Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA – avvocato s.armaroli bologna

TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA- AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO 

RISOLVI URGENTE – TESTAMENTO OLOGRAFO TRANSAZIONE NULLA- DEVI CHIAMARE AFFRETTATI 051 6447838

DOMANDA attorea

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Divisioni Testamenti Successioni ereditarie a Bologna

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Avvocato Sergio Armaroli esperto in diritto delle successioni e ereditario

 

La presente difesa in via istruttoria, conclude affinché qualora il Tribunale non ritenga ictu oculi e all’evidenza che la sottoscrizione del testamento olografo impugnato non sia obiettivamente riconducibile al de cuius M(omissis) A(omissis),

Voglia disporre perizia grafologia tramite CTU volta ad “esaminare gli atti documenti di causa ed il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) nato a (omissis) il (omissis).(omissis).1911 pubblicato in data 18.02.2006 Notaio G. M(omissis) Rep. N. (omissis) – Racc. (omissis), acquisite se necessario le ulteriori scritture di comparazione effettuato ogni altro accertamento che riterrà opportuno, se la detta scheda testamentaria sia stata redatta di pugno, sia nel testo che nella sottoscrizione, da M(omissis) A(omissis) o se sia apocrifa”.

La presente difesa, nel merito, conclude nei seguenti termini:

Voglia l’Ill.ma Autorità adita, respinta ogni eccezione e deduzione avversa:

1) accertare che il sig. YY è erede del sig. M(omissis) A(omissis) per rappresentazione della figlia premorta del de cuius, sig.ra M(omissis) G(omissis) e dunque quale nipote in linea retta;

2) accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) è falso in quanto non redatto e/o sottoscritto dalla mano del testatore, con ogni consequenziale provvedimento: in particolare, respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, dichiarare l’apertura della successione ex lege in favore altresì del sig. YY e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione di un quarto (1/4) delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del Comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in ragione di 1/4 tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di (omissis) oggi Intesa San Paolo SpA – ed a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e / o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

DECISIONE

Il Tribunale ritiene che debba essere dichiarata l’inammissibilità per tardività delle domande proposte per la prima volta nella memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c. (invalidità / risoluzione per inadempimento della transazione del 4-7-2016 e petizione di eredità) e l’inammissibilità delle domande proposte in atto di citazione (impugnazione del testamento di YY e accertamento della propria qualità di erede) per intervenuta transazione.

Infatti, una volta che sia acquisita la prova della transazione o questa risulti dagli atti o sia ammessa dalle parti, il giudice deve dichiarare anche d’ufficio l’inammissibilità della domanda per difetto dell’interesse ad agire qualora la transazione sia intervenuta antecedentemente all’inizio della lite; va invece dichiarata la cessazione della materia del contendere per sopravvenienza del difetto dell’interesse ad agire nel caso di transazione nel corso del giudizio (cfr. Trib. Bologna, 19/04/2011).

Nel caso di specie, con la transazione sottoscritta da YY e XX il 4-7-2016, che aveva ad oggetto, oltre alla successione di M(omissisA(omissis), di cui qui si tratta, anche le successioni di T(omissis) E(omissis), padre di YY e XX, e di M(omissis) G(omissis), madre dei medesimi, le parti hanno dichiarato al punto 5) “Successione della signora M(omissis) G(omissis) e del signor M(omissis) A(omissis): esse parti sottoscriventi, con la sottoscrizione del presente accordo, rinunciano espressamente e reciprocamente a ogni domanda o pretesa in ordine alla successione della madre, signora M(omissis) G(omissis), e alla successione del Sig. M(omissis) A(omissis), ivi comprese quelle proposte nei procedimenti di mediazione descritti in premessa e, dunque, di non avere più nulla da pretendere o domandare reciprocamente in relazione alle domande e pretese avanzate in sede di mediazione, nonché di ogni altra possibile domanda od eccezione rispetto a tali successioni.“.

Si rammenta, infatti, che con la domanda di mediazione depositata il 17-3-2015, indirizzata alla sola XX, l’odierno attore aveva chiesto, fra l’altro, di accertare la nullità del testamento di M(omissisA(omissis) con conseguente attribuzione ex lege dei beni lasciati dal de cuius.

Ad abundantiam, si osserva che in base al disposto dell’art. 1972 c.c. (testualmente, il codice civile all’art. 1972, dispone: Transazione su un titolo nullo. 1. E’ nulla la transazione relativa a un contratto illecito, ancorché le parti abbiano trattato della nullità di questo. 2. Negli altri casi in cui la transazione è stata fatta relativamente a un titolo nullo, l’annullamento di essa può chiedersi solo dalla parte che ignorava la causa di nullità del titolo.), l’attore non avrebbe potuto in ogni caso proporre la domanda — tardiva — di annullamento della transazione, dato che egli, all’epoca in cui la transazione era stata conclusa (4-7-2016), già aveva posto in dubbio l’autenticità del testamento di M(omissisA(omissis) e comunque ne conosceva il contenuto, in base al quale egli era stato completamente pretermesso (cfr. domanda di mediazione da lui depositata nei confronti della sorella in data 17-3-2015).

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1 – dichiara inammissibili le domande proposte dall’attore;

2 – condanna l’attore a rifondere ai convenuti JJ e XX le spese di lite che si liquidano, per ciascuno, in euro 5.355 per compensi, oltre spese generali e accessori come per legge.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

PRIMA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Silvia Migliori – Presidente

dott. Francesca Neri – Giudice Relatore

dott. Arianna D’Addabbo – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado avente ad oggetto:

impugnazione di testamento – azione di riduzione per lesione di legittima

iscritta al n. r.g. 8148/2018 promossa da:

YY (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Maria Di Rocco, elettivamente domiciliato in Via Baldinucci, 10 Prato, presso il difensore avv. Maria Di Rocco

ATTORE

contro

JJ (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Micaela Venturi e dell’avv. Silvia Sanesi (c.f. omissis) Bologna; elettivamente domiciliato presso l’avv. Patrizia Vannini – Corte de’ Galluzzi, 13 Bologna, presso il difensore avv. Micaela Venturi

XX (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Gabriele Grifasi, elettivamente domiciliato in via Quirico Baldinucci, 14/a Prato, presso il difensore avv. Gabriele Grifasi

CONVENUTI

con l’intervento

del Pubblico Ministero,

INTERVENUTO

CONCLUSIONI

Attore YY:

La presente difesa in via istruttoria, conclude affinché qualora il Tribunale non ritenga ictu oculi e all’evidenza che la sottoscrizione del testamento olografo impugnato non sia obiettivamente riconducibile al de cuius M(omissis) A(omissis),

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Voglia disporre perizia grafologia tramite CTU volta ad “esaminare gli atti documenti di causa ed il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) nato a (omissis) il (omissis).(omissis).1911 pubblicato in data 18.02.2006 Notaio G. M(omissis) Rep. N. (omissis) – Racc. (omissis), acquisite se necessario le ulteriori scritture di comparazione effettuato ogni altro accertamento che riterrà opportuno, se la detta scheda testamentaria sia stata redatta di pugno, sia nel testo che nella sottoscrizione, da M(omissis) A(omissis) o se sia apocrifa”.

La presente difesa, nel merito, conclude nei seguenti termini:

Voglia l’Ill.ma Autorità adita, respinta ogni eccezione e deduzione avversa:

1) accertare che il sig. YY è erede del sig. M(omissis) A(omissis) per rappresentazione della figlia premorta del de cuius, sig.ra M(omissis) G(omissis) e dunque quale nipote in linea retta;

2) accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) è falso in quanto non redatto e/o sottoscritto dalla mano del testatore, con ogni consequenziale provvedimento: in particolare, respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, dichiarare l’apertura della successione ex lege in favore altresì del sig. YY e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione di un quarto (1/4) delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del Comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in ragione di 1/4 tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di (omissis) oggi Intesa San Paolo SpA – ed a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e / o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

3) In denegata ipotesi accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) ha leso la quota di legittima spettante al sig. YY su di un valore di massa ereditaria pari a complessivi € 149.191,94 fiscali ed € 468.812,50 in virtù dei valori OMI, e respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, disporre la conseguente riduzione delle disposizioni testamentarie in relazione alle proprietà dei beni immobili rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…, e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione della quota legittima delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in virtù della quota legittima tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di Castiglione dei Pepoli oggi Intesa San Paolo SpA – a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e / o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

4) Con condanna ex art.96 cpc delle parti convenute

5) Con vittoria di spese legali.”:

Convenuto JJ:

In via preliminare:

dichiarare inammissibili le domande nuove introdotte dall’attore con la memoria ex art. 183 VI comma n. 1, come dedotto da questa difesa nella memoria ex art. 183 VI comma n. 2:

Nel merito

Rigettare le domande formulate dall’attore sia in via preliminare, sia in tesi sia in ipotesi poiché infondate, non provate e quanto all’azione di riduzione anche prescritta.

Con vittoria di spese e compensi del giudizio.“.

Convenuta XX:

Previo accertamento di tardività, inammissibilità e non contestazione ex art. 115 cpc dell’eccezione di inadempimento della Sig.ra XX alla transazione del 04.07.2019 formulata in memoria n. 1 ex art. 183 cpc dall’attore, come dedotto in sede di memoria ex art. 183 n. 2 cpc, il Tribunale di Bologna, per tutti i titoli e la causali di cui in premessa, Voglia:

1. Dichiarare inammissibili, improcedibili nei confronti della Sig.ra XX e comunque infondate le domande svolte nei suoi confronti per intervenuta transazione e rinuncia dell’attore alle domande e alle azioni per cui è causa;

2. Dichiarare infondate, inammissibili e improcedibili nei confronti della Sig.ra XX le domande svolte nei suoi confronti per intervenuta conferma ex art. 590 c.c. delle disposizioni testamentarie impugnate;

3. Dichiarare inammissibili le domande nuove formulate dall’attore in sede di memoria ex art. 183 n.1 cpc, come indicate e per i motivi espressi con la memoria ex art. 183 n. 2 cpc depositata dalla convenuta XX;

4. Nella denegata ipotesi di mancato accoglimento sopra svolte respingere le domande avanzate dall’attore perché infondate e inammissibili.

Con vittoria di spese e compensi professionali di lite.“.

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

§

Con atto di citazione ritualmente notificato, YY conveniva in giudizio XX e JJ, esponendo che: in data 7-6-2005 era deceduto M(omissisA(omissis), padre di JJ e di M(omissis) G(omissis), a lui premorta, a sua volta madre di YY e XX; con testamento olografo datato 10-3-2005 e pubblicato il 18.02.2006, il de cuius così disponeva: “Io sottoscritto M(omissis) A(omissis) nato a (omissis) il (omissis)-(omissis)-1911 residente a (omissis) in Via (omissis) in piena facoltà mentale lascio gli appartamenti di mia proprietà in Via (omissis) n. (omissis) quello di sinistra a mio figlio JJ quello di destra a mia nipote XX il garage metà ciascuno. A mia moglie L(omissis) L(omissis) lascio l’usufrutto di tutto.“; l’attore allegava la falsità del testamento per non essere stato redatto di proprio pugno dal testatore; nella denegata ipotesi in cui fosse ritenuto autentico, chiedeva accertarsi la propria qualità di erede legittimo, totalmente pretermesso dal testatore; così concludeva:

Voglia l’Ill.mo Tribunale adito contrariis rejectis:

1) In via preliminare: accertare che il sig. YY è erede del sig. M(omissis) A(omissis), per rappresentazione sig.ra M(omissis) G(omissis), quale figlia premorta del de cuius;

2) In tesi: accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) è falso in quanto non redatto e/o sottoscritto dalla mano del testatore, con ogni consequenziale provvedimento, dichiarare l’apertura della successione ex lege.

3) In denegata ipotesi: accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) lede la quota di legittima spettante al sig. YY e, disporre la riduzione delle disposizioni testamentarie in relazione alle proprietà dei beni immobili rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…, in favore dello stesso.

Con vittoria di spese e onorari, in caso di opposizione dei convenuti.

Con ogni più ampia riserva istruttoria.

Si costituiva tempestivamente il convenuto JJ, eccependo l’intervenuta transazione di ogni pretesa relativa alla successione M(omissisA(omissis), per effetto della scrittura privata in data 4-7-2016, intervenuta fra l’attore e la di lui sorella XX, della quale egli dichiarava formalmente di volere profittare (ex art. 1304 c.c.). Faceva presente che il procedimento di mediazione obbligatoria non era stato instaurato e in ogni caso eccepiva la prescrizione decennale dell’azione di riduzione, essendosi la successione aperta il 7-6-2005. (cfr. Cass. SS.UU. 20644/2004: «Il termine di prescrizione dell’azione di riduzione decorre dalla data di accettazione dell’eredità da parte del chiamato in base a disposizioni testamentarie lesive della legittima.»).

Si costituiva tempestivamente la convenuta XX chiedendo dichiararsi inammissibili le domande dell’attore per effetto dell’intervenuta transazione in data 4-7-2016, nonché per intervenuta conferma delle disposizioni testamentarie nulle ex art. 590 c.c., laddove nella transazione medesima l’attore riconosceva in capo alla convenuta la proprietà dell’immobile alla medesima attribuito dal testatore col testamento impugnato, immobile sito in (omissis) in Via (omissis) 2/2; faceva riferimento, in particolare, alla seguente clausola della transazione: “L’abitazione in (omissis) (BO), Via (omissis) 2/2 di proprietà della Sig.ra XX potrà essere frequentata dai figli del Sig. YY, L(omissis) e A(omissis), a loro richiesta in accordo con la zia XX.“.

All’udienza del 15-11-2018 i difensori facevano presente che il procedimento di mediazione era ancora in corso e chiedevano un rinvio per i medesimi incombenti.

Alla successiva udienza del 14-3- 2019 i difensori delle parti davano atto dell’esito negativo della mediazione e chiedevano l’assegnazione dei termini ex art. 183 c. 6 c.p.c., senza formulare alcuna ulteriore istanza, eccezione o allegazione.

Con la memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c. l’attore formulava le domande seguenti:

1) accertare che il sig. YY è erede del sig. M(omissis) A(omissis) per rappresentazione della figlia premorta del de cuius, sig.ra M(omissis) G(omissis) e dunque quale nipote in linea retta;

2) accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) è falso in quanto non redatto e/o sottoscritto dalla mano del testatore, con ogni consequenziale provvedimento: in particolare, respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, dichiarare l’apertura della successione ex lege in favore altresì del sig. YY e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione di un quarto (1/4) delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in ragione di 1/4 tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di (omissis) oggi Intesa San Paolo SpA – ed a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e/o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

3) In denegata ipotesi accertare che il testamento olografo del sig. M(omissis) A(omissis) pubblicato il 18.02.2006 Rep. (omissis) Racc. (omissis) Notaio Dr. M(omissis) ha leso la quota di legittima spettante al sig. YY su di un valore di massa ereditaria pari a complessivi € 149.191,94 fiscali ed € 468.812,50 in virtù dei valori OMI, e respinta ogni eccezione avversa e dunque previa dichiarazione di annullamento per inadempimento della scrittura privata del 04.07.2016 intervenuta tra YY e XX nella clausola n.5) e/o in ulteriore denegata ipotesi previo accertamento della invalidità di tale scrittura ai fini della presente causa, disporre la conseguente riduzione delle disposizioni testamentarie in relazione alle proprietà dei beni immobili rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…, e per l’effetto disporre il trasferimento pro quota in favore dell’attore dei beni immobili oggetto della massa ereditaria, con conseguente trascrizione alla conservatoria dei registri immobiliari competenti, in favore dell’attore in ragione della quota legittima delle unità immobiliari rappresentati al NCEU del comune di (omissis) al Foglio …omissis… Particella …omissis… sub …omissis…, sub …omissis…, sub …omissis…; disporre che i convenuti consegnino in virtù della quota legittima tutte le somme – anche presenti sul c/c presso la Carisbo SpA agenzia di (omissis) oggi Intesa San Paolo SpA – a qualsiasi titolo riscosse dall’uso e dalla gestione di detti immobili e, ove occupati dai convenuti e / o dai loro delegati, condannarli al risarcimento dei danni con riferimento al valore locativo degli stessi con interessi.

4) Con condanna ex art.96 cpc delle parti convenute per i motivi ut supra.

Con vittoria di spese legali.

Egli allegava, in particolare, che la transazione in data 4-7-2016 fosse invalida in quanto non stipulata nelle forme previste dall’art. 590 c.c. (che, invero, disciplina la diversa fattispecie della rinuncia all’eredità); inoltre eccepiva l’inadempimento della sorella alla clausola n. 4b) della medesima scrittura: “le passività ereditarie indicate nella dichiarazione di successione e ogni altra passività ereditaria o della comunione ereditaria vengono integralmente assunte e saranno estinte dalla Sig. XX alle rispettive scadenze ..“, allegando che la sorella non avesse provveduto al pagamento di alcune spese condominiali relative a immobili dell’eredità e di alcuni debiti fiscali del de cuius.

Formulava, pertanto, conclusioni diverse rispetto a quelle formulate in atto di citazione; in sede di precisazione delle conclusioni confermava le conclusioni di cui alla memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c.

Nelle memorie ex art. 183 c. 6 n. 2 c.p.c. le difese JJ e XX eccepivano la tardività delle domande formulate dall’attore nella memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c., affermando che l’attore, in base a quanto disposto dall’art. 183 c.p.c. (in particolare: Nella stessa udienza l’attore può proporre le domande e le eccezioni che sono conseguenza della domanda riconvenzionale o delle eccezioni proposte dal convenuto. Può altresì chiedere di essere autorizzato a chiamare un terzo ai sensi degli articoli 106 e 269, terzo comma, se l’esigenza è sorta dalle difese del convenuto. Le parti possono precisare e modificare le domande, le eccezioni e le conclusioni già formulate. Se richiesto, il giudice concede alle parti i seguenti termini perentori: 1) un termine di ulteriori trenta giorni per il deposito di memorie limitate alle sole precisazioni o modificazioni delle domande, delle eccezioni e delle conclusioni già proposte;), a tutto voler concedere, avrebbe dovuto formularle alla prima udienza.

Parte convenuta XX rilevava in particolare:

Chiara la differenza tra la petizione di eredità e l’azione di accertamento della qualità di erede, trattandosi di azioni che «..pur condividendo l’accertamento della qualità ereditaria, la prima è azione necessariamente recuperatoria, volta ad ottenere la restituzione dei beni ereditari da chi li possegga a titolo di erede o senza titolo, mentre l’altra è azione essenzialmente dichiarativa, eventualmente corredata da domanda accessoria di condanna non attinente alla restituzione dei beni ereditari. Pertanto, l’azione di accertamento della qualità di coerede, proposta nei confronti di chi possegga i beni ereditari a titolo di erede, corredata dalla domanda di rendiconto della gestione e corresponsione dei relativi frutti, non integra “petitio hereditatis”, ma costituisce azione di accertamento con domanda accessoria di condanna. ..» (Cass. 2148/2014).

§

Il Tribunale ritiene che debba essere dichiarata l’inammissibilità per tardività delle domande proposte per la prima volta nella memoria ex art. 183 c. 6 n. 1 c.p.c. (invalidità / risoluzione per inadempimento della transazione del 4-7-2016 e petizione di eredità) e l’inammissibilità delle domande proposte in atto di citazione (impugnazione del testamento di YY e accertamento della propria qualità di erede) per intervenuta transazione.

Infatti, una volta che sia acquisita la prova della transazione o questa risulti dagli atti o sia ammessa dalle parti, il giudice deve dichiarare anche d’ufficio l’inammissibilità della domanda per difetto dell’interesse ad agire qualora la transazione sia intervenuta antecedentemente all’inizio della lite; va invece dichiarata la cessazione della materia del contendere per sopravvenienza del difetto dell’interesse ad agire nel caso di transazione nel corso del giudizio (cfr. Trib. Bologna, 19/04/2011).

Nel caso di specie, con la transazione sottoscritta da YY e XX il 4-7-2016, che aveva ad oggetto, oltre alla successione di M(omissisA(omissis), di cui qui si tratta, anche le successioni di T(omissis) E(omissis), padre di YY e XX, e di M(omissis) G(omissis), madre dei medesimi, le parti hanno dichiarato al punto 5) “Successione della signora M(omissis) G(omissis) e del signor M(omissis) A(omissis): esse parti sottoscriventi, con la sottoscrizione del presente accordo, rinunciano espressamente e reciprocamente a ogni domanda o pretesa in ordine alla successione della madre, signora M(omissis) G(omissis), e alla successione del Sig. M(omissis) A(omissis), ivi comprese quelle proposte nei procedimenti di mediazione descritti in premessa e, dunque, di non avere più nulla da pretendere o domandare reciprocamente in relazione alle domande e pretese avanzate in sede di mediazione, nonché di ogni altra possibile domanda od eccezione rispetto a tali successioni.“.

Si rammenta, infatti, che con la domanda di mediazione depositata il 17-3-2015, indirizzata alla sola XX, l’odierno attore aveva chiesto, fra l’altro, di accertare la nullità del testamento di M(omissisA(omissis) con conseguente attribuzione ex lege dei beni lasciati dal de cuius.

Ad abundantiam, si osserva che in base al disposto dell’art. 1972 c.c. (testualmente, il codice civile all’art. 1972, dispone: Transazione su un titolo nullo. 1. E’ nulla la transazione relativa a un contratto illecito, ancorché le parti abbiano trattato della nullità di questo. 2. Negli altri casi in cui la transazione è stata fatta relativamente a un titolo nullo, l’annullamento di essa può chiedersi solo dalla parte che ignorava la causa di nullità del titolo.), l’attore non avrebbe potuto in ogni caso proporre la domanda — tardiva — di annullamento della transazione, dato che egli, all’epoca in cui la transazione era stata conclusa (4-7-2016), già aveva posto in dubbio l’autenticità del testamento di M(omissisA(omissis) e comunque ne conosceva il contenuto, in base al quale egli era stato completamente pretermesso (cfr. domanda di mediazione da lui depositata nei confronti della sorella in data 17-3-2015).

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1 – dichiara inammissibili le domande proposte dall’attore;

2 – condanna l’attore a rifondere ai convenuti JJ e XX le spese di lite che si liquidano, per ciascuno, in euro 5.355 per compensi, oltre spese generali e accessori come per legge.

Così è deciso in Bologna nella camera di consiglio del 2-2-2021.

Il Giudice rel. estensore

dott. Francesca Neri

Il Presidente

Successioni – Successione testamentaria – Testamento olografo – Conferma ed esecuzione volontaria di disposizioni testamentarie nulle – Valenza transattiva – Procedimento civile – Deduzioni istruttorie – Invalidità\ Risoluzione della transazione e Petizione di eredità – Domande proposte con memoria istruttoria ex art.183 cpc – Proposizione tardiva – Inammissibilità – Citazione – Falsità del testamento e Accertamento della qualità di erede – Domande proposte con atto di citazione – Inammissibilità per intervenuta transazione – 

TESTAMENTO UNIVERSALE SEQUESTRO GIUDIZIARIO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

TESTAMENTO UNIVERSALE SEQUESTRO GIUDIZIARIO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI
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TESTAMENTO UNIVERSALE SEQUESTRO GIUDIZIARIO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

TESTAMENTO UNIVERSALE SEQUESTRO GIUDIZIARIO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO OBLOGNA VICENZA ROVIGO RAVENNA FORLI CESENA TREVISO PAVIA

Il giudice può autorizzare il sequestro giudiziario (1):

1) di beni mobili (2) o immobili, aziende o altre universalità di beni, quando ne è controversa la proprietà o il possesso ed è opportuno provvedere alla loro custodia o alla loro gestione temporanea [676];

2) di libri, registri, documenti, modelli, campioni e di ogni altra cosa da cui si pretende desumere elementi di prova, quando è controverso il diritto alla esibizione o alla comunicazione [210 c.p.c.; 2711 c.c.], ed è opportuno provvedere alla loro custodia temporane.

AFFERMA LA SENTENZA:

E’ pacifico che, ai sensi dell’art. 670 n. 1 c.p.c., possono formare oggetto di sequestro giudiziario non solo i beni in ordine ai quali sia stata esercitata un’azione di rivendica, di reintegrazione, o di manutenzione, ma anche quelli che abbiano dato luogo ad una controversia dalla cui decisione può scaturire una statuizione di condanna alla restituzione o al rilascio, eventualmente in accoglimento di un’azione personale, di cosa a qualsiasi titolo pervenuta nella disponibilità di altri, come nel caso di azione di riduzione di donazioni o legati da parte del legittimario leso (cfr. Cass. 19 ottobre 1993, n. 10333).

Nomino mia erede nella quota disponibile la signora Annalis Ferreira, nata a Faenza il 20 febbraio 1959. Alla stessa attribuisco a titolo di autonomi legati: tutti i mobili ed arredi in genere contenuti nell’abitazione di Castel San Pietro Terme, Via Marchesi 2, precisando che l’abitazione contiene anche oggetti della signora Ferreira, tutte le mie disponibilità oggi ed in futuro esistenti presso Unicredit Banca, filiale di Castel San Pietro Terme via Matteotti – nulla escluso o eccettuato

avvocato-erede-legittimo-12
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

IL CASO SOLUZIONE

Orbene, nel caso di specie, a prescindere dalla sommaria verifica dell’intervenuta lesione subita dalle istanti, in base ad un giudizio comunque necessariamente formulato, in questa fase, sulla scorta degli atti disponibili e della verosimiglianza del narrato, e dall’apprezzamento circa la probabile esistenza del diritto delle stesse di ottenere la reintegra in natura dei loro diritti (circostanza che non si verifica quando oggetto della disposizione è semplicemente un legato, essendo prevista in tal caso, ai sensi dell’art. 560 u.c. c.c., la facoltà del beneficiario di ritenere per intero i beni oggetto dello stesso, ove il valore non superi quello della quota disponibile), ritiene questo Giudice che difetti il requisito del periculum in moracome sopra lumeggiato.

Sulla verifica di tale presupposto incide senza dubbio la natura dei beni della cui reintegra si discute, atteso che nella specie, come nella maggior parte dei casi, si tratta – per lo più – di immobili destinati ad abitazione e di attività produttive di cui, in questa sede, non viene rappresentato lo stato di abbandono o l’esercizio, da parte della resistente, di poteri e facoltà tali da modificarne in modo irreversibile la consistenza: per quanto concerne i beni immobili, infatti, non viene lamentato che gli stessi siano stati recentemente posti in vendita o siano abbisognevoli di gestione proficua, trovandosi in stato di derelizione, e per quanto concerne le quote societarie, allo stato non ancora accettate formalmente, non si deduce né rappresenta il pericolo di ingerimento della FERREIRA nella gestione societaria o il pericolo di loro decremento di valore/dispersione per effetto di sconveniente amministrazione delle quote stesse. Risulta, oltretutto, che per XXXXXXsi sia già provveduto alla sostituzione dell’organo amministrativo.

Per quanto poi riguarda le attività bancarie ed i titoli, è la stessa parte ricorrente a riconoscere e lamentare che dette disponibilità non sussistono più attualmente nel patrimonio del defunto, constatazione espressa a far tempo dalla data di apertura della successione, unitamente al sospetto di rilevanti sottrazioni ex adverso attuate, già tuttavia concretatesi – per necessità di cose – prima della morte del DA SILVA.

SOLUZIONE LA TRASCRIZIONE

Infatti le sue funzioni possono essere convenientemente assolte dalla trascrizione della domanda di riduzione e/o rivendicazione ereditaria sui beni immobili compresi nel relictum(cfr. Una volta trascritta nei registri immobiliari la domanda giudiziale relativa ad una controversia su un immobile, non sussiste più il pericolo di alienazione e di dispersione a fronte del quale il legislatore prevede la cautela del sequestro conservativo, talché la relativa richiesta è inammissibile, così Trib. Milano, 6 aprile 2009)ovvero dalla iscrizione della medesima domanda nel Registro delle Imprese, con riferimento alle quote societarie (si veda la autorevole giurisprudenza secondo la quale: E’ ammissibile l’iscrizione nel Registro delle Imprese delle domande giudiziali relative alla titolarità di quote di una società a responsabilità limitata. Nel caso di specie, il Giudice del Registro del Tribunale di Milano – Decreto di rigetto n. cronol. 3419/2018 del 10 dicembre 2018 – RG n. 10247/2018 – ha ritenuto conciliabile il principio di tassatività delle iscrizioni disposto dal primo comma dell’art. 2188 C.C. con il principio di completezza ricostruibile alla luce dell’intera ratio del sistema di pubblicità commerciale del Registro delle Imprese, principio il quale comporta che siano iscrivibili, anche in difetto di una espressa previsione normativa, tutti gli atti modificativi di situazioni soggette ad iscrizione).

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

TERZA SEZIONE CIVILE

Nel procedimento cautelare iscritto al n. r.g.2792/2021promosso da:

ODERIA CARVALHO con il patrocinio dell’avv. LABANCA ANGELA e dell’avv. PONZIO ANTONELLA (***) elettivamente domiciliata in PIAZZA DEI MARTIRI N.3 40121 BOLOGNA presso i difensori

RICORRENTE

contro

ANNALIS FERREIRA con il patrocinio dell’avv. RUGGINI BARBARA elettivamente domiciliata C/O AVV. MICHELE SESTA – VIA DE’ POETI N. 1/7 BOLOGNA presso il difensore

RESISTENTE

Con l’intervento di

MICHELA DA SILVA

VALVIDIA DA SILVA

con il patrocinio dell’avv. LABANCA ANGELA e dell’avv. PONZIO ANTONELLA (***) elettivamente domiciliate in PIAZZA DEI MARTIRI N.3 40121 BOLOGNA presso i difensori

INTERVENUTE

Il Giudice dott. AlessandraArceri,

a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 20/05/2021,

ha pronunciato la seguente

TESTAMENTO UNIVERSALE SEQUESTRO GIUDIZIARIO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

ORDINANZA

Letto il ricorso per sequestro giudiziario avanzato nell’interesse di ODERIA CARVALHO, moglie separata di DA SILVA CARLOS, nato a Castel San Pietro Terme il 17 novembre 1939 ed ivi deceduto in data 20 ottobre 2020;

Rilevato che parte ricorrente agisce – riservando ogni migliore difesa sulla capacità di disporre del testatore al giudizio di merito – sul presupposto che il defunto, disponendo delle proprie sostanze per il tramite di:

1) un testamento olografo, consegnato al Notaio dr. FIAMMETTA COSTA dalla convivente del defunto ANNALIS FERREIRA rappresentato da un foglio manoscritto, del seguente testo: “Io sottoscritto Carlos Da Silva annullando oggi ogni precedente dichiarazione testamentaria lascio l’intera quota disponibile del mio patrimonio alla signora Annalis Ferreira mia convivente. Castel San Pietro Terme 19 febbraio 2013 Da Silva Carlos”;

2) un testamento pubblico datato 14.03.2018, redatto dal Notaio Costa Fiammetta alle ore 15:30, in Castel San Pietro Terme, presso la residenza del defunto Da Silva Carlos, avente il seguente tenore: “Nomino mia erede nella quota disponibile la signora Annalis Ferreira, nata a Faenza il 20 febbraio 1959. Alla stessa attribuisco a titolo di autonomi legati: tutti i mobili ed arredi in genere contenuti nell’abitazione di Castel San Pietro Terme, Via Marchesi 2, precisando che l’abitazione contiene anche oggetti della signora Ferreira, tutte le mie disponibilità oggi ed in futuro esistenti presso Unicredit Banca, filiale di Castel San Pietro Terme via Matteotti – nulla escluso o eccettuato

Preciso di aver già in vita beneficiato le mie figlie con numerose elargizioni tra cui: a Valvidia Da Silva, a Castel San Pietro Terme i seguenti immobili: Piazza Carlos XXIII valore euro 50.000, nonché euro 50.000 per riacquistarla da lei ma l’atto non è stato fatto, Via Castel *** con ristrutturazione circa euro 100.000; Negozio e posto auto in Via Castel *** circa euro 150.000; Terreno e casa in Via U. La Malfa circa euro 700.000; Appartamento a Milano Marittima valore euro 350.000.

A Michela Da Silva appartamento in Dozza Via XX Settembre euro 50.000, appartamento a Castel San Pietro Terme, Via Roma valore euro 600.000, due appartamenti in via Ugo Bassi euro 300.000, varie elargizioni tra cui euro 100.000 dopo rendita azioni Sogema.

Ad entrambe le figlie immobile in Lido di Savio, sala giochi valore euro 400.000 più 500.000 euro di valore nominale azioni Sogema S.p.A. per ciascuna.

Preciso che la signora Ferreira Annalis si è resa intestataria per mio conto ma in nome proprio di varie attività e che, conseguentemente, le somme eventualmente da lei a me dovute le sono tutte in tutto rimesse e non dovranno essere restituite perché utilizzate per effettuare operazioni per mio conto.

Dispongo che il mio corpo sia cremato e le ceneri collocate presso la mia residenza in via Marchesi 2“;

3) un testamento pubblico datato 17.09.2020, redatto dal Notaio Costa Fiammetta alle ore 10:00, in Castel San Pietro Terme, sempre presso la residenza del defunto Da Silva Carlos, avente il seguente tenore: “Revoco ogni precedente testamento. Nomino erede universale la signora Annalis Ferreira, nata a Faenza il 20 febbraio 1959. Alla stessa attribuisco a titolo di autonomi legati: 1) la casa di Via Riniera a Castel San Pietro Terme; 2) l’immobile commerciale in Pinarella di Cervia; 3) le quote della società Sogema Immobiliare S.r.l.; 4) le quote della Imar S.r.l.; 5) il conto corrente cointestato presso Banca di Imola; 6) tutto quanto di mia proprietà eventualmente contenuto nell’abitazione di via Marchesi a Castel San Pietro Terme.

Ribadisco quanto da me già indicato nel testamento pubblico del 14 marzo 2018 Rep. 12 notaio Costa ossia:

che la signora Annalis Ferreira si è resa intestataria in nome proprio ma per mio conto ed interesse di varie attività e quote societarie e che conseguentemente le somme transitate sul suo conto in adempimento dei detti incarichi fiduciari regolarmente adempiuti non mi devono essere restituite e comunque sono integralmente rimesse.

Confermo di aver beneficiato le mie figlie Valvidia e Michela Da Silva di numerose attribuzioni liberali già indicate nel precedente testamento suindicato. Per Valvidia Da Silva devo aggiungere l’11% undici per cento della Vignolagiochi e l’abitazione, oltre al terreno di Via Ugo La Malfa, per Michela Da Silva il 5% di Meloni partecipazioni che avevo in precedenza attribuito al di lei marito nonché euro 40.000 circa da lei incassati dalle polizze 07345418 e 0627794 senza il mio consenso.

Preciso di aver intestato alla signora Carvalho Oderia il 10% della Sogema, da cui ha ottenuto a seguito di scissione anche il 10% della Sogema Immobiliare, nonché il 50% del negozio di Via San Pietro a Castel San Pietro Terme.

Dispongo che il mio corpo sia cremato e le ceneri affidate alla signora Ferreira.”

.

abbia leso i diritti di legittima spettanti alla stessa, considerando che oltretutto, in aggiunta alla istituzione della citata ANNALIS FERREIRA quale erede universale, a quest’ultima venivano attribuiti, a titolo di autonomi legati, secondo le dizioni contenute nel testamento:

1) la casa di Via Riniera a Castel San Pietro Terme (che risulterebbe ora nel possesso di una delle figlie del defunto, oppostasi alla consegna n.d.r.);

2) l’immobile commerciale a Pinarella di Cervia (locato a terzi n.d.r.);

3) le quote della SOGEMA Immobiliare srl (in relazione alle quali vi è riserva di accettazione, come meglio infra, n.d.r.);

4) le quote della IMAR s.r.l. (pure oggetto di riserva di accettazione n.d.r.);

5) il C/C cointestato presso la Banca di Imola;

6) tutto quanto di proprietà del defunto eventualmente contenuto nell’abitazione del medesimo in Via Marchesi a Castel San Pietro Terme.

La ricorrente contestava inoltre la veridicità dell’affermazione, contenuta nella precitata ultima disposizione testamentaria (già contenuta nel testamento pubblico del 14.03.2018, Rep. 12 del Notaio Costa), secondo cui “la sig.ra Ferreira si è resa intestataria in nome proprio ma per mio conto ed interesse di varie attività e quote societarie e conseguentemente le somme transitate sul conto in adempimento di detti incarichi fiduciari regolarmente adempiuti non mi devono essere restituite e comunque sono integralmente rimesse”, ed altresì l’affermazione, pure compiuta dal testatore, di aver già beneficiato la moglie (e le figlie) di consistenti elargizioni, posto che i beni e le partecipazioni menzionate nei testamenti erano stati acquistati con denaro della CARVALHO ODERIA.

Esponeva altresì che l’accertata diminuita consistenza del patrimonio del defunto, emersa in fase di erezione di inventario di eredità, e l’atteggiamento della resistente, diretto negli ultimi tempi ad impedire ogni contatto tra il defunto, la moglie e le figlie DA SILVA MICHELA e VALVIDIA, rendevano indispensabile fare ricorso alla tutela di cui agli artt. 670 e segg. c.p.c. chiedendo al Tribunale di disporre il sequestro giudiziario – anche inaudita altera parte – dei beni immobili, mobili, nonché delle quote societarie e di tutti i beni di titolarità del defunto, con nomina di un Custode e accertamento della massa ereditaria, dovendosi ritenere controversa la proprietà ed il possesso dei beni ereditari e ritenendosi necessaria la loro custodia e gestione temporanea.

Con particolare riferimento alle partecipazioni societarie detenute dal DA SILVA, tutte relative a società attive e fortemente patrimonializzate, e verso le quali il defunto vantava cospicui crediti a titolo di finanziamento soci, partitamente pure indicati in ricorso, la ricorrente premetteva che, mentre per SO.LI.SA S.RL. (partecipata dal defunto al 45,80%, DA SILVA MICHELA al 24,17%, Da Silva Maura 6,44%, Da Silva Barbara 6,44%, Da Silva Johnny 6,44% e Ravaglia Laura 19,32%)e SOGEMA IMMOBILIARE S.r.l. (partecipata dal DA SILVA al 78,9% , dalla stessa CARVALHO per il 10% e da PANTALEONI ANTONIO per l’11,1%) si era proceduto in data 07.01.2021 alla nomina di nuovo Organo Amministrativo, nulla era dato conoscere per le altre società.

Gli immobili non oggetto di legato, a detta di parte ricorrente, sarebbero rappresentati da beni o di inesistente valore (in particolare i terreni siti in Castel San Pietro Terme al Catasto terreni di detto Comune al foglio 94 mappali 186, 187, 694 e 692) o di beni di modestissimo valore (quale la quota indivisa di un mezzo dell’immobile sito in Castel San Pietro Terme, via San Pietro n. 8, censito al Catasto Ferreiracati del predetto Comune al foglio 85 mappale 20 sub 3 categoria C/1).

Dall’inventario, inoltre, sarebbe emersa una situazione bancaria e finanziaria riferibile al defunto a dir poco parziale, lacunosa e incomprensibile, supportata da documentazione scarna ed incompleta, mentre essa ricorrente sarebbe stata informata di importanti movimentazioni nei giorni antecedenti al decesso, con chiusura di svariati rapporti, indicati in ricorso.

Per quanto concernente beni mobili contenuti nella residenza del DA SILVA, sita in Castel San Pietro Terme, via Concetto Marchesi n. 2, residenza della quale egli era titolare del diritto di usufrutto, i beni inventariati pure apparivano, almeno in apparenza, in massima di proprietà della convivente FERREIRA, mentre parte ricorrente ricordava che il marito possedesse numerosi arredi di grande valore, orologi di pregio, ed anche due preziosissimi dipinti, che aveva provveduto perfino ad assicurare (doc. 22).

Di poi, avuta notizia dell’avvenuta rinunzia all’eredità da parte di ANNALIS FERREIRA, e dell’accettazione solo parziale dei legati a favore della stessa disposti, con riserva di accettare quelli inerenti le quote societarie SOGEMA IMMOBILIARE S.R.L. e IMAR S.R.L., parte ricorrente dichiarava di insistere comunque per l’accoglimento del ricorso, significando come il possesso di svariati beni ereditari da parte della FERREIRA, e con ogni probabilità, anche l’occultamento/sottrazione di parte degli stessi, avrebbe in ogni caso importato accettazione di eredità ai sensi dell’art. 527 c.c.

ANNALIS FERREIRA, di contro, costituendosi, contestava integralmente il contenuto degli atti avversari, ivi comprese le considerazioni svolte circa la capacità di intendere e di volere del testatore (in relazione alla quale viene riservato lo svolgimento di più articolate difese in fase di merito) e sull’azione di allontanamento dello stesso dai familiari che viene a costei imputata.

Si opponeva all’accoglimento del ricorso per difetto di fumus boni iuris e di periculum in mora.

Nel procedimento così incardinato intervenivano DA SILVA MICHELA e DA SILVA VALVIDIA, in qualità di legittimarie pretermesse, associandosi alle conclusioni svolte da CARVALHO ODERIA.

