ROVIGO BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE

ROVIGO BANCAROTTA FRAUDOLENTA DOCUMENTALE

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

 

Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha parzialmente riformato la sentenza del 24 maggio 2012 del Tribunale di Rovigo che ha condannato (OMISSIS) per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale (capo A) e per il delitto di cui al Regio Decreto n. 267 del 1942, articolo 220 (capo B), da lui commessi quale amministratore della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il (OMISSIS).

In particolare, la Corte di appello ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di cui al capo B), riducendo la pena principale e le pene accessorie.

  1. Avverso detta sentenza (OMISSIS), a mezzo del suo difensore, ha proposto ricorso chiedendone l’annullamento ed affidandosi a due motivi.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la carenza di motivazione in ordine al motivo di appello con il quale si lamentava la insussistenza dell’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta documentale.

Nel caso di specie, la sentenza della Corte di appello e del Tribunale hanno evidenziato che nel pur breve periodo in cui l’imputato ha amministrato la societa’ fallita, egli ha ritirato le scritture contabili presso il consulente della societa’ e ha poi omesso di depositarle presso il Tribunale fallimentare. In tal modo egli ha occultato dette scritture.

Quanto al dolo, nella sentenza di primo grado si segnala che il (OMISSIS) non ha in alcun modo collaborato con gli organi fallimentari per ricostruire il patrimonio ed il movimento degli affari, rendendosi irreperibile, e non ha in alcun modo risposto ai telegrammi che gli sono stati inviati dal curatore. Il (OMISSIS), quindi, ha agito allo scopo di celare alla curatela la attivita’ di gestione della societa’ ed i risultati della stessa. Il curatore, tuttavia, ha potuto accertare alcune vicende ad essa inerenti, tramite la consultazione di pubblici registri e di banche dati.

Gli elementi cosi’ acquisiti, si evidenzia nella sentenza di primo grado, hanno consentito di accertare che il (OMISSIS) ha proceduto allo “smantellamento” della societa’, licenziando i dipendenti e trasferendo la sede della societa’ all’estero e ponendo in essere operazioni prive di logica, se non finalizzate ad indebitare ulteriormente la societa’ e a distrarre il suo attivo. In particolare, si evidenzia che la societa’ ha acquistato e rivenduto in appena tre mesi sette veicoli tra semirimorchi e trattori stradali e non e’ stato possibile stabilire che destinazione abbia avuto il ricavato dalla vendita di detti veicoli, cosicche’ (vedi pag. 3 della motivazione della sentenza di primo grado e pag. 4 della motivazione della sentenza di secondo grado) deve ritenersi che i proventi di dette operazioni commerciali siano stati distratti.

L’occultamento delle scritture, si legge nella sentenza impugnata, era quindi diretto ad impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari e quindi la ricostruzione delle attivita’ distrattive poste in essere.

Il Tribunale e la Corte di appello hanno, quindi, fornito una motivazione esaustiva sia in ordine alla sussistenza del dolo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, sia in ordine alla impossibilita’ di qualificare il fatto come bancarotta semplice documentale.

 

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|12 ottobre 2020| n. 28383

 

 

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

Bancarotta fraudolenta documentale – Amministratore società fallita – Occultamento delle scritture – Omessa collaborazione con gli organi fallimentari – Dolo del reato – Impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere

Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere

Dott. ROMANO Miche – rel. Consigliere

Dott. FRANCOLINI Giovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 11/03/2019 della Corte di appello di Venezia;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Michele Romano;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Di Leo Giovanni, che ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile;

udito il difensore del ricorrente, avv. (OMISSIS), che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha parzialmente riformato la sentenza del 24 maggio 2012 del Tribunale di Rovigo che ha condannato (OMISSIS) per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale (capo A) e per il delitto di cui al Regio Decreto n. 267 del 1942, articolo 220(capo B), da lui commessi quale amministratore della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il (OMISSIS).

In particolare, la Corte di appello ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di cui al capo B), riducendo la pena principale e le pene accessorie.

  1. Avverso detta sentenza (OMISSIS), a mezzo del suo difensore, ha proposto ricorso chiedendone l’annullamento ed affidandosi a due motivi.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la carenza di motivazione in ordine al motivo di appello con il quale si lamentava la insussistenza dell’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta documentale.

A tale proposito la Corte di appello si era limitata ad elencare le attivita’ svolte dall’imputato quale amministratore, senza spiegare perche’ esse avrebbero arrecato danno alla societa’. Era, invece, necessario che il soggetto fosse consapevole di arrecare danno al patrimonio della societa’ con la propria condotta.

La mancata consegna delle scritture contabili, secondo la Corte di appello, era volta ad occultare detta documentazione in quanto compromettente, ma non si spiegavano le ragioni per le quali le scritture avrebbero avuto carattere compromettente e quindi non si chiarivano i motivi per i quali era stato ritenuto sussistente l’elemento soggettivo della bancarotta fraudolenta.

2.2. Con il secondo motivo deduce che, non risultando esplicitate le ragioni per le quali era stato ritenuto sussistente il dolo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, la Corte di appello neppure aveva dato risposta al motivo di appello con il quale era stata chiesta la riqualificazione del fatto come bancarotta semplice documentale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile.
  2. Il primo ed il secondo motivo di ricorso, che possono essere trattati unitariamente in quanto strettamente connessi, sono manifestamente infondati.

Il giudice di legittimita’, ai fini della valutazione della congruita’ della motivazione del provvedimento impugnato, deve fare riferimento alle sentenze di primo e secondo grado, le quali si integrano a vicenda confluendo in un risultato organico ed inscindibile (Sez. 5, n. 14022 del 12/01/2016, Genitore, Rv. 266617).

Nel caso di specie, la sentenza della Corte di appello e del Tribunale hanno evidenziato che nel pur breve periodo in cui l’imputato ha amministrato la societa’ fallita, egli ha ritirato le scritture contabili presso il consulente della societa’ e ha poi omesso di depositarle presso il Tribunale fallimentare. In tal modo egli ha occultato dette scritture.

Quanto al dolo, nella sentenza di primo grado si segnala che il (OMISSIS) non ha in alcun modo collaborato con gli organi fallimentari per ricostruire il patrimonio ed il movimento degli affari, rendendosi irreperibile, e non ha in alcun modo risposto ai telegrammi che gli sono stati inviati dal curatore. Il (OMISSIS), quindi, ha agito allo scopo di celare alla curatela la attivita’ di gestione della societa’ ed i risultati della stessa. Il curatore, tuttavia, ha potuto accertare alcune vicende ad essa inerenti, tramite la consultazione di pubblici registri e di banche dati.

Gli elementi cosi’ acquisiti, si evidenzia nella sentenza di primo grado, hanno consentito di accertare che il (OMISSIS) ha proceduto allo “smantellamento” della societa’, licenziando i dipendenti e trasferendo la sede della societa’ all’estero e ponendo in essere operazioni prive di logica, se non finalizzate ad indebitare ulteriormente la societa’ e a distrarre il suo attivo. In particolare, si evidenzia che la societa’ ha acquistato e rivenduto in appena tre mesi sette veicoli tra semirimorchi e trattori stradali e non e’ stato possibile stabilire che destinazione abbia avuto il ricavato dalla vendita di detti veicoli, cosicche’ (vedi pag. 3 della motivazione della sentenza di primo grado e pag. 4 della motivazione della sentenza di secondo grado) deve ritenersi che i proventi di dette operazioni commerciali siano stati distratti.

L’occultamento delle scritture, si legge nella sentenza impugnata, era quindi diretto ad impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari e quindi la ricostruzione delle attivita’ distrattive poste in essere.

Il Tribunale e la Corte di appello hanno, quindi, fornito una motivazione esaustiva sia in ordine alla sussistenza del dolo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, sia in ordine alla impossibilita’ di qualificare il fatto come bancarotta semplice documentale.

  1. All’inammissibilita’ del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e, ai sensi dell’articolo 616 c.p.p., comma 1, al pagamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che si reputa equo fissare in Euro 3.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi

 

 

– Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

 

Risulta evidente dal testo della sentenza impugnata che la Corte d’appello di Firenze ha inteso riconoscere agli eredi di (OMISSIS) il cosiddetto danno tanatologico e non gia’ il danno biologico terminale: “… il piu’ recente approdo della giurisprudenza vede nel danno tanatologico (Cass. civ. sez. 3, 23 gennaio 2014 n. 1361) un danno da perdita della vita risarcibile… ritiene la Corte di dover decidere sulla scorta delle proprie convinzioni sul punto, che si concretano nel ritenere sussistente e risarcibile il diritto qui azionato di conseguire in via successoria il diritto al risarcimento del danno da morte subito dal piccolo Federico per effetto delle lesioni subite all’atto della nascita e che ne determinarono la morte dopo circa due mesi”.

Il richiamo del precedente di legittimita’ contenuto nella sentenza impugnata risulta superato dalle statuizioni delle Sezioni Unite di questa Corte, le quali – chiamate a pronunciarsi sulla risarcibilita’ iure hereditatis del danno da morte – hanno cosi’ ritenuto: “In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente e’ costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicche’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilita’ iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilita’ di uno spazio di vita brevissimo” (Cass., Sez. U., Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, Rv. 635985-01; nello stesso senso, Cass., Sez. 3, Sentenza n. 5684 del 23/03/2016, Rv. 639373-01).

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi – Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi – Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

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Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi – Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

Responsabilità medica – Danno tanatologico – Risarcibilità agli eredi – Esclusione – Danno morale terminale – Danno biologico terminale – Risarcibilità agli eredi – Decorso del tempo dalle lesioni – Rinvio

La difesa dei controricorrenti sostiene che la decisione del giudice della nomofilachia non si attaglia al caso de quo poiche’ il decesso del neonato si e’ verificato dopo circa due mesi e non dopo breve tempo dall’evento lesivo.

La lettura integrale delle motivazioni della succitata sentenza delle Sezioni Unite dimostra l’infondatezza dell’argomentazione, poiche’ il nucleo fondamentale della decisione prescinde dalla durata della permanenza in vita successiva all’evento lesivo e si basa, invece, sull’assenza di una situazione giuridica soggettiva pregiudicata nel momento in cui si verifica la morte e sull’impossibilita’ di configurare un risarcimento per equivalente: “… il momento centrale del sistema e’ rappresentato dal danno, inteso come “perdita cagionata da una lesione di una situazione giuridica soggettiva” (Corte cost. n. 372 del 1994). Nel caso di morte cagionata da atto illecito, il danno che ne consegue e’ rappresentato dalla perdita del bene giuridico “vita” che costituisce bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente… La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene “salute”, pregiudicato dalla lesione dalla quale sia derivata la morte l’irrisarcibilita’ deriva… dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito” Cass., Sez. U., Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, in motivazione).

La Corte d’appello di Firenze, nel riconoscere il danno tanatologico agli eredi del neonato deceduto, ha poi escluso – presumibilmente in ragione dello stato di coma mantenuto dalla nascita sino alla morte (cosi’ la sentenza: “cio’ determina, quale ulteriore conseguenza, il superamento della giurisprudenza che riteneva necessaria la sussistenza di un periodo di lucidita’ e coscienza della vittima del sinistro per l’acquisizione al suo patrimonio di un diritto trasmissibile iure successionis”) – il danno biologico terminale e quello morale pretesi iure hereditatis dagli odierni controricorrenti.

La piu’ recente giurisprudenza di questa Corte afferma, tuttavia, che “il diritto al risarcimento del cd. danno biologico terminale e’ configurabile, e conseguentemente trasmissibile iure hereditatis, ove intercorra un apprezzabile lasso di tempo (nella specie, dieci giorni) tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse, essendo irrilevante, al riguardo, la circostanza che, durante tale periodo di permanenza in vita, la vittima abbia mantenuto uno stato di lucidita’, il quale costituisce, invece, il presupposto del diverso danno morale terminale.” (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 21060 del 19/10/2016, Rv. 642934-01; in motivazione: “per la configurabilita’ del c.d. danno tanatologico indicato in termini di danno morale terminale o da lucida agonia o catastrofale o catastrofico, subito dalla vittima per la sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine, assume rilievo il criterio dell’intensita’ della sofferenza provata… Per converso, in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, allorquando come nella specie tra le lesioni colpose e la morte intercorra un “apprezzabile lasso di tempo” (nel caso, 10 giorni), e’ invero risarcibile il danno biologico terminale…, e “per il tempo di permanenza in vita”, il diritto di credito al relativo risarcimento essendo quindi trasmissibile iure hereditatis…

Diversamente dal danno morale terminale, il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che anche se temporaneo e’ massimo nella sua entita’ ed intensita’… in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limitato ma apprezzabile lasso di tempo…, si e’ ravvisato come “sempre esistente”, per effetto della “percezione”, “anche non cosciente”, della gravissima lesione dell’integrita’ personale della vittima nella fase terminale della sua vita”). Conseguentemente, entrambi i motivi devono essere accolti quello del ricorso incidentale limitatamente al mancato riconoscimento del solo danno biologico terminale – e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’appello fiorentina.

Corte di Cassazione|Sezione 3|Civile|Ordinanza|31 maggio 2018| n. 13753

Data udienza 14 febbraio 2018

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. FANTICINI Giovanni – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19173/2015 proposto da:

AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE (OMISSIS) DI PISTOIA, in persona del Direttore Generale e legale rappresentante Dott. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS);

– intimati –

nonche’ da:

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrenti incidentali –

contro

AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE (OMISSIS) DI PISTOIA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 890/2015 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 14/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 14/02/2018 dal Consigliere Dott. GIOVANNI FANTICINI;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MISTRI Corrado, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso principale per quanto di ragione, con particolare riferimento ai primi tre motivi di gravame; nonche’ per l’accoglimento del solo sesto motivo del ricorso incidentale, rigettati gli altri motivi.

RILEVATO

che:

– (OMISSIS) e (OMISSIS) – in proprio e quali esercenti la potesta’ genitoriale sul figlio (allora) minore (OMISSIS), nonche’ (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) convenivano in giudizio innanzi al Tribunale di Pistoia l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Pistoia chiedendo l’accertamento della responsabilita’ del personale medico e paramedico del reparto di ostetricia dell’ospedale di (OMISSIS) (facente parte della predetta A.U.S.L.) e, quindi, della convenuta per le inadeguate e negligenti prestazioni sanitarie fornite in occasione del parto di (OMISSIS) e la condanna dell’A.U.S.L. al risarcimento dei danni conseguenti; in particolare, affermavano gli attori che, a causa delle operazioni di assistenza al parto, in data 23 ottobre 1999 il figlio e nipote degli attori, Federico, veniva alla luce in condizioni di grave asfissia e di morte apparente; trasferito all’ospedale (OMISSIS), (OMISSIS), senza essere mai uscito dallo stato di coma, decedeva il (OMISSIS) per insufficienza cardio-respiratoria in corso di grave asfissia perinatale con colliquazione della sostanza encefalica.

– si costituiva la l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Pistoia che contestava soltanto l’entita’ dei pregiudizi richiesti e quantificati dagli attori, con specifico riguardo ai danni biologico, esistenziale, patrimoniale e morale patiti iure proprio e iure hereditatis;

– con la sentenza n. 517 del 27 giugno 2011 il Tribunale di Pistoia accoglieva la domanda attorea e condannava l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Pistoia a risarcire alle controparti i danni e, segnatamente, il danno biologico terminale subito dal neonato deceduto, il danno da perdita parentale e il danno patrimoniale dei congiunti;

– la A.U.S.L. n. (OMISSIS) di Pistoia impugnava la decisione contestando il riconoscimento dei pregiudizi sopra elencati e la liquidazione operata dal giudice di prime cure;

– gli attori proponevano appello incidentale per la mancata o insufficiente liquidazione di danni in loro favore;

– la Corte d’appello di Firenze, con la sentenza n. 890 dell’8 gennaio 2015, in parziale riforma della decisione di primo grado, riconosceva ai familiari del neonato deceduto il danno da perdita della vita (o tanatologico) iure hereditatis, nonche’ – iure proprio – il danno da perdita parentale dei genitori, del fratello e dei nonni e il pregiudizio patrimoniale per le spese affrontate dai genitori, rideterminando le liquidazioni effettuate dal Tribunale;

– avverso la predetta sentenza l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Pistoia propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi;

– resistono con controricorso (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), i quali propongono a loro volta ricorso incidentale articolato in sei motivi;

– le parti hanno depositato memorie ex articolo 380-bis c.p.c., comma 1;

– il Pubblico Ministero ha depositato conclusioni scritte ex articolo 380-bis c.p.c., comma 1 e ha chiesto l’accoglimento del ricorso principale e del sesto motivo del ricorso incidentale.

CONSIDERATO

che:

  1. Col primo motivo di ricorso la A.U.S.L. n. (OMISSIS) di Pistoia censura la decisione per violazione e falsa applicazione (ex articolo 360 c.p.c., n. 3) degli articoli 1223, 1226, 2043, 2056 e 2059 c.c., per avere la Corte d’appello di Firenze attribuito agli eredi del defunto (OMISSIS) (genitori e fratello) il risarcimento del danno da perdita della vita, quantificato in Euro 140.000,00 per ciascun erede.
  2. Col secondo motivo la ricorrente deduce – in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione delle succitate norme in quanto – in ipotesi di erronea qualificazione del predetto pregiudizio come danno tanatologico da parte della Corte territoriale – neppure sussisterebbero i presupposti per l’attribuzione di un risarcimento iure hereditatis del danno biologico terminale, tantomeno nella misura risultante dalla decisione impugnata.
  3. Col terzo motivo si deduce la nullita’ della sentenza (ex articolo 360 c.p.c., n. 4) per violazione dell’articolo 112 c.p.c., per avere la Corte d’appello, oltre i limiti dell’impugnazione, sostituito la censurata attribuzione di un danno biologico iure hereditatis col riconoscimento del danno tanatologico.
  4. Anche col quarto motivo la A.U.S.L. afferma la nullita’ della sentenza (ex articolo 360 c.p.c., n. 4) per violazione dell’articolo 112 c.p.c., poiche’ la Corte d’appello avrebbe omesso di pronunciarsi sulle richieste di restituzione delle somme eccedenti versate in esecuzione della pronuncia di primo grado.
  5. Col primo motivo del ricorso incidentale (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) censura la sentenza della Corte d’appello di Firenze per violazione e falsa applicazione (ex articolo 360 c.p.c., n. 3) degli articoli 1223, 1226, 2043, 2056 e 2059 c.c., in relazione agli articoli 2 e 29 Cost., per il mancato riconoscimento, agli stessi eredi del defunto (OMISSIS), del danno biologico e del danno morale terminali.
  6. Col secondo, il terzo, il quarto e il quinto motivo i controricorrenti deducono violazione e falsa applicazione (ex articolo 360 c.p.c., n. 3) degli articoli 1223, 1226, 2043, 2056 e 2059 c.c., in relazione agli articoli 2 e 29 Cost., per avere la Corte d’appello omesso di attribuire a ciascuno dei congiunti del neonato deceduto, oltre al danno da perdita del rapporto parentale, il danno morale subito iure proprio.
  7. Col sesto motivo i controricorrenti deducono – in riferimento all’articolo 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione degli articoli 91 e 92 c.p.c., L. n. 247 del 2012, articolo 13, comma 6, Decreto Ministeriale Giustizia 10 marzo 2014, n. 55, articolo 4, commi 1 e 2 e articolo 6, per la disposta compensazione parziale (al 50%) delle spese di lite, in assenza di reciproca soccombenza delle parti o di gravi ed eccezionali ragioni, e per la liquidazione delle stesse, inferiore alla media dei parametri del decreto ministeriale.
  8. Il primo motivo del ricorso principale e il primo motivo di quello incidentale possono essere esaminati congiuntamente.

Risulta evidente dal testo della sentenza impugnata che la Corte d’appello di Firenze ha inteso riconoscere agli eredi di (OMISSIS) il cosiddetto danno tanatologico e non gia’ il danno biologico terminale: “… il piu’ recente approdo della giurisprudenza vede nel danno tanatologico (Cass. civ. sez. 3, 23 gennaio 2014 n. 1361) un danno da perdita della vita risarcibile… ritiene la Corte di dover decidere sulla scorta delle proprie convinzioni sul punto, che si concretano nel ritenere sussistente e risarcibile il diritto qui azionato di conseguire in via successoria il diritto al risarcimento del danno da morte subito dal piccolo Federico per effetto delle lesioni subite all’atto della nascita e che ne determinarono la morte dopo circa due mesi”.

Il richiamo del precedente di legittimita’ contenuto nella sentenza impugnata risulta superato dalle statuizioni delle Sezioni Unite di questa Corte, le quali – chiamate a pronunciarsi sulla risarcibilita’ iure hereditatis del danno da morte – hanno cosi’ ritenuto: “In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente e’ costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicche’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilita’ iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilita’ di uno spazio di vita brevissimo” (Cass., Sez. U., Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, Rv. 635985-01; nello stesso senso, Cass., Sez. 3, Sentenza n. 5684 del 23/03/2016, Rv. 639373-01).

La difesa dei controricorrenti sostiene che la decisione del giudice della nomofilachia non si attaglia al caso de quo poiche’ il decesso del neonato si e’ verificato dopo circa due mesi e non dopo breve tempo dall’evento lesivo.

La lettura integrale delle motivazioni della succitata sentenza delle Sezioni Unite dimostra l’infondatezza dell’argomentazione, poiche’ il nucleo fondamentale della decisione prescinde dalla durata della permanenza in vita successiva all’evento lesivo e si basa, invece, sull’assenza di una situazione giuridica soggettiva pregiudicata nel momento in cui si verifica la morte e sull’impossibilita’ di configurare un risarcimento per equivalente: “… il momento centrale del sistema e’ rappresentato dal danno, inteso come “perdita cagionata da una lesione di una situazione giuridica soggettiva” (Corte cost. n. 372 del 1994). Nel caso di morte cagionata da atto illecito, il danno che ne consegue e’ rappresentato dalla perdita del bene giuridico “vita” che costituisce bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente… La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene “salute”, pregiudicato dalla lesione dalla quale sia derivata la morte l’irrisarcibilita’ deriva… dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito” Cass., Sez. U., Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, in motivazione).

La Corte d’appello di Firenze, nel riconoscere il danno tanatologico agli eredi del neonato deceduto, ha poi escluso – presumibilmente in ragione dello stato di coma mantenuto dalla nascita sino alla morte (cosi’ la sentenza: “cio’ determina, quale ulteriore conseguenza, il superamento della giurisprudenza che riteneva necessaria la sussistenza di un periodo di lucidita’ e coscienza della vittima del sinistro per l’acquisizione al suo patrimonio di un diritto trasmissibile iure successionis”) – il danno biologico terminale e quello morale pretesi iure hereditatis dagli odierni controricorrenti.

La piu’ recente giurisprudenza di questa Corte afferma, tuttavia, che “il diritto al risarcimento del cd. danno biologico terminale e’ configurabile, e conseguentemente trasmissibile iure hereditatis, ove intercorra un apprezzabile lasso di tempo (nella specie, dieci giorni) tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse, essendo irrilevante, al riguardo, la circostanza che, durante tale periodo di permanenza in vita, la vittima abbia mantenuto uno stato di lucidita’, il quale costituisce, invece, il presupposto del diverso danno morale terminale.” (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 21060 del 19/10/2016, Rv. 642934-01; in motivazione: “per la configurabilita’ del c.d. danno tanatologico indicato in termini di danno morale terminale o da lucida agonia o catastrofale o catastrofico, subito dalla vittima per la sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine, assume rilievo il criterio dell’intensita’ della sofferenza provata… Per converso, in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, allorquando come nella specie tra le lesioni colpose e la morte intercorra un “apprezzabile lasso di tempo” (nel caso, 10 giorni), e’ invero risarcibile il danno biologico terminale…, e “per il tempo di permanenza in vita”, il diritto di credito al relativo risarcimento essendo quindi trasmissibile iure hereditatis…

Diversamente dal danno morale terminale, il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che anche se temporaneo e’ massimo nella sua entita’ ed intensita’… in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limitato ma apprezzabile lasso di tempo…, si e’ ravvisato come “sempre esistente”, per effetto della “percezione”, “anche non cosciente”, della gravissima lesione dell’integrita’ personale della vittima nella fase terminale della sua vita”). Conseguentemente, entrambi i motivi devono essere accolti quello del ricorso incidentale limitatamente al mancato riconoscimento del solo danno biologico terminale – e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’appello fiorentina.

  1. Restano assorbiti gli altri motivi (concernenti i pregiudizi risarcibili e la pronuncia sulla restituzione delle somme eventualmente versate in eccesso in esito al primo grado) del ricorso principale e il sesto motivo (riguardante le spese di lite) del ricorso incidentale.
  2. Il secondo, il terzo, il quarto e il quinto motivo del ricorso incidentale sono infondati.

I controricorrenti sostengono che la lesione del danno non patrimoniale nella sua integralita’ comporti, oltre al risarcimento del pregiudizio per la perdita del rapporto parentale, anche la risarcibilita’ di un autonomo danno morale.

Questa Corte ha statuito che l’unitario danno non patrimoniale arrecato ad interessi costituzionalmente rilevanti deve essere apprezzato (e, conseguentemente, risarcito, qualora provato) tanto nel “suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana” (il pregiudizio alle dinamiche relazionali e, cioe’, alla vita di relazione) quanto nel suo “aspetto interiore”, che concerne “la sofferenza morale in tutti i suoi aspetti, quali il dolore, la vergogna, il rimorso, la disistima di se’, la malinconia, la tristezza”: pertanto, nel compiere la liquidazione “il giudice di merito deve tener conto di tutte le conseguenze che sono derivate dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici” (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 901 del 17/01/2018, in motivazione).

A tale indebita duplicazione conducono, invece, le argomentazioni degli odierni controricorrenti, ai quali e’ stato riconosciuto il risarcimento della componente “interiore” (costituita dalla sofferenza morale derivante dall’interruzione del rapporto tra i familiari e il neonato defunto), senza che possa ravvisarsi un danno morale ulteriore, ne’ liquidarsi il risarcimento del diverso pregiudizio arrecato alle dinamiche relazionali (che, nel caso in esame, gli stessi controricorrenti non deducono di avere ne’ allegato, ne’ provato).

  1. In conclusione, la sentenza impugnata e’ cassata con rinvio alla Corte d’appello di Firenze in diversa composizione, la quale esaminera’ la fattispecie alla luce delle indicazioni fornite da questa Corte di legittimita’.

La liquidazione delle spese e’ rimessa al giudice del rinvio.

P.Q.M.

La Corte:

accoglie il primo motivo del ricorso principale e il primo motivo del ricorso incidentale;

dichiara assorbiti gli altri motivi del ricorso principale e il sesto motivo del ricorso incidentale;

rigetta il secondo, il terzo, il quarto e il quinto motivo del ricorso incidentale;

cassa la decisione impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Firenze, in diversa composizione, anche per la statuizione sulle spese.

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo

la CTU aveva ritenuto che la gestante era stata colpita da 

preemclapsia

insorgenza precoce, comunemente associata alla grave disfunzione placentare (p. 16, p. 18), poco prima (p. 15), pero’, aveva scritto “non risulta emergere alcuna patologia ne’ del liquido amniotico, ne’ della placenta”; non solo: a p. 2 aveva giustificato il comportamento attendista dell’ostetrico, in base al tracciato della puerpera; in altra parte aveva scritto: “tali evidenze erano suggestive di un feto ipossico tale da consigliare la esecuzione di un taglio cesareo non ulteriormente procrastinabile”. Aveva concluso, poi, che non erano individuabili comportamenti omissivi da parte della struttura ospedaliera e che erano state adottate tutte le precauzioni necessarie, pur rilevando che non era stata eseguita alcuna ecografia ostetrica, ne’ lo studio del flusso dell’arteria cerebrale del cervello fetale che avrebbe potuto fornire elementi per definire l’urgenza del taglio cesareo; precisava, inoltre, che non erano stati eseguiti altri esami strumentali, quali l’emogas arterioso, l’ecoencefalo, RMN encefalo, e che il tracciato non era stato refertato.

 

  • La preeclampsia può provocare distacco di placenta e/o parto pretermine, aumentando il rischio di problemi del neonato subito dopo il parto.

    I sintomi sono gonfiore delle mani, delle dita, del collo e/o dei piedi e, in caso di preeclampsia grave e non trattata, convulsioni (eclampsia) o danno d”organo.

    A seconda della gravità della preeclampsia, il trattamento può consistere in modifica dell’attività (riposo a letto), ricovero in ospedale, farmaci per ridurre la pressione o parto.

Corte di Cassazione|Sezione 3|Civile|Ordinanza|20 maggio 2021| n. 13920

Data udienza 1 dicembre 2020

Integrale

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo – Referto di Ctu – Prova – Rilevanza – Responsabilità sanitaria – Sussistenza

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo – Referto di Ctu – Prova – Rilevanza – Responsabilità sanitaria – Sussistenza

 

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo – Referto di Ctu – Prova – Rilevanza – Responsabilità sanitaria – Sussistenza

 

Responsabilità sanitaria – Parto cesareo non più procrastinabile – Intervento non tempestivo – Referto di Ctu – Prova – Rilevanza – Responsabilità sanitaria – Sussistenza

 

 

 

Con il primo motivo i ricorrenti deducono, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per avere il giudice a quo pretestuosamente affermato, data l’indisponibilita’ dei fascicoli di parte degli appellanti, di non avere, dovendo decidere allo stato degli atti, la documentazione necessaria, e per avere con l’ordinanza con cui aveva rigettato la istanza di rinnovazione della CTU affermato “esaminati gli atti del giudizio… la causa puo’ essere decisa sulla base della CTU medica e della documentazione in atti” – circostanza confermata esplicitamente anche dal controricorso di (OMISSIS) (p. 5 del controricorso), salvo poi rigettare nel merito l’appello ritenendo non disponibili sufficienti elementi di giudizio, gli stessi evidentemente su cui si era basata o avrebbe dovuto basarsi per disattendere la richiesta di CTU, ritenendola “scollegata dalla realta’”.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

(OMISSIS), E (OMISSIS), in proprio e quali esercenti la responsabilita’ genitoriale nei confronti del minore (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’AVV. (OMISSIS), domiciliati in Roma presso la Cancelleria della Corte di Cassazione;

– ricorrenti –

contro

AZIENDA SANITARIA LOCALE TARANTO (ASL TA), in persona del Commissario straordinario, Dott. (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con domicilio eletto in Roma presso lo (OMISSIS);

– controricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avv. (OMISSIS), che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 138/2018 della Corte d’Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, depositata il 27/03/2018;

Udita la relazione svolta nella Camera di Consiglio del 1 dicembre 2020 dal Consigliere Dott. Marilena Gorgoni.

RILEVATO

che:

(OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e quali titolari della responsabilita’ genitoriale nei confronti di (OMISSIS), ricorrono per la cassazione della sentenza n. 138/2020, emessa dalla Corte d’Appello di Lecce, sez. distaccata di Taranto, resa pubblica il 27/03/2018, notificata lo stesso giorno, articolando tre motivi.

Resistono con separati controricorsi l’Azienda Sanitaria Locale Taranto (Asl TA) e (OMISSIS). Quest’ultimo si avvale della facolta’ di depositare memoria.

I ricorrenti, assumendone la responsabilita’ per aver provocato, in occasione del parto, l’insorgenza di dannicerebrali a (OMISSIS), a causa del colpevole ritardo nella diagnosi di sofferenza fetale, citavano in giudizio, dinanzi al Tribunale di Taranto, (OMISSIS), l’ostetrico di turno, e la struttura ospedaliera (OMISSIS), chiedendone la condanna risarcitoria, in solido, al pagamento di Euro 2.500.000,00.

Il Tribunale, con sentenza n. 1896/2018, respingeva la domanda attorea, affidandosi alla CTU che aveva individuato la causa delle patologie riportate da (OMISSIS) ad una preeclampsia cronica (gestosi ipertensiva), occorsa in fase prenatale.

La Corte d’Appello, con la sentenza oggetto dell’odierno ricorso, investita del gravame dagli attori soccombenti, rigettava nel merito l’appello “per non essere agli atti la documentazione probatoria fondante l’appello e quindi la domanda”, assumendo che: a) gli appellanti non avevano restituito il fascicolo di causa di primo e secondo grado, dopo averlo ritirato all’udienza di precisazione delle conclusioni; b) la sentenza di prime cure era rinvenibile nei fascicoli d’ufficio delle parti appellate; c) era suo obbligo decidere nel merito sulla base degli atti disponibili; d) la documentazione medica prodotta dagli appellanti in primo grado era solo in parte riprodotta nella CTU; e) le osservazioni dei consulenti di parte non erano rinvenibili nei fascicoli di causa delle parti appellate; f) la conoscenza integrale e diretta sia della documentazione medica che delle conclusioni dei CC.TT.PP. costituiva presupposto imprescindibile per esprimere un giudizio di merito, atteso che i motivi di appello era stati fondati sulla documentazione medica e sulle osservazioni dei CC.TT.PP.

