CARTELLE ESATTORIALI? PRESCRIZIONE? 5 ANNI

CARTELLE ESATTORIALI? PRESCRIZIONE? 5 ANNI

“la scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, art. 24, comma 5, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale secondo la L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che dal 1 gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto ( D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 30, convertito dalla L. n. 122 del 2010)”;

) l’appellante sostiene che, diversamente da quanto affermato dal primo giudice – che ha considerato l’opposizione inammissibile perché proposta oltre il termine perentorio di quaranta giorni dalla notifica, di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, – la domanda azionata deve essere qualificata come opposizione all’esecuzione, proponibile senza limiti di tempo ai sensi dell’art. 615 c.p.c., avendo con essa l’interessato fatto valere un atto estintivo successivo alla notifica del titolo, consistente nella sopravvenuta prescrizione del credito;

b) infatti, anche a voler considerare valida la notifica della cartella di pagamento (avvenuta il 31 agosto 2001) – superando la tesi dell’appellante secondo cui il titolo esecutivo costituito dalla cartella di pagamento avrebbe perso efficacia dopo l’infruttuoso decorso di un anno dalla relativa notifica – comunque, al momento della notifica dell’intimazione di pagamento, il credito contributivo vantato dall’INPS era prescritto;

avvocato-erede-legittimo-7

c) invero, è pacifico che l’intimazione di pagamento sia stata notificata in data 27 maggio 2008, sicché all’epoca il credito contributivo vantato dall’INPS era sicuramente prescritto a causa dell’avvenuto decorso del quinquennio dalla notifica della cartella esattoriale (avvenuta, si ribadisce, il 31 agosto 2001), senza il compimento di alcun atto interruttivo da parte del “concessionario della riscossione”;

d) com’è noto, a norma della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 9, il termine prescrizionale per il versamento dei contributivi previdenziali, prima decennale, è ritornato quinquennale a partire dal gennaio 1996, ma l’art. 3 cit., successivo comma 10, ha fatto salva la permanenza del termine decennale per le contribuzioni relative agli anni precedenti, nel caso di atti interruttivi già compiuti e/o di procedure di recupero iniziate dall’Istituto previdenziale nel rispetto della normativa preesistente, evenienza che qui non si verifica;

e) la cartella esattoriale, pur avendo le caratteristiche di un titolo esecutivo, resta un atto amministrativo privo dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato, il che significa che la decorrenza del termine per l’opposizione, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito, mentre non determina alcun effetto processuale, sicché non può trovare applicazione l’art. 2953 cod. civ. ai fini della operatività della conversione del termine di prescrizione breve (quinquennale) in quello ordinario decennale.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Sentenza 17 novembre 2016, n. 23397

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RORDORF Renato – Primo Presidente f.f. –

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente Sezione –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente Sezione –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – rel. Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20394/2014 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del Commissario straordinario pro tempore, in proprio e nella qualità di procuratore speciale della S.C.C.I. S.P.A. – SOCIETA’ DI CARTOLARIZZAZIONE DEI CREDITI INPS, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura Centrale dell’Istituto stesso, rappresentato e difeso dagli avvocati LELIO MARITATO, GIUSEPPE MATANO, ANTONINO SGROI, EMANUELE DE ROSE, CARLA D’ALOISIO, per delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

M.A., SERIT SICILIA S.P.A.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 456/2014 della CORTE D’APPELLO di CATANIA, depositata il 16/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25/10/2016 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;

udito l’Avvocato Lelio MARITATO;

udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 28 ottobre 2009 il Tribunale di Catania dichiarò inammissibile per tardività – in quanto proposta oltre il termine di quaranta giorni dalla notifica di cui al D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, art. 24, comma 5 – l’opposizione all’esecuzione di A.M. avverso l’intimazione di pagamento relativa a cartella esattoriale notificatagli il 31 agosto 2001 per omesso pagamento di contributi previdenziali della gestione commercianti INPS negli anni 1993, 1995, 1996 e 1998.

2. La Corte di appello di Catania, con la sentenza attualmente impugnata, ha riformato tale decisione dichiarando prescritto il credito vantato dall’INPS con la cartella di pagamento suddetta.

A tale conclusione la Corte territoriale è pervenuta sulla base dei seguenti principali rilievi:

a) l’appellante sostiene che, diversamente da quanto affermato dal primo giudice – che ha considerato l’opposizione inammissibile perché proposta oltre il termine perentorio di quaranta giorni dalla notifica, di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, – la domanda azionata deve essere qualificata come opposizione all’esecuzione, proponibile senza limiti di tempo ai sensi dell’art. 615 c.p.c., avendo con essa l’interessato fatto valere un atto estintivo successivo alla notifica del titolo, consistente nella sopravvenuta prescrizione del credito;

b) infatti, anche a voler considerare valida la notifica della cartella di pagamento (avvenuta il 31 agosto 2001) – superando la tesi dell’appellante secondo cui il titolo esecutivo costituito dalla cartella di pagamento avrebbe perso efficacia dopo l’infruttuoso decorso di un anno dalla relativa notifica – comunque, al momento della notifica dell’intimazione di pagamento, il credito contributivo vantato dall’INPS era prescritto;

c) invero, è pacifico che l’intimazione di pagamento sia stata notificata in data 27 maggio 2008, sicché all’epoca il credito contributivo vantato dall’INPS era sicuramente prescritto a causa dell’avvenuto decorso del quinquennio dalla notifica della cartella esattoriale (avvenuta, si ribadisce, il 31 agosto 2001), senza il compimento di alcun atto interruttivo da parte del “concessionario della riscossione”;

d) com’è noto, a norma della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 9, il termine prescrizionale per il versamento dei contributivi previdenziali, prima decennale, è ritornato quinquennale a partire dal gennaio 1996, ma l’art. 3 cit., successivo comma 10, ha fatto salva la permanenza del termine decennale per le contribuzioni relative agli anni precedenti, nel caso di atti interruttivi già compiuti e/o di procedure di recupero iniziate dall’Istituto previdenziale nel rispetto della normativa preesistente, evenienza che qui non si verifica;

e) la cartella esattoriale, pur avendo le caratteristiche di un titolo esecutivo, resta un atto amministrativo privo dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato, il che significa che la decorrenza del termine per l’opposizione, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito, mentre non determina alcun effetto processuale, sicché non può trovare applicazione l’art. 2953 cod. civ. ai fini della operatività della conversione del termine di prescrizione breve (quinquennale) in quello ordinario decennale.

3. – Avverso tale sentenza l’INPS, in proprio e quale mandatario della SCCI s.p.a., ha proposto, per un unico motivo, ricorso per cassazione illustrato da memoria.

A.M. e la SERIT SICILIA s.p.a. sono rimasti intimati.

L’Istituto ricorrente – senza contestare la qualificazione della domanda azionata, effettuata dalla Corte d’appello come opposizione all’esecuzione, proponibile senza limiti di tempo ai sensi dell’art. 615 c.p.c. – sostiene che la pacifica mancanza di tempestiva opposizione alla cartella di pagamento avrebbe determinato l’intangibilità della pretesa contributiva, con la conseguenza che il relativo diritto non potrebbe più ritenersi assoggettato alla prescrizione quinquennale, potendo prescriversi soltanto l’azione diretta all’esecuzione del titolo definitivamente formatosi. E rispetto a tale azione, secondo quanto previsto per l'”actio judicati” dall’art. 2953 cod. civ. , troverebbe applicazione il termine prescrizionale decennale ordinario, nella specie non ancora decorso, in data 27 maggio 2008, quando è stata effettuata la notifica dell’intimazione di pagamento (si citano: Cass. 24 febbraio 2014, n. 4338 e la giurisprudenza ivi richiamata).

4. A seguito di contraddittorio camerale – ai sensi degli artt. 380 bis, 376 e 375 c.p.c. – la Sesta Sezione civile, con ordinanza 29 gennaio 2016, n. 1799, avendo riscontrato nella giurisprudenza di questa Corte di cassazione delle “disarmonie” sulla determinazione dell’ambito di applicabilità dell’art. 2953 c.c. , con riferimento alla riscossione mediante ruolo di diversi tipi di crediti, rispettivamente degli enti previdenziali, oppure per sanzioni amministrative pecuniarie e/o per violazioni di norme tributarie e così via, ha sollecitato la rimessione della questione alle Sezioni Unite, qualificandola come una questione sia di massima di particolare importanza, anche per il cospicuo contenzioso in corso che ne è interessato.

5. Il ricorso è stato perciò assegnato alle Sezioni Unite e discusso all’odierna udienza.

Motivi della decisione

1. La questione sulla quale queste Sezioni Unite sono chiamate a pronunciarsi investe l’interpretazione da dare all’art. 2953 c.c., con riguardo specifico all’operatività o meno della ivi prevista conversione del termine di prescrizione breve in quello ordinario decennale, nelle fattispecie originate da atti di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via.

In particolare dall’ordinanza di rimessione della Sesta Sezione civile n. 1799 del 2016 risulta che si tratta di stabilire se la suddetta disposizione codicistica sia applicabile anche nelle ipotesi in cui la definitività dell’accertamento del credito derivi da atti diversi rispetto ad una sentenza passata in giudicato.

Nel presente giudizio il problema da risolvere è se la decorrenza del termine pacificamente perentorio – per fare opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, art. 24, comma 5, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produca soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito oppure determini anche l’effetto di rendere applicabile l’art. 2953 c.c., ai fini della operatività della conversione del termine di prescrizione breve (quinquennale secondo la L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10) in quello ordinario decennale.

2. Ovviamente la soluzione di tale problema va coordinata con gli indirizzi espressi da questa Corte con riguardo all’ambito di operatività della suddetta norma in tutte le fattispecie di crediti riscossi mediante ruolo o comunque coattivamente (ad esempio con: l’avviso di addebito dell’INPS, che dal 1 gennaio 2011 ha preso il posto della cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di questo Istituto; oppure con l’avviso di accertamento esecutivo, che dal 1 ottobre 2011, ha in parte sostituito la cartella esattoriale per i crediti erariali ed è stato poi esteso ai crediti dell’Agenzia delle dogane: vedi, rispettivamente D.L. 31 maggio 2010, n. 78, artt. 30 e 29, convertito dalla L. n. 122 del 2010).

Infatti, pur essendo l’art. 24 cit. – laddove attribuisce agli enti previdenziali il potere di riscuotere i propri crediti attraverso un titolo (il ruolo esattoriale, da cui scaturisce la cartella di pagamento) che si forma prima e al di fuori del giudizio, in forza del quale l’ente può conseguire il soddisfacimento della pretesa a prescindere da una verifica in sede giurisdizionale della sua fondatezza – una norma innovativa per il sistema previdenziale dell’epoca, esso comunque non ha fatto altro che attribuire alla cartella di pagamento ivi prevista effetti propri di altri analoghi titoli previsti già in altri ambiti, effetti che sono stati poi attribuiti anche ai titoli introdotti dal suindicato D.L. n. 78 del 2010.

3. Come illustrato anche dalla presente ordinanza di rimessione della Sesta Sezione civile, con riguardo all’ambito applicativo dell’art. 2953 c.c., nelle fattispecie originate da atti di riscossione coattiva sono stati espressi da questa Corte sostanzialmente due orientamenti – sembrerebbe inconsapevolmente – non coincidenti.

4. Secondo l’orientamento maggioritario e di origine più remota in base all’art. 2953 c.c., si può verificare la conversione della prescrizione da breve a decennale soltanto per effetto di sentenza passata in giudicato, oppure di decreto ingiuntivo che abbia acquisito efficacia di giudicato formale e sostanziale (vedi, per tutte: Cass. 24 marzo 2006, n. 6628; Cass. 27 gennaio 2014, n. 1650; Cass. 29 febbraio 2016, n. 3987) o anche di decreto o di sentenza penale di condanna divenuti definitivi (ove si tratti di fattispecie anche penalmente rilevanti).

In particolare per la riscossione coattiva dei crediti la suddetta norma è considerata applicabile esclusivamente quando il titolo sulla base del quale viene intrapresa la riscossione non è più l’atto amministrativo, ma un provvedimento giurisdizionale divenuto definitivo (vedi: Cass. 3 gennaio 1970, n. 1; Cass. 22 dicembre 1989, n. 5777; Cass. 10 marzo 1996, n. 1965; Cass. 11 marzo 1996, n. 1980).

5. Per tale indirizzo l’atto con cui inizia il procedimento di riscossione forzata, qualunque sia il credito cui si riferisce – quindi, sia che attenga al pagamento di tributi oppure di contributi previdenziali, sia che si riferisca a sanzioni pecuniarie per violazioni tributarie o amministrative e così via – pur avendo natura di atto amministrativo con le caratteristiche del titolo esecutivo (ed eventualmente anche del precetto, come accade per la cartella di pagamento de qua), tuttavia è privo di attitudine ad acquistare efficacia di giudicato perché è espressione del potere di autoaccertamento e di autotutela della P.A. Pertanto, l’inutile decorso del termine perentorio per proporre l’opposizione, pur determinando la decadenza dall’impugnazione, non produce effetti di ordine processuale, ma solo l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito (qualunque ne sia la fonte, di diritto pubblico o di diritto privato), con la conseguente inapplicabilità dell’art. 2953 c.c. , ai fini della prescrizione (vedi, tra le tante: Cass. 25 maggio 2007, n. 12263; Cass. 16 novembre 2006, n. 24449; Cass. 26 maggio 2003, n. 8335).

6. Nella sentenza di queste Sezioni Unite 10 dicembre 2009, n. 25790 – nella quale si trattava di stabilire se l’art. 2953 c.c., potesse trovare applicazione soltanto in caso di sentenza passata in giudicato pronunciata in giudizi aventi ad oggetto l’obbligazione tributaria o anche in presenza di giudicato su ricorsi avverso provvedimenti di irrogazione di sanzioni tributarie amministrative – è stato affermato che “il diritto alla riscossione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste per la violazione di norme tributarie, derivante da sentenza passata in giudicato si prescrive entro il termine di dieci anni, per diretta applicazione dell’art. 2953 c.c., che disciplina specificamente ed in via generale la cosiddetta actio judicati, mentre, se la definitività della sanzione non deriva da un provvedimento giurisdizionale irrevocabile vale il termine di prescrizione di cinque anni, previsto dal D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 20, atteso che il termine di prescrizione entro il quale deve essere fatta valere l’obbligazione tributaria principale e quella accessoria relativa alle sanzioni non può che essere di tipo unitario”.

A tale principio – che, come si è detto, tradizionalmente era già stato affermato dalla prevalente giurisprudenza in materia di crediti dell’Amministrazione finanziaria per tributi e sanzioni – si è uniformata la gran parte della giurisprudenza successiva in tale ambito materiale (vedi, per tutte: Cass. 12 marzo 2010, n. 6077; Cass., Sez. 5, 11 marzo 2011 n. 5837; Cass. 13 luglio 2012, n. 1194; Cass. 6 luglio 2012, n. 11380 Cass. 6 luglio 2012, n. 11380; Cass. 5 aprile 2013, n. 8380; Cass. 19 luglio 2013, n. 17669; Cass. 11 dicembre 2013, n. 27674; Cass. 17 gennaio 2014, n. 842; Cass. 23 ottobre 2015, n. 21623 e di recente: Cass. 13 giugno 2016, n. 12074).

7. Anche con riguardo ai crediti derivanti da omissioni e/o evasioni di contributi previdenziali, per più di trent’anni, quando tali fattispecie erano penalmente rilevanti – a partire da Cass. 1 marzo 1956, n. 623 – è stato affermato il principio secondo cui in caso di condanna con decreto o con sentenza penale per il mancato o ritardato versamento dei contributi assicurativi il diritto dell’INPS al recupero delle somme ivi indicate non è più soggetto alla prescrizione quinquennale di cui al R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, art. 55, – nel testo antecedente la L. 30 aprile 1969, n. 153, art. 41 – ma, ai sensi dell’art. 2953 c.c. , alla prescrizione ordinaria decennale, soltanto dopo che il suddetto provvedimento giurisdizionale sia diventato definitivo (vedi, tra le tante: Cass. 17 giugno 1974, n. 1794; Cass. 10 aprile 1979, n. 2085; Cass. 5 luglio 1980, n. 4320; Cass. 9 giugno 1981, n. 3733; Cass. 28 luglio 1983, n. 5195).

8. Dopo la disposta depenalizzazione delle suddette fattispecie, ad opera della L. 24 novembre 1981, n. 689, la giurisprudenza della Sezione Lavoro (vedi, fra le prime: Cass. 14 dicembre 1990, n. 11884; Cass. 24 marzo 1992, n. 3651; Cass. 20 gennaio 1993, n. 684; Cass. 14 giugno 1994, n. 5758) ha affermato che, per effetto del nuovo assetto, agli enti previdenziali è stata data la possibilità di avvalersi per il recupero – anche disgiunto – di contributi, premi, sanzioni civili e sanzioni amministrative, di uno strumento unitario rappresentato, alternativamente, dall’ordinanza-ingiunzione (provvedimento tipico per l’irrogazione e la riscossione della sanzione amministrativa, utilizzato anche per la riscossione dei contributi evasi e delle somme aggiuntive) oppure dal decreto ingiuntivo (strumento tipico per il recupero dei crediti civilistici, utilizzato anche per l’irrogazione e la riscossione della sanzione amministrativa) o ancora (dopo il 1989) dall’ingiunzione prevista dal R.D. 14 aprile 1910, n. 639 (provvedimento amministrativo tipico per la riscossione delle entrate patrimoniali dello Stato e degli altri enti pubblici utilizzabile anche per la riscossione dei crediti previdenziali, nei limiti già consentiti dalla previgente disciplina).

Sicchè, anche prima che la questione fosse esaminata dalla sentenza di queste Sezioni Unite 23 giugno 1993, n. 6954, nella giurisprudenza della Sezione Lavoro era, sia pure implicitamente, del tutto pacifico il principio secondo cui l’ordinanza-ingiunzione di pagamento delle sanzioni pecuniarie è un provvedimento amministrativo e non giurisdizionale e, pertanto, si differenzia nettamente dal decreto ingiuntivo (Cass., Sezione Prima, 12 novembre 1992, n. 12189; Id. 22 maggio 1993, n. 5788; Id. 9 novembre 1993, n. 11059; Id. 1 luglio 1995, n. 733.

Il suddetto indirizzo, del resto, è tuttora incontrastato nella giurisprudenza di questa Corte (vedi, per tutte: Cass., Sezione Prima, 1 aprile 2004, n. 6362; Cass., Sezione Seconda, 27 luglio 2012, n. 13516).

9. Questa è la cornice nella quale vanno inserite anche le sentenze della Sezione Lavoro nelle quali, per la prima volta, è stata individuata la categoria dei “c.d. titoli esecutivi paragiudiziali” – accanto a quella dei titoli giudiziali – aventi l’attitudine a diventare, in caso di mancata opposizione o di opposizione proposta fuori termine, definitivi e incontrovertibili (vedi: Cass. 24 settembre 1991, n. 9944; Cass. 2 ottobre 1991, n. 10269; Cass. 26 ottobre 1991, n. 11421, in motivazione).

Deve essere, peraltro, sottolineato che in tutte e tre le suindicate sentenze la Corte ha affrontato la questione relativa agli effetti da attribuire all’ordinanza-ingiunzione per crediti previdenziali maturati anteriormente all’apertura di una procedura fallimentare (o concorsuale in genere).

Pertanto, nelle relative motivazioni, la suddetta affermazione risulta chiaramente funzionale alla conclusione della equiparazione del trattamento da riservare alla situazione sub judice – ordinanza – ingiunzione irrogativa di una sanzione amministrativa, inerente a una infrazione posta in essere dal debitore in epoca anteriore al proprio fallimento – rispetto a quello da applicare ad un decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo emanato in costanza di fallimento per crediti antecedenti.

