Avvocato a Bologna Sergio Armaroli
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MINORI AFFIDATI A ASSISTENTI SOCIALI AVVOCATO PER TUTELA GENITORI

MINORI AFFIDATI A ASSISTENTI SOCIALI AVVOCATO PER TUTELA GENITORI

 

 

AVVOCATO DIFESA GENITORI A CUI SONO STATI TOLTI I FIGLI
Pertanto, nonostante le buone risorse affettive ed intellettuali di entrambi e la loro astratta idoneità ad essere destinatari dell’affidamento della minore, la Corte di Appello ha ritenuto di conservare l’affidamento ai servizi sociali e complessivamente l’assetto preesistente con obbligo per il D. di versare 600 Euro al mese per il concorso al mantenimento della figlia minore. rottura- avvocato Bologna

 

 

La L. n. 219 del 2012, ha modificato l’art. 38 disp. att. c.c., attribuendo alla competenza del giudice ordinario i procedimenti ablativi o limitativi della responsabilità genitoriale se sia già pendente fra le stesse parti (id est: fra i genitori) un procedimento di separazione personale o di divorzio od un giudizio ai sensi dell’art. 316 c.c.. Tale disposizione rende ulteriormente ingiustificata la distinzione fra i provvedimenti assunti ai sensi dell’art. 337 bis c.c. e segg. e quelli assunti dal medesimo giudice, con la medesima sentenza, ai sensi degli artt. 330, 333 c.c., attribuendo solo ai primi, e non anche ai secondi, attitudine al giudicato rebus sic stanti bus.

Invero, al di là delle indubbie problematiche di natura processuale che si verrebbero a creare per effetto di tale distinzione, non appare contestabile che nè gli uni nè gli altri potrebbero essere modificati (o revocati) se non in dipendenza di un provato mutamento della situazione di fatto.

Passando all’esame del ricorso, il primo motivo deve ritenersi inammissibile in quanto volto esclusivamente a sostituire all’esame e alla valutazione svolta insindacabilmente dal giudice del merito, un giudizio alternativo sulla capacità genitoriale della ricorrente.

Il secondo motivo è manifestamente infondato dal momento che il mantenimento del regime di affidamento statuito dalla Corte d’Appello comporta come premessa logica indefettibile il rigetto implicito della domanda di affidamento esclusivo, essendo fondato sull’accertamento dell’attuale non compatibilità della situazione genitoriale della ricorrente con una modifica del regime di affidamento della minore.

 

 

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 

SEZIONE PRIMA CIVILE

Sentenza 16 novembre 2016 – 7 febbraio n. 3192

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente –
Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –
Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –
Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –
Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere – 

ha pronunciato la seguente: 

SENTENZA 

sul ricorso 23716/2015 proposto da:

C.I., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ATTILIO REGOLO 19, presso l’avvocato GIUSEPPE LIPERA, che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso; – ricorrente –

contro

D.V.T., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato DANIELA GASPARIN, giusta procura in calce al controricorso; – controricorrente –

avverso il decreto n. 1802/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositato il 03/08/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/11/2016 dal Consigliere Dott. MARIA ACIERNO;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato G. LIPERA che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilità, rigetto del ricorso.

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

C.I. chiedeva al Tribunale l’affidamento esclusivo della figlia minore A.D., nata dalla relazione con D.V.T. ed un contributo per il mantenimento della minore a carico del padre.

Il tribunale, rilevata la patologica conflittualità tra i genitori della minore e, constatato il trasferimento della C. con la minore, della quale era stata designata collocataria, a Co., affidava la minore al Comune e, per esso, ai servizi sociali territorialmente competenti, conservava il collocamento presso la madre e stabiliva che le decisioni di maggior interesse per la minore dovessero essere assunte dall’ente affidatario; delegava i servizi sociali ad organizzare gli incontri padre – figlia all’interno di uno spazio neutro e con la facoltà d’introdurre incontri liberi.

Investita dalla C. del reclamo, la Corte d’Appello di Milano, ha confermato le statuizione del giudice di primo grado osservando che le indicazioni pervenute dalla relazione psicologica ASL evidenziano un grado molto elevato di conflittualità e diffidenza reciproca nonchè modalità di comunicazione molto aggressive tra i genitori tanto da impedire incontri tra di essi, finalizzati ad un regime di visita concordato.

Pertanto, nonostante le buone risorse affettive ed intellettuali di entrambi e la loro astratta idoneità ad essere destinatari dell’affidamento della minore, la Corte di Appello ha ritenuto di conservare l’affidamento ai servizi sociali e complessivamente l’assetto preesistente con obbligo per il D. di versare 600 Euro al mese per il concorso al mantenimento della figlia minore.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione C.I. affidandosi a due motivi. Ha resistito con controricorso il D..

Nel primo motivo la ricorrente ha dedotto la violazione degli artt. 317 bis e 333 c.c., nonchè art. 111 Cost., comma 4, per avere la Corte d’Appello reiterato la statuizione di affidamento ai servizi sociali della minore, senza considerare la piena idoneità genitoriale della ricorrente medesima. In particolare viene sottolineata la omessa considerazione della rilevante distinzione tra le due figure genitoriali e l’assenza di comportamenti negativi da parte della ricorrente che, contrariamente a quanto sostenuto dai giudici, ha sempre favorito gli incontri con il padre, suggerendo anche le condotte più consone ad attirare l’attenzione della bambina. Le capacità genitoriali della ricorrente sono, inoltre, sottolineate dalla relazione dei servizi sociali del (OMISSIS) nella quale si sottolineano le qualità genitoriali della ricorrente e la sua volontà di favorire i rapporti con il padre.

La misura limitativa della responsabilità genitoriale deve, pertanto, ritenersi assunta in spregio ai presupposti di legge non ravvisandosi alcuna condotta della madre pregiudizievole per la minore. In particolare si sottolinea che l’affidamento all’ente terzo si giustifica solo a fronte della totale incapacità di entrambi i genitori a svolgere il ruolo genitoriale e non quando gli stessi ottemperino alle indicazioni fornite dal giudice o dai servizi territoriali, mentre il D. ha talvolta omesso di presentarsi agli incontri protetti senza preavviso ed ha frapposto ostacoli agli incontri protetti infrasettimanali.

In conclusione, non è condivisibile alla luce dell’impegno genitoriale della ricorrente che ad essa siano sottratte le decisioni più significative sulla salute, la residenza, l’istruzione della figlia.

Nel secondo motivo si censura l’omessa pronuncia sulla domanda di affidamento esclusivo della minore alla ricorrente. La corte d’Appello ha solo escluso l’idoneità dell’affidamento condiviso nella specie senza verificare le condizioni dell’affidamento esclusivo che, invece, sarebbero giustificate dalle condotte aggressive avute anche davanti alla minore del D..

Preliminarmente deve essere respinta l’eccezione d’inammissibilità del ricorso per cassazione sollevata dalla parte controricorrente alla luce dell’orientamento nettamente prevalente di questa sezione così sintetizzato nella massima che segue: “Il decreto della corte di appello, contenente provvedimenti in tema di affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio e le disposizioni relative al loro mantenimento, è ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., poichè già nel vigore della L. 8 febbraio 2006, n. 54 – che tendeva ad assimilare la posizione dei figli di genitori non coniugati a quella dei figli nati nel matrimonio – ed a maggior ragione dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 – che ha abolito ogni distinzione – al predetto decreto vanno riconosciuti i requisiti della decisorietà, in quanto risolve contrapposte pretese di diritto soggettivo, e di definitività, perchè ha un’efficacia assimilabile “rebus sic stantibus” a quella del giudicato” (Cass. 6132 del 2015 cui è seguita 18194 del 2015).

L’affidamento di minori ai servizi sociali, all’interno del conflitto genitoriale non determina alcuna modificazione della qualificazione giuridica del provvedimento, nonostante il diverso arresto, del tutto isolato, alla luce delle pronunce più recenti, contenuto nella pronuncia n. 16227 del 2015. Peraltro deve evidenziarsi l’evoluzione dell’orientamento di questa sezione anche in ordine all’ammissibilità del ricorso per cassazione avverso provvedimenti aventi esclusivamente contenuto limitativo o di decadenza della responsabilità genitoriale (artt. 330 e 333 c.c.). 

Al riguardo deve ritenersi superato l’orientamento negativo (Cass. 15341 del 2012; 24477 del 2015) in favore dell’ammissibilità del ricorso ex art. 111 Cost., anche per questa specifica tipologia di provvedimenti quando non interlocutori o aventi soltanto efficacia provvisoria ed endoprocessuale (Cass. 1743 e 1746 del 2016 in motivazione e la più recente ed articolata pronuncia n. 23633 del 2016). 

Le ragioni del revirement, ampiamente esposte in quest’ultima pronuncia sono le seguenti: nei procedimenti c.d. de potestate non si rinviene “una preminente, o addirittura esclusiva, attività di controllo del giudice sull’esercizio della responsabilità genitoriale, che escluda la presenza di parti processuali fra di loro in conflitto: l’art. 336 c.c. (più volte novellalo) stabilisce infatti quali sono i soggetti legittimati a promuovere il ricorso, prevede che genitori e minori siano assistiti da un difensore, sancisce l’obbligo di audizione del genitore contro il quale il procedimento è promosso. Non si dubita, poi, che il provvedimento adottato dal giudice sia immediatamente reclamabile, oltre che revocabile ad istanza del genitore interessato. Infine, ed è argomento che appare dirimente, il decreto che dispone la limitazione o la decadenza della responsabilità genitoriale incide su diritti di natura personalissima, di primario rango costituzionale (Cass. n. 12650/015)”.

Anche il giudice del conflitto familiare è tenuto ad assumere provvedimenti nell’esclusivo interesse del minore in tema di affidamento e statuizioni consequenziali fino a giungere, come nella specie, alla sospensione temporanea della titolarità e dell’esercizio della responsabilità genitoriale in capo ai genitori.

La L. n. 219 del 2012, ha modificato l’art. 38 disp. att. c.c., attribuendo alla competenza del giudice ordinario i procedimenti ablativi o limitativi della responsabilità genitoriale se sia già pendente fra le stesse parti (id est: fra i genitori) un procedimento di separazione personale o di divorzio od un giudizio ai sensi dell’art. 316 c.c.. Tale disposizione rende ulteriormente ingiustificata la distinzione fra i provvedimenti assunti ai sensi dell’art. 337 bis c.c. e segg. e quelli assunti dal medesimo giudice, con la medesima sentenza, ai sensi degli artt. 330, 333 c.c., attribuendo solo ai primi, e non anche ai secondi, attitudine al giudicato rebus sic stanti bus.

Invero, al di là delle indubbie problematiche di natura processuale che si verrebbero a creare per effetto di tale distinzione, non appare contestabile che nè gli uni nè gli altri potrebbero essere modificati (o revocati) se non in dipendenza di un provato mutamento della situazione di fatto.

Passando all’esame del ricorso, il primo motivo deve ritenersi inammissibile in quanto volto esclusivamente a sostituire all’esame e alla valutazione svolta insindacabilmente dal giudice del merito, un giudizio alternativo sulla capacità genitoriale della ricorrente.

Il secondo motivo è manifestamente infondato dal momento che il mantenimento del regime di affidamento statuito dalla Corte d’Appello comporta come premessa logica indefettibile il rigetto implicito della domanda di affidamento esclusivo, essendo fondato sull’accertamento dell’attuale non compatibilità della situazione genitoriale della ricorrente con una modifica del regime di affidamento della minore.

In conclusione il ricorso deve essere rigettato con applicazione del principio della soccombenza in ordine alle spese processuali del presente giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali in favore della parte controricorrente da liquidarsi in Euro 3000 per compensi ed Euro 200 per esborsi oltre accessori di legge.

In caso di diffusione omettere le generalità delle parti e ogni riferimento geografico.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 16 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2017.

RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena

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, “al di là ed a prescindere, per il momento, dalla condivisibilità di alcune affermazioni volte a negare tout court l’autonomia del danno morale quale componente risarcitoria, sì come ritenuta foriera di presunte “duplicazioni risarcitorie di incerta classificazione” (Cass. n. 21716/2013; Cass. n. 36/2016), su di un piano generale (Cass. 4379/2016) il nostro ordinamento positivo conosca e disciplini (soltanto) la fattispecie del danno patrimoniale, nelle due forme (o, se si preferisce, nelle due “categorie descrittive”) del danno emergente e del lucro cessante: art. 1223 c.c.), e del danno non patrimoniale (art. 2059 c.c.)” (Cass. 7766/2016).

La natura cd. “unitaria” di quest’ultimo, come espressamente predicata dalle sezioni unite di questa Corte con le sentenze del 2008, deve essere intesa, secondo il relativo insegnamento, come unitarietà rispetto alla lesione di qualsiasi interesse costituzionalmente rilevante non suscettibile di valutazione economica (Cass. ss.uu. 26972/2008).

Uno degli eventi più traumatici nella vita di una persona e di una famiglia, l’incidente stradale ci strappa via, in un lasso di tempo brevissimo, un affetto e ci fa piombare in una realtà di burocrazia e scelte a cui bisogna rispondere velocemente.

Le tipologie di danni subite a causa di un incidente stradale o di altro evento traumatico, sono le seguenti:

inabilità temporanea: il periodo di degenza ospedaliera e/o di convalescenza;

invalidità permanente: si vedano le apposite tabelle;

danno morale.

 danni iure hereditatis, ovvero quei danni risarcibili in favore dei prossimi congiunti solo se la vittima è deceduta dopo un apprezzabile lasso temporale dall’avvenuto incidente stradale; questa categoria comprende:

il danno biologico terminale, ovvero quella serie di menomazioni dell’integrità fisica e psicologica subita dal danneggiato e che si prolunga dall’incidente fino al momento del decesso;

il danno catastrofale , che fa riferimento ai danni psichici subiti dal danneggiato anche se di durata limitata (nel caso la morte sopraggiunga dopo breve tempo dall’incidente); è importante in questo caso sottolineare come è possibile il riconoscimento del danno” iure hereditario” se e soltanto se il danneggiato ha avuto modo – anche se per un breve periodo – di rendersi cosciente delle lesioni del danno subito;

Come noto, dopo l’intervento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (S.U., sentenza n. 15350 del 22 luglio 2015), il danno tanatologico è indiscutibilmente entità di per sé non risarcibile: essendo il bene vita fruibile solo dal titolare, esso è insuscettibile di essere liquidato per equivalente. Pertanto, qualora il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempio dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis del danno tanatologico.