CONSIDERATO

che:

  1. Con il primo motivo i ricorrenti deducono, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per avere il giudice a quo pretestuosamente affermato, data l’indisponibilita’ dei fascicoli di parte degli appellanti, di non avere, dovendo decidere allo stato degli atti, la documentazione necessaria, e per avere con l’ordinanza con cui aveva rigettato la istanza di rinnovazione della CTU affermato “esaminati gli atti del giudizio… la causa puo’ essere decisa sulla base della CTU medica e della documentazione in atti” – circostanza confermata esplicitamente anche dal controricorso di (OMISSIS) (p. 5 del controricorso), salvo poi rigettare nel merito l’appello ritenendo non disponibili sufficienti elementi di giudizio, gli stessi evidentemente su cui si era basata o avrebbe dovuto basarsi per disattendere la richiesta di CTU, ritenendola “scollegata dalla realta’”.

  2. Con il secondo motivo i ricorrenti rimproverano alla Corte d’Appello di avere omesso l’esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, costituito dalle vistose contraddizioni della CTU che la rendevano inidonea a “consacrare la verita’ sulla eziologia della patologia e sulle eventuali omissioni del medico e della struttura ospedaliera”.

In particolare, la CTU aveva ritenuto che la gestante era stata colpita da preemclapsia ad insorgenza precoce, comunemente associata alla grave disfunzione placentare (p. 16, p. 18), poco prima (p. 15), pero’, aveva scritto “non risulta emergere alcuna patologia ne’ del liquido amniotico, ne’ della placenta”; non solo: a p. 2 aveva giustificato il comportamento attendista dell’ostetrico, in base al tracciato della puerpera; in altra parte aveva scritto: “tali evidenze erano suggestive di un feto ipossico tale da consigliare la esecuzione di un taglio cesareo non ulteriormente procrastinabile”. Aveva concluso, poi, che non erano individuabili comportamenti omissivi da parte della struttura ospedaliera e che erano state adottate tutte le precauzioni necessarie, pur rilevando che non era stata eseguita alcuna ecografia ostetrica, ne’ lo studio del flusso dell’arteria cerebrale del cervello fetale che avrebbe potuto fornire elementi per definire l’urgenza del taglio cesareo; precisava, inoltre, che non erano stati eseguiti altri esami strumentali, quali l’emogas arterioso, l’ecoencefalo, RMN encefalo, e che il tracciato non era stato refertato.

  1. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta, invocando l’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli articoli 1218 e 2697 c.c., per avere la sentenza impugnata invertito l’onere della prova, esonerando la ASL TA dall’onere di provare di avere correttamente adempiuto a tutte le obbligazioni assunte ovvero che il pregiudizio fosse dipeso da cause di forza maggiore.

  2. A giudizio del Collegio merita accoglimento, per quanto di ragione, il secondo motivo.

Detto accoglimento richiede preliminarmente che, all’esito della lettura della illustrazione, la Corte, alla stregua di Cass., Sez. Un., 24/07/2013 n. 17931, provveda alla esatta qualificazione del mezzo impugnatorio.

L’illustrazione a supporto del motivo, infatti, non e’ conforme al paradigma dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, evocato nella intestazione dello stesso, ma consente, appunto, secondo i principi indicati dalla evocata decisione a Sezioni Unite, di intendere che la censura alla sentenza impugnata si sostanzi in una violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, commessa dal giudice a quo sotto il profilo della contraddittorieta’ della motivazione.

Per dar conto di quanto appena rilevato e’ sufficiente richiamare gli addebiti di contraddittorieta’ ed illogicita’ della CTU che, anziche’ giustificare una sua rinnovazione, erano stati interamente condivisi dal giudice a quo.

I ricorrenti hanno sottoposto all’attenzione di Collegio, soddisfacendo le prescrizioni di cui all’articolo 366 c.p.c., n. 6, le plurime contraddizioni della CTU e poiche’ la Corte d’Appello ha recepito integralmente le dette risultanze peritali, facendo proprie le conclusioni e le argomentazioni formulate dal CTU, accettando e condividendo in pieno anche la illogica, abnorme e contraddittoria posizione assunta nei confronti della ipossia del feto e della necessita’ di intervenire tempestivamente con parto cesareo, ed ha rigettato l’istanza di rinnovazione dell’esame peritale, appare incontestabile la sussistenza del vizio argomentativo che ridonda in iure in una motivazione inesistente per irriducibile contraddittorieta’.

A fronte di tale obiettiva deficienza del criterio logico che ha indotto il giudice alla formulazione del proprio convincimento, occorre ribadire il consolidato indirizzo giurisprudenziale, secondo cui, nel caso in cui il giudice del merito abbia deciso sulla base delle conclusioni del consulente tecnico di ufficio, infirmate per la presenza di affermazioni illogiche, i vizi della consulenza si riflettono sulla sentenza inficiandola sotto il profilo motivazionale (cfr. Cass. 05/05/2020, n. 8461).

La sentenza dev’essere, dunque, cassata per violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in quanto risulta aver reso una motivazione per relationem rispetto all’elaborato della CTU che esprime la sua stessa intrinseca contraddittorieta’ e, dunque, ridonda in una motivazione nuovamente inesistente.

4.Gli altri motivi restano assorbiti.

5.Ne consegue che il ricorso deve essere accolto in relazione al secondo motivo; la sentenza va cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, in diversa composizione che provvedera’ anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimita’, alla Corte d’Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, in diversa composizione.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalita’ e gli altri dati identificativi, a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52 in quanto imposto dalla legge.

RAVENNA Professione medica e omicidio colposo DANNO RISARCIMENTO

RAVENNA Professione medica e omicidio colposo DANNO RISARCIMENTO

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

Nel caso in esame, pertanto mediante il c.d. “giudizio controfattuale” si dovrà verificare se, dato per fatto quanto l’imputata avrebbe dovuto fare, sia consentito o meno affermare che vi sarebbero state probabilità di grado prossimo alla certezza di evitare la morte della paziente od almeno di procrastinarla per un tempo significativo (cfr. anche, sul punto Cass. pen. Sez. 4, n. 35115 del 24/05/2007).

Orbene, sono gli stessi consulenti ad affermare che nel processo che ha condotto al decesso dell’AL. si deve prevedere l’interferenza di decorsi alternativi rispetto alla condotta omissiva del sanitario e costituiti dallo stadio di gravità della lesione, dalla virulenza dei germi accentuata dalla accelerazione del processo patologico registrato in poche settimane, dalla delicatezza ed invasività del trattamento chirurgico, elementi che non consentono di esprimere un giudizio di certezza di risoluzione della vicenda (pag. 21 relazione scritta). Solo in sede di esame orale, i periti dapprima affermano di non sapere a fronte di una diagnosi precoce effettuata al 4/2/2010 quale sarebbe stato l’exitus, certamente fuoriuscendo dall’alveo della certezza, potendosi semmai ragionare in termini di probabilità, diciamo elevate.

 

 

Tali incognite di vario spessore e peso hanno portato i periti a non esprimere un giudizio di certezza in ordine alla decisività dell’operato della dott.ssa Valenti sul decorso dell’infezione che ha condotto a morte l’AL., poiché anche un tempestivo intervento diagnostico avrebbe dovuto scontare l’interferenza di altri fattori, determinanti nel processo evolutivo della lesione, con diversa evoluzione della malattia, e tali da non garantire un effetto risolutivo ad una più tempestiva indagine strumentale, ma solo una probabilità seppure elevata di riuscita

 

 

 

Tale probabilità, non ulteriormente specificata, a fronte del quadro di possibili interferenze nel processo evolutivo morboso, non appare elemento sufficiente ad un accertamento certo ed incontrovertibile della sussistenza di un nesso di causalità tra il decesso e la mancata condotta omissiva imputata al sanitario.

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

 

RAVENNA Professione medica e omicidio colposo DANNO RISARCIMENTO

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

 

del reato p. e p. dagli artt. 40/2 co., 589 c.p., perché, in qualità di medico del pronto soccorso di Cervia che visitò Al.Ch. ivi giunto, riferendo “tono dell’umore depresso nell’ultimo periodo ed in trattamento con antidepressivi, cefalea con aura fin dalla giovane età, oggi ennesimo episodio analogo ai precedenti per intensità e localizzazione e distribuzione risolto al momento della visita” – dopo che qualche ora prima era intervenuta una autoambulanza a casa sua riscontrando “nausea, vomito svenimento ed astenia” -, medico eh ebbe occasione di visionare l’esame emocromocitometrico dal quale risultava una leucocitosi neutrofila (16.290 globuli bianchi, 92,7% neutrofili) e quindi indicativa di un processo infiammatorio in fase di acuzie, per colpa consistita in negligenza ed imperizia in particolare non avendo in alcun modo considerato l’esito dell’esame di laboratorio, infatti il paziente veniva dimesso con la diagnosi di “somatizzazione ansiosa” e non avendo disposto o consigliato alcun esame di approfondimento (consulenze adeguate previo esame per immagini) a fronte di quanto emerso dal più volte citato esame, in modo tale da riscontrare l’incipiente ascesso cerebrale o quantomeno bloccare l’infiammazione e quindi il suo insorgere con adeguate terapie, in tal modo non impediva che il paziente fosse colpito da un ascesso cerebrale che lo portava alla morte il 14.3.2010, nonostante specifiche terapie instaurate dal giorno 12.3.2010.

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

 

TRIBUNALE DI RAVENNA

GIUDICE UNICO DI PRIMO GRADO

UFFICIO DEL G.U.P.

DISPOSITIVO DI SENTENZA

E

MOTIVAZIONE SUCCESSIVA

(artt. 425 c.p.p.)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il G.U.P., Dott.ssa Antonella GUIDOMEI all’udienza del 05/03/2014, in Camera di Consiglio ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

Nei confronti di:

Va.Iv.

Nata (…)avvocato-erede-legittimo-8

Residente in Ravenna Via (…)

Ove elegge domicilio

LIBERA – PRESENTE

IMPUTATA

  1. a) del reato p. e p. dagli artt. 40/2 co., 589 c.p., perché, in qualità di medico del pronto soccorso di Cervia che visitò Al.Ch. ivi giunto, riferendo “tono dell’umore depresso nell’ultimo periodo ed in trattamento con antidepressivi, cefalea con aura fin dalla giovane età, oggi ennesimo episodio analogo ai precedenti per intensità e localizzazione e distribuzione risolto al momento della visita” – dopo che qualche ora prima era intervenuta una autoambulanza a casa sua riscontrando “nausea, vomito svenimento ed astenia” -, medico eh ebbe occasione di visionare l’esame emocromocitometrico dal quale risultava una leucocitosi neutrofila (16.290 globuli bianchi, 92,7% neutrofili) e quindi indicativa di un processo infiammatorio in fase di acuzie, per colpa consistita in negligenza ed imperizia in particolare non avendo in alcun modo considerato l’esito dell’esame di laboratorio, infatti il paziente veniva dimesso con la diagnosi di “somatizzazione ansiosa” e non avendo disposto o consigliato alcun esame di approfondimento (consulenze adeguate previo esame per immagini) a fronte di quanto emerso dal più volte citato esame, in modo tale da riscontrare l’incipiente ascesso cerebrale o quantomeno bloccare l’infiammazione e quindi il suo insorgere con adeguate terapie, in tal modo non impediva che il paziente fosse colpito da un ascesso cerebrale che lo portava alla morte il 14.3.2010, nonostante specifiche terapie instaurate dal giorno 12.3.2010.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Il P.M. ha chiesto il rinvio a giudizio di Va.Iv., chiamata a rispondere del reato in epigrafe specificato.

In tesi d’accusa l’imputata, medico di pronto soccorso all’Ospedale Civile di Ravenna avendo valutato in modo inadeguato l’esame emocromocitometrico dal quale risultava una leucocitosi neutrofila e quindi indicativa di un processo infiammatorio in atto il 4/2/2010 avrebbe colposamente ritardato la diagnosi di ascesso cerebrale sul paziente Al.Ch., deceduto proprio a causa di quella patologia il 14/3/2010.

  1. In mancanza di richieste di riti alternativi richiesti dalla difesa dell’imputata, il Giudice invitava alla discussione dell’udienza preliminare, e sulle conclusioni delle parti in epigrafe richiamate, il Giudice dell’udienza preliminare decideva con declaratoria di non luogo a procedere,’ come in dispositivo.
  2. Ritiene il Giudice dell’udienza preliminare, infatti, che non vi siano elementi sufficienti per procedere a un utile dibattimento. Il Giudice dell’udienza preliminare deve giungere alla sentenza di non luogo a procedere, prevista dall’art. 425 c.p.p., allorquando verifichi che non sussistono le condizioni per formulare una prognosi di evoluzione, in senso favorevole all’accusa, del materiale di prova raccolto (così Cass. Sez. 2, Sentenza n. 14034 del 18/03/2008 Cc. – dep. 03/04/2008 – Rv. 239514).
  3. Non è richiesto, infatti, che a seguito della predetta prognosi in merito all’esito del giudizio, per procedere al proscioglimento, il Giudice pervenga ad una valutazione di innocenza dell’imputato, ma è sufficiente e necessario che non esista alcuna prevedibile possibilità che il dibattimento possa giungere ad un esito diverso da quello dell’innocenza dell’imputato (così Cass. Sez. 4, Sentenza n. 13163 del 31/01/2008 Cc. – dep. 28/03/2008 – Rv. 239597).
  4. Per altro anche quando il dibattimento risulti inutile, seppur in presenza di elementi probatori contraddittori od insufficienti, qualora sia ragionevolmente prevedibile che gli stessi siano destinati a rimanere tali all’esito del giudizio, il giudice deve pronunciare sentenza ex art. 425 c.p.p. (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 47169 dell’08/11/2007 Ud. – dep. 20/12/2007 – Rv. 238251).
  5. Dalla documentazione medica in atti, dagli esiti della consulenza medico – legale e autoptica disposta dal consulente del P.M., e della perizia medico – legale disposta dal Gip in sede di incidente probatorio emerge, quale circostanza condivisa e pacifica che Al.Ch., di anni 38, decedeva presso l’Ospedale Bu. il 14/3/2010 a causa di encefalopatia acuta ed irreversibile conseguente a processo espansivo infettivo cerebrale da fistolizzazione di rinosnusite, trattata chirurgicamente il 12/3/2010.
  6. La documentazione medica raccolta in atti dà conto di soggetto con anamnesi positiva per depressione e cefalea con aura per le quali l’AL. era seguito da specialista neurologo, dott. Bu., a partire dall’anno 2004, con trattamento farmacologico.
  7. La stessa documentazione informa che il 27 agosto 2009 l’AL. eseguiva Risonanza magnetica dell’Encefalo da cui emergeva unicamente “in via collaterale alterazione di segnale dei seni etmoidmascellari verosimilmente come da sinusopatia”.
  8. Il 14 gennaio 2010 l’uomo si recava al P.S. dell’Ospedale di Ravenna a causa di presincope, con cedimento arti (…), astenia risultando in aerosolterapia per sinusopatia insorta per pregresso episodio influenzale. Gli esami ematochimici evidenziavano una lieve leucocitosi (globuli bianchi 12.280) ed un quadro di anemia microcitica.
  9. Il successivo 25 gennaio 2010 l’AL. si recava presso il neurologo di fiducia (dott. Bu.) che segnalava recidiva con attacchi di panico”.
  10. Il 4 febbraio 2010 – episodio che interessa l’odierna imputata trovandosi di servizio presso il locale P.S. – l’AL. accedeva nuovamente al pronto Soccorso dell’Ospedale di Ravenna, ove riferiva “ennesimo episodio analogo ai precedenti per intensità e localizzazione e distribuzione risolto al momento della visita”.

L’esame emocromocitometrico evideniava leucocitosi neutrofila (16.290 globuli bianchi).

Veniva sottoposto a visita psichiatrica che rilevava: “da circa un mese quadro sintomatologico di tipo depressivo in cura dott. Bu. Riferisce che con l’attuale terapia ha iniziato a dormire e mangiare da qualche giorno. Non disturbi dell’ideazione né della senso – percezione. Non ideazione suicidiaria. Riferisce forte astenia.

Veniva dimesso con diagnosi di somatizzazione ansiosa. Successivamente in data 4/3/2014 si recava dallo specialista otorinolaringoiatra (dott. Ca.) ove veniva posta diagnosi di “rinosinusopatia muco purulenta etmoidale-mascellare-fontale in fase iperalgica”.

Il 7 marzo 2010 AL. accedeva nuovamente presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Ravenna in quanto si risveglia con sensazione di paura ed episodio di vomito alimentare non dolore toracico non dispena paziente in terapia imprecisata per crisi di panico e/o cardioplomonare nella norma addome trattabile mv normodistribuito”.

Il 12 marzo AL. giungeva al PS in stato soporoso per la comparsa di episodio convulsivo al domicilio, ripetuto al PS. L’indagine tomografica eseguita all’ingresso rivelava la presenza in sede frontaledestra di lesione espansiva ipodensa, capsulata, dei diametri assali di circa 4 cm x 5,5 cui si associa vallo edemigeno perilesionale con effetto massa sulle strutture limitrofe con shift della linea mediana a sin di circa 1 cm.”.

Trasportato immediatamente all’Ospedale Bu. di Cesena veniva sottoposto ad intervento chirurgico di craniotomia ed evacuazione dell’accesso cerebrale; l’esame microbiologioco rivelava infezione da streptococcus constellatus.

Il decorso post-operatorio rivelava fin dalla prima giornata compromissione delle funzioni encefaliche secondo i parametri previsti per dare l’avvio alle procedure di accertamento morte.

Il 14 marzo 2010 alle ore 11,50 si registrava un arresto cardiocircolatorio che determinava il decesso di Al.Ch.

In questa sequenza di accadimenti il consulente del P.M. valorizzava l’attento esame obiettivo eseguito presso il Servizio di Pronto Soccorso quel 4 febbraio 2010 dal quale risultava del tutto negativo per patologia neurologica, in cui la sintomatologia manifestata era priva di alcuna specificità per evoluzione ascessuale cerebrale della patologia sinusitica mentre era certamente riconducibile etiopatogeneticamente anche alle patologie di cui lo stesso AL. soffriva cronicamente. Nessuna indicazione, secondo il consulente portava a ritenere necessaria un’indagine strumentale, stante anche un’indagine in tal senso negativa per patologie encefaliche eseguita solo 6 mesi addietro (risonanza magnetica del 27 agosto 2009).

La perizia svolta in sede di incidente probatorio a seguito di opposizione all’archiviazione (nei confronti di tutti i medici intervenuti nella vicenda), invece evidenziava come la documentazione di un’infezione in fase di acuzie, ossia la leucocitosi neutrofila, fin dall’accesso al P.S. del 4 febbraio 2010 – quando era in servizio l’odierna imputata – avrebbe consigliato un’ulteriore indagine diagnostica per immagini mediante TAC encefalo o Risonanza Magnetica Nucleare (pag. 19).

A tale data, continua il perito (pag. 7 verb ud. incid. prob.) vi sarebbero state sicuramente delle evidenze per un processo espansivo endocranico che avrebbe comportato una diagnosi più precoce con la possibilità di intervenire più di un mese prima rispetto a quanto avvenuto con chance di sopravvivenza nettamente superiori, senza alcuna garanzia però di evitare l’exitus trattandosi di patologia grave, di un intervento (craniotomia) delicato e non sappiamo quindi quale sarebbe stato l'(exitus ndr). Non c’è certezza che il paziente si sarebbe salvato riferiva infatti fin dalla relazione scritta il perito (pag. 21 relazione scritta) intervenendo una pluralità di fattori: stadio di gravità, virulenza dei germi, notevole accelerazione del processo patologico registrato in poche settimane, trattandosi comunque di intervento delicato non scevero da complicazioni.

A miglior comprensione in sede di esame orale del perito lo stesso precisava che le chanche di un intervento risolutivo erano elevate.

E sempre per una miglior comprensione del momento di insorgenza dell’ascesso il perito, tenuto conto della sintomatologia lamentata dal paziente a partire dal 25 gennaio, specifica che la data risale più o meno al periodo che è stato visitato al P.S. dell’Ospedale di Ravenna, ossia all’inizio di febbraio.

La sinusite etmoido – frontale da cui era affetto l’AL., continua il perito, può portare a complicanze specifiche, sebbene non comuni, quali gli ascessi cerebrali.

Vari sono gli aspetti della vicenda che non permettono di giungere, a parere di questo giudice, all’esito del dibattimento per come richiesto dal P.M. ad un accertamento positivo di responsabilità dell’imputata, sotto l’egida della regola di giudizio che deve connotare ogni declaratoria di condanna penale, ossia “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Invero, i periti Dott. Ta.Ad. e Ma.Vi. – nominati in sede di incidente probatorio a seguito di un supplemento indagini disposto in sede di opposizione all’archiviazione – evidenziano nella relazione scritta come l’esame strumentale della TAC o RSM (i soli idonei a diagnosticare la lesione in atto) disposto il 4/2/2010 avrebbe evidenziato la lesione cerebrale che ha condotto a morte l’AL.; ma in sede del rigoroso esame orale nell’ambito dell’incidente probatorio, sulla circostanza della sintomatologia che avrebbe dovuto condurre il medico del P.S. a richiedere tale esame strumentale, individuavano l’allarmante dato di laboratorio dal quale emergeva la presenza di 16.000 globuli bianchi. A tal riguardo, concludevano però sul fatto che tale dato di laboratorio avrebbe richiesto un’indagine ulteriore conducendo il medico a provvedere al ricovero del paziente, o quantomeno ad un consiglio, un qualche cosa (ved. verb. ud. pag. 30, 43).

Orbene, la censura dei periti in ordine alla condotta del medico di P.S. che ha visitato l’AL. quel 4 febbraio 2010 non si appunta allora sulla mancanza di un esame strumentale, quale la TAC o RSM – i soli esami strumentali in grado di evidenziare la lesione cerebrale – ma sulla mancanza di un proseguimento di indagine diagnostico, che non è ben individuato o specificato neppure dai periti, che hanno indicato un possibile ricovero, anche a titolo di consiglio; la conclusione generica ed indefinita di fare comunque “qualche cosa” si commenta da sé. Lo stesso perito (Ma.) specificava inizialmente che la presenza di 1.6.000 globuli bianchi, che indiscutibilmente sono indicatori di un’infiammazione in atto, ben potevano essere il sintomo di un ascesso dentario, di una piccola pleure (pag. 28).

Non può non sottolinearsi che il paziente si presentava al P.S. con una patologia cefalica di cui soffriva dalla giovane età e con una patologia di ansia per cui era in cura da uno specialista neurologo dal 2004, e dal quale era stato visitato pochi giorni prima dell’accesso al P.S. (il 25/1/2010) con diagnosi di recidiva con attacchi di panico. Inoltre, il 14 gennaio precedente si era recato al P.S. riferendo astenia in privazione ipnica, influenza poi sinusite in cura con aerosol.

Sul punto, pertanto, l’esame peritale non appare indicare con sufficiente precisione il comportamento controfattuale che avrebbe dovuto porre in essere l’odierna imputata quale medico di P.S. quel 4 febbraio 2010, per evidenziare la lesione cerebrale causa del decesso dell’AL., unicamente individuabile con un esame strumentale tipo TAC o RSM, che però lo stesso collegio peritale non individua come esame da effettuare a fronte dell’unico elemento da indagare: la presenza dei 16.000 globuli bianchi. Tale dato, come rilevato dalla stesso consulente della difesa dott. Fa., e non contrastato dai periti, poteva giustificarsi con il precedente stato influenzale di cui aveva sofferto l’AL. e con la sinusite per la quale era ancora in terapia aerosol alla data del precedente accesso al P.S. del 14 gennaio 2010. Pertanto, sicuramente la TAC o la RSM era l’esame strumentale in grado di accertare la lesione cerebrale per la quale è deceduto l’AL., ma alla data del 4 febbraio 2010, non sono emersi elementi indicatori per condurre il medico a sottoporre l’AL. ad un’indagine strumentale di tale tipo, ben potendo l’alterazione dei globuli bianchi trovare altre giustificazioni.

Sul punto appare pertanto accoglibile l’esito della consulenza svolta dal P.M, laddove non individuava condotte omissive da parte dei medici del P.S. direttamente collegabili con il decesso del paziente, poiché non sono emersi soprattutto nell’accesso al P.S. qui in esame, sintomi o segni che potessero giustificare indagini strumentali in grado di evidenziare la lesione cerebrale, essendo del tutto negativo il quadro relativo all’anamnesi neurologica. Non appare ultroneo osservare che il paziente era seguito da un neurologo di fiducia dal quale era stato visitato qualche giorno prima, e che nulla aveva rilevato in ordine ad un quadro neurologico, ed i cui sintomi riferiti portavano il medico a ritenere un aggravamento del quadro psichico.

Inoltre, un mese dopo (4/3/2010) l’accesso al Pronto Soccorso qui in esame l’AL. effettuava una visita dall’otorinolaringoiatra il quale diagnosticava una rinosinusopatia muco purulenta, senza intravedere complicanze endocraniche, prescrivendo una sola terapia antibiotica. Questo un mese dopo la visita da parte dell’odierna imputata. Invero, il quadro clinico dell’accesso cerebrale è ben lungi dall’essere stereotipato, ma se la cefalea è il sintomo clinico principale in molti pazienti, le crisi epilettiche o segni focali particolari predominano in altri. In molti casi i sintomi evolvono velocemente nell’arco di una settimana e se ne aggiungono di nuovi ogni giorno. Ma l’ulteriore caratteristica degli ascessi cerebrali è l’imprevedibilità con cui i sintomi possono evolvere.

Il solo dato di laboratorio dell’alterazione dei globuli bianchi, pertanto, come chiarito in sede di esame orale della perizia non avrebbe da solo condotto a richiedere una TAC o una RSM quel 2 febbraio 2010, unici esami strumentali utili all’accertamento diagnostico della lesione che ha condotto a morte il paziente.

In ogni caso, è lo stesso collegio peritale che non individua con sufficiente chiarezza e determinazione la data di insorgenza della lesione cerebrale, e quindi la sua evidenza clinico – strumentale e, pertanto, l’idoneità degli esami strumentali ad evidenziare alla data del 4/2/2010 la lesione cerebrale che avrebbe indotto ad intraprendere immediatamente una terapia antibiotica ed eventualmente l’intervento chirurgico.

Infatti, dapprima in sede di stesura della relazione peritale (pag. 19) l’infezione ascessuale viene collocata, almeno in misura di due settimane dal decesso (quindi alla fine di febbraio/inizio marzo), per poi invece in sede di esame orale riferirsi al periodo più o meno in cui è stato visto al P.S. con la precisazione, ma sempre in linea approssimativa, dall’inizio di febbraio (pag. 8 verb. ud.).

Orbene, non può che prediligersi la prima indicazione temporale, ossia di insorgenza dell’infezione cerebrale da almeno due settimane prima, tesi supportata dalla genesi anatomopatologica dell’ascesso cerebrale, chiaramente sintetizzata a pag. 18 della relazione, in cui i periti danno l atto del passaggio dal processo infiammatorio dalla fase della presenza di edema che circonda la zona ascessuale alla fase di formazione di tessuto di granulazione e sviluppo della capsula, quest’ultima emersa in sede di esame strumentale il 12/3/2010.

Orbene, l’intero processo ha uno sviluppo di almeno 2 settimane; di qui la coerente conclusione a cui è prevenuto il collegio peritale di poter collocare la presenza di infezione cerebrale da almeno due settimane, senza invece, indicare, in maniera altrettanto sicura se tale insorgenza sia antecedente a tale data.

L’inquadramento del processo di insorgenza della lesione cerebrale ad evidenza strumentale, porta totalmente fuori dall’ambito di operatività dell’odierna imputata, la quale è intervenuta oltre un mese prima del decesso.

Volendo invece, seguire l’indicazione temporale di insorgenza della lesione cerebrale offerta in sede di discussione orale della perizia – non sussistendo però elementi a conforto di tale tesi – il riferimento è talmente generico e soffre di un’approssimazione tale da rendere del tutto incerto il periodo di insorgenza della lesione cerebrale.

Ciò posto, è comunque il profilo riguardante la prova del nesso causale tra le omissioni attribuite all’odierna imputata – con le riserve sopra espresse – e il decesso del paziente a presentare un ulteriore aspetto di problematicità.

E’ opportuno ricordare i tre fondamentali principi, in tema di causalità, affermati con la nota sentenza Fr. (Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002, Rv. 222139):

1) non è possibile chiedere al giudice un accertamento del nesso causale in termini prossimi alla certezza, secondo l’orientamento espresso a far data dalla sentenza Bo. del 1990 (Sez. 4, n. 4793 del 06/12/1990, dep. 29/04/1991, Rv. 191793), con i primi accenni, e fino ad arrivare a quelle – più significativamente e decisamente orientate nel senso della necessità dell’accertamento del nesso di causalità in termini di “probabilità vicina alla certezza” – pronunciate poco prima dell’intervento del 2002 delle Sezioni Unite, in particolare le sentenze Ba. (Sez. 4, n. 9780 del 28/09/2000, dep. 09/03/2001, Rv. 218777), Mu. (Sez. 4, n. 9793 del 29/11/2000, dep. 09/03/2001, Rv. 218781), Sg. (Sez. 4, n. 1585 del 25/09/2001, dep. 16/01/2002, Rv. 220982) e Covili (Sez. 4, n. 5716 del 25/09/2001, dep. 13/02/2002, Rv. 220953);

2) parimenti non è possibile ancorare l’eziologia di un evento a giudizi di mera possibilità, al criterio del riscontro di serie ed apprezzabili possibilità di successo, secondo l’orientamento espresso con la sentenza Me. (Sez. 4, n. 4320 del 07/01/1983, Rv. 158947), ovvero che si possa estendere la responsabilità per omesso impedimento dell’evento attraverso le teorie dell’aumento del rischio o della perdita di chances;

3) è necessario approdare, quindi, ad un giudizio di alta probabilità logica o di elevata credibilità razionale.

La strada segnata dalle Sezioni Unite cit., è dunque nel senso della necessità di procedere al giudizio controfattuale al fine di verificare se, eliminata mentalmente la condotta presa in considerazione, l’evento si sarebbe ugualmente verificato, confermando la necessità che la spiegazione causale dell’evento verificatosi hic et nunc provenga da attendibili risultati di generalizzazioni del senso comune ovvero facendo ricorso generalizzante della sussunzione del singolo evento sotto leggi scientifiche che consenta di affermare che l’antecedente può essere considerato condizione necessaria dell’evento se rientra tra quelle conseguenze che le leggi di “copertura” consentono di ritenere aver provocato l’evento.

Secondo le sezioni unite “il ricorso a generalizzazioni scientificamente valide consente infatti di ancorare il giudizio controfattuale, altrimenti insidiato da ampi margini di discrezionalità e di indeterminatezza, a parametri oggettivi in grado di esprimere effettive potenzialità esplicative della condizione necessaria, anche per i più complessi sviluppi causali dei fenomeni naturali, fisici, chimici o biologici”. Passando poi a trattare più specificamente della causalità omissiva la sentenza citata, senza addentrarsi nella soluzione del problema teorico della natura reale, o meramente normativa, dell’effetto condizionante nei reati omissivi impropri, ha però richiamato, condividendolo, l’orientamento che ritiene valido il “paradigma unitario di imputazione dell’evento” con riferimento al “condizionale controfattuale” la cui formula deve rispondere al quesito se “mentalmente eliminato il mancato compimento dell’azione doverosa e sostituito alla componente statica un ipotetico processo dinamico corrispondente al comportamento doveroso, supposto come realizzato, il singolo evento lesivo, hic et nunc verificatosi, sarebbe, o non, venuto meno, mediante un enunciato esplicativo “coperto” dal sapere scientifico del tempo”.

Non viene dunque in considerazione lo statuto condizionalistico e nomologico della causalità ma la sua concreta “verificabilità processuale” e su tale problema la Corte ha ritenuto di non condividere l’orientamento che, particolarmente sul tema dei trattamenti terapeutici, faceva riferimento, al fine di ritenere accertato il nesso di condizionamento, alle “serie e apprezzabili probabilità di successo” del trattamento omesso in quanto, con questa formula, si esprimono coefficienti indeterminati di probabilità con il rischio di violare i principi di legalità e tassatività della fattispecie e della garanzia di responsabilità per fatto proprio.

