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SEPARAZIONE BOLOGNA PROVVEDIMENTI RIGUARDO AI FIGLI  ART 155 Codice civile In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX

SEPARAZIONE BOLOGNA PROVVEDIMENTI RIGUARDO AI FIGLI  ART 155 Codice civile

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In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX

PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto

Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, il giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole .

AFFIDO FIGLI -AVVOCATO A BOLOGNA

L’impianto della legge n. 54 del 2006 è stato sostanzialmente mantenuto dal d. legisl. n. 154 del 2013 che, in seguito alla riforma dell’istituto della filiazione (6), ha abrogato l’art. 155 c.c. sostituendolo con l’art. 337-ter c.c. La ripartizione dei compiti genitoriali si riflette nell’esercizio della responsabilità genitoriale (7) che deve essere esercitata da entrambi (art. 337- ter, comma 3), anche se opportunamente la stessa norma prevede che il giudice possa stabilire che la responsabilità genitoriale venga esercitata separatamente per le questioni di ordinaria amministrazione; ovverosia, può essere concesso a ciascun genitore di adottare autonomamente le decisioni di natura routinaria.

  1. Va sottolineato, inoltre, che l’art. 337-ter, comma 3, privilegia in materia di affidamento la soluzione concertata tra i genitori; infatti, il giudice deve prendere atto degli accordi dei genitori, purché non siano in contrasto con l’interesse superiore dei figli .
  2. Il comma 4 dell’art. 337-ter c.c. dispone che ciascuno dei genitori debba provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, considerando i seguenti elementi: 
  3. 1) le attuali esigenze del figlio; 
  4. 2) il tenore di vita goduto in costanza di convivenza con entrambi i genitori; 

3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore; 

4) le risorse economiche di entrambi i genitori; 

5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore (22). 

  • La potestà genitoriale  è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente.
  • Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

1) le attuali esigenze del figlio;

2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori

3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore;

4) le risorse economiche di entrambi i genitori;

5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

La regola dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’art. 155 c.c.

ASSEGNO DIVORZILE BOLOGNA
ASSEGNO DIVORZILE BOLOGNA

 con riferimento alla separazione personale dei coniugi, non esclude che il minore sia collocato presso uno dei genitori (nella specie, la madre) e che sia stabilito uno specifico regime di visita con l’altro genitore.

Tribunale|Bari|Decreto|6 ottobre 2010

Filiazione – Filiazione naturale – Affidamento e mantenimento dei figli – Criteri di quantificazione – Situazione reddituale dei genitori – Unico parametro – Esclusione – Esigenze attuali dei figli – Rilevanza.

In tema di mantenimento dei figli, il criterio della proporzione dell’assegno rispetto alla situazione reddituale dei genitori non costituisce l’unico parametro per la sua determinazione, occorrendo, innanzitutto, chiedersi quale sia la somma necessaria a garantire il soddisfacimento dei bisogni del figlio, come enucleati negli articoli 147 e 148 del Cc, e tenuto conto dei parametri di cui all’articolo 155, comma 4, del Codice civile. 

  • Separazione – Casa coniugale – Trascrizione del provvedimento di assegnazione e di revoca – Effetti rispetto al creditore ipotecario.
  • L’articolo 155-quater del Cc, laddove prevede che «il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili ed opponibili a terzi ai sensi dell’art. 2643» va interpretato nel senso che questi provvedimenti non hanno effetto riguardo al creditore ipotecario che abbia acquistato il suo diritto sull’immobile in base a un atto iscritto anteriormente alla trascrizione del provvedimento di assegnazione e che perciò può far vendere coattivamente l’immobile come libero. 
  • Famiglia – Matrimonio – Rapporti patrimoniali tra coniugi – Fondo patrimoniale – In genere atto di costituzione del fondo – Figli minori – Atti di disposizione dei beni – Autorizzazione ex art. 169 c.c. – Necessità – Esclusione – Condizioni – Clausola espressa di deroga.
  • diritto di famiglia

In tema di fondo patrimoniale, pur in presenza di figli minori, la preventiva autorizzazione del giudice al compimento di atti di disposizione,indicati nell’art. 169 c.c., è applicabile solo in mancanza di un’espressa pattuizione in deroga contenuta nell’atto di costituzione del fondo.

Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Competenza del giudice della separazione – Provvedimenti per i figli – Accordi tra i coniugi – Non vincolanti

In tema di separazione personale tra coniugi e di divorzio –  ed anche con riferimento ai figli di genitori non coniugati – il criterio fondamentale cui devono ispirarsi i relativi provvedimenti è rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale dei figli (previsto in passato dall’art. 155 c.c. e ora dall’art. 337-ter c.c.) con la conseguenza che il giudice non è vincolato alle richieste avanzate ed agli accordi intercorsi tra le parti e può quindi pronunciarsi anche “ultra petitum”. Invero, e va sottolineato, anche un formale accordo intervenuto tra i genitori, pur sintomatico della positiva collaborazione tra gli stessi, non potrebbe essere trasfuso nel provvedimento giudiziale relativo alla prole se non previa verifica della rispondenza all’interesse del figlio.

 

AVVOCATO BOLOGNA

 

 

 

La legittimazione del genitore a richiedere “iure proprio” all’ex coniuge separato o divorziato la revisione del contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne,

non ancora autosufficiente economicamente, va esclusa in difetto del requisito della coabitazione con il figlio, la quale sussiste solo in presenza di un collegamento stabile di questi con l’abitazione del genitore, compatibile con l’assenza anche per periodi non brevi, purché, tuttavia, si ravvisi la prevalenza temporale dell’effettiva presenza, in relazione all’unità di tempo considerata. (Nella specie, la S.C. ha rigettato il motivo di ricorso avverso la decisione della corte di merito, che aveva ritenuto cessato il requisito della coabitazione per effetto del trasferimento del figlio maggiorenne, per ragioni di studio, in altra località, ove aveva preso in locazione un appartamento).

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18075 del 25 luglio 2013)

PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto

Hanno aderito alla tesi esposta da Cass.20319/04 (cui ha aderito Cass. 22.4.2016 n. 8202) secondo la quale: ‘L’assegnazione della casa familiare ad uno dei coniugi, cui l’immobile non appartenga in via esclusiva, instaura un vincolo (opponibile anche ai terzi per nove anni, e, in caso di trascrizione, senza limite di tempo) che oggettivamente comporta una decurtazione del valore della proprietà, totalitaria o parziaria, di cui è titolare l’altro coniuge, il quale da quel vincolo rimane astretto, come i suoi aventi causa, fino a quando il provvedimento non venga eventualmente modificato. Ne consegue che di tale decurtazione deve tenersi conto indipendentemente dal fatto che il bene venga attribuito in piena proprietà all’uno o all’altro coniuge, ovvero venduto a terzi in caso di sua infrazionabilità in natura’.

In precedenza la Corte (Cass. 11630/01) aveva ritenuto che: ‘La assegnazione della casa familiare, di cui i coniugi siano comproprietari, al coniuge affidatario dei figli non ha più ragion d’essere e, quindi, il diritto di abitazione, che ne scaturisce, viene meno nel momento in cui il coniuge, cui la casa sia stata assegnata, ne chiede, nel corso del giudizio per lo scioglimento della comunione conseguente (nel caso di specie) a divorzio, l’assegnazione in proprietà, acquisendo così, attraverso detta assegnazione, anche la quota dell’altro coniuge. In tal caso, il diritto di abitazione (che è un atipico diritto personale di godimento e non un diritto reale) non può essere preso in considerazione, al fine di determinare il valore di mercato dell’immobile, sia perché è un diritto che l’art. 155, comma quarto, c.c. prevede nell’esclusivo interesse dei figli e non nell’interesse del coniuge affidatario degli stessi, sia perché, intervenuto lo scioglimento della comunione a seguito di separazione personale o di divorzio, non può più darsi rilievo, per la valutazione dell’immobile, ad un diritto, che, con l’assegnazione della casa familiare in proprietà esclusiva al coniuge affidatario dei figli, non ha più ragione di esistere’.

Il Collegio ritiene superfluo investire del contrasto le Sezioni Unite, poiché, rammentati i principi posti da Cass. 18-09-2013, n. 21334 in tema di assegnazione della casa coniugale, reputa corretto l’orientamento manifestatosi nel 2001 e rinvigorito dalla sentenza n. 27128/2014, sempre di questa sezione, la quale ha osservato che: ‘Il diritto di abitazione della casa familiare è un atipico diritto personale di godimento (e non un diritto reale), previsto nell’esclusivo interesse dei figli (art. 155 c.c., comma 5) e non nell’interesse del coniuge affidatario, che viene meno con l’assegnazione della casa familiare in proprietà esclusiva al coniuge affidatario dei figli, non avendo più ragione di esistere’.

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Ha aggiunto che ‘ove si operasse la decurtazione dal valore in considerazione del diritto di abitazione, il coniuge non assegnatario verrebbe ingiustificatamente penalizzato con la corresponsione di una somma che non sarebbe rispondente alla metà dell’effettivo valore venale del bene: il che è comprovato dalla considerazione che, qualora intendesse rivenderlo a terzi, l’assegnatario in proprietà esclusiva potrebbe ricavare l’intero prezzo di mercato, pari al valore venale del bene, senza alcuna diminuzione’.

 

Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, stabilito dall’art. 147 c.c., obbliga i coniugi a far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, non riconducibili al solo obbligo alimentare,

 ma estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fino a quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Tale principio trova conferma nel nuovo testo dell’art. 155 c.c., come sostituito dall’art. 1 legge 8 febbraio 2006, n. 54, il quale, nell’imporre a ciascuno dei coniugi l’obbligo di provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, individua, quali elementi da tenere in conto nella determinazione dell’assegno, oltre alle esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza e le risorse economiche dei genitori, nonché i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

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La condotta antidoverosa del coniuge, cui va riferito l’addebito della separazione, non contrasta in alcun modo con la collocazione del minore presso lo stesso, tenuto conto che la violazione dei doveri del matrimonio (nella specie, per condotte aggressive, irrispettose ed infedeli della moglie verso il marito) può non tradursi anche in un pregiudizio per l’interesse del minore, non nuocendo al suo corretto sviluppo psico-fisico, né compromettendo il suo rapporto con il genitore.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17089 del 10 luglio 2013)

L’assegnazione al coniuge affidatario dei figli,

 in sede di separazione, del godimento dell’immobile di proprietà esclusiva dell’altro non impedisce al creditore di quest’ultimo di pignorarlo e di determinarne la vendita coattiva.

(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 12466 del 19 luglio 2012)

 

 

 

In tema di separazione personale, la mera conflittualità tra i coniugi, che spesso connota i procedimenti separatizi,

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 non preclude il ricorso al regime preferenziale dell’affidamento condiviso solo se si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole, mentre assume connotati ostativi alla relativa applicazione, ove si esprima in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l’equilibrio e lo sviluppo psico-fisico dei figli, e, dunque, tali da pregiudicare il loro interesse.

 

 

 

La nozione di convivenza rilevante agli effetti dell’assegnazione della casa familiare comporta la stabile dimora del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori,

 con eventuali, sporadici allontanamenti per brevi periodi, e con esclusione, quindi, della ipotesi di saltuario ritorno presso detta abitazione per i fine settimana, ipotesi nella quale si configura invece un rapporto di mera ospitalità; deve, pertanto, sussistere un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, benché la coabitazione possa non essere quotidiana, essendo tale concetto compatibile con l’assenza del figlio anche per periodi non brevi per motivi di studio o di lavoro, purchè egli vi faccia ritorno regolarmente appena possibile; quest’ultimo criterio, tuttavia, deve coniugarsi con quello della prevalenza temporale dell’effettiva presenza, in relazione ad una determinata unità di tempo (anno, semestre, mese).

 

 

Il grave conflitto fra i genitori non è, di per sé solo, idoneo ad escludere l’affidamento condiviso,

che il legislatore ha mostrato di ritenere il regime ordinario. (Nella specie, la consulenza tecnica espletata aveva concluso, pur in presenza di difficoltà di relazione, per l’affidamento ad entrambi i genitori).

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L’art. 1, comma primo, della legge 8 febbraio 2006, n. 54, che ha novellato l’art. 155 c.c., nel prevedere il diritto dei minori,

figli di coniugi separati, di conservare rapporti significativi con gli ascendenti (ed i parenti di ciascun ramo genitoriale), non attribuisce ad essi un autonomo diritto di visita, ma affida al giudice un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell’articolazione di provvedimenti da adottare in tema di affidamento, nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto ad una crescita serena ed equilibrata. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto non censurabile la motivazione della corte territoriale che, provvedendo alla concreta regolazione di tale questione nella suddetta prospettiva, ha ritenuto idonea a realizzare, nella specie, l’interesse della minore la possibilità per la medesima di vedere i nonni paterni in occasione delle visite al padre, anche tenuto conto della attiguità delle rispettive abitazioni).

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 17191 del 11 agosto 2011)

 

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Il raggiungimento della maggiore età del figlio minore non può determinare, nel coniuge separato o divorziato,

tenuto a contribuire al suo mantenimento, il diritto a procedere unilateralmente alla riduzione od eliminazione del contributo o a far valere tale condizione in sede di opposizione all’esecuzione, essendo necessario, a tal fine, procedere all’instaurazione di un giudizio volto alla modifica delle condizioni di separazione o divorzio.

(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 13184 del 16 giugno 2011)

L’art. 156, secondo comma, c.c. stabilisce che il giudice debba determinare la misura dell’assegno “in relazione alle circostanze ed ai redditi dell’obbligato”, mentre l’assegnazione della casa familiare,

 

 

 

prevista dall’art. 155 quater c.c., è finalizzata unicamente alla tutela della prole e non può essere disposta come[wpforms id=”21592″]se fosse una componente dell’assegno previsto dall’art. 156 c.c.; tuttavia, allorché il giudice del merito abbia revocato la concessione del diritto di abitazione nella casa coniugale (nella specie, stante la mancanza di figli della coppia), è necessario che egli valuti, una volta in tal modo modificato l’equilibrio originariamente stabilito fra le parti e venuta meno una delle poste attive in favore di un coniuge, se sia ancora congrua la misura dell’assegno di mantenimento originariamente disposto.

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9079 del 20 aprile 2011)

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In sede di modifica delle condizioni di separazione personale dei coniugi, rientra nei poteri ufficiosi del giudice rimodulare

 i periodi in cui il genitore può tenere presso di sé il figlio di cui è disposto l’affidamento condiviso, in relazione alla nuova situazione determinatasi. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto non viziato da extrapetizione il provvedimento della corte di merito che, in sede di reclamo avverso il provvedimento di modifica delle condizioni della separazione, aveva confermato l’affido condiviso della figlia minore e che, tenuto conto dell’intervenuto trasferimento per motivi di lavoro della madre, aveva disposto il collocamento presso quest’ultima, nella sua nuova residenza, della predetta, rimodulando, in relazione alla nuova situazione determinatasi, il regime di incontri della minore con il padre, congruamente motivando al riguardo).

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6339 del 21 marzo 2011)

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RICONOSCIMENTO FIGLIO NATURALE ART 250 CC AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA

RICONOSCIMENTO

FIGLIO NATURALE

ART 250 CC

diritto di famiglia

Nel procedimento disciplinato dall’art. 250 c.c., comma 4, con riguardo al riconoscimento del figlio naturale che non abbia compiuto i sedici anni, il figlio non assume la qualità di parte, per cui non è necessaria la nomina di un curatore speciale (tra le altre: Cass. 11/01/2006 n. 395; Cass. 05/06/2009 n. 12984).

Nel procedimento previsto dall’art. 250, quarto comma, c.c. il minore infrasedicenne non assume la qualità di parte, divenendo tale solamente all’esito della nomina del curatore speciale ai sensi dell’art. 78, secondo comma, c.p.c. in presenza di un conflitto d’interessi con il genitore legale rappresentante che si oppone al riconoscimento da parte dell’altro genitore naturale, determinandosi in tal caso una sorta di intervento iussu iudicis del minore stesso, a mezzo del suddetto curatore. Ne consegue che la sentenza emessa a chiusura del procedimento deve essere notificata, ai fini della decorrenza del termine breve per la relativa impugnazione, anche al suddetto curatore, non determinandosi in difetto il passaggio in giudicato e la conseguente definitività della decisione, in ragione del mancato decorso di detto termine rispetto a tutte le parti in causa. [Principio enunciato nell’ambito di un giudizio concernente la domanda di equa riparazione dei danni (lamentati per effetto di una durata del giudizio ex art. 250, quarto comma, c.c. prolungatasi, anche in ragione della condotta degli addetti alla cancelleria, per quattro anni e cinque mesi e dedotta come irragionevole in considerazione pure della particolare semplicità del rito camerale e della delicatezza della vicenda in questione), proposta seppur in difetto di notificazione della sentenza emessa a conclusione del giudizio (anche) al curatore speciale nominato alla minore, e dal giudice di merito dell’impugnazione nondimeno ritenuta conclusiva del procedimento all’esito del decorso del termine breve per l’impugnazione fatto decorrere dalla relativa notifica effettuata solamente ai genitori e al P.M.].

AVVOCATO BOLOGNA

Il riconoscimento del figlio naturale minore infrasedicenne, già riconosciuto da un genitore, è diritto soggettivo primario dell’altro genitore, costituzionalmente garantito dall’art. 30 Cost.: in quanto tale, esso non si pone in termini di contrapposizione con l’interesse del minore, ma come misura ed elemento di definizione dello stesso, atteso il diritto del bambino ad identificarsi come figlio di una madre e di un padre e ad assumere cosi una precisa e completa identità. Ne consegue che il secondo riconoscimento, ove vi sia opposizione dell’altro genitore che per primo ha proceduto al riconoscimento, può essere sacrificato — anche alla luce degli artt. 3 e 7 della Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989 (resa esecutiva con la legge 27 maggio 1991, n. 176) — solo in presenza di motivi gravi ed irreversibili, tali da far ravvisare la probabilità di una forte compromissione dello sviluppo psico-fisico del minore. (Enunciando il principio di cui in massima, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva escluso che costituissero impedimento al secondo riconoscimento l’età del padre naturale, la sua residenza in una località lontana da quella di residenza della minore, nonché la mancanza, dà parte sua, di un’attività lavorativa stabile e di un’autonoma abitazione).

(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5115 del 3 aprile 2003)

In tema di autorizzazione al riconoscimento di figlio naturale, la mera diversità culturale, di origini, di etnia e di religione non può di per sé costituire elemento significativo ai fini dell’esclusione dell’interesse del minore all’acquisizione della doppia genitorialità. Tuttavia, il fanatismo religioso (nella specie, si trattava di genitori di nazionalità e religioni diverse) può assumere rilievo dirimente qualora si traduca in un’indebita compressione dei diritti di libertà del minore o in un pericolo per la sua crescita secondo i canoni generalmente riconosciuti dalle società civili.

Al pari di quanto accade in tema di controversie in tema di dichiarazione giudiziale di paternità naturale di minori, anche nel procedimento previsto dall’art. 250, quarto comma, c.c., avente ad oggetto l’indagine sulla legittimità del rifiuto al secondo riconoscimento opposto dal genitore che per primo abbia riconosciuto il figlio, il termine breve per appellare è rispettato con il tempestivo deposito in cancelleria del ricorso entro trenta giorni dalla notifica della sentenza, mentre, nel caso in cui l’impugnazione sia stata proposta con citazione a udienza fissa, il gravame deve considerarsi tempestivo e validamente proposto purché il deposito della citazione avvenga entro il termine di trenta giorni dalla notifica della sentenza, essendo detto deposito l’atto con il quale, nei procedimenti camerali, l’impugnazione è proposta.

