494 c.c.](2).

In ogni caso il legittimario, che domanda la riduzione di donazioni [555 c.c.] o di disposizioni testamentarie [554 c.c.], deve imputare alla sua porzione legittima le donazioni e i legati a lui fatti(3), salvo che ne sia stato espressamente dispensato(4) [552, 553, 724 c.c.].

Il legittimario che succede per rappresentazione [467 ss. c.c.] deve anche imputare le donazioni e i legati fatti, senza espressa dispensa, al suo ascendente [740 c.c.].

La dispensa non ha effetto a danno dei donatari anteriori(5).

Ogni cosa, che, secondo le regole contenute nel capo II del titolo IV di questo libro, è esente da collazione, è pure esente da imputazione [737 ss. c.c.].

In tema di azione di riduzione delle donazioni e dei legati, qualora il testatore abbia disposto a titolo universale dell’intero asse ereditario, la condizione dell’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario è esclusa nell’ipotesi in cui il legittimario, essendo stato totalmente pretermesso, non assume, ai sensi dell’art. 467 secondo comma c.c., la qualità di chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria non venga ridotta nei suoi confronti; tale regola è stata da tempo estesa all’erede legittimo sul rilievo che, qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero patrimonio con atti di donazione, anche nella successione ab intestato può configurarsi la totale pretermissione del legittimario il quale, per l’assenza di beni relitti, si trovi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela del diritto sostanziale riconosciutogli dalla legge; infatti, la disposizione di cui all’art. 564 c.c., che subordina la proposizione dell’azione di riduzione delle donazioni e dei legati da parte del legittimario alla sua accettazione con beneficio d’inventario, salvo che le donazioni e i legati siano fatte a persone chiamate come coeredi, risponde alla ratio di evitare che la confusione dei patrimoni del de cuius e dell’erede impedisca al donatario e al legatario di verificare l’effettività della lesione della riserva e, inoltre, all’esigenza, di cui è fatta menzione nella relazione al progetto definitivo del codice civile, di evitare il contrasto logico ed insanabile fra la responsabilità illimitata dell’erede, nonché il suo obbligo di rispettare gli atti di disposizione del defunto, e l’azione di riduzione della liberalità.

Cass. civ., Sez. III, 13/05/2021, n. 12872

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L’azione ad supplendam aut implendam legitimam di cui agli artt. 553 c.c. ss., è un’azione personale, e non un’azione reale dalla quale deriva una pronuncia di natura costitutiva avente l’effetto di risolvere, con effetto limitato alle parti, le disposizioni testamentarie, i legati e le donazioni lesive della quota di legittima. L’azione di riduzione può avere ad oggetto sia i beni che si trovavano nel patrimonio del defunto al momento dell’apertura della successione e sia beni che, al momento dell’apertura della successione, ne erano già usciti per effetto di donazioni.

Corte d’Appello Napoli, Sez. II, Sentenza, 12/03/2021, n. 935

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L’atto di costituzione in mora è idoneo ad interrompere la prescrizione solo di diritti obbligatori, tra i quali non va annoverato certamente il diritto del legittimario a veder ridotte le disposizioni lesive della sua quota. Ed invero, l’azione di riduzione ha natura personale in quanto essa non mira a rivendicare il bene posseduto dal beneficiario dell’atto di liberalità, ma soltanto a far valere sul rispettivo valore le ragioni successorie spettanti al legittimario preterito, con la conseguenza che ad essa non corrisponde un obbligo, di prestazione della controparte, anteriore alla iniziativa del legittimario.

Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 04/09/2020, n. 18468 (rv. 659168-01)

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SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Azione di divisione ereditaria e azione di riduzione – Diversità di presupposti e di finalità – Conseguenze – Ammissibilità della domanda di divisione e di collazione in sede di giudizio di riduzione – Accettazione del contradittorio – Necessità

L’azione di divisione ereditaria e quella di riduzione sono fra loro autonome e diverse, perché la prima presuppone la qualità di erede e l’esistenza di una comunione ereditaria che si vuole sciogliere, mentre la seconda implica la qualità di legittimario leso nella quota di riserva ed è diretta alla reintegra in essa, indipendentemente dalla divisione; ne consegue che la domanda di divisione e collazione non può ritenersi implicitamente inclusa in quella di riduzione, sicché una volta proposta la domanda di riduzione, quella di divisione e collazione, avanzate nel corso del giudizio di primo grado con le memorie ex art. 183 c.p.c., sono da ritenersi nuove e, come tali, inammissibili ove la controparte abbia sul punto rifiutato il contraddittorio. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ROMA, 10/12/2014)

DANNO OSPEDALE E MEDICO COME PROVARE IL DANNO MEDICO COLPA MEDICA

DANNO OSPEDALE E MEDICO COME PROVARE IL DANNO MEDICO COLPA MEDICA

LA CASSAZIONE ENUNCIA IL SEGUENTE PRINCIPIO:

ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l’inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica, o l’insorgenza di nuove patologie, e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l’esatta esecuzione della prestazione”

Cass. civ. Sez. III, Sent., (ud. 04-07-2019) 11-11-2019, n. 28992 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente – Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere – Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere – Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere – Dott. VALLE Cristiano – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 27225-2017 proposto da: C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G.B. VICO 22, presso lo studio dell’avvocato CARLO PICARONE, rappresentato e difeso dall’avvocato PAOLO ROBERTO RISOTTI; – ricorrente – contro V.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TAGLIAMENTO, 76, presso lo studio dell’avvocato FAUSTO TARSITANO, che lo rappresenta e difende; ISTITUTO ORTOPEDICO GALEAZZI SPA, in persona del Vice Presidente Dott. R.P., elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE DEI MELLINI, 44, presso lo studio dell’avvocato NICOLA ADRAGNA, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati STEFANO DALLE DONNE, VITTORIO GELPI; – controricorrenti – e contro UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA; – intimata – avverso la sentenza n. 2109/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 16/05/2017; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 04/07/2019 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso; udito l’Avvocato ROBERTO RISOTTI PAOLO; udito l’Avvocato NICOLA ADRAGNA; udito l’Avvocato FAUSTO TARSITANO; Svolgimento del processo 1. C.L. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Milano l’Istituto Clinico San Siro s.p.a. (poi Istituto Ortopedico Galeazzi s.p.a.) e V.R. chiedendo il risarcimento del danno nella misura di Euro 392.496,00 o altro importo di giustizia. Espose in particolare parte attrice quanto segue. Nell’anno 2002 il C. aveva subito presso l’Istituto Clinico San Siro intervento chirurgico di menistectomia al ginocchio sinistro, cui nel 2003 aveva fatto seguito presso la medesima struttura sanitaria, con il Dott. V. quale operatore, l’artroprotesi totale nel ginocchio sinistro. Dopo circa due settimane dall’ultima operazione era emersa al ginocchio sinistro una patologia flogistica settica per la quale il V. aveva eseguito ripetute artrocentesi (drenaggi percutanei con siringa) le quali avevano avuto come conseguenza la formazione di sepsi con setticemia. Fra il 2007 ed il 2009 nuovamente il V. aveva sottoposto l’attore a due interventi di sinoviectomia, con ricovero dopo il secondo intervento per una grave sepsi al ginocchio sinistro. In seguito nel 2009 e nel 2010 presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano il C. era stato sottoposto a due ulteriori interventi, il primo di rimozione della protesi settica ed il secondo di impianto di una nuova protesi. Si costituirono entrambi i convenuti chiedendo il rigetto della domanda e chiamando in causa le società assicuratrici. 2. Il Tribunale adito, previa CTU, rigettò la domanda. 3. Avverso detta sentenza propose appello il C.. Si costituirono le parti appellate chiedendo il rigetto dell’appello. 4. Con sentenza di data 16 maggio 2017 la Corte d’appello di Milano rigettò l’appello. Osservò la corte territoriale che sia nel caso di responsabilità extracontrattuale che nel caso di responsabilità contrattuale incombeva sull’attore l’onere della prova del nesso di causalità fra la condotta del sanitario e l’evento e che non solo l’onere non era stato assolto, ma dalla CTU era positivamente emersa l’assenza del nesso eziologico ed in particolare: la sepsi da stafilococco non aureo, apparsa nel ricovero del febbraio 2009, a sei anni di distanza dal primo intervento chirurgico, non era attribuibile alla protesizzazione del ginocchio sinistro, non essendo state documentate complicanze infettive in sede di intervento e nulla era emerso dalla documentazione relativa al periodo 10 ottobre 2003-12 novembre 2007, sicchè costituiva una complicanza infettiva insorta per la prima volta nel ricovero del gennaio 2009, limitata ai tessuti molli superficiali del ginocchio, facilmente debellata con il trattamento antibiotico ed insorta nonostante la corretta applicazione dei protocolli di profilassi infettiva in ambito ortopedico, sulla quale aveva verosimilmente inciso lo stato diabetico del paziente; i ripetuti episodi di tenosinovite manifestatisi nel 2007 erano riconducibili ad un complesso clinicopatologico a carattere neoplastico benigno ad insorgenza spontanea. Concluse nel senso che era da escludere che l’insorgenza della sepsi con setticemia fosse stata causata dagli interventi di artrocentesi e dalla veicolazione dello stafilococco mediante uno strumento chirurgico non adeguatamente sterilizzato. 5. Ha proposto ricorso per cassazione C.L. sulla base di quattro motivi. Resistono con distinti controricorsi l’Istituto Ortopedico Galeazzi s.p.a. e V.R.. E’ stata depositata memoria di parte. Motivi della decisione 1. Con il primo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 1218, 2043, 2697 e 1123 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che il creditore deve provare solo la sussistenza del contratto ed allegare l’inadempimento del medico e che, sulla base della regola del “più probabile che non”, doveva ritenersi che lo stafilococco era stato necessariamente trasmesso con uno strumento chirurgico non adeguatamente sterilizzato e/o causa di una o più delle numerose atrocentesi. 1.1. Il motivo è infondato. La questione posta dal motivo di censura attiene al rapporto fra responsabilità contrattuale nel campo medico e causalità materiale. Negare che incomba sul paziente creditore di provare l’esistenza del nesso di causalità fra l’inadempimento ed il pregiudizio alla salute, come si assume nel motivo, significa espungere dalla fattispecie costitutiva del diritto l’elemento della causalità materiale. Di contro va osservato che la causalità relativa tanto all’evento pregiudizievole, quanto al danno conseguenziale, è comune ad ogni fattispecie di responsabilità, contrattuale ed extracontrattuale, quale portato della distinzione fra causalità ed imputazione. La causalità attiene al collegamento naturalistico fra fatti accertato sulla base delle cognizioni scientifiche del tempo ovvero su basi logico-inferenziali. Essa attiene alla relazione probabilistica (svincolata da ogni riferimento alla prevedibilità soggettiva) tra condotta ed evento di danno (e fra quest’ultimo e le conseguenze risarcibili), da ricostruirsi secondo un criterio di regolarità causale, integrato, se del caso, da quelli dello scopo della norma violata e dell’aumento del rischio tipico, previa analitica descrizione dell’evento (cfr. Cass. sez. U. 11 gennaio 2008, n. 576 pag. 13 e Cass. 11 luglio 2017, n. 17084), mentre su un piano diverso si colloca la dimensione soggettiva dell’imputazione. Quest’ultima corrisponde all’effetto giuridico che la norma collega ad un determinato comportamento sulla base di un criterio di valore, che è rappresentato dall’inadempienza nella responsabilità contrattuale e dalla colpa o il dolo in quell’aquiliana (salvo i casi di imputazione oggettiva dell’evento nell’illecito aquiliano – artt. 2049, 2050, 2051 e 2053 c.c.). Che la causalità materiale si iscriva a pieno titolo anche nella dimensione della responsabilità contrattuale trova una testuale conferma nell’art. 1227 c.c., comma 1, che disciplina proprio il fenomeno della causalità materiale rispetto al danno evento sotto il profilo del concorso del fatto colposo del creditore (Cass. 19 luglio 2018, n. 19218; 21 luglio 2011, n. 15991), mentre il comma 2 attiene, come è noto, alle conseguenze pregiudizievoli del danno evento (c.d. causalità giuridica). Ogni forma di responsabilità è dunque connotata dalla congiunzione di causalità ed imputazione. Su questo tronco comune intervengono le peculiarità della responsabilità contrattuale. 1.1.1. Il tratto distintivo della responsabilità contrattuale risiede nella premessa della relazionalità, da cui la responsabilità conseguente alla violazione di un rapporto obbligatorio. Il danno derivante dall’inadempimento dell’obbligazione non richiede la qualifica dell’ingiustizia, che si rinviene nella responsabilità extracontrattuale, perchè la rilevanza dell’interesse leso dall’inadempimento non è affidata alla natura di interesse meritevole di tutela alla stregua dell’ordinamento giuridico, come avviene per il danno ingiusto di cui all’art. 2043 c.c. (cfr. Cass. Sez. U. 22 luglio 1999, n. 500), ma alla corrispondenza dell’interesse alla prestazione dedotta in obbligazione (arg. ex art. 1174 c.c.). E’ la fonte contrattuale dell’obbligazione che conferisce rilevanza giuridica all’interesse regolato. Se la soddisfazione dell’interesse è affidata alla prestazione che forma oggetto dell’obbligazione vuol dire che la lesione dell’interesse, in cui si concretizza il danno evento, è cagionata dall’inadempimento. La causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perchè quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento. La causalità acquista qui autonomia di valutazione solo quale causalità giuridica, e dunque quale delimitazione del danno risarcibile attraverso l’identificazione del nesso eziologico fra evento di danno e danno conseguenza (art. 1223 c.c.). L’assorbimento pratico della causalità materiale nell’inadempimento fa si che tema di prova del creditore resti solo quello della causalità giuridica (oltre che della fonte del diritto di credito), perchè, come affermato da Cass. Sez. U. 30 ottobre 2001 n. 13533 del 2001, è onere del debitore provare l’adempimento o la causa non imputabile che ha reso impossibile la prestazione (art. 1218 c.c.), mentre l’inadempimento, nel quale è assorbita la causalità materiale, deve essere solo allegato dal creditore. Non c’è quindi un onere di specifica allegazione (e tanto meno di prova) della causalità materiale perchè allegare l’inadempimento significa allegare anche nesso di causalità e danno evento. Tale forma del rapporto fra causalità materiale e responsabilità contrattuale attiene tuttavia allo schema classico dell’obbligazione di dare o di fare contenuto nel codice civile. Nel diverso territorio del facere professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta secondo le regole generali sopra richiamate. Sul punto valgono le seguenti considerazioni. 1.1.2. Se l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore, causalità ed imputazione per inadempimento tornano a distinguersi anche sul piano funzionale (e non solo su quello strutturale) perchè il danno evento consta non della lesione dell’interesse alla cui soddisfazione è preposta l’obbligazione, ma della lesione dell’interesse presupposto a quello contrattualmente regolato. La distinzione fra interesse strumentale, affidato alla cura della prestazione oggetto di obbligazione, ed interesse primario emerge nel campo delle obbligazioni di diligenza professionale. La prestazione oggetto dell’obbligazione non è la guarigione dalla malattia o la vittoria della causa, ma il perseguimento delle leges artis nella cura dell’interesse del creditore. Il danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute. Benchè guarigione dalla malattia o vittoria della causa non siano dedotte in obbligazione, esse non costituiscono un motivo soggettivo che resti estrinseco rispetto al contratto d’opera professionale, ma sono tipicamente connesse all’interesse regolato perchè la possibilità del loro soddisfacimento è condizionata dai mutamenti intermedi nello stato di fatto determinati dalla prestazione professionale. L’interesse corrispondente alla prestazione oggetto di obbligazione ha natura strumentale rispetto ad un interesse primario o presupposto, il quale non ricade nel motivo irrilevante dal punto di vista contrattuale perchè non attiene alla soddisfazione del contingente ed occasionale bisogno soggettivo ma è connesso all’interesse regolato già sul piano della programmazione negoziale e dunque del motivo comune rilevante al livello della causa del contratto. Non c’è obbligazione di diligenza professionale del medico o dell’avvocato se non in vista, per entrambe le parti, del risultato della guarigione dalla malattia o della vittoria della causa. Dato che il danno evento nelle obbligazioni di diligenza professionale riguarda, come si è detto, non l’interesse corrispondente alla prestazione ma l’interesse presupposto, la causalità materiale non è praticamente assorbita dall’inadempimento. Quest’ultimo coincide con la lesione dell’interesse strumentale, ma non significa necessariamente lesione dell’interesse presupposto, e dunque allegare l’inadempimento non significa allegare anche il danno evento il quale, per riguardare un interesse ulteriore rispetto a quello perseguito dalla prestazione, non è necessariamente collegabile al mancato rispetto delle leges artis ma potrebbe essere riconducibile ad una causa diversa dall’inadempimento. La violazione delle regole della diligenza professionale non ha dunque un’intrinseca attitudine causale alla produzione del danno evento. Aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie non sono immanenti alla violazione delle leges artis e potrebbero avere una diversa eziologia. Si riespande così, anche sul piano funzionale, la distinzione fra causalità ed imputazione soggettiva sopra delineata. Persiste, nonostante l’inadempienza, la questione pratica del nesso eziologico fra il danno evento (lesione dell’interesse primario) e la condotta materiale suscettibile di qualificazione in termini di inadempimento. Il creditore ha l’onere di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico e, posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento, ha anche l’onere di provare quella connessione, e lo deve fare sul piano meramente naturalistico sia perchè la qualifica di inadempienza deve essere da lui solo allegata, ma non provata (appartenendo gli oneri probatori sul punto al debitore), sia perchè si tratta del solo profilo della causalità materiale, il quale è indifferente alla qualifica in termini di valore rappresentata dall’inadempimento dell’obbligazione ed attiene esclusivamente al fatto materiale che soggiace a quella qualifica. La prova della causalità materiale da parte del creditore può naturalmente essere raggiunta anche mediante presunzione. Argomentare diversamente, e cioè sostenere che anche nell’inadempimento dell’obbligazione di diligenza professionale non emerga un problema pratico di causalità materiale e danno evento, vorrebbe dire implicitamente riconoscere che oggetto della prestazione è lo stato di salute in termini di guarigione o impedimento della sopravvenienza dell’aggravamento o di nuove patologie, ma ciò non è perchè il parametro per valutare se c’è stato inadempimento dell’obbligazione professionale è fornito dall’art. 1176 c.c., comma 2, il quale determina il contenuto della prestazione in termini di comportamento idoneo per il conseguimento del risultato utile. Per riprendere le parole di un’autorevole dottrina della metà del secolo scorso, la guarigione o l’impedimento della sopravvenienza dell’aggravamento o di nuove patologie dipendono troppo poco dalla volontà del medico e dalla collaborazione del malato perchè possano essere dedotte in obbligazione. Lo stato di salute, come si è detto, integra la causa del contratto, ma l’obbligazione resta di diligenza professionale. La causalità materiale nella disciplina delle obbligazioni non è così soltanto causa di esonero da responsabilità per il debitore (art. 1218 c.c.), e perciò materia dell’onere probatorio di quest’ultimo, ma è nelle obbligazioni di diligenza professionale anche elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio ove risulti allegato il danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie. Il creditore di prestazione professionale che alleghi un evento di danno alla salute, non solo deve provare quest’ultimo e le conseguenze pregiudizievoli che ne siano derivate (c.d. causalità giuridica), ma deve provare anche, avvalendosi eventualmente pure di presunzioni, il nesso di causalità fra quell’evento e la condotta del professionista nella sua materialità, impregiudicata la natura di inadempienza di quella condotta, inadempienza che al creditore spetta solo di allegare. 1.1.3. Una volta che il creditore abbia provato, anche mediante presunzioni, il nesso eziologico fra la condotta del debitore, nella sua materialità, e l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie, sorgono gli oneri probatori del debitore, il quale deve provare o l’adempimento o che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione a lui non imputabile. Emerge così un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il nesso di causalità materiale che il creditore della prestazione professionale deve provare è quello fra intervento del sanitario e danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie; il nesso eziologico che invece spetta al debitore di provare, dopo che il creditore abbia assolto il suo onere probatorio, è quello fra causa esterna, imprevedibile ed inevitabile alla stregua dell’ordinaria diligenza di cui all’art. 1176, comma 1, ed impossibilità sopravvenuta della prestazione di diligenza professionale (art. 1218). Se la prova della causa di esonero è stata raggiunta vuol dire che l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di una nuova patologia è si eziologicamente riconducibile all’intervento sanitario, ma il rispetto delle leges artis è nella specie mancato per causa non imputabile al medico. Ne discende che, se resta ignota anche mediante l’utilizzo di presunzioni la causa dell’evento di danno, le conseguenze sfavorevoli ai fini del giudizio ricadono sul creditore della prestazione professionale, se invece resta ignota la causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione di diligenza professionale, ovvero resta indimostrata l’imprevedibilità ed inevitabilità di tale causa, le conseguenze sfavorevoli ricadono sul debitore. E’ bene rammentare che tali principi si collocano nell’ambito delle regole sull’onere della prova, le quali assumono rilievo solo nel caso di causa rimasta ignota. Si tratta quindi della regola residuale di giudizio grazie alla quale la mancanza, in seno alle risultanze istruttorie, di elementi idonei all’accertamento, anche in via presuntiva, della sussistenza o insussistenza del diritto in contestazione determina la soccombenza della parte onerata della dimostrazione rispettivamente dei relativi fatti costitutivi o di quelli modificativi o estintivi (Cass. 16 giugno 1998, n. 5980; 16 giugno 2000, n. 8195; 7 agosto 2002, n. 11911; 21 marzo 2003, n. 4126). 1.1.4. Va data così continuità all’orientamento di questa Corte che nel tempo si è consolidato e secondo cui incombe sul creditore l’onere di provare il nesso di causalità fra la condotta del sanitario e l’evento di danno quale fatto costitutivo della domanda risarcitoria, non solo nel caso di responsabilità da fatto illecito ma anche nel caso di responsabilità contrattuale (Cass. 26 luglio 2017, n. 18392, cui sono conformi: Cass. 26 febbraio 2019, n. 5487; 17 gennaio 2019, n. 1045; 20 novembre 2018, n. 29853; 30 ottobre 2018, nn. 27455, 27449, 27447, 27446; 23 ottobre 2018, n. 26700; 20 agosto 2018, n. 20812; 13 settembre 2018, n. 22278; 22 agosto 2018, n. 20905; 19 luglio 2018, n. 19204; 19 luglio 2018, n. 19199; 13 luglio 2018, n. 18549; 13 luglio 2018, n. 18540; 9 marzo 2018, n. 5641; 15 febbraio 2018, nn. 3704 e 3698; 7 dicembre 2017, n. 29315; 14 novembre 2017, n. 26824; si vedano tuttavia già prima Cass. 24 maggio 2006, n. 12362; 17 gennaio 2008, n. 867; 16 gennaio 2009, n. 975; 9 ottobre 2012, n. 17143; 26 febbraio 2013, n. 4792; 31 luglio 2013, n. 18341; 12 settembre 2013, n. 20904; 20 ottobre 2015, n. 21177; 9 giugno 2016, n. 11789). 1.1.5. In conclusione va affermato ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, il seguente principio di diritto: “ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l’inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della situazione patologica, o l’insorgenza di nuove patologie, e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l’esatta esecuzione della prestazione”. A tale principio di diritto si è attenuta la corte territoriale. Quanto al resto la censura attiene al giudizio di fatto in ordine all’assolvimento dell’onere probatorio che è giudizio non sindacabile in quanto tale nella presente sede di legittimità. 2. Con il secondo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che non è controversa la circostanza della pluralità di artrocentesi eseguite e che alla luce delle numerosissime artrocentesi non era comprensibile come la Corte d’appello avesse potuto sostenere che era stata riscontrata l’assenza di complicanze infettive dal primo intervento fino al 2007. 2.1. Il motivo è inammissibile. La censura attiene al giudizio di fatto il quale in quanto tale non è sindacabile nella presente sede di legittimità. Peraltro il giudizio di fatto svolto dalla corte territoriale contempla la circostanza che il ricorrente definisce come incontroversa. 3. Con il terzo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 61, 196 e 359 c.p.c., art. 111 Cost., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva il ricorrente che il CTU era un medico specializzato in ortopedia e che sia il Tribunale che la Corte d’appello hanno disatteso l’istanza di nuova consulenza a mezzo di un medico infettivologo. Aggiunge che il CTU non ha in alcun modo indagato sulle origini dell’insorgere dell’infezione, nè ha svolto accertamenti sulle numerose artrocentesi, essendosi limitato a parlare di corretta applicazione dei protocolli di profilassi infettiva in ambito ortopedico. 3.1. Il motivo è inammissibile. Il rinnovo dell’indagine tecnica rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito (Cass. 24 gennaio 2019, n. 2103; 29 settembre 2017, n. 22799). Le circostanze relative alla consulenza tecnica possono rilevare sul piano motivazionale, quale omesso esame di fatto controverso e decisivo o di assenza del requisito motivazionale dell’atto giurisdizionale, ma non quale sindacato sull’esercizio del potere di disporre la consulenza. 4. Con il quarto motivo si denuncia omesso esame di fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione fra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva il ricorrente che la corte territoriale ha omesso di esaminare le seguenti circostanze: mancanza di competenze infettivologhe da parte del consulente; la CTU non fornisce spiegazioni circa le differenze fra stafilococco non aureo e stafilococco epidermidis; non è stato esaminato se un processo infettivo vi fosse già a partire dal 2003; il ricovero nel 2009 per sepsi setticemica e la rimozione della protesi smentiscono le conclusioni del consulente; mancato esame del fatto che il 5 maggio 2009, in pieno corso della gravissima infezione, al C. fosse stato prescritto l’uso di farmaci omeopatici; era stata disattesa l’istanza di esibizione ai sensi dell’art. 210 c.p.c. di tutte le cartelle cliniche e schede ambulatoriali. 4.1 Il motivo è inammissibile. La denuncia di vizio motivazionale non attiene a fatti storici, di cui sarebbe stato omesso l’esame, ma a valutazioni e rilievi in ordine alla CTU svolta, oltre che al mancato accoglimento di istanza istruttoria. L’unica circostanza di fatto denunciata è quella della prescrizione di farmaci omeopatici, ma rispetto a tale circostanza non si indicano le specifiche ragioni di decisività nel quadro dei fatti costitutivi della domanda. 5. L’assestamento della giurisprudenza in ordine alla questione del nesso causale costituisce ragione di compensazione delle spese processuali. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene rigettato, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1 – quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione. P.Q.M. Rigetta il ricorso. Dispone la compensazione delle spese processuali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso art. 13. Dispone che in caso di utilizzazione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle persone fisiche riportati nella sentenza. Così deciso in Roma, il 4 luglio 2019. Depositato in Cancelleria il 11 novembre 2019