Per supplire alla non risarcibilità del c.d. danno tanatologico, la giurisprudenza ha elaborato la categoria del c.d. danno biologico terminale. Esso consiste nel pregiudizio non patrimoniale patito dalla vittima primaria nell’intervallo di tempo intercorso tra la lesione del bene salute e il sopraggiungere della morte. Tale voce di risarcimento si produce, quindi, nella sfera giuridica della vittima che ancora non è deceduta e pertanto è trasmissibile agli eredi (a differenza del danno tanatologico).

Il danno biologico terminale rientra nel danno da inabilità temporanea considerato nel massimo della sua entità e intensità (cfr. Cass. civ., 16 maggio 2003, n. 7632). Infatti, il giudice di merito, ai fini della liquidazione del danno biologico terminale quale danno da inabilità temporanea, dovrà considerare che, sebbene temporanea, la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte.

Condizione necessaria per la risarcibilità del c.d. danno biologico terminale è che tra l’evento lesivo e la morte intercorra un considerevole lasso di tempo.

i danni iure proprio, i quali si configurano come quei danni risarcibili ai congiunti in quanto propriamente danneggiati e non come eredi.

Tale categoria comprende:

i danni patrimoniali, comprensivi di:

danni emergenti, ovvero il complesso di spese sostenute dai congiunti a seguito dell’incidente del decesso;

danni da lucro cessante e/o della perdita di flusso finanziario alle entrate familiari;

i danni non patrimoniali, comprensivi di:

danno biologico, ovvero il complesso di danni permanenti all’integrità psicofisica dei congiunti derivanti dalla perturbazione causata dal decesso;

danno morale, riferibile allo sconvolgimento della vita quotidiana subita dai congiunti;

danno esistenziale (o di perdita della relazione parentale), che tiene conto, secondo diversi parametri, del danno subito dall’integrità del vincolo familiare.

RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena
RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena E DIVISIONE EREDITARIA RISOLVI ORA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

Natura unitaria sta a significare che non v’è alcuna diversità nell’accertamento e nella liquidazione del danno causato dal vulnus di un diritto costituzionalmente protetto diverso da quello alla salute, sia esso rappresentato dalla lesione della reputazione, della libertà religiosa o sessuale, della riservatezza, del rapporto parentale.

Natura onnicomprensiva sta invece a significare che, nella liquidazione di qualsiasi pregiudizio non patrimoniale, il giudice di merito deve tener conto di tutte le conseguenze che sono derivate dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, e di non oltrepassare una soglia minima di apprezzabilità, onde evitare risarcimenti cd. bagattellari (in tali termini, del tutto condivisibilmente, Cass. 4379/2016).

L’accertamento e la liquidazione del danno non patrimoniale costituiscono, pertanto, questioni concrete e non astratte.

Ma, se esse non richiedono il ricorso ad astratte tassonomie classificatorie, non possono per altro verso non tener conto della reale fenomenologia del danno alla persona, negando la quale il giudice rischia di incorrere in un errore ancor più grave, e cioè quello di sostituire una (meta)realtà giuridica ad una realtà fenomenica.

RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena
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Oggetto della valutazione di ogni giudice chiamato ad occuparsi della persona e dei suoi diritti fondamentali è, nel prisma multiforme del danno non patrimoniale, la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto.

Conclusioni recente sentenza di un ottimo magistrato trib bologna

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

TERZA SEZIONE CIVILE

Sulla somma definitiva come infra determinata, che rappresenta debito di valore ad oggi cristallizzato in debito di valuta, spettano gli interessi legali in funzione compensativa, anziché sulla somma devalutata alla data dell’illecito e poi via via rivalutata, sulla somma come determinata ad oggi, ma con decorrenza da una data intermedia tra quella dell’illecito e la data della presente sentenza, che viene equitativamente fissata il 16.11.2016.


  1. Quanto al danno di riflesso patito dai prossimi congiunti di DA SILVA Oderiano, quale conseguenza diretta e immediata delle gravissime limitazioni funzionali allo stesso esitate per effetto della condotta contra legem di CARDOSO Carlos, si rende necessario premettere talune considerazioni.IL DANNO PATITO DAI PROSSIMI CONGIUNTI FARKAS MARIA JANA, DA SILVA EVA, DA SILVA ELENA, DA SILVA GOMEZ, DA SILVA ANDREAS

Una liquidazione finalisticamente unitaria del danno alla persona importa di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto di ogni sfaccettatura del prisma del danno non patrimoniale, che consideri quindi il pregiudizio complessivamente ed effettivamente subìto, senza limitazioni alla sola lesione dell’integrità psicofisica, quale danno alla salute, bensì in una dimensione omnicomprensiva, in grado di accordare adeguato ristoro ad ogni vulnus arrecato ad un altro valore/interesse costituzionalmente tutelato tanto in termini di sofferenza morale, quanto di privazione/diminuzione/modificazione delle attività dinamico-relazionali precedentemente esplicate dal soggetto danneggiato (Cfr. per tutte Cass., III sez., sent. del 17/01/2018 n. 901).

Quanto poi alla specifica risarcibilità del danno riflesso sub specie da lesione del rapporto parentale, si considera opportuno anticipare alcune brevi considerazioni di portata generale e, come tali, valevoli per ciascun familiare intervenuto.

In punto di legittimazione di tutti i congiunti di DA SILVA ODERIANO a domandare il ristoro del danno da lesione del rapporto parentale si osserva che questo Tribunale, già con altre precedenti pronunce, richiamando numerosi arresti di legittimità e di merito, ha ritenuto ragionevole riconoscere il danno di riflesso per macrolesioni in capo ai congiunti dell’infortunato soltanto nei casi, come il presente, in cui le lesioni siano di particolare gravità, almeno pari, orientativamente, al 60%: soltanto oltre tale entità, infatti, appare sostenibile che la convivenza o la vicinanza con il congiunto siano fonte di sofferenza, disagio psicologico, sconvolgimento delle abitudini.

Sgombrato il campo da qualunque dubbio sulla legittimazione ad instare per il riconoscimento di tale tipologia di danno, da un punto di vista definitorio, sebbene con riferimento al caso di morte del congiunto, legittimamente paragonabile al caso che occupa vista la quasi totale compromissione dell’integrità fisica dell’infortunato, come si ricava infra, si rileva che “il pregiudizio da perdita del rapporto parentale rappresenta un peculiare aspetto del danno non patrimoniale e consiste non già nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità, bensì nello sconvolgimento dell’esistenza, rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, nonché nella sofferenza interiore derivante dal venir meno del rapporto. Trattasi di danno non patrimoniale iure proprio del congiunto il quale è ristorabile in caso non solo di perdita, ma anche di mera lesione del rapporto parentale” (Cfr. Cass. SEZ. III, ord. del 28.9.2018, n. 23469; Cass. 31 maggio 2003, n. 8827; 20 agosto 2015, n. 16992).

Per quel che riguarda, invece, il grado e l’onere della prova richiesti ai prossimi congiunti del macroleso, attraverso l’utilizzo del meccanismo presuntivo (artt. 2727 e 2729 c.c.) il più recente orientamento della Suprema Corte di Cassazione statuisce che “Il danno non patrimoniale, consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa in modo non lieve dall’altrui illecito, può essere dimostrato con ricorso alla prova presuntiva ed in riferimento a quanto ragionevolmente riferibile alla realtà dei rapporti di convivenza ed alla gravità delle ricadute della condotta.”” (Cass. n. 2788 del 31/01/2019).

Esaurite le doverose premesse, si procede alla specifica valutazione e relativa liquidazione dei danni subìti dai prossimi congiunti di DA SILVA ODERIANO.

RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena
RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena

A tal fine si riportano di seguito le osservazioni svolte dal CTU, coadiuvato dal proprio ausiliario prof. Marziano CERISOLI, che ha sottoposto a visita peritale FARKAS MARIA JANA, DA SILVA EVA, DA SILVA ELENA e ha periziato DA SILVA GOMEZ, quest’ultimo attraverso un attento esame e valutazione della relativa documentazione medica, presente in atti.

Su FARKAS MARIA JANA, moglie di DA SILVA Oderiano:

“Richiesta di descrivere i cambiamenti eventualmente sopraggiunti a seguito dell’incidente del marito e soprattutto a seguito delle gravi disabilità che lo stesso ha esitato, la Sig.ra Maria Jana ha voluto ripercorrere il faticoso e doloroso iter sanitario e riabilitativo del marito, unitamente alla sua assidua presenza assistenziale che ancora in continuità condizionerebbe tutto il suo stile di vita.

Richiesta di descrivere la sua quotidianità, la Sig.ra Maria Jana ha dichiarato che, al risveglio, si occupa dell’accudimento della figlia e del suo accompagnamento a scuola, poi rientra in casa e si occupa del marito partecipando attivamente a tutte le necessità assistenziali e terapeutiche, ivi compresa la gestione della “stomia” (della quale è portatore) e dei cateterismi.

Contestualmente si occupa della gestione della casa e della preparazione dei pasti. Poi, nel pomeriggio, si alterna nella gestione dei bisogni del marito e delle richieste/necessità della bimba.

Denuncia difficoltà relazionali, condizionate dalle disabilità del marito ed una attività sessuale decisamente “mortificata”.

A precisa domanda ha risposto affermando di non essere mai ricorsa ad interventi terapeutici specifici in quanto ho sempre cercato di “controllarmi da sola”, anche se incorrerebbe in saltuarie crisi di pianto ma “sempre da sola e quando non mi vede nessuno.”

Non vi è dubbio alcuno sull’efficienza lesiva dell’accadimento (che ha visto protagonista il marito) che ha causato e mantiene un rilevante sovvertimento dell’assetto esistenziale della Sig.ra Maria Jana.

Se il disagio esistenziale risulta decisamente prevalente, dal colloquio sono emersi anche aspetti di sofferenza psicologica che, seppure contenuti e compressi nella loro rappresentazione, risultano evidenti, come testimonianza di una manifestazione psicopatologica reattiva, di tipo riflesso.

Nel caso della Sig.ra Farkas Maria Jana il Disturbo dell’Adattamento con Umore Depresso, di Tipo Cronico, può essere valutato quale danno biologico psichico attorno al 10%.”.

Su DA SILVA EVA, figlia minore di DA SILVA Oderiano (9 anni):

“Eva è stata intrattenuta a colloquio in presenza della madre alla quale, successivamente e senza la presenza di Eva, sono state richieste informazioni circa il comportamento abituale della bimba.

Infatti il colloquio ha evitato accuratamente di fare riferimenti specifici all’accadimento (modalità di approccio concordata e condivisa dal CTU e dai CCTTPP presenti) ma si è limitato a valutare il comportamento, la gestualità, l’eloquio e l’interazione della minore, riuscendo in tal modo ad apprezzare una bimba vivace, serena, disposta ad interagire adeguatamente con le sollecitazioni proposte, partecipando attivamente allo scherzo ed al gioco.

Non sono emersi aspetti regressivi né nella gestualità, né nel rapporto con la madre rispetto alla quale è parsa assolutamente indipendente e per nulla condizionata.

Ha descritto la sua attività scolastica ed il rapporto amicale con puntualità e sottolineandone in maniera “arguta” gli aspetti per lei più significativi. La madre ha confermato che Eva è una bimba serena che non sembra patire della difficile condizione del padre, non sottraendosi neppure ad intervenire in suo aiuto nei momenti più “difficili”. Dal settembre u.s. è tornata a dormire da sola nella sua cameretta, non si sveglia la notte, ha un buon rendimento scolastico ed ottime disponibilità/capacità di socializzazione.

Alla luce di queste osservazioni, condivise dai CCTTPP convenuti, si è concordemente pervenuti alla conclusione che Eva non presenta segni e/o sintomi di sofferenza psicologica riconducibili all’evento traumatico del quale è stato vittima il padre.

Nel caso in esame, sulla base delle risultanze psicodiagnostiche condivise, non sussiste alcun danno psichico.”

Su DA SILVA ELENA, madre di DA SILVA Oderiano:

“La Sig.ra Da Silva si è disposta al colloquio in maniera adeguata nei modi e nell’abbigliamento, esprimendo un eloquio rappresentato secondo cultura e scolarità, sostenuto da una ideazione lucida e coerente. Critica e giudizio sono apparsi conservati.

Il racconto è stato declinato con una partecipazione emotiva intensa e sofferta, ma senza pretestuose amplificazioni.

La Sig.ra Da Silva è portatrice di crolli vertebrali ed indossa busto a dimora. Invalida al 100% necessita di adeguati supporti assistenziali.

La Sig.ra Da Silva ha rappresentato vissuti di significativa sofferenza psicologica, con un atteggiamento dimesso e sofferente e sottolineando una specie di centralità relativamente all’incidente del figlio, aggravata dalla sua impossibilità di fornirgli i necessari supporti assistenziali.

Ha dichiarato di avere fatto il possibile per aiutare il figlio e la nipote, ma dopo i crolli vertebrali (circa un anno fa) tutto ciò non le è stato più possibile. Tutto ciò le ingenera sentimenti di insufficienza e inadeguatezza, anche se la sig.ra Da Silva non nasconde come a questi vissuti concorrano e patologie delle quali è portatrice, così come la mortificazione per la carcerazione e la collocazione in una comunità terapeutica degli altri due figli. A suo dire, tuttavia, l’incidente di Oderiano e le conseguenze derivate sarebbero state e sarebbero ancora la causa prevalente della sua sofferenza psicologica.

Dichiara di avere ricorrenti momenti di sconforto ed un sonno irregolare e poco riposante, anche a causa della presenza della “sacca” a seguito della ileostomia.

Una penosa demoralizzazione è risultata l’espressione più evidente di una sofferenza psicologica che si rappresenta con un atteggiamento dimesso, impoverito e decisamente anergico.

Non vi è dubbio alcuno che l’evento traumatico del figlio e le gravi disabilità residuate si inscrivono in un percorso esistenziale, quello della Sig.ra Da Silva, già connotato di altri, rilevanti e ripetuti eventi stressanti, realizzandosi in tal modo una embricatura nella quale gli stessi accadimenti concorrono significativamente, rendendo difficile una loro delimitazione specifica, ma soprattutto laddove diventa difficile una “pesatura” differenziale degli stessi.