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RICONOSCIMENTO

FIGLIO NATURALE

ART 250 CC

 

Nel giudizio promosso per il riconoscimento della paternità o della maternità di un minore infraseadicenne, l’interesse del minore costituisce l’unico parametro di riferimento ai fini della valutazione della legittimità del rifiuto del consenso eventualmente opposto dall’altro genitore, interesse la cui esistenza, prescindendo dai rapporti tra i genitori, deve ritenersi predicabile tutte le volte in cui, dal secondo riconoscimento, non derivi al minore un pregiudizio tale da incidere sul suo sviluppo psicofisico, ed a prescindere, dunque, dalla concreta dimostrazione che esso risulti per lui vantaggioso. (Nell’affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha, così, ritenuto illegittimo il rifiuto del consenso al riconoscimento di un minore infrasedicenne opposto alla madre che aveva fondato tale decisione motivandola con l’aver più volte, in precedenza, inutilmente invitato il padre naturale a tale riconoscimento, sia durante la gravidanza sia dopo il parto, mentre, al momento, ella era sul punto di contrarre matrimonio con altro uomo, cui il minore risultava legato da uno stabile e valido rapporto affettivo).

 

 

cause separazione internazionali

 

Nel procedimento disciplinato dall’art. 250, comma 4, c.c. l’audizione del minore costituisce la prima fonte del convincimento del giudice circa la convenienza del secondo riconoscimento e deve, quindi, essere disposta anche d’ufficio. Tuttavia il vizio procedurale dipendente dal mancato espletamento di un tale incombente deve essere espressamente dedotto dalle parti, non trattandosi di nullità rilevabile d’ufficio, ma di prescrizione rivolta a soddisfare unicamente l’esigenza istruttoria di accertare se il rifiuto del consenso risponda o meno all’interesse del figlio.

Nell’indagine sulla legittimità o meno del rifiuto, da parte del genitore che per primo abbia riconosciuto il figlio naturale, del consenso al successivo riconoscimento ad opera dell’altro genitore (art. 250 c.c.), occorre fare esclusivo riferimento all’interesse del minore, e, quindi, valutare il complesso dei diritti che a lui derivano da detto ulteriore riconoscimento, considerandosi che esso non incide in sé sul rapporto con l’autore del precedente riconoscimento (art. 317 bisc.c.), né impone a quest’ultimo di riprendere la convivenza con l’altro genitore o di troncare eventuali legami con terzi. Al fine indicato, pertanto, non rilevano valutazioni comparative dei due genitori, né apprezzamenti negativi circa la personalità o la condotta di chi intende effettuare il secondo riconoscimento, se non nei limiti in cui possano evidenziare che l’acquisto di quei diritti sia foriero, per il minore stesso, più di nocumento che di vantaggio.

materia di accertamento della filiazione naturale, la sentenza della Corte costituzionale n. 341 del 1990, dichiarativa dell’illegittimità dell’art. 274, primo comma, c.c., nella parte in cui non prevede, se si tratti di minore infrasedicenne, che l’azione promossa dal genitore esercente la patria potestà, per ottenere la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale, sia ammessa solo quando ritenuta dal giudice rispondente all’interesse del figlio, non implica che una siffatta preliminare delibazione di rispondenza sia effettuata nel diverso caso di cui all’art. 250 c.c., concernente la risoluzione del conflitto insorto allorché il genitore, che abbia già riconosciuto il minore, neghi il proprio consenso al riconoscimento da parte dell’altro preteso genitore naturale, rientrando il relativo riscontro nel compito cui il giudice è tenuto per ovviare con la propria decisione al consenso mancante.

In tema di riconoscimento di figli naturali, nel procedimento di cui all’art. 250, quarto comma, c.c. sono litisconsorti necessari il genitore che si oppone al riconoscimento ed il P.M., che deve intervenire ai sensi dell’art. 70 n. 3 c.p.c., e non anche il minore infrasedicenne del cui riconoscimento si controverte. Tuttavia, nell’ipotesi in cui a seguito della proposizione della domanda il presidente del tribunale nomini un curatore speciale al minore e questi intervenga nel processo, formulando proprie deduzioni e prendendo specifiche conclusioni, si determina una situazione di litisconsorzio processuale, assimilabile a quella prodotta dall’intervento in causa di un terzo per ordine del giudice ai sensi dell’art. 107 c.p.c., con la conseguente nullità della sentenza di secondo grado, rilevabile anche d’ufficio, nell’ipotesi in cui nel giudizio di appello non sia disposta l’integrazione del contraddittorio nei confronti del detto curatore quando l’impugnazione non risulti proposta anche nei suoi confronti.

RICONOSCIMENTO FIGLIO NATURALE

ART 250 CC

Fermo l’indicato principio, in ogni caso, la nomina di un curatore speciale è comunque riservata al prudente apprezzamento del giudice sull’esistenza di un concreto conflitto di interessi con il genitore che ha già riconosciuto il minore.

La nomina del curatore speciale nel procedimento instaurato ai sensi dell’art. 250 c.c., comma 4, non risponde ad automatismi ma va effettuata soltanto quando il giudice, nel suo prudente apprezzamento e previa adeguata valutazione della fattispecie in esame, lo ritenga opportuno in considerazione del profilarsi, in concreto, di una situazione di conflitto di interessi (Cass. 31/10/2013, n. 24556, p. 7 motivazione; Corte Cost. n. 83 del 2011, par. 5 del “Considerato in diritto”).

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  1. Il secondo motivo di ricorso presente nei sui contenuti profili di infondatezza e finanche di inammissibilità.

La valutazione della capacità di discernimento, che è presupposto dell’obbligo di ascolto del minore infradodicenne, costituisce un apprezzarnento discrezionale del giudice, che non ha l’obbligo di motivare sul punto, salvo specifica e circostanziata istanza di parte che abbia indicato gli argomenti ed i temi di approfondimento ai sensi dell’art. 336-bis c.c., comma 2, su cui ritenga necessario l’ascolto del minore (Cass.).

In applicazione dell’indicato principio si ha che la ricorrente, la cui censura si lascia quindi apprezzare come priva dei caratteri dell’autosufficienza, non ha dedotto dinanzi a questa Corte di legittimità di aver presentato una siffatta istanza, neppure in grado di appello (Cass. 07/03/2017 n. 5676).

Il procedimento è comunque iniziato quando i figli minori non avevano ancora compiuto i quattro anni di età e siffatta circostanza ha determinato i giudici di merito a soprassedere al loro ascolto (Cass. 31/10/2013 n. 24556).

  1. Il terzo motivo è infondato.

La Corte di appello ha fatto corretta applicazione del principio affermato da questa Corte di legittimità per il quale l’assunzione del cognome paterno sostituito o aggiunto a quello materno non risponde ad automatismo.

Nel presupposto che il diritto al nome costituisce uno dei diritti fondamentali di ciascun individuo, avente copertura costituzionale assoluta, esso è rimesso al prudente apprezzamento del giudice che deve avere riguardo al modo più conveniente di individuazione del minore, in relazione all’ambiente in cui è cresciuto fino al momento del riconoscimento da parte del padre, prescindendo, anche a tutela dell’eguaglianza fra i genitori, da qualsiasi meccanismo di automatica attribuzione del cognome (Cass. 26/05/2006 n. 12641; Cass. 05/06/2009 n. 12983).

La valutazione, ampiamente discrezionale, attiene al giudizio di merito e non è, come tale, sindacabile in sede di legittimità, in cui, peraltro, non risulta neppure denunciata sub specie del vizio motivazionale, invocabile nella fattispecie in esame, ratione temporis, nei termini di cui al novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto
  1. Il quarto ed il quinto motivo di ricorso sono inammissibili perchè finalizzati ad una diretta rivisitazione del merito, adeguatamente motivata. La Corte gigliata ha, con apprezzamento insindacabile in questa sede, valutato l’incidenza pregiudizievole, che ha escluso, per i minori ad essere associati, in un ambiente sociale ristretto, qual è quello di residenza, alla figura paterna in quanto attinta da arresto in flagranza per un episodio di detenzione di sostanze stupefacenti, congruamente motivando dall’intercorso passaggio del tempo dal fatto e dalla sua incidenza sul clamore mediatico seguito, nell’immediatezza, alla vicenda.

La denuncia di mancata ammissione di c.t.u. è inammissibile; è mezzo istruttorio – e non prova vera e propria – sottratto alla disponibilità delle parti ed affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, nel cui potere discrezionale rientra la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario, potendo motivare l’eventuale diniego anche implicitamente, con argomentazioni desumibili dal conteso generale e dal quadro probatorio unitariamente considerato (tra le altre, da ultimo: Cass. 09/10/2019 n. 25253; Cass. 21/04/2010 n. 9461).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZAACCESSO-ABUSIVO-ACCESSO-ABUSIVO-SISTEMA-INFORMATICO-INFORMATICO-1-1

sul ricorso n. 27620/2018 proposto da:

L.L., elettivamente domiciliata in Roma, *, presso lo studio dell’avvocato L. P. e rappresentata e difesa dall’avvocato R. B. giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.D.A., elettivamente domiciliato in Roma, *, presso lo studio dell’avvocato E. C., rappresentato e difeso dall’avvocato F. M., giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1590/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, del 02/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 03/10/2019 dal Cons. Dott. Laura Scalia;

lette le conclusioni scritte del Sostituto Procuratore Generale, Alberto Cardino, che ha chiesto il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Il Tribunale di Lucca accoglieva la domanda di C.D.A. di accertamento della paternità dei minori, L.D.C. e L.F.C., gemelli nati a (*), e respingeva quella di attribuzione ai minori del cognome paterno in aggiunta a quello materno, ai sensi dell’art. 262 c.c., stimando il pregiudizio che sarebbe venuto ai figli dall’associazione del cognome paterno ad un episodio di spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti in cui il genitore era rimasto coinvolto nell’anno 2016 e, quanto alla tutela dell’identità personale dei primi, la circostanza che da sempre i minori erano stati individuati dal solo cognome della madre, che per prima li aveva riconosciuti.

    PEDONE RiSaRCiMeNtO CoMe FarE Tempi, modalita’ avvocato esperto

Il Tribunale determinava altresì le condizioni dell’affido condiviso dei minori e quelle di mantenimento.

Su impugnativa del padre, la Corte di appello di Firenze con la sentenza in epigrafe indicata, in parziale riforma di quella di primo grado, accoglieva la domanda di aggiunta del patronimico al cognome materno; in tal senso la Corte gigliata motivava sia dal venir meno delle ragioni di pregiudizio, in seguito al tempo intercorso dai fatti attribuiti al genitore, sia dalla circostanza che il solo cognome materno non avrebbe definito l’identità personale dei due figli che, dall’età di almeno tre anni, erano abituati a considerare l’appellante come loro padre.

I giudici di secondo grado rigettavano l’appello incidentale della madre di rivalutazione e modifica delle condizioni di affidamento, con trasformazione della frequentazione del padre in forme “protette” in ragione degli episodi delittuosi in cui egli rimasto coinvolto, ritenendo questi ultimi irrilevanti e non provati, e di rideterminazione delle modalità di corresponsione delle spese straordinarie per i figli, a fronte dei continui inadempimenti del padre.

Ricorre per la cassazione dell’indicata sentenza L.L. con sette motivi, illustrati da memoria, ai quali resiste con controricorso C.D.A..

Il rappresentante della Procura Generale della Corte di cassazione ha fatto pervenire conclusioni scritte con cui ha chiesto il rigetto del ricorso.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo la ricorrente deduce la nullità ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, dell’impugnata sentenza, avente ad oggetto l’aggiunta del patronimico, e del procedimento, per violazione dell’art. 78 c.p.c., del principio del contraddittorio e del diritto di difesa nonchè delle Convenzioni Internazionali di New York del 20.11.1989, ratificata in Italia con L. n. 176 del 1991 e di Strasburgo del 25.1.1996, ratificata in Italia con L. n. 77 del 2008.

Ai minori, all’epoca dell’appello di nove anni di età, parti sostanziali e processuali del giudizio, non era stato nominato un curatore speciale e tanto nonostante la posizione antitetica tra loro assunta in lite dai genitori e la conseguente esistenza di un potenziale conflitto di interessi.

  1. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la nullità della sentenza, nella parte avente ad oggetto l’aggiunta del patronimico e del procedimento, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa nonchè delle Convenzioni Internazionali di New York del 20.11.1989, ratificata in Italia con L. n. 176 del 1991 e di quella di Strasburgo del 25.1.1996, ratificata in Italia con L. n. 77 del 2008.

Non si sarebbe proceduto ad ascoltare i minori, di nove anni di età e capaci di discernimento, e tanto anche in forma mediata o tramite l’ammissione ex officio di una c.t.u..

  1. Con il terzo motivo la ricorrente fa valere, sempre in ordine ai capi della sentenza aventi ad oggetto l’aggiunta del patronimico, la violazione dell’art. 262 c.c., come interpretato nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità.

Non sarebbe stato dato rilievo al possibile pregiudizio dei minori per i fatti delittuosi commessi dal padre nel 2016, nelle deleterie loro ripercussioni mediatiche, e, ancora, alla consapevolezza dei figli, dopo tanti anni, di essere individuati dal solo cognome materno.

  1. Con il quarto motivo, formulato rispetto al medesimo capo di sentenza, si deduce la nullità processuale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per l’omessa ed illogica valutazione e ponderazione della persistenza dei gravi pregiudizi per i due figli minori e della necessità di preservare il solo cognome materno, divenuto ormai loro segno distintivo, da anni.

  2. Con il quinto motivo si fa valere, ancora in ordine al medesimo capo di sentenza, la violazione o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c..

I giudici di appello avevano ritenuto, in forza di mera scienza privata, che il clamore mediatico dovuto al coinvolgimento del padre in una vicenda di spaccio e le possibili ricadute psicologiche e sociali sui figli fossero esauriti dopo un anno dalla sentenza di primo grado.

Allo stesso modo si era escluso, nella valutazione totalmente discrezionale del giudicante, senza neppure ascoltare i minori e disporre consulenza tecnica di ufficio, che il cognome materno potesse essere tratto identificativo da tutelare, con esclusione di aggiunte improvvise.

  1. Con il sesto motivo ed il settimo motivo la ricorrente denuncia, in ordine al capo della sentenza relativo alla modifica delle modalità di frequentazione del padre con i minori, l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, di un fatto decisivo della controversia oggetto di discussione tra le parti ovverosia il reato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti e, ancora, la nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, là dove i giudici di appello avevano ritenuto che l’esecuzione delle precedenti modalità di visita ne avrebbe consigliato il mantenimento nonostante l’episodio di spaccio.

  2. Il primo motivo di ricorso è infondato.

Nel procedimento disciplinato dall’art. 250 c.c., comma 4, con riguardo al riconoscimento del figlio naturale che non abbia compiuto i sedici anni, il figlio non assume la qualità di parte, per cui non è necessaria la nomina di un curatore speciale (tra le altre: Cass. 11/01/2006 n. 395; Cass. 05/06/2009 n. 12984).

Fermo l’indicato principio, in ogni caso, la nomina di un curatore speciale è comunque riservata al prudente apprezzamento del giudice sull’esistenza di un concreto conflitto di interessi con il genitore che ha già riconosciuto il minore.

La nomina del curatore speciale nel procedimento instaurato ai sensi dell’art. 250 c.c., comma 4, non risponde ad automatismi ma va effettuata soltanto quando il giudice, nel suo prudente apprezzamento e previa adeguata valutazione della fattispecie in esame, lo ritenga opportuno in considerazione del profilarsi, in concreto, di una situazione di conflitto di interessi (Cass. 31/10/2013, n. 24556, p. 7 motivazione; Corte Cost. n. 83 del 2011, par. 5 del “Considerato in diritto”).

  1. Il secondo motivo di ricorso presente nei sui contenuti profili di infondatezza e finanche di inammissibilità.

La valutazione della capacità di discernimento, che è presupposto dell’obbligo di ascolto del minore infradodicenne, costituisce un apprezzarnento discrezionale del giudice, che non ha l’obbligo di motivare sul punto, salvo specifica e circostanziata istanza di parte che abbia indicato gli argomenti ed i temi di approfondimento ai sensi dell’art. 336-bis c.c., comma 2, su cui ritenga necessario l’ascolto del minore (Cass.).

In applicazione dell’indicato principio si ha che la ricorrente, la cui censura si lascia quindi apprezzare come priva dei caratteri dell’autosufficienza, non ha dedotto dinanzi a questa Corte di legittimità di aver presentato una siffatta istanza, neppure in grado di appello (Cass. 07/03/2017 n. 5676).

Il procedimento è comunque iniziato quando i figli minori non avevano ancora compiuto i quattro anni di età e siffatta circostanza ha determinato i giudici di merito a soprassedere al loro ascolto (Cass. 31/10/2013 n. 24556).

  1. Il terzo motivo è infondato.

La Corte di appello ha fatto corretta applicazione del principio affermato da questa Corte di legittimità per il quale l’assunzione del cognome paterno sostituito o aggiunto a quello materno non risponde ad automatismo.

Nel presupposto che il diritto al nome costituisce uno dei diritti fondamentali di ciascun individuo, avente copertura costituzionale assoluta, esso è rimesso al prudente apprezzamento del giudice che deve avere riguardo al modo più conveniente di individuazione del minore, in relazione all’ambiente in cui è cresciuto fino al momento del riconoscimento da parte del padre, prescindendo, anche a tutela dell’eguaglianza fra i genitori, da qualsiasi meccanismo di automatica attribuzione del cognome (Cass. 26/05/2006 n. 12641; Cass. 05/06/2009 n. 12983).

La valutazione, ampiamente discrezionale, attiene al giudizio di merito e non è, come tale, sindacabile in sede di legittimità, in cui, peraltro, non risulta neppure denunciata sub specie del vizio motivazionale, invocabile nella fattispecie in esame, ratione temporis, nei termini di cui al novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

  1. Il quarto ed il quinto motivo di ricorso sono inammissibili perchè finalizzati ad una diretta rivisitazione del merito, adeguatamente motivata. La Corte gigliata ha, con apprezzamento insindacabile in questa sede, valutato l’incidenza pregiudizievole, che ha escluso, per i minori ad essere associati, in un ambiente sociale ristretto, qual è quello di residenza, alla figura paterna in quanto attinta da arresto in flagranza per un episodio di detenzione di sostanze stupefacenti, congruamente motivando dall’intercorso passaggio del tempo dal fatto e dalla sua incidenza sul clamore mediatico seguito, nell’immediatezza, alla vicenda.

La denuncia di mancata ammissione di c.t.u. è inammissibile; è mezzo istruttorio – e non prova vera e propria – sottratto alla disponibilità delle parti ed affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, nel cui potere discrezionale rientra la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario, potendo motivare l’eventuale diniego anche implicitamente, con argomentazioni desumibili dal conteso generale e dal quadro probatorio unitariamente considerato (tra le altre, da ultimo: Cass. 09/10/2019 n. 25253; Cass. 21/04/2010 n. 9461).

  1. Il sesto motivo è inammissibile.

La Corte di merito ha valutato nel loro complesso gli episodi vissuti dal padre dei minori per poi ritenerne l’esaurimento ed il superamento, in tal modo concludendo per il mantenimento delle pregresse modalità di visita per una motivazione che si apprezza come insindacabile in questa sede.

  1. Il settimo motivo, con cui pure si denuncia la nullità dell’impugnata sentenza per motivazione mancante, si traduce, in effetti, in una alternativa lettura dei fatti e quindi in un sindacato diretto del merito, inammissibile in sede di legittimità.

  2. Conclusivamente il ricorso è infondato e va rigettato e la ricorrente condannata alle spese di lite secondo soccombenza e liquidazione indicata in dispositivo.

Trattandosi di procedimento esente dal contributo unificato, non trova applicazione il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento di legittimità, liquidate in favore di C.D.A. in Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% forfettario sul compenso ed accessori di legge.

