Tribunale bologna affido figli avvocato esperto art 337 bis cc

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Tribunale bologna affido figli avvocato esperto art 337 bis cc

La regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’art. 155 c.c. con riferimento alla separazione personale dei coniugi, non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori (nella specie, la madre) e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore.

PROBLEMATICHE TRIBUNALE DI BOLOGNA AFFIDO FIGLI ART 337 BIS CC

Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, stabilito dall’art. 147 c.c., obbliga i coniugi a far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fino a quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Tale principio trova conferma nel nuovo testo dell’art. 155 c.c., come sostituito dall’art. 1 legge 8 febbraio 2006, n. 54, il quale, nell’imporre a ciascuno dei coniugi l’obbligo di provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, individua, quali elementi da tenere in conto nella determinazione dell’assegno, oltre alle esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza e le risorse economiche dei genitori, nonché i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

Il coniuge separato o divorziato, già affidatario del figlio minorenne, è legittimato “iure proprio”, anche dopo il compimento da parte del figlio della maggiore età, ove sia con lui convivente e non economicamente autosufficiente, ad ottenere dall’altro coniuge un contributo al mantenimento del figlio. Ne discende che ciascuna legittimazione è concorrente con l’altra, senza, tuttavia, che possa ravvisarsi un’ipotesi di solidarietà attiva, ai cui principi è possibile ricorrere solo in via analogica, trattandosi di diritti autonomi e non del medesimo diritto attribuito a più persone.

In tema di divorzio, il contributo al mantenimento dei figli minori, quantificato in una somma fissa mensile in favore del genitore affidatario, non costituisce, in mancanza di diverse disposizioni, il mero rimborso delle spese sostenute da quest’ultimo nel mese corrispondente, bensì la rata mensile di un assegno annuale determinato, tenendo conto di ogni altra circostanza emergente dal contesto, in funzione delle esigenze della prole rapportate all’anno. Ne consegue che il genitore non affidatario non può ritenersi sollevato dall’obbligo di corresponsione dell’assegno per il tempo in cui i figli, in relazione alle modalità di visita disposte dal giudice, si trovino presso di lui ed egli provveda in modo esclusivo al loro mantenimento.

PROBLEMATICHE TRIBUNALE DI BOLOGNA AFFIDO FIGLI ART 337 BIS CC

In tema di separazione personale dei coniugi, poiché l’art. 155 cod. civ., nel testo in vigore prima della modifica apportata con la legge n. 54 del 2006, consente al coniuge non affidatario di intervenire nell’interesse dei figli soltanto con riguardo alle “decisioni di maggiore interesse”, non è configurabile a carico del coniuge affidatario alcun obbligo di previa concertazione con l’altro coniuge sulla determinazione delle spese straordinarie, nei limiti in cui esse non implichino decisioni di maggior interesse per i figli; tuttavia, tale principio non è inderogabile, essendo sempre possibile che il giudice, ai sensi del secondo e del terzo comma della norma citata, determini, oltre che la misura, anche i modi con i quali il coniuge non affidatario contribuisce al mantenimento dei figli, in modo difforme da quanto previsto in linea di principio dalla legge.

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diritto di famiglia

In materia di affidamento dei figli minori, il giudice della separazione e del divorzio deve attenersi al criterio fondamentale – posto, per la separazione, nell’art. 155, primo comma, c.c. e, per il divorzio, dall’art. 6 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo – i danni derivati dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. L’individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione di genitore singolo, giudizio che, ancorandosi ad elementi concreti, potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché sull’apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale deve avere come parametro di riferimento l’interesse del minore e, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità. (Nella specie, la Corte ha tassato con rinvio, la sentenza d’appello, la quale aveva ritenuto di dover affidare la figlia minore alla madre facendo leva, soprattutto, sul fatto che «il cristiano – e il marito e la moglie con la scelta del matrimonio religioso avevano esplicitato alla società di esserlo – conosceva le ultime parole del Cristo e sapeva che non era dato al cristiano togliere la madre al figlio né il figlio alla madre», laddove la sentenza di primo grado – ancorata alle risultanze di una consulenza tecnica collegiale – aveva disposto l’affidamento alla zia paterna ed al di lei coniuge e l’allontanamento dalla madre, la quale – mossa esclusivamente dal desiderio di soddisfare il suo istinto distruttivo della figura paterna-maschile- aveva determinato l’esaurimento di tutti i meccanismi difensivi fisiologici della bambina, con il rischio di scivolamento dallo stato premorboso ad uno stato psicotico di difficile o impossibile remissione).

In materia di assegno di mantenimento per il figlio, poiché si verte in tema di conservazione del contenuto reale del credito fatto valere con la domanda originaria, deve ammettersi la possibilità, per il genitore istante, di chiedere un adeguamento del relativo ammontare, alla stregua della svalutazione monetaria o del sopravvento di altre circostanze, verificatesi nelle more del giudizio, in particolare relative alle mutate condizioni economiche dell’obbligato ovvero alle accresciute esigenze del figlio. Ne deriva che la proposizione, in primo grado o in appello, di simili istanze o eccezioni non ricade sotto il divieto di ius novorum né con riguardo al giudizio di primo grado (art. 183, quarto comma, c.p.c.), né con riguardo al giudizio di appello (art. 345, primo comma, c.p.c.).

Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, secondo il precetto di cui all’art. 147 c.c., impone ai genitori, anche in caso di separazione, di far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, cert

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DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA

In tema di separazione personale tra coniugi, il giudice della separazione è competente, anche “ultra petitum”, ad assumere i provvedimenti relativi alla prole, con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva disposto l’affidamento del minore al servizio sociale, in ragione della consumata violazione del suo diritto alla bigenitorialità e della conflittualità in atto tra i genitori).

In tema di separazione personale dei coniugi, il giudice può legittimamente imporre a carico di un genitore, quale modalità di adempimento dell’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, il pagamento delle rate del mutuo contratto per l’acquisto della casa familiare, trattandosi di voce di spesa sufficientemente determinata e strumentale alla soddisfazione delle esigenze in vista delle quali detto obbligo è disposto.

La determinazione del contributo che per legge grava su ciascun coniuge per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione della prole, a differenza di quanto avviene nella determinazione dell’assegno spettante al coniuge separato o divorziato, non si fonda su di una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge. Pertanto, le maggiori potenzialità economiche del genitore affidatario concorrono a garantire al minore un migliore soddisfacimento delle sue esigenze di vita, ma non comportano una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell’altro genitore.

La regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’art. 155 c.c. con riferimento alla separazione personale dei coniugi, non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori (nella specie, la madre) e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore.



La condotta antidoverosa del coniuge, cui va riferito l’addebito della separazione, non contrasta in alcun modo con la collocazione del minore presso lo stesso, tenuto conto che la violazione dei doveri del matrimonio (nella specie, per condotte aggressive, irrispettose ed infedeli della moglie verso il marito) può non tradursi anche in un pregiudizio per l’interesse del minore, non nuocendo al suo corretto sviluppo psico-fisico, né compromettendo il suo rapporto con il genitore.

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Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori:

 di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all’articolo 337 bis, il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, l’affidamento familiare. All’attuazione dei provvedimenti relativi all’affidamento della prole provvede il giudice del merito e, nel caso di affidamento familiare, anche d’ufficio. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, al giudice tutelare.

La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento.

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

1) le attuali esigenze del figlio.

2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori.

3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore.

4) le risorse economiche di entrambi i genitori.

5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi.

SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA: PAGARE CASA INTESTATA MOGLIE

SEPARAZIONE COIUGI BOLOGNA: PAGARE CASA  INTESTATA MOGLIE

SE IL MARITO HA PAGATO LA CAS A INTESTATA POI ALLA MOGLIE COSA SUCCEDE NELLA SEPARAZIONE ?

FATTO

SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA: PAGARE CASA INTESTATA MOGLIE

1. Le parti hanno contratto matrimonio civile in Modena il 25.5.2001, in regime di separazione dei beni.

2. Con rogito del (omissis).(omissis).2008, a ministero Notaio dott. A(omissis) F(omissis), la XX ha acquistato da ‘Alfa’ S.p.A. la proprietà superficiaria, per la durata di anni 99 a decorrere dal 1.9.2006, di appartamento e garage siti in Modena, via (omissis) n. (omissis), identificati catastalmente nel predetto rogito.

Nell’atto pubblico si dà anche atto che del prezzo totale pattuito di euro 131.949,70, comprensivo di IVA, euro 106.949,70 sono stati versati da YY, marito della parte acquirente.

3. Con atto di citazione notificato il 9.2.2017, YY ha convenuto in giudizio XX domandando:

SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA: PAGARE CASA INTESTATA MOGLIE

– in via principale, accertarsi che la proprietà superficiaria dell’immobile è in realtà dell’attore, essendo l’acquisto di tale diritto da parte della convenuta solo simulato;

– in subordine, accertare che l’attore, al momento dell’acquisto, ha versato euro 106.949,70 alla convenuta a titolo di mutuo, con conseguente diritto alla restituzione della somma, oltre interessi di legge.

A sostegno delle proprie richieste, il YY ha riferito di aver acquistato l’abitazione per adibirla a casa familiare e di aver intestato l’immobile alla moglie per cautelarsi da — non meglio precisate — “..eventuali azioni della figlia del Sig. YY, la Sig.ra A(omissis) P(omissis)..”, con cui egli aveva in quel tempo interrotto i rapporti e “..aveva ragione di temere che questa potesse creare problemi [n.d.r. non indicati] alla moglie..” (pagina 2 dell’atto di citazione).

Il YY ha quindi allegato che la XX ha abbandonato il tetto coniugale sul finire del 2015, onde la richiesta avanzata in questa sede.

4. Nel giudizio così radicato si è costituita XX chiedendo il rigetto delle domande avversarie giacché infondate.

La convenuta ha eccepito come il versamento al venditore dell’importo sopra indicato da parte del marito in sede di rogito configuri una donazione indiretta a proprio favore, con la conseguenza di essere la sola legittima titolare del diritto acquistato sull’immobile.

La moglie ha quindi riferito di essersi determinata a domandare la separazione dal YY a causa delle ripetute condotte aggressive, offensive e disprezzanti di quest’ultimo, per le quali si è anche dovuta rivolgere a Centro antiviolenza.

5. Le parti hanno poi dato corso, su ordine del G.I., alla mediazione obbligatoria, che tuttavia ha avuto esito negativo.

Sono state così depositate le memorie ex art. 183, sesto comma, c.p.c.

Nella prima di esse, l’attore ha domandato, in via ulteriormente subordinata, revocarsi la donazione indiretta alla convenuta per sua ingratitudine e condannarla alla restituzione dell’importo di euro 106.949,70.

6. All’udienza del 4.4.2019 sono stati escussi i testi A(omissis) P(omissis), V(omissis) A(omissis), A(omissis) L(omissis) e G(omissis) T(omissis).

7. All’udienza del 28.10.2020 le parti hanno precisato le conclusioni.

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SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA: PAGARE CASA INTESTATA MOGLIE

MOTIVAZIONE

La giurisprudenza di legittimità ha sottolineato, in modo condivisibile, che «In tema di compravendita di immobile, la prova dell’interposizione fittizia di persona è soggetta ai limiti di cui all’art. 1417 c.c., rientrando pur sempre fra i casi di simulazione relativa, sicché l’accordo simulatorio deve necessariamente risultare da atto scritto, se fatto valere nei rapporti tra le parti, mentre può essere provato mediante testimoni o presunzioni, se fatto valere da terzi o da creditori, oppure se viene dedotta l’illiceità del negozio dissimulato.» (Cass., 13.9.2019, n. 22950; nello stesso senso cfr. Cass., 12.10.2018, n. 25578).

Nella fattispecie, il YY, parte dell’asserito accordo simulatorio, non ha fornito alcuna prova scritta a sostegno della richiesta formulata, né ha dedotto l’illiceità del negozio dissimulato.

La domanda risulta dunque infondata e deve essere rigettata.

SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA: PAGARE CASA INTESTATA MOGLIE

R E P U B B L I C A . I T A L I A N A

I n . n o m e . d e l . p o p o l o . i t a l i a n o

I l . T r i b u n a l e . O r d i n a r i o . d i . M o d e n a

S E Z I O N E . P R I M A . C I V I L E

in persona del dott. Eugenio Bolondi, in funzione di Giudice Unico, ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

nella causa di primo grado iscritta al n. 1304 del Ruolo Generale degli affari contenziosi per l’anno 2017

promossa da

YY (c.f. omissis) rappresentato e difeso dagli Avvocati Francesco Ferri e Furio Ferri

– attore –

contro

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XX (c.f. omissis) rappresentata e difesa dagli Avvocati Benedetta Franchini Stufler e Federico Franchini Stufler

– convenuta –

OGGETTO

“proprietà”

CONCLUSIONI DELLE PARTI: come in verbale di udienza in data 28.10.2020 e quindi l’attore come da foglio di precisazione delle conclusioni depositato telematicamente il 22.10.2020 e la convenuta come da foglio di precisazione delle conclusioni depositato telematicamente il 20.10.2020.

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

1. Le parti hanno contratto matrimonio civile in Modena il 25.5.2001, in regime di separazione dei beni.

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SEPARAZIONE E SOLDI

2. Con rogito del (omissis).(omissis).2008, a ministero Notaio dott. A(omissis) F(omissis), la XX ha acquistato da ‘Alfa’ S.p.A. la proprietà superficiaria, per la durata di anni 99 a decorrere dal 1.9.2006, di appartamento e garage siti in Modena, via (omissis) n. (omissis), identificati catastalmente nel predetto rogito.

Nell’atto pubblico si dà anche atto che del prezzo totale pattuito di euro 131.949,70, comprensivo di IVA, euro 106.949,70 sono stati versati da YY, marito della parte acquirente.

3. Con atto di citazione notificato il 9.2.2017, YY ha convenuto in giudizio XX domandando:

– in via principale, accertarsi che la proprietà superficiaria dell’immobile è in realtà dell’attore, essendo l’acquisto di tale diritto da parte della convenuta solo simulato;

– in subordine, accertare che l’attore, al momento dell’acquisto, ha versato euro 106.949,70 alla convenuta a titolo di mutuo, con conseguente diritto alla restituzione della somma, oltre interessi di legge.

A sostegno delle proprie richieste, il YY ha riferito di aver acquistato l’abitazione per adibirla a casa familiare e di aver intestato l’immobile alla moglie per cautelarsi da — non meglio precisate — “..eventuali azioni della figlia del Sig. YY, la Sig.ra A(omissis) P(omissis)..”, con cui egli aveva in quel tempo interrotto i rapporti e “..aveva ragione di temere che questa potesse creare problemi [n.d.r. non indicati] alla moglie..” (pagina 2 dell’atto di citazione).

Il YY ha quindi allegato che la XX ha abbandonato il tetto coniugale sul finire del 2015, onde la richiesta avanzata in questa sede.

4. Nel giudizio così radicato si è costituita XX chiedendo il rigetto delle domande avversarie giacché infondate.

La convenuta ha eccepito come il versamento al venditore dell’importo sopra indicato da parte del marito in sede di rogito configuri una donazione indiretta a proprio favore, con la conseguenza di essere la sola legittima titolare del diritto acquistato sull’immobile.

La moglie ha quindi riferito di essersi determinata a domandare la separazione dal YY a causa delle ripetute condotte aggressive, offensive e disprezzanti di quest’ultimo, per le quali si è anche dovuta rivolgere a Centro antiviolenza.

5. Le parti hanno poi dato corso, su ordine del G.I., alla mediazione obbligatoria, che tuttavia ha avuto esito negativo.

Sono state così depositate le memorie ex art. 183, sesto comma, c.p.c.

Nella prima di esse, l’attore ha domandato, in via ulteriormente subordinata, revocarsi la donazione indiretta alla convenuta per sua ingratitudine e condannarla alla restituzione dell’importo di euro 106.949,70.

6. All’udienza del 4.4.2019 sono stati escussi i testi A(omissis) P(omissis), V(omissis) A(omissis), A(omissis) L(omissis) e G(omissis) T(omissis).

7. All’udienza del 28.10.2020 le parti hanno precisato le conclusioni.

Nel foglio dell’attore, depositato telematicamente il 22.10.2020, è contenuta la seguente domanda, mai sino a quel momento formulata: “in ulteriore subordine: laddove non si ravvedesse la causa di mutuo nel versamento della somma sopra indicata da parte dell’attore, accertare l’arricchimento senza causa della convenuta e, per conseguenza, disporre la restituzione della somma ai sensi dell’art.2041 c.c.

Sono stati infine depositati gli scritti conclusivi.

§

A) Sulle domande ammissibili nel presente giudizio.

Come visto, l’attore ha aggiunto due domande in corso di causa rispetto a quelle inizialmente contenute in atto di citazione, una prima all’interno della memoria ex art. 183, sesto comma, c.p.c. e una seconda nel foglio di precisazione delle conclusioni.

Quest’ultima, sopra testualmente trascritta, risulta all’evidenza inammissibile, giacché introdotta ex novo ben oltre ogni limite preclusivo.

Va ugualmente dichiarata inammissibile anche la domanda inserita nella prima memoria istruttoria del YY.

La stessa, infatti, è stata proposta in conseguenza dell’eccezione svolta dalla convenuta, la quale si è costituita chiedendo il rigetto delle pretese del marito e ricostruendo il versamento di quest’ultimo di parte del prezzo d’acquisto dell’immobile in termini di donazione indiretta alla moglie.

Il YY ha così ritenuto di introdurre, in via ulteriormente subordinata, domanda di revoca per ingratitudine della predetta — eventuale — donazione indiretta, con condanna della XX alla restituzione dell’importo di euro 106.949,70.

Sennonché, l’attore avrebbe dovuto avanzare tale richiesta in prima udienza ai sensi dell’art. 183, quinto comma, c.p.c. e non invece, in modo inammissibile, nella successiva memoria ex art. 183, sesto comma, n. 1 c.p.c.

Va, peraltro, rilevato come la domanda in questione si palesi prima facie infondata anche nel merito.

Il YY ha infatti sostanzialmente posto a fondamento della stessa l’aver la XX abbandonato il tetto coniugale sul finire del 2015 in un momento di difficoltà del marito (cfr. pagine 6 e 7 della memoria in questione).

Sennonché, non solo non vi sono in atti richieste anche solo di addebito della separazione alla moglie, ma addirittura è documentato che la separazione sia avvenuta in modo consensuale (cfr. decreto di omologa sub doc. 1 della convenuta).

La richiesta di separazione, dunque avanzata consensualmente dai coniugi, non solo non rientra certamente tra i motivi enunciati dall’art. 801 c.c. a possibile fondamento della domanda di revoca della donazione per ingratitudine, ma costituisce diritto indisponibile di ogni coniuge.

***

B) Sulla domanda principale dell’attore.

Il YY ha chiesto “..in via principale: accertare che la proprietà superficiaria dell’immobile sito in Modena, Via (omissis) n° (omissis) … è del Sig. YY e che, pertanto, l’acquisto del diritto medesimo da parte della Sig.ra XX è soltanto simulato e, per l’effetto, ordinare la trascrizione della sentenza con il valore di atto di trasferimento della proprietà, contro la Sig.ra XX ed a favore del Sig. YY.“.

L’attore ha dunque dedotto trattarsi di interposizione fittizia di persona che, come noto, ricorre quando il contratto è simulato relativamente a uno dei contraenti, nel senso che i due soggetti che solo formalmente lo concludono sono entrambi d’accordo con un terzo che, in realtà, gli effetti dell’accordo si verificheranno unicamente nei riguardi di costui.

