Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

ROVIGO BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE

ROVIGO BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

 

Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha parzialmente riformato la sentenza del 24 maggio 2012 del Tribunale di Rovigo che ha condannato (OMISSIS) per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale (capo A) e per il delitto di cui al Regio Decreto n. 267 del 1942, articolo 220 (capo B), da lui commessi quale amministratore della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il (OMISSIS).

In particolare, la Corte di appello ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di cui al capo B), riducendo la pena principale e le pene accessorie.

  1. Avverso detta sentenza (OMISSIS), a mezzo del suo difensore, ha proposto ricorso chiedendone l’annullamento ed affidandosi a due motivi.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la carenza di motivazione in ordine al motivo di appello con il quale si lamentava la insussistenza dell’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta documentale.

Nel caso di specie, la sentenza della Corte di appello e del Tribunale hanno evidenziato che nel pur breve periodo in cui l’imputato ha amministrato la societa’ fallita, egli ha ritirato le scritture contabili presso il consulente della societa’ e ha poi omesso di depositarle presso il Tribunale fallimentare. In tal modo egli ha occultato dette scritture.

Quanto al dolo, nella sentenza di primo grado si segnala che il (OMISSIS) non ha in alcun modo collaborato con gli organi fallimentari per ricostruire il patrimonio ed il movimento degli affari, rendendosi irreperibile, e non ha in alcun modo risposto ai telegrammi che gli sono stati inviati dal curatore. Il (OMISSIS), quindi, ha agito allo scopo di celare alla curatela la attivita’ di gestione della societa’ ed i risultati della stessa. Il curatore, tuttavia, ha potuto accertare alcune vicende ad essa inerenti, tramite la consultazione di pubblici registri e di banche dati.

Gli elementi cosi’ acquisiti, si evidenzia nella sentenza di primo grado, hanno consentito di accertare che il (OMISSIS) ha proceduto allo “smantellamento” della societa’, licenziando i dipendenti e trasferendo la sede della societa’ all’estero e ponendo in essere operazioni prive di logica, se non finalizzate ad indebitare ulteriormente la societa’ e a distrarre il suo attivo. In particolare, si evidenzia che la societa’ ha acquistato e rivenduto in appena tre mesi sette veicoli tra semirimorchi e trattori stradali e non e’ stato possibile stabilire che destinazione abbia avuto il ricavato dalla vendita di detti veicoli, cosicche’ (vedi pag. 3 della motivazione della sentenza di primo grado e pag. 4 della motivazione della sentenza di secondo grado) deve ritenersi che i proventi di dette operazioni commerciali siano stati distratti.

L’occultamento delle scritture, si legge nella sentenza impugnata, era quindi diretto ad impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari e quindi la ricostruzione delle attivita’ distrattive poste in essere.

Il Tribunale e la Corte di appello hanno, quindi, fornito una motivazione esaustiva sia in ordine alla sussistenza del dolo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, sia in ordine alla impossibilita’ di qualificare il fatto come bancarotta semplice documentale.

 

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|12 ottobre 2020| n. 28383

 

 

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere

Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere

Dott. ROMANO Miche – rel. Consigliere

Dott. FRANCOLINI Giovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 11/03/2019 della Corte di appello di Venezia;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Michele Romano;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Di Leo Giovanni, che ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile;

udito il difensore del ricorrente, avv. (OMISSIS), che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha parzialmente riformato la sentenza del 24 maggio 2012 del Tribunale di Rovigo che ha condannato (OMISSIS) per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale (capo A) e per il delitto di cui al Regio Decreto n. 267 del 1942, articolo 220(capo B), da lui commessi quale amministratore della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il (OMISSIS).

In particolare, la Corte di appello ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di cui al capo B), riducendo la pena principale e le pene accessorie.

  1. Avverso detta sentenza (OMISSIS), a mezzo del suo difensore, ha proposto ricorso chiedendone l’annullamento ed affidandosi a due motivi.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la carenza di motivazione in ordine al motivo di appello con il quale si lamentava la insussistenza dell’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta documentale.

A tale proposito la Corte di appello si era limitata ad elencare le attivita’ svolte dall’imputato quale amministratore, senza spiegare perche’ esse avrebbero arrecato danno alla societa’. Era, invece, necessario che il soggetto fosse consapevole di arrecare danno al patrimonio della societa’ con la propria condotta.

La mancata consegna delle scritture contabili, secondo la Corte di appello, era volta ad occultare detta documentazione in quanto compromettente, ma non si spiegavano le ragioni per le quali le scritture avrebbero avuto carattere compromettente e quindi non si chiarivano i motivi per i quali era stato ritenuto sussistente l’elemento soggettivo della bancarotta fraudolenta.

2.2. Con il secondo motivo deduce che, non risultando esplicitate le ragioni per le quali era stato ritenuto sussistente il dolo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, la Corte di appello neppure aveva dato risposta al motivo di appello con il quale era stata chiesta la riqualificazione del fatto come bancarotta semplice documentale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile.
  2. Il primo ed il secondo motivo di ricorso, che possono essere trattati unitariamente in quanto strettamente connessi, sono manifestamente infondati.

Il giudice di legittimita’, ai fini della valutazione della congruita’ della motivazione del provvedimento impugnato, deve fare riferimento alle sentenze di primo e secondo grado, le quali si integrano a vicenda confluendo in un risultato organico ed inscindibile (Sez. 5, n. 14022 del 12/01/2016, Genitore, Rv. 266617).

Nel caso di specie, la sentenza della Corte di appello e del Tribunale hanno evidenziato che nel pur breve periodo in cui l’imputato ha amministrato la societa’ fallita, egli ha ritirato le scritture contabili presso il consulente della societa’ e ha poi omesso di depositarle presso il Tribunale fallimentare. In tal modo egli ha occultato dette scritture.

Quanto al dolo, nella sentenza di primo grado si segnala che il (OMISSIS) non ha in alcun modo collaborato con gli organi fallimentari per ricostruire il patrimonio ed il movimento degli affari, rendendosi irreperibile, e non ha in alcun modo risposto ai telegrammi che gli sono stati inviati dal curatore. Il (OMISSIS), quindi, ha agito allo scopo di celare alla curatela la attivita’ di gestione della societa’ ed i risultati della stessa. Il curatore, tuttavia, ha potuto accertare alcune vicende ad essa inerenti, tramite la consultazione di pubblici registri e di banche dati.

Gli elementi cosi’ acquisiti, si evidenzia nella sentenza di primo grado, hanno consentito di accertare che il (OMISSIS) ha proceduto allo “smantellamento” della societa’, licenziando i dipendenti e trasferendo la sede della societa’ all’estero e ponendo in essere operazioni prive di logica, se non finalizzate ad indebitare ulteriormente la societa’ e a distrarre il suo attivo. In particolare, si evidenzia che la societa’ ha acquistato e rivenduto in appena tre mesi sette veicoli tra semirimorchi e trattori stradali e non e’ stato possibile stabilire che destinazione abbia avuto il ricavato dalla vendita di detti veicoli, cosicche’ (vedi pag. 3 della motivazione della sentenza di primo grado e pag. 4 della motivazione della sentenza di secondo grado) deve ritenersi che i proventi di dette operazioni commerciali siano stati distratti.

L’occultamento delle scritture, si legge nella sentenza impugnata, era quindi diretto ad impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari e quindi la ricostruzione delle attivita’ distrattive poste in essere.

Il Tribunale e la Corte di appello hanno, quindi, fornito una motivazione esaustiva sia in ordine alla sussistenza del dolo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, sia in ordine alla impossibilita’ di qualificare il fatto come bancarotta semplice documentale.

  1. All’inammissibilita’ del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e, ai sensi dell’articolo 616 c.p.p., comma 1, al pagamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che si reputa equo fissare in Euro 3.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi

 

 

– Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

 

Risulta evidente dal testo della sentenza impugnata che la Corte d’appello di Firenze ha inteso riconoscere agli eredi di (OMISSIS) il cosiddetto danno tanatologico e non gia’ il danno biologico terminale: “… il piu’ recente approdo della giurisprudenza vede nel danno tanatologico (Cass. civ. sez. 3, 23 gennaio 2014 n. 1361) un danno da perdita della vita risarcibile… ritiene la Corte di dover decidere sulla scorta delle proprie convinzioni sul punto, che si concretano nel ritenere sussistente e risarcibile il diritto qui azionato di conseguire in via successoria il diritto al risarcimento del danno da morte subito dal piccolo Federico per effetto delle lesioni subite all’atto della nascita e che ne determinarono la morte dopo circa due mesi”.

Il richiamo del precedente di legittimita’ contenuto nella sentenza impugnata risulta superato dalle statuizioni delle Sezioni Unite di questa Corte, le quali – chiamate a pronunciarsi sulla risarcibilita’ iure hereditatis del danno da morte – hanno cosi’ ritenuto: “In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente e’ costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicche’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilita’ iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilita’ di uno spazio di vita brevissimo” (Cass., Sez. U., Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, Rv. 635985-01; nello stesso senso, Cass., Sez. 3, Sentenza n. 5684 del 23/03/2016, Rv. 639373-01).

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi – Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi – Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

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Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi – Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi – Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

La difesa dei controricorrenti sostiene che la decisione del giudice della nomofilachia non si attaglia al caso de quo poiche’ il decesso del neonato si e’ verificato dopo circa due mesi e non dopo breve tempo dall’evento lesivo.

La lettura integrale delle motivazioni della succitata sentenza delle Sezioni Unite dimostra l’infondatezza dell’argomentazione, poiche’ il nucleo fondamentale della decisione prescinde dalla durata della permanenza in vita successiva all’evento lesivo e si basa, invece, sull’assenza di una situazione giuridica soggettiva pregiudicata nel momento in cui si verifica la morte e sull’impossibilita’ di configurare un risarcimento per equivalente: “… il momento centrale del sistema e’ rappresentato dal danno, inteso come “perdita cagionata da una lesione di una situazione giuridica soggettiva” (Corte cost. n. 372 del 1994). Nel caso di morte cagionata da atto illecito, il danno che ne consegue e’ rappresentato dalla perdita del bene giuridico “vita” che costituisce bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente… La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene “salute”, pregiudicato dalla lesione dalla quale sia derivata la morte l’irrisarcibilita’ deriva… dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito” Cass., Sez. U., Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, in motivazione).

La Corte d’appello di Firenze, nel riconoscere il danno tanatologico agli eredi del neonato deceduto, ha poi escluso – presumibilmente in ragione dello stato di coma mantenuto dalla nascita sino alla morte (cosi’ la sentenza: “cio’ determina, quale ulteriore conseguenza, il superamento della giurisprudenza che riteneva necessaria la sussistenza di un periodo di lucidita’ e coscienza della vittima del sinistro per l’acquisizione al suo patrimonio di un diritto trasmissibile iure successionis”) – il danno biologico terminale e quello morale pretesi iure hereditatis dagli odierni controricorrenti.

La piu’ recente giurisprudenza di questa Corte afferma, tuttavia, che “il diritto al risarcimento del cd. danno biologico terminale e’ configurabile, e conseguentemente trasmissibile iure hereditatis, ove intercorra un apprezzabile lasso di tempo (nella specie, dieci giorni) tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse, essendo irrilevante, al riguardo, la circostanza che, durante tale periodo di permanenza in vita, la vittima abbia mantenuto uno stato di lucidita’, il quale costituisce, invece, il presupposto del diverso danno morale terminale.” (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 21060 del 19/10/2016, Rv. 642934-01; in motivazione: “per la configurabilita’ del c.d. danno tanatologico indicato in termini di danno morale terminale o da lucida agonia o catastrofale o catastrofico, subito dalla vittima per la sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine, assume rilievo il criterio dell’intensita’ della sofferenza provata… Per converso, in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, allorquando come nella specie tra le lesioni colpose e la morte intercorra un “apprezzabile lasso di tempo” (nel caso, 10 giorni), e’ invero risarcibile il danno biologico terminale…, e “per il tempo di permanenza in vita”, il diritto di credito al relativo risarcimento essendo quindi trasmissibile iure hereditatis…

Diversamente dal danno morale terminale, il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che anche se temporaneo e’ massimo nella sua entita’ ed intensita’… in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limitato ma apprezzabile lasso di tempo…, si e’ ravvisato come “sempre esistente”, per effetto della “percezione”, “anche non cosciente”, della gravissima lesione dell’integrita’ personale della vittima nella fase terminale della sua vita”). Conseguentemente, entrambi i motivi devono essere accolti quello del ricorso incidentale limitatamente al mancato riconoscimento del solo danno biologico terminale – e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’appello fiorentina.

Corte di Cassazione|Sezione 3|Civile|Ordinanza|31 maggio 2018| n. 13753

Data udienza 14 febbraio 2018

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. FANTICINI Giovanni – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19173/2015 proposto da:

AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE (OMISSIS) DI PISTOIA, in persona del Direttore Generale e legale rappresentante Dott. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS);

– intimati –

nonche’ da:

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrenti incidentali –

contro

AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE (OMISSIS) DI PISTOIA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 890/2015 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 14/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 14/02/2018 dal Consigliere Dott. GIOVANNI FANTICINI;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MISTRI Corrado, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso principale per quanto di ragione, con particolare riferimento ai primi tre motivi di gravame; nonche’ per l’accoglimento del solo sesto motivo del ricorso incidentale, rigettati gli altri motivi.

RILEVATO

che:

– (OMISSIS) e (OMISSIS) – in proprio e quali esercenti la potesta’ genitoriale sul figlio (allora) minore (OMISSIS), nonche’ (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) convenivano in giudizio innanzi al Tribunale di Pistoia l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Pistoia chiedendo l’accertamento della responsabilita’ del personale medico e paramedico del reparto di ostetricia dell’ospedale di (OMISSIS) (facente parte della predetta A.U.S.L.) e, quindi, della convenuta per le inadeguate e negligenti prestazioni sanitarie fornite in occasione del parto di (OMISSIS) e la condanna dell’A.U.S.L. al risarcimento dei danni conseguenti; in particolare, affermavano gli attori che, a causa delle operazioni di assistenza al parto, in data 23 ottobre 1999 il figlio e nipote degli attori, Federico, veniva alla luce in condizioni di grave asfissia e di morte apparente; trasferito all’ospedale (OMISSIS), (OMISSIS), senza essere mai uscito dallo stato di coma, decedeva il (OMISSIS) per insufficienza cardio-respiratoria in corso di grave asfissia perinatale con colliquazione della sostanza encefalica.

– si costituiva la l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Pistoia che contestava soltanto l’entita’ dei pregiudizi richiesti e quantificati dagli attori, con specifico riguardo ai danni biologico, esistenziale, patrimoniale e morale patiti iure proprio e iure hereditatis;

– con la sentenza n. 517 del 27 giugno 2011 il Tribunale di Pistoia accoglieva la domanda attorea e condannava l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Pistoia a risarcire alle controparti i danni e, segnatamente, il danno biologico terminale subito dal neonato deceduto, il danno da perdita parentale e il danno patrimoniale dei congiunti;

– la A.U.S.L. n. (OMISSIS) di Pistoia impugnava la decisione contestando il riconoscimento dei pregiudizi sopra elencati e la liquidazione operata dal giudice di prime cure;

– gli attori proponevano appello incidentale per la mancata o insufficiente liquidazione di danni in loro favore;

– la Corte d’appello di Firenze, con la sentenza n. 890 dell’8 gennaio 2015, in parziale riforma della decisione di primo grado, riconosceva ai familiari del neonato deceduto il danno da perdita della vita (o tanatologico) iure hereditatis, nonche’ – iure proprio – il danno da perdita parentale dei genitori, del fratello e dei nonni e il pregiudizio patrimoniale per le spese affrontate dai genitori, rideterminando le liquidazioni effettuate dal Tribunale;

– avverso la predetta sentenza l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Pistoia propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi;

– resistono con controricorso (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), i quali propongono a loro volta ricorso incidentale articolato in sei motivi;

– le parti hanno depositato memorie ex articolo 380-bis c.p.c., comma 1;

– il Pubblico Ministero ha depositato conclusioni scritte ex articolo 380-bis c.p.c., comma 1 e ha chiesto l’accoglimento del ricorso principale e del sesto motivo del ricorso incidentale.

CONSIDERATO

che:

  1. Col primo motivo di ricorso la A.U.S.L. n. (OMISSIS) di Pistoia censura la decisione per violazione e falsa applicazione (ex articolo 360 c.p.c., n. 3) degli articoli 1223, 1226, 2043, 2056 e 2059 c.c., per avere la Corte d’appello di Firenze attribuito agli eredi del defunto (OMISSIS) (genitori e fratello) il risarcimento del danno da perdita della vita, quantificato in Euro 140.000,00 per ciascun erede.
  2. Col secondo motivo la ricorrente deduce – in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione delle succitate norme in quanto – in ipotesi di erronea qualificazione del predetto pregiudizio come danno tanatologico da parte della Corte territoriale – neppure sussisterebbero i presupposti per l’attribuzione di un risarcimento iure hereditatis del danno biologico terminale, tantomeno nella misura risultante dalla decisione impugnata.
  3. Col terzo motivo si deduce la nullita’ della sentenza (ex articolo 360 c.p.c., n. 4) per violazione dell’articolo 112 c.p.c., per avere la Corte d’appello, oltre i limiti dell’impugnazione, sostituito la censurata attribuzione di un danno biologico iure hereditatis col riconoscimento del danno tanatologico.
  4. Anche col quarto motivo la A.U.S.L. afferma la nullita’ della sentenza (ex articolo 360 c.p.c., n. 4) per violazione dell’articolo 112 c.p.c., poiche’ la Corte d’appello avrebbe omesso di pronunciarsi sulle richieste di restituzione delle somme eccedenti versate in esecuzione della pronuncia di primo grado.
  5. Col primo motivo del ricorso incidentale (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) censura la sentenza della Corte d’appello di Firenze per violazione e falsa applicazione (ex articolo 360 c.p.c., n. 3) degli articoli 1223, 1226, 2043, 2056 e 2059 c.c., in relazione agli articoli 2 e 29 Cost., per il mancato riconoscimento, agli stessi eredi del defunto (OMISSIS), del danno biologico e del danno morale terminali.
  6. Col secondo, il terzo, il quarto e il quinto motivo i controricorrenti deducono violazione e falsa applicazione (ex articolo 360 c.p.c., n. 3) degli articoli 1223, 1226, 2043, 2056 e 2059 c.c., in relazione agli articoli 2 e 29 Cost., per avere la Corte d’appello omesso di attribuire a ciascuno dei congiunti del neonato deceduto, oltre al danno da perdita del rapporto parentale, il danno morale subito iure proprio.
  7. Col sesto motivo i controricorrenti deducono – in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione degli articoli 91 e 92 c.p.c., L. n. 247 del 2012, articolo 13, comma 6, Decreto Ministeriale Giustizia 10 marzo 2014, n. 55, articolo 4, commi 1 e 2 e articolo 6, per la disposta compensazione parziale (al 50%) delle spese di lite, in assenza di reciproca soccombenza delle parti o di gravi ed eccezionali ragioni, e per la liquidazione delle stesse, inferiore alla media dei parametri del decreto ministeriale.
  8. Il primo motivo del ricorso principale e il primo motivo di quello incidentale possono essere esaminati congiuntamente.

Risulta evidente dal testo della sentenza impugnata che la Corte d’appello di Firenze ha inteso riconoscere agli eredi di (OMISSIS) il cosiddetto danno tanatologico e non gia’ il danno biologico terminale: “… il piu’ recente approdo della giurisprudenza vede nel danno tanatologico (Cass. civ. sez. 3, 23 gennaio 2014 n. 1361) un danno da perdita della vita risarcibile… ritiene la Corte di dover decidere sulla scorta delle proprie convinzioni sul punto, che si concretano nel ritenere sussistente e risarcibile il diritto qui azionato di conseguire in via successoria il diritto al risarcimento del danno da morte subito dal piccolo Federico per effetto delle lesioni subite all’atto della nascita e che ne determinarono la morte dopo circa due mesi”.

Il richiamo del precedente di legittimita’ contenuto nella sentenza impugnata risulta superato dalle statuizioni delle Sezioni Unite di questa Corte, le quali – chiamate a pronunciarsi sulla risarcibilita’ iure hereditatis del danno da morte – hanno cosi’ ritenuto: “In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente e’ costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicche’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilita’ iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilita’ di uno spazio di vita brevissimo” (Cass., Sez. U., Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, Rv. 635985-01; nello stesso senso, Cass., Sez. 3, Sentenza n. 5684 del 23/03/2016, Rv. 639373-01).

La difesa dei controricorrenti sostiene che la decisione del giudice della nomofilachia non si attaglia al caso de quo poiche’ il decesso del neonato si e’ verificato dopo circa due mesi e non dopo breve tempo dall’evento lesivo.

La lettura integrale delle motivazioni della succitata sentenza delle Sezioni Unite dimostra l’infondatezza dell’argomentazione, poiche’ il nucleo fondamentale della decisione prescinde dalla durata della permanenza in vita successiva all’evento lesivo e si basa, invece, sull’assenza di una situazione giuridica soggettiva pregiudicata nel momento in cui si verifica la morte e sull’impossibilita’ di configurare un risarcimento per equivalente: “… il momento centrale del sistema e’ rappresentato dal danno, inteso come “perdita cagionata da una lesione di una situazione giuridica soggettiva” (Corte cost. n. 372 del 1994). Nel caso di morte cagionata da atto illecito, il danno che ne consegue e’ rappresentato dalla perdita del bene giuridico “vita” che costituisce bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente… La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene “salute”, pregiudicato dalla lesione dalla quale sia derivata la morte l’irrisarcibilita’ deriva… dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito” Cass., Sez. U., Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, in motivazione).

La Corte d’appello di Firenze, nel riconoscere il danno tanatologico agli eredi del neonato deceduto, ha poi escluso – presumibilmente in ragione dello stato di coma mantenuto dalla nascita sino alla morte (cosi’ la sentenza: “cio’ determina, quale ulteriore conseguenza, il superamento della giurisprudenza che riteneva necessaria la sussistenza di un periodo di lucidita’ e coscienza della vittima del sinistro per l’acquisizione al suo patrimonio di un diritto trasmissibile iure successionis”) – il danno biologico terminale e quello morale pretesi iure hereditatis dagli odierni controricorrenti.

La piu’ recente giurisprudenza di questa Corte afferma, tuttavia, che “il diritto al risarcimento del cd. danno biologico terminale e’ configurabile, e conseguentemente trasmissibile iure hereditatis, ove intercorra un apprezzabile lasso di tempo (nella specie, dieci giorni) tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse, essendo irrilevante, al riguardo, la circostanza che, durante tale periodo di permanenza in vita, la vittima abbia mantenuto uno stato di lucidita’, il quale costituisce, invece, il presupposto del diverso danno morale terminale.” (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 21060 del 19/10/2016, Rv. 642934-01; in motivazione: “per la configurabilita’ del c.d. danno tanatologico indicato in termini di danno morale terminale o da lucida agonia o catastrofale o catastrofico, subito dalla vittima per la sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine, assume rilievo il criterio dell’intensita’ della sofferenza provata… Per converso, in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, allorquando come nella specie tra le lesioni colpose e la morte intercorra un “apprezzabile lasso di tempo” (nel caso, 10 giorni), e’ invero risarcibile il danno biologico terminale…, e “per il tempo di permanenza in vita”, il diritto di credito al relativo risarcimento essendo quindi trasmissibile iure hereditatis…

Diversamente dal danno morale terminale, il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che anche se temporaneo e’ massimo nella sua entita’ ed intensita’… in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limitato ma apprezzabile lasso di tempo…, si e’ ravvisato come “sempre esistente”, per effetto della “percezione”, “anche non cosciente”, della gravissima lesione dell’integrita’ personale della vittima nella fase terminale della sua vita”). Conseguentemente, entrambi i motivi devono essere accolti quello del ricorso incidentale limitatamente al mancato riconoscimento del solo danno biologico terminale – e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’appello fiorentina.

  1. Restano assorbiti gli altri motivi (concernenti i pregiudizi risarcibili e la pronuncia sulla restituzione delle somme eventualmente versate in eccesso in esito al primo grado) del ricorso principale e il sesto motivo (riguardante le spese di lite) del ricorso incidentale.
  2. Il secondo, il terzo, il quarto e il quinto motivo del ricorso incidentale sono infondati.

I controricorrenti sostengono che la lesione del danno non patrimoniale nella sua integralita’ comporti, oltre al risarcimento del pregiudizio per la perdita del rapporto parentale, anche la risarcibilita’ di un autonomo danno morale.

Questa Corte ha statuito che l’unitario danno non patrimoniale arrecato ad interessi costituzionalmente rilevanti deve essere apprezzato (e, conseguentemente, risarcito, qualora provato) tanto nel “suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana” (il pregiudizio alle dinamiche relazionali e, cioe’, alla vita di relazione) quanto nel suo “aspetto interiore”, che concerne “la sofferenza morale in tutti i suoi aspetti, quali il dolore, la vergogna, il rimorso, la disistima di se’, la malinconia, la tristezza”: pertanto, nel compiere la liquidazione “il giudice di merito deve tener conto di tutte le conseguenze che sono derivate dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici” (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 901 del 17/01/2018, in motivazione).

A tale indebita duplicazione conducono, invece, le argomentazioni degli odierni controricorrenti, ai quali e’ stato riconosciuto il risarcimento della componente “interiore” (costituita dalla sofferenza morale derivante dall’interruzione del rapporto tra i familiari e il neonato defunto), senza che possa ravvisarsi un danno morale ulteriore, ne’ liquidarsi il risarcimento del diverso pregiudizio arrecato alle dinamiche relazionali (che, nel caso in esame, gli stessi controricorrenti non deducono di avere ne’ allegato, ne’ provato).

  1. In conclusione, la sentenza impugnata e’ cassata con rinvio alla Corte d’appello di Firenze in diversa composizione, la quale esaminera’ la fattispecie alla luce delle indicazioni fornite da questa Corte di legittimita’.

La liquidazione delle spese e’ rimessa al giudice del rinvio.

P.Q.M.

La Corte:

accoglie il primo motivo del ricorso principale e il primo motivo del ricorso incidentale;

dichiara assorbiti gli altri motivi del ricorso principale e il sesto motivo del ricorso incidentale;

rigetta il secondo, il terzo, il quarto e il quinto motivo del ricorso incidentale;

cassa la decisione impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione, anche per la statuizione sulle spese.

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo

la CTU aveva ritenuto che la gestante era stata colpita da 

preemclapsia

insorgenza precoce, comunemente associata alla grave disfunzione placentare (p. 16, p. 18), poco prima (p. 15), pero’, aveva scritto “non risulta emergere alcuna patologia ne’ del liquido amniotico, ne’ della placenta”; non solo: a p. 2 aveva giustificato il comportamento attendista dell’ostetrico, in base al tracciato della puerpera; in altra parte aveva scritto: “tali evidenze erano suggestive di un feto ipossico tale da consigliare la esecuzione di un taglio cesareo non ulteriormente procrastinabile”. Aveva concluso, poi, che non erano individuabili comportamenti omissivi da parte della struttura ospedaliera e che erano state adottate tutte le precauzioni necessarie, pur rilevando che non era stata eseguita alcuna ecografia ostetrica, ne’ lo studio del flusso dell’arteria cerebrale del cervello fetale che avrebbe potuto fornire elementi per definire l’urgenza del taglio cesareo; precisava, inoltre, che non erano stati eseguiti altri esami strumentali, quali l’emogas arterioso, l’ecoencefalo, RMN encefalo, e che il tracciato non era stato refertato.

 

  • La preeclampsia può provocare distacco di placenta e/o parto pretermine, aumentando il rischio di problemi del neonato subito dopo il parto.

    I sintomi sono gonfiore delle mani, delle dita, del collo e/o dei piedi e, in caso di preeclampsia grave e non trattata, convulsioni (eclampsia) o danno d”organo.

    A seconda della gravità della preeclampsia, il trattamento può consistere in modifica dell’attività (riposo a letto), ricovero in ospedale, farmaci per ridurre la pressione o parto.

Corte di Cassazione|Sezione 3|Civile|Ordinanza|20 maggio 2021| n. 13920

Data udienza 1 dicembre 2020

Integrale

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo – Referto di Ctu – Prova – Rilevanza – Responsabilità sanitaria – Sussistenza

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo – Referto di Ctu – Prova – Rilevanza – Responsabilità sanitaria – Sussistenza

 

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo – Referto di Ctu – Prova – Rilevanza – Responsabilità sanitaria – Sussistenza

 

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo – Referto di Ctu – Prova – Rilevanza – Responsabilità sanitaria – Sussistenza

 

 

 

Con il primo motivo i ricorrenti deducono, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per avere il giudice a quo pretestuosamente affermato, data l’indisponibilita’ dei fascicoli di parte degli appellanti, di non avere, dovendo decidere allo stato degli atti, la documentazione necessaria, e per avere con l’ordinanza con cui aveva rigettato la istanza di rinnovazione della CTU affermato “esaminati gli atti del giudizio… la causa puo’ essere decisa sulla base della CTU medica e della documentazione in atti” – circostanza confermata esplicitamente anche dal controricorso di (OMISSIS) (p. 5 del controricorso), salvo poi rigettare nel merito l’appello ritenendo non disponibili sufficienti elementi di giudizio, gli stessi evidentemente su cui si era basata o avrebbe dovuto basarsi per disattendere la richiesta di CTU, ritenendola “scollegata dalla realta’”.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

(OMISSIS), E (OMISSIS), in proprio e quali esercenti la responsabilita’ genitoriale nei confronti del minore (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’AVV. (OMISSIS), domiciliati in Roma presso la Cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrenti –

contro

AZIENDA SANITARIA LOCALE TARANTO (ASL TA), in persona del Commissario straordinario, Dott. (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con domicilio eletto in Roma presso lo (OMISSIS);

– controricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avv. (OMISSIS), che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 138/2018 della Corte d’Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, depositata il 27/03/2018;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 1 dicembre 2020 dal Consigliere Dott. Marilena Gorgoni.

RILEVATO

che:

(OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e quali titolari della responsabilita’ genitoriale nei confronti di (OMISSIS), ricorrono per la cassazione della sentenza n. 138/2020, emessa dalla Corte d’Appello di Lecce, sez. distaccata di Taranto, resa pubblica il 27/03/2018, notificata lo stesso giorno, articolando tre motivi.

Resistono con separati controricorsi l’Azienda Sanitaria Locale Taranto (Asl TA) e (OMISSIS). Quest’ultimo si avvale della facolta’ di depositare memoria.

I ricorrenti, assumendone la responsabilita’ per aver provocato, in occasione del parto, l’insorgenza di dannicerebrali a (OMISSIS), a causa del colpevole ritardo nella diagnosi di sofferenza fetale, citavano in giudizio, dinanzi al Tribunale di Taranto, (OMISSIS), l’ostetrico di turno, e la struttura ospedaliera (OMISSIS), chiedendone la condanna risarcitoria, in solido, al pagamento di Euro 2.500.000,00.

Il Tribunale, con sentenza n. 1896/2018, respingeva la domanda attorea, affidandosi alla CTU che aveva individuato la causa delle patologie riportate da (OMISSIS) ad una preeclampsia cronica (gestosi ipertensiva), occorsa in fase prenatale.

La Corte d’Appello, con la sentenza oggetto dell’odierno ricorso, investita del gravame dagli attori soccombenti, rigettava nel merito l’appello “per non essere agli atti la documentazione probatoria fondante l’appello e quindi la domanda”, assumendo che: a) gli appellanti non avevano restituito il fascicolo di causa di primo e secondo grado, dopo averlo ritirato all’udienza di precisazione delle conclusioni; b) la sentenza di prime cure era rinvenibile nei fascicoli d’ufficio delle parti appellate; c) era suo obbligo decidere nel merito sulla base degli atti disponibili; d) la documentazione medica prodotta dagli appellanti in primo grado era solo in parte riprodotta nella CTU; e) le osservazioni dei consulenti di parte non erano rinvenibili nei fascicoli di causa delle parti appellate; f) la conoscenza integrale e diretta sia della documentazione medica che delle conclusioni dei CC.TT.PP. costituiva presupposto imprescindibile per esprimere un giudizio di merito, atteso che i motivi di appello era stati fondati sulla documentazione medica e sulle osservazioni dei CC.TT.PP.

CONSIDERATO

che:

  1. Con il primo motivo i ricorrenti deducono, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per avere il giudice a quo pretestuosamente affermato, data l’indisponibilita’ dei fascicoli di parte degli appellanti, di non avere, dovendo decidere allo stato degli atti, la documentazione necessaria, e per avere con l’ordinanza con cui aveva rigettato la istanza di rinnovazione della CTU affermato “esaminati gli atti del giudizio… la causa puo’ essere decisa sulla base della CTU medica e della documentazione in atti” – circostanza confermata esplicitamente anche dal controricorso di (OMISSIS) (p. 5 del controricorso), salvo poi rigettare nel merito l’appello ritenendo non disponibili sufficienti elementi di giudizio, gli stessi evidentemente su cui si era basata o avrebbe dovuto basarsi per disattendere la richiesta di CTU, ritenendola “scollegata dalla realta’”.

  2. Con il secondo motivo i ricorrenti rimproverano alla Corte d’Appello di avere omesso l’esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, costituito dalle vistose contraddizioni della CTU che la rendevano inidonea a “consacrare la verita’ sulla eziologia della patologia e sulle eventuali omissioni del medico e della struttura ospedaliera”.

In particolare, la CTU aveva ritenuto che la gestante era stata colpita da preemclapsia ad insorgenza precoce, comunemente associata alla grave disfunzione placentare (p. 16, p. 18), poco prima (p. 15), pero’, aveva scritto “non risulta emergere alcuna patologia ne’ del liquido amniotico, ne’ della placenta”; non solo: a p. 2 aveva giustificato il comportamento attendista dell’ostetrico, in base al tracciato della puerpera; in altra parte aveva scritto: “tali evidenze erano suggestive di un feto ipossico tale da consigliare la esecuzione di un taglio cesareo non ulteriormente procrastinabile”. Aveva concluso, poi, che non erano individuabili comportamenti omissivi da parte della struttura ospedaliera e che erano state adottate tutte le precauzioni necessarie, pur rilevando che non era stata eseguita alcuna ecografia ostetrica, ne’ lo studio del flusso dell’arteria cerebrale del cervello fetale che avrebbe potuto fornire elementi per definire l’urgenza del taglio cesareo; precisava, inoltre, che non erano stati eseguiti altri esami strumentali, quali l’emogas arterioso, l’ecoencefalo, RMN encefalo, e che il tracciato non era stato refertato.

  1. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta, invocando l’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli articoli 1218 e 2697 c.c., per avere la sentenza impugnata invertito l’onere della prova, esonerando la ASL TA dall’onere di provare di avere correttamente adempiuto a tutte le obbligazioni assunte ovvero che il pregiudizio fosse dipeso da cause di forza maggiore.

  2. A giudizio del Collegio merita accoglimento, per quanto di ragione, il secondo motivo.

Detto accoglimento richiede preliminarmente che, all’esito della lettura della illustrazione, la Corte, alla stregua di Cass., Sez. Un., 24/07/2013 n. 17931, provveda alla esatta qualificazione del mezzo impugnatorio.

L’illustrazione a supporto del motivo, infatti, non e’ conforme al paradigma dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, evocato nella intestazione dello stesso, ma consente, appunto, secondo i principi indicati dalla evocata decisione a Sezioni Unite, di intendere che la censura alla sentenza impugnata si sostanzi in una violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, commessa dal giudice a quo sotto il profilo della contraddittorieta’ della motivazione.

Per dar conto di quanto appena rilevato e’ sufficiente richiamare gli addebiti di contraddittorieta’ ed illogicita’ della CTU che, anziche’ giustificare una sua rinnovazione, erano stati interamente condivisi dal giudice a quo.

I ricorrenti hanno sottoposto all’attenzione di Collegio, soddisfacendo le prescrizioni di cui all’articolo 366 c.p.c., n. 6, le plurime contraddizioni della CTU e poiche’ la Corte d’Appello ha recepito integralmente le dette risultanze peritali, facendo proprie le conclusioni e le argomentazioni formulate dal CTU, accettando e condividendo in pieno anche la illogica, abnorme e contraddittoria posizione assunta nei confronti della ipossia del feto e della necessita’ di intervenire tempestivamente con parto cesareo, ed ha rigettato l’istanza di rinnovazione dell’esame peritale, appare incontestabile la sussistenza del vizio argomentativo che ridonda in iure in una motivazione inesistente per irriducibile contraddittorieta’.

A fronte di tale obiettiva deficienza del criterio logico che ha indotto il giudice alla formulazione del proprio convincimento, occorre ribadire il consolidato indirizzo giurisprudenziale, secondo cui, nel caso in cui il giudice del merito abbia deciso sulla base delle conclusioni del consulente tecnico di ufficio, infirmate per la presenza di affermazioni illogiche, i vizi della consulenza si riflettono sulla sentenza inficiandola sotto il profilo motivazionale (cfr. Cass. 05/05/2020, n. 8461).

La sentenza dev’essere, dunque, cassata per violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in quanto risulta aver reso una motivazione per relationem rispetto all’elaborato della CTU che esprime la sua stessa intrinseca contraddittorieta’ e, dunque, ridonda in una motivazione nuovamente inesistente.

4.Gli altri motivi restano assorbiti.

5.Ne consegue che il ricorso deve essere accolto in relazione al secondo motivo; la sentenza va cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, in diversa composizione che provvedera’ anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimita’, alla Corte d’Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, in diversa composizione.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalita’ e gli altri dati identificativi, a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52 in quanto imposto dalla legge.

RAVENNA Professione medica e omicidio colposo DANNO RISARCIMENTO

RAVENNA Professione medica e omicidio colposo DANNO RISARCIMENTO

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

Nel caso in esame, pertanto mediante il c.d. “giudizio controfattuale” si dovrà verificare se, dato per fatto quanto l’imputata avrebbe dovuto fare, sia consentito o meno affermare che vi sarebbero state probabilità di grado prossimo alla certezza di evitare la morte della paziente od almeno di procrastinarla per un tempo significativo (cfr. anche, sul punto Cass. pen. Sez. 4, n. 35115 del 24/05/2007).

Orbene, sono gli stessi consulenti ad affermare che nel processo che ha condotto al decesso dell’AL. si deve prevedere l’interferenza di decorsi alternativi rispetto alla condotta omissiva del sanitario e costituiti dallo stadio di gravità della lesione, dalla virulenza dei germi accentuata dalla accelerazione del processo patologico registrato in poche settimane, dalla delicatezza ed invasività del trattamento chirurgico, elementi che non consentono di esprimere un giudizio di certezza di risoluzione della vicenda (pag. 21 relazione scritta). Solo in sede di esame orale, i periti dapprima affermano di non sapere a fronte di una diagnosi precoce effettuata al 4/2/2010 quale sarebbe stato l’exitus, certamente fuoriuscendo dall’alveo della certezza, potendosi semmai ragionare in termini di probabilità, diciamo elevate.

 

 

Tali incognite di vario spessore e peso hanno portato i periti a non esprimere un giudizio di certezza in ordine alla decisività dell’operato della dott.ssa Valenti sul decorso dell’infezione che ha condotto a morte l’AL., poiché anche un tempestivo intervento diagnostico avrebbe dovuto scontare l’interferenza di altri fattori, determinanti nel processo evolutivo della lesione, con diversa evoluzione della malattia, e tali da non garantire un effetto risolutivo ad una più tempestiva indagine strumentale, ma solo una probabilità seppure elevata di riuscita

 

 

 

Tale probabilità, non ulteriormente specificata, a fronte del quadro di possibili interferenze nel processo evolutivo morboso, non appare elemento sufficiente ad un accertamento certo ed incontrovertibile della sussistenza di un nesso di causalità tra il decesso e la mancata condotta omissiva imputata al sanitario.

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

 

RAVENNA Professione medica e omicidio colposo DANNO RISARCIMENTO

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

 

del reato p. e p. dagli artt. 40/2 co., 589 c.p., perché, in qualità di medico del pronto soccorso di Cervia che visitò Al.Ch. ivi giunto, riferendo “tono dell’umore depresso nell’ultimo periodo ed in trattamento con antidepressivi, cefalea con aura fin dalla giovane età, oggi ennesimo episodio analogo ai precedenti per intensità e localizzazione e distribuzione risolto al momento della visita” – dopo che qualche ora prima era intervenuta una autoambulanza a casa sua riscontrando “nausea, vomito svenimento ed astenia” -, medico eh ebbe occasione di visionare l’esame emocromocitometrico dal quale risultava una leucocitosi neutrofila (16.290 globuli bianchi, 92,7% neutrofili) e quindi indicativa di un processo infiammatorio in fase di acuzie, per colpa consistita in negligenza ed imperizia in particolare non avendo in alcun modo considerato l’esito dell’esame di laboratorio, infatti il paziente veniva dimesso con la diagnosi di “somatizzazione ansiosa” e non avendo disposto o consigliato alcun esame di approfondimento (consulenze adeguate previo esame per immagini) a fronte di quanto emerso dal più volte citato esame, in modo tale da riscontrare l’incipiente ascesso cerebrale o quantomeno bloccare l’infiammazione e quindi il suo insorgere con adeguate terapie, in tal modo non impediva che il paziente fosse colpito da un ascesso cerebrale che lo portava alla morte il 14.3.2010, nonostante specifiche terapie instaurate dal giorno 12.3.2010.

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

 

TRIBUNALE DI RAVENNA

GIUDICE UNICO DI PRIMO GRADO

UFFICIO DEL G.U.P.

DISPOSITIVO DI SENTENZA

E

MOTIVAZIONE SUCCESSIVA

(artt. 425 c.p.p.)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il G.U.P., Dott.ssa Antonella GUIDOMEI all’udienza del 05/03/2014, in Camera di Consiglio ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

Nei confronti di:

Va.Iv.

Nata (…)avvocato-erede-legittimo-8

Residente in Ravenna Via (…)

Ove elegge domicilio

LIBERA – PRESENTE

IMPUTATA

  1. a) del reato p. e p. dagli artt. 40/2 co., 589 c.p., perché, in qualità di medico del pronto soccorso di Cervia che visitò Al.Ch. ivi giunto, riferendo “tono dell’umore depresso nell’ultimo periodo ed in trattamento con antidepressivi, cefalea con aura fin dalla giovane età, oggi ennesimo episodio analogo ai precedenti per intensità e localizzazione e distribuzione risolto al momento della visita” – dopo che qualche ora prima era intervenuta una autoambulanza a casa sua riscontrando “nausea, vomito svenimento ed astenia” -, medico eh ebbe occasione di visionare l’esame emocromocitometrico dal quale risultava una leucocitosi neutrofila (16.290 globuli bianchi, 92,7% neutrofili) e quindi indicativa di un processo infiammatorio in fase di acuzie, per colpa consistita in negligenza ed imperizia in particolare non avendo in alcun modo considerato l’esito dell’esame di laboratorio, infatti il paziente veniva dimesso con la diagnosi di “somatizzazione ansiosa” e non avendo disposto o consigliato alcun esame di approfondimento (consulenze adeguate previo esame per immagini) a fronte di quanto emerso dal più volte citato esame, in modo tale da riscontrare l’incipiente ascesso cerebrale o quantomeno bloccare l’infiammazione e quindi il suo insorgere con adeguate terapie, in tal modo non impediva che il paziente fosse colpito da un ascesso cerebrale che lo portava alla morte il 14.3.2010, nonostante specifiche terapie instaurate dal giorno 12.3.2010.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Il P.M. ha chiesto il rinvio a giudizio di Va.Iv., chiamata a rispondere del reato in epigrafe specificato.

In tesi d’accusa l’imputata, medico di pronto soccorso all’Ospedale Civile di Ravenna avendo valutato in modo inadeguato l’esame emocromocitometrico dal quale risultava una leucocitosi neutrofila e quindi indicativa di un processo infiammatorio in atto il 4/2/2010 avrebbe colposamente ritardato la diagnosi di ascesso cerebrale sul paziente Al.Ch., deceduto proprio a causa di quella patologia il 14/3/2010.

  1. In mancanza di richieste di riti alternativi richiesti dalla difesa dell’imputata, il Giudice invitava alla discussione dell’udienza preliminare, e sulle conclusioni delle parti in epigrafe richiamate, il Giudice dell’udienza preliminare decideva con declaratoria di non luogo a procedere,’ come in dispositivo.
  2. Ritiene il Giudice dell’udienza preliminare, infatti, che non vi siano elementi sufficienti per procedere a un utile dibattimento. Il Giudice dell’udienza preliminare deve giungere alla sentenza di non luogo a procedere, prevista dall’art. 425 c.p.p., allorquando verifichi che non sussistono le condizioni per formulare una prognosi di evoluzione, in senso favorevole all’accusa, del materiale di prova raccolto (così Cass. Sez. 2, Sentenza n. 14034 del 18/03/2008 Cc. – dep. 03/04/2008 – Rv. 239514).
  3. Non è richiesto, infatti, che a seguito della predetta prognosi in merito all’esito del giudizio, per procedere al proscioglimento, il Giudice pervenga ad una valutazione di innocenza dell’imputato, ma è sufficiente e necessario che non esista alcuna prevedibile possibilità che il dibattimento possa giungere ad un esito diverso da quello dell’innocenza dell’imputato (così Cass. Sez. 4, Sentenza n. 13163 del 31/01/2008 Cc. – dep. 28/03/2008 – Rv. 239597).
  4. Per altro anche quando il dibattimento risulti inutile, seppur in presenza di elementi probatori contraddittori od insufficienti, qualora sia ragionevolmente prevedibile che gli stessi siano destinati a rimanere tali all’esito del giudizio, il giudice deve pronunciare sentenza ex art. 425 c.p.p. (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 47169 dell’08/11/2007 Ud. – dep. 20/12/2007 – Rv. 238251).
  5. Dalla documentazione medica in atti, dagli esiti della consulenza medico – legale e autoptica disposta dal consulente del P.M., e della perizia medico – legale disposta dal Gip in sede di incidente probatorio emerge, quale circostanza condivisa e pacifica che Al.Ch., di anni 38, decedeva presso l’Ospedale Bu. il 14/3/2010 a causa di encefalopatia acuta ed irreversibile conseguente a processo espansivo infettivo cerebrale da fistolizzazione di rinosnusite, trattata chirurgicamente il 12/3/2010.
  6. La documentazione medica raccolta in atti dà conto di soggetto con anamnesi positiva per depressione e cefalea con aura per le quali l’AL. era seguito da specialista neurologo, dott. Bu., a partire dall’anno 2004, con trattamento farmacologico.
  7. La stessa documentazione informa che il 27 agosto 2009 l’AL. eseguiva Risonanza magnetica dell’Encefalo da cui emergeva unicamente “in via collaterale alterazione di segnale dei seni etmoidmascellari verosimilmente come da sinusopatia”.
  8. Il 14 gennaio 2010 l’uomo si recava al P.S. dell’Ospedale di Ravenna a causa di presincope, con cedimento arti (…), astenia risultando in aerosolterapia per sinusopatia insorta per pregresso episodio influenzale. Gli esami ematochimici evidenziavano una lieve leucocitosi (globuli bianchi 12.280) ed un quadro di anemia microcitica.
  9. Il successivo 25 gennaio 2010 l’AL. si recava presso il neurologo di fiducia (dott. Bu.) che segnalava recidiva con attacchi di panico”.
  10. Il 4 febbraio 2010 – episodio che interessa l’odierna imputata trovandosi di servizio presso il locale P.S. – l’AL. accedeva nuovamente al pronto Soccorso dell’Ospedale di Ravenna, ove riferiva “ennesimo episodio analogo ai precedenti per intensità e localizzazione e distribuzione risolto al momento della visita”.

L’esame emocromocitometrico evideniava leucocitosi neutrofila (16.290 globuli bianchi).

Veniva sottoposto a visita psichiatrica che rilevava: “da circa un mese quadro sintomatologico di tipo depressivo in cura dott. Bu. Riferisce che con l’attuale terapia ha iniziato a dormire e mangiare da qualche giorno. Non disturbi dell’ideazione né della senso – percezione. Non ideazione suicidiaria. Riferisce forte astenia.

Veniva dimesso con diagnosi di somatizzazione ansiosa. Successivamente in data 4/3/2014 si recava dallo specialista otorinolaringoiatra (dott. Ca.) ove veniva posta diagnosi di “rinosinusopatia muco purulenta etmoidale-mascellare-fontale in fase iperalgica”.

Il 7 marzo 2010 AL. accedeva nuovamente presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Ravenna in quanto si risveglia con sensazione di paura ed episodio di vomito alimentare non dolore toracico non dispena paziente in terapia imprecisata per crisi di panico e/o cardioplomonare nella norma addome trattabile mv normodistribuito”.

Il 12 marzo AL. giungeva al PS in stato soporoso per la comparsa di episodio convulsivo al domicilio, ripetuto al PS. L’indagine tomografica eseguita all’ingresso rivelava la presenza in sede frontaledestra di lesione espansiva ipodensa, capsulata, dei diametri assali di circa 4 cm x 5,5 cui si associa vallo edemigeno perilesionale con effetto massa sulle strutture limitrofe con shift della linea mediana a sin di circa 1 cm.”.

Trasportato immediatamente all’Ospedale Bu. di Cesena veniva sottoposto ad intervento chirurgico di craniotomia ed evacuazione dell’accesso cerebrale; l’esame microbiologioco rivelava infezione da streptococcus constellatus.

Il decorso post-operatorio rivelava fin dalla prima giornata compromissione delle funzioni encefaliche secondo i parametri previsti per dare l’avvio alle procedure di accertamento morte.

Il 14 marzo 2010 alle ore 11,50 si registrava un arresto cardiocircolatorio che determinava il decesso di Al.Ch.

In questa sequenza di accadimenti il consulente del P.M. valorizzava l’attento esame obiettivo eseguito presso il Servizio di Pronto Soccorso quel 4 febbraio 2010 dal quale risultava del tutto negativo per patologia neurologica, in cui la sintomatologia manifestata era priva di alcuna specificità per evoluzione ascessuale cerebrale della patologia sinusitica mentre era certamente riconducibile etiopatogeneticamente anche alle patologie di cui lo stesso AL. soffriva cronicamente. Nessuna indicazione, secondo il consulente portava a ritenere necessaria un’indagine strumentale, stante anche un’indagine in tal senso negativa per patologie encefaliche eseguita solo 6 mesi addietro (risonanza magnetica del 27 agosto 2009).

La perizia svolta in sede di incidente probatorio a seguito di opposizione all’archiviazione (nei confronti di tutti i medici intervenuti nella vicenda), invece evidenziava come la documentazione di un’infezione in fase di acuzie, ossia la leucocitosi neutrofila, fin dall’accesso al P.S. del 4 febbraio 2010 – quando era in servizio l’odierna imputata – avrebbe consigliato un’ulteriore indagine diagnostica per immagini mediante TAC encefalo o Risonanza Magnetica Nucleare (pag. 19).

A tale data, continua il perito (pag. 7 verb ud. incid. prob.) vi sarebbero state sicuramente delle evidenze per un processo espansivo endocranico che avrebbe comportato una diagnosi più precoce con la possibilità di intervenire più di un mese prima rispetto a quanto avvenuto con chance di sopravvivenza nettamente superiori, senza alcuna garanzia però di evitare l’exitus trattandosi di patologia grave, di un intervento (craniotomia) delicato e non sappiamo quindi quale sarebbe stato l'(exitus ndr). Non c’è certezza che il paziente si sarebbe salvato riferiva infatti fin dalla relazione scritta il perito (pag. 21 relazione scritta) intervenendo una pluralità di fattori: stadio di gravità, virulenza dei germi, notevole accelerazione del processo patologico registrato in poche settimane, trattandosi comunque di intervento delicato non scevero da complicazioni.

A miglior comprensione in sede di esame orale del perito lo stesso precisava che le chanche di un intervento risolutivo erano elevate.

E sempre per una miglior comprensione del momento di insorgenza dell’ascesso il perito, tenuto conto della sintomatologia lamentata dal paziente a partire dal 25 gennaio, specifica che la data risale più o meno al periodo che è stato visitato al P.S. dell’Ospedale di Ravenna, ossia all’inizio di febbraio.

La sinusite etmoido – frontale da cui era affetto l’AL., continua il perito, può portare a complicanze specifiche, sebbene non comuni, quali gli ascessi cerebrali.

Vari sono gli aspetti della vicenda che non permettono di giungere, a parere di questo giudice, all’esito del dibattimento per come richiesto dal P.M. ad un accertamento positivo di responsabilità dell’imputata, sotto l’egida della regola di giudizio che deve connotare ogni declaratoria di condanna penale, ossia “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Invero, i periti Dott. Ta.Ad. e Ma.Vi. – nominati in sede di incidente probatorio a seguito di un supplemento indagini disposto in sede di opposizione all’archiviazione – evidenziano nella relazione scritta come l’esame strumentale della TAC o RSM (i soli idonei a diagnosticare la lesione in atto) disposto il 4/2/2010 avrebbe evidenziato la lesione cerebrale che ha condotto a morte l’AL.; ma in sede del rigoroso esame orale nell’ambito dell’incidente probatorio, sulla circostanza della sintomatologia che avrebbe dovuto condurre il medico del P.S. a richiedere tale esame strumentale, individuavano l’allarmante dato di laboratorio dal quale emergeva la presenza di 16.000 globuli bianchi. A tal riguardo, concludevano però sul fatto che tale dato di laboratorio avrebbe richiesto un’indagine ulteriore conducendo il medico a provvedere al ricovero del paziente, o quantomeno ad un consiglio, un qualche cosa (ved. verb. ud. pag. 30, 43).

Orbene, la censura dei periti in ordine alla condotta del medico di P.S. che ha visitato l’AL. quel 4 febbraio 2010 non si appunta allora sulla mancanza di un esame strumentale, quale la TAC o RSM – i soli esami strumentali in grado di evidenziare la lesione cerebrale – ma sulla mancanza di un proseguimento di indagine diagnostico, che non è ben individuato o specificato neppure dai periti, che hanno indicato un possibile ricovero, anche a titolo di consiglio; la conclusione generica ed indefinita di fare comunque “qualche cosa” si commenta da sé. Lo stesso perito (Ma.) specificava inizialmente che la presenza di 1.6.000 globuli bianchi, che indiscutibilmente sono indicatori di un’infiammazione in atto, ben potevano essere il sintomo di un ascesso dentario, di una piccola pleure (pag. 28).

Non può non sottolinearsi che il paziente si presentava al P.S. con una patologia cefalica di cui soffriva dalla giovane età e con una patologia di ansia per cui era in cura da uno specialista neurologo dal 2004, e dal quale era stato visitato pochi giorni prima dell’accesso al P.S. (il 25/1/2010) con diagnosi di recidiva con attacchi di panico. Inoltre, il 14 gennaio precedente si era recato al P.S. riferendo astenia in privazione ipnica, influenza poi sinusite in cura con aerosol.

Sul punto, pertanto, l’esame peritale non appare indicare con sufficiente precisione il comportamento controfattuale che avrebbe dovuto porre in essere l’odierna imputata quale medico di P.S. quel 4 febbraio 2010, per evidenziare la lesione cerebrale causa del decesso dell’AL., unicamente individuabile con un esame strumentale tipo TAC o RSM, che però lo stesso collegio peritale non individua come esame da effettuare a fronte dell’unico elemento da indagare: la presenza dei 16.000 globuli bianchi. Tale dato, come rilevato dalla stesso consulente della difesa dott. Fa., e non contrastato dai periti, poteva giustificarsi con il precedente stato influenzale di cui aveva sofferto l’AL. e con la sinusite per la quale era ancora in terapia aerosol alla data del precedente accesso al P.S. del 14 gennaio 2010. Pertanto, sicuramente la TAC o la RSM era l’esame strumentale in grado di accertare la lesione cerebrale per la quale è deceduto l’AL., ma alla data del 4 febbraio 2010, non sono emersi elementi indicatori per condurre il medico a sottoporre l’AL. ad un’indagine strumentale di tale tipo, ben potendo l’alterazione dei globuli bianchi trovare altre giustificazioni.

Sul punto appare pertanto accoglibile l’esito della consulenza svolta dal P.M, laddove non individuava condotte omissive da parte dei medici del P.S. direttamente collegabili con il decesso del paziente, poiché non sono emersi soprattutto nell’accesso al P.S. qui in esame, sintomi o segni che potessero giustificare indagini strumentali in grado di evidenziare la lesione cerebrale, essendo del tutto negativo il quadro relativo all’anamnesi neurologica. Non appare ultroneo osservare che il paziente era seguito da un neurologo di fiducia dal quale era stato visitato qualche giorno prima, e che nulla aveva rilevato in ordine ad un quadro neurologico, ed i cui sintomi riferiti portavano il medico a ritenere un aggravamento del quadro psichico.

Inoltre, un mese dopo (4/3/2010) l’accesso al Pronto Soccorso qui in esame l’AL. effettuava una visita dall’otorinolaringoiatra il quale diagnosticava una rinosinusopatia muco purulenta, senza intravedere complicanze endocraniche, prescrivendo una sola terapia antibiotica. Questo un mese dopo la visita da parte dell’odierna imputata. Invero, il quadro clinico dell’accesso cerebrale è ben lungi dall’essere stereotipato, ma se la cefalea è il sintomo clinico principale in molti pazienti, le crisi epilettiche o segni focali particolari predominano in altri. In molti casi i sintomi evolvono velocemente nell’arco di una settimana e se ne aggiungono di nuovi ogni giorno. Ma l’ulteriore caratteristica degli ascessi cerebrali è l’imprevedibilità con cui i sintomi possono evolvere.

Il solo dato di laboratorio dell’alterazione dei globuli bianchi, pertanto, come chiarito in sede di esame orale della perizia non avrebbe da solo condotto a richiedere una TAC o una RSM quel 2 febbraio 2010, unici esami strumentali utili all’accertamento diagnostico della lesione che ha condotto a morte il paziente.

In ogni caso, è lo stesso collegio peritale che non individua con sufficiente chiarezza e determinazione la data di insorgenza della lesione cerebrale, e quindi la sua evidenza clinico – strumentale e, pertanto, l’idoneità degli esami strumentali ad evidenziare alla data del 4/2/2010 la lesione cerebrale che avrebbe indotto ad intraprendere immediatamente una terapia antibiotica ed eventualmente l’intervento chirurgico.

Infatti, dapprima in sede di stesura della relazione peritale (pag. 19) l’infezione ascessuale viene collocata, almeno in misura di due settimane dal decesso (quindi alla fine di febbraio/inizio marzo), per poi invece in sede di esame orale riferirsi al periodo più o meno in cui è stato visto al P.S. con la precisazione, ma sempre in linea approssimativa, dall’inizio di febbraio (pag. 8 verb. ud.).

Orbene, non può che prediligersi la prima indicazione temporale, ossia di insorgenza dell’infezione cerebrale da almeno due settimane prima, tesi supportata dalla genesi anatomopatologica dell’ascesso cerebrale, chiaramente sintetizzata a pag. 18 della relazione, in cui i periti danno l atto del passaggio dal processo infiammatorio dalla fase della presenza di edema che circonda la zona ascessuale alla fase di formazione di tessuto di granulazione e sviluppo della capsula, quest’ultima emersa in sede di esame strumentale il 12/3/2010.

Orbene, l’intero processo ha uno sviluppo di almeno 2 settimane; di qui la coerente conclusione a cui è prevenuto il collegio peritale di poter collocare la presenza di infezione cerebrale da almeno due settimane, senza invece, indicare, in maniera altrettanto sicura se tale insorgenza sia antecedente a tale data.

L’inquadramento del processo di insorgenza della lesione cerebrale ad evidenza strumentale, porta totalmente fuori dall’ambito di operatività dell’odierna imputata, la quale è intervenuta oltre un mese prima del decesso.

Volendo invece, seguire l’indicazione temporale di insorgenza della lesione cerebrale offerta in sede di discussione orale della perizia – non sussistendo però elementi a conforto di tale tesi – il riferimento è talmente generico e soffre di un’approssimazione tale da rendere del tutto incerto il periodo di insorgenza della lesione cerebrale.

Ciò posto, è comunque il profilo riguardante la prova del nesso causale tra le omissioni attribuite all’odierna imputata – con le riserve sopra espresse – e il decesso del paziente a presentare un ulteriore aspetto di problematicità.

E’ opportuno ricordare i tre fondamentali principi, in tema di causalità, affermati con la nota sentenza Fr. (Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002, Rv. 222139):

1) non è possibile chiedere al giudice un accertamento del nesso causale in termini prossimi alla certezza, secondo l’orientamento espresso a far data dalla sentenza Bo. del 1990 (Sez. 4, n. 4793 del 06/12/1990, dep. 29/04/1991, Rv. 191793), con i primi accenni, e fino ad arrivare a quelle – più significativamente e decisamente orientate nel senso della necessità dell’accertamento del nesso di causalità in termini di “probabilità vicina alla certezza” – pronunciate poco prima dell’intervento del 2002 delle Sezioni Unite, in particolare le sentenze Ba. (Sez. 4, n. 9780 del 28/09/2000, dep. 09/03/2001, Rv. 218777), Mu. (Sez. 4, n. 9793 del 29/11/2000, dep. 09/03/2001, Rv. 218781), Sg. (Sez. 4, n. 1585 del 25/09/2001, dep. 16/01/2002, Rv. 220982) e Covili (Sez. 4, n. 5716 del 25/09/2001, dep. 13/02/2002, Rv. 220953);

2) parimenti non è possibile ancorare l’eziologia di un evento a giudizi di mera possibilità, al criterio del riscontro di serie ed apprezzabili possibilità di successo, secondo l’orientamento espresso con la sentenza Me. (Sez. 4, n. 4320 del 07/01/1983, Rv. 158947), ovvero che si possa estendere la responsabilità per omesso impedimento dell’evento attraverso le teorie dell’aumento del rischio o della perdita di chances;

3) è necessario approdare, quindi, ad un giudizio di alta probabilità logica o di elevata credibilità razionale.

La strada segnata dalle Sezioni Unite cit., è dunque nel senso della necessità di procedere al giudizio controfattuale al fine di verificare se, eliminata mentalmente la condotta presa in considerazione, l’evento si sarebbe ugualmente verificato, confermando la necessità che la spiegazione causale dell’evento verificatosi hic et nunc provenga da attendibili risultati di generalizzazioni del senso comune ovvero facendo ricorso generalizzante della sussunzione del singolo evento sotto leggi scientifiche che consenta di affermare che l’antecedente può essere considerato condizione necessaria dell’evento se rientra tra quelle conseguenze che le leggi di “copertura” consentono di ritenere aver provocato l’evento.

Secondo le sezioni unite “il ricorso a generalizzazioni scientificamente valide consente infatti di ancorare il giudizio controfattuale, altrimenti insidiato da ampi margini di discrezionalità e di indeterminatezza, a parametri oggettivi in grado di esprimere effettive potenzialità esplicative della condizione necessaria, anche per i più complessi sviluppi causali dei fenomeni naturali, fisici, chimici o biologici”. Passando poi a trattare più specificamente della causalità omissiva la sentenza citata, senza addentrarsi nella soluzione del problema teorico della natura reale, o meramente normativa, dell’effetto condizionante nei reati omissivi impropri, ha però richiamato, condividendolo, l’orientamento che ritiene valido il “paradigma unitario di imputazione dell’evento” con riferimento al “condizionale controfattuale” la cui formula deve rispondere al quesito se “mentalmente eliminato il mancato compimento dell’azione doverosa e sostituito alla componente statica un ipotetico processo dinamico corrispondente al comportamento doveroso, supposto come realizzato, il singolo evento lesivo, hic et nunc verificatosi, sarebbe, o non, venuto meno, mediante un enunciato esplicativo “coperto” dal sapere scientifico del tempo”.

Non viene dunque in considerazione lo statuto condizionalistico e nomologico della causalità ma la sua concreta “verificabilità processuale” e su tale problema la Corte ha ritenuto di non condividere l’orientamento che, particolarmente sul tema dei trattamenti terapeutici, faceva riferimento, al fine di ritenere accertato il nesso di condizionamento, alle “serie e apprezzabili probabilità di successo” del trattamento omesso in quanto, con questa formula, si esprimono coefficienti indeterminati di probabilità con il rischio di violare i principi di legalità e tassatività della fattispecie e della garanzia di responsabilità per fatto proprio.

Fatte queste premesse le sezioni unite hanno indicato una via che riconduce la soluzione del problema all’accertamento processuale dell’esistenza del nesso di condizionamento alla stregua di quei canoni di “certezza processuale”, non dissimili da quelli utilizzati per l’accertamento degli altri elementi costitutivi della fattispecie, che conduca, all’esito del ragionamento di tipo induttivo, ad un giudizio di responsabilità caratterizzato da “alto grado di credibilità razionale”. In quest’ottica, secondo la sentenza citata, “non è sostenibile che si elevino a schemi di spiegazione del condizionamento necessario solo le leggi scientifiche universali e quelle statistiche che esprimano un coefficiente probabilistico “prossimo ad 1”, cioè alla “certezza”, guanto all’efficacia impeditiva della prestazione doverosa e omessa rispetto al singolo evento”, la “certezza processuale” può derivare anche dall’esistenza di coefficienti medio bassi di probabilità c.d. frequentista quando, corroborati da positivo riscontro probatorio circa la sicura non incidenza nel caso di specie di altri fattori interagenti, possano essere utilizzati per il riconoscimento giudiziale del rapporto di causalità. Per converso livelli elevati di probabilità statistica o addirittura schemi interpretativi dedotti da leggi universali richiedono sempre la verifica concreta che conduca a ritenere irrilevanti spiegazioni diverse. Con la conseguenza che non è “consentito dedurre automaticamente e proporzionalmente – dal coefficiente di probabilità statistica espresso dalla legge la conferma dell’ipotesi sull’esistenza del rapporto di causalità”. È inadeguato, infatti, secondo la sentenza in esame, esprimere il grado di corroborazione dell’explanandum mediante coefficienti numerici mentre appare corretto enunciarli in termini qualitativi per cui le sezioni unite mostrano di condividere quell’orientamento della giurisprudenza di legittimità che fa riferimento alla c.d. “probabilità logica” che, rispetto alla c.d. “probabilità statistica”, consente la verifica aggiuntiva dell’attendibilità dell’impiego della legge statistica al singolo evento.

Solo con l’utilizzazione di questi criteri può giungersi alla certezza processuale sull’esistenza del rapporto di causalità in modo non dissimile dall’accertamento relativo a tutti gli altri elementi costitutivi della fattispecie con criteri non dissimili “dalla sequenza del ragionamento inferenziale dettato in tema di prova indiziaria dall’art. 192 comma 2 c.p.p.” al fine di pervenire alla conclusione, caratterizzata da alto grado di credibilità razionale, che “esclusa l’interferenza di decorsi alternativi, la condotta omissiva dell’imputato, alla luce della cornice nomologica e dei dati ontologici, è stata condizione “necessaria” dell’evento, attribuibile per ciò all’agente come fatto proprio”. Mentre l’insufficienza, la contradditorietà e l’incertezza del riscontro probatorio, e quindi il ragionevole dubbio sulla reale efficacia condizionante della condotta omissiva, non possono che condurre alla negazione dell’esistenza del nesso di condizionamento.

Nel caso in esame, pertanto mediante il c.d. “giudizio controfattuale” si dovrà verificare se, dato per fatto quanto l’imputata avrebbe dovuto fare, sia consentito o meno affermare che vi sarebbero state probabilità di grado prossimo alla certezza di evitare la morte della paziente od almeno di procrastinarla per un tempo significativo (cfr. anche, sul punto Cass. pen. Sez. 4, n. 35115 del 24/05/2007).

Orbene, sono gli stessi consulenti ad affermare che nel processo che ha condotto al decesso dell’AL. si deve prevedere l’interferenza di decorsi alternativi rispetto alla condotta omissiva del sanitario e costituiti dallo stadio di gravità della lesione, dalla virulenza dei germi accentuata dalla accelerazione del processo patologico registrato in poche settimane, dalla delicatezza ed invasività del trattamento chirurgico, elementi che non consentono di esprimere un giudizio di certezza di risoluzione della vicenda (pag. 21 relazione scritta). Solo in sede di esame orale, i periti dapprima affermano di non sapere a fronte di una diagnosi precoce effettuata al 4/2/2010 quale sarebbe stato l’exitus, certamente fuoriuscendo dall’alveo della certezza, potendosi semmai ragionare in termini di probabilità, diciamo elevate. Tali incognite di vario spessore e peso hanno portato i periti a non esprimere un giudizio di certezza in ordine alla decisività dell’operato della dott.ssa Valenti sul decorso dell’infezione che ha condotto a morte l’AL., poiché anche un tempestivo intervento diagnostico avrebbe dovuto scontare l’interferenza di altri fattori, determinanti nel processo evolutivo della lesione, con diversa evoluzione della malattia, e tali da non garantire un effetto risolutivo ad una più tempestiva indagine strumentale, ma solo una probabilità seppure elevata di riuscita. Tale probabilità, non ulteriormente specificata, a fronte del quadro di possibili interferenze nel processo evolutivo morboso, non appare elemento sufficiente ad un accertamento certo ed incontrovertibile della sussistenza di un nesso di causalità tra il decesso e la mancata condotta omissiva imputata al sanitario.

Tutti tali aspetti ed in primo luogo il dubbio sull’effettiva insorgenza dell’evidenza strumentale al momento dell’accesso al P.S. il 4/2/2010, e l’insufficienza del quadro clinico in ordine alla richiesta di accertamenti strumentali con immagini, fanno intravedere, sotto il profilo prognostico, l’insostenibilità dell’accusa in giudizio, poiché la completezza delle indagini (consulente del P.M., perizia già disposta ed esaminata innanzi al giudice) fa ritenere insuscettibile il compendio probatorio a subire mutamenti per la fase del dibattimento, proprio perché costituito da un’anticipazione della prova dibattimentale. Si impone pertanto una declaratoria di non luogo a procedere per insufficienza degli elementi probatori a sostenere l’accusa in giudizio.

