MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO ART 600 TER E QUATER AVVOCATO PENALE BOLOGNA

MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO ART 600 TER E QUATER AVVOCATO PENALE BOLOGNA

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DIRITTO PENALE -AVVOCATO A BOLOGNA

Il disposto normativo di cui all’art. 600 ter c.p. si pone quale previsione volta a reprimere le più gravi condotte realizzate attraverso un contesto di organizzazione, almeno embrionale, e di destinazione, anche solo potenziale, del materiale pornografico al successivo utilizzo da parte di un numero imprecisato di soggetti terzi. Quanto affermato, tuttavia, in alcun caso consente la semplicistica conclusione secondo cui la incriminata condotta di realizzazione del materiale pedo-pornografico, qualora avvenuta in maniera estemporanea e senza organizzazione, e pertanto non destinata a soddisfare il mercato della pedofilia, diventi per ciò solo neutra. All’uopo soccorre, invero, la previsione di cui all’art. 600 quater c.p., la cui introduzione rappresenta proprio una forma di chiusura del cerchio al cui interno ricomprendere ogni possibile forma di aggressione al bene primario del libero e corretto sviluppo psicofisico del minore e segnatamente della sua sfera sessuale.

SECONDO TRIB MELANO :

Integra la fattispecie di cui all’art. 600, quater-1, c.p., la detenzione di immagini tridimensionali, realizzate con elevata qualità grafica, che rappresentano figure umane plastiche e proporzionate di adulti e minori coinvolti in atti sessuali, dove alla sommità del corpo del minorenne è stata apposta l’immagine bidimensionale ritraente un bambino realmente esistente, ancorché non identificato, in quanto il prodotto finale, rappresentativo di una situazione simile al reale e dunque lesivo dell’onore, del decoro e dell’equilibrio della persona minorenne rappresentata, cagiona una lesione del bene giuridico protetto dalla norma, da riconoscersi, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata, nello ‘sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale’ del minore stesso; al contrario, restano esclusi dalla previsione normativa i disegni pornografici e, dunque, anche i cartoni animati che rappresentano bambini e adolescenti di fantasia.

Cass. pen., Sez. III, Sentenza, 22/10/2020, n. 2252 (rv. 280825-03)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la liberta’ individuale – In genere – Detenzione di materiale pornografico – Pornografia minorile – Concorso di reati – Condizioni

Il reato di detenzione di materiale pornografico di cui all’art. 600-quater cod. pen. e quello di pornografia minorile ex art. 600-ter cod. pen., che incrimina la produzione di detto materiale, non integrano due distinti illeciti ma due diverse modalità di realizzazione del medesimo reato, con la conseguenza che non possono concorrere tra loro se riguardano il medesimo materiale, mentre può sussistere il concorso se il materiale oggetto della produzione e quello oggetto della detenzione siano diversi. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto configurabile il concorso tra i due reati in quanto la condotta di detenzione aveva ad oggetto immagini di “repertorio” della vittima e, pertanto, diverse da quelle che l’imputato aveva tentato di produrre fornendo alla minore specifiche indicazioni sulla sua realizzazione). (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO TORINO, 28/10/2019)

Cass. pen., Sez. III, Sentenza, 14/12/2017, n. 14001

In tema di pornografia minorile, la sussistenza del reato di cui all’art. 600-ter, comma 3, c.p. deve essere esclusa nel caso di semplice utilizzazione di programmi di file sharing che comportino nella rete internet l’acquisizione e la condivisione con altri utenti del files contenenti materiale pedopornografico, solo quando difettino ulteriori elementi indicativi della volontà dell’agente di divulgare tale materiale, anche sotto il profilo dell’individuazione del dolo eventuale, desumibile dall’esperienza dell’imputato e dalla durata nel tempo del possesso di materiale pedopornografico, dall’entità numerica del materiale, e dalla condotta, già illecita ex art. 600-quater, c.p., connaturata da accorgimenti volti alla difficoltà di individuazione dell’attività (specificamene utilizzo del computer del luogo di lavoro, come elemento che avrebbe garantito la difficoltà dell’individuazione dell’agente).

Cass. pen., Sez. III, 27/11/2019, n. 15208

La clausola di riserva contenuta nell’art. 600 quater c.p. non opera e il reato di detenzione di materiale pedopornografico concorre con quello di divulgazione di materiale pedopornografico di cui all’art. 600 ter, 3° co., c.p. allorché il materiale sia di tale ingente quantità che solo una parte sia stata oggetto di divulgazione, essendo, in questo caso, la condotta di detenzione autonoma ed ulteriore sotto il profilo cronologico e naturalistico ed essendo dotata di una carica di offensività propria.

Cass. pen., Sez. VII, Ordinanza, 19/06/2020, n. 20427 (rv. 280231-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la liberta’ individuale – Violenza sessuale – In genere – Adescamento di minore – Dolo specifico – Fonte di prova

In tema di reato di adescamento previsto dall’art. 609-undecies cod. pen., il dolo specifico consistente nell’intenzione di commettere i reati di cui agli artt. 600, 600-bis 600-ter e 600-quater cod. pen., non deve necessariamente risultare manifesto da quanto esplicitato nella condotta direttamente posta in essere nei confronti del minore, ben potendo la relativa prova essere ricavata anche “aliunde”. (In motivazione la Corte ha anche precisato che, ove il soggetto agente prospettasse con chiarezza al minore il proposito di compiere con lo stesso atti sessuali, ricorrerebbe il diverso reato di tentata prostituzione minorile). (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO BOLOGNA, 17/05/2018)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACETO Aldo – Presidente –

Dott. GENTILI Andrea – rel. Consigliere –

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere –

Dott. REYNAUD Gianni F. – Consigliere –

Dott. CORBO Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.A., nato in (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1714 della Corte di appello di Ancona del 22 aprile 2016;

letti gli atti di causa, la sentenza impugnata e il ricorso introduttivo;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Andrea GENTILI;

letta la requisitoria scritta del PM, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. TOCCI Stefan, il quale ha concluso chiedendo la dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

Con sentenza del 22 aprile 2016, la Corte di appello di Ancona ha confermato la precedente decisione con la quale, in data 3 marzo 2015, il Tribunale di Ancona aveva dichiarato la penale responsabilità di C.A. in ordine al reato di cui all’art. 600-quater c.p., per essersi costui consapevolmente procurato ed avere disposto di materiale pedopornografico rinvenuto all’interno dell’hard disk di un pc in uso e nella sua disponibilità presso la impresa ove questi lavorava e su di un CD Rom rinvenuto presso la sua abitazione, e lo aveva, pertanto, condannato alla pena, peraltro integralmente condonata, di mesi 3 di reclusione ed Euro 3.000,00 di multa.

Avverso la predetta sentenza ha interposto ricorso per cassazione la difesa del prevenuto, articolando 7 motivi di impugnazione.

Secondo l’ordine di loro presentazione il contenuto di questi è il seguente: con il primo motivo il ricorrente ha contestato la identificazione dell’indirizzo IP attraverso il quale è stato fatto accesso ad un sito internet contenente immagini pedopornografiche quale indirizzo riferibile al C., essendo questo, invece, riguardante non la società di pertinenza dell’imputato.

Con il secondo motivo è stata contestata la stessa sussistenza del fatto costituente reato, posto che, essendo stato ascritto al C. il fatto di avere visionato del materiale pedopornografico, si osserva che – sulla base della normativa vigente al momento dei fatti di cui in imputazione, la quale punisce esclusivamente la detenzione del materiale in questione e non anche la sua mera visione – la condotta ascritta al prevenuto era penalmente irrilevante.

Con il terzo motivo la ricorrente difesa ha dedotto la mancanza di certezza in ordine alla volontarietà degli accessi al sito pedopornografico, potendo accedersi ad esso anche in maniera inconsapevole.

Il quarto motivo di impugnazione riguarda la incertezza rispetto alla volontarietà dell’avvenuto scaricamento delle immagini pedopornografiche, non essendovi, peraltro, la certezza che quelle rinvenute presso l’imputato fossero rappresentative di persone di età minore.

Così come emerge anche dal confuso e contraddittorio tenore della relazione tecnica redatta dal Ctu – e questo è l’oggetto specifico del quinto motivo di ricorso – questi esprime esclusivamente un suo parere personale, peraltro confutato da altri testi, sul fatto che le immagini rinvenute appartenessero a soggetti minorenni.

Il sesto motivo è riferito alla censura di contraddittorietà e difetto di risultanze probatorie nella motivazione della sentenza impugnata, il cui contenuto e riferito a giudizi di mera probabilità ovvero ad inferenze logiche operate dalla Corte di appello senza un adeguato supporto probatorio.

Infine, il settimo motivo ha ad oggetto il difetto di motivazione in punto di determinazione della pena.

Motivi della decisione

Il ricorso, essendo risultati i motivi posti a suo supporto ora manifestamente infondati ora direttamente inammissibili, deve essere, a sua volta, dichiarato, nel suo complesso inammissibile.

Il primo motivo è chiaramente inammissibile; invero, nella sentenza impugnata è chiaramente precisato che l’accesso ai siti web da cui sono state scaricate immagini pedopornografiche è stato eseguito da una utenza telefonica in uso presso la azienda gestita dal padre del prevenuto, ove quest’ultimo svolgeva, senza avere altri colleghi con analoghi compiti, mansioni aventi oggetto la materia informatica, utilizzando un gestore presso il quale proprio l’odierno imputato aveva stipulato un contratto per l’attivazione di un collegamento internet; sulla base di tali obbiettivi dati i giudici del merito hanno, con motivazione indubbiamente congrua ed immune da vizi logici o giuridici, plausibilmente desunto il fatto che l’autore dei collegamenti nel corso dei quali vi è stato lo scaricamento delle immagini di cui al capo di imputazione sia stato l’odierno ricorrente.

Il secondo motivo è manifestamente infondato; si osserva, infatti, che, anche sulla base della normativa vigente al momento in relazione al quale i fatti sono stati contestati, cioè nel dicembre del 2012, la condotta attribuita all’imputato – l’avere disposto del materiale pornografico procuratosi (e non la sua mera visione) – era, ed è tuttora, idonea a realizzare il reato a lui contestato, nessun rilievo avendo il fatto che nella materiale redazione del capo di imputazione la Procura della Repubblica anconetana abbia fatto riferimento, seguendo una lezione normativa non più in vigore, all’atto di “disporre” e non di “detenere” il materiale in questione, essendo evidente che il significato del costrutto lessicale adoperato era quello di “avere a propria disposizione”, cioè un concetto del tutto equivalente a quello espresso, nel comune modo di intendere la lingua, dalla parola “detenere”.

Il terzo motivo di impugnazione – che può essere esaminato congiuntamente al quarto, attesa la prossimità logica che li caratterizza, oltre al comune percorso motivazionale della soluzione dei quesiti da essi posti attiene, il primo, al ritenuto difetto di certezza in ordine alla volontarietà dell’avvenuto accesso ai siti dai quali sono state scaricate le immagine pedopornografiche di cui alla imputazione, mentre il successivo motivo attiene alla certezza in ordine alla volontarietà dell’avvenuta operazione di download della predette immagini.

Si tratta di censure sviluppate in fatto, cui la Corte di merito ha già dato congrua risposta, avendo osservato che la ipotesi dell’accesso involontario appare esclusa sia dal fatto che il C. avesse contatti con altri soggetti avvezzi alla divulgazione di materiale pedopornografico sia, principalmente, dalla circostanza che il materiale in questione era conservato in files ed in altri supporti informatici creati ad hoc, con indubbia consapevolezza, da un utente, cioè il C., che non poteva, visti i nomi con i quali i predetti contenitori erano stati catalogati – evidentemente allusivi ed a volte con plateale volgarità al loro oggetto, ignorarne il contenuto.

Passando al successivo motivo di ricorso, il quinto, con il quale è contestata la concludenza della perizia tecnica in esito alla quale è stata rilevata la minore età dei soggetti effigiati nelle immagini pornografiche rinvenute presso l’imputato, essendo stato rilevato dalla ricorrente difesa che il Ctu avrebbe semplicemente affermato la “verosimile” minore età di tali soggetti, è stata ben precisa la sentenza della Corte dorica nel rilevare che, al di là di una certa prudenza espressa dal teste attraverso la parola “verosimile”, la diretta visione di talune delle immagini da questo, nello svolgimento del suo incarico, estrapolate dal ben più corposo compendio rinvenuto della disponibilità dell’imputato, ed acquisite al fascicolo del processo, ha permesso di evidenziare, sulla base dei diversi e tutti attendibili indici morfologici posti in evidenza dalla Corte di Ancona nella motivazione della sentenza impugnata, che le figure ivi rappresentate riproducessero la immagine di persone aventi ancora uno stadio incompleto di maturazione fisica e, pertanto, è legittimo ritenere che si trattasse di individui cronologicamente ancora minorenni.

La natura fattuale di tale inferenza, logicamente operata dalla Corte, ne impedisce il riesame in questa sede di legittimità, rendendo, pertanto, inammissibile il motivo di ricorso con il quale una tale verifica era stata sollecitata.

Il sesto motivo di impugnazione concerne la contraddittorietà e la mancanza degli elementi probatori in forza dei quali è stata affermata la penale responsabilità dell’imputato.

Si tratta di doglianza priva di pregio, posto che, a differenza di quanto ritenuto dalla parte ricorrente, nella sentenza impugnata si è dato atto della esistenza di elementi dimostrativi univoci della sua penale responsabilità, essendo stata evidenziata la presenza, di per sè atta a tacitare qualsivoglia lamento difensivo, di ben 596 foto ritraenti ragazze (sulla raggiunta prova della minore età di diverse delle quali già ci si è dianzi intrattenuti) “vestite, seminude e nude in atti sessuali”, di un CD Rom contenente immagini cinematografiche a contenuto pedopornografico, oltre a quella di numerosi collegamenti effettuati a siti specializzati nella pedopornografia; che poi nella sentenza della Corte il termine in questione, sia utilizzato promiscuamente con quello di “pornografico” non è certo indice di contraddittorietà della motivazione di detta sentenza, posto che quella della “pedopornografia” non è certo una categoria concettuale che si contrapponga in termini di reciproca esclusione a quella della “pornografia” (nel senso che laddove si sia in presenza di immagini pedopornografiche vi è la negazione della pornografia e viceversa), costituendo, semmai, essa una species, avente rilevanza penale, di un più ampio genus di cui la medesima, indubbiamente, fa tuttavia parte.

In ordine al settimo motivo di ricorso, riguardante il difetto di motivazione in punto di determinazione del trattamento sanzionatorio, si rileva che essendo stato questo ampiamente contenuto entro i limiti del medio edittale, anzi essendo stato lo stesso, pur nel consapevole rilievo del “carattere non isolato della condotta” e della “astuzia dimostrata dal C. nel tentativo di occultare le proprie responsabilità”, benevolmente delimitato ad un dipresso dal minimo della pena che l’astratta comminatoria legislativa prevede – onere motivazionale che il giudice del merito doveva soddisfare onde giustificare la dosimetria sanzionatoria poteva ritenersi esaurito anche attraverso il riferimento, come è infatti avvenuto nel caso di specie, alla effettiva congruità della pena irrogata (cfr. Corte di cassazione, Sezione IV penale, 26 giugno 2013, n. 27959).

Il ricorso deve, conclusivamente, essere dichiarato inammissibile ed il ricorrente, visti l’art. 616 c.p.p. va condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 21 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 ottobre 2021

Cass. pen., Sez. Unite, Sent., (data ud. 15/07/2021) 26/10/2021, n. 38402

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CASSANO Margherita – Presidente –

Dott. BRUNO Paolo Antonio – Consigliere –

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere –

Dott. PICCIALLI Patrizia – Consigliere –

Dott. ZAZA Carlo – rel. Consigliere –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere –

Dott. ROSI Elisabetta – Consigliere –

Dott. PELLEGRINO Andrea – Consigliere –

Dott. BELTRANI Sergio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

  1. Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma;
  2. M.A., nata a (OMISSIS) nel procedimento a carico di quest’ultima;

avverso la sentenza del 21/04/2020 della Corte di assise di appello di Roma;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;

udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Birritteri Luigi, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso del Procuratore generale e per il rigetto del ricorso dell’imputata;

udito il difensore delle parti civili I.G., I.A., I.R. e C.G.A., avv. Dino Lucchetti, che ha concluso per il rigetto del ricorso dell’imputata depositando conclusioni e nota spese;

uditi i difensori dell’imputata M.A. avv. Giuseppe Cincioni, in sostituzione dell’avv. Giovanni Aricò, e avv. Pasquale Cardillo Cupo, che hanno concluso per l’accoglimento del proprio ricorso e per l’inammissibilità del ricorso del Procuratore generale.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del 2 aprile 2017 il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Latina, a seguito di giudizio abbreviato, condannava M.A. alla pena di sedici anni di reclusione per la continuazione fra il reato di cui all’art. 612-bisc.p. e quello di cui all’art. 575c.p., quest’ultimo aggravato dai futili motivi e dalla commissione del fatto ad opera di persona responsabile del reato di atti persecutori in danno della stessa vittima dell’omicidio C.A.L., riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti.
  2. Il corpo privo di sensi della C., impiegata presso l’ufficio postale di Sperlonga, era stato rinvenuto il 14 giugno 2016 sul pavimento del vano scale del parcheggio pubblico multipiano attiguo a detto ufficio con lesioni, successivamente identificate dagli accertamenti medico-legali, in fratture zigomatiche, nasali e craniche. Queste ultime cagionavano il decesso della C. il successivo 21 giugno in conseguenza di emorragia extraparenchimale.

Secondo i giudici di merito l’imputata, dopo aver raggiunto la C. sulle scale, l’aveva aggredita e spinta, cagionandone la caduta e il violento urto del capo che provocava le lesioni craniche. Tale ricostruzione si fondava sulle dichiarazioni dei testi intervenuti che indicavano la presenza sul luogo, nell’immediatezza del fatto, della collega della vittima M.A., su altri contributi testimoniali, su riprese dell’impianto di sorveglianza del parcheggio, da cui risultava che la C. percorreva le scale in discesa e la M. si dirigeva verso il vano scale dopo essere entrata nel parcheggio da altro accesso, nonchè sul rilevamento di tracce di sangue della C. in corrispondenza del primo gradino della scala e di una ciocca di capelli, stretta nella mano della vittima, corrispondente al profilo genetico della M..

Alla luce delle dichiarazioni di colleghi delle due donne e di congiunti e conoscenti della vittima, si riteneva altresì che la M., dal 2015 fino al giorno dell’omicidio, avesse dato luogo, nel corso dell’attività lavorativa presso l’ufficio postale, ad una reiterata condotta persecutoria in danno della C., rivolgendole epiteti ingiuriosi, inviandole messaggi offensivi e minacciosi e cercando continuamente il contatto fisico con la stessa mediante gomitate e spallate, in modo da creare uno stato di ansia e timore che induceva la C. ad evitare di incrociare la M., ad uscire dall’ufficio al termine della giornata lavorativa solo dopo che la predetta si era allontanata e a programmare la cessazione anticipata del rapporto di lavoro.

  1. Essendo stato proposto appello avverso la sentenza di cui sopra dal pubblico ministero, dalle parti civili e dall’imputata, con sentenza del 28 giugno 2018 la Corte di assise di appello di Roma, in accoglimento del gravame della M., assolveva quest’ultima dall’imputazione di atti persecutori per insussistenza del fatto e, riqualificato il reato di omicidio volontario come preterintenzionale ed escluse le aggravanti, rideterminava la pena in sei anni di reclusione.
  2. A seguito di ricorso per cassazione proposto da tutte le parti avverso la decisione di secondo grado, la Prima sezione di questa Corte, il 10 luglio 2019, annullava la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio sui seguenti punti.

4.1. La sentenza impugnata, nel riqualificare il fatto omicidiario, aveva escluso l’intento dell’imputata di sorprendere la vittima sulle scale per ucciderla, il pericolo, a seguito della spinta, di una precipitazione della vittima nel vuoto, in considerazione dell’assenza di una tromba delle scale, nonchè la configurabilità del dolo omicidiario a fronte della caduta da pochi gradini e delle deposizioni testimoniali sull’atteggiamento compassionevole tenuto dalla M..

Nel motivare su questi profili i giudici di appello avevano, però, omesso di confrontarsi criticamente con le diverse narrazioni sulla dinamica del fatto e sulle caratteristiche delle scale e, comunque, con l’articolato contenuto delle argomentazioni della sentenza di primo grado in merito alla sussistenza di un dolo omicidiario quanto meno eventuale, desumibile dalla accettazione dell’evento insita nello scaraventare per le scale una persona di mezza età già stordita dalle procurate fratture allo zigomo e alle ossa nasali.

4.2. La sentenza di questa Corte rilevava altresì, a quest’ultimo proposito, l’illogicità della motivazione fondata sull’astratta ipotesi di una caduta della vittima per rotolamento, nonostante la presenza di elementi oggettivi di segno contrario.

4.3. Anche la motivazione sull’assoluzione dall’imputazione di atti persecutori era ritenuta carente, in quanto fondata sulla qualificazione dei rapporti fra la M. e la C. in termini di reciproca ostilità, sulla base di testimonianze contrastanti delle quali non era stata vagliata l’attendibilità.

  1. Con sentenza del 21 aprile 2020 la Corte di assise di appello di Roma, giudicando in sede di rinvio, riteneva la M. responsabile del reato continuato di atti persecutori ed omicidio volontario aggravato dalla commissione del fatto ad opera di persona responsabile del reato di atti persecutori in danno della stessa vittima dell’omicidio, e, ritenute le attenuanti generiche equivalenti a tale residua aggravante, rideterminava la pena in quindici anni e quattro mesi di reclusione.

La responsabilità dell’imputata per il reato di atti persecutori era ritenuta provata da quanto dichiarato dai congiunti, da una vicina e da colleghe della C., destinatarie di confidenze di quest’ultima in ordine agli atti persecutori subiti dalla M.’. Le prove dichiarative erano suffragate, ad avviso dei giudici, dal rinvenimento, su un opuscolo divulgativo delle poste, di commenti offensivi nei confronti della C. che la consulenza grafica riconduceva alla grafia dell’imputata, e dai fotogrammi tratti dalle videoriprese dell’impianto di sorveglianza, indicativi dell’atteggiamento di cautela della C. nel percorso di uscita dall’ufficio al fine di non avere contatti con la M..

Quanto al reato di omicidio volontario, i giudici ritenevano che il narrato dei testi, i quali avevano visto la M. dirigersi verso il vano scale del parcheggio e subito dopo avevano udito l’urlo di una donna e un tonfo, valutato unitamente alle risultanze medico-legali, consentisse di ritenere accertato che l’imputata aveva colpito la C. con un pugno al viso, cagionando le lesioni nasali e zigomatiche, e successivamente le aveva inferto una spinta, provocandone la caduta all’indietro e l’urto della testa contro il pianerottolo della scala. Sulla base di questa ricostruzione la Corte di assise di appello di Roma argomentava che l’evento letale era stato quanto meno accettato dall’imputata ed escludeva che indicazioni di segno contrario potessero essere tratte dal successivo comportamento assunto dalla M., la quale avrebbe brevemente sorretto il capo della vittima per poi allontanarsi repentinamente. La sentenza osservava in proposito che tale comportamento non era stato confermato dai primi testimoni giunti sul luogo, ma era stato descritto solo dai testi successivamente sopraggiunti, e che, quindi, poteva essere stato adottato in chiave difensiva.

Il concorso fra i reati di atti persecutori ed omicidio volontario aggravato ai sensi dell’art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1 era affermato sulla base di un orientamento giurisprudenziale in tal senso.

La richiesta prevalenza delle attenuanti generiche era esclusa in considerazione della concorrente condotta persecutoria e del negativo comportamento processuale costituito dalla falsa accusa di aggressione rivolta alla vittima.

  1. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale e l’imputata.

6.1. Il Procuratore generale ricorrente deduce vizio motivazionale in ordine al giudizio di equivalenza delle circostanze, lamentando l’omesso esame del motivo di appello relativo alla richiesta subvalenza delle attenuanti generiche. Lamenta, inoltre, la contraddittorietà del giudizio di equivalenza, tenuto conto degli elementi sfavorevoli all’imputata indicati nella sentenza impugnata.

6.2. L’imputata ricorre con due atti di impugnazione proposti dai propri difensori.

Con l’atto proposto dall’avv. Cardillo Cupo si deducono i seguenti cinque motivi.

6.2.1. Vizio motivazionale sulla sussistenza del reato di atti persecutori.

Le dichiarazioni testimoniali favorevoli alla ricostruzione accusatoria sono state illogicamente preferite a quelle difensive, malgrado le prime si limitassero a riferire confidenze della persona offesa. E’ stata omessa la valutazione delle testimonianze dei dipendenti dell’ufficio sulla reciprocità delle condotte offensive fra la M. e la C.. Quanto ai ritenuti riscontri, l’opuscolo contiene in realtà annotazioni riferite a tutti i dipendenti. La cautela della vittima nell’uscire dall’ufficio dopo la M. è stata desunta unicamente da una videoripresa del giorno del ritenuto omicidio, che non evidenzia in maniera univoca questo atteggiamento e documenta l’uscita della C. dall’ufficio a distanza di pochi secondi dall’imputata. Non sono state considerate le dichiarazioni del padre dell’imputata, pur se confermate da produzione documentale, da cui risulta che la M. aveva deciso di cambiare sede di lavoro a causa dell’atteggiamento della C.. Non vi è traccia della domanda di trasferimento di quest’ultima di cui ha riferito la teste T.. Non sono state valutate neppure le dichiarazioni del teste N. che attribuiscono chiaramente al marito della C. la volontà di convincere la moglie al pensionamento anticipato.

6.2.2. Violazione di legge e vizio motivazionale sulla configurabilità del reato di cui all’art. 612-bis c.p..

La condotta contestata è riconducibile alla diversa fattispecie civilistica del mobbing, in quanto svoltasi esclusivamente in ambito lavorativo.

6.2.3. Violazione di legge con riferimento al ritenuto concorso del reato di atti persecutori con il reato di omicidio volontario.

La fattispecie aggravata di quest’ultimo delitto, prevista dall’art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1, realizza un’ipotesi di reato complesso ai sensi dell’art. 84 c.p., e tanto non consente di aderire all’orientamento, richiamato nella sentenza impugnata, per il quale l’assorbimento del reato di atti persecutori in quello di omicidio aggravato sarebbe escluso dalla diversità strutturale delle fattispecie incriminatrici. E’, altresì, inconferente il richiamo alla disciplina di cui all’art. 15 c.p., applicabile ai casi nei quali un unico reato è riferibile a più disposizioni in rapporto di specialità, e non ad un caso, come quello in esame, in cui il rapporto intercorre non fra più reati, ma fra il reato di atti persecutori e la contestata aggravante del reato di omicidio. La suddetta aggravante non può essere qualificata come circostanza soggettiva diretta ad inasprire il trattamento sanzionatorio nei confronti del soggetto responsabile anche del reato di atti persecutori, essendo la formulazione letterale della norma chiaramente espressiva della previsione di un’aggravante oggettiva.

6.2.4. Vizio motivazionale sulla sussistenza del reato di omicidio volontario.

Non è provato che la M. si fosse diretta verso le scale dopo aver notato la presenza della C., e sul punto non è stata tenuta in adeguata considerazione la versione dell’imputata, che riferiva di essere tornata verso l’ufficio dal parcheggio per parlare con il collega D.B..

L’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, che argomenta l’inverosimiglianza della versione difensiva dell’aggressione della M. ad opera della C. con le mani ingombre, contrasta con lo strappo di un ciuffo di capelli dell’imputata da parte della vittima.

La ricostruzione della spinta che l’imputata avrebbe inferto alla C. è difforme da quella proposta nella sentenza di primo grado e priva di supporto probatorio, in quanto non è stato accertato da quale gradino della scala la persona offesa era caduta, e dalla tempistica descritta dai testimoni si desume che la M. aveva potuto salire solo pochi gradini.

L’argomentazione circa la precostituzione difensiva dell’atteggiamento compassionevole verso la C., da parte dell’imputata, è illogica, in quanto sarebbe stato ben più agevole per l’imputata allontanarsi.

La sentenza impugnata non tiene conto della relazione psichiatrica da cui emergono le sofferenze manifestate dall’imputata durante l’esecuzione della custodia cautelare.

6.2.5. Violazione di legge su(giudizio di mera equivalenza delle attenuanti generiche rispetto all’aggravante.

Il riconoscimento delle attenuanti è oggetto di un giudicato formatosi sulla statuizione della precedente sentenza di appello che aveva applicato la corrispondente diminuzione di un terzo della pena, i cui effetti sono stati vanificati dalla mancata applicazione di detta diminuzione in conseguenza del bilanciamento con la circostanza aggravante.

6.3. Con l’atto proposto dall’avv. Aricò si deducono i seguenti due motivi. 6.3.1. Violazione di legge e vizio motivazionale in ordine alla sussistenza del reato di omicidio volontario.

La sentenza rescindente aveva fissato il principio di diritto per il quale la natura del dolo doveva essere accertata con riferimento al momento dell’azione lesiva, ed a questi fini il materiale probatorio doveva essere interamente rivalutato. In questa ottica la sentenza impugnata non ha colmato il vuoto conoscitivo sull’individuazione dell’esatto luogo nel quale la condotta sarebbe stata sarebbe stata posta in essere, imprescindibile ai fini delle valutazioni sulla ravvisabilità del ritenuto dolo eventuale. In merito alla tesi difensiva di un’aggressione iniziata dalla C., oltre a quanto osservato in precedenza, la ricostruzione dello strappo dei capelli della M. quale mera reazione istintiva alla caduta è illogica, nel momento in cui un siffatto gesto aveva cagionato conseguenze lesive al cuoio capelluto dell’imputata.

6.3.2. Violazione di legge e vizio motivazionale sulla sussistenza del reato di atti persecutori.

In aggiunta a quanto dedotto in precedenza, il mandato della sentenza rescindente, che imponeva di valutare l’attendibilità dei diversi contributi dichiarativi, non è stato rispettato, in quanto sono state valutate solo le dichiarazioni che riportavano quanto riferito dalla vittima sugli atti vessatori subiti, e non anche quelle che rappresentavano una situazione di reciprocità di offese.

  1. Con ordinanza del 1 marzo 2021 la Quinta Sezione penale di questa Corte, investita della decisione sui ricorsi, ha rilevato, con riguardo alla questione sul concorso fra i reati di atti persecutori e di omicidio aggravato ai sensi dell’art. 576c.p., comma 1, n. 5.1, l’esistenza di due contrastanti orientamenti giurisprudenziali.

Osserva che il primo di essi, richiamato nella sentenza impugnata, considera la natura soggettiva dell’aggravante, in quanto fondata sull’identità dell’autore dei due reati, traendone la conseguenza che l’elemento aggravatore non è pertinente alla condotta. Esclude la riconducibilità del caso alla previsione dell’art. 15 c.p. per l’insussistenza del rapporto di specialità che detta norma presuppone.

Evidenzia tuttavia la ricorrenza di un secondo indirizzo interpretativo, secondo cui il caso in esame realizza un’ipotesi di reato complesso nella quale la fattispecie omicidiaria aggravata assorbe il disvalore degli atti persecutori.

Secondo tale interpretazione, ciò che aggrava il reato di omicidio non è, infatti, la commissione dello stesso da parte del persecutore in quanto tale, ma il fatto che l’omicidio sia stato preceduto dalle condotte persecutorie. In questa prospettiva il concorso dei due reati farebbe pesare inammissibilmente per due volte sul soggetto agente il disvalore degli atti persecutori.

Ha rimesso, pertanto, i ricorsi alle Sezioni Unite per la soluzione del contrasto.

