Avvocato a Bologna Sergio Armaroli
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Distanze nelle costruzioni Dispositivo art. 873 Codice civile

Distanze nelle costruzioni

Dispositivo art. 873 Codice civile

Le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute(1) a distanza non minore di tre metri(2). Nei regolamenti locali può essere stabilita una distanza maggiore [878

La condizioni di legittimità delle deroghe alla disciplina statale delle distanze fra costruzioni nei rapporti tra privati introdotte dalle Regioni nell’ambito della propria competenza legislativa concorrente – da individuarsi nell’inserimento della prescrizione derogatoria in strumenti urbanistici e nella funzionalità della stessa rispetto alla conformazione dell’assetto urbanistico, complessivo ed unitario, di determinate zone del territorio – operano anche per i regolamenti attuativi della legge regionale, i quali solo entro tali limiti possono dettare una disciplina direttamente incidente sulla materia delle distanze in deroga a quanto previsto dagli artt. 873 e ss. c.c. e dal d.m. n. 1444/1968. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che dovesse essere disapplicata la disposizione di cui all’art. 24, lett. a), del regolamento n. 9 del 2008 di attuazione della legge regionale dell’Umbria n. 1 del 2004 che, al di fuori di uno strumento urbanistico, aveva disposto che non fossero previste distanze minime dai confini per la realizzazione dei muri di contenimento).[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

UN PO’ DI GIURISPRUDENZA

Cass. civ. n. 30708/2018

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Nelle distanze legali tra edifici, costituisce volume tecnico, non computabile nella volumetria della costruzione, solo l’opera edilizia priva di autonomia funzionale, anche potenziale, perché destinata a contenere impianti serventi di un edificio principale, per esigenze tecnico funzionali dell’abitazione, che non possono essere ubicati nello stesso (come quelli connessi alla condotta idrica e termica). Pertanto, non rientra in tale nozione il vano scale, il quale è parte integrante del fabbricato, ossia corpo di fabbrica.

Inoltre n tema di distanze tra costruzioni, la deroga alla disciplina stabilita dalla normativa statale realizzata dagli strumenti urbanistici regionali deve ritenersi legittima quando faccia riferimento ad una pluralità di fabbricati (“gruppi di edifici”) che siano oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche che evidenzino una capacità progettuale tale da definire i rapporti spazio-dimensionali e architettonici delle varie costruzioni, considerate come fossero un edificio unitario, e siano finalizzate a conformare un assetto complessivo di determinate zone, poiché la legittimità di tale deroga è strettamente connessa al governo del territorio e non, invece, ai rapporti fra edifici confinanti isolatamente intesi.

In materia di rispetto delle distanze, lo “ius superveniens” che contenga prescrizioni più restrittive incontra la limitazione dei diritti quesiti e non trova applicazione con riferimento alle costruzioni che, al momento della sua entrata in vigore, possono considerarsi già sorte, in ragione dell’avvenuta realizzazione delle strutture organiche, costituenti punti di riferimento essenziali per la misurazione delle distanze. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata in cui il giudice di merito aveva ritenuto che solo la posa del solaio di copertura consentisse di ritenere eseguita la costruzione e impedisse, perciò, l’applicazione delle norme sopravvenute, affermando che, a tal fine, fosse sufficiente l’avvenuta edificazione delle mura perimetrali, le quali consentono di verificare il rispetto delle distanze).

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 26886 del 23 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 26783/2018

Quando due edifici su fondi finitimi si trovano a distanza inferiore a quella legale, quello dei due frontisti che per primo sopraelevi, ove non provi il diritto a ottenere l’arretramento del fabbricato dell’altro, deve osservare nella sopraelevazione la distanza legale (art. 873 c.c.), arretrandosi sul proprio edificio quanto necessario per rispettarla, essendo irrilevante che la sopraelevazione risulti ad altezza maggiore dell’edificio vicino.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 26783 del 23 ottobre 2018)

 (Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 26518 del 19 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 24206/2018

Le disposizioni in materia edilizia, nell’ipotesi di successione di norme nel tempo, sono di immediata applicazione poiché i piani regolatori, come i regolamenti edilizi comunali, essendo essenzialmente diretti alla tutela dell’interesse generale nel campo urbanistico, prescindono dall’interesse del privato. Ne deriva che se, dopo la concessione della licenza edilizia, sopravviene una diversa regolamentazione sulle distanze fra edifici, le costruzioni devono adeguarsi alla disciplina vigente al momento della loro realizzazione, a nulla rilevando la legittimità della precedente autorizzazione a costruire, mentre, qualora l’esercizio dello “ius aedificandi” abbia già avuto inizio e concreta attuazione alla data di entrata in vigore della normativa sopravvenuta, ha rilievo l’epoca dell’inizio dell’opera e, quindi, la disposizione edilizia che stabilisce distanze maggiori, sopraggiunta nel corso della costruzione anteriormente iniziata, è inapplicabile, non potendo avere efficacia retroattiva ed incidere su situazioni pregresse, neppure ove l’esecuzione dei lavori si sia protratta oltre il termine previsto dalla suddetta licenza edilizia.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 24206 del 4 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 24076/2018

La distanza minima di dieci metri tra le costruzioni stabilita dall’art. 9 del d.m. n. 1444 del 1968 deve osservarsi in modo assoluto, essendo “ratio” della norma non la tutela della riservatezza, bensì quella della salubrità e sicurezza. Detta norma va, pertanto, applicata indipendentemente dall’altezza degli edifici antistanti e dall’andamento parallelo delle loro pareti, purché sussista almeno un segmento di esse tale che l’avanzamento di una o di entrambe le facciate porti al loro incontro, sia pure per quel limitato segmento.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 24076 del 3 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 29732/2017

Lo strumento urbanistico comunale che individui le zone territoriali omogenee di cui all’articolo 2 del d. m. n. 1444 del 1968 deve osservare le prescrizioni in materia di distanze minime tra fabbricati previste, per ciascuna di dette zone, dall’articolo 9, comma 1, del medesimo decreto ministeriale, trattandosi di disposizione di immediata ed inderogabile efficacia precettiva. Ne consegue che, qualora nel regolamento comunale non sia stabilita alcuna distanza tra fabbricati relativamente ad una o più zone territoriali omogenee, o ne sia prevista una inferiore a quella minima prevista nel citato d.m., la disciplina dettata dal citato articolo 9 sostituirà “ipso iure” quella difforme contenuta in origine in tale regolamento, divenendone automaticamente parte integrante e da subito operante senza che possano, invece, trovare applicazione gli articoli 873 c.c. e 17, comma 1, della l. n. 765 del 1967.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 29732 del 12 dicembre 2017)

Cass. civ. n. 23986/2017

In tema di distanze nelle costruzioni, non vi sono ragioni per negare la possibilità di costruire un manufatto in aderenza ad un fabbricato realizzato dal vicino sul confine, per il solo fatto che tale manufatto costituisca addizione di un fabbricato preesistente – non importa se realizzato prima o dopo quello del vicino – purché la situazione lo consenta e la soluzione originaria sia legittima.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 23986 del 12 ottobre 2017)

Cass. civ. n. 4190/2017

In virtù della “ratio” dell’art. 873 c.c., volto ad evitare la formazione di intercapedini dannose, nella nozione di “costruzione”, rispetto alle quali il secondo costruttore può edificare in aderenza o a distanza legale, rientra ogni opera edilizia che, oltre a presentare carattere di consistenza e stabilità, emerga in modo sensibile al di sopra del livello del suolo, sicché la mancanza di destinazione o di utilità economica di un manufatto (nella specie: rudere di un fabbricato) non esonera dall’osservanza, rispetto ad esso, della distanza suddetta.

In tema di distanze legali, Cass. civ. n. 23856/2018 precisa:

la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio:

ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato avente i caratteri della solidità, stabilità ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio o incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica contestualmente realizzato o preesistente, e ciò indipendentemente dal livello di posa ed elevazione dell’opera stessa.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 23856 del 2 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 11320/2018

SEPARAZIONE DIVORZIO BOLOGNA competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale   RAPPORTI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA  UN CITTADINO ITALIANO E  UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE  UE

PROGETTISTA RESPONSABILITA’ CON APPALTATORE

PROGETTISTA RESPONSABILITA’ CON APPALTATORE

PUO’ ESSERE  IL PROGETTISTA RITENUTO

RESPONSABILE CON L’IMPRESA ESECUTRICE?

il progettista ha assicurato che si poteva realizzare un muro, idoneo a svolgere funzione di sostegno, ad un costo contenuto secondo il progetto da lui elaborato;

l’appaltatore si è limitato ad eseguire il muro in conformità al progetto.

Da questa ricostruzione discende la diversa attribuzione delle responsabilità nei rapporti interni tra i danneggianti che può dedursi dalla soluzione data dalla sentenza impugnata alle questioni affrontate: si è ritenuto che l’appaltatore risponda per il danno causato dalla rovina del muro, e cioè per i costi legati alla realizzazione di un muro inidoneo e alla sua necessaria eliminazione, non essendo sanabili i difetti del muro stesso, mentre il progettista è stato ritenuto responsabile per ciò che si era impegnato a realizzare, ovvero un muro non con funzione di semplice delimitazione, ma idoneo a svolgere la funzione di muro di contenimento. Se la realizzazione di un effettivo muro di contenimento, dotato della specifiche tecniche indicate dal CTU costa non l’esigua cifra preventivata, ma l’importo ben più cospicuo indicato dallo stesso consulente, questa differenza, nella ricostruzione della corte d’appello, rimane ad esclusivo carico del progettista.

Sulla base di questa ricostruzione assume una sua logica (benchè fallace, per quello che si dirà) la conclusione della corte territoriale nel senso che, nel caso di specie, la responsabilità del progettista fosse più gravosa rispetto a quella dell’appaltatore (che in quest’ottica viene visto come il mero esecutore di un progetto inidoneo allo scopo) e che abbia concluso rigettando l’appello sul presupposto che l’opera prevista dal CTU, i cui costi il ricorrente è stato condannato a corrispondere al committente a titolo di risarcimento del danno, non fosse “un’opera di maggior pregio, bensì quella oggetto della prestazione non esattamente adempiuta” (pag. 9 della sentenza di appello).

Premette che il danneggiato Roberto Poggio, oltre a non aver contestato di aver corrisposto l’importo di € 18.500,00 all’Impresa Solia per la realizzazione del muro (come indicato dall’Ivaldi già in comparsa di costituzione), non ha neppure provato l’ammontare delle spese sostenute, come sarebbe stato suo onere. Afferma quindi che il danno effettivo e risarcibile subito dal committente sia costituito esclusivamente dai costi sostenuti per la realizzazione del muro in conformità al progetto (€ 18.500,00) e dai costi di demolizione dello stesso (€ 6.273,21), per una somma complessiva pari a € 24.773,21, e che non potesse essere comprensivo, come ritenuto dai giudici di merito, del costo integrale di realizzazione di un nuovo muro di tipologia differente rispetto a quello realizzato. Evidenzia che la soluzione prescelta dai giudici di merito dà luogo ad un enorme ed inammissibile arricchimento indebito del danneggiato. 

Osserva che, stante il reale ammontare del danno subito, il Poggio è già stato integralmente risarcito in virtù dell’accordo transattivo con l’impresa Solia; mentre la Corte d’Appello, riconoscendogli il diritto a percepire, oltre a tale somma, l’ulteriore somma di 65.000,000 € per la realizzazione di un nuovo e differente muro, gli avrebbe in sostanza riconosciuto il diritto di acquisire nella sua sfera di disponibilità un muro di contenimento realizzato a regola d’arte senza nulla spendere (e senza dover neppure sostenere i costi legati alla realizzazione del precedente muro inidoneo).

Lamenta che la Corte non abbia applicato il principio secondo il quale la “garanzia” ex art. 1669 c.c. comprende sia il risarcimento del danno, sia l’eliminazione dei vizi dell’opera (quest’ultima coincidente con il risarcimento del danno in forma specifica ex art. 2058 c.c., salvo che il committente richieda che tale eliminazione avvenga per equivalente monetario); e che abbia applicato invece l’art. 1668 c.c., giungendo così ad affermare che il geometra progettista (e non l’appaltatore) dovesse essere condannato, oltre che a sostenere i costi della demolizione del muro inidoneo, addirittura a sostenere i costi della realizzazione del nuovo muro.

Osserva che la Corte d’Appello abbia violato il disposto degli artt. 1669, 2056, 1218 e 1223 c.c., in quanto non ha semplicemente condannato il geometra all’eliminazione dei vizi dell’opera, ma alla realizzazione di un nuovo e diverso bene, con ciò determinando un indebito arricchimento vietato a norma dell’art. 2041 c.c. e violando anche l’art. 1223 c.c. (richiamato dall’art. 2056 c.c.), in quanto nel nostro ordinamento il risarcimento del danno deve essere volto alla restitutio in integrum (comprensiva di danno emergente e lucro cessante), e non può risolversi invece in un vantaggio per il danneggiato.

Osserva che altra sarebbe la responsabilità del soggetto che contrattualmente si fosse obbligato a realizzare un muro idoneo per un determinato prezzo (in quanto in questo caso l’eventuale inidoneità del muro realizzato non libererebbe l’impresa dall’obbligo, contrattuale, di realizzare un diverso muro idoneo per il prezzo originariamente concordato); altra è l’obbligazione del progettista, che sarà quella, extracontrattuale, della restitutio in integrum del patrimonio del danneggiato (anche nella forma della eliminazione dei vizi, ma non tale da cagionare un arricchimento indebito). Adduce peraltro che, anche a voler considerare l’obbligazione del geometra progettista e direttore dei lavori come contrattuale, non potrebbe comunque porsi a carico di quest’ultimo l’obbligo di realizzare il muro a regola d’arte, posto che tale obbligazione è stata assunta dalla sola impresa appaltatrice, la quale sola, ove condannata a realizzare il muro a regola d’arte, avrebbe eventualmente potuto rivolgersi, a titolo di risarcimento danni per inadempimento contrattuale, nei confronti del progettista.

Rappresenta che, nel caso di responsabilità (extracontrattuale) ex art. 1669 c.c. del progettista e/o direttore dei lavori, una applicazione disattenta del principio del risarcimento inteso come eliminazione dei vizi dell’opera possa condurre a risultati aberranti e in contrasto con la funzione del risarcimento danni in quanto, anziché reintegrare il patrimonio del committente ingiustamente depauperato in conseguenza del fatto illecito, andrebbe ad attribuirgli un vantaggio, a titolo di risarcimento danni, ben superiore al danno economico subito, generando così un arricchimento indebito.

Indica che il procedimento logico da seguire, al fine di non cadere nell’equivoco in cui assume siano incorsi Tribunale e Corte d’Appello, dovrebbe essere quello del raffronto tra la situazione creatasi in conseguenza del fatto illecito e quella che si sarebbe verificata in assenza dello stesso. In particolare, in assenza dell’errata progettazione, integrante l’illecito del geometra, il Poggio non avrebbe avuto diritto alla realizzazione del muro di contenimento del valore indicato dal CTU per il minor prezzo concordato; ma il prezzo del muro sarebbe stato invece quello ben maggiore da ultimo individuato dal CTU. Infine aggiunge che, diversamente opinando, si finirebbe per ritenere responsabile il geometra del fatto che non si sia potuto realizzare un muro con determinate caratteristiche per il minor prezzo individuato dall’impresa in sede di appalto; e che le argomentazioni svolte valgano anche ove la condanna fosse intervenuta per responsabilità contrattuale del geometra (in tal caso vi sarebbe comunque violazione dell’art. 1218 c.c., in quanto non era obbligo del geometra la realizzazione del muro, e pertanto dovrà rispondere solamente ai sensi dell’art. 1223 c.c.).

  1. Il motivo è fondato e va accolto, per le ragioni di seguito esposte.

Va premesso che non emerge con chiarezza, nel ricorso, e neppure nella sentenza impugnata, se l’incarico relativo alla progettazione e direzione dei lavori per la costruzione del muro sia stato conferito al progettista geom. lvaldi dal committente, o dalla ditta appaltatrice, e di conseguenza se l’azione risarcitoria sia stata proposta a titolo di responsabilità contrattuale o extracontrattuale del progettista da parte del committente o del proprietario del terreno ove l’opera è stata realizzata.

Dalla motivazione della sentenza, sembra di poter inferire che la corte d’appello abbia ritenuto l’esistenza di un rapporto contrattuale diretto tra progettista e committente (v. pag. 8 e 9, e il richiamo all’art. 1668 c.c.), in conseguenza del quale il committente abbia agito non per la risoluzione del contratto ma per ottenere il solo risarcimento del danno.

La motivazione della corte d’appello, laddove reputa più estesa la responsabilità del progettista rispetto a quella dell’appaltatore (e quindi non coperta dall’accordo transattivo che ha estinto l’obbligazione risarcitoria dell’appaltatore), si fonda su alcuni passaggi inespressi, che si possono così ricostruire in base all’esito del ragionamento decisorio:

Il committente ha incaricato il progettista di progettare un muro di sostegno;

il progettista ha assicurato che si poteva realizzare un muro, idoneo a svolgere funzione di sostegno, ad un costo contenuto secondo il progetto da lui elaborato;

l’appaltatore si è limitato ad eseguire il muro in conformità al progetto.

Da questa ricostruzione discende la diversa attribuzione delle responsabilità nei rapporti interni tra i danneggianti che può dedursi dalla soluzione data dalla sentenza impugnata alle questioni affrontate: si è ritenuto che l’appaltatore risponda per il danno causato dalla rovina del muro, e cioè per i costi legati alla realizzazione di un muro inidoneo e alla sua necessaria eliminazione, non essendo sanabili i difetti del muro stesso, mentre il progettista è stato ritenuto responsabile per ciò che si era impegnato a realizzare, ovvero un muro non con funzione di semplice delimitazione, ma idoneo a svolgere la funzione di muro di contenimento. Se la realizzazione di un effettivo muro di contenimento, dotato della specifiche tecniche indicate dal CTU costa non l’esigua cifra preventivata, ma l’importo ben più cospicuo indicato dallo stesso consulente, questa differenza, nella ricostruzione della corte d’appello, rimane ad esclusivo carico del progettista.

Sulla base di questa ricostruzione assume una sua logica (benchè fallace, per quello che si dirà) la conclusione della corte territoriale nel senso che, nel caso di specie, la responsabilità del progettista fosse più gravosa rispetto a quella dell’appaltatore (che in quest’ottica viene visto come il mero esecutore di un progetto inidoneo allo scopo) e che abbia concluso rigettando l’appello sul presupposto che l’opera prevista dal CTU, i cui costi il ricorrente è stato condannato a corrispondere al committente a titolo di risarcimento del danno, non fosse “un’opera di maggior pregio, bensì quella oggetto della prestazione non esattamente adempiuta” (pag. 9 della sentenza di appello).

Non verrà in questa sede affrontata la problematica, pur esistente ma non toccata dal ricorso né dal controricorso, dell’esistenza di un obbligo in capo all’appaltatore, a fronte di un progetto che sia visibilmente contrario alle regole dell’arte, di individuarne le criticità e farle presenti al committente, rifiutandosi di realizzare un’opera che ad un professionista non possa non apparire non rispondente alle regole dell’arte. L’appaltatore, dovendo assolvere al proprio dovere di osservare i criteri generali della tecnica relativi al particolare lavoro affidatogli, è infatti obbligato a controllare, nei limiti delle sue cognizioni, la bontà del progetto o delle istruzioni impartite dal committente e, ove queste siano palesemente errate, può andare esente da responsabilità soltanto se dimostri di avere manifestato il proprio dissenso e di essere stato indotto ad eseguirle, quale “nudus minister”, per le insistenze del committente ed a rischio di quest’ultimo. In mancanza di tale prova, l’appaltatore è tenuto, a titolo di responsabilità contrattuale, derivante dalla sua obbligazione di risultato, all’intera garanzia per le imperfezioni o i vizi dell’opera, senza poter invocare il concorso di colpa del progettista o del committente, né l’efficacia esimente di eventuali errori nelle istruzioni impartite dal direttore dei lavori.: v. in questo senso Cass. n. 23594 del 2017. L’appaltatore, essendo tenuto alla realizzazione di un’opera tecnicamente idonea a soddisfare le esigenze del committente risultanti dal contratto, ha il conseguente dovere di rendere edotto il committente medesimo di eventuali obiettive situazioni o carenze del progetto, rilevate o rilevabili con la normale diligenza, ostative all’utilizzazione dell’opera ai fini pattuiti (Cass. n. 1981 del 2016). Le considerazioni che precedono inducono comunque a mettere in discussione in linea teorica la correttezza dell’affermazione contenuta nella sentenza impugnata che ricostruisce come più grave la responsabilità in capo al progettista per un progetto palesemente inidoneo rispetto a quella addebitabile all’appaltatore.

Il ragionamento seguito dalla corte d’appello, anche a prescindere dalla necessità di integrarlo completando deduttivamente passaggi inespressi, è errato nella sua premessa, laddove individua l’oggetto della obbligazione a carico del progettista, che era appunto quella di progettare un’opera con determinate caratteristiche, non anche quella di realizzarla. Il danno conseguente alla errata progettazione, se l’opera realizzata non può essere utilizzata per lo scopo per la quale è stata realizzata e se produce danni a terzi, non può essere in ogni caso comprensivo dei costi di esecuzione dell’opera, con caratteristiche diverse, a regola d’arte.

Anche volendo prescindere dalla qualificazione del rapporto e quindi della responsabilità che ne discende, la decisione impugnata è comunque errata, perché si pone in contrasto con il fondamentale e comune principio secondo il quale ciò che spetta al danneggiato è il diritto all’integrale risarcimento del danno subito e non altro.

Sotto il profilo della responsabilità contrattuale, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, il risarcimento del danno per inadempimento contrattuale deve comprendere sia la perdita subita dal creditore, sia il mancato guadagno, quale conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento, al fine di ristabilire l’equilibrio economico turbato, mettendo il creditore nella stessa situazione economica nella quale si sarebbe trovato se il fatto illecito (inadempienza) non si fosse verificato, e, quindi, la somma liquidata a titolo di risarcimento deve essere equivalente all’effettivo valore dell’utilità perduta (Cass. n. 2458 del 1980; Cass. n.12578 del 1995).

Nel caso di specie, il danno effettivamente patito dal proprietario committente e che possa causalmente ricondursi all’operato del progettista è costituito dai costi di realizzazione dell’opera (il muro) da questi progettata, inidonea all’uso, e dai costi necessari per l’eliminazione dei danni provocati, costituiti nel caso di specie nei consti necessari per l’eliminazione del predetto muro.

Diversamente opinando, ossia addebitando al ricorrente il costo integrale di realizzazione di un muro nuovo e avente caratteristiche tecniche differenti rispetto a quello progettato e realizzato, ovvero avente le effettive caratteristiche tecniche necessarie per poter svolgere una funzione di contenimento, per un verso si incorrerebbe nella violazione del principio per cui il risarcimento del danno deve tendere alla mera restitutio in integrum (art. 1223 c.c.), e per l’altro si accorderebbe al danneggiato un vantaggio indebito (in violazione dell’art. 2041 c.c.), consistente nell’ottenere un quid pluris rispetto alla sua situazione antecedente, ossia nel venire a fruire gratuitamente della realizzazione di un’opera.

In definitiva, il progettista, in conseguenza della sua errata progettazione, può essere chiamato a rispondere dei costi della progettazione e della realizzazione dell’opera che ha effettivamente progettato, del risarcimento dei danni a terzi eventualmente provocati dall’opera realizzata non a regola d’arte in conformità dell’errore nella progettazione (siano essi terzi estranei o, come in questo caso, lo stesso committente che ha dovuto rimuovere il muro inidoneo alla funzione di contenimento), ma non anche dei diversi costi di esecuzione dell’opera a regola d’arte, perché ciò non costituisce oggetto della prestazione pattuita, né è un danno conseguente all’illecito. Il ricorso pertanto deve essere accolto, e la sentenza cassata in applicazione del principio sopra espresso.

 

Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, questa Corte, avvalendosi dei poteri di cui all’art. 384, secondo comma c.p.c., può decidere la causa nel merito. Devono a questo scopo essere presi in considerazione, in quanto fondati, i rilievi mossi dal ricorrente alla sentenza impugnata, laddove essa ha ritenuto che non potesse utilmente avvalersi, al fine di accertare l’intervenuta estinzione della propria obbligazione risarcitoria, della transazione conclusa tra l’appaltatore, suo obbligato solidale, e il committente, ai sensi dell’art. 1304 c.p.c..

 

Della responsabilità solidale di appaltatore e progettista o direttore dei lavori non si dubita: è consolidata affermazione nella giurisprudenza della Corte (da ultimo, Cass. n. 3651 del 2016), quella per cui in tema di responsabilità risarcitoria, contrattuale ed extracontrattuale, se l’unico evento dannoso è imputabile a più persone, è sufficiente, al fine di ritenere la solidarietà di tutte nell’obbligo al risarcimento, che le azioni e le omissioni di ciascuna abbiano concorso in modo efficiente a produrre l’evento, a nulla rilevando che costituiscano autonomi e distinti fatti illeciti, o violazioni di norme giuridiche diverse. Pertanto nel caso di danno risentito dal committente di un opera, per concorrenti inadempimenti del progettista e dell’appaltatore, sussistono le condizioni di detta solidarietà, con la conseguenza che il danneggiato può rivolgersi indifferentemente all’uno o all’altro per il risarcimento dell’intero danno e che il debitore escusso ha verso l’altro corresponsabile azione per la ripetizione della parte da esso dovuta.

 

Ciò premesso in ordine al legame di solidarietà che lega i due professionisti, questa Corte ha recentemente puntualizzato (Cass. n. 23418 del 2016, che richiama la pronuncia a Sezioni Unite n. 30174 del 2011) che in presenza di una transazione tra il creditore ed uno dei debitori in solido, è anzitutto da accertare se la transazione abbia riguardato l’intero debito o, invece, abbia avuto ad oggetto unicamente la quota del debitore con cui essa è stata stipulata, riferendosi la previsione dell’art. 1304 c.c. alla prima fattispecie. Mentre nel primo caso – transazione per l’intero – gli altri debitori possono dichiarare di volerne profittare, come previsto dalla menzionata disposizione, con l’effetto che anche per essi opera l’estinzione del debito, nel secondo caso – transazione pro quota – si determina lo scioglimento della solidarietà passiva unicamente rispetto al debitore che vi aderisce, corrispondentemente riducendosi il debito per gli altri. La ratio di tale norma, allorchè il negozio transattivo riguardi l’intero debito, risiede nella comunanza dell’oggetto della transazione, che consente al condebitore in solido di avvalersene, pur non avendo partecipato alla sua stipulazione e, quindi, in deroga al principio dell’art. 1372 c.c. secondo cui il contratto produce effetto solo tra le parti. Viceversa, tale fondamento non sussiste in presenza di una transazione interna per la singola quota, la quale non può coinvolgere gli altri condebitori, che non avrebbero alcun titolo per profittarne e per vedere estendere nei loro confronti l’effetto estintivo della obbligazione: ma, in ogni caso, ne consegue la riduzione del loro debito per effetto di quanto pagato dal debitore transigente.

 

Nel nostro caso, all’accoglimento del motivo di ricorso consegue la caducazione dell’accertamento, contenuto nella sentenza impugnata, secondo la quale l’appaltatore avrebbe transatto non l’intero debito ma solo la quota di sua spettanza, ed anche la conseguente esclusione dell’applicabilità dell’art. 1304 c.c.

 

Deve al contrario affermarsi che, poiché nel caso di specie l’obbligazione risarcitoria del progettista comprende le stesse voci risarcitorie a carico dell’appaltatore, che sono comprese nell’accordo transattivo e coperte dalla transazione (pari ai costi sostenuti per la costruzione del muro, conforme al progetto ma inidoneo all’uso e per la sua eliminazione), il progettista si possa utilmente giovare – come richiesto fin dal primo grado – della transazione conclusa dal suo condebitore solidale onde ritenere estinta anche nei suoi confronti l’obbligazione risarcitoria. Conseguentemente, decidendo nel merito, la domanda risarcitoria del Poggio verso il progettista va rigettata, in quanto il suo credito risarcitorio si è integralmente estinto, anche nei confronti dell’Ivaldi, in virtù della transazione conclusa con la impresa Solia già prima dell’inizio del giudizio di merito, in applicazione dell’art. 1304 c.c.

 

CORTE DI CASSAZIONE CIVILE, Sez. 3^ 21/06/2018 (Ud. 14/03/2018), Ordinanza n.16323 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

omissis

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

sul ricorso 13382-2016 proposto da:

IVALDI SERGIO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA F. DENZA 15, presso lo studio dell’avvocato STEFANO MASTROLILLI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARLO TRAVERSO giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

  

contro

POGGIO ROBERTO, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA DEL POPOLO, 18, presso lo studio dell’avvocato MARIA ELENA RIBALDONE, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato VALERIO GIUSEPPE FERRARI giusta procura in calce al controricorso; 

– controricorrente – 

avverso la sentenza n. 98/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 21/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 14/03/2018 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

I FATTI DI CAUSA 

  1. Nel 2009 Roberto Poggio conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Acqui Terme il geometra Sergio Ivaldi, rappresentando di essere proprietario di un capannone ad uso agricolo su un terreno delimitato da un muro di contenimento, realizzato dall’impresa Solia Lorenzo, con progettazione e direzione dei lavori affidati, nel 2002, al geometra Ivaldi; di aver riscontrato, nel 2008, un cedimento del predetto muro di contenimento; di aver richiesto quindi un accertamento tecnico preventivo nei confronti dell’impresa Solia e del geometra, all’esito del quale il CTU affermava che il manufatto realizzato era privo delle caratteristiche tecniche di cui deve essere dotato un muro di contenimento (in quanto privo di opere di drenaggio, di armature in ferro, dotato di fondazioni sottodimensionate), ed indicava come unica soluzione possibile la demolizione del muro con conseguente realizzazione ex novo di un muro dotato di differenti e idonee caratteristiche tecniche (per un costo pari a 96.786,00 €, oltre IVA e spese tecniche); di aver raggiunto un accordo transattivo con l’Impresa Solia (in virtù del quale essa gli corrispondeva l’importo di 27.000 € a titolo di risarcimento del danno).

Tutto ciò premesso, agiva nei confronti del geometra Ivaldi, progettista e direttore dei lavori, per il risarcimento integrale dei danni, quantificati nell’importo indicato dal CTU per la realizzazione di un muro dotato delle necessarie specifiche tecniche e costruito a regola d’arte.

Sergio Ivaldi si costituiva in giudizio, chiedendo il rigetto della domanda avversaria e proponendo a sua volta domanda riconvenzionale di condanna del committente al pagamento dei compensi per alcune prestazioni professionali svolte; nell’eventualità che fosse giudizialmente accertata la sua responsabilità, chiedeva di essere manlevato da due compagnie assicurative che chiamava in causa previa autorizzazione.

Si costiturvano UGF Assicurazioni s.p.a. e FONDIARIA-SAI s.p.a., eccependo preliminarmente l’inoperatività delle rispettive polizze e chiedendo entrambe il rigetto della domanda attorea.

  1. Esperita l’istruttoria ammessa e la CTU, il Tribunale di Alessandria pronunciava sentenza n. 37/2014 con cui condannava Sergio Ivaldi al pagamento in favore dell’attore della somma di € 65.556,00 oltre oneri accessori ed interessi legali (quantificandone il credito risarcitorio in € 92.556,00 pari all’importo di spesa necessario per la costruzione di un muro di contenimento a regola d’arte, dai quali detraeva € 27 .000 già percepiti dal Poggio in forza dell’accordo transattivo con l’Impresa Solia); condannava Roberto Poggio al pagamento in favore del convenuto della somma di€ 6.824,00 oltre accessori per altre prestazioni dallo stesso eseguite e rigettava le domande di manleva nei confronti delle compagnie di assicurazione.
  1. Contro tale sentenza, nel 2014 proponeva appello l’Ivaldi non contestando la propria corresponsabilità nel cedimento del muro, ma lamentando l’erroneità della quantificazione del danno, in suo pregiudizio, in quanto tale da determinare un indebito arricchimento a suo danno del danneggiato, che avrebbe goduto della realizzazione di un’opera qualitativamente diversa e di ben maggior valore rispetto a quella che l’Ivaldi era stato incaricato di progettare. Con altro motivo di appello, l’odierno ricorrente sosteneva che la transazione conclusa prima dell’inizio della causa tra il committente e la società appaltatrice avesse ad oggetto l’intero danno, e non solo la quota corrispondente alla responsabilità propria della ditta appaltatrice, e ribadiva la sua domanda di volerne profittare, quale obbligato solidale, ai sensi dell’art. 1304 c.c..

Si costituiva in giudizio Roberto Poggio. La UnipolSai Assicurazioni s.p.a., incorporante le due compagnie di assicurazioni, si costituiva in giudizio con due distinte comparse di costituzione e risposta.

  1. La Corte d’Appello di Torino rigettava l’impugnazione. In particolare, premesso che i manufatti che l’Ivaldi aveva accettato di progettare avrebbero dovuto essere muri di contenimento, che il muro effettivamente progettato e poi realizzato non aveva caratteristiche tali da renderlo idoneo a svolgere tale funzione; che la demolizione del manufatto edificato e la realizzazione di un effettivo muro di contenimento fossero necessarie al fine di vedere realizzato quanto promesso al Poggio; che, avendo il Poggio chiesto il solo risarcimento del danno (e non la risoluzione del contratto), per compensare il pregiudizio arrecatogli dall’inadempimento e la restaurazione della sua situazione patrimoniale fosse quindi necessario quantificare il costo della realizzazione del medesimo muro di contenimento, con la previsione delle caratteristiche prescritte dalla regola dell’arte; che l’opera prevista dal CTU non fosse altro che un muro di contenimento idoneo, e dunque non un’opera di maggior pregio rispetto a quanto pattuito (determinante pertanto l’acquisizione di una utilità economica eccedente) ma quella oggetto della prestazione non esattamente adempiuta e che, laddove più costosa, lo sarebbe stata solo in quanto realizzata a regola d’arte.

Rigettava anche il motivo di appello relativo alla volontà del progettista di avvalersi della transazione conclusa tra committente ed appaltatore, confermando sul punto la decisione di primo grado, in base alla quale, pur non avendo il committente contestato che fosse intervenuta la transazione e neppure di aver ricevuto dalla ditta appaltatrice l’importo concordato nella transazione a titolo di risarcimento del danno prima dell’inizio del giudizio nei confronti dell’Ivaldi, in mancanza di una copia in atti della transazione dalla quale poter desumere il suo effettivo oggetto, dovesse ritenersi non provato che la transazione riguardasse l’intera pretesa risarcitoria del committente e non piuttosto la sola quota di responsabilità della ditta appaltatrice, di ben minore entità rispetto a quella addebitabile al professionista. Di conseguenza, pur ribadendo che si dovesse tener conto dell’importo transatto (come del resto aveva fatto il giudice di primo grado) per decurtarlo dalla somma che il progettista dovesse essere concretamente condannato a pagare, escludeva che il progettista appellante si potesse giovare, per ritenere integralmente estinta la propria obbligazione risarcitoria, della transazione conclusa dagli altri due soggetti in quanto non estintiva dell’intero credito risarcitorio del committente.

  1. Contro la sentenza n. 98/2016, depositata il 21.1.2016, della Corte d’Appello di Torino Sezione Quarta propone ricorso per Cassazione, con un unico motivo, Sergio lvaldi.

Resiste con controricorso Roberto Poggio.

La causa è stata avviata alla trattazione in adunanza camerale non partecipata.

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con l’unico motivo di ricorso, il ricorrente denuncia la violazione o falsa applicazione di norme di diritto (artt. 1669, 2041, 1218, 2056 e 1223 c.c., art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.).

Premette che il danneggiato Roberto Poggio, oltre a non aver contestato di aver corrisposto l’importo di € 18.500,00 all’Impresa Solia per la realizzazione del muro (come indicato dall’Ivaldi già in comparsa di costituzione), non ha neppure provato l’ammontare delle spese sostenute, come sarebbe stato suo onere. Afferma quindi che il danno effettivo e risarcibile subito dal committente sia costituito esclusivamente dai costi sostenuti per la realizzazione del muro in conformità al progetto (€ 18.500,00) e dai costi di demolizione dello stesso (€ 6.273,21), per una somma complessiva pari a € 24.773,21, e che non potesse essere comprensivo, come ritenuto dai giudici di merito, del costo integrale di realizzazione di un nuovo muro di tipologia differente rispetto a quello realizzato. Evidenzia che la soluzione prescelta dai giudici di merito dà luogo ad un enorme ed inammissibile arricchimento indebito del danneggiato. 

Osserva che, stante il reale ammontare del danno subito, il Poggio è già stato integralmente risarcito in virtù dell’accordo transattivo con l’impresa Solia; mentre la Corte d’Appello, riconoscendogli il diritto a percepire, oltre a tale somma, l’ulteriore somma di 65.000,000 € per la realizzazione di un nuovo e differente muro, gli avrebbe in sostanza riconosciuto il diritto di acquisire nella sua sfera di disponibilità un muro di contenimento realizzato a regola d’arte senza nulla spendere (e senza dover neppure sostenere i costi legati alla realizzazione del precedente muro inidoneo).

Lamenta che la Corte non abbia applicato il principio secondo il quale la “garanzia” ex art. 1669 c.c. comprende sia il risarcimento del danno, sia l’eliminazione dei vizi dell’opera (quest’ultima coincidente con il risarcimento del danno in forma specifica ex art. 2058 c.c., salvo che il committente richieda che tale eliminazione avvenga per equivalente monetario); e che abbia applicato invece l’art. 1668 c.c., giungendo così ad affermare che il geometra progettista (e non l’appaltatore) dovesse essere condannato, oltre che a sostenere i costi della demolizione del muro inidoneo, addirittura a sostenere i costi della realizzazione del nuovo muro.

Osserva che la Corte d’Appello abbia violato il disposto degli artt. 1669, 2056, 1218 e 1223 c.c., in quanto non ha semplicemente condannato il geometra all’eliminazione dei vizi dell’opera, ma alla realizzazione di un nuovo e diverso bene, con ciò determinando un indebito arricchimento vietato a norma dell’art. 2041 c.c. e violando anche l’art. 1223 c.c. (richiamato dall’art. 2056 c.c.), in quanto nel nostro ordinamento il risarcimento del danno deve essere volto alla restitutio in integrum (comprensiva di danno emergente e lucro cessante), e non può risolversi invece in un vantaggio per il danneggiato.

Osserva che altra sarebbe la responsabilità del soggetto che contrattualmente si fosse obbligato a realizzare un muro idoneo per un determinato prezzo (in quanto in questo caso l’eventuale inidoneità del muro realizzato non libererebbe l’impresa dall’obbligo, contrattuale, di realizzare un diverso muro idoneo per il prezzo originariamente concordato); altra è l’obbligazione del progettista, che sarà quella, extracontrattuale, della restitutio in integrum del patrimonio del danneggiato (anche nella forma della eliminazione dei vizi, ma non tale da cagionare un arricchimento indebito). Adduce peraltro che, anche a voler considerare l’obbligazione del geometra progettista e direttore dei lavori come contrattuale, non potrebbe comunque porsi a carico di quest’ultimo l’obbligo di realizzare il muro a regola d’arte, posto che tale obbligazione è stata assunta dalla sola impresa appaltatrice, la quale sola, ove condannata a realizzare il muro a regola d’arte, avrebbe eventualmente potuto rivolgersi, a titolo di risarcimento danni per inadempimento contrattuale, nei confronti del progettista.

Rappresenta che, nel caso di responsabilità (extracontrattuale) ex art. 1669 c.c. del progettista e/o direttore dei lavori, una applicazione disattenta del principio del risarcimento inteso come eliminazione dei vizi dell’opera possa condurre a risultati aberranti e in contrasto con la funzione del risarcimento danni in quanto, anziché reintegrare il patrimonio del committente ingiustamente depauperato in conseguenza del fatto illecito, andrebbe ad attribuirgli un vantaggio, a titolo di risarcimento danni, ben superiore al danno economico subito, generando così un arricchimento indebito.

Indica che il procedimento logico da seguire, al fine di non cadere nell’equivoco in cui assume siano incorsi Tribunale e Corte d’Appello, dovrebbe essere quello del raffronto tra la situazione creatasi in conseguenza del fatto illecito e quella che si sarebbe verificata in assenza dello stesso. In particolare, in assenza dell’errata progettazione, integrante l’illecito del geometra, il Poggio non avrebbe avuto diritto alla realizzazione del muro di contenimento del valore indicato dal CTU per il minor prezzo concordato; ma il prezzo del muro sarebbe stato invece quello ben maggiore da ultimo individuato dal CTU. Infine aggiunge che, diversamente opinando, si finirebbe per ritenere responsabile il geometra del fatto che non si sia potuto realizzare un muro con determinate caratteristiche per il minor prezzo individuato dall’impresa in sede di appalto; e che le argomentazioni svolte valgano anche ove la condanna fosse intervenuta per responsabilità contrattuale del geometra (in tal caso vi sarebbe comunque violazione dell’art. 1218 c.c., in quanto non era obbligo del geometra la realizzazione del muro, e pertanto dovrà rispondere solamente ai sensi dell’art. 1223 c.c.).

  1. Il motivo è fondato e va accolto, per le ragioni di seguito esposte.

Va premesso che non emerge con chiarezza, nel ricorso, e neppure nella sentenza impugnata, se l’incarico relativo alla progettazione e direzione dei lavori per la costruzione del muro sia stato conferito al progettista geom. lvaldi dal committente, o dalla ditta appaltatrice, e di conseguenza se l’azione risarcitoria sia stata proposta a titolo di responsabilità contrattuale o extracontrattuale del progettista da parte del committente o del proprietario del terreno ove l’opera è stata realizzata.

Dalla motivazione della sentenza, sembra di poter inferire che la corte d’appello abbia ritenuto l’esistenza di un rapporto contrattuale diretto tra progettista e committente (v. pag. 8 e 9, e il richiamo all’art. 1668 c.c.), in conseguenza del quale il committente abbia agito non per la risoluzione del contratto ma per ottenere il solo risarcimento del danno.

La motivazione della corte d’appello, laddove reputa più estesa la responsabilità del progettista rispetto a quella dell’appaltatore (e quindi non coperta dall’accordo transattivo che ha estinto l’obbligazione risarcitoria dell’appaltatore), si fonda su alcuni passaggi inespressi, che si possono così ricostruire in base all’esito del ragionamento decisorio:

Il committente ha incaricato il progettista di progettare un muro di sostegno;

il progettista ha assicurato che si poteva realizzare un muro, idoneo a svolgere funzione di sostegno, ad un costo contenuto secondo il progetto da lui elaborato;

l’appaltatore si è limitato ad eseguire il muro in conformità al progetto.

Da questa ricostruzione discende la diversa attribuzione delle responsabilità nei rapporti interni tra i danneggianti che può dedursi dalla soluzione data dalla sentenza impugnata alle questioni affrontate: si è ritenuto che l’appaltatore risponda per il danno causato dalla rovina del muro, e cioè per i costi legati alla realizzazione di un muro inidoneo e alla sua necessaria eliminazione, non essendo sanabili i difetti del muro stesso, mentre il progettista è stato ritenuto responsabile per ciò che si era impegnato a realizzare, ovvero un muro non con funzione di semplice delimitazione, ma idoneo a svolgere la funzione di muro di contenimento. Se la realizzazione di un effettivo muro di contenimento, dotato della specifiche tecniche indicate dal CTU costa non l’esigua cifra preventivata, ma l’importo ben più cospicuo indicato dallo stesso consulente, questa differenza, nella ricostruzione della corte d’appello, rimane ad esclusivo carico del progettista.

Sulla base di questa ricostruzione assume una sua logica (benchè fallace, per quello che si dirà) la conclusione della corte territoriale nel senso che, nel caso di specie, la responsabilità del progettista fosse più gravosa rispetto a quella dell’appaltatore (che in quest’ottica viene visto come il mero esecutore di un progetto inidoneo allo scopo) e che abbia concluso rigettando l’appello sul presupposto che l’opera prevista dal CTU, i cui costi il ricorrente è stato condannato a corrispondere al committente a titolo di risarcimento del danno, non fosse “un’opera di maggior pregio, bensì quella oggetto della prestazione non esattamente adempiuta” (pag. 9 della sentenza di appello).

Non verrà in questa sede affrontata la problematica, pur esistente ma non toccata dal ricorso né dal controricorso, dell’esistenza di un obbligo in capo all’appaltatore, a fronte di un progetto che sia visibilmente contrario alle regole dell’arte, di individuarne le criticità e farle presenti al committente, rifiutandosi di realizzare un’opera che ad un professionista non possa non apparire non rispondente alle regole dell’arte. L’appaltatore, dovendo assolvere al proprio dovere di osservare i criteri generali della tecnica relativi al particolare lavoro affidatogli, è infatti obbligato a controllare, nei limiti delle sue cognizioni, la bontà del progetto o delle istruzioni impartite dal committente e, ove queste siano palesemente errate, può andare esente da responsabilità soltanto se dimostri di avere manifestato il proprio dissenso e di essere stato indotto ad eseguirle, quale “nudus minister”, per le insistenze del committente ed a rischio di quest’ultimo. In mancanza di tale prova, l’appaltatore è tenuto, a titolo di responsabilità contrattuale, derivante dalla sua obbligazione di risultato, all’intera garanzia per le imperfezioni o i vizi dell’opera, senza poter invocare il concorso di colpa del progettista o del committente, né l’efficacia esimente di eventuali errori nelle istruzioni impartite dal direttore dei lavori.: v. in questo senso Cass. n. 23594 del 2017. L’appaltatore, essendo tenuto alla realizzazione di un’opera tecnicamente idonea a soddisfare le esigenze del committente risultanti dal contratto, ha il conseguente dovere di rendere edotto il committente medesimo di eventuali obiettive situazioni o carenze del progetto, rilevate o rilevabili con la normale diligenza, ostative all’utilizzazione dell’opera ai fini pattuiti (Cass. n. 1981 del 2016). Le considerazioni che precedono inducono comunque a mettere in discussione in linea teorica la correttezza dell’affermazione contenuta nella sentenza impugnata che ricostruisce come più grave la responsabilità in capo al progettista per un progetto palesemente inidoneo rispetto a quella addebitabile all’appaltatore.

Il ragionamento seguito dalla corte d’appello, anche a prescindere dalla necessità di integrarlo completando deduttivamente passaggi inespressi, è errato nella sua premessa, laddove individua l’oggetto della obbligazione a carico del progettista, che era appunto quella di progettare un’opera con determinate caratteristiche, non anche quella di realizzarla. Il danno conseguente alla errata progettazione, se l’opera realizzata non può essere utilizzata per lo scopo per la quale è stata realizzata e se produce danni a terzi, non può essere in ogni caso comprensivo dei costi di esecuzione dell’opera, con caratteristiche diverse, a regola d’arte.

Anche volendo prescindere dalla qualificazione del rapporto e quindi della responsabilità che ne discende, la decisione impugnata è comunque errata, perché si pone in contrasto con il fondamentale e comune principio secondo il quale ciò che spetta al danneggiato è il diritto all’integrale risarcimento del danno subito e non altro.

Sotto il profilo della responsabilità contrattuale, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, il risarcimento del danno per inadempimento contrattuale deve comprendere sia la perdita subita dal creditore, sia il mancato guadagno, quale conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento, al fine di ristabilire l’equilibrio economico turbato, mettendo il creditore nella stessa situazione economica nella quale si sarebbe trovato se il fatto illecito (inadempienza) non si fosse verificato, e, quindi, la somma liquidata a titolo di risarcimento deve essere equivalente all’effettivo valore dell’utilità perduta (Cass. n. 2458 del 1980; Cass. n.12578 del 1995).

Nel caso di specie, il danno effettivamente patito dal proprietario committente e che possa causalmente ricondursi all’operato del progettista è costituito dai costi di realizzazione dell’opera (il muro) da questi progettata, inidonea all’uso, e dai costi necessari per l’eliminazione dei danni provocati, costituiti nel caso di specie nei consti necessari per l’eliminazione del predetto muro.

Diversamente opinando, ossia addebitando al ricorrente il costo integrale di realizzazione di un muro nuovo e avente caratteristiche tecniche differenti rispetto a quello progettato e realizzato, ovvero avente le effettive caratteristiche tecniche necessarie per poter svolgere una funzione di contenimento, per un verso si incorrerebbe nella violazione del principio per cui il risarcimento del danno deve tendere alla mera restitutio in integrum (art. 1223 c.c.), e per l’altro si accorderebbe al danneggiato un vantaggio indebito (in violazione dell’art. 2041 c.c.), consistente nell’ottenere un quid pluris rispetto alla sua situazione antecedente, ossia nel venire a fruire gratuitamente della realizzazione di un’opera.

In definitiva, il progettista, in conseguenza della sua errata progettazione, può essere chiamato a rispondere dei costi della progettazione e della realizzazione dell’opera che ha effettivamente progettato, del risarcimento dei danni a terzi eventualmente provocati dall’opera realizzata non a regola d’arte in conformità dell’errore nella progettazione (siano essi terzi estranei o, come in questo caso, lo stesso committente che ha dovuto rimuovere il muro inidoneo alla funzione di contenimento), ma non anche dei diversi costi di esecuzione dell’opera a regola d’arte, perché ciò non costituisce oggetto della prestazione pattuita, né è un danno conseguente all’illecito. Il ricorso pertanto deve essere accolto, e la sentenza cassata in applicazione del principio sopra espresso.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, questa Corte, avvalendosi dei poteri di cui all’art. 384, secondo comma c.p.c., può decidere la causa nel merito. Devono a questo scopo essere presi in considerazione, in quanto fondati, i rilievi mossi dal ricorrente alla sentenza impugnata, laddove essa ha ritenuto che non potesse utilmente avvalersi, al fine di accertare l’intervenuta estinzione della propria obbligazione risarcitoria, della transazione conclusa tra l’appaltatore, suo obbligato solidale, e il committente, ai sensi dell’art. 1304 c.p.c..

Della responsabilità solidale di appaltatore e progettista o direttore dei lavori non si dubita: è consolidata affermazione nella giurisprudenza della Corte (da ultimo, Cass. n. 3651 del 2016), quella per cui in tema di responsabilità risarcitoria, contrattuale ed extracontrattuale, se l’unico evento dannoso è imputabile a più persone, è sufficiente, al fine di ritenere la solidarietà di tutte nell’obbligo al risarcimento, che le azioni e le omissioni di ciascuna abbiano concorso in modo efficiente a produrre l’evento, a nulla rilevando che costituiscano autonomi e distinti fatti illeciti, o violazioni di norme giuridiche diverse. Pertanto nel caso di danno risentito dal committente di un opera, per concorrenti inadempimenti del progettista e dell’appaltatore, sussistono le condizioni di detta solidarietà, con la conseguenza che il danneggiato può rivolgersi indifferentemente all’uno o all’altro per il risarcimento dell’intero danno e che il debitore escusso ha verso l’altro corresponsabile azione per la ripetizione della parte da esso dovuta.

Ciò premesso in ordine al legame di solidarietà che lega i due professionisti, questa Corte ha recentemente puntualizzato (Cass. n. 23418 del 2016, che richiama la pronuncia a Sezioni Unite n. 30174 del 2011) che in presenza di una transazione tra il creditore ed uno dei debitori in solido, è anzitutto da accertare se la transazione abbia riguardato l’intero debito o, invece, abbia avuto ad oggetto unicamente la quota del debitore con cui essa è stata stipulata, riferendosi la previsione dell’art. 1304 c.c. alla prima fattispecie. Mentre nel primo caso – transazione per l’intero – gli altri debitori possono dichiarare di volerne profittare, come previsto dalla menzionata disposizione, con l’effetto che anche per essi opera l’estinzione del debito, nel secondo caso – transazione pro quota – si determina lo scioglimento della solidarietà passiva unicamente rispetto al debitore che vi aderisce, corrispondentemente riducendosi il debito per gli altri. La ratio di tale norma, allorchè il negozio transattivo riguardi l’intero debito, risiede nella comunanza dell’oggetto della transazione, che consente al condebitore in solido di avvalersene, pur non avendo partecipato alla sua stipulazione e, quindi, in deroga al principio dell’art. 1372 c.c. secondo cui il contratto produce effetto solo tra le parti. Viceversa, tale fondamento non sussiste in presenza di una transazione interna per la singola quota, la quale non può coinvolgere gli altri condebitori, che non avrebbero alcun titolo per profittarne e per vedere estendere nei loro confronti l’effetto estintivo della obbligazione: ma, in ogni caso, ne consegue la riduzione del loro debito per effetto di quanto pagato dal debitore transigente.

Nel nostro caso, all’accoglimento del motivo di ricorso consegue la caducazione dell’accertamento, contenuto nella sentenza impugnata, secondo la quale l’appaltatore avrebbe transatto non l’intero debito ma solo la quota di sua spettanza, ed anche la conseguente esclusione dell’applicabilità dell’art. 1304 c.c.

Deve al contrario affermarsi che, poiché nel caso di specie l’obbligazione risarcitoria del progettista comprende le stesse voci risarcitorie a carico dell’appaltatore, che sono comprese nell’accordo transattivo e coperte dalla transazione (pari ai costi sostenuti per la costruzione del muro, conforme al progetto ma inidoneo all’uso e per la sua eliminazione), il progettista si possa utilmente giovare – come richiesto fin dal primo grado – della transazione conclusa dal suo condebitore solidale onde ritenere estinta anche nei suoi confronti l’obbligazione risarcitoria. Conseguentemente, decidendo nel merito, la domanda risarcitoria del Poggio verso il progettista va rigettata, in quanto il suo credito risarcitorio si è integralmente estinto, anche nei confronti dell’Ivaldi, in virtù della transazione conclusa con la impresa Solia già prima dell’inizio del giudizio di merito, in applicazione dell’art. 1304 c.c.

La non piena chiarezza nella esposizione dei rapporti tra le parti, che può aver pregiudicato la adeguata ricostruzione giuridica della fattispecie, induce a compensare le spese di giudizio tra le parti.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di Poggio Roberto nei confronti di Ivaldi Sergio.

Spese compensate.

Così deciso nella camera di consiglio della Corte di cassazione il 14.3.2018

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REATI EDILIZI  : SANATORIA PAESAGGISTICA

REATI EDILIZI  :

SANATORIA

PAESAGGISTICA

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L’autorizzazione paesaggistica in sanatoria estingue il reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1, solo se espressamente rilasciata all’esito della speciale procedura di cui all’art. 181, comma 1 quater, stesso decreto (cfr. sul punto, Sez. 3, n. 16574 del 06/03/2007, Drago, Rv. 236495; Sez. 3, n. 37318 del 03/07/2007, Carusotto, Rv. 237562; Sez. 3, n. 12951 del 07/03/2008, Scalia, Rv. 239355) e non ha equipollenti (Sez. 3, n. 889 del 29/11/2011, Falconi, Rv. 251639). Non ha dunque efficacia sanante il parere favorevolmente espresso dal soprintendente in sede di (e al fine del) separato procedimento amministrativo per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 36, (Sez. 3, n. 47331 del 16/11/2007, Minaudo, Rv. 238531), o in sede di conferenza di servizi ai sensi della L. n. 241 del 1990, art. 14, comma 3 bis.

7.2. Si aggiunga, inoltre, che l’errata qualificazione giuridica del fatto nei termini indicati al 6.4, se impedisce che agli imputati possa essere riservato un trattamento sanzionatorio peggiore o di qualificare come delitto il reato contravvenzionale, paralizza, perchè contraria alla legge, l’efficacia estintiva del reato che non può conseguire ad un provvedimento amministrativo illegittimo (e dunque disapplicabile) per gli immobili che ricadono in aree dichiarate di notevole interesse pubblico.

7.3. Il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica postuma, così come il parere favorevolmente espresso in sede di rilascio del permesso di costruire in sanatoria, comportando la qualificata ricognizione dell’assenza di conseguenze dannose o pericolose per l’ambiente, inibisce solo la demolizione e/o la riduzione in pristino dello stato dei luoghi che ha funzione direttamente ripristinatoria del bene offeso (Sez. 3, n. 37318 del 03/07/2007, Sez. 3, n. 40269 del 26/11/2002, Nucci, Rv. 222703).

7.4. Erroneamente, dunque, i Giudici territoriali hanno ordinato la riduzione in pristino dello stato dei luoghi.

7.5. La fondatezza “in parte qua” dei ricorsi di P.F. e P.M.R. non ha impedito la maturazione del tempo necessario a prescrivere il reato contravvenzionale (così come contestato) di cui al capo A della rubrica (considerata la data di consumazione contestata: febbraio 2010, e in ogni caso quella del sequestro: 13/12/2010), sicchè, per esso, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perchè il reato è estinto per prescrizione (con conseguente superfluità dell’esame del primo motivo di ricorso del M.).

  1. Con riferimento ai motivi di doglianza che hanno specificamente ad oggetto la “segnalazione certificata di inizio attività”, la sentenza impugnata così motiva: “la falsità delle dichiarazioni ed attestazioni è chiaramente evincibile dalle risultanze della consulenza dell’ing. F., oltre che da quanto emerso in seguito al sopralluogo cui seguì il sequestro”.

8.1. La segnalazione certificata di inizio attività è atto proprio del committente dei lavori (nel caso di specie la P.M. R.) che la sottoscrive e la presenta allo sportello unico e risponde della corrispondenza al vero di quanto in essa contenuto; b) nel caso di specie il P.F. ha incontestabilmente falsificato la firma apparentemente apposta dalla M.R. su alcuni documenti allegati, concorrendo così a far proprio l’atto e dando prova di ben conoscerne il contenuto e la portata; c) il committente dei lavori, inoltre, risponde direttamente della conformità dell’opera alla normativa urbanistica (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 29, comma 1) e non può perciò addurre a propria discolpa l’affidamento al tecnico progettista; d) quest’ultimo assume a sua volta la qualità di persona esercente un servizio di pubblica necessità e risponde della veridicità del contenuto della relazione di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 23, comma 1, (art. 29, comma 5, stesso D.P.R.).

8.2. Ne deriva che i motivi di ricorso che riguardano l’astratta riconducibilità delle false asseverazioni alla responsabilità di tutti gli imputati (alcuni dei quali attingono anche a dati estranei al testo del provvedimento impugnato) si fondano sull’errata applicazione delle norme citate.

8.3. E’ evidente, però, il deficit motivazionale che attiene all’oggetto stesso della falsa rappresentazione non essendo chiaro in cosa essa consista (precisazione ancor più necessaria dalla totale mancanza di indicazioni in tal senso nella sentenza di assoluzione di primo grado e dal rilascio del permesso di costruire in sanatoria che attesta la doppia conformità dell’opera agli strumenti urbanistici vigenti e a quelli adottati), nè se si riferisca, in particolare e solo, alla preesistenza dell’immobile al 1967, nè quale sia il contenuto della prova solo indicata, ma non illustrata, nella sentenza impugnata.

Cass. pen. Sez. III, Sent. 13-06-2016, n. 24410

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ROSI Elisabetta – Presidente –
Dott. MANZON Enrico – Consigliere – Dott. SOCCI Angelo Matteo – Consigliere – Dott. ACETO Aldo – rel. Consigliere – Dott. GENTILI Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:
1. M.G., nato a (OMISSIS);
2. P.F., nato a (OMISSIS);
3. P.M.R., nata a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 06/05/2015 della Corte di appello di Lecce; visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Aldo Aceto;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. ROMANO Giulio, che ha concluso chiedendo l’annullamento, senza rinvio, in ordine al reato di cui al capo A perchè estinto per prescrizione e, con rinvio, limitatamente al reato di cui al capo B;

uditi per gli imputati gli avv.ti Francesco Galluccio Mezio, difensore di fiducia di P.F. e P.M.R., e Odette Frattarelli, sostituto processuale dell’avv. Stefania Mangia, difensore di fiducia di M.G., che hanno chiesto l’accoglimento dei rispettivi ricorsi.

Svolgimento del Processo

  1. I sigg.ri M.G., P.F. e P.M. R. ricorrono per l’annullamento della sentenza del 06/05/2015 della Corte di appello di Lecce che, in totale riforma della pronuncia assolutoria del 24/10/2013 del Tribunale di quello stesso capoluogo, li ha dichiarati responsabili del reato continuato di cui agli artt. 110 e 81 cpv. c.p., D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, art. 181, (capo A) e L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 19, comma 6, (capo B) loro ascritto, e, ritenuto più grave il delitto di cui al capo B, li ha condannati alla pena, condizionalmente sospesa per i soli M. e la P.M.R., di un anno e due mesi di reclusione ciascuno, oltre alla riduzione in pristino dello stato dei luoghi entro novanta giorni dalla irrevocabilità della sentenza.

1.1. Si contesta agli imputati di aver eseguito lavori di ristrutturazione di un fabbricato sito in località (OMISSIS), zona sottoposta a vincolo paesaggistico, senza la necessaria autorizzazione dell’autorità preposta alla tutela del vincolo e in forza di una segnalazione certificata di inizio attività, falsa nella parte in cui attestava la assoggettabilità dell’intervento a SCIA, la sua conformità agli strumenti urbanistici vigenti e la preesistenza dell’immobile al 1967; nonchè di aver realizzato “ex novo” un piccolo manufatto adibito a lavanderia delle dimensioni in pianta di 7 mq..

1.2. In primo grado tutti gli imputati furono assolti dal reato di cui al capo A (che inizialmente comprendeva anche la contravvenzione di cui al D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 44, lett. c) in conseguenza del rilascio del permesso di costruire in sanatoria rilasciato ai sensi del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, artt. 36 e 45, e dal reato di cui al capo B perchè non v’è prova della consapevole perpetrazione di false attestazioni da parte degli imputati.

1.3. Su impugnazione del Procuratore Generale presso la Corte di appello, la Corte territoriale è pervenuta alle conclusioni oggi contestate sul rilievo che: a) il permesso di costruire in sanatoria non estingue il reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181; b) gli interventi descritti nella rubrica, fotorilevati e oggetto di consulenza tecnica, non sono mai stati autorizzati dall’autorità preposta al vincolo paesaggistico; c) la SCIA era stata firmata da tutti gli imputati, compreso il P.F. che aveva materialmente contraffatto la firma di M.R. apposta su alcuni documenti meglio indicati nella sentenza.

  1. P.F. e P.M.R. articolano, per il tramite del difensore di fiducia, sei motivi di ricorso.

2.1. Con il primo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), il vizio di totale motivazione in ordine alla affermazione della loro penale responsabilità per i fatti loro ascritti.

Deducono, al riguardo, che si è trattato esclusivamente di un intervento di manutenzione straordinaria che ha comportato la sola sostituzione di alcuni elementi senza alcun aumento di superficie e volumetria nè modificazione della sagoma e dell’aspetto esteriore dell’edificio, e che è stato effettuato in conformità alle prescrizioni del regolamento edilizio comunale di Lecce (art. 2.7) e alle norme tecniche di attuazione del Piano Urbanistico Tematico Territoriale per la Puglia (art. 5.02 del P.U.T.T.), come peraltro attestato dall’avvenuto rilascio del permesso di costruire in sanatoria. L’intervento, inoltre, ha riguardato immobili oggetto di decreto di trasferimento di proprietà adottato dal Tribunale di Lecce all’esito di procedura esecutiva immobiliare che comprendeva anche il piccolo vano adibito a lavanderia (erroneamente contestato come realizzato ex novo, tema ripreso anche dal M. nel primo motivo di ricorso).

2.2.Con il secondo motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b), l’erronea e falsa applicazione del D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 49, e art. 5, comma 2 delle N.T.A. del P.U.T.T..

Sulla ribadita premessa che si è tratto di ristrutturazione edilizia senza alcun aumento di superficie e volumetria, deducono che l’art. 5, comma 2, delle N.T.A. del P.U.T.T. esclude, per tali interventi, la necessità dell’autorizzazione paesaggistica e la sufficienza del ricorso alla semplice S.C.I.A..

2.3.Con il terzo motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b), l’inosservanza e l’erronea applicazione del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, sotto il duplice profilo dell’affermazione della loro responsabilità e dell’ordine di riduzione in pristino perchè, affermano, la Corte di appello non ha considerato che la Sovrintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Lecce, in sede di istruttoria per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria, aveva comunque espresso il proprio favorevole parere al mantenimento delle opere. Si tratta, dunque, di “condono ambientale”.SEPARAZIONE E SOLDI

2.4.Con il quarto motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), vizio di carenza, manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato e dalle prove assunte in dibattimento.

Deducono, al riguardo, che, con riferimento al reato di cui al capo B della rubrica, la sentenza omette completamente di indicare le prove in base alle quali sono stati condannati, non essendo sufficiente il generico riferimento alla consulenza dell’ing. F. poichè non consente di rilevare per quale delle dichiarazioni contenute nella S.C.I.A. sarebbe ravvisabile la contestata falsità (se cioè la data di realizzazione dell’immobile, o l’esistenza del vano lavanderia, o la conformità della predisposizione degli elaborati alle norme urbanistiche).

2.5. Con il quinto motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato e dalle prove assunte in dibattimento.

Riprendendo il tema difensivo già affrontato con il quarto motivo, deducono che il reato di cui alla L. n. 241 del 1990, art. 19, è proprio del tecnico progettista, non essendo nemmeno astrattamente ipotizzabile che possa essere commesso anche da chi non ha le competenze tecniche per asseverare il falso. I due ricorrenti, una casalinga e un pensionato, si sono limitati a sottoscrivere la documentazione loro sottoposta senza alcuna possibilità di controllo e senza la consapevolezza di ciò che sottoscrivevano.

2.6.Con il sesto motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), sotto un ulteriore profilo manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato e dalle prove assunte in dibattimento.

Chiudendo il tema aperto con il quarto motivo, lamentano la generalizzata affermazione della loro responsabilità anche per il reato di cui al capo B, senza che la Corte di appello avesse accertato la paternità delle sottoscrizioni incriminate e benchè risultasse per certo che la M.R. non avesse apposto alcuna sottoscrizione.

  1. Il M. articola, per il tramite del difensore di fiducia, tre motivi di ricorso.

3.1. Con il primo eccepisce, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), l’erronea applicazione del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, (avuto riguardo alla sanatoria dell’opera in presenza dell’autorizzazione paesaggistica) e l’omessa motivazione sul punto;

nonchè l’omessa motivazione circa il mancato coinvolgimento del direttore dei lavori e della ditta esecutrice.

Deduce, al riguardo, che il fabbricato oggetto degli interventi era stato oggetto di autorizzazione paesaggistica n. 2011/0171 del 23/09/2011 acquisita agli atti del processo e di cui la Corte di appello non ha tenuto conto. Tale autorizzazione corredava la pratica di condono edilizio definita con il rilascio del permesso di costruire in sanatoria n. 88 del 05/06/2013.

Si tratta, inoltre, di una ristrutturazione di un fabbricato preesistente (compreso il vano lavanderia) che non ha comportato aumenti o variazioni degli indici plano-volumetrici, nè la modifica della sagoma dell’immobile, e che ricadeva in zona B2 del P.R.G. ove gli interventi di ristrutturazione sono consentiti senza necessità di autorizzazione paesaggistica.

Egli, inoltre, non era il direttore dei lavori, ma il solo progettista che non ha concorso all’esecuzione di alcunchè (di qui la doglianza circa il mancato coinvolgimento del direttore dei lavori e della impresa esecutrice).

3.2. Con il secondo motivo eccepisce l’errata applicazione della L. n. 241 del 1990, art. 19, e art. 43 c.p., posto che: a) egli non può rispondere delle sottoscrizioni apparentemente apposte dalla P. M.R.; b) non v’è prova alcuna contraria alla preesistenza dell’immobile al 1967; c) non v’è prova alcuna che intendesse attestare il falso.

3.3. Con l’ultimo motivo eccepisce la mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale finalizzata a integrare le lacune delle relazioni peritali alle quali la Corte territoriale ha fatto esclusivo riferimento.

Motivi della decisione

  1. I ricorsi sono fondati limitatamente al reato di cui al capo B, ma non a quello di cui al capo A, che comunque è estinto per prescrizione.
  2. Le questioni poste dai ricorrenti hanno punti in comune che comportano la necessità di un loro esame congiunto, in particolare circa la natura dell’intervento, la necessità dell’autorizzazione paesaggistica, gli effetti dell’autorizzazione postuma o comunque del parere favorevole rilasciato in sede di istruttoria per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria.
  3. Quanto al primo aspetto, osserva il Collegio che non v’è dubbio che l’intervento edilizio in questione debba essere qualificato alla stregua di una ristrutturazione edilizia.

6.1. E’ ben vero che nè la (del tutto scarna) sentenza di primo grado, nè quella impugnata descrivono in cosa siano materialmente consistiti gli interventi sull’edificio preesistente acquistato all’asta immobiliare dalla P.M.R.. Tuttavia, che si tratti di una ristrutturazione è chiaramente evincibile: a) dal fatto che è stato chiesto e ottenuto il permesso di costruire in sanatoria (titolo non richiesto per gli interventi minori); b) dalla circostanza che gli stessi imputati più volte fanno espresso riferimento alla “ristrutturazione”, sia pure per escludere che abbia comportato aumenti e modifiche di superficie, volumetria e sagoma degli edifici preesistenti.

6.2. A norma del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 149, comma 1, lett. a), gli interventi di ristrutturazione edilizia da eseguire in area di notevole interesse pubblico ai sensi dell’art. 136, sono sempre soggetti ad autorizzazione della Regione il cui rilascio subordina espressamente la possibilità di procedere agli interventi, anche se realizzabili in base a segnalazione certificata di inizio attività (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 6; cfr., altresì, Sez. 3, n. 8739 del 21/01/2010, Perna, Rv. 246218). La necessità dell’autorizzazione non è esclusa, nel caso di specie, nemmeno dall’art. 5, comma 2, delle NTA del PUTT della Regione Puglia pubblicate sul B.U.R.P. n. 8 del 17 gennaio 2002, che fa salvi solo gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici (in linea, peraltro, con quanto prevede il D.Lgs. n. 42, cit., art. 149).

6.3. Il che rende del tutto irrilevante stabilire se il piccolo locale destinato a lavanderia preesistesse oppure no all’intervento perchè in ogni caso la sua ristrutturazione effettuata in assenza di autorizzazione paesaggistica conserverebbe per intero la sua penale rilevanza ai fini del residuo reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181.

6.4. La località (OMISSIS) è, ai sensi del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 136, lett. c), (già L. 29 giugno 1939, n. 1497, art. 1, comma 3), di notevole interesse pubblico in conseguenza del D.M. (Ministro per i beni culturali e ambientali) 16 settembre 1975, pubblicato nella G.U. n. 267 del 16/09/1975 (il che rende difficilmente spiegabile l’inquadramento della condotta nell’ipotesi contravvenzionale di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1).

  1. L’autorizzazione paesaggistica costituisce atto autonomo e presupposto rispetto agli altri titoli edilizi legittimanti l’intervento edilizio e, al di fuori dei casi previsti dal D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 167, commi 4 e 5, non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi (art. 146, comma 4, d.lgs. n. 42, cit.; Cons. St., Sez. 6, n. 5327 del 24/11/2015).

7.1. L’autorizzazione paesaggistica in sanatoria estingue il reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1, solo se espressamente rilasciata all’esito della speciale procedura di cui all’art. 181, comma 1 quater, stesso decreto (cfr. sul punto, Sez. 3, n. 16574 del 06/03/2007, Drago, Rv. 236495; Sez. 3, n. 37318 del 03/07/2007, Carusotto, Rv. 237562; Sez. 3, n. 12951 del 07/03/2008, Scalia, Rv. 239355) e non ha equipollenti (Sez. 3, n. 889 del 29/11/2011, Falconi, Rv. 251639). Non ha dunque efficacia sanante il parere favorevolmente espresso dal soprintendente in sede di (e al fine del) separato procedimento amministrativo per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 36, (Sez. 3, n. 47331 del 16/11/2007, Minaudo, Rv. 238531), o in sede di conferenza di servizi ai sensi della L. n. 241 del 1990, art. 14, comma 3 bis.

7.2. Si aggiunga, inoltre, che l’errata qualificazione giuridica del fatto nei termini indicati al 6.4, se impedisce che agli imputati possa essere riservato un trattamento sanzionatorio peggiore o di qualificare come delitto il reato contravvenzionale, paralizza, perchè contraria alla legge, l’efficacia estintiva del reato che non può conseguire ad un provvedimento amministrativo illegittimo (e dunque disapplicabile) per gli immobili che ricadono in aree dichiarate di notevole interesse pubblico.

7.3. Il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica postuma, così come il parere favorevolmente espresso in sede di rilascio del permesso di costruire in sanatoria, comportando la qualificata ricognizione dell’assenza di conseguenze dannose o pericolose per l’ambiente, inibisce solo la demolizione e/o la riduzione in pristino dello stato dei luoghi che ha funzione direttamente ripristinatoria del bene offeso (Sez. 3, n. 37318 del 03/07/2007, Sez. 3, n. 40269 del 26/11/2002, Nucci, Rv. 222703).

7.4. Erroneamente, dunque, i Giudici territoriali hanno ordinato la riduzione in pristino dello stato dei luoghi.

7.5. La fondatezza “in parte qua” dei ricorsi di P.F. e P.M.R. non ha impedito la maturazione del tempo necessario a prescrivere il reato contravvenzionale (così come contestato) di cui al capo A della rubrica (considerata la data di consumazione contestata: febbraio 2010, e in ogni caso quella del sequestro: 13/12/2010), sicchè, per esso, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perchè il reato è estinto per prescrizione (con conseguente superfluità dell’esame del primo motivo di ricorso del M.).

  1. Con riferimento ai motivi di doglianza che hanno specificamente ad oggetto la “segnalazione certificata di inizio attività”, la sentenza impugnata così motiva: “la falsità delle dichiarazioni ed attestazioni è chiaramente evincibile dalle risultanze della consulenza dell’ing. F., oltre che da quanto emerso in seguito al sopralluogo cui seguì il sequestro”.

8.1. La segnalazione certificata di inizio attività è atto proprio del committente dei lavori (nel caso di specie la P.M. R.) che la sottoscrive e la presenta allo sportello unico e risponde della corrispondenza al vero di quanto in essa contenuto; b) nel caso di specie il P.F. ha incontestabilmente falsificato la firma apparentemente apposta dalla M.R. su alcuni documenti allegati, concorrendo così a far proprio l’atto e dando prova di ben conoscerne il contenuto e la portata; c) il committente dei lavori, inoltre, risponde direttamente della conformità dell’opera alla normativa urbanistica (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 29, comma 1) e non può perciò addurre a propria discolpa l’affidamento al tecnico progettista; d) quest’ultimo assume a sua volta la qualità di persona esercente un servizio di pubblica necessità e risponde della veridicità del contenuto della relazione di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 23, comma 1, (art. 29, comma 5, stesso D.P.R.).