Trattandosi di procedimento esente dal contributo unificato, non trova applicazione il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L1. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

Ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52, vanno omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 9 gennaio 202

Alto Reno Terme
Anzola dell’Emilia
Argelato
Baricella
Bentivoglio
Bologna
Borgo Tossignano
Budrio
Calderara di Reno
Camugnano
Casalecchio di Reno
Casalfiumanese
Castel d’Aiano
Castel del Rio
Castel di Casio
Castel Guelfo di Bologna
Castel Maggiore
Castel San Pietro Terme
Castello d’Argile
Castenaso
Castiglione dei Pepoli
Crevalcore
Dozza
Fontanelice
Gaggio Montano
Galliera
Granarolo dell’Emilia
Grizzana Morandi
Imola
30 Emilia-Romagna 2.182 25,6
31 Loiano
32 Malalbergo
33 Marzabotto
34 Medicina
35 Minerbio
36 Molinella
37 Monghidoro
38 Monte San Pietro
39 Monterenzio
40 Monzuno
41 Mordano
42 Ozzano dell’Emilia
43 Pianoro
44 Pieve di Cento
45 Sala Bolognese
46 San Benedetto Val di Sambro
47 San Giorgio di Piano
48 San Giovanni in Persiceto
49 San Lazzaro di Savena
50 San Pietro in Casale
51 Sant’Agata Bolognese
52 Sasso Marconi
53 Valsamoggia
54 Vergato
55 Zola Predosa

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AVVOCATO MALASANITA’ MACERATA ANCONA PESARO URBINO BOLOGNA  CON SEDE E STUDIO A BOLOGNA AVVOCATO ATTIVO  NEL SETTORE DELLA MALASANITÀ AL TUO SERVIZIO

AVVOCATO MALASANITA’ MACERATA ANCONA PESARO URBINO BOLOGNA  CON SEDE E STUDIO A BOLOGNA

AVVOCATO ATTIVO  NEL SETTORE DELLA MALASANITÀ AL TUO SERVIZIO

INTERVENTI CHIRURGICI ERRATI

Se a seguito di un intervento vi sono conseguenze

e una lunga convalescenza possono dipendere non

solamente dalla gravità della malattia , ma anche

ricordiamolo da interventi errati

DANNI FISICI CAUSATI DA UN ERRORE GRAVE MEDICO

Purtroppo non troppo di rado vi osno ospedali che a volte non forniscono una prestazione ai massimi livelli o secondo gli standard sanitari richiesti e pertanto si verificano casi di errore del personale medico andando a cagionare  DANNI FISICI DANNI BIOLOGICI E DANNI MORALI CAUSATI DA UN ERRORE GRAVE MEDICO  dovuto a errori di considerazione del personale ospedaliero. 

AVVOCATO MALASANITA’ MACERATA ANCONA PESARO URBINO BOLOGNA  CON SEDE E STUDIO A BOLOGNA AVVOCATO ATTIVO  NEL SETTORE DELLA MALASANITÀ AL TUO SERVIZIO

Corte di Cassazione|Sezione 4|Penale|Sentenza|10 febbraio 2020| n. 5315

Responsabilità e risarcimento – Responsabilità medica – Ritardato intervento da parte della struttura sanitaria

RICETTAZIONE ? ACQUISTO PER SE DI ANABOLIZZANTI

Responsabilità medica, il ritardato

intervento da parte della struttura

sanitaria, che è causa dell’allungamento

dei tempi di guarigione senza altre

compromissioni della salute comporta un

aumento della sanzione in base a tempo

trascorso, ma non è conseguenza

automatica della malattia da parte dei medici.

Corte di Cassazione|Sezione 3|Civile|Sentenza|19 settembre 2019| n. 23328

Responsabilita’ civile – Professionisti – Attivita’ medico – Chirurgica atto terapeutico – Carattere ‘riparatorio’ degli interventi successivi al primo – Esito non risolutivo – Obbligo informativo a carico del medico – Onere del medico di provare l’adempimento.

In tema di responsabilità medica, ove l’atto terapeutico sia consistito in una serie di successivi interventi chirurgici di carattere “riparatorio” e dall’esito non risolutivo, inseriti nell’ambito di un pregiudizio già verificatosi a causa di un primo intervento, l’onere di dimostrare che, se adeguatamente informata, la paziente avrebbe verosimilmente rifiutato di sottoporvisi, ricade sul medico, proprio in considerazione dell’esito non risolutivo dei medesimi con riferimento ad intervento non correttamente eseguito.

Corte di Cassazione|Sezione 3|Civile|Sentenza|26 novembre 2019| n. 30727

Responsabilita’ civile – Professionisti – Attivita’ medico – Chirurgica diagnosi di normalità morfologica – Obbligo di diligenza del sanitario – Contenuto – Obbligo di informazione della possibilità di esame presso un centro più specializzato – Necessità – Onere della prova configurabilità – Fattispecie.

In tema di responsabilità medica, il sanitario che riscontri una normalità morfologica del feto anche sulla base di esami strumentali, i quali tuttavia non ne consentano la visualizzazione nella sua interezza, ha l’obbligo, secondo un’adeguata valutazione della diligenza richiestagli, d’informare la paziente della possibilità di ricorrere ad un centro di più elevato livello di specializzazione, nella prospettiva della determinazione della gestante ad interrompere la gravidanza, ricorrendone i presupposti. (Nella specie, con riferimento alla domanda risarcitoria formulata dai genitori di un bimbo nato affetto da grave sindrome “facio-auricolo-vertebrale” per mancata diagnosi di malformazione e conseguente trauma psichico patito a causa della nascita di un figlio affetto da gravi patologie, la S.C. ha annullato la sentenza impugnata, rinviando al giudice di merito la verifica, secondo un’adeguata valutazione della diligenza richiesta al sanitario, se la presenza di fattori limitanti l’indagine quali la “posizione di vertice” e il “dorso orientato a destra” che avevano impedito l’esame del profilo facciale, fossero tali da imporre accertamenti ulteriori e non, viceversa, tali da consentire un referto di normoconformazione fetale).

BOLOGNA MALASANITA’ Responsabilità della struttura sanitaria nei confronti del paziente - Natura contrattuale - Presupposti - Contratto autonomo atipico a prestazioni corrispettive - Danni e riparto dell'onere probatorio-Responsabilita' medica - Paziente - Danni - Domanda risarcitoria - Responsabilità del medico e della struttura sanitaria - Natura contrattualistica - Onere probatorio delle parti - Interventi di facile esecuzione e di alta specialità  
avvocato malasanita’ Bologna

Corte di Cassazione|Sezione 4|Penale|Sentenza|12 luglio 2019| n. 30626

Professionisti – Medici e chirurghi – Attività d’equipe – Lesioni – Responsabilità del singolo medico – Accertamento – Criteri – Fattispecie.

In tema di colpa medica, in caso di lavoro in “equipe” e, più in generale, di cooperazione multidisciplinare nell’attività medico-chirurgica, l’accertamento del nesso causale rispetto all’evento verificatosi deve essere compiuto con riguardo alla condotta ed al ruolo di ciascuno, non potendosi configurare aprioristicamente una responsabilità di gruppo. (Fattispecie in cui, in applicazione del principio, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza che aveva affermato la responsabilità di due medici che avevano sottoposto la stessa paziente ad una serie di interventi gastroenterologici, uno dei quali eseguito con modalità gravemente imperite, che si erano rivelati inadeguati ad arrestare il processo peritonitico, senza distinguere le responsabilità di ciascuno in relazione alla specifica condotta del singolo).

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la diagnosi si è rivelata errata oppure è stata posta in grave ritardo;

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le cure ricevute sono state inadeguate o la struttura sanitaria aveva delle carenze strutturali e organizzative;

è stata contratta una grave infezione ospedaliera o un contagio con sangue infetto;

Malasanità AVVOCATO ESPERTO SERGIO ARMAROLI si occupa di assistenza legale alle vittime di malasanità per errori medici. Se pensi di aver subito un danno fisico dovuto ad un errore medico, se un tuo familiare è deceduto a causa di un errore commesso da un medico, rivolgiti a noi

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AVVOCATO MALASANITA’ MACERATA ANCONA PESARO  BOLOGNA  CON SEDE E STUDIO A BOLOGNA

RISARCIMENTO MALASANITÁ: A CHI RIVOLGERSI COME INTERVIENE SPECIFICATAMENTE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA LUGO RAVENNA CESENA FORLI TREVISO VICENZA IN CASO DI ERRORE MEDICO? Risarcimento danno da errore medico Se non riusciremo a raggiungere un accordo bonario, avvieremo il giudizio nei confronti della struttura ospedaliera e del personale che ha prestato l’attività sanitaria per ottenere il risarcimento da responsabilità medica che ti compete. La prova della responsabilità dell’ ente o del medico Ecco quali sono gli eventi più frequenti: ANESTESIA CHIRURGIA GENERALE NEUROCHIRURGIA ONCOLOGIA ORTOPEDIA OSTETRICIA E GINECOLOGIA Quanto asserito in ordine alla responsabilità di natura contrattuale dell’ente, riveste notevole importanza relativamente al così detto onere della prova a carico del paziente di dimostrare la responsabilità dei sanitari in ordine al peggioramento delle proprie condizioni di salute. Ecco quali sono gli eventi più frequenti: 1. ANESTESIA 2. CHIRURGIA GENERALE 3. NEUROCHIRURGIA 4. ONCOLOGIA 5. ORTOPEDIA 6. OSTETRICIA E GINECOLOGIA 7. L’art.7 com.3 della Legge 24/2017 (Gelli-Bianco) prevede che il singolo medico risponderà del proprio operato ai sensi dell’art. 2043 cc (responsabilità fatto illecito) salvo che abbia agito nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale assunta con il paziente. I casi di responsabilità extracontrattuale ben potrebbero rinvenirsi per esempio negli interventi di urgenza o comunque in stato di incoscienza della vittima, ma anche nei confronti del medico di base, insomma dove manca il contratto con l’ospedale. Quali sono le prove da fornire nei giudizi contro il medico? In questo caso l’onere probatorio è più gravoso per il paziente che agisce in giudizio perché deve dimostrare: – il danno subito; – il nesso causale tra condotta del sanitario ed evento dannoso; – la colpa o dolo del sanitario. Al paziente spetterà soltanto l’onere di provare l’esistenza del contratto con il medico o del “contatto sociale” con l’ospedale, l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato (Cassazione 23562/11). "In tema di colpa medica, in presenza di una condotta colposa posta in essere da un determinato soggetto, non può ritenersi interattiva del nesso di causalità (art. 41, comma secondo, cod. pen.) una successiva condotta parimenti colposa posta in essere da altro soggetto, quando essa non abbia le caratteristiche dell'assoluta imprevedibilità e inopinabilità; condizione, questa, che non può, in particolare configurarsi quando, nel caso di colpa medica, tale condotta sia consistita nell'inosservanza, da parte di soggetto successivamente intervenuto, di regole dell'arte medica già disattese da quello che lo aveva preceduto (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6215 del 10/12/2009 Ud. (dep. 16/02/2010), Rv. 246421; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9967 del 18/01/2010 Ud. (dep. 11/03/2010), Rv. 246797; Cass. Sez. 47 Sentenza n. 13939 del 30/01/2008 Ud. (dep. 03/04/2008), Rv. 239593; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 20272 del 16/05/2006 Ud. (dep. 14/06/2006), Rv. 234596). L'infondatezza del ricorso del P. impone, pertanto, il suo rigetto. "In tema di colpa medica, in presenza di una condotta colposa posta in essere da un determinato soggetto, non può ritenersi interattiva del nesso di causalità (art. 41, comma secondo, cod. pen.) una successiva condotta parimenti colposa posta in essere da altro soggetto, quando essa non abbia le caratteristiche dell'assoluta imprevedibilità e inopinabilità; condizione, questa, che non può, in particolare configurarsi quando, nel caso di colpa medica, tale condotta sia consistita nell'inosservanza, da parte di soggetto successivamente intervenuto, di regole dell'arte medica già disattese da quello che lo aveva preceduto (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6215 del 10/12/2009 Ud. (dep. 16/02/2010), Rv. 246421; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9967 del 18/01/2010 Ud. (dep. 11/03/2010), Rv. 246797; Cass. Sez. 47 Sentenza n. 13939 del 30/01/2008 Ud. (dep. 03/04/2008), Rv. 239593; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 20272 del 16/05/2006 Ud. (dep. 14/06/2006), Rv. 234596). L'infondatezza del ricorso del P. impone, pertanto, il suo rigetto. “Questa corte regolatrice ha difatti avuto modo di affermare (Cass. 21619/07; Cass. ss. uu. 576/2008 nonchè, nella sostanza, Cass. 4400/04) come la disomogenea morfologia e la disarmonica funzione del torto civile rispetto al reato consenta – e addirittura imponga – l’adozione di un diverso criterio di analisi della causalità materiale, quello, cioè, della probabilità relativa, criterio altrimenti definito del “più probabile che non”, rettamente inteso come analisi specifica e puntuale di tutte le risultanze probatorie del singolo processo – nella sua dimensione di “unicità” non ripetibile), della singola vicenda di danno, della singola condotta causalmente efficiente alla produzione dell’evento, tutte a loro volta permeate di una non ripetibile unicità (di talché la conseguente svalutazione della regola statistica e sovente di quella scientifica non appare un metagiuridico cedimento ad ideali aneliti riparatori cui dar respiro tout court in seno al processo, quanto piuttosto una attenta valorizzazione e valutazione della specificità del caso concreto, onde la concorrenza di cause di diversa incidenza probabilistica non conduca ipso facto alla aberrante regola del 50% plus unum, bensì alla compiuta valutazione dell’evidenza del probabile (così, esemplificando, se, in tema di danni da trasfusione di sangue infetto, le possibili concause appaiono plurime e quantificabili in misura di dieci, ciascuna con un’incidenza probabilistica pari al 3%, mentre la trasfusione attinge al grado di probabilità pari al 40%, non per questo la domanda risarcitoria sarà per ciò solo rigettata – o geneticamente trasmutata in risarcimento da chance perduta -, dovendo viceversa il giudice, secondo il suo prudente apprezzamento che trova la sua fonte nella disposizione di legge di cui all’art. 116 c.p.c., valutare la complessiva evidenza probatoria del caso concreto e addivenire, all’esito di tale giudizio comparativo, alla più corretta delle soluzioni possibili, pur nella non confortante consapevolezza della natura di malinconico ossimoro del sintagma “accertamento del nesso causale”, la cui “incertezza” trova una assai felice rappresentazione nel verso virgiliano felix qui potuit rerum cognoscere causa…)” Cass. III, 21 luglio 2011, n. 15991     Ti senti vittima di un errore medico per un intervento chirurgico sbagliato o hai subito un danno per negligenza medica? Hai il diritto e anche il dovere di segnalarlo, per evitare che casi analoghi si ripetano.   COME INTERVIENE SPECIFICATAMENTE AVVOCATO SERGIO ARMAORLI BOLOGNA LUGO RAVENNA CESENA FORLI TREVISO VICENZA IN CASO DI ERRORE MEDICO? Analizza in via preliminare le eventuali responsabilità dei singoli medici e sanitari, oltre che delle stesse strutture ospedaliere per capire se trattasi di episodi di malasanità; interviene direttamente, qualora sussistano i presupposti, con la richiesta risarcitoria per malasanità nei confronti dei responsabili. Il risarcimento per malasanità trova accoglimento quando: Si accerta un errore medico L’errore medico ha causato un danno Il danno ha causato danni gravi e/o permanenti al paziente Questi elementi vanno comprovati  e dimostrati, e quindi rivolgersi a un qualsiasi avvocato può rivelarsi un errore: meglio farsi assistere da uno studio legale preparato a seguire casi di malasanità, Qui di seguito trovi solo alcuni dei casi, individuati per area medica, per cui è possibile intentare una causa e per cui rivolgerti all’avvocato esperto in responsabilità medica dell’avvocato Sergio Armaroli . Per altre esigenze relative a risarcimenti per errore medico e danni da malasanità, Anestesia: morte sopraggiunta nel corso dell’anestesia lesioni dovute all’intubazione GINECOLOGIA Danni alla madre durante il parto. Diagnosi errate per malattie ginecologiche. Distocia della spalla. Errate terapie per la cura della infertilità. Erronea diagnosi prenatale. Fratture della clavicola. Ipossia del bambino al momento del parto. Lesioni del plesso brachiale. Mancata effettuazione di manovre rianimatorie sul bambino. Mancata diagnosi di malformazioni fetali durante l’esecuzione di ecografie in epoca prenatale in tempo utile per effettuare l’interruzione di gravidanza. Chirurgia: errata esecuzione dell’intervento inefficacia dell’intervento comunicazioni incomplete sul consenso informato scarsa assistenza post-operatoria esecuzione di interventi inadeguati errata o mancata diagnosi patologica Gli errori più frequenti in tale ambito sono: •    Errata esecuzione di interventi chirurgici. •    Aderenze post-operatorie. •    Emboli, tromboembolie per mancata terapia anticoagulante. •    Errato approccio terapeutico alla patologia con esecuzioni di interventi non necessari alla risoluzione del problema. •    Garze e ferri chirurgici dimenticati in corpo dopo gli interventi. •    Infezioni post-operatorie. •    Lesioni di nervi, vasi, organi adiacenti, durante interventi chirurgici. •    Mancata diagnosi di patologie. •    Mancata informazione o mancata acquisizione del consenso informato. •    Mancata risoluzione del problema per il quale è stato programmato l’intervento. •    Scarsa assistenza nel post-operatorio. •    Suture (abnormi, tolte troppo precocemente). •    Lesioni durante le intubazioni oro-tracheali. Chirurgia Estetica: errata esecuzione dell’intervento Medicina Interna: errata o mancata diagnosi patologica errato approccio terapeutico Oculistica: infezioni contratte durante gli interventi errata esecuzione di interventi di cataratta e di correzione laser della miopia Infezioni durante l’esecuzione di interventi. Errata esecuzione di interventi di cataratta e di correzione laser della miopia. Errata esecuzione di iniezioni intravitreali. Colpevole ritardo nel trattamento di patologie oculari. Omessa prescrizione di controlli in fase post-operatoria Odontoiatria: mancato raggiungimento dei risultati sperati Oncologia: diagnosi ritardata dei tumori trattamento tumorale ritardato Interventi eccessivamente demolitivi rispetto alla diagnosi. Interventi incompleti, che rendono necessari nuovi interventi chirurgici. Perdita di chance di guarigione o di sopravvivenza per omessa o ritardata diagnosi. Prescrizione di accertamenti non idonei. Radio e chemioterapia effettuata con ritardo o in dosi non adatte. Ritardo nella diagnosi o nell’esecuzione delle terapie di trattamento. Ortopedia: errata diagnosi presso il Pronto Soccorso , errata esecuzione dell’intervento per la sintesi delle fratture, sopraggiungere di infezioni nosocomiali, mancata diagnosi dell’infarto del miocardio, errato approccio terapeutico per le fratture, Responsabilità della Struttura Ospedaliera Errata esecuzione di interventi chirurgici per la sintesi delle fratture. Infezione ospedaliera ed emorragie post-operatorie. Inserimento di protesi di dimensioni errate. Lesioni alle terminazioni nervose o al nervo motorio durante le operazioni all’ernia del disco. Lesioni al midollo spinale dovute alla non immobilizzazione della colonna vertebrale dopo una caduta. Mancato recupero della gamba per un intervento errato sui legamenti. Mancato riconoscimento di fratture. Presenza di infezioni nosocomiali dovute alla mancata sterilizzazione dei ferri di sala operatoria o scarsa igiene delle sale.
malasanita’

Errori Medici

       ORTOPEDIA

Errata o tardiva diagnosi malattie oncologiche

Interventi chirurgici eccessivamente invasivi o non necessari

Interventi chirurgici inefficaci perché non completi

Terapie oncologiche (chemioterapie, radioterapie, ecc) inadatte

GINECOLOGIA

Danni a madre o feto generati nelle operazioni di parto

Sofferenze fetali per tardivo ricorso a intervento cesareo

Diagnosi prenatali errate con conseguenze per il feto

Diagnosi ginecologiche errate con conseguenze per il feto

carenze organizzative nosocomiali delle strutture, che incidono sulla efficienza e sulla salubrità degli ambienti sanitari (cfr. infezioni), oppure sulla ripetizione di errori professionali (si pensi alla maggiore esposizione al rischio di sanitari costretti ad orari di lavoro eccessivamente onerosi);

Qualora una persona abbia riportato lesioni o problemi gravi a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo , in seguito ad interventi chirurgici o cure non adatte al tipo di patologia, derivanti dall’imperizia e della disattenzione di medici o personale infermieristico, può chiedere assistenza legale per far accertare le responsabilità di chi gli ha cagionato il danno

Ma come denunciare un caso di malasanità a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo , ed ottenere un giusto risarcimento?