  1. Con decreto del 21 aprile 2021 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissandone la trattazione per l’udienza odierna.
  2. Nell’interesse delle parti civili I.G., I.A., I.R. e C.G., è stata depositata memoria con la quale, sulla questione oggetto della rimessione, si osserva che la norma che prevede la circostanza aggravante in esame sanziona la maggiore pericolosità dell’omicidio in quanto commesso nei confronti della persona vittima di una condotta persecutoria. La tesi del reato complesso è fondata su una progressione criminosa non chiaramente identificabile e non necessariamente sussistente, potendo l’omicidio essere commesso in occasione di uno qualsiasi degli atti persecutori. Le argomentazioni dell’ordinanza di rimessione confondono il reato complesso con i diversi istituiti della progressione criminosa e dell’antefatto non punibile, che richiedono l’omogeneità degli interessi offesi. La formulazione letterale dell’art. 576c.p., comma 1, n. 5.1 non comprende gli atti persecutori. Quanto agli ulteriori motivi proposti dall’imputata, si osserva che la sussistenza della fattispecie di omicidio volontario è motivata nella sentenza impugnata in base alle risultanze oggettive e medico-legali sulla precipitazione del corpo della vittima. Sulla sussistenza del reato di atti persecutori le dichiarazioni indicate dalla difesa sono state esaminate. Il mutamento delle abitudini di vita della vittima era motivato dalla necessità di attendere l’uscita dal lavoro della M.: tale circostanza esprimeva anche il timore della C. per la propria incolumità. La sentenza impugnata è sorretta da idonea motivazione anche sulla riconducibilità alla condotta vessatoria della M. dell’intenzione della C. di chiedere il pensionamento.
  3. Sulla questione oggetto della rimessione il Procuratore generale in sede e il difensore dell’imputata avv. Aricò hanno depositato note d’udienza a sostegno delle rispettive richieste.

Motivi della decisione

  1. La questione rimessa alle Sezioni Unite può essere formulata nei seguenti termini: “Se, in caso di omicidio commesso dopo l’esecuzione di condotte persecutorie poste in essere dall’agente nei confronti della medesima persona offesa, i reati di atti persecutori e di omicidio aggravato ai sensi dell’art. 576c.p., comma 1, n. 5.1 concorrano tra loro o sia invece ravvisabile un reato complesso, ai sensi dell’art. 84c.p., comma 1″.
  2. La questione è oggetto di contrasto giurisprudenziale fra due pronunce pervenute, sul tema in discussione, a conclusioni opposte.

2.1. Nella prospettiva adottata dal primo orientamento (Sez. 1, n. 20786 del 12/04/2019, P., Rv. 275481) non ricorre nel caso di specie alcuna delle ipotesi generali di esclusione del concorso fra le norme incriminatrici, da considerarsi pertanto sussistente sulla base delle seguenti argomentazioni.

L’art. 84 c.p., comma 1, esclude l’applicazione delle disposizioni sul concorso di reati quando “la legge considera come elementi costitutivi, o come circostanze aggravanti di un solo reato, fatti che costituirebbero, per sè stessi, reato”. Quindi, condizione imprescindibile per la ravvisabilità della figura del reato complesso è l’interferenza fra le norme incriminatrici su un fatto oggettivo, comune agli ambiti applicativi delle stesse. L’attenzione normativa è riposta sui “fatti”, per tali dovendosi intendere i profili oggettivi e non anche la relazione eminentemente soggettiva tra il fatto e il suo autore, posto che il rapporto è tra fattispecie e, dunque, tra accadimenti umani.

La scelta legislativa di attribuire specifico rilievo, nella disciplina dell’aggravante ex art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1, alla identità del soggetto autore sia del delitto di atti persecutori che di quello di omicidio volontario, e non alla relazione tra i fatti commessi, è frutto di una consapevole modalità espressiva, come si evince dalla disposizione aggravatrice immediatamente precedente in cui è usata una formula lessicale significativamente diversa, incentrata sulle condotte lesive il cui disvalore aggiuntivo risiede nel fatto che esse sono state compiute “in occasione della commissione di taluno dei delitti previsti dagli artt. 572, 600-bis, 600-ter, 609-bis, 609-quater e 609-octies”; l’omessa riproposizione, nella disposizione che qui interessa, dell’espresso riferimento al legame, quanto meno occasionale, con il reato diverso dall’omicidio (nella specie il delitto di atti persecutori), esclude che il fatto costitutivo di detto reato sia considerato in quanto tale integrativo della fattispecie aggravata.

Per altro verso, non è possibile ravvisare nell’ipotesi considerata un caso di concorso apparente di norme ex art. 15 c.p., che le Sezioni Unite (ultimamente Sez. U, n. 2664 del 23/02/2017, Stalla, Rv. 269668) hanno ritenuto applicabile qualora fra le norme evocate dal caso concreto sussista un rapporto di specialità in astratto, indiscutibilmente non sussistente fra le incriminazioni di omicidio volontario ed atti persecutori. Irrilevante, infine, per il corretto inquadramento della questione, è la clausola di riserva contenuta nell’art. 612-bis c.p., comma 1, (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”), attesa la oggettiva diversità tra il fatto idoneo ad integrare il delitto di cui all’art. 575 c.p. e quello riconducibile al paradigma normativo dell’art. 612-bis c.p., dei quali, peraltro, l’uno ha natura istantanea e l’altro abituale.

Sulla base di tali considerazioni, l’indirizzo in esame giunge alla conclusione che il delitto di atti persecutori concorre con quello di omicidio, pur se aggravato dalla commissione della condotta persecutoria in danno della stessa vittima.

2.2. Nel percorso argomentativo dell’opposto indirizzo (Sez. 3, n. 30931 del 13/10/2020, G., Rv. 280101) il concorso fra i reati di omicidio e atti persecutori è invece escluso in conseguenza della ritenuta ravvisabilità, nella fattispecie omicidiaria aggravata dal compimento di una condotta persecutoria da parte dello stesso autore nei confronti della medesima vittima, di una figura di reato complesso che assorbe il delitto di cui all’art. 612-bis c.p..

E’ opportuno precisare che la decisione citata riguardava un caso particolare nel quale la questione si poneva nella prospettiva del ne bis in idem processuale, e non sostanziale; era infatti dedotta, in quel giudizio di legittimità, la violazione dell’art. 649 c.p.p. in relazione alla condanna (fra gli altri) per il reato di atti persecutori, intervenuta dopo una precedente condanna per il reato di omicidio aggravato ai sensi dell’art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1, in una situazione concreta nella quale vi era coincidenza fattuale e temporale della condotta persecutoria contestata nei due procedimenti. La questione veniva tuttavia risolta in base a considerazioni valide in termini generali circa l’assorbimento del reato di atti persecutori in quello di omicidio aggravato.

Secondo questo orientamento, la formulazione testuale della menzionata disposizione aggravatrice, contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza di segno contrario precedentemente esposta, non limita il suo oggetto descrittivo alla posizione soggettiva dell’autore dell’omicidio quale persecutore della vittima, ma estende la sua portata fino a comprendere il fatto persecutorio nella sua interezza. Tanto in conseguenza del riferimento all’espressa indicazione dell’identità non solo del soggetto agente dei due reati, ma anche del soggetto passivo degli stessi; il che implica necessariamente l’inclusione, nella previsione normativa, di entrambi i fatti criminosi intercorsi fra tali soggetti, realizzando la condizione della comprensione dei fatti in un reato complesso di cui l’opposto indirizzo giurisprudenziale nega l’esistenza.

In questa prospettiva, traspare l’intento del legislatore di aggravare la pena non per quello che il soggetto agente dell’omicidio appare essere, ma per ciò che lo stesso ha fatto; e quindi non perchè l’omicidio è commesso da un persecutore, ma in quanto tale delitto è preceduto da una condotta persecutoria della quale lo stesso costituisce l’esito. Tale conclusione sarebbe confermata dai lavori preparatori all’introduzione della circostanza aggravante in esame con il D.L. 23 febbraio 2009, n. 11art. 1, comma 1, lett. a), convertito con modificazioni dalla L. 23 aprile 2009, n. 38. Dagli stessi si desume che l’integrazione normativa è stata giustificata con la necessità di fronteggiare l’allarmante fenomeno della commissione di omicidi in danno delle vittime di atti persecutori, in tal modo presupponendo, quale oggetto della nuova previsione aggravatrice, una connessione fra i due fatti criminosi, entrambi compresi nella stessa.

In presenza di questi elementi testuali e sistematici, una lettura nel senso del concorso dei reati si tradurrebbe nella sostanziale abrogazione della disciplina del reato complesso di cui all’art. 84 c.p. e, per altro verso, nel duplice addebito, a carico del soggetto agente, del delitto volontario aggravato ex art. 576 c.p., comma 1, n. 5.1 e di quello di atti persecutori, in violazione del principio generale del ne bis in idem, nei suoi aspetti sia processuali che sostanziali.

Nell’economia della motivazione della decisione citata assume peraltro rilievo contrale, ai fini dello sviluppo del ragionamento, la circostanza che la fattispecie assorbente sia costituita da un omicidio volontario verificatosi quale sviluppo conseguente della condotta persecutoria.

  1. Ai fini del corretto inquadramento della problematica in esame, sono innanzitutto e senz’altro condivisibili le argomentazioni della sentenza della Prima Sezione in ordine all’irrilevanza, per un verso, della normativa sul concorso apparente di norme (art. 15c.p.), e, per altro, della clausola di riserva contenuta in una delle norme incriminatrici astrattamente incidenti sulla fattispecie, ossia l’art. 612-bisc.p..

3.1. Quanto al primo aspetto, la giurisprudenza delle Sezioni Unite ha da tempo chiarito che la sussistenza dell’identità della materia regolata da più disposizioni della legge penale, che costituisce il presupposto normativo dell’operatività dell’istituto del concorso apparente, non può essere valutata alla luce di criteri diversi dal principio di astratta specialità fra le norme (Sez. U, n. 20664 del 23/02/2017, Stalla, Rv. 269668). L’ipotesi dell’esclusiva applicabilità di una sola delle norme incriminatrici ricorre pertanto unicamente ove, all’esito del confronto strutturale fra le fattispecie astratte configurate e della comparazione degli elementi costitutivi che concorrono a definirle, sia da escludere il presupposto della convergenza di norme (Sez. U, n. 1963 del 28/10/2010, dep. 2011, Di Lorenzo, Rv. 248722; Sez. U, n. 1235 del 28/10/2010, dep. 2011, Giordano, Rv. 248864).

Tali condizioni non sono all’evidenza ravvisabili nel raffronto tra le articolazioni strutturali degli artt. 575 e 612-bis c.p., che non presentano elementi comuni nè con riguardo alle condotte, costituite nella prima norma da atti lesivi dell’integrità fisica e nella seconda da comportamenti minacciosi o molesti, nè per quanto concerne gli eventi, diversamente individuati, per il primo reato, nella morte della vittima, e, per il secondo, nell’induzione nella stessa di stati di ansia, paura o timore per l’incolumità propria o di congiunti, ovvero dalla costrizione della persona offesa all’alterazione delle proprie abitudini di vita. Non senza considerare, peraltro, che anche l’eventuale riferimento agli ormai superati criteri fondati sull’omogeneità o meno degli interessi tutelati dalle norme (Sez. 5, n. 13164 del 01/10/1999, Melluccio, Rv. 214712) condurrebbe nel caso di specie a risultati analoghi, essendo i reati in discussione diretti ad offendere l’uno il valore della vita e l’altro quello della libertà morale della persona.

3.2. Per quanto riguarda il secondo aspetto, relativo alla presenza nell’art. 612-bis c.p. della clausola di riserva per il caso in cui il fatto costituisca un più grave reato, le stesse osservazioni che precedono, in ordine alla radicale difformità strutturale delle fattispecie incriminatrici dell’omicidio e degli atti persecutori e alla estraneità dei relativi elementi costitutivi, implicano inevitabilmente l’impossibilità che il fatto persecutorio integri di per sè il più grave e diverso fatto omicidiario.

3.3. A prescindere da queste considerazioni, va però richiamata l’attenzione su un dato che in ogni caso le supera, rivelandosi in definitiva dirimente. Il riferimento normativo per la soluzione della questione, anche per i termini nei quali la stessa è stata proposta alle Sezioni Unite, si individua esclusivamente nell’art. 84 c.p.; si tratta di stabilire, infatti, se il caso in esame sia e meno riconducibile all’istituto del reato complesso, disciplinato da detta norma.

E’ noto a questa Corte il risalente dibattito dottrinario sulla identificazione del principio generale del quale il citato art. 84 sarebbe espressione. Essoe ha visto contrapporre ai richiami ai criteri della specialità in concreto, della sussidiarietà, della consunzione o del ne bis in idem sostanziale quello alla specialità in astratto posta a fondamento dell’art. 15 c.p., di cui l’art. 84 sarebbe una sostanziale duplicazione. Questa tesi ha trovato anche un riconoscimento giurisprudenziale in un caso in cui l’assorbimento del reato di procurata somministrazione di sostanze stupefacenti (art. 613 c.p.) in quello di rapina, aggravata dal porre il soggetto passivo in stato di incapacità di volere e agire (art. 628 c.p., comma 3, n. 2), è stato giustificato quale applicazione specifica del principio di specialità e del conseguente concorso apparente di norme (Sez. 2, n. 50155 del 1/11/2004, Minicucci, Rv. 230601).

E’ tuttavia alla particolare struttura normativa del reato complesso, per come delineata dall’art. 84, che occorre avere riguardo per stabilire se, nel caso di specie, sussista o meno il concorso fra le norme incriminatrici richiamate.

  1. La soluzione del quesito richiede a questo punto una preliminare riflessione sulla fattispecie del reato complesso, come tale nominata nella rubrica dell’art. 84c.p., e descritta, nel comma 1 di detto articolo, quale sussunzione, come elementi costitutivi o circostanze aggravanti di un reato, di fatti di per sè costituenti autonomi reati.

4.1. Dal tenore letterale della disposizione risulta immediatamente che la figura in esame presenta più forme di manifestazione. Va tralasciata, in quanto non attinente al caso oggetto della questione rimessa, la problematica dell’inclusione o meno tra queste forme del cosiddetto “reato complesso in senso lato”, nel quale una fattispecie incriminatrice è composta da un fatto costituente altro reato e da ulteriori elementi di fatto in sè privi di rilevanza penale. Tale ipotesi è stata ritenuta configurabile dalla giurisprudenza con riguardo al reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, in quanto comprendente un fatto di appropriazione indebita a cui si aggiunge la sentenza dichiarativa di fallimento (Sez. 5, n. 2295 del 03/07/2015, dep. 2016, Marafioti, Rv. 266018), mentre viene diversamente ricondotta da parte della dottrina alla diretta applicazione del principio generale di specialità.

Tanto premesso, nel testo della norma citata si individuano chiaramente due distinte ipotesi, rispettivamente denominate in dottrina come “reato composto”, costituito da elementi che di per sè integrererebbero altre figure criminose, e come “reato complesso circostanziato”, nel quale, ad una fattispecie-base, distintamente prevista come reato, si aggiunge quale circostanza aggravante un fatto autonomamente incriminato da altra disposizione di legge.

La seconda di tali ipotesi è quella che evidentemente ricorrerebbe nel caso proposto alle Sezioni Unite secondo una delle interpretazioni giurisprudenziali in contrasto, per la quale il reato-base di omicidio volontario è aggravato dalla commissione di un fatto costituente il diverso reato di atti persecutori.

Dal testo normativo emergono peraltro, per il reato complesso in genere come per quello circostanziato in particolare, alcune indicazioni di contenuto chiaro e indiscutibile.

4.2. E’ in primo luogo necessario che l’elemento costitutivo o la circostanza aggravante del reato complesso abbiano ad oggetto un fatto oggettivamente identificabile come tale. Ne segue che la fattispecie in esame non ricorre allorchè la norma incriminatrice, in tesi assorbente, consideri in questa prospettiva una mera qualificazione soggettiva del soggetto agente. E’ il caso della condizione di persona facente parte di un’associazione finalizzata alla commissione di reati di contrabbando (L. 17 luglio 1942, n. 907art. 81, n. 4), in relazione alla quale è stato ravvisato il concorso fra il reato di contrabbando aggravato e quello di associazione per delinquere (Sez. 3, n. 11916 del 05/10/2016, dep. 2017, Colombo, Rv. 269276).

4.3. Occorre, altresì, che il fatto di cui sopra sia inserito nella struttura del reato complesso nella completa configurazione tipica con la quale è previsto quale reato da altra norma incriminatrice. Per questa ragione è stata coerentemente esclusa la natura di reato complesso della rissa, aggravata dalla morte o dalle lesioni subite da taluno nel corso della stessa, rispetto ai reati di omicidio o lesioni personali, essendo gli eventi aggravanti inclusi nella fattispecie incriminatrice di cui all’art. 588 c.p. nella loro oggettiva verificazione quale conseguenza della colluttazione, e non in tutte le componenti materiali e psicologiche dei reati specificamente previsti dagli artt. 575 e 582 c.p. (Sez. 1, n. 30215 del 07/04/2016, R., Rv. 267224). Analogamente, è stato escluso l’assorbimento del reato di porto illegale di arma nel delitto di rapina aggravata dall’uso della medesima arma (art. 628 c.p., comma 3, n. 1), in quanto il delitto di porto illegale è integrato da una condotta diversa da quella sufficiente per la realizzazione dell’aggravante della rapina, che richiede unicamente l’utilizzazione di un’arma anche non detenuta o portata illegalmente (Sez. 2, n. 8999 del 18/11/2014, dep. 2015, Di Stefano, Rv. 263229). La giurisprudenza ha, inoltre, ritenuto assorbita la contravvenzione di possesso ingiustificato di strumenti di effrazione (art. 707 c.p.) nel delitto di furto aggravato dalla violenza sulle cose o dal mezzo fraudolento solo allorchè gli strumenti abbiano trovato effettivo impiego nell’azione furtiva e la detenzione sia attuata esclusivamente con l’uso necessario all’effrazione (Sez. 2, n. 5731 del 02/10/2019, dep. 2020, Lamonaca, Rv. 278371).

4.4. Il fatto deve, infine, essere previsto dalla norma incriminatrice, che si assume configurare un reato complesso, quale componente necessaria della relativa fattispecie astratta, non essendone rilevante l’eventuale ricorrenza nel caso concreto quale occasionale modalità esecutiva della condotta. In tal senso la Corte di legittimità ha ritenuto il concorso del reato di falso in atto pubblico con quello di truffa del quale il falso abbia costituito un artificio nella situazione specificamente contestata (Sez. 5, n. 2935 del 05/11/2018, dep. 2019, Manzo, Rv. 274589), nonchè il concorso del reato di esercizio abusivo di attività finanziaria con quello di usura, non necessariamente realizzabile mediante l’irregolare erogazione di un finanziamento (Sez. 2, n. 43916 del 04/10/2019, Abbate, Rv. 277740).

Le citate decisioni hanno sostanzialmente ritenuto estranea alla fattispecie dell’art. 84 c.p., nella sua inequivoca e insuperabile formulazione testuale, la figura del “reato eventualmente complesso”, ipotizzata da parte della dottrina.

  1. Sulla base di quanto sinora esposto è possibile affermare che i tratti strutturali della fattispecie normativa del reato complesso, chiaramente rilevabili dalla formulazione letterale dell’art. 84c.p., richiedono la previsione testuale di più fatti di per sè costituenti autonomi e diversi reati, puntualmente riconducibili a distinte fattispecie incriminatrici.

A questo punto si tratta di verificare, alla luce della ratio e della collocazione sistematica dell’istituto, se sussistano ulteriori presupposti per la configurabilità del reato complesso.

Il tema, come si è visto, è prospettato nella stessa ordinanza di rimessione. Secondo uno dei due indirizzi interpretativi esaminati, il reato complesso si configura in presenza anche di un collegamento sostanziale fra la condotta omicidiaria e quella persecutoria, collegamento la cui necessità è stata affermata anche da una parte della dottrina. Quest’ultima, pur ammettendo che la figura del reato complesso è il risultato di un’operazione legislativa di unificazione di reati, individua alla base di tale costruzione normativa un substrato sostanziale che riconduce i fatti ad un contesto criminoso esso stesso unitario e ne identifica il profilo di congiunzione in una comune matrice ideologica quanto ai motivi a delinquere, in un rapporto finalistico fra i fatti o nella convergenza degli stessi verso un unico risultato finale.

Orbene, guardando in questa prospettiva al testo dell’art. 84, si nota che i caratteri del reato complesso sono costruiti come funzionali ad un effetto giuridico immediatamente ed espressamente indicato (“le disposizioni degli articoli precedenti non si applicano…”), ossia l’inoperatività dei meccanismi di cumulo sanzionatorio previsti in detti articoli e la conseguente applicazione della sola pena edittale prevista per il reato complesso, escludendo qualsiasi incidenza sanzionatoria dei reati in esso unificati. Fra le disposizioni oggetto di richiamo dell’incipit dell’art. 84 rientra il concorso formale di reati disciplinato dall’art. 81 c.p., comma 1, per la quale è previsto un trattamento sanzionatorio che, pur nella forma mitigata del cumulo giuridico, è determinato dalla pluralità delle pene corrispondenti ai singoli reati concorrenti. La normativa dell’art. 84 si connota particolarmente come derogatoria rispetto a quella dell’art. 81 e il reato complesso ne emerge quale fattispecie di esenzione dal regime sanzionatorio del concorso formale, in quanto “assorbe” la pene stabilite per i singoli reati in quella stabilita per il reato complesso.

Questo rapporto fra le due disposizioni suggerisce la riferibilità delle stesse ad un fondamento sostanziale comune che dà ragione della previsione specifica di una particolare disciplina sanzionatoria nell’ipotesi del reato complesso; tale fondamento è identificabile nell’unitarietà dell’azione complessiva che comprende i fatti criminosi, da intendersi come implicitamente sottesa anche alla figura del reato complesso, secondo quanto sottolineato dalla dottrina sopra citata.

Si pone nella stessa linea argomentativa la considerazione della ratio della previsione dell’art. 84, volta ad evitare una duplicazione della risposta sanzionatoria per gli stessi fatti in violazione del principio del ne bis in idem sostanziale (oggetto di recente e reiterata affermazione nella giurisprudenza costituzionale, v. Corte Cost., sent. n. 20 del 2016 sull’identità del fatto ai fini del divieto di procedere per precedente giudicato ai sensi dell’art. 649 c.p.p., ma con evidenti ricadute sul piano sostanziale; Corte Cost., sent. n. 43 del 2018 e sent. n. 236 del 2016 in tema di proporzionalità della previsione punitiva). E’ evidente che tale necessità si manifesta segnatamente nel rapporto fra il reato complesso e gli altri reati che lo compongono, contraddistinti da un contesto unitario, nell’ambito del quale maggiormente risalta la possibilità di una sproporzione nel cumulo di pene previste per fatti inseriti nella stessa azione criminosa.

  1. Vi sono dunque convincenti ragioni sistematiche per le quali deve ritenersi che il reato complesso sia caratterizzato, oltre che dagli elementi strutturali esplicitamente indicati dalla norma, anche da un ulteriore elemento sostanziale, costituito dall’unitarietà del fatto che complessivamente integra il reato riconducibile a questa fattispecie.

L’esistenza di questo presupposto è stata peraltro colta dalla giurisprudenza di legittimità nelle situazioni in cui la casistica concreta ha posto in rilievo la relativa problematica; e in tali occasioni il concetto di unitarietà del fatto è stato arricchito di ulteriori connotazioni descrittive.

Una di esse è stata ravvisata nella contestualità spaziale e temporale fra i singoli fatti criminosi che compongono la fattispecie del reato complesso.

In aggiunta a questo, però, si è posto in luce un altro aspetto allorchè è stata esaminata l’ipotesi della rapina commessa in un luogo destinato a privata dimora, che, in quanto prevista quale forma aggravata del reato di rapina dall’art. 628 c.p., comma 3, n. 3-bis, costituisce in linea generale e in termini strutturali un reato complesso circostanziato che assorbe il delitto di violazione di domicilio (in tal senso Sez. 2, n. 40382 del 17/07/2014, Farfaglia, Rv. 260322). Qui non vi è dubbio che la stessa formulazione della fattispecie astratta, radicando la forma circostanziale in un dato ambientale relativo al particolare luogo di commissione del fatto, implichi inevitabilmente la descritta contestualità dei fatti di rapina e di violazione di domicilio. Quando tuttavia è stato presentato all’attenzione della giurisprudenza il caso particolare della violazione di domicilio commessa al fine di danneggiare l’abitazione della vittima, e nel corso della quale il soggetto agente abbia approfittato della disponibilità di detta abitazione per impossessarsi di beni della persona offesa, si è sottolineato come in una situazione del genere i fatti di violazione di domicilio e rapina assumano il carattere della contestualità per un limitato segmento temporale, inserendosi solo occasionalmente il secondo nell’azione relativa al primo e per il resto divergendone le finalità. E’ stata di conseguenza esclusa la configurabilità nel caso in esame del reato complesso, ritenendosi il concorso fra i reati di rapina aggravata e violazione di domicilio (Sez. 2, n. 1925 del 18/12/2015, dep. 2016, Singh, Rv. 265990). Questa linea interpretativa ha trovato successiva conferma nell’affermazione di carattere generale per la quale l’assorbimento della violazione di domicilio nel reato complesso di rapina aggravata si verifica allorchè la predetta violazione sia posta in essere al fine esclusivo della sottrazione di beni della persona offesa (Sez. 2, n. 17147 del 28/03/2018, Andolina, Rv. 272808).

L’insufficienza della mera contestualità dei fatti criminosi, previsti quali costitutivi di un reato complesso, ad integrare detta fattispecie con i relativi effetti di assorbimento nella stessa dei reati componenti, è stata peraltro ribadita con riguardo ad un’ipotesi nella quale il legame finalistico fra i fatti è letteralmente enunciato nella formulazione della norma incriminatrice del reato complesso: è il caso della violenza sessuale commessa mediante minaccia. L’assorbimento dell’autonomo reato di minaccia di cui all’art. 612 c.p. in quello di violenza sessuale è stato, infatti, rigorosamente limitato ai casi in cui la condotta minacciosa sia strumentale alla costrizione della vittima a subire la violenza sessuale; è stato, viceversa, escluso, con il conseguente concorso fra i due reati, nei casi in cui le espressioni minacciose siano rivolte alla persona offesa anche per una finalità diversa, come quella di indurre la stessa a ristabilire una relazione sentimentale con il soggetto agente (Sez. 3, n. 23898 del 12/03/2014, R., Rv. 259433).

Alla luce di queste indicazioni, oltre ad essere confermata sul piano applicativo la necessità, per la configurabilità del reato complesso, del presupposto sostanziale dell’unitarietà del fatto – in aggiunta alle condizioni strutturali previste dall’art. 84 c.p. – detto presupposto si presenta come articolato non solo nella contestualità dei singoli fatti criminosi sussunti della fattispecie assorbente, ma anche nella loro collocazione in una comune prospettiva finalistica. Ed in tal senso l’esperienza giurisprudenziale si salda con i menzionati riferimenti dottrinali che individuano il fondamento del reato complesso nella convergenza dei fatti che lo compongono in direzione di un unico risultato finale.

  1. Occorre ora verificare se i requisiti necessari per la ravvisabilità di un reato complesso, fin qui descritti, siano o meno sussistenti nella fattispecie aggravata del reato di omicidio di cui all’art. 576c.p., comma 1, n. 5.1, rispetto al reato di atti persecutori.

L’orientamento che propende per la conclusione negativa sul punto incentra le sue argomentazioni sulla mancanza nel caso di un elemento strutturale del reato complesso, ossia la puntuale descrizione della fattispecie tipica del reato assorbito all’interno di quella del reato assorbente. Difetterebbe in particolare, trattandosi, in tesi, nel caso in esame di un reato complesso circostanziato, la riproduzione testuale del fatto aggravante in termini corrispondenti a quelli del fatto tipico del reato di atti persecutori. L’oggetto dell’aggravante si ridurrebbe viceversa ad un aspetto eminentemente soggettivo, inerente alla qualificazione del soggetto agente come autore di una condotta persecutoria, e quindi ad un profilo negativo della sua personalità con riguardo alla maggiore capacità criminale dimostrata.

La lettura della norma nella sua interezza fornisce, però, indicazioni di segno contrario.

Va in primo luogo attribuito il giusto rilievo al dato per il quale la fattispecie del reato di atti persecutori è richiamata nella previsione circostanziale mediante la citazione della relativa norma incriminatrice.

Questo elemento deve essere valutato in collegamento con la descrizione normativa del fatto aggravante quale commissione dell’omicidio ad opera “dell’autore del delitto previsto dall’art. 612-bis nei confronti della stessa persona offesa”. Questa formulazione non comprende unicamente il riferimento all’identità del soggetto agente dei reati di omicidio volontario e di atti persecutori, sul quale l’orientamento contrario alla configurabilità del reato complesso sofferma la sua attenzione per limitare la portata della circostanza aggravante alla mera posizione soggettiva dell’autore del fatto omicidiario. L’espressione della norma, come viceversa sottolineato dall’opposto indirizzo giurisprudenziale, attribuisce analogo risalto all’essere i due reati diretti contro la medesima persona, e quindi all’identità della vittima dei reati.

La fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612-bis c.p. è, dunque, menzionata nella previsione della circostanza aggravante attraverso l’indicazione non solo del titolo di reato, ma anche dell’autore e della vittima della relativa condotta, ossia dei soggetti fra quali l’azione persecutoria si svolge. In questi termini, la predetta fattispecie è di conseguenza inequivocabilmente riportata all’interno della fattispecie aggravatrice nella sua integrale tipicità.

L’omicidio volontario è pertanto aggravato, nell’ipotesi in esame, non per le caratteristiche personali del soggetto agente, ossia l’essere un persecutore, ma per ciò che egli ha fatto, vale a dire per il fatto persecutorio commesso. Fatto che in quanto tale, e non solo per il suo significato in termini di capacità criminale del soggetto agente, è costitutivo della fattispecie astratta di un reato a questo punto complesso nella forma circostanziata.

Sostiene ulteriormente questa interpretazione il contenuto dei lavori preparatori al D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni dalla L. 23 aprile 2009, n. 38, introduttivo della circostanza aggravante in esame. L’intenzione del legislatore era nell’occasione chiaramente espressa dall’intento di affrontare con adeguato rigore sanzionatorio un fenomeno criminale notoriamente ricorrente ed ingravescente nella realtà attuale, ossia il verificarsi di fatti omicidiari in danno di vittime di atti persecutori da parte degli stessi autori di tali atti. Orbene, in questa prospettiva la ratio della previsione si individua nella risposta ad un fatto complessivo visto come meritevole di aggravamento per la sua oggettiva valenza criminale, ossia lo sviluppo omicidiario di una condotta persecutoria, con l’effetto di sanzionare tale aggravamento con la massima pena dell’ergastolo; nel quale, pertanto, tale condotta è intranea nella sua fattualità alla struttura della disposizione circostanziale.

La fattispecie in esame presenta, in conclusione, le caratteristiche strutturali del reato complesso circostanziato, che include il reato di atti persecutori in una specifica forma aggravata del reato di omicidio.

Le considerazioni da ultimo svolte rendono inoltre coerente una lettura della norma che sottende l’esistenza del requisito sostanziale del reato complesso, ossia l’unitarietà finalistica dei fatti di omicidio volontario ed atti persecutori. Non vi è dubbio infatti che, se l’intento legislativo alla base della previsione dell’aggravante è quello di perseguire con maggiore severità l’omicidio costituente sviluppo della condotta persecutoria, è a questa dimensione fattuale che deve aversi riguardo per la definizione della fattispecie aggravante; e quindi ad una situazione nella quale gli atti persecutori e l’omicidio presentano non solo contestualità spazio-temporale, ma si pongono altresì in una prospettiva finalistica unitaria.

  1. La tesi della ravvisabilità di un reato complesso nella fattispecie aggravata in esame, convalidata dalle argomentazioni che precedono, non è inficiata dalle obiezioni che alla stessa sono state opposte. Tanto in considerazione, soprattutto, delle caratteristiche del reato complesso come delineate in generale e, per quanto detto, presenti nel caso di specie, con particolare riguardo alla necessaria ricorrenza di un’unitarietà non solo contestuale, ma anche finalistica dei fatti complessivamente considerati; aspetto, quest’ultimo, che rende irrilevante la maggior parte di dette obiezioni.