8.2. Ne deriva che i motivi di ricorso che riguardano l’astratta riconducibilità delle false asseverazioni alla responsabilità di tutti gli imputati (alcuni dei quali attingono anche a dati estranei al testo del provvedimento impugnato) si fondano sull’errata applicazione delle norme citate.

8.3. E’ evidente, però, il deficit motivazionale che attiene all’oggetto stesso della falsa rappresentazione non essendo chiaro in cosa essa consista (precisazione ancor più necessaria dalla totale mancanza di indicazioni in tal senso nella sentenza di assoluzione di primo grado e dal rilascio del permesso di costruire in sanatoria che attesta la doppia conformità dell’opera agli strumenti urbanistici vigenti e a quelli adottati), nè se si riferisca, in particolare e solo, alla preesistenza dell’immobile al 1967, nè quale sia il contenuto della prova solo indicata, ma non illustrata, nella sentenza impugnata.

8.4. Ne consegue che la sentenza deve essere annullata, in parte qua, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Lecce perchè colmi la lacuna.

PQM

Annulla, senza rinvio, la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al capo A perchè estinto per prescrizione e alle statuizioni relative all’ordine di ripristino dello stato dei luoghi, statuizioni che elimina; annulla con rinvio la sentenza impugnata in ordine al residuo reato di cui capo B ad altra Sezione della Corte di appello di Lecce.

Così deciso in Roma, il 9 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 giugno 2016

AVVOCATO-ESPERTO-RESPONSABILITA-ARCHITETTO-1

INGEGNERE RESPONSABILITA’ AVVOCATO ESPERTO Obbligazione dei progettista,

INGEGNERE RESPONSABILITA’ Obbligazione dei progettista

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Obbligazione dei progettista,

1)Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

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2)Dall’altro, evidenziato come il precedente orientamento dia luogo, per i progettisti, ad uno snaturamento del rapporto, configurando come di risultato un’obbligazione viceversa ritenuta tipicamente di mezzo per tutte le altre libere professioni, ai E, per contro, considerata anche l’obbligazione in esame come di mezzo, appunto, ed il prodotto della prestazione come l’esito d’un lavoro intellettuale oggetto del contratto, che resta un bene immateriale benché si estrinsechi in una cosa la quale tuttavia, costituisce un mero strumento d’espressione. cioè il corpus mechanicum in cui l’opera intellettuale si estrinseca

3)per poter essere utilizzala dal committente (Casa. 23.7.2005 n. 10741; 27.5.1997, n.4704; 22.12.1994, n.11067; 201 1993, n. 8799; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1981, n. 2334).

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Con la conseguenza dell’inapplicabilità della disciplina e: art. 2226 c.c. (v., in particolare, Cass. 27.5.1997, n. 4704.

Tra i due indirizzi può ritenersi intermedio quello per cui la norma in discussione potrebbe trovare applicazione anche nel contratto di prestazione d’opera intellettuale, in forze del richiamo contenuto nella prima parte del primo comma dell’art. 2230 c.c., ove e nei limiti in cui anche tale contratto implichi la realizzazione d’un risultato materiale, la cui consistenza possa essere colte senza k specifiche cognizioni c facoltà intellettive del professionista (Case. 7.5.1984, n. 2757; 7.5. 1988, n. 3389).

Analoghe considerazioni si rinvengono nelle pronunce con le quali è stato ritenuto l’eccezionale concorso della responsabilità del committente con quella dell’appaltatore, oltre che nelle ipotesi riconducibili agli arti. 2043 ss, c.a o di disposizioni vincolanti impartite dal primo tali da rendere il secondo un nudus minister, anche quando il fatto dannoso aia stato posto in essere a seguito di errori o carenze nel progetto o nella direzione dei lavori, sempre che al committente stesso siano imputabili, congiuntamente ai professionisti incaricati, per difetto di diligenza nel controllare che l’opera intellettuale, commessa

a soggetto idoneo, sia stata realizzato nel rispetto delle particolari norme tecniche delle disciplina e sempre che si versi nell’ipotesi di vizi e violazioni facilmente riconoscibili anche de parte di un profano (Cass. 26.7.1999, n. 8075; 2.2.1999, n. 851).

Obbligazione del direttore dei lavori.

Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

1.12.1992, n. 12820; 21.10.1991, n. 11116) ed applicabilità, invece, dell’ ordinaria prescrizione decennale ex art. 2946 c.c. (Casa.8.11. 1985, n. 5463; 7.12.1976, n. 4559; 8.3.1975, n. 873).

Obbligazione del progettista – direttore dei lavori.

Nel caso di cumulo della funzione di progettista con quella di direttore dei lavori (l’art. 27 della 1. 11.2.1994, n. 109, legge quadro in teme di lavori pubblici, espressamente prevede il cumulo delle due prestazioni), la giurisprudenza ritiene generalmente che si tratti di obbligazione di “mezzi”, con conseguente esclusione dell’applicazione dell’art. 2226 c.c. (Caa 29.1.2003, n. 1294; 1-12-1992 n. 12820; 28.1.1983 n. 48t 29.10.1965, n. 2292).

Solo in due pronunce (l’obbligazione del progettista associata a quella della direzione dei lavori dell’opera) viene qualificata di risultato (Case, 27.10.1984, n. 5509; 22.4.1974, r. 1156).

  1. Ritengono le Sezioni Unite, al fine di risolvere la questione di diritto e definire il contrasto, che debba privilegiarsi l’interpretazione secondo la quale sono inapplicabili alla prestazione d’opera intellettuale, in particolare a quelle del progettista, anche nell5potesi in cui cumuli le funzioni di direttore dei lavori, le disposizioni dell’art. 2226 c.c. in tema di difformità e vizi dell’opera, in base alle seguenti considerazioni.

8.1. Innanzitutto è opinione della Corte che la distinzione, finora seguita dalla giurisprudenza, fra obbligazioni di mezzi e dì risultato non possa continuare ancora a costituire il criterio risolutivo della problematica relativa all’applicabilità dell’art. 2226 c.c. alle obbligazioni d’indole intellettuale, alla luce dei principi in tema di responsabilità contrattuale del professioni sta intellettuale, della disamina dei casi più salienti portati all’emme del giudice di legittimità, della posizione della dottrina e della legislazione comperata, tenuto conto anche, in riferimento alle prestazioni professionali d’indole conforme a quel

le oggetto di controversia, le frequenti possibilità di commistione delle diverse obbligazioni (in capo al medesimo o a diversi soggetti) in vista del medesimo scopo finale, rispetto al quale diversità di disciplina normativa e conseguenti responsabilità, relativi limiti e oneri probatori potrebbero apparire ingiustificati e forieri di confusione.

Come è noto, la rcsponsabilità contrattuale dell’ appaltatore è regolata dagli artt.16fi7 e 1668 e c., collocati nei capi del codice civile dedicato al contratto d’appalto, mentre, sic come tali articoli nulla dispongono sulla posizione del progettista e del direttore dei lavori, la responsabilità contrattuale d: costoro c‘ regolata in base alle norme generali sull’ inadempi- mento dei contratti e, per quanto siano applicabili, dalle norme stilla prestazione d’opera e sulle professioni intellettuali (arti. 2222 – 2238 c.c.). Il professionista deve comportersi se- condo le comuni regole di correttezza e di diligenza. In particolare, per quanto attiene alla diligenza, Part. I t76, comma 2, c.c. ne qualifica il contenuto allorché si tratti di valutare il comportamento del professionista (la cui diligenza deve essere conforme alla natura dell’attività professionale da svolgere), con la conseguenza che al rapporto scaturante dal contratto di prestazione d’opera intellettuale debbono essere applicate, in linea generale e di tendenza (salvo quanto previsto dalle specifica normative dettata per tale tipo di rapporto), le norme che determinano le conseguenze dell’inadempimento (art. 1218 c.c.) e che consentono di operare le definizione di inadempimento nel quadro della attuazione del

rapporto.

li regime di responsabilità del professionista (la ed. colpa professionale) è sempre il medesimo. per cui, 1’ inadempimento, oltre che totale o dovuto a incuria o disattenzione, consiste generalmente nell’imperizia. ossia ne8’errore determinato da ignoranza di cognizioni tecniche o da inesperienza professionale, sia quando il professionista risponde solo per dolo o colpa grave (art. 2236 c.c.) sia quando – secondo le regole comuni – deve rispondere anche di colpa (art 1176, comma 2, c.c.)

La distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato-Obbligazione dei progettista

non ha, quindi, alcuna incidenza sul regime di responsabilità, ove è richiesto al professionista di attenersi a parametri molto rigidi di professionalità, notandosi in proposito come lo stesso standard di diligenza del professionista sia cresciuto sensibilmente, comprimendo di conseguenza l’arca della colpa grave nei confronti di problemi tecnici di speciale difficoltà di cui all’ art 2236 c.c. (cfr. Cass. 11.8.1990,n. 8218).

l,a distinzione sembra inoltre perdere ogni peso. sempre nell’ambito della responsabilità professionale, in materia di eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., trovando tale eccezione accoglimento a prescindere dalla natura dell’ obbligazione da adempiere (v. Casa. 5.8-2002, n. 11728; 23-4.200 n. 5928).

Dalla casistica giurisprudenziale emergono spunti interessanti in ordine alla dicotomia tra obbligazione di mezzi e di risultato, appare utilizzata al fine di risolvere problemi di ordine pratico, quali la distribuzione dell’onere della prova e l’individuazione dei contenuto dell’obbligo, ai fini del giudizio d responsabilità, operandosi non di rodo, per ampliare la responsabilità contrattuale del professionista, una sorta di metamorfosi dell’obbligazione di mezzi in quella di risultato, al traverso l’individuazione di doveri di informazione e di avviso (cfr., per quanto riguarda in particolare la responsabilità professionale del medico: Casa. 8.4.1997, n. 3tM6), definiti accessori ma integrativi rispetto all’obbligo primario della prestazio- ne, ed ancorati a principi di buona fede, quali obblighi di protezione, indispensabili per il corretto adempimento delle prestazione professionale in senso proprio.

Così, pur trattandosi di prestazione intellettuale, 1’ obbligazione del progettista 2 stata ritenuta dalla giurisprudenza un’obbligazione di risultato, ai fini della responsabilità del professionista, in quanto è stato affermato che tra i suoi doveri rientra anche quello di accertare con precisione i confini, le dimensioni a le altre caratteristiche dell’arca sulla quale le costruzione dovrà essere realizzate pass. 21.7. 1989, n.

3476; 29.3. 1979, n. 1818), avverti di sondare il suolo o il sottosuolo su cui deve sorgere l’opera (Cass. 16.9.1993, n. 11290; 5.1.1976, n. 1).

Inoltre, l’ingegnere o architetto progettista é tenuto a redigere un progetto conforme, oltre che alle regole tecniche, anche alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione su un dato territorio, in modo da non compromettere il conseguimento del provvedimento amministrativo che abilita all’esecuzione dell’opera, con la conseguenza che gli errori di progettazione concernenti la mancata adeguazione degli edifici previsti alla normativa vigente, compromettendo il rilascio della concessione, non possono che costituire inadempimento caratterizzato da colpa grave e quindi fonte di responsabilità del progettista

(Casa. 16.2.1996, n. 1208; 19.7.1993, n. 8033).

In particolare, poiché l’obbligazione dei professionista di redigere un progetto edilizio destinato all’esecuzione è di risultato perché ha per oggetto la sua realizzabilità, il committen- te, in base al principio inadempienti non est adtmplendum, ha diritto di rifiutare il compenso al professionista che abbia fornito il progetto di un’opera non realizzabile (Cass. 21.3.1997, n. 2540).

In tal modo si perviene al superamento della dicotomia in esame: l’obbligazione di redigere un progetto di ingegneria o di architettura, pur avendo per oggetto una prestazione d’opera intellettuale., costituisce un’obbligazione di risultato.

La dottrina ha assunto posizioni critiche sull’utilizzo della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, la quale, ancorché operante soltanto all’interno della categoria delle obbligazioni di tare (a differenza che in Francia dove rappresenta una summa ditrisio valida per tutte le obbligazioni), ha originato una diatriba senza fine sia in ordine all’oggetto o contenuto dell’obbligazione, sia in relazione all’onere della prova e, quindi, in definitiva, allo stesso fondamento della responsabilità del professionista.

Come insegna la definizione tradizionale, nelle obbligazioni di mezzi la prestazione dovuta prescinde da un particolare esito positivo dell’attività del debitore, che adempie e- sattamente ove svolga l’attività richiesta nel modo dovuto. In tali obbligazioni è il comportamento del debitore ad essere in obbligazione, nel senso che la diligenza é tendenzialmente considerata quale criterio determinativo del contenuto del vincolo, con l’ulteriore corollario che il risultato é caratterizzato dall’ aleatorietà, perché dipende, oltre che dal comportamento del debitore, de altri fattori esterni oggettivi o soggettivi.

Nelle obbligazioni di risultato, invece, ciò che importa é il conseguimento del risultato stesso, essendo indifferente il mezzo utilizzato per raggiungerlo. La diligenza opera solo come parametro. ovvero come criterio di controllo e valutazione del comportamento del debitore: in altri termini, è il risultato cui mira il creditore, e non il comportamento, ad essere direttamente in obbligazione.

Tale impostazione non è immune da profili problematici, specialmente se applicata proprio alle ipotesi di prestano ne d’opera intellettuale, in considerazione della struttura ateo sa del rapporto obbligatorio e tenendo conto, altresì, che ur risultato é dovuto in tutte le obbligazioni.

In realtà, in ogni obbligazione si richiede la compresenza del comportamento del debitore che del risultato, anche se in proporzione variabile, sicché molti autori criticano la distinzione poiché in ciascuna obbligazione assumono rilievo cosi il risultato pratico da raggiungere attraverso il vincolo, come I’ impegno che il debitore deve porre per ottenerlo. In tal senso la dottrina porta ad esempio proprio l’obbligazione dell’appaltatore, che deve in ogni caso utilizzare idonee procedure e modalità di esecuzione.

Si è visto, d’altra parte, come la giurisprudenza. pur utilizzando frequentemente la distinzione, non esita a convertire l’obbligazione di mezzi in obbligazione di risultato, dando luogo ad una sorta di metamorfosi, quando afferma che se è vero che obbligazioni inerenti

all’esercizio dl un’attività professionale sono generalmente obbligazioni di mezzi, tuttavia pos- sono assumere anche le caratteristiche delle obbligazioni di risultato in cui il professionista ai impegna a conseguire un determinato opus.

Sotto il profilo dell’onere della prove, la distinzione (talvolta costruita con prevalente attenzione alla responsabilità dei professionisti intellettuali e dei medici in particolare) é stata utilizzata per sostenere che mentre nelle obbligazioni di mezzi, essendo aleatorio il risultato, sul creditore incombe l’onere della prova che il manca il risultato è dipeso da scarsa diligenza, nelle obbligazioni di risultato, invece, sul debitore incombe l’onere della prova che un mancato risultato é dipeso da causa a lui non imputabile.

Ma anche sotto tale profilo la distinzione è stata sottoposta a revisione aia da parte della giurisprudenza che delta dottrina.

Infatti, questa Corte ha affermato che il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c.c. in materia di responsabilità contrattuale (in conformità a criteri di ragionevolezza per identità di situazioni probatorie, di riferibilità in concreto dell’onere probatorio alla sfera di azione dei singoli soggetti e di distinzione strutturale tra responsabilità contrattuale e da fatto illecito) é identico, sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione. ex art. 1453 c.c., sia che domandi il risarcimento per l’inadempimento contrattuale, ex art. 1218 c.c., senza richiamarsi in alcun modo alla distinzione tra obbligazioni di mezzi c di risultato (pur essendo pacifico che nella specie veniva dedotto un risultato connesso al contratto di trasporto: Cass. 7.2.1996, n. 973).

A sua volta, le dottrina, sia civilistica che processualistica, tende ad un’applicazione unitaria dei principi generali in materia di onere della prova, sia in tema di inadempimento, sia di risarcimento del danno, che infine in tema di risoluzione del contratto, indipendentemente dalla natura dell’ obbligazione (se di mezzi o di risultato).

Ulteriori elementi si possono trarre da un confronto con i modelli esistenti negli altri paesi europei, in assenza di una direttiva tesa a ravvicinare le soluzioni nazionali (come é notti, la proposta di direttiva 9 novembre 1990 della Commissione Cee non si è mai tradotta in provvedimento finale) .

In Francia, la responsabilità del professionista è regolata dalla legge speciale 4 gennaio 1978, n. 78-12, in base alla quale 1’ architetto è tenuto al risarcimento dei danni, entro il termine di prescrizione di dieci anni, verso il committente o l’acquirente nelle ipotesi in cui vi siano vizi dell’opera o altri che ne compromettano le sua destinazione e, poiché i giudici ammettono in maniera molto rigorosa l’esistenza della cause etrangère, la responsabilità può dirsi quasi oggettiva, ancorché l’obbligazione del professionista edile, secondo la summa divisio, sia un’obbligazione di risultato.

Nel diritto tedesco, dove la responsabilità dei professionista edile è costruita in maniera rigorosa rispetto agli altri professionisti (avvocati, medici), si ha la collocazione del)’ Ar- chitektenvertrag ora entro il contratto di servizio ora entro il contratto d’opera, con conseguenze rilevanti sotto il profilo della responsabilità del professionista, nel senso di caricare quest’ultimo rispettivamente di obblighi di diligenza o di risultato.

Anche in Austria la natura dell’ Archifektenoertrag oscilla fra il contratto d’opera, quando il contratto ha ad oggetto la pura redazione dei progetto, e il contratto misto, dove prevale l’elemento del mandato, nei casi in cui le prestazioni del professionista siano molteplici. La responsabilità del professionista è fondata essenzialmente sulla colpa.

Analoga situazione si registra in Svizzera, dove I’ ArchitelUenvertrag integra ora un contratto d’opera ora un mandato oneroso, e la responsabilità contrattuale del professionista edile scatta allorquando questi abbia agito con colpa, cagionando un danno al cornmittente in via casualmente adeguata.

15.5. Nel sistema inglese, invece, vi è stato il passaggio dalla esclusiva responsabilità contrattuale del professionista edile all’ammissibilità dell’azione per illecito civile. Il common law, pur non conoscendo in via extracontrattuale, il principio della risarcibilità dei puri danni patrimoniali, ammette l’esistenza di exelusionary rules, fra le quali vi rientra appunto la responsabilità professionale.

  1. L’esame di diritto comparato, secondo l’opinione prevalente in dottrina, porte a privilegiare la tesi di coloro che ritengono che tutti i profili di responsabilità contrattuale del professionista intellettuale, siano essi connessi ad obbligazioni di mezzi o di risultato, possono essere esaustivamente ricondotti nell’ambito della disciplina generale dell’inadempimento delle obbligazioni (artt. 2236, 2232, 1218, 1176, secodo comma, c.c.; come sopra evidenziato sub 9).

Vero è che la verifica del nesso di compatibilità fra gli artt. 2230 e 2226 del codice civile, da effettuarsi in base alla .natura del rapporto contrattuale dei professionista, richiede une valutazione riferita a dati concreti e diversa da quella propria del procedimento analogico (art. 12, secondo comma. c.c.), onde potrebbe ntenerai, a stretto rigore esegetico. 1’ in- compatibilità della sola parte dell’art. 2226 c.c. relativa alla garanzia per vizi occulti, esprimendosi il primo comma della disposizione in termini generali ed autonomi di liberazione della responsabilità per difformità e per vizi noti o facilmente

riconoscibili dell’open, a seguito di accettazione espressa o tacita da parte dei committente.

Ma per contro deve puro considerarsi che, quando 1’ opus consista nel risultato della progettazione tecnica, la configurabilità dei vizi e difetti contemplati dall’art. 2726 c.c., siano essi d’indole palese, facilmente riconoscibile , o occulta, ha come implicazione, anche a prescindere delle forzatura lessicale, la riconduzione a tali due ambiti di tutta la gamme delle carenze che impediscono un’esatta esecuzione dell’opera, e quindi, oltre a quelle riferibili alla stessa attività ideativa, per essere il progetto in tutto o in parte ineseguibile, ovvero eseguibile ma inutilizzabile sia pure per contrasto con la normativa urbanistica o perché non corrispondente all’uso convenuto, anche quelle che ai risolvano in meri errori materiali, quali pure quelli di calcolo, nella redazione degli elaborati tecnici, suscettibili di autonomo rilievo pregiudizievole per il committente.

In tal caso, appare evidente che, ne fosse applicabile il termine professionale imposto dall’art. 2226, secondo comma, c.c., ossia quello di un anno della consegna degli elaborati, da un canto si imporrebbe al committente la tempestiva c completa verifica dell’attuabilità o utilizzabilità della progettazione quando l’attuazione di casa non fosse prevista in termini

corrispondenti, e dall’altro il professionista verrebbe esonerato

dalla relativa garanzia, qualora le medesime carenze si evidenziassero solo nelle successive fase dell’esecuzione dell’opera progettata, posteriore alla scadenza del termine prescrizionale, compatibile con iniziative costruttive di non eccessiva importanza.

17.3. Va, infine, considerato che é senz’altro da escludere 1’ applicabilità della disciplina di cui all’art. 2226 c.c. nel caso in cui la redazione del progetto sia affidata a società di ingegneri (art. 2238 c.c.), in considerazione della natura del rapporto contrattuale, della sua fonte (appalto, privato o pubblico, di opera c/o di servizi) c dell’organizzazione imprenditoriale.

Pertanto, in base alle considerazioni svolte, il contrasto giurisprudenziale va risolto affermandosi che le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c. in tema di decadenza e prescrizione delf azione di garanzia per vizi non sono applicabili alla prestazione d’opere intellettuale, in particolare alla prestazione del professionista che abbia assunto l’obbligazione della redazione di un progetto d’ingegneria o della direzione dei lavori ovvero dell’ uno e dell’altro compito, cumulando nella propria persona i ruoli di progettista e direttore dei lavori.

 

 

 

 

 

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI

SENTENZA 15781 del 28 luglio 2005
(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore A. Elefante)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. B.. , con atto di citazione del ‘21.12.81, esponeva che, con contratto di appalto del 26.07.1976, aveva affidato all’impresa edile M A la costruzione di un fabbricato, all’ing. Adriano Panelli 1’incarico della progettazione e direzione dei lavori strutturati in cemento armato e allo Studio Tecnico H Giuliano la progettazione c direzione dei lavori concernenti la parte architettonica. Dopo che i lavori erano stati ultimati (luglio 1976), collaudati (marzo 1977) e consegnati (aprile 1977), aveva rilevato vizi e lesioni ai pavimenti, alle pareti e ai solai. Alla denuncia dei vizi aveva fatto seguito un accordo in data 29.10.1979 che prevedeva sia il risanamento delle strutture, con attuazione degli interventi progettati da un diverso professionista, l’ing. Collina, sia l’eliminazione di ogni difetto. Il collaudo dei lavori di ripristino era stato effettuato in data 22.10.1980 c successivamente, con lettera del 30.07.1981, aveva chiesto il risarcimento dei danni, ma senza alcun esito. Pertanto, il B. conveniva dinanzi al Tribunale di Forli 1’impresa M., l’ing. Z. e lo Studio Tecnico H al fine di ottenere il risarcimento del danno subito, costituito nel diminuito valore dell’edificio emendato dai vizi.

Il Tribunale, con sentenza non definitiva (n. 490/ 1987), respingeva le eccezioni di decadenze e prescrizione sollevate dai convenuti in riferimento agli artt. 2226 e 1667 c.c., c, con sentenza definitiva (39119), escludeva ogni addebito dello Studio Tecnico H ed affermava la corresponsabilità dell’ing. Z e dell’impresa M, determinando in misura prevalente e pari all’ 80% la percentuale di colpa del professionista, riferita sia ed errore nei calcoli delle opere in cemento armato quale progettista, sia ad omissione delle verifiche sulla qualità dei materiali, oltre che a mancata acquisizione della documentazione prescritta dall’art. 4 della legge n. 1086/71, in relazione alla diversa e ulteriore veste di direttore dei lavori afferenti le parti in cemento armato. Condannava, pertanto, l’ing. Z e l’impresa M, in misura del rispettivo apporto causale (g0°U e 205’0), a pagare al B, a ti tolo dì risarcimento danni, la somma di £. 170 milioni, con rivalutazione secondo indici ISTAT dal 16 giugno 1993 alla data della sentenza, oltre agli interessi legali, calcolati anno per anno sulla somma capitale.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Con sentenza n. 1261199 del 5.11/2.12.1999, la Corte d’appello di Bologna, in parziale accoglimento dell’appello principale proposto dall’ing. Z, riduceva l’entità del danno risarcibile da £. 170 milioni a £. 136 milioni dovuto al B e confermava nel resto la decisione dei Tribunale, respingendo l’appello incidentale del B nei confronti dello Studio Tecnica H.

Per quanto è rilcvantc in queste sede, in relazione all’appello principale dell’ing. Z c alle eccezioni di decadenza e prescrizione dallo stesso sollevate, la Corte bolognese, premesso che in primo grado la responsabilità dell’ing. Z tra stata affermata in relazione ad entrambi gli incarichi ricevuti di progettazione e di direzione dei lavori in cemento armato, dopo aver richiamati gli orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilità del professionista intellettuale per difformità e vizi occulti dell’opera. osservava, innanzitutto, che, secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c., in tema di lavoro autonomo c di decadenza (per mancata denuncia nel termine di otto giorni) e pre- scrizione annuale dell’azione di garanzia, spettante al committente in caso di difformità c vizi occulti dell’opera, avrebbero potuto applicarsi solo alla prestazione progettuale dell’ing. Z, qualificabile come obbligazione di risultato e non anche all’attività di direzione dei lavori, inquadrabile fra le obbligazioni di mezzi.

Riteneva che tale orientamento non era condivisibile, in quanto la valutazione di compatibilità prescritta dall’art. 2230 c.c., avrebbe dovuto portare ad escludere in ogni caso I’ applicabilità dell’art. 2226 c.c. sul lavoro autonomo, inconciliabile con l’essenza stessa delle prestazioni d’indole intellettuale.

Osservava, in particolare, che la distinzione delle obbligazioni d’opera intellettuale a seconda che fossero o meno produttive di un opus era frutto di un equivoco, consistente nel confondere il supporto del prodotto dell’obbligazione con il prodotto stesso, equivoco e sua volta dovuto e due ragioni, ossia alla non sempre agevole possibilità di attribuire prevalenza a] profilo intellettuale piuttosto che al risultato materiale della prestazione ed alla necessità di trasfondere su supporto materiale il prodotto dell’attività ideativa.

Concludeva che nelle prestazioni intellettuali ‘…l’attività mentale assume netta prevalenza su quella fisica” sicché «la trasformazione della materia o manca del tutto …o assume un ruolo del tutto marginale e secondario».

Contro tale sentenza l’ing. Z ha proposto ricorso per cassazione, formulando nove motivi di censura.

Il B ha resistito con controricorso, svolgendo altresì due motivi di ricorso incidentale. Gli altri intimati non si sono costituiti.

La seconda sezione civile, con ordinanza del 29.04.2003/ 20.01.2004, riuniti i ricorsi, in ordine al primo motivo del ricorso principale, con il quale si deducono due profili di censura, ha rilevato la presenza di orientamenti giurisprudenziali divergenti.

Quanto al primo profilo, l’ordinanza interlocutoria ha osservato che l’obbligazione del progettista, secondo l’indirizzo maggioritario (Cass. 27 .2.1996, n. 1530; 28.1.1995, n. 1040; 1.12. 19(32, n. 12820; 28.1.1985, n. 488; 8.4.1977, n. 1346; 7.2.1975, n. 475; 10.12.1974, n. 4159) avrebbe natura di obbligazione di risultato; secondo quello minoritario (Cass. 27.5. 1497, n. 4704; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1481, n. 234) sarebbe, invece, un’obbligazione di mezzi.

Quanto al secondo profilo, ha evidenziato due precedenti contrastanti: uno (Cass. 22.4.1974,

  1. Il 56) ha ritenuto che il cumulo delle funzioni di progettista e direttore dei lavori può, tenuto conto delle caratteristiche del caso concreto, dare luogo ad un’obbligazione di risultato; l’altro (Cass. 29.1.2003, n. 1294) ha affermato che anche nel caso di cumulo dei due ruoli, l’obbligazione dei direttore dei lavori resta un’obbligazione di mezzi, a differenza di quella del progettista che é un’obbligazione di risultato.

Per la composizione del contrasto, il Primo Presidente, ai sensi dell’art. 374, 2°comma, c.p.c., ha rimesso la questione alle sezioni unite.

Le parti hanno depositato memoria. MOTIVI DELLA DECISIONE

1 due ricorsi, principale e incidentale. sono stati già riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c, con l’ordinanza del 29.4.2003.

  1. 11 ricorso principale dell’ing. Z contiene nove motivi. a) Il primo motivo riguarda la ‘violazione e falsa applicazione dell’art. 2230 c.c. in relazione all’art. 2226 c.c. e 360 n. 3 c.p.c. c 360 n. 5 c.p.c. per aver l’impugnata sentenza ritenuto inapplicabili le sollevate eccezioni di decadenza e di prescrizione ad un’opera intellettuale del progettista e direttore dei lavori, senza considerare che nel caso specifico l’ing. Z aveva assommato la funzione e la prestazione di progettista c di direttore dei lavori in cemento armato.”

Si censura la sentenza impugnata sotto due profili, adducendo che: a) il giudice d’appello, seguendo t’indirizzo giurisprudenziale minoritario, ha errato nel negare valore di opus

al progetto di opere edilizie: b) la sentenza impugnata, trascurando di considerare che nel caso in esame nell’unico professionista sì assommavano i ruoli di progettista e, direttore dei lavori, si E allontanata dall’indirizzo giurisprudenziale secondo cui in tale caso l’obbligazione del professionista, unitariamente considerata, costituisce un’obbligazione di risultato.

  1. b) II secondo motivo denuncia la ‘violazione ed errata interpretazione del contratto d’opera professionale e della responsabilità del ricorrente come direttore dei lavori con violazione dell’art. 2230 c.c. e 360 n. 3 c.p.c, ed omessa o insufficiente motivazione su un punto essenziale della controversia, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c. nonché sulla legge 1086/71.”

Si assume che erroneamente l’impugnata sentenza ha al fermato la responsabilità dell’ing. Z anche come direttore dei lavori, senza considerare che non rientra tra i compiti del direttore dei lavori la verifica della correttezza del progetto, consistendo le sue funzioni nell’assicurare che l’opera realizzata sia conforme alle specifiche progettuali.

  1. c) li terzo motivo concerne la “violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c e 2226 c.c. per aver l’impugnata sentenza determinato con ricorso all’equità la riduzione del valore dell’immobile senza adeguata motivazione.”

Si sostiene che nella varietà delle opinioni dei tecnici, la Corte d’appello avrebbe dovuto scegliere. uno dei criteri di determinazione del danno e, in ogni caso, mai avrebbe dovuto considerare, in mancanza di prova al riguardo, come ulteriore componente del danno la notorietà che la vicenda aveva assunto in loco.

  1. d) Il quarto motivo denuncia “errata ed immotivata determinazione del danno risarcibile con violazione dell’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. e dei limiti della condanna.”

Si afferma che l’iperbolico risarcimento (L. 136 milioni) non ha alcuna spiegazione logica, atteso che era stato acclarato e dato per cerio che gli interventi strutturali eseguiti avevano ri- pristinato la statica dell’immobile. Inoltre, una svalutazione commerciale del 25°ro, ancorché ridotta dalla Corte d’appello al 20%, rapportata al valore commerciale dell’immobile e non a1 suo costo, resta oltre che immotivata, esagerate, considerato che un immobile che abbisogni di una ristrutturazione integrale ha un valore commerciale ridotto del 50%.

  1. e) 11 quinto motivo denuncia la «violazione ed erronea applicazione dell’art. 2230 e segg- c.c. e 360 n. 3 e S c.p.c. per avere l’impugnata sentenza immotivatamente attribuito una re- sponsabilità del progettista e direttore dei lavori ad una percentuale prevalente di sua colpa senza avere individuato ed adeguatamente motivato i fatti cd i comportamenti addebitabili a lui, male rapportandoli altresì agli obblighi che gravavano sulla impresa appaltatrice.*

Con tale motivo, dopo un lunga e analitica esposizione delle varie consulenze, si sostiene 1’incnmplcter2.a ed erroneità degli elaborati peritali, dolendosi che i giudici di primo e secondo grado non abbiano accolto la richiesta di espletamento di ulteriore c.t.u. per 1’esame dei materiali impiegati per la costruzione del fabbricato e per la realizzazione del solaio: esame che se effettuato avrebbe comportato 1’attribuibilità dei vizi lamentati a causa diversa dal ritenuto errore di progettazione dell’ing. Z.

Nell’ultima parte di detto motivo, si deduce che la sentenza d’appello sarebbe carente di motivazione in ordine alla distribuzione delle colpe e degli oneri risarcitori, dovendo l’ing. Z, quale progettista, rispondere solo delle proprie colpe contrattuali, ammesso che ci fossero.

0 II sesto motivo denuncia la “violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c. e 2226 c.c. per avere la Corte d’appello immotivatamente assolto da ogni colpa e quindi da un concorso risarcitorio il geom. Villi.’

Si sostiene che la responsabilità dello Studio Tecnico Linea 5 del geom. Villi emergeva dalla prima consulenza tecnica dell’ ing. Santini ed il parere del tutto discorde del secondo consu- lente tecnico ing. B., al quale i giudici di merito si sono uniformati, non sarebbe giustificato né plausibile.

  1. g) Il settimo motivo riguarda la “violazione ed erronea applicazione degli artt. 1655 e scgg. c.c. e 1218 c.c. con riferimento all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. per avere I’impugnata sentenza omesso ogni indagine ed ogni motivazione sugli obblighi ed i doveri inseguiti della impresa appaltatrice, gravando sul progettista conseguenze economiche per colpe e responsabilità che erano e restavano di questa, se pure si fosse prescritto il diritto o verificatesi decadenze in ordine ad un diritto risarcitorio dell’appaltante.”

Si censura l’impugnata sentenza per aver ritenuto non più perseguibile dal B. l’impresa appaltatrice dr A M, perché il relativo diritto rìsarcitorio “sarebbe comunque prescritto per il decorso del termine annuale di denuncia». Si sostiene che nessuna prescrizione e decadenza si sarebbero maturate nei confronti del prestatore d’opera professionale e che

l’impresa appaltatrice non sarebbe esonerala da responsabilità anche nel caso di presenza di un direttore dei lavori e di imperfezioni progettuali, essendo tenute a rilevare eventuali carenze ed errori.

  1. h) L’ottavo motivo denuncia la *violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., con riguardo all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c., per non aver dato la Corte d’appello accesso alla istruttoria ri- chiesta e ritualmente proposta, senza motivare il perché della mancata indagine, del tutto conferente e puntuale al fine di

stabilire l’assenza di colpe del progettista c le diverse cause del danno.”

Si assume che immotivatamente t’impugnata sentenza non ha ammesso la richiesta prova tecnica volta ad accertare la insussistenza della colpa del progettista e direttore dei lavori ing. Z.

  1. i) 11 nono motivo riguarda la “violazione o erronea applicazione degli ant. 1218-1224 c.c. e 360 n. 5 c.p.c. nella determinazione del danno inteso come rivalutazione ed interessi sulla somma rivalutata anno per anno con erronea motivazione sul punto.”

Premesso che i vizi strutturali sono stati tutti eliminati nel 1979 c che l’unico danno del B rimasto da risarcire è quello derivante dalla svalutazione dell’immobile, si sostiene che la attualizzazione del danno stesso è gia stata effettuata dal secondo c.t.u. ing. B., sicché non d giustificato aggiungere alla svalutazione gli interessi al tesso legale.

  1. Il ricorso incidentale del B si articola in due motivi.
  2. I) Col primo motivo (correlato al terzo motivo del ricorso principale), denunciando omessa o, comunque, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art, 360 n. 5 c.p.c., il ricorrente incidentale contesta le ragioni dì riduzione dell’entità del ristoro, perché la Corte d’appello, dopo aver affermato di doversi attenere alla valutazione effettuata dal c.t u. ing. B, ha poi ritenuto di dover diminuire il danno al 20% senza alcuna motivazione riguardo alla percentuale prescelta.

Con il secondo motivo (correlato al settimo del ricorso principale), denunciando omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia e in particolare circa l’appello inciden- tale del B., in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., il ricorrente incidentale censura l’impugnata sentenza per non aver dichiarato la solidarietà della condanna fra l’impresa M. e l’ing. Z.

  1. R contrasto giurisprudenziale rilevato con l’ordinanza di remissione, in relazione al primo motivo del ricorso principale, è sorto in relazione alle disposizioni in terna di decadenza e prescrizione dell’azione di garanzia per vizi e difetti dell’opera, dettate dall’art.. 2226 c.c., in riferimento al contratto d’opera manuale (che ha ad oggetto, secondo l’art. 2222 c.c., l’obbli- gazione di compiere un’opera o un servizio) c specificamente in ordine all’applicabilità di tale norma, inserita nel capo I del titolo 111 del libro quinto del codice civile, sul lavoro autonomo, alla diversa ipotesi in cui i vizi e i difetti si manifestino in relazione al contratto d’opera intellettuale, regolato dal capo li, relativo alle professioni intellettuali, del medesimo titolo III, sul lavoro autonomo.

Pertanto, il contrasto giurisprudenziale riguarda la questione di diritto se le disposizioni in tema di decadenza e prescrizione dell’azione di garanzia per vizi siano applicabili ella prestazione d’opera intellettuale, in particolare all’ipotesi in cui i professionista abbia assunto l’obbligazione: a) della redazione di un progetto d’ingegneria; b ( della direzione dei lavori; c) dell assolvimento dell’uno e dell’altro compito, cumulando i ruoli di progettista c direttore dei lavori.

  1. Prima di procedere all’esame del contrasto è bene premettere che la questione circa 1’applicabilità o meno dell’art. 2226 c.c. al diverso ambito delle professioni intellettuali ha come parametro di riferimento l’art. 2230 c.c., contenuto nel menzionato capo II, il quale dispone: “11 contratto che ha per oggetto una prestazione di opera intellettuale c regolato dalle norme seguenti e, in quanto compatibili con queste c con la natura del rapporto, dalle disposizioni del capo precedente…», fra le quali é appunto ricompreso, come detto, il citato art. 2226 c.c..

4.1. Tele articolo, relativo a difformità e vizi dell’opera, sancisce che:

“L’accettazione espressa o tacita dell’opera da parte del committente libera il prestatore d’opera dalla responsabilità per difformità o per vizi della medesima, se all’atto dell’ accet- tazione questi erano noti al committente n facilmente riconoscibili, purché in questo caso non siano stati dolosamente occultati.

Il committente deve, a pena dì decadenza, denunziare le difformità e i vizi occulti al prestatore d’opera entro otto giorni dalla scoperta. L’azione si prescrive entro un anno dalla consegna.

I diritti del committente nel caso di difformità o di vizi dell’ opere sono regolati dall’art. 1168.

  1. Il denunciato contrasto giurisprudenziale, con specifico riguardo all’ambito controverso, concernente prestazioni professionali consistite nella progettatone delle strutture in cemento armato di un edificio privato e nella direzione dei relativi lavori affidati in appalto, ha fatto leva sulla distinzione (influente anche sul regime probatorio della responsabilità del professionista) tra le cc. dd. obbligazioni di mezzi e le obbligazioni di risultato (alle quali ultime cono ricondotte le obbligazioni del preatatore d’opera manuale) ed è sintetizzabile nei seguenti termini.

5.1. Obbligazione dei progettista,

Da un lato sì L ritenuto che, sebbene l’obbligazione inerente alfeacroizio dì un’attività professionale aia generalmente obbligazione di mezzi, in determinate circostanze essa assume la caratteristica dell’obbligazione di risultato, nella quale il professionista si impegna a realizzare un determinato opus; come,

appunto, nel ceno dell’obbligazione di redigere un progetto d’ingegneria, che ha per oggetto un risultato ben definito e dotato d’una sua autonoma utilità qual c la sua realizzabili (Cane. 5.8.2002, n. 11728; 27.2.1996, n. 1530; 28.1.1995, n 1040; 22.12.1994, n. 11067; 19.7.1993, n, 8033; 21.7. 1989,

  1. 3476; 7.5.1988, n. 3389; 8 n. 1346; 7.2- 1975, n. 475; 10.12.1974, n. 4159;

22.4.1974, n. 1156; 22.3. 1968, n. 905;16.10.1961,n.2169)

8°ne tratta la conseguenza dell’applicabilità dell e disposizioni poste dall’art. 2226 c.c., m particolare quelle sulla prescrizione e la decadenza in relazione alla denunzie dei vizi, »ache alla prestazione d’opera intellettuale (Casa. 29-1.2003, a 1294; 27.4.1996, n. 3876; 1.12.1992, n. 12820; 28.1.1985, n. 488; 7.5.1984, n. 2757; 29.10. 1965, n. 2292).

5.2. Dall’altro, evidenziato come il precedente orientamento dia luogo, per i progettisti, ad uno snaturamento del rapporto, configurando come di risultato un’obbligazione viceversa ritenuta tipicamente di mezzo per tutte le altre libere professioni, ai E, per contro, considerata anche l’obbligazione in esame come di mezzo, appunto, ed il prodotto della prestazione come l’esito d’un lavoro intellettuale oggetto del contratto, che resta un bene immateriale benché si estrinsechi in una cosa la quak, tuttavia, costituisce un mero strumento d’espressione. cioè il corpus mechanicum in cui l’opera intellettuale si estrinseca

per poter essere utilizzala dal committente (Casa. 23.7.2005 n. 10741; 27.5.1997, n.4704; 22.12.1994, n.11067; 201 1993, n. 8799; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1981, n. 2334).

Con la conseguenza dell5napplicabilità della disciplina e: art. 2226 c.c. (v., in particolare, Cass. 27.5.1997, n. 4704.

5.3. Tra i due indirizzi può ritenersi intermedio quello per cui la norma in discussione potrebbe trovare applicazione anche nel contratto di prestazione d’opera intellettuale, in forze del richiamo contenuto nella prima parte del primo comma dell’art. 2230 c.c., ove e nei limiti in cui anche tale contratto implichi la realizzazione d’un risultato materiale, la cui consistenza possa essere colte senza k specifiche cognizioni c facoltà intellettive del professionista (Case. 7.5.1984, n. 2757; 7.5. 1988, n. 3389).

Analoghe considerazioni si rinvengono nelle pronunce con le quali è stato ritenuto l’eccezionale concorso della responsabilità del committente con quella dell’appaltatore, oltre che nelle ipotesi riconducibili agli arti. 2043 ss, c.a o di disposizioni vincolanti impartite dal primo tali da rendere il secondo un nudus minister, anche quando il fatto dannoso aia stato posto in essere a seguito di errori o carenze nel progetto o nella direzione dei lavori, sempre che al committente stesso siano imputabili, congiuntamente ai professionisti incaricati, per difetto di diligenza nel controllare che l’opera intellettuale, commessa

a soggetto idoneo, sia stata realizzato nel rispetto delle particolari norme tecniche delle disciplina e sempre che si versi nell’ipotesi di vizi e violazioni facilmente riconoscibili anche de parte di un profano (Cass. 26.7.1999, n. 8075; 2.2.1999, n. 851).

  1. Obbligazione del direttore dei lavori.

Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

1.12.1992, n. 12820; 21.10.1991, n. 11116) ed applicabilità, invece, dell’ ordinaria prescrizione decennale ex art. 2946 c.c. (Casa.8.11. 1985, n. 5463; 7.12.1976, n. 4559; 8.3.1975, n. 873).

  1. Obbligazione del progettista – direttore dei lavori.

Nel caso di cumulo della funzione di progettista con quella di direttore dei lavori (l’art. 27 della 1. 11.2.1994, n. 109, legge quadro in teme di lavori pubblici, espressamente prevede il cumulo delle due prestazioni), la giurisprudenza ritiene generalmente che si tratti di obbligazione di “mezzi”, con conseguente esclusione dell’applicazione dell’art. 2226 c.c. (Caa 29.1.2003, n. 1294; 1-12-1992 n. 12820; 28.1.1983 n. 48t 29.10.1965, n. 2292).

Solo in due pronunce (l’obbligazione del progettista associata a quella della direzione dei lavori dell’opera) viene qualificata di risultato (Case, 27.10.1984, n. 5509; 22.4.1974, r. 1156).

  1. Ritengono le Sezioni Unite, al fine di risolvere la questione di diritto e definire il contrasto, che debba privilegiarsi l’interpretazione secondo la quale sono inapplicabili alla prestazione d’opera intellettuale, in particolare a quelle del progettista, anche nell5potesi in cui cumuli le funzioni di direttore dei lavori, le disposizioni dell’art. 2226 c.c. in tema di difformità e vizi dell’opera, in base alle seguenti considerazioni.

8.1. Innanzitutto è opinione della Corte che la distinzione, finora seguita dalla giurisprudenza, fra obbligazioni di mezzi e dì risultato non possa continuare ancora a costituire il criterio risolutivo della problematica relativa all’applicabilità dell’art. 2226 c.c. alle obbligazioni d’indole intellettuale, alla luce dei principi in tema di responsabilità contrattuale del professioni sta intellettuale, della disamina dei casi più salienti portati all’emme del giudice di legittimità, della posizione della dottrina e della legislazione comperata, tenuto conto anche, in riferimento alle prestazioni professionali d’indole conforme a quel

le oggetto di controversia, le frequenti possibilità di commistione delle diverse obbligazioni (in capo al medesimo o a diversi soggetti) in vista del medesimo scopo finale, rispetto al quale diversità di disciplina normativa e conseguenti responsabilità, relativi limiti e oneri probatori potrebbero apparire ingiustificati e forieri di confusione.

  1. Come è noto, la rcsponsabilità contrattuale dell’ appaltatore è regolata dagli artt.16fi7 e 1668 e c., collocati nei capi del codice civile dedicato al contratto d’appalto, mentre, sic come tali articoli nulla dispongono sulla posizione del progettista e del direttore dei lavori, la responsabilità contrattuale d: costoro c‘ regolata in base alle norme generali sull’ inadempi- mento dei contratti e, per quanto siano applicabili, dalle norme stilla prestazione d’opera e sulle professioni intellettuali (arti. 2222 – 2238 c.c.). Il professionista deve comportersi se- condo le comuni regole di correttezza e di diligenza. In particolare, per quanto attiene alla diligenza, Part. I t76, comma 2, c.c. ne qualifica il contenuto allorché si tratti di valutare il comportamento del professionista (la cui diligenza deve essere conforme alla natura dell’attività professionale da svolgere), con la conseguenza che al rapporto scaturante dal contratto di prestazione d’opera intellettuale debbono essere applicate, in linea generale e di tendenza (salvo quanto previsto dalle specifica normative dettata per tale tipo di rapporto), le norme che determinano le conseguenze dell’inadempimento (art. 1218 c.c.) e che consentono di operare le definizione di inadempimento nel quadro della attuazione del

rapporto.

9.1. li regime di responsabilità del professionista (la ed. colpa professionale) è sempre il medesimo. per cui, 1’ inadempimento, oltre che totale o dovuto a incuria o disattenzione, consiste generalmente nell’imperizia. ossia ne8’errore determinato da ignoranza di cognizioni tecniche o da inesperienza professionale, sia quando il professionista risponde solo per dolo o colpa grave (art. 2236 c.c.) sia quando – secondo le regole comuni – deve rispondere anche di colpa (art 1176, comma 2, c.c.)

92 La distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato non ha, quindi, alcuna incidenza sul regime di responsabilità, ove è richiesto al professionista di attenersi a parametri molto rigidi di professionalità, notandosi in proposito come lo stesso standard di diligenza del professionista sia cresciuto sensibilmente, comprimendo di conseguenza l’arca della colpa grave nei confronti di problemi tecnici di speciale difficoltà di cui all’ art 2236 c.c. (cfr. Cass. 11.8.1990,n. 8218).

9.3. l,a distinzione sembra inoltre perdere ogni peso. sempre nell’ambito della responsabilità professionale, in materia di eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., trovando tale eccezione accoglimento a prescindere dalla natura dell’ obbligazione da adempiere (v. Casa. 5.8-2002, n. 11728; 23-4.200 n. 5928).

  1. Dalla casistica giurisprudenziale emergono spunti interessanti in ordine alla dicotomia tra obbligazione di mezzi e di risultato, appare utilizzata al fine di risolvere problemi di ordine pratico, quali la distribuzione dell’onere della prova e l’individuazione dei contenuto dell’obbligo, ai fini del giudizio d responsabilità, operandosi non di rodo, per ampliare la responsabilità contrattuale del professionista, una sorta di metamorfosi dell’obbligazione di mezzi in quella di risultato, al traverso l’individuazione di doveri di informazione e di avviso (cfr., per quanto riguarda in particolare la responsabilità professionale del medico: Casa. 8.4.1997, n. 3tM6), definiti accessori ma integrativi rispetto all’obbligo primario della prestazio- ne, ed ancorati a principi di buona fede, quali obblighi di protezione, indispensabili per il corretto adempimento delle prestazione professionale in senso proprio.

10.1. Così, pur trattandosi di prestazione intellettuale, 1’ obbligazione del progettista 2 stata ritenuta dalla giurisprudenza un’obbligazione di risultato, ai fini della responsabilità del professionista, in quanto è stato affermato che tra i suoi doveri rientra anche quello di accertare con precisione i confini, le dimensioni a le altre caratteristiche dell’arca sulla quale le costruzione dovrà essere realizzate pass. 21.7. 1989, n.

3476; 29.3. 1979, n. 1818), avverti di sondare il suolo o il sottosuolo su cui deve sorgere l’opera (Cass. 16.9.1993, n. 11290; 5.1.1976, n. 1).

Inoltre, l’ingegnere o architetto progettista é tenuto a redigere un progetto conforme, oltre che alle regole tecniche, anche alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione su un dato territorio, in modo da non compromettere il conseguimento del provvedimento amministrativo che abilita all’esecuzione dell’opera, con la conseguenza che gli errori di progettazione concernenti la mancata adeguazione degli edifici previsti alla normativa vigente, compromettendo il rilascio della concessione, non possono che costituire inadempimento caratterizzato da colpa grave e quindi fonte di responsabilità del progettista

(Casa. 16.2.1996, n. 1208; 19.7.1993, n. 8033).

In particolare, poiché l’obbligazione dei professionista di redigere un progetto edilizio destinato all’esecuzione è di risultato perché ha per oggetto la sua realizzabilità, il committen- te, in base al principio inadempienti non est adtmplendum, ha diritto di rifiutare il compenso al professionista che abbia fornito il progetto di un’opera non realizzabile (Cass. 21.3.1997, n. 2540).

10.2. In tal modo si perviene al superamento della dicotomia in esame: l’obbligazione di redigere un progetto di ingegneria o di architettura, pur avendo per oggetto una prestazione d’opera intellettuale., costituisce un’obbligazione di risultato.

  1. La dottrina ha assunto posizioni critiche sull’utilizzo della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, la quale, ancorché operante soltanto all’interno della categoria delle obbligazioni di tare (a differenza che in Francia dove rappresenta una summa ditrisio valida per tutte le obbligazioni), ha originato una diatriba senza fine sia in ordine all’oggetto o contenuto dell’obbligazione, sia in relazione all’onere della prova e, quindi, in definitiva, allo stesso fondamento della responsabilità del professionista.

11.1. Come insegna la definizione tradizionale, nelle obbligazioni di mezzi la prestazione dovuta prescinde da un particolare esito positivo dell’attività del debitore, che adempie e- sattamente ove svolga l’attività richiesta nel modo dovuto. In tali obbligazioni è il comportamento del debitore ad essere in obbligazione, nel senso che la diligenza é tendenzialmente considerata quale criterio determinativo del contenuto del vincolo, con l’ulteriore corollario che il risultato é caratterizzato dall’ aleatorietà, perché dipende, oltre che dal comportamento del debitore, de altri fattori esterni oggettivi o soggettivi.

Nelle obbligazioni di risultato, invece, ciò che importa é il conseguimento del risultato stesso, essendo indifferente il mezzo utilizzato per raggiungerlo. La diligenza opera solo come parametro. ovvero come criterio di controllo e valutazione del comportamento del debitore: in altri termini, è il risultato cui mira il creditore, e non il comportamento, ad essere direttamente in obbligazione.

11.2. Tale impostazione non è immune da profili problematici, specialmente se applicata proprio alle ipotesi di prestano ne d’opera intellettuale, in considerazione della struttura ateo sa del rapporto obbligatorio e tenendo conto, altresì, che ur risultato é dovuto in tutte le obbligazioni.

In realtà, in ogni obbligazione si richiede la compresenza del comportamento del debitore che del risultato, anche se in proporzione variabile, sicché molti autori criticano la distinzione poiché in ciascuna obbligazione assumono rilievo cosi il risultato pratico da raggiungere attraverso il vincolo, come I’ impegno che il debitore deve porre per ottenerlo. In tal senso la dottrina porta ad esempio proprio l’obbligazione dell’appaltatore, che deve in ogni caso utilizzare idonee procedure e modalità di esecuzione.

11.3. Si è visto, d’altra parte, come la giurisprudenza. pur utilizzando frequentemente la distinzione, non esita a convertire l’obbligazione di mezzi in obbligazione di risultato, dando luogo ad una sorta di metamorfosi, quando afferma che se è vero che obbligazioni inerenti

all’esercizio dl un’attività professionale sono generalmente obbligazioni di mezzi, tuttavia pos- sono assumere anche le caratteristiche delle obbligazioni di risultato in cui il professionista ai impegna a conseguire un determinato opus.

  1. Sotto il profilo dell’onere della prove, la distinzione (talvolta costruita con prevalente attenzione alla responsabilità dei professionisti intellettuali e dei medici in particolare) é stata utilizzata per sostenere che mentre nelle obbligazioni di mezzi, essendo aleatorio il risultato, sul creditore incombe l’onere della prova che il manca il risultato è dipeso da scarsa diligenza, nelle obbligazioni di risultato, invece, sul debitore incombe l’onere della prova che un mancato risultato é dipeso da causa a lui non imputabile.

14.1. Ma anche sotto tale profilo la distinzione è stata sottoposta a revisione aia da parte della giurisprudenza che delta dottrina.

Infatti, questa Corte ha affermato che il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c.c. in materia di responsabilità contrattuale (in conformità a criteri di ragionevolezza per identità di situazioni probatorie, di riferibilità in concreto dell’onere probatorio alla sfera di azione dei singoli soggetti e di distinzione strutturale tra responsabilità contrattuale e da fatto illecito) é identico, sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione. ex art. 1453 c.c., sia che domandi il risarcimento per l’inadempimento contrattuale, ex art. 1218 c.c., senza richiamarsi in alcun modo alla distinzione tra obbligazioni di mezzi c di risultato (pur essendo pacifico che nella specie veniva dedotto un risultato connesso al contratto di trasporto: Cass. 7.2.1996, n. 973).

14.2. A sua volta, le dottrina, sia civilistica che processualistica, tende ad un’applicazione unitaria dei principi generali in materia di onere della prova, sia in tema di inadempimento, sia di risarcimento del danno, che infine in tema di risoluzione del contratto, indipendentemente dalla natura dell’ obbligazione (se di mezzi o di risultato).

  1. Ulteriori elementi si possono trarre da un confronto con i modelli esistenti negli altri paesi europei, in assenza di una direttiva tesa a ravvicinare le soluzioni nazionali (come é notti, la proposta di direttiva 9 novembre 1990 della Commissione Cee non si è mai tradotta in provvedimento finale) .

15.1. In Francia, la responsabilità del professionista è regolata dalla legge speciale 4 gennaio 1978, n. 78-12, in base alla quale 1’ architetto è tenuto al risarcimento dei danni, entro il termine di prescrizione di dieci anni, verso il committente o l’acquirente nelle ipotesi in cui vi siano vizi dell’opera o altri che ne compromettano le sua destinazione e, poiché i giudici ammettono in maniera molto rigorosa l’esistenza della cause etrangère, la responsabilità può dirsi quasi oggettiva, ancorché l’obbligazione del professionista edile, secondo la summa divisio, sia un’obbligazione di risultato.

15.2. Nel diritto tedesco, dove la responsabilità dei professionista edile è costruita in maniera rigorosa rispetto agli altri professionisti (avvocati, medici), si ha la collocazione del)’ Ar- chitektenvertrag ora entro il contratto di servizio ora entro il contratto d’opera, con conseguenze rilevanti sotto il profilo della responsabilità del professionista, nel senso di caricare quest’ultimo rispettivamente di obblighi di diligenza o di risultato.

15.3. Anche in Austria la natura dell’ Archifektenoertrag oscilla fra il contratto d’opera, quando il contratto ha ad oggetto la pura redazione dei progetto, e il contratto misto, dove prevale l’elemento del mandato, nei casi in cui le prestazioni del professionista siano molteplici. La responsabilità del professionista è fondata essenzialmente sulla colpa.

15.4. Analoga situazione si registra in Svizzera, dove I’ ArchitelUenvertrag integra ora un contratto d’opera ora un mandato oneroso, e la responsabilità contrattuale del professionista edile scatta allorquando questi abbia agito con colpa, cagionando un danno al cornmittente in via casualmente adeguata.

15.5. Nel sistema inglese, invece, vi è stato il passaggio dalla esclusiva responsabilità contrattuale del professionista edile all’ammissibilità dell’azione per illecito civile. Il common law, pur non conoscendo in via extracontrattuale, il principio della risarcibilità dei puri danni patrimoniali, ammette l’esistenza di exelusionary rules, fra le quali vi rientra appunto la responsabilità professionale.

  1. L’esame di diritto comparato, secondo l’opinione prevalente in dottrina, porte a privilegiare la tesi di coloro che ritengono che tutti i profili di responsabilità contrattuale del professionista intellettuale, siano essi connessi ad obbligazioni di mezzi o di risultato, possono essere esaustivamente ricondotti nell’ambito della disciplina generale dell5nsdempimcnto delle obbligazioni (artt. 2236, 2232, 1218, 1176, secodo comma, c.c.; come sopra evidenziato sub 9).
  2. Vero è che la verifica del nesso di compatibilità fra gli artt. 2230 e 2226 del codice civile, da effettuarsi in base alla .natura del rapporto contrattuale dei professionista, richiede une valutazione riferita a dati concreti e diversa da quella propria del procedimento analogico (art. 12, secondo comma. c.c.), onde potrebbe ntenerai, a stretto rigore esegetico. 1’ in- compatibilità della sola parte dell’art. 2226 c.c. relativa alla garanzia per vizi occulti, esprimendosi il primo comma della disposizione in termini generali ed autonomi di liberazione della responsabilità per difformità e per vizi noti o facilmente

riconoscibili dell’open, a seguito di accettazione espressa o tacita da parte dei committente.

17.1. Ma per contro deve puro considerarsi che, quando 1’ opus consista nel risultato della progettazione tecnica, la configurabilità dei vizi e difetti contemplati dall’art. 2726 c.c., siano essi d’indole palese, facilmente riconoscibile , o occulta, ha come implicazione, anche a prescindere delle forzatura lessicale, la riconduzione a tali due ambiti di tutta la gamme delle carenze che impediscono un’esatta esecuzione dell’opera, e quindi, oltre a quelle riferibili alla stessa attività ideativa, per essere il progetto in tutto o in parte ineseguibile, ovvero eseguibile ma inutilizzabile sia pure per contrasto con la normativa urbanistica o perché non corrispondente all’uso convenuto, anche quelle che ai risolvano in meri errori materiali, quali pure quelli di calcolo, nella redazione degli elaborati tecnici, suscettibili di autonomo rilievo pregiudizievole per il committente.

17.2. In tal caso, appare evidente che, ne fosse applicabile il termine professionale imposto dall’art. 2226, secondo comma, c.c., ossia quello di un anno della consegna degli elaborati, da un canto si imporrebbe al committente la tempestiva c completa verifica dell’attuabilità o utilizzabilità della progettazione quando l’attuazione di casa non fosse prevista in termini

corrispondenti, e dall’altro il professionista verrebbe esonerato

dalla relativa garanzia, qualora le medesime carenze si evidenziassero solo nelle successive fase dell’esecuzione dell’opera progettata, posteriore alla scadenza del termine prescrizionale, compatibile con iniziative costruttive di non eccessiva importanza.

17.3. Va, infine, considerato che é senz’altro da escludere 1’ applicabilità della disciplina di cui all’art. 2226 c.c. nel caso in cui la redazione del progetto sia affidata a società di ingegneri (art. 2238 c.c.), in considerazione della natura del rapporto contrattuale, della sua fonte (appalto, privato o pubblico, di opera c/o di servizi) c dell’organizzazione imprenditoriale.

  1. Pertanto, in base alle considerazioni svolte, il contrasto giurisprudenziale va risolto affermandosi che le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c. in tema di decadenza e prescrizione delf azione di garanzia per vizi non sono applicabili alla prestazione d’opere intellettuale, in particolare alla prestazione del professionista che abbia assunto l’obbligazione della redazione di un progetto d’ingegneria o della direzione dei lavori ovvero dell’ uno e dell’altro compito, cumulando nella propria persona i ruoli di progettista e direttore dei lavori.
  2. 11 principio comporta, quindi, il rigetto del primo motivo di ricorso.
  3. Anche il secondo motivo va rigettato, in quanto infondato, perché la Corte d’appello ha individuato la responsabilità

dell’ing. Z, quale progettista, per errore di calcolo delle strutture in cemento armato; e, quale direttore dei lavori, per omesso controllo sulla consistenza e qualità dei materiali usati.

  1. Il terzo e quarto motivo, da esaminare congiuntamente perché strettamente connessi, non possono trovare ingresso, risolvendosi in censure di merito in ordine alla valutazione dei danno, atteso che la Corte d’appello lo ha determinato sulla scorta della c.t.u. effettuata dall’ing. B., il cui valore di mercato dell’immobile non è stato sottoposto a particolari critiche e sostanzialmente accettato dalle parti, procedendo poi ad una riduzione percentuale, ritenuta congrua fissare nel 2lY/o (disattendendo la valutazione minimale del 15% compiuta dall’ing. L.) in considerazione dell’entità dei vizi e deficienze dell’opera, nonché della notorietà della vicenda.
  2. Il quinto motivo è inammissibile laddove denuncia omesso accoglimento dell’istanza di nuova consulenza tecnica, in quanto rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito la valutazione dell’opportunità dì disporre indagini tecniche suppletive o integrative dì quelle già espletate, di sentire a chiarimenti il consulente tecnico di ufficio ovvero di disporre la rinnovazione delle indagini, con la nomina di altri consulenti, e l’esercizio di un tale potere, così come il mancato esercizio

di esso, non è censurabile in sede di legittimità (v. Cass. 6.4.2001, n. 5142; 10.6. 1998, n. 5777).

Parimenti é inammissibile nella seconda pane laddove critica la ripartizione della colpa tra l’ing. Z e l’impresa M. perché deduce circostanze e [atti del tutto nuovi mai prima dedotti.

  1. Il sesto motivo é infondato perché la Corte d’appello ha indicato le ragioni per le quali il geom. Villi andava esente da responsabilità per assenze di specifiche colpe, come era emer- so dalla consulenza d’ufficio dell’ing. B., sul punto precisa, dettagliata, esaustiva.
  2. Il settimo motivo non ha pregio, perché si basa su una lettura riduttiva dell9mpugnata sentenza, che ha riformato quella di primo grado unicamente in relazione alla determinazione del quantum risarcibile, confermandola per il resto, e, quindi, anche relativamente al riconoscimento della responsabilità oltre che dell’ing. Z anche dell’impresa appaltatrice Morgaqni. La critica non coglie nel segno, atteso che il diritto al risarcimento del danno non risulta affatto prescritto né riguardo al prestatore d’opera professionale ing. Z, né riguardo all’impresa. appaltatrice M., ma affermato a carico dell’uno e dell’altra.
  3. L’ottavo motivo è infondato, osservandosi, da un lato, che (come sopra evidenziato sub 22) la scelta di disporre, o

meno, una c.t.u. rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito; dall’altro, che la Corte d’appello ha dato conto del propri o convincimento, indicando gli mori di calcolo dell’ing. Z, quale progettista, c le carenze dello stesso, quale direttore dei lavori, nonché l’ambito di responsabilità dell’impresa appaltatrice.

  1. Anche il nono motivo è infondato, perché l’impugnata sentenza ha correttamente motivato in ordina alla scelta dei criteri di determinazione del danno risarcibile, conformandosi al principio affermato da questa Corte che quando l’intervallo di tempo fra 1’illecito c il suo risarcimento é cospicuo e I’ in0azione ragguardevole, del graduale mutamento del potere d’acquisto della moneta deve tenersi conto calcolando gli interessi sul valore della somme via via rivalutata nell’arco del suddetto ritardo, oppure calcolando indici medi di valutazione, essendo invero precluso computarli unicamente con riguardo alla somma rivalutata al momento della liquidazione (Sez. Un. 17.2.1995, n. 1712).
  2. 11 primo motivo del ricorso incidentale del B va disatteso per le ragioni sopra indicate sub 21), risolvendosi la censura in doglianza di merito. Né è ravvisabile il prospettato vizio motivazionale, perché la Corte d’appello con discorso logico e coerente ha esposto le argomentazioni in base alle quali

ha ritenuto di dover diminuire il quantum al 20%, con riferimento a circostanze concrete e dati fattuali.

  1. 11 secondo motivo dei ricorso incidentale E inammissibile. perché la questione della condanna in via solidale dell’ing. Z e dell’impresa M. al risarcimento dei danni non ha formato oggetto di trattazione nel giudizio d’appello, secondo quanto risulta dalle conclusioni delle parti riportate nell’ epigrafe, dall’esposizione del fatto e dalla motivazione della sentenza impugnata, contro la quale non è stata specificamente e ritualmente formulata censura alcuna per omessa pronuncia su di una questione posta al riguardo, dacché al giudice di merito si è imputato soltanto vizio di motivazione in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., e non anche, espressamente ex art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 4 c.p-c-, l’ error in procedendo eventualmente comune per la mancata valutazione e decisione della questione da qua in quanto effettivamente dedotta con l’appello.

Invero, perché possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio d’omessa pronuncia, é necessario, da un lato, che al giudice di merito fossero state rivolte una domanda o un’ ec- cezione autonomamente apprezzabili, e, dall’altro, che tali domande o eccezione siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini nel ricorso per cassazione, per il principio dell’ autosufficienza, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo c/o verbale d’udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, in primis, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività (v. fra tante Casa. 27.9.2000, n. 12790; 28.8.2000, n. 11260).

Nel motivo in esame, per contro, non solo non E formalmente dedotto 11 vizio di omessa pronunzia, ma neppure é fatto tiferimento alcuno alla formulata riproposizione della questione in appello, onde la questione risulta sollevata per le prima volta soltanto in questa sede di legittimità ed é, quindi, inammissibile (cfr., ex plurimis, Case. 22.10.2002, n. 14905; 16.9, 2002, n. 13470)

  1. In conclusione, entrambi ì ricorsi vanno rigettati. Sussistono giusti motivi, anche in considerazione dell’esito della lite, per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese del presente giudizio,
  2. Q. M.
    La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta
    Dichiara interamente compensate tra le pari le spese del giudizio di cassazione.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

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AVVOCATO ESPERTO DIFESA ARCHITETTI E INGEGNERI

AVVOCATO ESPERTO DIFESA ARCHITETTI E INGEGNERI

La limitazione di responsabilità prevista per il professionista dall’art. 2236 cod. civ. con riferimento al caso di prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà è prevista per le sole ipotesi di imperizia, che possano essere giustificate dalla particolare complessità o novità dell’opera richiesta, e non si estende alle ipotesi in cui la prestazione del professionista sia stata viziata da negligenza o imprudenza, cioè vi sia stata una violazione del dovere della normale diligenza professionale media esigibile ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., rispetto alla quale rileva anche la colpa lieve (in questo senso, tra le altre, Cass. n. 22398 del 2011).

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE – SENTENZA 10 marzo 2014, n.5506 – Pres. Salmè – est. Rubino

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 2232 c.c. e 116 c.p.c., negando che dalle risultanze processuali emerga la prova di un formale conferimento di incarico da parte dei signori C. e F. al geom. G. e all’architetto Co. , e sottopone alla Corte il seguente quesito di diritto: ‘Dica la Corte se sia conforme a legge la statuizione che nega che gli ausiliari nominati da un prestatore d’opera intellettuale ai sensi dell’art. 2232 c.c. sono legati da un rapporto contrattuale solo con il professionista e non con il suo committente’.

Il motivo di ricorso è inammissibile, in quanto il quesito di diritto formulato è totalmente astratto dalla fattispecie concreta sottoposta all’esame della corte, sia pure nell’ambito del giudizio di legittimità( nel senso della inammissibilità del motivo di ricorso il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale e astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente v. Cass. S.U. n. 6420 del 2008).

Con il secondo motivo di ricorso, il G. lamenta la violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 2236 c.c. e 116 c.p.c. per aver la corte d’appello fondato la propria valutazione in ordine alla responsabilità professionale dei due professionisti esclusivamente sulla consulenza tecnica, senza tener conto della particolari difficoltà incontrate dai professionisti a causa della errata indicazione del nome proprio del B. ricevuta e della impossibilità di ricercare tramite Conservatoria e Catasto gli eventuali omonimi, il che avrebbe dovuto portare all’applicazione dell’esimente prevista dall’art. 2236 c.c. che prevede la limitazione di responsabilità ai soli casi di dolo e colpa grave qualora la prestazione da compiere trascenda la prestazione professionale media.

Il motivo è infondato.

La limitazione di responsabilità prevista per il professionista dall’art. 2236 cod. civ. con riferimento al caso di prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà è prevista per le sole ipotesi di imperizia, che possano essere giustificate dalla particolare complessità o novità dell’opera richiesta, e non si estende alle ipotesi in cui la prestazione del professionista sia stata viziata da negligenza o imprudenza, cioè vi sia stata una violazione del dovere della normale diligenza professionale media esigibile ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., rispetto alla quale rileva anche la colpa lieve (in questo senso, tra le altre, Cass. n. 22398 del 2011).[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

  • Come emerge chiaramente dalla sentenza impugnata, l’attività che i due professionisti erano stati incaricati di compiere era del tutto ruotinaria, consistendo semplicemente nella stima di un immobile indicato dai committenti e nella verifica della sua esatta intestazione e della sussistenza di inscrizioni e trascrizioni pregiudizievoli, e come tale non meritevole di alcuna restrizione dei limiti della responsabilità professionale sotto il profilo della particolare difficoltà dell’incarico.
  • Per contro, dalla sentenza di appello, che riporta e fa propri condividendone il metodo e gli esiti, larghi passi dell’analisi eseguita dal c.t.u., emerge una macroscopica mancanza di diligenza in capo ai professionisti (analiticamente descritta in ben dodici punti, da pag. 8 a pag. 10 della sentenza di appello), tra i quali vale ricordare che i professionisti incaricati non si sono avveduti né del fatto che nella proprietà era presente un box, né del suo ampliamento con conseguente incremento del valore commerciale, né della divisione intervenuta nel 1990 tra i coniugi B. – O. , né della donazione di 1/2 della proprietà, sempre nel 1990, alla figlia del B. , né la vendita nel 1994 di 1/2 del box alla moglie, impedendo di fatto ai contro ricorrenti non solo di intraprendere utilmente l’esecuzione immobiliare, ma anche di poter intraprendere, per intervenuta scadenza dei termini, l’azione revocatoria.

Infine, con il terzo motivo di ricorso il G. lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c. da parte della corte d’appello, per aver la corte liquidato il risarcimento del danno in Euro 150.000,00, ovvero in misura esorbitante e coincidente con l’intero ammontare del credito dei controricorrenti nei confronti del loro originario debitore, il B. , e ben superiore rispetto a quanto avrebbero potuto recuperare a mezzo di una espropriazione nei suoi confronti, tenuto anche conto del valore dell’immobile come risultante dai precedenti atti traslativi di esso.

Inoltre, con lo stesso motivo il ricorrente lamenta che la corte non abbia preso in considerazione la colpa concorrente dei F. — C. , essendo questi ancora in tempo, quando nel 1998 intrapresero l’azione di risarcimento dei danni nei suoi confronti, a promuovere l’azione revocatoria nei confronti del B. quanto meno in relazione alla vendita del 50% del box ed inoltre per non aver informato i G. e Co. delle ‘problematiche’ legate al nome del B. .

Il motivo proposto, con il quale vengono formulate due diverse censure, va rigettato. Innanzitutto il ricorrente fa valere, all’interno dello stesso motivo, senza neppure indicare quali delle ipotesi tassative di ricorso per cassazione dettate dall’art. 360 c.p.c. intenda promuovere, due censure del tutto autonome.

La prima censura non può essere presa in considerazione, in quanto il quesito di diritto relativo al terzo motivo è esclusivamente il seguente: ‘Dica la Corte se sia conforme a legge la liquidazione dei danni che non consideri il concorso di colpa nel danno degli evenienti creditori’. Esso fa riferimento soltanto alla seconda censura contenuta nel terzo motivo. Pertanto, sul punto manca un idoneo quesito di diritto, necessario a pena di inammissibilità essendo il ricorso pro tempore soggetto alla disciplina introdotta con il D. Lgs. 15 febbraio 2006, n. 40, ed in particolare alla previsione contenuta nell’art. 366 bis c.p.c..

Inoltre, con essa il ricorrente contesta la misura del risarcimento in quanto troppo elevata, richiamando come norma asseritamente violata una norma non pertinente, ovvero l’art. 1227 c.c.; infine, la censura consiste esclusivamente in una mera recriminazione sulla valutazione di fatto compiuta dal giudice di merito, rispetto alla quale il giudice di legittimità deve rimanere estraneo.