Nel vissuto attuale della Sig.ra Da Silva emerge soprattutto una penosa condizione di inutilità e di inefficienza che si proietta inevitabilmente sulla condizione del figlio conferendo in tal modo alla stessa una specie di prevalenza nella sua indubbia sofferenza psicologica. Se, infatti, la carcerazione e la collocazione in una comunità terapeutica degli altri due figli sono evidenti condizioni di sofferenza psicologica, le stesse la rendono in qualche misura incapace, concretamente, di operare nel tentativo di migliorare la loro condizione, diversamente dalla condizione di Oderiano che, se nella disponibilità di adeguate risorse, potrebbe contribuire a migliorare, almeno in termini assistenziali.

Ricorrendo ad un esercizio sicuramente arbitrario, ma nella necessità di enucleare da una significativa sofferenza “depressiva” espressione di diverse situazioni “stressanti”, quanto di questa può esser attribuita all’evento traumatico qui in discussione, riteniamo che la stessa possa essere riconosciuta nei termini di un Disturbo dell’Adattamento con Umore Depresso, di tipo cronico, valutazione diagnostica che così definita e delimitata al contesto causale in discussione, è stata condivisa dalle parti convenute.

In conclusione, sulla base di quanto in precedenza ricordato a proposito della Sig.ra FarkasMaria Jana, anche nel caso della Sig.ra Da Silva Elena sussiste un Disturbo dell’Adattamento con Umore Depresso di Tipo Cronico, che può essere valutato quale danno biologico psichico, attorno al 10%.”

Su DA SILVA GOMEZ, fratello di DA SILVA Oderiano:

“Come noto, il periziando non si è presentato alla visita peritale nei diversi incontri avuti con i rappresentanti della famiglia Da Silva. Per tale motivo qualsivoglia interpretazione medico-legale che sarà svolta nelle pagine seguenti risente di tale importante mancanza in quanto non è stato possibile sottoporre a consulenza psichiatrica il Sig. Gomez. Le note che seguiranno, pertanto, si basano esclusivamente sull’esame della documentazione sanitaria allegata al fascicolo processuale e riportata in precedenza.

Sintetizzando al massimo i dati documentali è possibile affermare che il sig. Da Silva Gomez, dopo l’evento traumatico del fratello avvenuto in data 16.11.2012, fu ricoverato una prima volta dal 10.01 al 06.02.2013 presso la Casa di Cura Ai Colli di Bologna; una seconda volta dal 09.04.2013 al 02.05.2013 presso la Casa di Cura Villa Baruzziana; una terza volta dal 26.06 al 19.07.2013 preso la stessa struttura.

Sulla base dei dati clinici desunti dall’esame della documentazione sanitaria è possibile affermare che Gomez risulta affetto da un disturbo di personalità borderline.

Secondo il DSM-5 gli individui affetti da questo disturbo presentano, fra le caratteristiche peculiari, una instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore che in periodi di particolare stress, soprattutto interpersonale, può determinare un’intensa disforia, deflessione dell’umore, ansia intensa e anche la comparsa di ideazione paranoide transitoria o sintomi dissociativi.

Appare pertanto probabile, in relazione alla correlazione temporale fra l’incidente del fratello e i successivi tre ricoveri, che l’evento traumatico accaduto ad Oderiano abbia rappresentato per il sig. Gomez un carico allostatico tale da determinare uno scompenso psicopatologico su di una situazione premorbosa labile. Considerando la tipologia della patologia psichiatrica di cui risulta affetto, essa rappresenta una preesistenza assai rilevante che tuttavia, per le sue peculiarità psicopatologiche, non porta ad escludere il nesso concausale (sia riguardo all’idoneità lesiva che al criterio cronologico) fra l’incidente accaduto al fratello e il peggioramento psicopatologico che poi ha portato ai ricoveri il periziando. Trattasi pertanto di una condizione in cui il peggioramento psicopatologico che ha portato ai tre ricoveri rappresenta l’estrinsecazione, in forma clinicamente manifesta, di una preesistente alterazione, e in tal senso quindi predisponente, dell’assetto psichico dell’individuo, in cui l’evento traumatico del fratello ha determinato un viraggio in pejus del predetto stato. E’ chiaro però che l’insorgenza di un rilevante scompenso psichico tale da necessitare ben tre ricoveri a breve tempo l’uno dall’altro in presenza di un live event la cui portata psico-lesiva viene considerata generalmente come non rilevante -facendo riferimento alle scale degli eventi di rilevanza psico-traumatogena degli Autori che si sono occupati dell’argomento (Holmes e Rahe, 1967; Payke et al., 1971; Miller e Rahe, 1997)- sottolinea la rilevanza preponderante del ruolo della preesistenza, che, se pur non elimina la possibilità di riconoscere un nesso concausale all’evento traumatico in causa, condiziona però una significativa riduzione in termini valutativi relativamente al quantum.

Giunti a questo punto è possibile valutare il danno, con i limiti in precedenza indicati, orientativamente nei seguenti termini:

Inabilità temporanea totale: 77 giorni

Inabilità temporanea al 75%: 20 giorni

Inabilità temporanea al 50%: 20 giorni

Inabilità temporanea al 25: 20 giorni

Per quanto riguarda il danno permanente psichico può indicarsi un tasso approssimativo del 7-8%.

Le spese sostenute dal periziando ammontano a Euro 904,00.”

Orbene, le considerazioni psico-diagnostiche svolte dal prof. CERISOLI in uno con le valutazioni medico-legali svolte dal CTU VASAPOLLO (con opportuna indicazione, in premessa, dei criteri di valutazione adoperati) si presentano coerenti ed esaustive e il Tribunale non ravvisa alcun motivo per doversene discostare.

Del resto, non vi sarebbe, francamente, alcun ragionevole motivo per ritenere che il tono depressivo dell’umore riscontrato in FARKAS MARIA JANA e DA SILVA ELENA non derivi, in via esclusiva per la prima e in via prevalente per la seconda, già pesantemente segnata da dolorose vicende familiari, dal sinistro occorso ad DA SILVA Oderiano e dalle gravissime conseguenze traumatiche dallo stesso esitate, così come puntualmente riscontrato in perizia e condiviso, peraltro, dai CTP di entrambe le parti.

Lo stesso dicasi per il danno biologico accertato sulla persona di DA SILVA GOMEZ, a nulla rilevando la circostanza che lo stesso non si sia potuto sottoporre a visita medico legale dal CTU.

Disattendendo quanto eccepito sul punto dalla difesa di parte convenuta, si osserva infatti che la posizione di DA SILVA GOMEZ è stata comunque interessata da puntuali osservazioni peritali, basate non già su un esame clinico di tipo visivo bensì su un’attenta analisi di tutta la relativa documentazione medica sulla cui veridicità ovvero attendibilità, peraltro, non sono stati sollevati dubbi alcuni da parte dei CTP i quali, del resto, in sede di esame, hanno condiviso la predetta metodologia d’indagine.

RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena
RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena

Per quel che concerne la valutazione del danno da lesione del rapporto parentale, richiamati integralmente tutti gli orientamenti e le considerazioni evidenziati in premessa, preme rilevare che la gravità dell’evento lesivo subìto da DA SILVA ODERIANO e le conseguenze pressoché totalmente invalidanti riportate in seguito, in misura pari al 95%, consentirebbero per ciò solo di ritenere presuntivamente provato il conseguente sconvolgimento della dimensione affettiva ed esistenziale a danno della moglie FARKAS MARIA JANA e della figlia DA SILVA EVA.

Nello specifico, il danno riportato da FARKAS MARIA JANA appare ictu oculi agevolmente desumibile dal rapporto di coniugo con DA SILVA ODERIANO e dalle gravissime conseguenze invalidanti dallo stesso riportate. A ciò si aggiunga quanto compiutamente allegato dalla stessa nei propri atti difensivi, da cui è possibile ricostruire una vita matrimoniale precedentemente serena e appagante, densa di relazioni sociali e aspettative per il futuro, quadro ad oggi irrimediabilmente sconvolto e compromesso in cui la donna, pur non avendo “clinicamente” perso il marito, di fatto ha perduto la persona che aveva accanto sino a quel momento.

Come anche osservato dal CTU, una quotidianità così totalmente stravolta che ora, all’età di soli 38 anni, vede FARKAS MARIA JANA divisa tra l’assistenza continua al marito e la cura, totalmente da sola, della figlia minore, non ha potuto che determinare una rilevante compromissione nella propria vita di relazione, di fatto inibita sotto molteplici aspetti unita ad un’intima sofferenza che ha spaziato dall’angoscia iniziale di perder il proprio compagno sino all’attuale e consapevole dolore dell’irreversibilità, se non in senso peggiorativo, della propria condizione.

In tal senso, parte convenuta non ha mai allegato circostanze di segno contrario né ha mai smentito quelle allegate da controparte riconoscendole, per vero, una forma di lesione del rapporto parentale quasi in re ipsa desumibile anche solo dalla gravità delle lesioni riportate dal marito e da tutto l’indotto che la presenza di tali lesioni comporta per la quotidianità, senza speranza alcuna di miglioramento o ripresa, ma semmai di peggioramento.

Analoghe considerazioni sono del resto spendibili per la figlia minore DA SILVA EVA. Preme infatti osservare che, seppur la stessa non abbia e si aggiunge, fortunatamente, riportato una forma di lesione all’integrità psicofisica medicalmente apprezzabile in termini di danno biologico, nondimeno la portata delle conseguenze lesive occorse al padre, quando la stessa aveva poco più di 2 anni, hanno avuto e avranno, sicuramente e più che in via presuntiva, rilevanti riflessi nel rapporto padre-figlia. Come opportunamente allegato nelle proprie difese, in seguito all’incidente che l’ha privata del padre per lungo tempo e parzialmente anche della madre che gli prestava assistenza durante i lunghi ricoveri, la piccola Eva ha attraversato sinceri e innegabili momenti di smarrimento, manifestando rabbia, dolore e confusione, comprensibilmente identificandosi, data la tenera età, con i sentimenti materni. Pur non potendosi escludere a priori la persistente attualità di un’intima sofferenza emotiva per le condizioni del padre, nondimeno lo scenario attuale evidenzia, di fatto, una modificazione, oggettiva e in pejus, degli aspetti dinamico-relazionali della minore.

Date le proprie condizioni, il padre non può più occuparsi materialmente di lei come prima, necessitando lui per primo delle cure di terze persone (a volte della stessa figlia, come emerso in perizia); compromesso è anche l’aspetto ludico, la materialità dei quotidiani gesti d’affetto (es. prenderla in braccio) ovvero ancora le semplici uscite familiari, a lato pratico notevolmente difficoltose.

Per quel che riguarda il riconoscimento del danno parentale in capo agli altri congiunti di DA SILVA ODERIANO, è appena il caso di sgombrare immediatamente il campo dalle censure mosse da parte convenuta le quali si basano, per vero, unicamente sul mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte dei predetti intervenuti.

Richiamando quanto già osservato sul punto in premessa e in applicazione di un regime presuntivo che, per vero, parte convenuta ha già di fatto utilizzato per FARKAS MARIA JANA e DA SILVA EVA, si osserva come in termini ancor più significativi si sia recentemente espressa la Suprema Corte di Cassazione, (ordinanza del 31.7.2018 n. 18541) secondo cui “la prova del danno non patrimoniale patito dai prossimi congiunti di persona resa invalida dall’altrui illecito, può esser desunta presuntivamente anche soltanto dalla gravità delle lesioni (cfr. Cass. del 16.2.2012 n. 2228; in seguito Cass. 11.7.2017 n. 17058)”.

E ciò, invero, senza che possano farsi aprioristiche esclusioni basate sulla diversa natura ovvero intensità dei rapporti che legano il danneggiato ai propri congiunti (siano essi, come nel caso di specie, coniuge, figlia ovvero madre e fratelli) ovvero su un’eventuale non convivenza tra gli stessi. Osservando anche solo la struttura delle Tabelle Milanesi di riferimento è infatti agevole rilevare come tali fattori incidano solo sul quantum in concreto liquidabile, non già sull’an del risarcimento.

decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale RAPPORTI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA UN CITTADINO ITALIANO E UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE UE
RISARCIMENTO PER LESIONI GRAVISSIME DA INCIDENTE BOLOGNA RAVENNA forli cesena

Ciò premesso, si osserva come la madre DA SILVA ELENA abbia compiutamente allegato e descritto, e controparte nulla ha provato in contrario né ha puntualmente smentito, la forza della relazione affettiva che intercorre con il figlio Oderiano e lo stravolgimento che ne sia seguito a causa del sinistro. Si apprezza, infatti, come DA SILVA ODERIANO rappresentasse per la madre un sicuro punto di riferimento e serenità: considerato il più fortunato tra i figli, circondato da affetti importanti, lavoratore e, soprattutto, presenza di grande conforto e sostegno nel travaglio della malattia materna. Se prima la stessa godeva di assistenza pressoché costante da parte del figlio, a seguito dell’incidente le parti si sono invertite: DA SILVA ODERIANO si è trasformato da assistente ad assistito e tutte le cure e le attenzioni familiari si sono comprensibilmente riversate su di lui, ivi comprese quelle materne tale per cui, anche in questo caso, l’irreversibile sconvolgimento degli equilibri di relazione intra familiare è innegabile.

Parimenti, anche per i fratelli DA SILVA GOMEZ e DA SILVA ANDREAS deve riconoscersi l’effettiva lesione del rapporto parentale. Per il primo, ferma restando l’incidenza reattiva della propria patologia psichiatrica, che innegabilmente ne amplifica la risposta emotiva agli eventi traumatici, è stato allegato, e clinicamente evidenziato nella consultazione psicologica del prof. Stella, come in seguito al sinistro occorso al fratello Oderiano lo stesso si sia completamente chiuso in se stesso, ritirando buona parte degli investimenti affettivi che aveva faticosamente conquistato nel mondo esterno. Negli atti, si legge come Gomez abbia sempre visto nel fratello Oderiano un sicuro punto di riferimento, soprattutto in seguito alla morte del padre. Le gravi lesioni subite dal fratello hanno repentinamente catapultato DA SILVA GOMEZ in un drastico cambiamento esistenziale in relazione all’impegno a tutto campo che egli ha deciso di offrire al fratello, in una dimensione di assoluta abnegazione. L’assistenza continua al fratello nel periodo di ricovero e il tentativo di gestione dell’officina di cui Oderiano era titolare, in risposta al forte carico di sofferenza e smarrimento provati per la sorte di quest’ultimo, hanno conseguentemente determinato per DA SILVA GOMEZ forti scompensi psichici per i quali si sono resi necessari svariati ricoveri.