Tanto premesso il Tribunale osserva quanto segue:

E’ pacifico che, ai sensi dell’art. 670 n. 1 c.p.c., possono formare oggetto di sequestro giudiziario non solo i beni in ordine ai quali sia stata esercitata un’azione di rivendica, di reintegrazione, o di manutenzione, ma anche quelli che abbiano dato luogo ad una controversia dalla cui decisione può scaturire una statuizione di condanna alla restituzione o al rilascio, eventualmente in accoglimento di un’azione personale, di cosa a qualsiasi titolo pervenuta nella disponibilità di altri, come nel caso di azione di riduzione di donazioni o legati da parte del legittimario leso (cfr. Cass. 19 ottobre 1993, n. 10333).

Il requisito del fumus boni iuris ricorre quando, ad una sommaria delibazione delle circostanze allegate e documentate nell’atto introduttivo, sussista una concreta seria ed apprezzabile probabilità di accoglimento della pretesa di parte ricorrente all’ottenimento della consegna dei beni oggetto di ricorso.

Peraltro, la concessione del sequestro giudiziario in caso di azione di reintegra per lesione di legittima va subordinata alla opportunità di provvedere alla custodia e alla gestione dei beni relitti, siccome previsto dal codice di rito.

Deve sussistere, infatti, in aggiunta al sopra menzionato fumus boni iuris, anche il periculum in mora, costituito dall’opportunità di provvedere alla custodia, opportunità che ricorre ogni vi sia il pericolo, anche astratto, che i beni controversi subiscano deterioramenti, alterazioni o sottrazione nel corso del giudizio di merito, nonché nella conseguente necessità di sottrarre i beni alla libera disponibilità del sequestrato, allo scopo di assicurare l’utilità pratica del futuro eventuale provvedimento sul merito (Trib. Catania, 16 gennaio 2009).

In altri termini, la misura va concessa nei soli casi in cui il protrarsi del potere di fatto sulla cosa da parte di uno o più eredi possa pregiudicare il diritto degli istanti a ricevere in natura una parte dei beni della massa ereditaria, per fondato pericolo di alterazione, dispersione, svilimento del loro valore (cfr. Trib. Salerno, 21 ottobre 2004, consultabile su www.dejure.it).

Orbene, nel caso di specie, a prescindere dalla sommaria verifica dell’intervenuta lesione subita dalle istanti, in base ad un giudizio comunque necessariamente formulato, in questa fase, sulla scorta degli atti disponibili e della verosimiglianza del narrato, e dall’apprezzamento circa la probabile esistenza del diritto delle stesse di ottenere la reintegra in natura dei loro diritti (circostanza che non si verifica quando oggetto della disposizione è semplicemente un legato, essendo prevista in tal caso, ai sensi dell’art. 560 u.c. c.c., la facoltà del beneficiario di ritenere per intero i beni oggetto dello stesso, ove il valore non superi quello della quota disponibile), ritiene questo Giudice che difetti il requisito del periculum in mora, come sopra lumeggiato.

Sulla verifica di tale presupposto incide senza dubbio la natura dei beni della cui reintegra si discute, atteso che nella specie, come nella maggior parte dei casi, si tratta – per lo più – di immobili destinati ad abitazione e di attività produttive di cui, in questa sede, non viene rappresentato lo stato di abbandono o l’esercizio, da parte della resistente, di poteri e facoltà tali da modificarne in modo irreversibile la consistenza: per quanto concerne i beni immobili, infatti, non viene lamentato che gli stessi siano stati recentemente posti in vendita o siano abbisognevoli di gestione proficua, trovandosi in stato di derelizione, e per quanto concerne le quote societarie, allo stato non ancora accettate formalmente, non si deduce né rappresenta il pericolo di ingerimento della FERREIRA nella gestione societaria o il pericolo di loro decremento di valore/dispersione per effetto di sconveniente amministrazione delle quote stesse. Risulta, oltretutto, che per SOGEMA S.R.L. si sia già provveduto alla sostituzione dell’organo amministrativo.

Per quanto poi riguarda le attività bancarie ed i titoli, è la stessa parte ricorrente a riconoscere e lamentare che dette disponibilità non sussistono più attualmente nel patrimonio del defunto, constatazione espressa a far tempo dalla data di apertura della successione, unitamente al sospetto di rilevanti sottrazioni ex adverso attuate, già tuttavia concretatesi – per necessità di cose – prima della morte del DA SILVA.

La stessa parte ricorrente, in sostanza, rappresenta la premessa per cui non vi siano disponibilità liquide o in titoli da fissare ed amministrare per mano di soggetto terzo ed imparziale, in quanto già completamente esaurite: non v’è chi non vede, del resto, la differenza tra la necessità di indagare e ricostruire i movimenti pregressi delle liquidità e dei titoli facenti capo al defunto, rispetto all’urgente necessità di loro assicurazione e gestione.

Medesime considerazioni devono essere espresse a proposito dei preziosi dipinti di cui parte ricorrente discorre in atto introduttivo e dei quali le intervenute producono documentazione fotografica, non rinvenuti in sede di inventario e quindi, sempre che si raggiunga la prova della loro effettiva esistenza e dolosa sottrazione nel futuro giudizio di merito, già per stessa rappresentazione di parte non presenti nell’asse, giacché occultati e/o dispersi.

Né vi è prova allo stato di un rilevante pericolo di dispersione e sottrazione dei beni mobili e degli arredi che, in ogni caso, sono stati analiticamente descritti in fase di inventario, potendo al più la loro sottrazione rilevare nei riguardi della detentrice a titolo di responsabilità risarcitoria e/o anche penale.

A ciò si aggiungano le seguenti considerazioni: il periculum connesso al sequestro giudiziario deve necessariamente consistere in un quid pluris rispetto alla mera esigenza di paralizzare ogni possibile atto di disposizione dei beni relitti da parte del possessore.

Infatti, laddove il timore espresso dalla parte richiedente la misura sia in definitiva semplicemente rappresentato dal pericolo di alienazione, sottrazione o dispersione dei beni residui dell’asse, senza che si possano considerare altri pericoli strettamente connessi alla persistenza del possesso(non si prospettano minimamente, quanto meno allo stato, incapacità gestionali specifiche in relazione ai beni oggetto di domanda, tangibili e concreti pericoli di danneggiamento, depauperamento o dispersione, o motivi che potrebbero far presumere una imminente ingestione della FERREIRA nell’amministrazione delle società relitte, con effetto depauperante), sta di fatto che il provvedimento cautelare invocato finisce per essere privo di qualsivoglia strumentalità e residualità, oltre che inutilmente produttivo di cospicue spese processuali.

Infatti le sue funzioni possono essere convenientemente assolte dalla trascrizione della domanda di riduzione e/o rivendicazione ereditaria sui beni immobili compresi nel relictum(cfr. Una volta trascritta nei registri immobiliari la domanda giudiziale relativa ad una controversia su un immobile, non sussiste più il pericolo di alienazione e di dispersione a fronte del quale il legislatore prevede la cautela del sequestro conservativo, talché la relativa richiesta è inammissibile, così Trib. Milano, 6 aprile 2009)ovvero dalla iscrizione della medesima domanda nel Registro delle Imprese, con riferimento alle quote societarie (si veda la autorevole giurisprudenza secondo la quale: E’ ammissibile l’iscrizione nel Registro delle Imprese delle domande giudiziali relative alla titolarità di quote di una società a responsabilità limitata. Nel caso di specie, il Giudice del Registro del Tribunale di Milano – Decreto di rigetto n. cronol. 3419/2018 del 10 dicembre 2018 – RG n. 10247/2018 – ha ritenuto conciliabile il principio di tassatività delle iscrizioni disposto dal primo comma dell’art. 2188 C.C. con il principio di completezza ricostruibile alla luce dell’intera ratio del sistema di pubblicità commerciale del Registro delle Imprese, principio il quale comporta che siano iscrivibili, anche in difetto di una espressa previsione normativa, tutti gli atti modificativi di situazioni soggette ad iscrizione).

In definitiva, il ricorso non merita accoglimento sulla scorta degli elementi attualmente rappresentati e documentati, per difetto di periculum in mora.

Dati i motivi della decisione e la presenza in punto ad opportunità del sequestro giudiziario sul fronte del periculum di orientamenti plurimi e contrastanti, soccorrono giustificati motivi per compensare tra le parti le spese del procedimento cautelare.

Ogni altra decisione circa la condanna invocata ai sensi dell’art. 96 c.p.c. resta assorbita.

P.Q.M.

Visti gli artt. 669 bis, 669 septies e 670 c.p.c., respinge il ricorso, compensando tra le parti le spese del procedimento.

Si comunichi.

Bologna 9 giugno 2021

Il Giudice

dott. Alessandra Arceri

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DA ANNI MOLTI ANNI TRATTO INCIDENTI MORTALI E GRAVI INCIDENTI DELLA STRADA,

SPESSO QUESTI INCIDENTI RIGUARDANO MOTO , CHE VENGONO POCO CONSIDERATE NEL TRAFFICO

SE HAI SUBITO GRAVE INCIDENTE NELLA STRADA E VUOI VALUTARE LA POSSIBIITA’ DI OTTENRE UN RISARCIMENTO DANNI CHIAMAMI, ,APPUNTAMENTO IN BREVE TEMPO

 

ANALIZZEREMO LA DINAMICA DELL’INCIDENTE E PROVVEDEREMO ALLA RICHIESTA DANNI FACENDO FARE UNA PRELIMINARE VALUTAZIONE DEL TUO DANNO FISICO

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CHI TAMPONA HA SEMPRE TORTO?

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Da tale documentazione emerge che M. T., nel superare ad altissima velocità con la propria moto le auto ferme in colonna lungo la Via Zanardi a Bologna in direzione periferia, in prossimità del sottopassaggio ferroviario di Via Zanardi, ha tamponato lo scooter che lo precedeva condotto da JJ, nel momento in cui quest’ultimo, che procedeva ad un’andatura moderata, poneva in essere una decisa manovra di frenata

MOTO INCIDENTE MORTALE bologna ravenna forli incidenti in moto mortali incidente mortale moto
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La dinamica del sinistro può essere compiutamente ricostruita sulla base della documentazione in atti, ivi compresi gli accertamenti ed i verbali di sommarie informazioni rese dai testimoni oculari alla Polizia Municipale nell’immediatezza dei fatti (doc. 2 di parte attrice), la consulenza disposta dal PM redatta dall’Ing. Mattia Strangi (doc. 9 di parte attrice) e il decreto del 13 febbraio 2018 di archiviazione del GIP (doc. 10 di parte attrice), in quanto prove atipiche pienamente utilizzabili nel presente giudizio (tra le tante cfr. Cass. n. 25067/2018, Cass. n. 840/2015, Cass. n. 5440/2010, Cass. n. 21115/2005).

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Tuttavia, le dichiarazioni del M. C. non risultano rilevanti a fini probatori sia perché provengono da un soggetto coindagato e coinvolto nel sinistro (di talché anche incapace di testimoniare nel presente giudizio ex art. 246 c.p.c.), sia perché lo stesso M. C. ha fornito versioni incoerenti dei fatti (cfr. documento 2, pag. 9, doc. 4 e doc. 5 di parte attrice) nel corso delle indagini.

Da tale documentazione emerge che M. T., nel superare ad altissima velocità con la propria moto le auto ferme in colonna lungo la Via Zanardi a Bologna in direzione periferia, in prossimità del sottopassaggio ferroviario di Via Zanardi, ha tamponato lo scooter che lo precedeva condotto da JJ, nel momento in cui quest’ultimo, che procedeva ad un’andatura moderata, poneva in essere una decisa manovra di frenata.

Il tamponamento era occasionato in particolare da una frenata da panico posta in essere dal M. T., che determinava la perdita di controllo del mezzo e la successiva caduta dello stesso.

La moto e il corpo del M. T. proseguivano successivamente la caduta sulla corsia opposta, provocando la caduta dello scooter condotto da M. C., il quale, insieme al convenuto JJ, veniva indagato per omicidio colposo nel procedimento penale, conclusosi con decreto di archiviazione del GIP.

2.2 Tutte le risultanze istruttorie in atti, poste dal GIP alla base del decreto di archiviazione, sono inequivoche e convergenti nel senso di ascrivere la causazione del sinistro de quo alla responsabilità esclusiva di M. T.

2.2.1 E’ in particolare incontestato che la velocità del M. T. in occasione del sinistro superasse gli 80 Km/h, in violazione del limite di 50 Km/h e delle regole di cautela imposte dalle condizioni della strada (il sinistro è avvenuto in prossimità dell’ingresso di un sottopassaggio ferroviario in un punto in cui la strada si restringe e in una situazione di traffico intenso), tale da non consentire di condurre il veicolo in condizioni di sicurezza

La dinamica del sinistro può essere compiutamente ricostruita sulla base della documentazione in atti, ivi compresi gli accertamenti ed i verbali di sommarie informazioni rese dai testimoni oculari alla Polizia Municipale nell’immediatezza dei fatti (doc. 2 di parte attrice), la consulenza disposta dal PM redatta dall’Ing. Mattia Strangi (doc. 9 di parte attrice) e il decreto del 13 febbraio 2018 di archiviazione del GIP (doc. 10 di parte attrice), in quanto prove atipiche pienamente utilizzabili nel presente giudizio (tra le tante cfr. Cass. n. 25067/2018, Cass. n. 840/2015, Cass. n. 5440/2010, Cass. n. 21115/2005).

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Da tale documentazione emerge che M. T., nel superare ad altissima velocità con la propria moto le auto ferme in colonna lungo la Via Zanardi a Bologna in direzione periferia, in prossimità del sottopassaggio ferroviario di Via Zanardi, ha tamponato lo scooter che lo precedeva condotto da JJ, nel momento in cui quest’ultimo, che procedeva ad un’andatura moderata, poneva in essere una decisa manovra di frenata.

Il tamponamento era occasionato in particolare da una frenata da panico posta in essere dal M. T., che determinava la perdita di controllo del mezzo e la successiva caduta dello stesso.

La moto e il corpo del M. T. proseguivano successivamente la caduta sulla corsia opposta, provocando la caduta dello scooter condotto da M. C., il quale, insieme al convenuto JJ, veniva indagato per omicidio colposo nel procedimento penale, conclusosi con decreto di archiviazione del GIP.

2.2 Tutte le risultanze istruttorie in atti, poste dal GIP alla base del decreto di archiviazione, sono inequivoche e convergenti nel senso di ascrivere la causazione del sinistro de quo alla responsabilità esclusiva di M. T.

2.2.1 E’ in particolare incontestato che la velocità del M. T. in occasione del sinistro superasse gli 80 Km/h, in violazione del limite di 50 Km/h e delle regole di cautela imposte dalle condizioni della strada (il sinistro è avvenuto in prossimità dell’ingresso di un sottopassaggio ferroviario in un punto in cui la strada si restringe e in una situazione di traffico intenso), tale da non consentire di condurre il veicolo in condizioni di sicurezza

N. R.G. 8918/2019

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

TERZA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Pietro Iovino

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 8918/2019 promossa da:

XX 1 + 7 (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Fulvio Berrera, elettivamente domiciliato in via Montebello, 7/2 Bologna, presso il difensore avv. Fulvio Berrera

ATTORI

contro

YY (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Michele Veggetti, elettivamente domiciliato in via Marsala, 9 Bologna, presso il difensore avv. Michele Veggetti

JJ (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Michele Veggetti, elettivamente domiciliato in via Marsala, 9 Bologna, presso il difensore avv. Michele Veggetti

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI S.P.A. (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Mariachiara Giampaolo, elettivamente domiciliato in V.le Aldini, 88 Bologna, presso il difensore avv. Mariachiara Giampaolo

CONVENUTI

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da fogli depositati telematicamente in vista dell’udienza di precisazione delle conclusioni.

FATTO E DIRITTO

La presente sentenza è redatta senza l’esposizione dello svolgimento del processo e con motivazione consistente nella succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi, così come previsto dagli artt. 132 comma 2 n. 4 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c. nel testo introdotto dagli art. 45 e art. 53 della L. n. 69 del 18 giugno 2009.

1. La controversia trae origine da un tragico sinistro stradale avvenuto in data 29 maggio 2015, alle ore 19:00 circa, in cui ha perso la vita M. T., a seguito dello scontro tra la sua moto “Honda CBR” targata (omissis) e lo scooter “Peugeot” targato (omissis) (assicurato presso UnipolSai S.p.A.) di proprietà di YY e condotto da JJ.

A seguito del fatto, gli odierni attori — in qualità di moglie (XX 1), figlie (XX 2 e XX 3), genitori (XX 4 e XX 5) e fratelli (XX 6, XX 7 e XX 8) di M. T. — hanno convenuto in giudizio JJ, YY e l’assicurazione UnipolSai, chiedendone la condanna al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale subito per la morte del proprio congiunto, sul presupposto di una responsabilità quantomeno concorrente di JJ nella causazione del sinistro.

Nel costituirsi in giudizio i convenuti hanno chiesto il rigetto delle domande attoree, affermando un’integrale responsabilità di M. T. nella causazione del sinistro.

La causa è stata istruita con la produzione di numerosa documentazione, anche relativa al procedimento penale per omicidio colposo, instauratosi nei confronti di JJ (conclusosi con decreto di archiviazione del GIP), ed all’esito è stata posta in decisione con assegnazione dei termini ex art. 190 c.p.c. nell’estensione massima.

2. La domanda di parte attrice è infondata e deve dunque essere respinta.

2.1 La dinamica del sinistro può essere compiutamente ricostruita sulla base della documentazione in atti, ivi compresi gli accertamenti ed i verbali di sommarie informazioni rese dai testimoni oculari alla Polizia Municipale nell’immediatezza dei fatti (doc. 2 di parte attrice), la consulenza disposta dal PM redatta dall’Ing. Mattia Strangi (doc. 9 di parte attrice) e il decreto del 13 febbraio 2018 di archiviazione del GIP (doc. 10 di parte attrice), in quanto prove atipiche pienamente utilizzabili nel presente giudizio (tra le tante cfr. Cass. n. 25067/2018, Cass. n. 840/2015, Cass. n. 5440/2010, Cass. n. 21115/2005).

Da tale documentazione emerge che M. T., nel superare ad altissima velocità con la propria moto le auto ferme in colonna lungo la Via Zanardi a Bologna in direzione periferia, in prossimità del sottopassaggio ferroviario di Via Zanardi, ha tamponato lo scooter che lo precedeva condotto da JJ, nel momento in cui quest’ultimo, che procedeva ad un’andatura moderata, poneva in essere una decisa manovra di frenata.

Il tamponamento era occasionato in particolare da una frenata da panico posta in essere dal M. T., che determinava la perdita di controllo del mezzo e la successiva caduta dello stesso.

La moto e il corpo del M. T. proseguivano successivamente la caduta sulla corsia opposta, provocando la caduta dello scooter condotto da M. C., il quale, insieme al convenuto JJ, veniva indagato per omicidio colposo nel procedimento penale, conclusosi con decreto di archiviazione del GIP.

2.2 Tutte le risultanze istruttorie in atti, poste dal GIP alla base del decreto di archiviazione, sono inequivoche e convergenti nel senso di ascrivere la causazione del sinistro de quo alla responsabilità esclusiva di M. T.

2.2.1 E’ in particolare incontestato che la velocità del M. T. in occasione del sinistro superasse gli 80 Km/h, in violazione del limite di 50 Km/h e delle regole di cautela imposte dalle condizioni della strada (il sinistro è avvenuto in prossimità dell’ingresso di un sottopassaggio ferroviario in un punto in cui la strada si restringe e in una situazione di traffico intenso), tale da non consentire di condurre il veicolo in condizioni di sicurezza.

2.2.2 Come evidenziato nella relazione del consulente del PM (pag.28), inoltre, è ragionevole ritenere che il JJ in occasione del sinistro non abbia compiuto una repentina manovra di spostamento a sinistra, tagliando la strada al M. T. (come sostenuto da parte attrice), in quanto: i) quando è stato colpito da dietro lo scooter del JJ aveva un asse parallelo alla careggiata, come risultante dai danni dallo stesso riportati; ii) il JJ a seguito dello scontro è rimasto in piedi, mantenendo il controllo del proprio veicolo; iii) un repentino cambio di corsia non sarebbe stato compatibile con una decelerazione improvvisa da parte del JJ.

Secondo parte attrice la relazione del consulente del PM avrebbe trascurato ingiustificatamente di considerare le dichiarazioni rese da JJ alla Polizia Municipale nell’immediatezza del sinistro (doc. 2 di parte attrice, pag. 5) ed il giorno successivo (doc. 2 di parte attrice, pag. 6), in cui questi afferma di aver dovuto frenare in maniera decisa e di essersi contestualmente spostato verso il centro della carreggiata per evitare un’auto che gli aveva tagliato la strada.

In realtà, è proprio sulla base di un’analisi di queste dichiarazioni, insieme a tutti gli altri elementi a sua disposizione, che il consulente del PM rileva come una manovra di spostamento da parte dello scooter del JJ, che il perito nelle proprie conclusioni ammette possa essere stata operata (pag. 29-31 della relazione), non abbia integrato la violazione di alcuna norma di circolazione.

Le dichiarazioni del JJ, in altri termini, non sono affatto in contrasto con le risultanze della perizia del PM per il semplice fatto che: i) il JJ ha dichiarato di avere accompagnato la frenata da uno spostamento verso sinistra; ii) il consulente del PM ha accertato che tale spostamento non si è configurato come un repentino cambio di corsia.

2.2.3 A conferma della ricostruzione operata dal consulente del PM si pongono — tra l’altro — le dichiarazioni del teste oculare S. S., raccolte dalla Polizia Municipale nell’immediatezza del sinistro (doc. 2 di parte attrice, pag. 2-3), il quale ha riferito che “..stavo percorrendo la Via Zanardi con direzione periferia, quando sono arrivato a circa 50 60 metri dall’imbocco del sottopasso della ferrovia ho visto davanti a me uno scooter seguito da una moto che procedevano vicino al centro della carreggiata. Circa all’imbocco del sottopasso lo scooter ha frenato in modo deciso ed è stato tamponato dalla moto che poi è caduta a terra sbalzando il conducente che è rimasto immobile nel punto in cui è stato soccorso. Nello scontro è rimasto coinvolto anche un altro scooter ma io non sono certo della dinamica.“.

Invero, il teste S. S., da una prospettiva adeguata a osservare l’andatura dei veicoli interessati prima del sinistro, non riferisce di alcuna manovra imprudente posta in essere dal JJ.

Ed è opportuno evidenziare che l’incertezza dichiarata dal teste in ordine alla dinamica del sinistro non attiene alla fase (precedente) del tamponamento tra la moto del M. T. e lo scooter del JJ ma a quella (successiva) dello scontro che ha coinvolto lo scooter del M. C., tanto che lo stesso consulente del PM nella propria relazione (pag. 30) rileva come non vi siano elementi obiettivi che consentano di affermare con certezza che quest’ultimo scontro si sia verificato.

2.2.4 In senso coerente alla ricostruzione sopra operata si pone anche la perizia redatta dall’Ing. Alfonso Micucci (doc. 1 fascicolo UnipolSai), prodotta da UnipolSai come consulenza di parte nell’ambito del procedimento penale, richiamata da parte attrice a sostegno delle proprie ragioni.

In tale perizia invero si dà atto del verosimile spostamento verso sinistra posto in essere dal JJ, sulla base delle dichiarazioni da questi rese, rilevando come l’entità della frenatura e dello spostamento non siano note (pag. 16).

D’altra parte, la stessa perizia evidenzia come la reazione del M. T., da cui è scaturita la perdita di controllo della moto, anche ad ammettere un celere spostamento verso sinistra da parte del JJ, non sia dipesa tanto dalla manovra di quest’ultimo, quanto piuttosto dall’incedere del motociclista, in imprudente e gravissima violazione del limite di velocità e delle distanze di sicurezza.

A tal proposito, il perito rileva condivisibilmente che “

 

..è infatti lapalissiano che se si procede in coda ad un altro veicolo ad adeguata distanza di sicurezza e con velocità moderata, ad un qualsiasi movimento è possibile agire di conserva mantenendo l’accodamento. Se, invece, si procede in incipiente manovra di sorpasso, ad alta velocità, senza mantenere una adeguata distanza di sicurezza, allora un movimento anche minimo del veicolo antecedente induce a reazioni inconsulte, da panico, che portano alla perdita di controllo del mezzo condotto.“.

Contrariamente a quanto sostenuto da parte attrice, quindi, anche la perizia UnipolSai conclude escludendo espressamente il rilievo di una condotta colposa del JJ nella causazione del sinistro.

2.3 Uniche risultanze distoniche rispetto alla ricostruzione sopra operata sono quelle emergenti dalle dichiarazioni rese da M. C. e dalla consulenza depositata nell’interesse della persona offesa nel procedimento penale.

2.3.1 In particolare, in sede di s.i.t. il 14 giugno 2016 (doc. 5 di parte attrice), il M. C., sentito in merito alle circostanze del sinistro, riferiva che, mentre era a bordo del suo scooter, “..potevo notare un ciclomotore che percorreva la via Zanardi sempre nel senso di marcia opposto al mio che zizzagava fra le vetture che non ricordo se fossero ferme o comunque in lento movimento in quanto all’intersezione con la via Carracci è presente il semaforo. All’improvviso il motorino che zizzagava è uscito fuori dalla colonna delle auto occupando la mia corsia, percorrendola in senso opposto al senso di marcia normale senza vedere se qualcun altro effettuava anch’esso manovra di sorpasso, infatti sopraggiungeva una moto che vistasi davanti il ciclomotore perdeva il controllo, cadeva a terra e in scivolata mi travolgeva..”.

Tuttavia, le dichiarazioni del M. C. non risultano rilevanti a fini probatori sia perché provengono da un soggetto coindagato e coinvolto nel sinistro (di talché anche incapace di testimoniare nel presente giudizio ex art. 246 c.p.c.), sia perché lo stesso M. C. ha fornito versioni incoerenti dei fatti (cfr. documento 2, pag. 9, doc. 4 e doc. 5 di parte attrice) nel corso delle indagini.

Inoltre, le circostanze riferite dal M. C. risultano smentite dagli accertamenti tecnici operati nel procedimento penale, sia con riguardo alla manovra di spostamento del JJ (si veda quanto rilevato supra al punto 2.2.2), sia con riguardo alle ulteriori dinamiche del sinistro (in sede di s.i.t. il M. C. riferiva in particolare che i veicoli del M. T. e del JJ avevano oltrepassato la linea di mezzaria, mentre le risultanze in atti, richiamate anche dal consulente del PM a pag. 21 della propria relazione, evidenziano che le tracce di frenata rimangano all’interno della corsia di pertinenza dei veicoli suddetti, come evidenziato anche dal GIP nel decreto di archiviazione ).

2.3.2 Quanto alla perizia prodotta dalla persona offesa nel procedimento penale (doc. 7 di parte attrice diviso in prima e seconda parte) essa fonda l’accertamento di un celere spostamento verso sinistra del JJ (pag. 16 della seconda parte) soprattutto sulle dichiarazioni rilasciate dal M. C., successivamente non confermate da parte di quest’ultimo (tanto che lo stesso perito a pag. 11 della prima parte della relazione dà atto dell’incoerenza delle dichiarazioni del M. C.) e come visto prive di rilievo probatorio.

Si trascura totalmente invece un’analisi della velocità della moto e delle distanze di sicurezza, sulla cui base gli altri periti escludono una responsabilità del JJ per i fatti di causa.

2.4 Dal quadro sopra delineato emerge in modo evidente come il verificarsi del sinistro di cui trattasi non possa essere in alcun modo causalmente ricondotto ad una condotta colposa del convenuto JJ che ne integri una responsabilità in sede civile.

Del resto, si è condivisibilmente affermato che «.

 

.con riguardo all’illecito civile si ha interruzione del nesso di causalità per effetto del comportamento sopravvenuto di altro soggetto (che può identificarsi anche con lo stesso danneggiato) quando il fatto di costui si ponga, ai sensi dell’art. 41, comma secondo, cod. pen., come unica ed esclusiva causa dell’evento di danno, sì da privare dell’efficienza causale e rendere giuridicamente irrilevante il precedente comportamento dell’autore dell’illecito, ..» «..in presenza di fatti imputabili a più persone, coevi o succedutisi nel tempo, deve essere riconosciuta a tutti un’efficacia causativa del danno, ove abbiano determinato una situazione tale che, senza l’uno o l’altro di essi, l’evento non si sarebbe verificato, mentre deve attribuirsi il rango di causa efficiente esclusiva ad uno solo dei fatti imputabili quando lo stesso, inserendosi quale causa sopravvenuta nella serie causale, interrompa il nesso eziologico tra l’evento dannoso e gli altri fatti, ovvero quando il medesimo, esaurendo sin dall’origine e per forza propria la serie causale, riveli l’inesistenza, negli altri fatti, del valore di concausa e li releghi al livello di occasioni estranee.» (Cass. civ., Sez. III, 12/09/2005, n. 18094 e conformemente ex multis: Cass. civ., Sez. III, 13/03/2007, n. 5839; Cass. civ., Sez. III, 05/01/2010, n. 25; Cass. civ., Sez. III, 22/12/2011, n. 28299).

E’ evidente che la condotta di guida del M. T. ha violato la generica regola di prudenza posta dagli artt. 141-143, oltre che e gravemente, quelle specifiche degli artt. 142, 148, 149 del Cds.

Le domande di parte attrice devono, pertanto, essere rigettate.

3. I rilievi sopra operati rendono irrilevanti la richiesta di CTU riproposta da parte attrice nelle proprie conclusioni (mentre non risultano essere state riproposte e si intendono quindi rinunciate le istanze relative all’interrogatorio formale e alla prova testimoniale, avanzate con l’atto introduttivo del giudizio), tenuto conto in particolare che una CTU cinematica sarebbe meramente duplicativa della perizia del PM.

Parimenti irrilevanti, in ragione del rigetto delle domande di parte attrice, sono le istanze istruttorie riproposte da UnipolSai in sede di precisazione delle conclusioni.

4. Le spese di lite seguono la soccombenza e vanno liquidate come indicato in dispositivo secondo il DM 55/2014, considerando per i convenuti la maggiorazione ex art. 4 DM cit.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna in funzione di Giudice monocratico, definitivamente pronunciando, con sentenza provvisoriamente esecutiva, ogni altra istanza disattesa o assorbita, rigetta le domande proposte dagli attori nei confronti di YY, JJ e UnipolSai Assicurazioni S.p.A. e condanna gli stessi al pagamento delle spese di lite in favore delle altre parti, che liquida in favore dei primi in €. 8.500,00 per compensi e in €. 7.000,00 per compensi in favore della Compagnia, oltre per entrambi al rimborso forfetario 15% ed oltre IVA e CPA, se dovuti e nelle aliquote di legge.

Dichiara la sentenza esecutiva ex lege.

Così deciso in Bologna, il 15.05.2021

Il Giudice

Dott. Pietro Iovino

 

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PEDOPORNOGRAFIA AVVOCATO PENALISTA DIFENDE IMPUTATI

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L’interpretazione fornita dalla nota sentenza delle Sezioni Unite n. 13 del 31 maggio 2000, ritiene che “Poiché il delitto di pornografia minorile di cui all’art. 600-ter, comma 1, c.p., mediante il quale l’ordinamento appresta una tutela penale anticipata della libertà sessuale del minore, reprimendo quei comportamenti prodromici che, anche se non necessariamente a fine di lucro, ne mettono a repentaglio il libero sviluppo personale con la mercificazione del suo corpo e l’immissione nel circuito perverso della pedofilia, ha natura di reato di pericolo concreto, la condotta di chi impieghi uno o più minori per produrre spettacoli o materiali pornografici è punibile, salvo l’ipotizzabilità di altri reati, quando abbia una consistenza tale da implicare il concreto pericolo di diffusione del materiale prodotto”.

Art. 600-ter. Pornografia minorile.
È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000 chiunque:
1) utilizzando minori di anni diciotto, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico;
2) recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici ovvero dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto.
Alla stessa pena soggiace chi fa commercio del materiale pornografico di cui al primo comma.
Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al primo e al secondo comma, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza il materiale pornografico di cui al primo comma, ovvero distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.582 a euro 51.645.
Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui ai commi primo, secondo e terzo, offre o cede ad altri, anche a titolo gratuito, il materiale pornografico di cui al primo comma, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 1.549 a euro 5.164.
Nei casi previsti dal terzo e dal quarto comma la pena è aumentata in misura non eccedente i due terzi ove il materiale sia di ingente quantità.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque assiste a esibizioni o spettacoli pornografici in cui siano coinvolti minori di anni diciotto è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 1.500 a euro 6.000.
Ai fini di cui al presente articolo per pornografia minorile si intende ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali.

Le Sezioni Unite, ricordando che vi erano ragioni letterali, teleologiche e logico-sistematiche per opporsi ad un’interpretazione economicistica della nozione di sfruttamento, hanno affermato che, nonostante il legislatore avesse adoperato il termine “sfrutta”, che evoca immediatamente le nozioni di “utile” e di “rendimento”, la fattispecie della produzione di materiale pornografico non richiedeva lo scopo di lucro da parte del reo. In altri termini, la locuzione “sfruttamento del minore” non doveva intendersi come “sfruttamento per fini economici” dovendosi avere riguardo al bene interesse protetto dalla norma che, come desumibile dalla L. n. 269 della 1998, art. 1, era la “salvaguardia dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale” dei minori. Peraltro, si è osservato che, anche dal punto di vista strettamente semantico, lo sfruttamento implica l’attività di trarre da qualcuno un qualsiasi tipo di utilità che, non necessariamente, deve essere economica: “nell’art. 600 ter c.p. il legislatore ha adottato il termine “sfruttare” nel significato di utilizzare a qualsiasi fine (non necessariamente di lucro), sicchè sfruttare i minori vuol dire impiegarli come mezzo, anzichè rispettarli come fine e come valore in sè: significa insomma offendere la loro personalità, soprattutto nell’aspetto sessuale, che è tanto più fragile e bisognosa di tutela quanto più è ancora in formazione e non ancora strutturata”.

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Ritenuto non necessario lo scopo di lucro per integrare il fatto tipico, la sentenza si è poi soffermata sulla struttura del reato, qualificandolo quale fattispecie di pericolo concreto. In altri termini, esso è integrato quando sussiste un pericolo concreto di diffusione del materiale prodotto, tale da introdurlo nel circuito della pedofilia. Secondo la pronuncia, “oltre alla preesistente tutela penale della libertà (di autodeterminazione e maturazione) sessuale del minore, viene introdotta una tutela penale anticipata, volta a reprimere quelle condotte prodromiche che mettono a repentaglio il libero sviluppo personale del minore, mercificando il suo corpo e immettendolo nel circuito perverso della pedofilia”. In tale quadro, non è configurabile il reato quando la produzione pornografica sia destinata a restare nella sfera strettamente privata dell’autore, occorrendo la sussistenza del pericolo concreto di diffusione del materiale pornografico prodotto, il cui accertamento è demandato, di volta in volta, al giudice. Ne consegue che, nell’ipotesi di materiale realizzato per essere conservato dall’autore e non diffuso, trova applicazione non la disposizione dell’art. 600 ter c.p., comma 1, ma quella dell’art. 600 quater, che sanziona la mera detenzione di materiale pedopornografico e che, nella sua formulazione originaria, aveva il seguente tenore: “Chiunque, al di fuori delle ipotesi previste nell’art. 600 ter, consapevolmente si procura o dispone di materiale pornografico prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei minori degli anni diciotto è punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa non inferiore a lire tre milioni”. Nell’ottica della rilevanza del requisito del pericolo di diffusione, le Sezioni Unite hanno precisato che è compito del giudice accertare di volta in volta la configurabilità del predetto pericolo, facendo ricorso ad elementi sintomatici della condotta quali l’esistenza di una struttura organizzativa anche rudimentale atta a corrispondere alle esigenze di mercato dei pedofili, il collegamento dell’agente con soggetti pedofili potenziali destinatari del materiale pornografico, la disponibilità materiale di strumenti tecnici di riproduzione e/o trasmissione, anche telematica idonei a diffondere il materiale pornografico in cerchie più o meno vaste di destinatari, l’utilizzo contemporaneo o differito nel tempo di più minori per la produzione del materiale pornografico – dovendosi considerare la pluralità di minori impiegati non elemento costitutivo del reato ma indice sintomatico della pericolosità concreta della condotta -, i precedenti penali, la condotta antecedente e le qualità soggettive del reo, quando siano connotati dalla diffusione commerciale di pornografia minorile nonchè gli altri indizi significativi suggeriti dall’esperienza. Hanno, di conseguenza, escluso la ricorrenza del concreto pericolo di diffusione del materiale in un’ipotesi in cui l’agente aveva realizzato e detenuto alcune fotografie pornografiche che ritraevano un minorenne, consenziente, per uso puramente “affettivo”, anche se perverso.

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Cassazione Penale

sez. Unite

Sentenza 15/11/2018, n. 51815

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARCANO Domenico – Presidente –

Dott. PAOLONI Giacomo – Consigliere –

Dott. BONITO F. M. S. – Consigliere –

Dott. DE CRESCIENZO Ugo – Consigliere –

Dott. ZAZA Carlo – Consigliere –

Dott. PETRUZZELLIS Anna – Consigliere –

Dott. FIDELBO Giorgio – Consigliere –

Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere –

Dott. ANDRONIO A. M. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.D., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 21/10/2016 della Corte di appello di Palermo;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal componente Dott. Alessandro Maria Andronio;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. IACOVIELLO Francesco Mauro, che ha concluso chiedendo: per il capo A), l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per prescrizione, limitatamente alle condotte nei confronti di B.M.M. e P.A., e l’inammissibilità del ricorso nel resto; per il capo B), l’inammissibilità del ricorso; per il capo C), il rigetto del ricorso;

uditi per l’imputato gli avv.ti Antonino Agnello e Giovanni Aricò, che hanno concluso per l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. M.D. è stato chiamato a rispondere: del reato di cui all’art. 61 c.p., n. 9), art. 81 c.p., art. 600 bis c.p., commi 2 e 3, perchè, in qualità di parroco della basilica di (OMISSIS), aveva indotto alla prostituzione alcuni ragazzi e, in particolare, aveva compiuto atti sessuali con quattro minori, di età compresa tra i 14 ed i 17 anni, facendoli denudare, per guardarli anche mentre visionavano video erotici, palpeggiando i loro organi genitali, masturbandoli e praticando loro dei rapporti orali, con le aggravanti di cui al richiamato terzo comma, rispetto a tre delle persone offese, e di aver commesso il fatto con l’abuso di potere e violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto (capo A); del reato di cui all’art. 61 c.p., n. 9), artt. 56 e 81 c.p., art. 600 bis c.p., commi 2 e 3, per aver tentato il compimento di atti sessuali con altri due minori, verso il corrispettivo di denaro ed altra utilità economica, in particolare, dopo averli denudati, aveva avvicinato la bocca ai genitali di uno, tentato di toccare i genitali di un altro, ed inviato messaggi telefonici in tema, non riuscendo nell’intento della consumazione del rapporto sessuale orale per il diniego opposto dagli stessi minori, con l’aggravante che uno dei due ragazzi aveva un’età inferiore agli anni 16 (capo B); del reato di cui all’art. 81, comma 2, art. 600 ter, comma 1, con riferimento all’art. 600 sexies c.p., comma 2, perchè, utilizzando minori di anni diciotto, aveva realizzato e prodotto materiale pornografico, o comunque aveva indotto minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche, in particolare, dietro compenso di danaro o altra utilità economiche come le ricariche telefoniche, a posare nudi per le foto da lui realizzate, aventi ad oggetto gli organi genitali, con le aggravanti di aver commesso i fatti in danno di minori e con l’abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto (capo C).

I minori sono stati compiutamente identificati nei capi d’imputazione ed i fatti sono stati contestati come commessi in (OMISSIS) fino al (OMISSIS). Solo tre dei ragazzi si sono costituti nei gradi di merito come parti civili. I difensori delle parti civili non si sono presentati innanzi a questa Corte.

1.1. Il Tribunale di Sciacca, con sentenza del 12 giugno 2015, ha condannato l’imputato alla pena di anni 9, mesi 8 di reclusione, ritenuta la continuazione, oltre spese e pene accessorie; per il reato di cui al capo A), la condotta di prostituzione minorile nei confronti di una delle persone offese è stata qualificata come tentativo; per il capo B), è stato escluso il reato nei confronti di una delle persone offese; per il capo C), è stato escluso il reato di pornografia minorile nei confronti di una delle persone offese. L’imputato è stato assolto dai residui reati e condannato al risarcimento dei danni, oltre spese, a favore di due delle parti civili.

1.2. La Corte di appello di Palermo ha confermato la sentenza di primo grado.

1.3. I giudici – con conforme valutazione rispetto al Tribunale – hanno accertato che l’imputato ha ricevuto vari ragazzi minorenni in parrocchia e, con la scusa di un contratto con la televisione, vantando una parentela importante e predisponendo dei falsi moduli di ingaggio, verso corrispettivo, ha realizzato dei ritratti fotografici o video dei loro genitali e, in alcuni casi, li ha palpeggiati nelle parti intime o ha avuto con loro dei rapporti orali. Ad un certo punto, alcuni dei ragazzi hanno raccontato i fatti ad un giovane che frequentava la chiesa perchè interessato ad intraprendere la via del sacerdozio, il quale ha provveduto a svolgere indagini in proprio, realizzando un video con il suo cellulare del percorso seguito per raggiungere la stanza in cui vi erano i dispositivi elettronici dell’imputato, computer e cellulare, trovando le foto e gli altri documenti compromettenti e sporgendo denuncia, subito dopo, all’autorità di polizia; le persone offese hanno confermato i fatti.

