Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

DIVISIONI EREDITARIE, EREDI TESTAMENTI SENTENZE ULTIME ROVIGO

DIVISIONI EREDITARIE, EREDI TESTAMENTI SENTENZE ULTIME ROVIGO

CHIAMA SUBITO PRENDI APPUNTAMENTO AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA SUCCESSIONI EREDI TESTAMENTI

051 6447838 AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

Ai sensi della normativa di cui all’ art. 1102 c.c., l’uso diretto del bene comune da parte di un comproprietario, deve intendersi come l’attuazione del diritto dominicale, salvo l’obbligo di questi di non alterare la destinazione economica del bene e di non impedire agli altri condividenti l’eguale e diretto uso ovvero di trarre dal bene i frutti civili. Sicché, il semplice godimento esclusivo del bene ad opera di uno dei comproprietari, in via di principio, non assume l’idoneità a produrre un qualche pregiudizio in danno degli altri comproprietari, e, ancor meno, in danno di coloro che abbiano mostrato acquiescenza all’altrui uso esclusivo. Con la conseguenza, che colui che utilizza in via esclusiva il bene comune non è, tenuto a corrispondere alcunché al comproprietario pro indiviso che rimanga inerte e/o, a maggior ragione se, abbia consentito, in modo certo ed inequivoco, detto uso esclusivo. Piuttosto, l’occupante del bene (il comproprietario che gode in modo esclusivo) è tenuto al pagamento della corrispondente quota di frutti civili traibili dal godimento indiretto dell’immobile solo se il comproprietario abbia manifestato l’intenzione di utilizzare il bene in maniera diretta e non gli è stato consentito, per la ragione assorbente di non aver potuto godere al pari degli altri del bene comune.

Tribunale Rovigo, 21/07/2008

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SUCCESSIONE › Testamento

Pare condivisibile la giurisprudenza di legittimità secondo cui, nell’interpretazione di un testamento, occorre individuare l’intenzione del de cuius considerando congiuntamente l’elemento letterale e quello logico, fermo restando il “primario criterio ermeneutico della letteralità”.

 

Tribunale Rovigo, Sentenza, 02/07/2020

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In tema di successioni, la reintegrazione della quota di legittima, conseguente all’esercizio dell’azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura, salvi i casi eccezionalmente previsti per il caso della riduzione dei legati e delle donazioni aventi a oggetto beni immobili. In quest’ultima ipotesi, infatti, si deve anzitutto verificare se si possa procedere a un frazionamento materiale dell’immobile oggetto di donazione o di legato, al fine di ricavare una porzione idonea a soddisfare la quota di legittima; in mancanza, qualora il legatario o il donatario abbiano nell’immobile una eccedenza maggiore del quarto della porzione disponibile, l’immobile si deve lasciare per intero nell’eredità, salvo il diritto del legatario o del donatario di conseguire il valore della porzione disponibile; qualora il legatario o il donatario abbiano nell’immobile una eccedenza inferiore al quarto, il legatario o il donatario possono ritenere tutto l’immobile compensando in danaro i legittimari.

Tribunale Rovigo, Sentenza, 27/02/2020

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Ai sensi della normativa di cui all’ art. 1102 c.c., l’uso diretto del bene comune da parte di un comproprietario, deve intendersi come l’attuazione del diritto dominicale, salvo l’obbligo di questi di non alterare la destinazione economica del bene e di non impedire agli altri condividenti l’eguale e diretto uso ovvero di trarre dal bene i frutti civili. Sicché, il semplice godimento esclusivo del bene ad opera di uno dei comproprietari, in via di principio, non assume l’idoneità a produrre un qualche pregiudizio in danno degli altri comproprietari, e, ancor meno, in danno di coloro che abbiano mostrato acquiescenza all’altrui uso esclusivo. Con la conseguenza, che colui che utilizza in via esclusiva il bene comune non è, tenuto a corrispondere alcunché al comproprietario pro indiviso che rimanga inerte e/o, a maggior ragione se, abbia consentito, in modo certo ed inequivoco, detto uso esclusivo. Piuttosto, l’occupante del bene (il comproprietario che gode in modo esclusivo) è tenuto al pagamento della corrispondente quota di frutti civili traibili dal godimento indiretto dell’immobile solo se il comproprietario abbia manifestato l’intenzione di utilizzare il bene in maniera diretta e non gli è stato consentito, per la ragione assorbente di non aver potuto godere al pari degli altri del bene comune.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI ROVIGO

SEZIONE CIVILE

composto dai magistrati:

dr.ssa Pierangela Congiu – Presidente est.

  1. Pier Francesco Bazzega – Giudice

dr.ssa Federica Abiuso – Giudice

ha pronunciato la presente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 1875/2017 promossa da:

G.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANFRINI MICHELE, elettivamente domiciliato in Adria, Corso Vittorio Emanuele II n.99, presso lo studio dell’Avv. Luca Azzano Cantarutti;

E.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANFRINI MICHELE, elettivamente domiciliato in Adria, Corso Vittorio Emanuele II n.99, presso lo studio dell’Avv. Luca Azzano Cantarutti;

R.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MANFRINI MICHELE, elettivamente domiciliato in Adria, Corso Vittorio Emanuele II n.99, presso lo studio dell’Avv. Luca Azzano Cantarutti;

ATTORI

contro

G.R. (C.F.(…)), con il patrocinio dell’avv. CERUTI GIANLUIGI, elettivamente domiciliato in VIA ALL’ARA N.8 ROVIGO presso il difensore avv. CERUTI GIANLUIGI;

L.R. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CERUTI GIANLUIGI, elettivamente domiciliato in VIA ALL’ARA N.8 ROVIGO presso il difensore avv. CERUTI GIANLUIGI;

E.R. (C.F. (…)), CONTUMACE;

C.R. (C.F. (…)), CONTUMACE;

L.R. (C.F. (…)), CONTUMACE;

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Premesso che

Con atto di citazione ritualmente notificato alle convenute R.G. e R.L., sorelle del de cuius D.R., e a R.E., R.C. e R.L., figlie di R.L., fratello premorto del de cuius, gli attori E.R., G.R. e R.R., figli di R.G., fratello premorto del de cuius, esponevano e deducevano che:

– in data 18.2.2017 mancava ai vivi il signor D.R. nato a S. B. (R.) il (…) (doc.1 parte attrice), fratello del padre premorto degli attori, R.G.;

– D.R. non aveva né moglie né figli ed aveva disposto delle proprie sostanze a mezzo testamento olografo, redatto in data 14.10.2012 (doc.2 parte attrice), nominando propri eredi universali i nipoti ed odierni attori, R.G., E. e R.;

– il predetto testamento veniva pubblicato per atto del Notaio S.D. di R., in data (…) di Rep. (…), registrato a R. il (…), contenente dichiarazione di accettazione dell’eredità (doc.3); l’atto veniva trascritto in data 14.3.2017;

– gli attori venivano successivamente a conoscenza che le zie (sorelle del de cuius), signore R.G., nata a S. B. (R.) il (…) e R.L. (detta G.), nata a S. B. (R.), il (…), erano in possesso di una scheda testamentaria, apparentemente riconducibile allo zio D., portante la data del 28.11.2014 (doc.4), nonché di una dichiarazione di revoca delle precedenti disposizioni testamentarie, datata 23.11.2014 (doc.5); atti che le stesse pubblicavano, per atto del Notaio E.G.B. di R. del (…) di Rep.(…), registrato a Rovigo in data 3.4.2017 (doc. 6);

– il de cuius all’epoca della presunta redazione dei suddetti atti ( scheda testamentaria del 28.11.2014 e revoca del 23.11.2014) era sicuramente incapace di intendere e di volere a causa delle patologie invalidanti che lo affliggevano;

– ciò emergeva dalla documentazione sanitaria allegata all’atto introduttivo ed, in particolare, dall’ultimo Responso specialistico del 18.11.2014 del Centro per il Decadimento Cognitivo (doc.17), ove veniva riscontrata nel sig. D.R. una demenza di Alzheimer di grado medio elevato con associata componente vascolare e si suggeriva la necessità di un’assistenza continua;

– la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie vergata dal R.D. il 23.11.2014, in ogni caso, era invalida o inefficacia, posto che, per espressa disposizione dell’art. 680 c.c., la revocazione può essere effettuata solo con un nuovo testamento o con un atto ricevuto da Notaio alla presenza di due testimoni in cui il testatore personalmente manifesti la propria volontà di revocare, in tutto o in parte, la disposizione anteriore e che nel caso in esame, invece, la revoca era intervenuta attraverso una scrittura del testatore che non risultava essere inserita in una nuova scheda testamentaria;

– pertanto, gli attori avevano interesse ad impugnare il cennato testamento e la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie rilasciate dal de cuius in data 14 ottobre 2012.

Su tali presupposti, parte attrice adiva il Tribunale per ottenere l’accoglimento delle seguenti conclusioni:

” ACCERTARE che R.D. al momento della redazione della scheda testamentaria 28.11.14 e della dichiarazione di revoca del 23.11.2014, alle quali è stata data pubblicazione con atto del Notaio E.G.B. di R. del (…) di Rep. (…), era affetto da incapacità di intendere e di volere e, per l’effetto,

DICHIARARE in applicazione di quanto disposto dall’art. 591 comma 2 n.3 c.c., l’annullamento e/o comunque l’inefficacia del testamento 28.11.2014 e della dichiarazione di revoca del 23.11.2014, quest’ultima anche per il mancato rispetto delle forme previste dall’art. 680 c.c.”.

Con comparsa di costituzione e risposta del 30.10.2017 si costituivano in giudizio le convenute G.R. e L.R., sorelle del de cuius, eccependo la mancata dimostrazione da parte degli attori del fatto che il sig. D.R. all’epoca della redazione delle schede testamentarie per cui è causa fosse privo in modo assoluto della capacità di determinarsi coscientemente e liberamente e rilevando che, contrariamente a quanto sostenuto da parte attrice, dalla documentazione in atti, risultava che all’epoca della redazione degli atti impugnati dalla controparte D.R. si trovava nelle piene facoltà mentali, per cui aveva espresso consapevolmente la propria volontà testamentaria.

Concludevano per il rigetto delle domande attoree in quanto infondate in fatto ed in diritto.

Le altre convenute (R.E., R.C. e R.L.) non si costituivano e venivano dichiarate contumaci.

La causa veniva istruita con produzione documentale.

Rilevato che

Preliminarmente si rigettano le istanze istruttorie formulate da parte attrice per le stesse ragioni indicate nell’ordinanza emessa in data 15 aprile 2019, il cui contenuto integralmente si richiama. In particolare, i capitoli di prova indicati da parte attrice nella memoria ex art. 183, comma 6, n.2, c.p.c. si reputano inammissibili poiché genericamente formulati (capitoli di prova n.ri 1,3,4,6,8), in quanto non collocati sotto il profilo cronologico, mentre gli ulteriori capitoli di prova (n.ri 2,5,7,9) si reputano irrilevanti ai fini della decisione. Infatti, le prove orali articolate dagli attori non hanno ad oggetto la capacità di intendere e di volere, nonché la capacità di autodeterminarsi del testatore D.R. con specifico riguardo al momento temporale nel quale sono state redatte la schede testamentarie di cui si tratta.

La causa è stata adeguatamente istruita e si reputa matura per la decisione.

La domanda attorea è rimasta sfornita di prova, per cui va necessariamente respinta.

È insegnamento costante della Suprema Corte che l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza, non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova – a carico di chi agisce – che, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, il soggetto fosse privo, in modo assoluto, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi, a cagione di una infermità transitoria o permanente ovvero di altra causa perturbatrice (cfr. Cass. Civ., II, 15 aprile 2010, N. 9081Cass. Civ., II, 18 aprile 2005, N. 8079Cass. Civ., II, 30.1.2003, N. 1444Cass. Civ., II, 10.7.1986, N. 4499).

Dal momento che lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a colui che impugna dimostrare l’incapacità assoluta del de cuius al momento della redazione del testamento, salvo che il testatore risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso è compito di chi vuole avvalersi del testamento dimostrare che esso fu redatto in un momento di lucido intervallo (cfr. Cass. Civ., II, 29.10.2008, N. 26002).

Nel caso di specie, l’onere probatorio gravava sicuramente sulla parte attrice, poiché, come si dirà in seguito, non vi è un’incapacità permanente, oltre che totale, del testatore.

Spettava, dunque, all’istante provare che, al momento della redazione del testamento, il de cuius versava in uno stato di incapacità naturale assoluta.

Tuttavia, l’onus probandi non è stato assolto.

Innanzitutto, la prova dell’incapacità assoluta del testatore non è nella documentazione medica versata in atti, che dà, solo, conto di un’affezione da decadimento neurocognitivo riconducibile al morbo di Alzheimer con associata componente cerebrovascolare a partire dall’anno 2012, con un episodio di ictus cerebrale ischemico nell’agosto 2014.

La patologia da cui era affetto il de cuius, tuttavia, non implica, tout court, incapacità naturale assoluta.

Tanto è vero che, a proposito delle condizioni del testatore al momento della manifestazione della volontà testamentaria, dalla documentazione sanitaria prodotta da parte attrice emerge che il de cuius nel 2014 presentava uno stato di demenza con compromissione delle performances cognitive ed intellettive di grado moderato severo, con ridotta capacità di giudizio e ragionamento, disorientamento spazio temporale e quindi non nel pieno delle proprie facoltà mentali di intendere e di volere.

È evidente che altro è non esser nel pieno delle proprie facoltà mentali, altro è l’incapacità naturale assoluta, che, sola, può giustificare l’annullamento del negozio di ultima volontà.

Dunque, la documentazione medica allegata al fascicolo attoreo non depone per la fondatezza della domanda attorea, tanto più che le conclusioni del consulente di parte poggiano su deduzioni e valutazioni che non trovano in atti riscontri oggettivi e che risultano smentite dalla documentazione medica prodotta dalla stessa parte attrice, relativa al periodo più prossimo alle dichiarazioni testamentarie di cui si discute.

In particolare, si richiama la cartella clinica rilasciata dall’Ospedale di Trecenta a seguito del ricovero di D.R. nel mese di agosto 2014, dove viene diagnosticata la patologia dell’Alzheimer dalla quale era affetto il de cuis ,da cui risulta che il degente si trovava in uno stato mentale “lucido”e in uno stato di coscienza “vigile” (doc. 14 parte attrice). Risulta, infatti, che durante il periodo di ricovero dell’agosto 2014, in cui il de cuius si trovava nella fase acuta di un ictus cerebrale (poi regredito), lo stato di coscienza fu sempre descritto vigile nei resoconti infermieristici e nel referto della visita neurologica e lo stato mentale lucido nelle scale di Norton del 2 agosto, del 10 agosto e del 14 agosto. Lo stesso quadro relativo ad una persona vigile, parzialmente orientata e collaborante risulta registrato dal medico di Guardia medica dell’Ulss 18 in occasione della sua visita domiciliare del 15/9/2014 (doc. 16 parte attrice).

Ancora, il responso medico del 18 novembre 2014 (doc. 17 parte attrice ) attesta un miglioramento del quadro psicologico delle performance mentali rispetto al precedente controllo eseguito il 27 febbraio 2014 (vedi doc. 11 parte attrice). Invero i dati clinici del test del MMSE – che erano di 10.7/30 nel mese di febbraio, sono stati stimati in 14.4/30.

Emerge insomma che, contrariamente a quanto sostenuto dalla parte attrice, proprio nel periodo più vicino a quello in cui sono state redatte le schede testamentarie impugnate, il disturbo da decadimento neurocognitivo di cui era affetto D.R. era nella fase di minore gravità.

Inoltre, depongono a favore della capacità di intendere e di volere da parte del sig. D.R. le operazioni poste in essere dallo stesso presso l’ufficio postale di Lendinara nel gennaio 2015 (“Richiesta emissione di Vaglia Postale Circolare” e stipula di una polizza assicurativa con Crédit Agricol Vita denominata “Tariffa n. 245 – Assicurazione vita intera a premio unico e premi integrativi con rivalutazione annuale del capitale assicurato” – vedi docc. 8 e 9 convenute), ovvero circa un mese e mezzo dopo la redazione degli atti impugnati, la cui esistenza e congruità, sotto il profilo della bontà, misura e vantaggiosità, non sono mai state contestate dalla parte attrice.

Né vi sono elementi da cui desumere una gestione non oculata del patrimonio da parte de cuius all’epoca della redazione delle schede testamentarie del novembre 2014 o del fatto che i suoi familiari ed, in particolare, gli attori non avessero fiducia nelle sue capacità di gestione, come emerge anche dalla mancata attivazione da parte degli stessi di alcuna misura di protezione in considerazione delle condizioni psicofisiche in cui versava il sig. D.R..

Per completezza, mette conto rilevare che, ai fini dell’accertamento sulla sussistenza o meno della capacità di intendere e di volere del de cuius, il giudice del merito non può ignorare il contenuto del testamento e gli elementi di valutazione da esso desumibili, in relazione alla serietà, normalità e coerenza delle relative disposizioni, nonché ai sentimenti ed ai fini che risultano averle ispirate (cfr. Cass. Civ., II, 5.1.2011, N. 230).

Nel caso in esame, il de cuius ha manifestato la propria volontà testamentaria senza incorrere in contraddittorietà né in illogicità.

Egli ha espresso la propria volontà in termini coerenti – quantomeno sul piano logico -, nominando ed istituendo eredi universali di tutti i suoi beni tutti i suoi fratelli (e sorelle).

Né si reputa decisiva ai fini della rigorosa prova dell’assoluta incapacità del testatore la circostanza relativa all’ avvenuta nomina, quali propri eredi, dei fratelli G. e L. già deceduti da diversi anni, da cui, invece, si ricava la precisa volontà del de cuius di lasciare i propri beni a quella parte della famiglia costituita dai primi parenti in linea collaterale, ovvero a tutti i suoi fratelli e sorelle. Da tale disposizione, insomma, emerge l’intenzione del testatore di ricordare i suoi fratelli come parte di quel ramo della famiglia (gli stretti collaterali), a cui ha inteso lasciare i propri beni, compiendo in tal modo la precisa scelta di estendere la platea dei suoi eredi rispetto a quanto fatto con il primo testamento dell’ottobre 2012. Con tale atto infatti, il de cuius aveva nominato come suoi eredi universali solo i figli del fratello premorto G.R. (odierni attori); mentre con il successivo testamento del novembre 2014 ha deciso di lasciare i suoi beni anche a tutti gli altri suoi fratelli e sorelle e, quindi, ai loro rispettivi discendenti.

Ancora, infondata si reputa la contestazione di parte attrice circa l’asserita invalidità ed inefficacia, ai sensi dell’art. 680 c.c., della dichiarazione di revoca datata 23.11.2014 (doc. 5 parte attrice) delle precedenti disposizioni testamentarie vergate di pugno dal defunto D.R., con la quale lo stesso testatore, tra l’altro, ha scritto espressamente: “Revoco ogni mio precedente testamento”.

Infatti, come correttamente rilevato dalla difesa delle convenute costituite, la revoca espressa dell’atto di ultima volontà può essere valida ed efficace, ai sensi dell’art. 680 c.c., non solo con un atto ricevuto da notaio alla presenza di due testimoni, ma anche con una dichiarazione di volontà unilaterale e non recettizia diretta a togliere efficacia a disposizioni testamentarie del revocante con la quale lo stesso de cuius, nel testamento posteriore, ha usato la seguente espressione: “revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria” (vedi Cass. civ., sez. II, 9.10.2013, n. 22983Cass. civ., sez. II, 20.03.1986 n.1964).

L’interpretazione letterale della norma, che parla di nuovo testamento senza alcuna ulteriore indicazione, induce a ritenere che la revoca possa essere contenuta indifferentemente in un testamento olografo, pubblico o segreto o, anche, in un testamento speciale, purché siano presenti le particolari circostanze che lo giustificano (artt. 609 ss. c.c.). Deve, peraltro, trattarsi di un testamento posteriore, non potendosi ritenere capace di produrre l’effetto di revoca un testamento avente pari data, nei quali l’eventuale inconciliabilità delle disposizioni conduce all’elisione reciproca.

È stato , tuttavia, precisato come sia sufficiente che il nuovo testamento sia composto dalla sola clausola revocatoria, poiché la norma richiede esclusivamente che la revoca espressa sia contenuta in un atto a forma testamentaria. Si deve ammettere, infatti, la piena efficacia della sola clausola revocatoria in nome del principio della piena libertà di revoca, precisandosi peraltro la necessità di valutare se la clausola stessa risponda effettivamente all’intento revocatorio del testatore.

Va, peraltro, rilevato come diverse siano le conseguenze a seconda che il nuovo testamento revochi in tutto o in parte le disposizioni anteriori: nel primo caso, si avrà l’apertura della successione legittima; nel secondo, il testamento anteriore manterrà la sua piena efficacia rispetto alle disposizioni non revocate.

Nello stesso senso è orientata la giurisprudenza che, nell’indicare la possibile forma della revoca espressa, precisa che essa può essere manifestata con un testamento posteriore, anche privo di ulteriori disposizioni patrimoniali ( Cass., sent. 1964/1986). La revoca può effettuarsi con un nuovo testamento, mediante una dichiarazione di volontà unilaterale e non recettizia, diretta a togliere, in tutto o in parte, efficacia giuridica a precedenti disposizioni testamentarie dello stesso revocante; ne consegue che, a tal fine, non può essere considerata come una formula di stile l’espressione “revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria” contenuta nel testamento posteriore (Cass., sent. 22983/2013).

Nel caso in esame, il de cuius , prima, con la dichiarazione del 23 novembre 2014 ha revocato il precedente testamento olografo che aveva inizialmente disposto a favore degli attori e, successivamente, ha redatto nuovo testamento in data 28 novembre 2014, nominando come eredi le sorelle G. e G. e i fratelli G. e L..

Non vi sono quindi ragioni per ritenere invalida la scheda testamentaria del 23 novembre 2014 contenente la sola clausola revocatoria delle precedenti disposizioni di ultima volontà ( 14 ottobre 2012).

Le risultanze sin qui esaminate depongono, chiaramente, per l’infondatezza e, quindi, per la reiezione della domanda attorea.

Di conseguenza, alla luce di tutte le considerazioni che precedono, va respinta la domanda attorea.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo secondo i criteri stabiliti nel D.M. n. 55 del 2014, tenuto conto del valore indeterminato della causa, della sua natura e complessità.

Nei confronti delle convenute non costituite (R.E., R.C. e R.L.) vanno dichiarate irripetibili le spese di lite anticipate dall’attrice.

P.Q.M.

Il Tribunale di Rovigo, in composizione collegiale, definitivamente pronunciando nel contraddittorio delle parti, ogni diversa domanda, istanza ed eccezione respinta:

– respinge le domande attoree;

– condanna E.R., G.R. e R.R., in solido tra loro, a pagare in favore di R.G. e R.L. le spese di lite che liquida in Euro 13.430,00 per compenso, oltre il 15% del compenso per spese forfettarie, C.P.A. e I.V.A., ed Euro 102,26 per spese documentate;

– dichiara irripetibili le spese di lite anticipate dall’attrice nei confronti delle convenute non costituite.

Conclusione

Così deciso in Rovigo nella camera di consiglio del 29 giugno 2021.

Depositata in Cancelleria il 13 luglio 2021.

 

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Separazione consensuale o divorzio congiunto – Accordi tra i coniugi – Clausole implicanti l’attribuzione di beni immobili ai coniugi o ai figli – Validità 

Separazione consensuale o divorzio congiunto – Accordi tra i coniugi – Clausole implicanti l’attribuzione di beni immobili ai coniugi o ai figli – Validità

PRENDI APPUNTAMENTO AVVOCATO DIVORZISTA ESPERTO 0516447838

– in un’ottica di maggiore apertura, dettata dalla necessità di tenere conto del contesto peculiare nel quale si sviluppano siffatti accordi traslativi, dettati dall’esigenza di porre fine quanto prima, e senza il rischio di successivi ripensamenti pregiudizievoli per la stabilità, già precaria, della situazione familiare – si spinge fino a valutare unitariamente e complessivamente tutte le condizioni della separazione (o del divorzio), ed arriva ad attribuire ad esse una comune connotazione di tipicità, cui fa conseguire una disciplina unitaria. In particolare, secondo tale tesi, occorrerebbe tenere conto del carattere di “negoziazione globale” che la coppia in crisi attribuisce al momento della “liquidazione” del rapporto coniugale di fronte alla necessità di valutare gli infiniti e complessi rapporti di dare-avere che la protratta convivenza genera, operando una ricostruzione che, in luogo di una miriade di possibili accordi innominati, faccia perno, invece, sull’individuazione di un vero e proprio contratto di definizione della crisi coniugale o, più esattamente, dei suoi aspetti patrimoniali. Tale contratto dovrebbe abbracciare ogni forma di costituzione e di trasferimento di diritti patrimoniali, compiuti con o senza controprestazione, in occasione della crisi coniugale.

E si tratterebbe di accordi tipici, in quanto ancorati alle previsioni – valorizzate in un significato diametralmente opposto a quello propugnato dal primo orientamento – dell’art. 711 c.p.c. e della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, laddove si riferiscono, rispettivamente, alle “condizioni della separazione consensuale” e alle “condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici” delle parti. A tali contratti è attribuito il nome di “contratti della crisi coniugale” o di “contratti post-matrimoniali”.

3.2. La giurisprudenza di legittimità ha più volte affrontato la problematica dei trasferimenti di diritti reali immobiliari in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto in decisioni emesse, peraltro, con riferimento a contesti fattuali spesso differenti l’uno dall’altro, e non sempre affrontando tutti i complessi profili implicati dalle due fattispecie. Sicchè è intuibile l’esigenza – avvertita dall’ordinanza di rimessione – di fare piena chiarezza sull’intera questione, attraverso una decisione che – muovendo dalla vicenda inerente un giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario – fornisca, altresì, le coordinate interpretative per la risoluzione delle problematiche, del tutto simili, anche se non identiche, implicate dal contiguo – e non agevolmente disgiungibile sul piano dogmatico – istituto della separazione consensuale dei coniugi. E ciò tenuto conto anche del fatto che talune affermazioni di principio sono state emesse proprio con riferimento a casi di separazione incardinati quando ancora la legge sul divorzio non era entrata in vigore, e sono state – dipoi – traslate a fattispecie di divorzio successive.

3.2.1. Nelle prime decisioni in materia, sebbene il problema non sia stato consapevolmente e funditus affrontato, avendo tali pronunce ad oggetto la costituzione a favore del coniuge, in sede di separazione, di un diritto reale di abitazione, o il trasferimento di beni, ma con riferimento specifico alla necessità di integrazione del contributo al mantenimento del medesimo (Cass., 12/06/1963, n. 1594; Cass., 27/10/1972, n. 3299), o al riconoscimento della proprietà esclusiva di alcuni beni al coniuge, ma in funzione divisoria (Cass., 11/11/1992, n. 12110), non si è mancato, tuttavia, di rilevare la validità della clausola, con la quale i coniugi, nel verbale di separazione consensuale, riconoscano la proprietà esclusiva di singoli beni mobili ed immobili in favore dell’uno o dell’altra.

Separazione consensuale o divorzio congiunto – Accordi tra i coniugi – Clausole implicanti l’attribuzione di beni immobili ai coniugi o ai figli – Validità

3.2.2. Fondamentale è, per contro, una successiva pronuncia, nella quale questa Corte ha affermato che sono da ritenersi pienamente valide le clausole dell’accordo di separazione che riconoscano ad uno, o ad entrambi i coniugi, la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, ovvero che ne operino il trasferimento a favore di uno di essi al fine di assicurarne il mantenimento. Il suddetto accordo di separazione, in quanto inserito nel verbale d’udienza (redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato), assume – per vero – forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c., e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo l’omologazione che lo rende efficace, titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c., senza che la validità di trasferimenti siffatti sia esclusa dal fatto che i relativi beni ricadono nella comunione legale tra coniugi. Lo scioglimento della comunione legale dei beni fra coniugi si verifica, infatti, con effetto “ex nunc”, dal momento del passaggio in giudicato della sentenza di separazione ovvero dell’omologazione degli accordi di separazione consensuale.

La pronuncia contiene poi l’affermazione di rilievo – ai fini della risoluzione della questione oggetto di esame in questa sede secondo cui la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare, espressamente previsto dagli artt. 150 e 158 c.c. e disciplinato nei suoi aspetti formali dall’art. 711 c.p.c., il quale ne prevede la documentazione nel verbale di udienza – redatto da un ausiliario del giudice ai sensi dell’art. 126 c.p.c. – e ne subordina l’efficacia all’omologazione, attribuita alla competenza del tribunale (Cass., 15/05/1997, n. 4306).

3.2.3. In senso contrario si era, in precedenza, espressa una pronuncia – rimasta, peraltro, isolata – secondo la quale, qualora i coniugi abbiano convenuto, nell’accordo di separazione, una donazione, l’omologazione non vale a rivestire l’atto negoziale della forma dell’atto pubblico, richiesto dall’art. 782 c.c., che gli artt. 2699 e 2700 c.c., impongono sia “redatto” e “formato” dal pubblico ufficiale (Cass., 08/03/1995, n. 2700). La decisione non chiarisce, tuttavia, l’aspetto fondamentale della questione, concernente la ragione per la quale il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi, sebbene redatto dal cancelliere – che è, a sua volta, un pubblico ufficiale – con le modalità di cui all’art. 126 c.p.c., non rivesta la natura di un atto pubblico.

3.2.4. Le statuizioni contenute nella pronuncia n. 4306/1997 hanno trovato, peraltro, conferma in tutta la giurisprudenza successiva, essendosi affermato – con riferimento ad una vicenda di proposizione dell’azione revocatoria – che gli accordi di separazione personale fra i coniugi, contenenti reciproche attribuzioni patrimoniali e concernenti beni mobili o immobili, rispondono, di norma, ad uno specifico spirito di sistemazione dei rapporti in occasione dell’evento di separazione consensuale che svela una sua “tipicità” propria. Tale tipicità – intesa in senso lato, con riferimento alla finalità, comune a questi accordi, di regolare i rapporti economici a seguito della crisi di coppia – ai fini della più particolare e differenziata disciplina di cui all’art. 2901 c.c., può colorarsi dei tratti dell’obiettiva onerosità piuttosto che di quelli della gratuità, in ragione dell’eventuale ricorrenza, o meno, nel concreto, dei connotati di una sistemazione solutorio-compensativa più ampia e complessiva, di tutta quella serie di possibili rapporti aventi significati, anche solo riflessi, patrimoniali maturati nel corso della quotidiana convivenza matrimoniale (Cass., 25/10/2019, n. 27409). In tale decisione, la Corte ha ribadito che il verbale in cui le parti avevano espresso le condizioni di separazione personale costituisse a seguito dell’omologa, ed in quanto atto pubblico – titolo per la trascrizione, a norma dell’art. 2657 c.c. (in senso sostanzialmente conforme, cfr. anche Cass., 15/04/2019, n. 10443).

Ma già in precedenza, nello stesso senso della pronuncia succitata e sempre con riferimento all’esperimento dell’azione revocatoria, la Corte aveva più volte conformemente statuito sui presupposti per l’utile esperimento di tale azione contro il trasferimento immobiliare concordato in sede di separazione consensuale o di divorzio congiunto, in tal modo riconoscendone quanto meno implicitamente – la validità (in tal senso, cfr. Cass., 23/03/2004, n. 5741Cass., 26/07/2005, n. 15603Cass., 14/03/2006, n. 5473Cass., 12/04/2006, n. 8516, con riferimento alla revocatoria fallimentare, Cass., 13/05/2008, n. 11914Cass., 10/04/2013, n. 8678Cass., 05/07/2018, n. 17612).

3.2.5. Altre decisioni di legittimità hanno recepito la distinzione tra “contenuto essenziale” e “contenuto eventuale”, elaborata dalla dottrina succitata, avendo statuito che la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, che trova solo “occasione” nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata. Ne consegue che questi ultimi accordi non sono suscettibili di modifica (o conferma) in sede di ricorso “ad hoc” ex art. 710 c.p.c., o anche in sede di divorzio, la quale può riguardare unicamente le clausole aventi causa nella separazione personale, ma non i patti autonomi, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c. (Cass., 19/08/2015, n. 16909Cass., 30/08/2019, n. 21839, che ha ammesso l’azione di simulazione nei confronti di un patto, contenuto nelle condizioni di separazione consensuale omologate, che prevedeva trasferimenti immobiliari tra le parti).

Ma al di là dalla precisazione, concernente il diverso contenuto degli accordi della crisi coniugale, va rilevato come venga anche da tali decisioni sostanzialmente ribadita l’ammissibilità dei patti di trasferimento di diritti reali in sede di separazione consensuale e di accordo congiunto di divorzio.

3.2.6. Di particolare interesse – ai fini della risoluzione della questione in esame, ed a prescindere dalla peculiarità della vicenda – si palesa, altresì, una recente pronuncia nella quale si è ritenuto che la previsione di cui alla L. n. 266 del 2005art. 1, comma 497 – che attribuisce alle persone fisiche che non agiscano nell’esercizio di attività commerciali, artistiche o professionali e che abbiano acquistato immobili ad uso abitativo e relative pertinenze, la facoltà di optare per la liquidazione delle imposte di registro, ipotecarie e catastali, ai sensi del D.P.R. n. 131 del 1986art. 52, commi 4 e 5 e quindi sulla base della rendita catastale – operi anche nel caso in cui il trasferimento (nella specie, cessione di quote di una casa di civile abitazione) avvenga in via transattiva davanti all’autorità giudiziaria. Ed invero – si afferma – il verbale di conciliazione giudiziale presenta tutti gli elementi essenziali dell’atto di compravendita, essendo il giudice, al pari di un notaio, un pubblico ufficiale ed assumendo detto verbale il valore di vero e proprio atto pubblico (Cass., 30/10/2020, n. 24087).

In tale decisione la Corte perviene, pertanto, all’equiparazione, sotto i profili del contenuto e della forma, delle cessioni di immobili abitativi perfezionate con atto notarile e dei trasferimenti effettuati in sede di conciliazione giudiziale, proprio sulla scorta della giurisprudenza succitata in materia di trasferimenti concordati in sede di separazione consensuale e divorzio congiunto.

Cass. civ., Sez. Unite, Sentenza, 29/07/2021, n. 21761 (rv. 661859-01)

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FAMIGLIA – Matrimonio – Rapporti patrimoniali tra coniugi – In genere – Separazione consensuale o divorzio congiunto – Accordi tra i coniugi – Clausole implicanti l’attribuzione di beni immobili ai coniugi o ai figli – Validità – Condizioni

Le clausole dell’accordo di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni – mobili o immobili – o la titolarità di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi o dei figli al fine di assicurarne il mantenimento, sono valide in quanto il predetto accordo, inserito nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato, assume forma di atto pubblico ex art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo il decreto di omologazione della separazione o la sentenza di divorzio, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 c.c., purché risulti l’attestazione del cancelliere che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui all’art. 29, comma 1-bis, della l. n. 52 del 1985, come introdotto dall’art. 19, comma 14, del d.l. n. 78 del 2010, conv. con modif. dalla l. n. 122 del 2010, restando invece irrilevante l’ulteriore verifica circa gli intestatari catastali dei beni e la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO ANCONA, 18/04/2017)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Primo Presidente –

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente di Sez. –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente di Sez. –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 19396/2017 proposto da:

R.I., G.R., elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZALE CLODIO 56, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI BONACCIO, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANNUNZIATA CERBONI BAJARDI;

– ricorrenti –

contro

TRATTASI DI RICORSO CONGIUNTO;

avverso la sentenza n. 583/2017 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 18/04/2017.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 11/05/2021 dal Consigliere Dott. ANTONIO VALITUTTI;

lette le conclusioni scritte del Sostituto Procuratore Generale Dott. LUCIO CAPASSO, il quale conclude chiedendo rigettare il ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con ricorso congiunto depositato presso il Tribunale di Pesaro il 6 luglio 2016, G.R. e R.I. chiedevano pronunciarsi la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, celebrato dai medesimi in (OMISSIS), e dal quale erano nati i figli S. ed E.. I coniugi avevano acquistato, durante il matrimonio, un appartamento sito in (OMISSIS), cointestato al 50%, destinandolo, poi, a casa coniugale. Desiderando comporre in via definitiva ogni questione patrimoniale conseguente alla crisi coniugale – che aveva già dato luogo a separazione consensuale, omologata dal Tribunale di Pesaro con Decreto del 9 marzo 2012 – “senza differenziazione nei tempi di perfezionamento”, i coniugi addivenivano, pertanto, al seguente accordo: a) il G. si obbligava a versare l’assegno divorzile a favore della R., nonchè direttamente ai figli maggiorenni, ma non economicamente autosufficienti, il contributo per il loro mantenimento; b) il medesimo trasferiva a favore dei figli la nuda proprietà, in relazione alla sua quota del 50%, dell’immobile sito in (OMISSIS), nonchè, a favore della R., dell’usufrutto sulla propria quota dell’immobile predetto.

1.1. Con il ricorso, i coniugi producevano, altresì, oltre alla dichiarazione del G. in ordine alla conformità allo stato di fatto dell’immobile dei dati catastali e delle planimetrie ed alla conformità dell’intestazione catastale alle risultanze dei registri immobiliari, una perizia tecnica giurata, con allegati l’attestato di prestazione energetica, la dichiarazione di conformità dell’impianto termico alle prescrizioni legali, la visura e la planimetria catastale dell’appartamento e del garage. I coniugi si impegnavano, inoltre, ad effettuare a loro cura e spese la trascrizione e le ulteriori formalità di pubblicità immobiliare, nonchè le conseguenti volture presso gli uffici competenti, esonerando il cancelliere da ogni responsabilità, ed a depositare presso la cancelleria la ricevuta di avvenuta presentazione della richiesta di pubblicità immobiliare, nonchè la successiva nota di trascrizione rilasciata dall’Agenzia del territorio.

Nel procedimento intervenivano, altresì, ad adiuvandum, i figli dei ricorrenti, esprimendo il loro pieno consenso agli accordi in ordine al loro mantenimento, in essi compresi i trasferimenti immobiliari operati dal genitore.

1.2. Successivamente al deposito del ricorso, la cancelleria comunicava agli istanti una richiesta di chiarimenti del Presidente del Tribunale, in relazione ai trasferimenti immobiliari contenuti nelle condizioni di divorzio congiunto. Seguiva nota con la quale il G. e la R., nonchè i figli S. ed E., chiarivano anzitutto che l’accordo raggiunto “rappresentava una reale tutela soprattutto per i soggetti più deboli dal punto di vista economico (cioè la moglie ed i figli) in quanto avrebbe garantito che il patrimonio conseguito nel corso del matrimonio non venisse disperso, ma conservato a favore dei membri della famiglia di origine” (p. 4 del ricorso per cassazione).

I ricorrenti dichiaravano, inoltre, di essere al corrente del contenuto del decreto del Presidente del Tribunale di Pesaro, con il quale si escludeva la possibilità di inserire nelle domande congiunte di divorzio disposizioni accessorie, aventi ad oggetto trasferimenti immobiliari a qualsiasi titolo, “a causa di problematiche organizzative”. Gli istanti evidenziavano, tuttavia, che la diversa opzione – consentita dalla prassi del Tribunale di Pesaro – di inserire negli accordi di divorzio un mero accordo preliminare di vendita, oltre a comportare un esborso per l’atto notarile definitivo, implicava l’accettazione del rischio che se una delle parti si fosse successivamente sottratta all’accordo, per una qualsiasi ragione, si sarebbe dovuto instaurare un contenzioso – mediante proposizione dell’azione di esecuzione specifica ex art. 2932 c.c. – dalla durata e dagli esiti incerti, con grave pregiudizio per i ricorrenti e per i loro figli.

1.3. All’udienza del 28 novembre 2016, nella quale comparivano sia i coniugi che i figli, i ricorrenti insistevano nella richiesta di divorzio alle condizioni indicate nel ricorso congiunto, ivi comprese quelle relative ai trasferimenti immobiliari, e solo in via del tutto subordinata, in considerazione della manifestata contrarietà espressa dal Tribunale adito, chiedevano di considerare tali trasferimenti come impegni preliminari di vendita e di acquisto.

Il verbale veniva, quindi, sottoscritto da tutti i presenti.

1.4. Con sentenza n. 933/2016, depositata il 13 dicembre 2016, il Tribunale di Pesaro pronunciava la cessazione degli effetti civili del matrimonio, contratto dai ricorrenti in (OMISSIS), stabilendo espressamente, peraltro, che “i trasferimenti previsti nelle condizioni sono da intendersi impegni preliminari di vendita ed acquisto”.

  1. Con sentenza n. 583/2017, depositata il 18 aprile 2017, la Corte d’appello di Ancona rigettava il gravame proposto dal G. e dalla R., confermando la statuizione del Tribunale secondo cui i trasferimenti dei diritti reali previsti nelle condizioni di divorzio sono da considerarsi impegni preliminari di vendita ed acquisto, e non trasferimenti immobiliari definitivi, con effetto traslativo immediato.
  2. Avverso tale decisione hanno, quindi, proposto ricorso per cassazione congiunto G.R. ed R.I., affidato a tre motivi, illustrati con memoria. Il Procuratore Generale ha concluso per il rigetto del ricorso.
  3. Con ordinanza interlocutoria n. 3089/2020, depositata il 10 febbraio 2020, la prima sezione civile di questa Corte, ritenuto che, per il rilevante impatto che l’interpretazione delle norme sottoposte al giudizio della Corte – involgenti profili relative all’autonomia delle parti in sede della determinazione degli accordi della “crisi coniugale” aventi ad oggetto trasferimenti immobiliari (artt. 13221376c.c.), l’interpretazione di tali accordi (artt. 1362 c.c. e segg.), ed il ruolo svolto dal notaio in relazione all’identificazione catastale dell’immobile ed alla sua conformità alle risultanze dei registri immobiliari (D.L. 31 maggio 2010, n. 78art. 19) – può avere sulla giurisprudenza nazionale che, peraltro, sulla questione è pervenuta a conclusioni non univoche, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, ai sensi degli artt. 374 e 376 c.p.c., trattandosi di questione di massima di particolare importanza.
  4. Fissata la pubblica udienza dal Primo Presidente per la data dell’11 maggio 2021, il Procuratore Generale ha concluso per il rigetto del ricorso.

Motivi della decisione

  1. Con i tre motivi di ricorso – che, per la loro evidente connessione, vanno esaminati congiuntamente – G.R. ed R.I. denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 132213621376c.c., nonchè del D.L. n. 78 del 2010art. 19, convertito nella L. 30 luglio 2010, n. 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

1.1. I ricorrenti censurano l’impugnata sentenza nella parte in cui ha condiviso l’opzione ermeneutica fatta propria da diverse decisioni di merito, affermando che le parti, nell’esercizio della loro autonomia contrattuale, ben possono “integrare le tipiche clausole di separazione e divorzio (figli, assegni, casa coniugale) con clausole che si prefiggono di trasferire tra i coniugi o in favore di figli diritti reali immobiliari o di costituire iura in re aliena su immobili ricorrendo esclusivamente alla tecnica obbligatoria, che consente l’applicazione dell’art. 2932 c.c. e non a quella reale, pena la possibile vanificazione dello strumento di tutela prescelto”.

Osservano, per contro, gli istanti che siffatta opzione ermeneutica costituisce violazione del disposto dell’art. 1322 c.c., laddove consente – nell’ottica della massima espansione dell’ambito di applicazione dell’autonomia privata – la possibilità per le parti, e quindi anche per i coniugi in sede di determinazione dei cd. “accordi della crisi coniugale”, di concludere pattuizioni atipiche, meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico. L’indirizzo interpretativo – per lo più seguito dai giudici di merito – collide, peraltro, ad avviso dei ricorrenti, anche con il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, che si è ripetutamente pronunciato in senso contrario. Gli istanti ricordano, invero, come si sia più volte affermato – nella giurisprudenza di questa Corte – che l’accordo delle parti in sede di separazione e di divorzio ha natura certamente negoziale, e può dare vita a pattuizioni atipiche meritevoli di tutela, che ben possono avere ad oggetto – essendo soddisfatta, mediante l’inserimento nel ricorso sottoscritto da entrambe le parti, poi trasfuso nel verbale di udienza sottoscritto dalle medesime, il requisiti della forma scritta ex art. 1350 c.c. – anche trasferimenti di proprietà su immobili, o altri diritti reali.

1.2. La decisione impugnata non terrebbe, poi, in alcun conto la volontà, inequivocabilmente espressa dai coniugi e dai figli, di voler realizzare in via immediata – e non prevedendosi un mero obbligo di trasferimento – il passaggio del diritto di proprietà sull’immobile adibito a casa coniugale a favore dei figli, nonchè il trasferimento del diritto di usufrutto dal G. alla R., al fine di definire senza differimenti pregiudizievoli per tutti gli interessati – ogni questione relativa ai profili economici della crisi coniugale.

Di tale chiara e legittima espressione della volontà delle parti la Corte d’appello non avrebbe tenuto conto, in tal modo violando anche il disposto degli artt. 1362 e 1376 c.c..

1.3. L’impugnata pronuncia sarebbe, infine, incorsa – a parere degli esponenti – nella violazione del D.L. n. 78 del 2010art. 19, convertito nella L. n. 1 del 2010, laddove prevede che il notaio deve effettuare la verifica catastale degli immobili da trasferire. L Corte territoriale avrebbe, per vero, erroneamente opinato che il legislatore abbia inteso demandare a detto professionista, e non anche ad altri operatori, “il compito della individuazione e della verifica catastale nella fase di stesura degli atti traslativi così concentrando, nell’alveo naturale del rogito notarile, il controllo indiretto statale a presidio degli interessi pubblici coinvolti, senza che tale attività possa essere sostituita da quella di altri operatori, tra i quali il giudice” (pp. 3 e 4 della sentenza di appello)..

1.3.1. Osservano, per contro, i ricorrenti che anzitutto, nel caso concreto, il G. aveva dichiarato la conformità dello stato di fatto dell’immobile ad i dati catastali ed alle planimetrie allegate, e che l’intestazione catastale era conforme alle risultanze dei registri immobiliari. Le parti avevano, poi, prodotto perizia giurata dalla quale era possibile desumere ulteriormente siffatte conformità, oltre a tutta la documentazione necessaria per il trasferimento immobiliare, come le planimetrie degli immobili (appartamento e garage) e le dichiarazioni di conformità a legge degli impianti elettrico e termico, obbligandosi, inoltre, a curare a proprie spese esonerando il cancelliere da ogni responsabilità al riguardo – le formalità richieste per la trascrizione del trasferimento immobiliare. Per il che tutti gli adempimenti che la norma del D.L. n. 78 del 2010art. 19, pone a carico del notaio, sarebbero stati effettuati dalle stesse parti.

1.3.2. Rilevano, altresì, gli esponenti che la decisione impugnata non terrebbe conto del fatto che la norma del D.L. n. 78 del 2010art. 19, riguarda i soli casi nei quali le parti abbiano inteso effettuare il trasferimento di diritti reali con atto notarile, laddove detta disposizione non trova applicazione qualora le parti abbiano effettuato il trasferimento con scrittura privata – in relazione alla quale il notaio si limita ad autenticare la firma dei contraenti. Il che è, del resto, certamente consentito dall’art. 1350 c.c., che si limita a richiedere per i trasferimenti in questione la forma scritta ad substantiam, senza operare distinzione alcuna tra atto pubblico e scrittura privata.

1.3.3. Nè potrebbe opporsi a tali considerazioni il rilievo della impossibilità di trascrivere l’atto in tal modo concluso, non rientrando siffatto accordo nelle categorie di atti trascrivibili, ai sensi dell’art. 2657 c.c. Osservano, per vero, i ricorrenti che nella specie la parti, oltre ad avere sottoscritto l’accordo di divorzio contenuto nel ricorso, con firma autenticata dal difensore, avevano poi nuovamente sottoscritto il verbale di udienza del 28 novembre 2016, riportandosi alle condizioni dell’accordo, ed il verbale – costituente atto pubblico ex art. 2699 c.c. – era stato redatto dal cancelliere (pubblico ufficiale) che aveva, in tal modo, certificato l’identità dei presenti e la veridicità delle dichiarazioni rese. Sicchè il verbale di udienza, debitamente autenticato, già costituirebbe titolo valido per la trascrizione. In ogni caso, osservano gli istanti, la sentenza di divorzio è direttamente trascrivibile, ai sensi dell’art. 2657 c.c..

  1. Su tali specifici profili – dedotti dai ricorrenti – l’ordinanza di rimessione n. 3089/2020 ha investito queste Sezioni Unite rilevando, anzitutto, che la soluzione adottata dalla sentenza di appello, nel senso dell’inderogabilità della verifica di conformità ipocatastale da parte del notaio, oltre ad essere contraria all’indirizzo prevalente nella giurisprudenza di legittimità, chiaramente ed univocamente incline a ritenere ammissibili – nell’esercizio dell’autonomia privata ex art. 1322c.c. – i trasferimenti immobiliari operati dalle parti in sede di divorzio e di separazione consensuale, non è pacificamente seguita neppure dai giudici di merito.

2.1. Rileva, al riguardo, l’ordinanza di rimessione che la disposizione di cui al comma 1 bis, aggiunto della L. n. 52 del 1985art. 29D.L. n. 78 del 2010art. 19, comma 14, convertito nella L. 30 luglio 2010, n. 122, ha, difatti, dato luogo a contrasti interpretativi fra i giudici di merito. Per intanto, va rilevato che la sanzione della nullità colpisce – come si evince dai primi due periodi del testo della norma – solo l’identificazione catastale, il riferimento alle planimetrie depositate e la dichiarazione resa dagli intestatari della conformità dello stato di fatto ai dati catastali ed alle planimetrie; dichiarazione che peraltro può essere sostituita – come è accaduto nel caso di specie – da un’attestazione rilasciata da un tecnico abilitato. Per converso, non è prevista a pena di nullità la previsione – contenuta nel terzo periodo – secondo cui il notaio deve individuare, prima della stipula dell’atto, gli intestatari catastali e verificare la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari.

2.2. La nullità prevista – secondo l’ordinanza di rimessione riguarda, dunque, l’assenza dei requisiti ed ha “carattere oggettivo”, poichè è “rivolta a prevenire e sanzionare atti che non siano conformi allo stato di fatto dell’immobile, in relazione ad eventuali violazioni della disciplina urbanistica”. Il controllo sulla identità degli intestatari catastali e sulla loro conformità alle risultanze dei registri immobiliari – non espressamente sanzionato, in caso di omissione, con la nullità dell’atto – non esclude, pertanto, il permanere della nullità oggettiva dell’atto medesimo, nonostante l’intervento del notaio, qualora gli adempimenti richiesti dalla prima parte della norma non siano stati effettuati.

Di qui la necessità che l’atto traslativo – anche di diritti reali diversi dal diritto di proprietà, venendo in considerazione nella specie il diritto di usufrutto – contenuto nel verbale di separazione consensuale o nella sentenza che recepisce l’accordo divorzile, contengano i requisiti previsti dalla menzionata norma a pena di nullità, “ma la verifica che la norma rimette al notaio può essere svolta da un ausiliario del giudice dal momento che la validità dell’atto deriva esclusivamente dalla conformità alle prescrizioni normative” (p. 7 dell’ordinanza di rimessione).

2.3. Siffatta conclusione sarebbe, peraltro, confortata – a parere del collegio rimettente – dalla previsione, sebbene non direttamente applicabile ai conflitti familiari, della L. n. 162 del 2014, art. 5 (sulla cd. “negoziazione assistita”), che esclude la necessità del ricorso al notaio anche quando le parti, con l’accordo che compone la controversia, concludono uno dei contratti che vanno trascritti ai sensi dell’art. 2643 c.c., limitandosi la norma a prevedere che per procedere alla trascrizione “la sottoscrizione del processo verbale di accordo deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato” (p. 8).

  1. Il ricorso è fondato.

3.1. La questione relativa alla possibilità per le parti di introdurre – negli accordi di separazione consensuale o di divorzio congiunto, ferme talune differenze tra i due atti, sulle quali si tornerà – clausole diverse da quelle facenti parte del contenuto necessario di tali accordi, ha ricevuto da parte della dottrina risposte diverse ed articolate.

3.1.1. Una parte degli autori si è attestata su posizioni di maggiore chiusura, affermando che gli accordi tra i coniugi in sede di divorzio congiunto o di separazione consensuale non potrebbero avere un contenuto diverso da quello necessario, che si riferisce nel dettato delle norme che disciplinano le due diverse fattispecie all’affidamento dei figli minori ed al loro mantenimento, all’esercizio della responsabilità genitoriale, all’assegnazione della casa coniugale, all’eventuale mantenimento del coniuge, e comunque alla disciplina di tutte quelle situazioni che avrebbero potuto costituire oggetto della statuizione del giudice. Tale opzione interpretativa si fonda, per il divorzio, sul tenore letterale della disposizione di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898art. 4, comma 16, che fa riferimento – quale contenuto della domanda congiunta – alla compiuta indicazione delle “condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici”, nonchè, per la separazione, sul disposto dell’art. 158 c.c., artt. 710 e 711 c.p.c., nei quali si fa riferimento all'”accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli”, ed ai “provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione”, che possono essere modificati in ogni tempo su istanza delle parti.

Secondo i sostenitori di questa tesi, pertanto, non vi sarebbe spazio per i trasferimenti immobiliari nè in sede di separazione consensuale, nè in sede di divorzio. Solo il notaio potrebbe, invero, ricevere i negozi giuridici traslativi di diritti reali, quand’anche l’esigenza della loro stipulazione sia originata dalla crisi coniugale; sicchè – seppure riportati nel verbale del giudizio – tali accordi traslativi non potrebbero comunque essere trascritti.

3.1.2. Altri autori – pur ritenendo in astratto valido l’accordo immediatamente traslativo di beni immobili in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto – ritengono comunque preferibile adottare la “procedura bifasica” (assunzione dell’obbligo di trasferire in sede giudiziale e redazione dell’atto notarile in esecuzione dell’obbligo assunto) in ragione dell’elevato rischio di errori invalidanti, connesso agli adempimenti e alle verifiche richiesti per gli atti immediatamente traslativi (indicazioni urbanistiche, attestazioni di prestazione energetica e certificazione catastale).

3.1.3. Altra dottrina – in un’ottica di maggiore apertura, dettata dalla necessità di tenere conto del contesto peculiare nel quale si sviluppano siffatti accordi traslativi, dettati dall’esigenza di porre fine quanto prima, e senza il rischio di successivi ripensamenti pregiudizievoli per la stabilità, già precaria, della situazione familiare – si spinge fino a valutare unitariamente e complessivamente tutte le condizioni della separazione (o del divorzio), ed arriva ad attribuire ad esse una comune connotazione di tipicità, cui fa conseguire una disciplina unitaria. In particolare, secondo tale tesi, occorrerebbe tenere conto del carattere di “negoziazione globale” che la coppia in crisi attribuisce al momento della “liquidazione” del rapporto coniugale di fronte alla necessità di valutare gli infiniti e complessi rapporti di dare-avere che la protratta convivenza genera, operando una ricostruzione che, in luogo di una miriade di possibili accordi innominati, faccia perno, invece, sull’individuazione di un vero e proprio contratto di definizione della crisi coniugale o, più esattamente, dei suoi aspetti patrimoniali. Tale contratto dovrebbe abbracciare ogni forma di costituzione e di trasferimento di diritti patrimoniali, compiuti con o senza controprestazione, in occasione della crisi coniugale.

E si tratterebbe di accordi tipici, in quanto ancorati alle previsioni – valorizzate in un significato diametralmente opposto a quello propugnato dal primo orientamento – dell’art. 711 c.p.c. e della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, laddove si riferiscono, rispettivamente, alle “condizioni della separazione consensuale” e alle “condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici” delle parti. A tali contratti è attribuito il nome di “contratti della crisi coniugale” o di “contratti post-matrimoniali”.

3.2. La giurisprudenza di legittimità ha più volte affrontato la problematica dei trasferimenti di diritti reali immobiliari in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto in decisioni emesse, peraltro, con riferimento a contesti fattuali spesso differenti l’uno dall’altro, e non sempre affrontando tutti i complessi profili implicati dalle due fattispecie. Sicchè è intuibile l’esigenza – avvertita dall’ordinanza di rimessione – di fare piena chiarezza sull’intera questione, attraverso una decisione che – muovendo dalla vicenda inerente un giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario – fornisca, altresì, le coordinate interpretative per la risoluzione delle problematiche, del tutto simili, anche se non identiche, implicate dal contiguo – e non agevolmente disgiungibile sul piano dogmatico – istituto della separazione consensuale dei coniugi. E ciò tenuto conto anche del fatto che talune affermazioni di principio sono state emesse proprio con riferimento a casi di separazione incardinati quando ancora la legge sul divorzio non era entrata in vigore, e sono state – dipoi – traslate a fattispecie di divorzio successive.

3.2.1. Nelle prime decisioni in materia, sebbene il problema non sia stato consapevolmente e funditus affrontato, avendo tali pronunce ad oggetto la costituzione a favore del coniuge, in sede di separazione, di un diritto reale di abitazione, o il trasferimento di beni, ma con riferimento specifico alla necessità di integrazione del contributo al mantenimento del medesimo (Cass., 12/06/1963, n. 1594; Cass., 27/10/1972, n. 3299), o al riconoscimento della proprietà esclusiva di alcuni beni al coniuge, ma in funzione divisoria (Cass., 11/11/1992, n. 12110), non si è mancato, tuttavia, di rilevare la validità della clausola, con la quale i coniugi, nel verbale di separazione consensuale, riconoscano la proprietà esclusiva di singoli beni mobili ed immobili in favore dell’uno o dell’altra.

3.2.2. Fondamentale è, per contro, una successiva pronuncia, nella quale questa Corte ha affermato che sono da ritenersi pienamente valide le clausole dell’accordo di separazione che riconoscano ad uno, o ad entrambi i coniugi, la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, ovvero che ne operino il trasferimento a favore di uno di essi al fine di assicurarne il mantenimento. Il suddetto accordo di separazione, in quanto inserito nel verbale d’udienza (redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato), assume – per vero – forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c., e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo l’omologazione che lo rende efficace, titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c., senza che la validità di trasferimenti siffatti sia esclusa dal fatto che i relativi beni ricadono nella comunione legale tra coniugi. Lo scioglimento della comunione legale dei beni fra coniugi si verifica, infatti, con effetto “ex nunc”, dal momento del passaggio in giudicato della sentenza di separazione ovvero dell’omologazione degli accordi di separazione consensuale.

La pronuncia contiene poi l’affermazione di rilievo – ai fini della risoluzione della questione oggetto di esame in questa sede secondo cui la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare, espressamente previsto dagli artt. 150 e 158 c.c. e disciplinato nei suoi aspetti formali dall’art. 711 c.p.c., il quale ne prevede la documentazione nel verbale di udienza – redatto da un ausiliario del giudice ai sensi dell’art. 126 c.p.c. – e ne subordina l’efficacia all’omologazione, attribuita alla competenza del tribunale (Cass., 15/05/1997, n. 4306).

3.2.3. In senso contrario si era, in precedenza, espressa una pronuncia – rimasta, peraltro, isolata – secondo la quale, qualora i coniugi abbiano convenuto, nell’accordo di separazione, una donazione, l’omologazione non vale a rivestire l’atto negoziale della forma dell’atto pubblico, richiesto dall’art. 782 c.c., che gli artt. 2699 e 2700 c.c., impongono sia “redatto” e “formato” dal pubblico ufficiale (Cass., 08/03/1995, n. 2700). La decisione non chiarisce, tuttavia, l’aspetto fondamentale della questione, concernente la ragione per la quale il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi, sebbene redatto dal cancelliere – che è, a sua volta, un pubblico ufficiale – con le modalità di cui all’art. 126 c.p.c., non rivesta la natura di un atto pubblico.

3.2.4. Le statuizioni contenute nella pronuncia n. 4306/1997 hanno trovato, peraltro, conferma in tutta la giurisprudenza successiva, essendosi affermato – con riferimento ad una vicenda di proposizione dell’azione revocatoria – che gli accordi di separazione personale fra i coniugi, contenenti reciproche attribuzioni patrimoniali e concernenti beni mobili o immobili, rispondono, di norma, ad uno specifico spirito di sistemazione dei rapporti in occasione dell’evento di separazione consensuale che svela una sua “tipicità” propria. Tale tipicità – intesa in senso lato, con riferimento alla finalità, comune a questi accordi, di regolare i rapporti economici a seguito della crisi di coppia – ai fini della più particolare e differenziata disciplina di cui all’art. 2901 c.c., può colorarsi dei tratti dell’obiettiva onerosità piuttosto che di quelli della gratuità, in ragione dell’eventuale ricorrenza, o meno, nel concreto, dei connotati di una sistemazione solutorio-compensativa più ampia e complessiva, di tutta quella serie di possibili rapporti aventi significati, anche solo riflessi, patrimoniali maturati nel corso della quotidiana convivenza matrimoniale (Cass., 25/10/2019, n. 27409). In tale decisione, la Corte ha ribadito che il verbale in cui le parti avevano espresso le condizioni di separazione personale costituisse a seguito dell’omologa, ed in quanto atto pubblico – titolo per la trascrizione, a norma dell’art. 2657 c.c. (in senso sostanzialmente conforme, cfr. anche Cass., 15/04/2019, n. 10443).

Ma già in precedenza, nello stesso senso della pronuncia succitata e sempre con riferimento all’esperimento dell’azione revocatoria, la Corte aveva più volte conformemente statuito sui presupposti per l’utile esperimento di tale azione contro il trasferimento immobiliare concordato in sede di separazione consensuale o di divorzio congiunto, in tal modo riconoscendone quanto meno implicitamente – la validità (in tal senso, cfr. Cass., 23/03/2004, n. 5741Cass., 26/07/2005, n. 15603Cass., 14/03/2006, n. 5473Cass., 12/04/2006, n. 8516, con riferimento alla revocatoria fallimentare, Cass., 13/05/2008, n. 11914Cass., 10/04/2013, n. 8678Cass., 05/07/2018, n. 17612).

3.2.5. Altre decisioni di legittimità hanno recepito la distinzione tra “contenuto essenziale” e “contenuto eventuale”, elaborata dalla dottrina succitata, avendo statuito che la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, che trova solo “occasione” nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata. Ne consegue che questi ultimi accordi non sono suscettibili di modifica (o conferma) in sede di ricorso “ad hoc” ex art. 710 c.p.c., o anche in sede di divorzio, la quale può riguardare unicamente le clausole aventi causa nella separazione personale, ma non i patti autonomi, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c. (Cass., 19/08/2015, n. 16909Cass., 30/08/2019, n. 21839, che ha ammesso l’azione di simulazione nei confronti di un patto, contenuto nelle condizioni di separazione consensuale omologate, che prevedeva trasferimenti immobiliari tra le parti).

Ma al di là dalla precisazione, concernente il diverso contenuto degli accordi della crisi coniugale, va rilevato come venga anche da tali decisioni sostanzialmente ribadita l’ammissibilità dei patti di trasferimento di diritti reali in sede di separazione consensuale e di accordo congiunto di divorzio.

3.2.6. Di particolare interesse – ai fini della risoluzione della questione in esame, ed a prescindere dalla peculiarità della vicenda – si palesa, altresì, una recente pronuncia nella quale si è ritenuto che la previsione di cui alla L. n. 266 del 2005art. 1, comma 497 – che attribuisce alle persone fisiche che non agiscano nell’esercizio di attività commerciali, artistiche o professionali e che abbiano acquistato immobili ad uso abitativo e relative pertinenze, la facoltà di optare per la liquidazione delle imposte di registro, ipotecarie e catastali, ai sensi del D.P.R. n. 131 del 1986art. 52, commi 4 e 5 e quindi sulla base della rendita catastale – operi anche nel caso in cui il trasferimento (nella specie, cessione di quote di una casa di civile abitazione) avvenga in via transattiva davanti all’autorità giudiziaria. Ed invero – si afferma – il verbale di conciliazione giudiziale presenta tutti gli elementi essenziali dell’atto di compravendita, essendo il giudice, al pari di un notaio, un pubblico ufficiale ed assumendo detto verbale il valore di vero e proprio atto pubblico (Cass., 30/10/2020, n. 24087).

In tale decisione la Corte perviene, pertanto, all’equiparazione, sotto i profili del contenuto e della forma, delle cessioni di immobili abitativi perfezionate con atto notarile e dei trasferimenti effettuati in sede di conciliazione giudiziale, proprio sulla scorta della giurisprudenza succitata in materia di trasferimenti concordati in sede di separazione consensuale e divorzio congiunto.

3.2.7. Ulteriori implicite conferme in tal senso provengono, peraltro, anche da una serie di decisioni in materia fiscale, concernenti l’applicazione del disposto della L. 6 marzo 1987, n. 74art. 19, che, nel testo risultante dalle pronunce di illegittimità costituzionale nn. 176 del 1992 e 154 del 1999, stabilisce l’esenzione “dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa” per tutti i provvedimenti giudiziali resi nelle cause di divorzio o di separazione dei coniugi. Si è, invero, affermato che le agevolazioni di cui alla L. n. 74 del 1987art. 19, operano con riferimento a tutti gli atti e convenzioni che i coniugi pongono in essere nell’intento di regolare sotto il controllo del giudice i loro rapporti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla separazione personale, ivi compresi gli accordi che contengono il riconoscimento o il trasferimento della proprietà esclusiva di beni mobili ed immobili all’uno o all’altro coniuge. Tale agevolazione si estende ad ogni tipo di “tassazione”, indipendentemente dalla natura di imposta o di tassa in senso proprio del tributo concretamente in discussione (Cass., 22/05/2002, n. 7493; Cass., 28/10/2003, n. 16171; Cass. 03/02/2016, n. 2111).

E l’esenzione è stata riconosciuta anche agli atti stipulati a seguito dell’assunzione del solo obbligo di trasferimento in sede di separazione consensuale o di divorzio congiunto, in favore di alcuno dei coniugi o dei figli, senza che sia posto in essere dalle parti un accordo traslativo definitivo (Cass., 28/06/2013, n. 16348Cass., 30/05/2005, n. 11458).

3.2.8. Del tutto incontroversa, nella giurisprudenza di questa Corte, è peraltro l’ammissibilità – sul piano generale, anche a prescindere dalla materia fiscale – della sola assunzione dell’obbligo di trasferire la proprietà di un bene, o altro diritto reale, con gli accordi di separazione o di divorzio. Sotto tale profilo, può anzi affermarsi che qualsiasi clausola che sia in grado di soddisfare gli interessi delle parti a regolare consensualmente – in quel particolare e delicato contesto costituito dalla crisi coniugale – gli aspetti economici della vicenda in atto, sia essa di mero accertamento della proprietà di un bene immobile, ovvero di cessione definitiva del bene stesso, o ancora di assunzione dell’obbligo di trasferirlo, è stata ritenuta egualmente ammissibile e valida dalla giurisprudenza di legittimità.

3.2.8.1. In tal senso, si è statuito, infatti, che è di per sè valida la clausola dell’accordo di separazione che contenga l'”impegno” di uno dei coniugi, al fine di concorrere al mantenimento del figlio minore, di trasferire, in suo favore, la piena proprietà di un bene immobile, trattandosi di pattuizione che dà vita ad un “contratto atipico”, distinto dalle convenzioni matrimoniali ex art. 162 c.c. e dalle donazioni, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico, ai sensi dell’art. 1322 c.c. (Cass. 17/06/2004, n. 11342).

3.2.8.2. Nella medesima prospettiva si pone l’affermazione secondo cui l’obbligo di mantenimento nei confronti della prole ben può essere adempiuto con l’attribuzione definitiva di beni, o con l’impegno ad effettuare detta attribuzione, piuttosto che attraverso una prestazione patrimoniale periodica, sulla base di accordi costituenti espressione di autonomia contrattuale, con i quali vengono, peraltro, regolate solo le concrete modalità di adempimento di una prestazione comunque dovuta. Si è precisato, pertanto, che la pattuizione conclusa in sede di separazione personale dei coniugi non esime il giudice, chiamato a pronunciarsi nel giudizio di divorzio, dal verificare se essa abbia avuto ad oggetto la sola pretesa azionata nella causa di separazione ovvero se sia stata conclusa a tacitazione di ogni pretesa successiva, e, in tale seconda ipotesi, dall’accertare se, nella sua concreta attuazione, essa abbia lasciato anche solo in parte inadempiuto l’obbligo di mantenimento nei confronti della prole, in caso affermativo emettendo i provvedimenti idonei ad assicurare detto mantenimento (Cass., 02/02/2005, n. 2088).

L’obbligo di mantenimento dei figli minori (ovvero maggiorenni non autosufficienti) può essere, per vero, legittimamente adempiuto dai genitori – nella crisi coniugale – mediante un accordo che, in sede di separazione personale o di divorzio, attribuisca direttamente – o impegni il promittente ad attribuire – la proprietà di beni mobili o immobili ai figli, senza che tale accordo (formalmente rientrante nelle previsioni, rispettivamente, degli artt. 155158711 c.c. e della L. n. 898 del 1970artt. 4 e 6 e sostanzialmente costituente applicazione della “regula iuris” di cui all’art. 1322 c.c., attesa la indiscutibile meritevolezza di tutela degli interessi perseguiti) integri gli estremi della liberalità donativa, ma assolvendo esso, di converso, ad una funzione solutorio-compensativa dell’obbligo di mantenimento. L’accordo in parola, comporta l’immediata e definitiva acquisizione al patrimonio dei figli della proprietà dei beni che i genitori abbiano loro attribuito, o si siano impegnati ad attribuire; di talchè, in questa seconda ipotesi, il correlativo obbligo, è suscettibile di esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c. (Cass., 21/02/2006, n. 3747Cass., 23/09/2013, n. 21736, secondo cui tale pattuizione non è affetta da nullità, non essendo in contrasto con norme imperative, nè con diritti indisponibili).

3.2.8.3. E’ indifferente, in definitiva, nella giurisprudenza di questa Corte, la modalità con la quale il regolamento di interessi avvenga, purchè esso sia idoneo a garantire un soddisfacente assetto dei rapporti tra le parti – per un futuro nel quale la convivenza coniugale si avvia verso un esito di separazione o di scioglimento – in tempi ragionevoli che consentano di chiudere la crisi al più presto, quanto meno sul piano economico. Ed in tale prospettiva – come in seguito si dirà – lo strumento più adeguato si palesa proprio il trasferimento immobiliare definitivo, escluso invece – nel caso di specie – dalla sentenza impugnata.

3.2.9. Una ulteriore chiara indicazione in senso favorevole all’ammissibilità degli accordi traslativi in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto proviene, infine, da una pronuncia in materia di “negoziazione assistita”, secondo la quale, ogni qualvolta l’accordo stabilito tra i coniugi, al fine di giungere ad una soluzione consensuale della separazione personale, ricomprenda anche il trasferimento di uno o più diritti di proprietà su beni immobili, la disciplina di cui al D.L. n. 132 del 2014art. 6, convertito dalla L. n. 162 del 2014, deve necessariamente integrarsi con quella di cui del medesimo D.L. n. 132, art. 5, comma 3. Ne consegue che, per procedere alla trascrizione dell’accordo di separazione, contenente anche un atto negoziale comportante un trasferimento immobiliare, è necessaria l’autenticazione del verbale di accordo da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato, ai sensi dell’art. 5, comma 3, succitato (Cass., 21/01/2020, n. 1202).

La pronuncia costituisce, non soltanto una conferma dell’ammissibilità di siffatti accordi nella sistemazione dei rapporti economici nella crisi coniugale, ma anche della non esclusività della funzione certificatoria in capo al notaio, essendo a quest’ultimo equiparabile qualunque pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

3.3. In senso contrario rispetto alle coordinate interpretative tracciate dalla giurisprudenza di legittimità, si è – per contro espressa la maggior parte delle pronunce rese dai giudici di merito, prevalentemente orientati a negale le possibilità di intese immediatamente traslative all’interno del verbale di separazione consensuale o di divorzio congiunto.

3.3.1. Riprendendo la distinzione – come si è visto, operata dalla dottrina e della giurisprudenza di legittimità – tra contenuto necessario e contenuto eventuale degli accordi di separazione, la maggior parte delle decisioni ha ritenuto, invero, che quest’ultimo non possa ricomprendere negoziazioni prive dei requisiti formali e sostanziali necessari per la loro validità, come gli atti traslativi definitivi, ciò rientrando in un dovere funzionale volto al rispetto dei principi generali dell’ordinamento, segnatamente in materia di trascrizione di tali atti e di certezza e regolarità dei trasferimenti immobiliari. Le parti, in tale prospettiva, ben potrebbero integrare le clausole costituenti il contenuto necessario delle pattuizioni di separazione e di divorzio, ma dovrebbero ricorrere “alla tecnica obbligatoria”, e non a quella reale, pena la possibile vanificazione dello strumento di tutela prescelto” Tale soluzione, si afferma, sarebbe ora confermata dalla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis, con il quale la legge avrebbe demandato al notaio, e non ad altri operatori, il compito della individuazione e della verifica catastale, nella fase di stesura degli atti traslativi, in tal modo mostrando di voler concentrare, nell’alveo naturale del rogito notarile, il controllo indiretto statale sugli atti di trasferimento immobiliare, a tutela degli interessi ad essi sottesi. Nè il giudice potrebbe, nemmeno in sede di volontaria giurisdizione, svolgere alcun potere certificativo e attributivo della pubblica fede alle dichiarazioni negoziali delle parti (ex plurimis, Trib. Milano, 06/12/2009, in Fam. dir., 2011, 937; Trib. Milano, 21/05/2013, in Fam. Dir., 2014, 600 e ss.; Trib. Firenze, 29/09/1989, in Riv. not., 1992, 595; Trib. Firenze, 07/02/1992, in Dir. fam e pers., 1992, 731). Per il che, il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi non costituirebbe nè atto pubblico, nè scrittura privata autenticata, bensì una semplice scrittura privata, la cui efficacia nei confronti del terzi è sottoposta alla necessaria ripetizione del contratto nella forma dell’atto pubblico notarile, ai fini della trascrizione ai sensi dell’art. 2657 c.c. (Trib. Napoli, 16/04/1997, in Fam. Dir., 1997, 420).

In tale orientamento si iscrivono altresì le decisioni – emesse nel caso di specie – dal Tribunale di Pesaro n. 933/2016 e dalla Corte d’appello di Ancona n. 583/2017.

3.3.2. Sebbene la giurisprudenza di merito, e le prassi ed i protocolli – uno di essi menzionato dai ricorrenti, relativo al Tribunale di Pesaro – si siano espressi in massima parte in senso contrario all’ammissibilità dei trasferimenti immobiliari ad effetti reali in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto, non mancano, tuttavia, diverse decisioni di segno contrario, conformi alla giurisprudenza di legittimità succitata.

Si è affermato, infatti, in tal senso, che la clausola di un accordo traslativo della proprietà di un bene immobile, in quanto inserita nel verbale d’udienza, assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo l’omologazione che lo rende efficace, titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c.. Il verbale di separazione consensuale, contenente clausole relative al trasferimento di immobili tra i coniugi, costituisce invero un vero e proprio contratto atipico, con cui le parti intendono attuare un regolamento dei loro rapporti in occasione della separazione, ed è un atto pubblico costituente valido titolo per la trascrizione (Trib. Salerno, 04/07/2006, in Fam e dir., 2007, 63; Trib. Pistoia, 01/02/1996, in Riv. not., 1997, 1421; App. Genova, 27/05/1997, in Dir. fam. e pers., 1998, 572; App. Milano, 12/01/2010, in Fam. dir., 2011, 589).

3.4. Tale essendo il quadro dottrinale e giurisprudenziale di riferimento, ritengono queste Sezioni Unite che l’orientamento secondo il quale in sede di divorzio congiunto e di separazione consensuale siano ammissibili accordi tra le parti, che non si limitino all’assunzione di un mero obbligo preliminare, ma attuino in via diretta ed immediata il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi, meriti di essere condiviso e confermato, con le precisazioni che si passa ad esporre.

3.4.1. La vicenda in ordine alla quale è stata operata la rimessione alle Sezioni Unite di questa Corte attiene ad un caso in cui le parti, con un accordo del 6 luglio 2016, avevano chiesto consensualmente al Tribunale di Pesaro la pronuncia della cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario da essi celebrato, prevedendo, tra le altre condizioni dell’accordo, il trasferimento definitivo a favore dei figli della coppia, maggiorenni economicamente non autosufficienti, della quota del 50% della nuda proprietà spettante al padre sull’immobile adibito a casa coniugale, nonchè il trasferimento, da parte del marito alla moglie, dell’usufrutto sulla propria quota dell’immobile.

La fattispecie concreta concerne, pertanto, non la separazione consensuale tra i coniugi, bensì il divorzio congiuntamente richiesto dai medesimi, ai sensi della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16. E tuttavia, come dianzi detto, i due istituti – pur presentando innegabili diversità sul piano della disciplina – si presentano strettamente connessi l’uno all’altro sul piano dogmatico. Ed invero, ad accomunare le due fattispecie è certamente la connotazione presente in entrambe – dell’essere finalizzate ad ottenere mediante il consenso dei coniugi, piuttosto che con la pronuncia costitutiva del giudice, le divisate modificazioni dello status coniugale, con le conseguenti ricadute sull’affidamento ed il mantenimento della prole, ove esistente, e sui profili economici concernenti i rapporti tra i coniugi stessi.

3.4.2. E tuttavia, è innegabile la sussistenza di diverse differenza tra i due istituti sul piano della rispettiva disciplina giuridica.

3.4.2.1. Una prima differenza tra il giudizio di separazione consensuale e quello di divorzio su domanda congiunta è ravvisabile, invero, nel fatto che, in quest’ultima fattispecie, il procedimento non termina con l’omologazione da parte del Tribunale, bensì con una sentenza emessa all’esito dell’audizione dei coniugi, e con la quale il collegio giudicante è tenuto a verificare la sussistenza dei presupposti di legge – in particolare se la comunione tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita – ed a verificare “la rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli”. La mancata corrispondenza a tale interesse comporterà l’apertura della procedura contenziosa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, comma 8 (art. 4, comma 16).

3.4.2.2. Ed è questa una seconda differenza di regime giuridico con la separazione consensuale, nella quale – qualora l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento ed al mantenimento dei figli sia contrario agli interessi di questi ultimi, il Tribunale – nel caso in cui le modifiche proposte non siano state idoneamente eseguite – “può rifiutare allo stato l’omologazione” (art. 158 c.c., comma 2).

3.4.3. La dottrina che si è occupata del procedimento di divorzio congiunto è pervenuta a conclusioni non del tutto univoche, anche se tra gli autori più recenti è dato registrare una maggiore uniformità di vedute.

3.4.3.1. Secondo una prima opinione, il procedimento disciplinato dalla L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, condotto in Camera di consiglio e senza istruttoria, assume connotazioni particolari, ma è pur sempre un procedimento contenzioso e la decisione ha la forma e la sostanza della sentenza. Il tribunale non si limita ad omologare il consenso dei coniugi, perchè la presentazione della domanda congiunta costituisce il presupposto per la trattazione della causa secondo un rito “abbreviato”, ma devono pur sempre essere accertate le condizioni per pronunciare il divorzio, proprio come avviene nei giudizi contenziosi. Nella medesima prospettiva, si è pertanto sostenuto che la sentenza che conclude siffatto procedimento presenta una duplice natura, ossia di accertamento costitutivo, quanto all’esame dei presupposti di legge ed alla pronuncia di divorzio, e dichiarativa dell’efficacia delle condizioni volute dalle parti.

3.4.3.2. Altra dottrina, senza peraltro porsi il problema della valenza del verbale di comparizione dei coniugi che riporti le condizioni concordate dai coniugi, ritiene che il ricorso a firma congiunta sia un qualcosa in meno dell’accordo in sede di separazione consensuale, poichè non avrebbe alcun contenuto negoziale e si risolverebbe semplicemente in una domanda comune rivolta al Tribunale, nell’aspirazione ad ottenere un certo provvedimento, avente un contenuto concordemente divisato dalle parti.

3.4.3.3. Su posizione diametralmente opposta sembra, tuttavia, ormai collocarsi la dottrina di gran lunga prevalente, secondo la quale l’accordo posto a base di tale procedimento avrebbe chiara natura negoziale, rilevando il parallelismo e la connotazione causale identici all’accordo concluso tra coniugi in sede di separazione consensuale, dalla quale si distingue solo per il preliminare accertamento dei requisiti di legge per dichiarare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Secondo tale tesi, a prescindere dalla forma del provvedimento finale, il divorzio su domanda congiunta non costituisce un giudizio contenzioso, ma un procedimento di giurisdizione volontaria, nel quale gli accordi delle parti non possono essere sindacati dal giudice, se non per quanto riguarda le statuizioni riguardanti i figli minori, ferma restando la decisione sulla sussistenza dei presupposti per la pronuncia di divorzio. Al di fuori di tale profilo, l’attività del Tribunale è ritenuta sostanzialmente vincolata, tant’è che gli effetti patrimoniali del divorzio vengono ricondotti all’accordo delle parti, riportati nel verbale di comparizione davanti al collegio, anzichè alla determinazione del giudice, che è assimilata a una mera omologa all’esito di un procedimento di controllo sul rispetto delle norme inderogabili dell’ordinamento vigente. Ciò che rileva – si ribadisce è che, in caso di divorzio su domanda congiunta, la fonte della regolamentazione dei rapporti tra gli ex coniugi divorziati va ravvisata nell’accordo delle parti e non nella sentenza.

3.4.4. La giurisprudenza di questa Corte ha recepito in parte ciascuna delle diverse elaborazioni della dottrina, muovendo da un dato inequivocabile di diritto positivo, costituito dal disposto della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, secondo cui il Tribunale decide con sentenza verificando esclusivamente “la sussistenza dei presupposti di legge” e valutando “la rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli”.