Responsabilità solidale tra appaltatore, progettista e direttore dei lavori – Fondamento –

APPALTO (CONTRATTO DI) – Rovina e difetti di cose immobili (responsabilita’ del costruttore) – In genere – Appalto – Responsabilità solidale tra appaltatore, progettista e direttore dei lavori – Fondamento – Ambito di applicazione

In tema di contratto di appalto, il vincolo di responsabilità solidale fra l’appaltatore ed il progettista e direttore dei lavori, i cui rispettivi inadempimenti abbiano concorso in modo efficiente a produrre il danno risentito dal committente, trova fondamento nel principio di cui all’art. 2055 c.c., il quale, anche se dettato in tema di responsabilità extracontrattuale, si estende all’ipotesi in cui taluno degli autori del danno debba rispondere a titolo di responsabilità contrattuale.

In tema di appalto, le infiltrazioni di umidità negli ambienti importano problemi di insalubrità e abitabilità che rientrano fra i gravi vizi, valutabili ai sensi dell’art. 1669 c.c. Detta norma, infatti, individua una responsabilità di natura extracontrattuale avente, perciò, ambito di applicazione più ampio di quello risultante dal tenore letterale della disposizione ed opera anche a carico del direttore dei lavori, eventualmente in concorso con l’appaltatore e i subappaltatori e/o il progettista secondo la natura dei vizi e la fase di realizzazione dell’opera (progettuale, direttiva o esecutiva), ponendo così a carico di essi una responsabilità diretta verso il danneggiato, soggetta ai termini di decadenza e prescrizione previsti dall’art. 1669 c.c. e fondata su una presunzione di colpa fino a prova della impossibilità della prestazione per caso fortuito o forza maggiore o per fatto esclusivo di terzi, concorrente con il generale titolo della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. soggetto a propri termini di prescrizione e a ordinario regime dell’onere della prova. La competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l’adozione – anche parziale – di strutture in cemento armato, mentre, in via d’eccezione, si estende anche a queste strutture, solo con riguardo alle piccole costruzioni accessorie nell’ambito degli edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone, essendo riservata agli ingegneri la competenza per le costruzioni civili, anche modeste, che adottino strutture in cemento armato. Pertanto, la progettazione e la direzione di opere da parte di un geometra in materia riservata alla competenza professionale degli ingegneri o degli architetti sono illegittime, a nulla rilevando in proposito che un progetto redatto da un geometra sia controfirmato o vistato da un ingegnere ovvero che un ingegnere esegua i calcoli in cemento armato, atteso che il professionista competente deve essere altresì titolare della progettazione, trattandosi di competenze inderogabilmente affidate dal committente al professionista abilitato secondo il proprio statuto professionale, sul quale gravano le relative responsabilità.

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Tribunale Brescia, Sez. II, Sentenza, 11/07/2019

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In tema di appalto, le infiltrazioni di umidità negli ambienti importano problemi di insalubrità e abitabilità che rientrano fra i gravi vizi, valutabili ai sensi dell’art. 1669 c.c. Detta norma, infatti, individua una responsabilità di natura extracontrattuale avente, perciò, ambito di applicazione più ampio di quello risultante dal tenore letterale della disposizione ed opera anche a carico del direttore dei lavori, eventualmente in concorso con l’appaltatore e i subappaltatori e/o il progettista secondo la natura dei vizi e la fase di realizzazione dell’opera (progettuale, direttiva o esecutiva), ponendo così a carico di essi una responsabilità diretta verso il danneggiato, soggetta ai termini di decadenza e prescrizione previsti dall’art. 1669 c.c. e fondata su una presunzione di colpa fino a prova della impossibilità della prestazione per caso fortuito o forza maggiore o per fatto esclusivo di terzi, concorrente con il generale titolo della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. soggetto a propri termini di prescrizione e a ordinario regime dell’onere della prova.

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Tribunale Vicenza, Sentenza, 12/03/2021

La competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l’adozione – anche parziale – di strutture in cemento armato, mentre, in via d’eccezione, si estende anche a queste strutture, solo con riguardo alle piccole costruzioni accessorie nell’ambito degli edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone, essendo riservata agli ingegneri la competenza per le costruzioni civili, anche modeste, che adottino strutture in cemento armato. Pertanto, la progettazione e la direzione di opere da parte di un geometra in materia riservata alla competenza professionale degli ingegneri o degli architetti sono illegittime, a nulla rilevando in proposito che un progetto redatto da un geometra sia controfirmato o vistato da un ingegnere ovvero che un ingegnere esegua i calcoli in cemento armato, atteso che il professionista competente deve essere altresì titolare della progettazione, trattandosi di competenze inderogabilmente affidate dal committente al professionista abilitato secondo il proprio statuto professionale, sul quale gravano le relative responsabilità.

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yCass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 20/07/2021, n. 20704

Ove il danno subito dal committente di un contratto di appalto sia conseguenza dei concorrenti inadempimenti dell’appaltatore e del progettista – direttore dei lavori, entrambi ne rispondono solidalmente, essendo sufficiente, per la sussistenza della solidarietà, che le azioni e le omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrre l’unico evento dannoso.

Cass. civ., Sez. II, Ordinanza, 22/06/2021, n. 17819

L’appaltatore, dovendo assolvere al proprio obbligo di osservare i criteri generali della tecnica relativi al particolare lavoro affidatogli è tenuto a controllare, nei limiti delle sue cognizioni, la bontà delle istruzioni impartite dal committente e, ove queste siano palesemente , può andare esente da responsabilità soltanto se dimostri di avere manifestato il proprio dissenso e di essere stato indotto ad eseguirle quale “nudus minister”, per le insistenze del committente. Pertanto, in mancanza di tale prova, l’appaltatore è tenuto, a titolo di responsabilità contrattuale, derivante dalla sua obbligazione di risultato, all’intera garanzia per le imperfezioni o i vizi dell’opera, senza poter ínvocare un concorso di colpa del progettista o del committente, né l’efficacia esimente di eventuali errori nelle istruzioni impartite dal direttore dei lavori.

Tribunale Spoleto, Sentenza, 26/02/2021

La responsabilità regolata dall’art. 1669 c.c. in tema di rovina e difetti di immobili è di natura extracontrattuale e si basa sul presupposto della partecipazione alla costruzione dell’immobile in posizione di autonomia decisoria; conseguentemente, ha un ambito di applicazione più ampio di quello risultante dal tenore letterale della disposizione (che fa riferimento solo all’appaltatore nei confronti del committente e dei suoi aventi causa) perché opera anche a carico del progettista, del direttore dei lavori, e dello stesso committente.

Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 03/09/2020, n. 18289 (rv. 659099-01)

APPALTO (CONTRATTO DI) – Rovina e difetti di cose immobili (responsabilita’ del costruttore) – In genere – Appalto – Responsabilità solidale tra appaltatore, progettista e direttore dei lavori – Fondamento – Ambito di applicazione

In tema di contratto di appalto, il vincolo di responsabilità solidale fra l’appaltatore ed il progettista e direttore dei lavori, i cui rispettivi inadempimenti abbiano concorso in modo efficiente a produrre il danno risentito dal committente, trova fondamento nel principio di cui all’art. 2055 c.c., il quale, anche se dettato in tema di responsabilità extracontrattuale, si estende all’ipotesi in cui taluno degli autori del danno debba rispondere a titolo di responsabilità contrattuale. (Rigetta, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 05/01/2016)

Cass. civ., Sez. Unite, Ordinanza, 11/09/2019, n. 22712

Non spetta alla Corte dei conti la giurisdizione in ordine all’azione di responsabilità nei confronti del progettista di un’opera pubblica (nella specie, del centro congressi nel quartiere Eur di Roma: c.d. Nuvola di Fuksas), del presidente, dell’amministratore delegato e dei consiglieri d’amministrazione di una società a totale partecipazione pubblica (nella specie, di Eur s.p.a., partecipata al 90 per cento dal ministero dell’economia e delle finanze e al 10 per cento dal comune di Roma) per il risarcimento del danno, ad essi imputato dal procuratore regionale della Corte dei conti, determinato dall’avere, rispettivamente, accettato (il progettista) e contribuito ad approvare (gli altri prevenuti di danno erariale) l’affidamento di prestazioni di “direzione artistica” al progettista dell’opera, già ricomprese nell’incarico di progettazione precedentemente affidatogli, con conseguente duplicazione di attività e di corrispettivi a carico delle pubbliche finanze.

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  • L’avvocato divorzista Bologna Sergio Armaroli si occupa da sempre di separazioni e in molti anni di esperienza ha acquisito competenze e professionalità. Il momento della separazione è un tempo di grande sofferenza e il nostro obiettivo è aiutare il mio assisto ad affrontarla nel migliore dei modi. ìIl tempo dell’ascolto è un momento fondamentale per conoscere e comprendere una vicenda umana complessa, per conoscere la storia di una vita o anche semplicemente per coglierne le sfumature e i dettagli. Ho elevata capacità di comprendere le reali esigenze della famiglia “in crisi” e trovare le soluzioni più idonee a risolvere le problematiche famigliari e quelle societarie e patrimoniali spesso connesse. A ciò affianco una particolare sensibilità derivante dal mio essere Padre Negli anni ho seguito clientela di alto livello per la quale sono diventata un riferimento. Ho assistito numerose parti per la definizione sia consensuale che giudiziale delle separazioni, anche mediante procedimenti di negoziazione assistita. Procedimenti ex art. 337 bis c.c. in casi di minori e genitori non sposati. Trasferimenti immobiliari in sede di separazione o divorzio, esenti da tassazione.

    Da oltre 20 anni seguo le vicende patologiche legate alla famiglia ed al suo patrimonio: diritti e doveri dei coniugi, separazioni, divorzi, divisioni patrimoniali, decisioni che riguardano i figli e gli incapaci. La materia impone una sensibilità che si acquisisce non solo con lo studio attento delle evoluzioni legislative e giurisprudenziali, ma anche attraverso l’approfondimento di principi di neuroscienza, psicologia, pedagogia, affinché la risposta all’assistito possa essere la più completa possibile.

    Solo dopo un primo momento conoscitivo e informativo valuteremo come procedere.

     

     

Negli ultimi anni ho seguito diverse separazioni sia giudiziali che consensuali, con figli minori e non. Opero cercando preferibilmente un accordo con la controparte ai fini di un deposito congiunto del ricorso, al fine di evitare il più possibile situazioni stressanti (per gli adulti ed i bambini) e contenere i costi della pratica. Ho seguito separazioni e divorzi di ogni tipo, a partire dalle coppie con figli con intolleranza di convivenza, fino a casi più complessi di tradimento e di violenza familiare.

Risoluzione di punti critici quali ad esempio l’affidamento e le questioni patrimoniali. Fornisco sia assistenza per il separazione consensuali che giudiziali sia divorzio congiunto che giudiziale, qualora non si riuscisse ad ottenere un accordo condiviso.

Divorzio

Il divorzio come le separazioni rappresenta un istituto molto interessante del diritto di famiglia. In questi anni, trattando questa materia come quella delle separazioni ho capito che nulla deve essere sottovalutato, anche i casi che inizialmente appaiono i più semplici.

Unioni civili

Esperienza e studio. Il settore delle unioni civili mi appassiona molto, cerco di trattare ogni caso che mi capita con la massima attenzione e precisione.

 

 

 

Corte d’Appello Bologna, Sez. I, 23/06/2017

Gli accordi dei coniugi diretti a fissare, in sede di separazione, i reciproci rapporti economici in relazione al futuro ed eventuale divorzio con riferimento all’assegno divorzile sono nulli per illiceità della causa, avuto riguardo alla natura assistenziale di detto assegno, previsto a tutela del coniuge più debole, che rende indisponibile il diritto a richiederlo. Ne consegue che la disposizione dell’art. 5, comma 8 della L. 1° dicembre 1970, n. 898, a norma del quale, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile può avvenire in un’unica soluzione, ove ritenuta equa dal Tribunale, senza che si possa, in tal caso, proporre alcuna successiva domanda a contenuto economico, non è applicabile al di fuori del giudizio di divorzio e gli accordi di separazione, dovendo essere interpretati “secundum ius”, non possono implicare rinuncia all’assegno di divorzio.

 

 

 

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 11/03/2021, n. 6820 (rv. 660941-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Rapporti patrimoniali tra coniugi ì

In materia di comunione legale tra i coniugi, la separazione personale costituisce causa di scioglimento della comunione, che è rimossa dalla riconciliazione dei coniugi medesimi, cui segue il ripristino automatico del regime di comunione originariamente adottato, con la sola esclusione degli acquisti effettuati durante il periodo di separazione e fatta salva l’invocabilità, “ratione temporis”, dell’effetto pubblicitario derivante dalla novella di cui all’art. 69 del d.P.R. n. 396 del 2000, che ha previsto l’annotazione a margine dell’atto di matrimonio delle dichiarazioni rivelatrici della volontà riconciliativa. (Principio affermato in fattispecie anteriore all’entrata in vigore del d.P.R. n. 396 cit.). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO BOLOGNA, 13/07/2018)

Cass. civ., Sez. I, Sent., (data ud. 16/06/2021) 30/09/2021, n. 26579

DIVORZIO › Assegno di divorzio
ESECUZIONE FORZATA › Opposizione agli atti esecutivi

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26048/2015 proposto da:

M.B., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato Marcialis Luigi, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

P.G.M., elettivamente domiciliata in Frascati (Roma), Largo A. Panizza n. 2, presso lo studio dell’avvocato Ceccarelli Giuseppina, che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

contro

Pubblico Ministero;

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI, depositato il 21/08/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/06/2021 dal cons. Dott. LAMORGESE ANTONIO PIETRO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale, Dott.ssa CERONI FRANCESCA, che conclude per l’accoglimento del ricorso, come da requisitoria scritta;

udito, per il ricorrente, l’avvocato Marcialis Luigi.

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Cagliari, con sentenza del (OMISSIS), pronunciando la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra P.M.G. e M.B. il (OMISSIS), poneva a carico del M. un contributo per il mantenimento della moglie e di due figli.

Successivamente il M. chiedeva la revisione delle condizioni e il tribunale, con decreto del (OMISSIS), revocava il contributo per i figli, divenuti indipendenti economicamente, e determinava in Euro 730,00 l’assegno divorzile a favore della P..

Il M. introduceva un nuovo giudizio di revisione in data 17 aprile 2014, nel quale chiedeva la revoca o la riduzione dell’assegno, deducendo il peggioramento della propria situazione economica: evidenziava il lungo tempo trascorso dalla separazione (omologata in data (OMISSIS)), a fronte della breve durata del matrimonio (tredici anni) e la contrazione delle proprie fonti reddituali, da ultimo aggravata per la trattenuta di Euro 500,00 mensili sulla pensione, a seguito di un pignoramento intimatogli dalla P. per il pagamento di contributi arretrati per il mantenimento dei figli, da lui non corrisposti in base ad un accordo verbale con l’ex coniuge, essendo i figli divenuti indipendenti economicamente.

Il tribunale rigettava il ricorso e la Corte d’appello di Cagliari, in data 21 agosto 2015, rigettava il gravame del M..

Il M. propone ricorso per cassazione, resistito dalla P..

Il pubblico ministero ha depositato requisitoria scritta.

Motivi della decisione

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione della L. n. 898 del 1970art. 9 per non avere considerato che il tempo trascorso dalla separazione (nella specie, di circa trenta anni dall’epoca della separazione) non è un elemento irrilevante ai fini del giudizio di revisione dell’assegno, rimasto invariato, anche in considerazione della breve durata del matrimonio (circa tredici anni fino alla separazione), richiedendo la citata disposizione la sopravvenienza solo di “giustificati motivi” da valutare compiutamente in relazione alle situazioni concrete.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione dell’art. 9 citato, per avere omesso di considerare che egli aveva superato i settantadue anni ed era coniugato con un’altra persona; era affetto da patologie cardiache che ne limitavano l’autonomia; aveva chiuso lo studio di commercialista, di cui era titolare, che in passato gli consentiva di far fronte ai versamenti a favore della P.; aveva visto diminuire i redditi professionali, era stato costretto a contrarre debiti con istituti bancari e società finanziarie (anche in relazione a un mutuo contratto per l’acquisto di una casa dove risiedeva con il nuovo coniuge) e subiva sulla pensione di Euro 1957,40 una trattenuta di Euro 500,00 per le rate pregresse da corrispondere alla P. a titolo di contributo per i figli. La P., invece, aveva migliorato la propria posizione economica, avendo ricevuto lasciti ereditari, maturato il diritto alla pensione sociale e acquistato la proprietà di un lussuoso appartamento a Cagliari, oltre a ricevere gli arretrati per il mantenimento dei figli, maturati quando gli stessi erano economicamente indipendenti da molto tempo.

Tali motivi, da esaminare congiuntamente, sono inammissibili.

Entrambi travisano la ratio decidendi della sentenza impugnata, con la quale la corte territoriale ha esaminato in concreto le deduzioni poste a fondamento della richiesta dell’istante e ritenuto insussistenti i “giustificati motivi” addotti, ai sensi della L. n. 898 del 1970art. 9 per la revisione delle condizioni patrimoniali di divorzio. A tal fine, in particolare, la corte ha escluso che l’esposizione debitoria relativa al mantenimento dei figli maggiorenni determinasse un mutamento delle condizioni patrimoniali degli ex coniugi rilevante ai fini della revisione dell’assegno, trattandosi di un onere il cui aggravamento è determinato dal pregresso inadempimento di un obbligo dello stesso M.. La corte non ha ritenuto irrilevante il tempo trascorso dall’epoca della separazione o dello scioglimento del vincolo coniugale, ai fini del giudizio sulla revisione delle condizioni di divorzio, cui ha dato accesso con un esito che, in concreto, non è condiviso dal ricorrente, ma incensurabile in sede di legittimità, costituendo il risultato di apprezzamenti di fatto immuni da vizi giuridici.