In questi termini si rilevava la “sostanziale identità” fra i due suindicati titoli, identità che, peraltro, veniva espressamente riferita alla incontrovertibilità sostanziale del credito, senza alcun richiamo dell’art. 2953 c.c.

10. Poco dopo, con specifico riferimento alla cartella esattoriale di pagamento relativa alla riscossione di contributi previdenziali, Cass., Sezione Lavoro, 11 agosto 1993, n. 8624 (richiamando Cass. 20 gennaio 1993, n. 684 cit.) ha affermato che tale cartella emessa ai sensi del D.L. 9 ottobre 1989, n. 338, art. 2, convertito in L. n. 389 del 1989 – nel testo all’epoca vigente, antecedente le modifiche di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999 – è un titolo esecutivo che diviene definitivo in caso di omessa opposizione o di opposizione tardiva, in quanto proposta dopo la scadenza del termine “e tale dichiarata dal giudice” a conclusione del relativo giudizio.

Nella relativa motivazione la Corte confermava il precedente orientamento (di cui a Cass. 24 settembre 1991 n. 9944 e Cass. 2 ottobre 1991 n. 10269), secondo cui non soltanto i titoli esecutivi giudiziali o “a formazione giudiziale” sono “passibili di diventare definitivi, e cioè incontrovertibili con effetti analoghi al giudicato, in caso di mancata opposizione o di opposizione proposta fuori termine”, essendo stati da tempo individuati dalla richiamata giurisprudenza i c.d. titoli paragiudiziali, in considerazione delle leggi speciali con le quali, in diverse materie, il legislatore ha consentito agli organi della pubblica amministrazione di ordinare ai privati, mediante ingiunzioni, il pagamento di somme di denaro (si citavano per le omissioni contributive previdenziali il R.D. 14 aprile 1910, n. 639 , e la L. 24 novembre 1981, n. 689 , che regola peraltro il più generale conteso delle c.d. sanzioni amministrative).

Con riguardo a tali ultimi titoli si specificava che per essi, al pari di quanto accade per quelli giudiziali, è previsto un termine perentorio per la relativa opposizione davanti al giudice ordinario, “con la conseguenza che i medesimi diventano definitivi in caso o di omessa opposizione o di opposizione tardiva, in quanto proposta dopo la scadenza del termine e tale dichiarata dal giudice a conclusione del relativo giudizio”.

11. Come può notarsi, tale ultima sentenza non ha detto nulla di diverso rispetto a quelle precedenti e si è limitata a ribadire che una volta scaduto inutilmente il termine perentorio per proporre opposizione avverso un c.d. titolo paragiudiziale – come la cartella esattoriale – il titolo diviene definitivo e il diritto di credito incontestabile.

Peraltro, come si evince chiaramente dall’espresso riferimento alla conclusione del giudizio sulla opposizione, la contemplata “definitività” del titolo era riferita esclusivamente – e in linea con l’indirizzo tradizionale – al diritto sostanziale, senza minimamente toccare la questione della conversione della prescrizione ex art. 2953 c.c.

Così, del resto, la sentenza è stata intesa dalla maggior parte della successiva giurisprudenza sia della Sezione Lavoro sia della Sezione Tributaria (vedi per tutte: Cass., Sezione Lavoro, 29 agosto 1995 n. 9119; Id. 18 giugno 2004, n. 11426; Id. 27 febbraio 2007, n. 4506; Id. 25 giugno 2007, n. 14692; Id. 1 luglio 2008, n. 17978; Id. 24 marzo 2010, n. 13262; Cass. Sez. 5^, 28 gennaio 2005, n. 1793).

La stessa impostazione si rinviene in Cass. 14 ottobre 2009, n. 21790 ove viene usata la medesima terminologia della sentenza n. 8624 del 1993 cit. e ci si limita a precisare che la conseguenza della perentorietà del termine di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, è che, in tema di contributi previdenziali, per contestare il ruolo è necessaria l’opposizione da parte dell’interessato nel termine stesso, poichè, in caso contrario, il titolo diviene definitivo e il diritto alla relativa pretesa contributiva incontestabile (sempre in ambito sostanziale).

Nella stessa ottica si pongono anche alcune sentenze in cui si ricorda il consolidato indirizzo che, pure per le iscrizioni a ruolo delle imposte dirette o indirette, ha riconosciuto l’esistenza della categoria dei titoli esecutivi formati sulla base di un mero procedimento amministrativo dell’ente impositore (in questo senso: Cass., Sezione Lavoro, 9 febbraio 2010, n. 7667; Id. 14 giugno 2010, n. 14195).

12. Va anche precisato che tale impostazione non risulta smentita dalle sentenze della Sezione Tributaria nelle quali – specialmente in tema di IVA (Cass. 12 novembre 2010, n. 22977; Cass. 9 febbraio 2007, n. 2941; Cass. 8 settembre 2004, n. 18110) e in materia di tassa automobilistica (Cass. 15 gennaio 2014, n. 701) – è stato sottolineato che il credito erariale per la riscossione dell’imposta, a seguito di accertamento divenuto definitivo per mancata impugnazione o sulla base di sentenza passata in giudicato, è soggetto all’ordinario termine di prescrizione decennale di cui all’art. 2946 c.c. , decorrente, ai sensi dell’art. 2935 c.c., dal momento in cui il “credito diventa esigibile, e cioè dalla data in cui l’accertamento diviene definitivo per mancata impugnazione”.

In tali pronunce, infatti, il suddetto principio risulta affermato al fine di individuare il regime prescrizionale da applicare, in diritto sostanziale, ed escludere l’applicabilità al credito erariale per la riscossione dell’imposta a seguito di accertamento divenuto definitivo del termine di prescrizione quinquennale previsto – “per tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi” – dall’art. 2948 c.c. , n. 4, ovvero di termini decadenziali ancora più brevi (come, ad esempio, quello stabilito dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 57).

Ma non risulta esservi alcun riferimento all’art. 2953 c.c. , e all’actio judicati.

13. Ebbene, alla luce della presente disamina, può dirsi che una delle sentenze della Sezione Tributaria, nelle quali è stato ribadito il suddetto orientamento, abbia inconsapevolmente dato l’inizio alla “disarmonia” di indirizzi menzionata nella presente ordinanza di rimessione.

Si tratta della sentenza della Sezione 5^ 26 agosto 2004, n. 17051, nella quale – in una controversia relativa ad un caso di iscrizione a ruolo per l’IVA – la Corte si è limitata ad affermare espressamente che per effetto della iscrizione “l’Ufficio forma un titolo esecutivo al quale è sicuramente applicabile il termine prescrizionale di dieci anni previsto dall’art. 2946 c.c. “, senza peraltro alcuna specifica spiegazione sul punto e senza alcun riferimento all’actio judicati.

14. E’, infatti, accaduto che la Sezione Lavoro, a partire da Cass. 24 febbraio 2014, n. 4338, facendo principale riferimento a tale sentenza n. 17051 del 2004 abbia affermato il principio secondo cui: “una volta divenuta intangibile la pretesa contributiva per effetto della mancata proposizione dell’opposizione alla cartella esattoriale (come avvenuto nel caso di specie), non è più soggetto ad estinzione per prescrizione il diritto alla contribuzione previdenziale di che trattasi e ciò che può prescriversi è soltanto l’azione diretta all’esecuzione del titolo così definitivamente formatosi, riguardo alla quale, in difetto di diverse disposizioni (e in sostanziale conformità a quanto previsto per l’actio judicati ai sensi dell’art. 2953 c.c.), trova applicazione il termine prescrizionale decennale ordinario di cui all’art. 2946 c.c.”.

Nella successiva Cass., Sez. Lav., 8 giugno 2015, n. 11749 è stato ribadito che il termine di quaranta giorni dalla notifica della cartella di pagamento per proporre opposizione di cui all’art. 24 cit., deve ritenersi perentorio, perché diretto a rendere non più contestabile dal debitore il credito contributivo dell’ente previdenziale in caso di omessa tempestiva impugnazione ed a consentire così una rapida riscossione del credito medesimo (vedi, ex plurimis Cass. 25 giugno 2007, n. 14692; Cass. 12 marzo 2008, n. 6674; Cass. 5 febbraio 2009, n. 2835; Cass. 19 aprile 2011, n. 8931). Conseguentemente, per effetto della mancata proposizione dell’opposizione alla cartella esattoriale la pretesa contributiva diviene intangibile e il diritto alla contribuzione previdenziale non è più soggetto ad estinzione per prescrizione, potendo prescriversi “soltanto l’azione diretta all’esecuzione del titolo così definitivamente formatosi”, nel termine prescrizionale decennale ordinario di cui all’art. 2946 c.c., in difetto di diverse disposizioni e “in sostanziale conformità a quanto previsto per l’actio judicati ai sensi dell’art. 2953 c.c. ” (si citano: Cass. 26 agosto 2004, n. 2004, recte n. 17051, nonché Cass. 24 febbraio 2014, n. 4338).

Va, peraltro, precisato che, in entrambe le suddette sentenze, l’affermazione del suindicato principio rappresenta un “obiter dictum” eccedente la necessità logico giuridica della decisione e come tale non vincolante (Cass. 11 giugno 2004, n. 11160; Cass. 22 novembre 2010, n. 23635; Cass. 8 febbraio 2012, n. 1815).

Infatti, nella sentenza n. 4338 del 2014 la Corte ha espressamente dichiarato di non essere chiamata a pronunciarsi sulla prescrizione, mentre nella sentenza n. 11749 del 2015 la Corte ha precisato che, nella fattispecie esaminata, l’operatività del termine breve quinquennale, almeno per il credito per i contributi, era ormai coperta da giudicato, avendo la Corte territoriale ritenuto inapplicabile, ai fini della prescrizione decennale, l’art. 2953 c.c.

15. Più di recente la Corte, in Cass., Sez. Lav., 15 marzo 2016, n. 5060 – questa volta in un giudizio analogo all’attuale in cui era in contestazione la questione degli effetti della mancata tempestiva proposizione dell’opposizione alla cartella di pagamento per contributi omessi sulla prescrizione del credito alla contribuzione previdenziale dell’Istituto – ha ribadito il principio (richiamando le sentenze n. 17051 del 2004, n. 4338 del 2014 e n. 11749 del 2015 citate) che, nel caso di mancata e/o tardiva proposizione di opposizione a cartella esattoriale, la pretesa contributiva previdenziale ad essa sottesa diviene intangibile e non più soggetta ad estinzione per prescrizione, potendo prescriversi soltanto l’azione diretta all’esecuzione del titolo così definitivamente formatosi, riguardo alla quale, in difetto di diverse disposizioni (e in sostanziale conformità a quanto previsto per l’actio judicati ai sensi dell’art. 2953 c.c. ), trova applicazione il termine prescrizionale decennale ordinario di cui all’art. 2946 c.c.

Ed ha aggiunto che ciò deriva dalla perentorietà da riconoscere al termine previsto dall’art. 24 cit., che è finalizzata a rendere non più contestabile dal debitore il credito contributivo dell’ente previdenziale, in caso di omessa tempestiva impugnazione e a consentire così una rapida riscossione del credito medesimo (si citano Cass., Sezione Lavoro, n. 14692 del 2007; Id. n. 17978 del 2008; Id. n. 2835 del 2009; Id. 19 aprile 2011, n. 8931).

16. A quanto si è detto consegue che quest’ultima è l’unica pronuncia in cui certamente ed efficacemente è stata affermata in modo vincolante l’applicabilità dell’art. 2953 c.c., alla cartella di pagamento divenuta definitiva perchè non opposta nel termine perentorio.

Infatti, nelle suindicate pronunce in cui si fa riferimento alla categoria dei “titoli paragiudiziali” e in quelle che le richiamano non viene mai menzionata l’actio judicati e, anzi, dal loro contenuto complessivo, si evince chiaramente che il suddetto riferimento è fatto per finalità diverse dalla prescrizione e senza alcuna intenzione di far derivare dalla riconosciuta natura paragiudiziale di alcuni titoli, il conferimento ad essi della natura giurisdizionale, visto che si richiama espressamente la necessaria presenza di una pronuncia giurisdizionale.

D’altra parte, neppure nelle pronunce della Sezione Tributaria – del tipo della sentenza n. 17051 del 2004, cui ha fatto riferimento la sentenza n. 4338 del 2014 della Sezione Lavoro, seguita dalle sentenze della stessa Sezione n. 11749 del 2015 e n. 5060 del 2016 – in cui si menziona l’art. 2946 c.c., vi è alcun richiamo all’actio judicati, essendo piuttosto in esse esaminata la questione dell’individuazione del regime prescrizionale sostanziale per la riscossione, come è confermato anche dalla più recente giurisprudenza della Sezione Tributaria (vedi, tra le altre: Cass., Sez. V, 30 giugno 2016, n. 13418; Id. 9 agosto 2016, n. 16713).

17. Tutto questo porta a concludere che la “disarmonia” che si è creata nell’ambito della giurisprudenza poggia su un equivoco derivante dalla erronea determinazione del contenuto della sentenza n. 17051 del 2004 cit., trascinatasi per inerzia nel tempo, senza alcun particolare approfondimento e che ha prodotto effetti giuridici validi in un solo caso (sentenza n. 5060 del 2016 cit.).

Ne deriva che, nell’ambito della giurisprudenza di questa Corte, tale disarmonia non ha avuto grandi conseguenze, ma ne ha sicuramente prodotte – di molto incisive – nella giurisprudenza del merito e, in genere, nella interpretazione e nell’applicazione delle norme di riferimento, in un settore di grande “impatto” come quello della riscossione mediante ruolo dei crediti previdenziali, tributari e così via.

18. Pertanto, appare opportuno precisare che la correttezza dell’orientamento tradizionale è confermata, oltre che dalla precedente sentenza di queste Sezioni Unite 10 dicembre 2009, n. 25790 (già richiamata), da molteplici ulteriori elementi.

18.1. In primo luogo, va ricordato che, nell’ambito della giurisprudenza di questa Corte nella quale viene da sempre sottolineato che la disciplina della prescrizione è “di stretta osservanza ed è insuscettibile d’interpretazione analogica” (vedi, per tutte: Cass. 15 luglio 1966, n. 1917 e Cass. 18 maggio 1971, n. 1482) è pacifico che:

a) se in base all’art. 2946 c.c. , la prescrizione ordinaria dei diritti è decennale a meno che la legge disponga diversamente, nel caso dei contributi previdenziali è appunto la legge che dispone diversamente ( L. n. 335 del 1995 cit., art. 3, comma 9);

b) la norma dell’art. 2953 c.c. , non può essere applicata per analogia oltre i casi in essa stabiliti (ex multis: Cass. 29 gennaio 1968, n. 285; Cass. 10 giugno 1999, n. 5710);

c) la prescrizione decennale da “actio judicati”, prevista dall’art. 2953 c.c. , decorre non dal giorno in cui sia possibile l’esecuzione della sentenza né da quello della sua pubblicazione, ma dal momento del suo passaggio in giudicato (tra le tante: Cass. 10 luglio 2014, n. 15765; Cass. 14 luglio 2004, n 13081);

d) la conversione della prescrizione breve in quella decennale per effetto della formazione del titolo giudiziale ex art. 2953 c.c. , ha il proprio fondamento esclusivo nel titolo medesimo, sicché non incide sui diritti non riconducibili a questo e, dunque, non opera per i diritti maturati in periodi successivi a quelli oggetto del giudicato di condanna (Cass. 20 marzo 2013, n. 6967; Cass. 10 giugno 1999, n. 5710 cit.);

e) il generico riferimento al “diritto” per il quale sia stabilita un termine di prescrizione breve contenuto nell’art. 2953 c.c., consente di ritenere che laddove intervenga un giudicato di condanna (anche generica), la conversione del termine di prescrizione breve del diritto in quello decennale si estende pure ai coobbligati solidali anche se rimasti estranei al relativo giudizio (vedi, per tutte: Cass. 13 gennaio 2015, n. 286; Cass. 11 giugno 1999, n. 5762; Cass. 10 marzo 1976, n. 839; Cass. 14 aprile 1972, n. 1173; Cass. 17 giugno 1965, n. 1961; Cass. 17 agosto 1965, n. 1961; Cass. 20 ottobre 1964, n. 2633).

18.2. Quest’ultimo effetto, all’evidenza, si attaglia solo ad un titolo esecutivo giudiziale.

E’ notorio che soltanto un atto giurisdizionale può acquisire autorità ed efficacia di cosa giudicata e, che il giudicato, dal punto di vista processuale, spiega effetto in ogni altro giudizio tra le stesse parti per lo stesso rapporto e dal punto di vista sostanziale rende inoppugnabile il diritto in esso consacrato tanto in ordine ai soggetti ed alla prestazione dovuta quanto all’inesistenza di fatti estintivi, impeditivi o modificativi del rapporto e del credito mentre non si estende ai fatti successivi al giudicato ed a quelli che comportino un mutamento del “petitum” ovvero della “causa petendi” della originaria domanda (vedi, per tutte: Cass. 12 maggio 2003, n. 7272; Cass. 24 marzo 2006, n. 6628).

Della necessità che vi sia un atto giurisdizionale divenuto cosa giudicata, ai fini dell’applicabilità della conversione del termine prescrizionale ai sensi dell’art. 2953 cod. civ. si ha conferma anche nella consolidata giurisprudenza secondo cui, in tema di riscossione delle imposte e delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie, tale conversione non opera se la definitività dell’accertamento deriva non da una sentenza passata in giudicato, ma dalla dichiarazione di estinzione del processo tributario per inattività delle parti (tra le tante, di recente: Cass. 6 marzo 2015, n. 4574).

18.3. Anche il carattere perentorio del termine previsto dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, è assodato ed è altrettanto certo che esso è funzionalizzato a rendere non più contestabile il credito contributivo, in caso di omessa tempestiva impugnazione, ed a consentirne una “rapida riscossione” (vedi, ex plurimis Cass. 25 giugno 2007, n. 14692; Cass. 12 marzo 2008, n. 6674; Cass. 5 febbraio 2009, n. 2835; Cass. 15 ottobre 2010, n. 21365; Cass. 19 aprile 2011, n. 8931; Cass. 8 giugno 2015, n. 11749; Cass. 15 marzo 2016, n. 5060).

18.4. Infine, è indubbio che sia la cartella di pagamento sia gli altri titoli che legittimano la riscossione coattiva di crediti dell’Erario e/o degli Enti previdenziali e così via sono atti amministrativi privi dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato (vedi, tra le tante: Cass. 25 maggio 2007, n. 12263; Cass. 16 novembre 2006, n. 24449; Cass. 26 maggio 2003, n. 8335, tutte già citate).

Questo, peraltro, non significa che la scadenza del termine perentorio per proporre opposizione non produca alcun effetto, in quanto tale decorrenza determina la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, producendo l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito.

18.5. Ma è evidente che, per tutte le suddette ragioni, tale scadenza non può certamente comportare l’applicazione l’art. 2953 c.c., ai fini della operatività della conversione del termine di prescrizione breve in quello ordinario decennale, anche perché, fra l’altro, un simile effetto si porrebbe in contrasto con la ratio della perentorietà del termine per l’opposizione.

Se, come si è detto, è pacifico che tale ratio sia quella di consentire una “rapida riscossione” del credito, l’allungamento immotivato del termine prescrizionale in favore dell’ente creditore si porrebbe, all’evidenza, in contrasto con tale ratio, oltre mettere il debitore in una situazione di perenne incertezza in una materia governata dal principio di legalità, cui per primi sono tenuti ad uniformarsi gli stessi Enti della riscossione e creditori.