2. Avverso la sentenza di secondo grado l’avv. Antonino Agnello ha presentato sette motivi di ricorso, mentre l’avv. Giovanni Aricò ha presentato due motivi di ricorso. In data 9 novembre 2017, l’avv. Agnello ha presentato una memoria contenente un motivo nuovo.

2.1. Con il primo motivo del ricorso proposto dall’avv. Agnello, si censura (a) l’omessa motivazione sui motivi nuovi in appello in ordine alla mancanza assoluta della sussistenza del pericolo di diffusione del materiale presuntivamente prodotto in relazione al reato di cui all’art. 600 ter c.p.: si sostiene, sul punto, che il reato è integrato se l’attività si rivolga, anche solo potenzialmente, ad un numero più o meno ampio di fruitori, cosicchè colui che produce il materiale pornografico, che non circoli al di fuori della sfera privata, commette piuttosto il reato di detenzione di materiale pedopornografico, di cui all’art. 600 quater c.p. Si lamentano, poi: (b) la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione sulle pretese omissioni del Commissariato di Sciacca nella fase delle indagini preliminari, in particolare, con riferimento: b1) all’omesso sequestro degli apparecchi telefonici in dotazione alle persone offese, b2) all’omessa verifica dei tabulati telefonici, b3) all’omesso sequestro del telefonino del denunciante utilizzato per girare i due filmati che erano stati riversati sul CD01, smarrito e non trasmesso in Procura, ma poi acquisito in udienza come copia di una copia effettuata da un ispettore di Polizia, b4) alla differenza di contenuto del CD01 rispetto alle sommarie informazioni del denunciante perchè mancava uno dei filmati contenuti nell’originaria chiavetta nonchè del materiale mai analizzato e verbalizzato, b5) all’uso del computer della madre dell’imputato, durante la perquisizione, per redigere il verbale, contaminando il reperto; (c) la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione in ordine all’attendibilità delle persone offese ed ai riscontri delle dichiarazioni stesse, poichè ci) con ragionamento circolare era stata ritenuta la veridicità del narrato accusatorio a partire dalle relazioni omosessuali dell’imputato con maggiorenni, c2) era stato valorizzato il giudizio dei periti, senza confutare in modo convincente gli argomenti critici del perito di parte, c3) erano stati valorizzati alcuni profili discutibili delle dichiarazioni delle persone offese, c4) non era stata offerta una spiegazione sufficiente dell’incompatibilità logica dell’episodio collocato in data 8 dicembre 2009 rispetto alle prove testimoniali e documentali, delle contraddizioni dei narrati, dell’assenza di traumi nelle persone offese, delle censure sulle altre testimonianze, delle artificiosità emerse nella verbalizzazione delle sommarie informazioni testimoniali di parte, attraverso il metodo del copia-incolla; (d) la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla testimonianza e all’apporto offerto dal denunciante, ritenuto attendibile, nonostante avesse girato il filmino volto a precostituire la prova del reato con condotta considerata dagli stessi giudici ai limiti dell’illecito; (e) la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione sull’analisi della perizia relativa al computer dell’imputato e della consulenza di parte, sul rilievo che il perito aveva affermato di avere trovato solo un link con il nome di un file uguale ad un’immagine che si vedeva nel filmato, ma non aveva mai detto di avere trovato l’immagine o altre immagini, sicchè aveva errato la sentenza nell’assimilazione del file al link, perchè la presenza di un link non includeva la presenza del file; inoltre nel cellulare sequestrato non era stata trovata la foto inquadrata nel video dei genitali nè vi era traccia informatica che potesse ricondurre a quel file e gli argomenti che avevano escluso la tesi difensiva del complotto non erano convincenti; (f) la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione sulla sussistenza di ipotesi alternative, in particolare sul complotto, quando f1) tale emergenza processuale derivava dalle dichiarazioni di alcuni testi oltre che dello stesso denunciante, f2) le persone offese erano legate tra di loro da rapporti di conoscenza ed amicizia, f3) vi era stato certamente un effetto di propagazione della notizia, f4) vi era un conflitto con il denunciante che aveva interrotto il suo percorso vocazionale e con la persona offesa responsabile di furti in parrocchia e coinvolta in episodi per cui era stata pronunciata l’assoluzione.

2.2. Con il secondo motivo di doglianza, si censura la mancata rinnovazione dell’audizione del denunciante. Secondo la prospettazione difensiva, a seguito della perizia informatica era sorta la necessità di risentire il teste per comprendere meglio la dinamica della formazione del video, anche perchè il denunciante aveva dichiarato di avere installato e disinstallato un software sul computer dell’imputato per recuperare file cancellati, mentre il perito aveva verificato che il (OMISSIS), alle ore 15,35, era stato installato ed alle ore 15,53 era stato rimosso il “PC inspector file recovery”, programma che consentiva di recuperare i file, a meno dell’uso in mala fede. La difesa sostiene che non vi era la prova che i dispositivi, computer e cellulare, inquadrati nei diversi filmati girati dal denunciante con il suo cellulare erano proprio dell’imputato, posto anche che i predetti dispositivi elettronici non erano protetti da password e v’era la prova che ben 28 dispositivi erano stati collegati al suo computer, di cui solo due di sua proprietà.

2.3. In terzo luogo, si lamenta la violazione dell’art. 600 ter c.p., sul rilievo che le foto, ritenute esistenti nel computer, non erano destinate alla pubblica fruizione, ma vi si trovavano per il soddisfacimento dei bisogni sessuali dell’imputato. Si sostiene che: egli non aveva interesse alla diffusione del materiale che lo riguardava per evitare il naufragio del proprio ministero sacerdotale; il computer si trovava nella sua stanza senza possibilità di connessione ad Internet; il numero di sei foto, presuntivamente rinvenuto, non era tale da validare la sussistenza della condotta criminosa; e ciò, a prescindere dalla circostanza che di tale sequenza fotografica non era stata provata, oltre ogni ragionevole dubbio, la provenienza e la riconducibilità al suo computer. Ai fini della “diffusione” richiesta dall’art. 600 ter c.p., era necessario accertare se il comportamento del presunto autore del reato fosse suscettivo di creare un fenomeno diffusivo o fosse limitato a costituire il malsano hobby di un singolo individuo.

2.4. Con la quarta censura, si deduce l’inutilizzabilità della prova decisiva, costituita dalle “investigazioni” illecite del denunciante, introdottosi arbitrariamente nell’abitazione dell’imputato, per accedere al suo computer, manipolandolo.

2.5. In quinto luogo, si deduce la violazione dell’art. 191 c.p.p., art. 197 c.p.p., comma 1, lett. d), art. 222 c.p.p., comma 1, lett. d), art. 225 c.p.p., comma 3, art. 233 c.p.p., comma 3, con riferimento all’assunzione della qualità di testimoni dei consulenti del pubblico ministero e all’inutilizzabilità dei risultati della deposizione dibattimentale del 1 ottobre 2014, nonchè della relativa consulenza depositata. Si evidenzia, sul punto, che i consulenti avevano partecipato all’assunzione delle sommarie informazioni nel corso delle indagini preliminari, poi erano stati nominati ausiliari dal pubblico ministero, quindi sentiti come testimoni. La difesa sostiene che questi non potevano essere considerati come soggetti che prestavano di fatto e solo occasionalmente determinate funzioni previste dalla legge, perchè era evidente la natura stabile, imprescindibile ed “istituzionale” della loro attività di ausiliari.

Mentre la ratio dell’art. 197 c.p.p. sarebbe quella di assicurare la genuinità e spontaneità della fonte testimoniale, al fine di scongiurare il pericolo che il deponente possa rappresentare i fatti secondo una sua elaborazione soggettiva influenzata dall’opinione personale.

2.6. Con il sesto motivo, la difesa deduce la violazione dell’art. 2 c.p., comma 4, artt. 157 e 600 bis c.p., con riferimento alle condotte poste in essere nei confronti delle due parti civili a favore delle quali era stato riconosciuto il risarcimento del danno. Le condotte contestate tra il (OMISSIS) ed il (OMISSIS) erano prescritte, al più tardi, per B.M.M. nell'(OMISSIS) e per P.A. nell'(OMISSIS).

2.7. Con il settimo motivo, si lamenta la violazione dell’art. 62 bis c.p., sul rilievo che non sarebbero stati valutati a favore dell’imputato il comportamento collaborativo tenuto in sede processuale, l’assenza di precedenti, la piena osservanza della misura cautelare, il silenzio mediatico dinanzi ad accuse gravi ed infamanti, l’impegno profuso durante lo stato detentivo in altre attività, tra cui la frequentazione di un corso di laurea, lo stato di salute. Del tutto incomprensibilmente, la Corte aveva menzionato quali elementi ostativi alla concessione del beneficio l’esistenza di precedenti per i reati di falsa informazione al Pubblico ministero e simulazione di reato, fatti risalenti ad oltre 20 anni prima.

2.8. Con il primo motivo di doglianza proposto dall’avv. Aricò, si deducono vizi di motivazione, nonchè l’erronea applicazione degli art. 192 c.p.p., comma 2, e art. 600 ter c.p., comma 1, con riferimento alla prova informatica. La difesa lamenta che la Corte territoriale aveva ritenuto provata l’imputazione sub C), non sulla base della prova informatica in sè, poichè nessun contenuto rilevante era stato rinvenuto sui suoi dispositivi, ma sulla base di una prova indiziariamente “rappresentativa” della prima, a seguito dell’accesso abusivo del denunciante. Si duole altresì del fatto che i giudici non avevano considerato: a) che nel suo telefono cellulare non era stata rinvenuta la foto inquadrata nel video prodotto dal denunciante nè alcuna traccia informatica che potesse ricondurre alla previa esistenza e cancellazione del predetto file, b) che le analisi tecniche eseguite non erano riuscite a risalire al file madre cui quello di collegamento avrebbe dovuto indirizzare e quindi non v’era alcuna prova circa il contenuto e la tipologia del suddetto file e non era stata trovata sui suoi dispositivi alcuna delle foto ritratte nei filmati nè vi era certezza che le avesse cancellate volontariamente o che l’intervento del denunciante fosse stato di ripristino e cancellazione invece che di mera cancellazione o di immissione e successiva cancellazione, c) che il link ritrovato nei “punti di ripristino” del computer aveva dati temporali incoerenti, d) che il rinvenimento della traccia, solo parzialmente riconducibile ad una delle sei fotografie, appariva incongruente, in quanto le foto erano contenute nella medesima partizione del disco rigido e quindi sarebbero dovute sparire contestualmente. E – secondo la prospettazione difensiva – la sentenza si era limitata a considerare illogica l’eventuale rimozione incompleta dei dati da parte del denunciante, ma non aveva motivato sulle questioni tecniche emerse dagli accertamenti.

2.9. Con il secondo motivo proposto dallo stesso difensore, si censura la violazione dell’art. 600 ter c.p., comma 1, e art. 600 quater c.p., per omessa motivazione sulle doglianze difensive sul tema della qualificazione giuridica del fatto, lamentando che la sentenza non aveva affrontato il tema del pericolo concreto della divulgazione del materiale.

2.10. Con il motivo nuovo redatto dall’avv. Agnello, si deduce la violazione dell’art. 2 c.p., comma 4, artt. 157 e 600 bis c.p., essendo maturata la prescrizione dei reati di cui ai capi A) e B).

3. Con ordinanza del 30 novembre 2017, la Terza Sezione della Corte di cassazione ha rimesso la trattazione del procedimento alle Sezioni Unite, non condividendo il seguente principio di diritto enunciato dalle stesse Sezioni Unite con la sentenza n. 13 del 31/05/2000, Bove, Rv. 216337, e seguito in modo costante dalle sezioni semplici: “Poichè il delitto di pornografia minorile di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1 – mediante il quale l’ordinamento appresta una tutela penale anticipata della libertà sessuale del minore, reprimendo quei comportamenti prodromici che, anche se non necessariamente a fine di lucro, ne mettono a repentaglio il libero sviluppo personale con la mercificazione del suo corpo e l’immissione nel circuito perverso della pedofilia – ha natura di reato di pericolo concreto, la condotta di chi impieghi uno o più minori per produrre spettacoli o materiali pornografici è punibile, salvo l’ipotizzabilità di altri reati, quando abbia una consistenza tale da implicare un concreto pericolo di diffusione del materiale prodotto”. Si sostiene, in particolare, che tale impostazione tradizionale non trova riscontro nel dato normativo e che, anzi, contraddice lo spirito dei numerosi interventi legislativi che si sono avuti successivamente alla menzionata pronuncia e, in particolare, della decisione quadro 2004/68 del Consiglio del 22 dicembre 2003 e della L. n. 38 del 2006 che ha recepito, pressoché integralmente, la normativa sovranazionale in materia. Si afferma, quindi, in consapevole contrasto con l’orientamento prevalente, che ai fini dell’integrazione delle condotte di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, “non è necessario il pericolo, nè astratto, nè concreto della diffusione del materiale, profilo del quale si occupano specificatamente i commi successivi con autonome fattispecie di reato, punite con pene inferiori, ad eccezione del comma 2, relativo al commercio, per il quale si applica la stessa pena del comma 1” e che la realizzazione dell’esibizione fotografica, la produzione di materiale pornografico e l’induzione alla partecipazione ad esibizioni pornografiche costituiscono di per sè condotte criminose. Ne consegue, ad avviso della sezione rimettente, che “non è sostenibile, laddove non vi sia il pericolo di diffusione, che scatti la previsione dell’art. 600 quater c.p., perché questa norma è applicabile laddove sia esclusa ciascuna delle ipotesi contemplate dall’art. 600 ter c.p.”.

Le Sezioni Unite sono state quindi interpellate in applicazione del comma 1-bis dell’art. 618 c.p.p., introdotto dalla L. 23 giugno 2017, n. 103, il quale prevede, per le sezioni semplici che non condividano “il principio di diritto enunciato dalle sezioni unite”, l’obbligo di rimettere a queste ultime la decisione del ricorso.

Quanto alla vicenda concreta, nell’ordinanza di rimessione si evidenzia che, rispetto alle varie questioni proposte nel processo, volte a dimostrare l’illogicità del percorso motivazionale ed il travisamento della prova, è preliminare e rilevante ai fini della decisione quella concernente la qualificazione giuridica dei fatti di cui al capo C), consistenti nella realizzazione e produzione del materiale pornografico e nell’induzione dei minori a partecipare ad esibizioni pornografiche, in particolare a posare nudi per consentire all’imputato di ritrarre i loro organi genitali. Sul punto le difese assumono, in subordine rispetto alla tesi pienamente assolutoria, che la condotta contestata rientri nella previsione normativa di cui all’art. 600 quater c.p. di detenzione di materiale pornografico – con rilevanti conseguenze sulla prescrizione del reato – mentre i giudici di appello ritengono corretta la qualificazione dei fatti contestati ai sensi dell’art. 600 ter c.p. Inoltre, il Collegio rimettente afferma che, nel caso sottoposto al suo giudizio, dalla lettura delle sentenze di merito “sembrerebbe escludersi il pericolo della diffusione del materiale pornografico”, posto che la promessa di un contratto con la televisione e la presentazione dei moduli di richiesta di immagini da parte dell’imputato erano solo espedienti per attirare i ragazzi alla relazione omosessuale o al soddisfacimento di esigenze voyeuristiche, in mancanza di altri elementi indiziari.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni unite è la seguente:

“Se, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, n. 1), con riferimento alla condotta di produzione di materiale pedopornografico, sia necessario, viste le nuove formulazioni della disposizione introdotte a partire dalla L. 6 febbraio 2006, n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale”.

2. La soluzione di tale questione implica la necessità di una preliminare ricostruzione storico-sistematica dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale.

2.1. La nozione di pornografia minorile è stata introdotta dalla L. 3 agosto 1998, n. 269 (Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di schiavitù), la quale ha previsto una serie di nuove fattispecie di reato (gli art. 600 bis – prostituzione minorile; art. 600 ter – pornografia minorile; art. 600 quater – detenzione di materiale pedopornografico; art. 600 quinquies – iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile). Le nuove fattispecie sono state inserite nel Titolo XII della parte speciale dedicata ai Delitti contro la persona e, in particolare, nel Capo 3 (Dei delitti contro la libertà individuale), sezione 1 (Dei delitti contro la personalità individuale). L’articolato sistema di fattispecie incriminatrici introdotto dalla L. n. 269 del 1998 era ispirato ai principi sanciti dalla Convenzione sui diritti del fanciullo firmata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con la L. 27 maggio 1991, n. 176 che, nell’art. 34, impegnava gli Stati aderenti a proteggere “il fanciullo” da ogni forma di violenza e sfruttamento sessuale e, quindi, dallo sfruttamento ai fini di prostituzione o di produzione di spettacoli o di materiale pornografico.

Nella formulazione originaria del 1998, l’art. 600 ter c.p., comma 1, così recitava: “Chiunque sfrutta minori degli anni diciotto al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da lire cinquanta milioni a lire cinquecento milioni”. E la disposizione si inscriveva in un contesto normativo finalizzato a tutelare “lo sviluppo fisico, psicologico, spirituale morale, sociale” dei minori (L. n. 269 del 1998, art. 1), reprimendo svariati comportamenti considerati idonei ad attentare all’integrità del bene giuridico protetto. Il primo comma dell’articolo, nella versione del 1998, contemplava, dunque, due sotto-fattispecie: a) quella dello sfruttamento di minori al fine di realizzare esibizioni pornografiche; b) quella dello sfruttamento di minori al fine di produrre materiale pornografico. Dunque, secondo il tenore letterale dell’articolo, la realizzazione di esibizioni pornografiche e la produzione di materiale pornografico costituivano il fine, oggetto di dolo specifico, della condotta di “sfruttamento dei minori di anni diciotto”.

2.2. Sulla disposizione, nella sua formulazione originaria, si sono pronunciate, con la richiamata sentenza n. 13 del 2000, le Sezioni Unite di questa Corte alle quali la Terza Sezione penale (con ordinanza del 13 febbraio 1999), aveva posto la seguente questione: “Se il fatto, punito dall’art. 600 ter, comma 1, di sfruttare minori degli anni diciotto al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico postuli, o non, lo scopo di lucro e/o l’impiego di una pluralità di minori”. La questione era sorta in conseguenza dell’orientamento dottrinale maggioritario, secondo il quale, al termine “sfruttare” andava riconnesso un significato lucrativo, quantomeno economico, con la conseguenza che dovevano escludersi tutte quelle attività che si risolvevano nell’appagamento di intimi e riservati fini perversi o nell’occasionale utilizzazione di un singolo minore per gli anzidetti scopi. A tale orientamento si contrapponeva un’opinione minoritaria per la quel era preferibile un’interpretazione della disposizione volta ad includere l’incriminazione di condotte illecite che prescindevano dal ritorno economico, sul rilievo che il bene protetto era la tutela dell’essere umano.

Le Sezioni Unite, ricordando che vi erano ragioni letterali, teleologiche e logico-sistematiche per opporsi ad un’interpretazione economicistica della nozione di sfruttamento, hanno affermato che, nonostante il legislatore avesse adoperato il termine “sfrutta”, che evoca immediatamente le nozioni di “utile” e di “rendimento”, la fattispecie della produzione di materiale pornografico non richiedeva lo scopo di lucro da parte del reo. In altri termini, la locuzione “sfruttamento del minore” non doveva intendersi come “sfruttamento per fini economici” dovendosi avere riguardo al bene interesse protetto dalla norma che, come desumibile dalla L. n. 269 della 1998, art. 1, era la “salvaguardia dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale” dei minori. Peraltro, si è osservato che, anche dal punto di vista strettamente semantico, lo sfruttamento implica l’attività di trarre da qualcuno un qualsiasi tipo di utilità che, non necessariamente, deve essere economica: “nell’art. 600 ter c.p. il legislatore ha adottato il termine “sfruttare” nel significato di utilizzare a qualsiasi fine (non necessariamente di lucro), sicchè sfruttare i minori vuol dire impiegarli come mezzo, anzichè rispettarli come fine e come valore in sè: significa insomma offendere la loro personalità, soprattutto nell’aspetto sessuale, che è tanto più fragile e bisognosa di tutela quanto più è ancora in formazione e non ancora strutturata”.

Ritenuto non necessario lo scopo di lucro per integrare il fatto tipico, la sentenza si è poi soffermata sulla struttura del reato, qualificandolo quale fattispecie di pericolo concreto. In altri termini, esso è integrato quando sussiste un pericolo concreto di diffusione del materiale prodotto, tale da introdurlo nel circuito della pedofilia. Secondo la pronuncia, “oltre alla preesistente tutela penale della libertà (di autodeterminazione e maturazione) sessuale del minore, viene introdotta una tutela penale anticipata, volta a reprimere quelle condotte prodromiche che mettono a repentaglio il libero sviluppo personale del minore, mercificando il suo corpo e immettendolo nel circuito perverso della pedofilia”. In tale quadro, non è configurabile il reato quando la produzione pornografica sia destinata a restare nella sfera strettamente privata dell’autore, occorrendo la sussistenza del pericolo concreto di diffusione del materiale pornografico prodotto, il cui accertamento è demandato, di volta in volta, al giudice. Ne consegue che, nell’ipotesi di materiale realizzato per essere conservato dall’autore e non diffuso, trova applicazione non la disposizione dell’art. 600 ter c.p., comma 1, ma quella dell’art. 600 quater, che sanziona la mera detenzione di materiale pedopornografico e che, nella sua formulazione originaria, aveva il seguente tenore: “Chiunque, al di fuori delle ipotesi previste nell’art. 600 ter, consapevolmente si procura o dispone di materiale pornografico prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei minori degli anni diciotto è punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa non inferiore a lire tre milioni”. Nell’ottica della rilevanza del requisito del pericolo di diffusione, le Sezioni Unite hanno precisato che è compito del giudice accertare di volta in volta la configurabilità del predetto pericolo, facendo ricorso ad elementi sintomatici della condotta quali l’esistenza di una struttura organizzativa anche rudimentale atta a corrispondere alle esigenze di mercato dei pedofili, il collegamento dell’agente con soggetti pedofili potenziali destinatari del materiale pornografico, la disponibilità materiale di strumenti tecnici di riproduzione e/o trasmissione, anche telematica idonei a diffondere il materiale pornografico in cerchie più o meno vaste di destinatari, l’utilizzo contemporaneo o differito nel tempo di più minori per la produzione del materiale pornografico – dovendosi considerare la pluralità di minori impiegati non elemento costitutivo del reato ma indice sintomatico della pericolosità concreta della condotta -, i precedenti penali, la condotta antecedente e le qualità soggettive del reo, quando siano connotati dalla diffusione commerciale di pornografia minorile nonchè gli altri indizi significativi suggeriti dall’esperienza. Hanno, di conseguenza, escluso la ricorrenza del concreto pericolo di diffusione del materiale in un’ipotesi in cui l’agente aveva realizzato e detenuto alcune fotografie pornografiche che ritraevano un minorenne, consenziente, per uso puramente “affettivo”, anche se perverso.

2.3. Successivamente, l’Italia ha ratificato, con la L. 11 marzo 2002, n. 46, il Protocollo opzionale alla Convenzione dei diritti del fanciullo, concernente la vendita di bambini, la prostituzione dei bambini e la pornografia rappresentante bambini, fatto a New York il 6 settembre 2000; protocollo nascente dall’esigenza degli Stati di contrastare, con strumenti sempre più articolati ed omogenei, anche dal punto di vista internazionale, i gravi fenomeni ivi menzionati. Questa legge ha, tra l’altro, impartito disposizioni processuali per la salvaguardia del minore vittima e testimone di tali reati, integrando sul punto la L. n. 66 del 1996.

Di fondamentale importanza per l’evoluzione normativa è stata, però, la Decisione quadro 2004/68/GAI del Consiglio del 22 dicembre 2003 relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile. Con tale atto normativo, l’Unione Europea ritiene lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile gravi violazioni dei diritti dell’uomo e del diritto fondamentale di tutti i bambini ad una crescita, un’educazione ed uno sviluppo armoniosi (par. 4 dei “considerando”), particolarmente pericolosa la pornografia infantile, a causa della diffusione a mezzo Internet (par. 5 dei “considerando”), sicchè l’importante opera portata avanti da organizzazioni internazionali deve essere integrata da quella dell’Unione Europea (par. 6 dei “considerando”) ed è necessario affrontare reati gravi quali lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia infantile con un approccio globale comprendente quali parti integranti elementi costitutivi della legislazione penale comuni a tutti gli Stati membri, tra cui sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive, e una cooperazione giudiziaria più ampia possibile (par. 7 dei “considerando”). In questo contesto, sono state dettate regole minime a cui gli Stati membri avrebbero dovuto attenersi, alle quali la disciplina italiana del 1998 già sostanzialmente si uniformava.

La L. 6 febbraio 2006, n. 38, art. 2 (Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet) ha apportato rilevanti modifiche al sistema introdotto dalla L. del 1998. In particolare, con l’art. 2, è intervenuta sull’art. 600 ter, norma centrale dell’intero sistema sanzionatorio, prevedendo una pluralità di fattispecie incriminatrici che, pur se autonome tra loro, sono ordinate secondo un criterio gerarchico rinvenibile sia nella degradante severità delle pene edittali, sia nel sistema delle cause di esclusione disciplinate nel terzo e nel quarto comma. Come emerge dai lavori parlamentari, l’intervento legislativo è espressione dell’esigenza di soddisfare le linee guida in materia di repressione della pedopornografia proprie della decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea 2004/68/GAI ed evidenzia la volontà del legislatore di “anticipare ulteriormente la già avanzata soglia di rilevanza penale stabilita dalla L. n. 269 del 1998”, richiamando l’interpretazione della nozione di “sfruttamento” data dalle Sezioni Unite (si veda la relazione di presentazione del disegno di legge della Camera dei deputati n. 4599, prodromico all’adozione della L. n. 38 del 2006). In tale quadro, la nuova condotta tipizzata è quella di “chi realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico, utilizzando minori degli anni diciotto ovvero induce i medesimi a partecipare ad esibizioni pornografiche”. Il verbo “utilizzare” ha quindi preso il posto di “sfruttare” ed è scomparso “il fine di”, prima previsto; tutto ciò comporta, sia che per la consumazione dei delitti occorre l’utilizzazione dei minori per la produzione di esibizioni o di materiale pornografico a prescindere da qualsiasi finalità lucrativa o commerciale, sia che per l’individuazione dell’elemento soggettivo deve farsi riferimento al dolo generico (occorre comunque la consapevolezza che i soggetti utilizzati siano minorenni) e non più al dolo specifico richiesto in passato.

L’art. 600 ter c.p. ha poi subito ulteriori interventi per effetto sia del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla L. 23 aprile 2009, n. 38, sia del D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119. Ma l’intervento più incisivo è stato quello successivamente operato con la L. 1 gennaio 2012, n. 172 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno), la quale ha interamente sostituito il testo originario dell’art. 600 ter e inserito gli attuali commi 6 e 7, quest’ultimo contenente la definizione di “pornografia minorile”. Anche tale legge ha avuto un iter particolarmente lungo e complesso e, come evidenziato nei lavori preparatori, trova la sua ratio giustificatrice, al pari dei precedenti interventi normativi, “nell’esigenza di armonizzare il precedente impianto normativo ai parametri fissati dalla Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali (Lanzarote, 25 ottobre 2007) e dalla Direttiva dell’Unione Europea 2011/93 (Ue) contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile”. Essa ha introdotto, con riferimento a quanto qui di interesse, due diverse ipotesi incriminatrici: 1) la realizzazione di esibizioni o spettacoli pornografici o la produzione degli stessi utilizzando i minori; 2) il reclutamento, l’induzione di minori a partecipare ad esibizioni o spettacoli pornografici e a trarre profitto da essi. In relazione alla prima delle due condotte, non sono state apportate novità significative rispetto alla formulazione previgente, se non per l’inserimento del riferimento agli “spettacoli di natura pornografica”, di cui, peraltro, non è stata fornita la definizione; cosicchè gli stessi sembrano rappresentare un tutt’uno con le “esibizioni” che, in costanza della previgente disciplina, dovevano intendersi come le rappresentazioni di natura pornografica realizzate in pubblico a cui potevano assistere una o più persone. La convenzione di Lanzarote e la successiva legge nazionale di ratifica hanno inciso, inoltre, sulle sanzioni, sui termini di prescrizione e su alcuni profili procedurali, non rilevanti in questa sede.

All’esito delle modifiche apportate, l’art. 600 ter c.p., comma 1, risulta attualmente così formulato: “E’ punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da Euro 24.000 a Euro 240.000 chiunque: 1) utilizzando minori di anni diciotto, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico; 2) recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici ovvero dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto”. E la disposizione fornisce, all’ultimo comma, la definizione di pornografia minorile come “ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali”.

2.4. La Corte di cassazione, in modo pressochè univoco dopo l’arresto delle Sezioni Unite del 2000, ha continuato, nonostante le modifiche apportate negli anni agli articoli in esame, ad interpretare l’art. 600 ter, comma 1, non prescindendo mai dalla necessità dell’accertamento del pericolo concreto della diffusione del materiale prodotto; e tale elemento ha costituito il discrimine fra la fattispecie di cui sopra e quella residuale, di cui all’art. 600 quater c.p.

2.4.1. Quanto alle situazioni nelle quali si è ravvisato il pericolo concreto della diffusione, queste comprendono i casi in cui: oltre all’imponente apparato informatico e all’ingente materiale pedopornografico rinvenuto nella disponibilità dell’imputato, lo stesso abbia effettuato “con una macchina digitale numerose riprese fotografiche delle parti intime di una bimba, alla quale era stato celato il volto, foto che erano state scaricate nell’hard disk del computer in vista dell’uso diffusivo delle immagini pornografiche” (Sez. 3, n. 5774 del 21/01/2005, M., Rv. 230732); “i dati pedopornografici vengono immessi nella rete, atteso che tale immissione, pur collocandosi in un momento antecedente all’effettiva diffusione tra il pubblico del materiale vietato, è sufficiente ad integrare il reato, con natura di reato di pericolo concreto, stante la possibilità di accesso ai dati ad un numero indeterminato di soggetti” (Sez. 3, n. 25232 del 21/06/2005, P.M. in proc. B., Rv. 231814); parte del materiale, per la cui produzione erano state utilizzate contemporaneamente molte minorenni e per il cui utilizzo l’imputato aveva avuto il consenso di queste, è detenuto in auto ed in alcune occasioni è stato mostrato a terzi (Sez. 3, n. 1814 del 20/11/2007, dep. 2008, M., Rv. 238566); vi sono riprese fotografiche, “mediante telefono cellulare, di minore nudo” (Sez. 3, n. 49604 del 01/12/2009, M., Rv. 245749); il materiale pedopornografico è inserito nel social network Facebook (Sez. 3, n. 16340 del 12/03/2015, M., Rv. 263355); la videoripresa, coinvolgente una minore, è conservata dall’imputato nella memoria del telefono cellulare e successivamente sottoposta in visione a terzi (Sez. 3, n. 35295 del 12/04/2016, R., Rv. 267546); il materiale pedopornografico è inserito in una cartella informatica accessibile da parte di terzi attraverso l’uso di un programma di condivisione (Sez. 3, n. 33298 del 10/05/2016, M., Rv. 270418); le immagini pedopornografiche sono state inviate tramite l’applicazione WhatsApp di un telefono cellulare ai minori divenuti oggetto delle mire sessuali dell’imputato, quale strumento di persuasione e corruzione (Sez. 3, n. 37835 del 29/03/2017, D., Rv. 270906); l’imputato è “abituale intrattenitore di bambine via video”, esperto nell’uso del computer (Sez. 3, n. 16616 del 25/5/2015, T., Rv. 263116); l’imputato dispone di in computer, sul quale ha numerose immagini pedopornografiche, in parte scambiate con terzi (Sez. 3, n. 2681 dell’11/10/2011, n. 2681, dep. 2012, R., Rv. 251885) o inserite in una cartella di condivisione via Internet (ex multis, Sez. 3, 05/02/2009, n. 24788, R.; Sez. 3, n. 8285 del 9/12/2009, R., Rv. 246232).

2.4.2. Tra le poche di segno diverso, vi è l’affermazione, contenuta nella pronuncia Sez. 3, n. 27373 del 31/01/2012, Z. e altri, nella quale sostanzialmente si esclude che la condotta di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, richieda il pericolo di diffusione e, nel richiamare la sentenza n. 13 del 2000, si sostiene che la necessità di verifica del pericolo concreto è stata affermata “esaminando la formulazione del testo previgente (…) che conteneva la dizione “sfruttamento”, disposizione sostituita con la L. 6 febbraio 2006, n. 18″. Tale principio – continua la Corte – “attiene in via più diretta, semmai, alla ben diversa condotta di divulgazione di materiale pedopornografico (da chiunque altri prodotta) tipizzata al comma 3”.

E muove dal dubbio che la verifica in concreto del pericolo di diffusione sia ancora necessaria, pur non negando espressamente la natura di reato di pericolo della fattispecie in esame, la pronuncia Sez. 3, n. 16340 del 12/03/2015, M., Rv. 263355, là dove afferma che “non si può non rilevare che l’intervento dirimente delle S.U. da cui si origina la giurisprudenza di legittimità che allo stato governa l’interpretazione dell’art. 600 ter, comma 1 si colloca ormai in una data che può definirsi risalente, essendosi negli ultimi quindici anni espanso ad un livello all’epoca non percepibile e non prevedibile da chi non fosse particolarmente inserito nel settore, il fenomeno dei così detti social networks, ovvero l’intensa potenza comunicativa anche tra privati nella rete, pervenuta ad una sorta di ubiquità in re ipsa di quanto prende le mosse dall’utente di un tale apparato. Laddove, pertanto, le S.U. chiedevano al giudice di merito di accertare di volta in volta la potenzialità concreta di diffusione pure mediante uno strumento telematico, l’odierno notorio insegna che l’inserimento di materiale entro un social network, come Facebook più non necessita, in realtà, alcuno specifico accertamento sulla potenzialità diffusiva. E parimenti anche il riferimento ad organizzazioni “rudimentali” o embrionali risulta ormai superato, ovvero anacronistico, tenuto conto della disponibilità quanto mai agevole che le strutture di comunicazione telematica sociale offrono oggi a chiunque se ne voglia avvalere, senza alcuna necessità di adoperarsi per porre in essere propri personali apparati. La “piazza telematica” è aperta a tutti e la sua idoneità a diffondere quanto tutti vi versano, incluso il materiale pornografico, ha raggiunto un livello notoriamente così elevato da esonerare la necessità di valutazione del concreto pericolo, nel momento in cui il materiale, appunto, è inserito entro un frequentatissimo social network, come è avvenuto nel caso di specie, in cui l’imputato lo ha veicolato su Facebook”.

3. Così ricostruito il quadro legislativo e giurisprudenziale, l’interpretazione proposta dall’orientamento largamente dominante, nel senso della necessità del requisito del pericolo di diffusione del materiale pedopornografico, deve ritenersi superata dall’evoluzione normativa e, comunque, anacronistica, in quanto riferita a un contesto sociale e a un grado di sviluppo tecnologico – quelli della seconda metà degli anni ‘90 del secolo scorso – che sono radicalmente mutati negli ultimi anni.

3.1. Deve prendersi atto del fatto che la richiamata sentenza del 2000 delle Sezioni Unite rispondeva all’esigenza, del tutto legittima, di evitare di trattare con eccessivo rigore sanzionatorio – essendo molto elevata la pena edittale prevista: reclusione da sei a dodici anni e multa da lire cinquanta milioni a lire cinquecento milioni – la realizzazione di materiale pornografico mediante l’utilizzazione di minori, avendo superato l’idea che lo sfruttamento punito dalla disposizione dovesse presentare risvolti economici e, dunque, avendo elaborato una nozione di “sfruttamento” sostanzialmente coincidente con quella di “utilizzazione”, poi fatta propria dal legislatore, con la riforma del 2006. Nella ricostruzione interpretativa di allora, per “compensare” l’ampliamento della nozione di sfruttamento, i casi nei quali la produzione del materiale pedopornografico era invece destinata ad una fruizione meramente privata, da parte dello stesso soggetto che aveva realizzato detto materiale, erano ricondotti all’ambito di applicazione dell’art. 600 quater, assai meno rigoroso sul piano sanzionatorio (reclusione fino a tre anni e multa non inferiore a lire tre milioni). E tale conclusione trovava spazio perchè non vi era una definizione chiara di pornografia minorile – come quella introdotta nel 2012 all’ultimo comma dell’art. 600 ter – che fosse imperniata sull’esigenza di tutela della dignità sessuale e dell’immagine del minore. Dunque, per attrazione di significato (rispetto alle previsioni dello stesso articolo riferite a “spettacoli” ed “esibizioni”), “produrre” materiale pornografico voleva dire “produrre materiale destinato alla fruizione da parte di terzi”, giacchè era insita nel concetto stesso di pornografia (elaborato all’epoca) la visione perversa da parte di una cerchia indeterminata di soggetti. L’introduzione, in via interpretativa, del requisito del pericolo di diffusione si giustificava, allora, perchè l’applicazione di un trattamento sanzionatorio così rigoroso richiedeva necessariamente che vi fosse qualcosa di più della semplice captazione dell’immagine pornografica del minore, in un contesto tecnologico nel quale la captazione non implicava necessariamente la successiva diffusione.

Se, però, il requisito del pericolo concreto di diffusione del materiale poteva fungere da guida per l’interprete all’inizio degli anni ‘2000, esso è diventato oggi anacronistico, a causa della pervasiva influenza delle moderne tecnologie della comunicazione, che ha portato alla diffusione di cellulari smartphone, tablet e computer dotati di fotocamera incorporata, e ha reso normali il collegamento a Internet e l’utilizzazione di programmi di condivisione e reti sociali. Mentre un tempo la disponibilità di un collegamento a Internet rappresentava un quid pluris, da verificare caso per caso, rispetto la disponibilità di una fotocamera o videocamera con la quale realizzare immagini o video pornografici, l’attuale situazione è caratterizzata dalla accessibilità generalizzata alle tecnologie della comunicazione, che implicano facilità, velocità e frequenza nella creazione, nello scambio, nella condivisione, nella diffusione di immagini e video ritraenti una qualsiasi scena, anche della vita privata. Ne deriva che il riferimento al presupposto del pericolo concreto di diffusione del materiale realizzato – come elaborato dalle Sezioni Unite del 2000 e dalla giurisprudenza successiva – ha oggi scarso significato, essendo ormai potenzialmente diffusiva qualsiasi produzione di immagini o video.

3.2. Il superamento dell’orientamento largamente maggioritario rappresenta, inoltre, la logica conseguenza dell’evoluzione legislativa sopra delineata. In particolare, deve rilevarsi che il legislatore del 2006 ha sostituito allo “sfruttamento” la “utilizzazione” del minore, sia nell’art. 600 ter sia nell’art. 600 quater c.p., razionalizzando il sistema e confermando, nella sostanza, il punto di arrivo di quella stessa giurisprudenza, secondo cui doveva escludersi che il concetto di sfruttamento fosse caratterizzato da risvolti economici, ma non ha ritenuto di inserire espressamente nel nuovo testo normativo il requisito del pericolo di diffusione. Tale scelta non può essere considerata neutra sul piano interpretativo, perchè – come ampiamente visto – l’evoluzione normativa interna è il risultato del progresso della normativa sovranazionale, nel senso di far rientrare nel perimetro dell’incriminazione ogni produzione di materiale pornografico, laddove il sistema ruota ormai intorno ai concetti di “pornografia” e di “utilizzo”. Dunque, mentre il previgente testo era connotato dalla lotta allo “sfruttamento” dei minori per finalità di pornografia, la novella del 2006 ha inteso ampliare la sfera di tutela, non limitandosi alla mera sostituzione del termine “sfrutta” con la parola “utilizza”, ma anche modificando i commi successivi, con l’aggiunta, nel secondo comma, dell’espressione “diffonde”, con la modifica del quarto comma e con l’aggiunta del quinto. Ne è così derivata una norma di più ampio respiro, che appare indirizzata a punire la generalità delle condotte che danno origine a materiale pornografico in cui vengono utilizzati soggetti minorenni e che ha trovato il suo logico completamento con l’introduzione, ad opera, della L. n. 172 del 2012, della definizione di “pornografia minorile”, riferita ad ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali. Proprio l’introduzione di tale definizione chiarisce che oggetto della tutela penale sono l’immagine, la dignità e il corretto sviluppo sessuale del minore; ciò che consente di ricostruire la fattispecie in esame in termini di illecito di danno, perché l’utilizzazione del minore nella realizzazione di materiale pornografico compromette di per sè il bene giuridico consumando l’offesa che il legislatore mira ad evitare.