Il profilo inerente alle circostanze ulteriori (rispetto alla questione dell’onere relativo al mantenimento dei figli) indicate nel secondo motivo, a sostegno della richiesta di revisione dell’assetto patrimoniale post-coniugale, è ugualmente inammissibile per difetto di specificità, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., nn. 4 e 6. La sentenza impugnata non le prende in considerazione, nè il motivo precisa se, in quale momento processuale e in che termini tali circostanze ulteriori siano state dedotte a sostegno della richiesta di revisione avanzata ai giudici di merito, con l’effetto di risolversi nel tentativo di ottenere impropriamente un nuovo giudizio di fatto in sede di legittimità.

Il ricorso è inammissibile. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile, condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 2200,00, oltre accessori di legge.

Dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 16 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2021

 

 

 

CASA FAMIGLIARE NELLA SEPARAZIONE : COMODATO DEL NONNO

CASA FAMIGLIARE NELLA SEPARAZIONE : COMODATO DEL NONNO

la trascrizione del provvedimento di assegnazione della casa coniugale nei registri immobiliari, cosi da risultare opponibile al terzo acquirente dell’immobile, anche oltre i nove anni;

– la circostanza, anch’essa (in tesi) sintomatica della mancanza di correttezza e buona fede, che il preliminare di compravendita tra B.T. e un terzo era stato stipulato solamente in data 20/8/2015;

CASA FAMIGLIARE NELLA SEPARAZIONE : COMODATO DEL NONNO
CASA FAMIGLIARE NELLA SEPARAZIONE : COMODATO DEL NONNO

– l’assenza di un grave, imprevedibile e urgente bisogno del comodante di vendere l’immobile libero da vincolo di comodato.

la consegna degli immobili viene effettuata dal comodante affinchè il comodatario possa servirsi del bene ed utilizzarlo a suo piacimento”, dall’altro è fatta comunque “salva la natura, la sostanza della cosa stessa e la sua naturale destinazione”.

Assume che tale “naturale destinazione” poteva univocamente evincersi da quella che all’immobile era stata impressa prima degli atti negoziali del 2014 e dalla cronologia degli eventi che li avevano preceduti e seguiti.

Rimarca in tal senso che:

– il trasferimento della proprietà dell’immobile ed il susseguente contratto di comodato stipulato tra padre e figlio B. (nel 2014) erano intervenuti in epoca di

Come conseguenza di tale, eventuale abuso, l’ordinamento pone una regola generale, nel senso di rifiutare la tutela ai poteri, diritti e interessi, esercitati in violazione delle corrette regole di esercizio, posti in essere con comportamenti contrari alla buona fede oggettiva.

E nella formula della mancanza di tutela sta la finalità di impedire che possano essere conseguiti o conservati i vantaggi ottenuti – ed i diritti connessi – attraverso atti di per sè strutturalmente idonei, ma esercitati in modo da alterarne la funzione, violando la normativa di correttezza, che è regola cui l’ordinamento fa espresso richiamo nella disciplina dei rapporti di autonomia privata (così, in motivazione, Cass. n. 20106 del 2009, cit.).

Ebbene, tale canone valutativo ben può attagliarsi alla vicenda, quale emergente dai fatti in questione, erroneamente obliterati dal giudice a quo, segnatamente nel rapporto tra comodante ed effettiva controparte del comodato, da identificarsi nella ex coniuge del formale comodatario, per gli effetti che discendono da provvedimento di assegnazione della casa familiare e che come noto consistono nel “concentrare” sulla prima i diritti a questo spettanti (v. Cass. Sez. U. n. 20448 del 29/09/2014Cass. Sez. U. n. 13603 del 21/07/2004Cass. n. 2627 del 07/02/2006).DIRITTO-IMMOBILIARE-5

Cass. civ., Sez. III, Ord., (data ud. 27/05/2021) 30/09/2021, n. 26541

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SESTINI Danilo – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 14292/2019 R.G. proposto da:

S.E., rappresentata e difesa dagli Avv.ti Ida Grimaldi, e Ugo Sardo, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via Ildebrando Goiran, n. 23;

– ricorrente –

contro

B.T., rappresentato e difeso dall’Avv. Andrea Tirondola, con domicilio eletto in Roma, Via Abruzzi, n. 25, presso lo studio dell’Avv. Ugo Scuro;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Venezia, n. 1030/2019 depositata il 19 marzo 2019;

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 27 maggio 2021 dal Consigliere Dott. Emilio Iannello.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza n. 1030/2019 del 19 marzo 2019 la Corte di appello di Venezia, in riforma della sentenza di primo grado ed in conseguente accoglimento della domanda avanzata da B.T. contro S.E. – avendo ritenuto cessato, alla prevista scadenza del 1 ottobre 2014, il contratto di comodato di immobile stipulato sei mesi prima tra B.T. ed il figlio G., coniuge della S. – ha condannato quest’ultima (che lo deteneva quale casa familiare assegnatale nel successivo giudizio di separazione e poi in quello di divorzio) al rilascio del bene in favore di B.T., oltre che al pagamento, in favore dello stesso, della somma di Euro 300 al mese dalla domanda al rilascio, oltre interessi legali dalla sentenza al saldo.

“Superati i primi due motivi di gravame, relativi al contestato abuso del diritto, espressione utilizzata dal tribunale nei confronti della condotta di B.T.” (questo testualmente l’incipit della parte motiva della sentenza), la corte lagunare ha ritenuto costituire “ragione più liquida” per l’accoglimento del gravame quella proposta con il terzo motivo con il quale il B. si doleva della violazione dell’art. 1809 c.c. e della costante giurisprudenza di legittimità in materia di assegnazione della casa familiare di proprietà di terzi e vincolata da comodato a termine non correlato alle esigenze familiari.

“Vero è, infatti, – si osserva in sentenza – che S.E. era assegnataria della ex casa coniugale di (OMISSIS), in quanto i figli minori, affidati congiuntamente ai genitori, avevano abitazione prevalente presso la madre, ma su detto immobile,… incontestatamente di proprietà di B.T., gravava un comodato a titolo gratuito della durata di mesi 6, sottoscritto dal padre T. in favore del figlio G. – ex marito della S. davanti al notaio in data 1/4/2014.AVV-ARMAROLI-INNAZI-A-UNA-STATUA

“Il comodato, dunque, veniva a scadere il 1 ottobre ed era stato concesso a B.G. espressamente “affinchè il comodatario possa servirsi del bene ed utilizzarlo a suo piacimento, salva la natura, la sostanza della cosa stessa e la sua naturale destinazione”: altrimenti detto, il comodato, costituito prima della presentazione, da parte di G., della domanda di separazione giudiziale in data (OMISSIS), non menzionava le esigenze familiari, nè le considerava in alcun modo, essendo esso finalizzato esclusivamente, come precisato nell’atto, alle necessità di B.G.”.

  1. Avverso detta sentenza S.E. propone ricorso per cassazione affidato a quattro motivi, cui resiste B.T., depositando controricorso.

Non sono state depositate conclusioni dal Pubblico Ministero. Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 380-bis.1 c.p.c..

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia, con riferimento all’art. 360c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 115116 c.p.c., in relazione agli artt. 2697, 1803 e 1809 c.c..

Sostiene, in sintesi, che dal complesso delle emergenze probatorie relative in particolare al comportamento delle parti, preesistente ma anche successivo al contratto di comodato, emergeva la concorde volontà e intenzione delle parti di imprimere all’immobile un vincolo di destinazione della casa alle esigenze familiari e che, peraltro, in tal senso avrebbe potuto valorizzarsi anche quanto scritto nel contratto medesimo, in particolare nell’art. 2, ove, se da un lato è previsto, come rimarcato in sentenza, che “la consegna degli immobili viene effettuata dal comodante affinchè il comodatario possa servirsi del bene ed utilizzarlo a suo piacimento”, dall’altro è fatta comunque “salva la natura, la sostanza della cosa stessa e la sua naturale destinazione”.

Assume che tale “naturale destinazione” poteva univocamente evincersi da quella che all’immobile era stata impressa prima degli atti negoziali del 2014 e dalla cronologia degli eventi che li avevano preceduti e seguiti.

Rimarca in tal senso che:

– il trasferimento della proprietà dell’immobile ed il susseguente contratto di comodato stipulato tra padre e figlio B. (nel 2014) erano intervenuti in epoca di molto successiva alla data in cui i coniugi B. – S. avevano ivi stabilito la residenza familiare, cioè dal (OMISSIS);

– ivi essa odierna ricorrente, assieme ai figli, aveva continuato a mantenere la residenza senza soluzione di continuità, sia in costanza di matrimonio, sia dopo lo scioglimento del vincolo coniugale;

– il trasferimento della proprietà dell’immobile, prima, da B.G. al padre e la concessione in comodato, subito dopo, da parte del secondo al primo, ebbero luogo, nel (OMISSIS), all’insaputa della S., in coincidenza della sopravveniente crisi della famiglia B. – S. e nell’imminenza del deposito del ricorso per separazione giudiziale da parte di B.G..

Afferma che il complessivo contesto nel quale i contratti erano stati stipulati e la natura dei rapporti tra tutte le parti erano tali da far emergere la volontà di utilizzare in modo strumentale atti leciti al fine di eludere il preesistente vincolo di destinazione alle esigenze del nucleo familiare e della prole e di escludere la S. e i figli dalla detenzione qualificata dell’immobile.

Indica come sintomatico di malafede il silenzio tenuto dai B., padre e figlio, durante tutto il procedimento di separazione, sulle attività negoziali che avevano portato al comodato, sino al procedimento di divorzio, ove veniva per la prima volta prospettata la questione.

Evidenzia che l’ordinanza presidenziale in sede di separazione è successiva alla data indicata in contratto come scadenza del comodato; tanto più lo è la sentenza di separazione; che nemmeno al momento del deposito del ricorso per ottenere il divorzio, in data (OMISSIS), B.G. aveva accennato alla scadenza del comodato, sollevando la questione per la prima volta solo nel giugno 2016, e che, nonostante ciò, veniva confermata, dall’ordinanza presidenziale, l’assegnazione della casa familiare alla S., così cristallizzandosi – assume – con un ulteriore vincolo, la destinazione del bene alle necessità familiari.

  1. Con il secondo motivo la ricorrente deduce, con riferimento all’art. 360c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 18031809, 337-ter e 337-sexies c.c. e art. 6, comma 6, Legge Div., per avere la corte d’appello erroneamente limitato il rapporto al comodatario B.G., senza estenderlo ai componenti del nucleo familiare con lui conviventi sin da epoca precedente l’atto, e per non aver rilevato la conservazione del vincolo di destinazione familiare, preesistente al comodato, e l’estensione del titolo di detentore qualificato alla moglie del comodatario e ai figli conviventi, a seguito della “cristallizzazione” di tale vincolo di destinazione per effetto dei provvedimenti giudiziali di assegnazione dell’abitazione familiare nei procedimenti di separazione, prima, e di divorzio, poi.

Sostiene che, in dipendenza della rilevanza costituzionale del diritto all’abitazione, il vincolo di destinazione impresso sin dall’origine alla casa familiare, a tutela degli interessi della famiglia, va considerato prevalente rispetto a quello delle parti originarie del contratto di comodato, tanto più quando, come nel caso di specie, questo sia intervenuto in un momento successivo rispetto a quello in cui il nucleo familiare aveva destinato l’abitazione a casa familiare e lo stesso bene era pacificamente di proprietà esclusiva di uno dei coniugi.

  1. Con il terzo motivo la ricorrente deduce, con riferimento all’art. 360c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame dei seguenti fatti che afferma essere decisivi per il giudizio ed essere stati oggetto di discussione tra le parti:

– il momento di emersione del vincolo di destinazione dell’immobile come casa familiare alla data del (OMISSIS);

– la proprietà del bene immobile, da parte del coniuge B.G., all’epoca di stabilimento della residenza familiare, in data (OMISSIS);

– l’epoca di “apertura” della crisi coniugale (introdotta con lettera del 14/3/2014 del legale della S. al marito) e la contemporanea adozione, da parte del marito, di atti dispositivi del bene immobile (17/3/2014 trasferimento della proprietà al padre e 1/4/2014 contratto di comodato tra padre e figlio) in vista del deposito del ricorso per separazione giudiziale, da lui effettuato due mesi dopo, il (OMISSIS);

– l’adozione di tali atti dispositivi, da parte di B.G., all’insaputa della moglie e la permanenza ininterrotta di quest’ultima e dei figli a lei affidati nella casa familiare;

– l’assenza di contestazioni o rilievi circa il comodato, da parte del comodante B.T., verso l’odierna ricorrente, dapprima nel corso del procedimento di separazione, conclusosi con sentenza del 30/1/2015, e sino all’instaurazione del procedimento di divorzio il 18/1/2016;

– la contestazione, da parte del comodante, dello spirare (alla data del 1/10/2014) del termine del comodato e la richiesta di rilascio dell’immobile manifestate soltanto in data 16/9/2016, quasi due anni dopo la presunta scadenza e dopo che, sia in sede di separazione, sia in sede di divorzio, l’abitazione familiare era stata assegnata alla S., senza alcuna opposizione;

– la trascrizione del provvedimento di assegnazione della casa coniugale nei registri immobiliari, cosi da risultare opponibile al terzo acquirente dell’immobile, anche oltre i nove anni;

– la circostanza, anch’essa (in tesi) sintomatica della mancanza di correttezza e buona fede, che il preliminare di compravendita tra B.T. e un terzo era stato stipulato solamente in data 20/8/2015;

– l’assenza di un grave, imprevedibile e urgente bisogno del comodante di vendere l’immobile libero da vincolo di comodato.

Afferma che, alla luce di tali fatti, gli atti posti in essere dai B., padre e figlio, sarebbero dovuti apparire preordinati e finalizzati all’attuazione concordata di una comune linea ostruzionistica ai provvedimenti che, di lì a poco, sarebbero stati emanati nell’ambito del giudizio di separazione, ed allo scopo di aggirarli.

  1. Con il quarto motivo la ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360c.p.c., comma 1, n. 4, violazione e falsa applicazione degli artt. 337-ter337-sexies c.c., art. 6, comma 6, Legge Div., nonchè degli artt. 2043 e 2056 c.c., in combinato disposto con gli artt. 12231226 e 2697 c.c., in relazione alla condanna al risarcimento del danno per l’illegittima occupazione dell’immobile de quo.

Sostiene che, per effetto dei provvedimenti di assegnazione della casa familiare, mai revocati, la sua detenzione dell’immobile non poteva essere considerata sine titulo.

Soggiunge che, peraltro, secondo la giurisprudenza di questa Corte, il danno conseguente al mancato godimento dell’immobile va allegato e provato e non può essere considerato in re ipsa.

  1. Appare fondato e di rilievo assorbente il terzo motivo di ricorso.

5.1. Il contesto fattuale agevolmente desumibile dalle circostanze descritte in ricorso – la cui allegazione nella presente sede deve ritenersi osservante degli oneri di specificità imposti dall’art. 366 c.p.c., n. 6 e più in generale dal paradigma censorio modellato per costante interpretazione sulla previsione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. Sez. U. 07/04/2014, nn. 80538054) – appare potenzialmente idoneo a condurre ad una diversa ricostruzione della disciplina applicabile alla fattispecie.

La cronologia degli atti e il rapporto di stretta parentela tra le parti rendono, infatti, evidente un collegamento negoziale tra l’alienazione in permuta dell’immobile, dal figlio in favore del padre, e la successiva stipula di comodato, sul medesimo immobile, a parti invertite.

La pratica utilità di tale complessiva operazione negoziale non altrimenti può percepirsi se non in funzione chiaramente elusiva del rischio che la già manifestatasi crisi coniugale, e la prevedibile assegnazione della casa familiare al coniuge in sede di giudizio di separazione e poi di divorzio, ne facessero perdere disponibilità e godimento all’originario proprietario.

Per conseguenza la previsione prima, in detto contesto, di un termine di durata del comodato, e l’esercizio da parte del comodante del conseguente diritto al rilascio del bene (peraltro dopo che la detenzione si era comunque protratta per quasi due anni dopo la sua scadenza), ben potrebbero leggersi come strumentali a tale preordinato obiettivo.

Si profila, dunque, un intento elusivo riconducibile ad ipotesi di abuso del diritto, la cui valutazione è esplicitamente quanto immotivatamente tralasciata in sentenza attraverso un improprio richiamo al principio della ragione più liquida.

5.2. Converrà in proposito rammentare che a tale opzione motivazionale può accedersi in quanto la questione ritenuta di più agevole soluzione, ancorchè logicamente subordinata, renda non necessario l’esame delle altre perchè “assorbite”, ossia perchè, in ipotesi, tendenti al medesimo risultato pratico (assorbimento proprio, per difetto di interesse della parte stessa che quella questione aveva prospettato) o perchè comunque inidonee a condurre ad un esito diverso per la prevalenza, in ogni caso, dell’esito cui conduce la questione cui si è data priorità nella trattazione (assorbimento improprio) (cfr. Cass. Sez. U. n. 9936 del 08/05/2014, che ha ritenuto ragione più liquida l’accoglimento del secondo motivo di ricorso, relativo alla infondatezza nel merito della pretesa risarcitoria, rispetto alla pregiudiziale questione di giurisdizione posta dal primo motivo; v. anche ex aliis Cass. 28/05/2014, n. 12002).

Deve essere però ben chiaro ed esplicito il motivo per il quale si è scelto di tralasciare l’esame, altrimenti prioritario, di questioni pregiudiziali o preliminari, onde non vi sia dubbio sul fatto che tali questioni sono state ritenute assorbite e non sono state, invece, neppure implicitamente rigettate.

Tali condizioni certamente non sussistono nel caso di specie, avendo la corte veneta puramente e semplicemente scelto di non affrontare il tema, pur ritualmente proposto, dell’abuso del diritto, che certamente avrebbe potuto condurre a una diversa qualificazione della fattispecie (e sul cui esame, dunque, l’appellata non aveva certo perso interesse), senza dare di ciò alcuna spiegazione.

5.3. Un esame della fattispecie nella prospettiva non esaminata ben potrebbe, invero, giustificare il diniego di copertura giuridica dell’obiettivo perseguito dal comodante.

Come questa Corte ha già in passato evidenziato, (v. Cass. 18/09/2009, n. 20106), gli elementi costitutivi dell’abuso del diritto – ricostruiti attraverso l’apporto dottrinario e giurisprudenziale – sono i seguenti: 1) la titolarità di un diritto soggettivo in capo ad un soggetto; 2) la possibilità che il concreto esercizio di quel diritto possa essere effettuato secondo una pluralità di modalità non rigidamente predeterminate; 3) la circostanza che tale esercizio concreto, anche se formalmente rispettoso della cornice attributiva di quel diritto, sia svolto secondo modalità censurabili rispetto ad un criterio di valutazione, giuridico od extragiuridico; 4) la circostanza che, a causa di una tale modalità di esercizio, si verifichi una sproporzione ingiustificata tra il beneficio del titolare del diritto ed il sacrifico cui è soggetta la controparte.

L’abuso del diritto, quindi, lungi dal presupporre una violazione in senso formale, delinea l’utilizzazione alterata dello schema formale del diritto, finalizzata al conseguimento di obiettivi ulteriori e diversi rispetto a quelli indicati dal Legislatore.

E’ ravvisabile, in sostanza, quando, nel collegamento tra il potere di autonomia conferito al soggetto ed il suo atto di esercizio, risulti alterata la funzione obiettiva dell’atto rispetto al potere che lo prevede.

Come conseguenza di tale, eventuale abuso, l’ordinamento pone una regola generale, nel senso di rifiutare la tutela ai poteri, diritti e interessi, esercitati in violazione delle corrette regole di esercizio, posti in essere con comportamenti contrari alla buona fede oggettiva.

E nella formula della mancanza di tutela sta la finalità di impedire che possano essere conseguiti o conservati i vantaggi ottenuti – ed i diritti connessi – attraverso atti di per sè strutturalmente idonei, ma esercitati in modo da alterarne la funzione, violando la normativa di correttezza, che è regola cui l’ordinamento fa espresso richiamo nella disciplina dei rapporti di autonomia privata (così, in motivazione, Cass. n. 20106 del 2009, cit.).

Ebbene, tale canone valutativo ben può attagliarsi alla vicenda, quale emergente dai fatti in questione, erroneamente obliterati dal giudice a quo, segnatamente nel rapporto tra comodante ed effettiva controparte del comodato, da identificarsi nella ex coniuge del formale comodatario, per gli effetti che discendono da provvedimento di assegnazione della casa familiare e che come noto consistono nel “concentrare” sulla prima i diritti a questo spettanti (v. Cass. Sez. U. n. 20448 del 29/09/2014Cass. Sez. U. n. 13603 del 21/07/2004Cass. n. 2627 del 07/02/2006).

5.4. Sotto altro ma convergente profilo appare altresì rilevante, nel senso di poter condurre a diversa ricostruzione del rapporto in questione e del regime ad esso applicabile, la circostanza, anch’essa fondatamente dedotta come oggetto di omesso esame, che i provvedimenti di assegnazione della casa familiari risalgano a data successiva alla scadenza del termine pattuito tra padre e figlio del contratto di comodato, e che gli stessi abbiano avuto attuazione per quasi due anni senza che nè il coniuge separato nè il di lui padre abbiano mai opposto non solo la scadenza del contratto di comodato, ma nemmeno l’esistenza stessa del contratto.

Tale circostanza ben potrebbe quanto meno essere vagliata quale indice della volontà di prescindere da quel termine e correlare la durata del contratto all’uso cui lo stesso è di fatto destinato.

5.5. Sono dunque, quelli indicati in ricorso, fatti decisivi la cui totale obliterazione nella ricostruzione della fattispecie rende in effetti del tutto inappagante la qualificazione operata in sentenza ed espone la stessa al denunciato vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

  1. In accoglimento, dunque, del terzo motivo, assorbiti i rimanenti, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio al giudice a quo anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il terzo motivo di ricorso, nei termini di cui in motivazione; dichiara assorbiti i rimanenti; cassa la sentenza rinvia alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2021

asfissia intra partum cagionata dalla negligente ed imperita condotta del personale medico 

asfissia intra partum cagionata dalla negligente ed imperita condotta del personale medico 

AVVOCATO ESPERTO RISARCIMENTI DANNI PARTO DANNI AL BAMBINO

Tribunale Bologna, Sez. III, Sent., 19/01/2009

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.