La giurisprudenza di legittimità ha sottolineato, in modo condivisibile, che «In tema di compravendita di immobile, la prova dell’interposizione fittizia di persona è soggetta ai limiti di cui all’art. 1417 c.c., rientrando pur sempre fra i casi di simulazione relativa, sicché l’accordo simulatorio deve necessariamente risultare da atto scritto, se fatto valere nei rapporti tra le parti, mentre può essere provato mediante testimoni o presunzioni, se fatto valere da terzi o da creditori, oppure se viene dedotta l’illiceità del negozio dissimulato.» (Cass., 13.9.2019, n. 22950; nello stesso senso cfr. Cass., 12.10.2018, n. 25578).

Nella fattispecie, il YY, parte dell’asserito accordo simulatorio, non ha fornito alcuna prova scritta a sostegno della richiesta formulata, né ha dedotto l’illiceità del negozio dissimulato.

La domanda risulta dunque infondata e deve essere rigettata.

***

C) Sulla domanda subordinata dell’attore.

Il YY ha poi chiesto “..in subordine: … accertare che il versamento della somma di € 106.949,70, al momento dell’acquisto dell’immobile, ha natura di mutuo in favore della la Sig.ra XX e, pertanto, accertare il diritto del Sig. YY ai sensi degli artt.. 1813 e segg.. c.c. alla restituzione della somma erogata. Per l’effetto, condannare la Sig.ra XX al pagamento, in favore del Sig. YY, della somma medesima oltre agli interessi legali dal giorno 03/12/2008 fino al saldo effettivo.“.

A riguardo, si osserva preliminarmente come risulti pacifico che l’attore abbia versato il suddetto importo alla Società venditrice ‘Alfa’ S.p.A. a titolo di saldo parziale del prezzo di acquisto dell’immobile di cui si è detto.

Il YY ha tuttavia dedotto che nei rapporti tra coniugi si sarebbe contemporaneamente perfezionato un contratto di mutuo di pari importo.

Si tratta quindi di verificare se egli abbia fornito la prova di tale allegazione, di cui era gravato ai sensi dell’art. 2697 c.c. a fronte della contestazione della convenuta (cfr. Cass., 18.1.2018, n. 180, secondo cui «L’attore che chiede la restituzione di somme date a mutuo è tenuto a provare gli elementi costitutivi della domanda, e quindi non solo la consegna della somma di denaro, ma anche il titolo della stessa, da cui derivi l’obbligo della vantata restituzione. Il contratto di mutuo non può essere desunto dalla mera consegna di assegni bancari o somme di denaro, se l’accipiens, ammessane la ricezione, non confermi anche il titolo posto dalla controparte a fondamento della propria pretesa, ma ne contesti la legittimità.»).

La risposta è negativa.

In primo luogo, si rileva come l’attore non abbia prodotto documentazione di sorta a sostegno dei propri assunti.

Quanto, poi, alle prove testi svolte, esse non hanno offerto elementi a supporto della tesi del YY, limitandosi ad attestare che egli si sia occupato di questioni attinenti l’ordinaria manutenzione dell’immobile e di apportarvi, a proprie spese, alcune migliorie, tra cui l’acquisto di tende.

Si tratta di circostanze all’evidenza irrilevanti, giacché non solo successive all’erogazione della somma in discussione, ma anche, e soprattutto, avulse dalla relativa causale e, per di più, pienamente compatibili con la vita coniugale delle parti in quel periodo.

Non solo.

L’ulteriore circostanza — allegata dallo stesso attore a pagina 1 dell’atto di citazione — che il YY e la XX, al momento del rogito, fossero serenamente coniugati e volessero adibire l’immobile a casa familiare, depone addirittura in senso contrario alla dazione della somma a titolo di mutuo ora allegata dall’attore.

La domanda, in conclusione, risulta infondata e deve essere rigettata.

***

D) Sulle spese di lite.

Le spese di lite seguono la soccombenza ai sensi dell’art. 91, primo comma, c.p.c. e sono quindi poste a carico di YY. Le stesse sono quantificate ai sensi del d.m. 55/2014 in complessivi euro 13.000,00, oltre accessori di legge e costi vivi di causa se documentati, considerando la presente controversia di valore ricompreso tra euro 52.000,00 ed euro 260.000,00, ritenendo svolte tutte le quattro fasi e liquidando valori prossimi a quelli medi tariffari.

P.Q.M.

Il Tribunale Ordinario di Modena, in composizione monocratica, definitivamente decidendo la causa N.R.G. 1304/2017, ogni diversa domanda, istanza ed eccezione disattesa e respinta:

1. respinge le domande dell’attore YY;

2. condanna l’attore YY a rifondere le spese di lite alla convenuta XX, liquidate in euro 13.000,00, oltre 15% per spese generali, 4% per CPA e 22% per IVA, oltre costi vivi di causa se documentati.

Così deciso in Modena in data 11.3.2021

IL GIUDICE

dott. Eugenio Bolondi

SEPARAZIONE ASSEGNO BOLOGNA TRIBUNALE SENTENZA

SEPARAZIONE  ASSEGNO BOLOGNA TRIBUNALE SENTENZA

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BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

L’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi ed all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive deve, dunque, essere saldamente ancorato alle caratteristiche e alla ripartizione dei ruoli endofamiliari, i quali, alla luce del principio solidaristico che permea la formazione sociale della famiglia, di rilievo costituzionale, costituiscono attuazione della rete di diritti e doveri fissati dall’art. 143 c.c.

SEPARAZIONE ASSEGNO BOLOGNA TRIBUNALE SENTENZA

Questo accertamento — che «..non è conseguenza di un’inesistente ultrattività dell’unione matrimoniale, definitivamente sciolta tanto da determinare una modifica irreversibile degli status personali degli ex coniugi..» — diviene necessario in quanto è la stessa norma regolatrice del diritto all’assegno che attribuisce rilievo alle scelte e ai ruoli della vita familiare, rilievo che ha «..l’esclusiva funzione di accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del richiedente..», di modo che ove la disparità reddituale abbia questa specifica radice causale e sia accertato «..con assolvimento di un onere probatorio che le Sezioni Unite richiedono espressamente sia “rigoroso”..» (cfr. pag. 36 della sentenza in commento) — «..che lo squilibrio economico patrimoniale conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull’assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all’interno della famiglia e dal conseguente contribuito fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge..», di tale specifica caratteristica della vita familiare occorre tenere conto «..nella valutazione della inadeguatezza dei mezzi e dell’incapacità del coniuge richiedente di procurarseli per ragioni oggettive..».

SEPARAZIONE ASSEGNO BOLOGNA TRIBUNALE SENTENZA

In sostanza — proseguono le Sezioni Unite — «..la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà e che conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente. Il giudizio di adeguatezza ha, pertanto, anche un contenuto prognostico, riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso. Sotto questo specifico profilo il fattore età del richiedente è di indubbio rilievo al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro..».

In definitiva, e a conclusione della illustrazione della «..soluzione interpretativa adottata..», le Sezioni Unite hanno affermato che «..l’eliminazione della rigida distinzione tra criterio attributivo e criteri determinativi dell’assegno di divorzio e la conseguente inclusione, nell’accertamento cui il giudice è tenuto, di tutti gli indicatori contenuti nell’art. 5.c. 6 in posizione equiordinata, consente, … senza togliere rilevanza alla comparazione della situazione economico-patrimoniale delle parti, di escludere i rischi d’ingiustificato arricchimento derivanti dalla adozione di tale valutazione comparativa in via prevalente ed esclusiva, ma nello stesso tempo assicura tutela in chiave perequativa alle situazioni, molto frequenti, caratterizzate da una sensibile disparità di condizioni economico-patrimoniali ancorché non dettate dalla radicale mancanza di autosufficienza economica ma piuttosto da un dislivello reddituale conseguente alle comuni determinazioni assunte dalle parti nella conduzione della vita familiare..».

È sulla base delle approfondite argomentazioni sin qui testualmente richiamate, ritenute coerenti anche con il quadro normativo europeo ed extraeuropeo, che le Sezioni Unite del 2018 sono pervenute all’affermazione del principio di diritto enunciato conclusivamente, da leggere alla luce di quanto appunto spiegato al paragrafo 10 della decisione stessa: «..Ai sensi dell’art. 5 c. 6 della l. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la l. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto..».

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

——————–

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

Prima Sezione Civile

Il Tribunale di Bologna in composizione collegiale, composto dai sigg.ri

dr.ssa Silvia Migliori – Presidente relatore

dr.ssa Francesca Neri – Giudice

dr.ssa Arianna D’Addabbo – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile sopra emarginata, promossa

da

YY [ recte : coniuge separato (marito) di XX ; NdRedattore ], nato a Bologna il (omissis) maggio 1963, (c.f. omissis), con il patrocinio dell’Avv. Catia De Luca, presso il cui studio in Medicina, (Bologna), Via Libertà n. 96, è elettivamente domiciliato;

ATTORE

contro

XX, [ recte : coniuge separato (moglie) di YY ; NdRedattore ]nata a Bologna il (omissis) 1964, (c.f. omissis), con il patrocinio dell’Avv. Nicola Rossi, presso il cui studio in Bologna, Piazza San Martino n. 1, è elettivamente domiciliata;

CONVENUTA

con l’intervento del

PUBBLICO MINISTERO

***

Oggetto

“Ricorso per cessazione degli effetti del matrimonio concordatario”

CONCLUSIONI

Parte attrice ha concluso come da memoria ex art. 183 c. VI, n. 1 c.p.c.:

Il Tribunale voglia:

1) dichiarare la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato in (omissis), (Bologna), in data (omissis).(omissis).1990 tra YY e XX trascritto nel registro degli atti di matrimonio di detto Comune dell’anno 1990 con atto n. (omissis) parte II, serie A;

2) dichiarare che alcun assegno per nessun titolo deve essere corrisposto dal marito alla moglie;

3) ordinare all’Ufficiale dello Stato Civile competente di provvedere all’annotazione dell’emananda sentenza a margine dell’atto di matrimonio come sopra iscritto.

Con vittoria di spese e competenze.“.

Parte convenuta ha concluso come da memoria ex art. 183 c. VI, n. 1 c.p.c.:

Voglia il Tribunale, ogni contraria istanza disattesa,

— dichiarare con sentenza non definitiva lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio celebrato con rito civile a (omissis) il (omissis).(omissis).1990 e annotato all’Ufficio di Stato Civile di detto Comune all’anno 1990, parte 2, serie A, numero (omissis), mandando i relativi adempimento all’Ufficiale di Stato Civile,

— ordinare al sig. YY il versamento a favore della sig.ra XX di assegno mensile di mantenimento di Euro 600,00 (seicento/00) oltre rivalutazione annua su base ISTAT da versare in via anticipata il giorno 5 di ogni mese sul conto corrente intestato alla moglie.

Con vittoria di spese e competenze, oltre rimborso forfetario 15%, c.p.a. e i.v.a. come per legge.“.

MOTIVI IN FATTO E IN DIRITTO

1. Con ricorso depositato il depositato il 27 novembre 2017 YY ha domandato che sia dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto con XX e che sia revocato l’assegno di mantenimento previsto in sede di separazione a favore di quest’ultima.

Si è costituita la convenuta, non opponendosi alla richiesta di cessazione degli effetti civili del matrimonio, ma chiedendo, ma chiedendo che sia previsto il pagamento in suo favore di un assegno divorzile di € 600,00 mensili, annualmente rivalutabili.

Il P.M. è intervenuto.

All’esito dell’udienza di comparizione celebrata il 10 luglio 2018 il Presidente delegato, con ordinanza del 13 luglio 2018 ha provvisoriamente confermato quanto stabilito in sede di separazione, ha nominato il Giudice istruttore e ha fissato l’udienza di trattazione.

La causa, ritualmente istruita, è stata rimessa al Collegio in data 1 dicembre 2020.

2. YY e XX hanno contratto matrimonio concordatario in (omissis) [ recte : località in provincia di Bologna ; NdRedattore ] il (omissis) (omissis) 1990.

Dall’unione non sono nati figli.

I coniugi si sono separati consensualmente alle condizioni indicate nel verbale di comparizione dinnanzi al Presidente del Tribunale di Bologna nell’udienza del 17 ottobre 2007, omologato il successivo 30 ottobre. Hanno in particolare concordato che il signor YY versasse alla moglie l’assegno mensile di mantenimento di € 250,00 (oggi pari a € 281,30 per la rivalutazione) e che la casa coniugale fosse assegnata alla signora XX.

3. Fatte queste premesse, si può passare all’esame del merito della controversia.

3A. La cessazione degli effetti civili del matrimonio deve essere senz’altro pronunziata, ricorrendo tutti i presupposti di cui all’art. 3, numero 2, lettera b, Legge 01.12.1970, n. 898, posto che la separazione perdura ininterrottamente dal 2007 e che pertanto sono ampiamente decorsi i termini di legge senza che i coniugi si siano riappacificati, né abbiano ripreso la convivenza coniugale. Del resto, l’impossibilità di una riconciliazione e di ricostituire la comunione spirituale e materiale propria dell’istituto del matrimonio è confermata dagli atti e dalle dichiarazioni del signor YY e della signora XX.

3B. Non essendo dal matrimonio nati figli, la controversia tra le parti ha ad oggetto soltanto la debenza, e in caso positivo l’ammontare, di un assegno divorzile a favore della signora XX e a carico del signor YY.

Quest’ultimo ha allegato che:

– la moglie — che nei primi anni del matrimonio aveva lavorato nel settore delle pulizie — fino alla separazione, è stata socia della “Alfa Beta s.n.c. di XX & C.” e gli ha ceduto la quota di partecipazione per 94,74 euro; da allora egli ha proseguito l’attività trasformando la persona giuridica in una Ditta Individuale;

– il 3 agosto 2011 egli e l’attuale compagna hanno acquistato l’abitazione in cui attualmente vivono contraendo un mutuo trentennale che stanno rimborsando in rate di 790,00 euro l’una;

– deve inoltre pagare cartelle dell’Agenzia delle Entrate per imposte non pagate e sta rimborsando in 48 rate di 236,00 euro un ulteriore prestito contratto con “Findomestic“;

– la convenuta — la quale soffre di una patologia cardiaca — non si è mai attivata per ottenere una pensione di invalidità, né per essere assunta tra le categorie protette.

la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà e che conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente. Il giudizio di adeguatezza ha, pertanto, anche un contenuto prognostico, riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso. Sotto questo specifico profilo il fattore età del richiedente è di indubbio rilievo al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro..».

Ha dunque domandato che non sia riconosciuto alla convenuta alcun assegno divorzile.

Dal canto suo la signora XX ha allegato che:

– è affetta da cardiomiopatia ipertrofica non ostruttiva, aggravata da altri fattori di rischio, manifestatasi con pregressi episodi sincopali e caratterizzata al presente da diffuse aree con fibrosi intramiocardica;

– fin dal 1987 (ovvero ben prima della costituzione della “Alfa Beta s.n.c. di XX & C.“) ha iniziato a collaborare professionalmente con il signor YY e dopo la separazione ha prestato un’analoga attività alle dipendenze della “Gamma” di (omissis) (Bologna) fino allo scioglimento e alla liquidazione di quest’ultima società;

– la collaborazione con il marito (indotta dalla insistenze del medesimo) ha troncato ogni suo progetto di aprire una Ditta Individuale nel campo delle pulizie;

– le sue condizioni di salute non le consentono di ottenere una pensione di invalidità, ma neppure di svolgere lavori fissi che comportino uno sforzo fisico; pertanto ella si limita a lavorare occasionalmente come baby-sitter e donna delle pulizie;

– ha venduto la casa coniugale, di sua esclusiva proprietà, per onorare i debiti contratti dalla “Alfa Beta s.n.c. di XX & C.” e del ricavato dell’alienazione non le è rimasto praticamente nulla;

– la cessione dell’appartamento ha comportato la necessità di prendere in locazione un appartamento nel Comune di (omissis), località Calcara [ recte : Comune e località in provincia di Bologna ; NdRedattore ], per il canone di € 500,00 mensili;

– si mantiene grazie al denaro lasciatole in eredità da una zia e al ricavato della vendita di un appartamento sito in Riccione, pervenutole a titolo di successione della stessa congiunta, alienato nel 2013 per 135.000,00 euro (divisi con la sorella P(omissis)) e di cui — in seguito al pagamento delle spese condominiali, dei lavori di ristrutturazione e della commissione dell’agenzia “Tecnocasa” — le è rimasta la somma di € 55.000,00, quasi interamente usata per il pagamento del canone di locazione e delle spese mediche, oltre che per le sue esigenze quotidiane.

Ha domandato che le sia riconosciuto un assegno divorzile avente funzione assistenziale.

3Ba. Prima di addentrarsi nel merito della causa, è necessario soffermarsi sulla sentenza n. 18287/2018 depositata l’11 luglio 2018 delle Sezioni Unite ha ridefinito i principi in materia.

In particolare, la Suprema Corte ha specificato che «..l’art. 5 c. 6 attribuisce all’assegno di divorzio una funzione assistenziale, riconoscendo all’ex coniuge il diritto all’assegno di divorzio quando non abbia mezzi “adeguati” e non possa procurarseli per ragioni obiettive. Il parametro dell’adeguatezza ha, tuttavia, carattere intrinsecamente relativo ed impone una valutazione comparativa che entrambi gli orientamenti illustrati [delle Sezioni Unite del 1990 e della sezione I civile del 2017] traggono al di fuori degli indicatori contenuti nell’incipit della norma..”, esegesi in quanto tali insoddisfacenti, che hanno imposto un radicale ripensamento.

Ha inoltre puntualizzato che «..il fondamento costituzionale dei criteri indicati nell’incipit della norma conduce ad una valutazione concreta ed effettiva dell’adeguatezza dei mezzi e dell’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti, da accertarsi anche utilizzando i poteri istruttori officiosi attribuiti espressamente al giudice della famiglia a questo specifico scopo. Tale verifica è da collegare causalmente alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, c.6, al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di cruciale importanza nella valutazione del contributo di ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell’altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in relazione all’età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro..».

L’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi ed all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive deve, dunque, essere saldamente ancorato alle caratteristiche e alla ripartizione dei ruoli endofamiliari, i quali, alla luce del principio solidaristico che permea la formazione sociale della famiglia, di rilievo costituzionale, costituiscono attuazione della rete di diritti e doveri fissati dall’art. 143 c.c.

Questo accertamento — che «..non è conseguenza di un’inesistente ultrattività dell’unione matrimoniale, definitivamente sciolta tanto da determinare una modifica irreversibile degli status personali degli ex coniugi..» — diviene necessario in quanto è la stessa norma regolatrice del diritto all’assegno che attribuisce rilievo alle scelte e ai ruoli della vita familiare, rilievo che ha «..l’esclusiva funzione di accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del richiedente..», di modo che ove la disparità reddituale abbia questa specifica radice causale e sia accertato «..con assolvimento di un onere probatorio che le Sezioni Unite richiedono espressamente sia “rigoroso”..» (cfr. pag. 36 della sentenza in commento) — «..che lo squilibrio economico patrimoniale conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull’assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all’interno della famiglia e dal conseguente contribuito fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge..», di tale specifica caratteristica della vita familiare occorre tenere conto «..nella valutazione della inadeguatezza dei mezzi e dell’incapacità del coniuge richiedente di procurarseli per ragioni oggettive..».

In sostanza — proseguono le Sezioni Unite — «..la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà e che conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente. Il giudizio di adeguatezza ha, pertanto, anche un contenuto prognostico, riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso. Sotto questo specifico profilo il fattore età del richiedente è di indubbio rilievo al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro..».