Né va omesso di ricordare che, in sede di presentazione della “nuova” cartella di pagamento, prevista dal D.Lgs. n. 46 del 1999 , venne sottolineato che la relativa adozione era finalizzata a realizzare la “massima trasparenza e comprensibilità” per i destinatari delle questioni giuridiche da esse implicate, visto che la cartella, oltre a costituire l’estratto del ruolo riferito al singolo contribuente, era destinata ad assorbire anche la funzione di titolo esecutivo e di precetto (messa in mora).

Ci si preoccupava, quindi, di tutelare i diritti del contribuente, al fine di evitare che potesse subire una riscossione coattiva senza comprenderne adeguatamente le ragioni. Il che vale, a maggior ragione, con riguardo ad un eventuale imprevisto allungamento del termine di prescrizione del credito, quale originariamente stabilito.

18.6. Deve anche essere considerato che la prescrizione in materia previdenziale costituisce un istituto del tutto particolare, nel quale il carattere di “di stretta osservanza” e di ordine pubblico della disciplina è particolarmente evidente.

Al riguardo, va ricordato che originariamente il credito degli Enti previdenziali per il recupero dei contributi assicurativi omessi e/o evasi era soggetto alla prescrizione quinquennale, ai sensi del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, art. 55, convertito dalla L. 6 aprile 1936, n. 1155 . La L. 30 aprile 1969, n. 153, art. 41, ha poi – tranne che per i cd. contributi minori – elevato tale termine di prescrizione a dieci anni, anche per le prescrizioni in corso alla data di entrata in vigore della legge stessa.

Quindi, la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 9, non ha fatto altro che ripristinare il tradizionale termine quinquennale, con decorrenza dal giorno 1 gennaio 1996.

Tale ultima disposizione ha altresì reiterato, estendendone l’applicabilità a tutte le assicurazioni obbligatorie, il principio – di ordine pubblico e caratteristico di questo tipo di prescrizione – della “irrinunciabilità della prescrizione”, secondo cui “non è ammessa la possibilità di effettuare versamenti, a regolarizzazione di contributi arretrati, dopo che rispetto ai contributi stessi sia intervenuta la prescrizione” (già previsto dal R.D.L. n. 1827 del 1935, art. 55, comma 2 cit.).

Quanto all’impossibilità di effettuare i versamenti dopo il decorso del termine prescrizionale, la nuova norma ha specificato che le contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria sono soggette a prescrizione e “non possono essere versate” dopo il decorso del relativo termine. Pertanto, dopo lo spirare di tale termine, l’Ente di previdenza non solo non può procedere all’azione coattiva rivolta al recupero delle omissioni, ma è tenuto a restituire d’ufficio il pagamento del debito prescritto effettuato anche spontaneamente, in deroga alla disposizione contenuta nell’art. 2940 c.c., secondo cui: “Non è ammessa la ripetizione di ciò che è stato spontaneamente pagato in adempimento di un debito prescritto”.

Del resto, è jus receptum che, nella materia previdenziale, a differenza che in quella civile, il regime della prescrizione già maturata è sottratto, ai sensi dell’art. 3, comma 9, della n. 335, alla disponibilità delle parti, sicché una volta esaurito il termine, la prescrizione ha efficacia estintiva – non già preclusiva – in quanto l’ente previdenziale creditore non può rinunziarvi.

Secondo un costante indirizzo ermeneutico di questa Corte il suddetto divieto di effettuare versamenti a regolarizzazione di contributi assicurativi dopo che rispetto agli stessi sia intervenuta la prescrizione – originariamente stabilito dal R.D.L. n. 1827 del 1935, art. 55, comma 1, e poi ribadito dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 9, – rispondendo a “ragioni di ordine pubblico”, opera di diritto indipendentemente dall’eccezione di prescrizione da parte dell’ente previdenziale e del debitore dei contributi ed è rilevabile d’ufficio, senza che l’assicurato abbia diritto a versare contributi previdenziali prescritti e ad ottenere la retrodatazione dell’iscrizione per il periodo coperto da prescrizione. Né rileva l’eventuale inerzia dell’ente previdenziale nel provvedere al recupero delle somme corrispondenti alle contribuzioni, poiché il credito contributivo ha una sua autonoma esistenza, che prescinde dalla richiesta di adempimento avanzata dall’ente previdenziale stesso (vedi, per tutte: Cass., Sez. lav., 15 ottobre 2014, n. 21830; Id. 24 marzo 2005, n. 6340; Id. 16 agosto 2001, n. 11140; Id. 5 ottobre 1998, n. 9865; Id. 6 dicembre 1995, n. 12538; Id. 19 gennaio 1968, n. 131).

18.7. Per effetto della L. 28 settembre 1998, n. 337 (“Delega al Governo per il riordino della disciplina relativa alla riscossione”) fa varata – con decorrenza dall’1 luglio 1999 – una importante riforma volta a rendere più efficiente la riscossione coattiva, che si realizzò con i D.Lgs. n. 37 del 1999, D.Lgs. n. 46 del 1999, e D.Lgs. n. 112 del 1999 (seguiti dai decreti correttivi n. 193 e n. 326 del 1999).

Nell’ambito di tale riforma va inserito anche l’ art. 24 del d.lgs. n. 46 del 1999, con il quale è stato attribuito agli Enti previdenziali il potere di riscuotere i propri crediti attraverso un titolo (il ruolo esattoriale, da cui scaturisce la cartella di pagamento) che si forma prima e al di fuori del giudizio e in forza del quale l’ente può conseguire il soddisfacimento della pretesa a prescindere da una verifica in sede giurisdizionale della sua fondatezza.

Deve essere ricordato che la Corte costituzionale, nel dichiarare la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale relativa all’art. 24 cit., sollevata in riferimento all’art. 111 Cost. , comma 2, ha, da un lato, escluso la irragionevolezza della scelta del legislatore di consentire ad un creditore di formare unilateralmente un titolo esecutivo, ponendo l’accento sulla sua natura pubblicistica e l’affidabilità derivante dal procedimento che ne governa l’attività. E, dall’altro lato, ha considerato tale scelta rispettosa dei diritti di difesa e dei principi del giusto processo, facendo leva sulla possibilità, concessa al preteso debitore di promuovere, entro un termine perentorio ma adeguato, un giudizio ordinario di cognizione nel quale far efficacemente valere le proprie ragioni, nonché sulla possibilità del debitore di ottenere la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo e/o dell’esecuzione, e, infine, sulla ripartizione dell’onere della prova in base alla posizione sostanziale (e non già formale) assunta dalle parti nel giudizio di opposizione (vedi: Corte cost. ord. n. 111 del 2007).

E nella successiva sentenza n. 281 del 2010 la stessa Corte costituzionale ha sottolineato che “soltanto nel giudizio di opposizione alla cartella esattoriale il destinatario di questa ha la possibilità di far accertare l’inesistenza, o la minore entità, del proprio debito. Di qui la centralità di tale momento processuale, del quale la tutela cautelare esperibile con la sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo costituisce profilo essenziale”.

Come si vede, il Giudice delle leggi, nel considerare centrale la possibilità dell’instaurazione del giudizio di opposizione, non ha mai neppure ipotizzato che la semplice scadenza del relativo termine potesse dare luogo alla applicazione dell’art. 2953 c.c.

18.8. Al riguardo va ricordato che la stessa Corte costituzionale, nella sentenza n. 280 del 2005, ha ribadito il proprio costante indirizzo secondo cui è conforme a Costituzione, e va dall’interprete ricercata, soltanto una ricostruzione del sistema tributario che “non lasci il contribuente esposto, senza limiti temporali, all’azione esecutiva del fisco” ed ha osservato che l’esigenza, pur costituzionalmente inderogabile, di rinvenire termini decadenziali nella materia non può essere soddisfatta facendo riferimento a termini fissati per attività interne all’Amministrazione (nello stesso senso: Corte cost. ordinanza n. 352 del 2004, ivi richiamata).

Nel caso esaminato, da tale principio il Giudice delle leggi ha tratto la conclusione della illegittimità costituzionale del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, come modificato dal D.Lgs. n. 193 del 2001, – nella parte relativa alla mancata previsione di un termine, fissato a pena di decadenza, entro il quale il concessionario deve notificare al contribuente la cartella di pagamento delle imposte liquidate ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 36 bis, – “non essendo consentito, dall’art. 24 Cost. , lasciare il contribuente assoggettato all’azione esecutiva del fisco per un tempo indeterminato e comunque, se corrispondente a quello ordinario di prescrizione, certamente eccessivo e irragionevole” ed essendo irragionevole che questo avvenga in ipotesi in cui l’Amministrazione (lato sensu intesa) è chiamata a compiere una semplice operazione di verifica formale.

19. Da ultimo, deve essere escluso – per plurime ragioni – che, per la soluzione della presente questione, si possa fare riferimento alla disposizione di cui al D.Lgs. n. 112 del 1999, art. 20, comma 6, nel testo introdotto dalla L. n. 190 del 2014, art. 1, comma 683, – che ha sostituito integralmente il suddetto art. 20 – il quale è stato richiamato dall’INPS nella propria memoria.

Il suddetto art. 20, va letto all’interno del D.Lgs. n. 112 del 1999, (e non all’interno della L. n. 190 del 2014 ) che è il decreto attuativo della Legge di delega n. 337 del 1998 dedicato ai rapporti tra ente impositore ed agente della riscossione, che contiene un complessivo riordino della disciplina della riscossione mediante ruoli, basato su una profonda revisione dei rapporti tra ente impositore e agente della riscossione.

Tale revisione risulta principalmente riferita al Servizio nazionale della riscossione mediante ruolo organizzato dal Ministero delle finanze e articolato in ambiti territoriali affidati a concessionari di pubbliche funzioni (vedi D.Lgs. n. 112 cit., art. 2 e ss.).

19.1. Infatti, se in base all’art. 3, del decreto – come regola generale – la concessione del servizio nazionale della riscossione viene affidata con decreto del Ministero delle finanze (comma 4), tuttavia “per le province ed i comuni restano ferme le disposizioni contenute nel D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, artt. 52 e 53, e, per gli enti previdenziali, quelle contenute nel Capo III del D.Lgs. 9 luglio 1997, n. 241 “.

Nel suindicato Capo III del D.Lgs. n. 241 cit. – intitolato “Disposizioni in materia di riscossione” – è dettata una specifica disciplina in materia di riscossione, applicabile a tutti gli enti previdenziali a decorrere dal 1999 (vedi art. 28) che, ovviamente, non prevede il “discarico per inesigibilità” (introdotto nel nostro sistema dal D.Lgs. n. 112 cit., artt. 19 e 20) contenendo una diversa normativa per sanzionare eventuali ritardi e/o scorrettezze del concessionario (art. 26).

19.2. Peraltro, dalla complessiva lettura del D.Lgs. n. 112 del 1999 , e dai minimi riferimenti espressi in esso contenuti alla riscossione dei contributi effettuata dagli Enti previdenziali (vedi lo stesso D.Lgs. n. 112 cit., art. 22, comma 1, e art. 61), si trae conferma del fatto che si tratta di un decreto principalmente rivolto alla riscossione dei tributi.

19.3. A questo può aggiungersi che, in ogni caso, l’art. 20, comma 6, richiamato dall’INPS, è inutilizzabile nella specie anche perchè – pur nell’ambito della riscossione fiscale si tratta di una norma che non ha alcuna attinenza ai rapporti tra contribuente ed Ente impositore, riguardando – in modo emblematico – i rapporti tra ente impositore ed agente della riscossione come risulta evidente ove si consideri che il Capo II del D.Lgs. n. 112 cit. contiene i “Principi generali dei diritti e degli obblighi del concessionario” e la Sezione I di tale Capo (artt. da 17 a 21) disciplina i “Diritti del concessionario”, regolando il “Discarico per inesigibilità” all’art. 19 e la “Procedura di discarico per inesigibilità e reiscrizione nei ruoli” all’art. 20.

19.4. Può anzi dirsi che tali ultimi due articoli contengano la disciplina più “qualificante” del riordino della riscossione – fiscale – effettuato dal D.Lgs. n. 112 cit., sulla premessa dell’avvenuta eliminazione – ad opera del D.Lgs. n. 37 del 1999, art. 2, emanato in attuazione della stessa Legge di delega n. 337 del 1998, art. 1, lett. c), – del preesistente “obbligo del non riscosso come riscosso”, in base al quale a carico dell’esattore prima e del concessionario poi gravava l’onere di versare alle prescritte scadenze all’ente impositore l’ammontare pro rata dei crediti iscritti a ruolo, anche se non pagati dal debitore ( D.P.R. 28 gennaio 1988, n. 43, art. 32, comma 3).

L’abolizione di tale obbligo, infatti, ha portato ad un incisivo mutamento dei rapporti tra l’ente impositore e l’agente della riscossione, nel senso che a decorrere dal 1999 quest’ultimo non è dunque più tenuto a riversare all’ente impositore le somme eventualmente corrispondenti ai ruoli trasmessi, ma deve versare soltanto ciò che effettivamente riesce a riscuotere, tempo per tempo.

Di conseguenza tale riforma è stata accompagnata dalla introduzione – per le riscossioni non andate a buon fine – di una procedura diretta a consentire all’agente della riscossione di porre termine alle attività di riscossione effettuate in favore dell’ente impositore.

Tale procedimento, ha assunto il nome di “procedura di discarico per inesigibilità” ed è quella disciplinata dal menzionato D.Lgs. n. 112 del 1999, art. 19 e ss.

19.5. In base all’art. 19 – al di là delle ipotesi in cui opera il discarico automatico, che sono proprio quelle per le quali l’art. 61, del decreto stabilisce espressamente l’applicabilità della relativa disciplina (di cui all’art. 60, commi da 1 a 3) “ai ruoli degli enti previdenziali” l’agente della riscossione o il concessionario per poter ottenere il discarico delle “quote iscritte a ruolo” indicate nella comunicazione di inesigibilità inviata all’ente creditore, è tenuto a fornire a tale ente la prova della correttezza del proprio operato.

Nel successivo art. 20, il legislatore ha introdotto una procedura con la quale l’ente creditore può svolgere il proprio controllo sull’operato dell’agente della riscossione nel recupero della quota.

Come precisato dalla giurisprudenza, la procedura di discarico per inesigibilità di quote di imposta, di cui al D.Lgs. n. 112 del 1999, artt. 19 e 20, ha carattere meramente amministrativo e riguarda esclusivamente il rapporto giuridico di dare-avere intercorrente tra il concessionario e l’ente creditore, al fine di accertare se sussista o meno il diritto al rimborso (vedi: Cass. SU 29 ottobre 2014, n. 22951; Corte Conti Calabria Sez. giurisdiz. 7 marzo 2011, n. 150; Corte Conti Sicilia Sez. giurisdiz., 4 ottobre 2010, n. 2041).

19.6. Nell’ambito di tale procedura, all’art. 20, comma 6, è stata prevista una “norma generale di salvaguardia per l’ente creditore”, stabilendosi che qualora tale ente, nell’esercizio della propria attività istituzionale individui – successivamente al discarico – l’esistenza di significativi elementi reddituali o patrimoniali riferibili agli stessi debitori, può, “a condizione che non sia decorso il termine di prescrizione decennale”, sulla base di valutazioni di economicità e delle esigenze operative, riaffidare in riscossione le somme, comunicando all’agente della riscossione i nuovi beni da sottoporre a esecuzione, ovvero le azioni cautelari o esecutive da intraprendere. In questo caso, l’azione dell’agente della riscossione deve essere preceduta dalla notifica dell’avviso di intimazione previsto dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 50.

La norma è chiaramente applicabile soltanto alla riscossione fiscale per molteplici ragioni:

a) essa risponde alla medesima logica del precedente art. 19, comma 4, secondo cui “fino al discarico di cui al comma 3”, resta salvo, in ogni momento, il potere dell’ufficio creditore di comunicare al concessionario l’esistenza di nuovi beni da sottoporre ad esecuzione e di segnalare azioni cautelari ed esecutive nonché conservative ed ogni altra azione prevista dalle norme ordinarie a tutela del creditore da intraprendere al fine di riscuotere le somme iscritte a ruolo. A tal fine l’ufficio dell’Agenzia delle entrate si avvale anche del potere di cui al D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, comma 1, n. 7), e D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 51, comma 2, n. 7), (norme che prevedono iniziative di ufficio in materia di accertamento e riscossione, rispettivamente, in materia delle imposte sui redditi e di IVA);

b) fa – utilizzando una espressione ellittica – riferimento al temine di prescrizione decennale, che è quello che si applica ordinariamente all’esercizio del potere di riscossione fiscale (vedi, da ultimo, Cass. 30 giugno 2016, n. 13418 cit.), benché, come si è detto, la Corte costituzionale abbia considerato spesso iniqua per il contribuente l’applicazione di un termine così lungo di prescrizione e abbia anche affermato l’irragionevolezza del trasferimento sul contribuente di termini decadenziali o prescrizionali fissati per attività interne dell’Amministrazione (vedi Corte cost. ord. n. 352 del 2004 e sent. n. 280 del 2005, già citate);

c) nel suo complessivo contenuto risulta incompatibile con il principio di “ordine pubblico” della irrinunciabilità della prescrizione dei contributivi assicurativi in materia di previdenza e assistenza obbligatoria di cui si è detto (vedi: Cass., Sez. lav., 15 ottobre 2014, n. 21830; Id. 24 marzo 2005, n. 6340; Id. 16 agosto 2001, n. 11140; Id. 5 ottobre 1998, n. 9865; Id. 6 dicembre 1995, n. 12538; Id. 19 gennaio 1968, n. 131, tutte citate sopra al punto 18.6).

19.7. In sintesi, il suddetto riferimento alla prescrizione decennale, nell’art. 20, comma 6 cit., risulta effettuato sempre in ambito sostanziale e senza alcun possibile riferimento all’art. 2953 c.c. , visto che pacificamente viene richiamato con riguardo alla attività amministrativa di riscossione – per la quale, in ambito fiscale, vale, come regola generale, il termine ordinario della prescrizione – nell’ambito di una procedura (di discarico per inesigibilità) del pari di natura pacificamente amministrativa.

20.- Per tutte le esposte considerazioni la sentenza impugnata va esente da ogni censura risultando del tutto conforme ai suindicati principi.

3 – Conclusioni.

21. Il ricorso, quindi, deve essere respinto.

22. La questione di massima di particolare importanza sottoposta all’attenzione di queste Sezioni Unite dall’ordinanza di rimessione della Sesta Sezione civile n. 1799 del 2016 – e la ivi denunziata disarmonia riscontratasi tra le pronunce delle diverse Sezioni semplici di questa Corte – possono, pertanto, risolversi, con l’affermazione dei seguenti principi di diritto:

1) “la scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, art. 24, comma 5, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale secondo la L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che dal 1 gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto ( D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 30, convertito dalla L. n. 122 del 2010)”;

2) “è di applicazione generale il principio secondo il quale la scadenza del termine perentorio stabilito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito ma non determina anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 c.c.. Tale principio, pertanto, si applica con riguardo a tutti gli atti – comunque denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via. Con la conseguenza che, qualora per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 c.c., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo”.