 Denunciare un caso di malasanità ed ottenere un giusto risarcimento è un diritto di ogni cittadino ed un’occasione anche per far aumentare la vigilanza sull’operato dei medici e sulla loro efficienza. Infatti secondo le normative italiana i soggetti che hanno subito conseguenze da un errore medico Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo

 o i suoi eredi in caso di morte, possono agire contro la struttura sanitaria o il suo personale medico e paramedico, entro 10 anni dall’evento occorso ed hanno diritto al risarcimento danni e dal rimborso di tutte le spese a a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo

Per poter ottenere  il proprio risarcimento  di malasanità a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo ,

occorre avere tutta la documentazione sanitaria e le ricevute delle spese sostenute.

Cartelle cliniche,

certificati,

esami diagnostici

e qualsiasi altro documento da cui risulti sia la patologia che il danno derivante dall’intervento o dalla cura sbagliata sono fondamentali per poter verificare le effettive conseguenze imputabili ad errori medici e poter agire contro di essi.

Per fare il calcolo del danno biologico e determinare quindi l’entità del risarcimento danni ci si basa su tabelle elaborate da vari tribunali, in particolare sulla tabella del Tribunale di Milano.

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Offriamo assistenza medica e legale 

Analisi del caso – Perizia medico legale – Quantificazione dei danni – Pratiche di risarcimento

AVVOCATO MALASANITA’ MACERATA ANCONA PESARO  BOLOGNA  CON SEDE E STUDIO A BOLOGNA

negligenze / imperizie / imprudenze da parte di medici ed infermieri, talvolta nel corso di prestazioni (soprattutto diagnostiche) routinarie, senz’altro evitabili alla luce delle conoscenze scientifiche, delle linee guida e dei protocolli in vigore;

QUALI I SETTORI PIU’ ESPOSTI PER LA MASANITA’ ?

, ma non solo, sono generalmente i seguenti:

Anestesia;

Chirurgia generale ed estetica;

Ginecologia e ostetricia;

Oculistica;

Oncologia

Gli errori medici più comuni, invece, riguardano:

diagnosi errata o tardiva;

mancata esecuzione di esami che pregiudica lo stato di salute del paziente;

intervento chirurgico eseguito senza le opportune attenzioni del caso;

cattiva gestione della fase post-operatoria

AVVOCATO MALASANITA’ MACERATA ANCONA PESARO  BOLOGNA  CON SEDE E STUDIO A BOLOGNA

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 22 dicembre 2017 – 23 marzo 2018, n. 7248 – Presidente

Travaglino – Relatore Di Florio

Perviene poi all'affermazione che il venditore può essere chiamato a rispondere dei gravi difetti dell'opera non soltanto quando i lavori siano eseguiti in economia, ma anche nell'ipotesi in cui la realizzazione dell'opera è affidata a un terzo al quale non sia stata lasciata completa autonomia tecnica e decisionale, in quanto il venditore abbia mantenuto il potere di impartire direttive o di sorveglianza sullo svolgimento dell'altrui attività, sicchè anche in tali casi la costruzione dell'opera è a lui riferibile (Cass. 567/05; 2238/12). Giunge infine a sancire condivisibilmente che l'azione di responsabilità per rovina e difetti di cose immobili, prevista dall'art. 1669 cod. civ., può essere esercitata anche dall'acquirente nei confronti del venditore che risulti fornito della competenza tecnica per dare direttamente, o tramite il proprio direttore dei lavori, indicazioni specifiche all'appaltatore esecutore dell'opera'.
Perviene poi all’affermazione che il venditore può essere chiamato a rispondere dei gravi difetti dell’opera non soltanto quando i lavori siano eseguiti in economia, ma anche nell’ipotesi in cui la realizzazione dell’opera è affidata a un terzo al quale non sia stata lasciata completa autonomia tecnica e decisionale, in quanto il venditore abbia mantenuto il potere di impartire direttive o di sorveglianza sullo svolgimento dell’altrui attività, sicchè anche in tali casi la costruzione dell’opera è a lui riferibile (Cass. 567/05; 2238/12).
Giunge infine a sancire condivisibilmente che l’azione di responsabilità per rovina e difetti di cose immobili, prevista dall’art. 1669 cod. civ., può essere esercitata anche dall’acquirente nei confronti del venditore che risulti fornito della competenza tecnica per dare direttamente, o tramite il proprio direttore dei lavori, indicazioni specifiche all’appaltatore esecutore dell’opera’.

Svolgimento del processo

  1. P.G. ed C.A., in proprio ed in qualità di genitori esercenti la potestà sul minore S., evocarono in

giudizio,dinanzi al Tribunale di Catania, Ci.An. (ginecologo) e la Casa di Cura (OMISSIS) chiedendo il

risarcimento di tutti danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti a seguito della nascita del figlio, venuto alla

luce con grave sofferenza fetale e conseguente anossia da parto dalla quale aveva riportato un’invalidità pari

al 100%. Autorizzate le chiamate in causa delle compagnie di assicurazioni con le quali la Casa di Cura

aveva stipulato le polizze per la responsabilità civile, e deceduto, nelle more, il piccolo S., la domanda veniva

parzialmente accolta nei confronti di Ci.An., con condanna al pagamento della somma complessiva di Euro

1.170.000,00 in favore degli attori. Venivano, invece, rigettate le pretese da loro avanzate nei confronti della

Casa di Cura (omissis).

  1. Avverso la predetta sentenza è stato proposto appello principale da P.G. e C.A. e appello incidentale dalla

struttura sanitaria e dal Fallimento I.C., succeduto ad Ci.An., nel frattempo deceduto.

  1. La Corte d’Appello di Catania, rinnovata la consulenza tecnica d’ufficio, respingeva l’appello principale ed

accoglieva quello incidentale del Fallimento I.C., rigettando del tutto la domanda degli attori, con

compensazione delle spese di lite.

  1. I P. ricorrono per la cassazione della sentenza, affidandosi a quattro motivi di gravame.
Hanno resistito

sia la Generali Italia Spa, depositando anche memorie ex art. 378 c.p.c.; sia la curatela del Fallimento I.C.

che ha presentato altresì ricorso incidentale e ricorso incidentale condizionato.

Motivi della decisione

  1. Sul ricorso principale.

Con il primo motivo, proposto ex art. 360 n. 3 in relazione agli artt. 2, 13, 32 Cost. e 1223 c.c., i ricorrenti

deducono la violazione delle norme sul consenso informato: assumono, al riguardo, che pacifica l’assenza di

informazioni fornite alla paziente sui rischi connessi al trattamento terapeutico intrapreso, la Corte d’Appello

aveva reso, sulla specifica doglianza ed in presenza di circostanziata domanda, una motivazione ambigua,

meramente fondata sull’esclusione che dall’omessa informazione fossero derivate le drammatiche

conseguenze verificatesi, ascrivendole ad un “evento anomalo”.
Con il secondo motivo, proposto ex art. 360

  1. 5 cpc, i P. lamentano l’omesso esame (quale fatto decisivo per la soluzione della controversia ed oggetto

di discussione fra le parti) del nesso di causalità fra le conseguenze dannose della terapia farmacologica

somministrata ed il mancato consenso prestato, tenuto conto che era stato accertato che non era affatto

necessaria l’induzione farmacologica del parto, visto che la paziente era stata precesarizzata, e che,

pertanto, era normalmente preferibile ricorrere a parto cesareo elettivo; lamentano, al riguardo, che la Corte

aveva omesso di considerare che una corretta informazione avrebbe potuto mettere la C. in condizione di

scegliere di evitare il rischio delle conseguenze dannose poi verificatesi.

Con il terzo motivo, proposto ex art. 360 n. 5, i ricorrenti deducono l’omesso esame del rapporto fra gli effetti

indesiderati dell’ossitocina ed il distacco intempestivo di placenta, segnalato come possibile rischio perfino

dal “bugiardino” che accompagnava il farmaco utilizzato: assumevano, al riguardo, che tali prescrizioni,

riportate fedelmente nelle memorie istruttorie, non erano state adeguatamente valutate dalla Corte d’Appello.

Infine, con il quarto motivo, proposto ex art. 360 n. 5, i P. deducono l’omesso esame delle dichiarazioni

confessorie, rese dal Ci. in sede di interrogatorio formale, sia sulla mancata acquisizione del consenso della

paziente sia sulla tempistica del suo intervento; lamentano, altresì, che da tale omissione era derivato

l’immotivato maggior credito assegnato alle conclusioni cui era giunto il secondo collegio peritale nominato

dalla Corte rispetto a quelle dei CTU nominati nel corso del giudizio di primo grado.
2. Sul ricorso incidentale

e sul ricorso incidentale condizionato.
Con il primo motivo, il controricorrente Fallimento I.C., lamenta, ex art.

360 n. 3 cpc con riferimento all’art. 1223 c.c., la violazione dei principi in tema di consenso informato in

quanto la Corte d’Appello aveva omesso di statuire che l’obbligo di informazione riguardava soltanto i rischi

prevedibili e specifici rispetto a determinate scelte terapeutiche.
Con il secondo motivo, deduce, ex art. 360

  1. 3 cpc, la violazione e falsa applicazione di norme di diritto in relazione alla libertà delle forme prevista

dall’art. 1325 c.c., estendibile anche al consenso informato.
Con il ricorso incidentale condizionato, lamenta

altresì la violazione dell’art. 360 n. 3 cpc per violazione degli artt. 91 e 92 cpc.

  1. I motivi del ricorso principale sono tutti fondati ed assorbono sia il primo motivo di ricorso incidentale che quello incidentale condizionato.
    Con la prima censura, i ricorrenti, con chiaro riferimento al passaggio motivazionale della Corte d’Appello che (pag. 12) esclude sia il risarcimento del danno “in se” per la mancata acquisizione del consenso, sia l’esistenza del danno conseguente alla omessa informazione dei possibili rischi collegati (nel caso specifico) alla induzione farmacologica del parto, lamentano la violazione degli artt. 2,13,32 Cost. e dell’art. 1223 c.c.: al riguardo, precisato che la domanda era stata espressamente proposta in relazione ad entrambe le fattispecie (cfr. pag. 3 del ricorso, primo punto; pag. 11 della sentenza di primo grado; pag. 12 della sentenza impugnata sopra richiamata che ha respinto la domanda sul punto), si rileva che la Corte di Catania, pur statuendo che non era stata fornita adeguata informazione sui rischi esistenti né era stato acquisito un valido consenso della paziente in ordine alla terapia farmacologico/induttiva alla quale sarebbe stata sottoposta (pag. 9-10 ed 11 della sentenza impugnata), ha escluso, in relazione alla specifica domanda, la sussistenza della violazione del diritto all’autodeterminazione come fattispecie autonoma, nonché l’esistenza del nesso etiologico fra il trattamento cui C.A. era stata sottoposta (senza consenso) e la vicenda patologica che si era successivamente sviluppata.

Questa Corte intende dar seguito all’orientamento ormai consolidato ed i-ntrodotto ed espressamente confermato da un arresto coevo alla sentenza impugnata (cfr. Cass. 11950/2013) che ha riconosciuto l’autonoma rilevanza, ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria, della mancata prestazione del consenso da parte del paziente, e che ha espressamente ritenuto, così come del resto già argomentato dal Tribunale di Catania, che “la violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente, può causare due diversi tipi di danni: un danno alla salute, sussistente quando sia ragionevole ritenere che il paziente, su cui grava il relativo onere probatorio, se correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti; nonché un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in se stesso, il quale sussiste quando, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (ed, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute”. (cfr. ex multis Cass. civ. 2854/2015; Cass. civ. 24220/2015; Cass. 24074/2017; Cass. 16503/2017).

Ciò è a dirsi nell’ottica della legittima pretesa, per il paziente, di conoscere con la necessaria e ragionevole precisione le conseguenze dell’intervento medico, onde prepararsi ad affrontarle con maggiore e migliore consapevolezza, atteso che la nostra Costituzione sancisce il rispetto della persona umana in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua essenza psicofisica, in considerazione del fascio di convinzioni morali, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive (Cass. n. 21748/2007; Cass. 23676/2008, in tema di trasfusioni salvavita eseguite al testimone di Geova contro la sua volontà).

Ad una corretta e compiuta informazione consegue, difatti:
a. il diritto, per il paziente, di scegliere tra le diverse opzioni di trattamento medico;
b. la facoltà di acquisire, se del caso, ulteriori pareri di altri sanitari;
c. la facoltà di scelta di rivolgersi ad altro sanitario e ad altra struttura, che offrano maggiori e migliori garanzie (in termini percentuali) del risultato sperato, eventualmente anche in relazione alle conseguenze post-operatorie;
d. il diritto di rifiutare l’intervento o la terapia – e/o di decidere consapevolmente di interromperla;
e. la facoltà di predisporsi ad affrontare consapevolmente le conseguenze dell’intervento, ove queste risultino, sul piano postoperatorio e riabilitativo, particolarmente gravose e foriere di sofferenze prevedibili (per il medico) quanto inaspettate (per il paziente) a causa dell’omessa informazione.
Possono, pertanto, prospettarsi le seguenti situazioni:
1. omessa/insufficiente informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta colposa del medico, a cui il paziente avrebbe in ogni caso scelto di sottoporsi nelle medesime condizioni, hic et nunc: in tal caso, il risarcimento sarà limitato al solo danno alla salute subito dal paziente, nella sua duplice componente, morale e relazionale (sul punto, Cass. 901/2018);
2. omessa/insufficiente informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi: in tal caso, il risarcimento sarà esteso anche al danno da lesione del diritto all’autodeterminazione del paziente;
3. omessa informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta non colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi: in tal caso, il

risarcimento, sarà liquidato con riferimento alla violazione del diritto alla autodeterminazione (sul piano puramente equitativo), mentre la lesione della salute – da considerarsi comunque in relazione causale con la condotta, poiché, in presenza di adeguata informazione, l’intervento non sarebbe stato eseguito – andrà valutata in relazione alla situazione differenziale tra quella conseguente all’intervento e quella (comunque patologica) antecedente ad esso;
4. omessa informazione in relazione ad un intervento che non ha cagionato danno alla salute del paziente (e che sia stato correttamente eseguito): in tal caso, la lesione del diritto all’autodeterminazione costituirà oggetto di danno risarcibile tutte le volte che, e solo se, il paziente abbia subito le inaspettate conseguenze dell’intervento senza la necessaria e consapevole predisposizione ad affrontarle e ad accettarle, trovandosi invece del tutto impreparato di fronte ad esse.
Condizione di risarcibilità (in via strettamente equitativa) di tale tipo di danno non patrimoniale è che esso varchi la soglia della gravità dell’offesa secondo i canoni delineati dagli arresti di questa Corte (cfr Cass. SSUU 26972/2008 e Cass. 26975/2008) con i quali è stato condivisibilmente affermato che il diritto, per essere oggetto di tutela risarcitoria, deve essere inciso oltre un certo livello minimo di tollerabilità, da determinarsi dal giudice nel bilanciamento con il principio di solidarietà secondo il parametro costituito dalla coscienza sociale in un determinato momento storico.
Ne consegue, in definitiva, che il risarcimento del danno da lesione del diritto di autodeterminazione che si sia verificato per le non imprevedibili conseguenze di un atto terapeutico, necessario e correttamente eseguito secundum legem artis, ma tuttavia effettuato senza la preventiva informazione del paziente circa i suoi possibili effetti pregiudizievoli e dunque senza un consenso consapevolmente prestato, potrà conseguire alla allegazione del pregiudizio, la cui prova potrà essere fornita anche mediante presunzioni (cfr. Cass. 16503/2017), fondate, in un rapporto di proporzionalità inversa, sulla gravità delle condizioni di salute del paziente e sul grado di necessarietà dell’operazione.
Ne consegue che l’indagine potrà estendersi ad accertare se il paziente avrebbe rifiutato quel determinato intervento ove fosse stato adeguatamente informato (Cass. civ. Sez. III, Sent., 9-2-2010, n. 2847); ovvero se, tra il permanere della situazione patologica in atti e le conseguenze dell’intervento medico, avrebbe scelto la prima situazione; o ancora, se, debitamente informato, avrebbe vissuto il periodo successivo all’intervento con migliore e più serena predisposizione ad accettarne le eventuali quanto inaspettate conseguenze e sofferenze.
Ci si trova, pertanto, in un territorio (e in una dimensione probatoria) che impone al giudice di interrogarsi se il corretto adempimento, da parte del medico, dei suoi doveri informativi avrebbe prodotto l’effetto della non esecuzione dell’intervento chirurgico dal quale, anche senza colpa di alcuno, lo stato patologico è poi derivato, ovvero avrebbe consentito al paziente la necessaria preparazione ad affrontare il periodo post- operatorio nella piena e necessaria consapevolezza di tutte le sue possibili conseguenze.
La Corte d’Appello, pertanto, è incorsa in errore in quanto, dopo aver ammesso l’esistenza della violazione denunciata, ha riformato la sentenza sullo specifico punto, respingendo le pretese risarcitorie avanzate.
E, in relazione alla domanda dei P. concernente la rifusione dei pregiudizi alla salute conseguenti sia alla mancata informazione dei rischi collegati alla induzione farmacologica del parto (trattandosi di paziente precesareizzata) sia al dedotto ritardo con il quale il prof. Ci. intervenne, la Corte ritiene che siano fondati anche gli altri tre motivi del ricorso, che possono essere esaminati congiuntamente in ragione del fatto che denunciano, sia pur sotto plurimi aspetti, il medesimo vizio di omesso esame di fatti decisivi per il giudizio. Dall’esame della motivazione resa, infatti, emerge che la Corte d’Appello, ha omesso completamente di valutare:
1. con riferimento al secondo ed al terzo motivo del ricorso, i documentati effetti collaterali del farmaco somministrato, affermando – con adesione ugualmente immotivata alla CTU rinnovata dinanzi a se e senza alcun esame controfattuale di quelle espletate dinanzi al primo giudice – che l’unico rischio ipotizzabile per l’uso dell’ossitocina consisteva nella “rottura dell’utero” che non si era verificata, visto che l’anossia del bambino doveva essere ascritta al distacco di placenta, affermando che tale evento è quello che, “di regola” si verifica più frequentemente: su tale omissione si era fondato il rigetto della domanda relativa al risarcimento dei danni conseguenza dell’omesso consenso alla terapia farmacologica che aveva ritardato il parto cesareo;
2. con riferimento al quarto motivo del ricorso, le dichiarazioni confessorie del Ci. relative all’ora di inizio del taglio cesareo a fronte dell’ora di “rottura delle acque” ed alla durata temporale della sua assenza di circa tre ore; ed ha aderito immotivatamente alla CTU rinnovata rispetto a quelle svolte nel giudizio di primo grado attraverso le quali era stata ricostruita la tempistica degli interventi, tenendosi conto

sia della documentazione prodotta che dell’esito dell’interrogatorio formale del Ci..
Circa il ricorso incidentale

proposto dal Fallimento I.C., si osserva che il primo motivo rimane assorbito, così come i motivi di ricorso

incidentale condizionato, dall’accoglimento dei motivi di ricorso principale.