Nel caso di DA SILVA ANDREAS, pur non avendo riportato conseguenze lesive “di riflesso” in termini di danno biologico, è stato parimenti allegato il forte legame affettivo col fratello Oderiano, fatto di complicità e solidarietà che si sono mantenute anche in seguito alla cessata convivenza, continuando a frequentarsi assiduamente e dandosi reciproco sostegno per la difficile condizione della madre e del fratello maggiore Gomez. La simmetrica solidarietà in ambito familiare è stata fortemente compromessa dall’evento lesivo che ha colpito Oderiano e le forti incidenze che si sono sviluppate, in conseguenza di esso, nella sfera psichica e relazionale di tutti i congiunti hanno determinato, anche per DA SILVA GOMEZ, una rilevante lesione dell’interesse all’intangibilità della sfera degli affetti, costituzionalmente tutelata.

Di fronte a un quadro così dettagliatamente circostanziato, parte convenuta basandosi ancora su un’errata inversione dell’onere probatorio, non ha né allegato circostanze obiettive di segno contrario né ha anche solo in parte smentito quanto ex adverso dedotto dagli intervenuti. Come tale e per tutte le argomentazioni svolte in precedenza, ogni doglianza mossa sul punto deve considerarsi integralmente respinta.

Si procede pertanto alla liquidazione dei relativi danni riflessi sulla base dei valori indicati dalle Tabelle di Milano 2018, applicabili ratione temporis, con la precisazione che, per la liquidazione del danno da lesione del rapporto parentale, in assenza di specifica tabellazione, si è fatto riferimento a quanto previsto dalle tabelle del Tribunale di Milano per il danno da morte del congiunto, operate le opportune riduzioni e i necessitati adattamenti.

FARKAS MARIA JANA ha riportato danno biologico del 10% per un importo base risarcibile di € 23.844,00; avuto riguardo alla giovane età della donna al momento del sinistro (30 anni), al marcato disagio esistenziale di cui è vittima, cui va ad aggiungersi la mortificazione della propria sfera sessuale, collegate alla disabilità del marito, si reputa equo procedere a una personalizzazione del danno nella misura massima del 49%, liquidando l’importo massimo previsto, pari ad € 35.000,00 con un riconoscimento del danno parentale nella misura di € 250.000,00 pari a circa 2/3 dell’importo massimo previsto in Tabella.

Per DA SILVA EVA, nulla viene liquidato a titolo di danno biologico. Si riconosce un danno parentale per un importo di € 250.000,00 pari a circa 2/3 dell’importo massimo previsto in Tabella.

Per DA SILVA Elena, pur non negandosi la preesistenza di situazioni fortemente stressanti in grado di elevarsi a concausa dell’attuale accertata sofferenza depressiva, nondimeno le risultanze della CTU, che di tali pregressi hanno ben tenuto conto, hanno posto concretamente in evidenza la prevalente rilevanza causale dell’evento traumatico subìto dal figlio DA SILVA ODERIANO, sulla cui condizione fortemente menomata la stessa proietta il proprio senso di inutilità e inadeguatezza, aggravando un quadro personale già di per sé penoso, cui va accordata tutta l’umana comprensione. Pertanto, partendo da un importo base risarcibile di € 19.544,00, si reputa equo riconoscere una personalizzazione del 20%, pari a € 23.500,00, con un riconoscimento del danno parentale di € 170.000,00 pari a circa 1/2 dell’importo massimo previsto in Tabella.

Fermo, in ogni caso, quanto osservato sull’efficacia probatoria dell’accertamento svolto in perizia, anche per DA SILVA GOMEZ, la cui pregressa condizione patologica e di dipendenza è stata oggetto di attenzione del CTU, è emersa l’incidenza peggiorativa dell’incidente e delle rilevanti conseguenze lesive occorsi al fratello. Conseguentemente, avuto riguardo all’età del danneggiato alla data del sinistro (40 anni), si procede alla stima del danno come segue:

Percentuale di invalidità permanente 8%: € 15.467,00
Invalidità temporanea totale (77 giorni): € 9.240,00
Invalidità temporanea parziale al 75% (20 giorni): € 1.800,00
Invalidità temporanea parziale al 50% (20 giorni): € 1.200,00
Invalidità temporanea parziale al 25% (20 giorni): € 600,00
Totale danno biologico temporaneo € 12.840,00
TOTALE GENERALE: € 28.307,00

cui va aggiunto il riconosciuto danno da lesione del rapporto parentale per € 40.000,00, pari a circa ¼ dell’importo massimo previsto in Tabella.

Nulla viene riconosciuto a titolo di danno biologico in favore di DA SILVA ANDREAS, non avendo la parte allegato e prodotto nulla in termini documentazione medica idonea a fornire quantomeno un principio di prova sul punto. Viene invece liquidato il patito danno parentale per € 30.000,00, pari a circa 1/5 dell’importo massimo previsto in Tabella.

Sugli importi come sopra riconosciuti a favore dei congiunti di DA SILVA ODERIANO, trattandosi di debito di valore ad oggi cristallizzato in debito di valuta, sono dovuti interessi legali a far tempo dalla data della presente sentenza e fino al saldo.

Quanto ai rapporti interni tra ALFA S.P.A. e DONAU, vi è da osservare che la pretesa, inizialmente avanzata da ALFA, e da ultimo ribadita con note in data 20 febbraio 2020, di essere tenuta manlevata ed indenne da parte di DONAU, sia per carenza di legittimazione passiva, sia perché DONAU si sarebbe “riconosciuta” debitrice degli importi richiesti dall’attore corrispondendogli un consistente anticipo, non appare fondata sulla scorta dei chiari principi di cui all’art. 2054 c.c., sopra richiamati e non derogabili nella fattispecie, giacché il contenuto del rapporto negoziale in virtù del quale ALFA ha concesso l’uso del mezzo al guidatore, oltre che non dimostrato con il dovuto rigore (i moduli contrattuali versati in atti sono generici e neppure riferiti al CARDOSO personalmente), non porta comunque all’assimilabilità di esso alla locazione finanziaria.

Sulle spese di lite, da porsi a carico di tutti i convenuti in solido, è dato osservare che il notevole ridimensionamento della pretesa attorea, unito alla considerazione che la soccombenza di parte convenuta in merito al dedotto concorso di colpa di DA SILVA ODERIANO è avvenuto sulla scorta di ragionamento giuridico complesso, che ha avuto in considerazione i profili etiologici di una grave violazione indubbiamente ascrivibile a parte attrice, giustifica la compensazione di esse nella misura di un mezzo, comprendendo nella compensazione sia le spese di consulenza tecnica d’ufficio, ed altresì le spese di consulenza tecnica di parte, seguendo la liquidazione secondo i parametri di cui al DM. n. 55/2014 e s.m.i.

In proposito, si richiama quanto statuito, recentemente, da Cass. SS. UU., 19/03/2020, (ud. 11/02/2020, dep. 19/03/2020), n.7454, la quale ha testualmente motivato:

“Ora, mette conto rilevare che l’art. 92 c.p.c., comma 2, dispone per quel che qui importa che “Se vi è soccombenza reciproca (…) il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti.”. La norma, pertanto, consente al giudice di compensare, in tutto o in parte, le spese di lite tra le parti in caso di reciproca soccombenza, sicchè anche nell’ipotesi di soccombenza reciproca, il limite di fronte al quale si arresta la discrezionalità del giudice riguardo alla distribuzione dell’onere delle spese di lite – altrimenti non soggetta a sindacato di questa Corte – è rappresentato dall’impossibilità di addossarne, in tutto o in parte, il carico alla parte interamente vittoriosa, poiché ciò si tradurrebbe in un’indebita riduzione delle ragioni sostanziali della stessa, ritenute fondate nel merito. Si è infatti ritenuto che in tema di condanna alle spese processuali, il principio della soccombenza va inteso nel senso che soltanto la parte interamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse. Con riferimento al regolamento delle spese, il sindacato della Corte di cassazione è pertanto limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, con la conseguenza che esula da tale sindacato, e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, sia la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, tanto nell’ipotesi di soccombenza reciproca, quanto nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi, sia provvedere alla loro quantificazione, senza eccedere i limiti – minimi, ove previsti e – massimi fissati dalle tabelle vigenti – cfr. Cass. n. 19613/2017; Cass. n. 26918/2018″.

E quanto al notevole ridimensionamento dell’entità della somma richiesta con la domanda giudiziale, era da tempo principio consolidato quello secondo il quale esso, pur non integrando gli estremi della soccombenza reciproca, ugualmente, con valutazione discrezionale, incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivata, il giudice ne può tenere conto, ai fini – per l’appunto – della compensazione, totale o parziale, delle spese di lite (cfr. Cass. Sent. 5.8.2005 n. 16526 in motivazione; Cass. 12295/01; Cass. 23.6.2000, n. 8352; Cass. 13/88).

La valutazione di soccombenza reciproca, che vede oltretutto un significativo discostamento tra l’entità delle somme originariamente richieste dall’attore, quelle fatte oggetto di proposta conciliativa da parte del precedente giudice assegnatario e quelle infine riconosciute in sede di decisione, non consente di valutare il comportamento delle convenute alla stregua degli artt. 91 comma primo e 96 c.p.c., così come richiesto da parte attrice, la quale ha viceversa dichiarato di aderire alla suddetta proposta.

A tale proposito, è appena il caso di rilevare che nessun rilievo può attribuirsi al discostamento notevole, da parte di questo giudice, rispetto a quella proposta, anche se formulata ad istruttoria esaurita: come infatti chiarisce autorevole giurisprudenza di merito (Trib. Fermo, 21 novembre 2013 in www.ilcaso.it), il potere del giudice di formulare proposta transattiva ai sensi dell’art. 185 bis c.p.c. – in specie se all’esito dell’istruttoria – non impone allo stesso di “anticipare” il proprio pensiero su quello che sarà l’esito finale della causa.

Ed anzi, è parere dottrinario condivisibile quello secondo cui nonostante la formulazione di proposta transattiva che avvenga all’esito dell’istruttoria, che possa dunque fondarsi su una prognosi sull’esito della controversia, ben è possibile che questa sia rivista in sede di decisione, atteso che il giudice conserva la facoltà e il dovere di rivalutare il materiale istruttorio e le questioni sollevate fino all’ultimo momento utile.

Afferma infatti il Tribunale di Fermo “nessuno dice che il giudice deve fare delle proposte da cui decisamente traspaia come la pensa . Ciò è evidente in limine litis, ma anche a fine istruttoria è così, in quanto l’unico vero ostacolo – in cui è in gioco il diritto costituzionale di difesa – è che il giudice, con la sua proposta, non deve spingere la parte che , per motivi psicologici e/o economici , non è in grado di “reggere” i tempi di un processo medio, ad accettare una proposta che le dia molto di meno di quanto le spetta o le imponga molto di più di quanto deve dare”.

La soccombenza è invece totale per quanto concerne gli intervenuti, e la liquidazione avviene, come da dispositivo, in considerazione del valore di lite e dell’attività difensiva svolta, in favore di più parti.

Nei rapporti interni tra attore, intervenuti e convenuti, le spese di consulenza tecnica d’ufficio rimarranno a carico di parte attrice per il 25% e di parte convenuta, in ragione della disposta compensazione di spese nei rapporti con l’attore e della soccombenza invece totale nei confronti degli intervenuti, per il 75% (parte convenuta considerata come parte complessa).

Nulla sulle spese tra DONAU e ALFA, in difetto di domanda sul punto da parte di DONAU.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza disattesa o assorbita, così dispone:

– Dichiara tenuti e condanna i convenuti, in solido tra loro, al pagamento, in favore di DA SILVA ODERIANO, per i titoli di cui in motivazione, della somma di € 271.000,00 oltre interessi legali in funzione compensativa a far tempo dal 16 novembre 2016 e fino al saldo, oltre interessi dalla data della presente sentenza e fino al saldo;

– Dichiara tenuti e condanna i convenuti, in solido tra loro, al pagamento, a favore degli intervenuti, delle seguenti somme, maggiorate di interessi legali a far tempo dalla data della presente sentenza e fino al saldo:

– € 285.000,00 a favore di FARKAS MARIA JANA;

– € 250.000,00 a favore di DA SILVA EVA;

– € 183.500,00 a favore di DA SILVA ELENA;

– € 68.307,00 a favore di DA SILVA GOMEZ;

– € 30.000,00 a favore di DA SILVA ANDREAS.

– Condanna altresì i convenuti, in solido tra loro, a rimborsare a parte attrice la metà delle spese di lite, che si liquidano per l’intero in € 1.748 per anticipazioni, € 40.000 per compensi, oltre i.v.a., c.p.a. e 15 % per spese generali, oltre al rimborso, nella misura di un mezzo, delle spese di CTP come anticipate e documentate.

– Condanna ancora i convenuti al pagamento, in favore degli intervenuti, delle spese di lite relative all’intervento che liquida in € 1.742,20 per anticipazioni, € 40.000 per compensi, oltre IVA, CPA e spese generali come per legge, oltre al rimborso delle spese di CTU e di CTP anticipate e documentate;

– Dispone, in via definitiva, che nei rapporti interni le spese di CTU restino al 75% a carico di parte convenuta intesa come parte complessa e al 25% a carico dell’attore.

N. R.G. 14189/2015

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

TERZA SEZIONE CIVILE

VERBALE DELLA CAUSA n. r.g. 14189/2015

tra

ODERIANO DA SILVA

ATTORE/I

e

DONAU VERSICHERUNG AG VIENNA INSURANCE GROUP

DARAG ITALIA S.P.A.

ALFA SPA

CARLOS CARDOSO

CONVENUTI

MARIA JANA FARKAS IN PROPRIO E QUALE GENITORE ESERCENTE LA RESPONSABILITA’ GENITORIALE SULLA MINORE DA SILVA EVA

DA SILVA ANDREAS

DA SILVA GOMEZ

DA SILVA ELENA

INTERVENUTI

Oggi 28 aprile 2020 ad ore 10,30 innanzi al dott. Alessandra Arceri, all’udienza fissata davanti al Tribunale ai sensi dell’art. 83 lett. h) d.l. n. 18/2020 si riscontra il deposito, come da ordinanza in data, dei preverbali di causa e note difensive da parte di attore ed intervenuti.