In definitiva, e a conclusione della illustrazione della «..soluzione interpretativa adottata..», le Sezioni Unite hanno affermato che «..l’eliminazione della rigida distinzione tra criterio attributivo e criteri determinativi dell’assegno di divorzio e la conseguente inclusione, nell’accertamento cui il giudice è tenuto, di tutti gli indicatori contenuti nell’art. 5.c. 6 in posizione equiordinata, consente, … senza togliere rilevanza alla comparazione della situazione economico-patrimoniale delle parti, di escludere i rischi d’ingiustificato arricchimento derivanti dalla adozione di tale valutazione comparativa in via prevalente ed esclusiva, ma nello stesso tempo assicura tutela in chiave perequativa alle situazioni, molto frequenti, caratterizzate da una sensibile disparità di condizioni economico-patrimoniali ancorché non dettate dalla radicale mancanza di autosufficienza economica ma piuttosto da un dislivello reddituale conseguente alle comuni determinazioni assunte dalle parti nella conduzione della vita familiare..».

È sulla base delle approfondite argomentazioni sin qui testualmente richiamate, ritenute coerenti anche con il quadro normativo europeo ed extraeuropeo, che le Sezioni Unite del 2018 sono pervenute all’affermazione del principio di diritto enunciato conclusivamente, da leggere alla luce di quanto appunto spiegato al paragrafo 10 della decisione stessa: «..Ai sensi dell’art. 5 c. 6 della l. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la l. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto..».

3Bb. Ciò posto, aderendo all’opzione ermeneutica prospettata dalle Sezioni Unite, deve essere accertato in primo luogo se vi sia una disparità reddituale tra i coniugi.

La risposta al quesito non può che essere positiva.

Il signor YY, pur essendo stato formalmente invitato a farlo, non ha prodotto le dichiarazioni dei redditi relative agli anni di imposta 2017 e 2019.

Nel 2016 ha avuto un reddito netto di 37.677,00 euro (ottenuto sommando all’imponibile di 48,958,00 euro la somma di 3.375.00 euro pagati alla moglie a titolo di assegno di mantenimento e detraendo dall’importo così determinato l’ammontare netto dell’IRPEF e le addizionali regionale e comunale).

Nell’esercizio 2018 ha percepito un reddito netto di 20.732,00 euro.

La media tra i redditi netti delle due annualità predette è di 29.204,50 euro.

Peraltro, dopo la separazione (risalente al 2007) egli e la sua compagna JJ hanno comprato un immobile contraendo un mutuo trentennale che, secondo le allegazioni attoree, stanno rimborsando in rate di 790,00 euro mensili.

La circostanza che il signor YY stia onorando cartelle esattoriali e rimborsando un ulteriore finanziamento contratto con “Findomestic” in data non evincibile dagli atti non rileva ai presenti fini, atteso che i suoi inadempimenti fiscali e le altre scelte fatte non possono ricadere sull’eventuale diritto della moglie all’assegno divorzile.

Dal canto suo, la signora XX — che non ha un impiego fisso — per gli anni di imposta 2017 e 2018 ha denunciato redditi consistenti solo negli assegni di mantenimento versatile dal coniuge in ottemperanza agli accordi di separazione.

Rispetto al 2007 da un lato ha venduto la ex casa coniugale di sua proprietà per pagare debiti contratti dalla “Alfa Beta s.n.c. di XX & C.” e deve pagare un canone di locazione di 500,00 euro mensili; dall’altro lato ha ricevuto un’eredità da una zia.

Deve dunque concludersi che tra le parti vi è una significativa disparità reddituale.

Tuttavia, non vi è prova che tale differenza non debba essere attribuita a responsabilità della convenuta.

Invero, dagli ultimi referti prodotti dalla signora XX (datati 22 ottobre 2018 e 18 maggio 2019) risulta che:

– ella è affetta da cardiomiopatia ipertrofica non ostruttiva medio-apicale a iniziale evoluzione dilatativa;

– i fattori di rischio ulteriore sono rappresentati dal fatto che la stessa è una fumatrice (circa un pacchetto al giorno) e che vi è familiarità per morte improvvisa (un fratello è deceduto a 21 anni per edema polmonare in cardiopatia congenita, sorella defunta a 7 anni per stenosi mitralica e madre morta improvvisamente a 28 anni) e per patologie cardiache (sorella affetta da cardiomiopatia ipertrofica non ostruttiva medio-apicale e due zii materni affetti da cardiopatia dilatativa);

– la paziente è attualmente paucisintomatica: presenta dispnea per sforzi intensi, sporadici episodi di dolore toracico puntoreo con caratteristiche atipiche (indipendente dallo sforzo, della durata di circa due ore), saltuario cardiopalmo; dopo il compimento dei 18 anni non si sono più verificate sincopi;

– la signora XX è in una situazione di buon compenso cardiovascolare e la funzione sistolica del ventricolo sinistro è ancora nei limiti della norma.

Pertanto, deve ritenersi dimostrato che la convenuta è affetta da una patologia cardiaca.

Tuttavia, ella non ha provato di avere avviato l’iter per ottenere il riconoscimento della pensione di invalidità.

Del resto, a tale riguardo non può non rilevarsi che la signora XX ha riferito nell’udienza presidenziale di essersi informata anni fa e di avere appreso che non sussistevano le condizioni per conseguirla. Dunque, non essendo le sue condizioni significativamente peggiorate nell’ultimo decennio, deve ritenersi verosimile che la sua patologia non sia a oggi di gravità tale da consentire l’erogazione della pensione. Se così fosse, ne discenderebbe che la convenuta è in uno stato di salute tale da potere lavorare.

Inoltre, la signora XX non ha dimostrato (né allegato) di essersi attivata per reperire un impiego compatibile con le sue condizioni di salute e con l’impossibilità di compiere sforzi intensi e neppure di essersi iscritta a un centro per l’impiego.

Allo stesso modo, non ha provato di essersi attivata per avere il reddito di cittadinanza.

Si deve dunque ritenere che l’assenza di redditi in capo alla signora XX sia dovuta a una sua inerzia colpevole della stessa e non a una situazione di impossibilità o comunque di estrema difficoltà di procurarseli.

Alla luce delle sopra esposte considerazioni, e in virtù del principio di auto-responsabilità, ormai generalmente riconosciuto e accettato, si deve concludere che la convenuta non ha diritto a un assegno divorzile, che in questo caso comporterebbe una sostanziale rendita di posizione.

Il contributo di mantenimento riconosciuto in sede di separazione va dunque revocato con decorso dalla data di pubblicazione della presente sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio tra le parti.

4. Le spese, liquidate come in dispositivo seguono la soccombenza.

In particolare, i compensi vanno determinati valutando il procedimento in esame di valore indeterminabile (Cass. 610/99) con riferimento allo scaglione da € 26.000 a € 52.000 ex art.5 Co.6 D.M. cit. e quantificando il dovuto nel valore medio per le prime due fasi e in quello medio ridotto della metà per la terza, data la modesta complessità della controversia, l’estrema brevità e semplicità dell’istruttoria; nulla può essere riconosciuto per la quarta fase, dato il deposito tardivo della comparsa conclusionale.

P.Q.M.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente decidendo, ogni altra domanda o eccezione respinta,

– dichiara la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra YY, nato a Bologna il (omissis) 1963, e XX, nata a Bologna il (omissis) 1964, matrimonio contratto a (omissis), (Bologna), il (omissis) (omissis) 1990, trascritto nel Registro degli atti di matrimonio del Comune di Bologna dell’anno 1990, al n. (omissis), parte 2, Serie A;

– ordina all’ufficiale dello Stato Civile del predetto Comune di procedere all’annotazione della presente sentenza;

– con decorrenza dalla data di pubblicazione della presente sentenza, revoca l’obbligo a carico del signor YY di versare alla signora XX l’assegno di € 250,00 mensili annualmente rivalutato sulla base degli indici ISTAT, stabilito in sede di separazione;

– condanna la convenuta a rifondere integralmente a controparte le spese di lite, che liquida in complessivi € 3.627,00, oltre a rimborso forfettario spese generali nella misura del 15% e a i.v.a. e c.p.a. come per legge.

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della Prima Sezione Civile del Tribunale tenuta il 2 febbraio 2021

Il Presidente est.

dr.ssa Silvia Migliori

ART 1463 CC IMPOSSIBILITA’ SOPRAVVENUTA

ART 1463 CC  IMPOSSIBILITA’ SOPRAVVENUTA

Nei contratti con prestazioni corrispettive, la parte liberata per la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta(1) non può chiedere la controprestazione, e deve restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell’indebito.

tale norma è un’ulteriore conferma del fatto che il codice non allude a una nozione di impossibilità assoluta e oggettiva; infatti, è chiaro che quando una cosa è smarrita la prestazione è teoricamente possibile. In altre parole, il codice ha previsto un’ipotesi che è sicuramente annoverabile tra quelle di impossibilità relativa e ha stabilito che in tal caso l’obbligazione si estingua per impossibilità sopravvenuta; e ciò sarebbe una conferma che l’impossibilità deve essere intesa in senso soggettivo e relativo.

La totale impossibilità sopravvenuta della prestazione (art. 1463 c.c.), che consiste in un impedimento assoluto ed oggettivo, a carattere definitivo, della prestazione (v. Cass., 16/2/2006, n. 3440; Cass., 22/10/1982, n. 5496; Cass., 6/2/1979, n. 794; Cass., 27/6/1978, n. 3166; Cass., 8/10/1973, n. 2532; Cass., 14/10/1970, n. 2018; Cass., 29/10/1962, n. 3076), integra infatti un fenomeno di automatica estinzione dell’obbligazione e risoluzione del contratto che ne costituisce la fonte ai sensi degli artt. 1463 e 1256, 1° co., c.c. (v. Cass., 28/1/1995, n. 1037; Cass., 9/11/1994, n. 9304; Cass., 24/4/1982, n. 548; Cass., 14/10/1970, n. 2018), in ragione del venir meno della relazione di interdipendenza funzionale in cui la medesima si trova con la prestazione della controparte c.d. sinallagma funzionale), a tale stregua conseguendo la irrealizzabilità della causa concreta del con tratto (cfr. Cass., 24/4/1982, n. 2548; Casa., 15/12/1975, n. 4140; Cass., 26/3/1971, n. 882; Cass., 14/4/1959, n. 1092; Cass., 26/3/1954, n. 894). L’impossibilità parziale (art. 1464 c.c.) consiste invece nel deterioramento della cosa dovuta, o più generalmente nella riduzione materiale della prestazione (cfr. Cass., 10/4/1995, n. 4119) che dà luogo ad una corrispondente riduzione della controprestazione o al diritto al recesso per la parte che non abbia un apprezzabile interesse al mantenimento del contratto, laddove la prestazione residua venga a risultare incompatibile con la causa concreta del contratto (cfr. Cass., 15/12/1975, n. 4140).


Diversamente da tale ipotesi, l’impossibilità di utilizzazione della prestazione non viene in realtà a sostanziarsi in un impedimento precludente l’attuazione dell’obbligazione, non presupponendone di per sé l’obiettiva ineseguibilità da parte del debitore.


Pur essendo la prestazione in astratto ancora eseguibile (cfr. Cass., 27/9/1999, n. 10690), il venir meno della possibilità che essa realizzi lo scopo dalle parti perseguito con la stipulazione del contratto (nel caso, lo «scopo di piacere» in cui si sostanzia la «finalità turistica»), essa implica il venir meno dell’interesse creditorio, quale vicenda che attiene esclusivamente alla sfera del creditore (in dottrina si segnala l’esempio secondo cui il fatto che il compratore si sia procurata la merce da altro fornitore non impedisce al venditore di effettuare la consegna prevista).


Come osservato in dottrina, mentre nelle ipotesi in cui la prestazione diviene impossibile l’obbligazione si estingue per il concorso delle due cause estintive, l’impossibilità sopravvenuta della utilizzabilità della prestazione estingue invero il rapporto obbligatorio per il venir dell’interesse creditorio, e di conseguenza il contratto che dell’obbligazione costituisce la fonte per irrealizzabilità della relativa causa concreta.

La sopravvenuta impossibilità di utilizzazione della prestazione deve dunque distinguersi dalla sopravvenuta impossibilità della esecuzione della prestazione (v. peraltro ancora Cass., 2/5/2006, n. 10138) di cui agli artt. 1463 e 1464 c.c. (v. Cass., 16/2/2006, n. 3440; Cass., 28/1/1995, n. 1037).

Superando le perplessità in passato avvertite in argomento (v.. Cass., 9/11/1994, n. 9304), e in accordo con quanto anche autorevolmente sostenuto in dottrina, va pertanto affermato che l’impossibilità di utilizzazione della prestazione da parte del creditore, pur se normativamente non specificamente prevista, costituisce -analogamente all’impossibilità di esecuzione della prestazione- (autonoma) causa di estinzione dell’obbligazione.

ART 2087 CC- AVVOCATO A BOLOGNA TUTELA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO

ART 2087 CC– AVVOCATO A BOLOGNA TUTELA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO

L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro 

ART 37 COSTITUZIONE

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

L’art. 2087 c.c. che, integrando le disposizioni in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro previste da leggi speciali, impone all’imprenditore l’adozione delle misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro, è applicabile anche nei confronti del committente, obbligandolo a provvedere alle misure di sicurezza dei lavoratori, benché da lui non dipendenti, ove egli stesso si sia reso garante della vigilanza relativa alle misure da adottare in concreto, riservandosi i poteri tecnico-organizzativi dell’opera da eseguire.

Ai sensi dell’art. 2087 c.c., norma di chiusura del sistema antinfortunistico e suscettibile di interpretazione estensiva in ragione sia del rilievo costituzionale del diritto alla salute sia dei principi di correttezza e buona fede cui deve ispirarsi lo svolgimento del rapporto di lavoro, il datore è tenuto ad astenersi da iniziative che possano ledere i diritti fondamentali del dipendente mediante l’adozione di condizioni lavorative “stressogene” (cd. “straining”), e a tal fine il giudice del merito, pur se accerti l’insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare gli episodi in modo da potersi configurare una condotta di “mobbing”, è tenuto a valutare se, dagli elementi dedotti – per caratteristiche, gravità, frustrazione personale o professionale, altre circostanze del caso concreto – possa presuntivamente risalirsi al fatto ignoto dell’esistenza di questo più tenue danno.

Il lavoratore che agisca, nei confronti del datore di lavoro, per il risarcimento integrale del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro ha l’onere di provare il fatto costituente l’inadempimento ed il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento ed il danno, ma non anche la colpa dellla controparte, nei cui confronti opera la presunzione ex art. 1218 c.c.. In particolare, nel caso di omissione di misure di sicurezza espressamente previste dalla legge, o da altra fonte vincolante, c.d. nominate, la prova liberatoria incombente sul datore di lavoro si esaurisce nella negazione degli stessi fatti provati dal lavoratore; viceversa, ove le misure di sicurezza debbano essere ricavate dall’art. 2087 c.c., c.d. innominate, la prova liberatoria è generalmente correlata alla quantificazione della misura di diligenza ritenuta esigibile nella predisposizione delle indicate misure di sicurezza, imponendosi l’onere di provare l’adozione di comportamenti specifici che siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, quali anche l’assolvimento di puntuali obblighi di comunicazione. (Nella specie, la S.C., ha cassato la sentenza impugnata che, pur non avendo ravvisato un’ipotesi di rischio elettivo, aveva escluso, per difetto di specifiche indicazioni da parte del lavoratore sulle cautele adottabili, la responsabilità del datore di lavoro per l’infortunio subito dal dipendente durante la discesa dalla cabina di guida di un autocarro ribaltata ed in pendenza).

E’ configurabile il “mobbing” lavorativo ove ricorra l’elemento obiettivo, integrato da una pluralità di comportamenti del datore di lavoro, e quello soggettivo dell’intendimento persecutorio del datore medesimo. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ravvisato entrambi gli elementi, individuabili, il primo, nello svuotamento progressivo delle mansioni della lavoratrice e, il secondo, nell’atteggiamento afflittivo del datore di lavoro, all’interno di un procurato clima di estrema tensione in azienda).

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Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo, l’elemento qualificante, che deve essere provato da chi assume di avere subito la condotta vessatoria, va ricercato non nell’illegittimità dei singoli atti bensì nell’intento persecutorio che li unifica, sicché la legittimità dei provvedimenti può rilevare indirettamente perché, in difetto di elementi probatori di segno contrario, sintomatica dell’assenza dell’elemento soggettivo che deve sorreggere la condotta, unitariamente considerata; parimenti la conflittualità delle relazioni personali all’interno dell’ufficio, che impone al datore di lavoro di intervenire per ripristinare la serenità necessaria per il corretto espletamento delle prestazioni lavorative, può essere apprezzata dal giudice per escludere che i provvedimenti siano stati adottati al solo fine di mortificare la personalità e la dignità del lavoratore.

In materia esercizio di attività pericolose ed esposizione dei lavoratori alle polveri di amianto, la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c., pur non configurando un’ipotesi di responsabilità oggettiva, non è circoscritta alla violazione di regole d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, essendo volta a sanzionare, anche alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della sua maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e d’indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico. (Nella specie, la S.C. ha confermato la pronuncia del giudice di merito che – riconosciuto il nesso di causalità tra affezione ed esposizione alle polveri da absesto – aveva ritenuto la responsabilità del datore di lavoro sul presupposto che ad esso, Autorità portuale di Venezia, all’epoca di svolgimento del rapporto di lavoro – anni dal 1968 al 2000 – dovesse essere ben nota la pericolosità delle fibre di amianto, materiale il cui uso è sottoposto a particolari cautele fin dal principio del secolo scorso, indipendentemente dal grado di concentrazione di fibre in relazione a periodi temporali di esposizione per attività lavorativa).

In tema di responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c., posto che, ai fini del superamento della presunzione di cui all’art. 1218 c.c., grava sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di aver rispettato le norme specificamente stabilite in relazione all’attività svolta, e di aver adottato tutte le misure che, in considerazione della peculiarità dell’attività e tenuto conto dello stato della tecnica, siano necessarie per tutelare l’integrità del lavoratore, vigilando altresì sulla loro osservanza, il vizio strutturale del macchinario, quale fatto liberatorio, non può prescindere dalla prova circostanziata, da parte del datore di lavoro, dell’assolvimento dei suddetti obblighi di protezione specifici.

Ai sensi degli artt. 2087 c.c. e 7 del d.l.vo n. 626 del 1994, quest’ultimo applicabile “ratione temporis”, che disciplina l’affidamento di lavori in appalto all’interno dell’azienda, il committente, nella cui disponibilità permanga l’ambiente di lavoro, è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità e la salute dei lavoratori, ancorché dipendenti dell’impresa appaltatrice, e che consistono nel fornire adeguata informazione ai singoli lavoratori circa le situazioni di rischio, nel predisporre quanto necessario a garantire la sicurezza degli impianti e nel cooperare con l’appaltatrice nell’attuazione degli strumenti di protezione e prevenzione dei rischi connessi sia al luogo di lavoro sia all’attività appaltata.

In tema di infortuni sul lavoro e di cd. rischio elettivo, premesso che la “ratio” di ogni normativa antinfortunistica è quella di prevenire le condizioni di rischio insite negli ambienti di lavoro e nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori, destinatari della tutela, la responsabilità esclusiva del lavoratore sussiste soltanto ove questi abbia posto in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, cosi da porsi come causa esclusiva dell’evento e creare condizioni di rischio estranee alle normali modalità del lavoro da svolgere. In assenza di tale contegno, l’eventuale coefficiente colposo del lavoratore nel determinare l’evento è irrilevante sia sotto il profilo causale che sotto quello dell’entità del risarcimento dovuto.

obbligo di sicurezza di cui all’art. 2087 c.c:

 gravano sul datore di lavoro specifici obblighi di informazione del lavoratore, al fine di evitare il rischio specifico della lavorazione, insuscettibili di essere assolti mediante indicazioni generiche (quali, nella specie, di “svuotare la carriola con il badile, per renderla più leggera” o di “non sollevarla quando completamente piena” rispetto ad un danno verificatosi a causa del sollevamento manuale del carico), in quanto in tal modo la misura precauzionale non risulta adottata dal datore di lavoro ma l’individuazione dei suoi contenuti è inammissibilmente demandata al lavoratore; né l’obbligo di controllo può ritenersi esaurito nell’accertamento della prassi seguita in azienda, esigendosi, viceversa, una verifica riferita ai singoli lavoratori, attraverso specifici preposti e con riferimento ad ogni fase lavorativa rischiosa.