3.4.4.1. In tal senso – accomunando le due fattispecie, che al di là della diversità di disciplina presentano l’evidenziato tratto comune della consensualità – si è affermato che, in caso di separazione consensuale o di divorzio congiunto (o su conclusioni conformi), la sentenza incide sul vincolo matrimoniale, ma sull’accordo tra i coniugi. Essa realizza pertanto – in funzione di tutela dei diritti indisponibili del soggetto più debole e dei figli – un controllo solo esterno su tale accordo, attesa la natura negoziale dello stesso, da affermarsi in ragione dell’ormai avvenuto superamento della concezione che ritiene la preminenza di un interesse superiore e trascendente della famiglia rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti. Ne consegue che i coniugi ben possono concordare, con il limite del rispetto dei diritti indisponibili, non solo gli aspetti patrimoniali, ma anche quelli personali della vita familiare, quali, in particolare, l’affidamento dei figli e le modalità di visita dei genitori (Cass., 20/08/2014, n. 18066Cass., 13/02/2018, n. 10463).

3.4.4.2. Nel medesimo ordine di idee si pone la successiva pronuncia, con la quale questa Corte – affrontando un caso di revoca unilaterale del consenso da parte di uno dei coniugi – ha stabilito che il Tribunale deve comunque provvedere all’accertamento dei presupposti per la pronuncia richiesta, per poi procedere, in caso di esito positivo della verifica, all’esame delle condizioni concordate dai coniugi, valutandone esclusivamente la conformità a norme inderogabili ed agli interessi dei figli minori.

Infatti, a differenza di quanto avviene nel procedimento di separazione consensuale, la domanda congiunta di divorzio dà luogo ad un procedimento che si conclude con una sentenza costitutiva, nell’ambito del quale l’accordo sotteso alla relativa domanda riveste natura meramente ricognitiva, con riferimento alla sussistenza dei presupposti necessari per lo scioglimento del vincolo coniugale della L. n. 898 del 1970, ex art. 3, mentre ha valore negoziale per quanto concerne la prole ed i rapporti economici. Il che consente al tribunale di intervenire su tali accordi soltanto nel caso in cui essi risultino contrari a norme inderogabili, con l’adozione di provvedimenti temporanei ed urgenti e la prosecuzione del giudizio nelle forme contenziose (Cass., 24/07/2018, n. 19540).

3.4.4.3. E’ del tutto evidente, pertanto, che – ferma la natura costituiva della sentenza che definisce il procedimento di divorzio a domanda congiunta, con la peculiarità che siffatta pronuncia è emessa sull’accordo delle parti, sia pure avente natura ricognitiva dei presupposti per la pronuncia sullo status, che il Tribunale ha comunque il dovere di verificare – la sentenza in parola viene a rivestire un valore meramente dichiarativo, o di presa d’atto, invece, quanto alle condizioni “inerenti alla prole ed ai rapporti economici”, che la domanda congiunta di divorzio deve “compiutamente” indicare. Fermo il limite invalicabile costituito dalla necessaria mancanza di un contrasto tra gli accordi patrimoniali e norme inderogabili, e dal fatto che gli accordi non collidano con l’interesse dei figli, in special modo se minori.

3.4.5. La pacifica – secondo tutta la giurisprudenza di legittimità succitata – natura negoziale degli accordi dei coniugi, equiparabili a pattuizioni atipiche ex art. 1322 c.c., comma 2, comporta pertanto che – al di fuori delle specifiche ipotesi succitate – nessun sindacato può esercitare il giudice del divorzio sulle pattuizione stipulate dalle parti, e riprodotte nel verbale di separazione. Come del resto – sul piano generale – il giudice non può sindacare qualsiasi accordo di natura contrattuale privato, che corrisponda ad una fattispecie tipica, libere essendo le parti di determinarne liberamente il contenuto (art. 1322 c.c., comma 1), fermo esclusivamente il rispetto dei limiti imposti dalla legge a presidio della liceità delle contrattazioni private e, se si tratta di pattuizioni atipiche, sempre che l’accordo sia anche meritevole di tutela secondo l’ordinamento (art. 1322 c.c., comma 2).

3.4.6. E’ del tutto evidente, pertanto, che l’impostazione seguita – nel caso di specie – dalla Corte d’appello si è tradotta, in concreto, in un limite ingiustificato all’esplicazione dell’autonomia privata, che potrebbe dispiegarsi – ad avviso della Corte territoriale esclusivamente in direzione di un accordo obbligatorio, avente il valore sostanziale di un preliminare, e non di un atto traslativo definitivo. L’operazione ermeneutica che ne è derivata si è concretata, pertanto, in una sorta di peculiare – quanto inammissibile – “conversione” dell’atto di autonomia, che da trasferimento definitivo è stato trasformato d’ufficio, dal giudice, in un mero obbligo di trasferimento immobiliare.

Ed invero, il giudice di secondo grado ha confermato, sul punto, l’impostazione operata dal primo giudice, secondo cui le condizioni stabilite dalle parti vanno precisate nel senso che “i trasferimenti immobiliari indicati nelle condizioni siano da intendersi come impegni preliminari di vendita e di acquisto”.

3.4.7. Per converso, in una lettura costituzionalmente orientata che tenga conto de fondamento costituzionale dell’autonomia privata, ravvisabile negli artt. 2341 (Corte Cost., sent. n. 60 del 1968) e 42 Cost. – è evidente che una restrizione dell’autonomia, per di più in presenza di una situazione di crisi coniugale che impone, anche sul piano solidaristico, una soluzione il più celere possibile quanto meno delle questioni economiche che possono tradursi in ulteriori motivi di contrasto tra i coniugi, la soluzione propugnata dalla Corte territoriale non può ritenersi condivisibile. Basti, per vero, por mente all’evenienza, di certo tutt’altro che improbabile, che – in caso di inadempimento, per qualsiasi ragione, dell’obbligato alla promessa di trasferimento della proprietà di beni, in sede di accordi di separazione consensuale o di divorzio congiunto – la controparte di siffatti accordi non potrà che intraprendere dovendo escludersi anche una risoluzione del patto per inadempimento, non trattandosi di un contratto sinallagmatico, bensì dell’adempimento di un dovere di mantenimento previsto dalla legge (Cass., 17/06/2004, n. 11342) – di un lungo ed incerto giudizio di esecuzione specifica dell’obbligo, ai sensi dell’art. 2932 c.c.. Con evidente levitazione dei costi, che verrebbero ad incidere su di una situazione già fortemente compromessa sul piano economico.

3.4.8. D’altro canto, tale soluzione contrasta con la rilevata assenza – sul piano generale, e fatte salve le verifiche che il Tribunale è tenuto ad operare nelle singole fattispecie concrete – di profili di illiceità o di meritevolezza di siffatti accordi.

3.4.9. Nè la diversa opzione interpretativa può efficacemente fondarsi, a giudizio di queste Sezioni Unite, sulla disposizione della L. 27 febbraio 1985, n. 52art. 29, comma 1-bis, introdotto dal D.L. n. 78 del 2010art. 19, comma 14, a norma del quale “Gli atti pubblici e le scritture private autenticate tra vivi aventi ad oggetto il trasferimento, la costituzione o lo scioglimento di comunione di diritti reali su fabbricati già esistenti, ad esclusione dei diritti reali di garanzia, devono contenere, per le unità immobiliari urbane, a pena di nullità, oltre all’identificazione catastale, il riferimento alle planimetrie depositate in catasto e la dichiarazione, resa in atti dagli intestatari, della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie, sulla base delle disposizioni vigenti in materia catastale. La predetta dichiarazione può essere sostituita da un’attestazione di conformità rilasciata da un tecnico abilitato alla presentazione degli atti di aggiornamento catastale. Prima della stipula dei predetti atti il notaio individua gli intestatari catastali e verifica la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari”.

E’ di chiara evidenza, infatti, che il tenore letterale della norma fonda la previsione di nullità sulla mancanza nell’atto dell'”identificazione catastale”, nonchè del “riferimento alle planimetrie depositate in catasto” e della “la dichiarazione, resa in atti dagli intestatari, della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie, sulla base delle disposizioni vigenti in materia catastale”. Si tratta dunque, com’è del tutto evidente, di una nullità testuale (art. 1418 c.c.) di carattere oggettivo che, a prescindere dalla esattezza e veridicità degli allegati e della dichiarazione, determina la nullità dell’atto per la sua sola mancanza (per un’ipotesi non dissimile, Cass. Sez. U., 22/03/2019, n. 8230).

3.4.10. Tale nullità non è ancorabile, pertanto, al soggetto che compie tale accertamento – neppure individuato nella prima parte dell’art. 29 succitato – ben potendo la nullità stessa verificarsi qualunque sia il soggetto che roga l’atto, sia esso un notaio o anche le parti private nella scrittura privata autenticata. Il che risulta confermato dal fatto che l’unica previsione che si riferisce al notaio, contenuta nell’ultima parte della norma (individuazione degli intestatari catastali e verifica della loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari), non è sanzionata dalla nullità dell’atto.

Ne discende che l’accordo traslativo adottato in sede di divorzio ma mutatis mutandis il principio, per le ragioni suesposte, è applicabile anche alla separazione consensuale, nella quale l’atto traslativo è riconducibile alla parte negoziale eventuale dell’accordo, ai sensi degli artt. 150 e 158 c.c., ma l’atto, non essendo espressamente previsto e disciplinato dalla legge, ha natura atipica deve contenere tutte le indicazioni richieste, a pena di nullità, dalla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis.

3.4.11. Sotto tale profilo, è evidente che il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi redatto dal cancelliere ai sensi dell’art. 126 c.p.c., che – per intanto – realizza l’esigenza della forma scritta dei trasferimenti immobiliari, richiesta dall’art. 1350 c.c., è – come dianzi detto – un atto pubblico avente fede privilegiata, fino a querela di falso, sia della provenienza dal cancelliere che lo redige e degli atti da questi compiuti, sia dei fatti che egli attesta essere avvenuti in sua presenza (oltre alle decisioni succitate, cfr. Cass., 12/01/2009, n. 440Cass. 11/12/2014, n. 26105).

E’ stato già chiarito, infatti, che la dominante giurisprudenza di legittimità e una parte della dottrina ammettono la possibilità di attribuzioni patrimoniali tra coniugi in sede di separazione consensuale e di divorzio su domanda congiunta, ritenendo che le relative pattuizioni, quando operino il trasferimento in favore di uno di essi o di terzi di beni immobili, in quanto inserite nel verbale di udienza, redatto da un ausiliario del giudice e diretto a far fede di ciò che in esso è attestato, devono ritenersi, stipulate nella forma di atto pubblico, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 2699 c.c. e quindi trascrivibili, ai sensi dell’art. 2657 c.c.. Secondo tale opinione, al cancelliere (esattamente come al giudice) compete la qualifica di pubblico ufficiale e lo svolgimento delle formalità relative all’udienza, ivi compresa la stesura del verbale, rientra nell’esercizio di una pubblica funzione (cfr. art. 357 c.p.); sicchè gli atti redatti o formati con il suo concorso, nell’ambito delle funzioni al medesimo attribuite, e con l’osservanza delle formalità prescritte dalla legge, costituiscono atti pubblici ai sensi dell’art. 2699 c.c..

Gli incombenti relativi alla verifica della coincidenza dell’intestatario catastale con il soggetto risultante dai registri immobiliari – previsti dall’ultima parte della L. n. 52 del 1985art. 29 – ben possono, di conseguenza, essere eseguiti dall’ausiliario del giudice, sulla base della documentazione che le parti saranno tenute a produrre, se del caso mediante un protocollo che ciascun ufficio giudiziario – come accade già in diversi Tribunali potrà predisporre d’intesa con il locale Consiglio dell’ordine degli avvocati.

3.4.12. L’opzione interpretativa che queste Sezioni Unite intendono privilegiare, è, d’altra parte, in linea con le affermazioni della più recente giurisprudenza di questa Corte, emesse con specifico riferimento alla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis. Si è – per vero – anzitutto affermato, al riguardo, che la dichiarazione richiesta dal D.L. 31 maggio 2010, n. 78art. 19, comma 14, conv. in L. 30 luglio 2010, n. 122, riguarda la conformità allo stato di fatto non della sola planimetria dell’immobile, ma anche dei dati catastali, questi ultimi costituendo gli elementi oggettivi di riscontro delle caratteristiche patrimoniali del bene, rilevanti ai fini fiscali. L’omissione – ma limitatamente a tale dichiarazione – determina, pertanto, la nullità assoluta dell’atto, perchè la norma ha una finalità pubblicistica di contrasto all’evasione fiscale, conseguendone la responsabilità disciplinare del notaio, ai sensi della L. 16 febbraio 1913, n. 89art. 28, comma 1 (Cass., 11/04/2014, n. 8611Cass., 21/07/2016, n. 15073Cass., 03/06/2016, n. 11507Cass., 29/08/2019, n. 21828).

3.4.13. Quanto all’ambito di applicazione delle prescrizioni riguardanti le informazioni e le dichiarazioni catastali, previste a pena di nullità, la tesi minoritaria secondo la quale il perimetro applicativo della norma sarebbe circoscritto allo schema dell’atto negoziale notarile (sia esso l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata), con esclusione, oltre che delle scritture private semplici, anche degli atti pubblici amministrativi o giudiziari, che producano gli stessi effetti giuridici indicati dalla norma, è smentito dall’orientamento assolutamente maggioritario della dottrina.

La maggioranza degli interpreti considera, per vero, necessaria una interpretazione estensiva e adeguatrice della disposizione in esame, che la rende applicabile agli atti di categoria diversa che trasferiscano o costituiscano diritti reali (o sciolgano la comunione dei relativi diritti). Si ritiene, in sostanza, che, pur essendo la norma rivolta anzitutto agli atti formati o autenticati dal notaio, essa sia, comunque, applicabile a tutti gli atti amministrativi che producono i medesimi effetti, quali i decreti di trasferimento per espropriazione, ed anche agli atti giudiziari, come le sentenze costitutive ex art. 2932 c.c.. Se non si aderisse alla tesi estensiva – non si manca di rilevare, altresì, da autorevole dottrina – si porrebbe il più generale problema della configurabilità dei trasferimenti immobiliari nei verbali di conciliazione ex art. 185 c.p.c., aventi certamente natura negoziale, ancorchè redatti con l’intervento del giudice a definizione di una controversia pendente (in tal senso, cfr. Cass., 26/02/2014, n. 4564Cass., 28/06/2007, n. 14911

Cass. civ., Sez. V, Sent., (data ud. 24/05/2007) 28/06/2007, n. 14911

).

3.4.14. Alla tesi dominante ha, peraltro, aderito la giurisprudenza più recente di questa Corte, secondo la quale il mancato riscontro, da parte del giudice investito di una domanda di adempimento del contratto in forma specifica ex art. 2932 c.c., della sussistenza della condizione dell’azione costituita dalla presenza in atti delle menzioni catastali di cui della L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1 bis, costituisce un “error in iudicando” censurabile in cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e non un vizio di contenuto-forma produttivo di nullità della sentenza. Gli effetti di tale errore, pertanto, si esauriscono all’interno del processo e non producono alcuna conseguenza sul piano della idoneità della sentenza ad essere trascritta nei registri immobiliari (Cass., 25/06/2020, n. 12654).

In una successiva pronuncia, questa Corte ha affrontato, poi, anche la questione relativa alla portata dell’ultima parte della L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis. La decisione – per vero ribadisce che nel giudizio di esecuzione in forma specifica dell’obbligo di concludere un contratto di trasferimento immobiliare relativo ad un fabbricato già esistente, la conformità catastale oggettiva di cui alla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1 bis, costituisce una condizione dell’azione e deve formare oggetto di accertamento da parte del giudice, che non può accogliere la domanda ove la presenza delle menzioni catastali difetti al momento della decisione. Si afferma, peraltro, che il giudice non è, viceversa, tenuto a verificare la ricorrenza della c.d. conformità catastale soggettiva, consistente nella coincidenza del promittente venditore con l’intestatario catastale del bene, in quanto essa non costituisce una condizione dell’azione e la sua mancanza non impedisce l’emissione di una sentenza costitutiva di trasferimento del fabbricato ex art. 2932 c.c. (Cass., 29/09/2020, n. 20526).

3.4.15. Deve ritenersi, pertanto, che la disposizione succitata non sia applicabile esclusivamente agli atti compiuti con il ministero del notaio, ma si attagli invece a tutti i trasferimenti immobiliari che, oltre che in forma giudiziale, ai sensi dell’art. 2932 c.c., ben possono essere effettuati anche in un verbale di conciliazione giudiziale o in un verbale di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta. D’altro canto, si osserva da parte di attenta dottrina, della L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1 bis, ultimo periodo, il legislatore ha certamente detto meno di quanto volesse, usando il riferimento al notaio come indicativo dell’accertamento che deve essere compiuto in ogni caso di redazione dell’atto da parte del un pubblico ufficiale. Se, invero, avesse voluto imporre l’intervento del solo notaio, il legislatore avrebbe dovuto chiarire che introduceva una norma in deroga all’art. 1350 c.c., sia pure limitatamente alle unità immobiliari urbane, mentre nulla ha disposto sul punto, dovendo pertanto ritenersi ancora pienamente lecite, e valide, semplici scritture private, che riportino trasferimenti o costituzioni di diritti reali, o scioglimento delle relative comunioni.

Secondo i sostenitori di tale tesi, un’opinione contraria renderebbe, d’altro canto, la norma intrinsecamente incoerente, visto che, da una parte, legittima la possibilità di realizzare atti dispositivi anche con scritture private e, dall’altra, impone la redazione di tali atti da parte del notaio. A ciò viene aggiunta la considerazione che la violazione della disposizione sulla conformità soggettiva – come dianzi detto – non è assistita, come per la violazione di quelle conformità oggettiva, dalla sanzione della nullità, sicchè, se non vi è nullità, e nessuna altra conseguenza è prevista, diviene difficile sostenere che, in forza di tale norma, solo il notaio possa compiere gli atti in esame.

3.5. Dando, conclusivamente, risposta al quesito posto dall’ordinanza di rimessione, queste Sezioni Unite affermano i seguenti principi di diritto: “sono valide le clausole dell’accordo di divorzio a domanda congiunta, o di separazione consensuale, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, o di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi, o dei figli, al fine di assicurarne il mantenimento; il suddetto accordo di divorzio o di separazione, in quanto inserito nel verbale d’udienza, redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato, assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell’art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo la sentenza di divorzio resa ai sensi della L. n. 898 del 1970art. 4, comma 16, che, in relazione alle pattuizioni aventi ad oggetto le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, ha valore di pronuncia dichiarativa, ovvero dopo l’omologazione che lo rende efficace, valido titolo per la trascrizione a norma dell’art. 2657 c.c.; la validità dei trasferimenti immobiliari presuppone l’attestazione, da parte del cancelliere, che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui alla L. n. 52 del 1985art. 29, comma 1-bis; non produce nullità del trasferimento, il mancato compimento, da parte dell’ausiliario, dell’ulteriore verifica circa l’intestatario catastale dei beni trasferiti e la sua conformità con le risultanze dei registri immobiliari”.

  1. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere, pertanto, accolto. La sentenza impugnata va, di conseguenza, cassata con rinvio alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione, che dovrà procedere a nuovo esame del merito della controversia, facendo applicazione dei principi di diritto suesposti.
  2. Nessuna statuizione va emessa sulle spese del presente giudizio, trattandosi di ricorso congiunto.

P.Q.M.

La Corte, pronunciando a Sezioni Unite, accoglie il ricorso; cassa l’impugnata sentenza con rinvio alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione.

Dispone, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52, che in caso di diffusione della presente sentenza si omettano le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2021

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AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI E DIVORZI BOLOGNA

AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI E DIVORZI BOLOGNA   051 6447838

Corte d’Appello Roma Sez. II, Sent.06/09/2021

… L.”, si era vista costretta ad allontanarsi dalla casa coniugale, sebbene fosse di sua esclusiva proprietà, “al fine di proteggere la propria incolumità psico-fisica”, e che successivamente aveva incardinato dinanzi al Tribunale di Roma un apposito procedimento di separazione giudiziale, all’esito del quale il Presidente, con specifico riferimento alla sorte dell’immobile, aveva stabilito che “la casa coniugale, in difetto di prole, la quale soltanto consente la costituzione di un diritto di godimento che si sovrapponga al titolo di proprietà in capo all’altro coniuge, non poteva essere assegnata”, sicché ogni questione al riguardo esistente tra i coniugi -peraltro già fisicamente separati- avrebbe dovuto essere regolata “in base alle norme sulla (com)proprietà o possesso”. … L. si limitò a prospettare l’eventualità dell’esistenza di un rapporto in tal senso solo nelle conclusioni, senza formulare alcuna specifica argomentazione al riguardo e, comunque, senza mai fornire una concreta dimostrazione in tal senso, si osserva che anche nell’attuale fase di impugnazione l’appellante è rimasto sostanzialmente inerte sul punto, limitandosi a sostenere che l’instaurazione di un rapporto di comodato scaturirebbe dal solo fatto dell’avvenuta adibizione dell’immobile a casa coniugale, quanto meno sino al momento dell’intervenuta separazione giudiziale dei coniugi. …

Tribunale Firenze, Sent.27/08/2021

… 1. Ai sensi degli artt. 2 e 3 n. 2 lett. b) L. 1 dicembre 1970, n. 898 , come modificata dalla L. 6 maggio 2015, n. 55 , la cessazione degli effetti civili può essere pronunciata qualora si accerti che “la comunione spirituale e materiale dei coniugi non può essere mantenuta o ricostituita” nel caso in cui “è stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale fra i coniugi ovvero è stata omologata la separazione consensuale ovvero è intervenuta separazione di fatto” purché la separazione si sia protratta ininterrottamente “da almeno dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale”.

FAMIGLIA – Matrimonio – Scioglimento – Divorzio – Presupposti condizionanti la pronuncia – Preesistente separazione – Giudiziale – Domanda di addebito – Autonomia – Conseguenze – Impugnazione della sola statuizione sull’addebito – Proponibilità della domanda di divorzio – Sussistenza – Fattispecie – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Giudiziale – In genere – In genere

In tema di separazione personale dei coniugi, la richiesta di addebito costituisce una domanda autonoma, che amplia il tema d’indagine e determina una statuizione aggiuntiva dotata di propri effetti anche di natura patrimoniale, sicché, in pendenza del giudizio d’impugnazione riguardante la sola pronuncia sull’addebito, può essere proposta domanda di divorzio, in virtù del passaggio in giudicato della distinta decisione sulla separazione. (Nella specie, la S.C. ha respinto l’impugnazione contro la sentenza che, sebbene fosse stata impugnata la pronuncia sull’addebito della separazione, aveva statuito, in sede di divorzio, sulla richiesta di assegno ex art. 5 della l. n. 898 del 1970, senza sospendere il giudizio nell’attesa della definizione di quello sull’addebito). (Rigetta, CORTE D’APPELLO FIRENZE, 08/06/2016)

Tribunale Rimini, Sez. Unica, 01/02/2021

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SEPARAZIONE DEI CONIUGI › In genere

In tema di separazione giudiziale, deve ritenersi fondata la domanda di addebito della separazione al marito (padre di quattro figli, di cui uno minore) che, intrapresa una relazione extraconiugale con trasferimento presso la nuova compagna, pubblichi sul proprio profilo Facebook foto che lo ritraggono in atteggiamenti affettuosi con la nuova compagna, nonché la scansione di biglietti arerei acquistati a nome di quest’ultima e dell’uomo.

Corte di Cassazione, sentenza n. 19036 del 3.9.2010

Cass. civ. n. 15240/2018

In tema di rimborso delle spese straordinarie sostenute nell’interesse dei figli minori, il genitore collocatario non è tenuto a concordare preventivamente e ad informare l’altro genitore di tutte le scelte dalle quali derivino tali spese, poiché l’art. 155, comma 3, c.c.(oggi art. 337-ter c.c.) consente a ciascuno dei coniugi di intervenire nelle determinazioni concernenti i figli soltanto in relazione “alle decisioni di maggiore interesse”, mentre, al di fuori di tali casi, il genitore non collocatario è tenuto al rimborso delle spese straordinarie, salvo che non abbia tempestivamente addotto validi motivi di dissenso.

(Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 15240 del 12 giugno 2018)

Cass. civ. n. 12954/2018

In tema di affidamento dei figli minori, il criterio fondamentale cui deve attenersi il giudice nel fissare le relative modalità, in caso di conflitto genitoriale, è quello del superiore interesse della prole, stante il preminente diritto del minore ad una crescita sana ed equilibrata, sicché il perseguimento di tale obiettivo può comportare anche l’adozione di provvedimenti – quali, nella specie, il divieto di condurre il minore agli incontri della confessione religiosa abbracciata dal genitore dopo la fine della convivenza – contenitivi o restrittivi di diritti individuali di libertà dei genitori, ove la loro esteriorizzazione determini conseguenze pregiudizievoli per il figlio che vi presenzi, compromettendone la salute psico-fisica o lo sviluppo.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 12954 del 24 maggio 2018)

Cass. civ. n. 11689/2018

Il carattere sostanzialmente alimentare dell’assegno di mantenimento a beneficio dei figli, in regime di separazione, comporta la non operatività della compensazione del suo importo con altri crediti. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva escluso la compensazione tra credito per spese di lite e credito derivante dal mancato pagamento di ratei dell’assegno di mantenimento cumulativamente dovuto per l’ex moglie e le figlie).

(Cassazione civile, Sez. VI-3, ordinanza n. 11689 del 14 maggio 2018)

Cass. civ. n. 4811/2018

A seguito della separazione personale dei coniugi, nel quantificare l’ammontare del contributo dovuto dal genitore non collocatario per il mantenimento del figlio minore, deve osservarsi il principio di proporzionalità, che richiede una valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori, oltre alla considerazione delle esigenze attuali del figlio ed del tenore di vita da lui goduto. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione della corte d’appello per non aver effettuato un’adeguata indagine circa le risorse patrimoniali e reddituali di ciascuno dei genitori, ed avere pure espressamente trascurato la maggiore capacità patrimoniale del padre, comunque accertata nel caso concreto).

(Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 4811 del 1 marzo 2018)

Cass. civ. n. 27153/2017

Il procedimento ex art. 337 ter c.c. si instaura nel luogo di residenza abituale del minore, da identificarsi in quello in cui costui ha consolidato, consolida o potrà consolidare una rete di affetti e relazioni, tali da assicurare un armonico sviluppo psicofisico, sicché, nei casi di recente trasferimento, occorre una prognosi sulla probabilità che la nuova dimora diventi l’effettivo, stabile e duraturo centro di affetti e di interessi del minore e che il cambiamento della sede non rappresenti un mero espediente per sottrarlo alla vicinanza dell’altro genitore o alla disciplina generale sulla competenza territoriale. (Nella specie, la Corte ha escluso che la minore, di pochi mesi, avesse consolidato una rete di affetti nella città in cui aveva vissuto con la madre dalla nascita e ha dichiarato la competenza territoriale del tribunale della città in cui si trovava la nuova sede lavorativa della madre e dove quest’ultima aveva iscritto la figlia in un asilo, così dimostrando la chiara intenzione di un definitivo trasferimento suo e della minore).

(Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 27153 del 15 novembre 2017)

Cass. civ. n. 25055/2017

In tema di separazione personale tra coniugi e di divorzio – ed anche con riferimento ai figli di genitori non coniugati – il criterio fondamentale cui devono ispirarsi i relativi provvedimenti è rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale dei figli (previsto in passato dall’art. 155 c.c. e ora dall’art. 337 ter c.c.) con la conseguenza che il giudice non è vincolato alle richieste avanzate ed agli accordi intercorsi tra le parti e può quindi pronunciarsi anche “ultra petitum”.

(Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 25055 del 23 ottobre 2017)

Cass. civ. n. 977/2017

La regola dell’affidamento condiviso dei figli è derogabile solo ove la sua applicazione risulti «pregiudizievole per l’interesse del minore», il che si verifica nell’ipotesi in cui il genitore non collocatario si sia reso totalmente inadempiente al diritto di visita perché residente all’estero, essendo tale comportamento indicativo dell’inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 977 del 17 gennaio 2017)

Cass. civ. n. 25723/2016

Ove il coniuge separato, che abbia incontestabilmente tenuto con sé il figlio, azioni giudizialmente il diritto di regresso nei confronti dell’altro coniuge al fine di ottenere il rimborso della quota parte delle spese straordinarie sullo stesso gravanti, queste ultime, in assenza di un pregresso provvedimento giudiziale che abbia determinato la misura del concorso dei genitori al mantenimento, non vanno ripartite in ragione della metà, secondo il principio generale vigente in materia di debito solidale, ma tenendo conto del duplice criterio delle rispettive sostanze patrimoniali disponibili e della capacità di lavoro professionale o casalingo di ciascuno di essi dettato dall’art. 148 c.c. (nel testo applicabile “ratione temporis”).

(Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 25723 del 14 dicembre 2016)

Cass. civ. n. 18559/2016

In tema di affidamento dei figli minori, la grave conflittualità esistente tra i genitori e la commissione di reati da parte dell’uno nei confronti dell’altro costituiscono fatti dotati di rilevante influenza sul regime di affidamento più consono, in virtù della preminenza che riveste in tali procedimenti l’interesse del minore, da intendersi come riferito alle sue fondamentali ed imprescindibili esigenze di cura, educazione, istruzione e sana ed equilibrata crescita psicologica, e possono, pertanto, fondare la domanda di affidamento esclusivo.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18559 del 22 settembre 2016)

Cass. civ. n. 14728/2016

In tema di affidamento dei minori, il criterio fondamentale, cui deve attenersi il giudice della separazione, è costituito dall’esclusivo interesse morale a materiale della prole, previsto in passato dall’art. 155 c.c. ed oggi dall’art. 337 quater c.c., il quale, imponendo di privilegiare la soluzione che appaia più idonea a ridurre al massimo i danni derivanti dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore, richiede un giudizio prognostico circa la capacità del singolo genitore di crescere ed educare il figlio, da esprimersi sulla base di elementi concreti attinenti alle modalità con cui ciascuno in passato ha svolto il proprio ruolo, con particolare riguardo alla capacità di relazione affettiva, nonché mediante l’apprezzamento della personalità del genitore. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, ritenendo che la scelta spirituale di uno dei genitori di aderire ad una confessione religiosa diversa da quella cattolica, quella dei Testimoni di Geova, non potesse costituire ragione sufficiente a giustificare l’affidamento esclusivo dei minori all’altro genitore, in presenza di emergenze probatorie per le quali entrambi i coniugi risultano legati ai figli e capaci di accudirli nella quotidianità).

(Cassazione civile, Sez. VI-1, ordinanza n. 14728 del 19 luglio 2016)

Cass. civ. n. 14175/2016

In materia di separazione personale dei coniugi, la formazione di una nuova famiglia e la nascita di figli dal nuovo partner, pur non determinando automaticamente una riduzione degli oneri di mantenimento dei figli nati dalla precedente unione, deve essere valutata dal giudice come circostanza sopravvenuta che può portare alla modifica delle condizioni originariamente stabilite in quanto comporta il sorgere di nuovi obblighi di carattere economico.

(Cassazione civile, Sez. VI-1, ordinanza n. 14175 del 12 luglio 2016)

Cass. civ. n. 16175/2015

Non è configurabile a carico del coniuge affidatario un obbligo di informazione e di concertazione preventiva con l’altro in ordine alla determinazione delle spese straordinarie (nella specie, spese di arredamento della cameretta, stage per l’apprendimento della lingua inglese), trattandosi di decisione “di maggiore interesse” per il figlio e sussistendo, pertanto, a carico del coniuge non affidatario, un obbligo di rimborso qualora non abbia tempestivamente addotto validi motivi di dissenso. Ne consegue che, nel caso di mancata concertazione preventiva e di rifiuto di provvedere al rimborso della quota di spettanza da parte del coniuge che non le ha effettuate, il giudice è tenuto a verificare la rispondenza delle spese all’interesse del minore mediante la valutazione della commisurazione dell’entità della spesa rispetto all’utilità e della sostenibilità della spesa stessa rapportata alle condizioni economiche dei genitori.

(Cassazione civile, Sez. VI-1, ordinanza n. 16175 del 30 luglio 2015)

Cass. civ. n. 9633/2015

Il coniuge separato che intenda trasferire la residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde l’idoneità ad avere in affidamento i figli minori, sicché il giudice deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9633 del 12 maggio 2015)

Cass. civ. n. 6132/2015

Il decreto della corte di appello, contenente i provvedimenti in tema di affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio e le disposizioni relative al loro mantenimento, è ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. poiché già nel vigore della legge 8 febbraio 2006, n. 54 – che tendeva ad assimilare la posizione dei figli di genitori non coniugati a quella dei figli nati nel matrimonio – ed a maggior ragione dopo l’entrata in vigore del d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 – che ha abolito ogni distinzione – al predetto decreto vanno riconosciuti i requisiti della decisorietà, in quanto risolve contrapposte pretese di diritto soggettivo, e di definitività, perché ha un’efficacia assimilabile “rebus sic stantibus” a quella del giudicato.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6132 del 26 marzo 2015)

Cass. civ. n. 18869/2014

Il coniuge separato o divorziato, già affidatario del figlio minorenne, è legittimato “iure proprio”, anche dopo il compimento da parte del figlio della maggiore età, ove sia con lui convivente e non economicamente autosufficiente, ad ottenere dall’altro coniuge un contributo al mantenimento del figlio. Ne discende che ciascuna legittimazione è concorrente con l’altra, senza, tuttavia, che possa ravvisarsi un’ipotesi di solidarietà attiva, ai cui principi è possibile ricorrere solo in via analogica, trattandosi di diritti autonomi e non del medesimo diritto attribuito a più persone.

In tema di divorzio, il contributo al mantenimento dei figli minori, quantificato in una somma fissa mensile in favore del genitore affidatario, non costituisce, in mancanza di diverse disposizioni, il mero rimborso delle spese sostenute da quest’ultimo nel mese corrispondente, bensì la rata mensile di un assegno annuale determinato, tenendo conto di ogni altra circostanza emergente dal contesto, in funzione delle esigenze della prole rapportate all’anno. Ne consegue che il genitore non affidatario non può ritenersi sollevato dall’obbligo di corresponsione dell’assegno per il tempo in cui i figli, in relazione alle modalità di visita disposte dal giudice, si trovino presso di lui ed egli provveda in modo esclusivo al loro mantenimento.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18869 del 8 settembre 2014)

Cass. civ. n. 11412/2014

In tema di separazione personale tra coniugi, il giudice della separazione è competente, anche “ultra petitum”, ad assumere i provvedimenti relativi alla prole, con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva disposto l’affidamento del minore al servizio sociale, in ragione della consumata violazione del suo diritto alla bigenitorialità e della conflittualità in atto tra i genitori).

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11412 del 22 maggio 2014)

Cass. civ. n. 20139/2013

In tema di separazione personale dei coniugi, il giudice può legittimamente imporre a carico di un genitore, quale modalità di adempimento dell’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, il pagamento delle rate del mutuo contratto per l’acquisto della casa familiare, trattandosi di voce di spesa sufficientemente determinata e strumentale alla soddisfazione delle esigenze in vista delle quali detto obbligo è disposto.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 20139 del 3 settembre 2013)

Cass. civ. n. 18538/2013

La determinazione del contributo che per legge grava su ciascun coniuge per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione della prole, a differenza di quanto avviene nella determinazione dell’assegno spettante al coniuge separato o divorziato, non si fonda su di una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge. Pertanto, le maggiori potenzialità economiche del genitore affidatario concorrono a garantire al minore un migliore soddisfacimento delle sue esigenze di vita, ma non comportano una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell’altro genitore.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18538 del 2 agosto 2013)

Cass. civ. n. 18131/2013

La regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’art. 155 c.c. con riferimento alla separazione personale dei coniugi, non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori (nella specie, la madre) e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18131 del 26 luglio 2013)

Cass. civ. n. 17089/2013

Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, stabilito dall’art. 147 c.c., obbliga i coniugi a far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fino a quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Tale principio trova conferma nel nuovo testo dell’art. 155 c.c., come sostituito dall’art. 1 legge 8 febbraio 2006, n. 54, il quale, nell’imporre a ciascuno dei coniugi l’obbligo di provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, individua, quali elementi da tenere in conto nella determinazione dell’assegno, oltre alle esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza e le risorse economiche dei genitori, nonché i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

La condotta antidoverosa del coniuge, cui va riferito l’addebito della separazione, non contrasta in alcun modo con la collocazione del minore presso lo stesso, tenuto conto che la violazione dei doveri del matrimonio (nella specie, per condotte aggressive, irrispettose ed infedeli della moglie verso il marito) può non tradursi anche in un pregiudizio per l’interesse del minore, non nuocendo al suo corretto sviluppo psico-fisico, né compromettendo il suo rapporto con il genitore.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17089 del 10 luglio 2013)

Cass. civ. n. 601/2013

In tema di affidamento del figlio naturale, è generico, e quindi inammissibile, il motivo di ricorso per cassazione che, denunciando violazione degli artt. 342 c.p.c. e 155 bis c.c., censuri la statuizione di inammissibilità di un motivo di appello laddove, alla base della doglianza volta a censurare la decisione circa l’affidamento, non siano poste certezze scientifiche, dati di esperienza o l’indicazione di specifiche ripercussioni negative sul piano educativo e della crescita del minore, derivanti dall’inserimento del medesimo in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale, atteso che l’asserita dannosità di tale inserimento va dimostrata in concreto e non può essere fondata sul mero pregiudizio.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 601 del 11 gennaio 2013)

Cass. civ. n. 9372/2012

In tema di mantenimento della prole, devono intendersi spese “straordinarie” quelle che, per la loro rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita dei figli, cosicché la loro inclusione in via forfettaria nell’ammontare dell’assegno, posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità sancito dall’art. 155 c.c. e con quello dell’adeguatezza del mantenimento, nonché recare grave nocumento alla prole, che potrebbe essere privata, non consentendolo le possibilità economiche del solo genitore beneficiario dell’assegno “cumulativo”, di cure necessarie o di altri indispensabili apporti; pertanto, pur non trovando la distribuzione delle spese straordinarie una disciplina specifica nelle norme inerenti alla fissazione dell’assegno periodico, deve ritenersi che la soluzione di stabilire in via forfettaria ed aprioristica ciò che è imponderabile e imprevedibile, oltre ad apparire in contrasto con il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere preventivamente quantificato, introduce, nell’individuazione del contributo in favore della prole, una sorta di alea incompatibile con i principi che regolano la materia.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9372 del 8 giugno 2012)

Cass. civ. n. 2/2012

In tema di mantenimento della prole, devono intendersi spese “straordinarie” quelle che, per la loro rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita dei figli, cosicché la loro inclusione in via forfettaria nell’ammontare dell’assegno, posto a carico di uno dei genitori, può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità sancito dall’art. 155 c.c. e con quello dell’adeguatezza del mantenimento, nonché recare grave nocumento alla prole, che potrebbe essere privata, non consentendolo le possibilità economiche del solo genitore beneficiario dell’assegno “cumulativo”, di cure necessarie o di altri indispensabili apporti; pertanto, pur non trovando la distribuzione delle spese straordinarie una disciplina specifica nelle norme inerenti alla fissazione dell’assegno periodico, deve ritenersi che la soluzione di stabilire in via forfettaria ed aprioristica ciò che è imponderabile e imprevedibile, oltre ad apparire in contrasto con il principio logico secondo cui soltanto ciò che è determinabile può essere preventivamente quantificato, introduce, nell’individuazione del contributo in favore della prole, una sorta di alea incompatibile con i principi che regolano la materia.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2 del 8 giugno 2012)

Cass. civ. n. 5108/2012

In tema di separazione personale, la mera conflittualità tra i coniugi, che spesso connota i procedimenti separatizi, non preclude il ricorso al regime preferenziale dell’affidamento condiviso solo se si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole, mentre assume connotati ostativi alla relativa applicazione, ove si esprima in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l’equilibrio e lo sviluppo psico-fisico dei figli, e, dunque, tali da pregiudicare il loro interesse.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5108 del 29 marzo 2012)

Cass. civ. n. 17191/2011

L’art. 1, comma primo, della legge 8 febbraio 2006, n. 54, che ha novellato l’art. 155 c.c., nel prevedere il diritto dei minori, figli di coniugi separati, di conservare rapporti significativi con gli ascendenti (ed i parenti di ciascun ramo genitoriale), non attribuisce ad essi un autonomo diritto di visita, ma affida al giudice un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell’articolazione di provvedimenti da adottare in tema di affidamento, nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto ad una crescita serena ed equilibrata. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto non censurabile la motivazione della corte territoriale che, provvedendo alla concreta regolazione di tale questione nella suddetta prospettiva, ha ritenuto idonea a realizzare, nella specie, l’interesse della minore la possibilità per la medesima di vedere i nonni paterni in occasione delle visite al padre, anche tenuto conto della attiguità delle rispettive abitazioni).

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17191 del 11 agosto 2011)

Cass. civ. n. 2182/2009

In tema di separazione personale dei coniugi, poiché l’art. 155 cod. civ., nel testo in vigore prima della modifica apportata con la legge n. 54 del 2006, consente al coniuge non affidatario di intervenire nell’interesse dei figli soltanto con riguardo alle “decisioni di maggiore interesse”, non è configurabile a carico del coniuge affidatario alcun obbligo di previa concertazione con l’altro coniuge sulla determinazione delle spese straordinarie, nei limiti in cui esse non implichino decisioni di maggior interesse per i figli; tuttavia, tale principio non è inderogabile, essendo sempre possibile che il giudice, ai sensi del secondo e del terzo comma della norma citata, determini, oltre che la misura, anche i modi con i quali il coniuge non affidatario contribuisce al mantenimento dei figli, in modo difforme da quanto previsto in linea di principio dalla legge.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2182 del 28 gennaio 2009)

Cass. civ. n. 18187/2006

L’affidamento congiunto dei figli ad entrambi i genitori – previsto dall’art. 6 della legge sul divorzio (1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dall’art. 11 della L. 6 marzo 1987, n. 74), analogicamente applicabile anche alla separazione personale dei coniugi – è istituto che, in quanto fondato sull’esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l’obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l’istituto stesso implichi, come conseguenza “automatica”, che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto ed autonomo, alle predette esigenze. (Nell’enunciare il principio in massima, la S.C. ha rilevato come esso trovi conferma nelle nuove previsioni della L. 8 febbraio 2006, n. 54, in tema di affidamento condiviso, peraltro successiva alla sentenza impugnata).

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18187 del 18 agosto 2006)

Cass. civ. n. 14840/2006

In materia di affidamento dei figli minori, il giudice della separazione e del divorzio deve attenersi al criterio fondamentale – posto, per la separazione, nell’art. 155, primo comma, c.c. e, per il divorzio, dall’art. 6 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo – i danni derivati dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. L’individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione di genitore singolo, giudizio che, ancorandosi ad elementi concreti, potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché sull’apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale deve avere come parametro di riferimento l’interesse del minore e, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità. (Nella specie, la Corte ha tassato con rinvio, la sentenza d’appello, la quale aveva ritenuto di dover affidare la figlia minore alla madre facendo leva, soprattutto, sul fatto che «il cristiano – e il marito e la moglie con la scelta del matrimonio religioso avevano esplicitato alla società di esserlo – conosceva le ultime parole del Cristo e sapeva che non era dato al cristiano togliere la madre al figlio né il figlio alla madre», laddove la sentenza di primo grado – ancorata alle risultanze di una consulenza tecnica collegiale – aveva disposto l’affidamento alla zia paterna ed al di lei coniuge e l’allontanamento dalla madre, la quale – mossa esclusivamente dal desiderio di soddisfare il suo istinto distruttivo della figura paterna-maschile- aveva determinato l’esaurimento di tutti i meccanismi difensivi fisiologici della bambina, con il rischio di scivolamento dallo stato premorboso ad uno stato psicotico di difficile o impossibile remissione).

In materia di assegno di mantenimento per il figlio, poiché si verte in tema di conservazione del contenuto reale del credito fatto valere con la domanda originaria, deve ammettersi la possibilità, per il genitore istante, di chiedere un adeguamento del relativo ammontare, alla stregua della svalutazione monetaria o del sopravvento di altre circostanze, verificatesi nelle more del giudizio, in particolare relative alle mutate condizioni economiche dell’obbligato ovvero alle accresciute esigenze del figlio. Ne deriva che la proposizione, in primo grado o in appello, di simili istanze o eccezioni non ricade sotto il divieto di ius novorum né con riguardo al giudizio di primo grado (art. 183, quarto comma, c.p.c.), né con riguardo al giudizio di appello (art. 345, primo comma, c.p.c.).

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che i nonni affidatari della nipote che cercano di interrompere i rapporti tra la bambina e la madre devono considerarsi incapaci di accudire la piccola, con la conseguenza che deve essere dichiarato il suo stato di adottabilità In questo caso, infatti, i nonni manifestano un’errata visione del compito loro assegnato e della relazione che la minore avrebbe dovuto conservare con la madre. Per la Corte lo stato di abbandono che giustifica l’adozione non consiste soltanto nel rifiuto intenzionale e irrevocabile dell’adempimento dei doveri genitoriali, ma anche in una situazione di fatto obiettiva che, a prescindere dagli intendimenti e desideri dei genitori e parenti, impedisca o ponga in pericolo il sano sviluppo psicofisico del minore.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12621 del 31.03.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nessuna attenuante è prevista per il marito ossessivamente geloso. La Corte chiarisce che essa non è usualmente in grado né di diminuire, né tanto meno di escludere la capacità di intendere e di volere del soggetto, salvo che (e questo non è il caso di specie) esso nasca e si sviluppi da un vero e proprio squilibrio psichico, o comunque provenga da un’alterazione psico-fisica consistente e tale da incidere sui processi di determinazione e di auto-inibizione.

Corte di Cassazione, sentenza n.12615 del 31.03.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che deve essere condannato per sottrazione di minore il padre che sottrae il figlio alla madre a cui è affidato per evitargli un intervento chirurgico. La Corte ha definito pretestuoso il “rapimento” messo in atto dal genitore non affidatario fatto, ufficialmente, allo scopo di evitare al minore un’operazione che richiedeva un’anestesia generale. Secondo i giudici di piazza Cavour il padre avrebbe potuto limitarsi a negare il suo consenso all’intervento – prospettato comunque dai medici come necessario – invece di mettere in atto un’azione, frutto di un rapporto estremamente conflittuale con la madre del bambino, che si è tradotta in un illegittimo affidamento. La suprema Corte si discosta così al verdetto della Corte d’Appello di Bologna che aveva creduto alla buona fede del padre che, secondo i giudici di secondo grado, poteva avere effettivamente percepito l’intervento sul figlio come rischioso.

Corte di Cassazione, sentenza n. 10701 del 17.03.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’interesse del bambino è sempre preminente per cui non va condannato il genitore affidatario che nega all’ex, per una volta, il diritto di vedere il minore perché influenzato come stabilito dal giudice. Lo afferma una sentenza della Corte Suprema, annullando una condanna inflitta ad una madre dalla corte di appello di Messina.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4757 del 15.03.2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che è ammissibile la domanda di scioglimento della comunione dei coniugi anche se non è stato ancora definito il procedimento che ha per oggetto la separazione personale degli stessi. Nello stabilire questo principio, la Corte ha però puntualizzato che lo scioglimento diventerà affettivo solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza di separazione giudiziale. Giurisprudenza costante di questa Corte afferma che lo scioglimento si perfezione con il passaggio i giudicato della sentenza di separazione giudiziale (o l’omologa di quella consensuale) . Nel passaggio in giudicato (o nell’omologa) si individua dunque il momento in cui sorge l’interesse ad agire, concreto ed attuale e volto allo scioglimento della comunione e alla divisione, ma esso può che guardarsi come il fatto costitutivo del diritto ad ottenere tale scioglimento e la conseguente divisione. Per quanto si osservato, tali elementi non possono che qualificarsi come condizioni dell’azione, e non già come presupposto processuali. In particolare, il passaggio in giudicato (o l’omologa), come elemento decisivo della vicenda costitutiva del diritto allo scioglimento della comunione legale, comporta che tale vicenda debba ritenersi compiutamente realizzata, con la conseguenza che l’eventuale carenza o incompletezza originaria diviene irrilevante, perché costituita della realizzazione compiuta del fatto costitutivo del diritto azionato, e non può precludere la pronuncia di merito: ciò sempre accade ove, nelle more del giudizio, si realizzi uno dei requisiti, prima carente o inesistente, previsto dalla legge per l’accoglimento di una domanda giudiziale. Del resto la regola per cui la sopravvivenza in corso di causa di un fatto costitutivo del diritto rimuove ogni ostacolo alla decisione del merito della domanda, e il più generale principio circa la necessità di esistenza delle condizioni di accoglimento della domanda al momento della decisione espressione dell’ancora più generale principio di economia processuale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8998 del 02.03.2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che chi è tenuto agli obblighi di assistenza famigliare non se ne può sottrarre per il solo fatto di aver scoperto che il minore non è il proprio figlio. Per la Cassazione l’obbligo del mantenimento dura fino a quando “la paternita’ non sia disconosciuta nelle forme di legge, ossia fino a quando non sia passata in giudicato la sentenza del giudice civile che accolga la domanda giudiziale”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8998 del 05.03.2010

Corte di Cassazione, sentenza n. 32562 del 01.09.2010

Linea dura della Cassazione sui figli contesi. Rischia una condanna penale e di dover risarcire il danno morale il coniuge affidatario del minore che nega all’ex, anche una sola volta, di vedere il figlio, violando quanto stabilito dal giudice della separazione. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 32562 di oggi, ha confermato la condanna inflitta dalla Corte d’Appello di Bologna a una mamma che si era rifiutata di rispettare gli incontri fissati dal giudice della separazione fra l’ex marito e la figlia adolescente. Non solo. La donna dovrà risarcire il padre anche del danno che i giudici di merito, con verdetto confermato e reso definitivo in Cassazione, hanno quantificato in 3mila euro. Insomma la sesta sezione penale ha ritenuto corrette le valutazione fatte dai giudici bolognesi che, si legge in sentenza, “con proprio ragionamento probatorio, hanno descritto le prove e in base a esse hanno ritenuto che vi fu una consapevole condotta volta ad eludere le statuizioni del giudice civile circa il diritto di visita del padre alla figlia minore; condotta realizzabile anche con un solo atto che rilevi la dolosa elusione del dovere di rispettare le decisioni del giudice sull’affidamento e l’esercizio dei diritti inerenti la potestà genitoriale”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17336 del 23.07.2010

I coniugi non devono necessariamente essere presenti alla conciliazione. L’assenza di uno dei coniugi non comporta infatti la fissazione di una nuova udienza, e non determina la nullità della sentenza di divorzio. Lo ha stabilito la Suprema Corte nella sentenza in esame, respingendo il ricorso di una donna contro la decisione con cui la Corte d’Appello di Roma aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del suo matrimonio con l’ex marito. La signora invocava la nullità della sentenza, dal momento che i giudici di secondo grado avevano pronunciato il divorzio senza che fosse consumato il tentativo di conciliazione, mancando all’udienza entrambi i coniugi. I giudici della prima sezione civile hanno respinto la sua tesi difensiva, richiamando un consolidato orientamento giurisprudenziale in base al quale “il tentativo di conciliazione nelle cause di divorzio, pur configurandosi come un atto necessario ai fini dell’ indagine sulla irreversibilità della crisi coniugale, non costituisce un presupposto indefettibile del giudizio, onde la mancata comparizione di una delle parti non comporta la fissazione necessaria di una nuova udienza presidenziale, che per contro può essere omessa quando, con incensurabile apprezzamento discrezionale, non se ne ravvisi la necessità 1′ opportunità. La cassazione ha quindi ribadito che l’assunto della donna, secondo cui la mancata partecipazione di entrambi i coniugi, nell’insussistenza di gravi e comprovati motivi, avrebbe comportato l’improcedibilità del giudizio, è privo di ogni supporto normativo.

Corte di Cassazione, sentenza n.16873 del 30.07.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non sempre può essere addebitata al coniuge che tradisce la separazione. Non è detto infatti che il tradimento sia stata la causa della crisi matrimoniale. E’ quanto si desume da una sentenza della Corte di Cassazione dove si fa notare che se di norma l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale determina l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza è pur sempre possibile accertare che, in concreto, non vi è alcun nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi di coppia. Si può includere l’addebito, dunque, dopo un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi. In sostanza, spiega la Corte, il giudice di merito può accertare la preesistenza d’una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza solo formale.

Corte di Cassazione, ordinanza n. 17571 del 27.07.10

Revocato il permesso di soggiorno per il cittadino extracomunitario sposato con una donna italiana, se – malgrado l’assenza di una separazione legale – ci sono chiari sintomi della fine del matrimonio. La Cassazione, con l’ordinanza in esame, ha respinto il ricorso presentato da un cittadino serbo contro il provvedimento con il quale il Questore di Udine ne aveva revocato il permesso di soggiorno per motivi familiari. La revoca era stata proposta poiché sopravvenuta la cessazione dell’affectio coniugale, l’uomo aveva iniziato una nuova convivenza con un’altra donna che le aveva anche dato un figlio. La Corte ha perciò confermato la revoca dell’atto sulla base del principio di diritto secondo cui “la sopravvenuta cessazione della convivenza coniugale non determinata da separazione legale e di contro accompagnata da elementi sintomatici della inesistenza iniziale della affectio propria del coniugio, integra ragione di revoca del permesso di soggiorno”

Corte di Cassazione, sentenza n. 17347 del 23.07.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il coniuge che ha diritto al mantenimento non può vedersi ridurre l’assegno per aver rifiutato l’offerta di lavoro dell’ex, a meno che tale opportunità non fosse adeguata alla sua qualifica professionale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16870 del 19.07.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nel procedimento di adottabilità la mancata o ritardata costituzione del difensore del minore rende nullo il giudizio solo in caso di effettivo pregiudizio. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso del tutore di un minore che si era costituito in ritardo nel procedimento di adottabilità. Dopo aver esaminato le riforme legislative sulla materia i giudici del Palazzaccio hanno affermato il principio secondo cui “alla ritardata costiuzione del difensore del minore o alla mancata assistenza da parte di questo ad uno o più atti processuali in tanto può conseguire la dichiarazione di nullità dell’intero processo e/o dell’atto e di tutti quelli successivi, in quanto la parte interessata alleghi e dimostri il reale pregiudizio che la tardiva costituzione o la mancata partecipazione all’atto ha comportato per la propria effettiva tutela giurisdizionale”.

– con l’appello incidentale il S. aveva chiesto l’affidamento esclusivo in suo favore delle minori o la domiciliazioni delle stesse presso di sè. In ogni caso, l’appellante incidentale aveva chiesto l’adozione di ulteriori provvedimento ex art. 709 ter c.p.c., e segnatamente la condanna della moglie al risarcimento del danno da liquidarsi in separata sede. L’appello incidentale era infondato nella parte in cui tendeva alla riforma della sentenza che aveva disposto l’affidamento condiviso. Era sufficiente richiamare quanto già evidenziato in merito ai presupposti dell’affidamento condiviso e alla idoneità genitoriale di entrambi i coniugi emergente dalle relazioni redatte dal consulente nominato in primo grado e dai servizi sociali dell’ASP e del Comune di Messina, che erano richiamate nella sentenza di primo grado. Il S. aveva dedotto che l’ostruzionismo della P. all’esercizio del suo diritto di visita verso la prole si era accentuato nel corso del giudizio di appello, tanto che il Tribunale per i minorenni di Messina aveva dichiarato la P. decaduta dalla potestà genitoriale;
– che la P. avesse ostacolato il diritto di visita del S. verso la prole, anche dopo essere stata ammonita dal Tribunale ex art. 709 ter c.p.c., era circostanza che poteva ritenersi acquisita alla luce della prova orale assunta nel corso del giudizio di appello. Era sufficiente richiamare la deposizione di S.F.D., che aveva riferito che le minori non avevano mai pernottato presso il fratello, che nell’estate del 2011 le bambine non erano state presso il S., che dal febbraio 2012 e per un periodo prolungato di circa tre – quattro mesi il fratello non aveva potuto prendere le bambine perchè queste non venivano portate alla scuola materna presumibilmente nei giorni in cui lui avrebbe dovuto prenderle. La circostanza relativa al mancato esercizio del diritto-dovere del padre di tenere con sè le minori per 10 giorni consecutivi nell’estate del 2011 era stata confermata anche da D. S.M., nipote del S., la quale aveva anche confermato le difficoltà dello zio nel prendere le bambine presso la scuola materna. E nella stessa direzione si ponevano le dichiarazioni di Tamburelli Ivana e Scolaro Letizia. Ora i testi apparivano pienamente attendibili sia sotto il profilo della loro credibilità soggettiva che sotto il profilo della intrinseca affidabilità del narrato.
Alcune delle cose riferite erano state apprese de relato dal S., altre erano state constatate direttamente dai testi (vedi le circostanze relative alle ferie dell’estate 2011 riferite dai testi S.F.D. e D.S.M.). Andava anche rimarcato che le circostanze riferite de relato non erano state apprese a seguito di confidenze occasionali o in circostanze singolari, ma si trattava di fatti appresi in virtù di una vicinanza duratura fra il S., fonte dell’informazione, e i testimoni (due erano parenti, uno era la madre della attuale compagna dell’appellante incidentale, altro testimone era un’amica di vecchia data), vicinanza che aveva consentito ai testimoni medesimi un’acquisizione esaustiva degli aspetti problematici del rapporto fra i coniugi in merito ai rapporti del padre con le figlie;
– il provvedimento del Tribunale per i minorenni di decadenza della P. dalla potestà genitoriale non aveva quale conseguenza automatica quella dell’abbandono della scelta dell’affidamento condiviso, per l’opzione verso l’affidamento monogentoriale, e ciò per due ordini di ragioni: a) non risultava che il provvedimento (pubblicato il 4.12.2012) fosse definitivo o che fosse provvisoriamente esecutivo, in assenza di una declaratoria di efficacia immediata ex art. 741 c.p.c., comma 2; b) il provvedimento non evidenziava circostanze sostanzialmente diverse da quelle emerse nel corso del presente giudizio (fatta eccezione per un comportamento non collaborativo con i servizi sociali posto in essere dalla P. nel corso del giudizio svoltosi dinanzi al Tribunale per i minorenni);
– andava, dunque, confermato il provvedimento del tribunale che aveva disposto l’affidamento della bambine, con loro domiciliazione presso la madre, ad entrambi i genitori, pur dovendosi nel provvedimento impugnato meglio specificare il diritto-dovere paterno di visita delle figlie;
– le difficoltà relazionali delle parti andavano corrette con gli strumenti di cui all’art. 709 ter c.p.c.. Tale norma lasciava ampia discrezionalità al giudice sia sulla scelta del trattamento sanzionatorio, fornendo diversi strumenti alternativi (l’ammonimento, il risarcimento all’altro genitore, il risarcimento a favore del minore o la condanna ad una ammenda amministrativa), sia sulla necessità o meno di disporre sanzioni. Preso atto del fatto che l’ammonimento ex art. 709 ter c.p.c., nei confronti della P. si era rivelato di pressochè totale inefficacia, era necessario adottare una misura più incisiva che consentisse di ricondurre ad equilibrio il rapporto fra i coniugi in vista della piena attuazione della bigenitorialità La sanzione invocata dal S. (il risarcimento del danno in proprio favore) appariva eccessiva, apparendo più congrua la condanna della P. a pagamento di una sanzione pecuniaria amministrativa in favore della Cassa delle ammende, sanzione che andava quantificata in Euro 1.000,00. Tale sanzione, allo stato, poteva avere una funzione disincentivante rispetto alla commissione di ulteriori violazioni;
– il provvedimento di cui all’art. 709 ter c.p.c., di irrogazione della sanzione pecuniaria poteva essere adottato anche d’ufficio proprio per la sua funzione di tutela dell’interesse dei minori.
Avverso questa sentenza, notificata il 12.02.2013, la P. ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi (di cui il terzo suddiviso in tre parti), e notificato il 12.04.2013 al PG presso il Giudice a quo ed al S., che il 14.05.2013 ha resistito con controricorso e depositato memoria.
Motivi della decisione
A sostegno del ricorso la P. denunzia:
1. “Travisamento dei fatti – Violazione e falsa applicazione di legge – Vizio di motivazione – Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5) – Violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto art. 360, n. 3 – Violazione di norme di diritto sotto il profilo di cui all’art. 360, comma 1, n. 4. E ancora: la violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 4, come sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art. 8, e degli artt. 737, 738 e 742 bis c.p.c.;
Violazione degli artt. 384 e 394 c.p.c., (art. 360 c.p.c., n. 3).
Nullità della sentenza”.
Si duole che, nonostante l’applicabilità in appello del rito camerale, scevro da particolari formalismi, non le sia stato consentito di contestare e controdedurre agli articolati istruttori di controparte tramite le deduzioni istruttorie dedotte nelle depositate note, anche se non autorizzate, e che, quindi, la pronuncia si sia fondata esclusivamente sulla produzione ex adverso effettuata, in violazione pure del principio del contraddittorio.
2. “Violazione e/o falsa applicazione di legge; omessa contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, illogicità manifesta.”.
La ricorrente si duole del rigetto del suo motivo d’appello e premesso pure che in primo grado al S. era stato espressamente “consigliato” che la relazione tra lui e le figlie al momento fosse privilegiata ed esclusiva, consiglio poi in sentenza trasformato in specifica disposizione limitativa delle frequentazioni a lui consentite, la ricorrente si duole che le sia stato impedito di dimostrare che il coniuge non si fosse attenuto all’impartita prescrizione e che, comunque, non siano stati apprezzati e/o valorizzati i riscontri di tale inosservanza.
3. “Alterata percezione dei fatti – violazione e falsa applicazione di norme di diritto; vizio di motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5)”.
La P., premesso anche che nell’appello incidentale il S. le aveva addebitato un atteggiamento “alienante” indicatore di una sintomatologia definibile PAS (Patologia da Alienazione Parentale), e ciò infondatamente, perchè dalla disposta serie di analisi ed esami era risultata la sua perfetta capacità materna, e premesso altresì che nessuna prova era emersa del fatto che lei avesse scientemente ostacolato le visite del padre alle bambine, dato anche che sul punto le deposizioni erano state solo de relato e collidevano con i prodotti certificati medici attestanti le ragioni delle assenze scolastiche delle figlie e con il contenuto delle relazioni degli assistenti sociali, si duole che, invece, le siano state attribuite influenze e responsabilità negative, senza nemmeno esaminare e valutare i documenti da lei esibiti in primo grado a sostegno della domanda.
3/2″Violazione e falsa applicazione deh”art. 2697 c.c., degli artt. 116 e 244 c.p.c., e degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c., nonchè di vizi della motivazione dell’impugnata sentenza; art. 360 c.p.c., n. 3; difetto di motivazione; omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia art. 360 c.p.c., n. 5″. La ricorrente ribadisce l’invalidità e l’inutilizzabilità delle deposizioni testimoniali “de relato”.
3/3. “Violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., degli artt. 116 e 244 c.p.c., e dell’art. 2697, nonchè di vizi della motivazione dell’impugnata sentenza; art. 360 c.p.c., n. 3; difetto di motivazione; art. 360 c.p.c., n. 5. Illogicità manifesta”. La ricorrente ribadisce la censura avverso il rigetto del suo motivo d’appello, dolendosi che sul punto impugnato, inerente all’impartita ammonizione, siano rimaste inascoltate le sue ragioni di gravame e sia stata anzi ravvisata una nuova ragione per confermare l’ammonizione in questione, costituita dal pregiudizio indotto alle minori con la sua sfiducia nel coniuge. Al riguardo, premesso che le è stato attribuito un contegno oppositivo alle frequentazioni paterne, anche successivo all’impartito ammonimento ed atto a giustificare a suo carico le sanzioni ex art. 709 ter c.p.c., assume che esso è stato correlato soltanto alle discontinue frequenze scolastiche delle minori, senza considerare che non solo le assenze erano giustificate da malesseri delle bambine, ma che il S. fruiva della facoltà alternativa di prelevare le figlie dall’abitazione materna e di ivi riaccompagnarle e senza altresì comparare il suo contegno con quello del coniuge che, a differenza di lei, si era sottratto al percorso di sostegno familiare a cui entrambi, secondo il Tribunale, avrebbero dovuto sottoporsi, non aveva fatto fronte se non in minima misura all’obbligo di mantenimento della prole e nel complesso si era dimostrato affettivamente ed economicamente carente. Conclusivamente assume che la Corte di Appello ha fatto riferimento a dati precedenti, che non solo non erano stati dedotti, ma che stravolgono il tema della sua impugnazione, cosi pure travalicando i limiti di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato. Sottolinea ancora che praticamente l’opposta sentenza, lungi dall’esaminare la precisa doglianza sul punto, si affida a delle congetture anche collidenti sia con gli esiti valutativi degli Ausiliari, che con le ragioni della domanda espressamente formulata.
4. “Travisamento dei fatti – violazione e falsa applicazione di norme di diritto art. 360, n. 3, vizio di motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5). violazione degli artt. 709 e 115 c.p.c., in relazione agli artt. 2697 e 2043 c.c.”.
La ricorrente si duole sia per l’an che per il quantum, che, con intento punitivo e d’ufficio, le sia stata ulteriormente inflitta la sanzione pecuniaria di Euro 1.000,00. Sottolinea che sia in dottrina che in giurisprudenza è stata affrontata la questione interpretativa del se il legislatore, nel prevedere una condanna al risarcimento dei danni in favore del figlio minore e/o dell’altro genitore nei casi di gravi inadempienze, di violazioni dei doveri genitoriali ovvero di comportamenti ostacolanti le modalità dell’affidamento, abbia inteso introdurre un’ipotesi a sè stante di c.d. danno punitivo ovvero abbia semplicemente fatto richiamo alla disciplina sostanziale del codice civile (e, quindi, alla responsabilità civile ex art. 2043 c.c.) nonchè al danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c.) e che questa distinzione è rilevante per le consequenziali ricadute pratiche che comporta, tenuto conto che, nel danno punitivo (volto alla realizzazione di finalità pubblicistiche di deterrenza e punizione), viene sanzionata, ex se, la condotta lesiva (prescindendo dal pregiudizio subito, in concreto, dal danneggiato), attribuendosi rilievo, ai fini dell’an debeatur, all’elemento soggettivo o alla gravità della condotta e, rispetto al quantum, al patrimonio del danneggiarne; mentre, nel danno non patrimoniale, occorre dare prova del danno subito e, successivamente, quantificare l’entità del ristoro in base alle conseguenze che ne sono derivate (c.d. danno conseguenza). Aggiunge che le sanzioni risarcitorie contemplate nell’art. 709 ter c.p.c., comma 2, nn. 2 e 3, non sono qualificabili in termini di condanne punitive, sganciate dal concetto di responsabilità di cui all’art. 2043 c.c.. Invero, è la norma stessa ad apporre l’attenzione sul danno e non sulla condanna come nel caso di “punitive domages”, tenuto conto, peraltro, che tale istituto è incompatibile con l’ordinamento italiano, dove, infatti, la responsabilità civile ha il compito precipuo di eliminare le conseguenze di un danno e non già quello di punire il responsabile civile. Il potere del giudice è quindi legittimato alle condizioni sostanziali e processuali proprie della responsabilità civile: ossia la domanda della parte interessata ex art. 112 c.p.c., e la sussistenza dei requisiti ex art. 2043, ossia il fatto doloso o colposo, il nesso di causalità ed il danno ingiusto: fermo restando che l’istante deve fornire la prova del danno se vuole ottenere una pronuncia di condanna in suo favore. L’ammonizione ha invece la diversa funzione di indurre l’adempimento del genitore da ammonire, ma nel caso sia prima che dopo l’adozione del provvedimento ammonitivo nulla è emerso a suo carico sotto il profilo del comportamento e delle prove.
5. “Violazione dell’articolo 360 comma 1 numero 2 c.p.c., per violazione delle norme in tema di liquidazione delle spese ex art. 91 c.p.c. e ss., in relazione al di 140/12; illogicità manifesta e travisamento dei fatti.”.
La P. contesta sia la sussistenza della sua soccombenza parziale, assumendo che la pronuncia d’appello è totalmente aderente a quella di primo grado, e sia l’importo in concreto liquidato a titolo di spese processuali. Tutti i motivi del ricorso non hanno pregio.
Il ricorso per cassazione deve contenere motivi aventi carattere di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, sicchè nel caso, quale quello di specie, che la sentenza si articoli in più capi, è necessario anche che l’atto contenga l’esatta individuazione dell’oggetto dell’impugnazione, ossia del capo o dei capi che si intendono sottoporre al giudizio di legittimità.
Alla luce di questo principio, il ricorso della P., esaminato alla luce del suo integrale contenuto, va inteso come volto ad impugnare soltanto i capi della sentenza d’appello sfavorevoli alla ricorrente, inerenti ai provvedimenti sanzionatoli ed alle spese processuali del secondo grado. Ciò emerge specificamente dai motivi del ricorso, successivi al primo, incentrato invece sull’attuata valutazione delle prove ed il cui esame per ritenersi dotato di attuale e concreto interesse giuridico e, dunque, ammissibile, va posto in rapporto alle impugnate statuizioni di merito sui provvedimenti sanzionatoli e solo nei limiti in cui l’impugnazione di esse sia ammissibile in questa sede.
Quanto ai provvedimenti sanzionatoli, i giudici d’appello hanno statuito la conferma dell’ammonizione che, ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c., comma 2, n. 1, il giudice di primo grado anche nella sentenza conclusiva aveva impartito ad entrambe le parti, ed hanno ulteriormente imposto a carico soltanto della P. ed a favore della Cassa delle ammende, la sanzione amministrativa pecuniaria di Euro 1.000,00, prevista dal n. 4 della medesima disposizione, addebitandole di avere ostacolato il corretto svolgimento delle disposte modalità dell’affidamento condiviso delle figlie delle parti. Sul controverso tema della ricorribilità per cassazione dei provvedimenti sanzionatori contemplati dall’art. 709 ter c.p.c., comma 2, che a) individua la competenza del giudice del procedimento in corso, per la soluzione di controversie insorte fra i genitori in ordine all’esercizio della potestà genitoriali o alle modalità dell’affidamento dei figli; b) conferisce al giudicante la facoltà di condannare al risarcimento dei danni il genitore inadempiente agli obblighi posti a suo carico; c) consente altresì l’irrogazione di sanzione amministrativa nei confronti di quest’ultimo; d) stabilisce infine che “i provvedimenti assunti dal giudice del procedimento sono impugnabili nei modi ordinari” (comma 1), questa Corte ha già argomentatamente e condivisibilmente affermato in primo luogo che quest’ultima prescrizione, la quale trova giustificazione nella diversa natura dei provvedimenti di cui nel procedimento in questione può essere sollecitata l’adozione (modalità di esercizio di potestà genitoriale, modalità dell’affidamento, ammonimento, condanna al risarcimento del danno, irrogazione di sanzione pecuniaria) deve essere interpretata nel senso che essa contiene un richiamo a quei mezzi di impugnazione che siano nel concreto adottabili, secondo le regole ordinarie, tenendo conto della “specifica tipologia di provvedimenti dipendente dalla loro natura, contenuto e finalità” (cfr. Cass. n. 18977 del 2013; n. 21718 del 2010). Anche alla luce di questa premessa, sì è del pari argomentatamente già affermata la non ricorribilità in questa sede di legittimità, dell’ammonimento, privo dei caratteri della decisorietà e definitività, e la ricorribilità dell’irrogazione della sanzione pecuniaria, che, invece, questi due caratteri presenta (cfr, Cass. n. 21718 del 2010; cass. n. 18977 del 2013). A questo condiviso orientamento va data continuità, per cui deve riaffermarsi l’inammissibilità delle censure che involgono specificamente la statuizione di conferma della misura ammonitiva, contenute nel secondo motivo del ricorso e nel terzo, con riguardo a tutte le relative articolazioni, nonchè, per quanto già detto, delle doglianze involte dal primo motivo del ricorso, incentrate sulle regole processuali di acquisizione delle prove nei procedimenti camerali contenziosi, in tesi violate, oltre che sulla valutazione delle risultanze istruttorie, e funzionali ad ottenere la non consentita cassazione in questa sede di quella statuizione.
Peraltro, anche il quarto motivo del ricorso, che involge l’inflitta sanzione pecuniaria, pur deducibile, appare per altro verso inammissibile; esso, infatti, si sostanzia nell’illustrazione in censure non pertinenti rispetto al decisum, in quanto attengono alle misure risarcitorie previste dall’art. 709 ter c.p.c., comma 2, nn. 2 e 3, e non la misura sanzionatoria, prevista dal n. 4, della medesima disposizione normativa, che i giudici d’appello hanno, invece, applicato nei confronti della ricorrente, nel contempo rigettando la domanda del S. di attribuzione a sè del risarcimento ex n. 3, della norma in questione.
Anche il quinto motivo del ricorso non merita favorevole apprezzamento, risolvendosi in parte in critiche smentite dalla decisione, che in effetti reca anche lievi modifiche reputate atte ad agevolare le frequentazioni paterne, e per il resto in rilievi appuntati sul liquidato quantum, generici, privi di autosufficienza ed ancorati a richiami di regole normative e tabellari, già in tesi non aderenti al valore della controversia ed alla tipologia contenziosa del giudizio d’appello, seppure di rito camerale.
Conclusivamente il ricorso deve essere respinto, con compensazione per intero delle spese del giudizio di cassazione, data anche la natura delle controverse questioni e gli interessi coinvolti.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese del giudizio di cassazione. Ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, comma 5, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Così deciso in Roma, il 16 gennaio 2015.

Tribunale Trieste, decreto 05.03.2015

A seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 278/2013, la quale ha recepito l’orientamento già espresso in materia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nelle more di un apposito intervento del legislatore, sussiste l’obbligo del Tribunale per i Minorenni di provvedere, su istanza dell’adottato, all’identificazione della madre biologica, al fine di consentirle di eventualmente esercitare la sua facoltà di rimuovere il segreto sulla propria identità che aveva inteso apporre successivamente al parto.
Il provvedimento in rassegna riguarda il caso di una donna che aveva chiesto all’Autorità Giudiziaria di conoscere le proprie origini, essendo stata adottata, senza che la madre biologica avesse, all’epoca, consentito di essere nominata.
Il Tribunale evidenzia, anzitutto, che la madre biologica è stata identificata all’esito degli accertamenti disposti con precedente decreto ed effettuati dal Comando Provinciale dei Carabinieri di Udine.
Indi, il Tribunale richiama il proprio orientamento secondo il quale, in attesa di un apposito intervento legislativo, sussiste l’obbligo per l’Autorità Giudiziaria, in forza della pronuncia della Corte Costituzionale n. 278 del 22.11.2013, che, a sua volta, ha recepito la giurisprudenza in materia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte Edu Godelli c. Italia – ric. N. 33783/09 del 25.9.2012), di provvedere all’identificazione della madre biologica dell’adottato, al fine di consentirle di essere messa al corrente della volontà del ricorrente di conoscere le proprie origini e di eventualmente esercitare la facoltà di rimuovere il segreto sulla propria identità.
Il Tribunale enuncia, poi, i passaggi che, in via di prassi, devono essere seguiti, una volta identificata la madre biologica, in modo da dare concreta attuazione alle indicazioni provenienti dalla Corte Costituzionale.
Tali passaggi possono, in estrema sintesi, essere così sintetizzati: 1) recapito alla madre biologica, in forma assolutamente riservata pel tramite di un operatore dei Servizi Sociali, di una lettera di convocazione proveniente dal Tribunale; 2) colloquio con la donna alla sola presenza del Giudice Onorario delegato dal Giudice Togato; 3) richiesta alla madre biologica di consenso al disvelamento della sua identità; 4) in caso di consenso della madre biologica, rivelazione alla stessa dell’identità del figlio/figlia ricorrente.
Il provvedimento che si annota si pone in linea di continuità con la oramai diffusa giurisprudenza di merito che ha recepito le indicazioni fornite dalla Corte di Strasburgo, prima, e dalla Corte Costituzionale, poi, sul tema dell’accesso alle origini genitoriali.
Il decreto del Collegio triestino si segnala, in particolare, per il tentativo di mettere a fuoco delle prassi virtuose – in assenza di un auspicabile intervento del legislatore in una materia così delicata – che contemperino il diritto dell’adottato a conoscere le proprie origini e l’interesse della madre a mantenere l’anonimato.
Come si ricorderà, nella sentenza “Godelli”, la Corte EDU aveva affermato che «l’articolo 8 tutela un diritto all’identità e allo sviluppo personale e quello di allacciare e approfondire relazioni con i propri simili e il mondo esterno». A tale sviluppo contribuiscono la scoperta dei dettagli relativi alla propria identità di essere umano e l’interesse vitale, tutelato dalla Convenzione, a ottenere delle informazioni necessarie alla scoperta della verità riguardante un aspetto importante dell’identità personale, ad esempio l’identità dei propri genitori. La nascita, e in particolare le circostanze di quest’ultima, rientra nella vita privata del bambino, e poi dell’adulto, sancita dall’articolo 8 della Convenzione che trova così applicazione nel caso di specie.
La Corte Costituzionale, con la sentenza 278/2013, richiamando l’insegnamento della Corte di Strasburgo, aveva, poi, dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 28, comma 7, della legge 4 maggio 1983, n. 184, nella parte in cui non prevedeva la possibilità per il giudice di interpellare la madre dell’adottato, osservando che «mentre la scelta per l’anonimato legittimamente impedisce l’insorgenza di una “genitorialità giuridica”, con effetti inevitabilmente stabilizzati pro futuro, non appare ragionevole che quella scelta risulti necessariamente e definitivamente preclusiva anche sul versante dei rapporti relativi alla “genitorialità naturale”: potendosi quella scelta riguardare, sul piano di quest’ultima, come opzione eventualmente revocabile (in seguito alla iniziativa del figlio), proprio perché corrispondente alle motivazioni per le quali essa è stata compiuta e può essere mantenuta». La Corte aveva, quindi, indicato come «cómpito del legislatore» quello di «introdurre apposite disposizioni volte a consentire la verifica della perdurante attualità della scelta della madre naturale di non voler essere nominata e, nello stesso tempo, a cautelare in termini rigorosi il suo diritto all’anonimato, secondo scelte procedimentali che circoscrivano adeguatamente le modalità di accesso, anche da parte degli uffici competenti, ai dati di tipo identificativo, agli effetti della verifica di cui innanzi si è detto»
Non può, quindi, oggi seriamente dubitarsi che esista nel nostro ordinamento, sia in ragione del disposto dell’art. 8 della CEDU, come intereptato dalla Corte di Strasburgo, sia in virtù della pronunzia additiva di principio resa dalla Corte Costituzionale, il diritto dell’adottato, nato da parto anonimo a conoscere le proprie origini, con il limite dell’accertata persistenza della volontà della madre di mantenere il segreto.
In concreto, in assenza di una normativa ad hoc, le modalità di esercizio di questo diritto sono, allo stato, rimesse alla prassi giudiziaria, come si ricava dal provvedimento in esame.

Cassazione civile , sez. VI-T ordinanza 24.02.2015 n. 3738

Non possono essere sottratti all’azione esecutiva dei creditori i beni costituiti per bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione del tenore di vita familiare, così da ricomprendere anche i debiti derivanti dall’attività professionale o di impresa di uno dei coniugi qualora il fatto generatore dell’obbligazione sia stato il soddisfacimento di tali bisogni.
È quanto ha stabilito la Suprema Corte nella pronuncia in commento in una controversia avente ad oggetto un provvedimento d’iscrizione d’ipoteca su immobili.
Nello specifico, due coniugi, di cui uno titolare di una azienda agricola, impugnavano un’iscrizione ipotecaria eseguita sui beni dell’azienda agricola conferiti in fondo patrimoniale, sostenendo che il debito in questione era sorto nell’esercizio dell’attività imprenditoriale, e pertanto, era da ritenersi estraneo ai bisogni della famiglia.
La Commissione tributaria regionale accoglieva l’appello dei contribuenti dichiarando la natura extra familiare dei debiti cui l’iscrizione ineriva.
La Cassazione, intervenuta sulla questione, ha in premessa ricordato che «l’art. 170 cod. civ., nel disciplinare le condizioni di ammissibilità dell’esecuzione sui beni costituiti nel fondo patrimoniale, detta una regola applicabile anche all’iscrizione di ipoteca non volontaria, ivi compresa quella di cui all’art. 77 del d.P.R. 3 marzo 1973, n. 602».
Ciò perché, precisa la Suprema Corte, l’art. 170 cod.civ., regolando l’efficacia sui beni del fondo di titoli che possono giustificare l’esecuzione su di essi, si presta a regolare altresì l’efficacia dei titoli che giustificano l’iscrizione di ipoteca ai sensi dell’art. 2817 c.c., n. 3, eart. 2818 c.c., e che, in conseguenza, sono funzionali all’esecuzione.
Osserva però la Cassazione che “Il criterio identificativo dei crediti che possono essere esecutivamente sui beni conferiti nel fondo va ricercato non già nella natura delle obbligazioni, ma nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse e i bisogni della famiglia … di guisa che è erronea la statuizione della sentenza secondo cui «…trattandosi di credito di natura tributaria si ritiene che trattasi, per ciò stesso, di credito di natura extrafamiliare come si ricava dalla documentazione prodotta…”.
Va, invece, accertato in fatto se il debito in questione si possa dire contratto per soddisfare i bisogni della famiglia; con la precisazione che, se è vero che tale finalità non si può dire sussistente per il solo fatto che il debito sia sorto nell’esercizio dell’impresa, è vero altresì che tale circostanza non è nemmeno idonea ad escludere in via di principio che il debito si possa dire contratto, appunto, per soddisfare detti bisogni.
E nei bisogni familiari, conclude il giudice di legittimità, sono ricomprese anche le esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della famiglia nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, con esclusione solo delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE VI – T CIVILE
Ordinanza 4 – 24 febbraio 2015, n. 3738

(Presidente Cicala – Relatore Perrino)
In fatto
V.R., titolare di un’azienda agricola individuale e la coniuge L.M., terza non debitrice, hanno impugnato un’iscrizione ipotecaria eseguita dall’agente per la riscossione sui beni dell’azienda agricola, conferiti in fondo patrimoniale, sostenendo che il debito dal quale era scaturita l’iscrizione era sorto nell’esercizio dell’attività imprenditoriale di R., essendo, in conseguenza, da considerare estraneo ai bisogni della famiglia.

La Commissione tributaria provinciale ha respinto il ricorso, là dove quella regionale ha accolto l’appello dei contribuenti, facendo leva, per un verso, sulla natura dell’ipoteca di atto prodromico all’esecuzione, con la conseguente assoggettabilità alle regole ed ai limiti per questa prescritti e affermando, per altro verso, la natura extra familiare dei debiti cui l’iscrizione si riferisce, in ragione della natura tributaria di essi e la consapevolezza di tale natura da parte dell’agente per la riscossione.