Fatte queste premesse le sezioni unite hanno indicato una via che riconduce la soluzione del problema all’accertamento processuale dell’esistenza del nesso di condizionamento alla stregua di quei canoni di “certezza processuale”, non dissimili da quelli utilizzati per l’accertamento degli altri elementi costitutivi della fattispecie, che conduca, all’esito del ragionamento di tipo induttivo, ad un giudizio di responsabilità caratterizzato da “alto grado di credibilità razionale”. In quest’ottica, secondo la sentenza citata, “non è sostenibile che si elevino a schemi di spiegazione del condizionamento necessario solo le leggi scientifiche universali e quelle statistiche che esprimano un coefficiente probabilistico “prossimo ad 1”, cioè alla “certezza”, guanto all’efficacia impeditiva della prestazione doverosa e omessa rispetto al singolo evento”, la “certezza processuale” può derivare anche dall’esistenza di coefficienti medio bassi di probabilità c.d. frequentista quando, corroborati da positivo riscontro probatorio circa la sicura non incidenza nel caso di specie di altri fattori interagenti, possano essere utilizzati per il riconoscimento giudiziale del rapporto di causalità. Per converso livelli elevati di probabilità statistica o addirittura schemi interpretativi dedotti da leggi universali richiedono sempre la verifica concreta che conduca a ritenere irrilevanti spiegazioni diverse. Con la conseguenza che non è “consentito dedurre automaticamente e proporzionalmente – dal coefficiente di probabilità statistica espresso dalla legge la conferma dell’ipotesi sull’esistenza del rapporto di causalità”. È inadeguato, infatti, secondo la sentenza in esame, esprimere il grado di corroborazione dell’explanandum mediante coefficienti numerici mentre appare corretto enunciarli in termini qualitativi per cui le sezioni unite mostrano di condividere quell’orientamento della giurisprudenza di legittimità che fa riferimento alla c.d. “probabilità logica” che, rispetto alla c.d. “probabilità statistica”, consente la verifica aggiuntiva dell’attendibilità dell’impiego della legge statistica al singolo evento.

Solo con l’utilizzazione di questi criteri può giungersi alla certezza processuale sull’esistenza del rapporto di causalità in modo non dissimile dall’accertamento relativo a tutti gli altri elementi costitutivi della fattispecie con criteri non dissimili “dalla sequenza del ragionamento inferenziale dettato in tema di prova indiziaria dall’art. 192 comma 2 c.p.p.” al fine di pervenire alla conclusione, caratterizzata da alto grado di credibilità razionale, che “esclusa l’interferenza di decorsi alternativi, la condotta omissiva dell’imputato, alla luce della cornice nomologica e dei dati ontologici, è stata condizione “necessaria” dell’evento, attribuibile per ciò all’agente come fatto proprio”. Mentre l’insufficienza, la contradditorietà e l’incertezza del riscontro probatorio, e quindi il ragionevole dubbio sulla reale efficacia condizionante della condotta omissiva, non possono che condurre alla negazione dell’esistenza del nesso di condizionamento.

Nel caso in esame, pertanto mediante il c.d. “giudizio controfattuale” si dovrà verificare se, dato per fatto quanto l’imputata avrebbe dovuto fare, sia consentito o meno affermare che vi sarebbero state probabilità di grado prossimo alla certezza di evitare la morte della paziente od almeno di procrastinarla per un tempo significativo (cfr. anche, sul punto Cass. pen. Sez. 4, n. 35115 del 24/05/2007).

Orbene, sono gli stessi consulenti ad affermare che nel processo che ha condotto al decesso dell’AL. si deve prevedere l’interferenza di decorsi alternativi rispetto alla condotta omissiva del sanitario e costituiti dallo stadio di gravità della lesione, dalla virulenza dei germi accentuata dalla accelerazione del processo patologico registrato in poche settimane, dalla delicatezza ed invasività del trattamento chirurgico, elementi che non consentono di esprimere un giudizio di certezza di risoluzione della vicenda (pag. 21 relazione scritta). Solo in sede di esame orale, i periti dapprima affermano di non sapere a fronte di una diagnosi precoce effettuata al 4/2/2010 quale sarebbe stato l’exitus, certamente fuoriuscendo dall’alveo della certezza, potendosi semmai ragionare in termini di probabilità, diciamo elevate. Tali incognite di vario spessore e peso hanno portato i periti a non esprimere un giudizio di certezza in ordine alla decisività dell’operato della dott.ssa Valenti sul decorso dell’infezione che ha condotto a morte l’AL., poiché anche un tempestivo intervento diagnostico avrebbe dovuto scontare l’interferenza di altri fattori, determinanti nel processo evolutivo della lesione, con diversa evoluzione della malattia, e tali da non garantire un effetto risolutivo ad una più tempestiva indagine strumentale, ma solo una probabilità seppure elevata di riuscita. Tale probabilità, non ulteriormente specificata, a fronte del quadro di possibili interferenze nel processo evolutivo morboso, non appare elemento sufficiente ad un accertamento certo ed incontrovertibile della sussistenza di un nesso di causalità tra il decesso e la mancata condotta omissiva imputata al sanitario.

Tutti tali aspetti ed in primo luogo il dubbio sull’effettiva insorgenza dell’evidenza strumentale al momento dell’accesso al P.S. il 4/2/2010, e l’insufficienza del quadro clinico in ordine alla richiesta di accertamenti strumentali con immagini, fanno intravedere, sotto il profilo prognostico, l’insostenibilità dell’accusa in giudizio, poiché la completezza delle indagini (consulente del P.M., perizia già disposta ed esaminata innanzi al giudice) fa ritenere insuscettibile il compendio probatorio a subire mutamenti per la fase del dibattimento, proprio perché costituito da un’anticipazione della prova dibattimentale. Si impone pertanto una declaratoria di non luogo a procedere per insufficienza degli elementi probatori a sostenere l’accusa in giudizio.

P.Q.M.

Il Giudice dell’udienza preliminare,

visto l’art. 425 c.p.p., dichiara non luogo a procedere nei confronti di Va.Iv. in ordine al reato contestatole in rubrica, perché il fatto non sussiste.

Così deciso in Ravenna il 5 marzo 2014.

Depositata in Cancelleria l’1 dicembre 2015.

RAVENNA Professione medica e omicidio colposo DANNO RISARCIMENTO

Tribunale|Ravenna|Penale|Sentenza|1 dicembre 2015| n. 153

Professione medica e omicidio colposo – Responsabilità medica – Colpa professionale – Integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 589 c.p. – Nesso di causalità

 

PATTO SUCCESSORIO RENDE NULLO IL TESTAMENTO?

PATTO SUCCESSORIO RENDE NULLO IL TESTAMENTO?

Il problema parte dalla lettura dell’art. 458 c.c. che commina la nullità per ogni convenzione con cui si dispone della propria successione o si dispone/ rinuncia a diritti su una successione non ancora aperta.

un patto successorio c.d. istitutivo

Per aversi un patto successorio c.d. istitutivo

è sufficiente una convenzione con la quale alternativamente si istituisce un erede o un legato ovvero ci si impegna a farlo in un successivo testamento, cosicché nella prima ipotesi la convenzione stessa, in quanto avente ad oggetto la disposizione di beni afferenti ad una successione non ancora aperta, è idonea ad integrare un patto successorio (ordinariamente vietato), senza alcuna necessità di ulteriori atti dispositivi. (Nella specie, la S.C., correggendo la motivazione della sentenza impugnata, ha escluso che potesse ricorrere un’ipotesi di patto successorio con riguardo ad una convenzione “inter vivos” intercorsa tra la “de cuius”, quando era in vita, e la nipote, con la quale la prima si era riconosciuta debitrice della seconda di una determinata somma per le prestazioni assistenziali fornitele, prevedendo che l’estinzione del debito sarebbe avvenuta dopo la sua morte).

nullità del contratto contenente un patto successorio cosiddetto rinunciativo

deriva il diritto delle parti di ottenere la restituzione delle eventuali somme versate al rinunciante in esecuzione del patto, in applicazione dei principi relativi all’indebito oggettivo, diritto soggetto a prescrizione, non potendo presumersi la natura liberale delle attribuzioni effettuate in esecuzione del patto, in quanto a questo scopo è necessario individuare con precisione da quali elementi fosse desumibile l’animus donandi e verificare l’esistenza dei prescritti requisiti di forma.

Ricorre un patto successorio istitutivo, nullo ai sensi dell’art. 458 c.c.

nella convenzione avente ad oggetto la disposizione di beni afferenti ad una successione non ancora aperta che costituisca l’attuazione dell’intento delle parti, rispettivamente, di provvedere in tutto o in parte alla propria successione e di acquistare un diritto sui beni della futura proprietà a titolo di erede o legatario. Tale accordo deve essere inteso a far sorgere un vero e proprio vinculum iuris di cui la successiva disposizione testamentaria costituisce l’adempimento.

Conseguentemente deve essere esclusa la sussistenza di un patto successorio quando tra le parti non sia intervenuta alcuna convenzione e la persona della cui eredità trattasi abbia solo manifestato verbalmente all’interessato o a terzi l’intenzione di disporre dei suoi beni in un determinato modo, atteso che tale promessa verbale non crea alcun vincolo giuridico e non è quindi idonea a limitare la piena libertà del testatore che è oggetto di tutela legislativa.

per stabilire se una determinata pattuizione ricada sotto la comminatoria di nullità di cui all’art. 458 c.c.

occorre accertare: 1) se il vincolo giuridico con essa creato abbia avuto la specifica finalità di costituire, modificare, trasmettere o estinguere diritti relativi ad una successione non ancora aperta; 2) se la cosa o i diritti formanti oggetto della convenzione siano stati considerati dai contraenti come entità della futura successione o debbano comunque essere compresi nella stessa;

3) se il promittente abbia inteso provvedere in tutto o in parte della propria successione, privandosi, così dello jus poenitendi; 4) se l’acquirente abbia contrattato o stipulato come avente diritto alla successione stessa; 5) se il convenuto trasferimento, dal promittente al promissario, debba aver luogo mortis causa, ossia a titolo di eredità o di legato.

La delazione ereditaria può avvenire solo per testamento o per legge,

senza, quindi, l’ipotizzabilità di un tertium genus, come il patto successorio che, ponendosi in contrasto con il principio fondamentale (e pertanto di ordine pubblico) del nostro ordinamento della piena libertà del testatore di disporre dei propri beni fino al momento della sua morte,

è per definizione non suscettibile della conversione ex art. 1424 c.c., in un testamento mediante la quale si realizzerebbe proprio lo scopo, vietato dall’ordinamento, di vincolare la volontà del testatore al rispetto di impegni, concernenti la propria successione, assunti con terzi.

Si ha patto successorio, vietato, ai sensi dell’art. 458 c.c.,

quando le disposizioni testamentarie redatte da più persone, pur essendo contenute in schede formalmente distinte, si integrano a vicenda, dando luogo a un accordo con il quale ciascuno dei testatori provvede alla sua successione in un determinato modo, in determinante correlazione con la concordata disposizione dei propri beni da parte degli altri. (Nella specie, si è ravvisato un patto successorio vietato, essendo risultato che ciascuno dei coniugi aveva lasciato i propri beni a uno dei due figli, perché l’altro coniuge aveva disposto delle sue sostanze a favore dell’altro figlio).

I patti istitutivi sono accordi tra soggetti per disporre di una successione con natura mortis causa (a causa di morte), quindi, potrebbero scontrarsi con il divieto di cui

Quanti tipi di patti successori esistono?

Esistono tre tipi di patti successori:

  1. istitutivi
  2. dispositivi
  3. rinunciativi

Cosa sono i patti istitutivi?

Con i patti istitutivi si dispone della successione. Essi hanno una struttura particolare in quanto il loro oggetto non è un bene attuale, ma un’aspettativa. In tal senso di parla di “diritto al diritto” con riferimento al momento della morte. Solo allora, infatti, il bene maturerà nel patrimonio del soggetto. Due sono i momenti di cui bisogna tener conto ovvero il diritto all’acquisto dell’eredità e quello ai beni che formano l’eredità che si consolida con la morte. È proprio il peculiare meccanismo che rende dubbia la loro validità in quanto contrastano con i principi fondamentali in materia di successione ovvero la tipicità delle cause di delazione, la revocabilità del testamento e la libertà testamentaria.

Cosa sono i patti rinunciativi e dispositivi?

Con tali patti il soggetto rinuncia o dispone di diritti che possono conseguire a una successione futura. Non si dispone della propria successione quindi non sono classificabili come atti mortis causa. In entrambi i casi l’oggetto è futuro in quanto si trasferisce o si rinuncia a beni che esplicheranno le loro potenzialità solo successivamente. Il fondamento logico- giuridico è la tutela dell’ordine pubblico e del buon costume impedendo ai giovani di distruggere un’eredità non ancora aperta.

I patti successori obbligatori sono validi?

Con questi patti ci si obbliga a una nuova manifestazione di volontà non avendo efficacia traslativa immediata. In particolare, nei patti istitutivi a fare testamento a favore di qualcuno, in quelli istitutivi/rinunciativi a disporre di un’eredità altrui. Due sono le fasi che caratterizzano entrambe le forme:

1- la stipulazione del patto obbligatorio

2- l’atto esecutivo

Come si distinguono dagli altri atti mortis causa?

I patti successori obbligatori potrebbero confondersi con il testamento, con la vendita di eredità o con una rinuncia all’eredità. Per verificare la reale natura il riferimento è alla volontà del soggetto che pone in essere l’atto.

Se l’atto è posto in essere in esecuzione del patto allora è sicuramente invalido, in caso contrario ovvero se stipulato con la consapevolezza dell’invalidità dell’atto quindi espressione della libera autodeterminazione del soggetto è valido.

ART 617 CP AVVOCATO PENALISTA LE NORME DEI VARI ARTICOLI 617 CP

ART 617 CP AVVOCATO PENALISTA

LE NORME DEI VARI ARTICOLI 617 CP

BOLOGNA MILANO ROMA FIRENZE TREVISO VICENZA

Art. 617.avvocato-erede-legittimo-8

Cognizione interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.

Chiunque fraudolentemente, prende cognizione di una comunicazione o di una conversazione, telefoniche o telegrafiche, tra altre persone o comunque a lui non dirette, ovvero le interrompe o le impedisce è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni o delle conversazioni indicate nella prima parte di questo articolo.
I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d’ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale o di un incaricato di un pubblico servizio nell’esercizio o a causa delle funzioni o del servizio, ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Art. 617-bis.

Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.

Chiunque fuori dei casi consentiti dalla legge, installa apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio o a causa delle sue funzioni ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

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    avvocato matrimonialista Sergio Armaroli

Art. 617-ter.

Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.

Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, forma falsamente, in tutto o in parte, il testo di una comunicazione o di una conversazione telegrafica o telefonica ovvero altera o sopprime in tutto o in parte il contenuto di una comunicazione o di una conversazione telegrafica o telefonica vera, anche solo occasionalmente intercettata, è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne faccia uso, con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio o a causa delle sue funzioni ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.
Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa. (1)

(1) Comma aggiunto dall’art. 3, comma 1, D.Lgs. 10 aprile 2018, n. 36

Art. 617-quater.

Intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche.

Chiunque fraudolentemente intercetta comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti tra più sistemi, ovvero le impedisce o le interrompe, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni di cui al primo comma.
I delitti di cui ai commi primo e secondo sono punibili a querela della persona offesa.
Tuttavia si procede d’ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso:
1) in danno di un sistema informatico o telematico utilizzato dallo Stato o da altro ente pubblico o da impresa esercente servizi pubblici o di pubblica necessità;
2) da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, ovvero con abuso della qualità di operatore del sistema;
3) da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Art. 617-quinquies.

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Installazione di apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni informatiche o telematiche.

Chiunque, fuori dai casi consentiti dalla legge, installa apparecchiature atte ad intercettare, impedire o interrompere comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico ovvero intercorrenti tra più sistemi, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni nei casi previsti dal quarto comma dell’articolo 617-quater.

Art. 617-sexies.

Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche.

Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di arrecare ad altri un danno, forma falsamente ovvero altera o sopprime, in tutto o in parte, il contenuto, anche occasionalmente intercettato, di taluna delle comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti tra più sistemi, è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne facciano uso, con la reclusione da uno a quattro anni.
La pena è della reclusione da uno a cinque anni nei casi previsti dal quarto comma dell’articolo 617-quater.
Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa. (1)

(1) Comma aggiunto dall’art. 4, comma 1, D.Lgs. 10 aprile 2018, n. 36

Art. 617-septies.

Diffusione di riprese e registrazioni fraudolente

Chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione, e’ punito con la reclusione fino a quattro anni.

La punibilita’ e’ esclusa se la diffusione delle riprese o delle registrazioni deriva in via diretta ed immediata dalla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.

Il delitto e’ punibile a querela della persona offesa. 

(1) Articolo inserito dal D.Lgs. 29 dicembre 2017, n. 216

Art. 617 septies Diffusione di riprese e registrazioni fraudolente

 

Successivo 

Chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione, è punito con la reclusione fino a quattro anni.

La punibilità è esclusa se la diffusione delle riprese o delle registrazioni deriva in via diretta ed immediata dalla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Tribunale Torino, 16/01/2012

Integra i delitti di cui agli artt. 617-quater (intercettazione fraudolenta di comunicazioni relative a sistemi informatici o telematici) e 617-quinquies c.p. (installazione di apparecchiature atte a intercettare comunicazioni relative ai sistemi predetti), uniti dal vincolo della continuazione ai sensi e per gli effetti dell’art. 81, comma 2, c.p., la condotta di chi, attraverso un congegno elettronico (del tipo ‘skimmer’) e una microtelecamera installata su uno sportello bancomat, carpisce fraudolentemente i codici P.I.N. digitati dai clienti dell’istituto di credito.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LAPALORCIA Grazia – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. – rel. Consigliere –

Dott. SETTEMBRE Antonio – Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere –

Dott. BRANCACCIO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.V., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 12/05/2016 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere UMBERTO LUIGI SCOTTI;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. MARIA FRANCESCA LOI. Il Proc. Gen. conclude per il rigetto.

Uditi i difensori:

l’avv. Gennaro Leone del Foro di Roma, sostituto processuale dell’avv. Gianclemente Benenti, per la parte civile, insiste per il rigetto del ricorso presentato; deposita conclusioni e nota spese;

l’avvocato Angelo Sansone, del Foro di Vallo della Lucania, per la ricorrente, insiste per l’accoglimento del ricorso presentato.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del 3/11/2015 il Tribunale di Milano aveva ritenuto P.V. responsabile del reato di falsificazione di comunicazioni telematiche di cui all’art. 617 sexiesc.p. e l’aveva condannata alla pena di mesi 9 di reclusione, con i doppi benefici nonchè al risarcimento dei danni in favore della parte civile M.C..

In seguito all’appello dell’imputata la Corte di appello di Milano con sentenza del 12/5/2016, in parziale riforma della sentenza di primo grado, confermata nel resto, ha ridotto la pena irrogata a mesi 8 di reclusione.

A P.V., allora dipendente del Settore (OMISSIS) del Comune di (OMISSIS), era stato imputato di aver formato falsamente e quindi inviato a M.C., facendone così uso, la notifica di avvenuta lettura della e-mail di convocazione, in realtà mai pervenuta all’interessata, per un colloquio previsto nell’ambito della procedura concorsuale di mobilità volontaria per un posto di agente di Polizia Municipale, indetto dal Comune di (OMISSIS), al fine di occultare la propria responsabilità relativamente all’invio di tale comunicazione all’indirizzo e-mail errato ((OMISSIS), anzichè (OMISSIS)), errore che aveva determinato l’esclusione della M. dalla graduatoria.

  1. Ha proposto ricorso nell’interesse dell’imputata il difensore di fiducia, avv.Angelo Sansone, svolgendo due articolati motivi.

2.1. Con il primo motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) – e), il ricorrente denuncia violazione della legge penale e vizi motivazionali nel rigetto da parte della Corte di appello del motivo di appello concernente la assoluta mancanza del corpo del reato e la insussistenza degli elementi costituivi del reato ascritto ex art. 617 sexies c.p..

2.1.1. L’affermazione della Corte territoriale, posta a sostegno del rigetto del motivo di appello circa la mancanza del corpo del reato, secondo la quale oggetto del reato sarebbe l’attestazione di avvenuta lettura della mali asseritamente inviata, era contra legem. Il reato contestato, attinente a condotte di formazione del testo di una comunicazione informatica o telematica, si sarebbe configurato solo se la ricevuta di conferma della e-mail di convocazione della P. alla M. fosse stata falsificata, in tutto o in parte.

La Corte aveva ritratto la prova, con evidente travisamento, da alcuni elementi non corrispondenti al vero (a) la mancata indicazione del destinatario; b) la pretesa incompatibilità di alcuni caratteri con quelli del resto della messaggistica; c) l’accertamento dell’assenza di traffico sul p.c. dell’imputata dalle ore 06.50 alle ore 11.07 mentre il messaggio sarebbe pervenuto alle ore 08,28).

Al contrario, relativamente a quanto considerato sub a), come riferito dal perito della difesa, il campo del destinatario nelle ricevute di conferma di lettura è quasi sempre in bianco; relativamente a quanto riferito sub b), l’assunto della Corte era immotivato nella sua base scientifica e non trovava riscontri nei contributi di tutti gli esperti informatici che si erano espressi; relativamente a quanto riferito sub c) l’orario 08,28 si riferiva al momento della lettura da parte della M. e non all’orario in cui il messaggio era pervenuto alla P..

2.1.2. Secondo il ricorrente, la Corte era incorsa poi in evidente errore allorchè attribuiva rilievo alla riproduzione cartacea allegata alla relazione della Polizia Giudiziaria, perchè in ordine alla fattispecie delittuosa di cui all’art. 617 sexies c.p. era imprescindibile l’accertamento della falsificazione del documento informatico, come del resto aveva spiegato il Consulente del Pubblico Ministero, chiarendo le difformità fra la riproduzione cartacea e il documento informatico.

Di conseguenza, secondo il ricorrente, la P. era stata condannata senza che fosse stata versata in atti alcuna prova circa la commissione del reato di cui era imputata.

2.2. Con il secondo motivo, proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c) -e), la ricorrente denuncia error in procedendo e vizi motivazionali con riferimento all’art. 192 c.p.p., comma 1, e art. 546 c.p.p., comma 1, lett. e), attribuendo alla Corte di appello un percorso argomentativo inosservante delle norme circa la valutazione della prova e del dovere di specifica indicazione dei motivi e dei criteri di valutazione adottati, nonchè contraddittorietà e illogicità della motivazione.

2.2.1.La Corte aveva attribuito rilievo alla deposizione della dott.ssa A. in tema di “mancato consenso immediato e senza reticenze” della P. all’esame del suo p.c., senza considerare le dichiarazioni dell’imputata che aveva invece sostenuto di aver messo immediatamente a disposizione il computer fornendo la password, cosa che non avrebbe avuto neppur ragione di non fare, visto che i dati non erano più presenti a causa della periodica cancellazione della posta elettronica per motivi di spazio.

La P. aveva semplicemente richiesto una richiesta scritta di accesso formale da parte della Direzione Sistemi Informatici per la verifica del contenuto del computer, in realtà mai arrivata.

2.2.2. Il mancato esame tecnico del computer della denunciante e della denunciata aveva impedito l’acquisizione giudiziale della prova della falsificazione, come stigmatizzato con specifico motivo di appello a cui la Corte non aveva risposto.

La certezza della falsificazione ritratta dalla Corte dalla riproduzione cartacea allegata alla relazione di P.G. era del tutto inconsistente, come censurato con il primo motivo di ricorso.

2.2.3. La ritenuta plausibilità e comprensibilità della dimenticanza della M. circa la data di creazione di uno dei due indirizzi e-mail da lei indicati nella sua domanda non aveva tenuto conto del dato assolutamente pacifico per cui la e-mail di cui la M. sosteneva di non ricordare neppure la password era stata da lei registrata solo 5 giorni dopo la pubblicazione dell’avviso di mobilità del 30/10/2012 e cioè a novembre del 2012.

2.2.4. La giustificazione addotta dalla Corte per il mancato esame tecnico del computer basata sulla presunta evidenza delle emergenze probatorie, non considerava, secondo il ricorrente, che lo stesso Consulente del P.M. aveva escluso che esistesse in atti la prova della falsificazione.

Motivi della decisione

  1. Il primo articolato motivo denuncia violazione della legge penale e vizi motivazionali quanto al rigetto da parte della Corte territoriale del motivo di appello concernente la assoluta mancanza del corpo del reato e la insussistenza degli elementi costituivi del reato ascritto ex art. 617 sexiesc.p..

1.1. In particolare il ricorrente critica, reputandola contra legem, l’affermazione della Corte territoriale, posta a sostegno del rigetto del motivo di appello circa la mancanza del corpo del reato, secondo la quale l’oggetto del reato sarebbe l’attestazione di avvenuta lettura della mali asseritamente inviata.

Il reato contestato, attinente a condotte di formazione del testo di una comunicazione informatica o telematica, si sarebbe configurato solo se la ricevuta di conferma della e-mail di convocazione da P.V. a M.C. (all’indirizzo corretto, ossia quello “puntato”: (OMISSIS)) fosse stata falsificata, in tutto o in parte.

La ricorrente attribuisce alla Corte di appello un evidente travisamento della prova, allorchè essa ha ritratto da tre elementi (a suo dire, non corrispondenti al vero) la prova della falsificazione della conferma di lettura.

Il primo elemento sub a) è la mancata indicazione del destinatario, ritenuta dalla Corte di appello “sempre e assolutamente necessaria”; a tale logica e puntuale affermazione, circa l’intrinseca necessità dell’emergenza del destinatario della comunicazione, la ricorrente contrappone, oltretutto in modo del tutto a-specifico (in difetto di precisa indicazione dell’atto processuale richiamato, ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e)) quanto riferito apoditticamente dal consulente della difesa, secondo cui il campo del destinatario nelle ricevute di conferma di lettura sarebbe quasi sempre in bianco.

Il secondo elemento, sub b), è costituito dalla ravvisata incompatibilità di alcuni caratteri con quelli del resto della messaggistica, che era stata ritratta attraverso prove di simulazione dalla difformità dell’aspetto grafico della ricevuta oggetto di imputazione rispetto a quelle generabili dal sistema informatico utilizzato dalla P. ((OMISSIS)), quanto a corpo e caratteri. Anche a tal riguardo la ricorrente muove lagnanza del tutto generica, chiaramente inidonea a fondare motivo di censura in sede di legittimità circa la difforme ricostruzione del fatto operata dal giudice del merito.

Il terzo elemento, sub c) riguarda l’accertamento dell’assenza di traffico sul personal computer dell’imputata dalle ore 06.50 alle ore 11.07 mentre il messaggio sarebbe pervenuto alle ore 08,28. Tale orario, secondo la ricorrente, sarebbe quello del momento della lettura da parte della M. e non quello del momento in cui il messaggio di conferma di lettura era pervenuto alla P..

Tale preteso equivoco è insussistente e comunque non provato dalla ricorrente chef incorrendo in vizio di aspecificità, non indica da quale evidenza probatoria la difforme conclusione in ipotesi sarebbe dimostrata. La Corte territoriale (pag.13) indica inequivocabilmente nelle ore 08.28 del 15/11/2012 l’orario in cui il messaggio di conferma di lettura sarebbe apparso sul computer dell’imputata.

Del resto, appare logico e coerente con il carattere istantaneo di tali messaggi, che l’orario possa coincidere per la lettura della mail da parte del destinatario, sia per l’arrivo della conferma di lettura al mittente che l’ha richiesta.

1.3. La ricorrente trascura di considerare inoltre l’ulteriore e potente elemento logico rappresentato (sentenza di appello pag.12-13; sentenza di primo grado, pagg.4-5) a dimostrazione della falsificazione effettuata dall’imputata del messaggio di conferma di lettura: e cioè il fatto che non poteva esistere la conferma di lettura di un messaggio mai inviato, posto che il 13/11/2012 alle ore 15.06.52 dal computer della P. era partito un gruppo di messaggi elettronici a tutti i partecipanti del concorso, incluso quello all’indirizzo errato di M.C. ((OMISSIS)) ma non all’indirizzo corretto per le comunicazioni, ossia (OMISSIS).

1.4. Secondo la ricorrente, la Corte era incorsa in evidente errore allorchè ha attribuito rilievo alla riproduzione cartacea allegata alla relazione della Polizia Giudiziaria, perchè in ordine alla fattispecie delittuosa di cui all’art. 617 sexies c.p. era imprescindibile l’accertamento della falsificazione del documento informatico, come del resto aveva spiegato il Consulente del Pubblico Ministero, chiarendo le difformità fra la riproduzione cartacea e il documento informatico.

Di qui il corollario che la P. sarebbe stata condannata senza che fosse stata versata in atti alcuna prova circa l’effettiva commissione del reato di cui era imputata.

1.5. La L. 23 dicembre 1993, n. 547art. 6 ha introdotto l’art. 617 sexies c.p. in tema di “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di informazioni informatiche o telematiche”, che recita: “Chiunque al fine di procurare a sè o ad altri un vantaggio o di arrecare ad altri un danno, forma falsamente ovvero altera o sopprime, in tutto o in parte, il contenuto, anche occasionalmente intercettato, di taluna della comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico o intercorrenti fra più sistemi, è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne facciano uso, con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è della reclusione da uno a cinque anni nei casi previsti dall’art. 617 quater, comma 4”.

Tale reato è inserito nella sezione 5 (delitti contro l’inviolabilità dei segreti), del capo 3 (delitti contro la libertà individuale), del titolo 12 (delitti contro la persona) del libro secondo del codice penale. La condotta del delitto de quo consiste nel formare, falsamente, in tutto o in parte, il testo di una comunicazione informatica o telematica, ovvero nell’alterare, sopprimere, in tutto o in parte, il contenuto di una comunicazione informatica o telematica vera, anche se solo occasionalmente intercettata, allo scopo di procurarsi un vantaggio o di arrecare ad altri un danno.

Il reato, pur inserito nel corpo della sezione dedicata ai delitti contro l’inviolabilità dei segreti, delinea una particolare figura di falso, caratterizzata in ragione del suo oggetto.

Il dolo richiesto per l’ipotesi delittuosa in esame è specifico e consiste infatti nella coscienza e volontà di procurarsi direttamente o indirettamente un vantaggio, non necessariamente di carattere patrimoniale, o di recare ad altri un danno. Deve poi essere oggettivamente riscontrabile, in conseguenza dell’azione del soggetto agente, la materiale alterazione o soppressione dell’informazione attinta.

Occorre infine che dell’alterazione compiuta l’agente abbia fatto uso o abbia semplicemente tollerato un uso ad opera di altri; deve quindi esservi stata consapevolezza della diffusione esterna di una rappresentazione informativa non genuina o non corrispondente a verità.

1.6. La ricorrente insiste, a più riprese, sulla mancanza del “corpo del reato”(che avrebbe potuto essere solo un documento informatico) e sulla mancata ispezione tecnica e verifica peritale dei personal computer sia della denunciante M.C., sia della denunciata P.V., senza la quale non avrebbe potuto ritrarsi alcuna certezza circa la pretesa falsificazione informatica.

Segnatamente, la ricorrente critica l’affermazione di pag.10-11 della sentenza di secondo grado secondo la quale poichè la falsa attestazione dell’avvenuta lettura della mail era un documento elettronico e pertanto immateriale era evidente che la prova poteva essere desunta solo dal documento cartaceo (ossia la stampata), allegata e analizzata alle pagine 6 e 7 della relazione della Polizia Giudiziaria, Squadra reati informatici.

La censura coglie un’oggettiva improprietà della decisione impugnata, che non ne inficia tuttavia la sostanziale correttezza.

La prova della falsificazione del documento informatico, ovviamente, può essere ricavata da un esame tecnico diretto delle memorie dei due computer interessati e tuttavia può essere raggiunta, in modo convincente e oltre ogni ragionevole dubbio, anche sulla base di elementi probatori differenti da una perizia tecnica, che dimostrino in modo certo l’avvenuta alterazione.

Nella fattispecie gli elementi di prova raccolti e analizzati confortavano comunque, al di là del ragionevole dubbio, la ritenuta sussistenza della falsificazione: ossia la mancanza di registrazione sui server del Comune di (OMISSIS) su cui era allocato l’indirizzo di posta elettronica di P.V. di alcun messaggio, nè in entrata, nè in uscita verso l’indirizzo (OMISSIS), mentre risultava inviato un solo messaggio verso l’indirizzo (OMISSIS); le difformità grafiche e l’anomalia del campo di indirizzi del documento cartaceo acquisito; la mancanza di riscontro dell’arrivo della mail di conferma di lettura dalla M. alla P. nel giorno e nell’orario indicato; il tutto corroborato da ulteriori elementi desunti dal comportamento sospetto post factum della P., e in particolare la cancellazione delle mail e della cartelletta informatica circa la posizione concursuale, contro le direttive e le prassi gestionali consolidate (e contro ogni logica, in considerazione della contestazione insorta) e il contegno scarsamente collaborativo in occasione delle verifiche interne avviate dalla dott.ssa A..

Si può anche convenire sul fatto che il documento cartaceo allegato alla relazione della Polizia Giudiziaria non è il corpo del reato, ma solo la prova della sua esistenza, prova del resto che la ricorrente non pretende neppure di confutare, visto che non è mai stato contestato che tale documento corrisponda al tenore del documento informatico allegato alla mail inviata dalla P. alla M., dopo i colloqui telefonici del 29 e del 30/11/2012, per tacitare le sue doglianze circa il mancato recapito della mali di convocazione all’indirizzo (OMISSIS).

Del resto i Giudici del merito hanno basato la loro decisione anche su di un prepotente argomento di carattere logico, ossia sul fatto che non può esistere una mali di conferma di lettura di messaggio di posta elettronica trasmessa dal computer di B a quello di A, se il messaggio base asseritamente letto (quello da A a B) non esiste affatto.