Salute del lavoratore

 il datore di lavoro è tenuto, ai sensi dell’art. 2087 c.c., a garantire la sicurezza al meglio delle tecnologie disponibili, sicché, con riferimento alle patologie correlate all’amianto, l’obbligo, risultante dal richiamo effettuato dagli artt. 174 e 175 del d.P.R. n. 1124 del 1965 all’art. 21 del d.P.R. n. 303 del 1956, norma che mira a prevenire le malattie derivabili dall’inalazione di tutte le polveri (visibili od invisibili, fini od ultrafini) di cui si è tenuti a conoscere l’esistenza, comporta che non sia sufficiente, ai fini dell’esonero da responsabilità, l’affermazione dell’ignoranza della nocività dell’amianto a basse dosi secondo le conoscenze del tempo, ma che sia necessaria, da parte datoriale, la dimostrazione delle cautele adottate in positivo, senza che rilevi il riferimento ai valori limite di esposizione agli agenti chimici (cd. tlv, “threshold limit value”) poiché il richiamato articolo 21 non richiede il superamento di alcuna soglia per l’adozione delle misure di prevenzione prescritte.

Bologna AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Imola AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Casalecchio di Reno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
San Lazzaro di Savena AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Valsamoggia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Giovanni in Persiceto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Castel San Pietro Terme AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Zola Predosa AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Budrio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Castel Maggiore AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Pianoro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Medicina AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Molinella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castenaso AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sasso Marconi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Ozzano dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Crevalcore AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Calderara di Reno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Pietro in Casale AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Anzola dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Granarolo dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monte San Pietro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Argelato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Malalbergo AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Minerbio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Giorgio di Piano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sala Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Vergato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sant’Agata Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Pieve di Cento AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Baricella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Alto Reno Terme AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Marzabotto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Dozza AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castello d’Argile AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Monzuno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Monterenzio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Castiglione dei Pepoli AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Bentivoglio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Galliera AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Gaggio Montano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Mordano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Castel Guelfo di Bologna AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Loiano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
San Benedetto Val di Sambro 
Grizzana Morandi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Monghidoro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Casalfiumanese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Castel di Casio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Borgo Tossignano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Lizzano in Belvedere AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Fontanelice AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Castel d’Aiano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 
Camugnano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE 

RIMINI TRIBUNALE DIAGNOSI MALASANITA’ PERDITA CHANCE

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ritardo nella diagnosi della patologia tumorale

un tempestivo e corretto inquadramento diagnostico-terapeutico costituito da un precoce intervento chirurgico di isteroannessioctomia, avrebbe certamente limitato la possibilità di una eventuale diffusione metastatica della neoplasia, risparmiando alla paziente la sopraggiunta necessità di subire impegnativi interventi di chirurgia toracica e di sottoporsi ad elevate dosi di radioterapia, ma, soprattutto, garantendo maggiore concrete chances di sopravvivenza e, quanto meno, un percorso terapeutico assai meno impegnativo”. In altre parole, l’evento dannoso allegato consiste nella perdita di possibilità maggiori di remissione completa della malattia tumorale e, quindi, nella perdita di chance di una maggiore quantità e qualità di vita.

RISOLVI ORA IL TUO DANNO D A MALASANITA’ .

IN CASO DI GRAVISSIMI DANNI DA MALASANITA’ QUALE MORT E PER ERRORE MEDICO CHIAMA SUBITO L’AVVOCATO SERGIO ARMAORLI NON ESITARE.

AVVOCATO ESPERTO TROVA LA SOLUZIONEPER IL TUO DANNO, RICORRENDO IN PRIMO LUOGO A PERIZIA DI VALIDI MEDICI LEGALI CHE SONO LA BASE PER LA RESPONSABILITA’ SANITARIA E MEDICA

DEVI CHIAMARE SUBITO E PRENDERE APPUNTAMENTO CON L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

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AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA ,AVVOCATO MALASNAITA’ RIMINI, AVVOCATO MALASANITA’ VICENZA AVVOCATO MALASANITA’ RAVENNA AVVOCATO MALASANITA’ FORLI AVVOCATO MALASANITA’ ROVIGO AVVOCATO MALASANITA’ PADOVA

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un tempestivo e corretto inquadramento diagnostico-terapeutico costituito da un precoce intervento chirurgico di isteroannessioctomia, avrebbe certamente limitato la possibilità di una eventuale diffusione metastatica della neoplasia, risparmiando alla paziente la sopraggiunta necessità di subire impegnativi interventi di chirurgia toracica e di sottoporsi ad elevate dosi di radioterapia, ma, soprattutto, garantendo maggiore concrete chances di sopravvivenza e, quanto meno, un percorso terapeutico assai meno impegnativo”. In altre parole, l’evento dannoso allegato consiste nella perdita di possibilità maggiori di remissione completa della malattia tumorale e, quindi, nella perdita di chance di una maggiore quantità e qualità di vita.

RIMINI TRIBUNALE DIAGNOSI MALASANITA’ PERDITA CHANCE

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L’inadempimento (o l’inesatto adempimento) delle prestazioni dovute implica, pertanto, la responsabilità (diretta e autonoma)
della struttura per i danni conseguenti, secondo lo schema dell’art. 1218 c.c., al pari di ogni responsabilità che scaturisce dall’inadempimento di obbligazioni derivanti da «altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento» (art. 1173 c.c.). Da tali considerazioni discende che, laddove – come in questo caso – il danneggiato agisca in giudizio nei confronti della sola struttura sanitaria (e non anche del medico), non assume alcun rilievo la previsione dell’art. 3, I co., della legge sopra richiamata, che si riferisce esclusivamente all’esercente la professione sanitaria.

RISOLVI ORA IL TUO DANNO D A MALASANITA’ .

IN CASO DI GRAVISSIMI DANNI DA MALASANITA’ QUALE MORTE PER ERRORE MEDICO CHIAMA SUBITO L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI NON ESITARE.

AVVOCATO ESPERTO TROVA LA SOLUZIONEPER IL TUO DANNO, RICORRENDO IN PRIMO LUOGO A PERIZIA DI VALIDI MEDICI LEGALI CHE SONO LA BASE PER LA RESPONSABILITA’ SANITARIA E MEDICA

DEVI CHIAMARE SUBITO E PRENDERE APPUNTAMENTO CON L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

Al di là, infatti, delle recenti pronunce della Corte di Cassazione in senso contrario (si vedano Cass., n. 4030/13 e ord. n. 8940/14, a mente della quale “l’articolo 3, comma 1, della legge n. 189/2012, là dove omette di precisare in che termini si riferisca all’esercente la professione sanitaria e concerne nel suo primo inciso la responsabilità penale, comporta che la norma dell’inciso successivo, quando dice che resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 c.c., poiché in lege aquilia et levissima culpa venit, vuole solo significare che il legislatore si è soltanto preoccupato di escludere l’irrilevanza della colpa lieve in ambito di responsabilità extracontrattuale, ma non ha inteso prendere alcuna posizione sulla qualificazione della responsabilità medica necessariamente come responsabilità di quella natura. La norma, dunque, non induce il superamento dell’orientamento tradizionale sulla responsabilità da contatto e sulle sue implicazioni (da ultimo riaffermate da Cass. n. 4792/2013)”), si osserva che la norma in esame non pare concernere la responsabilità della struttura sanitaria (sia essa pubblica, convenzionata o privata), la quale, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione (espressosi, tra le altre, nelle sentenze rese a Sezioni unite, n. 9556/02 e n. 577/08) può sempre essere ricondotta alla responsabilità da inadempimento ex art. 1218 c.c., scaturendo da(ll’inadempimento di) un contratto atipico (c.d. di “spedalità”) concluso con l’accettazione del paziente presso la struttura, in virtù del quale quest’ultima è tenuta ad adempiere sia prestazioni (principali) di carattere sanitario, sia prestazioni (accessorie) di altro tipo, attraverso il personale medico ed ausiliario legato alla struttura da un rapporto di lavoro subordinato o da un distinto contratto. Per le strutture sanitarie inserite nel S.S.N. (quale quella parte della presente causa) l’obbligo di prestare l’assistenza sanitaria potrebbe discendere dalla stessa legge n. 833/78 (istitutiva del servizio sanitario nazionale). L’inadempimento (o l’inesatto adempimento) delle prestazioni dovute implica, pertanto, la responsabilità (diretta e autonoma)
della struttura per i danni conseguenti, secondo lo schema dell’art. 1218 c.c., al pari di ogni responsabilità che scaturisce dall’inadempimento di obbligazioni derivanti da «altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento» (art. 1173 c.c.). Da tali considerazioni discende che, laddove – come in questo caso – il danneggiato agisca in giudizio nei confronti della sola struttura sanitaria (e non anche del medico), non assume alcun rilievo la previsione dell’art. 3, I co., della legge sopra richiamata, che si riferisce esclusivamente all’esercente la professione sanitaria.



6. La prima voce di pregiudizio invocata dall’attrice (e, oggi, iure hereditatis dai suoi familiari) è il danno da perdita di chance di una più lunga (e qualitativamente migliore) sopravvivenza. In realtà – come già s’è accennato alla fine del primo paragrafo – l’attrice aveva prospettato nell’atto di citazione due tipologie di danno da perdita di chance, a ben vedere logicamente contraddittorie. Affermando che “un tempestivo trattamento [le] avrebbe consentito (..)
possibilità sicuramente maggiori di remissione completa della malattia tumorale”, l’attrice appariva riferire la chance alla guarigione. Ciò – ipotizzando come tenuto il comportamento omesso, e favorevolmente concretizzata la chance nel “bene della vita finale” – equivale a dire, da un lato, che alla tempestiva diagnosi (e cura) del tumore sarebbe conseguita la scomparsa dello stesso; e, specularmente, che l’omissione diagnostica (rectius, il ritardo) aveva – in definitiva – causato la ricomparsa del tumore. Tale prospettazione, in effetti, sembrerebbe trovare pendant nella domanda spiegata dai familiari della G in seno all’atto di intervento nel processo, successivo alla morte di costei. I signori B, richiedendo il risarcimento del danno da c.d. perdita del rapporto parentale (con esplicito richiamo, in ordine alla quantificazione del risarcimento, agli importi contemplati dalla Tabella di Milano), mostravano infatti – inequivocabilmente – di ritenere che il ritardo nella diagnosi della patologia tumorale aveva determinato, in ultima analisi, la morte della propria moglie e madre. Tanto che, descrivendo il pregiudizio invocato, essi asserivano che “la sopravvenuta morte della signora G ed il lungo e travagliato periodo di sopravvivenza della stessa hanno determinato un vero e proprio sconvolgimento della vita degli istanti (..)” (pag. 7 della comparsa di intervento). In una seconda “declinazione”, la chance viene, invece, correlata alla maggiore lunghezza e migliore qualità del periodo di sopravvivenza: ciò che implica – all’evidenza – l’esclusione di un rapporto eziologico tra l’omissione e la morte. Il ragionamento può esplicitarsi nei seguenti termini: posto che il decesso (dovuto al carcinoma) non si sarebbe potuto evitare neppure se il tumore fosse stato diagnosticato tempestivamente, il ritardo nella diagnosi (e nella successiva attivazione della terapia) cagionò un peggioramento delle condizioni di vita della paziente, per il tempo che le restava da vivere, e/o un accorciamento del periodo di sopravvivenza. Pur a fronte delle contrarie dichiarazioni del procuratore degli attori, in sede di discussione orale della causa, non può farsi a meno di sottolineare il contegno processuale di questi ultimi i quali, nelle note conclusive, hanno fatto riferimento unicamente alla “maggior quantità e qualità di vita”, di cui la G avrebbe potuto godere “in ipotesi di tempestivo intervento” (pag. 6), non facendo alcun cenno (né nel corpo dell’atto, né nelle conclusioni finali) al danno patito iure proprio per la perdita della moglie/madre. In ogni caso, ammesso che ciò fosse stato consapevolmente affermato dagli attori, dalla consulenza tecnica è emerso inequivocabilmente che la morte della sig.ra G non è stata causata dalla tardiva diagnosi del tumore, dal momento che una diagnosi più tempestiva non avrebbe potuto in alcun modo evitarla (né – come si vedrà – si può dire che avrebbe potuto posticiparla con consistente probabilità).



7. Oltre al danno da perdita di chance di più lunga (o “migliore”) sopravvivenza, gli attori hanno prospettato un danno biologico della de cuius, quantificato nell’atto di citazione nella percentuale del 15% di invalidità permanente, oltre a complessivi 210 giorni di invalidità temporanea (120 totale, e 90 parziale). Si legge, a tal proposito, a pag. 4 delle note conclusive depositate dagli attori: “l’intervento, effettuato in Aprile 2008 e non già nel precedente Settembre, è risultato, data l’estensione della massa tumorale sviluppata nel corso dei mesi, ben più demolitorio, comportando un danno biologico del 15% (asportazione di utero ed ovaie) e un danno temporaneo pari a 120 giorni di inabilità totale e 90 di inabilità parziale, considerati i successivi ricoveri dovuti alla ripresentazione del tumore”. Non è chiaro donde gli attori traggano la conclusione della natura “ben più demolitoria” dell’intervento, posto che nell’atto introduttivo del processo si erano limitati a formulare una mera ipotesi in tal senso (“l’intervento chirurgico, ove eseguito con immediatezza, avrebbe potuto essere anche meno demolitorio”: pag. 7); ipotesi che, peraltro, è rimasta smentita dalle risultanze della consulenza tecnica svolta in corso di causa dal dr. Gian Luca Moroni. A pag. 10 della relazione di quest’ultimo si legge, infatti: “il trattamento del tumore primitivo è stato corretto e di solito in questi casi non ha esiti invalidanti; (..) una diagnosi più precoce non avrebbe evitato un trattamento radioterapico post-operatorio né modificato la tecnica chirurgica effettuata”. Non è esplicitato (né dagli attori, né dalla loro consulenza di parte prodotta sub doc. 18), inoltre, se il danno biologico in discorso fosse stato (doverosamente) rapportato, in misura “differenziale”, alla menomazione che sarebbe comunque conseguita, a carico della G, per effetto dell’intervento (asseritamente “meno demolitivo”, ma pur sempre necessitato) che avrebbe dovuto subire alcuni mesi prima. Senza dire che pare esservi contraddizione tra l’affermazione di un danno (“certo”) alla salute, patito per effetto di un intervento chirurgico ritardato, e la prospettazione solo eventuale (per l’appunto, in termini di chance) di una migliore “condizione di vita” per l’ipotesi in cui tale intervento fosse stato eseguito prima. Tale voce di danno non può, pertanto, essere riconosciuta.

8. Venendo a trattare il danno da perdita di chance in senso stretto, s’impongono alcune considerazioni di ordine generale, sulla natura di tale voce di danno e sul suo rapporto con l’elemento della fattispecie di responsabilità, rappresentato dal nesso causale. Siamo al cospetto di una figura di matrice giurisprudenziale, nata in ambito “lavoristico” e successivamente sviluppatasi, prevalentemente, in quello della responsabilità professionale (soprattutto dell’avvocato e, per quanto in questa sede interessa, del medico). L’operazione teorica su cui s’impernia consiste essenzialmente nella elevazione della possibilità di consecuzione dell’utilità futura a bene giuridico “attuale”, dalla cui lesione/compromissione scaturisce il diritto al risarcimento del danno. La chance, si dice, è un’entità patrimoniale a sé stante, autonoma rispetto ad un risultato (il bene giuridico finale) che non v’è alcuna certezza si realizzerà. Come tale, la chance, nel momento in cui l’evento dannoso si verifica, è (di già) presente nella sfera giuridica del danneggiato. Per evitare, tuttavia, che la “regressione” verso coefficienti di probabilità molto bassi schiudesse le porte al risarcimento di danni obiettivamente incerti, la Corte di Cassazione, nella seconda pronuncia intervenuta sul tema (la prima era stata la sentenza n. 6906 del 1983), ebbe cura di affermare che “in tema di procedure di concorso costituisce fonte di risarcimento del danno il comportamento del datore di lavoro che escluda illegittimamente il lavoratore aspirante al posto dalla partecipazione alle prove del concorso ove determini la perdita della possibilità di conseguire il superamento della selezione, possibilità che deve essere provata dal lavoratore e va valutata secondo criteri di verosimiglianza alla stregua dell’id quod plerumque accidit in relazione alla percentuale di probabilità superiore a quella relativa all’evento sfavorevole, costituito dal mancato superamento della selezione stessa; l’ammontare del danno, che costituisce danno emergente, va commisurato non alla perdita del risultato(ossia alle retribuzioni che avrebbe percepito il lavoratore in caso di assunzione), bensì alla mera possibilità di conseguirlo, da determinare in base alle dette retribuzioni ma con un coefficiente di riduzione delle stesse, ovvero facendo ricorso alla liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c.”. Si richiedeva, dunque, che la chance esprimesse una probabilità di conseguimento del risultato superiore al 50%. Ma di fronte all’obiezione che, in tal modo, si facevano refluire sul “giudizio di spettanza” (l’an debeatur) problemi afferenti al successivo momento della liquidazione del danno (quantum debeatur), la Suprema Corte prese a sostenere che “nell’ipotesi di inadempimento del datore di lavoro che abbia comportato la perdita della “chance” di promozione, il danno risarcibile al lavoratore va ragguagliato alla probabilità di conseguire il risultato utile – al qual fine è sufficiente la ragionevole certezza dell’esistenza di una non trascurabile probabilità favorevole (non necessariamente superiore al cinquanta per cento) – e può essere determinato applicando al parametro costituito dalle retribuzioni che sarebbero spettate in caso di promozione un coefficiente di riduzione che tenga conto di quella probabilità, oppure, ove questo o altro criterio risulti di difficile utilizzazione, ricorrendo alla valutazione equitativa, la quale esige una congrua ed adeguata motivazione, che non può esaurirsi nell’apodittica e tautologica affermazione della giustezza od equità della determinazione adottata” (Cass., n. 4725/93). Non sfuggirà – già ad un esame sommario – il cortocircuito logico che si annida nell’espressione “ragionevole certezza dell’esistenza di una non trascurabile probabilità favorevole”. In ogni caso, a voler essere conseguenti con le premesse, la configurazione in tal guisa della chance non tollera, sul piano logico, alcuna “franchigia” risarcitoria. E invero, se la chance è un bene suscettibile di valutazione economica, tale resta indipendentemente dal valore che, volta a volta, essa venga ad assumere in concreto: questo rileverà soltanto in ordine alla determinazione del quantum del danno. Se si è in presenza di un danno emergente, l’incertezza in ordine al raggiungimento del risultato finale, per quanto consistente possa essere, non dovrebbe escludere il risarcimento, sibbene incidere unicamente sulla sua quantificazione, da rapportarsi alla percentuale (financo infinitesimale) che esprime la probabilità (in tal senso sembra opinare Cass., n. 15759/01, secondo cui, “in tema di responsabilità professionale (nella specie, di un dottore commercialista), la negligenza del professionista che abbia causato al cliente la perdita della “chance” di intraprendere o di proseguire una lite in sede giudiziaria determina un danno per il quale non può, di regola, porsi alcun problema di accertamento sotto il profilo dell'”an” – una volta accertato l’inadempimento contrattuale sotto il profilo della ragionevole probabilità che la situazione lamentata avrebbe subito, per il cliente, una diversa e più favorevole evoluzione con l’uso dell’ordinaria diligenza professionale -, ma solo, eventualmente, sotto quello del “quantum”, dovendo tale danno liquidarsi in ragione di un criterio prognostico basato sulle concrete e ragionevoli possibilità di risultati utili, ed assumendo, come parametro di valutazione, il vantaggio economico complessivamente realizzabile dal danneggiato diminuito di un coefficiente di riduzione proporzionato al grado di possibilità di conseguirlo (deducibile, quest’ultimo, caso per caso, dagli elementi costitutivi della situazione giuridica dedotta), ovvero ricorrendo a criteri equitativi ex art. 1226 cod. civ.”). È perciò arduo conciliare tale ricostruzione con le statuizioni giurisprudenziali che richiedono che la chance, per assurgere al rango della risarcibilità, abbia una qualche consistenza, e non sia quindi irrisoria (Cass., n. 10748/96, sempre in tema di progressioni di carriera, richiede la prova che il lavoratore “avrebbe avuto possibilità non distanti da quelle degli altri aspiranti positivamente valutati”; Cass., n. 8468/00 parla di “ragionevoli probabilità di ottenere un risultato utile”; Cass., n. 14074/00 di “perdita di una probabilità non trascurabile di conseguire il risultato utile”).