DANNI IN MATERIA CIVILE E PENALE › Liquidazione e valutazione
SANITA’ E SANITARI › Responsabilità professionale

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI BOLOGNA – SEZIONE TERZA CIVILE –

nella persona del Giudice Unico Dott. Giovanni SALINA

ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

nella causa civile di I Grado iscritta al N. 10365/2002 R.G.

promossa da:

XX 1 IN PROPRIO E QUALE GENITORE DI (omissis) C. elettivamente domiciliato in VIALE XII GIUGNO, 7 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. ANGELINI ROBERTO GIANLUIGI che lo rappresenta e difende;

ATTORE

XX 2 IN PROPRIO E QUALE GENITORE DI (omissis) C. elettivamente domiciliata in VIALE XII GIUGNO, 7 – BOLOGNA, presso e nello studio,dell’avv. ANGELINI ROBERTO GIANLUIGI che la rappresenta e difende;

ATTRICE

C o n t r o

REGIONE EMILIA ROMAGNA elettivamente domiciliata in VIA DELLA ZECCA, 1 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. FAZIO DOMENICO che la rappresenta e difende;

CONVENUTA

AZIENDA U.S.L. DI FERRARA elettivamente domiciliata in VIA BARBERIA N. 22 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. GRAZIOSI DOMENICO e POSTIGLIONI FEDERICO che la rappresentano e difendono;

CONVENUTA

COMPAGNIA ASS.NI M. – GIA” L.P. ASS.NI elettivamente domiciliata in VIA BARBERIA, 22 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. GRAZIOSI DOMENICO e POSTIGLIONI FEDERICO che la rappresentano

e difendono;

CHIAMATA IN CAUSA

  1. ASS.NI elettivamente domiciliata in VIA BARBERIA, 22 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. GRAZIOSI DOMENICO e POSTIGLIONI FEDERICO che la rappresentano e difendono;

CHIAMATA IN CAUSA

  1. S.P.A. elettivamente domiciliata in VIA BARBERIA, 22 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. GRAZIOSI DOMENICO e POSTIGLIONI FEDERICO che la rappresentano e difendono;

CHIAMATA IN CAUSA

in punto a:

“Responsabilità professionale – colpa medica – risarcimento danni”.

CONCLUSIONI

Il procuratore degli attori chiede e conclude:

Piaccia all’Ill.mo Tribunale adito, previa declaratoria della responsabilità dei sanitari dell’Ospedale di Cento per le gravissime lesioni cerebrali occorse a C. (omissis) a far data dal 17.08.92, condannare la Regione Emilia Romagna, ovvero, in alternativa, l’Azienda USL di Ferrara, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali patiti e patiendi dagli attori e, conseguentemente, al pagamento delle seguenti somme:avvocato-erede-legittimo-8

in favore della minore C. (omissis)

  1. a) a titolo di risarcimento del danno biologico da invalidità permanente quantificato dai CTU nella misura del 70% Euro 330.203,20, a titolo di risarcimento del danno biologico da inabilità temporanea totale quantificato dai CTU in 1 anno Euro 16.811,88, totale danno biologico Euro 347.015,08, o quella diversa anche maggior somma che sarà ritenuta di giustizia;

  2. b) a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, Euro 221.999,64, o quella diversa anche maggior somma che sarà ritenuta di giustizia;

  3. c) a titolo di risarcimento del danno patrimoniale, derivante dalla riduzione della capacità lavorativa futura della minore quantificata dai CTU nella misura del 70%, Euro 83.039,15 o quella diversa anche maggior somma che sarà ritenuta di giustizia; Totale danno liquidato al 17.08.92 (c.d. “aestimatio”) Euro 652.053,87;

  4. d) a titolo di rivalutazione monetaria ed interessi legali sul capitale annualmente rivalutato dal 17.08.1992 al 08.01.2008 Euro 874.371,27;

Totale complessivo Euro 1.526.425,14, diconsi Euro unmilionecinquecentoventiseimilaquattrocentoventicinque/14, o quella diversa anche maggior somma che sarà ritenuta di giustizia, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali sino al saldo effettivo; il tutto in applicazione della Tabella del Tribunale di Bologna anno 2007, che applica la corrispondente Tabella del Tribunale di Milano, come da conteggio analitico qui di seguito allegato (software utilizzato: ReMida Danno alla persona v 6.5.3, Giuffrè Editore S.p.a.);

Stampa analitica della pratica n. 11/2007:

Data del sinistro: Cognome e Nome: Data di nascita: Età alla data del sinistro:

17-08-1992 C. (omissis) 17-08-1992 0 anni e 1 mesi

Tabella da utilizzare: N.B.: utilizzata colonna 1 per 1 anno NON compiuto

Tribunale Bologna 2007

Concorso di colpa del danneggiato: 0% | Responsabilità del danneggiante: 100% | Data di liquidazione: 08-01-2008

DANNO BIOLOGICO

Invalidità permanente

Punti di invalidità permanente 70,0%

Valore punto con correzione età Euro. 6.605,80 Lire 12.790.612

Invalidità permanente (I.P.) (100%) Euro. 462.406,00 Lire 895.342.866

Valore per punto base Euro. 6.605,80

Valore punto modificabile dall’utente Euro.0,00 Lire0

Aumento o diminuzione a scelta dell’utente: 0,00%

Euro. 462.406,00 Lire 895.342.866

Coefficiente di riduzione per età 1,000

Invalidità temporanea

Valore giornaliero (da tabella) Euro 67,36 Lire 130.427

Valore modificabile dall’utente 0,00 0

giorni 365 al 100 %

Invalidità temporanea assoluta (I.T.A.) (100%)

Euro 24.586,40 Lire 47.605.909

Giorni al 50 % Parziale 1 0,00 0

Giorni al % Parziale 2 0,00 0

Giorni al % Parziale 3 0,00 0

Invalidità temporanea parziale

(I.T.P.) (100%)

TOTALE

DANNO BIOLOGICO (100%) Euro 486.992, 40 Lire942.948.774

DANNO MORALE

Danno morale “base”

Liquidazione a percentuale sul danno biologico nella misura di 2/3 della somma delle invalidità permanente e temporanea

Danno morale su biologico (100%) Euro. 324.661,60 Lire 628.632.516

Danno morale su altri parametri (opzionali)

Degenza ospedaliera e interventi chirurgici

Giorni di degenza Valore di tabella Euro. 0,00 Lire 0

Valore dell’utente Euro. 0,00 Lire 0

Totale (100%) Euro. 0,00 Lire 0

Numero di interventi Valore di tabella Euro. 0.00 Lire0

chirurgici subiti Valore dell’utente Euro. 0,00 Lire 0

Totale (100%) Euro. 0,00 Lire 0

Invalidità temporanea assoluta e parziale

Valore giornaliero per danno morale Euro. 0,00 Lire 0

Giorni 365 al 100 % Euro. 0,00 Lire 0

Giorni al 50 % Euro. 0,00 Lire 0

Giorni al % Euro. 0,00 Lire 0

Giorni al % Euro. 0,00 Lire 0

TOTALE

DANNO MORALE (100%)

Euro. 324.661,60 Lire 628.632.516

DANNO PATRIMONIALE

Reddito del danneggiato

Reddito presunto (triplo della pensione sociale)

Euro. 6.574,63 Lire 12.730.251

Incapacità lavorativa specifica permanente

Tavola attuariale di sopravvivenza da utilizzare. Scarto tra vita lavorativa e vita fisica. Coefficiente di sopravvivenza R.D. 9 ottobre 1922, n. 1403:

10% 20,048

Invalidità specifica (punti) 70%

DANNO PATRIMONIALE (100%) (lavorativo specifico permanente)

Euro. 83.039,15 Lire 160.786.215

Inabilità lavorativa specifica temporanea

Giorni 365 al 100 % Temporanea 1 Euro. 0,00 Lire 0

Giorni al 50 % Temporanea 2 Euro. 0,00 Lire 0

Giorni al % Temporanea 3 Euro. 0,00 0 Lire0

Giorni al % Temporanea 4 Euro. 0,00 Lire 0

DANNO PATRIMONIALE (100%)

(lavorativo specifico temporaneo) Euro. 0,00 Lire 0

TOTALE DANNO PATRIMONIALE (100%)

Euro. 83.039,15 Lire 160.786.215

RIEPILOGO

Importi calcolati: liquidazione “base” del danno Liquidazione rapportata alla data dell’illecito (c.d. “aestimatio”).

Danno biologico permanente alla data della tabella (01-01-2007)

Euro.462.406,00 Lire 895.342.866

Euro. 330.203,20 Lire 639.362.550.

Importo devalutato alla data della fine della invalidità temporanea (17-08-1993) -28,59%.

Danno biologico temporaneo alla data della tabella (01-01-2007)

Euro. 24.586,40 Lire 47.605.909 || Euro. 16.811,88 Lire 32.552.339

Danno morale alla data della tabella (01-01-2007)

Euro. 324.661,60 Lire 628.632.516 || Euro. 221.999,64 Lire 429.851.243

Importi devalutati alla data del sinistro (17-08- 1992) -31,62%.

Danno patrimoniale alla data del sinistro (17-08-1992)

Euro. 83.039,15 Lire 160.786.215 || Euro. 83.039,15 Lire160.786.215

Altri danni alla data del sinistro (17-08-1992)

Euro. 0,00 Lire 0 || Euro.0,00 Lire0

Importi valutati alla data del sinistro (17-08-1992) Danni materiali alla data di ciascun esborso Euro. 0,00 Lire 0 || Euro. 0,00 Lire0

Importi calcolati alla data di ciascun esborso

TOTALE LIQUIDAZIONE DANNI

Euro. 894.693,15 Lire 1.732.367.506 || Euro. 652.053,87 Lire 1.262.552.347

Acconti versati dal danneggiato alla data di ciascun

pagamento Euro.0,00 Lire0 || Euro.0,00 Lire0

Importi calcolati alla data di ciascun acconto

RIVALUTAZIONE ED INTERESSI

Indice ISTAT utilizzato: Costo Vita (FOI)

Si applicano gli interessi: SI

Tasso legale su capitale via via rivalutato annualmente

EURO LIRE

A)Danno liquidato al 17-08-1992 (c.d. “aestimatio”):

Euro. 652.053,87 Lire 1.262.552.347.

B1) Interessi maturati al 08-01-2008: Euro. 572.981,82 Lire 1.109.447.502.

B2) Rivalutazione maturata al 08-01-2008: Euro. 301.389,46 Lire583.571.366.

  1. B) Interessi e rivalutazione totali (B1 + B2):

Euro. 874.371,27 Lire 1.693.018.868.

Totale A + B: Euro. 1.526.425,14 Lire 2.955.571.206.

  1. C) Anticipi versati (da dedurre) (n. 0 movimenti): Euro. 0,00 Lire 0.

Importo totale (A + B – C) dovuto al 08-01-2008 (c.d. “taxatio”):

Euro. 1.526.425,14 Lire 2.955.571.206

di cui:

Capitale = Euro. 652.053,87 // Rivalutazione = Euro. 301.389,46 // Interessi = Euro. 572.981,82

in favore di XX 2 e XX 1, in qualità di genitori della minore C. (omissis), a titolo di risarcimento dei danno patrimoniale e non patrimoniale, in via equitativa Euro 150.000,00 (Euro centocinquantamila/00) per ciascun genitore, o quella diversa anche maggior somma che sarà ritenuta di giustizia, oltre agli interessi legali sul capitale devalutato al 17.08.92 e rivalutato annualmente sino al saldo effettivo.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari da distrarsi in favore dei difensori antistatari.

Il procuratore della convenuta Regione Emilia Romagna chiede e conclude:

In via preliminare:

accertare e dichiarare, in capo alla Regione Emilia Romagna, la carenza di titolarità passiva del rapporto dedotto in giudizio e il difetto di legittimazione passiva, per l’effetto, rigettare le domande tutte svolte dagli attori, in proprio e nella loro qualità di esercenti la potestà sulla figlia minore C. (omissis);

In via preliminare:

accertare e dichiarare l’intervenuta prescrizione del diritto al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2947 c.c.;

In via principale:

rigettare le domande svolte dagli attori, in proprio e nella loro qualità di esercenti la potestà sulla figlia minore C. (omissis), in quanto infondate in fatto ed in diritto;

rigettare l’istanza ex art. 120 c.p.c. in quanto infondata in fatto ed in diritto;

In via di garanzia:

nella denegata ipotesi di rigetto delle precedenti domande ed eccezioni, accertare e dichiarare che la compagnia assicuratrice U. s.p.a., le Assicurazioni G. s.p.a. e la compagnia M. Ass.ni s.p.a. (già L.P. Ass.ni s.p.a.) sono tenute a manlevare la Regione Emilia Romagna e, per l’effetto, condannarle a tenere la Regione Emilia Romagna indenne dalle domande Alte nei suoi confronti, nella misura del massimale di polizza o, nell’ipotesi di colpevole ed ingiustificato ritardo nella liquidazione del danno eventualmente ritenuto sussistente all’esito dell’attività istruttoria, anche oltre il massimale di polizza, ivi compresa la maggior somma, rispetto a quella risultante dal massimale, che la Regione Emilia Romagna dovesse in ipotesi essere condannata a corrispondere a parte attrice e, comunque, in misura non inferiore al massimale di polizza, maggiorato di rivalutazione monetaria ed interessi legali. In via istruttoria:

nell’ipotesi di rimessione della causa in istruttoria:

previa modifica dell’ordinanza del 31/5-9/6/2004, si chiede l’ammissione della prova testi meglio capitolata in atti.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari anche nei confronti delle compagnie assicuratrici.

Il procuratore dell’Azienda USL di Ferrara chiede e conclude:

“Con diniego di contraddittorio su domande ed eccezioni nuove da chiunque proposte nei confronti della Azienda U.S.L. di Ferrara, “sull’azione principale di danno: Reiezione della domanda gradatamente per nullità, carenza di legittimazione e titolarità passiva, carenza di prova, infondatezza. Vinte le spese. Sulla richiesta manleva assicurativa: Condanna delle coassicuratrici ciascuna per la propria quota a tenere indenne e rivalsata la convenuta a tenore di polizza. Vinte le spese.”

Il procuratore delle terze chiamate in causa chiede e conclude:

“Con diniego di contraddittorio su domande ed eccezioni nuove da chiunque proposte nei confronti di U. Ass. ni, G. Ass.ni e M. Ass.ni, “in rito preliminarmente: Nullità dell’atto di citazione per violazione dell’art. 163 n. 3 e 4 c.p.c.; Sull’azione principale di danno, ad adiuvandum: Reiezione della domanda attorea per carenza di legittimazione e titolarità passiva, carenza di prova, infondatezza. Con vittoria di spese, competenze ed onorari; Sulla domanda di manleva assicurativa: Contenersi l’eventuale condanna entro il massimale di polizza.”.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato, XX 1 e XX 2, in proprio e nella qualità di esercenti la potestà genitoriale sulla figlia minore C. (omissis), convenivano in giudizio, innanzi al Tribunale di Bologna, la Regione Emilia Romagna e l’Azienda USL di Ferrara, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, per sentirli condannare, in alternativa, al risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, sofferti in conseguenza delle lesioni cerebrali riportate dalla predetta figlia minore in occasione del parto avvenuto in data 17/8/1992 presso l’Ospedale di Cento.

In particolare, gli attori esponevano che, nel mese di novembre del 1991, aveva avuto inizio la prima gravidanza dell’attrice XX 2 con epoca presunta del parto per il 5/8/1992 e successiva gestazione assolutamente regolare come da periodici monitoraggi.

Affermavano, inoltre, gli attori che, in data 16/8/1992, come da pregressi accordi con i sanitari del Reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale di Cento, l’attrice era stata ricoverata presso il suddetto nosocomio, dove, in data 17/8/1992, alle ore 13,00, previo trasferimento in sala travaglio, le era stata comunicata “la decisione di farla partorire spontaneamente mediante induzione con ossitocina”.

Precisavano, altresì, gli attori che, iniziato il travaglio intorno alle ore 15,00, successivamente, alle ore 17,45, era stata praticata all’attrice “amniorexi con riscontro di liquido amniotico tinto di meconio”, previo monitoraggio cardiografico che, dalle ore 17,15 alle ore 18,00, aveva registrato “decelerazioni della frequenza cardiaca del feto” con successiva bradicardia fetale.

Aggiungevano gli attori che, verificatosi alle ore 19,30 anche “un arresto della fase espulsiva per perdita di coordinazione psicomotoria da parte della partoriente”, i sanitari dell’Ospedale di Cento, e, in particolare, il dott. S., in considerazione dello stato di sofferenza cardiaca del feto, avevano deciso di eseguire una “epistomia” e di provocare l’espulsione del feto praticando “forti e violente pressioni sull’addome” dell’attrice.

Affermavano, inoltre, gli attori che, alle ore 20,00, la figlia C. era venuta alla luce senza però dare segni di vita e con colorito scuro, emettendo il primo vagito soltanto dopo “le manovre rianimatorie della dott. M., intervenuta alle ore 20,15.

Lamentavano, quindi, gli attori che, trasferita d’urgenza presso la Neonatologia dell’Arcispedale S.Anna di Ferrara la figlia C. era stata dimessa in data 30/8/1992 con diagnosi di “sindrome ipossica-ischemica e convulsioni neonatali”.

Asserivano, dunque, gli attori che le gravi sofferenze cerebrali perinatali patite dalla figlia minore e le altrettanto gravi patologie che da queste erano derivate, erano diretta conseguenza della condotta negligente, imprudente ed imperita dei sanitari che avevano prestato assistenza al parto sopra descritto, ai quali, per ciò, dovevano imputarsi, a titolo di colpa, i rilevanti danni, patrimoniali e non patrimoniali, sofferti dagli attori, in proprio e nella predetta qualità.

Costituitasi in giudizio, l’Azienda USL di Ferrara eccepiva, in via preliminare, la carenza di titolarità del rapporto obbligatorio ex adverso dedotto in giudizio, sia pere essa era stata istituita in epoca successiva alla data del ricovero e del parto per cui è causa, sia perché nella titolarità del debito in questione era, invece, succeduta la Regione Emilia Romagna.

Eccepiva, inoltre l’AUSL di Ferrara la nullità dell’atto di citazione per indeterminatezza della domanda ai sensi degli artt. 164 e 163 nn. 3 e 4 c.p.c.

Nel merito, l’Azienda convenuta contestava la fondatezza della domanda formulata dagli attori, chiedendone l’integrale reiezione.

Si costituiva in giudizio la Regione Emilia Romagna, la quale eccepiva, preliminarmente, la carenza di titolarità del rapporto obbligatorio de quo, essendone titolare la Gestione Stralcio, ora Gestione Liquidatoria, in persona del suo Commissario Liquidatore pro-tempore, da essa istituita a norma della L. n. 724/94.

Asseriva, altresì, la Regione convenuta la non imputabilità della responsabilità dedotta in giudizio dagli attori, in quanto non derivante da inadempimento di obbligazioni derivanti da contratti di appalto e/o di fornitura e, quindi, estranea al disavanzo di parte corrente del debito delle pregresse USL relativo al periodo anteriore alla data del 31/12/94, assumendo, al riguardo, l’illegittimità costituzionale di una diversa e più estensiva interpretazione dell’art. 6 della citata legge per violazione degli artt. 81 c. IV e 119 Cost.

Sosteneva, poi, la Regione che nella titolarità dell’obbligazione de qua era semmai succeduta la neoistituita Azienda USL territorialmente competente per effetto della devoluzione in favore di quest’ultima del patrimonio e delle finalità delle soppresse USL.

Nel merito, la convenuta contestava la fondatezza della pretesa risarcitoria avanzata da controparte, chiedendone l’integrale rigetto, previo, in ogni caso, differimento della udienza di prima comparizione al fine di consentirle la chiamata in causa, in garanzia, delle proprie compagnie assicuratrici, U. Ass.ni s.p.a., G. Ass.ni s.p.a. e M. Ass.ni s.p.a. (già L.P. Ass.ni s.p.a.).

Si costituivano in giudizio le compagnie assicuratrici chiamate in causa, le quali, facendo proprie le argomentazioni difensive, eccezioni e richieste della convenuta AUSL di Ferrara, chiedevano il rigetto della domanda proposta dagli attori, evidenziando, in subordine, che la polizza azionata dalla chiamante Regione Emilia Romagna prevedeva la coassicurazione di G. Ass.ni s.p.a. per la quota del 40%, di M. Ass.ni s.p.a. del 10% e di U. Ass.ni s.p.a., quale delegataria, del restante 50%.

Nel corso del giudizio, espletati gli incombenti di cui agli artt. 180 e 183 c.p.c., il G.I. rigettava le istanze istruttorie avanzate dalla convenuta Regione Emilia Romagna, disponendo c.t.u. medico-legale con relativo supplemento integrativo.

All’udienza del 29/3/2007, il G.I. dichiarava l’interruzione del processo per intervenuto decesso del procuratore della convenuta AUSL di Ferrara e delle compagnie assicuratrici chiamate in causa.

Infine, ritualmente riassunto il giudizio a norma dell’art. 303 c.p.c., all’udienza dell’8/1/2008, il G.I., in funzione di Giudice Unico, sulle conclusioni precisate dai procuratori delle parti, tratteneva la causa in decisione a norma dell’art. 190 c.p.c.

Motivi della decisione

Occorre anzitutto valutare la fondatezza delle eccezioni preliminari, di rito e/o di merito, sollevate dalle convenute.

Ed invero, la Regione Emilia Romagna ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, nonché la carenza di titolarità (passiva) del rapporto giuridico-obbligatorio dedotto in giudizio. Al riguardo, deve rilevarsi come la prima eccezione (carenza di legittimazione passiva) attenga più esattamente a profili di natura processuale, consistendo, in via generale, nella mancata corrispondenza, desumibile già dalle allegazioni dell’attore, tra la affermata titolarità, ex latere debitoris, del rapporto sostanziale dedotto in giudizio e la titolarità, sempre dal lato passivo, del rapporto processuale instaurato con la domanda giudiziale. Nel caso di specie, la necessaria corrispondenza tra le titolarità soggettive sopra indicate risulta, invece, sussistente e, quindi, l’eccezione in esame è infondata, atteso che, nelle allegazioni svolte in citazione, gli attori hanno espressamente individuato nella convenuta Regione Emilia Romagna il soggetto (rectius, uno dei soggetti, sia pur in via alternativa) responsabile dei danni sofferti in conseguenza dei fatti di causa e, per tale ragione, l’hanno citata in giudizio.

Ad ogni modo, la contestazione circa l’effettiva appartenenza al convenuto dell’obbligazione risarcitoria controversa configura una questione attinente non a profili processuali, bensì al merito, ed è per ciò sotto questo profilo che deve esserne valutata la fondatezza.