Nè si può ipotizzare che il falso contestato sia riconducibile alle figure tradizionali del falso materiale documentale tradizionale da parte di pubblico ufficiale (artt. 476 o 478 c.p.), poichè il documento cartaceo allegato alla relazione di Polizia giudiziaria altro non è che la riproduzione attraverso la stampa di un documento informatico falso (la mail di conferma di lettura), trasmesso in via informatica tramite mail dalla P. alla M. il 30/11/2012.

E questa è proprio l’accusa mossa dai Giudici del merito alla P., ossia quella di aver provveduto ad un mero inoltro di una ricevuta con alterazione dei campi, mediante sovrascrittura, in modo da conformare una ricevuta apparentemente genuina quantomeno agli occhi del destinatario (cfr sentenza 1 grado, pag.6).

  1. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia error in procedendo e vizi motivazionali con riferimento all’art. 192c.p.p., comma 1, e art. 546c.p.p., comma 1, lett. e) attribuendo alla Corte di appello un percorso argomentativo inosservante delle norme circa la valutazione della prova e del dovere di specifica indicazione dei motivi e dei criteri di valutazione adottati, nonchè contraddittorietà e illogicità della motivazione.

2.1. La ricorrente osserva che la Corte aveva attribuito rilievo alla deposizione della dott.ssa A. in tema di “mancato consenso immediato e senza reticenze” della P. all’esame del suo personal computer, senza considerare le dichiarazioni dell’imputata che aveva invece sostenuto di aver messo immediatamente a disposizione il computer fornendo la password, cosa alla quale non avrebbe avuto neppur ragione di opporsi, visto che i dati non erano più presenti a causa della periodica cancellazione della posta elettronica per motivi di spazio; la P. aveva semplicemente richiesto una richiesta scritta di accesso formale da parte della Direzione Sistemi Informatici per la verifica del contenuto del computer, in realtà mai arrivata.

Tali osservazioni critiche sono rivolte contro elementi probatori di carattere collaterale nella struttura dell’apparato accusatorio recepito dai giudici di merito, fondamentalmente basato sull’accertata assenza del messaggio principale di invio da P. a M. e sull’assenza del messaggio di conferma di lettura da M. a P. nelle date e orari indicati e sulla dismorfia grafica del messaggio della pretesa conferma di lettura inoltrato da P. a M..

La critica proposta non appare quindi idonea a scardinare l’impianto logico della sentenza impugnata; secondo la giurisprudenza della Corte, infatti il vizio di travisamento della prova, desumibile dal testo del provvedimento impugnato o da altri atti del processo specificamente indicati dal ricorrente, è ravvisabile ed efficace solo se l’errore accertato sia idoneo a disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza dimostrativa del dato processuale/probatorio, determinando al suo interno radicali incompatibilità, così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione (Sez. 6, n. 5146 del 16/01/2014, Del Gaudio e altri, Rv. 258774; Sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011, Pmt in proc. Longo, Rv. 251516; Sez. 1, n. 24667 del 15/06/2007, Musumeci, Rv. 237207).

Per altro verso la censura proposta richiede alla Corte di ingerirsi nella valutazione del fatto, così come ricostruito dai giudici del merito sulla base della valutazione della deposizione della dott.ssa A., ritenuta teste imparziale, autorevole e attendibile, circa le forti anomalie del comportamento di P.V. quanto alla cancellazione contro la policy interna della corrispondenza informativa e della cartelletta di archiviazione dei dati relativi alla procedura concursuale.

Non ha pertanto rilievo determinante nell’economia della decisione impugnata il fatto che la dott.ssa P. non si fosse opposta alla verifica del contenuto del computer ma avesse solamente preteso una richiesta scritta di accesso formale da parte della Direzione Sistemi Informatici.

2.2. Quanto al mancato esame tecnico del computer della denunciante e della denunciata, che avrebbe impedito l’acquisizione giudiziale della prova della falsificazione, come stigmatizzato già con motivo di appello, e alla certezza della falsificazione ritratta in modo asseritamente inconsistente dalla Corte dalla riproduzione cartacea allegata alla relazione di polizia giudiziaria, appare sufficiente il richiamo di quanto approfonditamente argomentato nel corso del p. 1.6., poichè la censura riprende il tenore del motivo del primo motivo di ricorso ivi analizzato.

2.3. La ricorrente osserva poi che la Corte territoriale, nel ritenere la plausibilità e la comprensibilità della dimenticanza della M. circa la data di creazione di uno dei due indirizzi e-mail da lei indicati nella sua domanda, non aveva tenuto conto di un dato assolutamente pacifico, e cioè che la casella di posta elettronica di cui la M. sosteneva di non ricordare neppure la password era stata da lei registrata solo cinque giorni dopo la pubblicazione dell’avviso di mobilità del 30/10/2012 e cioè a novembre del 2012.

Innanzitutto anche tale argomento non riveste un ruolo fondante nella struttura logica della decisione impugnata, poichè la falsificazione o meno del documento informatico della mail di conferma di lettura prescinde totalmente dalla pretesa menzogna circa il ricordo da parte di M.C. circa l’altro indirizzo (non puntato) di posta elettronica e relativa password indicato, sia pure non come recapito valido per la comunicazione, nella sua domanda di partecipazione al concorso (ossia (OMISSIS)).

Il fatto che la M. abbia eventualmente minimizzato la sua conoscenza e frequentazione dell’altro suo indirizzo di posta elettronica indicato nella sua domanda di partecipazione al concorso (sia pure non come recapito valido per comunicazioni), a cui invece era stata mandata la missiva di convocazione, è circostanza non priva di potenziale rilievo ai fini civilistici sotto l’angolo visuale del concorso colposo del danneggiato (cfr sentenza di primo grado, pag.8); tuttavia tale elemento non ha il benchè minimo influsso sulla validazione o meno dell’ipotesi della falsificazione del messaggio di conferma di lettura da parte della P., unico punto rilevante ai fini dell’accertamento del reato contestato.

Si può quindi prescindere dal rilievo che la Corte di appello riferisce la difficoltà di ricordare da parte della M. all’intervallo temporale di oltre due anni fra la formazione dell’indirizzo di posta elettronica e relativa password e la data dell’escussione della M. come teste, e non già all’intervallo temporale fra la formazione dell’indirizzo di posta elettronica e relativa password e la presentazione della domanda di partecipazione al concorso o l’insorgenza della contestazione a fine novembre 2012.

2.4. La ricorrente lamenta che la Corte di appello abbia giustificato il mancato esame tecnico del computer con la presunta evidenza delle emergenze probatorie, senza considerare che lo stesso Consulente del P.M. aveva escluso che esistesse in atti la prova della falsificazione.

L’argomento è già stato affrontato sub p. 1.6.

Quanto all’opinione espressa dal Consulente dell’accusa all’udienza del 13/1/2015, secondo cui non vi sarebbe stata la prova certa della falsificazione della mail di notifica di avvenuta lettura della mail di convocazione, la stessa censura proposta riconosce che l’affermazione del Consulente D.F. è circoscritta alle valutazioni fondate sulle indagini da lui fatte. Al contrario, la decisione impugnata si basa anche e soprattutto sull’assenza di tracce nelle registrazioni dei log del server del Comune di (OMISSIS) sia della missiva di convocazione indirizzata al recapito (OMISSIS). (diversamente da quella inviata a (OMISSIS)), sia della conferma di lettura da parte di tale casella.

  1. Il ricorso va quindi respinto e la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento ex art. 616c.p.p. nonchè alla refusione delle spese di parte civile che liquida in Euro 2.000,00=, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè alla refusione delle spese di parte civile che liquida in Euro 2.000,00, oltre accessori di legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 29 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 agosto 2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CALABRESE Renato Luigi – Presidente

Dott. ROTELLA Mario – Consigliere

Dott. SCALERA Vito – Consigliere

Dott. FUMO Maurizio – Consigliere

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

PUBBLICO MINISTERO PRESSO TRIB. di BOLOGNA;

nei confronti di:

1) V.M.C., N. IL (OMISSIS);

avverso ORDINANZA del 13/06/2006 TRIB. LIBERTA’ di BOLOGNA;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dr. ROTELLA MARIO;

sentite le conclusioni del P.G. Dr. DI POPOLO Angelo, di rigetto.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1 – Il Procuratore della Repubblica di Bologna ricorre avverso ordinanza del Tribunale di riesame, che annulla l’ordinanza del GIP di applicazione della misura di custodia in carcere nei confronti di V.M.C., indagato ai sensi a) dell’art. 617 quinquies c.p. con aggravante di cui all’art. 617 quater c.p., comma 4, “per aver installato in concorso con ignoti apparecchiature atte ad intercettare comunicazioni relative ad un sistema informatico o telematico, ovvero intercorrenti tra più sistemi, posizionando nel Postamat di Ufficio Postale una fotocamera digitale (occultata all’interno di barra di plastica incollata con nastro adesivo nella zona sovrastante il tastierino di digitazione dei codici segreti di accesso, in corrispondenza di apposito foro per la ripresa) ed un secondo dispositivo elettronico in corrispondenza della feritoia di inserimento di carte, Postamat”) b) degli artt. 56 e 110 c.p., L. n. 197 del 1991, art. 12 (tentativo di falsificazione di carte di credito e/o pagamento; c) artt. 624 bis c.p., comma 2, per strappo della fotocamera suindicata dalle mani di chi l’aveva ritrovata.

Il Tribunale ha escluso la configurabilità del furto sub c), per insussistenza del requisito di altruità della cosa, potendosi al più ravvisare l’art. 610 c.p., e di poter provvedere a diversa qualificazione. Ha osservato che la pena massima per il reato sub b) è inferiore ai quattro anni di reclusione, e ritenuto la misura inapplicabile. E, per quanto interessa, ha rapportato astrattamente il fatto sub a) all’art. 615 quater c.p. (detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici).

Il ricorso denuncia violazione di legge, con particolare riferimento a quest’ultima qualificazione, e sottolinea che il fatto sub a) ha per fine ultimo la condotta sub b).

2 – Il ricorso è fondato.

Con il capo a) si imputa all’indagato l’installazione abusiva di una apparecchiatura nel luogo in cui gli utenti comunicano con il sistema Postamat, E innanzitutto la predisposizione di tale apparecchiatura, con lo scopo di procurarsi codici di accesso indeterminati, se e quando gli utenti li digiteranno, non integra estremo di condotta, men che evento (essersi procurato alcun codice personale) ai sensi dell’art. 615 quater c.p., seppure rileva sotto il profilo della connessione teleologia, ovvero sul piano circostanziale, e dunque esterno alla struttura del reato cui si rapporta il fatto dell’installazione.

Ciò posto, il Tribunale ha erroneamente escluso che il fatto configuri per sè il reato previsto dall’art. 617 quinquies c.p..

L’osservazione che l’articolo prevede un’ipotesi di sbarramento del reato di cui all’art. 617 quater c.p., (intercettazione, impedimento o interruzione delle comunicazioni telematiche o informatiche) è bensì corretta, ma confermativa.

Difatti, la lettera dell’art. 617 quinquies c.p., concerne in genere le apparecchiature atte ad “intercettare le comunicazioni relative al sistema”. Il termine “intercettare” vuoi dire all’evidenza “inserirsi nelle comunicazioni riservate, traendone indebita conoscenza”. Ed il termine “relative” non implica che le comunicazioni tutelate siano esse stesse telematiche o informatiche. La digitazione del codice di accesso attua la prima comunicazione di qualsiasi utente con il sistema.

Dunque è proprio oggetto della tutelata della norma.

In conclusione, che l’acquisizione dei codici di accesso sia, quale obiettivo di profitto dell’agente altrimenti rilevante a fini circostanziali, non esclude la configurabilità del reato di cui all’art. 617 quinquies c.p., nel caso di installazione non consentita di apparecchiature di intercettazione di comunicazioni con un sistema telematico o informatico.

P.Q.M.

Annulla l’impugnata ordinanza con rinvio al Tribunale di Bologna per nuovo esame.

Così deciso in Roma, il 5 dicembre 2006.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2007

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FIRENZE

SECONDA SEZIONE PENALE – COMPOSIZIONE MONOCRATICA

Il Tribunale di Firenze in composizione monocratica nella persona del Giudice dr. Nicola Pisano ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei confronti di :

D.C.I. nato in R. il (…) – SOTTOPOSTO A MISURA – NON COMPARSO – ASSENTE

– difeso dall’avv. di fiducia Furio Faranda del foro di Roma

– difeso dall’avv. di fiducia Tiziano Veltri del foro di Firenze

IMPUTATO

  1. a) del delitto di cui agli artt. 110 e 617 quinquies c.p. per avere, in concorso tra loro, installato sul distributore bancomat della Banca Monte dei Paschi di Siena, filiale di Reggello, una apparecchiatura costituita da skimmer, video camera e lettore di banda magnetica atta ad intercettare i codici Pin delle tessere inserite nello sportello;
  2. b) del delitto di cui agli artt. 56, 110 e 640 ter e 61 n 7 c.p. per avere, in concorso tra loro, con la condotta descritta nel capo che precede, compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco a intervenire nel sistema informatico della Banca Monte Paschi di Siena con l’intento di procurarsi un ingiusto profitto consistente nel denaro sottratto ai clienti utilizzatori del bancomat dell’indicato istituto di credito con grave danno per gli stessi e non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla loro volontà;
  3. c) del delitto di cui agli artt. 81 cpv ,110 e 337 c.p. per essersi opposti, con più atti esecutivi del medesimo disegno criminoso e in concorso tra loro, dapprima, mentre cercava di rimuovere l’apparecchiatura informatica di cui al capo a), ingaggiando una colluttazione con il m.llo dei Carabinieri M.V., colpendolo con un cacciavite alla mano e provocandogli le lesioni di cui al capo che segue, successivamente, fuggendo a bordo di una autovettura “Touareg” omettendo di fermarsi all’alt intimatogli dai Carabinieri, investendo l’autovettura di servizio della Polizia Stradale e provocando ai conducenti le lesioni di cui al capo che segue, fuggendo poi a piedi inseguiti dai Carabinieri che esplodevano colpi di arma da fuoco, ai militari della stazione dei Carabinieri di Reggello prima e a quelli del Nucleo Radiomobile di Figline Valdarno e alla Polizia Stradale poi, mentre li inseguivano per procedere al suo arresto;
  4. d) del delitto di cui agli artt. 110, 582, 585, 576, 61 n. 2 e 10 c.p. per avere, in concorso tra loro, al fine di eseguire il reato di cui al capo che precede, cagionato al m.llo dei Carabinieri M.V. e agli agenti della polizia Stradale G.N. e I.S., nell’atto ed a causa dell’adempimento delle loro funzioni, lesioni personali dalle quali derivava malattie della durata di 5 giorni al m.llo M., della durata di giorni 14 all’ag. G. e della durata di 30 giorni all’ag. I.;
  5. e) del delitto di cui agli artt. 110 e 635 c.p.. per avere, in concorso con tra loro, con la condotta di cui al capo sub c) distrutto l’autovettura di servizio della Polizia Stradale tg U9178.

In Reggello e Incisa Val d’Arno il 28 aprile 2013

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

L’imputato veniva rinviato a giudizio immediato per rispondere dei reati indicati in rubrica – in stato di detenzione in forza di ordinanza di custodia cautelare emessa in data 13/5/2013 a seguito della fermo di polizia giudiziaria operato dai carabinieri della compagnia di Aurisina (Friuli Venezia Giulia) in data 3 maggio 2013 – con decreto emesso dal gip in data 26 luglio 2013.

Al fascicolo del dibattimento risultavano acclusi, tra l’altro, oltre il suddetto decreto debitamente tradotto in lingua romena, l’elenco dei precedenti dattiloscopici del casellario centrale di identità concernenti l’imputato, il verbale di accertamento tecnico irripetibile, corredato da rilievi fotografici, effettuato in data 29 e 30 maggio 2013 da personale del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei carabinieri di Firenze sull’autovettura VW al modello Tuareg targata (…), nonché il verbale di sequestro datato 29/4/2013 di quanto rinvenuto a bordo del detto veicolo.

Aperto il dibattimento ed ammesse le prove ritenute pertinenti e rilevanti come da verbale di udienza del 18/12/2013, si procedeva all’istruttoria che si articolava sull’esame dei testi del pubblico ministero, i marescialli dei carabinieri M.V. e Fasciolo Nello, e l’agente della polizia stradale di Firenze G.N..

Nel corso del dibattimento il pubblico ministero produceva: il verbale di sequestro del 29/4/2013 nei confronti di S.F.D.; il referto medico relativo alle lesioni patite dal maresciallo M. e dagli agenti di polizia G.N. e I.S.; il verbale di rilevazione dell’incidente stradale occorso tra la predetta VW Tuareg e l’autovettura di servizio della polizia stradale il giorno 28/4/2013; le fotografie scattate in occasione del detto sinistro con la planimetria dei luoghi; il verbale di perquisizione eseguita in data 2/5/2013 dai carabinieri di Aurisina nei confronti dell’imputato e della sua compagna P.C.; i tabulati relativi alle utenze telefoniche nn. (…); 3892119481; (…); e (…) in uso all’imputato; a quella dell’operatore Wind, avente numero (…), e all’altra Orange ( rumena ), numero (…), in uso alla P.C.; la fotocopia di una fotografia dell’imputato tratta da facebook dove lo stesso compariva con indosso un paio di pantaloni ritenuti dai carabinieri identici a quelli rinvenuti all’interno della autovettura sequestrata; la scheda relativa al soggiorno del predetto presso l’hotel Sheraton di Firenze in data 26/4/2013 unitamente a persona qualificatasi come S.F.; un fascicolo contenente fotogrammi tratti da una videoripresa eseguita attraverso una telecamera della banca sullo sportello bancomat del Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Reggello, alcuni dei quali raffiguranti un soggetto, identificato dai carabinieri per il citato S., intento a manomettere la detta apparecchiatura, recanti la sovrimpressione della data e della loro successione temporale (28/4/2013; a partire dalle 7:27:48 fino alle 7:32:44).

Ancora all’udienza del 29/1/2014 il pubblico ministero produceva, su accordo con la difesa, la sentenza di patteggiamento emessa nei confronti del coimputato C.P.C. e il report del Reparto di Investigazioni Scientifiche (RIS) di Roma in ordine ai reperti rinvenuti sull’autovettura VW Tuareg, tra cui tre frammenti di impronta digitale uno dei quali attribuito all’odierno imputato, corredato degli avvisi al difensore per l’espletamento di tale attività accertativa effettuata ai sensi dell’articolo 360 c.p.p.

All’odierna, ultima udienza la difesa dell’imputato rinunciava all’esame dei propri testimoni P.C. e D.E.A. di cui il giudice aveva già disposto l’accompagnamento coattivo.

Nel corso del processo il tribunale del riesame, essendo spirati i termini di custodia cautelare della fase, con ordinanza emessa in data 3 febbraio 2014 sostituiva per il Dumitrascu la misura cautelare della custodia in carcere con quella dell’obbligo di dimora nel comune di Pomezia gravato dal divieto di uscire dalla propria abitazione.

Dichiarato chiuso il dibattimento, all’esito della discussione le parti rassegnavano le conclusioni riportate a verbale e il giudice pronunciava la sentenza di cui dispositivo veniva reso pubblico mediante lettura in udienza

Motivazione

La vicenda oggetto del processo emerge chiara con i suoi esiti investigativi dal resoconto effettuato dai testi esaminati in udienza e dai documenti acquisiti al fascicolo del dibattimento.

I fatti possono così riassumersi

Nel corso della mattinata del 28 aprile 2013 i carabinieri della stazione di Reggello , a seguito della segnalazione di un cittadino, appuravano che al bancomat dell’agenzia del Monte dei Paschi di Siena della detta località era stato applicato un congegno capace di leggere e catturare i codici contenuti nelle bande magnetiche delle carte di credito denominato skimmer . I carabinieri,dopo aver preso contatti col personale della banca, convinti che chi aveva applicato quell’apparecchio sarebbe poi tornato a riprenderlo per poter clonare altrettante tessere bancomat al fine di impadronirsi del denaro della clientela, predisponevano un servizio di appostamento a partire dalle 14.00 circa. Verso le 20, 20 vedevano giungere l’autovettura VW Tuareg indicata in premessa dalla quale scendeva un giovane il quale, avvicinatosi allo sportello del bancomat con un cacciavite, rimuoveva il congegno. All’irrompere dei militari intenzionati a bloccarlo, l’uomo colpiva il maresciallo M. col cacciavite ad una mano e poi immediatamente risaliva sull’autovettura, alla guida della quale vi era un complice, che ripartiva a grande velocità costringendo il sottufficiale a uno spostamento repentino sul marciapiede per evitare di essere travolto. I carabinieri (per l’esattezza l’autovettura con a bordo l’appuntato Guadagnoli e il carabiniere Gigante come autista) dopo essere riusciti ad annotare il numero di targa, si ponevano all’inseguimento del veicolo. Giunti in via Roma del Comune di Incisa in Valdarno, ad una distanza di circa 2 km da Reggello, se lo ritrovavano di fronte proveniente dall’opposto senso di marcia. Gli operanti, al fine di bloccare la macchina fuggitiva, si posizionavano al centro della carreggiata ma la Tuareg, invece di fermarsi, accelerava fino ad entrare in collisione pressoché frontalmente con una autovettura della polizia stradale di Firenze con a bordo gli agenti G. ed I. che seguiva il mezzo dei carabinieri. Dalla VW, che danneggiata dall’urto era costretta ad arrestare la sua corsa, fuoriuscivano due uomini che proseguivano la fuga a piedi. I carabinieri non desistevano dal loro inseguimento nel corso del quale l’appuntato Guadagnoli esplodeva due colpi con la pistola mitragliatrice in dotazione, il secondo dei quali nel momento in cui uno dei due fuggitivi si girava verso il graduato con un atteggiamento che poteva far presagire una reazione violenta, anche mediante l’uso di armi.

All’intimazione di fermarsi solo uno dei due si arresta mettere l’altro proseguiva la fuga senza più essere sul momento rintracciato. Il primo veniva raggiunto e bloccato e risultava presentare una ferita d’arma da fuoco all’emitorace destro per cui veniva soccorso e condotto in ospedale.

Lo stesso risultava in possesso di una carta d’identità rilasciata dal Comune di Torino in data 13/4/2012 a nome di S.F. nato in Romania il 10/4/1990 e residente a T. via I. 33, e veniva riconosciuto dal maresciallo M. come quello che aveva cercato di recuperare il dispositivo fraudolento dal bancomat, del che vi era conferma nel filmato tratto dalla videocamera della banca. Nell’area della stazione ferroviaria di Incisa dove era stato trovato il ferito veniva rinvenuto un giubbotto che presentava tracce di sangue e due fori di arma da fuoco, uno di entrata e un altro di uscita del proiettile, di cui si era certamente disfatto durante la fuga l’uomo fermato. All’interno dell’indumento venivano trovati due telefoni cellulari marca Npkia aventi, l’uno, il numero 3403638750 ( sulla cui rubrica risultava annotato il nome “DUM” associato all’utenza numero (…)) e l’altro il numero 3892119495, epure su questo figurava inserito nell’elenco dei contatti memorizzati lo stesso nominativo abbreviato ma associato all’utenza numero 3892119481. Tali utenze risultavano attivate il 16/4/2013 in un negozio di Salerno ed entrambe intestate a tale Barbieru Sorin, romeno domiciliato in Roma.

L’uomo bloccato dai carabinieri, dopo le cure del caso, veniva arrestato e condotto in carcere.

Rinviato a giudizio, il predetto patteggiava per gli stessi reati oggetto del presente procedimento la pena complessiva di anni tre di reclusione (in forza della decurtazione del rito), come attestato dalla sentenza emessa dal gip in data 5 dicembre 2013 prodotta agli atti.

I successivi riscontri dattiloscopici consentivano di accertare che quel documento con apposta la fotografia dell’arrestato e quelle generalità erano false e che il soggetto in realtà si chiamava C.P.C. nato in R. il (…), pluripregiudicato anche per reati attinenti alla captazione illecita dei dati da sistemi informatici o telematici.

Che il complice datosi alla fuga fosse proprio l’odierno imputato si evince da un contesto probatorio assolutamente univoco e congruente oltre che scevro da qualsiasi ragionevole dubbio:

1) All’interno dell’autovettura VW Tuareg che è risultata appartenente a un altro rumeno domiciliato a Torino, tale N.I.V., il quale interpellato dichiarava esser solito imprestare tale autovettura, una volta al mese, ad un suo amico a nome Fiorin che usava contattare sull’utenza telefonica 3403638750 (quella del C. alias S.; ndr ), venivano rinvenuti, attraverso la procedura consentita dall’articolo 360 c.p.p., ritualmente notificata e partecipata al difensore anche del D. (come ha verificato dandone atto il giudicante nel corso del dibattimento), alcuni frammenti di impronta digitale che, esaminati dai tecnici del RIS e raffrontate con i dati del casellario centrale di identità si sono rivelati appartenere sia allo S., id est al C., che al D.. Nel rinviare per il dettaglio degli accertamenti svolti al verbale del RIS del 2/10/2013, si evidenzia che per l’odierno imputato il frammento di impronta riguardava il dito indice della mano sinistra e nel raffronto presentava 20 punti caratteristici idonei a formulare un giudizio di identità alla luce della consolidata giurisprudenza la quale, sulla base dei dati scientifici- statistici di generale accettazione, ritiene sufficienti a tal fine 16 -17 punti conformi, cd minuzie ( cfr. ex coeteris Cass sez. I , 5/5/2011 numero 17.424).

2) in una borsa in pelle presente nella medesima autovettura veniva rinvenuto un paio di scarpe misura 40, che non poteva appartenere al C. che calzava il 42, un carica-batteria per telefono cellulare BlackBerry (inidoneo a caricare i Nokia in possesso del predetto), nonché un paio di jeans Armani con un etichetta sulla quale risultava spillato un foglietto, del tipo di quelli che normalmente vengono utilizzati dalle lavanderie, sul quale risultava manoscritto il nome C. ( che è quello del D.). Un foglietto analogo recante lo stesso nome era apposto su un altro pantalone da ginnastica che pure veniva trovato nel detto borsone.

3) nel corso di un servizio su strada effettuato in data 14/4/2013 dalla Guardia di Finanza in Pomezia sia il D., che ne era alla guida, che il C. erano stati identificati a bordo della già richiamata autovettura VW Tuareg tg (…). Il secondo nella circostanza esibiva un documento, indubbiamente fasullo, intestato a tale C.B.C., nato in R. il (…) (le stesse generalità che aveva cercato di fornire ai carabinieri all’atto dell’arresto per l’attuale res judicanda). Ma anche in quella circostanza veniva smascherato attraverso la verifica delle sue impronte digitali.

4) il possesso di un telefono BlackBerry da parte del D. al momento del fermo, ricollegabile al caricabatteria trovato sulla Vw Tuareg, e il fatto che lo stesso risultava calzare scarpe numero 40 ( il numero di quelle pure rinvenute sulla macchina), nonché una sua foto tratta da fecebook in cui compariva con indosso pantaloni del tutto simili a quelli trovati sempre all’interno della menzionata autovettura. La presenza a bordo del veicolo di tali effetti personali non può essere interpretata diversamente dalla contestuale presenza del soggetto a cui essi appartenevano, trattandosi di oggetti che non potevano essere stati dimenticati o giacere lì da lungo tempo.

5) Il Dimitrascu, già raggiunto dai corposi indizi desumibili dalle indicate circostanze che comportavano l’inserimento del suo nominativo nella banca dati delle forze di polizia, in data 2 maggio 2013 veniva fermato dai CC di Aurisia mentre, assieme alla sua fidanzata P.C., a bordo di un autobus con targa rumena, cercava di varcare il valico di frontiera italo-sloveno. La successiva perquisizione portava a rinvenire in suo possesso due telefonini cellulari marca Nokia aventi rispettivamente utenza (…) e (…), il telefono BlackBerry con utenza rumena numero (…), nonché alcune tessere Sim dell’operatore Wind aventi i numeri (…) e 3892119481 ( gli stessi che figuravano nelle rubriche dei telefoni cellulari trovati in possesso della C. sotto la voce “DUM”, certamente abbreviativo del cognome dell’imputato), (…) e (…), il tutto come da verbale di perquisizione e sequestro acquisiti agli atti.

6) a smentire la versione difensiva resa dall’imputato nel corso del suo interrogatorio di cui si dirà appresso, sta la circostanza che il suo apparecchio telefonico con l’utenza 3892119481 nel corso della notte tra il 28 e il 29 aprile, cioè proprio nell’ora in cui si verificavano i reati che gli sono stati contestati, agganciava le celle di Regello, Figline V/A e Rigliano sull’Arno a testimoniarne la presenza in zona.

6) a chiudere il cerchio probatorio vi è poi l’accertamento effettuato presso l’hotel Sheraton di Firenze dal quale è risultato che i due rumeni ( il C. fornendo il solito documento falso intestato a S.F.) avevano ivi alloggiato, occupando la stessa camera stando alla scheda dell’albergo prodotta dal pubblico ministero, la notte del 26 aprile 2013, verosimilmente per un sopralluogo prima dell’attacco al bancomat di Reggello.

L’imputato nell’interrogatorio di garanzia, il cui verbale è stato acquisito ai sensi dell’articolo 513 c.p.p., pur ammettendo di conoscere il connazionale C., abitante nel suo stesso quartiere di Ardea (Roma), asseriva di non averlo più contattato, né telefonicamente né tramite Internet, e quindi, a maggior ragione, né visto né incontrato, da qualche mese, e proclamava la propria innocenza. Sapeva che il predetto disponeva di un SUV di colore nero che qualche volta gli era capitato di guidare (col che cercava di giustificare anche la sua presenza su tale veicolo in occasione del controllo effettuato dalla Guardia di Finanza a Pomezia). Negava però (probabilmente perché a quel momento non aveva ancora ricevuto la contestazione dei riscontri sulla localizzazione del suo telefono cellulare nella zona del reato e del suo soggiorno all’hotel Sheraton, posto che tale elemento indiziante non compare tra le fonti d’accusa né nell’ordinanza cautelare del 13 maggio 2013 né nell’ordinanza confermativa del tribunale del riesame del 10 giugno successivo) di essere mai stato col suo amico e con la suddetta autovettura a Firenze e in generale in Toscana.

A sostegno del suo alibi chiamava in causa la sorella A. adducendo di aver trascorso con lei e con la sua convivente P.C. quasi tutta la giornata di domenica 28 aprile 2013, ovviamente senza mai incontrare il C.. Non escludeva però contatti telefonici con costui nel corso di quella giornata in quanto, a suo dire, avevano programmato di far ritorno in Romania assieme per la Pasqua ortodossa.

Quest’alibi avrebbe dovuto essere avallato dalle due donne le quali però, probabilmente perché edotte della sua insostenibilità, hanno ritrattato la loro disponibilità a rendere la testimonianza il che ha indotto il difensore a rinunciarvi proprio all’ultima udienza, quando il giudice aveva disposto l’accompagnamento coattivo di entrambe.

Dal canto suo l’imputato evitava di reiterare l’originaria versione fornita agli inquirenti e si avvaleva della facoltà di non rispondere, il che legittimava il pubblico ministero a produrre il verbale di interrogatorio di cui si è detto.

Ampiamente provata la partecipazione dell’imputato ai fatti contestati, occorre esaminare brevemente la loro qualificazione giuridica.

Indubbia la responsabilità in relazione al reato di cui al capo A) essendo concretizzata la tipicità del delitto di cui all’articolo 617 quinques c.p. anche da condotte finalizzate ad intercettare le comunicazioni intercorrenti tra il chip della carta di credito e il sistema informatico dell’istituto di credito. Il reato deve ritenersi consumato per il solo fatto di aver applicato allo sportello del bancomat un apparecchio idoneo a tale intercettazione, anche quando manchi la prova di una avvenuta captazione di almeno un codice identificativo, trattandosi di una fattispecie incriminatrice di pura condotta e non di evento.

Correlato vi è il tentativo di frode informatica p. e p. dall’articolo 640 ter c.p. di cui al capo B) essendo evidente la finalità di impossessarsi, con l’ espediente artificioso, del denaro dei clienti che avrebbero nel corso di quella giornata utilizzato il bancomat dell’istituto bancario. È da ritenere configurata anche l’aggravante del danno di rilevante gravità contestata perché potenzialmente potevano essere prosciugate tutte le disponibilità finanziarie di ciascun cliente.

Innegabile è inoltre la sussistenza del reato di resistenza descritto al capo C), concretizzato dalla reazione violenta avuta dal correo C. nei confronti del maresciallo M., attinto con un colpo di cacciavite alla mano che gli provocava le lesioni il cui referto agli atti (reato estensibile all’odierno imputato in forza delle regole sul concorso previste dagli articoli 110 e 116 c.p.) e dal successivo tentativo di investimento con l’autovettura attuato nei confronti del medesimo sottufficiale (che non veniva travolto solo perché si spostava repentinamente sul marciapiede) allo scopo di darsi alla fuga.