9. Si allinea al filone inaugurato in materia “concorsuale” anche la sentenza che segna il debutto (nella giurisprudenza di legittimità) del danno da perdita di chance nel “sotto-sistema” della responsabilità sanitaria (Cass., n. 4400/04). Pur non vagliando nel merito la fattispecie (atteso che l’attore non aveva formulato una specifica domanda in tal senso), la Cassazione afferma, in primo luogo, che “in una situazione in cui è certo che il medico ha dato alla patologia sottopostagli una risposta errata o in ogni caso inadeguata, è possibile affermare che, in presenza di fattori di rischio, detta carenza (che integra l’inadempimento della prestazione sanitaria) aggrava la possibilità che l’esito negativo si produca”; ribadendo, di poi, che “la chance, o concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato, non è una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde la sua perdita, id est la perdita della possibilità consistente di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale”. Il rischio di sovrapposizioni concettuali è legato al fatto che la chance implica, per così dire, ontologicamente un riferimento alle probabilità di realizzazione del risultato finale, per cui appare distonico rispetto al sistema affermare la risarcibilità di ciò che si accerta avere scarse (o scarsissime) probabilità di verificazione. Nel campo del danno non patrimoniale, assume un rilievo anche il requisito della c.d. serietà del pregiudizio, elevato dalle sentenze delle Sezioni unite della Cassazione dell’11 novembre 2008 a presupposto di risarcibilità di tale tipo di pregiudizio, in ossequio ai principi di tolleranza e di solidarietà nei rapporti tra consociati.

10. Ma il terreno sul quale la nozione giuridica di chance entra in crisi è quello del nesso di causa.



Invero, la selezione delle conseguenze pregiudizievoli risarcibili avviene, sotto l’egida dell’art. 1223 c.c. (richiamato, per la responsabilità extracontrattuale, dall’art. 2056 c.c.), in virtù di quello che viene usualmente denominato rapporto di “causalità giuridica”. Scomponendo la fattispecie nei tre elementi del fatto illecito, dell’evento lesivo e delle conseguenze pregiudizievoli prodottesi nella sfera giuridica del danneggiato, si suole, infatti, distinguere il rapporto di causalità “materiale” (che lega i primi due tra gli elementi suddetti) da quello di causalità “giuridica” (che avvince il secondo al terzo). Il nesso di causalità materiale esprime una regola interna alla fattispecie (che contribuisce a delineare il fatto illecito, imputandolo al suo agente); quello di causalità giuridica vale, invece, a collegare la fattispecie ai suoi effetti, connotandone la rilevanza giuridica sub specie di danni risarcibili. La chance si pone quale anello intermedio della catena: la sua compromissione rappresenta l’evento lesivo, originato dal fatto illecito (o dall’inadempimento), che a sua volta determina il manifestarsi di conseguenze pregiudizievoli (patrimoniali o non patrimoniali) nella sfera giuridica della vittima. Come noto, nella c.d. sentenza Franzese (del 10.7.2002), le Sezioni unite penali della Corte di Cassazione avevano adottato, in merito al nesso causale, il criterio dell’elevato grado di credibilità razionale, affermando che “non è consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma o meno dell’ipotesi accusatoria sull’esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve verificarne la validità nel caso concreto sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza probatoria disponibile”. A partire dalla fondamentale sentenza n. 21619 del 2007, la Cassazione civile si discostò da tale modello, per rimanere coerente con i peculiari principi (civilistici) dell’atipicità dell’illecito, dell’ingiustizia del danno, della centralità della figura del danneggiato, e del rilievo che l’aumento del rischio assume nell’illecito civile: “il sottosistema della responsabilità civile diventa, così, un satellite sperimentale di ingegneria sociale (che si allontana definitivamente dall’orbita dello speculare sottosistema penalistico)”. La pronuncia (relativa proprio ad una fattispecie di responsabilità medica) prospettava una sorta di scala discendente, che dalla “quasi certezza” penalistica muove verso la “causalità civile ordinaria”, attestata “sul versante della probabilità relativa (o “variabile”), caratterizzata (..) dall’accedere ad una soglia meno elevata di probabilità rispetto a quella penale” (la regola del “più probabile che non”); per approdare infine alla causalità da perdita di chance, “attestata tout court sul versante della mera possibilità di conseguimento di un diverso risultato terapeutico, da intendersi, rettamente, non come mancato conseguimento di un risultato soltanto possibile, bensì come sacrificio della possibilità di conseguirlo, inteso tale aspettativa (la guarigione da parte del paziente) come “bene”, come diritto attuale, autonomo e diverso rispetto a quello alla salute”. La “regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”” venne poi definitivamente consacrata dalla Cassazione a Sezioni unite con la sentenza n. 567/08. L’interferenza tra chance e causalità si apprezza, dunque, sul terreno della probabilità, che da un lato sostanzia “ontologicamente” la chance, e dall’altro esprime il parametro di riferimento elettivo per l’accertamento del nesso causale (“più probabile che non”). Ma come si combinano queste due declinazioni della probabilità nella ricostruzione della fattispecie di responsabilità? Se un determinato grado di probabilità nella consecuzione degli eventi non venga ritenuto, in concreto, sufficiente per istituire un nesso causale giuridicamente rilevante, la conseguenza obbligata dovrebbe essere l’impossibilità di riconoscere un danno risarcibile. Non si potrebbe sfuggire, insomma, dalla logica binaria del “tutto o niente”. Invece, quella misura inferiore di probabilità viene “recuperata”, sul terreno della perdita di chance, per attribuire comunque alla vittima un risarcimento (che generalmente riproduce, nel quantum, tale misura probabilistica).

Emblematica delle incertezze che vigono nella materia è proprio la pronuncia della Cassazione del 2007 (sopra citata). Un subacqueo era dovuto risalire troppo rapidamente in superficie per il cattivo funzionamento della bombola d’ossigeno, restando vittima di un’embolia gassosa. Per negligenza del medico di guardia che per primo lo aveva visitato, l’attore era stato condotto nella camera iperbarica con circa sei ore di ritardo, riportando, infine, un’invalidità permanente del 60%. La Corte di Appello, ribaltando la sentenza di primo grado, aveva opinato nel senso che il ritardo nel trattamento, se pur non potesse considerarsi causa del danno biologico permanente riportato dalla vittima, aveva determinato una perdita di chance di un esito diverso (nell’an e nel quantum) della malattia. E, sebbene non fosse possibile quantificare l’entità di tale chance (secondo le conclusioni dei consulenti tecnici), aveva liquidato il danno nel 50% del controvalore di quello corrispondente alla percentuale di invalidità riportata. La Cassazione, pur non entrando nel merito del criterio utilizzato per la liquidazione, corresse la motivazione della sentenza impugnata, rilevando che “il giudice del merito [aveva] mostra[to] chiaramente di ritenere (..) “più probabile che non” l’esistenza del nesso di causa tra il comportamento omissivo del sanitario e le lesioni subite dal[l’attore]”. La singolarità sta nel fatto che, dopo avere prospettato teoricamente la “causalità da perdita di chance” come distinta da quella fondata sul “più probabile che non”; e sulla base della mera prospettazione dell’esistenza di probabilità di un esito diverso (espressamente dichiarate non quantificabili dai giudici di merito), la Corte arrivò a istituire un nesso causale tout court rispetto al pregiudizio dedotto in giudizio dall’attore, così implicitamente riconoscendogli il diritto a pretendere il risarcimento per l’intero danno patito

Tribunale di Rimini

Sezione Civile

Sentenza 4 novembre 2016

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di RIMINI

Sezione Unica CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Luigi La Battaglia ha pronunciato ex art. 281 sexies c.p.c.

la seguente

SENTENZA


nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 4316/2012 promossa da:

B., con il patrocinio dell’avv. GAETANO GRIECO; elettivamente domiciliati presso lo studio dell’avv. A. GRASSI, in via XXII Giugno n. 11, Rimini;

ATTORI

contro

AUSL – RIMINI (C.F. ), con il patrocinio dell’avv. BOCCARDI ERCOLE e BOCCARDI MONICA, presso il cui studio è elettivamente domiciliata in Corso D’Augusto n.14, Rimini;

CONVENUTA

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da verbale d’udienza del 25.10.2016.

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione


1. Il presente processo era stato inizialmente instaurato da G., con domanda risarcitoria per i danni (patrimoniali e non patrimoniali) subiti. A seguito del decesso della medesima (avvenuto in data 15.12.2012), il processo veniva interrotto (all’udienza ex art. 183 c.p.c.), per essere quindi riassunto dai suoi eredi (il marito ed i cinque figli) con ricorso ex art. 302 c.p.c., depositato in cancelleria il 2.7.2013. Successivamente (precisamente in data 23.10.2013), gli stessi eredi depositavano una comparsa di intervento volontario, nella quale avanzavano una domanda di risarcimento del danno (non patrimoniale) da perdita del rapporto parentale. Affermavano, in particolare, che “la sopravvenuta morte della signora G. ed il lungo e travagliato periodo di sopravvivenza della stessa [avevano] determinato un vero e proprio sconvolgimento della vita degli istanti, in quanto la de cuius era persona estremamente dinamica e costituiva un concreto puntuale centro di riferimento per tutte le esigenze dell’intero nucleo familiare di tipo tradizionale, molto unito” (pag. 7 della comparsa di intervento). Concludevano, quindi, nel senso di “condannare l’AUSL di Rimini al risarcimento di ogni danno, patrimoniale e non patrimoniale, jure proprio e jure successionis, patito dagli odierni istanti nelle misure richieste o in quelle che risulteranno di giustizia, oltre rivalutazione ed interessi dall’evento al soddisfo”.

2. Sotto il profilo processuale, l’intervento volontario spiegato dai signori B non può considerarsi ammissibile, difettando la condizione di “terzietà” rispetto alle parti della causa. Essi, proseguendo il processo ai sensi dell’art. 110 c.p.c., ne sono infatti divenuti parti a tutti gli effetti; né rileva la spendita, nell’atto di intervento, della diversa qualità di “congiunti”, trattandosi pur sempre dei medesimi soggetti che hanno agito in nome proprio, e nei confronti dei quali si produrranno gli effetti della presente sentenza. Si deve ritenere, quindi, che mediante la comparsa depositata il 23.10.2013, gli attori abbiano veicolato nel processo un’altra domanda (diversa ed ulteriore rispetto a quella avanzata dalla G nell’atto di citazione), il cui fatto costitutivo (vale a dire la morte della loro congiunta) si è verificato nel corso del processo medesimo. Da tale angolo visuale, una volta “riqualificato” in tal guisa l’atto di “intervento”, la domanda in discorso può ritenersi ammissibile, alla luce del recente orientamento delle Sezioni unite della Corte di Cassazione, secondo cui “la modificazione della domanda ammessa ex art. 183 cod. proc. civ. può riguardare anche uno o entrambi gli elementi oggettivi della stessa (“petitum” e “causa petendi”), sempre che la domanda così modificata risulti comunque connessa alla vicenda sostanziale dedotta in giudizio e senza che, perciò solo, si determini la compromissione delle potenzialità difensive della controparte, ovvero l’allungamento dei tempi processuali” (Cass., s. u., n. 12310/15). Nel caso di specie, la richiesta di risarcimento dei danni patiti iure proprio è stata formulata prima dell’udienza ex art. 183 c.p.c., consentendo pertanto alla controparte ampi margini di difesa (all’udienza medesima, e poi nelle memorie ex art. 183, VI co., c.p.c.). Del resto, anche a volere ipotizzare che gli attori fossero decaduti dal potere di proporre quella domanda, nell’ottica dell’art. 153 c.p.c. parrebbero comunque sussistere i presupposti della rimessione in termini, essendosi verificato il fatto costitutivo in discorso (rectius, uno dei fatti costitutivi) dopo la notificazione dell’atto di citazione. Il discorso non può valere, però, per quelle voci di risarcimento basate sugli stessi identici fatti costitutivi allegati dall’attrice a fondamento della propria originaria domanda. Il riferimento è al danno da (non già perdita, bensì) compromissione del rapporto parentale, correlato alle sofferenze patite dai familiari per avere visto la salute (e/o la serenità morale) della propria congiunta peggiorare in conseguenza del fatto illecito. Su tale “voce” di danno il procuratore degli attori si è soffermato in sede di discussione della causa, osservando che “il richiamo alle tabelle milanesi non implica che l’evento posto a base del danno sia la morte del congiunto, potendo bene consistere nella sofferenza derivata dalla perdita di chance occorsa alla madre/moglie”. È evidente, tuttavia, che tale pregiudizio sarebbe potuto essere invocato dagli attori sin dall’(epoca dell’)atto di citazione, non dipendendo in alcun modo dalla morte della propria congiunta, ed anzi concorrendo con il danno “diretto” patito da costei. Ove, quindi, gli attori avessero proposto una domanda di tal genere (le conclusioni dell’atto di intervento non sono chiare in tal senso, ed una precisazione s’è avuta soltanto in sede di precisazione delle conclusioni), essa non potrebbe che incorrere nella sanzione dell’inammissibilità.

3. Gli attori individuano l’inadempimento dei sanitari dell’Ospedale di Rimini nell’avere “lasciato trascorrere (..) ben otto mesi prima di procedere ad un intervento che, se eseguito prima, avrebbe avuto ben altre possibilità di successo in termini di migliori prospettive future” (pag. 6 dell’atto di citazione); “un tempestivo e corretto inquadramento diagnostico-terapeutico, costituito da un precoce intervento chirurgico di isteroannessioctomia, avrebbe certamente limitato la possibilità di una eventuale diffusione metastatica della neoplasia, risparmiando alla paziente la sopraggiunta necessità di subire impegnativi interventi di chirurgia toracica e di sottoporsi ad elevate dosi di radioterapia, ma, soprattutto, garantendo maggiori e concrete chances di sopravvivenza e, quantomeno, un percorso terapeutico assai meno impegnativo” (pag. 6 dell’atto di citazione, che riproduce testualmente la relazione di parte del dr. Cannavò).

In particolare, viene censurato il comportamento del ginecologo che effettuò la visita specialistica sulla sig.ra G, in occasione del suo accesso al Pronto Soccorso del 22.8.2007.

Questi, a dire degli attori, sottovalutò “la notevole massa già descritta dall’ecografista e si limitò a consigliare, in modo assai generico, una rivalutazione ecografica a distanza (senza specificare in alcun modo quanta) ed eventuale isteroscopia ambulatoriale al persistere di ispessimento endometriale” (pag. 4 della prima memoria depositata dagli attori il 28.11.2013).

Il comportamento doveroso omesso viene individuato dagli attori nel “quantomeno sottolineare alla paziente l’importanza di effettuare in tempi brevi indagini dirette ad accertare la natura della massa parauterina, se non richiederne l’immediato ricovero per accertamenti” (ibidem).

L’evento dannoso allegato (relativamente alla posizione della de cuius) consiste nella perdita di “possibilità sicuramente maggiori di remissione completa dalla malattia tumorale” (pag. 7 dell’atto di citazione), nonché nella perdita di chance di “una maggiore quantità di vita (..) e, certamente, una migliore qualità di vita di cui la G purtroppo non fruisce, vist[i] i ripetuti interventi chirurgici che ha subito e/o dovrà subire” (pag. 7 dell’atto di citazione).

4. Nel costituirsi in giudizio, la AUSL di Rimini ha dedotto che la G fu adeguatamente trattata in occasione dell’accesso al Pronto Soccorso dell’Ospedale in data 22.8.2007, rilevando la presenza di una “massa solida in sede parauterina destra” ed inviandola presso il medico curante per l’approfondimento delle indagini. In occasione del secondo ricovero (28.12.2007) si programmò l’isteroscopia, che fu però ritardata (fino al 23.2.2008) per la richiesta della paziente di eseguirla in anestesia totale, e per la mancata presentazione della stessa alla visita cardiologica preliminare programmata per il 21.1.2008. Il referto della biopsia permise, poi, di individuare il tumore, per cui successivamente si procedé alla isterectomia. Sostiene la convenuta che il “il dedotto ritardo di otto mesi, imputato dall’attrice alla convenuta, nel diagnosticare ed asportare chirurgicamente il tumore, è invece attribuibile in via esclusiva alla sig.ra G sia per quanto riguarda il periodo di tempo trascorso tra il 22 agosto 2007 ed il 28.12.2007, cioè oltre quattro mesi, per non aver contattato il proprio medico curante, sia per il periodo che va dal 21 gennaio al 23 febbraio 2008, avendo la sig.ra G saltato l’appuntamento per l’esecuzione dell’ECG dinamico che le era stato prescritto al fine di sottoporla ad anestesia totale in sicurezza, cioè un altro mese” (pag. 10 della comparsa di costituzione e risposta).

5. Non ha pregio la difesa della convenuta, secondo cui la responsabilità dedotta dall’attrice (e oggi dai suoi eredi/familiari) andrebbe riguardata sotto l’egida dell’art. 2043 c.c., in virtù del disposto dell’art. 3 della l. n. 189/12. Al di là, infatti, delle recenti pronunce della Corte di Cassazione in senso contrario (si vedano Cass., n. 4030/13 e ord. n. 8940/14, a mente della quale “l’articolo 3, comma 1, della legge n. 189/2012, là dove omette di precisare in che termini si riferisca all’esercente la professione sanitaria e concerne nel suo primo inciso la responsabilità penale, comporta che la norma dell’inciso successivo, quando dice che resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 c.c., poiché in lege aquilia et levissima culpa venit, vuole solo significare che il legislatore si è soltanto preoccupato di escludere l’irrilevanza della colpa lieve in ambito di responsabilità extracontrattuale, ma non ha inteso prendere alcuna posizione sulla qualificazione della responsabilità medica necessariamente come responsabilità di quella natura. La norma, dunque, non induce il superamento dell’orientamento tradizionale sulla responsabilità da contatto e sulle sue implicazioni (da ultimo riaffermate da Cass. n. 4792/2013)”), si osserva che la norma in esame non pare concernere la responsabilità della struttura sanitaria (sia essa pubblica, convenzionata o privata), la quale, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione (espressosi, tra le altre, nelle sentenze rese a Sezioni unite, n. 9556/02 e n. 577/08) può sempre essere ricondotta alla responsabilità da inadempimento ex art. 1218 c.c., scaturendo da(ll’inadempimento di) un contratto atipico (c.d. di “spedalità”) concluso con l’accettazione del paziente presso la struttura, in virtù del quale quest’ultima è tenuta ad adempiere sia prestazioni (principali) di carattere sanitario, sia prestazioni (accessorie) di altro tipo, attraverso il personale medico ed ausiliario legato alla struttura da un rapporto di lavoro subordinato o da un distinto contratto. Per le strutture sanitarie inserite nel S.S.N. (quale quella parte della presente causa) l’obbligo di prestare l’assistenza sanitaria potrebbe discendere dalla stessa legge n. 833/78 (istitutiva del servizio sanitario nazionale). L’inadempimento (o l’inesatto adempimento) delle prestazioni dovute implica, pertanto, la responsabilità (diretta e autonoma)
della struttura per i danni conseguenti, secondo lo schema dell’art. 1218 c.c., al pari di ogni responsabilità che scaturisce dall’inadempimento di obbligazioni derivanti da «altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento» (art. 1173 c.c.). Da tali considerazioni discende che, laddove – come in questo caso – il danneggiato agisca in giudizio nei confronti della sola struttura sanitaria (e non anche del medico), non assume alcun rilievo la previsione dell’art. 3, I co., della legge sopra richiamata, che si riferisce esclusivamente all’esercente la professione sanitaria.