8.1. Deve innanzitutto escludersi che l’accoglimento della opzione interpretativa del reato complesso possa condurre all’irragionevole risultato di escludere la punibilità della condotta persecutoria nel caso in cui la stessa sia seguita, a distanza consistente di tempo, dall’omicidio della vittima ad opera dello stesso persecutore. E’ del tutto evidente, infatti, che in una situazione di questo genere non si realizzerebbe il requisito minimo dell’unitarietà del fatto rappresentato dalla contestualità dei due reati; con la conseguente impossibilità di configurare il reato complesso e, quindi, l’assorbimento del reato di atti persecutori in quello di omicidio.

8.2. Non è rilevante l’osservazione critica, proposta nella contraria decisione della Prima Sezione, relativa al raffronto con la disposizione aggravatrice dettata dall’art. 576 c.p., stesso comma 1, n. 5 per i casi in cui l’omicidio sia commesso “in occasione della commissione di taluno dei delitti previsti dagli artt. 572, 583-quinquies, 600-bis, 600-ter, 609-bis, 609-quater e 609-octies”; con particolare riguardo alla mancata riproposizione, nella descrizione normativa dell’aggravante di cui al n. 5.1 successivamente introdotta, del riferimento al legame “occasionale” dell’omicidio con il diverso reato che dà luogo all’ipotesi aggravata.

Va premesso, per l’esatta comprensione dell’argomento, che la costante giurisprudenza di legittimità riconosce, nella citata disposizione del n. 5, una fattispecie di reato complesso, in forza specificamente della contestualità del reato di omicidio con taluno degli altri indicati nella norma (Sez. 1, n. 29167 del 26/05/2017, Nwajiobi, Rv. 2702181; Sez. 1, n. 6775 del 28/01/2015, Erra, Rv. 230149). Ebbene, proprio la mancanza di un esplicito riferimento a tale contestualità nella previsione di cui al n. 5.1 è stata considerata, nella prospettazione critica esaminata, quale indicativa dell’intento legislativo di escludere la configurabilità del reato complesso nel caso di concorso dell’omicidio con il reato di atti persecutori.

Se tuttavia si tiene conto della presenza, fra le caratteristiche generali del reato complesso, dell’unitarietà del fatto in termini finalistici oltre che contestuali, il riferimento letterale contenuto nell’art. 576, n. 5 alla sola contestualità acquisisce un significato non solo diverso, ma addirittura opposto a quello attribuitogli nell’argomentazione in discussione. E’ in tal senso significativo quanto osservato dalla giurisprudenza di legittimità formatasi sulla norma in esame, allorchè ha da tempo sottolineato che il concorso dell’omicidio con uno degli altri reati ivi indicati è escluso “senza che neppure sia richiesta alcuna connessione di tipo finalistico fra i due delitti” (Sez. 1, n. 12680 del 29/01/2008, Giorni, Rv. 239365; Sez. 1, n. 4690 del 10/02/1992, De Pasquale, Rv. 189872). Perchè nel delitto di omicidio sia assorbito il diverso reato in occasione del quale il primo è commesso, è in altre parole sufficiente la mera contestualità dei reati, mentre non è necessaria la sussistenza di un rapporto di connessione tra i fatti. Non occorre in particolare l’inserimento dei fatti nella stessa ottica finalistica, che costituisce il presupposto sostanziale per la configurabilità del reato complesso. Ne segue che, nei casi in cui l’omicidio venga commesso contestualmente a reati di maltrattamenti, lesioni deformanti, prostituzione e pornografia minorile e violenza sessuale, la legge prevede sostanzialmente una “soglia” di configurabilità del reato complesso diversa e di livello inferiore rispetto a quella generalmente richiesta per tale figura, in quanto limitata per l’appunto a tale contestualità spazio-temporale tra i fatti. E’ del resto coerente con questa scelta legislativa la mancata previsione per l’aggravante di cui al n. 5, a differenza di quella di cui alla questione rimessa, dell’identità della persona offesa dell’omicidio e degli altri reati.

Il fatto che nella disposizione di cui al n. 5.1 non sia espressamente prevista la contestualità dei fatti di omicidio e atti persecutori, lungi dall’escludere per tale fattispecie la ravvisabilità del reato complesso riconosciuta per l’ipotesi di cui al n. 5, assume a questo punto un valore contrario. Dove per i casi di cui al n. 5 tale esplicita previsione limita alla mera contestualità dei fatti il presupposto dell’assorbimento nel delitto di omicidio degli altri reati ivi indicati, l’assenza del riferimento in esame nella formulazione dettata all’art. 576, n. 5.1 ha l’effetto di ristabilire, per il caso in cui l’omicidio venga commesso dall’autore del reato di persecutori in danno della stessa vittima, il presupposto sostanziale del reato complesso nella sua interezza. In tale ipotesi, di conseguenza, la contestualità dei fatti criminosi non è sufficiente per l’assorbimento del reato di astti persecutori in quello di omicidio, se ad essa non si aggiunge in concreto l’unicità della prospettiva finalistica nella quale i fatti sono realizzati.

8.3. Il riferimento contenuto nella sentenza n. 20786 del 12/04/2019 alla giurisprudenza di legittimità sul concorso fra i reati di atti persecutori e lesioni personali non appare dirimente.

Occorre rammentare a questo proposito che l’art. 585 c.p., comma 1, prevede per i reati di lesioni – anche nelle forme autonome delle mutilazioni genitali femminili e delle lesioni deformanti di cui, rispettivamente, agli artt. 583-bis e 583-quinquies – oltre che per il reato di omicidio preterintenzionale, un aumento della pena da un terzo alla metà ove ricorra alcuna delle aggravanti indicate nell’art. 576; in tal modo richiama per i predetti reati, fra le altre, l’aggravante della commissione del fatto ad opera dell’autore di atti persecutori in danno della stessa vittima.

Come correttamente rammentato nella sentenza sopra citata, si è ritenuto procedibile il reato di atti persecutori, in quanto connesso con quello di lesioni, anche nel caso in cui la procedibilità d’ufficio per quest’ultimo delitto sia determinata dalla contestazione dell’aggravante in discussione (Sez. 5, n. 11409 del 08/10/2015, dep. 2016, C., Rv. 266341). Tale decisione si colloca, però, all’interno di una linea interpretativa che ammette il concorso fra i reati di atti persecutori e lesioni sulla base dell’insussistenza, fra le relative norme incriminatrici, di un rapporto di specialità, tenuto conto sia della struttura delle fattispecie che dell’oggettività giuridica delle stesse (Sez. 5, n. 10051 del 19/01/2017, B., Rv. 269456; Sez. 5, n. 54923 del 08/06/2016, V., Rv. 268408), e della conseguente inoperatività dell’istituto del concorso apparente di cui all’art. 15 c.p. La tematica non è stata viceversa affrontata in quella sede sotto il diverso profilo, che qui invece rileva, dell’applicabilità della disciplina del reato complesso di cui all’art. 84; l’indirizzo citato non incide di conseguenza sulla questione qui discussa.

8.4. Il rapporto fra i reati di atti persecutori e lesioni è oggetto delle note d’udienza depositate, in cui vengono illustrate le conseguenze asseritamente paradossali derivanti dall’accoglimento della tesi del reato complesso nell’ipotesi in cui gli atti persecutori concorrano con fatti di lesioni in danno della stessa vittima. Si osserva, in particolare, che l’applicazione dell’art. 84 c.p. anche in questa ipotesi porterebbe all’assorbimento del reato di atti persecutori nel reato di lesioni, che, pur tenuto conto dell’aumento di pena previsto dall’art. 585 c.p. per la richiamata aggravante (che si è visto poc’anzi essere della misura variante da un terzo alla metà della pena prevista per il reato di lesioni) sarebbe meno grave, nel massimo edittale, del delitto di cui all’art. 612-bis c.p..

Sul punto va osservato in primo luogo che effetti eventualmente distorsivi, anche nelle conseguenze sanzionatorie, sarebbero nella specie imputabili alla scelta legislativa di mantenere inalterato, nel citato art. 585, il richiamo alle circostanze aggravanti previste dall’art. 576, pur in presenza della progressiva inclusione in dette fattispecie circostanziali di ipotesi di concorso di reati di gravità superiore a quello di lesioni. Effetti analoghi, del resto, sono potenzialmente verificabili anche nel caso della contestualità del reato di lesioni con quelli indicati nell’art. 576, comma 1, n. 5 esso pure richiamato dall’art. 585, situazione in cui è indiscussa in giurisprudenza la ravvisabilità di un reato complesso. Tali conseguenze indirette, in altre parole, non sono in grado di superare gli argomenti che, per quanto detto, convergono nell’individuare la configurazione di un reato complesso anche nella fattispecie aggravata di cui all’art. 576, n. 5.1.

A prescindere da questa, già di per sè dirimente, osservazione, deve peraltro aggiungersi che gli effetti di cui sopra sono comunque notevolmente depotenziati, nella loro concreta ricorrenza, dalla portata che il requisito dell’unitarietà del fatto assume nel reato complesso; condizione che, lo si ribadisce, si dispiega interamente nella circostanza aggravante di cui al n. 5.1, in quanto non è limitata alla mera contestualità dei fatti richiesta dalla disposizione di cui al n. 5, ma comprende anche l’inserimento dei fatti in una comune prospettiva finalistica. Tale prospettiva, con riguardo al contesto persecutorio posto in essere con la condotta e gli eventi descritti nell’art. 612-bis c.p., inerisce al condizionamento e, in ottica finale, all’annientamento della personalità della vittima, progressivamente limitata e impedita, nell’esercizio della sua libertà di determinazione, dalle molestie e dalle minacce che ne inibiscono lo svolgimento dalla normale vita sociale.

In questa visione prospettica della condotta criminosa, l’omicidio del soggetto perseguitato si presenta nell’esperienza giudiziaria come il risultato estremo, ma purtroppo non infrequente, dell’intento di annullamento della personalità della vittima; e quindi si integra compiutamente nella complessiva direzione finalistica del fatto, come peraltro sottolineato nei rammentati lavori preparatori.

Nella stessa esperienza, viceversa, i fatti di lesioni si presentano solitamente come collaterali all’azione del soggetto agente, che ha la sua mira essenziale nel controllo e nell’appropriazione della vita quotidiana della persona offesa. Nella normalità dei casi, pertanto, tali fatti non potranno essere considerati come inclusi nella prospettiva finalistica del contesto persecutorio. Difetteranno di conseguenza, in questi casi, le condizioni per l’assorbimento della condotta persecutoria in quelle di lesioni, che manterranno la loro autonoma e specifica offensività.

8.5. Non sono, infine, fondati gli ulteriori rilievi formulati dal Procuratore generale.

In primo luogo, l’asserita difficoltà di concepire l’assorbimento di un delitto abituale come quello di atti persecutori in un delitto istantaneo come l’omicidio non sussiste, nel momento in cui la legge, come nel caso in esame, assume la condotta abituale quale fatto aggravante del reato istantaneo, facendone coincidere l’ultimo atto con detto reato. Anche per questo aspetto, del resto, una situazione analoga si propone per l’aggravante prevista dall’art. 576, n. 5 nell’ipotesi dell’omicidio commesso in occasione del reato, anch’esso abituale, di maltrattamenti, ipotesi della quale, come si è detto più volte, è indiscussa la natura di reato complesso.

Non è neppure sostenibile che la configurazione del reato complesso provochi un’irragionevole eliminazione o riduzione degli effetti sanzionatori di un reato grave come quello di atti persecutori. E’ appena il caso di rammentare, a questo proposito, che l’affermazione di responsabilità per il delitto di omicidio aggravato comporta edittalmente la massima pena dell’ergastolo, ampiamente adeguata rispetto ad un fatto complessivo che comprende sia l’offensività propria dell’omicidio che quella conseguente alla condotta persecutoria. Non è rilevante in contrario la possibilità che, trattandosi di un reato complesso circostanziato, l’aggravamento di pena, nella forma della sostituzione della pena detentiva temporanea con quella perpetua, sia eliso da circostanze attenuanti ove ritenute equivalenti o prevalenti. In quanto eventuale risultato del giudizio di bilanciamento fra circostanze, al quale il legislatore ha mantenuto piena operatività anche nella fattispecie in esame, tale possibile esito non costituisce infatti un elemento ostativo al riconoscimento di una configurazione giuridica sostenuta da ragioni sia letterali che sistematiche.

  1. Deve in conclusione essere affermato il seguente principio di diritto: “La fattispecie del delitto di omicidio, realizzata a seguito di quella di atti persecutori da parte dell’agente nei confronti della medesima vittima, contestata e ritenuta nella forma del delitto aggravato ai sensi dell’art. 575c.p. e art. 576c.p., comma 1, n. 5.1 – punito con la pena edittale dell’ergastolo – integra un reato complesso, ai sensi dell’art. 84 c.p., comma 1, in ragione della unitarietà del fatto”.
  2. L’applicazione del principio di cui sopra nel caso di specie comporta la fondatezza del motivo dedotto dall’imputata sul ritenuto concorso del reato di atti persecutori con il reato di omicidio. Il fatto omicidiario contestato, ultimo degli atti persecutori oggetto della relativa imputazione e, come meglio si vedrà, in linea continuativa con i precedenti, è indiscutibilmente contestuale alla conclusione della condotta persecutoria e inserito nella stessa prospettiva finalistica di annichilimento della personalità della vittima.

Le conseguenze sanzionatorie dell’accoglimento del motivo saranno esposte in seguito (cfr. paragrafo 15).

  1. I motivi proposti dall’imputata ricorrente sul vizio di motivazione in ordine alla sussistenza del fatto di atti persecutori sono infondati.

La decisione rescindente aveva chiamato sul punto il giudice del rinvio ad approfondire la valutazione dell’attendibilità dei contributi testimoniali, non limitandosi a prendere atto dell’esistenza di deposizioni confermative dell’assunto accusatorio e di altre rappresentative di una situazione di reciprocità di atteggiamenti offensivi fra la M. e la C., ma verificando la credibilità intrinseca ed estrinseca di queste ricostruzioni dei fatti.

La sentenza impugnata è stata puntualmente motivata in questa prospettiva. La Corte territoriale ha esaminato il complesso delle dichiarazioni testimoniali tenendo conto che le stesse riportavano informazioni rispettivamente apprese dalla persona offesa e dall’imputata, ma verificandone l’attendibilità in base ad elementi diversi dalla natura indiretta di tali dichiarazioni. I giudici hanno osservato, in primo luogo, che le dichiarazioni del marito della C., per le quali i coniugi avevano concordato di non parlare nelle sedi ufficiali delle vessazioni subite dalla donna, davano ragione della comprensibile ritrosia della C. a raccontare a chiunque nell’ambito lavorativo le vessazioni subite. Tenuto conto di questo, hanno ritenuto significativo che di tali vessazioni la predetta avesse parlato con le colleghe con le quali aveva maggiore confidenza, ossia T.M.A. e C.P.. La sentenza impugnata, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha valorizzato la testimonianza della T., destinataria delle confidenze della C. circa le ripetute aggressioni fisiche subite ad opera della M. nel parcheggio e nel vano scale dello stesso. Ha dato altresì rilievo alla deposizione della C., in ordine a quanto confidatole dalla C. su frasi offensive e provocatorie rivoltele dall’imputata e sul timore della prima che la M. le sottraesse qualcosa dalla cassa per crearle dei problemi con la contabilità, condizione che la induceva a non allontanarsi mai dalla propria postazione di lavoro. Ha, infine, sottolineato che la C. subiva le lesioni fatali in quel medesimo vano scale dove, secondo le confidenze riportate dalla T., sarebbe stata in precedenza più volte aggredita dalla M., circostanza idonea ad offrire alla ricostruzione accusatoria una conferma, costituita dalla corrispondenza delle modalità del fatto omicidiario con taluni degli atti persecutori.

Ulteriori elementi in tal senso sono stati peraltro individuati dai giudici di merito nel rinvenimento dell’opuscolo divulgativo dei servizi postali, sul quale erano tracciate annotazioni offensive nei confronti della C., redatte con una grafia attribuita all’imputata dalla consulenza tecnica, e nei fotogrammi delle riprese dell’impianto di videosorveglianza dell’ufficio postale, da cui risultava che la C. usciva dall’ufficio dopo la M. assicurandosi che la stessa non si trovasse sul suo tragitto.

La censura della ricorrente, secondo la quale le dichiarazioni a carico dell’imputata sarebbero state illogicamente privilegiate, nonostante avessero natura indiretta analoga a quella delle dichiarazioni favorevoli alla difesa, non si confronta con le riportate considerazioni della sentenza impugnata sulle particolari caratteristiche di attendibilità riconosciute alle informazioni riferite dalla T. e dalla C.. Sui riscontri indicati nei contenuti dell’opuscolo e nelle videoriprese il ricorso propone difformi valutazioni di merito, non consentite nel giudizio di legittimità, in presenza di un’argomentazione completa e ben sviluppata, e comunque generiche rispetto al giudizio di valenza di detti elementi quali dati convergenti con quelli dichiarativi nella complessiva convalida dell’ipotesi accusatoria.

Quanto, infine, all’evento del reato costituito dall’alterazione delle abitudini di vita della persona offesa, la doglianza di omessa valutazione delle dichiarazioni del teste N., in ordine all’iniziativa del marito della C. con riguardo al pensionamento anticipato della stessa, è per più profili generica. Essa, in primo luogo, si appunta solo su un aspetto di tale evento, ossia il congedo dal lavoro della persona offesa, trascurando gli altri, individuati dalla sentenza impugnata negli accorgimenti che la vittima era costretta ad adottare sul luogo di lavoro per evitare gli incontri con l’imputata. Non tiene conto, in secondo luogo, degli ulteriori eventi contestati, ossia le condizioni di ansia e timore indotte nella persona offesa. Non considera, infine, le risposte che ai rilievi difensivi sono state date dai giudici di merito nel richiamo alle menzionate dichiarazioni del marito della C., in ordine all’accordo con la moglie di tacere le vessazioni della M. negli incontri ufficiali, ed alla conseguente pretestuosità dell’assunzione, da parte del marito stesso, della paternità dell’iniziativa sul pensionamento anticipato della moglie.

  1. Il motivo dedotto dall’imputata ricorrente sulla configurabilità del reato di cui all’art. 612-bisc.p. è infondato. In particolare, è priva di pregio la tesi per la quale la collocazione del fatto contestato nell’ambito lavorativo consentirebbe di ravvisare nello stesso unicamente la fattispecie civilistica del mobbing. Non vi è dubbio che tale fattispecie, come ricostruita anche dalla giurisprudenza lavoristica, presenti quale componente qualificante, oltre ad un elemento oggettivo costituito dalla sistematica e prolungata reiterazione di atti espressivi di ostilità verso il dipendente, un elemento soggettivo individuato nell’intento persecutorio che unifica tali atti nella esclusiva finalità di mortificare la personalità e la dignità del lavoratore (Sez. L, n. 12437 del 21/05/2018, Rv. 648956; Sez. L, n. 26684 del 10/11/2017, Rv. 646150). E’ altrettanto certo che detto comportamento rileva anche ove posto in essere, oltre che dal datore di lavoro o da un suo preposto, da un altro dipendente (Sez. L, n. 17698 del 06/08/2014, Rv. 631986), dando luogo all’ipotesi del cosiddetto “mobbing orizzontale”.

Tuttavia, a parte il fatto che anche in questa ipotesi la rilevanza del comportamento, in termini di responsabilità per la violazione dell’art. 2087 c.c., è attribuita a titolo omissivo al datore di lavoro che abbia avuto conoscenza dell’attività persecutoria svolta da propri dipendenti nell’ordinario contesto lavorativo (Sez. L, n. 1109 del 20/01/2020, Rv. 656597), la giurisprudenza penale di legittimità ha evidenziato che l’eventuale illiceità civilistica della condotta persecutoria, in quanto inquadrata nell’ipotesi del mobbing, non esclude comunque che detta condotta integri le condizioni per l’autonoma configurabilità del reato di atti persecutori, ove la stessa determini taluno degli eventi previsti dalla relativa norma incriminatrice (Sez. 5, n. 31273 del 14/09/2020, F., Rv. 279752), eventi in ordine ai quali la sentenza impugnata ha fornito motivazione compiuta, esente da vizi logici e giuridici.

  1. I motivi dedotti dall’imputata ricorrente sulla sussistenza del reato di omicidio volontario sono infondati.

Sono in primo luogo inammissibili, in quanto precluse in questo giudizio di legittimità, le censure relative all’attribuibilità della caduta della C. all’esito accidentale di una lite dalla stessa ingaggiata con la M. piuttosto che ad una spinta di quest’ultima. Il precedente ricorso per cassazione proposto dall’imputata, che si esauriva nella deduzione della mancata valutazione della versione alternativa della difesa sulla causa della caduta e del conseguente evento letale, è stato infatti dichiarato inammissibile sia nella motivazione che nel dispositivo della sentenza rescindente. Il riferimento alla necessità per il giudice di rinvio di “riesaminare il fatto nel suo complesso, valutando tutte le risultanze probatorie disponibili e confrontandosi con le considerazioni svolte nella sentenza di primo grado” si colloca alla conclusione delle considerazioni sul rilevato vizio motivazionale concernente la qualificazione del fatto come omicidio preterintenzionale anzichè volontario, indicata nel dispositivo come esclusivo oggetto dell’annullamento della precedente sentenza di secondo grado. La rivalutazione probatoria, contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, era dunque limitata, nel giudizio di rinvio, alla ricostruzione dell’elemento psicologico con riguardo all’evento cagionato dall’accertata spinta inferta dalla M. alla C. sulle scale del parcheggio.

Le componenti del fatto rilevanti a questi fini sono state ricostruite nella sentenza impugnata in base ad una serie di elementi, di seguito esposti. I testi D.L. e D. vedevano una donna bionda come la M. entrare nel vano scale dal parcheggio nel momento in cui le videoriprese dell’impianto di sorveglianza mostravano la C. percorrere quelle scale e scendere verso il parcheggio. Gli stessi testimoni, in un momento immediatamente successivo, udivano l’urlo di una donna e un tonfo. Sul corpo della C., rinvenuto ai piedi della scala sul cui primo gradino erano rilevate tracce di sangue corrispondente a quello della vittima, venivano riscontrate, oltre alla lesione cranica rivelatasi mortale, altre fratture zigomatiche e nasali, ematomi ai polsi e, infine, veniva trovata una ciocca dei capelli dell’imputata stretta in una mano della vittima.

I giudici di merito, all’esito della valutazione complessiva di questi dati, osservavano in primo luogo che le fratture facciali della C. non potevano essere attribuite agli effetti di un rotolamento sulle scale a seguito della caduta, le quali avrebbero cagionato altre lesioni al resto del corpo. Argomentavano altresì, dallo scarso intervallo temporale colto dai testi fra l’accesso della M. alle scale e la caduta della C., segnalata dall’urlo e dal tonfo udito dagli stessi, che l’aggressione subita dalla vittima aveva fatto immediato seguito a quell’accesso. Rilevavano da ciò che l’imputata, introdottasi nel parcheggio da una diversa entrata, si era diretta verso le scale alla vista della persona offesa. Le lesioni facciali subite da quest’ultima erano di conseguenza ricondotte agli effetti di un pugno con il quale la M. aveva colpito il volto della C.. Evidenziavano, inoltre, che gli ematomi ai polsi e la ciocca strappata convergevano nel delineare una dinamica nella quale la M., che saliva le scale, aveva strattonato la vittima per porla verso il basso e spingerla in quella direzione, mentre la C. afferrava disperatamente e vanamente i suoi capelli. Hanno concluso pertanto che tale azione, volontariamente esercitata nei confronti della persona offesa dopo aver colpito la stessa al capo con forza tale da provocarle le descritte fratture facciali, non poteva che implicare l’accettazione dell’evento letale e la sussistenza di un dolo omicidiario quanto meno di natura eventuale.

Per tutte queste ragioni la motivazione della sentenza impugnata è immune dai vizi denunciati.

La ricorrente deduce carenza probatoria sulla conclusione della Corte territoriale che ha collegato la decisione dell’imputata di risalire le scale alla circostanza dell’avervi visto la C.. Tale censura si riduce tuttavia al riferimento alla tesi difensiva che motivava tale comportamento con la necessità di parlare con un collega. Si tratta pertanto di una doglianza in fatto non proponibile in questa sede e, comunque, generica ove non accompagnata dalla confutazione delle argomentazioni della sentenza impugnata sulla valenza dalla stessa attribuita alla tempistica degli eventi descritti dai testimoni.

La mancanza di un’esatta individuazione del gradino della scala, dal quale sarebbe iniziata la caduta della vittima, è irrilevante rispetto ad un assetto argomentativo nel quale i giudici di merito, conferendo adeguata significatività al devastante colpo al volto subito dalla C. prima della caduta, hanno evidenziato la prevedibile letalità di una spinta inferta ad una vittima le cui condizioni fisiche erano già pregiudicate dalle lesioni facciali subite.

E’ poi oggetto di difformi valutazioni di merito, estranee al giudizio di legittimità, il tema della riconducibilità ad una mera precostituzione difensiva dell’atteggiamento compassionevole dell’imputata verso la vittima notato dai testi D. e D.L., a fronte della motivazione della sentenza impugnata che, senza incorrere in vizi logici, valorizzava in tal senso le deposizioni dei testi C., F. e P., che, giunti sul luogo del fatto prima dei predetti D. e D.L., non notavano tale comportamento ed anzi riferivano che la M. attribuiva la caduta della C. ad una causa accidentale. Non senza considerare, sotto altro profilo, che la circostanza dedotta dalla difesa sarebbe comunque priva di decisività, non essendo l’atteggiamento di cui sopra, successivo al fatto, incompatibile con la precedente e volontaria causazione dell’evento.

Altrettanto privo di decisività è all’evidenza il riferimento della ricorrente ad una relazione psichiatrica che evidenzierebbe problematiche psicologiche dell’imputata durante la custodia cautelare. Di conseguenza è manifestamente infondata la censura di mancanza di motivazione sul punto.

Complessivamente, infine, le doglianze proposte con il ricorso si dirigono su singoli elementi del quadro probatorio, trascurandone la convergenza che sorregge la struttura motivazionale della sentenza impugnata.

  1. Sono infine inammissibili i motivi dedotti dal Procuratore generale e dall’imputata sul giudizio di equivalenza delle attenuanti generiche rispetto all’aggravante.

Le deduzioni del Procuratore generale sull’omesso esame del motivo di appello relativo alla richiesta subvalenza delle attenuanti e, comunque, sulla contraddittorietà della ritenuta equivalenza in relazione ad aspetti sfavorevoli all’imputata indicati nella stessa sentenza impugnata sono generiche a fronte dell’implicito rigetto della richiesta di subvalenza a fronte della valorizzazione di altri elementi favorevoli che avevano giustificato l’ormai definitivo riconoscimento delle attenuanti, e del bilanciamento di tali elementi con quelli di segno contrario. E’ quindi da escludere la denunciata contraddittorietà.

Il motivo di ricorso dell’imputata, con il quale si deduce la violazione del giudicato che si sarebbe creato sull’applicazione della diminuente per le attenuanti generiche, disposta con la precedente sentenza di appello, è invece manifestamente infondato, in quanto tale diminuzione era operata in quella sede in conseguenza dell’esclusione di tutte le aggravanti contestate. Tale statuizione era pertanto travolta dall’annullamento dell’assoluzione dall’imputazione di atti persecutori e della conseguente esclusione della relativa aggravante, viceversa ripristinata con la sentenza impugnata, per effetto della riaffermata sussistenza del reato di cui sopra, e correttamente sottoposta al giudizio di comparazione con le attenuanti generiche.

  1. Per effetto dell’accoglimento del motivo di ricorso sull’assorbimento del reato di atti persecutori in quello di omicidio aggravato, in applicazione dell’affermato principio di diritto sulla natura di reato complesso propria di quest’ultimo delitto, la pena corrispondente al reato assorbito deve essere eliminata, ai sensi dell’art. 620c.p.p., lett. l). Con la sentenza impugnata, ritenuta la continuazione fra i due delitti, la pena-base per l’omicidio aggravato era determinata in ventuno anni e sei mesi di reclusione, aumentata ai sensi dell’art. 81c.p. di un anno e sei mesi e ridotta a quindici anni e quattro mesi per il rito abbreviato. Va pertanto eliminato l’aumento di un anno e sei mesi, e la rimanente pena-base deve essere rideterminata, con la riduzione per l’abbreviato, in quattordici anni e quattro mesi di reclusione.

Al rigetto nel resto del ricorso dell’imputata segue la condanna della stessa alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili, che, avuto riguardo alla complessità delle questioni affrontate, si liquidano in complessivi Euro 6.900,00 oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Assorbito il delitto di cui al capo B) (art. 612-bis cod. pen.) in quello di cui al capo A) (art. 575 c.p., art. 576 c.p., n. 5.1), annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio che ridetermina in complessivi anni quattordici e mesi quattro di reclusione.

Rigetta, nel resto, il ricorso dell’imputata che condanna alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalle parti civili I.G., I.A., I.R. e C.G.A., liquidate in complessivi Euro 6.900,00 oltre accessori di legge.

Dichiara inammissibile il ricorso del Procuratore generale.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 ottobre 2021

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

DECIMA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Damiano Spera

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 7440/2018 promossa da:

  1. S.P.A. (C.F. (…)), rappresentata e difesa dall’avvocato PASETTO LEONARDO,

ATTRICE

contro

  1. – U.C.I. (C.F. (…)), rappresentato e difeso dall’avvocato MARTINI FILIPPO

A.A.Z., CONTUMACE

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

  1. Con ricorso ex art. 702-bisc.p.c. ritualmente proposto, la G. S.p.a. formulava azione di rivalsa ex art. 1916c.c. nei confronti di A.A.Z. e dell’U.C.I., per sentire condannare quest’ultimo al rimborso della somma di Euro 801.248,00, oltre interessi e rivalutazione, complessivamente liquidata in relazione al sinistro stradale avvenuto il 29 agosto 2013 in località P. (U.).

Il Giudice fissava udienza di comparizione delle parti ed il ricorso, unitamente al decreto di fissazione udienza, veniva ritualmente notificato dalla ricorrente ad entrambi i resistenti.

Si costituiva in giudizio l’U., domandando la conversione del rito sommario in rito ordinario e concludendo per l’integrale rigetto delle pretese della ricorrente.

All’udienza del 5 luglio 2018, il Giudice disponeva la conversione del rito e concedeva quindi i termini ex art. 183, VI comma, c.p.c.

Alla successiva udienza, il Giudice, verificata la ritualità della notifica al convenuto Z., ne dichiarava la contumacia. Invitava altresì le parti e conciliare la lite e le autorizzava a depositare brevi note esplicative in merito alle voci di danno condivise o controverse.

Rimasto infruttuoso il tentativo di conciliazione, il Giudice disponeva CTU medico-legale sulla danneggiata del sinistro, sig.ra F.F., nominando come CTU il dott. Roberto Rossetti.

Quindi, all’udienza del 12 febbraio 2020, il Giudice formulava una proposta conciliativa alle parti, così come risulta dal verbale di causa.

All’udienza dell’8 ottobre 2020, atteso che la proposta del Giudice non era stata accettata dalle parti, le stesse precisavano le conclusioni come da fogli già depositati in via telematica.

Il Giudice concedeva i termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, e tratteneva quindi la causa in decisione alla scadenza dell’ultimo termine.

  1. La compagnia attrice agisce in giudizio a titolo di rivalsa nei confronti di U. e del sig. Z., per vedersi rimborsate le somme corrisposte a vario titolo a seguito del sinistro occorso il 29 agosto 2013 in località P. (U.).