Identico ragionamento va fatto anche con riferimento all’eccezione, di uguale tenore e contenuto, sollevata dalla convenuta AUSL di Ferrara, avendo anche detta convenuta asserito la propria estraneità al rapporto obbligatorio oggetto del presente procedimento.

La soluzione della suddetta questione (di merito) non può, tuttavia, prescindere da un preliminare esame del quadro normativo di riferimento.

Sul punto, si osserva che il D.lgvo n. 502/92, all’art. 3, ha realizzato il riordino della disciplina in materia sanitaria con la soppressione delle USL e l’istituzione delle ASL (Aziende Sanitarie Locali) aventi natura di “enti strumentali della Regione, dotati di personalità giuridica pubblica, di autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile, gestionale e tecnica”.

La legge n. 724/94 ha, poi, disposto che “in nessun caso è consentito alle Regioni far gravare sulle Aziende di cui al D.lgs 502/92 e succ. mod., né direttamente, né indirettamente, i debiti ed i crediti facenti capo alle gestioni pregresse delle USL.

A tal fine, le Regioni dispongono apposite gestioni a stralcio, individuando l’ufficio responsabile delle medesime” (art. 6 comma 1).

La legge n. 549/95 ha, successivamente, disposto che “per l’accertamento della situazione debitoria delle USL e delle aziende ospedaliere al 31.12.94, le Regioni attribuiscono ai direttori generali delle istituite ASL le funzioni di commissari liquidatori delle soppresse USL comprese nell’ambito delle rispettive aziende.

Le gestioni a stralcio di cui all’art. 6 comma 1 L. n. 724/94 sono trasformate in gestioni liquidatorie” (art. 2 comma L4).

Tali disposizioni, come ora affermato univocamente dalla giurisprudenza di legittimità, anche a Sezioni Unite (vedi Cass. Civ. Sez. Un. n. 1237/2000), portano ad escludere un fenomeno di successione in universum ius per l’avvenuta soppressione degli enti USL assorbiti dalle ASL, ma hanno, al contrario, individuato nella Regione il soggetto giuridico obbligato ex lege ad assumere integralmente a proprio carico i debiti relativi alle pregresse gestioni dell’USL.

Le stesse Sezioni Unite hanno rilevato come in tal caso si sia piuttosto in presenza di una procedura di liquidazione affidata ad apposita gestione strutturalmente e finalisticamente diversa dall’ente subentrante (ASL) e diretta emanazione di altro soggetto (Regione).

La Suprema Corte ha, in particolare, rilevato come l’attribuzione della funzione di commissario liquidatore ai direttori generali delle ASL, introdotta dalla riportata L. n. 549/95 a seguito della trasformazione delle gestioni a stralcio in gestioni liquidatorie, è stata prevista nell’interesse della Regione, agendo essi direttori in qualità di organi di tale ente, dal quale ricevono mandato.

Ne consegue che la titolarità passiva delle obbligazioni di qualsiasi tipo, per effetto della successione ex lege a carico delle medesime determinatasi in applicazione dell’art. 6 L. 724/94, ricorre in capo alla Regione o, indifferentemente, alla Gestione Liquidatoria della USL soppressa, quale suo organo (vedi sempre Cass. Civ. Sez. Un. n. 1237/2000).

Alla luce dei principi generali come sopra dettati dalla Corte di legittimità in subiecta materia, va necessariamente affermata la titolarità, ex latere debitoris, in capo alla sola Regione Emilia Romagna del rapporto obbligatorio dedotto in giudizio dagli attori e, per l’effetto, deve essere rigettata la domanda da quest’ultimi formulata nei confronti dell’altra convenuta, AUSL di Ferrara, quale soggetto estraneo a detto rapporto.

Va parimenti respinta la richiesta avanzata dalla convenuta Regione Emilia Romagna, di rimessione degli atti alla Corte Costituzionale in ragione dell’eccepita illegittimità costituzionale dell’art. 6 della L. n. 724/94 per asserita violazione degli artt. 81 comma 4 e 119 Cost..

Sul punto, giova anzitutto rilevare che la questione in esame non è stata formalmente riproposta in sede di definitiva precisazione delle conclusioni, sicché la relativa eccezione deve ritenersi implicitamente rinunciata.

In ogni caso, occorre osservare che, con legge n. 21/97, le Regioni sono state dotate dei mezzi necessari ad adempiere agli obblighi loro imposti dalla censurata norma, con la conseguenza che il sistema normativo così delineato risulta rispettoso sia del principio “di ragionevolezza”, sia del principio “di parallelismo” tra responsabilità di disciplina e di controllo e responsabilità finanziaria, avendo lo Stato previsto un sistema di finanziamenti per oneri derivanti da scelte non imputabili alle Regioni, quali quelli in esame (v. ad es., Corte Cost. nn. 89/00 e 416/95; Cass. Civ n. 10297/04).

La Regione Emilia Romagna ha, altresì, eccepito, in via preliminare di merito, l’estinzione del diritto degli attori al risarcimento del danno per intervenuta prescrizione quinquennale ex art. 2947 cod. civ.

Anche la questione in esame risulta infondata.

La pretesa risarcitoria avanzata dagli attori nei confronti dell’Ente convenuto, infatti, si fonda su un titolo di responsabilità “contrattuale”, cui, per ciò, è applicabile la prescrizione ordinaria decennale.

Come è noto, infatti, l’obbligazione professionale assunta dal medico e dalla struttura ospedaliera nei confronti del paziente si inquadra nell’ambito della responsabilità contrattuale.

Più precisamente, in caso di ricovero, occorre tenere distinta la responsabilità dell’ente ospedaliero, avente pacificamente natura contrattuale, giacché l’accettazione del paziente implica la conclusione di un contratto d’opera tra lo stesso e la struttura sanitaria, dalla responsabilità del medico dipendente da quest’ultima, avente anch’essa natura contrattuale benché il fatto generatore non sia costituito da un vero e proprio contratto, bensì dal contatto sociale tra il medico e il paziente avente luogo nell’ambito dell’ente ospedaliero.

Da tale inquadramento giuridico discendono importanti conseguenze, in primo luogo, in tema di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, che, ai sensi dell’art. 2946 cod. civ., è soggetto al più lungo termine decennale.

Nel caso di specie, a tacer d’altro (v. racc. a.r. del 22/10/01 – doc. n. 19), tra la data del fatto (17/8/1992) e la data di notificazione dell’atto di citazione (24/7/2002), non è decorso il termine decennale previsto dalla disposizione sopra citata, sicché l’eccezione di prescrizione in esame deve essere rigettata.

Detto questo e passando al merito della presente controversia, giova evidenziare come dall’inquadramento giuridico dell’obbligazione gravante sulla convenuta nell’ambito della responsabilità contrattuale discendono rilevanti conseguenze anche e soprattutto in ordine ai criteri di ripartizione dell’onere probatorio.

Sul punto, la prevalente giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che il creditore, ossia il paziente che agisca in giudizio deducendo l’inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria è tenuto a dimostrare l’esistenza del contratto e ad allegare l’inadempimento del sanitario, ossia l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento, incombendo sul sanitario (o sulla struttura ospedaliera), l’onere di provare che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che gli esiti peggiorativi lamentati dal paziente siano stati determinati da un evento imprevisto o imprevedibile.

La Suprema Corte ha, poi, precisato che la distinzione tra prestazioni di facile esecuzione e prestazioni implicanti la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà non rileva più ai fini della distribuzione dell’onere probatorio, ma dovrà essere apprezzata per la valutazione della colpa del sanitario, restando comunque a carico di quest’ultimo la prova che la prestazione era di particolare complessità.

Orbene, nella fattispecie in esame, non vi è alcuna contestazione in ordine alla sussistenza del rapporto “sanitario” tra l’Ospedale di Cento e gli attori, nonché in ordine ai fatti descritti in citazione, e, segnatamente, circa il ricovero della partoriente attrice presso il suddetto nosocomio in data 16/8/92, il parto ivi avvenuto il giorno successivo con l’assistenza del personale medico dipendente dalla predetta struttura sanitaria, e, infine, l’esito infausto di detta prestazione (feto con sindrome di ipossia-ischemica e convulsioni neonatali).

Inoltre, alla luce delle approfondite indagini specialistiche svolte dai CTU con estremo rigore scientifico e perfetta coerenza logico-giuridica, deve ritenersi altrettanto certa la sussistenza del nesso di causalità tra la prestazione medica espletata dai sanitari dell’Ospedale di Cento e le gravissime patologie riportate dalla neonata in conseguenza del parto.

Sul punto, infatti, i CTU, dopo aver accertato che il feto presentava specifici segni di ipossia in travaglio di parto, hanno espressamente affermato che tra questa condizione e gli esiti neonatali di cui soffre la minore C. (omissis) vi è un sicuro nesso causale, anche in considerazione della loro immediata manifestazione post partum e della mancanza di altri fattori causali, antecedenti, concomitanti o successivi, cui poter attribuire l’insorgenza del riscontrato danno neurologico.

In particolare, i Consulenti d’Ufficio hanno evidenziato la regolare evoluzione della gravidanza, la normalità del peso placenta alla nascita e della condizione del feto a termine. Orbene, in un siffatto contesto assertivo e probatorio, caratterizzato da un pieno assolvimento da parte degli attori dell’onere di allegazione e di prova, spettava all’Ente convenuto, ai sensi degli artt. 1218 e 2697 cod. civ., dimostrare la correttezza-completezza della prestazione medica espletata dai sanitari dell’Ospedale di Cento, e, comunque la non imputabilità, neppure a titolo di colpa, dell’evento dannoso ascrivibile, invece, in via esclusiva, ad altri fattori causali.

La Regione convenuta, tuttavia, non ha in alcun modo assolto tale onere probatorio, non avendo fornito alcun elemento di valutazione comprovante la speciale complessità della suddetta prestazione, la conformità di questa alle regole d’arte del settore sotto il profilo della sua esattezza, completezza e tempestività diagnostico-esecutiva, e, infine, la sussistenza di altri e diversi fattori causali cui imputare, in via esclusiva o, quantomeno concorrente, l’insorgenza delle gravi lesioni cerebrali riportate dalla minore all’esito del parto.

Anzi, dalla esaustiva e condivisibile relazione di c.t.u. in atti emergono plurimi elementi di valutazione comprovanti la responsabilità, a titolo di colpa, dei predetti sanitari nella causazione del grave evento dannoso per cui è causa.

In particolare, i CTU hanno evidenziato come l’ipossia in travaglio di parto della minore C. (omissis) fosse riconoscibile e come il suo tempestivo riconoscimento, associato ad altrettanto tempestivo intervento di asportazione del feto mediante taglio cesareo, avrebbe evitato la paralisi cerebrale di cui la minore risulta attualmente affetta.

Più precisamente, i CTU hanno rilevato la mancata documentazione di emogasanalisi, la cui esecuzione avrebbe consentito l’accertamento di acidosi metabolica, la quale, nonostante l’attuazione di trattamento di rianimazione, era stata ancora riscontrata nella neonata alcune ore dopo dai medici dell’Ospedale di Ferrara dove la minore era stata immediatamente trasferita.

Ma ciò su cui i Consulenti d’Ufficio hanno maggiormente posto attenzione ed incentrato le loro censure è rappresentato dal fatto che, sebbene il periodo dilatante presentasse cardio-tocogramma alterato a tratti, con variabilità ridotta ed il relativo tracciato risultasse, quindi, essere di “allarme” già alle ore 17,45, l’ostetrica, unica peraltro ad assistere l’attrice durante il travaglio, anziché seguire attentamente la registrazione che avrebbe consentito di apprezzare il passaggio da tracciato di allarme a tracciato gravemente patologico e, quindi, l’immediata attivazione del parto mediante taglio cesareo, aveva deciso di staccare definitivamente detto tracciato alle ore 19,12.

Inoltre, l’inadeguatezza dell’assistenza al parto dell’attrice si è manifestata anche sotto l’aspetto della sottovalutazione di alcuni significativi fattori di rischio.

In primo luogo, la partoriente presentava un rilevante fattore di rischio costituito da un precedente intervento di asportazione di mioma uterino, il quale rappresenta, a sua volta, un dato anamnestico, di circostanza patologica, che aumenta sensibilmente la possibilità di complicanza di rottura di utero nella fase di espulsione del parto e nella fase di dilatazione.

Tale condizione “di partenza”, quindi, avrebbe dovuto imporre ai medici una maggior presenza ed una più attenta sorveglianza. Invece, nel caso di specie, non risulta che, oltre all’ostetrica di turno, fosse presente al parto anche un medico neonatologo che prestasse siffatte attività di assistenza e monitoraggio.

I CTU hanno, altresì, rilevato come i medici abbiano sottovalutato un ulteriore fattore di rischio rappresentato dai superamento del termine delle 41 settimane e 3 giorni.

Infatti, l’attrice era stata ricoverata alla 42^ settimana.

Questi fattori di rischio, associati ad un eccessivamente prolungato periodo espulsivo. iniziato alle ore 18 00 e connotato da numerose decelerazioni tardive e bradicardiche, sintomatiche di un tracciato gravemente patologico, avrebbero dovuto, invece, imporre ai medici l’esecuzione di un parto cesareo, la cui attuazione, esigibile già intorno alle ore 18,15-18,30 circa, avrebbe evitato alla neonata l’asfissia intra partum e, quindi, la grave paralisi cerebrale.

Sono stati, poi, rilevati dai Consulenti d’Ufficio anche errori nell’esecuzione di alcuni trattamenti, astrattamente corretti sotto il profilo della indicazione, ma inesatti sotto quello dell’attuazione.

Infatti, è stato accertato un utilizzo improprio e con dosaggio non standardizzato del farmaco ossitocico per l’induzione al travaglio, in considerazione dell’epoca gestazionale, con conseguente allungamento del periodo espulsivo con “spinte” della partoriente protrattesi per ben due ore.

Inoltre, è stata sottolineata anche l’inadeguatezza delle prime manovre, atteso che non è stato effettuato un pH e la stessa somministrazione di bicarbonato non è stata tempestiva. In conclusione, nell’operato dei medici che hanno prestato assistenza al parto dell’attrice sono stati riscontrati “colpevoli errori, quantomeno di livello medio”, consistiti, come detto, nella inadeguata assistenza dell’ostetrica, nella mancata prescrizione di disposizioni circa la presenza al parto di un medico neonatologo e nel tardivo intervento di quest’ultimo giunto in sala parto soltanto quindici minuti dopo la nascita, nonostante si trattasse di gravidanza a rischio ma non comportante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà.

Tali errori, nel loro complesso, hanno impedito la tempestiva esecuzione del taglio cesareo che, invece, avrebbe evitato la grave sofferenza ipossica intra partum della neonata, a sua volta responsabile della attuale macro-invalidità.

Pertanto, alla luce delle superiori argomentazioni, deve essere affermata la responsabilità della convenuta Regione Emilia Romagna, e, per l’effetto, quest’ultima deve essere condannata al risarcimento dei danni sofferti dagli attori in conseguenza dei fatti sopra descritti.

Passando alla liquidazione del danno risarcibile, occorre osservare che, in sede di supplemento integrativo della prima relazione di c.t.u., i Consulenti d’Ufficio hanno riscontrato nella minore C. (omissis) la presenza di postumi invalidanti di natura permanente quantificati percentualmente nella misura del 70%, nonché un’inabilità temporanea assoluta di un anno (gg. 365).

I CTU hanno, altresì, accertato una rilevante incidenza negativa delle riscontrate lesioni cerebrali sulla capacità lavorativa (futura) della minore, stimandola nella misura del 70%.

Per quel che concerne il risarcimento del danno invocato dagli attori nella qualità di esercenti la potestà genitoriale sulla minore C. (omissis), il c.d. danno biologico, quale menomazione dell’integrità psico-fisica della persona in sé considerata, medicalmente accertabile e riconducibiile, di conseguenza, a tutte le funzioni naturali afferenti al soggetto danneggiato ed aventi rilevanza non solo economica, ma anche biologica e relazionale (v. ad es. Cass. Civ. n. 24451/05), secondo il più recente orientamento della Corte di legittimità (v. Cass. Civ. n. 8827/03; Cass. Civ. 8828/03) e della stessa Consulta (v. Corte Cost. n. 233/03), e, quindi, alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ., va ricondotto all’interno della generale categoria del danno non patrimoniale quale lesione di un valore costituzionalmente rilevante e protetto (art. 32 Cost.).

Come sopra anticipato, il Collegio peritale ha stimato l’incidenza negativa delle riscontrate lesioni sulla salute della minore nella misura percentuale del 70%.

Tale pregiudizio deve essere quantificato sulla base di criteri equitativi non reddituali, e, a questo proposito, va rilevato come la Suprema Corte abbia ripetutamente affermato 1″ inapplicabilità del criterio di cui all’art. 4 c. 1II° L. n. 39/77, individuante nel triplo dell’ammontare della pensione sociale il parametro minimo da considerare ai fini della liquidazione (così Cass. N. 9828/95, 5271/95, 477/96, 5635/97, 2678/98, 10897/98, 11974/98, 12312/98, 101/99, 14874/00, 4186/04), poiché l citato art. 4 fa riferimento ad un danno di carattere patrimoniale.

In particolare, in tali sentenze si evidenzia come l’applicazione del parametro di cui alla citata norma vada considerato come soglia minima di valutazione del danno patrimoniale, diversamente dalla precedente giurisprudenza di questo Tribunale secondo cui il punto-base corrispondente ad un danno biologico dell’1% non poteva essere inferiore alla capitalizzazione del suddetto triplo.

Ma, qualificando detta capitalizzazione come soglia minima del danno biologico, la relativa quantificazione di tale punto-base risulta oggettivamente elevata, con la conseguenza che, per compensare tale risultato, la crescita dei successivi punti di invalidità non può essere improntata ad un criterio di effettiva progressività.

Pertanto, questo Giudice ritiene più appropriato fare riferimento agli altri criteri utilizzati dalla ormai prevalente giurisprudenza di merito e pure ritenuti legittimi dalla Suprema Corte (cfr. Cass. 5134/98, 4852/99, 10725/00, 14440/00, 6396/01, 7084/01), scegliendo un criterio tabellare che, come peraltro oggi stabilito dal legislatore con l’art. 5 L. n. 57/01, preveda un punto di invalidità effettivamente differenziato in relazione alla relativa percentuale, nonché in relazione all’età dell’infortunato, il quale (punto di invalidità), tenendo concretamente conto di quanto sia ben diversa la compromissione che ogni punto aggiuntivo, di invalidità comporta per l’integrità e l’efficienza psico-fisica del danneggiato, secondo le regole di comune esperienza, porti ad una liquidazione crescente in misura più che proporzionale in relazione ad ogni punto percentuale di invalidità.

Ciò premesso si ritiene che le tabelle del Tribunale di Milano (da ultimo pubblicate sull’inserto di Guida al diritto luglio-agosto 2007), ormai adottate dalla maggior parte dei Tribunali italiani, si presentino come quelle preferibili, in quanto applicano in maniera adeguata il criterio di progressività del valore-punto collegato all’aumento della percentuale di invalidità.

Nel caso in esame, gli attori, nella qualità di esercenti la potestà genitoriale sulla minore C. (omissis), in sede di definitiva precisazione delle conclusioni, hanno chiesto, a titolo di risarcimento del danno biologico da I.P. al 70%, la liquidazione della somma di Euro 330.203,20, nonché, a titolo di risarcimento d& danno biologico da inabilità temporanea totale quantificato dai CTU in 1 anno, l’importo di Euro 16.811,88, per una somma complessiva di Euro 347.015,08, ovvero di quella, anche maggiore, “che risulterà di giustizia”.

In base alle richiamate tabelle “milanesi”, un’invalidità del 70% in un soggetto neonato al momento del fatto, comporta una liquidazione del danno biologico di Euro 454.879,00, valutato all’attualità.

Passando alla liquidazione del danno conseguente alla ritenuta invalidità temporanea, il Collegio Peritale ha ritenuto che, nei caso die specie, si possano riconoscere, in rapporto causale con la censurabile gestione del parto, un periodo di inabilità totale della durata di un anno.

Alla luce di tali considerazioni, quindi, va liquidata una somma, per ogni giorno di effettiva invalidità temporanea, che appare congruo individuare in Euro 65,00 per ogni giorno di invalidità temporanea totale (importo adottato dal Tribunale di Milano), sempre con valutazione all’attualità.

Ne consegue che, nel caso in esame, sulla scorta delle valutazioni contenute nella relazione peritale, l’ammontare di tale danno risulta, all’attualità, pari a Euro 23.725,00 (gg. 365 x Euro 65,00), a titolo di inabilità temporanea assoluta.

Relativamente al danno morale soggettivo, quale transeunte turbamento psicologico sofferto dal soggetto offeso, risarcibile a norma degli artt. 2059 cod. civ. e 185, 590 cod. pen., la relativa quantificazione, all’attualità, va operata in via equitativa in una percentuale dell’ammontare dell’intero danno biologico, che, in considerazione dell’entità di questo e delle conseguenze realmente patite dalla minore, appare equo quantificare in 1/2, risultando, così, pari a Euro 239.302,00, sempre con valutazione all’attualità.

Per quanto concerne il danno alla capacità lavorativa generica riportato dalla minore C. (omissis), al riguardo, occorre osservare che i CTU hanno quantificato nella misura del 70% l’incidenza negativa delle riscontrate macrolesioni.

Conseguentemente, in assenza di reddito lavorativo e di concreti elementi di valutazione in base ai quali operare prognosi certe sulle future attività lavorative della danneggiata, nel caso di specie, le sopra riportate conclusioni peritali in punto di incidenza negativa delle accertate lesioni sulla capacità produttiva vanno inevitabilmente valutate in via equitativa sulla base dello strumento offerto dall’art. 4 c. III° L. n. 39/1977, ovverosia quello del triplo della pensione sociale (anno 1992 – i. 12.838.800 = Euro 6.630,69), comprensivo della maggiorazione sociale ex L. n. 140/85, moltiplicato per la percentuale di incidenza negativa sulla capacità produttiva generica (70%), moltiplicato ancora per il coefficiente anagrafico (20,048), diminuito del c.d. scarto tra vita fisica e vita lavorativa del danneggiato (20%).

Conseguentemente, nel caso di specie, agli attori, nella qualità, va riconosciuto, per la suddetta causale, l’ulteriore risarcimento del danno liquidato in Lire 74.441,96.