Lo stesso reato e quello connesso di lesioni personali volontarie però non possono ritenersi provati quanto all’elemento psicologico necessario a sostenerli entrambi, posto che lo scontro frontale con l’autovettura della polizia stradale (dal quale, vista la gravità dei danni riportati dai mezzi, non poteva essere escluso che subissero serie conseguenze anche i due fuggitivi ) e le lesioni in danno degli agenti G. e I., non appaiono frutto di una manovra intenzionale bensì della spericolata, ma pur sempre colposa, condotta di guida posta in essere dal D. nel tentativo di sottrarsi alla cattura, il quale si trovò improvvisamente di fronte l’auto della polizia che seguiva dappresso quella dei carabinieri il cui conducente, fruendo di una visuale più libera, riusciva ad evitare l’impatto ( ved test. M.) .

Analogamente neppure può ritenersi sussistente il reato di danneggiamento dell’autovettura della polizia di cui al capo E) per assenza del dolo richiesto dalla fattispecie de qua.

Ciò posto, va riconosciuto il vincolo della continuazione tra tutti i reati di cui viene affermata la sussistenza e la responsabilità dell’imputato, apparendo essi iscrivibili ab origine in un medesimo disegno criminoso quanto meno potenzialmente formulato nella sua genericità e omnicomprensività ideativa.

Pertanto, attesi i criteri fissati dall’art 133 c.p. , riguardanti in primis i precedenti penali tra i quali figura anche una condanna per uso illecito di carte di credito, pena congrua si reputa quella di anni quattro di reclusione cui si perviene partendo dalla pena base determinata sul più grave reato di resistenza a pubblico ufficiale, di anni due e mesi sei di reclusione , aumentata per la continuazione nella misura di anni uno per il reato di cui al capo A, e di mesi tre per ciascuno dei due residuali delitti.

Seguono ex lege la condanna al pagamento delle spese processuali e di mantenimento in carcere durante la custodia cautelare, l’applicazione della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di anni cinque e la misura di sicurezza dell’allontanamento dal territorio dello Stato a pena espiata, ai sensi dell’articolo 235 c.p..

P.Q.M.

Visti gli articoli 533 e 535 c.p.p.

Dichiara D.C.I. colpevole dei reati di cui ai capi A), B), C) e D), riuniti in continuazione, esclusi quanto ai reati di resistenza a pubblico ufficiale e di lesioni personali aggravate i fatti in danno degli agenti di polizia G.N. e I.S., e lo condanna alla pena di anni quattro di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e di mantenimento in carcere durante la custodia cautelare.

Visto l’articolo 530 c.p.p.

Assolve lo stesso del reato di cui al capo E) e dai reati di resistenza a pp.uu. e lesioni personali aggravate quanto ai fatti in danno degli agenti di polizia G.N. e I.S., perché il fatto non costituisce reato.

Visto l’articolo 29 c.p.

Dichiara il medesimo interdetto dai pubblici uffici per la durata di anni cinque.

Visto l’articolo 235 c.p.

Ordina che l’imputato sia allontanato dal territorio dello Stato a pena espiata.

Indica per il deposito dei motivi il termine di giorni 90.

Conclusione

Così deciso in Firenze, il 26 febbraio 2014.

Depositata in Cancelleria il 2 aprile 2014.

qualità di persona offesa, ma solo quella di persona danneggiata dal reato”. Ha, inoltre, aggiunto che il denunciante/opponente può sempre far valere le sue ragioni nel procedimento penale in cui è indagato, e che “quanto precede rende superfluo affrontare il tema dell’attività integrativa di indagine richiesta che, a tutto concedere, ad avviso di questo giudice, è peraltro del tutto superflua (quanto alla richiesta di assunzione di sommarie informazioni) ed addirittura esplorativa o introduttiva di temi di accusa nuovi in quanto non emergenti neppure dalla denuncia”.
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAOLONI Giacomo – Presidente –

Dott. RICCIARELLI Massimo – Consigliere –

Dott. CAPOZZI Angelo – Consigliere –

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere –

Dott. CORBO Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.A., nato a (OMISSIS) il (OMISSIS), parte offesa;

nel procedimento contro:

1) C.L., nato a (OMISSIS) l'(OMISSIS) 2) G.C., nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);

avverso il decreto del 07/10/2014 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brescia;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. CORBO Antonio;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SELVAGGI Eugenio, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con decreto emesso il 7 ottobre 2014, il Giudice per le indagini preliminari del tribunale di Brescia ha dichiarato inammissibile l’opposizione proposta nell’interesse di P.A. e disposto l’archiviazione del procedimento nei confronti di C. L. e G.C. “in ordine ai reati di cui all’art. 617- quaterc.p., commi 1, 2 e comma 4, n. 2, artt. 373374 c.p.”, ipotizzati avendo riguardo ad anomalie asseritamente compiute da costoro nelle operazioni di accesso agli strumenti informatici dell’opponente, indagato per reati fallimentari e fiscali, mentre procedevano ad espletare l’incarico di consulenza tecnica conferito dal pubblico ministero.

Nel provvedimento, il giudice ha ritenuto “dirimente” il difetto di legittimazione del privato ad opporsi alla richiesta di archiviazione, posto che a questi, come da “giurisprudenza di legittimità formatasi relativamente al reato di cui all’art. 373 c.p. (e, si può aggiungere, art. 374 c.p. e art. 617 c.p., comma 4)”, non spetta la “qualità di persona offesa, ma solo quella di persona danneggiata dal reato”. Ha, inoltre, aggiunto che il denunciante/opponente può sempre far valere le sue ragioni nel procedimento penale in cui è indagato, e che “quanto precede rende superfluo affrontare il tema dell’attività integrativa di indagine richiesta che, a tutto concedere, ad avviso di questo giudice, è peraltro del tutto superflua (quanto alla richiesta di assunzione di sommarie informazioni) ed addirittura esplorativa o introduttiva di temi di accusa nuovi in quanto non emergenti neppure dalla denuncia”.

Le indagini richieste erano così indicate: “l’assunzione a sommarie informazioni testimoniali dell’opponente, dei collaboratori dello studio professionale e di altro indagato nel procedimento originario ( S.), nonchè dei consulenti tecnici di parte ( B.G. e B.G.P.) – su quanto accaduto nel corso delle operazioni di polizia giudiziaria, oltre che dell’autore e del redattore dell’elaborato tecnico”, nonchè “l’acquisizione delle videoriprese eseguite dagli indagati durante la perquisizione e le operazioni di copiatura e l’ulteriore analisi delle copie forensi”.

  1. Ha presentato ricorso per cassazione avverso il precisato decreto, l’avvocato Cadeo Fausto, quale difensore di fiducia del P., sviluppando un unico motivo, nel quale si lamenta violazione degli artt. 127409c.p.p..

Si deducono la violazione del principio del contraddittorio, specie laddove si nega all’opponente la qualità di persona offesa in relazione all’art. 617-quater c.p., ed il travisamento del contenuto dell’opposizione, in quanto qualificata come mera censura in ordine alla regolarità formale delle operazioni di accesso al sistema informatico ed alla estrazione di copie dei files.

Si premette che la denuncia aveva ad oggetto irregolarità compiute nell’accesso agli strumenti informatici in dotazione del P., con conseguente alterazione dei supporti e dei files in essi contenuti, e “nell’installazione di un programma di controllo a distanza”. Si aggiunge che la denuncia era corredata di un parere tecnico e che, nel corso del procedimento aperto a seguito della denuncia, il consulente tecnico nominato dal pubblico ministero, Z.S., aveva suggerito il compimento di accertamenti cui l’ufficio di Procura non aveva dato seguito perchè, acquisito ulteriore parere dal medesimo Z., aveva formulato richiesta di archiviazione. Si rappresenta, poi, che, con atto di opposizione, oltre alla indicazione delle irregolarità, veniva formulata, in particolare, “istanza di prosecuzione delle indagini in ordine alle modalità seguite nell’esecuzione delle copie forensi e in ordine al contenuto delle stesse, indicando specificamente gli elementi di prova”. Si sottolinea, in particolare, che “il rag. P. nella propria denuncia specificamente indicava l’installazione abusiva di un programma di lettura a distanza dei propri computer: fatto che non costituisce mera irregolarità formale, ma rappresenta univoco indizio di fraudolenta intromissione nel sistema informatico punibile ai sensi dell’art. 617 quater c.p. e indizio della falsificazione prevista e punita dall’art. 617 sexies c.p.: ipotesi entrambe evincibili dalla denuncia”.

  1. Hanno presentato successivamente memoria l’avvocato Cadeo, per il P., e l’avvocato Arco, per il G..

L’avvocato Cadeo ha ribadito sia la tesi della legittimazione della persona offesa a proporre opposizione per i reati di cui gli artt. 374 e 617-quater c.p., sia l’affermazione e del carattere di novità, e non di mezzo “esplorativo”, degli accertamenti richiesti nell’atto di opposizione.

L’avvocato Arco, invece, nel chiedere che venisse respinto il ricorso, si è riportato alle argomentazioni svolte dal G.i.p. nel decreto di archiviazione.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è manifestamente infondato.
  2. Occorre premettere che il privato il quale assume di aver subito una fraudolenta intercettazione delle proprie comunicazioni intercorse mediante un sistema informatico o telematico è, diversamente da quanto affermato nel decreto impugnato, legittimato a proporre opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in ordine al reato di cui all’art. 617-quaterc.p..

La disposizione appena citata, infatti, come osserva in linea generale la dottrina, è volta a proteggere la libertà e la riservatezza delle nuove forme di comunicazione rese possibili dalla tecnologia informatica. Ne consegue che titolare dell’interesse tutelato dalla norma incriminatrice è in primo luogo la persona parte o destinataria delle comunicazioni la cui riservatezza si assume violata. Può rilevarsi, del resto, che, in linea con questa interpretazione, la giurisprudenza ha ritenuto ammissibile, a norma dell’art. 428 c.p.p., comma 2, il ricorso per cassazione proposto avverso una sentenza di non luogo a procedere da una società le cui comunicazioni di posta elettronica erano state intercettate e che si era costituita parte civile contro l’imputato, proprio riconoscendo all’ente la qualità di persona offesa (così Sez. 5, n. 31135 del 06/07/2007, Casanova, Rv. 237601, mass. per altro).

Tanto è sufficiente per rendere irrilevante il difetto di legittimazione del ricorrente a proporre opposizione per gli altri due reati oggetto di archiviazione e cioè per quello di cui all’art. 373 c.p. (cfr., in proposito, tra le tante, Sez. 6 n. 17375 del 16/04/2015, Compagnini, Rv. 263253, e Sez. 6, n. 23767 del 15/10/2002, dep. 2003, Manuello, Rv. 225765), nonchè per quello di cui all’art. 374 c.p. (v., specificamente, Sez. 6, n. 17631 del 10/04/2008, Arestia, Rv. 239647); difetto di legittimazione, si osserva incidentalmente, determinato dall’essere entrambe le indicate fattispecie incriminatrici previste a tutela dell’interesse della collettività al corretto funzionamento della giustizia, e solo in via riflessa e mediata dell’interesse del privato.

  1. La legittimazione del privato a proporre opposizione non esclude, però, la manifesta infondatezza di quest’ultima, sia perchè il fatto, come prospettato, non integra ictu oculi gli estremi del reato, sia perchè le indagini indicate sono del tutto irrilevanti ai fini del suo accertamento.

Sotto il primo profilo, il Collegio richiama, innanzitutto, condividendolo, il principio secondo cui, ai fini della ammissibilità della opposizione della persona offesa alla richiesta di archiviazione, l’immediata irrilevanza penale del fatto concretamente oggetto del procedimento è per sè sufficiente a determinare anche l’irrilevanza di ulteriore attività istruttoria (così Sez. 6, n. 30185 del 10707/2013, proc. c/Ignoti, Rv. 257016).

Rileva, poi, che il delitto di cui all’art. 617-quater c.p., può avvenire o mediante “fraudolenta” intercettazione delle comunicazioni, ossia mediante captazione eseguita con strumenti idonei a celare ai comunicanti l’illecita intromissione da parte dei soggetti agenti (così Sez. 5, n. 29091 del 30/01/2015, Bettini, Rv.

264845), o mediante impedimento o interruzione delle comunicazioni.

Nel caso di specie, il denunciante aveva lamentato che i consulenti tecnici nominati dal pubblico ministero avevano proceduto alla “installazione di un programma di controllo a distanza” ai fini dell’accesso al sistema in uso al P. ed all’estrazione delle copie dei files ivi contenuti, come documentato dalle videoriprese eseguite da lui eseguite. E’ evidente, allora, che il fatto, come descritto nella stessa denuncia, non è consistito nè in un impedimento o in una interruzione delle comunicazioni, nè in un’attività di captazione eseguita con strumenti idonei a celare ai comunicanti l’illecita intromissione da parte dei soggetti agenti.

Per quanto attiene al secondo aspetto, occorre premettere che l’oggetto dell’investigazione suppletiva richiesta deve necessariamente essere caratterizzato da pertinenza e rilevanza, e che, quindi, è indispensabile l’idoneità delle prove indicate ad incidere sul risultato delle indagini preliminari, sia pure in astratto e a priori, ossia indipendentemente da qualunque giudizio prognostico sull’esito della loro assunzione. In questo senso, infatti, risulta convergere la pur variegata giurisprudenza in materia: cfr., ad esempio, Sez. 5, n. 8890 del 15/12/2014, dep. 2015, Bazzoli, Rv. 263419, nonchè Sez. 5, n. 26809 del 17/04/2014, Gullì, Rv. 260571, la quale ben sottolinea che, nel giudizio di ammissibilità dell’opposizione, mentre deve prescindersi da una valutazione dell’idoneità degli elementi dedotti alla dimostrazione del tema di prova indicato, occorre però valutare l’incidenza del prospettato tema di prova sul quadro istruttorio complessivo. Ciò posto, nel caso di specie, gli elementi di prova di cui l’opponente richiede l’acquisizione non sono diretti a dimostrare nè la fraudolenza della captazione delle comunicazioni, nei termini sopra precisati, nè l’impedimento o l’interruzione delle stesse, ma solo ad evidenziare l’irregolarità di acquisizione delle prove dei files:

trattasi, in altri termini, di tema di indagine estraneo all’accertamento della sussistenza degli elementi costitutivi delle fattispecie di cui all’art. 617-quater c.p..

  1. Alla manifesta infondatezza del ricorso, segue la dichiarazione di inammissibilità dell’impugnazione.

Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonchè – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle Ammende della somma di Euro mille, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 31 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 maggio 2016

Monopattini elettrici INCIDENTE equiparati alle biciclette

Monopattini elettrici INCIDENTE equiparati alle biciclette

INCIDENTE MONOPATTINO AVVOCATO ESPERTO DANNI FISICI

051 6447838   051 6447838  051 6447838

Con l’approvazione del Decreto Legge cosiddetto “milleproroghe” sono entrate in vigore a partire dal 1° marzo 2020 nuove disposizioni e norme di comportamento in materia di micromobilità elettrica:

– tutti i monopattini a motore (elettrico o termico) con potenza o velocità superiori a quelli consentiti dalla legge (0,5 kW e 25km/h) non potranno circolare né su strada, né su piste o marciapiedi.

INCIDENTI CON DANNI AI PEDONI PRODOTTI DA MONOPATTINO

 Se vi è uno scontro con un pedone la responsabilità dell’incidente è nella maggior parte dei casi addebitata a chi conduce il monopattino, tuttavia vi sono dei casi di concorso di colpa se si dimostra che il pedone aveva un comportamento colposo o negligente. Chi guida un monopattino elettrico (come per le biciclette) e sorpassa un pedone, deve effettuare la manovra tenendo un ampio margine di distanza di sicurezza e segnalando il sorpasso al pedone attraverso un campanello. La cassazione si è espressa in tal senso con la sentenza n. 2596 del 2019, sostenendo che: “L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile, di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada”.

2) INCIDENTI A CHI GUIDA IL MONOPATTINO

Purtroppo in Italia abbiamo già avuto la prima vittima a seguito di incidente che ha coinvolto un monopattino, un cittadino di 60 anni che a Budrio (in provincia di Bologna) mentre circolava con il suo veicolo a due ruote è stato investito da un’utilitaria. Il numero dei sinistri è molto alto e credo sia destinato a crescere. Basti pensare che ce ne sono stati 22 dall’inizio del 2020 di cui 14 solo nell’ultimo mese dovuti per lo più a distrazioni dei conducenti”.

Anche alla guida di tale velocipede, quindi, è necessario, come per gli altri mezzi di trasporto, essere molto cauti e prudenti per evitare conseguenze che si possono rivelare letali.

 

La Legge di bilancio pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 304 del 30 dicembre 2019 ha precisato che i monopattini elettrici con potenza massima di 0,5 kW sono, dal primo gennaio 2020, equiparati alle biciclette.

Con l’approvazione del Decreto Legge cosiddetto “milleproroghe” sono entrate in vigore a partire dal 1° marzo 2020 nuove disposizioni e norme di comportamento in materia di micromobilità elettrica:

– tutti i monopattini a motore (elettrico o termico) con potenza o velocità superiori a quelli consentiti dalla legge (0,5 kW e 25km/h) non potranno circolare né su strada, né su piste o marciapiedi.

Per i  monopattini possono essere utilizzati solo da persone di età superiore ai 14 annI

 e possono circolare esclusivamente su strade urbane dove è consentita la circolazione dei velocipedi e nelle strade extraurbane solo all’interno delle piste ciclabili; assolutamente vietato quindi l’utilizzo sui marciapiedi, con limiti di velocità pari a 25 km/h su strada e a 6 km/h nelle aree pedonali.

– i mezzi per poter circolare devono essere dotati di segnalatori acustici (campanelli) e di sistemi di illuminazione;

L’obbligo di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli

Sorge quando un veicolo sia posto in circolazione su una strada pubblica od a questa equiparata. La “circolazione”, per l’art. 3, comma 1, n. 9, cod. strad., è “il movimento, la fermata e la sosta dei pedoni, dei veicoli e degli animali sulla strada”. Dunque un monopattino che si trovi sulla strada, in movimento od in sosta, è un mezzo  “in circolazione”.

Quanto al luogo della circolazione, per la Corte di cassazione le strade pubbliche od a queste equiparate, di cui all’art. 122 cod. ass., sono tutte le aree ove di fatto si svolta una circolazione aperta a tutti, a prescindere dalla circostanza che siano di proprietà pubblica o privata (ex multis, Cass. civ., sez. III, 28-06-2018, n. 17017, in Arch. circolaz., 2018, 933).

 questi ultimi devono essere messi in funzione tutte le volte che le condizioni atmosferiche non consentano un’adeguata visibilità e obbligatoriamente mezz’ora dopo il tramonto; in questi casi è necessario anche indossare il giubbotto o le bretelle retroriflettenti ad alta visibilità.

INCIDENTE MONOPATTINO AVVOCATO ESPERTO DANNI FISICI

Con l’approvazione del Decreto Legge cosiddetto “milleproroghe” sono entrate in vigore a partire dal 1° marzo 2020 nuove disposizioni e norme di comportamento in materia di micromobilità elettrica:

– tutti i monopattini a motore (elettrico o termico) con potenza o velocità superiori a quelli consentiti dalla legge (0,5 kW e 25km/h) non potranno circolare né su strada, né su piste o marciapiedi.

 

MONOPATTINO E ATTRAVERSAMENTO PEDONI

L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile (sentenza della Cassazione n.2596 del 2019), di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada.

– i monopattini elettrici che non hanno sistemi di illuminazione dopo il tramonto non possono circolare e devono essere condotti a mano. L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile (sentenza della Cassazione n.2596 del 2019), di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada.

Come ribadito nella sentenza n.13591 del 2020, anche il cambio improvviso di direzione da parte di un pedone non è un evento imprevedibile che esclude la responsabilità dell’investitore, in quanto, come detto, soprattutto in prossimità di incroci e marciapiedi e all’interno di centri urbani e parchi cittadini dove è prevedibile la presenza di persone che camminano, chi guida un veicolo, come il monopattino, deve rispettare delle regole generali di prudenza e di diligenza che gli consentano di evitare le collisioni.

– i conducenti minorenni hanno l’obbligo di indossare il casco, di circolare su un’unica fila e mai affiancati in numero superiore a due.

SCOOTER GRAVE INCIDENTE COME OTTENERE  RISARCIMENTO BOLOGNA

SCOOTER GRAVE INCIDENTE COME OTTENERE  RISARCIMENTO

IN UN INCIDENTE CON SCOOTER VIENE RICONOSCIUTO UN

CONCORSO

DI COLPA DELLO STESSO SCOOTER

che, al riguardo, deve innanzitutto osservarsi come il ricorrente, nel censurare il ragionamento presuntivo operato dalla Corte felsinea, muova da una visione atomistica delle tre diverse circostanze dalla stessa valorizzate, pretendendo che ciascuna di esse singolarmente considerata – e non tutte nel loro insieme, o meglio nella loro interazione – sia idonea a consentire la prova del fatto ignoto;

– che questa Corte, per contro, ha sottolineato come la corretta applicazione dell’art. 2729 c.c. presupponga un apprezzamento degli clementi acquisiti in giudizio, dai quali inferire quello ignoto, che riconosca ad essi efficacia probatoria, “quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziarla”, se risultino “in grado di acquisirla ove valutati nella loro convergenza globale”, ovvero “accertandone la pregnanza conclusiva” (Cass. Sez. Lav., ord. 16 luglio 2018, n. 18822, Rv. 649915-01), e ciò in quanto “la valutazione della prova presuntiva esige che il giudice di merito esamini tutti gli indizi di cui disponga non già considerandoli isolatamente, ma valutandoli complessivamente ed alla luce l’uno dell’altro, senza negare valore ad uno o più di essi sol perchè equivoci, cosi da stabilire se sia comunque possibile ritenere accettabilmente probabile l’esistenza del fatto da provare” (Cass. Sez. 3, sent. 13 marzo 2014, n. 5787, Rv. 630512-01);

– che il ragionamento presuntivo, per vero, costituisce “un “itero logico che non è un risalire all’indietro, ma piuttosto un procedere “in avanti”, verso un’ipotesi da verificare, ovvero verso la dimostrazione di un fatto che è prefigurato come possibile conclusione dell’inferenza in cui si articola il ragionamento presuntivo” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 22 giugno 2020, n. 1218, non massimata sul punto; sul carattere “inferenziale” del ragionamento presuntivo si vedano anche, da ultimo, e tra le innumerevoli, Cass. sez. 5, sent. 5 giugno 2019, n. 15454, Rv. 654383-01; Cass. Sez. 6-2, ord. 291 gennaio 2019, n. 2482, Rv. 652386-02);

– che a siffatto “modus operandz” si è correttamente attenuta la sentenza impugnata, la quale ha preso le mosse dal rilievo – non contestato dall’odierno ricorrente – che la conformazione dello stato dei luoghi “teatro” del sinistro permetteva al conducente del veicolo che procedeva lungo via dell’Unione (ovvero, l’odierno ricorrente) di “avvistare” con anticipo la vettura proveniente da via Vinazzetti, su tale premessa fondando un ragionamento presuntivo che, attraverso la constatazione, dapprima, dell’assenza di tracce di frenata del motociclo del C. in prossimità del punto di impatto tra i due veicoli, nonchè, di seguito, dell’avvenuta collisione della parte anteriore dello scooter con la fiancata destra anteriore della vettura antagonista, si è concluso nel senso che l’elevata velocità del primo avesse contribuito (nella misura del 25%) alla causazione dell’incidente, giacchè se il ciclomotorista avesse tenuto una velocità moderata sarebbe stato in condizione, quantomeno, di tentare una frenata;

– che tale ragionamento inferenziale resiste alla critica del ricorrente, che ne censura il primo passaggio sul rilievo, non fondato, che la possibilità di avvistamento del veicolo antagonista “non significa necessariamente” che esso C. potesse “evitare l’impatto anche tenendo una velocità non elevata”;

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

FATTO il ricorrente riferisce che, in data 14 luglio 2003, alle ore 9:30, un’autovettura di proprietà e condotta dal M. (assicurata per la “RCA” dalla società Winterthur Assicurazioni S.p.a., poi divenuta Aurora Assicurazioni S.p.a., successivamente incorporata da UGF Assicurazioni S.p.a. e, infine, divenuta Unipolsai Assicurazioni S.p.a.), giunta all’intersezione tra via (OMISSIS), omettendo di dare la dovuta precedenza allo scooter condotto da esso Carullo, collideva con lo stesso, provocandone la rovinosa caduta a terra;

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GUIZZI GIAIME Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34370-2019 proposto da:

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MARCELLO PRESTINARI, 13, presso lo studio dell’Avvocato GIANNI SAVERIO, che lo rappresenta e difende unitamente all’Avvocato DAZIO DOMENICO;

– ricorrente –

contro

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C. COLOMBO 440, presso lo studio dell’Avvocato TASSONI FRANCO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

M.D.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1221/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 11/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 26/11/2020 dal Consigliere Relatore Dott. GIAIME GUIZZI STEFANO.

Svolgimento del processo

– che C.A. ricorre, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 1221/19, dell’11 aprile 2019, della Corte di Appello di Bologna, che – rigettando il gravame dallo stesso esperito contro la sentenza n. 4123/09, dell’8 settembre 2009, del Tribunale di Bologna – ha confermato integralmente la pronuncia del primo giudice che, riconoscendo una corresponsabilità del medesimo Carullo, nella misura del 25%, nella causazione del sinistro stradale di cui rimase vittima, ha condannato M.D. e la società UGF Assicurazioni S.p.a., oggi Unipolsai Assicurazioni S.p.a., a risarcire all’odierno ricorrente i danni subiti, liquidati nella misura di Euro 42.180,96;

– che, in punto di fatto, il ricorrente riferisce che, in data 14 luglio 2003, alle ore 9:30, un’autovettura di proprietà e condotta dal M. (assicurata per la “RCA” dalla società Winterthur Assicurazioni S.p.a., poi divenuta Aurora Assicurazioni S.p.a., successivamente incorporata da UGF Assicurazioni S.p.a. e, infine, divenuta Unipolsai Assicurazioni S.p.a.), giunta all’intersezione tra via (OMISSIS), omettendo di dare la dovuta precedenza allo scooter condotto da esso Carullo, collideva con lo stesso, provocandone la rovinosa caduta a terra;

– che avendo il medesimo Carullo riportato lesioni personali, adiva il Tribunale di Bologna per conseguire dal M. e dalla società Aurora Assicurazioni il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti a causa del sinistro;

– che il primo giudice, come detto, riconosciuta la concorrente responsavibilità del C. nella causazione dell’incidente, in misura del 25%, accoglieva la domanda di risarcimento nei limiti sopra indicati, con decisione confermata dal giudice di appello, che – nella contumacia del M., essendosi costituita la sola UGF Assicurazioni S.p.a. -rigettava il gravame esperito dal già attore;

– che avverso la sentenza della Corte felsinea il C. ricorre per cassazione, sulla base – come detto – di due motivi;

– che il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione degli artt. 205426972727 e 2729 c.c. censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che il concorso di responsabilità di esso C. nella causazione del sinistro fosse da attribuire alla elevata velocità di guida dello scooter condotto;

– che, in particolare, si contesta il ragionamento presuntivo svolto dalla Corte territoriale per giungere a tale conclusione, avendo essa valorizzato tre elementi: lo stato dei luoghi, tale da permettere a chi (come il C.) provenisse da via dell’Unione di avvedersi, in tempo utile, della presenza di un’autovettura proveniente da via Vinazzetti; l’assenza, in prossimità del luogo di collisione tra i due mezzi, di tracce di frenata del motoveicolo; il punto di impatto dei veicoli, ed in particolare il fatto che l’urto fosse avvenuto tra la fiancata destra anteriore della vettura e la parte anteriore del motociclo;

– che ad avviso del ricorrente “l’affermazione del nesso di consequenzialità”, tra i tre fatti noti sopra illustrati ed il fatto ignoto desunto (ovvero, l’eccessiva velocità dello scooter), “non risponde ai criteri logici di precisione, gravità e concordanza che consentono di affermare”, ai sensi dell’art. 2729 c.c., “una reale inferenza probabilistica tra i fatti noti ed il fatto ignoto”;

– che in particolare, secondo il ricorrente, l’assenza di tracce di frenata sull’asfalto di via dell’Unione attesterebbe esclusivamente che il conducente del motoveicolo non fu grado di arrestare per tempo il mezzo ed evitare l’impatto con l’autovettura, mentre, Jua volta, la circostanza che la collisione si sia prodotta tra la fiancata anteriore destra dell’autovettura e la parte anteriore del motociclo, deporrebbe solo per il fatto dell’avvenuto scontro tra gli automezzi, ma non dimostra nè che il motociclo abbia impattato sull’autovettura, nè che al verificarsi dello scontro abbia concorso l’elevata velocità del primo, così come, infine, la peculiare conformazione dello stato dei luoghi non significa necessariamente che, in presenza di un’omessa precedenza di un autoveicolo proveniente da via Vinazzetti, chi giungesse da via dell’Unione potesse evitare l’urto anche tenendo una velocità non elevata;

– che il secondo motivo denuncia – sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 1223 c.c.;

– che, in questo caso, si censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto di escludere la risarcibilità del danno patrimoniale, e ciò sul presupposto che la documentazione prodotta fosse assolutamente inidonea a provare una ridotta diminuzione del reddito in conseguenza del sinistro, essendo insufficiente allo scopo “l’indicazione da parte del CTU dell’astratta percentuale di invalidità sulla capacità lavorativa specifica”, dovendo il danneggiato fornire “prova certa e rigorosa dell’incidenza sul reddito dell’invalidità indicata”;

– che tale prova, secondo la Corte territoriale non poteva dirsi raggiunta “in ragione di due sole denunce dei redditi (una precedente l’altra successiva l’anno del sinistro), la cui inidoneità probatoria discende dal fatto che l’attività lavorativa cui si riferiscono è svolta in regime di libera professione ed è notoriamente incostante nel tempo”, essendo, infatti, “soggetta, di per sè, ad oscillazione e mutamenti da un anno d’imposta all’altro”, sicchè “l’unica dichiarazione fiscale precedente al sinistro è, in quanto isolata, insufficiente a dimostrare che reddito in essa indicato si fosse stabilizzato”;

– che, per contro, il ricorrente assume di non essersi “limitato ad asserire, sulla scorta dell’elaborato peritale, di aver subito un danno alla capacità di produrre reddito”, ma di aver “fornito la prova documentale di tale pregiudizio” e, in particolare, di aver “dimostrato la contrazione dei redditi”;

– che ha resistito all’impugnazione, con controricorso, la società Unipolsai Assicurazioni, chiedendo che lo stesso venga dichiarato inammissibile o rigettato, tendendo ad una non consentita rivalutazione del merito del giudizio;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per il 26 novembre 2020;

– che la controricorrente ha presentato memoria, insistendo nelle proprie argomentazioni e nelle conclusioni già rassegnate nel controricorso.