Per la compagnia DARAG, avente causa DANAU, DANAU stessa e ALFA, si riscontra unicamente il deposito di foglio di conclusioni e deduzioni in data 21 febbraio 2020.

All’esito della lettura di tali atti, da intendersi qui integralmente ritrascritti, e del tempo necessario alla deliberazione, il Giudice pronuncia sentenza ex art. 281 sexies c.p.c. effettuandone pubblicazione mediante allegazione al presente verbale di udienza.

Il Giudice

dott. Alessandra Arceri

***

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

TERZA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Alessandra Arceri ha pronunciato ex art. 281 sexies c.p.c. la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 14189/2015 promossa da:

ODERIANO DA SILVA, con il patrocinio dell’avv. LAZZARI MAURIZIO, elettivamente domiciliato in VIA G. GARIBALDI N. 3 presso il difensore

ATTORE

contro

DONAU VERSICHERUNG AG VIENNA INSURANCE GROUP (C.F. ***),

DARAG ITALIA S.P.A. (C.F. ***)

entrambe con il patrocinio dell’avv. MATARAZZO DIEGO M. (***) e dell’AVV. ANDREAS PENNESI (***) elettivamente domiciliate presso quest’ultimo in STRADA MAGGIORE 47 40125 BOLOGNA

ALFA SPA , con il patrocinio dell’avv. LUSCHI GIOVANNI ed elettivamente domiciliata presso l’avv. TONELLI ELISA (TNLLSE75C49A944O) VIA A. COSTA N. 123 40100 BOLOGNA

CARLOS CARDOSO, contumace

CONVENUTI

MARIA JANA FARKAS in proprio e quale genitore esercente la responsabilità genitoriale sulla minore DA SILVA EVA

DA SILVA ELENA

ANDREAS DA SILVA

GOMEZ DA SILVA

rappresentati e difesi dall’avv. LAZZARI MAURIZIO ed elettivamente domiciliati in VIA GARIBALDI N. 3 40124 BOLOGNA presso il difensore

INTERVENUTI

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da atti e preverbali riportati nel verbale d’udienza odierna.

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

Con atto di citazione ritualmente notificato DA SILVA ODERIANO conveniva dinanzi all’intestato Tribunale CARDOSO CARLOS, ALFA S.p.a. nonché DONAU VERSICHERUNG A.G. VIENNA INSOURANCE GROUP (di seguito, per brevità, solo “DONAU”), al fine di sentire dichiarare e condannare i convenuti, in solido tra loro, al risarcimento dei danni tutti, patrimoniali e non patrimoniali, patiti e patiendi in conseguenza del sinistro stradale occorsogli in data 16 novembre 2012, da cui riportava lesioni personali gravissime.

Sulla dinamica dell’incidente, l’attore esponeva che in data 16 novembre 2012, alle ore 15,45 circa, si trovava nel territorio comunale di Bologna alla guida del proprio motociclo Honda Foresight targato AJ***; mentre percorreva Via Beroaldo, con direzione via Isabella Andreini, dall’opposto senso di marcia sopraggiungeva Carlos Cardoso alla guida del veicolo Fiat Panda targato EG093PJ (di proprietà della società Alfa s.p.a. e assicurato per la R.C.A. presso la compagnia DONAU) il quale, giunto all’intersezione con via Andreini, nell’intento di svoltare a sinistra per immettersi nella predetta via, ometteva di dare la prescritta precedenza all’attore, investendolo e procurandone la caduta.

Dalla relazione di incidente stradale compiuta dalla Polizia Municipale di Bologna emergeva la piena ed esclusiva responsabilità nel sinistro a carico di Carlos Cardoso, al quale veniva contestata la violazione dell’art. 41, comma 9 in relazione all’art. 146, comma 2 C.d.S. con conseguente ritiro della patente di guida, mentre nessun rimprovero veniva di contro mosso a carico dell’attore cui la relazione del perito di parte Simoncini riconosceva una condotta di guida ineccepibile.

Dai fatti sopra descritti, dovuti ad esclusiva responsabilità del convenuto Cardoso, parte attrice assumeva di aver subito ingenti danni; infatti, a seguito del sinistro sopra descritto, DA SILVA ODERIANO veniva trasportato d’urgenza all’ospedale Maggiore di Bologna e successivamente ricoverato presso il reparto di Rianimazione ove riportava lesioni gravissime, con diagnosi di “frattura chiusa del tratto T7-T12, con lesione completa del midollo, emorragia subaracnoidea consecutiva a traumatismo, pneumotorace, emotorace, frattura chiusa dell’estremità prossimale di radio e ulna sx, frattura esposta del ramo della mandibola” (doc. 3 attore). A causa dei gravissimi traumi subìti, veniva immediatamente sottoposto a una serie di interventi (17.11.2012 intervento di artrodesi dorsale e dorso-lombare con approccio posteriore; 20.11.2012 intervento chirurgico ortopedico all’avambraccio sx; 22.11.2012 tracheotomia secondo Ciaglia, sotto guida fibroscopica; 26.11.2012 intervento di riduzione di frattura mandibolare dx in anestesia generale) all’esito dei quali veniva trasferito all’ospedale di Montecatone, centro riabilitativo di alta specializzazione, con diagnosi “frattura chiusa del tratto T7-T12 con lesione completa del midollo; emorragia subaracnoidea consecutiva a taumatismo senza menzione di ferita intracranica esposta, senza perdita di cosce, pneumotorace senza menzione di ferita aperta nel torace, emotorace senza menzione di ferita aperta al torace, frattura chiusa nell’estremità prossimale di radio e ulna, non specificata, frattura esposta di parte non specificata del ramo della mandibola”.

Sottopostosi poi a visita per l’accertamento dell’invalidità civile presso la Commissione Medica dell’INPS di Imola, veniva riconosciuto “invalido con totale e permanente inabilità lavorativa al 100% e con necessità di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani (L. 18/80)” a decorrere dal 7.2.2013 (doc. 6 attore); conseguentemente, in data 9.7.2014, l’INPS corrispondeva ad DA SILVA ODERIANO, a titolo di indennità di accompagnamento per invalidità civile ai sensi della legge n. 222/1984, la somma di € 203.875,43 successivamente richiesta in rivalsa alla compagnia assicuratrice convenuta e da questa integralmente rimborsata all’ente erogante.

A seguito di una successiva serie di interventi, con progressivo aggravamento delle proprie condizioni di salute, DA SILVA ODERIANO si sottoponeva a visita medico legale (dott. Peluso) nonché a relazione tecnica peritale (Ing. Teti) finalizzata quest’ultima a definire le tipologie dei dispositivi tecnici necessari per il reinserimento familiare e sociale del sig. DA SILVA, il numero degli stessi e la quantificazione delle spese da sostenersi a carico del paziente. All’esito dei predetti accertamenti, DA SILVA ODERIANO prospettava la seguente quantificazione dei danni, sulla base delle vigenti Tabelle del Tribunale di Milano:

– Invalidità permanente: 95%, da liquidarsi nella misura complessiva di 948.322,00 €;

– Inabilità Temporanea Totale: € 120/gg per 165 giorni dalla data del sinistro (16.11.2012) sino alle dimissioni dal presidio di Montecatone (30.4.2013) per un totale di 19.882,50 €;

– Personalizzazione del danno: aumento nella misura del 47%, per un totale complessivo di 445.711,34 €;

– Incapacità lavorativa specifica permanente: 100% calcolata sulla base del reddito presunto, pari ad almeno 290.333,04 €;

Indicava altresì le spese mediche sostenute e sostenende così come individuate e quantificate dal dott. Peluso nella propria perizia medico legale:

– Spese mediche per spostamenti, fino al febbraio 2014: 49.450,82 €;

– Previsione delle spese future: 26.900 € per il primo anno, 14.700 € per gli anni successivi;

– Previsione delle spese mediche future: calcolate nella somma di € 500,00 mensili (6.000,00 € annui), per un periodo residuo di vita pari a 44 anni, 264.000,00 €;

– Spese di assistenza personale: calcolate sull’importo mensile di 1.500,00 € (18.000,00 € annui) per complessivi 792.000,00 €;

-Spese per perizie medico legali e mediche: 3.172,00 €.

L’Ing. Teti, tenuto conto dei tempi di rinnovo e dei costi delle necessarie riparazioni, prevedeva spese per dispositivi tecnici (carrozzina, cicloergometro, palestra multifunzione, lettino per trattamenti di fisioterapia, carrozzina per attività balneare, sistemi antidecubito, poltrona elevabile ecc.) quantificandole in 420.949,79 € al netto di quanto riconosciuto dal SSN, cui si aggiungevano le spese per la modifica dell’autovettura pari a 54.340,00 € IVA inclusa, per un totale complessivo di 475.289,79 € .

Per i predetti danni, la compagnia assicuratrice convenuta aveva già provveduto al versamento stragiudiziale, in favore dell’attore, di una serie di importi sino all’ammontare complessivo di 1.320.000,00 €, secondo le scansioni ed i tempi meglio descritti a pag. 14 dell’atto introduttivo; tuttavia, mentre la compagnia convenuta riteneva tale somma pienamente ristorativa di ogni pregiudizio patito e patiendo, parte attrice ne lamentava la palese insufficienza, conseguentemente incassandola a titolo di mero acconto.

Pertanto, a fronte di un danno complessivamente stimato, in tesi, in misura pari a 3.288.161,49 €, oltre interessi e rivalutazione monetaria, detratto quanto già versato a titolo di acconto da DONAU nonché l’importo già erogato dall’INPS a titolo di prestazioni pensionistiche, DA SILVA ODERIANO, previo accertamento di tutti i danni riportati in seguito al sinistro così come ricostruito in narrativa, chiedeva la condanna in solido di tutti i convenuti quali conducente, proprietaria e compagnia assicuratrice per la R.C.A., a risarcire la somma di € 1.764.286,00, ovvero la diversa maggiore o minore somma ritenuta di giustizia, da liquidarsi eventualmente anche in via equitativa, a ristoro di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti e subendi a seguito del predetto sinistro, oltre rivalutazione monetaria e interessi legali sulla somma rivalutata al saldo, da calcolarsi tenendo conto delle date di erogazione degli acconti versati sino al saldo effettivo.

Nel giudizio così radicato, si sono costituite le parti convenute, chiedendo respingersi la domanda attorea, in quanto infondata in fatto e in diritto; in particolare, ALFA S.P.A. eccepiva il proprio difetto di legittimazione passiva, per essere semplicemente proprietaria e concedente con contratto id noleggio a lungo termine del mezzo condotto dal CARDOSO, dunque in virtù di rapporto pienamente assimilabile a contratto di locazione finanziaria, e chiedendo, pertanto, di essere tenuta indenne da ogni pretesa attorea per essere unici contraddittori a fronte della stessa il conducente del mezzo e la di lui compagnia assicuratrice per la r.c. .

Sull’an debeatur contestavano l’attribuzione di una responsabilità esclusiva in capo a CARDOSO CARLOS nella determinazione del sinistro, rilevando sul punto l’assenza di testimoni oculari che avessero effettivamente assistito alla dinamica dell’incidente, una determinante asincronia dei tempi semaforici nonché la circostanza che, al momento del sinistro, Da Silva Oderiano circolasse sul proprio motociclo nonostante la sospensione della propria patente di guida, per la durata di un anno, a decorrere dal 23.5.2012.

Circostanza che aveva avuto quanto meno ruolo concausale sull’accaduto.

Sull’offerta omnicomprensiva formulata all’attore, quantificata in proporzione al danno biologico stimato dell’85% con personalizzazione massima del 25% cui dovevano aggiungersi 101.504,00 € (inclusi IVA e CPA) a titolo di spese legali, DONAU ne rimarcava l’assoluta congruità ai sensi di quanto stabilito dal D. lgs. 209/2005.

Sul quantum debeatur, contestava la valenza presuntiva della perizia medico legale di controparte, la misura percentuale della personalizzazione del danno biologico, ben oltre la massima prevista dalle Tabelle di Milano e priva di qualunque supporto probatorio idoneo a giustificare un tale discostamento, il difetto di argomentazione e prova sul danno da compromissione assoluta della capacità lavorativa specifica, cui si aggiungeva una decisa confutazione di tutte le spese, presenti e future, così come individuate e quantificate da controparte. Pertanto, chiedeva il riconoscimento della congruità della somma offerta stragiudizialmente all’attore, con conseguente rigetto di ogni ulteriore pretesa di controparte; in via subordinata, previo accertamento del concorso di colpa di tutte le parti in causa, limitare il risarcimento da corrispondersi ai danni effettivamente subiti, decurtato in ogni caso quanto già versato all’attore e da questi incassato.

Intervenivano successivamente in giudizio, con atto di intervento notificato in forza di decreto del giudice assegnatario, FARKAS MARIA JANA, in proprio in qualità di moglie del danneggiato nonché, unitamente ad DA SILVA ODERIANO, quale genitore esercente la potestà genitoriale sulla figlia minore EVA DA SILVA, nonché ELENA DA SILVA, GOMEZ DA SILVA e ANDREAS DA SILVA (questi ultimi, rispettivamente, quali madre e fratelli germani del danneggiato) rivendicando un danno non patrimoniale riflesso iure proprio, determinatosi in conseguenza della lesione all’integrità del rapporto parentale ed al danno psicofisico loro arrecato per effetto della grave menomazione riportata dal loro caro (così come illustrato nella relazione psichiatrica del luglio 2014 del dott. Taruschio). Anche tale circostanza veniva integralmente respinta dagli odierni convenuti, ritenendo le predette domande in parte non dovute e in parte ancora non provate, oltre che sproporzionate per come quantificate in atti.

La causa è stata istruita mediante il deposito di memorie ex art. 183, comma 6, c.p.c, ammissione ed espletamento di consulenza cinematica e medico legale sulla persona dell’attore e degli intervenuti in giudizio e produzioni documentali nei limiti come in seguito precisati.

All’esito degli esami peritali, interveniva in giudizio la Compagnia Darag Italia s.p.a (di seguito e per brevità, solo “Darag”) quale cessionaria di ramo d’azienda di DONAU, chiedendo l’estromissione dal giudizio di quest’ultima.

Estromissione non avvenuta a séguito dell’intervento della precitata compagnia, in difetto di consenso espresso delle restanti parti, con le conseguenze di cui all’art. 111 comma 1 c.p.c.