Ricorre Equitalia Nord s.p.a. per ottenere la cassazione di questa sentenza, affidando il ricorso a tre motivi, al quale non v’è replica.
In diritto
1. -Il ricorso è fondato, nei limiti di seguito precisati.

  1. – Infondato è il primo motivo di ricorso, proposto ex art. 360, 1° comma, n. 1, c.p.c., col quale l’agente per la riscossione denuncia la violazione degli articoli 2 e 19 del decreto legislativo n. 546 del 1992, sostenendo che vi sia carenza di giurisdizione in ordine alla controversia, che va devoluta al giudice amministrativo.

2.1. – Ciò in quanto la questione è stata proposta per la prima volta in questa sede, di guisa che va applicato il principio di diritto, in base al quale il giudicato implicito sulla sussistenza della giurisdizione, formatosi per effetto della non impugnazione sulla questione di giurisdizione della sentenza che ha deciso il merito della controversia, preclude il rilievo del difetto di giurisdizione (fra varie, Cass., sez.un., 13 giugno 2012, n. 9594; 26 settembre 2013, n. 22097; 10 luglio 2013, n. 17056).

2.2. – Ad ogni modo, va richiamato l’indirizzo reso dalle sezioni unite, secondo cui le controversie aventi ad oggetto il provvedimento d’iscrizione d’ipoteca su immobili appartengono alla giurisdizione del giudice tributario in ragione della natura tributaria dei crediti garantiti dall’ipoteca, senza che possa avere rilievo la destinazione dei beni a fondo patrimoniale (Cass., sez.un., 16 gennaio 2015, n. 641).

  1. -Infondato è altresì il terzo motivo di ricorso, prodromico rispetto al secondo, il quale, sebbene evochi in rubrica l’art. 360, 1° co., n. 5, c.p.c., chiaramente deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 77 del d.p.r. n. 602 del 1973 e 169, 170 e 2808 del codice civile, là dove il giudice d’appello la sentenza impugnata ha configurato l’ipoteca come provvedimento finalizzato all’esecuzione, in quanto tale assoggettata ai limiti di questa, tra i quali va compreso quello fissato dall’art. 170 c.c.

3.1. – Al riguardo, la Corte (Cass., 5 marzo 2013, n. 5385) ha già avuto occasione di chiarire che «l’art. 170 cod. civ., nel disciplinare le condizioni di ammissibilità dell’esecuzione sui beni costituiti nel fondo patrimoniale, detta una regola applicabile anche all’iscrizione di ipoteca non volontaria, ivi compresa quella di cui all’art. 77 del d.P.R. 3 marzo 1973, n. 602».

3.2. – Ciò perché, in generale, l’ipoteca si può iscrivere alle stesse condizioni in base alle quali un titolo esecutivo formatosi a carico del coniuge o del terzo che ha conferito il bene nel fondo patrimoniale potrebbe essere fatto valere su di esso e, in particolare, l’art. 170 cod.civ., regolando l’efficacia sui beni del fondo di titoli che possono giustificare l’esecuzione su di essi, si presta a regolare altresì l’efficacia dei titoli che giustificano l’iscrizione di ipoteca ai sensi dell’art. 2817 c.c., n. 3, e art. 2818 c.c., e che, in conseguenza, sono funzionali all’esecuzione.

  1. – Fondato è, invece, il secondo motivo di ricorso, che deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 169, 170, 2967 e 2729 cod.civ., sebbene evochi in rubrica il n. 5 del 1° comma dell’art. 360 c.p.c., là dove la Commissione tributaria regionale ha considerato il debito del contribuente estraneo ai bisogni della famiglia.

4.1. – Il criterio identificativo dei crediti che possono essere esecutivamente sui beni conferiti nel fondo va ricercato non già nella natura delle obbligazioni, ma nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse e i bisogni della famiglia (specificamente in termini, tra le più recenti, Cass. 11 luglio 2014, n. 15886; 7 luglio 2009, n. 15862), di guisa che è erronea la statuizione della sentenza secondo cui «…trattandosi di credito di natura tributaria si ritiene che trattasi, per ciò stesso, di credito di natura extrafamiliare come si ricava dalla documentazione prodotta… ».

4.2. – Va, invece, accertato in fatto se il debito in questione si possa dire contratto per soddisfare i bisogni della famiglia; con la precisazione che, se è vero (Cass. 12998/06) che tale finalità non si può dire sussistente per il solo fatto che il debito sia sorto nell’esercizio dell’impresa, è vero altresì che tale circostanza non è nemmeno idonea ad escludere in via di principio che il debito si possa dire contratto, appunto, per soddisfare detti bisogni.

4.3. – In quest’ottica non potranno essere sottratti all’azione esecutiva dei creditori i beni costituiti per bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione del tenore di vita familiare, così da ricomprendere anche i debiti derivanti dall’attività professionale o di impresa di uno dei coniugi qualora il fatto generatore dell’obbligazione sia stato il soddisfacimento di tali bisogni, da intendersi nel senso ampio testé descritto (analogamente si esprimeva anche Cass. 19 febbraio 2013, n. 4011, cit.).

  1. – Il ricorso va in conseguenza accolto, con cassazione della sentenza e rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Commissione tributaria regionale del Piemonte, che svolgerà l’accertamento sopra indicato, tenendo conto del fatto che nei bisogni familiari sono ricompresi anche le esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della famiglia nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, con esclusione solo delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi.
    P.Q.M.
    Accoglie il ricorso principale, nei limiti di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale del Piemonte.

Cassazione civile sez. VI sentenza 13/03/2015 n.5108

In tema di assegnazione della casa coniugale, deve essere data prevalenza alla soddisfazione dell’interesse dei figli minori rispetto al diritto del comodante alla restituzione dell’immobile, salvo che non dimostri di avere un urgente e provato bisogno.

La Corte Costituzionale, sentenza n.11 del 10/02/2015

La Corte Costituzionale ha riconfermato l’uso del parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile all’ex coniuge, non incidendo in alcun modo su quanto stabilito sino ad ora dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, anzi attingendone a piene mani.
L’iter logico che deve seguire il Tribunale, in virtù dell’art. 5, sesto comma della Legge sul Divorzio, si svolge in due fasi: prima di tutto è necessario accertare l’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante; successivamente qualora sia stata provata la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento dell’assegno di divorzio, si procede alla sua quantificazione, tenendo conto dei parametri elencati:
1) le condizioni dei coniugi;
2) le ragioni della decisione;
3) il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge
alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o
di quello comune;
4) il reddito di ciascun coniuge;
5) la durata del matrimonio.
L’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge richiedente, come è stato interpretato sin dalla sentenza n. 11490/1990, resa dalla Suprema Corte a Sezioni Unite, va intesa, non come stato di bisogno, bensì come insufficienza dei mezzi (comprensivi di redditi, cespiti immobiliari ed altre utilità) a conservare all’ex coniuge un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio. Ciò che rileva, dunque, è l’apprezzabile deterioramento, causato dal divorzio, delle precedenti condizioni economiche, che devono essere ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio. La giurisprudenza della Corte di Cassazione, quindi, ha attribuito all’assegno di divorzio una natura assistenziale, in ragione del principio di solidarietà post-coniugale, considerato espressione del dovere di solidarietà economico-sociale sancito dall’art. 2 Cost., dalla
quale sorge l’obbligo di corrispondere un assegno periodico a favore dell’ex coniuge privo di mezzi
adeguati, nonché di riparare allo squilibrio economico derivante dal divorzio, in piena conformità al
valore del matrimonio come indicato dall’art. 29 Cost. sganciando il presupposto dell’”inadeguatezza dei
mezzi da concetto di stato di bisogno e legandolo a quello dell’analogo tenore di vita goduto in costanza di
matrimonio, la giurisprudenza ha riconosciuto l’attribuzione dell’assegno divorzile anche quando, ad
esempio, l’ex coniuge era del tutto autosufficiente, anche con patrimoni personali più che dignitosi, ma che
non consentivano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio (Cass. Sez. I, 23442/2013).
In altre parole l’analogo tenore di vita consente, al Tribunale, di fissare un primo “astratto ammontare” dell’assegno divorzile, già nella prima fase, consentendo, così, di raggiungere il tetto massimo dell’assegno, già nel momento in cui si accertato la sussistenza del relativo diritto. A tale prima quantificazione deve necessariamente far seguito quella descritta come “seconda fase”, per adeguare in concreto l’assegno ai parametri indicati nell’art. 5, comma 6 L. D., così da diminuire il suo ammontare fino anche ad azzerarlo. In questo modo si evita la costituzione di rendite parassitarie in favore di ex coniugi, determinando l’assegno di divorzio attraverso una visione ponderata e globale di tutti i criteri di quantificazione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 3810 del 25.02.2015

E’ quanto ha statuito la Corte di Cassazione, prima sezione civile, con sentenza n. 3810 depositata il 25 febbraio 2015, relativamente ad un giudizio di separazione tra coniugi, in cui era stato disposto l’affidamento condiviso delle due figlie, nonché – vista l’aperta conflittualità tra moglie e marito – l’ammonimento di entrambi (ex art. 709 ter comma 2 n. 1) ad agevolare il rapporto tra le bambine e l’altro genitore. Ma la Corte d’Appello, visto il contegno della madre, riteneva confermare nei suoi confronti l’ammonimento e nello stesso tempo, comminarle la più incisiva sanzione amministrativa (ex art. 709 ter comma 2 n. 4) del pagamento di 1.000 euro a favore della Cassa ammende.
La Cassazione, con la pronuncia in esame, ha respinto le ragioni della ricorrente avverso la sua condanna, ritenendo le censure mosse non pertinenti al decisum della sentenza impugnata.
Tali censure, infatti, involgevano le ipotesi sanzionatorie di cui al n. 1, 2 e 3 dell’art. 709 ter, e non l’ipotesi di cui al n. 4 (sanzione amministrativa pecuniaria), effettivamente comminata.
Né – ha specificato la Suprema Corte- sarebbe stato possibile ricorrere in Cassazione avverso la sanzione dell’ammonimento, mancando essa delle caratteristiche di decisività e definitività.

Corte di Cassazione, sentenza n. 3079 del 16.02.2015

Se un genitore, nel corso della sua vita, viene meno ai suoi obblighi nei confronti del figlio naturale, quest’ultimo deve essere risarcito anche per i danni non patrimoniali derivanti dalla violazione dei suoi diritti costituzionalmente garantiti.
E tale risarcimento può essere dovuto anche dagli eredi del genitore, se defunto.
E’ quanto ha affermato la Corte di Cassazione con la pronuncia in esame, rigettando il ricorso presentato da due coeredi, avverso la loro condanna al risarcimento dei danni nei confronti della figlia illegittima del loro de cuius, di cui quest’ultimo si era sempre totalmente disinteressato.
In proposito, ha innanzitutto stabilito la Cassazione con la presente pronuncia, come l’obbligo del genitore naturale di concorrere al mantenimento, all’educazione ed all’istruzione del figlio, nasca sin dal momento della sua nascita, anche se, come nel caso in esame, la procreazione sia stata accertata in un momento successivo, mediante sentenza dichiarativa di filiazione.
Detto riconoscimento fa infatti scaturire i medesimi diritti e corrispondenti obblighi propri della filiazione legittima.
Quanto al risarcimento del danno – in tal caso a carico degli eredi del genitore defunto – la Suprema Corte ha confermato quanto dedotto in secondo grado, ovvero, che la violazione dei menzionati obblighi genitoriali non trova la sua sanzione esclusivamente nelle disposizioni proprie del diritto di famiglia, ma determina parimenti la realizzazione di un illecito civile (c.d. illecito endofamiliare) per lesione di diritti costituzionalmente protetti, con conseguente risarcibilità del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c..

Corte di Cassazione, sentenza n. 27386 del 24.12.2014

Lo stato di separazione dei coniugi può dirsi legittimamente interrotto solo nel caso in cui sia concretamente e durevolmente ricostituito il preesistente nucleo familiare nell’insieme dei suoi rapporti materiali e spirituali, non anche quando il ravvicinamento dei coniugi, pur con la ripresa della convivenza e dei rapporti sessuali, rivesta caratteri di temporaneità ed occasionalità.
Tale principio è stato affermato dalla Suprema corte con la sentenza in oggetto, con la quale è stato confermato lo scioglimento del matrimonio contratto tra due coniugi.
Stabiliva in particolare la Cassazione che nel caso in esame, il precedente vincolo matrimoniale in tutti i suoi aspetti materiali e spirituali, non poteva dirsi ricostituito nonostante la coabitazione, posto che uno dei due coniugi si trovava in carcere.
Tra l’altro la coabitazione, in tal caso nemmeno continuativa, non era fondata su una riconciliazione provvisoria o definitiva, bensì esclusivamente su esigenze abitative ed occasionali di uno dei coniugi.

Corte di Cassazione, sentenza n. 23105 del 30.10.2014

La corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nonostante la casa coniugale sia stata assegnata alla moglie ed i figli questi possono decidere liberamente di lasciarla e trasferirsi altrove

Corte di Cassazione, sentenza n. 23001 del 29.10.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che le decisioni adottate dal giudice con i provvedimenti presidenziali ed urgenti prevalgono sui precedenti accordi patrimoniali assunti dai coniugi.

Tribunale civile di Roma, sezione I, giudice dott.ssa Galtiero, del 27.06.2014

Il Tribunale civile di Roma, con la sentenza in esame ha precisato che il genitore che aizza i figli nei confronti dell’altro coniuge separato deve essere ammonito ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c..

Corte di Cassazione, sentenza n. 21670 del 14.10.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’assegno divorzile va revisionato quando il coniuge obbligato al versamento viene licenziato

Corte di Cassazione, sentenza n. 33452 del 29.07.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che si rende colpevole del reato di sottrazione di minore e di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice il coniuge separato che trasferisce di nascosto la residenza del figlio

Corte di Cassazione, sentenza n. 19691 del 18.09.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che deve essere annulato il matrimonio se il legale marito/madre è così inteso da generare problematiche sessuali e comportamenti anaffettivi verso la moglie.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16379 del 17.07.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che se viene annullato dal Tribunale ecclesiastico un matrimonio durato almeno 3 anni la dichiarazione di nullità non può essere accettata dallo Stato Italiano.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13983 del 19.06.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il mobbing familiare è causa di addebito della separazione se il ricorrente prova il compimento, da parte del coniuge, di atti consapevolmente contrari ai doveri del matrimonio, il nesso di causalità tra gli stessi atti ed il determinarsi della intollerabilità della convivenza o del grave pregiudizio per i figli.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15143 del 02.07.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nel giudizio di divorzio il Giudice è tenuto a sentire i figli minori se hanno compiuto 12 anni. Per gli infradodicenni, invece, l’ascolto è a discrezione del giuidicante e può essere omesso qualora questo lo ritenga nocivo per la prole.

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Corte di Cassazione, ordinanza n. 14498 del 26.06.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nessuna rendita spetta in caso di decesso del figlio alla madre se quest’ultimo ha mezzi sufficenti al proprio sostentamento.
Per la Corte infatti «per quanto riguarda l’apporto del de cujus, non si richiede che il superstite fosse totalmente mantenuto in tutti i suoi bisogni dal lavoratore defunto, ma è indispensabile, e insieme sufficiente, che quest’ultimo abbia contribuito in modo efficiente al suo mantenimento mediante aiuti economici che per la loro costanza e regolarità costituivano un mezzo normale, anche se parziale, di sussistenza».

Corte di Cassazione, ordinanza n. 13026 del 10.06.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento si deve tener conto anche dei regali dei familiari se costanti e prolungati nel tempo in quanto anche quest’ultimi concorrono a determinare il tenore di vita della coppia.

Corte di Cassazione, sentenza n. 11414 del 22.05.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non devono essere mantenuti i figli specializzandi in medicina che percepiscono il relativo compenso fissato nel contratto per la formazione specialistica.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7477 del 31.03.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il provvedimento di affidamento condiviso dei figli che costituisce la regola deve essere garantito anche di fronte ad una alta conflittualità dei genitore sempre che questa non rechi pregiudizio ai minori.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7478 del 31.03.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nel giudizio di separazione la nomina di un difensore, di curatore speciale, in rappresentanza del minore, deve essere fatta solo nel giudizio diretto a modificare provvedimenti già esistenti.

Corte di Cassazione, sentenza n. 372 del 10.01.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’interesse del minore a mantenere (o riprendere) i rapporti con un genitore, anche se assistiti da speciali cautele per l’imputazione a carico del padre, deve prevalere sul rischio di rendere questi “irrecuperabili” per il lungo tempo della loro interruzione, ove si dovesse attendere l’esito della vicenda penale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 2802 del 07.02.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non perde il diritto alla genitorialità la madre che per un trauma psicologico non riconosce la figlia

Tribunale di Milano, decreto del 27.11.2013

Il Tribunale di Milano con la decisione in esame ha precisato che la mensa scolastica non riveste alcuna connotazione straordinaria, essendo solo una modalità sostitutiva della voce “vitto” domestico già compresa in qualsiasi assegno mensile.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5097 del 05.03.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in caso di morte di un genitore l’altro non può impedire al figlio di frequentare gli ascendenti dello scomparso. Va dunque preservato il diritto di vedere, in primis, i nonni, ma anche gli zii, a pena di integrare una condotta “pregiudizievole” per il minore che può condurre (ai sensi dell’articolo 330 Cc) sino alla dichiarazione della decadenza dalla potestà genitoriale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 2539 del 06.02.2014

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che non può essere addebitata al marito la separazione per la relazione extraconiugale se la moglie aveva interrotto i rapporti sessuali con lui alla nascita del primo figlio.

Corte di Cassazione, ordinanza n. 2542 del 05.02.2014

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’eredità paterna dopo il divorzio fa scattare la revoca dell’assegno perché costituisce una rendita. La successione dopo la cessazione della convivenza ben può essere considerata per valutare la capacità economica degli ex coniugi.

Corte di Cassazione, sentenza n. 1277 del 22.01.2014

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che il sostegno economico all’interno di una coppia di fatto è un «dovere morale e sociale», soprattutto se uno dei due conviventi vive una condizione di «precarietà».
Per la Corte le «eventuali contribuzioni di un convivente all’altro vanno intese come adempimenti che la coscienza sociale ritiene doverosi nell’ambito di un consolidato rapporto affettivo che non può non implicare forme di collaborazione e di assistenza morale e materiale»

Corte di Cassazione, sentenza n. 25213 del 8.11.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è adottabile la minore in stato di abbandono e non per l’età avanzata dei genitori.
Per la Corte «L’età dei genitori», da cui la bimba nacque a seguito di un intervento di fecondazione assistita, «non riveste rilevanza alcuna ai fini della valutazione di mancanza di assistenza, presupposto dell’abbandono e della conseguente pronuncia di adottabilità».

Corte di Cassazione, sentenza n. 16270 del 27.06.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non può essere inflitta la separazione con addebito alla moglie quando il marito era a conoscenza dei tradimenti del coniuge senza che questo però fosse stato considerato con sicurezza l’elemento di rottura del matrimonio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15397 del 19.06.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che chi accudisce il fratello come una moglie ha diritto agli alimenti
La Cassazione, ha precisato che”la circostanza che la pretesa alimentare sia rivolta nei confronti del fratello non comporta la sua infondatezza”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 11020 del 09.05.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’obbligo di mantenimento da parte del padre nei confronti del figlio sussiste anche se questi abbia superato i trenta anni di età, ma non abbia raggiunto una propria autosufficienza economica per ragioni a lui non imputabili.
Secondo la Suprema corte “l’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole dell’art. 148 cod. civ, non cessa, ‘ipso facto’, con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica”.

Corte di Appello di Bologna, sentenza n. 394 del 10.4.2013

La Corte di Appello con la sentenza in esame ha precisato che non ha più diritto all’assegno divorzile l’ex coniuge che costruisce una nuova famiglia di fatto.
Per la Corte il nuovo nucleo familiare creato dall’ex se stabile e costante, interrompe la relazione con il tenore ed il modello di vita caratterizzante il precedente matrimonio e quindi non da più diritto all’assegno di divorzio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7581 del 26.03.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il dies a quo del termine annuale per il disconoscimento di paternità va collocato nel momento della scoperta dell’adulterio, intesa quale conoscenza della relazione o dell’incontro di carattere sessuale della donna con altro uomo, idonei a determinare il concepimento del figlio che s’intende disconoscere.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7214 del 21.3.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che: “La famiglia di fatto è compresa tra le formazioni sociali che l’art. 2 della Costituzione considera la sede di svolgimento della personalità individuale, il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna, per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto e matrice personale la cui rilevanza sul piano della giuridicità è custodita dalla Costituzione, sì da assumere i connotati tipici della detenzione qualificata”.
La Cassazione precisa che il convivente non è un “ospite” e che dunque non doveva essere messo alla porta all’improvviso. Ciò beninteso, precisa la Suprema Corte, “non significa pervenire ad un completo pareggiamento tra la convivenza more uxorio e il matrimonio, contrastante con la stessa volontà degli interessati, che hanno liberamente scelto di non vincolarsi con il matrimonio proprio per evitare le conseguenze legali che discendono dal coniugio”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5847 del 08.03.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che perde l’affidamento dei figli il padre che parla male della madre.
Tale modus operandi da vita ad “una sindrome da alienazione parentale dei figli ed evidenziava il danno irreparabile da essi subito per la privazione del rapporto con la madre”.

Corte di Cassazione, Sezione Unite, sentenza n. 4847 del 27.02.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nella successione legittima spettano al coniuge del de cuius i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano previsti dall’articolo 540 secondo comma del codice civile; il valore capitale di tali diritti deve essere stralciato dall’asse ereditario per poi procedere alla divisione di quest’ultimo tra tutti i coeredi secondo le norme della successione legittima, non tenendo conto dell’attribuzione dei suddetti diritti secondo un meccanismo assimilabile al prelegato”.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto di Famiglia.

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Corte di Cassazione, sentenza n. 601 del 11.01.2013

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che può essere affidato il figlio in via esclusiva al genitore omossessuale. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso di un uomo di origine musulmana cui era stato negato l’affidamento condiviso del figlio, confermando le statuizioni della Corte di merito.

Corte di Cassazione, sentenza n. 23199 del 17.12.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha riconosciuto il danno del coniuge se l’altro vende un appartamento in comunione, dichiarando che è un bene personale, anche se poi acquista un altro immobile, in ipotesi di valore superiore, che cade anch’esso in comunione.
Per la Cassazione però la Corte distrettuale sbaglia avendo dato “rilievo dirimente ad un fatto (l’acquisto del diverso appartamento) di per sé del tutto estraneo alla fattispecie sottoposta a giudizio”.
Infatti, “l’indagine – si legge nella sentenza – non poteva che arrestarsi all’accertamento dell’illegittimità della condotta posta in essere dal convenuto”: e cioè la vendita senza il consenso dell’altra parte. Né vale l’affermazione per cui l’acquisto sarebbe avvenuto con i soldi della vendita integrando così “una mera sostituzione dei beni cadenti in comunione”.
Perché un simile modo di ragionare “comporta invero una inammissibile sovrapposizione e prevalenza del giudizio economico sul bene giuridico, avendo il giudice operato una sorta di compensatio lucri cum danno che non solo appare del tutto disancorata ai presupposti di legge, ma soprattutto è avulsa rispetto al giudizio di illiceità del comportamento del convenuto che era chiamato a svolgere”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 42954 del 07.04.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che scatta il reato di ingiurie se nella “lite” tra due avvocati uno definisce il comportamento dell’altro “inqualificabile”, minacciando anche conseguenze professionali per il presunto comportamento scorretto che poi tale non si è dimostrato. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, bocciando la lettera del professionista che così recitava: “Siamo certi che saprà prendere atto della propria inqualificabile condotta e, pentendosi, restituire quanto di diritto alla mia assistita, e ciò eviterà serie conseguenze al prosieguo della attività professionale”.
Il fatto che aveva originato la disputa era la presunta mancata restituzione di un fascicolo di parte, nel passaggio di consegne tra i due avvocati. Mentre, in realtà, l’avvocato incriminato aveva prontamente avvertito la controparte della notifica dell’atto, limitandosi a chiedere che la consegna avvenisse presso il suo studio in quanto già in precedenza era stato accusato di aver consegnato un plico vuoto.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18175 del 23.10.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il tradimento del coniuge e la conseguente separazione con addebito non comporta automaticamente il diritto del partner tradito a ricevere l’assegno di mantenimento. Il giudice, infatti, dovrà valutare caso per caso se il “coniuge cui non sia addebitabile la separazione” sia “privo di adeguati redditi propri”. E solo se non potrà “mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio” o sussista “una disparità economica tra i coniugi”, allora scatterà l’assegno.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17370 del 11.10.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che le decisioni economiche prese in sede di separazione non vincolano il giudice del divorzio.
La Suprema Corte ricorda che “l’assegno va rapportato al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ma indici di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità reddituale dei coniugi”. E secondo la ricostruzione del giudice di merito sussisteva tale differenza reddituale tra i due coniugi, per cui andava respinto l’appello del marito contro la sentenza di primo grado che lo obbligava al pagamento dell’assegno. Anche se ricorda la Corte “vi è totale autonomia tra i regimi economici di separazione e divorzio, e il giudice del divorzio non è vincolato dalle statuizioni di separazione”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 36680 del 24.09.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la presentazione in giudizio di tre bilanci consecutivi in passivo della propria azienda non salva l’ex marito che non ha versato l’assegno di mantenimento della figlia minore dalla condanna per violazione degli obblighi di assistenza familiare.
Per la Suprema corte i documenti presentati sono stati ritenuti “privi di pregio non potendosi identificare la situazione reddituale dell’imputato, quale indicata nella denuncia dei redditi, con la incapacità rilevante ai fini dell’inadempimento dell’obbligazione di cui si tratta che deve essere assoluta e non derivante da colpa dell’interessato”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 36680 del 24.09.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la presentazione in giudizio di tre bilanci consecutivi in passivo della propria azienda non salva l’ex marito che non ha versato l’assegno di mantenimento della figlia minore dalla condanna per violazione degli obblighi di assistenza familiare.
Per la Suprema corte i documenti presentati sono stati ritenuti “privi di pregio non potendosi identificare la situazione reddituale dell’imputato, quale indicata nella denuncia dei redditi, con la incapacità rilevante ai fini dell’inadempimento dell’obbligazione di cui si tratta che deve essere assoluta e non derivante da colpa dell’interessato”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 34481 del 12.09.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che lo studente padre se ha dei figli deve mantenerli. I supremi giudici, infatti, hanno confermato la condanna a 6 mesi di reclusione nei confronti di un uomo che aveva avuto tre figli dalla sua compagna e, per i primi tre anni di vita dei bambini, non aveva minimamente provveduto a loro.
Inoltre, la Corte non ha concesso al giovane la sospensione condizionale della pena subordinando il beneficio al pagamento di quasi 19 mila euro come risarcimento danni per le sue mancanze affettive ed economiche dopo la nascita dei tre piccoli – una femmina e due maschietti – avuti da Daniela L. con la quale non era sposato.
Peraltro, l’Alta Corte rileva che “l’imputato non ha neppure dimostrato di avere tentato di ottenere una occupazione lavorativa per far fronte ai suoi obblighi, avendo invece preferito rimanere a casa dei genitori, lasciando alla madre dei suoi figli il carico di provvedere sia alla loro cura, sia al loro mantenimento”.
Infine, la Suprema Corte ha intimato allo studente-padre di smetterla di lamentarsi per la condanna data la “gravità della condotta omissiva protrattasi per tre anni” e considerato il “trattamento benevolo del giudice di primo grado”, il Tribunale di Pavia, che gli aveva concesso le attenuanti generiche.

Corte di Cassazione, sentenza n. 15158 del 11.09.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la grande differenza di età e la dichiarazione di non volersi occupare del minore non rappresentano elementi sufficienti per escludere l’interesse del minore alla dichiarazione giudiziale di paternità. Lo ha stabilito la Corte respingendo il ricorso di un signore di età avanzata che oltre a negare la paternità (rifiutando però il test del dna), aveva sostenuto che la sua condizione familiare, una moglie e tre figli, non gli avrebbe comunque consentito di “seguire ed educare il piccolo”, un ragazzo di 16 anni.
Per la Cassazione “la contrarietà all’interesse del minore può sussistere solo in caso di concreto accertamento di una condotta del preteso padre tale da giustificare una dichiarazione di decadenza della potestà genitoriale, ovvero di prova dell’esistenza di gravi rischi per l’equilibrio affettivo e psicologico del minore per la sua collocazione sociale”.
“Tali rischi – continua la sentenza – devono risultare da fatti obiettivi, emergenti dalla pregressa condotta di vita del preteso padre, ed, in mancanza di essi, l’interesse del minore va di regola tenuto sussistente, a prescindere dai rapporti di affetto che possano in concreto instaurarsi con il presunto genitore e dalla disponibilità di questo ad instaurarli, avendo riguardo al miglioramento obiettivo della sua situazione in relazione agli obblighi giuridici che ne derivano per il preteso padre”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 33319 del 28.08.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’inadempimento saltuario (6 mesi su 21) del pagamento dell’assegno non è sufficiente per far condannare l’ex marito per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza al figlio. Lo ha stabilito la Corte accogliendo il ricorso dell’uomo contro la sentenza della Corte di Appello di Messina che confermano il primo grado lo aveva condannato per il reato previsto dall’articolo 570, secondo comma, del codice penale, sulla base della sola testimonianza della moglie secondo cui “dava i soldi quando se lo ricordava, ogni tre quattro mesi”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 12197 del 17.07.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non ricade nella comunione legale la casa familiare edificata sul terreno comprato con i proventi di un solo coniuge. Rilevante la conforme dichiarazione dell’altro nell’atto pubblico di compravendita. Con tale principio la Corte, ha accolto il ricorso di un ex marito nel punto in cui la Corte d’appello di Venezia ha accertato che il fondo oggetto dell’atto di compravendita, stipulato in circostanza di matrimonio, ricadeva nella comunione, così come per effetto la casa familiare su di esso edificata.

Corte di Cassazione, sentenza n. 25596 del 02.06.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il ritardo nel pagamento degli alimenti non costituisce reato “sottrazione agli obblighi di assistenza famigliare”.
In proposito la Cassazione ha rilevato che il reato in questione non si realizza con “qualsiasi forma di inadempimento” ed inoltre ci deve essere anche una volontà dolosa di non adempiere agli obblighi. Dunque, per arrivare alla condanna, “si deve trattare di inadempimento serio e sufficientemente protratto (o destinato a protrarsi) per un tempo tale da incidere apprezzabilmente sulla disponibilità dei mezzi di sussistenza che il soggetto obbligato deve fornire”.
“Quindi il reato – prosegue la Cassazione – non scatta automaticamente con l’inadempimento ai sensi delle leggi civili e, ancorché la violazione possa conseguire anche al ritardo, il giudice penale dovrà valutarne la gravità e, quindi, l’attitudine oggettiva a integrare la condizione che la norma è tesa ad evitare”.
In pratica essendo stati “brevi” i ritardi contestati, la Cassazione ha ritenuto di poter ragionevolmente ritenere che si sia trattato solo di un momentaneo problema economico per il quale il padre separato non merita la condanna penale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9546 del 12.06.2012

La Corte di Appello con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il provvedimento della Corte d’appello che, in sede di separazione tra i coniugi, impone alla madre collocataria di astenersi dal coinvolgere il figlio piccolo nella sua nuova scelta religiosa. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza in oggetto che ha respinto il ricorso di una donna che, al momento della nascita del figlio, aveva consentito che il piccolo fosse battezzato e seguisse una formazione religiosa cattolica. In seguito però si era convertita alla confessione religiosa dei Testimoni di Geova ed erano cominciati a sorgere problemi con il marito circa l’educazione religiosa del piccolo.
La Suprema corte, nel respingere il ricorso, ha affermato che l’articolo 155 del Cc consente al giudice di adottare ogni provvedimento relativo all’affidamento dei figli attenendosi al criterio fondamentale rappresentato dal superiore interesse della prole. L’esercizio in concreto di tale potere deve costituire espressione di “conveniente protezione del preminente diritto dei figli alla salute e a una crescita serena ed equilibrata e può assumere anche profili contenitivi dei rubricati diritti e libertà fondamentali individuali”, ove si paventi il rischio di compromettere il sereno sviluppo e al salute psico-fisica del minore.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8862 del 01.06.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in una causa di separazione la pronuncia di addebito e quella di risarcimento del danno possono coesistere, “considerati i presupposti, i caratteri, le finalità radicalmente differenti”.
Secondo la Cassazione dunque il risarcimento non segue solo la commissione di reati (e l’adulterio dopo le note pronunce della Consulta non lo è più), ma anche “la violazione dei diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti … incidendo su beni essenziali della vita”. In questi casi (che integrano la violazione della privacy, salute, rapporti relazionali) via libera al risarcimento dei danni non patrimoniali.
Secondo il nuovo orientamento “rileva proprio la qualità di coniuge e la violazione di obblighi nascenti dal matrimonio che, da un lato è causa di intollerabilità della convivenza, giustificando la pronuncia di addebito, con gravi conseguenze, com’è noto, anche di natura patrimoniale, dall’altro, si configura come comportamento (doloso o colposo) che, incidendo su beni essenziali della vita, produce un danno ingiusto, con conseguente risarcimento, secondo lo schema generale della responsabilità civile”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 8773 del 01.06.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la mancanza di un’intesa sessuale rappresenta una «giusta causa» per abbandonare il tetto coniugale: per questo, chi lascia il coniuge, non vivendo con lui un rapporto «sereno e appagante», non rischia di vedersi addebitata dal giudice la colpa della separazione. È quanto si evince da una sentenza con cui la prima sezione civile della Cassazione ha rigettato il ricorso di un uomo che chiedeva l’annullamento delle pronunce di merito che avevano stabilito un assegno di mantenimento di 2.500 euro mensili a favore della sua ex moglie.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7771 del 17.05.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che se un padre ricorre contro l’assegno di mantenimento dovuto al figlio naturale dopo lo scioglimento della convivenza, il tribunale, nel confermarlo o ridurlo, deve esaminarne le ragioni e non può limitarsi a mere petizioni di principio – “l’assegno deve essere quantificato considerando le esigenze del minore in rapporto al tenore di vita goduto in costanza delle convivenza con entrambi i genitori – , o semplicemente richiamarsi alle decisione di primo grado – “appare pienamente condivisibile il giudizio del tribunale -, senza “alcuna disamina delle censure” mosse dal ricorrente.
La Suprema Corte ha ricordato che, ove il giudice ritenga necessario stabilire la corresponsione di un assegno, deve trovare applicazione la disciplina del novellato articolo 155 del Cc dove si prevede che ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. E stabilisce che il giudice al fine di realizzare il principio di proporzionalità tenga conto delle attuali esigenze del figlio; dell tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori; dei tempi di permanenza presso ciascun genitore; delle risorse economiche di entrambi i genitori; e infine della valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Corte di Cassazione, sentenza n. 16088 del 27.04.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’occupazione precaria del minore non elide lo stato di bisogno. Commette un reato il padre che non versa l’assegno di mantenimento all’ex moglie e non dà supporto economico al figlio minore anche se questo fa qualche lavoretto saltuario.
La Corte, ha respinto il ricorso di un 43enne contro il giudizio di colpevolezza della Corte d’appello di Ancona che lo condannava alla pena di due mesi di reclusione e di 500euro di multa per aver violato gli obblighi di assistenza familiare, non avendo corrisposto i mezzi di sussistenza al figlio minore, e per aver omesso di corrispondere l’assegno divorzile alla ex.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5883 del 13.04.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è legittimo il provvedimento di adozione dei minori anche in presenza di una zia ed una nonna che si dichiarano disponibili ad occuparsene se non hanno mai dato prova di un interesse reale verso i bambini o non hanno fatto nulla per alleviarne la condizione di sofferenza. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 583/2012, respingendo i ricorsi dei familiari.
La dichiarazione di adottabilità dei due fratellini seguiva a gravi carenze e maltrattamenti continuati da parte dei genitori, ampiamente documentati nel tempo dai servizi sociali, culminati in episodi gravissimi come il tentativo di suicidio da parte del fratellastro di nove anni (dopo aver appiccato un incendio nella casa familiare), ma anche la presenza di carie non curate nella bambina e l’asportazione per proprio conto dei punti a seguito di un intervento chirurgico da parte dell’altro fratellino. Il tutto in una condizione di estremo degrado.
La nonna, del resto, nel lungo periodo di osservazione da parte dei servizi sociali, oltre al “disinteresse dimostrato per le squallide condizioni di vita dei bambini” aveva rivelato “una costante incapacità di comprendere le esigenze dei nipoti” e il rifiuto di collaborare con i servizi stessi. Mente la zia che pure si era dichiarata disposta a tenerli ed aveva fatto loro qualche visita saltuaria in istituto, aveva dimostrato un interesse tardivo. Infatti, “l’accertamento dei significativi rapporti fra i parenti entro il quarto grado e il minore […] rappresenta un prius, non un posterius, rispetto all’audizione dei medesimi parenti”. E la Corte di Appello aveva appunto accertato “l’insussistenza di simili rapporti con la zia materna”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 13956 del 10.04.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che rischia il carcere per il titolare del negozio che fotocopia i libri ai clienti senza pagare i diritti SIAE
La titolare del negozio fotocopia i testi universitari agli studenti e ci guadagna parecchio sopra, considerato che non versa le previste royalty agli editori e agli editori. Ma rischia grosso, e infatti è condannata a un anno di reclusione e 3 mila euro di multa. A inchiodare la responsabile della copisteria è proprio il pubblico dei giovani che affollano i locali dell’esercizio, inducendo i giudici a escludere che le riproduzioni, riguardanti le discipline scientifiche più disparate, siano realizzate per soddisfare esigenze private dell’imprenditrice.

Corte di Cassazione, sentenza n. 5652 del 10.04.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno per il mancato mantenimento anche dopo 40 anni. L’obbligo di mantenere la prole, infatti, decorre dalla nascita e prescinde dalla proposizione di una domanda giudiziale in merito. Non solo, essendoci in ballo la lesione di interessi costituzionalmente garantiti – come il diritto del bambino ad essere accudito, educato e istruito – oltre al risarcimento spetta anche il diritto al ristoro per il danno non patrimoniale.
Lo ha stabilito la Suprema Corte, confermando la pronuncia della Corte di Appello di Catania che a quasi mezzo secolo di distanza dalla nascita aveva liquidato 25mila euro ad un figlio non riconosciuto dal padre. L’uomo aveva avuto una storia travagliata costellata anche da alcune condanne penali poi superata con la costituzione di un proprio nucleo familiare. Tuttavia, il ricorrente ricollegava tutte le vicissitudini patite all’assenza del padre che lo aveva costretto a vivere con la madre in condizioni di estrema indigenza.
Ma la Suprema corte è andata oltre il caso specifico (dove la domanda di ristoro era “inspiegabilmente” limitata nel tempo, al periodo tra il compimento dei 18 anni e il raggiungimento dell’autonomia economica), riprendendo la nozione di “illecito endofamiliare”, secondo cui la violazione dei relativi doveri non viene sanzionata solo attraverso le regole del diritto di famiglia. Infatti, per i giudici di fronte alla lesione di diritti primari della persona si possono “integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo ad un autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali”, ai sensi dell’articolo 2059 del codice civile.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4571 del 22.03.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’ex coniuge casalinga può vedersi ridotto l’assegno di mantenimento se ha una potenziale capacità lavorativa. Quando, infatti, si accerta che la beneficiaria è dotata di una specifica qualifica professionale e che il soggetto obbligato ha avuto una diminuzione patrimoniale, è perfettamente legittima la richiesta dell’ex marito di “risparmiare” sul mantenimento.
La Corte ha respinto il ricorso di una donna che si era vista ridurre l’assegno perché, pur essendo impossidente e priva di alcuna fonte di reddito, aveva la qualifica di insegnante. Secondo i giudici di merito questa professionalità potenziale le avrebbe consentito di dare lezioni private o collaborare con scuole pubbliche o provate e di non gravare per intero sull’ex coniuge.
La Cassazione ha confermato la decisione sostenendo che la donna, sebbene priva di mezzi economici, non si doveva considerare “pure priva per ragioni oggettive di qualsiasi residua capacità lavorativa lucrativa, essendo anche dotata di specifica qualifica professionale

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Corte di Cassazione, sentenza n. 4816 del 27.02.2009

Secondo la Suprema Corte solo la casa nella quale la famiglia ha vissuto può essere assegnata al coniuge affidatario dei figli minori. Nel caso di specie è stata riformata, sulla scorta del suddetto principio, la sentenza di merito in forza della quale era stata assegnata alla moglie separata quale casa coniugale un appartamento, diverso da quello dove la famiglia aveva vissuto unita, ma più rispondente ai desideri della figlia che viveva con lei. Il Giudice di Legittimità invece ha rigettato il ricorso ritenendo del tutto irrilevante il fatto che i coniugi abbiano nella loro disponibilità di un’altra casa anche se più piccola ma rispondente alle esigenze della prole in quanto più vicina alla scuola e ai parenti del genitore affidatario. L’assegnazione della casa familiare prevista dall’art. 155, comma 4, c.c., risponde secondo la Corte all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare. L’assegnazione dunque consentita unicamente con riguardo all’immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza.

Corte di Cassazione, sentenza n. 2721 del 04.02.2009

La Corte di Cassazione ha statuito che la ex moglie ha diritto al mantenimento anche se le nozze sono durate una sola settimana ed il matrimonio non è stato consumato. Con tale premessa la Corte ha confermato una sentenza della Corte di Appello di Bologna che aveva dichiarato lo scioglimento del matrimonio di una coppia durato solo una settimana. La Corte di Appello di Bologna aveva infatti stabilito a carico del marito un assegno mensile ritenendo la brevità della convivenza non rilevante per escludere il diritto all’assegno, non essendo stato provato il denunziato intento utilitaristico nel contrarre matrimonio. Contro la sentenza di appello il marito aveva proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, respingendo il ricorso, ha confermato la decisione dei giudici di appello, ritenendo dimostrato, sulla base della sensibile disparità dei redditi dei coniugi, il deterioramento delle condizioni economiche della moglie sopravvenuto al divorzio, e confermando il diritto all’assegno.

Corte di Cassazione, sentenza n. 29249 del 12.12.2008

Per la Suprema Corte intrattenere una relazione extraconiugale con scambio di effusioni anche in pubblico con l’amante costituisce motivo di addebito della separazione. La Corte di Cassazione ha cosi confermato una sentenza della Corte di Appello di Ancona che aveva pronunciato la separazione nei confronti di due coniugi addebitandola alla moglie a causa di una sua comprovata e consolidata relazione extraconiugale. La ragione dell’addebito della separazione era dovuto al comportamento della moglie, il quale era stato ritenuto idoneo ad evidenziare ai terzi l’esistenza della relazione extraconiugale, quand’anche in concreto non ancora intrattenuta con carattere di stabilità. Trattandosi continua la Corte di un comportamento che ha reso intollerabile la prosecuzione della convivenza, ci troviamo dinnanzi ad una circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che se ne era reso responsabile.

Corte di Cassazione, sentenza n. 6575 del 16 febbraio 2009

La Suprema Corte, ha confermato le sentenze dei primi due gradi di giudizio nei confronti di un uomo di Rossano che, per 5 anni, non ha versato la cifra indicata dal giudice per il mantenimento del figlio minore affidato alla madre, statuendo inoltre che il marito in tale ipotesi deve risarcire anche i danni morali. Si tratta continua la Corte di un risarcimento di cui il padre è debitore” proprio nei confronti del figlio minore per “la sofferenza fisica e morale conseguente al reato di violazione degli obblighi di assistenza. La statuizione risarcitoria del danno morale scaturisce per la Corte dalla sofferenza fisica e morale conseguente al reato in cui persona offesa è il minore

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto di Famiglia.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4296 del 19.03.2012

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che il figlio maggiorenne può intervenire nel giudizio di separazione o divorzio dei genitori.
Il codice civile all’articolo 155 quinquies prevede che il giudice possa disporre in favore dei figli maggiorenni ma non autosufficienti il pagamento di un assegno anche direttamente all’avente diritto. In simili casi, secondo la Corte si scontrano due posizioni entrambe meritevoli di tutela, quella del genitore convivente diretta ad ottenere l’assegno per adempiere ai propri compiti senza dover anticipare il denaro di tasca propria; e quella del figlio avente diritto al mantenimento, “ed anzi legittimato in via prioritaria ad ottenere il versamento diretto del contributo”.
Così, spiega la sentenza, l’articolo 155 quinquies “appare rivolto al giudice della crisi familiare, chiamato ad adottare – sulla base di una prudente valutazione delle concrete emergenze del caso – quella diversa determinazione in deroga al principio generale”. E con l’ingresso in giudizio del figlio si amplia il contraddittorio consentendo al giudice di decidere “sulla base di una approfondita ed effettiva disamina delle istanze dei soggetti interessati”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 2059 del 14.02.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il coniuge che provi l’abbandono volontario e definitivo della residenza familiare da parte dell’altro, senza che questi abbia proposto domanda di separazione, “non deve ulteriormente provare l’incidenza causale di quel comportamento illecito sulla crisi del matrimonio”. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza in oggetto respingendo il ricorso di un marito cui era stata addebitata la separazione a seguito appunto dell’abbandono della casa familiare diversi anni prima della proposizione della domanda giudiziale, e che contestualmente aveva iniziato una nuova relazione more uxorio. Per la Suprema corte, infatti, un simile comportamento implica di fatto “la cessazione della convivenza e degli obblighi ad essa connaturati, gravando dunque sulla parte che si è allontanata “l’onere di offrire la prova contraria”, e cioè che “quel comportamento fosse giustificato dalla preesistenza di una situazione d’intollerabilità delle coabitazione”. Infatti, l’unico caso in cui è ammissibile l’abbandono del tetto coniugale, come previsto dalla legge 171/1975 che ha integrato l’articolo 146 del Cc, è quello in cui sia stata proposta domanda di separazione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 933 del 24.01.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che
Il fondo patrimoniale non è opponibile al creditore procedente se l’annotazione della convenzione all’atto di matrimonio è successiva all’iscrizione ipotecaria o al pignoramento.
Per la Corte se il pignoramento immobiliare è eseguito prima dell’annotazione, la costituzione del fondo patrimoniale non ha effetto nei confronti del creditore pignorante e di quelli che intervengono nell’esecuzione. Allo stesso risultato si perviene, ha spiegato il collegio, quando il pignoramento sia successivo all’annotazione, ma l’ipoteca sia stata iscritta in precedenza, in quanto con l’iscrizione sorge immediatamente per il creditore il potere di espropriare il bene con prevalenza rsipetto ai vincoli successivi.

Corte di Cassazione, sentenza n. 785 del 20.01.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la forte litigiosità dei genitori giustifica la revoca del mantenimento diretto dei figli e la corresponsione di un assegno mensile.
Lo ha chiarito la Cassazione secondo la quale l’articolo 155 del codice civile, nello stesso secondo comma in cui prevede in via prioritaria la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori, dispone che il giudice può fissare la misura e il modo con cui ciascuno deve contribuire al mantenimento, conferendo al magistrato un’ampia discrezionalità. Inoltre il successivo comma 4 affida al giudice il potere di stabilire “ove necessario” la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità. Ne consegue che, nell’ambito della discrezionalità accordata dalla legge, è legittima la scelta del giudice di disporre il pagamento di un assegno in luogo del mantenimento diretto con la motivazione che un’accentuata litigiosità dei genitori è circostanza idonea a sollevare ulteriori conflitti in un contesto che esige, al contrario, una condotta pienamente collaborativa.

Corte di Cassazione, sentenza n. 330 del 12.01.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la sola immaturità della madre non è sufficiente per dichiarare lo stato di abbandono del figlio e, quindi, la sua adottabilità. Lo ha confermato la Cassazione con l’ordinanza ha respinto il ricorso del Procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma nei confronti di una ragazza straniera alla quale il tribunale aveva sospeso la potestà genitoriale nominando un tutore provvisorio per il figlio.
La decisione era stata però riformata dai giudici di secondo grado, suscitando le rimostranze del PG, con la motivazione che ai fini della dichiarazione di adottabilità di un minore non è possibile sostenere l’equazione tra immaturità anche incolpevole del genitore e abbandono del figlio da parte del medesimo.
Ora è arrivata anche la conferma della Cassazione che ha ritenuto valida al motivazione della Corte d’appello in base alla quale non si configura uno stato di abbandono quando la madre, pur bisognosa di supporti psicologici, abbia intrapreso con esiti positivi un processo di autonomia e maturazione e sia profondamente legata al bambino come lui a lei.

Corte di Cassazione, sentenza n. 387 del 13.01.2012

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il venir meno dei presupposti per l’erogazione del contributo di mantenimento nei confronti della ex moglie e dei figli non sempre elimina anche il problema dell’assegnazione della casa familiare in comproprietà. Se esiste, infatti, un accordo sottoscritto in sede di separazione che dispone la vendita a terzi del bene solo dopo che i figli autosufficienti trasferiscano altrove la loro residenza, tale accordo resta in vigore e così anche l’assegnazione della casa fino a quando non si verificano le circostanze concordate.
Lo ha chiarito la Cassazione secondo la quale la legge subordina il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti conviventi con i coniugi. In assenza di questi presupposti la casa in comproprietà non può quindi essere assegnata dal giudice e resta soggetta alle norme sulla comunione salvo che non esistano eventuali accordi di natura negoziale intercorsi in sede di separazione che dispongono diversamente.

Corte di Cassazione, sentenza n. 29468 del 29.12.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’ex coniuge assegnatario della casa familiare non ha diritto anche all’uso del box auto se non dimostra la natura pertinenziale del bene. In pratica deve dimostrare che il l’immobile era destinato alle esigenze della famiglia anche durante le nozze.
Lo ha chiarito la terza sezione civile della Cassazione secondo la quale il coniuge assegnatario dell’abitazione coniugale che rivendichi la mancata consegna del box è tenuto a dimostrare l’esistenza del vincolo pertinenziale, “quanto al requisito oggettivo dell’appartenenza dei due beni, principale ed accessorio, al medesimo proprietario ed al requisito soggettivo della durevole destinazione del bene accessorio al servizio di quello principale”. Nella specie l’assegnataria ha dedotto a fondamento della domanda la circostanza che il box fosse contiguo all’abitazione. Questo fatto, però, ha spiegato il collegio, da solo non basta quando il marito dimostra di essere proprietario di altro appartamento nello stesso stabile adibito a studio professionale.

Corte di Cassazione, sentenza n. 21968 del 25.10.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha pecisato che deve essere delibata in Italia la sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio se uno dei coniugi non vuole figli anche se la scelta è dovuta al rischio di una malattia per il bambino.
La donna si era giustificata sostenendo di aver avuto all’età di 17 anni una gravidanza molto difficile a cause dell’anemia mediterranea e che ella non aveva mai avuto l’intenzione di escludere i figli dal matrimonio ma soltanto di differirne il concepimento in ragione delle non buone condizioni di salute.
Secondo la Cassazione però per la donna non c’è nulla da fare. Infatti, “in sede di delibazione di sentenza di nullità matrimoniale per esclusione unilaterale dei bona matrimoni il giudice italiano sarebbe vincolato all’accertamento in fatto compiuto dal giudice ecclesiastico, accertamento che per l’appunto avrebbe deposto nel senso della riscontrata intenzione, da parte della donna, di escludere l’ipotesi della maternità”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 21173 del 14.10.2011

La Corte di Cassazion con la sentenza in esame ha precisato che l’ex moglie che chiede il riconoscimento dell’assegno di mantenimento non può imporre al giudice di far effettuare indagini fiscali sull’ex marito se il magistrato ritiene sufficiente la documentazione acquisita.
Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di una signora nei confronti dell’ex marito. La donna, che in sede di separazione personale dal coniuge aveva rinunciato all’assegno, ha chiesto in seguito il riconoscimento dell’emolumento sulla base, a suo dire, delle mutate condizioni economiche del marito. A questo proposito ha quindi sollecitato il giudice a svolgere indagini fiscali ad hoc nei confronti dell’ex consorte.
La Corte d’appello prima e la Cassazione poi hanno però stabilito che i giudici non sono mai tenuti a disporre ulteriori indagini di polizia tributaria relativamente alla situazione patrimoniale di uno dei due coniugi quando i redditi dell’interessato risultano “ampiamente dalla documentazione fiscale acquisita agli atti”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 20365 del 05.10.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nei giudizi di sottrazione internazionale di minori si può valutare le conseguenze del ritorno in patria del piccolo e disporre la sua permanenza in Italia anche se uno dei due genitori lo ha illegalmente trasferito nel nostro Paese.
La Cassazione, ha chiarito che il giudice, cui sia richiesto di emettere un provvedimento di rientro nello Stato di residenza del minore illecitamente trattenuto da un genitore, può tener conto delle attitudini educative del genitore affidatario, in quanto l’inidoneità a garantire adeguate condizioni, anche materiali, di accudimento dei minori è circostanza che li espone a rischi fisici o psichici, tanto più quando il padre si disinteressa della figlia come nel caso in esame.

Corte di Cassazione, sentenza n. 19579 del 26.09.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il diritto all’assegno familiare permane anche se il coniuge torna a vivere a casa dei genitori e anche se beneficia di una minima pensione di invalidità. Neppure vale ad esonerare il marito dal pagamento mensile il fatto che la separazione sia avvenuta con addebito a carico della moglie.
Per la Corte in particolare la gravità della situazione economica non può ritenersi superata dalla convivenza con i genitori perché questa potrebbe essere una condizione passeggera non potendosi considerare la ex “costretta” a vivere in famiglia. Del resto, anche l’assegno per l’invalidità essendo soltanto di 243 euro mensili, è insufficiente a far fronte ai bisogni primari di una persona.

Corte di Cassazione, sentenza n. 18618 del 12.09.2011

la Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’esclusivo accudimento del marito e dei figli durante il matrimonio valgono un assegno di divorzio pieno. Infatti, se la moglie non ha mai lavorato perché impegnata nella vita domestica, il tribunale deve prenderne atto certificando che ella “possiede una capacità di guadagno pressoché nulla”. E dovrà tener conto nella determinazione degli “alimenti”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 17191 del 01.09.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che se durante la separazione i genitori si fanno la guerra continuamente può essere giusto non concedere l’affidamento condiviso dei figli.
Per la Corte per affidare congiuntamente i figli è necessario «un accordo sugli obiettivi educativi, una buona alleanza genitoriale e un profondo rispetto dei rispettivi ruoli».

Corte di Cassazione, sentenza n. 27051 del 11.07.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che se non ha capacità economica viene meno anche la possibilità di punire penalmente il genitore che non contribuisce finanziariamente al mantenimento del figlio minorenne. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 27051/2011, ribaltando la pronuncia di condanna emessa dal tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto e confermata dalla Corte di Appello di Messina.
In primo e secondo grado, infatti, il genitore, un uomo sordomuto che percepiva come unico reddito una pensione per invalidità di 3.500 euro l’anno, pari a 243 euro al mese, era stato ritenuto responsabile per violazione degli obblighi di assistenza familiare, ex articolo 570 del codice penale.
Per la Corte, però, “l’obbligo di prestazione dei mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore presuppone la capacità economica dell’obbligato, con la conseguenza che assume rilievo, ai fini di sanzionare penalmente l’inadempimento, che la mancata corresponsione delle somme dovute sia da attribuire all’indisponibilità, persistente, oggettiva, ed incolpevole, di introiti sufficienti a soddisfare le esigenze minime di vita”.
Ragion per cui conclude la Cassazione “essendo stata accertata – nella sede di merito – una obiettiva ed incolpevole incapacità economica del soggetto obbligato, ne consegue che l’imputato deve essere assolto dal reato ascrittogli con la formula perché il fatto non sussiste”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 14553 del 04.06.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la casa utilizzata dai coniugi durante i periodi di vacanza non può essere considerata la residenza familiare e, pertanto, non può essere assegnata a uno dei due in sede di separazione. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso del marito nei confronti della ex moglie alla quale il giudice aveva assegnato la casa delle vacanze in sede di separazione. Secondo la Cassazione, al fine dell’assegnazione a uno dei coniugi separati o divorziati della casa familiare, occorre che si tratti della stessa abitazione in cui si svolgeva la vita della famiglia allorché era unita. L’assegnazione, infatti, rispondendo all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell’immiobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro bene di cui i coniugi avessero la disponibilità

Corte di Cassazione, sentenza n. 12278 del 07.06.2011

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che hanno diritto a un risarcimento del danno morale di pari ammontare la ex moglie, la convivente e figli legittimi o naturali che perdono rispettivamente il partner e il padre in un incidente stradale.
Con tale principio la Corte, ha respinto il ricorso di due figli legittimi che chiedevano di essere risarciti diversamente rispetto alla compagna del padre e a loro figlio.
In particolare l’uomo era deceduto in seguito a un grave incidente stradale. A chiedere i danni morali all’assicurazione erano stati la ex moglie, i figli legittimi, la nuova compagna (anche per il figlio naturale). Il Tribunale di Milano aveva accordato alle due donne 20.658 euro di risarcimento, né un euro in più né uno in meno.
Per questo la prima partner si era rivolta alla Corte d’Appello chiedendo un ristoro maggiore considerando anche il fatto che l’uomo aveva sempre mantenuto con la prima famiglia uno stretto legame affettivo. Ma la risposta dei giudici di merito era stata negativa. Ora la Cassazione ha confermato il verdetto mettendo sullo stesso piano la famiglia legittima e quella di fatto.
In un passaggio chiave delle motivazioni questa circostanza emerge chiaramente: “si osserva che i giudici di appello – dice Piazza Cavour – hanno parificato, ai fini del risarcimento del danno morale, la famiglia legale a quella di fatto, in quanto per quest’ultima è stata provata la stabilità e la continuità nel tempo del rapporto e della relazione affettiva”. Quindi nel risarcimento concreto del danno, tenendo conto della particolarissima situazione di un soggetto con due nuclei familiari legati a lui da una rapporto di protratta e contemporanea stabilità nel tempo, i giudici di merito, lungi dal lamentato automatismo, hanno tenuto conto della diversa intensità del vincolo familiare, moglie convivente e figli , e della effettiva convivenza, liquidando alla figlia sposata un importo inferiore.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9373 del 27.04.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che i provvedimenti di modifica delle condizioni di separazione e divorzio non sono immediatamente esecutivi. Ne consegue che il coniuge a cui è stato aumentato il mantenimento non può notificare all’altro un atto di precetto e quindi procedere a un pignoramento della somma presso terzi. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di una moglie nei confronti del marito. La donna, che aveva ottenuto in sede di separazione un assegno di mantenimento, ha agito nei confronti dell’ex chiedendo al giudice il pignoramento presso il datore di lavoro della somma da lei vantata. Il marito si è opposto sostenendo che che non sussistenza il titolo esecutivo per agire. I giudici hanno dato ragione all’uomo e la vertenza è giunta in Cassazione. La Suprema corte, nel confermare la decisione di merito, ha affermato che i provvedimenti di modifica delle condizioni di separazione non sono immediatamnete esecutivi. Certo, ha proseguito il collegio, di fronte alla generalizzata esecutorietà delle sentenze di primo grado, “tale carattere appare un sorta di residuo affatto eccezionale, in una materia come quella familiare che richiede tempestività e snellezza operativa”. Tuttavia, ha concluso la Cassazione, si tratta di una scelta discrezionale del legislatore al quale, pertanto, spetta in via esclusiva porre rimedio.

Corte di Cassazione, sentenza n. 9074 del 20.04.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che se le infedeltà coniugali sono incrociate e tollerate vicendevolmente da molti anni diventa difficile farne il motivo di addebito della separazione. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 9074/2011, respingendo il ricorso di un marito che chiedeva l’annullamento dell’obbligo di corrispondere l’assegno mensile alla moglie, motivando la richiesta in base al fatto che la separazione sarebbe avvenuta a causa delle infedeltà della donna.
In primo grado il tribunale di Milano aveva dato ragione al marito, ritenendo provata l’infedeltà, ed aveva interrotto la corresponsione di una lauto assegno mensile corrisposto in via provvisoria. In Appello però la Corte, accogliendo parzialmente l’impugnazione della moglie, ha escluso che si potesse imputarle la separazione in quanto dal quadro probatorio emergeva “un regime coniugale improntato a reciproca autonomia e libertà sentimentale” e ciò “escludeva ogni nesso causale tra l’infedeltà della moglie e la compromissione del vincolo coniugale”. Concludendo che “la separazione non potesse essere addebitata a nessuno dei due coniugi” e che dunque alla signora poteva essere riattribuito l’assegno di mantenimento, determinato in misura tale da consentirle un tenore di vita adeguato a quello avuto con il marito.
Un ragionamento condivisibile per i giudici della Suprema Corte i quali hanno argomentato che “la reiterata inosservanza da parte di entrambi dell’obbligo di reciproca fedeltà, pur se ricorrente, non costituiva circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione in capo all’uno o all’altro o ad entrambi, essendo sopravvenuta in un contesto di disgregazione della comunione spirituale e materiale tra coniugi, ed in particolare in una emersa situazione già stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da affectio coniugalis”.

Corte di Cassazione, sentenza n.8227 del 17.04.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il giudice può ridurre l’assegno di mantenimento in favore dei figli legittimi se questo incide sul reddito del padre al punto di non consentirgli di assicurare lo stesso tenore di vita anche ai figli naturali che sono nati da una successiva relazione. Alla Suprema Corte si era rivolto un padre separato lamentando che l’aumento dell’assegno di mantenimento in favore della figlia legittima aveva creato uno squilibrio a svantaggio di due figli naturali che aveva avuto da una convivente. L’uomo aveva fatto notare in particolare che l’assegno da corrispondere alla prima figlia incideva notevomente sulle sue possibilità economiche.

Corte di Cassazione, sentenza n. 7504 del 31.03.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non basta la mera disponibilità dei nonni a prendersi cura dei nipoti per scongiurarne l’adozione se non è provata la presenza di “rapporti significativi”. Vale a dire, una relazione sottostante di familiarità e accudimento o per lo meno un tentativo di contrastarne lo stato di abbandono. La Corte ha chiarito che le spese per gli avvocati dei minori, ammessi al patrocinio a spese dello Stato, non possono essere liquidate nella stessa sentenza ma deve essere sempre emesso un ulteriore decreto di pagamento a carico dell’amministrazione.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4540 del 24.02.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non c’è addebito della separazione per il coniuge che abbandona la casa coniugale a causa dei continui dissidi con la suocera convivente. La “sanzione” è esclusa anche quando non ci sono violenze o tradimenti che giustificano l’allontanamento. Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza in oggetto secondo la quale il semplice allontanamento volontario non è sufficiente per l’addebito dal momento che il giudice deve verificare se la violazione ha assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza.

Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto di Famiglia.

Corte di Cassazione, sentenza n. 4540 del 24.02.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che niente addebito della separazione al coniuge che abbandona la casa coniugale a causa dei continui dissidi con la suocera convivente. La “sanzione” è esclusa anche quando non ci sono violenze o tradimenti che giustificano l’allontanamento.
Per la Corte il semplice allontanamento volontario non è sufficiente per l’addebito dal momento che il giudice deve verificare se la violazione ha assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza

Corte di Cassazione, sentenza n. 5752 del 15.02.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha preicsato che il coniuge separato non può decidere autonomamente di ridurre l’assegno che versa all’ex. La Corte di cassazione, con la sentenza in oggetto specifica che, soltanto la comprovata incapacità di far fronte all’impegno, consente di diminuire l’importo di quanto dovuto. Incorre dunque nel reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare chi, in assenza di una prova di indigenza o di impossibilità a rispettare la cifra pattuita, trasgredisce quanto stabilito dal giudice in sede di separazione, grazie a un confronto fra le parti e nell’interesse del minore.

Corte di Cassazione, sentenza n. 2102 del 28.01.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non può essere dichiarato lo stato di adottabilità del minore che non ha un solido rapporto affettivo con i nonni qualora questi, fin dalla nascita, hanno presentato istanza di affidamento.
Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di un padre che si opponeva alla dichiarazione di adottabilità del figlio, affidato fin dalla nascita ai servizi sociali per via dello stato di tossicodipendenza dei genitori e nonostante le numerose domande di affidamento da parte dei nonni materni.
Il piccolo era stato quindi spedito presso una struttura pubblica mentre la madre e il padre venivano recuperati in una comunità. Non solo. La donna aveva inoltre recuperato il rapporto conflittuale con i suoi genitori tanto che, a un certo punto, era andata a vivere con loro.
Ma le autorità, nonostante le ripetute istanze dei nonni materni, avevano dichiarato lo stato di abbandono e poi di adottabilità del bambino.
Contro questa decisione ha presentato ricorso in Cassazione il padre del piccolo. La Suprema corte lo ha accolto bacchettando la decisione della Corte d’Appello definendo la motivazione di secondo grado carente in relazione ai principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità. Insomma i giudici territoriali non avrebbero dovuto negare l’affidamento ai nonni sulla base della mancanza dei rapporti significativi con il bambino, nonostante la disponibilità da loro affermata a prendersene cura sin dalla nascita”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 2093 del 26.01.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il tradimento non comporta necessariamente l’addebito della separazione.
L’infedeltà coniugale, che di solito rende intollerabile la convivenza, normalmente risulta determinante nella causa che scaturisce dalla fine del matrimonio. Ma nel caso in cui all’epoca del tradimento l’unione era già in crisi, il coniuge responsabile – pur “reo confesso” – riesce a evitare l’attribuzione della “colpa” da parte del giudice. Confermata la valutazione della Corte d’appello che ribalta la decisione di primo grado: affidamento congiunto dei figli, in luogo di quello disposto in favore del padre dal Tribunale, niente addebito alla moglie che si vede pure aumentare l’assegno di mantenimento. E questo nonostante la donna abbia confessato in costanza di matrimonio al marito la propria relazione extraconiugale, peraltro confermata da testimoni. La signora è sì venuta meno all’obbligo di fedeltà coniugale, ma la circostanza non risulta decisiva: il giudice del merito, infatti, si è convinto che l’unione fra i coniugi fosse già in crisi al momento del tradimento e dunque non c’è nesso causale tra la condotta della moglie e la fine del matrimonio. La decisione è ben motivata e non è quindi censurabile in sede di legittimità.

Corte di Cassazione, sentenza n. 1491 del 21.01.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che in assenza di figli la casa familiare di proprietà di uno solo dei coniugi, che ha ricevuto l’addebito per infedeltà, va assegnata a questo anche se l’altro è quello economicamente più debole. Ma non basta. La prova del tradimento può essere l’acquisto in comproprietà di una’altra abitazione con il nuovo compagno.
Sono questi i due principi affermati dalla Corte, che hanno respinto il ricorso di una moglie che chiedeva l’assegnazione della casa familiare. In particolare all’ex era stata addebitata la separazione per infedeltà.
Anche per questo motivo la donna aveva chiesto alla Corte d’Appello di Firenze di poter restare nell’appartamento dove la coppia aveva vissuto.
Ma sia in sede di merito che in sede di legittimità i giudici avevano respinto l’istanza. La Cassazione ha motivato la decisione spiegando che sia l’art. 155 c.c. nella versione previgente abrogata dall’art. 5 della legge 8 febbraio 2006 n. 54, che regolava il provvedimento nell’ambito dei “provvedimenti riguardo ai figli” che il vigente art. 155 quater di cui alla novella ora indicata, che disciplina espressamente l’assegnazione della casa familiare, mantengono distinto tale provvedimento da quelli relativi ai rapporti patrimoniali tra i coniugi di cui all’art. 156 c.c. Deve certamente negarsi che tale diritto di godimento dell’abitazione coniugale, opponibile con la trascrizione anche ai terzi ed incidente quindi sul valore dell’immobile, possa attribuirsi al coniuge non proprietario, con una sorta di rilievo ablativo nei confronti del proprietario esclusivo del bene, il cui diritto viene inciso con la perdita di valore effetto di detta assegnazione, il che può avvenire solo se la stessa è disposta nell’interesse dei figli affidati o conviventi con il genitore assegnatario del diritto di abitazione”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 1612 del 24.01.2011

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il marito divorziato deve garantire alla ex moglie anche abiti firmati e gioielli. Per la Corte il coniuge obbligato al mantenimento deve assicurare all’altro lo stesso tenore di vita avuto nel corso delle nozze con la conseguenza che se la donna, casalinga, era abituata a un elevato tenore di vita e indossava sempre abiti fimati e gioielli, l’uomo, dopo il divorzio, è tenuto a versare un assegno mensile di importo considerevole in modo da consentirle di proseguire nell’acquisto di questi beni.

Corte di Cassazione, sentenza n. 24931 del 10.12.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il giudice, pur potendo disporre di far decorrere l’assegno dalla data della domanda di divorzio e non dal passaggio in giudicato della risoluzione del vincolo coniugale, deve adeguatamente motivare la sua decisione. La Corte di Cassazione con la sentenza in oggetto ha specificato che il «mero generico ed insoddisfacente rinvio “ad un orientamento costante della giurisprudenza” con evidenza non soddisfa l’obbligo di adeguata motivazione».

Corte di Cassazione, sentenza n. 24841 del 07.12.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha accolto il ricorso di una donna che aveva accusato falsamente il compagno di aver abusato della figlia Cattive notizie per i padri separati. Una nuova pronuncia della Cassazione, annulla l’affido esclusivo dei figli al padre, deciso perché la madre era stata condannata per calunnia nei suoi confronti, accusandolo falsamente di aver abusato della figlia fin da piccola. Gli Ermellini hanno accolto il ricorso della donna, ricordando che la regola dell’affido condiviso può essere derogata solo in presenza di una convincente motivazione non solo sull’idoneità del genitore affidatario, ma anche sulla presunta incapacità dell’altro genitore. Non basta il richiamo alla sentenza di condanna. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso di una donna contro la sentenza con cui la Corte d’Appello di Bari aveva deciso l’affido esclusivo dei tre figli della coppia, non sposata, al padre. La donna era stata condannata dal Tribunale del capoluogo pugliese per calunnia nei confronti dell’uomo, accusato falsamente di aver abusato della figlia più piccola. La madre impugnava però la decisione, sostenendo che non poteva basarsi esclusivamente sulla sentenza di condanna, peraltro non ancora passata in giudicato. La sesta sezione civile le ha dato ragione, giudicando insufficiente la motivazione data dai giudici di merito, alla stregua dell’ormai consolidato principio di diritto in base al quale “alla regola dell’affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non piú solo in positivo sulla idoneità dei genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore.”

Corte di Cassazione, sentenza n. 24526 del 02.12.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il minore può essere affidato ad entrambe i genitori anche quando uno dei due vive con il figlio all’estero. A decretare che l’oggettiva lontananza non è una preclusione per l’istituto introdotto con la riforma del 2006 è stata la Corte di cassazione che, con la sentenza in oggetto, ha accolto il primo e il terzo motivo del ricorso presentato da un padre italiano che aveva avuto una bambina con una rumena. La donna, dopo aver ottenuto l’affidamento esclusivo della piccola, si era trasferita nel suo paese d’origine. Lui si era sempre opposto alla lontananza con la figlia anche se i giudici di Bucarest e la Corte d’Appello di Bologna avevano dettagliatamente regolato le visite. In particolare lui ha fatto ricorso in Cassazione contro la decisione dei magistrati emiliani che, data la distanza fra le due residenze (fra l’altro la donna in un primo momento era scappata in Romania con la figlia), avevano escluso la possibilità di un affidamento condiviso. La prima sezione civile del Palazzaccio ha invece interpretato le norme classe 2006 in senso opposto, sostenendo espressamente che anche se i genitori vivono in stati diversi il bambino può essere affidato ad entrambi. Sul punto si legge in sentenza che “alla regola dell’affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non solo più in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore”. Ma non è ancora tutto. Nel passaggio successivo la Suprema corte ha chiarito che “l’oggettiva distanza esistente tra i luoghi di residenza dei genitori non preclude la possibilità di un affidamento condiviso del minore ad entrambi i genitori, potendo detta distanza incidere soltanto sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore (artt. 155, comma 2, e 155 quater, comma 2, c.c.)”.

Corte di Cassazione, sentenza n. 42182 del 29.11.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che è soggetta a confisca l’impresa intestata solo al marito che continua a operare anche dopo lo scioglimento della comunione legale. La Corte di cassazione, con la sentenza in oggetto chiarisce che la comunione cosiddetta de residuo (che considera in comunione tutti gli incrementi dell’azienda) opera, infatti, solo al termine dell’attività imprenditoriale. Condizioni che, nel caso esaminato, non si sono verificate, dal momento che non c’era stata nè la cessazione dell’impresa nè la sottrazione del bene immobile al suo esercizio, come il coniuge non imprenditore averebbe dovuto pretendere, chiedendo la divisione dei beni.

Corte di Cassazione, sentenza n. 23968 del 24.11.2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che l’assegno di mantenimento non può essere revocato solo perché l’ex va a vivere con un altro. E’ necessario dimostrare che si tratti di una convivenza stabile e che siano effettivamente migliorate le condizioni economiche del beneficiario dell’assegno. Con tale principio la Corte ha accolto il ricorso di un’ex moglie contro la revoca dell’assegno di mantenimento versato dall’ex marito. La Corte d’Appello di Bari aveva revocato l’assegno divorzile di 200 euro dopo che la donna era andata a vivere con un altro uomo, un facoltoso professionista che avrebbe potuto mantenerla. La convivenza però era durata solo pochi mesi e lei chiedeva che venisse quindi dichiarata l’illegittimità della revoca, che, secondo i suoi legali, non poteva basarsi unicamente sulla breve convivenza con un altro uomo. Tesi che ha trovato conferma in Cassazione, secondo Piazza Cavour infatti “la convivenza “occasionale” o “temporanea” con un terzo non consente di presumere il miglioramento delle condizioni economiche di chi conviva con lo stesso e a ritenere la stessa da sola sufficiente ad esonerare il coniuge dal contributo di mantenimento.”

Corte di Cassazione, sentenza n. 23509 del 19.11.2010

La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che il figlio che diventa socio dell’azienda di famiglia non ha più diritto all’assegno di mantenimento da parte del genitore separato. , Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di un padre che chiedeva di anticipare la decorrenza della revoca del mantenimento al 2001, anno in cui aveva iniziato a dare al figlio maggiore mille euro al mese per le spese personali. I giudici di merito avevano bocciato l’istanza sostenendo che il ragazzo poteva considerarsi economicamente indipendente solo dopo aver acquisito le quote dell’azienda di famiglia. Contro questa decisione il padre ha fatto ricorso in Cassazione ma senza successo. La prima sezione civile lo ha integralmente respinto.

Corte di Cassazione, sentenza n. 23508 del 22.11.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che contribuiscono a determinare la capacità economica dell’ex L’eredità acquisita dall’ex coniuge anche dopo la fine della convivenza influisce sull’importo dell’assegno divorzile. E’ quanto ha affermato la Suprema Corte che, con la sentenza in esame ha respinto il ricorso di un uomo contro la sentenza con cui il Tribunale di Ferrara lo obbligava a versare ogni mese oltre duemila euro all’ex moglie. Nel determinare l’importo dell’assegno il Tribunale aveva considerato l’eredità paterna, anche se ricevuta sei anni dopo la separazione. La Cassazione ha condiviso la tesi dei giudici di merito sul punto e chiarito che, se è vero che “l’acquisizione di beni per via successoria dopo la cessazione della convivenza non influisce nella valutazione del tenore di vita tenuto dalla famiglia in costanza di matrimonio e, sotto tale profilo, non rileva ai fini della determinazione dell’assegno divorzile.”, questo tuttavia non vuol dire che “i beni ereditati non debbano essere presi in considerazione ai fini della valutazione della capacità economica del coniuge che viene gravato dell’assegno divorzile, dovendo tale valutazione essere fatta sulla base dei criteri stabiliti dall’art 5 della legge 898/70, in ragione delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.”

Corte di Cassazione, sentenza n. 23508 del 19.11.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che i beni pervenuti per successione a uno dei due coniugi dopo la separazione possono incidere sull’assegno di mantenimento. Lo ha affermato la prima sezione civile della Cassazione con la sentenza in oggetto secondo la quale l’acquisizione di beni per via successoria dopo la cessazione della convivenza non influisce nella valutazione del tenore di vita tenuto dalla famiglia in costanza di matrimonio. Tuttavia questo non significa, ha chiarito la Suprema corte, che i beni in questione non debbano essere presi in considerazione nella valutazione della capacità economica del coniuge obbligato all’assegno.

Corte di Cassazione, sentenza n. 22678 del 08.11.2010

La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che sono tenuti a versare la retta alla casa famiglia Il genitore adottivo al quale è stata revocata la patria potestà per problemi con il figlio deve continuare a provvedere al mantenimento pagando la retta della casa famiglia alla quale il minore è stato affidato. Con tale principio la Corte, ha respinto il ricorso di una coppia di genitori adottivi, che avevano perso la patria potestà sulla figlia minore, affidata a una casa famiglia dopo aver avuto atteggiamenti aggressivi con la madre e il padre. La Corte ha rafforzato i doveri dei genitori adottivi paragonabili, i giudici non dribblano il punto, a quelli dei genitori naturali. In proposito nelle interessanti motivazioni si legge che dal fatto della procreazione sorge in modo necessario un complesso di diritti e di doveri reciproci fra genitore e figlio fra cui appare qui fondamentale il dovere dei genitori sancito dal combinato disposto degli art. 30 Cost. 147, 148 e 155 cod. civ.,di mantenere ed educare i figli. E che, d’altra parte, l’art.27 legge 184/1983 dispone che “per effetto dell’adozione l’adottato acquista lo stato di figlio legittimo degli adottanti”, per cui l’art. 48, 2 comma impone all’adottante l’obbligo di mantenere, istruire ed educare l’adottato, conformemente a quanto prescritto dall’articolo 147 del codice civile perciò equiparando anche sotto questo profilo i suoi doveri a quelli del genitore naturale e correlandoli esclusivamente allo status di genitore adottivo”. Ma non basta. È egualmente pacifico – scrivono ancora gli Ermellini – che l’obbligo di mantenimento dei genitori – tanto naturali quanto adottivi – verso i figli, di contenuto più ampio e comprensivo di quello alimentare,si sostanzia tanto nell’assistenza economica, quanto nell’ assistenza morale di costoro”. Ma, ciò che più conta è che questa non cessa “per il raggiungimento della maggiore da parte di essi, ovvero per altra causa, ma perdura anche indipendentemente dalla loro età fino a quando i figli non vengono avviati ad una professione, ad un arte, o ad un mestiere confacente alla rispondente, per quanto possibile, alla condizione sociale della famiglia”. Pertanto l’obbligo del mantenimento “posto dalla menzionata normativa prescinde dalla potestà dei genitori e sopravvive ad essa in varie ipotesi, come dimostra quella appena evidenziata del figlio che abbia raggiunto la maggiore età ovvero proprio le fattispecie di impedimento o di decadenza del genitore naturale o adottivo dalla potestà in conformità del resto alla più severa concezione dell’istituto che si concreta nell’attribuzione a quest’ultimo (o ad entrambi i genitori) non di un diritto soggettivo, bensì in un munus (di diritto privato) comportante un potere/nella sua più ampia accezione di potere-dovere”.

Il Comune è tenuto a pagare le spese di mantenimento in una casa famiglia non solo della minore affidata alla struttura ma anche della mamma che vive con lei. Un obbligo tanto più ingente quanto più piccola la bambina che il giudice ha deciso di affidare all’istituto. Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza in oggetto, secondo la quale l’ente locale si deve considerare il successore naturale della disciolta opera nazionale maternità infanzia nell’attività di erogazione delle prestazioni di assistenza a favore di minori e famiglie in difficoltà/font>

Tribunale Roma, sentenza del 3.5.2010

Il Tribunale di Roma, seguendo il recente orientamento della Cassazione, ha così statuito: “La legge n. 54/06 sull’esercizio della potestà in caso di crisi della coppia genitoriale e sull’affidamento condiviso, applicabile anche ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati, ha corrispondentemente riplasmato l’art. 317-bis cod. civ., il quale, innovato nel suo contenuto precettivo, continua tuttavia a rappresentare lo statuto normativo della potestà del genitore naturale e dell’affidamento del figlio nella crisi dell’unione di fatto, sicchè la competenza ad adottare i provvedimenti nell’interesse del figlio naturale spetta al tribunale per i minorenni, in forza dell’art. 38, primo comma, disp. att. cod. civ., in parte qua non abrogato, neppure tacitamente, dalla novella. La contestualità delle misure relative all’esercizio della potestà all’affidamento del figlio, da un lato, e di quelle economiche inerenti al loro mantenimento, dall’altro, prefigurata dai novellati artt. 155 e ss. cod. civ., ha peraltro determinato -in sintonia con l’esigenza di evitare che i minori ricevano dall’ordinamento un trattamento diseguale a seconda che siano nati da genitori coniugati oppure da genitori non coniugati, oltre che di escludere soluzioni interpretative che comportino un sacrificio del principio di concentrazione delle tutele, che è aspetto centrale della ragionevole durata del processo- una attrazione, in capo allo stesso giudice specializzato, della competenza a provvedere, altresì sulla misura e sul modo in cui ciascuno dei genitori naturali deve contribuire al mantenimento del figlio”.

Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo

Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA VICENZA MILANO VENEZIA TREVISO ROVIGO PADOVA  SEDE BOLOGNA  051 6447838 

 

Tribunale|Milano|Sezione 6|Civile|Sentenza|4 giugno 2015| n. 6955

Risarcimento danni – Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo – Risarcimento

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI MILANO

SESTA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del giudice dott. Antonio S. Stefani, ha pronunciato ex art. 281 – sexies c.p.c. la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. r.g. 79999/2013 promossa da:

CA.MA. (…), con il patrocinio dell’avv. CA.MA., domiciliato in VIA (…) 20155 MILANO

– parte attrice –

contro:

IN.SA. S.p.A. (…), con il patrocinio dell’avv. PI.VI., domiciliato in VIA (…) 20121 MILANO

– parte convenuta –

e con la chiamata in causa di:

Li.Ad., Li.Ir. E Pi.Br., con il patrocinio dell’avv. An.Ma.

parte terza chiamata

CONCISA ESPOSIZIONE DEI MOTIVI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

  1. Parte attrice, Ca.Ma., ha chiesto di condannare IN.SA. S.p.A. al risarcimento del danno subito per aver permesso a Li.Ad., Li.Ir. e Pi.Br., di effettuare dei prelievi e in data 29/4/2008 disporre la chiusura del conto corrente n. (…) e del deposito amministrato n. (…), intestati a Pi.Gi., all’epoca in essere presso la filiale di Cesano Maderno della predetta Banca.