Con la seconda censura contenuta nel terzo motivo, il ricorrente contesta che non sia stato considerato il concorso di colpa dei C. e F. , che non indicarono con esattezza le generalità complete del soggetto sulle cui proprietà volevano acquisire informazioni funzionalizzate ad una eventuale espropriazione. La possibilità di un concorso di colpa dei committenti era già stata dedotta tra i motivi di appello e considerata dalla corte nella sentenza che l’ha motivatamente esclusa, dopo aver fatto una elencazione delle numerose imprecisioni e dei marchiani errori effettuati dai due professionisti incaricati di una attività semplice e routinaria quale verificare che un determinato bene, sito in un paese di provincia ad un indirizzo esattamente indicato fosse o meno nella disponibilità del soggetto che a loro risultava esserne il proprietario, del quale indicarono esattamente il cognome e quale ne potesse essere orientativamente il valore. Quest’attività, la corte d’appello ha ritenuto correttamente potesse essere portata a termine dai professionisti stessi senza risentire di eventuali indicazioni inesatte fornite dai committenti (e relative al solo fatto che il nome proprio del possibile proprietario fosse stato da essi indicato come Gi. invece che come Gi.Ba. ) e quindi che eventuali imprecisioni da parte dei committenti nell’indicare il nome proprio del presunto titolare del bene non avessero un valore concausale rispetto al negligente lavoro svolto dai professionisti. La decisione impugnata appare esente da vizi. La corte d’appello ha correttamente preso in considerazione il comportamento dei committenti, che nel conferire l’incarico professionale diedero alcune indicazioni in merito al soggetto ed ai beni sui quali erano interessati ad acquisire informazioni, al fine di verificare l’eventuale lacunosità o erroneità delle indicazioni fornite e l’eventuale incidenza concausale delle stesse in ordine al danno loro provocato dalle numerose imprecisioni contenute nell’elaborato, per ritenere sostanzialmente marginale ed irrilevante una mera imprecisione nella indicazione del patronimico del soggetto.

Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Pone a carico del ricorrente le spese del presente grado di giudizio sostenute da C.A. , F.R. e F.A. e le liquida in Euro 8.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre accessori di legge.

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RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE E CIVILE ARCHITETTO

 

RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE E CIVILE ARCHITETTO

 

AVVOCATO ESPERTO CIVILE

 

 

PENALE  DISCIPLINARE

 

 

 

ARCHITETTI 051 6447838

 

RESPONSABILITA’ DISCIPLINARE ARCHITETTI LA CASSAZIONE:

 

 

La ricorrente sostiene che l’art. 78, comma 3, TUEL sarebbe una norma di stretta interpretazione, sicche’ in tanto sussisterebbe l’obbligo di astensione in quanto si sia in presenza di una correlazione immediata e diretta tra contenuto dell’atto e l’interesse dell’amministratore. Ma questa correlazione nella specie difetterebbe, essendo l’arch. B. sindaco e non assessore del Comune ed avendo provveduto a delegare le competenze in materia di urbanistica, edilizia e lavori pubblici all’assessore. In capo alla ricorrente quale sindaco non sussisteva, con riguardo alla contestata condotta riguardante la sottoscrizione della pratica edilizia, alcuna competenza, nemmeno mediata o di riferimento, in materia di edilizia ed urbanistica, tale da obbligarla all’astensione dall’attivita’ professionale. Il terzo motivo lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6, avuto riguardo alla omessa motivazione in ordine alle contestate violazioni al codice deontologico, nonche’ violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine all’omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti. 2.1. – Il secondo ed il terzo motivo – da esaminare congiuntamente, stante la stretta connessione – sono infondati. Quanto alla partecipazione alla fase iniziale del procedimento disciplinare dell’arch. G.P. valgono le considerazioni espresse in sede di scrutinio del primo motivo di ricorso. In relazione all’altro profilo preliminare e formale (con il quale si lamenta che l’incolpazione non sia stata “riportata e/o esplicitata in alcuna parte della decisione avversata”), si tratta di una censura che non tiene conto del fatto che la decisione del Consiglio nazionale indica con chiarezza l’addebito che e’ stato contestato all’arch. B., nelle sue componenti sia fattuali che giuridiche. Nel merito, l’art. 78, comma 3, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, approvato con il D.Lgs. n. 267 del 2000, prevede che “i componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici devono astenersi dall’esercitare attivita’ professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrato”.

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SECONDA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente – Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere – Dott. MANNA Felice – Consigliere – Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere – Dott. FALASCHI Milena – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso proposto da: Arch. B.C., rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. Alberto D. Zanetta, con domicilio eletto in Roma, via Valsavaranche, n. 46 (studio legale Corradi); – ricorrente – contro CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI, PIANIFICATORI, PAESAGGISTI E CONSERVATORI DI NOVARA; PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI NOVARA; – intimati – avverso la decisione del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori in data 15 giugno 2015. Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 22 giugno 2016 dal Consigliere relatore dott. Alberto Giusti; udito l’Avv. Alberto Zanetta; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso. Svolgimento del processo 1. – Il Consiglio dell’ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Novara ha irrogato all’arch. B.C. la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione per tre mesi, per violazione del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, art. 78 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), e di disposizioni del codice deontologico degli architetti italiani, perche’, quale sindaco del Comune di Gozzano, l’iscritta aveva firmato e presentato una segnalazione certificata di inizio attivita’ (SCIA) presso lo stesso Comune. 2. – Il Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, con decisione depositata il 15 giugno 2015, ha respinto l’impugnazione dell’incolpata. Il Consiglio nazionale ha escluso l’eccezione di nullita’ del procedimento per mancata astensione dell’arch. G.P., sia perche’ non risulta che costui abbia comunque partecipato alla fase deliberativa, sia perche’ la sua posizione non sembra configurare una ipotesi di conflitto di interessi. Secondo il Consiglio nazionale, “il sindaco doveva astenersi dal firmare una SCIA e a nulla rileva la delega agli assessori poiche’ tale delega riguarda semmai la determinazione dell’ente locale su quella SCIA, non gia’ la sua presentazione al Comune da parte di un libero professionista”; e il D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 78, comma 3, “e’ norma applicabile al caso di specie, non essendo dubbio che l’obbligo di astensione ivi disciplinato riguardi anche il sindaco”. 3. – Per la cassazione della decisione del Consiglio nazionale l’arch. B. ha proposto ricorso, con atto notificato il 22 luglio 2015, sulla base di cinque motivi. Nessuno degli intimati ha svolto attivita’ difensiva in questa sede. In prossimita’ dell’udienza la ricorrente ha depositato una memoria illustrativa. Motivi della decisione 1. – Con il primo motivo si deduce la nullita’ della decisione e del procedimento per mancata astensione dell’arch. G.P., violazione degli artt. 24 e 25 Cost. e art. 111 Cost., comma 2, per difetto di valida costituzione (D.P.R. 7 agosto 2012, n. 137, e regolamento di disciplina 16 novembre 2012), terzieta’ ed imparzialita’ del giudice con lesione del diritto di difesa, nonche’ violazione dell’art. 111 Cost., comma 6, per violazione del dovere di motivazione. Preliminarmente la ricorrente deduce che la sanzione e’ stata a lei irrogata dal Consiglio dell’ordine costituito in Commissione di disciplina ai sensi del D.P.R. n. 137 del 2012, art. 8, comma 10, e dell’art. 6, comma 1, delregolamento 16 novembre 2012, quando, secondo la normativa applicabile, l’Ordine era tenuto ad istituire la Commissione di disciplina. Non averlo fatto – ed avere utilizzato la disciplina transitoria – avrebbe comportato che la ricorrente e’ stata privata del suo giudice naturale precostituito per legge. La nullita’ del procedimento deriverebbe inoltre dal fatto che l’arch. G.P., pur non avendo partecipato alla fase deliberativa, si e’ astenuto tardivamente, solo a seguito di eccezione dell’arch. Ga.Pi., primo difensore della ricorrente, ma intanto lo stesso ha curato la documentazione fotografica posta a base dell’esposto, ha partecipato all’elaborazione dell’incolpazione ed stato attivo protagonista dell’istruttoria. Atteso che il Collegio di disciplina e’ un collegio perfetto, la presenza, nella maggior parte delle attivita’ finalizzate alla decisione, dell’arch. G.P. e la sua astensione, su eccezione di parte e solo in fase deliberativa, comprometterebbe la valida costituzione del giudice e la regolarita’ del procedimento, quest’ultimo viziato da quanto svolto dal membro del collegio solo successivamente astenutosi. Vi sarebbero gravi ragioni di convenienza che imponevano l’astensione dell’arch. G., in ragione della contrapposizione politico-elettorale tra questo e la ricorrente. La decisione impugnata non avrebbe svolto alcuna motivazione per escludere l’esistenza di quel conflitto, provato dall’avere l’arch. G. scattato la fotografia allegata all’esposto dell’Associazione Ernesto Regazzoni. Non avrebbe tenuto conto il Consiglio nazionale della dichiarazione di S.S., al quale l’arch. G. riferi’ che era sua ferma volonta’ di adoperarsi perche’ l’arch. B. fosse espulsa dall’Ordine: il che paleserebbe la sussistenza di una grave inimicizia. 1.1. – Il motivo e’ infondato, sotto entrambi i profili. Quanto alla denuncia di invalida costituzione dell’organo che ha irrogato la sanzione disciplinare (il Consiglio territoriale dell’ordine costituito in Commissione di disciplina), occorre precisare che la legittimita’ della costituzione dell’organo disciplinare deriva proprio dalla disposizione regolamentare – il D.P.R. n. 137 del 2012, recante riforma degli ordinamenti professionali, a norma del D.L. 13 agosto 2011, n. 138, art. 3, comma 5, convertito, con modificazioni, dalla L. 14 settembre 2011, n. 148 – di cui la ricorrente lamenta l’avvenuta violazione. Infatti, il D.P.R. n. 137 del 2012, art. 8 cit., nel dettare disposizioni sul procedimento disciplinare delle professioni regolamentate diverse da quelle sanitarie, ha si’ previsto l’istituzione presso i Consigli dell’ordine territoriali di Consigli di disciplina territoriali cui sono affidati compiti di istruzione e decisione delle questioni disciplinari riguardanti gli iscritti all’albo, con l’incompatibilita’ tra la carica di consigliere dell’ordine e la carica di consigliere del corrispondente consiglio di disciplina; ma ha anche stabilito – al comma 10 – che fino all’insediamento dei nuovi Consigli di disciplina territoriali, “le funzioni disciplinari restano interamente regolate dalle disposizioni vigenti”. Ne consegue che, in applicazione della prevista disciplina transitoria, in attesa della istituzione del Consiglio di disciplina territoriale, le funzioni disciplinari legittimamente sono state esercitate dal Consiglio dell’ordine costituito in Commissione di disciplina, secondo la disciplina vigente. Quanto, poi, alla nullita’ procedimentale derivante dalla partecipazione al procedimento dell’arch. G.P., componente del Consiglio dell’ordine di Novara, ogni questione al riguardo resta superata dal fatto che questi si e’ astenuto nel corso del procedimento e non ha partecipato alla deliberazione con cui, in esito al procedimento disciplinare, e’ stata irrogata la sanzione. La validita’ di questa deliberazione finale – resa da un organo collegiale a composizione variabile che non si presenta come un collegio perfetto (Cass., Sez. 3, 14 aprile 2005, n. 7765), ed in esito ad un procedimento al quale non si estendono in via analogica le disposizioni del codice di procedura penale (Cass., Sez. Un., 7 maggio 1998, n. 4627; Cass., Sez. 3, 7 luglio 2006, n. 15523) – non e’ inficiata dalla partecipazione del componente poi astenutosi alle precedenti attivita’ di apertura del procedimento disciplinare e di formalizzazione dell’incolpazione, ne’ dal fatto che lo stesso fosse presente all’attivita’ istruttoria svolta dal Consiglio dell’ordine. D’altra parte, non si vede come ed in che termini l’avere l’arch. G.P. realizzato l’allegato fotografico della segnalazione iniziale abbia alterato il contraddittorio e le garanzie dell’interessata, che mai ha negato il fatto storico, difendendosi esclusivamente in punto di diritto. 2. – Il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 111 Cost. e art. 360 c.p.c., n. 4, avuto riguardo alla valida contestazione dell’incolpazione, alla responsabilita’ deontologica e alla violazione del codice deontologico, violazione dell’art. 111, secondo comma, Cost. per errata applicazione del disposto dell’art. 78, comma 3, TUEL, e violazione dell’art. 111 Cost., comma 6, per omissione del dovere di motivazione. La ricorrente sostiene che l’art. 78, comma 3, TUEL sarebbe una norma di stretta interpretazione, sicche’ in tanto sussisterebbe l’obbligo di astensione in quanto si sia in presenza di una correlazione immediata e diretta tra contenuto dell’atto e l’interesse dell’amministratore. Ma questa correlazione nella specie difetterebbe, essendo l’arch. B. sindaco e non assessore del Comune ed avendo provveduto a delegare le competenze in materia di urbanistica, edilizia e lavori pubblici all’assessore. In capo alla ricorrente quale sindaco non sussisteva, con riguardo alla contestata condotta riguardante la sottoscrizione della pratica edilizia, alcuna competenza, nemmeno mediata o di riferimento, in materia di edilizia ed urbanistica, tale da obbligarla all’astensione dall’attivita’ professionale. Il terzo motivo lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6, avuto riguardo alla omessa motivazione in ordine alle contestate violazioni al codice deontologico, nonche’ violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine all’omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti. 2.1. – Il secondo ed il terzo motivo – da esaminare congiuntamente, stante la stretta connessione – sono infondati. Quanto alla partecipazione alla fase iniziale del procedimento disciplinare dell’arch. G.P. valgono le considerazioni espresse in sede di scrutinio del primo motivo di ricorso. In relazione all’altro profilo preliminare e formale (con il quale si lamenta che l’incolpazione non sia stata “riportata e/o esplicitata in alcuna parte della decisione avversata”), si tratta di una censura che non tiene conto del fatto che la decisione del Consiglio nazionale indica con chiarezza l’addebito che e’ stato contestato all’arch. B., nelle sue componenti sia fattuali che giuridiche. Nel merito, l’art. 78, comma 3, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, approvato con il D.Lgs. n. 267 del 2000, prevede che “i componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici devono astenersi dall’esercitare attivita’ professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrato”. La citata disposizione contempla un obbligo di astensione dall’esercizio di attivita’ professionali in materia di edilizia privata e pubblica nell’ambito del territorio amministrato, essendo tali attivita’ ritenute incompatibili con la carica pubblica ricoperta. Tale obbligo di astensione – diretto non solo ad evitare che il professionista tragga vantaggio nella sua attivita’ professione dal mandato pubblico rivestito, ma anche a precludere, per ragioni di trasparenza e buon andamento dell’amministrazione dell’ente territoriale, che l’esercizio delle funzioni collegate a tale mandato sia sviato dall’interesse personale dell’amministratore – grava sui “componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici”. Tra i destinatari dell’obbligo di astensione dall’esercitare attivita’ professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio comunale rientrano non solo gli assessori cui siano state conferite deleghe nei settori dell’urbanistica, dell’edilizia e dei lavori pubblici, ma anche lo stesso sindaco, sul quale, come organo responsabile dell’amministrazione del Comune e presidente della giunta comunale, grava l’onere di sovrintendere su tutte le attivita’ del Comune, anche su quelle delegate. Tale interpretazione trova conferma nella stessa lettera della disposizione dell’art. 78, comma 3, del testo unico, il quale, per indicare i destinatari dell’obbligo di astensione, impiega la locuzione “componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici”, non quella di assessori all’urbanistica, all’edilizia e ai lavori pubblici. Da un punto di vista sistematico, inoltre, occorre considerare che, anche nelle ipotesi in cui si avvalga della facolta’ di delega, il sindaco conserva, in ogni caso, la titolarita’ delle competenze, mantenendo verso il delegato l’assessore – i poteri di direttiva e di vigilanza, oltre a quelli di nomina e di revoca. Va pertanto escluso che, per il fatto di essersi avvalso della facolta’ di delega ad un assessore nella materia urbanistica, edilizia e lavori pubblici, il sindaco possa ritenersi esonerato dall’osservanza dell’obbligo di astensione dall’esercitare, nel territorio da lui amministrato, attivita’ professionale di architetto in materia di edilizia privata e pubblica. Di questo principio ha fatto puntuale applicazione il Consiglio nazionale degli architetti, riconoscendo la responsabilita’ disciplinare dell’arch. B. per avere firmato e presentato una segnalazione certificata di inizio attivita’ (SCIA) presso lo stesso Comune in cui era sindaco. E correttamente il Consiglio nazionale ha ritenuto la condotta dell’iscritta in contrasto anche con le norme del codice deontologico degli architetti, posto che l’architetto e’ tenuto a svolgere la sua attivita’ con lealta’ e correttezza, s rispettare la legge nell’esercizio della professione e nell’organizzazione della sua attivita’ e, in particolare, a curare che le modalita’ con cui svolge il proprio mandato presso le istituzioni siano improntate a non conseguire utilita’ di qualsiasi natura per se’ o per altri (artt. 3, 9 e 21 del codice deontologico ratione temporis applicabile). 3. – Con il quarto mezzo la ricorrente censura violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6, avuto riguardo alla omessa motivazione in ordine alla sanzione irrogata, nonche’ violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine all’omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti. 3.1. – Il motivo e’ infondato. Il Consiglio nazionale, nel confermare la sanzione della sospensione applicata dal Consiglio dell’ordine territoriale, ha correttamente deciso la questione di diritto sottoposta al suo esame, posto che l’art. 47 del codice deontologico prevede la sanzione della sospensione per ogni infrazione relativa ad incompatibilita’, ed in tale ipotesi ricade la condotta – mancata astensione dall’esercizio di attivita’ professionale incompatibile con il mandato pubblico rivestito – di cui l’arch. B. e’ stata riconosciuta responsabile. 4. – Il quinto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., commi 2 e 6, in relazione all’avvenuta acquisizione integrale, rilevante ai fini del decidere, della deposizione resa dinanzi al Consiglio dell’ordine dall’arch. Gu.Fa.. Secondo la ricorrente, la decisione impugnata sarebbe viziata da omessa pronuncia sull’istanza di rinnovazione dell’istruttoria e da omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti. 4.1. – Il motivo e’ inammissibile per difetto di specificita’ e decisivita’, perche’ non spiega quale rilevanza ai fini del decidere rivestirebbe l’acquisizione integrale della deposizione dell’arch. Gu.. E anche a volere integrare il motivo con quanto trascritto a pag. 21-22, non si comprende in che termini la specificazione delle pratiche pendenti ovvero l’opinione “liberatoria” del teste possano alterare la decisione resa. 5. – Il ricorso e’ rigettato. Non vi e’ luogo a pronuncia sulle spese, non avendo l’intimato Consiglio dell’ordine svolto attivita’ difensiva in questa sede. 6. – Poiche’ il ricorso e’ stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed e’ respinto, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilita’ 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione integralmente rigettata. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13. Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda Sezione civile, il 22 giugno 2016. Depositato in Cancelleria il 19 luglio 2016

 

 

 

FATTO

era da considerarsi consapevole dell’attività professionale svolta dall’architetto S., avuto riguardo alla testimonianza di M.R., alla sentenza penale di patteggiamento emessa nei confronti dell’appellante, all’autorizzazione chiesta dalla stessa M.C. al Comune e dalla stessa impugnata di falso ed, anzi, doveva ritenersi “che tra committenti e professionista fosse stato stipulato un contratto contra legem al fine di perpetrare un abuso, quale l’ampliamento di un manufatto, la demolizione ed il rifacimento di una copertura”; era preclusa, quindi, la richiesta di risoluzione del contratto e di risarcimento del danno da parte di chi versava in illecito ed era superflua ogni decisione sulla querela di falso, risultando da altri elementi la consapevolezza della M. in ordine all’abuso edilizio in questione. Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la M. formulando due motivi di ricorso. Resiste con controricorso il S., proponendo, altresì, ricorso incidentale condizionato, in relazione al mancato accoglimento dell’eccezione di difetto di legittimazione della M. ed alla sussistenza dell’obbligo di manleva della compagnia Fondiaria SAI s.p.a.; quest’ultima e la M. resistono con controricorso. Le parti hanno successivamente depositato memorie

DECISIONE

AVVOCATO PER CAUSE CIVILI BOLOGNA

1) violazione o falsa applicazione degli artt.1218 e 2226 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3;

contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte di merito, l’oggetto del contratto concluso col S. era da ritenersi lecito, dovendosi ritenere illecite solo le relative modalità esecutive, configuranti obbligazioni del prestatore d’opera, del cui inadempimento doveva rispondere esclusivamente il S. in quanto il vizio dell’opera, consistente nella qualificazione giuridica dell’intervento edilizio come manutenzione straordinaria, anzichè come ristrutturazione, non era facilmente riconoscibile da essa committente e, in secondo luogo, perchè la firma in calce alla domanda di autorizzazione, a nome ” M.C.”, era apocrifa;

2) violazione dell’art. 91 c.p.c. e dell’art. 92 c.p.c., comma 2 in punto di regolamento delle spese nei confronti della Fondiaria -SAI s.p.a.; erroneamente tali spese erano state poste a carico della M., pur non avendo la stessa proposto domande nei confronti di detta compagnia assicuratrice in relazione al rapporto di garanzia tra questa ed il S..

Il primo motivo del ricorso principale è fondato. Con l’atto di appello la M. lamentava, fra l’altro, che il Tribunale avesse escluso l’inadempimento dell’Arch. S., consistente nell’avere questi rappresentato in progetto l’opera da eseguire in modo difforme dall’affettiva realizzazione, senza considerare che la doglianza investiva anche l’erroneo iter urbanistico seguito dal professionista stesso, per aver egli richiesto l’autorizzazione per la manutenzione straordinaria di un edificio, anzichè quella gratuita per la ristrutturazione.

In particolare, si evidenziava nel motivo di appello che, quand’anche la M. fosse stata al corrente del progetto, doveva ugualmente ravvisarsi la responsabilità del S., posto che la relazione da questi redatta e sottoscritta, al fine di richiedere la dovuta autorizzazione comunale per l’esecuzione dei lavori progettati, facevano riferimento ad opere di manutenzione straordinaria e non, invece, alla diversa ipotesi di ristrutturazione (come correttamente indicata nella successiva relazione per arch. Y., incaricato di portare a termine le opere sottoposte a sequestro), nè tale errore era percepibile da persona “profana” in materia, quale la M..

La Corte di merito si è limitata a respingere tale censura ribadendo le argomentazioni del giudice di prime cure sulla consapevolezza della M. in ordine all’esecuzione dei lavori previsti nel progetto del S., omettendo di considerare che l’istruttoria della pratica amministrativa, diretta ad ottenere la necessaria autorizzazione per l’esecuzione delle opere progettate,rientra nelle competenze del progettista e nell’incarico a lui conferito e che , in ogni caso, la “relazione tecnica sulle opere di manutenzione straordinaria”, in data 16.2.06 (timbro di protocollo n. 4941), descrittiva dello stato dell’immobile da ristrutturare nonchè delle opere da eseguire, risulta sottoscritta dal S. ed ha, evidentemente, carattere strumentale per il rilascio del necessario titolo autorizzativo da parte del Comune di Roma.

Va rammentato al riguardo, in aderenza a quanto affermato dalle S.U. di questa Corte (Cass. n. 15781/2005), che la distinzione tra obbligazioni “di mezzi” e “di risultato” è ininfluente ai fini della valutazione della responsabilità di chi è incaricato di redigere un progetto di ingegneria o architettura in quanto il mancato conseguimento dello scopo pratico avuto di mira dal cliente è, comunque, addebitabile al professionista ove sia conseguenza dei suoi errori che rendano le previsioni progettuali inidonee ad essere attuate.

La Cassazione a S.U.(Cass. n. 577/2008) ha successivamente ribadito il superamento della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, specie nelle ipotesi di prestazione d’opera intellettuale, tenuto conto che un risultato è dovuto in tutte le obbligazioni, richiedendosi in ogni obbligazione la compresenza sia del comportamento del debitore che del risultato, sia pure in proporzione variabile. Ha precisato, inoltre, la S.C. che il comportamento rilevante, nell’ipotesi di azione di responsabilità per risarcimento del danno nelle obbligazioni cosiddette di comportamento, è quello integrante causa o concausa efficiente del danno e che spetta al debitore dimostrare che tale inadempimento non vi è stato o che, pur esistendo, non è stato, nella fattispecie concreta, causa dell’evento dannoso lamentato. Con riferimento al caso in esame va chiarito che, se è vero che il progetto sino a quando non sia materialmente realizzato, costituisce una fase preparatoria, strumentalmente preordinata alla concreta attuazione dell’opera, è anche vero che, sul piano tecnico e giuridico, il progettista deve assicurare la conformità del progetto alla normativa urbanistica ed individuare in termini corretti la procedura amministrativa da utilizzare, così da assicurare la preventiva e corretta soluzione dei problemi che precedono e condizionano la realizzazione dell’opera richiesta dal committente (Cfr. Cass. n. 2257/2007; n. 11728/2002 ;

  1. 22487/2004). La scelta, quindi, del titolo autorizzativo all’esecuzione di opere, in relazione al tipo di intervento edilizio progettato, non può automaticamente rientrare nell’accordo illecito fra le parti per porre in essere un abuso edilizio, spettando al professionista effettuare tale scelta in quanto qualificata da una specifica competenza tecnica.

Nella specie non, può, di conseguenza, trovare applicazione l’esimente di cui all’art. 2226 c.c., comma 1, essendo, comunque, irrilevante che la committente M. avesse o meno apposto la propria firma sul progetto redatto dal S. o che la stessa fosse stata falsificata. Tale firma non valeva, infatti, ad escludere in tutto o in parte la responsabilità del S. per l’attività professionale da lui espletata nella fase antecedente alla esecuzione delle opere, rientrando nell’obbligo di diligenza a carico del prestatore di opera professionale, ex art. 1176 c.c., comma 2, sia il risultato finale mirante a soddisfare l’interesse del creditore (committente)e sia i mezzi necessari per realizzarlo, tramite l’adozione di determinate modalità di attuazione che esigono il rispetto delle regole professionali in funzione del raggiungimento del risultato finale.

L’accoglimento del primo motivo di ricorso per il difetto di argomentazioni della Corte territoriale su detto motivo di appello, comporta il riesame, in sede di rinvio, della relativa questione, in conformità dei principi enunciati. Rimane, sul piano logico, assorbito il secondo motivo formulato nel ricorso principale e del secondo motivo dedotto con il ricorso incidentale, con cui il S. chiede, nell’ipotesi di una sua condanna, affermarsi la validità della polizza assicurativa stipulata con la Fondiaria SAI s.p.a. e l’obbligo della stessa di manlevarlo per quanto eventualmente egli fosse condannato a pagare alla M..

Deve, infine, rigettarsi il primo motivo del medesimo ricorso incidentale, relativo al difetto di legittimazione attiva della M., avendo la Corte di appello dichiarato non luogo a provvedere sull’appello subordinato proposto da S.M., una volta rigettato nel merito l’appello proposto da M.C., implicitamente ritenuta assorbita tale eccezione, anche sulla base della richiamata motivazione della sentenza di primo grado in ordine alla sussistenza della prova sul conferimento dell’incarico professionale al S. anche da parte di M.C., come emerso dalle prove testimoniali. Il S., come riportato a pag.

4 della sent. impugnata, in un momento successivo al conferimento dell’incarico professionale di cui alla lettera del 2.8.1995, aveva preteso che la stessa fosse firmata oltre che da M.G., padre di M.C., pure da quest’ultima, quale proprietaria dell’immobile oggetto di detto incarico.

In conclusione, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, e la causa deve essere rinviata,anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio,ad altra sezione della Corte di Appello di Roma.

 

 

 

Cass. civ. Sez. II, Sent., 21-05-2012, n. 8014 Responsabilità civile

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 23.12.1998, M.C. conveniva in giudizio, innanzi alla ex Pretura di Roma L’arch.

S.M. per sentire dichiarare la risoluzione del contratto con lui concluso e per sentirlo condannare al risarcimento dei danni subiti per l’inadempimento all’incarico professionale conferitogli per la ristrutturazione dell’immobile sito in (OMISSIS). Assumeva che le opere eseguite sotto la direzione del convenuto erano state sottoposte a sequestro per mancanza di concessione edilizia e di aver appreso, in occasione del giudizio penale a suo carico, che i progetti redatti dal convenuto non corrispondevano alle opere in corso per cui era stata costretta a demolire quelle realizzate e ad eseguire le relative ricostruzioni.

Si costituiva in giudizio il S. eccependo, preliminarmente, la carenza di legittimazione attiva dell’attrice, avendo egli ricevuto l’incarico professionale da M.G..

Con successivo atto di citazione il S. conveniva, innanzi al medesimo Tribunale, la s.p.a. La Fondiaria Assicurazioni (oggi s.p.a.

Fondiaria-SAI) al fine di essere manlevato e garantito da ogni avversa pretesa risarcitoria.

La società assicuratrice, costituitasi in giudizio, eccepiva la non operatività della garanzia assicurativa per violazione, da parte dell’assicurato, della normativa contrattuale. Riunite le cause,con sentenza 20.10.2003, il Tribunale rigettava le domande proposte dalla M.C. nei confronti del S., compensando fra le parti stesse le spese processuali per metà e ponendo la residua metà a carico della M.; condannava, inoltre, quest’ultima, al pagamento delle spese di lite nei confronti della Fondiaria- SAI s.p.a.

Avverso tale decisione la M. proponeva appello cui resisteva, con impugnazione incidentale subordinata il S. e la società assicuratrice.

Con sentenza depositata il 20.7.2010 la Corte di appello di Roma rigettava l’appello, condannando la M. al pagamento delle spese processuali del grado in favore del S. e della Fondiaria Sai S.P.A..

Osservava la Corte di merito che M.C. era da considerarsi consapevole dell’attività professionale svolta dall’architetto S., avuto riguardo alla testimonianza di M.R., alla sentenza penale di patteggiamento emessa nei confronti dell’appellante, all’autorizzazione chiesta dalla stessa M.C. al Comune e dalla stessa impugnata di falso ed, anzi, doveva ritenersi “che tra committenti e professionista fosse stato stipulato un contratto contra legem al fine di perpetrare un abuso, quale l’ampliamento di un manufatto, la demolizione ed il rifacimento di una copertura”; era preclusa, quindi, la richiesta di risoluzione del contratto e di risarcimento del danno da parte di chi versava in illecito ed era superflua ogni decisione sulla querela di falso, risultando da altri elementi la consapevolezza della M. in ordine all’abuso edilizio in questione. Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la M. formulando due motivi di ricorso. Resiste con controricorso il S., proponendo, altresì, ricorso incidentale condizionato, in relazione al mancato accoglimento dell’eccezione di difetto di legittimazione della M. ed alla sussistenza dell’obbligo di manleva della compagnia Fondiaria SAI s.p.a.; quest’ultima e la M. resistono con controricorso. Le parti hanno successivamente depositato memorie.

Motivi della decisione

La M. deduce:

1) violazione o falsa applicazione degli artt.1218 e 2226 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3;

contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte di merito, l’oggetto del contratto concluso col S. era da ritenersi lecito, dovendosi ritenere illecite solo le relative modalità esecutive, configuranti obbligazioni del prestatore d’opera, del cui inadempimento doveva rispondere esclusivamente il S. in quanto il vizio dell’opera, consistente nella qualificazione giuridica dell’intervento edilizio come manutenzione straordinaria, anzichè come ristrutturazione, non era facilmente riconoscibile da essa committente e, in secondo luogo, perchè la firma in calce alla domanda di autorizzazione, a nome ” M.C.”, era apocrifa;

2) violazione dell’art. 91 c.p.c. e dell’art. 92 c.p.c., comma 2 in punto di regolamento delle spese nei confronti della Fondiaria -SAI s.p.a.; erroneamente tali spese erano state poste a carico della M., pur non avendo la stessa proposto domande nei confronti di detta compagnia assicuratrice in relazione al rapporto di garanzia tra questa ed il S..

Il primo motivo del ricorso principale è fondato. Con l’atto di appello la M. lamentava, fra l’altro, che il Tribunale avesse escluso l’inadempimento dell’Arch. S., consistente nell’avere questi rappresentato in progetto l’opera da eseguire in modo difforme dall’affettiva realizzazione, senza considerare che la doglianza investiva anche l’erroneo iter urbanistico seguito dal professionista stesso, per aver egli richiesto l’autorizzazione per la manutenzione straordinaria di un edificio, anzichè quella gratuita per la ristrutturazione.

In particolare, si evidenziava nel motivo di appello che, quand’anche la M. fosse stata al corrente del progetto, doveva ugualmente ravvisarsi la responsabilità del S., posto che la relazione da questi redatta e sottoscritta, al fine di richiedere la dovuta autorizzazione comunale per l’esecuzione dei lavori progettati, facevano riferimento ad opere di manutenzione straordinaria e non, invece, alla diversa ipotesi di ristrutturazione (come correttamente indicata nella successiva relazione per arch. Y., incaricato di portare a termine le opere sottoposte a sequestro), nè tale errore era percepibile da persona “profana” in materia, quale la M..

La Corte di merito si è limitata a respingere tale censura ribadendo le argomentazioni del giudice di prime cure sulla consapevolezza della M. in ordine all’esecuzione dei lavori previsti nel progetto del S., omettendo di considerare che l’istruttoria della pratica amministrativa, diretta ad ottenere la necessaria autorizzazione per l’esecuzione delle opere progettate,rientra nelle competenze del progettista e nell’incarico a lui conferito e che , in ogni caso, la “relazione tecnica sulle opere di manutenzione straordinaria”, in data 16.2.06 (timbro di protocollo n. 4941), descrittiva dello stato dell’immobile da ristrutturare nonchè delle opere da eseguire, risulta sottoscritta dal S. ed ha, evidentemente, carattere strumentale per il rilascio del necessario titolo autorizzativo da parte del Comune di Roma.

Va rammentato al riguardo, in aderenza a quanto affermato dalle S.U. di questa Corte (Cass. n. 15781/2005), che la distinzione tra obbligazioni “di mezzi” e “di risultato” è ininfluente ai fini della valutazione della responsabilità di chi è incaricato di redigere un progetto di ingegneria o architettura in quanto il mancato conseguimento dello scopo pratico avuto di mira dal cliente è, comunque, addebitabile al professionista ove sia conseguenza dei suoi errori che rendano le previsioni progettuali inidonee ad essere attuate.

La Cassazione a S.U.(Cass. n. 577/2008) ha successivamente ribadito il superamento della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, specie nelle ipotesi di prestazione d’opera intellettuale, tenuto conto che un risultato è dovuto in tutte le obbligazioni, richiedendosi in ogni obbligazione la compresenza sia del comportamento del debitore che del risultato, sia pure in proporzione variabile. Ha precisato, inoltre, la S.C. che il comportamento rilevante, nell’ipotesi di azione di responsabilità per risarcimento del danno nelle obbligazioni cosiddette di comportamento, è quello integrante causa o concausa efficiente del danno e che spetta al debitore dimostrare che tale inadempimento non vi è stato o che, pur esistendo, non è stato, nella fattispecie concreta, causa dell’evento dannoso lamentato. Con riferimento al caso in esame va chiarito che, se è vero che il progetto sino a quando non sia materialmente realizzato, costituisce una fase preparatoria, strumentalmente preordinata alla concreta attuazione dell’opera, è anche vero che, sul piano tecnico e giuridico, il progettista deve assicurare la conformità del progetto alla normativa urbanistica ed individuare in termini corretti la procedura amministrativa da utilizzare, così da assicurare la preventiva e corretta soluzione dei problemi che precedono e condizionano la realizzazione dell’opera richiesta dal committente (Cfr. Cass. n. 2257/2007; n. 11728/2002 ;

  1. 22487/2004). La scelta, quindi, del titolo autorizzativo all’esecuzione di opere, in relazione al tipo di intervento edilizio progettato, non può automaticamente rientrare nell’accordo illecito fra le parti per porre in essere un abuso edilizio, spettando al professionista effettuare tale scelta in quanto qualificata da una specifica competenza tecnica.

Nella specie non, può, di conseguenza, trovare applicazione l’esimente di cui all’art. 2226 c.c., comma 1, essendo, comunque, irrilevante che la committente M. avesse o meno apposto la propria firma sul progetto redatto dal S. o che la stessa fosse stata falsificata. Tale firma non valeva, infatti, ad escludere in tutto o in parte la responsabilità del S. per l’attività professionale da lui espletata nella fase antecedente alla esecuzione delle opere, rientrando nell’obbligo di diligenza a carico del prestatore di opera professionale, ex art. 1176 c.c., comma 2, sia il risultato finale mirante a soddisfare l’interesse del creditore (committente)e sia i mezzi necessari per realizzarlo, tramite l’adozione di determinate modalità di attuazione che esigono il rispetto delle regole professionali in funzione del raggiungimento del risultato finale.

L’accoglimento del primo motivo di ricorso per il difetto di argomentazioni della Corte territoriale su detto motivo di appello, comporta il riesame, in sede di rinvio, della relativa questione, in conformità dei principi enunciati. Rimane, sul piano logico, assorbito il secondo motivo formulato nel ricorso principale e del secondo motivo dedotto con il ricorso incidentale, con cui il S. chiede, nell’ipotesi di una sua condanna, affermarsi la validità della polizza assicurativa stipulata con la Fondiaria SAI s.p.a. e l’obbligo della stessa di manlevarlo per quanto eventualmente egli fosse condannato a pagare alla M..

Deve, infine, rigettarsi il primo motivo del medesimo ricorso incidentale, relativo al difetto di legittimazione attiva della M., avendo la Corte di appello dichiarato non luogo a provvedere sull’appello subordinato proposto da S.M., una volta rigettato nel merito l’appello proposto da M.C., implicitamente ritenuta assorbita tale eccezione, anche sulla base della richiamata motivazione della sentenza di primo grado in ordine alla sussistenza della prova sul conferimento dell’incarico professionale al S. anche da parte di M.C., come emerso dalle prove testimoniali. Il S., come riportato a pag.

4 della sent. impugnata, in un momento successivo al conferimento dell’incarico professionale di cui alla lettera del 2.8.1995, aveva preteso che la stessa fosse firmata oltre che da M.G., padre di M.C., pure da quest’ultima, quale proprietaria dell’immobile oggetto di detto incarico.

In conclusione, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, e la causa deve essere rinviata,anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio,ad altra sezione della Corte di Appello di Roma.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso principale, assorbito il secondo motivo del ricorso stesso ed il secondo motivo del ricorso incidentale; rigetta il primo motivo del ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma.

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RESPONSABILITA’ PROGETTUALE INGEGNERE  

RESPONSABILITA’ PROGETTUALE INGEGNERE

– Livelli della progettazione) del Capo IV (Servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria) del D. Lgs. n. 163/2006 (Codice degli appalti pubblici), tre sono gli stadi della progettazione (intesi quali processi tecnicamente autonomi ma comunque succedentisi senza soluzione di continuità): preliminare, definitivo ed esecutivo.

Art. 93. Livelli della progettazione per gli appalti e per le concessioni di lavori 

  1. La progettazione in materia di lavori pubblici si articola, nel rispetto dei vincoli esistenti, preventivamente accertati, laddove possibile fin dal documento preliminare, e dei limiti di spesa prestabiliti, secondo tre livelli di successivi approfondimenti tecnici, in preliminare, definitiva ed esecutiva, in modo da assicurare:
  2. a) la qualità dell’opera e la rispondenza alle finalità relative;
    b) la conformità alle norme ambientali e urbanistiche;
    c) il soddisfacimento dei requisiti essenziali, definiti dal quadro normativo nazionale e comunitario.
  3. Le prescrizioni relative agli elaborati descrittivi e grafici contenute nei commi 3, 4 e 5 sono di norma necessarie per ritenere i progetti adeguatamente sviluppati. Il responsabile del procedimento nella fase di progettazione qualora, in rapporto alla specifica tipologia e alla dimensione dei lavori da progettare, ritenga le prescrizioni di cui ai commi 3, 4 e 5 insufficienti o eccessive, provvede a integrarle ovvero a modificarle. E’ consentita altresì l’omissione di uno dei primi due livelli di progettazione purché il livello successivo contenga tutti gli elementi previsti per il livello omesso e siano garantiti i requisiti di cui al comma 1, lettere a), b) e c).
    (comma così modificato dall’art. 52, comma 1, lettera a), legge n. 27 del 2012)
  4. Il progetto preliminare definisce le caratteristiche qualitative e funzionali dei lavori, il quadro delle esigenze da soddisfare e delle specifiche prestazioni da fornire e consiste in una relazione illustrativa delle ragioni della scelta della soluzione prospettata in base alla valutazione delle eventuali soluzioni possibili, anche con riferimento ai profili ambientali e all’utilizzo dei materiali provenienti dalle attività di riuso e riciclaggio, della sua fattibilità amministrativa e tecnica, accertata attraverso le indispensabili indagini di prima approssimazione, dei costi, da determinare in relazione ai benefici previsti, nonché in schemi grafici per l’individuazione delle caratteristiche dimensionali, volumetriche, tipologiche, funzionali e tecnologiche dei lavori da realizzare; il progetto preliminare dovrà inoltre consentire l’avvio della procedura espropriativa.
  5. Il progetto definitivo individua compiutamente i lavori da realizzare, nel rispetto delle esigenze, dei criteri, dei vincoli, degli indirizzi e delle indicazioni stabiliti nel progetto preliminare e contiene tutti gli elementi necessari ai fini del rilascio delle prescritte autorizzazioni e approvazioni. Esso consiste in una relazione descrittiva dei criteri utilizzati per le scelte progettuali, nonché delle caratteristiche dei materiali prescelti e dell’inserimento delle opere sul territorio; nello studio di impatto ambientale ove previsto; in disegni generali nelle opportune scale descrittivi delle principali caratteristiche delle opere, e delle soluzioni architettoniche, delle superfici e dei volumi da realizzare, compresi quelli per l’individuazione del tipo di fondazione; negli studi e indagini preliminari occorrenti con riguardo alla natura e alle caratteristiche dell’opera; nei calcoli preliminari delle strutture e degli impianti; in un disciplinare descrittivo degli elementi prestazionali, tecnici ed economici previsti in progetto nonché in un computo metrico estimativo. Gli studi e le indagini occorrenti, quali quelli di tipo geognostico, idrologico, sismico, agronomico, biologico, chimico, i rilievi e i sondaggi, sono condotti fino ad un livello tale da consentire i calcoli preliminari delle strutture e degli impianti e lo sviluppo del computo metrico estimativo.
  6. 5. Il progetto esecutivo, redatto in conformità al progetto definitivo, determina in ogni dettaglio i lavori da realizzare e il relativo costo previsto e deve essere sviluppato ad un livello di definizione tale da consentire che ogni elemento sia identificabile in forma, tipologia, qualità, dimensione e prezzo. In particolare il progetto è costituito dall’insieme delle relazioni, dei calcoli esecutivi delle strutture e degli impianti e degli elaborati grafici nelle scale adeguate, compresi gli eventuali particolari costruttivi, dal capitolato speciale di appalto, prestazionale o descrittivo, dal computo metrico estimativo e dall’elenco dei prezzi unitari. Esso è redatto sulla base degli studi e delle indagini compiuti nelle fasi precedenti e degli eventuali ulteriori studi e indagini, di dettaglio o di verifica delle ipotesi progettuali, che risultino necessari e sulla base di rilievi planoaltimetrici, di misurazioni e picchettazioni, di rilievi della rete dei servizi del sottosuolo. Il progetto esecutivo deve essere altresì corredato da apposito piano di manutenzione dell’opera e delle sue parti da redigersi nei termini, con le modalità, i contenuti, i tempi e la gradualità stabiliti dal regolamento di cui all’articolo 5.
  7. In relazione alle caratteristiche e all’importanza dell’opera, il regolamento, con riferimento alle categorie di lavori e alle tipologie di intervento e tenendo presenti le esigenze di gestione e di manutenzione, stabilisce criteri, contenuti e momenti di verifica tecnica dei vari livelli di progettazione.
  8. Gli oneri inerenti alla progettazione, alla direzione dei lavori, alla vigilanza e ai collaudi, nonché agli studi e alle ricerche connessi, gli oneri relativi alla progettazione dei piani di sicurezza e di coordinamento[e dei piani generali di sicurezza]quando previsti ai sensi del decreto legislativo 14 agosto 1996, n. 494 (ora d.lgs. n. 81 del 2008), gli oneri relativi alle prestazioni professionali e specialistiche atte a definire gli elementi necessari a fornire il progetto esecutivo completo in ogni dettaglio, ivi compresi i rilievi e i costi riguardanti prove, sondaggi, analisi, collaudo di strutture e di impianti per gli edifici esistenti, fanno carico agli stanziamenti previsti per la realizzazione dei singoli lavori negli stati di previsione della spesa o nei bilanci delle stazioni appaltanti.

7-bis. A valere sugli stanziamenti di cui al comma 7, le amministrazioni pubbliche destinano ad un fondo per la progettazione e l’innovazione risorse finanziarie in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un’opera o di un lavoro; la percentuale effettiva è stabilita da un regolamento adottato dall’amministrazione, in rapporto all’entità e alla complessità dell’opera da realizzare. 
(comma introdotto dall’art. 13-bis della legge n. 114 del 2014)[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

7-ter. L’80 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l’innovazione è ripartito, per ciascuna opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale e adottati nel regolamento di cui al comma 7-bis, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell’amministrazione. Il regolamento definisce i criteri di riparto delle risorse del fondo, tenendo conto delle responsabilità connesse alle specifiche prestazioni da svolgere, con particolare riferimento a quelle effettivamente assunte e non rientranti nella qualifica funzionale ricoperta, della complessità delle opere, escludendo le attività manutentive, e dell’effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell’opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo. Il regolamento stabilisce altresì i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo, redatto nel rispetto dell’articolo 16 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, depurato del ribasso d’asta offerto. Ai fini dell’applicazione del terzo periodo del presente comma, non sono computati nel termine di esecuzione dei lavori i tempi conseguenti a sospensioni per accadimenti elencati all’articolo 132, comma 1, lettere a), b), c) e d). La corresponsione dell’incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti. Gli incentivi complessivamente corrisposti nel corso dell’anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non possono superare l’importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo. Le quote parti dell’incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all’organico dell’amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale. 
(comma introdotto dall’art. 13-bis della legge n. 114 del 2014)

7-quater. Il restante 20 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l’innovazione è destinato all’acquisto da parte dell’ente di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali a progetti di innovazione, di implementazione delle banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa per centri di costo nonché all’ammodernamento e all’accrescimento dell’efficienza dell’ente e dei servizi ai cittadini. 
(comma introdotto dall’art. 13-bis della legge n. 114 del 2014)

7-quinquies. Gli organismi di diritto pubblico e i soggetti di cui all’articolo 32, comma 1, lettere b) e c), possono adottare con proprio provvedimento criteri analoghi a quelli di cui ai commi 7-bis, 7-ter e 7-quater del presente articolo.
(comma introdotto dall’art. 13-bis della legge n. 114 del 2014)

  1. I progetti sono redatti in modo da assicurare il coordinamento dell’esecuzione dei lavori, tenendo conto del contesto in cui si inseriscono, con particolare attenzione, nel caso di interventi urbani, ai problemi della accessibilità e della manutenzione degli impianti e dei servizi a rete.
  2. L’accesso per l’espletamento delle indagini e delle ricerche necessarie all’attività di progettazione è autorizzato ai sensi dell’articolo 15 del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327.

Ai sensi dell’art. 93, «[…] 3. Il progetto preliminare definisce le caratteristiche qualitative e funzionali dei lavori, il quadro delle esigenze da soddisfare e delle specifiche prestazioni da fornire e consiste in una relazione illustrativa delle ragioni della scelta della soluzione prospettata in base alla valutazione delle eventuali soluzioni possibili, anche con riferimento ai profili ambientali e all’utilizzo dei materiali provenienti dalle attività di riuso e riciclaggio, della sua fattibilità amministrativa e tecnica, accertata attraverso le indispensabili indagini di prima approssimazione, dei costi, da determinare in relazione ai benefici previsti, nonché in schemi grafici per l’individuazione delle caratteristiche dimensionali, volumetriche, tipologiche, funzionali e tecnologiche dei lavori da realizzare; il progetto preliminare dovrà inoltre consentire l’avvio della procedura espropriativa. 4.

Il progetto definitivo individua compiutamente i lavori da realizzare, nel rispetto delle esigenze, dei criteri, dei vincoli, degli indirizzi e delle indicazioni stabiliti nel progetto preliminare e contiene tutti gli elementi necessari ai fini del rilascio delle prescritte autorizzazioni e approvazioni. . Il progetto definitivo individua compiutamente i lavori da realizzare, nel rispetto delle esigenze, dei criteri, dei vincoli, degli indirizzi e delle indicazioni stabiliti nel progetto preliminare e contiene tutti gli elementi necessari ai fini del rilascio delle prescritte autorizzazioni e approvazioni. Esso consiste in una relazione descrittiva dei criteri utilizzati per le scelte progettuali, nonché delle caratteristiche dei materiali prescelti e dell’inserimento delle opere sul territorio; nello studio di impatto ambientale ove previsto; in disegni generali nelle opportune scale descrittivi delle principali caratteristiche delle opere, e delle soluzioni architettoniche, delle superfici e dei volumi da realizzare, compresi quelli per l’individuazione del tipo di fondazione; negli studi e indagini preliminari occorrenti con riguardo alla natura e alle caratteristiche dell’opera; nei calcoli preliminari delle strutture e degli impianti; in un disciplinare descrittivo degli elementi prestazionali, tecnici ed economici previsti in progetto nonché in un computo metrico estimativo. Gli studi e le indagini occorrenti, quali quelli di tipo geognostico, idrologico, sismico, agronomico, biologico, chimico, i rilievi e i sondaggi, sono condotti fino ad un livello tale da consentire i calcoli preliminari delle strutture e degli impianti e lo sviluppo del computo metrico estimativo.

  1. Il progetto esecutivo, redatto in conformità al progetto definitivo, determina in ogni dettaglio i lavori da realizzare e il relativo costo previsto e deve essere sviluppato ad un livello di definizione tale da consentire che ogni elemento sia identificabile in forma, tipologia, qualità, dimensione e prezzo. In particolare il progetto è costituito dall’insieme delle relazioni, dei calcoli esecutivi delle strutture e degli impianti e degli elaborati grafici nelle scale adeguate, compresi gli eventuali particolari costruttivi, dal capitolato speciale di appalto, prestazionale o descrittivo, dal computo metrico estimativo e dall’elenco dei prezzi unitari. Esso è redatto sulla base degli studi e delle indagini compiuti nelle fasi precedenti e degli eventuali ulteriori studi e indagini, di dettaglio o di verifica delle ipotesi progettuali, che risultino necessari e sulla base di rilievi planoaltimetrici, di misurazioni e picchettazioni, di rilievi della rete dei servizi del sottosuolo.

Esso consiste in una relazione descrittiva dei criteri utilizzati per le scelte progettuali, nonché delle caratteristiche dei materiali prescelti e dell’inserimento delle opere sul territorio; nello studio di impatto ambientale ove previsto; in disegni generali nelle opportune scale descrittivi delle principali caratteristiche delle opere, e delle soluzioni architettoniche, delle superfici e dei volumi da realizzare, compresi quelli per l’individuazione del tipo di fondazione; negli studi e indagini preliminari occorrenti con riguardo alla natura e alle caratteristiche dell’opera; nei calcoli preliminari delle strutture e degli impianti; in un disciplinare descrittivo degli elementi prestazionali, tecnici ed economici previsti in progetto nonché in un computo metrico estimativo […]. 5.

CORTE DI CASSAZIONE Sentenza n. 13533 del 30 ottobre 2001

(Sezioni Unite Civili – Presidente A. Vela – Relatore R. Preden)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 16.5.1991, L. G. conveniva davanti al Tribunale di Roma il Centro Culturale (omissis) in persona del legale rappresentante D. R., e quest’ultimo in proprio, per sentirli condannare all’adempimento dell’obbligazione, assunta con scrittura del 26.1.1989, avente ad oggetto l’insonorizzazione della parete divisoria tra l’albergo gestito dall’attore e la sede dell’associazione entro il 15.8.1989, con previsione di una penale di L. 100.000 per ogni giorno di ritardo.

I convenuti resistevano, deducendo che l’associazione aveva cessato l’attività.
L’attore, modificando la domanda, chiedeva la condanna della convenuta al pagamento della penale.
Il tribunale, con sentenza dell’1.10.1993, condannava il Centro Culturale ed il Rolla al pagamento della somma di L. 14.800.000 ed al rimborso delle spese.
Avverso la sentenza proponevano appello i soccombenti, chiedendone la riforma.
La Corte d’appello di Roma, con sentenza del 3.4.1996, accoglieva l’appello; rigettava la domanda; condannava il G. al pagamento delle spese del doppio grado.
Considerava:
– che correttamente il tribunale aveva qualificato come “penale” la clausola, inserita nella scrittura del 26.1.1989, recante la predeterminazione del danno conseguente all’inadempimento dell’obbligazione di insonorizzare i locali nella misura di f. 100.000 giornaliere;
– che, peraltro, il tribunale aveva errato nel fare applicazione dei principi che regolano l’onere della prova, atteso che la clausola penale ha soltanto la funzione di predeterminare l’entità del danno, in caso di inadempimento, ma non sottrae il soggetto che la invoca all’onere di fornire la prova dell’inadempimento; – che erroneamente, quindi, il tribunale aveva fondato l’accoglimento della domanda di risarcimento sulla mancata prova dell’adempimento entro il termine pattuito da parte dei convenuti, poiché, a fronte della contestazione della controparte, gravava sull’attore l’onere di dimostrare sia il mancato adempimento entro il termine pattuito, sia il periodo di protrazione del medesimo;
– che, in mancanza dell’assolvimento del detto onere probatorio, la domanda doveva essere rigettata. – Avverso la sentenza il G. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi. – Non hanno svolto difese gli intimati.
Il ricorso è stato assegnato alla terza sezione civile, che, con ordinanza del 29.4.1998, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni unite. Ha considerato la terza sezione:

– –

che oggetto del giudizio è la richiesta di pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno conseguente ad inadempimento contrattuale;

che il ricorso ripropone la questione se sia il creditore agente, che lamenta la violazione del suo diritto, ad essere gravato dell’onere di dimostrare il mancato o inesatto adempimento dell’obbligazione, quale fondamento dell’azione di esatto adempimento, di risoluzione o di risarcimento del danno, ovvero se incomba al debitore resistente, che eccepisca l’estinzione dell’obbligazione per adempimento, la prova dell’avvenuto compimento dell’attività solutoria;

che sulla questione esiste contrasto nella giurisprudenza della Corte di cassazione, tra due indirizzi: uno, maggioritario, che diversifica il regime probatorio secondo che il creditore agisca per l’adempimento, nel qual caso si ritiene sufficiente che l’attore fornisca la prova del titolo che costituisce la fonte del diritto vantato, ovvero per la risoluzione, nel qual caso si ritiene che il creditore debba provare, oltre al titolo, anche l’inadempimento, integrante anch’esso fatto costitutivo della pretesa; ed un altro orientamento, minoritario, che tende ad unificare il regime probatorio gravante sul creditore, senza distinguere tra le ipotesi in cui agisca per l’adempimento, per la risoluzione o per il risarcimento del danno, ritenendo in ogni caso sufficiente la prova del titolo che costituisce la fonte dell’obbligazione che si assume inadempiuta, spettando al debitore provare il fatto estintivo dell’avvenuto adempimento.

Il ricorso è stato assegnato alle Sezioni unite per la composizione del contrasto.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il denunciato contrasto riguarda la posizione del creditore e del debitore, in tema di onere della prova, a norma dell’art. 2697 c.c., relativamente ai rimedi offerti al creditore dall’art. 1453 c.c., nel caso di inadempimento del debitore nei contratti a prestazioni corrispettive. E’ opportuno richiamare il dato normativo di riferimento. Recita l’art. 1218 c.c.: “Il debitore che non esegue esattamente la

1.

prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della. prestazione derivante da causa a lui non imputabile.” Dispone l’art. 1453 c.c.: “Nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l’altro può a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno.” – “La risoluzione può essere domandata anche quando il giudizio è stato promosso per ottenere l’adempimento, ma non può più chiedersi l’adempimento quando è stata domandata la risoluzione.” “Dalla data della domanda di risoluzione l’inadempiente non può più adempiere la propria obbligazione.”

A sua volta, la disciplina generale dell’onere della prova è dettata dall’art. 2697 c.c., secondo il quale: “Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.” “Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda.”

Il contrasto si pone nei seguenti termini.
1.1. Un primo orientamento, maggioritario, sostiene che il regime probatorio è diverso secondo che il creditore richieda l’adempimento ovvero la risoluzione.

Si afferma che, in materia di obbligazioni contrattuali, l’onere della prova dell’inadempimento incombe al creditore, che è tenuto a dimostrarlo, oltre al contenuto della prestazione stessa, mentre il debitore, solo dopo tale prova, è tenuto a giustificare l’inadempimento che il creditore gli attribuisce. Infatti, ai fini della ripartizione di detto onere, si deve avere riguardo all’oggetto specifico della domanda, talché, a differenza del caso in cui si chieda l’esecuzione del contratto e l’adempimento delle relative obbligazioni, ove è sufficiente che l’attore provi il titolo che costituisce la fonte del diritto vantato, e cioè l’esistenza del contratto, e, quindi, dell’obbligo che si assume inadempiuto, nell’ipotesi in cui si domandi invece la risoluzione del contratto per l’inadempimento dell’obbligazione, l’attore è tenuto a provare anche il fatto che legittima la risoluzione, ossia l’inadempimento e le circostanze inerenti, in funzione delle quali esso assume giuridica rilevanza, spettando al convenuto l’onere probatorio di essere immune da colpa, solo quando l’attore abbia provato il fatto costitutivo dell’inadempimento (sent. n.2024/68; n. 1234/70; n. 2151/75; n. 5166/81; n. 3838/82; n. 8336/90; n. 11115/90; n. 13757/92; n. 1119/93; n. 10014/94; n. 4285/94; n. 7863/95; n. 8435/96; n. 124/97).

1.1.1. La tesi trova sostegno nei seguenti argomenti.
Viene valorizzata la distinzione tra i rimedi congiuntamente previsti dall’art. 1453 c.c., rilevando che si tratta di azioni con le quali vengono proposte domande con diverso oggetto (adempimento, risoluzione, risarcimento del danno).
Si osserva che nella azione di adempimento il fatto costituivo è il titolo, costituente la fonte negoziale o legale del diritto di credito, sicché la prova che il creditore deve fornire, ai sensi dell’art. 2697, comma 1, deve avere ad oggetto soltanto tale elemento. Al contrario, nella azione di risoluzione, la domanda si fonda su due elementi: il titolo, fonte convenzionale o legale dell’obbligazione, e l’inadempimento dell’obbligo, sicché la prova richiesta al creditore deve riguardarli entrambi, trattandosi di fatti costituitivi del diritto fatto valere, ai sensi dell’art. 2697, comma 1.
Si ritiene irrilevante che l’inadempimento, elevato ad oggetto dell’onere probatorio, sia un fatto negativo, opponendosi che, per costante giurisprudenza, anche i fatti negativi possono essere provati fornendo prova dei fatti positivi contrari (in tal senso: sent. n. 3644/82; n. 13872/91; n. 12746/92; n. 5744/93).

1.1.2. L’orientamento maggioritario trova riscontro anche in una parte della dottrina, nella quale si rinvengono analoghe argomentazioni.

1.2. Il contrapposto indirizzo, minoritario, tende invece a ricondurre ad unità il regime probatorio da applicare in riferimento a tutte le azioni previste dall’art. 1453 c.c., e cioè all’azione di adempimento, di risoluzione e di risarcimento del danno da inadempimento richiesto in via autonoma (facoltà pacificamente ammessa dalla giurisprudenza di questa S.C.: sent. n. 3911/68; n. 3678/71; n. 1530/88).

Si è affermato che l’azione di risoluzione per inadempimento prevista dall’art. 1453 c.c. e quelle di adempimento e di risarcimento dei anch’esse da detta norma hanno in comune il il vincolo contrattuale di cui si deduce la ad opera dell’altro contraente, sicché alla le propone non può addossarsi altro onere, dell’art. 2697 c.c., che di provare l’esistenza titolo e, quindi, l’insorgenza di obbligazioni connesse, incombendo alla controparte, invece, della prova di avere adempiuto (sent. n. 10446/94).

Altre decisioni hanno ribadito che il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c:c. in materia di responsabilità contrattuale è identico, sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione, sia che domandi il risarcimento per l’inadempimento contrattuale; in entrambi i casi il creditore dovrà provare i fatti costitutivi della pretesa, cioè l’esistenza della

fonte negoziale o legale del credito e, se previsto, il termine di scadenza, e non anche l’inadempimento, mentre il debitore dovrà eccepire e dimostrare il fatto estintivo dell’adempimento (sent. n. 973/96; n. 3232/98; n. 11629/99).

1.2.1. La tesi trova sostegno nei seguenti argomenti.
Dall’art. 2697 c.c., che richiede all’attore la prova del diritto fatto valere ed al convenuto la prova della modificazione o dell’estinzione del diritto stesso, si desume il principio della presunzione di persistenza il principio – pacificamente applicabile all’ipotesi della domanda di adempimento, in relazione alla quale il creditore deve provare l’esistenza della fonte negoziale o legale del credito e, se previsto, del termine di scadenza, in quanto si tratta di fatti costitutivi del diritto di credito, ma non l’inadempimento, giacché è il debitore a dover provare l’adempimento, fatto estintivo dell’obbligazione -, deve trovare applicazione anche alle ipotesi in , cui il creditore agisca per la risoluzione o per il risarcimento del danno da inadempimento richiesto in via 973/96; n. 3232/98 ; n. 11629/99).

Siffatta estensione trova giustificazione nella considerazione che, dovendo le norme essere interpretate secondo un criterio di ragionevolezza, appare irrazionale che di fronte ad una identica situazione probatoria della ragione del credito, e cioè dell’esistenza dell’obbligazione contrattuale e del diritto ad ottenerne l’adempimento, vi sia una diversa disciplina dell’onere probatorio, solo perché il creditore sceglie di chiedere (la risoluzione o) il risarcimento in denaro del danno determinato dall’inadempimento in luogo dell’adempimento, se ancora possibile, o del risarcimento in forma specifica (sent. n. 973/96).

L’esenzione del creditore dall’onere di provare il fatto negativo dell’inadempimento in tutte le ipotesi di cui all’art. 1453 c.c. ( e non soltanto nel caso di domanda di adempimento), con correlativo spostamento sul debitore convenuto dell’onere di fornire la prova del fatto positivo dell’avvenuto adempimento, è conforme al principio di riferibilità o di vicinanza della prova. In virtù di tale principio, che muove dalla considerazione che il creditore incontrerebbe difficoltà, spesso insuperabili, se dovesse dimostrare di non aver ricevuto la prestazione, l’onere della prova viene infatti ripartito tenuto conto, in concreto, della possibilità per l’uno o per l’altro soggetto di provare fatti e circostanze che ricadono nelle rispettive sfere di azione. Ed appare coerente alla regola dettata dall’art. 2697 c.c., che distingue tra fatti costitutivi e fatti estintivi, ritenere che la prova dell’adempimento, fatto estintivo del diritto azionato dal creditore, spetti al debitore convenuto, che dovrà quindi dare la prova diretta e positiva dell’adempimento, trattandosi di fatto riferibile alla sua sfera di azione (sent. n. 973/96; n. 3232/98; n. 11629/99).

1.2.2. L’orientamento minoritario riceve l’approvazione di larga parte della dottrina, che svolge analoghe argomentazioni.

2.
2.1. Per quanto concerne la disciplina dell’onere della prova, va ricordato che l’art. 1312 del codice civile del 1865 disponeva che: “Chi domanda l’esecuzione di un’obbligazione deve provarla e chi pretende essere liberato deve dal canto suo provare il pagamento o il fatto che ha prodotto l’estinzione dell’obbligazione.” Veniva quindi regolata specificamente la sola ipotesi dell’onere probatorio in relazione alla domanda di adempimento.
L’art. 2697 del codice civile vigente ha invece dettato una disciplina generale in tema di riparto dell’onere della prova, senza riferimento a specifici tipi di domande.
La formulazione generale del principio è quindi di ostacolo alla formulazione di temi fissi di prova. Ed I occorre considerare che, al fine in esame, assume certamente rilevanza il ruolo assunto dalla parte nel processo.
Tuttavia, con riferimento ai tre rimedi congiuntamente previsti dall’art. 1453 c.c. appare opportuno individuare un criterio di massima caratterizzato, nel maggior grado possibile, da omogeneità. L’eccesso di distinzioni di tipo concettuale e formale è sicuramente fonte di difficoltà per gli operatori pratici del diritto, le cui esigenze di certezza meritano di essere tenute nella dovuta considerazione.

2.2. Ritengono queste Sezioni unite di prestare adesione all’indirizzo minoritario, del quale condividono le principali argomentazioni.

2.2.1. Il principio della presunzione di persistenza del diritto, desumibile dall’art. 2697, in virtù del quale, una volta provata dal creditore l’esistenza di un diritto destinato ad essere soddisfatto entro un certo termine grava sul debitore l’onere di dimostrare l’esistenza del fatto estintivo, costituito dall’adempimento, deve ritenersi operante non solo nel caso in cui il creditore agisca per l’adempimento; nel quale caso deve soltanto provare il titolo contrattuale o legale del suo diritto, ma anche nel caso in cui, sul comune presupposto dell’inadempimento della controparte, agisca per la risoluzione o per il risarcimento del danno.

2.2.2. La ravvisata omogeneità del regime dell’onere della prova per le tre azioni previste dall’art. 1453 c.c.

Il contrasto va composto aderendo all’indirizzo minoritario.

consegue infatti ad una interpretazione delle norme che vengono in gioco nella specie (Part. 1453 in relazione agli artt. 1218 e 2697 c.c.) secondo un criterio di ragionevolezza.

La domanda di adempimento, la domanda di risoluzione per inadempimento e la domanda autonoma di risarcimento del danno da inadempimento si collegano tutte al medesimo presupposto, costituito dall’inadempimento. Servono tutte a far statuire che il debitore non ha adempiuto: le ulteriori pronunce sono consequenziali a questa, che rimane eguale a se stessa quali che siano i corollari che ne trae l’attore.

Le azioni di adempimento e di risoluzione sono poste dall’art. 1453 sullo stesso piano, tanto è vero che il creditore ha facoltà di scelta tra l’una o l’altra azione. Non è ragionevole attribuire diversa rilevanza al fatto dell’inadempimento a seconda del tipo di azione che viene in concreto esercitata. Se la parte che agisce per l’adempimento può limitarsi (come è incontroverso) ad allegare (senza onere dì provarlo) che adempimento non vi è stato, eguale onere limitato alla allegazione va riconosciuto sussistente nel caso in cui invece dell’adempimento la parte richieda, postulando pur sempre che adempimento non vi è stato, la risoluzione o il risarcimento del danno.

D’altra parte, va anche rilevato che l’art. 1453, comma 2, che consente di sostituire in giudizio alla domanda di adempimento la domanda di risoluzione (art. 1453, comma 2) ha riconnesso l’uno e l’altro diritto ad un’unica fattispecie, e non ha condizionato il mutamento della domanda all’accollo di un nuovo onere probatorio.

2.2.3. L’identità del regime probatorio, per i tre rimedi previsti dall’art. 1453, merita di essere affermata anche per palesi esigenze di ordine pratico.

La difficoltà per il creditore di fornire la prova di non aver ricevuto la prestazione, e cioè di fornire la prova di un fatto negativo (salvo che si tratti di inadempimento di obbligazioni negative), è superata dai sostenitori dell’orientamento maggioritario con l’affermazione che nel vigente ordinamento non vige la regola secondo la quale “negativa non sunt probanda”, ma opera il principio secondo cui la prova dei fatti negativi può essere data mediante la prova dei fatti positivi contrari.

Si tratta tuttavia di una tecnica probatoria non agevolmente praticabile: il creditore che deduce di non essere stato pagato avrà serie difficoltà ad individuare, come oggetto di prova, fatti positivi contrari idonei a dimostrare tale fatto negativo; al contrario, la prova dell’adempimento, ove sia avvenuto, sarà estremamente agevole per il debitore, che di regola sarà in possesso di una quietanza (al rilascio della quale ha diritto: art. 1199 c.c.) o di altro documento relativo al mezzo di pagamento utilizzato.

Si rivela quindi conforme all’esigenza di non rendere eccessivamente difficile l’esercizio del diritto del creditore a reagire all’inadempimento, senza peraltro penalizzare il diritto di difesa del debitore adempiente, fare applicazione del principio di riferibilità o di.,vicinanza della prova, ponendo in ogni caso l’onere della prova a carico del soggetto nella cui sfera si è prodotto l’inadempimento, e che è quindi in possesso degli elementi utili per paralizzare la pretesa del creditore, sia questa diretta all’adempimento, alla risoluzione o al risarcimento del danno, fornendo la prova del fatto estintivo del diritto azionato, costituito dall’adempimento.

2.2.4. In conclusione, deve affermarsi che il creditore, sia che agisca per l’adempimento, per la risoluzione o per il risarcimento del danno, deve dare la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto e, se previsto, del termine di scadenza, mentre può limitarsi ad allegare l’inadempimento della controparte: sarà il debitore convenuto a dover fornire la prova del fatto estintivo del diritto, costituito dall’avvenuto adempimento.

3. Eguale criterio di riparto dell’onere della prova deve ritenersi applicabile nel caso in cui il debitore, convenuto per l’adempimento, la risoluzione o il risarcimento del danno da inadempimento, si avvalga dell’eccezione di inadempimento di cui all’art. 1460 c.c. per paralizzare la pretesa dell’attore.

In tale eventualità i ruoli saranno invertiti.

Chi formula l’eccezione può limitarsi ad allegare l’altrui inadempimento: sarà la controparte a dover neutralizzare l’eccezione, dimostrando il proprio adempimento o la non ancora intervenuta scadenza dell’obbligazione a suo carico (in tal senso: sent. n. 3099/87; n. 13445/92; n. 3232/98).

4. Anche secondo i fautori della tesi che esenta il creditore dall’onere di provare l’inadempimento, qualora richieda la risoluzione o il risarcimento del danno in via autonoma, e pongono a carico del debitore, in entrambi i casi, l’onere di provare l’adempimento come fatto estintivo del diritto azionato (alla stessa stregua di quanto avviene nel caso di proposizione della domanda di adempimento), la regola non vale qualora sia

dedotto, a fondamento della domanda di risoluzione o di risarcimento del danno, un inesatto adempimento: in~tale ipotesi affermano che il creditore non può limitarsi ad allegare l’inesatto adempimento, ma ne deve fornire la prova (in tal senso, tra le decisioni che accolgono l’orientamento minoritario, v. sent. n. 11629/99).

In dottrina si rileva che, in tale eventualità, il creditore ammette l’avvenuto adempimento, ma lamenta vizi, difetti o difformità della prestazione eseguita rispetto a quella dovuta, dei quali deve dare la prova.

4.1. La tesi non merita adesione.

Le richiamate esigenze di omogeneità del regime probatorio inducono ad estendere anche all’ipotesi dell’inesatto adempimento il principio della sufficienza dell’allegazione dell’inesattezza dell’adempimento (per violazione di doveri accessori, come quello di informazione, ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative dei beni), gravando anche in tale eventualità sul debitore l’onere di dimostrare l’avvenuto esatto adempimento.

Appare artificiosa la ricostruzione della vicenda secondo la quale il creditore che lamenta un inadempimento inesatto manifesterebbe, per implicito, la volontà di ammettere l’avvenuto adempimento. In realtà, il creditore esprime una ben precisa ed unica doglianza, incentrata sulla non conformità del comportamento del debitore al programma negoziale, ed in ragione di questa richiede tutela, domandando l’adempimento, la risoluzione o il risarcimento.

D’altra parte, la diversa consistenza dell’inadempimento totale e dell’inadempimento inesatto non può giustificare il diverso regime probatorio. In entrambi i casi il creditore deduce che l’altro contraente non è stato fedele al contratto. Non è ragionevole ritenere sufficiente l’allegazione per l’inadempimento totale (massima espressione di infedeltà al contratto) e pretendere dal creditore la prova del fatto negativo dell’inesattezza, se è dedotto soltanto un inadempimento inesatto o parziale (più ridotta manifestazione di infedeltà al contratto). In entrambi i casi la pretesa del creditore si fonda sulla allegazione di un inadempimento alla quale il debitore dovrà contrapporre la prova del fatto estintivo costituito dall’esatto adempimento.

5. Una eccezione all’affermato principio va invece ravvisata nel caso di inadempimento di obbligazioni negative.

Ove sia dedotta la violazione di una obbligazione di non fare, la prova dell’inadempimento è sempre a carico del creditore, anche nel caso in cui agisca per l’adempimento.

5.1. Il diverso regime è giustificato dalle seguenti considerazioni.

Ai sensi dell’art. 1222 c.c., ogni fatto compiuto in violazione di obbligazioni di non fare costituisce di per sé inadempimento. L’inadempimento di siffatte obbligazioni integra un fatto positivo e non già un fatto negativo come avviene per le obbligazioni di dare o di fare.
Comune presupposto dei rimedi previsti dall’art. 1453 c.c. è quindi un inadempimento costituito da un fatto positivo (l’esecuzione di una costruzione, lo svolgimento di una attività).

Non opera quindi, qualora il creditore agisca per l’adempimento, richiedendo l’eliminazione delle modificazioni della realtà materiale poste in essere in violazione dell’obbligo di non fare, ovvero la risoluzione o il risarcimento, nel caso di violazioni con effetti irreversibili, il principio della persistenza del diritto insoddisfatto, perché nel caso di obbligazioni negative il diritto nasce soddisfatto e ciò che viene in considerazione è la sua successiva violazione, né sussistono le esigenze pratiche determinate dalla difficoltà di fornire la prova di fatti negativi sulle quali si fonda il principio di riferibilità della prova, dal momento che l’inadempimento dell’obbligazione negativa ha natura di fatto positivo.

6. Tanto premesso, può ora procedersi all’esame del ricorso.

6.1. Con i tre motivi, tra loro intimamente connessi, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1321, 1382, 2697 c.c. in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., e difetto di motivazione, il ricorrente addebita alla corte d’appello di aver erroneamente posto a carico del creditore, che agiva per ottenere il risarcimento del danno da inadempimento contrattuale (danno di consistenza preventivamente determinata mediante clausola penale), l’onere di fornire la prova dell’inadempimento; sostiene, invocando l’orientamento minoritario, che era onere del debitore dimostrare di avere adempiuto.

6.2. Il ricorso è fondato.
La sentenza impugnata è in contraddizione con il principio accolto da queste Sezioni unite in sede di composizione del contrasto e va pertanto cassata.
La causa va rinviata ad altra sezione della Corte d’appello di Roma, che si atterrà al suenunciato principio.

7. Sussistono giusti motivi, da ravvisare nella sussistenza del contrasto di giurisprudenza ora composto, per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte accoglie il ricorso; cassa e rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Roma; compensa le spese del giudizio di cassazione.