6. La prima voce di pregiudizio invocata dall’attrice (e, oggi, iure hereditatis dai suoi familiari) è il danno da perdita di chance di una più lunga (e qualitativamente migliore) sopravvivenza. In realtà – come già s’è accennato alla fine del primo paragrafo – l’attrice aveva prospettato nell’atto di citazione due tipologie di danno da perdita di chance, a ben vedere logicamente contraddittorie. Affermando che “un tempestivo trattamento [le] avrebbe consentito (..)
possibilità sicuramente maggiori di remissione completa della malattia tumorale”, l’attrice appariva riferire la chance alla guarigione. Ciò – ipotizzando come tenuto il comportamento omesso, e favorevolmente concretizzata la chance nel “bene della vita finale” – equivale a dire, da un lato, che alla tempestiva diagnosi (e cura) del tumore sarebbe conseguita la scomparsa dello stesso; e, specularmente, che l’omissione diagnostica (rectius, il ritardo) aveva – in definitiva – causato la ricomparsa del tumore. Tale prospettazione, in effetti, sembrerebbe trovare pendant nella domanda spiegata dai familiari della G in seno all’atto di intervento nel processo, successivo alla morte di costei. I signori B, richiedendo il risarcimento del danno da c.d. perdita del rapporto parentale (con esplicito richiamo, in ordine alla quantificazione del risarcimento, agli importi contemplati dalla Tabella di Milano), mostravano infatti – inequivocabilmente – di ritenere che il ritardo nella diagnosi della patologia tumorale aveva determinato, in ultima analisi, la morte della propria moglie e madre. Tanto che, descrivendo il pregiudizio invocato, essi asserivano che “la sopravvenuta morte della signora G ed il lungo e travagliato periodo di sopravvivenza della stessa hanno determinato un vero e proprio sconvolgimento della vita degli istanti (..)” (pag. 7 della comparsa di intervento). In una seconda “declinazione”, la chance viene, invece, correlata alla maggiore lunghezza e migliore qualità del periodo di sopravvivenza: ciò che implica – all’evidenza – l’esclusione di un rapporto eziologico tra l’omissione e la morte. Il ragionamento può esplicitarsi nei seguenti termini: posto che il decesso (dovuto al carcinoma) non si sarebbe potuto evitare neppure se il tumore fosse stato diagnosticato tempestivamente, il ritardo nella diagnosi (e nella successiva attivazione della terapia) cagionò un peggioramento delle condizioni di vita della paziente, per il tempo che le restava da vivere, e/o un accorciamento del periodo di sopravvivenza. Pur a fronte delle contrarie dichiarazioni del procuratore degli attori, in sede di discussione orale della causa, non può farsi a meno di sottolineare il contegno processuale di questi ultimi i quali, nelle note conclusive, hanno fatto riferimento unicamente alla “maggior quantità e qualità di vita”, di cui la G avrebbe potuto godere “in ipotesi di tempestivo intervento” (pag. 6), non facendo alcun cenno (né nel corpo dell’atto, né nelle conclusioni finali) al danno patito iure proprio per la perdita della moglie/madre. In ogni caso, ammesso che ciò fosse stato consapevolmente affermato dagli attori, dalla consulenza tecnica è emerso inequivocabilmente che la morte della sig.ra G non è stata causata dalla tardiva diagnosi del tumore, dal momento che una diagnosi più tempestiva non avrebbe potuto in alcun modo evitarla (né – come si vedrà – si può dire che avrebbe potuto posticiparla con consistente probabilità).

7. Oltre al danno da perdita di chance di più lunga (o “migliore”) sopravvivenza, gli attori hanno prospettato un danno biologico della de cuius, quantificato nell’atto di citazione nella percentuale del 15% di invalidità permanente, oltre a complessivi 210 giorni di invalidità temporanea (120 totale, e 90 parziale). Si legge, a tal proposito, a pag. 4 delle note conclusive depositate dagli attori: “l’intervento, effettuato in Aprile 2008 e non già nel precedente Settembre, è risultato, data l’estensione della massa tumorale sviluppata nel corso dei mesi, ben più demolitorio, comportando un danno biologico del 15% (asportazione di utero ed ovaie) e un danno temporaneo pari a 120 giorni di inabilità totale e 90 di inabilità parziale, considerati i successivi ricoveri dovuti alla ripresentazione del tumore”. Non è chiaro donde gli attori traggano la conclusione della natura “ben più demolitoria” dell’intervento, posto che nell’atto introduttivo del processo si erano limitati a formulare una mera ipotesi in tal senso (“l’intervento chirurgico, ove eseguito con immediatezza, avrebbe potuto essere anche meno demolitorio”: pag. 7); ipotesi che, peraltro, è rimasta smentita dalle risultanze della consulenza tecnica svolta in corso di causa dal dr. Gian Luca Moroni. A pag. 10 della relazione di quest’ultimo si legge, infatti: “il trattamento del tumore primitivo è stato corretto e di solito in questi casi non ha esiti invalidanti; (..) una diagnosi più precoce non avrebbe evitato un trattamento radioterapico post-operatorio né modificato la tecnica chirurgica effettuata”. Non è esplicitato (né dagli attori, né dalla loro consulenza di parte prodotta sub doc. 18), inoltre, se il danno biologico in discorso fosse stato (doverosamente) rapportato, in misura “differenziale”, alla menomazione che sarebbe comunque conseguita, a carico della G, per effetto dell’intervento (asseritamente “meno demolitivo”, ma pur sempre necessitato) che avrebbe dovuto subire alcuni mesi prima. Senza dire che pare esservi contraddizione tra l’affermazione di un danno (“certo”) alla salute, patito per effetto di un intervento chirurgico ritardato, e la prospettazione solo eventuale (per l’appunto, in termini di chance) di una migliore “condizione di vita” per l’ipotesi in cui tale intervento fosse stato eseguito prima. Tale voce di danno non può, pertanto, essere riconosciuta.

8. Venendo a trattare il danno da perdita di chance in senso stretto, s’impongono alcune considerazioni di ordine generale, sulla natura di tale voce di danno e sul suo rapporto con l’elemento della fattispecie di responsabilità, rappresentato dal nesso causale. Siamo al cospetto di una figura di matrice giurisprudenziale, nata in ambito “lavoristico” e successivamente sviluppatasi, prevalentemente, in quello della responsabilità professionale (soprattutto dell’avvocato e, per quanto in questa sede interessa, del medico). L’operazione teorica su cui s’impernia consiste essenzialmente nella elevazione della possibilità di consecuzione dell’utilità futura a bene giuridico “attuale”, dalla cui lesione/compromissione scaturisce il diritto al risarcimento del danno. La chance, si dice, è un’entità patrimoniale a sé stante, autonoma rispetto ad un risultato (il bene giuridico finale) che non v’è alcuna certezza si realizzerà. Come tale, la chance, nel momento in cui l’evento dannoso si verifica, è (di già) presente nella sfera giuridica del danneggiato. Per evitare, tuttavia, che la “regressione” verso coefficienti di probabilità molto bassi schiudesse le porte al risarcimento di danni obiettivamente incerti, la Corte di Cassazione, nella seconda pronuncia intervenuta sul tema (la prima era stata la sentenza n. 6906 del 1983), ebbe cura di affermare che “in tema di procedure di concorso costituisce fonte di risarcimento del danno il comportamento del datore di lavoro che escluda illegittimamente il lavoratore aspirante al posto dalla partecipazione alle prove del concorso ove determini la perdita della possibilità di conseguire il superamento della selezione, possibilità che deve essere provata dal lavoratore e va valutata secondo criteri di verosimiglianza alla stregua dell’id quod plerumque accidit in relazione alla percentuale di probabilità superiore a quella relativa all’evento sfavorevole, costituito dal mancato superamento della selezione stessa; l’ammontare del danno, che costituisce danno emergente, va commisurato non alla perdita del risultato(ossia alle retribuzioni che avrebbe percepito il lavoratore in caso di assunzione), bensì alla mera possibilità di conseguirlo, da determinare in base alle dette retribuzioni ma con un coefficiente di riduzione delle stesse, ovvero facendo ricorso alla liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c.”. Si richiedeva, dunque, che la chance esprimesse una probabilità di conseguimento del risultato superiore al 50%. Ma di fronte all’obiezione che, in tal modo, si facevano refluire sul “giudizio di spettanza” (l’an debeatur) problemi afferenti al successivo momento della liquidazione del danno (quantum debeatur), la Suprema Corte prese a sostenere che “nell’ipotesi di inadempimento del datore di lavoro che abbia comportato la perdita della “chance” di promozione, il danno risarcibile al lavoratore va ragguagliato alla probabilità di conseguire il risultato utile – al qual fine è sufficiente la ragionevole certezza dell’esistenza di una non trascurabile probabilità favorevole (non necessariamente superiore al cinquanta per cento) – e può essere determinato applicando al parametro costituito dalle retribuzioni che sarebbero spettate in caso di promozione un coefficiente di riduzione che tenga conto di quella probabilità, oppure, ove questo o altro criterio risulti di difficile utilizzazione, ricorrendo alla valutazione equitativa, la quale esige una congrua ed adeguata motivazione, che non può esaurirsi nell’apodittica e tautologica affermazione della giustezza od equità della determinazione adottata” (Cass., n. 4725/93). Non sfuggirà – già ad un esame sommario – il cortocircuito logico che si annida nell’espressione “ragionevole certezza dell’esistenza di una non trascurabile probabilità favorevole”. In ogni caso, a voler essere conseguenti con le premesse, la configurazione in tal guisa della chance non tollera, sul piano logico, alcuna “franchigia” risarcitoria. E invero, se la chance è un bene suscettibile di valutazione economica, tale resta indipendentemente dal valore che, volta a volta, essa venga ad assumere in concreto: questo rileverà soltanto in ordine alla determinazione del quantum del danno. Se si è in presenza di un danno emergente, l’incertezza in ordine al raggiungimento del risultato finale, per quanto consistente possa essere, non dovrebbe escludere il risarcimento, sibbene incidere unicamente sulla sua quantificazione, da rapportarsi alla percentuale (financo infinitesimale) che esprime la probabilità (in tal senso sembra opinare Cass., n. 15759/01, secondo cui, “in tema di responsabilità professionale (nella specie, di un dottore commercialista), la negligenza del professionista che abbia causato al cliente la perdita della “chance” di intraprendere o di proseguire una lite in sede giudiziaria determina un danno per il quale non può, di regola, porsi alcun problema di accertamento sotto il profilo dell'”an” – una volta accertato l’inadempimento contrattuale sotto il profilo della ragionevole probabilità che la situazione lamentata avrebbe subito, per il cliente, una diversa e più favorevole evoluzione con l’uso dell’ordinaria diligenza professionale -, ma solo, eventualmente, sotto quello del “quantum”, dovendo tale danno liquidarsi in ragione di un criterio prognostico basato sulle concrete e ragionevoli possibilità di risultati utili, ed assumendo, come parametro di valutazione, il vantaggio economico complessivamente realizzabile dal danneggiato diminuito di un coefficiente di riduzione proporzionato al grado di possibilità di conseguirlo (deducibile, quest’ultimo, caso per caso, dagli elementi costitutivi della situazione giuridica dedotta), ovvero ricorrendo a criteri equitativi ex art. 1226 cod. civ.”). È perciò arduo conciliare tale ricostruzione con le statuizioni giurisprudenziali che richiedono che la chance, per assurgere al rango della risarcibilità, abbia una qualche consistenza, e non sia quindi irrisoria (Cass., n. 10748/96, sempre in tema di progressioni di carriera, richiede la prova che il lavoratore “avrebbe avuto possibilità non distanti da quelle degli altri aspiranti positivamente valutati”; Cass., n. 8468/00 parla di “ragionevoli probabilità di ottenere un risultato utile”; Cass., n. 14074/00 di “perdita di una probabilità non trascurabile di conseguire il risultato utile”).

9. Si allinea al filone inaugurato in materia “concorsuale” anche la sentenza che segna il debutto (nella giurisprudenza di legittimità) del danno da perdita di chance nel “sotto-sistema” della responsabilità sanitaria (Cass., n. 4400/04). Pur non vagliando nel merito la fattispecie (atteso che l’attore non aveva formulato una specifica domanda in tal senso), la Cassazione afferma, in primo luogo, che “in una situazione in cui è certo che il medico ha dato alla patologia sottopostagli una risposta errata o in ogni caso inadeguata, è possibile affermare che, in presenza di fattori di rischio, detta carenza (che integra l’inadempimento della prestazione sanitaria) aggrava la possibilità che l’esito negativo si produca”; ribadendo, di poi, che “la chance, o concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato, non è una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde la sua perdita, id est la perdita della possibilità consistente di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale”. Il rischio di sovrapposizioni concettuali è legato al fatto che la chance implica, per così dire, ontologicamente un riferimento alle probabilità di realizzazione del risultato finale, per cui appare distonico rispetto al sistema affermare la risarcibilità di ciò che si accerta avere scarse (o scarsissime) probabilità di verificazione. Nel campo del danno non patrimoniale, assume un rilievo anche il requisito della c.d. serietà del pregiudizio, elevato dalle sentenze delle Sezioni unite della Cassazione dell’11 novembre 2008 a presupposto di risarcibilità di tale tipo di pregiudizio, in ossequio ai principi di tolleranza e di solidarietà nei rapporti tra consociati.

10. Ma il terreno sul quale la nozione giuridica di chance entra in crisi è quello del nesso di causa.

Invero, la selezione delle conseguenze pregiudizievoli risarcibili avviene, sotto l’egida dell’art. 1223 c.c. (richiamato, per la responsabilità extracontrattuale, dall’art. 2056 c.c.), in virtù di quello che viene usualmente denominato rapporto di “causalità giuridica”. Scomponendo la fattispecie nei tre elementi del fatto illecito, dell’evento lesivo e delle conseguenze pregiudizievoli prodottesi nella sfera giuridica del danneggiato, si suole, infatti, distinguere il rapporto di causalità “materiale” (che lega i primi due tra gli elementi suddetti) da quello di causalità “giuridica” (che avvince il secondo al terzo). Il nesso di causalità materiale esprime una regola interna alla fattispecie (che contribuisce a delineare il fatto illecito, imputandolo al suo agente); quello di causalità giuridica vale, invece, a collegare la fattispecie ai suoi effetti, connotandone la rilevanza giuridica sub specie di danni risarcibili. La chance si pone quale anello intermedio della catena: la sua compromissione rappresenta l’evento lesivo, originato dal fatto illecito (o dall’inadempimento), che a sua volta determina il manifestarsi di conseguenze pregiudizievoli (patrimoniali o non patrimoniali) nella sfera giuridica della vittima. Come noto, nella c.d. sentenza Franzese (del 10.7.2002), le Sezioni unite penali della Corte di Cassazione avevano adottato, in merito al nesso causale, il criterio dell’elevato grado di credibilità razionale, affermando che “non è consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma o meno dell’ipotesi accusatoria sull’esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve verificarne la validità nel caso concreto sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza probatoria disponibile”. A partire dalla fondamentale sentenza n. 21619 del 2007, la Cassazione civile si discostò da tale modello, per rimanere coerente con i peculiari principi (civilistici) dell’atipicità dell’illecito, dell’ingiustizia del danno, della centralità della figura del danneggiato, e del rilievo che l’aumento del rischio assume nell’illecito civile: “il sottosistema della responsabilità civile diventa, così, un satellite sperimentale di ingegneria sociale (che si allontana definitivamente dall’orbita dello speculare sottosistema penalistico)”. La pronuncia (relativa proprio ad una fattispecie di responsabilità medica) prospettava una sorta di scala discendente, che dalla “quasi certezza” penalistica muove verso la “causalità civile ordinaria”, attestata “sul versante della probabilità relativa (o “variabile”), caratterizzata (..) dall’accedere ad una soglia meno elevata di probabilità rispetto a quella penale” (la regola del “più probabile che non”); per approdare infine alla causalità da perdita di chance, “attestata tout court sul versante della mera possibilità di conseguimento di un diverso risultato terapeutico, da intendersi, rettamente, non come mancato conseguimento di un risultato soltanto possibile, bensì come sacrificio della possibilità di conseguirlo, inteso tale aspettativa (la guarigione da parte del paziente) come “bene”, come diritto attuale, autonomo e diverso rispetto a quello alla salute”. La “regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”” venne poi definitivamente consacrata dalla Cassazione a Sezioni unite con la sentenza n. 567/08. L’interferenza tra chance e causalità si apprezza, dunque, sul terreno della probabilità, che da un lato sostanzia “ontologicamente” la chance, e dall’altro esprime il parametro di riferimento elettivo per l’accertamento del nesso causale (“più probabile che non”). Ma come si combinano queste due declinazioni della probabilità nella ricostruzione della fattispecie di responsabilità? Se un determinato grado di probabilità nella consecuzione degli eventi non venga ritenuto, in concreto, sufficiente per istituire un nesso causale giuridicamente rilevante, la conseguenza obbligata dovrebbe essere l’impossibilità di riconoscere un danno risarcibile. Non si potrebbe sfuggire, insomma, dalla logica binaria del “tutto o niente”. Invece, quella misura inferiore di probabilità viene “recuperata”, sul terreno della perdita di chance, per attribuire comunque alla vittima un risarcimento (che generalmente riproduce, nel quantum, tale misura probabilistica).

Emblematica delle incertezze che vigono nella materia è proprio la pronuncia della Cassazione del 2007 (sopra citata). Un subacqueo era dovuto risalire troppo rapidamente in superficie per il cattivo funzionamento della bombola d’ossigeno, restando vittima di un’embolia gassosa. Per negligenza del medico di guardia che per primo lo aveva visitato, l’attore era stato condotto nella camera iperbarica con circa sei ore di ritardo, riportando, infine, un’invalidità permanente del 60%. La Corte di Appello, ribaltando la sentenza di primo grado, aveva opinato nel senso che il ritardo nel trattamento, se pur non potesse considerarsi causa del danno biologico permanente riportato dalla vittima, aveva determinato una perdita di chance di un esito diverso (nell’an e nel quantum) della malattia. E, sebbene non fosse possibile quantificare l’entità di tale chance (secondo le conclusioni dei consulenti tecnici), aveva liquidato il danno nel 50% del controvalore di quello corrispondente alla percentuale di invalidità riportata. La Cassazione, pur non entrando nel merito del criterio utilizzato per la liquidazione, corresse la motivazione della sentenza impugnata, rilevando che “il giudice del merito [aveva] mostra[to] chiaramente di ritenere (..) “più probabile che non” l’esistenza del nesso di causa tra il comportamento omissivo del sanitario e le lesioni subite dal[l’attore]”. La singolarità sta nel fatto che, dopo avere prospettato teoricamente la “causalità da perdita di chance” come distinta da quella fondata sul “più probabile che non”; e sulla base della mera prospettazione dell’esistenza di probabilità di un esito diverso (espressamente dichiarate non quantificabili dai giudici di merito), la Corte arrivò a istituire un nesso causale tout court rispetto al pregiudizio dedotto in giudizio dall’attore, così implicitamente riconoscendogli il diritto a pretendere il risarcimento per l’intero danno patito.