Motivi della decisione

– che il ricorso è manifestamente infondato;

– che il primo motivo, che investe il ragionamento presuntivo svolto dalla Corte territoriale per affermare la corresponsabilità del C. nella causazione del sinistro, sebbene ammissibile, non è fondato;

– che in relazione alla sua ammissibilità, deve confermarsi quanto più volte ribadito da questa Corte, ovvero che, “qualora il giudice di merito sussuma erroneamente sotto i tre caratteri individuatori della presunzione (gravità, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, il relativo ragionamento è censurabile in base all’art. 360 c.p.c., n. 3, (e non già alla stregua dello stesso art. 360 c.p.c., n. 5), competendo alla Corte di cassazione, nell’esercizio della funzione di nomofilachia, controllare se la norma dell’art. 2729 c.c., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell’applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta” (Cass. Sez. 3, sent. 4 agosto 2017, n. 19485, Rv. 645496-02; in senso sostanzialmente analogo pure Cass. Sez. 6-5, ord. 5 maggio 2017, n. 10973, Rv. 643968-01; nonchè Cass. Sez. 3, sent. 26 giugno 2008, n. 17535, Rv. 603893-01 e Cass. Sez. 3, sent. 19 agosto 2007, n. 17457, non massimata sul punto);

– che, nondimeno, il motivo risulta non fondato;

– che, al riguardo, deve innanzitutto osservarsi come il ricorrente, nel censurare il ragionamento presuntivo operato dalla Corte felsinea, muova da una visione atomistica delle tre diverse circostanze dalla stessa valorizzate, pretendendo che ciascuna di esse singolarmente considerata – e non tutte nel loro insieme, o meglio nella loro interazione – sia idonea a consentire la prova del fatto ignoto;

– che questa Corte, per contro, ha sottolineato come la corretta applicazione dell’art. 2729 c.c. presupponga un apprezzamento degli clementi acquisiti in giudizio, dai quali inferire quello ignoto, che riconosca ad essi efficacia probatoria, “quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziarla”, se risultino “in grado di acquisirla ove valutati nella loro convergenza globale”, ovvero “accertandone la pregnanza conclusiva” (Cass. Sez. Lav., ord. 16 luglio 2018, n. 18822, Rv. 649915-01), e ciò in quanto “la valutazione della prova presuntiva esige che il giudice di merito esamini tutti gli indizi di cui disponga non già considerandoli isolatamente, ma valutandoli complessivamente ed alla luce l’uno dell’altro, senza negare valore ad uno o più di essi sol perchè equivoci, cosi da stabilire se sia comunque possibile ritenere accettabilmente probabile l’esistenza del fatto da provare” (Cass. Sez. 3, sent. 13 marzo 2014, n. 5787, Rv. 630512-01);

– che il ragionamento presuntivo, per vero, costituisce “un “itero logico che non è un risalire all’indietro, ma piuttosto un procedere “in avanti”, verso un’ipotesi da verificare, ovvero verso la dimostrazione di un fatto che è prefigurato come possibile conclusione dell’inferenza in cui si articola il ragionamento presuntivo” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 22 giugno 2020, n. 1218, non massimata sul punto; sul carattere “inferenziale” del ragionamento presuntivo si vedano anche, da ultimo, e tra le innumerevoli, Cass. sez. 5, sent. 5 giugno 2019, n. 15454, Rv. 654383-01; Cass. Sez. 6-2, ord. 291 gennaio 2019, n. 2482, Rv. 652386-02);

– che a siffatto “modus operandz” si è correttamente attenuta la sentenza impugnata, la quale ha preso le mosse dal rilievo – non contestato dall’odierno ricorrente – che la conformazione dello stato dei luoghi “teatro” del sinistro permetteva al conducente del veicolo che procedeva lungo via dell’Unione (ovvero, l’odierno ricorrente) di “avvistare” con anticipo la vettura proveniente da via Vinazzetti, su tale premessa fondando un ragionamento presuntivo che, attraverso la constatazione, dapprima, dell’assenza di tracce di frenata del motociclo del C. in prossimità del punto di impatto tra i due veicoli, nonchè, di seguito, dell’avvenuta collisione della parte anteriore dello scooter con la fiancata destra anteriore della vettura antagonista, si è concluso nel senso che l’elevata velocità del primo avesse contribuito (nella misura del 25%) alla causazione dell’incidente, giacchè se il ciclomotorista avesse tenuto una velocità moderata sarebbe stato in condizione, quantomeno, di tentare una frenata;

– che tale ragionamento inferenziale resiste alla critica del ricorrente, che ne censura il primo passaggio sul rilievo, non fondato, che la possibilità di avvistamento del veicolo antagonista “non significa necessariamente” che esso C. potesse “evitare l’impatto anche tenendo una velocità non elevata”;

– che siffatta doglianza sottende, invero, una nozione di “gravità” dell’indizio che non risponde alla definizione datane da questa Corte, secondo cui “la gravità allude ad un concetto logico, generale o speciale (cioè rispondente a principi di logica in genere oppure a principi di una qualche logica particolare, per esempio di natura scientifica o propria di una qualche “lex adira)”, esprimendo nient’altro che “la presunzione si deve fondare su un ragionamento probabilistico, per cui, dato un fatto A noto è probabile che si sia verificato il fatto B”, non essendo, invece, “condivisibile invece l’idea che vorrebbe sotteso alla gravità che l’inferenza presuntiva sia “certa.”” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 19485 del 2017, cit.), come, invece, mostra di ritenere il ricorrente;

– che, infatti, “per la configurazione di una presunzione giuridicamente valida non occorre che l’esistenza del fatto ignoto rappresenti l’unica conseguenza possibile di quello noto secondo un legame di necessarietà assoluta ed esclusiva” (secondo quanto reputa, viceversa, il ricorrente, nell’affermare che la possibilità di avvistamento del veicolo antagonista, da parte di esso C., “non significa necessariamente” che egli potesse “evitare l’impatto anche tenendo una velocità non elevata”), essendo, invece, “sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull'”id quod pleranique accidit”” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 17457 del 2007, cit., in senso analogo, più di recente, Cass. Sez. 2, sent. 6 febbraio 2019, n. 3513, n. 652361-01; Cass. Sez. 2, sent. 31 ottobre 2011, n. 22656, Rv. 619955-01);

– che, d’altra parte, anche la valorizzazione delle ulteriori circostanze apprezzate dalla Corte felsinea si sottrae alla censura del ricorrente, risultando le stesse “precise” e “concordanti”;

– che la precisione, nuovamente, “esprime l’idea che l’inferenza probabilistica conduca alla conoscenza del fatto ignoto con un grado di probabilità che si indirizzi solo verso” di esso, mentre “non lasci spazio, sempre al livello della probabilità” (e, dunque, anche in questo caso non della certezza), “ad un indirizzarsi in senso diverso, cioè anche verso un altro o altri fatti”, così come la concordanza individua un “requisito del ragionamento presuntivo, che non lo concerne in modo assoluto, cioè di per sè considerato, come invece gli altri due elementi, bensì in modo relativo, cioè nel quadro della possibile sussistenza di altri elementi probatori, volendo esprimere l’idea che, intanto la presunzione è ammissibile, in quanto indirizzi alla conoscenza del fatto in modo concordante con altri elementi probatori, che, peraltro, possono essere o meno anche altri ragionamenti presuntivi” (così, nuovamente, Cass. sez. 3, sent. 19485 del 2017, cit.);

– che, per concludere la disamina del primo motivo di ricorso, neppure può sottacersi il fatto – sottovalutato, invece, dal ricorrente, nell’insistere sul carattere assorbente che avrebbe avuto la violazione dell’obbligo di dare precedenza, riscontrata a carico del M. -che sussistendo, nel caso di specie, un’ipotesi di scontro tra veicoli, la stessa andava astrattamente ricondotta alla previsione di cui all’art. 2054 c.c., comma 2, norma che contempla un’ipotesi di pari responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti, in presenza della quale “l’accertamento della intervenuta violazione, da parte di uno dei conducenti, dell’obbligo di dare la precedenza, non dispensa il giudice dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia a sua volta violato o meno le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti di prudenza, potendo l’eventuale inosservanza di dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente” (da ultimo, Cass. Sez. 6-3, ord. 16 settembre 2013, n. 21130, Rv. 628631-01);

– che il secondo motivo di ricorso – che censura il mancato risarcimento del danno patrimoniale – risulta in parte inammissibile e in parte non fondato;

– che quanto alla censura che evoca l’art. 2697 c.c., l’esito dell’inammissibilità deriva dall’applicazione del principio secondo cui la violazione di tale norma, “censurabile per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), è configurabile soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni” (così, da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 29 maggio 2018, n. 13395, Rv. 649038-01), evenienza, quella appena indicata, che non risulta lamentata nel caso di specie, restando, invece, inteso che “laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti”, essa “può essere fatta valere ai sensi del numero 5 del medesimo art. 360 c.p.c.” (Cass. Sez. 3, sent. 17 giugno 2013, n. 15107, Rv. 626907-01), ovviamente “entro i limiti ristretti del “nuovo”” suo testo (Cass. Sez. 3, ord. n. 13395 del 2018, cit.);

– che ciò è quanto, in definitiva, il ricorrente lamenta nell’ipotizzare la violazione dell’art. 1223 c.c., censura da ritenersi, tuttavia, non fondata;

– che, come rammenta lo stesso ricorrente, “la menomazione della capacità lavorativa specifica, configurando un pregiudizio patrimoniale, va ricondotta nell’ambito del danno patrimoniale e non del danno biologico”, sicchè “il grado di invalidità permanente determinato da una lesione all’integrità psico-fisica, non determina automaticamente la riduzione percentuale della capacità lavorativa specifica del danneggiato nè, conseguentemente, una diminuzione del correlato guadagno, dovendo comunque il soggetto leso dimostrare, in concreto, lo svolgimento di un’attività produttiva di reddito (o, trattandosi di persona non ancora dedita ad attività lavorativa, che presumibilmente avrebbe svolto) e la diminuzione o il mancato conseguimento di questo in conseguenza del fatto dannoso” (così, in motivazione, tra le molte, Cass. Sez. 3, sent. 10 marzo 2016, n. 4673, Rv. 639103-01);

– che proprio tale dimostrazione “in concreto” della “diminuzione del reddito” è mancata, secondo la sentenza impugnata, nel caso di specie, avendo la Corte territoriale ritenuto all’uopo insufficiente la produzione di “due sole denunce dei redditi (una precedente l’altra successiva l’anno del sinistro), la cui inidoneità probatoria discende dal fatto che l’attività lavorativa cui si riferiscono è svolta in regime di libera professione ed è notoriamente incostante nel tempo”, essendo, infatti, “soggetta, di per sè, ad oscillazione e mutamenti da un anno d’imposta all’altro”, sicchè “l’unica dichiarazione fiscale precedente al sinistro è, in quanto isolata, insufficiente a dimostrare che reddito in essa indicato si fosse stabilizzato”;

– che siffatta motivazione deve ritenersi esente da vizi, visto che essa non reca “argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento” (Cass. Sez. Un., sent. 3 novembre 2016, n. 22232, Rv. 641526-01, nonchè, più di recente, Cass. Sez. 6-5, ord. 23 maggio 2019, n. 13977, Rv. 654145-0), nè risulta affetta da “irriducibile contraddittorietà” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940, Rv. 645828-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 25 settembre 2018, n. 22598, Rv. 650880-01) o da “affermazioni inconciliabili” (da ultimo, Cass. Sez. 6-Lav., ord. 25 giugno 2018, n. 16111, Rv. 649628-01), non ricorrendo, così, le sole evenienze suscettibili di integrare, ormai, il vizio motivazionale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nel testo “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, 134, testo applicabile “ratione tempon’s” al presente giudizio;

– che il ricorso va, dunque, rigettato;

– che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che in ragione del rigetto del ricorso, va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo, se dovuto, a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando C.A. a rifondere, alla società Unipolsai Assicurazioni S.p.a., le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 7.900,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonchè 15% per spese generali più accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo, se dovuto, a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Conclusione

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2021

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PISTOIA TRIBUNALE AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI

PISTOIA TRIBUNALE AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI

AVVOCATO A BOLOGNA ESPERTO CAUSE EREDITARIE SUCCESSIONI PISTOIA PRATO

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Pistoia

Il Tribunale in composizione collegiale, in persone dei magistrati:

Maria Iannone – Presidente

Lucia Leoncini – Giudice rel.

Elena Piccinni – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa n. 3228/2018 tra le parti:

B.R. (cf (…)), E.R. (cf (…)), F.R. (cf (…)), N.R. (cf (…)), P.R. (cf (…)), L.V. (cf (…)), con gli avv. MEACCI ILARIA (cf (…)) e SANTANGELO MARIA ROSARIA (cf (…))

ATTORI

G.B. (cf (…)), con gli avv. BONACCHI STEFANO (cf (…)) e FAGNI ALESSANDRO (cf (…));

A.B. (cf (…)), C.B. (cf (…)), con l’avv. FAGNI ALESSANDRO (cf (…))

CONVENUTE

G.G.S.G., con l’avv. PANELLI FABIO (cf (…))

TERZE INTERVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

.1. Agiscono in giudizio B.R., E.R., F.R., adia R., P.R., L.V., E.R. (quest’ultimo oi rinunciatario agli atti del giudizio per la propria posizione) chiedendo preliminarmente accertarsi e dichiararsi la reale consistenza del patrimonio del defunto A.R. al momento dell’apertura della successione e

accertarsi e dichiararsi che gli attori, nonché le convenute C.B. e A.B., sono nipoti del de cuius in quanto figli dei fratelli e sorelle di costui; in via principale, accertare e dichiarare le effettive volontà testamentarie del de cuius espresse nel testamento olografo del 16.10.2014 e, in particolare, esplicitare il significato del termine “fabbisogno” in esso menzionato, ancora accertare e dichiarare che gli attori oltre a C.B. e A.B., in quanto nipoti del de cuius, sono chiamati alla successione del medesimo e dunque accertare e dichiarare la qualità di eredi degli attori e a quale titolo, con quali diritti e in quali quote gli stessi sono stati chiamati all’eredità del de cuius, conseguentemente disporre in loro favore il rilascio dei beni ereditari nella misura che sarà accertata in corso di causa.

A fondamento di tali domande, gli attori propongono un’interpretazione della scheda testamentaria redatta dal de cuius nel senso che alla compagna di costui, convenuta nel presente giudizio, G.B. debba essere attribuito quanto necessario per il proprio sostentamento (“fabbisogno”, secondo l’espressione utilizzata dal testatore) mentre l’eccedenza sia da ripartire fra gli altri chiamati all’eredità ossia appunto i nipoti.

I.2. Si costituisce in giudizio la convenuta B., contestando le avverse domande e l’altrui interpretazione dell’atto testamentario e avanzando domanda riconvenzionale per il rimborso delle spese già versate per oneri successori e da gravare sulla massa ereditaria nonché per ottenere, pendente il giudizio, le somme necessarie per il proprio sostentamento come da volontà espressa dal de cuius ed ex adverso, in parte qua, non contestata: conclude quindi, in via preliminare, per l’emissione di ordinanza-ingiunzione ex art. 186ter c.p.c. per il rimborso delle spese riguardanti il passivo ereditario nell’importo di Euro 20.129,00 e per l’autorizzazione al prelievo dall’eredità della somma di Euro 3.000,00 mensili o altra ritenuta di giustizia per il proprio sostentamento, nel merito in tesi per essere dichiarata unica erede universale del de cuius ovvero, in ipotesi, essere dichiarata usufruttuaria con diritto di disporre fino alla propria morte dei beni ereditari anche con atti inter vivos.

I.3. Si costituiscono altresì, con autonoma e medesima comparsa, le altre convenute C.B. e A.B., aderendo all’interpretazione testamentaria data dalla convenuta B. con conseguente richiesta di rigetto delle domande attoree ovvero, in ipotesi e in caso di non accoglimento da parte del Tribunale di siffatta interpretazione, chiedendo di estendere a se medesime le richieste degli attori sia in punto di accertamento della propria qualità di eredi di A.R., sia in punto di determinazione delle quote a sé spettanti.

I.4. Si costituiscono altresì, con comparsa di intervento volontario adesivo delle ragioni attoree ex art. 105 co. 2 c.p.c., G.G. e S.G., chiedendo accertarsi e dichiararsi anche la propria qualità di chiamate all’eredità, con richiesta di estensione a se medesime di ogni effetto della sentenza da pronunciarsi in favore degli attori, in forza di relatio operata dal testatore nella scheda testamentaria del 16.10.2014 ad altra precedente scrittura nella quale sono menzionate quali nipoti anche le terze intervenute.

I.5. Accolto con ordinanza collegiale 11.10.2019 ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. in corso di causa promosso dalla convenuta B. e assegnati alle parti nel procedimento principale i termini di cui all’art. 183 co. 6 c.p.c., la causa viene ritenuta matura per la decisione su base documentale (respinte le istanze istruttorie formulate dalla sola parte attrice) e viene rimessa al Collegio sulle conclusioni delle parti come in epigrafe riportate, con assegnazione alle stesse dei termini di legge per il deposito di scritti conclusivi.

  1. Per la definizione della controversia, occorre muovere dal testo della scheda testamentaria datata 16.10.2014, non fatta oggetto di alcuna impugnativa e relativamente alla quale non v’è contestazione fra le parti che costituisca il valido atto di espressione delle ultime volontà del de cuius, anche in sostituzione di altre scritture dallo stesso redatte in precedenza.

Ivi si legge letteralmente:

“In data odierna nella mia piena facoltà di intendere e volere decido di sostituire tutti gli scritti da me fatti in data 31-07-09-10-10-11 e 10-10-2012 dopo le mie valutazioni oltre queste date. per comportamenti ricevuti dagli aventi diritto dei miei beni.

Io A.R. da oggi intendo che i miei beni alla mia morte siano così ripartiti Se dovessi mancare prima della mia suocera A.P. e della mia compagna B.G. i beni miei dovranno servire per il loro fabbisogno fino alle loro morti, se al momento di questi due decessi ci rimaranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti maschi o femmine in parti uguali.

I nomi dei nipoti sono già riportati nella scrittura del 10-10-2012.

Sono contento di tutto quello che la vita mi a dato come sapete non credo q nulla pertanto ricordatemi se volete per quello che sono stato

A.”.

Ora, evidente che le parole usate dal testatore devono essere lette e interpretate alla luce del contesto familiare e culturale di appartenenza, andando a ricercare nel concreto la reale volontà del de cuius sottesa alle espressioni utilizzate senza ricercare in esse tecnicismi giuridici che non possono pretendersi da non professionisti della materia, dal dato testuale della scrittura in analisi possono desumersi quantomeno taluni dati chiari e indubbi ossia che:

– se il de cuius dovesse morire prima della suocera e della compagna, i suoi beni andranno a costoro e dovranno servire per il loro fabbisogno;

– se anche alla morte della suocera e della compagna dovessero residuare dei beni, gli stessi dovranno essere suddivisi in parti uguali fra tutti i nipoti del de cuius, maschi o femmine, come indicati nella scrittura del 10.10.2012.

A quest’ultimo proposito, le intervenienti G.G. e S.G. hanno dedotto e documentato (cfr. deposito documentale in sede di udienza 24.9.2019) come la scrittura 10.10.2012, cui per relationem si riferisce il testamento 16.10.2014 per l’individuazione dei nipoti del testatore, indichi costoro in R.E., R.F., R.B., R.P., R.A., R.N., G.G., G.S., V.

L., B.C., B.A..

È convinzione di questo Collegio che l’atto di intervento volontario spiegato dalle pretese chiamate all’eredità G.G. e S.G. sia legittimo, radicandosi la legitimatio ad causam delle intervenienti nella relatio contenuta nel testamento 16.10.2014 ad altra precedente scrittura recante indicazione dei “nipoti” come intesi dal de cuius. Al riguardo, non si ritiene infatti possibile sostenere che, essendo stato quel precedente testamento del 10.10.2012 revocato dallo stesso testatore in forza di testamento successivo, esso non possa rivestire più alcun valore: certamente non può valere quale atto contenente le ultime volontà del de cuius, ma nulla vieta che possa avere una qualche rilevanza ad altri fini – come appunto, nella specie, ai fini dell’individuazione dei nipoti che il testatore ha inteso chiamare alla sua eredità (indipendentemente dalla problematica afferente la validità o meno della chiamata, di cui si tratterà in seguito) – allorquando sia stato lo stesso testatore ad attribuire un simile rilievo.

Né con ciò può dirsi che non sussista valida revoca del testamento 10.10.2012 avendo ad esso il testatore fatto riferimento nella successiva scheda testamentaria del 16.10.2014, atteso che la relatio contenuta in quest’ultima attiene non propriamente e direttamente alla volontà dispositiva del testatore ma semplicemente all’individuazione di un elemento (destinatari delle ultime volontà del de cuius) che ben può essere integrato da dati esterni al testamento purché definibili e accertabili come espressione delle intenzioni del de cuius. Aspetto, questo, che nella vicenda qui in decisione ricorre senz’altro, in quanto l’elemento estrinseco alla scheda testamentaria cui questa opera formale relatio consiste in documento scritto dal testatore stesso, non contraddetto né superato in parte qua dal testamento redatto in epoca successiva.

A ciò si aggiunga, a conforto, che l’individuazione dei “nipoti” operata dal de cuius appare anche ragionevole, posto che essa comprende sia i nipoti in senso giuridico ossia legati da rapporti di parentela in sensi stresso, sia nipoti c.d. “acquisiti” (le nipoti della moglie del de cuius, come pacifico oltre che documentato in causa, cfr. documentazione allegata alla mem. 183 co. 6 n. 2 c.p.c. delle parti intervenute) che quindi, nella mentalità comune, rientrano parimenti nel novero dei nipoti.

Fatta chiarezza su questo profilo e venendo alla quaestio controversa fra le parti, su cui si innervano le plurime domande variamente azionate in causa, ossia il corretto inquadramento giuridico delle ultime volontà espresse dal de cuius, reputa il Collegio dirimente la circostanza per cui l’attribuzione dei beni ai nipoti è subordinata alla previa morte dei soggetti indicati come primi beneficiari, ossia la suocera e la compagna del testatore.

Anche ponendosi nell’ottica esegetica della ricerca dell’intentio testatoris al di là di quanto strettamente risultante dalla scheda testamentaria e dunque valorizzando elementi esterni ad essa, non può farsi a meno di rilevare come anche nel precedente testamento olografo 10.10.2012 poi annullato il de cuius avesse ben chiaramente stabilito la suddetta successione cronologica, trovandosi scritto “Alla mia morte deve essere tutelata con imiei beni se ci saranno la signora A.P. e la signora B.G. fino alla loro morte nei modi e maniere in cui abbiano portato la vita fino al mio decesso. Alla morte delle signore sopracitate i beni restanti sempre se ci saranno dovranno essere così suddivisi: Alla nipote G.G. il 5% (cinque percento) del totale rimasto, il rimanente valore suddiviso in parti uguali a tutti i nipoti G.G. compresa R.E., R.F., R.B., R.P., R.N., R.A., G.G.G.S., V.L., B.C., B.A.” (cfr. deposito documentale delle terze intervenute in sede di udienza 24.9.2019).

Ne risulta quindi confermata la volontà del testatore di attribuire i propri beni in prima battura alla suocera e alla compagna, ove questa siano ancora in vita alla sua morte, e di attribuire ai nipoti i beni rimanenti solo dopo la morte anche della suocera e della compagna.

Del resto, pur dovendosi procedere all’interpretazione della volontà testamentaria anche “oltre” il dato letterale delle espressioni utilizzate dal de cuius alla ricerca dall’effettiva volontà di questi e nell’ottica di conservazione del testamento, non è però certo consentito andare “contro” la littera testamentis poiché ciò significherebbe, piuttosto che valorizzare l’effettiva volontà del testatore, mettere a tacere la stessa indebitamente.

Ebbene, come detto, nel testamento del 16.10.2014 e già in quello precedente del 10.10.2012 – a conferma di una continuità nell’intenzione dispositiva del testatore che rinsalda la stessa e la corrobora, anche dal punto di vista probatorio processuale – il de cuius si è inequivocabilmente espresso nel senso che la devoluzione dei propri beni ai nipoti debba avvenire sui beni in ipotesi rimanenti alla morte delle prime beneficiarie, ossia la suocera e la moglie.

Trattasi di aspetto indubbio e imprescindibile ai fini della soluzione della controversia che ci occupa.

Difatti, pur volendo aderire per un momento alla prospettazione attorea per cui, valorizzando il termine “fabbisogno” utilizzato dal testatore in riferimento alle prime beneficiarie A. e B., si sarebbe di fronte all’attribuzione alle predette A. e B. di un diritto di usufrutto sub specie di usufrutto vitalizio, con nuda proprietà a favore dei nipoti (o altra similare fattispecie non meglio identificata ex parte actoris e lasciata al potere interpretativo e qualificatorio del Tribunale), ci si scontra tuttavia con il dato oggettivo e insuperabile – oltre che, si ripete, presente in tutte le schede testamentarie nel tempo redatte dal R.A. – della delazione successiva (devoluzione dei beni ereditari ai nipoti dopo la morte delle prime chiamate all’eredità A. e B.) e avente ad oggetto solo i beni residui se ancora sussistenti alla morte delle prime chiamate all’eredità; laddove l’elaborazione interpretativa è costante nel ritenere incompatibile l’istituzione di eredi tributari del diritto di usufrutto e di eredi tributari del diritto di nuda proprietà qualora tali istituzioni non siano contestuali, ma appunto in ordine successivo esattamente come avvenuto nel caso di specie.

Peraltro l’istituto dell’usufrutto o dell’usufrutto vitalizio si profila, nella concreta vicenda successoria al nostro esame, contrastante con il tenore testuale della scheda testamentaria, nella quale la devoluzione ai nipoti concerne i beni ereditari eventualmente ancora sussistenti al momento della morte delle chiamate all’eredità A. e B. (“se al momento di questi due decessi ci rimarranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti…”), dal che si desume l’assenza in capo alle istituite A. e B. dei limiti all’utilizzo dei beni che sono invece propri dell’usufruttuario.

Posto un simile contesto, ritiene allora il Tribunale di condividere l’interpretazione propugnata dalle parti convenute e suffragata da copiosa giurisprudenza di legittimità espressasi in argomento, la quale concordemente ravvisa nella c.d. delazione successiva una sostituzione fedecommissaria vietata a mente dell’art. 692 co. 5 c.c. stante da un lato l’indubbia non ricorrenza nel caso de quo delle circoscritte ipotesi in cui un tale istituto è consentito ove avente finalità assistenziali (cfr. art. 692 co. 1 c.c.), dall’altro lato e inoltre l’assenza dell’obbligo per l’istituito di “conservare e restituire alla sua morte i beni” a favore dei sostituiti come previsto invece per la sostituzione fedecommissaria lecita ex art. 692 co. 1 c.c.: nella vicenda qui in disamina, infatti, non solo non sussistono in capo a istituiti e sostituiti le qualifiche soggettive in presenza delle quali l’istituto successorio di cui si discetta è considerato lecito, ma manca altresì l’obbligazione principe posta a carico degli istituiti atteso che alle chiamate all’eredità A. e B. non è posto alcun obbligo di conservazione dei beni per poi poterli devolvere, alla loro morte, ai nipoti del de cuius, né un simile obbligo è desumibile dalla lettura complessiva del testamento o da elementi estrinseci ad esso non avendo le parti allegato né dimostrato alcunché sul punto, ma anzi nella scheda testamentaria è chiaramente detto che alla morte delle prime beneficiarie A. e B. dovrà essere devoluto ai nipoti del R. solo quanto rimanente e se ci sarà del rimanente, avendo quindi il testatore preso in considerazione come del tutto possibile anche il caso in cui niente dei bene ereditari sopravviva alle sig.re A. e B. secondo quanto risultante dalla chiara espressione del testamento 16.10.2014 “se al momento di questi due decessi ci saranno dei beni da gestire…”.

A conforto della tesi qui sostenuta, sulla scorta del tenore letterale del testamento in analisi e in mancanza, come detto, di indici anche esterni significanti una diversa o difforme volontà del testatore (i quali, per vero, si porrebbero in contrasto con quanto chiaramente espresso nella scheda testamentaria e dunque in conflitto anche con la direttiva principe in materia successoria di favor testamenti e tutela della volontà del disponente), possono citarsi le seguenti pronunce di legittimità, tutte per diversi aspetti perfettamente attagliate alla vicenda oggi in decisione:

Cass. ord. n. 25698/2018, in massima “L’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca della effettiva volontà del “de cuius”, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria; ne consegue che la disposizione con la quale il “de cuius” lascia a persone diverse rispettivamente l’usufrutto e la nuda proprietà di uno stesso bene (o dell’intero complesso dei beni ereditari) non integra gli estremi della sostituzione fedecommissaria (ma quelli di una formale istituzione di erede) quando le disposizioni siano dirette e simultanee e non in ordine successivo, i chiamati non succedano l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, e la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisca un effetto non della successione, ma della “vis espansiva” della proprietà”; conf. Cass. n. 2172/2011, Cass. n. 4435/2009;

Cass. n. 5604/2001 per cui “è ipotizzabile una istituzione con sostituzione fedecommissaria qualora il testatore, pur adoperando la terminologia corrispondente ad una attribuzione separata di usufrutto e di nuda proprietà, abbia attribuito all’onorato dell’usufrutto diritti ed obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede oppure abbia condizionato l’acquisto della qualità di erede del secondo alla sopravvivenza al primo”.

Quanto sopra conduce dunque a ravvisare, nel testamento in analisi, una non consentita sostituzione fedecommissaria c.d. de residuo, nulla ex art. 692 u.c. c.c. senza che ciò invalidi – interpretazione granitica sul punto – l’intera scheda testamentaria, in virtù dei principi cardini di conservazione del testamento (mutuato ex art. 1367 c.c.) e di tutela della volontà del testatore: ché infatti ciò che rende illecito l’istituto in parola (sostituzione fedecommissaria ex art. 692 co. 5 c.c.) è la circostanza che, tramite esso, si pretenderebbe coartare la volontà del soggetto chiamato all’eredità del de cuius, qualora si consentisse a quest’ultimo di stabilire a chi debbano essere devoluti i beni ereditari al momento della morte dell’erede istituito, dovendo invece essere preservata anche la legittima volontà testamentaria di costui il quale, una volta ereditati determinati beni, deve essere libero di disporne anche tramite i propri atti di ultima volontà.

D’altronde, se per un verso – come detto – non può sostenersi che una clausola testamentaria nulla quale quella istituente un fedecommesso de residuo vietato renda nullo tutto il testamento, sia alla luce del principio di conservazione degli atti di ultima volontà sia in forza del disposto testuale dell’art. 692 u.c. c.c. che espressamente sanziona con la nullità esclusivamente la “sostituzione” e non il testamento che la contiene, per altro verso neppure è possibile sanare una clausola nulla ex lege in forza del principio di conservazione della volontà del testatore, quasi che tale volontà soggettiva potesse superare i divieti di legge ciò che verrebbe a configurare un’insanabile contraddizione ordinamentale: tanto più in riferimento ad un divieto, come quello di cui si tratta, posto a tutela di principi di ordine pubblico quale preservare la libertà e volontà testamentaria con riguardo, in specifico, all’erede istituito che non può essere sostituito dal proprio dante causa nella designazione dei propri eredi al momento della propria morte.

All’occorrenza, si conferma in questa sede la valutazione di inammissibilità delle istanze istruttorie attoree siccome, in punto di prova per testi, vertenti su capitoli genericamente formulati e in parte anche valutativi, in punto di c.t.u. e ordine di esibizione superflue e per certi versi esplorative, stante l’interpretazione della voluntas testatoris come emergente dall’atto di ultime volontà che conduce ad escludere le attrici (così come le convenute B. e le terze intervenuti) dal novero dei chiamati all’eredità per insanabile nullità della relativa istituzione.

In definitiva quindi, non essendovi altra possibilità di diversamente interpretare la indubbia devoluzione successiva operata dal testatore A.R. se non con una invalida sostituzione fedecommissaria, deve essere dichiarata la nullità del testamento in parte qua, ossia laddove intende istituire i nipoti quali eredi dei beni rimanenti alla morte delle istituite A. e B.: mentre il testamento resta valido per il resto, dovendo quindi essere individuata – stante l’avvenuto decesso della chiamata all’eredità P.A. anteriormente al decesso del de cuius – l’unica erede testamentaria nella persona di G.B..

Ciò determina il rigetto tanto delle domande attoree, quanto delle domande adesive delle terze intervenute, assorbite invece le domande svolte in subordine dalle convenute C.B. e A.B. stante l’accoglimento della loro domanda principale, ossia di rigetto delle pretese degli attori.

La decisione assunta determina altresì l’assorbimento delle ulteriori pretese avanzate in via riconvenzionale dalla convenuta B., per il rimborso delle spese sostenute per il pagamento di passivi ereditari e per il riconoscimento del diritto a prelevare dalla massa ereditaria quanto necessario per il proprio sostentamento, domanda quest’ultima già accolta in sede di procedimento cautelare in corso di causa nel quale del resto nessuna delle controparti si è costituita nulla avendo opposto alla pretesa della convenuta B. in tal senso (il che è coerente con la prospettazione giuridica propugnata dagli attori e dalle intervenute, ossia con il riconoscimento alla convenuta B. del diritto di prelevare dall’eredità quanto occorrente per il proprio fabbisogno, con devoluzione del residuo ai nipoti): difatti, il riconoscimento della convenuta B. quale unica erede testamentaria conferisce alla stessa l’esclusività dei diritti sulla massa ereditaria e la piena disponibilità di questa.

Occorre solo, da ultimo, spendere due parole sulla domanda, formulata dalle terze intervenute per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c. e reiterata in fase conclusionale, di condanna degli eredi alla refusione delle spese sostenute dalle predette per la pubblicazione dei testamenti olografi 10.10.2011 e 10.10.2012; oltre al profilo della novità e tardività della domanda al di là del limite dell’emendatio libelli, a destituire di fondamento la pretesa delle terze intervenute conduce il rilievo per cui la pubblicazione di cui le stesse chiedono il rimborso è stata operata dalle medesime nel loro esclusivo interesse, specificamente al fine di comprovare la propria legittimazione ad intervenire quali chiamate all’eredità del de cuius, ma non essendo stata accolta la loro domanda di accertamento della loro qualità di eredi certamente dette spese non possono gravare sulla massa ereditaria ovvero sull’unica erede riconosciuta G.B. che in niente ha beneficiato da simili esborsi essendo per la stessa sufficiente, al fine di dimostrare la propria qualità di legittima erede del de cuius, la pubblicazione del solo testamento del 16.10.2014.

III. Quanto alle spese di lite, stante la soccombenza delle attrici e delle terze intervenute costoro devono essere chiamate tutte, in solido, alla refusione delle spese in favore di tutte le convenute, avendo anche le convenute B. aderito alla prospettazione della convenuta B. e chiesto in via principale il rigetto delle domande attoree.

Non viene chiamato a concorrere alle spese l’attore rinunciatario E.R. pur in assenza di accettazione espressa delle altre parti alla rinuncia, non potendosi dire detta accettazione necessaria non ravvisandosi a monte un interesse di nessuna delle altre parti contrario alla rinuncia stessa ovvero un interesse a che la causa proseguisse anche da e nei confronti del rinunciatario (cfr. art. 306 co. 1 c.p.c.): tanto più che la rinuncia di esso non ha fatto venir meno il contenzioso e quindi la possibilità per le controparti di recuperare dagli attori non rinunciatari le spese sostenute per la propria difesa.