P.Q.M.

Il Giudice dell’udienza preliminare,

visto l’art. 425 c.p.p., dichiara non luogo a procedere nei confronti di Va.Iv. in ordine al reato contestatole in rubrica, perché il fatto non sussiste.

Così deciso in Ravenna il 5 marzo 2014.

Depositata in Cancelleria l’1 dicembre 2015.

RAVENNA Professione medica e omicidio colposo DANNO RISARCIMENTO

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

 

PATTO SUCCESSORIO RENDE NULLO IL TESTAMENTO?

PATTO SUCCESSORIO RENDE NULLO IL TESTAMENTO?

Il problema parte dalla lettura dell’art. 458 c.c. che commina la nullità per ogni convenzione con cui si dispone della propria successione o si dispone/ rinuncia a diritti su una successione non ancora aperta.

un patto successorio c.d. istitutivo

Per aversi un patto successorio c.d. istitutivo

è sufficiente una convenzione con la quale alternativamente si istituisce un erede o un legato ovvero ci si impegna a farlo in un successivo testamento, cosicché nella prima ipotesi la convenzione stessa, in quanto avente ad oggetto la disposizione di beni afferenti ad una successione non ancora aperta, è idonea ad integrare un patto successorio (ordinariamente vietato), senza alcuna necessità di ulteriori atti dispositivi. (Nella specie, la S.C., correggendo la motivazione della sentenza impugnata, ha escluso che potesse ricorrere un’ipotesi di patto successorio con riguardo ad una convenzione “inter vivos” intercorsa tra la “de cuius”, quando era in vita, e la nipote, con la quale la prima si era riconosciuta debitrice della seconda di una determinata somma per le prestazioni assistenziali fornitele, prevedendo che l’estinzione del debito sarebbe avvenuta dopo la sua morte).

nullità del contratto contenente un patto successorio cosiddetto rinunciativo

deriva il diritto delle parti di ottenere la restituzione delle eventuali somme versate al rinunciante in esecuzione del patto, in applicazione dei principi relativi all’indebito oggettivo, diritto soggetto a prescrizione, non potendo presumersi la natura liberale delle attribuzioni effettuate in esecuzione del patto, in quanto a questo scopo è necessario individuare con precisione da quali elementi fosse desumibile l’animus donandi e verificare l’esistenza dei prescritti requisiti di forma.

Ricorre un patto successorio istitutivo, nullo ai sensi dell’art. 458 c.c.

nella convenzione avente ad oggetto la disposizione di beni afferenti ad una successione non ancora aperta che costituisca l’attuazione dell’intento delle parti, rispettivamente, di provvedere in tutto o in parte alla propria successione e di acquistare un diritto sui beni della futura proprietà a titolo di erede o legatario. Tale accordo deve essere inteso a far sorgere un vero e proprio vinculum iuris di cui la successiva disposizione testamentaria costituisce l’adempimento.

Conseguentemente deve essere esclusa la sussistenza di un patto successorio quando tra le parti non sia intervenuta alcuna convenzione e la persona della cui eredità trattasi abbia solo manifestato verbalmente all’interessato o a terzi l’intenzione di disporre dei suoi beni in un determinato modo, atteso che tale promessa verbale non crea alcun vincolo giuridico e non è quindi idonea a limitare la piena libertà del testatore che è oggetto di tutela legislativa.

per stabilire se una determinata pattuizione ricada sotto la comminatoria di nullità di cui all’art. 458 c.c.

occorre accertare: 1) se il vincolo giuridico con essa creato abbia avuto la specifica finalità di costituire, modificare, trasmettere o estinguere diritti relativi ad una successione non ancora aperta; 2) se la cosa o i diritti formanti oggetto della convenzione siano stati considerati dai contraenti come entità della futura successione o debbano comunque essere compresi nella stessa;

3) se il promittente abbia inteso provvedere in tutto o in parte della propria successione, privandosi, così dello jus poenitendi; 4) se l’acquirente abbia contrattato o stipulato come avente diritto alla successione stessa; 5) se il convenuto trasferimento, dal promittente al promissario, debba aver luogo mortis causa, ossia a titolo di eredità o di legato.

La delazione ereditaria può avvenire solo per testamento o per legge,

senza, quindi, l’ipotizzabilità di un tertium genus, come il patto successorio che, ponendosi in contrasto con il principio fondamentale (e pertanto di ordine pubblico) del nostro ordinamento della piena libertà del testatore di disporre dei propri beni fino al momento della sua morte,

è per definizione non suscettibile della conversione ex art. 1424 c.c., in un testamento mediante la quale si realizzerebbe proprio lo scopo, vietato dall’ordinamento, di vincolare la volontà del testatore al rispetto di impegni, concernenti la propria successione, assunti con terzi.

Si ha patto successorio, vietato, ai sensi dell’art. 458 c.c.,

quando le disposizioni testamentarie redatte da più persone, pur essendo contenute in schede formalmente distinte, si integrano a vicenda, dando luogo a un accordo con il quale ciascuno dei testatori provvede alla sua successione in un determinato modo, in determinante correlazione con la concordata disposizione dei propri beni da parte degli altri. (Nella specie, si è ravvisato un patto successorio vietato, essendo risultato che ciascuno dei coniugi aveva lasciato i propri beni a uno dei due figli, perché l’altro coniuge aveva disposto delle sue sostanze a favore dell’altro figlio).

I patti istitutivi sono accordi tra soggetti per disporre di una successione con natura mortis causa (a causa di morte), quindi, potrebbero scontrarsi con il divieto di cui

Quanti tipi di patti successori esistono?

Esistono tre tipi di patti successori:

  1. istitutivi
  2. dispositivi
  3. rinunciativi

Cosa sono i patti istitutivi?

Con i patti istitutivi si dispone della successione. Essi hanno una struttura particolare in quanto il loro oggetto non è un bene attuale, ma un’aspettativa. In tal senso di parla di “diritto al diritto” con riferimento al momento della morte. Solo allora, infatti, il bene maturerà nel patrimonio del soggetto. Due sono i momenti di cui bisogna tener conto ovvero il diritto all’acquisto dell’eredità e quello ai beni che formano l’eredità che si consolida con la morte. È proprio il peculiare meccanismo che rende dubbia la loro validità in quanto contrastano con i principi fondamentali in materia di successione ovvero la tipicità delle cause di delazione, la revocabilità del testamento e la libertà testamentaria.

Cosa sono i patti rinunciativi e dispositivi?

Con tali patti il soggetto rinuncia o dispone di diritti che possono conseguire a una successione futura. Non si dispone della propria successione quindi non sono classificabili come atti mortis causa. In entrambi i casi l’oggetto è futuro in quanto si trasferisce o si rinuncia a beni che esplicheranno le loro potenzialità solo successivamente. Il fondamento logico- giuridico è la tutela dell’ordine pubblico e del buon costume impedendo ai giovani di distruggere un’eredità non ancora aperta.

I patti successori obbligatori sono validi?

Con questi patti ci si obbliga a una nuova manifestazione di volontà non avendo efficacia traslativa immediata. In particolare, nei patti istitutivi a fare testamento a favore di qualcuno, in quelli istitutivi/rinunciativi a disporre di un’eredità altrui. Due sono le fasi che caratterizzano entrambe le forme:

1- la stipulazione del patto obbligatorio

2- l’atto esecutivo

Come si distinguono dagli altri atti mortis causa?

I patti successori obbligatori potrebbero confondersi con il testamento, con la vendita di eredità o con una rinuncia all’eredità. Per verificare la reale natura il riferimento è alla volontà del soggetto che pone in essere l’atto.

Se l’atto è posto in essere in esecuzione del patto allora è sicuramente invalido, in caso contrario ovvero se stipulato con la consapevolezza dell’invalidità dell’atto quindi espressione della libera autodeterminazione del soggetto è valido.

ART 617 CP AVVOCATO PENALISTA LE NORME DEI VARI ARTICOLI 617 CP

ART 617 CP AVVOCATO PENALISTA

LE NORME DEI VARI ARTICOLI 617 CP

BOLOGNA MILANO ROMA FIRENZE TREVISO VICENZA

Art. 617.avvocato-erede-legittimo-8

Cognizione interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.

Chiunque fraudolentemente, prende cognizione di una comunicazione o di una conversazione, telefoniche o telegrafiche, tra altre persone o comunque a lui non dirette, ovvero le interrompe o le impedisce è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni o delle conversazioni indicate nella prima parte di questo articolo.
I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d’ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale o di un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio o a causa delle funzioni o del servizio, ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Art. 617-bis.

Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.

Chiunque fuori dei casi consentiti dalla legge, installa apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio o a causa delle sue funzioni ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

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    avvocato matrimonialista Sergio Armaroli

Art. 617-ter.

Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.

Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, forma falsamente, in tutto o in parte, il testo di una comunicazione o di una conversazione telegrafica o telefonica ovvero altera o sopprime in tutto o in parte il contenuto di una comunicazione o di una conversazione telegrafica o telefonica vera, anche solo occasionalmente intercettata, è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne faccia uso, con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio o a causa delle sue funzioni ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.
Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa. (1)

(1) Comma aggiunto dall’art. 3, comma 1, D.Lgs. 10 aprile 2018, n. 36

Art. 617-quater.

Intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche.

Chiunque fraudolentemente intercetta comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti tra più sistemi, ovvero le impedisce o le interrompe, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni di cui al primo comma.
I delitti di cui ai commi primo e secondo sono punibili a querela della persona offesa.
Tuttavia si procede d’ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso:
1) in danno di un sistema informatico o telematico utilizzato dallo Stato o da altro ente pubblico o da impresa esercente servizi pubblici o di pubblica necessità;
2) da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, ovvero con abuso della qualità di operatore del sistema;
3) da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Art. 617-quinquies.

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Installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche.

Chiunque, fuori dai casi consentiti dalla legge, installa apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico ovvero intercorrenti tra più sistemi, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni nei casi previsti dal quarto comma dell’articolo 617-quater.

Art. 617-sexies.

Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche.

Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di arrecare ad altri un danno, forma falsamente ovvero altera o sopprime, in tutto o in parte, il contenuto, anche occasionalmente intercettato, di taluna delle comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti tra più sistemi, è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne facciano uso, con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni nei casi previsti dal quarto comma dell’articolo 617-quater.
Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa. (1)

(1) Comma aggiunto dall’art. 4, comma 1, D.Lgs. 10 aprile 2018, n. 36

Art. 617-septies.

Diffusione di riprese e registrazioni fraudolente

Chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione, e’ punito con la reclusione fino a quattro anni.

La punibilita’ e’ esclusa se la diffusione delle riprese o delle registrazioni deriva in via diretta ed immediata dalla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.

Il delitto e’ punibile a querela della persona offesa. 

(1) Articolo inserito dal D.Lgs. 29 dicembre 2017, n. 216

Art. 617 septies Diffusione di riprese e registrazioni fraudolente

 

Successivo 

Chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione, è punito con la reclusione fino a quattro anni.

La punibilità è esclusa se la diffusione delle riprese o delle registrazioni deriva in via diretta ed immediata dalla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Tribunale Torino, 16/01/2012

Integra i delitti di cui agli artt. 617-quater (intercettazione fraudolenta di comunicazioni relative a sistemi informatici o telematici) e 617-quinquies c.p. (installazione di apparecchiature atte a intercettare comunicazioni relative ai sistemi predetti), uniti dal vincolo della continuazione ai sensi e per gli effetti dell’art. 81, comma 2, c.p., la condotta di chi, attraverso un congegno elettronico (del tipo ‘skimmer’) e una microtelecamera installata su uno sportello bancomat, carpisce fraudolentemente i codici P.I.N. digitati dai clienti dell’istituto di credito.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LAPALORCIA Grazia – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. – rel. Consigliere –

Dott. SETTEMBRE Antonio – Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere –

Dott. BRANCACCIO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.V., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 12/05/2016 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere UMBERTO LUIGI SCOTTI;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. MARIA FRANCESCA LOI. Il Proc. Gen. conclude per il rigetto.

Uditi i difensori:

l’avv. Gennaro Leone del Foro di Roma, sostituto processuale dell’avv. Gianclemente Benenti, per la parte civile, insiste per il rigetto del ricorso presentato; deposita conclusioni e nota spese;

l’avvocato Angelo Sansone, del Foro di Vallo della Lucania, per la ricorrente, insiste per l’accoglimento del ricorso presentato.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del 3/11/2015 il Tribunale di Milano aveva ritenuto P.V. responsabile del reato di falsificazione di comunicazioni telematiche di cui all’art. 617 sexiesc.p. e l’aveva condannata alla pena di mesi 9 di reclusione, con i doppi benefici nonchè al risarcimento dei danni in favore della parte civile M.C..

In seguito all’appello dell’imputata la Corte di appello di Milano con sentenza del 12/5/2016, in parziale riforma della sentenza di primo grado, confermata nel resto, ha ridotto la pena irrogata a mesi 8 di reclusione.

A P.V., allora dipendente del Settore (OMISSIS) del Comune di (OMISSIS), era stato imputato di aver formato falsamente e quindi inviato a M.C., facendone così uso, la notifica di avvenuta lettura della e-mail di convocazione, in realtà mai pervenuta all’interessata, per un colloquio previsto nell’ambito della procedura concorsuale di mobilità volontaria per un posto di agente di Polizia Municipale, indetto dal Comune di (OMISSIS), al fine di occultare la propria responsabilità relativamente all’invio di tale comunicazione all’indirizzo e-mail errato ((OMISSIS), anzichè (OMISSIS)), errore che aveva determinato l’esclusione della M. dalla graduatoria.

  1. Ha proposto ricorso nell’interesse dell’imputata il difensore di fiducia, avv.Angelo Sansone, svolgendo due articolati motivi.

2.1. Con il primo motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) – e), il ricorrente denuncia violazione della legge penale e vizi motivazionali nel rigetto da parte della Corte di appello del motivo di appello concernente la assoluta mancanza del corpo del reato e la insussistenza degli elementi costituivi del reato ascritto ex art. 617 sexies c.p..

2.1.1. L’affermazione della Corte territoriale, posta a sostegno del rigetto del motivo di appello circa la mancanza del corpo del reato, secondo la quale oggetto del reato sarebbe l’attestazione di avvenuta lettura della mali asseritamente inviata, era contra legem. Il reato contestato, attinente a condotte di formazione del testo di una comunicazione informatica o telematica, si sarebbe configurato solo se la ricevuta di conferma della e-mail di convocazione della P. alla M. fosse stata falsificata, in tutto o in parte.

La Corte aveva ritratto la prova, con evidente travisamento, da alcuni elementi non corrispondenti al vero (a) la mancata indicazione del destinatario; b) la pretesa incompatibilità di alcuni caratteri con quelli del resto della messaggistica; c) l’accertamento dell’assenza di traffico sul p.c. dell’imputata dalle ore 06.50 alle ore 11.07 mentre il messaggio sarebbe pervenuto alle ore 08,28).

Al contrario, relativamente a quanto considerato sub a), come riferito dal perito della difesa, il campo del destinatario nelle ricevute di conferma di lettura è quasi sempre in bianco; relativamente a quanto riferito sub b), l’assunto della Corte era immotivato nella sua base scientifica e non trovava riscontri nei contributi di tutti gli esperti informatici che si erano espressi; relativamente a quanto riferito sub c) l’orario 08,28 si riferiva al momento della lettura da parte della M. e non all’orario in cui il messaggio era pervenuto alla P..

2.1.2. Secondo il ricorrente, la Corte era incorsa poi in evidente errore allorchè attribuiva rilievo alla riproduzione cartacea allegata alla relazione della Polizia Giudiziaria, perchè in ordine alla fattispecie delittuosa di cui all’art. 617 sexies c.p. era imprescindibile l’accertamento della falsificazione del documento informatico, come del resto aveva spiegato il Consulente del Pubblico Ministero, chiarendo le difformità fra la riproduzione cartacea e il documento informatico.

Di conseguenza, secondo il ricorrente, la P. era stata condannata senza che fosse stata versata in atti alcuna prova circa la commissione del reato di cui era imputata.

2.2. Con il secondo motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c) -e), la ricorrente denuncia error in procedendo e vizi motivazionali con riferimento all’art. 192 c.p.p., comma 1, e art. 546 c.p.p., comma 1, lett. e), attribuendo alla Corte di appello un percorso argomentativo inosservante delle norme circa la valutazione della prova e del dovere di specifica indicazione dei motivi e dei criteri di valutazione adottati, nonchè contraddittorietà e illogicità della motivazione.

2.2.1.La Corte aveva attribuito rilievo alla deposizione della dott.ssa A. in tema di “mancato consenso immediato e senza reticenze” della P. all’esame del suo p.c., senza considerare le dichiarazioni dell’imputata che aveva invece sostenuto di aver messo immediatamente a disposizione il computer fornendo la password, cosa che non avrebbe avuto neppur ragione di non fare, visto che i dati non erano più presenti a causa della periodica cancellazione della posta elettronica per motivi di spazio.

La P. aveva semplicemente richiesto una richiesta scritta di accesso formale da parte della Direzione Sistemi Informatici per la verifica del contenuto del computer, in realtà mai arrivata.

2.2.2. Il mancato esame tecnico del computer della denunciante e della denunciata aveva impedito l’acquisizione giudiziale della prova della falsificazione, come stigmatizzato con specifico motivo di appello a cui la Corte non aveva risposto.

La certezza della falsificazione ritratta dalla Corte dalla riproduzione cartacea allegata alla relazione di P.G. era del tutto inconsistente, come censurato con il primo motivo di ricorso.

2.2.3. La ritenuta plausibilità e comprensibilità della dimenticanza della M. circa la data di creazione di uno dei due indirizzi e-mail da lei indicati nella sua domanda non aveva tenuto conto del dato assolutamente pacifico per cui la e-mail di cui la M. sosteneva di non ricordare neppure la password era stata da lei registrata solo 5 giorni dopo la pubblicazione dell’avviso di mobilità del 30/10/2012 e cioè a novembre del 2012.

2.2.4. La giustificazione addotta dalla Corte per il mancato esame tecnico del computer basata sulla presunta evidenza delle emergenze probatorie, non considerava, secondo il ricorrente, che lo stesso Consulente del P.M. aveva escluso che esistesse in atti la prova della falsificazione.

Motivi della decisione

  1. Il primo articolato motivo denuncia violazione della legge penale e vizi motivazionali quanto al rigetto da parte della Corte territoriale del motivo di appello concernente la assoluta mancanza del corpo del reato e la insussistenza degli elementi costituivi del reato ascritto ex art. 617 sexiesc.p..

1.1. In particolare il ricorrente critica, reputandola contra legem, l’affermazione della Corte territoriale, posta a sostegno del rigetto del motivo di appello circa la mancanza del corpo del reato, secondo la quale l’oggetto del reato sarebbe l’attestazione di avvenuta lettura della mali asseritamente inviata.

Il reato contestato, attinente a condotte di formazione del testo di una comunicazione informatica o telematica, si sarebbe configurato solo se la ricevuta di conferma della e-mail di convocazione da P.V. a M.C. (all’indirizzo corretto, ossia quello “puntato”: (OMISSIS)) fosse stata falsificata, in tutto o in parte.

La ricorrente attribuisce alla Corte di appello un evidente travisamento della prova, allorchè essa ha ritratto da tre elementi (a suo dire, non corrispondenti al vero) la prova della falsificazione della conferma di lettura.

Il primo elemento sub a) è la mancata indicazione del destinatario, ritenuta dalla Corte di appello “sempre e assolutamente necessaria”; a tale logica e puntuale affermazione, circa l’intrinseca necessità dell’emergenza del destinatario della comunicazione, la ricorrente contrappone, oltretutto in modo del tutto a-specifico (in difetto di precisa indicazione dell’atto processuale richiamato, ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e)) quanto riferito apoditticamente dal consulente della difesa, secondo cui il campo del destinatario nelle ricevute di conferma di lettura sarebbe quasi sempre in bianco.

Il secondo elemento, sub b), è costituito dalla ravvisata incompatibilità di alcuni caratteri con quelli del resto della messaggistica, che era stata ritratta attraverso prove di simulazione dalla difformità dell’aspetto grafico della ricevuta oggetto di imputazione rispetto a quelle generabili dal sistema informatico utilizzato dalla P. ((OMISSIS)), quanto a corpo e caratteri. Anche a tal riguardo la ricorrente muove lagnanza del tutto generica, chiaramente inidonea a fondare motivo di censura in sede di legittimità circa la difforme ricostruzione del fatto operata dal giudice del merito.

Il terzo elemento, sub c) riguarda l’accertamento dell’assenza di traffico sul personal computer dell’imputata dalle ore 06.50 alle ore 11.07 mentre il messaggio sarebbe pervenuto alle ore 08,28. Tale orario, secondo la ricorrente, sarebbe quello del momento della lettura da parte della M. e non quello del momento in cui il messaggio di conferma di lettura era pervenuto alla P..

Tale preteso equivoco è insussistente e comunque non provato dalla ricorrente chef incorrendo in vizio di aspecificità, non indica da quale evidenza probatoria la difforme conclusione in ipotesi sarebbe dimostrata. La Corte territoriale (pag.13) indica inequivocabilmente nelle ore 08.28 del 15/11/2012 l’orario in cui il messaggio di conferma di lettura sarebbe apparso sul computer dell’imputata.

Del resto, appare logico e coerente con il carattere istantaneo di tali messaggi, che l’orario possa coincidere per la lettura della mail da parte del destinatario, sia per l’arrivo della conferma di lettura al mittente che l’ha richiesta.

1.3. La ricorrente trascura di considerare inoltre l’ulteriore e potente elemento logico rappresentato (sentenza di appello pag.12-13; sentenza di primo grado, pagg.4-5) a dimostrazione della falsificazione effettuata dall’imputata del messaggio di conferma di lettura: e cioè il fatto che non poteva esistere la conferma di lettura di un messaggio mai inviato, posto che il 13/11/2012 alle ore 15.06.52 dal computer della P. era partito un gruppo di messaggi elettronici a tutti i partecipanti del concorso, incluso quello all’indirizzo errato di M.C. ((OMISSIS)) ma non all’indirizzo corretto per le comunicazioni, ossia (OMISSIS).

1.4. Secondo la ricorrente, la Corte era incorsa in evidente errore allorchè ha attribuito rilievo alla riproduzione cartacea allegata alla relazione della Polizia Giudiziaria, perchè in ordine alla fattispecie delittuosa di cui all’art. 617 sexies c.p. era imprescindibile l’accertamento della falsificazione del documento informatico, come del resto aveva spiegato il Consulente del Pubblico Ministero, chiarendo le difformità fra la riproduzione cartacea e il documento informatico.

Di qui il corollario che la P. sarebbe stata condannata senza che fosse stata versata in atti alcuna prova circa l’effettiva commissione del reato di cui era imputata.

1.5. La L. 23 dicembre 1993, n. 547art. 6 ha introdotto l’art. 617 sexies c.p. in tema di “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di informazioni informatiche o telematiche”, che recita: “Chiunque al fine di procurare a sè o ad altri un vantaggio o di arrecare ad altri un danno, forma falsamente ovvero altera o sopprime, in tutto o in parte, il contenuto, anche occasionalmente intercettato, di taluna della comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti fra più sistemi, è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne facciano uso, con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni nei casi previsti dall’art. 617 quater, comma 4”.

Tale reato è inserito nella sezione 5 (delitti contro l’inviolabilità dei segreti), del capo 3 (delitti contro la libertà individuale), del titolo 12 (delitti contro la persona) del libro secondo del codice penale. La condotta del delitto de quo consiste nel formare, falsamente, in tutto o in parte, il testo di una comunicazione informatica o telematica, ovvero nell’alterare, sopprimere, in tutto o in parte, il contenuto di una comunicazione informatica o telematica vera, anche se solo occasionalmente intercettata, allo scopo di procurarsi un vantaggio o di arrecare ad altri un danno.

Il reato, pur inserito nel corpo della sezione dedicata ai delitti contro l’inviolabilità dei segreti, delinea una particolare figura di falso, caratterizzata in ragione del suo oggetto.

Il dolo richiesto per l’ipotesi delittuosa in esame è specifico e consiste infatti nella coscienza e volontà di procurarsi direttamente o indirettamente un vantaggio, non necessariamente di carattere patrimoniale, o di recare ad altri un danno. Deve poi essere oggettivamente riscontrabile, in conseguenza dell’azione del soggetto agente, la materiale alterazione o soppressione dell’informazione attinta.

Occorre infine che dell’alterazione compiuta l’agente abbia fatto uso o abbia semplicemente tollerato un uso ad opera di altri; deve quindi esservi stata consapevolezza della diffusione esterna di una rappresentazione informativa non genuina o non corrispondente a verità.

1.6. La ricorrente insiste, a più riprese, sulla mancanza del “corpo del reato”(che avrebbe potuto essere solo un documento informatico) e sulla mancata ispezione tecnica e verifica peritale dei personal computer sia della denunciante M.C., sia della denunciata P.V., senza la quale non avrebbe potuto ritrarsi alcuna certezza circa la pretesa falsificazione informatica.

Segnatamente, la ricorrente critica l’affermazione di pag.10-11 della sentenza di secondo grado secondo la quale poichè la falsa attestazione dell’avvenuta lettura della mail era un documento elettronico e pertanto immateriale era evidente che la prova poteva essere desunta solo dal documento cartaceo (ossia la stampata), allegata e analizzata alle pagine 6 e 7 della relazione della Polizia Giudiziaria, Squadra reati informatici.

La censura coglie un’oggettiva improprietà della decisione impugnata, che non ne inficia tuttavia la sostanziale correttezza.

La prova della falsificazione del documento informatico, ovviamente, può essere ricavata da un esame tecnico diretto delle memorie dei due computer interessati e tuttavia può essere raggiunta, in modo convincente e oltre ogni ragionevole dubbio, anche sulla base di elementi probatori differenti da una perizia tecnica, che dimostrino in modo certo l’avvenuta alterazione.

Nella fattispecie gli elementi di prova raccolti e analizzati confortavano comunque, al di là del ragionevole dubbio, la ritenuta sussistenza della falsificazione: ossia la mancanza di registrazione sui server del Comune di (OMISSIS) su cui era allocato l’indirizzo di posta elettronica di P.V. di alcun messaggio, nè in entrata, nè in uscita verso l’indirizzo (OMISSIS), mentre risultava inviato un solo messaggio verso l’indirizzo (OMISSIS); le difformità grafiche e l’anomalia del campo di indirizzi del documento cartaceo acquisito; la mancanza di riscontro dell’arrivo della mail di conferma di lettura dalla M. alla P. nel giorno e nell’orario indicato; il tutto corroborato da ulteriori elementi desunti dal comportamento sospetto post factum della P., e in particolare la cancellazione delle mail e della cartelletta informatica circa la posizione concursuale, contro le direttive e le prassi gestionali consolidate (e contro ogni logica, in considerazione della contestazione insorta) e il contegno scarsamente collaborativo in occasione delle verifiche interne avviate dalla dott.ssa A..

Si può anche convenire sul fatto che il documento cartaceo allegato alla relazione della Polizia Giudiziaria non è il corpo del reato, ma solo la prova della sua esistenza, prova del resto che la ricorrente non pretende neppure di confutare, visto che non è mai stato contestato che tale documento corrisponda al tenore del documento informatico allegato alla mail inviata dalla P. alla M., dopo i colloqui telefonici del 29 e del 30/11/2012, per tacitare le sue doglianze circa il mancato recapito della mali di convocazione all’indirizzo (OMISSIS).

Del resto i Giudici del merito hanno basato la loro decisione anche su di un prepotente argomento di carattere logico, ossia sul fatto che non può esistere una mali di conferma di lettura di messaggio di posta elettronica trasmessa dal computer di B a quello di A, se il messaggio base asseritamente letto (quello da A a B) non esiste affatto.

Nè si può ipotizzare che il falso contestato sia riconducibile alle figure tradizionali del falso materiale documentale tradizionale da parte di pubblico ufficiale (artt. 476 o 478 c.p.), poichè il documento cartaceo allegato alla relazione di Polizia giudiziaria altro non è che la riproduzione attraverso la stampa di un documento informatico falso (la mail di conferma di lettura), trasmesso in via informatica tramite mail dalla P. alla M. il 30/11/2012.

E questa è proprio l’accusa mossa dai Giudici del merito alla P., ossia quella di aver provveduto ad un mero inoltro di una ricevuta con alterazione dei campi, mediante sovrascrittura, in modo da conformare una ricevuta apparentemente genuina quantomeno agli occhi del destinatario (cfr sentenza 1 grado, pag.6).

  1. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia error in procedendo e vizi motivazionali con riferimento all’art. 192c.p.p., comma 1, e art. 546c.p.p., comma 1, lett. e) attribuendo alla Corte di appello un percorso argomentativo inosservante delle norme circa la valutazione della prova e del dovere di specifica indicazione dei motivi e dei criteri di valutazione adottati, nonchè contraddittorietà e illogicità della motivazione.

2.1. La ricorrente osserva che la Corte aveva attribuito rilievo alla deposizione della dott.ssa A. in tema di “mancato consenso immediato e senza reticenze” della P. all’esame del suo personal computer, senza considerare le dichiarazioni dell’imputata che aveva invece sostenuto di aver messo immediatamente a disposizione il computer fornendo la password, cosa alla quale non avrebbe avuto neppur ragione di opporsi, visto che i dati non erano più presenti a causa della periodica cancellazione della posta elettronica per motivi di spazio; la P. aveva semplicemente richiesto una richiesta scritta di accesso formale da parte della Direzione Sistemi Informatici per la verifica del contenuto del computer, in realtà mai arrivata.

Tali osservazioni critiche sono rivolte contro elementi probatori di carattere collaterale nella struttura dell’apparato accusatorio recepito dai giudici di merito, fondamentalmente basato sull’accertata assenza del messaggio principale di invio da P. a M. e sull’assenza del messaggio di conferma di lettura da M. a P. nelle date e orari indicati e sulla dismorfia grafica del messaggio della pretesa conferma di lettura inoltrato da P. a M..

La critica proposta non appare quindi idonea a scardinare l’impianto logico della sentenza impugnata; secondo la giurisprudenza della Corte, infatti il vizio di travisamento della prova, desumibile dal testo del provvedimento impugnato o da altri atti del processo specificamente indicati dal ricorrente, è ravvisabile ed efficace solo se l’errore accertato sia idoneo a disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza dimostrativa del dato processuale/probatorio, determinando al suo interno radicali incompatibilità, così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione (Sez. 6, n. 5146 del 16/01/2014, Del Gaudio e altri, Rv. 258774; Sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011, Pmt in proc. Longo, Rv. 251516; Sez. 1, n. 24667 del 15/06/2007, Musumeci, Rv. 237207).

Per altro verso la censura proposta richiede alla Corte di ingerirsi nella valutazione del fatto, così come ricostruito dai giudici del merito sulla base della valutazione della deposizione della dott.ssa A., ritenuta teste imparziale, autorevole e attendibile, circa le forti anomalie del comportamento di P.V. quanto alla cancellazione contro la policy interna della corrispondenza informativa e della cartelletta di archiviazione dei dati relativi alla procedura concursuale.

Non ha pertanto rilievo determinante nell’economia della decisione impugnata il fatto che la dott.ssa P. non si fosse opposta alla verifica del contenuto del computer ma avesse solamente preteso una richiesta scritta di accesso formale da parte della Direzione Sistemi Informatici.

2.2. Quanto al mancato esame tecnico del computer della denunciante e della denunciata, che avrebbe impedito l’acquisizione giudiziale della prova della falsificazione, come stigmatizzato già con motivo di appello, e alla certezza della falsificazione ritratta in modo asseritamente inconsistente dalla Corte dalla riproduzione cartacea allegata alla relazione di polizia giudiziaria, appare sufficiente il richiamo di quanto approfonditamente argomentato nel corso del p. 1.6., poichè la censura riprende il tenore del motivo del primo motivo di ricorso ivi analizzato.

2.3. La ricorrente osserva poi che la Corte territoriale, nel ritenere la plausibilità e la comprensibilità della dimenticanza della M. circa la data di creazione di uno dei due indirizzi e-mail da lei indicati nella sua domanda, non aveva tenuto conto di un dato assolutamente pacifico, e cioè che la casella di posta elettronica di cui la M. sosteneva di non ricordare neppure la password era stata da lei registrata solo cinque giorni dopo la pubblicazione dell’avviso di mobilità del 30/10/2012 e cioè a novembre del 2012.

Innanzitutto anche tale argomento non riveste un ruolo fondante nella struttura logica della decisione impugnata, poichè la falsificazione o meno del documento informatico della mail di conferma di lettura prescinde totalmente dalla pretesa menzogna circa il ricordo da parte di M.C. circa l’altro indirizzo (non puntato) di posta elettronica e relativa password indicato, sia pure non come recapito valido per la comunicazione, nella sua domanda di partecipazione al concorso (ossia (OMISSIS)).

Il fatto che la M. abbia eventualmente minimizzato la sua conoscenza e frequentazione dell’altro suo indirizzo di posta elettronica indicato nella sua domanda di partecipazione al concorso (sia pure non come recapito valido per comunicazioni), a cui invece era stata mandata la missiva di convocazione, è circostanza non priva di potenziale rilievo ai fini civilistici sotto l’angolo visuale del concorso colposo del danneggiato (cfr sentenza di primo grado, pag.8); tuttavia tale elemento non ha il benchè minimo influsso sulla validazione o meno dell’ipotesi della falsificazione del messaggio di conferma di lettura da parte della P., unico punto rilevante ai fini dell’accertamento del reato contestato.

Si può quindi prescindere dal rilievo che la Corte di appello riferisce la difficoltà di ricordare da parte della M. all’intervallo temporale di oltre due anni fra la formazione dell’indirizzo di posta elettronica e relativa password e la data dell’escussione della M. come teste, e non già all’intervallo temporale fra la formazione dell’indirizzo di posta elettronica e relativa password e la presentazione della domanda di partecipazione al concorso o l’insorgenza della contestazione a fine novembre 2012.

2.4. La ricorrente lamenta che la Corte di appello abbia giustificato il mancato esame tecnico del computer con la presunta evidenza delle emergenze probatorie, senza considerare che lo stesso Consulente del P.M. aveva escluso che esistesse in atti la prova della falsificazione.

L’argomento è già stato affrontato sub p. 1.6.

Quanto all’opinione espressa dal Consulente dell’accusa all’udienza del 13/1/2015, secondo cui non vi sarebbe stata la prova certa della falsificazione della mail di notifica di avvenuta lettura della mail di convocazione, la stessa censura proposta riconosce che l’affermazione del Consulente D.F. è circoscritta alle valutazioni fondate sulle indagini da lui fatte. Al contrario, la decisione impugnata si basa anche e soprattutto sull’assenza di tracce nelle registrazioni dei log del server del Comune di (OMISSIS) sia della missiva di convocazione indirizzata al recapito (OMISSIS). (diversamente da quella inviata a (OMISSIS)), sia della conferma di lettura da parte di tale casella.

  1. Il ricorso va quindi respinto e la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento ex art. 616c.p.p. nonchè alla refusione delle spese di parte civile che liquida in Euro 2.000,00=, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè alla refusione delle spese di parte civile che liquida in Euro 2.000,00, oltre accessori di legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 29 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 agosto 2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CALABRESE Renato Luigi – Presidente

Dott. ROTELLA Mario – Consigliere

Dott. SCALERA Vito – Consigliere

Dott. FUMO Maurizio – Consigliere

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

PUBBLICO MINISTERO PRESSO TRIB. di BOLOGNA;

nei confronti di:

1) V.M.C., N. IL (OMISSIS);

avverso ORDINANZA del 13/06/2006 TRIB. LIBERTA’ di BOLOGNA;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dr. ROTELLA MARIO;

sentite le conclusioni del P.G. Dr. DI POPOLO Angelo, di rigetto.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1 – Il Procuratore della Repubblica di Bologna ricorre avverso ordinanza del Tribunale di riesame, che annulla l’ordinanza del GIP di applicazione della misura di custodia in carcere nei confronti di V.M.C., indagato ai sensi a) dell’art. 617 quinquies c.p. con aggravante di cui all’art. 617 quater c.p., comma 4, “per aver installato in concorso con ignoti apparecchiature atte ad intercettare comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico, ovvero intercorrenti tra più sistemi, posizionando nel Postamat di Ufficio Postale una fotocamera digitale (occultata all’interno di barra di plastica incollata con nastro adesivo nella zona sovrastante il tastierino di digitazione dei codici segreti di accesso, in corrispondenza di apposito foro per la ripresa) ed un secondo dispositivo elettronico in corrispondenza della feritoia di inserimento di carte, Postamat”) b) degli artt. 56 e 110 c.p., L. n. 197 del 1991, art. 12 (tentativo di falsificazione di carte di credito e/o pagamento; c) artt. 624 bis c.p., comma 2, per strappo della fotocamera suindicata dalle mani di chi l’aveva ritrovata.

Il Tribunale ha escluso la configurabilità del furto sub c), per insussistenza del requisito di altruità della cosa, potendosi al più ravvisare l’art. 610 c.p., e di poter provvedere a diversa qualificazione. Ha osservato che la pena massima per il reato sub b) è inferiore ai quattro anni di reclusione, e ritenuto la misura inapplicabile. E, per quanto interessa, ha rapportato astrattamente il fatto sub a) all’art. 615 quater c.p. (detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici).

Il ricorso denuncia violazione di legge, con particolare riferimento a quest’ultima qualificazione, e sottolinea che il fatto sub a) ha per fine ultimo la condotta sub b).

2 – Il ricorso è fondato.

Con il capo a) si imputa all’indagato l’installazione abusiva di una apparecchiatura nel luogo in cui gli utenti comunicano con il sistema Postamat, E innanzitutto la predisposizione di tale apparecchiatura, con lo scopo di procurarsi codici di accesso indeterminati, se e quando gli utenti li digiteranno, non integra estremo di condotta, men che evento (essersi procurato alcun codice personale) ai sensi dell’art. 615 quater c.p., seppure rileva sotto il profilo della connessione teleologia, ovvero sul piano circostanziale, e dunque esterno alla struttura del reato cui si rapporta il fatto dell’installazione.

Ciò posto, il Tribunale ha erroneamente escluso che il fatto configuri per sè il reato previsto dall’art. 617 quinquies c.p..

L’osservazione che l’articolo prevede un’ipotesi di sbarramento del reato di cui all’art. 617 quater c.p., (intercettazione, impedimento o interruzione delle comunicazioni telematiche o informatiche) è bensì corretta, ma confermativa.

Difatti, la lettera dell’art. 617 quinquies c.p., concerne in genere le apparecchiature atte ad “intercettare le comunicazioni relative al sistema”. Il termine “intercettare” vuoi dire all’evidenza “inserirsi nelle comunicazioni riservate, traendone indebita conoscenza”. Ed il termine “relative” non implica che le comunicazioni tutelate siano esse stesse telematiche o informatiche. La digitazione del codice di accesso attua la prima comunicazione di qualsiasi utente con il sistema.

Dunque è proprio oggetto della tutelata della norma.

In conclusione, che l’acquisizione dei codici di accesso sia, quale obiettivo di profitto dell’agente altrimenti rilevante a fini circostanziali, non esclude la configurabilità del reato di cui all’art. 617 quinquies c.p., nel caso di installazione non consentita di apparecchiature di intercettazione di comunicazioni con un sistema telematico o informatico.

P.Q.M.

Annulla l’impugnata ordinanza con rinvio al Tribunale di Bologna per nuovo esame.

Così deciso in Roma, il 5 dicembre 2006.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2007

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FIRENZE

SECONDA SEZIONE PENALE – COMPOSIZIONE MONOCRATICA

Il Tribunale di Firenze in composizione monocratica nella persona del Giudice dr. Nicola Pisano ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei confronti di :

D.C.I. nato in R. il (…) – SOTTOPOSTO A MISURA – NON COMPARSO – ASSENTE

– difeso dall’avv. di fiducia Furio Faranda del foro di Roma

– difeso dall’avv. di fiducia Tiziano Veltri del foro di Firenze

IMPUTATO

  1. a) del delitto di cui agli artt. 110 e 617 quinquies c.p. per avere, in concorso tra loro, installato sul distributore bancomat della Banca Monte dei Paschi di Siena, filiale di Reggello, una apparecchiatura costituita da skimmer, video camera e lettore di banda magnetica atta ad intercettare i codici Pin delle tessere inserite nello sportello;
  2. b) del delitto di cui agli artt. 56, 110 e 640 ter e 61 n 7 c.p. per avere, in concorso tra loro, con la condotta descritta nel capo che precede, compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco a intervenire nel sistema informatico della Banca Monte Paschi di Siena con l’intento di procurarsi un ingiusto profitto consistente nel denaro sottratto ai clienti utilizzatori del bancomat dell’indicato istituto di credito con grave danno per gli stessi e non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla loro volontà;
  3. c) del delitto di cui agli artt. 81 cpv ,110 e 337 c.p. per essersi opposti, con più atti esecutivi del medesimo disegno criminoso e in concorso tra loro, dapprima, mentre cercava di rimuovere l’apparecchiatura informatica di cui al capo a), ingaggiando una colluttazione con il m.llo dei Carabinieri M.V., colpendolo con un cacciavite alla mano e provocandogli le lesioni di cui al capo che segue, successivamente, fuggendo a bordo di una autovettura “Touareg” omettendo di fermarsi all’alt intimatogli dai Carabinieri, investendo l’autovettura di servizio della Polizia Stradale e provocando ai conducenti le lesioni di cui al capo che segue, fuggendo poi a piedi inseguiti dai Carabinieri che esplodevano colpi di arma da fuoco, ai militari della stazione dei Carabinieri di Reggello prima e a quelli del Nucleo Radiomobile di Figline Valdarno e alla Polizia Stradale poi, mentre li inseguivano per procedere al suo arresto;
  4. d) del delitto di cui agli artt. 110, 582, 585, 576, 61 n. 2 e 10 c.p. per avere, in concorso tra loro, al fine di eseguire il reato di cui al capo che precede, cagionato al m.llo dei Carabinieri M.V. e agli agenti della polizia Stradale G.N. e I.S., nell’atto ed a causa dell’adempimento delle loro funzioni, lesioni personali dalle quali derivava malattie della durata di 5 giorni al m.llo M., della durata di giorni 14 all’ag. G. e della durata di 30 giorni all’ag. I.;
  5. e) del delitto di cui agli artt. 110 e 635 c.p.. per avere, in concorso con tra loro, con la condotta di cui al capo sub c) distrutto l’autovettura di servizio della Polizia Stradale tg U9178.

In Reggello e Incisa Val d’Arno il 28 aprile 2013

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

L’imputato veniva rinviato a giudizio immediato per rispondere dei reati indicati in rubrica – in stato di detenzione in forza di ordinanza di custodia cautelare emessa in data 13/5/2013 a seguito della fermo di polizia giudiziaria operato dai carabinieri della compagnia di Aurisina (Friuli Venezia Giulia) in data 3 maggio 2013 – con decreto emesso dal gip in data 26 luglio 2013.

Al fascicolo del dibattimento risultavano acclusi, tra l’altro, oltre il suddetto decreto debitamente tradotto in lingua romena, l’elenco dei precedenti dattiloscopici del casellario centrale di identità concernenti l’imputato, il verbale di accertamento tecnico irripetibile, corredato da rilievi fotografici, effettuato in data 29 e 30 maggio 2013 da personale del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei carabinieri di Firenze sull’autovettura VW al modello Tuareg targata (…), nonché il verbale di sequestro datato 29/4/2013 di quanto rinvenuto a bordo del detto veicolo.

Aperto il dibattimento ed ammesse le prove ritenute pertinenti e rilevanti come da verbale di udienza del 18/12/2013, si procedeva all’istruttoria che si articolava sull’esame dei testi del pubblico ministero, i marescialli dei carabinieri M.V. e Fasciolo Nello, e l’agente della polizia stradale di Firenze G.N..

Nel corso del dibattimento il pubblico ministero produceva: il verbale di sequestro del 29/4/2013 nei confronti di S.F.D.; il referto medico relativo alle lesioni patite dal maresciallo M. e dagli agenti di polizia G.N. e I.S.; il verbale di rilevazione dell’incidente stradale occorso tra la predetta VW Tuareg e l’autovettura di servizio della polizia stradale il giorno 28/4/2013; le fotografie scattate in occasione del detto sinistro con la planimetria dei luoghi; il verbale di perquisizione eseguita in data 2/5/2013 dai carabinieri di Aurisina nei confronti dell’imputato e della sua compagna P.C.; i tabulati relativi alle utenze telefoniche nn. (…); 3892119481; (…); e (…) in uso all’imputato; a quella dell’operatore Wind, avente numero (…), e all’altra Orange ( rumena ), numero (…), in uso alla P.C.; la fotocopia di una fotografia dell’imputato tratta da facebook dove lo stesso compariva con indosso un paio di pantaloni ritenuti dai carabinieri identici a quelli rinvenuti all’interno della autovettura sequestrata; la scheda relativa al soggiorno del predetto presso l’hotel Sheraton di Firenze in data 26/4/2013 unitamente a persona qualificatasi come S.F.; un fascicolo contenente fotogrammi tratti da una videoripresa eseguita attraverso una telecamera della banca sullo sportello bancomat del Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Reggello, alcuni dei quali raffiguranti un soggetto, identificato dai carabinieri per il citato S., intento a manomettere la detta apparecchiatura, recanti la sovrimpressione della data e della loro successione temporale (28/4/2013; a partire dalle 7:27:48 fino alle 7:32:44).

Ancora all’udienza del 29/1/2014 il pubblico ministero produceva, su accordo con la difesa, la sentenza di patteggiamento emessa nei confronti del coimputato C.P.C. e il report del Reparto di Investigazioni Scientifiche (RIS) di Roma in ordine ai reperti rinvenuti sull’autovettura VW Tuareg, tra cui tre frammenti di impronta digitale uno dei quali attribuito all’odierno imputato, corredato degli avvisi al difensore per l’espletamento di tale attività accertativa effettuata ai sensi dell’articolo 360 c.p.p.

All’odierna, ultima udienza la difesa dell’imputato rinunciava all’esame dei propri testimoni P.C. e D.E.A. di cui il giudice aveva già disposto l’accompagnamento coattivo.

Nel corso del processo il tribunale del riesame, essendo spirati i termini di custodia cautelare della fase, con ordinanza emessa in data 3 febbraio 2014 sostituiva per il Dumitrascu la misura cautelare della custodia in carcere con quella dell’obbligo di dimora nel comune di Pomezia gravato dal divieto di uscire dalla propria abitazione.

Dichiarato chiuso il dibattimento, all’esito della discussione le parti rassegnavano le conclusioni riportate a verbale e il giudice pronunciava la sentenza di cui dispositivo veniva reso pubblico mediante lettura in udienza

Motivazione

La vicenda oggetto del processo emerge chiara con i suoi esiti investigativi dal resoconto effettuato dai testi esaminati in udienza e dai documenti acquisiti al fascicolo del dibattimento.

I fatti possono così riassumersi

Nel corso della mattinata del 28 aprile 2013 i carabinieri della stazione di Reggello , a seguito della segnalazione di un cittadino, appuravano che al bancomat dell’agenzia del Monte dei Paschi di Siena della detta località era stato applicato un congegno capace di leggere e catturare i codici contenuti nelle bande magnetiche delle carte di credito denominato skimmer . I carabinieri,dopo aver preso contatti col personale della banca, convinti che chi aveva applicato quell’apparecchio sarebbe poi tornato a riprenderlo per poter clonare altrettante tessere bancomat al fine di impadronirsi del denaro della clientela, predisponevano un servizio di appostamento a partire dalle 14.00 circa. Verso le 20, 20 vedevano giungere l’autovettura VW Tuareg indicata in premessa dalla quale scendeva un giovane il quale, avvicinatosi allo sportello del bancomat con un cacciavite, rimuoveva il congegno. All’irrompere dei militari intenzionati a bloccarlo, l’uomo colpiva il maresciallo M. col cacciavite ad una mano e poi immediatamente risaliva sull’autovettura, alla guida della quale vi era un complice, che ripartiva a grande velocità costringendo il sottufficiale a uno spostamento repentino sul marciapiede per evitare di essere travolto. I carabinieri (per l’esattezza l’autovettura con a bordo l’appuntato Guadagnoli e il carabiniere Gigante come autista) dopo essere riusciti ad annotare il numero di targa, si ponevano all’inseguimento del veicolo. Giunti in via Roma del Comune di Incisa in Valdarno, ad una distanza di circa 2 km da Reggello, se lo ritrovavano di fronte proveniente dall’opposto senso di marcia. Gli operanti, al fine di bloccare la macchina fuggitiva, si posizionavano al centro della carreggiata ma la Tuareg, invece di fermarsi, accelerava fino ad entrare in collisione pressoché frontalmente con una autovettura della polizia stradale di Firenze con a bordo gli agenti G. ed I. che seguiva il mezzo dei carabinieri. Dalla VW, che danneggiata dall’urto era costretta ad arrestare la sua corsa, fuoriuscivano due uomini che proseguivano la fuga a piedi. I carabinieri non desistevano dal loro inseguimento nel corso del quale l’appuntato Guadagnoli esplodeva due colpi con la pistola mitragliatrice in dotazione, il secondo dei quali nel momento in cui uno dei due fuggitivi si girava verso il graduato con un atteggiamento che poteva far presagire una reazione violenta, anche mediante l’uso di armi.

All’intimazione di fermarsi solo uno dei due si arresta mettere l’altro proseguiva la fuga senza più essere sul momento rintracciato. Il primo veniva raggiunto e bloccato e risultava presentare una ferita d’arma da fuoco all’emitorace destro per cui veniva soccorso e condotto in ospedale.

Lo stesso risultava in possesso di una carta d’identità rilasciata dal Comune di Torino in data 13/4/2012 a nome di S.F. nato in Romania il 10/4/1990 e residente a T. via I. 33, e veniva riconosciuto dal maresciallo M. come quello che aveva cercato di recuperare il dispositivo fraudolento dal bancomat, del che vi era conferma nel filmato tratto dalla videocamera della banca. Nell’area della stazione ferroviaria di Incisa dove era stato trovato il ferito veniva rinvenuto un giubbotto che presentava tracce di sangue e due fori di arma da fuoco, uno di entrata e un altro di uscita del proiettile, di cui si era certamente disfatto durante la fuga l’uomo fermato. All’interno dell’indumento venivano trovati due telefoni cellulari marca Npkia aventi, l’uno, il numero 3403638750 ( sulla cui rubrica risultava annotato il nome “DUM” associato all’utenza numero (…)) e l’altro il numero 3892119495, epure su questo figurava inserito nell’elenco dei contatti memorizzati lo stesso nominativo abbreviato ma associato all’utenza numero 3892119481. Tali utenze risultavano attivate il 16/4/2013 in un negozio di Salerno ed entrambe intestate a tale Barbieru Sorin, romeno domiciliato in Roma.

L’uomo bloccato dai carabinieri, dopo le cure del caso, veniva arrestato e condotto in carcere.

Rinviato a giudizio, il predetto patteggiava per gli stessi reati oggetto del presente procedimento la pena complessiva di anni tre di reclusione (in forza della decurtazione del rito), come attestato dalla sentenza emessa dal gip in data 5 dicembre 2013 prodotta agli atti.

I successivi riscontri dattiloscopici consentivano di accertare che quel documento con apposta la fotografia dell’arrestato e quelle generalità erano false e che il soggetto in realtà si chiamava C.P.C. nato in R. il (…), pluripregiudicato anche per reati attinenti alla captazione illecita dei dati da sistemi informatici o telematici.

Che il complice datosi alla fuga fosse proprio l’odierno imputato si evince da un contesto probatorio assolutamente univoco e congruente oltre che scevro da qualsiasi ragionevole dubbio:

1) All’interno dell’autovettura VW Tuareg che è risultata appartenente a un altro rumeno domiciliato a Torino, tale N.I.V., il quale interpellato dichiarava esser solito imprestare tale autovettura, una volta al mese, ad un suo amico a nome Fiorin che usava contattare sull’utenza telefonica 3403638750 (quella del C. alias S.; ndr ), venivano rinvenuti, attraverso la procedura consentita dall’articolo 360 c.p.p., ritualmente notificata e partecipata al difensore anche del D. (come ha verificato dandone atto il giudicante nel corso del dibattimento), alcuni frammenti di impronta digitale che, esaminati dai tecnici del RIS e raffrontate con i dati del casellario centrale di identità si sono rivelati appartenere sia allo S., id est al C., che al D.. Nel rinviare per il dettaglio degli accertamenti svolti al verbale del RIS del 2/10/2013, si evidenzia che per l’odierno imputato il frammento di impronta riguardava il dito indice della mano sinistra e nel raffronto presentava 20 punti caratteristici idonei a formulare un giudizio di identità alla luce della consolidata giurisprudenza la quale, sulla base dei dati scientifici- statistici di generale accettazione, ritiene sufficienti a tal fine 16 -17 punti conformi, cd minuzie ( cfr. ex coeteris Cass sez. I , 5/5/2011 numero 17.424).

2) in una borsa in pelle presente nella medesima autovettura veniva rinvenuto un paio di scarpe misura 40, che non poteva appartenere al C. che calzava il 42, un carica-batteria per telefono cellulare BlackBerry (inidoneo a caricare i Nokia in possesso del predetto), nonché un paio di jeans Armani con un etichetta sulla quale risultava spillato un foglietto, del tipo di quelli che normalmente vengono utilizzati dalle lavanderie, sul quale risultava manoscritto il nome C. ( che è quello del D.). Un foglietto analogo recante lo stesso nome era apposto su un altro pantalone da ginnastica che pure veniva trovato nel detto borsone.

3) nel corso di un servizio su strada effettuato in data 14/4/2013 dalla Guardia di Finanza in Pomezia sia il D., che ne era alla guida, che il C. erano stati identificati a bordo della già richiamata autovettura VW Tuareg tg (…). Il secondo nella circostanza esibiva un documento, indubbiamente fasullo, intestato a tale C.B.C., nato in R. il (…) (le stesse generalità che aveva cercato di fornire ai carabinieri all’atto dell’arresto per l’attuale res judicanda). Ma anche in quella circostanza veniva smascherato attraverso la verifica delle sue impronte digitali.

4) il possesso di un telefono BlackBerry da parte del D. al momento del fermo, ricollegabile al caricabatteria trovato sulla Vw Tuareg, e il fatto che lo stesso risultava calzare scarpe numero 40 ( il numero di quelle pure rinvenute sulla macchina), nonché una sua foto tratta da fecebook in cui compariva con indosso pantaloni del tutto simili a quelli trovati sempre all’interno della menzionata autovettura. La presenza a bordo del veicolo di tali effetti personali non può essere interpretata diversamente dalla contestuale presenza del soggetto a cui essi appartenevano, trattandosi di oggetti che non potevano essere stati dimenticati o giacere lì da lungo tempo.

5) Il Dimitrascu, già raggiunto dai corposi indizi desumibili dalle indicate circostanze che comportavano l’inserimento del suo nominativo nella banca dati delle forze di polizia, in data 2 maggio 2013 veniva fermato dai CC di Aurisia mentre, assieme alla sua fidanzata P.C., a bordo di un autobus con targa rumena, cercava di varcare il valico di frontiera italo-sloveno. La successiva perquisizione portava a rinvenire in suo possesso due telefonini cellulari marca Nokia aventi rispettivamente utenza (…) e (…), il telefono BlackBerry con utenza rumena numero (…), nonché alcune tessere Sim dell’operatore Wind aventi i numeri (…) e 3892119481 ( gli stessi che figuravano nelle rubriche dei telefoni cellulari trovati in possesso della C. sotto la voce “DUM”, certamente abbreviativo del cognome dell’imputato), (…) e (…), il tutto come da verbale di perquisizione e sequestro acquisiti agli atti.

6) a smentire la versione difensiva resa dall’imputato nel corso del suo interrogatorio di cui si dirà appresso, sta la circostanza che il suo apparecchio telefonico con l’utenza 3892119481 nel corso della notte tra il 28 e il 29 aprile, cioè proprio nell’ora in cui si verificavano i reati che gli sono stati contestati, agganciava le celle di Regello, Figline V/A e Rigliano sull’Arno a testimoniarne la presenza in zona.

6) a chiudere il cerchio probatorio vi è poi l’accertamento effettuato presso l’hotel Sheraton di Firenze dal quale è risultato che i due rumeni ( il C. fornendo il solito documento falso intestato a S.F.) avevano ivi alloggiato, occupando la stessa camera stando alla scheda dell’albergo prodotta dal pubblico ministero, la notte del 26 aprile 2013, verosimilmente per un sopralluogo prima dell’attacco al bancomat di Reggello.

L’imputato nell’interrogatorio di garanzia, il cui verbale è stato acquisito ai sensi dell’articolo 513 c.p.p., pur ammettendo di conoscere il connazionale C., abitante nel suo stesso quartiere di Ardea (Roma), asseriva di non averlo più contattato, né telefonicamente né tramite Internet, e quindi, a maggior ragione, né visto né incontrato, da qualche mese, e proclamava la propria innocenza. Sapeva che il predetto disponeva di un SUV di colore nero che qualche volta gli era capitato di guidare (col che cercava di giustificare anche la sua presenza su tale veicolo in occasione del controllo effettuato dalla Guardia di Finanza a Pomezia). Negava però (probabilmente perché a quel momento non aveva ancora ricevuto la contestazione dei riscontri sulla localizzazione del suo telefono cellulare nella zona del reato e del suo soggiorno all’hotel Sheraton, posto che tale elemento indiziante non compare tra le fonti d’accusa né nell’ordinanza cautelare del 13 maggio 2013 né nell’ordinanza confermativa del tribunale del riesame del 10 giugno successivo) di essere mai stato col suo amico e con la suddetta autovettura a Firenze e in generale in Toscana.

A sostegno del suo alibi chiamava in causa la sorella A. adducendo di aver trascorso con lei e con la sua convivente P.C. quasi tutta la giornata di domenica 28 aprile 2013, ovviamente senza mai incontrare il C.. Non escludeva però contatti telefonici con costui nel corso di quella giornata in quanto, a suo dire, avevano programmato di far ritorno in Romania assieme per la Pasqua ortodossa.

Quest’alibi avrebbe dovuto essere avallato dalle due donne le quali però, probabilmente perché edotte della sua insostenibilità, hanno ritrattato la loro disponibilità a rendere la testimonianza il che ha indotto il difensore a rinunciarvi proprio all’ultima udienza, quando il giudice aveva disposto l’accompagnamento coattivo di entrambe.

Dal canto suo l’imputato evitava di reiterare l’originaria versione fornita agli inquirenti e si avvaleva della facoltà di non rispondere, il che legittimava il pubblico ministero a produrre il verbale di interrogatorio di cui si è detto.

Ampiamente provata la partecipazione dell’imputato ai fatti contestati, occorre esaminare brevemente la loro qualificazione giuridica.

Indubbia la responsabilità in relazione al reato di cui al capo A) essendo concretizzata la tipicità del delitto di cui all’articolo 617 quinques c.p. anche da condotte finalizzate ad intercettare le comunicazioni intercorrenti tra il chip della carta di credito e il sistema informatico dell’istituto di credito. Il reato deve ritenersi consumato per il solo fatto di aver applicato allo sportello del bancomat un apparecchio idoneo a tale intercettazione, anche quando manchi la prova di una avvenuta captazione di almeno un codice identificativo, trattandosi di una fattispecie incriminatrice di pura condotta e non di evento.

Correlato vi è il tentativo di frode informatica p. e p. dall’articolo 640 ter c.p. di cui al capo B) essendo evidente la finalità di impossessarsi, con l’ espediente artificioso, del denaro dei clienti che avrebbero nel corso di quella giornata utilizzato il bancomat dell’istituto bancario. È da ritenere configurata anche l’aggravante del danno di rilevante gravità contestata perché potenzialmente potevano essere prosciugate tutte le disponibilità finanziarie di ciascun cliente.

Innegabile è inoltre la sussistenza del reato di resistenza descritto al capo C), concretizzato dalla reazione violenta avuta dal correo C. nei confronti del maresciallo M., attinto con un colpo di cacciavite alla mano che gli provocava le lesioni il cui referto agli atti (reato estensibile all’odierno imputato in forza delle regole sul concorso previste dagli articoli 110 e 116 c.p.) e dal successivo tentativo di investimento con l’autovettura attuato nei confronti del medesimo sottufficiale (che non veniva travolto solo perché si spostava repentinamente sul marciapiede) allo scopo di darsi alla fuga.

Lo stesso reato e quello connesso di lesioni personali volontarie però non possono ritenersi provati quanto all’elemento psicologico necessario a sostenerli entrambi, posto che lo scontro frontale con l’autovettura della polizia stradale (dal quale, vista la gravità dei danni riportati dai mezzi, non poteva essere escluso che subissero serie conseguenze anche i due fuggitivi ) e le lesioni in danno degli agenti G. e I., non appaiono frutto di una manovra intenzionale bensì della spericolata, ma pur sempre colposa, condotta di guida posta in essere dal D. nel tentativo di sottrarsi alla cattura, il quale si trovò improvvisamente di fronte l’auto della polizia che seguiva dappresso quella dei carabinieri il cui conducente, fruendo di una visuale più libera, riusciva ad evitare l’impatto ( ved test. M.) .

Analogamente neppure può ritenersi sussistente il reato di danneggiamento dell’autovettura della polizia di cui al capo E) per assenza del dolo richiesto dalla fattispecie de qua.

Ciò posto, va riconosciuto il vincolo della continuazione tra tutti i reati di cui viene affermata la sussistenza e la responsabilità dell’imputato, apparendo essi iscrivibili ab origine in un medesimo disegno criminoso quanto meno potenzialmente formulato nella sua genericità e omnicomprensività ideativa.

Pertanto, attesi i criteri fissati dall’art 133 c.p. , riguardanti in primis i precedenti penali tra i quali figura anche una condanna per uso illecito di carte di credito, pena congrua si reputa quella di anni quattro di reclusione cui si perviene partendo dalla pena base determinata sul più grave reato di resistenza a pubblico ufficiale, di anni due e mesi sei di reclusione , aumentata per la continuazione nella misura di anni uno per il reato di cui al capo A, e di mesi tre per ciascuno dei due residuali delitti.

Seguono ex lege la condanna al pagamento delle spese processuali e di mantenimento in carcere durante la custodia cautelare, l’applicazione della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque e la misura di sicurezza dell’allontanamento dal territorio dello Stato a pena espiata, ai sensi dell’articolo 235 c.p..

P.Q.M.

Visti gli articoli 533 e 535 c.p.p.

Dichiara D.C.I. colpevole dei reati di cui ai capi A), B), C) e D), riuniti in continuazione, esclusi quanto ai reati di resistenza a pubblico ufficiale e di lesioni personali aggravate i fatti in danno degli agenti di polizia G.N. e I.S., e lo condanna alla pena di anni quattro di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e di mantenimento in carcere durante la custodia cautelare.

Visto l’articolo 530 c.p.p.

Assolve lo stesso del reato di cui al capo E) e dai reati di resistenza a pp.uu. e lesioni personali aggravate quanto ai fatti in danno degli agenti di polizia G.N. e I.S., perché il fatto non costituisce reato.

Visto l’articolo 29 c.p.

Dichiara il medesimo interdetto dai pubblici uffici per la durata di anni cinque.

Visto l’articolo 235 c.p.

Ordina che l’imputato sia allontanato dal territorio dello Stato a pena espiata.

Indica per il deposito dei motivi il termine di giorni 90.

Conclusione

Così deciso in Firenze, il 26 febbraio 2014.

Depositata in Cancelleria il 2 aprile 2014.

qualità di persona offesa, ma solo quella di persona danneggiata dal reato”. Ha, inoltre, aggiunto che il denunciante/opponente può sempre far valere le sue ragioni nel procedimento penale in cui è indagato, e che “quanto precede rende superfluo affrontare il tema dell’attività integrativa di indagine richiesta che, a tutto concedere, ad avviso di questo giudice, è peraltro del tutto superflua (quanto alla richiesta di assunzione di sommarie informazioni) ed addirittura esplorativa o introduttiva di temi di accusa nuovi in quanto non emergenti neppure dalla denuncia”.
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAOLONI Giacomo – Presidente –

Dott. RICCIARELLI Massimo – Consigliere –

Dott. CAPOZZI Angelo – Consigliere –

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere –

Dott. CORBO Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.A., nato a (OMISSIS) il (OMISSIS), parte offesa;

nel procedimento contro:

1) C.L., nato a (OMISSIS) l'(OMISSIS) 2) G.C., nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);

avverso il decreto del 07/10/2014 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brescia;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. CORBO Antonio;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SELVAGGI Eugenio, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con decreto emesso il 7 ottobre 2014, il Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Brescia ha dichiarato inammissibile l’opposizione proposta nell’interesse di P.A. e disposto l’archiviazione del procedimento nei confronti di C. L. e G.C. “in ordine ai reati di cui all’art. 617- quaterc.p., commi 1, 2 e comma 4, n. 2, artt. 373374 c.p.”, ipotizzati avendo riguardo ad anomalie asseritamente compiute da costoro nelle operazioni di accesso agli strumenti informatici dell’opponente, indagato per reati fallimentari e fiscali, mentre procedevano ad espletare l’incarico di consulenza tecnica conferito dal pubblico ministero.

Nel provvedimento, il giudice ha ritenuto “dirimente” il difetto di legittimazione del privato ad opporsi alla richiesta di archiviazione, posto che a questi, come da “giurisprudenza di legittimità formatasi relativamente al reato di cui all’art. 373 c.p. (e, si può aggiungere, art. 374 c.p. e art. 617 c.p., comma 4)”, non spetta la “qualità di persona offesa, ma solo quella di persona danneggiata dal reato”. Ha, inoltre, aggiunto che il denunciante/opponente può sempre far valere le sue ragioni nel procedimento penale in cui è indagato, e che “quanto precede rende superfluo affrontare il tema dell’attività integrativa di indagine richiesta che, a tutto concedere, ad avviso di questo giudice, è peraltro del tutto superflua (quanto alla richiesta di assunzione di sommarie informazioni) ed addirittura esplorativa o introduttiva di temi di accusa nuovi in quanto non emergenti neppure dalla denuncia”.

Le indagini richieste erano così indicate: “l’assunzione a sommarie informazioni testimoniali dell’opponente, dei collaboratori dello studio professionale e di altro indagato nel procedimento originario ( S.), nonchè dei consulenti tecnici di parte ( B.G. e B.G.P.) – su quanto accaduto nel corso delle operazioni di polizia giudiziaria, oltre che dell’autore e del redattore dell’elaborato tecnico”, nonchè “l’acquisizione delle videoriprese eseguite dagli indagati durante la perquisizione e le operazioni di copiatura e l’ulteriore analisi delle copie forensi”.

  1. Ha presentato ricorso per cassazione avverso il precisato decreto, l’avvocato Cadeo Fausto, quale difensore di fiducia del P., sviluppando un unico motivo, nel quale si lamenta violazione degli artt. 127409c.p.p..

Si deducono la violazione del principio del contraddittorio, specie laddove si nega all’opponente la qualità di persona offesa in relazione all’art. 617-quater c.p., ed il travisamento del contenuto dell’opposizione, in quanto qualificata come mera censura in ordine alla regolarità formale delle operazioni di accesso al sistema informatico ed alla estrazione di copie dei files.

Si premette che la denuncia aveva ad oggetto irregolarità compiute nell’accesso agli strumenti informatici in dotazione del P., con conseguente alterazione dei supporti e dei files in essi contenuti, e “nell’installazione di un programma di controllo a distanza”. Si aggiunge che la denuncia era corredata di un parere tecnico e che, nel corso del procedimento aperto a seguito della denuncia, il consulente tecnico nominato dal pubblico ministero, Z.S., aveva suggerito il compimento di accertamenti cui l’ufficio di Procura non aveva dato seguito perchè, acquisito ulteriore parere dal medesimo Z., aveva formulato richiesta di archiviazione. Si rappresenta, poi, che, con atto di opposizione, oltre alla indicazione delle irregolarità, veniva formulata, in particolare, “istanza di prosecuzione delle indagini in ordine alle modalità seguite nell’esecuzione delle copie forensi e in ordine al contenuto delle stesse, indicando specificamente gli elementi di prova”. Si sottolinea, in particolare, che “il rag. P. nella propria denuncia specificamente indicava l’installazione abusiva di un programma di lettura a distanza dei propri computer: fatto che non costituisce mera irregolarità formale, ma rappresenta univoco indizio di fraudolenta intromissione nel sistema informatico punibile ai sensi dell’art. 617 quater c.p. e indizio della falsificazione prevista e punita dall’art. 617 sexies c.p.: ipotesi entrambe evincibili dalla denuncia”.

  1. Hanno presentato successivamente memoria l’avvocato Cadeo, per il P., e l’avvocato Arco, per il G..

L’avvocato Cadeo ha ribadito sia la tesi della legittimazione della persona offesa a proporre opposizione per i reati di cui gli artt. 374 e 617-quater c.p., sia l’affermazione e del carattere di novità, e non di mezzo “esplorativo”, degli accertamenti richiesti nell’atto di opposizione.

L’avvocato Arco, invece, nel chiedere che venisse respinto il ricorso, si è riportato alle argomentazioni svolte dal G.i.p. nel decreto di archiviazione.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è manifestamente infondato.
  2. Occorre premettere che il privato il quale assume di aver subito una fraudolenta intercettazione delle proprie comunicazioni intercorse mediante un sistema informatico o telematico è, diversamente da quanto affermato nel decreto impugnato, legittimato a proporre opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in ordine al reato di cui all’art. 617-quaterc.p..