3.3. L’esclusione del requisito del pericolo di diffusione e della ricostruzione della fattispecie in termini di reato di danno, appare più coerente anche sul piano sistematico, se si considerano i rapporti tra l’art. 600 ter e il successivo art. 600 quater c.p.. Come già osservato, tale ultima disposizione ha l’evidente scopo di “chiudere” il sistema, in modo che siano sanzionate, sostanzialmente, tutte le possibili aggressioni al bene primario del libero e corretto sviluppo psicofisico del minore e, più in particolare, della sua sfera sessuale. In altri termini, esso rappresenta l’ultimo anello di una catena di condotte antigiuridiche, di lesività decrescente, che iniziano con la produzione e proseguono con la commercializzazione, cessione diffusione – punite dall’art. 600 ter – sanzionando il “procurarsi” o “detenere” materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto. Si tratta di condotte che non integrano due distinti reati (sul punto, Sez. 3, n. 38221 del 25/05/2017, F., Rv. 270994; Sez. 3, n. 43189 del 09/10/2008, T., Rv. 241425), ma rappresentano due diverse modalità di realizzazione del medesimo reato e, quindi, non possono concorrere tra loro se riguardano il medesimo materiale, ricorrendo la continuazione fra reati nel caso in cui il materiale pedopornografico sia stato procurato in momenti diversi e poi detenuto. L’attuale testo dell’articolo è stato introdotto dal legislatore del 2006 che al verbo “disporre” ha sostituito quello più preciso di “detenere”, con la conseguenza che la sua formulazione letterale comporta che non sia configurabile la fattispecie incriminatrice ogni qual volta il soggetto consulti o visioni materiale pornografico in possesso di altri o via Internet, mentre comprende pacificamente le ipotesi di memorizzazione del materiale nell’hard disk del computer, in cd-rom, dvd, o altri supporti. Ma ciò che più rileva, ai fini che qui interessano, è il carattere esplicitamente residuale (“al di fuori delle ipotesi previste dall’art. 600 ter”) della fattispecie – sottolineato dalle Sezioni Unite nel 2000 e ribadito, tra le altre, da Sez. 3, n. 2211 del 22/10/2014, dep. 2015, A., Rv. 261597; Sez. 3, n. 11997 del 02/02/2011, L., Rv. 249656 – la quale ha come presupposto che l’agente non sia stato precedentemente coinvolto nelle condotte sanzionate dall’art. 600 ter, come emerge dalla clausola di riserva prevista dallo stesso art. 600 quater. Tanto che, secondo la giurisprudenza di legittimità, la fattispecie in questione “richiede la mera consapevolezza della detenzione del materiale pedopornografico, senza che sia necessario il pericolo della sua diffusione ed infatti tale fattispecie ha carattere sussidiario rispetto alla più grave ipotesi delittuosa della produzione di tale materiale a scopo di sfruttamento” (Sez. 3, n. 20303 del 07/06/2006, P., Rv. 234699). Da tale ricostruzione derivava – come visto – l’orientamento tradizionale, secondo cui la realizzazione di materiale pedopornografico utilizzando minori di anni diciotto, in mancanza di un pericolo concreto di diffusione, era equiparata alla condotta di chi si procurava o deteneva materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto.

Come anticipato, l’opposta soluzione, nel senso dell’irrilevanza del pericolo di diffusione ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 600 ter c.p., risulta maggiormente coerente con il dato letterale, quale emerge dall’ultima formulazione di tale disposizione e del successivo art. 600 quater. Entrambe si riferiscono, infatti, al materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto, ma la prima delle due incrimina la produzione di detto materiale equiparandola alla realizzazione di esibizioni o spettacoli pornografici (primo comma, n. 1), mentre la seconda incrimina il procurarsi o detenere il materiale in questione. E la presenza di un evidente nucleo comune, rappresentato dall’utilizzazione di minori per la realizzazione di materiale pornografico, deve indurre l’interprete a svalutare il profilo della “produzione” del materiale. Dunque, alla luce dell’evoluzione del quadro normativo sopra delineata, il termine “produzione” – interpretato dalle Sezioni Unite nel 2000 come “produzione di materiale destinato ad essere diffuso nel mercato della pedofilia” – non ha più una sua autonomia di significato rispetto al termine “realizzazione”, utilizzato nello stesso n. 1) dell’art. 600 ter, comma 1, con riferimento alle esibizioni o spettacoli; con la conseguenza che la “produzione” altro non è che la “realizzazione di materiale pornografico”. Si verifica, così, un ampliamento dello spazio di operatività della clausola di salvaguardia fissata dall’art. 600 quater perchè tale disposizione e il precedente art. 600 ter hanno ad oggetto lo stesso materiale pornografico; con la conseguenza che il produttore di tale materiale risponderà della più grave fattispecie dell’art. 600 ter, mentre la meno grave fattispecie dell’art. 600 quater troverà spazio solo per i soggetti diversi dal produttore.

3.4. Un ulteriore argomento a favore dell’interpretazione qui delineata è rappresentato dall’introduzione, ad opera della L. n. 38 del 2006, art. 4, dell’art. 600 quater.1 (Pornografia virtuale), che accomuna le ipotesi sanzionatorie di cui ai due precedenti articoli, prevedendo che ciascuna di esse si applica – con pena diminuita di n terzo – anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, e precisa che per immagini virtuali si intendono quelle realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali. Si tratta, evidentemente, di una disposizione che muove dal presupposto dell’assoluta identità dell’oggetto materiale delle due fattispecie sanzionatorie alle quali si riferisce – il materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto – perchè con la sua formulazione, in cui si fa riferimento alla “realizzazione” ma non alla “produzione”, conferma la mancanza di autonomia concettuale della “produzione” rispetto alla realizzazione, con conseguente irrilevanza del presupposto del pericolo di diffusione, in quanto tradizionalmente riferito alla sola “produzione”.

4. Devono essere ora valutate le conseguenze del superamento dell’orientamento giurisprudenziale dominante.

4.1. Sotto un primo profilo, viene in rilievo il rischio – già ampiamente evidenziato – di un’applicazione eccessivamente espansiva della norma penale, ben al di là di ipotesi che rispecchino la gravità sociale e lo spessore criminale del fenomeno della pedopornografia. Ci si deve porre, infatti, il problema della rilevanza penale della cd. “pornografia domestica”, ossia della condotta di chi realizza materiale pornografico in cui sono coinvolti minori che abbiano raggiunto l’età del consenso sessuale nei casi in cui tale materiale è prodotto e posseduto con il consenso di tali minori e unicamente a uso privato delle persone coinvolte.

4.1.1. In relazione a tali fatti deve essere indubbiamente valorizzato, al fine di evitare “ipercriminalizzazioni” non coerenti con le finalità proprie del diritto penale, il dato dell’appartenenza di tali condotte all’ambito “dell’autonomia privata sessuale”. Tengono espressamente conto di tale esigenza le fonti sovranazionali sopra richiamate. In particolare, l’art. 3, comma 2, della Decisione Quadro del Consiglio n. 2004/68/GAI del 22 dicembre 2003, il quale così dispone: “2. Uno Stato membro può prevedere che esulino dalla responsabilità penale le condotte connesse con la pornografia infantile: (…) b) di cui all’art. 1, lett. b), punti 1) e 2), in cui, trattandosi di produzione e possesso, immagini di bambini che abbiano raggiunto l’età del consenso sessuale siano prodotte e detenute con il loro consenso e unicamente a loro uso privato. Anche nei casi in cui sia stata stabilita l’esistenza del consenso, questo non può essere considerato valido se, ad esempio, l’autore del reato l’ha ottenuto avvalendosi della sua superiorità in termini di età, maturità, stato sociale, posizione, esperienza, ovvero abusando dello stato di dipendenza della vittima dall’autore”. Analoghe previsioni sono contenute nell’art. 20, comma 3, della Convenzione di Lanzarote, al legislatore statale la facoltà di escludere la rilevanza penale della produzione e del possesso di materiale pornografico in cui sono coinvolti minori che hanno raggiunto l’età del consenso sessuale, “quando tali immagini sono prodotte o detenute da questi ultimi con il loro consenso e unicamente a loro uso privato”. Sulla stessa linea si colloca la Direttiva dell’Unione Europea 2011/93 (Ue) contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, che ha sostituito la precedente Decisione Quadro del Consiglio n. 2004/68/GAI ed è stata attuata nell’ordinamento interno con il D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 39, la quale attribuisce alla discrezionalità degli Stati membri decidere se attribuire o no rilevanza penale alla “produzione, all’acquisto o al possesso di materiale pedopornografico in cui sono coinvolti minori che abbiano raggiunto l’età del consenso sessuale nei casi in cui tale materiale è prodotto e posseduto con il consenso di tali minori e unicamente a uso privato delle persone coinvolte, purchè l’atto non implichi alcun abuso”.

4.1.2. La ricostruzione dogmatica operata dall’orientamento giurisprudenziale tradizionale, che qui si intende superare, forniva una soluzione del tutto parziale del problema, escludendo di fatto che la pornografia domestica potesse rientrare nel concetto di “produzione” di cui all’art. 600 ter, per la mancanza del pericolo di diffusione, ma riconducendola, pur sempre, all’ambito del penalmente rilevante, attraverso il richiamo all’applicabilità della fattispecie residuale del successivo art. 600 quater. Per contro, il nuovo inquadramento sistematico della fattispecie, sopra delineato, induce a valorizzare, allo scopo di evitare l’incriminazione di un comportamento evidentemente privo di rilevanza penale, il concetto cardine di “utilizzazione del minore”, enfatizzandone la portata dispregiativa, nel senso che esso implica una “strumentalizzazione” del minore stesso. Deve dunque intendersi per “utilizzazione” la trasformazione del minore, da soggetto dotato di libertà e dignità sessuali, in strumento per il soddisfacimento di desideri sessuali di altri o per il conseguimento di utilità di vario genere; condotta che rende invalido anche un suo eventuale consenso (ex plurimis, Sez. 3, n. 1783 del 17/11/2016, dep. 16/01/2017, C., Rv. 269412; Sez. 3, n. 1181 del 23/11/2011, dep. 16/01/2012, L., Rv. 251905). Si devono, insomma, distinguere le condotte di produzione aventi un carattere abusivo, per la posizione di supremazia rivestita dal soggetto agente nei confronti del minore o per modalità con le quali il materiale pornografico viene prodotto (ad esempio, minaccia, violenza, inganno) o per il fine commerciale che sottende la produzione, o per l’età dei minori coinvolti, qualora questa sia inferiore a quella del consenso sessuale. In altri termini, qualora le immagini o i video abbiano per oggetto la vita privata sessuale nell’ambito di un rapporto che, valutate le circostanze del caso, non sia caratterizzato da condizionamenti derivanti dalla posizione dell’autore, ma siano frutto di una libera scelta – come avviene, per esempio, nell’ambito di una relazione paritaria tra minorenni ultraquattordicenni – e siano destinate ad un uso strettamente privato, dovrà essere esclusa la ricorrenza di quella “utilizzazione” che costituisce il presupposto dei reati sopra richiamati.

Dunque, il discrimine fra il penalmente rilevante e il penalmente irrilevante in questo campo non è il consenso del minore in quanto tale, ma la configurabilità dell’utilizzazione, che può essere esclusa solo attraverso un’approfondita valutazione della sussistenza in concreto dei presupposti sopra delineati; e deve a tal fine ricordarsi che, in ogni caso, il carattere pornografico o meno di immagini ritraenti un minore, costituisce apprezzamento di fatto demandato al giudice di merito e, pertanto, sottratto al sindacato di legittimità se sorretto da una motivazione immune da vizi logici e giuridici (Sez. 3, Sentenza n. 38651 del 09/06/2017, R., Rv. 270827).

4.1.3. Non osta a tale conclusione la circostanza che il legislatore interno, nell’attuazione delle richiamate discipline sovranazionali in materia, non abbia ritenuto di fissare espresse esclusioni rispetto alla generalizzata rilevanza penale della pornografia minorile, pur consentite da tali discipline. Deve infatti ribadirsi che è lo stesso concetto di “utilizzazione”, cui fanno riferimento sia l’art. 600 ter sia l’art. 600 quater c.p., che circoscrive l’area del penalmente rilevante, perchè presuppone la ricorrenza di un differenziale di potere tra il soggetto che realizza le immagini e il minore rappresentato, tale da generare una strumentalizzazione della sfera sessuale di quest’ultimo. E anzi, tale ricostruzione interpretativa trova conferma nella struttura del sistema che il legislatore ha inteso creare, nell’ambito del quale, al severissimo trattamento sanzionatorio previsto per la produzione di materiale pedopornografico, si somma un cospicuo apparato di circostanze aggravanti – originariamente contenuto nell’art. 600 sexies, abrogato dalla L. n. 172 del 2012, art. 4, comma 1, lett. i), e oggi nell’art. 602 ter – tra le quali assume particolare significatività, per quanto qui rileva, quella prevista dal quinto comma di tale articolo, in forza della quale la pena è aumentata dalla metà ai due terzi se il fatto è commesso in danno di un minore degli anni sedici. Si tratta, infatti, di sanzioni che, per la loro entità, sarebbero ingiustificabili, alla stregua del principio costituzionale di ragionevolezza, qualora si volessero ritenere applicabili al fenomeno della “pornografia minorile domestica”.

4.2. Un’altra possibile conseguenza del superamento dell’orientamento espresso dalla sentenza n. 13 del 2000 e dalla successiva giurisprudenza di legittimità è quella individuata nell’ordinanza della Terza Sezione penale.

In essa si richiama, quale elemento a sostegno della rimessione alle Sezioni Unite, la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti umani che ha censurato l’overruling interpretativo i malam partem per violazione dell’art. 7 CEDU (si richiamano, tra le più recenti Corte EDU, Sez. 3, 17 ottobre 2017, Navalnyye c. Russia, e Grande Camera, 21 ottobre 2013, Del Rio Prada c. Spagna). Si precisa, inoltre, che non constano precedenti nazionali sulle ricadute della giurisprudenza di Strasburgo nel nostro sistema in subiecta materia, mentre nel caso dell’overruling in bonam partem, le Sezioni Unite, con la sentenza n. 18288 del 21/01/2010, P.G. in proc. Beschi, Rv. 246651, hanno affermato che il mutamento di giurisprudenza, intervenuto con decisione delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, integrando un nuovo elemento di diritto, rende ammissibile la riproposizione, in sede esecutiva, della richiesta di applicazione dell’indulto in precedenza rigettata: la Corte ha precisato, in particolare, che tale soluzione è imposta dalla necessità di garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona in linea con i principi della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, il cui art. 7 include nel concetto di legalità sia il diritto di produzione legislativa che quello di derivazione giurisprudenziale. La Corte costituzionale, però, con la sentenza n. 230 del 2012, in un caso in cui il giudice aveva dubitato della legittimità costituzionale dell’art. 673 c.p.p. nella parte in cui non prevedeva la possibilità della revoca del giudicato a seguito di mutamento della giurisprudenza, ha ritenuto non manifestamente irrazionale che il legislatore, per un verso, valorizzasse, anche in ossequio ad esigenze di ordine costituzionale, la funzione nomofilattica della Corte di cassazione, e delle Sezioni Unite in particolare postulando, con ciò, che la giurisprudenza successiva si uniformasse “tendenzialmente” alle decisioni di queste ultime – e, dall’altro, omettesse di prevedere la revoca delle condanne definitive pronunciate in relazione a fatti che, alla stregua di una sopravvenuta diversa decisione dell’organo della nomofilachia, non erano previsti dalla legge come reato, col risultato di consentire trattamenti radicalmente differenziati di autori di fatti analoghi. Secondo la Corte costituzionale, in altri termini, nel nostro ordinamento, nonostante l’orientamento della Corte di Strasburgo, il cosiddetto diritto vivente non può avere la stessa funzione della legge, sicché non è idoneo a mettere in discussione il giudicato, soggiungendosi, peraltro, che la citata sentenza delle Sezioni Unite n. 18288 del 2010 e la sentenza Sez. 2, n. 19716 del 06/05/2010, Merlo, Rv. 247113, non avevano mancato di porre adeguatamente in risalto il netto iato che separava gli istituti esaminati, riconducibili più correttamente all’ambito delle preclusioni, rispetto al giudicato vero e proprio.

Fatta questa premessa, deve rilevarsi che, in riferimento alla questione qui in esame, il problema dell’overruling in malam partem non viene comunque in rilievo, essendo ormai generalizzato – come visto – il pericolo di diffusione del materiale realizzato utilizzando minorenni; con la conseguenza che l’esclusione di tale pericolo quale presupposto per la sussistenza del reato non determina in concreto un ampliamento dell’ambito di applicazione della fattispecie penale, essendo completamente mutato il quadro sociale e tecnologico di riferimento ed essendo parallelamente mutato anche il quadro normativo sovranazionale e nazionale. Risulta significativo, a tal fine, che già la sentenza delle Sezioni Unite del 2000 individuasse una serie di elementi sintomatici liberamente apprezzabili dal giudice, anche disgiuntamente, ai fini della verifica della sussistenza del pericolo di diffusione tra i quali “la disponibilità materiale di strumenti tecnici di riproduzione e/o trasmissione, anche telematica idonei a diffondere il materiale pornografico in cerchie più o meno vaste di destinatari”. E una tale disponibilità, che all’epoca di quella pronuncia era tutt’altro che scontata e doveva essere oggetto di specifico accertamento, è oggi assolutamente generalizzata, essendo la riproducibilità e trasmissibilità di immagini e video immediata conseguenza della loro produzione. A ciò deve aggiungersi che, pur con il superamento del presupposto del pericolo di diffusione ritenuto necessario dalla giurisprudenza tradizionale, la disposizione dell’art. 600 ter c.p. risulta comunque circoscritta nel suo ambito di applicazione dall’interpretazione restrittiva del concetto di “utilizzazione”, tale da escludere la c.d. “pornografia domestica”.

5. Si deve dunque affermare il seguente principio di diritto: “Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, n. 1), con riferimento alla condotta di produzione di materiale pedopornografico, non è più necessario, viste le nuove formulazioni della disposizione introdotte a partire dalla L. 6 febbraio 2006, n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale”.

6. Venendo al caso di specie, deve rilevarsi che il ricorso è inammissibile.

6.1. Quanto alle censure (sub 2.1.a, 2.3, 2.9 del “Ritenuto in fatto”), riferite all’omessa motivazione della sentenza impugnata sui motivi nuovi in appello, in ordine alla mancanza del pericolo di diffusione del materiale pedopornografico presuntivamente prodotto, non solo deve richiamarsi il principio di diritto appena affermato, ma deve ulteriormente rilevarsi che, nel caso di specie, la sussistenza di un tale pericolo emerge in modo inequivocabile dall’analitica motivazione della sentenza impugnata; ciò che rende irrilevante la mancanza di un’espressa statuizione della Corte d’appello sulla relativa doglianza. Non risulta, infatti, condivisibile l’affermazione della sezione rimettente secondo cui la promessa di un contratto con la televisione e la presentazione di falsi moduli di richiesta di immagini da parte dell’imputato erano solo espedienti per attirare i ragazzi alla relazione omosessuale o al soddisfacimento di esigenze voyeuristiche, in mancanza di altri elementi indiziari. Deve in particolare osservarsi che, dalla descrizione dei fatti, quale emerge dalla sentenza di secondo grado, il pericolo di diffusione del materiale appare evidente, per l’esistenza di almeno quattro indici sintomatici, tra quelli individuati dall’orientamento interpretativo tradizionale, a partire dalla sentenza n. 13 del 2000: 1) la pluralità delle vittime; 2) la disponibilità di apparecchiature elettroniche concretamente idonee alla diffusione, avendo la stessa difesa, in sede di appello, sostenuto che il computer dell’imputato era sprovvisto di password e soggetto a potenziali accessi di terzi; 3) la presenza sul computer dell’imputato anche di immagini a contenuto pornografico gay, evidentemente scaricate da Internet, indice di un suo collegamento in rete; 4) la negativa personalità dell’imputato, quale emerge dalla predisposizione di materiale falso relativo ad eventuali audizioni cui i minori avrebbero voluto partecipare.

Ne deriva la manifesta infondatezza della doglianza formulata, essendo comunque configurabile in concreto il reato contestato, sia facendo applicazione dell’orientamento giurisprudenziale – da intendersi superato – che richiede il pericolo di diffusione quale presupposto dello stesso, sia facendo applicazione del principio di diritto enunciato con la presente sentenza; con l’ulteriore conseguenza – già anticipata sub 4.2. – della non configurabilità in concreto di un overruling in malam partem.

6.2. Parimenti inammissibili sono i successivi rilievi difensivi (riportati sub 2.1.b nel “Ritenuto in fatto”), riferiti a pretesi vizi della motivazione su singoli elementi valorizzati ai fini dell’accertamento della responsabilità penale. Con essi la difesa opera, infatti, un arbitrario tentativo di parcellizzare il quadro istruttorio, che appare inidoneo ad intaccare la tenuta logica della motivazione della sentenza impugnata. Infatti, quest’ultima si pone in totale continuità con quella di primo grado nel valorizzare: le convergenti dichiarazioni accusatorie delle persone offese e i riscontri rappresentati dalle dichiarazioni di altri soggetti; il materiale rinvenuto nella disponibilità dell’imputato e, in particolare, i file prelevati dal suo computer, la cui corrispondenza al materiale pedopornografico effettivamente prodotto dallo stesso imputato è dimostrata sulla base delle testimonianze delle persone ivi rappresentate, oltre che dell’accertamento tecnico effettuato (pagg. 81 e ss. della sentenza); i documenti falsi prodotti dallo stesso imputato allo scopo di ingannare le vittime (pagg. 80-81).

Del tutto irrilevanti risultano, a fronte di un quadro istruttorio correttamente ritenuto chiaro e univoco dai giudici di merito, le doglianze difensive relative all’omesso sequestro dei telefoni delle persone offese e del denunciante, all’omessa verifica dei tabulati telefonici, nonchè alla pretesa mancata corrispondenza fra il contenuto di uno dei CD e le sommarie informazioni rese dal denunciante e al pericolo di contaminazione dei reperti.

6.3. Analoghe considerazioni valgono anche in relazione alle censure riportate sub 2.1.c) nel “Ritenuto in fatto”, relative alla valutazione delle dichiarazioni accusatorie delle persone offese, che rappresentano, per lo più, la generica riproposizione di rilievi critici già esaminati e motivatamente disattesi dai giudici di primo e secondo grado.

E’ sufficiente qui richiamare le corrette considerazioni svolte dalla Corte d’appello in ordine alla sostanziale genuinità delle convergenti versioni accusatorie fornite dalle vittime, caratterizzate da minimali e marginali incongruenze, e ampiamente riscontrate nei file ritrovati dal teste L.M., nei quali – come già evidenziato – i soggetti rappresentati si sono riconosciuti. Essi sono stati, inoltre, ritenuti pienamente capaci a testimoniare, sulla base delle articolate e motivate valutazioni operate dai consulenti tecnici; valutazioni rispetto alle quali la consulente della difesa ha formulato deduzioni critiche palesemente errate, anche perchè in larga parte riferite al diverso profilo dell’attendibilità delle deposizioni, il cui accertamento è riservato al giudice. La sentenza ripercorre nel dettaglio (pagg. 51-69) la descrizione degli episodi delittuosi riferita dalle persone offese, evidenziando con chiarezza i profili sui quali le stesse si riscontrano reciprocamente, in particolare quanto all’insidiosità e alla pervicacia dimostrate dall’imputato nell’avvicinare sessualmente i diversi soggetti coinvolti. A ciò devono aggiungersi i numerosi ulteriori riscontri, la cui complessiva valenza nell’economia motivazione del provvedimento impugnato non è stata adeguatamente contestata, neanche in via di mera prospettazione, con il ricorso per cassazione.

6.4. Inammissibili, per le stesse ragioni, sono le doglianze riferite a pretesi vizi della motivazione in ordine alla testimonianza e all’apporto offerto dal denunciante L.M., che sarebbe stato ritenuto attendibile, nonostante avesse girato il filmino volto a precostituire la prova del reato con una condotta da considerarsi ai limiti dell’illecito (sub 2.1.d nel “Ritenuto in fatto”), così giungendo a formare una prova inutilizzabile (sub 2.4).

Si tratta, ancora una volta, di rilievi, del tutto parziali e generici, che hanno per oggetto valutazioni di fatto sottratte al sindacato di questa Corte. Ma, anche a prescindere da tale assorbente considerazione, deve osservarsi che la Corte d’appello ha fornito un’adeguata motivazione sia circa la plausibilità del modo di operare di L.M., sia circa i numerosi riscontri esterni della genuinità del materiale da lui reperito (pagg. 93-101), consistente – come visto – nei file e nei moduli stampati falsi predisposti dall’imputato e da questo utilizzati per millantare conoscenze nell’ambito del mondo dello spettacolo allo scopo di attirare i minorenni dei quali intendeva approfittare. Nè sussistono profili di inutilizzabilità delle prove reperite da L.M., essendo la prospettazione difensiva sul punto basata su generiche asserzioni circa l’illecita intromissione dello stesso nella sfera privata dell’imputato.

6.5. Quanto al motivo (sub 2.1.e del “Ritenuto in fatto”) con cui si deducono vizi della motivazione sull’analisi della perizia relativa al computer dell’imputato e della consulenza di parte, è sufficiente richiamare le considerazioni già svolte circa la riscontrata convergenza fra il contenuto dei file realizzati dall’imputato e il riconoscimento degli stessi operato dai soggetti coinvolti. La difesa ripropone sul punto, in base a mere indimostrate asserzioni, la tesi del complotto ai danni dell’imputato, richiamando quegli stessi elementi che erano già stati ritenuti poco pregnanti dai giudici di merito, con conforme valutazione, quali la conoscenza tra le persone offese e il preteso conflitto esistente fra il denunciante e l’imputato. Si tratta di rilievi la cui genericità e ripetitività rende superfluo ogni riferimento alla motivazione della sentenza impugnata, pur ampia e analitica anche su tali profili (pagg. 102-108).

6.5. Le considerazioni già svolte inducono a ritenere inammissibile anche il motivo di ricorso (sub 2.2 del “Ritenuto in fatto”) riferito alla mancata rinnovazione dell’audizione del denunciante, la cui esigenza sarebbe sorta all’esito della perizia informatica. E’ sufficiente qui richiamare le conformi valutazioni dei giudici di primo e secondo grado circa la valenza decisiva del riconoscimento e degli ulteriori riscontri sulla genuinità, che rende superfluo ogni ulteriore accertamento sull’operato del teste L.M. nell’attività di indagine da lui svolta e sull’effettiva provenienza dei file dal computer dell’imputato, posto che gli stessi erano stati certamente da lui realizzati.

6.6. Il motivo sub 2.5. – con cui si assume la violazione dell’art. 191 c.p.p., art. 197 c.p.p., lett. d), art. 222 c.p.p., lett. d), art. 225 c.p.p., comma 3, art. 233 c.p.p., comma 3, con riferimento all’assunzione della qualità di testimoni dei consulenti del pubblico ministero ed all’inutilizzabilità dei risultati della deposizione dibattimentale nonchè della relativa consulenza depositata – è manifestamente infondato.

Del tutto correttamente la Corte d’appello richiama, sul punto, il principio, affermato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui non sussiste l’incompatibilità con l’ufficio di testimone per il consulente tecnico incaricato dal pubblico ministero, non rivestendo costui la qualità di ausiliario dell’organo inquirente, in quanto è tale solo l’ausiliario in senso tecnico che appartiene al personale della segreteria o della cancelleria dell’ufficio giudiziario e non invece un soggetto estraneo all’amministrazione giudiziaria che si trovi a svolgere, di fatto ed occasionalmente, determinate funzioni previste dalla legge (ex multis, Sez. 5, n. 32045 del 10/06/2014, Colombo, Rv. 261652). Contrariamente a quanto ritenuto dalla difesa, tale principio si attaglia pienamente alla fattispecie in esame, nella quale i consulenti, poi chiamati a valutare la capacità a testimoniare, non hanno svolto in senso tecnico la funzione di ausiliari nella fase delle indagini preliminari, essendosi limitati ad una occasionale collaborazione all’assunzione delle sommarie informazioni rese dai minori.

6.7. Anche il motivo di doglianza, riferito alla prescrizione delle condotte contestate come commesse ai danni di B.M.M. e P.A., è manifestamente infondato.

Prendendo in considerazione la più risalente di tali condotte, quella commessa nei confronti di B. e collocata dalla difesa al 4 ottobre 2008 (pag. 56 dell’atto di appello), in relazione alla quale trova applicazione, ai sensi dell’art. 157 c.p. e art. 161 c.p., comma 2, il termine prescrizionale complessivo di sette anni e sei mesi, devono essere computati periodi di sospensione per un totale di 11 mesi e 11 giorni, di cui: 90 giorni, in corrispondenza della sospensione della custodia cautelare per deposito della sentenza di primo grado; 8 mesi e 11 giorni, per la particolare complessità del procedimento ex art. 304 c.p.p., comma 2, (pag. 40 della sentenza impugnata). Sotto tale ultimo profilo, deve del resto ricordarsi che la sospensione dei termini di custodia cautelare per la particolare complessità del giudizio, deliberata con specifica ordinanza, determina, ai sensi dell’art. 159 c.p., comma 1, la sospensione della prescrizione dei reati per i quali in quel giudizio si procede e per tutti gli imputati, prescindendo dallo stato cautelare dei singoli e dal titolo dei reati, stante la natura obiettiva della causa di sospensione e l’impossibilità di operare distinzioni tra le diverse posizioni dell’unico processo, da intendersi globalmente complesso (Sez. 6, n. 15477 del 28/02/2014, Ambrosino, Rv. 258967). Dunque, il termine prescrizionale per il fatto più risalente è decorso il 15 marzo 2017, ovvero in data posteriore a quella della sentenza impugnata, mentre i termini prescrizionali per i restanti reati sono decorsi in date ancora successive; con la conseguenza che deve essere ritenuto manifestamente infondato anche il motivo aggiunto riportato sub 2.10, riferito alla prescrizione anche di tali reati. Infatti, l’inammissibilità del ricorso per cassazione preclude in ogni caso la possibilità di rilevare l’estinzione del reato per prescrizione verificatasi dopo la pronuncia della sentenza d’appello (ex plurimis, Sez. U, n. 12602 del 17/12/2015, dep. 2016, Ricci, Rv. 266818; Sez. U, n. 23428 del 22/03/2005, Bracale, Rv. 231164).

6.8. Inammissibile è anche il motivo sub 2.7., con cui si lamenta, sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio di motivazione, il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La difesa si limita, infatti, alla mera reiterazione di una doglianza di merito già disattesa dalla Corte d’appello, la quale ha correttamente valorizzato, in senso ostativo, la rilevante gravità del fatto e l’intensità del dolo, quali emergono dal carattere insidioso e subdolo delle condotte, poste in essere ai danni di una pluralità di vittime; e ciò, a fronte di elementi positivi di giudizio la cui esistenza è meramente asserita dalla difesa.

6.9 Il motivo sub 2.8. – con cui si lamenta che la Corte territoriale aveva ritenuto provata l’imputazione sub C), non sulla base della prova informatica in sè, siccome nessun contenuto rilevante era stato rinvenuto sui suoi dispositivi, ma sulla base di una prova indiziariamente “rappresentativa” della prima, creata dal denunciante – è manifestamente infondato.

Come già ampiamente evidenziato, la Corte distrettuale ha analiticamente ricostruito l’iter della raccolta della prova da parte del denunciante, evidenziando la plausibilità del suo svolgimento, nonchè la genuinità dei risultati ottenuti, che hanno trovato ampio riscontro, essendo stata confermata, nella sostanza, la provenienza dei file dall’imputato ed essendo stata esclusa l’ipotesi di un loro confezionamento ad arte nell’ambito di un complotto ordito ai danni di quest’ultimo. Si tratta, evidentemente, di una prova indiziaria diversa dalla prova informatica in senso stretto, la cui ammissibilità non è preclusa dall’ordinamento processuale.

7. – Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile. Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che “la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 c.p.p., l’onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in Euro 2.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 31 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 15 novembre 2018

FARE CAUSA A UN MEDICO O OSPEDALE BOLOGNA FORLI RAVENNA

FARE CAUSA A UN MEDICO O OSPEDALE BOLOGNA FORLI RAVENNA

Per fare causa a un medico o a un ospedale occorre  una grossa responsabilità da parte del medico o dell’ospedale.

FARE CAUSA A UN MEDICO O OSPEDALE BOLOGNA FORLI RAVENNA VICENZA TREVISO PADOVA ROVIGO

 

 

Non chiacchere quindi ma una responsabilità quanto meno molto probabile , dimostrata d a una forte perizia consulenza di parte e da documentazione sanitaria certa.

 AVVOCATO SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI CSENA VICENZA  MILANO PAVIA ROVIGO PADOVA TREVISO PORDENONE  051 6447838 FISSA TUO APPUNTAMENTO 

Io faccio causa ai medici e ospedali ma solo quando  ho certezza da parte dei miei consulenti della responsabilità del medico o ospedale.

Pensaci bene, si chiama in causa un medico o due tre medici e un ospedale, questi hanno avvocati a volte in una causa ce ne sono 5 – 6e se la pretesa  è fondata si ottiene il risarcimento se infondata si rischia di andare a pagare molte spese legali anche diverse decine di migliaia di euro ogni grado di giudizio perso.

ECCO PER CHE’ IN UNA CAUSA DI MALASANITA’ DI RESPONSABILITA’ MEDICA OCCORRE:

1)PRUDENZA

2)ATTENZIONE

3)COMPETENZA

4)PROFESSIONALITA’

5)STUDIO

Solo con una fondata partenza, si possono ottenere i risultati sperati.

FARE CAUSA A UN MEDICO O OSPEDALE BOLOGNA FORLI RAVENNA VICENZA TREVISO PADOVA ROVIGO

In primo luogo ricorda occorre sempre una consulenza perizia di un medicolegale esperto di responsabilità medica  poi studiato il caso si procede con una richiesta danni, e poi se necessario con una accertamento tecnico preventivo .

Cosa fare in caso di errore medico :

  1. Raccogli tutta la documentazione medica e rivolgiti alla nostra struttura;
  2. Verrai inviato a  un parere  preventivo medico legale
  3. In caso di parere positivo, invieremo subito una diffida alla struttura ospedaliera (o al medico) responsabile con la richiesta dei danni subiti.
  4. Solo qualora non sia possibile addivenire ad un accordo in via stragiudiziale, agiremo giudizialmente con un procedimento ad hoc, richiedendo un accertamento tecnico preventivo
  5. Per avere buone probabilità di ottenere giustizia e venire risarciti dopo essere rimasti vittima di un errore medico o malasanità le pratiche devono necessariamente essere seguite da professionisti) esperti nel settore della malasanità, ambito particolarmente complesso che richiede un’ottima conoscenza degli aspetti medico legali, legali e di medicina specialistica.
  6. NON SI TRATTANO NEL RISPETTO DELL’ ATTIVITA’ SANITARIA  E MEDICA PRATICHE PRETESTUOSE OVE IL DANNO NON SIA CHIARO ED EFFETTIVO 

IL PUNTO FONDAMENTALE IL NESSO CAUSALE TRA  OPERATO DEL MEDICO E DANNO

qualora si invochi una responsabilità professionale in materia sanitaria, il paziente è sollevato dall’onere di provare la colpa del sanitario, ma deve comunque provare il nesso di causalità tra la condotta posta in essere dal sanitario medesimo e l’evento dannoso di cui egli chiede il risarcimento.

In generale l’inadempimento di un’obbligazione si sostanzia nel non aver soddisfatto l’interesse dedotto in obbligazione: pertanto, il giudizio di causalità è allo stesso tempo il criterio che collega la condotta del debitore al danno, ma anche il criterio di imputazione della responsabilità al debitore medesimo.  Per tale motivo, il creditore deve solo provare la causalità giuridica, ma non la causalità materiale (che deve solo essere allegata).

Tuttavia, nelle prestazioni professionali, l’interesse dedotto in obbligazione è strumentale rispetto all’interesse del creditore: infatti, quello che viene richiesto al sanitario è l’adempimento delle leges artis e tale adempimento è strumentale rispetto al raggiungimento della cura del paziente (che sostanzia l’interesse finale di quest’ultimo). Pertanto, in questo caso, il criterio di causalità tra condotta del sanitario e evento dannoso si distingue dalla imputazione della responsabilità al sanitario.

Quanto, infatti, alla censura concernente la ripartizione dell’onere probatorio del nesso causale tra paziente danneggiato (o, come nella specie, i suoi eredi) e struttura sanitaria, va ribadito – nel senso della sua infondatezza – che, nei giudizi risarcitori da responsabilità̀ sanitaria, si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle”. Orbene, il primo, “quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità̀ di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia”, ovvero la morte, “e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)” (così, in motivazione, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 26 luglio 2017, n. 18392, Rv. 645164-01).

 AVVOCATO SERGIO ARMAROLI AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI CSENA VICENZA  MILANO PAVIA ROVIGO PADOVA TREVISO PORDENONE  051 6447838 FISSA TUO APPUNTAMENTO 

 

In tema di danno non patrimoniale risarcibile in caso di morte causata da un illecito, il pregiudizio risarcibile conseguente alla perdita del rapporto parentale che spetta “iure proprio” ai prossimi congiunti (da tenere distinto dai pregiudizi risarcibili iure hereditatis)

Cass. civ., Sez. III, Ordinanza, 25/06/2021, n. 18284

In tema di danno non patrimoniale risarcibile in caso di morte causata da un illecito, il pregiudizio risarcibile conseguente alla perdita del rapporto parentale che spetta “iure proprio” ai prossimi congiunti (da tenere distinto dai pregiudizi risarcibili iure hereditatis) riguarda la lesione della relazione che legava i parenti al defunto, ove sia provata l’effettività e la consistenza di tale relazione, ma non anche il rapporto di convivenza, non assurgendo quest’ultimo a connotato minimo di relativa esistenza.(Nella specie, nel ribadire il principio, la Suprema Corte ha cassato la decisione di appello che nel rideterminare e confermare la liquidazione effettuata dal primo giudice, aveva dapprima correttamente affermato che la invalidità pregressa del de cuius non rileva ai fini della quantificazione del danno morale subìto dalla sorella minore e poi illogicamente sminuito il legame affettivo esistente tra i due in considerazione della non più giovane età dei due fratelli all’epoca del fatto e dall’assenza della convivenza).

 

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La responsabilità della struttura sanitaria per i danni da perdita del rapporto parentale, invocati “iure proprio” dai congiunti di un paziente deceduto, è qualificabile come extracontrattuale, dal momento che, da un lato, il rapporto contrattuale intercorre unicamente col paziente, e dall’altro i parenti non rientrano nella categoria dei “terzi protetti dal contratto”, potendo postularsi l’efficacia protettiva verso terzi del contratto concluso tra il nosocomio ed il paziente

Cass. civ., Sez. VI – 3, Ordinanza, 26/07/2021, n. 21404 (rv. 662040-01)

RESPONSABILITA’ CIVILE – Colpa o dolo – Contrattuale ed extracontrattuale – Azione risarcitoria esercitata dai congiunti “iure proprio” – Natura aquiliana della responsabilità – Fondamento – Efficacia protettiva verso terzi del contratto tra il nosocomio ed il paziente – Condizioni e limiti – RESPONSABILITA’ CIVILE – Professionisti – Attivita’ medico-chirurgica – In genere

La responsabilità della struttura sanitaria per i danni da perdita del rapporto parentale, invocati “iure proprio” dai congiunti di un paziente deceduto, è qualificabile come extracontrattuale, dal momento che, da un lato, il rapporto contrattuale intercorre unicamente col paziente, e dall’altro i parenti non rientrano nella categoria dei “terzi protetti dal contratto”, potendo postularsi l’efficacia protettiva verso terzi del contratto concluso tra il nosocomio ed il paziente esclusivamente ove l’interesse, del quale tali terzi siano portatori, risulti anch’esso strettamente connesso a quello già regolato sul piano della programmazione negoziale. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 23/05/2019)

 

Attivita’ medico-chirurgica – Omessa diagnosi – Risarcimento del danno – Nesso causale – Sussistenza – Necessità – Criterio di probabilità scientifica – Portata – Fattispecie

In materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, l’accertamento del nesso causale in caso di diagnosi tardiva – da compiersi secondo la regola del “più probabile che non” ovvero della “evidenza del probabile”, come pure delineata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella sentenza del 21 giugno 2017 in causa C-621/15 in tema di responsabilità da prodotto difettoso, in coerenza con il principio eurounitario della effettività della tutela giurisdizionale – si sostanzia nella verifica dell’eziologia dell’omissione, per cui occorre stabilire se il comportamento doveroso che l’agente avrebbe dovuto tenere sarebbe stato in grado di impedire o meno, l’evento lesivo, tenuto conto di tutte le risultanze del caso concreto nella loro irripetibile singolarità, giudizio da ancorarsi non esclusivamente alla determinazione quantitativo-statistica delle frequenze di classe di eventi

 

Cass. civ., Sez. III, Sentenza, 27/07/2021, n. 21530 (rv. 662197-01)

RESPONSABILITA’ CIVILE – Professionisti – Attivita’ medico-chirurgica – Omessa diagnosi – Risarcimento del danno – Nesso causale – Sussistenza – Necessità – Criterio di probabilità scientifica – Portata – Fattispecie

In materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, l’accertamento del nesso causale in caso di diagnosi tardiva – da compiersi secondo la regola del “più probabile che non” ovvero della “evidenza del probabile”, come pure delineata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella sentenza del 21 giugno 2017 in causa C-621/15 in tema di responsabilità da prodotto difettoso, in coerenza con il principio eurounitario della effettività della tutela giurisdizionale – si sostanzia nella verifica dell’eziologia dell’omissione, per cui occorre stabilire se il comportamento doveroso che l’agente avrebbe dovuto tenere sarebbe stato in grado di impedire o meno, l’evento lesivo, tenuto conto di tutte le risultanze del caso concreto nella loro irripetibile singolarità, giudizio da ancorarsi non esclusivamente alla determinazione quantitativo-statistica delle frequenze di classe di eventi (cd. probabilità quantitativa), ma anche all’ambito degli elementi di conferma disponibili nel caso concreto (cd. probabilità logica). (Nella specie, la S.C. ha ritenuto immune da vizi la decisione di merito che, facendo corretta applicazione dell’enunciato principio, aveva fondato la responsabilità di una struttura sanitaria, per colpa dei medici ivi operanti, in relazione al decesso di una paziente derivato dal ritardo di un solo giorno con cui le era stata diagnosticata la cd. “sindrome di Lyell”, non soltanto sul dato statistico delle percentuali di sopravvivenza dei pazienti affetti da detta sindrome, oltre che sul giudizio controfattuale a fronte di una condotta omissiva, ma anche sulla scorta degli elementi concreti risultanti dalle espletate c.t.u. e dalle prove acquisite riguardo alla superficialità dell’anamnesi effettuata sin dal ricovero, da cui era derivata l’errata diagnosi e le conseguenti dimissioni della paziente, nonostante l’elevata temperatura corporea, per di più, previa somministrazione di un farmaco tale da abbatterne del 70% le probabilità di sopravvivenza). (Rigetta, CORTE D’APPELLO CAGLIARI, 07/02/2018)

 

Tabella delle menomazioni – Percentuale di invalidità – Valore tabellato fisso – Riduzione ad opera del c.t.u. in assenza di espressa

 

Cass. civ., Sez. lavoro, Ordinanza, 03/09/2021, n. 23896 (rv. 662153-01)

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PREVIDENZA (ASSICURAZIONI SOCIALI) – Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali – Infortunio – In genere – Regime ex art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 – Tabella delle menomazioni – Percentuale di invalidità – Valore tabellato fisso – Riduzione ad opera del c.t.u. in assenza di espressa previsione – Illegittimità – Conseguenze – Fattispecie

In tema di liquidazione del danno biologico, nel regime di cui all’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000, le tabelle delle menomazioni, ove consentano di individuare la percentuale del danno in relazione ad un intervallo di valori o facendo uso di locuzioni similari, consentono l’adeguamento della stima del danno alla realtà del caso clinico; viceversa, ove determinino una percentuale fissa, senza il ricorrere di locuzioni, quali “superiore a” ovvero “fino a”, il valore ivi indicato non è modificabile. (Nella specie la S.C. ha cassato la pronuncia di merito che aveva recepito le conclusioni del c.t.u. il quale, pur reputando di quantificare il danno residuo secondo una voce tabellare che indicava un valore fisso, aveva operato una riduzione della percentuale). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO CATANZARO, 02/07/2015)

 

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ART 250 CC RICONOSCIMENTO PATERNITA’

ART 250 CC RICONOSCIMENTO PATERNITA’

Il figlio nato fuori del matrimonio può essere riconosciuto, nei modi previsti dall’articolo 254, dal padre e dalla madre, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento [30 Cost.]. Il riconoscimento può avvenire tanto congiuntamente quanto separatamente [235].