11. Il vizio di fondo di tale ragionamento sta nel rapportare sia il nesso di causa, sia la perdita di chance alla medesima situazione giuridica finale. Se il risarcimento (in astratto considerato) esprime il controvalore della situazione giuridica finale, e se si parte dal presupposto che la compromissione di tale situazione giuridica non sia eziologicamente imputabile al convenuto (secondo la regola del “più probabile che non”): ebbene, in tale scenario, tributare alla vittima una parte di quel risarcimento significa – nei fatti – abdicare al riscontro del nesso causale; ovvero – se si vuole – giudicarlo sussistente, per ragioni di “giustizia sostanziale”, al cospetto di una percentuale probabilistica ritenuta, in tesi, insufficiente ad integrare il “più probabile che non” (salvo “mitigare” gli effetti dell’operazione con la decurtazione del quantum, a valle della fattispecie). Si tenga presente che anche una probabilità inferiore al 50% può essere sufficiente a fondare il nesso causale. La Cassazione ha espressamente sottolineato, al riguardo, la necessità di una “attenta valorizzazione e valutazione della specificità del caso concreto, onde la concorrenza di cause di diversa incidenza probabilistica non conduca ipso facto alla aberrante regola del 50% plus unum, bensì alla compiuta valutazione dell’evidenza del probabile (così, esemplificando, se, in tema di danni da trasfusione di sangue infetto, le possibili concause appaiono plurime e quantificabili in misura di dieci, ciascuna con un’incidenza probabilistica pari al 3%, mentre la trasfusione attinge al grado di probabilità pari al 40%, non per questo la domanda risarcitoria sarà per ciò solo rigettata – o geneticamente trasmutata in risarcimento da chance perduta -, dovendo viceversa il giudice, secondo il suo prudente apprezzamento che trova la sua fonte nella disposizione di legge di cui all’art. 116 c.p.c., valutare la complessiva evidenza probatoria del caso concreto e addivenire, all’esito di tale giudizio comparativo, alla più corretta delle soluzioni possibili (..)” (Cass., n. 15991/11). Certo è che, a qualsiasi percentuale si fissi (con riferimento alla fattispecie concreta) l’asticella del “più probabile che non”, la perdita di chance è integrata – per definizione – da una probabilità inferiore. Ma allora, come è possibile che alla perdita di chance consegua un risarcimento che – salvo il profilo quantitativo – si correla allo stesso bene giuridico finale la cui lesione, in tesi, si è negato sia eziologicamente ascrivibile al danneggiante? Se il bene giuridico finale compromesso dall’evento lesivo vale 100, e l’azione del danneggiante non viene reputata idonea, sotto il profilo causale del “più probabile che non”, a cagionarlo, l’attore avrà diritto a 0. Come è possibile, dunque, riconoscergli un risarcimento, per esempio, di 40, in virtù del fatto che tale (od omissione) del danneggiante, se conforme a diritto, avrebbe potuto evitare il danno con una percentuale probabilistica inferiore? La perdita di una possibilità mai tradottasi in atto non può valere, concettualmente, quanto la perdita (accertata) di una parte del tutto. Proprio questo, tuttavia, è l’approdo del ragionamento della Cassazione nella sentenza n. 12961/11, nella quale si legge che, “quando sia stata fornita la dimostrazione, anche in via presuntiva e di calcolo probabilistico, dell’esistenza di una chance di consecuzione di un vantaggio in relazione ad una determinata situazione giuridica, la perdita di tale chance è risarcibile come danno alla situazione giuridica di cui trattasi indipendentemente dalla dimostrazione che la corretta utilizzazione della chance avrebbe presuntivamente o probabilmente determinato la consecuzione del vantaggio, essendo sufficiente anche la sola possibilità di tale consecuzione. La idoneità della chance a determinare presuntivamente ovvero solo possibilmente la detta consecuzione è, viceversa, rilevante, soltanto ai fini della concreta individuazione e quantificazione del danno, da effettuarsi eventualmente in via equitativa, posto che nel primo caso il valore della chance è certamente maggiore che nel secondo e, quindi, lo è il danno per la sua perdita, che, del resto, in presenza di una possibilità potrà anche essere escluso, all’esito di una valutazione in concreto della prossimità della chance rispetto alla consecuzione del risultato e della sua idoneità ad assicurarla”. In motivazione, la Corte – con significativa affermazione – ritiene di potere “accedere ad un risultato per cui probabilità di esito favorevole dell’intervento medico e la sua sola possibilità non siano che gradazioni di una stessa affermazione di pregiudizio, risentito a causa dell’omissione colposa del comportamento dovuto. Ciò comporta optare, nelle situazioni caratterizzate dal più probabile che non, ma anche da una non eliminabile porzione di incertezza, per una applicazione generalizzata degli esiti della tecnica risarcitoria della chance e quindi nel senso di distribuire il peso del danno tra le parti in misura proporzionale all’apporto causale della colpa e dei fattori di rischio presenti nel paziente (cfr. Cass. 16.1.2009, n. 975). Ritenuta la richiesta del risarcimento del danno da perdita di chance come riduzione dell’originaria domanda di risarcimento dell’intero pregiudizio assunto, da una parte essa non determina una mutatio libelli e dall’altra tale riduzione può essere effettuata direttamente anche dal giudice, pur in difetto di esplicita richiesta della parte in tal senso riduttiva (cfr. Cass. 21/02/2007, n. 4003)”. La chance diviene dunque una tecnica (flessibile) di distribuzione del “peso” del danno tra le parti, consentendo di risarcirlo (in parte) anche laddove manchi il nesso causale. Per tale via, si giunge a un risultato non dissimile da quello delle ipotesi di concorso tra causa umana e causa naturale, per il quale è stato di recente affermato dalla Corte di Cassazione che “la considerazione del pregresso stato patologico del creditore/danneggiato può tuttavia valere a condurre ad una limitazione dell’ammontare dovuto, a titolo risarcitorio, dal debitore danneggiante, e ciò nella sede di un giudizio che attiene propriamente non già al piano della “causalità giuridica”, bensì a quello dei criteri di delimitazione dell’ambito del danno risarcibile, ai sensi degli artt. 1223, 1225, 1226, 1227 cod. civ.” (Cass., n. 3893/16). Con la differenza che, in quest’ultimo caso, il nesso di causalità materiale tra l’operato del medico e l’evento lesivo è pienamente accertato, mentre nello scenario della perdita di chance è per definizione escluso.

12. Si potrebbe obiettare che la tenuta del sistema è assicurata dalla teoria della chance come danno emergente. Ma, ad essere coerenti con questa (considerando, quindi, la chance come bene giuridico autonomo), ne verrebbe fuori un rapporto di causalità innestato su una dimensione doppiamente probabilistica, nel senso che il fatto (attivo o omissivo) andrebbe collegato, “più probabilmente che non” ad una…probabilità! Nella sentenza n. 7195 del 27.3.2014 (richiamata dagli attori nelle note conclusive), la Cassazione si confronta con un caso di erroneo trattamento terapeutico di un tumore ovarico, che aveva precluso ad una donna (comunque destinata a morte) una maggiore sopravvivenza (“perdita della possibilità di vedere rallentato il decorso della malattia e quindi aumentata la durata della sopravvivenza”). A fronte di un’affermazione della Corte di merito – che aveva definito la chance risarcibile se la percentuale astratta di sopravvivenza fosse stata superiore al 50% -, la Cassazione sostiene che “il modello d’indagine del nesso causale in caso di perdita di chance è si fondato sulla regola probatoria c.d. del “più probabile che non” (..), ma non nel senso in cui l’ha intesa la sentenza impugnata, bensì nel senso che è l’evento perdita di chance a costituire il termine di riferimento della causalità, quale evento di danno risarcibile”. “Pertanto, una volta individuata una chance, per definizione consistente in mera possibilità (la cui esistenza sia però provata, sia pure in base a dati scientifici o statistici, come nel caso di specie), va indagato il nesso causale della perdita di tale possibilità con la condotta riferita al responsabile, prescindendo dalla maggiore o minore idoneità della chance a realizzare il risultato sperato (cfr. Cass. n. 23846/08), ma reputandola di per sé come “bene”, cioè un diritto attuale autonomo e diverso dagli altri, ivi compreso il diritto alla salute”. Continua la motivazione: “nel caso della responsabilità medica, in particolare per intervento terapeutico o chirurgico errato, occorre verificare se questo abbia comportato, per quanto qui rileva, la perdita della possibilità di vivere più a lungo, anche soltanto per poco tempo; nel caso di specie, si è considerato ragionevole parametro di riferimento il quinquennio, in quanto fatto oggetto di indagini statistico-epidemiologiche, ritenute attendibili dalla Corte d’Appello. Una volta accertato il nesso causale tra l’errore medico ed il mancato rallentamento della progressione della malattia o comunque tra l’errore medico e l’accorciamento della possibile durata della vita, secondo quanto sopra, la perdita di questa chance è comunque, in ipotesi, risarcibile, quale entità a sé, giuridicamente ed economicamente valutabile. La percentuale astratta di realizzabilità della chance, nel caso di specie il 41%, diventa oggetto di indagine, in un secondo momento, quando, tenuto conto della particolare situazione concreta, si dovrà addivenire alla quantificazione del risarcimento. (..)

In un caso quale quello di specie, la liquidazione del danno eventuale non potrà che essere rapportata alla riduzione del periodo di sopravvivenza provocata dall’errore medico, nonché alla percentuale di possibilità astratta di conseguire il risultato massimo raggiungibile, data la situazione concreta: nel caso di specie, la sopravvivenza per cinque anni nella misura del 41%, previa verifica di eventuali circostanze sopravvenute o concomitanti incidenti nel senso di cui sopra. (..) In conclusione va affermato che, in tema di responsabilità medica, dà luogo a danno risarcibile l’errata esecuzione di un intervento chirurgico praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della chance di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto.

In tale eventualità, le possibilità di sopravvivenza, misurate in astratto secondo criteri percentuali, rilevano ai fini della liquidazione equitativa del danno, che dovrà altresì tenere conto dello scarto temporale tra la durata della sopravvivenza effettiva e quella della sopravvivenza possibile in caso di intervento chirurgico corretto”. Dunque, la vittima ha perso la possibilità di fruire del 41% di possibilità di sopravvivere per un quinquennio dalla diagnosi del tumore. Ma che bene giuridico è la perdita della possibilità di (ulteriore) sopravvivenza?
Come può escludersi che la morte della vittima prima del decorso di un quinquennio non si collocasse nella restante area di probabilità (del 59%), non venendo quindi minimamente influenzata dal ritardo diagnostico?

13. Il ragionamento secondo cui la possibilità di conseguire un vantaggio rappresenta un bene (già) presente nel patrimonio del danneggiato (una sorta di avviamento), se può avere una sua logica relativamente ai diritti patrimoniali, non appare trasponibile al campo del danno non patrimoniale (derivante dalla lesione di interessi non patrimoniali). La possibilità di sopravvivenza o di guarigione non può essere considerata, infatti, come un minus che “replichi” la stessa natura della situazione giuridica “finale” (rappresentata dalla salute o dalla vita).

Cosicché, per tornare alla responsabilità medica, non pare potersi uscire dalla seguente alternativa. Se si ritiene che l’azione od omissione del medico abbia accelerato la morte del paziente, i suoi eredi potranno pretendere il risarcimento dei danni ad essa conseguiti (iure proprio, in termini di perdita del congiunto; iure hereditatis, con riguardo ai pregiudizi non patrimoniali patiti dal de cuius nell’intervallo di tempo tra il fatto dannoso e la morte). In tal caso, la circostanza che il paziente sarebbe comunque morto, successivamente, per il decorso infausto della malattia, rileva sotto il profilo della quantificazione del risarcimento (dovendosi riferire la privazione del rapporto parentale al periodo di presumibile sopravvivenza del congiunto, in mancanza dell’azione/omissione del medico). Se, invece, all’esito della delibazione del nesso causale (secondo la regola del “più probabile che non”, qualsiasi cosa essa significhi), si esclude che l’imperizia del medico abbia anticipato la morte (comunque certa) del paziente, il pregiudizio che può configurarsi non è dato dalla perdita della possibilità di vivere meglio o più a lungo, ma – molto più semplicemente – dal peggioramento delle sue condizioni di vita nel periodo di (effettiva) sopravvivenza. Il che, all’evidenza, integra (né più e né meno che) un danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c., declinato sub specie di danno biologico in senso stretto, o sofferenza interiore, ovvero contrazione delle attività realizzatrici della personalità, e non già la lesione di altri (inesistenti) beni giuridici a sé stanti. La riprova si ha nell’ultima significativa pronuncia della Cassazione sul tema (la sentenza n. 16993 del 20.8.2015), nella cui motivazione si legge: “in tema di danno alla persona conseguente a responsabilità medica, si è per altro verso nella giurisprudenza di legittimità precisato che l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in relazione al quale sia manifesti la possibilità di effettuare solo un intervento c.d. palliativo, determinando un ritardo della relativa esecuzione cagiona al paziente un danno già in ragione della circostanza che nelle more egli non ha potuto fruirne, dovendo conseguentemente sopportare tutte le conseguenze di quel processo morboso, e in particolare il dolore (in ordine al quale cfr. Cass., 13/4/2007, n. 8826), che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto alleviargli, sia pure senza la risoluzione del processo morboso (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846, e, conformemente, Cass., 23/5/2014, n. 11522)”. Ciò che si risarcisce è, per l’appunto, il dolore, la cui comparsa o intensificazione il medico non ha colpevolmente contrastato. In tale sentenza – sia detto per incidens – la Cassazione censura anche la negazione del c.d. danno morale terminale o “catastrofale”, inteso come sofferenza provata nell’avvertire consapevolmente la imminente fine della propria vita, cadendo però in contraddizione, nella misura in cui mostra implicitamente di identificare con la morte della paziente, l’evento lesivo cui correlare eziologicamente l’omissione del sanitario. Il danno morale c.d. catastrofale presuppone, infatti, che la morte sia conseguenza del fatto illecito del danneggiante, mentre in questo caso il punto di partenza del ragionamento – come detto – è che la morte fosse comunque inevitabile, dato il tipo di malattia. E se la morte sarebbe comunque intervenuta, a prescindere dall’omissione diagnostica del sanitario, non è possibile addebitare a quest’ultimo la sofferenza per l’approssimarsi della stessa.

14. Si viene, allora, ad esaminare da presso la fattispecie concreta, sulla base delle considerazioni che precedono. Le conclusioni della consulenza tecnica inducono a circoscrivere il ritardo diagnostico colposamente ascrivibile ai sanitari dell’Ospedale di Rimini ad un periodo di circa due mesi (dal 28.12.2007 al 23.2.2008). Nessun appunto, in termini di negligenza, può infatti muoversi ai sanitari del Pronto Soccorso, in occasione del primo ricovero della signora G, in data 22.8.2007. La metrorragia era, infatti, cessata al momento del ricovero, cosicché corretto si è rivelato l’invio della paziente al medico curante, per l’esecuzione di “indagini mirate alla massa solida rilevata in sede parauterina dx” (così il referto del Pronto Soccorso), corredato dall’indicazione dell’isteroscopia ambulatoriale per il caso di persistenza dell’ispessimento endometriale. Non può farsi gravare sulla convenuta, pertanto, la “perdita” di quattro mesi fino al ricovero della fine di dicembre del 2007, non risultando che la G si fosse attivata secondo le prescrizioni sopra richiamate. In considerazione della funzione tipica del presidio di Pronto Soccorso (che è quella di intervenire prioritariamente sulle situazioni critiche, suscettibili di mettere in serio pericolo la vita o la salute del paziente), si condivide, dunque, quanto puntualizzato dal c.t.u. in risposta alle osservazioni del consulente degli attori: “trattenere la paziente per effettuare subito gli esami d’approfondimento ad agosto 2007 non era l’unica soluzione possibile, come suggerito dal CTP; la Paziente poteva effettuare un esame TAC o RMN prenotati dal medico curante ed effettuare un’isteroscopia ambulatoriale presso il proprio ginecologo di fiducia. La gestione sarebbe comunque esitata in una diagnosi in tempi adeguati, se fosse stato seguito il consiglio dei sanitari del pronto soccorso al primo accesso dell’agosto 2007”. Alla stregua del principio di autoresponsabilità, non è sostenibile che la prescrizione del Pronto Soccorso non fosse tale da mettere in allarme la paziente (o fosse tale addirittura da tranquillizzarla). Indipendentemente dal suo grado di conoscenza di nozioni mediche, l’invito a rivolgersi al proprio medico curante, unitamente alla segnalazione della presenza di una “massa solida” dalla natura non meglio specificata, non poteva non indurre un soggetto mediamente avveduto ad attivarsi per comprendere effettivamente di cosa si trattasse.