La disposizione appena citata, infatti, come osserva in linea generale la dottrina, è volta a proteggere la libertà e la riservatezza delle nuove forme di comunicazione rese possibili dalla tecnologia informatica. Ne consegue che titolare dell’interesse tutelato dalla norma incriminatrice è in primo luogo la persona parte o destinataria delle comunicazioni la cui riservatezza si assume violata. Può rilevarsi, del resto, che, in linea con questa interpretazione, la giurisprudenza ha ritenuto ammissibile, a norma dell’art. 428 c.p.p., comma 2, il ricorso per cassazione proposto avverso una sentenza di non luogo a procedere da una società le cui comunicazioni di posta elettronica erano state intercettate e che si era costituita parte civile contro l’imputato, proprio riconoscendo all’ente la qualità di persona offesa (così Sez. 5, n. 31135 del 06/07/2007, Casanova, Rv. 237601, mass. per altro).

Tanto è sufficiente per rendere irrilevante il difetto di legittimazione del ricorrente a proporre opposizione per gli altri due reati oggetto di archiviazione e cioè per quello di cui all’art. 373 c.p. (cfr., in proposito, tra le tante, Sez. 6 n. 17375 del 16/04/2015, Compagnini, Rv. 263253, e Sez. 6, n. 23767 del 15/10/2002, dep. 2003, Manuello, Rv. 225765), nonchè per quello di cui all’art. 374 c.p. (v., specificamente, Sez. 6, n. 17631 del 10/04/2008, Arestia, Rv. 239647); difetto di legittimazione, si osserva incidentalmente, determinato dall’essere entrambe le indicate fattispecie incriminatrici previste a tutela dell’interesse della collettività al corretto funzionamento della giustizia, e solo in via riflessa e mediata dell’interesse del privato.

  1. La legittimazione del privato a proporre opposizione non esclude, però, la manifesta infondatezza di quest’ultima, sia perchè il fatto, come prospettato, non integra ictu oculi gli estremi del reato, sia perchè le indagini indicate sono del tutto irrilevanti ai fini del suo accertamento.

Sotto il primo profilo, il Collegio richiama, innanzitutto, condividendolo, il principio secondo cui, ai fini della ammissibilità della opposizione della persona offesa alla richiesta di archiviazione, l’immediata irrilevanza penale del fatto concretamente oggetto del procedimento è per sè sufficiente a determinare anche l’irrilevanza di ulteriore attività istruttoria (così Sez. 6, n. 30185 del 10707/2013, proc. c/Ignoti, Rv. 257016).

Rileva, poi, che il delitto di cui all’art. 617-quater c.p., può avvenire o mediante “fraudolenta” intercettazione delle comunicazioni, ossia mediante captazione eseguita con strumenti idonei a celare ai comunicanti l’illecita intromissione da parte dei soggetti agenti (così Sez. 5, n. 29091 del 30/01/2015, Bettini, Rv.

264845), o mediante impedimento o interruzione delle comunicazioni.

Nel caso di specie, il denunciante aveva lamentato che i consulenti tecnici nominati dal pubblico ministero avevano proceduto alla “installazione di un programma di controllo a distanza” ai fini dell’accesso al sistema in uso al P. ed all’estrazione delle copie dei files ivi contenuti, come documentato dalle videoriprese eseguite da lui eseguite. E’ evidente, allora, che il fatto, come descritto nella stessa denuncia, non è consistito nè in un impedimento o in una interruzione delle comunicazioni, nè in un’attività di captazione eseguita con strumenti idonei a celare ai comunicanti l’illecita intromissione da parte dei soggetti agenti.

Per quanto attiene al secondo aspetto, occorre premettere che l’oggetto dell’investigazione suppletiva richiesta deve necessariamente essere caratterizzato da pertinenza e rilevanza, e che, quindi, è indispensabile l’idoneità delle prove indicate ad incidere sul risultato delle indagini preliminari, sia pure in astratto e a priori, ossia indipendentemente da qualunque giudizio prognostico sull’esito della loro assunzione. In questo senso, infatti, risulta convergere la pur variegata giurisprudenza in materia: cfr., ad esempio, Sez. 5, n. 8890 del 15/12/2014, dep. 2015, Bazzoli, Rv. 263419, nonchè Sez. 5, n. 26809 del 17/04/2014, Gullì, Rv. 260571, la quale ben sottolinea che, nel giudizio di ammissibilità dell’opposizione, mentre deve prescindersi da una valutazione dell’idoneità degli elementi dedotti alla dimostrazione del tema di prova indicato, occorre però valutare l’incidenza del prospettato tema di prova sul quadro istruttorio complessivo. Ciò posto, nel caso di specie, gli elementi di prova di cui l’opponente richiede l’acquisizione non sono diretti a dimostrare nè la fraudolenza della captazione delle comunicazioni, nei termini sopra precisati, nè l’impedimento o l’interruzione delle stesse, ma solo ad evidenziare l’irregolarità di acquisizione delle prove dei files:

trattasi, in altri termini, di tema di indagine estraneo all’accertamento della sussistenza degli elementi costitutivi delle fattispecie di cui all’art. 617-quater c.p..

  1. Alla manifesta infondatezza del ricorso, segue la dichiarazione di inammissibilità dell’impugnazione.

Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonchè – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle Ammende della somma di Euro mille, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 31 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2016

Monopattini elettrici INCIDENTE equiparati alle biciclette

Monopattini elettrici INCIDENTE equiparati alle biciclette

INCIDENTE MONOPATTINO AVVOCATO ESPERTO DANNI FISICI

051 6447838   051 6447838  051 6447838

Con l’approvazione del Decreto Legge cosiddetto “milleproroghe” sono entrate in vigore a partire dal 1° marzo 2020 nuove disposizioni e norme di comportamento in materia di micromobilità elettrica:

– tutti i monopattini a motore (elettrico o termico) con potenza o velocità superiori a quelli consentiti dalla legge (0,5 kW e 25km/h) non potranno circolare né su strada, né su piste o marciapiedi.

INCIDENTI CON DANNI AI PEDONI PRODOTTI DA MONOPATTINO

 Se vi è uno scontro con un pedone la responsabilità dell’incidente è nella maggior parte dei casi addebitata a chi conduce il monopattino, tuttavia vi sono dei casi di concorso di colpa se si dimostra che il pedone aveva un comportamento colposo o negligente. Chi guida un monopattino elettrico (come per le biciclette) e sorpassa un pedone, deve effettuare la manovra tenendo un ampio margine di distanza di sicurezza e segnalando il sorpasso al pedone attraverso un campanello. La cassazione si è espressa in tal senso con la sentenza n. 2596 del 2019, sostenendo che: “L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile, di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada”.

2) INCIDENTI A CHI GUIDA IL MONOPATTINO

Purtroppo in Italia abbiamo già avuto la prima vittima a seguito di incidente che ha coinvolto un monopattino, un cittadino di 60 anni che a Budrio (in provincia di Bologna) mentre circolava con il suo veicolo a due ruote è stato investito da un’utilitaria. Il numero dei sinistri è molto alto e credo sia destinato a crescere. Basti pensare che ce ne sono stati 22 dall’inizio del 2020 di cui 14 solo nell’ultimo mese dovuti per lo più a distrazioni dei conducenti”.

Anche alla guida di tale velocipede, quindi, è necessario, come per gli altri mezzi di trasporto, essere molto cauti e prudenti per evitare conseguenze che si possono rivelare letali.

 

La Legge di bilancio pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 304 del 30 dicembre 2019 ha precisato che i monopattini elettrici con potenza massima di 0,5 kW sono, dal primo gennaio 2020, equiparati alle biciclette.

Con l’approvazione del Decreto Legge cosiddetto “milleproroghe” sono entrate in vigore a partire dal 1° marzo 2020 nuove disposizioni e norme di comportamento in materia di micromobilità elettrica:

– tutti i monopattini a motore (elettrico o termico) con potenza o velocità superiori a quelli consentiti dalla legge (0,5 kW e 25km/h) non potranno circolare né su strada, né su piste o marciapiedi.

Per i  monopattini possono essere utilizzati solo da persone di età superiore ai 14 annI

 e possono circolare esclusivamente su strade urbane dove è consentita la circolazione dei velocipedi e nelle strade extraurbane solo all’interno delle piste ciclabili; assolutamente vietato quindi l’utilizzo sui marciapiedi, con limiti di velocità pari a 25 km/h su strada e a 6 km/h nelle aree pedonali.

– i mezzi per poter circolare devono essere dotati di segnalatori acustici (campanelli) e di sistemi di illuminazione;

L’obbligo di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli

Sorge quando un veicolo sia posto in circolazione su una strada pubblica od a questa equiparata. La “circolazione”, per l’art. 3, comma 1, n. 9, cod. strad., è “il movimento, la fermata e la sosta dei pedoni, dei veicoli e degli animali sulla strada”. Dunque un monopattino che si trovi sulla strada, in movimento od in sosta, è un mezzo  “in circolazione”.

Quanto al luogo della circolazione, per la Corte di cassazione le strade pubbliche od a queste equiparate, di cui all’art. 122 cod. ass., sono tutte le aree ove di fatto si svolta una circolazione aperta a tutti, a prescindere dalla circostanza che siano di proprietà pubblica o privata (ex multis, Cass. civ., sez. III, 28-06-2018, n. 17017, in Arch. circolaz., 2018, 933).

 questi ultimi devono essere messi in funzione tutte le volte che le condizioni atmosferiche non consentano un’adeguata visibilità e obbligatoriamente mezz’ora dopo il tramonto; in questi casi è necessario anche indossare il giubbotto o le bretelle retroriflettenti ad alta visibilità.

INCIDENTE MONOPATTINO AVVOCATO ESPERTO DANNI FISICI

Con l’approvazione del Decreto Legge cosiddetto “milleproroghe” sono entrate in vigore a partire dal 1° marzo 2020 nuove disposizioni e norme di comportamento in materia di micromobilità elettrica:

– tutti i monopattini a motore (elettrico o termico) con potenza o velocità superiori a quelli consentiti dalla legge (0,5 kW e 25km/h) non potranno circolare né su strada, né su piste o marciapiedi.

 

MONOPATTINO E ATTRAVERSAMENTO PEDONI

L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile (sentenza della Cassazione n.2596 del 2019), di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada.

– i monopattini elettrici che non hanno sistemi di illuminazione dopo il tramonto non possono circolare e devono essere condotti a mano. L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile (sentenza della Cassazione n.2596 del 2019), di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada.

Come ribadito nella sentenza n.13591 del 2020, anche il cambio improvviso di direzione da parte di un pedone non è un evento imprevedibile che esclude la responsabilità dell’investitore, in quanto, come detto, soprattutto in prossimità di incroci e marciapiedi e all’interno di centri urbani e parchi cittadini dove è prevedibile la presenza di persone che camminano, chi guida un veicolo, come il monopattino, deve rispettare delle regole generali di prudenza e di diligenza che gli consentano di evitare le collisioni.

– i conducenti minorenni hanno l’obbligo di indossare il casco, di circolare su un’unica fila e mai affiancati in numero superiore a due.

SCOOTER GRAVE INCIDENTE COME OTTENERE  RISARCIMENTO BOLOGNA

SCOOTER GRAVE INCIDENTE COME OTTENERE  RISARCIMENTO

IN UN INCIDENTE CON SCOOTER VIENE RICONOSCIUTO UN

CONCORSO

DI COLPA DELLO STESSO SCOOTER

che, al riguardo, deve innanzitutto osservarsi come il ricorrente, nel censurare il ragionamento presuntivo operato dalla Corte felsinea, muova da una visione atomistica delle tre diverse circostanze dalla stessa valorizzate, pretendendo che ciascuna di esse singolarmente considerata – e non tutte nel loro insieme, o meglio nella loro interazione – sia idonea a consentire la prova del fatto ignoto;

– che questa Corte, per contro, ha sottolineato come la corretta applicazione dell’art. 2729 c.c. presupponga un apprezzamento degli clementi acquisiti in giudizio, dai quali inferire quello ignoto, che riconosca ad essi efficacia probatoria, “quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziarla”, se risultino “in grado di acquisirla ove valutati nella loro convergenza globale”, ovvero “accertandone la pregnanza conclusiva” (Cass. Sez. Lav., ord. 16 luglio 2018, n. 18822, Rv. 649915-01), e ciò in quanto “la valutazione della prova presuntiva esige che il giudice di merito esamini tutti gli indizi di cui disponga non già considerandoli isolatamente, ma valutandoli complessivamente ed alla luce l’uno dell’altro, senza negare valore ad uno o più di essi sol perchè equivoci, cosi da stabilire se sia comunque possibile ritenere accettabilmente probabile l’esistenza del fatto da provare” (Cass. Sez. 3, sent. 13 marzo 2014, n. 5787, Rv. 630512-01);

– che il ragionamento presuntivo, per vero, costituisce “un “itero logico che non è un risalire all’indietro, ma piuttosto un procedere “in avanti”, verso un’ipotesi da verificare, ovvero verso la dimostrazione di un fatto che è prefigurato come possibile conclusione dell’inferenza in cui si articola il ragionamento presuntivo” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 22 giugno 2020, n. 1218, non massimata sul punto; sul carattere “inferenziale” del ragionamento presuntivo si vedano anche, da ultimo, e tra le innumerevoli, Cass. sez. 5, sent. 5 giugno 2019, n. 15454, Rv. 654383-01; Cass. Sez. 6-2, ord. 291 gennaio 2019, n. 2482, Rv. 652386-02);

– che a siffatto “modus operandz” si è correttamente attenuta la sentenza impugnata, la quale ha preso le mosse dal rilievo – non contestato dall’odierno ricorrente – che la conformazione dello stato dei luoghi “teatro” del sinistro permetteva al conducente del veicolo che procedeva lungo via dell’Unione (ovvero, l’odierno ricorrente) di “avvistare” con anticipo la vettura proveniente da via Vinazzetti, su tale premessa fondando un ragionamento presuntivo che, attraverso la constatazione, dapprima, dell’assenza di tracce di frenata del motociclo del C. in prossimità del punto di impatto tra i due veicoli, nonchè, di seguito, dell’avvenuta collisione della parte anteriore dello scooter con la fiancata destra anteriore della vettura antagonista, si è concluso nel senso che l’elevata velocità del primo avesse contribuito (nella misura del 25%) alla causazione dell’incidente, giacchè se il ciclomotorista avesse tenuto una velocità moderata sarebbe stato in condizione, quantomeno, di tentare una frenata;

– che tale ragionamento inferenziale resiste alla critica del ricorrente, che ne censura il primo passaggio sul rilievo, non fondato, che la possibilità di avvistamento del veicolo antagonista “non significa necessariamente” che esso C. potesse “evitare l’impatto anche tenendo una velocità non elevata”;

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

FATTO il ricorrente riferisce che, in data 14 luglio 2003, alle ore 9:30, un’autovettura di proprietà e condotta dal M. (assicurata per la “RCA” dalla società Winterthur Assicurazioni S.p.a., poi divenuta Aurora Assicurazioni S.p.a., successivamente incorporata da UGF Assicurazioni S.p.a. e, infine, divenuta Unipolsai Assicurazioni S.p.a.), giunta all’intersezione tra via (OMISSIS), omettendo di dare la dovuta precedenza allo scooter condotto da esso Carullo, collideva con lo stesso, provocandone la rovinosa caduta a terra;

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GUIZZI GIAIME Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34370-2019 proposto da:

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MARCELLO PRESTINARI, 13, presso lo studio dell’Avvocato GIANNI SAVERIO, che lo rappresenta e difende unitamente all’Avvocato DAZIO DOMENICO;

– ricorrente –

contro

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C. COLOMBO 440, presso lo studio dell’Avvocato TASSONI FRANCO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

M.D.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1221/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 11/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 26/11/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GIAIME GUIZZI STEFANO.

Svolgimento del processo

– che C.A. ricorre, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 1221/19, dell’11 aprile 2019, della Corte di Appello di Bologna, che – rigettando il gravame dallo stesso esperito contro la sentenza n. 4123/09, dell’8 settembre 2009, del Tribunale di Bologna – ha confermato integralmente la pronuncia del primo giudice che, riconoscendo una corresponsabilità del medesimo Carullo, nella misura del 25%, nella causazione del sinistro stradale di cui rimase vittima, ha condannato M.D. e la società UGF Assicurazioni S.p.a., oggi Unipolsai Assicurazioni S.p.a., a risarcire all’odierno ricorrente i danni subiti, liquidati nella misura di Euro 42.180,96;

– che, in punto di fatto, il ricorrente riferisce che, in data 14 luglio 2003, alle ore 9:30, un’autovettura di proprietà e condotta dal M. (assicurata per la “RCA” dalla società Winterthur Assicurazioni S.p.a., poi divenuta Aurora Assicurazioni S.p.a., successivamente incorporata da UGF Assicurazioni S.p.a. e, infine, divenuta Unipolsai Assicurazioni S.p.a.), giunta all’intersezione tra via (OMISSIS), omettendo di dare la dovuta precedenza allo scooter condotto da esso Carullo, collideva con lo stesso, provocandone la rovinosa caduta a terra;

– che avendo il medesimo Carullo riportato lesioni personali, adiva il Tribunale di Bologna per conseguire dal M. e dalla società Aurora Assicurazioni il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti a causa del sinistro;

– che il primo giudice, come detto, riconosciuta la concorrente responsavibilità del C. nella causazione dell’incidente, in misura del 25%, accoglieva la domanda di risarcimento nei limiti sopra indicati, con decisione confermata dal giudice di appello, che – nella contumacia del M., essendosi costituita la sola UGF Assicurazioni S.p.a. -rigettava il gravame esperito dal già attore;

– che avverso la sentenza della Corte felsinea il C. ricorre per cassazione, sulla base – come detto – di due motivi;

– che il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione degli artt. 205426972727 e 2729 c.c. censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che il concorso di responsabilità di esso C. nella causazione del sinistro fosse da attribuire alla elevata velocità di guida dello scooter condotto;

– che, in particolare, si contesta il ragionamento presuntivo svolto dalla Corte territoriale per giungere a tale conclusione, avendo essa valorizzato tre elementi: lo stato dei luoghi, tale da permettere a chi (come il C.) provenisse da via dell’Unione di avvedersi, in tempo utile, della presenza di un’autovettura proveniente da via Vinazzetti; l’assenza, in prossimità del luogo di collisione tra i due mezzi, di tracce di frenata del motoveicolo; il punto di impatto dei veicoli, ed in particolare il fatto che l’urto fosse avvenuto tra la fiancata destra anteriore della vettura e la parte anteriore del motociclo;

– che ad avviso del ricorrente “l’affermazione del nesso di consequenzialità”, tra i tre fatti noti sopra illustrati ed il fatto ignoto desunto (ovvero, l’eccessiva velocità dello scooter), “non risponde ai criteri logici di precisione, gravità e concordanza che consentono di affermare”, ai sensi dell’art. 2729 c.c., “una reale inferenza probabilistica tra i fatti noti ed il fatto ignoto”;

– che in particolare, secondo il ricorrente, l’assenza di tracce di frenata sull’asfalto di via dell’Unione attesterebbe esclusivamente che il conducente del motoveicolo non fu grado di arrestare per tempo il mezzo ed evitare l’impatto con l’autovettura, mentre, Jua volta, la circostanza che la collisione si sia prodotta tra la fiancata anteriore destra dell’autovettura e la parte anteriore del motociclo, deporrebbe solo per il fatto dell’avvenuto scontro tra gli automezzi, ma non dimostra nè che il motociclo abbia impattato sull’autovettura, nè che al verificarsi dello scontro abbia concorso l’elevata velocità del primo, così come, infine, la peculiare conformazione dello stato dei luoghi non significa necessariamente che, in presenza di un’omessa precedenza di un autoveicolo proveniente da via Vinazzetti, chi giungesse da via dell’Unione potesse evitare l’urto anche tenendo una velocità non elevata;

– che il secondo motivo denuncia – sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 1223 c.c.;

– che, in questo caso, si censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto di escludere la risarcibilità del danno patrimoniale, e ciò sul presupposto che la documentazione prodotta fosse assolutamente inidonea a provare una ridotta diminuzione del reddito in conseguenza del sinistro, essendo insufficiente allo scopo “l’indicazione da parte del CTU dell’astratta percentuale di invalidità sulla capacità lavorativa specifica”, dovendo il danneggiato fornire “prova certa e rigorosa dell’incidenza sul reddito dell’invalidità indicata”;

– che tale prova, secondo la Corte territoriale non poteva dirsi raggiunta “in ragione di due sole denunce dei redditi (una precedente l’altra successiva l’anno del sinistro), la cui inidoneità probatoria discende dal fatto che l’attività lavorativa cui si riferiscono è svolta in regime di libera professione ed è notoriamente incostante nel tempo”, essendo, infatti, “soggetta, di per sè, ad oscillazione e mutamenti da un anno d’imposta all’altro”, sicchè “l’unica dichiarazione fiscale precedente al sinistro è, in quanto isolata, insufficiente a dimostrare che reddito in essa indicato si fosse stabilizzato”;

– che, per contro, il ricorrente assume di non essersi “limitato ad asserire, sulla scorta dell’elaborato peritale, di aver subito un danno alla capacità di produrre reddito”, ma di aver “fornito la prova documentale di tale pregiudizio” e, in particolare, di aver “dimostrato la contrazione dei redditi”;

– che ha resistito all’impugnazione, con controricorso, la società Unipolsai Assicurazioni, chiedendo che lo stesso venga dichiarato inammissibile o rigettato, tendendo ad una non consentita rivalutazione del merito del giudizio;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per il 26 novembre 2020;

– che la controricorrente ha presentato memoria, insistendo nelle proprie argomentazioni e nelle conclusioni già rassegnate nel controricorso.

Motivi della decisione

– che il ricorso è manifestamente infondato;

– che il primo motivo, che investe il ragionamento presuntivo svolto dalla Corte territoriale per affermare la corresponsabilità del C. nella causazione del sinistro, sebbene ammissibile, non è fondato;

– che in relazione alla sua ammissibilità, deve confermarsi quanto più volte ribadito da questa Corte, ovvero che, “qualora il giudice di merito sussuma erroneamente sotto i tre caratteri individuatori della presunzione (gravità, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, il relativo ragionamento è censurabile in base all’art. 360 c.p.c., n. 3, (e non già alla stregua dello stesso art. 360 c.p.c., n. 5), competendo alla Corte di cassazione, nell’esercizio della funzione di nomofilachia, controllare se la norma dell’art. 2729 c.c., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell’applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta” (Cass. Sez. 3, sent. 4 agosto 2017, n. 19485, Rv. 645496-02; in senso sostanzialmente analogo pure Cass. Sez. 6-5, ord. 5 maggio 2017, n. 10973, Rv. 643968-01; nonchè Cass. Sez. 3, sent. 26 giugno 2008, n. 17535, Rv. 603893-01 e Cass. Sez. 3, sent. 19 agosto 2007, n. 17457, non massimata sul punto);

– che, nondimeno, il motivo risulta non fondato;

– che, al riguardo, deve innanzitutto osservarsi come il ricorrente, nel censurare il ragionamento presuntivo operato dalla Corte felsinea, muova da una visione atomistica delle tre diverse circostanze dalla stessa valorizzate, pretendendo che ciascuna di esse singolarmente considerata – e non tutte nel loro insieme, o meglio nella loro interazione – sia idonea a consentire la prova del fatto ignoto;

– che questa Corte, per contro, ha sottolineato come la corretta applicazione dell’art. 2729 c.c. presupponga un apprezzamento degli clementi acquisiti in giudizio, dai quali inferire quello ignoto, che riconosca ad essi efficacia probatoria, “quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziarla”, se risultino “in grado di acquisirla ove valutati nella loro convergenza globale”, ovvero “accertandone la pregnanza conclusiva” (Cass. Sez. Lav., ord. 16 luglio 2018, n. 18822, Rv. 649915-01), e ciò in quanto “la valutazione della prova presuntiva esige che il giudice di merito esamini tutti gli indizi di cui disponga non già considerandoli isolatamente, ma valutandoli complessivamente ed alla luce l’uno dell’altro, senza negare valore ad uno o più di essi sol perchè equivoci, cosi da stabilire se sia comunque possibile ritenere accettabilmente probabile l’esistenza del fatto da provare” (Cass. Sez. 3, sent. 13 marzo 2014, n. 5787, Rv. 630512-01);

– che il ragionamento presuntivo, per vero, costituisce “un “itero logico che non è un risalire all’indietro, ma piuttosto un procedere “in avanti”, verso un’ipotesi da verificare, ovvero verso la dimostrazione di un fatto che è prefigurato come possibile conclusione dell’inferenza in cui si articola il ragionamento presuntivo” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 22 giugno 2020, n. 1218, non massimata sul punto; sul carattere “inferenziale” del ragionamento presuntivo si vedano anche, da ultimo, e tra le innumerevoli, Cass. sez. 5, sent. 5 giugno 2019, n. 15454, Rv. 654383-01; Cass. Sez. 6-2, ord. 291 gennaio 2019, n. 2482, Rv. 652386-02);

– che a siffatto “modus operandz” si è correttamente attenuta la sentenza impugnata, la quale ha preso le mosse dal rilievo – non contestato dall’odierno ricorrente – che la conformazione dello stato dei luoghi “teatro” del sinistro permetteva al conducente del veicolo che procedeva lungo via dell’Unione (ovvero, l’odierno ricorrente) di “avvistare” con anticipo la vettura proveniente da via Vinazzetti, su tale premessa fondando un ragionamento presuntivo che, attraverso la constatazione, dapprima, dell’assenza di tracce di frenata del motociclo del C. in prossimità del punto di impatto tra i due veicoli, nonchè, di seguito, dell’avvenuta collisione della parte anteriore dello scooter con la fiancata destra anteriore della vettura antagonista, si è concluso nel senso che l’elevata velocità del primo avesse contribuito (nella misura del 25%) alla causazione dell’incidente, giacchè se il ciclomotorista avesse tenuto una velocità moderata sarebbe stato in condizione, quantomeno, di tentare una frenata;

– che tale ragionamento inferenziale resiste alla critica del ricorrente, che ne censura il primo passaggio sul rilievo, non fondato, che la possibilità di avvistamento del veicolo antagonista “non significa necessariamente” che esso C. potesse “evitare l’impatto anche tenendo una velocità non elevata”;

– che siffatta doglianza sottende, invero, una nozione di “gravità” dell’indizio che non risponde alla definizione datane da questa Corte, secondo cui “la gravità allude ad un concetto logico, generale o speciale (cioè rispondente a principi di logica in genere oppure a principi di una qualche logica particolare, per esempio di natura scientifica o propria di una qualche “lex adira)”, esprimendo nient’altro che “la presunzione si deve fondare su un ragionamento probabilistico, per cui, dato un fatto A noto è probabile che si sia verificato il fatto B”, non essendo, invece, “condivisibile invece l’idea che vorrebbe sotteso alla gravità che l’inferenza presuntiva sia “certa.”” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 19485 del 2017, cit.), come, invece, mostra di ritenere il ricorrente;

– che, infatti, “per la configurazione di una presunzione giuridicamente valida non occorre che l’esistenza del fatto ignoto rappresenti l’unica conseguenza possibile di quello noto secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva” (secondo quanto reputa, viceversa, il ricorrente, nell’affermare che la possibilità di avvistamento del veicolo antagonista, da parte di esso C., “non significa necessariamente” che egli potesse “evitare l’impatto anche tenendo una velocità non elevata”), essendo, invece, “sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull'”id quod pleranique accidit”” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 17457 del 2007, cit., in senso analogo, più di recente, Cass. Sez. 2, sent. 6 febbraio 2019, n. 3513, n. 652361-01; Cass. Sez. 2, sent. 31 ottobre 2011, n. 22656, Rv. 619955-01);

– che, d’altra parte, anche la valorizzazione delle ulteriori circostanze apprezzate dalla Corte felsinea si sottrae alla censura del ricorrente, risultando le stesse “precise” e “concordanti”;

– che la precisione, nuovamente, “esprime l’idea che l’inferenza probabilistica conduca alla conoscenza del fatto ignoto con un grado di probabilità che si indirizzi solo verso” di esso, mentre “non lasci spazio, sempre al livello della probabilità” (e, dunque, anche in questo caso non della certezza), “ad un indirizzarsi in senso diverso, cioè anche verso un altro o altri fatti”, così come la concordanza individua un “requisito del ragionamento presuntivo, che non lo concerne in modo assoluto, cioè di per sè considerato, come invece gli altri due elementi, bensì in modo relativo, cioè nel quadro della possibile sussistenza di altri elementi probatori, volendo esprimere l’idea che, intanto la presunzione è ammissibile, in quanto indirizzi alla conoscenza del fatto in modo concordante con altri elementi probatori, che, peraltro, possono essere o meno anche altri ragionamenti presuntivi” (così, nuovamente, Cass. sez. 3, sent. 19485 del 2017, cit.);

– che, per concludere la disamina del primo motivo di ricorso, neppure può sottacersi il fatto – sottovalutato, invece, dal ricorrente, nell’insistere sul carattere assorbente che avrebbe avuto la violazione dell’obbligo di dare precedenza, riscontrata a carico del M. -che sussistendo, nel caso di specie, un’ipotesi di scontro tra veicoli, la stessa andava astrattamente ricondotta alla previsione di cui all’art. 2054 c.c., comma 2, norma che contempla un’ipotesi di pari responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti, in presenza della quale “l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, dell’obbligo di dare la precedenza, non dispensa il giudice dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente” (da ultimo, Cass. Sez. 6-3, ord. 16 settembre 2013, n. 21130, Rv. 628631-01);

– che il secondo motivo di ricorso – che censura il mancato risarcimento del danno patrimoniale – risulta in parte inammissibile e in parte non fondato;

– che quanto alla censura che evoca l’art. 2697 c.c., l’esito dell’inammissibilità deriva dall’applicazione del principio secondo cui la violazione di tale norma, “censurabile per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), è configurabile soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni” (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 29 maggio 2018, n. 13395, Rv. 649038-01), evenienza, quella appena indicata, che non risulta lamentata nel caso di specie, restando, invece, inteso che “laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti”, essa “può essere fatta valere ai sensi del numero 5 del medesimo art. 360 c.p.c.” (Cass. Sez. 3, sent. 17 giugno 2013, n. 15107, Rv. 626907-01), ovviamente “entro i limiti ristretti del “nuovo”” suo testo (Cass. Sez. 3, ord. n. 13395 del 2018, cit.);

– che ciò è quanto, in definitiva, il ricorrente lamenta nell’ipotizzare la violazione dell’art. 1223 c.c., censura da ritenersi, tuttavia, non fondata;

– che, come rammenta lo stesso ricorrente, “la menomazione della capacità lavorativa specifica, configurando un pregiudizio patrimoniale, va ricondotta nell’ambito del danno patrimoniale e non del danno biologico”, sicchè “il grado di invalidità permanente determinato da una lesione all’integrità psico-fisica, non determina automaticamente la riduzione percentuale della capacità lavorativa specifica del danneggiato nè, conseguentemente, una diminuzione del correlato guadagno, dovendo comunque il soggetto leso dimostrare, in concreto, lo svolgimento di un’attività produttiva di reddito (o, trattandosi di persona non ancora dedita ad attività lavorativa, che presumibilmente avrebbe svolto) e la diminuzione o il mancato conseguimento di questo in conseguenza del fatto dannoso” (così, in motivazione, tra le molte, Cass. Sez. 3, sent. 10 marzo 2016, n. 4673, Rv. 639103-01);

– che proprio tale dimostrazione “in concreto” della “diminuzione del reddito” è mancata, secondo la sentenza impugnata, nel caso di specie, avendo la Corte territoriale ritenuto all’uopo insufficiente la produzione di “due sole denunce dei redditi (una precedente l’altra successiva l’anno del sinistro), la cui inidoneità probatoria discende dal fatto che l’attività lavorativa cui si riferiscono è svolta in regime di libera professione ed è notoriamente incostante nel tempo”, essendo, infatti, “soggetta, di per sè, ad oscillazione e mutamenti da un anno d’imposta all’altro”, sicchè “l’unica dichiarazione fiscale precedente al sinistro è, in quanto isolata, insufficiente a dimostrare che reddito in essa indicato si fosse stabilizzato”;

– che siffatta motivazione deve ritenersi esente da vizi, visto che essa non reca “argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento” (Cass. Sez. Un., sent. 3 novembre 2016, n. 22232, Rv. 641526-01, nonchè, più di recente, Cass. Sez. 6-5, ord. 23 maggio 2019, n. 13977, Rv. 654145-0), nè risulta affetta da “irriducibile contraddittorietà” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940, Rv. 645828-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 25 settembre 2018, n. 22598, Rv. 650880-01) o da “affermazioni inconciliabili” (da ultimo, Cass. Sez. 6-Lav., ord. 25 giugno 2018, n. 16111, Rv. 649628-01), non ricorrendo, così, le sole evenienze suscettibili di integrare, ormai, il vizio motivazionale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nel testo “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, 134, testo applicabile “ratione tempon’s” al presente giudizio;

– che il ricorso va, dunque, rigettato;

– che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che in ragione del rigetto del ricorso, va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo, se dovuto, a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando C.A. a rifondere, alla società Unipolsai Assicurazioni S.p.a., le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 7.900,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonchè 15% per spese generali più accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo, se dovuto, a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Conclusione

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2021

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PISTOIA TRIBUNALE AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI

PISTOIA TRIBUNALE AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI

AVVOCATO A BOLOGNA ESPERTO CAUSE EREDITARIE SUCCESSIONI PISTOIA PRATO

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Pistoia

Il Tribunale in composizione collegiale, in persone dei magistrati:

Maria Iannone – Presidente

Lucia Leoncini – Giudice rel.

Elena Piccinni – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa n. 3228/2018 tra le parti:

B.R. (cf (…)), E.R. (cf (…)), F.R. (cf (…)), N.R. (cf (…)), P.R. (cf (…)), L.V. (cf (…)), con gli avv. MEACCI ILARIA (cf (…)) e SANTANGELO MARIA ROSARIA (cf (…))

ATTORI

G.B. (cf (…)), con gli avv. BONACCHI STEFANO (cf (…)) e FAGNI ALESSANDRO (cf (…));

A.B. (cf (…)), C.B. (cf (…)), con l’avv. FAGNI ALESSANDRO (cf (…))

CONVENUTE

G.G.S.G., con l’avv. PANELLI FABIO (cf (…))

TERZE INTERVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

.1. Agiscono in giudizio B.R., E.R., F.R., adia R., P.R., L.V., E.R. (quest’ultimo oi rinunciatario agli atti del giudizio per la propria posizione) chiedendo preliminarmente accertarsi e dichiararsi la reale consistenza del patrimonio del defunto A.R. al momento dell’apertura della successione e

accertarsi e dichiararsi che gli attori, nonché le convenute C.B. e A.B., sono nipoti del de cuius in quanto figli dei fratelli e sorelle di costui; in via principale, accertare e dichiarare le effettive volontà testamentarie del de cuius espresse nel testamento olografo del 16.10.2014 e, in particolare, esplicitare il significato del termine “fabbisogno” in esso menzionato, ancora accertare e dichiarare che gli attori oltre a C.B. e A.B., in quanto nipoti del de cuius, sono chiamati alla successione del medesimo e dunque accertare e dichiarare la qualità di eredi degli attori e a quale titolo, con quali diritti e in quali quote gli stessi sono stati chiamati all’eredità del de cuius, conseguentemente disporre in loro favore il rilascio dei beni ereditari nella misura che sarà accertata in corso di causa.

A fondamento di tali domande, gli attori propongono un’interpretazione della scheda testamentaria redatta dal de cuius nel senso che alla compagna di costui, convenuta nel presente giudizio, G.B. debba essere attribuito quanto necessario per il proprio sostentamento (“fabbisogno”, secondo l’espressione utilizzata dal testatore) mentre l’eccedenza sia da ripartire fra gli altri chiamati all’eredità ossia appunto i nipoti.

I.2. Si costituisce in giudizio la convenuta B., contestando le avverse domande e l’altrui interpretazione dell’atto testamentario e avanzando domanda riconvenzionale per il rimborso delle spese già versate per oneri successori e da gravare sulla massa ereditaria nonché per ottenere, pendente il giudizio, le somme necessarie per il proprio sostentamento come da volontà espressa dal de cuius ed ex adverso, in parte qua, non contestata: conclude quindi, in via preliminare, per l’emissione di ordinanza-ingiunzione ex art. 186ter c.p.c. per il rimborso delle spese riguardanti il passivo ereditario nell’importo di Euro 20.129,00 e per l’autorizzazione al prelievo dall’eredità della somma di Euro 3.000,00 mensili o altra ritenuta di giustizia per il proprio sostentamento, nel merito in tesi per essere dichiarata unica erede universale del de cuius ovvero, in ipotesi, essere dichiarata usufruttuaria con diritto di disporre fino alla propria morte dei beni ereditari anche con atti inter vivos.

I.3. Si costituiscono altresì, con autonoma e medesima comparsa, le altre convenute C.B. e A.B., aderendo all’interpretazione testamentaria data dalla convenuta B. con conseguente richiesta di rigetto delle domande attoree ovvero, in ipotesi e in caso di non accoglimento da parte del Tribunale di siffatta interpretazione, chiedendo di estendere a se medesime le richieste degli attori sia in punto di accertamento della propria qualità di eredi di A.R., sia in punto di determinazione delle quote a sé spettanti.

I.4. Si costituiscono altresì, con comparsa di intervento volontario adesivo delle ragioni attoree ex art. 105 co. 2 c.p.c., G.G. e S.G., chiedendo accertarsi e dichiararsi anche la propria qualità di chiamate all’eredità, con richiesta di estensione a se medesime di ogni effetto della sentenza da pronunciarsi in favore degli attori, in forza di relatio operata dal testatore nella scheda testamentaria del 16.10.2014 ad altra precedente scrittura nella quale sono menzionate quali nipoti anche le terze intervenute.

I.5. Accolto con ordinanza collegiale 11.10.2019 ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. in corso di causa promosso dalla convenuta B. e assegnati alle parti nel procedimento principale i termini di cui all’art. 183 co. 6 c.p.c., la causa viene ritenuta matura per la decisione su base documentale (respinte le istanze istruttorie formulate dalla sola parte attrice) e viene rimessa al Collegio sulle conclusioni delle parti come in epigrafe riportate, con assegnazione alle stesse dei termini di legge per il deposito di scritti conclusivi.

  1. Per la definizione della controversia, occorre muovere dal testo della scheda testamentaria datata 16.10.2014, non fatta oggetto di alcuna impugnativa e relativamente alla quale non v’è contestazione fra le parti che costituisca il valido atto di espressione delle ultime volontà del de cuius, anche in sostituzione di altre scritture dallo stesso redatte in precedenza.

Ivi si legge letteralmente:

“In data odierna nella mia piena facoltà di intendere e volere decido di sostituire tutti gli scritti da me fatti in data 31-07-09-10-10-11 e 10-10-2012 dopo le mie valutazioni oltre queste date. per comportamenti ricevuti dagli aventi diritto dei miei beni.

Io A.R. da oggi intendo che i miei beni alla mia morte siano così ripartiti Se dovessi mancare prima della mia suocera A.P. e della mia compagna B.G. i beni miei dovranno servire per il loro fabbisogno fino alle loro morti, se al momento di questi due decessi ci rimaranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti maschi o femmine in parti uguali.

I nomi dei nipoti sono già riportati nella scrittura del 10-10-2012.

Sono contento di tutto quello che la vita mi a dato come sapete non credo q nulla pertanto ricordatemi se volete per quello che sono stato

A.”.

Ora, evidente che le parole usate dal testatore devono essere lette e interpretate alla luce del contesto familiare e culturale di appartenenza, andando a ricercare nel concreto la reale volontà del de cuius sottesa alle espressioni utilizzate senza ricercare in esse tecnicismi giuridici che non possono pretendersi da non professionisti della materia, dal dato testuale della scrittura in analisi possono desumersi quantomeno taluni dati chiari e indubbi ossia che:

– se il de cuius dovesse morire prima della suocera e della compagna, i suoi beni andranno a costoro e dovranno servire per il loro fabbisogno;

– se anche alla morte della suocera e della compagna dovessero residuare dei beni, gli stessi dovranno essere suddivisi in parti uguali fra tutti i nipoti del de cuius, maschi o femmine, come indicati nella scrittura del 10.10.2012.

A quest’ultimo proposito, le intervenienti G.G. e S.G. hanno dedotto e documentato (cfr. deposito documentale in sede di udienza 24.9.2019) come la scrittura 10.10.2012, cui per relationem si riferisce il testamento 16.10.2014 per l’individuazione dei nipoti del testatore, indichi costoro in R.E., R.F., R.B., R.P., R.A., R.N., G.G., G.S., V.

L., B.C., B.A..

È convinzione di questo Collegio che l’atto di intervento volontario spiegato dalle pretese chiamate all’eredità G.G. e S.G. sia legittimo, radicandosi la legitimatio ad causam delle intervenienti nella relatio contenuta nel testamento 16.10.2014 ad altra precedente scrittura recante indicazione dei “nipoti” come intesi dal de cuius. Al riguardo, non si ritiene infatti possibile sostenere che, essendo stato quel precedente testamento del 10.10.2012 revocato dallo stesso testatore in forza di testamento successivo, esso non possa rivestire più alcun valore: certamente non può valere quale atto contenente le ultime volontà del de cuius, ma nulla vieta che possa avere una qualche rilevanza ad altri fini – come appunto, nella specie, ai fini dell’individuazione dei nipoti che il testatore ha inteso chiamare alla sua eredità (indipendentemente dalla problematica afferente la validità o meno della chiamata, di cui si tratterà in seguito) – allorquando sia stato lo stesso testatore ad attribuire un simile rilievo.

Né con ciò può dirsi che non sussista valida revoca del testamento 10.10.2012 avendo ad esso il testatore fatto riferimento nella successiva scheda testamentaria del 16.10.2014, atteso che la relatio contenuta in quest’ultima attiene non propriamente e direttamente alla volontà dispositiva del testatore ma semplicemente all’individuazione di un elemento (destinatari delle ultime volontà del de cuius) che ben può essere integrato da dati esterni al testamento purché definibili e accertabili come espressione delle intenzioni del de cuius. Aspetto, questo, che nella vicenda qui in decisione ricorre senz’altro, in quanto l’elemento estrinseco alla scheda testamentaria cui questa opera formale relatio consiste in documento scritto dal testatore stesso, non contraddetto né superato in parte qua dal testamento redatto in epoca successiva.

A ciò si aggiunga, a conforto, che l’individuazione dei “nipoti” operata dal de cuius appare anche ragionevole, posto che essa comprende sia i nipoti in senso giuridico ossia legati da rapporti di parentela in sensi stresso, sia nipoti c.d. “acquisiti” (le nipoti della moglie del de cuius, come pacifico oltre che documentato in causa, cfr. documentazione allegata alla mem. 183 co. 6 n. 2 c.p.c. delle parti intervenute) che quindi, nella mentalità comune, rientrano parimenti nel novero dei nipoti.

Fatta chiarezza su questo profilo e venendo alla quaestio controversa fra le parti, su cui si innervano le plurime domande variamente azionate in causa, ossia il corretto inquadramento giuridico delle ultime volontà espresse dal de cuius, reputa il Collegio dirimente la circostanza per cui l’attribuzione dei beni ai nipoti è subordinata alla previa morte dei soggetti indicati come primi beneficiari, ossia la suocera e la compagna del testatore.

Anche ponendosi nell’ottica esegetica della ricerca dell’intentio testatoris al di là di quanto strettamente risultante dalla scheda testamentaria e dunque valorizzando elementi esterni ad essa, non può farsi a meno di rilevare come anche nel precedente testamento olografo 10.10.2012 poi annullato il de cuius avesse ben chiaramente stabilito la suddetta successione cronologica, trovandosi scritto “Alla mia morte deve essere tutelata con imiei beni se ci saranno la signora A.P. e la signora B.G. fino alla loro morte nei modi e maniere in cui abbiano portato la vita fino al mio decesso. Alla morte delle signore sopracitate i beni restanti sempre se ci saranno dovranno essere così suddivisi: Alla nipote G.G. il 5% (cinque percento) del totale rimasto, il rimanente valore suddiviso in parti uguali a tutti i nipoti G.G. compresa R.E., R.F., R.B., R.P., R.N., R.A., G.G.G.S., V.L., B.C., B.A.” (cfr. deposito documentale delle terze intervenute in sede di udienza 24.9.2019).

Ne risulta quindi confermata la volontà del testatore di attribuire i propri beni in prima battura alla suocera e alla compagna, ove questa siano ancora in vita alla sua morte, e di attribuire ai nipoti i beni rimanenti solo dopo la morte anche della suocera e della compagna.

Del resto, pur dovendosi procedere all’interpretazione della volontà testamentaria anche “oltre” il dato letterale delle espressioni utilizzate dal de cuius alla ricerca dall’effettiva volontà di questi e nell’ottica di conservazione del testamento, non è però certo consentito andare “contro” la littera testamentis poiché ciò significherebbe, piuttosto che valorizzare l’effettiva volontà del testatore, mettere a tacere la stessa indebitamente.

Ebbene, come detto, nel testamento del 16.10.2014 e già in quello precedente del 10.10.2012 – a conferma di una continuità nell’intenzione dispositiva del testatore che rinsalda la stessa e la corrobora, anche dal punto di vista probatorio processuale – il de cuius si è inequivocabilmente espresso nel senso che la devoluzione dei propri beni ai nipoti debba avvenire sui beni in ipotesi rimanenti alla morte delle prime beneficiarie, ossia la suocera e la moglie.

Trattasi di aspetto indubbio e imprescindibile ai fini della soluzione della controversia che ci occupa.

Difatti, pur volendo aderire per un momento alla prospettazione attorea per cui, valorizzando il termine “fabbisogno” utilizzato dal testatore in riferimento alle prime beneficiarie A. e B., si sarebbe di fronte all’attribuzione alle predette A. e B. di un diritto di usufrutto sub specie di usufrutto vitalizio, con nuda proprietà a favore dei nipoti (o altra similare fattispecie non meglio identificata ex parte actoris e lasciata al potere interpretativo e qualificatorio del Tribunale), ci si scontra tuttavia con il dato oggettivo e insuperabile – oltre che, si ripete, presente in tutte le schede testamentarie nel tempo redatte dal R.A. – della delazione successiva (devoluzione dei beni ereditari ai nipoti dopo la morte delle prime chiamate all’eredità A. e B.) e avente ad oggetto solo i beni residui se ancora sussistenti alla morte delle prime chiamate all’eredità; laddove l’elaborazione interpretativa è costante nel ritenere incompatibile l’istituzione di eredi tributari del diritto di usufrutto e di eredi tributari del diritto di nuda proprietà qualora tali istituzioni non siano contestuali, ma appunto in ordine successivo esattamente come avvenuto nel caso di specie.

Peraltro l’istituto dell’usufrutto o dell’usufrutto vitalizio si profila, nella concreta vicenda successoria al nostro esame, contrastante con il tenore testuale della scheda testamentaria, nella quale la devoluzione ai nipoti concerne i beni ereditari eventualmente ancora sussistenti al momento della morte delle chiamate all’eredità A. e B. (“se al momento di questi due decessi ci rimarranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti…”), dal che si desume l’assenza in capo alle istituite A. e B. dei limiti all’utilizzo dei beni che sono invece propri dell’usufruttuario.

Posto un simile contesto, ritiene allora il Tribunale di condividere l’interpretazione propugnata dalle parti convenute e suffragata da copiosa giurisprudenza di legittimità espressasi in argomento, la quale concordemente ravvisa nella c.d. delazione successiva una sostituzione fedecommissaria vietata a mente dell’art. 692 co. 5 c.c. stante da un lato l’indubbia non ricorrenza nel caso de quo delle circoscritte ipotesi in cui un tale istituto è consentito ove avente finalità assistenziali (cfr. art. 692 co. 1 c.c.), dall’altro lato e inoltre l’assenza dell’obbligo per l’istituito di “conservare e restituire alla sua morte i beni” a favore dei sostituiti come previsto invece per la sostituzione fedecommissaria lecita ex art. 692 co. 1 c.c.: nella vicenda qui in disamina, infatti, non solo non sussistono in capo a istituiti e sostituiti le qualifiche soggettive in presenza delle quali l’istituto successorio di cui si discetta è considerato lecito, ma manca altresì l’obbligazione principe posta a carico degli istituiti atteso che alle chiamate all’eredità A. e B. non è posto alcun obbligo di conservazione dei beni per poi poterli devolvere, alla loro morte, ai nipoti del de cuius, né un simile obbligo è desumibile dalla lettura complessiva del testamento o da elementi estrinseci ad esso non avendo le parti allegato né dimostrato alcunché sul punto, ma anzi nella scheda testamentaria è chiaramente detto che alla morte delle prime beneficiarie A. e B. dovrà essere devoluto ai nipoti del R. solo quanto rimanente e se ci sarà del rimanente, avendo quindi il testatore preso in considerazione come del tutto possibile anche il caso in cui niente dei bene ereditari sopravviva alle sig.re A. e B. secondo quanto risultante dalla chiara espressione del testamento 16.10.2014 “se al momento di questi due decessi ci saranno dei beni da gestire…”.

A conforto della tesi qui sostenuta, sulla scorta del tenore letterale del testamento in analisi e in mancanza, come detto, di indici anche esterni significanti una diversa o difforme volontà del testatore (i quali, per vero, si porrebbero in contrasto con quanto chiaramente espresso nella scheda testamentaria e dunque in conflitto anche con la direttiva principe in materia successoria di favor testamenti e tutela della volontà del disponente), possono citarsi le seguenti pronunce di legittimità, tutte per diversi aspetti perfettamente attagliate alla vicenda oggi in decisione:

Cass. ord. n. 25698/2018, in massima “L’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca della effettiva volontà del “de cuius”, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria; ne consegue che la disposizione con la quale il “de cuius” lascia a persone diverse rispettivamente l’usufrutto e la nuda proprietà di uno stesso bene (o dell’intero complesso dei beni ereditari) non integra gli estremi della sostituzione fedecommissaria (ma quelli di una formale istituzione di erede) quando le disposizioni siano dirette e simultanee e non in ordine successivo, i chiamati non succedano l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, e la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisca un effetto non della successione, ma della “vis espansiva” della proprietà”; conf. Cass. n. 2172/2011, Cass. n. 4435/2009;

Cass. n. 5604/2001 per cui “è ipotizzabile una istituzione con sostituzione fedecommissaria qualora il testatore, pur adoperando la terminologia corrispondente ad una attribuzione separata di usufrutto e di nuda proprietà, abbia attribuito all’onorato dell’usufrutto diritti ed obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede oppure abbia condizionato l’acquisto della qualità di erede del secondo alla sopravvivenza al primo”.

Quanto sopra conduce dunque a ravvisare, nel testamento in analisi, una non consentita sostituzione fedecommissaria c.d. de residuo, nulla ex art. 692 u.c. c.c. senza che ciò invalidi – interpretazione granitica sul punto – l’intera scheda testamentaria, in virtù dei principi cardini di conservazione del testamento (mutuato ex art. 1367 c.c.) e di tutela della volontà del testatore: ché infatti ciò che rende illecito l’istituto in parola (sostituzione fedecommissaria ex art. 692 co. 5 c.c.) è la circostanza che, tramite esso, si pretenderebbe coartare la volontà del soggetto chiamato all’eredità del de cuius, qualora si consentisse a quest’ultimo di stabilire a chi debbano essere devoluti i beni ereditari al momento della morte dell’erede istituito, dovendo invece essere preservata anche la legittima volontà testamentaria di costui il quale, una volta ereditati determinati beni, deve essere libero di disporne anche tramite i propri atti di ultima volontà.

D’altronde, se per un verso – come detto – non può sostenersi che una clausola testamentaria nulla quale quella istituente un fedecommesso de residuo vietato renda nullo tutto il testamento, sia alla luce del principio di conservazione degli atti di ultima volontà sia in forza del disposto testuale dell’art. 692 u.c. c.c. che espressamente sanziona con la nullità esclusivamente la “sostituzione” e non il testamento che la contiene, per altro verso neppure è possibile sanare una clausola nulla ex lege in forza del principio di conservazione della volontà del testatore, quasi che tale volontà soggettiva potesse superare i divieti di legge ciò che verrebbe a configurare un’insanabile contraddizione ordinamentale: tanto più in riferimento ad un divieto, come quello di cui si tratta, posto a tutela di principi di ordine pubblico quale preservare la libertà e volontà testamentaria con riguardo, in specifico, all’erede istituito che non può essere sostituito dal proprio dante causa nella designazione dei propri eredi al momento della propria morte.

All’occorrenza, si conferma in questa sede la valutazione di inammissibilità delle istanze istruttorie attoree siccome, in punto di prova per testi, vertenti su capitoli genericamente formulati e in parte anche valutativi, in punto di c.t.u. e ordine di esibizione superflue e per certi versi esplorative, stante l’interpretazione della voluntas testatoris come emergente dall’atto di ultime volontà che conduce ad escludere le attrici (così come le convenute B. e le terze intervenuti) dal novero dei chiamati all’eredità per insanabile nullità della relativa istituzione.

In definitiva quindi, non essendovi altra possibilità di diversamente interpretare la indubbia devoluzione successiva operata dal testatore A.R. se non con una invalida sostituzione fedecommissaria, deve essere dichiarata la nullità del testamento in parte qua, ossia laddove intende istituire i nipoti quali eredi dei beni rimanenti alla morte delle istituite A. e B.: mentre il testamento resta valido per il resto, dovendo quindi essere individuata – stante l’avvenuto decesso della chiamata all’eredità P.A. anteriormente al decesso del de cuius – l’unica erede testamentaria nella persona di G.B..

Ciò determina il rigetto tanto delle domande attoree, quanto delle domande adesive delle terze intervenute, assorbite invece le domande svolte in subordine dalle convenute C.B. e A.B. stante l’accoglimento della loro domanda principale, ossia di rigetto delle pretese degli attori.

La decisione assunta determina altresì l’assorbimento delle ulteriori pretese avanzate in via riconvenzionale dalla convenuta B., per il rimborso delle spese sostenute per il pagamento di passivi ereditari e per il riconoscimento del diritto a prelevare dalla massa ereditaria quanto necessario per il proprio sostentamento, domanda quest’ultima già accolta in sede di procedimento cautelare in corso di causa nel quale del resto nessuna delle controparti si è costituita nulla avendo opposto alla pretesa della convenuta B. in tal senso (il che è coerente con la prospettazione giuridica propugnata dagli attori e dalle intervenute, ossia con il riconoscimento alla convenuta B. del diritto di prelevare dall’eredità quanto occorrente per il proprio fabbisogno, con devoluzione del residuo ai nipoti): difatti, il riconoscimento della convenuta B. quale unica erede testamentaria conferisce alla stessa l’esclusività dei diritti sulla massa ereditaria e la piena disponibilità di questa.

Occorre solo, da ultimo, spendere due parole sulla domanda, formulata dalle terze intervenute per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c. e reiterata in fase conclusionale, di condanna degli eredi alla refusione delle spese sostenute dalle predette per la pubblicazione dei testamenti olografi 10.10.2011 e 10.10.2012; oltre al profilo della novità e tardività della domanda al di là del limite dell’emendatio libelli, a destituire di fondamento la pretesa delle terze intervenute conduce il rilievo per cui la pubblicazione di cui le stesse chiedono il rimborso è stata operata dalle medesime nel loro esclusivo interesse, specificamente al fine di comprovare la propria legittimazione ad intervenire quali chiamate all’eredità del de cuius, ma non essendo stata accolta la loro domanda di accertamento della loro qualità di eredi certamente dette spese non possono gravare sulla massa ereditaria ovvero sull’unica erede riconosciuta G.B. che in niente ha beneficiato da simili esborsi essendo per la stessa sufficiente, al fine di dimostrare la propria qualità di legittima erede del de cuius, la pubblicazione del solo testamento del 16.10.2014.

III. Quanto alle spese di lite, stante la soccombenza delle attrici e delle terze intervenute costoro devono essere chiamate tutte, in solido, alla refusione delle spese in favore di tutte le convenute, avendo anche le convenute B. aderito alla prospettazione della convenuta B. e chiesto in via principale il rigetto delle domande attoree.

Non viene chiamato a concorrere alle spese l’attore rinunciatario E.R. pur in assenza di accettazione espressa delle altre parti alla rinuncia, non potendosi dire detta accettazione necessaria non ravvisandosi a monte un interesse di nessuna delle altre parti contrario alla rinuncia stessa ovvero un interesse a che la causa proseguisse anche da e nei confronti del rinunciatario (cfr. art. 306 co. 1 c.p.c.): tanto più che la rinuncia di esso non ha fatto venir meno il contenzioso e quindi la possibilità per le controparti di recuperare dagli attori non rinunciatari le spese sostenute per la propria difesa.

In punto di liquidazione dei compensi, che viene operata a mente del D.M. n. 55 del 2014 in base al valore della lite indeterminabile di complessità media, ritiene il Collegio di dover tenere in conto la consistenza dell’attività processuale svolta giustificandosi al riguardo per la posizione della convenuta B. la riduzione dei compensi per la fase istruttoria limitata al deposito di due brevissime memorie ex art. 183 co. 6 n. 1 e n. 3 c.p.c. (rispettivamente di una e di due pagine), per la posizione delle convenute B. la riduzione dei compensi per le fasi di studio e introduttiva, essendosi le predette costituite a mezzo il medesimo procuratore della convenuta B. con atti di adesione alla tesi di questa e ricalcati sulla di lei comparsa costitutiva, nonché per la fase decisionale per i medesimi motivi e l’eliminazione dei compensi per la fase istruttoria, non avendo le convenute B. depositato alcuna memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c..

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

A carico delle sole parti attrici vengono poste le spese del subprocedimento cautelare azionato dalla convenuta B. in quanto, pur non essendosi in esso le attrici costituite e dunque non essendosi formalmente opposte al relativo accoglimento, tuttavia con l’introduzione del giudizio di merito hanno dato causa all’introduzione del procedimento cautelare da parte della chiamata all’eredità B. cui, pendente giudizio, era preclusa la disponibilità dei beni ereditari: non sono invece considerate le terze intervenute, che si sono costituite in senso adesivo solo nel giudizio principale senza aver dato causa esse stesse al contenzioso. Per il subprocedimento cautelare la liquidazione, a mente del D.M. n. 55 del 2014, tiene conto del valore della controversia cautelare come risultante dal decisum e del fatto che la decisione è stata assunta allo stato degli atti sulla base del solo ricorso introduttivo ex art. 700 c.p.c., assenti fase istruttoria e fase propriamente decisionale, senza riconoscimento di alcun aumento in assenza di questioni di particolare complessità e vista anche la contumacia delle controparti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Pistoia in composizione collegiale, definitivamente pronunciando, ogni contraria o diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:

1) respinge le domande attoree;

2) respinge le domande delle terze intervenute;

3) dichiara estinto il giudizio nei confronti di E.R. ai sensi dell’art. 306 c.p.c.;

4) in accoglimento della domanda riconvenzionale di parte convenuta B., dichiara G.B. erede universale del de cuius A.R.; 5) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta B., che liquida nella misura di Euro 9.275,00 oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

6) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore delle convenute A.B. e C.B., che liquida nell’importo di Euro 3.393,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

7) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) in solido alla refusione, in favore di parte convenuta B., delle spese del subprocedimento cautelare che liquida nell’importo di Euro 3.000,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge.

Conclusione

Così deciso in Pistoia nella camera di consiglio dell’11 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Pistoia

Il Tribunale in composizione collegiale, in persone dei magistrati:

Maria Iannone – Presidente

Lucia Leoncini – Giudice rel.

Elena Piccinni – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa n. 3228/2018 tra le parti:

B.R. (cf (…)), E.R. (cf (…)), F.R. (cf (…)), N.R. (cf (…)), P.R. (cf (…)), L.V. (cf (…)), con gli avv. MEACCI ILARIA (cf (…)) e SANTANGELO MARIA ROSARIA (cf (…))

ATTORI

G.B. (cf (…)), con gli avv. BONACCHI STEFANO (cf (…)) e FAGNI ALESSANDRO (cf (…));

A.B. (cf (…)), C.B. (cf (…)), con l’avv. FAGNI ALESSANDRO (cf (…))

CONVENUTE

G.G.S.G., con l’avv. PANELLI FABIO (cf (…))

TERZE INTERVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

.1. Agiscono in giudizio B.R., E.R., F.R., adia R., P.R., L.V., E.R. (quest’ultimo oi rinunciatario agli atti del giudizio per la propria posizione) chiedendo reliminarmente accertarsi e dichiararsi la reale consistenza del patrimonio el defunto A.R. al momento dell’apertura della successione e

accertarsi e dichiararsi che gli attori, nonché le convenute C.B. e A.B., sono nipoti del de cuius in quanto figli dei fratelli e sorelle di costui; in via principale, accertare e dichiarare le effettive volontà testamentarie del de cuius espresse nel testamento olografo del 16.10.2014 e, in particolare, esplicitare il significato del termine “fabbisogno” in esso menzionato, ancora accertare e dichiarare che gli attori oltre a C.B. e A.B., in quanto nipoti del de cuius, sono chiamati alla successione del medesimo e dunque accertare e dichiarare la qualità di eredi degli attori e a quale titolo, con quali diritti e in quali quote gli stessi sono stati chiamati all’eredità del de cuius, conseguentemente disporre in loro favore il rilascio dei beni ereditari nella misura che sarà accertata in corso di causa.

A fondamento di tali domande, gli attori propongono un’interpretazione della scheda testamentaria redatta dal de cuius nel senso che alla compagna di costui, convenuta nel presente giudizio, G.B. debba essere attribuito quanto necessario per il proprio sostentamento (“fabbisogno”, secondo l’espressione utilizzata dal testatore) mentre l’eccedenza sia da ripartire fra gli altri chiamati all’eredità ossia appunto i nipoti.

I.2. Si costituisce in giudizio la convenuta B., contestando le avverse domande e l’altrui interpretazione dell’atto testamentario e avanzando domanda riconvenzionale per il rimborso delle spese già versate per oneri successori e da gravare sulla massa ereditaria nonché per ottenere, pendente il giudizio, le somme necessarie per il proprio sostentamento come da volontà espressa dal de cuius ed ex adverso, in parte qua, non contestata: conclude quindi, in via preliminare, per l’emissione di ordinanza-ingiunzione ex art. 186ter c.p.c. per il rimborso delle spese riguardanti il passivo ereditario nell’importo di Euro 20.129,00 e per l’autorizzazione al prelievo dall’eredità della somma di Euro 3.000,00 mensili o altra ritenuta di giustizia per il proprio sostentamento, nel merito in tesi per essere dichiarata unica erede universale del de cuius ovvero, in ipotesi, essere dichiarata usufruttuaria con diritto di disporre fino alla propria morte dei beni ereditari anche con atti inter vivos.

I.3. Si costituiscono altresì, con autonoma e medesima comparsa, le altre convenute C.B. e A.B., aderendo all’interpretazione testamentaria data dalla convenuta B. con conseguente richiesta di rigetto delle domande attoree ovvero, in ipotesi e in caso di non accoglimento da parte del Tribunale di siffatta interpretazione, chiedendo di estendere a se medesime le richieste degli attori sia in punto di accertamento della propria qualità di eredi di A.R., sia in punto di determinazione delle quote a sé spettanti.

I.4. Si costituiscono altresì, con comparsa di intervento volontario adesivo delle ragioni attoree ex art. 105 co. 2 c.p.c., G.G. e S.G., chiedendo accertarsi e dichiararsi anche la propria qualità di chiamate all’eredità, con richiesta di estensione a se medesime di ogni effetto della sentenza da pronunciarsi in favore degli attori, in forza di relatio operata dal testatore nella scheda testamentaria del 16.10.2014 ad altra precedente scrittura nella quale sono menzionate quali nipoti anche le terze intervenute.

I.5. Accolto con ordinanza collegiale 11.10.2019 ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. in corso di causa promosso dalla convenuta B. e assegnati alle parti nel procedimento principale i termini di cui all’art. 183 co. 6 c.p.c., la causa viene ritenuta matura per la decisione su base documentale (respinte le istanze istruttorie formulate dalla sola parte attrice) e viene rimessa al Collegio sulle conclusioni delle parti come in epigrafe riportate, con assegnazione alle stesse dei termini di legge per il deposito di scritti conclusivi.

  1. Per la definizione della controversia, occorre muovere dal testo della scheda testamentaria datata 16.10.2014, non fatta oggetto di alcuna impugnativa e relativamente alla quale non v’è contestazione fra le parti che costituisca il valido atto di espressione delle ultime volontà del de cuius, anche in sostituzione di altre scritture dallo stesso redatte in precedenza.

Ivi si legge letteralmente:

“In data odierna nella mia piena facoltà di intendere e volere decido di sostituire tutti gli scritti da me fatti in data 31-07-09-10-10-11 e 10-10-2012 dopo le mie valutazioni oltre queste date. per comportamenti ricevuti dagli aventi diritto dei miei beni.

Io A.R. da oggi intendo che i miei beni alla mia morte siano così ripartiti Se dovessi mancare prima della mia suocera A.P. e della mia compagna B.G. i beni miei dovranno servire per il loro fabbisogno fino alle loro morti, se al momento di questi due decessi ci rimaranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti maschi o femmine in parti uguali.

I nomi dei nipoti sono già riportati nella scrittura del 10-10-2012.

Sono contento di tutto quello che la vita mi a dato come sapete non credo q nulla pertanto ricordatemi se volete per quello che sono stato

A.”.

Ora, evidente che le parole usate dal testatore devono essere lette e interpretate alla luce del contesto familiare e culturale di appartenenza, andando a ricercare nel concreto la reale volontà del de cuius sottesa alle espressioni utilizzate senza ricercare in esse tecnicismi giuridici che non possono pretendersi da non professionisti della materia, dal dato testuale della scrittura in analisi possono desumersi quantomeno taluni dati chiari e indubbi ossia che:

– se il de cuius dovesse morire prima della suocera e della compagna, i suoi beni andranno a costoro e dovranno servire per il loro fabbisogno;

– se anche alla morte della suocera e della compagna dovessero residuare dei beni, gli stessi dovranno essere suddivisi in parti uguali fra tutti i nipoti del de cuius, maschi o femmine, come indicati nella scrittura del 10.10.2012.

A quest’ultimo proposito, le intervenienti G.G. e S.G. hanno dedotto e documentato (cfr. deposito documentale in sede di udienza 24.9.2019) come la scrittura 10.10.2012, cui per relationem si riferisce il testamento 16.10.2014 per l’individuazione dei nipoti del testatore, indichi costoro in R.E., R.F., R.B., R.P., R.A., R.N., G.G., G.S., V.

L., B.C., B.A..

È convinzione di questo Collegio che l’atto di intervento volontario spiegato dalle pretese chiamate all’eredità G.G. e S.G. sia legittimo, radicandosi la legitimatio ad causam delle intervenienti nella relatio contenuta nel testamento 16.10.2014 ad altra precedente scrittura recante indicazione dei “nipoti” come intesi dal de cuius. Al riguardo, non si ritiene infatti possibile sostenere che, essendo stato quel precedente testamento del 10.10.2012 revocato dallo stesso testatore in forza di testamento successivo, esso non possa rivestire più alcun valore: certamente non può valere quale atto contenente le ultime volontà del de cuius, ma nulla vieta che possa avere una qualche rilevanza ad altri fini – come appunto, nella specie, ai fini dell’individuazione dei nipoti che il testatore ha inteso chiamare alla sua eredità (indipendentemente dalla problematica afferente la validità o meno della chiamata, di cui si tratterà in seguito) – allorquando sia stato lo stesso testatore ad attribuire un simile rilievo.

Né con ciò può dirsi che non sussista valida revoca del testamento 10.10.2012 avendo ad esso il testatore fatto riferimento nella successiva scheda testamentaria del 16.10.2014, atteso che la relatio contenuta in quest’ultima attiene non propriamente e direttamente alla volontà dispositiva del testatore ma semplicemente all’individuazione di un elemento (destinatari delle ultime volontà del de cuius) che ben può essere integrato da dati esterni al testamento purché definibili e accertabili come espressione delle intenzioni del de cuius. Aspetto, questo, che nella vicenda qui in decisione ricorre senz’altro, in quanto l’elemento estrinseco alla scheda testamentaria cui questa opera formale relatio consiste in documento scritto dal testatore stesso, non contraddetto né superato in parte qua dal testamento redatto in epoca successiva.

A ciò si aggiunga, a conforto, che l’individuazione dei “nipoti” operata dal de cuius appare anche ragionevole, posto che essa comprende sia i nipoti in senso giuridico ossia legati da rapporti di parentela in sensi stresso, sia nipoti c.d. “acquisiti” (le nipoti della moglie del de cuius, come pacifico oltre che documentato in causa, cfr. documentazione allegata alla mem. 183 co. 6 n. 2 c.p.c. delle parti intervenute) che quindi, nella mentalità comune, rientrano parimenti nel novero dei nipoti.

Fatta chiarezza su questo profilo e venendo alla quaestio controversa fra le parti, su cui si innervano le plurime domande variamente azionate in causa, ossia il corretto inquadramento giuridico delle ultime volontà espresse dal de cuius, reputa il Collegio dirimente la circostanza per cui l’attribuzione dei beni ai nipoti è subordinata alla previa morte dei soggetti indicati come primi beneficiari, ossia la suocera e la compagna del testatore.

Anche ponendosi nell’ottica esegetica della ricerca dell’intentio testatoris al di là di quanto strettamente risultante dalla scheda testamentaria e dunque valorizzando elementi esterni ad essa, non può farsi a meno di rilevare come anche nel precedente testamento olografo 10.10.2012 poi annullato il de cuius avesse ben chiaramente stabilito la suddetta successione cronologica, trovandosi scritto “Alla mia morte deve essere tutelata con imiei beni se ci saranno la signora A.P. e la signora B.G. fino alla loro morte nei modi e maniere in cui abbiano portato la vita fino al mio decesso. Alla morte delle signore sopracitate i beni restanti sempre se ci saranno dovranno essere così suddivisi: Alla nipote G.G. il 5% (cinque percento) del totale rimasto, il rimanente valore suddiviso in parti uguali a tutti i nipoti G.G. compresa R.E., R.F., R.B., R.P., R.N., R.A., G.G.G.S., V.L., B.C., B.A.” (cfr. deposito documentale delle terze intervenute in sede di udienza 24.9.2019).