DIRITTO-IMMOBILIARE

AGENTI COMMERCIO PROVVIGIONI , un’opera di reclutamento, formazione e coordinamento dell’attività di altri agenti ???

AGENTI COMMERCIO PROVVIGIONI , un’opera di

reclutamento, formazione e coordinamento dell’attività di altri agenti ???

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 agosto 2018, n. 20453

Requisito del carattere prevalentemente personale dell’attività dell’agente – Ipotesi in cui l’agente eserciti un’opera di reclutamento, formazione e coordinamento dell’attività di altri agenti

La Corte bolognese, comunque, ha correttamente rilevato, in punto di diritto, richiamando la giurisprudenza, che l’attività di promozione rilevante ai fini del contratto di agenzia non può equipararsi a mera propaganda, da cui possa derivare solo indirettamente un incremento delle vendite, ma consistere nell’attività di convincimento del potenziale cliente ad effettuare ordinazioni di prodotti del preponente, poiché è proprio con riguardo queste risultato che viene riconosciuto il compenso, consistente nella provvigione sui contratti conclusi pel tramite dell’agente ed andati a buon fine, ciò del resto in aderenza al dettato normativo ex art. 1742 c.c. (Col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti in una zona determinata). Ne deriva che tale tipica configurazione non si attaglia al caso di specie, laddove l’incarico (principale) conferito alla M. consisteva nella creazione di una rete commerciale mediante il reclutamento e la formazione di agenti, i quali di conseguenza avrebbero operato per conto della preponente G., mentre la ricorrente avrebbe avuto in effetti l’ulteriore compito (accessorio), di propaganda e di supporto nei confronti degli agenti. Ed invero il corrispettivo pattuito, in base al contratto di prestazione servizi stipulato il 2 novembre 2000 con la società controricorrente, prevedeva esclusivamente per ACM la remunerazione per la creazione della rete commerciale di agenti e la sua gestione, il controllo e la motivazione, secondo le percentuali di cui alla scala allegata, inerente all’importo delle vendite annuali, sicché le commissioni erano commisurate al volume delle vendite annuali, concluse e perfezionate grazie al lavoro svolto dalla rete di agenti captati da ACM per G., ivi compreso l’importo corrispondente ad ogni nuovo contratto di agenzia firmato da G. e concluso grazie ad ACM. Dunque, il corrispettivo è stato concordato in misura onnicomprensiva, anche per la gestione della rete commerciale, ma senza nessuno specifico e diretto riferimento ai singoli affari conclusi dagli agenti, bensì in relazione all’importo globale delle vendite annuali (per cui in ordine agli scaglioni ivi considerati erano indicate altrettante distinte percentuali di commissioni).

Orbene, questa Corte già con sentenza n. 6482 del 01/04/2004 ha avuto modo di affermare che nel contratto di agenzia la prestazione dell’agente consiste in atti di contenuto vario e non predeterminato che tendono tutti alla promozione della conclusione di contratti in una zona determinata per conto del preponente, quali il compito di propaganda, la predisposizione dei contratti, la ricezione e la trasmissione delle proposte al preponente per l’accettazione; l’attività tipica dell’agente di commercio non richiede, quindi, necessariamente la ricerca del cliente ed è sempre riconducibile alla prestazione dedotta nel contratto di agenzia anche quando il cliente, da cui proviene la proposta di contratto trasmessa dall’agente, non sia stato direttamente ricercato da quest’ultimo ma risulti acquisito su indicazioni del preponente o in qualsiasi altro modo, purché tuttavia sussista nesso di causalità tra l’opera promozionale svolta dall’agente nei confronti del cliente e la conclusione dell’affare cui si riferisce la richiesta di provvigione; condizione questa però evidentemente mancante nel caso di specie qui in esame.

Inoltre (v. Cass. lav. n. 6291 del 22/06/1990), l’attività di promozione della conclusione di contratti per conto del preponente, che costituisce l’obbligazione tipica dell’agente, non può consistere in una mera attività di propaganda, da cui possa solo indirettamente derivare un incremento delle vendite, ma deve consistere nell’attività di convincimento del potenziale cliente ad effettuare delle ordinazioni dei prodotti del preponente, atteso che è proprio con riguardo a questo risultato che viene attribuito all’agente il compenso, consistente nella provvigione sui contratti conclusi per suo tramite e andati a buon fine, e che è configurabile l’obbligo – a carico dell’agente medesimo – allo star del credere (di conseguenza, con riferimento al caso nella specie esaminato, quando l’ausiliare di un’impresa farmaceutica si limita a propagandare il prodotto pressi i medici, e quindi a promuovere solo indirettamente – giacché i farmaci non sono acquistati dagli stessi medici- gli affari del preponente, tale ausiliare, comunque venga definito dalle parti, non è un agente, ma un propagandista scientifico, la cui attività può formare oggetto di lavoro subordinato od autonomo, a seconda che siano riscontrabili o meno i caratteri della subordinazione. In senso analogo Cass. lav. n. 6355 del 22/06/1999, secondo cui l’ausiliare di un’impresa farmaceutica si limita a propagandare il prodotto presso i medici, e quindi a promuovere solo indirettamente gli affari del preponente, sicché tale ausiliare non è un agente ma un propagandista scientifico, la cui attività può formare oggetto di lavoro subordinato od autonomo o talora può aggiungersi a quella di agente, Quando Questi curi anche la stipulazione dei singoli contratti. Parimenti, secondo Cass. lav. n. 18686 – 08/07/2008, che quindi escludeva il diritto alle provvigioni ove i prodotti della preponente vengano offerti a enti e soggetti pubblici, nella specie, strutture ospedaliere o aziende sanitarie pubbliche, non essendo ipotizzabile un convincimento ad ordinare il prodotto, ma mera propaganda, atteso il vincolo delle amministrative di evidenza pubblica in materia di conclusione di contratti.

Cfr. peraltro anche Cass. lav. n. 2514 del 17/04/1980 con riferimento alla figura del procacciatore di affari, si concreta nella più limitata attività di chi raccoglie le ordinazioni dei clienti, trasmettendole alla ditta dalla quale ha ricevuto l’incarico di procurare tali commissioni, ma senza vincolo di stabilita ed in via del tutto occasionale, anche se, poi, per la relativa disciplina, può farsi ricorso analogico, alla normativa concernente il contratto di agenzia. In senso conforme Cass. n. 870 del 1977 e n. 5849 del 08/10/1983).

Fatti di causa

Il giudice del lavoro di Modena rigettava la domanda proposta da M. S., volta ad ottenere la condanna della convenuta G. s.a. al pagamento dell’indennità di fine rapporto e dei danni da recesso illegittimo, sul presupposto della conclusione tra le parti di un contratto di agenzia. Tale rigetto veniva appellato dalla M., sostenendo l’erroneità della gravata pronuncia, che senza adeguata motivazione aveva escluso nella specie la configurabilità di un rapporto di agenzia desumibile, invece, dal contenuto del contratto di prestazione di servizi, dai servizi resi e dalle modalità di calcolo del compenso.

La Corte d’Appello di Bologna con sentenza n. 675 in data 11 ottobre / 13 novembre 2012 rigettava l’interposto gravame, disattendendo in via preliminare l’eccezione di nullità dell’impugnazione, osservando tra l’altro che nella specie era pacifico che l’attività principale e assolutamente prevalente espletata dall’attrice fosse la creazione, l’organizzazione e il controllo della rete commerciale, laddove i contatti con i clienti, e quindi lo specifico lavoro di promozione delle vendite, aveva carattere residuale ed anzi sporadico, all’uopo richiamando l’interrogatorio libero reso dalla stessa M.. Né d’altra parte era possibile configurare un contratto di agenzia in presenza di incarichi accessori ed in cui mancava il contenuto principale dell’attività di promozione della vendita presso i clienti. Gli incarichi accessori, come il coordinamento di altri agenti, non snaturavano il rapporto di agenzia, per la cui configurabilità non poteva comunque prescindersi dalla prestazione principale, però nel caso di specie mancante. Al riguardo venivano richiamati il principio secondo cui il requisito del carattere prevalentemente personale dell’attività dell’agente – con conseguente riconducibilità del rapporto nello schema della parasubordinazione ai sensi dell’articolo 409 numero tre c.p.c. – è configurabile anche nel caso in cui il preposto associ alla propria prestazione personale di agente una ulteriore prestazione, costituita dall’attività di coordinamento di altri agenti dello stesso preponente (ai cui scopi è funzionale tale ulteriori attività) e compensata con una percentuale sulle provvigioni dovute agli agenti coordinati (Cass. n. 687/94). Inoltre, con particolare riferimento all’ipotesi in cui l’agente eserciti un’opera di reclutamento, formazione e coordinamento dell’attività di altri agenti e questi siano legati da diretto rapporto non con il coordinatore, ma con la società preponente, si è ritenuto di poter ravvisare una prestazione di carattere personale, “configurandosi l’opera predetta come integrativa di quella principale (diretta alla conclusione degli affari nella preponente)” (Cass. 8148/92). Pertanto, risultava infondata la pretesa dell’appellante di qualificare come agenzia il rapporto in questione. Ed in considerazione del pacifico difetto dell’attività principale, qualificante il contratto di agenzia, correttamente erano già state ritenute irrilevanti le prove testimoniali dedotte.

cause separazione internazionali

Avviso la sentenza di appello M. S., quale titolare della Agenzia Commerciale Moda A.C.M., con sede in Roma al viale Regina Margherita 1, ha proposto ricorso per cassazione come da atto notificato il 9 maggio 2013, affidato a quattro motivi, cui ha resistito la società G. S.A. con sede in Erandio – Bilbao (Spagna), mediante controricorso in data 18 giugno 2013 (procura speciale autenticata da notaio spagnolo – traduzione italiana asseverata presso ufficio giudice di pace Verona il 4 giugno 2013 – con apostille ex convenzione de L’Aja 5 ottobre 1961). Le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Ragioni della decisione

Prima ancora di esaminare i motivi di ricorso, va respinta la preliminare eccezione opposta dalla controricorrente, secondo cui mancherebbe la firma della ricorrente in calce alla procura speciale come da copia del ricorso notificato alla società. Infatti, l’originale dell’atto, depositato per l’ufficio (cfr. in part. pagine da 70 a 72), datato sei maggio 2013 reca la sottoscrizione dell’avv. Corrado Spaggiari del foro di Reggio Emilia (cassazionista), seguita da Procura Speciale con domicilio eletto in Roma presso lo studio dell’avv. Maurizio de Stefano, cui ampio mandato veniva conferito disgiuntamente insieme all’avv. Marzia Fusi del foro di Modena ed al suddetto avv. C. Spaggiari, con il calce altresì la firma autografa di M. S., quale titolare dell’agenzia commerciale Moda di Musi S., autenticata quindi mediante sottoscrizioni dei suddetti avv.ti C. Spaggiari e M. Musi, il tutto seguito dalla relata di notifica in data 9 maggio 2013.

Ciò premesso, con il 1° motivo di ricorso è stato denunciato l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 n. 5 c.p.c. (contestandosi la motivazione dell’impugnata sentenza, nonché con la seconda parte B la omessa analisi /valutazione circa la creazione da parte ricorrente del mercato italiano e circa la corresponsione di provvigioni sulla merce venduta – era stata ACM ad introdurre G. nel mercato italiano, impresa del tutto assente in precedenza, prima dell’anno 1999 – vendite operate sul territorio nazionale a mezzo ACM secondo gli importi specificante indicati dal 2000 per ciascun anno sino alla primavera / estate del 2006. Inoltre, ai sensi dell’art. III comma I del contratto era previsto che ACM percepisse esclusivamente come remunerazione per la creazione della Rete Commerciale Agenti e per la sua gestione, controllo e motivazione, una percentuale in conformità con l’indicata scaletta, sul prezzo delle vendite, in condizione ex-works, perfezionata e pagata da G., che fossero state concluse grazie al lavoro svolto per la rete di Agenti captati da ACM per G.; percentuale nella quale era incluso l’importo corrispondente ad ogni nuovo contratto di agenzia firmato da G. e concluso grazie la lavoro svolto da ACM. Per di più la stessa G. non aveva mai smentito o contestato tali circostanze e all’udienza del 20 giugno 2007 aveva anche versato la somma di € 34.586,21 a titolo di provvigioni – fatti omessi dalla Corte territoriale. Dunque, era stato omesso l’esame della circostanza per cui era stata ACM ad introdurre nel mercato italiano la ditta mandante, nonché del fatto che la M. veniva retribuita con provvigioni sulla merce venduta, sicché con motivazione viziata era stata esclusa l’esistenza del contratto di agenzia C omessa analisi / valutazione del testo inerente al “contratto di prestazione di servizi”, laddove l’omessa analisi del suo contenuto aveva quindi indotto la Corte d’Appello ad una erronea valutazione del rapporto negoziale in questione).

ASSEGNO DIVORZILE BOLOGNA
ASSEGNO DIVORZILE BOLOGNA

Con 2° motivo la ricorrente ha denunciato la Insufficiente, contraddittoria ed illogica motivazione – art. 360 n. 4 – in relazione all’art. 132 c.p.c.. Tra l’altro, la ricorrente aveva avuto modo di precisare personalmente nel corso del primo grado di giudizio, senza essere smentita, che lavoro svolto a favore della G. per sei anni consecutivi aveva impegnato circa il 70% della sua intera attività; che detta attività veniva svolta dalla propria agenzia in piena autonomia e che il rischio di tali attività gravava tutto sull’agente.

Se, quindi, la Corte di merito avesse considerato e valorizzato i fatti di causa sarebbe certamente giunta alla conclusione che la ricorrente svolgeva prevalentemente, stabilmente ed in piena autonomia organizzativa, nonché con rischio reddituale a proprio carico, attività di promozione delle vendite, sicché era da considerarsi a tutti gli effetti una agente ai sensi dell’articolo 1742 del codice civile.

Con il 3° la ricorrente ha lamentato violazione o falsa applicazione dell’articolo 1742 c.c., in relazione all’articolo 360 n. 3 c.p.c., censurando l’argomentazione svolta dalla Corte territoriale, secondo cui l’operato di essa M. non era riconducibile a quanto previsto dall’articolo 1742, pur avendo la stessa creato, organizzato e controllato la rete commerciale di G., perché non vi era stata un’attività di convincimento del potenziale cliente, all’attività di promozione, dietro corrispettivo, in ordine alla conclusione di contratti in una certa zona, contratti quindi anche diversi dalla compravendita, sicché la promozione può aver luogo in qualunque forma ed anche in modo indiretto. L’attività tipica dell’agente non richiede quindi, necessariamente, la ricerca del cliente ed è sempre riconducibile la prestazione dedotta nel contratto, anche quando il cliente, da cui proviene la proposta di contratto trasmessa dall’agente, non sia stato direttamente ricercato da quest’ultimo, ma risulti acquisito tramite altri agenti individuati coordinati dallo stesso. Di conseguenza, secondo parte ricorrente, ai sensi del citato art. 1742 non rilevano le particolari modalità di acquisizione della clientela, a favore della preponente, potendo l’agente provvedere a contattare i potenziali clienti tanto con la loro ricerca attraverso visite personali quanto a mezzo della rete di agenti dallo stesso creata. Nel caso in esame il contratto intercorso tra le parti prevedeva all’articolo 1, relativamente all’oggetto dello stesso, la creazione, lo sviluppo e il controllo nonché il seguimento della rete commerciale di G. in Italia mediante la ricerca la selezione e la presentazione di agenti da parte di A.C.M. a G., con la finalità che dopo l’approvazione e la conformità da parte della società dei corrispondenti contratti, (tali agenti) passassero ad integrare la rete di agenti G. in Italia. A.C.M. ugualmente si impegnava a realizzare il controllo, seguimento e motivazione della rete di agenti in Italia, tutto ciò con la finalità di incrementare la presenza e la vendita di G. in detto territorio tramite la rete commerciale a tal fine creata. Inoltre, A.C.M. non avrebbe potuto esercitare l’attività e le funzioni definite nel contratto fuori dal territorio compreso in Italia. Pertanto, alla stregua di quanto previsto in contratto, secondo la ricorrente era evidente che lo stesso rientrava a pieno titolo tra quelli di agenzia, poiché l’attività promozionale della M. a favore di G. veniva esercitata attraverso altri agenti ricercati e selezionati dalla ricorrente, in base a quanto in proposito ritenuto certamente possibile da dottrina e giurisprudenza.

Con il 4° motivo di ricorso è stata, infine, dedotta la nullità del procedimento – art. 360 n. 4 c.p.c. – omesso esame della domanda di pagamento relativa a provvigioni dovute in ragione di complessivi 410.784,77 euro (da cui detrarre la somma di 34.586,21 euro versati da G. all’udienza del 20-06-2007 in primo grado, trattenuti dalla ricorrente a titolo di acconto, con conseguente differenza a credito pari a 376.198,56 euro), essendosi limitata a esaminare la domanda di condanna la pagamento dell’indennità di per cessazione del dedotto rapporto di agenzia, così restringendo il suo esame al problema della qualificazione del rapporto contrattuale. Le provvigioni rivendicate traevano origine e titolo dal contratto a suo tempo sottoscritto dalle parti e non dipendevano dalla qualificazione del rapporto negoziale, sicché tali provvigioni erano dovute da parte convenuta a prescindere dalla qualificazione giuridica del rapporto. Non vi era stata comunque alcuna contestazione circa la validità del contratto sottoscritto dalle parti.

COMUNIONE E DIVISIONE EREDITARIA RISOLVI ORA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

Tanto premesso, il ricorso va disatteso, risultando l’atto in larga parte inammissibile ed in parte altresì infondato, alla luce delle seguenti considerazioni.

L’atto difetta, in primo luogo, di adeguate e sufficienti allegazioni, in violazione in particolare di quanto invece prescritto a pena d’inammissibilità dall’art. 366, co. 1 nn. 3 e 6, c.p.c.. Mancano, in particolare, una esauriente esposizione di quanto dedotto con il ricorso introduttivo del giudizio (non bastando di certo le sole conclusioni di merito ed istruttorie ivi formulate), con la memoria difensiva della convenuta (di modo che non è nemmeno possibile desumere significative e rilevanti omesse contestazioni) e con la sentenza (di rigetto) pronunciata dal giudice di primo grado (anch’essa rilevante per poter appieno comprendere le ragioni della pronuncia di appello, che la confermava con il rigetto dell’interposto gravame, sicché le argomentazioni svolte con la prima vanno necessariamente lette insieme alle motivazioni integratrici della seconda – v. sul punto in part. Cass. sez. un. civ. n. 7074 del 20/03/2017, secondo cui ove la sentenza di appello sia motivata “per relationem” alla pronuncia di primo grado, al fine ritenere assolto l’onere ex art. 366, n. 6, c.p.c. occorre che la censura identifichi il tenore della motivazione del primo giudice specificamente condivisa dal giudice di appello, nonché le critiche ad essa mosse con l’atto di gravame, che è necessario individuare per evidenziare che, con la resa motivazione, il giudice di secondo grado ha, in realtà, eluso i suoi doveri motivazionali.

Parimenti, secondo Cass. lav. n. 25482 del 02/12/2014, il principio di autosufficienza del motivo di ricorso per cassazione trova applicazione anche con riferimento alla violazione di norme processuali – v. ancora Cass. Ili civ. n. 10605 del 30/04/2010, secondo cui ai fini della ammissibilità del motivo con il quale si lamenta un vizio del procedimento ex art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ. è necessario che il ricorrente, alla luce del principio di autosufficienza dell’impugnazione, indichi le espressioni con cui detta deduzione è stata formulata nel giudizio di merito, non potendo a tal fine limitarsi ad asserire che si tratti di fatto pacifico, allorché neppure individui l’allegazione con la quale esso sarebbe stato introdotto e mantenuto nella controversia, posto che è pacifico soltanto il fatto che la parte abbia allegato, in modo tale che la controparte possa ammetterlo direttamente ed espressamente oppure in modo indiretto, attraverso l’affermazione di un fatto che lo presupponga – Cass. V civ. n. 12664 del 20/07/2012: il ricorrente, ove censuri la statuizione della sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso l’inammissibilità, per difetto di specificità, di un motivo di appello, ha l’onere di trascrivere il contenuto del mezzo di impugnazione nella misura necessaria ad evidenziarne la genericità, e non può limitarsi a rinviare all’atto medesimo – Cass. lav. n. 896 del 17/01/2014 in tema di errores in procedendo ha inoltre chiarito che il potere di esaminare direttamente gli atti e i documenti sui quali il ricorso si fonda presuppone ad ogni modo la rituale formulazione della censura, rispettando, in particolare, il principio di autosufficienza del ricorso, da intendere come un corollario del requisito di specificità dei motivi di impugnazione, in quanto l’esame diretto degli atti e dei documenti è circoscritto a quelli che la parte abbia specificamente indicato ed allegato).

Nella specie, inoltre, l’anzidetto principio di autosufficienza non risulta osservato nemmeno riguardo al ricorso d’appello (che devolve la cognizione della causa nei soli limiti di quanto all’uopo dedotto nei relativi motivi, tenuto conto delle previsioni di legge in materia, specialmente agli artt. 112 e 434 c.p.c., di guisa che l’appello costituisce rimedio processuale da intendere soltanto come revisio prioris instantiae e non già quale novum judicium. Cfr. Cass. lav. n. 4854 del 28/02/2014. V. inoltre, tra le altre, Cass. IlI civ. n, 1108 del 20/01/2006: anche nel rito del lavoro l’appello non ha effetto pienamente devolutivo, e, pertanto, ai sensi degli artt. 434, 342 e 346 cod. proc. civ., il giudice del gravame può conoscere della controversia dibattuta in primo grado solo attraverso l’esame delle specifiche censure mosse dall’appellante, attraverso la cui formulazione si consuma il diritto di impugnazione, e non può estendere l’indagine su punti della sentenza di primo grado che non siano stati investiti, neanche implicitamente, da alcuna doglianza, per cui deve ritenersi formato il giudicato interno – rilevabile anche d’ufficio – in ordine alle circostanze poste dal giudice di primo grado alla base della sua decisione in relazione alle quali non siano stati formulati specifici motivi di appello. Conformi Cass. nn. 10937 e 14507 del 2003. V. altresì Cass. II civ. n. 11935 in data 08/08/2002 e Cass. lav. n. 18722 del 16/09/2004 nonché n. 7208 del 15/04/2004. Cfr. inoltre Cass. IlI civ. n. 85 del 10/01/1975: i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, statuizioni e questioni che hanno formato oggetto di gravame con l’atto di appello, talché nel giudizio di cassazione non possono essere prospettate per la prima volta questioni nuove o nuovi temi di contestazione involgenti accertamenti di fatto non compiuti dal giudice di merito. In senso analogo Cass. lav. n. 1170 – 08/03/1978, Cass. II civ. n. 402 del 19/01/1979, id. n. 4486 del 08/07/1981, id. n. 188 del 14/01/1977).

Né alcuna sanatoria è in proposito ricavabile dalla lettura della sentenza impugnata, ovvero di altri atti processuali. Infatti, per soddisfare il requisito imposto dall’articolo 366, comma primo n. 3, cod. proc. civ. il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione a porre il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, di cogliere il significato e la portata delle censure rivolte alle specifiche argomentazioni della sentenza impugnata, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza stessa (Cass. II civ. n. 7825 del 04/04/2006, conformi Cass. nn. 16360 del 2004, 12166 e 19788 del 2005. V. altresì più recentemente in senso analogo Cass. VI civ. – 3 n. 1926 del 03/02/2015,1 civ. n. 19018 del 31/07/2017, id. n. 12688 del 30/05/2007). Parimenti dicasi per le memorie ex art. 378 c.p.c., che come è noto hanno funzione soltanto illustrativa rispetto a quanto però già in precedenza ritualmente e tempestivamente dedotto.

Sono, dunque, in primo luogo palesemente inammissibili le doglianze mosse con il secondo e con il quarto motivo, siccome attinenti a pretesi errores in procedendo, per difetto dei requisiti richiesti dall’art. 366 comma 1 nn. 3 e 6 del codice di rito, non essendo stati forniti idonei e sufficienti elementi di cognizione da cui poter rilevare, eventualmente, i vizi ivi denunciati, tanto più poi in relazione all’asserita omessa pronuncia di cui all’ultima censura, che risulta chiaramente contraddetta dalle risultanze della sentenza de qua, laddove si legge che l’interposto gravame era fondato essenzialmente su un unico motivo, circa la ritenuta esclusione di un rapporto di agenzia. Ne derivava, ovviamente, alla stregua dell’anzidetto limitato effetto devolutivo che la Corte di merito doveva pronunciarsi unicamente sul punto, senza quindi dover riesaminare l’intero contenzioso alla luce pure del diverso rapporto contrattuale opposto da parte convenuta, già resistente a tutte le pretese creditorie ex adverso azionate.

Ed analoghe considerazioni, in termini d’inammissibilità, possono valere per i primi due motivi, con i quali in effetti la ricorrente contesta il ragionamento decisorio, peraltro coerente e logico nella sua esposizione, in forza del quale i giudici di merito hanno ritenuto di dover rigettare la domanda dell’attrice, che però irritualmente in questa sede di legittimità tende in concreto a svilirne il fondamento; pretesa tanto più nella specie inammissibile nella operano i limiti maggiormente rigorosi imposti dall’attuale e vigente ‘art. 360 n. 5 c.p.c., qui applicabile in relazione a sentenza pronunciata nell’ottobre dell’anno 2012 e pubblicata mediante deposito il successivo 13 novembre (cfr. tra l’altro Cass. IlI civ. n. 11892 del 10/06/2016, secondo cui pure il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. -che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio-, né in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132, n. 4, c.p.c. – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante. Ed in senso analogo su quest’ultimo punto, circa il solo c.d. minimo costituzionale, rilevante ex art. 360 n. 5, v. altresì Cass. sez. un. civ. nn. 8053 e 8054 del 2014).

Va infatti ricordato (cfr. Cass. I civ. n. 16526 del 5/8/2016) che in tema di ricorso per cassazione per vizi della motivazione della sentenza, il controllo di logicità del giudizio del giudice di merito non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto tale giudice ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe, pur a fronte di un possibile diverso inquadramento degli elementi probatori valutati, in una nuova formulazione del giudizio di fatto in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità (v. altresì Cass. sez. 6 – 5, n. 91 del 7/1/2014, secondo cui per l’effetto la Corte di Cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, né porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito. Conformi Cass., n. 15489 del 2007 e n. 5024 del 28/03/2012. V. altresì Cass. I civ. n. 1754 del 26/01/2007, secondo cui il vizio di motivazione che giustifica la cassazione della sentenza sussiste solo qualora il tessuto argomentativo presenti lacune, incoerenze e incongruenze tali da impedire l’individuazione del criterio logico a fondamento della decisione impugnata, restando escluso che la parte possa far valere il contrasto della ricostruzione con quella operata dal giudice di merito e l’attribuzione agli elementi valutati di un valore e di un significato difformi rispetto alle aspettative e deduzioni delle parti. Conforme Cass. n. 3881 del 2006. V. ancora Cass. n. 7394 del 26/03/2010, secondo cui è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., qualora esso intenda far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, prospetti un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione citata. In caso contrario, infatti, tale motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e perciò in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione. In senso analogo v. anche Cass. n. 6064 del 2008 e n. 5066 del 5/03/2007.

Cfr. ancora Cass. II civ. n. 24434 del 30/11/2016: in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360, comma 1, numero 5), c.p.c., e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità. Id. n. 11176 – 08/05/2017: nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove – salvo che non abbiano natura di prova legale -, il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti. Il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purché risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati.

Cass. IlI civ. n. 11892 del 10/06/2016: la violazione dell’art. 115 c.p.c. può essere dedotta come vizio di legittimità solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre.

In senso analogo si esprimeva anche la più risalente giurisprudenza di legittimità. V. infatti Cass. II civ. n. 2093 del 05/07/1971: il principio sancito dall’art. 115 c.p.c., per cui il giudice deve decidere iuxta alligata et probata, non può dirsi violato quando le prove siano state valutate in un modo piuttosto che in un altro, ovvero quando, nell’esporre le ragioni del suo convincimento, il giudice non richiami e discuta puntualmente tutte le risultanze contrarie a quelle ritenute decisive. Né il travisamento dei fatti può costituire motivo di censura in sede di legittimità se non si risolve in omessa, deficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia.

Cfr. altresì Cass. II civ. n. 2707 del 12/02/2004, secondo cui le norme – art. 2697 ss.- poste dal Libro VI, Titolo II del Codice civile regolano le materie: a) dell’onere della prova; b) dell’astratta idoneità di ciascuno dei mezzi in esse presi in considerazione all’assolvimento di tale onere in relazione a specifiche esigenze; c) della forma che ciascuno di essi deve assumere; non anche la materia della valutazione dei risultati ottenuti mediante l’esperimento dei mezzi di prova, che è viceversa disciplinata dagli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., e la cui erroneità ridonda quale vizio ex art. 360, primo comma n. 5, cod. proc. civ.). Pertanto, si appalesa l’inammissibilità delle varie doglianze al riguardo mosse da parte ricorrente.

Parimenti, infine, va osservato in relazione al terzo motivo, una volta accertato il corretto percorso argomentativo seguito dalla Corte di merito circa la reputata insussistenza nella specie dei caratteri tipici dell’agenzia ex art. 1742 c.c., contratto che tra l’altro “deve essere di, inammissibile la prova testimoniale -salvo che per dimostrare la perdita incolpevole del documento – e quella per presunzioni. Nella specie, quindi, in applicazione dell’enunciato principio, veniva confermata la sentenza di merito, la quale aveva escluso che la prova del contratto di agenzia potesse ricavarsi dai documenti comprovanti l’effettuazione delle prestazioni riconducibili al rapporto).

Al riguardo, inoltre – rilevato preliminarmente che non risulta formulata alcuna specifica censura in relazione alla mancata ammissione della prova testimoniale, con riferimento alle previsioni di cui all’art. 244 e ss. c.p.c., e che il principio di autosufficienza – specificità, richiesto dall’art. 366 co. 1 n. 6 c.p.c. non risulta comunque essere stato rispettato riguardo alla non meglio indicata (né altrimenti riassunta nel suo effettivo contenuto e circa la sua provenienza) documentazione contabile, sulla quale pure l’attrice ha fondato la sua pretesa creditoria in relazione al dedotto rapporto contrattuale, che assume doversi qualificare come di agenzia – l’anzidetta doglianza oltre che di conseguenza in parte qua inammissibile, risulta pure infondata per difetto di corrispondenti elementi probatori (cfr. tra le altre Cass. VI civ. 3 n. 19048 del 28/09/2016: il ricorrente per cassazione, il quale intenda dolersi dell’omessa od erronea valutazione di un documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere – imposto dall’art. 366, comma 1, n. 6), c.p.c. – di produrlo agli atti e di indicarne il contenuto – trascrivendolo o riassumendolo nel ricorso – sicché la violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile. In senso analogo v. pure Cass. lav. n. 2966 del 07/02/2011 con riferimento alle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4 del codice di rito. (Conformi Cass. nn. 22303 del 2008 e 15628 del 2009).

La Corte bolognese, comunque, ha correttamente rilevato, in punto di diritto, richiamando la giurisprudenza, che l’attività di promozione rilevante ai fini del contratto di agenzia non può equipararsi a mera propaganda, da cui possa derivare solo indirettamente un incremento delle vendite, ma consistere nell’attività di convincimento del potenziale cliente ad effettuare ordinazioni di prodotti del preponente, poiché è proprio con riguardo queste risultato che viene riconosciuto il compenso, consistente nella provvigione sui contratti conclusi pel tramite dell’agente ed andati a buon fine, ciò del resto in aderenza al dettato normativo ex art. 1742 c.c. (Col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti in una zona determinata). Ne deriva che tale tipica configurazione non si attaglia al caso di specie, laddove l’incarico (principale) conferito alla M. consisteva nella creazione di una rete commerciale mediante il reclutamento e la formazione di agenti, i quali di conseguenza avrebbero operato per conto della preponente G., mentre la ricorrente avrebbe avuto in effetti l’ulteriore compito (accessorio), di propaganda e di supporto nei confronti degli agenti. Ed invero il corrispettivo pattuito, in base al contratto di prestazione servizi stipulato il 2 novembre 2000 con la società controricorrente, prevedeva esclusivamente per ACM la remunerazione per la creazione della rete commerciale di agenti e la sua gestione, il controllo e la motivazione, secondo le percentuali di cui alla scala allegata, inerente all’importo delle vendite annuali, sicché le commissioni erano commisurate al volume delle vendite annuali, concluse e perfezionate grazie al lavoro svolto dalla rete di agenti captati da ACM per G., ivi compreso l’importo corrispondente ad ogni nuovo contratto di agenzia firmato da G. e concluso grazie ad ACM. Dunque, il corrispettivo è stato concordato in misura onnicomprensiva, anche per la gestione della rete commerciale, ma senza nessuno specifico e diretto riferimento ai singoli affari conclusi dagli agenti, bensì in relazione all’importo globale delle vendite annuali (per cui in ordine agli scaglioni ivi considerati erano indicate altrettante distinte percentuali di commissioni).

Orbene, questa Corte già con sentenza n. 6482 del 01/04/2004 ha avuto modo di affermare che nel contratto di agenzia la prestazione dell’agente consiste in atti di contenuto vario e non predeterminato che tendono tutti alla promozione della conclusione di contratti in una zona determinata per conto del preponente, quali il compito di propaganda, la predisposizione dei contratti, la ricezione e la trasmissione delle proposte al preponente per l’accettazione; l’attività tipica dell’agente di commercio non richiede, quindi, necessariamente la ricerca del cliente ed è sempre riconducibile alla prestazione dedotta nel contratto di agenzia anche quando il cliente, da cui proviene la proposta di contratto trasmessa dall’agente, non sia stato direttamente ricercato da quest’ultimo ma risulti acquisito su indicazioni del preponente o in qualsiasi altro modo, purché tuttavia sussista nesso di causalità tra l’opera promozionale svolta dall’agente nei confronti del cliente e la conclusione dell’affare cui si riferisce la richiesta di provvigione; condizione questa però evidentemente mancante nel caso di specie qui in esame.

Inoltre (v. Cass. lav. n. 6291 del 22/06/1990), l’attività di promozione della conclusione di contratti per conto del preponente, che costituisce l’obbligazione tipica dell’agente, non può consistere in una mera attività di propaganda, da cui possa solo indirettamente derivare un incremento delle vendite, ma deve consistere nell’attività di convincimento del potenziale cliente ad effettuare delle ordinazioni dei prodotti del preponente, atteso che è proprio con riguardo a questo risultato che viene attribuito all’agente il compenso, consistente nella provvigione sui contratti conclusi per suo tramite e andati a buon fine, e che è configurabile l’obbligo – a carico dell’agente medesimo – allo star del credere (di conseguenza, con riferimento al caso nella specie esaminato, quando l’ausiliare di un’impresa farmaceutica si limita a propagandare il prodotto pressi i medici, e quindi a promuovere solo indirettamente – giacché i farmaci non sono acquistati dagli stessi medici- gli affari del preponente, tale ausiliare, comunque venga definito dalle parti, non è un agente, ma un propagandista scientifico, la cui attività può formare oggetto di lavoro subordinato od autonomo, a seconda che siano riscontrabili o meno i caratteri della subordinazione. In senso analogo Cass. lav. n. 6355 del 22/06/1999, secondo cui l’ausiliare di un’impresa farmaceutica si limita a propagandare il prodotto presso i medici, e quindi a promuovere solo indirettamente gli affari del preponente, sicché tale ausiliare non è un agente ma un propagandista scientifico, la cui attività può formare oggetto di lavoro subordinato od autonomo o talora può aggiungersi a quella di agente, Quando Questi curi anche la stipulazione dei singoli contratti. Parimenti, secondo Cass. lav. n. 18686 – 08/07/2008, che quindi escludeva il diritto alle provvigioni ove i prodotti della preponente vengano offerti a enti e soggetti pubblici, nella specie, strutture ospedaliere o aziende sanitarie pubbliche, non essendo ipotizzabile un convincimento ad ordinare il prodotto, ma mera propaganda, atteso il vincolo delle amministrative di evidenza pubblica in materia di conclusione di contratti.

Cfr. peraltro anche Cass. lav. n. 2514 del 17/04/1980 con riferimento alla figura del procacciatore di affari, si concreta nella più limitata attività di chi raccoglie le ordinazioni dei clienti, trasmettendole alla ditta dalla quale ha ricevuto l’incarico di procurare tali commissioni, ma senza vincolo di stabilita ed in via del tutto occasionale, anche se, poi, per la relativa disciplina, può farsi ricorso analogico, alla normativa concernente il contratto di agenzia. In senso conforme Cass. n. 870 del 1977 e n. 5849 del 08/10/1983).

Pertanto, appaiono infondate anche le doglianze svolte per il terzo motivo.

Dunque, il ricorso va respinto, con conseguente condanna della soccombente al rimborso delle relative spese. Stante l’esito del tutto negativo dell’impugnazione, la società è tenuta anche al versamento dell’ulteriore contributo unificato, ricorrendone i presupposti di legge.

P.Q.M.

la Corte RIGETTA il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese, che liquida a favore della parte controricorrente in euro 8.000,00 (ottomila/00) per compensi professionali ed in euro 200,00 (duecento/00) per esborsi, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. n. 115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.

AFFIDO-FIGLI-AFFIDO-OCNDIVISO-AVVOCATO-DIVORZISTA-BOLOGNA

Divorzio separazione italiano con coniuge altro stato cee? Come si regola? Cosa si applica? Come si applica?

Divorzio separazione italiano con coniuge altro stato cee? Come si regola? Cosa si applica? Come si applica?

AVVOCATO ESPERTO DIRITTO INTERNAZIONALE

FAMIGLIA AFFIDO FIGLI INTERNAZIONALE

CHIAMA 051 6447838 

diritto di famiglia

che ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. a), del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia – matrimoniale e in materia di responabilità genitoriale, competente a decidere sulle questioni inerenti la separazione dei coniugi è (anche) il giudice dello stato membro di cui l’attore sia cittadino e in cui abbia la residenza abituale almeno per sei mesi immediatamente prima della domanda;

che, come è stato già affermato (Cass., n. 3680/2010), la nazione di residenza abituale, di cui al regolamento citato fa riferimento non alla residenza formale o anagrafica ma al luogo del concreto e continuativo svolgimento dalla vita personale ed eventualmente lavorativa;[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

che al momento della proposizione dalla domanda da parte della signora C.D. la stessa era abitualmente residente in Italia da un periodo superiore ai sei mesi come risulta dalle seguenti circostanze: a) la signora C. è docente di ruolo presso il liceo scientifico statale **** dal **** e ivi ha prestato servizio salvo i periodi di astensione obbligatoria e congedo parentale in occasione della nascita della figlia; b) la stessa è stata seguita durante la gravidanza da un ostetrico di ****; c) nella partecipazione di nozze, successiva alla celebrazione del matrimonio, risultano indicate le due residenze dei coniugi in Francia e in Italia; d) numerosa corrispondenza, dal **** è stata indirizzata ai coniugi o alla signora C. presso la sua abitazione di ****; e) il marito si è recato insieme alla moglie da un legale italiano nel **** per discutere di un’ipotesi di separazione consensuale; f) dall’atto di nascita della figlia risulta che nel rendere la dichiarazione congiunta di nascita presso l’ospedale di **** i genitori hanno indicato le proprie residenze separate in Francia e in Italia; g) la figlia minore, che, come è pacifico è sempre vissuta con la madre, è stata seguita da parte di pediatra italiano dal ****);

che la circostanza che la signora C. non abbia mai smesso di avere la propria residenza abituale in Italia non è contraddetta dal fatto che saltuariamente, e anche per un periodo continuativo durante il congedo parentale abbia trascorso periodi in Francia presso la residenza del marito, ivi ricevendo anche corrispondenza, e in Francia abbia svolto attività di studio

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Sentenza 25 giugno 2010, n. 15328

Svolgimento del processo

che con ricorso del 25 settembre 2009 C.D. ha chiesto al tribunale di Verbania la separazione personale dal marito T.A.M., con il quale ha contratto matrimonio il **** e dal quale ha avuto una figlia, di nome A.L., nata a ****;
che, costituendosi in giudizio, il marito, tra l’altro, ha eccepito il difetto di giurisdizione del giudice italiano, ai sensi dell’art. 3 del regolamento CE n. 2201/2003, in quanto i coniugi avrebbero avuto la loro residenza abituale in Francia fino al ****, mentre la C. avrebbe stabilito da tale data la residenza abituale in Italia, per un periodo inferiore ai sei mesi anteriori alla proposizione del ricorso per separazione (****);

che il T. ha chiesto, con regolamento di giurisdizione, che sia dichiarata la giurisdizione del giudice francese sulla domanda della C., indicando a sostegno della propria affermazione secondo la quale i coniugi avrebbero avuto la residenza abituale in Francia fino al ****; a) la numerosa posta ricevuta dalla moglie presso la casa coniugale di ****; b) Le certificazioni mediche di un pediatra di **** che avrebbe seguito la figlia minore; c) il verbale di accesso di un ufficiale giudiziario francese presso la casa coniugale, in data ****, dal quale risulterebbe la permanenza di effetti personali di uso quotidiano della moglie e della figlia; d) l’attività lavorativa svolta dalla C. in Francia;

che la C., con controricorso, ha contestato le del marito sostenendo che i coniugi non avrebbero mai avuto una residenza abituale comune in Francia, ma che, anche dopo il matrimonio, ciascuno avrebbe conservato la propria residenza abituale, rispettivamente, in Italia e in Francia, come sarebbe dimostrato dalle seguenti circostanze: a) la moglie è insegnate di ruolo presso il liceo scientifico statale **** – dal ****; b) nella partecipazione di nozze, successiva alla celebrazione del matrimonio, sono indicate le due residenze francese e italiane, dei coniugi; c) numerosa corrispondenza è stata indirizzata ai coniugi presso la residenza di ****; d) la gravidanza è stata seguita in Italia da medici italiani essendo la C. iscritta da sempre al servizio sanitario nazionale; e) il marito si è recato insieme alla moglie da un legale italiano nel **** per discutere di un’ipotesi di separazione consensuale; f) nel rendere la dichiarazione congiunta di nascita presso l’ospedale di **** i genitori hanno indicato le residenze separate;

che il procuratore generale ha concluso per la della giurisdizione italiana per avere la C. sempre mantenuta in Italia la propria residenza abituale (residenza anagrafica in Italia, rapporto di impiego di ruolo dal **** e di collaborazione con l’Università di ****, domanda di assegni familiari per la figlia; assistenza della minore da parte di pediatra italiano dal ****).

Motivi della decisione

che ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. a), del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia – matrimoniale e in materia di responabilità genitoriale, competente a decidere sulle questioni inerenti la separazione dei coniugi è (anche) il giudice dello stato membro di cui l’attore sia cittadino e in cui abbia la residenza abituale almeno per sei mesi immediatamente prima della domanda;

che, come è stato già affermato (Cass., n. 3680/2010), la nazione di residenza abituale, di cui al regolamento citato fa riferimento non alla residenza formale o anagrafica ma al luogo del concreto e continuativo svolgimento dalla vita personale ed eventualmente lavorativa;

che al momento della proposizione dalla domanda da parte della signora C.D. la stessa era abitualmente residente in Italia da un periodo superiore ai sei mesi come risulta dalle seguenti circostanze: a) la signora C. è docente di ruolo presso il liceo scientifico statale **** dal **** e ivi ha prestato servizio salvo i periodi di astensione obbligatoria e congedo parentale in occasione della nascita della figlia; b) la stessa è stata seguita durante la gravidanza da un ostetrico di ****; c) nella partecipazione di nozze, successiva alla celebrazione del matrimonio, risultano indicate le due residenze dei coniugi in Francia e in Italia; d) numerosa corrispondenza, dal **** è stata indirizzata ai coniugi o alla signora C. presso la sua abitazione di ****; e) il marito si è recato insieme alla moglie da un legale italiano nel **** per discutere di un’ipotesi di separazione consensuale; f) dall’atto di nascita della figlia risulta che nel rendere la dichiarazione congiunta di nascita presso l’ospedale di **** i genitori hanno indicato le proprie residenze separate in Francia e in Italia; g) la figlia minore, che, come è pacifico è sempre vissuta con la madre, è stata seguita da parte di pediatra italiano dal ****);

che la circostanza che la signora C. non abbia mai smesso di avere la propria residenza abituale in Italia non è contraddetta dal fatto che saltuariamente, e anche per un periodo continuativo durante il congedo parentale abbia trascorso periodi in Francia presso la residenza del marito, ivi ricevendo anche corrispondenza, e in Francia abbia svolto attività di studio;

che, pertanto, la giurisdizione sulla causa di separazione appartiene al giudice italiano;

che le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La corte dichiara la giurisdizione del giudice italiano e condanna il ricorrente al pagamento delle spese con Euro 3.200,00 (di cui 3.200,00 per esborsi), oltre alle spese generali e agli accessori come per legge.

AFFIDO-FIGLI-AFFIDO-OCNDIVISO-AVVOCATO-DIVORZISTA-BOLOGNA

SEPARAZIONE TRA  ITALIANO E STRANIERA , DECISIONE SUI FIGLI ???

 

 

 

SEPARAZIONE TRA  ITALIANO E STRANIERA ,

DECISIONE SUI FIGLI COMPETENZA???

 

 

Quanto alla residenza abituale del minore al momento della domanda, che a norma dell’art. 8 del Regolamento (CE) occorre privilegiare per stabilire la competenza giurisdizionale in tema di responsabilità genitoriale, si deve per principio generale intendere come tale il luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale dello stesso (cfr. Cass. SU n. 5418 del 2016, n. 16648 del 2014: Corte di Giustizia UE, sentenza del 9 ottobre 2014 in C 376/2014; sentenza del 22 dicembre 2010 in C 497/2010: sentenza del 2 aprile 2009 in C 523/2007), nel caso irreprensibilmente reputato ubicato nel Regno Unito.

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AVVOCATO ESPERTO DIRITTO INTERNAZIONALE

FAMIGLIA AFFIDO FIGLI

INTERNAZIONALE

CHIAMA 051 6447838 

FATTO

Con ricorso depositato il 27.11.2009 il cittadino italiano G.L. adiva il Tribunale di Torre Annunziata per ottenere la separazione personale dalla moglie M.S., cittadina britannica, con la quale si era sposato in Italia il (OMISSIS) ed aveva poi convissuto in (OMISSIS). Peraltro, sin dal (OMISSIS) la M., in accordo col marito, si era trasferita a (OMISSIS), ove il (OMISSIS), a (OMISSIS), era anche nato il figlio delle parti R.. L’adito Tribunale, con sentenza non definitiva del 6.04.2011, dichiarava, a norma dell’art. 3 p.1 lett. b) del Regolamento CE n. 2201/2003 del Consiglio del 22 novembre 2003, la giurisdizione del giudice italiano sulla proposta domanda di separazione giudiziale e per connessione anche sulle ulteriori domande involgenti la responsabilità genitoriale delle parti, sebbene il minore dalla nascita in poi avesse sempre convissuto con la madre nel (OMISSIS): per l’ulteriore corso rimetteva, pertanto, i coniugi innanzi al Presidente del medesimo Tribunale di Torre Annunziata, che aveva devoluto al Collegio la questione pregiudiziale di giurisdizione sollevata dalla convenuta.

Nel frattempo, per l’affidamento del figlio la M. aveva a sua volta adito il Tribunale di Dartford, che, ai sensi dell’art. 19 del medesimo Regolamento CE n. 2201/2003, aveva sospeso il procedimento dinanzi a sè in attesa dell’esito del giudizio italiano, preventivamente introdotto. La medesima M. inoltre proponeva appello contro la sentenza non definitiva del Tribunale di Torre Annunziata, ribadendo la giurisdizione del giudice inglese, ancorchè da lei successivamente adito, richiamando i criteri di riparto della giurisdizione in materia di cui agli artt. 3, 8 e 12 del citato Regolamento CE e sostenendo l’inscindibilità della domanda di separazione dalle domande concernenti l’affidamento del figlio minore con lei residente nel Regno Unito.

Con sentenza del 31.05-6.06.2013 la Corte di appello di Napoli accoglieva il gravame della M. e, in riforma della sentenza non definitiva del Tribunale di Torre Annunziata, dichiarava la giurisdizione del giudice inglese in riferimento a tutte le domande proposte dal G.: separazione con addebito, rapporti patrimoniali tra coniugi, affidamento del figlio e misure da adottare per il suo mantenimento. La Corte di Napoli recepiva i criteri del predetto Regolamento CE per l’individuazione del giudice deputato a decidere sulle domande di divorzio, separazione personale e annullamento del matrimonio (sezione 1) e su quelle di responsabilità genitoriale (sezione 2). In particolare reputava che, alla luce delle chiare prescrizioni contenute negli artt. 3, 8 e 12, del citato Regolamento, dovesse ritenersi che sulle domande diverse da quella di separazione giudiziale contenute nel ricorso del G. vi fosse la giurisdizione del giudice inglese, in quanto la proroga per quella di separazione personale non poteva estendersi a quelle relative all’affidamento del figlio ed al suo mantenimento stante la mancata accettazione dell’appellante e il superiore interesse del minore. Nella specie la M. non aveva accettato la giurisdizione del giudice italiano su tutte le domande proposte dall’attuale appellato, sicché essa non poteva nemmeno essere desunta da una pretesa acquiescenza ai provvedimenti presi dal non competente giudice della separazione.

 

 

 

 

Del resto non poteva nemmeno ipotizzarsi che l’accettazione della giurisdizione, limitatamente alla domanda di separazione, comportasse anche quella relativa alle altre, per la connessione fra esse esistente. Tale conclusione, basata sul tenore letterale delle disposizioni, risultava poi ulteriormente confortata dalle considerazioni formulate dal legislatore comunitario nel preambolo del Regolamento in questione. In particolare rilevavano sotto questo aspetto i punti 12 e 13 del Considerando, nei quali era rispettivamente rappresentata l’opportunità che le regole di competenza in tema di responsabilità genitoriale si informassero all’interesse superiore del minore, e segnatamente al criterio di vicinanza, nonché la possibilità – sempre ai lini della realizzazione del detto interesse e sia pure a titolo eccezionale nel verificarsi di determinate condizioni – “di trasferire il caso al giudice di un altro Stato membro, se quest’ultimo è più indicato a conoscere del caso”. Risultava dunque all’evidenza, secondo la Corte di merito, come fosse stato privilegiato, ai fini della determinazione della competenza, il parametro riconducibile al luogo in cui il minore si trovava stabilmente ed in cui Cosse pertanto ravvisabile il centro dei suoi affetti ed interessi, soluzione questa che trovava fondamento anche nel più corretto ed agevole sviluppo processuale che ne derivava, essendo incontestabilmente molto più complesso, per un giudice che avesse operato a distanza dal luogo in cui si trovava il minore, compiere tutti gli atti istruttori necessari ai lini del decidere. Quanto poi al luogo di residenza del figlio delle parti non era dubbio in punto di fatto che detto minore fosse residente in Inghilterra, risultando la circostanza dalle stesse prospettazioni del ricorrente attuale appellato, che aveva precisato nel ricorso di avere acconsentito a che la madre nel mese di aprile 2009 si trasferisse in Inghilterra e desse alla luce il figlio in quel luogo, sia pure per accontentarla nelle richiesta di stare vicino ai suoi genitori.

 

Non rilevava affatto poi che la M. non avesse inteso fare ritorno in Italia dopo la nascita del figlio, atteso che proprio per tale motivo erano insorti i contrasti tra i coniugi e erano proseguiti sino a quando nel mese di novembre il G. aveva proposto il ricorso in esame mentre quasi coevamente la M. aveva proposto alla Dartford County Court un ricorso per l’affidamento del figlio minore e il regolamento delle visite da parte del padre di modo che non poteva configurarsi nemmeno un caso di sottrazione di minore, come esattamente rilevato dal primo giudice (e alla cui motivazione si rimandava). Conclusivamente, in accoglimento del ricorso andava esclusa la giurisdizione del giudice italiano essendo viceversa ravvisabile la giurisdizione del giudice inglese.

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Avverso questa sentenza il G. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, illustrato da memoria e notificato alla M. che ha resistito con controricorso ed ha proposto “ricorso incidentale”, cui il primo ha replicato. La M. ha chiesto in via principale di respingere l’avverso ricorso ed in via subordinata che in ogni caso sia affermata la giurisdizione del giudice inglese sulla domanda attinente alla responsabilità genitoriale e conseguenzialmente al mantenimento del minore ed in via ulteriormente subordinata e cautelativamente che, previo rigetti) della richiesta di rinvio per interpretazione pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea secondo il quesito formulato dal ricorrente, che sia sollevata nel presente giudizio ovvero in quello eventuale di rinvio la questione pregiudiziale comunitaria interpretativa con riguardo al seguente quesito: “
si chiede di conoscere se il rapporto di specialità tra l’art. 3 e l’art. 8 del Reg. CE n. 2201/2003, pur in presenza di un diverso assetto procedimentale tra i vari Stati membri dell’Unione, trovi attuazione attraverso il riconoscimento di un favor del criterio della residenza abituale del minore rispetto agli altri criteri alternativi allorquando essa sia diversa dalla residenza abituale di uno dei genitori ed inoltre se detto rapporto di specialità tra le due norme operi anche come principio di connessione in favore dei Giudice naturale del minore per preservare la prevalenza dell’interesse superiore del minore”. 

LA MOTIVAZIONE E DECISIONE DELLA CASSAZIONE A SEZIONI UNITE CIVILI

 

Il Regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio del 27 novembre 2003 l’art. 3, p.1), e art. 8, p.1) introduce distinti criteri generali di attribuzione della giurisdizione per il caso di separazione personale e di domande inerenti alla responsabilità genitoriale su un minore, devolvendo in via esclusiva la competenza a decidere sulle domande incluse nel secondo ambito (art. 1, lett. b, e p.2; art. 2, nn. da 7 a 10; Considerando 12), pure se proposte congiuntamente a quella di separazione giudiziale, al giudice del luogo in cui il minore risiede abitualmente (cfr. Cass. SU n. 30646 del 2011). Quando, dunque, come nella specie, il minore non risiede abitualmente nello Stato membro in cui si svolge il procedimento separatizio, il suo superiore e preminente interesse col criterio di vicinanza (Considerando 12 e 13) impongono, salvo le contemplate eccezionali deroghe peraltro nel caso non operative, di scindere i due ambiti e di non attribuire al giudice adito per il primo procedimento d’indole matrimoniale anche la competenza a conoscere delle domande concernenti la responsabilità genitoriale, se non accettata dal coniuge convenuto e non corrispondente all’interesse del figlio minorenne. Inoltre, qualora il giudice italiano sia investito della domanda di separazione personale dei coniugi e il giudice di altro Stato membro sia investito e competente sulla domanda di responsabilità genitoriale, a quest’ultimo spetta, anche ai sensi dell’art. 5 n. 2) del Regolamento (CE) n. 44 del 2001 del Consiglio del 22 dicembre 2000, nella specie applicabile ratione temporis, la giurisdizione sulla domanda relativa al mantenimento del figlio minore (non ricompresa nel campo d’applicazione del Regolamento CE n. 1201/2003: Considerando n. 11), trattandosi di domanda accessoria a quella di responsabilità genitoriale e non a quella separatizia (in tema, cfr, Cass. SU n. 2276 del 2016: Corte di Giustizia UE, sentenza 16 luglio 2015 in causa c. 184/14).

 

Quanto alla residenza abituale del minore al momento della domanda, che a norma dell’art. 8 del Regolamento (CE) occorre privilegiare per stabilire la competenza giurisdizionale in tema di responsabilità genitoriale, si deve per principio generale intendere come tale il luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale dello stesso (cfr. Cass. SU n. 5418 del 2016, n. 16648 del 2014: Corte di Giustizia UE, sentenza del 9 ottobre 2014 in C 376/2014; sentenza del 22 dicembre 2010 in C 497/2010: sentenza del 2 aprile 2009 in C 523/2007), nel caso irreprensibilmente reputato ubicato nel Regno Unito.

Inoltre, il G. ha proposto dinanzi al giudice italiano l’azione principale di separazione personale giudiziale la quale, secondo le regole proprie dell’ordinamento interno, ha involto anche il regime di affidamento ed il mantenimento del figlio delle parti e quindi la responsabilità genitoriale delle stesse.

Se da un canto in riferimento alla sola domanda principale di separazione personale giudiziale e con riguardo al momento di relativa proposizione, al quale va riferita la verifica sulla giurisdizione, al Tribunale campano risulta essere stata legittimamente devoluta la competenza decisionale, in applicazione dei criteri generali di cui all’art. 3 del Regolamento n. 2201/2003, sostanzialmente anche indiscussa, dall’altro, una volta radicatasi questa competenza giurisdizionale, non può nemmeno fondatamente reputarsi che essa possa essere poi venuta meno per vis attrattiva della diversa causa di responsabilità genitoriale introdotta dalla M. dinanzi al giudice inglese; a tanto, infatti, ostano i principi della perpetuatio jurisdictionis e della prevenzione, che precludono lo spostamento di competenza in favore del procedimento (anche se) connesso avviato all’estero successivamente al primo (art. 19 del Regolamento (CE n. 2201/2003) nonché l’assenza di dati normativi che altrimenti consentano tale accorpamento (l’art. 15 del Regolamento eccezionalmente legittimerebbe semmai la riunione inversa e ad iniziativa del giudice competente successivamente adito), a fronte anche dell’indipendenza e non accessorietà rispetto al secondo procedimento delle domande principali d’indole separatizia, involgenti lo stame personale di coniuge (in tema cfr. Cass. n. 5710 del 2014), diverso ed autonomo rispetto a quello di genitore.

Relativamente ancora alla responsabilità genitoriale, il G. non ha invocato la tutela giudiziaria accordata per la sottrazione di minori sicché non appare pertinente il richiamo ai criteri di attribuzione della giurisdizione contemplati negli artt. 10 e 11 del Regolamento CE n. 2201 del 2003, inerenti al trasferimento illecito o al mancato rientro del minore nel luogo di sua residenza abituale (in tema, cfr. Corte di Giustizia UE in C 376/2014 cit.), di cui plausibilmente non sono stati nemmeno ravvisati nella specie i presupposti. D’altra parte, l’emerso fatto che il figlio delle parti era nato e vissuto nel Regno Unito e che non aveva mai fatto ingresso in Italia rendeva del pari inconferente il criterio di ultrattività previsto dall’art. 9 del medesimo Regolamento CE per il caso di trasferimento lecito del minore.

Inapplicabile, come ritenuto dai giudici d’appello, appare pure il criterio di proroga della competenza a decidere sulla domanda di separazione personale previsto dall’art. 12 dello stesso Regolamento del 2003, giacchè in effetti non ricorrono i presupposti di cui al p.1 di quella disposizione c segnatamente l’accettazione materna della giurisdizione del giudice italiano, che pure impedivano di applicare la regola di competenza contemplata dall’art. 4 per le domande riconvenzionali inerenti al minore, nel caso proposte dalla M. solo in via condizionata all’affermazione su di esse della giurisdizione italiana, da lei invece contestata e non accettata.

Conclusivamente in parziale accoglimento del ricorso del G., la giurisdizione del giudice ordinario italiano va negata rispetto alle domande inerenti all’affidamento ed al mantenimento del figlio delle parti, in quanto devolute in via esclusiva alla competenza del giudice del Regno Unito, e deve invece essere affermata relativamente al giudizio di separazione personale, per il cui ulteriore corso le parti vanno rimesse dinanzi al Tribunale di Torre Annunziata.

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Sentenza 7 settembre 2016, n. 17676

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Primo Presidente f.f. –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente Sezione –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente Sezione –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – rel. Consigliere –

Dott. CURZIO Pietro – Consigliere –

Dott. AMBROSIO Annamaria – Consigliere –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 453/2014 proposto da:

G.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA C. PONIA 2, presso lo studio dell’avvocato GREGORIO TROILO, rappresentato e difeso dall’avvocato MUTI ANGELO LUPOI, per delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FEDERICO CONFALONTERI 1, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE DE PASCALE, rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCO MAZZEI, per procura speciale del notaio Sophie Jane Milburn del 20/1/2014, in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

G.L., elettivamente domiciliato e difeso come sopra;

– controricorrente all’incidentale –

avverso la sentenza n. 2310/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 06/06/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24/05/2016 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA;

uditi gli avvocati Michele Angelo LUPOI, Francesco MAZZEI;

udito il P.M. in persona del Procuratore Generale Dott. CICCOLO Pasquale Paolo Maria, che ha concluso per l’affermazione della giurisdizione italiana sulla domanda di separazione e della giurisdizione inglese sull’affidamento e mantenimento del figlio.

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il 27.11.2009 il cittadino italiano G.L. adiva il Tribunale di Torre Annunziata per ottenere la separazione personale dalla moglie M.S., cittadina britannica, con la quale si era sposato in Italia il (OMISSIS) ed aveva poi convissuto in (OMISSIS). Peraltro, sin dal (OMISSIS) la M., in accordo col marito, si era trasferita a (OMISSIS), ove il (OMISSIS), a (OMISSIS), era anche nato il figlio delle parti R.. L’adito Tribunale, con sentenza non definitiva del 6.04.2011, dichiarava, a norma dell’art. 3 p.1 lett. b) del Regolamento CE n. 2201/2003 del Consiglio del 22 novembre 2003, la giurisdizione del giudice italiano sulla proposta domanda di separazione giudiziale e per connessione anche sulle ulteriori domande involgenti la responsabilità genitoriale delle parti, sebbene il minore dalla nascita in poi avesse sempre convissuto con la madre nel (OMISSIS): per l’ulteriore corso rimetteva, pertanto, i coniugi innanzi al Presidente del medesimo Tribunale di Torre Annunziata, che aveva devoluto al Collegio la questione pregiudiziale di giurisdizione sollevata dalla convenuta.

Nel frattempo, per l’affidamento del figlio la M. aveva a sua volta adito il Tribunale di Dartford, che, ai sensi dell’art. 19 del medesimo Regolamento CE n. 2201/2003, aveva sospeso il procedimento dinanzi a sè in attesa dell’esito del giudizio italiano, preventivamente introdotto. La medesima M. inoltre proponeva appello contro la sentenza non definitiva del Tribunale di Torre Annunziata, ribadendo la giurisdizione del giudice inglese, ancorchè da lei successivamente adito, richiamando i criteri di riparto della giurisdizione in materia di cui agli artt. 3, 8 e 12 del citato Regolamento CE e sostenendo l’inscindibilità della domanda di separazione dalle domande concernenti l’affidamento del figlio minore con lei residente nel Regno Unito.

Con sentenza del 31.05-6.06.2013 la Corte di appello di Napoli accoglieva il gravame della M. e, in riforma della sentenza non definitiva del Tribunale di Torre Annunziata, dichiarava la giurisdizione del giudice inglese in riferimento a tutte le domande proposte dal G.: separazione con addebito, rapporti patrimoniali tra coniugi, affidamento del figlio e misure da adottare per il suo mantenimento. La Corte di Napoli recepiva i criteri del predetto Regolamento CE per l’individuazione del giudice deputato a decidere sulle domande di divorzio, separazione personale e annullamento del matrimonio (sezione 1) e su quelle di responsabilità genitoriale (sezione 2). In particolare reputava che, alla luce delle chiare prescrizioni contenute negli artt. 3, 8 e 12, del citato Regolamento, dovesse ritenersi che sulle domande diverse da quella di separazione giudiziale contenute nel ricorso del G. vi fosse la giurisdizione del giudice inglese, in quanto la proroga per quella di separazione personale non poteva estendersi a quelle relative all’affidamento del figlio ed al suo mantenimento stante la mancata accettazione dell’appellante e il superiore interesse del minore. Nella specie la M. non aveva accettato la giurisdizione del giudice italiano su tutte le domande proposte dall’attuale appellato, sicché essa non poteva nemmeno essere desunta da una pretesa acquiescenza ai provvedimenti presi dal non competente giudice della separazione. Del resto non poteva nemmeno ipotizzarsi che l’accettazione della giurisdizione, limitatamente alla domanda di separazione, comportasse anche quella relativa alle altre, per la connessione fra esse esistente. Tale conclusione, basata sul tenore letterale delle disposizioni, risultava poi ulteriormente confortata dalle considerazioni formulate dal legislatore comunitario nel preambolo del Regolamento in questione. In particolare rilevavano sotto questo aspetto i punti 12 e 13 del Considerando, nei quali era rispettivamente rappresentata l’opportunità che le regole di competenza in tema di responsabilità genitoriale si informassero all’interesse superiore del minore, e segnatamente al criterio di vicinanza, nonché la possibilità – sempre ai lini della realizzazione del detto interesse e sia pure a titolo eccezionale nel verificarsi di determinate condizioni – “di trasferire il caso al giudice di un altro Stato membro, se quest’ultimo è più indicato a conoscere del caso”. Risultava dunque all’evidenza, secondo la Corte di merito, come fosse stato privilegiato, ai fini della determinazione della competenza, il parametro riconducibile al luogo in cui il minore si trovava stabilmente ed in cui Cosse pertanto ravvisabile il centro dei suoi affetti ed interessi, soluzione questa che trovava fondamento anche nel più corretto ed agevole sviluppo processuale che ne derivava, essendo incontestabilmente molto più complesso, per un giudice che avesse operato a distanza dal luogo in cui si trovava il minore, compiere tutti gli atti istruttori necessari ai lini del decidere. Quanto poi al luogo di residenza del figlio delle parti non era dubbio in punto di fatto che detto minore fosse residente in Inghilterra, risultando la circostanza dalle stesse prospettazioni del ricorrente attuale appellato, che aveva precisato nel ricorso di avere acconsentito a che la madre nel mese di aprile 2009 si trasferisse in Inghilterra e desse alla luce il figlio in quel luogo, sia pure per accontentarla nelle richiesta di stare vicino ai suoi genitori. Non rilevava affatto poi che la M. non avesse inteso fare ritorno in Italia dopo la nascita del figlio, atteso che proprio per tale motivo erano insorti i contrasti tra i coniugi e erano proseguiti sino a quando nel mese di novembre il G. aveva proposto il ricorso in esame mentre quasi coevamente la M. aveva proposto alla Dartford County Court un ricorso per l’affidamento del figlio minore e il regolamento delle visite da parte del padre di modo che non poteva configurarsi nemmeno un caso di sottrazione di minore, come esattamente rilevato dal primo giudice (e alla cui motivazione si rimandava). Conclusivamente, in accoglimento del ricorso andava esclusa la giurisdizione del giudice italiano essendo viceversa ravvisabile la giurisdizione del giudice inglese.

Avverso questa sentenza il G. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, illustrato da memoria e notificato alla M. che ha resistito con controricorso ed ha proposto “ricorso incidentale”, cui il primo ha replicato. La M. ha chiesto in via principale di respingere l’avverso ricorso ed in via subordinata che in ogni caso sia affermata la giurisdizione del giudice inglese sulla domanda attinente alla responsabilità genitoriale e conseguenzialmente al mantenimento del minore ed in via ulteriormente subordinata e cautelativamente che, previo rigetti) della richiesta di rinvio per interpretazione pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea secondo il quesito formulato dal ricorrente, che sia sollevata nel presente giudizio ovvero in quello eventuale di rinvio la questione pregiudiziale comunitaria interpretativa con riguardo al seguente quesito: “si chiede di conoscere se il rapporto di specialità tra l’art. 3 e l’art. 8 del Reg. CE n. 2201/2003, pur in presenza di un diverso assetto procedimentale tra i vari Stati membri dell’Unione, trovi attuazione attraverso il riconoscimento di un favor del criterio della residenza abituale del minore rispetto agli altri criteri alternativi allorquando essa sia diversa dalla residenza abituale di uno dei genitori ed inoltre se detto rapporto di specialità tra le due norme operi anche come principio di connessione in favore dei Giudice naturale del minore per preservare la prevalenza dell’interesse superiore del minore”.

Motivi della decisione

A sostegno del ricorso il G. denunzia:

1. “In via principale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 1, (motivi attinenti alla giurisdizione): sussistenza della giurisdizione italiana su tutte le domande delle parti, ai sensi degli artt. 3 e 10 regolamento UE del 2201/03, L. n. 218 del 1995, artt. 3 e 32, e art. 5, n. 2 regolamento UE n. 44/01.- In riferimento al rubricato art. 10 del regolamento chiede eventualmente di porre alla Corte di Giustizia UE una questione interpretativa.

2. “In via subordinata, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 1, (motivi attinenti alla giurisdizione): difetto di giurisdizione italiana solo rispetto alle domande relative alla responsabilità genitoriale; inesistenza di una competenza per connessione a favore del giudice britannico: cassazione parziale della sentenza impugnata”.

Il primo motivo del ricorso del G. va parzialmente accolto per le ragioni in prosieguo chiarite che comportano anche l’assorbimento sia del secondo motivo del medesimo ricorso e sia di entrambe le condizionate articolazioni del c.d. ricorso incidentale della M. oltre che l’irrilevanza nel caso in esame delle questioni interpretative poste dalle parti e per la cui soluzione ciascuna di loro ha auspicato il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia della EU. invece inesperibile.

Il Regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio del 27 novembre 2003 l’art. 3, p.1), e art. 8, p.1) introduce distinti criteri generali di attribuzione della giurisdizione per il caso di separazione personale e di domande inerenti alla responsabilità genitoriale su un minore, devolvendo in via esclusiva la competenza a decidere sulle domande incluse nel secondo ambito (art. 1, lett. b, e p.2; art. 2, nn. da 7 a 10; Considerando 12), pure se proposte congiuntamente a quella di separazione giudiziale, al giudice del luogo in cui il minore risiede abitualmente (cfr. Cass. SU n. 30646 del 2011). Quando, dunque, come nella specie, il minore non risiede abitualmente nello Stato membro in cui si svolge il procedimento separatizio, il suo superiore e preminente interesse col criterio di vicinanza (Considerando 12 e 13) impongono, salvo le contemplate eccezionali deroghe peraltro nel caso non operative, di scindere i due ambiti e di non attribuire al giudice adito per il primo procedimento d’indole matrimoniale anche la competenza a conoscere delle domande concernenti la responsabilità genitoriale, se non accettata dal coniuge convenuto e non corrispondente all’interesse del figlio minorenne. Inoltre, qualora il giudice italiano sia investito della domanda di separazione personale dei coniugi e il giudice di altro Stato membro sia investito e competente sulla domanda di responsabilità genitoriale, a quest’ultimo spetta, anche ai sensi dell’art. 5 n. 2) del Regolamento (CE) n. 44 del 2001 del Consiglio del 22 dicembre 2000, nella specie applicabile ratione temporis, la giurisdizione sulla domanda relativa al mantenimento del figlio minore (non ricompresa nel campo d’applicazione del Regolamento CE n. 1201/2003: Considerando n. 11), trattandosi di domanda accessoria a quella di responsabilità genitoriale e non a quella separatizia (in tema, cfr, Cass. SU n. 2276 del 2016: Corte di Giustizia UE, sentenza 16 luglio 2015 in causa c. 184/14).

Quanto alla residenza abituale del minore al momento della domanda, che a norma dell’art. 8 del Regolamento (CE) occorre privilegiare per stabilire la competenza giurisdizionale in tema di responsabilità genitoriale, si deve per principio generale intendere come tale il luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale dello stesso (cfr. Cass. SU n. 5418 del 2016, n. 16648 del 2014: Corte di Giustizia UE, sentenza del 9 ottobre 2014 in C 376/2014; sentenza del 22 dicembre 2010 in C 497/2010: sentenza del 2 aprile 2009 in C 523/2007), nel caso irreprensibilmente reputato ubicato nel Regno Unito.

Inoltre, il G. ha proposto dinanzi al giudice italiano l’azione principale di separazione personale giudiziale la quale, secondo le regole proprie dell’ordinamento interno, ha involto anche il regime di affidamento ed il mantenimento del figlio delle parti e quindi la responsabilità genitoriale delle stesse.

Se da un canto in riferimento alla sola domanda principale di separazione personale giudiziale e con riguardo al momento di relativa proposizione, al quale va riferita la verifica sulla giurisdizione, al Tribunale campano risulta essere stata legittimamente devoluta la competenza decisionale, in applicazione dei criteri generali di cui all’art. 3 del Regolamento n. 2201/2003, sostanzialmente anche indiscussa, dall’altro, una volta radicatasi questa competenza giurisdizionale, non può nemmeno fondatamente reputarsi che essa possa essere poi venuta meno per vis attrattiva della diversa causa di responsabilità genitoriale introdotta dalla M. dinanzi al giudice inglese; a tanto, infatti, ostano i principi della perpetuatio jurisdictionis e della prevenzione, che precludono lo spostamento di competenza in favore del procedimento (anche se) connesso avviato all’estero successivamente al primo (art. 19 del Regolamento (CE n. 2201/2003) nonché l’assenza di dati normativi che altrimenti consentano tale accorpamento (l’art. 15 del Regolamento eccezionalmente legittimerebbe semmai la riunione inversa e ad iniziativa del giudice competente successivamente adito), a fronte anche dell’indipendenza e non accessorietà rispetto al secondo procedimento delle domande principali d’indole separatizia, involgenti lo stame personale di coniuge (in tema cfr. Cass. n. 5710 del 2014), diverso ed autonomo rispetto a quello di genitore.

Relativamente ancora alla responsabilità genitoriale, il G. non ha invocato la tutela giudiziaria accordata per la sottrazione di minori sicché non appare pertinente il richiamo ai criteri di attribuzione della giurisdizione contemplati negli artt. 10 e 11 del Regolamento CE n. 2201 del 2003, inerenti al trasferimento illecito o al mancato rientro del minore nel luogo di sua residenza abituale (in tema, cfr. Corte di Giustizia UE in C 376/2014 cit.), di cui plausibilmente non sono stati nemmeno ravvisati nella specie i presupposti. D’altra parte, l’emerso fatto che il figlio delle parti era nato e vissuto nel Regno Unito e che non aveva mai fatto ingresso in Italia rendeva del pari inconferente il criterio di ultrattività previsto dall’art. 9 del medesimo Regolamento CE per il caso di trasferimento lecito del minore.

Inapplicabile, come ritenuto dai giudici d’appello, appare pure il criterio di proroga della competenza a decidere sulla domanda di separazione personale previsto dall’art. 12 dello stesso Regolamento del 2003, giacchè in effetti non ricorrono i presupposti di cui al p.1 di quella disposizione c segnatamente l’accettazione materna della giurisdizione del giudice italiano, che pure impedivano di applicare la regola di competenza contemplata dall’art. 4 per le domande riconvenzionali inerenti al minore, nel caso proposte dalla M. solo in via condizionata all’affermazione su di esse della giurisdizione italiana, da lei invece contestata e non accettata.