Il riconoscimento(2) del figlio che ha compiuto i quattordici anni non produce effetto senza il suo assenso

ART 250 CC RICONOSCIMENTO PATERNITA’

Il riconoscimento del figlio che non ha compiuto i quattordici anni non può avvenire senza il consenso dell’altro genitore che abbia già effettuato il riconoscimento.

Il consenso non può essere rifiutato se risponde all’interesse del figlio. Il genitore che vuole riconoscere il figlio, qualora il consenso dell’altro genitore sia rifiutato, ricorre al giudice competente, che fissa un termine per la notifica del ricorso all’altro genitore. Se non viene proposta opposizione entro trenta giorni dalla notifica, il giudice decide con sentenza che tiene luogo del consenso mancante; se viene proposta opposizione, il giudice, assunta ogni opportuna informazione, dispone l’audizione del figlio minore che abbia compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore, ove capace di discernimento, e assume eventuali provvedimenti provvisori e urgenti al fine di instaurare la relazione, salvo che l’opposizione non sia palesemente fondata. Con la sentenza che tiene luogo del consenso mancante, il giudice assume i provvedimenti opportuni in relazione all’affidamento e al mantenimento del minore ai sensi dell’articolo 315 bis e al suo cognome ai sensi dell’articolo 262(5).

Il riconoscimento non può essere fatto dai genitori che non abbiano compiuto il sedicesimo anno di età, salvo che il giudice li autorizzi, valutate le circostanze e avuto riguardo all’interesse del figlio

Il riconoscimento del figlio naturale minore infrasedicenne, già riconosciuto da un genitore, è diritto soggettivo primario dell’altro genitore, costituzionalmente garantito dall’art. 30 Cost.: in quanto tale, esso non si pone in termini di contrapposizione con l’interesse del minore, ma come misura ed elemento di definizione dello stesso, atteso il diritto del bambino ad identificarsi come figlio di una madre e di un padre e ad assumere cosi una precisa e completa identità. Ne consegue che il secondo riconoscimento, ove vi sia opposizione dell’altro genitore che per primo ha proceduto al riconoscimento, può essere sacrificato — anche alla luce degli artt. 3 e 7 della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989 (resa esecutiva con la legge 27 maggio 1991, n. 176) — solo in presenza di motivi gravi ed irreversibili, tali da far ravvisare la probabilità di una forte compromissione dello sviluppo psico-fisico del minore. (Enunciando il principio di cui in massima, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva escluso che costituissero impedimento al secondo riconoscimento l’età del padre naturale, la sua residenza in una località lontana da quella di residenza della minore, nonché la mancanza, dà parte sua, di un’attività lavorativa stabile e di un’autonoma abitazione).

ART 250 CC RICONOSCIMENTO PATERNITA’

In tema di autorizzazione al riconoscimento di figlio naturale, la mera diversità culturale, di origini, di etnia e di religione non può di per sé costituire elemento significativo ai fini dell’esclusione dell’interesse del minore all’acquisizione della doppia genitorialità. Tuttavia, il fanatismo religioso (nella specie, si trattava di genitori di nazionalità e religioni diverse) può assumere rilievo dirimente qualora si traduca in un’indebita compressione dei diritti di libertà del minore o in un pericolo per la sua crescita secondo i canoni generalmente riconosciuti dalle società civili.

Al pari di quanto accade in tema di controversie in tema di dichiarazione giudiziale di paternità naturale di minori, anche nel procedimento previsto dall’art. 250, quarto comma, c.c., avente ad oggetto l’indagine sulla legittimità del rifiuto al secondo riconoscimento opposto dal genitore che per primo abbia riconosciuto il figlio, il termine breve per appellare è rispettato con il tempestivo deposito in cancelleria del ricorso entro trenta giorni dalla notifica della sentenza, mentre, nel caso in cui l’impugnazione sia stata proposta con citazione a udienza fissa, il gravame deve considerarsi tempestivo e validamente proposto purché il deposito della citazione avvenga entro il termine di trenta giorni dalla notifica della sentenza, essendo detto deposito l’atto con il quale, nei procedimenti camerali, l’impugnazione è proposta.

SEPARAZIONI-BOLOGNA
SEPARAZIONE E SOLDIART 250 CC RICONOSCIMENTO PATERNITA’

Il riconoscimento del figlio minore infraquattordicenne nato fuori dal matrimonio, già riconosciuto da un genitore, costituisce un diritto soggettivo dell’altro, tutelato nell’art. 30 Cost., che può, tuttavia, essere sacrificato in presenza del rischio della compromissione dello sviluppo psicofisico del minore stesso. In questo quadro, il necessario bilanciamento tra l’esigenza di affermare la verità biologica con l’interesse alla stabilità dei rapporti familiari, impone di accertare quale sia, in concreto, l’interesse del minore, valorizzando primariamente i risultati della sua audizione, una volta accertatane da parte del giudice la capacità di discernimento.

riconoscimento di figlio naturale,

l’art. 250 c.c. (come modificato dall’art. 1, comma 2, lett. b, della l. n. 219 del 2012) subordina, nell’ipotesi di minore infraquattordicenne, la possibilità del secondo riconoscimento al consenso del genitore che detto riconoscimento ha già effettuato e dispone, altresì, che, al compimento del quattordicesimo anno, il minore (anche se nato o concepito prima dell’entrata in vigore della l. n. 219 del 2012 cit.) divenga titolare di un autonomo potere di incidere sul diritto del genitore al riconoscimento, configurando il suo assenso quale elemento costitutivo dell’efficacia della domanda stessa di riconoscimento. Ne consegue che il raggiungimento, da parte del minore, della “maggiore età” ritenuta dal legislatore adeguata ad esprimere un meditato giudizio, rilevabile d’ufficio, determina il venir meno della necessità del consenso del primo genitore al riconoscimento da parte dell’altro e, in difetto, dell’intervento del giudice. (Nella specie, la S.C., preso atto che il minore aveva compiuto quattordici anni nel corso del processo ed aveva rifiutato il suo assenso al riconoscimento, ha dichiarato, su ricorso della madre, cessata la materia del contendere, cassando senza rinvio la sentenza di riconoscimento della paternità.

La competenza a provvedere sull’autorizzazione al riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio richiesta, ex art. 250, comma 5, c.c., dal genitore non ancora sedicenne, appartiene al tribunale ordinario. (Principio di diritto enunciato ai sensi dell’art. 363, comma 3, c.p.c.).

Il potere, spettante in via esclusiva al genitore che per primo ha riconosciuto il figlio infraquattordicenne, di esprimere il consenso al successivo riconoscimento, da parte dell’altro genitore, costituisce un corollario della paternità (o maternità) e non della legale rappresentanza del minore nell’esercizio della potestà genitoriale, la cui sospensione, quindi, non gli impedisce di acconsentire al suddetto secondo riconoscimento, legittimando, in caso contrario, l’altro genitore a promuovere, ex art. 250 cod. civ., l’azione per ottenere la sentenza sostitutiva, in un procedimento nel quale il primo è litisconsorte necessario insieme al minore, rappresentato dal tutore.

Nel procedimento previsto dall’art. 250, quarto comma, c.c. per conseguire una pronuncia che tenga luogo del mancato consenso del genitore, che abbia già riconosciuto il figlio infrasedicenne, al riconoscimento dello stesso minore da parte dell’altro genitore, deve essere disposta obbligatoriamente l’audizione del minore, atteso che questi assume la qualità di parte, come riconosciuto dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 83 del 2011

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Il divieto per il minore infrasedicenne di riconoscere il figlio, ai sensi dell’art. 250 quinto comma c.c., non priva il minore stesso della condizione di genitore,

Nel procedimento previsto dall’art. 250, quarto comma, c.c. il minore infrasedicenne non assume la qualità di parte, divenendo tale solamente all’esito della nomina del curatore speciale ai sensi dell’art. 78, secondo comma, c.p.c. in presenza di un conflitto d’interessi con il genitore legale rappresentante che si oppone al riconoscimento da parte dell’altro genitore naturale, determinandosi in tal caso una sorta di intervento iussu iudicis del minore stesso, a mezzo del suddetto curatore. Ne consegue che la sentenza emessa a chiusura del procedimento deve essere notificata, ai fini della decorrenza del termine breve per la relativa impugnazione, anche al suddetto curatore, non determinandosi in difetto il passaggio in giudicato e la conseguente definitività della decisione, in ragione del mancato decorso di detto termine rispetto a tutte le parti in causa. [Principio enunciato nell’ambito di un giudizio concernente la domanda di equa riparazione dei danni (lamentati per effetto di una durata del giudizio ex art. 250, quarto comma, c.c. prolungatasi, anche in ragione della condotta degli addetti alla cancelleria, per quattro anni e cinque mesi e dedotta come irragionevole in considerazione pure della particolare semplicità del rito camerale e della delicatezza della vicenda in questione), proposta seppur in difetto di notificazione della sentenza emessa a conclusione del giudizio (anche) al curatore speciale nominato alla minore, e dal giudice di merito dell’impugnazione nondimeno ritenuta conclusiva del procedimento all’esito del decorso del termine breve per l’impugnazione fatto decorrere dalla relativa notifica effettuata solamente ai genitori e al P.M.].

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Nel giudizio promosso per il riconoscimento della paternità o della maternità di un minore infraseadicenne, l’interesse del minore costituisce l’unico parametro di riferimento ai fini della valutazione della legittimità del rifiuto del consenso eventualmente opposto dall’altro genitore, interesse la cui esistenza, prescindendo dai rapporti tra i genitori, deve ritenersi predicabile tutte le volte in cui, dal secondo riconoscimento, non derivi al minore un pregiudizio tale da incidere sul suo sviluppo psicofisico, ed a prescindere, dunque, dalla concreta dimostrazione che esso risulti per lui vantaggioso. (Nell’affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha, così, ritenuto illegittimo il rifiuto del consenso al riconoscimento di un minore infrasedicenne opposto alla madre che aveva fondato tale decisione motivandola con l’aver più volte, in precedenza, inutilmente invitato il padre naturale a tale riconoscimento, sia durante la gravidanza sia dopo il parto, mentre, al momento, ella era sul punto di contrarre matrimonio con altro uomo, cui il minore risultava legato da uno stabile e valido rapporto affettivo).

In tema di riconoscimento di figli naturali, l’indagine sulla legittimità del rifiuto del consenso al secondo riconoscimento opposto dal tutore del minore (nominato a seguito della morte del genitore che aveva per primo riconosciuto il figlio) va condotta alla luce della presunzione (semplice) della esistenza di un interesse del minore al richiesto riconoscimento sotto il profilo spirituale non meno che sotto quello dei diritti all’istruzione, educazione mantenimento ad esso conseguenti. Un eventuale rifiuto del consenso deve ritenersi, pertanto, del tutto ingiustificato in assenza di seri e specifici motivi che evidenzino la contrarietà del riconoscimento all’indicato interesse del minore (nell’affermare il suindicato principio di diritto la Corte ha ritenuta legittima la sentenza sostitutiva del consenso non prestato, emessa dal giudice di merito ai sensi dell’art. 250, terzo comma c.c., in relazione ad una vicenda di riconoscimento richiesto dal padre naturale di un minore la cui madre era deceduta il giorno successivo al parto, ed il cui tutore, zio materno, aveva rifiutato il consenso al detto riconoscimento deducendo, tra l’altro, che non vi fosse alcuna prova certa della asserita paternità del richiedente, mentre le prove genetiche avevano evidenziato un risultato probabilistico, in tal senso, superiore al 99,99 per cento).

Nel giudizio previsto dall’art. 250, quarto comma c.c. — diretto ad ottenere, da parte di chi vuole effettuare il riconoscimento, una sentenza che tenga il luogo del consenso rifiutato dal genitore che per primo ha riconosciuto il figlio naturale minore di sedici anni — sono contraddittori necessari il genitore che si oppone ed il P.M., ma non anche il minore, il quale non assume la veste di parte e al quale, quindi, non deve essere nominato un curatore speciale per il giudizio medesimo, non essendo egli considerato, a causa della sua non ancora raggiunta maturità, portatore di una posizione soggettiva autonomamente tutelata ed essendo soltanto prevista la sua audizione per ragioni istruttorie al fine di stabilire se il riconoscimento sia conforme al suo interesse. La disparità di tale trattamento rispetto ai figli ultrasedicenni non si pone in contrasto con il principio costituzionale di uguaglianza trovando razionale giustificazione nella presunzione, correlata all’età, del raggiungimento da parte degli ultrasedicenni di un grado di maturità da consentire un meditato giudizio sul proprio interesse al riconoscimento.

Poiché per l’art. 250 c.c. il genitore che ha per primo riconosciuto il figlio naturale non può rifiutare il consenso al riconoscimento dell’altro genitore ove tale riconoscimento risponda all’interesse del figlio, a rendere non conveniente il riconoscimento stesso non è decisivo che íl minore si sia inserito stabilmente nella famiglia del primo, dovendo tale elemento essere valutato unitamente ad altri, con riguardo principalmente agli effetti che il riconoscimento di entrambi i genitori può produrre in termini di, educazione, istruzione e mantenimento del minore e tenuto, in ogni caso, presente che l’esigenza di evitare turbamenti o conflittualità psicologiche pregiudizievoli all’armonioso sviluppo della personalità dello stesso deve prevalere sul fatto oggettivo della generazione.

Il divieto per il minore infrasedicenne di riconoscere il figlio, ai sensi dell’art. 250 quinto comma c.c., non priva il minore stesso della condizione di genitore, con la conseguenza che, quando, divenuto sedicenne, provveda al riconoscimento del figlio stesso, acquista tutti i diritti sostanziali e processuali previsti dalla legge per il genitore fin dalla nascita del figlio.

COSTRUTTORE DI CASE RESPONSABILITA’

COSTRUTTORE DI CASE RESPONSABILITA’

COSTRUTTORE DI CASE RESPONSABILITA’

QUANDO E’ RESPONSABILE IL COSTRUTTORE DI CASE?

CHI COSTRUISCE UN APPARTAMENTO QUANDO E’ RESPONSABILE PER 10 ANNI?

che il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di legge ex articolo 360 c.p.c., n. 3, consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione della fattispecie astratta di una norma di legge e, percio’, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa, con la conseguenza che il ricorrente che presenti la doglianza e’ tenuto a prospettare quale sia stata l’erronea interpretazione della norma in questione da parte del giudice che ha emesso la sentenza impugnata, a prescindere dalla motivazione posta a fondamento di questa (Cass., Sez. L., sentenza n. 26307 del 15 dicembre 2014, Rv. 633859).

Al contrario, se l’erronea ricognizione riguarda la fattispecie concreta, il gravame inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura e’ possibile, in sede di legittimita’, solo ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, (Cass., Sez. 5, sentenza n. 8315 del 4 aprile 2013, Rv. 626129).

Secondo la costante giurisprudenza, tali gravi difetti sono anche le carenze costruttive dell’edificio, inteso, altresi’, come singola unita’ abitativa, che ne pregiudichino o menomino in modo grave il normale godimento, la funzionalita’ o l’abitabilita’, pur se incidenti su elementi secondari ed accessori dell’opera stessa (Cass., Sez. 2, n. 8140 del 28 aprile 2004, Rv. 572418).

Ai sensi dell’articolo 1669 c.c., sussiste una responsabilita’ del costruttore se l’opera, nel corso di dieci anni dal compimento, rovina in tutto od in parte per un suo difetto di realizzazione ovvero presenti evidente pericolo di rovina o gravi difetti.

Secondo la costante giurisprudenza, tali gravi difetti sono anche le carenze costruttive dell’edificio, inteso, altresi’, come singola unita’ abitativa, che ne pregiudichino o menomino in modo grave il normale godimento, la funzionalita’ o l’abitabilita’, pur se incidenti su elementi secondari ed accessori dell’opera stessa (Cass., Sez. 2, n. 8140 del 28 aprile 2004, Rv. 572418).

Suprema Corte di Cassazione

COSTRUTTORE DI CASE RESPONSABILITA’

sezione II

sentenza 4 dicembre 2015, n. 24763

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere

Dott. MANNA Felice – Consigliere

Dott. CORRENTI Vincenzo – rel. Consigliere

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6568/2011 proposto da:

(OMISSIS) SRL (OMISSIS), IN PERSONA DELL’AMM.RE UNICO E LEGALE RAPP.TE P.T., elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 3294/2010 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 06/12/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 04/11/2015 dal Consigliere Dott. VINCENZO CORRENTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PATRONE Ignazio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 28 ed il 29 novembre 2003 (OMISSIS) ed (OMISSIS) convenivano in giudizio davanti al Tribunale di Monza la (OMISSIS) srl ed i coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS).

Gli attori esponevano che:

avevano acquistato dalla (OMISSIS) srl un appartamento al piano secondo di una palazzina in (OMISSIS), e dopo poco tempo si erano accorti della presenza di gravi vizi e difetti del loro appartamento, con particolare riguardo alle canne fumarie poste al servizio esclusivo delle unita’ sottostanti di proprieta’ dei coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS) e della (OMISSIS) srl;

per l’esattezza, la problematica riguardava due canne fumarie, una che originava dall’appartamento della (OMISSIS) srl e l’altra che, invece, partiva dall’abitazione dei coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS).

Essi chiedevano, pertanto, la condanna della (OMISSIS) srl a pagare la somma corrispondente al deprezzamento dell’immobile di loro proprieta’ e l’ordine a tutti i convenuti di adeguare alla vigente normativa le canne fumarie, con eliminazione di ogni immissione od infiltrazione e risarcimento degli ulteriori danni patiti.

Il Tribunale di Monza, nella resistenza dei convenuti, con sentenza n. 3544/07, accertata la sussistenza dei gravi difetti costruttivi denunciati dagli attori, dichiarava la responsabilita’ della (OMISSIS) srl ex articolo 1669 c.c., e, per la parte concernente le immissioni illecite derivanti dalla canna fumaria identificata come CB nella relazione del Ctu, dei convenuti (OMISSIS) e (OMISSIS) ai sensi degli articoli 844 e 2043 c.c..

Inoltre, dichiarava la cessazione della materia del contendere quanto ai vizi attinenti ai condotti di esalazione, alle canne fumarie ed ai comignoli, essendo questi stati eliminati dalla (OMISSIS) srl.

Infine, ritenute prescritte le ulteriori doglianze riguardanti l’isolamento acustico dell’abitazione (OMISSIS) – (OMISSIS) e le cantine, condannava la stessa (OMISSIS) srl a rifondere agli attori le spese di lite e, a titolo di risarcimento del danno, le spese di consulenza tecnica, con rigetto delle altre istanze risarcitorie.

La (OMISSIS) srl proponeva appello con cui si doleva della decisione di prime cure e ne chiedeva la riforma.

La Corte di appello di Milano, nella resistenza degli appellati, con sentenza n. 3294/2010 respingeva l’impugnazione principale e l’appello incidentale dei coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS) e, per l’effetto, confermava la pronuncia del giudice di prime cure.

A sostegno della decisione adottata la corte distrettuale evidenziava che:

– l’azione proposta dai coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS) era stata correttamente inquadrata nell’ambito del disposto dell’articolo 1669 c.c.;

– era infondata l’eccezione di difetto di legittimazione passiva della (OMISSIS) srl;

– i vizi dell’opera erano stati riparati;

– l’azione risarcitoria degli appellanti incidentali era priva di fondamento.

Avverso la indicata sentenza della Corte di appello di Milano ha proposto ricorso per cassazione la (OMISSIS) srl, articolandolo su due motivi, mentre gli intimati non hanno svolto difese.

MOTIVI DELLA DECISIONE

La ricorrente lamenta con il primo motivo di ricorso la violazione e falsa applicazione dell’articolo 1669 c.c., nonche’ l’insufficiente motivazione della sentenza impugnata, con il secondo mezzo la violazione del principio di disposizione e di valutazione delle prove di cui agli articoli 115 e 116 c.p.c., e l’insufficienza della relativa motivazione.

I due motivi di ricorso, stante la loro stretta connessione e la sostanziale identita’ dei fatti posti a fondamento degli stessi, possono essere trattati congiuntamente.

La (OMISSIS) srl fonda entrambe le sue doglianze sulla circostanza di non avere alcuna responsabilita’ in ragione dell’improprio utilizzo, a fini abitativi, del locale sottotetto da parte dei coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS), nonche’ del locale cantina ad opera dei coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS), che avevano asservito la loro canna fumaria ad un camino a legna posizionato nel seminterrato, senza provvedere alla necessaria messa a norma.

Detta canna fumaria, peraltro, non poteva essere considerata un bene comune di tutti i condomini, in quanto destinata a vantaggio della sola abitazione dei coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS).

A cio’ conseguiva che solamente questi ultimi ne erano responsabili.

Preliminarmente, deve osservarsi che il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di legge ex articolo 360 c.p.c., n. 3, consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione della fattispecie astratta di una norma di legge e, percio’, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa, con la conseguenza che il ricorrente che presenti la doglianza e’ tenuto a prospettare quale sia stata l’erronea interpretazione della norma in questione da parte del giudice che ha emesso la sentenza impugnata, a prescindere dalla motivazione posta a fondamento di questa (Cass., Sez. L., sentenza n. 26307 del 15 dicembre 2014, Rv. 633859).

Al contrario, se l’erronea ricognizione riguarda la fattispecie concreta, il gravame inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura e’ possibile, in sede di legittimita’, solo ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, (Cass., Sez. 5, sentenza n. 8315 del 4 aprile 2013, Rv. 626129).

Nel caso in esame, dal tenore del ricorso si evince che la (OMISSIS) srl ha contestato la correttezza della decisione della Corte di Appello di Milano relativamente alla riconduzione della situazione in esame alla disciplina dell’articolo 1669 c.c., ed alle modalita’ con cui ha valutato l’insieme delle prove acquisite agli atti.

Se ne ricava che, benche’ l’atto di impugnazione cumuli in un unico motivo le censure di cui all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5, la doglianza non concerne l’interpretazione o l’applicazione delle norme regolatrici della fattispecie, ma profili attinenti alla motivazione della sentenza denunciabili ex articolo 360 c.p.c., n. 5.

Il ricorso e’ infondato.

Ai sensi dell’articolo 1669 c.c., sussiste una responsabilita’ del costruttore se l’opera, nel corso di dieci anni dal compimento, rovina in tutto od in parte per un suo difetto di realizzazione ovvero presenti evidente pericolo di rovina o gravi difetti.

Secondo la costante giurisprudenza, tali gravi difetti sono anche le carenze costruttive dell’edificio, inteso, altresi’, come singola unita’ abitativa, che ne pregiudichino o menomino in modo grave il normale godimento, la funzionalita’ o l’abitabilita’, pur se incidenti su elementi secondari ed accessori dell’opera stessa (Cass., Sez. 2, n. 8140 del 28 aprile 2004, Rv. 572418).

La Corte di Appello ha correttamente chiarito di ritenere sussistente una responsabilita’ della (OMISSIS) srl, ai sensi dell’articolo 1669 c.c., in quanto vi erano “continue ed intollerabili immissioni di fumo nell’abitazione” (OMISSIS) e (OMISSIS).

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Detto giudizio e’ conforme alla summenzionata definizione dei gravi difetti che giustificano l’applicazione dell’articolo 1669 c.c..

L’accertamento della presenza dei vizi denunciati e’ stato motivato in maniera logica e completa in base alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, fondate, ad avviso del giudice di secondo grado, su approfondite ed esaurienti indagini, che avevano portato a rilevare “l’attuale stato di inabitabilita’ del sottotetto degli appellati e non…..dei suoi eventuali futuri sviluppi abitativi.

D’altronde, parte ricorrente non ha contestato in maniera dettagliata tali conclusioni, benche’ il ricorso per cassazione con il quale si facciano valere vizi di motivazione della sentenza debba contenere la precisa indicazione delle carenze e delle lacune nelle argomentazioni del giudice, oppure specificare le illogicita’ del ragionamento seguito o la mancanza di coerenza fra le varie ragioni esposte (Cass., Sez. L, sentenza n. 12052 del 23 maggio 2007, Rv. 597230).

La destinazione o meno del sottotetto ad opera dei coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS) ad uso abitativo e’ stata reputata, quindi, irrilevante, di fronte all’evidente danno rappresentato dall’immissione di fumo.

Infatti, l’eventuale destinazione non abitativa di una porzione immobiliare non esime il costruttore dal dovere di realizzare i relativi impianti in modo da evitare che il loro uso dia luogo, all’interno di questa, a situazioni di danno anche solo potenziale, riconducibili alla previsione dell’articolo 1669 c.c..

Per cio’ che concerne l’impiego non conforme alla normativa vigente della cantina dei coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS), non e’ stato provato dalla (OMISSIS) srl, che era gravata del relativo onere, che abbia avuto un’efficacia causale idonea ad escludere ogni responsabilita’ del costruttore delle canne fumarie.

Il fatto che il (OMISSIS) e la (OMISSIS) abbiano chiesto alla (OMISSIS) srl di effettuare degli interventi sulla loro canna fumaria ed abbiano pagato i relativi lavori non ha alcuna valenza, dato che cio’ non esclude che l’opera presentasse ab origine vizi tali da arrecare, comunque, pregiudizio al (OMISSIS) ed alla (OMISSIS).

In ogni caso, non vi sono elementi che portino ad escludere la responsabilita’ della (OMISSIS) srl con riferimento alla seconda canna fumaria oggetto di causa, in ordine a cui la (OMISSIS) srl si e’ limitata ad affermare che non sarebbe mai stata utilizzata, senza nulla dire quanto alla sua potenziale dannosita’.

In detta prospettiva risulta, altresi’, priva di pregio la deduzione della Beatrice srl sulla natura non condominiale della canna fumaria del (OMISSIS) e della (OMISSIS), peraltro genericamente formulata.

Ne consegue il rigetto del ricorso, senza pronuncia sulla spese in mancanza di attivita’ difensiva di controparte in questa sede.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.

ART 949 CODICE CIVILE AZIONE NEGATORIA

ART 949 CODICE CIVILE AZIONE NEGATORIA

Il proprietario può agire per far dichiarare l’inesistenza di diritti affermati da altri sulla cosa, quando ha motivo di temerne pregiudizio.

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ART 949 CODICE CIVILE AZIONE NEGATORIA

Se sussistono anche turbative o molestie, il proprietario può chiedere che se ne ordini la cessazione, oltre la condanna al risarcimento del danno [15 c.p.c.]

ART 949 CODICE CIVILE AZIONE NEGATORIA

“La sentenza che, accogliendo un’azione negatoria servitutis, si limita ad accertare l’inesistenza della servitù non è utilizzabile come titolo esecutivo per richiedere al giudice dell’esecuzione ex art. 612 c.p.c., l’individuazione delle misure atte a garantire la protezione da turbative o molestie, ove sul punto non si sia pronunciato, con statuizione di condanna, il giudice del merito ai sensi dell’art. 949 c.c., comma 2. Allo stesso modo, nel caso di accertamento della servitù ai sensi dell’art. 1079 c.c., non è possibile rivolgersi al giudice dell’esecuzione per far cessare eventuali impedimenti o turbative se l’adozione dei provvedimenti occorrenti non sia stata disposta dal giudice del merito”.

L’azione “negatoria servitutis”

ART 949 CODICE CIVILE AZIONE NEGATORIA

 tende alla negazione di qualsiasi diritto, anche dominicale, affermato dal terzo sul bene e, quindi, non al mero accertamento dell’inesistenza della pretesa servitù ma al conseguimento della cessazione della dedotta situazione antigiuridica, al fine di ottenere la libertà del fondo, mentre la domanda di riduzione in pristino per aggravamento di servitù esistente prospetta un’alterazione dei luoghi compiuta dal titolare di una servitù prediale, trovando fondamento nei rimedi di cui agli artt. 1063 e 1067 c.c. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, in presenza di una servitù di accesso carraio e di letamaia, ne aveva escluso l’aggravamento, a seguito della chiusura della buca usata per la letamaia ed il collocamento, sul fondo servente, di attrezzi, materiali agricoli e rifiuti, senza tuttavia esaminare il profilo, specificamente denunziato dall’attore, attinente all’inerenza di tali attività rispetto all'”utilitas” conseguente alla funzione di detta buca, destinata ad agevolare la cura e l’allevamento del bestiame).

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ART 949 CODICE CIVILE AZIONE NEGATORIA

L’azione diretta al rispetto delle distanze legali è modellata sullo schema dell’”actio negatoria servitutis”, essendo rivolta non già all’accertamento del diritto di proprietà dell’attore, bensì a respingere l’imposizione di limitazioni a carico della proprietà, suscettibili di dar luogo a servitù; essa, pertanto, non esige la rigorosa dimostrazione della proprietà dell’immobile a cui favore l’azione viene esperita, essendo sufficiente che l’attore dimostri con qualsiasi mezzo, incluse le presunzioni, di possedere il fondo in base ad un valido titolo di acquisto.

La “actio negatoria servitutis” ha come essenziale presupposto la sussistenza di altrui pretese sul bene immobile, non potendo essere esercitata in presenza di turbative o molestie che non si sostanzino in una pretesa di diritto sulla cosa. Ne consegue che un’opera astrattamente idonea a consentire il passaggio da un fondo ad un altro, come l’esistenza di un cancello, non può essere posta a fondamento di una servitù di passaggio per usucapione se tale passaggio non venga concretamente esercitato. (Nella specie, la S.C. ha cassato la pronuncia di secondo grado che aveva ritenuto la semplice esistenza di un cancello, non utilizzato, idonea a rappresentare per il futuro una situazione di apparenza necessaria per fondare l’acquisto a titolo originario di una servitù di passaggio).

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ART 949 CODICE CIVILE AZIONE NEGATORIA

L’azione “negatoria servitutis”, quella di rivendica e la “confessoria servitutis” si differenziano in quanto l’attore, con la prima, si propone quale proprietario e possessore del fondo, chiedendone il riconoscimento della libertà contro qualsiasi pretesa di terzi; con la seconda, si afferma proprietario della cosa di cui non ha il possesso, agendo contro chi la detiene per ottenerne, previo riconoscimento del suo diritto, la restituzione; con la terza, infine, dichiara di vantare sul fondo, che pretende servente, la titolarità di una servitù. Pertanto, sotto il profilo probatorio, nel primo caso egli deve dimostrare, con ogni mezzo ed anche in via presuntiva, di possedere il fondo in forza di un titolo valido; allorché, invece, agisca in rivendica, deve fornire la piena prova della proprietà, dimostrando il suo titolo di acquisto e quello dei suoi danti causa fino ad un acquisto a titolo originario; da ultimo, nell’ipotesi di “confessoria servitutis”, ha l’onere di provare l’esistenza della servitù che lo avvantaggia.

In tema di “actio negatoria servitutis”, ai sensi dell’art. 2697 c.c., il proprietario del fondo servente che ammetta l’esistenza legittima della servitù, deducendo solo che la stessa debba esercitarsi con determinate modalità ed entro certi limiti, ha l’onere di provare l’esistenza delle dedotte modalità e limitazioni.

La “actio negatoria servitutis” può essere diretta sia all’accertamento dell’inesistenza di diritti vantati da terzi sia alla cessazione disturbative o molestie e, in tale ultima ipotesi, ove la turbativa o la molestia sia attuata mediante la realizzazione di un’opera, può anche determinare la condanna alla trasformazione o demolizione dell’opera stessa, ma non l’ordine di esecuzione di opere eccedenti la finalità dell’azione, che è quella di rimuovere una situazione comportante una menomazione del godimento del fondo oggetto

Nell'”actio negatoria servitutis” la legittimazione attiva e passiva compete a coloro che sono titolari delle posizioni giuridiche dominicali, rispettivamente svantaggiate o avvantaggiate dalla servitù, e, nel caso in cui la legittimazione di una delle parti, pur assente all’atto della proposizione della domanda, sopravvenga nel corso del giudizio, il procedimento può proseguire fino all’emissione della decisione, dato che la legittimazione ad agire, rappresentando una condizione dell’azione, non può subire limitazioni temporali, sicché è sufficiente che essa sussista al momento della decisione, poiché la sua sopravvenienza rende proponibile l’azione “ab origine”, indipendentemente dal momento in cui si verifichi.

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ART 949 CODICE CIVILE AZIONE NEGATORIA

In tema di azione negatoria, poiché la titolarità del bene si pone come requisito di legittimazione attiva e non come oggetto della controversia, la parte che agisce in giudizio non ha l’onere di fornire la prova rigorosa della proprietà, come accade nell’azione di rivendica, essendo sufficiente la dimostrazione con ogni mezzo, anche in via presuntiva, del possesso del fondo in forza di un titolo valido, mentre incombe sul convenuto l’onere di provare l’esistenza del diritto di compiere l’attività lamentata come lesiva dall’attore.

Qualora nel corso del giudizio di “negatoria servitutis” il convenuto acquisti la comproprietà del bene (nella specie, una strada), ogni questione relativa alla servitù è assorbita, atteso che la turbativa della proprietà non può essere più inquadrata come tentativo di acquisire un diritto di servitù, ma deve essere regolata nell’ambito del regime di amministrazione della cosa comune tra comproprietari.

AZIONE RIVENDICAZIONE AVVOCATO BOLOGNA PROPRIETA’

AZIONE RIVENDICAZIONE AVVOCATO BOLOGNA PROPRIETA’

azioni a difesa della proprietà, le difese di carattere petitorio opposte, in via di eccezione o con domande riconvenzionali, ad un’azione di rilascio o consegna non comportano – in ossequio al principio di disponibilità della domanda e di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato – una “mutatio” od “emendatio libelli”, ossia la trasformazione in reale della domanda proposta e mantenuta ferma dell’attore come personale per la restituzione del bene in precedenza volontariamente trasmesso al convenuto, né, in ogni caso, implicano che l’attore sia tenuto a soddisfare il correlato gravoso onere probatorio inerente le azioni reali (cosiddetta “probatio diabolica”), la cui prova, idonea a paralizzare la pretesa attorea, incombe solo sul convenuto in dipendenza delle proprie difese

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In tema di azione di rivendicazione, ai fini dell’individuazione del bene conteso, la base primaria dell’indagine del giudice è costituita dall’esame e dalla valutazione dei titoli di acquisto delle rispettive proprietà, costituendo peraltro, il giudizio sulla corrispondenza o meno del bene domandato con quello descritto nel titolo un accertamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità, qualora risultino verificate la correttezza dei criteri ermeneutici adottati dal giudice del merito e l’adeguatezza logico-giuridica della motivazione che ne giustifica i risultati.

L’accertamento della comunione di una via privata, costituita “ex collatione agrorum privatorum”, non è soggetto al rigoroso regime probatorio della rivendicazione, potendo tale comunione, al pari di ogni altra “communio incidens”, dimostrarsi con prove testimoniali e presuntive, concernenti l’uso prolungato e pacifico di essa e la sua rispondenza allo stato dei luoghi, nonché l’effettiva destinazione alle esigenze comuni di passaggio, sempre che l’asserito partecipante, il quale non vanti un diverso titolo di acquisto, abbia contribuito al conferimento del sedime della strada, presupposto d’insorgenza della comunione.

La domanda con cui l’attore chieda di dichiarare abusiva ed illegittima l’occupazione di un immobile di sua proprietà da parte del convenuto, con conseguente condanna dello stesso al rilascio del bene ed al risarcimento dei danni da essa derivanti, senza ricollegare la propria pretesa al venir meno di un negozio giuridico, che avesse giustificato la consegna della cosa e la relazione di fatto sussistente tra questa ed il medesimo convenuto, non dà luogo ad un’azione personale di restituzione, e deve qualificarsi come azione di rivendicazione; né può ritenersi che detta domanda sia qualificabile come di restituzione, in quanto tendente al risarcimento in forma specifica della situazione possessoria esistente in capo all’attore prima del verificarsi dell’abusiva occupazione, non potendo il rimedio ripristinatorio ex art. 2058 c.c. surrogare, al di fuori dei limiti in cui il possesso è tutelato dal nostro ordinamento, un’azione di spoglio ormai impraticabile.

Il rigore del principio secondo il quale l’attore in rivendica deve provare la sussistenza dell’asserito diritto di proprietà sul bene anche attraverso i propri danti causa fino a risalire ad un acquisto a titolo originario, ovvero dimostrando il compimento dell’usucapione, risulta attenuato in caso di mancata contestazione da parte del convenuto dell’originaria appartenenza del bene ad un comune dante causa, ben potendo in tale ipotesi il rivendicante assolvere l’onere probatorio su di lui incombente limitandosi a dimostrare di avere acquistato tale bene in base ad un valido titolo di acquisto.

Chi agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito

, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, quindi, non solo del “corpus”, ma anche dell'”animus”; quest’ultimo elemento, tuttavia, può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se vi è stato svolgimento di attività corrispondenti all’esercizio del diritto di proprietà, sicché è allora il convenuto a dover dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall’attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale. Pertanto, per stabilire se in conseguenza di una convenzione (anche se nulla per difetto di requisiti di forma) con la quale un soggetto riceve da un altro il godimento di un immobile si abbia possesso idoneo all’usucapione, ovvero mera detenzione, occorre fare riferimento all’elemento psicologico del soggetto stesso ed a tal fine stabilire se la convenzione sia un contratto ad effetti reali o ad effetti obbligatori, in quanto solo nel primo caso il contratto è idoneo a determinare l'”animus possidendi” nell’indicato soggetto. Chi agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, quindi, non solo del “corpus”, ma anche dell”animus”; quest’ultimo elemento, tuttavia, può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se vi è stato svolgimento di attività corrispondenti all’esercizio del diritto di proprietà, sicché è allora il convenuto a dover dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall’attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale. Pertanto, per stabilire se in conseguenza di una convenzione (anche se nulla per difetto di requisiti di forma) con la quale un soggetto riceve da un altro il godimento di un immobile si abbia possesso idoneo all’usucapione, ovvero mera detenzione, occorre fare riferimento all’elemento psicologico del soggetto stesso ed a tal fine stabilire se la convenzione sia un, contratto ad effetti reali o ad effetti obbligatori, in quanto solo nel primo caso il contratto è idoneo a determinare

Il proprietario può rivendicare la cosa da chiunque la possiede o detiene

e può proseguire l’esercizio dell’azione anche se costui, dopo la domanda, ha cessato, per fatto proprio, di possedere o detenere la cosa. In tal caso il convenuto è obbligato a recuperarla per l’attore a proprie spese, o, in mancanza, a corrispondergliene il valore, oltre a risarcirgli il danno

Il proprietario, se consegue direttamente dal nuovo possessore o detentore la restituzione della cosa, è tenuto a restituire al precedente possessore o detentore la somma ricevuta in luogo di essa.