Ne risulta quindi confermata la volontà del testatore di attribuire i propri beni in prima battura alla suocera e alla compagna, ove questa siano ancora in vita alla sua morte, e di attribuire ai nipoti i beni rimanenti solo dopo la morte anche della suocera e della compagna.

Del resto, pur dovendosi procedere all’interpretazione della volontà testamentaria anche “oltre” il dato letterale delle espressioni utilizzate dal de cuius alla ricerca dall’effettiva volontà di questi e nell’ottica di conservazione del testamento, non è però certo consentito andare “contro” la littera testamentis poiché ciò significherebbe, piuttosto che valorizzare l’effettiva volontà del testatore, mettere a tacere la stessa indebitamente.

Ebbene, come detto, nel testamento del 16.10.2014 e già in quello precedente del 10.10.2012 – a conferma di una continuità nell’intenzione dispositiva del testatore che rinsalda la stessa e la corrobora, anche dal punto di vista probatorio processuale – il de cuius si è inequivocabilmente espresso nel senso che la devoluzione dei propri beni ai nipoti debba avvenire sui beni in ipotesi rimanenti alla morte delle prime beneficiarie, ossia la suocera e la moglie.

Trattasi di aspetto indubbio e imprescindibile ai fini della soluzione della controversia che ci occupa.

Difatti, pur volendo aderire per un momento alla prospettazione attorea per cui, valorizzando il termine “fabbisogno” utilizzato dal testatore in riferimento alle prime beneficiarie A. e B., si sarebbe di fronte all’attribuzione alle predette A. e B. di un diritto di usufrutto sub specie di usufrutto vitalizio, con nuda proprietà a favore dei nipoti (o altra similare fattispecie non meglio identificata ex parte actoris e lasciata al potere interpretativo e qualificatorio del Tribunale), ci si scontra tuttavia con il dato oggettivo e insuperabile – oltre che, si ripete, presente in tutte le schede testamentarie nel tempo redatte dal R.A. – della delazione successiva (devoluzione dei beni ereditari ai nipoti dopo la morte delle prime chiamate all’eredità A. e B.) e avente ad oggetto solo i beni residui se ancora sussistenti alla morte delle prime chiamate all’eredità; laddove l’elaborazione interpretativa è costante nel ritenere incompatibile l’istituzione di eredi tributari del diritto di usufrutto e di eredi tributari del diritto di nuda proprietà qualora tali istituzioni non siano contestuali, ma appunto in ordine successivo esattamente come avvenuto nel caso di specie.

Peraltro l’istituto dell’usufrutto o dell’usufrutto vitalizio si profila, nella concreta vicenda successoria al nostro esame, contrastante con il tenore testuale della scheda testamentaria, nella quale la devoluzione ai nipoti concerne i beni ereditari eventualmente ancora sussistenti al momento della morte delle chiamate all’eredità A. e B. (“se al momento di questi due decessi ci rimarranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti…”), dal che si desume l’assenza in capo alle istituite A. e B. dei limiti all’utilizzo dei beni che sono invece propri dell’usufruttuario.

Posto un simile contesto, ritiene allora il Tribunale di condividere l’interpretazione propugnata dalle parti convenute e suffragata da copiosa giurisprudenza di legittimità espressasi in argomento, la quale concordemente ravvisa nella c.d. delazione successiva una sostituzione fedecommissaria vietata a mente dell’art. 692 co. 5 c.c. stante da un lato l’indubbia non ricorrenza nel caso de quo delle circoscritte ipotesi in cui un tale istituto è consentito ove avente finalità assistenziali (cfr. art. 692 co. 1 c.c.), dall’altro lato e inoltre l’assenza dell’obbligo per l’istituito di “conservare e restituire alla sua morte i beni” a favore dei sostituiti come previsto invece per la sostituzione fedecommissaria lecita ex art. 692 co. 1 c.c.: nella vicenda qui in disamina, infatti, non solo non sussistono in capo a istituiti e sostituiti le qualifiche soggettive in presenza delle quali l’istituto successorio di cui si discetta è considerato lecito, ma manca altresì l’obbligazione principe posta a carico degli istituiti atteso che alle chiamate all’eredità A. e B. non è posto alcun obbligo di conservazione dei beni per poi poterli devolvere, alla loro morte, ai nipoti del de cuius, né un simile obbligo è desumibile dalla lettura complessiva del testamento o da elementi estrinseci ad esso non avendo le parti allegato né dimostrato alcunché sul punto, ma anzi nella scheda testamentaria è chiaramente detto che alla morte delle prime beneficiarie A. e B. dovrà essere devoluto ai nipoti del R. solo quanto rimanente e se ci sarà del rimanente, avendo quindi il testatore preso in considerazione come del tutto possibile anche il caso in cui niente dei bene ereditari sopravviva alle sig.re A. e B. secondo quanto risultante dalla chiara espressione del testamento 16.10.2014 “se al momento di questi due decessi ci saranno dei beni da gestire…”.

A conforto della tesi qui sostenuta, sulla scorta del tenore letterale del testamento in analisi e in mancanza, come detto, di indici anche esterni significanti una diversa o difforme volontà del testatore (i quali, per vero, si porrebbero in contrasto con quanto chiaramente espresso nella scheda testamentaria e dunque in conflitto anche con la direttiva principe in materia successoria di favor testamenti e tutela della volontà del disponente), possono citarsi le seguenti pronunce di legittimità, tutte per diversi aspetti perfettamente attagliate alla vicenda oggi in decisione:

Cass. ord. n. 25698/2018, in massima “L’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca della effettiva volontà del “de cuius”, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria; ne consegue che la disposizione con la quale il “de cuius” lascia a persone diverse rispettivamente l’usufrutto e la nuda proprietà di uno stesso bene (o dell’intero complesso dei beni ereditari) non integra gli estremi della sostituzione fedecommissaria (ma quelli di una formale istituzione di erede) quando le disposizioni siano dirette e simultanee e non in ordine successivo, i chiamati non succedano l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, e la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisca un effetto non della successione, ma della “vis espansiva” della proprietà”; conf. Cass. n. 2172/2011, Cass. n. 4435/2009;

Cass. n. 5604/2001 per cui “è ipotizzabile una istituzione con sostituzione fedecommissaria qualora il testatore, pur adoperando la terminologia corrispondente ad una attribuzione separata di usufrutto e di nuda proprietà, abbia attribuito all’onorato dell’usufrutto diritti ed obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede oppure abbia condizionato l’acquisto della qualità di erede del secondo alla sopravvivenza al primo”.

Quanto sopra conduce dunque a ravvisare, nel testamento in analisi, una non consentita sostituzione fedecommissaria c.d. de residuo, nulla ex art. 692 u.c. c.c. senza che ciò invalidi – interpretazione granitica sul punto – l’intera scheda testamentaria, in virtù dei principi cardini di conservazione del testamento (mutuato ex art. 1367 c.c.) e di tutela della volontà del testatore: ché infatti ciò che rende illecito l’istituto in parola (sostituzione fedecommissaria ex art. 692 co. 5 c.c.) è la circostanza che, tramite esso, si pretenderebbe coartare la volontà del soggetto chiamato all’eredità del de cuius, qualora si consentisse a quest’ultimo di stabilire a chi debbano essere devoluti i beni ereditari al momento della morte dell’erede istituito, dovendo invece essere preservata anche la legittima volontà testamentaria di costui il quale, una volta ereditati determinati beni, deve essere libero di disporne anche tramite i propri atti di ultima volontà.

D’altronde, se per un verso – come detto – non può sostenersi che una clausola testamentaria nulla quale quella istituente un fedecommesso de residuo vietato renda nullo tutto il testamento, sia alla luce del principio di conservazione degli atti di ultima volontà sia in forza del disposto testuale dell’art. 692 u.c. c.c. che espressamente sanziona con la nullità esclusivamente la “sostituzione” e non il testamento che la contiene, per altro verso neppure è possibile sanare una clausola nulla ex lege in forza del principio di conservazione della volontà del testatore, quasi che tale volontà soggettiva potesse superare i divieti di legge ciò che verrebbe a configurare un’insanabile contraddizione ordinamentale: tanto più in riferimento ad un divieto, come quello di cui si tratta, posto a tutela di principi di ordine pubblico quale preservare la libertà e volontà testamentaria con riguardo, in specifico, all’erede istituito che non può essere sostituito dal proprio dante causa nella designazione dei propri eredi al momento della propria morte.

All’occorrenza, si conferma in questa sede la valutazione di inammissibilità delle istanze istruttorie attoree siccome, in punto di prova per testi, vertenti su capitoli genericamente formulati e in parte anche valutativi, in punto di c.t.u. e ordine di esibizione superflue e per certi versi esplorative, stante l’interpretazione della voluntas testatoris come emergente dall’atto di ultime volontà che conduce ad escludere le attrici (così come le convenute B. e le terze intervenuti) dal novero dei chiamati all’eredità per insanabile nullità della relativa istituzione.

In definitiva quindi, non essendovi altra possibilità di diversamente interpretare la indubbia devoluzione successiva operata dal testatore A.R. se non con una invalida sostituzione fedecommissaria, deve essere dichiarata la nullità del testamento in parte qua, ossia laddove intende istituire i nipoti quali eredi dei beni rimanenti alla morte delle istituite A. e B.: mentre il testamento resta valido per il resto, dovendo quindi essere individuata – stante l’avvenuto decesso della chiamata all’eredità P.A. anteriormente al decesso del de cuius – l’unica erede testamentaria nella persona di G.B..

Ciò determina il rigetto tanto delle domande attoree, quanto delle domande adesive delle terze intervenute, assorbite invece le domande svolte in subordine dalle convenute C.B. e A.B. stante l’accoglimento della loro domanda principale, ossia di rigetto delle pretese degli attori.

La decisione assunta determina altresì l’assorbimento delle ulteriori pretese avanzate in via riconvenzionale dalla convenuta B., per il rimborso delle spese sostenute per il pagamento di passivi ereditari e per il riconoscimento del diritto a prelevare dalla massa ereditaria quanto necessario per il proprio sostentamento, domanda quest’ultima già accolta in sede di procedimento cautelare in corso di causa nel quale del resto nessuna delle controparti si è costituita nulla avendo opposto alla pretesa della convenuta B. in tal senso (il che è coerente con la prospettazione giuridica propugnata dagli attori e dalle intervenute, ossia con il riconoscimento alla convenuta B. del diritto di prelevare dall’eredità quanto occorrente per il proprio fabbisogno, con devoluzione del residuo ai nipoti): difatti, il riconoscimento della convenuta B. quale unica erede testamentaria conferisce alla stessa l’esclusività dei diritti sulla massa ereditaria e la piena disponibilità di questa.

Occorre solo, da ultimo, spendere due parole sulla domanda, formulata dalle terze intervenute per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c. e reiterata in fase conclusionale, di condanna degli eredi alla refusione delle spese sostenute dalle predette per la pubblicazione dei testamenti olografi 10.10.2011 e 10.10.2012; oltre al profilo della novità e tardività della domanda al di là del limite dell’emendatio libelli, a destituire di fondamento la pretesa delle terze intervenute conduce il rilievo per cui la pubblicazione di cui le stesse chiedono il rimborso è stata operata dalle medesime nel loro esclusivo interesse, specificamente al fine di comprovare la propria legittimazione ad intervenire quali chiamate all’eredità del de cuius, ma non essendo stata accolta la loro domanda di accertamento della loro qualità di eredi certamente dette spese non possono gravare sulla massa ereditaria ovvero sull’unica erede riconosciuta G.B. che in niente ha beneficiato da simili esborsi essendo per la stessa sufficiente, al fine di dimostrare la propria qualità di legittima erede del de cuius, la pubblicazione del solo testamento del 16.10.2014.

III. Quanto alle spese di lite, stante la soccombenza delle attrici e delle terze intervenute costoro devono essere chiamate tutte, in solido, alla refusione delle spese in favore di tutte le convenute, avendo anche le convenute B. aderito alla prospettazione della convenuta B. e chiesto in via principale il rigetto delle domande attoree.

Non viene chiamato a concorrere alle spese l’attore rinunciatario E.R. pur in assenza di accettazione espressa delle altre parti alla rinuncia, non potendosi dire detta accettazione necessaria non ravvisandosi a monte un interesse di nessuna delle altre parti contrario alla rinuncia stessa ovvero un interesse a che la causa proseguisse anche da e nei confronti del rinunciatario (cfr. art. 306 co. 1 c.p.c.): tanto più che la rinuncia di esso non ha fatto venir meno il contenzioso e quindi la possibilità per le controparti di recuperare dagli attori non rinunciatari le spese sostenute per la propria difesa.

In punto di liquidazione dei compensi, che viene operata a mente del D.M. n. 55 del 2014 in base al valore della lite indeterminabile di complessità media, ritiene il Collegio di dover tenere in conto la consistenza dell’attività processuale svolta giustificandosi al riguardo per la posizione della convenuta B. la riduzione dei compensi per la fase istruttoria limitata al deposito di due brevissime memorie ex art. 183 co. 6 n. 1 e n. 3 c.p.c. (rispettivamente di una e di due pagine), per la posizione delle convenute B. la riduzione dei compensi per le fasi di studio e introduttiva, essendosi le predette costituite a mezzo il medesimo procuratore della convenuta B. con atti di adesione alla tesi di questa e ricalcati sulla di lei comparsa costitutiva, nonché per la fase decisionale per i medesimi motivi e l’eliminazione dei compensi per la fase istruttoria, non avendo le convenute B. depositato alcuna memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c..

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

A carico delle sole parti attrici vengono poste le spese del subprocedimento cautelare azionato dalla convenuta B. in quanto, pur non essendosi in esso le attrici costituite e dunque non essendosi formalmente opposte al relativo accoglimento, tuttavia con l’introduzione del giudizio di merito hanno dato causa all’introduzione del procedimento cautelare da parte della chiamata all’eredità B. cui, pendente giudizio, era preclusa la disponibilità dei beni ereditari: non sono invece considerate le terze intervenute, che si sono costituite in senso adesivo solo nel giudizio principale senza aver dato causa esse stesse al contenzioso. Per il subprocedimento cautelare la liquidazione, a mente del D.M. n. 55 del 2014, tiene conto del valore della controversia cautelare come risultante dal decisum e del fatto che la decisione è stata assunta allo stato degli atti sulla base del solo ricorso introduttivo ex art. 700 c.p.c., assenti fase istruttoria e fase propriamente decisionale, senza riconoscimento di alcun aumento in assenza di questioni di particolare complessità e vista anche la contumacia delle controparti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Pistoia in composizione collegiale, definitivamente pronunciando, ogni contraria o diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:

1) respinge le domande attoree;

2) respinge le domande delle terze intervenute;

3) dichiara estinto il giudizio nei confronti di E.R. ai sensi dell’art. 306 c.p.c.;

4) in accoglimento della domanda riconvenzionale di parte convenuta B., dichiara G.B. erede universale del de cuius A.R.; 5) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta B., che liquida nella misura di Euro 9.275,00 oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

6) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore delle convenute A.B. e C.B., che liquida nell’importo di Euro 3.393,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

7) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) in solido alla refusione, in favore di parte convenuta B., delle spese del subprocedimento cautelare che liquida nell’importo di Euro 3.000,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge.

Conclusione

Così deciso in Pistoia nella camera di consiglio dell’11 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2021.

FONDO VITTIME STRADA CONDANNATO MORTALE MOTO CORTE BOLOGNA

FONDO VITTIME STRADA CONDANNATO MORTALE MOTO CORTE BOLOGNA

AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI ESPERTO RISARCIMENTO INCIDENTI MORTALI 

IL FATTO

convenivano in giudizio, davanti al tribunale di Ferrara, la F.S. s.p.a. nella sua qualità di Impresa territorialmente designata per la gestione del Fondo di Garanzia delle V.S., chiedendo il risarcimento dei danni da essi subiti per effetto della morte di R.T. (figlio dei coniugi M.T. e L.T., fratello di V.T.) avvenuta a seguito del sinistro stradale verificatosi verso le ore 19.00 del 22 giugno 2002, allorché il loro congiunto, alla guida del motociclo Honda tg. (…), nel percorrere in località Berra di Ferrara il tratto della provinciale nella direzione Serravalle – Berra, nell’affrontare una curva a destra, aveva perso il controllo della motocicletta, a causa dello scivolamento determinato da una notevole presenza di sostanza oleosa sul manto stradale, cadendo e collidendo violentemente a ridosso di una protezione stradale prima di finire, praticamente ormai esanime, nella zona cortiliva di un’abitazione circostante. Gli attori deducevano che l’incidente mortale era stato la conseguenza della condotta di un ignoto conducente di veicoli ammessi alla circolazione stradale con pertinenti oneri assicurativi e che, in specifico, il fatto doveva essere esclusivamente ascritto alla responsabilità colposa di un utente di macchinario agricolo poco prima transitato nella zona e che aveva sparso sulla strada abbondanti quantità di olio.

LA MOTIVAZIONE CORTE

Le appellanti principali deducono che, diversamente da quanto ritenuto dal tribunale, la c.t.u. non avrebbe evidenziato alcun elemento di colpa nella condotta del motociclista e che, pertanto, la responsabilità del sinistro dovrebbe essere ascritta in via esclusiva o comunque assolutamente prevalente alla presenza, sul manto stradale, dell’olio perso dal veicolo sconosciuto. Sostengono, in particolare, che la velocità tenuta dal Testi era prudenziale (in quanto non solo inferiore al limite di velocità dei 90 km/h imposto in quel tratto di strada, ma anche adeguata alle condizioni di buona visibilità diurna e di tempo sereno), sicché non vi era alcuna ragione oggettiva che richiedesse una condotta di guida più prudente del normale.

6.2 – L’appellante incidentale, per contro, deduce:

  1. a) che non vi è prova che la presenza della grande macchia d’olio sulla carreggiata sia riconducibile alla responsabilità del conducente di un veicolo rimasto sconosciuto e soggetto ad assicurazione obbligatoria per la R.C.A. (potendo ipotizzarsi, ad esempio, la perdita di olio trasportato su veicolo non soggetto ad assicurazione quale un veicolo a trazione animale);

  2. b) che il sinistro si è verificato in una intersezione stradale segnalata, con segnaletica verticale di pericolo recante doppia curva pericolosa e restringimento della carreggiata da entrambi i lati che imponeva particolare prudenza e moderazione della velocità: il sinistro si sarebbe quindi verificato per colpa esclusiva o comunque assolutamente prevalente del motociclista che, se avesse marciato a velocità moderata e avesse tenuto rigorosamente la destra, avrebbe potuto agevolmente evitare la macchia d’olio che non interessava l’intera semicarreggiata.

  3. – Ritiene la Corte che, in punto a responsabilità del sinistro, sia fondato, nei limiti di seguito specificati, l’appello principale e che, per contro, non possa trovare accoglimento l’impugnazione incidentale.

7.1 – Va in primo luogo rilevato che, diversamente da quanto sostenuto da F.S. s.p.a., la riconducibilità della presenza della macchia d’olio sulla carreggiata ad un veicolo a motore soggetto ad assicurazione obbligatoria può dirsi provata. Dagli atti di indagine compiuti dai Carabinieri subito dopo la verificazione dell’incidente risulta, infatti, come puntualmente evidenziato dal giudice a quo, che sulla superficie della strada era presente una estesa macchia d’olio da motore ad iniziare dalla strada laterale di immissione sul tratto viario percorso da R.B., per poi continuare a ridosso di una lunga parte di tale tragitto della strada provinciale conducente a Berra, con continue, evidenti tracce della stessa sostanza scemanti solo in prossimità di una cooperativa/consorzio agricolo (di Serravalle fraz. di Berra) risultata in sede di indagini frequentata da diversi conducenti di macchinari agricoli con e senza rimorchi (cfr. sul punto l’annotazione di P.G. del 23/6/2002 in atti).

7.2 – Come parimenti condivisibilmente osservato dal primo giudice, non è mai stato posto in dubbio che la sostanza sparsa sul fondo stradale, in particolare con diffusioni variabili sino al massimo della metà della corsia di pertinenza del motociclista, potesse derivare dalla conduzione di un veicolo a motore, plausibilmente agricolo o similare. Il tribunale ha altresì ipotizzato che la perdita possa essere stata originata dal maldestro trasporto di oli in quantità talmente elevate da non poter essere ricondotte a fenomeni di mera perdita dai sistemi di trazione veicolare (notoriamente lubrificati da quantitativi limitati alle esigenze meccaniche) ed ha osservato (senza specifica contestazione sul punto) che si sarebbe in ogni caso in presenza di responsabilità colposa “in rapporto agli oneri ed alle incisive cautele cui tutti i gli utenti stradali sono sottoposti, ad iniziare dal governo manutentivo dei veicoli, fino alle cure/cautele da apprestare in occasione di carichi e trasporti”.

7.3 – D’altro canto, la conformazione della macchia d’olio è sintomatica della perdita continua da parte di un veicolo in movimento che teneva una determinata direzione (che ha condotto la polizia giudiziaria ad individuare con ragionevole certezza la causa della presenza della macchia d’olio nella perdita da parte di un veicolo agricolo, anche se non è stato possibile individuare il responsabile della perdita) e che si muoveva ad una velocità incompatibile con l’ipotesi, avanzata dal Fondo di garanzia nell’atto di appello, di perdita di olio (da motore) trasportato su veicolo trainato da animale. In altre parole, gli elementi in atti sono univocamente indicativi della riconducibilità della macchia d’olio presente sulla strada a perdita da parte di veicolo a motore soggetto ad obbligo assicurativo.

7.4 – Ne consegue che, non essendo contestato che R.T. abbia perso il controllo della moto a causa dell’olio presente sulla strada (che determinò la perdita di aderenza del mezzo), correttamente il Tribunale ha affermato la responsabilità del Fondo di Garanzia.

DECISIONE CORTE

Il tribunale, secondo le eredi di M.T., avrebbe liquidato in favore del proprio dante causa un importo inferiore a quello riconosciuto alla madre e prossimo al minimo riconosciuto dalle Tabelle del Tribunale di Milano (aggiornate all’anno 2011) sull’erroneo presupposto dell’esistenza di un presunto rapporto conflittuale con il figlio. Il primo giudice non avrebbe considerato il rilevante pregiudizio di natura esistenziale comunque subito dal padre del giovane deceduto, “consistito nella mancanza per il futuro, in via permanente, del rapporto relazionale, affettivo e da consuetudine di vita quotidiana con il figlio”. Le estemporanee dichiarazioni rese da V.T. nel corso delle operazioni di c.t.u. non sarebbero idonee ad “annullare il legame giuridico affettivo di particolare intensità che lega un padre ad un figlio e il dolore che secondo l’id quod plerumque accidit, consegue ad una perdita così importante”. Né, ad avviso di parte appellante, può attribuirsi rilievo, per ritenere meno intensa la sofferenza derivante dalla perdita del figlio, la patologia di carattere psichico (sindrome ansioso depressiva in compenso farmacologico) della quale M.T. soffriva da anni, dovendosi per contro ritenere che proprio l’evento luttuoso abbia comportato un approfondimento dei sintomi depressivi

AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI ESPERTO RISARCIMENTO INCIDENTI MORTALI 

  1. a) dichiara che il sinistro si è verificato per colpa del conducente di veicolo non identificato nella misura dell’80%;

  2. b) conseguentemente condanna F.S. s.p.a. quale impresa designata per il Fondo di Garanzia V.S. a pagare le seguenti ulteriori somme:

– in favore di L.M. in proprio Euro 105.116,10, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza;

– in favore di V.T. in proprio Euro 38.457,00, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza;

– in favore di L.M. e V.T., quali eredi di M.T., Euro 54.000,00 per danno non patrimoniale, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza ed Euro 1.200,76 per danno patrimoniale emergente oltre interessi legali dalla data dei pagamenti al saldo;

  1. c) rigetta l’appello incidentale;

  2. d) dichiara compensate tra le parti le spese del grado per metà e condanna F.S. quale impresa designata per il Fondo di Garanzia V.S. a rimborsare alle appellanti L.M. e V.T. la residua metà, che liquida per l’intero in Euro 683,00 per esborsi (c.u.) ed Euro 13.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso delle spese forfettarie iva e cpa;

  3. e) dà atto che ricorrono i presupposti di cui all’ 13, comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002nei confronti dell’appellante incidentale.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI BOLOGNA

Seconda Sezione Civile

riunita in Camera di Consiglio in persona dei Magistrati:

dott. Roberto Aponte – Presidente rel.

dott. Diego Di Marco – Consigliere

dott. Mariapia Parisi – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 1302 del ruolo generale dell’anno 2013

promossa da

L.M. e V.T., in proprio e quali eredi di M.T. rappresentate e difese, in forza di procura a margine dell’atto di appello, dagli avv.ti Milena Catozzi e Sauro Frignani, elettivamente domiciliati in Bologna, via San Felice 57 presso lo studio dell’avv. Lorenzo Alberti (appellanti)

contro

  1. – S. S.P.A. quale Impresa territorialmente designata per la gestione del Fondo di Garanzia V.S., in persona del Legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, in forza di procura in calce alla comparsa di costituzione e risposta, dall’avv. Marco Colombo elettivamente domiciliata in Bologna, via De Gombruti 16 presso l’avv. M. Rigoni (appellata – appellante in via incidentale)

Svolgimento del processo

  1. – L.M., M.T. e V.T., convenivano in giudizio, davanti al tribunale di Ferrara, la F.S. s.p.a. nella sua qualità di Impresa territorialmente designata per la gestione del Fondo di Garanzia delle V.S., chiedendo il risarcimento dei danni da essi subiti per effetto della morte di R.T. (figlio dei coniugi M.T. e L.T., fratello di V.T.) avvenuta a seguito del sinistro stradale verificatosi verso le ore 19.00 del 22 giugno 2002, allorché il loro congiunto, alla guida del motociclo Honda tg. (…), nel percorrere in località Berra di Ferrara il tratto della provinciale nella direzione Serravalle – Berra, nell’affrontare una curva a destra, aveva perso il controllo della motocicletta, a causa dello scivolamento determinato da una notevole presenza di sostanza oleosa sul manto stradale, cadendo e collidendo violentemente a ridosso di una protezione stradale prima di finire, praticamente ormai esanime, nella zona cortiliva di un’abitazione circostante. Gli attori deducevano che l’incidente mortale era stato la conseguenza della condotta di un ignoto conducente di veicoli ammessi alla circolazione stradale con pertinenti oneri assicurativi e che, in specifico, il fatto doveva essere esclusivamente ascritto alla responsabilità colposa di un utente di macchinario agricolo poco prima transitato nella zona e che aveva sparso sulla strada abbondanti quantità di olio.

  2. – All’esito dell’istruttoria, nel corso della quale venivano prodotti documenti, assunte prove testimoniali ed espletate c.t.u. cinematica e c.t.u. medico-legale, il Tribunale, con sentenza n. 198 del 12-14/1/2013, dichiarava che il sinistro si era verificato per pari colpa del conducente di veicolo sconosciuto che aveva perso olio rendendo scivolosa la superficie della strada e del conducente della motocicletta che aveva affrontato la curva senza tenere rigorosamente la destra e a velocità non prudenziale; condannava quindi il Fondo di Garanzia a risarcire agli attori i danni subiti a seguito della perdita del congiunto nella misura del 50%.

2.1 – Con decreto 12-14/1/2013 il tribunale provvedeva poi alla correzione di errori materiali contenuti nel dispositivo della sentenza riguardanti il computo degli interessi compensativi, da effettuarsi sulle somme devalutate ed annualmente rivalutate, e la mancata decurtazione del danno biologico da morte e delle spese funerarie in ragione della percentuale di responsabilità riconosciuta in capo al de cuius.

  1. – Avverso tale sentenza proponevano appello L.M. e V.T., in proprio e nella qualità di eredi di M.T. (deceduto ab intestato il 28/4/2012) deducendo che la responsabilità del sinistro doveva essere ascritta in via esclusiva o comunque prevalente al conducente del veicolo sconosciuto e che il danno subito dal padre di R.T. per la perdita del rapporto parentale era stato liquidato in misura insufficiente.

  2. – F.S., quale impresa designata, proponeva appello in via incidentale, affidato a sette motivi, riguardanti sia l’an che il quantum delle pretese risarcitorie. In particolare l’appellante incidentale deduceva: con i primi due motivi che non vi era prova della riconducibilità del sinistro alla condotta del conducente di veicolo rimasto non identificato soggetto all’obbligo di assicurazione R.C.A. e che, in ogni caso, la responsabilità dell’incidente mortale doveva essere ascritta in via esclusiva o prevalente alla condotta del motociclista; con il terzo motivo che la somma liquidata in favore di M.T. a titolo di danno per la perdita parentale era eccessiva; con il quarto motivo che anche le somme liquidate (in misura corrispondente ai massimi tabellari) in favore della madre e della sorella del de cuius a titolo di danno da perdita parentale erano eccessive; con il quinto motivo che, in considerazione della natura unitaria del danno non patrimoniale affermata dalle “sentenze gemelle” delle sezioni unite del S.C. del 2008, il riconoscimento, in favore della madre della sorella di un danno biologico jure proprio in aggiunta al danno morale da morte del congiunto, aveva comportato una duplicazione risarcitoria; con il sesto e il settimo motivo riproponeva in via cautelativa l’istanza di correzione degli errori materiali contenuti nel dispositivo della sentenza e già corretti dal primo giudice.

  3. – All’udienza del 17/6/2014 le parti precisavano le conclusioni trascritte in epigrafe e la Corte tratteneva la causa in decisione assegnando i termini di legge per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica.

Motivi della decisione

  1. – Devono essere esaminati congiuntamente i primi due motivi di appello principale e i primi due motivi di appello incidentale con i quali viene rimessa in discussione la responsabilità del sinistro.

6.1 – Le appellanti principali deducono che, diversamente da quanto ritenuto dal tribunale, la c.t.u. non avrebbe evidenziato alcun elemento di colpa nella condotta del motociclista e che, pertanto, la responsabilità del sinistro dovrebbe essere ascritta in via esclusiva o comunque assolutamente prevalente alla presenza, sul manto stradale, dell’olio perso dal veicolo sconosciuto. Sostengono, in particolare, che la velocità tenuta dal Testi era prudenziale (in quanto non solo inferiore al limite di velocità dei 90 km/h imposto in quel tratto di strada, ma anche adeguata alle condizioni di buona visibilità diurna e di tempo sereno), sicché non vi era alcuna ragione oggettiva che richiedesse una condotta di guida più prudente del normale.

6.2 – L’appellante incidentale, per contro, deduce:

  1. a) che non vi è prova che la presenza della grande macchia d’olio sulla carreggiata sia riconducibile alla responsabilità del conducente di un veicolo rimasto sconosciuto e soggetto ad assicurazione obbligatoria per la R.C.A. (potendo ipotizzarsi, ad esempio, la perdita di olio trasportato su veicolo non soggetto ad assicurazione quale un veicolo a trazione animale);

  2. b) che il sinistro si è verificato in una intersezione stradale segnalata, con segnaletica verticale di pericolo recante doppia curva pericolosa e restringimento della carreggiata da entrambi i lati che imponeva particolare prudenza e moderazione della velocità: il sinistro si sarebbe quindi verificato per colpa esclusiva o comunque assolutamente prevalente del motociclista che, se avesse marciato a velocità moderata e avesse tenuto rigorosamente la destra, avrebbe potuto agevolmente evitare la macchia d’olio che non interessava l’intera semicarreggiata.

  3. – Ritiene la Corte che, in punto a responsabilità del sinistro, sia fondato, nei limiti di seguito specificati, l’appello principale e che, per contro, non possa trovare accoglimento l’impugnazione incidentale.

7.1 – Va in primo luogo rilevato che, diversamente da quanto sostenuto da F.S. s.p.a., la riconducibilità della presenza della macchia d’olio sulla carreggiata ad un veicolo a motore soggetto ad assicurazione obbligatoria può dirsi provata. Dagli atti di indagine compiuti dai Carabinieri subito dopo la verificazione dell’incidente risulta, infatti, come puntualmente evidenziato dal giudice a quo, che sulla superficie della strada era presente una estesa macchia d’olio da motore ad iniziare dalla strada laterale di immissione sul tratto viario percorso da R.B., per poi continuare a ridosso di una lunga parte di tale tragitto della strada provinciale conducente a Berra, con continue, evidenti tracce della stessa sostanza scemanti solo in prossimità di una cooperativa/consorzio agricolo (di Serravalle fraz. di Berra) risultata in sede di indagini frequentata da diversi conducenti di macchinari agricoli con e senza rimorchi (cfr. sul punto l’annotazione di P.G. del 23/6/2002 in atti).

7.2 – Come parimenti condivisibilmente osservato dal primo giudice, non è mai stato posto in dubbio che la sostanza sparsa sul fondo stradale, in particolare con diffusioni variabili sino al massimo della metà della corsia di pertinenza del motociclista, potesse derivare dalla conduzione di un veicolo a motore, plausibilmente agricolo o similare. Il tribunale ha altresì ipotizzato che la perdita possa essere stata originata dal maldestro trasporto di oli in quantità talmente elevate da non poter essere ricondotte a fenomeni di mera perdita dai sistemi di trazione veicolare (notoriamente lubrificati da quantitativi limitati alle esigenze meccaniche) ed ha osservato (senza specifica contestazione sul punto) che si sarebbe in ogni caso in presenza di responsabilità colposa “in rapporto agli oneri ed alle incisive cautele cui tutti i gli utenti stradali sono sottoposti, ad iniziare dal governo manutentivo dei veicoli, fino alle cure/cautele da apprestare in occasione di carichi e trasporti”.

7.3 – D’altro canto, la conformazione della macchia d’olio è sintomatica della perdita continua da parte di un veicolo in movimento che teneva una determinata direzione (che ha condotto la polizia giudiziaria ad individuare con ragionevole certezza la causa della presenza della macchia d’olio nella perdita da parte di un veicolo agricolo, anche se non è stato possibile individuare il responsabile della perdita) e che si muoveva ad una velocità incompatibile con l’ipotesi, avanzata dal Fondo di garanzia nell’atto di appello, di perdita di olio (da motore) trasportato su veicolo trainato da animale. In altre parole, gli elementi in atti sono univocamente indicativi della riconducibilità della macchia d’olio presente sulla strada a perdita da parte di veicolo a motore soggetto ad obbligo assicurativo.

7.4 – Ne consegue che, non essendo contestato che R.T. abbia perso il controllo della moto a causa dell’olio presente sulla strada (che determinò la perdita di aderenza del mezzo), correttamente il Tribunale ha affermato la responsabilità del Fondo di Garanzia.

  1. – Ciò posto, osserva la Corte che dalla c.t.u. espletata – che ha preso analiticamente in considerazione tutte le risultanze di carattere obiettivo e le cui conclusioni sono sorrette da motivazione ampia, logica e priva di lacune o contraddizioni – è emerso:

– che R.T., in sella ad una motocicletta potente e dall’impronta nettamente sportiva, giunse a ridosso della curva destrorsa ad una velocità di circa 78 km/h nell’ambito di un percorso extraurbano connotato, all’epoca, dal limite di 90 km/h;

– che il motociclista perse aderenza e il motoveicolo scivolò all’imbocco della curva destrorsa, in corrispondenza della porzione della corsia di marcia di sua pertinenza – pari a un terzo/un mezzo massimo dalla linea di mezzeria – su cui vi era il liquido (che, come emerge dai rilievi effettuati dai carabinieri, in quel punto interessava per gran parte la corsia di sinistra).

8.1 – Sulla base di tali dati il Tribunale ha ritenuto sussistente un concorso di colpa del 50% del motociclista sul rilievo che, se il Testi avesse tenuto un’andatura più ridotta (al di sotto dei settanta chilometri orari), non solo sarebbe stata più agevole la visione di quello che aveva, in realtà, mutato l’uniformità cromatica del manto stradale, ma una più lenta marcia avrebbe senza dubbio attenuato i dinamismi del fatto e le stesse conseguenze, sino al punto di poter elidere l’esito fatale prodottosi. Ha in particolare ritenuto, il primo giudice, che, pur essendo la velocità del motoveicolo inferiore di circa 12 km/h al limite dei 90 Km/h prescritto in quel tratto di strada, la limitata larghezza della strada, la presenza di intersezione con una strada laterale sinistra, la presenza della curva posta in prossimità di un piccolo abitato con la delimitazione inoltre del guard rail conformato in pericolosa struttura metallica, imponevano una velocità particolarmente prudenziale (come evidenziato anche dal fatto che quattro anni dopo il fatto il limite di velocità era stato abbassato in quella zona a settanta chilometri orari); velocità prudenziale che, anche in considerazione le caratteristiche del mezzo (che consente spazi visuali superiori a quelli di altri veicoli per il fatto che il conducente si trova in una posizione abbastanza rialzata e con una postura che consente possibilità ispettive maggiori rispetto ad altri veicoli in quanto il conducente ha direttamente, senza ostacoli ad anche in senso ravvicinato, il quadro del percorso che gli si presenta particolarmente nella prospettiva anteriore potendo, molto meglio di altri utenti, se non affetto da limitazioni visive, cogliere, in stato di attenta concentrazione, tutte le particolarità dello stato del manto stradale), avrebbe potuto consentire al conducente di arrestare in tempo il veicolo o di impostare una traiettoria più in prossimità del margine destro della corsia (anziché più spostata verso il centro se non oltre, proprio dove si trovava la distesa di olio) dove l’asfalto era pulito.

8.2 – Tali considerazioni sono condivisibili quanto alla sussistenza di un concorso di colpa del conducente della motocicletta: il motociclista doveva invero affrontare un tratto di strada caratterizzato da una doppia curva, un restringimento di carreggiata e una intersezione con una laterale sinistra. In tale situazione un conducente prudente avrebbe dovuto affrontare la curva a velocità particolarmente moderata e ciò tanto più che la anomalia del fondo stradale, per il diverso colore della sostanza oleosa, era visibile. La macchia d’olio, inoltre, come si è già avuto modo di osservare, anche se di consistente estensione, non occupava tutta la carreggiata. È vero, pertanto, che il M., con maggiore attenzione e prudenza avrebbe potuto transitare sulla parte di carreggiata, posta sulla destra, non interessata dalla presenza della sostanza scivolosa; tuttavia la situazione di grave pericolo determinata dall’ignoto conducente del veicolo ha avuto di certo maggiore efficienza causale nella determinazione del sinistro. Ritiene la Corte, in ultima analisi, che la responsabilità dell’incidente mortale debba essere ascritta al conducente del veicolo non identificato nella misura dell’80% e nella misura del 20% a R.M..

  1. – Tanto premesso quanto alla responsabilità, devono essere esaminati congiuntamente, perché riguardanti il medesimo danno, il terzo motivo di appello principale, con il quale le appellanti si dolgono della “errata valutazione e conseguente determinazione dell’entità del danno da perdita del rapporto parentale” subito dal padre di R.T. (danno, in tesi, liquidato in misura insufficiente), ed il terzo motivo di appello incidentale, con il quale F.S. lamenta la liquidazione in misura eccessiva del medesimo pregiudizio.

9.1 – Il tribunale, secondo le eredi di M.T., avrebbe liquidato in favore del proprio dante causa un importo inferiore a quello riconosciuto alla madre e prossimo al minimo riconosciuto dalle Tabelle del Tribunale di Milano (aggiornate all’anno 2011) sull’erroneo presupposto dell’esistenza di un presunto rapporto conflittuale con il figlio. Il primo giudice non avrebbe considerato il rilevante pregiudizio di natura esistenziale comunque subito dal padre del giovane deceduto, “consistito nella mancanza per il futuro, in via permanente, del rapporto relazionale, affettivo e da consuetudine di vita quotidiana con il figlio”. Le estemporanee dichiarazioni rese da V.T. nel corso delle operazioni di c.t.u. non sarebbero idonee ad “annullare il legame giuridico affettivo di particolare intensità che lega un padre ad un figlio e il dolore che secondo l’id quod plerumque accidit, consegue ad una perdita così importante”. Né, ad avviso di parte appellante, può attribuirsi rilievo, per ritenere meno intensa la sofferenza derivante dalla perdita del figlio, la patologia di carattere psichico (sindrome ansioso depressiva in compenso farmacologico) della quale M.T. soffriva da anni, dovendosi per contro ritenere che proprio l’evento luttuoso abbia comportato un approfondimento dei sintomi depressivi.

9.2 – A fronte di tali doglianze, l’appellante in via incidentale sostiene invece che l’importo liquidato dal primo giudice in favore del padre sia eccessivo (e dovrebbe essere ridotto ad una somma compresa tra Euro 100.000,00 ed Euro 150.000,00) proprio in ragione delle circostanze evidenziate dallo stesso Tribunale.

  1. – Tutte le predette censure sono prive di fondamento.

10.1 – Va premesso che la tabella elaborata dal Tribunale di Milano per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante dalla perdita di un congiunto ha valore orientativo e prevede uno scarto tra un minimo ed un massimo proprio perché nella liquidazione si deve tenere conto di tutte le circostanze del caso concreto (la Tabella 2011, utilizzata dal giudice a quo, fissa una forbice da 154.350,00 a 308.700,00 in favore di ciascun genitore per l’ipotesi di morte di un figlio).

10.2 – Nella fattispecie il Tribunale, mentre ha liquidato in favore della madre di R.T., un importo (Euro 300.000,00) prossimo al massimo tabellare, ha determinato il danno subito dal padre in misura inferiore, compresa tra il valore minimo e quello medio (Euro 180.000,00), in ragione della diversa qualità del rapporto che legava M.T. al figlio.

10.3 – Dagli accertamenti compiuti per verificare la sussistenza di un eventuale danno biologico da morte, è emerso, infatti, un quadro delle relazioni familiari che restituisce l’immagine di un rapporto padre-figlio connotato da particolari (e inusuali) elementi di contrasto e conflittualità, dei quali correttamente il tribunale ha tenuto conto ai fini della liquidazione. V.T. ha riferito infatti della elevata conflittualità del rapporto tra il fratello e il padre, caratterizzato da frustrazione delle aspirazioni del figlio, da episodi di violenza (“si sono presi a botte due volte”), dall’allontanamento del figlio dall’abitazione familiare avvenuto quando Riccardo aveva l’età di ventuno anni. Anche la M., che ha riferito come in realtà fosse di fatto separata dal coniuge essendo il rapporto di convivenza dovuto a necessità abitative, ha narrato una storia intessuta di incomprensioni e atteggiamenti ostili tra il padre ed i figli.

10.4 – Il tribunale ha dunque correttamente valutato tutte le circostanze del caso concreto laddove ha condivisibilmente osservato che, sulla base degli elementi emersi dalle approfondite ed argomentate indagini compiute in sede di c.t.u. medico-legale, è risultata provata “l’esistenza di una relazione affettivo familiare tra padre e figlio, quasi ventisettenne al momento della morte, consolidatasi da tempo secondo critici indici di contrasto ed assai scarsa compartecipazione nelle attività riconducibili tutti i profili della vita familiare, nel quadro di rapporti deteriorati per via di incompatibilità caratteriali che avevano progressivamente determinato effettive forme di distacco, anche abitative, di R.T. del padre, sofferente quest’ultimo peraltro di marcati e perduranti disturbi psichici clinicamente accertati”.

10.5 – Deve concludersi, allora, che, pur essendo ovvia l’impossibilità, sottolineata dal Tribunale, di sondare le più profonde pulsioni affettive, il dato che emerge dalla accurata indagine compiuta dal c.t.u. è quello, puntualmente evidenziato nella sentenza oggetto di gravame, di una “relazione assolutamente non connotata, sotto più profili, da intensi vincoli e reciproci affidamenti”, che, mentre non giustificherebbe una liquidazione inferiore ai minimi (richiesta dall’appellante in via incidentale), consente di ritenere adeguata al caso concreto la quantificazione del danno operata con la sentenza oggetto di gravame.

  1. – È parimenti infondato il quarto motivo di appello incidentale, con il quale il FGVS contesta la eccessività della liquidazione del danno non patrimoniale alla madre ed alla sorella del de cuius. In considerazione, infatti, dell’età di R.T., del rapporto di convivenza, del fatto che proprio in considerazione degli aspetti problematici relativi alla figura di M.T., il giovane costituiva punto di riferimento nell’ambito del nucleo familiare per la madre e la sorella, si giustifica la liquidazione del danno perdita parentale in misura prossima al massimo della “forbice” tabellare.

  2. – Con il quinto motivo di appello incidentale la compagnia assicuratrice lamenta che sia stato autonomamente liquidato, in favore della madre e della sorella di R.T., il danno biologico subito jure proprio a seguito del decesso del congiunto. Il riconoscimento di tale danno, tanto più allorché si tratti, come nel caso della M., di un danno di natura psichica permanente, comporterebbe, ad avviso dell’appellante, una duplicazione risarcitoria rispetto a quella connessa al danno non patrimoniale nel suo complesso, trattandosi pur sempre di sofferenza morale e quindi di pregiudizio di identica natura che, secondo l’orientamento che ha preso avvio con le “sentenze gemelle” delle sezioni unite della S.C. del 2008, deve essere liquidato unitariamente, posto che rientra nel danno biologico ogni sofferenza fisica o psichica provata dalla vittima, che di quel danno per sua natura costituisce componente.

  3. – Anche tale censura non può essere condivisa.

13.1 – La morte di un prossimo congiunto può causare nei superstiti sia una sofferenza morale per la perdita del rapporto parentale, sia un danno consistente nella compromissione dello stato di salute fisica o psichica di chi lo invoca del quale va tenuto debito conto ai fini risarcitori. Come ritenuto dalla S.C. (anche dopo le sentenze richiamate dall’appellante), invero, il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela ex art. 32 Cost., ove risulti intaccata l’integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall’interesse all’integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all’art. 2 Cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l’interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli arti. 2, 29 e 30 Cost. (Cass. 3/2/2011 n. 2557).

13.2 – Con tale ultimo arresto la S.C., in particolare, pur muovendosi nell’ambito della riconosciuta “categoria unitaria” del danno non patrimoniale – risarcibile ex art. 2059 c.c., fra l’altro, in tutti i casi in cui il fatto illecito abbia leso un interesse o un valore della persona non suscettibile di valutazione economica di rilievo costituzionale – afferma la possibilità di distinguere “diverse sottocategorie di danno” , le quali, proprio in quanto diverse, vengono diversamente considerate, sia sotto il profilo delle modalità di accertamento del pregiudizio prodotto sia ai fini della liquidazione del risarcimento dovuto.

13.3 – Ancora più recentemente, del resto, la S.C. (Cass. 20/11/2012, n. 20292) ha osservato che il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l’illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili; né tale conclusione contrasta col principio di unitarietà del danno non patrimoniale, sancito dalla sentenza n. 26972 del 2008 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, giacché quel principio impone una liquidazione unitaria del danno, ma non una considerazione atomistica dei suoi effetti (in applicazione del suddetto principio, la S.C. ha confermato la sentenza di merito la quale, in un caso di danno da uccisione del prossimo congiunto, aveva liquidato ai congiunti due doversi danni, definiti l’uno morale e l’altro esistenziale).

13.4 – D’altro canto, anche qualora si volesse accedere alla tesi dell’impossibilità di una liquidazione separata delle due voci di danno considerate quali mere voci descrittive di diverse conseguenze dannose, la compromissione dell’integrità psicofisica subita dal superstite a seguito della morte del congiunto (sia in relazione al danno temporaneo che a quello permanente) dovrebbe pur sempre essere considerata nella determinazione complessiva del danno non patrimoniale (con adeguata personalizzazione del danno), sicché si giungerebbe, sotto il profilo della liquidazione, al medesimo risultato.

  1. – Con il sesto ed il settimo motivo di appello incidentale, infine, F.S. denuncia errori (riguardanti il computo degli interessi compensativi, da effettuarsi sulle somme devalutate ed annualmente rivalutate e la mancata decurtazione del danno biologico da morte e delle spese funerarie in ragione della percentuale di responsabilità riconosciuta in capo al de cuius) che sono state corretti, come dato atto dalla stessa appellante nelle difese conclusive, con decreto pronunciato dal Tribunale in data 12-14/1/2013.

  2. – In conclusione, rigettati tutti i rimanenti motivi di appello, per effetto della diversa statuizione riguardante la responsabilità del sinistro (supra sub. 8.2.) il credito delle appellanti, per risarcimento danni, deve essere rideterminato in Euro 280.309,60 quanto a L.M., Euro 102.552,00 quanto a V.T. ed Euro 144.00,00 per danno non patrimoniale ed Euro 3.201,76 per danno patrimoniale emergente quanto a M.T. (nella cui posizione sono subentrate le eredi). L’appellata deve conseguentemente essere condannata a pagare alle appellanti le ulteriori somme di seguito specificate:

– in favore di L.M. in proprio Euro 105.116,10;

– in favore di V.T. in proprio Euro 38.457,00;

– in favore di L.M. e V.T. quali eredi di M.B. Euro 54.000,00 per danno non patrimoniale ed Euro 1.200,76 per danno patrimoniale emergente.

  1. – A titolo di lucro cessante l’appellata deve inoltre corrispondere gli interessi compensativi a titolo di lucro cessante, come statuito, senza impugnazione sul punto, dalla sentenza di primo grado, sulle somme dovute a titolo di risarcimento dei danni non patrimoniali devalutate alla data del giugno 2002 e rivalutate anno per anno fino alla data della presente sentenza nonché gli interessi legali sulla somma di Euro 1.200,76 (dovuta per danno patrimoniale emergente) dalle date degli esborsi al saldo.

  2. – In considerazione del solo parziale accoglimento dell’appello principale ricorrono giusti motivi per compensare anche le spese del grado (liquidate per l’intero in dispositivo) per un mezzo, con condanna dell’appellata alla rifusione, in favore degli appellanti, della residua metà. Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’art. 13, comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002nei confronti dell’appellante incidentale.

P.Q.M.

LA CORTE

in parziale accoglimento dell’appello principale e, per l’effetto, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Ferrara n. 198 del 25/1-13/2/2012 (come corretta con provvedimento dello stesso Tribunale in data 12-1/1/2013), che nel resto conferma, così provvede:

  1. a) dichiara che il sinistro si è verificato per colpa del conducente di veicolo non identificato nella misura dell’80%;

  2. b) conseguentemente condanna F.S. s.p.a. quale impresa designata per il Fondo di Garanzia V.S. a pagare le seguenti ulteriori somme:

– in favore di L.M. in proprio Euro 105.116,10, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza;

– in favore di V.T. in proprio Euro 38.457,00, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza;

– in favore di L.M. e V.T., quali eredi di M.T., Euro 54.000,00 per danno non patrimoniale, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza ed Euro 1.200,76 per danno patrimoniale emergente oltre interessi legali dalla data dei pagamenti al saldo;

  1. c) rigetta l’appello incidentale;

  2. d) dichiara compensate tra le parti le spese del grado per metà e condanna F.S. quale impresa designata per il Fondo di Garanzia V.S. a rimborsare alle appellanti L.M. e V.T. la residua metà, che liquida per l’intero in Euro 683,00 per esborsi (c.u.) ed Euro 13.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso delle spese forfettarie iva e cpa;

  3. e) dà atto che ricorrono i presupposti di cui all’ 13, comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002nei confronti dell’appellante incidentale.

Conclusione

Così deciso in Bologna, il 30 gennaio 2015, nella camera di consiglio della seconda sezione civile della Corte d’Appello.

Depositata in Cancelleria il 13 marzo 2015.

AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI ESPERTO RISARCIMENTO INCIDENTI MORTALI 

DANNO DA MORTE IN INCIDENTE TRIB MILANO AVVOCATO ESPERTO MILANO VICENZA BOLOGNA

DANNO DA MORTE IN INCIDENTE TRIB MILANO AVVOCATO ESPERTO MILANO VICENZA BOLOGNA DANNO DA MORTE IN INCIDENTE TRIB MILANO AVVOCATO ESPERTO MILANO VICENZA BOLOGNA

COME FARE? A CHI RIVOLGERSI ? QUANTO POSSO OTTENERE? COME POSSO OTTENERLO ?

DANNO DA MORTE IN INCIDENTE TRIB MILANO AVVOCATO ESPERTO MILANO VICENZA BOLOGNA
DANNO DA MORTE IN INCIDENTE TRIB MILANO AVVOCATO ESPERTO MILANO VICENZA BOLOGNA
  1. Prima di valutare la fondatezza delle domande spiegate da parte attrice, è necessario affrontare la questione della qualificazione giuridica della responsabilità della struttura sanitaria convenuta.
  2. E’ pacifica la conclusione di un contratto di spedalità tra il sig. A. e la M. S.p.A.
  3. Tale contratto, però, contrariamente rispetto a quanto dedotto dalla difesa di parte attrice, non può giustificare la qualificazione del rapporto tra struttura sanitaria ed erede del paziente in termini contrattuali.
  4. Come da tempo chiarito dalla Suprema Corte, infatti, il diritto che i congiunti invocano, chiedendo di essere risarciti dalla struttura sanitaria dei danni subiti dal proprio congiunto a causa dell’esito infausto dell’operazione subita dal danneggiato principale (che aveva concluso il contratto di spedalità con la struttura), si colloca nell’ambito della responsabilità extracontrattuale (Cass. 5590/2015; Cass. 6914/2012).
  5. Deve, infatti, essere esclusa la configurabilità della responsabilità contrattuale, posto che il rapporto contrattuale è intercorso tra la struttura sanitaria e il paziente (poi deceduto), non certo tra la prima e il figlio della seconda.
  6. Né a diverse conclusioni può giungersi sulla base delle pronunce della Suprema Corte che, invocando la figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, qualifica in termini contrattuali la responsabilità della struttura anche nei confronti di soggetti terzi rispetto alle parti che hanno concluso il contratto di spedalità (cfr. tra le più recenti Cass. 10812/2019). Tali pronunce, infatti, erroneamente richiamano i principi affermati dalla Corte di Cassazione nella peculiare fattispecie del contratto concluso tra una gestante e una struttura sanitaria e/o un medico, avente in particolare ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza, con riferimento al nascituro.
  7. Ancora in via generale, appare necessario compiere alcune precisazioni proprio in merito al nesso di causa.
  8. Come affermato da Cass. 12 settembre 2013, n. 20904, “dal punto di vista del danneggiato, la prova del nesso causale quale fatto costitutivo della domanda intesa a far valere la responsabilità per l’inadempimento del rapporto curativo si sostanzia nella dimostrazione che l’esecuzione del rapporto curativo, che si sarà articolata con comportamenti positivi ed eventualmente omissivi, si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di preteso danno, che è rappresentato o dalla persistenza della patologia per cui si era richiesta la prestazione o dal suo aggravamento fino anche ad un esito finale come quello mortale o dall’insorgenza di una nuova patologia che non era quella con cui il rapporto era iniziato”.
  9. Orbene, come recentemente chiarito dalla Suprema Corte, quando resta incerta la causa dell’evento, occorre distinguere fra la causalità relativa all’evento (causalità materiale) ed al consequenziale danno (causalità giuridica) e quella concernente la possibilità (rectius impossibilità) della prestazione. Nella sentenza n. 18392/2017 (con motivazioni ribadite anche nella successiva sentenza n. 28991/2019), la Corte ha affermato che: “emerge così un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto). Conseguenzialmente la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che la patologia sia riconducibile, ad esempio, all’intervento chirurgico, la struttura sanitaria deve dimostrare che l’intervento ha determinato la patologia per una causa, imprevedibile ed inevitabile, la quale ha reso impossibile l’esecuzione esperta dell’intervento chirurgico medesimo”.

DANNO DA MORTE IN INCIDENTE TRIB MILANO AVVOCATO ESPERTO MILANO VICENZA BOLOGNA
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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

PRIMA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Martina Flamini

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 47383/2017 promossa da:

M.A. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. IMPELLUSO MARCO CARMELO, elettivamente domiciliato in MILANO, VIALE MAJNO, 5 presso il difensore

ATTORE

contro

  1. S.P.A. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. DE PACE ALBERTO, elettivamente domiciliata in MILANO, VIA BARACCHINI, 7 presso il difensore

CONVENUT

OGGETTO: Responsabilità professionale medica

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione notificato il 29.9.2017 M.A., in proprio e quale erede del fratello A.A. e della madre R.D.L. (quest’ultima sia in proprio, sia quale erede del figlio) ha evocato in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, la M. S.p.A. esponendo la seguente vicenda sanitaria: dal gennaio al luglio 2001 A.A. era stato ricoverato presso diverse strutture sanitarie per problemi addominali; a causa del persistere della sintomatologia dolorosa il 30.7.2011 era stato trasferito presso l’IRCCS di Sesto San Giovanni, gruppo M., ed il giorno dopo era stato sottoposto ad intervento chirurgico di emicolectomia sinistra in laparoscopia per diverticolite del colon; due giorni dopo l’intervento era comparsa una fistola pancreatica ed un versamento pleurico reattivo sinistro; l’11.8.2001 era stato posizionato un catetere venoso centrale e il 27.8.2011 era stato dimesso; dopo un ulteriore ricovero e successive dimissioni, il 21 ottobre il sig. A. era stato nuovamente operato per necrosectomia e toeletta del cavo addominale; il 30 ottobre 2011 si verificava il decesso.

Premessi tali elementi, parte attrice – dopo aver precisato che, in seguito alla morte della madre, sig. D.L. ed alla rinuncia dell’eredità da parte del fratello M., egli agiva per la quota di 1/3 dell’eredità del fratello A. – ha dedotto: che la morte di A.A. era ricollegabile ai comportamenti imperiti, imprudenti e negligenti dei sanitari della M. S.p.A., rilevanti sia in presenza di una qualificazione in termini di responsabilità contrattuale che in presenza di una responsabilità extracontrattuale; che erano stati commessi errori nel corso dei tre ricoveri presso la struttura sanitaria convenuta; che l’attore aveva subito ingenti danni non patrimoniali (danno da perdita del rapporto parentale, danno da lucida agonia richiesto iure hereditario, danno da sofferenza), sia in proprio che quale erede della madre sig. D.L., che patrimoniali (relativi alle spese funerarie, alle spese di avio della procedura di mediazione ed alle spese per esami diagnostici effettuate).

Ritualmente citata la M. S.p.A. si è costituita contestando le domande spiegate da parte attrice e chiedendone il rigetto. In particolare ha dedotto: che non vi era alcun collegamento causale tra le condotte dei sanitari ed il decesso del sig. A.; che l’attore era stato informato in modo esauriente; che, in ragione del breve lasso temporale tra la lesione e la morte, non poteva ritenersi sussistente né un danno biologico né un danno morale; che non vi era prova del fatto che il sig. A. fosse consapevole della futura imminenza della sua morte.

Acquisita la documentazione prodotta, espletata una prima CTU medico legale, il Giudice, con Provv. del 17 settembre 2019 ha disposto la rinnovazione della CTU.

Espletata una seconda CTU medico legale, acquisiti i chiarimenti richiesti agli ausiliari del Giudice, sentiti i testi ammessi, sulle conclusioni di cui ai rispettivi atti introduttivi, riassunte nei fogli di precisazione delle conclusioni, la causa è stata decisa all’esito della concessione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c..

Prima di valutare la fondatezza delle domande spiegate da parte attrice, è necessario affrontare la questione della qualificazione giuridica della responsabilità della struttura sanitaria convenuta.

E’ pacifica la conclusione di un contratto di spedalità tra il sig. A. e la M. S.p.A.

Tale contratto, però, contrariamente rispetto a quanto dedotto dalla difesa di parte attrice, non può giustificare la qualificazione del rapporto tra struttura sanitaria ed erede del paziente in termini contrattuali.

Come da tempo chiarito dalla Suprema Corte, infatti, il diritto che i congiunti invocano, chiedendo di essere risarciti dalla struttura sanitaria dei danni subiti dal proprio congiunto a causa dell’esito infausto dell’operazione subita dal danneggiato principale (che aveva concluso il contratto di spedalità con la struttura), si colloca nell’ambito della responsabilità extracontrattuale (Cass. 5590/2015; Cass. 6914/2012).

Deve, infatti, essere esclusa la configurabilità della responsabilità contrattuale, posto che il rapporto contrattuale è intercorso tra la struttura sanitaria e il paziente (poi deceduto), non certo tra la prima e il figlio della seconda.

Né a diverse conclusioni può giungersi sulla base delle pronunce della Suprema Corte che, invocando la figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, qualifica in termini contrattuali la responsabilità della struttura anche nei confronti di soggetti terzi rispetto alle parti che hanno concluso il contratto di spedalità (cfr. tra le più recenti Cass. 10812/2019). Tali pronunce, infatti, erroneamente richiamano i principi affermati dalla Corte di Cassazione nella peculiare fattispecie del contratto concluso tra una gestante e una struttura sanitaria e/o un medico, avente in particolare ad oggetto la prestazione di cure finalizzate a garantire il corretto decorso della gravidanza, con riferimento al nascituro.

Ancora in via generale, appare necessario compiere alcune precisazioni proprio in merito al nesso di causa.

Come affermato da Cass. 12 settembre 2013, n. 20904, “dal punto di vista del danneggiato, la prova del nesso causale quale fatto costitutivo della domanda intesa a far valere la responsabilità per l’inadempimento del rapporto curativo si sostanzia nella dimostrazione che l’esecuzione del rapporto curativo, che si sarà articolata con comportamenti positivi ed eventualmente omissivi, si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di preteso danno, che è rappresentato o dalla persistenza della patologia per cui si era richiesta la prestazione o dal suo aggravamento fino anche ad un esito finale come quello mortale o dall’insorgenza di una nuova patologia che non era quella con cui il rapporto era iniziato”.

Orbene, come recentemente chiarito dalla Suprema Corte, quando resta incerta la causa dell’evento, occorre distinguere fra la causalità relativa all’evento (causalità materiale) ed al consequenziale danno (causalità giuridica) e quella concernente la possibilità (rectius impossibilità) della prestazione. Nella sentenza n. 18392/2017 (con motivazioni ribadite anche nella successiva sentenza n. 28991/2019), la Corte ha affermato che: “emerge così un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto). Conseguenzialmente la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che la patologia sia riconducibile, ad esempio, all’intervento chirurgico, la struttura sanitaria deve dimostrare che l’intervento ha determinato la patologia per una causa, imprevedibile ed inevitabile, la quale ha reso impossibile l’esecuzione esperta dell’intervento chirurgico medesimo”.

Tanto premesso, le domande di parte attrice sono fondate e possono essere accolte nei limiti che seguono.

La vicenda oggetto del presente giudizio va esaminata alla luce della seconda consulenza medico legale (redatta dal dott. G.D.C., specialista in medicina legale, e del dott. M.P.G. (specialista in malattie infettive) disposta in corso di causa, che si ritiene di condividere interamente risultando, all’evidenza, frutto di una seria, approfondita e completa disamina – alla luce della documentazione in atti – della vicenda sanitaria per cui è causa. Non verrà presa in esame, invece, la prima relazione di CTU espletata nel presente procedimento perché la disamina generica e poco approfondita svolta dai primi ausiliari del Giudice non consente di valutare gli elementi tecnici necessari ai fini della decisione.

In particolare, nelle predetta relazione, gli ausiliari del Giudice hanno esaminato i principali elementi relativi alla vicenda in esame:

– Il sig. A., noto per diverticolosi del sigma, effettua plurimi accessi al Pronto Soccorso e all’Ambulatorio dell’Ospedale San Carlo a far data dal 5.6.2011;

– Dal 30.7.2011 al 27.8.2011 viene ricoverato presso la M. di Sesto San Giovanni e sottoposto ad intervento chirurgico di emicolectomia sinistra videolaparoscopica;

– Il 3.8.2011 si registra la presenza dal drenaggio di 250 cc di liquido corpuscolato tinto bilio-ematico;

– Nelle successive giornate viene costantemente rilevato materiale di drenaggio puruloide in quantità variabili;

– Il 27 agosto viene dimesso con la diagnosi di malattia diverticolare del grosso intestino con diverticolite cronica (viene altresì descritta una fistola pancreatica a bassa portata);

– Dal 16.9.2011 al 5.10.2011 viene ricoverato presso l’ospedale Muldiledica di sesto San Giovanni e dimesso con il drenaggio in sede splenica;

– Dal 12 al 29 ottobre 2011 segue ulteriore ricovero presso il predetto nosocomio ove, il 21 ottobre viene eseguito intervento chirurgico;

– Il 29 ottobre 2011 si verifica una severa insufficienza cardiorespiratoria e il 30.10.2011 si registra il decesso per “schock cardiogeno irreversibile”.

– Il decesso del sig. A. è correlato alla progressione della patologia neoplastica che la affliggeva.

Sulla base dei predetti elementi, gli ausiliari del Giudice hanno chiarito quanto segue:

– “La fistola pancreatica diagnosticata con certezza nel corso della IV giornata postoperatoria mediante il dosaggio delle amilasi dal liquido di drenaggio a fronte di una sostanziale normalità delle amilasi seriche avrebbe richiesto l’esecuzione immediata di un accertamento TAC, non tanto per la diagnosi che era assolutamente chiara, quanto piuttosto per verificare l’entità delle raccolte ed il loro efficace drenaggio. In realtà che il drenaggio fosse poco efficace è piuttosto intuitivo data la sua posizione nello scavo pelvico. La fistola, sviluppatasi in un territorio verosimilmente contaminato dal concomitante intervento di resezione colica, era sicuramente “ad alto rischio” (dato confermato successivamente dalla positività della coltura per enterococco faecium). In questa fase risultava assolutamente necessario assicurare un drenaggio efficace delle raccolte “potenzialmente” ma con elevata probabilità logica e scientifica infette, come del resto già le condizioni del paziente facevano supporre (indici di flogosi elevati, puntate febbrili, segni irritativi come il versamento pleurico sx e la comparsa, ex novo, di aritmia cardiaca). Quindi la mancata esecuzione di esame TC per la verifica delle raccolte e il loro conseguente mancato efficace drenaggio rappresentano scelte diagnostico/terapeutiche censurabili da parte degli scriventi sia nell’immediato riscontro della fistola (cioè subito dopo l’iniziale intervento eseguito in data 01/08/2011) sia, a maggior ragione, quando in data 16/08/2011 l’esame colturale del liquido di drenaggio confermava l’avvenuta colonizzazione da parte del germe enterococco faecium polichemioresistente in cui la sola terapia antibiotica poteva risultare non sufficiente;

– Nonostante l’evidente instaurarsi di una “fistola complicata” classificabile con il grado C che, solitamente, necessitano di una ospedalizzazione prolungata, il paziente veniva dimesso in data 27/08/11 con drenaggio in sede pelvica secernente liquido purulento con una portata ridotta ma comunque persistente. Dimettere un paziente con un drenaggio in corso di fistola pancreatica non è una prassi insolita a patto che il drenaggio sia nella sede giusta e si abbia contezza dell’entità delle raccolte addominali drenate efficacemente allo scopo di retrarlo progressivamente sino a creare un vero e proprio tramite consolidato neoformato all’esterno passibile poi di ulteriore trattamento con anastomosi digestiva secondo la tecnica descritta dal prof. P.. Non era naturalmente questo il caso, trattandosi di un drenaggio pelvico;

– L’inefficace trattamento della complicanza e l’inopportuna dimissione del paziente trovarono quindi conferma nella successiva riammissione ospedaliera del 16/09/11, quando finalmente il paziente venne sottoposto ad esame TAC (raccolte plurime concamerate a partenza dalla coda pancreatica estesa cranialmente in sede sotto diaframmatica sinistra, lateralmente lungo la doccia parietocolica sinistra, sede di componente saccata di 5 cm circa e caudalmente sino in fossa iliaca sinistra con componente saccata di 8 cm circa; due ulteriori componenti disomogenee in sede sotto diaframmatica anteriormente alla milza ed in adiacenza alla parete addominale posteriore sinistra tra muscolo iliaco) e venne quindi sottoposto a drenaggio percutaneo ecoguidato. Tale trattamento, seppur concettualmente corretto, trova indicazione nelle prime fasi, quando le raccolte non sono ancora concamerate. Risulta pertanto censurabile tale scelta in quanto la situazione documentata dalla TAC non risultava passibile di tale approccio che avrebbe avuto, nella migliore delle ipotesi, efficacia solo parziale. Infatti dopo un iniziale beneficio, si assisteva dopo appena 5 gg ad un rialzo febbrile, accompagnato da un aumento della leucocitosi ed la TAC di controllo, eseguita in data 26/09/11, risultando sostanzialmente invariata, dimostrava ancora una volta l’inadeguatezza delle scelte terapeutiche effettuate. Venne quindi correttamente data indicazione all’intervento del 21/10/2011, concettualmente corretto, ma effettuato tardivamente e pertanto non più efficace per dominare il progressivo stato settico che concorreva in maniera sostanziale all’exitus del paziente, avvenuto in data 30/10/2011, per eventi sistemici (cardio-vascolari) su sopravvenuta ma per altri versi evitabile prolungata fase di allettamento”.