Il secondo motivo è, invece, infondato.

Questa Corte ha escluso la validità del consenso prestato verbalmente affermando, con orientamento al

quale questo Collegio intende dare seguito, che: “In tema di attività medico-chirurgica, il medico viene meno

all’obbligo di fornire idonea ed esaustiva informazione al paziente, al fine di acquisirne un valido consenso,

non solo quando omette del tutto di riferirgli della natura della cura prospettata, dei relativi rischi e delle

possibilità di successo, ma anche quando ne acquisisca con modalità improprie il consenso, sicché non può

ritenersi validamente prestato il consenso espresso oralmente dal paziente”. (Cass. 19212/2015).
E, in

ordine alle forme da utilizzare, è stato pure ritenuto che “In tema di attività medico-chirurgica, il consenso

informato deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata

ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili

conseguenze negative, non essendo all’uopo idonea la sottoscrizione, da parte del paziente, di un modulo

del tutto generico, né rilevando, ai fini della completezza ed effettività del consenso, la qualità del paziente,

che incide unicamente sulle modalità dell’informazione, da adattarsi al suo livello culturale mediante un

linguaggio a lui comprensibile, secondo il suo stato soggettivo ed il grado delle conoscenze specifiche di cui

dispone” (Cass. 2177/2016).

In conclusione, la sentenza deve essere cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Catania che dovrà

riesaminare la controversia alla luce dei seguenti principi di diritto:
1. “In materia di responsabilità per attività

medico-chirurgica, l’acquisizione di un completo ed esauriente consenso informato del paziente, da parte del

sanitario, costituisce prestazione altra e diversa rispetto a quella avente ad oggetto l’intervento terapeutico,

dal cui inadempimento può derivare – secondo l’id quod plerumque accidit – un danno costituito dalle

sofferenze conseguenti alla cancellazione o contrazione della libertà di disporre, psichicamente e

fisicamente, di se stesso e del proprio corpo, patite dal primo in ragione della sottoposizione (come nella

specie) a terapie farmacologiche ed interventi medico – chirurgici collegati a rischi dei quali non sia stata data

completa informazione. Tale danno, che può formare oggetto, come nella specie, di prova offerta dal

paziente anche attraverso presunzioni e massime di comune esperienza, lascia impregiudicata tanto la

possibilità di contestazione della controparte quanto quella del paziente di allegare e provare fatti a sé ancor

più favorevoli di cui intenda giovarsi a fini risarcitori (in argomento, di recente, Cass. 26827/2017)”.
2. “L’art.

360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., riformulato dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7

agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo

all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza

o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, tale

che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia.

Tale vizio presuppone che un esame della questione oggetto di doglianza vi sia pur sempre stato da parte

del giudice di merito, ma che esso sia affetto dalla totale pretermissione di uno o più specifici fatti storici,

oppure che si sia tradotto nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella

“motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione

perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, priva di un riscontro completo con le emergenze istruttorie

sottoposte al riesame del giudice d’appello”.

La Corte di rinvio dovrà altresì provvedere in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

P .Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso principale; dichiara assorbito il primo motivo di ricorso incidentale e rigetta il

secondo motivo; dichiara altresì assorbito il ricorso incidentale condizionato; cassa la sentenza impugnata e

rinvia la controversia per nuovo esame alla Corte d’Appello di Catania in diversa composizione anche per la

statuizione in ordine alle spese del giudizio di legittimità.[wpforms id=”21592″]

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BANCAROTTA FRAUDOLENTA PERCHE’ SONO PROCESSI COMPLESSI ? AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA MILANO VICENZA PADOVA TREVISO RAVENNA FORLI CESENA

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inoltre  le pene sono molto alte e la prescrizione lunga
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CREDO SIA  UNO DEI PROCESSI PIU’ COMPLESSI RICHIEDE CONOSCENZE GIURIDICHE CONTABILI E OCCORRE FARE MOLTA ATTENZIONE ALLA RELAZIONE DEL CURATORE

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La prosecuzione dell’attività a mezzo di altre società ‘cloni’ ed a mezzo di prestanomi ha determinato un pregiudizio per gli interessi del fisco e dei creditori, nonché il reimpiego del provento dei reati di cui ai capi b) e c), pienamente integranti il delitto di autoriciclaggio, in assenza della causa di esclusione della punibilità ex art. 648 ter.1 c.p. 4.4.3.

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La circostanza, poi, che trattasi nella fattispecie di distrazione prefallimentare, essendo stata l’attività illecita posta in essere nel 2016, due anni prima circa della dichiarazione di fallimento, non determina l’insussistenza del reato presupposto e conseguentemente dell’autoriciclaggio, contrariamente a quanto sostenuto in un orientamento di questa Corte (cfr. Sez. 2, n.23052 del 23/04/2015, Rv. 264040). Al riguardo, sebbene il momento consumativo del reato di bancarotta fraudolenta prefallimentare, debba identificarsi con il momento in cui interviene la sentenza dichiarativa di fallimento e non con le singole condotte distrattive precedenti a tale declaratoria (ex plurimis Sez. 5, n. 45288 dell’ 11/05/2017, Rv. 271114; Sez. 5, n. 572 del 16/11/2016, Rv. 268600; Sez. 5, n. 26548 del 2014), tutt avia, come già evidenziato per i delitti di ricettazione e riciclaggio, anche il delitto di autoriciclaggio deve ritenersi configurabile nell’ipotesi di distrazioni fallimentari compiute prima della dichiarazione di fallimento, in tutti i casi in cui tali distrazioni erano ‘ah origine’ qualificabili come appropriazione indebita, ai sensi dell’art. 646 cod. pen. (Sez. 2, n. 33725 del 19/04/2016, Dessì, Rv. 267497; Sez. 5, n. 572 del 16/11/2016, Rv. 268600), in considerazione del rapporto in cui si trovano il delitto di appropriazione indebita (aggravata ai sensi dell’art. 61 n. 11 cod. pen., in considerazione delle qualità dei soggetti agenti; e quindi all’epoca dei fatti anche procedibile d’ufficio) e il delitto di bancarotta patrimoniale, in ragione del quale il secondo assorbe il primo (ai sensi dell’art. 84 cod. pen., divenendo l’appropriazione un elemento costitutivo della bancarotta: così Sez. 5, n. 2295 del 03/07/2015, Marafioti, Rv. 266018), quando la società, a danno della quale l’agente ha realizzato la condotta appropriativa (che diviene distrattiva), venga dichiarata fallita secondo una evidente progressione criminosa.

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Peraltro- è stato anche affermato – che ai fini della configurabilità del reato di riciclaggio, non si richiedono l’esatta individuazione e l’accertamento giudiziale del delitto presupposto, essendo sufficiente che lo stesso risulti, alla stregua degli elementi di fatto acquisiti ed interpretati secondo logica, almeno astrattamente configurabile (Sez. 6, n. 28715 del 15/02/2013, Alvaro, Rv. 257206). 4.4.4. In ogni caso, con riguardo al delitto di autoriciclaggio- è stato anche evidenziato- come esso, pur essendo a consumazione istantanea, sia un reato a forma libera e può anche atteggiarsi a reato eventualmente permanente, quando il suo autore lo progetti e lo esegua con modalità frammentarie e progressive (Sez. 2, n. 29611 del 27/04/2016 Rv. 267511; Sez. 2, n. 33725 del 19/04/2016, Rv. 267497), tanto che può atteggiarsi anche nelle forme del reato eventualmente permanente (Sez. 2 n. 34511 del 29/04/2009, Rv. 246561), come si verifica nel caso di una pluralità di condotte attuate in un medesimo contesto fattuale e con riferimento a un medesimo oggetto, in cui è pertanto configurabile un unico reato a formazione progressiva che viene a cessare con l’ultima delle operazioni poste in essere (Sez. 2 n. 52645 del 20/11/2014, Rv. 261624). La fattispecie in esame ben può attagliarsi anche a tale situazione, atteso che l’utilizzo dei beni distratti dalla società fallita è avvenuta, anche oltre la data del fallimento della Z&H s.r.I., quantomeno sino alla data del sequestro. 5. Alla luce di tutto quanto evidenziato, pertanto, il ricorso va respinto ed il ricorrente va condannato al pagamento delle spese processuali

BANCAROTTA AVVOCATO ESPERTO
BANCAROTTA AVVOCATO ESPERTO

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE – SENTENZA 14 gennaio 2020, n.1203 – 

 

RITENUTO IN FATTO 1. Con ordinanza del 13.7.2019 il Tribunale del riesame di Palermo ha confermato il decreto di sequestro preventivo emesso dal G.I.P del Tribunale di Termini Imerese in data 24.06.2019 con riferimento al capitale sociale della H & Y s.r.l. del valore nominale di euro 10.000,00 di cui risulta socio unico il ricorrente Hu Shaojing, configurandosi a suo carico il fumus dei reati di concorso quale extraneus nella bancarotta fraudolenta documentale e per dissipazione, e comunque, per distrazione dei beni della fallita Z&H s.r.l. ex art. 216, primo comma, n. 1 e 2, 219 commi 1 e 2 e 223 comma 1 L.Fall., nonché di cui agli artt. 110 e 11 D.Lgvo n. 74/2000 e di concorso nel reato di cui all’art. 648 ter.1 c.p.. 1.1. Secondo quanto è dato evincere nella premessa del provvedimento impugnato, l’indagato – socio unico della H&Y s.r.l. costituita il 19 maggio 2016, in concorso con altri soggetti, tra cui gli amministratori di diritto della fallita. e gli amministratori concorrenti estranei delle società New Star, Y&H2 – avrebbe contribuito a determinare il fallimento della società Z&H s.r.I., distraendone il patrimonio della stessa, attraverso la creazione di altre società (e tra queste appunto la H&Y) allo scopo di dividere i beni della fallita (sfruttando anche l’avviamento e gli utili pari ad almeno euro 3.183.016, come riportati nella dichiarazione dei redditi dell’anno 2016, continuando a svolgere la medesima attività commerciale nelle medesime sedi), in pregiudizio ai creditori della Z&H, rimettendo in tal modo in circolazione e investendo anche i proventi dei commessi delitti. 2.

RICETTAZIONE ? ACQUISTO PER SE DI ANABOLIZZANTI

Avverso la suddetta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione Hu Shaojing, a mezzo del suo difensore di fiducia, lamentando: -con il primo motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo comma, lett. b), in relazione alla violazione dell’art. 11 del d.lgs. 74/2000 e dell’art 321 c.p.p.; invero, il reato di cui all’art. 11 D.Igs n. 74/2000 è un reato proprio, che può essere commesso solo ed esclusivamente dal contribuente obbligato, con equiparazione degli amministratori di fatto di una società a quelli di diritto; diversa è la situazione del ricorrente, ritenuto concorrente extraneus al delitto, non avente alcun rapporto od altro tipo di legame con gli amministratori di diritto della Z & H s.r.I.; in ogni caso, quel che rileva nella fattispecie in questione, è la fraudolenza dell’atto, ossia quel comportamento che quand’anche formalmente lecito risulti connotato da elementi di inganno o di artificio, consistente in uno stratagemma tendente a sottrarre le garanzie patrimoniali all’esecuzione; ai fini della configurabilità del reato non è, dunque, sufficiente la semplice idoneità dell’atto ad ostacolare l’azione di recupero del bene da parte dell’erario, essendo necessario il compimento di atti che si caratterizzino per la loro natura simulatoria o fraudolenta, mentre tra le condotte di sottrazione contestate all’indagato difettano non soltanto negozi giuridici simulati, ma anche atti fraudolenti; -con il secondo motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606, primo comma, lett. b), c.p.p. in riferimento alla violazione dell’art 321 comma 1 c.p.p. c.p.p.; invero, il provvedimento impugnato ha confermato il sequestro preventivo ex art 321, comma 1, c.p.p. disposto per tutti i reati ed, in particolare, per il reato di bancarotta fraudolenta per la distrazione dei rami di azienda in favore di altre società e l’ammontare dei presunti utili distratti, ma non ha individuato la quota di utili che sarebbe stata assegnata a ciascuna società e specificamente alla H&Y; il valore del sequestro preventivo disposto nei confronti di ciascun indagato è di gran lunga superiore al valore delle presunte quote distrattive contestate; -con il terzo motivo, la ricorrenza del vizio di cui all’art 606, primo comma, lett. b), c.p.p. in riferimento all’art.648 ter.1 c.p.; invero, l’ordinanza impugnata è viziata da violazione di legge circa il giudizio di gravità indiziaria per il delitto di autoriciclaggio, considerato che le condotte integratrici di quest’ultimo sono le stesse contestate con riguardo al reato di bancarotta, senza l’individuazione di alcuna attività dissimulatoria ulteriore; il fumus del reato in questione emerge esclusivamente in base al fatto che i beni e le utilità provenienti dalla società fallita sarebbero confluiti in altre realtà imprenditoriali caratterizzate da normale operatività, senza individuare un quid pluris che al di là del riutilizzo del denaro in altre attività sia indice di una particolare idoneità dissimulatoria rispetto all’origine del denaro.

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CONSIDERATO IN DIRITTO Il ricorso non merita accoglimento. 1.Giova premettere che il ricorso per cassazione contro le ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo, o probatorio, è ammesso solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere, sia gli ‘errores in iudicando’ o ‘in procedendo’, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argonnentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante, o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e, quindi, inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. 5, 13/10/2009, n. 43068; Sez. Un., n. 25932 del 29/05/2008). In particolare, in sede di riesame del provvedimento di sequestro , il Tribunale è chiamato a verificare l’astratta configurabilità del reato ipotizzato, valutando il ‘fumus commissi delicti’, in relazione alla congruità degli elementi rappresentati, non già nella prospettiva di un giudizio di merito sulla fondatezza dell’accusa, ma con riferimento alla idoneità degli elementi su cui si fonda la notizia di reato a rendere utile l’espletamento di ulteriori indagini per acquisire prove certe o ulteriori del fatto, non altrimenti esperibili senza la sottrazione del bene all’indagato o il trasferimento di esso nella disponibilità dell’autorità giudiziaria (Sez. 3, n.15254 del 10/03/2015,Rv. 263053). Nell’ambito di tale cornice valutativa deve ritenersi come il provvedimento impugnato – con il quale, è stata rigettata la richiesta di riesame avanzata dall’indagato avverso il decreto di sequestro preventivo del 24.6.2019 – non meriti alcuna censura a fronte delle deduzioni infondate effettuate in ricorso. 2.

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Il primo motivo di ricorso, in merito alla inconfigurabilità nei confronti dell’indagato del reato di cui all’art. 11 del d.lgs. 74/2000 si presenta infondato. Ed invero, per quanto concerne la natura di ‘reato proprio’ della fattispecie in questione- potendo essere commessa, a dispetto dell’incipit ‘chiunque’, solo dal contribuente- tale doglianza non coglie nel segno, atteso che all’indagato risulta contestato il concorso quale extraneus nel reato in questione, del tutto ammissibile, laddove il concorrente estraneo abbia apportato un contributo causale, rilevante e consapevole, alla realizzazione dell’evento. Nel caso in esame la condotta addebitata al ricorrente è stata appunto quella di aver consentito, attraverso la costituzione della H & Y s.r.I., ricoprendo la carica di amministratore di essa ed essendo socio unico di essa, la dissipazione o distrazione dei beni della Z & H s.r.I., in parte confluiti nella nuova società (compresi l’avviamento, e gli utili), avente sede operativa proprio presso il centro commerciale di Siracusa, ove appunto vi era uno degli esercizi della società fallita ed avendo iniziato ad operare con la cessazione di fatto dell’operatività della fallita; peraltro, la società H&Y risulta essere subentrata nel contratto di affitto della società fallita già nell’ottobre 2016, benchè la Z & H abbia cessato formalmente la propria attività solo nel 2017, dato questo sintomatico di un programma criminale comune, in data antecedente alla cessazione dell’attività da parte della società fallita. 2.1. Per quanto concerne, poi, l’elemento materiale del reato- consistente nell’alienazione simulata, o nel compimento di altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni, idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva- del pari il Tribunale del riesame, nel condividere l’impostazione del G.I.P., ha dato esaurientemente conto del fumus di esso, laddove ha evidenziato come la complessiva operazione di svuotamento della Z&H s.r.l. ed il trasferimento di fatto di tutti i beni materiali ed immateriali ad altre società, tra cui la H&Y s.r.I., conferendo, dunque, l’intero patrimonio a più nuovi soggetti, ben rientra nel concetto di atti fraudolenti, idonei a mettere in pericolo l’azione di recupero da parte dell’erario. 2.2. Con tale valutazione il Tribunale ha fatto corretta applicazione dei principi più volte affermati da questa Corte, secondo cui il delitto previsto dall’art. 11 d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, è reato di pericolo, integrato dal compimento di atti simulati o fraudolenti volti a occultare i propri o altrui beni, idonei – secondo un giudizio ‘ex ante’ che valuti la sufficienza della consistenza patrimoniale del contribuente rispetto alla pretesa dell’Erario – a pregiudicare l’attività recuperatoria dell’amministrazione finanziaria (Sez. 3, n. 46975 del 24/05/2018, Rv. 274066; Sez. 3, n. 15133 del 17/11/2017, Rv. 272505). La fraudolenza dell’attività compiuta deve essere apprezzata, poi, nella fattispecie in esame, in relazione non solo alla lesione di un diritto altrui, per effetto della riduzione del patrimonio del debitore che rende più difficoltosa l’azione di recupero dell’erario, ma anche per il fatto che il pregiudizio arrecato non risulta essere immediatamente tracciabile e comunque percepibile, come più volte evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità. Inoltre, risulta essere pienamente configurabile il concorso tra il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e quello di bancarotta fraudolenta per distrazione, alla luce della diversità del soggetto-autore degli illeciti (nel primo caso, tutti i contribuenti, nel secondo, soltanto gli imprenditori falliti) e del differente elemento psicologico tra i reati (rispettivamente, dolo specifico e dolo generico) (Sez. 5, n. 35591 del 20/06/2017, Rv. 270810). Sulla stessa linea è stato condivisibilmente rilevato che è configurabile il concorso tra il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e quello di bancarotta fraudolenta per distrazione, atteso che le relative norme incriminatrici non regolano la ‘stessa materia’ ex art.15 cod. pen., data la diversità del bene giuridico tutelato (interesse fiscale al buon esito della riscossione coattiva, da un lato, ed interesse della massa dei creditori al soddisfacimento dei propri diritti, dall’altro), della natura delle fattispecie astratte (di pericolo quella fiscale, di danno quella fallimentare) e dell’elemento soggettivo (dolo specifico quanto alla prima, generico quanto alla seconda) ( Sez. 3, Sentenza n. 3539 del 20/11/2015, Rv. 266133 — 01). 3. Manifestamente infondato si presenta il secondo motivo di ricorso in merito alla mancata individuazione della quota di utili che sarebbe stata assegnata dalla fallita Z & H s.r.l. a ciascuna società, tra cui la H&Y s.r.I., ed al valore del sequestro preventivo disposto nei confronti di ciascun indagato, da ritenersi di gran lunga superiore al valore delle presunte quote distrattive contestate. In proposito, deve evidenziarsi come il provvedimento impugnato abbia compiutamente evidenziato -senza alcuna seria contestazione sul punto- che tutto il patrimonio della Z&H s.r.I., tra cui i rami di azienda, l’avviamento e gli utili riportati nella dichiarazione dei redditi del 2016- pari ad almeno euro 3.183.016,00- siano confluiti nelle nuove società costituite, sicchè la mancata esatta indicazione della percentuale confluita nella H&Y s.r.l. non appare significativa, a fronte del disposto sequestro ‘del capitale sociale’ della società pari ad appena euro 10.000,00. 4. Con il terzo motivo di ricorso, l’indagato lamenta la violazione di legge con riferimento al giudizio di gravità indiziaria, relativo al delitto di autoriciclaggio, adducendo in proposito un indirizzo di questa Corte, secondo cui non integra la condotta di autoriciclaggio il mero trasferimento di somme oggetto di distrazione fallimentare a favore di imprese operative, occorrendo a tal fine un ‘quid pluris’ denotante l’attitudine dissimulatoria della condotta rispetto alla provenienza delittuosa del bene (Sez. 5, n. 8851 dell’ 01/02/2019, Rv. 275495). Il riferimento all’indirizzo indicato, al fine di escludere la ricorrenza nella fattispecie del delitto di autoriciclaggio, in concorso con il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, si presenta del tutto infondato, non tenendo conto, né della concreta vicenda in esame, né del contesto nel quale sono stati espressi i principi suddetti. 4.1. In proposito, occorre innanzitutto premettere che non si ritiene sussistano ragioni od elementi ostativi a che il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione concorra, in qualità di reato presupposto, con il delitto di autoriciclaggio di cui all’art. 648 ter.1 c.p., in presenza ovviamente di tutti gli elementi costitutivi di tale ultima fattispecie, e ciò sia nel caso di bancarotta per distrazione post fallimentare che in quella prefallimentare, per quanto si evidenzierà in relazione alla fattispecie in esame. Il reato di autoriciclaggio introdotto nel nostro ordinamento dall’art. 3 della legge 15 dicembre 2014, n. 186, accanto ai delitti di riciclaggio (art. 648 bis ) e di impiego di denaro beni o utilità di provenienza illecita (648 ter), punisce chiunque’ avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa’. La previsione di cui al primo comma dell’art. 648 ter.1 c.p. deve essere letta, poi, in relazione alla precisazione di cui al successivo quarto comma, secondo cui ‘fuori dei casi di cui ai commi precedenti, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale’. 4.2. Le condotte del reato in questione – introdotto con la finalità di colmare il vuoto determinato dalle fattispecie di riciclaggio, punendo anche l’autoriciclatore e colui che abbia concorso nel delitto presupposto – sono innanzitutto l’impiegare, il sostituire e il trasferire il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione del delitto presupposto in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative (e per nozione di attività economica o finanziaria occorre far riferimento agli artt. 2082, 2135 e 2195 cod. civ., ricomprendendo non solo l’attività produttiva in senso stretto, ossia a quella diretta a creare nuovi beni o servizi, ma anche a quella di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, nonché ad ogni altra attività che possa rientrare in una di quelle elencate nelle menzionate norme del codice civile, cfr. Sez. 2, n. 33076 del 14/07/2016, Rv. 267693), ossia in sostanza la reimmissione delle utilità provenienti ex delicto nei canali economici legali. Ciò però non è sufficiente, perché la ratio di colpire le condotte, successive a quelle costituenti il delitto presupposto, attraverso le quali il reo reimmette il provento del precedente reato in attività economiche, deve coniugarsi necessariamente con gli ulteriori elementi caratterizzanti la fattispecie e segnatamente con la clausola modale, che figura immediatamente accanto alle condotte (‘ossia in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa’), e con la causa di non punibilità espressa al comma 4 della norma citata. Attraverso la clausola modale in questione, invero, è possibile ulteriormente circoscrivere il comportamento rilevante ai fini dell’integrazione della fattispecie, perimetrando le condotte punibili nell’ambito di quei comportamenti che, seppur non riconducibili allo schema degli artifici o dei raggiri, manifestano, comunque, la loro capacità di rendere obiettivamente difficoltosa l’individuazione dell’origine delittuosa dei proventi.