L’azione di rivendicazione non si prescrive, salvi gli effetti dell’acquisto della proprietà da parte di altri per usucapione.

Cass. civ. n. 25052/2018

L’azione personale di restituzione è destinata ad ottenere l’adempimento dell’obbligazione di ritrasferire un bene in precedenza volontariamente trasmesso dall’attore al convenuto, in forza di negozi giuridici (tra i quali la locazione, il comodato ed il deposito) che non presuppongono necessariamente nel “tradens” la qualità di proprietario; da essa si distingue l’azione di rivendicazione, con la quale il proprietario chiede la condanna al rilascio o alla consegna nei confronti di chi dispone di fatto del bene nell’assenza anche originaria di ogni titolo, per il cui accoglimento è necessaria la “probatio diabolica” della titolarità del diritto di chi agisce.

In tema di azione di rivendicazione, ai fini della “probatio diabolica” gravante sull’attore, tenuto a provare la proprietà risalendo, anche attraverso i propri danti causa, fino all’acquisto a titolo originario, ovvero dimostrando il compimento dell’usucapione, non è sufficiente produrre l’atto di accettazione ereditaria, che non prova il possesso del dante causa, né il contratto di acquisto del bene, che non prova l’immissione in possesso dell’acquirente.

Il rigore della regola secondo cui chi agisce in rivendicazione deve provare la sussistenza del proprio diritto di proprietà o di altro diritto reale sul bene anche attraverso i propri danti causa, fino a risalire ad un acquisto a titolo originario o dimostrando il compimento dell’usucapione, non riceve attenuazione per il fatto che la controparte proponga domanda riconvenzionale ovvero eccezione di usucapione, in quanto chi è convenuto nel giudizio di rivendicazione non ha l’onere di fornire alcuna prova, potendo avvalersi del principio “possideo quia possideo”, anche nel caso in cui opponga un proprio diritto di dominio sulla cosa rivendicata, dal momento che tale difesa non implica alcuna rinuncia alla più vantaggiosa posizione di possessore.

Colui il quale agisca per ottenere il mero accertamento della proprietà o comproprietà di un bene, anche unicamente per eliminare uno stato di incertezza circa la legittimità del potere di fatto esercitato sullo stesso, è tenuto, al pari che per l’azione di rivendicazione ex art. 948 c.c., alla “probatio diabolica” della titolarità del proprio diritto, trattandosi di onere da assolvere ogni volta che sia proposta un’azione, inclusa quella di accertamento, che fonda sul diritto di proprietà tutelato “erga omnes”.

L’azione di rivendicazione esige che l’attore provi il proprio diritto di proprietà risalendo sino all’acquisto a titolo originario attraverso i propri danti causa, o dimostrando il compimento dell’usucapione in suo favore, mentre il convenuto può limitarsi a formulare l’eccezione “possideo quia possideo”, senza onere di prova. Quando tuttavia il convenuto rinunci a questa posizione, opponendo, ad esempio, un proprio diverso diritto, senza contestare quello affermato dall’attore, il giudice del merito non può respingere la domanda per difetto di prova, ma deve tener conto delle ammissioni del convenuto e degli altri fatti di causa, ricavandone possibili elementi presuntivi.

L’attore che proponga una domanda di accertamento della proprietà ed abbia la materiale disponibilità della cosa oggetto del preteso diritto, in virtù di un possesso acquistato con violenza o clandestinità, ovvero sulla cui legittimità sussista uno stato di obiettiva e seria incertezza, in relazione alle particolarità del caso concreto, ha l’onere di offrire la stessa prova rigorosa richiesta per la rivendica, non ricorrendo in tali ipotesi la presunzione di legittimità del possesso, che giustifica l’attenuazione del rigore probatorio qualora l’azione di accertamento della proprietà sia proposta da colui che sia nel possesso del bene. (Nella specie, in applicazione dell’enunciato principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito, che, avendo erroneamente qualificato come azione di rivendicazione la domanda proposta, non aveva affrontato la questione circa l’onere probatorio in materia di azione di accertamento della proprietà, né compiuto alcuna indagine sulla natura del possesso esercitato dall’attore, il quale assumeva di essere nella materiale disponibilità del bene per averne conseguito un sequestro giudiziario, volto a paralizzare un interdetto possessorio ottenuto dai convenuti).

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Imola AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Casalecchio di Reno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Lazzaro di Savena AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Valsamoggia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Giovanni in Persiceto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel San Pietro Terme AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Zola Predosa AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Budrio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel Maggiore AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Pianoro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Medicina AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Molinella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castenaso AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sasso Marconi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Ozzano dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Crevalcore AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Calderara di Reno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Pietro in Casale AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Anzola dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Granarolo dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monte San Pietro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Argelato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Malalbergo AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Minerbio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Giorgio di Piano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sala Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Vergato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sant’Agata Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Pieve di Cento AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Baricella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Alto Reno Terme AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Marzabotto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Dozza AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castello d’Argile AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Monzuno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Monterenzio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Castiglione dei Pepoli AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Bentivoglio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Galliera AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Gaggio Montano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Mordano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Castel Guelfo di Bologna AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Loiano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
San Benedetto Val di Sambro 
Grizzana Morandi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Monghidoro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Casalfiumanese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Castel di Casio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Borgo Tossignano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Lizzano in Belvedere AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Fontanelice AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
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Camugnano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Castel del Rio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 

STRANIERO SUCCESSIONI ITALIA CASS SEZ UNITE

STRANIERO SUCCESSIONI ITALIA  CASS SEZ UNITE

L’attrice dedusse che, attesa la nazionalità del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della L. n. 218 del 1995, sicchè il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837. Per B.O. la successione di P.O.A. andava quindi considerata ab intestato, restando disciplinata dal diritto inglese, con attribuzione in suo favore di tutti i beni mobili personali del defunto, nonchè di un terzo degli immobili in applicazione dell’art. 581 c.c., operante per il “rinvio indietro” voluto dalla legge inglese.STRANIERO SUCCESSIONI ITALIA CASS SEZ UNITE

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STRANIERO SUCCESSIONI BENI IN ITALIA CASS SEZ UNITE

Nella specie, individuate dapprima nella L. n. 218 del 1995, artt. 13 e 46 le norme di conflitto, alla stregua della qualificazione compiuta secondo la lex fori, occorre poi considerare che la medesima legge inglese richiamata intende regolare la successione dei beni mobili, mentre rinvia indietro all’Italia la disciplina della successione dei beni immobili. La qualificazione, alla luce dell’ordinamento inglese richiamato, della questione preliminare attinente alla revoca del testamento come inerente ai rapporti tra coniugi (cosiddetta seconda qualificazione o qualificazione di rinvio) può rilevare, quindi, soltanto nei limiti in cui le norme di conflitto dapprima individuate portino a dare applicazione alla legge straniera. 10. In continuità con l’abrogato art. 23 preleggi e ancora prima con l’art. 8 preleggi 1865, la L. n. 218 del 1995, art. 46 ribadisce inizialmente i principi di unitarietà e universalità della successione (tanto ex lege che testamentaria), affermando il comma 1 che la successione mortis causa è regolata (soltanto) dalla legge nazionale del defunto al momento della morte, senza che abbiano rilievo la natura e la situazione dei beni che ne costituiscono oggetto. 10.1. I principi di unitarietà e universalità della successione divergono dalla soluzione della pluralità delle successioni, adottata, ad esempio, nei paesi di common law (ma anche in alcuni ordinamenti di civil law), e connotata dalla separazione tra legge regolatrice della proprietà mobiliare e legge regolatrice della proprietà immobiliare: la prima coincidente con la legge dell’ultimo domicilio o dell’ultima cittadinanza del de cuius, la seconda, per i beni immobili, individuabile come lex rei sitae. 10.2. Lo stesso L. n. 218 del 1995, art. 46 peraltro, al comma 2 riconosce al soggetto della cui eredità si tratta la scelta di sottoporre, necessariamente con dichiarazione espressa in forma testamentaria, che “l’intera successione” sia sottoposta “alla legge dello Stato in cui risiede” (cosiddetta optio legis, o professio juris). In tal caso, però, ove si tratti di successione di un cittadino italiano, la scelta non può pregiudicare i diritti che la legge italiana attribuisce ai legittimari residenti in Italia al momento della morte del de cuius. 10.3. D’altro canto, il principio di unità della successione può essere attenuato dall’operatività del meccanismo del rinvio L. n. 218 del 1995, ex art. 13 il quale, introdotto da tale disposizione per la prima volta nel nostro ordinamento, può portare a modificare le stesse regole di conflitto: ciò è quel che avviene, ad esempio, proprio allorchè la legge nazionale del defunto adotti il criterio della scissione e così postuli l’assoggettamento della successione a discipline diverse in base alla natura ed alla situazione dei beni compresi nell’eredità. 10.4. La coniugazione simultanea, sotto il profilo della legge regolatrice della successione internazionale, della regola di unitarietà e universalità della successione e della regola del rinvio impone all’interprete un difficile coordinamento, che era invece ignoto nell’originario sistema retto dagli artt. 23 e 30 disp. gen.. Tale difficile coordinamento si impone indicativamente proprio quando muoia un cittadino inglese che lasci nel suo patrimonio immobili in Italia: la successione è regolata dalla legge inglese secondo la L. n. 218 del 1995, art. 46 ma la conflict law inglese non codificata valevole per i beni immobili rinvia, ai sensi della L. n. 218 del 1995, art. 13 alla lex rei sitae, ovvero alla legge italiana. Ciò, peraltro, garantisce l’applicazione della stessa legge alla medesima successione internazionale, evitando che i giudici dei due diversi Stati pervengano, ove alternativamente aditi, a soluzioni opposte. 11. Deve subito considerarsi come il ricorso incidentale di P.R.C. (in particolare, secondo motivo) fa riferimento ad una “quaestio voluntatis”, attinente alla “scelta” inequivocabile di P.O.A. di assoggettare la propria successione alla legge sostanziale inglese, ritraibile dalla decisione dello stesso di recarsi a Londra nel 1997 appositamente per fare testamento. Di tale questione non vi è però alcun cenno nella sentenza impugnata, nè il ricorrente incidentale, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, allega, nei modi imposti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, l’avvenuta deduzione della stessa innanzi al giudice di merito, limitandosi il ricorrente incidentale, del resto, ad articolare censure per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, le quali non implicano l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa. Neppure è sostenibile che la decisione del Tribunale di Milano contenesse una statuizione minima, perciò suscettibile di acquisire efficacia di giudicato interno, nel senso che P.O.A. avesse “scelto” la legge materiale da applicare alla sua successione, trattandosi, perciò, di questione che il giudice di appello aveva il potere di riconsiderare e riqualificare relativamente agli aspetti comunque coinvolti dai motivi dei contrapposti gravami. Nella specie, individuate dapprima nella L. n. 218 del 1995, artt. 13 e 46 le norme di conflitto, alla stregua della qualificazione compiuta secondo la lex fori, occorre poi considerare che la medesima legge inglese richiamata intende regolare la successione dei beni mobili, mentre rinvia indietro all’Italia la disciplina della successione dei beni immobili. La qualificazione, alla luce dell’ordinamento inglese richiamato, della questione preliminare attinente alla revoca del testamento come inerente ai rapporti tra coniugi (cosiddetta seconda qualificazione o qualificazione di rinvio) può rilevare, quindi, soltanto nei limiti in cui le norme di conflitto dapprima individuate portino a dare applicazione alla legge straniera. 10. In continuità con l’abrogato art. 23 preleggi e ancora prima con l’art. 8 preleggi 1865, la L. n. 218 del 1995, art. 46 ribadisce inizialmente i principi di unitarietà e universalità della successione (tanto ex lege che testamentaria), affermando il comma 1 che la successione mortis causa è regolata (soltanto) dalla legge nazionale del defunto al momento della morte, senza che abbiano rilievo la natura e la situazione dei beni che ne costituiscono oggetto. 10.1. I principi di unitarietà e universalità della successione divergono dalla soluzione della pluralità delle successioni, adottata, ad esempio, nei paesi di common law (ma anche in alcuni ordinamenti di civil law), e connotata dalla separazione tra legge regolatrice della proprietà mobiliare e legge regolatrice della proprietà immobiliare: la prima coincidente con la legge dell’ultimo domicilio o dell’ultima cittadinanza del de cuius, la seconda, per i beni immobili, individuabile come lex rei sitae. 10.2. Lo stesso L. n. 218 del 1995, art. 46 peraltro, al comma 2 riconosce al soggetto della cui eredità si tratta la scelta di sottoporre, necessariamente con dichiarazione espressa in forma testamentaria, che “l’intera successione” sia sottoposta “alla legge dello Stato in cui risiede” (cosiddetta optio legis, o professio juris). In tal caso, però, ove si tratti di successione di un cittadino italiano, la scelta non può pregiudicare i diritti che la legge italiana attribuisce ai legittimari residenti in Italia al momento della morte del de cuius. 10.3. D’altro canto, il principio di unità della successione può essere attenuato dall’operatività del meccanismo del rinvio L. n. 218 del 1995, ex art. 13 il quale, introdotto da tale disposizione per la prima volta nel nostro ordinamento, può portare a modificare le stesse regole di conflitto: ciò è quel che avviene, ad esempio, proprio allorchè la legge nazionale del defunto adotti il criterio della scissione e così postuli l’assoggettamento della successione a discipline diverse in base alla natura ed alla situazione dei beni compresi nell’eredità. 10.4. La coniugazione simultanea, sotto il profilo della legge regolatrice della successione internazionale, della regola di unitarietà e universalità della successione e della regola del rinvio impone all’interprete un difficile coordinamento, che era invece ignoto nell’originario sistema retto dagli artt. 23 e 30 disp. gen.. Tale difficile coordinamento si impone indicativamente proprio quando muoia un cittadino inglese che lasci nel suo patrimonio immobili in Italia: la successione è regolata dalla legge inglese secondo la L. n. 218 del 1995, art. 46 ma la conflict law inglese non codificata valevole per i beni immobili rinvia, ai sensi della L. n. 218 del 1995, art. 13 alla lex rei sitae, ovvero alla legge italiana. Ciò, peraltro, garantisce l’applicazione della stessa legge alla medesima successione internazionale, evitando che i giudici dei due diversi Stati pervengano, ove alternativamente aditi, a soluzioni opposte. 11. Deve subito considerarsi come il ricorso incidentale di P.R.C. (in particolare, secondo motivo) fa riferimento ad una “quaestio voluntatis”, attinente alla “scelta” inequivocabile di P.O.A. di assoggettare la propria successione alla legge sostanziale inglese, ritraibile dalla decisione dello stesso di recarsi a Londra nel 1997 appositamente per fare testamento. Di tale questione non vi è però alcun cenno nella sentenza impugnata, nè il ricorrente incidentale, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, allega, nei modi imposti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, l’avvenuta deduzione della stessa innanzi al giudice di merito, limitandosi il ricorrente incidentale, del resto, ad articolare censure per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, le quali non implicano l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa. Neppure è sostenibile che la decisione del Tribunale di Milano contenesse una statuizione minima, perciò suscettibile di acquisire efficacia di giudicato interno, nel senso che P.O.A. avesse “scelto” la legge materiale da applicare alla sua successione, trattandosi, perciò, di questione che il giudice di appello aveva il potere di riconsiderare e riqualificare relativamente agli aspetti comunque coinvolti dai motivi dei contrapposti gravami.

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STRANIERO SUCCESSIONI BENI IN ITALIA CASS SEZ UNITESTRANIERO SUCCESSIONI BENI IN ITALIA CASS SEZ UNITE

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI Sentenza 5 febbraio 2021, n. 2867 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SPIRITO Angelo – Primo Presidente f.f. – Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente di sez. – Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere – Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere – Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere – Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere – Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere – Dott. MANCINO Rossana – Consigliere – Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 25821-2014 proposto da: P.J., elettivamente domiciliato in ROMA, V. TRIONFALE 5637, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO BATTISTA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato PAOLO BRUNO PULZE; – ricorrente – contro P.R.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ATTILIO REGOLO 12-B, presso lo studio dell’avvocato ZOSIMA VECCHIO, rappresentato e difeso dall’avvocato ANNA MARIA BUZZONI ZOCCOLA; B.O., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA R. GRAZIOLI LANTE 15-A, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE MORABITO, rappresentata e difese dall’avvocato GIAMPAOLO PACINI; – controricorrenti – e contro P.A.A., P.I.I., PI.RO.CA., P.C., P.C.D.; – intimati – nonchè sul ricorso proposto da: P.R.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ATTILIO REGOLO 12-B, presso lo studio dell’avvocato ZOSIMA VECCHIO, rappresentato e difeso dall’avvocato ANNA MARIA BUZZONI ZOCCOLA; – ricorrente incidentale – contro B.O., P.J., P.A.A., P.I.I., PI.RO.CA., P.C., P.C.D.; – intimati – nonchè sul ricorso proposto da: B.O., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA R. GRAZIOLI LANTE 15-A, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE MORABITO, rappresentata e difese dall’avvocato GIAMPAOLO PACINI; – ricorrente incidentale – contro P.R.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ATTILIO REGOLO 12-B, presso lo studio dell’avvocato ZOSIMA VECCHIO, rappresentato e difeso dall’avvocato ANNA MARIA BUZZONI ZOCCOLA; P.J., elettivamente domiciliato in ROMA, V. TRIONFALE 5637, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO BATTISTA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato PAOLO BRUNO PULZE; – controricorrenti – nonchè contro P.A.A., P.I.I., PI.RO.CA., P.C., P.C.D.; – intimati – avverso la sentenza n. 2105/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 06/06/2014; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/01/2021 dal Consigliere ANTONIO SCARPA; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MISTRI CORRADO, il quale ha concluso per il rigetto dei ricorsi proposti da P.J. e da P.R.C. e per l’assorbimento dei ricorso proposto da B.O.; uditi gli Avvocati DOMENICO BATTISTA, ANNA MARIA BUZZONI ZOCCOLA e MICHELA BURCHI per delega dell’Avvocato GIAMPAOLO PACINI. Svolgimento del processo 1. P.J. ha proposto ricorso articolato in cinque motivi avverso la sentenza n. 2105/2014 della Corte d’appello di Milano, depositata il 6 giugno 2014. P.R.C. ha quindi notificato controricorso con ricorso incidentale articolato in quattro motivi. Anche B.O. ha notificato controricorso e ricorso incidentale in due motivi, condizionato all’accoglimento dei ricorsi avversi. P.R.C. e P.J. hanno notificato controricorsi per resistere al ricorso incidentale di B.O.. A seguito di ordinanza del 5 febbraio 2019, è stata disposta la notificazione del ricorso altresì a P.A.A., P.I.I., Pi.Ro.Ca., P.C. e P.C.D., i quali non hanno tuttavia svolto attività difensive. 2. B.O. convenne nel 2001 dinanzi al Tribunale di Milano C., C.D., I., A.A., Ro., J. e P.R., figli di P.O.A., cittadino inglese morto a (OMISSIS), con il quale l’attrice aveva contratto matrimonio il (OMISSIS). B.O. propose azione di petizione di eredità e domandò di accertare l’avvenuta revoca del testamento redatto a Londra in data 29 ottobre 1997 da P.O.A., con cui il de cuius aveva lasciato all’attrice un legato di 50,000 sterline, disponendo del restante suo patrimonio (un podere con villa patronale in (OMISSIS), due appartamenti in (OMISSIS), un terreno, oggetti d’arte, valori mobiliari, depositi bancari). L’attrice dedusse che, attesa la nazionalità del de cuius, la sua successione doveva essere disciplinata dal diritto inglese, alla stregua della L. n. 218 del 1995, sicchè il testamento era da intendersi revocato per effetto del successivo matrimonio del testatore, in base a quanto prescritto dal Will Act del 1837. Per B.O. la successione di P.O.A. andava quindi considerata ab intestato, restando disciplinata dal diritto inglese, con attribuzione in suo favore di tutti i beni mobili personali del defunto, nonchè di un terzo degli immobili in applicazione dell’art. 581 c.c., operante per il “rinvio indietro” voluto dalla legge inglese. La citazione di B.O. conteneva altresì, ove si fosse ritenuto tuttora efficace il testamento, la domanda di attribuzione del legato ivi contemplato ed istanze subordinate di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della legittima e di rendiconto, nonchè la richiesta di scioglimento della comunione ereditaria. Tutti i convenuti, tranne A.A., si costituirono, prospettando le loro difese nel senso della validità del testamento o della integrale applicabilità della legge italiana o della rilevanza del codicillo modificativo del de cuius rinvenuto in sede di inventario, sulla cui autenticità venne espletata consulenza tecnica. In corso di lite, P.J. e P.R. acquistarono le quote ereditarie di C., C.D., I., A.A. e Pi.Ro.. 3. All’esito dell’istruttoria, il Tribunale di Milano, con sentenza del 20 aprile 2009, dichiarò revocato il testamento del 29 ottobre 1997, accertò la qualità di erede in capo ad B.O. e riconobbe alla stessa il diritto ad un terzo dei beni immobili siti in Italia nonchè a tutti i beni mobili personali del de cuius, sciolse la comunione ereditaria relativa al compendio immobiliare, attribuendo lo stesso ai condividenti J. e P.R., con conguaglio pari ad Euro 2.288,521,44 in favore della B.. 4. Proposero appelli in via principale P.R.C. ed in via incidentale P.J. ed B.O.. Venne accolto il gravame principale soltanto in punto di regolamentazione delle spese di primo grado, confermandosi per il resto la sentenza di primo grado. La Corte d’appello di Milano, per quanto innanzitutto ora rileva, affermò che: non era in discussione l’applicazione della legge inglese alla successione di P.O.A.; in forza di ciò doveva perciò dirsi revocato il testamento del 29 ottobre 1997 quale conseguenza del successivo matrimonio del testatore con B.O., trattandosi peraltro di questione attinente ai rapporti patrimoniali fra i coniugi e non alle successioni, ai sensi della L. n. 218 del 1995, artt. 13 e 15; la successione doveva pertanto considerarsi ab intestato; in applicazione del diritto internazionale privato inglese, per i beni mobili doveva procedersi secondo la legge del domicilio del testatore al momento della morte, e quindi quella inglese, mentre per i beni immobili occorreva provvedere in base alla legge italiana, trovandosi gli stessi immobili in Italia (senza però che la medesima legge italiana interferisse sul profilo della disciplina della revoca del testamento). Con ordinanza interlocutoria n. 18/2020 del 3 gennaio 2020, resa all’esito dell’udienza pubblica del 26 giugno 2019, la Seconda Sezione Civile di questa Corte ha rimesso i ricorsi al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite, ravvisando una pluralità di questioni di massima di particolare importanza. E’ stata altresì acquisita la relazione predisposta dell’Ufficio del massimario. Il pubblico ministero ha depositato memoria contenente le proprie conclusioni motivate. Le parti hanno presentato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c. Motivi della decisione 1. Sono superabili tutte le contrapposte eccezioni pregiudiziali sollevate dalle parti. 1.1. La procura per il ricorso per cassazione di P.J. è validamente conferita, soddisfacendo il requisito di specialità di cui all’art. 365 c.p.c., giacchè apposta su di un foglio separato ma materialmente unito al ricorso, per di più contenente espresso riferimento alla sentenza impugnata, il che elimina ogni rilievo anche della mancanza della data, in applicazione dell’art. 83 c.p.c., comma 3 (come novellato dalla L. 27 maggio 1997, n. 141). 1.2. Il ricorso principale contiene altresì una sufficiente esposizione sommaria dei fatti sostanziali e processuali della vicenda, funzionale alla comprensione dei motivi nonchè alla verifica dell’ammissibilità, pertinenza e fondatezza delle censure proposte. 1.3. I ricorsi incidentali di P.R.C. e di B.O. soddisfano l’esigenza di specifica indicazione, ex art. 366 c.p.c., n. 6, e di produzione, ex art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, degli atti e dei documenti si cui si fondano le censure. 2. Il primo motivo del ricorso di P.J. deduce la violazione e/o falsa applicazione “delle disposizioni di diritto internazionale privato (italiano e inglese) e della L. n. 218 del 1995, art. 13, comma 1 e art. 15, sostenendo che la Corte d’appello avrebbe erroneamente applicato dapprima il diritto materiale inglese, così intendendo revocato il testamento a seguito del matrimonio del testatore, e poi la norma di diritto internazionale privato inglese sulla successione degli immobili regolata dalla lex rei sitae. Viceversa, accertata l’applicabilità della legge italiana in base al diritto internazionale privato inglese, la validità ed efficacia del testamento del 1997 andava giudicata in base alla legge italiana. Il secondo motivo del ricorso di P.J. denuncia ancora la violazione e/o falsa applicazione del diritto internazionale privato inglese e della L. n. 218 del 1995, art. 13, comma 1 e art. 15, nonchè del Will Act del 1837. Viene censurata la decisione della Corte di Milano per aver ritenuto che la revoca del testamento restasse regolata dalla legge inglese sia in base al regime successorio che alla disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi. La revoca del testamento doveva invece giudicarsi secondo la lex rei sitae degli immobili, sicchè l’atto avrebbe conservato efficacia, stando al diritto italiano, nonostante il successivo matrimonio del testatore. Il terzo motivo del ricorso di P.J. allega la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, artt. 13 e 46 evincibile da quanto affermato nella sentenza impugnata, secondo cui l’art. 46 citato ammetterebbe il testatore soltanto ad optare per la legge dello Stato in cui risiede, che nella specie sarebbe stata quella italiana. Secondo il ricorrente principale, la Corte di Milano avrebbe errato nell’applicare l’art. 46 citato, in quanto la “non scelta” della legge di residenza da parte del testatore avrebbe dovuto indurre ad escludere l’operatività dell’art. 13, o comunque del rinvio indietro ai sensi del comma 2 di tale ultima norma. Il quarto motivo del ricorso di P.J. censura la violazione del giudicato interno in relazione all’affermazione che il de cuius, con il testamento del 1997, non avrebbe positivamente scelto la legge inglese, a differenza di quanto accertato dal Tribunale. Il quinto motivo del ricorso di P.J. denuncia la violazione della L. n. 218 del 1995, art. 46, comma 1, artt. 13 e 15, per aver la Corte di Milano ritenuto che la successione fosse disciplinata dalla legge inglese per i beni mobili e dalla legge italiana per gli immobili, in quanto l’art. 13 citato escluderebbe la possibilità di applicare le norme di conflitto inglesi che frazionano la successione; per il ricorrente principale, si dovrebbe, piuttosto, intendere che il richiamo dell’art. 46 alla legge nazionale comporti che l’intera successione resti regolata dal diritto materiale inglese, con conseguenti revoca del testamento per successivo matrimonio ed esclusione della successione ab intestato del coniuge con riguardo ai beni immobili. 3. Il primo motivo del ricorso incidentale di P.R.C. denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, art. 46, e delle norme consuetudinarie di diritto inglese, avendo la sentenza impugnata ignorato gli ambiti di applicazione della lex successionis e della lex rei sitae. In particolare, alla successione di P.O.A. si doveva applicare il diritto inglese, stante il principio di unitarietà ritraibile dall’art. 46 citato, senza così riconoscere alcun diritto sul patrimonio immobiliare alla coniuge del de cuius. La legge italiana, quale lex rei sitae, avrebbe dovuto rilevare solo per le procedure di acquisto dei beni, per gli atti di autorizzazione o di immissione in proprietà, per le formalità di controllo e vidimazione, e non invece per l’attribuzione della qualità di erede. Il secondo motivo del ricorso incidentale di P.R.C. deduce la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, art. 46, comma 2 e art. 13, comma 2, sostenendo che la scelta da parte de cuius della lex successionis escluda l’applicazione del cosiddetto “rinvio indietro”, con conseguente applicazione alla successione di P.O.A. del solo diritto materiale inglese e non anche del diritto italiano, dal che la negazione di qualsiasi attribuzione ad B.O. eccedente i soli beni mobili del defunto. Il terzo motivo del ricorso incidentale di P.R.C. denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 218 del 1995, art. 13 e art. 48, nonchè delle norme consuetudinarie di diritto inglese internazionale privato. Si assume che il rinvio alla lex rei sitae, voluto dal diritto inglese per il patrimonio ereditario immobiliare, avrebbe dovuto condurre alla conclusione della permanente validità del testamento del 29 ottobre 1997 alla stregua della disciplina successoria italiana, limitando la quota spettante al coniuge alla misura di un quarto stabilita dall’art. 542 c.c. in tema di tutela dei legittimari. Il quarto motivo del ricorso incidentale di P.R.C. allega la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 581 c.c., in quanto la Corte d’appello ha attribuito ad B.O. tutti i beni mobili personali del de cuius ed un terzo degli immobili siti in Italia, senza neppure tener conto dei debiti gravanti sull’eredità. 4. Il primo motivo del ricorso incidentale di B.O., proposto in via subordinata all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, e correlato al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato di 125.000 sterline, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Proyision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonchè dell’art. 581 c.c., ove si ritenesse applicabile alla successione il solo diritto inglese, dovendo in tal caso il legato gravare sull’asse ereditario immobiliare assegnato ai figli. Il secondo motivo del ricorso incidentale di B.O., proposto condizionatamente all’accoglimento di uno o alcuni dei motivi dei ricorsi avversi, denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46 – Family Provision Intestate Succession Order 1993 e delle norme consuetudinarie di diritto inglese richiamate dall’esperto, nonchè dell’art. 542 c.c., ove viceversa si ritenesse applicabile il diritto italiano alla questione della validità del testamento, in tal caso potendo il legato gravare sul patrimonio immobiliare assegnato ai figli senza alcuna lesione di legittima. Al riguardo di tale legato ex lege (cosiddetto statutory legacy), la Corte d’appello, dopo aver riconosciuto l’irrilevanza della ravvisata revoca testamentaria, ha tuttavia sostenuto che esso “non può gravare sull’asse ereditario costituito dagli immobili, poichè in tal caso verrebbero alterate in danno dei figli del defunto le quote di legittima in violazione della legge italiana”. 5. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 del 3 gennaio 2020 pronunciata dalla Seconda Sezione Civile ha così esposto le questioni di massima di particolare importanza che sono sottese alla decisione dei ricorsi. 5.1. Il de cuius P.O.A., che aveva mantenuto fino alla morte, avvenuta il (OMISSIS), cittadinanza e domicilio inglesi, aveva redatto il 29 ottobre 1997 testamento, istituendo propri eredi cinque dei suoi sette figli ed attribuendo un legato di 50.000 sterline ad B.O., che aveva poi sposato in data (OMISSIS). Non era stato accertato dai giudici del merito che il testatore avesse scelto di sottoporre la sua successione alla legge inglese (L. n. 218 del 1995, art. 46, comma 2), in maniera da precludere pure il rinvio alla legge italiana (L. n. 218 del 1995, art. 13, comma 2). 5.2. L’asse ereditario comprendeva anche immobili siti in Italia (il compendio denominato “(OMISSIS)” in (OMISSIS) ed un immobile nel comune di (OMISSIS)). 5.3. La decisione della Corte d’appello era stata quella di regolare la successione secondo il diritto inglese, intendere perciò revocato il testamento per effetto del successivo matrimonio alla section 46 del Will Act del 1837, procedere ab intestato, attribuire i beni mobili secondo la legge del domicilio del testatore e i beni secondo la legge di situazione. 5.4. La cornice normativa di riferimento va rinvenuta nella L. n. 218 del 1995, non avendo applicazione nella specie nè la Convenzione dell’Aja del 1 agosto 1989 nè il Regolamento UE n. 650/2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 4 luglio 2012. 5.5. la L. n. 218 del 1995, art. 46, comma 1, dà conferma del principio di unitarietà della successione. 5.6. Nei sistemi di common law, tuttavia, la successione non investe l’intero patrimonio del defunto. In particolare, il diritto internazionale privato inglese scinde la disciplina applicabile alla successione, riservando alla legge del domicilio del de cuius la sorte dei beni mobili ed alla lex rei sitae la regolamentazione degli immobili. 5.7. Concorrendo leggi diverse nella disciplina della medesima successione, in virtù del sistema della scissione dovrebbero costituirsi due distinte masse ereditarie e risolversi in base alle norme a ciascuna applicabili i problemi di validità ed efficacia del titolo successorio, quelli legati all’entità delle quote spettanti ai successori, o alle modalità della delazione, all’accettazione ed alla pubblicità degli atti, nonchè all’eventuale tutela dei legittimari. 5.8. La professio iuris generalmente contemplata dalla L. n. 218 del 1995, art. 13, comma 2, lett. a) quale deroga al rinvio alla legge di altro Stato, è comunque limitata per le successioni causa mortis al solo eventuale riferimento che il testatore abbia fatto alla legge dello Stato in cui risiede. 5.9. A norma della L. n. 218 del 1995, art. 15 la legge straniera va applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo. 5.10. dalla L. n. 218 del 1995, art. 13 si desume come venga ammesso sia il cosiddetto rinvio all’indietro (e cioè alla legge italiana), sia il cosiddetto rinvio altrove (e cioè ad un terzo ordinamento). Nel caso in esame, la legge inglese contiene, così, un rinvio all’indietro alla legge italiana in base alla situazione dei beni, e tale rinvio è accettato dall’ordinamento italiano. 5.11. L’ordinanza interlocutoria n. 18/2020 evidenzia allora come occorra verificare: 5.11.1. se, in base al combinato disposto della L. n. 218 del 1995, art. 13, comma 1, art. 15 e art. 46, comma 1, la collocazione dell’istituto della revoca del testamento nell’ambito della materia successoria o di quella matrimoniale debba operarsi in base ai criteri di qualificazione della legge italiana o della legge straniera (nella specie, quella inglese); 5.11.2. se l’applicabilità del diritto inglese sia altrimenti comunque da escludere a causa del criterio della scissione dello statuto successorio adottato in quell’ordinamento, giacchè contrastante con il principio di unitarietà ed universalità della successione recepito anche dalla L. n. 218 del 1995, ove ritenuto inderogabile; 5.11.3. se, in base alla L. n. 218 del 1995, art. 13, comma 1 e art. 46, comma 1, sia corretto anteporre l’operatività della norma sostanziale inglese, riguardante la revoca testamentaria, alla disciplina successoria individuata per gli immobili con riferimento alla lex rei sitae. Potrebbe viceversa sostenersi che l’art. 13 citato, ove stabilisce che deve tenersi conto della norma straniera di rinvio, intenda escludere che la materia possa essere disciplinata dall’ordinamento straniero che – in base alle proprie norme di diritto internazionale privato – non vuole invece regolarla. In particolare, la conclusione di applicare la legge materiale inglese riguardante la revoca del testamento per susseguente matrimonio all’intera successione non sembra considerare la norma di rinvio contenuta nella legge di diritto internazionale privato inglese, che non è volta a disciplinare la devoluzione degli immobili situati in Italia, anche riguardo alle questioni concernenti l’efficacia del titolo testamentario; 5.11.4. se la lex rei sitae, oltre ad integrare la legge successoria in base all’art. 46, comma 1 possa costituire essa stessa la fonte di regolazione del titolo successorio per effetto del rinvio contenuto nelle norme di diritto internazionale privato straniero che contemplano il sistema della scissione; o se, piuttosto, detta legge venga in rilievo ai soli fini della regolazione delle modalità di acquisto dei beni ereditari. 6. Vanno esaminati congiuntamente il ricorso principale di P.J. ed il ricorso incidentale di P.R.C., in quanto essi pongono censure in parte sovrapponibili ed in parte interdipendenti, sicchè le ragioni che depongono per la fondatezza di alcuni dei motivi rendono superflua l’autonoma trattazione delle questioni sollevate con altri. Il ricorso principale di P.J. ed il ricorso incidentale di P.R.C. sono dunque da accogliere nei limiti di seguito delineati. 6.1. Si ha riguardo alla successione di P.O.A., cittadino inglese, morto in Italia il (OMISSIS), coniugato dal (OMISSIS) con B.O., cittadina italiana. Alla successione di P.O.A. partecipano, oltre la coniuge, i sette figli del de cuius, C., C.D., I., A.A., Ro., J. e P.R.. P.O.A. aveva redatto testamento redatto a Londra il 29 ottobre 1997, ed aveva disposto di tutte le sue sostanze in favore di C., C.D., I., A.A. e Ro., lasciando ad B.O. un legato di 50.000 sterline. In corso di causa, P.J. e P.R. hanno acquistato le quote ereditarie di C., C.D., I., A.A. e Pi.Ro.. Il patrimonio ereditario è composto da immobili siti in Italia e da beni mobili. 7. La fattispecie di causa va regolata esclusivamente alla stregua della L. 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato). Non rileva ratione temporis, e comunque per il mancato opt-in del Regno Unito, il Regolamento (UE) numero 650/2012 del 4 luglio 2012. Non rileva neppure la Convenzione dell’Aja del 1 agosto 1989, di cui l’Italia non è parte contraente. 8. La L. 31 maggio 1995, n. 218 dedica al diritto internazionale privato delle successioni il capo VII, strutturato in quattro articoli inerenti alla legge applicabile (artt. 46-49) ed in un articolo in tema di giurisdizione (art. 50). L’art. 46 individua la disciplina che regola la successione internazionale e la divisione ereditaria, gli artt. 47 e 48 riguardano il regime della capacità di testare e della forma del testamento, mentre l’art. 49 contempla una norma sostanziale sulla successione dello Stato. 9. Nella vicenda per cui è causa, viene in rilievo un caso di revoca del testamento previsto dal Wills Act 1837 in ipotesi di successivo matrimonio del testatore (“In England, Wales and Northern Ireland, it is still a general rule that marriage automatically revokes a will”). Ai fini della qualificazione della questione come rientrante nello statuto successorio, e perciò da affrontare in base alla L. n. 218 del 1995, art. 46 non serve contrapporre che per il diritto inglese tale revoca non rientra nell’ambito delle successioni, ma del matrimonio. La qualificazione dirimente per dare soluzione alla questione preliminare della inerenza della fattispecie di revoca testamentaria alla legge delle successioni va operata in base alla legge materiale italiana. La L. 31 maggio 1995, n. 218, art. 15 (in base al quale “la legge straniera è applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo”), postula che il diritto straniero, operante nell’ordinamento italiano in forza delle norme di diritto internazionale privato, deve essere applicato dal giudice italiano avvalendosi di tutti gli strumenti interpretativi posti dall’ordinamento straniero, ma non dà risposta al profilo della qualificazione e quindi della natura della norma di altro Stato, da affrontare, perciò, secondo la lex fori. Pertanto, nel decidere quale norma di conflitto prevista dalla L. n. 218 del 1995 funzioni in rapporto alla specifica domanda proposta, il giudice deve determinare il significato delle espressioni giuridiche che connotano le categorie di fattispecie sulla base della lex fori, e cioè secondo i canoni di qualificazione propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene (e non già sulla base della lex causae, e cioè adoperando i canoni ermeneutici dell’ordinamento straniero di volta in volta richiamato). Nella specie, individuate dapprima nella L. n. 218 del 1995, artt. 13 e 46 le norme di conflitto, alla stregua della qualificazione compiuta secondo la lex fori, occorre poi considerare che la medesima legge inglese richiamata intende regolare la successione dei beni mobili, mentre rinvia indietro all’Italia la disciplina della successione dei beni immobili. La qualificazione, alla luce dell’ordinamento inglese richiamato, della questione preliminare attinente alla revoca del testamento come inerente ai rapporti tra coniugi (cosiddetta seconda qualificazione o qualificazione di rinvio) può rilevare, quindi, soltanto nei limiti in cui le norme di conflitto dapprima individuate portino a dare applicazione alla legge straniera. 10. In continuità con l’abrogato art. 23 preleggi e ancora prima con l’art. 8 preleggi 1865, la L. n. 218 del 1995, art. 46 ribadisce inizialmente i principi di unitarietà e universalità della successione (tanto ex lege che testamentaria), affermando il comma 1 che la successione mortis causa è regolata (soltanto) dalla legge nazionale del defunto al momento della morte, senza che abbiano rilievo la natura e la situazione dei beni che ne costituiscono oggetto. 10.1. I principi di unitarietà e universalità della successione divergono dalla soluzione della pluralità delle successioni, adottata, ad esempio, nei paesi di common law (ma anche in alcuni ordinamenti di civil law), e connotata dalla separazione tra legge regolatrice della proprietà mobiliare e legge regolatrice della proprietà immobiliare: la prima coincidente con la legge dell’ultimo domicilio o dell’ultima cittadinanza del de cuius, la seconda, per i beni immobili, individuabile come lex rei sitae. 10.2. Lo stesso L. n. 218 del 1995, art. 46 peraltro, al comma 2 riconosce al soggetto della cui eredità si tratta la scelta di sottoporre, necessariamente con dichiarazione espressa in forma testamentaria, che “l’intera successione” sia sottoposta “alla legge dello Stato in cui risiede” (cosiddetta optio legis, o professio juris). In tal caso, però, ove si tratti di successione di un cittadino italiano, la scelta non può pregiudicare i diritti che la legge italiana attribuisce ai legittimari residenti in Italia al momento della morte del de cuius. 10.3. D’altro canto, il principio di unità della successione può essere attenuato dall’operatività del meccanismo del rinvio L. n. 218 del 1995, ex art. 13 il quale, introdotto da tale disposizione per la prima volta nel nostro ordinamento, può portare a modificare le stesse regole di conflitto: ciò è quel che avviene, ad esempio, proprio allorchè la legge nazionale del defunto adotti il criterio della scissione e così postuli l’assoggettamento della successione a discipline diverse in base alla natura ed alla situazione dei beni compresi nell’eredità. 10.4. La coniugazione simultanea, sotto il profilo della legge regolatrice della successione internazionale, della regola di unitarietà e universalità della successione e della regola del rinvio impone all’interprete un difficile coordinamento, che era invece ignoto nell’originario sistema retto dagli artt. 23 e 30 disp. gen.. Tale difficile coordinamento si impone indicativamente proprio quando muoia un cittadino inglese che lasci nel suo patrimonio immobili in Italia: la successione è regolata dalla legge inglese secondo la L. n. 218 del 1995, art. 46 ma la conflict law inglese non codificata valevole per i beni immobili rinvia, ai sensi della L. n. 218 del 1995, art. 13 alla lex rei sitae, ovvero alla legge italiana. Ciò, peraltro, garantisce l’applicazione della stessa legge alla medesima successione internazionale, evitando che i giudici dei due diversi Stati pervengano, ove alternativamente aditi, a soluzioni opposte. 11. Deve subito considerarsi come il ricorso incidentale di P.R.C. (in particolare, secondo motivo) fa riferimento ad una “quaestio voluntatis”, attinente alla “scelta” inequivocabile di P.O.A. di assoggettare la propria successione alla legge sostanziale inglese, ritraibile dalla decisione dello stesso di recarsi a Londra nel 1997 appositamente per fare testamento. Di tale questione non vi è però alcun cenno nella sentenza impugnata, nè il ricorrente incidentale, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, allega, nei modi imposti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, l’avvenuta deduzione della stessa innanzi al giudice di merito, limitandosi il ricorrente incidentale, del resto, ad articolare censure per violazione o falsa applicazione di norme di diritto, le quali non implicano l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa. Neppure è sostenibile che la decisione del Tribunale di Milano contenesse una statuizione minima, perciò suscettibile di acquisire efficacia di giudicato interno, nel senso che P.O.A. avesse “scelto” la legge materiale da applicare alla sua successione, trattandosi, perciò, di questione che il giudice di appello aveva il potere di riconsiderare e riqualificare relativamente agli aspetti comunque coinvolti dai motivi dei contrapposti gravami. 11.1. In ogni caso, perchè possa ravvisarsi la scelta di cui alla L. n. 218 del 1995, art. 46, comma 2, (ammissibile soltanto in favore della legge dello Stato in cui il de cuius abbia la propria effettiva ed abituale residenza, al momento della stessa scelta e della morte, e riferibile necessariamente all’intera successione, nonchè tale da disattivare in potenza anche l’effetto dell’eventuale rinvio: L. n. 218 del 1995, art. 13, comma 2, lett. a), occorre una “dichiarazione espressa in forma testamentaria”, ovvero in una delle forme valide previste dal successivo art. 48. 11.2. La contemporanea operatività della L. n. 218 del 1995, artt. 13 e 46 esclude che al cittadino inglese, che non opti per la legge dello Stato di residenza, basti redigere testamento ai sensi della sua legge materiale nazionale per rendere applicabile quest’ultima all’intera successione: la scelta della forma del testamento non rivela ex se una volontà del testatore se manca nella scheda una dichiarazione espressa della legge applicabile alla sua successione, e così la situazione dei beni immobili finisce per determinare l’applicabilità della legge del posto quale conseguenza del rinvio indietro. 12. Dunque, il principio di unità della successione comporta che la legge non considera nè le caratteristiche dei beni, nè le qualità dei successibili per disciplinare la vocazione. Esso inoltre implica l’unicità della successione, che si apre solo una volta, e l’unitarietà della sua regolazione normativa, cioè l’utilizzazione di un unico meccanismo di allocazione delle situazioni comprese nel compendio ereditario. Il diritto internazionale privato è, tuttavia, il terreno elettivo dello scontro tra unità e pluralità delle successioni mortis causa. Questo scontro si avvera, infatti, quando, nelle successioni transnazionali, entra in gioco il rinvio consentito ed accettato anche di ritorno (contraddittoriamente, ad avviso di alcuni commentatori) dalla L. n. 218 del 1995, art. 13. Nel caso in esame (che delinea una fattispecie non a caso ipotizzata come emblematica in molti studi specialistici), le norme di conflitto, di cui alla L. n. 218 del 1995, artt. 13 e 46 individuano preliminarmente la lex successionis nella legge inglese, la quale poi trattiene la regolamentazione dei beni mobili e rinvia indietro alla lex rei sitae la disciplina dei beni immobili. In sostanza, quale conseguenza del rinvio del diritto internazionale privato italiano al diritto privato internazionale inglese e del correlato rinvio indietro previsto da quest’ultimo, si determina l’effetto della cosiddetta “scissione” tra i beni immobili e i beni mobili del defunto, senza che, per quanto detto, emerga alcun contrasto con l’ordine pubblico internazionale L. n. 218, ex art. 16: la legge che governa la successione inerente ai beni immobili è la legge italiana, ovvero quella dello Stato in cui i beni si trovano (lex rei sitae); la legge che governa la successione inerente ai beni mobili, per contro, è la legge inglese, legge del domicilio del defunto. 13. Il sistema della scissione, che connota il diritto inglese (nonchè altri paesi Europei) e che il nostro ordinamento “accetta” quale possibile conseguenza del “rinvio indietro” nella regolamentazione di una successione che contiene elementi di estraneità, poggia su considerazioni di carattere eminentemente pratico di antica discendenza (“mobilia personam sequuntur, immobilia vero territorium”): il rilievo riconosciuto al domicilio per la disciplina della successione mobiliare è giustificato dalla normale collocazione di tale patrimonio del de cuius presso il domicile of origin, che si acquista alla nascita e che viene mantenuto finchè non sia sostituito con un domicile of choice, sicchè, non avendo i beni mobili un collegamento stabile, essi vengono regolati dallo statuto personale; viceversa, la propensione per la legge del luogo di situazione in rapporto alla successione immobiliare deriva dal legame con l’autorità che ha giurisdizione sui beni immobili, giustificandosi l’operatività riguardo ad essi dello statuto reale. Si tratta di un sistema di scissione, dunque, riguardante le categorie di beni, e non meramente “funzionale”, quale quello che invece sottopone la devoluzione dei beni ereditari alla legge successoria e la sola amministrazione della successione alla lex fori. 14. Il principio della scissione, beninteso, opera sia nell’ambito di una successione ab intestato sia in una successione testamentaria. 15. La ricorrenza di un sistema dualista nella disciplina della successione transazionale comporta l’apertura di due (o più, se più sono gli Stati in cui esistono beni immobili del defunto) successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi chiamate a verificare la validità e l’efficacia del titolo successorio, ad individuare gli eredi, a determinare l’entità delle quote e le modalità di accettazione e di pubblicità. 15. In particolare, l’ambito di applicazione della lex successionis, individuata per le due successioni, quella mobiliare e quella immobiliare, abbraccia tutti i tre momenti in cui si sviluppa il procedimento successorio: quello della devoluzione, quello della trasmissione ereditaria dei beni e quello della divisione. Trattandosi di successione testamentaria, la stessa lex successionis, nella specie, quella inglese per i beni mobili e quella italiana per i beni immobili, disciplina, tra l’altro, quali tipi di disposizione il testatore poteva prevedere, la necessità di accettazione del legato o le modalità della rinuncia ad esso, i presupposti, le cause, i modi e gli effetti della revoca del testamento, l’eventuale tutela dei legittimari (quest’ultima desumibile altresì dalla L. n. 218 del 1995, art. 46, comma 2). In mancanza di una dichiarazione espressa del testatore della legge applicabile alla successione e comunque agli effetti dalla L. n. 218 del 1995, art. 46, cit. comma 2 non può, invero, sostenersi che il rinvio alla legge italiana per la successione immobiliare, e la conseguente tutela delle quote di legittima, sacrificano la volontà di quello di disporre dei propri beni dopo la morte preservata dal sistema giuridico inglese. 16. L’errore della sentenza impugnata sta dunque nell’aver ritenuto che “è proprio perchè è la legge inglese a disciplinare la successione mortis causa che trova applicazione prima la revoca del testamento per susseguente matrimonio, poi la successione ab intestato secondo le regole di diritto internazionale privato della stessa – applicate dunque prima di quelle sostanziali per risolvere il conflitto – che individuano per i beni mobili le disposizioni della legge inglese in considerazione del domicile del de cuius e per gli immobili le disposizioni della legge italiana per il rinvio senza distinzioni alla lex rei sitae”. In tal modo, i giudici del merito hanno finito per regolare anche il titolo di acquisto della successione immobiliare in base alla legge inglese, relegando l’operatività della lex rei sitae alla sola fase successiva alla delazione, limitata alla determinazione delle quote, alle modalità materiali ed alle formalità di acquisito. Devono pertanto enunciarsi i seguenti principi: In tema di successione transazionale, per l’individuazione della norma di conflitto operante, ed in particolare per la qualificazione preliminare della questione come rientrante nello statuto successorio, e perciò da regolare alla stregua della L. 31 maggio 1995, n. 218, art. 46 il giudice deve adoperare i canoni propri dell’ordinamento italiano, cui tale norma appartiene. Allorchè la legge nazionale che regola la successione transnazionale, ai sensi della L. 31 maggio 1995, n. 218, art. 46 sottopone i beni mobili alla legge del domicilio del de cuius e rinvia indietro alla legge italiana, come consentito dalla L. n. 218 del 1995, art. 13, comma 1, lett. b), per la disciplina dei beni immobili compresi nell’eredità, si verifica l’apertura di due successioni e la formazione di due distinte masse, ognuna assoggettata a differenti regole di vocazione e di delazione, ovvero a diverse leggi che verificano la validità e l’efficacia del titolo successorio (anche, nella specie, con riguardo ai presupposti, alle cause, ai modi ed agli effetti della revoca del testamento), individuano gli eredi, determinano l’entità delle quote e le modalità di accettazione e di pubblicità ed apprestano l’eventuale tutela dei legittimari. 17. L’accoglimento, nei limiti di cui in motivazione, del ricorso principale di P.J. e del ricorso incidentale di P.R.C. comporta l’assorbimento del ricorso incidentale di B.O., le cui censure, attinenti al capo di sentenza che ha negato alla stessa il diritto ad ottenere un legato ex lege (statutory legacy) di 125.000 sterline in forza dell’Administration of Estates Act 1925 Sect. 46, perdono di immediata evidenza decisoria, dovendo necessariamente essere riesaminate dal giudice di rinvio nell’ambito dei nuovi accertamenti di fatto ad esso devoluti alla stregua degli enunciati principi di diritto. 18. La sentenza impugnata va cassata, con rinvio dalla causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, che deciderà uniformandosi ai principi di diritto enunciati e provvederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di cassazione. P.Q.M. La Corte accoglie, nei limiti di cui in motivazione, il ricorso principale di P.J. ed il ricorso incidentale di P.R.C., dichiara assorbito il ricorso incidentale di B.O., cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte Suprema di Cassazione, il 26 gennaio 2021. Depositato in Cancelleria il 5 febbraio 202