Dalla relazione di CTU emerge pertanto che:

– Risulta condivisibile la scelta tecnica di abbattere la flessura splenica al fine di ottenere una anastomosi senza tensione;

– La genesi dell’insulto pancreatico deve ritenersi iatrogena e riconducibile all’intervento chirurgico sia in maniera meccanica diretta sia per conseguenza termina indiretta, correlata cioè all’irraggiamento laterale dello strumento utilizzato;

– È impossibile stabilire ex post se la predetta lesione al parenchima pancreatico sia il portato di una lesione diretta per erronea manovra chirurgica oppure indiretta da lesione termica – per il fenomeno dell’irraggiamento laterale dello strumento, ancora non descritto all’epoca dei fatti;

– La morte risulta correlabile causalmente alle sopravvenute complicanze di ordine sistemico e cardio vascolare insorte per il quadro settico evolutosi dopo l’intervento eseguito il 1.8.2011, prestazione a sua volta gravata dall’insorgenza di una complicanza chirurgica, prevedibile ma non concretamente prevenibile, quale la fistola pancreatica;

In seguito alla comparsa della fistola pancreatica i sanitari non hanno gestito in modo corretto quanto accaduto: in particolare è emersa negligenza di ordine diagnostico per mancata esecuzione di esame TAC nell’immediatezza; imperizia nella scelta del drenaggio addominale; imprudenza nella scelta di dimettere il paziente senza un completo controllo delle sequele della c.d. complicanza; inopportuna scelta di applicare il drenaggio il 16.9.2011; censurabile attesa nel ricorrere all’intervento laparotomico eseguito solo il 21.10.2011.

Alla luce dei predetti elementi deve concludersi come le c.d. complicanze di ordine sistemico e cardio-vascolare conseguenti all’erroneo trattamento della fistola pancreatica abbia determinato la morte del sig. A..

Né le diverse conclusioni possono essere revocate in dubbio alla luce delle osservazioni tecniche svolte da parte convenuta – principalmente legate al fatto che le conoscenze scientifiche e la letteratura dell’epoca dei fatti non avrebbero consentito ai sanitari di scegliere sede e modalità di inserimento del device diverse.

Come precisato dai CTU, in sede di chiarimenti, infatti, a prescindere dalla modalità di lesione, l’insulto al parenchima pancreatico fa comunque riferimento ad una mancata individuazione del medesimo da parte del chirurgo che in ogni caso è tenuto a mantenersi ad una distanza “di sicurezza”, a prescindere dal fatto che la dissezione venga fatta con bisturi ad ultrasuoni o a lama fredda. Appare, pertanto, evidente come, a prescindere dalle conoscenze scientifiche relative allo strumento utilizzato nell’intervento chirurgico, il sanitario avrebbe dovuto mantenere una adeguata “distanza di sicurezza” – che non risulta rispettata nel caso in esame. A tale dirimente profili, va poi aggiunto come, dalla relazione di CTU, emergano in modo evidente le numerose censure relative alla gestione della c.d. complicanza, atte a determinare, alla luce degli elementi sopra indicati, la morte del sig. A..

Con riferimento alle domande volte ad ottenere il risarcimento del danno per perdita del rapporto parentale, si osserva quanto segue.

In merito al danno da perdita del rapporto parentale è stato condivisibilmente affermato che “il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela ex art. 32 cost., ove risulti intaccata l’integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall’interesse all’integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all’art. 2 cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l’interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli effetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 229 e 30 cost. Trattasi di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043 c.c., nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad una riparazione ai sensi dell’art. 2059 c.c., senza il limite ivi previsto in correlazione all’art. 185 c.p. in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in materia di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato” (Cass., n. 2557/11; più di recente Cass. 28989/2019). È chiaro, tuttavia, che, dal punto di vista delle conseguenze della lesione, il pregiudizio in discorso può manifestarsi come sofferenza interiore o come sconvolgimento delle abitudini e delle aspettative di vita dei superstiti danneggiati: vale a dire come danno morale o danno alla vita di relazione. Laddove, poi, la sofferenza psichica si sia “cristallizzata” in una vera e propria patologia nosograficamente apprezzabile, si configurerà un danno biologico psichico, suscettibile di liquidazione secondo il criterio c.d. tabellare, salva l’opportuna “personalizzazione” dei relativi valori, al fine di adeguare il risarcimento alle peculiarità del caso concreto.

Si tratta, dunque, di valutare gli elementi che siano stati (allegati e) provati dagli attori, con riguardo alla singola fattispecie concreta, posto che “il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che può causare nella vittima e nei suoi familiari, un danno medicalmente accertato, un dolore interiore e un’alterazione della vita quotidiana, sicché il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche “vuoti” risarcitori, e, in particolare, per il danno da lesione del rapporto parentale, deve accertare, con onere della prova a carico dei familiari della persona deceduta, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse” (Cass., n. 19402/13).

Ancora in via generale non pare inutile ricordare che, come più volte ribadito dalla Suprema Corte, il danno esistenziale da perdita del rapporto parentale non può d’altro canto considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno (per il rilievo che ben può accadere, sia pur non frequentemente, che la perdita di un congiunto non cagioni danno relazionale o danno morale o alcuno di essi v. Cass., 7/6/2011, n. 12273Cass., 20/11/2012, n. 20292, e, da ultimo, Cass., 3/10/2013, n. 22585 e, da ultimo Cass. 7766/2016) bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26975). Esso va dal danneggiato allegato e provato, secondo la regola generale ex art. 2697 c.c. (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228Cass., 13/5/2011, n. 10527).

Con riferimento ai mezzi di prova, si osserva che la prova del danno non patrimoniale da uccisione (o anche solo da lesione: v. Cass., 6/4/2011, n. 7844) dello stretto congiunto può essere invero data anche a mezzo di presunzioni (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828; Cass., 19/08/2003, n. 12124Cass., 15/07/2005, n. 15022Cass., 12/6/2006, n. 13546 ), che in argomento assumono anzi “precipuo rilievo” (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572).

Le presunzioni valgono in realtà a sostanzialmente facilitare l’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova contraria (v. Cass., 12 giugno 2006, n. 13546).

Costituendo un mezzo di prova di rango non inferiore agli altri, in quanto di grado non subordinato nella gerarchia dei mezzi di prova e dunque non “più debole” della prova diretta o rappresentativa, ben possono le presunzioni assurgere anche ad unica fonte di convincimento del giudice (v. Cass., Sez., Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez, Un., 24/3/2006, n. 6572, Cass., 12/6/2006, n. 13546, Cass., 6/7/2002, n. 9834), costituendo una “prova completa”, sulla quale può anche unicamente fondarsi il convincimento del giudice (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Incombe poi alla parte a cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria idonea a vincerla.

M.A. è il fratello di A. e, all’epoca della morte di quest’ultimo, aveva 68 anni. La sig. D.L., madre del defunto A.A., all’epoca della di lui morte aveva 90 anni. La difesa di parte attrice ha allegato, in modo specifico, l’esistenza di un solido rapporto affettivo tra i due fratelli. Le dichiarazioni del teste M.L. hanno confermato le allegazioni di parte attrice (mentre le dichiarazioni del teste A. appaiono poco rilevanti atteso che egli ha frequentato A.A. solo sino agli anni 90, avendo del periodo successivo solo una conoscenza indiretta).

Se dunque risulta raggiunta la prova, per presunzioni, del grave pregiudizio patito dagli attori, devono essere considerati i seguenti elementi: al momento della perdita del sig. A., sia il fratello che la madre erano persone adulte; la madre sig. D.L. ha perso il figlio quando aveva 90 anni ed è deceduta solo due anni più tardi; il pregiudizio subito va necessariamente rapportato al presumibile lasso di tempo che i due fratelli avrebbero trascorso insieme e ai benefici relazionali concretamente perduti e, con riferimento alla sig. D.L., all’effettivo lasso di tempo trascorso (due anni). Appare infatti del tutto evidente che tanto minori – in termini di tempo – sono le prospettive di vita in comune, tanto meno gravi saranno le conseguenze della perdita.

Quanto alla liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale, trattandosi di un danno di natura non patrimoniale è applicabile il principio generale di cui all’art. 1226 c.c..

Sul punto, la Suprema corte con sent. n. 10579/2021 ha recentemente pronunciato il seguente principio di diritto ” al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul sistema a punti, che preveda, oltre l’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, da indicare come indefettibili, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonchè l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella”.

La Corte di Cassazione, nel tentativo di realizzare un equo contemperamento tra l’esigenza di uniformità nella liquidazione del danno non patrimoniale e la realizzazione di un sufficiente grado di personalizzazione della liquidazione in considerazione delle peculiarità del caso concreto, esprime una predilezione per il sistema per punti variabili adottato dalle Tabelle del Tribunale di Roma. Il sistema di calcolo descritto nella Tabella è destinato ad agevolare l’interprete nella liquidazione del pregiudizio non patrimoniale subito per effetto della morte del congiunto. Tale danno comprende tanto l’aspetto interiore del pregiudizio sofferto (danno morale sub specie di dolore, vergogna, disistima di sé, paura, disperazione), quanto quello dinamico-relazionale, coincidente con la modificazione peggiorativa delle relazioni di vita esterne del soggetto (cfr Cassazione Sez. III, ord. 24 aprile 2019, n. 11212Cassazione Sez. III, 31 gennaio 2019, n. 2788).

I parametri da prendere in considerazione, una volta ritenuta provata l’esistenza di una seria relazione affettiva, sono: “a. il rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto avente diritto al risarcimento, potendosi presumere che il danno sia maggiore quanto più stretto il rapporto; b. l’età del congiunto: il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite; c. l’età della vittima: anche in questo caso è ragionevole ritenere che il danno sia inversamente proporzionale all’età della vittima, in considerazione del progressivo avvicinarsi al naturale termine del ciclo della vita; d. la convivenza tra la vittima ed il congiunto superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più costante e assidua è stata la frequentazione tra la vittima ed il superstite; e. presenza all’interno del nucleo familiare di altri conviventi o di altri familiari non conviventi); (fino al 4, inclusi, quindi, i cugini): infatti il danno derivante dalla perdita è sicuramente maggiore se il congiunto superstite rimane solo, privo di quell’assistenza morale e materiale che gli derivano dal convivere con un’altra persona o dalla presenza di altri familiari, anche se non conviventi” (Tabelle di Roma, pag. 10).

Ricorrendo al sistema di calcolo delineato dalle Tabelle del Tribunale di Roma, quindi, può procedersi – per quanto riguarda M.A. – all’attribuzione di un punteggio pari a 7 per la relazione di parentela (fratello), pari a 2 per l’età della vittima (65 anni), 2 per l’età del congiunto, 3 per l’assenza di altri familiari conviventi, dovendosi poi applicare una riduzione di un terzo per la non convivenza.

Per quanto riguarda la sig. D.L., invece, si può procedere all’attribuzione di un punteggio pari a 20 per la relazione di parentela (madre-figlio), pari a 2 per l’età della vittima, 1 per l’età del congiunto, 4 per l’assenza di altri familiari conviventi.

L’importo così ottenuto va, a sua volta moltiplicato per 9.806,70.

Nonostante un simile sistema di calcolo del danno non patrimoniale sia idoneo a soddisfare esigenze di uniformità delle decisioni, si deve tenere presente che il danno in esame è, stante quanto stabilito dall’art. 1226 c.c. un danno che va liquidato in via equitativa dal Giudice, il quale, come peraltro ribadito dalla citata Cass. 10579/2021, dovendo risarcire “un diritto che resta radicato nel caso ed in presenza di una tabella di origine pretoria e non legislativa”, può discostarsi dalla tabella elaborata dall’ufficio giudiziario, in presenza di argomenti chiaramente enunciati che spieghino la specificità del caso concreto.

Tanto premesso, alla luce dei criteri orientativi sopra indicati, per tenere conto delle specificità del caso concreto, occorre considerare i seguenti aspetti: la sig. D.L. aveva 90 anni all’epoca della morte del figlio e, dopo la di lui morte, è anch’ella deceduta dopo due anni (la perdita del rapporto parentale, pertanto, è stata vissuta dalla sig. D.L. per un periodo temporale limitato); il sig. A.A., al momento della morte del fratello, aveva 68 anni. Con riferimento alla liquidazione del danno, si osserva come l’età della vittima al momento del decesso assuma rilevanza ai fini della equa liquidazione del danno, con riferimento alla possibile proiezione futura di un rapporto fratello/fratello – la cui perdita, certamente di valore inestimabile, a prescindere dall’età dei soggetti coinvolti – che avrebbe potuto essere vissuto per un numero di anni non molto elevato.

Alla luce degli elementi sopra indicati, in riduzione delle somme che si otterrebbero con una rigida applicazione dei punti e dei valori di cui alle Tabelle – applicazione che deve, necessariamente, essere modulata sulle specificità del caso concreto – a parte attrice possono essere risarciti i danni nella misura che seguono:

– A M.A. – a titolo di danno da perdita del rapporto parentale per la morte del fratello – la somma di euro 70.000,00;

– A M.A. – a titolo di danno da perdita del rapporto parentale iure hereditatis per la perdita subita dalla madre, sig. D.L. – la somma di Euro 30.000,00.

M.A. agisce nella misura di 1/3 delle somme dovute a titolo di risarcimento, iure hereditatis, per le somme spettanti alla di lui madre (atteso che, dopo la rinuncia di M., i tre fratelli, M., A. e G. sono succeduti alla madre nella misura di 1/3 del 50% del credito dalla stessa vantato e poi caduto in successione).

A M.A., a titolo di danno da lesione del rapporto parentale subito dalla di lui madre per la perdita del figlio A.A., nei limiti della quota ereditaria, spetta la somma di euro 10.000,00.

Con riferimento alla domanda volta ad ottenere il risarcimento, iure hereditatis, del danno da c.d. L. agonia si osserva quanto segue.

La Suprema Corte ha avuto già modo di sottolineare (v. Cass., 19/10/2016, n. 21060), all’esito della pronunzia Cass., Sez. Un., n. 15350 del 2015, che per la configurabilità del c.d. danno tanatologico subito dalla vittima per la sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine (danno morale terminale o da lucida agonia o catastrofale o catastrofico: v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26772; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26773), assume rilievo il criterio dell’intensità della sofferenza provata (v. Cass., 20/8/2015, n. 16993Cass., 8/4/2010, n. 8360Cass., 23/2/2005, n. 3766Cass., 1/12/2003, n. 18305Cass., 19/10/2007, n. 21976Cass., 24/5/2001, n. 7075Cass., 6/10/1994, n. 8177; Cass., 14/6/1965, n. 1203. In tema di c.d. danno catastrofico v. Cass., 2/4/2001, n. 4783), a prescindere dall’apprezzabile intervallo di tempo tra lesioni e decesso della vittima.

Ciò che viene risarcito è il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza dell’exitus, a condizione che, nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso, la persona si trovi in una condizione di “lucidità agonica”, in quanto in grado di percepire la sua situazione e in particolare l’imminenza della morte, essendo quindi irrilevante, a fini risarcitori, il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale e il decesso nel caso in cui la persona sia rimasta “manifestamente lucida” (Sez. 3 -, Sentenza n. 26727 del 23/10/2018, Rv. 650909 – 01)” (Cass. 28989/2011).

Nel caso di specie, dalla relazione di CTU emerge come le condizioni di salute del sig. A. siano fortemente peggiorate a far data dal ricovero del 12 ottobre (in particolare i CTU evidenziano che: “ricovero per iperpiressia in verosimile raccolte addominali ed esiti di pancreatite post chirurgica. Il paziente risultava astenico, disidratato con febbre non responsiva agli antipiretici”).

Alla luce dell’istruttoria espletata può ritenersi che, nell’intervallo tra il 12 ed il 29 ottobre, il sig. A. fosse lucido. In particolare:

– Nella relazione di CTU si dà atto di un colloquio psicologico effettuato il 26 ottobre;

– Il teste M. – il quale ha riferito di essere andato a trovare in ospedale il sig. A. 4 o 5 volte – ha precisato che, quando era andato a trovare il sig. A., lo aveva trovato lucido (tranne l’ultima volta).

In via equitativa, in forza dei criteri elaborati dall’Osservatorio per la giustizia di Milano del 2021, si perviene ad una liquidazione di Euro 33.145,00 che spetta, a parte attrice, nei limiti della quota ereditaria, nella misura di euro 11.048,00.

A parte attrice spetta, infine, il risarcimento del danno biologico temporaneo, con riferimento sia alla componente relativa alla lesione del bene salute che alle conseguenze in termini di sofferenza (che, sulla base delle lesioni subite dal sig. A. e dell’intensità delle stesse, può essere presunta).

Con riferimento alle voci di danno contenute nelle predette Tabelle, la Suprema Corte ha ribadito il principio secondo il quale la voce di danno morale mantiene la sua autonomia e non è conglobabile nel danno biologico, trattandosi di sofferenza di natura del tutto interiore e non relazionale, e perciò meritevole di un compenso aggiuntivo al di là della personalizzazione prevista per gli aspetti dinamici compromessi (in tal senso, Cass. n. 901/2018, Cass. n. 7513/2018, Cass. n. 28989/2019). Nella sentenza del 10.11.2020 n. 25164, la Corte di Cassazione, in primo luogo, ha chiarito che nell’art. 138 n. 3 del nuovo C.d.A. trova “definitiva conferma normativa, come già da tempo affermato da questa Corte, il principio della autonomia del danno morale rispetto al danno biologico, atteso che il sintagma “danno morale” 1) non è suscettibile di accertamento medico-legale; 2) si sostanzia nella rappresentazione di uno stato d’animo di sofferenza interiore, che prescinde del tutto (pur potendole influenzare) dalle vicende dinamico-relazionali della vita del danneggiato”. Tanto premesso, la Suprema Corte prosegue affermando che: “nel procedere alla liquidazione del danno alla salute, il giudice di merito dovrà: 1) accertare l’esistenza, nel singolo caso di specie, di un eventuale concorso del danno dinamico-relazionale e del danno morale; 2) in caso di positivo accertamento dell’esistenza (anche) di quest’ultimo, determinare il quantum risarcitorio applicando integralmente le tabelle di Milano, che prevedono la liquidazione di entrambe le voci di danno, ma pervengono (non correttamente, per quanto si dirà nel successivo punto 3) all’indicazione di un valore monetario complessivo (costituito dalla somma aritmetica di entrambe le voci di danno); 3) in caso di negativo accertamento, e di conseguente esclusione della componente morale del danno (accertamento da condurre caso per caso, secondo quanto si dirà nel corso dell’esame del quarto motivo di ricorso), considerare la sola voce del danno biologico, depurata dall’aumento tabellarmente previsto per il danno morale secondo le percentuali ivi indicate, liquidando, conseguentemente il solo danno dinamico-relazionale, 4) in caso di positivo accertamento dei presupposti per la cd. personalizzazione del danno, procedere all’aumento fino al 30% del valore del solo danno biologico, depurato, analogamente a quanto indicato al precedente punto 3, dalla componente morale del danno automaticamente (ma erroneamente) inserita in tabella, giusta il disposto normativo di cui al già ricordato art. 138, punto 3, del novellato codice delle assicurazioni“.

Orbene, nel caso in esame, alla luce dell’entità delle lesioni, della natura delle stesse e delle specifiche allegazioni di parte attrice, è possibile valutare, con i criteri di cui alle richiamate tabelle, sia l’aspetto interiore del danno sofferto quanto quello dinamico-relazione. Possono, pertanto, trovare applicazione i criteri di cui alle Tabelle elaborate dall’Osservatorio presso il Tribunale di Milano, edizione 2021 (che tengono conto delle sopra citate indicazione della Suprema Corte).

Gli ausiliari del Giudice hanno stimato un danno biologico temporaneo, in forma totale, nella misura di 50 giorni. Applicando i criteri sopra indicati si perviene ed una liquidazione pari ad Euro 4.950,00.

A titolo di danno biologico temporaneo e di danno da sofferenza a parte attrice, nei limiti della quota ereditaria, spetta la somma di euro 1.650,00.

M.A. ha formulato, altresì, una domanda volta ad ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali subiti relativi alle spese funerarie (pari ad Euro 2.500,00) e spese per copia esami diagnostici (pari ad Euro 24,40). A titolo di danno patrimoniale spetta a parte attrice la somma di euro 2.524,40.

Le somme relative ai compensi richiesti dal precedente difensore (quantificate in Euro 8.303,46 da parte attrice) costituiscono parte delle spese di lite e non, invece, danno patrimoniale subito.

Delle stesse si terrà conto, pertanto, nella liquidazione delle spese di lite.

Il credito risarcitorio di M.A., a titolo di danno non patrimoniale e patrimoniale, sia in proprio che iure hereditatis (nei limiti della quota ereditaria), ammonta ad euro 95.200,00.

La domanda volta ad ottenere il risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c. non può trovare accoglimento atteso che il Tribunale ha disposto la rinnovazione della CTU e che le domande sono state accolte in misura inferiore rispetto a quella richiesta da parte attrice. Non possono, pertanto, configurarsi i presupposti indicati dalla predetta norma.

Le spese di lite, comprensive delle spese di CTP (pari ad Euro 9.100,00) delle spese di avvio della mediazione (pari ad auro 171,76) seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

Le spese di entrambe le CTU, già liquidate con separato provvedimento, devono essere poste definitivamente a carico di parte convenuta.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza, difesa, eccezione disattesa, così provvede:

  1. a) Condanna la M. S.p.A., al pagamento in favore di M.A., a titolo di risarcimento dei danni non patrimoniali e patrimoniali, della somma di Euro 95.200,00, oltre interessi legali a far data dalla presente pronuncia sino al soddisfo;

  2. b) Condanna la M. S.p.A. a rifondere all’attore le spese del giudizio, che liquida in complessivi Euro 31.330,00 euro, oltre Euro 9.100,00 a titolo di spese di CTP, oltre Euro 545,00 a titolo di contributo unificato, oltre Euro 171,76 per spese di avvio della procedura di mediazione, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge;

  3. c) Pone definitivamente a carico di parte convenuta le spese di CTU, già liquidate con separato provvedimento.

Conclusione

Così deciso in Milano, il 14 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 luglio 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI MILANO

Sezione quarta civile

nelle persone dei seguenti magistrati:

dott.ssa Marina Marchetti – Presidente

dott.ssa Francesca Vullo – Consigliere rel. est.

dott.ssa Alba Maria Giuranno – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al n. r.g. 220/2020 promossa in grado d’appello

DA

G.C. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CASTIGNANI ACHILLE, elettivamente domiciliato in C/O AVV .MICHELE ANNICCHIARICO,VIA MANZONI 9 GALLARATE presso il difensore avv. CASTIGNANI ACHILLE

T.L. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CASTIGNANI ACHILLE, elettivamente domiciliato in C/O AVV .MICHELE ANNICCHIARICO,VIA MANZONI 9 GALLARATE presso il difensore avv. CASTIGNANI ACHILLE

L.C. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CASTIGNANI ACHILLE elettivamente domiciliato in C/O AVV. MICHELE ANNICCHIARICO VIA MANZONI 9 GALLARATE presso il difensore avv. CASTIGNANI ACHILLE

APPELLANTI

CONTRO

V.A. S.P.A. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. HAZAN MAURIZIO e dell’avv. TAURINI STEFANO ((…)) LARGO AUGUSTO, 3 20122 MILANO; , elettivamente domiciliato in Piazza F.lli Bandiera n. 13, 20129 Milano presso il difensore avv. HAZAN MAURIZIO

APPELLATO

M.S..

APPELLATO CONTUMACE

avente ad oggetto: Morte

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

La presente controversia ha ad oggetto il sinistro stradale accaduto in Osimo il 30.7.2012, nel quale perse la vita a 19 anni D.C. che, alla guida del suo motociclo, entrava in collisione con una Fiat Punto di proprietà e condotta da M.S. e assicurata con D.L.I. spa divenuta in seguito V.A. spa. I genitori C.G. e L.T. e il fratello L. convennero innanzi al Tribunale di Monza l’assicurazione ed il proprietario/conducente del veicolo investitore, di cui allegarono l’esclusiva responsabilità nella causazione del sinistro, chiedendone la solidale condanna al ristoro di tutti i danni non patrimoniali, sia iure proprio che iure hereditatis.

Disposta una CTU medico legale per valutare i danni psicologici subiti dagli attori, con sentenza n. 2606/19 pubblicata il 27.11.2019, il Tribunale rigettò le domande degli attori e condannò in solido i convenuti a rimborsare agli attori, con distrazione in favore dei difensori dichiaratisi antistatari, un terzo delle spese di lite ponendo le spese di ctu a carico delle parti costituite.

Questi i principali snodi motivazionali:

1.Non risultava provata, come previsto dall’art. 2054 c.c., l’esclusiva responsabilità nella causazione del sinistro dello S., non potendo detta circostanza inferirsi dall’acclarata responsabilità del conducente dell’auto, in assenza di dati sulla condotta della vittima

  1. L’importo corrisposto dall’assicurazione, tenuto conto di quanto versato anche nel corso del giudizio per l’ammontare complessivo di Euro 595.000,00 (Euro 260 mila per genitore ed Euro 75 mila per il germano), doveva ritenersi satisfattivo di ogni pretesa in quanto a) non era riconoscibile il danno iure hereditario per perdita della vita del congiunto b) il danno psichico doveva ritenersi ricompreso nel danno da perdita del rapporto parentale, per il quale era stato corrisposto un importo da ritenersi più che satisfattivo di ogni pretesa.

Avverso tale sentenza hanno proposto appello G. e L.C. e T.L.. Si è costituita la sola società di assicurazioni insistendo per il rigetto dell’impugnazione.

All’udienza del 25 febbraio 2020, precisate le conclusioni come in epigrafe indicate, la Corte ha trattenuto la causa in decisione previa concessione dei termini ex artt. 352, 190 c.p.c.. La decisione della causa è stata deliberata nella camera di consiglio del 27 maggio 2021.

Vengono articolati due motivi di impugnazione.

  1. Erroneità della motivazione nella parte in cui viene affermata la pari responsabilità dei soggetti coinvolti nel sinistro stradale

Il primo giudice avrebbe omesso di valutare correttamente a)il verbale dei CC intervenuti sul luogo del sinistro, nel quale veniva dato atto che il convenuto S. era incorso nella violazione dell’art. 145 co. 1 cds – e per tale ragione gli era stata contestata la relativa infrazione – in quanto approssimandosi all’intersezione aveva omesso di usare la dovuta prudenza, mentre a D.C. non veniva elevata alcuna contestazione b) le dichiarazioni confessorie rese da S. nell’immediatezza del fatto c) la sentenza di patteggiamento emessa a carico dell’appellato per il reato di omicidio colposo in danno di D.C..

L’insieme di questi elementi avrebbe dovuto condurre il tribunale ad affermate l’esclusiva responsabilità dell’appellato per l’incidente stradale in questione e in ogni caso ad ammettere la prova testimoniale articolata sulla dinamica del sinistro. Alcuna prova oggettiva di contro vi sarebbe per sostenere la condotta di guida imprudente del C., non certo desumibile dal ricorso di quella giornata del fratello e dalla mancata produzione dei rilievi foto planimetrici di cui il primo giudice avrebbe potuto ordinare l’esibizione.

  1. Erroneità, illogicità, contraddittorietà della motivazione con la quale il giudice ha ricondotto il danno psichico nella categoria della danno da perdita del rapporto parentale

Gli appellanti richiamano l’esito della ctu che ha accertato la compromissione permanente dell’integrità psico fisica di entrambi i genitori, nella misura del 25% per il padre e del 15% della madre, e dunque una precisa patologia clinica e non una mera condizione di afflizione correlata alla perdita del figlio.

  1. Erroneità, illogicità, contraddittorietà della motivazione con la quale il giudice non ha riconosciuto la risarcibilità del danno preteso iure hereditario da perdita della vita

Il primo giudice avrebbe disatteso i principi affermati in Cass. 1361/2014 che aveva individuato quale voce di danno risarcibile il danno da perdita della vita anche nel caso di morte istantanea della vittima.

Il primo motivo non è fondato.

Il tribunale ha fatto corretta applicazione dei principi generali in materia di responsabilità civile da circolazione dei veicoli, stabilendo che il carattere sussidiario della presunzione di eguale concorso di colpa stabilita dall’art. 2054, comma 2 c.c. opera quando le risultanze probatorie non consentano di accertare in modo concreto in quale misura la condotta dei due conducenti abbia cagionato l’evento dannoso e altresì quando non sia possibile attribuire le effettive responsabilità del sinistro (Cass. Sez. 3 – , Ordinanza n. 9353 del 04/04/2019). Infatti “In tema di responsabilità civile da circolazione dei veicoli, anche se dalla valutazione delle prove resti individuato il comportamento colposo di uno solo dei due conducenti, per attribuirgli la causa determinante ed esclusiva del sinistro deve parimenti accertarsi che l’altro conducente abbia osservato le norme sulla circolazione e quelle di comune prudenza, perché è suo onere dimostrare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno, altrimenti dovendo presumersi anche il suo colpevole concorso”. (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 124 del 08/01/2016).

Questo essendo il principio generale al quale si è uniformata la sentenza impugnata, l’atto di impugnazione elenca le prove fondanti la responsabilità dell’appellato S. nel sinistro in questione e trascura di evidenziare gli elementi in base ai quali dovrebbe ritenersi dimostrata la totale osservanza alle regole del codice della strada del conducente del ciclomotore.

Il fatto che nel rapporto di incidente stradale, nelle dichiarazioni rilasciate dallo S. e nella sentenza di patteggiamento non venga fatta alcuna menzione di una qualche negligenza, imprudenza, imperizia attribuibile a C. nella conduzione del motociclo non equivale ad affermarne l’assenza.

Come correttamente rileva il Tribunale, il dato puramente negativo del mancato rilievo di infrazioni a carico del C. non è di per sé significativo, in assenza di ulteriori elementi di riscontro, e soprattutto a fronte del rilievo positivo di “..una striscia di frenata, ascrivibile al motociclo, concretamente indicativa di un avvistamento, da parte del C. della svolta a sinistra operata dallo S. e dell’adozione di una conseguente manovra di evitamento..”, di un possibile concorso della vittima. Il fatto che il conducente dell’altro veicolo abbia omesso di dare la precedenza al motociclista non conduce necessariamente alla conclusione dell’assenza di responsabilità in capo al guidatore del veicolo investito, in coerenza con il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità in base al quale “il non aver concesso la precedenza cui era obbligato costituisce sì l’automobilista in colpa, ma non esonera il motociclista dal fornire la prova liberatoria, quale presupposto del superamento della presunzione di pari colpa dei conducenti prevista dall’art. 2054 c.c., comma 2. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, difatti, “Nel caso di scontro tra veicoli, la presunzione di pari responsabilità prevista dall’art. 2054 c.c. ha carattere sussidiario, dovendosi applicare soltanto nel caso in cui sia impossibile accertare in concreto il grado di colpa di ciascuno dei conducenti coinvolti nel sinistro; l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, dell’obbligo di dare la precedenza, non dispensa il giudice dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente.” (Cass. Civ. n. 460 del 13 gennaio 2021; nello stesso senso cfr anche Cass., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 21130 del 16/9/2013; Sez. 3, Sentenza n. 9528 del 12/6/2012; Sez. 3, Sentenza n. 4755 del 9/3/2004).

Ciò che manca nel processo è una precisa ricostruzione della dinamica dell’incidente anche sotto il profilo della descrizione della condotta del C. prima dell’impatto. In particolare è ignota la velocità di marcia del motociclo, dato fondamentale per escludere la responsabilità del ragazzo nella causazione del sinistro. La questione non è dunque se S. sia responsabile del sinistro, ragione per la quale deve confermarsi il diniego di ammissione delle prove orali, articolate dagli appellanti sulla condotta dell’appellato, ma se C. non lo sia, e tale conclusione postulava un’attività istruttoria che non è stato possibile espletare in primo grado. Nella sentenza di primo grado si dà atto della mancata produzione dei rilievi foto planimetrici, prova principe in materia di incidenti stradali, che avrebbe consentito al primo giudice di poter valutare la necessità di disporre una consulenza cinematica sulla velocità dei mezzi coinvolti e altresì del verbale delle dichiarazioni dell’unico teste oculare. Né appare censurabile la decisione del Tribunale di non voler disporne l’esibizione dovendosi escludere che l’ ordine di cui all’art. 210 cod. proc. civ., possa supplire al mancato assolvimento dell’onere della prova a carico della parte istante.

Deve pertanto essere confermata la conclusione cui perviene la sentenza di primo grado in base alla quale “gli attori non hanno offerto gli elementi probatori necessari all’accertamento in fatto della dinamica e non hanno dimostrato l’esenzione di addebiti della condotta di guida della vittima con conseguente necessaria applicazione del criterio sussidiario previsto dall’art. 2054 secondo comma c.c. sulla base dei principi di cui alle premesse di diritto”.

Ugualmente infondato è il secondo motivo.

Gli appellanti concentrano le loro censure sui passaggi della sentenza nei quali il Tribunale ricomprende il danno psichico che essi allegano avere subito nella categoria del danno da perdita del rapporto parentale mentre, sulla base delle ctu medico legali, fosse provato che si trattasse di un danno biologico.

La decisione del primo giudice si basa tuttavia su una duplice argomentazione:

1.l’inclusività del danno allegato nella categoria danno da perdita del rapporto parentale 2.l’esaustività degli importi liquidati a coprire ogni ipotesi di danno anche quello biologico psichico.

Pertanto pur condividendo la tesi degli appellanti che il danno che essi hanno allegato e provato costituisce un danno biologico, avendo le sofferenze in loro generate dalla morte del figlio causato una patologia psichica, secondo le risultanze delle ctu, meritevole di separata considerazione nell’ambito del danno non patrimoniale rispetto al danno parentale, è pur vero che, trattandosi di voci “suscettibili – in virtù del principio della “onnicomprensività” della liquidazione – di liquidazione unitaria” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 21084 del 19/10/2015) l’importo corrisposto dall’assicurazione assolve appieno a una funzione reintegratoria.

Proprio in virtù di queste considerazioni il Tribunale di Monza, con motivazione che questa Corte condivide integralmente, ha ritenuto che “il problema liquidatorio, tuttavia, resta oggi assorbito dall’entità delle somme già corrisposte dall’assicurazione: infatti, già seguendo i criteri elaborati dall’Osservatorio di Milano nel 2018 (ossia senza la necessaria aestimatio) persino l’applicazione “cumulativa” del risarcimento per danno biologico-psichico (calcolato al 50% per la corresponsabilità: circa Euro 50.000,oo per il padre, circa Euro 20.000,oo per la madre e circa Euro 4.500,oo per il fratello) e del massimo risarcimento tabellare per danno parentale (calcolato al 50% per la corresponsabilità: Euro 165.000,oo per ciascun genitore ed Euro 72.000,oo per il fratello) determinerebbe importi complessivamente inferiori (genitori) o pari (fratello) a quanto già versato dall’assicurazione (e a maggior ragione tenendo conto dei criteri liquidatori di aestimatio e di imputazione al capitale dell’acconto versato ante causam)”.

Il ragionamento del giudice secondo il quale la somma liquidata è di gran lunga sufficiente a compensare sia il danno psichico che quello da perdita del rapporto parentale nella sua massima portata non è stato minimamente confutato dagli appellanti che si limitano a richiamare l’applicabilità delle tabelle Milanesi, senza tuttavia specificare in base a quali criteri, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice, essi avrebbero diritto a un risarcimento maggiore di quello riconosciuto.

Non merita destino migliore il terzo motivo.

La sentenza impugnata sull’unica voce di danno chiesta iure hereditario così motiva: “era stata infatti fondata sull’unico riconoscimento giurisprudenziale di legittimità (la nota e dirompente Cass, sez. III n. 1361/14) la cui impostazione è stata rapidamente smentita dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 15350/2015 che ha ribadito il precedente e granitico orientamento negativo (cui questo giudice convintamente aderisce)”.

Nell’impugnazione gli appellanti non prendono minimamente in considerazione le ragioni poste dal primo giudice alla base del rigetto della domanda, ma si limitano a richiamare la trasmissibilità agli eredi del danno da perdita di vita sulla base dell’unico pronunciamento loro favorevole, senza tuttavia contro argomentare ai principi successivamente statuiti dal Supremo Collegio che, a chiare lettere, affermano “In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicché, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità “iure hereditatis” di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo. (Sez. U, Sentenza n. 15350 del 22/07/2015).

In conclusione l’appello deve essere rigettato e la sentenza confermata.

Le spese seguono la regola della soccombenza ex art. 91 c.p.c. e si liquidano, in favore della sola contro parte costituita, come da dispositivo facendo riferimento ai parametri previsti dal D.M. 10 marzo 2014, n. 55, tenuto conto del valore di causa, dei criteri stabiliti dagli artt. 4 e 5 del citato DM e dell’assenza di attività istruttoria.

Sussistono inoltre i presupposti per il pagamento da parte degli appellanti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dall’art. 13 co 1 quater D.M. n. 115 del 2002 e successive modificazioni.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Milano definitivamente pronunciando sull’appello proposto da C.G., C.L. e L.T. avverso la sentenza del Tribunale di Monza n. 2606/19 pubblicata il 27.11.2019 così provvede:

  1. A) rigetta l’appello e conseguentemente conferma la sentenza del Tribunale di Monza n. 2606/19 pubblicata il 27.11.2019;

  2. B) condanna gli appellanti a rifondere all’appellata costituita le spese processuali della presente fase liquidate in Euro 12.000,00 per compensi professionali, oltre iva cpa e contributo forfettario spese generali del 15%;

  3. C) dichiara la sussistenza dei presupposti per il pagamento da parte degli appellanti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dall’art. 13 co 1 quater D.M. n. 115 del 2002 e successive modificazioni

Conclusione

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del 27 maggio 2021.

Depositata in Cancelleria il 7 luglio 202

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– assistenza a progetti di sviluppo immobiliare e di finanziamento di fabbricati, complessi residenziali, strutture alberghiere– redazione di contratti di locazione di immobili residenziali, commerciali, industriali;

 

 

– assistenza e consulenza nelle fasi di criticità dei rapporti di compravendita

 

 

– assistenza nelle cause immobiliari più ricorrenti ( fallimenti, responsabilità costruttore/venditore, vizi dell’immobile, appalti e subappalti, agibilità, abusi e reati edilizi, amianto, contestazione utilizzo immobile in contrasto con il regolamento condominiale);

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SENTENZE VIZI IMMOBILE
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Mariacolomba Giuliano ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 15766/2005 promossa da:

XX

con il patrocinio dell’avv. Barbara Iannuccelli; elettivamente domiciliata in via de’ Poeti, 5 40124 Bologna, presso il difensore avv. Barbara Iannuccelli

ATTRICE

contro

‘A.B.’ SNC di YY e JJ

YY in proprio

JJ in proprio

tutti con il patrocinio dell’avv. Massimo Brugioni presso l’avv. Lucio Strazziari via D’Azeglio 27 40123 Bologna; tutti elettivamente domiciliati in via D’Azeglio 27 40123 Bologna, presso il difensore avv. Massimo Brugioni

Arch. WW

con il patrocinio dell’avv. Claudia Domenichini e dell’avv. Luca Esposito (c.f. …omissis…) piazza Sacrati, 11 44121 Ferrara; elettivamente domiciliato in Strada Maggiore 42 40125 Bologna, presso il difensore avv. Claudia Domenichini

CONVENUTI

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione notificato il 25.10.2005 XX conveniva in giudizio la ‘A.B.’ di YY e JJ S.n.c. nonché il YY ed il JJ in proprio quali soci illimitatamente responsabili onde ottenerne la condanna ex art. 1669 c.c. al risarcimento dei danni, pari a Euro (Euro) 58.821,00, conseguenti ai gravi vizi costruttivi presenti nel fabbricato di sua proprietà, posto in (omissis), recte : località in provincia di Bologna ; NdRedattore , via (omissis) n. (omissis), oggetto di lavori di ristrutturazione e trasformazione da rurale a residenziale, appaltati alla ‘A.B.’ S.n.c. con contratto del 21.10.2000; l’attrice citava altresì WW, architetto, affinché rispondesse in solido con gli altri convenuti in relazione al ruolo di progettista e direttore lavori.

L’arch. WW si costituiva chiedendo il rigetto della domanda attorea, infondata, essendo stata peraltro raggiunta fra le parti in data 1.7.2003 una transazione in merito alla ristrutturazione dell’immobile.

Gli altri convenuti si costituivano chiedendo il rigetto della domanda attorea, infondata, richiamato il disposto deli artt. 1665 e 1667 c.c. in tema, rispettivamente, di vizi conosciuti o comunque riconoscibili, e di vizi occulti.

Acquisito il fascicolo relativo all’ATP svolto ante causam su ricorso della XX, consistito nell’espletamento di CTU affidata all’ing. Dorigo, con ordinanza del 3.4.2006 l’attrice veniva autorizzata a procedere a sequestro conservativo nei confronti della ‘A.B.’ S.n.c. sino alla concorrenza di Euro (Euro) 45.000,00, sequestro che, con ordinanza dell’8.10.2007, veniva revocato ex art. 684 c.p.c. previo versamento di cauzione di Euro (Euro) 58.821,00 a mezzo di libretto bancario.

La causa, istruita documentalmente, con l’escussione di testimoni e mediante CTU affidata all’ing. Pini, veniva posta in decisione sulle conclusioni di cui in epigrafe all’udienza dell’ 11.7.2013 .

La convenuta si costituiva tempestivamente chiedendo il rigetto della domanda attorea, infondata non potendo i vizi qualificarsi gravi, eccepita preliminarmente la prescrizione dell’azione in relazione alla denuncia effettuata nel 2002.

Acquisito il fascicolo relativo all’ATP ed espletata CTU affidata all’ing. Gianluca Morselli, la causa veniva posta in decisione sulle conclusioni di cui in epigrafe all’udienza del 6.6.2013.

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La domanda attorea merita accoglimento nei limiti di cui appresso.

È opportuno premettere che la natura e l’entità delle opere appaltate alla ‘A.B.’ snc, finalizzate al cambio di destinazione d’uso del fabbricato, è tale da far assimilare la ristrutturazione alla realizzazione dell’immobile con caratteristiche destinate a garantirne la lunga durata, da ciò derivando la configurabilità della responsabilità del venditore-costruttore ai sensi dell’art. 1669 c.c..

Sempre in via preliminare si rileva che non sono conferenti con la fattispecie di responsabilità extracontrattuale ex art. 1669 c.c., in relazione alla quale la XX ha agito, le eccezioni relative alla responsabilità negoziale stabilite, in tema di appalto, dall’art. 1665 c.c. (che esclude la garanzia per i vizi non occulti in caso di accettazione dell’opera) e dall’art. 1667 c.c. (che stabilisce a pena di decadenza la denuncia dei vizi occulti entro due mesi dalla loro scoperta).

Orbene, dalla CTU dell’ing. Pini e dalla successiva integrazione peritale, relazioni immuni da vizi logici o giuridici ed esaustivamente motivate anche con puntuale risposta alle osservazioni dei CTP, è emerso che, dei vizi lamentati dall’attrice, sussistono e sono imputabili ai lavori eseguiti dalla ‘A.B.’ S.n.c. soltanto la mancanza di sfiati per i servizi igienici sfocianti oltre il manto di copertura, per l’esecuzione dei quali va prevista la spesa di Euro (Euro) 525,00, e le infiltrazioni provenienti dalla copertura, per l’eliminazione delle quali sono necessari i lavori meglio specificati in perizia, del costo complessivo, ai valori della CTU, di Euro (Euro) 15.165,00; la somma dei costi relativi alle due problematiche (Euro (Euro) 525,00 + (Euro) 15.165,00) è, pari con l’IVA, ad Euro (Euro) 19.141,80.

È risultata quindi confermata la presenza di vizi imputabili alla esecuzione non a regola d’arte della costruzione tali da configurare responsabilità extracontrattuale della convenuta ai sensi dell’art. 1669 c.c., ricordandosi che, secondo il costante insegnamento della S.C., il “difetto di costruzione” che, a norma dell’art.1669 c.c., legittima l’azione di risarcimento danni dei committente nei confronti dell’appaltatore e, come in ispecie, dell’impresa venditrice-costruttrice, può consistere in una qualunque alterazione, conseguente ad una insoddisfacente realizzazione dell’opera, che, pur non riguardando parti essenziali della stessa (e perciò non determinandone la rovina o il pericolo di rovina) bensì quegli elementi secondari o accessori, quali impermeabilizzazione, rivestimenti, infissi, pavimentazione, impianti, che ne consentono l’impiego duraturo cui è destinata, incide negativamente e in modo considerevole sulla abitabilità o sulla funzionalità dell’immobile medesimo, indipendentemente dal fatto che i difetti siano emendabili a mezzo di interventi di straordinaria oppure ordinaria manutenzione (v. ex multis Cass. 2238/2012, 8140/2004, 81/2000 e 456/1999).

Detta responsabilità va vieppiù affermata alla luce dell’orientamento più volte espresso dalla S.C. nella materia, laddove si è ravvisata la fattispecie di cui all’art. 1669 c.c. in ipotesi di infiltrazioni dal manto di copertura e di umidità (fra le tante, Cass. 11740/2003117/2000) e nella presenza di vizi anche di limitata localizzazione (Cass. 8140/2004).

L’importo suindicato di Euro (Euro) 19.141,80, inerendo a obbligazione risarcitoria e pertanto a debito di valore, va svalutato dalla data della perizia (agosto 2011) alla data della domanda e quindi rivalutato dalla domanda ad oggi (Euro (Euro) 17.030,07); per lo stesso arco temporale, esso va poi aumentato degli interessi legali maturati secondo la rivalutazione annuale, a titolo di risarcimento del danno da ritardo nell’adempimento dell’obbligazione risarcitoria (Cass. 1712/1995). Si ottiene così la somma di Euro (Euro) 23.416,04 sulla quale decorreranno gli interessi legali dalla pubblicazione della presente sentenza al saldo.

L’ing. Pini ha invece correttamente escluso la sussistenza dei vizi lamentati dalla XX relativi alla mancanza di fermaneve, all’ancoraggio dei coppi, al pettine fermaneve, ai distacchi della tinteggiatura esterna (semplicemente mal eseguita, ma da parte di impresa diversa dalla convenuta), e alla presenza di crepe.

Correttamente lo stesso perito ha poi osservato che non costituisce un vizio né una difformità, tanto meno integrante in sé grave vizio costruttivo rilevante agli effetti dell’art. 1669 c.c., la mera realizzazione del tetto con le caratteristiche di ventilazione previste nella tavola n. 8 allegata alla concessione edilizia. Il tetto effettivamente realizzato, come da tavola n. 15, di costo molto inferiore a quello di un tetto ventilato e come tale pagato secondo l’elenco prezzo sottoscritto dalle parti, è dunque conforme alle previsioni negoziali, che riservavano peraltro all’arch. WW la possibilità di fornire all’impresa indicazioni relative alle dimensioni e alle caratteristiche dei particolari costruttivi singole opere. Ma se anche così non fosse, l’azione riservata alla committente per ottenere l’esatta realizzazione dell’opera come appaltata sarebbe un’azione contrattuale di adempimento, affatto diversa da quella extracontrattuale e risarcitoria per gravi vizi costruttivi esercitata in questo giudizio.

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Va invece respinta la domanda proposta dall’attrice nei confronti dell’arch. WW avendo il CTU accertato che non è allo stesso imputabile, con riferimento ai vizi riscontrati, alcun inadempimento nell’esecuzione delle prestazioni a lui demandate quale progettista e quale direttore dei lavori.

Quanto alla conversione ex art. 684 c.p.c. del sequestro conservativo, nulla deve provvedersi dovendo trovare applicazione la disciplina generale in tema di sequestro conservativo, essendo stata semplicemente sostituita la somma versata nei libretti custoditi in Cancelleria all’oggetto originario del sequestro.

Le spese di lite, comprese quelle relative al procedimento di ATP (Euro (Euro) 1.000,00 per diritti e onorari, oltre ad anticipazioni) nonché quelle relative al procedimento cautelare incidentale, liquidate unitariamente come da dispositivo, seguono la soccombenza secondo i criteri di cui al D.M. n. 140 del 2012 tenuto conto della somma effettivamente riconosciuta all’attrice e dell’importo della domanda come proposta nei confronti dell’arch. WW.

Le spese relative alla CTU svolta in sede di ATP vanno definitivamente poste a carico dell’attrice per il 50% e della ‘A.B.’ S.n.c., del YY e del JJ per il restante 50%; quelle della CTU, pagate, in via provvisoria dall’attrice, dall’attrice, dall’arch. WW e dagli altri convenuti un terzo per ciascuno, vanno definitivamente poste a carico della XX per due terzi e della ‘A.B.’ S.n.c., del YY e del JJ per il restante terzo; le spese di CTP rimangono a carico di ciascuna delle parti che le ha anticipate.

P.Q.M.

Il Giudice, definitivamente pronunciando sulle domande proposte da XX nei confronti della ‘A.B.’ di YY e JJ S.n.c. nonché di YY e JJ in proprio quali soci illimitatamente responsabili, e dell’arch. WW, disattesa e respinta ogni contraria istanza ed eccezione, così provvede:

condanna in solido la ‘A.B.’ di YY e JJ S.n.c. nonché YY e JJ a pagare alla XX Euro 23.416,04 oltre interessi legali dalla pubblicazione della presente sentenza al saldo;

rigetta la domanda proposta dalla XX nei confronti dell’arch. WW.

Pone le spese di CTU svolte nell’ATP definitivamente a carico della XX per il 50% e, per il restante 50%, a carico della ‘A.B.’ S.n.c., del YY e del JJ; pone le spese della CTU svolta in questo giudizio definitivamente a carico della XX per due terzi e della ‘A.B.’ S.n.c., del YY e del JJ per il restante terzo.

Condanna la ‘A.B.’ di YY e JJ S.n.c. nonché YY e JJ a rifondere all’attrice le spese di lite che liquida in Euro 1.393,66 per anticipazioni (comprese quelle dell’ATP ed il 50% della CTU svolta in ATP) ed Euro 4.200,00 per compensi, oltre a CPA ed IVA come per legge.

Condanna la XX a rifondere all’arch. WW le spese di lite che liquida in Euro 4.500,00 per compensi, oltre a CPA ed IVA come per legge, oltre, per anticipazioni, quanto dall’arch. WW corrisposto al CTU ing. Pini.

Conclusione

Così deciso in Bologna, il 29 gennaio 2014.

Depositata in Cancelleria il 7 febbraio 2014.

EPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI BOLOGNA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, in composizione monocratica nella persona di:

dott. Vittorio Serra

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta al n. r.g. 9105/03 promossa da:

Condominio via M. 11 R. di P., con il patrocinio dell’avv. Valerio Cavallari, come da mandato in atti;

attore

contro

  1. s.r.l., con il patrocinio dell’avv. Francesca Romana Gori, come da mandato in atti;

convenuta

con l’intervento di

F.F., con il patrocinio dell’avv. Carlo Gubellini, come da mandato in atti;

terzo chiamato

in punto a: appalto

Svolgimento del processo

I

Con atto di citazione notificato in data 13.6.2003 il Condominio via M. ll R. di P. conveniva in giudizio R. s.r.l..

Esponeva il Condominio che:

– R. aveva acquistato un fabbricato sito in via E.M. n. ll nel Comune di P., frazione di R.; aveva demolito l’edificio e poi lo aveva ricostruito; aveva quindi venduto i singoli appartamenti nel corso del 2001 e successivamente;

– in data 14/6/2002 l’amministratore del condominio aveva segnalato a R. una serie di inconvenienti alle parti comuni dell’edificio;

– successivamente, dopo specifici accertamenti tecnici, era emerso che i vizi e difetti della costruzione riguardavano:

  1. a) il giardino pensile, che aveva evidenziato infiltrazioni d’acqua nei sottostanti corsello e box autorimessa;
  2. b) la pavimentazione del lastrico solare, per la totale mancanza di pendenza di fuga tra le piastrelle e per la mancanza di giunti di dilatazione;

– questi ultimi vizi erano stati denunciati con raccomandata ricevuta da R. in data 13/1/2003;

– successivamente erano state riscontrate ulteriori infiltrazioni d’acqua nella muratura contro terra che al piano interrato separava il corridoio cantine e due cantine dal terreno;

– era stata anche accertata l’esistenza di un probabile vizio occulto riguardante il muro contro terra esterno, che pareva non avesse alcuna protezione contro le infiltrazioni d’acqua del terreno;

– anche tali vizi erano stati denunciati con raccomandata ricevuta in data 27/3/2003;

– i vizi denunciati costituivano gravi difetti ai sensi dell’articolo 1669 c.c.;

– per eliminare i vizi erano necessari interventi il cui costo poteva essere quantificato in Euro 78.000 oltre i.v.a..

Ciò premesso il condominio chiedeva che:

  1. a) la società convenuta fosse condannata a risarcire il danno derivato dai vizi e difetti delle parti comuni dell’immobile nella misura di Euro 78.000,00, oltre i.v.a..

II

Si costituiva in giudizio R. s.r.l..

Esponeva la società convenuta che:

– i vizi denunciati non erano riconducibili all’ipotesi prevista dall’articolo 1669 c.c.;

– i vizi, ove esistenti, sarebbero comunque stati di modestissima entità;

– erano decorsi i termini di prescrizione e di decadenza previsti dall’articolo 1495 c.c;

– la costruzione dell’immobile era stata affidata in appalto all’Impresa F. geom. F. ed era interesse della convenuta chiamare l’appaltatore in causa.

Ciò premesso, la società convenuta chiedeva che, previa chiamata in causa del F.:

  1. a) fossero respinte tutte le domande proposte dall’attore;

in subordine chiedeva che:

  1. b) fosse dichiarato che l’Impresa F. geom. F. era obbligata a tenere R. indenne da tutte le domande svolte nei suoi confronti dall’attore e che di conseguenza l’Impresa F. fosse condannata a rimborsare tutte le somme che la convenuta avesse dovuto corrispondere all’attore.

III

Con atto di citazione notificato in data 4/11/2003 R. s.r.l.chiamava in giudizio l’Impresa F. geom. F..

La società chiamante esponeva i fatti di causa e concludeva come in comparsa di costituzione risposta.

IV

Si costituiva in giudizio F.F..

Esponeva il chiamato che:

– R. era decaduta dall’azione di regresso, per inosservanza del termine di sessanta giorni previsto dall’art. 1670 c.c., essendo stata l’impresa F. messa in mora solo in data 7.10.2002, pur avendo la convenuta ricevuto la prima denuncia dei vizi in data 14.6.2002;

– i vizi denunciati non erano riconducibili alle previsioni di cui all’art. 1669 c.c.;

– erano decorsi i termini di prescrizione e di decadenza del diritto azionato avverso R.;

– i vani interrati interessati dalle infiltrazioni provenienti dal giardino pensile appartenevano ai condomini Giusti e Rapolla ed ogni questione era stata definita all’esito di un procedimento di accertamento tecnico preventivo anteriore alla causa, in cui era stato autorizzato il c.t.u. a far eseguire i lavori necessari all’eliminazione dei difetti;

– i presunti lastrici erano in realtà balconi ad uso esclusivo degli appartamenti di pertinenza, completamente coperti dal tetto dello stabile;

– non vi era comunque responsabilità dell’impresa appaltatrice, in quanto fin dai particolari di progetto di costruzione vi erano incongruenze tra gli spessori della sezione complessiva del fabbricato e quella dei particolari costruttivi.

Ciò premesso, il F. chiedeva che:

  1. a) fosse dichiarata la carenza di legittimazione attiva del condominio e tutte le domande dallo stesso proposte fossero respinte per difetto di interesse e con ciò fosse dichiarata cessata la materia del contendere;
  2. b) fosse dichiarata l’intervenuta decadenza di R. da ogni azione nei confronti dell’Impresa F. e fossero respinte tutte le domande dalla stessa avanzate;
  3. c) fossero respinte tutte le domande proposte dal condominio nei confronti R..

V

La causa era istruita con prove documentali e mediante c.t.u. ed all’udienza del 20.10.2011 era posta in decisione sulle conclusioni riportate in epigrafe.

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente deve essere respinta l’eccezione di nullità della c.t.u., su cui il Condominio ha insistito in sede di precisazione delle conclusioni, dal momento che la partecipazione del F. alle operazioni peritali, nella veste di consulente tecnico di se stesso, non viola il principio della “parità delle armi processuali”.
  2. Nel merito, la domanda del Condominio è parzialmente fondata.

2.1. In primo luogo occorre rilevare che, secondo l’orientamento della giurisprudenza, l’acquirente dell’immobile ha azione ai sensi dell’art. 1669 ce. nei confronti del venditore-costruttore, anche quando quest’ultimo abbia interamente affidato a terzi la realizzazione dell’opera (cfr. Cass. 3146/98).

2.2. Sempre secondo la giurisprudenza, costituiscono gravi difetti ai sensi dell’art. 1669 c.c. quei vizi dell’opera che, pur non riguardando elementi essenziali ma accessori o secondari, pregiudicano in modo considerevole il godimento dell’immobile e, tra questi, devono essere ricompresi quei difetti che determinano infiltrazioni di acqua e umidità (cfr. Cass. 3301/96).

Nel caso in esame, alla luce della c.t.u. effettuata deve ritenersi provato che l’immobile presenta vizi e difetti in più punti e precisamente sfaldature ai mattoni della pensilina di accesso pedonale; corrosione dei tubi del gas; scarsa pendenza dei pavimenti di lastrici e terrazze; infiltrazioni d’acqua causate dalla non corretta funzionalità delle lattonerie di facciata; infiltrazioni alle soglie di tre portefinestre; infiltrazioni dai muri controterra a livello dei box; infiltrazioni dai muri controterra del vano scale.

I vizi denunciati dal Condominio devono quindi ritenersi idonei ad integrare l’ipotesi prevista dall’art. 1669 c.c..

2.3. Essendo infondate, alla luce della disciplina prevista dal citato articolo 1669 c.c., le eccezioni di decadenza e di prescrizione sollevate dalla società convenuta, occorre concludere che il Condominio abbia diritto ad essere risarcito dei costi necessari all’eliminazione dei difetti.

Secondo il consulente, tali costi possono essere stimati in Euro 14.300,00.

Le conclusioni del c.t.u. devono essere integralmente condivise.

Non possono invero trovare accoglimento le contestazioni del Condominio, secondo cui dovrebbero essere quantificati anche futuri intereventi di ripristino e dovrebbe essere valorizzato il pregiudizio costituito dalla scarsa pendenza della pavimentazione dei lastrici e delle terrazze.

Non è allo stato possibile una stima razionale del grado di probabilità di nuove manifestazioni dei problemi già emersi, della loro frequenza e della loro intensità, e non vi è prova che i “localizzati ristagni” di acqua sui terrazzi – di cui il c.t.u. dà atto – siano di ampiezza tale da cagionare apprezzabile disagio ai condomini.

La società convenuta deve pertanto essere condannata a pagare la somma sopra indicata, oltre interessi dalla domanda al saldo.

  1. L’azione di regresso del venditore-costruttore nei confronti dell’appaltore che abbia realizzato l’opera è soggetta ai termini di cui all’art. 1670c.c.. (cfr. Cass. 8109/97).
  2. ha ricevuto la prima denuncia dei vizi in data 14.6.2002, ma solo in data 7.10.2002 ha dato comunicazione al F. della denuncia ricevuta.

Essendo quindi la comuncazione all’appaltatore successiva alla scadenza del termine di sessanta giorni previsto dall’art. 1670 c.c., la domanda proposta da R. nei confronti del F. è inammissibile.

  1. Considerato l’esito della causa, è equo compensare per metà le spese di lite tra il Condominio e R., ponendo a carico della convenuta le rimanenti, che si liquidano per tale frazione in complessivi Euro 4050,00, di cui per spese 250,00, per diritti 1800,00 e per onorari 2000,00, oltre spese generali, c.p.a. ed i.v.a. come per legge.

Le spese sostenute dal F., regolate secondo il criterio della soccombenza, devono essere poste a carico della convenuta, e si liquidano in complessivi Euro 6664,00, di cui per spese 51,00, per diritti 2613,00 e per onorari 4000,00, oltre spese generali, c.p.a. ed i.v.a. come per legge.

Le spese di c.t.u., come già liquidate, devono essere definitivamente poste a carico di R..

P.Q.M.

il tribunale, ogni diversa istanza, eccezione e domanda disattesa, definitivamente pronunciando nella causa tra

Condominio via M. 11 R. di P.

contro

  1. s.r.l.

con l’intervento di

F.F.

così provvede:

– dichiara tenuta e condanna R. s.r.l. al pagamento in favore di Condominio via M. 11 R. di P. della somma di Euro 14.300,00, oltre interessi legali dalla domanda al saldo;

– dichiara inammissibile la domanda proposta da R. s.r.l. nei confronti di F.F.;

– compensa per metà le spese di giudizio tra Condominio via M. 11 R. di P. e R. s.r.l. e condanna quest’ultima al pagamento delle rimanenti, che liquida per tale frazione in complessivi Euro 4050,00, di cui per spese 250,00, per diritti 1800,00 e per onorari 2000,00, oltre spese generali, c.p.a. ed i.v.a. come per legge;

– dichiara tenuta e condanna R. s.r.l. al pagamento delle spese di giudizio sostenute da F.F., che liquida in complessivi Euro 6664,00, di cui per spese 51,00, per diritti 2613,00 e per onorari 4000,00, oltre spese generali, c.p.a. ed i.v.a. come per legge;

– pone le spese di c.t.u., come già liquidate, definitivamente a carico di R. s.r.l..

Conclusione

Così deciso in Bologna, il 4 maggio 2012.

Depositata in Cancelleria il 15 maggio 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA – SEZIONE SECONDA

nella persona del giudice unico Dott. Anna Maria ROSSI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al N. 17105/2000 R.G. promossa da:

A.A. elettivamente domiciliato in VIA DE” FALEGNAMI, 5 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. RIDOLFI RENZO che lo rappresenta e difende;

ATTORE

N.N. elettivamente domiciliato in STRADA MAGGIORE, 29 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. SARDINI VITTORIO che lo rappresenta e difende;

CONVENUTO

CONDOMINIO “A.” VIA omissis – SAN BENEDETTO VAL DI SAMBRO (BOLOGNA) elettivamente domiciliato in VIA GARIBALDI, 7 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. SCIRE” LETTERIO che lo rappresenta e difende;

CHIAMATO IN CAUSA

in punto a:

“140999 – Altri contratti tipici ed obbligazioni non rientranti nelle altre materie”

CONCLUSIONI

Il procuratore dell’attore chiede e conclude:

“Voglia l’Ill.mo Tribunale, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa:

accertare e verificare l’esistenza dei vizi esposti in narrativa che rendono l’immobile in questione inidoneo all’uso cui è destinato;

dichiarare conseguentemente la risoluzione del contratto preliminare stipulato in data 27.9.1999 per inadempimento del promittente venditore, sig. N.N.;

condannare il sig. N.N. alla restituzione della somma di Lire 30.000.000 versata al sig. N.N. al momento della stipula del preliminare.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari del presente giudizio e del precedente giudizio di accertamento tecnico preventivo.”

Il procuratore del convenuto chiede e conclude:

Voglia l’Ill.mo Tribunale, ogni contraria istanza, domanda ed eccezione disattesa.

In via preliminare

Autorizzare la chiamata in causa del Condominio “A.” via “M.” n. 1000 San Benedetto Val di Sambro (Bologna) nella persona dell’amministratore pro tempore, per essere dal medesimo manlevato di ogni eventuale conseguenza pregiudizievole che dovesse derivare a parte convenuta dal presente giudizio, ciò sul presupposto che i vizi denunciati dall’attore, se accertati, possono essere solo di esclusiva responsabilità del condominio;

In via principale

Respingere ogni domanda formulata dall’attore in quanto destituita di fondamento in diritto. Con vittoria delle spese della lite.

In via riconvenzionale principale

Disporre, per gli effetti dell’art. 2932 c.c., l’acquisto dell’immobile sito in San Benedetto Val di Sambro (Bologna), via “M.” n. 1000 in capo al sig. A.A. e conseguentemente

Condannare il sig. A.A. a corrispondere a parte convenuta il prezzo pari a Lire 40.000.000 oltre interessi e rivalutazione monetaria.

Con vittoria delle spese di giudizio.

In via riconvenzionale subordinata

Nella denegata ipotesi che l’Ill.mo Tribunale adito ritenesse di accogliere la domanda di risoluzione formulata dall’attore, si chiede che nella determinazione del quantum da restituirsi da parte del sig. N.N. al sig. A.A. si tenga conto dei fattori enunciati al punto 4) del presente atto, i cui importi verranno documentati in corso di causa, con conseguente compensazione e conguaglio delle somme.

Con compensazione delle spese di giudizio.

Il procuratore del terzo chiamato chiede e conclude:

piaccia all’Ill.mo Giudice:

in via preliminare

dichiarare la carenza di legittimazione passiva del condominio convenuto.

Respingere la domanda proposta nei confronti del condominio per assoluta indeterminatezza del petitum e della causa petendi, determinata dalla mancata esposizione e specificazione delle ragioni di diritto poste a fondamento della domanda nonché dalla sua mancata determinazione.

Nel merito respingere la domanda svolta nei confronti del condominio perché infondata in fatto ed in diritto.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari.”

Svolgimento del processo

Con domanda notificata il 7.12.2000 A.A. lamentava che nella sua abitazione si erano verificati gravi fenomeni di infiltrazione di umidità e di trasudamento d’acqua e di condensa tali da rendere l’appartamento sito in via “M.’, n. 1000, a San Benedetto Val di Sambro (Bologna), invivibile ed insalubre. Tale appartamento era stato promesso in vendita all’attore con contratto preliminare di compravendita stipulato con il promittente alienante N.N. in data 27.9.1999, per il prezzo di Lire 70.000.000. Il sig. A.A. corrispondeva a titolo di caparra confirmatoria ed acconto prezzo Lire 30.000.000. Preso possesso dell’immobile riscontrava i vizi sopra descritti.

Al fine di far accertare lo stato dei luoghi e le condizioni dell’immobile, il sig. A.A. depositava avanti il Tribunale di Bologna ricorso ex art. 696 c.p.c., R.G. n. 3733/2000. In tale sede conveniva in giudizio il proprietario dell’immobile promesso in vendita che a sua volta chiamava in manleva il condominio di Via “M.’, in persona del suo amministratore pro tempore. Il procedimento si concludeva con deposito della perizia del CTU geom. M. in data 4.9.2000.

Successivamente, il sig. A.A. proponeva domanda, per cui è causa, di risoluzione del contratto preliminare per inadempimento del promittente venditore, sig. N.N., previo accertamento dell’esistenza dei vizi dovuti a fenomeni di infiltrazione e umidità che rendono l’immobile inidoneo all’uso pattuito e di condanna alla restituzione della somma di Lire 30.000.000 versata al sig. N.N. al momento della stipula del preliminare.

Si costituiva in giudizio con comparsa di costituzione e risposta depositata in data 01.03.20001 il sig. N.N. chiedendo preliminarmente l’autorizzazione alla chiamata in causa del Condominio per essere dal medesimo manlevato da ogni conseguenza pregiudizievole, sull’assunto che i vizi, qualora esistenti, dovessero essere imputati al Condominio.

In via principale il sig. N.N. chiedeva il rigetto della domanda attrice perché infondata e in via riconvenzionale principale la pronuncia di sentenza costitutiva ai sensi dell’art. 2932 c.c. con conseguente condanna del sig. A.A. a corrispondergli il residuo prezzo di Lire 40.000.000, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

In via subordinata, nella denegata ipotesi di accoglimento della domanda attorea, chiedeva la determinazione del quantum da restituirsi da parte dell’attore, comprensivo del canone locativo e dei costi per il ripristino dell’appartamento nelle condizioni in cui si trovava al momento della consegna.

In data 29.5.2001 si costituiva in giudizio anche il condominio, contestando le domande svolte nei suoi confronti perché infondate in fatto e in diritto ed eccependo in via preliminare la propria carenza di legittimazione passiva nonché la nullità della domanda proposta nei suoi confronti per indeterminatezza della causa petendi e del petitum.

La causa veniva istruita mediante l’espletamento di prove per testi e CTU richiesta dal convenuto ad integrazione di quanto emerso nell’ATP, il cui fascicolo veniva acquisito d’ufficio agli atti di causa.

All’udienza di precisazione delle conclusioni del 25.10.2007, i difensori delle parti precisavano le conclusioni, come da atto di citazione e da comparsa di costituzione e risposta. All’esito dei termini massimi di legge ai sensi dell’art. 190 c.p.c. la causa veniva trattenuta in decisione.

Motivi della decisione

Ai fini della pronuncia sulla domanda attorea di risoluzione del contratto preliminare di compravendita vanno innanzitutto presi in considerazione i vizi dedotti, relativi alle manifestazioni di umidità e alle infiltrazioni, dei quali va accertata l’esistenza e la gravità. Segnatamente, tali vizi giustificano la risoluzione del contratto se viene data la prova che hanno assunto obiettiva rilevanza e consistenza in modo da ostacolare la salubrità di vita delle persone che occupavano l’alloggio in questione, incidendo sull’ordinario godimento dell’unità immobiliare e se tali vizi, taciuti dal promittente alienante e non facilmente riconoscibili dal promissario acquirente, sono preesistenti al momento della stipulazione del contratto preliminare.

L’esistenza dei gravi vizi risulta sufficientemente provata dall’attore per i motivi si seguito enunciati.

Nella propria relazione peritale in sede di ATP, il geom. M. ha riscontrato vizi causati da umidità: “vaste porzioni di parete sono umide, con conseguente formazione di macchie di muffa, sgretolamento delle tinteggiature e danneggiamento dell’intonaco. Le macchie di umidità sono ascritte essenzialmente a due tipi di cause: “a fenomeni di risalita per capillarità di acqua presente nel terreno (umidità saliente) e da condensa di umidità nelle zone fredde alle pareti”. La risalita di umidità è dovuta alla mancanza di una barriera impermeabile al livello del terreno, che la impedisca, e di un vespaio, con funzione isolante, ed è notevolmente aggravata dall’accentuata inclinazione del marciapiede che determina un accumulo di acqua. Inoltre, la condensa dell’umidità interna è dovuta all’inadeguatezza del sistema di isolamento in sede di esecuzione dell’edificio.

Le conclusioni del CTU appaiono pienamente condivisibili, in quanto la relazione è accurata e completa sotto ogni profilo, in relazione alla descrizione dell’immobile, all’individuazione dei vizi e alla determinazione delle loro cause e l’iter motivazionale seguito appare congruo alla natura del quesito, sorretto da precise argomentazioni tecniche e immune da qualsivoglia vizio logico.