In quelle circostanze di tempo e di luogo, la sig.ra F.F. viaggiava come terza trasportata a bordo del veicolo Nissan (tg. (…)), di proprietà e condotto dal sig. M.F. ed assicurato con G. S.p.a. Detto veicolo veniva travolto dall’autoarticolato Volvo (Tg. (…)), di proprietà del sig. Z., condotto dal sig. S.K.G. ed assicurato presso una Compagnia polacca.

A seguito del sinistro, la sig.ra F. subiva gravi lesioni.

G., compagnia assicuratrice del veicolo su cui era trasportata la sig.ra F., la risarciva della somma di Euro 720.000,00 a titolo di danno non patrimoniale e spese mediche. La Compagnia liquidava altresì l’importo di Euro 10.000,00 a titolo di danno patrimoniale, nonché la somma di Euro 71.248,00 per i costi dell’assistenza stragiudiziale fornita dalla società G. S.r.l.

In questa sede, l’attrice agisce a titolo di rivalsa, ex art. 141, IV comma, C.d.A., nei confronti della compagnia di assicurazione del responsabile civile, ritenendo che il sinistro sia imputabile esclusivamente all’autoarticolato Volvo.

  1. Con riferimento all’an debeatur, si osserva quanto segue.

La dinamica dell’incidente è stata ricostruita sulla base delle dichiarazioni dei testimoni e dei rilievi effettuati sul luogo dell’incidente, circostanze che si apprendono dal Rapporto di incidente stradale prodotto dall’attrice sub doc. (…).

Il sinistro è avvenuto lungo l’autostrada Trieste-Venezia, quando il conducente dell’autoarticolato Volvo, che procedeva con direzione Trieste, perdeva il controllo del proprio mezzo, tanto da oltrepassare il guard-rail che separa le due direzioni di percorrenza e da invadere l’opposta corsia di marcia, travolgendo l’auto su cui era trasportata la sig.ra F., che viaggiava con direzione Venezia.

Il conducente del veicolo Volvo, sig. G., sentito a sommarie informazioni dalla Polizia Stradale di Palmanova, così dichiarava: “ad un certo punto scoppiava la ruota anteriore sx del trattore stradale ed il mezzo deviava a sx, ribaltandosi” (pag. 4 del Verbale di incidente).

La circostanza è stata confermata anche dal sig. G.D.S., che al momento del sinistro si trovava a bordo del proprio veicolo e si accingeva a sorpassare il mezzo Volvo: “sentivo un forte scoppio provenire da uno dei pneumatici di sinistra del predetto veicolo. Vedevo inoltre staccarsi il battistrada del pneumatico. Allora frenavo per evitare sia il battistrada che il camion. Questo deviava verso sinistra repentinamente si ribaltava sul fianco destro e abbatteva il guard-rail centrale” (pag. 22 del Verbale di incidente).

Del resto, risulta pacifico tra le parti che il sinistro sia avvenuto a causa dello scoppio dello pneumatico di cui si è detto. L’U., infatti, qualifica tale fattispecie come “caso fortuito”, ragione per cui eccepisce che l’autoarticolato Volvo venga considerato esente da responsabilità.

Questo Giudice ritiene che la tesi sostenuta da U. sia infondata.

La fattispecie di cui è causa rientra nell’ambito del IV comma dell’art. 2054 c.c., che prevede espressamente come non possano costituire esimenti di responsabilità eventuali vizi di costruzione o manutenzione del veicolo che abbia causato l’incidente. Ed infatti, viene configurata un’ipotesi di responsabilità oggettiva, escludendo precisamente che detti vizi, in astratto anche imputabili a terzi (si pensi al vizio di costruzione), possano escludere la responsabilità del veicolo viziato nei confronti del danneggiato.

A nulla, dunque, rilevano le considerazioni in merito alla manutenzione dello pneumatico che ha causato l’incidente, svolte in relazione all’accertamento tecnico effettuato in data 04/09/2013 dagli Ufficiali di Polizia Giudiziaria con l’ausilio del sig. Bidot Rinaldo, di professione gommista (pag. 7 della Relazione di incidente).

Per consolidata giurisprudenza, infatti, l’avaria che colpisca – anche incolpevolmente – il veicolo, e quindi causi danni a sé o a terzi, non può, per ciò solo, mandare esente da responsabilità il proprietario del veicolo. Perché abbia efficacia tale esimente si richiede un elemento ulteriore ed estraneo, che vada ad inserirsi e ad interrompere il nesso causale tra avaria e danno cagionato: “In virtù del disposto dell’art. 2054, ultimo comma, cod. civ., il proprietario o il conducente dell’auto è responsabile dei danni derivanti da vizi di manutenzione o di costruzione dell’autoveicolo, indipendentemente da un suo comportamento colpevole; tuttavia, pur avendo questa responsabilità natura oggettiva, il nesso causale tra il guasto e la responsabilità del danno può essere interrotto se interviene un fattore esterno che, con propria autonoma ed esclusiva efficienza causale, determina il verificarsi del danno, nel qual caso unico responsabile di esso sarà il soggetto cui va ascritta la responsabilità in ordine al fattore sopraggiunto. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la corte di merito abbia fatto corretta applicazione di tale principio, in caso in cui a carico di un veicolo si era verificata un’avaria, ed esso era stato tamponato non a causa dell’avaria, ma per il comportamento imprudente del conducente del veicolo che sopraggiungeva)” (Cass. civ., sez. III, sentenza n. 4754/2004).

È di tutta evidenza che possa applicarsi al caso di specie il principio di diritto enunciato: trattasi di vizio di costruzione e/o manutenzione dello pneumatico sinistro, e sussiste quindi la responsabilità oggettiva ex art. 2054, IV comma, c.c.

A diversa conclusione si sarebbe pervenuti nell’ipotesi di prova di un effettivo “caso fortuito”, e cioè di un fattore esterno che, con propria autonoma ed esclusiva efficienza causale, avesse cagionato l’evento (si pensi agli esempi di scuola del fulmine o della macchia d’olio sulla carreggiata).

Per queste ragioni, il Tribunale ritiene che la responsabilità dell’incidente di cui è causa sia da attribuire in via esclusiva al sig. G., conducente dell’autoarticolato Volvo.

Alla luce di quanto esposto, devono essere rigettate le istanze istruttorie reiterate dal convenuto U., perché relative a circostanze irrilevanti ai fini del decidere.

  1. Con riferimento al quantum debeatur, si osserva quanto segue.

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L’attrice agisce in giudizio per ottenere il rimborso di quanto erogato in conseguenza del sinistro di cui è causa, e precisamente:

– Euro 720.000,00 in favore della sig.ra F., a titolo di danno non patrimoniale e spese mediche (docc. 10-11 fascicolo di parte attrice). Detto importo veniva versato in due tranche: Euro 530.000,00 in data 16/09/2015 ed Euro 190.000,00 in data 29/01/2016;

– Euro 10.000,00, in data 29/01/2016, in favore della società M. S.n.c., di cui la sig.ra F. è socia, a titolo di danno patrimoniale, per non aver potuto beneficiare dell’attività lavorativa di artigiana della sig.ra F., nel periodo di convalescenza (doc. 13);

– Euro 71.248,00, in data 01/02/2016, in favore della società G. S.r.l., che aveva assistito la sig.ra F. nella gestione del sinistro in via stragiudiziale (doc. 16).

La domanda dell’attrice, quindi, ammonta a complessivi Euro 801.248,00, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

4.1. In merito alla liquidazione del danno biologico si osserva quanto segue.

G., sulla base delle perizie di parte F. (docc. 25-26) e della propria perizia di parte (doc. 27), che così avevano previsto:

– I.P. al 63%;

– I.T.P. al 100% per 150 giorni (punto valore Euro 130,00 pro die);

– I.T.P. al 75% per 300 giorni (punto valore Euro 130,00 pro die);

– Personalizzazione al 25% sul danno biologico permanente,

applicando le Tabelle di Milano – ed. 2014 e considerando l’età della danneggiata al momento del sinistro (49 anni), aveva liquidato Euro 696.908,00 per danno biologico, oltre Euro 13.190,00 per spese mediche documentate, oltre interessi e rivalutazione (si veda pag. 4 della memoria autorizzata di parte attrice).

Parte convenuta contesta anzitutto la liquidazione del danno biologico.

Ed invero, la CTU disposta da questo Giudice ed effettuata dal dott. Roberto Rossetti, svolta nel contraddittorio delle parti, ha così individuato:

– I.P. al 55%;

– I.T.P. al 100% per 120 giorni;

– I.T.P. al 75% per 200 giorni,

oltre ad “una prestazione lavorativa in usura sia riguardo a quella svolta attualmente dalla paziente sia in altre ad essa confacenti, ed alla circostanza per cui “sono fortemente limitate le attività ludico-sportive svolte ante sinistro stradale (ballo latino americano a livello amatoriale, sport subacquei)”.

Questo giudice ritiene di condividere le risultanze della espletata CTU.

Ai fini del risarcimento, il danno biologico deve essere considerato in relazione all’integralità dei suoi riflessi pregiudizievoli rispetto a tutte le attività, le situazioni e i rapporti in cui la persona esplica se stessa nella propria vita; non soltanto, quindi, con riferimento alla sfera produttiva, ma anche con riferimento alla sfera spirituale, culturale, affettiva, sociale, sportiva, e a ogni altro ambito e modo in cui il soggetto svolge la sua personalità e cioè a tutte le attività realizzatrici della persona umana (così la Corte Cost. n. 356 del 1991; v. altresì Corte Cost. n. 184 del 1986).

Inoltre, la Cassazione a Sez. Unite (sentenza n. 26972-3-4-5/2008, c.d. “sentenze di San Martino”) ha ritenuto che, nell’ambito del danno non patrimoniale, il riferimento a determinati tipi di pregiudizi, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. È compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione. Il giudice anziché procedere alla separata liquidazione del danno morale in termini di una percentuale del danno biologico (procedimento che determina una duplicazione di danno), deve procedere ad un’adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.

Va ulteriormente precisato che, come recentemente statuito dalla Suprema Corte (cfr. Cass., ord. n. 7513/2018), il danno biologico consiste in una ordinaria compromissione delle attività quotidiane (gli aspetti dinamico relazionali).

Il danno alla salute, quindi, non comprende i pregiudizi dinamico relazionali ma è esattamente il danno dinamico relazionale.

Consegue che il danno alla vita di relazione è risarcibile oltre la misura liquidata in base ai punti percentuali accertati in sede medico legale, qualora si sia concretato non già in conseguenze comuni a tutti i soggetti che patiscano quel tipo di invalidità, ma in conseguenze peculiari del caso concreto che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto a casi consimili; qualora, quindi, consista in una conseguenza straordinaria, non avente base organica e quindi estranea alla determinazione medico legale.

Tuttavia, tale danno è risarcibile in quanto sia specificamente allegato e provato dall’attore.

Alla luce di tali principi, l’Osservatorio di Milano nel 2009 ha elaborato nuovi Criteri Orientativi (tuttora vigenti) che prevedono la liquidazione congiunta del danno non patrimoniale conseguente a “lesione permanente dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale”, sia nei suoi risvolti anatomo-funzionali e relazionali medi ovvero peculiare e del danno non patrimoniale conseguente alle medesime lesioni in termini di “dolore”, “sofferenza soggettiva”, in via di presunzione in riferimento ad un dato tipo di lesione.

Accanto a una tabella di valori monetari “medi”, corrispondenti al caso di incidenza della lesione in termini “standardizzabili” in quanto frequentemente ricorrenti (sia quanto agli aspetti anatomo-funzionali, sia quanto agli aspetti relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva), viene individuata una percentuale di aumento di tali valori “medi” da utilizzarsi – onde consentire un’adeguata “personalizzazione” complessiva della liquidazione – laddove il caso concreto presenti peculiarità che vengano allegate e provate (anche in via presuntiva) dal danneggiato sia quanto agli

aspetti anatomo-funzionali e relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva, ferma restando, ovviamente, la possibilità che il giudice moduli la liquidazione oltre i valori minimi e massimi, in relazione a fattispecie eccezionali rispetto alla casistica comune degli illeciti.

Con riguardo al quantum, la Cassazione ha statuito che, nella liquidazione del danno biologico, quando, come nella fattispecie concreta, manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 cod. civ. deve garantire non solo una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici giudiziari. Garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale – e al quale la S.C., in applicazione dell’art. 3 Cost., riconosce la valenza, in linea generale, di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 cod. civ. -, salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne l’abbandono. L’applicazione di diverse tabelle, ancorché comportante liquidazione di entità inferiore a quella che sarebbe risultata sulla base dell’applicazione delle tabelle di Milano, può essere fatta valere, in sede di legittimità, come vizio di violazione di legge, solo in quanto la questione sia stata già posta nel giudizio di merito (Cass., sent. n. 12408/2011).

Ebbene, nella fattispecie concreta, la componente del danno non patrimoniale relativa alla sofferenza interiore appare congruamente compensata nei termini standard con i valori medi, riconosciuti in via presuntiva nella tabella milanese.

In definitiva, tenuto conto delle accertate invalidità, dell’età (anni 49), del sesso e delle condizioni di vita della danneggiata delle allegazioni di parte e delle risultanze probatorie, dei menzionati criteri tabellari adottati da questo Tribunale per la liquidazione del danno biologico e da sofferenza soggettiva, stimasi equo liquidare con le modalità che seguono il complessivo risarcimento del danno non patrimoniale da lesione permanente al diritto alla salute.

In particolare, in relazione alla liquidazione del danno biologico da inabilità temporanea, si ritiene equo attribuire il valore monetario medio di Euro 100,00 per ogni giorno di inabilità assoluta, non ravvisandosi nel caso di specie peculiarità che ne giustifichino un aumento personalizzato.

Altresì, si considera equo un aumento nella misura del 15% da applicarsi al danno da invalidità permanente, considerando l’usura lavorativa e le limitazioni alla vita di relazione ed alle attività ludico-sportive subiti dalla danneggiata e riconosciute dal C.T.U.

Appare quindi equo così liquidare il danno non patrimoniale complessivamente subito in conseguenza della malattia e dell’invalidità permanente della sig.ra F. (49 anni al momento del sinistro), in applicazione delle Tabelle di Milano – ed. 2018:

– Euro 422.533,00 per il danno da invalidità permanente al 55%;

– Euro 12.000,00 per il danno da invalidità temporanea assoluta (120 giorni);

– Euro 15.000,00 per il danno da invalidità temporanea al 75% (200 giorni);

– Euro 63.380,00 per la personalizzazione nella misura del 15%;

così per un totale di Euro 512.913,00.

4.2. Con riguardo alle spese mediche si osserva quanto segue.

  1. ha liquidato alla sig.ra F. Euro 13.190,00 per spese mediche, di cui Euro 9.350,00 oltre imposte, in relazione ad un intervento di chirurgia esteticavolto ad attenuare le deturpazioni conseguenti al sinistro e circa Euro 2.000,00 in relazione a spese varie.

Il convenuto ha contestato dette voci di danno, poiché rimaste senza riscontro.

Questo Giudice ritiene che le somme liquidate a titolo di spese mediche non siano state provate in giudizio.

In particolare, in relazione alla somma relativa all’intervento chirurgico, atteso che agli atti risulta unicamente un preventivo (doc. 5 attrice), il CTU ha confermato che detto intervento non è mai stato effettuato, che è comunque ancora effettuabile, e che la cifra indicata risulta in linea con i livelli medi delle prestazioni sanitarie attuali. Tuttavia, il dott. Rossetti ha precisato che “a fronte di un miglioramento dell’aspetto estetico derivante da tale intervento, si deve convenire che i postumi permanenti del 55% sicuramente si ridurrebbero di almeno del 5%” (risposta del CTU alle note del CTP di parte attrice).

Si ritiene, quindi, che non possa rimborsarsi una somma relativa ad un intervento possibile ma non indispensabile, e comunque mai effettuato nemmeno a distanza di anni dalla liquidazione, sulla base di un mero preventivo, della somma necessaria da parte di G.. Tanto più che riconoscere alla danneggiata detta somma significherebbe ridimensionare conseguentemente il danno biologico permanente subito: le due liquidazioni, infatti, per espressa valutazione del CTU, di fatto sarebbero incompatibili e determinerebbero un ingiusto arricchimento della sig.ra F..

In relazione alla somma di circa Euro 2.000,00 a titolo di varie spese mediche, sebbene ritenute dal CTU “plausibili e confacenti alla vicenda clinica della paziente”, è stato dallo stesso rilevato che non vi sia prova di ricevute fiscali o fatture sanitarie.

Si ritiene, pertanto, che nemmeno di detto esborso sia stata fornita prova da parte di G., e che quindi non vi sia titolo per il rimborso da parte di U..

4.3. Con riguardo al danno patrimoniale da lucro cessante si osserva quanto segue.

  1. riferisce di aver versato la cifra di Euro 10.000,00 in favore della società M. S.n.c., di cui la danneggiata è socia e presso cui era impiegata come lavoratrice autonoma artigiana. Questo a parziale ristoro del danno subito dalla società per aver dovuto privarsi per oltre due anni dell’attività lavorativa della sig.ra F.. Precisa, inoltre, che detta somma è stata sottratta a quanto dovuto alla danneggiata a titolo di danno biologico, e, per espresso volere di quest’ultima, è stata devoluta direttamente all’azienda (doc. 21 attrice; memoria autorizzata di parte attrice, pagg. 5-6).

A parere di questo Giudice, anche il rimborso di tale voce di danno/spesa non può essere riconosciuto a G.. Ciò, innanzitutto, perché, come eccepito da parte convenuta, non risulta agli atti alcuna indicazione dei criteri liquidativi utilizzati; inoltre, come specificato da parte attrice nella propria memoria autorizzata, detta somma venne di fatto espunta da quanto dovuto alla sig.ra F. a titolo di danno biologico e venne liquidata direttamente alla società M. S.n.c.

Ne consegue che, ad ogni modo, la somma di Euro 10.000,00 era stata calcolata da G., inizialmente, come parte del danno biologico subito dalla danneggiata, sulla cui liquidazione questo Giudice si è già espresso, e solo per ragioni transattive era stata destinata a soggetto diverso dalla sig.ra F..

Pertanto, non può riconoscersi il rimborso di tale somma, dovendosi ritenere la stessa già compresa della somma complessiva da liquidare a titolo di danno biologico, che, si ripete, ammonta ad Euro 512.913,00.

4.4. Con riguardo alle spese per l’attività stragiudiziale si osserva quanto segue.

  1. ha riconosciuto, infine, la somma di Euro 71.248,00 in favore della società G. S.r.l., con riguardo alle spese sostenute per la gestione del sinistro in fase stragiudiziale (doc. 14 attrice).
  2. contesta questa somma, ritenendola sproporzionata al valore della controversia.

Il Tribunale ritiene che la cifra liquidata a G. S.r.l. non sia congrua, in considerazione del valore della controversia ma soprattutto in considerazione dell’attività svolta dalla società, che è stata unicamente di tipo stragiudiziale. Ed invero, come osservato da U., se già inizialmente la causa fosse stata trattata in giudizio, il compenso spettante a titolo di onorari, in linea con i parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014, sarebbe stato sensibilmente inferiore, segnatamente tra i 20.000,00 e i 25.000,00 Euro, oltre oneri.

Pertanto, si ritiene equo riconoscere a G. la somma rivalutata ad oggi, di Euro 22.000,00, oltre IVA.

  1. In definitiva, dalle statuizioni che precedono, deriva il parziale accoglimento delle domande proposte dall’attrice nei confronti dei convenuti.

Il credito dell’attrice va liquidato nella complessiva somma rivalutata ad oggi di Euro 512.913,00 a titolo di danno non patrimoniale e di Euro 22.000,00, oltre IVA, a titolo di spese stragiudiziali, per un totale di Euro 534.913,00, oltre IVA sulla somma di Euro 22.000,00.

Gli interessi compensativi – secondo l’ormai consolidato indirizzo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (v. sentenza n. 1712/1995) – decorrono dalla produzione dell’evento di danno sino al tempo della liquidazione; per questo periodo, gli interessi compensativi si possono calcolare applicando un tasso annuo medio ponderato, equitativamente determinato, sul danno rivalutato.

Da oggi, giorno della liquidazione, all’effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulla somma rivalutata.

Pertanto, alla luce di tale criterio di calcolo, il convenuto U. deve essere condannato al pagamento, in favore dell’attrice, della complessiva somma di Euro 534.913,00, oltre IVA sulla somma di Euro 22.000,00, liquidata in moneta attuale, oltre:

– interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato dell’ 0,2%, sulla somma di Euro 512.913,00 dalla data del 16/09/2015 ad oggi;

– interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato dell’ 0,2%, sulla somma di Euro 22.000,00, oltre IVA dalla data del 01/02/2016 ad oggi;

– interessi, al tasso legale, sulle predette somme di Euro 512.913,00 e di Euro 22.000,00, oltre IVA, dalla data della presente sentenza al saldo effettivo.

  1. Consegue alla soccombenza la condanna del convenuto U. a rifondere all’attrice le spese processuali.

Le spese della consulenza tecnica d’ufficio vanno poste a carico del convenuto U.

La presente sentenza è dichiarata provvisoriamente esecutiva ex lege.

P.Q.M.

Il Tribunale di Milano, definitivamente pronunciando, così provvede:

– condanna il convenuto U. al pagamento, in favore dell’attrice, delle somme di Euro 512.913,00 e di Euro 22.000,00 oltre IVA, oltre interessi come specificato in motivazione;

– rigetta le altre domande ed istanze proposte dalle parti;

– pone le spese della consulenza tecnica d’ufficio a carico del convenuto U.;

– condanna il convenuto U. a rifondere all’attrice le spese processuali, che liquida in Euro 843,00 per esborsi ed anticipazioni, Euro 35.000,00 per onorario di avvocato, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre C.P.A. ed I.V.A.;

– dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

Conclusione

Così deciso in Milano, il 24 marzo 2021.

Depositata in Cancelleria il 26 marzo 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI ROMA

XIII SEZIONE

Il giudice d.ssa Paola Larosa ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 6613/2016 R.G.A.C., trattenuta in decisone in data 29.12.2020, con termini ex art. 190 c.p.c. e promossa

DA

S.D.D.,

elettivamente domiciliata in Roma Via Lorenzo Rocci n.67, presso lo studio dell’ Avv. Raffaella Di Tommaso, che, assieme all’avv. Vanessa Staffolani, la rappresenta e difende come da delega contenuta rispettivamente nella comparsa di costituzione di nuovo difensore depositata in data 27.10.2020 e a margine dell’atto di citazione;

ATTRICE

CONTRO

A.S. S.p.A.- A.S.,

in persona del legale rappresentante Avv. S.P., elettivamente domiciliata in Roma, viale G. Mazzini n.119, presso lo studio dell’Avv. Francesco Massimo Candreva, che la rappresenta e difende per delega a margine della comparsa di costituzione e risposta;

CONVENUTA

E

M.T., elettivamente domiciliato Roma, via Aurelia n.407, presso lo studio dell’Avv. Simona Martelli, che lo rappresenta e difende per delega in calce alla comparsa di costituzione e risposta;

CONVENUTO

Oggetto: risarcimento danni da responsabilità professionale;

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione ritualmente notificato S.D.D. evocava in giudizio dinanzi a questo Tribunale il dott. G.T. e la società A.S. S.p.A., affinché fosse accertata la responsabilità dei convenuti per i danni derivati dall’intervento di revisione di rinoplastica e blefaroplastica cui era stata sottoposta, da parte del medico convenuto, presso la C.C. in data 22.12.2010, con accertamento dell’inadempimento contrattuale e conseguente condanna al risarcimento del danno, di carattere patrimoniale e non, in misura pari ad Euro 45.589,00 oltre alla restituzione della somma pari ad Euro 5.353,81 versata per l’intervento, interessi e rivalutazione monetaria, e con vittoria di spese di lite da distrarsi.

In particolare, a sostegno della domanda spiegata, l’attrice deduceva quanto segue:

– Avendo già eseguito, nel 1995, un intervento chirurgico di rinoplastica per ragioni estetiche, nel 2010 si era rivolta al dott. T. per correggere l’appesantimento della regione palpebrale;

– Il dott. T. le aveva consigliato di sottoporsi ad intervento di blefaroplastica oltre che di revisione della rinoplastica per ottenere un effetto di insieme più armonico;

– Pertanto, in data 22.12.2020, si era ricoverata presso la C.C. e, nella medesima data, era stata sottoposta dal T. all’intervento programmato;

– Era stata quindi dimessa in data 23.12.2020, ed aveva corrisposto al convenuto, il quale non aveva rilasciato fattura, la somma di Euro 9.000,00 e alla Casa di Cura la somma di Euro 5.353,81, come da fatture depositate;

– Nel periodo postoperatorio aveva accusato infezioni oculari, sanguinamento e gonfiore, per le quali si era recata più volte dal convenuto per le medicazioni; aveva inoltre riscontrato postumi a carico della respirazione, consistenti in percolamento del naso e limitazione della capacità di respirazione per la quale era costretta a fare uso di gocce per agevolare l’apporto di aria;

– Si era dunque rivolta ad altri specialisti, che avevano riscontrato una non corretta esecuzione dell’intervento eseguito dal convenuto, a seguito del quale erano residuati postumi consistenti in un’alterazione del flusso aereo nasale , continuo percolamento del naso e disagio per il danno estetico subito.

Pertanto, richiamando la responsabilità di natura contrattuale dei convenuti, ne chiedeva la condanna al risarcimento di tali danni, nella misura sopra indicata.

Si costituiva in giudizio la A.S. S.p.A., deducendo la propria estraneità rispetto ai fatti allegati – atteso che gli interventi erano stati direttamente concordati tra la paziente e il dott. T. e da quest’ultimo eseguiti in forza di un rapporto professionale diretto con la paziente, ed il T. non era legato alla Casa di Cura da alcun rapporto di dipendenza – e, nel merito, l’infondatezza della domanda attorea, in assenza qualsiasi imprudenza, negligenza o imperizia da parte del sanitario convenuto nell’esecuzione degli interventi oggetto di causa, ed in assenza di prova del nesso causale tra i predetti interventi e i danni allegati. Contestava inoltre nel “quantum” la domanda attorea, chiedendone il rigetto in quanto infondata. In via subordinata svolgeva azione di rivalsa, regresso o manleva nei confronti del convenuto T. per quanto fosse stata condannata a corrispondere alla attrice. Con vittoria di spese di lite.

La causa veniva istruita mediante acquisizione dei documenti prodotti e con l’espletamento di CTU medico-legale.

Con comparsa di costituzione depositata in data 19.11.2020 si costituiva in giudizio G.T., deducendo che l’attrice era stata correttamente informata sui rischi e sulle possibili conseguenze degli interventi, che gli interventi chirurgici del 22.12.2010- che implicavano la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà- erano stati correttamente e diligentemente eseguiti, e che dagli stessi non era derivato alcun danno a carico della paziente. Chiedeva quindi il rigetto della domanda attorea in quanto infondata, con vittoria di spese di lite.

La causa era trattenuta in decisione, all’udienza del 29.12.2020, con concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. per il deposito di scritti conclusionali.

All’esito dell’istruttoria, nel merito la domanda attorea appare parzialmente fondata e va accolta, nei limiti esposti a seguire.

Si premette che, al fine della configurabilità della responsabilità invocata da parte attrice a sostegno dell’avanzata pretesa risarcitoria è necessario dimostrare che il professionista ovvero la struttura sanitaria ove questi ha operato non abbiano rispettato il dovere di diligenza su loro incombente in relazione alla specifiche obbligazioni ex art. 1176 comma 2 c.c.. A prescindere, pertanto, dalla qualificazione dell’obbligazione medica come di mezzi o di risultato, e dalla natura della responsabilità della clinica come contrattuale -per contratto di spedalità o contatto sociale con il sanitario della struttura- ovvero extracontrattuale, occorre che ne venga provato l’inadempimento o l’inesatto adempimento.

La giurisprudenza della Suprema Corte ha chiarito come debba essere ripartito l’onere probatorio tra le parti: ” Ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto o del contatto sociale e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ad allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”. (Cass n.4764/2016).

Ora, nel caso in esame l’attrice ha dimostrato, attraverso la documentazione prodotta, il titolo da cui emerge l’obbligazione dei convenuti ed ha allegato la negligenza del sanitario convenuto nell’esecuzione degli interventi di chirurgia estetica, in ragione della quale sarebbero insorti postumi permanenti.

Dalla CTU espletata e depositata in atti, svolta a firma dei dott.ri Federico Eibenstein e Giancarlo Sabatini -che appare logica nel percorso argomentativo seguito e dunque integralmente condivisibile nelle conclusioni rassegnate- è emerso che ” La descrizione dell’atto operatorio riportata nella cartella clinica della C.C. appare esaustiva. Inoltre, occorre sottolineare che non si sono verificate complicanze infettive, né emorragiche e/o altro. Comunque, se si analizza nello specifico l’intervento chirurgico così come descritto in cartella, al di là dell’accesso open perfettamente indicato in caso di rinoplastica secondaria, non si può fare a meno di rilevare che praticamente è descritta una rinosettoplastica primaria in particolare ” …Cifectomia osteocartilaginea…Osteotomie” in altri termini il dorso nasale che era già stato ridotto nel precedente intervento del 1995, viene ulteriormente abbassato determinando l’insellamento descritto e documentato fotograficamente in allegato. Inoltre, il modellamento della punta del naso, verosimilmente, ha determinato un indebolimento della crus laterale con conseguente insufficienza della valvola nasale e difficoltà respiratoria nasale. Illustrato quanto sopra si può affermare che i trattamenti medico-chirurgici somministrati all’attrice presso la C.C. convenuta non sono stati eseguiti in conformità delle metodiche medico-chirurgiche stabilite dalla prassi o dalla scienza medica e le cause sono identificabili nell’eccessiva riduzione del dorso naso e nell’indebolimento iatrogeno della crus laterale”

I CTU hanno quindi accertato, in punto di nesso causale, che ” il risultato estetico conseguente all’intervento eseguito il 22.12.2010 presso la C.C. è insoddisfacente e residuano gli esiti, riscontrati nel corso delle operazioni peritali, dettagliatamente descritti nel presente elaborato peritale…risulta evidente l’innaturale insellamento del dorso naso con sproporzione delle strutture cartilaginee che conferiscono alla piramide nasale un aspetto “posticcio”.

I CTU hanno quindi riscontrato l’esistenza di postumi permanenti in misura pari al 4% , comprensivi del danno alla integrità fisiognomica.

Inoltre hanno rilevato la totale emendabilità del danno biologico attraverso un intervento di rinoplastica correttiva secondaria, finalizzato a correggere l’insellamento del dorso del naso, l’asimmetria delle narici e l’infossamento della parete laterale sinistra, preventivando una spesa compresa tra i 10.000,00 e i 12.000,00 Euro omnicomprensivi.

Apparendo condivisibile il ragionamento svolto dai CTU, risulta dimostrata la negligenza professionale del dott. T. ed il nesso causale tra gli interventi di chirurgia plastica dallo stesso posti in essere e i postumi lamentati dalla paziente. D’altra parte, si evidenzia che la parte convenuta T. non ha fornito la prova di aver adottato le cautele prescritte dalle leges artis nell’esecuzione dell’intervento. Pertanto, a fronte della prova della sussistenza del nesso causale tra l’intervento subito ed i postumi, secondo quanto accertato dal CTU, deve ritenersi che la parte convenuta non abbia fornito la prova liberatoria del fatto che l’evento dannoso si sia verificato nonostante l’adozione e l’osservanza di tutte le cautele previste dai protocolli medici, ossia che sia derivato da un evento inevitabile e quindi non prevenibile.