Conclusivamente in parziale accoglimento del ricorso del G., la giurisdizione del giudice ordinario italiano va negata rispetto alle domande inerenti all’affidamento ed al mantenimento del figlio delle parti, in quanto devolute in via esclusiva alla competenza del giudice del Regno Unito, e deve invece essere affermata relativamente al giudizio di separazione personale, per il cui ulteriore corso le parti vanno rimesse dinanzi al Tribunale di Torre Annunziata.

La natura e l’esito delle controverse questioni, non esenti da profili di novità, legittimano l’integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.


in parziale accoglimento del ricorso del G.:

a) dichiara il difetto di giurisdizione del giudice ordinario italiano sulle domande inerenti all’affidamento ed al mantenimento del figlio minorenne delle parti;

b) dichiara la giurisdizione del giudice ordinario italiano sulla causa di separazione personale e per l’effetto rimette le parti dinanzi al Tribunale di Torre Annunziata per la relativa ulteriore trattazione e definizione.

Compensa per intero tra le parti le spese di questo giudizio.

Ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, comma 5, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 24 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 settembre 2016

SEPARAZIONE DIVORZIO BOLOGNA competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale   RAPPORTI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA  UN CITTADINO ITALIANO E  UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE  UE

separazione unione europea bologna SEPARAZIONE DIVORZIO BOLOGNA competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale

separazione unione europea bologna DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA  UN CITTADINO ITALIANO E  UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE  UE

 

[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”] 

separazione unione europea bologna Relativamente alle decisioni di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio, quindi alle separazione unione europea bologna il presente regolamento dovrebbe applicarsi solo allo scioglimento del vincolo matrimoniale e non dovrebbe riguardare questioni quali le cause di divorzio, gli effetti del matrimonio sui rapporti patrimoniali o altri provvedimenti accessori ed eventuali.

AVVOCATO ESPERTO DIRITTO INTERNAZIONALseparazione unione europea bologna

FAMIGLIA AFFIDO FIGLI INTERNAZIONALseparazione unione europea bologna

CHIAMA 051 6447838 

(9) Per quanto attiene ai beni del minore, il presente regolamento dovrebbe applicarsi esclusivamente alle misure di protezione del minore, vale a dire i) alla designazione e alle funzioni di una persona o ente aventi la responsabilità di gestire i beni del minore o che lo rappresentino o assistano e ii) alle misure relative all’amministrazione, alla conservazione o all’alienazione dei beni del minore. In tale contesto e a titolo d’esempio, il presente regolamento dovrebbe applicarsi ai casi nei quali i genitori hanno una controversia in merito all’amministrazione dei beni del minore. Le misure relative ai beni del minore e non attinenti alla protezione dello stesso dovrebbero continuare ad essere disciplinate dal regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale(7).

(10) Il presente regolamento non è inteso ad applicarsi a materie come quelle relative alla sicurezza sociale, misure pubbliche di carattere generale in materia di istruzione e di sanità o decisioni sul diritto d’asilo e nel settore dell’immigrazione. Inoltre, esso non si applica né al diritto di filiazione, che è una questione distinta dall’attribuzione della responsabilità genitoriale, né alle altre questioni connesse con la situazione delle persone. Esso non si applica nemmeno ai provvedimenti derivanti da illeciti penali commessi dai minori.

(11) Le obbligazioni alimentari sono escluse dal campo di applicazione del presente regolamento in quanto sono già disciplinate dal regolamento (CE) n. 44/2001. I giudici competenti ai sensi del presente regolamento saranno in genere competenti a statuire in materia di obbligazioni alimentari in applicazione dell’articolo 5, paragrafo 2, del regolamento (CE) n. 44/2001.

) Il presente regolamento non osta a che i giudici di uno Stato membro adottino, in casi di urgenza, provvedimenti provvisori o cautelari relativi alle persone presenti in quello Stato o ai beni in esso situati.

(17) In caso di trasferimento o mancato rientro illeciti del minore, si dovrebbe ottenerne immediatamente il ritorno e a tal fine dovrebbe continuare ad essere applicata la convenzione dell’Aia del 25 ottobre 1980, quale integrata dalle disposizioni del presente regolamento, in particolare l’articolo 11. I giudici dello Stato membro in cui il minore è stato trasferito o trattenuto illecitamente dovrebbero avere la possibilità di opporsi al suo rientro in casi precisi, debitamente motivati. Tuttavia, una simile decisione dovrebbe poter essere sostituita da una decisione successiva emessa dai giudici dello Stato membro di residenza abituale del minore prima del suo trasferimento illecito o mancato rientro. Se la decisione implica il rientro del minore, esso dovrebbe avvenire senza che sia necessario ricorrere a procedimenti per il riconoscimento e l’esecuzione della decisione nello Stato membro in cui il minore è trattenuto.

(18) Qualora venga deciso il non rientro in virtù dell’articolo 13, della convenzione dell’Aia del 1980, il giudice dovrebbe informarne il giudice competente o l’autorità centrale dello Stato membro nel quale il minore aveva la residenza abituale prima del suo trasferimento illecito o mancato rientro. Detto giudice, se non è ancora stato adito, o l’autorità centrale, dovrebbe inviare una notificazione alle parti. Questo obbligo non dovrebbe ostare a che l’autorità centrale invii anch’essa una notificazione alle autorità pubbliche interessate conformemente alla legge nazionale.

(19) L’audizione del minore è importante ai fini dell’applicazione del presente regolamento, senza che detto strumento miri a modificare le procedure nazionali applicabili in materia.

(20) L’audizione del minore in un altro Stato membro può essere effettuata in base alle modalità previste dal regolamento (CE) n. 1206/2001 del Consiglio, del 28 maggio 2001, relativo alla cooperazione fra le autorità giudiziarie degli Stati membri nel settore dell’assunzione delle prove in materia civile o commerciale(9).

(21) Il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni rese in uno Stato membro dovrebbero fondarsi sul principio della fiducia reciproca e i motivi di non riconoscimento dovrebbero essere limitati al minimo indispensabile.

(22) Gli atti pubblici e gli accordi tra le parti aventi efficacia esecutiva in uno Stato membro dovrebbero essere equiparati a “decisioni” ai fini dell’applicazione delle norme sul riconoscimento e l’esecuzione.

(23) Il Consiglio europeo di Tampere ha affermato nelle sue conclusioni (punto 34) che le decisioni pronunciate nelle controversie familiari dovrebbero essere “automaticamente riconosciute in tutta l’Unione senza che siano necessarie procedure intermedie o che sussistano motivi per rifiutarne l’esecuzione”. Pertanto le decisioni in materia di diritto di visita o di ritorno, che siano state certificate nello Stato membro d’origine conformemente alle disposizioni del presente regolamento, dovrebbero essere riconosciute e hanno efficacia esecutiva in tutti gli altri Stati membri senza che sia richiesto qualsiasi altro procedimento. Le modalità relative all’esecuzione di tali decisioni sono tuttora disciplinate dalla legge nazionale.

(24) Il certificato rilasciato allo scopo di facilitare l’esecuzione della decisione non dovrebbe essere impugnabile. Non dovrebbe poter dare luogo a una domanda di rettifica se non in caso di errore materiale, ossia se il certificato non rispecchia correttamente il contenuto della decisione.

(25) È opportuno che le autorità centrali collaborino fra loro, sia in generale che per casi specifici, anche per favorire la risoluzione amichevole delle controversie familiari in materia di responsabilità genitoriale. A questo scopo è necessario che le autorità centrali si avvalgano della possibilità di partecipare alla rete giudiziaria europea in materia civile e commerciale, istituita con decisione 2001/470/CE del Consiglio, del 28 maggio 2001, relativa all’istituzione di una rete giudiziaria europea in materia civile e commerciale(10).

(26) La Commissione dovrebbe rendere pubblici e aggiornare gli elenchi relativi ai giudici e ai mezzi di impugnazione comunicati dagli Stati membri.

(27) Le misure necessarie all’attuazione del presente regolamento sono adottate secondo la decisione 1999/468/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, recante modalità per l’esercizio delle competenze di esecuzione conferite alla Commissione(11).

(28) Il presente regolamento sostituisce il regolamento (CE) n. 1347/2000 che è pertanto abrogato.

(29) Ai fini del corretto funzionamento del presente regolamento, è opportuno che la Commissione ne esamini l’applicazione per proporre, se del caso, le modifiche necessarie.

(30) A norma dell’articolo 3 del protocollo sulla posizione del Regno Unito e dell’Irlanda allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato che istituisce la Comunità europea, questi Stati hanno notificato che intendono partecipare all’adozione ed applicazione del presente regolamento.

(31) La Danimarca, conformemente agli articoli 1 e 2 del protocollo sulla posizione della Danimarca allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato che istituisce la Comunità europea, non partecipa all’adozione del presente regolamento, e non ne è pertanto vincolata né è soggetta alla sua applicazione.

(32) Poiché gli obiettivi del presente regolamento non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque essere realizzati meglio a livello comunitario, la comunità può intervenire, in base al principio di sussidiarietà sancito dall’articolo 5 del trattato. Il presente regolamento si limita a quanto necessario per conseguire tali obiettivi in ottemperanza al principio di proporzionalità enunciato nello stesso articolo.

(33) Il presente regolamento riconosce i diritti fondamentali e osserva i principi sanciti in particolare dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In particolare, mira a garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali del bambino quali riconosciuti dall’articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,

separazione unione europea bologna ADOTTATO IL PRESENTE REGOLAMENTO:

CAPO I

AMBITO D’APPLICAZIONE E DEFINIZIONI

Articolo 1

Ambito d’applicazione

  1. Il presente regolamento si applica, indipendentemente dal tipo di autorità giurisdizionale, alle materie civili relative:

  2. a) al divorzio, alla separazione personale e all’annullamento del matrimonio;

  3. b) all’attribuzione, all’esercizio, alla delega, alla revoca totale o parziale della responsabilità genitoriale.

  4. Le materie di cui al paragrafo 1, lettera b), riguardano in particolare:

  5. a) il diritto di affidamento e il diritto di visita;

  6. b) la tutela, la curatela ed altri istituti analoghi;

  7. c) la designazione e le funzioni di qualsiasi persona o ente aventi la responsabilità della persona o dei beni del minore o che lo rappresentino o assistano;

 

 

 

 

separazione unione europea bologna (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000

separazione unione europea bologna: ufficiale n. L 338 del 23/12/2003 pag. 0001 – 0029

separazione unione europea bologna :(CE) n. 2201/2003 del Consiglio

del 27 novembre 2003

relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000

IL CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA,

visto il trattato che istituisce la Comunità europea, in particolare l’articolo 61, lettera c), e l’articolo 67, paragrafo 1,

vista la proposta della Commissione(1),

visto il parere del Parlamento europeo(2),

visto il parere del Comitato economico e sociale europeo(3),

considerando quanto segue:

(1) La Comunità europea si prefigge l’obiettivo di istituire uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel quale sia garantita la libera circolazione delle persone. A tal fine, la Comunità adotta, tra l’altro, le misure nel settore della cooperazione giudiziaria in materia civile necessarie al corretto funzionamento del mercato interno.

(2) Il Consiglio europeo di Tampere ha approvato il principio del reciproco riconoscimento delle decisioni giudiziarie quale fondamento per la creazione di un autentico spazio giudiziario e ha individuato nel diritto di visita un settore prioritario.

(3) Il regolamento (CE) n. 1347/2000 del Consiglio, del 29 maggio 2000(4), stabilisce norme relative alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e relative alla responsabilità dei genitori sui figli avuti in comune, emesse in occasione di procedimenti matrimoniali. Il contenuto di tale regolamento riprendeva ampiamente la convenzione del 28 maggio 1998 avente il medesimo oggetto(5).

(4) Il 3 luglio 2000 la Francia ha presentato un’iniziativa in vista dell’adozione del regolamento del Consiglio relativo all’esecuzione reciproca delle decisioni in materia di diritto di visita ai figli minori(6).

(5) Per garantire parità di condizioni a tutti i minori, il presente regolamento disciplina tutte le decisioni in materia di responsabilità genitoriale, incluse le misure di protezione del minore, indipendentemente da qualsiasi nesso con un procedimento matrimoniale.

(6) Dato che l’applicazione delle norme sulla responsabilità genitoriale ricorre spesso nei procedimenti matrimoniali, è più opportuno disporre di uno strumento unico in materia matrimoniale e in materia di responsabilità dei genitori.

(7) Il campo di applicazione del presente regolamento riguarda le materie civili, indipendentemente dal tipo di organo giurisdizionale.

(8) Relativamente alle decisioni di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio, il presente regolamento dovrebbe applicarsi solo allo scioglimento del vincolo matrimoniale e non dovrebbe riguardare questioni quali le cause di divorzio, gli effetti del matrimonio sui rapporti patrimoniali o altri provvedimenti accessori ed eventuali.

(9) Per quanto attiene ai beni del minore, il presente regolamento dovrebbe applicarsi esclusivamente alle misure di protezione del minore, vale a dire i) alla designazione e alle funzioni di una persona o ente aventi la responsabilità di gestire i beni del minore o che lo rappresentino o assistano e ii) alle misure relative all’amministrazione, alla conservazione o all’alienazione dei beni del minore. In tale contesto e a titolo d’esempio, il presente regolamento dovrebbe applicarsi ai casi nei quali i genitori hanno una controversia in merito all’amministrazione dei beni del minore. Le misure relative ai beni del minore e non attinenti alla protezione dello stesso dovrebbero continuare ad essere disciplinate dal regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale(7).

(10) Il presente regolamento non è inteso ad applicarsi a materie come quelle relative alla sicurezza sociale, misure pubbliche di carattere generale in materia di istruzione e di sanità o decisioni sul diritto d’asilo e nel settore dell’immigrazione. Inoltre, esso non si applica né al diritto di filiazione, che è una questione distinta dall’attribuzione della responsabilità genitoriale, né alle altre questioni connesse con la situazione delle persone. Esso non si applica nemmeno ai provvedimenti derivanti da illeciti penali commessi dai minori.

(11) Le obbligazioni alimentari sono escluse dal campo di applicazione del presente regolamento in quanto sono già disciplinate dal regolamento (CE) n. 44/2001. I giudici competenti ai sensi del presente regolamento saranno in genere competenti a statuire in materia di obbligazioni alimentari in applicazione dell’articolo 5, paragrafo 2, del regolamento (CE) n. 44/2001.

(12) È opportuno che le regole di competenza in materia di responsabilità genitoriale accolte nel presente regolamento si informino all’interesse superiore del minore e in particolare al criterio di vicinanza. Ciò significa che la competenza giurisdizionale appartiene anzitutto ai giudici dello Stato membro in cui il minore risiede abitualmente, salvo ove si verifichi un cambiamento della sua residenza o in caso di accordo fra i titolari della responsabilità genitoriale.

(13) Nell’interesse del minore, il presente regolamento consente al giudice competente, a titolo eccezionale e in determinate condizioni, di trasferire il caso al giudice di un altro Stato membro se quest’ultimo è più indicato a conoscere del caso. Tuttavia, in questo caso, il giudice adito in seconda istanza non dovrebbe essere autorizzato a trasferire il caso a un terzo giudice.

(14) Gli effetti del presente regolamento non dovrebbero pregiudicare l’applicazione del diritto internazionale pubblico in materia di immunità diplomatiche. Se il giudice competente in applicazione del presente regolamento non può esercitare la propria competenza a causa dell’esistenza di una immunità diplomatica conforme al diritto internazionale, la competenza dovrebbe essere determinata nello Stato membro nel quale la persona interessata non beneficia di immunità, conformemente alla legge di tale Stato.

(15) È opportuno che la notificazione e comunicazione dei documenti introduttivi del giudizio proposto a norma del presente regolamento siano disciplinate dal regolamento (CE) n. 1348/2000 del Consiglio, del 29 maggio 2000, relativo alla notificazione e alla comunicazione negli Stati membri degli atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile o commerciale(8).

(16) Il presente regolamento non osta a che i giudici di uno Stato membro adottino, in casi di urgenza, provvedimenti provvisori o cautelari relativi alle persone presenti in quello Stato o ai beni in esso situati.

(17) In caso di trasferimento o mancato rientro illeciti del minore, si dovrebbe ottenerne immediatamente il ritorno e a tal fine dovrebbe continuare ad essere applicata la convenzione dell’Aia del 25 ottobre 1980, quale integrata dalle disposizioni del presente regolamento, in particolare l’articolo 11. I giudici dello Stato membro in cui il minore è stato trasferito o trattenuto illecitamente dovrebbero avere la possibilità di opporsi al suo rientro in casi precisi, debitamente motivati. Tuttavia, una simile decisione dovrebbe poter essere sostituita da una decisione successiva emessa dai giudici dello Stato membro di residenza abituale del minore prima del suo trasferimento illecito o mancato rientro. Se la decisione implica il rientro del minore, esso dovrebbe avvenire senza che sia necessario ricorrere a procedimenti per il riconoscimento e l’esecuzione della decisione nello Stato membro in cui il minore è trattenuto.

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(18) Qualora venga deciso il non rientro in virtù dell’articolo 13, della convenzione dell’Aia del 1980, il giudice dovrebbe informarne il giudice competente o l’autorità centrale dello Stato membro nel quale il minore aveva la residenza abituale prima del suo trasferimento illecito o mancato rientro. Detto giudice, se non è ancora stato adito, o l’autorità centrale, dovrebbe inviare una notificazione alle parti. Questo obbligo non dovrebbe ostare a che l’autorità centrale invii anch’essa una notificazione alle autorità pubbliche interessate conformemente alla legge nazionale.

(19) L’audizione del minore è importante ai fini dell’applicazione del presente regolamento, senza che detto strumento miri a modificare le procedure nazionali applicabili in materia.

(20) L’audizione del minore in un altro Stato membro può essere effettuata in base alle modalità previste dal regolamento (CE) n. 1206/2001 del Consiglio, del 28 maggio 2001, relativo alla cooperazione fra le autorità giudiziarie degli Stati membri nel settore dell’assunzione delle prove in materia civile o commerciale(9).

(21) Il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni rese in uno Stato membro dovrebbero fondarsi sul principio della fiducia reciproca e i motivi di non riconoscimento dovrebbero essere limitati al minimo indispensabile.

(22) Gli atti pubblici e gli accordi tra le parti aventi efficacia esecutiva in uno Stato membro dovrebbero essere equiparati a “decisioni” ai fini dell’applicazione delle norme sul riconoscimento e l’esecuzione.

(23) Il Consiglio europeo di Tampere ha affermato nelle sue conclusioni (punto 34) che le decisioni pronunciate nelle controversie familiari dovrebbero essere “automaticamente riconosciute in tutta l’Unione senza che siano necessarie procedure intermedie o che sussistano motivi per rifiutarne l’esecuzione”. Pertanto le decisioni in materia di diritto di visita o di ritorno, che siano state certificate nello Stato membro d’origine conformemente alle disposizioni del presente regolamento, dovrebbero essere riconosciute e hanno efficacia esecutiva in tutti gli altri Stati membri senza che sia richiesto qualsiasi altro procedimento. Le modalità relative all’esecuzione di tali decisioni sono tuttora disciplinate dalla legge nazionale.

(24) Il certificato rilasciato allo scopo di facilitare l’esecuzione della decisione non dovrebbe essere impugnabile. Non dovrebbe poter dare luogo a una domanda di rettifica se non in caso di errore materiale, ossia se il certificato non rispecchia correttamente il contenuto della decisione.

(25) È opportuno che le autorità centrali collaborino fra loro, sia in generale che per casi specifici, anche per favorire la risoluzione amichevole delle controversie familiari in materia di responsabilità genitoriale. A questo scopo è necessario che le autorità centrali si avvalgano della possibilità di partecipare alla rete giudiziaria europea in materia civile e commerciale, istituita con decisione 2001/470/CE del Consiglio, del 28 maggio 2001, relativa all’istituzione di una rete giudiziaria europea in materia civile e commerciale(10).

(26) La Commissione dovrebbe rendere pubblici e aggiornare gli elenchi relativi ai giudici e ai mezzi di impugnazione comunicati dagli Stati membri.

(27) Le misure necessarie all’attuazione del presente regolamento sono adottate secondo la decisione 1999/468/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, recante modalità per l’esercizio delle competenze di esecuzione conferite alla Commissione(11).

(28) Il presente regolamento sostituisce il regolamento (CE) n. 1347/2000 che è pertanto abrogato.

(29) Ai fini del corretto funzionamento del presente regolamento, è opportuno che la Commissione ne esamini l’applicazione per proporre, se del caso, le modifiche necessarie.

(30) A norma dell’articolo 3 del protocollo sulla posizione del Regno Unito e dell’Irlanda allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato che istituisce la Comunità europea, questi Stati hanno notificato che intendono partecipare all’adozione ed applicazione del presente regolamento.

(31) La Danimarca, conformemente agli articoli 1 e 2 del protocollo sulla posizione della Danimarca allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato che istituisce la Comunità europea, non partecipa all’adozione del presente regolamento, e non ne è pertanto vincolata né è soggetta alla sua applicazione.

(32) Poiché gli obiettivi del presente regolamento non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque essere realizzati meglio a livello comunitario, la comunità può intervenire, in base al principio di sussidiarietà sancito dall’articolo 5 del trattato. Il presente regolamento si limita a quanto necessario per conseguire tali obiettivi in ottemperanza al principio di proporzionalità enunciato nello stesso articolo.

(33) Il presente regolamento riconosce i diritti fondamentali e osserva i principi sanciti in particolare dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In particolare, mira a garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali del bambino quali riconosciuti dall’articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,

HA ADOTTATO IL PRESENTE REGOLAMENTO:

CAPO I

AMBITO D’APPLICAZIONE E DEFINIZIONI

Articolo 1

Ambito d’applicazione

  1. Il presente regolamento si applica, indipendentemente dal tipo di autorità giurisdizionale, alle materie civili relative:

  2. a) al divorzio, alla separazione personale e all’annullamento del matrimonio;

  3. b) all’attribuzione, all’esercizio, alla delega, alla revoca totale o parziale della responsabilità genitoriale.

  4. Le materie di cui al paragrafo 1, lettera b), riguardano in particolare:

  5. a) il diritto di affidamento e il diritto di visita;

  6. b) la tutela, la curatela ed altri istituti analoghi;

  7. c) la designazione e le funzioni di qualsiasi persona o ente aventi la responsabilità della persona o dei beni del minore o che lo rappresentino o assistano;

  8. d) la collocazione del minore in una famiglia affidataria o in un istituto;

  9. e) le misure di protezione del minore legate all’amministrazione, alla conservazione o all’alienazione dei beni del minore.

  10. Il presente regolamento non si applica:

  11. a) alla determinazione o all’impugnazione della filiazione;

  12. b) alla decisione relativa all’adozione, alle misure che la preparano o all’annullamento o alla revoca dell’adozione;

  13. c) ai nomi e ai cognomi del minore;

  14. d) all’emancipazione;

  15. e) alle obbligazioni alimentari;

  16. f) ai trust e alle successioni;

  17. g) ai provvedimenti derivanti da illeciti penali commessi da minori.

Articolo 2

Definizioni

Ai fini del presente regolamento valgono le seguenti definizioni:

1) “autorità giurisdizionale”: tutte le autorità degli Stati membri competenti per le materie rientranti nel campo di applicazione del presente regolamento a norma dell’articolo 1;

2) “giudice”: designa il giudice o il titolare di competenze equivalenti a quelle del giudice nelle materie che rientrano nel campo di applicazione del presente regolamento;

3) “Stato membro”: tutti gli Stati membri ad eccezione della Danimarca;

4) “decisione”: una decisione di divorzio, separazione personale dei coniugi o annullamento del matrimonio emessa dal giudice di uno Stato membro, nonché una decisione relativa alla responsabilità genitoriale, a prescindere dalla denominazione usata per la decisione, quale ad esempio decreto, sentenza o ordinanza;

5) “Stato membro d’origine”: lo Stato membro in cui è stata resa la decisione da eseguire;

6) “Stato membro dell’esecuzione”: lo Stato membro in cui viene chiesta l’esecuzione della decisione;

7) “responsabilità genitoriale”: i diritti e doveri di cui è investita una persona fisica o giuridica in virtù di una decisione giudiziaria, della legge o di un accordo in vigore riguardanti la persona o i beni di un minore. Il termine comprende, in particolare, il diritto di affidamento e il diritto di visita;

8) “titolare della responsabilità genitoriale”: qualsiasi persona che eserciti la responsabilità di genitore su un minore;

9) “diritto di affidamento”: i diritti e doveri concernenti la cura della persona di un minore, in particolare il diritto di intervenire nella decisione riguardo al suo luogo di residenza;

10) “diritto di visita”: in particolare il diritto di condurre il minore in un luogo diverso dalla sua residenza abituale per un periodo limitato di tempo;

11) “trasferimento illecito o mancato ritorno del minore”: il trasferimento o il mancato rientro di un minore:

  1. a) quando avviene in violazione dei diritti di affidamento derivanti da una decisione, dalla legge o da un accordo vigente in base alla legislazione dello Stato membro nel quale il minore aveva la sua residenza abituale immediatamente prima del suo trasferimento o del suo mancato rientro

e

  1. b) se il diritto di affidamento era effettivamente esercitato, individualmente o congiuntamente, al momento del trasferimento del minore o del suo mancato rientro, o lo sarebbe stato se non fossero sopravvenuti tali eventi. L’affidamento si considera esercitato congiuntamente da entrambi i genitori quanto uno dei titolari della responsabilità genitoriale non può, conformemente ad una decisione o al diritto nazionale, decidere il luogo di residenza del minore senza il consenso dell’altro titolare della responsabilità genitoriale.

CAPO II

COMPETENZA

SEZIONE 1

Divorzio, separazione personale e annullamento del matrimonio

Articolo 3

Competenza generale

  1. Sono competenti a decidere sulle questioni inerenti al divorzio, alla separazione personale dei coniugi e all’annullamento del matrimonio le autorità giurisdizionali dello Stato membro:

  2. a) nel cui territorio si trova:

– la residenza abituale dei coniugi, o

– l’ultima residenza abituale dei coniugi se uno di essi vi risiede ancora, o

– la residenza abituale del convenuto, o

– in caso di domanda congiunta, la residenza abituale di uno dei coniugi, o

– la residenza abituale dell’attore se questi vi ha risieduto almeno per un anno immediatamente prima della domanda, o

– la residenza abituale dell’attore se questi vi ha risieduto almeno per sei mesi immediatamente prima della domanda ed è cittadino dello Stato membro stesso o, nel caso del Regno Unito e dell’Irlanda, ha ivi il proprio “domicile”;

  1. b) di cui i due coniugi sono cittadini o, nel caso del Regno Unito e dell’Irlanda, del “domicile” di entrambi i coniugi.

  2. Ai fini del presente regolamento la nozione di “domicile” cui è fatto riferimento è quella utilizzata negli ordinamenti giuridici del Regno Unito e dell’Irlanda.

Articolo 4

Domanda riconvenzionale

L’autorità giurisdizionale davanti alla quale pende un procedimento in base all’articolo 3 è competente anche per esaminare la domanda riconvenzionale in quanto essa rientri nel campo d’applicazione del presente regolamento.

Articolo 5

Conversione della separazione personale in divorzio

Fatto salvo l’articolo 3, l’autorità giurisdizionale dello Stato membro che ha reso la decisione sulla separazione personale è altresì competente per convertirla in una decisione di divorzio, qualora ciò sia previsto dalla legislazione di detto Stato.

Articolo 6

Carattere esclusivo della competenza giurisdizionale di cui agli articoli 3, 4 e 5

Il coniuge che:

  1. a) risiede abitualmente nel territorio di uno Stato membro o

  2. b) ha la cittadinanza di uno Stato membro o, nel caso del Regno Unito e dell’Irlanda, ha il proprio “domicile” nel territorio di uno di questi Stati membri

può essere convenuto in giudizio davanti alle autorità giurisdizionali di un altro Stato membro soltanto in forza degli articoli 3, 4 e 5.

Articolo 7

Competenza residua

  1. Qualora nessun giudice di uno Stato membro sia competente ai sensi degli articoli 3, 4 e 5, la competenza, in ciascuno Stato membro, è determinata dalla legge di tale Stato.

  2. Il cittadino di uno Stato membro che ha la residenza abituale nel territorio di un altro Stato membro può, al pari dei cittadini di quest’ultimo, invocare le norme sulla competenza qui in vigore contro un convenuto che non ha la residenza abituale nel territorio di uno Stato membro né ha la cittadinanza di uno Stato membro o che, nel caso del Regno Unito e dell’Irlanda, non ha il proprio “domicile” nel territorio di uno di questi Stati membri.

SEZIONE 2

Responsabilità genitoriale

Articolo 8

Competenza generale

  1. Le autorità giurisdizionali di uno Stato membro sono competenti per le domande relative alla responsabilità genitoriale su un minore, se il minore risiede abitualmente in quello Stato membro alla data in cui sono aditi.

  2. Il paragrafo 1 si applica fatte salve le disposizioni degli articoli 9, 10 e 12.

Articolo 9

Ultrattività della competenza della precedente residenza abituale del minore

  1. In caso di lecito trasferimento della residenza di un minore da uno Stato membro ad un altro che diventa la sua residenza abituale, la competenza delle autorità giurisdizionali dello Stato membro della precedente residenza abituale del minore permane in deroga all’articolo 8 per un periodo di 3 mesi dal trasferimento, per modificare una decisione sul diritto di visita resa in detto Stato membro prima del trasferimento del minore, quando il titolare del diritto di visita in virtù della decisione sul diritto di visita continua a risiedere abitualmente nello Stato membro della precedente residenza abituale del minore.

  2. Il paragrafo 1 non si applica se il titolare del diritto di visita di cui al paragrafo 1, ha accettato la competenza delle autorità giurisdizionali dello Stato membro in cui risiede abitualmente il minore partecipando ai procedimenti dinanzi ad esse senza contestarla.

Articolo 10

Competenza nei casi di sottrazione di minori

In caso di trasferimento illecito o mancato rientro del minore, l’autorità giurisdizionale dello Stato membro nel quale il minore aveva la residenza abituale immediatamente prima del trasferimento o del mancato rientro conserva la competenza giurisdizionale fino a che il minore non abbia acquisito la residenza in un altro Stato membro e:

  1. a) se ciascuna persona, istituzione o altro ente titolare del diritto di affidamento ha accettato il trasferimento o mancato rientro;

o

  1. b) se il minore ha soggiornato in quell’altro Stato membro almeno per un anno da quando la persona, istituzione o altro ente titolare del diritto di affidamento ha avuto conoscenza, o avrebbe dovuto avere conoscenza, del luogo in cui il minore si trovava e il minore si è integrato nel nuovo ambiente e se ricorre una qualsiasi delle seguenti condizioni:

  2. i) entro un anno da quando il titolare del diritto di affidamento ha avuto conoscenza, o avrebbe dovuto avere conoscenza, del luogo in cui il minore si trovava non è stata presentata alcuna domanda di ritorno del minore dinanzi alle autorità competenti dello Stato membro nel quale il minore è stato trasferito o dal quale non ha fatto rientro;

  3. ii) una domanda di ritorno presentata dal titolare del diritto di affidamento è stata ritirata e non è stata presentata una nuova domanda entro il termine di cui al punto i);

iii) un procedimento dinanzi all’autorità giurisdizionale dello Stato membro nel quale il minore aveva la residenza abituale immediatamente prima del trasferimento o del mancato rientro è stato definito a norma dell’articolo 11, paragrafo 7;

  1. iv) l’autorità giurisdizionale dello Stato membro nel quale il minore aveva la residenza abituale immediatamente prima dell’illecito trasferimento o del mancato ritorno ha emanato una decisione di affidamento che non prevede il ritorno del minore.

Articolo 11

Ritorno del minore

  1. Quando una persona, istituzione o altro ente titolare del diritto di affidamento adisce le autorità competenti di uno Stato membro affinché emanino un provvedimento in base alla convenzione dell’Aia del 25 ottobre 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori (in seguito “la convenzione dell’Aia del 1980”) per ottenere il ritorno di un minore che è stato illecitamente trasferito o trattenuto in uno Stato membro diverso dallo Stato membro nel quale il minore aveva la residenza abituale immediatamente prima dell’illecito trasferimento o mancato ritorno, si applicano i paragrafi da 2 a 8.

  2. Nell’applicare gli articoli 12 e 13 della convenzione dell’Aia del 1980, si assicurerà che il minore possa essere ascoltato durante il procedimento se ciò non appaia inopportuno in ragione della sua età o del suo grado di maturità.

  3. Un’autorità giurisdizionale alla quale è stata presentata la domanda per il ritorno del minore di cui al paragrafo 1 procede al rapido trattamento della domanda stessa, utilizzando le procedure più rapide previste nella legislazione nazionale.

Fatto salvo il primo comma l’autorità giurisdizionale, salvo nel caso in cui circostanze eccezionali non lo consentano, emana il provvedimento al più tardi sei settimane dopo aver ricevuto la domanda.

  1. Un’autorità giurisdizionale non può rifiutare di ordinare il ritorno di un minore in base all’articolo 13, lettera b), della convenzione dell’Aia del 1980 qualora sia dimostrato che sono previste misure adeguate per assicurare la protezione del minore dopo il suo ritorno.

  2. Un’autorità giurisdizionale non può rifiutare di disporre il ritorno del minore se la persona che lo ha chiesto non ha avuto la possibilità di essere ascoltata.

  3. Se un’autorità giurisdizionale ha emanato un provvedimento contro il ritorno di un minore in base all’articolo 13 della convenzione dell’Aia del 1980, l’autorità giurisdizionale deve immediatamente trasmettere direttamente ovvero tramite la sua autorità centrale una copia del provvedimento giudiziario contro il ritorno e dei pertinenti documenti, in particolare una trascrizione delle audizioni dinanzi al giudice, all’autorità giurisdizionale competente o all’autorità centrale dello Stato membro nel quale il minore aveva la residenza abituale immediatamente prima dell’illecito trasferimento o mancato ritorno, come stabilito dalla legislazione nazionale. L’autorità giurisdizionale riceve tutti i documenti indicati entro un mese dall’emanazione del provvedimento contro il ritorno.

  4. A meno che l’autorità giurisdizionale dello Stato membro nel quale il minore aveva la residenza abituale immediatamente prima dell’illecito trasferimento o mancato ritorno non sia già stato adita da una delle parti, l’autorità giurisdizionale o l’autorità centrale che riceve le informazioni di cui al paragrafo 6 deve informarne le parti e invitarle a presentare all’autorità giurisdizionale le proprie conclusioni, conformemente alla legislazione nazionale, entro tre mesi dalla data della notifica, affinché quest’ultima esamini la questione dell’affidamento del minore.

Fatte salve le norme sulla competenza di cui al presente regolamento, in caso di mancato ricevimento delle conclusioni entro il termine stabilito, l’autorità giurisdizionale archivia il procedimento.

  1. Nonostante l’emanazione di un provvedimento contro il ritorno in base all’articolo 13 della convenzione dell’Aia del 1980, una successiva decisione che prescrive il ritorno del minore emanata da un giudice competente ai sensi del presente regolamento è esecutiva conformemente alla sezione 4 del capo III, allo scopo di assicurare il ritorno del minore.

Articolo 12

Proroga della competenza

  1. Le autorità giurisdizionali dello Stato membro in cui viene esercitata, ai sensi dell’articolo 5, la competenza a decidere sulle domande di divorzio, separazione personale dei coniugi o annullamento del matrimonio sono competenti per le domande relative alla responsabilità dei genitori che si ricollegano a tali domande se:

  2. a) almeno uno dei coniugi esercita la responsabilità genitoriale sul figlio;

e

  1. b) la competenza giurisdizionale di tali autorità giurisdizionali è stata accettata espressamente o in qualsiasi altro modo univoco dai coniugi e dai titolari della responsabilità genitoriale alla data in cui le autorità giurisdizionali sono adite, ed è conforme all’interesse superiore del minore.

  2. La competenza esercitata conformemente al paragrafo 1 cessa non appena:

  3. a) la decisione che accoglie o respinge la domanda di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio sia passata in giudicato;

o

  1. b) nei casi in cui il procedimento relativo alla responsabilità genitoriale è ancora pendente alla data di cui alla lettera a), la decisione relativa a tale procedimento sia passata in giudicato;

o

  1. c) il procedimento di cui alle lettere a) e b) sia terminato per un’altra ragione.

  2. Le autorità giurisdizionali di uno Stato membro sono competenti in materia di responsabilità dei genitori nei procedimenti diversi da quelli di cui al primo paragrafo se:

  3. a) il minore ha un legame sostanziale con quello Stato membro, in particolare perché uno dei titolari della responsabilità genitoriale vi risiede abitualmente o perché è egli stesso cittadino di quello Stato

e

  1. b) la loro competenza è stata accettata espressamente o in qualsiasi altro modo univoco da tutte le parti al procedimento alla data in cui le autorità giurisdizionali sono adite ed è conforme all’interesse superiore del minore.

  2. Se il minore ha la residenza abituale nel territorio di uno Stato che non è parte della convenzione dell’Aia, del 19 ottobre 1996, concernente la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la cooperazione in materia di potestà genitoriale e di misure di protezione dei minori, si presume che la competenza fondata sul presente articolo sia nell’interesse del minore, in particolare quando un procedimento si rivela impossibile nel paese terzo interessato.

Articolo 13

Competenza fondata sulla presenza del minore

  1. Qualora non sia possibile stabilire la residenza abituale del minore né determinare la competenza ai sensi dell’articolo 12, sono competenti i giudici dello Stato membro in cui si trova il minore.

  2. Il paragrafo 1 si applica anche ai minori rifugiati o ai minori sfollati a livello internazionale a causa di disordini nei loro paesi.

Articolo 14

Competenza residua

Qualora nessuna autorità giurisdizionale di uno Stato membro sia competente ai sensi degli articoli da 8 a 13 la competenza, in ciascuno Stato membro, è determinata dalla legge di tale Stato.

Articolo 15

Trasferimento delle competenze a una autorità giurisdizionale più adatta a trattare il caso

  1. In via eccezionale le autorità giurisdizionali di uno Stato membro competenti a conoscere del merito, qualora ritengano che l’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro con il quale il minore abbia un legame particolare sia più adatto a trattare il caso o una sua parte specifica e ove ciò corrisponda all’interesse superiore del minore, possono:

  2. a) interrompere l’esame del caso o della parte in questione e invitare le parti a presentare domanda all’autorità giurisdizionale dell’altro Stato membro conformemente al paragrafo 4 oppure

  3. b) chiedere all’autorità giurisdizionale dell’altro Stato membro di assumere la competenza ai sensi del paragrafo 5.

  4. Il paragrafo 1 è applicabile:

  5. a) su richiesta di una parte o

  6. b) su iniziativa dell’autorità giurisdizionale o

  7. c) su iniziativa di un’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro con cui il minore abbia un legame particolare, conformemente al paragrafo 3.

Il trasferimento della causa può tuttavia essere effettuato su iniziativa dell’autorità giurisdizionale o su richiesta di un’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro soltanto se esso è accettato da almeno una delle parti.

  1. Si ritiene che il minore abbia un legame particolare con uno Stato membro, ai sensi del paragrafo 1, se tale Stato membro

  2. a) è divenuto la residenza abituale del minore dopo che l’autorità giurisdizionale di cui al paragrafo 1 è stata adita; o

  3. b) è la precedente residenza abituale del minore; o

  4. c) è il paese di cui il minore è cittadino; o

  5. d) è la residenza abituale di uno dei titolari della responsabilità genitoriale; o

  6. e) la causa riguarda le misure di protezione del minore legate all’amministrazione, alla conservazione o all’alienazione dei beni del minore situati sul territorio di questo Stato membro.

  7. L’autorità giurisdizionale dello Stato membro competente a conoscere del merito fissa un termine entro il quale le autorità giurisdizionali dell’altro Stato membro devono essere adite conformemente al paragrafo 1.

Decorso inutilmente tale termine, la competenza continua ad essere esercitata dall’autorità giurisdizionale preventivamente adita ai sensi degli articoli da 8 a 14.

  1. Le autorità giurisdizionali di quest’altro Stato membro possono accettare la competenza, ove ciò corrisponda, a motivo delle particolari circostanze del caso, all’interesse superiore del minore, entro 6 settimane dal momento in cui sono adite in base al paragrafo 1, lettere a) o b). In questo caso, l’autorità giurisdizionale preventivamente adita declina la propria competenza. In caso contrario, la competenza continua ad essere esercitata dall’autorità giurisdizionale preventivamente adito ai sensi degli articoli da 8 a 14.

  2. Le autorità giurisdizionali collaborano, ai fini del presente articolo, direttamente ovvero attraverso le autorità centrali nominate a norma dell’articolo 53.

SEZIONE 3

Disposizioni comuni

Articolo 16

Adizione di un’autorità giurisdizionale

  1. L’autorità giurisdizionale si considera adita:

  2. a) alla data in cui la domanda giudiziale o un atto equivalente è depositato presso l’autorità giurisdizionale, purché successivamente l’attore non abbia omesso di prendere tutte le misure cui era tenuto affinché fosse effettuata la notificazione al convenuto;

o

  1. b) se l’atto deve essere notificato prima di essere depositato presso l’autorità giurisdizionale, alla data in cui l’autorità competente ai fini della notificazione lo riceve, purché successivamente l’attore non abbia omesso di prendere tutte le misure cui era tenuto affinché l’atto fosse depositato presso l’autorità giurisdizionale.

Articolo 17

Verifica della competenza

L’autorità giurisdizionale di uno Stato membro, investita di una controversia per la quale il presente regolamento non prevede la sua competenza e per la quale, in base al presente regolamento, è competente un’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro, dichiara d’ufficio la propria incompetenza.

Articolo 18

Esame della procedibilità

  1. Se la persona che ha la residenza abituale in uno Stato diverso dallo Stato membro in cui l’azione è stata proposta non compare, l’autorità giurisdizionale competente è tenuta a sospendere il procedimento fin quando non si sarà accertato che al convenuto è stata data la possibilità di ricevere la domanda giudiziale o un atto equivalente in tempo utile perché questi possa presentare le proprie difese, ovvero che è stato fatto tutto il possibile a tal fine.

  2. In luogo delle disposizioni del paragrafo 1 del presente articolo, si applica l’articolo 19 del regolamento (CE) n. 1348/2000 qualora sia stato necessario trasmettere la domanda giudiziale o un atto equivalente da uno Stato membro a un altro a norma di tale regolamento.

  3. Ove non si applichino le disposizioni del regolamento (CE) n. 1348/2000, si applica l’articolo 15 della convenzione dell’Aia del 15 novembre 1965 relativa alla notificazione e alla comunicazione all’estero di atti giudiziari ed extragiudiziari in materia civile o commerciale, qualora sia stato necessario trasmettere la domanda giudiziale o un atto equivalente all’estero a norma di tale convenzione.

Articolo 19

Litispendenza e connessione

  1. Qualora dinanzi a autorità giurisdizionali di Stati membri diverse e tra le stesse parti siano state proposte domande di divorzio, separazione personale dei coniugi e annullamento del matrimonio, l’autorità giurisdizionale successivamente adita sospende d’ufficio il procedimento finché non sia stata accertata la competenza dall’autorità giurisdizionale preventivamente adita.

  2. Qualora dinanzi a autorità giurisdizionali di Stati membri diversi siano state proposte domande sulla responsabilità genitoriale su uno stesso minore, aventi il medesimo oggetto e il medesimo titolo, l’autorità giurisdizionale successivamente adita sospende d’ufficio il procedimento finché non sia stata accertata la competenza dell’autorità giurisdizionale preventivamente adita.

  3. Quando la competenza dell’autorità giurisdizionale preventivamente adita è stata accertata, l’autorità giurisdizionale successivamente adita dichiara la propria incompetenza a favore dell’autorità giurisdizionale preventivamente adita.

In tal caso la parte che ha proposto la domanda davanti all’autorità giurisdizionale successivamente adita può promuovere l’azione dinanzi all’autorità giurisdizionale preventivamente adita.

Articolo 20

Provvedimenti provvisori e cautelari

  1. In casi d’urgenza, le disposizioni del presente regolamento non ostano a che le autorità giurisdizionali di uno Stato membro adottino i provvedimenti provvisori o cautelari previsti dalla legge interna, relativamente alle persone presenti in quello Stato o ai beni in esso situati, anche se, a norma del presente regolamento, è competente a conoscere nel merito l’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro.

  2. I provvedimenti adottati in esecuzione del paragrafo 1 cessano di essere applicabili quando l’autorità giurisdizionale dello Stato membro competente in virtù del presente regolamento a conoscere del merito abbia adottato i provvedimenti ritenuti appropriati.

CAPO III

RICONOSCIMENTO ED ESECUZIONE

SEZIONE 1

Riconoscimento

Articolo 21

Riconoscimento delle decisioni

  1. Le decisioni pronunciate in uno Stato membro sono riconosciute negli altri Stati membri senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento.

  2. In particolare, e fatto salvo il paragrafo 3, non è necessario alcun procedimento per l’aggiornamento delle iscrizioni nello stato civile di uno Stato membro a seguito di una decisione di divorzio, separazione personale dei coniugi o annullamento del matrimonio pronunciata in un altro Stato membro, contro la quale non sia più possibile proporre impugnazione secondo la legge di detto Stato membro.

  3. Fatta salva la sezione 4 del presente capo, ogni parte interessata può far dichiarare, secondo il procedimento di cui alla sezione 2, che la decisione deve essere o non può essere riconosciuta.

La competenza territoriale degli organi giurisdizionali indicati nell’elenco, comunicato da ciascuno Stato membro alla Commissione conformemente all’articolo 68, è determinata dal diritto interno dello Stato membro nel quale è proposta l’istanza di riconoscimento o di non riconoscimento.

  1. Se il riconoscimento di una decisione è richiesto in via incidentale dinanzi ad una autorità giurisdizionale di uno Stato membro, questa può decidere al riguardo.

Articolo 22

Motivi di non riconoscimento delle decisioni di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio

La decisione di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio non è riconosciuta nei casi seguenti:

  1. a) se il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto;

  2. b) quando è resa in contumacia, ovvero la domanda giudiziale o un atto equivalente non è stato notificato o comunicato al convenuto contumace in tempo utile e in modo tale da poter presentare le proprie difese, salvo che sia stato accertato che il convenuto ha accettato inequivocabilmente la decisione;

  3. c) se la decisione è incompatibile con una decisione resa in un procedimento tra le medesime parti nello Stato membro richiesto; o

  4. d) se la decisione è incompatibile con una decisione anteriore avente le stesse parti, resa in un altro Stato membro o in un paese terzo, purché la decisione anteriore soddisfi le condizioni prescritte per il riconoscimento nello Stato membro richiesto.

Articolo 23

Motivi di non riconoscimento delle decisioni relative alla responsabilità genitoriale

Le decisioni relative alla responsabilità genitoriale non sono riconosciute nei casi seguenti:

  1. a) se, tenuto conto dell’interesse superiore del minore, il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto;

  2. b) se, salvo i casi d’urgenza, la decisione è stata resa senza che il minore abbia avuto la possibilità di essere ascoltato, in violazione dei principi fondamentali di procedura dello Stato membro richiesto;

  3. c) quando è resa in contumacia, ovvero la domanda giudiziale o un atto equivalente non è stato notificato o comunicato al convenuto contumace in tempo utile e in modo tale da poter presentare le proprie difese, salvo che sia stato accertato che il convenuto ha accettato inequivocabilmente la decisione;

  4. d) su richiesta di colui che ritiene che la decisione sia lesiva della propria responsabilità genitoriale, se è stata emessa senza dargli la possibilità di essere ascoltato;

  5. e) se la decisione è incompatibile con una decisione successiva sulla responsabilità genitoriale emessa nello Stato membro richiesto;

  6. f) se la decisione è incompatibile con una decisione successiva sulla responsabilità genitoriale emessa in un altro Stato membro o nel paese terzo in cui il minore risieda, la quale soddisfi le condizioni prescritte per il riconoscimento nello Stato membro richiesto;

o

  1. g) se la procedura prevista dall’articolo 56 non è stata rispettata.

Articolo 24

Divieto di riesame della competenza giurisdizionale dell’autorità giurisdizionale d’origine

Non si può procedere al riesame della competenza giurisdizionale del giudice dello Stato membro d’origine. Il criterio dell’ordine pubblico di cui agli articoli 22, lettera a), e 23, lettera a), non può essere applicato alle norme sulla competenza di cui agli articoli da 3 a 14.

Articolo 25

Divergenze fra le leggi

Il riconoscimento di una decisione non può essere negato perché la legge dello Stato membro richiesto non prevede per i medesimi fatti il divorzio, la separazione personale o l’annullamento del matrimonio.

Articolo 26

Divieto di riesame del merito

In nessun caso la decisione può formare oggetto di un riesame del merito.

Articolo 27

Sospensione del procedimento

  1. L’autorità giurisdizionale di uno Stato membro dinanzi alla quale è richiesto il riconoscimento di una decisione pronunciata in un altro Stato membro può sospendere il procedimento se la decisione è stata impugnata con un mezzo ordinario.

  2. L’autorità giurisdizionale di uno Stato membro dinanzi alla quale è richiesto il riconoscimento di una decisione emessa in Irlanda o nel Regno Unito e la cui esecuzione è sospesa nello Stato membro d’origine per la presentazione di un ricorso può sospendere il procedimento.

SEZIONE 2

Istanza per la dichiarazione di esecutività

Articolo 28

Decisioni esecutive

  1. Le decisioni relative all’esercizio della responsabilità genitoriale su un minore, emesse ed esecutive in un determinato Stato membro, sono eseguite in un altro Stato membro dopo esservi state dichiarate esecutive su istanza della parte interessata, purché siano state notificate.

  2. Tuttavia la decisione è eseguita in una delle tre parti del Regno Unito (Inghilterra e Galles, Scozia e Irlanda del Nord) soltanto dopo esservi stata registrata per esecuzione, su istanza di una parte interessata.

Articolo 29

Giudici territorialmente competenti

  1. L’istanza per la dichiarazione di esecutività è proposta ai giudici che figurano nell’elenco comunicato da ciascuno Stato membro alla Commissione conformemente all’articolo 68.

  2. La competenza territoriale è determinata dalla residenza abituale della parte contro cui è chiesta l’esecuzione oppure dalla residenza abituale del minore cui l’istanza si riferisce.

Quando nessuno dei luoghi di cui al primo comma si trova nello Stato membro dell’esecuzione, la competenza territoriale è determinata dal luogo dell’esecuzione.

Articolo 30

Procedimento

  1. Le modalità del deposito dell’istanza sono determinate in base alla legge dello Stato membro dell’esecuzione.

  2. L’istante elegge il proprio domicilio nella circoscrizione dell’autorità giurisdizionale adita. Tuttavia, se la legge dello Stato membro dell’esecuzione non prevede l’elezione del domicilio, l’istante designa un procuratore.

  3. All’istanza vengono allegati i documenti di cui agli articoli 37 e 39.

Articolo 31

Decisione dell’autorità giurisdizionale

  1. L’autorità giurisdizionale adita decide senza indugio. In questa fase del procedimento, né la parte contro la quale l’esecuzione viene chiesta né il minore possono presentare osservazioni.

  2. L’istanza può essere respinta solo per uno dei motivi di cui agli articoli 22, 23 e 24.

  3. In nessun caso la decisione può formare oggetto di un riesame del merito.

Articolo 32

Comunicazione della decisione

La decisione resa su istanza di parte è senza indugio portata a conoscenza del richiedente, a cura del cancelliere, secondo le modalità previste dalla legge dello Stato membro dell’esecuzione.

Articolo 33

Opposizione

  1. Ciascuna delle parti può proporre opposizione contro la decisione resa sull’istanza intesa a ottenere una dichiarazione di esecutività.

  2. L’opposizione è proposta davanti all’autorità giurisdizionale di cui all’elenco comunicato da ciascuno Stato membro alla Commissione conformemente all’articolo 68.

  3. Il ricorso è esaminato secondo le norme sul procedimento in contraddittorio.

  4. Se l’opposizione è proposta dalla parte che ha richiesto la dichiarazione di esecutività, la parte contro cui l’esecuzione viene fatta valere è chiamata a comparire davanti all’autorità giurisdizionale dell’opposizione. In caso di contumacia, si applicano le disposizioni dell’articolo 18.

  5. L’opposizione contro una dichiarazione di esecutività deve essere proposta nel termine di un mese dalla notificazione della stessa. Se la parte contro la quale è chiesta l’esecuzione ha la residenza abituale in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata rilasciata la dichiarazione di esecutività, il termine è di due mesi a decorrere dalla data della notificazione in mani proprie o nella residenza. Detto termine non è prorogabile per ragioni inerenti alla distanza.

Articolo 34

Autorità giurisdizionale dell’opposizione e ulteriori mezzi di impugnazione

La decisione resa sull’opposizione può costituire unicamente oggetto delle procedure di cui all’elenco comunicato da ciascuno Stato membro alla Commissione conformemente all’articolo 68.

Articolo 35

Sospensione del procedimento

  1. L’autorità giurisdizionale dinanzi alla quale è proposta l’opposizione a norma dell’articolo 33 o dell’articolo 34 può, su istanza della parte contro la quale è chiesta l’esecuzione, sospendere il procedimento di esecuzione se la decisione è stata impugnata nello Stato membro d’origine con un mezzo ordinario o se il termine per proporre l’impugnazione non è ancora scaduto. In quest’ultimo caso l’autorità giurisdizionale può fissare un termine per proporre tale impugnazione.

  2. Qualora la decisione sia stata emessa in Irlanda o nel Regno Unito, qualsiasi mezzo di impugnazione esperibile nello Stato membro d’origine è considerato “impugnazione ordinaria” ai sensi del paragrafo 1.

Articolo 36

Esecuzione parziale

  1. Se la decisione ha statuito su vari capi della domanda e l’esecuzione non può essere concessa per tutti i capi, l’autorità giurisdizionale autorizza l’esecuzione solo per uno o taluni di essi.

  2. L’istante può chiedere un’esecuzione parziale.

SEZIONE 3

Disposizioni comuni alle sezioni 1 e 2

Articolo 37

Documenti

  1. La parte che chiede o contesta il riconoscimento oche chiede una dichiarazione di esecutività deve produrre quanto segue:

  2. a) una copia della decisione, che presenti le condizioni di autenticità prescritte;

e

  1. b) il certificato di cui all’articolo 39.

  2. Se si tratta di decisione contumaciale, la parte che ne chiede il riconoscimento o l’esecuzione deve inoltre produrre:

  3. a) l’originale o una copia autenticata del documento comprovante che la domanda giudiziale o l’atto equivalente è stato notificato o comunicato al contumace;

o

  1. b) un documento comprovante che il convenuto ha inequivocabilmente accettato la decisione.

Articolo 38

Mancata produzione di documenti

  1. Qualora i documenti di cui all’articolo 37, paragrafo 1, lettera b), o paragrafo 2, non vengano prodotti, l’autorità giurisdizionale può fissare un termine per la loro presentazione o accettare documenti equivalenti ovvero, qualora ritenga di essere informato a sufficienza, disporre l’esonero della presentazione degli stessi.

  2. Qualora l’autorità giurisdizionale lo richieda, è necessario produrre una traduzione dei documenti richiesti. La traduzione è autenticata da una persona a tal fine abilitata in uno degli Stati membri.

Articolo 39

Certificato relativo alle decisioni rese nelle cause matrimoniali e in materia di responsabilità genitoriale

L’autorità giurisdizionale o l’autorità competente dello Stato membro d’origine rilascia, su richiesta di qualsiasi parte interessata, un certificato utilizzando il modello standard di cui all’allegato I (decisioni in materia matrimoniale) o all’allegato II (decisioni in materia di responsabilità genitoriale).

SEZIONE 4

Esecuzione di talune decisioni in materia di diritto di visita e di talune decisioni che prescrivono il ritorno del minore

Articolo 40

Campo d’applicazione

  1. La presente sezione si applica:

  2. a) al diritto di visita;

e

  1. b) al ritorno del minore ordinato in seguito a una decisione che prescrive il ritorno del minore di cui all’articolo 11, paragrafo 8.

  2. Le disposizioni della presente sezione non ostano a che il titolare della responsabilità genitoriale chieda il riconoscimento e l’esecuzione in forza delle disposizioni contenute nelle sezioni 1 e 2 del presente capo.

Articolo 41

Diritto di visita

  1. Il diritto di visita di cui all’articolo 40, paragrafo 1, lettera a), conferito in forza di una decisione esecutiva emessa in uno Stato membro, è riconosciuto ed è eseguibile in un altro Stato membro senza che sia necessaria alcuna dichiarazione di esecutività e senza che sia possibile opporsi al suo riconoscimento se la decisione è stata certificata nello Stato membro d’origine in accordo con il paragrafo 2.

Anche se il diritto interno non prevede l’esecutività di diritto, nonostante un eventuale ricorso, di una decisione che accorda un diritto di visita, l’autorità giurisdizionale può dichiarare la decisione esecutiva.

  1. Il giudice di origine rilascia il certificato di cui al paragrafo 1, sulla base del modello standard di cui all’allegato III (certificato sul diritto di visita), solo nei seguenti casi:

  2. a) in caso di procedimento in contumacia, la domanda giudiziale o un atto equivalente è stato notificato o comunicato al convenuto contumace in tempo utile e in modo tale che questi possa presentare le proprie difese, o, è stato notificato o comunicato nel mancato rispetto di queste condizioni, sia comunque accertato che il convenuto ha accettato la decisione inequivocabilmente;

  3. b) tutte le parti interessate hanno avuto la possibilità di essere ascoltate;

e

  1. c) il minore ha avuto la possibilità di essere ascoltato, salvo che l’audizione non sia stata ritenuta inopportuna in ragione della sua età o del suo grado di maturità.

Il certificato standard deve essere compilato nella lingua della decisione.

  1. Se il diritto di visita riguarda un caso che sin dall’atto della pronuncia della decisione riveste un carattere transfrontaliero, il certificato è rilasciato d’ufficio quando la decisione diventa esecutiva, anche se solo provvisoriamente. Se il caso diventa transfrontaliero solo in seguito, il certificato è rilasciato a richiesta di una della parti.

Articolo 42

Ritorno del minore

  1. Il ritorno del minore di cui all’articolo 40, paragrafo 1, lettera b), ordinato con una decisione esecutiva emessa in uno Stato membro, è riconosciuto ed è eseguibile in un altro Stato membro senza che sia necessaria una dichiarazione di esecutività e senza che sia possibile opporsi al riconoscimento, se la decisione è stata certificata nello Stato membro d’origine conformemente al paragrafo 2.

Anche se la legislazione nazionale non prevede l’esecutività di diritto, nonostante eventuali impugnazioni, di una decisione che prescrive il ritorno del minore di cui all’articolo 11, paragrafo 8, l’autorità giurisdizionale può dichiarare che la decisione in questione è esecutiva.

  1. Il giudice di origine che ha emanato la decisione di cui all’articolo 40, paragrafo 1, lettera b), rilascia il certificato di cui al paragrafo 1 solo se:

  2. a) il minore ha avuto la possibilità di essere ascoltato, salvo che l’audizione sia stata ritenuta inopportuna in ragione della sua età o del suo grado di maturità;

  3. b) le parti hanno avuto la possibilità di essere ascoltate; e

  4. c) l’autorità giurisdizionale ha tenuto conto, nel rendere la sua decisione, dei motivi e degli elementi di prova alla base del provvedimento emesso conformemente all’articolo 13 della convenzione dell’Aia del 1980.

Nel caso in cui l’autorità giurisdizionale o qualsiasi altra autorità adotti misure per assicurare la protezione del minore dopo il suo ritorno nello Stato della residenza abituale, il certificato contiene i dettagli di tali misure.

Il giudice d’origine rilascia detto certificato di sua iniziativa e utilizzando il modello standard di cui all’allegato IV (certificato sul ritorno del minore).

Il certificato è compilato nella lingua della decisione.

Articolo 43

Domanda di rettifica

  1. Il diritto dello Stato membro di origine è applicabile a qualsiasi rettifica del certificato.

  2. Il rilascio di un certificato a norma dell’articolo 41, paragrafo 1, o dell’articolo 42, paragrafo 1, non è inoltre soggetto ad alcun mezzo di impugnazione.

Articolo 44

Effetti del certificato

Il certificato ha effetto soltanto nei limiti del carattere esecutivo della sentenza.

Articolo 45

Documenti

  1. La parte che chiede l’esecuzione di una decisione deve produrre quanto segue:

  2. a) una copia della decisione, che presenti le condizioni di autenticità prescritte;

e

  1. b) il certificato di cui all’articolo 41, paragrafo 1, o all’articolo 42, paragrafo 1.

  2. Ai fini del presente articolo:

– il certificato di cui all’articolo 41, paragrafo 1, è corredato della traduzione del punto 12 relativo alle modalità per l’esercizio del diritto di visita,

– il certificato di cui all’articolo 42, paragrafo 1, è corredato della traduzione del punto 14 relativo alle misure adottate per assicurare il ritorno del minore.

La traduzione deve essere nella lingua ufficiale o in una delle lingue ufficiali dello Stato membro dell’esecuzione o in un’altra lingua che quello Stato membro abbia dichiarato di accettare. La traduzione è autenticata da una persona a tal fine abilitata in uno degli Stati membri.

SEZIONE 5

Atti pubblici e accordi

Articolo 46

Gli atti pubblici formati e aventi efficacia esecutiva in uno Stato membro nonché gli accordi tra le parti aventi efficacia esecutiva nello Stato membro di origine sono riconosciuti ed eseguiti alle stesse condizioni previste per le decisioni.

SEZIONE 6

Altre disposizioni

Articolo 47

Procedimento di esecuzione

  1. Il procedimento di esecuzione è disciplinato dalla legge dello Stato membro dell’esecuzione.

  2. Ogni decisione pronunciata dall’autorità giurisdizionale di uno Stato membro e dichiarata esecutiva ai sensi della sezione 2 o certificata conformemente all’articolo 41, paragrafo 1, o all’articolo 42, paragrafo 1, è eseguita nello Stato membro dell’esecuzione alle stesse condizioni che si applicherebbero se la decisione fosse stata pronunciata in tale Stato membro.

In particolare una decisione certificata conformemente all’articolo 41, paragrafo 1, o all’articolo 42, paragrafo 1, non può essere eseguita se è incompatibile con una decisione esecutiva emessa posteriormente.

Articolo 48

Modalità pratiche per l’esercizio del diritto di visita

  1. L’autorità giurisdizionale dello Stato membro dell’esecuzione possono stabilire modalità pratiche volte ad organizzare l’esercizio del diritto di visita, qualora le modalità necessarie non siano o siano insufficientemente previste nella decisione emessa dalle autorità giurisdizionali dello Stato membro competente a conoscere del merito e a condizione che siano rispettati gli elementi essenziali di quella decisione.

  2. Le modalità pratiche stabilite a norma del paragrafo 1 cessano di essere applicabili in virtù di una decisione posteriore emessa dalle autorità giurisdizionali dello Stato membro competenti a conoscere del merito.

Articolo 49

Spese

Le disposizioni del presente capo, eccettuate quelle previste alla sezione 4, si applicano altresì alla determinazione dell’importo delle spese per i procedimenti instaurati in base al presente regolamento nonché all’esecuzione di qualsiasi decisione relativa a tali spese.

Articolo 50

Patrocinio a spese dello Stato

L’istante che nello Stato membro d’origine ha usufruito in tutto o in parte del patrocinio a spese dello Stato o dell’esenzione dalle spese beneficia, nel procedimento di cui agli articoli 21, 28, 41, 42 e 48, dell’assistenza più favorevole o dell’esenzione più ampia prevista dalla legge dello Stato membro dell’esecuzione.

Articolo 51

Cauzione o deposito

Non può essere imposta la costituzione di cauzioni o depositi, comunque denominati, alla parte che chiede l’esecuzione in uno Stato membro di una decisione pronunciata in un altro Stato membro per i seguenti motivi:

  1. a) per il difetto di residenza abituale nello Stato membro richiesto, o

  2. b) per la sua qualità di straniero oppure, qualora l’esecuzione sia richiesta nel Regno Unito o in Irlanda, per difetto di “domicile” in uno di tali Stati membri.

Articolo 52

Legalizzazione o altra formalità analoga

Non è richiesta alcuna legalizzazione o altra formalità analoga per i documenti indicati negli articoli 37, 38 e 45, né per l’eventuale procura alle liti.

CAPO IV

COOPERAZIONE FRA AUTORITÀ CENTRALI IN MATERIA DI RESPONSABILITÀ GENITORIALE

Articolo 53

Designazione

Ciascuno Stato membro designa una o più autorità centrali incaricata di assisterlo nell’applicazione del presente regolamento e ne specifica le competenze territoriali e materiali. Qualora uno Stato membro abbia designato più autorità centrali, le comunicazioni dovrebbero essere inviate direttamente all’autorità centrale competente. Se una comunicazione è stata inviata a un’autorità centrale non competente, quest’ultima deve inoltrarla all’autorità centrale competente e informare il mittente al riguardo.

Articolo 54

Funzioni generali

Le autorità centrali mettono a disposizione informazioni sull’ordinamento e sulle procedure nazionali e adottano misure generali per migliorare l’applicazione del presente regolamento e rafforzare la cooperazione. A tal fine si ricorre alla rete giudiziaria europea in materia civile e commerciale, istituita con decisione 2001/470/CE.

Articolo 55

Cooperazione nell’ambito di cause specifiche alla responsabilità genitoriale

Le autorità centrali, su richiesta di un’autorità centrale di un altro Stato membro o del titolare della responsabilità genitoriale, cooperano nell’ambito di cause specifiche per realizzare gli obiettivi del presente regolamento. A tal fine esse provvedono, direttamente o tramite le autorità pubbliche o altri organismi, compatibilmente con l’ordinamento di tale Stato membro in materia di protezione dei dati personali:

  1. a) a raccogliere e a scambiare informazioni:

  2. i) sulla situazione del minore;

  3. ii) sugli eventuali procedimenti in corso; o

iii) sulle decisioni adottate relativamente al minore;

  1. b) a fornire informazioni e assistenza ai titolari della responsabilità genitoriale che chiedono il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni sul loro territorio, relativamente in particolare al diritto di visita e al ritorno del minore;

  2. c) a facilitare la comunicazione fra le autorità giurisdizionali, in relazione soprattutto all’attuazione dell’articolo 11, paragrafi 6 e 7, e dell’articolo 15;

  3. d) a fornire informazioni e sostegno utili all’attuazione dell’articolo 56 da parte delle autorità giurisdizionali;

  4. e) a facilitare un accordo fra i titolari della responsabilità genitoriale, ricorrendo alla mediazione o con altri mezzi, e ad agevolare a tal fine la cooperazione transfrontaliera.

Articolo 56

Collocamento del minore in un altro Stato membro

  1. Qualora l’autorità giurisdizionale competente in virtù degli articoli da 8 a 15 intenda collocare il minore in istituto o in una famiglia affidataria e tale collocamento abbia luogo in un altro Stato membro, egli consulta preventivamente l’autorità centrale o un’altra autorità competente di quest’ultimo Stato membro se in tale Stato membro è previsto l’intervento di un’autorità pubblica nei casi nazionali di collocamento di minori.

  2. La decisione sul collocamento di cui al paragrafo 1 può essere presa nello Stato membro richiedente soltanto se l’autorità centrale o un’altra autorità competente dello Stato richiesto ha approvato tale collocamento.

  3. Le modalità relative alla consultazione o all’approvazione di cui ai paragrafi 1 e 2 sono disciplinate dal diritto nazionale dello Stato membro richiesto.

  4. Qualora l’autorità giurisdizionale competente ai sensi degli articoli da 8 a 15 decida di collocare il minore in una famiglia affidataria e tale collocamento abbia luogo in un altro Stato membro, e in quest’ultimo Stato membro non sia previsto l’intervento di un’autorità pubblica nei casi nazionali di collocamento di minori, egli lo comunica all’autorità centrale o ad un’autorità competente di quest’ultimo Stato membro.

Articolo 57

Metodo di lavoro

  1. I titolari della responsabilità genitoriale possono rivolgere una domanda di assistenza, di cui all’articolo 55, all’autorità centrale dello Stato membro in cui risiedono abitualmente ovvero all’autorità centrale dello Stato membro in cui si può trovare o risiede abitualmente il minore. In generale, la domanda contiene tutte le informazioni disponibili che ne possono agevolare l’esecuzione. Se la domanda di assistenza riguarda il riconoscimento o l’esecuzione di una decisione in materia di responsabilità genitoriale che rientra nel campo di applicazione del presente regolamento, il titolare della responsabilità genitoriale vi acclude i pertinenti certificati di cui all’articolo 39, all’articolo 41, paragrafo 1, o all’articolo 42, paragrafo 1.

  2. Gli Stati membri comunicano alla Commissione la o le lingue ufficiali delle Istituzioni della Comunità, diverse dalla sua, nelle quali le comunicazioni alle autorità centrali possono essere redatte.

  3. L’assistenza delle autorità centrali a norma dell’articolo 55 è gratuita.

  4. Ciascuna autorità centrale sostiene i propri costi.

Articolo 58

Riunioni

  1. Per facilitare l’applicazione del presente regolamento le autorità centrali si riuniscono periodicamente.

  2. Le riunioni sono convocate conformemente alla decisione 2001/470/CE relativa all’istituzione di una rete giudiziaria europea in materia civile e commerciale.

CAPO V

RELAZIONI CON GLI ALTRI ATTI NORMATIVI

Articolo 59

Relazione con altri strumenti

  1. Fatti salvi gli articoli 60, 63, 64 e il paragrafo 2 del presente articolo, il presente regolamento sostituisce, nei rapporti tra gli Stati membri, le convenzioni vigenti alla data della sua entrata in vigore, concluse tra due o più Stati membri su materie disciplinate dal presente regolamento.

  2. a) La Finlandia e la Svezia hanno facoltà di dichiarare che nei loro rapporti reciproci, in luogo delle norme del presente regolamento, si applica in tutto o in parte la convenzione del 6 febbraio 1931 tra Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia contenente disposizioni di diritto internazionale privato in materia di matrimonio, adozione e tutela, nonché il relativo protocollo finale. Queste dichiarazioni sono pubblicate nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea in allegato al presente regolamento. Tali Stati membri possono dichiarare in qualsiasi momento di rinunciarvi in tutto o in parte.

  3. b) È fatto obbligo di rispettare il principio di non discriminazione in base alla cittadinanza tra i cittadini dell’Unione europea.

  4. c) I criteri di competenza giurisdizionale di qualsiasi accordo che sarà concluso tra gli Stati membri di cui alla lettera a) su materie disciplinate dal presente regolamento devono corrispondere a quelli stabiliti dal regolamento stesso.

  5. d) Le decisioni pronunciate in uno degli Stati nordici che abbia reso la dichiarazione di cui alla lettera a), in base a un criterio di competenza giurisdizionale corrispondente a quelli previsti nel capo II del presente regolamento, sono riconosciute ed eseguite negli altri Stati membri secondo le disposizioni del capo III del regolamento stesso.

  6. Gli Stati membri comunicano alla Commissione:

  7. a) copia degli accordi di cui al paragrafo 2, lettere a) e c), e delle relative leggi uniformi di applicazione;

  8. b) qualsiasi denuncia o modifica di tali accordi o leggi uniformi.

Articolo 60

Relazione con talune convenzioni multilaterali

Nei rapporti tra gli Stati che ne sono parti, il presente regolamento prevale sulle convenzioni seguenti, nella misura in cui queste riguardino materie da esso disciplinate:

  1. a) convenzione dell’Aia, del 5 ottobre 1961, sulla competenza delle autorità e sulla legge applicabile in materia di protezione dei minori;

  2. b) convenzione del Lussemburgo, dell’8 settembre 1967, sul riconoscimento delle decisioni relative al vincolo matrimoniale;

  3. c) convenzione dell’Aia, del 1o giugno 1970, sul riconoscimento dei divorzi e delle separazioni personali;

  4. d) convenzione europea, del 20 maggio 1980, sul riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia di affidamento dei minori e di ristabilimento dell’affidamento;

e

  1. e) convenzione dell’Aia, del 25 ottobre 1980, sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori.

Articolo 61

Relazioni con la convenzione dell’Aia del 19 ottobre 1996 sulla competenza giurisdizionale, la legge applicabile, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni, nonché la cooperazione, in materia di responsabilità genitoriale e di misure per la tutela dei minori

Nelle relazioni con la convenzione dell’Aia del 19 ottobre 1996 sulla competenza giurisdizionale, la legge applicabile, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni, nonché la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure per la tutela dei minori, il presente regolamento si applica:

  1. a) se il minore in questione ha la sua residenza abituale nel territorio di uno Stato membro;

  2. b) per quanto riguarda il riconoscimento e l’esecuzione di una decisione emessa dal giudice competente di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro, anche se il minore risiede abitualmente nel territorio di uno Stato non membro che è parte contraente di detta convenzione.

Articolo 62

Portata degli effetti

  1. Gli accordi e le convenzioni di cui all’articolo 59, paragrafo 1, e agli articoli 60 e 61 continuano a produrre effetti nelle materie non disciplinate dal presente regolamento.

  2. Le convenzioni di cui all’articolo 60, in particolare la convenzione dell’Aia del 1980, continuano ad avere efficacia tra gli Stati membri che ne sono parti contraenti, conformemente all’articolo 60.

Articolo 63

Trattati con la Santa Sede

  1. Il presente regolamento fa salvo il trattato internazionale (Concordato) concluso fra la Santa Sede e il Portogallo, firmato nella Città del Vaticano il 7 maggio 1940.

  2. Ogni decisione relativa all’invalidità di un matrimonio disciplinata dal trattato di cui al paragrafo 1 è riconosciuta negli Stati membri a norma del capo III, sezione 1, del presente regolamento.

  3. Le disposizioni di cui ai paragrafi 1 e 2 si applicano altresì ai seguenti trattati internazionali (Concordati) conclusi con la Santa Sede:

  4. a) “Concordato lateranense”, dell’11 febbraio 1929, tra l’Italia e la Santa Sede, modificato dall’accordo, con protocollo aggiuntivo, firmato a Roma il 18 febbraio 1984;

  5. b) accordo tra la Santa Sede e la Spagna su questioni giuridiche del 3 gennaio 1979.

  6. L’Italia e la Spagna possono sottoporre il riconoscimento delle decisioni di cui al paragrafo 2 alle procedure e ai controlli applicabili alle sentenze dei tribunali ecclesiastici pronunciate in base ai trattati internazionali con la Santa Sede di cui al paragrafo 3.