Quanto al periodo successivo, il c.t.u. ha chiaramente affermato: “il ricovero del 28 dicembre 2007, doveva essere l’occasione per eseguire rapidamente l’isteroscopia, trattenendo la paziente in ospedale per le visite propedeutiche all’anestesia (come poi fu fatto in occasione del successivo ricovero del 23 febbraio 2008), perché il sintomo era preoccupante, di lunga durata e recidivo e non era stato approfondito da un punto di vista diagnostico, nonostante le raccomandazioni dei sanitari del PS del precedente accesso dell’agosto 2007. Quindi la prospettiva di patologia grave, avvalorata anche dal nuovo dato del rialzo dei marcatori tumorali, non disponibile nel precedente ricovero di agosto 2007 e la scarsa collaborazione dimostrata dalla paziente, sono argomentazioni che sostengono che la diagnosi doveva essere approfondita senza indugio in quella sede, trattenendo la paziente per l’isteroscopia” (pag. 11 della relazione). Si profila, in questo caso, una colpa dei sanitari che sovrintesero al ricovero della G, i quali avevano a disposizione una serie di elementi che, in ossequio alla migliore tecnica medica, avrebbero dovuto indurli a procedere senz’altro all’esame decisivo per l’individuazione del tumore. È necessario, pertanto, indagare quale incidenza causale abbia avuto tale negligenza rispetto all’evento lesivo allegato dagli attori. Escluso che questo possa identificarsi con una peggiore qualità della vita della G (o con un vero e proprio danno biologico “differenziale” rispetto alle menomazioni conseguenti alla patologia tumorale), resta in campo la perdita di chance di una più lunga sopravvivenza. Alla stregua della quale, pertanto, bisognerebbe verificare se una diagnosi maggiormente tempestiva (di 2-3 mesi), e la conseguente corrispondente anticipazione della terapia (nei fatti correttamente eseguita), avrebbe attribuito alla G una (più o meno consistente) probabilità di sopravvivere per qualche mese o anno in più. Ciò ai fini di riconoscere ai suoi eredi un risarcimento commisurato non già al periodo di vita perduto (essendosi fuori – per quanto già detto – dal danno da perdita della vita), bensì alla sofferenza interiore (id est danno morale) patita dalla G nel percepire di non poter confidare di sopravvivere più a lungo al tumore. Si dovrebbe, quindi, ponderare comparativamente il ritardo diagnostico imputabile alla convenuta con quello attribuibile ad altre cause. In quest’ottica, il c.t.u. dr. Moroni ha evidenziato – alla stregua dei dati anamnestici forniti dalla paziente al Pronto Soccorso di Rimini, ripresi dalla perizia di parte attrice e valorizzati anche dai consulenti di parte attrice in questo processo – che la metrorragia occorsa alla G nel 2005-2006 poteva senz’altro essere valorizzata come sintomatica di una patologia tumorale in atto; ciò che indebolisce alquanto l’efficienza eziologica del ritardo diagnostico di cui si sta discutendo, a fronte di un precedente ritardo accumulato di oltre due anni, inducendo il c.t.u. ad affermare (in risposta ai rilievi del c.t.p. degli attori) che “quei tre mesi che vanno dal settembre 2007 al dicembre 2007 non hanno avuto un ruolo così cruciale sull’andamento sfavorevole della malattia, come sostenuto dal CTP”. Il dr. Moroni ha escluso, infatti, che il grado di “malignità” del tumore della G fosse stato condizionato in pejus dal ritardo diagnostico, posto che “il concetto di “malignità” dipende da diversi fattori diagnostici, alcuni dei quali sono indipendenti dalla precocità della diagnosi (presenza di istotipo a cellule chiare). Nel caso di specie, vi era un istotipo a cellule chiare, il quale – indipendentemente dall’epoca della diagnosi – condiziona la prognosi negativamente; accompagnato da altro tipo istologico (lo stesso tumore ha sviluppato due popolazioni di cellule), avente caratteristiche diverse e una prognosi più favorevole (tanto che nelle metastasi operate non si sono viste evidenze di questo tipo cellulare). Quindi, se, in ipotesi, il tumore fosse stato diagnosticato nel 2005/06, a parità di prognosi (che, ipoteticamente, avrebbe condotto all’exitus nel 2012), la paziente avrebbe avuto una sopravvivenza maggiore (in termini di tempo), dopo la diagnosi” (così il dr. Moroni all’udienza del 20.1.2016). Dunque, la sopravvivenza sarebbe stata maggiore non per lo spostamento in avanti del suo termine finale (la morte), ma per lo spostamento indietro del momento iniziale (la diagnosi). Rendendo i chiarimenti richiesti, il c.t.u. ha anche affermato: “non è possibile calcolare precisamente il tempo di maggiore sopravvivenza in presenza di una diagnosi (e trattamento) più precoce. In linea generale, posso affermare che può considerarsi più probabile che il paziente possa avere un maggior numero di mesi liberi da progressione da malattia, ma non vi sono casistiche su questo argomento. Posso dire che la possibilità/probabilità di avere un maggior numero di mesi liberi da progressione da malattia è direttamente proporzionale alla precocità della diagnosi, per cui sarebbe stata più alta se la diagnosi fosse intervenuta nel 2005-06, meno alta se fosse intervenuta nell’agosto 2007, meno alta ancora se fosse intervenuta nel dicembre 2007. Ma, come ho detto, non ci sono strumenti per misurare e quantificare tale differenza” (verbale dell’udienza del 20.1.2016). Si può conclusivamente affermare, dunque, che vi è la possibilità che la G abbia perso la possibilità di vivere qualche mese in più di quanto effettivamente vissuto (quasi quattro anni dalla diagnosi), ma non è possibile quantificare (percentualmente) questa possibilità. Anche a voler configurare la perdita di chance come bene giuridico autonomo (teoria che sopra si è avversata), non si può dire allora, nel caso di specie, che essa sia stata conculcata (e che il danno, quindi, sia “certo”), essendovi solo una (non meglio determinabile) “possibilità” che ciò sia avvenuto. A fronte di tali elementi, non appare integrato, quindi, il nesso causale tra omissione ed evento (id est, perdita di chance), secondo la regola della preponderanza dell’evidenza (o del “più probabile che non”). Ciò anche perché, in un’ottica di concorrenza di cause (la causa naturale rappresentata dalla evoluzione autonoma della patologia, e quella umana ascrivibile alla G, per l’inerzia nel dare corso alle indicazioni terapeutiche ricevute al Pronto Soccorso di Rimini, e per la mancata presentazione alla visita prodromica all’anestesia totale), sarebbe in ogni caso estremamente difficile identificare la porzione di chance pregiudicata dal ritardo imputabile al nosocomio riminese. Infine, sul versante del danno-conseguenza (e, dunque, nell’ottica dell’art. 1223 c.c.), difetterebbero elementi sufficienti per la liquidazione equitativa del pregiudizio, poiché, a tutto concedere, manca qualsivoglia parametro utile a identificare il periodo di “vita persa” a causa del ritardo diagnostico idealmente imputabile alla convenuta; e, in secondo luogo (nella logica che sopra si è cercato di argomentare), non è stata fornita alcuna dimostrazione che la G abbia visto significativamente peggiorare il suo stato (di salute e/o) interiore in relazione alla percezione (non si sa quanto consapevolmente acquisita prima della perizia di parte del dr. Cannavò) della mera possibilità di prolungare di qualche mese la propria esistenza.

15. La domanda deve essere conseguentemente rigettata, ma il riscontro obiettivo di una negligenza dei sanitari; la circostanza che le deduzioni poste dall’attrice a fondamento della propria azione fossero avallate dal parere tecnico del proprio consulente; e l’accoglimento di una ricostruzione teorica del danno da perdita di chance discostantesi dalla vulgata giuridica prevalente (anche nella giurisprudenza della Corte di Cassazione) inducono all’integrale compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.


Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza disattesa o assorbita, così dispone:

Rigetta le domande, compensando integralmente tra le parti le spese processuali.


Rimini, 4 novembre 2016.

Il Giudice

dott. Luigi La Battaglia

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Che cos’è il catcalling? catcalling significato

Che cos’è il catcalling?
catcalling  significato

La fusione del termine cat e calling può essere fraintesa se si cerca di capire il significato “letterale” della parola.

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In sostanza, il catcalling è una sorta di bullismo, con la differenza che mentre quest’ultimo si manifesta in ambienti ristretti, il catcalling viene posto in essere in strada da persone sconosciute e, quindi, può colpire chiunque.
Di solito le vittime sono le donne, ma può riguardare anche persone appartenenti a minoranze etniche, disabili, omosessuali o transessuali.
Anche se molti tendono a sottovalutare questo fenomeno in quanto si estrinsecherebbe soltanto in complimenti “innocenti”, in realtà il catcalling rivela una scarsa stima della donna, A CUI SI RIVOLGONO FRASI VOLGARI

Il Catcalling attiva tutta una serie di dinamiche nella donna che subisce il fenomeno. La signora o signorina che è costretta a subirla inizia a provare rabbia, frustrazione, impotenza, perfino debolezza.

La signora o signorina che è costretta a subirla   inizia a provare rabbia, frustrazione, impotenza, perfino debolezza.
CATCALLING La signora o signorina che è costretta a subirla inizia a provare rabbia, frustrazione, impotenza, perfino debolezza.

Catcalling indica tutta quella serie di apprezzamenti fatti a una donna per la strada da parte degli uomini ma che, in realtà, risultano essere tutto tranne che dei veri complimenti.

Capita che ragazze e donne ad esempio vestite con minigonne o tacchi subiscono fischi, apprezzamenti ,a volte volgari ,forme di critica o apprezzamenti non desiderati.

Il fatto che il catcalling non sia messo sullo stesso piano di un apprezzamento positivo perché può essere considerato una molestia nel senso proprio del termine?

Perché, come suggerisce il significato stesso di molestia, parliamo di atteggiamenti che sono ben lontani dall’essere galanti o lusinghieri, ma a loro modo rappresentano una forzatura, una violenza verso chi li subisce, che prova una sensazione di imbarazzo, disagio, spesso anche sensi di colpa oltre che, ovviamente, paura.

Come si vede, catcalling è un prestito integrale dall’inglese. Nella sua lingua d’origine, la parola è registrata dalla lessicografia: la troviamo, univerbata ed esattamente nella forma uscente in -ing, nel Merriam-Webster, dove è definita ‘l’atto di indirizzare ad alta voce contro qualcuno commenti molesti, e spesso sessualmente allusivi, minacciosi o derisori’ [‘the act of shouting harassing and often sexually suggestive, threatening, or derisive comments at someone publicly’] e nel dizionario compilato dagli utenti Urban Dictionary, in cui compare nella forma non univerbata cat calling accompagnata dalla definizione ‘volgari commenti sessuali fatti per strada da uomini a donne’ e dalla chiosa “di solito i commenti riguardano il corpo femminile o una sua parte” [‘Rude sexual remarks made by men passing women on the street. Usually “cat calls” are about the woman’s body as a whole or a certain feature’].

Non è certo una forma per sedurre anzi è una fora per indisporre per avvicinare una donna che interessa viene a essere  una forma di violenza psicologica, di importunare in modo volgare  una signor auna signorina che cammina per strada liberamente e si vuole con il catcalling fare apprezzamenti sulla loro libertà di espressione e vestiario e comportamento senza che cio’ risulti certo piacevole per la donna.

Esempi di catcalling:

FISCHIARE UNA DONNA PER STRADA

RIVOLGERE FRASI POCO EDUCATE TIPO: “CHE FIGA”

OPPURE  :GUARDA QUELLA COME E’ VESTITA INDICANDOLA

OPPURE : RIDERE IN MODO SFACCIATO VEDENDO UNA RAGAZZA VESTITA  IN MODO APPARISCENTE

AVVOCATI PER MALASANITA’ – AVVOCATO MALASANITà SERGIO ARMAROLI ESPERTO

AVVOCATI PER MALASANITA’ – AVVOCATO MALASANITà SERGIO ARMAROLI ESPERTO

AVVOCATI PER MALASANITA’AVVOCATO MALASANITà SERGIO ARMAROLI ESPERTO DA OLTRE 20 ANNI TRATTA GRAVI CASI DI MALASANITA’ A BOLOGNA RAVENNA MILANO VICENZA FORLI E IN TUTTA ITALIA.

AVVOCATI PER MALASANITA’ – AVVOCATO MALASANITà SERGIO ARMAROLI ESPERTO

AVVOCATI PER MALASANITA’AVVOCATO MALASANITà SERGIO ARMAROLI ESPERTO DA OLTRE 20 ANNI TRATTA GRAVI CASI DI MALASANITA’ A BOLOGNA RAVENNA MILANO VICENZA FORLI E IN TUTTA ITALIA.

STAI CERCANDO TRA AVVOCATI MALASANITA’ UN AVVOCATO MALASANITA’ VERAMENTE ESPERTO E CAPACE CHE CONOSCE LA MATERIA SIA STRAGIUDIZIALEMTE CHE GIUDIZIALMENTE, ALLORA CHIAMA SUBITO SEI NEL POSTO GIUSTO.

M cosa vuol dire avvocato malasanità si legge spesso e la gente chiede e vuol sapere cosa vuol dire, mi sempre logico spiegartelo in parole comprensibili e non in legalese-

Quando si cerca avvocati malasanità o avvocato malasanità si intende cercare un avvocato esperto di colpa e responsabilità medica o della struttura sanitaria.

Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità sono quegli avvocati che curano le pratiche di risaricmento danni verso medici, infermieri, ospedali case di cura, pronto soccorsi ecce ecc, comunque attinenti a servizi sanitari sia pubblici che privati.

Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità deve essere in grado di valutare insieme a  un medico legale se vi è stato errore medico e saper assistere il cliente per la richiesta danni.

Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità è una materia particolare che deve essere trattata e Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità che la trattano devono avere conoscenza sia in materia civile che penale.

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna  tratta da anni gravi casi di malasanità,  casi con gravi danni al paziente o casi mortali di malasanità.

STAI CERCANDO TRA AVVOCATI MALASANITA’ UN AVVOCATO MALASANITA’ VERAMENTE ESPERTO E CAPACE CHE CONOSCE LA MATERIA SIA STRAGIUDIZIALEMTE CHE GIUDIZIALMENTE, ALLORA CHIAMA SUBITO SEI NEL POSTO GIUSTO.

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avvocato malasanita’ Bologna

M cosa vuol dire avvocato malasanità si legge spesso e la gente chiede e vuol sapere cosa vuol dire, mi sempbra logico spiegartelo in parole comprensibili e non in legalese-

Quando si cerca avvocati malasanità o avvocato malasanità si intende cercare un avvocato esperto di colpa e responsabilità medica o della struttura sanitaria.

Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità sono quegli avvocati che curano le pratiche di risaricmento danni verso medici, infermieri, ospedali case di cura, pronto soccorsi ecce ecc, comunque attinenti a servizi sanitari sia pubblici che privati.

Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità deve essere in grado di valutare insieme a  un medico legale se vi è stato errore medico e saper assistere il cliente per la richiesta danni.

Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità è una materia particolare che deve essere trattata e Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità che la trattano devono avere conoscenza sia in materia civile che penale.

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna  tratta da anni gravi casi di malasanità,  casi con gravi danni al paziente o casi mortali di malasanità.

Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità rapporto causale danno

AVVOCATO-ESPERTO-MALASANITA-BOLOGNA-RAVENNA-FORLI-CESENA
news/responsabilita-medica-e-struttura-sanitaria-ricorso-ex-art-702-cpc.html

ripartizione dell’onere probatorio del nesso causale tra paziente danneggiato (o, come nella specie, i suoi eredi) e struttura sanitaria, va ribadito – nel senso della sua infondatezza – che, nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria, si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle”. Orbene, il primo, “quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia”, ovvero la morte, “e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)” (così, in motivazione, tra le altre, Cass. Sez. 3, sent. 26 luglio 2017, n. 18392, Rv. 645164-01).

MALASANITA-AVVOCATO-ESPERTO
malasanita’

Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento)”, ovvero la morte del paziente, “è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017, cit.; nello stesso senso anche Cass. Sez. 3, sent. 4 novembre 2017, n. 26824, non massimata; Cass. Sez. 3, sent. 7 dicembre 2017, n. 29315, Rv. 646653-01; Cass. Sez. 3, sent. 15 febbraio 2018, n. 3704, Rv. 647948-01; Cass. Sez. 3, ord. 23 ottobre 2018, n. 26700, Rv. 651166-01, nonché, da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 11 novembre 2019, n. 28991, Rv. 655828-01). Si tratta, peraltro, di conclusione — come è stato di recente sottolineato — che tiene conto della peculiare configurazione che il “sottosistema” della responsabilità per attività sanitaria riveste nell’ambito del sistema “generale” della responsabilità contrattuale. Se, invero, nell’ambito di quest’ultimo, la “causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento, perché quest’ultimo corrisponde alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento”, non altrettanto può dirsi in ambito di responsabilità sanitaria, giacché nel “diverso territorio del «tacere» professionale la causalità materiale torna a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta”. Qui, infatti, “l’interesse corrispondente alla prestazione è solo strumentale all’interesse primario del creditore” (che, nel caso del “facere” professionale del sanitario, è quello alla guarigione), giacché oggetto della prestazione sanitaria è solo “il perseguimento delle «leges artis» nella cura dell’interesse del creditore” (o, altrimenti detto, il diligente svolgimento della prestazione professionale), di talché, il “danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute”. Ne consegue, pertanto, che non essendo l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie (ovvero la morte) “immanenti alla violazione delle «leges artis»”, potendo “avere una diversa eziologia”, all’onere del creditore/danneggiato “di allegare la connessione puramente naturalistica fra la lesione della salute, in termini di aggravamento della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie, e la condotta del medico”, si affianca – “posto che il danno evento non è immanente all’inadempimento”, anche quello “di provare quella connessione” (così Cass. Sez. 3, sent. n. 28991 del 2019, cit.).

Il medico non si obbliga a garantire la guarigione del paziente, ma – in accordo con la nota distinzione tra obbligazione di risultato e di mezzi – «il perseguimento delle leges artis nella cura dell’interesse del creditore».

L’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie è un danno evento che «attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute».

Detto altrimenti, sebbene la guarigione non sia l’oggetto dell’obbligazione, la quale invece riguarda l’esecuzione dell’opera professionale secondo le leges artis, la guarigione rappresenta un interesse primario o presupposto rispetto all’interesse strumentale all’esatta esecuzione della prestazione professionale: «non c’è obbligazione di diligenza professionale del medico se non in vista, per entrambe le parti, del risultato della guarigione dalla malattia».

Ciò significa che nessun addebito potrà imputarsi al professionista che abbia eseguito diligentemente la prestazione ma non abbia conseguito il risultato sperato; se invece il professionista non esegue correttamente l’opera per la quale si è obbligato, l’inadempimento potrà avere riflessi sull’interesse presupposto o primario del creditore (e cioè, nella specie, che le sue condizioni di salute non si aggravino), ma in tal caso – perché il professionista risponda nei confronti del paziente – quest’ultimo dovrà dimostrare il nesso di causalità materiale, ossia il nesso eziologico tra l’errore professionale e la lesione dell’interesse primario (la salute).

 MANCATA DIAGNOSI Avvocato Malasanità o avvocato Malasanità

Integra in realtà l’esistenza di un danno risarcibile alla persona l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, ove risulti che, per effetto dell’omissione, sia andata perduta dal paziente la chance di vivere alcune settimane od alcuni mesi in più, rispetto a quelli poi effettivamente vissuti (Cass. 18 settembre 2008, n. 23846). Non ricorre a questo proposito la novità della domanda, eccepita da entrambe le parti controricorrenti con riferimento al danno da perdita di chance, il quale presuppone in effetti una specifica domanda e non può ritenersi incluso nella generica istanza di risarcimento di tutti i danni subiti (Cass. 29 novembre 2012, n. 21245). La chance, in tale caso, rileva non come danno-conseguenza ai sensi dell’art. 1223 c.c., ma come danno-evento. Il punto di riferimento della causalità materiale è proprio l’evento perdita di chance in termini di perdita della possibilità di una vita più lunga da parte del paziente (cfr. Cass. 27 marzo 2014, n. 7195). Il nesso di causalità materiale fra la condotta colposa e l’evento va quindi posto in relazione non con riferimento all’evento morte sic et simpliciter, ma con riferimento alla perdita del detto limitato periodo di sopravvivenza. E’ rispetto a tale danno-evento che il giudice di merito deve valutare, sulla base della causalità giuridica ai sensi dell’art. 1223, quali conseguenze pregiudizievoli siano derivate dall’avere privato il danneggiato dalla possibilità di sopravvivere sia pure per un periodo limitato di vita.

Sotto altro punto di vista, come precisato da Cass. 19 marzo 2018, n. 6688, è lo stesso uso dell’espressione chance, con riferimento alla perdita della possibilità di sopravvivenza per un periodo imitato, a non apparire pertinente perchè il danno non attiene al mancato conseguimento di qualcosa che il soggetto non ha mai avuto e dunque ad una possibilità protesa verso il futuro, cui allude la chance, ma alla perdita di qualcosa che il soggetto già aveva e di cui avrebbe certamente fruito ove non fosse intervenuta l’imperizia del sanitario.

Sempre a questo proposito ha precisato Cass. 9 marzo 2018, n. 5641 che: “qualora l’evento di danno sia costituito non da una possibilità – sinonimo di incertezza del risultato sperato – ma dal (mancato) risultato stesso (nel caso di specie, la perdita anticipata della vita), non è lecito discorrere di chance perduta, bensì di altro e diverso evento di danno, senza che l’equivoco lessicale costituito, in tal caso, dalla sua ricostruzione in termini di “possibilità” possa indurre a conclusioni diverse”. Sulla base di tale criterio la pronuncia in discorso ha quindi identificato la seguente ipotesi: “la condotta colpevole ha cagionato non la morte del paziente (che si sarebbe comunque verificata) bensì una significativa riduzione della durata della sua vita ed una peggiore qualità della stessa per tutta la sua minor durata. In tal caso il sanitario sarà chiamato a rispondere dell’evento di danno costituito dalla minor durata della vita e dalla sua peggior qualità, senza che tale danno integri una fattispecie di perdita di chance – senza, cioè, che l’equivoco lessicale costituito dal sintagma “possibilità di un vita più lunga e di qualità migliore” incida sulla qualificazione dell’evento, caratterizzato non dalla “possibilità di un risultato migliore”, bensì dalla certezza (o rilevante probabilità) di aver vissuto meno a lungo, patendo maggiori sofferenze fisiche e spirituali”.