23. Nulla si dispone per le spese del presente giudizio di cassazione, in quanto A.M. e la SERIT SICILIA s.p.a. sono rimasti intimati.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso. Nulla per le spese del presente giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dell’Istituto ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 25 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2016

DIRITTO-IMMOBILIARE-5

DIVORZIO BOLOGNA ACCERTAMENTO GDF ASSEGNO PER I FIGLI

DIVORZIO BOLOGNA ACCERTAMENTO GDF ASSEGNO PER I FIGLI
LA GUARDIA DI FINANZA NELL’ACCERTAMENTO PATRIMONIO DEL CONIUGE NEL DIVORZIO

avvocato-erede-legittimo-8
  • dispone che il padre possa vedere e tenere con sé le figlie, salvo diversi accordi presi di volta in volta fra i genitori: il mercoledì da prima di cena riaccompagnandole a scuola il giorno successivo ed, a fine settimana alternati, dal sabato pomeriggio alla domenica prima di cena; due settimane anche non consecutive, durante le vacanze estive, comprendenti ad anni alterni il giorno di Ferragosto; entro la fine del mese di maggio di ogni anno, i genitori, compatibilmente con le proprie necessità lavorative, concorderanno i rispettivi periodi di vacanze delle minori; una settimana alternativamente a Natale o Capodanno, avendo cura di alternarle annualmente, in modo da permettere alle minori di trascorrere un anno la giornata di Natale con la mamma ed un anno la giornata di Capodanno con i padre e viceversa l’anno successivo; 3 giorni a Pasqua, alternando annualmente le giornate festive previo accordo tra i genitori e compatibilmente con le esigenze lavorative e scolastiche delle minori. in caso di mancato accordo, i genitori ad anni alterni avranno la priorità di scelta, che spetterà al padre negli anni dispari e alla madre in quelli pari. Per ogni festività e ricorrenza (compleanno delle figlie, dei genitori, onomastici, ecc.) i coniugi si accorderanno di volta in volta al fine di assicurare, nei limiti del possibile, alle figlie la loro presenza alternata e contestuale. Periodi di permanenza delle minori con il padre, ovvero con la madre, diversi dalle modalità sopra menzionate, potranno essere concordate dai genitori, tenendo conto anche della volontà delle minori. I coniugi si impegnano reciprocamente a consentire alle minori di continuare ad avere stabili rapporti con i nonni ed i parenti paterni e materni, acconsentendo, a tale fine, che le minori trascorrano una parte delle vacanze e del proprio tempo libero con i nonni ed i parenti. Resta inteso che nel periodo di rispettiva permanenza delle minori con i genitori, le minori potranno frequentare i parenti di questi.
    6 – fermo per il pregresso quanto stabilito con l’ordinanza presidenziale del 12-7-2017, dalla data di deposito del presente provvedimento pone a carico del padre l’obbligo di contribuire al mantenimento ordinario delle figlie versando entro il giorno 5 di ogni mese la somma di euro 350 per ciascuna figlia alla madre, su conto corrente intestato alla medesima che gli verrà tempestivamente comunicato; tale somma sarà rivalutata annualmente secondo l’indice ISTAT; pone a carico di ciascuno dei genitori le spese straordinarie per i figli nella misura del 50% ciascuno; si applica il vigente Protocollo del Tribunale di Bologna, che di seguito integralmente si riporta:
    Spese ricomprese nel contributo ordinario al mantenimento:
    spese necessarie alla soddisfazione delle esigenze primarie di vita dei figli : quindi vitto

  • N. R.G. 1525/2017
    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA
    PRIMA SEZIONE CIVILE
    Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:
    dott. Silvia Migliori – Presidente
    dott. Francesca Neri – Giudice Relatore
    dott. Arianna D’Addabbo – Giudice
    ha pronunciato la seguente
    SENTENZA
    nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 1525/2017
    avente ad oggetto: cessazione degli effetti civili del matrimonio, promossa da:
    YY [ recte : coniuge divorziato (ex marito) di XX ; NdRedattore ] (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Mauro Castagnetti, elettivamente domiciliato in Via delle Lame, 2 Bologna, presso il difensore avv. Mauro Castagnetti
    ATTORE
    contro
    XX [ recte : coniuge divorziato (ex moglie) di YY ; NdRedattore ] (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Luciana Petrella, elettivamente domiciliata in Viale XII Giugno n. 7 Bologna, presso il difensore avv. Luciana Petrella
    CONVENUTO
    con l’intervento del Pubblico Ministero
    INTERVENUTO
    CONCLUSIONI
    Attore:
    “Piaccia all’Ill.mo Tribunale, ferme restando le statuizioni del verbale di separazione 8.7.2015 omologato il 16.07.2015 relative all’affidamento dei figli ed ai loro rapporti con i genitori, respinta e disattesa ogni contraria domanda, istanza ed eccezione, confermare il concorso del padre al mantenimento delle figlie come disposto con i provvedimenti presidenziali 11.07.2017 depositati il 12.07.2017.
    In caso di opposizione, con vittoria di spese e compensi professionali di causa, oltre rimborso forfetario, oltre accessori di legge, oltre le successive occorrende.”.
    Convenuta:
    “Voglia l’Ill.mo Tribunale intestato, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa,
    In via definitiva:
  • confermare le statuizioni relative all’affidamento delle minori ed ai loro rapporti con i genitori di cui al verbale di separazione dell’8 luglio 2017 e omologato il 16 luglio 2017;
  • dichiarare il signor YY tenuto a corrispondere alla signora XX, a titolo di contributo al mantenimento delle figlie W e J, fintanto che non raggiungano l’indipendenza economica, la somma mensile di € 1.000,00 (mille/00) (€ 500,00 per ciascuna) o la maggior o minor somma che parrà di giustizia, da versare entro il giorno cinque di ogni mese, importo rivalutabile annualmente secondo gli Indici ISTAT, nonché di contribuire alle spese straordinarie delle figlie nella misura del 50%, così individuate nel Protocollo adottato dal Tribunale di Bologna;
    Con vittoria di spese, competenze ed onorari di causa.”.
    Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione
    Con ricorso depositato in data 2-2-2017, l’attore chiedeva pronunciarsi la cessazione degli effetti civili del matrimonio e confermare le condizioni di cui al verbale di separazione consensuale in data 8-7-2015.
    In quella sede le parti avevano concordato: l’affidamento condiviso delle figlie W, nata il (omissis) (omissis) 2006, e J, nata l’(omissis) (omissis) 2010; il loro collocamento prevalente presso la madre; l’assegnazione alla madre della casa familiare sita in Bologna ,Via (omissis) n. 1/ 4, di proprietà dei coniugi al 50% ciascuno; il padre tiene con sé le figlie il mercoledì da prima di cena fino alla mattina dopo quando le riaccompagna a scuola, e, a fine settimana alternati, da sabato pomeriggio a domenica prima di cena; metà delle vacanze natalizie e pasquali e due settimane durante le vacanze estive; versa alla madre mensilmente euro 240 mensili per ciascuna figlia a titolo di contributo al mantenimento ordinario e il 50% delle spese straordinarie.
    Si costituiva XX, chiedendo l’aumento del contributo al mantenimento ordinario per le figlie sino ad euro 500 mensili per ciascuna, ferma la suddivisione al 50% tra i genitori delle spese straordinarie.
    All’udienza presidenziale del 12-7-2017 comparivano personalmente le parti con i rispettivi difensori e, all’esito, il Giudice delegato dal Presidente confermava le condizioni di separazione, ad eccezione del contributo al mantenimento ordinario per le figlie, che aumentava ad euro 300 per ciascuna.
    L’ordinanza non era reclamata e non risulta che si siano verificati inadempimenti o ritardi nei versamenti.
    Con sentenza parziale depositata il 15-5-2018 era dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio e la causa era rimessa ini istruttoria con assegnazione dei termini ex art. 183 c. 6 c.p.c.
    Le parti formulavano istanze di prove orali, che non erano ammesse e sulle quali non hanno insistito in sede di precisazione delle conclusioni.
    La convenuta chiedeva disporsi accertamenti da parte della Guardia di Finanza sulla situazione economica dell’attore, ai quali l’attore non si opponeva e che venivano disposti dal Giudice Istruttore.
    La Guardia di Finanza ottemperava con relazione depositata il 22-7-2019.
    Su richiesta della convenuta, alla luce degli esiti dei suddetti accertamenti, il Giudice ordinava a AemilBanca, Bper e Deutshe Bank di esibire gli estratti conto dal gennaio 2016 e fino alla data del 17-1-2019, nonché le attestazioni relative alla consistenza dei depositi titoli, con riferimento ai rapporti intestati a YY nato a Bologna il 19-4-1971.
    Bper non ottemperava, tuttavia emerge dalla relazione della Guardia di Finanza che i rapporti accesi presso tale istituto di credito sono dei rapporti di finanziamento, rispetto ai quali l’attore riveste la posizione di garante.
    Le parti precisavano le conclusioni all’udienza del 30-6-2020 e la causa era trattenuta in decisione con assegnazione dei termini massimi ex art. 190 c.p.c.
    §
    Le parti si sono sposate nel 2003, in regime di comunione dei beni; in data 12-5-2003 hanno acquistato, intestandoselo al 50% ciascuno, l’appartamento in Bologna, Via (omissis) 1/ 4, al prezzo di euro 203.000; la convenuta ha contribuito con euro 75.000, contraendo un mutuo con rata mensile di euro 430, che ha finito di pagare a maggio 2018; il resto del denaro necessario è stato versato dai genitori dell’attore; (circostanze allegate dall’attore nella memoria integrativa tempestivamente depositata, e non contestate); trattandosi della casa familiare, di essa usufruisce attualmente la moglie, in quanto collocataria principale delle figlie.
    L’attore è, da sempre, socio e amministratore della ‘Alfa’ s.r.l., un’azienda che originariamente svolgeva attività di falegnameria e che si occupa, ad oggi, di produzione, commercio e montaggio di mobili; la compagine sociale è formata in minima parte dal padre dell’attore (0,64%) e, per il resto, dall’attore e da suo fratello in parti uguali.
    Così descrive l’azienda lo stesso attore nella memoria integrativa:
    “Il mobilificio ‘Alfa’, nel panorama commerciale bolognese è una piccola realtà artigianale di ambito familiare fondata dallo zio e dal padre del sig. YY ed attualmente portata avanti con fatica e spirito di sacrificio dai figli YY e F(omissis) S(omissis). Come tutte le piccole aziende il mobilificio è stato investito dalla pesante crisi economica che ha travolto il nostro Paese e l’impresa ha letteralmente “galleggiato” per non esser travolta; al 31/12/2011 figurano in dichiarazione dei redditi perdite pregresse per oltre 80 mila euro. A tale periodo buio i soci, che ricevono un modesto compenso in qualità di amministratori, hanno fatto fronte anche attingendo ai propri risparmi personali progressivamente erosi e da allora mai incrementati. I bilanci degli esercizi dal 2012 al 2015, chiusi pressoché in pareggio (a titolo esemplificativo risultati civilistici di € 1.340,00 nel 2014, € 4.478,00 nel 2015 ed € 1.957,00 nel 2016) hanno rappresentato un risultato di gran successo.
    Talmente ridotti sono i margini di profitto che l’azienda non può permettersi di assumere del personale neanche per il montaggio esterno dei mobili presso i clienti, lavoro a cui provvedono personalmente i due soci senza alcun mezzo meccanico, alternando attività di vendita a quella di facchinaggio e montaggio.
    Il valore delle rimanenze finali apparentemente elevato è fisiologico per una realtà aziendale che vive di una sala espositiva mobili, che restano allestiti ed invenduti per diverso tempo. In un panorama economico in cui i mobilifici lowcost della grande distribuzione praticano campagne pubblicitarie sempre più aggressive, con prezzi e condizioni ineguagliabili, la sopravvivenza delle piccole imprese artigiane di una realtà paesana come (omissis), in Comune di (omissis) [ recte : località in provincia di Bologna ; NdRedattore ], è messa costantemente a rischio.
    I risparmi personali del sig. YY, a cui fa riferimento la signora XX, costituiscono una modesta risorsa di emergenza e sono stati accumulati integralmente prima di contrarre matrimonio: da allora, come già detto, non sono stati mai incrementati, al contrario sono stati intaccati per provvedere alle esigenze imprenditoriali ma anche familiari. E’ superfluo evidenziare che i redditi dichiarati dalla società e dal sig. YY sono assolutamente fedeli alla realtà come dimostrano i ripetuti controlli periodicamente svolti dalla Guardia di Finanza tutti conclusisi con esito regolare. Ad ulteriore riprova della trasparenza fiscale della società, si evidenzia che il volume di ricavi dichiarati dalla stessa, nel periodo 2011-2016, è risultato sempre congruo con gli esiti attesi dagli Studi di Settore. I redditi del sig. YY, regolarmente ed interamente esposti in dichiarazione dei redditi, sono dunque costituiti dai compensi percepiti come amministratore della ‘Alfa’ srl (in media circa 15.000 annui) e da redditi di fabbricati. A tale ultimo proposito si ribadisce che il sig. YY possiede, come unico bene patrimoniale, un immobile sito in (omissis) di cui è comproprietario, insieme al fratello ed al padre. Tale immobile è, dall’aprile del 2009, totalmente asservito all’esercizio dell’attività di impresa, in virtù di contratto di locazione, regolarmente registrato, stipulato tra i signori YY, F(omissis) S(omissis) e A(omissis) S(omissis) (padre) in qualità di locatori e la società ‘Alfa’ srl come parte locataria, verso un canone annuo complessivo di € 18.000,00.”.
    Dalle dichiarazioni dei redditi degli anni di imposta dal 2013 al 2018 risultano in effetti euro 4.276 annui imponibili percepiti a titolo di canone di locazione e circa euro 12.000 annui percepiti a titolo di compenso come amministratore; l’imponibile complessivo risulta, per effetto delle deduzioni di legge, pari ad euro 15.890 (nel 2013), e sempre tra gli 11.000 e 12.000 euro negli anni successivi, dai quali occorre sottrarre circa euro 250 annue quali imposte nazionali e locali.
    L’attore dichiara (e la convenuta non contesta specificamente la circostanza) che dopo la separazione si è trasferito, a parte un primo periodo in cui abitava da solo in un seminterrato vicino alla casa familiare, in un appartamento in locazione, il cui canone, di euro 586 mensili, era pagato integralmente dalla sua compagna, intestataria del contratto, così come le utenze; successivamente dichiara di essersi trasferito in un altro appartamento insieme a lei, che lo ha acquistato, contraendo personalmente il necessario mutuo e sostenendo in via esclusiva la rata del medesimo e le utenze domestiche e le altre spese relative alla proprietà dell’alloggio. Dichiara di avere avuto in uso una “BMW” del 2006 intestata al fratello, fino a quando, in comparsa conclusionale, ha dichiarato di averla sostituita, per eccessiva vetustà, con una “Hyundai”, modello “Tucson”, usata, acquistata con un mutuo della Deutsche Bank di €uro 14.000,00 che restituisce con rate mensili di €uro 267,00.
    L’attore non ha specificamente contestato il fatto che durante la vita matrimoniale egli abbia sempre pagato la colf, le spese di casa (utenze e condominio), le vacanze e le cene fuori per tutta la famiglia; d’altra parte la convenuta non ha espressamente contestato la descrizione della realtà aziendale della ‘Alfa’ s.r.l., fatta dall’attore.
    La convenuta è laureata in legge e ha superato l’esame di avvocato; lavora part time in un istituto di credito, come ha sempre fatto anche durante il matrimonio, ha un reddito imponibile mensile di euro 29.531 nell’anno di imposta 2016, 26.627 nell’anno di imposta 2017, euro 27.040 nell’anno di imposta 2018; i netti annuali sono rispettivamente di euro 22.961, 21.224, 21.491, per una media mensile di euro 1.824; fino a maggio 2018 da tale somma occorreva detrarre la rata mensile di mutuo di euro 430.
    La convenuta contesta la corrispondenza al vero delle dichiarazioni dei redditi dell’attore, allegando che egli non potrebbe sostenere gli esborsi che effettivamente sostiene (euro 600 di mantenimento mensile ordinario per le figlie, oltre al 50% delle spese straordinarie, e di recente anche euro 267 mensili per l’acquisto dell’auto) se davvero avesse un reddito netto mensile di soli 1.000 / 1.200 euro.
    Dalla documentazione acquisita dagli istituti di credito è emero che queste effettivamente risultano essere le entrate dell’attore, se si guarda al conto corrente da lui acceso presso Aemilbanca.
    La convenuta formula al riguardo le seguenti osservazioni:
    “- sullo stesso conto con periodicità mensile veniva accreditato, nel periodo indicato, il compenso da amministratore da 1.000,00 € (mille/00);
  • senza regolarità periodica risultavano accreditati bonifici per affitti (così in data 15 febbraio 2016, in data 16 dicembre 2016 e in data 7 agosto 2017);
  • sempre senza regolarità venivano accreditate somme a titolo di dividendi (così in data 2 agosto 2016, in data 15 novembre 2016 e in data 13 gennaio 2017).
    Queste ultime due voci cessavano di essere accreditate in coincidenza con l’inizio di questo giudizio, malgrado gli immobili di titolarità del signor YY risultassero ancora locati, così come risulta dagli Unici prodotti (cfr. Unico 2019 del ricorrente allegato alle note del 12 maggio 2020).”.
    Si osserva al riguardo che, se da un lato non è stato dimostrato che lo YY abbia un tenore di vita particolarmente elevato, dall’altro lato è indubbio che, essendo la ‘Alfa’ s.r.l. una società con compagine sociale composta dai soli familiari, priva di dipendenti, essendo inoltre l’attore legale rappresentante, è, in definitiva, l’attore stesso — insieme al padre e al fratello — che decide l’entità del proprio compenso quale amministratore, nonché l’eventuale distribuzione di utili a sé come socio, avendo quindi un certo “margine di manovra” per far figurare come personali, oppure come della società, i guadagni derivanti dall’attività d’impresa.
    Quanto alla Deutsche Bank, l’istituto ha prodotto una documentazione relativa a un conto personale di investimento, unico intestatario signor YY, del 31 agosto 2012, e di un dossier titoli (n. 859355), sempre a nome dello stesso, aperto in pari data. Entrambi sono tutt’ora in essere, accesi e intrattenuti presso lo sportello Bicocca di Milano. Da questi conti risulta che lo stesso abbia liquidità sul conto corrente e sul deposito titoli. In particolare, l’ultimo estratto conto prodotto al 31 dicembre 2018 ha fotografato una liquidità di 30.000,00 € (trentamila/00), composta dai saldi del conto corrente e dagli attivi degli investimenti.
    Inoltre la Deutsche Bank ha riportato le seguenti notizie: il signor YY è cointestatario con il padre e con il fratello di un altro conto di investimento (n. 840218), aperto il 30 maggio 2016 e di un dossier titoli cointestato sempre con gli stessi, aperto in pari data (tutti in essere).
    Questi due rapporti sono intrattenuti presso lo sportello 2 di Bologna e la Banca dichiara che YY ha sottoscritto in proprio e in contestazione con i nominativi sopracitati, fondi comuni di investimento di diritto estero con BNP Paribas Securities Services. La Deutsche Bank ha allegato solo copia dei rapporti personali del signor YY e nulla sugli altri rapporti, né sui conti personali dei conti di investimento di dossier titoli, né sui fondi comuni di investimento, allegando che i primi sono cointestati e i secondi sono di diritto estero.
    YY deduce al riguardo:
    “la circostanza che gli accrediti relativi ai contratti di locazione non abbiano cadenza regolare è imputabile al fatto che, come più volte evidenziato, gli unici immobili di cui è comproprietario YY insieme al fratello (F(omissis) S(omissis)) sono quelli concessi in locazione alla società ‘Alfa’ s.r.l., impresa i cui soci sono appunto YY, F(omissis) S(omissis) e A(omissis) S(omissis) (padre). L’impresa, a conduzione familiare, non è sempre stata in grado di far fronte regolarmente al pagamento dei canoni di locazione per carenza di liquidità dovuta al perdurante stato di crisi economica che ha investito la generalità delle attività commerciali nell’ultimo decennio. E’ chiaro che i rapporti tra locatore e conduttore, in tale circostanza, non possono che risentire delle interessenze tra società e soci, inducendo questi ultimi ad una forzosa flessibilità nel richiedere i canoni arretrati, in base all’andamento oscillante dell’attività imprenditoriale.
    Per quanto riguarda l’asserita liquidità di circa € 30.000,00 rilevata nel conto n. 859355, Deutsche Bank, al 31.12.2018, è necessario un chiarimento sulla sua consistenza.
    Si tratta di un conto utilizzato quasi esclusivamente di supporto al conto titoli, sul quale dunque confluiscono le cedole degli investimenti, per cifre assai modeste, di YY. Tale conto corrente viene movimentato in DARE esclusivamente per effettuare i bonifici relativi alla corresponsione all’ex coniuge dell’importo degli alimenti delle figlie.
    Come si evidenzia dalla relativa certificazione bancaria, tale saldo è riconducibile per € 16.545,00 al saldo del conto titoli intestato allo stesso YY. Si tratta del residuo di risparmi, investiti in titoli, accantonati per situazioni di emergenza in oltre 20 anni, che per la loro entità e periodo di formazione, di certo non possono essere considerati un sintomo di ricchezza per proventi da attività non dichiarate al fisco.
    Il saldo residuo di effettiva liquidità di € 13.350,00 è riconducibile quasi esclusivamente ad un prestito di € 12.000,00, concesso nel 2018 a YY dal padre Adriano, contitolare con i figli del conto titoli n. 840218, sempre presso la Deutsche Bank, del quale si dirà meglio in seguito. Dall’estratto conto si rileva difatti, in data 26/07/2018, un bonifico di € 12.000,00 dal conto di A(omissis) S(omissis) a YY.
    Per quanto riguarda il conto titoli cointestato con il fratello ed il padre presso la Deutsche Bank, n. 840218, aperto in data 30/05/2016, si evidenzia che in tale conto sono confluiti i risparmi dei genitori del ricorrente, a seguito del decesso della madre, L(omissis) G(omissis), in data (omissis) (omissis) 2015. Tale evento luttuoso ha reso necessaria la chiusura del conto titoli preesistente, intestato esclusivamente ai genitori, A(omissis) S(omissis) e L(omissis) G(omissis), e l’apertura di un nuovo conto, cointestato tra il padre ed i figli per una più agevole gestione, ma in cui sono confluiti solo i risparmi di A(omissis) S(omissis).”.
    In sintesi, emerge che YY, presso l’Istituto Bancario Deutsche Bank, ha la disponibilità di risparmi per euro 16.545 (in titoli) ed euro 13.350,00 (su conto corrente); inoltre egli è contitolare, insieme al padre e al fratello, di un conto titoli cointestato col padre e col fratello, di cui si ignora la consistenza, e che, a suo dire, sarebbe di proprietà, di fatto, solo del padre.
    Concludendo: è ragionevole ritenere che l’attore, avendo spese fisse mensili di euro 600 mensili per il mantenimento ordinario delle figlie ed euro 267 mensili per la rata dell’acquisto dell’auto, a quanto risulta puntualmente onorate, nonché il 50% delle spese straordinarie per le figlie, per le quali pure non risultano inadempienze, abbia disponibilità superiori a quelle che risultano dalla sua dichiarazione dei redditi; la moglie usufruisce della casa coniugale, che è intestata al 50% a entrambe le parti e che, incontestatamente, la stessa ha contribuito ad acquistare per euro 75.000 su 203.000; ha un netto mensile di euro 1.824, che, in corso di causa, cioè a maggio 2018, è tornato ad essere tale, in quanto prima, cioè anche all’epoca dell’ordinanza presidenziale, era decurtato della somma di euro 430, corrispondente alla rata del mutuo contratto per l’acquisto della casa familiare.
    In considerazione delle maggiori possibilità economiche accertate in capo al padre, del fatto che le figlie sono cresciute (sono passati quasi quattro anni dall’ordinanza presidenziale e sei dalla separazione), ma che, d’altra parte, la convenuta ha finito di pagare il mutuo, si ritiene equo disporre un ulteriore aumento del contributo al mantenimento ordinario delle figlie, che va determinato, dal deposito della presente sentenza, in euro 350 per ciascuna figlia.
    Spese compensate in ragione della soccombenza reciproca.
    P.Q.M.
    Il Tribunale, definitivamente pronunciando, vista la sentenza parziale di cessazione degli effetti civili del matrimonio del 15-5-2018, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:
    1 – dispone l’affido condiviso delle figlie minori W, nata il (omissis) (omissis) 2006, e J, nata l’(omissis) (omissis) 2010, a entrambi i genitori; le decisioni di maggiore interesse per le figlie saranno assunte di comune accordo, tenuto conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni delle figlie; ciascun genitore prenderà le decisioni di ordinaria amministrazione quando ha le figlie presso di sé;
    2 – costituisce obbligo di ciascun genitore di comunicare all’altro, ai sensi dell’art. 337 sexies, comma 2 c.c., l’avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio nel termine perentorio di trenta giorni; avverte che la mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico dell’altro genitore o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto;
    3 – dispone il collocamento prevalente delle figlie minori presso la madre;
    4 – assegna alla madre la casa coniugale sita in Bologna, Via (omissis) 1/ 4, di proprietà dei coniugi al 50% ciascuno, e i beni mobili in essa contenuti, affinché vi abiti assieme alle figlie minori;
    5 – dispone che il padre possa vedere e tenere con sé le figlie, salvo diversi accordi presi di volta in volta fra i genitori: il mercoledì da prima di cena riaccompagnandole a scuola il giorno successivo ed, a fine settimana alternati, dal sabato pomeriggio alla domenica prima di cena; due settimane anche non consecutive, durante le vacanze estive, comprendenti ad anni alterni il giorno di Ferragosto; entro la fine del mese di maggio di ogni anno, i genitori, compatibilmente con le proprie necessità lavorative, concorderanno i rispettivi periodi di vacanze delle minori; una settimana alternativamente a Natale o Capodanno, avendo cura di alternarle annualmente, in modo da permettere alle minori di trascorrere un anno la giornata di Natale con la mamma ed un anno la giornata di Capodanno con i padre e viceversa l’anno successivo; 3 giorni a Pasqua, alternando annualmente le giornate festive previo accordo tra i genitori e compatibilmente con le esigenze lavorative e scolastiche delle minori. in caso di mancato accordo, i genitori ad anni alterni avranno la priorità di scelta, che spetterà al padre negli anni dispari e alla madre in quelli pari. Per ogni festività e ricorrenza (compleanno delle figlie, dei genitori, onomastici, ecc.) i coniugi si accorderanno di volta in volta al fine di assicurare, nei limiti del possibile, alle figlie la loro presenza alternata e contestuale. Periodi di permanenza delle minori con il padre, ovvero con la madre, diversi dalle modalità sopra menzionate, potranno essere concordate dai genitori, tenendo conto anche della volontà delle minori. I coniugi si impegnano reciprocamente a consentire alle minori di continuare ad avere stabili rapporti con i nonni ed i parenti paterni e materni, acconsentendo, a tale fine, che le minori trascorrano una parte delle vacanze e del proprio tempo libero con i nonni ed i parenti. Resta inteso che nel periodo di rispettiva permanenza delle minori con i genitori, le minori potranno frequentare i parenti di questi.
    6 – fermo per il pregresso quanto stabilito con l’ordinanza presidenziale del 12-7-2017, dalla data di deposito del presente provvedimento pone a carico del padre l’obbligo di contribuire al mantenimento ordinario delle figlie versando entro il giorno 5 di ogni mese la somma di euro 350 per ciascuna figlia alla madre, su conto corrente intestato alla medesima che gli verrà tempestivamente comunicato; tale somma sarà rivalutata annualmente secondo l’indice ISTAT; pone a carico di ciascuno dei genitori le spese straordinarie per i figli nella misura del 50% ciascuno; si applica il vigente Protocollo del Tribunale di Bologna, che di seguito integralmente si riporta:
    Spese ricomprese nel contributo ordinario al mantenimento:
    spese necessarie alla soddisfazione delle esigenze primarie di vita dei figli : quindi vitto, alloggio, abbigliamento ordinario , mensa scolastica e spese per l’ordinaria cura della persona.
    Spese straordinarie da non concordare preventivamente in quanto ritenute in via generale nell’interesse dei figli:
    • spese corrispondenti a scelte già condivise dei genitori e dotate della caratteristica della continuità, a meno che non intervengano a causa o dopo lo scioglimento dell’unione tra i genitori documentati mutamenti connessi a primarie esigenze di vita tali da rendere la spesa eccessivamente gravosa. A titolo esemplificativo : spese mediche precedute dalla scelta concordata dello specialista, ivi comprese le spese per i trattamenti e i farmaci prescritti; spese scolastiche costituenti conseguenza delle scelte concordata dai genitori in ordine alla frequenza dell’istituto scolastico; spese sportive, precedute dalla scelta concordata dello sport (ivi incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature e corredo sportivo); spese ludico – ricreativo – culturali, precedute dalla scelta concordata della attività (ivi incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature).
    • Campi scuola estivi, baby sitter, pre scuola e post scuola se necessitate dalle esigenze lavorative del genitore collocatario e se il genitore non collocatario, anche per tramite della rete famigliare di riferimento (nonni, etc.) non offre tempestive alternative.
    • Spese necessarie per il conseguimento della patente di guida.
    • Abbonamento mezzi di trasporto pubblici.
    • Spese scolastiche di iscrizione e dotazione scolastica iniziale come da indicazione dell’istituto scolastico frequentato; uscite scolastiche senza pernottamento.
    • Visite specialistiche prescritte dal medico di base; ticket sanitari e apparecchi dentistici o oculistici ivi comprese le lenti a contatto, se prescritti; spese mediche aventi carattere d’urgenza.
    Tutte le altre spese straordinarie vanno concordate tra i genitori, con le seguenti modalità.
    Il genitore che propone la spesa dovrà informarne l’altro per iscritto ( raccomandata, fax o mail) anche in relazione all’entità della spesa. Il tacito consenso dell’altro genitore sarà presunto decorsi trenta giorni dalla richiesta formale se quest’ultimo non abbia manifestato il proprio dissenso per iscritto (raccomandata, fax o mail) motivandolo adeguatamente, salvo diversi accordi.
    Rimborso delle spese straordinarie
    Il rimborso delle spese straordinarie a favore del genitore anticipatario avverrà dietro esibizione di adeguata documentazione comprovante la spesa.
    La richiesta di rimborso dovrà avvenire in prossimità dell’esborso.
    Il rimborso dovrà avvenire tempestivamente dalla esibizione del documento di spesa e non oltre quindici giorni dalla richiesta, salvo diversi accordi.
    La documentazione fiscale deve essere intestata ai figli ai fini della corretta deducibilità della stessa.
    Gli eventuali rimborsi e/o sussidi disposti dalla Stato e/o altro Ente Pubblico o Privato per spese scolastiche e/o sanitarie relative alla prole vanno a beneficio di entrambi i genitori nella stessa proporzionale quota di riparto delle spese straordinarie.
    7 – compensa integralmente fra le parti le spese legali.
    Così è deciso in Bologna nella camera di consiglio del 10-3-2021
    Il Giudice rel. estensore
    dott. Francesca Neri