Agli attori, in proprio, quali vittime c.d. “secondarie”, deve essere altresì riconosciuto il risarcimento del danno non patrimoniale da “sconvolgimento” del rapporto parentale (c.d. danno riflesso), che, nel caso di specie, si ritiene fondatamente sussistente, quale effetto normale del fatto lesivo patito dalla vittima principale, secondo il principio della c.d. regolarità causale imposto dal dettato dell’art. 1223 cod. civ., in considerazione sia dello strettissimo rapporto di parentela (genitori conviventi della vittima c.d. “primaria”), sia della peculiare natura e rilevante entità delle lesioni patite dalla loro figlia minore (macrolesione cerebrale; 70% di I.P.).

Anche tale voce di danno va determinata, in via equitativa, adottando, per ragioni di maggiore affinità tra i beni giuridici offesi, come parametro di liquidazione quello previsto dalla menzionate tabelle “milanesi” per il caso di morte di un figlio (forbice da Euro 100.000,00 a Euro 200.000,00 per ciascun genitore). Pertanto, in considerazione della profonda e permanente compromissione del rapporto parentale e della altrettanto permanente privazione conseguentemente sofferta dagli istanti sul piano affettivo ed interpersonale, appare equo liquidare il danno in questione nella somma, all’attualità, di Euro 100.000,00 per ciascun genitore.

Sulle somme come sopra liquidate, all’attualità, a titolo di risarcimento del danno biologico, del danno morale soggettivo e di quello da sconvolgimento del rapporto parentale, spetta, inoltre, agli attori, in proprio e nella qualità, il risarcimento dell’ulteriore pregiudizio da ritardato pagamento, accertato in via presuntiva e da liquidarsi in via equitativa, giusta sentenza della Corte di Cassazione n. 1712/95, mediante il riconoscimento degli interessi calcolati, però, da epoca intermedia tra la data del fatto e quella della” presente decisione (nella specie, dal 17.08.92 all’8.01.08) e ad un tasso anch’esso medio, all’incirca, tra quelli scelti nel periodo dal legislatore.

Sulle somme liquidate, all’attualità, a titolo di danno biologico e di danno morale soggettivo, sono, quindi, dovuti, a decorrere dalla data del 28/4/2000 e fino alla data della presente decisione, gli interessi al tasso del 3,0%.

Quanto al risarcimento del danno patrimoniale, trattandosi di pregiudizio non liquidato all’attualità, quale debito di valore, sulla somma in precedenza determinata va riconosciuta, dalla data del fatto alla presente decisione, la rivalutazione monetaria, da calcolarsi secondo gli indici nazionali I.S.T.A.T. dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

Sull’importo come sopra liquidato, sempre sulla base della citata sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 1712/95 nonché di Cass. Civ. n. 19188/03, compete agli attori anche l’equivalente del mancato godimento del bene danneggiato, ovvero del suo controvalore in denaro, quale mancato guadagno o lucro cessante ai sensi dell’art. 1223 cod. civ., richiamato dall’art. 2056 cod. civ., quale pregiudizio provocato dal ritardato pagamento del risarcimento, la cui prova può essere data e riconosciuta dal giudice, secondo le citate Sezioni Unite, mediante criteri presuntivi ed equitativi.

Conseguentemente, può ritenersi provato presuntivamente e valutato equitativamente nella misura annua del 3,5%, quale congruo parametro di liquidazione del danno da ritardo di cui sopra, in quanto corrispondente, all’incirca, alla inedia del tasso legale scelto in questi ultimi anni dalla data del fatto (17.8.1992) alla data della presene sentenza (08.01.2008) per la liquidazione degli interessi moratori nelle obbligazioni pecuniarie ex art. 1224 cod. civ.

Tale percentuale, però, non può essere calcolata dalla data dell’illecito sulla complessiva somma liquidata a titolo di danno e già rivalutata (come era prassi prima della citata sentenza delle Sezioni Unite), bensì deve essere calcolata periodicamente, con decorrenza dalla data del fatto, sulla somma capitale come progressivamente rivalutata.

Tale metodica, infatti, evita l’ingiustificato arricchimento che altrimenti si determinerebbe attraverso una sorta di rivalutazione del danno da ritardo.

L’affermata responsabilità della convenuta Regione Emilia Romagna impone, ovviamente, l’accoglimento della domanda di manleva proposta da quest’ultima, quale soggetto subentrato, questa volta ex a latere creditoris, nel rapporto assicurativo originariamente facente capo alla soppressa USL (Ospedale di Cento), nei confronti delle compagnie coassicuratrici chiamate in causa, e, per l’effetto, quest’ultime, secondo le rispettive percentuali di ripartizione del rischio coassicurato e nei limiti del massimale di polizza, dovranno essere condannate a tenere la suddetta convenuta indenne da ogni esborso per essa derivante in conseguenza dell’accoglimento della domanda risarcitoria formulata dagli attori.

Le spese di lite seguono la soccombenza e, quindi, come da dispositivo, la convenuta Regione Emilia Romagna va condannata al rimborso delle spese sostenute dagli attori, in solido tra loro; quest’ultimi, sempre in via solidale, vanno condannati alla rifusione di quelle anticipate dall’AUSL di Ferrara, e le compagnie assicuratrici chiamate in causa, nei limiti in precedenza indicati, dovranno rifondere le anticipazioni della chiamante Regione Emilia Romagna.

Infine, ai sensi dell’art. 282 c.p.c., la presente sentenza è, ope legis, provvisoriamente esecutiva.

P.Q.M.

Il Tribunale, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando nella causa promossa con atto di citazione dei 23-24 luglio 2002 da XX 1 e XX 2, in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sulla figlia minore C. (omissis), nei confronti della Regione Emilia Romagna e della Azienda USL di Ferrara, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, con la chiamata in causa di U. Ass.ni s.p.a., G. Ass.ni s.p.a. e M. Ass.ni s.p.a., in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, così decide:

CONDANNA

la convenuta Regione Emilia Romagna al pagamento, in favore degli attori XX 1 ed XX 2, in proprio e nella qualità di esercenti la potestà genitoriale sulla figlia minore C. (omissis), della somma di Euro 478.604,00, a titolo di danno biologico, di Euro 239.302,00, a titolo di danno morale soggettivo, di Euro 100.000,00 per ciascun genitore, a titolo di danno da “sconvolgimento del rapporto parentale (danno c.d. riflesso), somme tutte liquidate all’attualità, oltre interessi al tasso del 3,00% dalla data del 28/04/2000 alla data della presente sentenza (08/01/08), nonché della somma di 74.441,96, a titolo di danno patrimoniale, oltre rivalutazione monetaria dalla data del 17/8/1992 alla presente pronuncia, nonché interessi nella misura del 3,5% da applicarsi periodicamente dalla data del fatto alla presente sentenza sulla sorte capitale periodicamente rivalutata, oltre interessi legali sulle somme come sopra determinate dalla data della presente decisione al saldo.

RIGETTA

la domanda proposta dagli attori XX 1 e XX 2 nei confronti della convenuta AUSL di Ferrara, nonché le eccezioni sollevate dalla convenuta Regione Emilia Romagna.

DICHIARA

le compagnie assicuratrici chiamate in causa tenute e, per l’effetto, le condanna a manlevare la convenuta Regione Emilia Romagna, nei limiti delle rispettive quote di coassicurazione e del massimale di polizza, di quanto la predetta convenuta dovrà corrispondere agli attori a titolo di risarcimento del danno in forza della presente decisione.

CONDANNA

la convenuta Regione Emilia Romagna al i rimborso in favore

degli attori XX 1 e XX 2, in solido tra loro, delle spese di lite, liquidate in complessivi Euro 42.000,00, di cui Euro 12.000,00 per spese comprensive di quelle relative all’espletata c.t.u. medico-legale, Euro 7.500,00 per competenze e Euro 22.500,00 per onorari di avvocato, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge da distrarsi in favore dei procuratori dichiaratisi antistatari, nonché gli attori, in solido tra loro, alla rifusione, in favore della convenuta AUSL di Ferrara, delle spese processuali liquidate in complessivi Euro 10.710,00, di cui Euro 210,00 per spese, Euro 4.400,00 per competenze e Euro 6.100,00 per onorari di avvocato, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge, e, infine, le compagnie coassicuratrici chiamate in causa al rimborso in favore della convenuta Regione Emilia Romagna delle spese di lite liquidate in complessivi Euro 12.950,00, di cui Euro 250,00 per spese, Euro 4.600,00 per competenze e Euro 8.100,00 per onorari di avvocato, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge.

Visto l’art. 282 c.p.c.

DICHIARA

la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

Bologna, 13/05/2008

Tribunale Reggio Emilia, Sez. II, Sent., 30/05/2015

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Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di REGGIO EMILIA

SEZIONE SECONDA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Luca Ramponi

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 8724/2010 promossa da:

  1. IN PROPRIO E QUALE GENITORE ES. POTESTA’ SUI MINORI W.S. E J.W. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. BOZZOLI ANDREA e dell’avv. RANELLUCCI MONICA ((…)) LARGO GIAMBELLINO 2 REGGIO EMILIA; , elettivamente domiciliato in VIA SPALLANZANI,3 42100 REGGIO EMILIA presso il difensore avv. BOZZOLI ANDREA

  2. IN PROPRIO E QUALE GENITORE ES. POTESTA’ SUI MINORI W.S. E J.P. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. RANELLUCCI MONICA e dell’avv. BOZZOLI ANDREA ((…)) VIA SPALLANZANI,3 42100 REGGIO EMILIA; , elettivamente domiciliato in LARGO GIAMBELLINO 2 REGGIO EMILIA presso il difensore avv. RANELLUCCI MONICA

ATTORE/I

contro

AZIENDA OSPEDALIERA ARCISPEDALE SANTA MARIA NUOVA (C.F. ), con il patrocinio dell’avv. MAZZA FRANCO, elettivamente domiciliato in VIA EMILIA S.PIETRO 27 42100 REGGIO EMILIA presso il difensore avv. MAZZA FRANCO

CONVENUTO/I

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

I signori W.A. e P.G. hanno convenuto in giudizio la Azienda Ospedaliera Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia chiedendo risarcirsi i danni conseguenti alle gravissime lesioni occorse al piccolo W.S. nel corso del parto avvenuto presso il nosocomio convenuto, assumendo negligenze diagnostiche e nella valutazione dei dati anamnesici del personale medico ginecologico, con conseguente omesso parto con taglio cesareo che, in tesi attorea, avrebbe evitato le conseguenze pregiudizievoli di anossia neonatale.

Parte convenuta si è costituita chiedendo il rigetto della domanda.

La causa è stata istruita mediante CTU medicolegale ed attraverso la acquisizione della documentazione clinica relativa al parto. Il CTU è anche stato chiamato a chiarimenti all’udienza del 23-1-14 e, in seguito, ha depositato relazione integrativa della CTU (dep. 2-10-2014).

Ordinariamente, nel momento in cui un paziente viene ricoverato per un intervento chirurgico o per un parto (come nel caso di specie) insorge, o per effetto di una espressa pattuizione negoziale o quale conseguenza giuridica del contatto sociale così instaurato con l’ospedale e con il personale sanitario ivi operante, una obbligazione, di fonte e natura negoziale, di natura complessa afferente per un verso all’obbligo (della casa di cura e del medico) di assicurare una prestazione sanitaria adeguata sul piano professionale e, dunque, diligente e caratterizzata da sufficiente perizia e, per altro verso, una prestazione di c.d. “spedalità”, concernente la fornitura di adeguati servizi accessori (alloggio, vitto, personale infermieristico e di assistenza, materiali e medicinali o macchinari diagnostici e chirurgici idonei ecc.): la responsabilità di entrambi i soggetti va quindi ordinariamente inquadrata nella fattispecie di cui all’art. 1218 c.c. (cfr. Cass., Sez. Un., n. 577 del 11/01/2008).

In generale, quindi, la casa di cura (o l’ente ospedaliero)- se ed in quanto il contenuto delle obbligazioni negozialmente o di fatto, attraverso il contatto sociale assunte sia quello complesso sopra descritto – può rispondere nei confronti del paziente tanto dell’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, quanto, ai sensi dell’art. 1228 cod. civ., dell’inadempimento della prestazione medico – professionale svolta direttamente dal sanitario, “… quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto” (cfr., Cass., Sez. 3, n. 1698 del 26/01/2006).

Dalla qualificazione della responsabilità dei medici e della struttura sanitaria come responsabilità di tipo contrattuale consegue, ai fini del riparto dell’onere probatorio, che l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento), nonché il relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (così in generale Cass., Sez. U, n. 577 del 11/01/2008; nonché Cass., Sez. 3, n. 975 del 16/01/2009).

La giurisprudenza ha inoltre avuto modo di precisare che l’appena richiamato riparto dell’onere probatorio – costituente peraltro applicazione alia peculiare tipologia di casi delle generali regole in tema di responsabilità da inadempimento delle obbligazioni ex negotio – non subisce deroghe nemmeno quando l’intervento o l’attività diagnostica sia stata di speciale difficolta, in quanto “l’esonero di responsabilità di cui all’art. 2236 cod. civ. non incide sui criteri di riparto dell’onere della prova”, ma opera esclusivamente nella definizione dei parametri di valutazione (diligenza professionale) del sanitario, limitando la responsabilità ai soli casi di colpa grave (e plurimis, chiaramente: Cass., Sez. 3, n. 24791 del 08/10/2008).

È quindi ormai principio consolidato che nell’ambito della responsabilità medica l’onere della prova della causalità tra la condotta del medico allegata come negligente ovvero imperita, ovvero comunque inosservante delle leges artis, e l’evento è posta a carico del paziente danneggiato: e ciò, quale conseguenza dei normali criteri di riparto dell’onus probandi tipici della responsabilità contrattuale.

Sicché, è stato in generale chiarito che “nell’attività medico-chirurgica, ove sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile” (cfr. Cass., Sez. 3, n. 975 del 16/01/2009).

L’attore danneggiato è, invece, corrispondentemente esonerato dal provare la negligenza del sanitario: si può infatti limitare ad allegare condotte imperite attive od omissive del medico, quali species dell’inadempimento agli obblighi assunti con il contatto negoziale ovvero con il contratto di spedalità, consistenti nella prestazione di assistenza diagnostica e terapeutica conformata alla miglior scienza ed esperienza ed alla perizia richiesta dalla natura e caratteristiche degli interventi necessari, ovvero comunque alla particolare situazione clinica-patologica.

È, per contro, onere del medico provare che l’inadempimento è stato dovuto a causa non imputabile a propria negligenza o imperizia; in altri termini, “la presunzione di colpa dalla quale, ai sensi dell’art. 1218 c.c., è gravato il medico nei confronti del paziente che ne invochi la responsabilità professionale, può essere superata dal sanitario dimostrando che l’insuccesso dell’intervento sia dipeso da un evento imprevedibile e non prevenibile con l’uso dell’ordinaria diligenza da lui esigibile” (cfr. Cass., Sez. 3, n. 12274 del 07/06/2011; v. anche Sez. 3, n. 975 del 16/01/2009).

Se questi principi valgono in generale, essi, nella loro declinazione applicativa, necessitano di specificazioni logiche differenziate, per quanto concerne la struttura dell’argomentazione dimostrativa e della valutazione delle evidenze probatorie emergenti dall’istruttoria, in relazione alla duplice tipologia delle possibili forme di responsabilità medica: la responsabilità commissiva e quella omissiva. Infatti, nel caso della responsabilità commissiva (per un intervento che abbia peggiorato la salute del paziente, per l’erronea somministrazione di un farmaco ecc.) il paziente attore potrà allegare una condotta (attiva appunto) del medico oggetto di possibile effettivo riscontro nella realtà della quale predicherà la natura negligente, essendo, poi, tenuto a dimostrare il rapporto eziologico tra tale condotta materialmente esistente e il risultato lesivo.

Nell’assolvimento, poi, di tale suo onere probatorio potrà avvalersi del criterio dimostrativo – attinente sempre alla probabilità logica – del “più probabile che non”; essendo dunque necessaria, ma anche sufficiente, la dimostrazione, alla stregua dell’evidenza probatoria disponibile, che in assenza della condotta commissiva , le probabilità di uno sviluppo delle condizioni della paziente o delle condizioni iniziali (esclusa la condotta imperita del sanitario) fausto per il paziente sarebbero state maggiori di quelle di un esito comunque pregiudizievole; per affermarsi come acclarato, ai fini della responsabilità civile, la circostanza che tale condotta sia stata condicio sine qua non dell’evento lesivo (su tale criterio di prova della causalità, in sede civile Cass., Sez. 3, n. 16123 del 08/07/2010; Sez. 3, n. 10741 del 11/05/2009; nonché Cass., Sez. 3, n. 975 del 16/01/2009).

Viceversa, in ipotesi di causalità omissiva pura (peggioramento o mancato miglioramento delle condizioni di salute del paziente determinate, in tesi da una omissione diagnostica o terapeutica del sanitario) lo stesso nesso causale va verificato nei rapporti tra la condotta omissiva e l’evento: tuttavia la prima, l’omissione, risulta naturalisticamente un “nihil” un elemento inesistente nel decorso eziologico reale (empiricamente verificabile ) produttivo dell’evento lesivo. Il ragionamento probatorio deve strutturarsi, perciò, intorno a proposizioni controfattuali di tipo ipotetico – sia pur sempre strutturate secondo la formula logica approntata dalla condicio sine qua non – del tipo: “se fosse stata posta in essere la condotta terapeutica/diagnostica A, allora non si sarebbe verificato l’evento E” (formula negativa); o “se non fosse stata posta in essere la condotta terapeutica/diagnostica A, allora si sarebbe verificato l’evento E” (v. in generale sull’utilizzo della formula logica condizionalistica per strutturare l’argomento di prova in tema di causalità materiale: Cass., Sez. 3, n. 11609 del 31/05/2005).

Tali proposizioni, in cui sia la protasi (che ipotizza la esistenza nella situazione iniziale data di una azione in realtà mai storicamente verificatasi), sia la apodosi (si ipotizza inesistente l’evento E in realtà verificatosi ) da un lato guidano la ricostruzione probatoria del nesso causale: intorno a tali ipotesi logico-esplicative va condotta la indagine dell’evidenza empirica relativa alla eziologia dell’evento.

Dall’altro, nel caso di incertezze sulla ricostruzione del nesso eziologico, ossia nel caso in cui non possa addivenirsi, sulla base dell’evidenza disponibile ad una risposta positiva – in termini di maggior probabilità che non – alla verifica della ipotesi suindicata, andrà calata la applicazione ai questa tipologia di casi della regola del riparto dell’onus probandi.

Allora, proprio perché nel campo della responsabilità contrattuale, l’onere della prova della causalità incombe comunque sul danneggiato, la dimostrazione della verità o falsità della proposizione relativa all’efficacia sull’eziologia reale della malattia o dell’evento pregiudizievole per la integrità psicofisica deve essere dal medesimo fornita, identificandosi con lo stesso nesso causale tra la condotta e l’evento.

Peraltro tale conclusione non comporta, a ben vedere, uno stravolgimento della regola del riparto, indebitamente gravando il danneggiato- attore della prova della sussistenza della colpa in capo al medico o sanitario asseritamente imperito.

La condotta omessa da tener presente nel ragionamento suindicato, come elemento della protasi della citata proposizione ipotetica, è un dato puramente oggettivo e si identifica con la omissione allegata dall’attore-danneggiato: consiste, in altri termini, con l’inadempimento (omessa cura, omessa diagnosi, omesso o ritardato intervento terapeutico anche conseguente alla ritardata diagnosi) addotto da parte attrice (v. in tal senso Cass., Sez. 3, n. 975 del 16/01/2009).

Rimane, per converso, impregiudicata la presunzione relativa alla imputabilità per colpa (negligenza o imperizia professionale) di tale omissione al convenuto- professionista sanitario; quest’ultimo, convenuto in giudizio, potrà vincere tale presunzione semplice, mediante la prova della correttezza delle modalità diagnostiche e terapeutiche seguite; ovverosia della non imputabilità a colpa dell’inadempimento (omissione diagnostica o terapeutica) o, ancora, della insussistenza della omissione addebitata (effettuazione di ogni azione, manovra o prescrizione, in concreto e data la situazione del paziente e le emergenze cliniche disponibili e accertabili con la ordinaria diligenza del professionista appartenente alla categoria).

Orbene ciò significa che, nell’ambito dell’accertamento della responsabilità civile da colpa contrattuale (ed in specie da inadempimento professionale dei sanitari), è imprescindibile la logica scissione tra il momento della verifica della relazione eziologica tra la condotta omissiva (benché avvalendosi di ipotesi formulate sulla base della condotta attiva in tesi dovuta ed omessa) e l’evento – attinente al momento oggettivo della fattispecie -, da un lato, e la verifica dell’evitabilità del fatto lesivo e/o dell’inadempimento ad opera della condotta diligente o perita esigibile nella data situazione concreta – attinente al momento soggettivo della colpa del sanitario (su tale distinzione tra le varie componenti del fatto illecito e i diversi livelli del nesso di causalità materiale o giuridico v. Cass., Sez. 3, n. 7997 del 18/04/2005).

Infatti, gli eventuali dubbi – residuanti all’esito dell’istruttoria, anche tecnica – circa la effettiva efficacia impeditiva (se non superabili secondo il criterio logico-argomentativo del più probabile che non) ricadono a carico (e a sfavore) dell’attore – paziente danneggiato, onerato della prova del nesso eziologico; i dubbi attinenti all’evitabilità dell’inadempimento e del fatto lesivo mediante l’impiego della debita diligenza o perizia, ovvero di comportamento adeguato alle leges artis in concreto confacenti alla situazione clinico-patologica del paziente, invece, rimangono a carico del professionista (e della azienda sanitaria pubblica o privata da cui questi dipende), stante la presunzione di colpa di cui all’art. 1218 c.c., da superarsi ad opera del debitore-danneggiante, mediante adeguata prova.

Invero, anche le ipotesi in cui apparentemente la Suprema Corte sembra gravare il medico della prova circa l’efficacia impeditiva della condotta perita o diligente non tenuta, a ben vedere, in realtà, sono tutti casi in cui si il fatto-inadempimento addebitato al medico o ai sanitari aveva natura commissiva (v. infatti ad esempio Cass., Sez. 3, n. 14759 del 26/06/2007, secondo la quale “è viziata la decisione la quale escluda il nesso causale per il solo fatto che il danno non potesse essere con certezza ascritto ad un errore del sanitario”; Cass., Sez. 3, n. 975 del 16/01/2009); in tali casi, invero il dubbio sulla ascrizione dell’evento all’errore del sanitario concerne il solo nesso (di evitabilità) tra la colpa (negligenza o imperizia) del medico e l’evento, quando risulti comunque già provata la causalità materiale tra condotta (si è detto, in realtà, attiva) ed evento: giustamente, allora, la stessa Suprema Corte chiarisce che il nesso eziologico (oggettivo) “deve sussistere non già tra l’errore ed il danno, ma tra la condotta ed il danno, mentre la sussistenza dell’eventuale errore rileverà sul diverso piano della imputabilità del danno a titolo di colpa” (così letteralmente Cass., Sez. 3, n. 14759 del 26/06/2007).