L’utilizzo dell’avverbio ‘concretamente’ non solo rimanda ad un accertamento oggettivo della idoneità del comportamento a creare un ostacolo, ma implica anche una valutazione del caso specifico, demandando al giudice il compimento di una valutazione basata sulla considerazione di tutti i fattori dai quali desumere l’attitudine della condotta a creare l’ostacolo dell’identificazione della provenienza delittuosa dei beni (cfr. sul punto, Sez. 2 , n. 36121 del 24/05/2019, Rv. 276974, secondo cui ai fini dell’integrazione del reato di autoriciclaggio non occorre che l’agente ponga in essere una condotta di impiego, sostituzione o trasferimento del denaro, beni o altre utilità che comporti un assoluto impedimento alla identificazione della provenienza delittuosa degli stessi, essendo, al contrario, sufficiente una qualunque attività, concretamente idonea anche solo ad ostacolare gli accertamenti sulla loro provenienza). Inoltre, le suddette attività devono essere considerate in relazione al fatto che la mera utilizzazione od il godimento personale non sono punibili. Invero, l’ipotesi di non punibilità di cui all’art. 648-ter.1, comma quarto, cod. pen.- a termine della quale le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità non devono essere destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale- riguarda l’ipotesi in cui l’agente utilizzi o goda dei beni provento del delitto presupposto in modo diretto e senza compiere su di essi alcuna operazione atta ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa (cfr. Sez. 2, n. 13795 del 07/03/2019, Rv. 275528) ed è perciò non punibile. Tutti gli elementi indicati, letti singolarmente e valutati nel loro complesso, danno conto in definitiva della creazione di una fattispecie di reato plurioffensiva (in quanto ‘consolida la lesione del patrimonio della vittima del reato presupposto, ma lede anche l’amministrazione della giustizia e l’economia pubblica nel suo insieme’), che si affranca dalla categoria del post factum non punibile, e che correttamente interpretata esclude in sé la violazione del principio del ne bis in idem sostanziale. 4.3. In tale ottica, dunque, vanno lette le pronunce di questa Corte, richiamate dal ricorrente, circa la non configurabilità della condotta di autoriciclaggio, attraverso il mero trasferimento di somme oggetto di distrazione fallimentare, a favore di imprese, poiché effettivamente ciò non basta, occorrendo l’attitudine dissimulatoria della condotta rispetto alla provenienza delittuosa del bene (Sez. 5, n. 38919 del 05/07/2019, Rv. 276853). Nella sostanza ciò vuol dire che per configurare, accanto alla bancarotta per distrazione dei beni dell’impresa, poi fallita, o del loro ricavato a finalità estranee all’impresa medesima, anche il delitto di autoriciclaggio non basta il mero impiego di quegli stessi beni in attività imprenditoriali, ma occorrono pure gli ulteriori elementi specificamente descritti dai commi primo e quarto dell’art. 648 ter.1 c.p. 4.4. Nella fattispecie in esame ricorre il fumus di entrambi i reati suddetti, ossia della bancarotta fraudolenta per distrazione dei beni della Z&H s.r.l. e di autoriciclaggio di tali beni da parte dell’indagato, Hu Shaoijng, concorrente extraneus nel reato presupposto di bancarotta. 4.4.1. Per quanto concerne la bancarotta fraudolenta per distrazione, correttamente il Tribunale ha evidenziato che la Z&H s.r.I., avente esercizi commerciali in Bagheria, Palermo, Siracusa, dichiarata fallita con sentenza n. 8/2018 del 26.3.2018, su istanza presentata dai lavoratori dipendenti 7 quando ancora non palesava crisi, provvedeva nel 2016 alla distrazione dei suoi beni, tra cui l’avviamento e gli utili per almeno 3.0000.000 di euro circa, costituendo in accordo, con concorrenti estranei, più società, aventi sede negli esercizi commerciali della stessa Z&H. La neo costituita H&Y s.r.I.- avente quale amministratore e socio unico Hu Shaoijng nella quale sono confluiti in parte i beni distratti dalla fallita, con prosecuzione della medesima attività sotto altro nome, risulta subentrata nel contratto di affitto della Z&H s.r.l. già nell’ottobre 2016, benchè quest’ultima abbia cessato formalmente la propria attività solo nel 2017. Inoltre, la H&Y s.r.l. risulta avere il capitale sociale di 10.000,00 euro, ma non risulta aver mai beneficiato dei crediti concessi dalle banche e società finanziarie, ha quale socio unico l’indagato- soggetto privo di redditi sufficienti ad intraprendere una qualsiasi attività commerciale- e, comunque, già disponeva all’atto dell’avvio di un complesso di beni aziendali, in quanto nel suo anno di costituzione effettuava acquisti per soli euro 816,00. Tali elementi danno conto sufficientemente della condotta distrattiva posta in essere dagli amministratori della Z&H s.r.I., in concorso con l’indagato. 4.4.2. La vicenda descritta dà conto, altresì, dell’attività di autoriciclaggio posta in essere da Hu Shaoijng, il quale dopo aver concorso a commettere il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione dei beni della fallita si è reso artefice del reimpiego dei beni e valori distratti dalla Z&H nella società H&Y s.r.I., della quale è divenuto amministratore e socio unico, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa. La sottrazione ed il trasferimento dei beni della fallita, in concorso con il ricorrente, sono stati dissimulati attraverso la ‘polverizzazione del patrimonio’, impiegato appunto nella progressiva creazione di nuove società, senza dar modo alla curatela di ricostruire le cause del dissesto. La prosecuzione dell’attività a mezzo di altre società ‘cloni’ ed a mezzo di prestanomi ha determinato un pregiudizio per gli interessi del fisco e dei creditori, nonché il reimpiego del provento dei reati di cui ai capi b) e c), pienamente integranti il delitto di autoriciclaggio, in assenza della causa di esclusione della punibilità ex art. 648 ter.1 c.p. 4.4.3. La circostanza, poi, che trattasi nella fattispecie di distrazione prefallimentare, essendo stata l’attività illecita posta in essere nel 2016, due anni prima circa della dichiarazione di fallimento, non determina l’insussistenza del reato presupposto e conseguentemente dell’autoriciclaggio, contrariamente a quanto sostenuto in un orientamento di questa Corte (cfr. Sez. 2, n.23052 del 23/04/2015, Rv. 264040). Al riguardo, sebbene il momento consumativo del reato di bancarotta fraudolenta prefallimentare, debba identificarsi con il momento in cui interviene la sentenza dichiarativa di fallimento e non con le singole condotte distrattive precedenti a tale declaratoria (ex plurimis Sez. 5, n. 45288 dell’ 11/05/2017, Rv. 271114; Sez. 5, n. 572 del 16/11/2016, Rv. 268600; Sez. 5, n. 26548 del 2014), tutt avia, come già evidenziato per i delitti di ricettazione e riciclaggio, anche il delitto di autoriciclaggio deve ritenersi configurabile nell’ipotesi di distrazioni fallimentari compiute prima della dichiarazione di fallimento, in tutti i casi in cui tali distrazioni erano ‘ah origine’ qualificabili come appropriazione indebita, ai sensi dell’art. 646 cod. pen. (Sez. 2, n. 33725 del 19/04/2016, Dessì, Rv. 267497; Sez. 5, n. 572 del 16/11/2016, Rv. 268600), in considerazione del rapporto in cui si trovano il delitto di appropriazione indebita (aggravata ai sensi dell’art. 61 n. 11 cod. pen., in considerazione delle qualità dei soggetti agenti; e quindi all’epoca dei fatti anche procedibile d’ufficio) e il delitto di bancarotta patrimoniale, in ragione del quale il secondo assorbe il primo (ai sensi dell’art. 84 cod. pen., divenendo l’appropriazione un elemento costitutivo della bancarotta: così Sez. 5, n. 2295 del 03/07/2015, Marafioti, Rv. 266018), quando la società, a danno della quale l’agente ha realizzato la condotta appropriativa (che diviene distrattiva), venga dichiarata fallita secondo una evidente progressione criminosa. Peraltro- è stato anche affermato – che ai fini della configurabilità del reato di riciclaggio, non si richiedono l’esatta individuazione e l’accertamento giudiziale del delitto presupposto, essendo sufficiente che lo stesso risulti, alla stregua degli elementi di fatto acquisiti ed interpretati secondo logica, almeno astrattamente configurabile (Sez. 6, n. 28715 del 15/02/2013,

Alvaro, Rv. 257206). 4.4.4. In ogni caso, con riguardo al delitto di autoriciclaggio- è stato anche evidenziato- come esso, pur essendo a consumazione istantanea, sia un reato a forma libera e può anche atteggiarsi a reato eventualmente permanente, quando il suo autore lo progetti e lo esegua con modalità frammentarie e progressive (Sez. 2, n. 29611 del 27/04/2016 Rv. 267511; Sez. 2, n. 33725 del 19/04/2016, Rv. 267497), tanto che può atteggiarsi anche nelle forme del reato eventualmente permanente (Sez. 2 n. 34511 del 29/04/2009, Rv. 246561), come si verifica nel caso di una pluralità di condotte attuate in un medesimo contesto fattuale e con riferimento a un medesimo oggetto, in cui è pertanto configurabile un unico reato a formazione progressiva che viene a cessare con l’ultima delle operazioni poste in essere (Sez. 2 n. 52645 del 20/11/2014, Rv. 261624). La fattispecie in esame ben può attagliarsi anche a tale situazione, atteso che l’utilizzo dei beni distratti dalla società fallita è avvenuta, anche oltre la data del fallimento della Z&H s.r.I., quantomeno sino alla data del sequestro. 5. Alla luce di tutto quanto evidenziato, pertanto, il ricorso va respinto ed il ricorrente va condannato al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Così deciso in Roma il 14.11.2019 

Il Consigliere estensore Il Presidente

Rosa Pezzullo Maria Vessichelli[wpforms id=”21592″]

    1. BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO
    2. Bancarotta fraudolenta

Cass. pen. Sez. V, 21/06/2021, n. 32929

… Ai fini della configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta, è necessario che la distrazione sia riferita a rapporti giuridicamente ed economicamente valutabili, con la conseguenza che non può costituire oggetto di distrazione l’avviamento commerciale di un’azienda ove questo venga identificato come prospettiva di costituire rapporti giuridici solo teoricamente immaginabili. …

Cass. pen. Sez. V, 27/05/2021, n. 29187

… Sussiste il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione nella scissione di una società, successivamente dichiarata fallita, qualora tale operazione, in sé astrattamente lecita, sulla base di una valutazione in concreto che tenga conto della effettiva situazione debitoria in cui operava la società al momento della scissione, si riveli volutamente depauperatoria del patrimonio aziendale e pregiudizievole per i creditori nella prospettiva della procedura concorsuale, non essendo le tutele previste dagli artt. 2506 e seg. …

BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO

Bancarotta fraudolenta

Cass. pen. Sez. V Sent., 06/05/2021, n. 23686 rv. 281413-01

… REATI FALLIMENTARI – Bancarotta fraudolenta – In genere – Distrazione di beni di provenienza illecita – Bancarotta fraudolenta – Configurabilità – Presupposti … In tema di bancarotta fraudolenta, la provenienza illecita dei mezzi finanziari acquisiti al patrimonio del fallito, o comunque pervenuti nella sua disponibilità, non esclude il delitto di bancarotta per distrazione, non assumendo rilievo che gli stessi si siano confusi con i beni del patrimonio lecito. …

… MISURE CAUTELARI – Reali – Sequestro conservativo – In genere – Bancarotta fraudolenta patrimoniale – Dichiarazione di inefficacia degli atti dispositivi ex artt. 192 e 194 cod, pen. … In tema di sequestro conservativo, ai fini della dichiarazione di inefficacia delle distrazioni compiute dal colpevole del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, per individuare l’anteriorità o posteriorità degli atti dispositivi rispetto al reato, ai sensi degli artt. 192 e 194 cod. …

    1. BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO

Cass. pen. Sez. II, 30/04/2021, n. 25350

 

… Con riferimento ai rapporti fra appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta patrimoniale, occorre ritenere che depurata dalla dichiarazione di fallimento la bancarotta per distrazione non si differenzia in nulla dall’appropriazione indebita (quando, beninteso, abbiano lo stesso oggetto), sicché non presenta la diversità necessaria a superare il divieto del bis in idem. …

    1. BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO
    2. Bancarotta fraudolenta
    1. AZIONE CIVILE IN GENERE

Cass. pen. Sez. V, 30/04/2021, n. 24588

 

… I creditori sono legittimati uti singuli ad esercitare l’azione civile nel procedimento penale per il delitto di bancarotta fraudolenta quando intendano far valere un titolo di azione propria, personale, come nel caso di danni non patrimoniali patiti dalla consumazione del reato; … la loro legittimazione ad esercitare l’azione civile nel procedimento penale per bancarotta fraudolenta invece è sussidiaria rispetto a quella del curatore e quindi può essere esercitate solo se quest’ultimo rimanga inerte. …

 

Cass. pen. Sez. V, 30/04/2021, n. 24587

… In tema di reati fallimentari, l’amministratore di diritto risponde del reato di bancarotta fraudolenta documentale per sottrazione o per omessa tenuta, in frode ai creditori, delle scritture contabili anche se sia investito solo formalmente dell’amministrazione della società fallita (cosiddetta testa di legno), in quanto sussiste il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le predette scritture, purché sia fornita la dimostrazione della effettiva e concreta consapevolezza del loro stato, tale da impedire la ricostruzione del movimento degli affari. …

Cass. pen. Sez. V Sent., 23/04/2021, n. 20879 rv. 281181-01

… REATI FALLIMENTARI – Bancarotta fraudolenta – In genere – Bancarotta per distrazione – Prova della disponibilità da parte del fallito dei beni dell’impresa – Bilancio – Rilevanza – Condizioni … In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, la prova della precedente disponibilità da parte dell’imputato dei beni non rinvenuti in seno all’impresa può essere desunta anche dal bilancio, ove risulti intrinsecamente attendibile perché redatto in conformità alle prescrizioni imposte dalla legge. …

Cass. pen. Sez. V, 23/04/2021, n. 20879

Cass. pen. Sez. V, 07/04/2021, n. 29178

… In tema di irregolare tenuta dei libri contabili nei reati fallimentari, a differenza del reato di bancarotta semplice in cui l’illiceità della condotta è circoscritta alle scritture obbligatorie ed ai libri prescritti dalla legge, l’elemento oggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale riguarda tutti i libri e le scritture contabili genericamente intesi, ancorché non obbligatori; …

Cass. pen. Sez. V Sent., 31/03/2021, n. 26501 rv. 281555-01

… REATI FALLIMENTARI – Bancarotta fraudolenta – In genere – Bancarotta fraudolenta post-fallimentare – Concorso dell’ “extraneus” – Elemento soggettivo – Dolo – Contenuto – Volontarietà della condotta di apporto all’ “intraneus” – Sufficienza – Conoscenza della declaratoria di fallimento – Necessità – Esclusione … In tema di concorso nel delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale post-fallimentare, il dolo del concorrente “extraneus” nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di apporto a quella dell’ “intraneus”, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni dei creditori, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza dell’intervenuta dichiarazione di fallimento. …

Cass. pen. Sez. V Sent., 24/03/2021, n. 19355 rv. 281251-01

… (Fattispecie relativa al reato di bancarotta fraudolenta in cui la Corte ha riqualificato l’elemento fattuale dell’avvenuto integrale e tempestivo risarcimento del danno come circostanza attenuante di cui all’ art. 62 , comma primo, n. 6, cod. …

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 24/03/2021) 17/05/2021, n. 19355

    1. MISURE CAUTELARI PERSONALI

Cass. pen. Sez. V Sent., 22/03/2021, n. 17586 rv. 281104-01

… (Fattispecie in tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, in cui la Corte ha ritenuto legittimo il sequestro preventivo dei complessi aziendali della società fallita, ancora nella disponibilità di fatto degli imputati, motivato dalla necessità di impedire ulteriori condotte di disposizione o dispersione). …

Cass. pen. Sez. V, 17/03/2021, n. 20867

 

… In tema di procedimento penale, nel dichiarare estinti per prescrizione i reati di bancarotta fraudolenta per i quali nei gradi di merito è intervenuta condanna, ai sensi dell’ art. 578 c.p.p., il giudice d’appello e la Corte di cassazione sono tenuti a decidere sull’impugnazione agli effetti delle disposizioni dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili e, a tal fine, i motivi di ricorso proposti dall’imputato devono essere esaminati compiutamente, non potendosi trovare conferma della condanna, anche solo generica, al risarcimento del danno dalla mancanza di prova dell’innocenza dell’imputato secondo quanto previsto dall’ art. 129 c.p.p. …

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 17/03/2021) 26/05/2021, n. 20867

ACCESSO-ABUSIVO-ACCESSO-ABUSIVO-SISTEMA-INFORMATICO-INFORMATICO-1-1

    CYBERSTALKING AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA La differenza tra lo stalker “della realtà fisica” e il cyberstalker è il fatto che quest’ultimo approfitta dell’anonimato offerto dal web, per tormentare le vittime senza essere scoperto.