Secondo la ricostruzione dei fatti operata da parte attrice, l’istituto di credito avrebbe permesso a Li.Ad., anche per conto di Li.Ir. e Pi.Br., di disporre del denaro e dei titoli presenti sui conti intestati a Gi.Pi., in virtù di deleghe invalide e comunque in assenza di potere in occasione della chiusura dei rapporti, attesa la morte di Gi.Pi., intervenuta due giorni prima (v. dichiarazione di successione, doc. 1 att.).

L’unico erede di Pi.Gi. è – circostanza pacifica – lo stesso Ma.Ca., quale erede testamentario di BI.An., deceduta il 27/3/2009, a sua volta unica erede legittima di PI. Conseguentemente, alla data del 29/4/2008 le somme prelevate dai terzi chiamati presso la Banca erano, in realtà, già di spettanza dell’attore. Questi prelievi indebiti avrebbero comportato per CA. un danno patrimoniale al verificarsi del quale avrebbe concorso anche la condotta tenuta dalla Banca connotata, a dire dell’attore, da colpa grave.

  1. I terzi chiamati hanno allegato e documentato che fra gli stessi e Mario Ca. è intervenuto, nel marzo 2011, un accordo transattivo atto a comporre una controversia instaurata nei loro confronti dall’odierno attore e avente ad oggetto “le operazioni bancarie eseguite da Li.Ad., Li.Ir. e Pi.Br. in qualità di delegati di Pi.Gi. mi rapporti di quest’ultimo con la Ba.In. ora SA.” (v. pagg.7 e 8 docc. di parte chiamata, senza numero).

Sia la parte terza chiamata che parte convenuta hanno dichiarato di volersi avvalere di detta transazione ai fini della presente causa, ai sensi e per gli effetti dell’art. 1304 c.c. E’ pacifico, altresì, che seguito di detto accordo, l’attore ha già ricevuto in via transattiva dai terzi chiamati la somma di Euro 130.000,00 per le operazioni bancarie di cui sopra “a tacitazione, transazione e stralcio di ogni pretesa derivante dalla sua qualità di erede testamentario di Bi.An. e della sua successione legittima di Pi.Gi. a quest’ultima premorto”.

  1. In riferimento a ciò, parte attrice ha tuttavia contestato la qualifica della Banca quale debitore solidale con i terzi chiamati ed ha dunque contestato la possibilità per la stessa di avvalersi della citata transazione. In particolare, secondo parte attrice, oggetto della presente controversia sarebbe un’obbligazione del tutto diversa da quella dedotta nel contratto transattivo, del quale peraltro la Banca non è parte. Tale difesa non è però condivisibile.

Il danno provocato a Ca.Ma. dai terzi chiamati è il medesimo che la Banca avrebbe concorso a provocare, a dire dell’attore, con la propria condotta connotata da grave colpa nell’aver permesso ai terzi di operare sui predetti rapporti.

E’ lo stesso attore che a pag. 2 della propria memoria n. 1 ex art. 183, sesto comma, c.p.c. circoscrive il motivo del contendere nell’aver la Banca consentito “operazioni che hanno depauperato il patrimonio del dante causa dell’attore, che ne è l’erede”. In punto di fatto, le operazioni che hanno depauperato il patrimonio di Ca. sono le medesime, sia che si faccia riferimento alla condotta tenuta dai terzi chiamati, sia che si faccia riferimento alla condotta tenuta dalla Banca, di modo che In.Sa., Li.Ad., Li.Ir. e Pi.Br. non possono che porsi all’interno di un unico rapporto di coobbligazione solidale.

In argomento, la giurisprudenza di legittimità (v. Cass. 7618/2010) ha espressamente statuito che “quando un medesimo danno è provocato da più soggetti, per inadempimenti di contratti diversi, intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato, tali soggetti debbono essere considerati corresponsabili in solido; (…) sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale, se un unico evento dannoso è imputabile a più persone, al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali, del resto, l’art. 2055 costituisce un’esplicitazione), che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrlo”.

In altri termini, quando il fatto generatore del danno è unico, tutti coloro che vi hanno concorso, a qualsiasi titolo, sono responsabili in solido per il risarcimento. Pertanto la volontà espressa dalla Banca di avvalersi della predetta transazione è del tutto valida ed efficace, attesa la sua qualità di debitore solidale con i terzi chiamati. L’attore ha già ricevuto integrale soddisfazione per il danno in questione, come attestato dalla transazione sottoscritta. Ne deriva che l’ulteriore domanda azionata nel presente giudizio da Ma.Ca. nei confronti della Banca deve essere dichiarata inammissibile per carenza di interesse ad agire.

Non vi è luogo, quindi, a provvedere sulla domanda di manleva svolta dalla Banca.

  1. Nel caso di specie non vi è soccombenza reciproca, né ricorrono le altri ipotesi previste nell’art.92 c.p.c.per derogare al principio della soccombenza per la liquidazione delle spese, operata in dispositivo in base ai parametri medi indicati dal d.m. 55/2014. La liquidazione tiene conto della limitata attività istruttoria e della forma orale della decisione. Il rimborso concerne anche le spese dei terzi, la cui chiamata in giudizio era giustificata alla luce dell’azione intrapresa dall’attore.

Per questi motivi il Tribunale di Milano in composizione monocratica sesta sezione civile definitivamente pronunciando, disattesa ogni altra domanda ed eccezione, così provvede:

1) dichiara inammissibile la domanda di parte attrice – CA.MA.;

2) dichiara che non vi è luogo a provvedere sulla domanda di manleva svolta da parte convenuta;

3) condanna parte attrice a rimborsare in favore di parte convenuta e di parte terza chiamata, le spese di giudizio, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre 15% per spese generali, CPA ed IVA per ciascuna;

4) distrae il pagamento delle spese per i terzi chiamati in favore del difensore.

Sentenza resa ex articolo 281 – sexies c.p.c., pubblicata mediante lettura alle parti presenti ed allegazione al verbale.

Così deciso in Milano il 4 giugno 2015.

Depositata in Cancelleria il 4 giugno 2015.

 

Erede legittimo che agisce – Legittimario leso – Soggetto terzo

Corte d’Appello|Milano|Sezione 2|Civile|Sentenza|7 novembre 2012| n. 3543

Simulazione – Prova – Compravendita dissimulante donazione – Erede legittimo che agisce – Legittimario leso – Soggetto terzo – È tale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI MILANO

SEZIONE II CIVILE

Il Collegio composto da:

Luigi de Ruggiero – Presidente

Nicoletta Ongania – Consigliere

Maria Caterina Chiulli – Consigliere relatore

SENTENZA

Nella causa civile iscritta al n. 3581/07 r.g.

Promossa da:

Cr.Va. e Ru.Pa., entrambi rappresentati e difesi dall’Avv. An.Ro. del Foro di Voghera, unitamente e disgiuntamente con l’avvocato Et.Ni., presso il cui studio in Milano, sono elettivamente domiciliati;

Appellanti

Contro

Cr.Iv., rappresentato e difeso dall’avv. Pi.Go., presso il cui studio in Milano, è elettivamente domiciliato;

Appellato

Ca.Ma.

Cr.De.

Appellate contumaci

Conclusioni come da fogli allegati

MOTIVI DELLA DECISIONE

In primo grado il signor Iv.Cr. conveniva in giudizio Ma.Ca., Va.C., Pa.Ru. e De.Cr. affinché, tra l’altro, venisse dichiarata la simulazione dell’atto di compravendita di un immobile sito in Cornale, meglio specificato in atti, in quanto dissimulava una donazione, e per l’effetto che l’intero immobile rientrava nell’asse ereditario, e conseguentemente accertare la lesione in danno del legittimario Iv.Cr., disponendo la riduzione della disposizione testamentaria e delle donazioni, reintegrandolo nella sua quota.

A sostegno della propria domanda l’attore asseriva che in data 6 gennaio 2000 era deceduto il padre, An.Cr., che con testamento olografo aveva istituito come eredi universali la moglie Ma.Ca., il figlio Va.Cr. e la nipote De.Cr., negandogli così la quota di legittima.

Lamentava Iv.Cr. che in vita il de cuius aveva favorito la moglie, il figlio Va. e la nuora Pa.Ru. con donazioni dirette e indirette, lesive della sua quota di legittima.

Si costituivano in giudizio Ma.Ca., Va.Cr. e Pa.Ru., contestavano le domande dell’attore ed esperivano domanda riconvenzionale volta ad accertare la donazione da parte del de cuius della somma di lire 70 milioni, nonché la simulazione dell’atto di compravendita del 2 febbraio 1989.

Con sentenza non definitiva il Tribunale di Voghera si pronunciava, tra l’altro, dichiarando la simulazione dell’atto di compravendita dell’Immobile sito in Cornale, in quanto dissimulante una donazione, e per l’effetto dichiarava che l’intero immobile doveva rientrare nell’asse ereditario, unitamente ad altri titoli e somme in danaro contante, mentre rigettava ogni altra domanda, comprese quindi le domande riconvenzionali, rimettendo le parti in istruttoria per il prosieguo relativo alla valutazione dell’asse ereditario e alla stima del patrimonio ai fini della domanda di reintegra di legittima.

Avverso tale sentenza parziale Va.Cr. e Pa.Ru. proponevano appello immediato, chiedendo la riforma della predetta relativamente alla declaratoria di simulazione dell’atto di compravendita dell’Immobile sito in Cornale, nonché per la parte relativa al rigetto della domanda della avvenuta donazione da parte del de cuius al figlio Iv. della somma di lire 71.450.000, nonché di quella di lire 1.000.000, somme tutte da far rientrare nell’asse ereditario.

Gli appellati sostenevano che la sentenza di primo grado dovesse essere riformata in quanto i predetti avevano provato che il prezzo per l’acquisto dell’immobile era stato pagato mediante assegni bancari staccati dal compratore Va.Cr. a favore del venditore An.Cr.

Era da escludere che la provvista si fosse formata con denari del de cuius, in quanto sul punto la difesa di Iv.Cr. non aveva che portato che mere presunzioni, fatte proprie dal Tribunale.

Quanto alla domanda riconvenzionale di accertamento della donazione di lire 71.450.000, la decisione del Tribunale non risultava adeguatamente motivata posto che le parti avevano dimostrato il versamento del danaro attraverso la produzione delle matrici autentiche degli assegni.

La causa è stata assegnata in decisione alla udienza del 20/6/2012 con contestuale assegnazione dei termini per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica.

Preliminarmente si deve rilevare che in data 14 dicembre 2010 il procedimento davanti alla Corte d’appello veniva interrotto a seguito della morte dell’ allora procuratore dell’odierno appellato, Iv.Cr., l’avvocato Pa.Ba., ed a seguito di ciò gli appellanti provvedevano a presentare ricorso in riassunzione il 29 dicembre 2010.

Il nuovo difensore costituito, con la comparsa conclusionale, sosteneva l’intervenuta estinzione del processo per tardiva riassunzione.

Il termine per la riassunzione del processo non doveva decorrere dal giorno in cui era stata dichiarata l’interruzione, ma bensì da quello in cui il procuratore della parte appellante aveva avuto conoscenza della scomparsa dell’avvocato Ba.Pr., circostanza verificatasi all’udienza dell’8 aprile 2009, tenutasi innanzi al Tribunale di Voghera, in relazione al procedimento numero 1254/2007 pendente tra le medesime parti.

Difatti il presente procedimento nasce dall’ appello immediato sulla sentenza non definitiva nell’ambito del procedimento su indicato n. 1254/07.

La Corte di Cassazione (sentenza 3085/2010) ha sostenuto che il termine per la riassunzione deve decorrere da quello in cui una delle parti abbia avuto di tale evento conoscenza legale, non essendo sufficiente la conoscenza aliunde acquisita e che grava sulla parte che eccepisce l’intempestività della riassunzione la prova della legale conoscenza dell’evento in data anteriore al semestre precedente la riassunzione.

Nel caso di specie l’evento interruttivo che aveva colpito la persona del procuratore legale di Iv.Cr. era già emerso nel corso dell’udienza del giorno 8 aprile 2009 davanti al Tribunale di Voghera, ma la parte non era in grado di valutare se alla udienza che si sarebbe tenuta davanti alla Corte il 14/12/2010 Iv.Cr. si sarebbe già costituito con nuovo difensore cosicché nel predetto procedimento non sarebbe intervenuta alcun causa di interruzione del processo.

Pertanto sino a quella data, nella quale il decesso dell’avvocato Ba.Pr. è stato dichiarato, nessun termine per la riassunzione poteva decorrere.

Poiché la causa è poi stata riassunta con istanza depositata dalla difesa degli appellanti il 29/12/2010, il termine di cui all’art. 303 cpc è stato pienamente rispettato.

Quanto al merito, la sentenza di primo grado resiste alle censure.

Premesso che la domanda svolta dall’appellante in merito alla restituzione da parte di Iv.Cr. della somma di lire 1.000.000 costituisce domanda nuova e come tale inammissibile, l’appello relativamente alla parte in cui la sentenza di primo grado ha accolto la domanda di simulazione della compravendita dell’appartamento in Cornale, nonché il rigetto della domanda riconvenzionale tendente a far accertare la donazione della somma di lire 70.000.000 che il de cuis avrebbe versato al figlio Iv., appare destituito di valido fondamento.

Si deve condividere la motivazione del giudice di prime cure laddove rileva che la documentazione prodotta dalla difesa di Iv.Cr., e segnatamente gli estratti conto bancari intestati al de cuius An.Cr. e dalla moglie Ma.Ca. nonché le copie degli assegni circolari versati da Va.Cr., evidenziano una significativa coincidenza tra i prelevamenti in contanti effettuati da An.Cr. per consistenti importi e i versamenti immediatamente successivi effettuati con assegni circolari a nome di Va.Cr.

Sottolineava il Tribunale che la sequenza non risultava estemporanea e casuale ma si ripeteva per ben tre volte nell’arco di due mesi, con le cadenze temporali riportate nella sentenza impugnata a pagina otto.

Sulla base di tali risultanze documentali il Tribunale correttamente aveva ritenuto provato che la somma versata da Va.Cr., che doveva apparentemente costituire il corrispettivo della compravendita, in realtà è stata messa a disposizione dallo stesso de cuius che aveva costituito con cospicui versamenti la provvista per l’effettuazione delle dazioni eseguite dal figlio Va.

Si deve poi rilevare che l’erede legittimo deve essere considerato terzo ai fini della prova della simulazione, con conseguente ammissibilità senza limiti della stessa, allorquando agisca contestualmente per far dichiarare non solo la simulazione e l’accertamento della donazione, ma anche la sua qualità di legittimario leso dall’atto dissimulato.

Pertanto correttamente il giudice di primo grado ha ritenuto che l’atto di compravendita datato 18 ottobre 1999 concreti in realtà una donazione sulla quale legittimamente Iv.Cr. ha esplicato azione di riduzione per la reintegra della propria quota ereditaria.

La sentenza di primo grado deve essere confermata anche per quanto riguarda il rigetto della domanda riconvenzionale di accertamento della avvenuta donazione da parte del padre in favore di Iv.Cr. della somma di lire 71.450.000.

Infatti per un verso si deve rilevare come la difesa di Iv.Cr. abbia sin dal primo atto successivo alla costituzione dei convenuti in primo grado contestato l’autenticità della grafia del de cuius, sostenendo che le matrici degli assegni con i quali sarebbero stati consegnati gli importi contestati potrebbero essere state compilate da chiunque, anche in funzione strumentale rispetto al giudizio di prime cure.

Per altro verso si deve condividere la motivazione della sentenza impugnata laddove rileva che si tratta documenti unilateralmente predisposti, anche qualora fossero stati effettivamente compilati dal de cuius, privi di efficacia probatoria quanto all’effettiva consegna dei titoli corrispondenti, nonché dell’effettivo incasso degli stessi da parte del fratello Iv.

D’altro canto la produzione di tali matrici, sulle quali bisogna ribadire come sin dalle prime difese l’attuale appellato abbia contestato l’autenticità della grafia, poteva al più costituire un elemento indiziario della supposta donazione in favore di Iv. qualora supportata da altri riscontri probatori che non sono stati offerti dalla parte che richiedeva l’accertamento della donazione delle predette somme.

La sentenza di primo grado quindi deve essere confermata anche sul punto del rigetto della domanda riconvenzionale tendente a far accertare la donazione degli importi di cui sopra si è detto in favore di Iv.Cr.

La condanna alle spese segue la soccombenza in applicazione del disposto dell’art. 91 cpc, in riferimento al presente grado di giudizio.

Le stesse sulla base dei parametri indicati dal DM 140/12 in vigore nonché della natura e della relativa complessità della controversia vengono liquidate come da dispositivo quanto ai compensi professionali.

Non vengono riconosciute voci di spesa in quanto né richieste né documentate.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando nel contraddittorio fra le parti, ogni contraria istanza, domanda, eccezione disattesa, così decide:

Rigetta l’appello e per l’effetto conferma integralmente la sentenza non definitiva n. 279/07 del Tribunale di Voghera.

Condanna parte appellante alla rifusione delle spese di lite sostenute da parte appellata, che si liquidano per il presente grado in euro 10.000 per compensi professionali, oltre ad Iva e Cpa.

Così deciso in Milano, in Camera di Consiglio il 2 ottobre 2012.

Depositata in Cancelleria il 7 novembre 2012.

Corte di Cassazione|Sezione 6 3|Civile|Ordinanza|15 ottobre 2018| n. 25635

Polizza vitalizia – Successione ereditaria – Designazione dei beneficiari mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari – Applicazione delle regole sulla successione ereditaria – Esclusione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4085/2017 proposto da:

(OMISSIS) SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 170/2016 della CORTE D’APPELLO di TRENTO SEZIONE DISTACCATA DI BOLZANO, depositata il 10/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 27/06/2018 dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO.

FATTO E DIRITTO

Rilevato che:

con atto di citazione del 30 gennaio 2014 (OMISSIS) evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Bolzano la societa’ (OMISSIS) S.p.A. chiedendo dichiararsi il proprio diritto, quale erede universale di (OMISSIS) e, comunque, a qualsiasi titolo, alle prestazioni derivanti dalla polizza assicurativa. Deduceva che in data 3 giugno 2004 la (OMISSIS) aveva stipulato con (OMISSIS) S.p.A. un contratto di assicurazione sulla vita per il capitale di Euro 35.000 nel quale venivano indicati quali beneficiari gli “eredi legittimi”. A causa del successivo decesso della contraente, si apprendeva della stesura di un testamento olografo, nel quale (OMISSIS) veniva designata erede

universale dell’assicurata, senza alcun riferimento all’esistenza

dell’assicurazione sulla vita sottoscritta dalla de cuius. Si costituiva (OMISSIS) S.p.A. chiedendo il rigetto della domanda;

il Tribunale di Bolzano con sentenza del 15 aprile 2015 accoglieva le domande condannando la compagnia al pagamento della somma di Euro 50.000 corrispondente al capitale investito oltre rivalutazione e interessi. Il primo giudice riteneva che l’attrice, quale erede universale della assicurata, istituita con testamento olografo del 30 agosto 2010, integrasse la qualita’ di un unico “erede legittimo” indicato nella polizza quale beneficiario;

con atto di citazione del 27 luglio 2015 la Compagnia impugnava la decisione del Tribunale rilevando che il diritto del beneficiario aveva natura contrattuale e non successoria e che l’istituzione di (OMISSIS) quale erede testamentario non attribuiva alla stessa il diritto alla corresponsione della somma, in quanto tale importo non rientrava nell’asse ereditario. Si costituiva l’appellata contestando i motivi di impugnazione;

la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, con sentenza del 10 dicembre 2016 rigettava l’appello proposto da (OMISSIS) S.p.A. con condanna al pagamento delle spese di lite;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione (OMISSIS) S.p.A. affidandosi ad un motivo che illustra con memoria ex articolo 380 bis c.p.c..

esiste con controricorso (OMISSIS).

Considerato che:

(OMISSIS) S.p.A. lamenta la violazione degli articoli 1362, 1363, 1367, 1920 e 1921 c.c., rilevando che la Corte aveva errato nell’applicazione dei criteri ermeneutici contrattuali. In particolare, l’interpretazione del contratto avrebbe dovuto imporre la corretta applicazione delle norme in tema di assicurazione (articoli 1920 e 1921 c.c.) secondo cui la disciplina in tema di assicurazione a favore del terzo si applica a quella sulla vita, per cui il diritto del beneficiario alla prestazione dell’assicuratore trova fondamento nel contratto, con la conseguenza che diverrebbe irrilevante la successiva istituzione, quale erede universale, di (OMISSIS) la cui differente qualifica (da terza estranea, a erede universale), non sposterebbe l’individuazione contrattuale dei beneficiari, nelle persone degli eredi legittimi. La volonta’ contrattuale della assicurata (OMISSIS) sarebbe chiara nell’individuazione dei beneficiari negli eredi legittimi. Al contrario non vi sarebbe alcuna revoca di tale indicazione nel testamento olografo, che non menziona la polizza. Pertanto, vi era stata una violazione degli articoli 1362 e seguenti c.c. perche’ la Corte territoriale aveva equiparato la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie, alla revoca della individuazione del beneficiario del contratto di assicurazione. In ogni caso, non ricorrerebbe una revoca esplicita la quale, ai sensi dell’articolo 1921 c.c., deve essere contenuta in una successiva dichiarazione scritta contrattuale o nel testamento. Secondo la Corte territoriale, invece, l’istituzione di un erede testamentario universale integrerebbe la revoca della precedente designazione del beneficiario nella persona degli eredi legittimi;

Osserva il collegio che la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, adotta una doppia e autonoma motivazione. In primo luogo e in maniera piu’ diffusa (pagine 5, 6 e 7 della sentenza) richiama l’orientamento tradizionale della giurisprudenza di legittimita’ per evidenziare che il termine “eredi legittimi” utilizzato dall’assicurata, assumeva la sola funzione di individuare la categoria delle persone beneficiarie dell’indennizzo, i quali acquistano certamente iure proprio il diritto, con la precisazione che la concreta individuazione del beneficiario che potra’ pretendere la liquidazione dell’indennizzo, rimane ignota sino alla data del decesso dell’assicurata. Con seconda ed autonoma motivazione rileva (pagina 8) che l’articolo 1921 c.c., consente all’assicurato di revocare la designazione del beneficiario attraverso il testamento;

sia la prima, che la seconda motivazione sono errate. Quanto alla prima, secondo la Corte territoriale, in sostanza, il riferimento alla categoria degli eredi non consente di distinguere tra quelli testamentari o legittimi, poiche’ costituisce un semplice criterio per la concreta, ma futura, individuazione dei beneficiari. Pertanto, nel momento in cui l’assicurata opta per la successione testamentaria, quel criterio di individuazione consente di escludere la categoria degli eredi legittimi, incompatibile con la presenza di un testamento e individua l’unica erede testamentaria, nell’odierna controricorrente;

tale impostazione e’ contraria ai principi affermati da questa Corte in materia. Nel contratto di assicurazione per il caso di morte, il beneficiario designato acquista, ai sensi dell’articolo 1920 c.c., comma 3, un diritto proprio che trova la sua fonte nel contratto e che non entra a far parte del patrimonio ereditario del soggetto stipulante e non puo’, quindi, essere oggetto delle sue (eventuali) disposizioni testamentarie ne’ di devoluzione agli eredi secondo le regole della successione legittima; sicche’ la designazione dei terzi beneficiari del contratto, mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari, non vale ad assoggettare il rapporto alle regole della successione ereditaria, trattandosi di una mera indicazione del criterio per la individuazione dei beneficiari medesimi in funzione della loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, in modo che qualora i beneficiari siano individuati, come nella specie, negli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che, in linea teorica e con riferimento alla qualita’ esistente al momento della morte dello stipulante, siano i successibili per legge, indipendentemente dalla loro effettiva chiamata all’eredita’ (Cass. Sez. 2 n. 26606 del 21/12/2016 e Cass. n. 9388 del 1994 Rv. 488508 – 01, Cass. n. 6531 del 2006 Rv. 594102);

nel momento in cui l’assicurato individua il beneficiario, questi acquista un diritto iure proprio (giurisprudenza costante), ma nello stesso tempo la liquidazione dell’indennizzo da parte dell’assicuratore non fara’ piu’ parte del patrimonio dell’assicurato, al momento della morte di questi. Residua in capo all’assicurato un unico potere, quello previsto dall’articolo 1921 c.c., di revocare la designazione del beneficiario. Ma la designazione del beneficiario non si realizza attraverso la modificazione della generica categoria degli eredi legittimi, ma attraverso una specifica individuazione di un nuovo soggetto beneficiario. Quest’ultimo, infatti, acquista un diritto iure proprio del tutto autonomo rispetto alle vicende successorie. La polizza e’ un contratto a favore del terzo, dal quale deriva il diritto del beneficiario al pagamento dell’indennita’; la designazione puo’ essere compiuta con il contratto o con il testamento; nella specie la designazione a favore degli eredi legittimi contenuta in contratto era una modalita’ per individuare i beneficiari fra i quali andava divisa l’indennita’ prevista nel contratto, restando esclusa l’applicabilita’ delle norme sulla successione ereditaria; la revoca deve avvenire nelle stesse forme della designazione; nella specie il testamento non contiene pacificamente alcuna revoca;

la questione risolutiva concerne la interpretazione della clausola apposta nel contratto di assicurazione in caso di morte dell’assicurata, laddove individua i beneficiari negli eredi legittimi. Escluso, come si e’ detto, che l’attribuzione del diritto avvenga in applicazione e per effetto della disciplina che regola la successione ereditaria, il riferimento contenuto in tale clausola alla qualita’ di eredi (legittimi) integra un criterio di determinazione per relationem dei beneficiari in funzione della loro appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, non incidendo sulla fonte del diritto (che, come si e’ detto, e’ l’atto inter vivos). Peraltro, la individuazione dei soggetti designati – seppure va compiuta necessariamente al momento della morte dell’assicurato – non postula che i medesimi si identifichino, come invece sostenuto in sentenza, con coloro che siano effettivamente chiamati all’eredita’: nell’ipotesi in cui siano individuati con riferimento alla categoria degli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che in astratto, seppure con riferimento alla qualita’ esistente al momento della morte, siano i successibili per legge, e cio’ indipendentemente dalla effettiva vocazione e anche se poi interviene una successione testamentaria;

questa Corte ha precisato che quando la designazione sia avvenuta con il contratto di assicurazione, che e’ stato stipulato in epoca anteriore alla redazione del testamento, la volonta’ negoziale va correttamente interpretata, ritenendo che i beneficiari dovessero identificarsi negli eredi ab intestato, cosi’ da escludere rilevanza alla successiva istituzione testamentaria dell’attrice (odierna ricorrente), quale erede universale: infatti, “deve negarsi che, in difetto di alcun riferimento alla designazione formulata nel contratto, tale disposizione testamentaria possa di per se sola integrare univoca manifestazione di volonta’ di revoca, anche tacita, della (ovvero che sia incompatibile con la) designazione avvenuta nel contratto di assicurazione”, atteso che, per quel che si e’ detto, il diritto azionato dall’attrice trova fonte nel contratto di assicurazione stipulato dal(la) de cuius a favore dei terzi ivi indicati e pertanto, al momento della morte dell’assicurata, non rientra nel patrimonio ereditario;

sulla base di quanto precede la prima motivazione della sentenza della Corte di Trento e’ errata, perche’ fondata sulla rilevanza della successiva istituzione testamentaria dell’attrice quale erede universale;

con la seconda motivazione (pagina 8) la Corte territoriale rileva che l’articolo 1921 c.c., consente all’assicurato di revocare la designazione del beneficiario attraverso il testamento e osserva che la redazione di un testamento successivo alla stipula del contratto di assicurazione con istituzione di un erede assume “chiara valenza di revoca dell’originario beneficiario, individuato negli “eredi legittimi”;

anche questa seconda motivazione e’ in contrasto con il citato orientamento secondo cui “in difetto di alcun riferimento alla designazione formulata nel contratto, tale disposizione testamentaria possa di per se sola integrare univoca manifestazione di volonta’ di revoca”;

e’ evidente che la volonta’ dell’assicurato e’ quella di beneficiare chi le e’ stato vicino, ma tale parametro riguarda la volonta’ del testatore, piu’ che quella del contraente, rispetto alla quale operano i principi affermati dalla giurisprudenza sopra indicata, secondo cui, una cosa e’ il contratto di assicurazione per la vita, altra cosa e’ la regola della successione legittima e testamentaria. L’articolo 1920 c.c., consente di legare i due ambiti, prevedendo che la revoca della indicazione del beneficiario possa essere fatta con successiva dichiarazione scritta, cioe’ negoziale, o per testamento. Nell’ipotesi in esame non vi e’ una revoca esplicita, essendo pacifico e sufficientemente allegato che il testamento non tratta dell’assicurazione sulla vita e la motivazione della Corte e’ esclusivamente sostanziale (pagina 8) laddove si limita a precisare che una delle forme di revoca della designazione del beneficiario e’ il testamento (ma la dichiarazione di revoca va interpretata con i criteri stabiliti dall’articolo 1362 e seguenti c.c. e non con le norme in tema di successione testamentaria, con il favor testamenti). Pertanto, c’e’ un salto logico laddove la Corte afferma che “la stessa redazione di un testamento successivo alla stipula del contratto di assicurazione, che contenga l’istituzione di erede, assume chiara valenza di revoca dell’originario beneficiario, individuato negli “eredi legittimi”. In sostanza la Corte non interpreta il contenuto del testamento, per individuare una implicita dichiarazione di revoca della designazione del beneficiario, ma erroneamente considera il fatto storico dell’esistenza in se’ di un testamento, che quindi sostituisce la categoria degli eredi legittimi, con quella degli eredi testamentari, quale elemento che “assume chiara valenza di revoca”;

ne consegue che il ricorso per cassazione deve essere accolto; la sentenza va cassata con rinvio, atteso che la decisione impugnata non ha osservato i principi sopra illustrati in materia di interpretazione negoziale. Ad essi dovra’ evidentemente attenersi il giudice di rinvio.

P.T.M.

La Corte accoglie il ricorso;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimita’, alla Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, in diversa composizione.

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO
IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA MILANO VICENZA VENEZIA AVVOCATO

La disposizione testamentaria può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse(1) quando è l’effetto di errore(2) [625 c.c.], di violenza(3) o di dolo(4) [1427 ss. c.c.].

L’errore sul motivo(5) [626 c.c.], sia esso di fatto o di diritto, è causa di annullamento della disposizione testamentaria(6), quando il motivo risulta dal testamento ed è il solo che ha determinato il testatore a disporre [634, 647, 648 c.c.].

L’azione si prescrive in cinque anni(7) dal giorno in cui si è avuta notizia della violenza, del dolo o dell’errore [2652 n. 7, art. 2690 del c.c. n. 4, art. 2948 del c.c.].

In tema di impugnazione di una disposizione testamentaria che si assuma effetto di dolo, per potere configurarne la sussistenza non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti che – avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire l’attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore. Cass. civ. sez. II, 28 febbraio 2018, n. 4653

Il motivo del testamento consiste nella ragione determinante di esso, come quella che domina la volontà del testatore nel momento in cui detta o redige le disposizioni di ultima volontà, cosicché, per potersi parlare di motivo erroneo, tale da rendere inefficace la disposizione, è necessaria la certezza, desumibile dallo stesso testamento, che la volontà del testatore sia stata dominata dalla rappresentazione di un fatto non vero, in modo da doversene dedurre che, se il fatto fosse stato percepito o conosciuto nella sua verità obiettiva, quella disposizione testamentaria non sarebbe stata dettata o redatta. L’apprezzamento del giudice di merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, è incensurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto. Cass. civ. sez. II, 3 dicembre 2010, n. 24637

È viziata la motivazione della sentenza che, nel rigettare la domanda di annullamento del testamento per violenza morale, ometta di tener conto dell’età, del sesso e della condizione del testatore. Cass. civ. sez. II, 24 marzo 1975, n. 1117

Cassazione, ordinanza 9 novembre 2020, n. 25077, sez. VI – 2 civileAVVOCATO-ESPERTO-RESPONSABILITA-ARCHITETTO-2

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – SUCCESSIONE TESTAMENTARIA – CAPACITÀ – DI TESTARE – INCAPACITÀ – AZIONE DI ANNULLAMENTO – LEGITTIMAZIONE – Testamento olografo – Interesse del successibile “ex lege” ad impugnarlo – Esistenza di altri successibili – Rilevanza – Condizioni.

L’interesse del successibile “ex lege” ad impugnare il testamento olografo può essere disconosciuto, qualora costui non dia prova dell’inesistenza in vita di altri eredi legittimi di grado poziore in termini di evidente probabilità, ancorché non di oggettiva certezza

A norma dell’art. 457 cod. civ. l’ordinamento ammette due tipi di successione: quella testamentaria e quella legittima. La prima è regolata da un testamento mentre la seconda è disciplinata dalla legge perché manca l’atto di ultima volontà o perché pur esistendo dispone solo di alcuni dei beni ereditabili. I due tipi di successione appaiono dunque tra loro graduati sicché le norme in materia di successione legittima trovano applicazione solo in via residuale.

le norme in materia di successione legittima possono trovare applicazione anche in presenza di un testamento

Dinnanzi all’incertezza ingenerata da un testamento viziato il legislatore offre specifici rimedi. È infatti previsto che la disposizione testamentaria può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse quando è l’effetto di errore, violenza o di dolo (art. 624 cod. civ).

l’atto di ultima volontà potrebbe essere viziato anche per ulteriori e diversi motivi. Il testamento è nullo quando manca l’autografia o la sottoscrizione nel caso di testamento olografo, ovvero manca la redazione per iscritto, da parte del notaio, delle dichiarazioni del testatore o la sottoscrizione dell’uno o dell’altro, nel caso di testamento per atto di notaio.

Per ogni altro difetto di forma il testamento può essere annullato su istanza di chiunque vi ha interesse (art. 606 cod. civ.).

Corte di Cassazione|Sezione 2|Civile|Sentenza|22 marzo 2018| n. 7178

Data udienza 18 dicembre 2017

Integrale

Successione mortis causa – Divisione ereditaria – Azione di riduzione – testamento – Azione di nullità – Errore di cui all’art. 624, comma 2, cc – Naturaavvocato-erede-legittimo-9

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere

Dott. ABETE Luigi – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 28120/’13) proposto da:

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), in proprio e quale erede di (OMISSIS), rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. (OMISSIS) ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. (OMISSIS), in (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in virtu’ di procura speciale a margine del controricorso (contenente ricorso incidentale), dagli Avv.ti (OMISSIS) e (OMISSIS) ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, in (OMISSIS);

– controricorrente – ricorrente incidentale –

Avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze n. 593/2013, depositata il 22 aprile 2013 (e non notificata);

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 18 dicembre 2017 dal Consigliere relatore Aldo Carrato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e per l’inammissibilita’ del ricorso incidentale;

uditi l’Avv. (OMISSIS) (per delega) nell’interesse della ricorrente principale e l’Avv. (OMISSIS) per il controricorrente – ricorrente incidentale.

FATTI DI CAUSA

Con sentenza non definitiva del 3 luglio 2008, il Tribunale di Firenze, decidendo sulla causa instaurata dalla sig.ra (OMISSIS) nei confronti del germano sig. (OMISSIS) per la divisione dell’eredita’ della loro genitrice (OMISSIS), cosi’ provvedeva:

– accoglieva l’azione di riduzione proposta dall’attrice (nella qualita’ di erede del padre (OMISSIS)), disponendo la riduzione delle disposizioni testamentarie di cui alle schede redatte dalla genitrice (OMISSIS), pubblicate il 13 marzo 2000, nella misura di tre quarti dell’intero asse ereditario;

– dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle stesse schede testamentarie;

– riconosceva il diritto della stessa attrice di succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto della (OMISSIS);

– approvava il rendiconto redatto dal c.t.u. e dichiarava il diritto delle medesima attrice a percepire l’importo di Euro 61.718,29.

Avverso la suddetta sentenza proponeva appello il convenuto (OMISSIS) articolato in complessivi quattro motivi, al quale resisteva l’originaria attrice che, a sua volta, formulava appello incidentale in relazione al rigetto della domanda di declaratoria di inefficacia (od invalidita’) del preteso testamento, oltre che in ordine alla nullita’ della divisione, per effetto della pretermissione del legittimario, con la conseguente devoluzione dell’eredita’ in quote paritarie, deducendo, inoltre, la circostanza dell’intervenuta definizione transattiva della divisione dei cespiti immobiliari, chiedendo di procedersi alla divisione del patrimonio residuo (comprendente beni mobili e denaro) a perfetta meta’.

La Corte di appello di Firenze, con sentenza non definitiva n. 593/2013 (depositata il 22 aprile 2013), in parziale riforma della impugnata sentenza di primo grado, cosi’ decideva:

– accertava e dichiarava che la successione di (OMISSIS) avrebbe dovuto essere devoluta secondo la volonta’ testamentaria della de cuius di cui alle schede testamentarie pubblicate dal notaio (OMISSIS) il 13 marzo 2000, previa riduzione proporzionale per la determinazione della quota legittima di 1/4 dell’eredita’ spettante a (OMISSIS);

– accertava e dichiarava la devoluzione della predetta quota legittima agli eredi di (OMISSIS), e cioe’ a (OMISSIS) e (OMISSIS), ciascuno per meta’;

– disponeva la rimessione della causa sul ruolo per la determinazione della quota legittima e la sua divisione.

A sostegno dell’adottata pronuncia il giudice di secondo grado disattendeva – in primo luogo – l’eccezione pregiudiziale di tardivita’ dell’appello incidentale e respingeva quest’ultimo con riferimento alla domanda di invalidita’ del testamento della (OMISSIS) (sulla cui volonta’ devolutiva dei beni ereditari in favore di entrambi i figli non poteva nutrirsi alcun dubbio). Delibando, poi, sul merito delle censure avanzate dall’appellante principale, premessa l’insussistenza dell’incompatibilita’ della tutela del diritto del legittimario con la divisio inter liberos ex articolo 734 c.c., le accoglieva nella parte in cui il Tribunale di prime cure aveva dichiarato la nullita’ della divisione quale conseguenza della ritenuta fondatezza dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto. La stessa Corte territoriale confermava, poi, la riduzione delle disposizioni testamentarie della (OMISSIS) e, per l’effetto, accertato e dichiarato che la quota spettante al legittimario pretermesso (OMISSIS) era corrispondente ad 1/4, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote attribuite ai due eredi testamentari secondo le ritenute valide disposizioni della testatrice, dava atto del venir meno dell’esigenza della formazione dei lotti secondo quote paritarie previste in sentenza e della conseguente necessita’ della formazione di un progetto di assegnazione dal momento che gli eredi risultavano gia’ assegnatari, con effetti reali, dei beni loro attribuiti per testamento. Sulla base di queste disposizioni, la Corte fiorentina disponeva la rimessione della causa sul ruolo per procedere all’anzidetta individuazione dei beni da attribuire al legittimario pretermesso, pari a 1/4 del relictum, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote gia’ assegnate agli eredi e con la ridistribuzione di detta quota per meta’, corrispondente ad 1/8 dello stesso relictum in favore di ciascuna parte, nella qualita’ di erede paritario del legittimario in nome del quale era stata esercitata jure successionis l’azione di riduzione.

Avverso la suddetta sentenza (non notificata) ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS), articolato in quattro motivi, al quale ha resistito l’intimato (OMISSIS) con controricorso contenente, a sua volta, ricorso incidentale riferito a tre motivi. La ricorrente principale ha formulato anche controricorso al ricorso incidentale avanzato dal (OMISSIS).

I difensori di entrambe le parti hanno anche depositato, rispettivamente, memoria illustrativa ai sensi dell’articolo 378 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo complesso motivo la ricorrente principale – avuto riguardo al rigetto dell’appello incidentale dalla stessa proposto volto ad ottenere la dichiarazione di nullita’ e/o di annullabilita’ del testamento della genitrice (OMISSIS) (sul presupposto della deduzione dell’erroneita’ dell’impugnata sentenza nella parte in cui aveva ritenuto che le schede redatte dalla (OMISSIS) avevano la natura di testamento essendo indubitabile la manifestazione della volonta’ testamentaria della de cuius) – ha denunciato:

– la nullita’ della sentenza di appello per assunta carenza di uno dei requisiti indispensabili ex articolo 132 c.p.c., per il raggiungimento dello scopo ex articolo 156 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la nullita’ della stessa sentenza per asserita violazione dell’articolo 115 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la violazione e falsa applicazione dell’articolo 624 c.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con il secondo, articolato, motivo la ricorrente principale ha – con riferimento alla parte della sentenza di appello con la quale era stata ravvisata la validita’ della divisione disposta con le schede testamentarie della (OMISSIS), malgrado non avesse in essa compreso il coniuge legittimario (OMISSIS) (per la cui relativa lesione dei diritti la stessa (OMISSIS) aveva esercitato in via pregiudiziale “ab origine” l’azione di riduzione per il riconoscimento della quota spettantele quale erede del padre, deceduto successivamente senza testamento) – prospettato:

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la nullita’ dell’impugnata sentenza per asserita violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’assunta violazione o falsa applicazione degli articoli 734 e 735 c.c., in ordine all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la terza censura – correlata all’addotta erroneita’ della sentenza di secondo grado nella parte in cui si era pronunciata ultra petita e, comunque, in violazione delle norme sui diritti riservati ai legittimari – la difesa della (OMISSIS) ha inteso denunciare:

– la nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la violazione o falsa applicazione degli articoli 542, 554, 556, 558 e 735 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la quarta ed ultima doglianza – rivolta alla denuncia dell’omessa pronuncia sull’appello incidentale formulato dalla stessa – la ricorrente principale ha dedotto la nullita’ della sentenza impugnata per violazione dell’articolo 112c.p.c. (in relazione all’articolo 360c.p.c., comma 1, n. 4) e l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia (ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5).
  2. Con la prima censura del ricorso incidentale la difesa del (OMISSIS) ha – in ordine alla critica della stima dei beni immobili compiuta dal c.t.u. e alla ravvisata necessita’ della sua rielaborazione – prospettato la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., (in relazione all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 3) nonche’ l’omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  3. Con il secondo motivo del ricorso incidentale – riferita alla mancata condivisione dei risultati e del metodo di valutazione dei beni mobili operata dal c.t.u. – sono stati prospettati gli stessi vizi di cui all’appena riportata prima censura.
  4. Con il terzo ed ultimo motivo del ricorso incidentale – riguardante la mancata disposizione del rendiconto a carico della controparte sui beni dalla stessa posseduti sul presupposto della tardivita’ della relativa richiesta – il (OMISSIS) ha inteso far valere la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., oltre che dell’articolo723 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, unitamente al vizio di omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  5. Cominciando, in ordine logico-giuridico, l’esame delle formulate censure con la considerazione del primo motivo del ricorso principale, rileva il collegio che esso deve essere dichiarato in parte inammissibile e in parte infondato.

La doglianza si prospetta, invero, inammissibile nella parte in cui con la stessa risultano denunciati vizi processuali ricondotti all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, perche’, con la relativa deduzione, la ricorrente principale ha inteso solamente far valere la supposta violazione di legge attinente alla qualificazione come testamento delle schede redatte dalla (OMISSIS) avuto riguardo all’interpretazione delle disposizioni in esse contenute e all’emergenza di un’effettiva manifestazione di volonta’ testamentaria, in tal senso prospettando anche il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con riferimento a quest’ultimo pure deve pervenirsi ad una pronuncia di inammissibilita’ perche’ – applicandosi, nel caso di specie, la nuova formulazione della relativa previsione normativa come introdotta dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 1, lettera b), conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, (sul presupposto che la sentenza impugnata e’ stata pubblicata successivamente all’il settembre 2012, in virtu’ di quanto stabilito dal citato Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 3) – la Corte di appello di Firenze ha – in linea con la giurisprudenza di questa Corte (v., per tutte, Cass. Sez. U. n. 8053 e 8054 del 2014 e, da ultimo, Cass. n. 9253/2017) – certamente esaminato la relativa doglianza sul fatto decisivo della controversia riguardante l’asserita invalidita’ del testamento della (OMISSIS), adottando una motivazione sicuramente sufficiente, non omettendola ne’ fornendo una giustificazione argomentativa sul piano logico-giuridico meramente apparente del suo convincimento.

Il prospettato vizio di violazione di legge e’, invece, privo di fondamento.

Infatti, il giudice di appello ha espressamente e logicamente motivato sull’effettivita’ dell’emergenza dal contenuto delle schede testamentarie della univoca volonta’ della testatrice nel rendere le disposizioni ereditarie (riguardanti i beni immobili alla stessa appartenenti) in favore dei due figli, ancorche’ emesse nel convincimento (o, comunque, nell’auspicio) della ritenuta corrispondenza ai loro stessi desideri. Certamente questa finalita’ rafforzativa della volonta’ della de cuius (compendiata nell’espressione dell’incipit “…dedico ai miei due carissimi figli – per testamento il mio avere – come gia’ da loro espresso desiderio nella divisione di: a mia figlia….; a mio figlio…”) non poteva aver determinato il venir meno del presupposto intento pienamente volitivo della testatrice, ne’ puo’ ritenersi che, nel caso di specie, come sostenuto dalla ricorrente principale, si fosse venuta a configurare una ipotesi di “errore sul fatto”, nel senso che la suddetta volonta’ era stata condizionata in modo decisivo dalla rappresentazione di un fatto (da inquadrarsi in senso oggettivo) non vero (cfr. Cass. n. 24637/2010).

Invero, secondo la concorde giurisprudenza di questa Corte (v., anche, Cass. n. 2152/1966 e Cass. 2132/1971), l’errore sul motivo, assunto dall’articolo 624 c.c., comma 2, quale causa di annullamento di disposizioni testamentarie, si identifica in quello che cade sulla realta’ obiettiva e non gia’ sulla valutazione che di essa abbia fatto il testatore, nel suo libero ed insindacabile apprezzamento circa l’importanza e le conseguenze della realta’ stessa, in relazione alle sue personali vedute ed aspirazioni ed ai fini perseguiti nel dettare le sue ultime volonta’ (donde tale soggettiva valutazione della realta’ obiettiva e’ da qualificarsi come giuridicamente irrilevante). Peraltro, l’apprezzamento del giudice del merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, e’ incensurabile in sede di legittimita’, se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto, come verificatosi nella fattispecie.

In altri termini, il giudice di appello ha, nella vicenda che ci occupa, legittimamente ritenuto che il contenuto dei testamenti (con cui aveva disposto del suo complessivo patrimonio immobiliare) corrispondesse alla reale volonta’ della testatrice, senza che essi contenessero alcun errore (escludendosi, percio’, la supposta violazione dell’articolo 624 c.c.), inteso nel senso di distorsione della realta’ oggettiva, esprimendo gli stessi soltanto una convinzione maturata dalla (OMISSIS) e legittimamente dalla stessa posta a base delle proprie disposizioni di ultima volonta’.

  1. La seconda, complessa, censura dedotta con il ricorso principale – nei termini prima richiamati – e’, ad avviso del collegio, da dichiarare inammissibile con riguardo alla dedotta violazione ricondotta all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 5, (per le stesse ragioni esposte con riferimento al primo motivo, avendo la Corte territoriale comunque esaminato l’ulteriore fatto decisivo della causa riferito alla contestata validita’ della divisione operata con testamento dalla (OMISSIS)), infondata in relazione al supposto vizio di omessa pronuncia (palesemente insussistente) mentre e’ da ritenersi fondata in ordine alla denunciata violazione degli articoli734 e 735 c.c..

E’ opportuno premettere che l’attuale ricorrente principale, fin dall’originario atto di citazione, aveva richiesto (ribadendo le domande anche in sede di precisazione delle conclusioni) – subordinatamente alla domanda principale di dichiarazione di invalidita’ e/o di inefficacia dei testamenti olografi della (OMISSIS) (come detto rigettata con la sentenza di primo grado e confermata sul punto dalla sentenza d’appello, il cui motivo, riproposto in questa sede, e’ stato respinto per quanto chiarito in ordine alla prima censura) – che venisse, comunque, accertata e dichiarata la nullita’ dei testamenti stessi ai sensi dell’articolo 735 c.c., comma 1, o, comunque, della sola divisione sempre in virtu’ della stessa norma (v. pagg. 6-8 del ricorso) per pretermissione del coniuge legittimario (ancora vivente al momento dell’apertura della successione, ancorche’ deceduto poco tempo dopo). Da cio’ sarebbe derivata la conseguente dichiarazione che allo stesso legittimario pretermesso (poi deceduto) spettava (ai sensi dell’articolo 542 c.c., comma 2) la quota di riserva di 1/4 dell’eredita’ relitta della (OMISSIS) e che, pertanto, a seguito della sopravvenuta morte (“ab intestato”) del padre (marito della (OMISSIS)), previo accertamento che ella era erede legittima del padre per la quota del 50% ed in accoglimento dell’azione di riduzione cumulativamente proposta (quale, appunto, erede di (OMISSIS)), alla medesima avrebbe dovuto essere riconosciuta una quota pari al 50% dell’intero asse relitto dalla madre (OMISSIS).

Le domande formulate in via subordinata venivano accolte con la sentenza di primo grado del Tribunale di Firenze, il quale riteneva fondata l’azione di riduzione proposta dall’attrice in qualita’ di erede del padre successivamente deceduto (provvedendo alle relative riduzioni) e dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle impugnate schede testamentarie della (OMISSIS), con il conseguente riconoscimento del diritto della (OMISSIS) a succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto di (OMISSIS) di cui alle stesse schede testamentarie, provvedendo, inoltre, sull’approvazione del rendiconto.

La Corte di appello di Firenze (la cui sentenza qui impugnata e per come depositata nell’interesse della ricorrente principale nella forma di cui all’articolo 369 c.p.c., comma 2, pur essendo monca della pag. 9, risulta sufficientemente intelligibile ai fini dell’esame del secondo motivo, anche alla stregua del concorde richiamo del relativo contenuto nei rispettivi ricorsi di entrambe le parti in questa fase di legittimita’), adita dal (OMISSIS), pur dando atto che non era stato proposto gravame dal predetto appellante sul punto della decisione di primo grado con cui erano state accertate la lesione dei diritti del legittimario (OMISSIS) e l’ammissibilita’ dell’azione di riduzione esercitata dalla (OMISSIS) quale erede dello stesso legittimario pretermesso (v. pag. 8 della sentenza di appello, donde la formazione dell’acquiescenza su tale questione e il relativo passaggio in giudicato sull’intervenuto accoglimento della inerente domanda), ha riformato la sentenza di primo grado proprio con riferimento alla dichiarazione di nullita’ della divisione quale conseguenza dell’accoglimento dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto.

Cosi’ statuendo, pero’, la Corte territoriale e’ incorsa nella denunciata violazione dell’articolo 734 e, soprattutto, dell’articolo 735 c.c..

Ad avviso del collegio, infatti, risulta erronea la sentenza impugnata nella parte in cui con essa e’ stata riformata la decisione di primo grado, dovendo, invece, pervenirsi – come domandato nell’originaria citazione dalla (OMISSIS) (che non si era, quindi, limitata solo a proporre, in via pregiudiziale, una domanda di riduzione quale erede del padre successivamente deceduto) – alla dichiarazione di nullita’ della divisione operata direttamente dalla testatrice che aveva disposto dei suoi beni pretermettendo il coniuge legittimario.

Cosi’ provvedendo, il giudice di appello e’ incorso, specificamente, nella violazione del primo comma del citato articolo 735 c.c., determinando il mancato riconoscimento, in favore della ricorrente principale, del diritto a succedere nella meta’ (indistinta) dell’intero asse relitto dalla (OMISSIS), stante l’assenza nel testamento “di criteri per la definizione delle quote da assegnare” a ciascuno dei due eredi parti in causa (con totale pretermissione del coniuge legittimario, non istituito formalmente coerede, che aveva legittimato la stessa (OMISSIS) ad agire per la relativa azione di riduzione essendo a sua volta diventata coerede del padre, nelle more deceduto senza testamento), sul presupposto che l’istituzione di eredi testamentari era stata fatta dalla “de cuius” per cespiti immobiliari nominati (in funzione, per l’appunto, divisoria tra i due germani eredi) e non per quote.

Ha, quindi, errato la Corte fiorentina laddove ha ritenuto che la nullita’ della divisione contemplata dall’articolo 735 c.c., comma 1, operi solo nell’ipotesi in cui il testatore abbia espressamente previsto che il legittimario debba essere soddisfatto con beni non compresi nel relictum, ritenendo, invece, esclusa l’operativita’ di siffatta nullita’ nel caso di pretermissione del legittimario dal testamento e dalla divisione, sul presupposto che, in tal caso, la divisione sarebbe idonea a conservare i suoi effetti previa riduzione delle assegnazioni e, quindi, facendo in modo che l’erede pretermesso possa essere soddisfatto con beni provenienti dal relictum, da prelevarsi proporzionalmente da quelli attribuiti agli eredi testamentari.

Cosi’ statuendo, infatti, il giudice di appello ha illegittimamente assoggettato alla stessa disciplina il caso della pretermissione dell’erede legittimario e quello della lesione della quota di legittima che, invece, il legislatore ha voluto mantenere distinti, prevedendo una differenziata disciplina contenuta, rispettivamente, nel primo e nel piu’ volte menzionato articolo 735 c.c., comma 2.

Infatti, in virtu’ del disposto di cui al primo comma di detta norma, in caso di divisione testamentaria con pretermissione del legittimario, la divisione proprio perche’ ne e’ impedita la realizzazione della causa per effetto dell’anomalia funzionale dipendente dalla mancata previsione della partecipazione ad essa di un avente diritto – e’ da ritenersi nulla (v. Cass. n. 2367/1970; Cass. n. 2870/1972 e, in motivazione, anche se solo per obiter, Cass. Sez. U. n. 20644/2004), ragion per cui deve escludersi, in tale ipotesi, la configurabilita’ dell’efficacia reale della c.d. divisici inter liberos (ritenuta, invece, operante dalla Corte di appello toscana), derivando dalla nullita’ della divisione testamentaria il ripristino della comunione ereditaria.

Essendo stata, quindi, nella concreta fattispecie, proficuamente reclamata, in via preliminare, la quota ereditaria riservata al legittimario per mezzo dell’accolta azione di riduzione esperita dalla ricorrente principale quale legittima erede del padre pretermesso (v., per idonei riferimenti, anche Cass. n. 3599/1992 e Cass. n. 3694/2003), il giudice di appello avrebbe dovuto ritenere fondata (come, del resto, aveva rilevato correttamente il giudice di prime cure) la correlata domanda di nullita’ del riparto divisorio cosi’ come operato di sua iniziativa dalla testatrice con attribuzione diretta di distinti cespiti dell’intero patrimonio ereditario immobiliare, concretamente individuati, in favore dei due figli a causa della “preterizione divisoria del legittimario”.

In definitiva, in accoglimento per quanto di ragione (ovvero relativamente alla denuncia violazione di legge sostanziale) del secondo motivo dedotto con il ricorso principale, la sentenza della Corte di appello di Firenze deve essere cassata “in parte qua”, enunciandosi – ai sensi dell’articolo 384 c.p.c., comma 2, il principio di diritto secondo cui “deve essere accolta la domanda di nullita’, proposta dal legittimario pretermesso nel testamento (o, in sostituzione del medesimo, da un suo erede, come verificatosi nel caso di specie), della divisione del patrimonio ereditario disposta direttamente dal testatore qualora Io stesso legittimario (o un suo erede agente “iure successionis”), da considerarsi preterito per non essere stato compreso nella divisione, abbia positivamente esperito in via preventiva l’azione di riduzione”.

Alla ritenuta fondatezza di detta censura nei richiamati termini consegue, per derivazione logico-giuridica, la dichiarazione di assorbimento dei residui motivi proposti con il ricorso principale e di tutti quelli avanzati con il ricorso incidentale.

Il giudice di rinvio (che si designa in altra Sezione della Corte di appello di Firenze), oltre a conformarsi al su riportato principio di diritto, provvedera’ anche a regolare le spese della presente fase di giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso principale; accoglie, per quanto di ragione, il secondo motivo dello stesso ricorso principale e dichiarata assorbiti gli altri motivi del ricorso principale e tutti i motivi del ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per la regolazione delle spese della presente fase di legittimita’, ad altra Sezione della Corte di appello di Firenze.

Successione mortis causa – Testamento olografo – Scioglimento della comunione rìereditaria – Collazione – Capacità di intendere e volere del testatore – Onere della prova – Elementi probatori – Ctu – Valutazione del giudice di merito – Criteri

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere

Dott. PENTA Andrea – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28093-2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliate in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che le rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1069/2013 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 07/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 21/06/2017 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI.

FATTI DI CAUSA

(OMISSIS), proponeva appello avverso la sentenza non definitiva n. 88 del 2007 con la quale il Tribunale di Padova, nel giudizio di primo grado proposto dalle sigg.re (OMISSIS) ( (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS)) nei confronti della (OMISSIS), rigettava l’impugnazione del testamento olografo redatto da Sergio (OMISSIS), proposta da (OMISSIS), dichiarava che il de cuius aveva donato, in vita, a (OMISSIS) la complessiva somma di Euro 188.353,31 e, conseguentemente, dichiarava la stessa obbligata a collazionare in sede di divisione ereditaria il suddetto importo, rigettava la domanda delle attrici avente ad oggetto il credito di Lire 145.000.000 nei confronti del padre.

Si costituivano le appellate chiedevano il rigetto del gravame e proponevano appello incidentale per il riconoscimento del credito a loro favore e di cui si e’ gia’ detto.

La Corte di Appello di Venezia, con sentenza n. 1069 del 2013, notificata in data 8 ottobre 2013, rigettava l’appello principale e accoglieva parzialmente l’appello incidentale, assegnava alle sigg.re (OMISSIS) la somma di Lire 145.000.000 con relativi interessi, condannava l’appellante alle spese del giudizio di secondo grado. Secondo la Corte lagunare, l’appello principale andava rigettato perche’ l’appellante, su cui ricadeva il relativo onere, non aveva provato che il de cuius era incapace di intendere e di volere al momento della redazione del testamento. A sua volta, andava accolto l’appello incidentale delle sorelle (OMISSIS), posto che in caso di conto cointestato le somme dovevano essere ritenute sia della moglie che del marito ed, in difetto di prova specifica sulla loro provenienza, spettavano a ciascuno nella misura del 50%.

La cassazione di questa sentenza e’ stata chiesta da (OMISSIS) con ricorso affidato a tre motivi. Le sigg.re (OMISSIS) hanno resistito con controricorso.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= Con il primo motivo di ricorso, la sig.ra (OMISSIS) lamenta l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti, in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 5. La ricorrente si duole del fatto che la Corte distrettuale non abbia ammesso CTU per effettuare “ora per allora”, sulla scorta della documentazione acquisita e agli atti del processo, l’accertamento sulla capacita’, o meno transeunte del (OMISSIS) al momento in cui dava corso, su pressione delle figlie, al secondo testamento.

1.1.= Il motivo e’ infondatote essenzialmente perche’ la sentenza ha ampiamente chiarito le ragioni, che vanno condivise perche’ coerenti ai dati acquisiti al processo, per le quali ha escluso che il de cuius fosse incapace di intendere e di volere, nel momento cui confezionava il testamento di cui si dice e, ad un tempo, ha anche chiarito le ragioni per le quali escludeva l’ammissibilita’ della CTU “(…) non appare utilmente esperibile una CTU medica postuma per accertarne le condizioni di salute (sul punto sarebbe per altro esplorativa) e la conseguente pretesa incapacita’ a testare”.

La ricorrente, comunque, limitandosi a denunciare la mancata ammissione di una CTU non ha, neppure, spiegato in che modo i dati valutati dalla Corte distrettuale sarebbero stati, con certezza, travolti e/o privati di significato dalla chiesta e non ammessa CTU e/o perche’ quei dati valutati, dalla Corte distrettuale, sarebbero insufficienti a dar prova dell’accertata capacita’ a testatore del (OMISSIS). Senza dire che la consulenza tecnica d’ufficio e’ mezzo istruttorio (e non una prova vera e propria), sottratta alla disponibilita’ delle parti ed affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel suo potere discrezionale la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario e la motivazione dell’eventuale diniego, puo’ anche essere implicitamente desumibile dal contesto generale delle argomentazioni svolte e dalla valutazione del quadro probatorio unitariamente considerato effettuata dal suddetto giudice (cfr. Cass. n. 9461 del 21/04/2010).

Piuttosto, la Corte distrettuale ha, correttamente, tenuto conto che la documentazione in atti ed, in particolare, la visita effettuata dal prof. (OMISSIS), dava ampia prova della capacita’ a testare del Candbtto. Infatti, come afferma la sentenza impugnata “(….) il giorno del testamento il de cuius e’ stato valutato capace di testare dal professore ordinario di psichiatria (OMISSIS) (…)” E, la sentenza impugnata, aggiunge che la valutazione del prof. (OMISSIS) non meritava di essere smentita “(…) perche’ non era stato, neppure, dedotto in causa che il de cuius fosse affetto da particolari patologie idonee a compromettere, in via permanente, la capacita’ a testare ed in difetto di ulteriore documentazione sanitaria (…).

2.= Con il secondo motivo, la ricorrente denuncia la nullita’ della sentenza ex articolo 360 c.p.c., n. 4 in combinato con l’articolo 132 cod. proc., civ., (motivazione quale elemento essenziale della pronuncia) e l’articolo 624 cod. civ.. La ricorrente si duole che la Corte distrettuale non abbia dato valore alla lettera del 28 giugno 1998 con la quale il de cuius aveva dichiarato “(…) con questa mia annullo ogni cosa scritta contro mia moglie perche’ ho agito sotto la pressione dei miei familiari e sotto l’influsso delle calunnie di (OMISSIS). Dichiaro che ogni cosa intestata a mia moglie e’ di sua legittima proprieta’, compreso il denaro che lei mi ha sempre affidato in buona fede (…)”. Piuttosto: a) la prima locuzione, secondo la ricorrente, certificherebbe quanto accaduto in sede di redazione del testamento impugnato e, cioe’, che il de cuius era stato costretto in forza di pressioni e calunnie e cio’ integrerebbe la prospettiva di cui all’articolo 624 cod. civ.. E, sul punto, la Corte distrettuale non avrebbe motivato o avrebbe dato una motivazione semplicemente apparente. b) la stessa missiva avrebbe un valore confessorio in ordine alla riferibilita’ delle somme gia’ contenute nei conti correnti cointestati al (OMISSIS).

2.1. = Il motivo e’ infondato, essenzialmente, perche’ si risolve nella richiesta di una nuova e diversa valutazione delle emergenze istruttorie non proponibile nel giudizio di cassazione se, come nel caso in esame, la valutazione compiuta dalla Corte distrettuale non presenta vizi logici e/o giuridici.

  1. a) Come ha avuto modo di evidenziare la Corte distrettuale “(…) quanto al fatto del testamento impugnato sarebbe viziato ex articolo624 cod. civ.perche’ redatto sotto pressione da parte dei familiari, come sostenuto da parte dell’appellante in base alla lettera sub doc. 11, questa Corte esclude la fondatezza della doglianza perche’ la citata lettera non fa espresso rinvio al testamento in questione e, di conseguenza, ben avrebbe potuto riferirsi ad altre condotte, nella lettera si legge che il (OMISSIS) annullava ogni cosa scritta contro sua moglie perche’ avrebbe agito sotto pressione dei suoi familiari, ma il testamento in questione non e’ stato scritto contro la moglie perche’ la riconosce, comunque, coerede insieme alle figlie, per altro, al momento della redazione del testamento, documento 11 in esame, il testatore poteva revocare espressamente il testamento e sostituirlo con un altro, se avesse voluto farlo, ma non lo ha fatto (…)” Ora, e’ di tutta evidenza che la Corte ha valutato e vagliato le risultanze istruttorie ed e’ pervenuta, secondo ragionevoli considerazioni, non sindacabili in cassazione ad escludere che la lettera di cui si dice identificherebbe un’ipotesi riconducibile alla normativa di cui all’articolo 624 cod. civ..

Senza dire che, come e’ stato gia’ affermato da questa Corte in altra occasione (Cass. n. 14011 del 2008) in tema di impugnazione di una disposizione testamentaria che si assuma affetta di dolo, per potere configurarne la sussistenza non e’ sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti, i quali – avuto riguardo all’eta’, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volonta’, in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata. La relativa prova, pur potendo essere presuntiva, deve fondarsi su fatti certi che consentano, di identificare e ricostruire l’attivita’ captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volonta’ del testatore.

  1. b) Come ha avuto modo di chiarire la Corte distrettuale agli atti non vi era prova per escludere “(…) la presunzione che in caso di conto cointestato le somme dovevano essere ritenute sia della moglie che del marito e, in difetto di prove specifiche sulla loro provenienza spettano a ciascuno nella misura del 50% (…)”. Ora, tale affermazione non sembra sia scalfita dalle osservazioni della ricorrente secondo cui la dichiarazione del de cuius del 29 giugno 1998 dimostrerebbe che il denaro nei conti correnti cointestati era della sig.ra (OMISSIS) e che la cointestazione al sig. (OMISSIS) era avvenuta per lo svolgimento degli affari che lo stesso poneva in essere come procuratore della moglie, perche’ manca un diretto rapporto tra la dichiarazione del (OMISSIS) e l’appartenenza alla (OMISSIS) del denaro versato nel conto corrente cointestato. Infatti, come afferma la stessa Corte distrettuale “(…) parte appellante non indicava neppure i proventi delle vendite immobiliari, ne’ in base a quali fruttuosi investimenti il suo patrimonio sarebbe aumentato fino al valore totale degli importi transitati nei conti cointestati, in sostanza per provare l’esclusiva titolarita’ delle somme dei conti cointestati adduce circostanze assolutamente generiche e prive di riscontro, inidonee a vincere la presunzione di contitolarita’ delle somme esistenti nei conti cointestati (….)”.

3) Con il terzo motivo del ricorso, la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione di norme, in particolare gli articoli 752 e 754 cod. civ. in combinato con i principi della compensazione fra debiti e crediti in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 3. Secondo la ricorrente, posto che il padre era debitore verso le sig.re (OMISSIS) e che tale debito era sussistente al momento dell’apertura della successione e che essendo le sig.re (OMISSIS) coeredi si trovavano nella situazione di creditrice per l’intero, ma, anche, di debitrici in proporzioni delle proprie quote. Pertanto, secondo la ricorrente, sarebbe illegittima l’assegnazione dell’intero credito alle controparti e, comunque, avrebbe dovuto considerare estinto il debito in parte qua, per compensazione.

3.1.= Il motivo e’ infondato.

Invero, gli articoli 752 e 754 c.c. regolano, rispettivamente, la ripartizione dei debiti ereditari tra gli eredi ed il pagamento di tali debiti da parte dei coeredi, con il conseguente diritto di rivalsa del coerede, che ha pagato i creditori, oltre la parte a lui spettante nei confronti degli altri coeredi; tali norme, quindi, disciplinano i rapporti tra coeredi da un lato e creditori del “de cuius” dall’altro, tra i quali ultimi, quindi, non puo’ essere compreso il coerede che vanta un credito nei confronti del “de cuius”. Nondimeno, deve ritenersi che non sussiste alcuna preclusione a far valere detto credito, invece, che in un giudizio autonomo rispetto a quello di scioglimento della comunione ereditaria, nello stesso giudizio divisorio, sussistendo, anzi, ragioni di economia processuale a fondamento di tale assunto; infatti, considerato che nell’ambito del giudizio di divisione si realizza la finalita’ di definire tutti i rapporti di dare ed avere tra i coeredi, sia pure in dipendenza dei rapporti di comunione, deve ritenersi ammissibile definire in tale sede un rapporto obbligatorio che, pur avendo una natura diversa (come appunto il credito del coerede nei confronti della massa ereditaria), trova, comunque, la sua collocazione e la sua tutela nell’ambito della vicenda successoria che ha dato luogo alla comunione ereditaria.

In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex articolo 91 cod. proc. civ. condannata al pagamento delle spese del presente giudizio che vengono liquidate con il dispositivo. Il Collegio da atto che, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 sussistono i presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condanna la ricorrente a rimborsare, a parte controricorrente, le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 7.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% del compenso ed accessori, come per legge, da’ atto che sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

Corte d’Appello|Taranto|Civile|Sentenza|14 febbraio 2014| n. 134

Impugnazione del testamento – Richiesta di annullamento del testamento – Art. 624 c.c. – Risultanze processuali tali da non considerare raggiunta la prova di fatti certi e significativi – Fatti idonei ad integrare raggiri od altre manifestazioni fraudolente – Atti capaci di trarre in inganno il de cuius ed a condizionarne la volontà – Orientamento della volontà verso il compimento di atti cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata – Rigetto della richiesta – Ipotesi ricorrente nella fattispecie – Insufficienza di qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, lusinghe e promesse – Necessità della prova del concorso di mezzi fraudolenti – Mezzi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso – Relativa prova pure presuntiva – Prova fondata su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire l’attività captatoria – Prova della conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI APPELLO DI LECCE

– SEZIONE DISTACCATA DI TARANTO –

SEZIONE CIVILE

composta dai Signori:

1) Dott. Riccardo ALESSANDRINO – Presidente –

2) Dott. Franco MOREA – Consigliere –

3) Dott. Loredana COLELLA – Consigliere REL. –

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 288 del Ruolo Generale delle cause dell’anno 2010, trattata e passata in decisione all’udienza di trattazione del 20/9/2013

TRA

MI.Mi., MI.Lu. e MI.An., rappresentati e difesi dall’avv. Fr.Bl., tutti residenti in S. Vito (Taranto) ed ivi stesso elettivamente domiciliati presso il suo studio legale alla Via(…) in virtù di mandato a margine dell’atto di appello

– APPELLANTI –

E

CA.Fr. e CA.Um.Ma., residenti in Taranto ed ivi elettivamente domiciliati alla via (…), presso e nello studio dell’Avv. Sa.La. dal quale sono rappresentati e difesi giusta procura a margine della comparsa di costituzione e risposta

– APPELLATI –

I procuratori delle parti precisano le conclusioni come da verbale dell’udienza di precisazione delle conclusioni del 20/9/2013.

Fatto e diritto

Con sentenza n. 924/2010 del 13.5.2010 il Tribunale di Taranto rigettava le domande proposte da Mi.Mi., Mi.Lu. e Mi.An. nei confronti di Ca.Fr. e Ca.Um.Ma., dirette ad ottenere: l’annullamento ex art. 591 c.c. o in subordine dell’art. 624 c.c., della scheda testamentaria del defunto zio Ca.Um., redatta dal notaio La. il 2.9.97; l’annullamento ex art. 775 c.c. dell’atto di donazione immobiliare tra il de cuius ed il nipote Ca.Fr., redatto dal medesimo notaio il 24.12.97: la dichiarazione di nullità per vizio di forma o per errore e/o dolo tutti gli atti inter vivos intercorsi il 24.12.97 tra il de cuius ed i convenuti; dichiarare nulli detti negozi inter vivos e le disposizioni testamentarie per violazione del divieto di patti commissori; dichiarare che per effetto della valida scheda testamentaria redatta il 30.12.1988 il locale sito in Taranto alla Via (…) si appartiene agli attori; ordinare ai convenuti il rendiconto dei titoli e del denaro giacente in banca o presso l’ufficio postale e provvedere alla sua divisione secondo le disposizioni contenute nel testamento pubblico del 30.12.1988.

Per la parziale riforma di detta sentenza hanno proposto tempestivo appello Mi.Mi., Mi.Lu. e Mi.An. ed hanno chiesto: annullarsi ex art. 591 e 624 c.c. sia la scheda testamentaria di Ca.Um. redatta dal notaio La. il 2.9.97 che ex art. 775 c.c. l’atto di donazione redatto dal notaio La. il 24.12.97 ed avente ad oggetto il locale commerciale sito in Taranto alla Via (…); annullare comunque per dolo tutti gli atti inter vivos conclusi a mezzo del notaio La. il 24.12.97 tra il de cuius Ca.Um. ed i convenuti (rep. 54850, 54851 e 54862); per l’effetto dichiarare che in virtù della scheda testamentaria redatta il 30.12.1988 per notar La. l’immobile sito in Taranto alla Via (…) si appartiene agli appellanti Mi.Mi., Lu. ed An.; vittoria di spese del doppio grado di giudizio o in subordine disporsi la compensazione parziale delle spese e competenze del giudizio di primo grado e ordinarsi la restituzione, in favore degli appellanti, della maggior somma versata in esecuzione della sentenza impugnata; in via istruttoria il rinnovo delle indagini peritali da affidarsi ad uno specialista neurologo e, in subordine, l’audizione del CTU a chiarimenti sullo stadio evolutivo della demenza senile al momento del compimento degli atti impugnati, con riferimento alle obiettività cliniche emerse dalle osservazioni dei medici curanti e degli altri testi di parte attrice sentiti in prime cure.

Si sono costituiti Ca.Fr. e Ca.Um.Ma., chiedendo il rigetto dell’appello con vittoria di spese del secondo grado di giudizio, da distrarsi in favore del difensore antistatario ed opponendosi alla richiesta istruttoria.

All’udienza del 20.9.2013 i procuratori delle parti hanno precisato le conclusioni, come rassegnate a verbale, e la causa è stata ritenuta in decisione con assegnazione dei termini ex art. 190 c.p.c.

Con i motivi di appello si muove censura alle statuizioni della sentenza impugnata: per essersi il tribunale adeguato alle conclusioni del CTU affermando in maniera erronea che la demenza senile di cui soffriva il sig. Ca. fosse allo stato iniziale, non risultando tale affermazione neppure in maniera assoluta dalla CTU e non corretta sotto il profilo tecnico; per difetto di motivazione e contraddittorietà sotto il profilo logico, avendo il tribunale omesso di valutare tutti i dati obiettivi sulle condizioni patologiche del sig. Ca. emerse dagli atti di causa, avendo il neurologo ed il medico curante descritto la sintomatologia; erroneo rigetto della domanda di annullamento degli atti impugnati sotto il profilo della captazione e/o del dolo, non avendo il tribunale dato alcun peso al raggiro cui fu sottoposto il Ca. nel momento in cui gli fu fatto credere di aver venduto al nipote per il prezzo di Lire 202.125.000 l’immobile di cui all’atto del 24.12.97 (rep. 54851), non essendovi traccia del passaggio del denaro ed essendo l’acquirente disoccupato, nonché per il contrasto tra l’atto a titolo oneroso a favore del nipote e la contestuale liberalità e le disposizioni testamentarie di cui hanno beneficiato i convenuti sugli stessi beni, dovendosi la captazione ricavare da presunzioni; che avendo il tribunale accolto l’eccezione di nullità della difesa degli attori per difetto dello ius postulandi del difensore, controparte doveva ritenersi parzialmente soccombente e pertanto le spese processuali andavano compensate ex art. 92 c.p.c. o comunque andavano liquidate in misura proporzionale all’attività difensiva legalmente effettuata.

Le censure inerenti il rigetto delle domande di annullamento della scheda testamentaria del 2.9.97, dell’atto di donazione e degli atti inter vivos del 24.12.97 sono infondate.

Dichiarata, per difetto dello ius postulandi in capo al difensore, la nullità del mandato originario e della successiva attività, anche probatoria, svolta nell’interesse dei convenuti, il tribunale ha ritenuto che l’assunto secondo cui il sig. Ca., affetto da tempo da una grave forma di demenza senile e poi deceduto il 29.8.99, all’epoca del suo secondo testamento pubblico, redatto il 2.9.97, non fosse capace di intendere e di volere, non fosse assistito dal necessario conforto probatorio, all’uopo rifacendosi al consolidato indirizzo giurisprudenziale secondo cui l’incapacità naturale del testatore, determinante l’invalidità del testamento ex art. 591 c.c., non si identifica in una semplice anomalia o alterazione del normale processo di formazione e di estrinsecazione della volontà, ma richiede che a cagione dell’infermità (transitoria o permanente) o di altra causa perturbatrice, il soggetto al momento della redazione dell’atto di ultima volontà fosse assolutamente privo della coscienza del significato dei propri atti e della capacità di autodeterminarsi, così da versare in condizioni analoghe a quelle che, con il concorso dell’abitualità, legittimano la pronuncia di interdizione (Cass., 9274/2008; 8079/2005; 1444/2003; 15480/2001; 10571/98; 5620/95; 4499/86), ritenendo logico corollario di tanto che la parte interessata sia tenuta a provare in modo serio e rigoroso che il testamento fu redatto in un momento in cui lo stato psichico del disponente fosse tale da sopprimere l’attitudine a determinarsi coscientemente e liberamente. Al riguardo il tribunale ha ritenuto che non fossero emersi elementi probatori inequivoci dell’insanità mentale del de cuius al momento della stesura della scheda testamentaria e dell’atto donativo, atteso che: le deposizioni dei testi di parte attrice costituiscono indici rivelatori dell’insorgenza della psicopatologia negli ultimi anni di vita dell’anziano, ma non autorizzano a ritenere che il Ca. al momento dei negozi fosse assolutamente privo della coscienza del proprio agire poiché, considerate le caratteristiche cliniche della malattia, quali evidenziate dal CTU dott. Bo., le situazioni ed anomalie comportamentali descritte dai testi (confusione, amnesie e disorientamenti), peraltro infarcite di valutazioni ed impressioni personali, aprono il quadro alla sindrome demenziale ma non sono elementi sufficienti per ritenere che nell’anno 1997 il Ca., sebbene anziano ed in precarie condizioni di salute, fosse incapace di intendere e di volere.

Il Tribunale ha altresì rilevato la lacunosità del complessivo quadro probatorio, essendo la denunciata infermità mentale del testatore priva del necessario supporto tecnico-documentale (attestante la sua eziopatogenesi e le sue caratteristiche involutive) utile a fornire elementi obiettivi, certi, sulla storia clinica del soggetto, necessari per il formarsi del serio convincimento sulla sua condizione deficitaria all’epoca degli atti dispositivi, non trovando il quadro degenerativo diagnosticato dal dott. Na. e dal dott. Ro., suoi medici curanti, alcun riscontro testuale, mancando la documentazione medica atta a verificare le patologie sofferte dal paziente, la loro incidenza sulla sfera neuropsichica e quindi il manifestarsi della malattia e la sua concreta evoluzione ingravescente ed ha considerato: che le valutazioni e le conclusioni del dott. Ro., specialista neurologo, sono frutto di osservazioni del paziente compiute a distanza di un anno dal testamento e dalla donazione, avendo questi affermato di aver visitato il Ca. solo due volte (ottobre e dicembre 1998), riscontrando anomalie proprie della sindrome demenziale in stato avanzato ma non avendo nel contempo potuto attestare, per il periodo pregresso, quali fossero le condizioni del paziente, astenendosi dal formulare giudizi in merito; che la capacità di testare per converso risulta avvalorata sia dalla valutazione professionale operata dal notaio rogante (che nel ricevere le dichiarazioni di ultima volontà del testatore e ridurle per iscritto ha potuto vagliarne la lucidità e la capacità di autodeterminazione), sia dal contenuto stesso della scheda testamentaria, le cui disposizioni non appaiono incoerenti o irragionevoli, considerato che il Ca., previa revoca espressa del precedente testamento, ha inteso disporre ex novo di quasi tutto il suo patrimonio, ripartendolo, sia pure in diversa misura, tra i nipoti Mi.- Ca.

Le valutazioni compiute dal tribunale meritano piena condivisione, non risultando acquisita sufficiente prova che al momento della redazione dell’atto il sig. Ca. non fosse in grado di intendere il valore etico e giuridico dell’atto e di prevederne le conseguenze morali, giuridiche ed economiche, né potendo escludersi che avesse la piena capacità di autodeterminarsi, ovverosia che la sua volontà potesse liberamente esprimersi senza sottostare a coartazioni, raggiri, minacce e suggestioni, e ciò sulla scorta delle complessive risultanze processuali e dei principi che regolano la materia.

Al riguardo il CTU dott. Ma.Bo., al fine della valutazione richiestagli sulle capacità intellettive e volitive del Ca. al momento degli atti di disposizione, ha rilevato che la documentazione su cui basarsi per compiere detta valutazione non appare determinante: rispecchiando le considerazioni medico-legali in esse contenute solo un’opinione ed non un dato di fatto obiettivo, essendo la prima certificazione in atti del dott. Ro. risalente al 1.3.99. e cioè a circa 15-18 mesi dai fatti per cui si procede, fotografando detto certificato la situazione del momento e non contenendo elementi storici probativi; che nella relazione del dott. Ro. del 9.12.99, successiva al decesso del sig. Ca. (avvenuto il 29.8.99), si traccia una breve storia clinica del paziente a partire dal 9.10.98, e cioè un anno dopo la redazione del testamento; che l’ultimo documento di natura sanitaria presente è la relazione di parte del dott. Na., medico curante del Ca., nella quale, lungi dal produrre dati testimoniali certi circa lo stato di salute del Ca. al momento degli atti impugnati, esprime un giudizio basato su dati statistici circa l’insorgenza del disordine mentale nei casi di demenza.