In punto di liquidazione dei compensi, che viene operata a mente del D.M. n. 55 del 2014 in base al valore della lite indeterminabile di complessità media, ritiene il Collegio di dover tenere in conto la consistenza dell’attività processuale svolta giustificandosi al riguardo per la posizione della convenuta B. la riduzione dei compensi per la fase istruttoria limitata al deposito di due brevissime memorie ex art. 183 co. 6 n. 1 e n. 3 c.p.c. (rispettivamente di una e di due pagine), per la posizione delle convenute B. la riduzione dei compensi per le fasi di studio e introduttiva, essendosi le predette costituite a mezzo il medesimo procuratore della convenuta B. con atti di adesione alla tesi di questa e ricalcati sulla di lei comparsa costitutiva, nonché per la fase decisionale per i medesimi motivi e l’eliminazione dei compensi per la fase istruttoria, non avendo le convenute B. depositato alcuna memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c..

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

A carico delle sole parti attrici vengono poste le spese del subprocedimento cautelare azionato dalla convenuta B. in quanto, pur non essendosi in esso le attrici costituite e dunque non essendosi formalmente opposte al relativo accoglimento, tuttavia con l’introduzione del giudizio di merito hanno dato causa all’introduzione del procedimento cautelare da parte della chiamata all’eredità B. cui, pendente giudizio, era preclusa la disponibilità dei beni ereditari: non sono invece considerate le terze intervenute, che si sono costituite in senso adesivo solo nel giudizio principale senza aver dato causa esse stesse al contenzioso. Per il subprocedimento cautelare la liquidazione, a mente del D.M. n. 55 del 2014, tiene conto del valore della controversia cautelare come risultante dal decisum e del fatto che la decisione è stata assunta allo stato degli atti sulla base del solo ricorso introduttivo ex art. 700 c.p.c., assenti fase istruttoria e fase propriamente decisionale, senza riconoscimento di alcun aumento in assenza di questioni di particolare complessità e vista anche la contumacia delle controparti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Pistoia in composizione collegiale, definitivamente pronunciando, ogni contraria o diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:

1) respinge le domande attoree;

2) respinge le domande delle terze intervenute;

3) dichiara estinto il giudizio nei confronti di E.R. ai sensi dell’art. 306 c.p.c.;

4) in accoglimento della domanda riconvenzionale di parte convenuta B., dichiara G.B. erede universale del de cuius A.R.; 5) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta B., che liquida nella misura di Euro 9.275,00 oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

6) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore delle convenute A.B. e C.B., che liquida nell’importo di Euro 3.393,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

7) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) in solido alla refusione, in favore di parte convenuta B., delle spese del subprocedimento cautelare che liquida nell’importo di Euro 3.000,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge.

Conclusione

Così deciso in Pistoia nella camera di consiglio dell’11 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2021.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Pistoia

Il Tribunale in composizione collegiale, in persone dei magistrati:

Maria Iannone – Presidente

Lucia Leoncini – Giudice rel.

Elena Piccinni – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa n. 3228/2018 tra le parti:

B.R. (cf (…)), E.R. (cf (…)), F.R. (cf (…)), N.R. (cf (…)), P.R. (cf (…)), L.V. (cf (…)), con gli avv. MEACCI ILARIA (cf (…)) e SANTANGELO MARIA ROSARIA (cf (…))

ATTORI

G.B. (cf (…)), con gli avv. BONACCHI STEFANO (cf (…)) e FAGNI ALESSANDRO (cf (…));

A.B. (cf (…)), C.B. (cf (…)), con l’avv. FAGNI ALESSANDRO (cf (…))

CONVENUTE

G.G.S.G., con l’avv. PANELLI FABIO (cf (…))

TERZE INTERVENUTE

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

.1. Agiscono in giudizio B.R., E.R., F.R., adia R., P.R., L.V., E.R. (quest’ultimo oi rinunciatario agli atti del giudizio per la propria posizione) chiedendo reliminarmente accertarsi e dichiararsi la reale consistenza del patrimonio el defunto A.R. al momento dell’apertura della successione e

accertarsi e dichiararsi che gli attori, nonché le convenute C.B. e A.B., sono nipoti del de cuius in quanto figli dei fratelli e sorelle di costui; in via principale, accertare e dichiarare le effettive volontà testamentarie del de cuius espresse nel testamento olografo del 16.10.2014 e, in particolare, esplicitare il significato del termine “fabbisogno” in esso menzionato, ancora accertare e dichiarare che gli attori oltre a C.B. e A.B., in quanto nipoti del de cuius, sono chiamati alla successione del medesimo e dunque accertare e dichiarare la qualità di eredi degli attori e a quale titolo, con quali diritti e in quali quote gli stessi sono stati chiamati all’eredità del de cuius, conseguentemente disporre in loro favore il rilascio dei beni ereditari nella misura che sarà accertata in corso di causa.

A fondamento di tali domande, gli attori propongono un’interpretazione della scheda testamentaria redatta dal de cuius nel senso che alla compagna di costui, convenuta nel presente giudizio, G.B. debba essere attribuito quanto necessario per il proprio sostentamento (“fabbisogno”, secondo l’espressione utilizzata dal testatore) mentre l’eccedenza sia da ripartire fra gli altri chiamati all’eredità ossia appunto i nipoti.

I.2. Si costituisce in giudizio la convenuta B., contestando le avverse domande e l’altrui interpretazione dell’atto testamentario e avanzando domanda riconvenzionale per il rimborso delle spese già versate per oneri successori e da gravare sulla massa ereditaria nonché per ottenere, pendente il giudizio, le somme necessarie per il proprio sostentamento come da volontà espressa dal de cuius ed ex adverso, in parte qua, non contestata: conclude quindi, in via preliminare, per l’emissione di ordinanza-ingiunzione ex art. 186ter c.p.c. per il rimborso delle spese riguardanti il passivo ereditario nell’importo di Euro 20.129,00 e per l’autorizzazione al prelievo dall’eredità della somma di Euro 3.000,00 mensili o altra ritenuta di giustizia per il proprio sostentamento, nel merito in tesi per essere dichiarata unica erede universale del de cuius ovvero, in ipotesi, essere dichiarata usufruttuaria con diritto di disporre fino alla propria morte dei beni ereditari anche con atti inter vivos.

I.3. Si costituiscono altresì, con autonoma e medesima comparsa, le altre convenute C.B. e A.B., aderendo all’interpretazione testamentaria data dalla convenuta B. con conseguente richiesta di rigetto delle domande attoree ovvero, in ipotesi e in caso di non accoglimento da parte del Tribunale di siffatta interpretazione, chiedendo di estendere a se medesime le richieste degli attori sia in punto di accertamento della propria qualità di eredi di A.R., sia in punto di determinazione delle quote a sé spettanti.

I.4. Si costituiscono altresì, con comparsa di intervento volontario adesivo delle ragioni attoree ex art. 105 co. 2 c.p.c., G.G. e S.G., chiedendo accertarsi e dichiararsi anche la propria qualità di chiamate all’eredità, con richiesta di estensione a se medesime di ogni effetto della sentenza da pronunciarsi in favore degli attori, in forza di relatio operata dal testatore nella scheda testamentaria del 16.10.2014 ad altra precedente scrittura nella quale sono menzionate quali nipoti anche le terze intervenute.

I.5. Accolto con ordinanza collegiale 11.10.2019 ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. in corso di causa promosso dalla convenuta B. e assegnati alle parti nel procedimento principale i termini di cui all’art. 183 co. 6 c.p.c., la causa viene ritenuta matura per la decisione su base documentale (respinte le istanze istruttorie formulate dalla sola parte attrice) e viene rimessa al Collegio sulle conclusioni delle parti come in epigrafe riportate, con assegnazione alle stesse dei termini di legge per il deposito di scritti conclusivi.

  1. Per la definizione della controversia, occorre muovere dal testo della scheda testamentaria datata 16.10.2014, non fatta oggetto di alcuna impugnativa e relativamente alla quale non v’è contestazione fra le parti che costituisca il valido atto di espressione delle ultime volontà del de cuius, anche in sostituzione di altre scritture dallo stesso redatte in precedenza.

Ivi si legge letteralmente:

“In data odierna nella mia piena facoltà di intendere e volere decido di sostituire tutti gli scritti da me fatti in data 31-07-09-10-10-11 e 10-10-2012 dopo le mie valutazioni oltre queste date. per comportamenti ricevuti dagli aventi diritto dei miei beni.

Io A.R. da oggi intendo che i miei beni alla mia morte siano così ripartiti Se dovessi mancare prima della mia suocera A.P. e della mia compagna B.G. i beni miei dovranno servire per il loro fabbisogno fino alle loro morti, se al momento di questi due decessi ci rimaranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti maschi o femmine in parti uguali.

I nomi dei nipoti sono già riportati nella scrittura del 10-10-2012.

Sono contento di tutto quello che la vita mi a dato come sapete non credo q nulla pertanto ricordatemi se volete per quello che sono stato

A.”.

Ora, evidente che le parole usate dal testatore devono essere lette e interpretate alla luce del contesto familiare e culturale di appartenenza, andando a ricercare nel concreto la reale volontà del de cuius sottesa alle espressioni utilizzate senza ricercare in esse tecnicismi giuridici che non possono pretendersi da non professionisti della materia, dal dato testuale della scrittura in analisi possono desumersi quantomeno taluni dati chiari e indubbi ossia che:

– se il de cuius dovesse morire prima della suocera e della compagna, i suoi beni andranno a costoro e dovranno servire per il loro fabbisogno;

– se anche alla morte della suocera e della compagna dovessero residuare dei beni, gli stessi dovranno essere suddivisi in parti uguali fra tutti i nipoti del de cuius, maschi o femmine, come indicati nella scrittura del 10.10.2012.

A quest’ultimo proposito, le intervenienti G.G. e S.G. hanno dedotto e documentato (cfr. deposito documentale in sede di udienza 24.9.2019) come la scrittura 10.10.2012, cui per relationem si riferisce il testamento 16.10.2014 per l’individuazione dei nipoti del testatore, indichi costoro in R.E., R.F., R.B., R.P., R.A., R.N., G.G., G.S., V.

L., B.C., B.A..

È convinzione di questo Collegio che l’atto di intervento volontario spiegato dalle pretese chiamate all’eredità G.G. e S.G. sia legittimo, radicandosi la legitimatio ad causam delle intervenienti nella relatio contenuta nel testamento 16.10.2014 ad altra precedente scrittura recante indicazione dei “nipoti” come intesi dal de cuius. Al riguardo, non si ritiene infatti possibile sostenere che, essendo stato quel precedente testamento del 10.10.2012 revocato dallo stesso testatore in forza di testamento successivo, esso non possa rivestire più alcun valore: certamente non può valere quale atto contenente le ultime volontà del de cuius, ma nulla vieta che possa avere una qualche rilevanza ad altri fini – come appunto, nella specie, ai fini dell’individuazione dei nipoti che il testatore ha inteso chiamare alla sua eredità (indipendentemente dalla problematica afferente la validità o meno della chiamata, di cui si tratterà in seguito) – allorquando sia stato lo stesso testatore ad attribuire un simile rilievo.

Né con ciò può dirsi che non sussista valida revoca del testamento 10.10.2012 avendo ad esso il testatore fatto riferimento nella successiva scheda testamentaria del 16.10.2014, atteso che la relatio contenuta in quest’ultima attiene non propriamente e direttamente alla volontà dispositiva del testatore ma semplicemente all’individuazione di un elemento (destinatari delle ultime volontà del de cuius) che ben può essere integrato da dati esterni al testamento purché definibili e accertabili come espressione delle intenzioni del de cuius. Aspetto, questo, che nella vicenda qui in decisione ricorre senz’altro, in quanto l’elemento estrinseco alla scheda testamentaria cui questa opera formale relatio consiste in documento scritto dal testatore stesso, non contraddetto né superato in parte qua dal testamento redatto in epoca successiva.

A ciò si aggiunga, a conforto, che l’individuazione dei “nipoti” operata dal de cuius appare anche ragionevole, posto che essa comprende sia i nipoti in senso giuridico ossia legati da rapporti di parentela in sensi stresso, sia nipoti c.d. “acquisiti” (le nipoti della moglie del de cuius, come pacifico oltre che documentato in causa, cfr. documentazione allegata alla mem. 183 co. 6 n. 2 c.p.c. delle parti intervenute) che quindi, nella mentalità comune, rientrano parimenti nel novero dei nipoti.

Fatta chiarezza su questo profilo e venendo alla quaestio controversa fra le parti, su cui si innervano le plurime domande variamente azionate in causa, ossia il corretto inquadramento giuridico delle ultime volontà espresse dal de cuius, reputa il Collegio dirimente la circostanza per cui l’attribuzione dei beni ai nipoti è subordinata alla previa morte dei soggetti indicati come primi beneficiari, ossia la suocera e la compagna del testatore.

Anche ponendosi nell’ottica esegetica della ricerca dell’intentio testatoris al di là di quanto strettamente risultante dalla scheda testamentaria e dunque valorizzando elementi esterni ad essa, non può farsi a meno di rilevare come anche nel precedente testamento olografo 10.10.2012 poi annullato il de cuius avesse ben chiaramente stabilito la suddetta successione cronologica, trovandosi scritto “Alla mia morte deve essere tutelata con imiei beni se ci saranno la signora A.P. e la signora B.G. fino alla loro morte nei modi e maniere in cui abbiano portato la vita fino al mio decesso. Alla morte delle signore sopracitate i beni restanti sempre se ci saranno dovranno essere così suddivisi: Alla nipote G.G. il 5% (cinque percento) del totale rimasto, il rimanente valore suddiviso in parti uguali a tutti i nipoti G.G. compresa R.E., R.F., R.B., R.P., R.N., R.A., G.G.G.S., V.L., B.C., B.A.” (cfr. deposito documentale delle terze intervenute in sede di udienza 24.9.2019).

Ne risulta quindi confermata la volontà del testatore di attribuire i propri beni in prima battura alla suocera e alla compagna, ove questa siano ancora in vita alla sua morte, e di attribuire ai nipoti i beni rimanenti solo dopo la morte anche della suocera e della compagna.

Del resto, pur dovendosi procedere all’interpretazione della volontà testamentaria anche “oltre” il dato letterale delle espressioni utilizzate dal de cuius alla ricerca dall’effettiva volontà di questi e nell’ottica di conservazione del testamento, non è però certo consentito andare “contro” la littera testamentis poiché ciò significherebbe, piuttosto che valorizzare l’effettiva volontà del testatore, mettere a tacere la stessa indebitamente.

Ebbene, come detto, nel testamento del 16.10.2014 e già in quello precedente del 10.10.2012 – a conferma di una continuità nell’intenzione dispositiva del testatore che rinsalda la stessa e la corrobora, anche dal punto di vista probatorio processuale – il de cuius si è inequivocabilmente espresso nel senso che la devoluzione dei propri beni ai nipoti debba avvenire sui beni in ipotesi rimanenti alla morte delle prime beneficiarie, ossia la suocera e la moglie.

Trattasi di aspetto indubbio e imprescindibile ai fini della soluzione della controversia che ci occupa.

Difatti, pur volendo aderire per un momento alla prospettazione attorea per cui, valorizzando il termine “fabbisogno” utilizzato dal testatore in riferimento alle prime beneficiarie A. e B., si sarebbe di fronte all’attribuzione alle predette A. e B. di un diritto di usufrutto sub specie di usufrutto vitalizio, con nuda proprietà a favore dei nipoti (o altra similare fattispecie non meglio identificata ex parte actoris e lasciata al potere interpretativo e qualificatorio del Tribunale), ci si scontra tuttavia con il dato oggettivo e insuperabile – oltre che, si ripete, presente in tutte le schede testamentarie nel tempo redatte dal R.A. – della delazione successiva (devoluzione dei beni ereditari ai nipoti dopo la morte delle prime chiamate all’eredità A. e B.) e avente ad oggetto solo i beni residui se ancora sussistenti alla morte delle prime chiamate all’eredità; laddove l’elaborazione interpretativa è costante nel ritenere incompatibile l’istituzione di eredi tributari del diritto di usufrutto e di eredi tributari del diritto di nuda proprietà qualora tali istituzioni non siano contestuali, ma appunto in ordine successivo esattamente come avvenuto nel caso di specie.

Peraltro l’istituto dell’usufrutto o dell’usufrutto vitalizio si profila, nella concreta vicenda successoria al nostro esame, contrastante con il tenore testuale della scheda testamentaria, nella quale la devoluzione ai nipoti concerne i beni ereditari eventualmente ancora sussistenti al momento della morte delle chiamate all’eredità A. e B. (“se al momento di questi due decessi ci rimarranno dei beni da gestire voglio che siano suddivisi per tutti i miei nipoti…”), dal che si desume l’assenza in capo alle istituite A. e B. dei limiti all’utilizzo dei beni che sono invece propri dell’usufruttuario.

Posto un simile contesto, ritiene allora il Tribunale di condividere l’interpretazione propugnata dalle parti convenute e suffragata da copiosa giurisprudenza di legittimità espressasi in argomento, la quale concordemente ravvisa nella c.d. delazione successiva una sostituzione fedecommissaria vietata a mente dell’art. 692 co. 5 c.c. stante da un lato l’indubbia non ricorrenza nel caso de quo delle circoscritte ipotesi in cui un tale istituto è consentito ove avente finalità assistenziali (cfr. art. 692 co. 1 c.c.), dall’altro lato e inoltre l’assenza dell’obbligo per l’istituito di “conservare e restituire alla sua morte i beni” a favore dei sostituiti come previsto invece per la sostituzione fedecommissaria lecita ex art. 692 co. 1 c.c.: nella vicenda qui in disamina, infatti, non solo non sussistono in capo a istituiti e sostituiti le qualifiche soggettive in presenza delle quali l’istituto successorio di cui si discetta è considerato lecito, ma manca altresì l’obbligazione principe posta a carico degli istituiti atteso che alle chiamate all’eredità A. e B. non è posto alcun obbligo di conservazione dei beni per poi poterli devolvere, alla loro morte, ai nipoti del de cuius, né un simile obbligo è desumibile dalla lettura complessiva del testamento o da elementi estrinseci ad esso non avendo le parti allegato né dimostrato alcunché sul punto, ma anzi nella scheda testamentaria è chiaramente detto che alla morte delle prime beneficiarie A. e B. dovrà essere devoluto ai nipoti del R. solo quanto rimanente e se ci sarà del rimanente, avendo quindi il testatore preso in considerazione come del tutto possibile anche il caso in cui niente dei bene ereditari sopravviva alle sig.re A. e B. secondo quanto risultante dalla chiara espressione del testamento 16.10.2014 “se al momento di questi due decessi ci saranno dei beni da gestire…”.

A conforto della tesi qui sostenuta, sulla scorta del tenore letterale del testamento in analisi e in mancanza, come detto, di indici anche esterni significanti una diversa o difforme volontà del testatore (i quali, per vero, si porrebbero in contrasto con quanto chiaramente espresso nella scheda testamentaria e dunque in conflitto anche con la direttiva principe in materia successoria di favor testamenti e tutela della volontà del disponente), possono citarsi le seguenti pronunce di legittimità, tutte per diversi aspetti perfettamente attagliate alla vicenda oggi in decisione:

Cass. ord. n. 25698/2018, in massima “L’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca della effettiva volontà del “de cuius”, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria; ne consegue che la disposizione con la quale il “de cuius” lascia a persone diverse rispettivamente l’usufrutto e la nuda proprietà di uno stesso bene (o dell’intero complesso dei beni ereditari) non integra gli estremi della sostituzione fedecommissaria (ma quelli di una formale istituzione di erede) quando le disposizioni siano dirette e simultanee e non in ordine successivo, i chiamati non succedano l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, e la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisca un effetto non della successione, ma della “vis espansiva” della proprietà”; conf. Cass. n. 2172/2011, Cass. n. 4435/2009;

Cass. n. 5604/2001 per cui “è ipotizzabile una istituzione con sostituzione fedecommissaria qualora il testatore, pur adoperando la terminologia corrispondente ad una attribuzione separata di usufrutto e di nuda proprietà, abbia attribuito all’onorato dell’usufrutto diritti ed obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede oppure abbia condizionato l’acquisto della qualità di erede del secondo alla sopravvivenza al primo”.

Quanto sopra conduce dunque a ravvisare, nel testamento in analisi, una non consentita sostituzione fedecommissaria c.d. de residuo, nulla ex art. 692 u.c. c.c. senza che ciò invalidi – interpretazione granitica sul punto – l’intera scheda testamentaria, in virtù dei principi cardini di conservazione del testamento (mutuato ex art. 1367 c.c.) e di tutela della volontà del testatore: ché infatti ciò che rende illecito l’istituto in parola (sostituzione fedecommissaria ex art. 692 co. 5 c.c.) è la circostanza che, tramite esso, si pretenderebbe coartare la volontà del soggetto chiamato all’eredità del de cuius, qualora si consentisse a quest’ultimo di stabilire a chi debbano essere devoluti i beni ereditari al momento della morte dell’erede istituito, dovendo invece essere preservata anche la legittima volontà testamentaria di costui il quale, una volta ereditati determinati beni, deve essere libero di disporne anche tramite i propri atti di ultima volontà.

D’altronde, se per un verso – come detto – non può sostenersi che una clausola testamentaria nulla quale quella istituente un fedecommesso de residuo vietato renda nullo tutto il testamento, sia alla luce del principio di conservazione degli atti di ultima volontà sia in forza del disposto testuale dell’art. 692 u.c. c.c. che espressamente sanziona con la nullità esclusivamente la “sostituzione” e non il testamento che la contiene, per altro verso neppure è possibile sanare una clausola nulla ex lege in forza del principio di conservazione della volontà del testatore, quasi che tale volontà soggettiva potesse superare i divieti di legge ciò che verrebbe a configurare un’insanabile contraddizione ordinamentale: tanto più in riferimento ad un divieto, come quello di cui si tratta, posto a tutela di principi di ordine pubblico quale preservare la libertà e volontà testamentaria con riguardo, in specifico, all’erede istituito che non può essere sostituito dal proprio dante causa nella designazione dei propri eredi al momento della propria morte.

All’occorrenza, si conferma in questa sede la valutazione di inammissibilità delle istanze istruttorie attoree siccome, in punto di prova per testi, vertenti su capitoli genericamente formulati e in parte anche valutativi, in punto di c.t.u. e ordine di esibizione superflue e per certi versi esplorative, stante l’interpretazione della voluntas testatoris come emergente dall’atto di ultime volontà che conduce ad escludere le attrici (così come le convenute B. e le terze intervenuti) dal novero dei chiamati all’eredità per insanabile nullità della relativa istituzione.

In definitiva quindi, non essendovi altra possibilità di diversamente interpretare la indubbia devoluzione successiva operata dal testatore A.R. se non con una invalida sostituzione fedecommissaria, deve essere dichiarata la nullità del testamento in parte qua, ossia laddove intende istituire i nipoti quali eredi dei beni rimanenti alla morte delle istituite A. e B.: mentre il testamento resta valido per il resto, dovendo quindi essere individuata – stante l’avvenuto decesso della chiamata all’eredità P.A. anteriormente al decesso del de cuius – l’unica erede testamentaria nella persona di G.B..

Ciò determina il rigetto tanto delle domande attoree, quanto delle domande adesive delle terze intervenute, assorbite invece le domande svolte in subordine dalle convenute C.B. e A.B. stante l’accoglimento della loro domanda principale, ossia di rigetto delle pretese degli attori.

La decisione assunta determina altresì l’assorbimento delle ulteriori pretese avanzate in via riconvenzionale dalla convenuta B., per il rimborso delle spese sostenute per il pagamento di passivi ereditari e per il riconoscimento del diritto a prelevare dalla massa ereditaria quanto necessario per il proprio sostentamento, domanda quest’ultima già accolta in sede di procedimento cautelare in corso di causa nel quale del resto nessuna delle controparti si è costituita nulla avendo opposto alla pretesa della convenuta B. in tal senso (il che è coerente con la prospettazione giuridica propugnata dagli attori e dalle intervenute, ossia con il riconoscimento alla convenuta B. del diritto di prelevare dall’eredità quanto occorrente per il proprio fabbisogno, con devoluzione del residuo ai nipoti): difatti, il riconoscimento della convenuta B. quale unica erede testamentaria conferisce alla stessa l’esclusività dei diritti sulla massa ereditaria e la piena disponibilità di questa.

Occorre solo, da ultimo, spendere due parole sulla domanda, formulata dalle terze intervenute per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c. e reiterata in fase conclusionale, di condanna degli eredi alla refusione delle spese sostenute dalle predette per la pubblicazione dei testamenti olografi 10.10.2011 e 10.10.2012; oltre al profilo della novità e tardività della domanda al di là del limite dell’emendatio libelli, a destituire di fondamento la pretesa delle terze intervenute conduce il rilievo per cui la pubblicazione di cui le stesse chiedono il rimborso è stata operata dalle medesime nel loro esclusivo interesse, specificamente al fine di comprovare la propria legittimazione ad intervenire quali chiamate all’eredità del de cuius, ma non essendo stata accolta la loro domanda di accertamento della loro qualità di eredi certamente dette spese non possono gravare sulla massa ereditaria ovvero sull’unica erede riconosciuta G.B. che in niente ha beneficiato da simili esborsi essendo per la stessa sufficiente, al fine di dimostrare la propria qualità di legittima erede del de cuius, la pubblicazione del solo testamento del 16.10.2014.

III. Quanto alle spese di lite, stante la soccombenza delle attrici e delle terze intervenute costoro devono essere chiamate tutte, in solido, alla refusione delle spese in favore di tutte le convenute, avendo anche le convenute B. aderito alla prospettazione della convenuta B. e chiesto in via principale il rigetto delle domande attoree.

Non viene chiamato a concorrere alle spese l’attore rinunciatario E.R. pur in assenza di accettazione espressa delle altre parti alla rinuncia, non potendosi dire detta accettazione necessaria non ravvisandosi a monte un interesse di nessuna delle altre parti contrario alla rinuncia stessa ovvero un interesse a che la causa proseguisse anche da e nei confronti del rinunciatario (cfr. art. 306 co. 1 c.p.c.): tanto più che la rinuncia di esso non ha fatto venir meno il contenzioso e quindi la possibilità per le controparti di recuperare dagli attori non rinunciatari le spese sostenute per la propria difesa.

In punto di liquidazione dei compensi, che viene operata a mente del D.M. n. 55 del 2014 in base al valore della lite indeterminabile di complessità media, ritiene il Collegio di dover tenere in conto la consistenza dell’attività processuale svolta giustificandosi al riguardo per la posizione della convenuta B. la riduzione dei compensi per la fase istruttoria limitata al deposito di due brevissime memorie ex art. 183 co. 6 n. 1 e n. 3 c.p.c. (rispettivamente di una e di due pagine), per la posizione delle convenute B. la riduzione dei compensi per le fasi di studio e introduttiva, essendosi le predette costituite a mezzo il medesimo procuratore della convenuta B. con atti di adesione alla tesi di questa e ricalcati sulla di lei comparsa costitutiva, nonché per la fase decisionale per i medesimi motivi e l’eliminazione dei compensi per la fase istruttoria, non avendo le convenute B. depositato alcuna memoria ex art. 183 co. 6 c.p.c..

Non si ritiene di far luogo ad alcun aumento né per numero di parti, poiché in realtà pur essendo numerosi i soggetti coinvolti gli stessi sono espressione di un unico e medesimo interesse (le attrici e le intervenute con intervento adesivo volontario), né per complessità delle questioni giuridiche trattate poiché invero la questione da affrontare era una sola, afferente l’interpretazione dell’istituzione a eredi dei nipoti del de cuius e inerente aspetti strettamente ed esclusivamente di diritto.

A carico delle sole parti attrici vengono poste le spese del subprocedimento cautelare azionato dalla convenuta B. in quanto, pur non essendosi in esso le attrici costituite e dunque non essendosi formalmente opposte al relativo accoglimento, tuttavia con l’introduzione del giudizio di merito hanno dato causa all’introduzione del procedimento cautelare da parte della chiamata all’eredità B. cui, pendente giudizio, era preclusa la disponibilità dei beni ereditari: non sono invece considerate le terze intervenute, che si sono costituite in senso adesivo solo nel giudizio principale senza aver dato causa esse stesse al contenzioso. Per il subprocedimento cautelare la liquidazione, a mente del D.M. n. 55 del 2014, tiene conto del valore della controversia cautelare come risultante dal decisum e del fatto che la decisione è stata assunta allo stato degli atti sulla base del solo ricorso introduttivo ex art. 700 c.p.c., assenti fase istruttoria e fase propriamente decisionale, senza riconoscimento di alcun aumento in assenza di questioni di particolare complessità e vista anche la contumacia delle controparti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Pistoia in composizione collegiale, definitivamente pronunciando, ogni contraria o diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:

1) respinge le domande attoree;

2) respinge le domande delle terze intervenute;

3) dichiara estinto il giudizio nei confronti di E.R. ai sensi dell’art. 306 c.p.c.;

4) in accoglimento della domanda riconvenzionale di parte convenuta B., dichiara G.B. erede universale del de cuius A.R.; 5) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta B., che liquida nella misura di Euro 9.275,00 oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

6) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) e le terze intervenute, in solido, alla refusione delle spese di lite in favore delle convenute A.B. e C.B., che liquida nell’importo di Euro 3.393,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge;

7) condanna le attrici (ad eccezione del rinunciatario E.R.) in solido alla refusione, in favore di parte convenuta B., delle spese del subprocedimento cautelare che liquida nell’importo di Euro 3.000,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, IVA e Cpa di legge.

Conclusione

Così deciso in Pistoia nella camera di consiglio dell’11 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2021.

FONDO VITTIME STRADA CONDANNATO MORTALE MOTO CORTE BOLOGNA

FONDO VITTIME STRADA CONDANNATO MORTALE MOTO CORTE BOLOGNA

AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI ESPERTO RISARCIMENTO INCIDENTI MORTALI 

IL FATTO

convenivano in giudizio, davanti al tribunale di Ferrara, la F.S. s.p.a. nella sua qualità di Impresa territorialmente designata per la gestione del Fondo di Garanzia delle V.S., chiedendo il risarcimento dei danni da essi subiti per effetto della morte di R.T. (figlio dei coniugi M.T. e L.T., fratello di V.T.) avvenuta a seguito del sinistro stradale verificatosi verso le ore 19.00 del 22 giugno 2002, allorché il loro congiunto, alla guida del motociclo Honda tg. (…), nel percorrere in località Berra di Ferrara il tratto della provinciale nella direzione Serravalle – Berra, nell’affrontare una curva a destra, aveva perso il controllo della motocicletta, a causa dello scivolamento determinato da una notevole presenza di sostanza oleosa sul manto stradale, cadendo e collidendo violentemente a ridosso di una protezione stradale prima di finire, praticamente ormai esanime, nella zona cortiliva di un’abitazione circostante. Gli attori deducevano che l’incidente mortale era stato la conseguenza della condotta di un ignoto conducente di veicoli ammessi alla circolazione stradale con pertinenti oneri assicurativi e che, in specifico, il fatto doveva essere esclusivamente ascritto alla responsabilità colposa di un utente di macchinario agricolo poco prima transitato nella zona e che aveva sparso sulla strada abbondanti quantità di olio.

LA MOTIVAZIONE CORTE

Le appellanti principali deducono che, diversamente da quanto ritenuto dal tribunale, la c.t.u. non avrebbe evidenziato alcun elemento di colpa nella condotta del motociclista e che, pertanto, la responsabilità del sinistro dovrebbe essere ascritta in via esclusiva o comunque assolutamente prevalente alla presenza, sul manto stradale, dell’olio perso dal veicolo sconosciuto. Sostengono, in particolare, che la velocità tenuta dal Testi era prudenziale (in quanto non solo inferiore al limite di velocità dei 90 km/h imposto in quel tratto di strada, ma anche adeguata alle condizioni di buona visibilità diurna e di tempo sereno), sicché non vi era alcuna ragione oggettiva che richiedesse una condotta di guida più prudente del normale.

6.2 – L’appellante incidentale, per contro, deduce:

  1. a) che non vi è prova che la presenza della grande macchia d’olio sulla carreggiata sia riconducibile alla responsabilità del conducente di un veicolo rimasto sconosciuto e soggetto ad assicurazione obbligatoria per la R.C.A. (potendo ipotizzarsi, ad esempio, la perdita di olio trasportato su veicolo non soggetto ad assicurazione quale un veicolo a trazione animale);

  2. b) che il sinistro si è verificato in una intersezione stradale segnalata, con segnaletica verticale di pericolo recante doppia curva pericolosa e restringimento della carreggiata da entrambi i lati che imponeva particolare prudenza e moderazione della velocità: il sinistro si sarebbe quindi verificato per colpa esclusiva o comunque assolutamente prevalente del motociclista che, se avesse marciato a velocità moderata e avesse tenuto rigorosamente la destra, avrebbe potuto agevolmente evitare la macchia d’olio che non interessava l’intera semicarreggiata.

  3. – Ritiene la Corte che, in punto a responsabilità del sinistro, sia fondato, nei limiti di seguito specificati, l’appello principale e che, per contro, non possa trovare accoglimento l’impugnazione incidentale.