 

    CYBERSTALKING
CYBERSTALKING

 

CYBERSTALKING AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

La differenza tra lo stalker “della realtà fisica” e il cyberstalker è il fatto che quest’ultimo approfitta dell’anonimato offerto dal web, per tormentare le vittime senza essere scoperto.

Il cyberstalking si differenzia, inoltre, dallo spamming (l’invio di messaggi spazzatura in modo massiccio), perché prende di mira una sola persona, anziché una moltitudine di indirizzi di posta elettronica.

 Con la sua vittima, infatti, il cyberstalker stabilisce

un contatto privilegiato, ed è molto più pesante

della “semplice” diffusione di e-mail fastidiose.

 

Quanto all’evento, si e’ precisato che vi e’ prova della prescrizione di ansiolitici e del ricorso alla psicoterapia (deposizione del medico curante) e che tali prescrizioni non avvengono sulla base di una sintomatologia meramente dichiarata ma a seguito di una valutazione anamnestica e diagnostica, sicche’ e’ del tutto infondato l’argomento addotto dal ricorrente.
La ritenuta credibilita’ della parte offesa ha indotto a ritenere provato anche il mutamento delle abitudini di vita da lei riferito, consistito nel cambiamento di lavoro, nella decisione di non frequentare piu’ certi luoghi, di non uscire sola.
Sul punto, il ricorso si limita a contestare l’attendibilita’ della parte offesa in termini generici e senza allegare alcun dato che la incrini, con riferimento alle circostanze addotte.

La prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, e’ stata correttamente ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando la sua astratta idoneita’ a causare l’evento, in ossequio alla costante giurisprudenza di legittimita’, fra cui, da ultimo Sez. 5, n. 17795 del 02/03/2017 Rv. 269621.
1.3. Evidentemente, posto che la creazione di un profilo Facebook dai contenuti fortemente denigratori in danno della parte offesa rappresenta soltanto una delle modalita’ con cui si e’ estrinsecata la condotta persecutoria, il ritenere che si tratti o meno di una condotta idonea ad integrare il reato di cui all’art.612 bis c.p. assume scarso rilievo.
Va, comunque, osservato che la giurisprudenza ammette che messaggi o filmati postati sui social network integrino l’elemento oggettivo del delitto di atti persecutori (Sez. 6, n. 32404 del 16/07/2010 Rv. 248285) e l’attitudine dannosa di tali condotte non e’, ai fini che ci occupano, tanto quella di costringere la vittima a subire offese o minacce per via telematica, quanto quella di diffondere fra gli utenti della rete dati, veri o falsi, fortemente dannosi e fonte di inquietudine per la parte offesa.

consulenza-legale avvocato bologna

Posto che l’imputato creo’ un profilo Facebook denominato “lapidiamo la rovina famiglie”, in cui erano postate foto, filmati e commenti con riferimenti impliciti ed espliciti alla parte offesa ed alla sua relazione con l’imputato, e’ del tutto irrilevante che la vittima potesse ignorarli semplicemente non accedendo al profilo, in quanto l’attitudine dannosa e’ riconducibile alla pubblicizzazione di quei contenuti.
2. I motivi di ricorso sono quindi, nella loro interezza, manifestamente infondati; alla declaratoria di inammissibilita’ segue, per legge (articolo 616 c.p.p.), la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonche’, trattandosi di causa di inammissibilita’ determinata da profili di colpa emergenti dal ricorso (Sez. 2, n. 35443 del 06/07/2007 Rv. 237957), al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 2.000.
2.1. Va, inoltre, disposta la condanna alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, che si liquidano in Euro 2.457 oltre accessori di legge, tenuto conto della natura della causa e dell’impegno professionale. Tale somma e’ liquidata in favore dell’Erario, poiche’ la parte civile e’ ammessa al patrocinio a spese dello Stato.

Sentenza 28 dicembre 2017, n. 57764
Data udienza 28 novembre 2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PALLA Stefano – Presidente

Dott. SABEONE Gerardo – Consigliere

Dott. MORELLI Francesca – rel. Consigliere

Dott. MICCOLI Grazia – Consigliere

Dott. MOROSINI Elisabetta Maria – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
(OMISSIS), nato il (OMISSIS);
avverso la sentenza del 06/03/2017 della CORTE APPELLO di TORINO;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. FRANCESCA MORELLI;
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. LOY Maria Francesca, che ha concluso;
Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’;
Uditi i difensori Avv. (OMISSIS), parte civile e (OMISSIS) difensore imputati;
LA DIFESA DI PARTE CIVILE DEPOSITA CONCLUSIONI, NOTA SPESE E COPIA;
DECRETO AMMISSIONE GRATUITO PATROCINIO E SI ASSOCIA ALLE CONCLUSIONI DEL PG;
L’AVVOCATO (OMISSIS) CHIEDE L’ACCOGLIMENTO DEL RICORSO.
RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Torino ha confermato la sentenza del Tribunale di Biella che aveva condannato (OMISSIS) alla pena di giustizia ed al risarcimento dei danni in favore della parte civile, in quanto colpevole del delitto di atti persecutori in danno di (OMISSIS).

  1. Propone ricorso il difensore dell’imputato articolando due motivi di censura.
    Con il primo motivo si deducono vizi motivazionali in quanto i giudici di merito avrebbero fondato il proprio convincimento sulla base delle sole affermazioni della parte offesa, senza considerare che l’imputato aveva agito in quanto la donna aveva svelato a sua moglie la relazione extraconiugale che li legava, aggiungendo uno spiacevole accenno al fatto che non potesse avere figli, circostanza che aveva scatenato la reazione rabbiosa, ma circoscritta, dell’uomo.
    Le restanti condotte denunziate dalla parte offesa, pedinamenti ed appostamenti, sarebbero frutto, a dire del ricorrente, di una mera percezione soggettiva della donna.
    2.1. Con il secondo motivo si deduce violazione di legge con riferimento alla ritenuta sussistenza dell’evento, non essendo stato provato ne’ lo stato d’ansia ne’ il mutamento delle abitudini di vita.
    Sotto altro profilo, si sostiene l’impossibilita’ di configurare il reato in esame quando l’attivita’ asseritamente persecutoria sia realizzata attraverso Facebook.
    CONSIDERATO IN DIRITTO
    1. Va premesso che le dichiarazioni della persona offesa, costituita parte civile, possono da sole, senza la necessita’ di riscontri estrinseci, essere poste a fondamento dell’affermazione di responsabilita’ penale dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilita’ soggettiva del dichiarante e dell’attendibilita’ intrinseca del suo racconto, che peraltro deve, in tal caso, essere piu’ penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone. A tal fine e’ necessario che il giudice indichi le emergenze processuali determinanti per la formazione del suo convincimento, consentendo cosi’ l’individuazione dell’iter logico-giuridico che ha condotto alla soluzione adottata; mentre non ha rilievo, al riguardo, il silenzio su una specifica deduzione prospettata con il gravame qualora si tratti di deduzione disattesa dalla motivazione complessivamente considerata, non essendo necessaria l’esplicita confutazione delle specifiche tesi difensive disattese ed essendo, invece, sufficiente una ricostruzione dei fatti che conduca alla reiezione implicita di tale deduzione senza lasciare spazio ad una valida alternativa (Sez. 5, Sentenza n. 1666 del 08/07/2014 Ud. – dep. 14/01/2015 – Rv. 261730).
    1.1. La sentenza impugnata si pone nel solco della giurisprudenza richiamata e premette una valutazione di attendibilita’ della persona offesa, anche in considerazione della presenza di riscontri alle sue accuse, quali le parziali ammissioni dell’imputato, la lettura dei messaggi telefonici e la visione del profilo Facebook.
    I giudici di merito analizzano, poi, compiutamente tutte le condotte poste in essere dall’imputato, protratte nel tempo e consistite in sms dal contenuto ingiurioso e minaccioso, nella creazione di un profilo Facebook altamente offensivo nei riguardi della persona offesa e in ripetuti appostamenti e pedinamenti.
    E’ da escludere, per la protrazione delle condotte, che esse fossero dovute ad un moto di rabbia dovuto alla rivelazione alla moglie della relazione extraconiugale.
    La Corte d’Appello ha anche dato conto, a pagina 4 della motivazione, delle ragioni per cui gli appostamenti e pedinamenti erano tali e non ascrivibili ad una mera percezione soggettiva della vittima.
    1.2. Quanto all’evento, si e’ precisato che vi e’ prova della prescrizione di ansiolitici e del ricorso alla psicoterapia (deposizione del medico curante) e che tali prescrizioni non avvengono sulla base di una sintomatologia meramente dichiarata ma a seguito di una valutazione anamnestica e diagnostica, sicche’ e’ del tutto infondato l’argomento addotto dal ricorrente.
    La ritenuta credibilita’ della parte offesa ha indotto a ritenere provato anche il mutamento delle abitudini di vita da lei riferito, consistito nel cambiamento di lavoro, nella decisione di non frequentare piu’ certi luoghi, di non uscire sola.
    Sul punto, il ricorso si limita a contestare l’attendibilita’ della parte offesa in termini generici e senza allegare alcun dato che la incrini, con riferimento alle circostanze addotte.

La prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, e’ stata correttamente ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando la sua astratta idoneita’ a causare l’evento, in ossequio alla costante giurisprudenza di legittimita’, fra cui, da ultimo Sez. 5, n. 17795 del 02/03/2017 Rv. 269621.
1.3. Evidentemente, posto che la creazione di un profilo Facebook dai contenuti fortemente denigratori in danno della parte offesa rappresenta soltanto una delle modalita’ con cui si e’ estrinsecata la condotta persecutoria, il ritenere che si tratti o meno di una condotta idonea ad integrare il reato di cui all’art.612 bis c.p. assume scarso rilievo.
Va, comunque, osservato che la giurisprudenza ammette che messaggi o filmati postati sui social network integrino l’elemento oggettivo del delitto di atti persecutori (Sez. 6, n. 32404 del 16/07/2010 Rv. 248285) e l’attitudine dannosa di tali condotte non e’, ai fini che ci occupano, tanto quella di costringere la vittima a subire offese o minacce per via telematica, quanto quella di diffondere fra gli utenti della rete dati, veri o falsi, fortemente dannosi e fonte di inquietudine per la parte offesa.
Posto che l’imputato creo’ un profilo Facebook denominato “lapidiamo la rovina famiglie”, in cui erano postate foto, filmati e commenti con riferimenti impliciti ed espliciti alla parte offesa ed alla sua relazione con l’imputato, e’ del tutto irrilevante che la vittima potesse ignorarli semplicemente non accedendo al profilo, in quanto l’attitudine dannosa e’ riconducibile alla pubblicizzazione di quei contenuti.
2. I motivi di ricorso sono quindi, nella loro interezza, manifestamente infondati; alla declaratoria di inammissibilita’ segue, per legge (articolo 616 c.p.p.), la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonche’, trattandosi di causa di inammissibilita’ determinata da profili di colpa emergenti dal ricorso (Sez. 2, n. 35443 del 06/07/2007 Rv. 237957), al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 2.000.
2.1. Va, inoltre, disposta la condanna alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, che si liquidano in Euro 2.457 oltre accessori di legge, tenuto conto della natura della causa e dell’impegno professionale. Tale somma e’ liquidata in favore dell’Erario, poiche’ la parte civile e’ ammessa al patrocinio a spese dello Stato.
2.2. La natura del reato impone particolari cautele nella diffusione del presente provvedimento, per il cui caso si dispone che siano omesse le generalita’ e gli altri dati identificativi, a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.
P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende, nonche’ alla rifusione, in favore dell’Erario, delle spese di parte civile che liquida in complessivi Euro 2.547 oltre accessori di legge.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalita’ e gli altri dati identificativi, a norma dell’articolo 52 Decreto Legislativo n. 196 del 2003.

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BULLISMO REAZIONE AI BULLI NESSUN RISARCIMENTO AL BULLO

BULLISMO REAZIONE AI BULLI NESSUN RISARCIMENTO AL BULLO

 

 

 

 

Nel corso di un litigio C.G. riceveva da R.F. un pugno in faccia che gli

provocava l’avulsione traumatica dell’incisivo superiore laterale di sinistra, la

lussazione dell’incisivo centrale ed escoriazioni al labbro.

Il procedimento penale a carico di R.F. terminava con sentenza di non luogo a

procedere emessa dal Tribunale per i minorenni di Catanzaro.

Successivamente, con atto di citazione notificato il 30 settembre 2009, C.G.

conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Catanzaro, R.F. nonchè R.C.D.M. e

F.M.G., rispettivamente, padre e madre del danneggiante, per ottenerne la

condanna in solido al risarcimento dei danni subiti quantificati in Euro 18.000,00

La regola di causalità applicata dal giudice, adeguata all’ipotesi in cui il

destinatario di una provocazione anzichè reagire istintivamente e

contestualmente alla provocazione ricevuta, commisurandone modi e tempi,

covi una vendetta che sfoci in un atto di aggressione violenta che, sfilacciando

la dipendenza causale con il fatto che l’aveva originata, si pone alla base di una

nuova ed autonoma sequenza causale, si rileva inappagante, invece, nel caso

di colui che viene reiteratamente provocato e dileggiato e che reagisca alle

offese di cui è stato vittima. Viene ritenuta, infatti, una regola di esperienza che

colui che è reiteratamente aggredito reagisce come può per far cessare l’altrui

condotta lesiva (Cass. 08/11/2012, n. 19294).

Quando l’autore della reazione sia un adolescente, vittima di comportamenti

prevaricatori, aggressivi, mortificanti e reiterati nel tempo, occorre, in aggiunta,

tener conto che la sua personalità non si è ancora formata in modo saldo e

positivo rispetto alla sequela vittimizzante cui è stato supposto; è prevedibile,

infatti, che la sua reazione possa risolversi, a seconda dei casi, nell’adozione di

comportamenti aggressivi internalizzati che possono trasformarsi, con costi

anche particolarmente elevati in termini emotivi, in forme di resilienza passiva e

autoconservative, evolvere verso forme di autodistruzione oppure tradursi,

come è avvenuto nel caso di specie, nell’assunzione di comportamenti

esternalizzati aggressivi.

Pur dovendosi neutralizzare e condannare l’istinto di vendetta del minore

bullizzato, è innegabile che la risposta ordinamentale non possa essere solo

quella della condanna dell’atto reattivo come comportamento illecito a sè stante,

ignorando le situazioni di privazione e di svantaggio che ne costituivano il

sostrato, non solo perchè l’ignoranza e la sottovalutazione possono (persino)

attivare un circolo negativo di vittimizzazione ulteriore, ma anche perchè il

bullismo non dà vita ad un conflitto meramente individuale, come dimostrano le

rilevazioni statistiche, e richiede un coacervo di interventi coordinati che, oltre a

contenere il fenomeno, fungano da diaframma invalicabile che si interponga tra

l’autore degli atti di bullismo e le persone offese, anche onde rendere del tutto

ingiustificabile la reazione di queste ultime.

In assenza di prove circa come le istituzioni, la scuola, in particolare, fossero

intervenute per arginare il fenomeno del bullismo e per sostenere l’odierno

ricorrente, quindi mancando anche la prova della ricorrenza di espressioni di

condanna pubblica e sociale del comportamento adottato dai cosiddetti bulli,

non era legittimo attendersi da parte di R.F., adolescente, una reazione

razionale, controllata e non emotiva.

Nel caso di specie, non solo non è fuori luogo, ma è persino doveroso che

l’ordinamento si dimostri sensibile verso coloro che sono esposti continuamente

a condizioni vittimizzanti idonee a provocare e ad amplificare le reazioni rispetto

alle sollecitazioni negative ricevute; soprattutto ove la vittima venga privata del

meccanismo repressivo istituzionale dell’illecito e, come sembra sia avvenuto in

questo caso, venga lasciata sola nell’affrontare il conflitto. Non una sola parola

è stata spesa, infatti, per chiarire se la scuola si fosse fatta carico di predisporre

interventi di contrasto della piaga del bullismo attraverso un programma serio e

articolato fondato su specifiche direttive psicopedagogiche e su forme di

coinvolgimento dei genitori.

Sicchè è opinione di questo Collegio che l’accertamento di una responsabilità

individuale decontestualizzata non sia in grado di garantire una giustizia

riparativa efficace.

Nell’attesa che si diffondano forme di giustizia riparativa specificamente

calibrate sul fenomeno del bullismo, ferma la necessaria condanna tanto dei

comportamenti prevaricatori e vessatori quanto di quelli reattivi, la risposta

giuridica, nel caso di specie, non avrebbe dovuto ignorare le condizioni di

umiliazione a cui l’adolescente in questione è provato fosse stato ripetutamente

sottoposto.

E senza mortificare le regole causali, nè utilizzarle come giudizi di valore, alla

luce del risultato che si intendeva conseguire in termini di responsabilità,

tarando le prime sul secondo, il giudice avrebbe dovuto tener conto della loro

permeabilità da parte di istanze di giustizia sostanziale, onde pervenire “alla più

corretta delle soluzioni possibili” (Cass. 21/7/2011, n. 15991), anche

abbandonando il piano naturalistico proprio della causalità materiale per

accedere ad un piano di valutazione della dimensione complessiva della

convergenza e dell’interazione di tutti i fattori concausali all’interno della più

ampia fattispecie di responsabilità civile.

Se il metodo generalizzante, cioè la regola che ha ispirato la decisione

impugnata, ha permesso di ricostruisce in astratto l’evento, semplificandolo, ad

altro risultato il giudice avrebbe potuto approdare, ove si fosse avvalso del

criterio della causalità individuale, la quale avrebbe avuto il pregio di focalizzare

l’analisi sull’evento per come verificatosi e che, differendo dalla causalità

generale non già per il criterio adoperato, ma solo per la base del giudizio,

avrebbe messo il giudicante nella condizione di attribuire il giusto peso, in

termini di spiegazione causale, a tutti gli elementi concreti e alle circostanze del

caso reputate rilevanti.

Come la dottrina mette in risalto nel giudizio di causalità generale, infatti, la

base è idealtipica e, pertanto, depurata di contenuti descrittivi; nel giudizio di

causalità individuale, per contro, la base è necessariamente più ricca di

elementi, dato che nel modello di spiegazione causale devono essere inseriti

tutti gli elementi concreti reputati rilevanti.

Questa sezione della Corte regolatrice ha già avuto occasione di affermare che,

pur non spettando al giudice esprimere valutazioni di tipo etico e sociale

relativamente al comportamento dei consociati, non deve ritenersi preclusa la

possibilità di usare la responsabilità civile allo scopo di offrire risposte,

ovviamente rigorosamente incardinate sul piano giuridico, capaci di adattarsi al

contesto situazionale di riferimento, sensibili ai mutamenti sociali del tempo, e

capace di collocarsi diaframmaticamente nelle dinamiche interpersonali che

promanano dai sempre più frequenti processi vittimogeni che coinvolgono

soprattutto le giovani generazioni (Cass. 12/04/2018, n. 9059).