Orbene, l’esistenza dei vizi, oggettivi e strutturali, così come accertata dal ctu, non è pressoché contestata dalle parti costituite. Le difese del convenuto si appuntano invece su tre diversi elementi: 1) sulla sopravvenienza di tali vizi in un momento successivo alla stipula del preliminare; 2) sulla loro imputabilità alla condotta del promissario acquirente e/o del condominio; 3) sulla scarsa incidenza sulle condizioni di vita nell’immobile.

Quanto al primo punto, si osserva che l’inizio dei lavori da parte del consulente, fissato per giugno del 2000, è di pochi mesi posteriore all’immissione dell’attore nel godimento dell’immobile e che le cause dei difetti accertati dal consulente non sono ravvisabili in circostanze estemporanee ma trovano spiegazione in carenze strutturali, per lo più originarie, e coessenziali alla struttura dell’immobile, ovvero che difficilmente avrebbero potuto insorgere in un breve lasso di tempo. Non valgono a inficiare queste conclusioni le testimonianze rese nell’interesse del convenuto: esse si riferiscono alla non immediata percettibilità delle infiltrazioni, (che consente di ritenere il vizio occulto e la contestazione tempestiva) in ipotesi ascrivibile ad una continua e particolarmente accurata manutenzione del proprietario, ma non valgono a contraddire la CTU in relazione all’esistenza di difetti strutturali nella realizzazione del condominio, che si pongono come antecedente causale dei vizi e dei danni denunciati dall’attore, evidenziatisi poco dopo la promessa vendita all’interno dell’appartamento oggetto del negozio.

Anche a voler diversamente opinare, dal complesso delle testimonianze non si evince comunque in maniera certa l’inesistenza di fenomeni di muffa e infiltrazione nel periodo antecedente alla stipulazione del preliminare: l’agente immobiliare sig.ra L.L. riferisce infatti di aver visitato l’appartamento unicamente nel corso del 1999, dopo il conferimento dell’incarico di vendita da parte del sig. N.N., presumibilmente dopo che l’immobile era stato tinteggiato (cfr. testimonianza sig.ra B.B., moglie dell’attore, in regime di separazione dei beni). Anche le altre testimonianze del figlio del convenuto, sig. M.M., che dichiara di non aver visitato l’appartamento nel 1999, e della sig. S.S. che riferisce di sue visite all’appartamento limitate fino al 1997, non permettono di provare in modo univoco che anteriormente al settembre 1999 lo stato dell’immobile fosse del tutto alieno da fenomeni quali quelli riscontrati dall’attore.

Appare piuttosto più plausibile che durante la stagione invernale dell’anno 1999 si siano manifestate in tutta la loro gravità macchie di muffa, prima rimaste non visibili per la recente tinteggiatura dei vani e per le più favorevoli condizioni meteorologiche. Dalla testimonianza della sig. B.B. risulta, a conferma di ciò, che le prime infiltrazioni e macchie di muffa si sono manifestate a novembre, proprio in concomitanza con le prime nevicate.

A completamento del quadro istruttorio, si collocano le testimonianze dei due elettricisti: il sig. C.C., intervenuto a seguito di chiamata del sig. A.A., ha dichiarato che l’impianto elettrico dell’appartamento era non adeguato e in cattive condizioni e che buona parte delle prese elettriche presenti nell’immobile erano ossidate dall’umidità, aggiungendo di avere scollegato, per evitare il cortocircuito, due dei termosifoni presenti nell’abitazione. In precedenza, nell’ottobre 1998, quando ancora l’appartamento era abitato dal sig. N.N., era intervenuto il sig. Davide D., che in sede di testimonianza ha dichiarato di non aver visto macchie di umidità e di muffa, ma solo di condensa agli angoli.

Quanto al secondo punto, il convenuto deduce che le macchie di umidità sono state causate da una condotta colposa ascrivibile al sig. A.A. che ha eliminato l’impianto termico e apposto doppi infissi con telaio in alluminio. Tali censure sono infondate: il CTU M. esplicitamente riconosce che tali due condotte possono essere valutati come elementi aggravanti ma non determinanti la formazione delle macchie. Con riferimento alla disattivazione di alcuni corpi scaldanti da parte del sig. A.A. si osserva inoltre che tale riduzione dei caloriferi è stata determinata dall’inadeguatezza dell’impianto elettrico, che creava dei cortocircuiti. Pertanto in tale condotta non può essere ravvisato un concorso di colpa del sig. A.A.. Quanto invece alla realizzazione dei doppi infissi, la circostanza che siano stati apposti dal sig. A.A. è solo allegata e non provata dal convenuto.

Infine, riguardo ai rapporti tra promittente alienante e condominio, sui quali si tornerà in prosieguo di motivazione, si evince dalla relazione del CTU la sussistenza di un nesso di causa-effetto tra i vizi riscontrati nell’appartamento da una parte e l’assenza di impermeabilizzazione nella parete esterna del condominio e la mancanza di una barriera impermeabile a livello del terreno dall’altro, che non comporta peraltro alcun addebito in capo al condominio, in relazione all’oggetto della presente controversia, per quanto più avanti si dirà.

Sul piano contrattuale, infatti, dei vizi accertati nell’immobile promesso in vendita risponde oggettivamente il promittente venditore, per il solo fatto della loro esistenza, a prescindere da ogni profilo di colpa. Il rimedio generale della risoluzione del contratto è infatti valevole per il contratto preliminare e può essere esperito dal promissario acquirente anticipatamente immesso nella disponibilità materiale del bene che risulti affetto da vizi non considerati nel momento della stipula del preliminare, in quanto l’obbligo assunto dal promittente venditore è quello di trasferire l’immobile esente da vizi che lo rendano inidoneo o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore (Cass. civ. n. 3383/2007).

Ne discende la piena applicabilità anche al preliminare della disciplina sulla garanzia per i vizi come prevista in materia di compravendita, che opera oggettivamente.

Venendo al terzo punto, vale invece anche in questa fattispecie il limite generale della non scarsa importanza dell’inadempimento: rilevanti sono pertanto i vizi che diminuiscono in modo apprezzabile il valore del bene o lo rendono inidoneo all’uso cui è destinato.

Nel caso di specie, i vizi rilevati – come sopra ricordato si tratta di formazione di macchie di muffa, sgretolamento della tinteggiatura, danneggiamento dell’intonaco – sono tali da rendere l’immobile non del tutto idoneo all’uso abitativo: risulta di tutta evidenza che non è in linea con gli attuali standard abitativi un immobile le cui pareti sono interessate da una continua formazione di macchie di muffa e da infiltrazioni, sia per motivi estetici, sia per la gravosa incidenza sulla manutenzione dello stesso, richiedendo il fenomeno una serie costante di interventi, prima dell’effettuazione delle necessarie opere di ripristino sulle pareti esterne che non sono nella disponibilità dell’attore, sia per l’insalubrità dello stesso.

Va pertanto accolta la domanda di risoluzione proposta dall’attore, ricorrendone tutti gli elementi costitutivi, e per l’effetto condannato, il convenuto alla restituzione nei confronti dell’attore di Lire 30.000.000 ricevuti a titolo di caparra e acconto sul prezzo, e l’attore al rilascio dell’immobile; per quanto consta dagli atti di causa, invero, l’attore permane nel godimento dell’immobile oggetto di causa.

Ne consegue l’implicito rigetto della domanda riconvenzionale avanzata dal convenuto, di trasferimento dell’immobile ai sensi dell’art. 2932 c.c.

Per contro, va invece accolta la domanda riconvenzionale subordinata del convenuto e, accertato il credito convenuto nei confronti dell’attore, si dichiara interamente compensata la somma di Lire 30.000.000 versata dal A.A. a titolo di acconto del prezzo di vendita e alla cui restituzione è stato condannato il N.N. come effetto della dichiarata risoluzione del preliminare con la somma dovuta dal A.A. per i canoni locativi e i costi di ripristino.

Al riguardo, si osserva preliminarmente che la domanda dell’attore di restituzione è limitata al capitale di Lire 30.000.000, e non è estesa agli interessi, che non possono essere attribuiti d’ufficio. Per costante orientamento giurisprudenziale, in tema di obbligazioni pecuniarie, gli interessi hanno fondamento autonomo rispetto al debito al quale accedono, sicché gli stessi possono essere attribuiti, in applicazione degli artt. 99 e 112 cod. proc. civ., soltanto su espressa domanda della parte (Cass. civ. n. 4423/04).

D’altro canto il convenuto avanza sola domanda di compensazione e non anche di condanna per l’eventuale eccedenza del proprio credito.

Passando al merito della domanda riconvenzionale, dalla CTU esperita in corso di giudizio risulta che l’importo di Lire 30.000.000 dovuto dal N.N. per l’effetto dell’accoglimento della domanda di risoluzione e della conseguente domanda di restituzione proposta dal sig. A.A., era già ampiamente raggiunto per i lavori di ripristino quantificati in Euro. 1.750,00 IVA esclusa e per i canoni locativi dovuti dal 27.9.1999 ad aprile 2006, stimati dal geom. M. secondo un valore locativo medio di Euro 200,00 in un totale di Euro 17.550,00.

Non ci sono ragioni per discostarsi dal calcolo effettuato dal CTU, che ha tenuto conto di un valore medio tra Euro 120,00 di canone mensile per il 1999 e Euro 280,00 per l’anno 2006, anche in ragione dei parametri relativi ad immobili simili per ubicazione, dimensione, livello di finiture.

L’attore lamenta, da un lato che le modifiche apportate all’immobile rispetto alle quali il CTU calcola il costo dei ripristini non sono sufficientemente provate, dall’altro che il CTU ha erroneamente computato nel calcolo del canone un’autorimessa non ricompresa nell’oggetto del contratto preliminare: anche a voler dare spazio a tali doglianze, con conseguente riduzione dell’importo complessivo come sopra calcolato, esso risulta comunque superiore a Lire 30.000.000, atteso che il canone locativo va computato fino alla data dell’odierna pronuncia.

Quanto infine alla domanda avanzata dal N.N. nei confronti del condominio terzo chiamato, essa è da respingere.

Del tutto estranea è la posizione del condominio rispetto all’oggetto della causa, se solo si considera che non si fa in questa sede questione delle opere di esecuzione necessarie per porre rimedio ai vizi strutturali delle parti comuni del condominio, incidenti sulle porzioni di proprietà esclusiva, né si fa valere nei confronti del condominio una responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c. per danni cagionati da beni di proprietà condominiale. L’oggetto della causa riguarda il contratto preliminare stipulato tra il sig. N.N. e il sig. A.A., che costituisce res inter alios acta rispetto al condominio e pertanto nessuna responsabilità può essere imputata al condominio per la risoluzione del contratto stipulato dall’attore e dal convenuto. Il condominio può certamente essere ritenuto responsabile ai sensi dell’art. 2051 c.c. per i danni arrecati alle singole unità immobiliari se conseguenti a difetti delle parti comuni dell’edificio, ma non può viceversa farsi carico della mancata conclusione del contratto di compravendita dell’immobile, rispetto al quale è rimasto estraneo. Né il convenuto ha dimostrato di avere sollecitato il condominio, (costituitosi a seguito della compiuta edificazione dell’edificio, e quindi certamente immune da responsabilità, rispetto alle scelte costruttive a cui il ctu ha attribuito i problemi di infiltrazioni), nelle dovute sedi, affinché eseguisse le opere necessarie a conferire salubrità alla unità di sua proprietà, così da ritenerlo responsabile per colpevole inerzia della condizione attuale dell’immobile.

Le spese di lite tra attore e convenuto (comprensive delle spese di ATP e CTU) vanno compensate in ragione della reciproca soccombenza, mentre nei rapporti tra convenuto e terzo chiamato, sempre in forza del criterio della soccombenza, il sig. N.N. viene condannato a rifondere al condominio “A.” le spese del giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta con atto di citazione ritualmente notificato da A.A. nei confronti di N.N. e sulle domande riconvenzionali proposte da costui nei confronti di A.A., nonché sulla domanda proposta da N.N. nei confronti del terzo chiamato Condominio “A.” sito alla via “M.” n. 1000 in San Benedetto Val di Sambro (Bologna) nella persona dell’amministratore pro tempore, ogni ulteriore domanda e/o eccezione disattesa, ha così provveduto:

-dichiara, previo accertamento dei vizi dedotti, la risoluzione del contratto preliminare di compravendita stipulato da A.A. e N.N.;

-dichiara tenuto e condanna N.N. alla restituzione di Lire 30.000.000 nei confronti di A.A.;

-dichiara tenuto e condanna A.A. al rilascio dell’immobile a favore di N.N., libero da cose o persone;

-dichiara tenuto e condanna A.A. al pagamento della indennità di occupazione, e alla rifusione delle spese di ripristino, fino a concorrenza della somma di Lire 30.000.000 nei confronti di N.N. e per l’effetto dichiara integralmente compensati i rispettivi crediti;

-respinge la domanda proposta da N.N. nei confronti del condominio “A.”;

-compensa le spese tra A.A. e N.N.;

-condanna N.N. a rifondere le spese di lite al condominio “A.”, che liquida in Euro 1.841,04 per diritti, Euro 2.800,00 per onorari, Euro 177,19 per spese vive, oltre spese generali, IVA e CPA.

Cosi” deciso in data 31.3.2008 dal TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA.

il Giudice Dott. Anna Maria ROSSI

Depositata in Cancelleria il 6 MAGGIO 2008

Tribunale Bologna, Sez. II, Sent., 13/05/2014

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Sentenza

Massime (1)

Codici (1)

IntestazioneSvolgimento del processo – Motivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

OBBLIGAZIONI E CONTRATTI › Recesso
OBBLIGAZIONI E CONTRATTI › Risoluzione del contratto per inadempimento

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale civile e penale di Bologna, Sezione II civile, in persona del giudice unico dott.ssa Paola Matteucci, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile promossa con atto di citazione notificato in data 16 febbraio 2006

da:

XX nato a Bologna l'(omissis) (omissis) 1962, c.f. …omissis…

rappresentato e difeso, giusta mandato in calce all’atto di citazione, dall’avv. Pierpasquale Monea ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in Bologna, Piazza Trento e Trieste 4

– attore –

nei confronti di:

YY nata a (omissis) (Bologna) il (omissis) (omissis) 1953, c.f. …omissis… rappresentata e difesa, giusta mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione, dall’avv. Lucio Strazziari ed elettivamente domiciliata presso il loro studio in Bologna, Via d’Azeglio 27

– convenuta –

in punto a: risoluzione / annullamento di contratto preliminare di compravendita.

Causa trattenuta in decisione all’udienza dell’ 11 giugno 2013 sulle seguenti

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

A)

  1. – Il giudizio di cognizione.

XX con atto di citazione notificato in data 16 febbraio 2006 conveniva YY avanti al Tribunale intestato, esponendo:

– di avere stipulato in data 30 giugno 2005 con la YY un contratto preliminare di compravendita, mediante il quale la YY si impegnava a vendergli un appartamento con accessori sito in Bologna, Via (omissis) n. 10;

– di avere versato Euro 75.000 a titolo di caparra;

– di essere entrato in possesso, nell’ottobre 2005, per il tramite dell’amministratore dello stabile geom. V(omissis) S(omissis) autorizzato dalla YY, di alcune perizie redatte sul bene promesso in vendita, dalle quali emergevano gravi problemi di natura statico-strutturale dell’immobile che avrebbero comportato la necessità di procedere ad interventi di sottofondazione profonda;

– che la situazione dell’immobile, taciuta dalla YY in occasione della visita del 12 maggio 2005 e in occasione della stipula del preliminare, era dalla stessa ben conosciuta sin dal 1995 quando essa aveva acquistato l’immobile giusta atto a ministero Notaio M(omissis) di Bologna n. (omissis) Rep. (ove la YY quale parte acquirente dava atto che lo stato di fatto e di diritto dell’immobile le era “ben noto … con particolare riferimento alla situazione statica complessiva del fabbricato condominiale”);

– che, visto che la YY nonostante ogni sollecito non forniva adeguati ragguagli, il XX decideva di recedere dal preliminare con atto stragiudiziale notificato in data 18 gennaio 2006, esigendo il pagamento della somma di Euro 150.000 pari al doppio della caparra versata.

In diritto parte attrice deduceva:

– che il contratto preliminare doveva ritenersi annullabile ex art. 1439 c.c. in quanto la YY aveva dolosamente omesso di informarlo dello stato dell’immobile;

– che doveva ritenersi comunque violato l’obbligo di informazione in sede precontrattuale e di esecuzione del contratto preliminare, in violazione dei principi di correttezza e buona fede; che sussisteva comunque una causa di risoluzione del contratto preliminare stante l’inadempimento della YY;

– di avere legittimamente receduto dal contratto, stante il comportamento della convenuta.

Parte attrice concludeva quindi chiedendo l’annullamento o la risoluzione del preliminare, con condanna della YY al pagamento del doppio della caparra versata.

La convenuta YY si costituiva tempestivamente in data 4 maggio 2006, contestando ogni assunto avverso ed evidenziando:

– che era il XX a doversi ritenere inadempiente, non essendosi reso disponibile alla stipulazione del rogito entro il termine stabilito del 14 dicembre 2005 (adducendo questioni connesse alla statica dell’edificio);

– di avere inviato al XX diffida ad adempiere in data 22 dicembre 2005, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 1454 c.c., indicando per la stipulazione del rogito la data del 18 gennaio 2006 presso lo studio del Notaio S(omissis) in Bologna, segnalando che in caso di mancato adempimento il contratto sarebbe stato ritenuto risolto;

– che il XX non si presentava per la stipula del rogito ed anzi in data 18 gennaio 2006 inviava alla YY atto stragiudiziale con il quale dichiarava dì recedere dal contratto;

– di avere pertanto comunicato a mezzo legale al XX, in data 8 febbraio 2006, che il contratto doveva intendersi risolto di diritto ex art. 1454 c.c.

Esponeva inoltre la YY:

– di non avere sottaciuto alcunché al XX, non essendovi da comunicargli nulla di più di quanto egli stesso aveva potuto verificare in occasione delle visite in loco;

– di avere autorizzato l’amministratore del condominio, non appena ne ebbe ricevuto richiesta dal XX, a consegnare a quest’ultimo tutta la documentazione riguardante l’appartamento e l’intero stabile condominiale;

– che la frase estrapolata dal rogito del 1995 costituisce mera clausola di stile, e “fa riferimento alla conoscenza che la acquirente aveva della “situazione statica complessiva del fabbricato condominiale”, e non, e non sicuramente, di possibili problematiche che a quella situazione fossero correlate”;

– che la situazione dell’edificio non poteva dirsi compromessa, come si evince dalle perizie R(omissis) e O(omissis)i e anche dalla perizia 2 febbraio 2006 redatta dal perito incaricato dalla convenuta, dott. ing. L(omissis) B(omissis).

La convenuta concludeva quindi chiedendo:

– il rigetto di ogni domanda avversa;

– in via riconvenzionale, che fosse dichiarata la piena legittimità del recesso operato, con riconoscimento del proprio diritto di ritenere la caparra versata ai sensi dell’articolo 1385 c.c.

In occasione dell’udienza ex art. 180 c.p.c. tenutasi in data 25 maggio 2006 venivano assegnati termini per il deposito di comparse e repliche ex artt. 170180 c.p.c.

Esperito tentativo di conciliazione che dava esito negativo, venivano assegnati termini per il deposito di memorie ex artt. 183 e 184 c.p.c.

Con ordinanza riservata depositata in data 22 settembre 2009 venivano ammesse in parte le prove capitolate dalle parti.

Quindi all’udienza del 21 giugno 2010 la convenuta veniva sottoposta ad interrogatorio formale e venivano esaminati i testi V(omissis) S(omissis) (all’epoca dei fatti amministratore del condominio di Via (omissis) 10), F(omissis) N(omissis) (agente immobiliare incaricato dalla YY all’epoca dei fatti) e R(omissis) F(omissis) (amica del XX).

Infine con ordinanza riservata depositata in data 11 febbraio 2011 veniva fissata udienza di precisazione delle conclusioni.

Acquisito il fascicolo del reclamo n. 8994/2006 R.G., all’udienza dell’ 11 giugno 2013 le parti hanno precisato le rispettive conclusioni come in epigrafe e la causa è stata trattenuta in decisione con assegnazione dei termini massimi ex art. 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

Le parti hanno depositato gli scritti difensivi conclusivi entro i termini assegnati.

La parte attrice, che a ciò si era resa disponibile in sede di precisazione delle conclusioni (v. verbale), non ha provveduto a depositare, unitamente alla comparsa conclusionale, la trascrizione integrale del verbale (redatto a mano, poco comprensibile) dell’udienza del 21 giugno 2010 in occasione della quale sono state assunte le prove.

  1. – Il procedimento cautelare in corso di causa.

In data 23 febbraio 2006 parte attrice XX depositava ricorso per sequestro conservativo in corso di causa, chiedendo di essere autorizzato all’esecuzione del sequestro sui beni mobili e immobili della YY sino alla concorrenza di Euro 150.000.

Si costituiva la convenuta YY, chiedendo il rigetto della domanda.

Autorizzata parte ricorrente al deposito di memoria integrativa, con ordinanza riservata depositata in data 15 maggio 2006 il ricorso veniva rigettato sul presupposto del difetto del periculum in mora.

A seguito di reclamo proposto dal XX, il Tribunale in composizione collegiale con ordinanza riservata depositata in data 7 agosto 2006 autorizzava il sequestro conservativo fino alla concorrenza della somma di Euro 150.000.

Il provvedimento veniva notificato al difensore del XX in data 16 agosto 2006, e al difensore della YY in data 28 agosto 2006.

Il XX dava corso ad espropriazione prezzo terzi (Credem), attivando la notifica in data 4 settembre 2006 nel rispetto del termine di gg. 30 dalla comunicazione/notifica della pronuncia, previsto dall’articolo 675 c.p.c. a pena di inefficacia del sequestro (cfr. documento 12 prodotto dal XX all’udienza dell’ 11 giugno 2013).

B)

1.

La convenuta YY in data 15 febbraio 2006 – dunque più o meno in un momento coevo alla notifica dell’atto introduttivo del presente giudizio – ha venduto l’appartamento di Via (omissis) 10 – Bologna (in precedenza promesso in vendita al XX) a tale P(omissis) A(omissis) (documento 2 XX, procedimento cautelare).

Orbene, alla data della compravendita YY-P(omissis) A(omissis):

il XX aveva già operato recesso dal preliminare per cui è causa giusta atto stragiudiziale notificato il 18 gennaio 2006, pretendendo il versamento del doppio della caparra ex art. 1385 co. 2 c.c. (documento 8 attoreo);

la YY aveva già comunicato al XX l’intervenuta risoluzione di diritto del contratto preliminare ai sensi dell’articolo 1454 c.c., stante la diffida in data 22 dicembre 2005 rimasta senza esito, ma non si era resa disponibile alla restituzione di quanto ricevuto a titolo di caparra confirmatoria (documenti 6 attoreo e 5 convenuta).

Dunque, le parti mediante le predette comunicazioni manifestarono chiaramente, seppure per diverse ragioni, il reciproco sopravvenuto disinteresse alla stipula del contratto definitivo.

Peraltro tali comunicazioni non consentono di affermare che il contratto preliminare si sia risolto.

Infatti, a fronte della richiesta del XX, la YY non si è resa disponibile alla restituzione di quanto ricevuto a titolo di caparra confirmatoria (“Qualora un contraente comunichi la dichiarazione di recesso con contestuale richiesta di restituzione della somma versata a titolo di anticipo (o caparra) e di rimborso delle spese sostenute ed il contraente asseritamente inadempiente comunichi anch’esso la volontà di recedere – pur attribuendo l’inadempimento all’altra parte – e la disponibilità alla restituzione delle somme richieste, si verifica la risoluzione del contratto, atteso che le due dichiarazioni di recesso – pur non determinando un accordo negoziale risolutorio, come nell’ipotesi del mutuo consenso, in quanto muovono da premesse contrastanti – sono tuttavia dirette all’identico scopo dello scioglimento del contratto e della restituzione delle somme versate … “: Cass. 16317/2011).

Non resta quindi che valutare quale debba essere la sorte della somma di Euro 75.000 versata dal XX alla YY a titolo di caparra confirmatoria, ad oggi trattenuta dalla YY.

2.

La parte attrice XX (le cui domande costituiscono il frutto di un parziale affastellamento, che non ha giovato alla piana comprensione delle pretese fatte valere in causa) tra l’altro ha dedotto la responsabilità precontrattuale, in sede di trattative, della YY, sul presupposto che la stessa abbia sottaciuto l’esistenza di problemi collegati alla statica dell’edificio condominiale di cui fa parte l’appartamento promesso in vendita.

2.a.

La questione è mal posta.

Questo giudice infatti intende aderire all’orientamento giurisprudenziale in forza del quale “Non costituisce ipotesi di responsabilità precontrattuale la fattispecie in cui l’accordo tra le parti si è formato, ma a condizioni diverse da quelle che si sarebbero avute se la parte venditrice non avesse tenuto nei confronti degli acquirenti un comportamento contrario alla buona fede, in quanto la configurabilità della responsabilità precontrattuale è preclusa dalla intervenuta conclusione del contratto” (Cass. 2479/2007; v. anche Cass. 7768/2007).

Pertanto nel caso in esame, in cui il contratto preliminare è stato stipulato, la doglianza attorea in punto a responsabilità precontrattuale risulta preclusa.

2.b.

Comunque, anche a volere aderire all’orientamento giurisprudenziale in forza del quale la regola dettata dall’articolo 1337 c.c. (comportamento secondo buona fede) non deve ritenersi riferita alla sola ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative in quanto “ha valore di clausola generale, il cui contenuto non può essere predeterminato in modo preciso ed implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o conoscibile con l’ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto”, sicché “la violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume rilievo non solo in caso di rottura ingiustificata delle trattative e, quindi, di mancata conclusione del contratto o di conclusione di un contratto invalido o inefficace, ma anche nel caso in cui il contratto concluso sia valido e, tuttavia, risulti pregiudizievole per la parte vittima dell’altrui comportamento scorretto. …” (Cass. 24795/2008), si deve constatare che il promissario acquirente XX si è limitato ad invocare (appunto) la regola di giudizio sulla buona fede, ma non è arrivato ad allegare in modo chiaro e puntuale (né tantomeno ad offrire quantomeno un principio di prova sul punto) se e come egli avrebbe subito un pregiudizio in forza della stipula del preliminare (in conseguenza del comportamento della YY, in tesi reticente e contrario a buona fede).

Ed infatti, è vero che l’edificio condominiale di cui fa parte l’appartamento promesso in vendita dalla YY al XX risulta caratterizzato da un difficoltoso e risalente percorso di verifica e sistemazione di problemi legati alla statica; sul punto è sufficiente rinviare alle varie perizie tecniche redatte sin dagli anni ’80 su incarico del Condominio, prodotte dalle parti.

Tuttavia, con preciso riferimento all’appartamento per cui è causa, il XX a ben vedere non ha allegato l’esistenza di un pregiudizio che egli avrebbe patito in conseguenza della stipula del preliminare, né ha offerto un principio di prova sul punto.

Egli infatti non ha prodotto una relazione di stima del valore dell’appartamento (al fine di dimostrare, ad esempio, che il prezzo pattuito era troppo elevato avuto riguardo alle condizioni complessive dello stabile); né ha chiesto l’espletamento di una CTU a ciò finalizzata (che, nel difetto di una perizia di parte, sarebbe stata comunque inammissibile in quanto esplorativa).

Ne consegue che non si ha traccia concreta di un possibile pregiudizio che (a contratto preliminare concluso) possa avere giustificato la formulazione da parte del XX di una doglianza in punto a inosservanza della clausola generale di buona fede nelle trattative.

Ad ogni buon conto, strettamente, il XX non ha neppure formulato una domanda risarcitoria che possa essere collegata alla dedotta responsabilità precontrattuale.

Infatti non può valere, di per sé, la richiesta di restituzione del doppio della caparra versata, trattandosi di pretesa pertinente unicamente rispetto alla norma dettata dall’articolo 1385 co. 2 c.c. (altro, rispetto alla responsabilità precontrattuale). 3.

Il XX ha altresì chiesto l’annullamento del contratto preliminare, in considerazione della condotta dolosa (per omissione informativa / reticenza rispetto alle problematiche relative alla statica dell’edificio condominiale) a suo dire posta in essere dalla promittente venditrice YY al momento della stipula del preliminare.

La domanda è stata espressamente formulata dall’attore ai sensi dell’articolo 1439 c.c. (dolo determinante).

Ove accolta, tale domanda (in forza degli effetti retroattivi dell’annullamento) porterebbe alla restituzione del versato e quindi della somma di Euro 75.000, non certo al versamento del doppio della caparra (come ventilato dall’attore, che ha affastellato, si ripete, le varie domande).

Tanto chiarito, valga richiamare il seguente principio di diritto: “In tema di vizi del consenso, il dolo, a norma dell’art. 1439 cod. civ., è causa di annullamento del contratto quando i raggiri usati da una parte abbiano determinato la volontà a contrarre del “deceptus”, avendo ingenerato in lui una rappresentazione alterata della realtà, che abbia provocato nel suo meccanismo volitivo un errore essenziale ai sensi dell’art. 1429 cod. civ. In particolare, ricorre il “dolus malus” solo se, in relazione alle circostanze di fatto e personali del contraente, il mendacio sia accompagnato da malizie ed astuzie volte a realizzare l’inganno voluto ed idonee in concreto a sorprendere una persona di normale diligenza e sussista, quindi, in chi se ne proclami vittima, assenza di negligenza o di incolpevole ignoranza” (Cass. 14628/2009).

La fattispecie di cui all’articolo 1439 c.c. va correlata, a fini interpretativi e di valutazione della concreta fattispecie, alla “attigua” fattispecie di cui all’articolo 1440 c.c. (dolo incidente: “In ipotesi di dolo incidente, il contraente il quale, assumendo che, in assenza dei raggiri sofferti avrebbe concluso il contratto a condizioni diverse e che l’altro contraente fu in mala fede, agisce contro costui chiedendo il risarcimento del danno, non deve esercitare anche l’azione di annullamento del contratto, in quanto la suddetta domanda risarcitoria ha come presupposto che i raggiri non abbiano avuto carattere determinante del consenso e che, pertanto, il contratto resti valido (nella specie la Suprema Corte ha cassato con rinvio la sentenza di merito, la quale, invece, aveva ritenuto che la domanda risarcitoria supponesse la proposizione della domanda di annullamento del contratto, che non era stata formulata)”: Cass. 9523/1999).

Nel caso di specie è pacifico che l’attore non ha formulato domanda ex art. 1440 c.c.

Tuttavia il raffronto fra le due fattispecie è utile in quanto consente di comprendere che l’attore, che in questo caso, non ha sufficientemente né idoneamente allegato le proprie ragioni.

Egli infatti in modo sbrigativo ed apodittico sostiene che, se avesse saputo della situazione problematica relativa alla statica dell’edificio condominiale, non avrebbe stipulato il contratto preliminare.

Ma, per quanto già prima esposto con riferimento alla responsabilità precontrattuale, l’attore non ha svolto utili difese sul punto.

Egli cioè non ha spiegato le ragioni per cui (saputo dei problemi di statica) non si sarebbe determinato a stipulare il preliminare.

Egli comunque non ha dedotto che, in forza delle problematiche relative alla statica dell’edificio, il prezzo pattuito fosse eccessivo.

Vero è, invece, che il XX ad un certo punto si è sottratto tout court alla stipula del rogito, pretendendo da controparte la redazione di una ulteriore perizia (non si sa bene se relativa all’intero stabile o soltanto all’appartamento promesso in vendita) e preannunciando una propria perizia di parte.

Si vedano sul punto i documenti 5 e 7 attorei.

Il rifiuto opposto dal XX rispetto alla stipula del rogito – in quanto non supportato da elementi di fatto che consentano di affermare che la YY abbia “strappato” un prezzo eccessivo rispetto a quello effettivo di mercato, in conseguenza delle problematiche di statica, e quindi che il XX giustificatamente non abbia rogitato, a quel prezzo – svuota di significato la pretesa dell’attore e rende infondata la domanda ex art. 1439 c.c.

Tra l’altro si consideri che le problematiche di statica che connotano l’edificio condominiale non necessariamente hanno avuto una concreta ricaduta sull’appartamento per cui è causa (ché di ciò non vi è traccia in atti).

Ad ogni buon conto, come si evince dalle plurime perizie in atti, si trattava di un fenomeno tenuto sotto controllo, e monitorato da decenni senza che si fossero mai determinate situazioni di concreto pericolo.

In ogni caso il supposto minor valore delle parti comuni (in quanto interessate da fenomeni di assestamento, fessurazioni e quant’altro) non è stato neppure dedotto dall’attore, e comunque non può considerarsi un elemento provato in causa.

Giova aggiungere, sempre a riprova della debolezza della tesi attorea ex art. 1439 c.c., che è intercorso un considerevole lasso di tempo tra la sottoscrizione della proposta di acquisto da parte del XX (12 maggio 2005) e la stipula del preliminare (30 giugno 2005). Tale lasso di tempo avrebbe consentito al XX (sol che egli avesse usato la normale diligenza) di attivarsi per acquisire l’atto di provenienza della YY e per svolgere ogni opportuno approfondimento (anche solo contattando i danti causa della YY), valutando se addivenire alla stipula del preliminare.

Ciò è tanto più vero, sol che si consideri che il XX ha insistentemente rimarcato l’esistenza nell’atto di provenienza della YY (1995) di una postilla notarile che faceva comprendere che la YY era stata espressamente informata dai propri danti causa dei problemi di statica dell’edificio.

Ma ciò depone a sfavore dell’attore: infatti egli, se avesse adoperato la normale diligenza, si sarebbe posto nella condizione di “allarmarsi” sulla qualità dell’immobile oggetto della proposta di acquisto, e magari (ma non è dato di saperlo con certezza) non avrebbe sottoscritto il preliminare.

Invece il XX ha ritenuto di sottoscrivere il preliminare, sostanzialmente nulla facendo tra la sottoscrizione della proposta di acquisto e la stipula del preliminare; e solo dopo ha iniziato ad allegare la reticenza della YY (laddove egli, secondo la normale diligenza, aveva, come detto, la possibilità di svolgere approfondimenti in prevenzione).

Essendo egli venuto meno a un comportamento di normale diligenza, non può ex post far ricadere sulla YY una propria leggerezza.

Comunque il XX avrebbe dovuto, quantomeno, attivarsi subito dopo la stipula del preliminare avvenuta il 30 giugno 2005, per acquisire la copia dell’atto di provenienza della YY e il materiale peritale che gli consentisse di approfondire la questione delle problematiche di statica dell’edificio.

Invece egli sin dalle prime difese ha dato atto di essersi attivato ben dopo, visto che egli ha ricevuto dall’amministratore del condominio il materiale peritale solo tra settembre e ottobre 2005.

A tale ultimo proposito va escluso che sia intercorso un notevole lasso di tempo fra la richiesta del XX e la consegna dei documenti da parte dell’amministratore condominiale V(omissis) S(omissis): questi infatti in sede di esame testimoniale, con dichiarazioni che debbono ritenersi immuni da dubbi di attendibilità, ha dichiarato che intercorsero al massimo dieci giorni fra la richiesta dei documenti e la consegna dei medesimi presso l’ufficio del XX.

Addirittura, dopo l’acquisizione di tali documenti, l’attore attese sino all’ 11 dicembre 2005 (documento 5 attoreo), dunque circa due mesi e mezzo, per comunicare alla YY le proprie rimostranze (tra l’altro solamente tre giorni prima della data fissata in preliminare per la stipula del definitivo).

Con la medesima missiva il XX dedusse di avere “incaricato un tecnico di fiducia” per la verifica della situazione; ma nel presente giudizio egli non ha prodotto alcuna perizia redatta da tecnico di sua fiducia, il che significa che tale perizia non è mai venuta ad esistenza.

Tale atteggiamento, esattamente stigmatizzato dalla convenuta, porta a ragionevolmente ritenere che il XX si sia pentito dell’affare, ammantando tale pentimento di questioni che non sono state allegate né provate in modo consono nel presente giudizio.

Il XX avrebbe dovuto munirsi quantomeno di una propria perizia di parte, mediante la quale fornire un principio di prova sull’eventuale grave divario tra prezzo pattuito e prezzo di mercato effettivo dell’appartamento, ma non lo ha fatto.

Tale scelta non può peraltro ricadere sulla YY.

In buona sostanza e conclusivamente, restano dubbi su ciò che il XX avrebbe fatto se avesse saputo, alle soglie della stipula del preliminare, dell’esistenza delle problematiche di statica. Così come restano dubbi sulla concreta ricaduta delle problematiche di statica dell’edificio nel suo complesso, sul valore dello specifico appartamento oggetto del preliminare.

E comunque l’attore non ha fatto uso della normale diligenza, rispetto alle informazioni sull’appartamento che avrebbe potuto acquisire sol che avesse attivato modalità tempestive e solerti.

Tali dubbi, non diradati dalle scarne allegazioni dell’attore (che sono comunque rimaste prive di principio di prova a suo favore), non consentono di ravvisare un dolo determinante quale vizio genetico del contratto preliminare in esame.

Con ciò non si vuole dire che la YY abbia agito in modo encomiabile, laddove ha ritenuto che la visita effettuata in loco dal XX il 12 maggio 2005 gli abbia consentito di capire tutto sull’immobile. E laddove ha ritenuto non necessario prospettargli, in quel momento o comunque prima della stipula del preliminare, le problematiche di statica sviluppatesi nel corso degli anni precedenti.

Si vuole evidenziare, semplicemente, che il XX non ha dedotto né provato le ragioni che lo avrebbero portato a non stipulare il preliminare, se avesse saputo tutto ciò.

In ogni caso le domande formulate dal XX non possono essere forzate al punto da ravvisare nelle sue difese – laddove egli ha dedotto (qua e là) di avere patito un danno – una implicita domanda ex art. 1440 c.c. (la quale consente il rimedio del risarcimento del danno, lasciando intatta la pattuizione).

Se così si facesse, si incorrerebbe in un evidente vizio di ultrapetizione.

Pertanto la domanda di annullamento va rigettata in quanto infondata.

4.

Non resta che valutare le domande mediante le quali ognuna delle parti ha dedotto l’inadempimento dell’altra parte:

– giustificante, secondo il XX, il recesso e il diritto di conseguire il pagamento del doppio della caparra; o comunque la risoluzione del contratto con ogni conseguente obbligo restitutorio del versato (e di nulla più del versato);

– giustificante, secondo la YY, l’intervenuta risoluzione di diritto del preliminare con conseguente diritto di ritenere la caparra ricevuta.

Vi è subito da dire che la parte attrice ha formulato in modo non del tutto felice la domanda in esame.

Il XX infatti pretende il pagamento di una somma pari al doppio della caparra, ma non invoca espressamente il rimedio del recesso ex art. 1385 co. 2 c.c. (ventilato solamente nelle comunicazioni ante causam).

Egli invoca unicamente il più generale rimedio della risoluzione per inadempimento; ma così si pone all’esterno del meccanismo della preventiva quantificazione del danno (che è proprio della norma dettata dall’articolo 1385 co. 2 c.c.) e fa echeggiare il meccanismo di cui all’articolo 1385 co. 3 c.c. (nell’ambito del quale la prova del danno è governata dalle norme generali, sicché spetta al soggetto che lamenti il maggior danno – cioè il danno maggiore della caparra versata – fornirne la prova).

Ad ogni buon conto, ferme tali aporie, è inevitabile porre a confronto i reciproci inadempimenti prospettati alle parti, per verificare quale di esse debba ritenersi inadempiente.

La risposta, dopo tutto quanto prima esposto, è agevole.

Il soggetto inadempiente è il XX.

Infatti la YY, una volta ricevuta la missiva datata 11 dicembre 2005 (contenente le prime doglianze del XX sulla statica dell’edificio), si è premurata di formulare chiara diffida ad adempiere in data 22 dicembre 2005, consentendo al XX di addivenire alla stipula del definitivo non più in data 14 dicembre 2005 (come pattuito nel preliminare) bensì in data 18 gennaio 2006 (documento 6 attoreo).

Il XX a fronte di ciò si è trincerato dietro le doglianze sulla statica dell’edificio, notificando alla YY i due atti stragiudiziali di cui ai documenti 7 e 8 attorei (con il secondo dei quali ha dichiarato di recedere dal preliminare).

Ma, per le ragioni prima esposte, difetta la prova che il rifiuto del XX di addivenire alla stipula del definitivo o comunque il suo recesso dal preliminare possano dirsi giustificati.

Il suo inadempimento è conclamato e grave in quanto l’unica obbligazione scaturente dal preliminare è appunto quella di rendersi disponibile alla stipula del definitivo.

Scatta dunque la risoluzione di diritto invocata dalla YY la quale – dopo la notifica dei due atti stragiudiziali da parte del XX – ha del tutto coerentemente comunicato al promissario acquirente che il preliminare doveva intendersi risolto di diritto ex art. 1454 c.c. (essendo decorso inutilmente – e senza valide ragioni addotte dal XX – il termine assegnato a quest’ultimo mediante la diffida ad adempiere del 22 dicembre 2005; e dovendosi ritenere che il XX si fosse con ciò reso gravemente inadempiente).

Si veda il documento 5 convenuta.

Vi è a questo punto da dire che la diffida ad adempiere formulata dalla YY (e la intervenuta risoluzione di diritto del contratto) non è incompatibile con la pretesa avanzata dalla YY di vedere accertato il proprio diritto di ritenere la caparra versata, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 1385 c.c.

Vale infatti il principio di diritto in forza del quale “La risoluzione di diritto del contratto per diffida ad adempiere, ai sensi dell’art. 1454 cod. civ., non preclude alla parte adempiente, nel caso in cui sia stata contrattualmente prevista una caparra confirmatoria, l’esercizio della facoltà di ottenere, secondo il disposto dell’art. 1385 cod. civ., invece del risarcimento del danno, la ritenzione della caparra o la restituzione del suo doppio, con la conseguenza che, sebbene spetti al giudice di accertare che l’inadempimento dell’altra parte non sia di scarsa importanza, non è poi onere della parte adempiente provare anche il danno nell’ “an” e nel “quantum debeatur” (Cass. 2999/2012).

Pertanto, in accoglimento della domanda riconvenzionale della YY, va dichiarata la risoluzione di diritto del contratto preliminare di compravendita sottoscritto dalle parti in data 30 giugno 2005, e va riconosciuto il diritto della YY di ritenere la caparra confirmatoria di Euro 75.000,00.

5.

La dirimenza degli argomenti esposti determina l’irrilevanza della CTU insistita dalla parte convenuta.

6.

Al rigetto delle domande attoree consegue, ai sensi dell’articolo 669 novies co. 3 c.p.c., la perdita di efficacia del provvedimento cautelare di sequestro conservativo autorizzato con ordinanza collegiale depositata in data 7 agosto 2006 sino alla concorrenza di Euro 150.000.

C)

Secondo il principio della soccombenza, le spese del presente giudizio e del procedimento cautelare in corso di causa vanno poste a carico di parte attrice.

La liquidazione del compenso va effettuata secondo i parametri introdotti dal Decreto del Ministero della Giustizia 20 luglio 2012 n. 140 (entrato in vigore il 23 agosto 2012), e non secondo i parametri dettati dal nuovo Regolamento di cui al Decreto del Ministero della Giustizia 10 marzo 2014, n. 55 (entrato in vigore il 3 aprile 2014), per le seguenti ragioni.

L’articolo 41 del D.M. n. 140 del 2012 è del seguente tenore: “Disposizione temporale – Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore”.

Proprio con riferimento a tale norma, la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite mediante la sentenza n. 17405/2012 ha chiarito che i nuovi parametri di cui al D.M. n. 140 del 2012, cui vanno commisurati i compensi dei professionisti in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono da applicare ogni qualvolta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, evocando l’accezione onnicomprensiva di “compenso” la nozione di un corrispettivo unitario per l’opera complessivamente prestata.

Calando tali principi nel caso in esame è possibile rilevare:

– che la liquidazione del compenso viene effettuata in un momento successivo alla data di entrata in vigore del D.M. n. 140 del 2012;

– che il difensore della YY alla data di entrata in vigore del predetto decreto non aveva ancora completato la propria prestazione professionale;

– che il medesimo difensore ha completato la propria prestazione professionale in data 15 ottobre 2013, al deposito della memoria di replica;

– che quindi sussistono entrambi i presupposti che consentono di applicare i parametri di cui al D.M. n. 140 del 2012.

Per converso, difettano i presupposti per applicare i parametri di cui al nuovo D.M. n. 55 del 2014 entrato in vigore in data 3 aprile 2014 in quanto:

– il nuovo D.M. contiene una norma identica a quella del precedente D.M.;

– si fa riferimento all’articolo 28, parimenti denominato “Disposizione temporale”, in forza del quale “Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore”;

– atteso l’identico tenore della “Disposizione temporale”, anche con riferimento al nuovo D.M. debbono valere i principi dettati dalla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite (non rinvenendosi valide ragioni per discostarsene);

– conseguentemente il nuovo D.M. non si applica alla presente liquidazione: trattasi infatti di liquidazione successiva alla sua entrata in vigore, ma la prestazione del difensore della YY si è completamente esaurita prima del 3 aprile 2014 e dunque sotto il vigore delle precedenti tariffe di cui al D.M. n. 140 del 2012.

Tanto chiarito:

– alla luce della somma accertata come dovuta (Euro 75.000), si applica lo scaglione da Euro 50.001 ad Euro 100.000;

– le fasi da prendere in considerazione sono quelle di studio, introduttiva, istruttoria e decisoria;

– attesa la complessità del caso trattato e in considerazione dell’istruttoria orale svolta, altresì tenuto conto del risultato utile conseguito dalla YY, si stima equo liquidare complessivi Euro 9.000, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa e ulteriore istanza, difesa, eccezione e deduzione disattesa, così giudica:

– Rigetta le domande proposte da XX nei confronti di YY.

– In accoglimento della domanda riconvenzionale proposta dalla convenuta YY, dichiara la risoluzione di diritto del contratto preliminare di compravendita sottoscritto dalle parti in data 30 giugno 2005, riconoscendo il diritto della YY di ritenere la caparra confirmatoria di Euro 75.000,00.

– Visto l’articolo 669 novies co. 3 c.p.c., dichiara la perdita di efficacia del provvedimento

cautelare di sequestro conservativo autorizzato con ordinanza collegiale depositata in data 7

agosto 2006 (procedimento n. 8994/2006 R.G.) sino alla concorrenza di Euro 150.000.

– Condanna XX al pagamento in favore di YY delle spese del presente giudizio, che si liquidano in Euro 9.000 per compenso, oltre CPA 4% ed IVA se dovuta.

Conclusione

Così deciso in Bologna, il 19 aprile 2014.

Depositata in Cancelleria il 13 maggio 2014.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA – SEZIONE SECONDA

nella persona del giudice unico Dott. Anna Maria ROSSI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al N. 17105/2000 R.G. promossa da:

A.A. elettivamente domiciliato in VIA DE” FALEGNAMI, 5 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. RIDOLFI RENZO che lo rappresenta e difende;

ATTORE

N.N. elettivamente domiciliato in STRADA MAGGIORE, 29 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. SARDINI VITTORIO che lo rappresenta e difende;

CONVENUTO

CONDOMINIO “A.” VIA omissis – SAN BENEDETTO VAL DI SAMBRO (BOLOGNA) elettivamente domiciliato in VIA GARIBALDI, 7 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. SCIRE” LETTERIO che lo rappresenta e difende;

CHIAMATO IN CAUSA

in punto a:

“140999 – Altri contratti tipici ed obbligazioni non rientranti nelle altre materie”

CONCLUSIONI

Il procuratore dell’attore chiede e conclude:

“Voglia l’Ill.mo Tribunale, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa:

accertare e verificare l’esistenza dei vizi esposti in narrativa che rendono l’immobile in questione inidoneo all’uso cui è destinato;

dichiarare conseguentemente la risoluzione del contratto preliminare stipulato in data 27.9.1999 per inadempimento del promittente venditore, sig. N.N.;

condannare il sig. N.N. alla restituzione della somma di Lire 30.000.000 versata al sig. N.N. al momento della stipula del preliminare.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari del presente giudizio e del precedente giudizio di accertamento tecnico preventivo.”

Il procuratore del convenuto chiede e conclude:

Voglia l’Ill.mo Tribunale, ogni contraria istanza, domanda ed eccezione disattesa.

In via preliminare

Autorizzare la chiamata in causa del Condominio “A.” via “M.” n. 1000 San Benedetto Val di Sambro (Bologna) nella persona dell’amministratore pro tempore, per essere dal medesimo manlevato di ogni eventuale conseguenza pregiudizievole che dovesse derivare a parte convenuta dal presente giudizio, ciò sul presupposto che i vizi denunciati dall’attore, se accertati, possono essere solo di esclusiva responsabilità del condominio;

In via principale

Respingere ogni domanda formulata dall’attore in quanto destituita di fondamento in diritto. Con vittoria delle spese della lite.

In via riconvenzionale principale

Disporre, per gli effetti dell’art. 2932 c.c., l’acquisto dell’immobile sito in San Benedetto Val di Sambro (Bologna), via “M.” n. 1000 in capo al sig. A.A. e conseguentemente

Condannare il sig. A.A. a corrispondere a parte convenuta il prezzo pari a Lire 40.000.000 oltre interessi e rivalutazione monetaria.

Con vittoria delle spese di giudizio.

In via riconvenzionale subordinata

Nella denegata ipotesi che l’Ill.mo Tribunale adito ritenesse di accogliere la domanda di risoluzione formulata dall’attore, si chiede che nella determinazione del quantum da restituirsi da parte del sig. N.N. al sig. A.A. si tenga conto dei fattori enunciati al punto 4) del presente atto, i cui importi verranno documentati in corso di causa, con conseguente compensazione e conguaglio delle somme.

Con compensazione delle spese di giudizio.

Il procuratore del terzo chiamato chiede e conclude:

piaccia all’Ill.mo Giudice:

in via preliminare

dichiarare la carenza di legittimazione passiva del condominio convenuto.

Respingere la domanda proposta nei confronti del condominio per assoluta indeterminatezza del petitum e della causa petendi, determinata dalla mancata esposizione e specificazione delle ragioni di diritto poste a fondamento della domanda nonché dalla sua mancata determinazione.

Nel merito respingere la domanda svolta nei confronti del condominio perché infondata in fatto ed in diritto.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari.”

Svolgimento del processo

Con domanda notificata il 7.12.2000 A.A. lamentava che nella sua abitazione si erano verificati gravi fenomeni di infiltrazione di umidità e di trasudamento d’acqua e di condensa tali da rendere l’appartamento sito in via “M.’, n. 1000, a San Benedetto Val di Sambro (Bologna), invivibile ed insalubre. Tale appartamento era stato promesso in vendita all’attore con contratto preliminare di compravendita stipulato con il promittente alienante N.N. in data 27.9.1999, per il prezzo di Lire 70.000.000. Il sig. A.A. corrispondeva a titolo di caparra confirmatoria ed acconto prezzo Lire 30.000.000. Preso possesso dell’immobile riscontrava i vizi sopra descritti.

Al fine di far accertare lo stato dei luoghi e le condizioni dell’immobile, il sig. A.A. depositava avanti il Tribunale di Bologna ricorso ex art. 696 c.p.c., R.G. n. 3733/2000. In tale sede conveniva in giudizio il proprietario dell’immobile promesso in vendita che a sua volta chiamava in manleva il condominio di Via “M.’, in persona del suo amministratore pro tempore. Il procedimento si concludeva con deposito della perizia del CTU geom. M. in data 4.9.2000.

Successivamente, il sig. A.A. proponeva domanda, per cui è causa, di risoluzione del contratto preliminare per inadempimento del promittente venditore, sig. N.N., previo accertamento dell’esistenza dei vizi dovuti a fenomeni di infiltrazione e umidità che rendono l’immobile inidoneo all’uso pattuito e di condanna alla restituzione della somma di Lire 30.000.000 versata al sig. N.N. al momento della stipula del preliminare.

Si costituiva in giudizio con comparsa di costituzione e risposta depositata in data 01.03.20001 il sig. N.N. chiedendo preliminarmente l’autorizzazione alla chiamata in causa del Condominio per essere dal medesimo manlevato da ogni conseguenza pregiudizievole, sull’assunto che i vizi, qualora esistenti, dovessero essere imputati al Condominio.

In via principale il sig. N.N. chiedeva il rigetto della domanda attrice perché infondata e in via riconvenzionale principale la pronuncia di sentenza costitutiva ai sensi dell’art. 2932 c.c. con conseguente condanna del sig. A.A. a corrispondergli il residuo prezzo di Lire 40.000.000, oltre interessi e rivalutazione monetaria.

In via subordinata, nella denegata ipotesi di accoglimento della domanda attorea, chiedeva la determinazione del quantum da restituirsi da parte dell’attore, comprensivo del canone locativo e dei costi per il ripristino dell’appartamento nelle condizioni in cui si trovava al momento della consegna.

In data 29.5.2001 si costituiva in giudizio anche il condominio, contestando le domande svolte nei suoi confronti perché infondate in fatto e in diritto ed eccependo in via preliminare la propria carenza di legittimazione passiva nonché la nullità della domanda proposta nei suoi confronti per indeterminatezza della causa petendi e del petitum.

La causa veniva istruita mediante l’espletamento di prove per testi e CTU richiesta dal convenuto ad integrazione di quanto emerso nell’ATP, il cui fascicolo veniva acquisito d’ufficio agli atti di causa.

All’udienza di precisazione delle conclusioni del 25.10.2007, i difensori delle parti precisavano le conclusioni, come da atto di citazione e da comparsa di costituzione e risposta. All’esito dei termini massimi di legge ai sensi dell’art. 190 c.p.c. la causa veniva trattenuta in decisione.

Motivi della decisione

Ai fini della pronuncia sulla domanda attorea di risoluzione del contratto preliminare di compravendita vanno innanzitutto presi in considerazione i vizi dedotti, relativi alle manifestazioni di umidità e alle infiltrazioni, dei quali va accertata l’esistenza e la gravità. Segnatamente, tali vizi giustificano la risoluzione del contratto se viene data la prova che hanno assunto obiettiva rilevanza e consistenza in modo da ostacolare la salubrità di vita delle persone che occupavano l’alloggio in questione, incidendo sull’ordinario godimento dell’unità immobiliare e se tali vizi, taciuti dal promittente alienante e non facilmente riconoscibili dal promissario acquirente, sono preesistenti al momento della stipulazione del contratto preliminare.

L’esistenza dei gravi vizi risulta sufficientemente provata dall’attore per i motivi si seguito enunciati.

Nella propria relazione peritale in sede di ATP, il geom. M. ha riscontrato vizi causati da umidità: “vaste porzioni di parete sono umide, con conseguente formazione di macchie di muffa, sgretolamento delle tinteggiature e danneggiamento dell’intonaco. Le macchie di umidità sono ascritte essenzialmente a due tipi di cause: “a fenomeni di risalita per capillarità di acqua presente nel terreno (umidità saliente) e da condensa di umidità nelle zone fredde alle pareti”. La risalita di umidità è dovuta alla mancanza di una barriera impermeabile al livello del terreno, che la impedisca, e di un vespaio, con funzione isolante, ed è notevolmente aggravata dall’accentuata inclinazione del marciapiede che determina un accumulo di acqua. Inoltre, la condensa dell’umidità interna è dovuta all’inadeguatezza del sistema di isolamento in sede di esecuzione dell’edificio.

Le conclusioni del CTU appaiono pienamente condivisibili, in quanto la relazione è accurata e completa sotto ogni profilo, in relazione alla descrizione dell’immobile, all’individuazione dei vizi e alla determinazione delle loro cause e l’iter motivazionale seguito appare congruo alla natura del quesito, sorretto da precise argomentazioni tecniche e immune da qualsivoglia vizio logico.

Orbene, l’esistenza dei vizi, oggettivi e strutturali, così come accertata dal ctu, non è pressoché contestata dalle parti costituite. Le difese del convenuto si appuntano invece su tre diversi elementi: 1) sulla sopravvenienza di tali vizi in un momento successivo alla stipula del preliminare; 2) sulla loro imputabilità alla condotta del promissario acquirente e/o del condominio; 3) sulla scarsa incidenza sulle condizioni di vita nell’immobile.

Quanto al primo punto, si osserva che l’inizio dei lavori da parte del consulente, fissato per giugno del 2000, è di pochi mesi posteriore all’immissione dell’attore nel godimento dell’immobile e che le cause dei difetti accertati dal consulente non sono ravvisabili in circostanze estemporanee ma trovano spiegazione in carenze strutturali, per lo più originarie, e coessenziali alla struttura dell’immobile, ovvero che difficilmente avrebbero potuto insorgere in un breve lasso di tempo. Non valgono a inficiare queste conclusioni le testimonianze rese nell’interesse del convenuto: esse si riferiscono alla non immediata percettibilità delle infiltrazioni, (che consente di ritenere il vizio occulto e la contestazione tempestiva) in ipotesi ascrivibile ad una continua e particolarmente accurata manutenzione del proprietario, ma non valgono a contraddire la CTU in relazione all’esistenza di difetti strutturali nella realizzazione del condominio, che si pongono come antecedente causale dei vizi e dei danni denunciati dall’attore, evidenziatisi poco dopo la promessa vendita all’interno dell’appartamento oggetto del negozio.

Anche a voler diversamente opinare, dal complesso delle testimonianze non si evince comunque in maniera certa l’inesistenza di fenomeni di muffa e infiltrazione nel periodo antecedente alla stipulazione del preliminare: l’agente immobiliare sig.ra L.L. riferisce infatti di aver visitato l’appartamento unicamente nel corso del 1999, dopo il conferimento dell’incarico di vendita da parte del sig. N.N., presumibilmente dopo che l’immobile era stato tinteggiato (cfr. testimonianza sig.ra B.B., moglie dell’attore, in regime di separazione dei beni). Anche le altre testimonianze del figlio del convenuto, sig. M.M., che dichiara di non aver visitato l’appartamento nel 1999, e della sig. S.S. che riferisce di sue visite all’appartamento limitate fino al 1997, non permettono di provare in modo univoco che anteriormente al settembre 1999 lo stato dell’immobile fosse del tutto alieno da fenomeni quali quelli riscontrati dall’attore.

Appare piuttosto più plausibile che durante la stagione invernale dell’anno 1999 si siano manifestate in tutta la loro gravità macchie di muffa, prima rimaste non visibili per la recente tinteggiatura dei vani e per le più favorevoli condizioni meteorologiche. Dalla testimonianza della sig. B.B. risulta, a conferma di ciò, che le prime infiltrazioni e macchie di muffa si sono manifestate a novembre, proprio in concomitanza con le prime nevicate.

A completamento del quadro istruttorio, si collocano le testimonianze dei due elettricisti: il sig. C.C., intervenuto a seguito di chiamata del sig. A.A., ha dichiarato che l’impianto elettrico dell’appartamento era non adeguato e in cattive condizioni e che buona parte delle prese elettriche presenti nell’immobile erano ossidate dall’umidità, aggiungendo di avere scollegato, per evitare il cortocircuito, due dei termosifoni presenti nell’abitazione. In precedenza, nell’ottobre 1998, quando ancora l’appartamento era abitato dal sig. N.N., era intervenuto il sig. Davide D., che in sede di testimonianza ha dichiarato di non aver visto macchie di umidità e di muffa, ma solo di condensa agli angoli.

Quanto al secondo punto, il convenuto deduce che le macchie di umidità sono state causate da una condotta colposa ascrivibile al sig. A.A. che ha eliminato l’impianto termico e apposto doppi infissi con telaio in alluminio. Tali censure sono infondate: il CTU M. esplicitamente riconosce che tali due condotte possono essere valutati come elementi aggravanti ma non determinanti la formazione delle macchie. Con riferimento alla disattivazione di alcuni corpi scaldanti da parte del sig. A.A. si osserva inoltre che tale riduzione dei caloriferi è stata determinata dall’inadeguatezza dell’impianto elettrico, che creava dei cortocircuiti. Pertanto in tale condotta non può essere ravvisato un concorso di colpa del sig. A.A.. Quanto invece alla realizzazione dei doppi infissi, la circostanza che siano stati apposti dal sig. A.A. è solo allegata e non provata dal convenuto.

Infine, riguardo ai rapporti tra promittente alienante e condominio, sui quali si tornerà in prosieguo di motivazione, si evince dalla relazione del CTU la sussistenza di un nesso di causa-effetto tra i vizi riscontrati nell’appartamento da una parte e l’assenza di impermeabilizzazione nella parete esterna del condominio e la mancanza di una barriera impermeabile a livello del terreno dall’altro, che non comporta peraltro alcun addebito in capo al condominio, in relazione all’oggetto della presente controversia, per quanto più avanti si dirà.

Sul piano contrattuale, infatti, dei vizi accertati nell’immobile promesso in vendita risponde oggettivamente il promittente venditore, per il solo fatto della loro esistenza, a prescindere da ogni profilo di colpa. Il rimedio generale della risoluzione del contratto è infatti valevole per il contratto preliminare e può essere esperito dal promissario acquirente anticipatamente immesso nella disponibilità materiale del bene che risulti affetto da vizi non considerati nel momento della stipula del preliminare, in quanto l’obbligo assunto dal promittente venditore è quello di trasferire l’immobile esente da vizi che lo rendano inidoneo o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore (Cass. civ. n. 3383/2007).

Ne discende la piena applicabilità anche al preliminare della disciplina sulla garanzia per i vizi come prevista in materia di compravendita, che opera oggettivamente.

Venendo al terzo punto, vale invece anche in questa fattispecie il limite generale della non scarsa importanza dell’inadempimento: rilevanti sono pertanto i vizi che diminuiscono in modo apprezzabile il valore del bene o lo rendono inidoneo all’uso cui è destinato.

Nel caso di specie, i vizi rilevati – come sopra ricordato si tratta di formazione di macchie di muffa, sgretolamento della tinteggiatura, danneggiamento dell’intonaco – sono tali da rendere l’immobile non del tutto idoneo all’uso abitativo: risulta di tutta evidenza che non è in linea con gli attuali standard abitativi un immobile le cui pareti sono interessate da una continua formazione di macchie di muffa e da infiltrazioni, sia per motivi estetici, sia per la gravosa incidenza sulla manutenzione dello stesso, richiedendo il fenomeno una serie costante di interventi, prima dell’effettuazione delle necessarie opere di ripristino sulle pareti esterne che non sono nella disponibilità dell’attore, sia per l’insalubrità dello stesso.

Va pertanto accolta la domanda di risoluzione proposta dall’attore, ricorrendone tutti gli elementi costitutivi, e per l’effetto condannato, il convenuto alla restituzione nei confronti dell’attore di Lire 30.000.000 ricevuti a titolo di caparra e acconto sul prezzo, e l’attore al rilascio dell’immobile; per quanto consta dagli atti di causa, invero, l’attore permane nel godimento dell’immobile oggetto di causa.

Ne consegue l’implicito rigetto della domanda riconvenzionale avanzata dal convenuto, di trasferimento dell’immobile ai sensi dell’art. 2932 c.c.

Per contro, va invece accolta la domanda riconvenzionale subordinata del convenuto e, accertato il credito convenuto nei confronti dell’attore, si dichiara interamente compensata la somma di Lire 30.000.000 versata dal A.A. a titolo di acconto del prezzo di vendita e alla cui restituzione è stato condannato il N.N. come effetto della dichiarata risoluzione del preliminare con la somma dovuta dal A.A. per i canoni locativi e i costi di ripristino.

Al riguardo, si osserva preliminarmente che la domanda dell’attore di restituzione è limitata al capitale di Lire 30.000.000, e non è estesa agli interessi, che non possono essere attribuiti d’ufficio. Per costante orientamento giurisprudenziale, in tema di obbligazioni pecuniarie, gli interessi hanno fondamento autonomo rispetto al debito al quale accedono, sicché gli stessi possono essere attribuiti, in applicazione degli artt. 99 e 112 cod. proc. civ., soltanto su espressa domanda della parte (Cass. civ. n. 4423/04).

D’altro canto il convenuto avanza sola domanda di compensazione e non anche di condanna per l’eventuale eccedenza del proprio credito.

Passando al merito della domanda riconvenzionale, dalla CTU esperita in corso di giudizio risulta che l’importo di Lire 30.000.000 dovuto dal N.N. per l’effetto dell’accoglimento della domanda di risoluzione e della conseguente domanda di restituzione proposta dal sig. A.A., era già ampiamente raggiunto per i lavori di ripristino quantificati in Euro. 1.750,00 IVA esclusa e per i canoni locativi dovuti dal 27.9.1999 ad aprile 2006, stimati dal geom. M. secondo un valore locativo medio di Euro 200,00 in un totale di Euro 17.550,00.

Non ci sono ragioni per discostarsi dal calcolo effettuato dal CTU, che ha tenuto conto di un valore medio tra Euro 120,00 di canone mensile per il 1999 e Euro 280,00 per l’anno 2006, anche in ragione dei parametri relativi ad immobili simili per ubicazione, dimensione, livello di finiture.

L’attore lamenta, da un lato che le modifiche apportate all’immobile rispetto alle quali il CTU calcola il costo dei ripristini non sono sufficientemente provate, dall’altro che il CTU ha erroneamente computato nel calcolo del canone un’autorimessa non ricompresa nell’oggetto del contratto preliminare: anche a voler dare spazio a tali doglianze, con conseguente riduzione dell’importo complessivo come sopra calcolato, esso risulta comunque superiore a Lire 30.000.000, atteso che il canone locativo va computato fino alla data dell’odierna pronuncia.

Quanto infine alla domanda avanzata dal N.N. nei confronti del condominio terzo chiamato, essa è da respingere.

Del tutto estranea è la posizione del condominio rispetto all’oggetto della causa, se solo si considera che non si fa in questa sede questione delle opere di esecuzione necessarie per porre rimedio ai vizi strutturali delle parti comuni del condominio, incidenti sulle porzioni di proprietà esclusiva, né si fa valere nei confronti del condominio una responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c. per danni cagionati da beni di proprietà condominiale. L’oggetto della causa riguarda il contratto preliminare stipulato tra il sig. N.N. e il sig. A.A., che costituisce res inter alios acta rispetto al condominio e pertanto nessuna responsabilità può essere imputata al condominio per la risoluzione del contratto stipulato dall’attore e dal convenuto. Il condominio può certamente essere ritenuto responsabile ai sensi dell’art. 2051 c.c. per i danni arrecati alle singole unità immobiliari se conseguenti a difetti delle parti comuni dell’edificio, ma non può viceversa farsi carico della mancata conclusione del contratto di compravendita dell’immobile, rispetto al quale è rimasto estraneo. Né il convenuto ha dimostrato di avere sollecitato il condominio, (costituitosi a seguito della compiuta edificazione dell’edificio, e quindi certamente immune da responsabilità, rispetto alle scelte costruttive a cui il ctu ha attribuito i problemi di infiltrazioni), nelle dovute sedi, affinché eseguisse le opere necessarie a conferire salubrità alla unità di sua proprietà, così da ritenerlo responsabile per colpevole inerzia della condizione attuale dell’immobile.

Le spese di lite tra attore e convenuto (comprensive delle spese di ATP e CTU) vanno compensate in ragione della reciproca soccombenza, mentre nei rapporti tra convenuto e terzo chiamato, sempre in forza del criterio della soccombenza, il sig. N.N. viene condannato a rifondere al condominio “A.” le spese del giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta con atto di citazione ritualmente notificato da A.A. nei confronti di N.N. e sulle domande riconvenzionali proposte da costui nei confronti di A.A., nonché sulla domanda proposta da N.N. nei confronti del terzo chiamato Condominio “A.” sito alla via “M.” n. 1000 in San Benedetto Val di Sambro (Bologna) nella persona dell’amministratore pro tempore, ogni ulteriore domanda e/o eccezione disattesa, ha così provveduto:

-dichiara, previo accertamento dei vizi dedotti, la risoluzione del contratto preliminare di compravendita stipulato da A.A. e N.N.;

-dichiara tenuto e condanna N.N. alla restituzione di Lire 30.000.000 nei confronti di A.A.;

-dichiara tenuto e condanna A.A. al rilascio dell’immobile a favore di N.N., libero da cose o persone;

-dichiara tenuto e condanna A.A. al pagamento della indennità di occupazione, e alla rifusione delle spese di ripristino, fino a concorrenza della somma di Lire 30.000.000 nei confronti di N.N. e per l’effetto dichiara integralmente compensati i rispettivi crediti;

-respinge la domanda proposta da N.N. nei confronti del condominio “A.”;

-compensa le spese tra A.A. e N.N.;

-condanna N.N. a rifondere le spese di lite al condominio “A.”, che liquida in Euro 1.841,04 per diritti, Euro 2.800,00 per onorari, Euro 177,19 per spese vive, oltre spese generali, IVA e CPA.