SEPARAZIONE 1 MOGLIE BOLOGNA : 2MARITO VIOLENTO

SEPARAZIONE 1 MOGLIE BOLOGNA : 2 MARITO VIOLENTO: AFFIDO ESCLUSIVO ALLA MADRE

La sentenza esamina una separazione di una moglie con un marito nervoso ,

CHIAMA PRENDI APPUNTAMENTO 051 6447838

le conclusioni delle parti:

Ricorrente XX

Oltre al vincolo, revoca dell’affido della figlia al Servizio Sociale; affido esclusivo alla madre (come stabilito nella sentenza di separazione e per gli stessi motivi ivi indicati); regolamentazione visite padre-figlia (in modalità protetta); un assegno di mantenimento per la figlia di €. 500,00, onnicomprensivo anche di spese straordinarie.

affido-figli-bologna-2
diritto di famiglia

Convenuto YY

Oltre al vincolo, affido condiviso della figlia, con collocazione presso la madre; regolamentare le visite libere padre-figlia (meglio specificate in prima memoria ex art.183, 6° co. c.p.c., con monitoraggio del Servizio Sociale); un assegno di mantenimento a carico del padre di €. 250,00 oltre al 50% delle spese straordinarie; condanna della XX ai sensi dell’art.709 ter, nn.3 e 4 c.p.c. per mancato osservanza dei provvedimenti del giudice (in relazione al dettato dell’art.337 quater, 3° co. c.c.).

VIENE PRESCRITTO E ORDINATO CHE IL PADRE SEGUA UNA TERAPIA PSICOLOGICA

Circa i rapporti col padre, si è già detto della loro problematicità praticamente costante nel tempo, a parte alcuni brevi momenti di maggiore serenità della figlia e quindi di stabilità. Oggi J rifiuta di incontrare il padre. Perché non si precluda la possibilità di una (auspicabile) piena bi-genitorialità, il Servizio dovrà supportare il padre e la figlia a tale scopo, senza tuttavia costrizioni nei confronti della minore, anche in considerazione della sua età. D’altra parte, la sua attuale scelta, sembra rappresentare una conseguenza dei comportamenti del padre, vissuti sempre con un certo disagio da parte di J (tranne alcuni sprazzi limitati nel tempo). Deve anche sottolinearsi come il YY non abbia fatto molto per migliorare la sua relazione con la figlia. Egli ha rifiutato il percorso psicologico suggeritogli dal Servizio Sociale, ormai da tempo; ha anche sospeso la frequentazione con un esperto specialista al quale si era inizialmente rivolto personalmente. Se i suoi rapporti con gli operatori del Servizio Sociale sono apparsi spesso problematici, non si comprende la ragione della sua interruzione con un professionista da lui stesso individuato ed il cui lavoro sembrava stesse portando buoni frutti nelle relazioni con la bambina. È stato lo stesso dr. Camerini ad avere certificato come il YY stesse dimostrando adeguata consapevolezza, anche per soddisfare il grande attaccamento con la figlia. La sospensione del suo impegno è attribuibile al solo genitore.

Sarà, allora, lo stesso Servizio Sociale, nello svolgimento del suo compito di supporto al nucleo familiare, a calendarizzare i possibili incontri padre-figlia, anche in forma libera, se desiderati da J e se per lei non pregiudizievoli. Sarà necessario un supporto psicologico per la minore, allo scopo di tentare e favorire la ripresa di rapporti col padre ed il ripristino di una bi-genitorialità piena.

Analoga forma di supporto dovrà realizzarsi anche nei riguardi del YY, le cui condotte sono da porre verosimilmente alla base dell’attuale decisione della figlia di interrompere gli incontri col padre.

LA SENTENZA PER ESTESO :

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

PRIMA SEZIONE CIVILE

Il tribunale nelle persone dei magistrati:

dott. Bruno PerlaPresidente relatore

dott. Sonia PorrecaGiudice

dott. Carmen GiraldiGiudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 18558/2017 promossa da:

XX [ recte : coniuge divorziato (ex moglie) di YY ; NdRedattore ] (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Livia Leone, elettivamente domiciliata in via Santo Stefano, 32 Bologna, presso il difensore avv. Livia Leone

ATTRICE

contro

aadiv3
MANTENIMENTO FIGLI COPPIE NON SPOSATE

YY [ recte : coniuge divorziato (ex marito) di XX ; NdRedattore ] (c.f. omissis), con il patrocinio dell’avv. Giovanna Maria Isola e dell’avv. Paola Isola (c.f. omissis) Strada Maggiore, 16 Bologna; elettivamente domiciliato in Strada Maggiore, 16 Bologna, presso il difensore avv. Giovanna Maria Isola

CONVENUTO

e

con l’intervento del Pubblico Ministero

INTERVENUTO

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da fogli allegati al verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

Con ricorso depositato il 30.11.2017, XX (nata a Bologna il (omissis).(omissis).1982) ricorreva a questo Tribunale per la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto con YY (nato a (omissis), Germania, il (omissis).(omissis).1981), in data (omissis).(omissis).2008 a Bologna, trascritto al n. (omissis), Parte 2, Serie A.

La coppia ha la figlia minorenne J (nata il (omissis).(omissis).2008 – oggi ha l’età di 12 anni).

Dal ricorso

La XX lamenta un’infelicità nella coppia insorta fin dall’inizio del matrimonio, a causa dei comportamenti del marito, aggressivo, offensivo, minaccioso ed iracondo.

Dopo l’ennesimo ed ultimo episodio violento del YY, la donna aveva lasciato la casa coniugale, portando con sé la figlia, il 22.4.2010, andando a vivere alla madre (V.E.).

La ricorrente presentava ricorso per separazione il 14.2.2012 ed il conseguente procedimento contenzioso terminava con la sentenza n.582/2016.

Sottolineava che, in ogni caso, i comportamenti aggressivi e propriamente violenti del YY non erano mai cessati e si ripetevano, purtroppo, quasi sempre alla presenza di J. La conseguenza era che la stessa bambina si rifiutava di incontrare il padre.

Di fatto, la figlia aveva incontrato il padre, dalla cessazione della convivenza, solo poche volte in incontri protetti, con la presenza di operatori del Servizio Sociale.

Nel giudizio di separazione era svolta C.t.u. a mezzo della dr.ssa Rosa Severo. Emergeva che il YY aveva posto in essere comportamenti aggressivi ed offensivi anche nei riguardi degli operatori del Servizio Sociale.

Lo stesso era stato rinviato a giudizio per il delitto p. e p. dall’art.612 bis c.p. (“Atti persecutori”), commesso ai danni della moglie.

Affermando una propria volontà sempre conciliante (anche nel tentativo di avvicinare la figlia al padre), la ricorrente contestava al marito ostilità manifestata anche nei riguardi della suocera e della zia (V.G.), persone con le quali la XX e J vivono tutt’ora.

Un episodio di particolare gravità, che aveva visto coinvolti proprio il YY con madre e prozia della moglie, avvenuto alla presenza della bambina, aveva condotto all’emissione di ordine di protezione nei confronti dell’odierno convenuto (decreto 19.6.2017). Nell’occasione la bambina era rimasta particolarmente traumatizzata, tanto che, condotta al pronto soccorso, era apparsa in forte stato di agitazione psicomotoria (tremava ed appariva terrorizzata).

Conclude chiedendo: oltre alla pronuncia sul vincolo, la conferma della separazione: l’affido esclusivo della figlia, con collocazione presso di sé, vigilanza del Servizio Sociale, un assegno di mantenimento per J di €. 500,00 onnicomprensivo.

AFFIDO-FIGLI-AFFIDO-OCNDIVISO-AVVOCATO-DIVORZISTA-BOLOGNA
convivenze rottura- avvocato Bologna

Si è costituito YY contestando le asserzioni avversarie

Dalla memoria difensiva

YY contesta di essere stato violento ed accusa la ricorrente di atteggiamenti eccessivamente protettivi verso la figlia, che ne rimarrebbe condizionata negativamente.

Sottolinea come il proprio rapporto con la figlia sia andato a migliorare negli anni. D’altra parte, vi è la supervisione del Servizio Sociale, che ha compiti di vigilanza: gli incontri padre-figlia avvengono in modalità protetta. Evidenzia, a dimostrazione della propria buona volontà di recuperare del tutto un sano rapporto con J, di avere intrapreso un percorso di sostegno alla genitorialità con il dr. Giovanni Battista Camerini.

Per quanto riguarda le condizioni economiche, si oppone alla richiesta di un assegno omnicomprensivo; sottolineando anche come il padre abbia sempre contribuito al pagamento di tutte le spese extra assegno che gli sono state chieste.