  7. Gli Stati membri comunicano alla Commissione:

  8. a) una copia dei trattati di cui ai paragrafi 1 e 3;

  9. b) eventuali denunce o modificazioni di tali trattati.

CAPO VI

DISPOSIZIONI TRANSITORIE

Articolo 64

  1. Il presente regolamento si applica solo alle azioni proposte, agli atti pubblici formati e agli accordi tra le parti conclusi posteriormente alla data in cui il presente regolamento entra in applicazione secondo l’articolo 72.

  2. Le decisioni pronunciate dopo l’entrata in applicazione del presente regolamento, relative ad azioni proposte prima di tale termine ma dopo l’entrata in vigore del regolamento (CE) n. 1347/2000, sono riconosciute ed eseguite secondo le disposizioni del capo III del presente regolamento se la norma sulla competenza era fondata su regole conformi a quelle contenute nel capo II del regolamento stesso, ovvero nel regolamento (CE) n. 1347/2000, ovvero in una convenzione in vigore tra lo Stato membro d’origine e lo Stato membro richiesto al momento della proposizione dell’azione.

  3. Le decisioni pronunciate prima dell’entrata in applicazione del presente regolamento, relative ad azioni proposte dopo l’entrata in vigore del regolamento (CE) n. 1347/2000, sono riconosciute ed eseguite secondo le disposizioni del capo III del presente regolamento, purché siano decisioni di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio, ovvero decisioni relative alla responsabilità dei genitori sui figli avuti in comune, emesse in occasione di quei procedimenti matrimoniali.

  4. Le decisioni pronunciate prima dell’entrata in applicazione del presente regolamento ma dopo l’entrata in vigore del regolamento (CE) n. 1347/2000, relative ad azioni proposte prima dell’entrata in vigore del regolamento (CE) n. 1347/2000, sono riconosciute ed eseguite secondo le disposizioni del capo III del presente regolamento, purché siano decisioni di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio, ovvero decisioni relative alla responsabilità dei genitori sui figli avuti in comune, emesse in occasione di quei procedimenti matrimoniali, e se la norma sulla competenza era fondata su regole conformi a quelle contenute nel capo II del presente regolamento, ovvero nel regolamento (CE) n. 1347/2000, ovvero in una convenzione in vigore tra lo Stato membro d’origine e lo Stato membro richiesto al momento della proposizione dell’azione.

CAPO VII

DISPOSIZIONI FINALI

Articolo 65

Riesame

Al più tardi il 1o gennaio 2012 e successivamente ogni cinque anni, la Commissione presenta al Parlamento europeo, al Consiglio e al Comitato economico e sociale europeo, sulla base delle informazioni fornite dagli Stati membri, una relazione sull’applicazione del presente regolamento, corredata se del caso di proposte di adeguamento.

Articolo 66

Stati membri con sistemi normativi plurimi

Qualora in uno Stato membro vigano, in unità territoriali diverse, due o più sistemi giuridici o complessi di norme per questioni disciplinate dal presente regolamento:

  1. a) ogni riferimento alla residenza abituale nello Stato membro va inteso come riferimento alla residenza abituale nell’unità territoriale;

  2. b) ogni riferimento alla cittadinanza, o, nel caso del Regno Unito, al “domicile” va inteso come riferimento all’appartenenza all’unità territoriale designata dalla legge di detto Stato;

  3. c) ogni riferimento all’autorità dello Stato membro va inteso come riferimento all’autorità di un’unità territoriale interessata di tale Stato;

  4. d) ogni riferimento alle norme dello Stato membro richiesto va inteso come riferimento alle norme dell’unità territoriale in cui si invocano la competenza giurisdizionale, il riconoscimento o l’esecuzione.

Articolo 67

Informazioni relative alle autorità centrali e alle lingue accettate

Gli Stati membri comunicano alla Commissione, entro tre mesi dall’entrata in vigore del presente regolamento:

  1. a) denominazione, indirizzo e mezzi di comunicazione indirizzate alle autorità centrali designate a norma dell’articolo 53;

  2. b) le lingue accettate per le comunicazioni indirizzate alle autorità centrali di cui all’articolo 57, paragrafo 2;

e

  1. c) le lingue accettate per la compilazione del certificato sul diritto di visita a norma dell’articolo 45, paragrafo 2.

Gli Stati membri comunicano alla Commissione ogni eventuale cambiamento di queste informazioni.

La Commissione provvede affinché tali informazioni siano accessibili a tutti.

Articolo 68

Informazioni relative ai giudici e ai mezzi di impugnazione

Gli Stati membri comunicano alla Commissione gli elenchi dei giudici e dei mezzi d’impugnazione di cui agli articoli 21, 29, 33 e 34 e le modifiche apportate.

La Commissione aggiorna tali informazioni e le rende accessibili a tutti mediante pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea e con ogni altro mezzo appropriato.

Articolo 69

Modificazione degli allegati

Le modifiche dei certificati standard di cui agli allegati da I a IV sono adottate in conformità della procedura di cui all’articolo 70, paragrafo 2.

Articolo 70

Comitato

  1. La Commissione è assistita da un comitato (di seguito, “il comitato”).

  2. Nei casi in cui è fatto riferimento al presente paragrafo, si applicano gli articoli 3 e 7 della decisione 1999/468/CE.

  3. Il comitato adotta il proprio regolamento interno.

Articolo 71

Abrogazione del regolamento (CE) n. 1347/2000

  1. Il regolamento (CE) n. 1347/2000 è abrogato alla data in cui il presente regolamento entra in applicazione.

  2. I riferimenti al regolamento (CE) n. 1347/2000 si intendono fatti al presente regolamento secondo la tavola di concordanza che figura nell’allegato V.

Articolo 72

Entrata in vigore

Il presente regolamento entra in vigore il 1o agosto 2004.

Il presente regolamento si applica dal 1o marzo 2005, ad eccezione degli articoli 67, 68, 69 e 70 che si applicano dal 1o agosto 2004.

Il presente regolamento è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri in base al trattato che istituisce la Comunità europea.

Fatto a Bruxelles, addì 27 novembre 2003.

Per il Consiglio

Il Presidente

  1. Castelli

(1) GU C 203 E del 27.8.2002, pag. 155.

(2) Parere reso il 20 settembre 2002 (non ancora pubblicato nella Gazzetta ufficiale).

(3) GU C 61 del 14.3.2003, pag. 76.

(4) GU L 160 del 30.6.2000, pag. 19.

(5) All’atto dell’adozione del regolamento (CE) n. 1347/2000, il Consiglio aveva preso atto della relazione esplicativa relativa alla convenzione, redatta dal prof. Alegria Borras (GU C 221 del 16.7.1998, pag. 27).

(6) GU C 234 del 15.8.2000, pag. 7.

(7) GU L 12 del 16.1.2001, pag. 1. Regolamento modificato da ultimo dal regolamento (CE) n. 1496/2002 della Commissione (GU L 225 del 22.8.2002, pag. 13).

(8) GU L 160 del 30.6.2000, pag. 37.

(9) GU L 174 del 27.6.2001, pag. 1.

(10) GU L 174 del 27.6.2001, pag. 25.

(11) GU L 184 del 17.7.1999, pag. 23.

ALLEGATO I

CERTIFICATO DI CUI ALL’ARTICOLO 39 SULLE DECISIONI IN MATERIA MATRIMONIALE(1)

  1. Paese di origine

  2. Giudice o autorità che rilascia il certificato

2.1. Denominazione

2.2. Recapito

2.3. Telefono/Fax/Posta elettronica

  1. Matrimonio

3.1. Moglie

3.1.1. Nome e cognome

3.1.2. Recapito

3.1.3. Stato e luogo di nascita

3.1.4. Data di nascita

3.2. Marito

3.2.1. Nome e cognome

3.2.2. Recapito

3.2.3. Stato e luogo di nascita

3.2.4. Data di nascita

3.3. Stato, luogo (eventualmente) e data del matrimonio

3.3.1. Stato del matrimonio

3.3.2. Luogo del matrimonio (eventualmente)

3.3.3. Data del matrimonio

  1. Autorità giurisdizionale che ha pronunciato la decisione

4.1. Denominazione

4.2. Sede

  1. Decisione

5.1. Data

5.2. Numero di riferimento

5.3. Tipo di decisione

5.3.1. Divorzio

5.3.2. Annullamento del matrimonio

5.3.3. Separazione personale

5.4. Si tratta di decisione resa in contumacia?

5.4.1. No

5.4.2. Sì(2)

  1. Nomi delle parti alle quali è stato concesso il patrocinio a spese dello Stato

  2. Contro la decisione può ancora essere proposta opposizione secondo la legge dello Stato membro di origine?

7.1. No

7.2. Sì

  1. Data da cui decorrono gli effetti giuridici nello Stato membro in cui la decisione è stata pronunciata

8.1. Divorzio

8.2. Separazione personale

Fatto a …, il …

Firma e/o timbro

(1) Regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000.

(2) Devono essere allegati i documenti di cui all’articolo 37, paragrafo 2.

ALLEGATO II

CERTIFICATO DI CUI ALL’ARTICOLO 39 SULLE DECISIONI RELATIVE ALLA RESPONSABILITÀ GENITORIALE(1)

  1. Stato membro di origine

  2. Giudice o autorità che rilascia il certificato

2.1. Denominazione

2.2. Recapito

2.3. Telefono/Fax/Posta elettronica

  1. Titolari di un diritto di visita

3.1. Cognome, nome

3.2. Recapito

3.3. Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

  1. Titolari della responsabilità genitoriale diversi da quelli menzionati al punto 3(2)

4.1. 4.1.1. Cognome, nome

4.1.2. Recapito

4.1.3 Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

4.2. 4.2.1. Cognome, nome

4.2.2. Recapito

4.2.3. Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

4.3. 4.3.1. Cognome, nome

4.3.2. Recapito

4.3.3. Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

  1. Autorità giurisdizionale che ha pronunciato la decisione

5.1. Denominazione

5.2. Luogo

  1. Decisione

6.1. Data

6.2. Numero di riferimento

6.3. Si tratta di decisione resa in contumacia?

6.3.1. No

6.3.2. Sì(3)

  1. Minori oggetto della decisione(4)

7.1. Nome, cognome e data di nascita

7.2. Nome, cognome e data di nascita

7.3. Nome, cognome e data di nascita

7.4. Nome, cognome e data di nascita

  1. Nomi delle parti alle quali è stato concesso il patrocinio a spese dello Stato

  2. Attestato di esecutività e notificazione

9.1. La decisione è esecutiva secondo la legge dello Stato membro di origine?

9.1.1. Sì

9.1.2. No

9.2. La decisione è stata notificata alla parte contro cui l’esecuzione viene fatta valere?

9.2.1. Sì

9.2.1.1. Nome e cognome della parte

9.2.1.2. Recapito

9.2.1.3. Data della notificazione

9.2.2. No

  1. Informazioni specifiche per le decisioni relative al diritto di visita se è richiesto l’exequatur ai sensi dell’articolo 28. Tale possibilità è prevista all’articolo 40, paragrafo 2:

10.1. Modalità di esercizio del diritto di visita (se e nella misura in cui tali precisazioni figurano nella decisione)

10.1.1. Data, ora

10.1.1.1. Inizio

10.1.1.2. Fine

10.1.2. Luogo

10.1.3. Obblighi specifici che fanno capo al titolare della responsabilità genitoriale

10.1.4. Obblighi specifici che fanno capo al beneficiario del diritto di visita

10.1.5. Limitazioni connesse con l’esercizio del diritto di visita

  1. Informazioni specifiche per le decisioni relative al ritorno del minore se è richiesto l’exequatur ai sensi dell’articolo 28. Tale possibilità è prevista dall’articolo 40, paragrafo 2:

11.1. La decisione prevede il ritorno del minore

11.2. Persona presso laquale il minore deve fare ritorno (se tale precisazione figura nella decisione)

11.2.1. Cognome, nome

11.2.2 Recapito

Fatto a …, il …

Firma e/o timbro

(1) Regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000.

(2) In caso di potestà congiunta, la persona menzionata al punto 3 può anche essere menzionata al punto 4.

(3) In questo caso devono essere allegati i documenti di cui all’articolo 37, paragrafo 2.

(4) Se i minori sono più di quattro, utilizzare un secondo modulo.

ALLEGATO III

CERTIFICATO DI CUI ALL’ARTICOLO 41 PARAGRAFO 1, SULLE DECISIONI IN MATERIA DI DIRITTO DI VISITA(1)

  1. Stato membro di origine

  2. Autorità giurisdizionale o autorità che rilascia il certificato

2.1. Denominazione

2.2. Recapito

2.3. Telefono/Fax/Posta elettronica

  1. Titolari di un diritto di visita

3.1. Cognome, nome

3.2. Recapito

3.3. Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

  1. Titolari della responsabilità genitoriale diversi da quelli menzionati al punto 3(2)(3)

4.1. Madre

4.1.1. Cognome, nome

4.1.2. Recapito

4.1.3 Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

4.2. Padre

4.2.1. Cognome, nome

4.2.2. Recapito

4.2.3. Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

4.3. Altri

4.3.1. Cognome, nome

4.3.2. Recapito

4.3.3. Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

  1. Autorità giurisdizionale che ha pronunciato la decisione

5.1. Denominazione

5.2. Luogo

  1. Decisione

6.1. Data

6.2. Numero di riferimento

  1. Minori oggetto della decisione(4)

7.1. Nome, cognome e data di nascita

7.2. Nome, cognome e data di nascita

7.3. Nome, cognome e data di nascita

7.4. Nome, cognome e data di nascita

  1. La decisione è esecutiva nello Stato membro di origine?

8.1. Sì

8.2. No

  1. La domanda giudiziale o un atto equivalente è stato notificato o comunicato al convenuto contumace in tempo utile e in maniera tale che questi ha potuto presentare le proprie difese o è stato accertato che il convenuto ha accettato inequivocabilmente la decisione

  2. Tutte le parti interessate hanno avuto la possibilità di essere ascoltate

  3. I figli sono stati ascoltati, salvo che l’audizione non sia stata ritenuta inopportuna in considerazione della loro età e del loro grado di maturità

  4. Modalità pratiche per l’esercizio del diritto di visita (se e nella misura in cui tali precisazioni figurano nella decisione)

12.1. Data, ora

12.1.1. Inizio

12.1.2. Fine

12.2. Luogo

12.3. Obblighi specifici che fanno capo al titolare della responsabilità genitoriale

12.4. Obblighi specifici che fanno capo al beneficiario del diritto di visita

12.5. Limitazioni connesse all’esercizio del diritto di visita

  1. Nomi delle parti alle quali è stato concesso il patrocinio a spese dello Stato

Fatto a …, il …

Firma e/o timbro

(1) Regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000.

(2) In caso di potestà congiunta, la persona menzionata al punto 3 può anche essere menzionata al punto 4.

(3) Barrare la casella corrispondente alla persona nei confronti della quale deve essere eseguita la decisione.

(4) Se i minori sono più di quattro, utilizzare un secondo modulo.

ALLEGATO IV

CERTIFICATO DI CUI ALL’ARTICOLO 47, PARAGRAFO 1 SUL RITORNO DEL MINORE(1)

  1. Stato membro di origine

  2. Giudice o autorità che rilascia il certificato

2.1. Denominazione

2.2. Recapito

2.3. Telefono/Fax/Posta elettronica

  1. Persona presso il quale il minore deve fare ritorno (se tale precisazione figura nella decisione)

3.1. Cognome, nome

3.2. Recapito

3.3. Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

  1. Titolari della responsabilità genitoriale(2)

4.1. Madre

4.1.1. Nome e cognome

4.1.2. Recapito (se i dati sono disponibili)

4.1.3 Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

4.2. Padre

4.2.1. Nome e cognome

4.2.2. Recapito (se i dati sono disponibili)

4.2.3. Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

4.3. Altri

4.3.1. Nome e cognome

4.3.2. Recapito (se i dati sono disponibili)

4.3.3. Data e luogo di nascita (se i dati sono disponibili)

  1. Difensore (se i dati sono disponibili)

5.1. Cognome, nome

5.2. Recapito (se i dati sono disponibili)

  1. Autorità giurisdizionale che ha pronunciato la decisione

6.1. Denominazione

6.2. Luogo

  1. Decisione

7.1. Data

7.2. Numero di riferimento

  1. Minori oggetto della decisione(3)

8.1. Nome, cognome e data di nascita

8.2. Nome, cognome e data di nascita

8.3. Nome, cognome e data di nascita

8.4. Nome, cognome e data di nascita

  1. La decisione dispone il ritorno del minore

  2. La decisione può essere impugnata secondo la legislazione dello Stato membro di origine?

10.1. Sì

10.2. No

  1. I figli sono stati ascoltati, salvo che l’audizione non sia stata ritenuta inopportuna in considerazione della loro età e del loro grado di maturità

  2. Le parti hanno avuto la possibilità di essere ascoltate

  3. La decisione stabilisce il ritorno del minore e il giudice nella sua sentenza ha tenuto conto dei motivi e degli elementi di prova sui quali si basa la decisione adottata conformemente all’articolo 13, lettera b), della convenzione dell’Aia del 25 ottobre 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori

  4. Se del caso, le modalità delle misure adottate dal giudice o dalle autorità al fine di assicurare la protezione del minore dopo il suo ritorno nello Stato membro in cui risiede abitualmente

  5. Nomi delle parti alle quali è stato concesso il patrocinio a spese dello Stato

Fatto a …, il …

Firma e/o timbro

(1) Regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000.

(2) Tale punto è facoltativo.

(3) Se i minori sono più di quattro, utilizzare un secondo modulo.

ALLEGATO V

TABELLA DI CORRISPONDENZA CON IL REGOLAMENTO (CE) N. 1347/2000

>SPAZIO PER TABELLA>

ALLEGATO VI

Dichiarazione della Svezia e della Finlandia ai sensi dell’articolo 59 paragrafo 2, lettera a) del regolamento del Consiglio relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di potestà genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000.

Dichiarazione della Svezia

Ai sensi dell’articolo 59, paragrafo 2, lettera a), del regolamento del Consiglio relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di potestà genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, la Svezia dichiara che nei rapporti tra Svezia e Finlandia, in luogo delle norme di detto regolamento, si applica in tutto e per tutto la convenzione del 6 febbraio 1931 tra Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia contenente disposizioni di diritto internazionale privato in materia di matrimonio, adozione e tutela, nonché il relativo protocollo finale.

Dichiarazione della Finlandia

Ai sensi dell’articolo 59, paragrafo 2, lettera a), del regolamento del Consiglio relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di potestà genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000 la Finlandia dichiara che nei rapporti tra Finlandia e Svezia, in luogo delle norme di detto regolamento, si applica in tutto e per tutto la convenzione del 6 febbraio 1931 fra Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia e Danimarca contenente disposizioni di diritto internazionale privato in materia di matrimonio, adozione e tutela, nonché il relativo protocollo finale.

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ITALIANO RUMENO SEPARAZIONE DIVORZIO DICHIARATO IN ROMANIA EFFICACIA?????

  • ITALIANO RUMENO SEPARAZIONE DIVORZIO
  • DICHIARATO IN ROMANIA EFFICACIA?????
  • La Corte Ue si è occupata (sentenza C-386/17) di una vicenda riguardante un cittadino italiano e una signora romena, sposati in Italia nel 2005 dove hanno stabilito la loro residenza familiare. L’anno dopo è nato un figlio e sempre lo stesso anno la coppia è andata in crisi. La signora è tornata in Romania portando con sé il bambino di pochi mesi. Da allora, né la signora né il bambino sono più rientrati in Italia.
  • L’uomo voleva che fossero i giudici italiani a esprimersi sulla separazione richiesta al Tribunale di Teramo, ma la donna nel 2009 aveva ottenuto in Romania il divorzio e oggi la Corte Ue, a cui si era rivolta la Corte di cassazione italiana, ha detto che va bene così, che la sentenza romena è valida anche per quanto attiene l’affidamento del figlio. Vediamo i fatti.
  • [wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]
  • la Corte dichiara che le norme sulla litispendenza di cui ai regolamenti (Ce) n. 44/2001, in materia di obbligazioni alimentari, e n. 2201/2003, in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, impediscono alle autorità giurisdizionali italiane, adite per prime, di negare il riconoscimento di una decisione già definitiva, per il solo motivo che quest’ultima è stata adottata da un’autorità giurisdizionale, romena, che è stata adita successivamente.
  • la Corte ritiene che il mancato rispetto delle norme dell’Unione sulla litispendenza non costituisca un motivo di non riconoscimento di una decisione per contrarietà manifesta all’ordine pubblico.
  • Infatti, tale causa di non riconoscimento dev’essere interpretata restrittivamente, poiché è suscettibile di ostacolare la realizzazione di uno degli obiettivi fondamentali dei suddetti regolamenti: la creazione di uno spazio giudiziario, fondato sulla cooperazione e sulla fiducia tra autorità giurisdizionali, incluso il reciproco riconoscimento delle decisioni giudiziarie.
  • Le autorità giurisdizionali dello Stato membro in cui viene esercitata, ai sensi dell’articolo 3, la competenza a decidere sulle domande di divorzio, separazione personale dei coniugi o annullamento del matrimonio sono competenti per le domande relative alla responsabilità dei genitori che si ricollegano a tali domande se:

  • almeno uno dei coniugi esercita la responsabilità genitoriale sul figlio;

  • e

  • la competenza giurisdizionale di tali autorità giurisdizionali è stata accettata espressamente o in qualsiasi altro modo univoco dai coniugi e dai titolari della responsabilità genitoriale alla data in cui le autorità giurisdizionali sono adite, ed è conforme all’interesse superiore del minore».

  • 5L’articolo 17 di detto regolamento, rubricato «Verifica della competenza», così dispone:

  • «L’autorità giurisdizionale di uno Stato membro, investita di una controversia per la quale il presente regolamento non prevede la sua competenza e per la quale, in base al presente regolamento, è competente un’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro, dichiara d’ufficio la propria incompetenza».

    diritto di famiglia
  • 6L’articolo 19 di detto regolamento prevede quanto segue:
  • «1.      Qualora dinanzi a autorità giurisdizionali di Stati membri divers[i] e tra le stesse parti siano state proposte domande di divorzio, separazione personale dei coniugi e annullamento del matrimonio, l’autorità giurisdizionale successivamente adita sospende d’ufficio il procedimento finché non sia stata accertata la competenza dall’autorità giurisdizionale preventivamente adita.

 

 

 

  • Qualora dinanzi a autorità giurisdizionali di Stati membri diversi siano state proposte domande sulla responsabilità genitoriale su uno stesso minore, aventi il medesimo oggetto e il medesimo titolo, l’autorità giurisdizionale successivamente adita sospende d’ufficio il procedimento finché non sia stata accertata la competenza dell’autorità giurisdizionale preventivamente adita.
  • Quando la competenza dell’autorità giurisdizionale preventivamente adita è stata accertata, l’autorità giurisdizionale successivamente adita dichiara la propria incompetenza a favore dell’autorità giurisdizionale preventivamente adita. In tal caso la parte che ha proposto la domanda davanti all’autorità giurisdizionale successivamente adita può promuovere l’azione dinanzi all’autorità giurisdizionale preventivamente adita».
  • 7L’articolo 22 del regolamento n. 2201/2003, rubricato «Motivi di non riconoscimento delle decisioni di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio», così dispone:
  • «La decisione di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio non è riconosciuta nei casi seguenti:
  • se il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto;
  • (…)
  • se la decisione è incompatibile con una decisione resa in un procedimento tra le medesime parti nello Stato membro richiesto; (…)
  • (…)».
  • 8L’articolo 23 di detto regolamento, rubricato «Motivi di non riconoscimento delle decisioni relative alla responsabilità genitoriale», è formulato nei seguenti termini:

  • «Le decisioni relative alla responsabilità genitoriale non sono riconosciute nei casi seguenti:

  • se, tenuto conto dell’interesse superiore del minore, il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto;

  • (…)

  • e)      se la decisione è incompatibile con una decisione successiva sulla responsabilità genitoriale emessa nello Stato membro richiesto;

  • (…)».

    • 9L’articolo 24 di detto regolamento, rubricato «Divieto di riesame della competenza giurisdizionale dell’autorità giurisdizionale d’origine», così recita:

    • «Non si può procedere al riesame della competenza giurisdizionale del giudice dello Stato membro d’origine. Il criterio dell’ordine pubblico di cui agli articoli 22, lettera a), e 23, lettera a), non può essere applicato alle norme sulla competenza di cui agli articoli da 3 a 14».

    • Regolamento n. 44/2001

    • 10L’articolo 5 del regolamento n. 44/2001 così dispone:
    • «La persona domiciliata nel territorio di uno Stato membro può essere convenuta in un altro Stato membro:
    • (…)
    • 2)      in materia di obbligazioni alimentari, davanti al giudice del luogo in cui il creditore di alimenti ha il domicilio o la residenza abituale o, qualora si tratti di una domanda accessoria ad un’azione relativa allo stato delle persone, davanti al giudice competente a conoscere quest’ultima secondo la legge nazionale, salvo che tale competenza si fondi unicamente sulla cittadinanza di una delle parti;
    • (…)».
    • 11L’articolo 27 di detto regolamento è così formulato:
    • «1.      Qualora davanti a giudici di Stati membri differenti e tra le stesse parti siano state proposte domande aventi il medesimo oggetto e il medesimo titolo, il giudice successivamente adito sospende d’ufficio il procedimento finché sia stata accertata la competenza del giudice adito in precedenza.
    • Se la competenza del giudice precedentemente adito è stata accertata, il giudice successivamente adito dichiara la propria incompetenza a favore del primo».
    • 12L’articolo 34 del medesimo regolamento prevede quanto segue:
    • «Le decisioni non sono riconosciute:
      • se il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto;
    • (…)
      • se sono in contrasto con una decisione emessa tra le medesime parti nello Stato membro richiesto;
      • se sono in contrasto con una decisione emessa precedentemente tra le medesime parti in un altro Stato membro o in un paese terzo, in una controversia avente il medesimo oggetto e il medesimo titolo, allorché tale decisione presenta le condizioni necessarie per essere riconosciuta nello Stato membro richiesto».

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    • 13L’articolo 35 del regolamento n. 44/2001 così recita:
    • «1.      Parimenti, le decisioni non sono riconosciute se le disposizioni delle sezioni 3, 4, e 6 del capo II sono state violate, oltreché nel caso contemplato dall’articolo 72.
    • Nell’accertamento delle competenze di cui al paragrafo 1, l’autorità richiesta è vincolata dalle constatazioni di fatto sulle quali il giudice dello Stato membro d’origine ha fondato la propria competenza.
    • Salva l’applicazione delle disposizioni del paragrafo 1, non si può procedere al controllo della competenza dei giudici dello Stato membro d’origine. Le norme sulla competenza non riguardano l’ordine pubblico contemplato dall’articolo 34, punto 1».
  •  Diritto italiano
  • 14      L’articolo 150 del codice civile, rubricato «Separazione personale», così dispone:
  • «È ammessa la separazione personale dei coniugi.
  • La separazione può essere giudiziale o consensuale.
  • Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o la omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi».
  • 15      L’articolo 151 del codice civile, rubricato «Separazione giudiziale», prevede quanto segue:
  • «La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.
  • Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio».
  • 16      Il giudice del rinvio precisa che la responsabilità genitoriale e l’obbligo di mantenimento del figlio minore sono regolati in modo identico nella separazione e nel divorzio dagli articoli da 337 bis a 337 octies del codice civile.
  •  Procedimento principale e questioni pregiudiziali
  • 17      Il sig. Liberato e la sig.ra Grigorescu hanno contratto matrimonio a Roma (Italia) il 22 ottobre 2005 e hanno convissuto in tale Stato membro fino alla nascita del loro figlio, avvenuta il 20 febbraio 2006. Poiché il vincolo coniugale si era man mano deteriorato, la madre ha portato con sé il figlio minore in Romania e, da allora, non è più tornata in Italia.
  • 18      Con ricorso del 22 maggio 2007 al Tribunale di Teramo (Italia), il sig. Liberato ha chiesto la separazione personale e l’affidamento del figlio. La sig.ra Grigorescu, costituitasi dinanzi a tale Tribunale, ha chiesto il rigetto nel merito di tale domanda e ha presentato una domanda riconvenzionale diretta a obbligare il sig. Liberato a versarle un contributo per il mantenimento del figlio. Con sentenza del 19 gennaio 2012 detto Tribunale ha pronunciato la separazione personale dei coniugi, addebitandola alla sig.ra Grigorescu e, con separata ordinanza, ha rimesso la causa in istruttoria per decidere sulle contrapposte domande delle parti concernenti l’esercizio della responsabilità genitoriale.
  • 19      Il 30 settembre 2009, in pendenza del giudizio sulla responsabilità genitoriale instaurato dinanzi al Tribunale di Teramo, la sig.ra Grigorescu ha adito la Judecătoria București (Tribunale di primo grado di Bucarest, Romania) chiedendo il divorzio, l’affidamento esclusivo del figlio e un contributo al mantenimento del figlio a carico del padre.
  • 20      Il sig. Liberato si è costituito dinanzi a tale Tribunale e ha sollevato un’eccezione di litispendenza, sostenendo di aver già avviato in Italia un procedimento di separazione personale e sulla responsabilità genitoriale. Nondimeno, con sentenza del 31 maggio 2010, detto Tribunale ha pronunciato il divorzio dei coniugi, ha affidato il figlio alla madre, ha disciplinato il diritto di visita del padre e fissato l’importo dell’assegno di mantenimento che quest’ultimo doveva corrispondere a favore del figlio.
  • 21      Tale sentenza è passata in giudicato a seguito di una sentenza della Curtea de Apel București (Corte d’appello di Bucarest, Romania) del 12 giugno 2013, che ha confermato la pronuncia del Tribunalul București (Tribunale superiore di Bucarest, Romania) del 3 dicembre 2012 con cui tale Tribunale aveva respinto l’impugnazione proposta dal sig. Liberato avverso la sentenza del 31 maggio 2010.
  • 22      La causa di separazione in Italia si è nel frattempo conclusa con una sentenza dell’8 luglio 2013 del Tribunale di Teramo. Tale Tribunale ha affidato in modo esclusivo al padre il figlio minore e ne ha ordinato l’immediato rientro in Italia. Detto Tribunale ha altresì disciplinato le modalità di esercizio del diritto di visita della madre in Italia e ha imposto a quest’ultima un contributo per il mantenimento del figlio.
  • 23      In particolare, il Tribunale di Teramo ha respinto la domanda della sig.ra Grigorescu volta al riconoscimento in Italia, in via incidentale, della sentenza di divorzio del Tribunalul București (Tribunale superiore di Bucarest) del 3 dicembre 2012, ai sensi del regolamento n. 2201/2003. Il Tribunale di Teramo ha rilevato, infatti, che il procedimento di divorzio era stato instaurato in Romania successivamente all’avvio in Italia del procedimento di separazione personale e che, pertanto, gli organi giurisdizionali rumeni avevano violato l’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003, omettendo di sospendere il giudizio.
  • 24      La sig.ra Grigorescu ha proposto appello avverso tale sentenza, chiedendo preliminarmente il riconoscimento in via incidentale della sentenza della Curtea de Apel București (Corte d’appello di Bucarest) del 12 giugno 2013, che aveva respinto l’eccezione di litispendenza con la motivazione che tra i due giudizi non sussisteva identità di oggetto alla luce del diritto processuale rumeno.
  • 25      Con sentenza del 31 marzo 2014 la Corte d’appello di L’Aquila (Italia) ha riformato la sentenza del Tribunale di Teramo dell’8 luglio 2013 e ha accolto l’eccezione relativa al giudicato formatosi sulla pronuncia di divorzio dei giudici rumeni, avente ad oggetto anche l’affidamento del figlio e il contributo al suo mantenimento. Tale Corte d’appello ha osservato che la violazione della disciplina della litispendenza nel diritto dell’Unione da parte degli organi giudiziari dello Stato membro successivamente aditi, nel caso di specie la Romania, non rilevava ai fini dell’esame dei requisiti per il riconoscimento dei provvedimenti definitivi assunti da tale Stato e che non sussisteva alcun motivo, in particolare di ordine pubblico, ostativo al riconoscimento della decisione rumena.
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  • 26      Avverso tale sentenza della Corte d’appello di L’Aquila il sig. Liberato ha proposto ricorso per cassazione.
  • 27      Il giudice del rinvio rileva che la pronuncia emessa in Romania ha deciso unitariamente sia sul vincolo matrimoniale, sia sulla responsabilità genitoriale, sia sull’obbligo di mantenimento del minore. Nel giudizio di separazione personale promosso in Italia erano state proposte le medesime domande, salva la non identità della domanda relativa al vincolo matrimoniale, poiché ai sensi dell’ordinamento giuridico italiano il divorzio dev’essere preceduto dall’accertamento delle condizioni stabilite dalla legge per la separazione personale tra i coniugi.
  • 28      Tale giudice rileva che non ricorre alcun motivo ai sensi degli articoli 22, lettera c), del regolamento n. 2201/2003, dell’articolo 23, lettera e), di tale regolamento, e dell’articolo 34, paragrafo 4, del regolamento n. 44/2001, ostativo al riconoscimento della decisione rumena per quanto riguarda, rispettivamente, lo status coniugale, la responsabilità genitoriale e le obbligazioni alimentari.
  • 29      Secondo detto giudice, occorre tuttavia esaminare se una violazione, a suo avviso manifesta, delle disposizioni relative alla litispendenza in diritto dell’Unione, previste dall’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 e dall’articolo 27 del regolamento n. 44/2001, da parte dei giudici che hanno emesso la decisione di cui si chiede il riconoscimento, possa essere considerata un motivo ostativo al riconoscimento di tale decisione per contrarietà all’ordine pubblico.
  • 30      Alla luce di quanto precede, la Corte suprema di Cassazione (Italia) ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
  • «1)      Se la violazione delle regole sulla litispendenza, contenute nei paragrafi 2 e 3 dell’art. 19 del Regolamento n. 2201 del 2003, incida esclusivamente sulla determinazione della competenza giurisdizionale, con conseguente applicazione dell’art. 24 del regolamento CE n. 2201 del 2003, o, al contrario, possa costituire motivo ostativo al riconoscimento nello Stato membro, la cui autorità giurisdizionale sia stata preventivamente adita, della pronuncia assunta nello Stato membro, la cui autorità giurisdizionale sia stata successivamente adita, sotto il profilo dell’ordine pubblico processuale, tenuto conto che l’art. 24 del regolamento CE n. 2201 del 2003 richiama soltanto le regole determinative della competenza giurisdizionale contenute negli artt. da 3 a 14, e non il successivo art. 19.
  • 2)      Se l’interpretazione dell’art. 19 del Regolamento n. 2201 del 2003, inteso solo come criterio determinativo della competenza giurisdizionale, contrasti con la nozione [di diritto dell’Unione europea] della litispendenza nonché con la funzione e con la finalità della norma, volta a dettare un insieme di regole inderogabili, di ordine pubblico processuale, a garanzia della creazione di uno spazio comune caratterizzato dalla fiducia e dalla lealtà processuale reciproca tra gli Stati membri, all’interno del quale possa operare il riconoscimento automatico e la libera circolazione di decisioni».
  •  Sulle questioni pregiudiziali
  • 31      Occorre rilevare, in via preliminare, che le questioni sollevate dal giudice del rinvio riguardano l’interpretazione del solo regolamento n. 2201/2003. Tuttavia, mentre, come dispone il considerando 11 di tale regolamento, le obbligazioni alimentari non sono contemplate da detto regolamento, ma dal regolamento n. 44/2001, emerge dall’ordinanza di rinvio che il procedimento principale verte sul riconoscimento di una decisione adottata non solo in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, ma altresì in materia di obbligazioni alimentari. Pertanto, si deve rispondere alle questioni sollevate alla luce dei regolamenti n. 2201/2003 e n. 44/2001.
  • 32      Con le sue questioni, che occorre esaminare congiuntamente, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se le norme sulla litispendenza contenute nell’articolo 27 del regolamento n. 44/2001 e nell’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 debbano essere interpretate nel senso che, qualora, nell’ambito di una controversia in materia matrimoniale, di responsabilità genitoriale o di obbligazioni alimentari, l’autorità giurisdizionale successivamente adita abbia adottato, in violazione di tali norme, una decisione poi divenuta definitiva, le autorità giurisdizionali dello Stato membro cui appartiene l’autorità giurisdizionale preventivamente adita possono negare il riconoscimento di tale decisione a motivo della sua manifesta contrarietà all’ordine pubblico.
  • 33      A tal riguardo, occorre rammentare che il 30 settembre 2009 la sig.ra Grigorescu ha presentato a un’autorità giurisdizionale rumena una domanda di divorzio tra lei e il sig. Liberato, una domanda vertente sull’affidamento del figlio e una domanda di contributo al mantenimento di quest’ultimo, anche se prima di tale data un’autorità giurisdizionale italiana era stata adita con una domanda di separazione personale tra i coniugi e una domanda di affidamento del figlio, presentate dal sig. Liberato, e con una domanda riconvenzionale di contributo al mantenimento del minore, proposta dalla sig.ra Grigorescu.
  • 34      Basandosi sulla differenza di oggetto tra le domande in materia matrimoniale, una riguardante il divorzio e l’altra la separazione personale, l’autorità giurisdizionale rumena ha considerato che non sussistesse litispendenza ai sensi dell’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 e si è ritenuta competente a pronunciarsi sul ricorso presentato dalla sig.ra Grigorescu.
  • 35      Orbene, come già statuito dalla Corte, se è vero che in materia matrimoniale, ai sensi dell’articolo 19, paragrafo 1, del regolamento n. 2201/2003, le domande devono riguardare le stesse parti, esse possono avere oggetto distinto, purché vertano sulla separazione personale, sul divorzio o sull’annullamento del matrimonio. La Corte ne ha dedotto che può esservi una situazione di litispendenza o di connessione, ai sensi dell’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003, quando dinanzi a due autorità giurisdizionali di Stati membri diversi sono instaurati un procedimento di separazione personale dinanzi a una di esse e un procedimento di divorzio dinanzi all’altra. In siffatte circostanze e in caso d’identità delle parti, l’autorità giurisdizionale successivamente adita sospende d’ufficio il procedimento finché non sia stata accertata la competenza dall’autorità giurisdizionale preventivamente adita (sentenza del 6 ottobre 2015, A, C‑489/14, EU:C:2015:654, punti 33 e 34).
  • 36      Inoltre, e come rilevato dall’avvocato generale ai paragrafi 56 e 57 delle sue conclusioni, se, nel corso del procedimento relativo al vincolo matrimoniale, vengono proposte domande concernenti la responsabilità genitoriale, si applicano le norme sulla litispendenza relative alla separazione. Lo stesso vale in materia di alimenti quando le domande sono accessorie all’azione relativa allo stato delle persone, conformemente all’articolo 5, punto 2, del regolamento n. 44/2001. Ne consegue che le prime domande rientrano nell’articolo 19, paragrafo 1, del regolamento n. 2201/2003, mentre le seconde sono disciplinate dall’articolo 27 del regolamento n. 44/2001.
  • 37      Nel caso di specie, l’autorità giurisdizionale preventivamente adita con una domanda di separazione personale si è ritenuta competente sulla base dell’articolo 12, paragrafo 1, del regolamento n. 2201/2003 a decidere sulle domande in materia di responsabilità genitoriale e di obbligazioni alimentari nei confronti del figlio, con la motivazione che la sig.ra Grigorescu si era costituita nel procedimento dinanzi ad essa pendente e aveva quindi accettato la competenza di tale autorità giurisdizionale.
  • 38      Ne risulta che, in una situazione come quella di cui al procedimento principale, l’autorità giurisdizionale successivamente adita con una domanda di divorzio nonché con domande in materia di responsabilità genitoriale e di obbligazioni alimentari che rifiuti di sospendere il procedimento e si ritenga competente a conoscere di tali domande viola le disposizioni dell’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 e quelle dell’articolo 27 del regolamento n. 44/2001.
  • 39      Al fine di rispondere alle questioni sollevate dal giudice del rinvio, occorre rilevare che l’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 è redatto in termini analoghi a quelli utilizzati nell’articolo 27 del regolamento n. 44/2001 e istituisce un meccanismo equivalente a quello previsto in tale ultimo articolo per trattare casi di litispendenza. Si deve, di conseguenza, tener conto delle considerazioni della Corte relative a tale ultimo regolamento per l’interpretazione del regolamento n. 2201/2003 (v., in tal senso, sentenza del 6 ottobre 2015, A, C‑489/14, EU:C:2015:654, punto 27).
  • 40      Occorre poi richiamare le caratteristiche del meccanismo istituito dal regolamento n. 2201/2003.
  • 41      Tale regolamento si fonda sulla cooperazione e sulla fiducia reciproca tra le autorità giurisdizionali che devono condurre al reciproco riconoscimento delle decisioni giudiziarie, fondamento per la creazione di un autentico spazio giudiziario (sentenza del 15 febbraio 2017, W e V, C‑499/15, EU:C:2017:118, punto 50 e giurisprudenza ivi citata).
  • 42      In tale contesto, le norme sulla litispendenza svolgono un ruolo importante.
  • 43      Come ha già giudicato la Corte, tali norme mirano, nell’interesse di una buona amministrazione della giustizia in seno all’Unione, a evitare procedimenti paralleli dinanzi alle autorità giurisdizionali di Stati membri diversi e il contrasto di decisioni che potrebbe risultarne. A tal fine, il legislatore dell’Unione ha inteso attuare un meccanismo chiaro ed efficace per risolvere le ipotesi di litispendenza, basato sull’ordine cronologico in cui tali autorità giurisdizionali sono state adite (v., in tal senso, sentenza del 6 ottobre 2015, A, C‑489/14, EU:C:2015:654, punti 29 e 30 nonché giurisprudenza ivi citata, e, per analogia, per quanto riguarda il regolamento n. 44/2001, sentenza del 27 febbraio 2014, Cartier parfums-lunettes e Axa Corporate Solutions assurances, C‑1/13, EU:C:2014:109, punto 40).
  • 44      Per garantire l’attuazione effettiva del regolamento n. 2201/2003 e conformemente al principio della fiducia reciproca su cui esso si fonda, occorre sottolineare, in primo luogo, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 59 delle sue conclusioni, che spetta a ciascuna autorità giurisdizionale, conformemente all’articolo 17 di tale regolamento, verificare la propria competenza (v., in tal senso, sentenze del 15 luglio 2010, Purrucker, C‑256/09, EU:C:2010:437, punto 73, del 12 novembre 2014, L, C‑656/13, EU:C:2014:2364, punto 58, nonché del 15 febbraio 2017, W e V, C‑499/15, EU:C:2017:118, punto 54).
  • 45      In secondo luogo, come risulta dall’articolo 24 del regolamento n. 2201/2003 non si può procedere al riesame della competenza giurisdizionale del giudice dello Stato membro d’origine (sentenza del 9 novembre 2010, Purrucker, C‑296/10, EU:C:2010:665, punto 85). Lo stesso vale ai sensi del regolamento n. 44/2001, conformemente all’articolo 35, paragrafo 3, di quest’ultimo.
  • 46      In terzo luogo, conformemente al considerando 21 del regolamento n. 2201/2003, quest’ultimo è basato sul concetto secondo cui il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni rese in uno Stato membro dovrebbero fondarsi sul principio della fiducia reciproca e i motivi di non riconoscimento dovrebbero essere limitati al minimo indispensabile (sentenza del 19 novembre 2015, P, C‑455/15 PPU, EU:C:2015:763, punto 35).
  • 47      È alla luce di tali considerazioni che occorre esaminare se la circostanza che una decisione divenuta definitiva sia stata adottata in violazione delle norme sulla litispendenza previste dall’articolo 27 del regolamento n. 44/2001 e dall’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 costituisca un motivo di ordine pubblico che osta, sulla base dell’articolo 34 del regolamento n. 44/2001 nonché dell’articolo 22, lettera a), e dell’articolo 23, lettera a), del regolamento n. 2201/2003 a che tale decisione possa essere riconosciuta dalle autorità giurisdizionali dello Stato membro cui appartiene l’autorità giurisdizionale preventivamente adita.
  • 48      A tal riguardo, occorre rilevare che, secondo il tenore letterale stesso dell’articolo 24 del regolamento n. 2201/2003, il criterio dell’ordine pubblico di cui agli articoli 22, lettera a), e 23, lettera a), di tale regolamento non può essere applicato alle norme sulla competenza di cui agli articoli da 3 a 14 di detto regolamento.
  • 49      Occorre, pertanto, stabilire se le norme sulla litispendenza costituiscano norme sulla competenza analogamente a quelle contenute negli articoli da 3 a 14 di tale regolamento.
  • 50      A tal riguardo, se è vero che le norme sulla litispendenza di cui all’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 non rientrano nelle norme sulla competenza espressamente richiamate dall’articolo 24 di tale regolamento, tale medesimo articolo 19 è contenuto nel capo II di detto regolamento, rubricato «competenza».
  • 51      Inoltre, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 77 delle sue conclusioni, quando, come nel procedimento principale, l’autorità giurisdizionale preventivamente adita, statuendo su una domanda incidentale di riconoscimento, verifica se le norme sulla litispendenza sono state correttamente applicate dall’autorità giurisdizionale successivamente adita e, di conseguenza, valuta i motivi per cui quest’ultima non ha declinato la propria competenza, l’autorità giurisdizionale preventivamente adita effettua così necessariamente il riesame della competenza dell’autorità giurisdizionale successivamente adita. Orbene, com’è stato rammentato al punto 45 della presente sentenza, l’articolo 24 del regolamento n. 2201/2003 non l’autorizza a effettuare un siffatto riesame.
  • 52      Pertanto, nonostante il fatto che il divieto sancito dall’articolo 24 di tale regolamento non contenga un riferimento espresso all’articolo 19 di detto regolamento, un’asserita violazione di quest’ultimo articolo non consente all’autorità giurisdizionale preventivamente adita, pena incorrere nel riesame della competenza dell’autorità giurisdizionale successivamente adita, di negare il riconoscimento di una decisione adottata da quest’ultima in violazione della norma di litispendenza contenuta in tale disposizione (v., per analogia, per quanto attiene all’articolo 15 del regolamento n. 2201/2003, sentenza del 19 novembre 2015, P, C‑455/15 PPU, EU:C:2015:763, punto 45).
  • 53      Tali considerazioni si applicano altresì alle norme sulla litispendenza contenute nell’articolo 27 del regolamento n. 44/2001, in materia di obbligazioni alimentari, dal momento che l’articolo 35, paragrafo 3, di tale regolamento prevede anch’esso che non si possa procedere al controllo della competenza dei giudici dello Stato membro d’origine.
  • 54      Occorre aggiungere che il giudice dello Stato richiesto non può, salvo mettere in discussione la finalità dei regolamenti n. 2201/2003 e n. 44/2001, negare il riconoscimento di una decisione promanante da un altro Stato membro per il solo motivo che esso ritiene che, in tale decisione, il diritto nazionale o il diritto dell’Unione sia stato male applicato (v., in tal senso, sentenze del 16 luglio 2015, Diageo Brands, C‑681/13, EU:C:2015:471, punto 49, e del 19 novembre 2015, P, C‑455/15 PPU, EU:C:2015:763, punto 46).
  • 55      Tale analisi è corroborata dal fatto che i motivi di non riconoscimento di una decisione per sua contrarietà manifesta all’ordine pubblico, di cui all’articolo 22, lettera a), e all’articolo 23, lettera a), del regolamento n. 2201/2003 nonché all’articolo 34 del regolamento n. 44/2001, devono essere interpretati restrittivamente in quanto costituiscono un ostacolo alla realizzazione di uno degli obiettivi fondamentali di tali regolamenti, come rammentato al punto 46 della presente sentenza (v., in tal senso, sentenza del 19 novembre 2015, P, C‑455/15, EU:C:2015:763, punto 36).
  • 56      Di conseguenza, si deve rispondere alle questioni sollevate dichiarando che le norme sulla litispendenza di cui all’articolo 27 del regolamento n. 44/2001 e all’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 devono essere interpretate nel senso che, qualora, nell’ambito di una controversia in materia matrimoniale, di responsabilità genitoriale o di obbligazioni alimentari, l’autorità giurisdizionale successivamente adita abbia adottato, in violazione di tali norme, una decisione poi divenuta definitiva, esse ostano a che le autorità giurisdizionali dello Stato membro cui appartiene l’autorità giurisdizionale preventivamente adita neghino, per questo solo motivo, il riconoscimento di tale decisione. In particolare, tale violazione non può, di per sé, giustificare il mancato riconoscimento di detta decisione per sua contrarietà manifesta all’ordine pubblico di tale Stato membro.
  • Per questi motivi, la Corte (Prima Sezione) dichiara:
  • Le norme sulla litispendenza di cui all’articolo 27 del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale e all’articolo 19 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, devono essere interpretate nel senso che, qualora, nell’ambito di una controversia in materia matrimoniale, di responsabilità genitoriale o di obbligazioni alimentari, l’autorità giurisdizionale successivamente adita abbia adottato, in violazione di tali norme, una decisione poi divenuta definitiva, esse ostano a che le autorità giurisdizionali dello Stato membro cui appartiene l’autorità giurisdizionale preventivamente adita neghino, per questo solo motivo, il riconoscimento di tale decisione.
  • SENTENZA DELLA CORTE (Prima Sezione)
  • 16 gennaio 2019 (*)
  • «Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Competenza giurisdizionale, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia di obbligazioni alimentari – Regolamento (CE) n. 44/2001 – Articolo 5, punto 2 – Articolo 27 – Articolo 35, paragrafo 3 – Competenza, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale – Regolamento (CE) n. 2201/2003 – Articolo 19 – Litispendenza – Articolo 22, lettera a) – Articolo 23, lettera a) – Non riconoscimento delle decisioni in caso di contrarietà manifesta all’ordine pubblico – Articolo 24 – Divieto di procedere al riesame della competenza giurisdizionale dell’autorità giurisdizionale d’origine – Motivo di non riconoscimento fondato su una violazione delle norme sulla litispendenza – Insussistenza»
  • Nella causa C‑386/17,
  • avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Corte suprema di cassazione (Italia), con ordinanza del 26 ottobre 2016, pervenuta in cancelleria il 27 giugno 2017, nel procedimento
  • Stefano Liberato
  • contro
  • Luminita Luisa Grigorescu
  • LA CORTE (Prima Sezione),
  • composta da R. Silva de Lapuerta, vicepresidente, facente funzione di presidente della Prima Sezione, J.-C. Bonichot, A. Arabadjiev, E. Regan e C.G. Fernlund (relatore), giudici,
  • avvocato generale: Y. Bot
  • cancelliere: A. Calot Escobar
  • vista la fase scritta del procedimento,
  • considerate le osservazioni presentate:
  • –        per S. Liberato, da F. Ongaro e A. Castellani, avvocati;
  • –        per il governo italiano, da G. Palmieri, in qualità di agente, assistita da P. Pucciariello, avvocato dello Stato;
  • –        per il governo ceco, da M. Smolek, J. Vláčil e A. Kasalická, in qualità di agenti;
  • –        per la Commissione europea, da E. Montaguti e M. Wilderspin, in qualità di agenti,
  • sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 6 settembre 2018,
  • ha pronunciato la seguente
  • Sentenza
  • 1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000 (GU 2003, L 338, pag. 1, e rettifica in GU 2015, L 88, pag. 19).
  • 2        Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra il sig. Stefano Liberato e la sig.ra Luminita Luisa Grigorescu in merito a una domanda di riconoscimento in Italia di una decisione in materia matrimoniale, di responsabilità genitoriale e di obbligazioni alimentari pronunciata in Romania.
  •  Contesto normativo
  •  Diritto dell’Unione
  •  Regolamento n. 2201/2003
  • 3        I considerando 11 e 21 del regolamento n. 2201/2003 così recitano:
  • «(11)      Le obbligazioni alimentari sono escluse dal campo di applicazione del presente regolamento in quanto sono già disciplinate dal regolamento [(CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (GU 2001, L 12, pag. 1)]. I giudici competenti ai sensi del presente regolamento saranno in genere competenti a statuire in materia di obbligazioni alimentari in applicazione dell’articolo 5, [punto] 2, del regolamento [n. 44/2001].
  • (…)
  • (21)      Il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni rese in uno Stato membro dovrebbero fondarsi sul principio della fiducia reciproca e i motivi di non riconoscimento dovrebbero essere limitati al minimo indispensabile».
  • 4        L’articolo 12 del regolamento n. 2201/2003, rubricato «Proroga della competenza», al paragrafo 1, così recita:
  • «Le autorità giurisdizionali dello Stato membro in cui viene esercitata, ai sensi dell’articolo 3, la competenza a decidere sulle domande di divorzio, separazione personale dei coniugi o annullamento del matrimonio sono competenti per le domande relative alla responsabilità dei genitori che si ricollegano a tali domande se:
  1. a)      almeno uno dei coniugi esercita la responsabilità genitoriale sul figlio;
  • e
  1. b)      la competenza giurisdizionale di tali autorità giurisdizionali è stata accettata espressamente o in qualsiasi altro modo univoco dai coniugi e dai titolari della responsabilità genitoriale alla data in cui le autorità giurisdizionali sono adite, ed è conforme all’interesse superiore del minore».
  • 5        L’articolo 17 di detto regolamento, rubricato «Verifica della competenza», così dispone:
  • «L’autorità giurisdizionale di uno Stato membro, investita di una controversia per la quale il presente regolamento non prevede la sua competenza e per la quale, in base al presente regolamento, è competente un’autorità giurisdizionale di un altro Stato membro, dichiara d’ufficio la propria incompetenza».
  • 6        L’articolo 19 di detto regolamento prevede quanto segue:
  • «1.      Qualora dinanzi a autorità giurisdizionali di Stati membri divers[i] e tra le stesse parti siano state proposte domande di divorzio, separazione personale dei coniugi e annullamento del matrimonio, l’autorità giurisdizionale successivamente adita sospende d’ufficio il procedimento finché non sia stata accertata la competenza dall’autorità giurisdizionale preventivamente adita.
  1. Qualora dinanzi a autorità giurisdizionali di Stati membri diversi siano state proposte domande sulla responsabilità genitoriale su uno stesso minore, aventi il medesimo oggetto e il medesimo titolo, l’autorità giurisdizionale successivamente adita sospende d’ufficio il procedimento finché non sia stata accertata la competenza dell’autorità giurisdizionale preventivamente adita.
  2. Quando la competenza dell’autorità giurisdizionale preventivamente adita è stata accertata, l’autorità giurisdizionale successivamente adita dichiara la propria incompetenza a favore dell’autorità giurisdizionale preventivamente adita. In tal caso la parte che ha proposto la domanda davanti all’autorità giurisdizionale successivamente adita può promuovere l’azione dinanzi all’autorità giurisdizionale preventivamente adita».
  • 7        L’articolo 22 del regolamento n. 2201/2003, rubricato «Motivi di non riconoscimento delle decisioni di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio», così dispone:
  • «La decisione di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio non è riconosciuta nei casi seguenti:
  1. a)      se il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto;
  • (…)
  1. c)      se la decisione è incompatibile con una decisione resa in un procedimento tra le medesime parti nello Stato membro richiesto; (…)
  • (…)».
  • 8        L’articolo 23 di detto regolamento, rubricato «Motivi di non riconoscimento delle decisioni relative alla responsabilità genitoriale», è formulato nei seguenti termini:
  • «Le decisioni relative alla responsabilità genitoriale non sono riconosciute nei casi seguenti:
  1. a)      se, tenuto conto dell’interesse superiore del minore, il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto;
  • (…)
  1. e)      se la decisione è incompatibile con una decisione successiva sulla responsabilità genitoriale emessa nello Stato membro richiesto;
  • (…)».
  • 9        L’articolo 24 di detto regolamento, rubricato «Divieto di riesame della competenza giurisdizionale dell’autorità giurisdizionale d’origine», così recita:
  • «Non si può procedere al riesame della competenza giurisdizionale del giudice dello Stato membro d’origine. Il criterio dell’ordine pubblico di cui agli articoli 22, lettera a), e 23, lettera a), non può essere applicato alle norme sulla competenza di cui agli articoli da 3 a 14».
  •  Regolamento n. 44/2001
  • 10      L’articolo 5 del regolamento n. 44/2001 così dispone:
  • «La persona domiciliata nel territorio di uno Stato membro può essere convenuta in un altro Stato membro:
  • (…)
  • 2)      in materia di obbligazioni alimentari, davanti al giudice del luogo in cui il creditore di alimenti ha il domicilio o la residenza abituale o, qualora si tratti di una domanda accessoria ad un’azione relativa allo stato delle persone, davanti al giudice competente a conoscere quest’ultima secondo la legge nazionale, salvo che tale competenza si fondi unicamente sulla cittadinanza di una delle parti;
  • (…)».
  • 11      L’articolo 27 di detto regolamento è così formulato:
  • «1.      Qualora davanti a giudici di Stati membri differenti e tra le stesse parti siano state proposte domande aventi il medesimo oggetto e il medesimo titolo, il giudice successivamente adito sospende d’ufficio il procedimento finché sia stata accertata la competenza del giudice adito in precedenza.
  1. Se la competenza del giudice precedentemente adito è stata accertata, il giudice successivamente adito dichiara la propria incompetenza a favore del primo».
  • 12      L’articolo 34 del medesimo regolamento prevede quanto segue:
  • «Le decisioni non sono riconosciute:
  • 1)      se il riconoscimento è manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro richiesto;
  • (…)
  • 3)      se sono in contrasto con una decisione emessa tra le medesime parti nello Stato membro richiesto;
  • 4)      se sono in contrasto con una decisione emessa precedentemente tra le medesime parti in un altro Stato membro o in un paese terzo, in una controversia avente il medesimo oggetto e il medesimo titolo, allorché tale decisione presenta le condizioni necessarie per essere riconosciuta nello Stato membro richiesto».
  • 13      L’articolo 35 del regolamento n. 44/2001 così recita:
  • «1.      Parimenti, le decisioni non sono riconosciute se le disposizioni delle sezioni 3, 4, e 6 del capo II sono state violate, oltreché nel caso contemplato dall’articolo 72.
  1. Nell’accertamento delle competenze di cui al paragrafo 1, l’autorità richiesta è vincolata dalle constatazioni di fatto sulle quali il giudice dello Stato membro d’origine ha fondato la propria competenza.
  2. Salva l’applicazione delle disposizioni del paragrafo 1, non si può procedere al controllo della competenza dei giudici dello Stato membro d’origine. Le norme sulla competenza non riguardano l’ordine pubblico contemplato dall’articolo 34, punto 1».
  •  Diritto italiano
  • 14      L’articolo 150 del codice civile, rubricato «Separazione personale», così dispone:
  • «È ammessa la separazione personale dei coniugi.
  • La separazione può essere giudiziale o consensuale.
  • Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o la omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi».
  • 15      L’articolo 151 del codice civile, rubricato «Separazione giudiziale», prevede quanto segue:
  • «La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.
  • Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio».
  • 16      Il giudice del rinvio precisa che la responsabilità genitoriale e l’obbligo di mantenimento del figlio minore sono regolati in modo identico nella separazione e nel divorzio dagli articoli da 337 bis a 337 octies del codice civile.
  •  Procedimento principale e questioni pregiudiziali
  • 17      Il sig. Liberato e la sig.ra Grigorescu hanno contratto matrimonio a Roma (Italia) il 22 ottobre 2005 e hanno convissuto in tale Stato membro fino alla nascita del loro figlio, avvenuta il 20 febbraio 2006. Poiché il vincolo coniugale si era man mano deteriorato, la madre ha portato con sé il figlio minore in Romania e, da allora, non è più tornata in Italia.
  • 18      Con ricorso del 22 maggio 2007 al Tribunale di Teramo (Italia), il sig. Liberato ha chiesto la separazione personale e l’affidamento del figlio. La sig.ra Grigorescu, costituitasi dinanzi a tale Tribunale, ha chiesto il rigetto nel merito di tale domanda e ha presentato una domanda riconvenzionale diretta a obbligare il sig. Liberato a versarle un contributo per il mantenimento del figlio. Con sentenza del 19 gennaio 2012 detto Tribunale ha pronunciato la separazione personale dei coniugi, addebitandola alla sig.ra Grigorescu e, con separata ordinanza, ha rimesso la causa in istruttoria per decidere sulle contrapposte domande delle parti concernenti l’esercizio della responsabilità genitoriale.
  • 19      Il 30 settembre 2009, in pendenza del giudizio sulla responsabilità genitoriale instaurato dinanzi al Tribunale di Teramo, la sig.ra Grigorescu ha adito la Judecătoria București (Tribunale di primo grado di Bucarest, Romania) chiedendo il divorzio, l’affidamento esclusivo del figlio e un contributo al mantenimento del figlio a carico del padre.
  • 20      Il sig. Liberato si è costituito dinanzi a tale Tribunale e ha sollevato un’eccezione di litispendenza, sostenendo di aver già avviato in Italia un procedimento di separazione personale e sulla responsabilità genitoriale. Nondimeno, con sentenza del 31 maggio 2010, detto Tribunale ha pronunciato il divorzio dei coniugi, ha affidato il figlio alla madre, ha disciplinato il diritto di visita del padre e fissato l’importo dell’assegno di mantenimento che quest’ultimo doveva corrispondere a favore del figlio.
  • 21      Tale sentenza è passata in giudicato a seguito di una sentenza della Curtea de Apel București (Corte d’appello di Bucarest, Romania) del 12 giugno 2013, che ha confermato la pronuncia del Tribunalul București (Tribunale superiore di Bucarest, Romania) del 3 dicembre 2012 con cui tale Tribunale aveva respinto l’impugnazione proposta dal sig. Liberato avverso la sentenza del 31 maggio 2010.
  • 22      La causa di separazione in Italia si è nel frattempo conclusa con una sentenza dell’8 luglio 2013 del Tribunale di Teramo. Tale Tribunale ha affidato in modo esclusivo al padre il figlio minore e ne ha ordinato l’immediato rientro in Italia. Detto Tribunale ha altresì disciplinato le modalità di esercizio del diritto di visita della madre in Italia e ha imposto a quest’ultima un contributo per il mantenimento del figlio.
  • 23      In particolare, il Tribunale di Teramo ha respinto la domanda della sig.ra Grigorescu volta al riconoscimento in Italia, in via incidentale, della sentenza di divorzio del Tribunalul București (Tribunale superiore di Bucarest) del 3 dicembre 2012, ai sensi del regolamento n. 2201/2003. Il Tribunale di Teramo ha rilevato, infatti, che il procedimento di divorzio era stato instaurato in Romania successivamente all’avvio in Italia del procedimento di separazione personale e che, pertanto, gli organi giurisdizionali rumeni avevano violato l’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003, omettendo di sospendere il giudizio.
  • 24      La sig.ra Grigorescu ha proposto appello avverso tale sentenza, chiedendo preliminarmente il riconoscimento in via incidentale della sentenza della Curtea de Apel București (Corte d’appello di Bucarest) del 12 giugno 2013, che aveva respinto l’eccezione di litispendenza con la motivazione che tra i due giudizi non sussisteva identità di oggetto alla luce del diritto processuale rumeno.
  • 25      Con sentenza del 31 marzo 2014 la Corte d’appello di L’Aquila (Italia) ha riformato la sentenza del Tribunale di Teramo dell’8 luglio 2013 e ha accolto l’eccezione relativa al giudicato formatosi sulla pronuncia di divorzio dei giudici rumeni, avente ad oggetto anche l’affidamento del figlio e il contributo al suo mantenimento. Tale Corte d’appello ha osservato che la violazione della disciplina della litispendenza nel diritto dell’Unione da parte degli organi giudiziari dello Stato membro successivamente aditi, nel caso di specie la Romania, non rilevava ai fini dell’esame dei requisiti per il riconoscimento dei provvedimenti definitivi assunti da tale Stato e che non sussisteva alcun motivo, in particolare di ordine pubblico, ostativo al riconoscimento della decisione rumena.
  • 26      Avverso tale sentenza della Corte d’appello di L’Aquila il sig. Liberato ha proposto ricorso per cassazione.
  • 27      Il giudice del rinvio rileva che la pronuncia emessa in Romania ha deciso unitariamente sia sul vincolo matrimoniale, sia sulla responsabilità genitoriale, sia sull’obbligo di mantenimento del minore. Nel giudizio di separazione personale promosso in Italia erano state proposte le medesime domande, salva la non identità della domanda relativa al vincolo matrimoniale, poiché ai sensi dell’ordinamento giuridico italiano il divorzio dev’essere preceduto dall’accertamento delle condizioni stabilite dalla legge per la separazione personale tra i coniugi.
  • 28      Tale giudice rileva che non ricorre alcun motivo ai sensi degli articoli 22, lettera c), del regolamento n. 2201/2003, dell’articolo 23, lettera e), di tale regolamento, e dell’articolo 34, paragrafo 4, del regolamento n. 44/2001, ostativo al riconoscimento della decisione rumena per quanto riguarda, rispettivamente, lo status coniugale, la responsabilità genitoriale e le obbligazioni alimentari.
  • 29      Secondo detto giudice, occorre tuttavia esaminare se una violazione, a suo avviso manifesta, delle disposizioni relative alla litispendenza in diritto dell’Unione, previste dall’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 e dall’articolo 27 del regolamento n. 44/2001, da parte dei giudici che hanno emesso la decisione di cui si chiede il riconoscimento, possa essere considerata un motivo ostativo al riconoscimento di tale decisione per contrarietà all’ordine pubblico.
  • 30      Alla luce di quanto precede, la Corte suprema di Cassazione (Italia) ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
  • «1)      Se la violazione delle regole sulla litispendenza, contenute nei paragrafi 2 e 3 dell’art. 19 del Regolamento n. 2201 del 2003, incida esclusivamente sulla determinazione della competenza giurisdizionale, con conseguente applicazione dell’art. 24 del regolamento CE n. 2201 del 2003, o, al contrario, possa costituire motivo ostativo al riconoscimento nello Stato membro, la cui autorità giurisdizionale sia stata preventivamente adita, della pronuncia assunta nello Stato membro, la cui autorità giurisdizionale sia stata successivamente adita, sotto il profilo dell’ordine pubblico processuale, tenuto conto che l’art. 24 del regolamento CE n. 2201 del 2003 richiama soltanto le regole determinative della competenza giurisdizionale contenute negli artt. da 3 a 14, e non il successivo art. 19.
  • 2)      Se l’interpretazione dell’art. 19 del Regolamento n. 2201 del 2003, inteso solo come criterio determinativo della competenza giurisdizionale, contrasti con la nozione [di diritto dell’Unione europea] della litispendenza nonché con la funzione e con la finalità della norma, volta a dettare un insieme di regole inderogabili, di ordine pubblico processuale, a garanzia della creazione di uno spazio comune caratterizzato dalla fiducia e dalla lealtà processuale reciproca tra gli Stati membri, all’interno del quale possa operare il riconoscimento automatico e la libera circolazione di decisioni».
  •  Sulle questioni pregiudiziali
  • 31      Occorre rilevare, in via preliminare, che le questioni sollevate dal giudice del rinvio riguardano l’interpretazione del solo regolamento n. 2201/2003. Tuttavia, mentre, come dispone il considerando 11 di tale regolamento, le obbligazioni alimentari non sono contemplate da detto regolamento, ma dal regolamento n. 44/2001, emerge dall’ordinanza di rinvio che il procedimento principale verte sul riconoscimento di una decisione adottata non solo in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, ma altresì in materia di obbligazioni alimentari. Pertanto, si deve rispondere alle questioni sollevate alla luce dei regolamenti n. 2201/2003 e n. 44/2001.
  • 32      Con le sue questioni, che occorre esaminare congiuntamente, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se le norme sulla litispendenza contenute nell’articolo 27 del regolamento n. 44/2001 e nell’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 debbano essere interpretate nel senso che, qualora, nell’ambito di una controversia in materia matrimoniale, di responsabilità genitoriale o di obbligazioni alimentari, l’autorità giurisdizionale successivamente adita abbia adottato, in violazione di tali norme, una decisione poi divenuta definitiva, le autorità giurisdizionali dello Stato membro cui appartiene l’autorità giurisdizionale preventivamente adita possono negare il riconoscimento di tale decisione a motivo della sua manifesta contrarietà all’ordine pubblico.
  • 33      A tal riguardo, occorre rammentare che il 30 settembre 2009 la sig.ra Grigorescu ha presentato a un’autorità giurisdizionale rumena una domanda di divorzio tra lei e il sig. Liberato, una domanda vertente sull’affidamento del figlio e una domanda di contributo al mantenimento di quest’ultimo, anche se prima di tale data un’autorità giurisdizionale italiana era stata adita con una domanda di separazione personale tra i coniugi e una domanda di affidamento del figlio, presentate dal sig. Liberato, e con una domanda riconvenzionale di contributo al mantenimento del minore, proposta dalla sig.ra Grigorescu.
  • 34      Basandosi sulla differenza di oggetto tra le domande in materia matrimoniale, una riguardante il divorzio e l’altra la separazione personale, l’autorità giurisdizionale rumena ha considerato che non sussistesse litispendenza ai sensi dell’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 e si è ritenuta competente a pronunciarsi sul ricorso presentato dalla sig.ra Grigorescu.
  • 35      Orbene, come già statuito dalla Corte, se è vero che in materia matrimoniale, ai sensi dell’articolo 19, paragrafo 1, del regolamento n. 2201/2003, le domande devono riguardare le stesse parti, esse possono avere oggetto distinto, purché vertano sulla separazione personale, sul divorzio o sull’annullamento del matrimonio. La Corte ne ha dedotto che può esservi una situazione di litispendenza o di connessione, ai sensi dell’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003, quando dinanzi a due autorità giurisdizionali di Stati membri diversi sono instaurati un procedimento di separazione personale dinanzi a una di esse e un procedimento di divorzio dinanzi all’altra. In siffatte circostanze e in caso d’identità delle parti, l’autorità giurisdizionale successivamente adita sospende d’ufficio il procedimento finché non sia stata accertata la competenza dall’autorità giurisdizionale preventivamente adita (sentenza del 6 ottobre 2015, A, C‑489/14, EU:C:2015:654, punti 33 e 34).
  • 36      Inoltre, e come rilevato dall’avvocato generale ai paragrafi 56 e 57 delle sue conclusioni, se, nel corso del procedimento relativo al vincolo matrimoniale, vengono proposte domande concernenti la responsabilità genitoriale, si applicano le norme sulla litispendenza relative alla separazione. Lo stesso vale in materia di alimenti quando le domande sono accessorie all’azione relativa allo stato delle persone, conformemente all’articolo 5, punto 2, del regolamento n. 44/2001. Ne consegue che le prime domande rientrano nell’articolo 19, paragrafo 1, del regolamento n. 2201/2003, mentre le seconde sono disciplinate dall’articolo 27 del regolamento n. 44/2001.
  • 37      Nel caso di specie, l’autorità giurisdizionale preventivamente adita con una domanda di separazione personale si è ritenuta competente sulla base dell’articolo 12, paragrafo 1, del regolamento n. 2201/2003 a decidere sulle domande in materia di responsabilità genitoriale e di obbligazioni alimentari nei confronti del figlio, con la motivazione che la sig.ra Grigorescu si era costituita nel procedimento dinanzi ad essa pendente e aveva quindi accettato la competenza di tale autorità giurisdizionale.
  • 38      Ne risulta che, in una situazione come quella di cui al procedimento principale, l’autorità giurisdizionale successivamente adita con una domanda di divorzio nonché con domande in materia di responsabilità genitoriale e di obbligazioni alimentari che rifiuti di sospendere il procedimento e si ritenga competente a conoscere di tali domande viola le disposizioni dell’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 e quelle dell’articolo 27 del regolamento n. 44/2001.
  • 39      Al fine di rispondere alle questioni sollevate dal giudice del rinvio, occorre rilevare che l’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 è redatto in termini analoghi a quelli utilizzati nell’articolo 27 del regolamento n. 44/2001 e istituisce un meccanismo equivalente a quello previsto in tale ultimo articolo per trattare casi di litispendenza. Si deve, di conseguenza, tener conto delle considerazioni della Corte relative a tale ultimo regolamento per l’interpretazione del regolamento n. 2201/2003 (v., in tal senso, sentenza del 6 ottobre 2015, A, C‑489/14, EU:C:2015:654, punto 27).
  • 40      Occorre poi richiamare le caratteristiche del meccanismo istituito dal regolamento n. 2201/2003.
  • 41      Tale regolamento si fonda sulla cooperazione e sulla fiducia reciproca tra le autorità giurisdizionali che devono condurre al reciproco riconoscimento delle decisioni giudiziarie, fondamento per la creazione di un autentico spazio giudiziario (sentenza del 15 febbraio 2017, W e V, C‑499/15, EU:C:2017:118, punto 50 e giurisprudenza ivi citata).
  • 42      In tale contesto, le norme sulla litispendenza svolgono un ruolo importante.
  • 43      Come ha già giudicato la Corte, tali norme mirano, nell’interesse di una buona amministrazione della giustizia in seno all’Unione, a evitare procedimenti paralleli dinanzi alle autorità giurisdizionali di Stati membri diversi e il contrasto di decisioni che potrebbe risultarne. A tal fine, il legislatore dell’Unione ha inteso attuare un meccanismo chiaro ed efficace per risolvere le ipotesi di litispendenza, basato sull’ordine cronologico in cui tali autorità giurisdizionali sono state adite (v., in tal senso, sentenza del 6 ottobre 2015, A, C‑489/14, EU:C:2015:654, punti 29 e 30 nonché giurisprudenza ivi citata, e, per analogia, per quanto riguarda il regolamento n. 44/2001, sentenza del 27 febbraio 2014, Cartier parfums-lunettes e Axa Corporate Solutions assurances, C‑1/13, EU:C:2014:109, punto 40).
  • 44      Per garantire l’attuazione effettiva del regolamento n. 2201/2003 e conformemente al principio della fiducia reciproca su cui esso si fonda, occorre sottolineare, in primo luogo, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 59 delle sue conclusioni, che spetta a ciascuna autorità giurisdizionale, conformemente all’articolo 17 di tale regolamento, verificare la propria competenza (v., in tal senso, sentenze del 15 luglio 2010, Purrucker, C‑256/09, EU:C:2010:437, punto 73, del 12 novembre 2014, L, C‑656/13, EU:C:2014:2364, punto 58, nonché del 15 febbraio 2017, W e V, C‑499/15, EU:C:2017:118, punto 54).
  • 45      In secondo luogo, come risulta dall’articolo 24 del regolamento n. 2201/2003 non si può procedere al riesame della competenza giurisdizionale del giudice dello Stato membro d’origine (sentenza del 9 novembre 2010, Purrucker, C‑296/10, EU:C:2010:665, punto 85). Lo stesso vale ai sensi del regolamento n. 44/2001, conformemente all’articolo 35, paragrafo 3, di quest’ultimo.
  • 46      In terzo luogo, conformemente al considerando 21 del regolamento n. 2201/2003, quest’ultimo è basato sul concetto secondo cui il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni rese in uno Stato membro dovrebbero fondarsi sul principio della fiducia reciproca e i motivi di non riconoscimento dovrebbero essere limitati al minimo indispensabile (sentenza del 19 novembre 2015, P, C‑455/15 PPU, EU:C:2015:763, punto 35).
  • 47      È alla luce di tali considerazioni che occorre esaminare se la circostanza che una decisione divenuta definitiva sia stata adottata in violazione delle norme sulla litispendenza previste dall’articolo 27 del regolamento n. 44/2001 e dall’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 costituisca un motivo di ordine pubblico che osta, sulla base dell’articolo 34 del regolamento n. 44/2001 nonché dell’articolo 22, lettera a), e dell’articolo 23, lettera a), del regolamento n. 2201/2003 a che tale decisione possa essere riconosciuta dalle autorità giurisdizionali dello Stato membro cui appartiene l’autorità giurisdizionale preventivamente adita.
  • 48      A tal riguardo, occorre rilevare che, secondo il tenore letterale stesso dell’articolo 24 del regolamento n. 2201/2003, il criterio dell’ordine pubblico di cui agli articoli 22, lettera a), e 23, lettera a), di tale regolamento non può essere applicato alle norme sulla competenza di cui agli articoli da 3 a 14 di detto regolamento.
  • 49      Occorre, pertanto, stabilire se le norme sulla litispendenza costituiscano norme sulla competenza analogamente a quelle contenute negli articoli da 3 a 14 di tale regolamento.
  • 50      A tal riguardo, se è vero che le norme sulla litispendenza di cui all’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 non rientrano nelle norme sulla competenza espressamente richiamate dall’articolo 24 di tale regolamento, tale medesimo articolo 19 è contenuto nel capo II di detto regolamento, rubricato «competenza».
  • 51      Inoltre, come rilevato dall’avvocato generale al paragrafo 77 delle sue conclusioni, quando, come nel procedimento principale, l’autorità giurisdizionale preventivamente adita, statuendo su una domanda incidentale di riconoscimento, verifica se le norme sulla litispendenza sono state correttamente applicate dall’autorità giurisdizionale successivamente adita e, di conseguenza, valuta i motivi per cui quest’ultima non ha declinato la propria competenza, l’autorità giurisdizionale preventivamente adita effettua così necessariamente il riesame della competenza dell’autorità giurisdizionale successivamente adita. Orbene, com’è stato rammentato al punto 45 della presente sentenza, l’articolo 24 del regolamento n. 2201/2003 non l’autorizza a effettuare un siffatto riesame.
  • 52      Pertanto, nonostante il fatto che il divieto sancito dall’articolo 24 di tale regolamento non contenga un riferimento espresso all’articolo 19 di detto regolamento, un’asserita violazione di quest’ultimo articolo non consente all’autorità giurisdizionale preventivamente adita, pena incorrere nel riesame della competenza dell’autorità giurisdizionale successivamente adita, di negare il riconoscimento di una decisione adottata da quest’ultima in violazione della norma di litispendenza contenuta in tale disposizione (v., per analogia, per quanto attiene all’articolo 15 del regolamento n. 2201/2003, sentenza del 19 novembre 2015, P, C‑455/15 PPU, EU:C:2015:763, punto 45).
  • 53      Tali considerazioni si applicano altresì alle norme sulla litispendenza contenute nell’articolo 27 del regolamento n. 44/2001, in materia di obbligazioni alimentari, dal momento che l’articolo 35, paragrafo 3, di tale regolamento prevede anch’esso che non si possa procedere al controllo della competenza dei giudici dello Stato membro d’origine.
  • 54      Occorre aggiungere che il giudice dello Stato richiesto non può, salvo mettere in discussione la finalità dei regolamenti n. 2201/2003 e n. 44/2001, negare il riconoscimento di una decisione promanante da un altro Stato membro per il solo motivo che esso ritiene che, in tale decisione, il diritto nazionale o il diritto dell’Unione sia stato male applicato (v., in tal senso, sentenze del 16 luglio 2015, Diageo Brands, C‑681/13, EU:C:2015:471, punto 49, e del 19 novembre 2015, P, C‑455/15 PPU, EU:C:2015:763, punto 46).
  • 55      Tale analisi è corroborata dal fatto che i motivi di non riconoscimento di una decisione per sua contrarietà manifesta all’ordine pubblico, di cui all’articolo 22, lettera a), e all’articolo 23, lettera a), del regolamento n. 2201/2003 nonché all’articolo 34 del regolamento n. 44/2001, devono essere interpretati restrittivamente in quanto costituiscono un ostacolo alla realizzazione di uno degli obiettivi fondamentali di tali regolamenti, come rammentato al punto 46 della presente sentenza (v., in tal senso, sentenza del 19 novembre 2015, P, C‑455/15, EU:C:2015:763, punto 36).
  • 56      Di conseguenza, si deve rispondere alle questioni sollevate dichiarando che le norme sulla litispendenza di cui all’articolo 27 del regolamento n. 44/2001 e all’articolo 19 del regolamento n. 2201/2003 devono essere interpretate nel senso che, qualora, nell’ambito di una controversia in materia matrimoniale, di responsabilità genitoriale o di obbligazioni alimentari, l’autorità giurisdizionale successivamente adita abbia adottato, in violazione di tali norme, una decisione poi divenuta definitiva, esse ostano a che le autorità giurisdizionali dello Stato membro cui appartiene l’autorità giurisdizionale preventivamente adita neghino, per questo solo motivo, il riconoscimento di tale decisione. In particolare, tale violazione non può, di per sé, giustificare il mancato riconoscimento di detta decisione per sua contrarietà manifesta all’ordine pubblico di tale Stato membro.
  •  Sulle spese
  • 57      Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.
  • Per questi motivi, la Corte (Prima Sezione) dichiara:
  • Le norme sulla litispendenza di cui all’articolo 27 del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale e all’articolo 19 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento (CE) n. 1347/2000, devono essere interpretate nel senso che, qualora, nell’ambito di una controversia in materia matrimoniale, di responsabilità genitoriale o di obbligazioni alimentari, l’autorità giurisdizionale successivamente adita abbia adottato, in violazione di tali norme, una decisione poi divenuta definitiva, esse ostano a che le autorità giurisdizionali dello Stato membro cui appartiene l’autorità giurisdizionale preventivamente adita neghino, per questo solo motivo, il riconoscimento di tale decisione.
  • In particolare, tale violazione non può, di per sé, giustificare il mancato riconoscimento di detta decisione per sua contrarietà manifesta all’ordine pubblico di tale Stato membro.
Silva de Lapuerta Bonichot Arabadjiev
Regan       Fernlund
  • Così deciso e pronunciato a Lussemburgo il 16 gennaio 2018.
Il cancelliere       Il presidente
A. Calot Escobar
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SEPARAZIONE BOLOGNA CITTADINI STRANIERI NORME COME QUANDO PERCHE’? ??