7.1 – Va in primo luogo rilevato che, diversamente da quanto sostenuto da F.S. s.p.a., la riconducibilità della presenza della macchia d’olio sulla carreggiata ad un veicolo a motore soggetto ad assicurazione obbligatoria può dirsi provata. Dagli atti di indagine compiuti dai Carabinieri subito dopo la verificazione dell’incidente risulta, infatti, come puntualmente evidenziato dal giudice a quo, che sulla superficie della strada era presente una estesa macchia d’olio da motore ad iniziare dalla strada laterale di immissione sul tratto viario percorso da R.B., per poi continuare a ridosso di una lunga parte di tale tragitto della strada provinciale conducente a Berra, con continue, evidenti tracce della stessa sostanza scemanti solo in prossimità di una cooperativa/consorzio agricolo (di Serravalle fraz. di Berra) risultata in sede di indagini frequentata da diversi conducenti di macchinari agricoli con e senza rimorchi (cfr. sul punto l’annotazione di P.G. del 23/6/2002 in atti).

7.2 – Come parimenti condivisibilmente osservato dal primo giudice, non è mai stato posto in dubbio che la sostanza sparsa sul fondo stradale, in particolare con diffusioni variabili sino al massimo della metà della corsia di pertinenza del motociclista, potesse derivare dalla conduzione di un veicolo a motore, plausibilmente agricolo o similare. Il tribunale ha altresì ipotizzato che la perdita possa essere stata originata dal maldestro trasporto di oli in quantità talmente elevate da non poter essere ricondotte a fenomeni di mera perdita dai sistemi di trazione veicolare (notoriamente lubrificati da quantitativi limitati alle esigenze meccaniche) ed ha osservato (senza specifica contestazione sul punto) che si sarebbe in ogni caso in presenza di responsabilità colposa “in rapporto agli oneri ed alle incisive cautele cui tutti i gli utenti stradali sono sottoposti, ad iniziare dal governo manutentivo dei veicoli, fino alle cure/cautele da apprestare in occasione di carichi e trasporti”.

7.3 – D’altro canto, la conformazione della macchia d’olio è sintomatica della perdita continua da parte di un veicolo in movimento che teneva una determinata direzione (che ha condotto la polizia giudiziaria ad individuare con ragionevole certezza la causa della presenza della macchia d’olio nella perdita da parte di un veicolo agricolo, anche se non è stato possibile individuare il responsabile della perdita) e che si muoveva ad una velocità incompatibile con l’ipotesi, avanzata dal Fondo di garanzia nell’atto di appello, di perdita di olio (da motore) trasportato su veicolo trainato da animale. In altre parole, gli elementi in atti sono univocamente indicativi della riconducibilità della macchia d’olio presente sulla strada a perdita da parte di veicolo a motore soggetto ad obbligo assicurativo.

7.4 – Ne consegue che, non essendo contestato che R.T. abbia perso il controllo della moto a causa dell’olio presente sulla strada (che determinò la perdita di aderenza del mezzo), correttamente il Tribunale ha affermato la responsabilità del Fondo di Garanzia.

DECISIONE CORTE

Il tribunale, secondo le eredi di M.T., avrebbe liquidato in favore del proprio dante causa un importo inferiore a quello riconosciuto alla madre e prossimo al minimo riconosciuto dalle Tabelle del Tribunale di Milano (aggiornate all’anno 2011) sull’erroneo presupposto dell’esistenza di un presunto rapporto conflittuale con il figlio. Il primo giudice non avrebbe considerato il rilevante pregiudizio di natura esistenziale comunque subito dal padre del giovane deceduto, “consistito nella mancanza per il futuro, in via permanente, del rapporto relazionale, affettivo e da consuetudine di vita quotidiana con il figlio”. Le estemporanee dichiarazioni rese da V.T. nel corso delle operazioni di c.t.u. non sarebbero idonee ad “annullare il legame giuridico affettivo di particolare intensità che lega un padre ad un figlio e il dolore che secondo l’id quod plerumque accidit, consegue ad una perdita così importante”. Né, ad avviso di parte appellante, può attribuirsi rilievo, per ritenere meno intensa la sofferenza derivante dalla perdita del figlio, la patologia di carattere psichico (sindrome ansioso depressiva in compenso farmacologico) della quale M.T. soffriva da anni, dovendosi per contro ritenere che proprio l’evento luttuoso abbia comportato un approfondimento dei sintomi depressivi

AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI ESPERTO RISARCIMENTO INCIDENTI MORTALI 

  1. a) dichiara che il sinistro si è verificato per colpa del conducente di veicolo non identificato nella misura dell’80%;

  2. b) conseguentemente condanna F.S. s.p.a. quale impresa designata per il Fondo di Garanzia V.S. a pagare le seguenti ulteriori somme:

– in favore di L.M. in proprio Euro 105.116,10, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza;

– in favore di V.T. in proprio Euro 38.457,00, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza;

– in favore di L.M. e V.T., quali eredi di M.T., Euro 54.000,00 per danno non patrimoniale, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza ed Euro 1.200,76 per danno patrimoniale emergente oltre interessi legali dalla data dei pagamenti al saldo;

  1. c) rigetta l’appello incidentale;

  2. d) dichiara compensate tra le parti le spese del grado per metà e condanna F.S. quale impresa designata per il Fondo di Garanzia V.S. a rimborsare alle appellanti L.M. e V.T. la residua metà, che liquida per l’intero in Euro 683,00 per esborsi (c.u.) ed Euro 13.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso delle spese forfettarie iva e cpa;

  3. e) dà atto che ricorrono i presupposti di cui all’ 13, comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002nei confronti dell’appellante incidentale.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI BOLOGNA

Seconda Sezione Civile

riunita in Camera di Consiglio in persona dei Magistrati:

dott. Roberto Aponte – Presidente rel.

dott. Diego Di Marco – Consigliere

dott. Mariapia Parisi – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 1302 del ruolo generale dell’anno 2013

promossa da

L.M. e V.T., in proprio e quali eredi di M.T. rappresentate e difese, in forza di procura a margine dell’atto di appello, dagli avv.ti Milena Catozzi e Sauro Frignani, elettivamente domiciliati in Bologna, via San Felice 57 presso lo studio dell’avv. Lorenzo Alberti (appellanti)

contro

  1. – S. S.P.A. quale Impresa territorialmente designata per la gestione del Fondo di Garanzia V.S., in persona del Legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, in forza di procura in calce alla comparsa di costituzione e risposta, dall’avv. Marco Colombo elettivamente domiciliata in Bologna, via De Gombruti 16 presso l’avv. M. Rigoni (appellata – appellante in via incidentale)

Svolgimento del processo

  1. – L.M., M.T. e V.T., convenivano in giudizio, davanti al tribunale di Ferrara, la F.S. s.p.a. nella sua qualità di Impresa territorialmente designata per la gestione del Fondo di Garanzia delle V.S., chiedendo il risarcimento dei danni da essi subiti per effetto della morte di R.T. (figlio dei coniugi M.T. e L.T., fratello di V.T.) avvenuta a seguito del sinistro stradale verificatosi verso le ore 19.00 del 22 giugno 2002, allorché il loro congiunto, alla guida del motociclo Honda tg. (…), nel percorrere in località Berra di Ferrara il tratto della provinciale nella direzione Serravalle – Berra, nell’affrontare una curva a destra, aveva perso il controllo della motocicletta, a causa dello scivolamento determinato da una notevole presenza di sostanza oleosa sul manto stradale, cadendo e collidendo violentemente a ridosso di una protezione stradale prima di finire, praticamente ormai esanime, nella zona cortiliva di un’abitazione circostante. Gli attori deducevano che l’incidente mortale era stato la conseguenza della condotta di un ignoto conducente di veicoli ammessi alla circolazione stradale con pertinenti oneri assicurativi e che, in specifico, il fatto doveva essere esclusivamente ascritto alla responsabilità colposa di un utente di macchinario agricolo poco prima transitato nella zona e che aveva sparso sulla strada abbondanti quantità di olio.

  2. – All’esito dell’istruttoria, nel corso della quale venivano prodotti documenti, assunte prove testimoniali ed espletate c.t.u. cinematica e c.t.u. medico-legale, il Tribunale, con sentenza n. 198 del 12-14/1/2013, dichiarava che il sinistro si era verificato per pari colpa del conducente di veicolo sconosciuto che aveva perso olio rendendo scivolosa la superficie della strada e del conducente della motocicletta che aveva affrontato la curva senza tenere rigorosamente la destra e a velocità non prudenziale; condannava quindi il Fondo di Garanzia a risarcire agli attori i danni subiti a seguito della perdita del congiunto nella misura del 50%.

2.1 – Con decreto 12-14/1/2013 il tribunale provvedeva poi alla correzione di errori materiali contenuti nel dispositivo della sentenza riguardanti il computo degli interessi compensativi, da effettuarsi sulle somme devalutate ed annualmente rivalutate, e la mancata decurtazione del danno biologico da morte e delle spese funerarie in ragione della percentuale di responsabilità riconosciuta in capo al de cuius.

  1. – Avverso tale sentenza proponevano appello L.M. e V.T., in proprio e nella qualità di eredi di M.T. (deceduto ab intestato il 28/4/2012) deducendo che la responsabilità del sinistro doveva essere ascritta in via esclusiva o comunque prevalente al conducente del veicolo sconosciuto e che il danno subito dal padre di R.T. per la perdita del rapporto parentale era stato liquidato in misura insufficiente.

  2. – F.S., quale impresa designata, proponeva appello in via incidentale, affidato a sette motivi, riguardanti sia l’an che il quantum delle pretese risarcitorie. In particolare l’appellante incidentale deduceva: con i primi due motivi che non vi era prova della riconducibilità del sinistro alla condotta del conducente di veicolo rimasto non identificato soggetto all’obbligo di assicurazione R.C.A. e che, in ogni caso, la responsabilità dell’incidente mortale doveva essere ascritta in via esclusiva o prevalente alla condotta del motociclista; con il terzo motivo che la somma liquidata in favore di M.T. a titolo di danno per la perdita parentale era eccessiva; con il quarto motivo che anche le somme liquidate (in misura corrispondente ai massimi tabellari) in favore della madre e della sorella del de cuius a titolo di danno da perdita parentale erano eccessive; con il quinto motivo che, in considerazione della natura unitaria del danno non patrimoniale affermata dalle “sentenze gemelle” delle sezioni unite del S.C. del 2008, il riconoscimento, in favore della madre della sorella di un danno biologico jure proprio in aggiunta al danno morale da morte del congiunto, aveva comportato una duplicazione risarcitoria; con il sesto e il settimo motivo riproponeva in via cautelativa l’istanza di correzione degli errori materiali contenuti nel dispositivo della sentenza e già corretti dal primo giudice.

  3. – All’udienza del 17/6/2014 le parti precisavano le conclusioni trascritte in epigrafe e la Corte tratteneva la causa in decisione assegnando i termini di legge per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica.

Motivi della decisione

  1. – Devono essere esaminati congiuntamente i primi due motivi di appello principale e i primi due motivi di appello incidentale con i quali viene rimessa in discussione la responsabilità del sinistro.

6.1 – Le appellanti principali deducono che, diversamente da quanto ritenuto dal tribunale, la c.t.u. non avrebbe evidenziato alcun elemento di colpa nella condotta del motociclista e che, pertanto, la responsabilità del sinistro dovrebbe essere ascritta in via esclusiva o comunque assolutamente prevalente alla presenza, sul manto stradale, dell’olio perso dal veicolo sconosciuto. Sostengono, in particolare, che la velocità tenuta dal Testi era prudenziale (in quanto non solo inferiore al limite di velocità dei 90 km/h imposto in quel tratto di strada, ma anche adeguata alle condizioni di buona visibilità diurna e di tempo sereno), sicché non vi era alcuna ragione oggettiva che richiedesse una condotta di guida più prudente del normale.

6.2 – L’appellante incidentale, per contro, deduce:

  1. a) che non vi è prova che la presenza della grande macchia d’olio sulla carreggiata sia riconducibile alla responsabilità del conducente di un veicolo rimasto sconosciuto e soggetto ad assicurazione obbligatoria per la R.C.A. (potendo ipotizzarsi, ad esempio, la perdita di olio trasportato su veicolo non soggetto ad assicurazione quale un veicolo a trazione animale);

  2. b) che il sinistro si è verificato in una intersezione stradale segnalata, con segnaletica verticale di pericolo recante doppia curva pericolosa e restringimento della carreggiata da entrambi i lati che imponeva particolare prudenza e moderazione della velocità: il sinistro si sarebbe quindi verificato per colpa esclusiva o comunque assolutamente prevalente del motociclista che, se avesse marciato a velocità moderata e avesse tenuto rigorosamente la destra, avrebbe potuto agevolmente evitare la macchia d’olio che non interessava l’intera semicarreggiata.

  3. – Ritiene la Corte che, in punto a responsabilità del sinistro, sia fondato, nei limiti di seguito specificati, l’appello principale e che, per contro, non possa trovare accoglimento l’impugnazione incidentale.

7.1 – Va in primo luogo rilevato che, diversamente da quanto sostenuto da F.S. s.p.a., la riconducibilità della presenza della macchia d’olio sulla carreggiata ad un veicolo a motore soggetto ad assicurazione obbligatoria può dirsi provata. Dagli atti di indagine compiuti dai Carabinieri subito dopo la verificazione dell’incidente risulta, infatti, come puntualmente evidenziato dal giudice a quo, che sulla superficie della strada era presente una estesa macchia d’olio da motore ad iniziare dalla strada laterale di immissione sul tratto viario percorso da R.B., per poi continuare a ridosso di una lunga parte di tale tragitto della strada provinciale conducente a Berra, con continue, evidenti tracce della stessa sostanza scemanti solo in prossimità di una cooperativa/consorzio agricolo (di Serravalle fraz. di Berra) risultata in sede di indagini frequentata da diversi conducenti di macchinari agricoli con e senza rimorchi (cfr. sul punto l’annotazione di P.G. del 23/6/2002 in atti).

7.2 – Come parimenti condivisibilmente osservato dal primo giudice, non è mai stato posto in dubbio che la sostanza sparsa sul fondo stradale, in particolare con diffusioni variabili sino al massimo della metà della corsia di pertinenza del motociclista, potesse derivare dalla conduzione di un veicolo a motore, plausibilmente agricolo o similare. Il tribunale ha altresì ipotizzato che la perdita possa essere stata originata dal maldestro trasporto di oli in quantità talmente elevate da non poter essere ricondotte a fenomeni di mera perdita dai sistemi di trazione veicolare (notoriamente lubrificati da quantitativi limitati alle esigenze meccaniche) ed ha osservato (senza specifica contestazione sul punto) che si sarebbe in ogni caso in presenza di responsabilità colposa “in rapporto agli oneri ed alle incisive cautele cui tutti i gli utenti stradali sono sottoposti, ad iniziare dal governo manutentivo dei veicoli, fino alle cure/cautele da apprestare in occasione di carichi e trasporti”.

7.3 – D’altro canto, la conformazione della macchia d’olio è sintomatica della perdita continua da parte di un veicolo in movimento che teneva una determinata direzione (che ha condotto la polizia giudiziaria ad individuare con ragionevole certezza la causa della presenza della macchia d’olio nella perdita da parte di un veicolo agricolo, anche se non è stato possibile individuare il responsabile della perdita) e che si muoveva ad una velocità incompatibile con l’ipotesi, avanzata dal Fondo di garanzia nell’atto di appello, di perdita di olio (da motore) trasportato su veicolo trainato da animale. In altre parole, gli elementi in atti sono univocamente indicativi della riconducibilità della macchia d’olio presente sulla strada a perdita da parte di veicolo a motore soggetto ad obbligo assicurativo.

7.4 – Ne consegue che, non essendo contestato che R.T. abbia perso il controllo della moto a causa dell’olio presente sulla strada (che determinò la perdita di aderenza del mezzo), correttamente il Tribunale ha affermato la responsabilità del Fondo di Garanzia.

  1. – Ciò posto, osserva la Corte che dalla c.t.u. espletata – che ha preso analiticamente in considerazione tutte le risultanze di carattere obiettivo e le cui conclusioni sono sorrette da motivazione ampia, logica e priva di lacune o contraddizioni – è emerso:

– che R.T., in sella ad una motocicletta potente e dall’impronta nettamente sportiva, giunse a ridosso della curva destrorsa ad una velocità di circa 78 km/h nell’ambito di un percorso extraurbano connotato, all’epoca, dal limite di 90 km/h;

– che il motociclista perse aderenza e il motoveicolo scivolò all’imbocco della curva destrorsa, in corrispondenza della porzione della corsia di marcia di sua pertinenza – pari a un terzo/un mezzo massimo dalla linea di mezzeria – su cui vi era il liquido (che, come emerge dai rilievi effettuati dai carabinieri, in quel punto interessava per gran parte la corsia di sinistra).

8.1 – Sulla base di tali dati il Tribunale ha ritenuto sussistente un concorso di colpa del 50% del motociclista sul rilievo che, se il Testi avesse tenuto un’andatura più ridotta (al di sotto dei settanta chilometri orari), non solo sarebbe stata più agevole la visione di quello che aveva, in realtà, mutato l’uniformità cromatica del manto stradale, ma una più lenta marcia avrebbe senza dubbio attenuato i dinamismi del fatto e le stesse conseguenze, sino al punto di poter elidere l’esito fatale prodottosi. Ha in particolare ritenuto, il primo giudice, che, pur essendo la velocità del motoveicolo inferiore di circa 12 km/h al limite dei 90 Km/h prescritto in quel tratto di strada, la limitata larghezza della strada, la presenza di intersezione con una strada laterale sinistra, la presenza della curva posta in prossimità di un piccolo abitato con la delimitazione inoltre del guard rail conformato in pericolosa struttura metallica, imponevano una velocità particolarmente prudenziale (come evidenziato anche dal fatto che quattro anni dopo il fatto il limite di velocità era stato abbassato in quella zona a settanta chilometri orari); velocità prudenziale che, anche in considerazione le caratteristiche del mezzo (che consente spazi visuali superiori a quelli di altri veicoli per il fatto che il conducente si trova in una posizione abbastanza rialzata e con una postura che consente possibilità ispettive maggiori rispetto ad altri veicoli in quanto il conducente ha direttamente, senza ostacoli ad anche in senso ravvicinato, il quadro del percorso che gli si presenta particolarmente nella prospettiva anteriore potendo, molto meglio di altri utenti, se non affetto da limitazioni visive, cogliere, in stato di attenta concentrazione, tutte le particolarità dello stato del manto stradale), avrebbe potuto consentire al conducente di arrestare in tempo il veicolo o di impostare una traiettoria più in prossimità del margine destro della corsia (anziché più spostata verso il centro se non oltre, proprio dove si trovava la distesa di olio) dove l’asfalto era pulito.

8.2 – Tali considerazioni sono condivisibili quanto alla sussistenza di un concorso di colpa del conducente della motocicletta: il motociclista doveva invero affrontare un tratto di strada caratterizzato da una doppia curva, un restringimento di carreggiata e una intersezione con una laterale sinistra. In tale situazione un conducente prudente avrebbe dovuto affrontare la curva a velocità particolarmente moderata e ciò tanto più che la anomalia del fondo stradale, per il diverso colore della sostanza oleosa, era visibile. La macchia d’olio, inoltre, come si è già avuto modo di osservare, anche se di consistente estensione, non occupava tutta la carreggiata. È vero, pertanto, che il M., con maggiore attenzione e prudenza avrebbe potuto transitare sulla parte di carreggiata, posta sulla destra, non interessata dalla presenza della sostanza scivolosa; tuttavia la situazione di grave pericolo determinata dall’ignoto conducente del veicolo ha avuto di certo maggiore efficienza causale nella determinazione del sinistro. Ritiene la Corte, in ultima analisi, che la responsabilità dell’incidente mortale debba essere ascritta al conducente del veicolo non identificato nella misura dell’80% e nella misura del 20% a R.M..

  1. – Tanto premesso quanto alla responsabilità, devono essere esaminati congiuntamente, perché riguardanti il medesimo danno, il terzo motivo di appello principale, con il quale le appellanti si dolgono della “errata valutazione e conseguente determinazione dell’entità del danno da perdita del rapporto parentale” subito dal padre di R.T. (danno, in tesi, liquidato in misura insufficiente), ed il terzo motivo di appello incidentale, con il quale F.S. lamenta la liquidazione in misura eccessiva del medesimo pregiudizio.

9.1 – Il tribunale, secondo le eredi di M.T., avrebbe liquidato in favore del proprio dante causa un importo inferiore a quello riconosciuto alla madre e prossimo al minimo riconosciuto dalle Tabelle del Tribunale di Milano (aggiornate all’anno 2011) sull’erroneo presupposto dell’esistenza di un presunto rapporto conflittuale con il figlio. Il primo giudice non avrebbe considerato il rilevante pregiudizio di natura esistenziale comunque subito dal padre del giovane deceduto, “consistito nella mancanza per il futuro, in via permanente, del rapporto relazionale, affettivo e da consuetudine di vita quotidiana con il figlio”. Le estemporanee dichiarazioni rese da V.T. nel corso delle operazioni di c.t.u. non sarebbero idonee ad “annullare il legame giuridico affettivo di particolare intensità che lega un padre ad un figlio e il dolore che secondo l’id quod plerumque accidit, consegue ad una perdita così importante”. Né, ad avviso di parte appellante, può attribuirsi rilievo, per ritenere meno intensa la sofferenza derivante dalla perdita del figlio, la patologia di carattere psichico (sindrome ansioso depressiva in compenso farmacologico) della quale M.T. soffriva da anni, dovendosi per contro ritenere che proprio l’evento luttuoso abbia comportato un approfondimento dei sintomi depressivi.

9.2 – A fronte di tali doglianze, l’appellante in via incidentale sostiene invece che l’importo liquidato dal primo giudice in favore del padre sia eccessivo (e dovrebbe essere ridotto ad una somma compresa tra Euro 100.000,00 ed Euro 150.000,00) proprio in ragione delle circostanze evidenziate dallo stesso Tribunale.

  1. – Tutte le predette censure sono prive di fondamento.

10.1 – Va premesso che la tabella elaborata dal Tribunale di Milano per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante dalla perdita di un congiunto ha valore orientativo e prevede uno scarto tra un minimo ed un massimo proprio perché nella liquidazione si deve tenere conto di tutte le circostanze del caso concreto (la Tabella 2011, utilizzata dal giudice a quo, fissa una forbice da 154.350,00 a 308.700,00 in favore di ciascun genitore per l’ipotesi di morte di un figlio).

10.2 – Nella fattispecie il Tribunale, mentre ha liquidato in favore della madre di R.T., un importo (Euro 300.000,00) prossimo al massimo tabellare, ha determinato il danno subito dal padre in misura inferiore, compresa tra il valore minimo e quello medio (Euro 180.000,00), in ragione della diversa qualità del rapporto che legava M.T. al figlio.

10.3 – Dagli accertamenti compiuti per verificare la sussistenza di un eventuale danno biologico da morte, è emerso, infatti, un quadro delle relazioni familiari che restituisce l’immagine di un rapporto padre-figlio connotato da particolari (e inusuali) elementi di contrasto e conflittualità, dei quali correttamente il tribunale ha tenuto conto ai fini della liquidazione. V.T. ha riferito infatti della elevata conflittualità del rapporto tra il fratello e il padre, caratterizzato da frustrazione delle aspirazioni del figlio, da episodi di violenza (“si sono presi a botte due volte”), dall’allontanamento del figlio dall’abitazione familiare avvenuto quando Riccardo aveva l’età di ventuno anni. Anche la M., che ha riferito come in realtà fosse di fatto separata dal coniuge essendo il rapporto di convivenza dovuto a necessità abitative, ha narrato una storia intessuta di incomprensioni e atteggiamenti ostili tra il padre ed i figli.

10.4 – Il tribunale ha dunque correttamente valutato tutte le circostanze del caso concreto laddove ha condivisibilmente osservato che, sulla base degli elementi emersi dalle approfondite ed argomentate indagini compiute in sede di c.t.u. medico-legale, è risultata provata “l’esistenza di una relazione affettivo familiare tra padre e figlio, quasi ventisettenne al momento della morte, consolidatasi da tempo secondo critici indici di contrasto ed assai scarsa compartecipazione nelle attività riconducibili tutti i profili della vita familiare, nel quadro di rapporti deteriorati per via di incompatibilità caratteriali che avevano progressivamente determinato effettive forme di distacco, anche abitative, di R.T. del padre, sofferente quest’ultimo peraltro di marcati e perduranti disturbi psichici clinicamente accertati”.

10.5 – Deve concludersi, allora, che, pur essendo ovvia l’impossibilità, sottolineata dal Tribunale, di sondare le più profonde pulsioni affettive, il dato che emerge dalla accurata indagine compiuta dal c.t.u. è quello, puntualmente evidenziato nella sentenza oggetto di gravame, di una “relazione assolutamente non connotata, sotto più profili, da intensi vincoli e reciproci affidamenti”, che, mentre non giustificherebbe una liquidazione inferiore ai minimi (richiesta dall’appellante in via incidentale), consente di ritenere adeguata al caso concreto la quantificazione del danno operata con la sentenza oggetto di gravame.

  1. – È parimenti infondato il quarto motivo di appello incidentale, con il quale il FGVS contesta la eccessività della liquidazione del danno non patrimoniale alla madre ed alla sorella del de cuius. In considerazione, infatti, dell’età di R.T., del rapporto di convivenza, del fatto che proprio in considerazione degli aspetti problematici relativi alla figura di M.T., il giovane costituiva punto di riferimento nell’ambito del nucleo familiare per la madre e la sorella, si giustifica la liquidazione del danno perdita parentale in misura prossima al massimo della “forbice” tabellare.

  2. – Con il quinto motivo di appello incidentale la compagnia assicuratrice lamenta che sia stato autonomamente liquidato, in favore della madre e della sorella di R.T., il danno biologico subito jure proprio a seguito del decesso del congiunto. Il riconoscimento di tale danno, tanto più allorché si tratti, come nel caso della M., di un danno di natura psichica permanente, comporterebbe, ad avviso dell’appellante, una duplicazione risarcitoria rispetto a quella connessa al danno non patrimoniale nel suo complesso, trattandosi pur sempre di sofferenza morale e quindi di pregiudizio di identica natura che, secondo l’orientamento che ha preso avvio con le “sentenze gemelle” delle sezioni unite della S.C. del 2008, deve essere liquidato unitariamente, posto che rientra nel danno biologico ogni sofferenza fisica o psichica provata dalla vittima, che di quel danno per sua natura costituisce componente.

  3. – Anche tale censura non può essere condivisa.

13.1 – La morte di un prossimo congiunto può causare nei superstiti sia una sofferenza morale per la perdita del rapporto parentale, sia un danno consistente nella compromissione dello stato di salute fisica o psichica di chi lo invoca del quale va tenuto debito conto ai fini risarcitori. Come ritenuto dalla S.C. (anche dopo le sentenze richiamate dall’appellante), invero, il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela ex art. 32 Cost., ove risulti intaccata l’integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall’interesse all’integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all’art. 2 Cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l’interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli arti. 2, 29 e 30 Cost. (Cass. 3/2/2011 n. 2557).

13.2 – Con tale ultimo arresto la S.C., in particolare, pur muovendosi nell’ambito della riconosciuta “categoria unitaria” del danno non patrimoniale – risarcibile ex art. 2059 c.c., fra l’altro, in tutti i casi in cui il fatto illecito abbia leso un interesse o un valore della persona non suscettibile di valutazione economica di rilievo costituzionale – afferma la possibilità di distinguere “diverse sottocategorie di danno” , le quali, proprio in quanto diverse, vengono diversamente considerate, sia sotto il profilo delle modalità di accertamento del pregiudizio prodotto sia ai fini della liquidazione del risarcimento dovuto.

13.3 – Ancora più recentemente, del resto, la S.C. (Cass. 20/11/2012, n. 20292) ha osservato che il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l’illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili; né tale conclusione contrasta col principio di unitarietà del danno non patrimoniale, sancito dalla sentenza n. 26972 del 2008 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, giacché quel principio impone una liquidazione unitaria del danno, ma non una considerazione atomistica dei suoi effetti (in applicazione del suddetto principio, la S.C. ha confermato la sentenza di merito la quale, in un caso di danno da uccisione del prossimo congiunto, aveva liquidato ai congiunti due doversi danni, definiti l’uno morale e l’altro esistenziale).

13.4 – D’altro canto, anche qualora si volesse accedere alla tesi dell’impossibilità di una liquidazione separata delle due voci di danno considerate quali mere voci descrittive di diverse conseguenze dannose, la compromissione dell’integrità psicofisica subita dal superstite a seguito della morte del congiunto (sia in relazione al danno temporaneo che a quello permanente) dovrebbe pur sempre essere considerata nella determinazione complessiva del danno non patrimoniale (con adeguata personalizzazione del danno), sicché si giungerebbe, sotto il profilo della liquidazione, al medesimo risultato.

  1. – Con il sesto ed il settimo motivo di appello incidentale, infine, F.S. denuncia errori (riguardanti il computo degli interessi compensativi, da effettuarsi sulle somme devalutate ed annualmente rivalutate e la mancata decurtazione del danno biologico da morte e delle spese funerarie in ragione della percentuale di responsabilità riconosciuta in capo al de cuius) che sono state corretti, come dato atto dalla stessa appellante nelle difese conclusive, con decreto pronunciato dal Tribunale in data 12-14/1/2013.

  2. – In conclusione, rigettati tutti i rimanenti motivi di appello, per effetto della diversa statuizione riguardante la responsabilità del sinistro (supra sub. 8.2.) il credito delle appellanti, per risarcimento danni, deve essere rideterminato in Euro 280.309,60 quanto a L.M., Euro 102.552,00 quanto a V.T. ed Euro 144.00,00 per danno non patrimoniale ed Euro 3.201,76 per danno patrimoniale emergente quanto a M.T. (nella cui posizione sono subentrate le eredi). L’appellata deve conseguentemente essere condannata a pagare alle appellanti le ulteriori somme di seguito specificate:

– in favore di L.M. in proprio Euro 105.116,10;

– in favore di V.T. in proprio Euro 38.457,00;

– in favore di L.M. e V.T. quali eredi di M.B. Euro 54.000,00 per danno non patrimoniale ed Euro 1.200,76 per danno patrimoniale emergente.

  1. – A titolo di lucro cessante l’appellata deve inoltre corrispondere gli interessi compensativi a titolo di lucro cessante, come statuito, senza impugnazione sul punto, dalla sentenza di primo grado, sulle somme dovute a titolo di risarcimento dei danni non patrimoniali devalutate alla data del giugno 2002 e rivalutate anno per anno fino alla data della presente sentenza nonché gli interessi legali sulla somma di Euro 1.200,76 (dovuta per danno patrimoniale emergente) dalle date degli esborsi al saldo.

  2. – In considerazione del solo parziale accoglimento dell’appello principale ricorrono giusti motivi per compensare anche le spese del grado (liquidate per l’intero in dispositivo) per un mezzo, con condanna dell’appellata alla rifusione, in favore degli appellanti, della residua metà. Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’art. 13, comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002nei confronti dell’appellante incidentale.

P.Q.M.

LA CORTE

in parziale accoglimento dell’appello principale e, per l’effetto, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Ferrara n. 198 del 25/1-13/2/2012 (come corretta con provvedimento dello stesso Tribunale in data 12-1/1/2013), che nel resto conferma, così provvede:

  1. a) dichiara che il sinistro si è verificato per colpa del conducente di veicolo non identificato nella misura dell’80%;

  2. b) conseguentemente condanna F.S. s.p.a. quale impresa designata per il Fondo di Garanzia V.S. a pagare le seguenti ulteriori somme:

– in favore di L.M. in proprio Euro 105.116,10, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza;

– in favore di V.T. in proprio Euro 38.457,00, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza;

– in favore di L.M. e V.T., quali eredi di M.T., Euro 54.000,00 per danno non patrimoniale, oltre interessi compensativi su detta somma devalutata al giugno 2002 e rivalutata anno per anno, dal giugno 2002 alla data della presente sentenza ed Euro 1.200,76 per danno patrimoniale emergente oltre interessi legali dalla data dei pagamenti al saldo;

  1. c) rigetta l’appello incidentale;

  2. d) dichiara compensate tra le parti le spese del grado per metà e condanna F.S. quale impresa designata per il Fondo di Garanzia V.S. a rimborsare alle appellanti L.M. e V.T. la residua metà, che liquida per l’intero in Euro 683,00 per esborsi (c.u.) ed Euro 13.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso delle spese forfettarie iva e cpa;

  3. e) dà atto che ricorrono i presupposti di cui all’ 13, comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002nei confronti dell’appellante incidentale.

Conclusione

Così deciso in Bologna, il 30 gennaio 2015, nella camera di consiglio della seconda sezione civile della Corte d’Appello.

Depositata in Cancelleria il 13 marzo 2015.

AVVOCATO A BOLOGNA SERGIO ARMAROLI ESPERTO RISARCIMENTO INCIDENTI MORTALI 

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