Lamenta che la madre lo metta di fronte al fatto compiuto (per quanto riguarda decisioni relative a J) senza prima consultarsi con lui.

Conclude: per l’affido condiviso della figlia, in subordine, per l’affido della minore ai Servizi Sociali; con collocazione presso la madre, ripresa delle visite libere del padre con J, sia pure sotto la vigilanza del servizio sociale; un assegno di mantenimento per la figlia (a carico del padre) di €. 250,00 oltre al 50% delle straordinarie.

***

Il giudizio di separazione

Si premesso che la XX, in quella sede, aveva concluso chiedendo: l’affido congiunto di J, con collocazione con lei, regolamentazione visite padre-figlia, un assegno per la figlia di €. 500,00 oltre al 70% delle straordinarie a carico del padre.

L’ordinanza presidenziale di quel giudizio ha stabilito:

affido congiunto, collocazione della figlia con la madre in altra abitazione (per cui assegnazione della casa familiare al marito), regolamentazione visite padre-figlia, assegno per J di €. 250,00 oltre al 50% delle straordinarie a carico del padre.

Nel corso del predetto di giudizio di separazione, nella relazione di c.t.u. espletata, si affermava la necessità di un percorso psicoterapeutico e psichiatrico che YY avrebbe dovuto necessariamente intraprendere. Si aggiungeva come il padre non riuscisse a contenere i suoi scatti d’ira alla presenza di J che ne rimaneva traumatizzata, tanto che il Servizio Sociale aveva addirittura sospeso, per un periodo, gli incontri col padre.

Si alternavano periodi di incontri protetti (padre-figlia), finalizzati alla realizzazione di modalità libera, escludendo il solo contatto tra i due genitori (per evitare situazioni “a rischio”), con altri per l’appunto liberi.

A dimostrazione dell’estrema conflittualità tra le parti, nel giudizio di separazione, la XX depositava due ricorsi ex art.709 ter c.p.c. (per chiedere l’affido esclusivo della figlia, quindi per regolare gli incontri col padre in modalità protetta).

Con la sentenza di separazione (22.1.2016) era stabilito: l’affido esclusivo di J alla madre, incontri col padre in forma libera, vigilanza del servizio per anni uno, un assegno di €. 250,00 a carico del padre per il mantenimento della figlia, oltre al50% delle straordinarie (come era stato già stabilito in presidenziale).

Dal punto di vista reddituale, si affermava che YY era socio accomandatario di (omissis) s.a.s. di YY & C. con gestione del bar “(omissis)” (in Bologna, P.zza (omissis)), ed affrontava spese di locazione. Dal canto suo la XX era impiegata part time, con reddito modesto; pur vivendo con madre e zia, con le quali divideva le spese domestiche.

***

Nel giugno del 2017 era emesso ordine di protezione nei confronti del YY.

L’episodio scatenante era avvenuto tra YY e la zia della moglie (V.G.). Alla loro violenta discussione, sorta per motivi non gravi, assisteva la bambina che ne rimaneva fortemente traumatizzata. Condotta più tardi al pronto soccorso dalla madre, in “codice rosso“, la bambina presentava un forte stato di agitazione psicomotoria (tremava ed appariva terrorizzata). Poi, nella notte successiva, manifestava dolori addominali, vomito ed una temperatura corporea alterata di 37°.

***

Anche il Tribunale per i Minorenni si è occupato del nucleo familiare — investito dal Pubblico Ministero presso il Tribunale per i Minorenni con ricorso 30.10.2017 — provvedendo con un decreto provvisorio 25.1.2018, disponendo l’affido della bambina al Servizio Sociale, la sua collocazione con la madre, con incarico al Servizio di regolare gli incontri col padre e di svolgere un compito di mediazione tra i genitori.

Infine, emetteva decreto definitivo 31.1.2019, quando si dichiarava incompetente per la pendenza del presente giudizio di divorzio.

***

Udienza presidenziale 24.2.2018

Le dichiarazioni della ricorrente:

Il mantenimento non è stato sempre versato, la sentenza in sede di separazione stabiliva 250 euro, le spese straordinarie non sono state mai pagate, tuttavia ho evitato di agire per evitare conflitti. Il versamento dell’assegno spesso avviene in concomitanza delle udienze. J ha 9 anni, gli incontri protetti inizieranno la prossima settimana. L’ultima volta che J ha visto il papà è stato a novembre (2017), al momento si sentono telefonicamente quasi tutte le sere. Io lavoro in ufficio in amministrazione, guadagno circa 1200 euro per tredici mensilità, il mio contratto è a tempo determinato e scade a giugno. La casa dove vivo con la bambina è di mia madre e di mia zia. Io le spese straordinarie le ho chieste qualche volta, poi ho smesso per evitare di entrare in conflitto.“.

Le dichiarazioni del convenuto:

Io verso l’assegno per la bambina regolarmente. Io ho un’attività e non sempre riesco a gestire i conti alla perfezione, quindi non riesco a versare a scadenza mensile, talvolta verso anche in anticipo compensando il ritardo di mesi prima. Non mi manda le spese straordinarie, lei me le contesta però quando ho chiesto la documentazione delle spese effettuate non ho ricevuto risposta. Io non so per niente quello che succede a mia figlia. Per il futuro mi impegno a versare l’assegno regolarmente.“.

Tentata la conciliazione, con esito negativo, il presidente delegato, confermava le determinazioni di cui alla separazione come integrate e modificate dal Tribunale per i Minorenni con decreto provvisorio 25.1.2018 in ordine all’affido della minore e alle modalità di frequentazione di J con il padre, confermando in questo lo stesso decreto (ossia l’affido della bambina al servizio sociale e modalità di visite padre-figlia vigilate).

Nel presente procedimento di divorzio, YY ricorreva per la modifica dei provvedimenti in atto, riguardanti e regolanti le visite padre-figlia. Con ricorso ex art.709, 4° co. c.p.c., chiedeva: la conferma dell’affido al Servizio Sociale, ripristinare incontri liberi con J e regolamentare i diversi periodi anche di vacanza, con vigilanza del servizio per il rispetto di tali regole. Il ricorso era respinto.

Nel prosieguo, era pronunciata sentenza parziale sul vincolo 5.3.2019, quindi la causa — respinte le prove richieste dalle parti — era trattenuta in decisione sulle conclusioni di ei procuratori delle parti.

***

Le conclusioni finali delle parti

Ricorrente XX

Oltre al vincolo, revoca dell’affido della figlia al Servizio Sociale; affido esclusivo alla madre (come stabilito nella sentenza di separazione e per gli stessi motivi ivi indicati); regolamentazione visite padre-figlia (in modalità protetta); un assegno di mantenimento per la figlia di €. 500,00, onnicomprensivo anche di spese straordinarie.

Convenuto YY

Oltre al vincolo, affido condiviso della figlia, con collocazione presso la madre; regolamentare le visite libere padre-figlia (meglio specificate in prima memoria ex art.183, 6° co. c.p.c., con monitoraggio del Servizio Sociale); un assegno di mantenimento a carico del padre di €. 250,00 oltre al 50% delle spese straordinarie; condanna della XX ai sensi dell’art.709 ter, nn.3 e 4 c.p.c. per mancato osservanza dei provvedimenti del giudice (in relazione al dettato dell’art.337 quater, 3° co. c.c.).

Non vi erano domande di contenuto economico delle parti, di persona, essendo entrambe autosufficienti.

Il G.I. non riteneva opportuno e necessario sentire la figlia. La sua audizione, in effetti, appariva manifestamente superflua (se non pregiudizievole), per il continuo monitoraggio del Servizio Sociale negli anni e della C.t.u. a suo tempo espletata in corso del giudizio di separazione.

***

Di rilievo, ai fini della decisione sulle questioni attinenti nello specifico alla figlia minore della coppia, sono le relazioni che i servizi sociali (incaricati da anni di seguire il nucleo familiare).

Le relazioni del Servizio Sociale

Aprile 2018

Nell’ultimo anno e mezzo avvenivano incontri liberi padre-figlia (come stabilito in separazione); pur rimanendo invariata l’alta conflittualità tra i genitori.

Interveniva l’ordine di protezione di cui si è detto. Nell’ambito degli incontri col padre, la bambina rimaneva turbata, lamentando che lo stesso l’aveva fatta piangere. In effetti, era lo stesso YY ad ammette di non riuscire a controllarsi.

Peraltro, il percorso psicologico che gli era stato suggerito veniva sempre rifiutato dall’uomo.

Per quello che riguarda, in maniera specifica J, all’esito di indicazione, da parte del Servizio, di una psicologa, i genitori ne erano stati soddisfatti.

Conclusioni del Servizio:

la bambina presentava un rapporto quasi simbiotico con la madre; ambivalente col padre. Elementi di negatività erano legati al carattere del padre: di fronte ai suoi momenti di rabbia, la figlia ne rimaneva impaurita.

Ottobre 2018

Il Servizio, dopo la presa in carico di una psicologa per J, suggeriva ai genitori un percorso progressivo per regolare gli incontri col padre, con supporto psicologico per lo stesso.

I primi incontri avvenivano con la presenza di un educatore: una volta la settimana per due ore e mezza.

La bambina era contenta di vedere il padre e viceversa, però il YY affrontava in maniera aggressiva gli operatori (contestando loro il modo in cui poteva vedere la figlia) e la figlia ne restava imbarazzata.

Conclusioni del servizio:

La madre presenta buone capacità genitoriali. I problemi caratteriali del padre si ritenevano superabili con un sostegno psicologico. YY, peraltro, aveva fatto presente di avere già individuato e contattato uno psicologo di sua fiducia. Sul punto, era documentato con certificato 13.10.2018 del prof. Camerini, che YY aveva iniziato un percorso di Parent Training, dimostrando adeguata consapevolezza, anche per soddisfare il grande attaccamento con la figlia.

Anche la madre era ritenuta bisognevole di un sostegno alla genitorialità: l’ambiente in cui viveva J (con madre, nonna materna, e prozia materna) era iperprotettivo (è lo stesso ambiente familiare attuale).

Si mantenevano incontri vigilati col padre.

Aprile 2020

A ottobre 2018, a causa di nuovi comportamenti aggressivi del padre, il Servizio aveva sospeso gli incontri (che erano in forma “vigilata”).

Dopo un incontro del servizio col YY ed i suoi legali, si ridefiniva una ripresa delle visite padre-figlia. All’invito al padre di evitare per il futuro il ripetersi dei suoi atteggiamenti, egli aveva reagito contestando l’operato del Servizio e la presenza di un operatore ai suoi incontri con J.

I suoi legali confermavano che era seguito dal dr. Camerini ed assicuravano il suo impegno a rivolgersi al consultorio familiare per un sostegno alla genitorialità.

Riprendevano gli incontri con la bambina, inizialmente in forma protetta, quindi semi-liberi (con una loro parte libera). Procedevano positivamente con un incremento, quindi con pernotti dall’estate 2019.

Ad ottobre 2019 J era stata una settimana dal padre, in concomitanza con l’arrivo di suoi familiari dalla Sicilia e dall’Inghilterra. Anche se con fatica (J presentava difficoltà a separarsi dalla madre, iperprotettiva) la bambina aveva trascorso serenamente quella settimana (il padre le aveva regalato un cellulare per poter sentire più facilmente la madre). Anche nelle festività natalizie 2019, J era stata dal padre una settimana.

Poi, però, la situazione peggiorava nuovamente. Poiché J decideva di cambiare un giorno da trascorrere col padre (per ragioni di studio) il padre non accettava questo e si alterava, prendendosela anche col Servizio (che pure aveva tentato una mediazione e l’individuazione di una giornata alternativa). Quindi, il Servizio faceva da tramite tra i genitori riguardo alla frequenza della bambina in piscina. Ne nasceva un nuovo motivo di contrasto tra loro e YY si alterava ancora una volta nei confronti degli operatori del servizio.

Si apprendeva, inoltre, che egli aveva, da tempo, interrotto il percorso iniziato col dr. Camerini: circostanza confermata anche dai suoi legali, che ne attribuivano la ragione ad una scelta autonoma del loro assistito.

La XX, inoltre, lamentava di ricevere telefonate del YY dal contenuto minatorio.

Di rilievo, poi, il fatto che YY aspettava un altro figlio dalla sua compagna Debora (sarebbe nata una bambina).

Il comportamento iperprotettivo della madre proseguiva (arrivava a condividere il letto con la figlia), noncurante degli inviti del Servizio di emancipazione di J.

A seguito della pandemia, per tutelare la salute della figlia, i genitori avevano concordemente deciso di sospendere gli incontri col padre.

J, per quanto contenta di vedere il padre, comprendendo l’alta conflittualità tra genitori (considerando anche la sua crescita e maturazione) escogitava piccoli sotterfugi per evitare di contrariare ciascuno di loro, così evitando anche che il padre si arrabbiasse.

Volendo ottenere ottimi risultati a scuola (vivendo le sue prestazioni scolastiche in maniera ansiosa) J manifestava il desiderio di studiare a casa della madre, dove si trovava meglio.

Il Servizio Sociale ipotizzava che la nascita della sorellina avrebbe potuto indurla ad un più sereno inserimento nel nucleo familiare del padre.

Progetto del servizio:

Mantenere incontri padre-figlia con modalità semi-libere (la figlia era contenta di vedere il padre e tale frequentazione necessitava di continuità). In questa prospettiva, si prevedeva che in estate la figlia potesse trascorrere almeno gg.15 col padre.

Ultima relazione

Da ottobre 2020 la figlia non vuole vedere il padre, per cui i loro incontri sono stati interrotti. Non è stato, quindi, possibile procedere alla programmazione di un calendario di incontri semi-liberi padre-figlia.

***

Come già detto, questo giudice non ha ritenuto opportuno sentire la figlia. La sua audizione, in effetti, appariva manifestamente superflua (se non pregiudizievole), per il continuo monitoraggio del Servizio Sociale negli anni.

A fronte della attuale situazione, il Collegio ritiene di disporre l’affido esclusivo della figlia alla madre. Quest’ultima ha dimostrato buone capacità genitoriali (come evidenziato dal Servizio Sociale fin dalla relazione dell’ottobre 2018). Inoltre, l’alta conflittualità tra i genitori e l’inesistenza di un dialogo (anche limitato agli interessi di J) impedisce di ipotizzare un esercizio condiviso dell’affido. Il predetto limite rappresentato dalla conflittualità, costituisce una condizione che, con un affido condiviso, comporterebbe l’impossibilità di gestione della vita quotidiana della figlia: in questa prospettiva la regola legale si tradurrebbe in un pregiudizio per la minore. Tutto questo, in ogni caso, a fronte della necessità di un supporto ai genitori, da parte del Servizio Sociale — anche la madre deve giungere ad una evoluzione delle proprie capacità genitoriali, così da consentire alla figlia di crescere in maggiore autonomia, invece che in habitat troppo “protettivo” (come ancora oggi accade).

La collocazione non potrà che essere (confermata) presso la madre, secondo una condizione ormai stabilizzatasi nel tempo.

Circa i rapporti col padre, si è già detto della loro problematicità praticamente costante nel tempo, a parte alcuni brevi momenti di maggiore serenità della figlia e quindi di stabilità. Oggi J rifiuta di incontrare il padre. Perché non si precluda la possibilità di una (auspicabile) piena bi-genitorialità, il Servizio dovrà supportare il padre e la figlia a tale scopo, senza tuttavia costrizioni nei confronti della minore, anche in considerazione della sua età. D’altra parte, la sua attuale scelta, sembra rappresentare una conseguenza dei comportamenti del padre, vissuti sempre con un certo disagio da parte di J (tranne alcuni sprazzi limitati nel tempo). Deve anche sottolinearsi come il YY non abbia fatto molto per migliorare la sua relazione con la figlia. Egli ha rifiutato il percorso psicologico suggeritogli dal Servizio Sociale, ormai da tempo; ha anche sospeso la frequentazione con un esperto specialista al quale si era inizialmente rivolto personalmente. Se i suoi rapporti con gli operatori del Servizio Sociale sono apparsi spesso problematici, non si comprende la ragione della sua interruzione con un professionista da lui stesso individuato ed il cui lavoro sembrava stesse portando buoni frutti nelle relazioni con la bambina. È stato lo stesso dr. Camerini ad avere certificato come il YY stesse dimostrando adeguata consapevolezza, anche per soddisfare il grande attaccamento con la figlia. La sospensione del suo impegno è attribuibile al solo genitore.

Sarà, allora, lo stesso Servizio Sociale, nello svolgimento del suo compito di supporto al nucleo familiare, a calendarizzare i possibili incontri padre-figlia, anche in forma libera, se desiderati da J e se per lei non pregiudizievoli. Sarà necessario un supporto psicologico per la minore, allo scopo di tentare e favorire la ripresa di rapporti col padre ed il ripristino di una bi-genitorialità piena.

Analoga forma di supporto dovrà realizzarsi anche nei riguardi del YY, le cui condotte sono da porre verosimilmente alla base dell’attuale decisione della figlia di interrompere gli incontri col padre.

Gli aspetti economici

Si discute unicamente dell’assegno di mantenimento per J (oggi di 12 anni).

In assenza di documentazione reddituale aggiornata, da parte di entrambi, essi non hanno adempiuto al preciso ordine del giudice (all’udienza di p.c.).

Col ricorso per divorzio odierno XX ha depositato CU del 2016, precisando che nell’anno 2015 non lavorava.

C.U. (certificazione unica) 2016 reddito da lavoro dipendente a tempo indeterminato €.10.506,63, ritenuta Irpef 870,55, addizionale regionale 139,74, imposta lorda 2.416,52, detrazioni carichi di famiglia €.563,29, totale detrazioni €.1.545,97, imposta netta (imposta lorda – totale detrazioni = €.870,55).

All’udienza presidenziale 24.2.2018 ella ha dichiarato di lavorare in ufficio e di guadagnare circa 1200 euro per tredici mensilità, con contratto a tempo determinato e scadenza a giugno di quell’anno. Non aveva spese abitative, vivendo con J in casa della madre e della zia.

YY è socio accomandatario di (omissis) s.a.s. di YY & C. con gestione del bar “(omissis)” (in Bologna, P.zza (omissis)).

Ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento — precedentemente stabilito in separazione (risalente a gennaio 2016) in €. 250,00 mensili — bisogna considerare la crescita della figlia, nonché il fatto che frequenti poco il padre: oggi non lo vede del tutto.

Sulla base delle precedenti considerazioni, la cifra di giustizia che si determina è di €. 350,00, sottoposta a rivalutazione Istat, oltre al 50% delle spese (come da Protocollo).

Non può disporsi una somma che sia onnicomprensiva di spese ordinarie e straordinarie (come richiesto dalla XX), perché ciò non garantirebbe adeguatamente gli interessi della figlia. Poiché le spese straordinarie, come tali, non possono essere oggetto di previsione nel loro ammontare, limitarne la misura con una cifra predeterminata comporta il rischio di privare un minore della disponibilità (da parte del genitore collocatario e beneficiario dell’assegno di mantenimento) di una somma che garantisca di far fronte a necessità per lui fondamentali (si pensi a spese mediche o di istruzione).