Per quanto riguarda la responsabilità della Casa di Cura , si osserva che, come affermato dalla Suprema Corte con orientamento consolidato, ” il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo, insorgono a carico della casa di cura, accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale..”.(cfr. Cass. n.13953/07, Cass.n. 8826/07, Cass. n.1620/12). Ne consegue che la società gerente la Casa di Cura in cui è stato eseguito l’intervento è chiamata a rispondere sia dei pregiudizi eziologicamente ricollegabili alle proprie inadempienze specifiche che a quelle eventualmente imputabili all’operato del sanitario che al suo interno ha operato. Si osserva inoltre, sul punto, che, in assenza dell’opera professionale del personale medico, sia pure non legato alla Casa di Cura da un rapporto di lavoro di carattere subordinato, la Casa di Cura sarebbe impossibilitata a svolgere la propria attività di assistenza di carattere sanitario.

Per quanto concerne il lato interno dell’obbligazione di risarcimento-gravante in via solidale sui convenuti- la responsabilità per i postumi accertati deve attribuirsi in misura pari al 50% alla A.S. S.p.A. e per la restante quota del 50% al convenuto T..

Al fine della liquidazione del danno biologico, deve rilevarsi che i CTU hanno specificato come il danno biologico fosse emendabile del tutto attraverso un intervento riparativo, intervento che la parte attrice afferma, in comparsa conclusionale e nelle note di trattazione depositate, di avere già eseguito. Per tale ragione, costituendo una indebita duplicazione di risarcimento il riconoscimento, per un verso, della somma risarcitoria collegata al grado di invalidità riconosciuto, e, per altro, della somma necessaria per effettuare l’intervento riparatore del danno, appare equo riconoscere in favore dell’attrice, a titolo di risarcimento del danno, la somma stimata dai CTU come necessaria per emendare il danno, in misura pari ad Euro 12.000,00.

Per quanto riguarda la documentazione depositata dalla parte attrice con nota di deposito – non autorizzata- del 14.11.2020- ed il cui deposito è stato provvisoriamente ammesso all’udienza di precisazione delle conclusioni del 29.12.2020, si rileva che, pur essendo stata ammessa la produzione di detti documenti in quanto di formazione successiva alla scadenza dei termini di cui all’art.183 c.6 c.p.c., la stessa documentazione non può essere valutata al fine della quantificazione dell’obbligo risarcitorio gravante sui convenuti, in quanto non emerge, dalle fatture prodotte, alcun elemento che consenta di comprendere la tipologia di intervento per il quale sono state emesse – essendovi solo nella ricevuta n.29 rilasciata dal dott. E.N. l’indicazione, tra parentesi, di due parole non comprensibili-; né appariva possibile, come chiesto in subordine dalla parte attrice, rimettere la causa sul ruolo al fine di disporre un supplemento di CTU volto ad accertare la misura dell’emendazione dei postumi a seguito dell’intervento riparativo posto in essere secondo quanto dedotto dall’attrice, in considerazione dell’anno di iscrizione a ruolo del presente giudizio, e della conseguente inopportunità di retrocessione del giudizio, ormai giunto alla fase della precisazione delle conclusioni, alla precedente fase istruttoria.

Appare inoltre equo riconoscere in favore dell’attrice, a titolo di danno morale espressamente richiesto in atto di citazione, la somma di Euro 1.000,00 in considerazione del patimento morale consistente nella necessità di sottoporsi ad un ulteriore intervento per emendare i danni derivati dall’operato del medico convenuto.

Spetta poi all’attrice, a fronte dell’accertato inadempimento dei convenuti all’obbligo contrattuale, la restituzione della somma corrisposta per l’esecuzione degli interventi del 22.12.2010, pari secondo quanto emerge dalla documentazione in atti, ad Euro 5.353,81 (documentata in all.9), oltre che il rimborso della spesa per la perizia di parte pari ad Euro 866,00 (documentata in all.8 alla citazione), mentre, per le restanti fatture di spesa allegate all’atto di citazione, non emerge il collegamento rispetto ai fatti di causa, e pertanto alcun rimborso è dovuto.

Pertanto, la somma dovuta all’attrice dal convenuti, in solido, è pari ad Euro 19.219,81, oltre interessi legali dalla data della pubblicazione della presente sentenza al saldo.

Per quanto concerne la domanda della A.S. S.p.A. di accertamento del diritto di regresso nei confronti del T., atteso che, come sopra motivato, dell’inadempimento all’obbligo professionale medico-chirurgico devono rispondere solidalmente entrambi i convenuti, in misura pari al 50% ciascuno per quanto concerne il lato interno dell’obbligazione risarcitoria, si riconosce – per l’ipotesi in cui la società A.S. SpA abbia corrisposto a parte attrice l’intera somma stabilita dalla presente sentenza – il diritto di regresso della stessa, pro quota, nei confronti di T.G..

In base al criterio della soccombenza, i convenuti devono essere condannati, in solido, a rimborsare le spese di lite in favore di parte attrice, liquidate come da dispositivo, in applicazione dei criteri di cui al D.M. n. 55 del 2014, oltre che a sostenere in via definitiva le spese della CTU medico-legale.

P.Q.M.

il Giudice, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da D.D.S. nei confronti di A.S. S.p.A.- A.S. e di T.G., così provvede:

1) condanna A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido, a pagare, in favore di D.D.S., la somma di Euro 19.219,81, oltre interessi legali dalla presente pronuncia al saldo;

2) accerta la responsabilità dei convenuti soccombenti in misura pari al 50% ciascuno, relativamente al lato interno dell’obbligazione, con diritto di regresso pro quota di A.S. S.p.A. nei confronti di T.G. per l’ipotesi in cui abbia corrisposto a parte attrice l’intera somma stabilita dalla presente sentenza;

3) condanna A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido, al pagamento delle spese di lite sostenute da parte attrice, liquidate in Euro 5.000,00 per compenso, 526,00 per spese, oltre rimborso forfettario spese generali, iva e cpa, e che si distraggono in favore dei procuratori antistatari;

4) pone le spese della CTU medico-legale definitivamente a carico di A.S. S.p.A.- A.S. e T.G., in solido.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 20 luglio 2021.

Cass. civ., Sez. III, Sentenza, 06/06/2014, n. 12830 (rv. 631825)

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RESPONSABILITÀ CIVILE – Professionisti – Attività medico-chirurgica – Intervento di chirurgia estetica – Esisto peggiorativo per il paziente – Responsabilità del sanitario per mancanza di consenso informato del paziente – Sussistenza – Fondamento

Quando ad un intervento di chirurgia estetica segua un inestetismo più grave di quello che si mirava ad eliminare o attenuare, la responsabilità del medico per il danno derivatone è conseguente all’accertamento che il paziente non sia stato adeguatamente informato di tale possibile esito, ancorché l’intervento risulti correttamente eseguito. Infatti, con la chirurgia estetica, il paziente insegue un risultato non declinabile in termini di tutela della salute, ciò che fa presumere come il consenso all’intervento non sarebbe stato prestato se egli fosse stato compiutamente informato dei relativi rischi, senza che sia necessario accertare quali sarebbero state le sue concrete determinazioni in presenza della dovuta informazione. (Rigetta, App. Perugia, 31/08/2010)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di ROMA

SEZIONE DIRITTI DELLA PERSONA E IMMIGRAZIONE CIVILE

in persona del giudice monocratico dott.ssa Damiana Colla ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. 49524 del ruolo generale per gli affari contenziosi dell’anno 2018, posta in decisione all’udienza svoltasi con modalità cartolare del giorno 7 aprile 2021 e vertente

TRA

B.G., elettivamente domiciliato in Rieti, Via Garibaldi, n. 264/E, presso lo studio degli avv.ti C. Mestichelli e C. Baiocchi, che lo rappresentano e difendono per procura allegata alla comparsa di costituzione di nuovo procuratore telematicamente depositata il 9.9.2019

ATTORE

E

C.M.P. S.R.L. e G.R., quest’ultimo in proprio e quale legale rappresentante, entrambi elettivamente domiciliati in Reggio Emilia, Largo M. Gerra, n. 3, presso lo studio dell’avv.to D. Martinelli, che li rappresenta e difende per procura allegata alle note di trattazione scritta con comparsa di costituzione di nuovo procuratore telematicamente depositate il 2.4.2021

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione ritualmente notificato G.B., medico specializzato in Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica con contratto di collaborazione professionale presso il centro medico convenuto negli 2016 e 2017, ha convenuto davanti a questo Tribunale il Centro Medico Lazzaro Spallanzani ed il suo legale rappresentante, quest’ultimo anche in proprio, al fine di sentirli condannare, previo accertamento del carattere diffamatorio e lesivo della propria reputazione professionale delle affermazioni effettuate sulla stampa e sui social network meglio descritte nell’atto introduttivo, relativamente al proprio operato presso il centro, nonché inibitoria di ulteriore diffusione delle dichiarazioni diffamatorie, al risarcimento del danno subito, anche non patrimoniale, quantificato nella misura di Euro 500.000,00, pari al doppio dei compensi corrisposti in proprio favore per gli anni 2016 e 2017, ovvero nella diversa misura ritenuta di giustizia, con ordine di pubblicazione della relativa sentenza sulle testate giornalistiche indicate in citazione.

A tal fine, ha esposto che in data 4.3.18 era andata in onda sul canale Italia Uno una puntata della trasmissione “Le Iene” contenente un servizio nel quale alcune donne che avevano eseguito interventi di mastoplastica additiva presso il centro medico convenuto avevano rilasciato interviste dichiarandosi insoddisfatte dei risultati e lamentando dolore o inestetismi ad essi conseguiti; che il 9.3.2018 il convenuto aveva rilasciato un’intervista alla “Gazzetta di Reggio”, pubblicata anche online, nella quale aveva affermato che “le ragazze sentite dalle Iene rappresentano il 20% delle donne in relazione alle quali l’attore avrebbe errato l’intervento di mastoplastica effettuato nella clinica”, attribuendogli quindi la responsabilità per i seni deformati e doloranti mostrati all’interno del servizio televisivo e che “in ragione del mancato mantenimento, da parte di quest’ultimo, degli standard di qualità del Centro sarebbe stato allontanato ad agosto 2017”; che l’8.4.2018 il convenuto aveva pubblicato su Facebook una dichiarazione del seguente tenore “i casi clinici analizzati durante il servizio Le Iene si riferivano agli interventi chirurgici eseguiti dal dott. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017” e che “il CICE ha interrotto i rapporti con il dott. B. in ragione del mancato mantenimento, da parte di quest’ultimo, degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua nascita”, con la chiara indicazione dell’attore quale autore degli interventi chirurgici menzionati dal servizio televisivo; che infine parte convenuta aveva consentito la pubblicazione su Facebook di un filmato dal titolo “Io sto con il CICE”, nel quale una paziente del centro, riferendosi espressamente all’attore, aveva affermato “dovrebbe essere radiato dall’ordine dei medici ed invece è ancora a piede libero”, filmato poi ripreso anche in successiva puntata de Le Iene, sebbene epurato della parte relativa a tali affermazioni diffamatorie, con l’affermazione del G. secondo la quale “Le Iene, diffondendo il filmato in maniera parziale, avrebbe omesso la verità”, fonte di ulteriore offesa alla reputazione professionale del B..

Ha evidenziato la falsità delle notizie riferite dal convenuto all’esito della messa in onda del menzionato programma televisivo, sostenendo in particolare che non tutti gli interventi di cui al servizio televisivo fossero da ricondurre al suo operato professionale, atteso che all’epoca presso il centro in questione lavoravano anche altri medici, nonché che le complicanze verificatesi per alcune pazienti rientravano nella casistica post-operatoria, erano ampiamente descritte nel modello di consenso informato dalle medesime sottoscritto ed erano comunque tutte suscettibili di revisione chirurgica da eseguirsi di prassi, con esclusione quindi di ogni responsabilità in capo a sé medesimo, atteso che non aveva posto in essere alcuna errata attività chirurgica, responsabilità piuttosto da ricondursi al CICE ed all’inefficienza dell’intero sistema organizzativo utilizzato.

Parte convenuta si è costituita in data 6.2.2019 contestando la fondatezza dell’avversa domanda e chiedendone il rigetto.

Ha sostenuto la conformità delle dichiarazioni del G. ai parametri giurisprudenzialmente elaborati della verità della notizia, dell’interesse pubblico e continenza della stessa, con la conseguente applicazione della scriminante dell’esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero costituzionalmente tutelato.

In particolare, ha rappresentato che le dichiarazioni in contestazione, peraltro parzialmente travisate nell’atto introduttivo ed infedelmente riportate, si erano rese necessarie, sulla stampa e su social network, all’esito della trasmissione Le Iene del 4.3.2018, la quale aveva gettato in maniera indiscriminata grave discredito sul centro medico convenuto, con la conseguente necessità di pubblicazione dei dati statistici di incidenza del rischio clinico nel decennio 2007/2017 e l’opportunità di effettuare alcune precisazioni al fine di ristabilire una corretta informazione circa l’attività del CICE, struttura sanitaria regolarmente autorizzata per l’erogazione delle prestazioni chirurgiche, peraltro sempre ritualmente verificate senza rilievi negativi dalle competenti autorità preposte al controllo.

Concessi i termini ex art. 183, sesto comma, c.p.c. e ritenuta all’esito la causa matura per la decisione senza necessità delle prove orali richieste da entrambe le parti, l’udienza fissata per la precisazione delle conclusioni del 7.4.2021, derivante da differimento a causa dell’emergenza sanitaria, è stata oggetto di trattazione cartolare come da Provv. del 24 gennaio 2021, cui è seguita la concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. per scritti conclusivi, depositati da entrambe le parti.

La domanda non è fondata e deve pertanto essere respinta alla luce delle considerazioni che seguono.

In tema di offese all’altrui reputazione, di libertà di stampa, di diritto di cronaca e di critica vanno preliminarmente ribaditi i principi più volte affermati dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione e condivisi da questo giudice, applicabili in genere ad ogni dichiarazione indirizzata ad una pluralità di destinatari.

La diffamazione non può essere fonte di risarcimento dei danni quando il giornalista eserciti legittimamente i diritti di cronaca e di critica giornalistica, entrambi espressione della libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’art. 21 della Costituzione. Presupposti per il legittimo esercizio del diritto di cronaca sono, come è noto, l’interesse del pubblico alla conoscenza delle notizie diffuse, la correttezza dell’esposizione dei fatti – in ciò propriamente si sostanzia la cd. continenza (formale) -, e infine la corrispondenza tra la narrazione ed i fatti realmente accaduti, nel senso che deve essere assicurata l’oggettiva verità del racconto. Va ribadito che quest’ultimo requisito tollera le inesattezze (anche di carattere tecnico) o le incompletezze che possono ritenersi irrilevanti se riferite a particolari di non decisivo rilievo e privi di valore informativo, a condizione che quindi venga rispettata la verità della notizia nel suo nucleo essenziale.

I medesimi canoni valgono inoltre quando, come nella fattispecie, alla cronaca si aggiungano valutazioni critiche dei fatti stessi eventualmente lesive della reputazione altrui, nel senso che il giudizio critico per rimanere nei limiti della liceità deve trarre spunto dalla realtà oggettiva e quindi da fatti realmente accaduti.

E’ pur vero che, nell’esercizio del diritto di critica è necessario il rispetto del nucleo essenziale di verità del fatto relativamente al quale la critica è svolta (ed in mancanza del quale la critica sarebbe pura congettura e possibile occasione di dileggio e di mistificazione), ma è innegabile altresì che in tal caso l’onere del rispetto della verità sia più attenuato rispetto all’ipotesi di mera cronaca giornalistica, atteso che “la critica esprime un giudizio di valore che, in quanto tale, non può pretendersi rigorosamente obiettivo” (Cass. Pen., n. 43403 del 18.6.2009).

La critica è infatti, per sé stessa, espressione di un’opinione, che come tale non può essere rigorosamente obiettiva e che comunque non ha nulla a che vedere col diritto di cronaca. La critica non può che essere soggettiva e quindi non può che corrispondere al punto di vista di chi la manifesta. Infatti, “Il diritto di critica non è soggetto a un giudizio di verità per l’opinabilità intrinseca ad ogni giudizio individuale, che esprime convincimenti, valori, credenze necessariamente differenti tra individui nei vari gruppi sociali” (Cass. pen., sez. V., 8 maggio 1998, n. 6584).

Ciò posto, considerate le contestazioni di parte convenuta circa la non corretta riproduzione nell’atto introduttivo delle dichiarazioni ritenute diffamatorie, occorre riportarle testualmente, per come risultanti dal fascicolo dell’attore, agli allegati nn. 3 e 4, con la precisazione che il post asseritamente pubblicato dal convenuto su Facebook l’8.4.2018 risulta estratto direttamente dal social network solo in allegato alla terza memoria ex art. 183 c.p.c., sebbene originariamente risulti riprodotto dallo stesso B. in una mail dal medesimo inviata il 10.4.2018 al difensore che ha introdotto il giudizio (testualmente a “studio Manfredi”), verosimilmente copiato dalla pagina Facebook (i due testi del post risultano comunque di identico contenuto).

In particolare, dalla menzionata mail allegata al n. 3 da parte attrice si evince che le dichiarazioni pubblicate su Facebook l’8.4.2018 alle 12.45 erano del seguente tenore: “Le Iene hanno preso un granchio. I pochi casi clinici analizzati durante il servizio de “Le Iene” si riferiscono quasi unicamente agli interventi chirurgici eseguiti dal Dr. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017 e che ha operato circa 600 pazienti, di cui solo il 3% ha lamentato complicanze (19 casi a noi noti). Non sono quindi “decine e decine” di interventi andati male, come invece segnalato dalle Iene con toni allarmistici. Il CICE ha interrotto i rapporti con il Dr. B. in ragione del mancato mantenimento degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua stessa nascita. I casi trattati dal Dr. B. che hanno richiesto un intervento chirurgico di revisione sono stati presi in carico e trattati in forma integralmente gratuita per i pazienti dal dott. V.C. responsabile del CICE, con la risoluzione della complicanza”.

L’allegato n. 4 del fascicolo introduttivo è invece relativo al brano a firma di L.G. pubblicato sulla versione online della Gazzetta di Reggio del 10.3.2018 dal titolo: “Reggio Emilia: seni “low cost”, partita la denuncia del Cice alle Iene” e dal sottotitolo: “Dopo il servizio delle Iene, il Cice presenta querela: allontanato ad agosto il chirurgo che ha operato le donne intervistate” (il medesimo articolo nella versione cartacea risulta depositato, pur se scarsamente leggibile, solo unitamente alla terza memoria ex art. 183 c.p.c.). Il contenuto del brano è del seguente tenore: “REGGIO EMILIA. Lo avevano annunciato, e alla fine hanno mantenuto la promessa. Il Centro italiano chirurgia estetica di Reggio Emilia (Cice) ha denunciato la trasmissione “Le Iene” dopo il servizio televisivo andato in onda domenica 4 marzo, intitolato “Ragazze rovinate dalla clinica low cost”. Dolori, inestetismi, visite effettuate via WhatsApp. Questa la sintesi di quanto mostrato su Italia Uno. Tutto “assolutamente falso e tendenzioso” per i dirigenti della struttura tanto che, per tutelare la loro immagine “fortemente danneggiata” dal servizio, hanno dato mandato ai propri legali – gli avvocati N.T. e F.L. – di denunciare quanto successo all’autorità giudiziaria “affinché la magistratura possa fare subito chiarezza”.

Il succo della critica rivolta alla giornalista di M. non è tanto l’aver mostrato eventi o fatti mai realmente accaduti quanto, piuttosto, l’aver fatto passare il messaggio che tutto il lavoro svolto all’interno del Cice sia approssimativo e mal svolto.

“Il nostro è un centro di eccellenza – ci spiega il direttore generale R.G. mentre ci fa visitare la struttura – che in dieci anni di attività ha eseguito 8.573 interventi di chirurgia estetica, con una incidenza di complicanze inferiore al 4%, tutte risolte con una ulteriore prestazione erogata in forma assolutamente gratuita per le pazienti”. Complicanze che, ammette apertamente G., ci possono essere “come in qualunque altro intervento. Ma le clienti sono informate con largo anticipo sui rischi che, tengo a ribadirlo visto il messaggio che è passato sulle Iene, da noi sono più contenuti rispetto ad altre realtà. Sempre in dieci anni abbiamo avuto 13 richieste di risarcimento, lo 0,1% del totale contro una media del 34,5% di incidenza nelle strutture italiane. E su tredici, cinque le abbiamo vinte in sede giudiziale, due con soccombenza parziale e le rimanenti sono ancora aperte”. Insomma, prezzi moderati non vogliono dire qualità moderata. Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo. “Si trattava di un medico – prosegue il direttore generale – che abbiamo assunto a settembre 2016 e che in un anno ha eseguito circa 600 interventi. Di queste donne, 17 sono dovute tornare una seconda volta per delle complicanze o perché non erano soddisfatte e l’80% ha risolto poi il problema. L’altro 20% sono le ragazze sentite dalle Iene. Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017”. Infine, ci viene spiegato, le foto mandate via WhatsApp non sostituiscono le visite “che comunque avvengono il giorno prima o il giorno stesso dell’operazione. Se fossimo dei venditori di tabacco avremmo tutto l’interesse a operare sempre e invece capita spesso che, purtroppo, dobbiamo annullare tutto. Ad esempio questa settimana su 30 interventi ne abbiamo cancellati tre”.

Ciò posto, occorre premettere che nella presente sede non possono essere oggetto di esame né i contenuti del servizio de “Le Iene” (se non quale mero presupposto dell’odierno giudizio), non essendo contestato alcunchè della trasmissione nella presente sede (e nemmeno convenuta in giudizio l’emittente televisiva, il direttore responsabile e l’autrice del servizio), né il contenuto del brano giornalistico pubblicato sulla Gazzetta di Reggio, se non limitatamente all’intervista rilasciata dall’odierno convenuto, non essendo citati i soggetti legittimati secondo la legge sulla stampa, né invero essendo in contestazione il contenuto del brano, ma solo quello dell’intervista a R.G. in esso riportata.

Ciò posto, con riferimento all’intervista del 9.3.2018 deve altresì premettersi che nell’intero brano non sono in alcun modo menzionate espressamente le generalità dell’odierno attore, con ogni conseguenza sotto il profilo del difetto di legittimazione attiva in capo al B. per quanto concerne la diffamazione asseritamente derivante dall’intervista, atteso che il contenuto delle dichiarazioni asseritamente offensive non risulta indirizzato direttamente al B., né questo risulta destinatario facilmente individuabile delle stesse.

Anche a prescindere comunque da tale assorbente rilievo e considerando individuabile l’odierno attore attraverso l’intervista in questione (quantomeno in relazione alla cerchia di dipendenti e collaboratori del centro, nonché tra i pazienti del medesimo), deve osservarsi nel merito che il convenuto G. ha legittimamente espresso in entrambe le occasioni un giudizio in chiave critica circa l’operato professionale del B., quale conseguenza del servizio delle Iene (oggetto di contestazione in altra sede), esponendo in tal modo una sua valutazione soggettiva, da ricondurre a verità quanto al suo nucleo essenziale, espressa con toni pacati, in relazione a notizia di interesse pubblico, specie in considerazione del risalto assunto dal precedente servizio delle Iene.

Tutte le espressioni in contestazione sopra riportate del G. – tanto con riferimento all’intervista, quanto al post su Facebook – appaiono infatti, ad avviso del giudicante, estrinsecazione del diritto di critica, quale espressione del principio costituzionalmente garantito della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.).

Posto che nulla è in contestazione circa l’interesse pubblico della notizia e la sua continenza espressiva, la verità della notizia contenuta nell’intervista in oggetto deve ritenersi sussistente, nei limiti sopra esposti in cui tale presupposto deve essere inteso con rifermento alla manifestazione di opinione critica.

Ebbene, le affermazioni contenute nel brano giornalistico che concernono l’odierno attore, pur senza nominarlo esplicitamente, sono le seguenti: “Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo. “Si trattava di un medico – prosegue il direttore generale – che abbiamo assunto a settembre 2016 e che in un anno ha eseguito circa 600 interventi. Di queste donne, 17 sono dovute tornare una seconda volta per delle complicanze o perché non erano soddisfatte e l’80% ha risolto poi il problema. L’altro 20% sono le ragazze sentite dalle Iene. Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017”.

Invero, le menzionate affermazioni dell’intervistato appaiono in generale di natura critica rispetto al servizio andato in onda su Le Iene (circa il fatto che tutto il lavoro svolto presso il Cice fosse “approssimativo e mal svolto”) e, in particolare, risultano volte a fornire un chiarimento in termini statistici circa gli interventi menzionati nel servizio stesso ed attribuiti al B. (non esplicitamente); viene affermato al riguardo il fatto, non contestato, che il medico in questione aveva effettuato in un anno di servizio presso il centro medico compreso tra il 2016 ed il 2017 circa 600 interventi.

Su tale cifra complessiva di interventi da esso eseguiti il G. afferma che solo 17 pazienti di quelle da lui operate sono state sottoposte a nuovo trattamento chirurgico “per delle complicanze o perché non erano soddisfatte” e che conseguentemente ad esso l’80% di esse ha risolto il problema (ossia 13 di esse circa), mentre la restante parte (ossia 4 di esse) ha manifestato la sua insoddisfazione alle Iene.

La documentazione allegata conferma quanto sostenuto in termini di verità del nucleo essenziale della notizia, nel senso che una minima parte delle pazienti operate dall’attore in quel periodo ha mostrato complicanze (17 pazienti su 600 interventi), che la maggior parte di questi casi (80%) sono stati risolti con un secondo intervento presso il centro e che solo una parte residua (il 20% di 17) non ha risolto le

complicanze, denunciandole alle Iene ed intentando azioni giudiziali ovvero formulando richieste risarcitorie stragiudiziali; cinque dei sei casi oggetto del servizio, cui l’intervista giornalistica è riferita, risultano infatti essere relativi a pazienti originariamente operate dall’attore, con la conseguenza che il nucleo essenziale della notizia corrisponde a verità; del resto, anche la circostanza che la gran parte delle pazienti con complicanze dal medesimo operate sono state sottoposte ad un secondo intervento presso il centro risulta provata dalla copiosa documentazione prodotta.

Invece, la circostanza che le complicanze fossero errori chirurgici o rientrassero piuttosto nelle conseguenze post-operatorie menzionate nel modulo di consenso informato sottoscritto dalle pazienti non è oggetto di valutazione da parte di questo giudice (considerazione in base alla quale le istanze istruttorie orali sono state respinte, con ordinanza riservata del 16.10.2019, qui integralmente richiamata, atteso che gran parte di esse è riferita alla richiesta di pareri medico-legali sul corretto operato dell’attore negli specifici casi in contestazione, in inammissibile sostituzione di consulenza tecnica), bensì di quello al quale sono devolute le relative domande risarcitorie (dagli atti e dai documenti risulta altresì che per alcune pazienti è stato quantificato in sede giudiziale un danno biologico permanente compreso tra il 7 ed il 9%), né è menzionato alcunchè dal G. nel brano, in termini di colpa medica ed errori chirurgici (il medesimo si esprime infatti unicamente in termini di “complicanze” e nella parte precedente dell’intervista afferma che esse in generale per il centro medico si erano attestate intorno al 4% degli 8.573 interventi effettuati in dieci anni, con trattamento gratuito e reingresso in sala operatoria e solo 13 richieste risarcitorie).

Ed ancora, anche (e soprattutto) le frasi “Questo chirurgo, visto che non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro, è poi stato allontanato ad agosto 2017” e “Tanto che il chirurgo responsabile degli interventi mostrati dalle Iene era già stato allontanato molto tempo prima della messa in onda del servizio televisivo” corrispondono al parametro della verità della notizia.

Infatti, analizzando la documentazione prodotta dalla parte convenuta (cfr., in particolare, estratto verbale dell’Unità Gestione Rischio del 20.12.17, in atti) si evince che, nonostante la bassa percentuale di complicanze post-operatorie rappresentata dallo stesso G. nell’intervista tanto con riferimento al centro nel complesso quanto agli interventi eseguiti dal B. in particolare, il contenzioso giudiziale e stragiudiziale che ne era scaturito fosse comunque aumentato a seguito dell’ingresso del medesimo nell’equipe medica del centro rispetto al decennio precedente, con maggiore incidenza del rischio (passato dal 4,11% al 17,88, con aumento del 13% circa), tanto da aver determinato la cessazione del rapporto di collaborazione tra centro medico e chirurgo.

In altri termini, quanto al contenzioso, emerge che mentre per il decennio 2007/2017 da 8753 interventi (946 solo nel 2017, ivi compresi quelli effettuati dall’attore) sono scaturiti 13 procedimenti giudiziali (di cui 7 ancora pendenti e 4 definiti, come da comparsa di costituzione e risposta), per il biennio 2016/2017 da 509 interventi effettuati dall’attore sono scaturiti 6 procedimenti in fase giudiziale e 15 in fase stragiudiziale (dati riferiti al momento della costituzione in giudizio di parte convenuta), risultandone inoltre già definiti 3 con transazione ed oneri economici a carico del centro a seguito di perizia medica di parte che aveva accertato l’esistenza di un danno permanente da ricondursi ad errore chirurgico.

A prescindere dunque dal numero di complicanze post-operatorie, ciò che ha determinato l’interruzione del rapporto di collaborazione professionale tra le parti (pacificamente da ricondurre all’agosto del 2017 e dunque ad epoca precedente di alcuni mesi al servizio de Le Iene, per come correttamente riferito nel brano dal G.) risulta essere stato l’innalzamento del livello di contenzioso giudiziale e stragiudiziale riscontrato per gli anni 2016 e 2017 in relazione agli interventi effettuati dal B. e di ciò parte convenuta ha dato atto nell’intervista in questione, per la parte da ultimo riportata (“non rispettava gli standard qualitativi del nostro centro”), atteso che negli standard qualitativi non può essere compresa solo l’evidenza delle complicanze post-operatorie, ma anche – evidentemente – l’entità del contenzioso scaturita dalle complicanze rimaste irrisolte.

Analogamente, con riferimento al post su Facebook dell’8.4.2018 oggetto di contestazione.

Questo risulta riferito esclusivamente ai casi esaminati nel servizio de Le Iene ed appare pubblicato a commento dello stesso, a seguito del clamore suscitato dalla messa in onda del programma in data 4.3.2018.

In particolare, si afferma il vero quando si dice che “I pochi casi clinici analizzati durante il servizio de “Le Iene” si riferiscono quasi unicamente agli interventi chirurgici eseguiti dal Dr. G.B., collaboratore che ha prestato servizio dall’agosto 2016 al settembre 2017 e che ha operato circa 600 pazienti”, considerato che le medesime risultano nominativamente individuate sin dal primo scritto difensivo di parte convenuta senza alcuna specifica contestazione da parte dell’attore circa il fatto che siano state sue pazienti (risultano denunciati nel servizio i casi di sei pazienti del centro, cinque delle quali operate dal B.; cfr., altresì prima memoria ex art. 183 c.p.c. di parte attrice), che la collaborazione professionale è durata un anno e che il numero dei pazienti dal medesimo operati è stato pari a 509 (con una sfasatura con quanto dichiarato che tuttavia consente di ritenere vera la notizia nel suo nucleo essenziale, considerato l’uso della parola “circa” accanto a “600 pazienti”), il tutto per come evincibile dalla documentazione allegata da parte convenuta e comunque non specificamente contestato.

Sebbene poi il numero delle complicanze sia ridotto in percentuale dal 4% al 3% rispetto al contenuto del brano sulla Gazzetta di Reggio, la discrepanza non appare tale da incidere sul generale contesto di verità nel quale la notizia è resa, la quale è comunque presentata come nota di merito per il centro nel senso che “solo il 3% ha lamentato complicanze (19 casi a noi noti)”, in modo da contrastare il dato asseritamente fuorviante fornito nel servizio televisivo (“Non sono quindi “decine e decine” di interventi andati male, come invece segnalato dalle Iene con toni allarmistici”), con la precisazione ulteriore (e la rassicurazione) che comunque “I casi trattati dal Dr. B. che hanno richiesto un intervento chirurgico di revisione sono stati presi in carico e trattati in forma integralmente gratuita per i pazienti dal dott. V.C. responsabile del CICE, con la risoluzione della complicanza”.