Cosi” deciso in data 31.3.2008 dal TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA.

il Giudice Dott. Anna Maria ROSSI

Depositata in Cancelleria il 6 MAGGIO 2008

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE CIVILE DI BOLOGNA – SEZIONE SECONDA

nella persona del giudice unico Dott. Anna Maria ROSSI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al N. 8876/2004 R.G. promossa da: XX elettivamente domiciliato in C/O NARDELLA VIA S. GIULIANO, 12 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. DI MATTIA GIANFRANCO che lo rappresenta e difende;

ATTORE

YY, elettivamente domiciliato in VIA ARTIERI, 2 – BOLOGNA, presso e nello studio dell’avv. POJANI GIANNUMBERTO che lo rappresenta e difende;

CONVENUTO

in punto a:

“140011 – Vendita di cose immobili”

CONCLUSIONI

Il procuratore dell’attore chiede e conclude: Nel merito in via principale: previo accertamento del grave inadempimento della signora YY, da cui è derivata la mancata stipula dell’atto pubblico di compravendita dell’immobile sito in Bologna, via “Melarancia’, n.30, dare atto della legittimità del recesso operato dall’Ing. XX ex art.1385 2° comma c.c., e per l’effetto condannare la signora YY convenuta al pagamento del saldo della caparra confirmatoria, e quindi a pagare a favore dell’Ing. XX la somma di Euro. 105.000,00 oltre interessi dalla domanda al soddisfo; in via subordinata, dichiarare risolta la promessa di compravendita sottoscritta il 27.11.2003, per grave inadempimento della promissaria acquirente, sig.ra YY, e per l’effetto condannare quest’ultima al pagamento del saldo della caparra confirmatoria di Euro.105.000,00 in virtù di quanto espressamente pattuito, oltre interessi, e al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, subiti dagli attori, con interessi e rivalutazione, danni da liquidarsi anche in via equitativa.

In via istruttoria, si chiede l’interrogatorio della convenuta sui capitoli di cui alla citazione

Il procuratore del convenuto chiede e conclude: Piaccia al Tribunale, in via principale respingere tutte le domande così come formulate da parte attrice, in quanto infondate in fatto e in diritto e in via riconvenzionale principalmente condannare l’attore XX a restituire alla signora YY la somma di Euro. 5.000,00 già versata, oltre interessi e rivalutazione dalla data della domanda all’effettivo soddisfo, accertato e ritenuto che il preliminare non si era mai perfezionato, sia per mancanza di volontà del proponente a trasmettere la proposta, o comunque perché ritirata, sia per mancata ricettizietà della accettazione, ed ancora per responsabilità precontrattuale del signor XX, avendo taciuto la esistenza della ipoteca durante la fase delle trattative; in subordine, qualora si ritenga concluso il contratto preliminare, dichiarare risolto per inadempimento del signor XX, per avere taciuto la esistenza della ipoteca, e condannare comunque l’attore alla restituzione della somma di Euro. 5.000,00 già versata, oltre interessi e rivalutazione dalla data della domanda all’effettivo soddisfo.

In via istruttoria chiede di ammettere la prova testimoniale della signora Emilia Testa, sui capitoli della comparsa di risposta.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con citazione notificata il 26 maggio 2004, XX conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Bologna YY, per la udienza del 16.9.2004, esponendo di essere proprietario di un immobile posto in Bologna, via “Melarancia’, n. 30, e di averne affidato la vendita alla agenzia immobiliare “A.D.”; aggiungeva che la Agenzia in data 28.11.2003 gli aveva sottoposto una “proposta d’acquisto con prosieguo di promessa di compravendita”, sottoscritta il 27.11.2003 da YY, che prometteva irrevocabilmente ai sensi dell’art.1329 c.c. di acquistare per sé o persona da nominare l’immobile dell’attore, per il prezzo complessivo di Euro.560.000,00, fissato a corpo e non a misura, versando un acconto di caparra confirmatoria di Euro. 5.000,00 ed impegnandosi a versare il saldo della caparra confirmatoria, pari ad Euro.105.000,00 entro il 30.1.2004, ed il residuo prezzo al momento dell’atto notarile.

L’attore accettava la proposta e invitava la convenuta a versare il saldo della caparra confirmatoria, fissando un termine di 15 giorni, trascorso il quale recedeva dal contratto, intimando il pagamento della caparra; la convenuta, tuttavia, tramite il suo difensore avv. Costa assumeva di non avere avuto mai intenzione di obbligarsi al versamento di una tale caparra, e di essere stata raggirata dalla agenzia immobiliare.

L’attore concludeva come in epigrafe, chiedendo accertarsi la legittimità del recesso, e condannarsi la convenuta al pagamento della caparra, ovvero, in subordine, dichiarare risolta la promessa di compravendita, per inadempimento della promittente acquirente, e di conseguenza condannare quest’ultima al pagamento del saldo della caparra confirmatoria, oltre interessi, e al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, subiti dagli attori, con interessi e rivalutazione.

Si costituiva la convenuta, in data 12.7.2004, contestando la pretesa dell’attore; assumeva infatti di avere sottoscritto il modulo predisposto dalla agenzia in base ad informazioni verbali fornitele dall’agente, del tutto difformi dal reale contenuto della “proposta”; in particolare, l’agente le aveva assicurato che si trattava solo di una “prenotazione” che non la impegnava, ma le consentiva di essere preferita ad altri acquirenti, a parità di condizioni; aggiungeva che la proposta non conteneva gli elementi necessari per un preliminare di vendita, atteso che non vi erano indicati i dati catastali del bene, e neppure vi era menzione della ipoteca iscritta sul bene.

Negava che si fosse perfezionato il vincolo obbligatorio anche sotto altro profilo, perché assumeva che la accettazione della proposta non le era pervenuta tempestivamente ed efficacemente, perché entro il termine fissato le era giunta solo tramite il mediatore, non invece dal venditore; contestava, poi, che la somma di Euro. 105.000,00 da versarsi entro il 30 gennaio 2004 fosse qualificabile come caparra confirmatoria, rilevando che ostava a questa qualifica la mancanza di contemporaneità tra la stipula del preliminare (da farsi entro l’8.12.2003) ed il previsto versamento della somma (da farsi entro il 30.12.2003).

Concludeva chiedendo di respingere le domande di parte attrice, e in via riconvenzionale condannare l’attore alla restituzione della somma di Euro.5.000,00 già versata, in ragione del fatto che il preliminare non si era mai perfezionato, ovvero, in subordine, dichiarare risolto per inadempimento il contratto, perché l’attore aveva taciuto la esistenza della ipoteca, e condannare comunque l’attore alla restituzione della somma di Euro.5.000,00 già versata, oltre interessi e rivalutazione.

L’attore contestava la verità dei fatti narrati dalla convenuta, che era invece pienamente consapevole -a suo dire- di essersi impegnata all’acquisto, tanto che aveva fatto inserire nella vendita l’arredamento della cucina e della camera da letto; aggiungeva che la promittente acquirente ben sapeva anche della esistenza del mutuo ipotecario, da estinguersi anticipatamente prima della stipula, utilizzando la caparra che la YY si era impegnata a versare.

La causa veniva istruita con le sole produzioni documentali, e quindi trattenuta in decisione sulle conclusioni precisate alla udienza del 26.6.2008, dopo il deposito delle conclusionali e repliche.

Motivi

La proposta irrevocabile di acquisto in atti è eloquente, e descrive con chiarezza sia la natura dell’atto negoziale che la parte andava a compiere, sia l’oggetto della proposta, il corrispettivo e le modalità di versamento; contiene quindi tutti gli elementi per impegnare la proponente, con un vincolo obbligatorio che una volta accettato deve essere qualificato come preliminare di compravendita.

La proposta è stata rilasciata dalla YY al mediatore il 27.11.2003, ed accettata dal XX il giorno seguente; come risulta dalla stessa esposizione della convenuta quest’ultima ne ha avuto conoscenza tramite il mediatore, (vedi pag.6 della comparsa di costituzione), e non vi è dubbio, a questa stregua, che il contratto si sia perfezionato, atteso che l’art.1326 c.c. prevede espressamente che “il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha avuto conoscenza della accettazione dell’altra parte”, senza affatto richiedere uno scambio diretto tra le parti di proposta ed accettazione; sono quindi irrilevanti le contestazioni di parte convenuta, circa la mancata spedizione o ricezione diretta della proposta.

Per quanto attiene poi alla domanda di condanna al pagamento del saldo della caparra, si osserva che l’art.1385 c.c. disegna l’istituto della caparra confirmatoria come patto di carattere reale, richiedendo che intervenga la dazione materiale della somma, ivi prevista come elemento di perfezione del patto, accompagnata da una chiara espressione di volontà.

Solo con il concorso di queste condizioni si realizza la fattispecie, che configura un vero e proprio patto accessorio al negozio principale, di carattere reale, in cui la volontà delle parti si esprime modificando la disciplina giuridica applicabile in caso di risoluzione, ed inserendo una preventiva liquidazione del danno, forfettaria (v. art.1385 cc).

Ora, nel caso in esame, solo la somma di Euro. 5.000,00 è stata effettivamente versata, mentre la residua somma, di Euro. 105.000,00, è stata promessa, ma non versata: a questa stregua il patto accessorio non si è perfezionato, tra le parti, che quindi non possono far valere una predeterminazione negoziale del danno da inadempimento, con la conseguente applicazione della norma generale, sulla risoluzione per inadempimento.

Esaminando, quindi la domanda subordinata di parte attrice si rileva che vi è inadempimento certo e grave della parte promittente l’acquisto, che nel termine previsto non ha versato la somma pattuita, di Euro.105.000,00, perdurando nell’inadempimento nonostante la intimazione ad adempiere rivoltale ritualmente dal promittente venditore; non può invece ritenersi inadempiente il promittente venditore, atteso che questi si era obbligato a trasferire il bene libero da iscrizioni al momento del rogito, e non prima, cosicché la esistenza della iscrizione ipotecaria, correlata al mutuo, al momento della proposta di acquisto non costituisce inadempimento del venditore; si rileva, tra l’altro, che la convenuta mai ha richiesto, prima del giudizio, la cancellazione della iscrizione ipotecaria, ovvero ne ha lamentato la esistenza, il che evidenzia che non fu questo il problema che determinò la signora YY a ritrarsi dalla proposta, come d’altro canto la stessa ammette, riferendo, in comparsa, che il giorno dopo avere firmato cambiò idea, dopo essersi consultata con un legale.

L’inadempimento riguarda una somma rilevante, e giustifica la risoluzione del contratto preliminare, e la condanna della promittente acquirente al risarcimento del danno che la controparte ha subìto; poiché sappiamo che il venditore ha venduto l’immobile allo stesso prezzo, con un anno di ritardo, e risulta per tabulas che si era obbligato comunque a versare Euro. 10.000,00 alla agenzia di mediazioni, alla firma del preliminare, il danno si determina nella somma di Euro. 10.000,00 per spese di mediazione, oltre che nella somma maturata in un anno a titolo di interessi legali, che all’epoca erano fissati nel 2.5 % annuo, (percentuale che assorbe la inflazione) pari ad Euro. 14.000,00; sommate queste voci di danno, ed estinto per compensazione il credito, fino a concorrenza della somma ricevuta, di Euro. 5.000,00, il danno risarcibile si determina in Euro. 19.000,00, alla data del 28.2.2005; trattandosi di un debito di valore, da quella data fino al saldo sono dovuti, sulla somma capitale, gli importi maturati a titolo di interessi, secondo il tasso legale, ovvero, se maggiore, il danno da svalutazione, liquidato secondo gli indici istat per la variazione dei prezzi al consumo, fino al saldo.

Le spese della lite seguono la soccombenza, come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente pronunciando sulle domande formulate con citazione notificata il 26 maggio 2004, da XX nei confronti di YY, e da quest’ultima in riconvenzionale, ogni ulteriore domanda e/o eccezione disattesa, ha così provveduto:

– dichiara risolta la promessa di compravendita sottoscritta il 27.11.2003, per grave inadempimento della promissaria acquirente, sig.ra YY, e condanna quest’ultima al risarcimento del danno, mediante il pagamento della somma di Euro. 19.000,00 oltre interessi su detta somma, successivi al 28 febbraio 2005, secondo il tasso legale, ovvero, se maggiore, il danno da svalutazione, liquidato secondo gli indici istat per la variazione dei prezzi al consumo, fino al saldo;

– condanna la convenuta all’integrale rifusione in favore dell’attore delle spese, che si liquidano in Euro. 516,50 per anticipazioni, Euro. 1.903,00 per diritti, Euro.4.000,00 per onorari, oltre spese generali, iva e cpa.

Così deciso in data 29 dicembre 2008

Depositata in Cancelleria il 6 FEBBRAIO 2009

MILANO BANCAROTTA TRIBUNALE CORTE APPELLO PENE ACCESSORIE

MILANO BANCAROTTA TRIBUNALE CORTE APPELLO

LA CORTE  CASSAZIONE ANNULLA CIRCA LA DURATA PENE ACCESSORIE

Concludendo, la sentenza impugnata deve essere annullata, quanto al delitto di bancarotta fraudolenta, limitatamente alla durata delle pene accessorie fallimentari, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano per nuovo esame su tale punto.

L’imputato, rimasto soccombente nei confronti delle parti civili, ai sensi dell’art. 541 c.p.p., deve essere condannato alla rifusione in favore di quest’ultima delle spese processuali liquidate, quanto al fallimento (OMISSIS) s.p.a., in complessivi Euro 1.755,00, oltre accessori ed IVA e, quanto a (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.r.l., in Euro 4.212,00, oltre accessori ed IVA. 5. Quanto alla istanza di correzione, è ben vero che la pena principale inflitta all’imputato con la sentenza di primo grado è pari ad anni quattro e mesi quattro di reclusione; tuttavia, tale errore, non essendo contenuto nel dispositivo, non assume alcuna rilevanza, cosicchè non risulta necessario procedere alla sua correzione, alla quale il ricorrente non può vantare alcun interesse.avvocato-erede-legittimo-6

Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Milano del 15 giugno 2017 che, per quanto di interesse in questa sede, ha affermato la penale responsabilità di S.A. per il delitto di partecipazione ad associazione per delinquere (capo A), per più delitti di concorso in fittizia intestazione di beni di cui al D.L. n. 306 del 1992art. 12-quinquies, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 1992, n. 356 (capo B, punti b e c, e capo F) e per due condotte di concorso in bancarotta patrimoniale relative al fallimento della (OMISSIS) s.p.a., unificate, R.D. n. 267 del 1942, ex art. 219, in un unico delitto di bancarotta fraudolenta aggravato (capo E, punti f e h) e, ritenuta la continuazione tra i reati, lo ha condannato alla pena di giustizia ed alle pene accessorie previste R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., la cui durata è stata fissata in anni dieci, ed alla interdizione temporanea dai pubblici uffici, nonchè al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede, in favore delle parti civili (OMISSIS) s.p.a., (OMISSIS) s.r.l., Fallimento (OMISSIS) s.r.l. e fallimento (OMISSIS) s.p.a..

In particolare, lo S. è stato condannato per avere fatto parte di una associazione finalizzata alla commissione di reati di corruzione onde acquisire il controllo di attività economiche mediante l’aggiudicazione di subappalti di opere pubbliche, reati fiscali, reati di falso, truffa e bancarotta nonchè di riciclaggio mediante varie società tra loro collegate e tutte svolgenti la medesima attività e gestite di fatto da soggetti diversi da coloro che formalmente ne erano amministratori e le cui quote societarie erano fittiziamente intestate a soggetti diversi dai reali titolari (capo A).

AVVOCATO-1-DIFESA-BANCAROTTA-

rEPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCARLINI Enrico V. S. – Presidente –

Dott. ROMANO Michele – rel. Consigliere –

Dott. SESSA Renata – Consigliere –

Dott. MOROSINI Elisabetta Maria – Consigliere –

Dott. CARUSILLO Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

S.A., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 20/03/2019 della Corte di appello di Milano;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere ROMANO Michele;

lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale DI LEO Giovanni, che ha concluso per l’annullamento con rinvio limitatamente alla durata delle pene accessorie fallimentari e l’inammissibilità del ricorso nel resto;

lette le richieste del difensore della parte civile fallimento (OMISSIS) s.p.a., avv. Vincenzo Nardo, che ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile o rigettato e ha fatto pervenire conclusioni scritte e nota spese;

lette le richieste del difensore delle parti civili (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.r.l., avv. Massimo Pellicciotta, che ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile o rigettato e ha fatto pervenire conclusioni scritte e nota spese; lette le richieste del difensore del ricorrente, avv. Armando Gerace, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Milano del 15 giugno 2017 che, per quanto di interesse in questa sede, ha affermato la penale responsabilità di S.A. per il delitto di partecipazione ad associazione per delinquere (capo A), per più delitti di concorso in fittizia intestazione di beni di cui al D.L. n. 306 del 1992art. 12-quinquies, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 1992, n. 356(capo B, punti b e c, e capo F) e per due condotte di concorso in bancarotta patrimoniale relative al fallimento della (OMISSIS) s.p.a., unificate, R.D. n. 267 del 1942, ex art. 219, in un unico delitto di bancarotta fraudolenta aggravato (capo E, punti f e h) e, ritenuta la continuazione tra i reati, lo ha condannato alla pena di giustizia ed alle pene accessorie previste R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., la cui durata è stata fissata in anni dieci, ed alla interdizione temporanea dai pubblici uffici, nonchè al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede, in favore delle parti civili (OMISSIS) s.p.a., (OMISSIS) s.r.l., Fallimento (OMISSIS) s.r.l. e fallimento (OMISSIS) s.p.a..

In particolare, lo S. è stato condannato per avere fatto parte di una associazione finalizzata alla commissione di reati di corruzione onde acquisire il controllo di attività economiche mediante l’aggiudicazione di subappalti di opere pubbliche, reati fiscali, reati di falso, truffa e bancarotta nonchè di riciclaggio mediante varie società tra loro collegate e tutte svolgenti la medesima attività e gestite di fatto da soggetti diversi da coloro che formalmente ne erano amministratori e le cui quote societarie erano fittiziamente intestate a soggetti diversi dai reali titolari (capo A).

Inoltre, onde eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniali, avrebbe fittiziamente intestato a C.G.M. le quote sociali pari al 100% del capitale della Metal Energy s.r.l. e poi le quote sociali pari al 100% del capitale della Stella s.r.l., per poi procedere alla fusione delle due società dando vita alla (OMISSIS) s.p.a., le cui quote sarebbero state fittiziamente intestate ad altri soggetti (capo B).

Allo S. si contesta pure di avere concorso con gli amministratori della (OMISSIS) s.p.a., dichiarata fallita il 18 gennaio 2016, nella distrazione della somma di Euro 21.000,00 appartenente alla predetta società ed utilizzata per l’acquisto di un’autovettura da parte di M.G., che in realtà era mero intestatario fittizio, poichè l’autovettura era in uso esclusivo allo S., nonchè nella distrazione delle somme di denaro erogate a tre soggetti di origine calabrese, M.G., S.R. e R.A., quali retribuzioni di rapporti lavorativi fittizi (capo E).

Infine, gli si contesta di avere fittiziamente intestato a M.G. la predetta autovettura onde eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniali (capo F).

  1. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione S.A., a mezzo del suo difensore, chiedendone l’annullamento ed affidandosi a sei motivi.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, quanto al delitto associativo, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), la “infondatezza” della motivazione ed il travisamento del fatto in conseguenza dell’omessa valutazione delle prove offerte dalla difesa.

Sostiene che dalla motivazione della sentenza non può comprendersi il momento nel quale egli avrebbe aderito all’associazione e non si comprende quale interesse avrebbero avuto gli altri aderenti al sodalizio criminale a farlo partecipare. In ogni caso manca la prova di un suo effettivo e stabile contributo all’associazione. L’affermazione di responsabilità poggia sul rapporto tra lo S. e P.S., che in realtà trova giustificazione nella comune passione per i cani. In occasione della conversazione, oggetto di intercettazione, presso il ristorante (OMISSIS), in cui gli investigatori apprendono i nomi dei partecipanti al sodalizio e del loro ruolo all’interno dell’associazione, lo S. non viene neppure menzionato; neppure il suo nome viene profferito in occasione delle altre conversazioni intercettate.

All’imputato viene attribuito nella sentenza il ruolo di pacificatore tra due associati, il P. ed il C., ma tale attività, essendo i due litiganti suoi amici di vecchia data, non deponeva in modo univoco per la sua appartenenza al sodalizio.

I testi avevano riferito che lo S. si era recato solo sporadicamente presso gli uffici della (OMISSIS) s.p.a. e sempre per ragioni diverse da quella di partecipare a riunioni con gli altri associati.

Gli indizi sui quali si fonda l’affermazione di penale responsabilità non sono dotati dei requisiti fissati dall’art. 192 c.p.p., comma 3 e la condanna poggia su mere congetture.

2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta, quanto alle condotte di bancarotta fraudolenta, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), la violazione dell’art. 238-bis c.p.p., nonchè la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione per travisamento conseguente all’omessa valutazione della sentenza della Corte di appello di Milano, acquisita ex art. 603 c.p.p., con la quale è stato assolto M.G. dalla medesima imputazione essendo dimostrato che le somme a lui versate dalla (OMISSIS) s.p.a. erano a lui dovute; inoltre si lamenta il travisamento della documentazione prodotta a dimostrazione dell’esborso economico del M..

Con la sentenza suddetta il M., all’esito del giudizio abbreviato, era stato assolto dal delitto di concorso in bancarotta perchè il fatto non sussiste, in quanto non era stata ritenuta provata la circostanza che l’autovettura fosse stata acquistata con somme appartenenti alla (OMISSIS) s.p.a.. L’ordinamento non ammette che un fatto sia ritenuto esistente da un giudice ed inesistente da altro giudice e la Corte di appello, omettendo di valutare la predetta sentenza, era incorsa in un vizio motivazionale che imponeva l’annullamento del provvedimento impugnato in questa sede.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta, quanto alle condotte di bancarotta fraudolenta, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e), la apparenza della motivazione e l’impiego di formule di stile, nonchè la mancata valutazione del compendio probatorio, travisato per omissione.

In particolare, sebbene risulti provato documentalmente che la somma utilizzata per l’acquisto dell’autovettura apparteneva al M. e non alla fallita, in sentenza si afferma che non vi erano ragioni di credito del M. nei confronti della società, mentre tali ragioni risiedono nell’attività lavorativa prestata dal M. in favore della fallita, come emerge dalle deposizioni testimoniali e dalla sentenza che ha assolto il M.. Lo S. neppure è stato condannato per partecipazione ad associazione di tipo mafioso, come sembra invece alludere la sentenza impugnata in questa sede; difatti, la misura di prevenzione patrimoniale a lui applicata è stata revocata.

Allo S. era stata contestata la distrazione di somme erogate in favore di due calabresi, il M. ed il R., che in realtà si erano sempre svegliati all’alba per poi lavorare sino a tarda sera.

Neppure il ruolo di amministratore di fatto della fallita a lui attribuito poggiava su concreti atti di gestione. In una conversazione intercettata il M.S. aveva descritto come fossero realmente ripartite tra i soci le quote di partecipazione al capitale sociale e tra i soci lo S. non era stato affatto menzionato. Anche da una conversazione tra il T. e lo S. emergeva che quest’ultimo era estraneo alla compagine sociale.

2.4. Con il quarto motivo il ricorrente lamenta, quanto alle condotte di bancarotta fraudolenta, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e), il travisamento del fatto e la violazione delle norme incriminatrici in tema di bancarotta fraudolenta, laddove allo S. viene attribuito il ruolo di socio occulto.

Sostiene che di tale ruolo non vi è alcuna prova e che esso non può essere desunto esclusivamente dalla vicenda relativa all’intestazione dell’autovettura.

2.5. Con il quinto motivo il ricorrente lamenta, quanto alle condotte di fittizia intestazione di cui ai capi B) e F), ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e), l’omessa valutazione del compendio probatorio.

Dalla conversazione del M., oggetto di intercettazione, risultava che lo S. non era l’effettivo titolare delle quote societarie della fallita. Quanto all’autovettura, lo S. non era destinatario di alcuna misura di prevenzione patrimoniale.

2.6. Con il sesto “motivo” il ricorrente lamenta un errore materiale a pag. 1 della motivazione della sentenza di secondo grado, laddove si afferma che egli è stato condannato ad anni quattro e mesi sei di reclusione, mentre la pena inflitta è pari ad anni quattro e mesi quattro di reclusione.

  1. Il difensore del ricorrente ha depositato una memoria contenente motivi nuovi con i quali ha sostanzialmente ribadito i motivi del suo ricorso introduttivo.

Motivi della decisione

  1. Il primo, il terzo, il quarto e il quinto motivo di ricorso sono inammissibili.

Le censure del ricorrente attengono esclusivamente al merito, in quanto dirette a sovrapporre all’interpretazione delle risultanze probatorie operata dal giudice una diversa valutazione dello stesso materiale probatorio per arrivare ad una decisione diversa, e come tali si pongono all’esterno dei limiti del sindacato di legittimità. La decisione del giudice di merito non può essere invalidata da ricostruzioni alternative che si risolvano in una “mirata rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’autonoma assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferirsi a quelli adottati dal giudice del merito, perchè illustrati come maggiormente plausibili o perchè assertivamente dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015, Musso, Rv. 265482; Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, Rv. 234148; Sez. 1, n. 42369 del 16/11/2006, De Vita, Rv. 235507).

Inoltre, il ricorrente si è in questa sede limitato a reiterare le medesime argomentazioni svolte nell’atto di appello, senza attaccare le ragioni poste dal giudice di appello a fondamento della sua decisione, cosicchè appare evidente la genericità dei motivi di ricorso.

E’ inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici. La mancanza di specificità del motivo, invero, dev’essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, a mente dell’art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), all’inammissibilità (Sez. 4, n. 256 del 18/09/1997 – dep. 1998, Ahmetovic, Rv. 210157; Sez. 2, n. 11951 del 29/01/2014, Lavorato, Rv. 259425).

  1. Anche il secondo motivo di ricorso è inammissibile.

Esso è manifestamente infondato atteso che la Corte di appello ha ricostruito dettagliatamente alle pagine 9 e 10 della motivazione della sentenza di secondo grado, che a sua volta richiama anche le pagine 103 e seguenti della motivazione della sentenza di primo grado, le modalità utilizzate per far pervenire le somme erogate dalla (OMISSIS) s.p.a. alla Media Car, che ha trasferito al M. l’autovettura che è stata poi utilizzata in via esclusiva dallo S..

In tal modo, la Corte di appello ha implicitamente chiarito le ragioni per le quali non ha ritenuto di condividere le conclusioni cui è giunta la Corte di appello con la decisione che ha assolto il M..

Nè può sostenersi che tale decisione vincolasse la Corte di appello, nel valutare la posizione dello S., alle medesime conclusioni.

La sentenza passata in giudicato ha un’efficacia preclusiva soltanto nei confronti del medesimo imputato e in relazione al medesimo fatto e non sussistono rimedi in caso di contrasto sostanziale di giudicati formatisi sullo stesso fatto in procedimenti diversi per imputati diversi. Pertanto, il contrasto di giudicati rilevante ai fini della revisione di una sentenza definitiva non ricorre nell’ipotesi in cui lo stesso verta sulla valutazione giuridica dello stesso fatto operata da giudici diversi (Sez. 5, n. 633 del 06/12/2017, dep. 2018, Boschetti, Rv. 271928; Sez. 6, n. 12030 del 04/03/2014, Formicola, Rv. 259461).

Laddove, poi, si lamenta il travisamento della sentenza pronunciata nei confronti del M., il motivo di ricorso è inammissibile, in quanto detta sentenza non viene “specificamente indicata”.

In tema di ricorso per cassazione, la condizione della specifica indicazione degli “altri atti del processo”, con riferimento ai quali, l’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), configura il vizio di motivazione denunciabile in sede di legittimità, può essere soddisfatta nei modi più diversi quali, ad esempio, l’integrale riproduzione dell’atto nel testo del ricorso, l’allegazione in copia, l’individuazione precisa dell’atto nel fascicolo processuale di merito, purchè detti modi siano comunque tali da non costringere la Corte di cassazione ad una lettura totale degli atti, dandosi luogo altrimenti ad una causa di inammissibilità del ricorso, in base al combinato disposto dell’art. 581 c.p.p., comma 1, lett. d) e art. 591 c.p.p. (Sez. 4, n. 3937 del 12/01/2021 Ud., Centofanti, Rv. 280384).

Analoghe considerazioni valgono in relazione alle altre prove di cui il ricorrente ha lamentato il travisamento.

  1. Stante l’inammissibilità dei motivi di ricorso, l’epilogo al quale l’impugnazione sarebbe destinata è quello dell’inammissibilità.

Deve, tuttavia, essere rilevata l’illegalità delle pene accessorie fallimentari la cui durata è stata determinata, ai sensi del R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., nella misura fissa di anni dieci.

Difatti, la Corte costituzionale ha dichiarato, con la sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018, la illegittimità del R.D. n. 267 del 1942art. 216, u. c., nella parte in cui determina nella misura fissa di anni dieci la durata della pena accessoria da essa prevista.

L’illegalità della pena, dipendente da una statuizione ab origine contraria all’assetto normativo vigente al momento consumativo del reato, è rilevabile d’ufficio nel giudizio di cassazione anche nel caso in cui il ricorso sia inammissibile (Sez. 3, n. 6997 del 22/11/2017, dep. 2018, C, Rv. 272090, che ha eliminato la pena accessoria di cui all’art. 609-nonies c.p., comma 2, illegalmente applicata poichè il reato di violenza sessuale non risultava commesso nei confronti di minori).

Per effetto della sentenza della Corte costituzionale sopra citata, la pena accessoria inflitta con la sentenza impugnata in questa sede è divenuta illegale, cosicchè la sentenza impugnata in questa sede deve, in tale parte, essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

Peraltro, a seguito della citata sentenza della Corte costituzionale, le Sezioni Unite hanno affermato che la durata delle pene accessorie deve essere determinata in concreto dal giudice in base ai criteri fissati dall’art. 133 c.p. e non in misura pari a quella della pena principale ai sensi dell’art. 37 c.p. (Sez. U, n. 28910 del 28/02/2019, Surace, Rv. 276286).

  1. Concludendo, la sentenza impugnata deve essere annullata, quanto al delitto di bancarotta fraudolenta, limitatamente alla durata delle pene accessorie fallimentari, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano per nuovo esame su tale punto.

L’imputato, rimasto soccombente nei confronti delle parti civili, ai sensi dell’art. 541 c.p.p., deve essere condannato alla rifusione in favore di quest’ultima delle spese processuali liquidate, quanto al fallimento (OMISSIS) s.p.a., in complessivi Euro 1.755,00, oltre accessori ed IVA e, quanto a (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.r.l., in Euro 4.212,00, oltre accessori ed IVA. 5. Quanto alla istanza di correzione, è ben vero che la pena principale inflitta all’imputato con la sentenza di primo grado è pari ad anni quattro e mesi quattro di reclusione; tuttavia, tale errore, non essendo contenuto nel dispositivo, non assume alcuna rilevanza, cosicchè non risulta necessario procedere alla sua correzione, alla quale il ricorrente non può vantare alcun interesse.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla durata delle pene accessorie fallimentari e rinvia per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte di appello di Milano. Dichiara inammissibile il ricorso nel resto.

Condanna, inoltre, l’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile Fallimento (OMISSIS) s.p.a. che liquida in complessivi Euro 1.755,00 oltre accessori di legge, e dalle parti civili (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.r.l. che liquida in complessivi Euro 4.000,00, oltre accessori di legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 luglio 2021

rEPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCARLINI Enrico V. S. – Presidente –

Dott. ROMANO Michele – rel. Consigliere –

Dott. SESSA Renata – Consigliere –

Dott. MOROSINI Elisabetta Maria – Consigliere –

Dott. CARUSILLO Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

S.A., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 20/03/2019 della Corte di appello di Milano;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere ROMANO Michele;

lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale DI LEO Giovanni, che ha concluso per l’annullamento con rinvio limitatamente alla durata delle pene accessorie fallimentari e l’inammissibilità del ricorso nel resto;

lette le richieste del difensore della parte civile fallimento (OMISSIS) s.p.a., avv. Vincenzo Nardo, che ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile o rigettato e ha fatto pervenire conclusioni scritte e nota spese;

lette le richieste del difensore delle parti civili (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.r.l., avv. Massimo Pellicciotta, che ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile o rigettato e ha fatto pervenire conclusioni scritte e nota spese; lette le richieste del difensore del ricorrente, avv. Armando Gerace, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Milano del 15 giugno 2017 che, per quanto di interesse in questa sede, ha affermato la penale responsabilità di S.A. per il delitto di partecipazione ad associazione per delinquere (capo A), per più delitti di concorso in fittizia intestazione di beni di cui al D.L. n. 306 del 1992art. 12-quinquies, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 1992, n. 356(capo B, punti b e c, e capo F) e per due condotte di concorso in bancarotta patrimoniale relative al fallimento della (OMISSIS) s.p.a., unificate, R.D. n. 267 del 1942, ex art. 219, in un unico delitto di bancarotta fraudolenta aggravato (capo E, punti f e h) e, ritenuta la continuazione tra i reati, lo ha condannato alla pena di giustizia ed alle pene accessorie previste R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., la cui durata è stata fissata in anni dieci, ed alla interdizione temporanea dai pubblici uffici, nonchè al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede, in favore delle parti civili (OMISSIS) s.p.a., (OMISSIS) s.r.l., Fallimento (OMISSIS) s.r.l. e fallimento (OMISSIS) s.p.a..

In particolare, lo S. è stato condannato per avere fatto parte di una associazione finalizzata alla commissione di reati di corruzione onde acquisire il controllo di attività economiche mediante l’aggiudicazione di subappalti di opere pubbliche, reati fiscali, reati di falso, truffa e bancarotta nonchè di riciclaggio mediante varie società tra loro collegate e tutte svolgenti la medesima attività e gestite di fatto da soggetti diversi da coloro che formalmente ne erano amministratori e le cui quote societarie erano fittiziamente intestate a soggetti diversi dai reali titolari (capo A).

Inoltre, onde eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniali, avrebbe fittiziamente intestato a C.G.M. le quote sociali pari al 100% del capitale della Metal Energy s.r.l. e poi le quote sociali pari al 100% del capitale della Stella s.r.l., per poi procedere alla fusione delle due società dando vita alla (OMISSIS) s.p.a., le cui quote sarebbero state fittiziamente intestate ad altri soggetti (capo B).

Allo S. si contesta pure di avere concorso con gli amministratori della (OMISSIS) s.p.a., dichiarata fallita il 18 gennaio 2016, nella distrazione della somma di Euro 21.000,00 appartenente alla predetta società ed utilizzata per l’acquisto di un’autovettura da parte di M.G., che in realtà era mero intestatario fittizio, poichè l’autovettura era in uso esclusivo allo S., nonchè nella distrazione delle somme di denaro erogate a tre soggetti di origine calabrese, M.G., S.R. e R.A., quali retribuzioni di rapporti lavorativi fittizi (capo E).

Infine, gli si contesta di avere fittiziamente intestato a M.G. la predetta autovettura onde eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniali (capo F).

  1. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione S.A., a mezzo del suo difensore, chiedendone l’annullamento ed affidandosi a sei motivi.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, quanto al delitto associativo, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), la “infondatezza” della motivazione ed il travisamento del fatto in conseguenza dell’omessa valutazione delle prove offerte dalla difesa.

Sostiene che dalla motivazione della sentenza non può comprendersi il momento nel quale egli avrebbe aderito all’associazione e non si comprende quale interesse avrebbero avuto gli altri aderenti al sodalizio criminale a farlo partecipare. In ogni caso manca la prova di un suo effettivo e stabile contributo all’associazione. L’affermazione di responsabilità poggia sul rapporto tra lo S. e P.S., che in realtà trova giustificazione nella comune passione per i cani. In occasione della conversazione, oggetto di intercettazione, presso il ristorante (OMISSIS), in cui gli investigatori apprendono i nomi dei partecipanti al sodalizio e del loro ruolo all’interno dell’associazione, lo S. non viene neppure menzionato; neppure il suo nome viene profferito in occasione delle altre conversazioni intercettate.

All’imputato viene attribuito nella sentenza il ruolo di pacificatore tra due associati, il P. ed il C., ma tale attività, essendo i due litiganti suoi amici di vecchia data, non deponeva in modo univoco per la sua appartenenza al sodalizio.

I testi avevano riferito che lo S. si era recato solo sporadicamente presso gli uffici della (OMISSIS) s.p.a. e sempre per ragioni diverse da quella di partecipare a riunioni con gli altri associati.

Gli indizi sui quali si fonda l’affermazione di penale responsabilità non sono dotati dei requisiti fissati dall’art. 192 c.p.p., comma 3 e la condanna poggia su mere congetture.

2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta, quanto alle condotte di bancarotta fraudolenta, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), la violazione dell’art. 238-bis c.p.p., nonchè la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione per travisamento conseguente all’omessa valutazione della sentenza della Corte di appello di Milano, acquisita ex art. 603 c.p.p., con la quale è stato assolto M.G. dalla medesima imputazione essendo dimostrato che le somme a lui versate dalla (OMISSIS) s.p.a. erano a lui dovute; inoltre si lamenta il travisamento della documentazione prodotta a dimostrazione dell’esborso economico del M..

Con la sentenza suddetta il M., all’esito del giudizio abbreviato, era stato assolto dal delitto di concorso in bancarotta perchè il fatto non sussiste, in quanto non era stata ritenuta provata la circostanza che l’autovettura fosse stata acquistata con somme appartenenti alla (OMISSIS) s.p.a.. L’ordinamento non ammette che un fatto sia ritenuto esistente da un giudice ed inesistente da altro giudice e la Corte di appello, omettendo di valutare la predetta sentenza, era incorsa in un vizio motivazionale che imponeva l’annullamento del provvedimento impugnato in questa sede.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta, quanto alle condotte di bancarotta fraudolenta, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e), la apparenza della motivazione e l’impiego di formule di stile, nonchè la mancata valutazione del compendio probatorio, travisato per omissione.

In particolare, sebbene risulti provato documentalmente che la somma utilizzata per l’acquisto dell’autovettura apparteneva al M. e non alla fallita, in sentenza si afferma che non vi erano ragioni di credito del M. nei confronti della società, mentre tali ragioni risiedono nell’attività lavorativa prestata dal M. in favore della fallita, come emerge dalle deposizioni testimoniali e dalla sentenza che ha assolto il M.. Lo S. neppure è stato condannato per partecipazione ad associazione di tipo mafioso, come sembra invece alludere la sentenza impugnata in questa sede; difatti, la misura di prevenzione patrimoniale a lui applicata è stata revocata.

Allo S. era stata contestata la distrazione di somme erogate in favore di due calabresi, il M. ed il R., che in realtà si erano sempre svegliati all’alba per poi lavorare sino a tarda sera.

Neppure il ruolo di amministratore di fatto della fallita a lui attribuito poggiava su concreti atti di gestione. In una conversazione intercettata il M.S. aveva descritto come fossero realmente ripartite tra i soci le quote di partecipazione al capitale sociale e tra i soci lo S. non era stato affatto menzionato. Anche da una conversazione tra il T. e lo S. emergeva che quest’ultimo era estraneo alla compagine sociale.

2.4. Con il quarto motivo il ricorrente lamenta, quanto alle condotte di bancarotta fraudolenta, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e), il travisamento del fatto e la violazione delle norme incriminatrici in tema di bancarotta fraudolenta, laddove allo S. viene attribuito il ruolo di socio occulto.

Sostiene che di tale ruolo non vi è alcuna prova e che esso non può essere desunto esclusivamente dalla vicenda relativa all’intestazione dell’autovettura.

2.5. Con il quinto motivo il ricorrente lamenta, quanto alle condotte di fittizia intestazione di cui ai capi B) e F), ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e), l’omessa valutazione del compendio probatorio.

Dalla conversazione del M., oggetto di intercettazione, risultava che lo S. non era l’effettivo titolare delle quote societarie della fallita. Quanto all’autovettura, lo S. non era destinatario di alcuna misura di prevenzione patrimoniale.

2.6. Con il sesto “motivo” il ricorrente lamenta un errore materiale a pag. 1 della motivazione della sentenza di secondo grado, laddove si afferma che egli è stato condannato ad anni quattro e mesi sei di reclusione, mentre la pena inflitta è pari ad anni quattro e mesi quattro di reclusione.

  1. Il difensore del ricorrente ha depositato una memoria contenente motivi nuovi con i quali ha sostanzialmente ribadito i motivi del suo ricorso introduttivo.

Motivi della decisione

  1. Il primo, il terzo, il quarto e il quinto motivo di ricorso sono inammissibili.

Le censure del ricorrente attengono esclusivamente al merito, in quanto dirette a sovrapporre all’interpretazione delle risultanze probatorie operata dal giudice una diversa valutazione dello stesso materiale probatorio per arrivare ad una decisione diversa, e come tali si pongono all’esterno dei limiti del sindacato di legittimità. La decisione del giudice di merito non può essere invalidata da ricostruzioni alternative che si risolvano in una “mirata rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’autonoma assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferirsi a quelli adottati dal giudice del merito, perchè illustrati come maggiormente plausibili o perchè assertivamente dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015, Musso, Rv. 265482; Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, Rv. 234148; Sez. 1, n. 42369 del 16/11/2006, De Vita, Rv. 235507).

Inoltre, il ricorrente si è in questa sede limitato a reiterare le medesime argomentazioni svolte nell’atto di appello, senza attaccare le ragioni poste dal giudice di appello a fondamento della sua decisione, cosicchè appare evidente la genericità dei motivi di ricorso.

E’ inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici. La mancanza di specificità del motivo, invero, dev’essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, a mente dell’art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), all’inammissibilità (Sez. 4, n. 256 del 18/09/1997 – dep. 1998, Ahmetovic, Rv. 210157; Sez. 2, n. 11951 del 29/01/2014, Lavorato, Rv. 259425).

  1. Anche il secondo motivo di ricorso è inammissibile.

Esso è manifestamente infondato atteso che la Corte di appello ha ricostruito dettagliatamente alle pagine 9 e 10 della motivazione della sentenza di secondo grado, che a sua volta richiama anche le pagine 103 e seguenti della motivazione della sentenza di primo grado, le modalità utilizzate per far pervenire le somme erogate dalla (OMISSIS) s.p.a. alla Media Car, che ha trasferito al M. l’autovettura che è stata poi utilizzata in via esclusiva dallo S..

In tal modo, la Corte di appello ha implicitamente chiarito le ragioni per le quali non ha ritenuto di condividere le conclusioni cui è giunta la Corte di appello con la decisione che ha assolto il M..

Nè può sostenersi che tale decisione vincolasse la Corte di appello, nel valutare la posizione dello S., alle medesime conclusioni.

La sentenza passata in giudicato ha un’efficacia preclusiva soltanto nei confronti del medesimo imputato e in relazione al medesimo fatto e non sussistono rimedi in caso di contrasto sostanziale di giudicati formatisi sullo stesso fatto in procedimenti diversi per imputati diversi. Pertanto, il contrasto di giudicati rilevante ai fini della revisione di una sentenza definitiva non ricorre nell’ipotesi in cui lo stesso verta sulla valutazione giuridica dello stesso fatto operata da giudici diversi (Sez. 5, n. 633 del 06/12/2017, dep. 2018, Boschetti, Rv. 271928; Sez. 6, n. 12030 del 04/03/2014, Formicola, Rv. 259461).

Laddove, poi, si lamenta il travisamento della sentenza pronunciata nei confronti del M., il motivo di ricorso è inammissibile, in quanto detta sentenza non viene “specificamente indicata”.

In tema di ricorso per cassazione, la condizione della specifica indicazione degli “altri atti del processo”, con riferimento ai quali, l’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), configura il vizio di motivazione denunciabile in sede di legittimità, può essere soddisfatta nei modi più diversi quali, ad esempio, l’integrale riproduzione dell’atto nel testo del ricorso, l’allegazione in copia, l’individuazione precisa dell’atto nel fascicolo processuale di merito, purchè detti modi siano comunque tali da non costringere la Corte di cassazione ad una lettura totale degli atti, dandosi luogo altrimenti ad una causa di inammissibilità del ricorso, in base al combinato disposto dell’art. 581 c.p.p., comma 1, lett. d) e art. 591 c.p.p. (Sez. 4, n. 3937 del 12/01/2021 Ud., Centofanti, Rv. 280384).

Analoghe considerazioni valgono in relazione alle altre prove di cui il ricorrente ha lamentato il travisamento.

  1. Stante l’inammissibilità dei motivi di ricorso, l’epilogo al quale l’impugnazione sarebbe destinata è quello dell’inammissibilità.

Deve, tuttavia, essere rilevata l’illegalità delle pene accessorie fallimentari la cui durata è stata determinata, ai sensi del R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., nella misura fissa di anni dieci.

Difatti, la Corte costituzionale ha dichiarato, con la sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018, la illegittimità del R.D. n. 267 del 1942art. 216, u. c., nella parte in cui determina nella misura fissa di anni dieci la durata della pena accessoria da essa prevista.

L’illegalità della pena, dipendente da una statuizione ab origine contraria all’assetto normativo vigente al momento consumativo del reato, è rilevabile d’ufficio nel giudizio di cassazione anche nel caso in cui il ricorso sia inammissibile (Sez. 3, n. 6997 del 22/11/2017, dep. 2018, C, Rv. 272090, che ha eliminato la pena accessoria di cui all’art. 609-nonies c.p., comma 2, illegalmente applicata poichè il reato di violenza sessuale non risultava commesso nei confronti di minori).

Per effetto della sentenza della Corte costituzionale sopra citata, la pena accessoria inflitta con la sentenza impugnata in questa sede è divenuta illegale, cosicchè la sentenza impugnata in questa sede deve, in tale parte, essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

Peraltro, a seguito della citata sentenza della Corte costituzionale, le Sezioni Unite hanno affermato che la durata delle pene accessorie deve essere determinata in concreto dal giudice in base ai criteri fissati dall’art. 133 c.p. e non in misura pari a quella della pena principale ai sensi dell’art. 37 c.p. (Sez. U, n. 28910 del 28/02/2019, Surace, Rv. 276286).

  1. Concludendo, la sentenza impugnata deve essere annullata, quanto al delitto di bancarotta fraudolenta, limitatamente alla durata delle pene accessorie fallimentari, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano per nuovo esame su tale punto.

L’imputato, rimasto soccombente nei confronti delle parti civili, ai sensi dell’art. 541 c.p.p., deve essere condannato alla rifusione in favore di quest’ultima delle spese processuali liquidate, quanto al fallimento (OMISSIS) s.p.a., in complessivi Euro 1.755,00, oltre accessori ed IVA e, quanto a (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.r.l., in Euro 4.212,00, oltre accessori ed IVA. 5. Quanto alla istanza di correzione, è ben vero che la pena principale inflitta all’imputato con la sentenza di primo grado è pari ad anni quattro e mesi quattro di reclusione; tuttavia, tale errore, non essendo contenuto nel dispositivo, non assume alcuna rilevanza, cosicchè non risulta necessario procedere alla sua correzione, alla quale il ricorrente non può vantare alcun interesse.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla durata delle pene accessorie fallimentari e rinvia per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte di appello di Milano. Dichiara inammissibile il ricorso nel resto.

Condanna, inoltre, l’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile Fallimento (OMISSIS) s.p.a. che liquida in complessivi Euro 1.755,00 oltre accessori di legge, e dalle parti civili (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.r.l. che liquida in complessivi Euro 4.000,00, oltre accessori di legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 luglio 2021

Forli tribunale divisione ereditaria avvocato esperto bologna

Forli tribunale divisione ereditaria avvocato esperto bologna

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

AVVOCATO ESPERTO DIVISIONE EREDITARIA CHIAMA SUBITO 051 6447838

IL TRIBUNALE DISPONEVA

Come previsto dall’art. 556 c.c., ai fini della determinazione della quota disponibile, “Per determinare l’ammontare della quota di cui il defunto poteva disporre si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti. Si riuniscono quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione 562, 737 ss. c.c., secondo il loro valore determinato in base alle regole dettate negli articoli 747 a 750, e sull’asse così formato si calcola la quota di cui il defunto poteva disporre 537 c.c..”.

Non è contestato fra le parti che all’interno dell’asse ereditario, quale componente attiva, debba conteggiarsi l’immobile di C. di R., oggetto della disposizione testamentaria citata poco sopra. L’immobile in questione è stato oggetto di perizia di stima del corso del giudizio. Sul punto, occorre tuttavia ricordare che “In tema di successione necessaria, per accertare la lesione della quota di riserva va determinato il valore della massa ereditaria, quello della quota disponibile e della quota di legittima. A tal fine, occorre procedere alla formazione del compendio dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione; quindi, alla detrazione dal “relictum” dei debiti, da valutare con riferimento alla stessa data; e, ancora, alla riunione fittizia, cioè meramente contabile, tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare, in relazione ai beni immobili ed ai beni mobili, secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e, con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 cod. civ.). Devono calcolarsi, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del “relictum” al netto ed il valore del “donatum” ed imputarsi, infine, le liberalità fatte al legittimario, con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 cod. civ.).” (Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012).

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Forlì

Sezione Civile

In composizione collegiale nella persona dei Signori magistrati:

Dott.ssa Rossella Talia – Presidente

Dott.ssa Anna Orlandi – Giudice

Dott.ssa Valentina Vecchietti – Giudice Relatore, Estensore

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nel procedimento civile di primo grado iscritto al N. 1180/2015 R.G. fra

N.G. (CF (…)), G.G. (CF (…)), con il patrocinio dell’avv. PIER PAOLO BENINI (CF (…)), elettivamente domiciliati presso lo Studio del difensore in Forlì, corso della Repubblica n. 108;

ATTORI

L.I.G. (CF (…)), C.R. (CF (…)), con il patrocinio dell’avv. FEDERICO BOSI (CF (…)), elettivamente domiciliati in Forlì, piazza Orsi Mangelli n. 1 presso lo studio del difensore;

CONVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione i sig.ri N.G. e G.G. (“gli attori”) convenivano in giudizio le sig.re L.I.G. e C.R. (“le convenute”) per sentire accogliere le conclusioni ivi formulate, ed in particolare affinchè, in via preliminare, fosse accertata e dichiarata la legittimazione attiva degli attori in quanto dotati del diritto di rappresentazione ex art. 467 c.c. del sig. G.R., erede legittimario di G.A., e che la quota di spettanza del sig. G.R. sull’asse ereditario di G.A. ammonta a 1/3; sempre in via preliminare, fosse accertato e dichiarato che l’asse ereditario di G.A. era composto, al momento della morte, oltre ad altri beni, dall’immobile sito in C. di R., fraz. C., via S. P. – C. N. 69, costituito da fabbricato residenziale con relativa corte e terreni seminativi, meglio indicato in atti, complessivamente stimato per un valore di mercato di Euro 170.000,00 o diversa somma ritenuta di giustizia; in via principale e nel merito, affinchè, previa declaratoria di lesione dei diritti di legittimari degli attori, fosse condannata R.C., cui fu devoluto per testamento l’immobile di C. di R., a corrispondere agli attori la somma corrispondente a un terzo del valore dell’immobile, e dunque la somma di Euro 56.660,00 o diversa somma da quantificarsi in corso di causa, con interessi dal dovuto al saldo effettivo, ovvero emettere sentenza costitutiva della quota di proprietà di 1/3 in favore degli attori; ancora in via principale, accertare e quantificare, previa collazione, in Euro 90.000,00, ovvero diversa somma ritenuta di giustizia, tutte le somme confluite e progressivamente prelevate sui conti correnti e depositi cointestati al sig. G.A. e pertanto dichiarare che la porzione di dette somme spettante al sig. G.R., applicandovi la quota di riserva di 1/3 ammonta ad Euro 30.000,00 ovvero diversa somma ritenuta di giustizia; ancora in via principale, condannare le convenute in solido a conferire ex art. 737 e 751 c.c. tutte le somme prelevate dai conti correnti e depositi di cui il sig. G. risultava cointestatario fino a reintegrazione dei legittimari nella quota di Euro 30.000,00, il tutto con vittoria di spese.

Allegavano gli attori di essere eredi legittimari del de cuius G.A., deceduto a Santa Sofia il 5 agosto 2013, per diritto di rappresentazione, in quanto figli del defunto G.R., figlio premorto, deceduto il 14.7.2007.

Il sig. G.A. aveva redatto testamento in forma pubblica, in data 16.7.2013, dichiarando di lasciare alla propria nipote, R.C., figlia di G.L.I., sorella di G.R. e figlia del de cuius, l’immobile di C. di R., fraz. C. sopra citato.

Al momento della morte, il de cuius risultava titolare di un libretto postale, di un conto corrente e di un deposito amministrato, sui quali risultavano effettuate numerose movimentazioni e prelievi dettagliati in atti.

Ad avviso degli attori, dunque, il relictum sarebbe composto: dall’immobile lasciato per testamento alla nipote, dal valore, ad avviso degli attori, ammontante al momento della morte ad Euro 170.000,00. Vi sarebbero inoltre somme di denaro quantificate in Euro 90.000,00, detratto quanto necessario per il ricovero di G.A. negli ultimi tempi di vita. Dette somme di denaro sarebbero state prelevate da parte di G.L.I., che se ne sarebbe di fatto appropriata approfittando del rapporto con il de cuius, e sarebbero dunque soggette a collazione.

Si costituivano in giudizio G.L.I. e R.C. (“le convenute”) concludendo, in via preliminare, per l’accertamento che al momento della morte di G.A. i ben relitti in proprietà di costui erano composti dall’immobile sito in C. di R., fraz. C., indicato in atti, oltre che dalla quota del 50% di spettanza del de cuius delle somme presenti all’epoca della morte sul libretto postale cointestato al de cuius e alla figlia L.I., per Euro 17,10, accertata e dichiarata la detraibilità dal relictum così formato dei debiti gravanti sullo stesso per Euro 15.416,73 nonché la riunione fittizia al valore netto dei beni relitti di tutte le somme ricevute in donazione da G.R. per complessivi Euro 6.963,38, e per l’effetto dichiarare che il valore della quota ereditaria spettante per successione necessaria a G.G. e G.N., in rappresentazione del padre premorto G.R., assomma a Euro 36.891,20 ovvero diversa somma di giustizia; in via riconvenzionale, accertare e dichiarare l’esistenza di debito gravante sugli attori pari ad Euro 3.627,54 per la captazione a danno delle convenute di somme eccedenti la propria quota di successione legittima nella delazione ereditaria di R.E., e per l’effetto dichiarare la compensazione giudiziale di siffatta posizione debitoria con la somma dovuta agli attori a titolo di legittima nella successione di G.R., rideterminandola nell’ammontare di Euro 33.263,66. Il tutto con vittoria di spese.

Eccepivano le convenute che, nel corso degli ultimi anni della sua vita, il de cuius sarebbe stato costantemente coadiuvato, affiancato e assistito dalle convenute, che lo aiutavano in tutte le incombenze quotidiane, e ciò nel completo disinteresse degli attori.

Solo dopo la morte del nonno gli attori avrebbero iniziato ad avanzare pretese economiche.

Ad avviso delle convenute il valore del relictum, comprensivo della casa di abitazione del de cuius e del denaro esistente al tempo della apertura della successione, ammonterebbe ad Euro 140.017,10. Per quanto concerne i debiti, da detrarre dalla massa, essi ammonterebbero ad Euro 15.416,73 e sarebbero costituiti dalle voci di spesa dettagliate in comparsa.

Contestavano poi le affermazioni attoree circa la sussistenza di apprensioni di somme in danno del de cuius, avendo lo stesso personalmente sempre prelevato e gestito il proprio denaro al fine di provvedere ai propri bisogni personali.

Al contrario, il de cuius avrebbe posto in essere in vita elargizioni a favore del rappresentato G.R., in parte come prestiti mai restituiti, in parte come elargizioni, il tutto per complessivi Euro 6.963,38, da imputarsi alla quota di legittima ex adverso pretesa, che dovrebbe, dunque, essere quantificata nell’importo di Euro 43.854,58, pari a 1/3 del relictum, e dunque, sottratte le somme già ricevute a titolo di liberalità, ad Euro 36.891,20.

Inoltre, eccepivano le convenute che, alla morte della sig.ra R.E., moglie premorta del de cuius, gli attori avrebbero operato una suddivisione dell’asse in quattro quote, anziché in tre, tenendo per sé la complessiva somma di Euro 10.882,16 in luogo della somma di Euro 7.255,07. Per questo, l’importo loro spettante in morte del sig. A.G. andrebbe ulteriormente ridotto per compensazione della somma di Euro 3.627,54.

La causa è stata istruita documentalmente e mediante ctu estimativa.

Non è contestata fra le parti la natura di chiamati alla eredità degli attori, per rappresentazione del premorto R.G. e dunque la loro legittimazione attiva al presente giudizio, ai sensi dell’art. 557 comma 1 c.c.. Neppure è contestato fra le parti che la quota di spettanza degli attori ammonta ad un terzo dell’asse ereditario di A.G. (crf. art. 537 c.c.).

Neppure è contestato fra le parti che il de cuius redasse testamento in forma pubblica, lasciando alla propria nipote R.C. – figlia di G.L. – l’immobile di C. di R.. Neppure è contestato fra le parti che detta disposizioni testamentaria comportò la lesione della quota di legittima spettante, per rappresentazione, agli odierni attori.

Le parti controvertono, tuttavia, sulla determinazione quantitativa di detta quota, oltre che sulla sussistenza di rapporti di credito -debito fra le parti stesse.

Come previsto dall’art. 556 c.c., ai fini della determinazione della quota disponibile, “Per determinare l’ammontare della quota di cui il defunto poteva disporre si forma una massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della morte, detraendone i debiti. Si riuniscono quindi fittiziamente i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione 562, 737 ss. c.c., secondo il loro valore determinato in base alle regole dettate negli articoli 747 a 750, e sull’asse così formato si calcola la quota di cui il defunto poteva disporre 537 c.c..”.

Non è contestato fra le parti che all’interno dell’asse ereditario, quale componente attiva, debba conteggiarsi l’immobile di C. di R., oggetto della disposizione testamentaria citata poco sopra. L’immobile in questione è stato oggetto di perizia di stima del corso del giudizio. Sul punto, occorre tuttavia ricordare che “In tema di successione necessaria, per accertare la lesione della quota di riserva va determinato il valore della massa ereditaria, quello della quota disponibile e della quota di legittima. A tal fine, occorre procedere alla formazione del compendio dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione; quindi, alla detrazione dal “relictum” dei debiti, da valutare con riferimento alla stessa data; e, ancora, alla riunione fittizia, cioè meramente contabile, tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare, in relazione ai beni immobili ed ai beni mobili, secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e, con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 cod. civ.). Devono calcolarsi, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del “relictum” al netto ed il valore del “donatum” ed imputarsi, infine, le liberalità fatte al legittimario, con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 cod. civ.).” (Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012).

Pertanto, il valore dell’immobile da prendere a riferimento deve essere quello riferibile al momento della apertura della successione (5 agosto 2013), stimato dal CTU in complessivi Euro 108.000,00, di cui Euro 96.000,00 riferibili al fabbricato ed Euro 12.000,00 al terreno. Dal momento che il quesito espressamente prevedeva la stima del valore al momento della apertura della successione che la determinazione della stima di concerto con i ctp è stata autorizzata dal Giudice su proposta della parte attrice alla udienza del 25.1.2017, il valore da prendere a riferimento non potrà che essere che di Euro 108.000,00.

Per quanto concerne i beni mobili, essi sono così documentati: Euro 34,21 giacenti sul libretto di risparmio cointestato fra il de cuius e la convenuta (doc. 13 fascicolo parte attrice): sul punto, le convenute affermano che l’importo da considerare sarebbe pari a Euro 17,10, pari alla metà del saldo: in assenza di prova contraria, le quote spettanti ai cointestatari si presumono uguali, sì che confluirà nell’asse attivo l’importo di Euro 17,10 (crf., Cass. Civ., Sez. 3, Sentenza n. 4496 del 24/02/2010).

Il valore del relictum ammonta dunque a complessivi euro 108.017,10.

Per quanto concerne i debiti, occorre ricordare che il debito ereditario è quello esistente in capo al de cuius al momento della sua morte o sorto in occasione della morte: essi comprendono anche le spese per le onoranze funebri (Cass. Civ., Sez. 2 -, Ordinanza n. 17938 del 27/08/2020) e le imposte di successione (crf., Tribunale Modena, 12/06/2019, n.915, DeJure).

Pertanto, visto quanto allegato e documentato dalle convenute,

dovranno essere detratti i debiti ereditari, così costituiti:

euro 2.000,00 per spese funebri (doc. 4)

euro 1.992,62 per spese loculo (doc. 5)

euro 2.150,00 per spese notarili (doc. 6)

euro 32,52 per la luce votiva (doc. 7)

euro 35,89 per modello unico (doc. 8)

euro 519,89 per imposte di successione (doc. 9)

euro 750,00 per spese loculo (doc. 10)

euro 4.994,34 per debiti Hera (doc. 14);

non devono invece essere conteggiate le ulteriori spese relative all’immobile oggetto della disposizione testamentaria e successive alla apertura della successione (doc.ti 11, 12, 13).

Pertanto, l’ammontare complessivo dei debiti deve essere determinato nell’importo di euro 12.475,26.

Pertanto, il valore del relictum al netto dei debiti ammonta a euro 95.541,84.

Entrambe le parti allegano, poi, che la rispettiva controparte avrebbe ricevuto donazioni che dovrebbero essere oggetto di collazione.

In particolare, ad avviso degli attori, infatti, G.L.I. avrebbe prelevato, dai libretti e conti correnti paterni, sfruttando il rapporto stretto con il padre e la cointestazione dei conti, rilevanti somme di denaro, indicativamente ammontanti ad Euro 90.000,00. Le convenute, per converso, affermano che quanto asserito dagli attori sarebbe destituito di fondamento e di prova, e che le somme indicate dagli attori sarebbero state utilizzate dal de cuius per il soddisfacimento delle proprie personali esigenze.

In punto alla distribuzione dell’onere della prova, la giurisprudenza di merito ha chiarito come “spetti al legittimario che afferma l’esistenza dell’atto di liberalità da collazionare ai sensi dell’art. 737 c.c. l’onere di provare che il coerede abbia effettivamente beneficiato di una donazione diretta o indiretta. Anche in tale ipotesi, dunque, secondo la regola generale, la prova costituisce un onere per la parte che è interessata a far valere gli effetti del fatto da provare e, quindi, ad affermarlo” (Tribunale Torino sez. II, 07/08/2019, n.3892).

Nel caso di specie, non sembra che gli attori abbiano effettivamente soddisfatto l’onere della prova loro spettante: al contrario, finanche l’allegazione delle presunte donazioni appare sommamente generica, avendo gli attori fornito una quantificazione del tutto indicativa e sommaria delle donazioni che dovrebbero essere oggetto di collazione. La domanda di collazione, pertanto, non è fondata e non può essere accolta.

Dall’altro verso, le convenute allegano che il padre degli attori avrebbe ricevuto dal de cuius donazioni per Euro 6.963,38, negli anni compresi fra il 1998 e il 2000.

Sul punto, gli attori eccepivano l’intervenuta prescrizione per decorso del termine decennale, allegando che il flusso di denaro in questione avrebbe in realtà natura di mutuo.

Anche sotto questo versante, la domanda di collazione non appare fondata; infatti, dalla analisi del doc.2 e della dicitura utilizzata con riferimento alla prima somma di L. 5 milioni (“da restituire”) si evince che tale somma fosse oggetto non già di donazione, ma di mutuo; tale considerazione appare presuntivamente applicabile anche alle successive dazioni di denaro, indicate di seguito nello stesso foglio (doc. 2 fascicolo parte convenuta). Sull’intervenuto decorso della prescrizione, va ricordato che, quand’anche non sia indicato il termine per la restituzione (art. 1817 c.c.), essa decorre ugualmente, giacchè “Condizione necessaria e sufficiente perché la prescrizione decorra è che il titolare del diritto, pur potendo esercitarlo, si astenga da tale esercizio; sicché, anche quando il termine acceda al diritto di credito da far valere, la prescrizione decorre anche quando il diritto non sia esigibile per la mancata fissazione del tempo dell’adempimento, potendo il creditore ricorrere al giudice per la fissazione di un termine, ai sensi dell’art. 1183, comma 2, c.c.” (Cass. Civ., Sez. 2 – , Sentenza n. 8640 del 07/05/2020). L’eccezione di prescrizione pertanto coglie nel segno.

Pertanto, non dovendosi operare collazioni, l’entità della lesione della quota riservata agli attori deve essere così determinata:

euro 95.541,84/3 = Euro 31.847,28 (quota di legittima di 1/3), detratto l’importo di Euro 5,70 (pari a un terzo della somma di Euro 17,10, su cosi vedasi supra), e dunque euro 31.841,58.

Occorre ora domandarsi come deve avvenire la reintegrazione della legittima spettante (per rappresentazione) agli odierni attori.

Oggetto della riduzione è evidentemente la disposizione testamentaria con la quale il de cuius ha disposto di lasciare alla propria nipote, R.C., l’immobile di C. di R..

L’art. 560 c.c. così dispone sulla riduzione del legato o della donazione di immobili:

“Quando oggetto del legato 649c.c. o della donazione 769 c.c. da ridurre è un immobile, la riduzione si fa separando dall’immobile medesimo la parte occorrente per integrare la quota riservata, se ciò può avvenire comodamente 720 c.c..

Se la separazione non può farsi comodamente 720 e il legatario o il donatario ha nell’immobile una eccedenza maggiore del quarto della porzione disponibile 556 c.c., l’immobile si deve lasciare per intero nell’eredità, salvo il diritto di conseguire il valore della porzione disponibile. Se l’eccedenza non supera il quarto, il legatario o il donatario può ritenere tutto l’immobile compensando in danaro i legittimari”.

Nel caso di specie, poiché il valore della disponibile è pari ad Euro 31.847,28 ed il valore del legato immobiliare, alla data di apertura della successione, è pari ad Euro 108.000,00, è evidente che la quota della legataria (non legittimaria) detenuta nell’immobile eccede di oltre un quarto il valore della disponibile.

Sul punto, tuttavia: 1) gli attori non chiedono la separazione in natura della quota dell’immobile corrispondente al valore della quota di legittima, 2) gli attori non chiedono l’attribuzione in natura dell’intero immobile, 3) nessuna delle parti chiede che l’immobile sia venduto (art. 720 c.c.), 4) la domanda subordinata attorea di assegnazione della quota di 1/3 in comproprietà non appare congruente con il dettato dell’art. 560 c.c..

Conseguentemente, e considerato anche quanto implicitamente manifestato dalle parti, il bene immobile in questione dovrà rimanere assegnato alla legataria R.C., che dovrà compensare in denaro gli attori, per la somma di Euro 31.841,58, da non rivalutarsi alla attualità, atteso che, dalle considerazioni rese dal ctu, appare evidente che il bene immobile non potrebbe, alla data attuale, vantare un valore superiore a quello stimato alla data di apertura della successione (crf., Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 5320 del 17/03/2016).

R.C. dovrà dunque compensare gli attori con il pagamento della somma di Euro 31.841,58.

Resta da definire la domanda riconvenzionale delle convenute, le quali affermano che gli attori, nell’operare la divisione delle somme derivanti dalla eredità di R.E. (moglie premorta del de cuius), avrebbero indebitamente suddiviso la complessiva somma non già in tre quote, bensì in quattro, tenendo per loro due quote.

La domanda appare radicalmente inammissibile posto che ogni questione relativa alla divisione ereditaria in morte della sig.ra R.E. appare già, per stessa ammissione delle convenute, definita in via negoziale fra i condividenti con la ripartizione delle relative somme.

In considerazione dell’esito della lite, nonché del fatto che la proposta transattiva, formulata dal giudice in data 25.5.2017, non appare satisfattiva delle pretese degli attori come riconosciute all’esito del giudizio, le spese di lite devono gravare interamente sulle convenute, e sono liquidate come da dispositivo, ex D.M. n. 55 del 2014, scaglione da Euro 26.000,01 a Euro 52.000,00 parametri minimi.

Le spese di ctu vanno integralmente poste a carico delle convenute.

P.Q.M.

Il Tribunale di Forlì, definitivamente decidendo, ogni diversa eccezione, domanda ed istanza disattesa:

1) accerta e dichiara che dell’asse ereditario del de cuius G.A., deceduto in Santa Sofia (FC) il 5 agosto 2013 fanno parte tutti i seguenti beni:

attivo:

– Quota di ½ del saldo attivo del libretto cointestato al de cuius e alla convenuta L.I.G., pari a Euro 17,10;

– Immobile sito in C. di R. – fraz. C., via S. P., C. N. 69, fabbricato residenziale con la relativa corte e terreni seminativi, censito a Catasto Terreni al foglio (…), particella (…), particella (…), particella (…), e Catasto fabbricati foglio (…), particella (…);

passivo:

– Euro 12.475,26 per debiti ereditari;

2) respinge le reciproche domande di collazione formulate dalle parti;

3) accerta e dichiara che il valore dell’asse ereditario (già detratti i debiti), alla data di apertura della successione, ammonta a complessivi Euro 95.541,84, che il valore della quota disponibile ammonta a Euro 31.847,28 e che il valore della quota di legittima spettante agli attori ammonta pure ad Euro 31.847,28;

4) accerta e dichiara che il legato testamentario a favore di R.C. avente ad oggetto l’immobile sopra indicato lede la quota di legittima spettante a G.G.L. e G.N. per rappresentazione del premorto G.R., figlio del de cuius, pari a 1/3;

5) accerta e dichiara che l’entità della lesione della legittima ammonta a Euro 31.841,58 e pertanto

6) condanna R.C. al pagamento, ai fini della reintegrazione della legittima lesa, della somma di Euro 31.841,58 a favore degli attori;

7) respinge la domanda riconvenzionale di R.C. e G.L.I.;

8) condanna R.C. e G.L.I., in solido, alla integrale refusione a G.G.L. e G.N. delle spese di lite del presente procedimento che liquida in complessivi Euro 4.000,00, oltre 15% per spese generali, cp e iva come per legge ed Euro 805,38 per anticipazioni;

9) pone le spese di ctu definitivamente a carico delle convenute, in solido.

Conclusione

Così deciso in Forlì nella Camera di Consiglio in data 3 novembre 2020.

Depositata in Cancelleria il 12 novembre 2020.