Infine, previo esperimento di tentativo di conciliazione tra le parti ai sensi dell’art. 185 bis c.p.c., che ha avuto esito negativo per mancata adesione di parte convenuta, precisate le conclusioni come in epigrafe, la causa veniva trattenuta in decisione all’udienza odierna, previa acquisizione ed allegazione dei preverbali e note conclusive depositate in vista della discussione ex artt. 83 comma VII lett. h D.L. n. 18/2020 e 281 sexies c.p.c.

1. SULLA RESPONSABILITA’ DEL SINISTRO

Si osserva come, dalla perizia cinematica svolta dal CTU Ing. Cavallo, le cui conclusioni, ampiamente e congruamente supportate, il Tribunale condivide e non ha motivo di disattendere, emerga senza alcun margine di dubbio, l’esclusiva responsabilità del convenuto CARDOSO Carlos nella causazione del sinistro oggetto di causa.

Secondo la ricostruzione del CTU, premessa la relazione sullo stato dei luoghi del sinistro (comune di Bologna, area di scambio tra Via Filippo Beroaldo intersezione Via Isabella Andreini), descritto come tratto di strada urbana regolato da impianto semaforico, con pavimentazione stradale asfaltata e in buono stato di manutenzione e lievi anomalie, con presenza di segnaletica orizzontale sulle strade confluenti (striscia mediana longitudinale, continua di separazione delle due semicarreggiate, strisce pedonali, frecce direzionali, strisce di arresto) e limite di velocità pari a 50 km/h, la dinamica del sinistro può esser riassunta come segue, mutando le parole del CTU.

“Il Sig. Da Silva Oderiano, conducente del motociclo Honda Foresight targato AJ***, stava percorrendo Via Filippo Beroaldo con direzione centro città, quando, giunto nell’area di scambio dell’intersezione con Via Andreini veniva investito dall’autovettura Fiat Panda targata EG*** condotta da Cardoso Carlos che tentava di svoltare a sinistra (secondo il proprio senso di marcia) per immettersi su Via Andreini.

Nella corsia di pertinenza del Sig. Da Silva Oderiano, le Autorità rilevavano una traccia di frenata marcata e continua lunga metri 6,15, una traccia di abrasione del manto stradale lunga metri 2,20 e quattro tracce di scarrocciamento del pneumatico anteriore del motociclo lunghe tutte metri 0,30.

L’urto di media entità interessava la parte anteriore destra e lo spigolo destro dell’autovettura Fiat Panda e la parte anteriore del motociclo Honda Foresight.

Nell’evento, il Sig. Da Silva Oderiano, conducente del motociclo Honda Foresight riportava lesioni fisiche.

Ulteriori elementi utili nell’esame del caso sono:

– Il sinistro è occorso alle ore 15:45 del giorno 1 agosto 2012 (rectius, 16 novembre 2012 n.d.r.).

– Il cielo era sereno, la luce ambientale diurna e la visibilità buona.

– Il traffico al momento del sinistro era normale.

La velocità di marcia del motociclo Honda Foresight condotto da Da Silva Oderiano, prima dell’azione frenante, era pari a circa 47 km/h, inferiore al limite massimo prescritto in quel tratto di strada (50 km/h).

La velocità di arrivo all’urto della Fiat Panda condotta da Cardoso Carlos era pari a circa 25 km/h, velocità contenuta nel limite massimo consentito in quel tratto di strada (50 km/h).

Gli elementi concreti e oggettivi disponibili ci consentono di individuare con buona precisione la Presunta Area d’Urto (PAU), cioè l’area entro cui è occorsa la collisione.

È preferibile parlare d’area d’urto piuttosto che di punto d’urto perché le collisioni avvengono sempre tra più punti, il cui insieme circoscrive una zona. La Presunta Area d’Urto (PAU) in cui è occorsa la collisione tra i due veicoli non è stata individuata dalle Autorità.

Tuttavia disponiamo di elementi concreti e oggettivi che consentono di individuarla con buona approssimazione per tabulas.

Dall’esame e dal rilievo dello stato dei luoghi, dalla restituzione grafica in scala su CAD del campo del sinistro, dalla ricostruzione in scala su CAD dell’eidotipo redatto dalle Autorità, dall’esame dei danni visibili sui due veicoli, dall’esame delle immagini riprese dalle Autorità (in particolare, dalla posizione dei detriti sulla sede stradale) e dall’esame degli elementi concreti e oggettivi raccolti dalle Autorità sul campo del sinistro (tracce al suolo, posizione post urto dei veicoli), si determina che la PAU (Presunta Area d’Urto) si colloca con ragionevole certezza a circa 2,66 metri dal margine destro della carreggiata e a circa 8,64 metri dal margine sinistro della carreggiata (secondo il senso di marcia di Cardoso Carlos).

Dallo schema dell’impianto semaforico risulta che entrambi i conducenti avevano la lanterna semaforica che proiettava luce verde. L’impianto semaforico non ha assunto alcuna incidenza nella causazione del sinistro.

Il sig. Cardoso Carlos alla guida della Fiat Panda si è immesso nell’area di scambio dell’intersezione stradale tentando si svoltare a sinistra e non concedendo la precedenza al sig. Da Silva che proveniva dalla sua destra.

Il sig. Cardoso Carlos non ha operato alcuna manovra elusiva e/o di emergenza per tentare di evitare la collisione.

Il sig. Da Silva Oderiano si è immesso nell’area di scambio dell’intersezione stradale nel tentativo di attraversarla linearmente favorito dal diritto di precedenza.

Il sig. Da Silva Oderiano, avuto contezza del pericolo rappresentato dalla Fiat Panda condotta da Cardoso Carlos, ha operato una tempestiva e corretta manovra di emergenza che però, pur non riuscendo ad evitare la collisione, ha ridotto la velocità di arrivo all’urto e, di conseguenza, le sequele lesive.

Per evitare il sinistro, il sig. Cardoso Carlos, nell’immettersi nell’area di scambio, avrebbe dovuto arrestarsi e concedere la precedenza al sig. Da Silva per permettergli di completare l’attraversamento dell’intersezione stradale.

Stante le modalità di accadimento del sinistro, il sig. Da Silva Oderiano, frenando tempestivamente e correttamente appena si è palesato il pericolo, ha fatto tutto il possibile per evitare il sinistro.

Cardoso Carlos alla guida della Fiat Panda, mentre si immetteva nell’area di scambio dell’intersezione stradale, violava l’Art. 145 “Precedenza” comma 2 che recita:

“Quando due veicoli stanno per impegnare una intersezione, ovvero laddove le loro traiettorie stiano comunque per intersecarsi, si ha l’obbligo di dare la precedenza a chi proviene da destra, salvo diversa segnalazione.”.

Tale violazione è stata causa assorbente nella produzione del sinistro.

Nessuna censura può essere mossa alla condotta di guida di Da Silva Oderiano poiché, relativamente alla condotta di guida, ha tenuto un comportamento esente da colpa e perfettamente conforme alle regole del Codice della Strada.”

Dalla relazione peritale, ad ulteriore conferma della correttezza della condotta di guida tenuta da DA SILVA Oderiano, emerge altresì quanto riportato nel rapporto redatto dalle Autorità di Polizia intervenute sul luogo del sinistro “Tornati in ufficio gli scriventi durante la redazione della lista degli oggetti del conducente del motociclo notavano che il casco presentava abrasioni e rottura delle borchie della visiera e notavano inoltre che il cinturino era stato tagliato in modo netto come da un cutter, probabilmente è stato tagliato durante i soccorsi” da cui il CTU conclude che “la circostanza che nell’urto e nelle fasi precedenti e successive all’urto il casco non sia volato via dal capo e che per toglierlo dal capo sia stato necessario recidere il cinturino, mostra con certezza che il sig. Da Silva indossava il casco in modo corretto e allacciato”, circostanza confermata anche dalle immagini riprese dalle Autorità e presenti in atti.

In altri termini, non vi è prova (ma anzi, v’è prova del contrario) di qualsiasi altra imprudenza, commessa dall’DA SILVA, che abbia potuto autonomamente causare o altrimenti aggravare le conseguenze della caduta, caduta che, indubbiamente, si è verificata perché l’DA SILVA è stato costretto ad una brusca frenata per evitare l’impatto con l’ostacolo improvviso, rappresentato dalla FIAT PANDA che, improvvisamente, gli sbarrava la strada, rovinando a terra e scarrocciando sull’asfalto fino a toccare il mezzo.

Contrariamente a quanto sostenuto dai convenuti, pertanto, non è possibile individuare alcun elemento idoneo a fondare un’ipotesi di responsabilità, esclusiva ovvero concorsuale, ascrivibile all’attore ovvero a soggetti terzi, nella causazione del sinistro.

Preliminarmente, in relazione alla presunta rilevanza dell’asincronia delle luci degli impianti semaforici, la CTU ha puntualmente e dettagliatamente osservato che “Su Via Filippo Beroaldo, in direzione periferia, secondo la direzione di marcia dell’autovettura Fiat Panda, insistono quattro diverse lanterne semaforiche che proiettano luce verde rossa o gialla in relazione alla direzione che si vuole intraprendere. Può accadere, quindi, che su Via Filippo Beroaldo in direzione periferia (secondo la direzione tenuta dalla Fiat Panda convenuta) siano accese contemporaneamente luci di colore diverso in relazione alla direzione di marcia che si deve intraprendere. Lo stesso può accadere anche su Via Filippo Beroaldo in direzione centro (secondo la direzione tenuta dal motociclo Honda Foresight).

Tralasciando la parte del funzionamento non inerente al sinistro che ci occupa, il ciclo semaforico inerente alla due direzioni di marcia tenute dai conducenti coinvolti, si può così sintetizzare:

– Su Via Filippo Beroaldo in direzione periferia, accensione della luce rossa per svolta destra da Via Filippo Beroaldo verso Via Isabella Andreini e svolta a sinistra verso Via Isabella Andreini. Contemporaneamente su Via Filippo Beroaldo direzione centro, accensione della luce rossa per svolta a sinistra, destra e in direzione diritta verso il centro.

Ne consegue che:

– Quando su Via Filippo Beroaldo in direzione periferia con svolta a sinistra (secondo la direzione di marcia tenuta dalla Fiat Panda convenuta) è accesa la luce rossa, su Via Filippo Beroaldo in direzione diritta verso il centro (secondo la direzione di marcia tenuta dal motociclo Honda Foresight) è accesa la luce rossa.

Ulteriori elementi rilevanti del funzionamento dell’impianto semaforico sono:

– Su Via Filippo Beroaldo (secondo la direzione di marcia tenuta dalla Fiat Panda) la luce rossa (in direzione Via Filippo Beroaldo periferia e Via Isabella Andreini) rimane accesa per 27 secondi. All’interno di questo tempo si accende anche la luce rossa del semaforo su Via Filippo Beroaldo direzione centro (secondo la direzione di marcia del motociclo Honda Foresight).

– Su Via Filippo Beroaldo (secondo la direzione di marcia tenuta dalla Fiat Panda) la luce verde (in direzione Via Filippo Beroaldo periferia e Via Isabella Andreini) rimane accesa per 34 secondi. Nello stesso tempo si accende anche la luce verde del semaforo su Via Filippo Beroaldo direzione centro (secondo la direzione di marcia del motociclo Honda Foresight).

– Per il tempo di 4 secondi su Via Filippo Beroaldo (secondo la direzione di marcia tenuta dalla Fiat Panda) si accende la luce gialla e contemporaneamente rimane accesa la luce verde sulla corsia di marcia del motociclo Honda Foresight.

– Successivamente per il tempo di 4 secondi su Via Filippo Beroaldo direzione centro (senso di marcia del motociclo Honda Foresight) è accesa la luce gialla e contemporaneamente sulla corsia di marcia dell’autovettura Fiat Panda è permanente la luce rossa.

– Per il tempo di 2 secondi entrambe le corsie (corsia dell’autovettura e corsia del motociclo) hanno luce rossa accesa.

Da tutto quanto sopra esposto, ne consegue, con certezza e oltre ogni ragionevole dubbio, che:

– Nel momento in cui il Sig. Cardoso Carlos si immetteva nell’area di scambio dell’intersezione formata da Via Filippo Beroaldo – Via Isabella Andreini la lanterna semaforica su Via Filippo Beroaldo (secondo la direzione di marcia tenuta dalla Fiat Panda da lui condotta) proiettava luce verde e, di conseguenza, al Sig. Cardoso Carlos era consentito l’attraversamento dell’incrocio.

– Nel momento in cui il Sig. Da Silva Oderiano si immetteva nell’aria di scambio dell’intersezione formata da Via Filippo Beroaldo – Via Isabella Andreini la lanterna semaforica su Via Beroaldo in direzione diritta verso il centro (secondo la direzione di marcia tenuta da motociclo Honda Foresight da lui condotto) proiettava luce verde e, di conseguenza al Sig. Da Silva Oderiano era consentito l’attraversamento dell’incrocio.

Si rileva anche che il Sig. Da Silva Oderiano aveva 18 secondi in più rispetto al conducente della Fiat Panda per l’attraversamento dell’incrocio in quanto la lanterna nella sua carreggiata proiettava luce verde.

Di questi 18 secondi, 14 secondi sono variabili in base ai dati di traffico. Trova pertanto conferma quanto annotato dalle Autorità che”la luce verde dell’impianto semaforico sulla via Beroaldo provenienza via Mondo e direzione via Calindri (provenienza e direzione del motociclo) rimane accesa 13 secondi in più rispetto all’impianto semaforico di via Beroaldo con provenienza via Calindri e direzione via Mondo (provenienza e direzione dell’autovettura).”.

Ne consegue che, l’impianto semaforico non ha assunto alcuna incidenza nella causazione del sinistro.”

Ancora, la circostanza sostenuta dai convenuti, per il tramite del proprio CTP, per la quale DA SILVA Oderiano si sarebbe determinato in un’improvvisa e, asseritamente, imperita e ingiustificata manovra di frenata in un lasso temporale (3 secondi prima dell’urto) in cui ancora il veicolo condotto da CARDOSO Carlos non avrebbe rappresentato un pericolo o una turbativa alla circolazione, è stata compiutamente confutata dall’analisi svolta dal CTU il quale, sul punto, ha osservato che “Da Silva Oderiano ha agito tempestivamente per tentare di evitare l’impatto con l’autovettura non appena ha avuto contezza di quel che stava per accadere in quel tratto di strada e, quindi, non appena l’autovettura si è palesata come un possibile ostacolo e una possibile fonte di pericolo. Il verificarsi della collisione costituisce in re ipsa la prova concreta e certa che Da Silva Oderiano ha avuto la corretta percezione di quel che stava per accadere in quel tratto di strada.”.