Quanto alle caratteristiche della demenza (sindrome caratterizzata dal deterioramento di abilità intellettuali precedentemente acquisite, che interferisce con il comportamento sociale e/o professionale e che con il progredire del deficit comporta ripercussioni sulla globalità delle funzioni psichiche o neurologiche), ha precisato il CTU che il quadro clinico può essere abbastanza vario e viene distinto in tre stadi progressivi (iniziale, intermedio ed avanzato), della durata media di 2-3 anni ciascuno, avendo la malattia un decorso che comincia con semplici disturbi di memoria, minime modificazioni della personalità (come sviluppo di apatia, perdita di spontaneità e silenzioso ritiro dalle relazioni sociali), aggravandosi con il tempo il quadro patologico, passando allo stadio confusionale ed alla demenza vera e propria, sebbene il grado di deterioramento sia ampiamente variabile, con possibili fasi di plateau in cui la malattia sembra arrestarsi, ritenendo detto CTU, sulla scorta di quanto esaminato, che all’epoca dei fatti il sig. Ca. si trovasse in precarie condizioni di salute, ma non essendovi sufficienti elementi per definirlo incapace di intendere di volere, atteso che tale affermazione contenuta nelle certificazioni esibite, sebbene verosimile considerata l’età del soggetto e la patologia sofferta, non può essere considerata vera oltre ogni ragionevole dubbio, perché basata su dati statistici e non corroborata da riscontri obiettivi, non essendovi quindi elementi sufficienti a stabilire che il Ca., all’epoca dei fatti, fosse incapace di intendere di volere. In sede di chiarimenti il CTU ha confermato le proprie valutazioni e, pur ribadendo la compatibilità di quanto riferito dai testimoni con la patologia sofferta dal Ca. (demenza senile), ha evidenziato tuttavia che nelle prime fasi della demenza, prima di arrivare al completo decadimento mentale, vi è un periodo più meno lungo durante il quale le facoltà mentali non sono completamente annullate né lo sono in maniera continuativa, potendo episodi di confusione, amnesie e disorientamenti aprire il quadro della sindrome demenziale ma essere intervallati da periodi di integrità mentale durante i quali il soggetto può essere in grado di autodeterminarsi”.

La rinnovazione della CTU non si ritiene possa portare a diversi risultati, essendo (necessariamente) basata sulle risultanze documentali nonché sulle valutazioni di natura tecnica svolte dai medici curanti, che hanno redatto i pareri medico-legali su richiesta di parte attrice e sono stati sentiti anche come testimoni, spettando invero al giudice la valutazione delle risultanze testimoniali, ed avendo il CTU già esaustivamente fornito i chiarimenti richiestigli in primo grado.

Al riguardo deve poi rilevarsi come non possa trovare ingresso il “parere pro – veritate” a firma del prof. Gi.Me., allegato da parte appellante alla comparsa conclusionale del 12.11.2013, sia pure fatto proprio e sottoscritto dal difensore “quale memoria tecnica”, atteso che la finalità è quella di formulare osservazioni critiche alla CTU, attività ormai preclusa in quanto sottratta al contraddittorio ed al dibattito processuale (Cass., n. 11999/98; n. n. 9517/2002; n. 7335/2013).

Ed invero il riesame delle risultanze processuali compiuto dalla Corte consente di rilevare che le deposizioni dei testi di parte attrice non sono tranquillizzanti circa l’esistenza, in capo al sig. Ca.Um., nel periodo in cui sono stati conclusi gli atti impugnati, di una situazione di totale incapacità di intendere e di volere a causa della patologia di demenza senile da cui era affetto, non potendosi con assoluta certezza risalire all’effettivo grado di evoluzione della malattia in tale momento e conseguentemente ad uno stato talmente grave da dar ritenere insussistente la possibilità di lucidi intervalli.

Basti considerare, al riguardo, che il neurologo dott. Ro. ebbe ad effettuare solo due visite, di cui la prima solo nell’ottobre del 1998 e la seconda due mesi dopo, sicché, mancando documentazione attestante una patologia neurologica risalente ad epoca precedente, deve ragionevolmente ritenersi che fino a quel momento non vi fossero manifestazioni di tale gravità da richiedere l’intervento di uno specialista, avendo peraltro detto dott. Ro., in sede di deposizione testimoniale, dichiarato di non essere in grado di riferire “se precedentemente al 9.10.98 la situazione clinica del Ca. fosse migliore o peggiore”, riferendo altresì che ritenne di diagnosticare una demenza senile, facendo i fattori di rischio pensare ad una origine vascolare, ma che, “considerando retrospettivamente il caso”, non avendo il signor Ca. risposto alla terapia prescrittagli, ipotizzò “trattarsi di una forma degenerativa”, mentre il medico curante dott. Na., che lo ha tenuto in cura per quarant’anni, alla comparsa dei sintomi si era limitato a prescrivergli terapia per ridurre il tasso glicemico e l’ipertensione e per migliorare il circolo cerebrale, avendo lo stesso riferito che il sig. Ca. era seguito dal Centro Diabetico presso l’Ospedale di Taranto e/o la S. Rita, ove veniva seguito da specialisti, e solo negli ultimi due anni era stato seguito da un neurologo, “quando la malattia aveva avuto una involuzione tale da richiedere una cura specialistica”).

La certificazione del dott. Ro. del 1.3.99 attesta lo stato del paziente a quella data e diagnostica una “demenza tipo SDAT”, mentre nella relazione del 9.12.99, nella quale si ricostruisce la condizione del sig. Ca. dalla prima visita del 9.10.98 e l’evoluzione peggiorativa a distanza di due mesi riscontrata da detto specialista, lo stesso conferma la diagnosi di sindrome demenziale, il cui decorso lo faceva “pensare ad una demenza di tipo Alzhaimer, per la quale è descritto un decorso di circa 5-7 anni per giungere ad una perdita completa del contatto con la realtà”, giungendo così il dott. Ro. ad “ipotizzare che il sig. Ca. si trovasse in uno stadio di malattia piuttosto avanzato al momento della visita e che la sua storia clinica avesse avuto inizio da qualche anno”, mentre nella relazione del 13.12.99, successiva al decesso, il dott. Na. attesta un progressivo decadimento delle più importanti funzioni organiche del sig. Ca., con pregiudizio della funzione uditiva, visiva e, negli ultimi anni, di quella cognitiva, esprimendo la valutazione che “una ragionevole interpretazione dei tempi di evoluzione dell’involuzione mentale del C. fa decorrere a circa tre anni or sono la incapacità di provvedere scientemente ai propri interessi”, che l’affezione dominante (tra le patologie da cui era affetto il Ca.) fosse quella relativa alla sfera neuropsichica sicché, “fatta salva l’evoluzione di tipo evolutivo-involutivo di detta infermità” esprimeva il parere “che il Ca. non fosse nel pieno delle proprie facoltà cognitive a far data da circa tre anno or sono”.

Risulta con tutta evidenza che tali valutazioni, come rilevato dal tribunale, restano sganciate da precisi dati che facciano da supporto tecnico-documentale ed attestanti la eziopatogenesi e le caratteristiche involutive della malattia, utili a fornire elementi obiettivi, certi, sulla storia clinica del soggetto.

Neppure le dichiarazioni delle testi escusse su richiesta di parte attrice possono considerarsi dotate di elevato grado di valenza probante al fine di risalire alle reali condizioni del sig. Ca. nel periodo in oggetto.

De.Fe.Co. ha affermato che il sig. Ca. non era in grado di ricordare fatti e persone della sua vita quotidiana, che non la riconosceva, che a volte questi chiamava le sorelle Mi. Con un nome diverso, e cioè con quello delle proprie sorelle, che dette sorelle Mi. ed i nipoti lo aiutavano a lavarsi e a vestirsi e che dopo aver fatto colazione rimaneva seduto in maniera apatica non rispondendo ad alcuna domanda o sollecitazione, confabulando molte volte frasi senza senso, avendo la stessa nel contempo affermato di frequentare la casa per svolgere lavori domestici per tre volte a settimana e che al suo arrivo il signor Ca. stava facendo colazione, venendo prelevato dopo circa mezz’ora, alle ore 8,15 dal nipote che lo conduceva al negozio.

De.Fe.Gi. ha riferito che in occasione delle sue visite il Ca. era seduto con sguardo assente, non vedeva la TV e non partecipava ad alcuna conversazione, non rispondeva alle sue domande, avendo tuttavia affermato di aver frequentato la casa dei signori Mi. con frequenza settimanale e nelle festività, prevalentemente nelle ore del primo pomeriggio, “verso le ore 15,00, orario in cui il Ca. era sempre a letto a dormire” e qualche volta alle ore 20,00.

La teste Ch.An., cugina delle parti e frequentatrice della casa Mi., ha riferito che nel periodo in oggetto lo zio non la riconosceva, confondendola con altre persone, non partecipava ad alcun tipo di conversazione e non era interessato a nulla, era taciturno, confondeva il giorno con la notte essendosi lei interessata per trovargli un assistente notturno, venendo ogni mattina prelevato per andare al negozio e venendo riportato all’ora di pranzo. La predetta ha altresì riferito che siccome i Mi. pranzavano dopo le ore 15,00 e che lei giungeva verso le ore 15,30-16,00, allontanandosi verso le ore 18,00-18,30, trovava lo zio Um. sempre a tavola anziché, come avrebbe preferito, a letto. Ha precisato altresì che lo zio aveva problemi di udito, che lo stesso non era in grado di fare un ragionamento e si limitava rispondere con si o con un no alle domande che gli venivano rivolte e talvolta rispondeva “non ricordo” ed in uno stato di continuo torpore.

Se ne deve ricavare: che il tempo da dette testi trascorso con il signor Ca. era minimo; che all’epoca dei fatti il complessivo stato di malattia non era tale da precludere al signor Ca. di trascorrere le ore del mattino fuori di casa; che sussiste una contraddittorietà tra le dichiarazioni della teste De.Fe.Gi. e quelle della teste Ch. circa le abitudini pomeridiane dello zio Um. Non va inoltre dimenticato che, come emerge dagli atti, il signor Ca. era anche affetto da problemi di udito, patologia compatibile con lo stato di chiusura ed astrazione dal mondo esterno.

Di fronte a tale insufficiente quadro probatorio, del tutto correttamente poi il Tribunale ha vagliato il contenuto del testamento medesimo e gli elementi di valutazione da esso desumibili (Cass., sent. n. 230/2011), deponenti in senso contrario all’assunto di parte attrice. Ovviamente l’insufficienza della prova non può che tradursi nel rigetto della domanda, non potendo nella fattispecie ravvisarsi una situazione di infermità totale e permanente che rendesse il soggetto privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi, tale da giustificare un’inversione dell’onere della prova (Cass., sent. n. 652/1991; n. 9508/2005; n. 807/2005; n. 9081/2010; n. 7477/2011).

Anche i motivi di appello con cui si censura la statuizione di insussistenza dei presupposti per l’annullamento dell’atto ex art. 624 c.c. non si ritengono meritevoli di accoglimento.

Premesso che non può trovare in questa sede ingresso ogni questione finalizzata a valutare la sussistenza o meno di indici rivelatori di una simulazione, in quanto non costituente oggetto di specifica domanda né di prova su cui si sia potuto instaurare valido contraddittorio, le risultanze processuali non consentono, come rilevato dal tribunale, di ritenere raggiunta la prova di fatti certi e significativi atti ad integrare raggiri od altre manifestazioni fraudolente idonee a trarre in inganno il de cuius ed a condizionarne la volontà, orientandola verso il compimento di atti cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata, a ciò non potendo bastare, secondo consolidata giurisprudenza, qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma essendo necessario raggiungere la prova del concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato, dovendo la relativa prova, sia pure presuntiva, fondarsi su fatti certi che consentano di identificare e ricostruire la attività captatoria e la conseguente influenza determinante sul processo formativo della volontà del testatore (Cass., sent. n. 2122/1991; n. 7689/1999; n. 8047/2001 Sez. 2, Sentenza n. 14011 del 28/05/2008).

Del pari condivisibile è l’affermazione del tribunale secondo cui la circostanza che l’anziano venisse prelevato al mattino dai nipoti Ca., per trascorrere di buon grado la mattinata presso il loro esercizio commerciale, non può di per sé indurre a ritenere provato che detti nipoti ne abbiano coartato la volontà esercitando sullo stesso un’illecita attività di convincimento finalizzata alla modifica delle precedenti disposizioni testamentarie, non potendo neppure la captazione testamentaria ed il dolo contrattuale essere reso palese dai successivi contratti di donazione e compravendita immobiliare del dicembre 1997 (stipulati, secondo la prospettazione di parte attrice, con la finalità di rendere irrevocabile la volontà dello zio) riguardando l’atto di liberalità un cespite immobiliare non compreso nel precedente testamento e non avendo comunque i contratti inter vivos il crisma dell’irretrattabilità degli effetti, essendo impugnabili sotto diversi profili dagli eredi (come poi avvenuto), non potendo quindi da dette iniziative negoziali desumersi l’impiego, ex ante, di mezzi fraudolenti atti a coartare la volontà del testatore.

Neppure la circostanza, dedotta dagli attori, che il raggiro configurante il dolo contrattuale sia consistito nello sfruttare l’instabilità psichica e la suggestionabilità dello zio facendogli credere di continuare a svolgere l’attività di commerciante nell’esercizio di (…) risulta comprovata, non risultando acquisita la prova che il sig. Ca. abbia manifestato un interesse maniacale per l’attività dei nipoti e palesato il convincimento di continuare a svolgere l’attività di commerciante (si vedano al riguardo le dichiarazioni testimoniali del dott. Ro. e di An.Ch.).

Non è pertanto dato ritenere raggiunta la prova che siano stati usati raggiri tali che senza di essi il sig. Ca. non avrebbe prestato il proprio consenso per la conclusione dei contratti di vendita, mediante una falsa rappresentazione della realtà tale da provocare nel suo meccanismo volitivo un errore da considerarsi essenziale ex art. 1429 c.c., non essendo sufficiente per l’annullamento del contratto una qualunque influenza psicologica sull’altro contraente ma artifici, raggiri o menzogne che abbiano avuto comunque un’efficienza causale sulla sua determinazione volitiva e quindi sul consenso, dovendo il raggiro o l’inganno aver agito come fattore decisivo e determinante della volontà (Cass., Sez. U, Sent. n. 1955/1996; n. 4409/1999; n. 12424/2006).

Con l’ultimo motivo di appello si dolgono gli appellanti della mancata applicazione dell’art. 92 c.p.c., stante l’accoglimento dell’eccezione di nullità degli atti processuali compiuti dal difensore dei Ca., dovendo a tale riguardo ritenersi parte avversa parzialmente soccombente, essendo state rigettate le avverse deduzioni.

Il motivo non può essere accolto, atteso che: gli attori sono rimasti totalmente soccombenti in merito alle plurime domande proposte; a seguito della pubblicità data alla vicenda del difetto di ius postulandi in capo al soggetto che si era costituito quale difensore dei Ca., la nullità i dell’attività compiuta andava dichiarata d’ufficio; si era costituito in cancelleria il nuovo difensore Avv. Sa.La., partecipando alle successive attività difensive (precisazione delle conclusioni e deposito comparsa conclusionale e di replica, partecipazione alle successive udienze a seguito della rimessione della causa sul ruolo per espletamento di CTU e per richiesta di chiarimenti al CTU, nuova precisazione delle conclusioni e deposito di nuova comparsa conclusionale), sicché tale attività andava remunerata.

Neppure può accogliersi, in quanto inammissibile perché genericamente formulato, il motivo subordinato, secondo cui le spese si sarebbero dovute liquidare “in misura proporzionale all’attività difensiva legalmente compiuta” atteso che non risulta specificato perché ed in quale misura l’importo liquidato in sentenza (Euro 3.428,00, di cui Euro 1.128,00 per diritti ed Euro 2.300,00 per onorario) fosse eccedente l’attività effettivamente espletata da detto difensore, né risultando esplicitati eventuali errori che sarebbero stati commessi dal primo giudice nel liquidare detti importi. Le spese del presente grado di giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando sull’appello avverso la sentenza n. 924/2010 del Tribunale di Taranto in data 13.5.2010, proposto da Mi.Mi., Mi.An. e Mi.Lu. nei confronti di Ca.Fr. e Ca.Um.Ma., così provvede:

1) rigetta l’appello e per l’effetto conferma l’impugnata sentenza;

2) condanna l’appellante alla rifusione delle spese di parte appellata per questo grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 3.960,00, oltre accessori di legge, da distrarsi in favore dell’Avv. Sa.La., dichiaratasi antistataria.

Così deciso in Taranto, 24 gennaio 2014.

Depositata in Cancelleria il 14 marzo 2014.

Corte di Cassazione|Sezione 2|Civile|Sentenza|22 marzo 2018| n. 7178

Successione mortis causa – Divisione ereditaria – Azione di riduzione – testamento – Azione di nullità – Errore di cui all’art. 624, comma 2, cc – Natura

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere

Dott. ABETE Luigi – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 28120/’13) proposto da:

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), in proprio e quale erede di (OMISSIS), rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. (OMISSIS) ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. (OMISSIS), in (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in virtu’ di procura speciale a margine del controricorso (contenente ricorso incidentale), dagli Avv.ti (OMISSIS) e (OMISSIS) ed elettivamente domiciliato presso lo studio del secondo, in (OMISSIS);

– controricorrente – ricorrente incidentale –

Avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze n. 593/2013, depositata il 22 aprile 2013 (e non notificata);

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 18 dicembre 2017 dal Consigliere relatore Aldo Carrato;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e per l’inammissibilita’ del ricorso incidentale;

uditi l’Avv. (OMISSIS) (per delega) nell’interesse della ricorrente principale e l’Avv. (OMISSIS) per il controricorrente – ricorrente incidentale.

FATTI DI CAUSA

Con sentenza non definitiva del 3 luglio 2008, il Tribunale di Firenze, decidendo sulla causa instaurata dalla sig.ra (OMISSIS) nei confronti del germano sig. (OMISSIS) per la divisione dell’eredita’ della loro genitrice (OMISSIS), cosi’ provvedeva:

– accoglieva l’azione di riduzione proposta dall’attrice (nella qualita’ di erede del padre (OMISSIS)), disponendo la riduzione delle disposizioni testamentarie di cui alle schede redatte dalla genitrice (OMISSIS), pubblicate il 13 marzo 2000, nella misura di tre quarti dell’intero asse ereditario;

– dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle stesse schede testamentarie;

– riconosceva il diritto della stessa attrice di succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto della (OMISSIS);

– approvava il rendiconto redatto dal c.t.u. e dichiarava il diritto delle medesima attrice a percepire l’importo di Euro 61.718,29.

Avverso la suddetta sentenza proponeva appello il convenuto (OMISSIS) articolato in complessivi quattro motivi, al quale resisteva l’originaria attrice che, a sua volta, formulava appello incidentale in relazione al rigetto della domanda di declaratoria di inefficacia (od invalidita’) del preteso testamento, oltre che in ordine alla nullita’ della divisione, per effetto della pretermissione del legittimario, con la conseguente devoluzione dell’eredita’ in quote paritarie, deducendo, inoltre, la circostanza dell’intervenuta definizione transattiva della divisione dei cespiti immobiliari, chiedendo di procedersi alla divisione del patrimonio residuo (comprendente beni mobili e denaro) a perfetta meta’.

La Corte di appello di Firenze, con sentenza non definitiva n. 593/2013 (depositata il 22 aprile 2013), in parziale riforma della impugnata sentenza di primo grado, cosi’ decideva:

– accertava e dichiarava che la successione di (OMISSIS) avrebbe dovuto essere devoluta secondo la volonta’ testamentaria della de cuius di cui alle schede testamentarie pubblicate dal notaio (OMISSIS) il 13 marzo 2000, previa riduzione proporzionale per la determinazione della quota legittima di 1/4 dell’eredita’ spettante a (OMISSIS);

– accertava e dichiarava la devoluzione della predetta quota legittima agli eredi di (OMISSIS), e cioe’ a (OMISSIS) e (OMISSIS), ciascuno per meta’;

– disponeva la rimessione della causa sul ruolo per la determinazione della quota legittima e la sua divisione.

A sostegno dell’adottata pronuncia il giudice di secondo grado disattendeva – in primo luogo – l’eccezione pregiudiziale di tardivita’ dell’appello incidentale e respingeva quest’ultimo con riferimento alla domanda di invalidita’ del testamento della (OMISSIS) (sulla cui volonta’ devolutiva dei beni ereditari in favore di entrambi i figli non poteva nutrirsi alcun dubbio). Delibando, poi, sul merito delle censure avanzate dall’appellante principale, premessa l’insussistenza dell’incompatibilita’ della tutela del diritto del legittimario con la divisio inter liberos ex articolo 734 c.c., le accoglieva nella parte in cui il Tribunale di prime cure aveva dichiarato la nullita’ della divisione quale conseguenza della ritenuta fondatezza dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto. La stessa Corte territoriale confermava, poi, la riduzione delle disposizioni testamentarie della (OMISSIS) e, per l’effetto, accertato e dichiarato che la quota spettante al legittimario pretermesso (OMISSIS) era corrispondente ad 1/4, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote attribuite ai due eredi testamentari secondo le ritenute valide disposizioni della testatrice, dava atto del venir meno dell’esigenza della formazione dei lotti secondo quote paritarie previste in sentenza e della conseguente necessita’ della formazione di un progetto di assegnazione dal momento che gli eredi risultavano gia’ assegnatari, con effetti reali, dei beni loro attribuiti per testamento. Sulla base di queste disposizioni, la Corte fiorentina disponeva la rimessione della causa sul ruolo per procedere all’anzidetta individuazione dei beni da attribuire al legittimario pretermesso, pari a 1/4 del relictum, da prelevarsi proporzionalmente dalle quote gia’ assegnate agli eredi e con la ridistribuzione di detta quota per meta’, corrispondente ad 1/8 dello stesso relictum in favore di ciascuna parte, nella qualita’ di erede paritario del legittimario in nome del quale era stata esercitata jure successionis l’azione di riduzione.

Avverso la suddetta sentenza (non notificata) ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS), articolato in quattro motivi, al quale ha resistito l’intimato (OMISSIS) con controricorso contenente, a sua volta, ricorso incidentale riferito a tre motivi. La ricorrente principale ha formulato anche controricorso al ricorso incidentale avanzato dal (OMISSIS).

I difensori di entrambe le parti hanno anche depositato, rispettivamente, memoria illustrativa ai sensi dell’articolo 378 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo complesso motivo la ricorrente principale – avuto riguardo al rigetto dell’appello incidentale dalla stessa proposto volto ad ottenere la dichiarazione di nullita’ e/o di annullabilita’ del testamento della genitrice (OMISSIS) (sul presupposto della deduzione dell’erroneita’ dell’impugnata sentenza nella parte in cui aveva ritenuto che le schede redatte dalla (OMISSIS) avevano la natura di testamento essendo indubitabile la manifestazione della volonta’ testamentaria della de cuius) – ha denunciato:

– la nullita’ della sentenza di appello per assunta carenza di uno dei requisiti indispensabili ex articolo 132 c.p.c., per il raggiungimento dello scopo ex articolo 156 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la nullita’ della stessa sentenza per asserita violazione dell’articolo 115 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la violazione e falsa applicazione dell’articolo 624 c.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con il secondo, articolato, motivo la ricorrente principale ha – con riferimento alla parte della sentenza di appello con la quale era stata ravvisata la validita’ della divisione disposta con le schede testamentarie della (OMISSIS), malgrado non avesse in essa compreso il coniuge legittimario (OMISSIS) (per la cui relativa lesione dei diritti la stessa (OMISSIS) aveva esercitato in via pregiudiziale “ab origine” l’azione di riduzione per il riconoscimento della quota spettantele quale erede del padre, deceduto successivamente senza testamento) – prospettato:

– l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

– la nullita’ dell’impugnata sentenza per asserita violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– l’assunta violazione o falsa applicazione degli articoli 734 e 735 c.c., in ordine all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la terza censura – correlata all’addotta erroneita’ della sentenza di secondo grado nella parte in cui si era pronunciata ultra petita e, comunque, in violazione delle norme sui diritti riservati ai legittimari – la difesa della (OMISSIS) ha inteso denunciare:

– la nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 112 c.p.c., ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4;

– la violazione o falsa applicazione degli articoli 542, 554, 556, 558 e 735 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

  1. Con la quarta ed ultima doglianza – rivolta alla denuncia dell’omessa pronuncia sull’appello incidentale formulato dalla stessa – la ricorrente principale ha dedotto la nullita’ della sentenza impugnata per violazione dell’articolo 112c.p.c. (in relazione all’articolo 360c.p.c., comma 1, n. 4) e l’omesso esame di un fatto decisivo per la controversia (ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5).
  2. Con la prima censura del ricorso incidentale la difesa del (OMISSIS) ha – in ordine alla critica della stima dei beni immobili compiuta dal c.t.u. e alla ravvisata necessita’ della sua rielaborazione – prospettato la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., (in relazione all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 3) nonche’ l’omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  3. Con il secondo motivo del ricorso incidentale – riferita alla mancata condivisione dei risultati e del metodo di valutazione dei beni mobili operata dal c.t.u. – sono stati prospettati gli stessi vizi di cui all’appena riportata prima censura.
  4. Con il terzo ed ultimo motivo del ricorso incidentale – riguardante la mancata disposizione del rendiconto a carico della controparte sui beni dalla stessa posseduti sul presupposto della tardivita’ della relativa richiesta – il (OMISSIS) ha inteso far valere la violazione o falsa applicazione degli articoli115 e 116 c.p.c., oltre che dell’articolo723 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, unitamente al vizio di omessa o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
  5. Cominciando, in ordine logico-giuridico, l’esame delle formulate censure con la considerazione del primo motivo del ricorso principale, rileva il collegio che esso deve essere dichiarato in parte inammissibile e in parte infondato.

La doglianza si prospetta, invero, inammissibile nella parte in cui con la stessa risultano denunciati vizi processuali ricondotti all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 4, perche’, con la relativa deduzione, la ricorrente principale ha inteso solamente far valere la supposta violazione di legge attinente alla qualificazione come testamento delle schede redatte dalla (OMISSIS) avuto riguardo all’interpretazione delle disposizioni in esse contenute e all’emergenza di un’effettiva manifestazione di volonta’ testamentaria, in tal senso prospettando anche il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Con riferimento a quest’ultimo pure deve pervenirsi ad una pronuncia di inammissibilita’ perche’ – applicandosi, nel caso di specie, la nuova formulazione della relativa previsione normativa come introdotta dal Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 1, lettera b), conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, (sul presupposto che la sentenza impugnata e’ stata pubblicata successivamente all’il settembre 2012, in virtu’ di quanto stabilito dal citato Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 3) – la Corte di appello di Firenze ha – in linea con la giurisprudenza di questa Corte (v., per tutte, Cass. Sez. U. n. 8053 e 8054 del 2014 e, da ultimo, Cass. n. 9253/2017) – certamente esaminato la relativa doglianza sul fatto decisivo della controversia riguardante l’asserita invalidita’ del testamento della (OMISSIS), adottando una motivazione sicuramente sufficiente, non omettendola ne’ fornendo una giustificazione argomentativa sul piano logico-giuridico meramente apparente del suo convincimento.

Il prospettato vizio di violazione di legge e’, invece, privo di fondamento.

Infatti, il giudice di appello ha espressamente e logicamente motivato sull’effettivita’ dell’emergenza dal contenuto delle schede testamentarie della univoca volonta’ della testatrice nel rendere le disposizioni ereditarie (riguardanti i beni immobili alla stessa appartenenti) in favore dei due figli, ancorche’ emesse nel convincimento (o, comunque, nell’auspicio) della ritenuta corrispondenza ai loro stessi desideri. Certamente questa finalita’ rafforzativa della volonta’ della de cuius (compendiata nell’espressione dell’incipit “…dedico ai miei due carissimi figli – per testamento il mio avere – come gia’ da loro espresso desiderio nella divisione di: a mia figlia….; a mio figlio…”) non poteva aver determinato il venir meno del presupposto intento pienamente volitivo della testatrice, ne’ puo’ ritenersi che, nel caso di specie, come sostenuto dalla ricorrente principale, si fosse venuta a configurare una ipotesi di “errore sul fatto”, nel senso che la suddetta volonta’ era stata condizionata in modo decisivo dalla rappresentazione di un fatto (da inquadrarsi in senso oggettivo) non vero (cfr. Cass. n. 24637/2010).

Invero, secondo la concorde giurisprudenza di questa Corte (v., anche, Cass. n. 2152/1966 e Cass. 2132/1971), l’errore sul motivo, assunto dall’articolo 624 c.c., comma 2, quale causa di annullamento di disposizioni testamentarie, si identifica in quello che cade sulla realta’ obiettiva e non gia’ sulla valutazione che di essa abbia fatto il testatore, nel suo libero ed insindacabile apprezzamento circa l’importanza e le conseguenze della realta’ stessa, in relazione alle sue personali vedute ed aspirazioni ed ai fini perseguiti nel dettare le sue ultime volonta’ (donde tale soggettiva valutazione della realta’ obiettiva e’ da qualificarsi come giuridicamente irrilevante). Peraltro, l’apprezzamento del giudice del merito circa l’esistenza o meno del motivo erroneo, dedotto quale causa di annullamento del testamento, e’ incensurabile in sede di legittimita’, se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici ed errori di diritto, come verificatosi nella fattispecie.

In altri termini, il giudice di appello ha, nella vicenda che ci occupa, legittimamente ritenuto che il contenuto dei testamenti (con cui aveva disposto del suo complessivo patrimonio immobiliare) corrispondesse alla reale volonta’ della testatrice, senza che essi contenessero alcun errore (escludendosi, percio’, la supposta violazione dell’articolo 624 c.c.), inteso nel senso di distorsione della realta’ oggettiva, esprimendo gli stessi soltanto una convinzione maturata dalla (OMISSIS) e legittimamente dalla stessa posta a base delle proprie disposizioni di ultima volonta’.

  1. La seconda, complessa, censura dedotta con il ricorso principale – nei termini prima richiamati – e’, ad avviso del collegio, da dichiarare inammissibile con riguardo alla dedotta violazione ricondotta all’articolo360 c.p.c., comma 1, n. 5, (per le stesse ragioni esposte con riferimento al primo motivo, avendo la Corte territoriale comunque esaminato l’ulteriore fatto decisivo della causa riferito alla contestata validita’ della divisione operata con testamento dalla (OMISSIS)), infondata in relazione al supposto vizio di omessa pronuncia (palesemente insussistente) mentre e’ da ritenersi fondata in ordine alla denunciata violazione degli articoli734 e 735 c.c..

E’ opportuno premettere che l’attuale ricorrente principale, fin dall’originario atto di citazione, aveva richiesto (ribadendo le domande anche in sede di precisazione delle conclusioni) – subordinatamente alla domanda principale di dichiarazione di invalidita’ e/o di inefficacia dei testamenti olografi della (OMISSIS) (come detto rigettata con la sentenza di primo grado e confermata sul punto dalla sentenza d’appello, il cui motivo, riproposto in questa sede, e’ stato respinto per quanto chiarito in ordine alla prima censura) – che venisse, comunque, accertata e dichiarata la nullita’ dei testamenti stessi ai sensi dell’articolo 735 c.c., comma 1, o, comunque, della sola divisione sempre in virtu’ della stessa norma (v. pagg. 6-8 del ricorso) per pretermissione del coniuge legittimario (ancora vivente al momento dell’apertura della successione, ancorche’ deceduto poco tempo dopo). Da cio’ sarebbe derivata la conseguente dichiarazione che allo stesso legittimario pretermesso (poi deceduto) spettava (ai sensi dell’articolo 542 c.c., comma 2) la quota di riserva di 1/4 dell’eredita’ relitta della (OMISSIS) e che, pertanto, a seguito della sopravvenuta morte (“ab intestato”) del padre (marito della (OMISSIS)), previo accertamento che ella era erede legittima del padre per la quota del 50% ed in accoglimento dell’azione di riduzione cumulativamente proposta (quale, appunto, erede di (OMISSIS)), alla medesima avrebbe dovuto essere riconosciuta una quota pari al 50% dell’intero asse relitto dalla madre (OMISSIS).

Le domande formulate in via subordinata venivano accolte con la sentenza di primo grado del Tribunale di Firenze, il quale riteneva fondata l’azione di riduzione proposta dall’attrice in qualita’ di erede del padre successivamente deceduto (provvedendo alle relative riduzioni) e dichiarava la nullita’ della divisione di cui alle impugnate schede testamentarie della (OMISSIS), con il conseguente riconoscimento del diritto della (OMISSIS) a succedere nella misura della meta’ dell’intero asse relitto di (OMISSIS) di cui alle stesse schede testamentarie, provvedendo, inoltre, sull’approvazione del rendiconto.

La Corte di appello di Firenze (la cui sentenza qui impugnata e per come depositata nell’interesse della ricorrente principale nella forma di cui all’articolo 369 c.p.c., comma 2, pur essendo monca della pag. 9, risulta sufficientemente intelligibile ai fini dell’esame del secondo motivo, anche alla stregua del concorde richiamo del relativo contenuto nei rispettivi ricorsi di entrambe le parti in questa fase di legittimita’), adita dal (OMISSIS), pur dando atto che non era stato proposto gravame dal predetto appellante sul punto della decisione di primo grado con cui erano state accertate la lesione dei diritti del legittimario (OMISSIS) e l’ammissibilita’ dell’azione di riduzione esercitata dalla (OMISSIS) quale erede dello stesso legittimario pretermesso (v. pag. 8 della sentenza di appello, donde la formazione dell’acquiescenza su tale questione e il relativo passaggio in giudicato sull’intervenuto accoglimento della inerente domanda), ha riformato la sentenza di primo grado proprio con riferimento alla dichiarazione di nullita’ della divisione quale conseguenza dell’accoglimento dell’azione di riduzione e nella parte in cui aveva accertato e dichiarato il diritto della (OMISSIS) di succedere nella meta’ dell’intero asse relitto.

Cosi’ statuendo, pero’, la Corte territoriale e’ incorsa nella denunciata violazione dell’articolo 734 e, soprattutto, dell’articolo 735 c.c..

Ad avviso del collegio, infatti, risulta erronea la sentenza impugnata nella parte in cui con essa e’ stata riformata la decisione di primo grado, dovendo, invece, pervenirsi – come domandato nell’originaria citazione dalla (OMISSIS) (che non si era, quindi, limitata solo a proporre, in via pregiudiziale, una domanda di riduzione quale erede del padre successivamente deceduto) – alla dichiarazione di nullita’ della divisione operata direttamente dalla testatrice che aveva disposto dei suoi beni pretermettendo il coniuge legittimario.

Cosi’ provvedendo, il giudice di appello e’ incorso, specificamente, nella violazione del primo comma del citato articolo 735 c.c., determinando il mancato riconoscimento, in favore della ricorrente principale, del diritto a succedere nella meta’ (indistinta) dell’intero asse relitto dalla (OMISSIS), stante l’assenza nel testamento “di criteri per la definizione delle quote da assegnare” a ciascuno dei due eredi parti in causa (con totale pretermissione del coniuge legittimario, non istituito formalmente coerede, che aveva legittimato la stessa (OMISSIS) ad agire per la relativa azione di riduzione essendo a sua volta diventata coerede del padre, nelle more deceduto senza testamento), sul presupposto che l’istituzione di eredi testamentari era stata fatta dalla “de cuius” per cespiti immobiliari nominati (in funzione, per l’appunto, divisoria tra i due germani eredi) e non per quote.

Ha, quindi, errato la Corte fiorentina laddove ha ritenuto che la nullita’ della divisione contemplata dall’articolo 735 c.c., comma 1, operi solo nell’ipotesi in cui il testatore abbia espressamente previsto che il legittimario debba essere soddisfatto con beni non compresi nel relictum, ritenendo, invece, esclusa l’operativita’ di siffatta nullita’ nel caso di pretermissione del legittimario dal testamento e dalla divisione, sul presupposto che, in tal caso, la divisione sarebbe idonea a conservare i suoi effetti previa riduzione delle assegnazioni e, quindi, facendo in modo che l’erede pretermesso possa essere soddisfatto con beni provenienti dal relictum, da prelevarsi proporzionalmente da quelli attribuiti agli eredi testamentari.

Cosi’ statuendo, infatti, il giudice di appello ha illegittimamente assoggettato alla stessa disciplina il caso della pretermissione dell’erede legittimario e quello della lesione della quota di legittima che, invece, il legislatore ha voluto mantenere distinti, prevedendo una differenziata disciplina contenuta, rispettivamente, nel primo e nel piu’ volte menzionato articolo 735 c.c., comma 2.

Infatti, in virtu’ del disposto di cui al primo comma di detta norma, in caso di divisione testamentaria con pretermissione del legittimario, la divisione proprio perche’ ne e’ impedita la realizzazione della causa per effetto dell’anomalia funzionale dipendente dalla mancata previsione della partecipazione ad essa di un avente diritto – e’ da ritenersi nulla (v. Cass. n. 2367/1970; Cass. n. 2870/1972 e, in motivazione, anche se solo per obiter, Cass. Sez. U. n. 20644/2004), ragion per cui deve escludersi, in tale ipotesi, la configurabilita’ dell’efficacia reale della c.d. divisici inter liberos (ritenuta, invece, operante dalla Corte di appello toscana), derivando dalla nullita’ della divisione testamentaria il ripristino della comunione ereditaria.

Essendo stata, quindi, nella concreta fattispecie, proficuamente reclamata, in via preliminare, la quota ereditaria riservata al legittimario per mezzo dell’accolta azione di riduzione esperita dalla ricorrente principale quale legittima erede del padre pretermesso (v., per idonei riferimenti, anche Cass. n. 3599/1992 e Cass. n. 3694/2003), il giudice di appello avrebbe dovuto ritenere fondata (come, del resto, aveva rilevato correttamente il giudice di prime cure) la correlata domanda di nullita’ del riparto divisorio cosi’ come operato di sua iniziativa dalla testatrice con attribuzione diretta di distinti cespiti dell’intero patrimonio ereditario immobiliare, concretamente individuati, in favore dei due figli a causa della “preterizione divisoria del legittimario”.

In definitiva, in accoglimento per quanto di ragione (ovvero relativamente alla denuncia violazione di legge sostanziale) del secondo motivo dedotto con il ricorso principale, la sentenza della Corte di appello di Firenze deve essere cassata “in parte qua”, enunciandosi – ai sensi dell’articolo 384 c.p.c., comma 2, il principio di diritto secondo cui “deve essere accolta la domanda di nullita’, proposta dal legittimario pretermesso nel testamento (o, in sostituzione del medesimo, da un suo erede, come verificatosi nel caso di specie), della divisione del patrimonio ereditario disposta direttamente dal testatore qualora Io stesso legittimario (o un suo erede agente “iure successionis”), da considerarsi preterito per non essere stato compreso nella divisione, abbia positivamente esperito in via preventiva l’azione di riduzione”.

Alla ritenuta fondatezza di detta censura nei richiamati termini consegue, per derivazione logico-giuridica, la dichiarazione di assorbimento dei residui motivi proposti con il ricorso principale e di tutti quelli avanzati con il ricorso incidentale.

Il giudice di rinvio (che si designa in altra Sezione della Corte di appello di Firenze), oltre a conformarsi al su riportato principio di diritto, provvedera’ anche a regolare le spese della presente fase di giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo del ricorso principale; accoglie, per quanto di ragione, il secondo motivo dello stesso ricorso principale e dichiarata assorbiti gli altri motivi del ricorso principale e tutti i motivi del ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per la regolazione delle spese della presente fase di legittimita’, ad altra Sezione della Corte di appello di Firenze.

Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

Successione transnazionale - Legge regolatrice avvocato esperto
Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

Corte di Cassazione|Sezione U|Civile|Sentenza|5 febbraio 2021| n. 2867

PRINCIPIO

Allorche’ la legge nazionale che regola la successione transnazionale, ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 46 sottopone i beni mobili alla legge del domicilio del de cuius e rinvia indietro alla legge italiana, come consentito dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1, lettera b), per la disciplina dei beni immobili compresi nell’eredita’, si verifica l’apertura di due successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi che verificano la validita’ e l’efficacia del titolo successorio (anche, nella specie, con riguardo ai presupposti, alle cause, ai modi ed agli effetti della revoca del testamento), individuano gli eredi, determinano l’entita’ delle quote e le modalita’ di accettazione e di pubblicita’ ed apprestano l’eventuale tutela dei legittimari.

Successione transnazionale - Legge regolatrice avvocato esperto
Successione transnazionale – Legge regolatrice avvocato esperto

La revoca del testamento doveva invece giudicarsi secondo la lex rei sitae degli immobili, sicche’ l’atto avrebbe conservato efficacia, stando al diritto italiano, nonostante il successivo matrimonio del testatore. Il terzo motivo del ricorso di (OMISSIS) allega la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 evincibile da quanto affermato nella sentenza impugnata, secondo cui l’articolo 46 citato ammetterebbe il testatore soltanto ad optare per la legge dello Stato in cui risiede, che nella specie sarebbe stata quella italiana. Secondo il ricorrente principale, la Corte di Milano avrebbe errato nell’applicare l’articolo 46 citato, in quanto la “non scelta” della legge di residenza da parte del testatore avrebbe dovuto indurre ad escludere l’operativita’ dell’articolo 13, o comunque del rinvio indietro ai sensi del comma 2 di tale ultima norma. Il quarto motivo del ricorso di (OMISSIS) censura la violazione del giudicato interno in relazione all’affermazione che il de cuius, con il testamento del 1997, non avrebbe positivamente scelto la legge inglese, a differenza di quanto accertato dal Tribunale. Il quinto motivo del ricorso di (OMISSIS) denuncia la violazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 1, articoli 13 e 15, per aver la Corte di Milano ritenuto che la successione fosse disciplinata dalla legge inglese per i beni mobili e dalla legge italiana per gli immobili, in quanto l’articolo 13 citato escluderebbe la possibilita’ di applicare le norme di conflitto inglesi che frazionano la successione; per il ricorrente principale, si dovrebbe, piuttosto, intendere che il richiamo dell’articolo 46 alla legge nazionale comporti che l’intera successione resti regolata dal diritto materiale inglese, con conseguenti revoca del testamento per successivo matrimonio ed esclusione della successione ab intestato del coniuge con riguardo ai beni immobili

propose azione di petizione di eredita’ e domando’ di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data 29 ottobre 1997 da (OMISSIS), con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in (OMISSIS), due appartamenti in (OMISSIS), un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalita’ del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della L. n. 218 del 1995, sicche’ il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837. Per (OMISSIS) la successione di (OMISSIS) andava quindi considerata ab intestato, restando disciplinata dal diritto inglese, con attribuzione in suo favore di tutti i beni mobili personali del defunto, nonche’ di un terzo degli immobili in applicazione dell’articolo 581 c.c., operante per il “rinvio indietro” voluto dalla legge inglese

– Principi REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SPIRITO Angelo – Primo Presidente f.f. Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente di sez. Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere Dott. MANCINO Rossana – Consigliere Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 25821-2014 proposto da: (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS); – ricorrente – contro (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS); (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difese dall’avvocato (OMISSIS); – controricorrenti – e contro (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS); – intimati – nonche’ sul ricorso proposto da: (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS); – ricorrente incidentale – contro (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS); – intimati – nonche’ sul ricorso proposto da: (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difese dall’avvocato (OMISSIS); – ricorrente incidentale – contro (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS); (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS); – controricorrenti – nonche’ contro (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS); – intimati – avverso la sentenza n. 2105/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 06/06/2014; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/01/2021 dal Consigliere ANTONIO SCARPA; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MISTRI CORRADO, il quale ha concluso per il rigetto dei ricorsi proposti da (OMISSIS) e da (OMISSIS) e per l’assorbimento dei ricorso proposto da (OMISSIS); uditi gli Avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) e MICHELA BURCHI per delega dell’Avvocato (OMISSIS). FATTI DI CAUSA 1. (OMISSIS) ha proposto ricorso articolato in cinque motivi avverso la sentenza n. 2105/2014 della Corte d’appello di Milano, depositata il 6 giugno 2014. (OMISSIS) ha quindi notificato controricorso con ricorso incidentale articolato in quattro motivi. Anche (OMISSIS) ha notificato controricorso e ricorso incidentale in due motivi, condizionato all’accoglimento dei ricorsi avversi. (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno notificato controricorsi per resistere al ricorso incidentale di (OMISSIS). A seguito di ordinanza del 5 febbraio 2019, e’ stata disposta la notificazione del ricorso altresi’ a (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), i quali non hanno tuttavia svolto attivita’ difensive. 2. (OMISSIS) convenne nel 2001 dinanzi al Tribunale di Milano (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), figli di (OMISSIS), cittadino inglese morto a (OMISSIS), con il quale l’attrice aveva contratto matrimonio il (OMISSIS). (OMISSIS) propose azione di petizione di eredita’ e domando’ di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data 29 ottobre 1997 da (OMISSIS), con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in (OMISSIS), due appartamenti in (OMISSIS), un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalita’ del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della L. n. 218 del 1995, sicche’ il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837. Per (OMISSIS) la successione di (OMISSIS) andava quindi considerata ab intestato, restando disciplinata dal diritto inglese, con attribuzione in suo favore di tutti i beni mobili personali del defunto, nonche’ di un terzo degli immobili in applicazione dell’articolo 581 c.c., operante per il “rinvio indietro” voluto dalla legge inglese. La citazione di (OMISSIS) conteneva altresi’, ove si fosse ritenuto tuttora efficace il testamento, la domanda di attribuzione del legato ivi contemplato ed istanze subordinate di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della legittima e di rendiconto, nonche’ la richiesta di scioglimento della comunione ereditaria. Tutti i convenuti, tranne (OMISSIS), si costituirono, prospettando le loro difese nel senso della validita’ del testamento o della integrale applicabilita’ della legge italiana o della rilevanza del codicillo modificativo del de cuius rinvenuto in sede di inventario, sulla cui autenticita’ venne espletata consulenza tecnica. In corso di lite, (OMISSIS) e (OMISSIS) acquistarono le quote ereditarie di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). 3. All’esito dell’istruttoria, il Tribunale di Milano, con sentenza del 20 aprile 2009, dichiaro’ revocato il testamento del 29 ottobre 1997, accerto’ la qualita’ di erede in capo ad (OMISSIS) e riconobbe alla stessa il diritto ad un terzo dei beni immobili siti in Italia nonche’ a tutti i beni mobili personali del de cuius, sciolse la comunione ereditaria relativa al compendio immobiliare, attribuendo lo stesso ai condividenti (OMISSIS) e (OMISSIS), con conguaglio pari ad Euro 2.288,521,44 in favore della (OMISSIS). 4. Proposero appelli in via principale (OMISSIS) ed in via incidentale (OMISSIS) ed (OMISSIS). Venne accolto il gravame principale soltanto in punto di regolamentazione delle spese di primo grado, confermandosi per il resto la sentenza di primo grado. La Corte d’appello di Milano, per quanto innanzitutto ora rileva, affermo’ che: non era in discussione l’applicazione della legge inglese alla successione di (OMISSIS); in forza di cio’ doveva percio’ dirsi revocato il testamento del 29 ottobre 1997 quale conseguenza del successivo matrimonio del testatore con (OMISSIS), trattandosi peraltro di questione attinente ai rapporti patrimoniali fra i coniugi e non alle successioni, ai sensi della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 15; la successione doveva pertanto considerarsi ab intestato; in applicazione del diritto internazionale privato inglese, per i beni mobili doveva procedersi secondo la legge del domicilio del testatore al momento della morte, e quindi quella inglese, mentre per i beni immobili occorreva provvedere in base alla legge italiana, trovandosi gli stessi immobili in Italia (senza pero’ che la medesima legge italiana interferisse sul profilo della disciplina della revoca del testamento). Con ordinanza interlocutoria n. 18/2020 del 3 gennaio 2020, resa all’esito dell’udienza pubblica del 26 giugno 2019, la Seconda Sezione Civile di questa Corte ha rimesso i ricorsi al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite, ravvisando una pluralita’ di questioni di massima di particolare importanza. E’ stata altresi’ acquisita la relazione predisposta dell’Ufficio del massimario. Il pubblico ministero ha depositato memoria contenente le proprie conclusioni motivate. Le parti hanno presentato memorie ai sensi dell’articolo 378 c.p.c. RAGIONI DELLA DECISIONE 1. Sono superabili tutte le contrapposte eccezioni pregiudiziali sollevate dalle parti. 1.1. La procura per il ricorso per cassazione di (OMISSIS) e’ validamente conferita, soddisfacendo il requisito di specialita’ di cui all’articolo 365 c.p.c., giacche’ apposta su di un foglio separato ma materialmente unito al ricorso, per di piu’ contenente espresso riferimento alla sentenza impugnata, il che elimina ogni rilievo anche della mancanza della data, in applicazione dell’articolo 83 c.p.c., comma 3 (come novellato dalla L. 27 maggio 1997, n. 141). 1.2. Il ricorso principale contiene altresi’ una sufficiente esposizione sommaria dei fatti sostanziali e processuali della vicenda, funzionale alla comprensione dei motivi nonche’ alla verifica dell’ammissibilita’, pertinenza e fondatezza delle censure proposte. 1.3. I ricorsi incidentali di (OMISSIS) e di (OMISSIS) soddisfano l’esigenza di specifica indicazione, ex articolo 366 c.p.c., n. 6, e di produzione, ex articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4, degli atti e dei documenti si cui si fondano le censure. 2. Il primo motivo del ricorso di (OMISSIS) deduce la violazione e/o falsa applicazione “delle disposizioni di diritto internazionale privato (italiano e inglese) e della L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1 e articolo 15, sostenendo che la Corte d’appello avrebbe erroneamente applicato dapprima il diritto materiale inglese, cosi’ intendendo revocato il testamento a seguito del matrimonio del testatore, e poi la norma di diritto internazionale privato inglese sulla successione degli immobili regolata dalla lex rei sitae. Viceversa, accertata l’applicabilita’ della legge italiana in base al diritto internazionale privato inglese, la validita’ ed efficacia del testamento del 1997 andava giudicata in base alla legge italiana. Il secondo motivo del ricorso di (OMISSIS) denuncia ancora la violazione e/o falsa applicazione del diritto internazionale privato inglese e della L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1 e articolo 15, nonche’ del Will Act del 1837. Viene censurata la decisione della Corte di Milano per aver ritenuto che la revoca del testamento restasse regolata dalla legge inglese sia in base al regime successorio che alla disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi. La revoca del testamento doveva invece giudicarsi secondo la lex rei sitae degli immobili, sicche’ l’atto avrebbe conservato efficacia, stando al diritto italiano, nonostante il successivo matrimonio del testatore. Il terzo motivo del ricorso di (OMISSIS) allega la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 evincibile da quanto affermato nella sentenza impugnata, secondo cui l’articolo 46 citato ammetterebbe il testatore soltanto ad optare per la legge dello Stato in cui risiede, che nella specie sarebbe stata quella italiana. Secondo il ricorrente principale, la Corte di Milano avrebbe errato nell’applicare l’articolo 46 citato, in quanto la “non scelta” della legge di residenza da parte del testatore avrebbe dovuto indurre ad escludere l’operativita’ dell’articolo 13, o comunque del rinvio indietro ai sensi del comma 2 di tale ultima norma. Il quarto motivo del ricorso di (OMISSIS) censura la violazione del giudicato interno in relazione all’affermazione che il de cuius, con il testamento del 1997, non avrebbe positivamente scelto la legge inglese, a differenza di quanto accertato dal Tribunale. Il quinto motivo del ricorso di (OMISSIS) denuncia la violazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 1, articoli 13 e 15, per aver la Corte di Milano ritenuto che la successione fosse disciplinata dalla legge inglese per i beni mobili e dalla legge italiana per gli immobili, in quanto l’articolo 13 citato escluderebbe la possibilita’ di applicare le norme di conflitto inglesi che frazionano la successione; per il ricorrente principale, si dovrebbe, piuttosto, intendere che il richiamo dell’articolo 46 alla legge nazionale comporti che l’intera successione resti regolata dal diritto materiale inglese, con conseguenti revoca del testamento per successivo matrimonio ed esclusione della successione ab intestato del coniuge con riguardo ai beni immobili. 3. Il primo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, e delle norme consuetudinarie di diritto inglese, avendo la sentenza impugnata ignorato gli ambiti di applicazione della lex successionis e della lex rei sitae. In particolare, alla successione di (OMISSIS) si doveva applicare il diritto inglese, stante il principio di unitarieta’ ritraibile dall’articolo 46 citato, senza cosi’ riconoscere alcun diritto sul patrimonio immobiliare alla coniuge del de cuius. La legge italiana, quale lex rei sitae, avrebbe dovuto rilevare solo per le procedure di acquisto dei beni, per gli atti di autorizzazione o di immissione in proprieta’, per le formalita’ di controllo e vidimazione, e non invece per l’attribuzione della qualita’ di erede. Il secondo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) deduce la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2 e articolo 13, comma 2, sostenendo che la scelta da parte de cuius della lex successionis escluda l’applicazione del cosiddetto “rinvio indietro”, con conseguente applicazione alla successione di (OMISSIS) del solo diritto materiale inglese e non anche del diritto italiano, dal che la negazione di qualsiasi attribuzione ad (OMISSIS) eccedente i soli beni mobili del defunto. Il terzo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, articolo 13 e articolo 48, nonche’ delle norme consuetudinarie di diritto inglese internazionale privato. Si assume che il rinvio alla lex rei sitae, voluto dal diritto inglese per il patrimonio ereditario immobiliare, avrebbe dovuto condurre alla conclusione della permanente validita’ del testamento del 29 ottobre 1997 alla stregua della disciplina successoria italiana, limitando la quota spettante al coniuge alla misura di un quarto stabilita dall’articolo 542 c.c. in tema di tutela dei legittimari. Il quarto motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS) allega la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 581 c.c., in quanto la Corte d’appello ha attribuito ad (OMISSIS) tutti i beni mobili personali del de cuius ed un terzo degli immobili siti in Italia, senza neppure tener conto dei debiti gravanti sull’eredita’. 4. Il primo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS), proposto in via subordinata all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, e correlato al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato di 125.000 sterline, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Proyision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonche’ dell’articolo 581 c.c., ove si ritenesse applicabile alla successione il solo diritto inglese, dovendo in tal caso il legato gravare sull’asse ereditario immobiliare assegnato ai figli. Il secondo motivo del ricorso incidentale di (OMISSIS), proposto condizionatamente all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Provision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonche’ dell’articolo 542 c.c., ove viceversa si ritenesse applicabile il diritto italiano alla questione della validita’ del testamento, in tal caso potendo il legato gravare sul patrimonio immobiliare assegnato ai figli senza alcuna lesione di legittima. Al riguardo di tale legato ex lege (cosiddetto statutory legacy), la Corte d’appello, dopo aver riconosciuto l’irrilevanza della ravvisata revoca testamentaria, ha tuttavia sostenuto che esso “non puo’ gravare sull’asse ereditario costituito dagli immobili, poiche’ in tal caso verrebbero alterate in danno dei figli del defunto le quote di legittima in violazione della legge italiana”. 5. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 del 3 gennaio 2020 pronunciata dalla Seconda Sezione Civile ha cosi’ esposto le questioni di massima di particolare importanza che sono sottese alla decisione dei ricorsi. 5.1. Il de cuius (OMISSIS), che aveva mantenuto fino alla morte, avvenuta il (OMISSIS), cittadinanza e domicilio inglesi, aveva redatto il 29 ottobre 1997 testamento, istituendo propri eredi cinque dei suoi sette figli ed attribuendo un legato di 50.000 sterline ad (OMISSIS), che aveva poi sposato in data (OMISSIS). Non era stato accertato dai giudici del merito che il testatore avesse scelto di sottoporre la sua successione alla legge inglese (L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2), in maniera da precludere pure il rinvio alla legge italiana (L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 2). 5.2. L’asse ereditario comprendeva anche immobili siti in Italia (il compendio denominato “(OMISSIS)” in (OMISSIS) ed un immobile nel comune di (OMISSIS)). 5.3. La decisione della Corte d’appello era stata quella di regolare la successione secondo il diritto inglese, intendere percio’ revocato il testamento per effetto del successivo matrimonio alla section 46 del Will Act del 1837, procedere ab intestato, attribuire i beni mobili secondo la legge del domicilio del testatore e i beni secondo la legge di situazione. 5.4. La cornice normativa di riferimento va rinvenuta nella L. n. 218 del 1995, non avendo applicazione nella specie ne’ la Convenzione dell’Aja del 1 agosto 1989 ne’ il Regolamento UE n. 650/2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 4 luglio 2012. 5.5. la L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 1, da’ conferma del principio di unitarieta’ della successione. 5.6. Nei sistemi di common law, tuttavia, la successione non investe l’intero patrimonio del defunto. In particolare, il diritto internazionale privato inglese scinde la disciplina applicabile alla successione, riservando alla legge del domicilio del de cuius la sorte dei beni mobili ed alla lex rei sitae la regolamentazione degli immobili. 5.7. Concorrendo leggi diverse nella disciplina della medesima successione, in virtu’ del sistema della scissione dovrebbero costituirsi due distinte masse ereditarie e risolversi in base alle norme a ciascuna applicabili i problemi di validita’ ed efficacia del titolo successorio, quelli legati all’entita’ delle quote spettanti ai successori, o alle modalita’ della delazione, all’accettazione ed alla pubblicita’ degli atti, nonche’ all’eventuale tutela dei legittimari. 5.8. La professio iuris generalmente contemplata dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 2, lettera a) quale deroga al rinvio alla legge di altro Stato, e’ comunque limitata per le successioni causa mortis al solo eventuale riferimento che il testatore abbia fatto alla legge dello Stato in cui risiede. 5.9. A norma della L. n. 218 del 1995, articolo 15 la legge straniera va applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo. 5.10. dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13 si desume come venga ammesso sia il cosiddetto rinvio all’indietro (e cioe’ alla legge italiana), sia il cosiddetto rinvio altrove (e cioe’ ad un terzo ordinamento). Nel caso in esame, la legge inglese contiene, cosi’, un rinvio all’indietro alla legge italiana in base alla situazione dei beni, e tale rinvio e’ accettato dall’ordinamento italiano. 5.11. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 evidenzia allora come occorra verificare: 5.11.1. se, in base al combinato disposto della L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1, articolo 15 e articolo 46, comma 1, la collocazione dell’istituto della revoca del testamento nell’ambito della materia successoria o di quella matrimoniale debba operarsi in base ai criteri di qualificazione della legge italiana o della legge straniera (nella specie, quella inglese); 5.11.2. se l’applicabilita’ del diritto inglese sia altrimenti comunque da escludere a causa del criterio della scissione dello statuto successorio adottato in quell’ordinamento, giacche’ contrastante con il principio di unitarieta’ ed universalita’ della successione recepito anche dalla L. n. 218 del 1995, ove ritenuto inderogabile; 5.11.3. se, in base alla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1 e articolo 46, comma 1, sia corretto anteporre l’operativita’ della norma sostanziale inglese, riguardante la revoca testamentaria, alla disciplina successoria individuata per gli immobili con riferimento alla lex rei sitae. Potrebbe viceversa sostenersi che l’articolo 13 citato, ove stabilisce che deve tenersi conto della norma straniera di rinvio, intenda escludere che la materia possa essere disciplinata dall’ordinamento straniero che – in base alle proprie norme di diritto internazionale privato – non vuole invece regolarla. In particolare, la conclusione di applicare la legge materiale inglese riguardante la revoca del testamento per susseguente matrimonio all’intera successione non sembra considerare la norma di rinvio contenuta nella legge di diritto internazionale privato inglese, che non e’ volta a disciplinare la devoluzione degli immobili situati in Italia, anche riguardo alle questioni concernenti l’efficacia del titolo testamentario; 5.11.4. se la lex rei sitae, oltre ad integrare la legge successoria in base all’articolo 46, comma 1 possa costituire essa stessa la fonte di regolazione del titolo successorio per effetto del rinvio contenuto nelle norme di diritto internazionale privato straniero che contemplano il sistema della scissione; o se, piuttosto, detta legge venga in rilievo ai soli fini della regolazione delle modalita’ di acquisto dei beni ereditari. 6. Vanno esaminati congiuntamente il ricorso principale di (OMISSIS) ed il ricorso incidentale di (OMISSIS), in quanto essi pongono censure in parte sovrapponibili ed in parte interdipendenti, sicche’ le ragioni che depongono per la fondatezza di alcuni dei motivi rendono superflua l’autonoma trattazione delle questioni sollevate con altri. Il ricorso principale di (OMISSIS) ed il ricorso incidentale di (OMISSIS) sono dunque da accogliere nei limiti di seguito delineati. 6.1. Si ha riguardo alla successione di (OMISSIS), cittadino inglese, morto in Italia il (OMISSIS), coniugato dal (OMISSIS) con (OMISSIS), cittadina italiana. Alla successione di (OMISSIS) partecipano, oltre la coniuge, i sette figli del de cuius, (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). (OMISSIS) aveva redatto testamento redatto a Londra il 29 ottobre 1997, ed aveva disposto di tutte le sue sostanze in favore di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), lasciando ad (OMISSIS) un legato di 50.000 sterline. In corso di causa, (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno acquistato le quote ereditarie di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS). Il patrimonio ereditario e’ composto da immobili siti in Italia e da beni mobili. 7. La fattispecie di causa va regolata esclusivamente alla stregua della L. 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato). Non rileva ratione temporis, e comunque per il mancato opt-in del Regno Unito, il Regolamento (UE) numero 650/2012 del 4 luglio 2012. Non rileva neppure la Convenzione dell’Aja del 1 agosto 1989, di cui l’Italia non e’ parte contraente. 8. La L. 31 maggio 1995, n. 218 dedica al diritto internazionale privato delle successioni il capo VII, strutturato in quattro articoli inerenti alla legge applicabile (articoli 46-49) ed in un articolo in tema di giurisdizione (articolo 50). L’articolo 46 individua la disciplina che regola la successione internazionale e la divisione ereditaria, gli articoli 47 e 48 riguardano il regime della capacita’ di testare e della forma del testamento, mentre l’articolo 49 contempla una norma sostanziale sulla successione dello Stato. 9. Nella vicenda per cui e’ causa, viene in rilievo un caso di revoca del testamento previsto dal Wills Act 1837 in ipotesi di successivo matrimonio del testatore (“In England, Wales and Northern Ireland, it is still a general rule that marriage automatically revokes a will”). Ai fini della qualificazione della questione come rientrante nello statuto successorio, e percio’ da affrontare in base alla L. n. 218 del 1995, articolo 46 non serve contrapporre che per il diritto inglese tale revoca non rientra nell’ambito delle successioni, ma del matrimonio. La qualificazione dirimente per dare soluzione alla questione preliminare della inerenza della fattispecie di revoca testamentaria alla legge delle successioni va operata in base alla legge materiale italiana. La L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 15 (in base al quale “la legge straniera e’ applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo”), postula che il diritto straniero, operante nell’ordinamento italiano in forza delle norme di diritto internazionale privato, deve essere applicato dal giudice italiano avvalendosi di tutti gli strumenti interpretativi posti dall’ordinamento straniero, ma non da’ risposta al profilo della qualificazione e quindi della natura della norma di altro Stato, da affrontare, percio’, secondo la lex fori. Pertanto, nel decidere quale norma di conflitto prevista dalla L. n. 218 del 1995 funzioni in rapporto alla specifica domanda proposta, il giudice deve determinare il significato delle espressioni giuridiche che connotano le categorie di fattispecie sulla base della lex fori, e cioe’ secondo i canoni di qualificazione propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene (e non gia’ sulla base della lex causae, e cioe’ adoperando i canoni ermeneutici dell’ordinamento straniero di volta in volta richiamato). Nella specie, individuate dapprima nella L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 le norme di conflitto, alla stregua della qualificazione compiuta secondo la lex fori, occorre poi considerare che la medesima legge inglese richiamata intende regolare la successione dei beni mobili, mentre rinvia indietro all’Italia la disciplina della successione dei beni immobili. La qualificazione, alla luce dell’ordinamento inglese richiamato, della questione preliminare attinente alla revoca del testamento come inerente ai rapporti tra coniugi (cosiddetta seconda qualificazione o qualificazione di rinvio) puo’ rilevare, quindi, soltanto nei limiti in cui le norme di conflitto dapprima individuate portino a dare applicazione alla legge straniera. 10. In continuita’ con l’abrogato articolo 23 preleggi e ancora prima con l’articolo 8 preleggi 1865, la L. n. 218 del 1995, articolo 46 ribadisce inizialmente i principi di unitarieta’ e universalita’ della successione (tanto ex lege che testamentaria), affermando il comma 1 che la successione mortis causa e’ regolata (soltanto) dalla legge nazionale del defunto al momento della morte, senza che abbiano rilievo la natura e la situazione dei beni che ne costituiscono oggetto. 10.1. I principi di unitarieta’ e universalita’ della successione divergono dalla soluzione della pluralita’ delle successioni, adottata, ad esempio, nei paesi di common law (ma anche in alcuni ordinamenti di civil law), e connotata dalla separazione tra legge regolatrice della proprieta’ mobiliare e legge regolatrice della proprieta’ immobiliare: la prima coincidente con la legge dell’ultimo domicilio o dell’ultima cittadinanza del de cuius, la seconda, per i beni immobili, individuabile come lex rei sitae. 10.2. Lo stesso L. n. 218 del 1995, articolo 46 peraltro, al comma 2 riconosce al soggetto della cui eredita’ si tratta la scelta di sottoporre, necessariamente con dichiarazione espressa in forma testamentaria, che “l’intera successione” sia sottoposta “alla legge dello Stato in cui risiede” (cosiddetta optio legis, o professio juris). In tal caso, pero’, ove si tratti di successione di un cittadino italiano, la scelta non puo’ pregiudicare i diritti che la legge italiana attribuisce ai legittimari residenti in Italia al momento della morte del de cuius. 10.3. D’altro canto, il principio di unita’ della successione puo’ essere attenuato dall’operativita’ del meccanismo del rinvio L. n. 218 del 1995, ex articolo 13 il quale, introdotto da tale disposizione per la prima volta nel nostro ordinamento, puo’ portare a modificare le stesse regole di conflitto: cio’ e’ quel che avviene, ad esempio, proprio allorche’ la legge nazionale del defunto adotti il criterio della scissione e cosi’ postuli l’assoggettamento della successione a discipline diverse in base alla natura ed alla situazione dei beni compresi nell’eredita’. 10.4. La coniugazione simultanea, sotto il profilo della legge regolatrice della successione internazionale, della regola di unitarieta’ e universalita’ della successione e della regola del rinvio impone all’interprete un difficile coordinamento, che era invece ignoto nell’originario sistema retto dagli articoli 23 e 30 disp. gen.. Tale difficile coordinamento si impone indicativamente proprio quando muoia un cittadino inglese che lasci nel suo patrimonio immobili in Italia: la successione e’ regolata dalla legge inglese secondo la L. n. 218 del 1995, articolo 46 ma la conflict law inglese non codificata valevole per i beni immobili rinvia, ai sensi della L. n. 218 del 1995, articolo 13 alla lex rei sitae, ovvero alla legge italiana. Cio’, peraltro, garantisce l’applicazione della stessa legge alla medesima successione internazionale, evitando che i giudici dei due diversi Stati pervengano, ove alternativamente aditi, a soluzioni opposte. 11. Deve subito considerarsi come il ricorso incidentale di (OMISSIS) (in particolare, secondo motivo) fa riferimento ad una “quaestio voluntatis”, attinente alla “scelta” inequivocabile di (OMISSIS) di assoggettare la propria successione alla legge sostanziale inglese, ritraibile dalla decisione dello stesso di recarsi a Londra nel 1997 appositamente per fare testamento. Di tale questione non vi e’ pero’ alcun cenno nella sentenza impugnata, ne’ il ricorrente incidentale, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilita’ per novita’ della censura, allega, nei modi imposti dall’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, l’avvenuta deduzione della stessa innanzi al giudice di merito, limitandosi il ricorrente incidentale, del resto, ad articolare censure per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, le quali non implicano l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa. Neppure e’ sostenibile che la decisione del Tribunale di Milano contenesse una statuizione minima, percio’ suscettibile di acquisire efficacia di giudicato interno, nel senso che (OMISSIS) avesse “scelto” la legge materiale da applicare alla sua successione, trattandosi, percio’, di questione che il giudice di appello aveva il potere di riconsiderare e riqualificare relativamente agli aspetti comunque coinvolti dai motivi dei contrapposti gravami. 11.1. In ogni caso, perche’ possa ravvisarsi la scelta di cui alla L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2, (ammissibile soltanto in favore della legge dello Stato in cui il de cuius abbia la propria effettiva ed abituale residenza, al momento della stessa scelta e della morte, e riferibile necessariamente all’intera successione, nonche’ tale da disattivare in potenza anche l’effetto dell’eventuale rinvio: L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 2, lettera a), occorre una “dichiarazione espressa in forma testamentaria”, ovvero in una delle forme valide previste dal successivo articolo 48. 11.2. La contemporanea operativita’ della L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 esclude che al cittadino inglese, che non opti per la legge dello Stato di residenza, basti redigere testamento ai sensi della sua legge materiale nazionale per rendere applicabile quest’ultima all’intera successione: la scelta della forma del testamento non rivela ex se una volonta’ del testatore se manca nella scheda una dichiarazione espressa della legge applicabile alla sua successione, e cosi’ la situazione dei beni immobili finisce per determinare l’applicabilita’ della legge del posto quale conseguenza del rinvio indietro. 12. Dunque, il principio di unita’ della successione comporta che la legge non considera ne’ le caratteristiche dei beni, ne’ le qualita’ dei successibili per disciplinare la vocazione. Esso inoltre implica l’unicita’ della successione, che si apre solo una volta, e l’unitarieta’ della sua regolazione normativa, cioe’ l’utilizzazione di un unico meccanismo di allocazione delle situazioni comprese nel compendio ereditario. Il diritto internazionale privato e’, tuttavia, il terreno elettivo dello scontro tra unita’ e pluralita’ delle successioni mortis causa. Questo scontro si avvera, infatti, quando, nelle successioni transnazionali, entra in gioco il rinvio consentito ed accettato anche di ritorno (contraddittoriamente, ad avviso di alcuni commentatori) dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13. Nel caso in esame (che delinea una fattispecie non a caso ipotizzata come emblematica in molti studi specialistici), le norme di conflitto, di cui alla L. n. 218 del 1995, articoli 13 e 46 individuano preliminarmente la lex successionis nella legge inglese, la quale poi trattiene la regolamentazione dei beni mobili e rinvia indietro alla lex rei sitae la disciplina dei beni immobili. In sostanza, quale conseguenza del rinvio del diritto internazionale privato italiano al diritto privato internazionale inglese e del correlato rinvio indietro previsto da quest’ultimo, si determina l’effetto della cosiddetta “scissione” tra i beni immobili e i beni mobili del defunto, senza che, per quanto detto, emerga alcun contrasto con l’ordine pubblico internazionale L. n. 218, ex articolo 16: la legge che governa la successione inerente ai beni immobili e’ la legge italiana, ovvero quella dello Stato in cui i beni si trovano (lex rei sitae); la legge che governa la successione inerente ai beni mobili, per contro, e’ la legge inglese, legge del domicilio del defunto. 13. Il sistema della scissione, che connota il diritto inglese (nonche’ altri paesi Europei) e che il nostro ordinamento “accetta” quale possibile conseguenza del “rinvio indietro” nella regolamentazione di una successione che contiene elementi di estraneita’, poggia su considerazioni di carattere eminentemente pratico di antica discendenza (“mobilia personam sequuntur, immobilia vero territorium”): il rilievo riconosciuto al domicilio per la disciplina della successione mobiliare e’ giustificato dalla normale collocazione di tale patrimonio del de cuius presso il domicile of origin, che si acquista alla nascita e che viene mantenuto finche’ non sia sostituito con un domicile of choice, sicche’, non avendo i beni mobili un collegamento stabile, essi vengono regolati dallo statuto personale; viceversa, la propensione per la legge del luogo di situazione in rapporto alla successione immobiliare deriva dal legame con l’autorita’ che ha giurisdizione sui beni immobili, giustificandosi l’operativita’ riguardo ad essi dello statuto reale. Si tratta di un sistema di scissione, dunque, riguardante le categorie di beni, e non meramente “funzionale”, quale quello che invece sottopone la devoluzione dei beni ereditari alla legge successoria e la sola amministrazione della successione alla lex fori. 14. Il principio della scissione, beninteso, opera sia nell’ambito di una successione ab intestato sia in una successione testamentaria. 15. La ricorrenza di un sistema dualista nella disciplina della successione transazionale comporta l’apertura di due (o piu’, se piu’ sono gli Stati in cui esistono beni immobili del defunto) successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi chiamate a verificare la validita’ e l’efficacia del titolo successorio, ad individuare gli eredi, a determinare l’entita’ delle quote e le modalita’ di accettazione e di pubblicita’. 15. In particolare, l’ambito di applicazione della lex successionis, individuata per le due successioni, quella mobiliare e quella immobiliare, abbraccia tutti i tre momenti in cui si sviluppa il procedimento successorio: quello della devoluzione, quello della trasmissione ereditaria dei beni e quello della divisione. Trattandosi di successione testamentaria, la stessa lex successionis, nella specie, quella inglese per i beni mobili e quella italiana per i beni immobili, disciplina, tra l’altro, quali tipi di disposizione il testatore poteva prevedere, la necessita’ di accettazione del legato o le modalita’ della rinuncia ad esso, i presupposti, le cause, i modi e gli effetti della revoca del testamento, l’eventuale tutela dei legittimari (quest’ultima desumibile altresi’ dalla L. n. 218 del 1995, articolo 46, comma 2). In mancanza di una dichiarazione espressa del testatore della legge applicabile alla successione e comunque agli effetti dalla L. n. 218 del 1995, articolo 46, cit. comma 2 non puo’, invero, sostenersi che il rinvio alla legge italiana per la successione immobiliare, e la conseguente tutela delle quote di legittima, sacrificano la volonta’ di quello di disporre dei propri beni dopo la morte preservata dal sistema giuridico inglese. 16. L’errore della sentenza impugnata sta dunque nell’aver ritenuto che “e’ proprio perche’ e’ la legge inglese a disciplinare la successione mortis causa che trova applicazione prima la revoca del testamento per susseguente matrimonio, poi la successione ab intestato secondo le regole di diritto internazionale privato della stessa – applicate dunque prima di quelle sostanziali per risolvere il conflitto – che individuano per i beni mobili le disposizioni della legge inglese in considerazione del domicile del de cuius e per gli immobili le disposizioni della legge italiana per il rinvio senza distinzioni alla lex rei sitae”. In tal modo, i giudici del merito hanno finito per regolare anche il titolo di acquisto della successione immobiliare in base alla legge inglese, relegando l’operativita’ della lex rei sitae alla sola fase successiva alla delazione, limitata alla determinazione delle quote, alle modalita’ materiali ed alle formalita’ di acquisito. Devono pertanto enunciarsi i seguenti principi: In tema di successione transazionale, per l’individuazione della norma di conflitto operante, ed in particolare per la qualificazione preliminare della questione come rientrante nello statuto successorio, e percio’ da regolare alla stregua della L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 46 il giudice deve adoperare i canoni propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene. Allorche’ la legge nazionale che regola la successione transnazionale, ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, articolo 46 sottopone i beni mobili alla legge del domicilio del de cuius e rinvia indietro alla legge italiana, come consentito dalla L. n. 218 del 1995, articolo 13, comma 1, lettera b), per la disciplina dei beni immobili compresi nell’eredita’, si verifica l’apertura di due successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi che verificano la validita’ e l’efficacia del titolo successorio (anche, nella specie, con riguardo ai presupposti, alle cause, ai modi ed agli effetti della revoca del testamento), individuano gli eredi, determinano l’entita’ delle quote e le modalita’ di accettazione e di pubblicita’ ed apprestano l’eventuale tutela dei legittimari. 17. L’accoglimento, nei limiti di cui in motivazione, del ricorso principale di (OMISSIS) e del ricorso incidentale di (OMISSIS) comporta l’assorbimento del ricorso incidentale di (OMISSIS), le cui censure, attinenti al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato ex lege (statutory legacy) di 125.000 sterline in forza dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46, perdono di immediata evidenza decisoria, dovendo necessariamente essere riesaminate dal giudice di rinvio nell’ambito dei nuovi accertamenti di fatto ad esso devoluti alla stregua degli enunciati principi di diritto. 18. La sentenza impugnata va cassata, con rinvio dalla causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, che decidera’ uniformandosi ai principi di diritto enunciati e provvedera’ anche alla liquidazione delle spese del giudizio di cassazione. P.Q.M. La Corte accoglie, nei limiti di cui in motivazione, il ricorso principale di (OMISSIS) ed il ricorso incidentale di (OMISSIS), dichiara assorbito il ricorso incidentale di (OMISSIS), cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

SEPARAZIONE CON LITE BOLOGNA A CHI IL FIGLIO?

In caso di separazione o divorzio a chi è affidato il figlio?

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SEPARAZIONE CON LITE BOLOGNA A CHI IL FIGLIO?
SEPARAZIONE CON LITE BOLOGNA A CHI IL FIGLIO?

In caso di separazione o divorzio a chi è affidato il figlio?

In caso di separazione o divorzio il principio è quello della bigenitorialità ovvero dell’affido condiviso con collocamento prevalente presso uno dei genitori. All’epoca del codice civile del 1942 il legislatore si era ispirato all’idea tradizionale della famiglia fondata sul matrimonio, uno schema socialmente accettato.

la legge n. 54 del 2006 (1) ha innovato profondamente la materia sull’affidamento dei minori, invertendo sostanzialmente il rapporto di regola ed eccezione  tra il previgente affidamento congiunto ed esclusivo ; la legge n. 54 del 2006, vista la valorizzazione del diritto alla bigenitorialità del minore, inteso come diritto ad un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori anche in caso di crisi della coppia, aveva introdotto con il comma 2 dell’art. 155 c.c. il criterio prioritario della valutazione dell’affidamento a entrambi i genitori, ovverosia dell’affidamento condiviso).

SEPARAZIONE CON LITE BOLOGNA A CHI IL FIGLIO?
SEPARAZIONE CON LITE BOLOGNA A CHI IL FIGLIO?

Vi è una differenza tra figli nati in costanza di matrimonio e figli illegittimi?

Dall’idea tradizionale di famiglia derivava una diversificazione tra figli legittimi e illegittimi in quanto solo ai primi era assicurata piena tutela giuridica. Il matrimonio era l’elemento differenziale tra posizione tutelata e non.

La prole poteva trovare riconoscimento e protezione solo nella famiglia fondata sul matrimonio, la sola ritenuta idonea a fornire educazione, istruzione e mantenimento.

L’unica distinzione che oggi si può riscontrare tra figli nati all’interno del matrimonio e figli nati fuori dal matrimonio riguarda l’accertamento dello stato di figlio. Infatti, in caso di figli nati al di fuori del matrimonio, affinché si abbia uno stato di filiazione rilevante per il diritto occorre procedere con il riconoscimento.

Questo può essere espresso formalmente dai genitori nell’atto di nascita, altrimenti, se dovesse avvenire in un momento successivo alla nascita, il riconoscimento può essere effettuato mediante dichiarazione davanti all’ufficiale dello stato civile, o mediante atto pubblico ovvero essere espresso in un testamento.

Nel codice civile, il riconoscimento del figlio naturale è disciplinato dall’articolo 250, che al primo comma recita “il riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio può essere riconosciuto nei modi previsti dall’articolo 254 c.c. dal padre o dalla madre anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento. Il riconoscimento può avvenire tanto congiuntamente, quanto separatamente.”

La norma dà quindi la possibilità ad entrambi i genitori di riconoscere il figlio naturale, l’unico limite dettato dal disposto legislativo si trova nel comma terzo dello stesso articolo, in cui viene disciplinato il caso in cui il figlio, se minore di quattordici anni, è già stato riconosciuto da uno dei due genitori: in questa ipotesi, il riconoscimento sarà subordinato al consenso dell’altro genitore. Presupposto per il riconoscimento è aver compiuto almeno il sedicesimo anno di età.

 Nel caso in cui il riconoscimento dovesse avvenire non contemporaneamente, il genitore che per primo ha riconosciuto il figlio dovrà dare il proprio consenso al riconoscimento; in assenza del consenso l’altro genitore dovrà ricorrere al Giudice. Se il riconoscimento dovesse avvenire oltre il compimento del quattordicesimo anno di età del figlio, occorrerà ottenere l’assenso di quest’ultimo.

In caso di separazione e divorzio i figli legittimi sono equiparati a quelli naturali?

Un primo passo verso il superamento della distinzione tra figli legittimi e naturali si è avuta con la Costituzione e la riforma del diritto di famiglia del 1975. La Carta Costituzionale all’art. 30 stabilisce il diritto/dovere dei genitori di istruire, educare i figli anche se nati fuori dal matrimonio con perfetta equiparazione giuridica e sociale.I figli naturali sono sempre equiparati ai figli legittimi. Secondo la Cassazione, l’omessa comunicazione al padre, da parte della madre, consapevole della paternità, dell’avvenuto concepimento, se non giustificata da un valido motivo nell’interesse del nascituro e nonostante la comunicazione non sia imposta da nessuna norma,  si traduce in un comportamento illegittimo, che se fatto con dolo o colpa, non costituisce reato ma può di sicuro integrare gli estremi di una responsabilità civile, perché suscettibile di arrecare un pregiudizio, che può essere qualificato come danno ingiusto, al diritto del padre naturale di affermare la sua identità di genitore, vale a dire, di ristabilire la verità sul rapporto di filiazione.

Eliminare qualsiasi forma di discriminazione tra figli legittimi e figli naturali, ossia nati fuori dal matrimonio.

E’ l’obiettivo al quale mirano le nuove norme in materia di riconoscimento dei figli naturali contenute nella Legge 10 dicembre 2012, n. 219 pubblicata in Gazzetta Ufficiale 17 dicembre 2012, n. 293.

In particolare, il provvedimento modifica il codice civile e le disposizioni per l’attuazione del codice civile e disposizioni transitorie nei seguenti punti:

  • riconoscimento dei figli – L’articolo 74 del codice civile e’ sostituito dal seguente: «Art. 74 (Parentela). – La parentela e’ il vincolo tra le persone che discendono da uno stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione e’ avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui e’ avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso in cui il figlio e’ adottivo. Il vincolo di parentela non sorge nei casi di adozione di persone maggiori di eta’, di cui agli articoli 291 e seguenti»;
  • figli nati da relazioni parentali– L’articolo 251 del codice civile e’ sostituito dal seguente: «Art. 251 (Autorizzazione al riconoscimento). – Il figlio nato da persone, tra le quali esiste un vincolo di parentela in linea retta all’infinito o in linea collaterale nel secondo grado, ovvero un vincolo di affinita’ in linea retta, puo’ essere riconosciuto previa autorizzazione del giudice avuto riguardo all’interesse del figlio e alla necessita’ di evitare allo stesso qualsiasi pregiudizio. Il riconoscimento di una persona minore di eta’ e’ autorizzato dal tribunale per i minorenni»;

Quale la tutela in caso di separazione e divorzio per i figli incestuosi?