Nella riportata prospettiva, infine, per l’affermazione secondo la quale “Il CICE ha interrotto i rapporti con il Dr. B. in ragione del mancato mantenimento degli standard di qualità cui l’organizzazione tende sin dalla sua stessa nascita” valgono le medesime considerazioni sopra esposte.

Invero, il parametro del mancato mantenimento degli standard della prestazione professionale erogata dall’attore risulta, per come documentato, quello del contenzioso conseguente a complicanze post-operatorie da essa scaturito, laddove sul punto la documentazione allegata conferma la maggiore incidenza di esso rispetto al periodo precedente, circostanza legittimamente posta dal centro a fondamento della cessazione del rapporto di collaborazione professionale menzionata dal G. (risultano prodotti nel fascicolo di parte convenuta e non specificamente contestati dalla controparte non solo elenchi e frontespizi delle cartelle cliniche delle pazienti sottoposte a revisione chirurgica a seguito di interventi eseguiti dall’attore, ma anche tutti gli atti giudiziali e stragiudiziali, transazioni, diffide ed esiti di visite medico-legali riferite al predetto contenzioso, con accertamento di danno biologico permanente in capo ad alcune pazienti diverse da quelle menzionate nel servizio, invece tutte ancora con accertamenti in corso all’epoca della costituzione di parte convenuta).

Alla luce delle considerazioni esposte sotto il profilo della verità della notizia, pertanto, il legittimo esercizio del diritto di critica, quale espressione del più generale principio costituzionale di libertà di manifestazione del pensiero, appare nella specie scriminare il contenuto asseritamente diffamatorio delle dichiarazioni della parte convenuta.

A ciò si aggiunga, da ultimo, che non risultano affatto utilizzate (né invero sono oggetto di doglianza nell’atto introduttivo) espressioni esorbitanti dal concetto di continenza formale, tenuto conto del contesto indubbiamente critico del quale l’inchiesta in esame risulta espressione. Per quanto riguarda il requisito della continenza, infatti, va ricordato che “Il diritto di critica giornalistica può essere esercitato anche in modo “graffiante”, ma con il parametro della proporzione tra l’importanza del fatto e la necessità della sua esposizione anche in chiave critica ed i contenuti espressivi con i quali la critica è esercitata. Pertanto, la critica non deve trascendere in attacchi e aggressioni personali diretti a colpire, sul piano individuale, la figura morale del soggetto criticato” (tra le tante, v. Cass. civ., Sez. 3, 20 ottobre 2006, n. 22527); ebbene, nella specie, deve essere rilevata la totale assenza di qualsivoglia espressione che esuli dai concetti di moderazione, misura e proporzione nelle modalità espressive. Le espressioni utilizzate esprimono un giudizio indubbiamente critico rispetto, sebbene nel complesso appaiono assolutamente pacate e non trasmodano affatto in attacchi personali o denigrazione della persona dei destinatari, risultando piuttosto espressione di una esposizione dei fatti in forma civile e comunque non eccedente rispetto allo scopo informativo/critico da conseguire, né tale da manifestare un deliberato intento denigratorio, tenuto conto altresì del fatto che anche il limite della continenza opera, analogamente a quello della verità, in maniera meno rigorosa nell’esercizio del diritto di critica proprio in considerazione della soggettività della narrazione e del giudizio che essa tende ad esprimere, proprio della polemica politica e sociale cui si riferisce (Cass., 29730/2010 e Cass., n. 43403/2009).

Da ultimo, non può essere oggetto di esame nel presente procedimento quanto dedotto nell’atto introduttivo circa l’esistenza di un asserito filmato dal titolo “Io sto con il Cice” diffuso sulla pagina Facebook del centro medico (e parzialmente riportato in una successiva puntata de Le Iene) in cui una paziente del centro avrebbe dichiarato, riferendosi espressamente all’attore: “Dovrebbe essere radiato dall’ordine dei medici ed invece è ancora a piede libero”; invero, a prescindere da ogni considerazione circa la responsabilità del centro medico per quanto dichiarato da una sua paziente, del filmato non vi è traccia agli atti di causa è non è dunque possibile prenderne visione ai fini della decisione (nemmeno delle dichiarazioni al riguardo attribuite al G., il quale secondo l’atto introduttivo contestualmente alla sua diffusione da parte delle Iene avrebbe dichiarato “Le Iene, diffondendo il filmato in maniera parziale, avrebbero omesso la verità”); né al mancato deposito della copia del filmato in contestazione avrebbe potuto supplire il non ammesso interrogatorio formale del G., considerata l’ineludibile necessità di prenderne visione nella sua interezza al fine di valutare il contesto nel quale le dichiarazioni sono state rese dal convenuto, l’autore delle stesse ed il loro esatto tenore, in quanto peraltro parzialmente rese da un terzo soggetto (che risulta tra i pazienti del centro, come da allegati frontespizi delle cartelle cliniche in atti); analogamente deve dirsi con riferimento alla richiesta di esibizione del video alla piattaforma Facebook di cui alla terza memoria ex art. 183 c.p.c., in quanto ormai rimosso e presente sulla medesima solo per il periodo compreso tra il marzo ed il giugno 2018, per espressa ammissione di parte attrice e peraltro da ritenersi prova diretta, tardivamente richiesta.

La domanda attrice deve, in conclusione, essere interamente respinta, rimanendo assorbita nella decisione ogni altra richiesta.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo (scaglione individuato in base alla somma domandata a titolo di risarcimento – complessità media per le fasi di studio ed introduttiva, minima per quella istruttoria, meramente documentale, e decisionale, svoltasi con modalità cartolare e senza elementi di novità rispetto a quelle precedenti).

P.Q.M.

Il tribunale, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, così provvede:

– rigetta la domanda;

– condanna l’attore alla rifusione delle spese di lite nei confronti di parte convenuta, complessivamente liquidate in Euro 15.478,00 per compensi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 6 settembre 2021.

Depositata in Cancelleria il 8 settembre 2021.

BOLOGNA AVVOCATO ARRESTO IN FLAGRANZA CONVALIDA PENALE PROCESSO

BOLOGNA AVVOCATO ARRESTO IN FLAGRANZA CONVALIDA PENALE PROCESSO

E’ configurabile lo stato di flagranza del reato di maltrattamenti in famiglia purché il singolo episodio lesivo risulti non isolato, ma quale ultimo anello di una catena di comportamenti violenti o in altro modo lesivi, che tale episodio delittuoso sia avvenuto immediatamente prima e che l’autore di esso si sia dato alla fuga ovvero sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appare che egli abbia appena commesso il reato

Cass. pen., Sez. VI, 27/05/2020, n. 17853

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E’ configurabile lo stato di flagranza del reato di maltrattamenti in famiglia purché il singolo episodio lesivo risulti non isolato, ma quale ultimo anello di una catena di comportamenti violenti o in altro modo lesivi, che tale episodio delittuoso sia avvenuto immediatamente prima e che l’autore di esso si sia dato alla fuga ovvero sia sorpreso con cose o tracce dalle quali appare che egli abbia appena commesso il reato. E’ possibile, dunque, affermare che nell’ipotesi in cui il reato per il quale si procede è quello abituale di maltrattamenti ai danni di un familiare, l’arresto in flagranza debba considerarsi legittimamente eseguito non solamente quando gli agenti della polizia giudiziaria hanno assistito ad una frazione di quelle condotte maltrattanti che costituiscono l’elemento oggettivo del delitto, ma anche quando siano intervenuti subito dopo la commissione di tale illecito e abbiano accertato che l’autore si sia dato alla fuga ovvero sia trovato con cose o tracce dimostrative della immediatamente precedente commissione del reato: “tracce” che possono essere qualificate come tutti quegli elementi fattuali che, oggetto di accertamenti o di altre iniziative di indagine della polizia giudiziaria, possono essere acquisite o rilevate per la loro idoneità a dimostrare l’esistenza del reato.

Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 25/02/2021, n. 21494 (rv. 281210-01)

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INDAGINI PRELIMINARI – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – “quasi flagranza” – “tracce” del reato – Nozione – Fattispecie

In tema di arresto in flagranza, per la configurabilità della c.d. “quasi flagranza”, la nozione di tracce del reato non va considerata in senso solo letterale, ma può comprendere anche l’atteggiamento assunto dall’autore del fatto o dalla persona offesa ove costituisca, con assoluta probabilità, un indicatore dell’avvenuta perpetrazione del reato in termini di stretta contiguità temporale rispetto all’intervento della polizia giudiziaria. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittimo l’arresto per il reato di furto, eseguito in “quasi flagranza” sulla base del comportamento dell’indagato che, alla vista di agenti di polizia municipale, tentava di fuggire liberandosi di confezioni di merce, poi risultata sottratta poco prima da banchi espositivi di esercizi commerciali della zona). (Annulla senza rinvio, TRIBUNALE GENOVA, 17/11/2020)

Cass. pen., Sez. II, 08/09/2020, n. 29215

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Integra il reato di rapina impropria la condotta dell’agente che, al fine di impossessarsi di quanto sottratto ovvero per conseguire l’impunità, impedisca alle forze dell’ordine – tramite la pregressa apposizione di automezzi in prossimità del luogo di commissione del fatto in numero e in posizione tale da ostacolare l’accesso di automezzi delle stesse forze dell’ordine – di intervenire prontamente, determinando un conseguente ritardo nell’esecuzione delle operazioni di polizia giudiziaria finalizzate all’identificazione e all’eventuale arresto in flagranza del reo nonché al compimento delle operazioni di sopralluogo e degli altri atti di assicurazione della prova: in tal caso, la predetta condotta impeditiva, configura un’ipotesi di violenza alla persona, intesa come violenza impropria, avendo la stessa coartato la libertà di autodeterminazione degli appartenenti delle forze dell’ordine che, conseguentemente, per il semplice ritardo imposto al loro intervento, sono stati costretti a fare, tollerare od omettere le azioni doverose di contrasto a cui erano tenuti.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 19/05/2021, n. 25331 (rv. 281749-01)

INDAGINI PRELIMINARI – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – Quasi flagranza – Sorpresa dell’indiziato con cose o tracce del reato commesso “immediatamente prima” – Nozione – Fattispecie

In tema di convalida dell’arresto, ricorre lo stato di quasi-flagranza nel caso in cui l’indagato sia sorpreso dalla polizia giudiziaria con cose e tracce inequivocamente rivelatrici della recentissima commissione del delitto. (Fattispecie in cui la Corte, in riforma dell’impugnata ordinanza, ha ritenuto che legittimamente la polizia giudiziaria avesse proceduto all’arresto nella quasi flagranza del reato di lesioni, dal momento che l’indagato aveva dichiarato spontaneamente agli operanti “state cercando me” e recava sulla gamba il segno del morso infertogli dalla vittima nella colluttazione, quali tracce della contiguità temporale tra il fatto-reato e la constatazione degli operanti). (Annulla in parte senza rinvio, GIP TRIBUNALE REGGIO CALABRIA, 16/03/2021)

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 18/05/2021, n. 21019 (rv. 281508-02)

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REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE – Delitti – Dei pubblici ufficiali – Concussione – In genere – Utilità – Nozione – Inclusione del vantaggio anche di natura non patrimoniale – Sussistenza – Fattispecie

In tema di concussione, il termine “utilità” include tutto ciò che rappresenta un vantaggio per la persona, pur se di natura non patrimoniale, oggettivamente apprezzabile, e dunque anche l’accrescimento del proprio prestigio professionale ovvero della propria considerazione nella comunità lavorativa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto integrato il reato di concussione, e non invece quello di violenza privata, in relazione alle condotte costrittive poste in essere da un carabiniere nei confronti di un cittadino straniero per indurlo ad acquistare una partita di eroina e consentirgli di effettuare un arresto in flagranza, così da acquisire benemerenze utili ai fini della progressione in carriera, l’assegnazione ad altri reparti e l’affidamento di incarichi fiduciari). (Rigetta, CORTE APPELLO BRESCIA, 17/12/2019)

AFFIDO ESCLUSIVO FIGLIO MINORE AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA SERGIO ARMARoLI

AFFIDO ESCLUSIVO FIGLIO MINORE AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA SERGIO ARMARoLI 051 6447838

responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente. Il totale disinteresse e l’irreperibilità del padre giustificano, dunque, l’affidamento esclusivo della minore alla madre.

In tema di affidamento dei figli minori, il giudice deve attenersi al criterio fondamentale rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo il pregiudizio derivante dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. Conseguentemente l’individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio, che potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché sull’apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità.

Il tribunale di Modena  ha sentenziato che Tribunale Modena, Sez. I, Sentenza, 04/06/2019, n. 859:

L’affido condiviso risulta pregiudizievole per l’interesse del minore nel caso in cui il genitore non affidatario si sia reso totalmente inadempiente all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori ed abbia esercitato in modo discontinuo il suo diritto di visita, in quanto tali comportamenti sono sintomatici della sua inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente. Il totale disinteresse e l’irreperibilità del padre giustificano, dunque, l’affidamento esclusivo della minore alla madre.

IMPORTANTE DECISIONE CORTE APPELLO BOLOGNA

Corte d’Appello Bologna, Sez. I, Ordinanza, 12/02/2015

In merito ai provvedimenti assunti dall’autorità giurisdizionale straniera (in ispecie cinese) con la sentenza di divorzio riguardo alla prole di età minore della coppia di coniugi – l’uno cittadino italiano l’altro cittadino cinese – che abbiano contratto matrimonio in Italia e che ivi si siano consensualmente separati, la statuizione del giudice straniero (cinese) di affido esclusivo alla madre di entrambe le figlie minori (aventi cittadinanza italiana) non è contraria al principio di ordine pubblico italiano, il quale, se da un lato va riferito al principio normativo e dogmatico desumibile dal nostro ordinamento giuridico che prevede come ‘normale’ applicazione dell’istituto dell’affidamento dei figli minori quello dell’ “affidamento condiviso”, dall’altro lato è confortato – non solo sul piano interpretativo e applicativo, bensì anche su quello strettamente positivo – dall’ulteriore ed esplicita previsione dell’ “affidamento” della prole “in via esclusiva” ad uno solo dei genitori, rilevando inoltre sul punto, ai fini della legittimità della pronunzia dell’autorità giurisdizionale straniera (cinese), il precipuo fine, da quest’ultima perseguito, di garantire massimamente – con l’assunta statuizione – le figlie minori stesse in considerazione della loro tenera età nonché di quanto già disposto, in sede di separazione, dal giudice italiano, e cioè che entrambe le bambine risiedano stabilmente (“vivano in Cina”) con la madre, a nulla rilevando, per contro, e sempre sul piano del principio dell’ordine pubblico interno, che nell’ordinamento giuridico cinese si preveda ulteriormente l’affidamento dei minori al genitore senza precedente prole, prevalendo viceversa esaustivamente la decisione straniera poiché fondata, essenzialmente, sull’interesse proprio delle minori (alla loro crescita) e sugli accordi assunti con la separazione consensuale, né potendo – da ultimo – il giudice italiano, in sede di riconoscimento della sentenza straniera (cinese), sindacare i motivi posti dal giudice straniero a fondamento del provvedimento di affido esclusivo. Sul punto, quindi, dell’affido esclusivo delle figlie minori, la sentenza straniera è legittima poiché non contraddice al principio di ordine pubblico italiano, e come tale merita riconoscimento.

Cass. civ. Sez. I Ord., 17/05/2021, n. 13217 rv. 661393-01

… FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Provvedimenti per i figli – In genere – Separazione dei coniugi – Affidamento dei figli minori – Sindrome di alienazione parentale (pas) – Rilevanza ai fini del cd. “super affido” all’altro genitore – Limiti – Fattispecie … In tema di affidamento del figlio di età minore, qualora un genitore denunci i comportamenti dell’altro tesi all’allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), nella specie nella forma della sindrome della cd. “madre malevola” (MMS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova comprese le consulenze tecniche e le presunzioni, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena. …

Libro I Delle persone e della famiglia – 6. – Della potestà dei genitori

… Qualora nel giudizio di divorzio introdotto innanzi al giudice italiano siano avanzate domande inerenti la responsabilità genitoriale (nella specie, con riferimento al diritto di visita) ed il mantenimento di figli minori non residenti abitualmente in Italia, ma in altro stato membro dell’Unione Europea (nella specie, la Germania), la giurisdizione su tali domande spetta, rispettivamente ai sensi degli artt. 8, par. 1, del Regolamento CE n. 2201 del 2003 e 3 del Regolamento CE n. 4 del 2009 , all’A.G. dello Stato di residenza abituale dei minori al momento della loro proposizione, dovendosi salvaguardare l’interesse superiore e preminente dei medesimi a che i provvedimenti che li riguardano siano adottati dal giudice più vicino al luogo di residenza effettiva degli stessi, nonché realizzare la tendenziale concentrazione di tutte le azioni li riguardano, attesa la natura accessoria della domanda relativa al mantenimento rispetto a quella sulla responsabilità genitoriale. … In tema di competenza territoriale nei procedimenti di affidamento eterofamiliare di minori, qualora il provvedimento iniziale di affidamento, di regola soggetto a durata non superiore ai ventiquattro mesi, necessiti di essere seguito da un’ulteriore proroga o, viceversa, da una cessazione anticipata, queste ultime vicende integrano provvedimenti camerali nuovi, per i quali il principio della “perpetuatio” deve essere temperato con quello di prossimità, sicché il giudice competente per territorio deve essere individuato nel tribunale per i minorenni del luogo in cui il minore legittimamente si trova, in tal modo dando rilievo ad eventuali sopravvenuti cambiamenti di residenza (nella specie, le S.U. hanno dichiarato la competenza del tribunale per i minorenni del distretto ove risiedeva la famiglia cui il minore era stato affidato con provvedimento di un altro tribunale per i minorenni, nel cui distretto originariamente il minore risiedeva con la propria madre). …

Cass. civ. Sez. I Ord., 07/06/2021, n. 15819

… La Corte territoriale non si è affatto discostata da tali principi, avendo preso atto dei comportamenti posti in essere da entrambi i genitori, profondamente indicativi della loro carenza educativa ed ha correttamente valutato tali comportamenti in termini non di mera conflittualità tra i coniugi, ma di “oggettiva inidoneità” della madre e del padre alla condivisione dell’esercizio della potestà genitoriale in termini compatibili con la tutela dell’interesse primario della figlia minore. … Nel caso di specie, i giudici di merito hanno, nella sostanza, messo in evidenza la scarsa maturità dei genitori nell’affrontare le maggiori responsabilità che l’affido condiviso comportava e che il rapporto tra i genitori e la figlia era risultato in modo significativo intaccato dalla forte conflittualità esistente tra padre e madre, ovvero che la loro inidoneità educativa si poneva in contrasto con l’interesse della figlia minore all’affido condiviso. …

FORLI BULLISMO BULLI CONDANNATI A RISARCIRE IL DANNO

FORLI BULLISMO BULLI CONDANNATI A RISARCIRE IL DANNO

 

. Egli, infatti, presentava lividi ed escoriazioni e aveva l’apparecchio dei denti rotto, per via dei pugni subiti. Dopo l’episodio, l’attore iniziò a presentare comportamenti strani fino a quando decise di confidarsi con la sorella Michelle, che riferì tutto ai genitori.

Tornato in salotto, si accorse che i convenuti avevano utilizzato il suo cellulare per mandare un messaggio volgare e offensivo a una sua cara amica. Chiara era l’intenzione di isolare l’attore compromettendo il suo rapporto affettivo con l’amica. Alle lamentele dell’attore, i convenuti risposero con offese e minacce e in particolare il sig. (…) sferrò un violento pugno al volto dell’attore, a seguito del quale l’attore cadde a terra. Nonostante l’attore fosse tramortito a terra, il (…) continuò a picchiarlo con calci e pugni e a minacciarlo con frasi minatorie come “io ti farò sparire dalla faccia della terra”. Gli altri convenuti contribuirono alle percosse, sferrando calci e pugni all’attore che cercava di pararsi con le braccia. Alle percosse, seguirono offese e costrizioni verso l’attore, che fu costretto dal (…) a leccare uno sputo a terra sotto la minaccia di essere ammazzato con un coltello.

Si costituivano (…) e (…), eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva in quanto non genitori ma nonni di (…). Con ordinanza del 18 gennaio 2018, si disponeva l’estinzione parziale del giudizio fra l’attore e (…) e (…). Alla successiva udienza del 21.02.2019 veniva dichiarata la contumacia di (…). Il convenuto (…) si costituiva successivamente con comparsa in data 4.7.2019. Contestava la narrazione dei fatti come operata dall’attore, affermando che, dopo alcuni pesanti scherzi ai danni dell’attore, quest’ultimo avrebbe proferito pesanti espressioni nei confronti della madre di (…) e solo a questo punto sarebbe stato colpito con un pugno. La vulnerabilità psico fisica dell’attore, inoltre, sarebbe antecedente ai fatti e l’episodio oggetto di causa non costituirebbe l’unica origine dei disturbi lamentati dall’attore. Concludeva per il rigetto della domanda. Si costituivano in giudizio (…) e (…), quali genitori di (…), concludendo per il rigetto della domanda ovvero in subordine per l’accertamento del minore grado di responsabilità del (…) nei fatti di causa, con condanna al risarcimento in proporzione dell’effettivo grado di responsabilità e con esclusione della solidarietà. Il convenuto (…) operava, dunque, una ricostruzione dei fatti diversa da quella attorea. Eccepiva intanto di avere incontrato solo una volta (…) in tram, di non essere a conoscenza dei suoi problemi psichici né del fatto dell’insegnante di sostegno. Eccepiva che le aggressioni, se provate, sarebbero riconducibili alla sola iniziativa e a comportamenti ascrivibili a (…) ed eventualmente a (…) e non certo a (…). Sarebbe (…) l’unico ad avere picchiato l’attore. Del pari, solo (…) lo avrebbe minacciato col coltello. (…) poi non avrebbe filmato le aggressioni né inviato messaggi con il telefonino dell’attore. (…), inoltre, mai avrebbe proferito minacce nei confronti dell’attore. Infine, non corrisponderebbe al vero l’affermazione per cui l’attore sarebbe stato cacciato di casa, ma quest’ultimo sarebbe rimasto a casa fino a sera, dopo che il (…) era andato via. Ancora, il convenuto eccepiva la mancanza di prova dei danni e del nesso di causalità, ovvero che i fatti di causa avessero aggravato la situazione psico fisica dell’attore. Le difficoltà dell’attore, infatti, sarebbero antecedenti e preesistenti ai fatti di causa. Veniva successivamente disposta la riunione al fascicolo 2389/2017 del fascicolo n 735/2019, nel quale l’attore aveva citato in giudizio, per i medesimi fatti, (…). Quest’ultimo si costituiva in giudizio concludendo per il rigetto della domanda dell’attore. Eccepiva di essere amico dell’attoree non di avere mai voluto fargli subire deliberatamente atti di bullismo e violenze. Eccepiva che, in quella occasione, dopo una prima fase di gioco e scherzi, sorgeva una discussione fra (…) e (…), il quale sosteneva che l’attore avesse offeso la madre, cui seguiva un contrasto fra i due, cui (…) e (…) non prendevano parte, cercando di invitare gli altri alla calma, senza riuscirci. Eccepiva di non essere a conoscenza del fatto che fra l’attore e (…) non corressero buoni rapporti, diversamente non lo avrebbe invitato in quella occasione. Eccepiva l’insussistenza di prova certa del danno e del rapporto di causalità. Il fascicolo RG 735 del 2019 veniva riunito al fascicolo n. 2389 del 2017 in data 13.11.2019. La causa è stata istruita documentalmente. A seguito dell’invito reiterato da parte del Giudice a trovare una proposta conciliativa, alla udienza del 26 maggio 2021, fissata per la precisazione delle conclusioni, le parti davano atto che i convenuti avevano formulato una offerta ritenuta tuttavia non congrua da parte dell’attore.

 