A ciò si aggiunga che le contestazioni mosse dal CTP di parte convenuta ai calcoli compiuti dal CTU in sede di esame peritale, in particolare sulla velocità tenuta da entrambi i conducenti e sul tempo di reazione dell’attore prima dell’azione frenante, difettano in ogni caso di quell’esposizione di tecniche di calcolo e stime atte a dimostrare, con scientifico e metodologico rigore, gli errori presuntivamente rilevati.

In definitiva, l’attore procedeva fidando della luce semaforica verde, a velocità consentita in quel tratto stradale, ed era già giunto all’intersezione (quindi, stava per impegnarla), quando improvvisamente, si vedeva attraversare la carreggiata dal veicolo condotto dal CARDOSO, che non riusciva ad evitare data la repentinità della manovra di svolta.

Data la brevissima distanza tra i due mezzi, quando il CARDOSO ha inopinatamente svoltato a sinistra (evidentemente non avvedendosi del provenire, ormai a pochissima distanza, del motociclo), non vi è alcun elemento per affermare che l’DA SILVA potesse fare qualcosa di più o di diverso per evitare la brusca frenata e la rovinosa caduta al suolo.

Da ultimo, sulla questione dell’incidenza causale del provvedimento di sospensione della patente sulla dinamica del sinistro, deve preliminarmente rilevarsi l’irritualità del deposito dei relativi documenti da parte della compagnia convenuta.

Difatti, pur trattandosi di documentazione pacificamente formatasi addirittura ante causa (il provvedimento di sospensione della patente è datato 28.5.2012, con decorrenza dal 24.5.2012, mentre quello di revoca è del 25.3.2013), e pur richiamata dalla comparsa di risposta, senza specificarne le motivazioni, la stessa non è stata tempestivamente allegata e prodotta né in comparsa di costituzione né nella seconda memoria ex art. 183, comma 6. A ciò si aggiunga che, all’udienza di discussione della perizia cinematica del 29.3.2018, parte convenuta non ha presentato alcuna richiesta di autorizzazione al deposito tardivo di documenti salvo poi richiedere, all’udienza del 13.6.2019 – a distanza quindi di oltre un anno e successivamente al deposito della perizia medico legale – l’emissione di ordine di esibizione, ex art. 213 c.p.c., della predetta documentazione alla Prefettura di Bologna.

Nonostante il rigetto dell’istanza, la convenuta ha comunque provveduto al relativo deposito in data 19.12.2019. Trattandosi, pertanto, di produzione documentale tardiva e in alcun modo diversamente autorizzata dal Tribunale, il suo contenuto non è conseguentemente conoscibile e utilizzabile in questa sede.

In ogni modo, e a tutto voler concedere, anche volendo ipotizzare un ingresso di tale documentazione nel processo, ed una sua specifica valutazione, si osserva – per maggior completezza della motivazione – come la violazione del provvedimento di sospensione da parte dell’attore al momento del sinistro, per la quale oltretutto lo stesso è stato sanzionato, successivamente ad esso, mediante revoca della patente stessa, non ha avuto alcun ruolo causale efficiente, dal punto di vista giuridico, sull’accadimento.

Secondo la prospettazione offerta sul punto, infatti, da parte convenuta – ribadita solo per logicità espositiva – se l’attore, all’epoca del sinistro, non avesse violato il provvedimento di sospensione della patente, mettendosi alla guida del proprio motociclo, l’evento lesivo non si sarebbe mai verificato; il che equivarrebbe a dire che la condotta antigiuridica realizzata in tal senso da DA SILVA Oderiano dispiegherebbe proprio quell’efficacia interruttiva del nesso causale ex artt. 40 e 45 c.p., altrimenti interamente ascrivibile alla condotta di parte convenuta, da valutarsi, se non in termini di esclusiva responsabilità, quantomeno a titolo di concorso di colpa ex art. 1227 c.c.

Tuttavia, contrariamente a quando dedotto dalla convenuta, deve trovar applicazione un diverso principio di diritto, espresso dalla Suprema Corte di Cassazione, tale per cui “affinché la violazione della norma possa costituire causa o concausa di un evento è necessario che essa sia preordinata ad impedirlo, diversamente assumendo la condotta trasgressiva del contravventore autonoma rilevanza giuridica, ma non costitutiva di un rapporto di causalità con l’evento, in relazione al quale essa diviene un mero antecedente storico occasionale” (cfr. per tutte Cass., Sez. III, n. 13830 del 2010).

Orbene, il provvedimento di sospensione della patente elevato a carico di DA SILVA Oderiano risponde innegabilmente alla ratio d’impedire che l’interessato, ponendosi nuovamente alla guida, possa costituire un pericolo per la circolazione, ed in definitiva, per la collettività; tuttavia non rileva autonomamente, in termini di efficacia causale, nell’ipotesi in cui ad esser stato concretamente posto in pericolo sia lo stesso contravventore, e ciò non a causa di una sua personale condotta imprudente ovvero imperita ovvero oggettivamente pericolosa, in qualche modo connessa allo scopo del divieto violato, bensì, esclusivamente, in conseguenza di un comportamento contra legem realizzato da un altro soggetto.

Nel caso di specie, infatti, è stata pienamente dimostrata la riconducibilità in via esclusiva dell’evento lesivo alla condotta di guida di CARDOSO Carlos mentre, di contro, nessun rimprovero, né in sede di accertamento da parte delle autorità né in sede di esame peritale, è stato mosso all’attore il quale, lo si ribadisce, ha tenuto una condotta di guida ineccepibile sotto ogni profilo.

Diverso sarebbe stato se il provvedimento di sospensione della patente fosse stato emesso in seguito a guida con accertato tasso alcolemico superiore ai limiti consentiti e lo stesso attore fosse stato riconosciuto nuovamente in stato di ebrezza anche al momento del sinistro, avendo influìto tale suo stato sulla condotta di guida o sulla capacità di pronta reazione. Tuttavia, anche a voler ipotizzare la veridicità del primo assunto, – di cui, data la tardività della relativa produzione documentale, non è comunque dato conoscere in questa sede – il secondo resterebbe in ogni caso privo di alcuna allegazione, prova e obiettivo riscontro. Infatti, dalla documentazione in atti, né nell’immediatezza del sinistro né successivamente al momento del ricovero al pronto soccorso dell’Ospedale Maggiore di Bologna (ovvero nei giorni immediatamente successivi) risultano prelievi di sangue eseguiti sulla persona dell’attore, ovvero referti, finalizzati a un tale accertamento; né, tantomeno, tale circostanza è stata anche solo allegata dalle parti convenute.

In altri termini, non vi è prova, ritualmente acquisita, che la causa del provvedimento di sospensione della patente inflitto all’DA SILVA fosse l’abuso di sostanze alcoliche; non vi è prova che l’DA SILVA fosse sotto l’effetto di sostanze alcoliche consumate oltre i limiti di legge al momento del sinistro; non vi è prova che tale condizione abbia determinato una condotta di guida anomala o abbia pregiudicato in modo fatale le sue capacità di pronta reazione.

Pertanto, la trasgressione del provvedimento di sospensione della patente realizzata dall’attore in occasione del sinistro degrada a mera occasione del predetto evento e, come tale, è priva di alcuna obiettiva rilevanza causale la quale, di contro, deve esser riconosciuta esclusivamente alla condotta di CARDOSO Carlos.

Quanto ai principi giuridici applicabili per l’individuazione dei soggetti tenuti a rispondere del fatto illecito, non è superfluo rammentare il generale disposto dell’art. 2054, commi primo (per quanto concerne la responsabilità del CARDOSO, conducente del mezzo al momento del sinistro) e terzo comma, applicabile, quest’ultimo, contrariamente a quanto dalla stessa sostenuta, alla società proprietaria del mezzo, ALFA S.p.a., la quale, in forza del contratto di noleggio a lungo termine del mezzo, non può pretendere di vedersi estesi i principi applicabili alla diversa ipotesi del leasing finanziario.

A tal fine è dato richiamare quanto statuito da Cass. 23/06/2009, n.14644, a mente della quale: “Viene richiamato il nuovo codice della strada ed in particolare la norma dell’art. 196 C.d.S., che estende all’utilizzatore della locazione finanziaria dell’autoveicolo l’obbligazione solidale relativa al pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria (prima posta solo a carico del proprietario/concedente). La disposizione, peraltro non applicabile “ratione temporis” al caso di specie, non esclude affatto la responsabilità del proprietario concedente (Cass. 19 ottobre 2006 n. 22399, 14 luglio 2003 n. 11006, 27 ottobre 1998 n. 10698). Viene meno, a monte, ogni profilo di “assimilazione” analogica tra leasing ed autonoleggio (a parte che la nuova regolamentazione aggiunge il locatario, ma non sottrae l’altro soggetto) (cfr., tuttavia, Cass. 29 ottobre 1999 n. 12192). Vale comunque il principio generale dell’art. 2054 c.c., che esprime portata generale, ed è posto a tutela del danneggiato e non guarda al rapporto “interno” tra noleggiante e noleggiatore (cfr. per qualche argomento, Cass. 13015 del 1992 e 10698 del 1998, 4022 del 2001). In conclusione la tipologia contrattuale non altera la impostazione ex art. 2054 c.c., che serve unicamente a rafforzare la tutela del danneggiato, proprio per il fatto altrui) c.c., sia il disposto di cui all’art. 1917 c.c. (per quanto riguarda la chiamata in causa in garanzia di DONAU, quale compagnia assicuratrice per la R.C. Auto)”; in senso conforme, proprio con riferimento a veicolo concesso a noleggio da parte della medesima ALFA S.P.A., si veda anche Trib. Novara, 14/08/2015 n. 741, est. L. Casiraghi, che ha testualmente motivato: “Non può operarsi, tuttavia, alcun analogia fra la figura richiamata dall’art. 91 e quella del noleggio senza conducente trattandosi di norma di carattere eccezionale insuscettibile di applicazione analogica; applicazione analogica alla quale osta altresì la ratio stessa della previsione legislativa la cui operatività è limitata alle ipotesi in cui vi sia un’esplicita previsione nella carta di circolazione della destinazione del mezzo a locazione senza conducente, essendo questa formalità presupposto della legittima utilizzazione del mezzo a tale titolo. La norma richiamata, infatti, impone l’onere di immatricolazione del mezzo locato a nome del locatore ma con specifica annotazione sulla cara di circolazione del nominativo del locatario e della data di scadenza del relativo contratto, cosa che non avviene nell’ipotesi di noleggio ove la carta di circolazione riporta esclusivamente il nominativo del proprietario concedente. Circostanza questa comprovata dal certificato del PR. in atti (doc. 21 fascicolo di parte attrice) in cui è annotato, nel periodo di riferimento del sinistro, solo il nominativo del proprietario concedente Alfa s.p.a. Alla luce delle suesposte considerazioni, va riconosciuta la legittimazione passiva nel presente giudizio in capo alla convenuta Alfa s.p.a”).

Ai sensi dell’art. 2055 c.c. i predetti soggetti sono tenuti, tutti e in solido tra loro, unitamente all’assicuratore per la R.C.A., al risarcimento del danno patito da DA SILVA Oderiano così come riconosciuto e quantificato nel prosieguo, con possibilità, ovviamente, di graduare nei rapporti interni le rispettive responsabilità, sulla scorta tanto dell’incidenza concreta dei rispettivi apporti causali quanto degli specifici obblighi di manleva, ove ovviamente ne siano dimostrati i presupposti.

2. IL DANNO SUBITO DA DA SILVA ODERIANO.

2.1 Il danno non patrimoniale per lesione subìta all’integrità psicofisica.

Le condizioni psicofisiche attuali di DA SILVA ODERIANO, in conseguenza del pregresso sinistro, sono contrassegnate da:

a??una paraplegia flaccida agli arti inferiori, con iper-reflessia osteo/tendinea, clono bilaterale inesauribile, livello sensitivo alla ombelicale trasversa, vescica neurologica ed impotenza sessuale;

b) una condizione depressiva diagnosticabile nei termini di un Disturbo Depressivo Persistente.

Nello specifico, DA SILVA Oderiano ha subìto un “gravissimo politraumatismo conseguente al sinistro stradale del 16/11/2012, nel quale ebbe a riportare un trauma cranio-facciale encefalico commotivo con minima quota ematica della cisterna interventricolare e falde liquide extra-assiali frontali bilaterali, ematoma periorbitario dx, fratture multiple del massiccio facciale (seno frontale, ponte temporo-zigomatico, seno mascellare con emoseno, orbita ed emimandibola a destra, emoseno sfenoidale), frattura scomposta-esposta biossea dell’avambraccio sx al terzo distale diafisario radio e ulna, frattura scafoide, dell’apofisi stiloidea dell’ulna ed articolare del radio, trauma toracico con emotorace dx, contusioni polmonari, pnx anteriore sx, versamento pleurico bilaterale prevalente a dx, trauma addominale, trauma del rachide con frattura somatica mielica T11 e lussazione T10-T11. Le gravissime menomazioni riscontrate sono ormai irreversibili, in particolare la paraplegia conseguente alla frattura mielica della T11 e della frattura-lussazione T10-T11, con gravissimo danno neurologico in paziente in carrozzina. Si associano inoltre i plurimi esiti articolari, la necessità di portare una stomia addominale in permanenza e i disturbi psichici”.

La valutazione dell’invalidità residua provocata dal sinistro, e delle ulteriori voci di danno, è stata così compiuta dal CTU:

“Trattasi di un gravissimo quadro menomativo con conseguente danno permanente biologico valutabile intorno al 90-95% (novanta/novantacinque), e un danno alla capacità lavorativa specifica pari al 100%.

L’inabilità temporanea è valutabile orientativamente, tenuto conto dei plurimi accessi ospedalieri ed i molteplici interventi chirurgici in circa 7-8 mesi a totale.