Per i figli incestuosi continua a sussistere il divieto di riconoscimento salvo la mancata conoscenza di tale circostanza, della relazione parentale, da parte dei genitori. Elemento essenziale la buona fede anche se presente soltanto in capo a una sola delle parti.

La legge prevedeva la necessità dell’autorizzazione del giudice per il riconoscimento tenuto conto dell’interesse del figlio. Neppure la Corte Costituzionale nel 2002 aveva risolto la questione della tutela dei figli incestuosi. La Consulta, infatti, pur riconoscendo l’illegittimità della discriminazione, è intervenuta sotto il profilo della maternità/ paternità senza modificare l’art. 251 c.c..

Ne conseguiva una situazione paradossale perché il riconoscimento dei figli incestuosi era possibile solo tramite dichiarazione giudiziale di paternità/maternità. Tale impasse viene superato con una riformulazione della disposizione eliminando il richiamo alla buona fede e prevedendo quale cartina di tornasole per il giudice esclusivamente l’interesse del figlio e la volontà di evitare pregiudizi.

Per maggiori informazioni e per una consulenza, ci si può rivolgere allo Studio Legale Bologna.

LA CASA NELLA CONVIVENZA SE VI SONO FIGLI?

Va ricordato che il principio secondo cui la costituzione di una nuova famiglia di fatto esclude l’assegno di mantenimento è stato espressamente sancito in tema di assegno divorzile, ma è perfettamente mutuabile alla materia della separazione personale per l’eadem ratio: anche in caso di separazione legale dei coniugi, e di formazione di un nuovo aggregato familiare di fatto ad opera del coniuge beneficiario dell’assegno di mantenimento, indipendentemente dalla “risoluzione del rapporto coniugale” (assai più che probabile) si opera una rottura tra il preesistente tenore e modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale ed il nuovo assetto fattuale avente rilievo costituzionale, in quanto espressamente cercato e voluto dal coniuge beneficiario della solidarietà (in questo caso, ancora) coniugale, con il conseguente riflesso incisivo dello stesso diritto alla contribuzione periodica, facendola venire definitivamente meno (Cass. civ., sez. I, 19/12/2018, n. 32871);

INFORTUNIO MORTALE LAVORO DANNO

 

 

 

INFORTUNIO MORTALE LAVORO DANNO

Tenuto poi conto della necessità di capitalizzare il risarcimento, occorre moltiplicare tali somme per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie corrispondente, nel rapporto tra la vittima e del coniuge, all’età del più giovane tra i due, e, nel rapporto tra la vittima e ciascuno dei figli, al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno (Cass. n. 6619/2018), con esclusione in ogni caso dei coefficienti di capitalizzazione di cui al r.d. numero 1403/1922 i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’articolo 1223 c.c. (Cass. n. 20615/2015, Cass. n. 18093/2020); a tale riguardo risultano invece legittimamente utilizzabili coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente della materia del danno aquiliano (Cass. n. 10499/2017).avvocato-erede-legittimo-10

Ritiene questa Corte che i coefficienti da utilizzare ai fini che qui interessano possono essere tratti dalla tavola 7 di cui alle tabelle per il calcolo di capitali attuali delle rendite di inabilità e di quelli a favore dei superstiti dei lavoratori deceduti a causa dell’evento lesivo (Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2006), che applicano, con riferimento all’età del superstite al momento dell’evento (nel caso di specie verificatosi nel 2008) per il coniuge XX (nata nel 1978) il coefficiente di 29,6328 (30 anni), per il figlio J (nato nel 2002) il coefficiente di 12,2674 (6 anni), per la figlia W (nata nel 2005) il coefficiente di 14,2829: moltiplicando la quota di reddito spettante a ciascuno per il rispettivo coefficiente si ottiene € 296,328,00 per la moglie, € 61.337,00 per il figlio J ed € 71.414,50 per la figlia W.

Al danno patrimoniale così determinato con riferimento alla data dell’evento mortale deve — per ciascuno degli attori — aggiungersi il danno non patrimoniale per la perdita del rapporto parentale, liquidato dal primo giudice in € 326.000,00 (importo non contestato sotto alcun profilo) e deve, poi, detrarsi l’importo di € 198.157,00 (incontestatamente determinato dal primo giudice per quanto ricevuto dagli attori da parte di altri responsabili e dall’assicuratore sociale INAIL): il credito risarcitorio ammonta quindi ad € 424.171,00 per la moglie, € 189.180,00 per il figlio J ed € 199.257,50 per la figlia W.

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

SECONDA SEZIONE CIVILE

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Giampiero Maria Fiore – Presidente

dott. Antonella Palumbi – Consigliere Relatore

dott. Mariacolomba Giuliano – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. 836/2014 promossa da:

ALFA SOCIETA’ COOPERATIVA AGRICOLA (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Mauro Brighi e dell’avv. Antonio Trentin (c.f. omissis) Via San Petronio Vecchio, 4/2 Bologna;

APPELLANTE

contro

XX in proprio e per i figli minori J e W (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Andrea Fabozzo e dell’avv. Andrea Assogna (c.f. omissis) presso l’avv. Andrea Fabozzo – Via Castiglione, 24 Bologna;

APPELLATI-APPELLANTI INCIDENTALI

YY (c.f. omissis)

APPELLATO contumace

in punto a

“appello avverso sentenza n. 1016/2013 Tribunale Forlì”

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da note scritte depositate per l’udienza cartolare del 10.11.2020.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza n. 1016/2013 il Tribunale di Forlì, pronunciando nella causa promossa da XX, in proprio e quale esercente la potestà sui figli minori J e W, dichiarava la responsabilità del convenuto YY, nella veste di legale rappresentante della società ‘Alfa’ Società Cooperativa Agricola, per la morte di B. S., avvenuta in data 29 giugno 2008 presso la sede della predetta società, col concorso di colpa della vittima in misura di 1/3; condannava il convenuto a pagare a titolo di risarcimento dei danni, oltre interessi legali dalla data della sentenza al saldo, € 402.562,00 a XX in proprio nonché € 178.562,00 per ciascuno dei figli minori J e W, condannava inoltre la terza chiamata ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la a tenere indenne il convenuto YY delle somme da questa dovute agli attori; condannava il convenuto e la terza chiamata a pagare in solido agli attori le spese del grado, compensandole invece tra il convenuto e la terza chiamata.

Riteneva il Tribunale che il convenuto, nella veste di legale rappresentante della terza chiamata ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la, era responsabile per la mancata adozione delle misure di prevenzione specificamente indicate dall’articolo 83 D.lgs. n. 81/2008 (avvertimento dell’esistenza nell’impianto elettrico su cui operava B. S. di parti attive non protette) nonché per la mancata predisposizione di apposito piano di lavoro attesa la natura complessa dell’intervento eseguito dal B. S., responsabilità ascrivibile, ai sensi dell’articolo 26 del citato decreto legislativo, alla società ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la quale committente del lavoro; che la vittima B. S., essendosi imprudentemente accostato ai terminali dell’interruttore generale rimasti attivi, aveva concorso alla causazione dell’evento mortale in misura pari a 1/3; che il pregiudizio patito dagli attori per la scomparsa del marito (XX) e del padre (J e W) aveva natura sia patrimoniale che non patrimoniale; che, avuto riguardo al reddito medio annuo di cui la vittima era titolare (€ 42.000,00), alla presumibile durata della sua attività lavorativa (34 anni), alla percentuale del reddito di cui i congiunti avrebbero goduto (1/3 alla moglie per 34 anni, 1/6 a ciascuno dei figli per 20 anni), agli importi massimi stabiliti dalle tabelle del Tribunale di Milano nel 2013 per il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, detratto quanto già ricevuto aliunde per il medesimo titolo (€ 198.157,00 per ciascuno degli attori) e tenuto conto del concorso di responsabilità della vittima pari a 1/3, a XX residuava un credito di € 402.562,00 ed a ciascuno dei figli un credito di € 178.562,00 mentre non venivano calcolati gli accessori sulle predette somme, tenuto conto, quanto al danno non patrimoniale, dell’applicazione delle tabelle relative all’epoca della sentenza e non già all’epoca del decesso e, quanto al danno patrimoniale, dell’avvenuto arrotondamento del reddito annuo della vittima; che, in assenza di contestazioni al riguardo, il convenuto aveva diritto a farsi indennizzare dalla società di cui era legale rappresentante.

Avverso questa sentenza proponeva appello ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la, affidato a unico motivo di impugnazione con cui denunciava l’eccessività della liquidazione del danno patrimoniale, in quanto basata sul reddito imponibile anziché sul reddito netto (detratte cioè le imposte e ritenute di legge) e senza applicare, inoltre, il correttivo del coefficiente per la costituzione delle rendite temporanee e dello scarto tra vita lavorativa e aspettativa di vita.

Si costituiva XX, in proprio e quale esercente la potestà genitoriale sui figli minori J e W, chiedendo il rigetto dell’appello e svolgendo appello incidentale avverso il riconoscimento del concorso di responsabilità a carico della vittima, statuizione di cui rilevava l’illogicità rispetto all’affermazione, pure presente in sentenza, della complessità dell’intervento eseguito da B. S., della “..difficoltà obiettiva nell’individuare le parti rimaste in tensione nonostante che il trasformatore fosse fuori servizio..”, della non abnormità e non eccezionalità della manovra eseguita in concreto dal lavoratore, della regolarità e della prevedibilità del rischio, poi effettivamente realizzatosi, mediante quelle condotte la cui omissione è stata ascritta a responsabilità del YY, nella cennata qualità di legale rappresentante ‘Alfa

Rimaneva contumace YY.

La causa veniva posta in decisione sulle conclusioni precisate dalle parti con note scritte depositate per l’udienza del 10/11/2020 trattata con le modalità di cui all’articolo 83 comma 7 lettera h, D.L. n. 18/2020, essendo scaduti all’8.2.20221 i termini per le comparse conclusionali e le memorie di replica.

***

Preliminarmente, si osserva che le deduzioni ed argomentazioni difensive svolte dall’appellante nella comparsa conclusionale risultano ammissibili solo nei limiti in cui sono dirette a contrastare l’appello incidentale (volto ad escludere il concorso di responsabilità in capo alla vittima), ma non anche ai fini del riesame dell’accertamento di responsabilità in capo ad ‘Alfa’ Soc. Coop Agr.la (di cui la difesa fa, infatti, questione), in quanto tale punto avrebbe dovuto essere oggetto di specifica censura da formularsi con l’atto d’appello, nel quale invece, come si è rilevato, viene contestata unicamente la liquidazione del danno patrimoniale (quantum), con conseguente acquiescenza riguardo all’accertamento predetto (an).

***

Quanto alle questioni che questa Corte è chiamata a riesaminare, risulta preliminare valutare in primis il motivo su cui si basa l’appello incidentale.

Il motivo è fondato.

La concorrente responsabilità attribuita alla vittima è incoerente con le premesse e la descrizione dei fatti, quali incontestatamente ricostruiti nella gravata sentenza con riferimento, non censurato da nessuna delle parti, al rapporto degli ispettori AUSL e ai testi sentiti.

Infatti, nel rapporto risulta che l’impianto elettrico della centrale frigorifera, il cui guasto ha reso necessario l’intervento eseguito da B. S., era privo dei requisiti richiesti dall’art. 340.1 della norma CEI 64-8/3, in quanto non disponeva di un sistema di alimentazione di riserva, sicché l’alimentazione provvisoria (realizzata prima dell’intervento del B. S. per evitare il deterioramento degli alimenti conservati nella cella frigorifera per il tempo necessario a riparare il guasto) aveva cambiato sostanzialmente la configurazione dell’impianto mettendo in tensione quelle parti di esso che diversamente, in condizioni di normale fuori servizio del trasformatore, non sarebbero state attive ed il cui contatto da parte del B. S. ne ha provocato la morte per folgorazione; le parti predette erano costituite dai terminali dell’interruttore, posti in ambiente scarsamente illuminato e non facilmente riconoscibili dal B. S. che operava in prossimità; risultavano inoltre assenti tanto il piano di lavoro che il piano di intervento, entrambi invece necessari attesa la tipologia e la natura del lavoro che il B. S. doveva eseguire; risultava infine assente qualunque cartello monitore di avvertimento della presenza di parti attive nonostante il fuori servizio del trasformatore, avvertimento che avrebbe reso il B. S. consapevole del rischio che correva.

Per contro, nessun rilievo è formulato nel rapporto riguardo alla condotta della vittima.

Questa essendo la ricostruzione dei fatti, non è possibile ravvisare alcuna violazione di norme di prudenza, specifica o generica, da parte della vittima, la quale operava ritenendo (erroneamente ma incolpevolmente, proprio per il legittimo affidamento ingenerato dalla mancanza di cartelli monitori) che non vi fosse tensione elettrica in nessuna delle parti dell’impianto su cui doveva intervenire.

Di conseguenza, nessuna efficienza causale nella verificazione dell’evento mortale è ascrivibile al B. S. e nessuna decurtazione è applicabile alla liquidazione del danno spettante alla vedova ed ai figli di B. S.

***

Quanto al motivo di impugnazione formulato dall’appellante principale, esso è fondato per quanto attiene alla base reddituale rispetto alla quale può calcolarsi il danno patrimoniale da lucro cessante rappresentato dal venir meno del contributo economico di cui la moglie ed i figli del defunto avrebbero usufruito ove il congiunto non fosse morto.

«In caso di morte del danneggiato, anche il risarcimento dei danni patrimoniali derivanti ai congiunti postula l’adozione di un metodo di calcolo funzionale all’accertamento del reddito netto su cui determinare il danno futuro subito dagli eredi, sulla base della detrazione, dal reddito stesso, sia del relativo carico fiscale, sia della cosiddetta “quota sibi” (della parte, cioè, del reddito che il defunto avrebbe speso per sé), quota che può legittimamente quantificarsi come percentuale del reddito complessivo al lordo delle imposte e delle contribuzioni..» (Cass. numero 6321/2000, conforme Cass. n. 11007/2003, Cass. n. 4186/2004, Cass. n. 10.304/2009, Cass. n. 10.853/2012): il principio è consolidato e costantemente ribadito dalla Suprema Corte, sicché, risultando ad essa contraria la scelta del Tribunale di prendere in esame invece il reddito imponibile, la sentenza va sul punto riformata, prendendo in considerazione il reddito medio netto quale evincibile dalle dichiarazioni fiscali della vittima prodotte in causa.

Da esse risulta un reddito netto per l’anno di imposta 2006 pari ad € 23.020,00, per l’anno 2007 pari ad € 35.095,00 e per l’anno 2008 pari ad € 31.771,00 sicché, essendo pari ad € 29.962,00 la media di essi, il reddito netto da prendere in considerazione ai fini che qui interessano può farsi pari ad € 30.000,00 (importi, questi, esposti anche in atto d’appello e non contestati dagli appellati).

Quanto alla cosiddetta “quota sibi”, il Tribunale ne ha correttamente tenuto conto laddove ha determinato la quota del reddito della vittima che sarebbe andata a beneficio dei congiunti superstiti in misura pari ad 1/3 per la moglie e ad 1/6 per ciascuno dei figli, così risultando, per differenza, pari a 1/3 la “quota sibi”: determinazione che va confermata in assenza di specifica censura da parte dell’appellante principale.

Pertanto, la base di calcolo per il risarcimento del danno patrimoniale patito dai congiunti di B. S. per la perdita delle elargizioni che sarebbero state loro erogate dal defunto risulta pari, quanto alla moglie, ad € 10.000,00 e, quanto a ciascuno dei figli, ad € 5.000,00.

Tenuto poi conto della necessità di capitalizzare il risarcimento, occorre moltiplicare tali somme per un coefficiente di capitalizzazione delle rendite vitalizie corrispondente, nel rapporto tra la vittima e del coniuge, all’età del più giovane tra i due, e, nel rapporto tra la vittima e ciascuno dei figli, al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno (Cass. n. 6619/2018), con esclusione in ogni caso dei coefficienti di capitalizzazione di cui al r.d. numero 1403/1922 i quali, a causa dell’innalzamento della durata media della vita e dell’abbassamento dei saggi di interesse non garantiscono l’integrale ristoro del danno, e con esso il rispetto della regola di cui all’articolo 1223 c.c. (Cass. n. 20615/2015, Cass. n. 18093/2020); a tale riguardo risultano invece legittimamente utilizzabili coefficienti di capitalizzazione di maggiore affidamento, in quanto aggiornati e scientificamente corretti, quali, ad esempio, quelli approvati con provvedimenti normativi per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali oppure quelli elaborati specificamente della materia del danno aquiliano (Cass. n. 10499/2017).

Ritiene questa Corte che i coefficienti da utilizzare ai fini che qui interessano possono essere tratti dalla tavola 7 di cui alle tabelle per il calcolo di capitali attuali delle rendite di inabilità e di quelli a favore dei superstiti dei lavoratori deceduti a causa dell’evento lesivo (Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2006), che applicano, con riferimento all’età del superstite al momento dell’evento (nel caso di specie verificatosi nel 2008) per il coniuge XX (nata nel 1978) il coefficiente di 29,6328 (30 anni), per il figlio J (nato nel 2002) il coefficiente di 12,2674 (6 anni), per la figlia W (nata nel 2005) il coefficiente di 14,2829: moltiplicando la quota di reddito spettante a ciascuno per il rispettivo coefficiente si ottiene € 296,328,00 per la moglie, € 61.337,00 per il figlio J ed € 71.414,50 per la figlia W.

Al danno patrimoniale così determinato con riferimento alla data dell’evento mortale deve — per ciascuno degli attori — aggiungersi il danno non patrimoniale per la perdita del rapporto parentale, liquidato dal primo giudice in € 326.000,00 (importo non contestato sotto alcun profilo) e deve, poi, detrarsi l’importo di € 198.157,00 (incontestatamente determinato dal primo giudice per quanto ricevuto dagli attori da parte di altri responsabili e dall’assicuratore sociale INAIL): il credito risarcitorio ammonta quindi ad € 424.171,00 per la moglie, € 189.180,00 per il figlio J ed € 199.257,50 per la figlia W.

Null’altro è dovuto a titolo di rivalutazione ed interessi compensativi, non essendo stata contestata la relativa statuizione del primo giudice a riguardo.

Sono invece dovuti gli interessi legali, riconosciuti nella gravata sentenza dal 24/12/2013 al saldo.

Nulla è dovuto in restituzione dagli appellati all’appellante, attesa la maggior liquidazione (seppur di poco) riconosciuta in questa sede.

Tenuto conto dell’esito del giudizio, si ravvisa un’ipotesi di soccombenza reciproca che giustifica la compensazione integrale delle spese del grado.

PQM

La Corte, in parziale accoglimento dell’appello principale e dell’appello incidentale, e per l’effetto, la sentenza n. 1016/2013 del tribunale di Forlì che per il resto:

1) dichiara la responsabilità di YY per la morte di B. S., con esclusione di qualsivoglia concorso di colpa di quest’ultimo;

2) condanna YY pagare, titolo di risarcimento dei danni, le seguenti somme, cui dovranno aggiungersi gli interessi legali dal 24/12/2013 al saldo: a) € 424.171,00 a XX in proprio, b) € 189.180,00 a XX quale genitore esercente la potestà sul figlio J, c) € 199.257,00 a XX quale genitore esercente la potestà sulla figlia W;

3) compensa integralmente le spese del grado tra l’appellante principale e gli appellanti incidentali.

Bologna, nella camera di consiglio della seconda sezione civile, il 12.3.2021

Il Consigliere estensore

dott. Antonella Palumbi

SUCCESSIONI TESTAMENTO TRIB RAVENNA VALIDITA’ DEL TESTAMENTO

SUCCESSIONI TESTAMENTO TRIB RAVENNA
VALIDITA’ DEL TESTAMENTO
  • Deve in primo luogo rilevarsi la validità delle disposizioni testamentarie invocate dall’attore, nonostante l’indeterminatezza dei beneficiari delle medesime, in quanto gli stessi appaiono individuabili in base a criteri oggettivi stabiliti dalla testatrice, sia pure facendo riferimento a situazioni future rispetto all’epoca della redazione del testamento.
  • Va ricordato che la giurisprudenza ha qualificato come disposizione testamentaria a titolo universale l’attribuzione di tutti i beni residui, dei quali il testatore non abbia già disposto a titolo particolare (v. Cass. 26/5/1989 n. 2556).
  • Le domande del X vanno pertanto rigettate, mentre deve trovare accoglimento la domanda riconvenzionale delle L.A. diretta a far dichiarare la devoluzione a loro favore dell’eredità di L. R., comprensiva dei due appartamenti di Lido Adriano.
AVVOCATO-ESPERTO
  • In questo senso si è pronunciata la Suprema Corte con riferimento ad una disposizione testamentaria analoga a quelle in esame (“lascio tutto quel che possiedo a chi mi curerà”), cassando la sentenza impugnata secondo la quale detta disposizione non forniva parametri utili all’individuazione del soggetto beneficiario, e doveva pertanto ritenersi nulla a norma dell’art. 628 c.c., stante l’assoluta incertezza se attribuire la qualifica di erede a chi avrebbe garantito un’assistenza materiale non specialistica, a casa o in un centro ospedaliero, o al medico curante o a chi avrebbe assicurato sostegno morale o spirituale.
  • Secondo la Suprema Corte, infatti, “tale convincimento non può essere condiviso in quanto frutto di una valutazione astratta della disposizione della testatrice che ha precluso in radice di accertare la possibilità di identificare il beneficiario (o i beneficiari) della disposizione stessa. Invero il riferimento della C. a “chi mi curerà” consente di affermare che ella ha inteso richiamarsi, quanto a detta identificazione, non alla situazione in essere all’atto della redazione del testamento in oggetto, bensì a quella che si sarebbe via via realizzata fino alla sua morte in evidente relazione alle sue future esigenze di assistenza, cosicché il criterio indicato, ai fini di poter verificare se esso fornisse univoci dati oggettivi per la determinazione del beneficiario, avrebbe dovuto essere applicato con specifico riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione (vedi in tal senso Cass. 8-2-1962 n. 2629); in altri termini, poiché la volontà del testatore ai sensi dell’art. 628 c.c., deve essere almeno determinabile, è possibile che il “de cuius” faccia riferimento ad una delineata futura situazione di fatto dalla cui realizzazione emerga in termini inequivocabili l’individuazione del soggetto beneficiario (anche qualora si tratti di persona neppure conosciuta dal testatore), come appunto nella fattispecie, dove occorre verificare la sussistenza o meno di persone che si siano prese cura della C. dall’epoca di redazione del testamento fino alla sua morte” (Cass. 03/03/2011 n. 5131).
avvocato-erede-legittimo-10
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE DI RAVENNA
in composizione monocratica, nella persona del Giudice dott. Massimo Vicini, ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa civile di I Grado iscritta al n. R.G. 4030/2018 promossa
da:
X con il patrocinio dell’avv. TOMASI MARCO,
elettivamente domiciliato in VIA C. 44022 COMACCHIO (FE) presso il difensore avv. TOMASI MARCO
ATTORE
contro
L.A. con il patrocinio dell’avv. PALMIERI LUCA,
elettivamente domiciliata in PIAZZA F. T. 48022 LUGO (RA) presso il difensore avv. PALMIERI LUCA E.A. con il patrocinio dell’avv. PALMIERI LUCA, elettivamente domiciliata in PIAZZA F. T. 48022 LUGO (RA) presso il difensore avv. PALMIERI LUCA
CONVENUTE
CONCLUSIONI
Le parti hanno concluso come da fogli allegati al verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.
MOTIVI DELLA DECISIONE
X, qualificandosi come successore testamentario della defunta L. R. (deceduta in data ..), ha promosso il presente giudizio nei confronti di L.A. ed E.A., nipoti della R., per fare accertare nei loro confronti la propria qualità di proprietario delle unità immobiliari site in Lido Adriano (RA), Via G., appartenute alla defunta e possedute dalle convenute, e per sentir condannare queste ultime a lasciare immediatamente detti beni liberi da persone e cose nella piena disponibilità dell’attore.
Le domande attoree si fondano su un testamento olografo della defunta L. R. datato 19/11/2014, pubblicato in data 13/12/2017, e precisamente su due disposizioni in esso contenute, del seguente tenore:
“a chi si occuperà, quotidianamente, in questo luogo, del mio Gatto Romeo (alimentandolo col cibo urinary ed obesity) lascio l’appartamento al civico 55 di via G. a Lido Adriano (Ra).
A chi si sarà occupato, fino alla fine, della mia persona, l’appartamento al civico 53 di via G. a Lido Adriano (Ra), lasciando prelevare dal medesimo, alla mia amica M. T. di San Giovanni Persiceto (Bo) oggetti, libri, gioielli (in cassaforte) che saranno di suo gradimento”.
Il X sostiene infatti di avere conosciuto la R. nella primavera del 2015 tramite un’agenzia matrimoniale, e di avere intrapreso con lei una relazione sentimentale ininterrotta, durata fino al decesso della compagna, rimanendole vicino più di ogni altra persona e rappresentando per lei una comunione di vita materiale e spirituale; afferma inoltre di avere manifestato la volontà di prendersi cura del gatto Romeo nel luogo indicato nel testamento, ma di non aver potuto attuare tale volontà perché l’animale, già nell’immediatezza del decesso della R., venne allontanato dall’abitazione di Lido Adriano ove avrebbe dovuto essere accudito.
Le L.A., ritualmente costituitesi in giudizio, contestano la fondatezza delle domande attoree, esponendo che:
– alla morte della R. L. provvide a prelevare il gatto Romeo e a portarlo presso la propria abitazione in Bologna, dove l’animale è stato ed è tuttora accudito in modo da assicurargli affetto e benessere materiale, conformemente alla volontà testamentaria della de cuius;
– il X, residente a Lugo, non ha chiarito con quali modalità avrebbe voluto prendersi cura del predetto felino presso l’immobile di Lido Adriano;
– il X non si era occupato della R. fino alla fine, avendo intrattenuto con lei solo una relazione di amicizia, non continuativa e sicuramente terminata almeno sei mesi prima del decesso della donna;
– il testamento della R. individuava come eredi L. ed E.A. nel caso in cui nessuno si fosse occupato della testatrice fino al suo ultimo giorno di vita.
Le convenute chiedono pertanto di essere dichiarate, previo rigetto delle domande attoree, uniche destinatarie della volontà della de cuius.
Esaminati gli atti e i documenti prodotti, il Tribunale osserva quanto segue.
Il testamento olografo datato 19/11/2014, sul quale si fondano le domande attoree (doc. 2 allegato all’atto di citazione), contiene le seguenti disposizioni, oltre a quelle sopra riportate:
“Io sottoscritta R. L., nata il .. a San Giovanni in Persiceto (Bo) e residente in Ravenna, via G., con la presente, annullo ogni mio precedente testamento.
Nomino come esecutrici testamentarie Lorena ed Elena L.A. residenti a Bologna.
A loro divisi in parti uguali destino i soldi rimasti dopo aver eseguito le mie volontà.
A mio cognato G.A. euro quindicimila per la mia cremazione e sistemazione nella tomba di mia madre L. R. nel cimitero di Anzola dell’Emilia (Bo).
Dispongo che la proprietà di via L. in Anzola, venga venduta e sia estinto il mutuo in essere sul 55 di Via G.
Tutti sono da considerarsi eredi ed il rimanente va alle esecutrici”.
Deve in primo luogo rilevarsi la validità delle disposizioni testamentarie invocate dall’attore, nonostante l’indeterminatezza dei beneficiari delle medesime, in quanto gli stessi appaiono individuabili in base a criteri oggettivi stabiliti dalla testatrice, sia pure facendo riferimento a situazioni future rispetto all’epoca della redazione del testamento.
In questo senso si è pronunciata la Suprema Corte con riferimento ad una disposizione testamentaria analoga a quelle in esame (“lascio tutto quel che possiedo a chi mi curerà”), cassando la sentenza impugnata secondo la quale detta disposizione non forniva parametri utili all’individuazione del soggetto beneficiario, e doveva pertanto ritenersi nulla a norma dell’art. 628 c.c., stante l’assoluta incertezza se attribuire la qualifica di erede a chi avrebbe garantito un’assistenza materiale non specialistica, a casa o in un centro ospedaliero, o al medico curante o a chi avrebbe assicurato sostegno morale o spirituale.
Secondo la Suprema Corte, infatti, “tale convincimento non può essere condiviso in quanto frutto di una valutazione astratta della disposizione della testatrice che ha precluso in radice di accertare la possibilità di identificare il beneficiario (o i beneficiari) della disposizione stessa. Invero il riferimento della C. a “chi mi curerà” consente di affermare che ella ha inteso richiamarsi, quanto a detta identificazione, non alla situazione in essere all’atto della redazione del testamento in oggetto, bensì a quella che si sarebbe via via realizzata fino alla sua morte in evidente relazione alle sue future esigenze di assistenza, cosicché il criterio indicato, ai fini di poter verificare se esso fornisse univoci dati oggettivi per la determinazione del beneficiario, avrebbe dovuto essere applicato con specifico riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione (vedi in tal senso Cass. 8-2-1962 n. 2629); in altri termini, poiché la volontà del testatore ai sensi dell’art. 628 c.c., deve essere almeno determinabile, è possibile che il “de cuius” faccia riferimento ad una delineata futura situazione di fatto dalla cui realizzazione emerga in termini inequivocabili l’individuazione del soggetto beneficiario (anche qualora si tratti di persona neppure conosciuta dal testatore), come appunto nella fattispecie, dove occorre verificare la sussistenza o meno di persone che si siano prese cura della C. dall’epoca di redazione del testamento fino alla sua morte” (Cass. 03/03/2011 n. 5131).
Ciò premesso, deve però rilevarsi che nessuna delle parti in causa può essere individuata come beneficiaria delle disposizioni testamentarie aventi ad oggetto specifico i due appartamenti siti in Lido Adriano.
Ciò è del tutto evidente per quanto riguarda la disposizione relativa all’appartamento posto al civico 55 di Via G., poiché dopo la morte della R. la cura quotidiana del gatto Romeo avrebbe dovuto essere prestata presso la residenza della defunta (“in questo luogo”), e ciò non risulta essere mai avvenuto, essendo stato l’animale sempre accudito da L.A. presso la propria abitazione a Bologna; né è stato chiarito dal X come e quando avrebbe manifestato la volontà di prendersi cura del felino nel luogo indicato dalla testatrice, e tanto meno con quali modalità avrebbe voluto provvedervi.
Quanto alla disposizione relativa all’altro appartamento di Lido Adriano, va osservato che non è in contestazione la circostanza che il X abbia intrattenuto una relazione sentimentale o comunque affettiva con la defunta L. R. (conosciuta nella primavera del 2015 tramite un’agenzia matrimoniale), così come è pacifico che detta relazione non è mai sfociata in un rapporto di stabile convivenza o coabitazione.
Ciò che rileva ai fini dell’individuazione del beneficiario, però, non è la semplice esistenza di una relazione con la de cuius, bensì il fatto di essersi concretamente occupato della sua persona fino al momento della sua morte, cioè di essersi preso cura di lei prestandole un’assistenza materiale e morale adeguata alle sue esigenze, certamente accresciutesi negli ultimi mesi di vita, quando la R. si è vista colpita da una grave patologia, che l’ha condotta dapprima ad un ricovero ospedaliero e poi al decesso.
E’ evidente, quindi, che grava sull’attore un preciso onere assertivo, oltre che probatorio, avente ad oggetto tempi, modi e circostanze di tale assistenza materiale e morale.
Orbene, l’esposizione contenuta a tale proposito nell’atto di citazione e nella prima memoria attorea (che costituisce il limite temporale oltre il quale l’attività assertiva deve ritenersi preclusa) appare assolutamente insufficiente, essendo costituita unicamente da affermazioni generiche, non supportate da precisi e pertinenti riferimenti fattuali (“i due hanno intrapreso una relazione sentimentale ininterrotta, che durerà fino al decesso della compagna”; “è evidente la volontà della donna di attribuire la proprietà di uno dei suoi immobili alla persona che, più di altri, le sarebbe stata vicina da lì al decesso”, persona da identificare “nella figura del compagno che, negli ultimi anni di vita, ha rappresentato per lei, certamente, una comunione di vita materiale e spirituale”; “la presunta fine della relazione è sconfessata dai documenti prodotti dalla controparte … la signora, già in condizioni gravi, manifesta la volontà di annoverare il sig. X tra le persone a lei più vicine in quel momento”).
Deve rilevarsi, in particolare, che l’attore nulla riferisce (se non con le fumose espressioni sopra riportate) circa il proprio comportamento durante il periodo di malattia della R., nemmeno per quanto riguarda la fase terminale di tale periodo, quando la de cuius, ricoverata in ospedale, aveva massima necessità di aiuto e conforto.
Ad abundantiam si osserva che appaiono del tutto insufficienti anche le prove offerte dal X a sostegno della propria tesi.
I documenti prodotti a tal fine dall’attore (un bigliettino privo di data recante la firma “L. S.”, contenente espressioni affettuose nei confronti di una persona non nominata; un dipinto privo di data raffigurante una donna ed un gatto; una lettera datata 6 marzo 2017 e recante la firma “L. R.”, indirizzata ad un amico di nome Luigi, nella quale la scrivente riferisce di un suo felice rapporto sentimentale con “una bella persona, che dipinge, fa sculture e canta”, e conclude con la frase “Saluti e baci dalla famiglia X”; un altro dipinto non datato, presumibilmente allegato alla lettera, raffigurante tre persone ed un gatto) dimostrano tutt’al più l’esistenza di un legame sentimentale-affettivo tra la R. ed il X fino al mese di marzo del 2017, >ma nulla provano relativamente all’effettiva presenza dell’attore nella vita della de cuius nei mesi successivi, e in particolare nel periodo di maggior bisogno di tale presenza.
Quanto alla prova per testi dedotta dall’attore sulla sua relazione con la R., non ammessa con l’ordinanza istruttoria del 30/11/2019, non può che ribadirsi l’inammissibilità e/o inutilità della stessa per il contenuto palesemente generico e/o ininfluente dei relativi capitoli.
Appare inammissibile, per il suo evidente carattere esplorativo, anche l’istanza di esibizione avente ad oggetto i dati relativi al traffico telefonico, in entrata e in uscita, sull’utenza in uso alla de cuius.
Vi è comunque motivo di ritenere che negli ultimi mesi prima del decesso della R. la presenza dell’odierno attore nella sua vita sia venuta del tutto a mancare, o sia risultata assolutamente marginale, considerato che:
– dalla cartella infermieristica relativa al predetto ricovero ospedaliero risulta che la R. indicò come referenti per i medici il cognato G. ed un’amica, con i relativi numeri di telefono; solo nel modulo di consenso al trattamento dei dati sensibili figura anche il nome “G.” (dopo quello del cognato), con il relativo numero di telefono (doc. 8 allegato alla comparsa di costituzione e risposta);
– prima del ricovero la R. aveva affidato la propria carta bancomat, con l’incarico di effettuare alcuni pagamenti, alla vicina di casa F. P., e non al X (doc. 10 allegato alla seconda memoria per la convenuta).
In definitiva, quindi, nessuna delle parti in causa può essere individuata come beneficiaria delle due disposizioni a favore di persone non determinate, contenute nel testamento olografo di L. R., né risulta l’esistenza di altre persone individuabili come tali, con la conseguenza che i due appartamenti oggetto di tali disposizioni devono ritenersi compresi nell’eredità devoluta alle convenute in virtù dell’ultima disposizione testamentaria (“il rimanente va alle esecutrici”), che deve intendersi come una disposizione residuale, avente ad oggetto tutti i beni non assegnati per qualsiasi ragione con le precedenti disposizioni.
Va ricordato che la giurisprudenza ha qualificato come disposizione testamentaria a titolo universale l’attribuzione di tutti i beni residui, dei quali il testatore non abbia già disposto a titolo particolare (v. Cass. 26/5/1989 n. 2556).
Le domande del X vanno pertanto rigettate, mentre deve trovare accoglimento la domanda riconvenzionale delle L.A. diretta a far dichiarare la devoluzione a loro favore dell’eredità di L. R., comprensiva dei due appartamenti di Lido Adriano.
Le spese di lite seguono la soccombenza.
Non si ravvisano i presupposti per una condanna dell’attore al risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c.
P.Q.M.
il Tribunale, definitivamente pronunciando sulle domande oggetto del presente giudizio, così provvede:
1) respinge le domande proposte da X nei confronti di L.A. ed E.A.;
2) accerta e dichiara che L.A. ed E.A. sono eredi testamentarie della defunta L.R., e che nell’eredità devoluta alle stesse sono compresi anche i due appartamenti siti in località Lido Adriano del Comune di Ravenna, Via G.;
3) condanna X a rifondere alle convenute le spese del presente giudizio, che liquida in € 12.000,00 per compenso professionale, oltre a rimborso forf. spese generali nella misura del 15%, I.V.A. e C.P.A.;
4) respinge la domanda di risarcimento ex art. 96 c.p.c. proposta dalle convenute.
Così deciso in Ravenna, il giorno 15/03/2021.
Il Giudice
(dott. Massimo Vicini)

Misure cautelari reali – Sequestro preventivo immobile – ABUSI EDILIZI

 

Misure cautelari reali – Sequestro preventivo immobile –

Con la sentenza n. 12878 del 29/01/2003, Innocenti, Rv. 223721, le Sezioni Unite hanno affermato il principio, proprio in tema di sequestro preventivo di manufatti abusivi ultimati, per cui “Il sequestro preventivo di cosa pertinente al reato e’ consentito anche nel caso di ipotesi criminosa gia’ perfezionatasi, purche’ il pericolo della libera disponibilita’ della cosa stessa – che va accertato dal giudice con adeguata motivazione – presenti i requisiti della concretezza e dell’attualita’ e le conseguenze del reato, ulteriori rispetto alla sua consumazione, abbiano connotazione di antigiuridicita’, consistano nel volontario aggravarsi o protrarsi dell’offesa al bene protetto che sia in rapporto di stretta connessione con la condotta penalmente illecita e possano essere definitivamente rimosse con l’accertamento irrevocabile del reato”.

 

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|28 maggio 2021| n. 21088

Misure cautelari reali – Sequestro preventivo immobile – Ricorso per cassazione –

avvocato-successione-nuova-2

ABUSI EDILIZI IMMOBILE ABUSIVO

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENTILI Andrea – Presidente

Dott. SEMERARO Luca – rel. Consigliere

Dott. GAI Emanuela – Consigliere

Dott. REYNAUD Gianni Filippo – Consigliere

Dott. MENGONI Enrico – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 12/01/2021 del TRIB. LIBERTA’ di PALERMO;

udita la relazione svolta dal Consigliere SEMERARO LUCA;

sentite le conclusioni del PG MOLINO PIETRO;

Il PG chiede l’annullamento senza rinvio;

udito il difensore:

l’avv. (OMISSIS), anche in sostituzione dell’avv. (OMISSIS), si associa alle conclusioni del P.G.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con l’ordinanza del 12 gennaio 2021il Tribunale del riesame di Palermo ha accolto l’appello del pubblico ministero avverso l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo del 12 novembre 2020 con la quale e’ stata disposta le revoca del decreto genetico di sequestro preventivo dell’immobile della Euro (OMISSIS) s.p.a., di cui e’ legale rappresentante (OMISSIS), per l’insussistenza del periculum in mora, ferma la sussistenza del fumus del reato Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, ex articolo 44.

Il Tribunale del riesame ha pertanto ripristinato il sequestro preventivo dell’immobile, sede del centro sportivo Virgin active, disposto con il decreto genetico del 30 settembre 2020 del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo.

  1. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di (OMISSIS), legale rappresentante della Euro (OMISSIS) s.p.a., deducendo, ex articolo 606 c.p.p., lettera b) e c), l’erronea applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44 e articolo 321 c.p.p., nonche’, ex articolo 606 c.p.p., lettera e), il vizio di mancanza di motivazione.AVVOCATO-ESPERTO

Dopo aver ricostruito la genesi del procedimento, si sostiene che il Tribunale del riesame avrebbe erroneamente applicato il Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44 e articolo 321 c.p.p., nel ritenere sussistente il significativo aggravio del carico urbanistico determinato dalla realizzazione delle opere ritenute abusive, costituite dalla piscina e dal solaio di mq. 629,305.

La motivazione sul punto sarebbe inoltre apparente e non in linea con la giurisprudenza citata nel ricorso.

Il Tribunale del riesame non avrebbe motivato sul perche’ l’opera avrebbe comportato una nuova domanda di servizi ed infrastrutture destinata ad aggravare il carico urbanistico, premessa l’urbanizzazione della specifica zona in cui e’ ubicata l’opera.

Gli elementi adoperati, il numero di iscritti al centro sportivo, non avrebbe rilevanza; sarebbe stata omessa la valutazione di un dato, riportato nell’appello del pubblico ministero, relativo alle presenze giornaliere registrate dal centro sportivo, anche in precedenza.

Quanto alla piscina, l’aggravio del carico urbanistico sarebbe stato motivato con riferimento al significativo impatto sugli impianti di smaltimento delle acque reflue senza pero’ verificare l’esistenza del nulla osta rilasciato dall’Amap al mantenimento degli allacci fognari a servizio dell’impianto a seguito della richiesta presentata dal centro proprio per lo scarico diverso dal precedente.

Il Tribunale del riesame avrebbe poi frainteso in concetto di carico urbanistico, definito dalle Sezioni Unite con la sentenza 12878/2003, dalla L. n. 847 del 1964 quanto alle opere di urbanizzazione primaria, dalla L. n. 865 del 1971quanto alle opere di urbanizzazione secondarla – tale essendo il centro fitness (OMISSIS).

Il centro si troverebbe su un’area destinata dal P.R.G. di Palermo ai servizi pubblici e attrezzature per attivita’ collettive, agli impianti sportivi, non determinerebbe alcun aumento del numero degli abitanti della zona.

La giurisprudenza citata dal Tribunale del riesame si riferirebbe a casi diversi, quali il mutamento della destinazione d’uso, qui non esistente.

La decisione non rispetterebbe neanche la Legge della Regione Sicilia n. 16 del 2016, articolo 24 che da’ la definizione di carico urbanistico.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile ex articolo 325 e 606 comma 3 c.p.p.nella parte in cui deduce il vizio della motivazione.

1.1. Avverso le ordinanze emesse nella procedura di riesame delle misure cautelari reali il ricorso per cassazione e’ ammesso, ai sensi dell’articolo 325 c.p.p., soltanto per violazione di legge; e’ preclusa ogni censura relativa ai vizi della motivazione, salvi i casi della motivazione assolutamente mancante – che si risolve in una violazione di legge per la mancata osservanza dell’obbligo stabilito dall’articolo 125 c.p.p. – e della motivazione apparente, tale cioe’ da rendere l’apparato argomentativo, posto a sostegno del provvedimento, privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi, inidonei, a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice.

1.2. Motivazione assente e’ quella che manca fisicamente (Sez. 5, n. 4942 del 04/08/1998, Seana; Sez. 5, n. 35532 del 25/06/2010, Angelini) o che e’ graficamente indecifrabile (Sez. 3, n. 19636 del 19/01/2012, Buzi); motivazione apparente, invece e’ solo quella che “non risponda ai requisiti minimi di esistenza, completezza e logicita’ del discorso argomentativo su cui si e’ fondata la decisione, mancando di specifici momenti esplicativi anche in relazione alle critiche pertinenti dedotte dalle parti” (Sez. 1, n. 4787 del 10/11/1993, Di Giorgio), come, per esempio, nel caso di utilizzo di timbri o moduli a stampa (Sez. 1, n. 1831 del 22/04/1994, Caldaras; Sez. 4, n. 520 del 18/02/1999, Reitano; Sez. 1, n. 43433 dell’8/11/2005, Costa; Sez. 3, n. 20843, del 28/04/2011, Saitta) o di ricorso a clausole di stile (Sez. 6, n. 7441 del 13/03/1992, Bonati; Sez. 6, n. 25361 del 24/05/2012, Piscopo) e, piu’ in generale, quando la motivazione dissimuli la totale mancanza di un vero e proprio esame critico degli elementi di fatto e di diritto su cui si fonda la decisione, o sia privcuclei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo, a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. U., n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov).

1.3. Non puo’ essere dedotto il vizio della illogicita’ manifesta della motivazione, che puo’ essere denunciato, in sede di legittimita’, soltanto mediante lo specifico ed autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e).

1.4. La motivazione dell’ordinanza impugnata non puo’ in alcun modo dirsi assente, essendo graficamente presente, ne’ apparente, tanto che per contestarne il contenuto il ricorrente propone valutazioni alternative di merito o l’omessa valutazione di elementi di prova, per altro non emergendo la loro pregressa sottoposizione al Tribunale del riesame.

  1. Non sussiste poi la dedotta violazione di legge sulla sussistenza del periculum in mora: il Tribunale del riesame ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto della giurisprudenza.

2.1. Con la sentenza n. 12878 del 29/01/2003, Innocenti, Rv. 223721, le Sezioni Unite hanno affermato il principio, proprio in tema di sequestro preventivo di manufatti abusivi ultimati, per cui “Il sequestro preventivo di cosa pertinente al reato e’ consentito anche nel caso di ipotesi criminosa gia’ perfezionatasi, purche’ il pericolo della libera disponibilita’ della cosa stessa – che va accertato dal giudice con adeguata motivazione – presenti i requisiti della concretezza e dell’attualita’ e le conseguenze del reato, ulteriori rispetto alla sua consumazione, abbiano connotazione di antigiuridicita’, consistano nel volontario aggravarsi o protrarsi dell’offesa al bene protetto che sia in rapporto di stretta connessione con la condotta penalmente illecita e possano essere definitivamente rimosse con l’accertamento irrevocabile del reato”.

2.2. Tale principio e’ stato poi sviluppato dalla giurisprudenza successivamente formatasi (cfr. Sez. 3, n. 52051 del 20/10/2016, Giudici, Rv. 268812 – 01) affermando che e’ ammissibile il sequestro preventivo di opere costruite abusivamente anche nell’ipotesi in cui l’edificazione sia ultimata, fermo restando l’obbligo di motivazione del giudice circa le conseguenze ulteriori sul regolare assetto del territorio rispetto alla consumazione del reato, derivanti dalla libera disponibilita’ del bene (fattispecie in cui la Corte ha annullato il provvedimento di sequestro di un impianto per la produzione di energia eolica, che di per se’, non incide sulla domanda di elementi urbanistici secondari, sul rilievo che non era stato valutato in concreto se dall’uso dell’impianto derivasse un aumento del cosiddetto carico urbanistico).

2.3. La sussistenza delle esigenze cautelari e’ stata collegata all’accertamento in concreto di quali conseguenze negative sul regolare assetto del territorio, in termini. di aggravio del carico urbanistico, derivino dalla libera disponibilita’ del bene, tenuto conto della mole delle opere realizzate in rapporto allo stato dei luoghi, dell’aggravio per il traffico veicolare, del trasferimento nella zona interessata di un numero di persone tali da incidere sulla fruizione dei servizi pubblici, dell’impatto dell’insediamento sul tessuto abitativo (Sez. 3, n. 10101 del 15/11/2012, dep. 2013, Vigorito, non massimata).

Nel caso di ipotizzato aggravamento del c.d. carico urbanistico va delibata in fatto tale evenienza sotto il profilo della consistenza reale ed intensita’ del pregiudizio paventato, tenendo conto della situazione esistente al momento dell’adozione del provvedimento coercitivo.

Cfr. anche Sez. 3, n. 6599 del 24/11/2011, dep. 2012, Susinno, Rv. 252016, per cui il sequestro preventivo di cose pertinenti al reato puo’ essere adottato anche su un immobile abusivo gia’ ultimato e rifinito, laddove la libera disponibilita’ di esso possa concretamente pregiudicare gli interessi attinenti alla gestione del territorio ed incidere sul “carico urbanistico”, il pregiudizio del quale va valutato avendo riguardo agli indici della consistenza dell’insediamento edilizio, del numero dei nuclei familiari, della dotazione minima degli spazi pubblici per abitare nonche’ della domanda di strutture e di opere collettive.

2.4. Va in primo luogo rilevato che le opere realizzate che avrebbero determinato un aumento di volumetria e di sagoma dell’immobile sono diverse ed indicate nei capi di imputazione 1 (nel quale si fa riferimento ad una nuova volumetria di 125 metri cubi), 2 (la piscina nell’area esterna di 64 mq.), 3 (altre due volumetrie di 165X225X180 e 140X445X95 di altezza), oltre al nuovo solaio di cui al capo 4 (mq.629,305).

2.5. Va ribadito il principio per cui (cfr. Sez. 3, n. 5618 del 17/11/2011, Forte, Rv. 252125 – 01), in tema di reati edilizi, la valutazione dell’opera ai fini della individuazione del regime abilitativo necessario deve riguardare la stessa nella sua unitarieta’, senza che sia consentito considerare separatamente i singoli componenti.

Nello stesso senso Sez. 3, n. 16622 del 08/04/2015, Casciato, Rv. 263473 01 per cui, in tema di reati edilizi, la valutazione dell’opera, ai fini della individuazione del regime abilitativo applicabile, deve riguardare il risultato dell’attivita’ edificatoria nella sua unitarieta’, senza che sia consentito considerare separatamente i singoli componenti.

2.6. Il Tribunale del riesame ha correttamente motivato la sussistenza del periculum in mora prendendo in esame tutti i lavori (punto 5.3.) e valutando poi in particolare l’aumento del carico urbanistico sulle strutture principali, la piscina e l’aumento della superficie utile interna, la cui illegittimita’ deriva proprio dalla valutazione complessiva delle opere realizzate.

2.7. Il Tribunale del riesame ha collegato l’aggravio del carico urbanistico ad elementi concreti; ha preso in esame la natura delle opere realizzate abusivamente ed il numero degli iscritti prima e dopo la realizzazione delle opere: ha di conseguenza ritenuto che le opere hanno in concreto determinato un maggiore afflusso di persone nella zona e l’aggravio per il traffico veicolare.

Inoltre, il Tribunale del riesame ha correttamente affermato che il trasferimento nella zona interessata di un numero maggiore di persone tali incidere inevitabilmente anche sulla fruizione dei servizi pubblici.

2.8. Quanto poi all’impatto sugli impianti di smaltimento delle acque reflue esistenti, il Tribunale del riesame’ ha fondato la valutazione sulla relazione del consulente tecnico del pubblico ministero mentre non risulta se il nulla osta allegato sub 3) sia stato prodotto anche al Tribunale del riesame

2.9. Alcuna concreta rilevanza ha poi la L. Regione Sicilia n. 16 del 2016, articolo 24, riferito alle sole ipotesi di mutamento di destinazione d’uso.

  1. Pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Ai sensi dell’articolo 616 c.p.p.si condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 3.000,00, determinata in via equitativa, in favore della Cassa delle Ammende, tenuto conto della sentenza della Corte costituzionale del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi e’ ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilita’.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi

PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi

Il Comune e un corpo morale (art. 38 tu 1934) coincidente con la popolazione insediata in un ambito territoriale determinato, fornita di una sua propria autonomia (riferimento agli artt. 5 e 133, secondo comma, cost.) e considerata astraendo dalla somma di individui che la compongono in un momento storico, dai loro interessi singoli, dal loro patrimonio personale, non osta ad attribuire al comune tale essenza l’avere esso una personalità giuridica di diritto pubblico ne che a taluni suoi organi competano un potere di imperio e funzioni amministrative, non viola pertanto gli artt. 81 e 100 cod. proc. civ. l’azione proposta dal comune, costituitosi pane civile nel giudizio penale per ottenere il risarcimento del danno risentito dalla collettività per offesa recata al territorio dal reato urbanistico“.

 

PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi
PENALE EDILIZIA Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi

 

I fatti si riferiscono ad alterazioni interne, destinate a rendere abitabile il sottotetto di una struttura edilizia sottoposta a vincolo storico, realizzate con l’apposizione di tubature per il riscaldamento, bagni, tramezzi, aperture in muri portanti, spostamento di scale -opere qualificabili come di ristrutturazione- e furono compiute senza concessione comunale ed autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali all’interno di un palazzo del 1591 destinatario di vincolo di immodificabilità per il suo interesse storico dichiarato con provvedimento adottato il 5.11.1920.

La sentenza appellata ha richiamato le testimonianze Gi., Pi., Gh., il verbale di sopralluogo in data 26.6.1998 e la relazione 22.10.1998 della Sovraintendenza, ha ricordato come una precedente autorizzazione concessa nel 1991 fosse già scaduta, non contemplasse neppure le modificazioni riscontrate e contemplasse comunque un uso abitativo sulla base del presupposto falsamente rappresentato della preesistenza di tale destinazione. Ha evidenziato come con la istanza di sanatoria presentata dall’arch. Zi. (doc. 3 atti PM) la stessa parte avesse chiesto di essere autorizzata al ripristino delle opere illegittimamente eseguite con la postilla della deroga per un bagno al secondo piano e della già eseguita canalizzazione delle tubature.

Quanto al provvedimento di sanatoria del 4.9.2001, revocato il 15.1.2002, il giudice di primo grado ha ricordato come i beni vincolati non possano essere oggetto di sanatoria per effetto dell’art. 9 c. III legge 47/1985 e 33 legge 47/1947 lett. a).

 

 

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

Corte d’Appello|Bologna|Sezione 2|Penale|Sentenza|29 aprile 2004| n. 280

Edilizia e urbanistica – Violazione di piani regolatori e di regolamenti edilizi comunali – Condono edilizio – Sospensione del procedimento – Esclusione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte d’Appello di Bologna

SECONDA Sezione Penale

composta dai magistrati:

1- Dr. Claudio Nunziata PRESIDENTE

2- Dr. Rosalia Rinaldi CONSIGLIERE

3- Dr. Rossella Zuffa CONSIGLIERE

Udita la relazione della causa fatta alla pubblica udienza odierna dal consigliere relatore Dr. Claudio Nunziata

Inteso l’appellante.

Inteso il Procuratore Generale, dr. Giuseppe MATTIOLI

ed i difensori, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa penale

CONTRO

1 – Lu. Ma.- nato a Pi. (PC) il (…) con domicilio dichiarato: Pi. Piazzale Ge., 3/D

libero contumace

con la costituzione della parte civile in data di: Ca. c. elett. dom. c/o Avv. Ca. Be. di Pi.

con la costituzione della parte civile in data di; COMUNE DI Pi. in persona del Sindaco pro-tempore Avv. Gi. Gu. elett. dom. c/o Avv. El. Ve. di Pi.

IMPUTATO

della contravvenzione di cui all’art. 20 lettera b) Leg. 28.2.85 n. 47, per avere effettuato impianti idraulici, demolizione di tramezze interne, parziali aperture su strutture murarie portanti, costruzioni di tramezze interne, demolizione di scala interna e sua nuova costruzione in altra posizione in difetto di concessione edilizia.

Accertato in Pi. il 25/6/98

Della contravvenzione p.e p. dagli artt. 26102123118 del Decreto Legislativo 29.10.1999 n. 490 per avere violato il vincolo di immodificabilità imposto dal competente Ministero sul Palazzo Ba. Ra. Te. costruito tra il seicento ed il settecento sito invia San Si. n. 76, con Decreto 23.1.1992 confermativo di precedente Decreto, disponendo impianti idraulici, demolizioni di tramezze interne, parziali aperture su strutture murarie portanti, costruzione di tramezze interne, demolizione di scala interna e sua nuova costruzione in altra posizione, in difetto di autorizzazione.

In Pi. accertato il 25.6.98

avverso la sentenza emessa dal TRIBUNALE MONOC. di PIACENZA in data 17/07/2002 che ha pronunciato il seguente dispositivo:

Visto l’ art. 533 c.p.p.

Dichiara l’imputato colpevole dei reati a lui ascritti e concesse le attenuanti genetiche di cui all’art. 62 bis c.p. riuniti i reati sotto il vincolo della continuazione di cui all’art. 81 cpv c.p., ritenuto più grave il reato di cui all’art. 118 D.Lgs 490/99, lo condanna alla pena di mesi cinque di arresto ed Euro 7.500,00 di ammenda oltre il pagamento delle spese processuali. Visto l’ art. 7 u.c. L. 47/85 ordina la demolizione delle opere stesse, se non sia stata altrimenti eseguita. Condanna l’imputato al pagamento delle spese processuali. Respinge l’istanza di. sospensione e non menzione perché non concedibile.

Visto l’art. 538 e 539 c.p.p. condanna Lu. Ma. al risarcimento a favore della parte civile Ca. c. mediante il pagamento di una provvisionale di Euro 20.000,00 per danni patrimoniali oltre interessi e rivalutazione da oggi fino al saldo ed Euro 10,000.00 per danni morali, questi ultimi determinati in via equitativa e definitiva, oltre alle spese del giudizio liquidate in Euro 4.000.00 di cui 3.500,00 per onorari oltre accessori di legge CPA ed IVA. Condanna Lu. Ma. “al pagamento della somma di Euro 15.000,00 a titolo di risarcimento danni liquidati in via provvisionale con interessi e rivalutazione da oggi fino al saldo effettivo a favore della p.c. Comune di Pi., oltre alle spese di costituzione liquidate in Euro 1.340,00 oltre accessori IVA e CPA, di cui 1.251,74 per onorari.

Assegna il termine di giorni 90 per la redazione della motivazione e deposito sentenza.

CONCLUSIONI DEL P.G.: NDP per intervenuta prescrizione; conferma delle statuizioni civili.

CONCLUSIONI DEI DIFENSORI DELLE PARTI ClVILI:

Per Ca. c. : conferma sentenza di primo grado

Per Comune di Pi.:conferma sentenza di primo grado

Per entrambi rigetto dell’appello.

CONCLUSIONI DEL DIFENSORE DELL’IMPUTATO:

In primo luogo insiste per l’esclusione della Parte Civile Comune di Pi.;

insiste altresì per l’accoglimento in toto dell’appello ed in subordine si associa alla richiesta del PG.

Lu. Ma. è stato riconosciuto dal giudice di primo grado responsabile delle contravvenzioni previste dall’art. 20 lett. b) legge 47/1985 e 118 d.lgv. 490/1999, accertate il 25.6.1998 e condannato alla pena 5 mesi di arresto ed euro 7.500 di ammenda con conseguente obbligo di demolizione delle opere eseguite.

I fatti si riferiscono ad alterazioni interne, destinate a rendere abitabile il sottotetto di una struttura edilizia sottoposta a vincolo storico, realizzate con l’apposizione di tubature per il riscaldamento, bagni, tramezzi, aperture in muri portanti, spostamento di scale -opere qualificabili come di ristrutturazione- e furono compiute senza concessione comunale ed autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali all’interno di un palazzo del 1591 destinatario di vincolo di immodificabilità per il suo interesse storico dichiarato con provvedimento adottato il 5.11.1920.

La sentenza appellata ha richiamato le testimonianze Gi., Pi., Gh., il verbale di sopralluogo in data 26.6.1998 e la relazione 22.10.1998 della Sovraintendenza, ha ricordato come una precedente autorizzazione concessa nel 1991 fosse già scaduta, non contemplasse neppure le modificazioni riscontrate e contemplasse comunque un uso abitativo sulla base del presupposto falsamente rappresentato della preesistenza di tale destinazione. Ha evidenziato come con la istanza di sanatoria presentata dall’arch. Zi. (doc. 3 atti PM) la stessa parte avesse chiesto di essere autorizzata al ripristino delle opere illegittimamente eseguite con la postilla della deroga per un bagno al secondo piano e della già eseguita canalizzazione delle tubature.

Quanto al provvedimento di sanatoria del 4.9.2001, revocato il 15.1.2002, il giudice di primo grado ha ricordato come i beni vincolati non possano essere oggetto di sanatoria per effetto dell’art. 9 c. III legge 47/1985 e 33 legge 47/1947 lett. a).

La sentenza appellata si cura di definire anche che la decorrenza della prescrizione non è spostata per effetto della permanenza del reato, in quanto è intervenuto provvedimento di sospensione dei lavori in data 29.6.1998, ma non ha tenuto conto dell’effetto sospensivo della richiesta di sanatoria e del fatto che esso permane a prescindere dalla sua efficacia.

Quanto alla domanda risarcitoria la sentenza appellata ha ritenuto giustificata tanto quella del Comune di Pi., in relazione alle caratteristiche di estremo prestigio del palazzo per la città di Pi., quanto quella della parte civile Ca. c. che, essendo proprietario di un appartamento sottostante, ha visto pregiudicati dai lavori (eseguiti ricorrendo anche al martello pneumatico) i propri interni e gli affreschi posti sulle volte del piano sottostante,

L’appellante ha formulato i seguenti motivi di impugnazione:

– Molte modifiche risalgono agli anni 1982 e 1987 in relazione a corrispondenti autorizzazioni edilizie, mentre nel 1998 vennero eseguite solo le opere relative alla posa degli impianti idraulici qualificabili come attività di manutenzione o la massimo come manutenzione straordinaria, le cui violazioni integrano un illecito amministrativo (richiama a tale proposito la testimonianza di An. Al., che ha localizzato la costruzione della scala al 1997 e i tramezzi tra il 1993 e 1997)

– Ha lamentato l’eccessività della pena e la mancata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, rilevando che alcuni dei precedenti penali attribuiti all’imputato sono stati depenalizzati sicché egli può ancora beneficiare della sospensione condizionale della pena.

– Ha lamentato la mancata esclusione della parte civile, escludendosi che i lavori interni possano aver determinato un danno al territorio,

– Ha dedotto che la costituzione di parte civile del Comune dopo l’annullamento del decreto di citazione a giudizio avrebbe dovuto essere rinnovata.

– Quanto alla costituzione di parte civile di Ca. c., ha rilevato che il fatto lamentato integra solo una questione di natura civilistica indipendente dal reato.

– Ha lamentato che Ca. c. non ha provato i danni subiti e che le testimonianze rese dai testi Zu. e Lu. sono inattendibili.

La Corte osserva:

– Risulta accertato sulla base delle relazioni acquisite e dichiarazioni dei tecnici assunte al dibattimento che nell’immobile in questione lavori edilizi furono eseguiti abusivamente. Il teste Gi. ha dichiarato di avere rilevato in occasione del suo accesso che gli operai stavano realizzando tramezzi e demolendo intonaci. Peraltro la stessa richiesta di sanatoria contiene una implicita ammissione in proposito. La sentenza appellata ha ampiamente ed adeguatamente motivato in proposito -richiamando diffusi passi delle acquisizioni dibattimentali- senza che in ordine ad esse siano stati proposti nei motivi di appello rilievi di un qualche spessore.

– Nel caso di specie furono eseguiti veri e propri lavori di trasformazione edilizia destinati alla destinazione di quella parte dell’edificio a fini abitativi, potendosi escludere che gli stessi fossero invece diretti a ripristinare una situazione anteriore dell’immobile che risulta storicamente finalizzata ad usi non abitativi.

– La possibilità di realizzazione di questi lavori era subordinata alla valutazione del Comune e della Sovraintendenza, valutazioni che nel caso di specie l’imputato ha cercato prima di aggirare ricorrendo a false rappresentazioni e poi di ignorare eseguendo i lavori senza autorizzazione.

– Nessun effetto giuridico può essere attribuito ad una autorizzazione edilizia illegittimamente conseguita previa falsa rappresentazione dei presupposti di fatto sottoposti all’esame dell’autorità amministrativa. L’autorizzazione amministrativa in tal modo conseguita è difatti un atto invalido sul quale si riverbera per effetto dell’art. 48-479 e/o dell’art. 483 c.p. la falsità ideologica riscontrata nella relativa richiesta. [1]

– Anche se la sanatoria non avrebbe potuto essere accordata in ordine ai lavori eseguiti, il solo fatto della presentazione di una richiesta di sanatoria ha comportato la sospensione dei termini prescrizionali o per gg. 223. La norma che prevede la sospensione fa, difatti, riferimento solo al dato formale della presentazione dell’istanza di sanatoria, poiché dalla sola presentazione discende l’obbligo di sospendere ogni attività processuale. In tal senso la seguente massima della Corte di Cassazione:

Sez. 3, Sentenza n. 8903 del 02/10/1997 Rv. 209357

In materia edilizia e paesaggistica, le Leggi 28 febbraio 1985, n. 47; 23 dicembre 1994, n. 724 e 23 dicembre 1996, n. 662 non indicano il momento di cessazione della sospensione del processo -disposta a seguito della presentazione della domanda di sanatoria e della attestazione del versamento dell’oblazione, nei limiti dovuti- e di conseguente ripresa della prescrizione, sicché è necessario applicare la regola generale, stabilita dall’art. 159, terzo comma cod. pen., in base alla quale il corso della prescrizione riprende dal giorno in cui cessa la causa che ha dato luogo alla sospensione. Consegue che in base al menzionato principio -applicazione di quello più ampio del “favor rei”- la sospensione del procedimento edilizio viene meno nel giorno in cui perviene la risposta definitiva da parte della P.A. circa la sussistenza dei requisiti per la declaratoria d’estinzione dei reati per oblazione o in ordine al rilascio della concessione e dell’autorizzazione paesaggistica in sanatoria per la violazione del vincolo e non nella data della sottoscrizione o della notifica del decreto di citazione (o dell’avviso al difensore in Cassazione) o dell’udienza.

– Gli effetti sospensivi dell’istanza di condono edilizio, a giudizio di questa Corte, valgono solo per la violazione edilizia, poiché nel caso in questione essa si accompagna a contravvenzione diretta a tutelare un bene giuridico di natura diversa (vincolo storico) anche se commessa in continuazione. Ritiene difatti la Corte che non sia estensibile al caso in questione il principio di diritto affermato nella seguente massima per il caso di più contravvenzioni edilizie siano unificate dal vincolo della continuazione:

Sez. 3, Sentenza n. 27812 del 11/07/2001 Rv. 219539

“In caso di pluralità di reati in materia di edilizia e urbanistica, la sospensione del procedimento -con la correlata sospensione dei termini prescrizionali- prevista per il solo reato di costruzione senza concessione dall’art. 44 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 ha effetto per gli ulteriori reati esclusivamente se a questo legati dal vincolo della continuazione, così che non può trovare applicazione nella ipotesi in cui il giudice abbia ritenuto il reato di costruzione senza concessione assorbito da quello di lottizzazione abusiva in zona vincolata e non abbia su di esso pronunciato condanna. Ne consegue che costituisce ipotesi di violazione del devoluto e del divieto di “reformatio in pejus” in contrasto con il disposto dell’art. 87 cod. proc. pen., la sentenza con cui la corte di appello, diversamente qualificando il fatto e ritenendo sussistere anche il reato di costruzione senza concessione, abbia escluso per tutti i reati l’estinzione per intervenuta prescrizione ritenendo applicabile la sospensione del procedimento ex art. 44 della legge n. 47 del 1985″.

– Per quanto riguarda la violazione edilizia la permanenza del reato si è protratta sino all’ordine di sospensione dei lavori. Per quanto riguarda la contravvenzione al vincolo storico, come affermato nella seguente pronunzia della Corte di Cassazione, la permanenza si è protratta anche oltre l’ordine di sospensione dei lavori, essendo destinata a protrarsi sino al ripristino della situazione anteriore ovvero alla pronunzia della sentenza di primo grado:

Sez. 3, Sentenza n. 9860 del 27/09/1995 Rv. 203092

L’ art. 21 della Legge sulla tutela delle cose d’interesse artistico e storico ( Legge 1 giugno 1939, n. 1089), sanzionato dall’art. 59 per le inosservanze, attribuisce al Ministro per i beni culturali e ambientali la facoltà di prescrivere le distanze, le misure e le altre norme dirette ad evitare che sia messa in pericolo l’integrità delle cose immobili soggette alla tutela artistica e storica o che ne siano alterate le condizioni di ambiente e di decoro. I provvedimenti previsti da tale disposizione sono di vincolo indiretto, perché pur essendo volti ad aver efficacia sui beni immobili diversi da quelli tutelati sono connessi al vincolo esistente su questi ultimi. Avvenuta l’alterazione o altre condotte vietate, il bene tutelato è compresso nella sua fruibilità estetica, sino a quando le condizioni ambientali non siano ripristinate, sicché trattasi di reato permanente, del quale risponde chi, dovendolo e potendolo fare, non ha rimosso la situazione antigiuridica in atto. (Nella specie il ricorrente, sindaco del Comune, più volte diffidato, non aveva provveduto a rimuovere opere precarie in contrasto con le prescrizioni impartite per area comunale soggetta a vincolo culturale indiretto).

– I lavori si sono protratti anche oltre l’ordine di sospensione, essendo stati acquisiti elementi di prova in tal senso sulla base dei riferimenti dei testi. E’ difatti sufficiente anche un minimo intervento sui lavori sospesi -e questo è accertato- per ritenere irrilevante quell’ordine ai fini di ritenere cessata la permanenza del reato, a prescindere dal fatto che esso sia stato oggetto o meno di una specifica denunzia da parte dell’autorità comunale. Ne consegue che la permanenza della contravvenzione edilizia è andata oltre ordine di sospensione e che la prescrizione per entrambe le contravvenzione debba decorrere dalla data della sentenza di primo grado.

– Quanto ai rilievi relativi alle parti civili osserva la Corte che nei compiti dell’amministrazione comunale vi è pacificamente anche quello di assicurare la conservazione e la salvaguardia del patrimonio storico della città nel quale si riconosce la stessa identità cittadina, sicché nessun pregio possono avere le obiezioni in proposito svolte nei motivi di appello. Anche i lavori interni influiscono sull’interesse del Comune in quanto possono contribuire a mettere a rischio la conservazione e la integrità di un bene di interesse storico, il cui pregio va valutato non solo in relazione al suo aspetto esterno ma anche in relazione alla perfetta aderenza dei suoi interni alla loro originaria conformazione in quanto espressione delle modalità costruttive ed architettoniche del passato. In tal senso una pacifica e consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione:

Sez. 3, Sentenza n. 8381 del 13/10/1979 Rv. 143064

“Il Comune e un corpo morale (art. 38 tu 1934) coincidente con la popolazione insediata in un ambito territoriale determinato, fornita di una sua propria autonomia (riferimento agli artt. 5 e 133, secondo comma, cost.) e considerata astraendo dalla somma di individui che la compongono in un momento storico, dai loro interessi singoli, dal loro patrimonio personale, non osta ad attribuire al comune tale essenza l’avere esso una personalità giuridica di diritto pubblico ne che a taluni suoi organi competano un potere di imperio e funzioni amministrative, non viola pertanto gli artt. 81 e 100 cod. proc. civ. l’azione proposta dal comune, costituitosi pane civile nel giudizio penale per ottenere il risarcimento del danno risentito dalla collettività per offesa recata al territorio dal reato urbanistico”.

– La parte civile Ca. c. ha dimostrato di avere ricevuto un danno per il ricorso al martello pneumatico nella esecuzione dei lavori, ma a prescindere dal danno effettivo, la sola esecuzione dei lavori aveva già di per sé determinato una situazione di rischio e di pericolo per gli affreschi presenti nell’appartamento di Ca. c., il quale si è venuto a trovare nella situazione di dovere valutare l’opportunità di eseguire lavori di consolidamento, valutazione che comporta comunque un onere economico. Inoltre la violazione della procedura amministrativa appositamente prevista per gli interventi edilizi e per quelli di interesse storico hanno posto Ca. c. nella condizione di non potere intervenire come soggetto interessato nel procedimento amministrativo per far valere i propri interessi esponendo la sua proprietà ad una situazione di pericolo. Ne consegue la sua piena legittimazione a costituirsi come parte civile nel presente processo al fine di ottenere la liquidazione dei danni. Le statuizioni di natura civilistica appaiono determinate dal giudice di primo grado in misura adeguata.

– Nessun difetto di legittimazione delle parti civili e nessuna irregolarità si è verificata in ordine alle modalità di costituzione. Le osservazioni espresse nella memoria depositata dalla parte civile Comune di Pi. all’udienza di appello sono fondate ed aderenti alla realtà processuale.

– La pena comminata dal giudice di primo grado è adeguata alla entità dei fatti. La sentenza appellata deve essere pertanto confermata.

P.T.M.

Visti gli artt. 605 e 592 c.p.p. conferma la sentenza in data 17.7.2002 del Tribunale di Piacenza e condanna l’appellante al pagamento delle spese processuali relative al presente grado di giudizio. Conferma altresì le statuizioni di natura civilistica e condanna l’appellante alla rifusione delle spese di assistenza e difesa sostenute per il presente grado di giudizio dalle parti civili costituite che liquida per ciascuna di esse in complessivi euro 1500, oltre IVA, CPA.

Ai sensi dell’art. 544 c. III cpp fissa in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.

Bologna, 30.1.2004

_____

[1] In tal senso TAR SARDEGNA – Sentenza n. 00930 del 29/05/1995

“II silenzio-assenso sulla domanda di concessione edilizia in sanatoria non può formarsi qualora la domanda stessa sia dolosamente infedele, intendendosi con ciò una volontaria falsa rappresentazione di un elemento essenziale dell’abuso (quale la qualificazione giuridico dell’illecito, l’entità dell’oblazione o la data della sua commissione) al fine di trarre in errore il comune”.

BOLOGNA REATI EDILIZI RISTRUTTURAZIONE IMMOBILE

Tribunale|Bologna|Penale|Sentenza|| n. 1100

CHIAMA AVVOCATO ESPERTO REATI EDILIZI 0516447838BANCAROTTA-PER-DISTRAZIONE

del reato p. e p. dagli artt. 93, e 95 D.P.R. 380/01 perché nelle rispettive qualità descritte sub a) realizzavano le opere ivi specificate su fabbricato insistente in zona omogenea A centro storico del Comune di Crevalcore, situato in zona sismica, senza presentare preventiva denuncia dei lavori con allegazione del progetto (essendo il progetto presentato per lavori di entità e natura diversa da quelli effettivamente posti in essere mentre venivano realizzati n. 2 scale di collegamento, di cui una collegante il piano terra con il primo piano e l’altra collegante il piano terra con i 2 piani soprastanti) e relativi allegati al competente Ufficio tecnico regionale.

Del reato p. e p. dall’art. 44 lett. B) D.P.R. 380/01 perché nelle rispettive qualità:

– Ma.Gu. (legale rappresentante Im. S.a.s.) di proprietario e committente i lavori – Be.Gi. di direttore dei lavori – Gl.Gi. di esecutore dei lavoriIn mancanza del prescritto titolo abilitativo consistente nel permesso di costruire attesa la tipologia dei lavori effettuati, consistenti in demolizione e parziale ricostruzione di un fabbricato insistente in zona omogenea A centro storico e sottoposto da P.R.G. a grado di tutela 3 che prescrive “divieto di demolizione e ricostruzione dell’intero edificio o di parti di esso” e dunque ristrutturazione con variazioni essenziali (laddove veniva presentata una DIA nella quale si rappresentavano lavori di entità e natura diversa da quelli effettivamente posti in essere) realizzavano le seguenti opere:

completa demolizione di un fabbricato posto in via (…) (angolo via (…)) del Comune di Crevalcore e ricostruzione con cambio di destinazione d’uso e modifiche dei prospetti e della sagoma.

Reati edilizi – Ristrutturazione edilizia – Nozione – Intervento – Carenza di vincoli al rispetto degli elementi tipologici, formali o strutturali del manufatto esistente – Regime giuridico – Permesso di costruire – Legittima sostituzione con la denuncia di inizio attività – Inosservanza della denuncia – Responsabilità penale – Fattispecie – Totale difformità dalla denuncia di inizio attività – Riedificazione del manufatto

 

 


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI BOLOGNA

SEZIONE PENALE

Il Giudice Dott.ssa Gabriella Castore

all’udienza dibattimentale del 19 marzo 2012

Con l’intervento del P.M. Dott. Antonio Castello

e

con l’assistenza del cancelliere Davide Dell’Anna

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

Nei confronti di:

1) Ma.Gu., nato (…)

residente a Crevalcore Via (…),

2) Be.Gi., nato (…)

residente a Crevalcore Via (…)

3) Gl.Gi., nato (…)

residente a (…)

Imputati

A) Del reato p. e p. dall’art. 44 lett. B) D.P.R. 380/01 perché nelle rispettive qualità:

– Ma.Gu. (legale rappresentante Im. S.a.s.) di proprietario e committente i lavori – Be.Gi. di direttore dei lavori – Gl.Gi. di esecutore dei lavori

In mancanza del prescritto titolo abilitativo consistente nel permesso di costruire attesa la tipologia dei lavori effettuati, consistenti in demolizione e parziale ricostruzione di un fabbricato insistente in zona omogenea A centro storico e sottoposto da P.R.G. a grado di tutela 3 che prescrive “divieto di demolizione e ricostruzione dell’intero edificio o di parti di esso” e dunque ristrutturazione con variazioni essenziali (laddove veniva presentata una DIA nella quale si rappresentavano lavori di entità e natura diversa da quelli effettivamente posti in essere) realizzavano le seguenti opere:

completa demolizione di un fabbricato posto in via (…) (angolo via (…)) del Comune di Crevalcore e ricostruzione con cambio di destinazione d’uso e modifiche dei prospetti e della sagoma.

b) del reato p. e p. dagli artt. 93, e 95 D.P.R. 380/01 perché nelle rispettive qualità descritte sub a) realizzavano le opere ivi specificate su fabbricato insistente in zona omogenea A centro storico del Comune di Crevalcore, situato in zona sismica, senza presentare preventiva denuncia dei lavori con allegazione del progetto (essendo il progetto presentato per lavori di entità e natura diversa da quelli effettivamente posti in essere mentre venivano realizzati n. 2 scale di collegamento, di cui una collegante il piano terra con il primo piano e l’altra collegante il piano terra con i 2 piani soprastanti) e relativi allegati al competente Ufficio tecnico regionale.

Be.Gi.

Gu.Gi.

c) del reato p. e p. dagli artt. 664, 65, 71 e 72 e 73 D.P.R. 380/01 perché nelle rispettive qualità Be. di direttore dei lavori e Gu. di esecutore realizzavano le opere ivi specificate sul preesistente fabbricato con effettuazione di lavori in cemento armato senza provvedere alla redazione di un progetto esecutivo redatto da un tecnico abilitato e all’obbligatoria preventiva denuncia al competente ufficio tecnico con deposito della successiva relazione dei lavori effettuati a cura del direttore dei lavori (essendo il progetto presentato per lavori di entità e natura diversa da quelli effettivamente posti in essere con fondazioni delle mura perimetrali con sensibile disassamento tra spiccato e piede non previsto negli elaborati depositati all’avvio dei lavori e fondazioni continue in luogo della rappresentata fondazione a platea).

MOTIVAZIONE

Con decreto di citazione del 25/5/2010 gli odierni imputati venivano tratti a giudizio per rispondere dei reati di cui in epigrafe.

La vicenda attiene ad un fabbricato sito in zona omogenea A del centro storico del comune di Crevalcore e sottoposto al grado di tutela tre con divieto di demolizione e ricostruzione dell’intero edificio o di parti di esso, per il quale era stata presentata una dia per la ristrutturazione. Nel corso dei lavori si era operata la demolizione dell’intera struttura e successivamente, dopo un iniziale ordine di sospensione comunale, l’immobile era stato ricostruito parzialmente sulla base di un’ordinanza di remissione in pristino emessa dal Comune di Crevalcore. Successivamente era intervenuto un sequestro preventivo dell’immobile disposto dal gip su richiesta del pubblico ministero e successivamente revocato. Il tribunale del riesame, su appello del pubblico ministero, aveva imposto nuovamente il vincolo.

L’istruttoria dibattimentale è consistita nel sentire testi del pubblico ministero e testi della difesa nonché gli imputati. È stata acquisita copiosa documentazione relativa a tutte le pratiche espletate dalla società proprietaria dell’area nonché alla pratica edilizia stessa. All’esito dell’istruttoria, pm e difesa hanno concluso come da verbale in atti.

Il teste Mi.Ba. responsabile dell’area tecnica del comune di Crevalcore ha riferito che la pratica avente ad oggetto gli immobili di cui si tratta era già stata iniziata prima che lui assumesse la reggenza dell’area tecnica nell’ottobre 2007. Era stata presentata una dia che prevedeva sostanzialmente una rivisitazione interna dell’edificio facendo salvo l’involucro esterno con modifica dei vani scala, una distribuzione diversa degli ambienti ed erano previste alcune parziali demolizioni e ricostruzioni. Tale demolizioni erano relative agli spazi interni. L’immobile era vincolato secondo il piano regolatore all’epoca vigente che prevedeva per gli edifici all’interno del Comune cinque gradi di tutela. L’immobile in oggetto aveva una tutela tre; si tratta di una tutela attribuita ad edifici che avevano già compromessa la loro originaria partitura ma che mantenevano una loro uniformità e omogeneità con inserimento nel tessuto urbano del centro storico. Per questo tipo di immobili si richiamava la normativa regionale in materia di ristrutturazione facendo però espresso divieto di procedere a demolizione totale dell’edificio. In pratica l’intervento, nel caso di edifici a tutela tre, poteva comportare demolizioni e ricostruzioni solo nel caso in cui la demolizione per la ricostruzione avesse ad oggetto parti dell’edificio caratterizzate da opere incongrue quando per incongrue si intende opere che nel contesto architettonico non hanno un carattere di continuità con l’ambiente urbano. Ciò avrebbe di fatto consentito di demolire la maggior parte della struttura interna che non aveva questa caratteristica di continuità con l’ambiente urbano.

Quando venne presentata la dia contestualmente venne depositato anche un progetto strutturale.

Successivamente una volta verificato che l’immobile era stato completamente demolito il Comune aveva emesso un’ordinanza di rimessione in pristino ai sensi dell’articolo 10 della legge regionale che recita

2. Qualora le opere abusive siano state eseguite su immobili vincolati in base alle previsioni degli strumenti urbanistici comunali, lo Sportello unico per l’edilizia ordina la sospensione dei lavori e dispone, acquisito il parere della Commissione per la qualità architettonica e il paesaggio, la restituzione in pristino a cura e spese del responsabile dell’abuso, indicando criteri e modalità diretti a ricostituire l’originario organismo edilizio, ed irroga una sanzione pecuniaria da 2.000 a 20.000 Euro. Su richiesta motivata dell’interessato presentata a seguito della avvenuta sospensione dei lavori, lo Sportello unico per l’edilizia irroga una sanzione pecuniaria pari al doppio dell’aumento del valore dell’immobile conseguente alla realizzazione delle opere, determinato ai sensi dell’articolo 21, comma 2, qualora accerti, con apposita relazione tecnica, l’impossibilità della restituzione in pristino a causa della compromissione del bene tutelato. In tale ipotesi il Comune può prescrivere l’esecuzione di opere dirette a rendere l’intervento consono al contesto ambientale, assegnando un congruo termine per l’esecuzione dei lavori. Lo Sportello unico per l’edilizia si pronuncia sulla richiesta entro novanta giorni, decorsi i quali la richiesta stessa si intende rifiutata.