La condanna al pagamento delle spese di giudizio, nella misura di cui al dispositivo, segue la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale, decidendo definitivamente, disattesa ogni altra istanza (anche istruttoria), domanda, eccezione e deduzione, così provvede:

preso atto della già intervenuta sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario tra XX (nata a Bologna il (omissis).(omissis).1982) e YY (nato a (omissis), Germania, il (omissis).(omissis).1981):

dispone: l’affido esclusivo della figlia J alla madre;

dispone la sua collocazione presso la madre;

dispone che il padre possa vedere la figlia liberamente, previo accordo con la madre e secondo il desiderio della stessa figlia, mandando al Servizio Sociale competente per territorio per la specifica regolamentazione e modalità di tali incontri, senza costrizioni per la minore;

conferisce incarico allo stesso Servizio Sociale di vigilare sul nucleo familiare, nonché per un supporto alla genitorialità di entrambi i genitori e per un supporto psicologico della minore, per favorire una ripresa dei normali rapporti padre-figlia;

conferisce incarico al Servizio per un monitoraggio del nucleo familiare per la durata di anni tre;

con decorrenza dalla pronuncia, pone a carico del padre l’obbligo di corrispondere alla madre, a titolo di contributo al mantenimento della figlia, la somma mensile di €.350,00 (trecentocinquanta) annualmente rivalutabili secondo gli indici Istat (da doversi versare entro il giorno 5 di ciascun mese; pone a carico di entrambi il 50% delle spese straordinarie.

Premesso che per spese ordinarie si devono intendere tutte quelle necessarie alla soddisfazione delle esigenze primarie dì vita dei figli: quindi vitto, alloggio, abbigliamento ordinario, mensa scolastica e spese per l’ordinaria cura della persona,

nelle spese straordinarie si devono ricomprendere:

le spese straordinarie da non concordare preventivamente in quanto ritenute in via generale nell’interesse dei figli:

a) spese corrispondenti a scelte già condivise dei genitori e dotate della caratteristica della continuità, a meno che non intervengano tra i genitori – a causa o dopo lo scioglimento dell’unione – documentati mutamenti connessi a primarie esigenze di vita tali da rendere la spesa eccessivamente gravosa. A titolo esemplificativo: spese mediche precedute dalla scelta concordata dello specialista, comprese le spese per i trattamenti e i farmaci prescritti; spese scolastiche costituenti conseguenza delle scelte concordate dai genitori in ordine alla frequenza dell’istituto scolastico; spese sportive, precedute dalla scelta concordata dello sport (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature e del corredo sportivo); spese ludico-ricreativo-culturali, precedute dalla scelta concordata dell’attività (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature);

b) campi scuola estivi, baby sitter, pre-scuola e post-scuola se necessitate dalle esigenze lavorative del genitore collocatario e se il genitore non collocatario, anche per tramite della rete famigliare di riferimento (nonni, ecc.) non offre tempestive alternative;

c) spese necessarie per il conseguimento della patente di guida;

d) abbonamento ai mezzi di trasporto pubblici;

e) spese scolastiche di iscrizione e dotazione scolastica iniziale, come da indicazione dell’istituto scolastico frequentato; uscite scolastiche senza pernottamento;

f) visite specialistiche prescritte dal medico di base; ticket sanitari e apparecchi dentistici o oculistici, comprese le lenti a contatto, se prescritti; spese mediche aventi carattere d’urgenza.

Spese straordinarie da concordare preventivamente:

Tutte le altre spese straordinarie andranno concordate tra i genitori, con le seguenti modalità: il genitore che propone la spesa dovrà informarne l’altro per iscritto (con raccomandata, fax o e-mail), anche in relazione all’entità della spesa, il tacito consenso dell’altro genitore sarà presunto decorsi trenta giorni dalla richiesta formale, se quest’ultimo non abbia manifestato il proprio dissenso per iscritto (con raccomandata, fax o e-mail) motivandolo adeguatamente, salvi diversi accordi.

Modalità di rimborso delle spese straordinarie:

Il rimborso delle spese straordinarie a favore del genitore anticipatario avverrà dietro esibizione di adeguata documentazione comprovante la spesa. La richiesta di rimborso dovrà avvenire in prossimità dell’esborso. Il rimborso dovrà avvenire tempestivamente dalla esibizione del documento di spesa e non oltre quindici giorni dalla richiesta, salvi diversi accordi. La documentazione fiscale deve essere intestata ai figli ai fini della corretta deducibilità della stessa.

Condanna YY al pagamento delle spese processuali, che si liquidano in complessivi €.7.254, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Bologna nella camera di consiglio della Prima sezione il 16.02.2021

Il Presidente estensore

Dr. Bruno Perla

SEPARAZIONE MOGLIE BOLOGNA? CERTO?

Separazione_personale_dei_coniugieparazione da marito bologna ?

SEPARAZIONE MOGLIE BOLOGNA? CERTO?

Come non era l’uomo perfetto ti sentirai dire? Come  non eravate innamoratissimi ti sentirai dire’ invece la separazione arriva. La rottura succede, quando non ce lo aspettiamo !!

Adesso occorre fare quello che si è fatto al contrario, cioè rompere un legame e le cose che si sono costruite negli anni, rompere in modo simbolico si intende, occorre tornare single, lasciare le sicurezze di coppia, magari dopo la separazione tornare  uscire da single,

Separazione da marito bologna ?

Assegnazione della casa coniugale

L’assegnazione della casa coniugale è solitamente uno dei temi più dibattuti tra i coniugi che stanno per separarsi, in quanto possono esserci esigenze diverse: da un lato, l’esigenza del coniuge non proprietario, che vorrebbe continuare ad abitare nella casa, soprattutto se ci sono dei figli a cui vuole evitare il trauma di dover cambiare casa, scuola, amici; dall’altro quella del coniuge proprietario che vorrebbe vedere tutelato il suo diritto di proprietà.

Il conflitto può sorgere anche quando l’immobile è di proprietà comune, in quanto il coniuge che deve lasciare casa potrebbe non avere sufficienti possibilità economiche per trovare un’altra soluzione abitativa.

avvocato-erede-legittimo-7
SEPARAZIONE MOGLIE BOLOGNA? CERTO?

Separazione da marito bologna ?

Mantenimento dei figli

Il genitore che non convive con i figli deve contribuire al loro mantenimento per un importo mensile che è determinato tenendo conto del suo reddito e delle esigenze necessarie dei figli, ovvero vitto, alloggio, vestiario, scuola, ecc.. Tale genitore deve altresì contribuire alle spese straordinarie, come le cure mediche, visite dentistiche…

  1. Riflettici
  2. pensa i figli
  3. se è per un altro ricorda molte volte dopo pochi mesi ci si pente
  4. studiamo le condizioni migliori
  5. pensiamo alla casa coniugale
  6. al contributo per i figli
  7. intendo al mantenimento per i figli e non essere tirchio!!
  8. Non abbandonare la casa coniugale se non per gravi motivi quali violenze

Si separarsi non è uno scherzo , si sente di amici che si sono separati, ma non si ocmprende spesso la sofferenze di un gesto importante quale la separazione

.

Separazione da marito bologna ?

Consiglio di parlarne sempre prima con un bravo avvocato  di un avvocato esperto che ti ocnsigli le guste mosse, per creare meno ocnflitti possibili e trovare  anche se difficile la strada pe runa separazione consensuale.

In un momento cosi ‘ difficile giusti consigli e la conseguente assistenza legale per avviare a soluzione con professionalità, equilibrio e buon senso
il contenzioso che affligge i coniugi e i conviventi di fatto
. si previlegiano soluzioni consensuali  che consentano la più veloce soluzione della vicenda nell’interesse di tutte le parti coinvolte, evitando, per quanto possibile, l’inasprimento dei fisiologici conflitti che le singole vicende presentano. L’aspetto giudiziale, giudicato residuale, viene comunque seguito con la massima determinazione e con l’obiettivo di chiudere il contenzioso nel minor tempo possibile.

1) Separazione consensuale e Separazione giudiziale;
2) Divorzio congiunto o consensuale e Divorzio giudiziale;
3) Assegno di mantenimento e Assegno Divorzile;
4) Assegnazione casa coniugale;
5) Affidamento condiviso e Affidamento esclusivo dei figli;
6) Tutela del coniuge più ‘debole;
7) Inadempienze commesse dal coniuge obbligato;
8) Violazioni degli accordi stabiliti dal tribunale;

Separazione

Ho gestito svariate separazioni coniugali contenziose e non. Da anni mi occupo di separazioni e divorzi, anche per coppie non sposate.
Ho vasta esperienza di separazioni consensuali o divorzi congiunti anche a mezzo di negoziazione assistita presso il nostro studio. Mi occupo altresì di separazioni o divorzi giudiziali nonchè di modifica delle condizioni di separazione o divorzio. Seguo sia gli aspetti patrimoniali, relativi alla ripartizione della comunione, ad eventuali assegni di mantenimento ed assegnazione della casa coniugale, che quelli inerenti il diritto di visita dei figli.

 La fine del rapporto coniugale comporta punti critici che mi trovo spesso ad affrontare, quali ad esempio l’affidamento e le questioni patrimoniali. Fornisco sia assistenza per la separazione consensuale o il divorzio congiunto che giudiziale, qualora non si riuscisse ad ottenere un accordo condiviso.

Nell’ambito della gestione delle separazioni giudiziali e del conflitto familiare applico il metodo della pratica collaborativa per favorire, se possibile, la risoluzione negoziale partecipata delle parti. Nell’ambito del diritto di famiglia le separazioni vengono seguite con attenzione e professionalità cercando di evitare il più possibile di creare acredine e tensioni soprattutto in presenza di figli. La filosofia dello studio è quella di cercare una soluzione che ricomponga l’unione familiare mediante, se è necessario, ricorso alla mediazione familiare ritenendo la separazione l’estrema ratio qualora si è in presenza di difficoltà di ricomposizione della crisi familiare.

La fine del rapporto coniugale comporta punti critici che mi trovo spesso ad affrontare, quali ad esempio l’affidamento e le questioni patrimoniali. Fornisco sia assistenza per la separazione consensuale o il divorzio congiunto che giudiziale, qualora non si riuscisse ad ottenere un accordo condiviso.

In caso di particolari criticità e situazioni di alta conflittualità in presenza di figli minori applico un metodo integrato avvalendomi della collaborazione di professionisti psicologi.


Divorzio

Ho seguito divorzi di ogni tipo, a partire dalle coppie con figli che non riescono più a convivere, fino ad arrivare ai casi più complessi di tradimento e di violenza familiare culminati nella apertura di procedimenti minorili. La conclusione del rapporto coniugale comporta punti critici che mi trovo spesso ad affrontare, quali ad esempio l’affidamento e le questioni patrimoniali. Fornisco sia assistenza per il divorzio congiunto che giudiziale, qualora non si riuscisse ad ottenere un accordo condiviso.

Alto Reno Terme separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Anzola dell’Emilia separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Argelato separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Baricella separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Bentivoglio separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Bologna separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Borgo Tossignano separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Budrio separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Calderara di Reno separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Camugnano separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Casalecchio di Reno separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Casalfiumanese separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Castel d’Aiano separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Castel del Rio separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Castel di Casio separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Castel Guelfo di Bologna separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Castel Maggiore separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Castel San Pietro Terme separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Castello d’Argile separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Castenaso separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Castiglione dei Pepoli separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Crevalcore separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Dozza separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Fontanelice separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Gaggio Montano separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Galliera separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Granarolo dell’Emilia separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Grizzana Morandi separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Imola separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Lizzano in Belvedere separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Loiano separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Malalbergo separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Marzabotto separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Medicina separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Minerbio separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Molinella separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Monghidoro separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Monte San Pietro separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Monterenzio separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Monzuno separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Mordano separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Ozzano dell’Emilia separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Pianoro separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Pieve di Cento separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Sala Bolognese separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

San Benedetto V. di S. separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

San Giorgio di Piano separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

San Giovanni in Persiceto separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

San Lazzaro di Savena separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

San Pietro in Casale separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Sant’Agata Bolognese separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Sasso Marconi separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Valsamoggia separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Vergato separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

Zola Predosa separazione, divorzio, avvocato divorzista ,affido figli,casa coniugale

STATO EBREZZA Esami clinici richiesti dalla polizia: conducente va avvisato che può farsi assistere dal legale

STATO EBREZZhttps://it.wikipedia.org/wiki/Guida_in_stato_di_ebbrezzaA Esami clinici richiesti dalla polizia: conducente va avvisato che può farsi assistere dal legale

AVV-ARMAROLI-INNAZI-A-UNA-STATUA

TASSO ALCOLEMICO E USO STUPEFACENTI ALLA GUIDA SE RICHIESTI DA PG ALL’OSPEDALE  OCCORRE NOMINA DIFENSORE

il seguente principio di diritto: “nell’ipotesi in cui la polizia giudiziaria proceda ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 5, sussiste l’obbligo di dare l’avviso di cui all’art. 114 disp. att. c.p.p., allorchè il conducente sia già indiziato di reato, al momento in cui la P.G. ha inviato al personale sanitario la richiesta di procedere ad esami clinici per la verifica del tasso alcolemico, e se l’accertamento non venga espletato a fini di cura della persona, ma sia eccentrico rispetto alle finalità terapeutiche del caso concreto e unicamente finalizzato alla ricerca della prova della colpevolezza del soggetto indiziato”.

pur consapevole dell’indirizzo di questa Corte sulla distinzione tra il prelievo ematico effettuato in ambito sanitario secondo gli ordinari protocolli del pronto soccorso, che non rientra tra gli atti di P.G. per i quali la legge impone l’avviso ex art. 114 disp. att. c.p.p., e quello effettuato, sempre in ambito sanitario, ma a seguito di richiesta da parte della P.G., sul presupposto della individuazione di indizi di reato a carico del soggetto ricoverato, per il quale la mancanza di tale avviso determina una nullità di ordine generale, ha rilevato, di contro, che l’accertamento sanitario sarebbe imposto dalla legge in caso di incidente, a prescindere dall’esistenza di indizi di reato in capo al conducente, con la conseguenza che gli accertatori avrebbero l’obbligo di richiedere l’esame ai sanitari della struttura ove il conducente sia stato condotto in ogni caso in cui lo stesso risulti coinvolto in un incidente.

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Sentenza 10 ottobre – 9 novembre 2017, n. 51284


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BLAIOTTA Rocco Marco – Presidente –

Dott. SERRAO Eugenia – Consigliere –

Dott. CAPPELLO Gabriella – rel. Consigliere –

Dott. CENCI Daniele – Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA


sul ricorso proposto da:

PROCURATORE GENERALE della REPUBBLICA presso la CORTE d’APPELLO di TRIESTE;

nei confronti di:

L.S., (OMISSIS);

avverso la sentenza 1138/16 del GUP presso il TRIBUNALE di UDINE in data 18/10/2016;

visti gli atti;

fatta la relazione dal Cons. dott. Gabriella CAPPELLO;

lette le conclusioni del Procuratore Generale, in persona del dott. Antonio BALSAMO, il quale ha chiesto il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo


1. Il G.i.p. presso il Tribunale di Udine ha dichiarato L.S. responsabile del reato di cui all’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. b), così riqualificata l’originaria ipotesi di cui al comma 2, lett. c), dello stesso articolo.

2. Questa, in sintesi, la vicenda come ricostruita nella sentenza impugnata.

Il giorno (OMISSIS), intorno alle ore 01:30, l’imputata – coinvolta in un sinistro – veniva rinvenuta priva di coscienza all’interno di un’autovettura e trasportata presso l’ospedale civile di (OMISSIS) per le cure del caso. Il suo apparente stato di ebbrezza alcolica ne determinava la sottoposizione all’esame ematico per la verifica del tasso alcolemico. Il prelievo era avvenuto a fini d’indagine e non per necessità terapeutica, avendo le forze dell’ordine esplicitamente richiesto tale accertamento, come emergeva dal modulo utilizzato per il consenso informato, sottoscritto dall’imputata, documento dal quale era parimenti emersa l’assenza del previo avviso all’interessata della facoltà di farsi assistere da un difensore.

3. Avverso la sentenza ha proposto ricorso il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Trieste, formulando un unico motivo, con il quale ha dedotto violazione di legge con riferimento alla ritenuta inutilizzabilità dei risultati dell’accertamento sanitario. In particolare, il ricorrente, pur consapevole dell’indirizzo di questa Corte sulla distinzione tra il prelievo ematico effettuato in ambito sanitario secondo gli ordinari protocolli del pronto soccorso, che non rientra tra gli atti di P.G. per i quali la legge impone l’avviso ex art. 114 disp. att. c.p.p., e quello effettuato, sempre in ambito sanitario, ma a seguito di richiesta da parte della P.G., sul presupposto della individuazione di indizi di reato a carico del soggetto ricoverato, per il quale la mancanza di tale avviso determina una nullità di ordine generale, ha rilevato, di contro, che l’accertamento sanitario sarebbe imposto dalla legge in caso di incidente, a prescindere dall’esistenza di indizi di reato in capo al conducente, con la conseguenza che gli accertatori avrebbero l’obbligo di richiedere l’esame ai sanitari della struttura ove il conducente sia stato condotto in ogni caso in cui lo stesso risulti coinvolto in un incidente.

Da tale premessa, il deducente fa discendere la conseguente arbitrarietà di una distinzione delle modalità di accertamento del reato nel caso di ricovero del conducente coinvolto in un sinistro, a fronte della non chiarezza di ciò che si intende per “protocollo sanitario”, tenuto conto che le funzioni istituzionali del personale sanitario non rientrano fra quelle di cui all’art. 55 c.p.p. e ss., e che il prelievo del sangue ed il successivo esame di laboratorio, pur potendo essere utilizzati come fonti di prova nel processo penale, non costituiscono tipici atti investigativi.

4. Con memoria a firma di difensore, L.S. ha contestato il contenuto del ricorso, opponendo l’inattendibilità del dato emerso dalla prova ematica, effettuata a distanza di oltre 5 ore dal sinistro e rilevando che il giudice di merito avrebbe fondato la sua decisione sulla scorta di elementi inidonei a contrastare il parere scientifico allegato a difesa. Sotto altro profilo, ha obiettato che il prelievo ematico sarebbe stato eseguito dai sanitari su incarico delle forze dell’ordine e che, pertanto, esso deve considerarsi vero e proprio atto d’indagine, per il quale opera l’obbligo di cui all’art. 114 disp. att. c.p.p., contestando il ragionamento del ricorrente alla stregua del diritto alla difesa, costituzionalmente garantito e chiedendo il rigetto del ricorso.

Motivi della decisione


1. Il ricorso va rigettato.

2. Nell’impugnata sentenza si afferma che l’accertamento compiuto dal personale sanitario è conseguito al fatto che gli operanti avevano trovato la L. – in stato di incoscienza – all’interno dell’autovettura, in palese stato di ebbrezza. Per tale ragione, costoro avevano richiesto al personale sanitario di sottoporre la donna a prelievo ematico per la verifica del tasso alcolemico, esame, tuttavia, non preceduto dall’avviso alla stessa della facoltà di farsi assistere da un difensore, sebbene si trattasse di attività espletata unicamente in conseguenza della richiesta degli organi accertatori e non nell’ambito di un protocollo medico-terapeutico.

Pertanto, pur ritenendo provato, in base alle risultanze dall’annotazione di P.G., uno stato di ebbrezza alcolica della donna al momento del sinistro, il G.u.p. ha ritenuto l’inutilizzabilità dell’atto di accertamento a fini probatori, siccome affetto da nullità di ordine generale, tempestivamente eccepita dall’imputata, procedendo alla derubricazione del reato nell’ipotesi più lieve prevista dall’art. 186 C.d.S., per il principio del favor rei.

3. Il motivo è infondato.

Il tema introdotto dal motivo di ricorso chiama direttamente in causa la natura degli accertamenti esperiti ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 5, nel caso di conducenti coinvolti in incidenti stradali e sottoposti alle cure mediche, e pone il problema, già dibattuto in giurisprudenza, della valenza probatoria di essi, allorchè vengano espletati a seguito di richiesta degli organi di polizia.