Per di più, la giurisprudenza di questa Corte ha in varie occasioni ribadito che –

allo scopo di pervenire ad una soluzione che sia tra le disponibili la migliore e la

più aderente alle caratteristiche uniche del caso concreto – è permesso al

giudice, quando non sia più in questione l’accertamento del nesso di

derivazione causale, perchè il danno è eziologicamente ascrivile alla condotta

colpevole dell’agente, nella fase di determinazione del danno-conseguenza

risarcibile, sul piano della determinazione dell’ammontare del quantum

risarcitorio dovuto, servirsi della valutazione equitativa ex art. 2056 c.c. e

determinare, quindi, la compensazione economica ritenuta socialmente

adeguata del pregiudizio, cioè quella che, a fronte di un danno certo – la

valutazione equitativa non può surrogarsi alla prova della ricorrenza del danno –

ne determini l’ammontare tenuto conto della compensazione che la coscienza

sociale in un determinato momento storico ritenga equa, tenuto conto di tutte le

specificità del caso concreto ed in particolare dei vari fattori incidenti sul

verificarsi della lesione e sulla sua gravità (Cass. 29/2/2016, n. 3893; Cass.

21/08/2018 20829; Cass. 18/04/2019, n. 10812).

 

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III CIVILE
Ordinanza 20 giugno – 10 settembre 2019, n. 22541

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente – Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere – Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –
Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere – Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5096/2018 proposto da:

– ricorrenti – contro

– controricorrente –

F.M.G., R.C.D.M., R.F., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA RICCARDO

GRAZIOLI LANTE 5, presso lo studio dell’avvocato SONIA FRANZESE, che li

rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARMELO COMEGNA;

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NEMORENSE 18, presso lo

studio dell’avvocato MARIO MURANO, rappresentato e difeso dall’avvocato

VINCENZO MARSICO;

avverso la sentenza n. 1246/2017 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO;

Svolgimento del processo

Resiste con controricorso C.G..

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 20/06/2019

dal Consigliere Dott. MARILENA GORGONI.

R.F., R.C.D.M. e F.M.G. ricorrono per la cassazione della sentenza n.

1246/2017 della Corte d’Appello di Catanzaro, depositata il 3 luglio 2017,

formulando due motivi.

Nel corso di un litigio C.G. riceveva da R.F. un pugno in faccia che gli

provocava l’avulsione traumatica dell’incisivo superiore laterale di sinistra, la

lussazione dell’incisivo centrale ed escoriazioni al labbro.

Il procedimento penale a carico di R.F. terminava con sentenza di non luogo a

procedere emessa dal Tribunale per i minorenni di Catanzaro.

Successivamente, con atto di citazione notificato il 30 settembre 2009, C.G.

conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Catanzaro, R.F. nonchè R.C.D.M. e

F.M.G., rispettivamente, padre e madre del danneggiante, per ottenerne la

condanna in solido al risarcimento dei danni subiti quantificati in Euro 18.000,00

o nella diversa somma giudizialmente accertata.

Il Tribunale di Catanzaro, con sentenza n. 2159/2013, dichiarava il difetto di

legittimazione passiva dei genitori di R.F., accertava il concorso di colpa del

danneggiato nel verificarsi dell’evento dannoso e, per l’effetto, condannava R.F.

a corrispondere a C.G. la somma di Euro 1.765,50, al netto di interessi e

rivalutazione, ed alla rifusione della metà delle spese di lite oltre al pagamento

in solido con C.G. delle spese di CTU. La sentenza veniva impugnata, in via

principale, da C.G. per avere erroneamente escluso la legittimazione passiva

dei genitori di R.F., per avere accertato il pari concorso di colpa nella

causazione dell’evento, per aver posto in solido anche a suo carico le spese di

CTU. Con appello incidentale, R.F., R.C.D.M. e F.M.G. contestavano il concorso

di colpa di R.F., adducendo che fosse stato vittima di bullismo, e chiedevano

che fosse accertato il suo esonero da responsabilità.

La Corte d’Appello, con la sentenza oggetto dell’odierna impugnazione,

accoglieva l’appello principale e riformava la decisione di prime cure,

condannando R.F. ed i suoi genitori in solido al risarcimento di Euro 14.286,43 a

favore di C.G., al pagamento integrale delle spese di lite di entrambi i gradi di

giudizio ed al pagamento della CTU; in particolare, riteneva che i genitori di R.F.

fossero responsabili in solido con il figlio dei danni da questi cagionati ai sensi

dell’art. 2048 c.c., che la reazione di R.F. fosse causa autonoma del danno e

non la consecuzione al fatto della provocazione, che, essendo il

comportamento offensivo e persecutorio della vittima collocato in una fase

temporale diversa da quella della reazione di R.F., quest’ultimo non avesse

agito per legittima difesa, ma per aggredire fisicamente il proprio rivale.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione

dell’art. 2048 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e l’omesso esame

di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Gli assunti cassatori sono: a) che il giudice a quo non abbia esaminato le

motivazioni della sentenza del Tribunale per i minorenni di Catanzaro, addotta

come prova liberatoria ai sensi dell’art. 2048 c.c., per la parte contenente

l’analisi sulla persona e sulla personalità del danneggiante, dalla quale

emergeva che il minore non aveva precedenti penali, non era dedito a vita

irregolare o dissipata, ma orientato allo studio e che l’episodio che lo aveva

coinvolto era stato occasionale; b) che abbia privilegiato, sotto il profilo

probatorio, solo il fatto che i genitori avessero giustificato l’azione del figlio che

avrebbe reagito fisicamente ad una serie di soprusi e atti di bullismo, omettendo

di considerare che la reazione dell’adolescente, a prescindere dalla contestualit

à od immediatezza rispetto all’offesa ricevuta, non poteva essere evitata dai

genitori, tenuto conto dell’età e del contesto (l’episodio si era svolto lontano da

casa, nelle adiacenze della scuola, in un paese diverso da quello di residenza,

lontano dalla sfera di controllo dei genitori).

Il motivo è inammissibile.

I ricorrenti danno prova di pretendere un inammissibile diverso esito degli

accertamenti di fatto demandato al giudice di merito.

In primo luogo, l’omesso esame di elementi istruttori non rileva in sè e per sè,

ma solo quale elemento meramente sintomatico e confermativo della

inesistenza della motivazione su un fatto decisivo del giudizio, il cui esame, non

del tutto omesso, è stato illustrato e soprattutto deciso in maniera talmente

incerta e lacunosa da determinare la nullità della sentenza per assenza della

motivazione ex art. 132 c.p.c., n. 4.

Non è questo il caso di specie.

La sentenza ha ritenuto che i genitori del minore danneggiante non avessero

provato di avere reso il proprio figlio capace di dominare i suoi istinti, di

fronteggiare le altrui offese e di rispettare gli altri, sì da andare esenti dalla

presunzione di responsabilità di cui all’art. 2048 c.c.. Gli odierni ricorrenti si

erano limitati in primo grado ed in appello ad invocare l’esenzione da

responsabilità del proprio figlio, giustificandone il comportamento antigiuridico

quale reazione agli atti di bullismo ed ai soprusi di cui la vittima lo avrebbe reso

oggetto, dimostrando essi stessi, in sostanza, di non aver percepito il disvalore

della condotta del figlio e la gravità del fatto imputatogli, fornendo indirettamente

la prova del difetto di un adeguato insegnamento educativo non avendo fornito

al minore gli strumenti per ritenere non solo illecito, ma anche non giustificabile

un comportamento violento quale quello adottato.

Come questa Corte insegna: “L’educazione è fatta non solo di parole, ma anche

e soprattutto di comportamenti”: Cass. 28/08/2009, n. 18804.

In altri termini, dalla tipologia di fatto illecito, dalle modalità in cui ebbe a

verificarsi e dalle giustificazioni difensive dei genitori, la Corte territoriale, in

linea con l’orientamento di questa Corte, ha ritenuto che i genitori non avessero

vinto la presunzione di responsabilità su di loro gravante.

E’ vero che non vi è alcun riferimento nella sentenza impugnata alla decisione

  1. 154/2008 del Tribunale per i minorenni di Catanzaro, pur utilizzabile quale

prova atipica soggetta al prudente apprezzamento del giudice, ma tale

omissione non assume alcuna rilevanza a fini cassatori, non solo perchè il

giudice non è tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le

deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e

circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente

incompatibili con la decisione adottata (Cass. 02/08/2016, n. 16056), ma anche

perchè l’eventuale omesso esame della decisione non ha valenza decisiva, nel

senso che non è, di per sè, idonea a giustificare un diverso esito della

decisione: e non perchè la sentenza penale, escludendo la responsabilità del

minore, avesse fatto salva la rilevanza del comportamento illecito ad altri fini,

essendo inevitabile il riferimento esclusivo alla condotta del soggetto agente,

ma per effetto del principio di autonomia del giudizio civile rispetto a quello

penale che consente al giudice civile di procedere ad una valutazione del

quadro probatorio con criteri diversi rispetto a quelli utilizzati nel giudizio penale,

giustificandosi un approdo diverso rispetto a quello cui perviene la sentenza

penale (cfr., da ultimo, Cass. 12/06/2019, n. 25160).

Peraltro, va ricordato che la prova liberatoria richiesta ai genitori dall’art. 2048

c.c., di non aver potuto impedire il fatto illecito commesso dal figlio minore coincide, normalmente, con la dimostrazione, oltre che di aver impartito al

minore un’educazione consona alle proprie condizioni sociali e familiari, anche

di aver esercitato sul minore una vigilanza adeguata all’età e finalizzata a

correggere comportamenti non corretti e, quindi, meritevoli di un’ulteriore o

diversa opera educativa.

A tal fine, non essendo necessario che il genitore provi la costante ininterrotta

presenza fisica accanto al figlio, pena la coincidenza dell’obbligo di vigilanza

con quello di sorveglianza, ma che per l’educazione impartita, per l’età del figlio

e per l’ambiente in cui egli viene lasciato libero di muoversi, risultino

correttamente impostati i rapporti del minore con l’ambiente extrafamiliare,

facendo ragionevolmente presumere che tali rapporti non possano costituire

fonte di pericoli per sè e per i terzi, è del tutto irrilevante chè il fatto illecito si sia

svolto lontano da casa, giacchè l’obbligo di vigilanza per i genitori del minore

capace non si pone come autonomo rispetto all’obbligo di educazione, ma va

correlato a quest’ultimo, nel senso che i genitori devono vigilare che

l’educazione impartita sia consona ed idonea al carattere ed alle attitudini del

minore e che quest’ultimo ne abbia “tratto profitto”, ponendola in atto, in modo

da avviarsi a vivere autonomamente, ma correttamente (Cass. 22/04/2009, n.

9556).

  1. Con il secondo motivo i ricorrenti deducono la violazione dell’art. 360 c.p.c.,

comma 1, n. 3, per violazione o falsa applicazione in particolare dell’art. 1227

c.c. e la violazione dell’art. 360, comma 1, n. 5, anche in relazione al n. 5, c.p.c.

per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di

discussione tra le parti, rappresentato dalla mancata escussione di una

testimone.

La tesi sostenuta è che la Corte territoriale abbia errato nel ritenere inapplicabile

l’art. 1227 c.c., in ragione del fatto che R.F. si era determinato a tenere la

condotta da cui era derivato l’evento in un momento diverso da quello in cui

aveva subito l’aggressione, perchè, invece avrebbe dovuto tener conto dei

fenomeni di bullismo che avevano preceduto la reazione, senza i quali l’evento

non si sarebbe determinato.

Il motivo numero due è fondato e, pertanto, merita accoglimento.

La Corte territoriale ha del tutto sbrigativamente negato qualunque rilievo al

comportamento ripetutamente provocatorio e offensivo di cui R.A. era stato

fatto oggetto da parte della “vittima”, limitandosi ad affermare

paternalisticamente che R.A. non avrebbe dovuto reagire alle provocazioni

ricevute.

La decisione, evidentemente incapace di penetrare il contesto situazionale in

cui si erano svolti i fatti, ha, di conseguenza, omesso di adattarvi la regola

causale, nel senso che verrà chiarito.

La regola di causalità applicata dal giudice, adeguata all’ipotesi in cui il

destinatario di una provocazione anzichè reagire istintivamente e

contestualmente alla provocazione ricevuta, commisurandone modi e tempi,

covi una vendetta che sfoci in un atto di aggressione violenta che, sfilacciando

la dipendenza causale con il fatto che l’aveva originata, si pone alla base di una

nuova ed autonoma sequenza causale, si rileva inappagante, invece, nel caso

di colui che viene reiteratamente provocato e dileggiato e che reagisca alle

offese di cui è stato vittima. Viene ritenuta, infatti, una regola di esperienza che

colui che è reiteratamente aggredito reagisce come può per far cessare l’altrui

condotta lesiva (Cass. 08/11/2012, n. 19294).

Quando l’autore della reazione sia un adolescente, vittima di comportamenti

prevaricatori, aggressivi, mortificanti e reiterati nel tempo, occorre, in aggiunta,

tener conto che la sua personalità non si è ancora formata in modo saldo e

positivo rispetto alla sequela vittimizzante cui è stato supposto; è prevedibile,

infatti, che la sua reazione possa risolversi, a seconda dei casi, nell’adozione di

comportamenti aggressivi internalizzati che possono trasformarsi, con costi

anche particolarmente elevati in termini emotivi, in forme di resilienza passiva e

autoconservative, evolvere verso forme di autodistruzione oppure tradursi,

come è avvenuto nel caso di specie, nell’assunzione di comportamenti

esternalizzati aggressivi.

Pur dovendosi neutralizzare e condannare l’istinto di vendetta del minore

bullizzato, è innegabile che la risposta ordinamentale non possa essere solo

quella della condanna dell’atto reattivo come comportamento illecito a sè stante,

ignorando le situazioni di privazione e di svantaggio che ne costituivano il

sostrato, non solo perchè l’ignoranza e la sottovalutazione possono (persino)

attivare un circolo negativo di vittimizzazione ulteriore, ma anche perchè il

bullismo non dà vita ad un conflitto meramente individuale, come dimostrano le

rilevazioni statistiche, e richiede un coacervo di interventi coordinati che, oltre a

contenere il fenomeno, fungano da diaframma invalicabile che si interponga tra

l’autore degli atti di bullismo e le persone offese, anche onde rendere del tutto

ingiustificabile la reazione di queste ultime.

In assenza di prove circa come le istituzioni, la scuola, in particolare, fossero

intervenute per arginare il fenomeno del bullismo e per sostenere l’odierno

ricorrente, quindi mancando anche la prova della ricorrenza di espressioni di

condanna pubblica e sociale del comportamento adottato dai cosiddetti bulli,

non era legittimo attendersi da parte di R.F., adolescente, una reazione

razionale, controllata e non emotiva.

Nel caso di specie, non solo non è fuori luogo, ma è persino doveroso che

l’ordinamento si dimostri sensibile verso coloro che sono esposti continuamente

a condizioni vittimizzanti idonee a provocare e ad amplificare le reazioni rispetto

alle sollecitazioni negative ricevute; soprattutto ove la vittima venga privata del

meccanismo repressivo istituzionale dell’illecito e, come sembra sia avvenuto in

questo caso, venga lasciata sola nell’affrontare il conflitto. Non una sola parola

è stata spesa, infatti, per chiarire se la scuola si fosse fatta carico di predisporre

interventi di contrasto della piaga del bullismo attraverso un programma serio e

articolato fondato su specifiche direttive psicopedagogiche e su forme di

coinvolgimento dei genitori.

Sicchè è opinione di questo Collegio che l’accertamento di una responsabilità

individuale decontestualizzata non sia in grado di garantire una giustizia

riparativa efficace.

Nell’attesa che si diffondano forme di giustizia riparativa specificamente

calibrate sul fenomeno del bullismo, ferma la necessaria condanna tanto dei

comportamenti prevaricatori e vessatori quanto di quelli reattivi, la risposta

giuridica, nel caso di specie, non avrebbe dovuto ignorare le condizioni di

umiliazione a cui l’adolescente in questione è provato fosse stato ripetutamente

sottoposto.

E senza mortificare le regole causali, nè utilizzarle come giudizi di valore, alla

luce del risultato che si intendeva conseguire in termini di responsabilità,

tarando le prime sul secondo, il giudice avrebbe dovuto tener conto della loro

permeabilità da parte di istanze di giustizia sostanziale, onde pervenire “alla più

corretta delle soluzioni possibili” (Cass. 21/7/2011, n. 15991), anche

abbandonando il piano naturalistico proprio della causalità materiale per

accedere ad un piano di valutazione della dimensione complessiva della

convergenza e dell’interazione di tutti i fattori concausali all’interno della più

ampia fattispecie di responsabilità civile.

Se il metodo generalizzante, cioè la regola che ha ispirato la decisione

impugnata, ha permesso di ricostruisce in astratto l’evento, semplificandolo, ad

altro risultato il giudice avrebbe potuto approdare, ove si fosse avvalso del

criterio della causalità individuale, la quale avrebbe avuto il pregio di focalizzare

l’analisi sull’evento per come verificatosi e che, differendo dalla causalità

generale non già per il criterio adoperato, ma solo per la base del giudizio,

avrebbe messo il giudicante nella condizione di attribuire il giusto peso, in

termini di spiegazione causale, a tutti gli elementi concreti e alle circostanze del

caso reputate rilevanti.

Come la dottrina mette in risalto nel giudizio di causalità generale, infatti, la

base è idealtipica e, pertanto, depurata di contenuti descrittivi; nel giudizio di

causalità individuale, per contro, la base è necessariamente più ricca di

elementi, dato che nel modello di spiegazione causale devono essere inseriti

tutti gli elementi concreti reputati rilevanti.

Questa sezione della Corte regolatrice ha già avuto occasione di affermare che,

pur non spettando al giudice esprimere valutazioni di tipo etico e sociale

relativamente al comportamento dei consociati, non deve ritenersi preclusa la

possibilità di usare la responsabilità civile allo scopo di offrire risposte,

ovviamente rigorosamente incardinate sul piano giuridico, capaci di adattarsi al

contesto situazionale di riferimento, sensibili ai mutamenti sociali del tempo, e

capace di collocarsi diaframmaticamente nelle dinamiche interpersonali che

promanano dai sempre più frequenti processi vittimogeni che coinvolgono

soprattutto le giovani generazioni (Cass. 12/04/2018, n. 9059).

Per di più, la giurisprudenza di questa Corte ha in varie occasioni ribadito che –

allo scopo di pervenire ad una soluzione che sia tra le disponibili la migliore e la

più aderente alle caratteristiche uniche del caso concreto – è permesso al

giudice, quando non sia più in questione l’accertamento del nesso di

derivazione causale, perchè il danno è eziologicamente ascrivile alla condotta

colpevole dell’agente, nella fase di determinazione del danno-conseguenza

risarcibile, sul piano della determinazione dell’ammontare del quantum

risarcitorio dovuto, servirsi della valutazione equitativa ex art. 2056 c.c. e

determinare, quindi, la compensazione economica ritenuta socialmente

adeguata del pregiudizio, cioè quella che, a fronte di un danno certo – la

valutazione equitativa non può surrogarsi alla prova della ricorrenza del danno –

ne determini l’ammontare tenuto conto della compensazione che la coscienza

sociale in un determinato momento storico ritenga equa, tenuto conto di tutte le

specificità del caso concreto ed in particolare dei vari fattori incidenti sul

verificarsi della lesione e sulla sua gravità (Cass. 29/2/2016, n. 3893; Cass.

21/08/2018 20829; Cass. 18/04/2019, n. 10812).

Ne conseguono: l’accoglimento del secondo motivo di ricorso, la cassazione

della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e il rinvio della

controversia alla Corte d’Appello di Catanzaro in diversa composizione che

procederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Depositato in Cancelleria il 10 settembre 2019.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso e rinvia la controversia alla

Corte d’Appello di Catanzaro in diversa composizione, anche per la

liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della

Corte di Cassazione, il 20 giugno 2019.