INCIDENTE MORTALE FONDO VITTIME IN  MOTO

INCIDENTE MORTALE FONDO VITTIME IN  MOTO

SE RIMANE IGNOTO CHI HA CAUSATO IL SINISTRO OCCORRE RIVOLGERSI AL FONDO VITTIME DELLA STRADA

LA NORMATIVA CONSAP SU FONDO VITTIME STRADA CHE SI RIPORTA:

“Il Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada, istituito con legge n. 990 del 1969 (abrogata con l’entrata in vigore del Codice delle Assicurazioni Private), operativo dal 12 giugno 1971, è amministrato, sotto la vigilanza del Ministero dello Sviluppo Economico, dalla Consap con l’assistenza di un apposito Comitato, presieduto dal Presidente della Società, o in sua vece, dall’Amministratore Delegato, composto da rappresentanti del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministero dell’Economia e delle Finanze, di Consap, dell’Ivass, delle imprese di assicurazione e dei consumatori.

Imprese Designate

La liquidazione dei danni, per i casi indicati di seguito, ai sensi dell’art. 286 del D.Lgs. 209/2005, è effettuata a cura delle Imprese Designate dall’Ivass con provvedimento valido per un triennio (il provvedimento in vigore dal 1 luglio 2015 è il n. 32 del 19 maggio 2015; per consultare il provvedimento 

Massimali

L’intervento del Fondo per i casi indicati di seguito, è limitato al massimale di legge vigente al momento del sinistro (dall’11 giugno 2017 € 6.070.000,00 nel caso di danni alle persone, per sinistro; €1.220.000,00 nel caso di danni alle cose, per sinistro.

Precedentemente a far data dall’11 giugno 2012 € 5.000.000,00 per danni a persona per sinistro, € 1.000000,00 per danni a cose per sinistro; a far data dall’11 dicembre 2009, € 2.500.000,00 per danni a persona per sinistro ed € 500.000,00 per danni a cose per sinistro.

Per consultare i massimali di legge relativi ai sinistri verificatisi prima di tali date 

Tipologie di sinistri

  • Ipotesi A – veicoli o natanti non identificati, per soli danni alla persona (dal 24 novembre 2007, a seguito del decreto legislativo n.198 del 6 novembre 2007, il risarcimento è dovuto anche per i danni alle cose, con una franchigia di Euro 500,00, in caso di danni gravi alla persona) – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui;
  • Ipotesi B – veicoli o natanti non assicurati, per danni alla persona nonché per danni alle cose con una franchigia, per quest’ultimi, di Euro 500,00 (dal 24 novembre 2007, a seguito del decreto legislativo n.198 del 6 novembre 2007, i danni alle cose verranno risarciti integralmente) – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui;
  • Ipotesi C – veicoli o natanti assicurati con Imprese poste in liquidazione coatta amministrativa. In questa ipotesi si distinguono le seguenti tre procedure, di cui solo la terza attualmente attiva:
    • Liquidazione dei danni a cura del Commissario liquidatore dell’Impresa in liquidazione coatta amministrativa, nei casi di sinistri causati da veicoli o natanti assicurati con imprese che al momento del sinistro si trovino in stato di liquidazione coatta amministrativa o vi vengano poste successivamente, i cui Commissari liquidatori siano stati autorizzati, anche per conto del Fondo di Garanzia per le vittime della Strada, alla liquidazione dei danni causati dalla circolazione dei veicoli e dei natanti (art. 293 del D.lgs. n. 209 del 07.09.2005).
    • Liquidazione dei danni a cura dell’Impresa Cessionaria, nei casi di sinistri causati da assicurati con polizze di Imprese il cui portafoglio r.c. auto è stato trasferito ad altra Compagnia.
    • Liquidazione dei danni a cura dell’Impresa Designata, nei casi di sinistri causati da veicoli o natanti assicurati con imprese che al momento del sinistro si trovino in stato di liquidazione coatta amministrativa o vi vengano poste successivamente e per le quali non si verifichino le condizioni indicate ai due punti precedenti (art. 286 del D.lgs. n. 209 del 07.09.2005) – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui.
  • Ipotesi D – veicoli posti in circolazione contro la volontà del proprietario, sia per i danni alla persona che per i danni alle cose – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui.

Il Fondo provvede al risarcimento del danno nei seguenti casi ulteriori:

  • Ipotesi Dbis – sinistri causati da veicoli spediti nel territorio della Repubblica Italiana da un altro Stato dello Spazio Economico Europeo (Paesi della UE + Islanda, Norvegia e Lichtenstein) avvenuti nel periodo intercorrente dalla data di accettazione della consegna del veicolo e lo scadere del termine di 30 giorni (Art. 283, comma 1, lett. d-bis), sia per i danni alla persona che per i danni alle cose – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui;
  • Ipotesi Dter – sinistri causati da veicoli esteri con targa non corrispondente o non più corrispondente allo stesso veicolo (Art. 283, comma 1, lett. d-ter), sia per i danni alla persona che per i danni alle cose – per presentare la relativa domanda di risarcimento clicca qui.””

G.I. s.p.a., nella sua qualità di impresa designata per la liquidazione dei sinistri a carico del “Fondo di G.V.S., in persona dell’organo di rappresentanza pro-tempore, con sede legale in via M. 14, 31021 M. V. (T.), rappresentata e difesa dall’Avv. Adamo BIOLO del Foro di Milano ed elettivamente domiciliata presso lo studio legale associato Biolo Crippa, in corso di Porta Vittoria 28, 20122 Milano;

QUANTO RILEVATO DALLA SENTENZA DI PRIMO GRADO

la domanda non può trovare accoglimento, dacchè non è provato che il sinistro, con la perdita di controllo del motociclo da parte del V., sia da imputarsi al precedente urto con un’autovettura poi datasi alla fuga. Invero: – nel rapporto della Polizia Locale intervenuta il luogo è descritto come strada rettilinea con carreggiata a doppio senso di marcia; al suolo non erano visibili tracce di frenata, ma solo tracce di scarrocciamento lasciate dagli pneumatici della moto ed abrasioni causate dalla struttura del predetto veicolo; la teste oculare M.M.G. aveva riferito che, trovandosi sul marciapiede della via M. avanti al civico n. 56, aveva notato il motociclo provenire da Via D. P. e percorrere la Via M., il veicolo aveva sbandato ed era rovinato al suolo dopo aver urtato dei veicoli in sosta. In data 28.11.2012 presso gli Uffici della Polizia Municipale si era presentato F.S., trasportato sul motociclo e che pure aveva riportato lesioni, il quale aveva riferito di un urto con un SUV, che aveva superato la moto sulla sinistra ed in altra sede questi aveva sostenuto che il SUV sopraggiungeva ad alta velocità alle loro spalle; – il V. era risultato positivo ai cannabinoidi (16 ng/ml contro 2 ng/ml) ed all’etanolo (1,78 g/l), come si evince dalla copia della cartella clinica; – nella presente sede la M. ha affermato di non ricordare nulla del sinistro, ma ha confermato le dichiarazioni rese alla Polizia, di cui le è stata data lettura. Pertanto non è emersa la presenza di alcuna ‘auto pirata’, riportata dal F., ma non nell’immediatezza dei fatti e di cui comunque la M. avrebbe potuto riferire alla Polizia subito dopo il sinistro. Inoltre non può essere sentito il F. in qualità di teste nell’attuale causa. Infatti, la giurisprudenza costante ha affermato il principio secondo cui la vittima di un sinistro stradale è incapace ex art. 246 c.p.c. a deporre nel giudizio avente ad oggetto la domanda di risarcimento del danno proposta da altra persona danneggiata in conseguenza del medesimo sinistro, a nulla rilevando che per il teste sia intervenuta una fattispecie estintiva (transazione, prescrizione del diritto, avvenuto risarcimento), dacchè l’incapacità a testimoniare deve essere valutata prescindendo da vicende che costituiscono un posterius rispetto alla configurabilità dell’interesse a partecipare al giudizio che la determina (Cass., n. 3642/2013; Cass., n. 19258/2015; Cass., n. 12660/2018). Le spese processuali seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo”.

DOMANDA RESPINTA ANCHE IN APPELLO IL CONDUCENTE DECEDUTO IN MOTO AVEVA ASSUNTO ALCOL E DROGHE

 

 

 

Non avendo gli attori assolto l’onere su di essi gravante ai sensi dell’art. 2697 c.c., alcuna prova contraria doveva essere fornita dalla convenuta/appellata G. s.p.a. circa la riconducibilità causale del sinistro in esame, in via esclusiva o concorrente, ad una condotta colposa tenuta dal conducente del motoveicolo: ne consegue che sotto tale profilo è irrilevante che la perdita di controllo del motociclo si sia verificata a causa dello stato di alterazione da consumo di sostanze alcoliche e stupefacenti in cui si trovava V.C. (o, in ipotesi, per qualunque altra causa come ad esempio un malore), trattandosi di circostanza che potrebbe al più condurre alla configurabilità di un concorso di colpa della vittima solo una volta dimostrata dagli attori l’avvenuto fatto generatore del danno di cui è chiesto il risarcimento ai sensi dell’art. 283 comma 1 lett. a) D.Lgs. n. 209 del 2005, e dunque l’avvenuto urto del motociclo ad opera di un’auto ‘pirata’.

In assenza di prova del fatto costitutivo e generatore del danno allegata dagli attori, la circostanza – rilevata dal Tribunale – che V.C. si trovasse, al momento del sinistro, sotto l’effetto dell’assunzione di cannabinoidi ed etanolo, rileva soltanto quale ulteriore argomento di prova a sostegno della ricostruzione del sinistro in esame operata dal giudice e contraria a quella prospettata dagli eredi V.: in altri termini, induce ragionevolmente a ritenere che la vittima è rovinata al suolo per aver perso autonomamente il controllo del proprio motociclo e non a seguito di un urto ad opera di un altro veicolo.

In proposito va comunque evidenziato che, contrariamente alle deduzioni degli appellanti, un simile stato di alterazione psico-fisica risulta provato dalle risultanze documentali acquisite, in particolare dal referto del Pronto Soccorso dell’Ospedale Niguarda di Milano, rilasciato a seguito della richiesta formulata dalla Polizia Locale di svolgere sulla persona della vittima accertamenti sanitari urgenti ai sensi degli artt. 186 e 187 C.d.S. (doc. 4 fascicolo appellanti): da tale referto, contenente l’esito delle analisi del sangue effettuate a V.C., si evince che il pomeriggio del sinistro quest’ultimo aveva consumato sostanze stupefacenti del tipo cannabinoidi e sostanze alcoliche oltre i limiti consentiti (16 ng/ml contro 2 ng/ml quanto ai cannabinoidi, e 1,78 g/l quanto all’etanolo).

Infine, è infondato il quarto e ultimo motivo di appello, con il quale è chiesta la riforma della sentenza del Tribunale nel punto relativo alla condanna alle spese.

AVVOCATO-ERRORE-MEDICO-DIAGNOSTICOREPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE D’APPELLO DI MILANO

SEZIONE III CIVILE

composta dai magistrati

Dott. Irene Formaggia – Presidente

Dott. Michele Montingelli – Consigliere

Dott. Alessandra Del Corvo – Consigliere rel.

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella causa iscritta la numero di ruolo sopra riportato, promossa in grado d’Appello con atto di citazione notificato il 25.11.2019,

DA

V.U. e P.G., entrambi residenti a M. in via M. n. 26, in proprio e nella loro qualità di eredi del figlio V.C., rappresentati e difesi dall’Avv. Luca Ferrari e dall’Avv. Sonia Musto del Foro di Milano presso lo studio dei quali in Milano, Viale Regina Margherita n. 35, sono elettivamente domiciliati;

APPELLANTI

CONTRO

G.I. s.p.a., nella sua qualità di impresa designata per la liquidazione dei sinistri a carico del “Fondo di G.V.S., in persona dell’organo di rappresentanza pro-tempore, con sede legale in via M. 14, 31021 M. V. (T.), rappresentata e difesa dall’Avv. Adamo BIOLO del Foro di Milano ed elettivamente domiciliata presso lo studio legale associato Biolo Crippa, in corso di Porta Vittoria 28, 20122 Milano;

APPELLATA

e

V.M., V.A. e V.V.,

APPELLATI CONTUMACI

OGGETTO: Morte

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza n. 4094/2019, pubblicata il 26.4.2019 e non notificata, il G.U. del Tribunale di Milano, definendo il giudizio di merito (n. 19373/2016 R.G.) promosso con atto di citazione da V.U., P.G., V.V., V.M. e V.A. nei confronti di G.A. s.p.a., ha rigettato la domanda di condanna dai medesimi formulata nei confronti della Compagnia Assicuratrice al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali – quantificati in complessivi Euro 1.203.150,00 – asseritamente subiti a seguito del sinistro stradale verificatosi in M., via M., all’altezza del civico n. 60 il giorno 5.11.2012 verso le ore 18.00; sinistro nel quale era rimasto coinvolto V.C., rispettivamente figlio e fratello degli attori, il quale, alla guida del motociclo Sym Maxsym, nel percorrere la via M. aveva perso il controllo del mezzo andando ad impattare contro alcune auto in sosta e riportando lesioni personali che ne avevano cagionato il decesso il successivo 19.11.2012.

Il giudizio era promosso dagli attori nei confronti di G.A. s.p.a. quale impresa designata per la liquidazione dei sinistri a carico del ‘Fondo di G.V.S.’ e sulla base dell’assunto per il quale il sinistro fosse stato causalmente determinato dalla condotta di un automobilista rimasto ignoto, che a bordo della propria vettura ‘modello SUV’ aveva urtato il motociclo condotto da C.V. per poi darsi alla fuga.

Il giudice di primo grado ha rigettato la domanda formulata dagli attori ritenendo non provata la circostanza che il sinistro, ed in particolare la perdita di controllo del motociclo da parte di C.V., fosse da imputarsi al precedente urto con un’autovettura poi datasi alla fuga. Nello specifico il giudice ha così motivato la decisione di rigetto “la domanda non può trovare accoglimento, dacchè non è provato che il sinistro, con la perdita di controllo del motociclo da parte del V., sia da imputarsi al precedente urto con un’autovettura poi datasi alla fuga. Invero: – nel rapporto della Polizia Locale intervenuta il luogo è descritto come strada rettilinea con carreggiata a doppio senso di marcia; al suolo non erano visibili tracce di frenata, ma solo tracce di scarrocciamento lasciate dagli pneumatici della moto ed abrasioni causate dalla struttura del predetto veicolo; la teste oculare M.M.G. aveva riferito che, trovandosi sul marciapiede della via M. avanti al civico n. 56, aveva notato il motociclo provenire da Via D. P. e percorrere la Via M., il veicolo aveva sbandato ed era rovinato al suolo dopo aver urtato dei veicoli in sosta. In data 28.11.2012 presso gli Uffici della Polizia Municipale si era presentato F.S., trasportato sul motociclo e che pure aveva riportato lesioni, il quale aveva riferito di un urto con un SUV, che aveva superato la moto sulla sinistra ed in altra sede questi aveva sostenuto che il SUV sopraggiungeva ad alta velocità alle loro spalle; – il V. era risultato positivo ai cannabinoidi (16 ng/ml contro 2 ng/ml) ed all’etanolo (1,78 g/l), come si evince dalla copia della cartella clinica; – nella presente sede la M. ha affermato di non ricordare nulla del sinistro, ma ha confermato le dichiarazioni rese alla Polizia, di cui le è stata data lettura. Pertanto non è emersa la presenza di alcuna ‘auto pirata’, riportata dal F., ma non nell’immediatezza dei fatti e di cui comunque la M. avrebbe potuto riferire alla Polizia subito dopo il sinistro. Inoltre non può essere sentito il F. in qualità di teste nell’attuale causa. Infatti, la giurisprudenza costante ha affermato il principio secondo cui la vittima di un sinistro stradale è incapace ex art. 246 c.p.c. a deporre nel giudizio avente ad oggetto la domanda di risarcimento del danno proposta da altra persona danneggiata in conseguenza del medesimo sinistro, a nulla rilevando che per il teste sia intervenuta una fattispecie estintiva (transazione, prescrizione del diritto, avvenuto risarcimento), dacchè l’incapacità a testimoniare deve essere valutata prescindendo da vicende che costituiscono un posterius rispetto alla configurabilità dell’interesse a partecipare al giudizio che la determina (Cass., n. 3642/2013; Cass., n. 19258/2015; Cass., n. 12660/2018). Le spese processuali seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo”.

  1. Avverso la suddetta sentenza hanno proposto appello U.V. e G.P., padre e madre della vittima V.C., con atto di citazione notificato a mezzo PEC il 25.11.2019 per i seguenti motivi: 1) erronea applicazione del disposto di cui all’art. 2697c.c. – erronea ricostruzione dei fatti – erronea e preconcetta valutazione delle risultanze processuali, in quanto il Tribunale avrebbe fondato il proprio convincimento su un’erronea valutazione delle dichiarazioni rese dalla teste M.G.M., la quale ‘non ha visto nulla ad esclusione della fase finale del sinistro, ha solo sentito il rumore dello stesso e si è voltata per accertarsi dell’accaduto’ (gli appellanti richiamano sul punto la deposizione resa dalla teste nell’ambito di altro procedimento – n. 88849/2013 – sulla dinamica del sinistro in oggetto, acquisita al presente procedimento tramite la produzione del relativo verbale di causa), ed avrebbe inoltre omesso di considerare lo stato dei luoghi al momento del sinistro, ovvero le caratteristiche della carreggiata stradale e l’assenza di tracce di frenata riconducibili al motociclo condotto dal V., circostanza che confermerebbe secondo gli appellanti “l’intervento di un evento estraneo (urto del SUV) che ha determinato l’improvviso sbandamento del motociclo cui è conseguito l’esito infausto”. Inoltre, secondo la prospettazione degli appellanti, la presenza del SUV scuro troverebbe conferma nelle dichiarazioni rese dal Sig. F. agli Agenti della Polizia Locale del Comune di Milano in data 26.11.2012 e nel verbale di causa dell’udienza 9.3.2015 di escussione testi nell’ambito del diverso procedimento n. 88849/2013, “dichiarazioni acquisite al presente procedimento in forma di prova documentale, ex adverso non contestate, da cui conseguentemente discende che trattasi di prova documentale validamente acquisita al presente procedimento unitamente alle circostanze ivi riportate”; 2) carenza di motivazione della sentenza del Tribunale nella parte in cui ha ritenuto che non fosse emersa la presenza di un’auto ‘pirata’: il giudice di primo grado avrebbe posto a fondamento della decisione le sole dichiarazioni rese nell’immediatezza del sinistro e in particolare quelle della teste M., e non avrebbe dimostrato che l’addotta assunzione di cannabinoidi ed etanolo da parte della vittima avesse in qualche modo interferito con la dinamica del sinistro in oggetto; 3) erronea applicazione dell’art. 246c.p.c., per avere il Tribunale erroneamente omesso di escutere quale teste, nel presente procedimento, il Sig. S.F. sulla base “dell’illogico assunto secondo cui il terzo trasportato si troverebbe aprioristicamente nella veste di cui all’art. 246 c.p.c.”. Secondo la prospettazione dell’appellante “è proprio il disposto di cui all’art. 141 Codice delle Assicurazioni Private ad elevare ‘super partes’ il terzo trasportato che, ex lege, ha azione diretta e certo risarcimento da parte della compagnia assicurativa del veicolo su cui era a bordo e ciò a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”, e il Tribunale avrebbe omesso di considerare che il teste F. fin dal verificarsi del sinistro “non aveva alcun interesse personale, concreto ed attuale a partecipare al presente giudizio promosso nei riguardi dell’Impresa designata G.I. s.p.a., atteso che aveva, ed ha avuto, completa ed integrale garanzia di legge al risarcimento da parte di G. (compagnia del motociclo) senza dover dimostrare alcunchè, ma semplicemente il verificarsi del sinistro”; 4) evidente iniquità, abnormità, erroneità ed infondatezza della sentenza impugnata “con riguardo alla parte che dispone in punto alle spese processuali liquidate in favore di G.I. s.p.a.”, ricorrendo nella prospettazione degli appellanti – in ipotesi di mancato accoglimento dei motivi di appello – i presupposti per l’integrale compensazione tra le parti delle spese processali.

Gli appellanti concludono quindi chiedendo che, in integrale riforma della sentenza di primo grado, venga accertata e dichiarata la responsabilità esclusiva del conducente dell’autoveicolo modello SUV rimasto ignoto in ordine alla produzione del sinistro mortale in oggetto, e che venga conseguentemente condannata G.I. s.p.a. al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti e quantificati in complessivi Euro 707.633,00 (ovvero Euro 353.816,50 per ciascuno degli appellanti), oltre rivalutazione monetaria secondo gli indici Istat.

In via subordinata, chiedono la riforma della sentenza del Tribunale con riguardo al punto relativo alla liquidazione delle spese processuali, chiedendo disporsi la compensazione integrale delle spese o comunque la riduzione dell’importo liquidato dal giudice.

In via istruttoria chiedono ammettersi prova per testi sui capitoli articolati nell’atto di appello indicando quale teste il Sig. S.F., ammettersi CTU tecnico-cinematica e CTU medico-legale.

  1. G.I. s.p.a., costituendosi in giudizio con comparsa depositata il 12.2.2020, chiede respingersi l’appello ex adverso proposto, contestandone la fondatezza e chiedendo in via subordinata – in caso di revisione anche parziale della sentenza appellata – dichiararsi la concorrente

responsabilità di G.I. s.p.a. nella causazione dell’evento lesivo in misura non superiore al 50%, riducendo in proporzione il danno liquidabile. In ogni caso chiede respingersi le richieste di liquidazione dei danni patrimoniali e non patrimoniali così come quantificati dagli appellanti e che venga attestato l’intervenuto passaggio in giudicato della sentenza appellata nei confronti di V.V., M.V. e A.V., non avendo gli stessi proposto gravame nei termini di legge.

  1. La causa, all’udienza del 20.4.2021, precisate come in epigrafe le conclusioni, è stata trattenuta in decisione, con assegnazione alle parti di termine di giorni trenta ex art. 190c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali, e di successivo termine di legge di giorni venti per il deposito delle memorie di replica.

Motivi della decisione

Va premesso che rispetto alla posizione di V.V., V.M. e V.A. la sentenza impugnata è passata in giudicato, essendo stato proposto appello dai soli V.U. e P.G..

L’appello proposto da questi ultimi è infondato.

In tema di sinistri stradali l’intervento del Fondo di G.V.S., oggi previsto dall’art. 283 comma 1 lett. a) D.Lgs. n. 209 del 2005 al fine di consentire il risarcimento dei danni causati dalla circolazione dei veicoli per i quali vi è obbligo di assicurazione, nei casi di sinistro cagionato da veicolo non identificato, non esclude affatto la regola generale per cui il danneggiato deve provare il fatto generatore del danno.

Ne consegue che sul danneggiato che promuova richiesta di risarcimento nei confronti del Fondo di garanzia, sul presupposto che il sinistro sia stato cagionato da veicolo non identificato, incombe lo stringente onere di provare le modalità del sinistro e l’attribuibilità dello stesso alla condotta dolosa o colposa (esclusiva o concorrente) del conducente di altro veicolo rimasto sconosciuto.

Al fine di assolvere il proprio onere probatorio il danneggiato deve, quindi, fare ricorso agli ordinari mezzi di prova, operando il generale principio sancito dall’art. 2697 c.c..

Ebbene, nella specie correttamente il giudice di primo grado ha ritenuto – sulla scorta delle prove, documentali e testimoniali, acquisite – che tale onere probatorio, essenziale perché vertente sul presupposto indefettibile per l’accoglimento della domanda dei danneggiati, non sia stato assolto dagli attori odierni appellanti.

Deve innanzitutto rilevarsi l’infondatezza del terzo motivo di appello relativo all’erronea applicazione dell’art. 246 c.p.c., con il quale gli attori lamentano che il Tribunale avrebbe erroneamente omesso di escutere quale teste, nel giudizio di primo grado, il terzo trasportato S.F., e ne chiedono l’escussione nel presente giudizio di impugnazione.

Il Tribunale ha infatti correttamente motivato la propria decisione in applicazione di principi giurisprudenziali pacifici.

Va evidenziato che il giudizio sulla capacità a testimoniare differisce dalla valutazione sull’attendibilità del teste, operando le stesse su piani diversi, atteso che l’una, ai sensi dell’art. 246 c.p.c., dipende dalla presenza di un interesse giuridico (non di mero fatto) che potrebbe legittimare la partecipazione del teste al giudizio, mentre la seconda afferisce alla veridicità della deposizione che il giudice deve discrezionalmente valutare alla stregua di elementi di natura oggettiva (la precisione e completezza della dichiarazione, le possibili contraddizioni, ecc.) e di carattere soggettivo (la credibilità della dichiarazione in relazione alle qualità personali, ai rapporti con le parti ed anche all’eventuale interesse ad un determinato esito della lite), una volta che abbia ritenuto sussistente la capacità a testimoniare del reste.

Fatta tale premessa, e in punto di capacità a testimoniare del terzo trasportato coinvolto in un sinistro stradale, va richiamata, tra le altre, la recente pronuncia della Suprema Corte n. 19121/2019, emessa peraltro in un caso analogo a quello in esame.

Il ricorrente assumeva infatti che il terzo trasportato non possa mai essere titolare di un interesse ‘concreto ed attuale’ a vedere accolta la domanda proposta dal vettore nei confronti di un terzo, e quindi ad intervenire nel relativo giudizio, non avendo l’obbligo né la necessità di dimostrare la responsabilità del vettore: secondo tale prospettazione, cui aderiscono gli odierni appellanti, il terzo trasportato sarebbe beneficiario di un particolare statuto normativo di favore in forza dell’art. 141 cod. ass., norma che gli attribuirebbe il diritto di essere risarcito dall’assicuratore del vettore a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei veicoli coinvolti nel sinistro.

E tuttavia la Corte, nel caso esaminato e in aderenza all’orientamento giurisprudenziale consolidato, ha ribadito, al contrario, che la vittima di un sinistro stradale ha sempre un interesse giuridico, e non di mero fatto, all’esito della lite introdotta da altro danneggiato contro un soggetto potenzialmente responsabile anche nei suoi confronti. Infatti, “anche quando il diritto del testimone sia prescritto o sia estinto per adempimento o rinuncia, egli potrebbe pur sempre teoricamente intervenire nel giudizio proposto nei confronti del responsabile per far valere il diritto al risarcimento di danni a decorso occulto, o lungolatenti, o sopravvenuti all’adempimento e non prevedibili al momento del pagamento, danni che come ripetutamente affermato da questa Corte sfuggono tanto alla prescrizione (che non ricorre con riguardo ai danni ignorati e non conoscibili dalla vittima), quanto agli effetti del c.d. ‘diritto quesito’, quando non siano stati prevedibili al momento dell’adempimento o della rinuncia”.

La Corte ha pertanto ribadito che l’avvenuto risarcimento non estingue l’interesse del testimone – da intendersi come ‘interesse giuridicamente rilevante’ in antitesi al concetto di ‘interesse di mero fatto’ – a deporre nel giudizio in cui si converta del fatto illecito che gli ha causato danno, testualmente affermando che “la circostanza, poi, che il testimone chiamato a deporre nel giudizio di risarcimento del danno causato da un sinistro stradale fosse una persona trasportata su uno dei veicoli coinvolti non lo rende affatto capace a deporre, quando abbia riportato danni in conseguenza del sinistro oggetto del giudizio”.

Ed invero, posto che l’incapacità a deporre sussiste quando il testimone possa teoricamente intervenire nel giudizio in cui è chiamato a deporre, afferma la Corte che “nessuna influenza può avere sul problema qui in esame la circostanza che la persona trasportata su un veicolo possa beneficiare delle presunzioni previste dall’art. 2054 c.c. o 141 Cod. Ass.” in quanto “anche la responsabilità del vettore e del suo assicuratore nei confronti del trasportato, infatti, è pur sempre una responsabilità per colpa presunta, e non una responsabilità oggettiva (da ultimo in tal senso, Sez. 3, sentenza n. 4147 del 13.2.2019)”.

Il trasportato danneggiato, pertanto e in definitiva, ha un interesse giuridico e non di mero fatto all’esito della lite introdotta dal vettore (o dagli eredi di quest’ultimo, come nel caso di specie): basti pensare, a titolo esemplificativo, all’interesse che il trasportato-testimone potrebbe avere a che venga esclusa la ricorrenza di un’ipotesi di caso fortuito, per poter evitare che il vettore si sottragga alla propria responsabilità invocando il disposto dell’art. 141 Cod. Ass. (si vedano anche, in senso conforme, Cass., sent. n. 19258/2015 e n. 16541/2012).

Ne consegue, alla luce degli esposti pacifici principi giurisprudenziali, che non ha pregio la doglianza degli appellanti inerente la mancata escussione quale teste di F.S.: quest’ultimo, che rivestiva la qualifica di terzo trasportato sul veicolo condotto dalla vittima e che in conseguenza del sinistro in esame ha riportato danni alla persona, è portatore di un interesse giuridicamente rilevante all’esito del presente giudizio instaurato dagli eredi del vettore nei confronti del presunto responsabile del fatto illecito de quo, giudizio nell’ambito del quale si controverte circa le modalità di verificazione del sinistro stradale causativo del danno ad entrambe le parti coinvolte (conducente e trasportato).

F.S. è quindi soggetto incapace a rendere testimonianza ex art. 246 c.p.c., a prescindere dalla circostanza, irrilevante in forza di quanto detto, che lo stesso sia già stato risarcito dalla Compagnia Assicuratrice del vettore.

Alla luce di ciò, non può essere accolta la richiesta degli appellanti di escutere F.S. nel presente giudizio di appello.

In ogni caso – e anche volendo prescindere delle assorbenti considerazioni di cui sopra circa la sua incapacità a testimoniare – si tratterebbe di un teste la cui attendibilità, sia sotto il profilo soggettivo che sotto quello oggettivo, sfumerebbe a fronte delle chiare dichiarazioni rese nell’immediatezza dei fatti dalla teste oculare M.M.G..

In proposito, è infondato anche il primo motivo di doglianza formulato dagli appellanti, avendo il Tribunale correttamente valutato e valorizzato a sostegno della decisione di rigetto, con motivazione logica e aderente alle risultanze processuali, le dichiarazioni che la Sig.ra M.M.G. ha reso nell’immediatezza del sinistro agli Agenti della Polizia Locale intervenuti sul posto.

Ed invero la Sig.ra M., come si evince dalla relazione di incidente stradale del 5.11.2012 (doc. 1 fascicolo appellanti), identificata sul posto e qualificatasi come teste oculare, rilasciava le seguenti dichiarazioni: “mi trovavo lungo il marciapiede fronte civico n. 56 di via M., quando notavo un motociclo proveniente da via D. P. che percorreva via M. in direzione via T., che sbandando rovinava al suolo dopo aver urtato dei veicoli in sosta; a causa dell’urto il conducente rovinava al suolo urtando il visto”.

Non trova riscontro, pertanto, l’affermazione degli appellanti secondo la quale la teste M. “non ha visto nulla ad esclusione della fase finale del sinistro”, affermazione che anzi contrasta con il contenuto e tenore letterale delle dichiarazioni rilasciate da quest’ultima nell’immediatezza del sinistro: dichiarazioni da cui si evince che la teste ha visto il motociclo provenire da via D. P., percorrere la via M. con direzione via T., sbandare e infine rovinare al suolo dopo aver urtato i veicoli in sosta.

Tali dichiarazioni devono ritenersi pienamente attendibili, oltre che genuine, in quanto provenienti non solo da una teste del tutto estranea alla presente vicenda processuale – e quindi priva di qualunque interesse che potrebbe inficiarne la credibilità soggettiva o indurla a riferire una ricostruzione del sinistro in esame difforme da quella reale – ma altresì da soggetto presente sul posto al momento dell’incidente in questione, in grado per tali ragioni di descriverne l’esatta dinamica.

E’ del tutto evidente, sotto tale profilo, che se un veicolo ignoto e di grosse dimensioni quale quello indicato dagli appellanti avesse effettivamente percorso la via M. urtando il motociclo condotto dal V. così da farlo rovinare al suolo per poi darsi alla fuga, la teste oculare M.M.G. ne avrebbe rilevato la presenza e avrebbe riferito la relativa circostanza agli agenti della Polizia Stradale.

Via M. è infatti una carreggiata a doppio senso di circolazione con una sola corsia per ogni senso di marcia, così che un eventuale veicolo del tipo SUV, per poter cagionare un urto laterale con il motociclo condotto dalla vittima, avrebbe dovuto in ipotesi effettuare un sorpasso sulla sinistra, invadere temporaneamente la carreggiata del senso di marcia opposto, per poi rientrare nella propria carreggiata e darsi subito alla fuga: una manovra che la Sig.ra M. avrebbe certamente notato sia per le indicate dimensioni del supposto veicolo investitore, sia per le riscontrate caratteristiche della strada ove è avvenuto il sinistro, stretta e con una sola corsia per ogni senso di marcia.

In proposito si evidenzia altresì che il motociclo condotto da V.C. è definitivamente rovinato al suolo all’altezza del civico n. 60 di via M., posto a sinistra e sull’altro lato della strada rispetto alla direzione di marcia del conducente: dalla relazione della Polizia Locale in atti si evince infatti che la vittima stava percorrendo al momento del sinistro la carreggiata stradale con senso di marcia in corrispondenza dei numeri dispari.

La Signora M., a sua volta, si trovava sul marciapiede all’altezza del civico n. 56 allorchè ha visto arrivare la vittima da via D. P.: la teste si trovava quindi sul lato della via M. posto a sinistra rispetto al senso di marcia di V.C. e, inoltre, in una posizione leggermente arretrata rispetto al punto in cui il motociclo avrebbe poi terminato la propria corsa sulla carreggiata stradale dopo aver sbandato e urtato più volte contro le auto ivi parcheggiate.

Da ciò si desume che la M., voltandosi, abbia visto il motociclo avanzare verso la sua direzione lungo la via M., e che abbia potuto conseguentemente osservarne l’intera fase di sbandamento, scarrocciamento e urto contro i veicoli in sosta fino al definitivo arresto al suolo.

Ed è evidentemente significativo che la teste, pur trovandosi in tale posizione privilegiata oltre che ravvicinata rispetto al luogo di verificazione del sinistro, non abbia fatto riferimento ad alcuna auto ‘pirata’ che possa avere in qualche modo interferito con la dinamica fattuale dell’incidente così come osservata e descritta alla P.G..

La dinamica del sinistro quale descritta dalla teste oculare M.M.G. il giorno dei fatti esclude pertanto la presenza di un veicolo ignoto e conferma che V.C. è rovinato al suolo dopo aver autonomamente perso il controllo del proprio motociclo.

Né sussiste alcuna contraddizione con le dichiarazioni successivamente rese da M.M.G. in qualità di teste nel giudizio di primo grado, in particolare all’udienza del 3 maggio 2017.

In quella circostanza, come si evince dal verbale di causa, la Sig.ra M. riferiva di non ricordare più i dettagli della dinamica del sinistro (“del sinistro non ricordo nulla; so solo che ho chiamato l’ambulanza per soccorrere il signore che era caduto dalla moto”), ma confermava le dichiarazioni rese alla Polizia Locale nell’immediatezza dei fatti, di cui le veniva data lettura integrale, riportandosi quindi a quanto all’epoca riferito agli agenti intervenuti (v. verbale dell’udienza del 3.5.2017: “in questo momento non ricordo la dinamica del sinistro e mi riporto a quanto già detto … confermo le dichiarazioni poiché rese nell’immediatezza dei fatti e attualmente non ricordo ulteriori dettagli della dinamica dell’incidente …”).

Non si ravvisa pertanto la supposta contraddizione allegata dagli appellanti tra le dichiarazioni rese dalla M. nell’immediatezza del sinistro stradale e quelle successivamente rese innanzi al giudice di primo grado all’udienza del 3.5.2017: da un lato, infatti, in tale seconda circostanza la teste ha comunque confermato integralmente le dichiarazioni rilasciate alla Polizia Stradale in data 5.11.2012, di cui le è stata data lettura in udienza perché non ricordava più – dopo quasi cinque anni – i dettagli dell’incidente in esame.

Dall’altro, è del tutto plausibile che dopo alcuni anni dalla verificazione del sinistro la M. non ricordasse ogni dettaglio della relativa dinamica (basti pensare che la teste non ricordava nemmeno se sul motociclo vi fosse un terzo trasportato), senza che ciò, tuttavia, possa incidere sulla peculiare attendibilità delle prime dichiarazioni rese in data 5.11.2012 proprio perché rilasciate sul luogo e il giorno dell’incidente oggetto di causa, e non a distanza di tempo quando i ricordi tendono naturalmente ad affievolirsi e a divenire meno precisi.

Né per le medesime ragioni tale attendibilità può ritenersi inficiata – come allegato dagli appellanti – dal contenuto delle dichiarazioni che la Signora M. ha reso nell’ambito del distinto procedimento n. 88849/2013 instaurato innanzi al Tribunale di Milano dai prossimi congiunti del de cuius nei confronti di G. s.p.a., compagnia assicuratrice del motociclo: in quella circostanza, sentita come teste all’udienza del 9.3.2015 (v. verbale di causa in atti, documento n. 3 fascicolo appellanti), M.M.G. riferiva che il giorno del sinistro aveva sentito un botto, si era girata e aveva visto il motociclo scivolare sull’asfalto e il conducente restare a terra con del sangue che fuoriusciva da sotto il casco, senza ricordare se a bordo del veicolo fosse presente una persona trasportata.

Anche in tal caso, infatti, non si ravvisano sostanziali contraddizioni con quanto riferito dalla teste alla P.G. in data 5.11.2012, ma al più lievi incongruenze rispetto al primo racconto non significative e addebitabili al decorso del tempo.

Anche il ‘botto’ cui la teste ha fatto riferimento, e che l’aveva portata istintivamente a girarsi, non può che ricondursi al ripetuto urto del motociclo condotto dal V. contro le vetture parcheggiate in sosta lungo la carreggiata stradale: del resto, nemmeno in tale occasione la Sig.ra M. ha fatto menzione di un autoveicolo investitore rimasto ignoto, così che, sotto tale assorbente profilo, le sue dichiarazioni appaiono non in contrasto ma coerenti e sovrapponibili a quelle rese sul luogo dei fatti e il giorno dell’incidente.

Appare in altri termini del tutto significativo che, anche in occasione delle due successive deposizioni valorizzate dagli appellanti a discapito delle prime dichiarazioni rese il 5.11.2012, la teste oculare M. non abbia mai fatto riferimento ad un urto del motociclo della vittima ad opera di un veicolo del tipo SUV: non vi è dunque alcuna ragione per ritenere inficiata l’attendibilità del primo racconto della M., non solo perché, per quanto detto, tale racconto è dotato di una particolare genuinità per il momento temporale in cui è stato reso e per la posizione privilegiata in cui si trovava la teste rispetto alla direzione di provenienza e di marcia del motociclo, ma anche perché le minime incongruenze evidenziate dagli appellanti appaiono irrilevanti rispetto a quel nucleo centrale delle sue dichiarazioni che nonostante il decorso del tempo è rimasto invece invariato. E che conduce ad escludere la riconducibilità causale del sinistro stradale in esame alla presenza di un veicolo investitore rimasto ignoto.

Il primo motivo di doglianza è poi infondato anche sotto l’ulteriore profilo allegato dagli appellanti. Invero, la dinamica del sinistro stradale descritta dalla teste M.M.G. è coerente, e non in contrasto, con un ulteriore dato obiettivo pacifico, desumibile dalla relazione di incidente stradale in atti (doc. 1 fascicolo appellanti) e inerente alle caratteristiche della carreggiata ove è avvenuto l’incidente e allo stato dei luoghi quale accertato dagli operanti della Polizia Locale intervenuti sul posto.

Si legge in proposito nel rapporto di incidente stradale “al suolo, asciutto, non erano visibili tracce di frenata interessanti gli pneumatici dei veicoli coinvolti. Erano però visibili tracce di scarrocciamento lasciate dai pneumatici del veicolo ‘A’ … erano anche visibili tracce di abrasioni del manto stradale causate dalle strutture del veicolo ‘A’ …”.

Inoltre la carreggiata era descritta dagli Agenti come “rettilinea, disposta a doppio senso di circolazione, con la sosta consentita sui due lati e parallela alla carreggiata; la stessa non presentava alcuna anomalia sul manto stradale”.

L’assenza di tracce di frenata sul manto stradale, dove erano presenti solo tracce di scarrocciamento e di abrasioni lasciate dal motociclo condotto dal V. nell’atto di sbandare e rovinare al suolo, esclude ulteriormente, e contrariamente a quanto prospettato dagli appellanti, l’avvenuto urto di tale motociclo ad opera di un veicolo rimasto ignoto.

Diversamente, occorrerebbe ipotizzare che tale ignoto veicolo abbia urtato o impattato contro il motociclo condotto dalla vittima (non è dato comprendere peraltro, dalla stessa prospettazione degli appellanti, se lateralmente o da tergo) senza rallentare nè porre in essere precedenti manovre o tentativi di frenata e, quindi e in ipotesi, senza avvedersi in anticipo della presenza del motociclo sulla carreggiata stradale così da investirlo.

E tuttavia una simile ipotesi contrasta con la circostanza che al momento dell’incidente vi fossero buone condizioni metereologiche, manto stradale asciutto, condizioni di traffico definite ‘normali’ dagli agenti della Polizia Locale, ed una visibilità ed illuminazione definite ‘sufficienti’: appare pertanto assai poco plausibile che un veicolo possa aver impegnato la stessa carreggiata stradale – stretta, rettilinea e con una sola corsia per senso di marcia – percorsa dal motociclo del V. senza accorgersi della sua presenza, così da urtarlo e proseguire la marcia senza lasciare al suolo alcuna traccia di frenata.

Lo stato dei luoghi riscontrato al momento dell’incidente e l’assenza di qualunque traccia di frenata riconducibile alla presenza di un secondo veicolo/automobile conferma pertanto che la dinamica del sinistro è quella descritta dalla teste M. e ritenuta provata dal giudice di primo grado: una dinamica che esclude un urto del motociclo causalmente attribuibile alla condotta di un automobilista poi datosi alla fuga.

E del resto tale è anche la dinamica descritta dagli Agenti della Polizia Locale nel rapporto di incidente in atti, laddove si legge che “in sintesi, la dinamica dell’evento si può così riassumere: il motociclo marca SYM Maxsym targato (…) proveniente da via D. P. percorreva la via D. P. M. in direzione di via B., con due persone sul veicolo. Giunto in prossimità del civico 60 della via M., posto alla sinistra del senso di marcia del motociclo, il conducente perdeva il controllo del veicolo che dopo aver urtato quattro autovetture, in sosta parallela al margine del marciapiede lato numeri dispari della via percorsa, si ribaltava al suolo sbalzando il proprio conducente ed il passeggero …”.

In ultimo, con il primo motivo di impugnazione, gli appellanti lamentano che il Tribunale abbia fondato la propria decisione solo sulle dichiarazioni rese dalla teste M.M.G. e che non abbia invece valorizzato, a sostegno della tesi da essi prospettata, le dichiarazioni rese dal terzo trasportato F.S. sia alla Polizia Municipale di Milano in data 26.11.2012, sia nell’ambito del distinto procedimento R.G. n. 88849/2013 instaurato presso il Tribunale di Milano.

Anche tale motivo di doglianza non ha pregio.

Ed invero F.S. – che il giorno del sinistro non aveva rilasciato alcuna dichiarazione agli agenti accertatori sulla relativa dinamica – si presentava il successivo giorno 26.11.2012 presso gli Uffici della Polizia Municipale (v. verbale di sommarie informazioni testimoniali allegato alla relazione di incidente stradale, doc. 1 fascicolo appellanti) e riferiva innanzitutto di conoscere V.C. in quanto dimorante nel suo stesso quartiere e di averlo incontrato intorno alle ore 15.30 circa del giorno del sinistro presso un bar situato in via V. dove insieme avevano consumato bevande alcoliche.

Riferiva quindi “C. dopo essere stati nel bar citato in precedenza, si era offerto di darmi un passaggio a casa di mia zia, ripartivamo dal bar alle ore 18.00 circa. Provenivamo da via D. P., percorrevamo la via M. in direzione del parco T., quando appena dopo l’incrocio tra la via D. P. e la via M., uscendo dalla curva, un SW di colore scuro di cui non mi ricordo nulla, ci superava da sinistra toccando il motociclo su cui mi trovavo in modo lieve ma tanto da causarne una sbandata; in seguito rovinavamo subito al suolo io e C.”.

Successivamente, all’udienza di escussione testi celebratasi in data 9.3.2015 innanzi al Tribunale di Milano nell’ambito del distinto procedimento n. 88849/2013 instaurato dai prossimi congiunti del de cuius nei confronti di G. s.p.a., F.S. dichiarava “non è vero, l’incidente è stato provocato dall’urto di quest’auto di grossa cilindrata che sopraggiungeva a forte velocità alle nostre spalle” (v. verbale di causa in atti, documento n. 3 fascicolo appellanti).

Ritiene la Corte che le dichiarazioni rese da F.S. nelle circostanze indicate non possano essere ritenute attendibili e credibili, e che le stesse non siano idonee a supportare la tesi degli appellanti circa una ricostruzione fattuale del sinistro in esame diversa da quella evincibile dalle risultanze probatorie sopra esaminate e poste dal Tribunale a fondamento della sentenza impugnata.

Le conclusioni cui è pervenuto il giudice di primo grado, laddove ha escluso di poter attribuire qualunque valore probante alle dichiarazioni rese dal terzo trasportato F.S. (anche rispetto a quelle rese dalla teste M.M.G.), devono infatti integralmente condividersi.

Va premesso che, alla luce di quanto affermato anche dalla Suprema Corte di Cassazione, “in tema di procedimento civile, sono riservate al giudice del merito l’interpretazione e la valutazione del materiale probatorio, il controllo dell’attendibilità e della concludenza delle prove, la scelta, tra le risultanze probatorie, di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, nonché la scelta delle prove ritenute idonee alla formazione del proprio convincimento. E’, pertanto, insindacabile, in sede di legittimità, il “peso probatorio” di alcune testimonianze rispetto ad altre, in base al quale il giudice di secondo grado sia pervenuto a un giudizio logicamente motivato, diverso da quello formulato dal primo giudice” (v. Cass., sent. n. 13054/2014 e, di recente, Cass., ord. n. 21187/2019). Ebbene, nella vicenda in esame non può essere attribuita alle dichiarazioni di F.S. alcuna attendibilità, né se valutate nel loro tenore e contenuto oggettivo, né se valutate rispetto a quelle della teste M.M.G., e ciò anche a prescindere dall’assorbente profilo esaminato in premessa in punto di sua incapacità a testimoniare nel presente procedimento ai sensi dell’art. 246 c.p.c..

Mentre la Sig.ra M., infatti, è una teste del tutto disinteressata all’esito del presente giudizio perché terza estranea rispetto al sinistro stradale in esame e rispetto alle parti coinvolte, F.S. era soggetto trasportato sul veicolo condotto dalla vittima e ha riportato lesioni personali a seguito dell’incidente.

Egli pertanto, allorchè si è presentato spontaneamente alla Polizia Stradale per rendere dichiarazioni sul sinistro in esame in data 26.11.2012 – si noti, solo dopo l’intervenuto decesso del V. e non nell’immediatezza dei fatti -, era evidentemente interessato a prospettare una dinamica del sinistro quale quella poi effettivamente descritta, non avendo peraltro a quella data ottenuto ancora nemmeno un risarcimento per le lesioni subìte ai sensi dell’art. 141 Cod. Ass..

Inoltre F.S. era legato alla vittima e ai suoi familiari da rapporti di conoscenza e di frequentazione: lui e il V., in particolare, si conoscevano da tempo e si frequentavano nello stesso quartiere, ed anche il pomeriggio del sinistro avevano trascorso almeno tre ore insieme consumando alcolici in un bar della zona.

Sotto il profilo soggettivo, pertanto, si tratta di teste cui dev’essere senza alcun dubbio attribuita una minore attendibilità rispetto a quella invece attribuibile alla teste estranea M.M.G..

Analogamente, sotto il profilo della credibilità oggettiva e dell’intrinseca coerenza delle dichiarazioni rese, va evidenziato un palese e significativo contrasto tra quanto riferito da F.S. alla P.G. il 26.11.2012, e quanto invece dichiarato nell’ambito del diverso giudizio n. 88849/2013 R.G. all’udienza del 9.3.2015.

Nella prima circostanza F. riferiva di un veicolo SUV che li aveva superati sulla sinistra e che aveva ‘toccato in modo lieve’ il motociclo condotto dal V. causandone una sbandata.

Nella seconda circostanza, invece, affermava che tale auto di grossa cilindrata aveva causato il sinistro ‘sopraggiungendo a forte velocità’ alle loro spalle.

Si tratta di dichiarazioni che, proprio con specifico riferimento al ruolo asseritamente svolto dall’auto ‘pirata’ nel causare lo sbandamento del motociclo ed alle modalità del descritto urto, si presentano tra loro affette da contraddizioni oggettive e incongruenze all’evidenza significative, tali pertanto da privare di veridicità, anche sotto tale profilo, il racconto reso da F.S. nelle due occasioni indicate.

In definitiva, del tutto correttamente il Tribunale ha motivato la propria decisione di rigetto sulla base delle dichiarazioni rese da M.M.G. e dell’accertato stato dei luoghi al momento del sinistro, risultanze probatorie che nel loro complesso e per quando detto privano di qualunque attendibilità la diversa ricostruzione resa da F.S. sulla dinamica dell’incidente stradale in esame.

Parimenti infondato è infine il secondo motivo di doglianza, strettamente connesso al primo e da ritenersi assorbito sulla base delle considerazioni che precedono: il Tribunale, per quanto complessivamente esposto, ha congruamente motivato sulla mancata prova fornita dagli attori circa la riconducibilità causale del sinistro in esame all’urto e quindi alla condotta colposa o dolosa di un automobilista rimasto ignoto.

Non avendo gli attori assolto l’onere su di essi gravante ai sensi dell’art. 2697 c.c., alcuna prova contraria doveva essere fornita dalla convenuta/appellata G. s.p.a. circa la riconducibilità causale del sinistro in esame, in via esclusiva o concorrente, ad una condotta colposa tenuta dal conducente del motoveicolo: ne consegue che sotto tale profilo è irrilevante che la perdita di controllo del motociclo si sia verificata a causa dello stato di alterazione da consumo di sostanze alcoliche e stupefacenti in cui si trovava V.C. (o, in ipotesi, per qualunque altra causa come ad esempio un malore), trattandosi di circostanza che potrebbe al più condurre alla configurabilità di un concorso di colpa della vittima solo una volta dimostrata dagli attori l’avvenuto fatto generatore del danno di cui è chiesto il risarcimento ai sensi dell’art. 283 comma 1 lett. a) D.Lgs. n. 209 del 2005, e dunque l’avvenuto urto del motociclo ad opera di un’auto ‘pirata’.

In assenza di prova del fatto costitutivo e generatore del danno allegata dagli attori, la circostanza – rilevata dal Tribunale – che V.C. si trovasse, al momento del sinistro, sotto l’effetto dell’assunzione di cannabinoidi ed etanolo, rileva soltanto quale ulteriore argomento di prova a sostegno della ricostruzione del sinistro in esame operata dal giudice e contraria a quella prospettata dagli eredi V.: in altri termini, induce ragionevolmente a ritenere che la vittima è rovinata al suolo per aver perso autonomamente il controllo del proprio motociclo e non a seguito di un urto ad opera di un altro veicolo.

In proposito va comunque evidenziato che, contrariamente alle deduzioni degli appellanti, un simile stato di alterazione psico-fisica risulta provato dalle risultanze documentali acquisite, in particolare dal referto del Pronto Soccorso dell’Ospedale Niguarda di Milano, rilasciato a seguito della richiesta formulata dalla Polizia Locale di svolgere sulla persona della vittima accertamenti sanitari urgenti ai sensi degli artt. 186 e 187 C.d.S. (doc. 4 fascicolo appellanti): da tale referto, contenente l’esito delle analisi del sangue effettuate a V.C., si evince che il pomeriggio del sinistro quest’ultimo aveva consumato sostanze stupefacenti del tipo cannabinoidi e sostanze alcoliche oltre i limiti consentiti (16 ng/ml contro 2 ng/ml quanto ai cannabinoidi, e 1,78 g/l quanto all’etanolo).

Infine, è infondato il quarto e ultimo motivo di appello, con il quale è chiesta la riforma della sentenza del Tribunale nel punto relativo alla condanna alle spese.

Stante la totale soccombenza degli attori/odierni appellanti rispetto alle domande formulate, infatti, non si ravvisa alcuna ragione per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di primo grado, correttamente liquidate dal giudice nel rispetto di quanto previsto dall’art. 91 c.p.c..

Non può essere accolto nemmeno il motivo di doglianza relativo all’iniquità ed erroneità della liquidazione operata dal Tribunale per complessivi Euro 20.000,00: stante il valore indeterminabile della controversia, il giudice di primo grado ha infatti correttamente applicato lo scaglione di valore compreso tra Euro 52.000,00 ed Euro 260.000,00, il cui parametro massimo è peraltro più basso rispetto all’importo della somma (Euro 1.203.150,00) chiesta a titolo risarcitorio dagli odierni appellanti.

Il Tribunale ha inoltre liquidato un importo contenuto nei massimi (Euro 25.367,00) previsti dallo scaglione indicato: la liquidazione operata, pertanto, oltre ad essere legittima perché contenuta nei parametri di legge, è anche pienamente congrua.

L’appello deve essere, pertanto, respinto.

Anche le spese processuali del presente grado, seguendo la soccombenza, vanno poste a carico degli appellanti e sono liquidate come in dispositivo in base ai parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014, tenendo conto, oltre al valore – indeterminabile – della controversia, dei parametri compresi tra gli importi minimi e gli importi massimi dello scaglione di valore da Euro 52.000,00 ad Euro 260.000,00, stante la non particolare complessità delle questioni trattate ed escluso il compenso per la fase istruttoria non svoltasi.

Ricorrono le condizioni, ai sensi dell’art.13, co.1-quater, D.P.R. n. 115 del 2002 (inserito dall’art.1, co.17, L. n. 228 del 2012), per la sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte degli appellanti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Milano, definitivamente pronunciando sull’appello proposto da

V.U. e P.G.

contro

G.A. s.p.a.

avverso la sentenza del Tribunale di Milano n. 4094/2019, pubblicata il 26.4.2019, così provvede:

– RIGETTA l’appello;

– CONDANNA gli appellanti, in via tra loro solidale, a rifondere in favore dell’appellata le spese processuali del presente grado che si liquidano in Euro 2.000,00 per fase di studio, Euro 1.000,00 per fase introduttiva, ed Euro 3.000,00 per fase decisionale, oltre spese forfettarie ex art. 2 comma 2 D.M. n. 55 del 2014, oltre IVA e CPA secondo legge.

DICHIARA la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte degli appellanti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato di cui all’art. 13 comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002, come modificato dall’art. 1 comma 17 L. n. 228 del 2012.

Conclusione

Così deciso in Milano, il 12 luglio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 luglio 2021.

AVVOCATO-ERRORE-MEDICO-

BRESCIA MANTOVA MORTE PER MALASANITA’ RISARCIMENTO

BRESCIA MANTOVA MORTE PER MALASANITA’ RISARCIMENTO

IL FATTO

sintesi il B., nel pomeriggio del (OMISSIS), rientrando dal lavoro aveva accusato un dolore al braccio sinistro e “un pò qua davanti”, come riferito dalla madre, P.N., e da F.F. nelle rispettive deposizioni. La P. praticava allora al figlio un’iniezione di Contramal, indi il B. si coricava; alle 2 di notte però si svegliava, lamentando la persistenza del dolore, e veniva accompagnato al Pronto soccorso dell’ospedale di (OMISSIS), ove l’odierno imputato S.C., quella notte, era in servizio come medico di turno. Sulla base dei sintomi riferiti al medico, confermati da altre fonti di prova, risulta che il B. lamentava dolore ad ambo le braccia e riferiva di avere avuto un episodio di vomito dopo avere mangiato un panino kebab; il dolore, che a detta del paziente si era presentato con modalità analoghe un anno prima, risultava aumentare alla digitopressione; il controllo dei valori pressori e del battito cardiaco dava esiti nella norma. Il B. veniva quindi dimesso dal S.C. con diagnosi di “dispepsia, algia arti superiori” e correlate prescrizioni farmacologiche. Tornato a casa, si coricava, ma il mattino dopo (alle 07.30) la madre ne constatava il decesso.

La consulenza medico legale disposta nell’ambito del procedimento, a seguito di autopsia e di indagini tossicologiche, indicava, quale causa del decesso, un evento ischemico coronarico acuto, conseguente a trombosi di un ramo coronarico, a sua volta secondario a fissurazione di placca ateromasica, in soggetto affetto da severa miocardiopatia ischemica cronica e aterosclerosi diffusa.

Sebbene più soggetti qualificati, compresi il C.T.U. e i periti nominati nel corso dell’udienza preliminare (prof. T. e d.ssa Se.), abbiano dato atto della natura scarsamente tipica della sintomatologia del B. (mancando in particolare il caratteristico sintomo della precordialgia), nondimeno veniva presa in considerazione la suggestiva concomitanza del dolore alle braccia e dell’episodio di vomito, che – considerata la non infrequente casistica di episodi di infarto caratterizzati da sintomi atipici o addirittura assenti – avrebbe dovuto essere presa in considerazione ai fini di una diagnosi differenziale rispetto a quella formulata. In sostanza, le valutazioni peritali (che a ben vedere hanno costituito un indice probatorio rilevante sia nella condanna di primo grado, sia nella sostanziale conferma della stessa in appello) si sono appuntate sul fatto che, se il S.C., anzichè dimettere nel giro di nemmeno un’ora il B., avesse esperito indagini su una possibile origine ischemica della sintomatologia, disponendo un ECG e il dosaggio della troponina, ragionevolmente vi sarebbe stato il tempo sufficiente per intervenire utilmente sul B., aumentando in modo significativo (anche se sul punto non è stata raggiunta la certezza) le sue possibilità di sopravvivere. La Corte di merito, nel replicare ai motivi di doglianza dell’imputato e del responsabile civile proposti con i rispettivi atti d’appello, ha ravvisato la sussistenza del nesso di causalità tra la condotta omissiva e l’evento, inquadrando la condotta del S.C. come caratterizzata da colpa grave; sono state poi esaminate le questioni attinenti all’entità della somma da liquidarsi a titolo di provvisionale, il cui ammontare è stato ridotto rispetto a quello determinato in primo grado.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IZZO Fausto – Presidente –

Dott. BELLINI Ugo – Consigliere –

Dott. CAPPELLO Gabriella – Consigliere –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:

S.C.E.J., nato il (OMISSIS);

OSPEDALE SAN PELLEGRINO S.R.L.;

avverso la sentenza del 30/01/2020 della CORTE APPELLO di BRESCIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. GIUSEPPE PAVICH;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. ODELLO LUCIA, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. La Corte d’appello di Brescia, in data 30 gennaio 2020, ha parzialmente riformato nelle statuizioni civili (diminuendo la misura della provvisionale dovuta alle parti civili), e nel resto ha confermato, la sentenza emessa dal Tribunale di Mantova in data 10 ottobre 2018, con la quale l’imputato S.C.E.J. e il responsabile civile Ospedale San Pellegrino erano stati condannati in relazione al delitto di omicidio colposo in danno di B.A., deceduto in (OMISSIS).

1.1. In estrema sintesi il B., nel pomeriggio del (OMISSIS), rientrando dal lavoro aveva accusato un dolore al braccio sinistro e “un pò qua davanti”, come riferito dalla madre, P.N., e da F.F. nelle rispettive deposizioni. La P. praticava allora al figlio un’iniezione di Contramal, indi il B. si coricava; alle 2 di notte però si svegliava, lamentando la persistenza del dolore, e veniva accompagnato al Pronto soccorso dell’ospedale di (OMISSIS), ove l’odierno imputato S.C., quella notte, era in servizio come medico di turno. Sulla base dei sintomi riferiti al medico, confermati da altre fonti di prova, risulta che il B. lamentava dolore ad ambo le braccia e riferiva di avere avuto un episodio di vomito dopo avere mangiato un panino kebab; il dolore, che a detta del paziente si era presentato con modalità analoghe un anno prima, risultava aumentare alla digitopressione; il controllo dei valori pressori e del battito cardiaco dava esiti nella norma. Il B. veniva quindi dimesso dal S.C. con diagnosi di “dispepsia, algia arti superiori” e correlate prescrizioni farmacologiche. Tornato a casa, si coricava, ma il mattino dopo (alle 07.30) la madre ne constatava il decesso.

La consulenza medico legale disposta nell’ambito del procedimento, a seguito di autopsia e di indagini tossicologiche, indicava, quale causa del decesso, un evento ischemico coronarico acuto, conseguente a trombosi di un ramo coronarico, a sua volta secondario a fissurazione di placca ateromasica, in soggetto affetto da severa miocardiopatia ischemica cronica e aterosclerosi diffusa.

1.2. Sebbene più soggetti qualificati, compresi il C.T.U. e i periti nominati nel corso dell’udienza preliminare (prof. T. e d.ssa Se.), abbiano dato atto della natura scarsamente tipica della sintomatologia del B. (mancando in particolare il caratteristico sintomo della precordialgia), nondimeno veniva presa in considerazione la suggestiva concomitanza del dolore alle braccia e dell’episodio di vomito, che – considerata la non infrequente casistica di episodi di infarto caratterizzati da sintomi atipici o addirittura assenti – avrebbe dovuto essere presa in considerazione ai fini di una diagnosi differenziale rispetto a quella formulata. In sostanza, le valutazioni peritali (che a ben vedere hanno costituito un indice probatorio rilevante sia nella condanna di primo grado, sia nella sostanziale conferma della stessa in appello) si sono appuntate sul fatto che, se il S.C., anzichè dimettere nel giro di nemmeno un’ora il B., avesse esperito indagini su una possibile origine ischemica della sintomatologia, disponendo un ECG e il dosaggio della troponina, ragionevolmente vi sarebbe stato il tempo sufficiente per intervenire utilmente sul B., aumentando in modo significativo (anche se sul punto non è stata raggiunta la certezza) le sue possibilità di sopravvivere. La Corte di merito, nel replicare ai motivi di doglianza dell’imputato e del responsabile civile proposti con i rispettivi atti d’appello, ha ravvisato la sussistenza del nesso di causalità tra la condotta omissiva e l’evento, inquadrando la condotta del S.C. come caratterizzata da colpa grave; sono state poi esaminate le questioni attinenti all’entità della somma da liquidarsi a titolo di provvisionale, il cui ammontare è stato ridotto rispetto a quello determinato in primo grado.

2. Avverso la prefata sentenza d’appello ricorrono il S.C. e il responsabile civile Ospedale San Pellegrino di (OMISSIS).

3. Il ricorso del S.C. consta di quattro motivi, cui si sono aggiunti successivamente due motivi nuovi.

3.1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione di legge e vizio di motivazione a proposito dell’accertamento del nesso di causalità tra la condotta asseritamente omissiva e l’evento: richiamati i principi fondamentali enunciati al riguardo dalla giurisprudenza di legittimità, l’esponente contesta che la succinta motivazione resa sul punto dalla Corte di merito non rispetta il dovere di accertare la dipendenza eziologica fra la condotta addebitata e la morte del paziente “con alto grado di credibilità razionale”, nonchè attraverso il ragionamento controfattuale. In primo luogo l’assunto secondo cui la condotta omissiva dell’imputato sarebbe stata quella di avere omesso di eseguire immediatamente l’ECG e di esperire subito un tentativo di vascolarizzazione è stato modificato in quello di non avere disposto il ricovero in terapia intensiva coronarica, atteso che gli interventi suddetti non erano prontamente disponibili; ma soprattutto non si è considerato che gli stessi periti, sulle cui valutazioni la Corte di merito poggia la propria decisione, avevano escluso che una tempestiva diagnosi avrebbe nella specie evitato o ritardato il decesso con alto grado di probabilità; e, di fatto, sposa il criterio probabilistico, che la giurisprudenza successiva alla sentenza Franzese aveva superato. Per il resto il percorso argomentativo della Corte bresciana si riduce a una sommaria e confusa citazione di alcuni aspetti tecnico – scientifici, in termini essenzialmente ipotetici e per nulla aderenti alla vicenda oggetto del processo.

3.2. Con il secondo motivo il deducente lamenta violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alla configurabilità, nella specie, della colpa, e della qualificazione della stessa come “grave”: la colposità della condotta, secondo il ricorrente, è stata qui ravvisata con disamina ex post, anzichè procedere a una valutazione ex ante che tenesse conto di tutte le peculiarità del caso concreto e, in specie, al corteo sintomatologico rilevato nella specie: non si è tenuto conto che il dolore alle braccia, come affermato dalle Linee guida più accreditate, può ritenersi indicativo di una patologia cardiaca solo in assenza di altre evidenti cause che lo possano giustificare e di ulteriori sintomi che lo accompagnino; ma, nella specie, il B. aveva riferito al S. che quello stesso giorno, durante la sua attività lavorativa, aveva effettuato sforzi fisici che potevano spiegare il dolore agli arti superiori e consentivano di escludere l’origine cardiaca degli stessi. Ulteriori notazioni critiche vengono svolte a proposito del grado della colpa: muovendo dalla considerazione che al caso di specie deve applicarsi quanto stabilito dalla L. n. 189 del 2012 (Legge Balduzzi), occorreva verificare se nella specie potesse o meno parlarsi di colpa “grave”, tale da legittimare in base alla disciplina richiamata la rilevanza penale della condotta; in tale verifica occorreva accertare il grado di “prevedibilità” e di “prevenibilità” dell’evento, ed è evidente, secondo il ricorrente, che in una situazione come quella ricorrente nel caso in esame non poteva certo affermarsi che l’evento medesimo fosse “altamente” prevedibile e prevenibile.

3.3. Con il terzo motivo si denunciano violazione di legge e vizio di motivazione a proposito dei criteri di valutazione delle prove e del giudizio di inattendibilità delle prove contrarie: giudizio che la Corte di merito esprime senza fornire di ciò alcuna giustificazione e senza confrontarsi con le ragioni di critica mosse dalla difesa alle valutazioni peritali, basate essenzialmente sulle dichiarazioni rese in sede d’indagine dai congiunti del B., non confermate in dibattimento.

3.4. Con il quarto motivo si denuncia violazione di legge a proposito della determinazione della provvisionale a favore delle parti civili, di cui si lamenta l’eccessività e la scarsa giustificazione avuto riguardo all’assenza di legami con la vittima da parte delle stesse.

3.5. Nei motivi nuovi depositati dallo stesso ricorrente vengono ulteriormente illustrate le doglianze per violazione di legge e vizio di motivazione sul piano dell’affermata sussistenza del nesso causale (primo motivo nuovo) e della sussistenza della colpa e della sua qualificazione come “grave” (secondo motivo nuovo).

4. Il ricorso del responsabile civile Ospedale San Pellegrino consta di due motivi.

4.1. Con il primo si denunciano violazione di legge e vizio di motivazione a proposito della liquidazione della provvisionale, a fronte della quale si lamenta l’assenza di elementi idonei a provare l’effettiva esistenza del danno e il fatto che la misura della somma liquidata eccede la soglia di prevedibilità degli importi da liquidare a titolo di danno.

4.2. Con il secondo motivo si denunciano violazione di legge e vizio di motivazione, in primo luogo, a proposito del nesso causale; riprendendo le argomentazioni poste a base del primo motivo del ricorso dell’imputato, il ricorrente responsabile civile evidenzia la natura generalizzante e astratta delle considerazioni svolte dalla Corte di merito nei ragionamento controfattuale, non ancorato alle specificità del caso ma basato su considerazioni di ordine generale riferite a soggetti colpiti da analoghe patologie. Denuncia inoltre il ricorrente il fatto che la motivazione della sentenza sul punto si basa esclusivamente sul solo richiamo all’elaborato peritale, senza menzionare gli altri elaborati medico – legali, In secondo luogo il ricorrente responsabile civile denuncia analoghi vizi a proposito del grado della colpa, censurando il convincimento della Corte di merito circa la configurabilità della colpa grave e ravvisando, al più, la colpa lieve in capo all’imputato. Per il resto, il ricorso in esame richiama argomenti già esaminati a proposito del ricorso dell’imputato, cui per tali aspetti si rinvia.

5. Va dato atto che, a seguito della requisitoria scritta del Procuratore generale presso questa Corte (con la quale è stato chiesto il rigetto del ricorso), sia il S. che il responsabile civile hanno depositato memoria di replica con la quale hanno insistito per l’accoglimento del ricorso. Dal canto suo il difensore delle parti civili costituite ha rassegnato conclusioni scritte.

Motivi della decisione

1. A premessa delle considerazioni in diritto riguardanti i motivi di ricorso, può fin d’ora rilevarsi che essi possono raggrupparsi in base alle tematiche che ne costituiscono l’oggetto, nei termini seguenti:

un primo gruppo di motivi (primo motivo ricorso S., secondo motivo – prima parte – ricorso responsabile civile, primo motivo nuovo S.) riguarda la questione del rapporto di causalità tra la condotta omissiva ascritta all’imputato e l’evento letale occorso ai B., di cui i ricorrenti denunciano la carenza e, promiscuamente, l’omessa motivazione;

– un secondo gruppo di motivi (secondo motivo ricorso S., secondo motivo – seconda parte – ricorso responsabile civile, secondo motivo nuovo S.) riguarda la questione della configurabilità della colpa e del grado della stessa, che i ricorrenti ritengono doversi escludere;

– un terzo gruppo di motivi (essenzialmente, il terzo motivo del ricorso dell’imputato e un breve passaggio del secondo motivo del ricorso del responsabile civile) concerne invece la valutazione della Corte di merito circa le prospettazioni dei consulenti di parte, di cui le difese dell’imputato e del responsabile civile lamentano sostanzialmente l’omissione;