Com’è noto, l’accertamento del tasso alcolemico può essere operato direttamente dalla polizia giudiziaria, mediante esame spirometrico, avvalendosi cioè di apposito apparecchio di misurazione in dotazione (c.d. etilometro), oppure attraverso le metodologie cliniche e analitiche in uso alla struttura sanitaria o l’esame dei liquidi biologici.

Proprio con riferimento a tale seconda ipotesi, si è – anche di recente – chiarito che sussiste l’obbligo di previo avviso al conducente coinvolto in un incidente stradale di farsi assistere da un difensore di fiducia, ai sensi dell’art. 356 c.p.p., e art. 114 disp. att. c.p.p., in relazione al prelievo ematico presso una struttura sanitaria finalizzato all’accertamento del tasso alcolemico, qualora l’esecuzione di tale prelievo non avvenga nell’ambito degli ordinari protocolli sanitari, ma sia autonomamente richiesta dalla polizia giudiziaria (cfr. sez. 4 n. 3340 del 22/12/2016 Ud. (dep. 23/01/2017), Rv. 268885; n. 53293 del 27/09/2016, Rv. 268690, sez. F. n. 34886 del 06/08/2015, Rv. 264728).

4. Tale indirizzo deve essere ribadito, in linea generale, anche in questa sede, sebbene le argomentazioni del ricorrente meritino di ricevere una risposta che dia conto della delicatezza del tema rassegnato al vaglio di questo giudice e della necessità di individuare un netto discrimine tra le differenti situazioni prospettabili, sgombrando al contempo il campo da possibili interferenze tra i diversi piani in cui si articola l’attività della polizia giudiziaria e del personale sanitario e da equivoci che le stesse soluzioni interpretative possano ingenerare.

4.1. Ai fini di valutare la correttezza dell’operato della polizia giudiziaria e la sua conformità alle garanzie difensive dei soggetti controllati, nella fase dell’accertamento degli illeciti declinati nell’art. 186 C.d.S., comma 2, infatti, deve tenersi distinto il piano del diritto dell’individuo alla scelta consapevole di essere sottoposto ad atti potenzialmente lesivi della sua integrità fisica, da quello più strettamente correlato al suo diritto di difesa.

Quanto al primo profilo, qui non rilevante, deve soltanto ribadirsi che la mancanza di consenso dell’imputato al prelievo del campione ematico per l’accertamento del reato di guida in stato d’ebbrezza non costituisce una causa di inutilizzabilità patologica degli esami compiuti presso una struttura ospedaliera, posto che la specifica disciplina dettata dall’art. 186 del nuovo codice della strada – nel dare attuazione alla riserva di legge stabilita dall’art. 13 Cost., comma 2 – non prevede alcun preventivo consenso dell’interessato al prelievo dei campioni (cfr. sez. 4 n. 1522 del 10/12/2013 Ud. (dep. 15/01/2014), Rv. 258490; n. 10605 del 15/11/2012 Ud. (dep. 07/03/2013), Rv. 254933 (in cui la S.C. ha, tuttavia, chiarito che il prelievo non sarebbe effettuabile laddove il paziente rifiutasse espressamente di essere sottoposto a qualsiasi trattamento sanitario); n. 15189 del 18/01/2017, Rv. 269606).

Quanto al secondo aspetto, invece, esso riguarda direttamente il tema all’esame e concerne la ratio giustificatrice dell’obbligo disciplinato dall’art. 114 disp. att. c.p.p., la cui violazione determina una nullità ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 178 c.p.p., lett. c), e art. 356 c.p.p., sulla natura della quale è sufficiente un semplice rinvio all’orientamento, ormai consolidato, di questa Corte (cfr. Sez. U. n. 5396 del 29/01/2015, P.G. in proc. Bianchi).

4.2. Tale previsione introduce direttamente i temi che il ricorso ha posto all’attenzione di questo giudice di legittimità, soprattutto con riferimento ai casi – non infrequenti – in cui l’atto di polizia giudiziaria proceda, per così dire, parallelamente rispetto all’accertamento eseguito in ambito medico, allorchè il soggetto controllato venga cioè trasportato, a seguito di incidente stradale, presso un presidio sanitario e ivi sottoposto alle cure del caso.

Proprio con riferimento a tale specifico profilo, il ricorrente assume che, nel caso di incidente stradale, la polizia giudiziaria avrebbe l’obbligo di disporre in ogni caso il trasporto in ospedale dei soggetti coinvolti, sicchè la richiesta di esecuzione dell’esame prescinderebbe dalla sussistenza di indizi di reità a carico del conducente, discendendo direttamente dalla legge, nel caso in cui costui sia coinvolto in incidente stradale.

4.3. La soluzione ermeneutica non è condivisibile.

L’art. 186 C.d.S., comma 5, nel disciplinare il metodo di accertamento del tasso alcolemico mediante esami clinici e analitici, prevede espressamente le concomitanti condizioni del coinvolgimento dei soggetti in un incidente stradale e della loro sottoposizione a cure mediche. Da ciò è lecito dedurre che la seconda condizione non sia inscindibilmente legata alla prima e che, ove non ci sia stato il trasporto presso una struttura sanitaria, la verifica del tasso alcolemico avvenga con le forme di cui al comma 4, del medesimo articolo da parte della P.G., che si avvarrà, quindi, della strumentazione in dotazione, secondo le procedure stabilite nel regolamento.

A conferma di tale assunto, pare utile un richiamo al comma 4 citato, nel quale il legislatore indica i casi nei quali la P.G. procede a verifica mediante le apparecchiature in dotazione (vale a dire: nel caso di positivo esito dell’esame speditivo di cui al precedente comma 3; nel caso, per l’appunto, di incidente; quando abbia motivo di ritenere che il conducente del veicolo si trovi in stato di alterazione psicofisica derivante dall’influenza dell’alcool). Se ne ricava, come logico corollario, che la P.G. può ricorrere alla misurazione mediante etilometro anche in caso di conducenti coinvolti in incidente stradale e che non sussista, in tali ipotesi, alcun obbligo di delegare l’accertamento del tasso alcolemico ad un presidio sanitario.

5. Sgombrato il campo da tale iniziale equivoco, l’attenzione deve ora spostarsi sul piano della natura degli accertamenti cui il soggetto, coinvolto in un incidente stradale, può essere sottoposto e dai quali emergano elementi di valutazione dello stato di alterazione psicofisica da assunzione di alcool, a seconda cioè che tali esiti siano contenuti nella documentazione rilasciata dall’apparecchio in dotazione della polizia giudiziaria, oppure in una certificazione sanitaria, eventualmente estesa alla prognosi delle lesioni accertate.

Trattasi – in entrambi i casi – di atti certamente utilizzabili nel processo penale ai fini dell’accertamento di una condotta del conducente rilevante ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 2, lett. b) o c), (sul punto, è sufficiente un rinvio all’orientamento consolidato di questa sezione, rinvenibile in varie pronunce, tra le quali, con riferimento all’apparecchio etilometro, cfr. sez. 4 n. 32631 del 07/06/2017, Rv. 270422; n. 15187 dell’08/04/2015, Rv. 263154; n. 45514 del 07/03/2013, Rv. 257696; n. 41084 del 04/10/2011, Rv. 251117; mentre, con riferimento agli accertamenti in ambito sanitario, cfr. sez. 4 n. 10605 del 15/11/2012 Ud. (dep. 07/03/2013), Rv. 254933; n. 1522 del 10/12/2013 Ud. (dep. 15/01/2014), Rv. 258490); ma tale equipollenza probatoria non elide le diversità afferenti alla natura degli atti e alle condizioni cui soggiace la loro utilizzabilità nel processo penale.

5.1. Nel primo caso, infatti, si tratta di un vero e proprio atto di polizia giudiziaria, equiparabile a quelli previsti negli artt. 352 e 354 del codice di rito, al quale, pertanto, ha facoltà di assistere il difensore dell’indagato e soltanto in relazione al quale, proprio in considerazione della sua vocazione probatoria e della conseguente necessità di un controllo sulla regolarità dell’operato della polizia giudiziaria, il legislatore ha previsto l’avviso ex art. 114 disp. att. c.p.p. (cfr. Sez. U. n. 15453 del 29/01/2016, Giudici, Rv. 266335), norma che va ad integrare la previsione di cui all’art. 356 c.p.p., rendendo concretamente esercitabile il diritto ivi previsto, attraverso l’avvertimento all’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.

Tale apparato di facoltà e garanzie è direttamente collegato alla natura dell’atto (un accertamento, cioè, che s’inserisce nel corso di un’attività endoprocessuale), alla qualità dei soggetti che lo pongono in essere e alla posizione dialettica che costoro assumono rispetto all’indiziato di un reato e si giustifica in ragione del fatto che le fonti di prova così assicurate verranno acquisite al dibattimento attraverso i meccanismi propri del processo penale.

Esso è, peraltro, coerente con il disposto di cui all’art. 220 disp. att. c.p.p., secondo cui, quando “nel corso di attività ispettive o di vigilanza (…) emergono indizi di reato, gli atti necessari per assicurare le fonti di prova (…) sono compiuti con l’osservanza delle disposizioni del codice” (cfr., sul punto, in motivazione, Sez. U., n. 5396 del 29/01/2015, Bianchi).

Ciò spiega perchè l’obbligo di dare l’avviso ai sensi dell’art. 114 disp. att. c.p.p., non sussiste nel caso in cui il conducente del veicolo sia sottoposto agli accertamenti qualitativi non invasivi e alle prove previsti dall’art. 186 C.d.S., comma 3: essi hanno funzione meramente preliminare rispetto a quelli eseguiti mediante etilometro e, come tali, restano estranei alla categoria degli accertamenti di cui all’art. 354 c.p.p. (cfr. Sez. U. n. 5396 del 29/01/2015, Bianchi, Rv. 263025). L’esame mediante il c.d. “precursore”, infatti, costituisce un’attività informale della Polizia Giudiziaria, diretta ad assicurare le fonti di prova mediante un’azione di ricerca, individuazione e conservazione, sostanzialmente libera nei modi del suo svolgimento in quanto, non riguardando direttamente la formazione della prova, non è necessario assicurare che essa non trasmodi in arbitrio (cfr., in motivazione, sez. 4 n. 40755 del 12/07/2017 (in fattispecie nella quale la Corte ha fatto applicazione dei principi rinvenibili nella sentenza delle Sez. U. n. 15453 del 29/01/2016, Giudici)).

5.2. Nel secondo caso, invece, l’accertamento del tasso alcolemico avviene nel diverso contesto delle cure approntate dal personale sanitario della struttura, presso la quale il conducente di un veicolo coinvolto in un sinistro venga condotto, seguendo un protocollo che ha fini ben più ampi di quello esclusivo dell’accertamento del tasso di concentrazione alcolica. Tale attività non è finalizzata alla ricerca delle prove di un reato, ma alla cura della persona e nulla ha a che vedere con l’esercizio del diritto di difesa da parte del soggetto sottoposto a quel trattamento o a quelle cure, cosicchè non sussiste alcun obbligo di avviso all’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia ai sensi dell’art. 114 disp. att. c.p.p. (cfr. sez. 4 n. 53293 del 27/09/2016; Rv. 268690; sez. 6 n. 43894 del 13/09/2016, Rv. 268505).

La successiva utilizzabilità dell’atto in sede processuale va quindi equiparata a quella di un documento e non può considerarsi atto di polizia giudiziaria, anche ove l’acquisizione sia avvenuta ad iniziativa di questa, ma dopo che l’accertamento sanitario sia già stato avviato, esclusivamente nell’ambito di quel protocollo.

Ove, invece, l’esecuzione del prelievo da parte di personale medico non avvenga nell’ambito degli ordinari protocolli sanitari, ma sia espressamente richiesta dalla polizia giudiziaria al fine di acquisire la prova del reato nei confronti di soggetto già indiziato, il personale richiesto finisce per agire come vera e propria longa manus della polizia giudiziaria e, anche rispetto a tale accertamento, scatteranno le garanzie difensive sottese all’avviso di cui all’art.114 più volte richiamato (cfr., in termini, sez. 4 n. 3340 del 22/12/2016 Ud. (dep. 23 /01/2017), Tolazzi).

In tale ipotesi, cioè, la polizia giudiziaria non farebbe altro che avvalersi di una facoltà espressamente attribuita dalla legge: l’art. 348 c.p.p., comma 4, prevede, per l’appunto, che “La polizia giudiziaria, quando, di propria iniziativa o a seguito di delega del pubblico ministero, compie atti od operazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, può avvalersi di persone idonee le quali non possono rifiutare la propria opera”, precisandosi che il ricorso alla collaborazione di tali ausiliari non richiede che costoro siano individuati con l’osservanza delle forme e delle modalità previste per la nomina del consulente tecnico del pubblico ministero (cfr. sez. 3 n. 16683 del 05/03/2009, Rv. 243462; n. 5818 del 10/11/2015 Cc. (dep. 12/02/2016), Rv. 266267).

In altri termini, la polizia giudiziaria, in caso di incidente stradale, allorchè la persona sulla quale si siano già addensati indizi di reità con riferimento alle condotte descritte dall’art. 186 C.d.S., sia trasferita in ospedale, ma non sottoposta ad autonomo intervento di soccorso e cura, può anche decidere, anche solo per ragioni di tipo organizzativo, di non procedere con l’esame spirometrico, ma di delegare l’accertamento del tasso alcolemico al personale sanitario che ha ricevuto il soggetto. L’avviso, obbligatorio in tal caso, potrà essere dato anche dal personale sanitario richiesto, atteso che esso non necessita di formule sacramentali, ma deve essere idoneo a raggiungere lo scopo, che è quello di avvisare colui che non possiede conoscenze tecnico-processuali, del fatto che, tra i propri diritti, vi è la facoltà di nominare un difensore che lo assista durante l’atto (cfr. sez. 4 n. 15189 del 18/01/2017, Rv. 269606; sez. 3 n. 23697 dell’01/03/2016, Rv. 266825).

6. Proprio in tale diversità risiede il discrimine rilevante ai fini della presente decisione: chiarito infatti che la necessità dell’avviso non è ricollegata alla tipologia dell’accertamento esperito (esame spirometrico o clinico), ma alla funzione dell’atto e alla sua esclusiva vocazione probatoria, alla stregua di tale presupposto possono essere risolti i problemi derivanti dalle interferenze cui sopra si è accennato.

L’obbligo di dare l’avviso ai sensi dell’art. 114 disp. att. c.p.p., sussisterà, pertanto, non solo nel caso – del tutto pacifico – in cui la polizia giudiziaria proceda ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 4, all’accertamento del tasso alcolemico mediante apparecchiatura in dotazione (c.d. etilometro), ma anche in quello, apparentemente dissimile, in cui essa opti per la delega di tale verifica al personale sanitario, ai sensi dell’art. 186, comma 5 stesso codice, allorchè il conducente di un veicolo, coinvolto in incidente stradale, sia cioè sottoposto alle cure mediche. In tale ipotesi, ove l’esame clinico sia stato condotto su richiesta dell’organo di polizia nei confronti di soggetto già indiziato di una condotta rilevante ai sensi dell’art. 186 C.d.S., l’accertamento dovrà essere considerato alla stregua di un vero e proprio atto d’indagine, per il quale, quindi, opereranno le garanzie processuali proprie di tale categoria di atti e, tra queste, l’obbligo dell’avviso ex art. 114 disp. att..

Quando, invece, la richiesta sia giustificata dalla necessità di ricercare le prove del reato, nei confronti di soggetto che risulti già indiziato, che sia sottoposto alle cure mediche del caso e versi in condizioni di comprendere il significato dell’avviso ex art. 144 disp att., la necessità di tale preventivo adempimento sorgerà solo allorquando l’esame richiesto non rientri nel protocollo sanitario autonomamente avviato dal personale medico, ma costituisca un accertamento eccentrico ed ulteriore rispetto ad esso, che il personale sanitario richiesto, cioè, non avrebbe altrimenti espletato.

Sotto tale profilo, non si apprezza, invero, nella locuzione “protocollo sanitario” alcuna equivocità, come pure evidenziato dal ricorrente: ai fini d’interesse, infatti, rileva unicamente la circostanza che la verifica del tasso di concentrazione alcolica abbia determinato l’esecuzione di un esame clinico non necessitato dalle finalità terapeutiche proprie del caso concreto, ciò che solo il personale sanitario stesso può evidentemente attestare.

Tale conclusione, peraltro, si pone solo in apparente contrasto con quanto già affermato da questa sezione a proposito dei presupposti in base ai quali la polizia giudiziaria può richiedere al personale sanitario l’accertamento del tasso alcolemico a norma dell’art. 186 C.d.S., comma 5: se è vero che la norma non richiede che siano emersi indizi di reità a carico del soggetto sottoposto ad accertamento, ma solo che si tratti di soggetti coinvolti in un sinistro stradale e sottoposti a cure mediche (cfr. sez. 4 n. 53293 del 27/09/2016, Scuri), l’assunto non esime il giudice dalla necessaria verifica della necessità dell’avviso ex art. 114 disp. att. c.p.p..

Cosicchè, può formularsi il seguente principio di diritto: “nell’ipotesi in cui la polizia giudiziaria proceda ai sensi dell’art. 186 C.d.S., comma 5, sussiste l’obbligo di dare l’avviso di cui all’art. 114 disp. att. c.p.p., allorchè il conducente sia già indiziato di reato, al momento in cui la P.G. ha inviato al personale sanitario la richiesta di procedere ad esami clinici per la verifica del tasso alcolemico, e se l’accertamento non venga espletato a fini di cura della persona, ma sia eccentrico rispetto alle finalità terapeutiche del caso concreto e unicamente finalizzato alla ricerca della prova della colpevolezza del soggetto indiziato”.

Nel primo caso, dubitare della natura di atto di polizia giudiziaria dell’accertamento eseguito varrebbe quanto ammettere la possibilità che, in taluni settori del diritto penale, possano essere compresse le prerogative difensive che il codice di rito prevede in ogni caso in cui – nel corso di attività ispettive o di vigilanza – emergano a carico di un soggetto indizi di reato. Nel secondo, invece, l’atto d’iniziativa avrà funzione meramente ricognitiva di un accertamento approntato dai sanitari a fini diagnostici, funzionalmente collegati alla cura dell’individuo e non alla ricerca delle prove di un reato.

7. Nel caso all’esame, la valutazione del giudice di merito è perfettamente allineata ai principi sopra esposti.

La L., infatti, era stata trovata in stato d’incoscienza a bordo di un’autovettura e gli operanti, proprio per il “forte sospetto che la donna potesse essersi messa alla guida dopo aver assunto alcolici”, avevano deciso di inviare apposita richiesta di esami ematologici per la relativa verifica (cfr. comunicazione notizia di reato, ma anche annotazione di P.G., atti consultabili da questo giudice stante la natura processuale della dedotta violazione di legge).

E’ lo stesso giudice di merito, pertanto, in base all’apprezzamento riservatogli, a correlare direttamente il palese stato di ebbrezza alcolica della conducente (e, quindi, il conseguente quadro indiziario già addensatosi sulla stessa) alla richiesta di un prelievo ematico finalizzato a verificarne il tasso di concentrazione di alcool nel sangue. Cosicchè, è del tutto corretta la conclusione che l’accertamento espletato dai sanitari avesse finalità investigativa e non curativa, considerato altresì che non è emerso, nè è stato allegato, che la donna, nell’occorso, sia stata sottoposta ad esami clinici o di altra natura, correlati ad indagini diverse dal solo accertamento alcolemico e tossicologico.

P.Q.M.


Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 10 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 novembre 2017.

Call Now Buttonchiama subito cosa aspetti?