Cassazione civile sez. VI, 15/10/2018, (ud. 27/06/2018, dep. 15/10/2018), n.25635STRANIERO SUCCESSIONI BENI IN ITALIA CASS SEZ UNITE

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

PUBBLICITÀ

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4085/2017 proposto da:

EUROVITA ASSICURAZIONI SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANTONIO BERTOLONI

44, presso lo studio dell’avvocato GUIDO TORELLI, che la rappresenta

e difende;

– ricorrente –

contro

F.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEGLI

SCIPIONI 288, presso lo studio dell’avvocato BENEDETTO GIOVANNI

CARBONE, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati

VALENTINA LONER, CARLO BERLACCHI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 170/2016 della CORTE D’APPELLO di TRENTO

SEZIONE DISTACCATA DI BOLZANO, depositata il 10/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 27/06/2018 dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Rilevato che:

con atto di citazione del 30 gennaio 2014 F.C. evocava in giudizio, davanti al Tribunale di Bolzano la società Eurovita Ass.ni S.p.A. chiedendo dichiararsi il proprio diritto, quale erede universale di T.A. e, comunque, a qualsiasi titolo, alle prestazioni derivanti dalla polizza assicurativa. Deduceva che in data 3 giugno 2004 la T. aveva stipulato con Eurovita Ass.ni S.p.A. un contratto di assicurazione sulla vita per il capitale di Euro 35.000 nel quale venivano indicati quali beneficiari gli “eredi legittimi”. A causa del successivo decesso della contraente, si apprendeva della stesura di un testamento olografo, nel quale F.C. veniva designata erede

universale dell’assicurata, senza alcun riferimento all’esistenza

dell’assicurazione sulla vita sottoscritta dalla de cuius. Si costituiva Eurovita Ass.ni S.p.A. chiedendo il rigetto della domanda;

il Tribunale di Bolzano con sentenza del 15 aprile 2015 accoglieva le domande condannando la compagnia al pagamento della somma di Euro 50.000 corrispondente al capitale investito oltre rivalutazione e interessi. Il primo giudice riteneva che l’attrice, quale erede universale della assicurata, istituita con testamento olografo del 30 agosto 2010, integrasse la qualità di un unico “erede legittimo” indicato nella polizza quale beneficiario;

con atto di citazione del 27 luglio 2015 la Compagnia impugnava la decisione del Tribunale rilevando che il diritto del beneficiario aveva natura contrattuale e non successoria e che l’istituzione di F.C. quale erede testamentario non attribuiva alla stessa il diritto alla corresponsione della somma, in quanto tale importo non rientrava nell’asse ereditario. Si costituiva l’appellata contestando i motivi di impugnazione;

la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, con sentenza del 10 dicembre 2016 rigettava l’appello proposto da Eurovita Ass.ni S.p.A. con condanna al pagamento delle spese di lite;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione Eurovita Ass.ni S.p.A. affidandosi ad un motivo che illustra con memoria ex art. 380 bis c.p.c..

esiste con controricorso F.C..

Considerato che:

Eurovita Ass.ni S.p.A. lamenta la violazione degli artt. 1362,1363,1367,1920 e 1921 c.c., rilevando che la Corte aveva errato nell’applicazione dei criteri ermeneutici contrattuali. In particolare, l’interpretazione del contratto avrebbe dovuto imporre la corretta applicazione delle norme in tema di assicurazione (artt. 1920 e 1921 c.c.) secondo cui la disciplina in tema di assicurazione a favore del terzo si applica a quella sulla vita, per cui il diritto del beneficiario alla prestazione dell’assicuratore trova fondamento nel contratto, con la conseguenza che diverrebbe irrilevante la successiva istituzione, quale erede universale, di F.C. la cui differente qualifica (da terza estranea, a erede universale), non sposterebbe l’individuazione contrattuale dei beneficiari, nelle persone degli eredi legittimi. La volontà contrattuale della assicurata T. sarebbe chiara nell’individuazione dei beneficiari negli eredi legittimi. Al contrario non vi sarebbe alcuna revoca di tale indicazione nel testamento olografo, che non menziona la polizza. Pertanto, vi era stata una violazione degli articoli 1362 e seguenti c.c. perchè la Corte territoriale aveva equiparato la revoca delle precedenti disposizioni testamentarie, alla revoca della individuazione del beneficiario del contratto di assicurazione. In ogni caso, non ricorrerebbe una revoca esplicita la quale, ai sensi dell’art. 1921 c.c., deve essere contenuta in una successiva dichiarazione scritta contrattuale o nel testamento. Secondo la Corte territoriale, invece, l’istituzione di un erede testamentario universale integrerebbe la revoca della precedente designazione del beneficiario nella persona degli eredi legittimi;

Osserva il collegio che la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, adotta una doppia e autonoma motivazione. In primo luogo e in maniera più diffusa (pagine 5, 6 e 7 della sentenza) richiama l’orientamento tradizionale della giurisprudenza di legittimità per evidenziare che il termine “eredi legittimi” utilizzato dall’assicurata, assumeva la sola funzione di individuare la categoria delle persone beneficiarie dell’indennizzo, i quali acquistano certamente iure proprio il diritto, con la precisazione che la concreta individuazione del beneficiario che potrà pretendere la liquidazione dell’indennizzo, rimane ignota sino alla data del decesso dell’assicurata. Con seconda ed autonoma motivazione rileva (pagina 8) che l’art. 1921 c.c., consente all’assicurato di revocare la designazione del beneficiario attraverso il testamento;

sia la prima, che la seconda motivazione sono errate. Quanto alla prima, secondo la Corte territoriale, in sostanza, il riferimento alla categoria degli eredi non consente di distinguere tra quelli testamentari o legittimi, poichè costituisce un semplice criterio per la concreta, ma futura, individuazione dei beneficiari. Pertanto, nel momento in cui l’assicurata opta per la successione testamentaria, quel criterio di individuazione consente di escludere la categoria degli eredi legittimi, incompatibile con la presenza di un testamento e individua l’unica erede testamentaria, nell’odierna controricorrente;

tale impostazione è contraria ai principi affermati da questa Corte in materia. Nel contratto di assicurazione per il caso di morte, il beneficiario designato acquista, ai sensi dell’art. 1920 c.c., comma 3, un diritto proprio che trova la sua fonte nel contratto e che non entra a far parte del patrimonio ereditario del soggetto stipulante e non può, quindi, essere oggetto delle sue (eventuali) disposizioni testamentarie nè di devoluzione agli eredi secondo le regole della successione legittima; sicchè la designazione dei terzi beneficiari del contratto, mediante il riferimento alla categoria degli eredi legittimi o testamentari, non vale ad assoggettare il rapporto alle regole della successione ereditaria, trattandosi di una mera indicazione del criterio per la individuazione dei beneficiari medesimi in funzione della loro astratta appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, in modo che qualora i beneficiari siano individuati, come nella specie, negli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che, in linea teorica e con riferimento alla qualità esistente al momento della morte dello stipulante, siano i successibili per legge, indipendentemente dalla loro effettiva chiamata all’eredità (Cass. Sez. 2 n. 26606 del 21/12/2016 e Cass. n. 9388 del 1994 Rv. 488508 – 01, Cass. n. 6531 del 2006 Rv. 594102);

nel momento in cui l’assicurato individua il beneficiario, questi acquista un diritto iure proprio (giurisprudenza costante), ma nello stesso tempo la liquidazione dell’indennizzo da parte dell’assicuratore non farà più parte del patrimonio dell’assicurato, al momento della morte di questi. Residua in capo all’assicurato un unico potere, quello previsto dall’art. 1921 c.c., di revocare la designazione del beneficiario. Ma la designazione del beneficiario non si realizza attraverso la modificazione della generica categoria degli eredi legittimi, ma attraverso una specifica individuazione di un nuovo soggetto beneficiario. Quest’ultimo, infatti, acquista un diritto iure proprio del tutto autonomo rispetto alle vicende successorie. La polizza è un contratto a favore del terzo, dal quale deriva il diritto del beneficiario al pagamento dell’indennità; la designazione può essere compiuta con il contratto o con il testamento; nella specie la designazione a favore degli eredi legittimi contenuta in contratto era una modalità per individuare i beneficiari fra i quali andava divisa l’indennità prevista nel contratto, restando esclusa l’applicabilità delle norme sulla successione ereditaria; la revoca deve avvenire nelle stesse forme della designazione; nella specie il testamento non contiene pacificamente alcuna revoca;

la questione risolutiva concerne la interpretazione della clausola apposta nel contratto di assicurazione in caso di morte dell’assicurata, laddove individua i beneficiari negli eredi legittimi. Escluso, come si è detto, che l’attribuzione del diritto avvenga in applicazione e per effetto della disciplina che regola la successione ereditaria, il riferimento contenuto in tale clausola alla qualità di eredi (legittimi) integra un criterio di determinazione per relationem dei beneficiari in funzione della loro appartenenza alla categoria dei successori indicata nel contratto, non incidendo sulla fonte del diritto (che, come si è detto, è l’atto inter vivos). Peraltro, la individuazione dei soggetti designati – seppure va compiuta necessariamente al momento della morte dell’assicurato – non postula che i medesimi si identifichino, come invece sostenuto in sentenza, con coloro che siano effettivamente chiamati all’eredità: nell’ipotesi in cui siano individuati con riferimento alla categoria degli eredi legittimi, gli stessi sono da identificarsi con coloro che in astratto, seppure con riferimento alla qualità esistente al momento della morte, siano i successibili per legge, e ciò indipendentemente dalla effettiva vocazione e anche se poi interviene una successione testamentaria;

questa Corte ha precisato che quando la designazione sia avvenuta con il contratto di assicurazione, che è stato stipulato in epoca anteriore alla redazione del testamento, la volontà negoziale va correttamente interpretata, ritenendo che i beneficiari dovessero identificarsi negli eredi ab intestato, così da escludere rilevanza alla successiva istituzione testamentaria dell’attrice (odierna ricorrente), quale erede universale: infatti, “deve negarsi che, in difetto di alcun riferimento alla designazione formulata nel contratto, tale disposizione testamentaria possa di per se sola integrare univoca manifestazione di volontà di revoca, anche tacita, della (ovvero che sia incompatibile con la) designazione avvenuta nel contratto di assicurazione”, atteso che, per quel che si è detto, il diritto azionato dall’attrice trova fonte nel contratto di assicurazione stipulato dal(la) de cuius a favore dei terzi ivi indicati e pertanto, al momento della morte dell’assicurata, non rientra nel patrimonio ereditario;

sulla base di quanto precede la prima motivazione della sentenza della Corte di Trento è errata, perchè fondata sulla rilevanza della successiva istituzione testamentaria dell’attrice quale erede universale;

con la seconda motivazione (pagina 8) la Corte territoriale rileva che l’art. 1921 c.c., consente all’assicurato di revocare la designazione del beneficiario attraverso il testamento e osserva che la redazione di un testamento successivo alla stipula del contratto di assicurazione con istituzione di un erede assume “chiara valenza di revoca dell’originario beneficiario, individuato negli “eredi legittimi”;

anche questa seconda motivazione è in contrasto con il citato orientamento secondo cui “in difetto di alcun riferimento alla designazione formulata nel contratto, tale disposizione testamentaria possa di per se sola integrare univoca manifestazione di volontà di revoca”;

è evidente che la volontà dell’assicurato è quella di beneficiare chi le è stato vicino, ma tale parametro riguarda la volontà del testatore, più che quella del contraente, rispetto alla quale operano i principi affermati dalla giurisprudenza sopra indicata, secondo cui, una cosa è il contratto di assicurazione per la vita, altra cosa è la regola della successione legittima e testamentaria. L’art. 1920 c.c., consente di legare i due ambiti, prevedendo che la revoca della indicazione del beneficiario possa essere fatta con successiva dichiarazione scritta, cioè negoziale, o per testamento. Nell’ipotesi in esame non vi è una revoca esplicita, essendo pacifico e sufficientemente allegato che il testamento non tratta dell’assicurazione sulla vita e la motivazione della Corte è esclusivamente sostanziale (pagina 8) laddove si limita a precisare che una delle forme di revoca della designazione del beneficiario è il testamento (ma la dichiarazione di revoca va interpretata con i criteri stabiliti dall’articolo 1362 e seguenti c.c. e non con le norme in tema di successione testamentaria, con il favor testamenti). Pertanto, c’è un salto logico laddove la Corte afferma che “la stessa redazione di un testamento successivo alla stipula del contratto di assicurazione, che contenga l’istituzione di erede, assume chiara valenza di revoca dell’originario beneficiario, individuato negli “eredi legittimi”. In sostanza la Corte non interpreta il contenuto del testamento, per individuare una implicita dichiarazione di revoca della designazione del beneficiario, ma erroneamente considera il fatto storico dell’esistenza in sè di un testamento, che quindi sostituisce la categoria degli eredi legittimi, con quella degli eredi testamentari, quale elemento che “assume chiara valenza di revoca”;

ne consegue che il ricorso per cassazione deve essere accolto; la sentenza va cassata con rinvio, atteso che la decisione impugnata non ha osservato i principi sopra illustrati in materia di interpretazione negoziale. Ad essi dovrà evidentemente attenersi il giudice di rinvio.

P.T.M.

La Corte accoglie il ricorso;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Sesta Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 giugno 2018.STRANIERO SUCCESSIONI BENI IN ITALIA CASS SEZ UNITE

Depositato in Cancelleria il 15 ottobre 2018

Cassazione civile sez. II, 03/07/2019, (ud. 13/11/2018, dep. 03/07/2019), n.17868STRANIERO SUCCESSIONI BENI IN ITALIA CASS SEZ UNITE

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

PUBBLICITÀ

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORICCHIO Antonio – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 29041/2015 R.G. proposto da:

C.G., C.I., rappresentate e difese, in

forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’avv. Alfredo

Galasso, con domicilio eletto in Roma, via Germanico 197, presso lo

studio del difensore;

– ricorrenti –

contro

CA.Ma., rappresentata e difesa, in forza di procura

speciale in calce al controricorso, dall’avv. Adriana Ciaravella,

con domicilio eletto in Roma, viale Gorizia 52, presso lo studio

dell’avv. Maurizio Bonanna;

– controricorrente –

A.F., T.F.A.;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Palermo n. 1555,

depositata il 16 ottobre;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13

novembre 2018 dal Consigliere Dr. Giuseppe Tedesco;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

generale Dr. Troncone Fulvio, che ha concluso per l’accoglimento del

terzo motivo, assorbiti i restanti;

uditi l’avv. Galasso per le ricorrenti e l’avv. Bonanno per la

controricorrente.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il giorno 4 marzo 1999 è deceduta in Agrigento C.G., la quale ha disposto del proprio patrimonio con testamento olografo del 10 novembre 1998, pubblicato con verbale a rogito del notaio N.M. di Agrigento del 16 marzo 1999, rep. n. 23063.

Il testamento ha il seguente tenore: “io signora C.G. (…) dichiaro che alla fine della mia vita terrena lascio i miei avere come miei eredi della mia casa sita in corso Nazionale facendo angolo con la salita (OMISSIS) ai miei nipoti C.G. e C.I. abitante e nati ad Agrigento in caso di vendita la devono vendere all’altro padrone dell’altra metà confinante con la signora A.S. essendo che la casa non si può dividere. Per i beni mobili alla persona ( ), che mi deve servire la faccio padrona erede universale”.

Sulla base del testamento Ca.Ma. ha chi a. in giudizio davanti al Tribunale di Sciacca C.G. e C.I., facendo valere il proprio diritto di essere riconosciuta erede della de cuius per quella parte di eredità che la testatrice aveva a lei destinato quale persona che le ha prestato assistenza e servizi in vita.

Il tribunale ha accolto la domanda.

Ha dichiarato la Ca. erede testamentaria e ha condannato le convenute alla restituzione dei beni mobili e della casa in (OMISSIS).

Le C. hanno proposto appello contro la sentenza.

Sono intervenute A.F. e T.F.A., cui le appellanti avevano alienato l’immobile in contesa.

La Corte d’Appello di Palermo ha confermato la sentenza di primo grado.

Secondo la corte d’appello “la qualità di erede universale non può che appuntarsi in capo alla Ca., avendo tutti i testi in primo grado dato conto della devozione, dello spirito di abnegazione con la quale per decenni l’appellata aveva prestato assistenza e cura alla C.”. Essa ha aggiunto che “secondo le deposizioni rese dai tesi, tale assistenza si è mantenuta intatta fino alla morte della de cuius e, quindi, anche dopo il confezionamento della scheda”.

Per la cassazione della sentenza C.G. e C.I. hanno proposto ricorso, affidato a tre motivi.

Ca.Ma. ha resistito con controricorso.

Gli altri soggetti a cui è stato notificato il ricorso sono rimasti intimati.

La causa, originariamente avviata per la trattazione camerale, è stata rimessa in pubblica udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso denuncia omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio.

Il testamento prevedeva il lascito in favore della persona che avesse assistito la defunta nel periodo compreso fra la redazione della scheda e la morte, e non in favore di chi l’avesse assistita fino a quel momento.

Ciò risultava con evidenza dal fatto che il nome del beneficiario era stato lasciato in bianco.

Le prove acquisite nel giudizio si riferivano al periodo antecedente alla redazione del testamento.

Esse quindi non dimostravano che la persona nominata nel testamento si identificasse con la Ca..

Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 588 c.c..

Supposto che la disposizione per relationem fosse da qualificare come fatta a titolo di erede, l’oggetto non comprendeva beni ulteriori oltre ai beni mobili espressamente menzionati quali oggetto del lascito.

Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 628 c.c..

La sentenza è oggetto di censura nella parte in cui la corte di merito ha ritenuto valida la disposizione nonostante la testatrice avesse lasciato in bianco l’indicazione della persona beneficiaria.

La mancata designazione della persona onorate rendeva palese che, fino a quel momento, nessuno aveva svolto il ruolo previsto nel testamento per l’attribuzione del beneficio. Il contenuto della disposizione imponeva allora di fare riferimento non alla situazione esistente al tempo di confezione del testamento, ma a quella realizzatasi successivamente fino alla morte.

Gli esiti della prova andavano verificati in questa diversa prospettiva, mentre la corte di merito aveva fatto il contrario.

2. In uno dei passaggi motivazionali della sentenza impugnata la corte assume che sulla questione della validità della disposizione testamentaria, riconosciuta dal primo giudice, si era formato il giudicato implicito in assenza di tempestiva impugnazione.

Tale rilievo, sul quale la controricorrente fonda una eccezione di inammissibilità del terzo motivo e dell’intero ricorso, è infondato.

Ai sensi dell’art. 628 c.c. “è nulla ogni disposizione fatta a favore di persona che sia indicata in modo da non poter essere determinata”.

La formazione del giudicato sarebbe stata configurabile in una situazione in cui, pacifica la validità della disposizione, si discuteva su chi fosse in concreto il soggetto a cui la de cuius intendeva riferirsi.

Diversamente il conflitto, così come in concreto realizzatosi nel giudizio, vedeva contrapposti le eredi legittime e l’unica persona che aveva accampato pretese in forza della disposizione, alla quale il tribunale aveva dato ragione. Il problema sottoposto all’esame della corte d’appello riguardava perciò la validità della disposizione in sè, in rapporto alla possibilità di identificare in base ad essa la persona beneficiaria del lascito.

Il riconoscimento o la negazione di siffatta possibilità implicavano, nello stesso tempo, il riconoscimento o la negazione della validità disposizione testamentaria ai sensi dell’art. 628 cit..

3. Si impone l’esame del terzo motivo che è fondato e il cui accoglimento determina l’assorbimento del primo motivo.

Ricorre l’ipotesi di disposizione a favore di soggetti determinati dallo stesso testatore non solo nel caso in cui la disposizione sia stata dettata a vantaggio di soggetti nominativamente indicati, ma anche nel caso in cui i beneficiari siano immediatamente e individualmente determinabili in base a precise indicazioni fornite dallo stesso testatore. La menzione della persona onorata dalla disposizione testamentaria fatta dal testatore in modo impreciso o incompleto non rende perciò nulla la disposizione, qualora dal contesto del testamento o altrimenti, sia possibile determinare la persona che il testatore ha voluto beneficiare (Cass. n. 810/1992; n. 1458/1967).

Ciò che è decisivo per ritenere che una disposizione sia a favore di soggetti determinati specificamente è il contenuto obiettivo della disposizione e la concretezza e univocità dei dati di identificazione da essa desumibili; e non si può attribuire rilevanza alla eventuale genericità ed incertezza di quelle che furono, al momento della redazione del testamento, le contingenti previsioni del de cuius, qualora lo stesso testatore, ai fini della determinazione di essi, abbia fatto espresso riferimento alla situazione esistente al momento di apertura della successione (Cass. n. 262/1962).

Si ammette così la possibilità che il testatore si riferisca ad una situazione futura dalla cui realizzazione emerga in modo inequivocabile l’individuazione del soggetto beneficiato, anche qualora si tratti, al momento della redazione del testamento, di persona non conosciuta (Cass. n. 5131/2011).

4. La corte di merito ha riconosciuto, in base alle prove assunte, che la Ca. aveva per decenni prestato cura e assistenza alla C.; da ciò ne ha dedotto che la persona designata non poteva identificarsi che in questa, in quanto l’assistenza si è mantenuta anche dopo la redazione del testamento e fino alla morte.

Ma tale ragionamento è facile replicare che esso elude il problema che la disposizione testamentaria della C. poneva al giudice. Nel caso di specie, secondo la valutazione della corte di merito, la persona che aveva servito la testatrice in passato aveva continuato a farlo anche dopo la redazione del testamento, ma, in linea puramente teorica, poteva darsi il caso che, negli ultimi tempi, la persona che aveva servito la testatrice fosse stata diversa.

La corretta applicazione dell’art. 628 c.c. imponeva perciò al giudice di merito di compiere una scelta univoca circa il mezzo indicato dal de cuius per l’individuazione: in particolare se la testatrice avesse inteso riferirsi alla situazione realizzatasi fino alla redazione del testamento o alternativamente alla situazione che si sarebbe realizzata successivamente, non essendo logicamente possibile che i due criteri potessero operare congiuntamente. O la testatrice si era riferita alla situazione pregressa, e allora aveva inteso designare la persona che l’aveva fino a quel momento servita, pur non identificandola nominativamente, ma in linea teorica in una situazione di vita in cui la individuazione era già possibile; o la testatrice aveva guardato al futuro e allora non aveva altra possibilità, al momento del testamento, se non quella di operare una determinazione per relationem, indicando i dati in base ai quali individuare la persona che voleva onorare del lascito, pur potendo nutrire l’auspicio che la persona che l’aveva servita in passato continuasse a farlo in futuro. Con la conseguenza che, nel primo caso, la considerazione della situazione determinatasi dopo la confezione della scheda andava ad incidere su una relatio già compiutamente avvenuta in base al diverso criterio che rinviava alla situazione già esistente al tempo del testamento: ciò che è successo dopo la confezione del testamento, qualora in ipotesi se ne fosse riconosciuta la rilevanza in base al testamento, andava raccordato con la volontà del testatore in applicazione di istituti diversi, non in base all’art. 628 c.c..

La sentenza va per questa ragione cassata e la corte di rinvio dovrà procedere a nuovo esame e così identificare il criterio in base al quale operare la relazione, nell’alternativa fra la situazione già esistente al tempo della redazione della scheda oppure quella realizzatasi in un secondo tempo.

5. L’accoglimento del terzo motivo non comporta l’assorbimento del secondo motivo. La questione da questo proposta, infatti, riguardante la portata oggettiva della disposizione per relationem, in ipotesi qualificabile a titolo universale, potrebbe ripresentarsi nel giudizio di rinvio, qualora ne fosse riconosciuta la validità.

“Non può essere giustificata una pronunzia di assorbimento rispetto ad uno o più motivi del ricorso, nonostante l’esistenza di un rapporto di interdipendenza con gli altri, ogni qual volta le ragioni per le quali è accolto uno dei motivi non siano tali da escludere che nel giudizio di rinvio possano ripresentarsi le questioni già sollevate con gli altri motivi, venendo in tal caso a mancare l’estremo della superfluità dell’esame della questione, che caratterizza la pronunzia di assorbimento” (Cass. n. 13532/2018; n. 748/1970).

6. Il secondo motivo è fondato.

“A norma dell’art. 558 c.c. si ha istituzione di erede quando l’istituito, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata, sia chiamato nell’universalità dei beni o in una parte indeterminata di essi, considerata in funzione di quota del patrimonio ereditario; si ha, invece, legato allorchè i beni vengono assegnati singolarmente in modo determinato con la precisazione che, mentre in base al comma 1 del predetto articolo l’istituzione di erede va desunta dal contenuto strettamente obiettivo dell’atto, di guisa che la volontà testamentaria, che pur sempre va ricercata, non ha il potere di determinare una istituzione di erede che prescinda da un preciso rapporto con l’universalità di beni del testatore o con una quota di esso, con conseguenza che, sempre che la chiamata venga in universam rem o pro quota si ha istituzione di erede quali che siano i termini, anche se impropri, usati dal testatore e anche nell’eventualità che parte dell’asse sia destinata a legati, viceversa, in base al comma 2 dello stesso articolo, accanto al criterio obiettivo dell’interpretazione desunta dal contenuto dell’atto, viene introdotto quello soggettivo della interpretazione ricavata dall’intenzione del testatore di assegnare beni determinati come quota del patrimonio, interpretazione cui e dato pervenire attraverso i comuni canoni della volontà testamentaria. Pertanto, alla stregua dell’art. 588 c.c., comma 2, anche l’assegnazione di determinati beni (instituzione ex re certa) o di un complesso di beni non esclude che la disposizione sia a titolo universale, tutte le volte che, risulti che il testatore abbia inteso assegnare quei beni come quota del suo patrimonio, considerandoli, cioè, nel loro rapporto con il tutto (Cass. n. 1800/1964; n. 974/1999; n. 2002/3016; n. 24163/2013).

In base alla regola dettata dall’art. 588 c.c., comma 2, a fine di attribuire al lascito il carattere di disposizione a titolo universale, il fatto che tale qualità sia data espressamente dal testatore nel testamento non è necessario, nè sufficiente. Se non risulti che il bene o il complesso di beni sono stati attribuiti come quota del patrimonio, la disposizione, ad onta del nome, non sarebbe a titolo universale, ma particolare. Ciò non toglie che la designazione possa costituire al limite un elemento rilevante ai fini di rafforzare la convinzione dell’interprete in ordine alla intenzione del testatore di assegnare i beni determinati come quota del patrimonio, “specialmente quando il grado di cultura di questi faccia presumere che egli avesse rappresentazione precisa del significato delle parole” (Cass. n. 715/1964).

Stabilire se un singolo bene è stato attribuito a titolo universale particolare è questione di fatto. Il relativo apprezzamento del giudice di merito, se congruamente motivato, è incensurabile in cassazione (Cass. n. 23393/2017; n. 9476/2001).

7. Il tribunale aveva inteso la disposizione in favore delle nipoti come legato, mentre ha ritenuto disposizione a titolo universale quella in favore della persona che l’avrebbe servita fino alla morte. In base al riconoscimento di tale natura della disposizione, ha incluso in essa il residuo del patrimonio, tolto il bene legato: quindi non solo i beni mobili oggetto dell’esplicita attribuzione, ma anche l’altra metà della casa.

La corte d’appello ha confermato la decisione, rilevando che una diversa interpretazione avrebbe portato al riconoscimento della concorrente apertura della successione legittima sull’altra metà della casa, in contrasto con la volontà della testatrice, che consapevole della sua indivisibilità “ha inteso attribuire all’altro padrone e cioè all’erede universale”.

Ma a tale ricostruzione di deve obiettare che, in base al contenuto del testamento, la designazione di erede universale era congiunta a un lascito che aveva per oggetto i soli beni mobili: quindi, in ipotesi, a una istituzione ex re certa, ai sensi dell’art. 588 c.c., comma 2. L’institutio ex re certa non attribuisce all’istituito la qualità di unico erede (Cass. n. 737/1963). Essa, quando non comprende la totalità dei beni, non importa attribuzione anche dei beni che non formarono oggetto di disposizione. Questi, in assenza di altre disposizioni istitutive, si devolvono secondo le norme della successione legittima ai sensi dell’art. 457 c.c., comma 2.

Infatti, il lascito di un bene determinato, se vale istituzione di erede, esprime, per quanto qui rileva, una quota del patrimonio; laddove questa, singolarmente considerata o in concorso con altra quota, non copra l’intero, cioè non raggiunga la c.d. unità, deve aprirsi, giusto il capoverso dell’art. 457 c.c., la successione legittima, così come accade ove sia espressamente prevista la frazione numerica della quota in cui un soggetto è chiamato a succedere.

“Qualora il testatore istituisca un erede universale, assegnandogli una quota del suo patrimonio, determinata mediante stralcio da esso di una porzione di un certo bene, per la restante parte di quel bene, si limiti ad esprimere un proposito generico, in seguito non attuato, di provvedere in futuro con diverse e imprecisate disposizioni testamentarie, questa parte ulteriore del patrimonio ereditario non può ritenersi attribuita all’unico chiamato, ma spetta ai successibili ex lege, mancando del tutto una volontà del de cuius, manifestata nelle debite forme, di disporre effettivamente anche di questa parte in un determinato modo e a favore di certi soggetti” (Cass. n. 574/1977).

8. Le Sezioni Unite di questa Corte hanno recentemente chiarito: “Questa Corte ha avuto modo di affermare che in tema di delazione dell’eredità, non ha luogo la successione legittima agli effetti dell’art. 457 c.c., comma 2, in presenza di disposizione testamentaria a titolo universale, sia pur in forma di istituzione ex re certa, tenuto conto della forza espansiva della stessa per i beni ignorati dal testatore o sopravvenuti (cfr. Cass. n. 12158/15).