Di fatto il comune aveva, anche se non vi era stata alcuna istanza di parte, e quindi in modo alquanto sorprendente, emesso un’ordinanza di rimessione in pristino ai sensi della seconda parte dell’articolo 10 della legge regionale; cioè, valutata l’impossibilità della restituzione in pristino aveva prescritto l’esecuzione di opere consistenti sostanzialmente nelle opere che erano state indicate in sede di presentazione della precedente dia. Si tornerà più avanti sul punto, ma fin da ora si sottolinea come questo provvedimento emesso dal Comune non abbia alcuna valenza abilitativa in relazione all’esecuzione di opere.

Secondo il teste Ba. del Comune di Crevalcore l’intervento che era stato richiesto era un intervento che richiedeva semplicemente la presentazione della dia.

Peraltro si è accertato nel corso dell’udienza dibattimentale del 7 novembre 2011 che le opere che erano state indicate nel progetto allegato alla dia avrebbero comportato una modifica della sagoma e del prospetto dell’immobile originario e comunque un mutamento della destinazione d’uso in quanto si sarebbe passati da uso commerciale a uso abitativo.

Infatti nel progetto era previsto che una parte della copertura (parzialmente già crollata) venisse demolita e quindi ricostruita sostituendo l’originaria copertura a falda unica con due falde.

Sulla sagoma la cassazione nel trattare di varianti ha detto che il permesso di costruire è necessario in caso di varianti in corso d’opera che comportino modifiche volumetriche tanto in aumento quanto in diminuzione, non essendo queste ultime assentibili, al pari delle prime, in base a mera denuncia di inizio attività ai sensi dell’art. 22, comma secondo, D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380. In motivazione la Corte ha aggiunto per quanto interessa in questa sede, che, parimenti, anche le modifiche alla forma ed alle dimensioni del tetto, in quanto alterano la sagoma dell’edificio, necessitano del permesso di costruire e non sono assentibili con d.i.a. (trattasi del nostro caso).

Per quanto riguarda poi i prospetti le aperture e le chiusure sarebbero state modificate cioè delle finestre sarebbero state trasformate in porte; vecchie porte sarebbero state tamponate e sarebbero state realizzate nuove porte di accesso.

In tema di reati edilizi, l’apertura di una porta al posto di una preesistente finestra necessita del preventivo rilascio del permesso di costruire, non essendo sufficiente la mera denuncia d’inizio attività poiché si tratta d’intervento edilizio comportante una modifica dei prospetti, in quanto tale non qualificabile come ristrutturazione edilizia “minore”, la apertura di una porta, al posto della preesistente finestra, comporta una modifica dei prospetti e, di conseguenza, non può essere annoverata tra le ristrutturazioni minori.(vedi cass. Sez. 3, Sentenza n. 834 del 2009).

Quanto infine alla modifica delle destinazioni d’uso dell’edificio che inizialmente prevedeva tre unità abitative e due unità commerciale (osteria e negozio), anche questa è stata realizzata in quanto erano previste nel progetto esclusivamente abitazioni.

Sempre nella relazione allegata alla dia e nei progetti allegati risultava che per le murature perimetrali si sarebbe intervenuti con la tecnica del cuci scuci cioè con tecnica che consiste in un intervento puntuale di sostituzione della muratura in modo alternato in modo da sostituire solo le parti che presentavano problematiche legate all’umidità.

Inoltre sempre nella detta documentazione (relazione ed allegate tavole) risultava che una parte delle murature interne non si sarebbero dovute demolire.

Era stata poi depositata in data 13 marzo del 2008 la relazione fatta dall’ingegnere Soffritti: si tratta di una relazione comprensiva sia delle opere in cemento armato che della normativa antisismica; le variazioni che erano state rilevate in sede di sopralluogo tra lo stato di fatto e il progetto sono sostanzialmente consistite esclusivamente in un disassamento del muro perimetrale rispetto al piano della fondazione dovuto alla necessità di collocare sul muro esterno un cappotto di otto o dieci cm consistente in una copertura di materiali isolanti a fini di risparmio energetico che consentiva di realizzare alla fine un muro perimetrale che non debordasse rispetto agli immobili adiacenti.

Sul punto hanno reso dichiarazioni testimoniali i testi della difesa che hanno di fatto confermato che le due relazioni erano relative all’opera come sarebbe stata costruita – addirittura prevedendo di fatto una costruzione ex novo – e che il problema del disassamento avrebbe potuto essere successivamente sanato con una variante. Ciò consente fin da ora di ritenere che i fatti contestati ai capi B) e C) di fatto non sussistono.

Infatti il teste So. della difesa che ha elaborato il progetto delle strutture portanti ed effettuato i calcoli necessari in materia di normativa sul cemento armato nonché in materia di normativa antisismica ha confermato che il progetto prevedeva le scale di collegamento ai piani e fondazioni continue come da progetto, inoltre ha spiegato che il disassamento avrebbe comportato una sollecitazione del tutto compatibile con i limiti accettabili per i terreni di Crevalcore per cui egli aveva autorizzato che in corso d’opera venisse effettuata questa modifica.

Il teste ha esplicitamente risposto ad una domanda precisa del giudice dicendo che egli aveva effettuato il progetto pensando ad una struttura da ricostruire totalmente; gli era stato infatti chiesto di presentare un progetto che non teneva conto di una demolizione parziale, (vedi trascrizioni aff. 37: “non mi fu chiesto. Non mi fu chiesto questo particolare. Mi fu presentato un progetto dicendo fammi una verifica sismica sulle nuove strutture) tanto che egli elaborò il suo lavoro sulla tavola 2 – progetto architettonico – che non mostrava le demolizioni e le ricostruzioni, ma solo il progetto finale.

Il teste del Comune inoltre ha spiegato che, una volta assodato che non sarebbe stato possibile sulla base della normativa vigente e sulla base degli strumenti urbanistici demolire l’immobile e poi ricostruirlo, una volta assodato che sulla base della normativa vigente e degli strumenti urbanistici non si sarebbe mai potuto demolire e quindi ricostruire l’immobile, nel caso in cui si fosse verificata l’impossibilità di conservare la struttura perimetrale per svariati motivi quali ad esempio la non congruità della malta che legava i mattoni esistenti, si sarebbe dovuto avviare una procedura urbanistica di rimozione del vincolo di tutela.

Nel caso poi in cui fosse franato nel corso dei lavori il muro perimetrale (come avvenuto in ipotesi difensiva nel caso di specie) non sarebbe stato più possibile edificare in quanto essendo centro storico l’area era sostanzialmente inedificabile.

Riassumendo possiamo dire che veniva presentata una denuncia di inizio attività avente ad oggetto la ristrutturazione edilizia di un fabbricato esistente di proprietà di una immobiliare facente capo all’odierno imputato Ma. con tecnico progettista e direttore dei lavori Be.Gi. Dai documenti risulta inoltre che l’impresa costruttrice faceva capo al terzo imputato, Gu.

Sull’individuazione negli odierni imputati dei responsabili dell’ipotizzato abuso edilizio, hanno riferito anche i testi di polizia giudiziaria. Gli imputati inoltre hanno reso interrogatorio e sul punto delle qualità personali non vi è alcuna contestazione.

La denuncia di inizio attività veniva corredata di una relazione a firma del Be. (depositata il 10 luglio del 2007) nella quale si dava atto che sarebbero state fatte una serie di modifiche interne e che per l’umidità ascendente esistente ed estesa (dei muri perimetrali) si sarebbe proceduto alla sostituzione delle parti umide fino ad altezza adeguata con il metodo cuci scuci mentre alcune parti interne sarebbero state completamente sostituite.

Il piano regolatore del Comune di Crevalcore all’articolo 28 faceva divieto di completa demolizione e ricostruzione dell’intero edificio o di parti di esso in relazione al vincolo gravante sull’immobile in quanto grado di tutela tre in zona omogenea a. Era consentita la sola demolizione delle opere incongrue secondo la definizione che è stata più sopra riportata.

Di fatto se fosse stata presentata una dia o anche una richiesta di permesso di costruzione sottolineando che si sarebbe provveduto ad una demolizione e alla completa ricostruzione il Comune non avrebbe potuto consentire alla esecuzione delle opere.

Una volta presentata la dia ed iniziata l’attività invece di operare secondo il metodo del cuci scuci si è operata l’intera demolizione dell’edificio di fatto azzerando completamente la struttura eliminando cioè tutti i muri perimetrali e anche le pareti interne che avrebbero dovuto, secondo il progetto sopravvivere (non tutte le pareti interne era previsto che fossero demolite e ricostruite), scalzando le fondamenta e ricominciando a ricostruire da zero.

Le dichiarazioni rese dall’imputato in ordine al fatto che si sarebbe verificato un improvviso crollo tale da mettere a repentaglio la vita e l’integrità fisica di chi stava effettuando i lavori appare del tutto inverosimile. Il crollo dell’intero edificio avrebbe allertato la popolazione del comune di Crevalcore e sarebbe giunta informazione all’ufficio tecnico del Comune. Il crollo di un pezzo di muro può ritenersi accidentale per quella sola parte e mai avrebbe legittimato la demolizione completa di tutto l’edificio.

Si ritiene che gli imputati avessero già deciso di sbrigativamente demolire e ricostruire completamente il fabbricato.

Si rammenta infatti che i progetti sono stati effettuati tenendo conto di una struttura completamente nuova, come ha detto il teste della difesa. D’altra parte il tecnico Be., nella relazione depositata in comune, sebbene stilata in epoca di poco anteriore all’inizio dei lavori non ha in alcun modo parlato di muri pericolanti, ma solo di umidità ascendente ed estesa che avrebbe richiesto la sostituzione delle parti interessate al fenomeno secondo la tecnica del cuci scuci; laddove la struttura era fatiscente nella relazione se ne dà atto e si prevede espressamente la sostituzione. Deve conseguentemente arguirsi che o la struttura perimetrale non era per nulla pericolante e fatiscente e si sarebbe potuto allora seguire la (ben più gravosa economicamente) tecnica del cuci scuci ovvero era fatiscente e nulla avrebbe potuto consentire di lavorare senza causare crolli. In questo secondo caso il tecnico doveva essere perfettamente a conoscenza della circostanza proprio in considerazione del suo profilo professionale e se non l’ha menzionata nella relazione è perché si era già evidentemente previsto di demolire tutto per poi ricostruire. Gli imputati infatti erano tutti perfettamente consapevoli che mai sarebbe stato concesso di eseguire una ristrutturazione con completa demolizione avendo già tentato da alcuni anni di sbloccare i vincoli sul fabbricato che imponevano ancor maggiori limiti in sede di esecuzione lavori (si veda il parere preventivo rilasciato dal comune).

Ma quand’anche si fosse verificato un crollo improvviso e accidentale – come si assume in tesi difensiva – nulla avrebbe giustificato le operazioni di demolizione di tutte le parti e non solo di quella interessata al crollo e la nuova costruzione che è stata attuata.

Non risulta che sia stata effettuata alcuna immediata segnalazione agli uffici competenti comunali, ma, eseguita l’intera demolizione, si sono ripresi alacremente i lavori per riedificare da zero.

Tanto premesso si osserva che le problematiche da valutare attengono al tipo di violazione e prima ancora alla valutazione del tipo di autorizzazione prevista per gli interventi.

A livello di normativa statale il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. d) (modificato dal D.Lgs. n. 301 del 2002) definisce ristrutturazione edilizia gli interventi rivolti a trasformare i manufatti attraverso un insieme sistematico di opere che possono condurre ad un organismo in tutto o in parte diverso dal precedente. Tali interventi possono comportare il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio e la eliminazione, la modifica, l’inserimento di nuovi elementi o impianti.

Dalla definizione normativa dell’ambito dell’intervento, risulta chiaro che la ristrutturazione edilizia non è vincolata al rispetto degli elementi tipologici, formali, strutturali del manufatto esistente.

Per quanto concerne il regime giuridico della edificazione in esame, il T.U. prevede diversificate soluzioni.

Il permesso di costruire è richiesto, per il disposto dell’art. 10, comma 1, lett. c, per le ristrutturazioni che comportano un aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici (ovvero si riconnettano a mutamenti di destinazione d’uso limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A).

Per tali ristrutturazioni, il permesso di costruire può essere sostituito, a sensi dell’art. 22, comma 3, lett. a) ed a scelta discrezionale dell’interessato, dalla denuncia di inizio di attività (c.d. superdia) la cui carenza comporta le sanzioni penali previste dal cit. D.P.R., art. 44, u.c. Dal combinato disposto delle norme ricordate, si evince che le ristrutturazioni di portata minore – che conservano all’edificio, pur rinnovato, la sua consistenza urbanistica – possono essere effettuate con mera denuncia di inizio di attività, la cui mancanza non ha rilievo penale.

Nel caso di specie l’intervento non poteva essere effettuato mediante una mera presentazione di dia ai sensi del I comma dell’art. 22 in quanto come sopra evidenziato vi erano state modifiche di prospetti e sagoma e di destinazione d’uso in area omogenee di tipo a.

Nel nostro caso la dia è stata fatta quindi in alternativa al permesso di costruire. La assenza di dia o la totale difformità è sanzionabile ai sensi della lettera b) mentre le difformità minori ai sensi dell’art. 44 lett. a), ma solo sotto il profilo del contrasto con lo strumento urbanistico.

Infatti, come detto, l’articolo 44 comma due bis dice che le disposizione dell’articolo 44 si applicano anche gli interventi edilizi suscettibili di realizzazione mediante denuncia di inizio attività ai sensi dell’articolo 22 comma tre che siano eseguite in assenza o in totale difformità della stessa.

Pertanto tale comma non si applica a tutte le denunce di inizio attività ma solo quelle di cui al comma tre dell’articolo 22 cioè quegli interventi che possono essere realizzati in alternativa al permesso di costruire anche mediante denuncia di inizio attività e cioè tra gli altri gli interventi di ristrutturazione di cui all’articolo 10 comma 1C (con aumenti di volume di unità immobiliari modifiche di sagoma prospetto superfici o che comportino nelle zone omogenee a mutamenti della destinazione d’uso). Si tratta in definitiva degli interventi di cui ci occupiamo.

Ora il fatto che la normativa regionale dica che per le ristrutturazione è obbligatoria e non facoltativa la dia non muta sotto il profilo sostanziale la questione. Una cosa infatti è la questione relativa alle procedure amministrative da seguire, altra cosa è la disciplina penale da applicare in caso di violazioni”.

Infatti, nel nostro caso, si verte in ipotesi di una dia parificata al permesso di costruire e quindi con sanzioni penali di cui alla lettera b) in caso di violazione.

Infatti l’art. 22 c. 4 dice che le regioni possono ampliare o ridurre l’ambito applicativo delle norme, ma restano salve le sanzioni penali di cui all’art. 44.

Quindi nel caso in cui la normativa regionale, come nel caso dell’Emilia – Romagna, ritenga necessario e obbligatorio per le pratiche di ristrutturazione la dia e non il permesso di costruire ciò non vuol dire che trattandosi di un intervento che secondo la normativa statale sarebbe stata solo sottoposto al permesso di costruire o a dia parificata non debbano applicarsi le sanzioni penali previste per il caso di omissione o difformità rispetto al titolo delle opere in oggetto.

Nel caso di specie le opere sono state eseguite in totale difformità dalla denuncia di inizio attività poiché si è operata l’intera demolizione anche del perimetro esterno oltre che di alcune tramezzature interne che non sarebbe stato possibile effettuare sulla base della denuncia di inizio attività. Il criterio per dire che la difformità è totale deve legarsi a parametri sostanziali e non formali così che è difforme totalmente l’intervento che mai avrebbe potuto essere assentito come nel caso di specie (demolizione totale per la successiva ricostruzione).

Peraltro per la parte in cui si è operata una nuova ricostruzione si deve ritenere che questa sia avvenuta non in difformità rispetto al titolo ma addirittura in assenza di titolo; infatti né può ritenersi, come sostiene la difesa, che la ricostruzione sia legittimata dal titolo originario accompagnato da una variante in corso d’opera (per le opere inizialmente non previste cioè la ricostruzione perimetrale e delle murature interne delle quali non era prevista la demolizione) né può ritenersi titolo idoneo l’ordine di rimessione in pristino emesso dal comune. Quanto al primo profilo si osserva che il giudice penale non è in alcun modo tenuto ad interpretare le norme seguendo le interpretazioni del giudice amministrativo; unico limite è quello connesso alle esistenza di provvedimenti giurisdizionali del giudice amministrativo passati in giudicato aventi ad oggetto proprio il bene del quale si discute.

Infatti in materia edilizia il potere del giudice penale di accertare la conformità alla legge ed agli strumenti urbanistici di una costruzione edilizia, e conseguentemente di valutare la legittimità di eventuali provvedimenti amministrativi concessori o autorizzatoli, trova un limite esclusivamente nei provvedimenti giurisdizionali del giudice amministrativo passati in giudicato. E’ noto infatti che la giurisprudenza penale e quella amministrativa anche in passato sono apparse spesso in disaccordo in ordine a definizioni (come proprio ad es. nel caso del concetto di ristrutturazione).

Alcune sentenze riportate nella memoria della difesa sembrerebbero avallare la interpretazione della difesa in ordine alla ritenuta (dal TAR Lombardia) sopravvivenza del titolo originario in caso di crollo accidentale; ma a parte il fatto che questo giudice non condivide l’assunto, la giurisprudenza citata fa riferimento non già al caso di demolizione volontaria, come nel caso di specie, ma al caso di crolli accidentali.

Nel caso di specie l’immobile originario è stato integralmente compromesso, privato del suo involucro esteriore e non è più esistente. L’attività di integrale riedificazione del fabbricato non può certo ritenersi intervento di ristrutturazione che presuppone necessariamente un edificio già esistente.

Deve pertanto escludersi la sopravvivenza del titolo originario.

Quanto poi al secondo profilo si osserva che l’ordinanza del Comune del 24 luglio 2008 è stata emessa dal Comune al di fuori dei casi in cui avrebbe potuto emetterla: infatti non vi era neanche un’istanza motivata di parte, presupposto questo per l’emissione dell’atto, l’ordinanza è stata emessa d’ufficio dal Comune,il suo contenuto attiene ad un ordine di rimessione in pristino oggettivamente impossibile da realizzarsi in quanto ciò che c’era prima non vi era più.

La possibilità di prescrivere l’esecuzione di opere dirette a rendere l’intervento consono al contesto ambientale presuppone necessariamente che l’intervento sia su un immobile ancora esistente, cosa che nel caso di specie era da escludere completamente.

La detta ordinanza inoltre è stata emessa prima che l’interessato avesse presentato il progetto – sebbene lo stesso sia necessario ai fini di poter procedere a nuove edificazione – in base al quale si intendeva ricostruire l’intero edificio.

Quand’anche dunque si dovesse ritenere che detta ordinanza sia assimilabile a un titolo abilitativo questo sarebbe sostanzialmente illegittimo per i motivi sopra specificati.

In materia edilizia, il giudice penale può accertare la illegittimità sostanziale del titolo abilitativo non soltanto se l’atto medesimo sia illecito, ovvero frutto di attività criminosa per eventuali collusioni del soggetto beneficiario con organi dell’amministrazione, ma anche nell’ipotesi in cui sussista la non conformità dell’atto alla normativa che ne regola l’emanazione o alle disposizioni legislative in materia urbanistico – edilizia (vedi Sez. 3, Sentenza n. 1894 del 14/12/2006). Ne consegue un’affermazione di penale responsabilità degli imputati in ordine al reato sub a) loro ascritto.

Quanto invece reati sub b) e c) l’istruttoria dibattimentale, come sopra accennato, ha dimostrato come il fatto non sussista.

Passando alla determinazione della pena si stima equo indicare tenuto conto di tutti i parametri di cui all’articolo 133 c.p. la pena di mesi tre di arresto ed Euro 55.000 di ammenda (l’ammenda è stata aumentata con legge 24 novembre 2003 n. 326) per ciascuno degli imputati.

La pena può essere sospesa formulandosi un giudizio prognostico positivo in ordine alla futura astensione dal reato per i tre imputati.

Va disposta la revoca del sequestro preventivo dell’immobile che non può essere sottoposto a confisca in quanto si deve disporre ai sensi dell’articolo 31 comma nove del D.P.R. 380 2001 la sua demolizione.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533, 535 c.p.p. dichiara gli imputati colpevoli del reato loro ascritto al capo a) e li condanna alla pena di mesi 3 di arresto ed Euro 55.000,00 di ammenda ciascuno.

Visto l’art. 163 c.p. ordina che la pena anzidetta resti condizionalmente sospesa nei termini di legge.

Dispone la revoca del sequestro preventivo dell’immobile posto in via (…) angolo via (…) nel comune di Crevalcore.

Visto l’art. 31 c. 9 D.P.R. 380/01 ordina la demolizione dell’immobile posto in via (…) angolo via (…) nel comune di Crevalcore.

Visto l’art. 530 c.p.p. assolve gli imputati dai reati loro rispettivamente ascritti ai capi b) e c) perché il fatto non sussiste.

Così deciso in Bologna il 19 marzo 2012.

Depositata in Cancelleria il 20 marzo 2012.

Tribunale|Bologna ASSOLUZIONE Reati edilizi Ampliamento di un fabbricato preesistente

Tribunale|Bologna ASSOLUZIONE

A-BOLOGNA-2
AVVOCATO BOLOGNA

Reati edilizi Ampliamento di un fabbricato preesistente

Così individuata l’opera abusiva, si ritiene che essa rientri nel categoria dell’opera pertinenziale. La struttura, infatti, appare priva di autonoma destinazione, esaurendo il suo uso nel rapporto funzionale con l’edificio principale, senza “incidere sul complessivo carico urbanistico” (si veda S.C. Sez. 3, Sentenza n. 15600 del 24/03/2005 Ud. Rv. 231525), e ciò ove si consideri l’ampiezza della costruzione stessa, pari a complessivi metri quadrati 9,20, il materiale di cui è costituita, ovvero pannelli in alluminio e vetrate, la collocazione accessoria al servizio dell’appartamento, che misura oltre 212 metri quadrati, onde renderne più agevole e funzionale l’uso, in particolare dei locali cucina e bagno che su tale spazio si affacciano.

Deve in particolare considerarsi sia la minima volumetria, paragonata ai volumi dell’edificio principale, sia la mancanza di autonomo valore dell’opera, posto che lo spazio che è stato così isolato insiste sul più ampio terrazzo, senza attribuire ulteriore valore al medesimo.

Risultano, in altri termini, soddisfatti tutti i requisiti richiesti per riconoscere detta pertinenzialità, ovvero: a) il nesso oggettivo strumentale e funzionale con la cosa principale, b) che non sia consentita, per natura e struttura, una pluralità di destinazioni, c) il carattere durevole, d) la non utilizzabilità economica in modo diverso, e) una ridotta dimensione, f) una individualità fisica e strutturale propria, g) l’accessione ad un edificio preesistente edificato legittimamente, h) l’assenza di un autonomo valore di mercato (si veda sul punto S.C. Sez. 3, Sentenza n. 239 del 05/11/2002 Ud. Rv. 223036).

 

 

– Assenza del permesso di costruire – Inconfigurabilità della fattispecie di cui all’art. 44 del d.p.r. n. 380 del 2001 – Carattere pertinenziale dell’opera

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI BOLOGNA

SEZIONE PENALE

Il Giudice dott. Tecilla

all’udienza dibattimentale del 22 maggio 2012

Con l’intervento del P.M. Dott. Govoni

e

con l’assistenza del Cancelliere Silli

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo e la seguente

SENTENZA

Nei confronti di

Bo.Gi. nato (…)

Ar.Cl. nata (…)

Bo.Fr. nato (…)

Imputati

del reato p. e p. dall’art. 44 lett. B) del D.P.R. 380/01 poiché in assenza del permesso di costruire, nella rispettiva qualità di committente (Bo. e Ar.) ed assuntore (Bo.) degli stessi realizzavano in via (…) le seguenti opere edilizie:

– opere di nuova costruzione in ampliamento dell’unità immobiliare ad uso abitativo tramite i chiusura di parte della terrazza realizzando un locale di forma pentagonale avente i seguenti lati m. 2,93 + m. 1,86 + m. 4,25 + m. 1,00 ed altezza m. 3.27.

MOTIVAZIONE CONTESTUALE

Si procede nei confronti di Bo.Gi., Ar.Cl. e Bo.Fr. in quanto citati a giudizio con decreto emesso dal GIP in data 3.3.2011 in esito a opposizione a decreto penale di condanna.

Il procedimento può trovare definizione, senza necessità di istruttoria orale ed in assenza di richieste delle parti, sulla base degli atti prodotti ai sensi dell’art. 493 co. 3 c.p.p. (notizia di reato del 22.11.2008 con allegati verbale di accertamento di violazione urbanistica, foto aeree e altra documentazione).

Da detti atti risulta che la costruzione descritta nell’imputazione è stata realizzata mediante apposizione di pannelli in alluminio e vetrate, così ottenendo la chiusura di parte della terrazza prospiciente sul cortile interno, nella parte in cui il terrazzo era già delimitato su tre lati dai muri perimetrali; l’area chiusa risulta avere forma pentagonale, con perimetro di metri 2,93 + 2,38 + 1,86 + 4,25 + 1,00 ed altezza di metri 3,27.

Detto intervento è stato effettuato nel mese di (…) sul terrazzo dell’appartamento sito in Via (…), in comproprietà, al 50%, di Bo.Gi. e Ar.Cl.; la ditta esecutrice dei lavori è la Al. S.r.l., il cui amministratore unico si identifica in Bo.Fr.

Così individuata l’opera abusiva, si ritiene che essa rientri nel categoria dell’opera pertinenziale. La struttura, infatti, appare priva di autonoma destinazione, esaurendo il suo uso nel rapporto funzionale con l’edificio principale, senza “incidere sul complessivo carico urbanistico” (si veda S.C. Sez. 3, Sentenza n. 15600 del 24/03/2005 Ud. Rv. 231525), e ciò ove si consideri l’ampiezza della costruzione stessa, pari a complessivi metri quadrati 9,20, il materiale di cui è costituita, ovvero pannelli in alluminio e vetrate, la collocazione accessoria al servizio dell’appartamento, che misura oltre 212 metri quadrati, onde renderne più agevole e funzionale l’uso, in particolare dei locali cucina e bagno che su tale spazio si affacciano.

Deve in particolare considerarsi sia la minima volumetria, paragonata ai volumi dell’edificio principale, sia la mancanza di autonomo valore dell’opera, posto che lo spazio che è stato così isolato insiste sul più ampio terrazzo, senza attribuire ulteriore valore al medesimo.

Risultano, in altri termini, soddisfatti tutti i requisiti richiesti per riconoscere detta pertinenzialità, ovvero: a) il nesso oggettivo strumentale e funzionale con la cosa principale, b) che non sia consentita, per natura e struttura, una pluralità di destinazioni, c) il carattere durevole, d) la non utilizzabilità economica in modo diverso, e) una ridotta dimensione, f) una individualità fisica e strutturale propria, g) l’accessione ad un edificio preesistente edificato legittimamente, h) l’assenza di un autonomo valore di mercato (si veda sul punto S.C. Sez. 3, Sentenza n. 239 del 05/11/2002 Ud. Rv. 223036).

Gli imputati vanno quindi assolti con la formula indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Visto l’art. 530 c.p.p., previa revoca del decreto penale di condanna n. 2824/09 del 29.6.2009

Assolve

Bo.Gi., Ar.Cl. e Bo.Fr. dal reato loro ascritto perché il fatto non sussiste.

Così deciso in Bologna il 22 maggio 2012.

Depositata in Cancelleria il 22 maggio 2012.

STRUTTURA SANITARIA RESPONSABILITA’ CONTRATTUALE MALASANITA’ RAVENNA BOLOGNA FORLI VICENZA

STRUTTURA SANITARIA RESPONSABILITA’ CONTRATTUALE MALASANITA’ RAVENNA BOLOGNA FORLI VICENZA AVVOCATO ESPERTO 051 6447838

RAPPORTO CONTRATTUALE CASA DI CURA PAZIENTE

La sentenza impugnata, infatti, si rifà alla “conclusione” di un contratto tra il nosocomio e la vittima, “sul rilievo che l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o della visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto, avente ad oggetto una prestazione a carico dell’ente ospedaliero assai articolata definita di assistenza sanitaria”; principio ritenuto pacifico in giurisprudenza che ha ritenuto tale contratto atipico e a prestazioni corrispettive (da taluni definito contratto di spedalità, da altri contratto di assistenza sanitaria) e sottoposto alle regole ordinarie sull’inadempimento fissate dall’art. 1218 c.c.. Tale percorso interpretativo, anticipato dalla giurisprudenza di merito, ha trovato conferma in più decisioni di questa Corte che si è espressa in favore di una lettura del rapporto tra paziente e struttura che valorizzi la complessità e l’atipicità del legame che si instaura, che va ben oltre la fornitura di prestazioni alberghiere, comprendendo anche la messa a disposizione di personale medico ausiliario, paramedico, l’apprestamento di medicinali e di tutte le attrezzature necessarie anche per eventuali complicazioni. In virtù del contratto, la struttura deve quindi fornire al paziente una prestazione assai articolata, definita genericamente di “assistenza sanitaria”, che ingloba al suo interno, oltre alla prestazione principale medica, anche una serie di obblighi c.d. di protezione ed accessori. Sin da Cass. 22/01/1999, n. 589 la responsabilità da contatto sociale si è caratterizza per la ricorrenza di una responsabilità di matrice contrattuale (nonostante l’assenza di un contratto), avente la sua fonte in “un’obbligazione senza prestazione ai confini tra contratto e torto”. Tant’è vero che la sua ammissibilità nel nostro sistema ordinamentale è stata giustificata negando “la rigidità del catalogo delle fonti, ex art. 1173 c.c., che non consentirebbe obbligazioni contrattuali in assenza di contratto”

ed ammettendo, sulla scorta del dispiegarsi dell’efficacia di taluni contratti nulli, la ricorrenza di “rapporti che nella previsione legale sono di origine contrattuale e tuttavia in concreto vengono costituiti senza una base negoziale e talvolta grazie al semplice “contatto sociale”, con riferimento ai quali utilizzare “le regole proprie dell’obbligazione contrattuale, pur se il fatto generatore non è il contratto”.

 

 

Ad ogni modo, quand’anche il rapporto tra struttura e paziente si ascrivesse alla categoria del contatto sociale, le argomentazioni del ricorrente non coglierebbero nel segno, perché obliterano una considerazione che assume carattere essenziale e dirimente: l’ospedale è tenuto ad erogare la prestazione di assistenza, poiché è chiamato all'”adempimento di un dovere di prestazione direttamente discendente dalla legge” e “realizzano soltanto l’attuazione dell’obbligazione della mano pubblica di fornire il servizio”; dall’altro lato, chi ottiene la prestazione vede soddisfatto “un diritto soggettivo pubblico riconosciutogli direttamente dalla legge e che la legge stessa prevede debba essere soddisfatto a richiesta dall’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale o direttamente o attraverso le strutture in convenzione, imponendo essa stessa la relativa prestazione”. Tale affermazione, infatti, non sottende (…) che quando ci si rivolge alla struttura del Servizio Sanitario nazionale o ad una struttura convenzionata si stipuli un contratto”, ma vuole significare “che la cattiva esecuzione della prestazione dà luogo a responsabilità contrattuale nel senso di responsabilità nascente dall’inadempimento di un obbligo preesistente o dalla sua cattiva esecuzione e non nel senso di responsabilità per inadempimento di un contratto o per la sua cattiva esecuzione. Il concetto di responsabilità contrattuale, cioè, viene usato nel senso non già di responsabilità che suppone un contratto, ma nel senso – comune alla dottrina in contrapposizione all’obbligazione da illecito extracontrattuale – di responsabilità che nasce dall’inadempimento di un rapporto obbligatorio preesistente, che nella specie sta a carico della struttura del Servizio Sanitario Nazionale” (così in motivazione Cass. 02/04/1999, n. 8094). Proprio perché il singolo nosocomio è partecipe del servizio sanitario nazionale non gli è consentito esercitare la facoltà di decidere se accettare o rifiutare l’erogazione di cure, così come è del tutto privo di rilievo, ai fini dell’affermazione della sua responsabilità, che il destinatario della prestazione non abbia, a sua volta scelto, di affidarglisi (il ricovero coatto o d’urgenza, di cui la ricorrente parla a p. 30). Ciò non toglie – si tratta, in verità, di una questione diversa – che il nosocomio abbia l’obbligo di rifiutare la richiesta di cure ove abbia consapevolezza della propria carenza strutturale ed organica, oltre a quello di attivarsi per indirizzare il paziente verso una struttura in grado di assicurargli la migliore prestazione possibile (assumere consapevolmente una prestazione ultra vires, infatti, equivarrebbe ad essere inadempiente), naturalmente sul presupposto che la prestazione richiesta non sia indifferibile ed urgente.

Tuttavia, la sentenza delle Sezioni unite n. 15350/2015, conferma l’unitarietà del danno non patrimoniale anche in riferimento al profilo in esame, nel senso che questo tipo di danno non patrimoniale può essere ricondotto tanto all’aspetto biologico in senso stretto – nel settore psichico quanto alla correlata sofferenza d’animo, giacché l’unica distinzione evincibile dagli orientamenti giurisprudenziali concerne la qualificazione, ai fini della liquidazione, del danno risarcibile, nel senso che un orientamento, con “mera sintesi descrittiva”, lo indica come “danno biologico terminale”, mentre un altro come “danno catastrofale”, “con riferimento alla sofferenza provata dalla vittima nella cosciente attesa della morte seguita dopo apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni”; e quando intervennero le Sezioni Unite, alcune sentenze di sezioni semplici avevano attribuito al danno catastrofale “natura di danno morale soggettivo”, e altre natura di “danno biologico psichico” (così, in motivazione, Cass. 23/10/2018, n. 26727). Ai fini della ricorrenza di tale voce di danno, che è pur sempre un danno conseguenza, è necessario provvedere alla dimostrazione dell’an, che presuppone la prova della “coerente e lucida percezione dell’ineluttabilità della propria fine” nello spatium temporis tra la lesione e la morte, dovendosi escludere che su di esso incida la breve durata della lucida consapevolezza dell’approssimarsi della propria morte. Nel caso in esame, la lucidità di B.P. si è manifestata inequivocamente: anche a prescindere, quindi, dal fatto che la sopravvivenza sia stato molto breve.

DANNI IN MATERIA CIVILE E PENALE – SANITA’ E SANITARI Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 13-10-2020) 05-05-2021, n. 11719 SANITA’ E SANITARI – Responsabilità professionale Fatto – Diritto P.Q.M. REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente – Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere – Dott. PORRECA Paolo – Consigliere – Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere – Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso iscritto al n. OMISSIS R.G. proposto da: M.L., e B.L., rappresentati e difesi dagli AVV.TI OMISSIS, con domicilio in Roma presso la Cancelleria della Corte di Cassazione; – ricorrenti – AZIENDA SANITARIA UNICA REGIONALE DELLE MARCHE (già ZONA TERRITORIALE N. (OMISSIS)), in persona del rappresentante legale p.t., MA.AL., rappresentata e difesa dal PROF. AVV. OMISSIS, elettivamente domiciliata in Roma presso lo Studio di quest’ultimo, OMISSIS. – controricorrente e ricorrente incidentale – avverso la sentenza non definitiva n. OMISSIS del a Corte d’Appello pubblicata il 14/03/2016 e la sentenza definitiva n. OMISSIS, pubblicata il 14 marzo 2016. Svolgimento del processo – Motivi della decisione che: A seguito di incidente stradale, avvenuto il (OMISSIS), B.P. fu trasportato in autoambulanza al pronto soccorso dell’ospedale di (OMISSIS), ove gli furono riscontrati trauma toracico addominale, fratture multiple, shock emorragico traumatico, enfisema sottocutaneo e plurime ferite. Dopo l’immobilizzazione delle fratture vennero effettuati alcuni prelievi, tra cui quello ematico, da cui emerse la discesa di tutti i valori, facendo sorgere il sospetto di una probabile emorragia interna che rese necessario un esame ecografico che accertasse e localizzasse eventuali lesioni interne. Nonostante la disponibilità dell’ecografo presso l’ospedale di (OMISSIS), l’esame ecografico non poté essere eseguito, stante l’assenza di un professionista in grado di effettuarlo e la mancanza di un servizio di reperibilità notturna presso il reparto. Di conseguenza, intorno alle 23:00, B.P. fu trasportato all’ospedale di (OMISSIS), ove giunse alle 23:50 con diagnosi di shock ipovolemico in politraumatizzato e stato di agitazione. Dall’esame ecografico eseguito in urgenza emerse la presenza di un marcato versamento all’interno del cavo addominale che rese indispensabile un intervento chirurgico in emergenza iniziato alle 01:40. Nel corso dell’intervento, intorno alle 02:00, si verificò un arresto cardiaco irreversibile, nonostante le manovre rianimatorie eseguite. M.M., B.L., Mo.An., B.M. e L.S.M., rispettivamente moglie, figlio, madre, nipote ex fratre e cognata del defunto B.P., convenivano in giudizio, dinanzi al Tribunale di Urbino, l’Azienda sanitaria unica regionale di (OMISSIS) e l’Azienda unità sanitaria locale di (OMISSIS), per sentirle condannare al risarcimento dei danni subiti in conseguenza del decesso del loro congiunto. Gli attori adducevano che il decesso era stato determinato da responsabilità delle due strutture ospedaliere coinvolte: di quella di (OMISSIS), per non avere sottoposto il paziente ad esame ecografico che avrebbe consentito un tempestivo riscontro della lesione splenica e l’immediata effettuazione di un intervento di splenectomia che avrebbe dato buone probabilità di sopravvivenza, e di quella di (OMISSIS), per la mancata, tempestiva esecuzione di un drenaggio toracico, nonostante la accertata ricorrenza di pneumotorace iperteso. Le Aziende sanitarie convenute si costituivano in giudizio, respingevano ogni addebito e chiedevano di chiamare in causa i medici operatori dei rispettivi nosocomi. Si costituivano in giudizio i chiamati P.G.M. e D.M. dell’Azienda sanitaria di (OMISSIS) e F.I. e R.W. dell’Azienda sanitaria di (OMISSIS), i quali negavano ogni addebito, rivendicando la correttezza tecnico-professionale del proprio operato. Il Tribunale, con sentenza dell’8 agosto 2007, respingeva le domande proposte dagli attori e dichiarava le spese di lite interamente compensate tra le parti, ponendo quelle per la CTU in pari misura a carico degli attori e dei convenuti. Respingeva le domande proposte nei confronti dei chiamati in causa e condannava le aziende chiamanti alla rifusione delle spese di lite sostenute dai chiamati. Osservava che i CTU avevano individuato la causa della morte nello stato di shock emorragico per rottura della milza ed avevano sottolineato la grave carenza amministrativa dell’ospedale di (OMISSIS) che non aveva potuto eseguire l’esame ecografico, pur disponendo della strumentazione necessaria, per la mancanza di un medico reperibile in grado di provvedere. La mancata previsione nella legislazione nazionale di uno standard di riferimento degli strumenti di cui una struttura sanitaria pubblica deve dotarsi, tuttavia, a parere del Tribunale, determinava, dovendo esaminare e decidere su scelte nelle quali interveniva la discrezionalità della pubblica amministrazione, la carenza di giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria; aggiungeva che, poiché i consulenti d’ufficio non aveva ravvisato alcuna colpa nella condotta dei medici che avevano avuto in cura B.P., non poteva neppure configurarsi la responsabilità dell’ente. In ogni caso, concludeva il Tribunale, non poteva ritenersi provato che il decesso di B.P. fosse derivato dalla mancata possibilità di esecuzione dell’esame ecografico e di un tempestivo intervento chirurgico di splenectomia. Gli originari attori proponevano Appello avverso la sentenza, ribadendo la riconducibilità causale del decesso del proprio congiunto alle omissioni addebitabili all’ospedale di (OMISSIS), insistendo per la richiesta di accertamento della responsabilità a titolo contrattuale o extracontrattuale in via diretta o indiretta della Zona territoriale n. (OMISSIS) o, in via subordinata, della perdita di chance di sopravvivenza e la condanna dell’Azienda sanitaria appellata al risarcimento dei danni nella misura richiesta o in quella ritenuta di giudizio; chiedevano, inoltre, che le spese di CTU esperite in primo grado venissero poste definitivamente a carico dell’azienda sanitaria appellata. L’azienda sanitaria di (OMISSIS) deduceva l’infondatezza dei motivi di gravame e chiedeva il rigetto dell’Appello; si costituivano in giudizio anche l’Azienda sanitaria di (OMISSIS) ed i medici chiamati in causa dalle Aziende di appartenenza, rappresentando la mancata impugnazione, da parte degli appellanti, della sentenza del Tribunale, nella parte in cui era stata accertata e dichiarata la loro assoluta carenza di responsabilità per la morte di B.P., avendo gli stessi indirizzato le proprie censure nei soli confronti dell’Azienda sanitaria di (OMISSIS). La Corte di Appello, con sentenza non definitiva n. OMISSIS, rilevato che gli appellanti, pur avendo notificato l’atto di Appello anche alle altre parti dell’originario procedimento, avevano gravato la sentenza nella sola parte in cui il Tribunale aveva respinto le domande proposte nei confronti dell’azienda sanitaria di (OMISSIS), prestando così acquiescenza rispetto all’esclusione di responsabilità dell’azienda sanitaria di (OMISSIS) e dei terzi chiamati, riteneva che sul punto la sentenza di prime cure dovesse ritenersi passata in giudicato, trattandosi di cause scindibili, cumulate nello stesso processo per un semplice rapporto di connessione; dichiarava la responsabilità dell’allora Zona territoriale n. (OMISSIS) per la morte di B.P., la condannava, di conseguenza, al pagamento di Euro 256.000,00 a favore di Me.Ma. e di Euro 250.000,00 a favore di B.L., di Euro 150.000,00 nei confronti di Mo.An., di Euro 35.000,00 ciascuno a favore di L.S.M. e B.M.; negava la liquidazione del danno tanatologico, data la sopravvivenza in vita rispetto all’evento di danno di B.P. per solo sette ore; rimetteva la causa in istruttoria per la determinazione del danno patrimoniale per lucro cessante e rinviava alla sentenza definiva la regolazione delle spese di lite. Con sentenza definitiva n. OMISSIS, la Corte d’Appello di Ancona condannava la Zona Territoriale n. (OMISSIS) al risarcimento del danno da lucro cessante quantificato in Euro 55.872,98 a favore della vedova e di Euro 13.968,24 a favore del figlio di B.P., compensava per 1/3 le spese di lite e di CTU e poneva i restanti 2/3 a carico della Zona territoriale n. (OMISSIS). Ricorso principale. 1. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano il “mancato riconoscimento da parte della sentenza n. OMISSIS del danno terminale nonostante l’accertato periodo trascorso dal B. in lucida agonia (sette ore), ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; violazione degli artt. 1218, 2043 e 2059 c.c., per avere la sentenza n. OMISSIS escluso la liquidazione del danno biologico trasmissibile agli eredi dato il brevissimo arco di tempo intercorso tra l’evento lesivo e la morte della vittima”. Essendo emerso il pieno stato di coscienza di B.P. durante quelle sette ore, la Corte territoriale erroneamente non aveva riconosciuto il danno da morte, atteso che la vittima aveva patito indicibili sofferenze tanto sotto il profilo fisico quanto sotto quello morale e psichico per avere acquisito progressiva consapevolezza della propria morte imminente. Il motivo è fondato. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, da cui non è emersa ragione per discostarsi, in caso di morte causata da un illecito, il danno morale terminale deve essere tenuto distinto da quello biologico terminale, in quanto il primo (danno da lucida agonia o danno catastrofale o catastrofico) consiste nel pregiudizio subito dalla vittima in ragione della sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine ed è risarcibile a prescindere dall’apprezzabilità dell’intervallo di tempo intercorso tra le lesioni e il decesso, rilevando soltanto l’integrità della sofferenza medesima; mentre il secondo, quale pregiudizio alla salute che, anche se temporaneo, è massimo nella sua entità e intensità, sussiste, per il tempo della permanenza in vita, a prescindere dalla percezione cosciente della gravissima lesione dell’integrità personale della vittima nella fase terminale della stessa, ma richiede, ai fini della risarcibilità, che tra le lesioni colpose e la morte intercorra un apprezzabile lasso di tempo. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha chiaramente escluso la ricorrenza del danno biologico in ragione del breve lasso di tempo in cui la vittima era sopravvissuta all’evento di danno, ma non ha preso in considerazione il danno da lucida agonia, la cui ricorrenza, come si è detto prescinde dalla durata della sopravvivenza in vita – il che supera le obiezioni formulate dalla controricorrente che, a p. 13, lamenta il fatto che il lasso di sette ore era stato calcolato a partire dal momento dell’incidente che non poteva esserle imputato piuttosto che dal momento in cui avrebbe dovuto essere eseguita l’ecografia – ed è legata unicamente alla consapevole attesa della morte imminente ed inevitabile da parte della vittima. Dalla CTU – che per i passaggi pertinenti è stata riprodotta dai ricorrenti – emerge che B.P. era lucido quando giunse in ospedale alle ore 20.00 e lo rimase, venendo, peraltro descritto come” molto addolorato”, quando giunse all’ospedale di (OMISSIS) alle 23.50, il suo stato cambiò alle ore 1.20 quando accusò una improvvisa perdita di coscienza accompagnata da arresto respiratorio. E’ vero che dal ricorso non emerge se i ricorrenti avessero chiesto il risarcimento del solo danno biologico iure hereditatis, senza specificazione quanto al profilo “soggettivo” consistente nella consapevole percezione della morte imminente. Tuttavia, la sentenza delle Sezioni unite n. 15350/2015, conferma l’unitarietà del danno non patrimoniale anche in riferimento al profilo in esame, nel senso che questo tipo di danno non patrimoniale può essere ricondotto tanto all’aspetto biologico in senso stretto – nel settore psichico quanto alla correlata sofferenza d’animo, giacché l’unica distinzione evincibile dagli orientamenti giurisprudenziali concerne la qualificazione, ai fini della liquidazione, del danno risarcibile, nel senso che un orientamento, con “mera sintesi descrittiva”, lo indica come “danno biologico terminale”, mentre un altro come “danno catastrofale”, “con riferimento alla sofferenza provata dalla vittima nella cosciente attesa della morte seguita dopo apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni”; e quando intervennero le Sezioni Unite, alcune sentenze di sezioni semplici avevano attribuito al danno catastrofale “natura di danno morale soggettivo”, e altre natura di “danno biologico psichico” (così, in motivazione, Cass. 23/10/2018, n. 26727). Ai fini della ricorrenza di tale voce di danno, che è pur sempre un danno conseguenza, è necessario provvedere alla dimostrazione dell’an, che presuppone la prova della “coerente e lucida percezione dell’ineluttabilità della propria fine” nello spatium temporis tra la lesione e la morte, dovendosi escludere che su di esso incida la breve durata della lucida consapevolezza dell’approssimarsi della propria morte. Nel caso in esame, la lucidità di B.P. si è manifestata inequivocamente: anche a prescindere, quindi, dal fatto che la sopravvivenza sia stato molto breve. La Corte territoriale, dunque, ha realmente errato – come denuncia il motivo in esame – nell’escludere il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale rappresentato dall’agonia da B.P. come diritto insorto in capo a quest’ultimo quando era lucido e consapevole e trasmesso iure hereditatis. 2. Con il secondo motivo i ricorrenti deducono l'”erronea liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: Violazione dell’art. 1226 c.c. et alli”. Avendo la sentenza impugnata fatto ricorso alle tabelle del Tribunale di Milano per liquidare il danno non patrimoniale da morte, piuttosto che alla tabella di Roma, il giudice a quo sarebbe incorso nella violazione di diritto denunciata, perché la tabella utilizzata a proposito della liquidazione del danno non patrimoniale da morte risulterebbe oltremodo generica, limitandosi ad indicare un ampio range di riferimento all’interno del quale il giudice di merito gode di ampio margine di discrezionalità, mentre invece la tabella di Roma consentirebbe di prevedere esattamente il quantum risarcibile sulla base di una adeguata ponderazione di tutte le circostanze del caso concreto: età della vittima e del congiunto, convivenza. Il motivo è infondato. La decisione del giudice di merito di avvalersi delle tabelle del Tribunale di Milano, indipendentemente dal fatto che una o entrambe le parti ne avessero invocato l’applicazione, è in sintonia con la giurisprudenza di questa Corte che, al fine di evitare che il giudice incorra nella equità pura – le tabelle milanesi di liquidazione del danno non patrimoniale si sostanziano in regole integratrici del concetto di equità, atte quindi a circoscrivere la discrezionalità dell’organo giudicante, sicché costituiscono un criterio guida (Cass. 22/01/2019, n. 1553) – ritiene che per la liquidazione equitativa del danno da perdita del rapporto parentale le tabelle predisposte dal Tribunale di Milano non costituiscono concretizzazione paritaria dell’equità su tutto il territorio nazionale, ma sono legittimamente adottabili come parametro di riferimento (Cass. 09/06/2020, n. 10924). Per di più, il giudice a quo ha fornito una adeguata motivazione a supporto della scelta adottata e della determinazione specifica del danno con riferimento ai soggetti cui è stato riconosciuto, contemperando in maniera equilibrata l’età della vittima e dei superstiti, l’intensità del vincolo familiare e le grandi sofferenze provate da questi ultimi; di conseguenza nulla può essergli rimproverato, tantomeno di non avere adottato le tabelle di Roma pure astrattamente applicabili, essendo dette tabelle assimilabili ai precedenti giurisprudenziali che le parti possono invocare a sostegno delle proprie argomentazioni, come tali non vincolanti il giudice chiamato ad esplicitare il suo potere di valutazione equitativa (Cass. 11/12/2018, n. 31958). 3. Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano l'”Aberrante liquidazione del danno patrimoniale: mancata distinzione tra il danno già prodottosi al momento della liquidazione e il danno futuro (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: violazione degli artt. 1223 e 2056 c.c.)”. La sentenza non definitiva aveva indicato il metodo da seguire per la quantificazione del danno patrimoniale da lucro cessante, specificando che la Corte territoriale avrebbe fatto ricorso alle tabelle di capitalizzazione di cui al R.D. n. 1403 del 1922, che il reddito da porre a base del calcolo sarebbe stato quello risultante dalla documentazione prodotta in giudizio, decurtato della cosiddetta quota sibi pari ad 1/3 fino al ventiseiesimo anno del figlio e ad 1/2 per il periodo successivo, nonché che la concreta determinazione sarebbe stata rimessa ad apposita CTU contabile. Nella sentenza definitiva n. 1962/2018, dopo ben due CTU contabili, la Corte d’Appello riteneva non più opportuno porre a base del calcolo il reddito risultante dai documenti depositati, facendo ricorso al parametro del triplo della pensione sociale, riteneva di dover detrarre a monte senza altra specificazione la quota sibi e di dover capitalizzare il reddito netto non quantificato con il coefficiente di 16,621, tratto dalle tabelle del R.D. n. 1403 del 1922 e corrispondente all’età di B.L. al momento del decesso; attualizzava e quindi decurtava ulteriormente la somma risultante in virtù del principio della capitalizzazione anticipata, pervenendo, infine, alla liquidazione di un danno da lucro cessante complessivo di Euro 69.841,22 da ripartirsi tra la moglie e il figlio, riconoscendo alla prima Euro 55.872,98 ed al secondo Euro 13.968,24. Le sentenze avrebbero errato nel non distinguere il danno già prodottosi al momento della liquidazione, relativo alle elargizioni che B.L. aveva perduto tra il momento della morte del padre e quello della liquidazione giudiziale, ed il danno futuro, rapportato alle elargizioni destinate ad essere perse dopo la liquidazione giudiziale. Il primo tipo di danno avrebbe dovuto essere liquidato sommando e rivalutando le elargizioni concretamente perdute fino alla data della pronuncia, mentre soltanto il secondo, in quanto danno futuro, avrebbe dovuto essere liquidato con il metodo della capitalizzazione. In particolare, la Corte d’Appello avrebbe dovuto riconoscere che il danno sofferto da B.L. non era un danno futuro, ma un danno già integralmente prodottosi, essendo ormai trascorsa la data del raggiungimento del suo ventiseiesimo anno di età, mente il danno subito dalla vedova, M.M., era da ritenersi in parte un danno già prodottosi, quello relativo alle elargizioni del marito perse fino alla liquidazione giudiziale, in parte un danno futuro, quanto alle elargizioni del marito che sarebbero risultate perse dal momento della liquidazione giudiziale fino al giorno di presumibile cessazione delle stesse, individuato nel (OMISSIS): data in cui il de cuius avrebbe compiuto 80 anni e due mesi di vita. Il motivo merita accoglimento. Come già rilevato da questa Corte in altre occasioni – Cass. 30/04/2018, 10321, richiamata anche nel ricorso; cui adde Cass. 04/02/2020, n. 2463; Cass. 11/07/2017, n. 17061; Cass. 24/07/2012, n. 12902; Cass. 18/11/1997, n. 11439 – la perdita patrimoniale subita dai ricorrenti sotto il profilo del venir meno della quota parte del reddito della vittima, per il periodo dall’evento di danno fino al momento della liquidazione giudiziale avrebbe dovuto configurarsi come un danno emergente e non come un danno futuro, perché “la perdita del beneficio della quota degli emolumenti si correlava ad un periodo temporale ormai decorso e, dunque, ad un danno già verificatosi ed apprezzabile nella sua consistenza senza alcuna valutazione prognostica, qual è quella della liquidazione del danno futuro”. Proprio perché il danno non era liquidabile come una rendita per il futuro, deve ritenersi ingiustificato il ricorso alla capitalizzazione alla stregua del R.D. n. 1403 del 1922, da ammettersi in astratto invece solo per il danno di natura patrimoniale derivante dalla perdita della fonte di reddito per il periodo successivo alla liquidazione giudiziale. Solo quest’ultimo si configura come danno futuro e, dunque, come danno da lucro cessante, la cui liquidazione deve avvenire considerando il presumibile periodo di protrazione della capacità della vittima di produrre il reddito di cui trattasi. Ne consegue che la decisione impugnata va cassata in relazione alla liquidazione del danno patrimoniale a favore di B.L. (posto che tale danno gli era stato riconosciuto fino al raggiungimento da parte sua dei ventisei anni di età, quindi, per un periodo, al momento della liquidazione giudiziale già interamente decorso) ed alla liquidazione di quella parte del danno riconosciuto alla vedova per il periodo che va dall’evento di danno fino alla liquidazione giudiziale, coincidente con la pubblicazione della sentenza qui cassata. 4. Con il quarto motivo i ricorrenti lamentano l’Aberrante liquidazione del danno patrimoniale: illegittimo utilizzo del criterio del triplo dell’assegno sociale – art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4: nullità della sentenza definitiva”. La Corte d’Appello, con la sentenza non definitiva, aveva espressamente statuito che il reddito da porre a base del calcolo sarebbe stato quello risultante dalla documentazione prodotta in giudizio dagli originali attori, decurtato dell’importo della cosiddetta quota sibi, senonché con la sentenza definitiva n. 1962/2018 la Corte d’Appello avrebbe deciso la questione in senso opposto. Premettendo che gli odierni appellanti, cui incombeva l’onere della prova, si erano limitati a produrre quattro cedole mensili contenenti prospetti della retribuzione per lavoro dipendente per le mensilità di gennaio, febbraio, marzo e aprile 1996, in mancanza di più probanti elementi, la sentenza aveva ritenuto che le suddette cedole dovevano al più ritenersi indicative di un reddito da lavoro saltuario; di conseguenza, data l’impossibilità di stabilire anche con semplice presunzione il reale reddito del de cuius, aveva fatto ricorso al criterio del triplo dell’assegno sociale. Secondo i ricorrenti la sentenza sarebbe incorsa in un grave error in procedendo, giacché la Corte d’Appello aveva già esaurito, risolvendo la questione con la sentenza non definitiva n. 328/2016, il proprio potere decisorio sull’entità del reddito di B.P., e quindi non avrebbe potuto rimetterla in discussione. Peraltro, osservano che la retribuzione base di B.P. era stata indicata dalle parti sin dall’atto introduttivo del primo grado con il conforto dei documenti, allegati anche al presente ricorso, che non erano stati in alcun modo contestati dalla controparte. Va, innanzitutto rilevato, che le censure formulate, nonostante l’epigrafe del motivo, sono due: la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. La prima è fondata. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in sede di sentenza definitiva, “il giudice resta vincolato dalla sentenza non definitiva (anche se non passata in giudicato) in ordine alle questioni definite ed a quelle che ne costituiscano il presupposto logico necessario, senza poter più risolvere le stesse questioni in senso diverso e, ove lo faccia, il giudice di legittimità può rilevare d’ufficio tale violazione” (Cass. 05/10/2020, n. 21258; Cass. 03/05/2012 n. 6689). La portata precettiva della pronuncia non definitiva riguardo ai criteri di quantificazione del danno patrimoniale, benché affidata ad una successiva CTU contabile, riguardava, a giudizio di questo Collegio, anche la base di calcolo costituita dal reddito risultante dalla documentazione prodotta in giudizio dagli originari attori, decurtata della quota sibi. La decisione aveva preso atto che gli attori, nel giudizio di primo grado, avevano versato in atti la documentazione relativa al reddito del de cuius ed aveva giudicato evidentemente detta documentazione idonea a fornire la dimostrazione di quale fosse il reddito della vittima. Il che precludeva la possibilità di mutarla con la sentenza definitiva, assumendo a base di calcolo il parametro del triplo della funzione sociale. L’accoglimento di tale censura assorbe quella relativa alla violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. 5. Con il quinto motivo i ricorrenti denunciano l'”Aberrante liquidazione del danno patrimoniale da lucro cessante: ancora sul legittimo utilizzo del criterio del triplo dell’assegno sociale art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: omesso esame circa un fatto decisivo”. Secondo i ricorrenti la Corte d’Appello di Ancona non avrebbe neppure esaminato i documenti depositati, perché se lo avesse fatto non avrebbe potuto trarre la conclusione che le quattro cedole mensili contenenti prospetti della retribuzione per lavoro dipendente per le mensilità di gennaio, febbraio, marzo e aprile 1996 fossero indicative di un reddito da lavoro saltuario e non da stabile lavoro dipendente: il frontespizio delle buste paga era idoneo a documentare che B.P. era stato assunto in data (OMISSIS), con la qualifica di operaio di terzo livello, e che avrebbe avuto il successivo scatto di carriera (OMISSIS): segno che non poteva che essere un dipendente a tempo indeterminato. Il motivo è assorbito. 6. Con il sesto motivo i ricorrenti lamentano l'”Aberrante liquidazione del danno patrimoniale: il ricorso ai coefficienti di cui al R.D. n. 1403 del 1992 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: violazione dell’art. 1123 c.c. et alii”. La Corte d’Appello, utilizzando i coefficienti di capitalizzazione tratti dalla tabella allegata al R.D. n. 1403 del 1992, sarebbe incorsa nella violazione denunciata, assumendo una decisione contrastante con la giurisprudenza di questa Corte regolatrice che in più occasioni ha affermato che tali coefficienti di capitalizzazione non assicurano l’integrale ristoro del danno patrimoniale e che il loro utilizzo non è consentito neppure per procedere alla liquidazione del danno in via equitativa, ex art. 1226 c.c.. Di conseguenza, la tesi propugnata è che, conformemente alle indicazioni di questa Corte, il danno patrimoniale futuro da lucro cessante avrebbe dovuto essere calcolato, utilizzando coefficienti di capitalizzazione di maggior affidamento: quali quelli stabiliti per la capitalizzazione delle rendite previdenziali o assistenziali ovvero quelli elaborati dalla dottrina per la specifica materia del risarcimento del danno aquiliano (ad esempio i coefficienti diffusi dal CSM ed allegati all’incontro di studio per i magistrati svoltosi a Trevi il 30 giugno-1 luglio 1989). Il motivo è fondato. L’applicazione del criterio di capitalizzazione di cui al R.D. n. 1403 del 1922, da parte dei giudici del merito non è stata accompagnata dall’adozione di alcun correttivo per durata media della vita e per il tasso di interesse ritenuti adeguati, come la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto ben possibile (cfr. Cass. 25/06/2020, n. 12632; Cass. 15/11/2019, n. 29718; Cass. 25/06/2019 n. 16913; Cass. 28/04/2017, n. 10499; Cass. 14/10/2015 n. 2061). Ne consegue, come questa Corte ha già rilevato in più di una pronuncia, che la Corte d’Appello è venuta meno all’invito più volte formulato ad utilizzare criteri diversi, purché aggiornati e scientificamente corretti, stante l’inadeguatezza e l’inapplicabilità dei coefficienti di capitalizzazione di cui al R.D. n. 1403 del 1922, fondata sull’innalzamento della durata della vita media, sulla mancanza di differenza del coefficiente tra uomo e donna (che hanno aspettative di vita differenti) e sull’assunzione come saggio di interesse di quello del 4,5 per cento, ormai inesistente sul mercato finanziario italiano. 7. Con il settimo motivo i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per l’Aberrante liquidazione del danno patrimoniale: l’uso del coefficiente corrispondente alla data della morte non a quella della liquidazione giudiziale (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: violazione degli artt. 1223 e 2056 c.c.)”. La Corte d’Appello avrebbe erroneamente applicato un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all’età di B.P. al momento del decesso, avvenuto nel (OMISSIS), cioè ben 22 anni prima della liquidazione operata solo nel (OMISSIS), atteso che il procedimento di capitalizzazione è un’operazione di matematica finanziaria che consente di calcolare il valore capitale di una rendita, alla quale si ricorre solo quando si deve liquidare un danno futuro, perché se invece il danno si è già prodotto al momento della liquidazione, non importa se esso sia stato istantaneo o permanente, spetta soltanto di accertarne l’ammontare ed eventualmente di rivalutarlo. In ogni caso, indipendentemente dal fatto che il coefficiente di capitalizzazione prescelto avesse la funzione di rendere attuale il valore di una rendita futura, esso avrebbe dovuto corrispondere alla data in cui veniva effettuata la liquidazione del danno e non a quella del fatto illecito, quindi, la Corte d’Appello di Ancona avrebbe dovuto utilizzare un coefficiente di capitalizzazione corrispondente all’età che B.P. avrebbe avuto al momento della sentenza con cui si è proceduto alla quantificazione del danno. La censura, per la parte da ritenersi non assorbita con l’accoglimento del sesto motivo, è fondata. Trattandosi per l’appunto di danno futuro, la Corte d’Appello avrebbe dovuto prendere a riferimento non (come esposto in sentenza) l’età che la vittima aveva al momento del sinistro, ma quella che avrebbe avuto alla data della sentenza (Cass. 04/02/2020, n. 2463). 8. Con l’ottavo ed ultimo motivo i ricorrenti lamentano la parziale compensazione delle spese di lite e di CTU: mancata rifusione delle spese di CTP (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e delle tariffe professionali). La Corte d’Appello di Ancona ritenendo, quanto al regolamento delle spese processuali, di avere avuto riguardo all’esito finale della lite che vedeva vittoriosi gli odierni ricorrenti, ma anche non accolte o fortemente ridotte alcune importanti voci di danno, compensava per entrambi i gradi di giudizio dette spese in ragione di 1/3, ponendo i restanti 2/3 a carico dell’appellata, Zona territoriale n. (OMISSIS), e poneva le spese della CTU espletata nel giudizio di secondo grado, siccome disposta nell’interesse comune delle parti, a carico di entrambe le parti, nella percentuale indicata. Secondo i ricorrenti, se è vero che la compensabilità delle spese costituisce una facoltà discrezionale riservata al giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità, è altrettanto vero, avuto riguardo per l’art. 92 c.p.c., comma 2, nel testo applicabile ratione temporis al giudizio d’appello iniziato nel 2008, che, quando il giudice di merito decide di compensare le spese, non limitandosi a fare riferimento all’esistenza dei giusti motivi, ma indichi specificamente le ragioni della sua pronuncia, il sindacato di legittimità debba estendersi alla verifica dell’idoneità in astratto dei motivi posti a giustificazione della pronuncia medesima. E, sotto questo profilo, ipotizzano che i motivi esplicitati non siano idonei a giustificare la pronuncia adottata, rilevando l’avvenuta violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nonché della normativa in materia di compensi professionali. In particolare, quanto alle ragioni addotte a sostegno della compensazione giudiziale delle spese di lite e di CTU, negano la ricorrenza di alcuna soccombenza parziale, dal momento che tutte le loro domande erano state integralmente accolte, sia sotto il profilo del danno non patrimoniale sia sotto il profilo di quello patrimoniale, seppure con molteplici errori nella liquidazione di quest’ultimo, contestano la legittimità delle scelta di porre a carico parziale della Zona territoriale n. (OMISSIS) solo le spese delle Consulenze Tecniche d’Ufficio espletate in grado d’Appello, escludendo quella della CTU medico-legale di primo grado, e di non rifondere le spese delle consulenze di parte. In aggiunta, deducono che la Corte d’Appello avrebbe operato un’ingiustificata decurtazione delle spese liquidate rispetto a quelle richieste con le note spese, calcolate in conformità alle tariffe ministeriali applicabili, incorrendo nella violazione del D.M. n. 55 del 2014, art. 5 e del D.M. n. 535 del 1994, art. 6, avendo implicitamente considerato un valore di causa compreso tra Euro 520.000 ed 1.000.000,00, là dove il valore della controversia sia alla luce della domanda introduttiva sia alla luce dell’effettiva condanna risulterebbe superiore ad 1.000.000,00 di Euro e compreso, quindi, nello scaglione successivo. Non solo: la Corte d’Appello avrebbe violato anche il D.M. n. 55 del 2014, art. 4, comma 2, il quale stabilisce che quando in una causa l’avvocato assiste più soggetti aventi la stessa posizione processuale il compenso unico può essere aumentato per ogni soggetto oltre il primo nella misura del 30% fino a un massimo di 10 soggetti, e l’art. 5, comma 4, dello stesso Decreto, a mente del quale, qualora in una causa l’avvocato assista più persone aventi la stessa posizione processuale, l’onorario può essere aumentato per ogni parte del 20% fino al massimo di 10. Lo scrutinio del motivo deve avvenire disarticolando le singole censure. – Violazione del principio di soccombenza: La parte soccombente va identificata, alla stregua del principio di causalità causalità sulla quale si fonda la responsabilità del processo – con quella che, lasciando insoddisfatta una pretesa riconosciuta fondata, abbia dato causa alla lite ovvero con quella che abbia tenuto nel processo un comportamento rilevatosi ingiustificato; tale accertamento, ai fini della condanna al pagamento delle spese processuali, è rimesso al potere discrezionale del giudice del merito, e la conseguente pronuncia è sindacabile in sede di legittimità nella sola ipotesi in cui dette spese, anche solo parzialmente, siano state poste a carico della parte totalmente vittoriosa (cfr., da ultimo, Cass. 22/09/2020, n. 19854). Su tale scorta, nel caso di specie, è innegabile che gli odierni ricorrenti non possono definirsi totalmente vittoriosi, essendo state alcune delle loro richieste risarcitorie, tanto relativamente all’an quanto in relazione al quantum, disattese. Il che si riflette sulle censure riguardanti la mancata liquidazione delle spese delle consulenze di parte che i ricorrenti, infatti, giustificano sulla scorta di una premessa erronea, la loro vittoria in giudizio. – Mancata liquidazione delle spese della CTU medico-legale espletata in primo grado. Merita accoglimento, invece, la censura relativa alla mancata liquidazione delle spese della CTU medicolegale espletata nel giudizio di prime cure, anche se il suo accoglimento postula la correzione dell’errore di sussunzione in cui è incorsa parte ricorrente nell’individuare la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., piuttosto che la ricorrenza di un vizio di omessa pronuncia. La sentenza d’Appello, infatti, nulla ha disposto in merito alle spese di consulenza: ed avrebbe dovuto farlo, poiché essa, riformando quella di primo grado, aveva necessariamente travolto tutte le statuizioni ivi contenute, così come previsto dall’art. 336 c.p.c., secondo cui “la riforma della sentenza impugnata ha effetto anche sulle parti della sentenza dipendenti dalla parte riformata”. Né tale totale carenza di statuizioni può essere superata in via interpretativa. Non è possibile, infatti, supporre che il giudice d’Appello abbia voluto richiamare implicitamente le statuizioni sulle spese di consulenza adottate dal Tribunale nel decreto di liquidazione di queste ultime (in termini Cass. 05/06/2020, n. 10804). – Erroneo riferimento allo scaglione. Il motivo è inammissibile per carenza di specifica ed analitica contestazione sulla violazione dei limiti; risulta, peraltro, altresì basato su una premessa in iure errata quanto all’individuazione del valore della controversia, posto che il valore di essa va determinato secondo il dispuntadum, tenuto conto non solo quindi del contenuto della domanda, ma del contenuto effettivo della decisione. Trova applicazione, infatti, quanto questa Corte ha precisato, con indirizzo costante, vale a dire che, ai fini del rimborso delle spese di lite “il valore della controversia va fissato, in armonia con il principio generale di proporzionalità ed adeguatezza degli onorari di avvocato nell’opera professionale effettivamente prestata sulla base del criterio del “dispuntadum”, ossia di quanto richiesto nell’atto introduttivo del giudizio ovvero nell’atto di impugnazione parziale della sentenza, tenendo conto però che, in caso di accoglimento solo in parte della domanda ovvero di parziale accoglimento dell’impugnazione, il giudice deve considerare il contenuto effettivo della sua decisione, in base al criterio del “decisum”, salvo che la riduzione della somma o del bene attribuito non consegua ad un adempimento intervenuto, nel corso del processo, ad opera della parte debitrice, convenuta in giudizio, nel qual caso il giudice, richiestone dalla parte interessata, terrà conto non di meno del “dispuntadum”, ove riconosca la fondatezza dell’intera pretesa (Cass. 23/11/2017, n. 27871; Cass. 12/06/2015, n. 12227; Cass. 12/01/2011, n. 536). – Mancata maggiorazione percentuale dell’onorario. La censura è infondata, perché in tema di liquidazione degli onorari di avvocato, è demandato al potere discrezionale e, quindi, non obbligatorio del giudice di merito stabilire, di volta in volta, l’aumento dell’unico onorario dovuto per la presenza di più parti (Cass. 26/03/2019, n. 8399). Nè può rimproverarsi al giudice a quo di non aver motivato la ragione per cui non ha provveduto ad aumentare percentualmente l’onorario del professionista, posto che tale obbligo grava sul giudicante solo nell’ipotesi in cui gli venga rivolta una specifica richiesta; il che non risulta sia avvenuto nel caso di specie (Cass. 08/07/2010, n. 16153). Ricorso incidentale di Zona territoriale n. (OMISSIS), ora Azienda Sanitaria Unica Regionale della Marche (ASUR). 9. Con il primo motivo viene dedotta in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione degli artt. 1218 e 2043 c.c. e dei principi di diritto vivente in tema di contatto sociale, per avere la Corte d’Appello, con la sentenza non definitiva n. OMISSIS, ritenuto che la responsabilità della struttura sanitaria sia ascrivibile alla categoria contrattuale. La tesi della ricorrente è che nel caso di ricoveri coatti o d’urgenza, nei quali il paziente non è in grado di scegliere la struttura sanitaria dove sarà condotto, ai fini di ritenere ricorrente un contatto sociale sarebbe stato necessario procedere all’accertamento mirato avente ad oggetto il grado di consapevolezza che il paziente aveva in merito alla struttura presso la quale sarebbe stato condotto e la manifestazione della volontà di essere condotto altrove; così come sarebbe stato necessario verificare se l’ospedale avesse manifestato una accettazione consapevole, comprendente l’erogazione delle cure e delle terapie di cui il paziente abbisognava. In considerazione del fatto che la ricorrente era stata scelta solo perché la struttura più vicina, indipendentemente dalla classificazione della stessa e dal tipo di prestazioni che era in grado di erogare e che il paziente aveva la legittima aspettativa di essere visitato, di ricevere le prime cure e di essere trasferito presso la struttura più idonea a rendere le prestazioni necessarie, secondo l’ipotesi prospettata, essa non poteva considerarsi obbligata ad erogare una prestazione risultante in sostanza ultra vires per causa non imputabile, atteso che non era in grado, non per deficit organizzativo, bensì strutturale di erogare un esame ecografico 24 ore su 24. Né la lettera su cui la Corte d’Appello si era basata avrebbe potuto consentire l’individuazione di un comportamento colposo imputabile; al contrario, essa avrebbe dovuto essere considerata una ulteriore dimostrazione della carenza strutturale e di organico, indipendentemente dal fatto che proprio in seguito ad essa fu garantita in maniera continuativa la possibilità di eseguire un esame ecografico, dipendendo ciò dal nuovo assetto normativo. Il motivo è infondato. Tutto lo sforzo argomentativo del ricorrente è concentrato nella dimostrazione della non ricorrenza di un contatto sociale tra la vittima e la Zona territoriale n. (OMISSIS), quantunque la Corte territoriale non abbia fatto ricorso alla teorica del contratto sociale. La sentenza impugnata, infatti, si rifà alla “conclusione” di un contratto tra il nosocomio e la vittima, “sul rilievo che l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o della visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto, avente ad oggetto una prestazione a carico dell’ente ospedaliero assai articolata definita di assistenza sanitaria”; principio ritenuto pacifico in giurisprudenza che ha ritenuto tale contratto atipico e a prestazioni corrispettive (da taluni definito contratto di spedalità, da altri contratto di assistenza sanitaria) e sottoposto alle regole ordinarie sull’inadempimento fissate dall’art. 1218 c.c.. Tale percorso interpretativo, anticipato dalla giurisprudenza di merito, ha trovato conferma in più decisioni di questa Corte che si è espressa in favore di una lettura del rapporto tra paziente e struttura che valorizzi la complessità e l’atipicità del legame che si instaura, che va ben oltre la fornitura di prestazioni alberghiere, comprendendo anche la messa a disposizione di personale medico ausiliario, paramedico, l’apprestamento di medicinali e di tutte le attrezzature necessarie anche per eventuali complicazioni. In virtù del contratto, la struttura deve quindi fornire al paziente una prestazione assai articolata, definita genericamente di “assistenza sanitaria”, che ingloba al suo interno, oltre alla prestazione principale medica, anche una serie di obblighi c.d. di protezione ed accessori. Sin da Cass. 22/01/1999, n. 589 la responsabilità da contatto sociale si è caratterizza per la ricorrenza di una responsabilità di matrice contrattuale (nonostante l’assenza di un contratto), avente la sua fonte in “un’obbligazione senza prestazione ai confini tra contratto e torto”. Tant’è vero che la sua ammissibilità nel nostro sistema ordinamentale è stata giustificata negando “la rigidità del catalogo delle fonti, ex art. 1173 c.c., che non consentirebbe obbligazioni contrattuali in assenza di contratto” ed ammettendo, sulla scorta del dispiegarsi dell’efficacia di taluni contratti nulli, la ricorrenza di “rapporti che nella previsione legale sono di origine contrattuale e tuttavia in concreto vengono costituiti senza una base negoziale e talvolta grazie al semplice “contatto sociale”, con riferimento ai quali utilizzare “le regole proprie dell’obbligazione contrattuale, pur se il fatto generatore non è il contratto”. Ad ogni modo, quand’anche il rapporto tra struttura e paziente si ascrivesse alla categoria del contatto sociale, le argomentazioni del ricorrente non coglierebbero nel segno, perché obliterano una considerazione che assume carattere essenziale e dirimente: l’ospedale è tenuto ad erogare la prestazione di assistenza, poiché è chiamato all'”adempimento di un dovere di prestazione direttamente discendente dalla legge” e “realizzano soltanto l’attuazione dell’obbligazione della mano pubblica di fornire il servizio”; dall’altro lato, chi ottiene la prestazione vede soddisfatto “un diritto soggettivo pubblico riconosciutogli direttamente dalla legge e che la legge stessa prevede debba essere soddisfatto a richiesta dall’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale o direttamente o attraverso le strutture in convenzione, imponendo essa stessa la relativa prestazione”. Tale affermazione, infatti, non sottende (…) che quando ci si rivolge alla struttura del Servizio Sanitario nazionale o ad una struttura convenzionata si stipuli un contratto”, ma vuole significare “che la cattiva esecuzione della prestazione dà luogo a responsabilità contrattuale nel senso di responsabilità nascente dall’inadempimento di un obbligo preesistente o dalla sua cattiva esecuzione e non nel senso di responsabilità per inadempimento di un contratto o per la sua cattiva esecuzione. Il concetto di responsabilità contrattuale, cioè, viene usato nel senso non già di responsabilità che suppone un contratto, ma nel senso – comune alla dottrina in contrapposizione all’obbligazione da illecito extracontrattuale – di responsabilità che nasce dall’inadempimento di un rapporto obbligatorio preesistente, che nella specie sta a carico della struttura del Servizio Sanitario Nazionale” (così in motivazione Cass. 02/04/1999, n. 8094). Proprio perché il singolo nosocomio è partecipe del servizio sanitario nazionale non gli è consentito esercitare la facoltà di decidere se accettare o rifiutare l’erogazione di cure, così come è del tutto privo di rilievo, ai fini dell’affermazione della sua responsabilità, che il destinatario della prestazione non abbia, a sua volta scelto, di affidarglisi (il ricovero coatto o d’urgenza, di cui la ricorrente parla a p. 30). Ciò non toglie – si tratta, in verità, di una questione diversa – che il nosocomio abbia l’obbligo di rifiutare la richiesta di cure ove abbia consapevolezza della propria carenza strutturale ed organica, oltre a quello di attivarsi per indirizzare il paziente verso una struttura in grado di assicurargli la migliore prestazione possibile (assumere consapevolmente una prestazione ultra vires, infatti, equivarrebbe ad essere inadempiente), naturalmente sul presupposto che la prestazione richiesta non sia indifferibile ed urgente. 10. Con il secondo motivo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si censura l’omessa valutazione, da parte della sentenza non definitiva n. OMISSIS, della circostanza che, all’epoca del fatto ((OMISSIS)), non essendo ancora entrata in funzione la riforma sanitaria (L. n. 34 del 1998), l’ospedale di (OMISSIS) non era ospedale di rete e, per questa ragione, non era dotato di strutture adeguate; nonché del fatto che, nel (OMISSIS), presso l’ospedale di (OMISSIS) i turni di lavoro del personale erano di 8 ore e, per questa ragione, quando il paziente era stato trasportato in ospedale, non era presente personale idoneo a rendere la prestazione ecografica: “tutti i fatti oggetto di discussione di contraddittorio tra le parti, rilevanti ai fini della decisione”. Il motivo è infondato. Deve escludersi che la struttura ospedaliera risponda alla stregua di un comune debitore. Né ciò deve sorprendere. Superata la tesi che la responsabilità della struttura partecipi della natura professionale della responsabilità medica, per cui alla responsabilità della struttura sanitaria si applicavano analogicamente le regole proprie della responsabilità del professionista, non è in questione, come lamenta il ricorrente, il fatto che la responsabilità della struttura venga oggettivata. Nella misura in cui, infatti, ci si apre alla possibilità che una sorta di colpa professionale, tipicamente soggettiva, venga riferita ad un’organizzazione (che certo non può essere considerata, come osservato da autorevole dottrina una “sorta di medico collettivo o macroiatra”), la violazione degli obblighi di prestazione e/o di protezione non viene fatta dipendere dalla difformità della condotta rispetto a quella di un buon professionista in relazione alla fattispecie concreta (art. 1176 c.c., comma 2), ma tende a coincidere con la cattiva organizzazione professionale, ossia con una somma di anomalie di condotta e di scelte organizzative e gestionali. D’altro canto, anche la colpa professionale è vistosamente erosa dalla tendenza a regolare l’attività terapeutica secondo protocolli e linee guida che hanno ridotto gli ambiti di discrezionalità, standardizzato le regole tecniche e trasformato la diligenza, da criterio di valutazione di ciò che è necessario di volta in volta fare per soddisfare l’interesse creditorio, a misurazione oggettiva dello scostamento da regole tecniche precise e vincolanti. 11. In definitiva, del ricorso principale va accolto il primo motivo riferito alla sentenza non definitiva n. OMISSIS; vanno accolti il terzo, il quarto, il quinto, il sesto, il settimo e l’ottavo motivo nei limiti di cui in motivazione riferiti alla sentenza definitiva n. OMISSIS; è infondato il secondo motivo riferito alla sentenza non definitiva n. OMISSIS; è assorbito il terzo motivo relativo alla sentenza definitiva n. OMISSIS. 12. Il ricorso incidentale avverso la sentenza non definitiva n. OMISSIS è rigettato. 13. La sentenza n. OMISSIS e la sentenza n. OMISSIS sono cassate in relazione ai motivi accolti; le relative controversie sono rinviate alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione che provvederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. P.Q.M. La Corte accoglie il primo motivo del ricorso principale relativo alla sentenza non definitiva n. OMISSIS; accoglie il terzo, il quarto, il sesto, il settimo e l’ottavo motivo del ricorso principale, nei limiti di cui in motivazione, riferiti alla sentenza definitiva n. OMISSIS; rigetta il secondo motivo del ricorso principale riferito alla sentenza non definitiva n. OMISSIS; dichiara assorbito il quinto motivo del ricorso principale relativo alla sentenza definitiva n. OMISSIS. Rigetta il ricorso incidentale avverso la sentenza non definitiva n. OMISSIS. Cassa la sentenza n. OMISSIS e la sentenza n. OMISSIS in relazione ai motivi accolti, rinvia alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione, demandandole anche il compito di provvedere alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 13 ottobre 2020. Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2021

AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO PARENTI RAVENNA

STRUTTURA SANITARIA RESPONSABILITA’ CONTRATTUALE MALASANITA’ RAVENNA BOLOGNA FORLI VICENZA AVVOCATO ESPERTO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO PARENTI VICENZA

STRUTTURA SANITARIA RESPONSABILITA’ CONTRATTUALE MALASANITA’ RAVENNA BOLOGNA FORLI VICENZA AVVOCATO ESPERTO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO PARENTI BOLOGNA

STRUTTURA SANITARIA RESPONSABILITA’ CONTRATTUALE MALASANITA’ RAVENNA BOLOGNA FORLI VICENZA AVVOCATO ESPERTO 051 6447838

AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ DANNO PARENTI VICENZA

STRUTTURA SANITARIA RESPONSABILITA’ CONTRATTUALE MALASANITA’ RAVENNA BOLOGNA FORLI VICENZA AVVOCATO ESPERTO 051 6447838

CASA DI CURA RESPONSABILE MALASANITA’ BOLOGNA

CASA DI CURA RESPONSABILE MALASANITA’ BOLOGNA

– accertata la responsabilità contrattuale delle Strutture Sanitarie convenute, in relazione al ricovero del Sig. YY dal 14/4/2015 al 18/4/2015, nel procedimento ex art. 696 bis c.p.c. svolto innanzi a questo Tribunale, sub RG 11171/2017, condannare l’Azienda Usl di Bologna, in persona del legale rappresentante pro tempore, e la Casa di Cura Alfa, in persona del legale rappresentante pro tempore, in via solidale, al risarcimento integrale di tutti i danni, patrimoniali e non, nessuno escluso, patiti e patiendi, iure proprio e iure hereditatis dalle Sigg.re XX, JJ e WW, pari ad € 170.000,00 ciascuna. Il tutto con rivalutazione monetaria ed interessi al tasso legale, dal dovuto al saldo;

– accertare e dichiarare che alcuna somma è dovuta all’Azienda Usl di Bologna, in persona del legale rappresentante pro tempore, e/o alla Casa di Cura Alfa, in persona del l.r.p.t., e/o ai relativi professionisti, per le prestazioni relative al ricovero del Sig. YY dal 14 al 18 aprile 2015.