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO IL TRIBUNALE DI FORLÌ in composizione monocratica in persona del giudice dott.ssa Valentina Vecchietti pronuncia SENTENZA nella causa civile di primo grado iscritta al n. 2389 del ruolo generale degli affari contenziosi dell’anno 2017 cui riunita la causa n. 735 del 2019 promossa da: (…) – Cod. Fisc. (…), elettivamente domiciliato in VIA (…) FORLÌ, presso lo studio dell’avv. PO.MA., rappresentato e difeso dall’avv. PO.MA. (…) e dall’avv. ME.DA. (CF (…) ATTORE nei confronti di (…) – Cod. Fisc. (…) elettivamente domiciliato in C.SO (…), 63 47100 FORLI’, presso lo studio dell’avv. MA.VI., rappresentato e difeso dall’avv. MA.VI. (CF (…) CONVENUTO nei confronti di (…) – Cod. Fisc. (…), con il patrocinio dell’avv. FR.VE. (CF (…) elettivamente domiciliato presso l’indirizzo pec del difensore; CONVENUTO nei confronti di (…) – Cod. Fisc. (…), elettivamente domiciliato in Forlì Largo (…), presso lo studio dell’avv. AL.PI. (CF (…) rappresentato e difeso dall’avv. AL.PI. (ammesso a PSS in via provvisoria) CONVENUTO MOTIVAZIONE IN FATTO E IN DIRITTO Il sig. (…) (di seguito anche “l’attore”) citava in giudizio (…), in persona dei genitori, (…), in persona dei genitori, (…) (“i convenuti”) per sentire accertata e dichiarata la responsabilità dei convenuti nella produzione delle lesioni fisiche e psichiche inferte all’attore per i fatti di causa e per la condanna dei convenuti al risarcimento all’attore di tutti i danni patrimoniali e non quantificati in Euro 70.000,00 o quella diversa somma accertata in corso di causa. Il tutto con vittoria di spese e compensi a favore dei procuratori antistatari. Allegava l’attore che, il giorno 8 settembre 2015, quando ancora era minorenne, venne invitato da un amico, (…), anch’egli minorenne, presso la propria abitazione. Sul posto, erano presenti anche (…) e (…), entrambi conoscenti dell’attore. L’attore fu invitato in soggiorno dai convenuti, con il pretesto di giocare insieme con i video giochi. A quel punto, iniziarono le violenze e le vessazioni ai danni dell’attore. Egli venne costretto a fare una doccia, fredda, completamente vestito. Tornato in salotto, si accorse che i convenuti avevano utilizzato il suo cellulare per mandare un messaggio volgare e offensivo a una sua cara amica. Chiara era l’intenzione di isolare l’attore compromettendo il suo rapporto affettivo con l’amica. Alle lamentele dell’attore, i convenuti risposero con offese e minacce e in particolare il sig. (…) sferrò un violento pugno al volto dell’attore, a seguito del quale l’attore cadde a terra. Nonostante l’attore fosse tramortito a terra, il (…) continuò a picchiarlo con calci e pugni e a minacciarlo con frasi minatorie come “io ti farò sparire dalla faccia della terra”. Gli altri convenuti contribuirono alle percosse, sferrando calci e pugni all’attore che cercava di pararsi con le braccia. Alle percosse, seguirono offese e costrizioni verso l’attore, che fu costretto dal (…) a leccare uno sputo a terra sotto la minaccia di essere ammazzato con un coltello. A ogni rifiuto, il (…) sferrava calci all’attore. Il (…), dall’altro lato, iniziò a girare un video fino a quando l’attore temendo per la propria incolumità fu costretto a leccare lo sputo. A quel punto, i tre convenuti minacciarono l’attore che se il video avesse fatto il giro della scuola, (…) “era finito e poteva anche ammazzarsi”. A quel punto l’attore pregò e scongiurò i convenuti di non fare vedere il video a nessuno e di lasciarlo andare a casa, ma questi lo deridevano. A quel punto, (…) si recò in cucina e tornò in salotto armato di coltello, puntò il coltello alla gola dell’attore e lo minacciò dicendo che se avesse raccontato a qualcuno le violenze subite, gli avrebbe tagliato la gola e dato fuoco alla casa. Minacciò anche l’attore di fare del male alla sorella, qualora le avesse raccontato qualcosa. A quel punto, l’attore fu buttato fuori casa facendolo rotolare nel fango. Al padre, che lo venne a prendere, raccontò di essere caduto dalle scale. Egli, infatti, presentava lividi ed escoriazioni e aveva l’apparecchio dei denti rotto, per via dei pugni subiti. Dopo l’episodio, l’attore iniziò a presentare comportamenti strani fino a quando decise di confidarsi con la sorella Michelle, che riferì tutto ai genitori. Intervenute le competenti autorità, si incardinò processo dinanzi al Tribunale per i minorenni. – Allegava l’attore di essere nato con fragilità di tipo psichico, tanto da essere seguito dal Dipartimento di salute mentale e di avvalersi a scuola di una insegnante di sostegno. A seguito delle violenze subite, lo stato psicofisico dell’attore sarebbe notevolmente peggiorato, con evidenti difficoltà comportamentali e relazionali. I pregiudizi psicofisici subiti dal ragazzo venivano riportati nella relazione di parte depositata in atti. Riportava l’attore, ancora, gli esiti delle fasi di indagine e i contenuti delle dichiarazioni raccolte in quella sede. In conseguenza dei fatti di causa, l’attore avrebbe dunque riportato danni non patrimoniali, biologico e morale, risarcibili secondo le Tabelle di Milano nella somma di Euro 70.000,00. Si costituivano (…) e (…), eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva in quanto non genitori ma nonni di (…). Con ordinanza del 18 gennaio 2018, si disponeva l’estinzione parziale del giudizio fra l’attore e (…) e (…). Alla successiva udienza del 21.02.2019 veniva dichiarata la contumacia di (…). Il convenuto (…) si costituiva successivamente con comparsa in data 4.7.2019. Contestava la narrazione dei fatti come operata dall’attore, affermando che, dopo alcuni pesanti scherzi ai danni dell’attore, quest’ultimo avrebbe proferito pesanti espressioni nei confronti della madre di (…) e solo a questo punto sarebbe stato colpito con un pugno. La vulnerabilità psico fisica dell’attore, inoltre, sarebbe antecedente ai fatti e l’episodio oggetto di causa non costituirebbe l’unica origine dei disturbi lamentati dall’attore. Concludeva per il rigetto della domanda. Si costituivano in giudizio (…) e (…), quali genitori di (…), concludendo per il rigetto della domanda ovvero in subordine per l’accertamento del minore grado di responsabilità del (…) nei fatti di causa, con condanna al risarcimento in proporzione dell’effettivo grado di responsabilità e con esclusione della solidarietà. Il convenuto (…) operava, dunque, una ricostruzione dei fatti diversa da quella attorea. Eccepiva intanto di avere incontrato solo una volta (…) in tram, di non essere a conoscenza dei suoi problemi psichici né del fatto dell’insegnante di sostegno. Eccepiva che le aggressioni, se provate, sarebbero riconducibili alla sola iniziativa e a comportamenti ascrivibili a (…) ed eventualmente a (…) e non certo a (…). Sarebbe (…) l’unico ad avere picchiato l’attore. Del pari, solo (…) lo avrebbe minacciato col coltello. (…) poi non avrebbe filmato le aggressioni né inviato messaggi con il telefonino dell’attore. (…), inoltre, mai avrebbe proferito minacce nei confronti dell’attore. Infine, non corrisponderebbe al vero l’affermazione per cui l’attore sarebbe stato cacciato di casa, ma quest’ultimo sarebbe rimasto a casa fino a sera, dopo che il (…) era andato via. Ancora, il convenuto eccepiva la mancanza di prova dei danni e del nesso di causalità, ovvero che i fatti di causa avessero aggravato la situazione psico fisica dell’attore. Le difficoltà dell’attore, infatti, sarebbero antecedenti e preesistenti ai fatti di causa. Veniva successivamente disposta la riunione al fascicolo 2389/2017 del fascicolo n 735/2019, nel quale l’attore aveva citato in giudizio, per i medesimi fatti, (…). Quest’ultimo si costituiva in giudizio concludendo per il rigetto della domanda dell’attore. Eccepiva di essere amico dell’attore, 37667525 4/13 e non di avere mai voluto fargli subire deliberatamente atti di bullismo e violenze. Eccepiva che, in quella occasione, dopo una prima fase di gioco e scherzi, sorgeva una discussione fra (…) e (…), il quale sosteneva che l’attore avesse offeso la madre, cui seguiva un contrasto fra i due, cui (…) e (…) non prendevano parte, cercando di invitare gli altri alla calma, senza riuscirci. Eccepiva di non essere a conoscenza del fatto che fra l’attore e (…) non corressero buoni rapporti, diversamente non lo avrebbe invitato in quella occasione. Eccepiva l’insussistenza di prova certa del danno e del rapporto di causalità. Il fascicolo RG 735 del 2019 veniva riunito al fascicolo n. 2389 del 2017 in data 13.11.2019. La causa è stata istruita documentalmente. A seguito dell’invito reiterato da parte del Giudice a trovare una proposta conciliativa, alla udienza del 26 maggio 2021, fissata per la precisazione delle conclusioni, le parti davano atto che i convenuti avevano formulato una offerta ritenuta tuttavia non congrua da parte dell’attore. Onde procedere ad una ricostruzione dei fatti nei termini essenziali, occorre prendere le mosse dalla lettura della documentazione agli atti di causa, e, in particolare, dai verbali di sommarie informazioni e degli interrogatori presenti in atti (doc.ti 4, 5, 6, 7 fascicolo parte attrice). Infatti, circa il valore delle dichiarazioni e degli atti assunti nel corso delle indagini ai fini istruttori nel processo civile, è noto che “Nell’ordinamento processuale vigente manca una norma di chiusura sulla tassatività dei mezzi di prova, sicché il giudice, potendo porre a base del proprio convincimento anche prove cd. atipiche, è legittimato ad avvalersi delle risultanze derivanti dagli atti delle indagini preliminari svolte in sede penale, così come delle dichiarazioni verbalizzate dagli organi di polizia giudiziaria in sede di sommarie informazioni testimoniali” (Cass. Civ., sez. 2-, Sentenza n. 1593 del 20/01/2017). Del resto, tali dichiarazioni risultano acquisite agli atti e nulla i convenuti hanno tempestivamente opposto i convenuti circa l’utilizzabilità dei verbali più volte citati ai fini decisori. Va sottolineato che anche il convenuto (…) ha prodotto gli atti della indagine penale, dove sono riportati anche i verbali di sommarie informazioni e di interrogatorio (doc. 2 fascicolo (…)) mentre il convenuto (…) ha prodotto il verbale della propria dichiarazione in sede di interrogatorio (doc. 1 fascicolo (…)). Sulla ricostruzione di fatti, che emerge dagli atti sopra citati, si riscontra quanto segue. Il convenuto (…) ha fornito una versione dei fatti (doc. 5 attoreo) da cui, sostanzialmente, emergerebbe che i fatti si sarebbero sviluppati, come alcuno dei convenuti ha notato, con una “escalation”, dove, partendo da un contesto tranquillo, sorta una discussione fra (…) e l’attore, (…) avrebbe, per reazione ad una offesa subita, picchiato l’attore sferrando nella sua direzione pugni e calci. Il convenuto (…) ha poi riferito che l’attore sembrava intimorito da (…); ha confermato il fatto che (…) aveva chiesto all’attore di leccare a terra. Il convenuto (…) ha, tuttavia, affermato come né lui né ((…)) avessero picchiato né offeso l’attore, affermando che (…) avesse solo ripreso con il telefonino la scena in cui giocavano con l’acqua in bagno. Sentito in sede di interrogatorio il sig. (…) (doc. 6), quest’ultimo ha confermato che tutto iniziò con una discussione fra l’attore e (…), nel contesto della quale (…) offese l’attore arrivando a minacciarlo con un coltello. Anche (…), come del resto (…), si è dichiarato intimorito da (…). (…) ha poi confermato l’episodio dello sputo. come seppure in termini in parte diversi, (…), ha poi sottolineato che lui e (…) intervennero per cercare di rasserenare gli animi. Ha poi affermato che (…) avrebbe sbattuto l’attore contro il muro. Ha affermato che le riprese sarebbero state effettuate da (…), con il telefono dell’attore. Ha tuttavia affermato di avere ripreso la scena in cui l’attore veniva spinto sotto la doccia da (…). Come (…), ha affermato che né lui né (…) avessero percosso o offeso l’attore. Dal verbale di interrogatorio di (…) (doc. 7), si rileva che questi ha affermato di avere reagito a una aggressione dell’attore, dando uno schiaffo in viso a quest’ultimo. Ha confermato di avere visto “(…)” ((…)) con il telefono dell’attore in mano. Ha negato di avere ulteriormente offeso o percosso l’attore. Ha confermato che gli altri due convenuti non avevano offeso o percosso l’attore. L’attore ha poi prodotto in atti (doc. 4) il verbale di sommarie informazioni rese da (…), compagna di classe dell’attore, la quale ha raccontato di avere raccolto le confidenze dell’attore, il quale avrebbe raccontato alla amica di essere stato picchiato e minacciato da (…), (…) e da un “ragazzo di Cesena”, che (…) gli avrebbe sottratto il cellulare, copiando i suoi contatti, che sarebbe stato minacciato con un coltello, che a seguito di tale episodio avrebbe sviluppato paura, anche di raccontare quanto avvenuto, per timore che i convenuti gli potessero fare più male. L’attore ha inoltre prodotto una relazione (doc. 2) del dr. (…), neuropsichiatria di Forlì, dove si riporta l’esito dei colloqui avuti con l’attore, nel corso dei quali l’attore avrebbe raccontato “in maniera molto coerente” l’episodio e il contesto in cui questo si verificò, ricostruendo “con sufficiente precisione ed organizzazione” la scansione temporale degli eventi del settembre 2015, prima dell’inizio dell’anno scolastico. L’attore ha raccontato di essere stato oggetto di atti di bullismo, in una escalation di eventi che partirono da scherzi fino a che (…) lo avrebbe picchiato, sbattendolo anche contro il muro, sarebbe stato messo a forza sotto l’acqua fredda della doccia, gli avrebbero sottratto il cellulare, altre botte sino ad arrivare alla costrizione a leccare per terra. Come già evidenziato nella ordinanza del 2 aprile 2020, è evidente che i fatti di causa si svolsero alla presenza dei soli soggetti coinvolti in causa, ovvero l’attore e i convenuti. Pertanto, è evidente che la narrazione dei fatti operata dall’attore dovrà necessariamente essere presa in considerazione anche ai fini della ricostruzione istruttoria degli accadimenti, valutata e, qualora dotata di coerenza, precisione e logica ricostruttiva, parametrata con gli ulteriori elementi emersi dall’istruttoria stessa. Parimenti, le dichiarazioni rese dai convenuti nel corso delle indagini, dovranno essere oggetto di confronto e valutazione ai fini della ricostruzione dei fatti. Orbene, tanto considerato, i fatti riportati dall’attore, come accaduti in quel pomeriggio del settembre 2015, risultano, nelle loro linee essenziali, confermati. Intanto, la narrazione dei fatti operata dall’attore, a più riprese e nei confronti di diversi soggetti, appare essenzialmente la stessa e coerente con quanto riferito in citazione: l’attore, parlando con amici (cfr. dichiarazione (…)) e con i professionisti della neuropsichiatria (doc. 2 fascicolo parte attrice), e dunque in luoghi e contesti completamente diversi e a diversi interlocutori, ha comunque ribadito di avere subito, quel pomeriggio, atti di “bullismo” consistenti in percosse, minacce, offese, sottrazione del cellulare, intimidazioni e costrizioni. Del resto, anche dalla lettura delle dichiarazioni, anch’esse necessariamente “di parte”, rilasciate dai convenuti (doc.ti 5, 6, 7 fascicolo parte attrice) è emerso che l’attore, in quella occasione, fu soggetto a percosse, offese, alle minacce e costrizioni effettivamente riportate. È evidente che tali comportamenti, subiti dall’attore in quella occasione, qualificabili nel loro complesso come “atti di bullismo” e singolarmente quali minacce, percosse, atti di violenza privata e ingiurie, costituiscono illeciti, anche penalmente rilevanti, e certamente suscettibili di fondare una responsabilità risarcitoria anche in ambito civilistico, ex art. 2043 c.c. e 2059 c.c.. Le parti controvertono, tuttavia, sulla quota di responsabilità da attribuire ai singoli convenuti, in base al contributo effettivamente dato nel perpetrare tali atti. Un primo elemento desumibile dalla analisi comparativa di tutte le precitate dichiarazioni è che, a quanto sembra, gli atti di percosse, minacce e ingiuria sarebbero essenzialmente imputabili a (…). Dalle dichiarazioni di (…) e (…) emergerebbe infatti che né l’uno né l’altro avrebbero picchiato o offeso l’attore e lo stesso (…) ha affermato che “gli altri due non hanno percosso (…)”. Del resto, gli altri due convenuti hanno anche dichiarato di avere cercato di fermare (…), di calmare gli animi e anzi di essere intimoriti da (…) stesso, essendo questi molto forte. Entrambi sostengono, in questa sede, la propria sostanziale estraneità ai fatti di causa. È certo, peraltro, poiché espressamente dichiarato ed incontestato, che essi furono sicuramente presenti nel corso degli accadimenti patiti dall’attore e oggetto di causa. Orbene, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità, in tema di concorso morale nel reato, “la presenza fisica allo svolgimento dei fatti integra un’ipotesi di concorso morale penalmente rilevante qualora si attui in modo da realizzare un rafforzamento del proposito dell’autore materiale del reato e da agevolare la sua opera, sempre che il concorrente si sia rappresentato l’evento del reato ed abbia partecipato ad esso esprimendo una volontà criminosa uguale a quella dell’autore materiale” (Cass. pen. Sez. 2, Sentenza n. 28855 del 08/05/2013); del resto, “la distinzione tra connivenza non punibile e concorso nel reato commesso da altro soggetto va individuata nel fatto che la prima postula che l’agente mantenga un comportamento meramente passivo, inidoneo ad apportare alcun contributo causale alla realizzazione del reato, mentre il secondo richiede un consapevole contributo positivo – morale o materiale – all’altrui condotta criminosa, anche in forme che agevolino o rafforzino il proposito criminoso del concorrente” (Cass. Pen. Sez. 3, Sentenza n. 34985 del 16/07/2015 Ud. (dep. 20/08/2015) Rv. 264454 – 01). Nel caso di specie, è vero che (…) e (…) hanno sottolineato il proprio tentativo di calmare (…) e hanno ammesso di essere spaventati da quest’ultimo. Tuttavia, dalle loro dichiarazioni sono emersi elementi che vale la pena di riportare. (…), in particolare, ha dichiarato che “ho visto che (…) ha ripreso con il telefono di (…) la scena di Kevin che lanciava (…) sul materasso. L’iniziativa di riprendere con quel telefono è stata una decisione autonoma di (…).. .A (…) sanguinava il lobo ed aveva un segno sotto l’occhio, non ricordo quale, inoltre si era sporcato tutti i pantaloni con la tinta dei capelli. (…) è andato a cercare dei vestiti per farlo cambiare, li ha consegnati a (…) che si è diretto in bagno. Qui, con una bottiglia con del liquido non saprei dire se piena d’acqua o di aranciata, (…) ha bagnato (…), poi (…) è entrato in bagno ed ha aperto l’acqua della doccia spingendo (…) sotto il getto della doccia vestito. Io ho ripreso (…) in bagno bagnato da (…) e spinto da (…) poi (…) ha chiuso la porta del bagno”; dall’altro canto, (…) (…) ha dichiarato che “Le riprese sono state fatte da (…) con il telefono di (…) quando abbiamo giocato con l’acqua”. Dalle parole delle parti che si sono sopra evidenziate, è evidente che anche i convenuti (…) e (…) assunsero, nell’occorso, condotte che non possono certamente ritenersi meramente passive. In particolare, il fatto che questi avessero effettuato delle riprese di alcune condotte di (…), addirittura utilizzando il cellulare della vittima, rende evidente una partecipazione all’agito di (…), che non potrebbe certamente ritenersi inconsapevole e che anzi non può che comportare un rafforzamento delle azioni del convenuto. L’effetto delle condotte adottate dai due convenuti (…) e (…) è reso evidente anche dalla percezione psichica dell’attore. Appare infatti evidente, dalle dichiarazioni attoree come riportate anche dalla sig.ra (…) e nella relazione medica sub doc. 2 attoreo, che l’attore ha percepito l’intimidazione del gruppo, tanto che egli ha raccontato a (…) (doc. 4) di avere paura di tutti e tre, senza distinzioni, che “.. .non aveva raccontato subito quanto gli era successo perché temeva che se quei ragazzi l’avessero saputo, gli avrebbero fatto ancora più male”. Coerentemente si esprime l’attore nei colloqui con gli specialisti. Nella relazione, sub doc. 2 attoreo, si riporta infatti testualmente quanto segue: “La sensazione di vergogna e di terrore per possibili recriminazioni e vendette da parte degli aggressori l’ha accompagnato e lo accompagna tuttora; tuttavia, dopo un po’ di tempo avrebbe trovato il coraggio di raccontare.”. Pertanto, la percezione dell’attore, di una aggressione perpetrata da un gruppo, e non da un singolo individuo alla presenza di altri, appare significativa di come le rispettive condotte avessero finito per comportare un reciproco sostegno e una reciproca conferma, univocamente direzionata ai danni dell’attore. A ciò di aggiunga che il fatto stesso di avere, (…) e (…), effettuato riprese degli eventi utilizzando, evidentemente senza consenso (l’esistenza del quale non è allegata e non emerge dall’istruttoria), il telefono dell’attore appare da sola significativa quanto meno di una violenza privata nei confronti di quest’ultimo, perpetrata tramite l’appropriazione e l’utilizzo, senza utilità e anzi a danno dell’attore, di un oggetto strettamente appartenente alla sfera privata e riservata dell’attore. L’eccezione dei convenuti, di esclusione della responsabilità nei fatti, appare dunque radicalmente infondata, dovendosi invece ritenere una responsabilità di tutti i convenuti per i fatti in oggetto. E’ evidente che, nei riguardi dell’attore, deve certamente predicarsi una responsabilità solidale di tutti i responsabili dell’illecito, ai sensi dell’art. 2043 e 2055 c.c.; infatti “La solidarietà sancita dall’art. 2055 cod. civ. comporta che, allorquando la produzione del fatto dannoso sia addebitabile a più soggetti come conseguenza della loro Azione od omissione dolosa o colposa, basta per ritenere solidalmente obbligato al risarcimento del danno il singolo compartecipe, che la sua Azione abbia concorso in maniera efficiente a determinare l’evento, anche se le varie componenti causali costituiscono più fatti illeciti e producono la violazione di norme giuridiche diverse” (Cass. Civ., Sez. 3, Sentenza n. 1598 del 09/05/1969). Nel caso di specie, posto che i convenuti chiedono, comunque, la gradazione delle rispettive responsabilità, nei rapporti interni, deve ritenersi proporzionato un addebito del 50% a carico del solo (…), e del 25% ciascuno per (…) e (…). Tanto accertato, occorre analizzare il profilo dei danni conseguenti ai fatti di causa, alla loro risarcibilità ed eventuale quantificazione. I convenuti contestano ampiamente i danni sia relativamente all’an che al quantum. Come è noto, la parte che si assume danneggiata è onerata della prova del danno, sia sotto il profilo del danno/evento (ovvero la lesione dell’interesse tutelato) sia del danno conseguenza (le conseguenze risarcibili, in termini di ricaduta patrimoniale) (cfr., Cass. Civ., Sez. 1, Sentenza n. 7713 del 07/06/2000). Nel caso di specie, l’attore allega la sussistenza di un ampio spettro di danni, in termini di danno biologico, quale lesione della integrità psico fisica dell’attore, e danno morale, come sofferenza soggettiva patita quale conseguenza degli illeciti subiti. Per quanto concerne il danno biologico, ovvero il danno strettamente attinente al pregiudizio alla integrità psico fisica dell’attore (danno alla salute), nel caso di specie non emergono elementi in grado di rappresentare la sussistenza di un pregiudizio medicalmente accertabile e quantificabile con parametri medico legali, a danno dell’attore. Sul punto, infatti, la relazione sub doc. 8 attoreo, oltre a costituire comunque un documento di parte, si appalesa generica e inidonea alla rappresentazione di una inabilità, temporanea o permanente, causalmente riconducibile all’episodio in questione. Conseguentemente, anche l’ammissione di una c.t.u., in assenza di precise allegazioni da parte dell’attore, si appaleserebbe del tutto esplorativa. Tutt’altre considerazioni devono essere svolte con riferimento al danno morale, pure allegato dall’attore. Infatti, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità, “Quando il fatto illecito integra gli estremi di un reato, spetta alla vittima il risarcimento del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, ivi compreso il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva causata dal reato. Tale pregiudizio può essere permanente o temporaneo (circostanze delle quali occorre tenere conto in sede di liquidazione, ma irrilevanti ai fini della risarcibilità), e può sussistere sia da solo, sia unitamente ad altri tipi di pregiudizi non patrimoniali (ad es., derivanti da lesioni personali o dalla morte di un congiunto)” (Cass. Civ., sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008). Anche il danno morale, tuttavia, va precisamente allegato e provato, atteso che “La lesione di un diritto inviolabile non determina, neanche quando il fatto illecito integri gli estremi di un reato, la sussistenza di un danno non patrimoniale “in re ipsa”, essendo comunque necessario che la vittima abbia effettivamente patito un pregiudizio, il quale va allegato e provato, anche attraverso presunzioni semplici” (Cass. Civ., sez. 3, sentenza n. 11269 del 10.05.2018). Nel caso di specie, l’attore ha riferito di avere provato angoscia, ansia, paura, a seguito dei fatti oggetto del giudizio, tutti elementi astrattamente riconducibili al pregiudizio morale di cui si domanda il risarcimento. Come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità, infatti, “Il danno morale costituisce.. .autonoma ipotesi di danno non patrimoniale risarcibile al verificarsi di determinati presupposti, collegato intimamente all’entità ed intensità della sofferenza e dotato di piena autonomia ontologica rispetto al danno biologico” (Cass. Civ., sez. L, sentenza n. 11039 del 12.05.2006). Nel caso di specie, la gravità dei fatti accaduti, come accertati in giudizio, peraltro perpetrati ai danni dell’attore anche da parte di persone che conosceva, costituisce già di per sé elemento presuntivo in grado di fare ritenere che l’attore possa avere subito gravi sofferenze, in ragione delle violenze, delle intimidazioni, minacce, offese ricevute in quella occasione. Inoltre, l’attore ha fornito elementi di prova in grado di rappresentare chiaramente la sussistenza di tale sofferenza. Nella dichiarazione di (…) (doc. 4 attoreo) si legge infatti che “Ho riscontrato che nel mese di ottobre u.s., dopo che si era confidato con me, (…) era più irascibile, aveva paura a girare per Predappio, me lo ha detto lui.”; del pari, la relazione sub doc. 2 attoreo riporta testualmente che “Alla richiesta di descrivere le sue attuali emozioni riguardo a quanto raccontato, (…), molto lucidamente e consapevolmente, riferisce di provare anzitutto una sensazione di forte sofferenza: anche un breve accenno all’accaduto da parte di persone anche non completamente informate sugli eventi, gli crea una forte reazione “d’ansia e di rabbia” che dice di riuscire a fatica a contenere. Dice di provare nello stesso tempo ancora una forte sensazione di terrore per paura di ritorsioni anche fisiche che potrebbero essere provocate dai suoi aggressori”. È evidente, dunque, che i fatti di causa hanno provocato nell’attore disagio, paura, rabbia e sofferenza con evidente pregiudizio della integrità morale del danneggiato. Trattasi, dunque, di un pregiudizio vero e concreto, attuale e risarcibile di cui i convenuti, come si è visto in solido fra di loro, dovranno rispondere. Per quanto concerne la quantificazione del danno morale, come evidenziato nella giurisprudenza di merito, “deve tenersi conto di tutte le circostanze del caso concreto ed in particolare della gravità del reato, dell’entità delle sofferenze patite dalla vittima, dell’età, del sesso e del grado di sensibilità del danneggiato, del dolo oppure del grado di colpa dell’autore dell’illecito, della realtà socio-economica in cui vive il danneggiato” (Tribunale Lucca, 02/12/2016, n. 2524, DeJure), oltre che dell’intensità e della durata della sofferenza patita (cfr., Corte appello Firenze, sez. II, 15/01/2016, n. 64, DeJure), mediante una quantificazione necessariamente equitativa dove si deve tenere conto della gravità del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entità della sofferenza e del turbamento patiti (cfr., Cass. Civ. sez. 3, sentenza n. 21087 del 19.10.2015). Nel caso di specie, in particolare, gli elementi indicati dalla giurisprudenza ai fini della quantificazione del danno, sopra evidenziati, si appalesano tutti caratterizzati da un elevato grado di gravità. Sappiamo, infatti, in quanto incontestato e documentato (cfr. doc.ti 1, 2 e 9 attorei) che l’attore, già prima dei fatti di causa, versava in una condizione personale di fragilità psichica, che usufruiva del sostegno scolastico, che presentava difficoltà sul piano sociale e comportamentale. Poste le condizioni di partenza, è evidente che le condotte in oggetto, perpetrando una grave intrusione nella sfera personale dell’attore, a livello fisico (botte e violenze) e psichico (utilizzo del cellulare, offese) appaiono particolarmente pregiudizievoli ed idonee a provocare intense sofferenze, in una persona che già, per proprie condizioni personali, patisce difficoltà nel rapportarsi con gli altri. A ciò si aggiungano le fragilità legate al contesto familiare, come reso evidente dal fatto che l’attore, all’epoca, risultava a carico dei Servizi sociali (cfr., doc. 3 fascicolo parte attrice). Il fatto, poi, del coinvolgimento negli eventi di un amico che, come da lui stesso dichiarato, era a conoscenza delle difficoltà dell’attore ((…), dichiarazione sub doc. 5 attoreo) rende i fatti ancora più odiosi anche per la capacità di minare la fiducia nel prossimo a danno di un soggetto che già presentava difficoltà nel rapportarsi con le persone. Alla luce di tutto quanto sopra valorizzato, il danno deve dunque quantificarsi, in via equitativa, nell’importo di Euro 20.000,00. Pertanto, deve essere accertata e dichiarata la responsabilità dei convenuti ex art. 2043 e 2059 c.c. per gli illeciti descritti in narrativa e devono essere condannati questi ultimi all’integrale risarcimento a favore dell’attore dei danni conseguenti, quantificati in via equitativa nell’importo di Euro 20.000,00, oltre interessi in misura legale dalla data di deposito della sentenza al saldo effettivo. Nei rapporti interni fra i convenuti, le responsabilità devono essere così gradate: 50% a carico di (…), 25% a carico di ciascuno dei restanti convenuti (…) e (…).Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo, ex dm 55 del 2014, parametri medi con distrazione a favore dei procuratori antistatari. P.Q.M. Il Giudice del Tribunale di Forlì in composizione monocratica, definitivamente pronunciando sulla causa n. 2389 del ruolo generale degli affari contenziosi dell’anno 2017 cui riunita la causa n. 735 del 2019, ogni diversa e contraria istanza, domanda ed eccezione disattese, così provvede: in accoglimento della domanda di (…), accerta e dichiara la responsabilità, ex art. 2043 c.c., in capo a (…), (…) e (…) per gli illeciti perpetrati ai danni di (…) e meglio descritti in narrativa e conseguentemente condanna (…), (…) e (…), in solido fra di loro, al risarcimento a (…) dei conseguenti danni e dunque al pagamento, a favore di (…) ed in via solidale, a tale titolo, della somma equitativamente determinata di Euro 20.000,00, oltre interessi legali dalla data di deposito della presente sentenza al saldo effettivo; accerta e dichiara che la responsabilità dei convenuti, nei soli rapporti interni, deve essere così ripartita: 50% a carico di (…), 25% a carico di (…), 25% a carico di (…); condanna (…), (…) e (…), in solido fra di loro, alla integrale refusione a (…) delle spese di lite del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 5000,00 per compensi, oltre 15% per spese generali, cp e iva di legge e oltre Euro 786,00 per anticipazioni da distrarsi a favore dei procuratori antistatari. Così deciso in Forlì il 21 settembre 2021. Depositata in cancelleria il 23 settembre 2021.

 

AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO

AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO

AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIOAFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO

AFFIDO ESCLUSIVO A UN GENITORE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI E DIVORZIO

In tema di separazione dei coniugi, affinché possa derogarsi alla regola dell’affidamento condiviso, occorre che risulti, nei confronti di uno dei genitori, una sua condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale appunto da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore, con la conseguenza che l’esclusione della modalità dell’affidamento condiviso dovrà risultare sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa del genitore che in tal modo si escluda dal pari esercizio della potestà genitoriale e sulla non rispondenza, quindi, all’interesse del figlio dell’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento. L’affidamento esclusivo può, pertanto, essere disposto ogni qualvolta l’affidamento condiviso risulti pregiudizievole all’interesse del minore. In tema di affidamento dei figli nati fuori del matrimonio, alla regola dell’affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non solo più in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore, e che l’affidamento condiviso non può ragionevolmente ritenersi precluso dalla oggettiva distanza esistente tra i luoghi di residenza dei genitori, potendo detta distanza incidere soltanto sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore.

CONFLITTUALITA’ CONIUGI

Posto che il decreto della corte d’appello, in tema di affidamento e di mantenimento dei figli minori, nella specie di genitori non coniugati, è ricorribile per cassazione, perché caratterizzato da decisorietà e definitività, pur se rebus sic stantibus, è conforme a legge e congruamente motivato il provvedimento che ha disposto l’affido esclusivo alla madre di una minore, ormai adolescente, con sospensione degli incontri con il padre, ma con incarico ai servizi sociali di attivare un intervento di supporto psicologico in favore della minore stessa, tenuto conto di una complessa situazione di fatto contrassegnata: a) dal fermo rifiuto di quest’ultima di incontrare il padre, b) dalla incapacità di entrambi i genitori di risolvere la propria conflittualità, nell’interesse di un sereno sviluppo della figlia, c) dalla lontananza tra il luogo di abitazione della minore e quello del padre, che obiettivamente ha aggravato la situazione conflittuale in atto, d) dall’esigenza di attendere il completamento del percorso individuale di crescita e di rielaborazione dei vissuti interiori rispetto alla figura paterna da parte della minore stessa, attraverso il richiamato supporto psicologico.

In tema di separazione dei coniugi, affinché possa derogarsi alla regola dell’affidamento condiviso, occorre che risulti, nei confronti di uno dei genitori, una sua condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa o comunque tale appunto da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore, con la conseguenza che l’esclusione della modalità dell’affidamento condiviso dovrà risultare sorretta da una motivazione non più solo in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa del genitore che in tal modo si escluda dal pari esercizio della potestà genitoriale e sulla non rispondenza, quindi, all’interesse del figlio dell’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento. L’affidamento esclusivo può, pertanto, essere disposto ogni qualvolta l’affidamento condiviso risulti pregiudizievole all’interesse del minore.

Non ricorrono i presupposti per prevedere l’affidamento esclusivo del minore ad un solo genitore nel caso di incapacità di entrambi (pur legati nel caso di specie, alla figlia da profondo affetto) di percepire i rischi connessi alla loro condotta reiterata nel tempo. (In particolare, la madre mantiene un comportamento acriticamente adesivo alle richieste della figlia, non agevolando in tal modo l’accesso all’altro genitore, il quale, a sua volta, sentendosi escluso e imputando ogni responsabilità per gli accadimenti a lui sfavorevoli all’ex coniuge, manifesta rigidità nei suoi agiti verso la figlia e reazioni inopportune, come richiedere l’intervento dei Carabinieri avanti la scuola frequentata dalla minore, che rischiano di compromettere ulteriormente la relazione con la figlia, che è in età preadolescenziale e ha quindi esigenze diverse rispetto a quelle di una bambina). In tale situazione, per agevolare il ripristino della relazione padre-figlia e sottrarre la minore alla situazione di continua conflittualità tra i genitori, è legittimo disporre la collocazione in via prevalente presso la madre e l’affidamento della minore al Comune di residenza al quale competerà assumere le decisioni inerenti l’istruzione, educazione e salute della minore, dopo aver sentito i genitori e, laddove non sia possibile raggiungere un accordo, decidendo in autonomia.

Tribunale Pistoia, 02/07/2020

In tema di separazione, con riguardo all’affidamento della prole, all’affidamento condiviso può infatti derogarsi solo ove esso risulti contrario all’interesse del minore, ai sensi dell’art. 337 quater c.c. Non essendo state tipizzate le circostanze ostative all’affidamento condiviso, la loro individuazione è rimessa alla decisione del giudice, da adottarsi nelle fattispecie concrete con provvedimento motivato; ipotesi di affidamento esclusivo sono individuabili ogni qualvolta l’interesse del minore possa essere pregiudicato da un affidamento condiviso, ad esempio, nel caso in cui un genitore sia indifferente nei confronti del figlio, non contribuisca al suo mantenimento, manifesti un disagio esistenziale incidente sul la relazione affettiva.

Corte d’Appello Milano, Sez. V, Sentenza, 12/02/2021, n. 475

L’affido esclusivo del figlio minore, inteso come deroga al diritto del figlio ad un rapporto completo e stabile con entrambi i genitori, è giustificato solo laddove risulti una condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa di uno dei due genitori, che renda quell’affidamento condiviso in concreto pregiudizievole per il minore, all’esito di una valutazione in positivo dell’idoneità genitoriale dell’uno e in negativo di quella dell’altro.

AFFIDO AL PADRE

In un giudizio di separazione, nel quale pure sia intervenuta sentenza parziale definitiva di separazione con addebito alla moglie, è inammissibile la domanda di affidamento esclusivo del figlio minore proposta dal padre, in considerazione del giudicato formatosi sulla pronuncia assunta in Romania, all’esito di un procedimento intrapreso dopo quello incardinato in Italia ma concluso con giudicato anteriore, che abbia deciso unitariamente sulle medesime domande, ovverosia sul vincolo coniugale, sulla responsabilità genitoriale e sul mantenimento del minore, posto che, per un verso, la sentenza della Corte di giustizia del 16 gennaio 2019, in causa C-386/17, resa in relazione al procedimento in esame, ha escluso che la violazione, da parte del giudice di uno Stato membro, delle norme sulla litispendenza di cui agli artt. 19 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del 27 novembre 2003 e 27 del regolamento (CE) n. 44/2001 del 22 dicembre 2000 impedisca il riconoscimento della sentenza in un altro Stato membro in ragione della contrarietà manifesta all’ordine pubblico ai sensi degli artt. 22 lett. a e 23 lett. a del primo regolamento e 34 n. 1 del secondo, e per l’altro, che, (i) in ordine alla decisione sullo status coniugale, va esclusa la rilevanza del motivo ostativo al riconoscimento indicato nell’art. 22 lett. c del regolamento (CE) n. 2201/2003, dal momento che, limitatamente a detto status la pronuncia passata in giudicato sulla separazione personale, producendo non il definitivo scioglimento del vincolo matrimoniale ma soltanto la condizione necessaria ma non sufficiente per proporre la domanda di divorzio, non può dirsi identica a quella di divorzio; (ii) in ordine alla decisione sulla responsabilità genitoriale, va esclusa la rilevanza del motivo ostativo di cui all’art. 23 lett. e del medesimo regolamento, dal momento che le ragioni connesse all’incompatibilità con altra decisione dello Stato membro richiesto o di uno Stato terzo riguardano esclusivamente le decisioni successive a quella della quale si chiede il riconoscimento; e che (iii) in ordine alla decisione sugli obblighi alimentari nei confronti del minore, l’incompatibilità con una pronuncia precedente intercorsa tra le stesse parti con medesimo oggetto e titolo ai sensi dell’art. 34 n. 3 e n. 4 del regolamento (CE) n. 44/2001 deve escludersi per mancanza di una decisione anteriore con carattere della definitività.