Pertanto la prova del rapporto causale tra il ritardo nella diagnosi di una patologia e gli eventi lesivi o il peggioramento delle condizioni del paziente (condotta di natura strutturalmente omissiva e l’evento) deve seguire i sopradescritti principi.

È stato infatti – con massima condivisibile per le ragioni più sopra esposte – che l’affermazione della responsabilità del medico per i danni asseritamente causati dalla ritardata esecuzione di manovre o interventi terapeutici e/o diagnostici, “esige la prova – che dev’essere fornita dal danneggiato – della sussistenza di un valido nesso causale tra l’omissione dei sanitari ed il danno”; precisandosi peraltro che “tale prova sussiste quando, da un lato, non vi sia certezza che il danno …patito … sia derivato da cause naturali o genetiche e, dall’altro, appaia più probabile che non, che un tempestivo o diverso intervento o da parte del medico avrebbe evitato il danno …”.

Nell’esame del nesso causale e della colpa addebitata ai sanitari nel caso attualmente sub judice potranno, dunque, seguirsi gli specifici criteri probatori appena ricordati.

Costituiscono fatti pacifici (anche ai sensi e per gli effetti dell’art. 115 c.p.c., e comunque oggetto di prova documentale in virtù del diario clinico e della documentazione medica versata in atti – Lo stato di gravidanza della signora P.G. a far tempo dai primi mesi dell’anno 2000, seguita dal Servizio di Assistenza Ostetrica del Distretto di Correggio, che la sottoponeva a visite di controllo periodiche rispettivamente in data: 9.3.2000, 28.3.2000, 6.5.2000, 26.5.2000, 15.7.2000,26.8.2000, 4.20.2000 e a successivi esami ecografici in data 7.4.2000 e 19.6.2000; gli esiti di tali visite e controlli diagnostici erano regolari; nessuna annotazione specifica veniva effettuata circa problemi manifestati o evidenziati nel feto; anche gli esami sierologici e microbiologici eseguiti non davano atto della presenza di alcunché degno di nota (v. anche pag. 5 CTU);

– Il ricovero nel corso della mattinata del 20.10.2000 della signora P. presso l’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia in quanto la stessa si sarebbe accorta di ” sentire poco i movimenti del bambino”; la diagnosi di ricovero da atto della “gravidanza a termine presentazione cefalica, accertamenti” in quanto sarebbe stata opportuna la induzione del travaglio “essendosi rilevato un CTG sospetto”; non fu però possibile effettuare a questo punto una ecografia completa posto che la valutazione venne interrotta dal marito della signora P. (v. cartella clinica agli atti);

– Conseguentemente dopo l’effettuazione di esami CTG la signora P. chiedeva di essere dimessa dal reparto di Ginecologia 2, dove era stata ricoverata, e, alle ore 20.30 veniva ricoverata immediatamente presso il reparto di Ginecologia 1 dell’Arcispedale;

– All’ingresso nel reparto di Ginecologia 1 risulta la sussistenza di “seconda gravidanza, con presentazione cefalica e pregressa MEF”; alle ore 22 40 viene rilevato un collo utero centralizzato appianato dilatato di 5 cm “vertice adattato a alla parte alta dello scavo” ; venne quindi praticata una amnioressi che diede esito alla “fuoriuscita di LA tinto di meconio, grado 3 in normale quantità, BCF regolare”; ancora alle ore 23.45 il BCF era regolare e si dava atto di ulteriore dilatazione a 7 cm, con dilatazione completa poi conseguita alle ore 0020 del giorno successivo, sempre essendo il BCF regolare;

– Il parto avvenne alle ore 00.30 del 22-10-2000, per espulsione spontanea; il neonato era completamente rivestito di meconio, che era presente in quantità abbondante anche nel cavo orale e nell’orifizio tracheale; pertanto, essendo stata necessaria la intubazione, il piccolo venne ricoverato immediatamente nel reparto di terapia intensiva neonatale per “asfissia neonato a termine” e ivi ricoverato fino al 21.12.2000 con diagnosi di dimissione di “grave encefalopatia ipossico-ischemica neonatale – crisi convulsive neonatali – ipocalcemia ed iponatremia transitorie – Anemia neonatale”. L’obiettività nEurologica “evidenziava un quadro di grave compromissione piramidale, caratterizzato da scarsa motricità spontanea ed ipotonia assiale”.

Parte attrice, nei propri atti difensivi, ed a mezzo della perizia del proprio consulente di parte (che ha ribadito tali valutazioni anche nel corso del contraddittorio tecnico) ha sostenuto che causa del concreto stato di encefalopatia conseguito al piccolo W.S. sarebbe stata una duplice omissione dei sanitari del reparto di Ginecologia dell’Arcispedale convenuto: i) riconducibile ad errore diagnostico, per non aver correttamente interpretato il tracciato cardiotocgrafico già patologico a partire dalle ore 22.30 del 21-10-2000; ii) riconducibile poi ad errore terapeutico, per non aver programmato un diverso timing del parto, attraverso l’espletamento di parto cesareo.

Il CTU ha acclarato che sicuramente il neonato ha presentato alla nascita un quadro di “paralisi cerebrale, con grave deficit motorio ed ipotonia assiale” che lo conduceva alla morte poi avvenuta in Pakistan in data 22.11.2007 (v. CTU pag. 19).

All’esito della Consulenza tecnica di ufficio è possibile negare che sia stata raggiunta la prova (di cui era onerata parte attrice) circa la connessione causale tra le omissioni allegate attribuibili in ipotesi al personale medico e/o ostetrico dell’Arcispedale Santa Maria Nuova e l’evento generatore di danno.

In proposito, è essenziale – per determinare l’efficacia causale di tali omissioni, costituenti condizioni negative dell’evento ipotizzate da parte attrice – ricostruire il decorso eziologico reale della patologia encefalopatica neonatale diagnosticata al piccolo W.S.: in particolare occorre chiarire se il danno cerebrale e la anossia fosse insorta al momento del parto ovvero successivamente.

Infatti, all’esito della istruttoria tecnica è indubbio che il decorso eziologico reale si sia dipanato nei sotto-eventi costituiti: 1) dalla insorgenza di ipossia cerebrale, 2) da conseguente condizione di anossia e 3) dalla paralisi encefalica grave, che ha condotto poi, sia pure dopo alcuni anni, alla morte del bambino.

Il CTU ha apportato una serie di dati empirici importanti al fine di determinare il momento della verificazione dello stato di encefalopatia e di ipo-ossigenazione cerebrale afferenti: a) a leggi scientifiche epidemiologiche, di tipo statistico, generali circa la incidenza delle cause di morte neonatale e disabilità nEurologica nel bambino; b) a leggi scientifiche di tipo clinico concernenti gli indicatori della natura intra partum o meno delle patologie encefaliche; c) a leggi scientifiche di tipo clinico afferenti gli indici di individuazione della sofferenza fetale.

  1. a) Quanto al primo profilo risulta statisticamente che, nei nati prematuri, “la cerebropatia e gli handicap nEurologici riconoscono prevalentemente come causa l’immaturità stessa e le difficoltà di adattamento neonatale, mentre nei nati a termine o presso il termine (37/41 settimane) l’eziologia è da ricondursi a condizioni cliniche insorte durante la gravidanza, in massima parte a ridosso del parto e prima del travaglio…” solo un “limitato numero di casi di cerebropatia è ascrivibile ad un episodio di ipossiemia acuta intrapartum, storicamente ritenuta causa quasi esclusiva di tale patologia”; in particolare ciò si verifica solo ne 6% dei nati a termine nei quali si riscontra un episodio acuto di ipossiemia (v. CTU pag 20 e letteratura medica ivi citata).

  2. b) Quanto al secondo profilo, il CTU ha richiamato la sussistenza di una serie di criteri elaborati dalla ACOG e tesi ad accertare la riconducibilità eziologica o meno della cerebropatia diagnosticata in un neonato ad asfissia in fase di travaglio o di parto. Secondo la prima versione (risalente al 1994) di tale criteriologia essi, che dovrebbero presentarsi cumulativamente, al fine di una persuasione (anche se necessariamente probabilistica) della riconducibilità causale alla fase intra partum dell’asfissia sarebbero: 1) la profonda acidemia con acidosi metabolica fetale; 2) Apgar score compreso tra O e 3; 3) evidenza di sequele nEurologiche tra cui coma ipotonia ecc. (v. pag. 21 CTU).

Secondo la versione del 1998 di tale criteriologia (v. anche la copia della letteratura in lingua inglese del testo A template prodotto dal CTP attoreo pag. 1056) vi sarebbero 3 indici essenziali che dovrebbero essere tutti presenti perché possa collocarsi intra partum la causa della ipossia. In caso contrario infatti ciò suggerisce fortemente che la causa della patologia cerebrale non sia stata la ipossia intra partum (si cita il testo in inglese “it strongly suggests that intrapartum hypoxia was not the cause of the cerebral palsy”). Si tratta in specie di : 1) evidenza di acidosi metabolica, 2) inizio precoce di encefalopatia moderata o severa; 3) paralisi cerebrale di tipo quadriplegico. Vi sono poi criteri aspecifici di per sé stessi (altri 5) della collocazione intra partum la cui presenza congiunta impone di verificare se la ipossia sia stata acuta o cronica al fine di definire la collocazione cronologica del parto. In mancanza di uno solo di essi, invece, la collocazione cronologica della causa del danno nEurologico risulta dubbia (v. testo inglese citato dal CTP attoreo). I criteri sono: 4) evento sentinella di ipossia verificatosi subito prima o dopo il parto; 5) rapido e duraturo deterioramento delle caratteristiche della frequenza cardiaca fetale; 6) Apgar score compreso tra 0 e 6; 7) precoce evidenza di compromissione multisistemica; 8) evidenza precoce strumentale di anomalie cerebrali acute.

Secondo il CTU tutti i 5 criteri debbono essere simultaneamente presenti (V. pag. 22 CTU): tale considerazione tecnica, contenuta nella relazione, non può essere considerata una erronea interpretazione della letteratura scientifica cui hanno fatto riferimento sia il CTU che il CTP attoreo (che sul punto ha svolto piccata critica): infatti, semmai il CTU, ha dato una indicazione ellittica e sintetica sul punto, ma il senso della sua affermazione, circa i 5 criteri indicativi è sicuramente precisa; vale a dire che, per la letteratura scientifica citata, in assenza di anche solo uno degli indicatori, vi è dubbio sulla collocazione intra partum della eziologica del danno cerebrale. Quindi, in modo del tutto logico, il CTU ha potuto affermare che, ai fini dell’accertamento necessario per rispondere al quesito peritale, solo la presenza di tutti quei 5 indici sarebbe stata significativa per una valutazione certa o altamente probabile. La osservazione del CTP di parte attrice è quindi sul punto del tutto infondata.

Il CTU ha acclarato che, nel caso in oggetto, di tutti (gli 8 criteri) della ACOG sopradescritti era presente esclusivamente quello della “precoce evidenza di danno nEurologico” essendo il solo ad essere rispettato, non essendo presente: né la lesione multiorgano, né valori di apgar indicativi e le frequenze cardiache fetali emergono da tracciati cardiotocografici dimostranti “fin dal momento del ricovero una variabilità ridotta” “senza il ripetersi di decelerazioni profonde e ripetitive e/o di bradicardie” , venendo così meno anche il criterio ACOG sentinella (v. pag. 23 Relazione).

Secondo il CTP attoreo, il CTU avrebbe tralasciato completamente il criterio n. 3 (paralisi cerebrale di tipo tetraplegico): in realtà, quand’anche fosse sussistente tale criterio la assenza di altri (che nemmeno il CTP attoreo segnala nelle proprie osservazioni), non potrebbe pervenirsi ad esiti diversi, perché solo la presenza di tutti i primi tre fattori essenziali (e non di uno solo) potrebbe portare a valutazione eterogenea e inversa rispetto a quella espressa dal CTU circa la collocazione temporale della causa della cerebropatia neonatale, proprio secondo la stessa miglior letteratura citata dall’ausiliario tecnico e dal CTP.

Inoltre, non è affatto vero che il CTU abbia mutato il criterio indicativo non essenziale n. 8 (evidenza di danno nEurologico precoce) in una evidenza della collocazione ante partum e non intra partum della causa della patologia (come invece sostiene parte attrice): infatti, come si è sopra chiarito, il CTU esamina l’indicatore – che rileva presente nei dati clinici – ma afferma la insufficienza dello stesso, da solo preso o considerato insieme alle altre evidenze disponibili, ad affermare la riconducibilità alle modalità e timing del parto del pregiudizio neonatale sofferto dal piccolo Sharji.

Il CTU infine, quanto alla acidosi metabolica, ha spiegato che il valore del ph del sangue del nascituro – sia pur con i limiti delle modalità di prelievo in uso nel 2000 – risultava dalle misurazioni con un “valore assolutamente normale, con assenza di deficit di basi”.

Ciò conduce: i) non solo ad escludere ogni invalidità della CTU per nullità dovuta a voluto o gravemente colposo travisamento della letteratura di riferimento da parte dell’ausiliario tecnico del Tribunale; ii) ma anche ad escludere ogni illogicità o non plausibilità di quanto valutato dal CTU.

  1. c) Quanto all’ultimo profilo, il CTU ha individuato la presenza di una serie di elementi, nelle evidenze cliniche disponibili in atti, tali da far “ritenere che la sofferenza fetale sia iniziata già prima dell’ingresso della sig. ra P. in ospedale” vale a dire (v. pag. 24 Relazione): 1) i segni di sofferenza fetale come la riduzione dei movimenti attivi fetali e il tracciato cardiotocografico variabile, già presenti al momento del ricovero; 2) la rilevazione di liquido amniotico fortemente tinto di meconio, in quanto, mentre in condizioni di normalità il liquido dovrebbe essere limpido, proprio la anossia del feto intrauterina induce “peristalsi intestinale, rilasciamento degli sfinteri ed emissione anticipata di meconio con gasping in utero e aspirazione dello stesso nei polmoni del feto”; 3) la sussistenza di importante edema cerebrale con annullamento degli spazi ventricolari “reperto che compare generalmente tra le 24 e le 36 ore dopo un evento lesivo”; 4) l’iposviluppo fetale del piccolo riscontrato solo dopo la nascita.

Il CTU ha risposto poi puntualmente a ogni osservazione posta nel corso del contraddittorio peritale ed in specie

– 1) con riguardo alla tempistica di comparsa dell’edema cerebrale ha affermato che lo stesso presente intervallo, normalmente uguale o superiore alle 24 ore. E che tale condizione è accertabile mediante ecografia essendo la comparsa dei segni di ischemia riconducibile al periodo tra le 24 e le 36 ore (v. pagg. 28 e 29 ). Il CTP attoreo sul punto, dopo la conclusione del contraddittorio peritale ha ribadito che il CTU avrebbe erroneamente citato la letteratura scientifica di riferimento (ed in particolare uno studio dell’Università di Ferrara). In proposito deve dirsi che tale osservazione non coglie nel segno, in quanto il CTU, già nella precedente risposta alla osservazione dell’ausiliario attoreo, aveva citato ampia letteratura a proprio sostegno, anche diversa dalle risultanze della citata ricerca ferrarese (v. pagg. 30 e 31 CTU);

– 2) in ordine alla crescita fetale il CTU ha chiarito come sia possibile (v. pag. 31-32 relazione) accertare tramite ecografia lo stato di sviluppo del feto. Ha anche chiarito come il misconoscimento, fino alla nascita, dell’iposviluppo, nel caso di specie non sia riconducibile ad una omissione dei medici in quanto fu la stessa paziente e il marito a rifiutare un completo esame ecografico (parrebbe per ragioni etico-religiose).

– 3) il CTU in modo logicamente ineccepibile ha risposto alla osservazione relativa alla valutazione dei tracciati cardiotocografici in quanto ha spiegato che, siccome al momento del ricovero il tracciato era tale da far supporre una sofferenza del feto e “tali caratteristiche” del tracciato “non sono cambiate durante il travaglio”, fosse “lecito supporre uno stato di stabile sofferenza cronica”. Ad avviso del Tribunale tale considerazione è essenziale ed esaustiva: se infatti il problema (percepito anche dalla gestante, che ha sentito il bambino non muoversi molto) si è verificato prima dei ricovero, e i tracciati cardiotocografici dal ricovero in poi sono rimasti simili, tale situazione risulta indice convincente della assenza di condizioni positive di alterazione dei tracciati verificatesi in corso del ricovero presso l’Arcispedale. Una facile deduzione logica comporta pertanto la riconducibilità della sofferenza, di cui il tracciato alterato (fin dal ricovero) è sicuro indicatore diagnostico (tanto per il CTU che per il CTP attoreo) in epoca antecedente.

In ogni caso, tutte le osservazioni (v. appena sopra da 1 a 3) richiamate da ultimo al più hanno ad oggetto la parte della CTU nella quale si individuano gli indici positivi di collocazione ante partum della sofferenza cerebrale: in realtà, quindi, nulla spostano (a prescindere dal fatto di essere infondati per le ragioni anzidette) circa la insussistenza di indicatori sufficienti, alla stregua delle leggi scientifiche cliniche meglio conosciute, per la collocazione intra partum della lesione (v. supra sub b).

Al proposito risulta anche del tutto superata, in quanto incoerente con la struttura logica delle valutazioni del CTU, la osservazione secondo la quale l’ausiliario tecnico avrebbe rovesciato la portata del criterio della “evidenza precoce strumentale di anomalie cerebrali acute” da indice debole di danno intra partum a indice della opposta collocazione antigrada della eziologia della cerebropatia, attraverso il passaggio da una citazione di letteratura americana sul punto a citazioni di letteratura italiana (lo studio ferrarese di cui sopra). A ben vedere la critica non coglie nel segno: il CTU in realtà chiarisce il passaggio dalla disamina dei criteri (di fonte ACOG) circa la evidenza clinica della lesione intra partum a quella della sussistenza di indicatori, di rilievo medicolegale circa una diversa ricostruzione eziologica. Quindi la citazione di certa letteratura per sostenere il primo aspetto (v. sub b) della disamina tecnica, e di altra letteratura per sostenere altro aspetto (v. sub c) della valutazione medicolegale, non può essere sintomo di illogicità. Peraltro il criterio su cui si appunta la critica del CTP attoreo non è certo l’unico utilizzato dal CTU come elemento indicatore della collocazione ante partum del danno: ve ne sono molti altri ed è ovvio che, correlato a tali ulteriori elementi positivi, anche un aspetto o elemento, che in altro contesto di evidenze probatorie potrebbe assumere un certo valore, possa, invece acquisire una portata euristica differente; non da solo beninteso, ma in correlazione ad altri elementi, può ben logicamente condurre ad esiti di segno divergente.

Da ultimo, occorre considerare che il CTU ha svolto valutazioni integrative circa la eventuale portata della valutazione del ph del sangue escludendo che ciò avrebbe potuto modificare le conclusioni di accertamento in ordine alla causa della patologia nEurologica (v. integrazione della CTU medicolegale in atti dep. il 2-10-2014): nessuna osservazione è stata svolta sul piano tecnico a tali considerazioni integrative.

In definitiva devono condividersi le valutazioni del CTU, secondo cui, nel caso di specie, “non vi sono elementi idonei e sufficienti per attribuire la causa della paralisi cerebrale del piccolo W.S. a cause intra partum, anzi vi sono sufficienti elementi per ritenere che la sofferenza fetale fosse già presente ben prima del ricovero della sig.ra P.G. in ospedale” (v. pag. 27 Relazione).

Dal punto di vista della valutazione probatoria strettamente giuridica deve quindi considerarsi che

– sussistono plurimi elementi per rendere improbabile la collocazione intra partum del danno neonatale: a) la scarsità statistica di lesioni nEurologiche causate da eventi verificatesi intra partum nei neonati (solo il 6%) il che depone per una probabilità statistica contraria alla tesi della eziologia intra partum della lesione; b) la insussistenza degli elementi sufficienti per la collocazione cronologica intra partum della lesione secondo la letteratura scientifica internazionale essendo integrato solo uno dei criteri indicativi (o al massimo un paio se si accede alle considerazioni del CTP attoreo) non essenziali e non essendo integrato, per contro, nessuno dei criteri clinici essenziali per avere la certezza di una anossia intra partum;

– sussistono inoltre elementi, (v. supra, sub c) plurimi e concordanti tra loro, emergenti dai dati clinici, che fanno collocare in un’epoca anteriore al ricovero il verificarsi delle condizioni di anossia cerebrale che hanno causato la cerebropatia manifestata nel neonato.

Già solo gli elementi di cui al primo punto dovrebbero condurre, comunque, a ritenere non assolto l’onus probandi incombente a parte attrice di dimostrazione del collegamento causale tra il dedotto inadempimento (omissione diagnostica colposa e omesso parto cesareo) e l’evento lesivo: se infatti non è da un punto di vista logico oltre che statistico, nel caso di specie, maggiormente probabile l’ipotesi di una collocazione intra partum della lesione è evidente che, rispetto ad una patologia già conclamata e irreversibile nessun effetto avrebbe potuto avere (né positivo né negativo) l’attività diagnostica o terapeutica del personale dell’Arcispedale.

Inoltre la sussistenza di una probabilità statistica favorevole alla collocazione tendenzialmente ante partum (da un punto di vista epidemiologico) delle lesioni nEurologiche neonatali, unita alla insussistenza (quasi totale: un solo indice, o al massimo due) degli indici di collocazione intra partum della sofferenza cerebrale -noti alla miglior letteratura scientifica (sulla cui validità euristica concordano tanto il CTU quanto i CTTPP) – conducono a rendere, già da soli considerati, logicamente più plausibile la collocazione ante partum delle lesioni. A maggior ragione ciò deve inferirsi correlando gli elementi di prova appena esposti con i plurimi indizi positivi (rimarcati dal CTU con ampia e apprezzabile disamina) circa la anteriore collocazione del momento cronologico di insorgenza della nEuropatia cerebrale.

Sussiste quindi addirittura prova positiva della insussistenza di nesso causale tra le pretese omissioni dei sanitari e l’evento.