In ogni caso, oltre al rimborso delle spese di CTP e CTU relative al procedimento ex art. 696 c.p.c. pari a complessivi € 12.054,90.

Con vittoria delle spese e compensi di lite oltre accessori di legge, del procedimento ex art. 696 c.p.c. e del presente giudizio.“.

Per AZIENDA USL di BOLOGNA

Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, contrariis reiectis,

in via preliminare,

accertare e dichiarare la nullità, inammissibilità ed improcedibilità della domanda spiegata dalle ricorrenti, per tutte le ragioni spiegate in narrativa;

 

CASA DI CURA OBBLIGHI RISARCITORI

Per giurisprudenza ormai pacifica, infatti, la Struttura Sanitaria ove è stata realizzata la condotta medica oggetto di censura (nel caso di specie, la Casa di Cura ‘Alfa’) è responsabile nei confronti del paziente del complesso delle operazioni erogate, ivi inclusa l’attività svolta dal chirurgo anche nel caso in cui quest’ultimo non sia un suo dipendente ma vi collabori solo sporadicamente. Il concetto è ben espresso dal Tribunale di Milano nella sentenza n. 1174 del 5 febbraio 2019, richiamata dalla convenuta AUSL, ove si legge che «..Il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura (o ente ospedaliero) ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive dal quale, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal servizio sanitario nazionale o da altro ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell’ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 c.c., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto. ..» (cfr. Tribunale di Milano, Sez. I, 5 febbraio 2019, n.1174; ma anche Tribunale di Roma, Sez. XIII, 8 febbraio 2019, n. 2934; Tribunale di Milano, Sez. I, 11 aprile 2019, n. 3599; Tribunale di Milano, Sez. I, 13 giugno 2019, n. 5723; Tribunale di Roma, Sez. XIII, 2 settembre 2019, n. 16860; Tribunale di Milano. Sez. I, 13 giugno 2019, n. 5765; Cass. Civ., 28 agosto 2009, n. 18805).

 

ACCESSO-ABUSIVO-ACCESSO-ABUSIVO-SISTEMA-INFORMATICO-INFORMATICO-
news/responsabilita-medica-e-struttura-sanitaria-ricorso-ex-art-702-cpc.html

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

TERZA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Cinzia Gamberini

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 8737/2018 promossa da:

XX (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Ezio Torrella, elettivamente domiciliato in via Montegrappa, 22 Bologna, presso il difensore avv. Ezio Torrella

JJ (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Ezio Torrella, elettivamente domiciliato in via Montegrappa, 22 Bologna, presso il difensore avv. Ezio Torrella

WW (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Ezio Torrella, elettivamente domiciliato in via Montegrappa, 22 Bologna, presso il difensore avv. Ezio Torrella

ATTRICI

contro

AZIENDA USL di BOLOGNA (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Michele Tavazzi, elettivamente domiciliata in via G. Marconi, 9 Bologna, presso il difensore avv. Michele Tavazzi

CASA di CURA ALFA’ (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Francesca Ferrari elettivamente domiciliata in via Roma, 11 San Lazzaro di Savena, (Bologna), presso il difensore avv. Francesca Ferrari

CONVENUTE

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come segue

Per XX, per JJ, per WW

In via principale:

– accertata la responsabilità contrattuale delle Strutture Sanitarie convenute, in relazione al ricovero del Sig. YY dal 14/4/2015 al 18/4/2015, nel procedimento ex art. 696 bis c.p.c. svolto innanzi a questo Tribunale, sub RG 11171/2017, condannare l’Azienda Usl di Bologna, in persona del legale rappresentante pro tempore, e la Casa di Cura Alfa, in persona del legale rappresentante pro tempore, in via solidale, al risarcimento integrale di tutti i danni, patrimoniali e non, nessuno escluso, patiti e patiendi, iure proprio e iure hereditatis dalle Sigg.re XX, JJ e WW, pari ad € 170.000,00 ciascuna. Il tutto con rivalutazione monetaria ed interessi al tasso legale, dal dovuto al saldo;

– accertare e dichiarare che alcuna somma è dovuta all’Azienda Usl di Bologna, in persona del legale rappresentante pro tempore, e/o alla Casa di Cura Alfa, in persona del l.r.p.t., e/o ai relativi professionisti, per le prestazioni relative al ricovero del Sig. YY dal 14 al 18 aprile 2015.

In ogni caso, oltre al rimborso delle spese di CTP e CTU relative al procedimento ex art. 696 c.p.c. pari a complessivi € 12.054,90.

Con vittoria delle spese e compensi di lite oltre accessori di legge, del procedimento ex art. 696 c.p.c. e del presente giudizio.“.

Per AZIENDA USL di BOLOGNA

Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, contrariis reiectis,

in via preliminare,

risarcimento-malasanità-bologna-ravenna-forli-cesena
avvocato epserto malasanita’ Bologna

accertare e dichiarare la nullità, inammissibilità ed improcedibilità della domanda spiegata dalle ricorrenti, per tutte le ragioni spiegate in narrativa;

in via principale,

alla luce delle contestazioni sollevate dalla scrivente difesa così come spiegate nel corpo dell’atto, accertare l’infondatezza, sia in fatto che in diritto, delle pretese avversarie e, per l’effetto, respingere le domande risarcitorie tutte ex adverso formulate;

in via subordinata,

nella denegata e non creduta ipotesi di accoglimento delle domande attoree, limitare, in ragione di tutto quanto esposto, il quantum di risarcimento dovuto dall’Azienda Usl di Bologna in relazione a quanto verrà effettivamente accertato in corso di causa.

Con vittoria di spese e competenze dell’odierno giudizio.“.

Per CASA di CURA ‘ALFA

Voglia l’Ecc.mo Tribunale di Bologna, contrariis rejectis,

– In via pregiudiziale: dichiarare la carenza di legittimazione passiva in capo alla Casa di Cura Alfa per le ragioni tutte esposte in atti e in virtù di quanto provato documentalmente e conseguentemente dichiarare l’estromissione della stessa convenuta dal presente procedimento;

– In via principale: rigettare in toto tutte le domande avanzate nei confronti della Casa di Cura “Alfa”, in quanto infondate in merito e in diritto per le ragioni tutte esposte in atti, e, per l’effetto, respingere il ricorso avversario; rigettare, altresì, le domande svolte in via istruttoria da parte ricorrente in ordine alle prove testimoniali richieste;

– In via subordinata: nella denegata ipotesi in cui il Tribunale adito ritenesse sussistente una qualsivoglia responsabilità in capo ai resistenti, previo accertamento delle singole condotte e delle rispettive colpe, graduare e limitare la condanna della Casa di Cura “Alfa” all’eventuale quota di provata sua responsabilità, con l’esclusione di ogni solidarietà tra le parti resistenti;

– in via ulteriormente subordinata:

-fermo restando quanto richiesto in via subordinata, in virtù di quanto esposto e documentato in atti, Voglia accertare e dichiarare il diritto di regresso della Casa di Cura “Alfa” nei confronti dell’Azienda USL di Bologna, per quanto la stessa fosse tenuta a pagare in favore dei ricorrenti anche per fatto e colpa e/o responsabilità dell’altra resistente e/o in caso di condanna in solido.

Con vittoria di spese e compensi professionali, oltre oneri e accessori di legge, relativi al presente procedimento.“.

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

Con ricorso ex art. 702 bis c.p.c., depositato a seguito di espletamento di consulenza tecnica preventiva ex art. 696 bis c.p.c. nei confronti delle due odierne convenute e delle relative compagnie di assicurazione, le signore XX, JJ e WW, premettendo di agire in proprio ed in qualità di eredi, in quanto figlie, del signor YY, deceduto in Bologna il 18.04.2015, convenivano in giudizio l’Azienda USL Bologna e la Casa di Cura ‘Alfa’, chiedendo di essere risarcite di tutti i danni, patrimoniali e non, jure hereditario e jure proprio, derivanti dal decesso del proprio congiunto, causalmente imputabile a malpractice medico chirurgica nell’esecuzione dell’intervento di resezione del sigma in laparoscopia presso la struttura convenuta, nonché alla negligente, imperita ed imprudente assistenza sanitaria post operatoria ricevuta dal signor YY.

Si costituivano in giudizio la Casa di Cura ‘Alfa’ e l’Azienda Usl di Bologna, le quali, contestando ogni deduzione e produzione avversa, chiedevano l’integrale rigetto delle istanze formulate dalle parti ricorrenti alla luce della loro infondatezza in fatto ed in diritto. In via preliminare chiedevano il mutamento di rito e quindi i termini ex art. 183, VI c., c.p.c.

Il Giudice accoglieva l’istanza delle convenute e concedeva alle parti i termini di legge per il deposito delle memorie istruttorie.

Le controparti insistevano per la rinnovazione della C.T.U. o, in subordine, per la chiamata a chiarimenti alla Dr.ssa Ombretta Campari nominata consulente tecnico dal Tribunale nel procedimento ex art. 696 bis c.p.c.

Il Giudice disponeva i chiarimenti al C.T.U. così come richiesti dalle convenute e quindi, espletato tale incombente, ritenuta superflua l’istruttoria orale, tratteneva la causa in decisione concedendo alle parti i termini ex art. 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali ed eventuali repliche.

***

DIRITTO-IMMOBILIARE
COMUNIONE E DIVISIONE EREDITARIA RISOLVI ORA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
  1. Eccezione di nullità, inammissibilità, improcedibilità delle domande risarcitorie in difetto di prova della qualità di eredi.

Parte convenuta Azienda USL di Bologna ha eccepito preliminarmente la nullità, l’inammissibilità, ovvero l’improcedibilità delle domande risarcitorie formulate dalle attrici poiché queste ultime si sarebbero limitate ad allegare, senza provare, la qualità di eredi del defunto sig. YY, avendo prodotto, con il ricorso introduttivo, unicamente una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, ossia un documento che esaurisce i propri effetti nell’ambito dei rapporti con la Pubblica Amministrazione e nei relativi procedimenti amministrativi ma che non può assumere alcuna efficacia in sede giurisdizionale nelle liti tra privati.

L’eccezione è infondata.

Infatti, a seguito dell’avversa eccezione, parte attrice ha depositato unitamente alla memoria 183, VI comma, n. 3) c.p.c., copia integrale della dichiarazione di successione regolarmente protocollata c/o l’Agenzia delle Entrate di Bologna (all.to sub R fasc. att.), così producendo documentazione di chiaro valore indiziario della qualità di erede. A ciò deve aggiungersi che le attrici hanno promosso il presente giudizio domandando l’accertamento anche del diritto risarcitorio iure hereditario, nonché dell’insussistenza di alcuna obbligazione di pagamento per le prestazioni sanitarie ricevute dal padre, e ciò in ragione del dedotto inadempimento contrattuale della struttura ospedaliera nel rapporto instauratosi con il de cuius: si tratta quindi del compimento di un atto che presuppone necessariamente la volontà delle attrici di accettare l’eredità, con la conseguenza che, nonostante la mancanza di accettazione espressa, la assunzione della qualità di erede consegue comunque ex lege ai sensi dell’art. 476 c.c.

Pertanto, deve ritenersi che parte attrice abbia assolto all’onere probatorio del fatto costitutivo del diritto azionato e, di conseguenza, l’eccezione anzidetta deve ritenersi infondata.

  1. Eccezione di difetto di legittimazione passiva.

Sempre in via preliminare, parte convenuta Casa di Cura ‘Alfa’ ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva rispetto alla domanda di risarcimento contro di lei rivolta da parte attrice deducendo che l’Azienda USL di Bologna ha stipulato con la Casa di Cura ‘Alfa’ una convenzione in virtù della quale l’ente pubblico svolge la propria attività di ricovero chirurgico libero-professionale ed ambulatoriale, da parte di proprio personale medico, presso la Casa di Cura.

Detta convenzione, all’art. 5 – Servizio Assistenziale Medico ed infermieristico recita: “..Per quanto riguarda in specifico l’erogazione delle prestazioni chirurgiche in sala operatoria per interventi su pazienti ricoverati dalla A.U.S.L., si conviene che: a) l’equipe chirurgica sia costituita interamente dai sanitari della A.U.S.L. in regime di ALP; b) per le prestazioni anestesiologiche i professionisti dell’A.U.S.L. potranno avvalersi eventualmente anche di anestesisti del servizio interno della Casa di Cura. I servizi di reperibilità anestesiologica saranno forniti dalla Casa di Cura anche per i degenti la cui prima assistenza in sala è stata fornita dagli anestesisti della A.U.S.L. c) l’attività assistenziale infermieristica sia fornita dalla Casa di Cura. ..”.

La medesima convenzione, all’art. 11 – Responsabilità verso terzi, afferma testualmente: “Sono a carico dell’A.U.S.L. le assicurazioni sulla responsabilità civile per danni dipendenti dall’attività assistenziale, diagnostica e terapeutica svolta nei locali della Casa di Cura dal proprio personale medico. La Casa di Cura … si assume diretta responsabilità verso i dirigenti medici, verso i pazienti e verso i terzi per ogni danno ad essi causato per l’utilizzo di strutture, impianti, attrezzature medicali, gestione dei servizi accessori previsti dalla presente convenzione.“.

Dunque, secondo la convenuta, in base a tale accordo, nei confronti della Casa di Cura ‘Alfa’ è sorto un rapporto contrattuale limitatamente ai servizi forniti (il maggior confort alberghiero) dei quali parte ricorrente non ha mai contestato inadempimenti che possano essere strettamente riconducibili a tale struttura sanitaria.

L’eccezione è infondata.

Per giurisprudenza ormai pacifica, infatti, la Struttura Sanitaria ove è stata realizzata la condotta medica oggetto di censura (nel caso di specie, la Casa di Cura ‘Alfa’) è responsabile nei confronti del paziente del complesso delle operazioni erogate, ivi inclusa l’attività svolta dal chirurgo anche nel caso in cui quest’ultimo non sia un suo dipendente ma vi collabori solo sporadicamente. Il concetto è ben espresso dal Tribunale di Milano nella sentenza n. 1174 del 5 febbraio 2019, richiamata dalla convenuta AUSL, ove si legge che «..Il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura (o ente ospedaliero) ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive dal quale, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal servizio sanitario nazionale o da altro ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell’ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 c.c., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto. ..» (cfr. Tribunale di Milano, Sez. I, 5 febbraio 2019, n.1174; ma anche Tribunale di Roma, Sez. XIII, 8 febbraio 2019, n. 2934; Tribunale di Milano, Sez. I, 11 aprile 2019, n. 3599; Tribunale di Milano, Sez. I, 13 giugno 2019, n. 5723; Tribunale di Roma, Sez. XIII, 2 settembre 2019, n. 16860; Tribunale di Milano. Sez. I, 13 giugno 2019, n. 5765; Cass. Civ., 28 agosto 2009, n. 18805).

Ne deriva che la Casa di Cura ‘Alfa’ non può sottrarsi agli oneri risarcitori che derivino dall’accertamento di malpractice medica, e ciò indipendentemente dalla circostanza che i chirurghi ivi operanti fossero dipendenti di altra struttura pubblica.

  1. Natura della responsabilità invocata da parte attrice.

Quanto poi alla natura della responsabilità fatta valere dalle attrici, nulla quaestio, sulla scorta della consolidata giurisprudenza di questo Tribunale, in merito alla natura extracontrattuale della responsabilità agitata dai parenti del defunto nei confronti della struttura medica o del sanitario, in caso di decesso del congiunto a causa di malpractice sanitaria, non essendo stati gli stessi parte del rapporto di natura negoziale (contratto di spedalità) all’origine del danno ad essi derivato direttamente.

Così come è evidente che le figlie del de cuius, nel reclamare il pregiudizio subito dal loro congiunto a titolo di “danno biologico terminale“, agiscono a titolo contrattuale, subentrando nel rapporto intrattenuto con la struttura dal loro dante causa.

In ogni caso, valga osservare che quanto sopra evidenziato perde rilevanza nel caso di specie, ove, come meglio si dirà in prosieguo, dalla consulenza emergono, a carico dei sanitari delle strutture convenute, evidenti elementi di colpa grave, sufficienti a costituire piena prova della responsabilità degli stessi in ordine al decesso del signor YY, secondo il criterio causale del “più probabile che non“.

  1. An debeatur.

Nel merito, la domanda risarcitoria svolta dalle attrici, jure proprio e jure hereditario, appare fondata, nei limiti che si diranno.

Il CTU ha infatti riferito, sulle condizioni cliniche del deceduto, sulla scelta dell’intervento da compiersi, sul decorso post operatorio, quanto segue:

Risulta comprovato che nell’aprile 2015 il signor YY, all’epoca di anni ottantaquattro, fosse affetto da “… neoformazione ulcerata al sigma …” descritta, in occasione dell’indagine endoscopica eseguita in data 27.02.2015, come “… neoplasia a scodella delle dimensioni di 4 cm … ulcerata …”; all’esito dell’indagine istologica condotta per mezzo di prelievi bioptici, in relazione a tale lesione fu formulata diagnosi anatomopatologica di “… Adenocarcinoma infiltrante …” (09.03.2015).

In data 14.04.2015, il predetto fu ricoverato presso il reparto De-T della Casa di Cura Alfa, in carico all’Ospedale Maggiore di Bologna, ed ivi sottoposto, il successivo giorno 15 aprile, ad intervento chirurgico di resezione del sigma, condotto con approccio laparoscopico: al riguardo, si precisa che, sebbene l’intervento sia descritto come “… Emicolectomia sn …”, il chirurgo asportò, come ebbe a documentare l’esame del pezzo operatorio, un tratto di circa 14 cm, eseguendo quindi una resezione segmentaria di sigma.

Il decorso postoperatorio, più sopra descritto in dettaglio, fu contrassegnato dalla progressiva comparsa di segni e sintomi riferibili a sepsi, condizione evoluta in quadro di insufficienza multiorgano e sostenuta dalla perforazione di un diverticolo sovra-anastomotico, come documentato in occasione del re-intervento chirurgico condotto in data 18.04.2015 (“… versamento ematico corpuscolato maleodorante, ma non purulento … Si effettua prova idro-pneumatica che risulta positiva in corrispondenza verosimilmente di un diverticolo sovra-anastomotico perforato …”), procedura cui fece seguito, trascorse poche ore, il decesso del signor YY.“.

Con riferimento, poi, alla tipologia dell’intervento, ed alle sue modalità di esecuzione, il CTU ha condivisibilmente osservato:

“…è da ritenere che, nell’aprile 2015, sussistessero condizioni tali da far porre indicazione all’intervento chirurgico di resezione intestinale, cui il signor YY fu sottoposto presso la struttura resistente in data 15.04.2015.

Ed ancora, l’adozione di un approccio laparoscopico appare incensurabile: trattasi, infatti, di tecnica equiparabile per radicalità oncologica a quella tradizionale laparotomica contrassegnandosi, rispetto a quest’ultima, per una minor incidenza di complicanze, specie quelle minori, per un più contenuto dolore postoperatorio e, infine, per una più rapida ripresa clinica.

Diversamente, tenuto conto del quadro anatomico di “… Diverticolosi colica su tutto l’ambito viscerale, maggiore e più accentuata a tutto il sigma e al III distale del discendente …” (04.03.2015) documentato in epoca preoperatoria, la scelta di procedere con una resezione parziale del sigma (“… Segmento di colon di cm 14 …”) e, conseguentemente, di confezionare l’anastomosi su di un tratto intestinale certamente compromesso dalla patologia diverticolare non è condivisibile: in casi consimili, è, infatti, raccomandato procedere con una resezione intestinale più estesa così da condurre l’anastomosi su di un tratto di viscere non patologico.

Quanto alla gestione clinica del decorso postoperatorio, si rilevano le seguenti ulteriori criticità di natura diagnostica e terapeutica.

In primo luogo, l’assistenza erogata in data 17.04.2015 appare carente giacché improntata ad una censurabile inerzia diagnostica: dall’esame del diario clinico, emerge, infatti, che il signor YY, febbrile il giorno precedente (“… 16/4 … ore 8.00 TC 38.4 … H. 24.00 TC 38.2 …”), presentasse, già nella mattina, segni clinici (“… 17/4 Durante la notte ha presentato agitazione psicomotoria … Desaturazione in aria ambiente 88% … Persiste la FA …”) ed alterazioni laboratoristiche, comprovanti un incremento degli indici di flogosi (“… PCR 15.76 …”, 16.04.2015 ore 07.41; “… PCR 27.50 …”, 17.04.2015 ore 08.21) ed un concomitante abbattimento della conta leucocitaria (“… WBC 13.31 …”, 16.04.2015 ore 07.41; “… WBC 6.99 …”, 17.04.2015 ore 08.21; “… WBC 2.05 …”, 17.04.2015 ore 12.22), certamente meritevoli di approfondimento diagnostico.

A fronte di detto quadro, fortemente suggestivo se non già diagnostico per sepsi, si imponeva la disposizione tempestiva di accertamento tomografico, condotto nel caso concreto solo nel tardo pomeriggio; procedendo secondo giudizio controfattuale, è indubbio che, ammessa come realizzata la condotta dovuta, acquisite le evidenze tomografiche sarebbe stata posta indicazione ad immediato re-intervento, che fu diversamente realizzato solo nella notte fra il 17 ed il 18.04.2015.

In secondo luogo, devesi rilevare come, nonostante il rialzo termico del giorno 16.04.2015 ed i segni clinici e laboratoristici comparsi il successivo giorno 17, nel caso di specie non fu somministrata alcuna terapia antibiotica sino alle ore 01.00 circa del giorno 18.04.2015.

Identificati come sopra i profili di censurabilità in capo all’operato medico, permanendo nell’ambito del quesito numero uno, si precisa che, alla luce delle conoscenze ed esperienza maturate già all’epoca in esame, l’intervento di resezione laparoscopica del sigma cui il signor YY fu sottoposto in data 15.04.2015 non è, tenuto conto della definizione giurisprudenziale disponibile in materia, annoverabile tra le procedure ad elevata difficoltà tecnica.“.

Sulle cause del decesso della donna, poi, il CTU riferisce ed osserva:

Venendo al quesito numero due, alla luce della stretta correlazione cronologica sussistente tra il termine della procedura, ore 18.20 del giorno 15 aprile, e l’insorgenza delle manifestazioni cliniche riferibili a perforazione intestinale, ore 08.00 del successivo giorno 16 (“… ore 8.00 TC 38.4 … Ore 9.30 paz presenta aritmia da FA ad alta frequenza … Ore 12.00 TC 37.3 Non si alza … Si lamenta di non stare bene, posturato, aiutato, poi sta meglio … agitato …”, diario infermieristico), è da ritenere che la discontinuazione a tutto spessore della parete di un diverticolo descritta al tavolo operatorio in data 18.04.2015 fu prodotta nel corso dell’intervento chirurgico del 15.04.2015: depone altresì in tal senso la assenza, nella descrizione anatomopatologica disponibile (15M023254), di segni riferibili a diverticolite, in carenza dei quali l’ipotesi di una perforazione spontanea su base flogistica pare del tutto residuale.

In termini generali, il ricorrere, in occasione di procedure condotte per via laparoscopica, di lesioni intestinali è evento noto, ampiamente descritto in letteratura ed avente incidenza estremamente bassa (0,13%).

I fattori di rischio riconosciuti sono relati all’esperienza del chirurgo, alla presenza di aderenze in esito a pregressi accessi chirurgici addominali ed alla condizione di obesità. Quanto al meccanismo lesivo, sono descritti casi di lesione intestinale diretta da inserimento dei trocar o dell’ago di Verres, da manipolazione non sufficientemente delicata degli organi o, ancora, da uso improprio dell’elettrobisturi.

Tornando al caso in esame, non si dispone di elementi valutativi sufficienti a qualificare la perforazione intestinale occorsa in data 15.04.2015 come evento inevitabile e ad escludere nel suo determinismo il ricorrere di una manipolazione chirurgica non sufficientemente cauta, come tale censurabile.

Inoltre, chiarita la natura dell’evento che innescò lo stato settico che condusse al decesso il signor YY, a fronte delle predette considerazioni di ordine chirurgico, è da ritenere che la scelta di circoscrivere la resezione ad una porzione di sigma e, conseguentemente, di confezionare l’anastomosi su di un tratto di viscere gravemente alterato da patologia diverticolare abbia assunto ruolo, quantomeno, concausale nel determinismo della perforazione intestinale.

Con riguardo all’evento morte, pari giudizio è da esprimere in merito alla tardività della diagnosi di peritonite, stimabile in misura non inferiore alle 6-8 ore, ed all’omessa somministrazione, per un periodo superiore alle 12 ore, di terapia antibiotica: è indubbio che l’aver eseguito la revisione chirurgica in condizioni di shock settico ed in carenza di adeguata copertura antibiotica abbiano condizionato in termini sfavorevoli l’outcome del paziente.

Sempre nell’ambito del quesito numero due, si rileva come, al fine di circoscrivere gli effetti addebitabili alle < … condizioni pregresse del paziente …>, a fronte della stadiazione di malattia documentata nel caso di specie (“… pT2pN0 …”), alla condizione oncologica si correlasse una sopravvivenza a cinque anni dell’ordine del 90%.“.

I CTP di parte convenuta hanno formulato osservazioni, nei termini prescritti, all’elaborato peritale.

In particolare, con riguardo all’eziopatogenesi della lesione intestinale, i consulenti di parte resistente hanno affermato: <… si può escludere che quanto accaduto sia stato causato da inidonea manipolazione chirurgica, potendosi invece affermare che la perforazione di diverticolo sovra-anastomotico rappresenta, nel caso in esame, una complicanza “vera” che non poteva essere evitata con l’adozione di diversi comportamenti/accorgimenti intraoperatori …>.

La CTU, dott.ssa Ombretta Campari, ha replicato che “Tale ipotesi, lo si ribadisce, contrasta con le evidenze intraoperatorie ed anatomopatologiche che ebbero a documentare quanto di seguito riportato: “… Si effettua prova idro-pneumatica che risulta positiva in corrispondenza verosimilmente di un diverticolo sovra-anastomotico perforato …” e “… Descrizione macroscopica … è presente un’area centrale di cm 3 con infarcimento emorragico della parete” … .

Le perforazioni, per così dire, diverticolari avvengono, usualmente, in un contesto di diverticolite franca del sigma, condizione contrassegnata da un tipico aspetto macroscopico del colon, flogosato e con pareti ispessite, cui corrisponde riscontro di quadro istologico di flogosi acuta a carico di tutta la parete.

Nel caso di specie, il chirurgo non descrisse alcun segno anche solo suggestivo per diverticolite acuta; parimenti, l’anatomopatologo rilevò in via esclusiva un’area di infarcimento emorragico, del tutto coerente con l’ipotesi di una lesione traumatica.

Si ribadisce, pertanto, che la prospettazione di parte resistente non trova conforto nelle evidenze documentali disponibili.“.

Su tale replica, la difesa della convenuta AUSL Bologna ha chiesto di chiamare la CTU a chiarimenti deducendo che la dott.ssa Campari, nell’affermare la natura iatrogena della perforazione, è incorsa in errore, fondando i propri assunti sull’esito positivo della prova idro – pneumatica che era stata eseguita, non già nel corso del primo intervento, bensì del secondo intervento del 18.04.2015. Più precisamente la difesa della convenuta ha dedotto che “..In altri termini, il CTU, a dimostrazione della natura iatrogena della lesione colica riscontrata nel paziente, si è affidato al referto relativo all’intervento chirurgico, dal quale si evincerebbe l’esito sfavorevole della prova idropneumatica nell’occasione effettuata dal chirurgo, prova risultata appunto positiva in corrispondenza di un diverticolo sovra-anastomotico perforato. L’iter logico seguito dalla dott.ssa Campari avrebbe un suo fondamento se solo il CTU non avesse clamorosamente confuso i referti dei due interventi chirurgici effettuati dal sig. YY, citando quello errato! E difatti, le prove idropneumatiche eseguite dal chirurgo durante l’intervento del 14 aprile 2014 non dimostrarono alcuna perdita d’aria a livello anastomotico (cfr. doc. 2, p. 100), attestando in tal modo la buona tenuta dell’anastomosi confezionata. Nel merito, non può esservi alcun dubbio che se la lesione del diverticolo fosse stata già presente in quanto prodotta durante l’intervento del 14 aprile 2015, l’aria sarebbe fuoriuscita dal diverticolo posto in vicinanza dell’anastomosi ed il chirurgo lo avrebbe rilevato nell’immediato, all’osservazione diretta (cfr. osservazioni alla bozza della dott.ssa Pasetti, p. 1). Tuttavia, nel rispondere a questo punto nodale delle osservazioni svolte dal CTP di parte convenuta, il CTU ha erroneamente richiamato la descrizione del secondo intervento chirurgico, quello del 18 aprile 2015, in occasione del quale le prove idropneumatiche hanno dimostrato sì la presenza della perforazione, ma nulla hanno potuto suggerire sulla sua causa (cfr. CTU, p. 13). Insomma, che alla data del 18 aprile il sig. YY fosse affetto da una perforazione intestinale è un dato certo ed incontestabile, ma parimenti certo ed incontestabile è che il referto del secondo intervento nulla prova sull’origine di detta perforazione. Anzi, la negatività delle prove idropneumatiche condotte al termine del primo intervento e la circostanza che, in prima giornata operatoria, il paziente fosse canalizzato ai gas sono elementi di per sé sufficienti ad escludere, quantomeno nell’ottica del “più probabile che non”, il carattere iatrogeno della lesione. E’ sulla base di questi dati clinici, desumibili dalla cartella clinica, ma superficialmente non esaminati dal CTU per una mera svista, che la scrivente difesa insiste nell’affermare che la perforazione intestinale occorsa al sig. YY debba essere ricondotta nell’ambito delle c.d. “complicanze vere”, ossia di quegli eventi che, sebbene astrattamente prevedibili, sono nel concreto assolutamente non prevenibili e/o evitabili con l’adozione di diverse scelte operatorie. D’altro canto, già durante l’intervento veniva descritta la presenza di numerose aderenze coinvolgenti il sigma, nonché la sussistenza di un significativo stato infiammatorio distrettuale da patologia diverticolare, non certo imputabili ad asserita malpractice medica. Con ogni probabilità, dunque, le condizioni patologiche del tessuto sul quale si è intervenuti hanno favorito la perforazione del diverticolo, ma in alcun modo la circostanza potrà essere addebitata ad una condotta presuntivamente imperita e/o negligente del chirurgo.“.

In sintesi, la convenuta insiste nell’escludere il carattere iatrogeno della lesione — che andrebbe, invece, ricondotta nell’ambito delle complicanze “vere”, ossia di quegli eventi che, sebbene astrattamente prevedibili, sono nel concreto assolutamente non prevenibili e/o evitabili con l’adozione di diverse scelte operatorie — sulla considerazione che: l’esito delle prove idropneumatiche effettuate durante l’intervento chirurgico del 14 aprile 2015, oltre ad attestare la buona tenuta della sutura anastomotica, non dimostrarono perdite d’aria, escludendo di fatto la sussistenza di perforazioni di sorta; il 15 aprile 2015, ossia in prima giornata post-operatoria, il paziente era canalizzato ai gas (cfr. sul punto il diario clinico di tale data), ragion per cui, a distanza di un giorno dall’intervento, non poteva esserci alcuna perforazione, posto che una tale lesione, provocando inevitabilmente una peritonite acuta diffusa, avrebbe reso impossibile ogni forma di canalizzazione; nella stessa giornata veniva riportato nel diario medico che l’addome era trattabile; già durante l’intervento del 14.04.2015 veniva descritta dai chirurghi la presenza di numerose aderenze coinvolgenti il sigma, nonché la sussistenza di un significativo stato infiammatorio distrettuale da patologia diverticolare, non certo imputabili ad asserita malpractice medica. Pertanto, in tesi della convenuta, le condizioni patologiche del tessuto sul quale si è intervenuti hanno favorito la perforazione del diverticolo, ma in alcun modo la circostanza potrà essere addebitata ad una condotta presuntivamente imperita e/o negligente dell’operatore.

Ebbene, considerato che al CTU è stato contestato di aver espresso le proprie valutazioni sulla base di un supposto erroneo riferimento al referto relativo al secondo intervento del 18.04.2015, il CTU è stato chiamato a rendere chiarimenti sulle censure sopra testualmente richiamate.

La CTU, con l’ausilio del dr. Fabio Baticci, specialista in Chirurgia Generale, già co-redattore della relazione peritale depositata agli atti, ha così chiarito, in maniera del tutto convincente, quanto segue.

In ordine a quanto asserito in termini di <… L’iter logico seguito dalla dott.ssa Campari avrebbe un suo fondamento se solo il CTU non avesse clamorosamente confuso i referti dei DUE interventi chirurgici … CITANDO QUELLO ERRATO! … il CTU ha erroneamente richiamato la descrizione del SECONDO intervento chirurgico …> si rileva come, difformemente da quanto inteso, la scrivente non abbia affatto confuso le descrizioni dei due interventi; nel rispondere alle osservazioni critiche si è, infatti, fatto riferimento all’obiettività intraoperatoria descritta in occasione del secondo intervento, non certo per errore, ma perché questa era funzionale a chiarire la natura della lesione intestinale, secondo gli elementi che di seguito si ribadiscono.

L’ipotesi prospettata dai resistenti, relativa al verificarsi di una perforazione spontanea di un diverticolo, non è coerente con la descrizione che della lesione fu fatta dal chirurgo che sottopose il signor YY al secondo intervento chirurgico: in tali casi, infatti, la reazione infiammatoria che precede la perforazione dà luogo a segni obiettivabili, che non furono descritti dall’operatore chirurgo, il quale si limitò a documentare “… Si effettua prova idro-pneumatica che risulta positiva in corrispondenza verosimilmente di un diverticolo sovra-anastomotico perforato …” senza, di fatto, individuare esattamente la sede della lesione. Ed ancora, di maggior rilievo ai fini che qui interessano, è la assenza, nell’esame del pezzo operatorio, di segni anche solo suggestivi per un quadro flogistico acuto a carico della parete intestinale interessata dalla lesione, che avrebbe dovuto essere, secondo la ricostruzione prospettata dai resistenti, di entità tale da determinare una perforazione: lo specialista anatomopatologo descrisse, infatti, in via esclusiva la presenza di “… numerosi osti diverticolari. Nel tratto centrale è presente un’area centrale di cm 3 con infarcimento emorragico della parete …”.

Ciò che emerge, in sintesi, è la presenza di una lesione a tutto spessore della parete del colon posta in corrispondenza di un’area interessata da multipli diverticoli, in assenza di segni di flogosi parietale, per quanto detto attesi in caso di perforazione spontanea su base infiammatoria.

Al fine di evitare ulteriori interpretazioni errate, si precisa che, in tale contesto, non avrebbe avuto alcun senso richiamare la descrizione del primo atto operatorio, giacché la lesione fu, come noto, documentata solo in occasione del reintervento.

Ed ancora, in merito a quanto affermato in termini di <… le prove idropneumatiche eseguite dal chirurgo durante l’intervento del 14 aprile 2014 non dimostrarono alcuna perdita d’aria a livello anastomotico … non può esservi alcun dubbio che se la lesione del diverticolo fosse stata già presente in quanto prodotta durante l’intervento del 14 aprile 2015, l’aria sarebbe fuoriuscita dal diverticolo posto in vicinanza dell’anastomosi ed il chirurgo lo avrebbe rilevato nell’immediato, all’osservazione diretta …>, si precisa quanto segue.

In primo luogo, si rammenta come i meccanismi con cui può essere prodotta una lesione viscerale in corso di manipolazione chirurgica sono, sostanzialmente, due: una lesione diretta (da taglio o da punta o da trazione) o una lesione da elettrocuzione. In quest’ultimo caso, la lesione avviene per effetto dell’energia elettrica dello strumento coagulatore che determina, sul viscere, una lesione termica con formazione di escara che, solo a distanza di alcune ore e, talvolta, giorni, evolve verso una perforazione franca; in questi casi, la prova idropneumatica condotta contestualmente alla procedura chirurgica risulta negativa.

È parimenti noto che la prova idropneumatica avviene insufflando aria nel retto (con una sonda) e mantenendo la zona da esaminare al di sotto di liquido, per evidenziare la fuoriuscita di eventuali bolle.

Gli interventi del 14 e del 18 aprile 2015 furono condotti con differenti tecniche chirurgiche e con finalità ben diverse: nel corso del primo (14.04.2015), realizzato per via laparoscopica, sussisteva la necessità, come peraltro esplicitato, di verificare la tenuta della sola sutura anastomotica; nel corso del secondo intervento chirurgico (18.04.2015), realizzato per via laparotomica, fu diversamente realizzata una manovra funzionale alla ricerca di una perforazione, della quale naturalmente non era nota la sede.

Ciò posto, la negatività della prova idropneumatica condotta il 14.04.2015 trova spiegazione nella presenza di una lesione non ancora francamente perforata, come si osserva in caso di lesioni da elettrocuzione, o, alternativamente, nel ricorrere di una lesione sita in un’area sufficientemente lontana dall’anastomosi da non essere obiettivata alla prova idropneumatica condotta, lo si ricorda, per verificare la tenuta della sutura (“… Controllo pneumatico dell’anastomosi senza evidenti spandimenti …”).

Concludendo, si ribadisce come l’ipotesi prospettata dai consulenti di parte resistente non trovi supporto nelle evidenze chirurgiche ed anatomopatologiche disponibili agli atti; ed ancora, non è irrilevante segnalare come il meccanismo fisiopatologico prospettato contemplerebbe il verificarsi di un evento patologico naturale (la perforazione di un diverticolo) mai occorso nella storia personale del signor YY, stando all’anamnesi raccolta all’atto del ricovero ospedaliero, che si sarebbe realizzato in stretta correlazione cronologica con l’intervento oggetto di valutazione ed indipendentemente da esso.

Il verificarsi di una lesione iatrogena della parete intestinale è fattispecie ampiamente descritta in letteratura e, diversamente dall’ipotesi di parte resistente, è coerente sia con l’evidenza, in via esclusiva, di “… un’area centrale di cm 3 con infarcimento emorragico della parete …”, sia con la successione cronologica degli eventi, connotandosi, dunque, come alternativa contrassegnata dal maggior grado di probabilità.“.

Non pare doversi aggiungere alcunché alle delucidazioni della CTU che appaiono del tutto convincenti, chiare, saldamente motivate ed esaustive nel sostenere la natura iatrogena della lesione subita dal signor YY, che deve ritenersi causata da una manovra chirurgica non sufficientemente cauta.

I Consulenti di parte convenuta hanno, poi, contestato le valutazioni della CTU in merito all’entità della resezione colica, affermando che “… Nel caso del sig. YY i diverticoli erano diffusi a tutto il colon e, pertanto, non solo al sigma e al discendente, ma anche alle altre porzioni di viscere situate più a monte … I consulenti non specificano di quanto sarebbe dovuta essere ampliata la resezione. Dal momento che i diverticoli erano presenti a carico di tutto il colon, verrebbe da pensare che, sempre secondo i consulenti, il sig. YY sarebbe stato candidato ad una pancolectomia …”.

Con la comparsa conclusionale, la difesa convenuta ha, poi, affermato che il CTU sarebbe caduto in contraddizione laddove ha affermato che il personale medico, oltre ad avere determinato una perforazione intestinale, avrebbe effettuato una resezione incompleta del sigma, e si è chiesta — tenuto conto che i diverticoli erano diffusi a tutto il colon, e quindi, non solo al sigma ed al discendente, ma anche alle altre porzioni di viscere situate più a monte — come possa il CTU escludere la necessità di una pancolectomia e, contemporaneamente, sostenere che un intervento più radicale avrebbe eliminato il rischio di perforazione diverticolare. Ritiene, infatti, parte convenuta che, anche laddove la cruentazione chirurgica fosse stata maggiore, come sostenuto dalla dott.ssa Campari, a monte dell’anastomosi sarebbe residuato comunque un segmento colico affetto da diverticolite e il sig. YY non avrebbe quindi potuto scongiurare il pericolo della perforazione poi verificatasi.

Anche su questo punto, la CTU ha risposto in maniera del tutto convincente, precisando che “… nel caso di specie, coerentemente a quanto si è soliti osservare in casi consimili, la patologia diverticolare era, sì diffusa a tutto l’ambito colico, ma in modo più evidente a carico del sigma e del colon sinistro, come documentava l’indagine tomografica condotta in data 04.03.2015 (“… Diverticolosi colica su tutto l’ambito viscerale, maggiore e più accentuata a tutto il sigma e al III distale del discendente …”). Ne deriva che, dovendosi ritenere esclusa l’ipotesi di una pancolectomia, mai prospettata dagli scriventi consulenti dell’Ufficio, sarebbe stato opportuno e prudente procedere con una asportazione del colon sinistro per le ragioni più sopra già argomentate.“.

Va, dunque, ribadito, in adesione alla valutazione operata dalla CTU, che la scelta di circoscrivere la resezione ad una porzione di sigma e, conseguentemente, di confezionare l’anastomosi su di un tratto di viscere gravemente alterato da patologia diverticolare abbia assunto un ruolo, quantomeno, concausale nel determinismo della perforazione intestinale.

Con riguardo, poi, alla somministrazione di antibiotici, i CT di parte hanno osservato che “… La mancata somministrazione di antibiotico nel decorso postoperatorio non può essere ritenuta un errore, poiché in linea con le raccomandazioni dell’Azienda USL Bologna e con le Linee Guida nazionali, suffragata da precise indagini infettivologiche. L’antibioticoterapia intra-e postoperatoria praticata in data 14/04/2015 consistette in amoxicillina/acido clavulanico per via endovenosa pre- e post-intervento. Si tratta di copertura antibiotica profilattica riconosciuta dalle Linee Guida “Antibioticoprofilassi perioperatoria nell’adulto” del SNLG, aggiornate a settembre 2011 ed indicata negli interventi di chirurgia del colon …”.

La difesa convenuta ha, dunque, sostenuto che la rottura di un diverticolo comporta inevitabilmente l’ingresso in cavo peritoneale di germi appartenenti alla comune flora batterica dell’intestino: ciò significa che la peritonite successiva alla perforazione diverticolare si sarebbe verificata in ogni caso, senza alcuna possibilità di prevenzione mediante profilassi antibiotica perioperatoria.

Né, sostiene, può ritenersi tardiva, sotto il profilo terapeutico, la somministrazione antibiotica avviata la notte tra il 17 ed il 18 aprile 2015: in proposito rileva ed osserva che è lo stesso CTU ad ammettere che quelli manifestatisi tra il 16 e la mattina del 17 aprile (rialzi termici della temperatura corporea) erano segni meramente suggestivi di sepsi, e che solo in un secondo momento tali sintomi divenivano diagnostici per infezione; pertanto, in una doverosa prospettiva ex ante, si può senz’altro collocare tale momento nel pomeriggio del 17 aprile 2015, allorquando i sanitari, riscontrata nel paziente una condizione di anemia associata a dispnea, attivavano immediatamente un approfondito iter diagnostico (consulenza cardiologica e cardioversione farmacologica, esame Rx torace, esame TAC) che corroborava l’ipotesi di perforazione e poneva corretta indicazione ad un nuovo intervento chirurgico; la diagnosi strumentale era ottenuta mediante TAC addome con mezzo di contrasto eseguita alle ore 18:37 e, una volta impostata una terapia antibiotica mirata, l’intervento chirurgico veniva effettuato nell’arco di poche ore, con una tempistica assolutamente in linea con quelle che sono le esigenze di pianificazione operativa, preparazione del paziente, degli ambienti e dell’equipe operatoria. In tesi della parte convenuta, dunque, non è accettabile la contestazione di “..ritardo diagnostico e terapeutico..” che il CTU addebita ai sanitari dell’Azienda Usl di Bologna, che — al contrario — avrebbero operato secondo diligenza, prudenza e perizia.

La CTU, in risposta a tali osservazioni, ha inteso, anzitutto, precisare che “..profilassi e terapia antibiotica sono aspetti della pratica clinica distinti e che, come tali, devono essere trattati anche nel contesto valutativo medico legale che qui ci impegna. Con riguardo al caso di specie, la profilassi perioperatoria, cui si riferiscono le linee guida e le raccomandazioni citate dai consulenti di parte resistente, non è stata oggetto di rilievi critici.

Si ribadisce, invece, come l’avvio di terapia antibiotica alle ore 01.00 circa del giorno 18.04.2015 debba ritenersi tardivo stante la comparsa, sin dal pomeriggio del precedente 16 aprile, di segni e sintomi, dapprima suggestivi, poi divenuti diagnostici per sepsi: la necessità di trattare con antibiotici un’infezione, giacché materia di insegnamento del corso di medicina, non è oggetto di linee guida, protocolli e/o raccomandazioni cliniche.“.

La prospettazione di parte convenuta appare infatti smentita dalle evidenze risultanti dal diario clinico, alle quali la CTU si è attenuta nella valutazione, secondo una rigorosa prospettiva ex ante, del ritardo diagnostico e terpaeutico.

Invero, quelli che la difesa convenuta ha definito segni “meramente” suggestivi di sespi, erano, in realtà, segni “fortemente” suggestivi dello stato pericolosamente infettivo del signor YY che imponevano un immediato riscontro diagnostico e terapeutico.

Si ricorda che dall’esame del diario clinico, emerge, infatti, che il signor YY, era in stato febbrile già il giorno 16.04.2015 (“… 16/4 … ore 8.00 TC 38.4 … H. 24.00 TC 38.2 …”), e presentava, già nella mattina del 17.04.2015, segni clinici (“… 17/4 Durante la notte ha presentato agitazione psicomotoria … Desaturazione in aria ambiente 88% … Persiste la FA …”) ed alterazioni laboratoristiche, comprovanti un incremento degli indici di flogosi (“… PCR 15.76 …”, 16.04.2015 ore 07.41; “… PCR 27.50 …”, 17.04.2015 ore 08.21) ed un concomitante abbattimento della conta leucocitaria (“… WBC 13.31 …”, 16.04.2015 ore 07.41; “… WBC 6.99 …”, 17.04.2015 ore 08.21; “… WBC 2.05 …”, 17.04.2015 ore 12.22), certamente meritevoli di approfondimento diagnostico.

La CTU, sulla base di tali dati, ha evidenziato che “A fronte di detto quadro, fortemente suggestivo se non già diagnostico per sepsi, si imponeva la disposizione tempestiva di accertamento tomografico, condotto nel caso concreto solo nel tardo pomeriggio; procedendo secondo giudizio controfattuale, è indubbio che, ammessa come realizzata la condotta dovuta, acquisite le evidenze tomografiche sarebbe stata posta indicazione ad immediato reintervento, che fu diversamente realizzato solo nella notte fra il 17 ed il 18.04.2015.

In secondo luogo, devesi rilevare come, nonostante il rialzo termico del giorno 16.04.2015 ed i segni clinici e laboratoristici comparsi il successivo giorno 17, nel caso di specie non fu somministrata alcuna terapia antibiotica sino alle ore 01.00 circa del giorno 18.04.2015.“.

Le obiezioni sollevate dalla parte convenuta non paiono dunque adeguate a scalfire la valutazione di censurabile inerzia diagnostica nell’assistenza post operatoria erogata al signor YY, né a contraddire il giudizio che l’aver eseguito la revisione chirurgica in condizioni di shock settico ed in carenza di adeguata copertura antibiotica abbia condizionato in termini sfavorevoli l’outcome del paziente.

Per tali ragioni, il decesso del signor YY, coerentemente con il criterio del “più probabile che non“, come interpretato dalla giurisprudenza di legittimità sopra citata, può essere ragionevolmente ascritto ai comportamenti negligenti del personale sanitario, dei quali sopra si è dato atto.

Parte convenuta ha, poi, evidenziato che il signor YY aveva ben 84 anni ed era affetto da neoplasia del retto sigma, da una severa forma di diverticolite e da un’aritmia cardiaca che lo avevano già costretto a due interventi demolitivi nel giro di pochissimi giorni, circostanze da cui deve ragionevolmente desumersi che l’aspettativa di vita del paziente sarebbe stata comunque assai ridotta. Posto quanto sopra, la difesa convenuta sostiene che l’evento morte occorso al sig. YY possa essere eventualmente ricondotto, da un punto di vista eziologico, alla concomitanza della condotta ascritta ai sanitari e del fattore naturale rappresentato dall’età del paziente e del suo pregresso quadro clinico. Pertanto, sostiene che, sebbene sotto il profilo della c.d. “causalità materiale“, il decesso potrebbe essere ricondotto interamente alla condotta ascritta ai medici, sotto il diverso profilo della c.d. “causalità giuridica“, occorrerà comunque distinguere la diversa efficienza causale delle diverse concause, limitando l’eventuale risarcimento a carico della struttura convenuta alla sola parte ad essa effettivamente addebitabile, con la conseguenza che le pretese risarcitorie attoree, ove non rigettate, dovranno essere, comunque, notevolmente ridotte in proporzione all’effettiva efficienza causale della condotta sanitaria nella determinazione dell’evento letifero occorso al sig. YY.

In proposito, è utile rammentare che uno specifico profilo oggetto di discussione negli ultimi anni è stato proprio quello riguardante l’incidenza sulla responsabilità ascrivibile al medico delle concause naturali, tra le quali va annoverata la sussistenza di uno stato patologico pregresso del paziente. Si era, infatti, prospettata la possibilità che il giudice del merito, in sede di accertamento del nesso eziologico tra condotta ed evento, procedesse alla specifica identificazione della parte di danno rapportabile al fattore naturale o alla causa umana, eventualmente mediante il criterio equitativo, con la conseguente graduazione o riduzione proporzionale dell’obbligo risarcitorio del professionista (Cass. civ., sez. III, 16 gennaio 2009, n. 975). Tale prospettazione è stata in seguito ridimensionata, affermandosi che, a fronte di una sia pur minima incertezza sulla rilevanza di un eventuale contributo concausale di un fattore naturale (quale che esso sia), non è ammesso, sul piano giuridico, affidarsi a un ragionamento probatorio semplificato, tale da condurre ipso facto a un frazionamento delle responsabilità in via equitativa, con relativo ridimensionamento del quantum risarcitorio; tuttavia, sul piano della relazione tra l’evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all’esito prodottesi, è concepibile l’addebito all’autore della condotta, responsabile tout court sul piano della causalità materiale, di un obbligo risarcitorio che non si estenda anche alle conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all’evento di danno, bensì determinate dalla pregressa situazione patologica del danneggiato che, a sua volta, non sia riconducibile a negligenza, imprudenza e imperizia del sanitario (Cass. civ, sez. III, 21 luglio 2011, n. 15991; a tale pronuncia si è ispirata sez. III, 6 maggio 2015, n. 8995, che ha confermato la decisione con cui il giudice di merito, in relazione al danno celebrale patito da un neonato, aveva posto l’obbligo risarcitorio interamente a carico della struttura sanitaria in cui egli era stato ricoverato immediatamente dopo il parto, avvenuto altrove, e presso la quale aveva contratto un’infezione polmonare, sebbene le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio non avessero escluso la possibilità che un contributo concausale al pregiudizio lamentato fosse derivato da una patologia sviluppata in occasione della nascita; nonché, tra le decisioni di merito, Trib. Firenze, 16 giugno 2014). Ma non così è nel caso che occupa, laddove, all’opposto, il medico era perfettamente a conoscenza delle patologie pregresse, ed avrebbe dovuto adottare tutti gli accorgimenti richiesti, in funzione delle stesse.

E del resto, se è onere del sanitario che non abbia correttamente adempiuto la propria prestazione dimostrare che l’esito infausto delle cure si è verificato per fattori causali diversi, a sé non imputabili, vi è da rilevare che da parte del convenuto non si è affatto fornita tale prova liberatoria.

Per tali ragioni, il decesso del signor YY, coerentemente con il criterio del “più probabile che non“, come interpretato dalla giurisprudenza di legittimità sopra citata, può essere ragionevolmente ascritto ai comportamenti negligenti del personale sanitario, dei quali sopra si è dato atto.

***

Quantum. Danno da lesione del rapporto parentale.

Accertata la colpa dei sanitari e il nesso eziologico con il decesso, è ora possibile addivenire alla liquidazione dei danni subiti dai prossimi congiunti per perdita del rapporto parentale.

Come è noto, il danno per perdita del rapporto parentale rappresenta il pregiudizio determinato dal dolore e dalla sofferenza provocati dalla perdita della persona cara e dal fatto di non poter più sperimentare tutte quelle relazioni fatte di affettività, condivisione, solidarietà che caratterizzano un sistema di vita che viene irreversibilmente stravolto. In particolare, Cass. civ. Sez. III Ord., n. 9196/2018 definisce tale perdita come «..quel danno che va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti.».

In tale ottica, la Suprema Corte di Cassazione rileva come «..ognuno dei familiari superstiti ha diritto ad una liquidazione inclusiva di tutto il danno non patrimoniale subìto, in proporzione alla durata ed intensità del vissuto, nonché alla composizione del restante nucleo familiare in grado di prestare assistenza morale e materiale, avuto riguardo all’età della vittima ed a quella dei familiari danneggiati, alla personalità individuale di costoro, alla loro capacità di reazione e sopportazione del trauma e ad ogni altra circostanza del caso concreto, da allegare e dimostrare (anche presuntivamente, secondo nozioni di comune esperienza).» (Cass. civ. n. 14655 del 2017, Cass. civ., n. 9231 del 2013).

Con successiva pronuncia 19 novembre 2018, n. 29784, la Suprema Corte ha testualmente stabilito:

«2.3. questa Corte ha già precisato (v. già Cass. Sez. U., 11 novembre 2008, n. 26972) che il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c., identificandosi con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica, costituisce categoria unitaria non suscettiva di suddivisione in sottocategorie; il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno; tuttavia, come è stato evidenziato (v. le recenti Cass. 5 ottobre 2018, n. 24558; Cass. 12 giugno 2018, n. 15213) la liquidazione finalisticamente unitaria di tale danno (non diversamente da quella prevista per il danno patrimoniale) avrà il significato di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subìto tanto sotto l’aspetto della sofferenza interiore (cui potrebbe assimilarsi, in una suggestiva simmetria legislativa, il danno emergente in guisa di vulnus interno arrecato al patrimonio del creditore) quanto sotto quello dell’alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni suo profilo, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (danno idealmente omogeneo al cd. “lucro cessante” quale proiezione esterna del patrimonio del soggetto); anche se, dunque, il danno non patrimoniale costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella relativa liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione oltre che ad un adeguamento della misura di tale danno, indicando il criterio di “personalizzazione” adottato, che dovrà risultare logicamente coerente con gli elementi circostanziali ritenuti rilevanti a esprimere l’intensità e la durata della sofferenza psichica (principio, questo, che rappresenta l’evoluzione naturale di quanto enunciato da questa Corte a Sezioni Unite con le note sentenze nn. 26972-26975 dell’11 novembre 2008);

2.4. in sintesi, dunque, natura unitaria sta a significare che non v’è alcuna diversità nell’accertamento e nella liquidazione del danno causato dalla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, che sia costituito dalla lesione alla reputazione, alla libertà religiosa o sessuale, o al rapporto parentale; natura onnicomprensiva sta invece a significare che, nella liquidazione di qualsiasi pregiudizio non patrimoniale, il giudice di merito deve tener conto di tutte le conseguenze che sono derivate dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, e di non oltrepassare una soglia minima di apprezzabilità, onde evitare risarcimenti cd. bagatellari (in tali termini, Cass. 7 marzo 2016, n. 4379; Cass. 20 aprile 2016, n. 7766);

2.5. così, nella specie, viene in primo luogo in considerazione la sofferenza morale intesa quale turbamento dell’animo, dolore intimo sofferto (non risultano lamentate degenerazioni patologiche della sofferenza);

2.6. sempre nell’ambito del danno patrimoniale suddetto può esservi, poi, un particolare profilo costituito dal danno da perdita del rapporto parentale, danno che, come è stato evidenziato (v. Cass. 9 maggio 2011, n. 10107), va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia e sulla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost., nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti, danno che può presumersi allorquando costoro siano legati da uno stretto vincolo di parentela, ipotesi in cui la perdita lede il diritto all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che caratterizza la vita familiare nucleare (v. Cass. 16 marzo 2012, n. 4253; Cass. 14 giugno 2016, n. 12146; Cass. 15 febbraio 2018, n. 3767); ed infatti, come questa Corte ha già avuto modo di affermare e di ribadire, la prova del danno da perdita dello stretto congiunto può essere data anche a mezzo di presunzioni (v. Cass. 31 maggio 2003, nn. 8827 e 8828; Cass. 19 agosto 2003, n. 12124; Cass. 15 luglio 2005, n. 15022), le quali al riguardo assumono anzi precipuo rilievo (v. Cass., Sez. U., 24 marzo 2006, n. 6572);

le presunzioni, vale osservare, come affermato in giurisprudenza di legittimità (v. Cass., Sez. U., n. 6572/2006 cit.) e sostenuto anche in dottrina, non costituiscono uno strumento probatorio di rango secondario nella gerarchia dei mezzi di prova e più debole rispetto alla prova diretta o rappresentativa;

va anche sottolineato come, alla stessa stregua di quella legale, la presunzione vale sostanzialmente a facilitare l’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova contraria;

2.7. solo affinché possa ritenersi leso il rapporto parentale di soggetti al di fuori dello stretto nucleo familiare (es. nonni, nipoti, genero, nuora) è necessaria la convivenza, quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico;

la presenza di un dato esteriore certo, a fondamento costituzionale, che elimina le incertezze in termini di prevedibilità della prova caso per caso – della quale non può escludersi la compiacenza – di un rapporto affettivo intimo intenso, si sostituisce, così, al dato legalmente rilevante della parentela stretta all’interno della famiglia nucleare e, parificato a quest’ultimo, consente di usufruire dello stesso regime probatorio, per presunzione della particolare intensità degli affetti, che la giurisprudenza di legittimità ammette per i parenti stretti (v. Cass. 13 maggio 2011, n. 10527);

2.8. dunque la morte di un prossimo congiunto costituisce di per sé un fatto noto dal quale il giudice può desumere, ex art. 2727 c.c., che i familiari stretti dello scomparso, i quali sono stati privati di un valore non economico ma personale, costituito dal godimento della presenza del congiunto ed hanno subito la definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare, abbiano patito una sofferenza interiore tale da determinare un’alterazione della loro vita di relazione e da indurli a scelte di vita diverse da quelle che avrebbero altrimenti compiuto, sicché nel giudizio di risarcimento del relativo danno non patrimoniale incombe al danneggiante dimostrare l’inesistenza di tali pregiudizi;

una prova del genere non può, evidentemente, consistere, nel caso di detto legame parentale stretto, nella mera mancanza di convivenza, atteso che il pregiudizio presunto, proprio per tale legame e le indubbie sofferenze patite dai parenti, prescinde già, in sé, dalla convivenza;

la mancanza di quest’ultima, quindi, non può rilevare al fine di escludere o limitare il pregiudizio, bensì al solo fine di ridurre il risarcimento rispetto a quello spettante secondo gli ordinari criteri di liquidazione, tenuto conto di ogni ulteriore elemento utile e così, ad esempio, della consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, delle abitudini di vita, dell’età della vittima, di quella dei singoli superstiti, ecc. (v. Cass. 21 agosto 2018, n. 20844);

anche la semplice lontananza non è una circostanza di per sè idonea a far presumere l’indifferenza dei familiari – madre, padre, fratelli – alla morte del congiunto – figlio, fratello – trattandosi di elemento neutro, in quanto interpretabile anche quale rafforzativo dei vincoli affettivi, a misura che la mancanza della persona cara acuisce il desiderio di vederla (v. in tal sento la citata Cass. n. 3767/2018);

è il convenuto che deve dedurre e provare l’esistenza di circostanze serie, concrete e non meramente ipotetiche, dimostrative dell’assenza di un legame affettivo tra la vittima ed il superstite.».

La valenza della prova presuntiva, in questa materia, è stata successivamente confermata da Cass. 24 aprile 2019 n. 11212, tra le molte.

Recentemente, Cass. 29 ottobre 2019 n. 27590 ha affermato, sui criteri di liquidazione del predetto danno:

«In ordine al danno subito dai congiunti del defunto, questa Corte ha avuto più volte modo di affermare che ai medesimi spetta, oltre al danno patrimoniale (cfr. Cass., 2/2/2007, n. 2318; Cass., 8/3/2006, n. 4980), anche il risarcimento del danno non patrimoniale -e di quello morale in particolare- iure proprio sofferto per la perdita del congiunto, dovendo essi provare la effettività e la consistenza della relazione parentale, ma non anche il rapporto di convivenza, non assurgendo questa a connotato minimo di relativa esistenza (v. Cass., 19/11/2018, n. 29784; Cass., 15/2/2018, n. 3767; Cass., 7/12/2017, n. 29332; Cass., 20/10/2016, n. 21230. Cfr. altresì Cass., 1/12/2010, n. 24362. Contra, ma isolatamente, con particolare riferimento ai nonni, v. Cass., 16/3/2012, n. 4253).

Quanto alla liquidazione del danno non patrimoniale, si è da questa Corte ripetutamente affermato che il relativo ristoro pecuniario non può mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, sicché se ne impone la valutazione equitativa, che deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, giusta criteri (la cui scelta e adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice) che siano idonei a consentire altresì la c.d. personalizzazione del danno, al fine di addivenire ad una liquidazione equa, e cioè congrua, adeguata e proporzionata, rispondente al principio dell’integralità del ristoro, e pertanto non meramente simbolica o irrisoria, o comunque non correlata all’effettiva natura o entità del danno, ma tendente (in considerazione della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno) alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento.

Si è altresì precisato che tale massima non si pone invero in termini antitetici bensì in intima correlazione con il principio in base al quale il danneggiante è tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone di evitare duplicazioni risarcitorie, le quali si configurano (solo) allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito ed incidenti sulla persona del danneggiato.

Va in argomento ulteriormente posto in rilievo che giusta principi consolidati nella giurisprudenza di legittimità:

– è compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore persona si siano verificate, e provvedendo al relativo integrale ristoro (v. Cass., 8/11/2018, n. 28496; Cass., 20/4/2016, n. 7768; Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972);

– il principio di unitarietà del danno patrimoniale posto da Cass., 11/11/2008, n. 26972 non va inteso nel senso dell’irrisarcibilità (rectius, non ristorabilità) della lesione o perdita di (tutti o alcuni dei) diversi aspetti o voci concernente beni della vita diversi (o eterogenei o non omogenei) in cui la categoria del danno non patrimoniale si scandisce nel singolo caso concreto (cfr. Cass., 11/4/2017, n. 9250; Cass., 23/1/2014, n. 1361; Cass., 8/5/2015, n. 9320);

– del danno non patrimoniale il ristoro pecuniario non può mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, sicché se ne impone la valutazione equitativa;

– la valutazione equitativa, che attiene alla quantificazione e non già all’individuazione del danno, deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravità della lesione;

i criteri di valutazione equitativa, la cui scelta e adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, devono essere idonei a consentire la c.d. personalizzazione del danno, al fine di addivenire ad una liquidazione equa, e cioè congrua, adeguata e proporzionata;

– le Tabelle di Milano, la cui utilizzazione è stata dalle Sezioni Unite avallata nei limiti in cui nell’avvalersene il giudice proceda ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, al fine “di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza” (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972), costituiscono idoneo parametro da prendersi a riferimento da parte del giudice di merito ai fini della liquidazione equitativa del danno non patrimoniale ovvero quale criterio di riscontro e verifica della liquidazione diversa alla quale si sia pervenuti, consentendo di pervenire – con l’apporto dei necessari ed opportuni correttivi ai fini della c.d. personalizzazione del ristoro – alla relativa determinazione in termini maggiormente congrui, sia sul piano dell’effettività del ristoro del pregiudizio che di quello della relativa perequazione – nel rispetto delle diversità proprie dei singoli casi concreti – sul territorio nazionale (v. Cass., 28/6/2018, n. 17018; Cass., 19/10/2016, n. 21059; Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 12/7/2006, n. 15760);

– la liquidazione deve rispondere ai principi dell’integralità del ristoro, e pertanto:

  1. a) non può essere puramente simbolica o irrisoria o comunque non correlata all’effettiva natura o entità del danno ma deve tendere, in considerazione della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento;
  2. b) deve concernere tutti gli aspetti (o voci) di cui la categoria del danno non patrimoniale si compendia, il principio della integralità del ristoro subito dal danneggiato non ponendosi in termini antitetici bensì trovando per converso correlazione con il principio in base al quale il danneggiante è tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone di evitare altresì duplicazioni risarcitorie, le quali si configurano (solo) allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito ed incidenti sulla persona del danneggiato;

– nel liquidare il danno morale il giudice deve dare motivatamente conto del relativo significato al riguardo considerato, e in particolare se lo abbia valutato non solo quale patema d’animo o sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale soggettivo), ma anche in termini di dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana.».

Nel caso che occupa, sulla scorta dei cennati principi, non vi è motivo per dubitare del raggiungimento della prova dell’esistenza di tale tipologia di danno, per tutte le attrici.

Nel caso di specie, infatti, non è seriamente contestabile che la perdita dell’anziano padre abbia comportato un importante vuoto affettivo per le figlie, cagionando un danno non patrimoniale che merita di essere ristorato, né, da parte della convenuta, si sono rappresentati elementi ostativi all’apprezzamento, sulla scorta di presunzioni gravi precise e concordanti, di tali forti legami affettivi.

Occorre, però, considerare pure che il signor YY aveva 84 anni, ed era affetto da grave malattia che riduceva le sue aspettative di vita, in assenza di malpractice e secondo la stima effettuata dal CTU, a circa 5 anni. Le figlie, odierne attrici, sono donne mature ed autonome, con propri nuclei familiari, e la sussistenza di legami fraterni deve ritenersi in grado di attutire la sofferenza per la perdita del padre.

Per la liquidazione deve trovare applicazione la Tabella elaborata dal Tribunale di Milano 2018, che ad oggi rappresenta, come ribadito anche dalla giurisprudenza di legittimità sopra riportata, il criterio più congruo ed in linea con il dettato normativo ed esplicitamente adottato da questa Sezione del Tribunale.

Dunque si ritiene di dover liquidare, tenendo conto, per tutti le richiedenti, dell’età del defunto padre, e di tutte le altre circostanze del caso, tra le quali anche la circostanza che il paziente era comunque già portatore di grave patologia, la somma di € 70.000,00 per ciascuna delle attrici, cui dovranno aggiungersi, trattandosi di debito di valore ad oggi cristallizzato in debito di valuta, gli interessi corrispettivi in misura legale dalla data odierna e fino al saldo effettivo.

Danno biologico terminale subito dal paziente.

Le eredi di YY agiscono, in questa sede, anche per il risarcimento, jure hereditario, del danno cd. biologico terminale.

Il danno terminale, come noto, è comprensivo di un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso) cui può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofale).

Nel caso di specie, il CTU ha riportato che il giorno 15.04.2015, uscito dalla sala operatoria, il signor YY versava nelle seguenti condizioni: “… 19.40 Rientra in reparto dalla Terapia Intensiva. Paz vigile eupnoico in buon compenso emodinamico PA 100/60 SatO2 92%. …”.

Per i giorni successivi, il diario clinico riporta i seguenti dati:

“… 16/4 Condizioni generali discrete. Febbricola. Canalizzato ai gas. All’ECG di controllo (effettuato in mattinata a seguito del riscontro di dispnea) FA ad alta risposta per la quale ha iniziato cardioversione farmacologica (Amiodarone) con buona risposta al controllo. Richiesto es ematico per domattina.“.

17/4 Durante la notte ha presentato agitazione psicomotoria. Si è sfilato accidentalmente il sondino nasogastrico. Apiressia. Addome trattabile, leggermente dolente. Drenaggio sin 25 ml. Diuresi 1400 ml. PA 140/85. Desaturazione in aria ambiente 88%. ECG di controllo: Persiste la FA. Rx torace. Emocromo di controllo. 17/4 h 18.30 Persiste tachicardia, dispnea e desaturazione O2 in aria ambiente. Continua O2 terapia. H. 18.45 TC toraco addominale O2 terapia con Ventimask. H. 19.30 emogasanalisi. Si trasferisce in terapia intensiva per monitoraggio e assistenza …”

18/4 H. 1.45 Intervento …” (diario medico); “… 16/4 … ore 8.00 TC 38.4 infuso 1 flac Perfalgan … Ore 9.30 paz presenta aritmia da FA ad alta frequenza … Ore 12.00 TC 37.3 Non si alza … Si lamenta di non stare bene, posturato, aiutato, poi sta meglio … agitato H. 24.00 TC 38.2, Infonde 1 f Perfalgan … 17/4 M Paz un po’ agitato e confuso … P … Alle H. 16.30 il paz riferisce agitazione … avvisato MdG Richiesta TAC add urgente … in attesa di decisioni. N Il paz in cond scadenti, presenta dispnea … avvisato MdG, alle ore 21.10 il paziente viene trasferito in TI …”

Il signor YY dunque è sopravvissuto per tre giorni dalla data dell’intervento.

Sulla base di quanto riportato nel diario clinico sembra potersi affermare che, sino a tutta la giornata del 16.04.2015, le condizioni del paziente non erano tali da indurre nel signor YY la coscienza del proprio imminente decesso. Diversamente, deve ritenersi che nelle due giornate successive, il rapido peggioramento delle sue condizioni, il trasferimento in terapia intensiva, la sottoposizione a nuovo intervento, che non ha affatto attenuato lo stato di malessere del paziente, abbiano radicato nel signor YY, che è rimasto vigile e lucido almeno sino al pomeriggio del 18.04.2015, la consapevolezza e rappresentazione della propria morte imminente con ogni aspetto sofferenziale legato a tale percezione.

Sulla scorta degli elementi forniti dal CTU, pertanto, vi sono i requisiti ed i presupposti per liquidare, a favore delle eredi, il danno biologico terminale.

Anche per tale pregiudizio, le tabelle milanesi si ispirano ad un principio di unitarietà ed onnicomprensività: tenendo conto dell’insegnamento delle Sezioni Unite (sentenze gemelle SS.UU. nn. 26972/3/4/5 dell’11.11.2008, oltre alla n. 15350/2015), esse propongono una definizione onnicomprensiva del “danno terminale“, tale da ricomprendere al suo interno ogni aspetto biologico e sofferenziale connesso alla percezione della morte imminente. Onde evitare il pericolo di duplicazione di medesime poste di pregiudizio, la categoria del danno terminale deve intendersi dunque comprensiva dei pregiudizi definiti come danno biologico terminale, da lucida agonia o morale catastrofale. Non solo: la liquidazione del danno terminale, proprio in quanto comprensiva di ogni voce di pregiudizio non patrimoniale patita in quel lasso di tempo, esclude la separata liquidazione del danno biologico temporaneo “ordinario“, da intendersi quindi assorbita.

Tenuto conto che tali tabelle prevedono che nei primi tre giorni di danno terminale il Giudice possa liquidare il danno muovendosi liberamente secondo la propria valutazione personalizzata ed equitativa, ma nel rispetto di un tetto massimo convenzionalmente stabilito in € 30.000,00, non ulteriormente personalizzabile, e considerato che il danno biologico terminale si è concretizzato, per il signor YY, per la durata di tre giorni (di cui due giorni per la componente c.d. “catastrofale”), pare equo liquidare tale danno nella somma omnicomprensiva di € 20.000,00 all’attualità.

Trattandosi di debito di valore oggi cristallizzato in debito di valuta, sull’importo come sopra liquidato sono dovuti gli interessi corrispettivi dalla data della presente sentenza e fino al saldo.

Danno patrimoniale.

Per quanto riguarda il danno patrimoniale, spetta alle ricorrenti il ristoro delle spese sostenute per giungere all’accertamento dell’inadempimento delle resistenti ( v. Cass. Ordinanza 3 settembre 2019, n. 21975) ed, in particolare:

– spese di CTU del procedimento ex art. 696 bis c.p.c., pari ad € 5.881,06 oltre IVA e oneri previdenziali, come da decreto di liquidazione del 10/5/2018, e così per complessivi € 7.174,90 già saldati dalle ricorrenti (docc. I e N fasc. att.);

– spese per relazione medico legale e spese di CTP del dott. Reganato, pari ad € 4.880,00 (doc. O fasc. att.);

– spese legali sostenute per la fase stragiudiziale e per il procedimento di ATP come da parametri medi previsti dal DM 55/2014 pari ad € 14.025,43 omnia (doc. P fasc. att.).

Così per un totale di €26.080,33, oltre interessi dalla data della presente sentenza al saldo.

In conclusione le convenute sono solidalmente tenute al risarcimento delle seguenti somme:

€ 210.000,00 a titolo di danno iure proprio;

€ 20.000,00 a titolo di danno iure hereditario

€ 26.080,33 a titolo di danno emergente

Ciascuna delle tre attrici, avrà dunque diritto ad essere risarcita della somma complessiva di € 85.360,00 (256.080,33/3) oltre interessi dalla data della presente sentenza al saldo.

Azione di regresso.

La Casa di Cura “Alfa” ha domandato, in via subordinata che, in caso di accoglimento della domanda attorea, l’Azienda USL di Bologna sia condannata a tenerla indenne.

Nel merito, tale domanda deve essere rigettata.

Invero si ribadisce che dell’errore medico l’odierna Casa di Cura risponde solidamente ai sensi dell’art. 1228 cod. civ.

Ciò posto, come in ogni rapporto di solidarietà passiva, dal combinato disposto di cui agli artt. 1298 e 1299 cod. civ. discende che nei rapporti interni tra coobbligati , l’obbligazione si intende dovuta dai condebitori in parti uguali “se non risulta diversamente” ed il condebitore che provvede a pagare l’intero debito può ripetere dagli altri quanto di loro spettanza.

La convenuta ha allegato e documentato che tra l’AUSL di Bologna e la Casa di Cura “Alfa” è stata stipulata una Convenzione per acquisizione di spazi aggiuntivi per lo svolgimento di attività libero professionale in regime di ricovero. Ha, quindi, dedotto che, in base a tale accordo, i pazienti ricoverati, come nel caso del Signor YY, siano da considerarsi, a tutti gli effetti, pazienti dell’Azienda Sanitaria Locale di Bologna e che, quindi, la responsabilità del ricovero e di ogni altra sua eventuale conseguenza sia a carico esclusivo dell’Azienda USL di Bologna.

In proposito ha richiamato l’art. 11 della predetta Convenzione che recita: “Art. 11. RESPONSABILITÀ VERSO TERZI. Sono a carico dell’AUSL le assicurazioni sulla responsabilità civile per danni dipendenti dall’attività assistenziale, diagnostica e terapeutica svolta nei locali della Casa di Cura dal proprio personale medico. La Casa di Cura, con la sottoscrizione del presente accordo, si assume diretta responsabilità verso i dirigenti medici, verso i pazienti e verso i terzi per ogni danno ad essi causato per l’utilizzo di strutture, impianti, attrezzature medicali, gestione dei servizi accessori previsti dalla presente convenzione.“.

La convenuta sostiene, dunque, che il rapporto contrattuale che è sorto tra la Casa di Cura ‘Alfa’ e il paziente, purtroppo deceduto, è stato limitato dal confine dettato dalle prestazioni fornite dalla Casa di Cura al paziente ed indicate nella fattura n. 2.560 del 30.04.15 dell’importo di € 2.645,50, (doc. 3 fasc. conv.), cioè vale a dire “il maggior confort alberghiero“, “il vitto accompagnatore” e “il costo di materiali chirurgici differenziali“, che di fatto sono state prestazioni rese e usufruite dal Signor YY, al di là dell’esito delle cure.

Le altre spese relative al ricovero del Signor YY, richieste sempre dalla Casa di Cura, sono relative al costo degenza quota a carico del cittadino e ai compensi medici e sono tutte di pertinenza della AUSL: rileva, infatti, la convenuta che, in virtù della Convenzione, all’art. 10, la Casa di Cura è soltanto delegata all’incasso delle somme che i pazienti devono corrispondere all’Azienda USL e poi a versare dette somme presso le casse della Tesoreria dell’AUSL. Pertanto, tutte le relative obbligazioni sono a carico esclusivo dell’Azienda ASL, come comprovato dal documento n. 6 allegato da parte ricorrente, dove vi sono le distinte di pagamento prodotte ed emesse dall’Azienda USL.

Rileva, infine, che la cartella clinica, agli atti quale documento n. 4 di parte ricorrente, è un atto di provenienza dell’Azienda USL di Bologna e tale documento comprova il fatto che i pazienti ricoverati in base a tale accordo, come il Signor YY, sono a tutti gli effetti pazienti dell’AUSL.

Tale prospettazione non è convincente in considerazione di quanto emerso dalla CTU e di quanto previsto anche dalla Convenzione stipulata tra le parti odierne convenute.

Con riferimento a tale ultimo documento, si osserva che all’art. 3 Obblighi della clinica privata” è previsto che la Casa di Cura si impegna ad erogare all’AUSL diversi servizi integrativi, tra i quali “assistenza medica e infermieristica continuativa in linea con le indicazioni normative previste per i servizi ospedalieri di ricovero, ovvero, se necessario, di terapia intensiva“, nonché “fornitura delle consulenze urgenti specialistiche necessarie a mezzo di proprio personale medico presente in struttura o più rapidamente reperibile, ovvero richiesta di intervento agli specialisti della AUSL“.

L’art. 5 delle citata convenzione prevede che “La Casa di Cura, avvalendosi di proprio personale ed organizzandone la rotazione, si impegna garantire agli utenti dell’A.U.S.L. un servizio assistenziale continuativo nelle 24 ore sia a mezzo di guardia medica presente in struttura, sia a mezzo del personale infermieristico e tecnico numericamente previsto dagli standard assistenziali per le prestazioni ospedaliere“.

Non è dunque condivisibile la prospettazione della convenuta che, facendo richiamo agli artt. 11 e 10 della predetta Convenzione, sembra assimilare la Casa di Cura, ossia un ente organizzato per fornire prestazioni sanitarie, ad una mera struttura alberghiera, o comunque limitata all’”affitto” della sala operatoria. Inderogabili esigenze di protezione di carattere pubblicistico connesse alla natura dell’attività sanitaria impongono un’accurata scelta e sorveglianza del personale che all’interno presta tali servizi da parte del direttore sanitario, la cui funzione di rappresentanza dell’ente implica anche l’obbligo di controllare la qualità e la correttezza dell’operato di coloro che, a qualsiasi titolo, vi esercitano la professione sanitaria e le modalità con le quali vengono utilizzate le strutture messe a disposizione di costoro. Tale obbligo rappresenta un aspetto dell’adempimento del contratto stipulato con l’accettazione del paziente ed il pagamento del corrispettivo.

Ciò posto, si osserva che nel caso di specie, secondo quanto accertato dalla CTU, si sono evidenziate lacune e criticità sia sotto il profilo medico-chirurgico sia nell’assistenza infermieristica post-operatoria.

Si ricorda che la CTU, ha evidenziato che a fronte di un quadro “..fortemente suggestivo se non già diagnostico per sepsi, si imponeva la disposizione tempestiva di accertamento tomografico, condotto nel caso concreto solo nel tardo pomeriggio; procedendo secondo giudizio controfattuale, è indubbio che, ammessa come realizzata la condotta dovuta, acquisite le evidenze tomografiche sarebbe stata posta indicazione ad immediato re-intervento, che fu diversamente realizzato solo nella notte fra il 17 ed il 18.04.2015.

In secondo luogo, devesi rilevare come, nonostante il rialzo termico del giorno 16.04.2015 ed i segni clinici e laboratoristici comparsi il successivo giorno 17, nel caso di specie non fu somministrata alcuna terapia antibiotica sino alle ore 01.00 circa del giorno 18.04.2015.“.

La CTU ha dunque, del tutto condivisibilmente, censurato l’inerzia diagnostica nell’assistenza post operatoria erogata al signor YY e ha spiegato che, se la perforazione intestinale causata da manipolazione chirurgica non sufficientemente cauta — e come tale censurabile — è stata l’evento che innescò lo stato settico che condusse al decesso il sig. YY, nondimeno l’aver eseguito la revisione chirurgica in condizioni di shock settico ed in carenza di adeguata copertura antibiotica ha condizionato in termini sfavorevoli l’outcome del paziente.

A fronte di tali evidenze, la Casa di Cura non ha provato che dell’assistenza post operatoria si ebbe ad occupare il personale sanitario dipendente dall’AUSL di Bologna in luogo del personale infermieristico e medico (ivi compreso il medico di guardia) della struttura convenuta.

La domanda di regresso va, dunque, rigettata, ritenendosi sussistente una responsabilità s