SEPARAZIONE BOLOGNA CITTADINI STRANIERI NORME COME QUANDO PERCHE’?

 

 

 

Ai fini della determinazione della giurisdizione, occorre fare riferimento al regolamento CE n. 1259/10, applicabile ratione temporis al caso di specie. Va, innanzi tutto, precisato che tale regolamento ha una valenza universale (c.d. efficacia ecumenica), nel senso che è applicabile anche nei riguardi di cittadini di Stati terzi che abbiano vincoli sufficientemente forti con il territorio di uno degli Stati membri (cfr. Corte di Giustizia UE, sez. III, 29.11.2007 C 68/07 Sundelind vs Lopez; ove è precisato che il Reg. CE n. 2201/2003 si applica anche ai cittadini di Stati terzi che hanno vincoli sufficientemente forti con il territorio di uno degli Stati membri, in conformità dei criteri di competenza previsti dallo stesso Regolamento, che si fondano sul principio della necessità di un reale nesso di collegamento tra l’interessato e lo Stato membro che esercita la competenza; Trib Belluno 30.12.2011; Trib. Belluno, 23.12.2014; Trib. Mantova 19.1.2016). Nel caso di specie, è documentalmente provato che le parti al momento della instaurazione del presente giudizio, erano residenti in Vimercate (dove sono nate le figlie), onde la giurisdizione del giudice italiano va affermata ai sensi dell’art. 3, comma 1 del citato Regolamento, a mente del quale è competente a decidere sulle questioni inerenti al divorzio, alla separazione personale dei coniugi e all’annullamento del matrimonio, tra l’altro, l’autorità giurisdizionale ove si trova “l’ultima residenza abituale dei coniugi se uno di essi vi risiede ancora”. Parimenti, sussiste la giurisdizione del giudice italiano anche con riguardo alle domande inerenti la responsabilità genitoriale, avendo le minori residenza abituale in Vimercate, dove sono nate e quale luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale delle stesse (cfr. Corte Giustizia UE, 16.7.2015 in C. 184/14; Corte Giustizia UE, 9.10.2014 in C 376/2014; Corte Giustizia UE, 22.12.2010 in C 497/2010; Corte Giustizia UE, 2.4.2009 in C 523/2007; Cass. Civ., Sez. Un., 2276/2016; Cass. Civ., Sez. Un., n. 5418/2016, Cass. Civ., n. 16648/2014; Cass. Civ., Sez. Un., 30646/2011). La legge applicabile è quella italiana, a norma dell’art. 8 regolamento CE 1259/2010, posto che le parti non hanno scelto la legge applicabile e la residenza abituale dei coniugi, al momento della instaurazione del presente giudizio era in Italia (segnatamente, in Vimercate).

Da ultimo, il procuratore della ricorrente in comparsa conclusionale dichiara che il marito è divenuto, nelle more, cittadino italiano.

diritto di famiglia

II. La domanda di separazione è fondata.

I coniugi hanno contratto matrimonio in data 22.7.2002 in Marocco e la ricorrente è comparsa all’udienza del 24.5.2017 avanti il Presidente, nel procedimento di separazione personale, confermando la volontà di non proseguire la convivenza matrimoniale, essendosi verificati fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, già cessata da tempo.

Deve, pertanto, essere pronunciata la separazione tra i coniugi.

III. Relativamente all’affidamento, la L. 56 del 2006 stabilisce che il Giudice deve preferire l’affidamento condiviso, salvo che risulti contrario all’interesse del minore. L’affidamento condiviso presuppone un comune impegno progettuale in ordine alle scelte relative alla vita della prole nonché in ordine alla cura della prole medesima nell’ambito della gestione dei vari incombenti della vita quotidiana. L’affido condiviso si pone come regola generale, rispetto alla quale la soluzione dell’affido esclusivo costituisce l’eccezione, derogabile solo laddove la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore (quali le ipotesi di manifesta carenza o inidoneità educativa di un genitore o di sua obiettiva lontananza o di un suo sostanziale disinteresse per il minore, con valutazione adeguatamente motivata dal Giudice, in positivo sull’idoneità del genitore affidatario e, in negativo, sulla idoneità educativa dell’altro genitore e sulla non rispondenza dell’affido condiviso all’interesse del minore (Cass. 12308/2010).

Nel caso in esame, la ricorrente ha chiesto l’affidamento condiviso delle due figlie minori Ya. nata il –omissis– e My. nata il –omissis– con collocamento prevalente presso di sé con le facoltà di visita che si riportano nel dispositivo. Ha dichiarato che il padre vede le figlie.

IV. Il contributo al mantenimento dei figli deve essere determinato, ai sensi dell’art. 337 ter cod. civ., tenuto conto delle esigenze attuali del figlio, del tenore di vita goduto in costanza di convivenza con entrambi i genitori, dei tempi di permanenza presso ciascun genitore, delle risorse economiche di entrambi i genitori.

La ricorrente è stata assunta con contratto a tempo indeterminato in data 1.4.2018, mantenendo le medesime condizioni retributive in essere alla data dell’udienza presidenziale. Nel 2017 ha dichiarato un reddito netto mensile di euro 890,50 ricavato suddividendo su 12 mensilità il reddito annuo imponibile (RN4) dedotta l’imposta netta. Dal 2015 vive in un immobile in comodato ma intende reperire un immobile in locazione, cosa che non ha fatto sino ad ora in quanto il marito non sta contribuendo al mantenimento delle figlie e lei con il suo solo stipendio non può pagare un canone id locazione

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Tribunale di Monza

Sezione IV

Sentenza 29 novembre – 11 dicembre 2018, n. 3001

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE di MONZA

Quarta Sezione CIVILE

Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Carmen Arcellaschi Presidente rel.

dott. Cinzia Fallo Giudice

dott. Claudia Bonomi Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 3386/2017 promossa da:

Ra. Kh. (C.F. –omissis–), elettivamente domiciliata in VIA MONTE CRISTALLO, 1 MILANO presso lo studio dell’avv. PIACENTINI GUIDO ALBERTO MATTEO che la rappresenta e difende come da procura

RICORRENTE

contro

Ha. Ch. (C.F. –omissis–)

RESISTENTE CONTUMACE

Con l’intervento del P.M. sede

OGGETTO: SEPARAZIONE

CONCLUSIONI

Per Ra. Kh.

Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, accogliere le seguenti

CONCLUSIONI

In principalità e nel merito: previa qualsiasi formula e/o statuizione, pronunciare la separazione personale dei coniugi Ha. Ch.
e Ra. Kh., alle seguenti

CONDIZIONI

1. Autorizzare i coniugi a vivere separati con l’obbligo del reciproco rispetto;

2. disporre l’affidamento condiviso ad entrambi i genitori delle figlie minorenni Ya. e My. con collocazione prevalente presso la madre;

3. disporre, quanto alla regolamentazione del diritto di visita, che:

– a weekend alternati le minori resteranno con il padre il quale, previo accordo con la madre, le preleverà il sabato mattina, dalla casa della madre e li terrà con sé sino alla domenica sera o al lunedì mattina allorquando le accompagnerà a scuola;

– ogni mercoledì il padre preleverà le figlie all’uscita dalla scuola, cenerà con le stesse, e le riporterà presso l’abitazione della madre entro le ore 21.00;

– durante le vacanze estive, le minori permarranno per un periodo di 2 settimane anche non continuative con ciascun genitore; i coniugi dovranno comunicare l’un l’altro il proprio periodo di ferie estive entro il 31 maggio di ogni anno,

– quanto alle vacanze pasquali le minori trascorreranno le relative festività con ciascun genitore ad anni alternati;

– quanto al periodo natalizio le minori trascorreranno il giorno 25 dicembre ed il giorno 26 dicembre con ciascun genitore ad anni alternati nonché il giorno 31 dicembre ed il giorno 1 gennaio, sempre ad anni alternati (il giorno di Natale alternato rispetto al Capodanno); trascorreranno, altresì, ad anni alternati, con ciascun genitore, il periodo tra Natale e Capodanno e tra Capodanno e l’inizio della scuola.

– quanto ai ponti ed alle festività nazionali residue, le minori permarranno ad anni alternati con ciascun genitore; previo accordo tra gli stessi, essi potranno tenere con sé le figlie minori per qualche giorno, durante l’anno qualora gli impegni lavorativi lo permettano;

4. porre a carico del sig. Ch. il pagamento, a titolo di contributo al mantenimento delle figlie minori Ya. e My. della somma di E 700,00= mensili (E 350,00 per ciascuna) rivalutabile annualmente secondo gli indici ISTAT oltre alla somma corrispondente al 50% delle spese straordinarie, identificate a titolo esemplificativo e non esaustivo come segue:

a. spese mediche, sanitarie, odontoiatriche, farmaceutiche, psicoterapiche ivi compresi i ticket, qualora non siano coperte dal SSN; le spese indicate dovranno essere comprovate da prescrizione medica e da indicazione del codice fiscale su ciascuno scontrino;

b. spese scolastiche come rette, tasse di iscrizione, libri di testo, corredo di inizio anno scolastico, scuolabus o ogni mezzo di trasporto, gite scolastiche di durata superiore ad un giorno e viaggi di istruzione, ripetizioni, alloggio e relative utenze nella sede universitaria frequentata dai figli;

c. spese per le attività sportive, artistiche, ricreative e di svago;

spese di iscrizione e frequenza di corsi e relative attrezzature,

d. spese per le vacanze allorquando i figli le trascorreranno da soli;

e. spese di custodia dei figli minorenni (baby sitter) se rese necessarie per impegni lavorativi di entrambi i genitori, in caso di malattia della prole infradodicenne e/o del genitore affidatario in mancanza di parenti disponibili o di altre alternative gratuite;

  1. ordinare, ai sensi dell’articolo 156, 6° comma c.c, a Sealed Air Srl (CF –omissis–), in persona del proprio legale rappresentante pro tempore, con sede legale in Rho, fraz. Passirana, via Trento, 7, tenuta a corrispondere lo stipendio al sig. Ha. Ch., di versare direttamente alla sig.ra Ra. Kh., l’importo corrispondente al contributo al mantenimento mensile delle figlie;6. ordinare all’Ufficiale di stato civile del Comune di Vimercate, di procedere alla annotazione/trascrizione della emananda sentenza.IN OGNI CASO: con il favore delle spese di lite.

Motivi della decisione

  1. Ai fini della determinazione della giurisdizione, occorre fare riferimento al regolamento CE n. 1259/10, applicabile ratione temporis al caso di specie. Va, innanzi tutto, precisato che tale regolamento ha una valenza universale (c.d. efficacia ecumenica), nel senso che è applicabile anche nei riguardi di cittadini di Stati terzi che abbiano vincoli sufficientemente forti con il territorio di uno degli Stati membri (cfr. Corte di Giustizia UE, sez. III, 29.11.2007 C 68/07 Sundelind vs Lopez; ove è precisato che il Reg. CE n. 2201/2003 si applica anche ai cittadini di Stati terzi che hanno vincoli sufficientemente forti con il territorio di uno degli Stati membri, in conformità dei criteri di competenza previsti dallo stesso Regolamento, che si fondano sul principio della necessità di un reale nesso di collegamento tra l’interessato e lo Stato membro che esercita la competenza; Trib Belluno 30.12.2011; Trib. Belluno, 23.12.2014; Trib. Mantova 19.1.2016). Nel caso di specie, è documentalmente provato che le parti al momento della instaurazione del presente giudizio, erano residenti in Vimercate (dove sono nate le figlie), onde la giurisdizione del giudice italiano va affermata ai sensi dell’art. 3, comma 1 del citato Regolamento, a mente del quale è competente a decidere sulle questioni inerenti al divorzio, alla separazione personale dei coniugi e all’annullamento del matrimonio, tra l’altro, l’autorità giurisdizionale ove si trova “l’ultima residenza abituale dei coniugi se uno di essi vi risiede ancora”. Parimenti, sussiste la giurisdizione del giudice italiano anche con riguardo alle domande inerenti la responsabilità genitoriale, avendo le minori residenza abituale in Vimercate, dove sono nate e quale luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale delle stesse (cfr. Corte Giustizia UE, 16.7.2015 in C. 184/14; Corte Giustizia UE, 9.10.2014 in C 376/2014; Corte Giustizia UE, 22.12.2010 in C 497/2010; Corte Giustizia UE, 2.4.2009 in C 523/2007; Cass. Civ., Sez. Un., 2276/2016; Cass. Civ., Sez. Un., n. 5418/2016, Cass. Civ., n. 16648/2014; Cass. Civ., Sez. Un., 30646/2011). La legge applicabile è quella italiana, a norma dell’art. 8 regolamento CE 1259/2010, posto che le parti non hanno scelto la legge applicabile e la residenza abituale dei coniugi, al momento della instaurazione del presente giudizio era in Italia (segnatamente, in Vimercate).Da ultimo, il procuratore della ricorrente in comparsa conclusionale dichiara che il marito è divenuto, nelle more, cittadino italiano.II. La domanda di separazione è fondata.I coniugi hanno contratto matrimonio in data 22.7.2002 in Marocco e la ricorrente è comparsa all’udienza del 24.5.2017 avanti il Presidente, nel procedimento di separazione personale, confermando la volontà di non proseguire la convivenza matrimoniale, essendosi verificati fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, già cessata da tempo.

    Deve, pertanto, essere pronunciata la separazione tra i coniugi.

    III. Relativamente all’affidamento, la L. 56 del 2006 stabilisce che il Giudice deve preferire l’affidamento condiviso, salvo che risulti contrario all’interesse del minore. L’affidamento condiviso presuppone un comune impegno progettuale in ordine alle scelte relative alla vita della prole nonché in ordine alla cura della prole medesima nell’ambito della gestione dei vari incombenti della vita quotidiana. L’affido condiviso si pone come regola generale, rispetto alla quale la soluzione dell’affido esclusivo costituisce l’eccezione, derogabile solo laddove la sua applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore (quali le ipotesi di manifesta carenza o inidoneità educativa di un genitore o di sua obiettiva lontananza o di un suo sostanziale disinteresse per il minore, con valutazione adeguatamente motivata dal Giudice, in positivo sull’idoneità del genitore affidatario e, in negativo, sulla idoneità educativa dell’altro genitore e sulla non rispondenza dell’affido condiviso all’interesse del minore (Cass. 12308/2010).

    Nel caso in esame, la ricorrente ha chiesto l’affidamento condiviso delle due figlie minori Ya. nata il –omissis– e My. nata il –omissis– con collocamento prevalente presso di sé con le facoltà di visita che si riportano nel dispositivo. Ha dichiarato che il padre vede le figlie.

    IV. Il contributo al mantenimento dei figli deve essere determinato, ai sensi dell’art. 337 ter cod. civ., tenuto conto delle esigenze attuali del figlio, del tenore di vita goduto in costanza di convivenza con entrambi i genitori, dei tempi di permanenza presso ciascun genitore, delle risorse economiche di entrambi i genitori.

    La ricorrente è stata assunta con contratto a tempo indeterminato in data 1.4.2018, mantenendo le medesime condizioni retributive in essere alla data dell’udienza presidenziale. Nel 2017 ha dichiarato un reddito netto mensile di euro 890,50 ricavato suddividendo su 12 mensilità il reddito annuo imponibile (RN4) dedotta l’imposta netta. Dal 2015 vive in un immobile in comodato ma intende reperire un immobile in locazione, cosa che non ha fatto sino ad ora in quanto il marito non sta contribuendo al mantenimento delle figlie e lei con il suo solo stipendio non può pagare un canone id locazione.

    Il marito è rimasto nella casa coniugale, di proprietà Al. condotta in locazione con un canone di euro 234 mensili e lavora come operaio. Nel 2017 ha dichiarato un reddito netto mensile di euro 2.066, ricavato dalla CU 2018 suddividendo su 12 mensilità il reddito annuo al netto degli oneri tributari. Dedotto il canone di locazione e un importo mensile di euro 100 per le utenze e 250 per vitto, 50 per abbigliamento ha un residuo mensile di euro 1.432.

    In sede presidenziale è stato stabilito un contributo a carico del padre di euro 600 mensili oltre al 50% delle spese extra. In considerazione del fatto che viene applicato il protocollo delle spese straordinarie di questo Tribunale che ricomprende nel mantenimento ordinario anche la mensa, le spese di trasporto, prescuola e dopo scuola, eventuali oneri di baby-sitter, il contributo viene stabilito in euro 700 mensili con decorrenza dal mese di dicembre 2018.

    Tale somma è annualmente rivalutabile secondo gli indici istat a far tempo dal mese di dicembre 2019.

    V. Va confermato l’ordine ex art. 156 VI comma c.c. al datore di lavoro, già emesso in corso di giudizio, per l’inadempimento del marito al provvedimento presidenziale.

    VI. Le spese del presente giudizio devono essere dichiarate non ripetibili, per la mancata costituzione del marito.

P.Q.M.


Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

I. Pronuncia la separazione personale tra Ra. Kh. e Ha. Ch.;

II. Affida le figlie minori in via condivisa ad entrambi i genitori con collocamento prevalente presso la madre e facoltà per il padre di vederle

– a weekend alternati. Il padre, previo accordo con la madre, le preleverà il sabato mattina, dalla casa della madre e le terrà con sé sino alla domenica sera o al lunedì mattina allorquando le accompagnerà a scuola;

– ogni mercoledì il padre preleverà le figlie all’uscita dalla scuola, cenerà con le stesse, e le riporterà presso l’abitazione della madre entro le ore 21.00;

– durante le vacanze estive, le minori permarranno per un periodo di 2 settimane anche non continuative con ciascun genitore; i coniugi dovranno comunicare l’un l’altro il proprio periodo di ferie estive entro il 31 maggio di ogni anno,

– quanto alle vacanze pasquali le minori trascorreranno le relative festività con ciascun genitore ad anni alternati;

– quanto al periodo natalizio le minori trascorreranno il giorno 25 dicembre ed il giorno 26 dicembre con ciascun genitore ad anni alternati nonché il giorno 31 dicembre ed il giorno 1 gennaio, sempre ad anni alternati (il giorno di Natale alternato rispetto al Capodanno);

trascorreranno, altresì, ad anni alternati, con ciascun genitore, il periodo tra Natale e Capodanno e tra Capodanno e l’inizio della scuola.

– quanto ai ponti ed alle festività nazionali residue, le minori permarranno ad anni alternati con ciascun genitore; previo accordo tra gli stessi, essi potranno tenere con sé le figlie minori per qualche giorno, durante l’anno qualora gli impegni lavorativi lo permettano.

III. Pone a carico del padre l’obbligo di versare, a titolo di contributo del mantenimento delle figlie minori la somma di euro 700 mensili con decorrenza in tale misura dal mese di dicembre 2018, annualmente rivalutabile secondo gli indici istat a far tempo dal mese di dicembre 2019.

Sono comprese in tale somma le spese per vitto, abbigliamento e mensa scolastica, abbonamenti e spese di trasporto relative alla frequenza scolastica; farmaci da banco;

contributi alle spese di abitazione; cancelleria e materiale didattico per la scuola successivi al corredo di inizio anno; eventuali oneri per baby sitter, tempo prolungato, pre-scuola o doposcuola. Pone inoltre a carico del resistente il cinquanta per cento delle spese mediche, scolastiche e sportive delle figlie, da concordarsi previamente tra i genitori (salvo che per le spese mediche urgenti e per le spese obbligatorie per la scuola pubblica), da versarsi a presentazione dei documenti giustificativi. Potranno essere erogate senza necessità di preventivo accordo le seguenti spese mediche: ticket per farmaci richiedenti prescrizione medica (escluso farmaci da banco), esami diagnostici non invasivi, trattamenti sanitari o visite specialistiche, se prescritti dal medico curante e eseguiti presso strutture pubbliche o convenzionate; acquisto di dispositivi per assistenza protesica e integrativa (ad es. occhiali, scarpe ortopediche, protesi integrative ecc.) se prescritti dal medico, nei limiti di un costo medio di mercato; accertamenti e trattamenti sanitari non invasivi anche se non erogabili dal Servizio Sanitario Nazionale se prescritti dal medico curante (es.: fisioterapia); spese mediche urgenti; nonché le seguenti spese di istruzione: iscrizione o contributi obbligatori per la scuola pubblica; libri di testo, materiali di cancelleria e attrezzature didattiche e informatiche di inizio anno, anche in caso di scuola privata; per le sole materie tecniche o artistiche, materiali e attrezzature didattiche e informatiche richiesti dalla scuola anche in corso di anno; corsi di recupero e lezioni private in caso di valutazioni scolastiche o di voti inferiori alla sufficienza; partecipazione a gite scolastiche senza pernottamento;

frequentazione di centri estivi gestiti da Ente Pubblico (es. Comune) o da suoi delegati ovvero da istituti religiosi senza fine di lucro (es. oratori). Richiederanno il preventivo accordo tutte le restanti spese; in via esemplificativa e non esaustiva, le seguenti spese mediche: esami diagnostici, trattamenti sanitari o visite specialistiche presso strutture private, salvo urgenze; cure dentistiche o ortodontiche, pur se presso strutture pubbliche, anche ai fini del consenso informato; interventi chirurgici e accertamenti invasivi, anche se presso strutture pubbliche, salvo urgenze, anche ai fini del consenso informato; farmaci omeopatici, di medicina alternativa o sperimentali; nonché le seguenti altre spese: gite scolastiche e viaggi di istruzione con pernottamento;

iscrizione e oneri di frequenza per istituti scolastici privati per corsi di studio successivi a quelli in atto (non è richiesto consenso per i percorsi scolastici già iniziati, in quanto il consenso prestato in origine ha efficacia sino alla conclusione di ciascun ciclo di studi); iscrizione, frequenza e materiali didattici per corsi extrascolastici (es. lingue, informatica, attività artistiche) ovvero successivi alla scuola secondaria superiore; iscrizione, frequenza e materiali didattici per corsi universitari o post-universitari, nonché di alloggio e permanenza presso la sede universitaria; iscrizione, corsi, oneri di frequenza e attrezzature per attività sportive; viaggi e vacanze trascorse senza i genitori; acquisto e utilizzo di mezzi di trasporto a motore (conseguimento della patente di guida, assicurazione, tassa di proprietà, carburanti, manutenzione).

La richiesta di consenso dovrà pervenire alla controparte, in forma scritta, cartacea o telematica (posta elettronica, sms, messaggio whatsapp), almeno giorni quindici-salvo urgenze- prima del compimento della attività, con indicazione specifica della spesa; l’altro genitore, con lo stesso mezzo, dovrà far pervenire il proprio eventuale dissenso motivato entro giorni sette dalla comunicazione; in mancanza, la spesa si intenderà approvata ad ogni effetto. Nel medesimo termine, ove lo ritenga, potrà produrre eventuali diversi preventivi, a parità di condizioni. I conteggi di dare e avere dovranno essere effettuati tendenzialmente con cadenza mensile, prospettando mese per mese le spese di competenza. A tal fine, il genitore che ha anticipato le spese invierà la propria richiesta in forma scritta, cartacea o telematica, con i relativi documenti giustificativi anche per le spese erogabili senza preventivo accordo- almeno quindici giorni prima della scadenza prevista per il mantenimento ordinario; in tal caso il pagamento avverrà unitamente a quest’ultimo. Le richieste inviate oltre tale termine saranno soddisfatte unitamente al mantenimento ordinario del mese successivo. In caso di spese superiori a euro 500, ciascuno dei genitori dovrà anticipare e quindi a versare prima dell’erogazione- i relativi costi per la quota di propria spettanza;

IV. Ordina a SEALED AIR s.r.l. con sede in Rho fr. Passirana via Trento nr. 7 di versare direttamente a Ra. Kh. la somma di euro 700 mensili, determinata in tale misura dal mese di dicembre 2018 a titolo di contributo ordinario al mantenimento delle figlie minori, trattenendola dalla retribuzione dovuta a Ha. Ch. ovvero da qualsiasi altro compenso allo stesso dovuto in dipendenza del rapporto di lavoro;

V. Dichiara non ripetibili le spese del presente giudizio.

Così deciso in Monza, nella camera di consiglio del 29.11.2018.

Depositata in Cancelleria il 11/12/2018.

– Assegno per il figlio minore SEPARAZIONE BOLOGNA , PERCHE’ NO?????

le buone risorse economiche dell’obbligato hanno rilievo non soltanto nel rapporto proporzionale col contributo dovuto dall’altro genitore, ma anche in funzione diretta di un più ampio soddisfacimento delle esigenze del figlio, posto che i bisogni, le abitudini, le legittime aspirazioni di questo, e in genere le sue prospettive di vita, non potranno non risentire del livello economico – sociale in cui si colloca la figura del genitore (Cass., 13 luglio 1995, n. 7644; Cass. 2 maggio 2006, n. 10119; Cass. 24 aprile 2007, n. 9915).

 

Assegno per il figlio minore SEPARAZIONE BOLOGNA,PERCHE’ NO?????

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Si tratta del contributo di un genitore, debbono venire in considerazione una serie di parametri che, all’esito di una valutazione olistica e comparata, debbono portare a una individuazione dell’apporto di natura economica che essenzialmente tenga conto delle esigenze del minore stesso.

Esigenze che, pur correlate all’età, non possono prescindere – nel rispetto del principio di proporzionalità che presiede all’obbligo di mantenimento – dalle risorse economiche dei genitori, dal tenore di vita già goduto e, in definitiva, dalle aspettative che derivano o possano derivare dalla collocazione sociale della famiglia. L’interesse della prole, sotto il profilo economico (che non è mai fine a se stesso, comportando una serie di opzioni e possibilità che potranno ripercuotersi sulle possibilità educative, di crescita intellettuale, di realizzazione in ambito lavorativo e sociale in genere), non può essere individuato sulla base di un dato come l’età, isolato dalle aspirazioni, dalle capacità del minore e dal contesto socio – economico della famiglia. Giova in proposito richiamare il principio, già affermato da questa Corte, secondo cui ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del figlio minore, le buone risorse economiche dell’obbligato hanno rilievo non soltanto nel rapporto proporzionale col contributo dovuto dall’altro genitore, ma anche in funzione diretta di un più ampio soddisfacimento delle esigenze del figlio, posto che i bisogni, le abitudini, le legittime aspirazioni di questo, e in genere le sue prospettive di vita, non potranno non risentire del livello economico – sociale in cui si colloca la figura del genitore (Cass., 13 luglio 1995, n. 7644; Cass. 2 maggio 2006, n. 10119; Cass. 24 aprile 2007, n. 9915).[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

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Ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del figlio minore, le buone risorse economiche dell’obbligato hanno rilievo non soltanto nel rapporto proporzionale con il contributo dovuto dall’altro genitore, ma anche in funzione diretta di un più ampio soddisfacimento delle esigenze del figlio, posto che i bisogni, le abitudini, le legittime aspirazioni di questo e in genere le sue prospettive di vita, non potranno non risentire del livello economico-sociale in cui si colloca la figura del genitore.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 21 giugno 2011 n. 13630 – Pres. Luccioli; Rel. Campanile; Pm (conf.) Zeno; Ric. Palumbo; Controric. Marini

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Sez. 1^ Civile, Sentenza n. 13630 del 21 Giugno 2011

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente – Dott. FELICETTI Francesco – Consigliere – Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –
Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere – Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
P.F. , in proprio e quale legale rappresentante del
figlio minore M.M. Elettivamente domiciliata in Roma, Via Zanardelli, n. 20, presso Ass. Giustizia e Società; rappresentata e difesa, giusta procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. Sparano Giuseppe;
– ricorrente –
contro
M.G. Elettivamente domiciliato in Roma, via Girolamo da Carpi, n. 6, nello studio dell’Avv. Malfatti Letta Paolo, che lo rappresenta e difende, giusta procura speciale a margine del controricorso, unitamente all’Avv. Luciano Giorgi;
– controricorrente –
avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze, n. 4, depositata in data 9 gennaio 2006;
sentita la relazione all’udienza del 16 marzo 2011 del consigliere Dott. Campanile Pietro;
Sentito l’Avv. Sparano, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
Sentito per il controricorrente l’Avv. Giorgi, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
Udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del Sostituto Dott. Zeno Immacolata, la quale ha concluso per l’inammissibilità del ricorso, e, nel merito, per l’accoglimento.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1 – Con sentenza in data 22 aprile 2004 il Tribunale di Grosseto pronunciava la separazione personale dei coniugi M.G. e P.F. , ponendo a carico del primo un assegno di
mantenimento nei confronti della moglie pari ad Euro 300,00 e un contributo, nella misura di Euro 700,00 mensili, oltre alla metà delle spese straordinarie di natura medica scolastica e ricreativa, per il mantenimento del figlio minore M. .
La Corte di appello di Firenze, con la decisione indicata in epigrafe, pronunciando sull’appello proposto dal M. , il quale aveva chiesto accertarsi l’insussistenza dell’obbligo di contribuire al mantenimento della moglie e una riduzione del contributo per il figlio, rigettava il primo motivo, ponendo in evidenza, con riferimento allo svolgimento, da parte dell’appellante, della professione di odontoiatra e all’inattendibilità del reddito dichiarato, una condizione patrimoniale di grande rilievo, di certo superiore a quella, pur agiata, della P. , come era dato di desumere dall’elevato tenore di vita del M. , caratterizzato dal possesso di autovetture di lusso, di un’imbarcazione e di un bene immobile. La decisione di primo grado veniva, al contrario, riformata in relazione al contributo in favore del figlio M. , ritenendo la Corte territoriale che “in considerazione dell’età del minore (sette anni) e per essere soltanto un contributo (non essendo la madre priva di redditi)” la somma di Euro 700,00 mensili apparisse eccessiva, tanto da doversi ridurre ad Euro 500,00 mensili. Per la cassazione di tale decisione propone ricorso la P. , deducendo un motivo, illustrato con memoria. Resiste con controricorso il M. .
MOTIVI DELLA DECISIONE
2 – Preliminarmente vanno esaminate le eccezioni di inammissibilità del controricorso sollevate dalla P. nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

2.a – La questione prospettata in base alla formulazione della procura speciale, in cui manca uno specifico riferimento al giudizio di legittimità, è all’evidenza infondata, in quanto la delega alla difesa “nella presente procedura in ogni sua fase e grado”, ancorché generica, risultando apposta a margine del controricorso, non può non riferirsi che al presente giudizio. Secondo un consolidato orientamento di questa Corte, infatti, la collocazione a margine del ricorso rivela uno specifico collegamento tra la procura ed il giudizio di legittimità (Cass., 13 dicembre 2010, n. 25137; Cass., 5 settembre 2005 n. 17768; Cass. 18 marzo 2005, n. 5953; Cass. 19 aprile 2002 n. 5722), quale che sia il tenore dei termini utilizzati per la formazione dell’atto (Cass., Sez. Un., 10 aprile 2000, n. 108).

2.b – Quanto alla questione relativa alla sottoscrizione apposta dal difensore per autenticare la firma del controricorrente, vale bene richiamare il principio secondo cui l’identità di tale segno grafico rispetto a quello apposto in calce al controricorso – in corrispondenza, per altro, al nome scritto a stampa del difensore Avv. Giorgi – comporta una presunzione di appartenenza della sottoscrizione al difensore medesimo, ragion per cui deve escludersi che tale firma possa essere attribuita a persona non identificabile (Cfr, per un caso affatto speculare, Cass., 16 luglio 2004, n. 13170).

2.c – Nessun vizio è emerso, infine, in relazione alla notifica del controricorso, eseguita, in virtù di specifica autorizzazione, ai sensi della L. 21 gennaio 1954, n. 53.
2.1 – Con unico motivo la P. deduce la contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si sostiene, formulandosi all’uopo idoneo momento conclusivo di sintesi, omologo del quesito di diritto, che la decisione in esame, dopo essersi diffusa, anche in maniera eccessiva, sulle elevatissime capacità reddituali del M. , abbia tuttavia ritenuto di ridurre il contributo per il mantenimento del figlio, cosi come determinato nella decisione di primo grado (da settecento/00 a cinquecento/00 Euro), sulla base di un mero riferimento all’età del minore stesso. Il motivo è fondato.

La Corte territoriale, dopo aver evidenziato, nell’esaminare il motivo, poi rigettato, inerente all’esclusione dell’assegno in favore dell’appellata, le cospicue capacità reddituali e patrimoniali del M. , “dentista dal tenore di vita vistosamente elevato”, ha ritenuto “eccessiva” la somma determinata a titolo di concorso nel mantenimento del figlio, “in considerazione dell’età del minore (sette anni) e per essere soltanto un contributo (non essendo la madre priva di redditi)”.

È evidente la ricorrenza del denunciato vizio logico, in quanto non è dato di comprendere come, in presenza di un genitore che dimostra di possedere rilevanti risorse finanziarie, il contributo in favore del figlio debba essere diminuito, per altro considerando, senza fornire alcuna specificazione al riguardo, la sola età infantile (a prescindere dal tautologico riferimento alla circostanza che si tratta di un contributo).

Ed invero, proprio perché si tratta del contributo di un genitore, debbono venire in considerazione una serie di parametri che, all’esito di una valutazione olistica e comparata, debbono portare a una individuazione dell’apporto di natura economica che essenzialmente tenga conto delle esigenze del minore stesso.

Esigenze che, pur correlate all’età, non possono prescindere – nel rispetto del principio di proporzionalità che presiede all’obbligo di mantenimento – dalle risorse economiche dei genitori, dal tenore di vita già goduto e, in definitiva, dalle aspettative che derivano o possano derivare dalla collocazione sociale della famiglia. L’interesse della prole, sotto il profilo economico (che non è mai fine a se stesso, comportando una serie di opzioni e possibilità che potranno ripercuotersi sulle possibilità educative, di crescita intellettuale, di realizzazione in ambito lavorativo e sociale in genere), non può essere individuato sulla base di un dato come l’età, isolato dalle aspirazioni, dalle capacità del minore e dal contesto socio – economico della famiglia. Giova in proposito richiamare il principio, già affermato da questa Corte, secondo cui ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del figlio minore, le buone risorse economiche dell’obbligato hanno rilievo non soltanto nel rapporto proporzionale col contributo dovuto dall’altro genitore, ma anche in funzione diretta di un più ampio soddisfacimento delle esigenze del figlio, posto che i bisogni, le abitudini, le legittime aspirazioni di questo, e in genere le sue prospettive di vita, non potranno non risentire del livello economico – sociale in cui si colloca la figura del genitore (Cass., 13 luglio 1995, n. 7644; Cass. 2 maggio 2006, n. 10119; Cass. 24 aprile 2007, n. 9915).

Appare quindi evidente come la motivazione della sentenza impugnata, oltre ad essere connotata, in parte qua, dalla totale inosservanza dei criteri stabiliti dall’art. 155 c.p.c., comma 4, sia affetta dal denunziato vizio di contraddittorietà, per aver disposto la riduzione del contributo – per altro non particolarmente cospicuo – concernente il mantenimento del figlio, dopo aver magnificato, perfino ironizzando sulle deduzioni inerenti a

una deteriore situazione economica del dott. M. (“un caso doloroso, forse estremo in tutta la categoria nell’ambito della Toscana, di disadattamento professionale”), le risorse patrimoniali e reddituali dell’obbligato.
All’accoglimento del ricorso consegue la cassazione della decisione impugnata, con rinvio alla Corte di appello di Firenze che, in diversa composizione, esaminerà la questione senza incorrere nel rilevato vizio motivazionale, provvedendo, altresì, al regolamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.
LA CORTE
accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Firenze, in diversa composizione. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione prima civile, il 16 marzo 2011.
Depositato in Cancelleria il 21 giugno 2011

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d invero, proprio perché si tratta del contributo di un genitore, debbono venire in considerazione una serie di parametri che, all’esito di una valutazione olistica e comparata, debbono portare a una individuazione dell’apporto di natura economica che essenzialmente tenga conto delle esigenze del minore stesso.

 

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CASA CONIUGALE A  CHI? SEPARAZIONI BOLOGNA :  fine dell’assegnazione a uno dei coniugi separati o divorziati della casa familiare, nella quale questi abiti con un figlio maggiorenne, occorre che si tratti della stessa abitazione in cui si svolgeva la vita della famiglia allorchè essa era unita e, inoltre, che il figlio convivente versi, senza colpa, in condizione di non autosufficienza economica. In particolare, l’assegnazione della casa familiare, prevista dall’articolo 155, comma 4, del Cc, rispondendo all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell’immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi avessero la disponibilità.

CASA CONIUGALE NELLE SEPARAZIONI

CASA CONIUGALE A  CHI? SEPARAZIONI BOLOGNA  : DEI CONIUGI – CASA CONIUGALE. CASS. CIV., SEZ. I, 4 LUGLIO 2011, N. 14553. L’assegnazione della casa ex art. 155, comma 4, c.c., è consentita unicamente con riguardo all’immobile che ha costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi abbiano la disponibilità come, ad esempio, la casa di vacanza. LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente – Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere – Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere – Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere – Dott. DIDONE Antonio – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso 11289/2010 proposto da: I.A. (c.f. (OMISSIS)), selettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUTEZIA 5, presso l’avvocato ROMEO RODOLFO, rappresentato e difeso dall’avvocato SANTOSTEFANO NICOLA, giusta procura in calce al ricorso; – ricorrente – contro S.I.; – intimata – avverso la sentenza n. 6/2010 della CORTE D’APPELLO di REGGIO CALABRIA, depositata il 25/02/2010; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24/05/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO DIDONE; udito, per il ricorrente, l’Avvocato N. SANTOSTEFANO che ha chiesto l’accoglimento del ricorso; 2 www.comparazionedirittocivile.it udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. LETTIERI Nicola, che ha concluso per il rigetto del ricorso. RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO 1.- Il Tribunale di Reggio Calabria, con sentenza non definitiva in data 5.5.2006, ha pronunciato la separazione personale dei coniugi I.A. e S.I. e, con sentenza definitiva dell’11.7.2008, ha provveduto sulle domande reciproche di addebito, respingendole, sull’affidamento congiunto dei figli minori, di cui ha disposto la continuazione della convivenza con la madre e sulla richiesta di contributo per il mantenimento. La Corte di appello di Reggio Calabria, con sentenza depositata il 25.2.2010, ha parzialmente riformato la decisione di primo grado, accogliendo la richiesta della S. di assegnazione dell’abitazione familiare sita in (OMISSIS). Per quanto ancora interessa, ha osservato la Corte di merito che il Tribunale aveva fondato la propria decisione negativa in ordine all’assegnazione dell’abitazione sul rilievo che, in realtà, la casa sita in (OMISSIS) non aveva mai costituito l’abitazione coniugale. Infatti, dal 1992 sino al 2002 certamente l’unica abitazione coniugale era stata quella di (OMISSIS), ossia quella dei genitori della S., mentre tra il 2002 (data di acquisto dell’abitazione di (OMISSIS), allo stato di rustico) ed il 2004 la suddetta abitazione era stata oggetto di lavori di completamento al fine di renderla abitabile, ed era stata sicuramente anche utilizzata dai coniugi I.- S., “ma, verosimilmente, nel solo periodo estivo, data la sua collocazione geografica”, mentre nel 2005 la S. si era trasferita con i figli nel Nord Italia ed aveva iniziato il giudizio di separazione (30 giugno 2005).

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CASA CONIUGALE A  CHI? SEPARAZIONI BOLOGNA : secondo il Tribunale, la suddetta abitazione non aveva mai costituito l’abitazione coniugale.

La Corte di merito ha ritenuto di non poter condividere tale ragionamento, pur essendo indubbio che l’abitazione di (OMISSIS) fosse stata “di fatto l’abitazione coniugale, ma soltanto perchè i coniugi non avevano ancora acquistato una propria abitazione da adibire a sede della famiglia”. Secondo la Corte di appello l’acquisto della casa di (OMISSIS), per l’importo del prezzo di acquisto, del relativo mutuo acceso, della tipologia di arredamento, denotava la volontà dei coniugi di adibire il fabbricato – acquistato allo stato rustico – a futura abitazione coniugale.

Tale aspettativa, “peraltro concretizzata da una limitata abitazione dell’immobile”, doveva certamente farsi rientrare tra le aspettative del nucleo familiare e, quindi, anche dei figli, cui non poteva “certo negarsi la possibilità di vivere in un proprio contesto abitativo”. In questo senso, pertanto, non poteva condividersi “la decisione del Tribunale di ritenere unica abitazione coniugale quella di (OMISSIS) escludendo – a causa del sopravvenire della crisi matrimoniale (certamente non programmato dai coniugi, i quali diversamente non avrebbero assunto onerose obbligazioni per l’acquisto della villa) – la casa sita in (OMISSIS), ove presumibilmente e ragionevolmente si erano appuntate le aspettative in argomento dei genitori ma anche dei figli”.

DIRITTO-IMMOBILIARE-5

E’ principio pacifico e consolidato in giurisprudenza – ha concluso la Corte di merito ù “che l’assegnazione della casa coniugale è finalizzata 3 esclusivamente alla tutela della prole a rimanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta, inteso come centro degli affetti, interessi e consuetudini nei quali si esprime e si articola la vita familiare”. Nel caso di specie, sebbene l’abitazione di (OMISSIS) non avesse potuto costituire “quel centro di affetti, interessi e rapporti la cui esistenza e permanenza solitamente legittimano l’assegnazione al coniuge presso cui sono domiciliati i figli”, era indubbio che il privare gli stessi, già costretti a subire le conseguenze della crisi familiare, anche della possibilità di avere, comunque, quel proprio centro di affetti ed interessi appariva “contrario al loro prevalente interesse”. Contro la sentenza di appello I. A. ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi. Non ha svolto difese l’intimata.

 Con il primo motivo il ricorrente denuncia insufficiente e/o contraddittoria motivazione sul punto dell’assegnazione della casa coniugale nonchè per omessa, insufficiente ed errata motivazione su un punto decisivo della controversia ed omesso esame di circostanze decisive per la soluzione della lite, con riferimento all’attribuzione della casa coniugale alla moglie; nonchè per violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto, nella specie art. 155 quater c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3).

Deduce che l’assegnazione della casa familiare, rispondendo all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell’immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi abbiano la disponibilità.

 Di conseguenza, la Corte di merito avrebbe dovuto respingere la domanda della resistente volta a vedersi assegnata come casa coniugale un appartamento (quello sito in (OMISSIS)), differente da quello in cui la famiglia aveva vissuto (sito in (OMISSIS), abitazione dei genitori della S.). 2.2.-

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ancarotta fraudolenta MILANO BOLOGNA RAVENNA , bancarotta fraudolenta pena, bancarotta fraudolenta documentale, bancarotta fraudolenta per distrazione cui in tema di bancarotta per distrazione di beni ottenuti in leasing, ai fini della configurabilità del reato in capo all’utilizzatore poi fallito, è necessario che tali beni siano nella sua effettiva disponibilità, in conseguenza dell’avvenuta consegna, e che di essi vi sia stata ‘appropriazione’, non rilevando la tipologia del contratto di ‘leasing’ (traslativo o di godimento) (Sez. 5, n. 44898 del 01/10/2015). Sull’aspetto specifico della volontà appropriativa, in relazione anche all’avvenuta restituzione del bene, la Corte d’appello non ha specificamente argomentato.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 155 c.c., comma 4, nella precedente formulazione e art. 155 quater c.c., come inserito con decorrenza dal 16 marzo 2006, dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 1, nonchè omessa motivazione in merito alla sussistenza dei presupposti ex art. 155 quater c.c., o, comunque, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa l’indicato fatto controverso e decisivo per il giudizio, (art. 360 c.p.c., n. 5). Deduce che la Corte di appello ha omesso di motivare in merito alla sussistenza dei presupposti ex art. 155 quater c.c., e non ha indicato le ragioni per le quali, nel caso esaminato, avrebbe errato la sentenza di primo grado non ritenendo sussistenti i presupposti sopra indicati con riferimento alla assegnazione della “casa familiare”. La motivazione della sentenza impugnata sarebbe illogica, contraddittoria ed incoerente quando, da un lato, considera ed accerta che “l’abitazione di (OMISSIS) non abbia costituito quel centro di affetti, interessi e rapporti la cui esistenza e permanenza solitamente legittimano l’assegnazione al coniuge presso cui sono domiciliati i figli” e, poi, inspiegabilmente ed immotivatamente, con riferimento ai requisiti di assegnazione della casa familiare ex art. 155 4 c.c., “assegna a S.I., quale abitazione coniugale….la casa sita in (OMISSIS)”, senza indagare e motivare in ordine alla dedotta insussistenza, nel luogo indicato dalla sig.ra S., dell'”habitat domestico e familiare” necessario ai fini della stessa assegnazione. 2.3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione perchè omessa e/o insufficiente circa un punto decisivo della controversia, con riferimento alla mancata considerazione, rispetto alla decisione di assegnare la casa coniugale, dello statuito “affidamento condiviso” dei figli minori ad entrambi i genitori. 2.4.-

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  • Assegnazione della casa familiare –
  • CASA CONIUGALE A  CHI? SEPARAZIONI BOLOGNA :  fine dell’assegnazione a uno dei coniugi separati o divorziati della casa familiare, nella quale questi abiti con un figlio maggiorenne, occorre che si tratti della stessa abitazione in cui si svolgeva la vita della famiglia allorchè essa era unita e, inoltre, che il figlio convivente versi, senza colpa, in condizione di non autosufficienza economica. In particolare, l’assegnazione della casa familiare, prevista dall’articolo 155, comma 4, del Cc, rispondendo all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell’immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi avessero la disponibilità.
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CASA CONIUGALE A  CHI? SEPARAZIONI BOLOGNA  : di cassazione, sezione I civile, sentenza del 4 luglio 2011 n. 14553 – Pres. Luccioli; Rel. Didone; Pm (diff.) Lettieri; Ric. Iannì; Int. Surace

CASA CONIUGALE A  CHI? SEPARAZIONI BOLOGNA  : DEI CONIUGI – CASA CONIUGALE. CASS. CIV., SEZ. I, 4 LUGLIO 2011, N. 14553. L’assegnazione della casa ex art. 155, comma 4, c.c., è consentita unicamente con riguardo all’immobile che ha costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi abbiano la disponibilità come, ad esempio, la casa di vacanza. LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente – Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere – Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere – Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere – Dott. DIDONE Antonio – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso 11289/2010 proposto da: I.A. (c.f. (OMISSIS)), selettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUTEZIA 5, presso l’avvocato ROMEO RODOLFO, rappresentato e difeso dall’avvocato SANTOSTEFANO NICOLA, giusta procura in calce al ricorso; – ricorrente – contro S.I.; – intimata – avverso la sentenza n. 6/2010 della CORTE D’APPELLO di REGGIO CALABRIA, depositata il 25/02/2010; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24/05/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO DIDONE; udito, per il ricorrente, l’Avvocato N. SANTOSTEFANO che ha chiesto l’accoglimento del ricorso; 2 www.comparazionedirittocivile.it udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. LETTIERI Nicola, che ha concluso per il rigetto del ricorso. RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO 1.- Il Tribunale di Reggio Calabria, con sentenza non definitiva in data 5.5.2006, ha pronunciato la separazione personale dei coniugi I.A. e S.I. e, con sentenza definitiva dell’11.7.2008, ha provveduto sulle domande reciproche di addebito, respingendole, sull’affidamento congiunto dei figli minori, di cui ha disposto la continuazione della convivenza con la madre e sulla richiesta di contributo per il mantenimento. La Corte di appello di Reggio Calabria, con sentenza depositata il 25.2.2010, ha parzialmente riformato la decisione di primo grado, accogliendo la richiesta della S. di assegnazione dell’abitazione familiare sita in (OMISSIS). Per quanto ancora interessa, ha osservato la Corte di merito che il Tribunale aveva fondato la propria decisione negativa in ordine all’assegnazione dell’abitazione sul rilievo che, in realtà, la casa sita in (OMISSIS) non aveva mai costituito l’abitazione coniugale. Infatti, dal 1992 sino al 2002 certamente l’unica abitazione coniugale era stata quella di (OMISSIS), ossia quella dei genitori della S., mentre tra il 2002 (data di acquisto dell’abitazione di (OMISSIS), allo stato di rustico) ed il 2004 la suddetta abitazione era stata oggetto di lavori di completamento al fine di renderla abitabile, ed era stata sicuramente anche utilizzata dai coniugi I.- S., “ma, verosimilmente, nel solo periodo estivo, data la sua collocazione geografica”, mentre nel 2005 la S. si era trasferita con i figli nel Nord Italia ed aveva iniziato il giudizio di separazione (30 giugno 2005).

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CASA CONIUGALE A  CHI? SEPARAZIONI BOLOGNA : secondo il Tribunale, la suddetta abitazione non aveva mai costituito l’abitazione coniugale.

La Corte di merito ha ritenuto di non poter condividere tale ragionamento, pur essendo indubbio che l’abitazione di (OMISSIS) fosse stata “di fatto l’abitazione coniugale, ma soltanto perchè i coniugi non avevano ancora acquistato una propria abitazione da adibire a sede della famiglia”. Secondo la Corte di appello l’acquisto della casa di (OMISSIS), per l’importo del prezzo di acquisto, del relativo mutuo acceso, della tipologia di arredamento, denotava la volontà dei coniugi di adibire il fabbricato – acquistato allo stato rustico – a futura abitazione coniugale.

Tale aspettativa, “peraltro concretizzata da una limitata abitazione dell’immobile”, doveva certamente farsi rientrare tra le aspettative del nucleo familiare e, quindi, anche dei figli, cui non poteva “certo negarsi la possibilità di vivere in un proprio contesto abitativo”. In questo senso, pertanto, non poteva condividersi “la decisione del Tribunale di ritenere unica abitazione coniugale quella di (OMISSIS) escludendo – a causa del sopravvenire della crisi matrimoniale (certamente non programmato dai coniugi, i quali diversamente non avrebbero assunto onerose obbligazioni per l’acquisto della villa) – la casa sita in (OMISSIS), ove presumibilmente e ragionevolmente si erano appuntate le aspettative in argomento dei genitori ma anche dei figli”.

E’ principio pacifico e consolidato in giurisprudenza – ha concluso la Corte di merito ù “che l’assegnazione della casa coniugale è finalizzata 3 esclusivamente alla tutela della prole a rimanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta, inteso come centro degli affetti, interessi e consuetudini nei quali si esprime e si articola la vita familiare”. Nel caso di specie, sebbene l’abitazione di (OMISSIS) non avesse potuto costituire “quel centro di affetti, interessi e rapporti la cui esistenza e permanenza solitamente legittimano l’assegnazione al coniuge presso cui sono domiciliati i figli”, era indubbio che il privare gli stessi, già costretti a subire le conseguenze della crisi familiare, anche della possibilità di avere, comunque, quel proprio centro di affetti ed interessi appariva “contrario al loro prevalente interesse”. Contro la sentenza di appello I. A. ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi. Non ha svolto difese l’intimata.

 Con il primo motivo il ricorrente denuncia insufficiente e/o contraddittoria motivazione sul punto dell’assegnazione della casa coniugale nonchè per omessa, insufficiente ed errata motivazione su un punto decisivo della controversia ed omesso esame di circostanze decisive per la soluzione della lite, con riferimento all’attribuzione della casa coniugale alla moglie; nonchè per violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto, nella specie art. 155 quater c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3).

Deduce che l’assegnazione della casa familiare, rispondendo all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell’immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi abbiano la disponibilità.

 Di conseguenza, la Corte di merito avrebbe dovuto respingere la domanda della resistente volta a vedersi assegnata come casa coniugale un appartamento (quello sito in (OMISSIS)), differente da quello in cui la famiglia aveva vissuto (sito in (OMISSIS), abitazione dei genitori della S.). 2.2.-

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 155 c.c., comma 4, nella precedente formulazione e art. 155 quater c.c., come inserito con decorrenza dal 16 marzo 2006, dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 1, nonchè omessa motivazione in merito alla sussistenza dei presupposti ex art. 155 quater c.c., o, comunque, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa l’indicato fatto controverso e decisivo per il giudizio, (art. 360 c.p.c., n. 5). Deduce che la Corte di appello ha omesso di motivare in merito alla sussistenza dei presupposti ex art. 155 quater c.c., e non ha indicato le ragioni per le quali, nel caso esaminato, avrebbe errato la sentenza di primo grado non ritenendo sussistenti i presupposti sopra indicati con riferimento alla assegnazione della “casa familiare”. La motivazione della sentenza impugnata sarebbe illogica, contraddittoria ed incoerente quando, da un lato, considera ed accerta che “l’abitazione di (OMISSIS) non abbia costituito quel centro di affetti, interessi e rapporti la cui esistenza e permanenza solitamente legittimano l’assegnazione al coniuge presso cui sono domiciliati i figli” e, poi, inspiegabilmente ed immotivatamente, con riferimento ai requisiti di assegnazione della casa familiare ex art. 155 4 c.c., “assegna a S.I., quale abitazione coniugale….la casa sita in (OMISSIS)”, senza indagare e motivare in ordine alla dedotta insussistenza, nel luogo indicato dalla sig.ra S., dell'”habitat domestico e familiare” necessario ai fini della stessa assegnazione. 2.3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione perchè omessa e/o insufficiente circa un punto decisivo della controversia, con riferimento alla mancata considerazione, rispetto alla decisione di assegnare la casa coniugale, dello statuito “affidamento condiviso” dei figli minori ad entrambi i genitori. 2.4.-

Con il quarto motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 128 c.c., e art. 129 c.c., comma 2, non avendo la Corte di merito considerato che essendo stata dichiarata la nullità del matrimonio, con decreto collegiale del tribunale Ecclesiastico Regionale di Appello in data 13.11.2009, la regolamentazione dell’affidamento dei figli minori ed il loro mantenimento trova fondamento nelle norme che regolano il matrimonio putativo,” pertanto, anche per questo motivo, la Corte di Appello di Reggio Calabria ha illegittimamente assegnato l’asserita “casa coniugale” alla resistente perchè l’art. 129 c.c., richiama l’art. 155 limitatamente ai provvedimenti che il giudice adotta riguardo ai figli, fra i quali non rientra certamente l’assegnazione della abitazione familiare.

Osserva la Corte che i primi due motivi del ricorso sono fondati ed il loro accoglimento comporta l’assorbimento delle rimanenti censure. Infatti, da tempo la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che al fine dell’assegnazione ad uno dei coniugi separati o divorziati della casa familiare, nella quale questi abiti con un figlio maggiorenne, occorre che si tratti della stessa abitazione in cui si svolgeva la vita della famiglia allorchè essa era unita, ed inoltre che il figlio convivente versi, senza colpa, in condizione di non autosufficienza economica (Sez. 1, Sentenza n. 1198 del 20/01/2006). Invero, sono requisiti imprescindibili, per l’assegnazione della casa “familiare” ad uno dei genitori separati o divorziati, la sussistenza di tale requisito – nel senso (indicato da Cass. nn. 13065/2002, 6706/2000, 12083/1995) di habitat domestico, ossia di luogo degli affetti, degli interessi e delle consuetudini della famiglia durante la convivenza dei suoi membri – e l’affidamento a questo di figli minorenni o la convivenza con figli maggiorenni, incolpevolmente privi di adeguati mezzi autonomi di sostentamento (Cass. nn. 12309/2004, 13736/2003, 4753/2003, 661/2003, 2070/2000, 11030/1997 ed altre). L’assegnazione della casa familiare prevista dall’art. 155 c.c., comma 4, rispondendo all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui s’esprime e s’articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell’immobile che abbia costituito il centro d’aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione d’ogni altro immobile di cui i coniugi avessero la disponibilità (Sez. 1, Sentenza n. 4816 del 2009; Cass. 16 luglio 1992 n. 8667; 9 settembre 2002 n. 13065; 20 gennaio 2006 n. 1198). La corte di merito, per contro, ha disposto l’assegnazione pur affermando – contraddittoriamente – che nel caso di specie l’abitazione di (OMISSIS) non aveva potuto costituire “quel centro di affetti, interessi e rapporti la cui esistenza e permanenza solitamente legittimano l’assegnazione al coniuge presso cui sono domiciliati i figli” e che 5 quella di (OMISSIS) era stata “di fatto l’abitazione coniugale” perchè “i coniugi non avevano ancora acquistato una propria abitazione da adibire a sede della famiglia”. La sentenza impugnata, dunque, deve essere cassata e la Corte, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, può decidere la causa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., rigettando la domanda di assegnazione della casa familiare. Le spese processuali, alla luce dell’esito complessivo della lite, possono essere interamente compensate tra le parti.

P.Q.M. La Corte accoglie il primo e il secondo motivi del ricorso e dichiara assorbiti i rimanenti; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito ex art. 384 c.p.c., rigetta la domanda di assegnazione della casa familiare. Spese compensate. Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 24 maggio 2011. Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2011

 

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 155 c.c., comma 4, nella precedente formulazione e art. 155 quater c.c., come inserito con decorrenza dal 16 marzo 2006, dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 1, nonchè omessa motivazione in merito alla sussistenza dei presupposti ex art. 155 quater c.c., o, comunque, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa l’indicato fatto controverso e decisivo per il giudizio, (art. 360 c.p.c., n. 5). Deduce che la Corte di appello ha omesso di motivare in merito alla sussistenza dei presupposti ex art. 155 quater c.c., e non ha indicato le ragioni per le quali, nel caso esaminato, avrebbe errato la sentenza di primo grado non ritenendo sussistenti i presupposti sopra indicati con riferimento alla assegnazione della “casa familiare”. La motivazione della sentenza impugnata sarebbe illogica, contraddittoria ed incoerente quando, da un lato, considera ed accerta che “l’abitazione di (OMISSIS) non abbia costituito quel centro di affetti, interessi e rapporti la cui esistenza e permanenza solitamente legittimano l’assegnazione al coniuge presso cui sono domiciliati i figli” e, poi, inspiegabilmente ed immotivatamente, con riferimento ai requisiti di assegnazione della casa familiare ex art. 155 4 c.c., “assegna a S.I., quale abitazione coniugale….la casa sita in (OMISSIS)”, senza indagare e motivare in ordine alla dedotta insussistenza, nel luogo indicato dalla sig.ra S., dell'”habitat domestico e familiare” necessario ai fini della stessa assegnazione. 2.3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione perchè omessa e/o insufficiente circa un punto decisivo della controversia, con riferimento alla mancata considerazione, rispetto alla decisione di assegnare la casa coniugale, dello statuito “affidamento condiviso” dei figli minori ad entrambi i genitori. 2.4.-

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– Possibilità del giudice di attribuirla quale elemento dell’assegno di mantenimento – Esclusione (Cc, articoli 143, 155 e 156)

CASA CONIUGALE S ENON SI HANNO FIGLI?

 Assegnazione della casa familiareAssenza di figli – Possibilità del giudice di attribuirla quale elemento dell’assegno di mantenimento – Esclusione

AFFIDO FIGLI -AVVOCATO A BOLOGNA

In assenza di figli, minorenni o maggiorenni non autosufficienti conviventi con i coniugi, il giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa familiare, sia in comproprietà fra i coniugi, sia che appartenga in via esclusiva a uno solo di essi, non autorizzandolo neppure l’art. 156 del Cc, che non prevede tale assegnazione in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento. In mancanza di una normativa speciale in tema di separazione, la casa familiare in comproprietà è soggetta, infatti, alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l’uso e la divisione.

L’art. 155 cod. civ., nel testo vigente sino all’entrata in vigore della L. 8 febbraio 2006, n. 54, sotto la rubrica “provvedimenti riguardo ai figli”, al quarto comma prevedeva: “L’abitazione della casa coniugale spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli”. Tale norma era stata interpretata da questa Corte, già con la sentenza a sezioni unite del 23 aprile 1982, n. 2494, nel senso che essa, attribuendo al Giudice il potere di assegnare l’abitazione nella casa familiare al coniuge cui vengono affidati i figli, che non sia il titolare o l’esclusivo titolare del diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, avesse carattere eccezionale e fosse dettata nell’esclusivo interesse della prole minorenne, con la conseguenza che essa non poteva essere ritenuta applicabile, neppure in via di interpretazione estensiva, al coniuge non affidatario.

 Assegnazione della casa familiareAssenza di figli – Possibilità del giudice di attribuirla quale elemento dell’assegno di mantenimento – Esclusione (Cc, articoli 143, 155 e 156)[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

AFFIDO FIGLI -AVVOCATO A BOLOGNA

In assenza di figli, minorenni o maggiorenni non autosufficienti conviventi con i coniugi, il giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa familiare, sia in comproprietà fra i coniugi, sia che appartenga in via esclusiva a uno solo di essi, non autorizzandolo neppure l’art. 156 del Cc, che non prevede tale assegnazione in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento. In mancanza di una normativa speciale in tema di separazione, la casa familiare in comproprietà è soggetta, infatti, alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l’uso e la divisione.

L’art. 155 cod. civ., nel testo vigente sino all’entrata in vigore della L. 8 febbraio 2006, n. 54, sotto la rubrica “provvedimenti riguardo ai figli”, al quarto comma prevedeva: “L’abitazione della casa coniugale spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli”. Tale norma era stata interpretata da questa Corte, già con la sentenza a sezioni unite del 23 aprile 1982, n. 2494, nel senso che essa, attribuendo al Giudice il potere di assegnare l’abitazione nella casa familiare al coniuge cui vengono affidati i figli, che non sia il titolare o l’esclusivo titolare del diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, avesse carattere eccezionale e fosse dettata nell’esclusivo interesse della prole minorenne, con la conseguenza che essa non poteva essere ritenuta applicabile, neppure in via di interpretazione estensiva, al coniuge non affidatario.

separazioni Bologna

La sentenza rilevava che – avuto riguardo alla rubrica dell’art. 155 c.c. (provvedimenti riguardo ai figli) – la disposizione appariva diretta a regolare il caso in cui vi fossero figli minorenni, riguardo ai quali dovessero adottarsi i provvedimenti di cui ai primi due commi, cosicchè il suo enunciato normativo doveva essere interpretato in coerenza con tale oggetto e l’affidamento della prole ne costituiva pertanto il presupposto necessario. La stessa sentenza aveva statuito che l’abitazione nella casa familiare non poteva essere assegnata, in mancanza di figli minorenni, in forza dell’art. 156 c.c., in quanto tale articolo non conferisce al Giudice il potere di imporre al coniuge obbligato al mantenimento di adempiervi in forma diretta e non mediante prestazione pecuniaria.

separazioni avvocato esperto risolve
separazioni avvocato esperto risolve

Successivamente all’entrata in vigore della L. n. 74 del 1987 – la quale all’art. 6, in materia di divorzio, ha disposto che “l’abitazione della casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età” e “in ogni caso il Giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole” – questa Corte ha esteso anche riguardo alla separazione personale dei coniugi l’ammissibilità dell’assegnazione della casa familiare a favore del genitore con il quale convivono figli maggiorenni, non ancora economicamente autosufficienti, argomentando sulla base della identità di ratio rispetto all’assegnazione in caso di affidamento di figli minorenni (ex multis: Cass. 6 aprile 1993, n. 4108; 17 aprile 1994, n. 2524; 12 gennaio 1995, n. 334; 17 luglio 1997, n. 6557; 11 maggio 1998, n. 4727; 22 aprile 2002, n. 5857; 28 marzo 2003, n. 4753; 18 settembre 2003, n. 13736; 6 luglio 2004, n. 12309).

Tale orientamento è stato ribadito anche dalle sezioni unite di questa Corte con la sentenza 28 ottobre 1995, n. 11297, che pur riguardando specificamente il tema dell’assegnazione della casa coniugale in materia di divorzio, ha ribadito la precedente interpretazione dell’art. 155 c.c., comma 4 (in materia di separazione) e la sua ratio costituita dalla tutela dei figli. Tale interpretazione è stata fatta propria anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza 27 luglio 1989, n. 454 ed è stata ribadita, più di recente, facendovi riferimento nella motivazione, dalla sentenza delle sezioni unite 21 luglio 2004, n. 13603 e successivamente da Cass. 4 maggio 2005, n. 9253.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA, DENUNCE QUERELE, UDIENZ APRELIMINARE, AVVOCATO ESPERTO
Una serie di commenti a sentenze di avvocato a Bologna Sergio Armaroli per dare una prima idea degli orientamenti di giurisprudenza,
si tratta di articoli sulle successioni, sulla separazione e divorzio, e sul danno alla persona da incidente  stradale a responsabilita’ medica.

Risulta coerente con tale orientamento il principio secondo il quale in materia di separazione (come di divorzio) l’assegnazione della casa familiare, malgrado abbia anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dalla L. n. 898 del 1970, art. 6, comma 6 (come sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art. 11), essendo finalizzata alla esclusiva tutela della prole e dell’interesse di questa a permanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta, non può essere disposta a titolo di componente degli assegni rispettivamente previsti dell’art. 156 cod. civ. e della L. n. 898 del 1970, art. 5, allo scopo di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, al soddisfacimento delle quali sono destinati unicamente gli assegni sopra indicati (così, da ultimo, Cass. 6 luglio 2004, n. 12309). Ne consegue che il diverso orientamento talvolta espresso, a giudizio di questo collegio va disatteso.

I principi sopra esposti, come già affermato da questa Corte con sentenza 22 marzo 2007, n. 6979 (e in materia di divorzio con sentenza 14 maggio 2007, n. 10994), sono da confermare anche alla stregua dello jus superveniens, costituito dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, che ha aggiunto all’art. 155 cod. civ. – a proposito dei “provvedimenti riguardo ai figli” – l’art. 155 quater c.c.. Ciò in quanto la nuova disposizione mostra di volere dare consacrazione legislativa, con il riferimento all'”interesse dei figli” in genere – e non più all’affidamento dei figli (minori) – proprio al su detto consolidato orientamento giurisprudenziale di questa Corte, statuendo altresì che “il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli” e che “dell’assegnazione il Giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici fra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà”.

Né a diverso avviso possono condurre le deduzioni della ricorrente in ordine alla tutela costituzionale del diritto alla salute e dei diritti inviolabili della persona, sui quali, di per sé, l’assegnazione della casa coniugale in sede di separazione o di divorzio, in linea generale, non ha alcuna incidenza diretta.

Il ricorrente fa riferimento, a sostegno del ricorso, alle sentenze n. 822 del 1998, n. 6106 del 1997 ed alla sentenza n. 4558 del 2000.

Tali sentenze hanno statuito che, nel caso in cui la casa familiare appartenga ad entrambi i coniugi, manchino figli minorenni o figli maggiorenni non autosufficienti conviventi con uno dei genitori, ed entrambi i coniugi rivendichino il godimento esclusivo della casa coniugale, l’esercizio del potere discrezionale del Giudice può trovare giustificazione, unicamente, in presenza di una sostanziale parità di diritti, nel fine di favorire quello dei coniugi che non abbia adeguati redditi propri, allo scopo di consentirgli la conservazione di un tenore di vita corrispondente a duello di cui godeva in costanza di matrimonio. Ne conseguirebbe che, viceversa, laddove entrambi i coniugi comproprietari della casa familiare abbiano adeguati redditi propri, il Giudice deve respingere le domande contrapposte di assegnazione del godimento esclusivo, lasciandone la disciplina agli accordi tra i comproprietari, i quali, ove non riescano a raggiungere un ragionevole assetto dei propri interessi, restano liberi di chiedere la divisione dell’immobile e lo scioglimento della comunione.

Tale orientamento (come riaffermato di recente dalla citata sentenza n. 6979 del 2007) non appare condivisibile alla stregua dei principi sopra esposti, consolidatisi in tema di assegnazione della casa coniugale in regime di separazione (e di divorzio) e recepiti dalla riforma legislativa del 2006. Se, infatti, il previgente art. 155 c.c., e il vigente art. 155 quater cod. civ., in tema di separazione, e la art. 6 della Legge sul divorzio, subordinano l’adottabilità del provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minorenni o maggiorenni non autosufficienti conviventi con i coniugi, il titolo che giustifica la disponibilità della casa familiare – sia esso un diritto di godimento o un diritto reale, del quale sia titolare uno dei coniugi o entrambi – appare giuridicamente irrilevante, non facendovi dette norme alcun riferimento. Ne consegue che, in difetto di tale elemento, sia che la casa familiare sia in comproprietà fra i coniugi, sia che appartenga in via esclusiva ad un solo coniugo, il Giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non autorizzandolo neppure l’art. 156 c.c., che non prevede tale assegnazione in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento. In mancanza di una normativa speciale in tema di separazione, la casa familiare in comproprietà è soggetta, infatti alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l’uso e la divisione.