Ad abundantiam si osserva che il CTU ha anche escluso ogni profilo di colpa dei sanitari nella omessa disposizione del parto cesareo: ha affermato l’ausiliario tecnico che “durante il travaglio non esistevano elementi tali da giustificare scelte terapeutiche diverse da quelle seguite, in particolare non esistevano chiari elementi che indicassero la necessità di estrazione a mezzo cesareo”.

Non sussiste quindi la prova del nesso causale tra inadempimento e danno. Sussiste anzi prova della natura non negligente o imperita delle omissioni lamentate da parte attrice.

La domanda va quindi rigettata.

Le spese, tenuto conto della inapplicabilità a questo grado di giudizio della novellazione introdotta all’art. 92 c.p.c. dalla L. n. 162 del 2014, possono integralmente compensarsi: ex ante per gli attori non era possibile individuare l’esito del giudizio e quindi sussistono gravi motivi per la compensazione delle spese di lite.

Tenuto conto invece che la CTU ha escluso la fondatezza delle allegazioni attoree le relative spese vanno poste integralmente a carico degli attori.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

  1. Rigetta ogni domanda attorea.

  2. Compensa integralmente le spese di lite tra le parti.

  3. Pone definitivamente a carico di parti attrici le spese di CTU come già liquidate in corso di causa.

Conclusione

Così deciso in Reggio Emilia, il 25 maggio 2015.

Depositata in Cancelleria il 30 maggio 2015.

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Cass. civ., Sez. III, Ord., (data ud. 01/12/2020) 29/09/2021, n. 26300

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Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

DANNI IN MATERIA CIVILE E PENALE › Danno non patrimoniale
DANNI IN MATERIA CIVILE E PENALE › Liquidazione e valutazione

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26814/2019 proposto da:

AOU AZIENDA OSPEDALIERO UNIVERSITARIA CITTA’ SALUTE SCIENZA (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA RIPETTA 22, presso lo studio dell’avvocato SERGIO RUSSO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato SILVIA DI PALO;

– ricorrenti –

contro

M.D., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FREGENE 53, presso lo studio dell’avvocato LANFRANCO CUGINI, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati UMBERTO PENCO SALVI, MARCELLO GRATTAROLA;

P.F., elettivamente domiciliato in CIAMPINO, V. LE ROMA 11, presso lo studio dell’avvocato LANFRANCO CUGINI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO PEDULLA’;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 943/2019 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 3/6/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 1/12/2020 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO.

Svolgimento del processo

Con sentenza del 3/6/2019 la Corte d’Appello di Torino, in accoglimento dei gravami interposti dal sig. P.F. e dalla sig. M.D. – entrambi in proprio e quali eredi del defunto figlio P.S. – e in conseguente riforma della pronunzia – emessa su riuniti giudizi – Trib. Torino 12/1/2018, ha accolto le domande (parzialmente quella del primo, in toto quella della seconda) dai medesimi in origine proposte – in proprio e nella qualità – nei confronti della Azienda Ospedaliero Universitaria “Città della Salute e della Scienza di (OMISSIS)” di risarcimento dei danni rispettivamente sofferti in conseguenza di tetraparesi spastica e inguaribili lesioni, con invalidità al 100%, di cui il suindicato P.S. è risultato affetto all’esito di grave sofferenza cerebrale per asfissia intra partum cagionata dalla negligente ed imperita condotta del personale medico dell’Ospedale (OMISSIS) durante l’assistenza al parto avvenuto il (OMISSIS).

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito l’Azienda Ospedaliero Universitaria “Città della Salute e della Scienza di (OMISSIS)” propone ora ricorso per cassazione affidato a 9 motivi, illustrati da memoria.

Resistono con separati controricorsi il P. e la M., che hanno presentato anche memoria.

Motivi della decisione

Con il 6 motivo, che va anzitutto esaminato in quanto logicamente prioritario, la ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” degli artt. 101, 112, 113, 115, 116 c.p.c., art. 1223 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito abbia erroneamente quantificato il danno in applicazione delle Tabelle di Milano del 2018, in quanto “le tabelle milanesi prevedono… il primo importo (52,342,00) per il primo anno di vita… solo se il danneggiato non supera – appunto – il primo anno di vita”, laddove “se il danneggiato raggiunge o supera il secondo anno di vita, per i primi due anni, complessivamente e cumulativamente intesi, è prevista la somma di Euro 91.755,00”, somma viceversa liquidata “(erroneamente) per il secondo e terzo anno di vita”, con liquidazione “(solo) dal quarto anno in poi” della “somma di Euro 26.216,00” invero prevista “dal terzo anno in poi”, sicchè il totale da correttamente liquidarsi ammonta in realtà ad Euro 406.347,00, in luogo della somma di Euro 524.318,00 liquidata dal giudice del gravame.

Il motivo è fondato e va accolto nei termini di seguito indicati.

E’ rimasto nel giudizio di merito accertato che nella specie P.S. è nato con grave sofferenza cerebrale per asfissia intra partum cagionata dalla negligente ed imperita condotta del personale medico dell’Ospedale (OMISSIS) durante l’assistenza al parto del (OMISSIS), riportando una tetraparesi spastica con invalidità al 100% fino alla morte, sopraggiunta il (OMISSIS), all’età di 14 anni.

In riforma della sentenza di 1 grado il giudice del gravame ha nell’impugnata sentenza accolto in toto la domanda di risarcimento dei danni originariamente proposta dalla madre del piccolo S.; ha viceversa solo parzialmente accolto la domanda del piccolo S. e del padre sig. P.F., di risarcimento dei danni dai medesimi rispettivamente lamentati.

Quanto al danno non patrimoniale sofferto dalla madre del piccolo S., la corte di merito ha fatto correttamente luogo alla relativa valutazione ex art. 1226 c.c., che come questa Corte ha già avuto modo di affermare è rimessa al prudente criterio valutativo del giudice di merito non soltanto quando la determinazione del relativo ammontare sia impossibile ma anche quando, in relazione alle peculiarità del caso concreto, la stessa si presenti particolarmente difficoltosa (v. Cass., 4/4/2019, n. 9339; Cass., 9/5/2003, n. 7073; Cass., 17/5/2000, n. 6414. E già Cass., 4/7/1968, n. 2247), essendosi al riguardo da questa Corte precisato che ove ne sussistano le condizioni il giudice può fare ricorso al criterio della liquidazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c., anche senza domanda di parte, trattandosi di criterio rimesso al suo prudente apprezzamento, e potendo tale facoltà essere esercitata d’ufficio pure dal giudice di appello (v. Cass., 5/2/2021, n. 2831; Cass., 24/1/2020, n. 1636. E già Cass., 17/11/1961, n. 2655).

Del pari correttamente ha fatto applicazione delle Tabelle di Milano del 2018, aggiornate al momento dell’impugnata decisione (cfr. Cass., 28/6/2018, n. 17018).

Tale giudice ha infatti a tale stregua deciso in conformità al principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità in base al quale il ristoro pecuniario del danno non patrimoniale non può mai corrispondere (diversamente dal danno patrimoniale) alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto sempre la valutazione equitativa (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit.; Cass., 31/5/2003, n. 8828. E già Cass., 5/4/1963, n. 872, Cfr. altresì Cass., 10/6/1987, n. 5063; Cass., 1 /4/1980, n. 2112; Cass., 11/7/1977, n. 3106), volta alla determinazione della “compensazione economica socialmente adeguata” del pregiudizio, quella che “l’ambiente sociale accetta come… equa” (in ordine al significato che nel caso assume l’equità v. Cass., 7/6/2011, n. 12408), che il giudice deve effettuare con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, in considerazione in particolare della rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e dei vari fattori incidenti sulla gravità della lesione (v. Cass., 14/7/2015, n. 14645), al fine di accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio lamentato, individuando quali ripercussioni negative – patrimoniali e non patrimoniali – siano dal danno evento conseguite per il danneggiato, e provvedendo al relativo integrale ristoro (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).

Com’è noto, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale da sinistro stradale idonea soluzione si è ravvisata essere invero quella costituita dal sistema delle tabelle (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. V. altresì Cass., 13/5/2011, n. 10527), e il D.Lgs. n. 209 del 2005, ha introdotto la tabella unica nazionale per la liquidazione delle invalidità c.d. micropermanenti.

In assenza di tabelle normativamente determinate, come ad esempio per le c.d. macropermanenti e per le ipotesi come nella specie diverse da quelle oggetto del suindicato decreto legislativo, il giudice fa invero normalmente ricorso a tabelle elaborate in base alle prassi seguite nei diversi tribunali (per l’affermazione che tali tabelle costituiscono il c.d. “notorio locale” v. in particolare Cass., 1/6/2010, n. 13431), la cui utilizzazione è stata dalle Sezioni Unite avallata nei limiti in cui esse consentano al giudice, (anche) mediante l’adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutare l’effettiva consistenza delle sofferenze fisiche e psichiche subite dal soggetto leso, al fine “di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza” (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).

Come questa Corte ha ormai da tempo avuto modo di precisare, la mancata adozione da parte del giudice di merito delle Tabelle di Milano in favore di altre, ivi ricomprese quelle in precedenza adottate presso la diversa autorità giudiziaria cui il giudicante appartiene, integra invero violazione di norma di diritto censurabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, e, da ultimo, Cass., 6/5/2020, n. 8508), i parametri delle Tabelle di Milano dovendo prendersi a riferimento da parte del giudice di merito ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale, ovvero quale criterio di riscontro e verifica di quella di inferiore ammontare cui sia diversamente pervenuto utilizzando tabelle diverse da quelle di Milano, ovvero altri criteri di liquidazione, essendo incongrua la motivazione che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una quantificazione che -avuto riguardo alle circostanze del caso concreto- risulti sproporzionata rispetto a quella cui l’adozione dei parametri esibiti dalle dette Tabelle di Milano consente di pervenire (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402. E, conformemente, Cass., 20/8/2015, n. 16992; Cass., 19/10/2016, n. 21059).

Orbene, nella specie, ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale sofferto dal minore deceduto e trasmesso ai predetti congiunti iure hereditatis, avuto in particolare riguardo alla “lesione subita da P.S. del bene salute definito da premorienza”, nel fare riferimento alle tabelle di Milano aggiornate al 2018 (dall’odierna ricorrente debitamente riportate nel ricorso in ossequio al disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) la corte di merito ha liquidato, per il primo anno, il 100% del punto base corrispondente ad Euro 26.216,00 (e così per complessivi Euro 52.342,00); “per il secondo e il terzo anno” ha liquidato “Euro 91.755,00”; “per gli anni dal quarto al quattordicesimo” ha liquidato il suindicato punto base senza maggiorazioni, per “un importo così risultante di Euro 524.318,00 (= 52.342,00 + 91.755,00 + 26.216,00)”.

Siffatto computo è tuttavia errato, giacchè come si evince dalle riportate Tabelle di Milano la corresponsione del 100% in più del punto base di Euro 26.216,00 è dovuta (solo) per il primo anno, mentre per il secondo anno è prevista la corresponsione del 50% in più (pari all’ammontare di Euro 39.324,00).

A tale stregua, per i primi due anni è dovuto l’importo complessivo di Euro 91.755,00.

L’importo del punto base senza maggiorazioni è dovuto dal 3 anno in poi, e non già dal 4^ anno in poi, come erroneamente indicato dalla corte di merito nell’impugnata sentenza, ove anche per il terzo anno risulta essere stato liquidato il suindicato più elevato ammontare di Euro 91,755,00.

Il corretto ammontare complessivamente da liquidarsi ammonta dunque in realtà ad Euro 406.347,00, e non già ad Euro 524.318,00, somma dalla corte di merito erroneamente liquidata nell’impugnata sentenza.

Detta somma è stata quindi, con congrua motivazione (“in considerazione delle criticissime condizioni personali del figlio seguite alla grave patologia cerebrale e ricadute nella sua vita quotidiana”), dalla corte di merito “”personalizzata” con un incremento… pari al 25%”, importo che, “devalutato alla data della morte di P.S…. e quindi implementato da tale data degli interessi legali e della rivalutazione monetaria maturati fino ad oggi” è stato finalmente determinato nell’ammontare di “Euro 666.841,48 – che spetta iure hereditatis a entrambi i genitori e, a ciascuno, nel valore dimidiato di Euro 330.920,74”.

Orbene, alla stregua di quanto sopra rilevato ed esposto il suindicato addendo di Euro 524.318,00 va invero sostituito con quello pari ad Euro 406.347,00, da prendere a corretta base di calcolo per rideterminare, con le modalità indicate nell’impugnata sentenza, l’ammontare della somma che, una volta dimidiata, spetta a ciascun genitore.

L’impugnata sentenza va per il resto confermata.

Quanto al “danno iure proprio da perdita del rapporto parentale” sofferto dalla M., va osservato che, nel sottolineare l’intenzione di “valorizzare l’elevatissima componente del danno c.d. morale, potendosi senza difficoltà presumere sia lo spessore indicibile e… temporalmente prolungato della sofferenza della madre innanzi a una simile dolorosa evenienza, sia l’impegno da lei profuso… nell’assistenza giornaliera e nella sorveglianza notturna del figlio”, e nel porre in rilievo il “fatto che P.S. non ha subito un immediato decesso, ma questo è avvenuto dopo molto tempo dall’insulto ipossico-ischemico alla nascita”, del tutto correttamente nell’impugnata sentenza la corte di merito l’ha liquidato “con importo complessivo… pressochè coincidente con il valore massimo tabellare”, trattandosi di importo compreso nell’ambito dei valori previsti dalle tabelle in uso all’epoca della decisione, dalla corte di merito determinato nel legittimo esercizio dei propri poteri e congruamente motivato, siffatta valutazione pertanto sottraendosi al controllo in sede di legittimità (cfr. Cass., 30/6/2011, n. 14402; e, da ultimo, Cass., 6/5/2020, n. 8508; Cass., 18/0/2021, n. 7597; Cass., 25/6/2021, n. 18285).

Va al riguardo ulteriormente sottolineato che i giudici di merito hanno liquidato tale danno facendo applicazione delle Tabelle di Milano, e in difetto di doglianza alcuna mossa al riguardo dalle parti si è sul punto formato invero giudicato implicito, con conseguente inapplicabilità nella specie del principio affermato da Cass. n. 10579 del 2021, ove si è affermato che in tema di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio in casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul “sistema a punti”, che preveda, oltre all’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, indefettibilmente, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonchè l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. Tabella che, allo stato, risulta essere quella di Roma.

Con il 1 e il 7 motivo la ricorrente denunzia violazione dell’art. 132 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Con il 2 motivo denunzia”violazione e falsa applicazione” degli artt. 1223, 2697 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Con il 3 motivo denunzia”violazione e falsa applicazione” degli artt. 115, 116 c.p.c., artt. 1223, 2697 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Con il 4 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 1218 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Con il 5 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 112 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Con l’8 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” dell’art. 342 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Con il 9 motivo denunzia “violazione e falsa applicazione” degli artt. 1218, 2043, 2049 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono in parte inammissibili e in parte infondati.

Atteso che con valutazione di fatto non censurabile in sede di legittimità in presenza come nella specie di congrua motivazione, che la corte di merito ha individuato ed espressamente indicato nel “mancato monitoraggio cardiotocografico in periodo espulsivo” e nella “mancata esecuzione sia dell’esame emogasanalitico sul sangue cordonale sia dell’esame istologico e anatomo-patologico della placenta”, con “ampia estensione temporale dell’omissione”, oltre che “nell’imprecisione e nell’incompletezza della cartella clinica”, il sostanziarsi della condotta colposa mantenuta dal personale sanitario che ha (con alta probabilità) nella specie assunto decisivo rilievo nella determinazione del suindicato danno evento, in quanto “espressione del deficit euristico e prognostico esattamente conseguente e simmetrico alle omissioni diagnostiche”, va osservato che inammissibilmente l’odierna ricorrente si duole invero dell’erronea valutazione delle emergenze processuali, e in particolare della prodotta documentazione medica e dell’espletata CTU di natura percipiente, quest’ultima in particolare fonte oggettiva di prova (cfr. Cass., 28/2/2019, n. 5800; Cass., 22/2/2016, n. 3428; Cass., 30/9/2014, n. 20548; Cass., 27/8/2014, n. 18307; Cass., 26/2/2013, n. 4792; Cass., 13/3/2009, n. 6155; Cass., 19/1/2006, n. 1020).

Va per altro verso posto in rilievo come, al di là della formale intestazione dei motivi, la ricorrente deduca in realtà doglianze (anche) di vizio di motivazione al di là dei limiti consentiti dalla vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (v. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053), nel caso ratione temporis applicabile, sostanziantesi nel mero omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, dovendo riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica, e non anche come nella specie vizi della motivazione ovvero l’omesso e a fortiori l’erronea valutazione di determinate emergenze probatorie (cfr. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053, e, conformemente, Cass., 29/9/2016, n. 19312).

Con particolare riferimento al 9 motivo di ricorso, deve altresì sottolinearsi che nel ravvisare la responsabilità dell’odierna ricorrente in ragione della condotta negligente dei sanitari causalmente determinativa dell’evento dannoso de quo la corte di merito ha fatto invero corretta applicazione del principio affermato da questa Corte in base al quale la struttura sanitaria (oltre che a titolo contrattuale per fatto proprio ex art. 1218 c.c., per quelli dipendenti dall’inadeguatezza della struttura), in ossequio al principio cuius commoda eius et incommoda o, più precisamente, dell’appropriazione o dell’avvalimento dell’opera del terzo (v. Cass., 27/8/2014, n. 18304), risponde dei danni patiti dal paziente cagionati dalla condotta colposa dei sanitari (cfr. Cass., 18/4/2019, n. 10812; Cass., 3/2/2012, n. 1620; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 577; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 24/5/2006, n. 12362) di cui -a prescindere dalla sussistenza di un rapporto contrattuale (v. Cass., 11/12/2012, n. 22619; Cass., 21/2/1998, n. 1883; Cass., 20/4/1989, n. 1855)- si avvale nell’adempimento della propria obbligazione (artt. 1228 e 2049 c.c.: v. Cass., 24/5/2006, n. 12362; Cass., 4/3/2004, n. 4400; Cass., 8/1/1999, n. 103).

Emerge evidente, a tale stregua, come l’odierna ricorrente in realtà inammissibilmente prospetti invero una rivalutazione del merito della vicenda comportante accertamenti di fatto invero preclusi a questa Corte di legittimità, nonchè una rivalutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tale fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, non potendo in sede di legittimità riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale, atteso il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

Alla fondatezza del 6 motivo nei suindicati termini consegue, rigettati gli altri, la cassazione in relazione dell’impugnata sentenza, che ex art. 384 c.p.c., comma 2, può essere decisa nel merito (come anche dai controricorrenti richiesto nei propri scritti difensivi), con la liquidazione della somma di Euro 406.347,00 a titolo di danno non patrimoniale subito dalla M. “derivante dalla lesione subita da P.S. del bene salute”, e conferma dell’impugnata sentenza per il resto, anche relativamente alle spese del giudizio di merito, stante la persistente sostanziale soccombenza dell’odierna ricorrente e allora appellante incidentale.

Le ragioni della decisione costituiscono giusti motivi per disporsi la compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il 6 motivo di ricorso, rigetta gli altri. Cassa in relazione l’impugnata sentenza e decidendo la causa nel merito dispone che l’ammontare del danno non patrimoniale iure hereditatis da dimidiare in favore di ciascuno dei genitori sia determinato prendendo a base di calcolo la somma di Euro 406.347,00, nei termini di cui in motivazione. Conferma l’impugnata sentenza per il resto, anche relativamente alle spese del giudizio di merito. Compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 1 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre

Corte d’Appello Genova, Sez. II, Sentenza, 13/08/2020

DANNI IN MATERIA CIVILE E PENALE › Congiunto (morte o lesione del)
DANNI IN MATERIA CIVILE E PENALE › Danno non patrimoniale

Parti: Sacco Irma Alda c. IRCCS Azienda Ospedaliera Universitaria San Martino – IST – Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro

In tema di pregiudizio derivante da perdita o lesione del rapporto parentale, il giudice è tenuto a verificare, in base alle evidenze probatorie acquisite, se sussistano uno o entrambi i profili di cui si compone l’unitario danno non patrimoniale subito dal prossimo congiunto e, cioè, l’interiore sofferenza morale soggettiva e quella riflessa sul piano dinamico-relazionale, nonché ad apprezzare la gravità ed effettiva entità del danno in considerazione dei concreti rapporti col congiunto, anche ricorrendo ad elementi presuntivi quali la maggiore o minore prossimità del legame parentale, la qualità dei legami affettivi (anche se al di fuori di una configurazione formale), la sopravvivenza di altri congiunti, la convivenza o meno col danneggiato, l’età delle parti ed ogni altra circostanza del caso.

RESPONSABILITA’ CIVILE – Fatto dannoso dell’incapace – Responsabilita’ dell’obbligato alla sorveglianza – In genere – Prestazioni sanitarie – Contratto con effetti protettivi in favore di terzi – Limiti – Azione contrattuale per danno “iure proprio” – Spettanza ai congiunti – Esclusione – Fattispecie – RISARCIMENTO DEL DANNO – Morte di congiunti (parenti della vittima) – In genere

Il rapporto contrattuale tra il paziente e la struttura sanitaria o il medico esplica i suoi effetti tra le sole parti del contratto, sicché l’inadempimento della struttura o del professionista genera responsabilità contrattuale esclusivamente nei confronti dell’assistito, che può essere fatta valere dai suoi congiunti “iure hereditario”, senza che questi ultimi, invece, possano agire a titolo contrattuale “iure proprio” per i danni da loro patiti. In particolare, non è configurabile, in linea generale, in favore di detti congiunti, un contratto con effetti protettivi del terzo, ipotesi che va circoscritta al contratto concluso dalla gestante con riferimento alle prestazioni sanitarie afferenti alla procreazione che, per la peculiarità dell’oggetto, è idoneo ad incidere in modo diretto sulla posizione del nascituro e del padre, sì da farne scaturire una tutela estesa a tali soggetti. (Nella specie, la S.C. ha escluso la spettanza dell’azione contrattuale “iure proprio” agli eredi di un soggetto ammalatosi e poi deceduto a causa di infezione da HCV contratta a seguito di emotrasfusioni eseguite presso un ospedale, precisando che essi avrebbero potuto eventualmente beneficiare della tutela aquiliana per i danni da loro stessi subiti). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO LECCE, 27/10/2015)