La proposizione, ex art. 316 c.c., avanti al tribunale ordinario da parte di uno dei genitori di una domanda per l’affidamento esclusivo di un minore, ai sensi degli artt. 337 quater e 316 bis c.c., nella pendenza avanti al tribunale per i minorenni di un procedimento per la decadenza dalla responsabilità genitoriale dell’altro genitore, pur escludendo l’attrazione al tribunale ordinario del procedimento “de potestate”, in quanto anteriormente instaurato, non determina l’attrazione della competenza sul procedimento per l’affidamento del figlio al tribunale minorile, senza che rilevi la circostanza che, nella specie, l’oggetto della domanda, proposta ai sensi dell’art. 316 c.c., sia costituito unicamente dall’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole, poichè il carattere tassativo delle competenze attribuite al tribunale per i minorenni e la mancata previsione di una “vis attractiva” in favore dello stesso, impongono di ritenere che il giudizio successivamente promosso dinanzi al tribunale ordinario resti attribuito alla sua competenza, ferma restando la necessità di tener conto nell’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole delle determinazioni assunte dal giudice specializzato. (Regola competenza)

Tribunale Vicenza, Sez. II, Sentenza, 11/11/2019

In tema di separazione dei coniugi, il giudice, nel decidere sull’affidamento della prole, deve far riferimento in via prioritaria al principio della bigenitorialità con conseguente affidamento dei figli ad entrambi i genitori, mentre deve disporre l’affidamento esclusivo solo se l’affidamento condiviso risulti in contrasto con il supremo interesse dei minori. L’affido condiviso presuppone la costante collaborazione tra genitori nel percorso di crescita, educativo e formativo del minore. L’affido esclusivo comporta esclusivamente la funzione di consentire al genitore affidatario esclusivo di esercitare la responsabilità genitoriale nell’interesse della prole, sul presupposto di avere un rapporto consolidato con i figli e di conoscere e comprendere i loro bisogn

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TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

lL testamento può essere impugnato

quando presenta vizi, che ne comportino la nullità, a causa di anomalie nella sua formazione, che lo rendono contrario alle norme di legge (ad es. perché contrario a norme imperative, ovvero quando manchi un elemento essenziale per la sua redazione, ovvero l’illiceità del motivo o dell’oggetto).

Tanto la mancanza dell’autografia, quanto quella della sottoscrizione comportano la nullità del testamento olografo. Per quel che concerne la mancanza di autografia, ci si riferisce al testamento steso con l’ausilio di strumenti meccanografici ovvero scritto da altra persona [C. M. Bianca, op. cit.]. Le parole aggiunte da terzi, integrazioni o correzioni che siano, si considerano irrilevanti se non mutano la sostanza del testamento, mentre nel caso in cui concorrano a formare il contenuto delle disposizioni testamentarie comportano la nullità del testamento (Cass., 2 agosto 2002, n. 11733).

 

La mancanza della data non comporta la nullità del testamento olografo, ma la sola annullabilità. A questo proposito, la dottrina sottolinea che la data si limiti ad essere la sola indicazione di una circostanza di fatto, relativa al tempo in cui il testatore esprime la sua volontà. L’omissione di tale indicazione non impedisce al testatore di riformulare la sua volontà nelle forme corrette previste dalla legge . 

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
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TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

La seconda sezione civile, con ordinanza interlocutoria n. 28586 del 20 dicembre 2013, investita della trattazione dei ricorsi riuniti ai quali risultava comune il motivo relativo all’interrogativo di quale fosse lo strumento processuale utilizzabile per contestare l’autenticità del testamento olografo, rimetteva gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite Civili, ai fini della risoluzione del contrasto esistente nella giurisprudenza di legittimità in proposito, alla cui cognizione essa veniva effettivamente devoluta.

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
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In particolare, l’ordinanza di rimessione rilevava che si confrontavano in proposito due orientamenti. Secondo un primo indirizzo il testamento olografo, nonostante siano imposti i requisiti di forma previsti dall’art. 602 c.c., troverebbe collocazione tra le scritture private, sicché, sul piano della efficacia sostanziale, sarebbe necessario e sufficiente che colui contro il quale sia prodotto, disconosca (più correttamente non riconosca) la scrittura, da ciò derivando l’onere della controparte, che alla efficacia di quella scheda ha invece interesse perché da essa investito della eredità, di dimostrare la sua provenienza dall’autore apparente.

 

 

 

L’ordinanza di rimessione evidenziava che secondo questo orientamento “nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e chi vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe su secondo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sull’erede legittimo”, con l’ulteriore conseguenza che sulla ripartizione dell’onere probatorio non ha alcuna influenza la posizione processuale delle parti, ossia se la falsità del documento sia fatta valere in via principale dall’erede legittimo, che a tal fine abbia proposto l’azione, oppure se, introdotto dall’erede testamentario un giudizio per il riconoscimento dei propri diritti ereditari in forza della scheda testamentaria, questa sia stata disconosciuta dall’erede legittimo.

TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA
TESTAMENTO IMPUGNAZIONE EREDE LEGITTIMO QUOTA EREDITARIA BOLOGNA

ART 602 CODICE CIVILE

La sottoscrizione deve essere posta alla fine delle disposizioni(2). Se anche non è fatta indicando nome e cognome, è tuttavia valida quando designa con certezza la persona del testatore(3).

La data deve contenere l’indicazione del giorno, mese e anno(4). La prova della non verità della data è ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacità del testatore [591 c.c.], della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento(

Secondo Cass. civ. n. 31457/2018 l’uso dello stampatello non può escludere di per sé l’autenticità della scrittura

 

 

L’abitualità e la normalità del carattere grafico adoperato non rientrano fra i requisiti formali del testamento olografo ai sensi dell’art. 602 c.c., benché assumano un pregnante valore probatorio nell’ottica dell’attribuzione della scheda al testatore. Pertanto, l’uso dello stampatello non può escludere di per sé l’autenticità della scrittura, pur se rappresenta, ove non sia giustificato dalle condizioni psico-fisiche o da abitudine del dichiarante o da altre contingenze, il cui esame è di esclusiva competenza del giudice di merito, un elemento significativo del quale tenere conto ai fini della valutazione di tale autenticità.

 

 

Secondo Cass. civ. n. 27414/2018 Nel testamento olografo l’omessa o incompleta indicazione della data ne comporta l’annullabilità; l’apposizione di questa ad opera di terzi

Nel testamento olografo l’omessa o incompleta indicazione della data ne comporta l’annullabilità; l’apposizione di questa ad opera di terzi, invece, se effettuata durante il confezionamento del documento, lo rende nullo perché, in tal caso, viene meno l’autografia stessa dell’atto, senza che rilevi l’importanza dell’alterazione. Peraltro, l’intervento del terzo, se avvenuto in epoca successiva alla redazione, non impedisce al negozio “mortis causa” di conservare il suo valore tutte le volte in cui sia comunque possibile accertare la originaria e genuina volontà del “de cuius”. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto nullo il testamento al quale il terzo, durante la stesura del medesimo, aveva aggiunto la data ed il luogo di formazione).

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 27414 del 29 ottobre 2018)

NECESSITA’ DELLA SOTTOSCRIZIONE  Cass. civ. n. 18616/2017

In tema di nullità del testamento olografo, la finalità del requisito della sottoscrizione, previsto dall’art. 602 c.c. distintamente dall’autografia delle disposizioni in esso contenute, ha la finalità di soddisfare l’imprescindibile esigenza di avere l’assoluta certezza non solo della loro riferibilità al testatore, già assicurata dall’olografia, ma anche dell’inequivocabile paternità e responsabilità del medesimo che, dopo avere redatto il testamento – anche in tempi diversi – abbia disposto del suo patrimonio senza alcun ripensamento, onde l’accertata apocrifia della sottoscrizione esclude in radice la riconducibilità dell’atto di ultima volontà al testatore.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 18616 del 27 luglio 2017)

)

Cass. civ. n. 10613/2016, l’inesatta indicazione della data

In tema di testamento olografo, l’inesatta indicazione della data, dovuta ad errore materiale del testatore (per distrazione, ignoranza od altra causa), pur se essa, senza essere così voluta dal “de cuius”, sia impossibile (nella specie, il “12-112-1990” ), può essere rettificata dal giudice, ricorrendo ad altri elementi intrinseci della scheda testamentaria, sì da rispettare il requisito essenziale della autografia dell’atto.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10613 del 23 maggio 2016)

Cass. civ. n. 23014/2015

Secondo Cass. civ. n. 24882/2013 La guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia

La guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia, indispensabile per la validità del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda rispetto alla volontà del testatore ed essendo ultroneo verificare se la “mano guidante” sia intervenuta (come nella specie) su tutta la scheda testamentaria o se la parte non interessata dal suo intervento rappresenti una compiuta manifestazione di volontà.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 24882 del 6 novembre 2013)

 

 

 

Indice:

I motivi di impugnazione

Annullabilità

Nullità

Lesione della legittima

Il tema dell’impugnazione del testamento non è trattato in modo unitario dal codice civile, ed il motivo è facile da spiegare. Si tratta spesso di lesioni o di vizi che sono giuridicamente molto diversi fra loro. Per tali ragioni, sono rinvenibili in parti diverse del codice.

  • L’impugnazione del testamento può aver luogo anche quando si ritenga che il testamento olografo sia falso. In tale circostanza, la parte che adduce la falsità dovrà procedere attraverso il disconoscimento del testamento.
  • Al riguardo, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui, nel giudizio sulla falsità del testamento olografo, il soggetto che ritiene il documento falso e quindi contesti l’autenticità del testamento olografo dovrà proporre domanda di accertamento negativo in merito alla provenienza del testamento, fornendo la prova che quel documento non è stato redatto dal testatore (Cass. Civ., Sez. Unite, 15 Giugno 2015, Sent. n. 12307). Un testamento può essere impugnato da chiunque ne abbia interesse, quindi anche da uno degli eredi. La legge prevede due tipi di invalidità del testamento:

 

 

 

  • L’annullabilità.
  • La nullità.
  • In tal caso, l’atto non produce effetti.
  • La nullità può essere fatta valere da chiunque ne abbia interesse, nonché rilevata d’ufficio dal giudice, e l’azione di nullità non è soggetta a prescrizione.
  • Occorre distinguere tra i vizi che rendono nullo l’intero atto da quelli che colpiscono singole disposizioni.
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    Carpaneto PiacentinAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

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    Carpineti AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Casalecchio di Reno AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

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    Casalgrande AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    CasinaAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Casola ValseniAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI  

    Castel BologneseAVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Castel d’Aiano AVVOCATO PER SUCCESSIONI DIVISIONI EREDITARIE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO LITI EREDI 

    Castel del Rio

    Castel di Casio

    Castel Guelfo di Bologna

    Castel Maggiore

    Castel San Giovanni

    Castel San Pietro Terme

    Casteldelci

    Castelfranco Emilia

    Castellarano

    Castell’Arquato

    Castello d’Argile

    Castelnovo di Sotto

    Castelnovo ne’ Monti

    Castelnuovo Rangone

    Castelvetro di Modena

    Castelvetro Piacentino

    Castenaso

    Castiglione dei Pepoli

    Castrocaro Terme e Terra del Sole

    Cattolica

    Cavezzo

    Cavriago

    Cento

    Cerignale

    Cervia

    Cesena

    Cesenatico

    Civitella di Romagna

    Codigoro

    Coli

    Collecchio

    Colorno

    Comacchio

    Compiano

    Concordia sulla Secchia

    Conselice

    Copparo

    Coriano

    Corniglio

    Correggio

    Corte Brugnatella

    Cortemaggiore

    Cotignola

    Crevalcore

    Dovadola

    Dozza

    Fabbrico

    Faenza

    Fanano

    Farini

    Felino

    Ferrara

    Ferriere

    Fidenza

    Finale Emilia

    Fiorano Modenese

    Fiorenzuola d’Arda

    Fiscaglia

    Fiumalbo

    Fontanelice

    Fontanellato

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    Forlì

    Forlimpopoli

    Formigine

    Fornovo di Taro

    Frassinoro

    Fusignano

    Gaggio Montano

    Galeata

    Galliera

    Gambettola

    Gattatico

    Gatteo

    Gazzola

    Gemmano

    Goro

    Gossolengo

    Gragnano Trebbiense

    Granarolo dell’Emilia

    Grizzana Morandi

    Gropparello

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    Guiglia

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    Lugagnano Val d’Arda

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    Luzzara

    Maiolo

    Malalbergo

    Maranello

    Marano sul Panaro

    Marzabotto

    Masi Torello

    Massa Lombarda

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    Medolla

    Meldola

    Mercato Saraceno

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    Mirandola

    Misano Adriatico

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    Novi di Modena

    Ostellato

    Ottone

    Ozzano dell’Emilia

    Palagano

    Palanzano

    Parma

    Pavullo nel Frignano

    Pellegrino Parmense

    Pennabilli

    Piacenza

    Pianello Val Tidone

    Pianoro

    Pieve di Cento

    Pievepelago

    Piozzano

    Podenzano

    Poggio Renatico

    Poggio Torriana

    Polesine Zibello

    Polinago

    Ponte dell’Olio

    Pontenure

    Portico e San Benedetto

    Portomaggiore

    Poviglio

    Predappio

    Premilcuore

    Prignano sulla Secchia

    Quattro Castella

    Ravarino

    Ravenna

    Reggio Emilia

    Reggiolo

    Riccione

    Rimini

    Rio Saliceto

    Riolo Terme

    Riolunato

    Riva del Po

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    Rocca San Casciano

    Roccabianca

    Rolo

    Roncofreddo

    Rottofreno

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    Russi

    Sala Baganza

    Sala Bolognese

    Salsomaggiore Terme

    Saludecio

    San Benedetto Val di Sambro

    San Cesario sul Panaro

    San Clemente

    San Felice sul Panaro

    San Giorgio di Piano

    San Giorgio Piacentino

    San Giovanni in Marignano

    San Giovanni in Persiceto

    San Lazzaro di Savena

    San Leo

    San Martino in Rio

    San Mauro Pascoli

    San Pietro in Casale

    San Pietro in Cerro

    San Polo d’Enza

    San Possidonio

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    San Secondo Parmense

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    Sant’Agata Bolognese

    Sant’Agata Feltria

    Sant’Agata sul Santerno

    Santarcangelo di Romagna

    Sant’Ilario d’Enza

    Sarmato

    Sarsina

    Sasso Marconi

    Sassuolo

    Savignano sul Panaro

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

Nel contratto di assicurazione per il caso di morte, il beneficiario designato acquista, ai sensi dell’art. 1920, comma 3, c.c., un diritto proprio che trova la sua fonte nel contratto e che non entra a far parte del patrimonio ereditario del soggetto stipulante non potendo, di conseguenza, essere oggetto (se non in presenza di specifiche indicazioni) delle sue eventuali disposizioni testamentarie, né di devoluzione agli eredi secondo le regole della successione legittima. Sicché la designazione dei terzi beneficiari del contratto mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari, non vale ad assoggettare il rapporto alle regole della successione ereditaria, trattandosi di una mera indicazione del criterio per la individuazione dei beneficiari medesimi in funzione della loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, in modo che, qualora i beneficiari siano individuati negli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che, in linea teorica e con riferimento alla qualità esistente al momento della morte dello stipulante, siano i successibili per legge, indipendentemente dalla loro effettiva chiamata all’eredità.

 

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius BOLOGNA

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius VICENZA

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius RIMINI

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius ROVIGO

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius TREVISO

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius PADOVA

 

Tribunale Treviso, 27/02/2020

ASSICURAZIONE (CONTRATTO DI) › In genere

Sussiste il diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze assicurative stipulate in vita dal de cuius e, in caso di diniego, può esserne ordinata l’ostensione da parte del Giudice.

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

Tribunale Vicenza, Sez. I, 10/05/2016

Nelle cause ereditarie, ai fini della prova della simulazione, i successori universali possono eccezionalmente assumere la figura di terzi quando difendono un diritto proprio che essi hanno per legge. Nell’anzidetta posizione, in particolare, si trova l’erede legittimo che chiede la dichiarazione di simulazione di una vendita fatta dal de cuius, in realtà celante una donazione, quando agisce a tutela del proprio diritto, che egli ha per legge, alla intangibilità della riserva contro l’atto simulato e propone, in concreto una domanda di riduzione, di nullità o di inefficacia della donazione dissimulata, sulla premessa che l’atto simulato comporta una diminuzione della sua quota di legittima. Al di fuori di tali ipotesi, e dunque laddove all’esercizio dell’azione di simulazione non si accompagna la proposizione di una espressa domanda di riduzione e di reintegra della quota di legittima, essendo l’azione di simulazione diretta unicamente a far rientrare l’immobile tra i beni facenti parte dell’asse ereditario, il ricorso sia alla prova testimoniale che alla prova per presunzioni deve ritenersi precluso, atteso che l’erede, versando nelle stesse condizioni del de cuius, non può qualificarsi terzo rispetto al negozio.

diritto dell’erede legittimo di accesso ai dati delle polizze stipulate in vita dal de cuius

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 09/04/2021, n. 9487

In mancanza di una manifestazione contraria all’apertura della successione legittima, i beni consapevolmente esclusi sono attribuiti al chiamato ex lege. La quota dell’istituito ex re è determinata, perciò, in base al rapporto fra le cose attribuite e il valore globale dei beni che il testatore sapeva di possedere in quel dato momento, tenuto conto anche di quelli non contemplati nel testamento. Nella quota differenziale, formata dalle altre cose dell’asse, succede l’erede legittimo; nella stessa proporzione, in forza della virtù espansiva che costituito connotato essenziale della vocazione a titolo universale, si ripartiranno fra erede testamentario e legittimo i beni ignorati dal testatore o sopravvenuti dopo la confezione della scheda.

Tribunale Savona, Sentenza, 04/01/2021

Nel contratto di assicurazione per il caso di morte, il beneficiario designato acquista, ai sensi dell’art. 1920, comma 3, c.c., un diritto proprio che trova la sua fonte nel contratto e che non entra a far parte del patrimonio ereditario del soggetto stipulante non potendo, di conseguenza, essere oggetto (se non in presenza di specifiche indicazioni) delle sue eventuali disposizioni testamentarie, né di devoluzione agli eredi secondo le regole della successione legittima. Sicché la designazione dei terzi beneficiari del contratto mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari, non vale ad assoggettare il rapporto alle regole della successione ereditaria, trattandosi di una mera indicazione del criterio per la individuazione dei beneficiari medesimi in funzione della loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, in modo che, qualora i beneficiari siano individuati negli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che, in linea teorica e con riferimento alla qualità esistente al momento della morte dello stipulante, siano i successibili per legge, indipendentemente dalla loro effettiva chiamata all’eredità.

Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 10/12/2020, n. 28196 (rv.

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Collazione e azione di riduzione – Differenze – Concorso tra i due istituti – Condizioni – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – Oggetto – Porzioni degli eredi legittimi – In genere

Mentre la riduzione sacrifica i donatari nei limiti di quanto occorra per reintegrare la legittima lesa ed è quindi imperniata sul rapporto fra legittima e disponibile, la collazione, nei rapporti indicati nell’art. 737 c.c., pone il bene donato, in proporzione della quota ereditaria di ciascuno, in comunione fra i coeredi che siano il coniuge o discendenti del “de cuius”, donatario compreso, senza alcun riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile. Nondimeno, il rilievo che la collazione può comportare di fatto l’eliminazione di eventuali lesioni di legittima, consentendo agli eredi legittimi di conseguire nella divisione proporzioni uguali, non esclude che il legittimario possa contestualmente esercitare l’azione di riduzione verso il coerede donatario, atteso che solo l’accoglimento di tale domanda assicura al legittimario leso la reintegrazione della sua quota di riserva con l’assegnazione di beni in natura, privando i coeredi della facoltà di optare per l’imputazione del relativo valore. Al contempo, e in modo speculare, deve riconoscersi che l’azione di riduzione, una volta esperita, non esclude l’operatività della collazione con riguardo alla donazione oggetto di riduzione, fermo restando che mentre la collazione, ove richiesta in via esclusiva, comporta il rientro del bene donato nella massa, senza riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile, nel caso di concorso con l’azione di riduzione essa interviene in un secondo tempo, dopo che la legittima sia stata reintegrata, al fine di redistribuire l’eventuale eccedenza, e cioè l’ulteriore valore della liberalità che esprime la disponibile. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO TORINO, 16/03/2018)

Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 30/05/2017, n. 13660 (rv. 644469-01)

La donazione fatta ad un legittimario dal defunto a valere in conto legittima e per l’eventuale esubero sulla disponibile, con dispensa da collazione, è soggetta a riduzione, secondo i criteri indicati negli artt. 555 e 559 c.c., non implicando tale clausola una volontà del “de cuius” diretta ad attribuire alla stessa liberalità un effetto preminente rispetto alle altre in caso di esercizio dell’azione di reintegrazione da parte degli altri legittimari lesi, secondo quanto, invece, stabilito per le disposizioni testamentarie dall’art. 558, comma 2, c.c., e rimanendo, pertanto, il medesimo donatario esposto alla riduzione per l’eccedenza rispetto alla sua porzione legittima. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO BRESCIA, 23/02/2012)

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE – RIDUZIONE

DIVISIONE TRA EREDI LITIGIOSI :COLLAZIONE

La collazione presuppone l’esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere, mentre, se l’asse é stato esaurito con donazioni o con legati, o con le une e con gli altri insieme, sicché viene a mancare un “relictum” da dividere, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l’esito dell’eventuale azione di riduzione

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA MILANO VICENZA TREVISO  VENEZIA

DIVISIONE – Divisione ereditaria – Operazioni divisionali – Formazione dello stato attivo dell’eredita’ – Collazione ed imputazione – Resa dei conti – Oggetto – In genere – Collazione – Presupposti – Asse da dividere – Esistenza – Necessità – Fondamento

La collazione presuppone l’esistenza di una comunione ereditaria e, quindi, di un asse da dividere, mentre, se l’asse é stato esaurito con donazioni o con legati, o con le une e con gli altri insieme, sicché viene a mancare un “relictum” da dividere, non vi è luogo a divisione e, quindi, neppure a collazione, salvo l’esito dell’eventuale azione di riduzione. (Dichiara inammissibile, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 30/05/2018) Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 10/12/2020, n. 28196 (rv. 659836-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Collazione e azione di riduzione – Differenze – Concorso tra i due istituti – Condizioni – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – Oggetto – Porzioni degli eredi legittimi – In genere

Mentre la riduzione sacrifica i donatari nei limiti di quanto occorra per reintegrare la legittima lesa ed è quindi imperniata sul rapporto fra legittima e disponibile, la collazione, nei rapporti indicati nell’art. 737 c.c., pone il bene donato, in proporzione della quota ereditaria di ciascuno, in comunione fra i coeredi che siano il coniuge o discendenti del “de cuius”, donatario compreso, senza alcun riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile. Nondimeno, il rilievo che la collazione può comportare di fatto l’eliminazione di eventuali lesioni di legittima, consentendo agli eredi legittimi di conseguire nella divisione proporzioni uguali, non esclude che il legittimario possa contestualmente esercitare l’azione di riduzione verso il coerede donatario, atteso che solo l’accoglimento di tale domanda assicura al legittimario leso la reintegrazione della sua quota di riserva con l’assegnazione di beni in natura, privando i coeredi della facoltà di optare per l’imputazione del relativo valore. Al contempo, e in modo speculare, deve riconoscersi che l’azione di riduzione, una volta esperita, non esclude l’operatività della collazione con riguardo alla donazione oggetto di riduzione, fermo restando che mentre la collazione, ove richiesta in via esclusiva, comporta il rientro del bene donato nella massa, senza riguardo alla distinzione fra legittima e disponibile, nel caso di concorso con l’azione di riduzione essa interviene in un secondo tempo, dopo che la legittima sia stata reintegrata, al fine di redistribuire l’eventuale eccedenza, e cioè l’ulteriore valore della liberalità che esprime la disponibile. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO TORINO, 16/03/2018)

Tribunale Torino, Sez. II, Sentenza, 02/09/2020

La collazione, a differenza di quanto accade nell’azione di riduzione (per effetto della quale non si determina alcun incremento della massa comune, ma implica che, a soli fini di calcolo, si tenga conto delle donazioni effettuate in vita dal de cuius, onde accertare l’eventuale esistenza di una lesione, che giustifichi poi la riduzione delle donazioni e negli stretti limiti necessari a reintegrare la quota di legittima), assicura l’effettivo rientro del bene nella massa da dividere, o comunque del suo controvalore (nel diverso caso in cui il donatario opti per la colla

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 11/01/2018, n. 536 (rv. 647378-01)

CONTRATTI IN GENERE – Simulazione (nozione) – Prova – Testimoniale erede – Azione di accertamento di dissimulate donazioni – Limiti probatori alla simulazione – Condizioni – Dispensa dalla collazione – Irrilevanza – SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere in genere

In tema di limiti alla prova testimoniale del negozio simulato posti alla parte (ovvero ai suoi successori universali) dall’art. 1417 c.c., l’erede che agisca per l’accertamento di dedotte dissimulate donazioni non è necessariamente terzo, assumendo tale qualità solo qualora, dopo aver esperito l’azione di riduzione per pretesa lesione di legittima, spenda la qualità di legittimario e non anche allorché agisca per lo scioglimento della comunione, previa collazione delle donazioni effettuate in vita dal “de cuius”; né consente il superamento, da parte dell’erede, dei suddetti limiti probatori il riferimento alla dispensa dalla collazione, trattandosi di istituto che opera solo dopo che sia stata accertata, in base alle previsioni di cui al cit. art. 1417 c.c., la natura di donazione dell’atto, ove la parte abbia inteso far valere in giudizio anche la qualità di legittimaria e l’azione di simulazione sia strumentale al coevo esperimento di quella di riduzione. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ANCONA, 21/10/2014)

Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 22/03/2017, n. 7237 (rv. 643666-01)

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere domanda giudiziale – Criteri di individuazione – Domanda di simulazione – Riferimento alla incidenza del “donatum” sulla quota disponibile – Proposizione di domanda di riduzione – Esclusione – Fondamento

In tema di divisione ereditaria, poiché, ai fini dell’individuazione della domanda proposta, non può prescindersi dalla disamina congiunta della “causa petendi” e del “petitum”, se, sotto il primo profilo, la parte ha fatto riferimento alla possibilità di donazioni lesive della quota di legittima, non può ritenersi che sia stata proposta un’azione di riduzione ove il “petitum” rientri in quello dell’azione di divisione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che era stata proposta solo la domanda di divisione ereditaria, in quanto l’autonoma domanda di riduzione avrebbe dovuto essere formulata espressamente ed, inoltre, la parte aveva richiesto di includere nel patrimonio da dividere, oltre al “relictum”, anche il preteso “donatum”, risultato assicurato dal diverso istituto della collazione). (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANIA, 16/11/2015)

AZIONE DI RIDUZIONE

Il legittimario(1) [536 c.c.] che non ha accettato l’eredità col beneficio d’inventario(2) [484, 557 c.c.] non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le donazioni e i legati siano stati fatti a persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all’eredità [519 ss. c.c.]. Questa disposizione non si applica all’erede che ha accettato col beneficio d’inventario e che ne è decaduto [493, 505, 494 c.c.](2).

In ogni caso il legittimario, che domanda la riduzione di donazioni [555 c.c.] o di disposizioni testamentarie [554 c.c.], deve imputare alla sua porzione legittima le donazioni e i legati a lui fatti(3), salvo che ne sia stato espressamente dispensato(4) [552, 553, 724 c.c.].

Il legittimario che succede per rappresentazione [467 ss. c.c.] deve anche imputare le donazioni e i legati fatti, senza espressa dispensa, al suo ascendente [740 c.c.].

La dispensa non ha effetto a danno dei donatari anteriori(5).

Ogni cosa, che, secondo le regole contenute nel capo II del titolo IV di questo libro, è esente da collazione, è pure esente da imputazione [737 ss. c.c.].

In tema di azione di riduzione delle donazioni e dei legati, qualora il testatore abbia disposto a titolo universale dell’intero asse ereditario, la condizione dell’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario è esclusa nell’ipotesi in cui il legittimario, essendo stato totalmente pretermesso, non assume, ai sensi dell’art. 467 secondo comma c.c., la qualità di chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria non venga ridotta nei suoi confronti; tale regola è stata da tempo estesa all’erede legittimo sul rilievo che, qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero patrimonio con atti di donazione, anche nella successione ab intestato può configurarsi la totale pretermissione del legittimario il quale, per l’assenza di beni relitti, si trovi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela del diritto sostanziale riconosciutogli dalla legge; infatti, la disposizione di cui all’art. 564 c.c., che subordina la proposizione dell’azione di riduzione delle donazioni e dei legati da parte del legittimario alla sua accettazione con beneficio d’inventario, salvo che le donazioni e i legati siano fatte a persone chiamate come coeredi, risponde alla ratio di evitare che la confusione dei patrimoni del de cuius e dell’erede impedisca al donatario e al legatario di verificare l’effettività della lesione della riserva e, inoltre, all’esigenza, di cui è fatta menzione nella relazione al progetto definitivo del codice civile, di evitare il contrasto logico ed insanabile fra la responsabilità illimitata dell’erede, nonché il suo obbligo di rispettare gli atti di disposizione del defunto, e l’azione di riduzione della liberalità.

Cass. civ., Sez. III, 13/05/2021, n. 12872

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L’azione ad supplendam aut implendam legitimam di cui agli artt. 553 c.c. ss., è un’azione personale, e non un’azione reale dalla quale deriva una pronuncia di natura costitutiva avente l’effetto di risolvere, con effetto limitato alle parti, le disposizioni testamentarie, i legati e le donazioni lesive della quota di legittima. L’azione di riduzione può avere ad oggetto sia i beni che si trovavano nel patrimonio del defunto al momento dell’apertura della successione e sia beni che, al momento dell’apertura della successione, ne erano già usciti per effetto di donazioni.

Corte d’Appello Napoli, Sez. II, Sentenza, 12/03/2021, n. 935

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L’atto di costituzione in mora è idoneo ad interrompere la prescrizione solo di diritti obbligatori, tra i quali non va annoverato certamente il diritto del legittimario a veder ridotte le disposizioni lesive della sua quota. Ed invero, l’azione di riduzione ha natura personale in quanto essa non mira a rivendicare il bene posseduto dal beneficiario dell’atto di liberalità, ma soltanto a far valere sul rispettivo valore le ragioni successorie spettanti al legittimario preterito, con la conseguenza che ad essa non corrisponde un obbligo, di prestazione della controparte, anteriore alla iniziativa del legittimario.

Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 04/09/2020, n. 18468 (rv. 659168-01)

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SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione necessaria – Reintegrazione della quota di riserva dei legittimari – Azione di riduzione (lesione della quota di riserva) – In genere – Azione di divisione ereditaria e azione di riduzione – Diversità di presupposti e di finalità – Conseguenze – Ammissibilità della domanda di divisione e di collazione in sede di giudizio di riduzione – Accettazione del contradittorio – Necessità

L’azione di divisione ereditaria e quella di riduzione sono fra loro autonome e diverse, perché la prima presuppone la qualità di erede e l’esistenza di una comunione ereditaria che si vuole sciogliere, mentre la seconda implica la qualità di legittimario leso nella quota di riserva ed è diretta alla reintegra in essa, indipendentemente dalla divisione; ne consegue che la domanda di divisione e collazione non può ritenersi implicitamente inclusa in quella di riduzione, sicché una volta proposta la domanda di riduzione, quella di divisione e collazione, avanzate nel corso del giudizio di primo grado con le memorie ex art. 183 c.p.c., sono da ritenersi nuove e, come tali, inammissibili ove la controparte abbia sul punto rifiutato il contraddittorio. (Rigetta, CORTE D’APPELLO ROMA, 10/12/2014)