Soluzione, quest’ultima, da condividere e riaffermare anche in considerazione del conforme avviso della dottrina largamente maggioritaria, la quale osserva che la posizione dell’istituito ex re certa non è diversa da quella dell’erede pro quota, in favore del quale opera senz’altro la c.d. forza espansiva della delazione testamentaria, che riguarda anche i beni ignorati o sopravvenuti (e non solo quelli ignorati, come invece suppone parte ricorrente)” (Cass., S.U., n. 17122/2018).

Presupposto della successione legittima è la mancanza, in tutto o in parte, della delazione testamentaria. Esso si concreta nella ipotesi di inesistenza di un testamento oppure della esistenza di un testamento contenente solo disposizioni a titolo particolare o contenente una o più disposizioni a titolo universale limitate a una quota dell’eredità.

E’ stato chiarito che nel nostro ordinamento l’attribuzione della qualità di erede deriva dall’assegnazione (da parte della legge o del testamento) dell’universalità o di una quota dei beni del testatore. L’assegnazione di una quota dei beni, in base alla regola dell’art. 588 c.c., comma 2, può anche avvenire attraverso l’indicazione di beni determinati, quando risulti che il testatore ha inteso assegnare quei beni come quota del patrimonio.

La differenza fra il primo e il secondo caso consiste in questo: nel primo la determinazione numerica della quota è espressamente indicata nel testamento, nel secondo caso la determinazione avviene a posteriori in base al rapporto fra il valore dei beni assegnati e il valore del patrimonio del quale essi rappresentano una frazione: si comprende come ciò renda centrale, ai fini della applicazione all’istituito ex re certa del principio della vis espansiva della vocazione a titolo universale, il problema della composizione della massa patrimoniale da assumere a riferimento ai fini della suddetta quantificazione ex post.STRANIERO SUCCESSIONI BENI IN ITALIA CASS SEZ UNITE

Qualunque sia la soluzione di tale complessa questione rimane valida la considerazione che, se le quote istitutive, aritmeticamente determinate dal testatore o determinate in ex post in base alla valutazione dei beni, non ricostituiscono l’unità, si avrà il normale concorso della successione legittima con la successione testamentaria ex art. 457 c.c., comma 2.

Il principio della vis espansiva della delazione ereditaria non si riflette in un diverso modo di applicare la regola del concorso fra i due tipi di successione, ma nell’equiparazione, circa la sorte dei beni non contemplati, tra l’erede istituito ai sensi dell’art. 588 c.c., comma 1 con quello istituito ai sensi del comma 2 della norma.

In questi termini il principio vuol dire che l’acquisto dell’istituito ex re certa non è necessariamente limitato alla singola cosa attribuita come quota; con la conseguenza che la successione legittima, qualora non si sia già aperta in applicazione dell’art. 457 c.c., comma 2, non si aprirà autonomamente per i beni ignorati o sopravvenuti.

9. La corte ha considerato, nella specie, irragionevole il concorso della successione testamentaria con la successione legittima, ma è chiaro che il problema non è di ragionevolezza, ma di ricostruzione della volontà testamentaria in applicazione dell’art. 588 c.c..

In base a tale norma, intanto poteva negarsi la concorrente apertura della successione legittima, in quanto fosse rinvenibile nella scheda una disposizione che comprendeva l’universalità dei beni del testatore, tolto il bene legato, ai sensi dell’art. 588 c.c., comma 1. A sua volta tale disposizione non poteva farsi automaticamente coincidere con il lascito dei mobili, che, seppure congiunto a una designazione di erede universale, poteva costituire solo istituzione ex re certa, oggettivamente circoscritta a quanto oggetto della disposizione, ai sensi dell’art. 588 c.c., comma 2 (fermo il concorso dell’istituito ex re certa con gli istituiti o con l’erede ex lege sui beni ignorati o sopravvenuti secondo i principi dinanzi precisati).

Diversamente la corte ha inteso quella designazione in termini assoluti, oltre il collegamento letterale ai beni mobili, così degradati a una pleonastica specificazione di quanto la designazione, così come intesa nella sentenza impugnata, avrebbe comunque consentito di raccogliere, senza tuttavia darsi cura di raccordare questa interpretazione con i canoni stabiliti dall’art. 588 c.c., comma 1, il quale stabilisce che “per l’institutio heredis è elemento decisivo non l’attribuzione formale del titolo (che, anzi, può essere usata dal testatore qualsivoglia espressione, denominazione o appellativo) ma il criterio obiettivo del modo di attribuzione dei beni fatta dallo stesso testatore (loro universalità o frazione), fermo restando che “l’assegnazione di determinati beni (institutio ex re certa) o di un complesso di beni non esclude che la disposizione sia a titolo universale quando risulti che il testatore abbia inteso assegnare quei beni come quota del suo patrimonio, considerandoli, cioè, nel loro rapporto con il tutto” (Cass. n. 1637/1963; n. 1800/1964; n. 819/1992).

10. La sentenza va cassata anche in relazione a tale motivo e il giudice di rinvio, in ipotesi riconosca valida la disposizione, dovrà attenersi ai seguenti principi di diritto:

“L’institutio ex re certa, quando non comprende la totalità dei beni, non importa attribuzione anche dei beni che non formarono oggetto di disposizione, i quali si devolvono secondo le norme della successione legittima, destinata ad aprirsi ai sensi dell’art. 457 c.c., comma 2, ogni qual volta le disposizioni a titolo universale, sia ai sensi del comma 1, sia ai sensi del comma 2 dell’art. 588 c.c., non ricostituiscono l’unità. Invero il principio che la forza espansiva della vocazione a titolo universale opera anche in favore dell’istituito ex re certa, va inteso nel senso che l’acquisto di costui non è limitato in ogni caso alla singola cosa attribuita come quota, ma si estende proporzionalmente ai beni ignorati dal testatore o sopravvenuti”.

“La qualifica di erede universale nella scheda testamentaria, associata all’attribuzione di un singolo bene o di un complesso di beni, pur potendo costituire un elemento valutabile di fini dell’indagine diretta ad accertare l’eventuale intenzione del testatore di assegnare quei beni come quota del patrimonio, ai sensi dell’art. 588 c.c., comma 2, non giustifica, di per sè, l’attribuzione degli altri beni menzionati nel testamento e non attribuiti, occorrendo a tal fine che sia ricavabile dal complessivo contenuto del testamento una disposizione nell’universalità del patrimonio ai sensi dell’art. 588 c.c., comma 1”.

11. Insomma, in relazione al secondo e al terzo motivo, si impone la cassazione della sentenza, con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Palermo, che provvederà a nuovo esame attenendosi ai principi di cui sopra e regolerà le spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Accoglie il terzo e il secondo motivo; dichiara assorbito il primo; cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti; rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Palermo anche per le spese.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 13 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 3 luglio 2019

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI ESPERTO GRAVI DANNI INCIDENTI IN TUTTA ITALIA E DANNI PARENTI IN INCIDENTI MORTALI 051 6447838  335 8174816

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VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

VIENE ESAMINATA IMPORTANTE SENTENZA DEL TRIBUNALE DI VICENZA SULLA QUANTIFICAZIONE DEL DANNO ALLA PERSONA.

RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena

CONCLUSIONI SENTENZA

Il danno patrimoniale va quantificato in euro 416 per le spese mediche documentate (docc. sub 7 attorei), euro 1.212,00 per consulenza tecnica stragiudiziale dott. M. (spetta infatti quale danno emergente la rifusione delle spese sostenute dall’attore nel tentativo di raggiungere una soluzione extragiudiziale  della controversia (Corte Suprema di Cassazione, Sez. III 21.1.2010 n. 997), e euro 544,50 per CTU. Spetta pure il rimborso delle spese legali sostenute per la fase stragiudiziale (doc. 8 attoreo), atteso che come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità, del tutto condivisibile, “se la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente l’instaurazione del giudizio diventano una componente del danno emergente da liquidare come spese vive” (Cass.sez. III, 2.2.2006 n. 2275; sez. III, 21.1.2010 n. 997).

Parte convenuta deve dunque essere condannata a risarcire il danno, così complessivamente quantificato in euro 45.083,73 per danni non patrimoniali, ed euro 6332,48 per danni patrimoniali. 

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

RISOLGETEVI SUBITO A UN AVVOCATO ESPERTO 

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

DIFFICILMENTE  OTTERRETE IL GIUSTO DANNO SENZ AUN AVVOCATO ESPERTO 

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

DA 25 ANNI TRATTO INCIDENTI MORTALI

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

L’ESPERIENZA NEI GRAVI DANNI E’ TUTTO 

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

CHIAMATE SUBITO L’AVVOCATO ESPERTO SERGIO ARMAROLI 051 6447838 URGENZE 335 8174816

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

Quanto alla prima voce di danno, trattandosi di valori all’attualità, la somma deve essere devalutata alla data del fatto, con successivo calcolo della rivalutazione secondo gli indici annuali ISTAT e con gli interessi di legge calcolati sulla somma via via rivalutata, sino al deposito della sentenza, e con aggiunta dei soli interessi di legge sino al saldo effettivo.

INCIDENTE STRADALE – ANAS – RESPONSABILITA’

FATTO

B.C. ha agito in giudizio onde ottenere il risarcimento dei danni alla persona subiti in data 15.02.2006 allorché sull’autostrada A4 in direzione Venezia in località Vicenza, mentre a bordo della propria vettura FIAT PUNTO stava ferma sulla corsia di destra con i quattro indicatori di direzione simultaneamente azionati al fine di segnalare l’avaria, del mezzo, era stata tamponata dall’autoarticolato di proprietà di S.N. e condotto dallo S.J.T., il quale era stato multato dalla Polizia stradale di Vicenza per violazione dell’art. 142/8 C.d.S. Mentre il danno materiale era già stato integralmente risarcito, la B. chiedeva ora il risarcimento del danno alla persona, quantificato, sulla base di una consulenza medico legale di parte e delle Tabelle del Tribunale di Padova, in euro 111.151,81 o nella maggiore o minore somma accertata in corso di causa.

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soluzione eredita’ bologna VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

Ribadita l’infondatezza dell’eccezione di improcedibilità, già rigettata dal precedente giudice, anche alla luce delle richieste documentate sub n. 2 e 3 attorei, si osserva che la dinamica dell’incidente emerge dal rapporto redatto dalla Polizia Stradale di Vicenza, confermato anche dall’audizione degli agenti verbalizzanti B.M., T.L., B.R., quali testimoni. Dal rapporto risulta che l’incidente si è verificato in un punto nel quale vi erano le tre corsie di marcia ma mancava totalmente la corsia di emergenza, a causa della presenza di lavori in corso; la prima piazzola di sosta era a m. 86; i verbalizzanti scrivevano che “appena giunti sul posto notavamo e spegnevamo le frecce intermittenti del veicolo”, notavano che i fari erano accesi e la guidatrice riversa sul sedile anteriore sul fianco destro e non era rimasta allacciata dalla cintura di sicurezza. Dalle tracce di incisione desumevano un trascinamento di mt. 100 circa.

Ricostruivano pertanto un tamponamento della vettura, ferma per avaria o altro, e “in folle – nessuna marcia inserita”, da parte dell’autoarticolato. Il conducente di quest’ultimo veniva contravvenzionato ai sensi dell’art.142/8 C.d.S. per avere superato di 20 Km/h il limite di velocità esistente nella zona. L’Assistente Capo della Polizia di Stato B., sentito come teste ha ribadito che l’auto aveva gli indicatori di emergenza accesi, e di averli spenti lui personalmente, di avere saputo dall’addetto al recupero del mezzo che l’auto era i folle, e ha precisato che la conduttrice era priva delle cinture ma poteva esserne uscita a causa dell’urto, data la posizione in cui era stata ritrovata. Ha chiarito inoltre che la traccia di incisione e il guardrail destro vi era una distanza di m. 1,60 (non 2 m. come indicato dal capitolo di parte convenuta), e che la piazzola di sosta era a m. 86 ed era segnalata dalla segnaletica verticale.

L’attrice, rispondendo all’interrogatorio formale, ha dichiarato di essersi fermata rasente il guard-rail, con la cintura allacciata, perché la macchina non ingranava le marce, il cambio non funzionava e tornava “in folle”.

Le dichiarazioni della attrice sono state confermate dai dati oggettivi riscontrati dagli accertatori della Polizia di Stato: l’auto era “in folle” quindi aveva un  problema al cambio che impediva di inserire le marce e di procedere alla guida. La conduttrice, che aveva la cintura di sicurezza allacciata, si è fermata nella prima corsia di destra, tanto a ridosso di guard-rail quanto poteva stante l’ingovernabilità dell’auto, e ha inserito i quattro indicatori direzionali simbolo di emergenza. L’autoarticolato è sopraggiunto a velocità vietata, superiore di ben 20 km/h al limite massimo (85 anziché 60 Km/h) ed ha violato non solo l’art. 142 co. VIII C.d.S. no9n avendo guidato in modo da essere in grado di “arrestare tempestivamente il veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”, potendo certamente rientrare nel concetto di ostacolo prevedibile una vettura in avaria, ferma con tutti gli indicatori direzionali di emergenza accesi. La mancata comparizione del convenuto a rendere l’interrogatorio formale, valutata a norma dell’art. 232 c.p.c. unitamente agli elementi di prova sopra indicati, conferma la ricostruzione della dinamica dell’incidente come testé esposta. Ritiene questo giudice che nell’ambito di tale dinamica nessuna efficacia etiologica abbia rivestito la positività della automobilista per alcool e benzodiazepine, accertata dagli esami effettuati dopo il ricovero e confermati dalla CTU tossicologica.

Va inoltre ricordato che la CTU tossicologica, affidata a specialista tossicologo – forense dell’Università di Padova dott.ssa R.S., ha precisato che il dato di alcolemia annotato nelle cartelle cliniche è sovrastimato in quanto calcolato non su sangue ma su siero plasma, e quindi non consente di accertare la reale alcolemia che va calcolata su sangue; ha inoltre chiarito che non vi sono elementi clinici per suffragare la sindrome di astinenza alcoolica, poiché l’unico episodio di agitazione al IV giorno di ricovero non è stato accompagnato dagli indicatori biochimici (MCV e GAMMA – GT), che si presentavano invece pressoché normali. Dopo aver riferito che le benzodiapezine derivavano dall’assunzione di Valium quale sonnifero serale e ansiolitico, ha concluso nel senso che la periziando era sotto l’effetto di alcool e benzodiazepine, ma che è impossibile quantificare tale effetto, per quanto condizione di disabilità alla guida per l’effetto sinergico delle due sostanze psicoattive. Tali conclusioni sono state ribadite anche dalla CTU medico legale dott.ssa F.G., anche nel rispondere motivatamente alle osservazioni dei Consulenti Tecnici di Parte.

Tuttavia, se certamente il guidare sotto l’effetto di sostanze psicotrope costituisce reato, e per tale fatto la B., ove accertato il superamento dei limiti di legge, sarà stata sanzionata (in ogni caso ne è ora decorso il termine di prescrizione e quindi non è necessaria la trasmissione degli atti al P.M.), tuttavia ai fini risarcitori occorre valutare se tale fatto abbia spiegato incidenza causale nell’accaduto.

La risposta è negativa, in quanto l’arresto dell’auto in autostrada non avvenne a causa di un malore della conducente, da imputarsi a sue defedate condizioni, bensì per una imprevedibile avaria al cambio del veicolo, a fronte della quale la conducente fece quanto possibile in suo potere per evitare turbative alla circolazione, ossia segnalare l’auto ferma per avaria azionando i quattro indicatori direzionali, mentre l’immediato investimento da parte dell’autoarticolato, che procedeva a velocità eccessiva, ha impedito ulteriori accorgimenti, quali avrebbero potuto essere la presegnalazione con il triangolo o lo spingimento manuale dell’auto sino alla piazzola di sosta, peraltro lontana 86 mt. Pertanto, non essendovi dati quantitativi sufficienti per affermare che l’alcoolemia superasse i limiti di legge e fosse quindi inibita la guida, si deve riconoscere che la conducente ha avuto sufficiente lucidità per fare quanto in suo dovere e potere nel caso di avaria improvvisa del veicolo, ossia segnalare l’avaria stessa, mentre l’incidente è avvenuto per fatto e colpa esclusivi del trasportatore che procedeva in violazione dei limiti di velocità per oltre 20 km/h e in modo tale da non poter arrestare il proprio veicolo innanzi a un ostacolo in panne.

Dall’affermazione dell’esclusiva responsabilità del convenuto conduttore dell’autoarticolato consegue il rigetto della domanda riconvenzionale di restituzione delle somme versate da UCI per l’integrale ristoro dei danni patiti dal veicolo.

Ciò premesso, si osserva che il danno alla persona può essere determinato sulla base delle considerazioni svolte dalla Consulente tecnico d’Ufficio, la quale ha esposto le proprie valutazioni, fondate sul rilievo oggettivo delle lesioni riscontrate, in modo congruo e corretto sia sotto il profilo logico che sotto il profilo medico-scientifico, ed ha concluso facendo riferimento alle categorie da tempo invalse nella giurisprudenza in materia di risarcimento del danno.

Come è noto, nel caso di fatto illecito lesivo dell’integrità psico-fisica della persona, il danno risarcibile non è individuabile solo dalle conseguenze pregiudizievoli correlate alla efficienza lavorativa e alla capacità di produzione di reddito, ma si estende a tutti gli effetti negativi incidenti sul bene primario della salute, oggetto di autonomo diritto assoluto costituzionalmente tutelato dall’art. 32 Costituzione. Tale bene può intendersi come diritto inviolabile dell’uomo alla pienezza della vita e all’esplicazione della propria personalità morale, intellettuale, culturale, quindi può essere leso dal fatto illecito anche quando riguardi chi non abbia ancora , o abbia perduto, o non abbia mai avuto attitudine a svolgere un’attività produttiva di reddito. Tale danno è stato denominato tradizionalmente danno biologico, ed è stato dunque considerato dalla giurisprudenza quale menomazione dell’integrità psico-fisica della persona umana in sé considerata (ex plurimis Corte Suprema di Cassazione, 24.01.2000 n. 748; 12.01.1999 n. 256 etc.).

Da ultimo la Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite (11.11.2008 n. 26972) ha precisato che il danno non patrimoniale da lesione alla salute è categoria onnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima.

Dalla CTU in atti sono disponibili gli elementi per la quantificazione di tale tipo di danno, che per comodità espositiva viene individuato nelle tradizionali categorie del danno biologico permanente e temporaneo, quest’ultimo a propria volta suddiviso in totale e parziale; trattandosi di danno da fatto illecito penalmente rilevante (art. 590 c.p. lesioni personali colpose), spetta altresì il risarcimento del danno morale previsto dall’art. 2059 c.c. e dall’art. 185 c.p., ossia il “pretium doloris” caratterizzante la sofferenza subita dal danneggiato proprio in quanto vittima di reato, ossia la “sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata” (Corte Suprema di Cassazione, SS.UU. sopra citata), non limitato alla sofferenza momentanea e strettamente correlata al reato, ma esteso, in base ai criteri di causalità giuridica e di regolarità causale, alla lesione del diritto alla piena esplicazione della personalità umana, in una prospettiva non meramente transeunte, ma destinata dello stesso.

La sofferenza ed il patema d’animo della vittima del reato debbono essere liquidati in via equitativa, con personalizzazione basata sulle condizioni specifiche del soggetto danneggiato tenuto conto delle pregresse abitudini di vita, dell’importanza delle lesioni subite, dei periodi di ospedalizzazione e di terapia, e sono ora ricomprese nella quantificazione delle cd. Tabelle di Milano, che comprendono già il danno morale di base nel danno biologico e consentono una “personalizzazione” entro una percentuale stabilita.

LA SENTENZA INTEGRALE VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

N.R.G. 578/2009

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI VICENZA

in composizione monocratica in persona del magistrato dr. Eloisa PESENTI ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa promossa con atto di citazione iscritto a ruolo il 27.01.2009

da:

B.C. (c.f. omissis) rappresentata e difesa dall’avv. Calvello di Padova e avv. S. B. di Vicenza per mandato a margine dell’atto di citazione                                                                                                                   – attore –

Contro

– S.J.T.,

– S.N.

– Compagnia di assicurazioni P. [omissis]

Tutti domiciliati presso U.C.I

U.C.I. rappresentato e difeso da avv.ti R [omissis] L [omissis] di [omissis] e avv. E [omissis]

Z. [omissis] di V[omissis], per mandato in calce all’atto di citazione notificato

                                                                                                                                          – convenuti –

Conclusioni: come da fogli allegati al verbale di udienza dell’8.11.2012.

Conclusioni per parte attrice:

Voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione respinta:

–         Accogliere la domanda attorea e, per l’effetto,

–         Dichiarare che l’incidente è avvenuto per esclusiva responsabilità del convenuto sig. S.J.T.

–         Condannare Il sig.. S.J.T., nonché il sig. S.N., quale proprietario dell’autoarticolato Renault Magnum targato [omissis], nonché la Compagnia d’Assicurazione polacca P., nonché l’U.C.I., in persona del legale rappresentante pro tempore, in solido tra loro, al risarcimento dei danni in favore di B.C: e così al pagamento complessivo della somma di € 111.151,81 = o in quella diversa maggiore o minore somma accertata in corso di causa e da determinarsi, all’occorrenza, in via equitativa ex art. 1226 c.c., oltre alla rivalutazione monetaria, agli interessi – secondo il criterio impartito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte con la nota pronuncia 1712/1995 n. 1712 -, nonché al maggior danno da svalutazione monetaria.

–         Il patrocinio attoreo dichiara, inoltre di non accattare il contraddittorio su nuove domande eventualmente formulate da c/p ed in ogni caso si richiama a quanto già dedotto ed eccepito in atti.

In ogni caso

Con vittoria di spese, diritti e onorari da distrarsi a norma dell’art. 93 c.p.c. a favore dell’avv. C. Calvello quale procuratore antistatario, nonché con sentenza munita della clausola di provvisoria esecuzione.

Tribunale di Vicenza – Dott.ssa PESENTI

FOGLIO DI PRECISAZIONE CONCLUSIONI VICENZA TRIBUNALE SENTENZA GRAVE DANNO INCIDENTE

Per U.C.I. con gli avv. R.L. e E.Z.– convenuta –

Nella causa R.G. 578/09 promossa con citazione notificata il 23.01.2009 da C.B.

***

I procuratori della convenuta U.C.I., ribadite tutte le difese ed eccezioni svolte negli atti difensivi precedentemente dimessi dalla convenuta, nonché a verbale del 12.04.2012 in ordine alle contraddizioni presenti nella relazione della CTU, dott.ssa G., chiedono che il Giudice voglia revocare la propria precedente ordinanza del 12.04.2012 e per l’effetto disporre che la CTU sia chiamata a chiarimenti secondo quanto dedotto dalla convenuta nelle osservazioni depositate il 12.04.2012.

I sottoscritti procuratori precisano, quindi le proprie conclusioni:

in via preliminare processuale: accertata e dichiarata l’improponibilità della domanda di parte attrice per violazione del combinato disposto degli artt. 145 e 148 d.lgs. 07.09.2005 n. 209, per l’effetto respingere la stessa;

nel merito: disattesa e respinta ogni contraria deduzione, domanda o eccezione, accertato e dichiarato che la responsabilità del sinistro de quo è da attribuirsi alla sig.ra C.B., respingere tutte le domande avversarie perché infondate in fatto e in diritto per i motivi tutti esposti negli atti;

nel merito e in via riconvenzionale: accertata e dichiarata che la responsabilità del sinistro de quo è da attribuirsi alla sig.ra C.B., condannare la stessa alla restituzione dell’importo di € 3.973,20;

nel merito in via subordinata: ove ritenuta in tutto o in parte fondata la pretesa dell’attrice, accertare e dichiarare l’esatto importo dovuto a titolo di risarcimento del danno effettivamente patito dalla stessa previa analisi delle risultanze medico legali e per i motivi tutti esposti in atti, con detrazione dell’importo già ricevuto.

In via istruttoria: alla luce delle osservazioni svolte alla integrazione della CTU e depositate i data 12.04.2012 disporre che la CTU sia chiamata a chiarimenti secondo quanto dedotto nelle osservazioni depositate in data 12.04.2012.

In ogni caso: con vittoria di spese, diritti ed onorari oltre rimborso forfettario 12,5% CPA ed IVA di legge.

I procuratori di parte convenuta U.C.I. dichiarano di non accettare il contraddittorio su eventuali domande nuove di controparte.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Questa parte della sentenza viene omessa, alla luce del nuovo testo dell’art. 132 co. 2 n. 4 c.p. come riformulato dall’art. 45 co. 17 L. 69/20009. Ai sensi dell’art. 58 della medesima legge, la modifica di cui sopra è immediatamente applicabile anche ai giudizi pendenti, in primo grado, alla data di entrata in vigore della citata legge n. 69 del 2009 ovvero al giorno 4.7.2009.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Questa parte della sentenza viene redatta alla luce del nuovo testo dell’art. 118 co. I disp. att. c.p.c. come novellato all’art. 52 co. V L. 69/2009, applicabile anche ai giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della legge medesima, a norma del suo art. 58.

B.C. ha agito in giudizio onde ottenere il risarcimento dei danni alla persona subiti in data 15.02.2006 allorché sull’autostrada A4 in direzione Venezia in località Vicenza, mentre a bordo della propria vettura FIAT PUNTO stava ferma sulla corsia di destra con i quattro indicatori di direzione simultaneamente azionati al fine di segnalare l’avaria, del mezzo, era stata tamponata dall’autoarticolato di proprietà di S.N. e condotto dallo S.J.T., il quale era stato multato dalla Polizia stradale di Vicenza per violazione dell’art. 142/8 C.d.S. Mentre il danno materiale era già stato integralmente risarcito, la B. chiedeva ora il risarcimento del danno alla persona, quantificato, sulla base di una consulenza medico legale di parte e delle Tabelle del Tribunale di Padova, in euro 111.151,81 o nella maggiore o minore somma accertata in corso di causa.

Ribadita l’infondatezza dell’eccezione di improcedibilità, già rigettata dal precedente giudice, anche alla luce delle richieste documentate sub n. 2 e 3 attorei, si osserva che la dinamica dell’incidente emerge dal rapporto redatto dalla Polizia Stradale di Vicenza, confermato anche dall’audizione degli agenti verbalizzanti B.M., T.L., B.R., quali testimoni. Dal rapporto risulta che l’incidente si è verificato in un punto nel quale vi erano le tre corsie di marcia ma mancava totalmente la corsia di emergenza, a causa della presenza di lavori in corso; la prima piazzola di sosta era a m. 86; i verbalizzanti scrivevano che “appena giunti sul posto notavamo e spegnevamo le frecce intermittenti del veicolo”, notavano che i fari erano accesi e la guidatrice riversa sul sedile anteriore sul fianco destro e non era rimasta allacciata dalla cintura di sicurezza. Dalle tracce di incisione desumevano un trascinamento di mt. 100 circa.

Ricostruivano pertanto un tamponamento della vettura, ferma per avaria o altro, e “in folle – nessuna marcia inserita”, da parte dell’autoarticolato. Il conducente di quest’ultimo veniva contravvenzionato ai sensi dell’art.142/8 C.d.S. per avere superato di 20 Km/h il limite di velocità esistente nella zona. L’Assistente Capo della Polizia di Stato B., sentito come teste ha ribadito che l’auto aveva gli indicatori di emergenza accesi, e di averli spenti lui personalmente, di avere saputo dall’addetto al recupero del mezzo che l’auto era i folle, e ha precisato che la conduttrice era priva delle cinture ma poteva esserne uscita a causa dell’urto, data la posizione in cui era stata ritrovata. Ha chiarito inoltre che la traccia di incisione e il guardrail destro vi era una distanza di m. 1,60 (non 2 m. come indicato dal capitolo di parte convenuta), e che la piazzola di sosta era a m. 86 ed era segnalata dalla segnaletica verticale.

L’attrice, rispondendo all’interrogatorio formale, ha dichiarato di essersi fermata rasente il guard-rail, con la cintura allacciata, perché la macchina non ingranava le marce, il cambio non funzionava e tornava “in folle”.

Le dichiarazioni della attrice sono state confermate dai dati oggettivi riscontrati dagli accertatori della Polizia di Stato: l’auto era “in folle” quindi aveva un  problema al cambio che impediva di inserire le marce e di procedere alla guida. La conduttrice, che aveva la cintura di sicurezza allacciata, si è fermata nella prima corsia di destra, tanto a ridosso di guard-rail quanto poteva stante l’ingovernabilità dell’auto, e ha inserito i quattro indicatori direzionali simbolo di emergenza. L’autoarticolato è sopraggiunto a velocità vietata, superiore di ben 20 km/h al limite massimo (85 anziché 60 Km/h) ed ha violato non solo l’art. 142 co. VIII C.d.S. no9n avendo guidato in modo da essere in grado di “arrestare tempestivamente il veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”, potendo certamente rientrare nel concetto di ostacolo prevedibile una vettura in avaria, ferma con tutti gli indicatori direzionali di emergenza accesi. La mancata comparizione del convenuto a rendere l’interrogatorio formale, valutata a norma dell’art. 232 c.p.c. unitamente agli elementi di prova sopra indicati, conferma la ricostruzione della dinamica dell’incidente come testé esposta. Ritiene questo giudice che nell’ambito di tale dinamica nessuna efficacia etiologica abbia rivestito la positività della automobilista per alcool e benzodiazepine, accertata dagli esami effettuati dopo il ricovero e confermati dalla CTU tossicologica.

Va inoltre ricordato che la CTU tossicologica, affidata a specialista tossicologo – forense dell’Università di Padova dott.ssa R.S., ha precisato che il dato di alcolemia annotato nelle cartelle cliniche è sovrastimato in quanto calcolato non su sangue ma su siero plasma, e quindi non consente di accertare la reale alcolemia che va calcolata su sangue; ha inoltre chiarito che non vi sono elementi clinici per suffragare la sindrome di astinenza alcoolica, poiché l’unico episodio di agitazione al IV giorno di ricovero non è stato accompagnato dagli indicatori biochimici (MCV e GAMMA – GT), che si presentavano invece pressoché normali. Dopo aver riferito che le benzodiapezine derivavano dall’assunzione di Valium quale sonnifero serale e ansiolitico, ha concluso nel senso che la periziando era sotto l’effetto di alcool e benzodiazepine, ma che è impossibile quantificare tale effetto, per quanto condizione di disabilità alla guida per l’effetto sinergico delle due sostanze psicoattive. Tali conclusioni sono state ribadite anche dalla CTU medico legale dott.ssa F.G., anche nel rispondere motivatamente alle osservazioni dei Consulenti Tecnici di Parte.

Tuttavia, se certamente il guidare sotto l’effetto di sostanze psicotrope costituisce reato, e per tale fatto la B., ove accertato il superamento dei limiti di legge, sarà stata sanzionata (in ogni caso ne è ora decorso il termine di prescrizione e quindi non è necessaria la trasmissione degli atti al P.M.), tuttavia ai fini risarcitori occorre valutare se tale fatto abbia spiegato incidenza causale nell’accaduto.

La risposta è negativa, in quanto l’arresto dell’auto in autostrada non avvenne a causa di un malore della conducente, da imputarsi a sue defedate condizioni, bensì per una imprevedibile avaria al cambio del veicolo, a fronte della quale la conducente fece quanto possibile in suo potere per evitare turbative alla circolazione, ossia segnalare l’auto ferma per avaria azionando i quattro indicatori direzionali, mentre l’immediato investimento da parte dell’autoarticolato, che procedeva a velocità eccessiva, ha impedito ulteriori accorgimenti, quali avrebbero potuto essere la presegnalazione con il triangolo o lo spingimento manuale dell’auto sino alla piazzola di sosta, peraltro lontana 86 mt. Pertanto, non essendovi dati quantitativi sufficienti per affermare che l’alcoolemia superasse i limiti di legge e fosse quindi inibita la guida, si deve riconoscere che la conducente ha avuto sufficiente lucidità per fare quanto in suo dovere e potere nel caso di avaria improvvisa del veicolo, ossia segnalare l’avaria stessa, mentre l’incidente è avvenuto per fatto e colpa esclusivi del trasportatore che procedeva in violazione dei limiti di velocità per oltre 20 km/h e in modo tale da non poter arrestare il proprio veicolo innanzi a un ostacolo in panne.

Dall’affermazione dell’esclusiva responsabilità del convenuto conduttore dell’autoarticolato consegue il rigetto della domanda riconvenzionale di restituzione delle somme versate da UCI per l’integrale ristoro dei danni patiti dal veicolo.

Ciò premesso, si osserva che il danno alla persona può essere determinato sulla base delle considerazioni svolte dalla Consulente tecnico d’Ufficio, la quale ha esposto le proprie valutazioni, fondate sul rilievo oggettivo delle lesioni riscontrate, in modo congruo e corretto sia sotto il profilo logico che sotto il profilo medico-scientifico, ed ha concluso facendo riferimento alle categorie da tempo invalse nella giurisprudenza in materia di risarcimento del danno.

Come è noto, nel caso di fatto illecito lesivo dell’integrità psico-fisica della persona, il danno risarcibile non è individuabile solo dalle conseguenze pregiudizievoli correlate alla efficienza lavorativa e alla capacità di produzione di reddito, ma si estende a tutti gli effetti negativi incidenti sul bene primario della salute, oggetto di autonomo diritto assoluto costituzionalmente tutelato dall’art. 32 Costituzione. Tale bene può intendersi come diritto inviolabile dell’uomo alla pienezza della vita e all’esplicazione della propria personalità morale, intellettuale, culturale, quindi può essere leso dal fatto illecito anche quando riguardi chi non abbia ancora , o abbia perduto, o non abbia mai avuto attitudine a svolgere un’attività produttiva di reddito. Tale danno è stato denominato tradizionalmente danno biologico, ed è stato dunque considerato dalla giurisprudenza quale menomazione dell’integrità psico-fisica della persona umana in sé considerata (ex plurimis Corte Suprema di Cassazione, 24.01.2000 n. 748; 12.01.1999 n. 256 etc.).

Da ultimo la Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite (11.11.2008 n. 26972) ha precisato che il danno non patrimoniale da lesione alla salute è categoria onnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima.

Dalla CTU in atti sono disponibili gli elementi per la quantificazione di tale tipo di danno, che per comodità espositiva viene individuato nelle tradizionali categorie del danno biologico permanente e temporaneo, quest’ultimo a propria volta suddiviso in totale e parziale; trattandosi di danno da fatto illecito penalmente rilevante (art. 590 c.p. lesioni personali colpose), spetta altresì il risarcimento del danno morale previsto dall’art. 2059 c.c. e dall’art. 185 c.p., ossia il “pretium doloris” caratterizzante la sofferenza subita dal danneggiato proprio in quanto vittima di reato, ossia la “sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata” (Corte Suprema di Cassazione, SS.UU. sopra citata), non limitato alla sofferenza momentanea e strettamente correlata al reato, ma esteso, in base ai criteri di causalità giuridica e di regolarità causale, alla lesione del diritto alla piena esplicazione della personalità umana, in una prospettiva non meramente transeunte, ma destinata dello stesso.

La sofferenza ed il patema d’animo della vittima del reato debbono essere liquidati in via equitativa, con personalizzazione basata sulle condizioni specifiche del soggetto danneggiato tenuto conto delle pregresse abitudini di vita, dell’importanza delle lesioni subite, dei periodi di ospedalizzazione e di terapia, e sono ora ricomprese nella quantificazione delle cd. Tabelle di Milano, che comprendono già il danno morale di base nel danno biologico e consentono una “personalizzazione” entro una percentuale stabilita.

La CTU ha accertato che in conseguenza dell’incidente de quo B.C. ha riportato trauma facciale con frattura dell’osso nasale, distorsione del rachide cervicale, frattura scomposta dell’omero sinistro, che è stata trattata chirurgicamente con tre successivi trattamenti chirurgici; gliene è residuato un deficit funzionale della spalla sinistra e del gomito sinistro, complesso cicatriziale dell’arto superiore sinistro e esito anatomico della frattura dell’osso nasale, con complesso menomante stimato nel 11 -12%, 16 giorni di inabilità temporanea totale, 90 giorni al 75%, 90 giorni al 50%, 120 giorni al 25%; la CTU ha inoltre stimato che le menomazioni obiettivate possono rendere faticoso l’espletamento dell’attività di casalinga e l’attività lavorativa in attività confacenti, ossia di tipo generico e manuale; il grado di sofferenza è stato valutato come medio – alto nel corso della malattia,  e medio – basso quale ora determinato dal complesso menomante.

I parametri valutativi utilizzabili per la quantificazione delle somme dovute sono individuabili nelle “tabelle” ora adottate da questo Tribunale, dalle quali si evince il valore del punto di invalidità e quindi di danno biologico come lesione dell’integrità psicofisica in base all’età evolutiva della vittima al momento del fatto. Si tratta di parametri desumibili dalle tabelle risarcitorie del Tribunale di Milano, ora seguite dalla maggior parte dei Tribunali italiani e recepite anche dalla giurisprudenza della Corte Suprema di Cassazione. Infatti la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione (Sez. III, 30.06.2011 n. 14402; 25.02.2011, depositata il 7.06.2011 n. 12408/2011; 6750/2011), nell’esercizio della funzione nomofilattica propria della Corte, ha indicato le tabelle del Tribunale di Milano quali criterio per assicurare un sistema uniforme, a livello nazionale, di risarcimento del danno, assumendo “con operazione di natura sostanzialmente ricognitiva, la tabella milanese a parametro in linea generale attestante la conformità della valutazione equitativa del danno in parola alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c.”.

In applicazione di tali tabelle, il danno biologico permanente va quantificato in base all’età dell’attrice al momento del fatto in euro 25.234,00 mentre il danno biologico temporaneo parziale può essere determinato, considerata la variabilità delle Tabelle tra 91 e 136 euro pro die, come chiesto, corrispondente a un valore medio ossia in euro 1816 per i giorni di totale, 7661,25 al 75%, 5107,50 al 50%, 3405,00 al 25%.

Il danno non patrimoniale può essere personalizzato nella percentuale del 47%, prevista dalla predette tabelle, in considerazione del grado di sofferenza patito e del peggioramento delle condizioni di vita, quale emerge sia dalla CTU che attesta una maggiore fatica e disagio per lo svolgimento di qualsivoglia attività manuale, sia dalle assunte testimonianze, dalle quali è emerso che l’attrice ha dovuto abbandonare, dopo l’incidente, la pratica del nuoto che prima esercitava assiduamente (testimoni M.F., P.M., B.S., B.G., C.E.). Il danno non patrimoniale ammonta perciò a euro 45.083,73.

Il danno patrimoniale va quantificato in euro 416 per le spese mediche documentate (docc. sub 7 attorei), euro 1.212,00 per consulenza tecnica stragiudiziale dott. M. (spetta infatti quale danno emergente la rifusione delle spese sostenute dall’attore nel tentativo di raggiungere una soluzione extragiudiziale  della controversia (Corte Suprema di Cassazione, Sez. III 21.1.2010 n. 997), e euro 544,50 per CTU. Spetta pure il rimborso delle spese legali sostenute per la fase stragiudiziale (doc. 8 attoreo), atteso che come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità, del tutto condivisibile, “se la pretesa risarcitoria sfocia in un giudizio il richiedente sia vittorioso, le spese legali sostenute nella fase precedente l’instaurazione del giudizio diventano una componente del danno emergente da liquidare come spese vive” (Cass.sez. III, 2.2.2006 n. 2275; sez. III, 21.1.2010 n. 997).

Parte convenuta deve dunque essere condannata a risarcire il danno, così complessivamente quantificato in euro 45.083,73 per danni non patrimoniali, ed euro 6332,48 per danni patrimoniali.

Quanto alla prima voce di danno, trattandosi di valori all’attualità, la somma deve essere devalutata alla data del fatto, con successivo calcolo della rivalutazione secondo gli indici annuali ISTAT e con gli interessi di legge calcolati sulla somma via via rivalutata, sino al deposito della sentenza, e con aggiunta dei soli interessi di legge sino al saldo effettivo.

Le spese, liquidate come da dispositivo ex D.M. 140/2012, seguono la soccombenza (poiché la attrice aveva chiesto anche “la maggiore o minore somma che sarà accertata in corso di causa”).

P.Q.M.

Il Tribunale di Vicenza in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza disattesa, così provvede:

1)      Accertata l’esclusiva responsabilità del convenuto S.J.T., nella determinazione del sinistro occorso all’attrice B.C. in data 15.2.2006, condanna i convenuti in solido tra loro al pagamento, in favore dell’attrice B.C., a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, della somma capitale di euro 45.083,73 con gli interessi al tasso legale, da computare sul capitale monetario del risarcimento, riportato alla data del sinistro e via via adeguato anno per anno in relazione alle variazioni degli indici ISTAT del costo della vita sino al saldo effettivo, e di euro 6332,48 per danni patrimoniali con gli interessi legali e la rivalutazione sino al saldo effettivo;

 

2)      Rigetta la domanda riconvenzionale di Ufficio Centrale Italiano;

3)      Condanna i convenuti in solido tra loro a rifondere all’attrice le spese di lite, che si liquidano in euro 508,00 per spese ed euro 4500,00 per compensi professionali, oltre a IVA e CPA come per legge, con distrazione ex art. 93 c.p.c. in favore del procuratore antistatario.

Così deciso in Vicenza, il 25.2.2013

Il giudice

Dott. Eloisa Pesenti

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