Ne deriva che esattamente la sentenza impugnata ha negato che nel caso di specie si potesse disporre in ordine all’assegnazione della casa coniugale, in quanto di proprietà comune di entrambi i coniugi e, non vi erano figli.

La domanda  ex art. 710 c.p.c., come esattamente ha rilevato la Corte di Appello, può essere esperita solo dopo che si sia formato il giudicato (Cass. sez. un. 27 luglio 1993, n. 8389; Cass. 22 aprile 2002, n. 5861) mentre, secondo quanto già affermato da questa Corte (Cass. 28 gennaio 2005, n. 1824), la natura e la funzione dei provvedimenti diretti a regolare i rapporti economici tra i coniugi in conseguenza della separazione (così come quelli attinenti al regime del divorzio), postulano la possibilità di adeguare l’ammontare del contributo al variare nel corso del giudizio delle loro condizioni patrimoniali e reddituali, e anche, eventualmente, di modularne la misura secondo diverse decorrenze riflettenti il verificarsi di dette variazioni (oltre che di disporne la modifica in un successivo giudizio di revisione), con la conseguenza che il Giudice d’appello, nel rispetto del principio di disponibilità e di quello generale della domanda, è tenuto a considerare l’evoluzione delle condizioni delle parti verificatasi nelle more del giudizio. Cosa che nel caso di specie esattamente ha fatto la sentenza impugnata, modificando la misura dell’assegno dovuto con decorrenza dal momento in cui si era verificato il mutamento della situazione economica.

 

In tema di separazione personale dei coniugi, l’art. 156, sesto comma:

 il quale prevede che, nel caso in cui il coniuge non adempia l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento in favore dell’altro coniuge e dei figli, il giudice può ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere, anche periodicamente, somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto, si riferisce anche ai trattamenti pensionistici corrisposti in favore del coniuge già dipendente di una pubblica amministrazione, non essendo inoltre applicabili in detta ipotesi i limiti stabiliti dal D.P.R. n. 180 del 1950 in materia di sequestrabilità e pignorabilità degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

la richiesta di emissione dell’ordine a terzi, ai sensi dell’art. 156, sesto comma, c.c., di versamento diretto a proprio favore di parte delle somme di denaro da essi dovute all’obbligato può essere proposta per la prima volta anche nel corso del giudizio di secondo grado, trovando nel caso applicazione il c.d. principio rebus sic stantibus, purché risulti sempre rispettato il principio del contraddittorio, a garanzia del diritto di difesa del coniuge obbligato in sede di accertamento della sua inadempienza.

L’assegno di mantenimento a favore del coniuge

 fissato in sede di separazione, decorre dalla data della domanda, se in tale momento esistevano le condizioni per l’emanazione del relativo provvedimento, con la conseguenza che tale decorrenza sussiste anche se la sentenza non abbia espressamente sancito la retroattività dell’assegno, ovvero abbia stabilito soltanto che esso debba essere corrisposto alla fine di ogni mese, trattandosi di modalità riguardanti l’adempimento periodico delle prestazioni non ancora maturate, che non implica dispensa per quelle dovute per il passato e ancora non adempiute.

L’art. 156 c.c. attribuisce al coniuge al quale non sia addebitabile la separazione, sempreché non fruisca di redditi propri idonei a fargli mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva prima della separazione e sussista una differenza di reddito tra i coniugi, un assegno tendenzialmente idoneo ad assicurargli detto tenore di vita. Tuttavia, poiché non sempre la separazione, aumentando le spese fisse dei coniugi, consente il raggiungimento di tale risultato, il secondo comma dell’art. 156 c.c. stabilisce che il giudice debba determinare la misura dell’assegno «in relazione alle circostanze ed ai redditi dell’obbligato», con ciò riferendosi unicamente alle circostanze di ordine economico che possano influire sulla misura dell’assegno, quali l’assegnazione al coniuge beneficiato della casa coniugale e le maggiori spese alle quali possa andare incontro per tale ragione il coniuge onerato, nonché ogni altro fatto economico, diverso dal reddito dell’onerato, suscettibile d’incidenza sulle condizioni economiche delle parti, come il possesso di beni improduttivi di reddito, ma patrimonialmente rilevanti.

separazione personale dei coniugi:

 il giudice ha facoltà di determinare l’assegno periodico di mantenimento, che un coniuge è obbligato a versare in favore dell’altro, in una somma di danaro unica o in più voci di spesa, le quali, nel loro insieme e correlate tra loro, risultino idonee a soddisfare le esigenze del coniuge in cui favore l’assegno è disposto, rispettando il requisito generale di determinatezza o determinabilità dell’obbligazione (art. 1346 c.c.). Pertanto, il coniuge può essere obbligato a corrispondere, oltre ad un assegno determinato in somma di danaro, anche altre spese, quali quelle relative al canone di locazione per la casa coniugale ed i relativi oneri condominiali, purché queste spese abbiano costituito oggetto di specifico accertamento nel loro ammontare e vengano attribuite nel rispetto dei criteri sanciti dai commi 1 e 2 dell’art. 156 c.c.

In tema di separazione personale dei coniugi, il giudice ha il potere di ordinare al terzo, tenuto a corrispondere anche periodicamente somme all’obbligato, che una parte di esse venga direttamente versata agli aventi diritto al mantenimento, comporta che, nel caso in cui trattisi di assegno di contributo al mantenimento di minori ed in cui questi ultimi siano stati affidati a soggetti diversi dai genitori (nella specie i nonni), i beneficiari dell’ordine debbano essere gli stessi affidatari.

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Tra le condizioni per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, l’art. 156 c.c. non pone l’instaurazione di un’effettiva convivenza fra i coniugi. La mancata convivenza può infatti trovare ragione nelle più diverse situazioni o esigenze, e va comunque intesa, in difetto di elementi che dimostrino il contrario, come espressione di una scelta della coppia, di per sè non escludente la comunione spirituale e materiale, dalla quale non possono farsi derivare effetti penalizzanti per uno dei coniugi, ed alla quale comunque non può attribuirsi efficacia estintiva dei diritti e doveri di natura patrimoniale che nascono dal matrimonio.

Condizioni per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione sono la non titolarità di adeguati redditi propri, e cioè di redditi che consentano al richiedente di mantenere un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio, e la sussistenza di una disparità economica tra le parti. Ai fini della valutazione della adeguatezza dei redditi del soggetto che invoca l’assegno, il parametro di riferimento è costituito dalle potenzialità economiche complessive dei coniugi durante il matrimonio, quale elemento condizionante la qualità delle esigenze e l’entità delle aspettative del medesimo richiedente. Una volta accertato il diritto del richiedente all’assegno di mantenimento, il giudice, ai fini della determinazione del quantum dello stesso, deve tener conto anche degli elementi fattuali di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito dell’onerato, suscettibili di incidenza sulle condizioni delle parti.

Il mero acquisto di un cespite, così come la perdita di un bene, non rappresenta, di per sé, indice sufficiente a giustificare la modifica delle condizioni della separazione consensuale in punto di misura del contributo di mantenimento, giacché la valutazione dei motivi sopravvenuti — la prova dell’esistenza dei quali è a carico del coniuge richiedente la modifica — postula sempre un giudizio di relazione da parte del giudice di merito, onde accertare se l’acquisto o la perdita del cespite sia l’espressione di un incremento o decremento patrimoniale dei coniugi di entità tale da mutare l’equilibrio esistente al momento della separazione.

L’assegno di mantenimento a favore del coniuge, fissato in sede di separazione personale, decorre dalla data della relativa domanda, in applicazione del principio per il quale un diritto non può restare pregiudicato dal tempo necessario per farlo valere in giudizio. Tale principio attiene soltanto al profilo dell’an debeatur della domanda, e non interferisce, pertanto, sull’esigenza di determinare il quantum dell’assegno alla stregua dell’evoluzione intervenuta in corso di giudizio nelle condizioni economiche dei coniugi, né sulla legittimità di fissare misure e decorrenze differenziate dalle diverse date in cui i mutamenti si siano verificati.

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COMUNIONE E DIVISIONE EREDITARIA RISOLVI ORA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

Condizioni per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione sono la non titolarità di adeguati redditi propri, e cioè di redditi che consentano al richiedente di mantenere un tenore di vita analogo a quello mantenuto in costanza di matrimonio, e la sussistenza di una disparità economica tra le parti. Ai fini della valutazione della adeguatezza dei redditi del soggetto che invoca l’assegno, il parametro di riferimento è costituito dalle potenzialità economiche complessive dei coniugi durante il matrimonio, quale elemento condizionante la qualità delle esigenze e l’entità delle aspettative del medesimo richiedente, non avendo invece rilievo il più modesto livello di vita eventualmente subito o tollerato. Una volta accertato il diritto del richiedente all’assegno di mantenimento, il giudice, ai fini della determinazione del quantum dello stesso, deve tener conto anche degli elementi fattuali di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito dell’onerato, suscettibili di incidenza sulle condizioni delle parti, quali (nella specie) l’obbligo di mantenimento, in misura consona al proprio tenore di vita, dei figli nati da una nuova relazione, le ripercussioni sul piano reddituale della legittima scelta personale del coniuge obbligato al mantenimento di cessare l’attività professionale e il vantaggio derivante al coniuge beneficiario dell’assegno dal godimento della casa coniugale.

A norma dell’art. 156 c.c., il diritto all’assegno di mantenimento sorge nella separazione personale a favore del coniuge cui essa non sia addebitabile, quando questi non fruisca di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello esistente durante il matrimonio e sussista disparità economica tra i coniugi; il parametro al quale va rapportato il giudizio di adeguatezza è dato dalle potenzialità economiche complessive dei coniugi durante il matrimonio, quale elemento condizionante la qualità delle esigenze e l’entità delle aspettative del richiedente, senza che occorra un accertamento dei redditi rispettivi nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle situazioni patrimoniali complessive di entrambi.

In tema di separazione personale dei coniugi, nel caso in cui il patrimonio immobiliare del coniuge che chiede l’attribuzione dell’assegno di mantenimento e gli eventuali suoi redditi non patrimoniali non siano in grado di assicurargli il mantenimento del pregresso tenore di vita senza doversi ricorrere alla loro, sia pure parziale, alienazione, prima di potergli negare il diritto all’assegno il giudice deve esaminare quale sia la posizione economica complessiva del coniuge nei cui confronti l’assegno sia richiesto, per verificare se sia tale da consentire (nel bilanciamento dei rispettivi interessi, nel quadro di quelli della famiglia nel suo insieme), attraverso la corresponsione di un assegno di mantenimento, di conservare ad entrambi i coniugi il pregresso tenore di vita, senza intaccare il patrimonio di nessuno di loro.

la domanda di modifica dell’assegno di mantenimento a favore del coniuge consensualmente separato, proposta a norma degli artt. 710 e 711 c.p.c.:

la quale investe rapporti obbligatori, non è equiparabile alla domanda di separazione personale e si sottrae alle speciali regole di competenza stabilite per il giudizio di separazione. Ciò vale ovviamente rispetto sia alle regole di competenza dettate specificamente per la separazione sia per quelle dettate per il divorzio, ma dichiarate applicabili anche al giudizio di separazione. Inapplicabile sembra anche l’art. 12 quater della legge n. 898 del 1970 sul divorzio, introdotto dall’art. 18 della legge n. 74 del 1987, che regola la competenza per le cause di obbligazione di cui a quella legge. Per tali giudizi di modifica dell’assegno di mantenimento, è territorialmente competente, ai sensi dell’art. 20 c.p.c., anche il giudice del luogo in cui è sorto il debito di mantenimento, che si identifica nel luogo in cui è stata omologata la separazione consensuale e non in quello in cui il matrimonio è stato contratto. Con la riforma del diritto di famiglia, introdotta con la legge 19 maggio 1975 n. 151, infatti, all’obbligo del coniuge di contribuire ai bisogni della famiglia, sussistente durante la convivenza coniugale, subentra, con la cessazione di tale convivenza conseguente alla separazione personale, ove ricorrano le prescritte condizioni (art. 156, primo comma, c.c.), un obbligo di mantenimento, destinato al soddisfacimento dei bisogni individuali dell’altro coniuge. Deve, pertanto, escludersi che, dopo la riforma, l’obbligazione derivante dalla separazione sia la stessa che sussisteva durante la convivenza coniugale. D’altra parte appaiono manifestamente infondati i dubbi di costituzionalitâ per non essere prevista la sussistenza del medesimo foro alternativo nel giudizio di modifica dell’assegno di divorzio, non comportando il parallelismo dei procedimenti la necessità di adottare le stesse regole di competenza e non potendo estendersi previsioni che fanno eccezione a regole generali a casi non espressamente previsti.

Poiché durante la separazione personale non viene meno la solidarietà economica che lega i coniugi durante il matrimonio, la quale comporta la condivisione dei reciproci mezzi, economici, a norma dell’art. 156, ultimo comma, c.c., il coniuge al quale non sia stato attribuito nessun assegno di mantenimento, ove la propria situazione economica si sia deteriorata successivamente alla separazione, ovvero sia migliorata quella dell’altro, può chiedere l’attribuzione di un assegno rapportato al tenore di vita che avrebbe avuto ove la separazione non fosse intervenuta, dovendosi, peraltro, tenere conto che tale riferimento non è matematico, ma tendenziale. Al fine di stabilire se l’assegno sia dovuto, ed in quale misura, il giudice di merito non è tenuto ad accertare quale fosse il tenore di vita dei coniugi in costanza di matrimonio, ma unicamente a comparare le condizioni economiche dei coniugi al momento della domanda. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione della Corte costituzionale che, in riforma della sentenza di primo grado, aveva riconosciuto il diritto della moglie ad ottenere, a modifica delle condizioni patrimoniali stabilite in sede di separazione consensuale dal coniuge, l’attribuzione dell’assegno di mantenimento in considerazione del peggioramento delle sue condizioni economiche dovute al pensionamento).

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Il provvedimento di sequestro dei beni del coniuge obbligato all’assegno di mantenimento di cui all’art. 156 comma sesto c.c., che può essere revocato, anche ad opera del giudice di appello, per la sopravvenienza di giustificati motivi (art. 156 ultimo comma), ben può, ricorrendo gli stessi giustificati motivi, e pur sussistendo le condizioni necessarie per la sua concessione (inadempienza dell’obbligato), non venire emesso, e la valutazione discrezionale circa la presenza dei giustificati motivi, ove fondata su congrua motivazione, si sottrae al sindacato di legittimità da parte della S.C.

in tema di separazione consensuale, i giustificati motivi la cui sopravvenienza consente di rivedere le determinazioni adottate in sede di separazione dei coniugi,

 non sono ravvisabili nella mera perdita da parte dell’obbligato di un cespite o di un’attività produttiva di reddito, restando da dimostrare, con onere a carico dell’interessato, che la perdita medesima si sia tradotta in una riduzione delle complessive risorse economiche, sì da integrare un effettivo mutamento della situazione rispetto a quella valutata, anche in via consensuale, in sede di determinazione dell’assegno. Infatti durante la separazione non viene meno la solidarietà economica che lega i coniugi durante il matrimonio e che comporta ia condivisione delle reciproche fortune nel caso della convivenza, e d’altronde la finalità considerata dall’art. 156 c.c. (ossia quella di conservare il diritto del coniuge meno provvisto ad un tenore di vita tendenzialmente analogo a quello goduto in costanza di convivenza) permane anche nel caso in cui i coniugi, all’atto della separazione consensuale, abbiano pattuito essi stessi la misura dell’assegno, di talché il giudice, adito per la revisione delle condizioni convenute, non può non tener conto di essa finalità.

Ai fini della modifica dell’assegno di mantenimento stabilito o concordato in sede di separazione personale dei coniugi, si rende presupposto necessario la sopravvenienza di giustificati motivi la cui sussistenza deve essere provata dal coniuge che detta modifica richieda. In una tale prospettiva,

 la facoltà di chiedere la revisione dell’assegno in questione, in quanto accordata direttamente dall’art. 156 c.c., non trova ostacolo in un’eventuale clausola degli accordi di separazione consensuale in virtù della quale la misura dell’assegno sia stata fissata attraverso il criterio del riferimento ad una quota del reddito lavorativo coevo del coniuge obbligato, non potendo una tal clausola essere interpretata — di per sé — come rinuncia definitiva alla revisione dell’assegno in conseguenza dell’eventuale successivo aumento dei redditi di detto coniuge. Nel caso in cui alla convivenza more uxorio siano riconnesse conseguenze giuridiche, al fine di distinguere tra semplice rapporto occasionale e famiglia di fatto, deve tenersi soprattutto conto del carattere di stabilità che conferisce grado di certezza al rapporto di fatto sussistente tra le persone, tale da renderla rilevante sotto il profilo giuridico, sia per quanto concerne la tutela dei figli minori, sia per quanto riguarda i rapporti patrimoniali tra i coniugi separati ed, in particolare, con riferimento alla persistenza delle condizioni per l’attribuzione dell’assegno di separazione (nella specie, la moglie, a seguito della separazione, aveva ottenuto un assegno di mantenimento a carico del marito che era stato, poi, revocato dal giudice di merito, sul presupposto che la stessa, successivamente alla separazione, aveva intrattenuto una periodica convivenza con altro uomo, a seguito della quale era nato un figlio. La S.C. ha cassato la sentenza impugnata perché il giudice di merito, adeguandosi all’enunciato principio, accertasse se la donna ed il suo convivente avessero costituito o meno un’affidabile e stabile famiglia di fatto, trascendente la mera esistenza di rapporti sessuali, così da stabilire se questa nuova unione avesse fatto venire meno il presupposto per la percezione dell’assegno di mantenimento dal marito).

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avvocato bologna

L’art. 156 c.c. attribuisce al coniuge al quale non sia addebitabile la separazione il diritto d’ottenere, dall’altro, un assegno di mantenimento,

tutte le volte in cui, sussistendo una differenza di redditualità fra i coniugi, egli non sia in grado di mantenere, in costanza della separazione, in base alla proprie potenzialità economiche, il tenore di vita che aveva durante il matrimonio, sempre che questo corrispondesse alle potenzialità economiche complessive dei coniugi, dovendosi altrimenti fare riferimento al tenore di vita che esse avrebbero loro consentito, non avendo rilievo che, prima della separazione, il coniuge richiedente avesse eventualmente tollerato, subito o – comunque – accettato un tenore diverso con l’adozione di particolari criteri di ripartizione delle spese, né avendo rilievo il fatto che fra i coniugi si fosse instaurata un’effettiva convivenza, non condizionando la norma l’assegno di mantenimento alla convivenza, bensì all’esistenza di un matrimonio e di una separazione senza addebito a carico del richiedente, e dovendosi fare riferimento, in caso di mancata instaurazione della convivenza, al tenore di vita che ciascun coniuge aveva diritto di aspettarsi in conseguenza del matrimonio.

Il fatto che il coniuge al quale non sia addebitabile la separazione e che sia privo di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, abbia diritto ad un assegno di mantenimento, non postula affatto la necessità di un aggancio meccanico dell’entità dell’assegno a criteri di proporzione aritmetica tesi a fondare un rapporto fisso minimo fra l’entità dei redditi del coniuge onerato e quella dell’assegno.

Nel caso in cui, in una precedente separazione cui abbia fatto seguito la riconciliazione, un coniuge abbia ricevuto una somma una tantum per il soddisfacimento dei suoi diritti, il giudice della successiva nuova separazione, investito di una domanda di assegno di mantenimento, dovrà esaminare nuovamente il punto, tenendo tuttavia conto dell’effettiva consistenza delle situazioni economico-patrimoniali dei coniugi, e – quindi – anche delle disponibilità esistenti che siano state acquisite per effetto della precedente separazione.

In tema di assegno di mantenimento, la disposizione legislativa di cui all’art. 156 c.c., per effetto della quale il giudice può dispone, nel caso in cui eventuali terzi risultino obbligati a versare (anche periodicamente) somme di danaro al coniuge onerato dell’assegno, che «una parte» di tali somme venga versata direttamente all’avente diritto, non può essere interpretata nel senso che un tale ordine debba indefettibilmente avere ad oggetto solo una parte delle somme dovute dal terzo, quale che in concreto ne sia la misura e quale che, in concreto, sia l’importo dell’assegno di mantenimento, bensì nel senso (ed in armonia con il più ampio «blocco» normativo costituito, in subiecta materia, dagli artt. 148 e ss. c.c., dall’art. 8 della legge sul divorzio, dagli artt. 3 e 30 della Costituzione) che il giudice possa legittimamente dispone il pagamento diretto dell’intera somma dovuta dal terzo, quando questa non ecceda, ma anzi realizzi pienamente, l’assetto economico determinato in sede di separazione con la statuizione che, in concreto, ha quantificato il diritto del coniuge beneficiario. (Fattispecie nella quale al terzo datore di lavoro del coniuge obbligato, tenuto a corrispondere a quest’ultimo una retribuzione pari ad un milione di lire, era stato ordinato di versare l’intero importo al coniuge avente diritto, e fino a concorrenza della somma di lire 2.400.000, che costituiva l’importo dell’assegno di mantenimento stabilito in sede di separazione giudiziale).

Il provvedimento di sequestro di beni del coniuge obbligato all’assegno di mantenimento previsto dall’art. 156 sesto comma c.c. è provvedimento di natura non cautelare in quanto a differenza del sequestro conservativo, presuppone un credito già dichiarato, sia pure in via provvisoria, e non richiede il periculum in mora, bensì solo l’inadempienza; detta «inadempienza» non si configura soltanto in caso di mancato versamento dell’assegno di mantenimento, ma anche nel caso di inadempimento all’obbligo di prestare idonea garanzia reale o personale imposto dal giudice ai sensi del quarto comma del citato art. 156, ed altresì nel caso d’inottemperanza ad eventuali prescrizioni della separazione consensuale volte a garantire l’osservanza dell’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento nella misura concordata, prescrizioni che, in tali termini, sono equiparabili all’obbligo di prestare idonea garanzia eventualmente imposto dal giudice che pronunzia la separazione giudiziale. (Nella specie, la separazione consensuale prevedeva l’obbligo per il marito di corrispondere il 75 per cento del reddito netto di tutte le partecipazioni societarie, nonché il divieto di cedere a terzi i titoli azionari senza il consenso della moglie; la S.C. ha cassato la decisione di merito che aveva respinto la richiesta di sequestro ex art. 156 c.c. sostenendo che il marito, pur avendo alienato i titoli societari così violando le prescrizioni della separazione, non si era reso inadempiente all’obbligo di mantenimento).

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In presenza di una disposizione quale quella contenuta nell’art. 156, sesto comma c.c., secondo cui, in caso d’inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni dell’obbligato, legittimamente il giudice del merito lo autorizza e ne dispone la convalida, anche se l’inadempienza sia venuta meno in un momento successivo alla concessione della misura cautelare. La norma in questione — infatti — presuppone, quale condizione necessaria ed imprescindibile per la sua concessione, l’esistenza di un inadempimento dell’obbligato, ma non esclude il suo mantenimento e la successiva convalida, qualora tale inadempienza viene meno, attesa la funzione che all’istituto va riconosciuta, e cioè di garanzia del creditore sui beni del debitore, contro il pericolo di sottrazioni e alienazioni dei beni medesimi.

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SEPARAZIONE BOLOGNA Addebito – Violazione dell’obbligo di fedeltà sussiste????

SEPARAZIONE BOLOGNA Addebito – Violazione dell’obbligo di fedeltà

COMUNIONE E DIVISIONE EREDITARIA RISOLVI ORA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

sussiste????

La violazione degli obblighi matrimoniali non rileva ai fini dell’addebito se non abbia dato causa all’intollerabilità della convivenza. Pertanto, la dichiarazione di addebito nella separazione, anche in ordine alla violazione dell’obbligo di fedeltà, richiede la prova che l’irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento consapevole e volontario del coniuge, e che sussista un preciso nesso di causalità tra tale comportamento e l’intollerabilità della convivenza: il mancato raggiungimento della prova che tale comportamento sia causa efficiente dell’intollerabilità esclude dunque la pronuncia di addebito.

L’infedeltà- così come il diniego di assistenza, o il venir meno della coabitazione- viola uno degli obblighi direttamente imposti dalla legge a carico dei coniugi (art. 143, secondo comma, cod. civ.): così da infirmare, alla radice, l’affectio familiae in guisa tale da giustificare, secondo una relazione ordinaria causale, la separazione. È quindi la premessa, secondo l’id quod plerunque accidit, dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, per causa non indipendente dalla volontà dei coniugi (art. 151, primo comma, cod. civ.).

Non per questo, tuttavia tale regolarità causale assurge a presunzione assoluta.

 

  • L’evento dissolutivo può rivelarsi già “prima facie”- e cioè, sulla base della stessa prospettazione della parte- non riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla condotta antidoverosa di un coniuge: come ad esempio, nell’ipotesi di un isolato e remoto episodio d’infedeltà (ma anche di mancata assistenza, o allontanamento dalla casa coniugale), da ritenere presuntivamente superato, nel prosieguo, da un periodo di convivenza.
    Va da sé, infatti, che occorre l’elemento della prossimità (“post hoc, ergo propter hoc”): la presunzione opera quando la richiesta di separazione personale segua, senza cesura temporale, all’accertata violazione del dovere coniugale.
  • Diversamente, nel caso- infrequente, ma non eccezionale- di accettazione reciproca di un allentamento degli obblighi previsti dalla norma (come nel regime- secondo la definizione invalsa nell’uso- dei “separati in casa”), si prospetta un fatto secondario, accidentale e atipico, che contrasta l’applicabilità della regola generale di causalità: onde, il relativo onere probatorioincumbit ei qui dicit.
  • affido-condiviso- affido esclusivo
    affido-condiviso- affido esclusivo
  • Spetterà quindi all’autore della violazione dell’obbligo la prova della mancanza del nesso eziologico tra infedeltà e crisi coniugale: sotto il profilo che il suo comportamento si sia inserito in una situazione matrimoniale già compromessa e connotata da un reciproco disinteresse. In una parola, in una crisi del rapporto matrimoniale già in atto (Cass., sez. I, 14 febbraio 2012, n. 2059).

Tale riparto dell’onere probatorio oltre a palesarsi rispettoso del canone legale (art. 2697 cod. civ.) è altresì aderente al principio empirico della vicinanza della prova; laddove, riversare la dimostrazione della rilevanza causale in ordine all’intollerabilità della prosecuzione della convivenza su chi abbia subito l’altrui infedeltà si risolverebbe nella probatio diabolica che in realtà il matrimonio era sempre stato felice fino alla vigilia dell’adulterio (o dell’omissione di assistenza, o dell’interruzione della coabitazione).

 

Cass. civ. n. 6276/2005

Il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge — poichè, provocando oggettivamente frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner — configura e integra violazione dell’inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall’art.143 c.c., che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca il concetto di comunione coniugale. Tale volontario comportamento sfugge, pertanto, ad ogni giudizio di comparazione, non potendo in alcun modo essere giustificato come reazione o ritorsione nei confronti del partner e legittima pienamente l’addebitamento della separazione, in quanto rende impossibile al coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze affettive e sessuali e impedisce l’esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato.(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6276 del 23 marzo 2005)

Cass. civ. n. 5866/1995

Nel caso in cui un coniuge consegni all’altro una somma di denaro e quest’ultimo la utilizzi per opere di miglioramento della casa coniugale, di sua proprietà, deve presumersi, in mancanza di prova contraria, che la consegna sia stata effettuata in adempimento dell’obbligo di contribuzione di cui all’art. 143 c.c. Tuttavia, essendo stata la somma impiegata in modo da comportare anche l’arricchimento esclusivo del coniuge accipiente, questi è tenuto ad indennizzare l’altro del vantaggio conseguito. (Nella specie, la corte di merito aveva attribuito un’indennità ex art. 1150 c.c.).(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5866 del 26 maggio 1995)

la parte che faccia valere la violazione dell’obbligo di fedeltà da parte dell’altro coniuge deve provare la relativa condotta ed il nesso causale con l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza. Invece, incombe a chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti alla base della domanda, ossia la non idoneità dell’infedeltà a rendere intollerabile la convivenza, l’onere di provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, ovvero l’anteriorità della crisi matrimoniale alla infedeltà accertata…

nesso di causalità tra tale comportamento e l’intollerabilità della convivenza: il mancato raggiungimento della prova che tale comportamento sia causa efficiente dell’intollerabilità esclude dunque la pronuncia di addebito.

 

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SEPARAZIONE BOLOGNA! E SE ABBANDONI TETTO CONIUGALE???!!!!

SEPARAZIONE BOLOGNA! E SE ABBANDONI TETTO CONIUGALE???!!!!

“L’enunciato di questa Corte espresso nella sentenza n. 1202/2006, citata dalla ricorrente, afferma che l’allontanamento dalla residenza familiare che, ove attuato unilateralmente dal coniuge, e cioè senza il consenso dell’altro coniuge, e confermato dal rifiuto di tornarvi, di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e conseguentemente causa di addebitamento della separazione poiché porta all’impossibilità della coabitazione, non concreta tale violazione allorché risulti legittimato da una “giusta causa”, tale dovendosi intendere la presenza di situazioni di fatto, ma anche di avvenimenti o comportamenti altrui, di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza, ossia tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare (cfr. Cass., Sez. 1, 28 agosto 1996, n. 7920; Cass., Sez. 1, 29 ottobre 1997, n. 10648; Sez. 1, 11 agosto 2000, n. 10682).

Tale giusta causa è ravvisabile anche nei casi di frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi. Se (insomma, la frattura è precedente all’allontanamento dalla casa coniugale, della quale pertanto non poteva essere stato causa, l’addebitabilità della separazione al coniuge che si allontani deve essere esclusa senza necessità di verificare ulteriormente se il comportamento dell’altro coniuge costituisca violazione dei suoi doveri coniugali. La decisione della Corte d’Appello che ha ritenuto di attribuire la separazione alla G. per aver ella abbandonato la sua residenza ingiustificatamente, non avendo il marito compiuto atti di violenza, o di tradimento o comunque di gravità tale da impedire alla predetta di attendere i tempi della separazione giudiziale, disapplica il principio riferito.

 Ne consuma ulteriore contrasto laddove assume la tollerabilità della litigiosità per il solo fatto che il matrimonio durava da 15 anni ed era contrassegnato dai riferiti lamentati episodi. Il motivo deve perciò essere accolto. Restano assorbite tutte le ulteriori censure”. Il F. ha depositato memoria con cui ribadisce l’infondatezza delle censure esposte nei motivi del ricorso, confutando la sussistenza della giusta causa che avrebbe determinato la ricorrente all’allontanamento dalla casa familiare, unitamente ai figli minori, senza autorizzazione. La stessa, come dimostrato mediante prova orale, aveva preordinato l’ingiustificato abbandono, né ha dedotto in causa circostanze concrete conclamanti l’impossibilità della coabitazione col marito, che tentò in ogni modo di dissuaderla dalla preordinata, ingiusta, illecita ed insensata iniziativa, foriera di conseguenze negative per la prole. Immotivata ed ingenerosa è la lamentela circa l’ingerenza nel menage familiare della ” propria madre. Indimostrata è infine l’accusa lanciata nei suoi confronti di malgoverno delle risorse economiche, avendo comunque egli impiegato in maniera oculata il reddito percepito dalla sua attività lavorativa. Il P.G. ha aderito alle conclusioni della riferita proposta.

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Ai fini della pronuncia di addebito non è sufficiente la sola violazione dei doveri previsti a carico dei coniugi dell’art. 143 c.c. (ma occorre verificare “se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, cosicché, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito (Cass. n. 12373/2005 che richiama Cass. n. 12130/2001 e n. 13747/2003, 17056/2007,1202/2006, 12373/2005). Non elide il nesso causale tra l’allontanamento volontario e la persistenza di una pregressa condizione d’irreversibile dissidio della coppia che avrebbe indotto l’abbandono l’assenza di episodi di maltrattamenti o di vessazioni da parte del coniuge abbandonatoLa decisione impugnata ha dato rilievo decisivo a tale circostanza, omettendo di contro di verificare l’efficacia causale della violazione consumata dalla G. nella determinazione della crisi coniugale, che ha qualificato perciò immotivatamente illegittima e, in quanto contraria all’obbligo coniugale di coabitazione, causa dell’addebito.

 

L’intollerabilità della convivenza che cagiona in astratto tale violazione non necessariamente deve manifestarsi in atti di violenza, essendo sufficiente anche un contesto di vicendevole intolleranza. Appare, dunque, palese il denunciato vizio di motivazione, che impone la cassazione della decisione impugnata con rinvio alla Corte di merito che, attenendosi al richiamato principio, dovrà accertare se, sulla base degli elementi di prova addotti dalla G. , l’abbandono della casa familiare ad opera della stessa sia intervenuto quando “era già maturata, all’interno della coppia, una situazione di intollerabilità grave ed irreversibile della convivenza”, ovvero se esso abbia dato causa alla rottura del rapporto coniugale, prescindendo dall’assenza di episodi di maltrattamenti da parte del marito a danno della stessa, non incidente in senso risolutivo sul nesso causale che deve sussistere tra la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio e la fine dello stesso. Sarà cura del giudice di rinvio provvederà anche al regime delle spese del presente giudizio di legittimità.

– Abbandono della casa familiare – Addebito della separazione – Limiti (Cc, articoli 143, 151, 2697 e 2729)

In tema di separazione personale dei coniugi, l’abbandono della casa familiare, che di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e, conseguentemente, causa di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, non concreta tale violazione se si provi, e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, e in conseguenza di tale fatto.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI – 1 CIVILE

Ordinanza 5 marzo – 27 giugno 2013, n. 16285

(Presidente Di Palma – Relatore Campanile)

Ritenuto in fatto e in diritto

Il consigliere delegato ha depositato, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., la seguente relazione.

1 — Il Tribunale di Venezia, con sentenza n. 1631 del 2011 pronunciava la separazione giudiziale dei coniugi B.G., D.M., alla quale attribuiva, a titolo di contributo per il mantenimento, un assegno di Euro 1.000,00 mensili, da versarsi direttamente alla moglie da parte del datore di lavoro del B.

2 – La Corte di appello di Venezia, con la decisione oggetto di scrutinio, rigettava le impugnazioni proposte dal B. e, in via incidentale, dalla M., condannando il primo al pagamento delle spese processuali.

3 – Per la cassazione di tale decisione propone ricorso il R., deducendo due motivi, cui la M. resiste con controricorso.

4 – Si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio, imponendosene il rigetto, in considerazione della manifesta infondatezza.

4.1 — Con il primo motivo si denuncia violazione degli artt. 143, 151 e 2697 c.c, nonché omessa motivazione su un fatto decisivo della controversia, per aver la corte territoriale, a fronte dell’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie, improvviso e accompagnato da una lettera fatta trovare su un tavolo, avendo per altro escluso (col rigetto dell’impugnazione incidentale) comportamenti del marito condrali ai doveri derivanti dal matrimonio, rigettato la domanda di addebito, dal B. riproposta con l’appello principale, attraverso un generico riferimento al “progressivo sgretolarsi dell’unione coniugale”.

4.2 – Per il vero la sentenza impugnata, nell’esporre il motivo di impugnazione dell’appellante principale inerente al rigetto della domanda di addebito — esclusa dal tribunale, come emerge dal tenore della decisione di primo grado, adeguatamente trascritto nel controricorso, per essere il vincolo familiare “già definitivamente compromesso da parecchio tempo”, ha posto in evidenza l’essenza della doglianza, incentrata “sulle modalità gravemente ingiuriose dalla stessa (moglie) poste in essere, essendosi limitata a lasciargli un biglietto di abbandono definitivo, il cui contenuto contrastava, per altro, con le argomentazioni difensive utilizzate in primo grado”.

Tale aspetto, del resto, si evince anche nelle scarne enunciazioni del ricorso del B. inerenti al motivo di impugnazione in esame (pag. 9 del ricorso: “osservavamo nell’appello che il fatto che la signora M. avesse meditato da tempo l’abbandono del marito e la fine del matrimonio, non fa venir meno il carattere inadempiente della sua scelta e le modalità gravemente ingiuriose della sua attuazione”).

4.3 – La doglianza, traguardata entro tali limiti (nel senso che, nella ritenuta assenza di contestazioni circa la risalenza di una significativa compromissione della “coniugalis affectio”, il tribunale non avrebbe considerato – come fatti di per sé lesivi – l’abbandono del tetto coniugale e, soprattutto la comunicazione per lettera della scelta), risulta esaminata in maniera efficace, con motivazione, ancorché sintetica, congrua ed esaustiva.

Benvero la corte territoriale, in assenza di contestazioni (non richiamate, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso, neppure in questa sede) circa la preesistenza di una situazione di intollerabilità della convivenza, si è limitata doverosamente a constatare l’infondatezza della doglianza, escludendo qualsiasi rilievo in merito all’abbandono del domicilio e alle sue modalità (e nel rilevare, anzi, che la lettera della moglie attestava “l’incomunicabilità ormai frappostasi tra i due”, ha evidentemente fatto riferimento alla stessa incomunicabilità come espressione, di grado elevato, della crisi coniugale già in atto), così esaminando in maniera adeguata il motivo specificamente dedotto, nel rispetto, per altro, del consolidato orientamento di questa Corte circa l’irrilevanza, ai fini dell’addebito, delle condotte sopravvenute in un contesto di disgregazione della comunione spirituale e materiale quale rispondente al dettato normativo e al comune sentire, in una situazione stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da “affectio coniugalis” (Cass. 20 aprile 2011, n. 9074; Cass., 3 agosto 2007, n. 17056).

5 – Il secondo motivo, con il quale il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 156, 1246 c.c. e 545 c.p.c., circa la ritenuta non compensabilità dell’assegno dovuto a titolo di contributo per il mantenimento della moglie con crediti derivanti da pagamento integrale dei ratei di mutuo effettuato dal B., non sembra cogliere appieno la “ratio decidendi” della sentenza impugnata, la quale, ancor prima di affermare l’impossibilità della compensazione a fronte della natura alimentare dell’assegno di mantenimento, ha ribadito la congruità dell’assegno, sulla base della forte disparità reddituale esistente fra i coniugi “lasciando perdere tutte le questioni dei debiti pregressi a loro carico che andranno risolte in sede diversa“.

5.1 – In altri termini, al di là della questione circa la natura alimentare o meno dell’assegno posto a carico del coniuge separato, si pone, riflettendosi negativamente sulla decisività del motivo, il problema di verificare l’esistenza di un credito, a favore del B., che possegga tutti i requisiti perché si realizzi la parziale estinzione, per compensazione, della propria obbligazione.

Dal riferimento della corte territoriale ai “debiti pregressi” dei coniugi è agevole intendere che la questione del pagamento del mutuo da parte del B. inerisce a una più ampia serie di rapporti, dai quali evidentemente derivano crediti contrapposti (ed in realtà, come emerge anche dal controricorso, come il ricorrente, occupando in via esclusiva l’intero appartamento di proprietà comune, deve considerarsi tenuto al pagamento di un’indennità ex art. 1102 c.c.: cfr Cass., 30 marzo 2012, n. 5156).

5.2 – Deve dunque osservarsi che l’inadempimento del ricorrente, tale da giustificare la previsione del pagamento diretto da parte del datore di lavoro, non deriva tanto dall’affermata inapplicabilità, in via generale, della compensazione all’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato (sulla quale, oltre alla già richiamata Cass., 10 dicembre 2008, n. 28987, cfr., Cass., 21 febbraio 2001, n. 2492; Cass., 10 ottobre 2003, n. 15164; Cass., 20 marzo 2009, n. 6864), quanto, ed in maniera decisiva, da una specifica e non pretestuosa contestazione del credito opposto in compensazione (in tal senso dovendosi intendere o comunque integrare la motivazione del provvedimento impugnato), come tale ostativa alla configurabilità del requisito della liquidità richiesto dall’art. 1243 cod. civ. (Cass., 31 maggio 2010, n. 13208; Cass., 18 novembre 2002, n. 14818).

Il Collegio condivide la relazione, ritualmente comunicata al P.G. e notificata alle parti costituite.

Tali conclusioni non mutano all’esito dell’esame delle osservazioni contenute nella memoria presentate nell’interesse del B. . Va osservato, quanto alla dedotta efficacia lesiva dell’abbandono del tetto coniugale, che la più recente giurisprudenza di questa Corte (Cass., 30 gennaio 2013, n. 2183), condivisa dal Collegio, ha ribadito il principio, al quale la corte territoriale si è correttamente conformata, secondo cui deve escludersi che esso, quando intervenga in una situazione già irrimediabilmente compromessa, anche per ragioni obiettive, che prescindono dall’addebitabilità ad uno dei coniugi (Cass., 21 marzo 2011, n. 2011; Cass., 9 ottobre 2007, n. 21099), costituisca condotta contraria ai doveri del matrimonio.

La questione della compensazione, poi, non risulta efficacemente criticata, in quanto non tiene conto delle osservazioni, anche a carattere integrativo della motivazione, della correttezza del decisum contenute nella relazione, incentrate non tanto sulla natura del debito, quanto sulla carenza di liquidità del credito opposto in compensazione.

Deve, pertanto, procedersi al rigetto del ricorso, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano, come in dispositivo, ai sensi del D.M. n. 140 del 2012.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.200,00, di cui Euro 4.600,00 per compensi, oltre accessori di legge. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati in sentenza.

DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA : COME QUANDO PERCHE’ ???!!!!

DIVISIONE EREDITARIA BOLOGNA : COME QUANDO

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Il diritto dei comunisti alla quota dei frutti dei beni caduti in comunione trova fonte nella redditività potenziale del bene che è rimasto nell’effettivo godimento di uno solo dei comproprietari, tenuto conto che in tema di divisione immobiliare, il condividente di un immobile che durante il periodo di comunione abbia goduto del bene in via esclusiva senza un titolo giustificativo, deve corrispondere agli altri i fratti civili, quale ristoro della privazione della utilizzazione “pro quota” del bene comune e dei relativi profitti, con riferimento ai prezzi di mercato correnti dal tempo della stima per la divisione a quello della pronuncia. (Cass. n. 7881 del 2011

In tema di divisione ereditaria, a norma dell’art. 718 cod. civ., ciascun coerede ha diritto alla parte in natura dei beni mobili e immobili dell’eredità, salve le disposizioni degli articoli successivi. In particolare, il principio è derogato fra l’altro dall’art. 720 cod. civ., che disciplina l’ipotesi in cui l’eredità comprenda beni immobili non comodamente divisibili, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene e la divisione dell’intero non possa effettuarsi senza il loro frazionamento : in tale ipotesi detti immobili devono preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nelle porzioni di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche alle porzioni di più coeredi ove questi ne richiedano congiuntamente l’attribuzione.

 

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La deroga alla previsione dell’art. 718 cod. civ. – la cui applicazione è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice, che, peraltro, deve adeguatamente motivarla – è riferibile esclusivamente alla ipotesi in cui singole unità immobiliari siano considerate indivisibili, non potendo trovare applicazione alle ipotesi in cui vi sia una pluralità di beni immobili, laddove è possibile procedere a un progetto che consenta l’assegnazione in natura a ciascun condividente di porzioni dei beni ereditari (Cass. 7700/1994; 25332/2011).

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Al riguardo va chiarito che il principio della natura dichiarativa della sentenza di divisione opera esclusivamente in riferimento all’effetto distributivo, per cui ciascun condividente è considerato titolare, sin dal momento dell’apertura della successione, dei soli beni concretamente assegnatigli e a condizione che si abbia una distribuzione dei beni comuni tra i condividenti e le porzioni a ciascuno attribuite siano proporzionali alle rispettive quote; non opera invece, e la sentenza produce effetti costitutivi, quando ad un condividente sono assegnati beni in eccedenza rispetto alla sua quota, in quanto rientranti nell’altrui quota (Cass. 9659/200, 6653/2003).

  1. L’anticipazione in via provvisoria, ai fini esecutivi, degli effetti discendenti da statuizioni condannatorie contenute in sentenze costitutive, non è consentita, essendo necessario il passaggio in giudicato, quando la statuizione condannatoria è legata all’effetto costitutivo da un vero e proprio nesso sinallagmatico e non meramente dipendente, come appunto nella specie, in cui il diritto al conguaglio dovuto agli altri comunisti da parte dell’assegnatario sorge nel momento in cui viene a cessare lo stato di indivisione e trova fonte nell’attribuzione ad altro condividente di un bene eccedente la sua quota.
  2. Nella prima direzione temporale, la L. n. 47 del 1985, art. 17, comma 1, ha stabilito, quanto alle sanzioni civili, che “Gli atti tra vivi, sia in forma pubblica, sia in forma privata, aventi per oggetto trasferimento o costituzione o scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici, o loro parti, la cui costruzione è iniziata dopo l’entrata in vigore della presente legge, sono nulli e non possono essere stipulati ove da essi non risultino, per dichiarazione dell’alienante, gli estremi della concessione ad edificare o della concessione in sanatoria rilasciata ai sensi dell’art. 13. Tali disposizioni non si applicano agli atti costitutivi, modificativi o estintivi di diritti reali di garanzia o di servitù”.
  3. Nella seconda direzione, il successivo art. 40, comma 2, della medesima legge ha disposto – con riferimento alle costruzioni abusive realizzate prima dell’entrata in vigore della L. n. 47 del 1985 – che “Gli atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali, esclusi quelli di costituzione, modificazione ed estinzione di diritti di garanzia o di servitù, relativi ad edifici o loro parti, sono nulli e non possono essere rogati se da essi non risultano, per dichiarazione dell’alienante, gli estremi della licenza o della concessione ad edificare o della concessione rilasciata in sanatoria ai sensi dell’art. 31 ovvero se agli stessi non viene allegata la copia per il richiedente della relativa domanda, munita degli estremi dell’avvenuta presentazione, ovvero copia autentica di uno degli esemplari della domanda medesima, munita degli estremi dell’avvenuta presentazione e non siano indicati gli estremi dell’avvenuto versamento delle prime due rate dell’oblazione di cui al comma 6 dell’art. 35. Per le opere iniziate anteriormente al 1 settembre 1967, in luogo degli estremi della licenza edilizia può essere prodotta una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, rilasciata dal proprietario o altro avente titolo, ai sensi e per gli effetti della L. 4 gennaio 1968, n. 15, art. 4, attestante che l’opera risulti iniziata in data anteriore al 1 settembre 1967”.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]
  4. Com’è noto, al menzionata L. n. 47 del 1985, art. 17 è stato abrogato (a differenza dell’art. 40, che è tuttora vigente) dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 136 (“Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia”) a far data dalla entrata in vigore di tale ultimo decreto, ma è stato sostanzialmente riprodotto dall’art. 46 del medesimo D.P.R. n. 380, il cui comma 1 dispone: “Gli atti tra vivi, sia in forma pubblica, sia in forma privata, aventi per oggetto trasferimento o costituzione o scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici, o loro parti, la cui costruzione è iniziata dopo il 17 marzo 1985, sono nulli e non possono essere stipulati ove da essi non risultino, per dichiarazione dell’alienante, gli estremi del permesso di costruire o del permesso in sanatoria. Tali disposizioni non si applicano agli atti costitutivi, modificativi o estintivi di diritti reali di garanzia o di servitù”.
  5. Queste Sezioni Unite hanno recentemente statuito che “La nullità comminata dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46 e dalla L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40 va ricondotta nell’ambito dell’art. 1418 c.c., comma 3, di cui costituisce una specifica declinazione, e deve qualificarsi come nullità “testuale”, con tale espressione dovendo intendersi, in stretta adesione al dato normativo, un’unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell’immobile, titolo che, tuttavia, deve esistere realmente e deve esser riferibile, proprio, a quell’immobile. Pertanto, in presenza nell’atto della dichiarazione dell’alienante degli estremi del titolo urbanistico, reale e riferibile all’immobile, il contratto è valido a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo menzionato” (Cass., Sez. Un., n. 8230 del 22/03/2019). Trattasi di una nullità che costituisce la sanzione per la violazione di norme imperative in materia urbanistico-ambientale, dettate a tutela dell’interesse generale all’ordinato assetto del territorio (cfr. Cass., Sez. 1, n. 13969 del 24/06/2011); ciò spiega perchè tale nullità sia rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio (cfr. Cass. Sez. Un., n. 23825 del 11/11/2009; Cass., Sez. 2, n. 6684 del 07/03/2019).
  6. Si deve avvertire che, seppur la nullità scaturisca dalla mancata dichiarazione nell’atto degli estremi del titolo abilitativo dell’edificio, e non dal carattere illecito dell’edificio in sè (la nullità, tuttavia, non è impedita dalla dichiarazione di un titolo abilitativo inesistente; mentre la mancata dichiarazione del titolo abilitativo esistente può essere emendata – D.P.R. n. 380 del 2001, ex art. 46, comma 4, e L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 3 – con atto successivo che contenga la dichiarazione prescritta), per ragioni di brevità nel prosieguo si parlerà di edifici “abusivi”, con ciò intendendo nondimeno riferirsi (in conformità alla configurazione della fattispecie giuridica) a quegli edifici oggetto di atti negoziali in cui non siano menzionati gli estremi dei titoli abilitativi ad essi relativi.
  7. Orbene, dal confronto tra la disposizione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, comma 1, e quella della L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, risulta come soltanto nella prima gli “atti di scioglimento della comunione” sono espressamente contemplati tra quelli colpiti da nullità ove da essi non risultino le menzioni urbanistiche; nella seconda disposizione (la L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2), invece, nessun riferimento espresso vi è agli atti di scioglimento della comunione.
  8. Questa mancata coincidenza tra il testo delle due disposizioni ha indotto in passato questa Corte ad affermare, facendo applicazione del canone interpretativo “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”, che la L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, – a differenza di quanto vale per l’art. 17, comma 1, della stessa legge (ora D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, comma 1) – non è applicabile agli atti di scioglimento della comunione (Cass., Sez. 2, n. 14764 del 13/07/2005); sicchè nessuna comminatoria di nullità esisterebbe per gli atti di scioglimento della comunione di qualsiasi tipo (anche comunione ordinaria) relativa ad edifici abusivi, non sanati, realizzati prima dell’entrata in vigore della L. n. 47 del 1985.

AVVOCATO BOLOGNA

Le Sezioni Unite ritengono che vi siano validi argomenti per rivedere tale conclusione.

In primo luogo, sul piano della interpretazione letterale, va considerata la diversa struttura semantica delle due disposizioni normative.

Infatti, mentre il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46 (come prima la L. n. 47 del 1985, art. 17, comma 1) individua gli atti tra vivi aventi ad oggetto diritti reali relativi ad edifici abusivi (o a loro parti), per i quali commina la sanzione della nullità, avendo riguardo al loro effetto giuridico (“trasferimento, costituzione o scioglimento di comunione”), la L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, invece, individua gli atti inter vivos per i quali commina la nullità avendo riguardo solo al loro “oggetto”, richiedendo cioè che si tratti di “atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali (…) relativi ad edifici o loro parti”, prescindendo dal loro effetto giuridico (il richiamo all’effetto giuridico degli atti, contenuto nella locuzione “esclusi quelli di costituzione, modificazione ed estinzione di diritti di garanzia o di servitù”, si rinviene nella disposizione solo con funzione eccettuativa, ossia per escludere, dal campo di applicazione della norma, gli atti costitutivi, modificativi ed estintivi di diritti reali di garanzia o di servitù).

In sostanza, la L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, indica gli atti oggetto della comminatoria di nullità in modo ellittico e sintetico, attraverso l’amplissima formula “atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali (…) relativi ad edifici o loro parti”; tale espressione, sul piano logico-semantico, risulta comprensiva di tutti gli atti inter vivos aventi ad oggetto diritti reali relativi ad edifici, qualunque effetto giuridico abbiano, eccettuati solo gli atti espressamente esclusi.

Pertanto, come – nella detta formula – devono ritenersi senza dubbio compresi gli atti di trasferimento o di costituzione di diritti reali aventi ad oggetto edifici o loro parti (anch’essi non espressamente previsti), così non vi sono ragioni per escludere – sul piano dell’interpretazione letterale – gli atti di scioglimento della comunione se e in quanto aventi ad oggetto edifici (o loro parti).

In secondo luogo, poi, sul piano della interpretazione teleologica e avuto riguardo allo scopo perseguito dal legislatore, va considerato che sia l’art. 46 che l’art. 40 disciplinano comunque atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali relativi ad edifici abusivi o a loro parti.

Non potrebbe comprendersi, allora, in mancanza di espressa previsione di legge, perchè lo scioglimento della comunione di un immobile abusivo e non sanabile dovrebbe ritenersi consentito per il solo fatto che il fabbricato sia stato realizzato prima dell’entrata in vigore della L. n. 47 del 1985; considerato, peraltro, che le sanzioni amministrative della demolizione dell’edificio abusivo e dell’acquisizione di esso al patrimonio del comune valgono anche per i fabbricati realizzati prima della entrata in vigore della detta legge.

Tantomeno potrebbe comprendersi perchè dovrebbe essere vietata la compravendita o la costituzione di usufrutto relativamente ad un tale immobile e dovrebbe invece essere consentito lo scioglimento della comunione, pur se trattasi di comunione non ereditaria.

In entrambi i casi si è dinanzi ad un immobile edificato illecitamente e non ricondotto a legittimità sul piano amministrativo. La omogeneità delle situazioni non consente, in mancanza di una espressa previsione normativa, di concludere per una diversità di disciplina.

In definitiva, va preso atto che la L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, sia pure attraverso un diverso percorso semantico, ha la medesima estensione applicativa dell’art. 46 del D.P.R. n. 380 cit. (e della disposizione che lo ha preceduto). Nulla autorizza a ritenere che la comminatoria di nullità prevista dalla L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, abbia un ambito oggettivo diverso da quello della comminatoria prevista dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, comma 1; nulla autorizza a ritenere che gli atti di scioglimento della comunione aventi ad oggetto edifici abusivi o loro parti siano esclusi, alle condizioni stabilite, dalla comminatoria di nullità, considerato che essi rientrano comunque nella classe degli atti contemplati nella disposizione di cui alla L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2; nulla autorizza a ritenere che il legislatore abbia inteso prevedere una disciplina differenziata per gli atti di scioglimento di comunione aventi ad oggetto edifici, a seconda che la costruzione sia stata realizzata in data anteriore o successiva rispetto all’entrata in vigore della L. n. 47 del 1985.

Alla stregua di quanto sopra, deve concludersi che la L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, è applicabile anche agli atti di scioglimento della comunione. Restano fuori dal campo di applicazione della L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, così come – d’altra parte – dal campo di applicazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, comma 1, (e prima della L. n. 47 del 1985, art. 17, comma 1), gli atti mortis causa e, tra quelli inter vivos, gli atti privi di efficacia traslativa reale (ossia quelli ad effetti meramente obbligatori), gli atti costitutivi, modificativi o estintivi di diritti reali di garanzia o di servitù (espressamente esclusi dalle richiamate disposizioni) e – come si vedrà nel prosieguo – gli atti derivanti da procedure esecutive immobiliari individuali o concorsuali (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, comma 5, e L. n. 47 del 1985, art. 40, commi 5 e 6).

PENALE EDILIZIA AVVOCATO PENALISTA ESPERTO BOLOGNA

La prima questione sottoposta all’esame delle Sezioni Unite va dunque risolta con l’enunciazione – ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, – del seguente principio di diritto:

“Gli atti di scioglimento delle comunioni relativi ad edifici, o a loro parti, sono soggetti alla comminatoria della sanzione della nullità prevista dalla L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, per gli atti tra vivi aventi per oggetto diritti reali relativi ad edifici realizzati prima della entrata in vigore della L. n. 47 del 1985 dai quali non risultino gli estremi della licenza o della concessione ad edificare o della concessione rilasciata in sanatoria ovvero ai quali non sia unita copia della domanda di sanatoria corredata dalla prova del versamento delle prime due rate di oblazione o dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante che la costruzione dell’opera è stata iniziata in data anteriore al 1 settembre 1967”.

Dal principio di diritto appena enunciato scaturisce l’infondatezza della censura in esame, giacchè l’applicabilità della L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, alla fattispecie per cui è causa (per essere state le parti abusive dell’edificio in comunione edificate – secondo l’accertamento in fatto compiuto dalla Corte territoriale – prima della entrata in vigore della detta legge) non comporta affatto l’esclusione della comminatoria della nullità per gli atti di scioglimento della comunione.

Una volta risolta la prima questione di diritto nel senso che lo scioglimento della comunione deve ritenersi ricompreso tra gli atti tra vivi per i quali la L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, commina la sanzione della nullità, è necessario passare all’esame della seconda questione sottoposta col primo motivo di ricorso.

  1. – La questione di diritto ora da risolvere è la seguente: se nel novero degli atti tra vivi, per i quali la L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 40, comma 2, (come sopra interpretato) commina la sanzione della nullità, possa includersi solo l’atto di scioglimento della comunione ordinaria, dovendo ritenersi l’atto di divisione della comunione ereditaria un negozio assimilabile agli atti mortis causa, ovvero debba includersi anche l’atto di scioglimento della comunione ereditaria, da qualificarsi invece come negozio inter vivos.

Seppure, nella presente causa, in relazione all’epoca di realizzazione dell’abuso edilizio, rilevi solo l’applicazione dell’art. 40 cit., la questione ha valenza più ampia, investendo, nei medesimi termini, anche l’interpretazione del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46, comma 1. Essa, pertanto, può essere trattata in termini generali, in rapporto ad entrambe le norme.

Com’è noto, la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto di risolvere la questione in esame affermando che l’atto di scioglimento della comunione ereditaria è un negozio assimilabile agli atti mortis causa, come tale sottratto alla disciplina della L. n. 47 del 1985.

Si è affermato, in particolare, che la nullità prevista dalla L. n. 47 del 1985, art. 17 con riferimento alle vicende negoziali relative a beni immobili privi della necessaria concessione edificatoria, tra le quali sono da ricomprendere anche gli atti di “scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici, o loro parti”, deve ritenersi limitata ai soli “atti tra vivi”, rimanendo esclusa, quindi, tutta la categoria degli atti “mortis causa” e di quelli non autonomi rispetto ad essi, tra i quali deve ritenersi compresa la divisione ereditaria, quale atto conclusivo della vicenda successoria (Cass., Sez. 2, n. 15133 del 28/11/2001; Cass., Sez. 2, n. 2313 del 01/02/2010). E si è ritenuto di trovare sostegno a tale conclusione nel dato positivo offerto dall’art. 757 c.c., che assegna “efficacia retroattiva” alle attribuzioni scaturenti dall’atto divisionale, essendosi da tale disposizione dedotto che la divisione non ha efficacia traslativa, non è cioè un atto di alienazione, ma ha natura puramente dichiarativa (Cass., Sez. 2, n. 9659 del 24/07/2000; Cass., Sez. 3, n. 7231 del 29/03/2006; Cass., Sez. 2, n. 17061 del 05/08/2011; Cass., Sez. 2, n. 26351 del 07/11/2017).

Il Collegio ritiene di non poter condividere queste conclusioni per le ragioni qui di seguito illustrate.

Prima di esaminare funditus la questione circa la natura giuridica dell’atto di scioglimento della comunione ereditaria, appare opportuno svolgere alcune essenziali premesse volte a illustrare l’attuale configurazione codicistica della comunione ereditaria e del suo scioglimento.

  1. – La legge non definisce la comunione “ereditaria”, la cui nozione va ricavata da quella – più generale – dettata dall’art. 1100 c.c. per la comunione c.d. “ordinaria”, definita come quella situazione in cui “la proprietà o altro diritto reale spetta in comune a più persone”. Ogni comunione consiste nella contitolarità della proprietà di un bene o di altro diritto reale sopra di esso, di modo che ogni compartecipe è titolare del diritto sull’intero bene per una quota ideale: la “quota” è la misura della contitolarità spettante al partecipe alla comunione.

Ma la peculiarità della comunione ereditaria, che ne fa una “figura speciale” rispetto alla più generale figura della comunione (è questa la ragione per cui è soggetta alla medesima disciplina della comunione ordinaria – artt. 1100 c.c. e segg. – in quanto con essa compatibile), consiste nel fatto che essa ha ad oggetto i beni che componevano il patrimonio del de cuius e si costituisce ipso iure tra gli eredi quando, a seguito dell’apertura di una successione mortis causa, vi siano una pluralità di chiamati all’eredità ed una pluralità di accettazioni (espresse o tacite).

La comunione ereditaria è, perciò, indipendente dalla volontà dei chiamati alla eredità (non è una comunione “volontaria”, mancando un atto negoziale diretto a costituirla) e va annoverata tra le comunioni “incidentali” (“communio incidens”), in quanto sorge per il verificarsi del mero “fatto giuridico” della pluralità di acquisti della medesima eredità; tale fatto è indipendente ed esterno rispetto al negozio di accettazione, diretto com’è – quest’ultimo – solo a perfezionare l’acquisto della eredità (per la qualificazione della comunione ereditaria come comunione incidentale, cfr. Cass., Sez. 2, n. 355 del 10/01/2011; Cass., Sez. 2, n. 1085 del 30/01/1995). Con l’apertura della successione e con l’accettazione, gli eredi subentrano in universum ius defuncti in modo indistinto e promiscuo, divenendo (con)titolari dell’intero patrimonio del de cuius e di tutte le attività che lo compongono.

Carattere peculiare della comunione ereditaria è il fatto che essa – a differenza della comunione ordinaria, la quale può avere ad oggetto solo i diritti reali, ma non quelli personali – comprende anche i crediti del de cuius, i quali – secondo quanto prevede l’art. 727 c.c. – vanno inclusi nelle porzioni da formare ai fini della divisione della eredità (Cass., Sez. Un., n. 24657 del 28/11/2007; Cass., Sez. 2, n. 11128 del 13/10/1992; Cass., Sez. 3, n. 15894 del 11/07/2014). Non fanno parte della comunione ereditaria, invece, i debiti del defunto, i quali si ripartiscono automaticamente tra i coheredes in proporzione delle rispettive quote ereditarie (art. 752 c.c.), di modo che ogni coerede può essere chiamato a rispondere di essi solo nei limiti della propria quota (“debita hereditaria ipso iure dividuntur”).

Ogni comunione è, per sua natura, “transitoria”, potendo in ogni momento cessare. La cessazione della comunione può determinarsi per fatti o atti giuridici (come il perimento della cosa comune; l’usucapione di essa da parte del contitolare o di un terzo; la donazione di quota tra compartecipi; l’acquisto della quota del compartecipe per successione mortis causa; l’accrescimento; la rinunzia abdicativa); ma ciascuno dei partecipanti può chiedere in ogni tempo lo scioglimento della comunione (c.d. “divisione”), anche in disaccordo con gli altri compartecipi, mediante l’esercizio di un apposito diritto potestativo individuale riconosciutogli dall’ordinamento (art. 1111 c.c., comma 1): vale il principio “In communione nemo compellitur invitus detineri”.

Tale principio, che nella comunione ordinaria può essere derogato con l’accordo dei compartecipi di rimanere in comunione purchè per un tempo non superiore a dieci anni (art. 1111 c.c., comma 2), è inderogabile nella comunione ereditaria, in quanto “i coeredi possono sempre domandare la divisione” (art. 713 c.c.); anche se in taluni casi la legge prevede una indivisibilità temporanea della comunione ereditaria, a tutela degli interessi di particolari chiamati (art. 715 c.c.) o del patrimonio ereditario (art. 717 c.c.).

La divisione – la cui disciplina codicistica, dettata con riferimento alla comunione ereditaria, si applica anche alla comunione ordinaria in quanto compatibile (art. 1116 c.c.) – può essere “contrattuale”, quando è conseguita attraverso l’accordo tra i tutti i partecipanti alla comunione, culminante nella stipulazione di un apposito contratto divisionale (divisio ex contractu); oppure “giudiziale”, quando è disposta con apposita pronuncia del giudice (divisio ope iudicis) a seguito dell’azione di divisione esercitata da uno dei partecipanti alla comunione (si tratta dell’azione che le fonti giustineanee denominano “actio familiae erciscundae”, che corrisponde, con riguardo alla comunione ordinaria, alractio communi dividundo”).

Il negozio divisorio (che, quando concerne beni immobili, è soggetto alla forma scritta ad substantiam: art. 1350 c.c., n. 11) è un contratto plurilaterale, cui devono necessariamente prendere parte tutti i partecipanti alla comunione, con il quale la quota ideale spettante a ciascun condividente (pars quota) viene convertita in una “porzione concreta” (pars quanta) dei beni comuni in titolarità esclusiva (c.d. “apporzionamento”).

L’apporzionamento determina l’attribuzione in titolarità esclusiva dei diritti in comunione su una porzione di essi, il cui valore, rispetto al valore dei beni divisi, deve corrispondere al valore della quota spettante al condividente sui beni comuni.

Anche la divisione giudiziale, come quella contrattuale, esige la partecipazione al giudizio di tutti i compartecipi (l’art. 784 c.p.c. prevede espressamente che, nel giudizio divisorio, vi è litisconsorzio necessario tra tutti gli eredi o condomini: cfr. Cass., Sez. 2, n. 4891 del 26/04/1993; Cass., Sez. 1, n. 7954 del 13/08/1998). Con essa alla contitolarità del diritto sopra i beni comuni si sostituisce il diritto esclusivo di ciascuno degli originari partecipanti su una parte di tali beni; ma la legge prevede che, qualora i beni ereditari non possano essere divisi in natura, si possa procedere all’attribuzione congiunta (se più coeredi la chiedano) o alla vendita all’incanto con successiva divisione del ricavato (artt. 720 e 722 c.c.).

  1. – Premesso quanto sopra in ordine alla natura della comunione ereditaria e della relativa divisione, può passarsi all’esame degli argomenti posti a fondamento della tesi secondo cui l’atto di scioglimento della comunione ereditaria avente ad oggetto un edificio abusivo o parti di esso non sarebbe tra quelli sanzionati con la nullità dal D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46 e L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 40, pur se da esso non risultino le menzioni urbanistiche.

5.1. – Il primo argomento su cui si fonda la tesi di cui sopra è quello secondo cui l’atto di divisione di una comunione ereditaria non sarebbe un atto inter vivos, ma sarebbe assimilabile agli atti mortis causa (così, Cass., n. 15133 del 2001, cit.).

Sul punto, va ricordato che, secondo la dottrina, i negozi a causa di morte si distinguono dai negozi tra vivi per il fatto che i loro effetti giuridici sono collegati all’evento della morte del loro autore, del quale sono destinati a regolamentare la vicenda successoria o a disporre per il tempo successivo alla sua morte. Nei negozi mortis causa, la morte è l’evento in forza del quale l’effetto giuridico si produce e senza il quale il negozio non produce alcun effetto.

Nel nostro ordinamento, che vieta i patti successori (eccettuati ora i patti di famiglia: art. 458, come novellato dalla L. 14 febbraio 2006, n. 55, art. 1), si ritiene tradizionalmente che l’unico negozio a causa di morte sia il testamento (art. 587 c.c.); accanto al quale si pongono – quali negozi mortis causa a struttura inter vivos la dispensa dalla imputazione (art. 564 c.c., comma 2) e la dispensa dalla collazione (art. 737 c.c.), ove contenute in un atto di donazione o in un atto inter vivos posteriore alla donazione.

Orbene, se la morte dell’autore del negozio è l’evento che connota i negozi mortis causa e che determina la produzione dei loro effetti, è da escludere che il contratto di scioglimento della comunione ereditaria possa essere qualificato come negozio mortis causa.

Il contratto di divisione ereditaria, infatti, produce i propri effetti indipendentemente dalla morte del de cuius (che costituisce un fatto del passato, i cui effetti giuridici si sono esauriti con l’insorgere della comunione ovvero con l’eventuale divisione disposta dal testatore ex art. 734 c.c.). Esso, piuttosto, produce i propri effetti immediatamente, col mero scambio dei consensi espresso dai condividenti nelle forme di legge; il suo contenuto – ossia l’attribuzione di un cespite o di un altro in titolarità esclusiva – dipende dalla volontà degli eredi, non da quella del de cuius: ciò ne determina, indubbiamente, il carattere di negozio inter vivos.

L’atto di scioglimento della comunione ereditaria va dunque assimilato, quanto alla natura e ai suoi effetti, all’atto di scioglimento della comunione ordinaria: entrambi costituiscono contratti plurilaterali ad effetti reali e con funzione distributiva, con i quali i contraenti si ripartiscono le cose comuni in proporzione alle rispettive quote, facendo cessare lo stato di contitolarità in cui essi si trovano rispetto ad un bene o ad un complesso di beni; entrambi i negozi producono i loro effetti col mero scambio dei consensi espresso nelle forme di legge.

In sostanza, la diversa origine della comunione non muta nè la natura nè gli effetti del negozio divisorio, che ha carattere unitario. Di ciò, del resto, si trae conferma dalla previsione dell’art. 1116 c.c., che estende l’applicazione delle norme sulla divisione dell’eredità alla divisione delle cose comuni, in quanto non contrastino con le norme che regolano la comunione.

Non può condividersi, perciò, l’affermazione secondo cui lo scioglimento della comunione ereditaria sarebbe un atto non autonomo rispetto alla vicenda successoria, della quale costituirebbe l’evento terminale, permeandosi così della medesima natura.

Innanzitutto, lo scioglimento della comunione – seppure corrisponda all’id quod plerumque accidit – non costituisce un atto necessariamente conseguente all’evento successorio; è un atto “eventuale”, che potrebbe non essere compiuto dagli eredi ove essi decidano di rimanere in comunione.

Va poi considerato che il fatto che un negozio si inserisca nella vicenda successoria non implica affatto che esso debba essere qualificato mortis causa: persino l’accettazione dell’eredità (art. 459 c.c.), che pur costituisce un atto necessario della vicenda successoria essendo indispensabile al suo completamento, non costituisce un negozio mortis causa, dovendosi piuttosto qualificare come un negozio unilaterale tra vivi avente contenuto patrimoniale (art. 1324 c.c.).

In realtà, una volta che la successione si è perfezionata con le accettazioni dell’eredità da parte dei chiamati, il fenomeno successorio si è esaurito, rimanendo ad esso estranee le vicende negoziali successive.

Infine, va considerato che assimilare l’atto di divisione ereditaria ai negozi mortis causa, così da sottrarlo alla comminatoria di nullità prevista, per gli edifici abusivi, dal D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46 e L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 40, comma 2, condurrebbe a conseguenze incongrue ove, non potendosi addivenire all’assegnazione dei beni ai compartecipi (c.d. divisione “naturale”), debba farsi luogo alla divisione “civile” mediante la vendita all’incanto ai sensi dell’art. 720 c.c. (ad es., in ragione della indivisibilità dell’immobile). La vendita all’incanto, infatti, quale atto indubbiamente inter vivos, sarebbe colpita comunque dalla sanzione della nullità di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46 e L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2; con la conseguenza che risulterebbe consentita (sarebbe cioè esente da nullità) la divisione naturale, mentre sarebbe vietata la divisione civile, con conseguente contraddittorietà ed illogicità del sistema.

Deve allora concludersi, sul punto, che l’atto di scioglimento della comunione ereditaria costituisce un negozio inter vivos, allo stesso modo dell’atto di scioglimento della comunione ordinaria.

5.2. – Altro argomento posto (da Cass. n. 15133 del 2001, cit.) a fondamento della tesi secondo cui l’atto di scioglimento della comunione ereditaria avente ad oggetto un edificio abusivo o parti di esso non sarebbe assimilabile all’atto di scioglimento della comunione ordinaria (come tale colpito dalla comminatoria di nullità ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, comma 1, e L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2) è quello secondo cui, diversamente opinando, si perverrebbe ad una irragionevole disparità di trattamento rispetto all’ipotesi, ritenuta “omogenea”, in cui la divisione sia stata operata dal testatore, ipotesi questa in cui pacificamente si ritiene non applicabile la disciplina dettata dalle disposizioni sopra richiamate.

Anche questo argomento non può essere condiviso.

La divisione testamentaria, prevista dall’art. 734 c.c. (derivata dall’antica “divisio inter liberos”), consiste in ciò, che il testatore, nell’istituire gli eredi, provvede alla materiale composizione delle quote a ciascuno di essi destinate.

Ora, carattere precipuo della divisione testamentaria è quello di evitare la comunione ereditaria e dar luogo, piuttosto, ad una successione “individuale” di ciascun singolo erede. Perciò, alla morte del testatore, neppure sorge una comunione tra gli eredi; non viene a formarsi alcuna situazione di contitolarità del patrimonio ereditario tra i coeredi, bensì direttamente una situazione di titolarità solitaria di ciascun erede (ciò, naturalmente, a condizione che la divisione del testatore riguardi tutti i beni ereditari; altrimenti, la successione individuale sarà limitata ai soli beni divisi dal de cuius, instaurandosi per gli altri la comunione tra i coeredi).

E allora, anche a voler rinvenire una omogeneità tra la divisione testamentaria e quella contrattuale, tale omogeneità è limitata al profilo funzionale dell’apporzionamento dei beni tra gli eredi (disposto nell’un caso con le disposizioni testamentarie, nell’altro con quelle contrattuali), ma essa non attinge la natura degli atti giuridici attraverso i quali l’apporzionamento viene conseguito, che rimane sostanzialmente diversa.

E infatti, la divisione testamentaria costituisce certamente un atto mortis causa, perchè scaturisce dalla volontà del testatore e produce i propri effetti, ipso iure, con la morte del testatore e con l’apertura della successione; la divisione contrattuale, invece, non può che essere un negozio tra vivi, in quanto scaturisce dalla volontà degli eredi ed i suoi effetti sono indipendenti dall’evento della morte del de cuius.

Nè può ritenersi illogico che al de cuius sia consentito – mediante il testamento – dividere tra i futuri eredi l’edificio abusivo di cui è proprietario, mentre agli eredi sia vietato dividere tra loro il medesimo edificio con apposito contratto divisorio.

La ratio delle disposizioni di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, comma 1, e alla L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 2, è, infatti, quella di rendere i diritti reali sugli edifici abusivi “non negoziabili” con atto tra vivi e, nel contempo, di assicurare – a garanzia della certezza e della stabilità dei rapporti giuridici – la loro trasmissibilità iure ereditatis.

Gli eredi subentrano nella medesima posizione del defunto ed acqui