Nella previsione di spese future si devono considerare tutte le relative voci, sia di carattere non medico che medico. Tralasciando le prime che non saranno prese in considerazione in quanto non di pertinenza medico-legale, le seconde, senza alcuna presunzione di esaustività o completezza sono rappresentate da: terapie farmacologiche; trattamenti riabilitativi sia per mantenere stazionarie le condizioni di salute, sia per prevenire il suo ulteriore aggravamento; assistenza medica, specialistica ed infermieristica, eventualmente non fornita dal SSN; necessità di eventuali ospedalizzazioni, più frequente col passare degli anni; necessità di presidi e ausili.

Per quanto riguarda l’assistenza generica da parte di terza persona sia essa caregiver o badante, si ricorda che un datato studio francese ed altri italiani più recenti (Lazarini H; Bruno G., Rostagno) hanno quantificato in modo generico, ma attendibile e pratico, la necessità di assistenza dei grandi invalidi indicando, per il paraplegico un numero di ore di assistenza generica compreso tra le 4 e le 6 ore stabilite sulla base di un questionario riguardante la possibilità o meno di farsi la il bagno o la doccia; il vestirsi e svestirsi, l’igiene del corpo, il bere e il mangiare, la mobilità, la continenza. Un altro studio ha determinato con l’ausilio del punteggio relativo al grado di dipendenza, le ore di assistenza generica necessarie al macroleso, attraverso una scala di conversione. E’ possibile, così, determinare il costo di assistenza futura pari al costo annuale di ciascuna persona deputata all’assistenza del macroleso, moltiplicando per il numero di anni di vita futura del disabile.

Il costo annuale di ciascuna persona deputata all’assistenza del macroleso è desumibile dal Contratto Collettivo Nazionale di lavoro sulla disciplina del rapporto di lavoro domestico, applicabile anche a domestici e badanti. Il numero di anni di presumibile vita futura del macroleso, invece, è desumibile dall’attuale aspettativa di vita (per gli uomini circa 80 anni).

Con riguardo al quesito inerente le spese sanitarie, sulla base di quanto allegato al fascicolo processuale è possibile riconoscere spese sanitarie congrue per complessivi € 15.441,75.

Risultano, inoltre, allegate due fatturazioni per consulenze medico legali, la prima del Prof. Vergari per complessivi 1220,00 €, la seconda del Dott. Peluso per 1.830,00 €.

Sono presenti anche spese non strettamente sanitarie in quanto non riconducibili a presidi medici, bensì ad adeguamento dell’abitazione del sig. Da Silva Oderiano, ovvero:

– adeguamento box doccia, per 4.315,00 €;

– acquisto mobili vari, per 464,34 €;

-preventivo per ampliamento porte e bagno per 18.150,00 € +IVA.

Con riguardo alle spese future, in base a quella che è l’aspettativa di vita del Periziando (80 anni), tenuto conto di quanto previsto nell’allegato 2 del DM 332/99 inerente i rinnovi degli ausili, si può considerare quanto segue:

– Carrozzina per disabili Kushall Advance personalizzata (7 rinnovi), per un totale di € 2.3929,36.

– Dispositivo carrozzina di riserva (di cui la prima fornita gratuitamente dall’AUSL) (3 rinnovi), più extratariffari necessari alla personalizzazione del dispositivo, per un totale di € 1.0174,35.

– Poltrona elevabile (7 rinnovi), per un totale di € 13.104,00.

– Dispositivi posturali antidecubito da postura a letto (materasso ortopedico, materassino antidecubito e rete) (6 rinnovi), per un totale di € 10.242,00.

– Dispositivi per attività motorio-terapeutica (Motomed, vibromassaggiatore, minipalestra) (2-3 rinnovi), per un totale di circa € 15.000,00 (€ 12288,80 – 18433,20).

– Per il costo relativo alle eventuali riparazioni degli ausili, forfettariamente, € 15.000,00.

In definitiva e, ovviamente, in via approssimativa, il costo delle spese future, anche in considerazione delle voci precedentemente elencate, ammonta a complessivi € 87.449,71.

A ciò si devono aggiungere le spese relative all’acquisto di alcuni farmaci (non forniti gratuitamente dal SSN, ovvero Diazepam, Lorazepan e Macrogol), con esborso futuro orientativo per complessivi € 7.500,00.”

La valutazione operata dal CTU Vasapollo, considerata congrua e motivata, viene integralmente condivisa e recepita dal Tribunale.

Avuto riguardo al grave quadro di deficienza fisica sopra descritto, tenuto altresì conto delle prolungate sofferenze nonché del forte trauma psichico per le menomazioni subite in conseguenza del sinistro, parimenti incidenti in misura rilevante sull’integrità psico-fisica di DA SILVA Oderiano, si reputa adeguata una stima dell’entità del danno biologico permanente nella misura massima del 95% nonché un’inabilità temporanea totale per giorni 240 (8 mesi).

Si procede dunque al computo del pregiudizio sulla scorta delle tabelle milanesi relative all’anno 2018, applicabili alla fattispecie ratione temporis.

Sulla somma da liquidarsi viene riconosciuta una personalizzazione, sia per danno morale, sia a titolo di danno esistenziale, in misura massima, in quanto parte attrice ha dimostrato, anche con affermazioni e deduzioni apprezzabili in via presuntiva e secondo le massime di comune esperienza, la sussistenza dei presupposti fondanti.

Com’è noto, secondo un recente orientamento, cui questo Tribunale ha già, in ripetute occasioni, aderito, le incidenze che il danneggiato ha l’onere di dimostrare, per ottenere detta personalizzazione, sotto il profilo del danno esistenziale, non devono rappresentare conseguenze “ordinarie” dell’invalidità che il comportamento illecito attribuito al danneggiante ha determinato. In tal senso, di recente, Cass. n. 10912 del 07 maggio 2018, secondo la quale: Il grado di invalidità permanente indicato da un “barème” medico legale esprime in misura percentuale la sintesi di tutte le conseguenze ordinarie che una determinata menomazione si presume riverberi sullo svolgimento delle attività comuni ad ogni persona; in particolare, le conseguenze possono distinguersi in due gruppi: quelle necessariamente comuni a tutte le persone che dovessero patire quel particolare grado di invalidità e quelle peculiari del caso concreto che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto ai casi consimili. Tanto le prime quanto le seconde costituiscono forme di manifestazione del danno non patrimoniale aventi identica natura che vanno tutte considerate in ossequio al principio dell’integralità del risarcimento, senza, tuttavia, incorrere in duplicazioni computando lo stesso aspetto due o più volte sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni. Soltanto in presenza di circostanze specifiche ed eccezionali allegate dal danneggiato, che rendano il danno più grave rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età, è consentito al giudice, con motivazione analitica e non stereotipata, incrementare le somme dovute a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione.”.

Nel caso che ci occupa, DA SILVA Oderiano ha allegato la propria impotentia coeundi quale diretta e ulteriore conseguenza del sinistro occorsogli, menomazione che l’ha drammaticamente colpito a soli 3 anni.

Il diritto alla sessualità, ricordando l’incipit della Corte Costituzionale (Corte costituzionale 561/87), s’inquadra tra i diritti inviolabili della persona (art. 2), come modus vivendi essenziale per l’espressione e lo sviluppo della persona. Certamente, la perdita della sessualità costituisce anche danno biologico (la cui valutazione nelle tabelle medico legali convenzionali supera normalmente il livello della micropermanente e determina un rilevante ritocco del punteggio finale) consequenziale alla lesione per fatto della circolazione (come è nel caso di specie), ma nessuno ormai nega (Cfr. Cass, Su 6572/06 e 13546/06) che la perdita o la compromissione anche soltanto psichica della sessualità (come avviene nei casi di stupro e di pedofilia) costituisca di per sé un danno esistenziale, la cui rilevanza deve essere autonomamente apprezzata e valutata equitativamente in termini non patrimoniali e con una congrua stima dell’equivalente economico del debito di valore (Cfr per tutti. Cass., III sez., n. 2311/2007).

Trattandosi dunque di una circostanza che innegabilmente assume quei connotati di autonoma rilevanza e necessaria tutela, datane l’afferenza a diritti di rango fondamentale, in grado di trascendere la categoria dell’ordinaria conseguenza del sinistro subìto, laddove dimostrata, la stessa è stata altresì oggetto di specifico quesito al CTU il quale ha chiaramente accertato che “Sicuramente, a causa della lesione midollare, il sig. Da Silva è impotente dal punto di vista sessuale (coeundi)”.

A ciò, per vero, devono aggiungersi le sofferenze di natura psicologica dimostrabili, secondo la più recente giurisprudenza, mediante accesso a tutti gli strumenti probatori riconosciuti dall’ordinamento, ivi compresi il notorio, le massime di esperienza, e le presunzioni.

Si rileva dunque, nel caso che occupa, che DA SILVA Oderiano ha manifestato significativi momenti di turbamento e sconforto, dovuti alla piena consapevolezza delle gravità e dell’irreversibilità delle lesioni tutte subìte nel suo complesso. Si tratta, per vero, di una circostanza rimarcata nella CTU la quale sottolinea “la gravità delle menomazioni con rilevantissimi riflessi negativi sulla sfera dinamico-relazionale e personale del soggetto con elevata sofferenza morale e di carattere esistenziale, proiettate anche alla sfera dell’ambito familiare. Allo stato attuale, infatti, il periziando sopporta un complesso minorativo che intacca la propria autonomia nella cura della persona, nella possibilità di camminare, nella sfera sessuale e che incide gravemente sotto il profilo personale e dell’immagine.

Il periziando ha subito il sinistro all’età di 34 anni, in un periodo centrale della propria efficienza psico-fisica nel quale avrebbe potuto affermarsi e consolidare le proprie attitudini personali dal punto di vista dinamico-relazionale, sportivo, familiare e lavorativo. Attualmente, purtroppo, il periziando è rinchiuso in sé stesso, avendo in gran parte abbandonato le proprie amicizie e le relazioni umane ed avendo necessariamente rinunciato ad ogni attività lavorativa e sportiva. Le prolungate sofferenze patite e il forte trauma psichico per le menomazioni fisiche subite incidono pesantemente sulla sua psiche come chiaramente affermato nel corso della consulenza psichica espletata. I postumi permanenti descritti si ripercuotono negativamente sull’integrità psico-fisica della persona in misura molto elevata, configurandosi un danno biologico sia nel suo aspetto statico che dinamico relazionale, nella cui valutazione ritengo si debba tenere conto, oltre che dei comuni barèmes, anche di una congrua quota di maggiorazione per le caratteristiche individuali della persona”.

Per tutto quanto sopra esposto, valutata la giovane età di DA SILVA Oderiano al momento del sinistro (34 anni), avuto riguardo alle rilevanti sofferenze riflesse sulla sfera dinamico-relazionale nonché personale del soggetto, considerata altresì la vita matrimoniale, che inevitabilmente sconta, tra le altre, anche le conseguenze dell’intervenuta impotentia coeundi, si ritiene congrua una personalizzazione del danno, come detto, nella misura massima del 25%, come di seguito sarà esplicitato.

2.2. Il danno patrimoniale

Quanto al danno patrimoniale, il CTU ha stimato la perdita della capacità lavorativa specifica in misura pari al 100%. Si è osservata, in particolare, l’assoluta incompatibilità tra l’attività lavorativa espletata dall’DA SILVA sino al momento del sinistro – quale titolare di un’officina meccanica addetta alle riparazioni di motocicli e biciclette – con le minorazioni riportate, trattandosi con ogni evidenza di un’attività a carattere esclusivamente manuale e, come tale, irrimediabilmente compromessa in rapporto alla sfera attitudinale dell’attore.

Data la pacifica sostenibilità della valutazione operata dal CTU, che il Tribunale condivide e non ha motivo alcuno di disattendere, si procede di seguito alla quantificazione del relativo danno, cui dovranno necessariamente far seguito alcune rilevanti precisazioni.

La liquidazione del danno, in assenza di documentazione comprovante il reddito da lavoro effettivamente percepito dall’attore, viene effettuata in riferimento ai valori del triplo della pensione sociale per l’anno 2020 (€ 459,82 x 3 x 13 mensilità = 17.933 €) assunto come reddito medio di riferimento in relazione alla presumibile capacità di reddito del soggetto, moltiplicato per il numero di anni lavorativi perduti, stimati in misura pari a 32, ed attualizzati in base ai coefficienti per le rendite finanziarie, per un totale pari a circa 300.000,00 €, come indicato da parte attrice.

Da tale somma, così come correttamente eccepito sul punto dalle parti convenute, deve esser detratto quanto già riconosciuto e liquidato dall’INPS, in favore dell’attore, a titolo di indennizzo previdenziale per la riconosciuta invalidità, con totale e permanente inabilità lavorativa in misura pari a 100%, per un ammontare corrispondente ad € 203.875,43, (peraltro già rimborsato all’ente previdenziale dalla compagnia assicuratrice convenuta, a titolo di rivalsa passiva) rivalutata ad oggi in misura pari ad € 210.714,00.

Difatti, come recentemente affermato dalle Sezioni Unite della Suprema Corte ( Cass., Sez. Un., 22/5/2018, n. 12566) dall’ammontare del risarcimento dovuto dal responsabile del sinistro va detratto quanto al danneggiato corrisposto allo stesso titolo da parte di ente gestore di assicurazione sociale, trattandosi di prestazione economica a contenuto indennitario erogata in funzione di copertura del pregiudizio occorso (nella specie, la pensione di inabilità e l’indennità di accompagnamento) che soddisfa, neutralizzandola in parte, la medesima perdita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo al quale sia addebitabile il sinistro.

Resta comunque salvo il diritto del danneggiato di agire nei confronti del danneggiante, e del suo assicuratore per la R.C.A., per ottenere l’eventuale differenza tra il danno subito e quello indennizzato dall’assicuratore sociale, non dandosi luogo, in tal modo, ad un’illegittima locupletatio.

Pertanto, stimato come precede il danno da perdita della capacità lavorativa e detratta la somma già corrisposta dall’ente previdenziale, residua un maggior importo di danno risarcibile pari ad € 89.286,00, che viene posto integralmente a carico di tutti i convenuti, in solido tra loro.

2.3 Le spese

Sulle spese, è appena il caso di rilevare che il Tribunale ritiene di disattendere le doglianze sollevate dalla difesa di parte attrice secondo cui vi sarebbe stata un’inopportuna esclusione, da parte del CTU, degli emolumenti destinati all’acquisto della carrozzina per la balneazione, del lettino fisioterapico e, in particolare, della carrozzina elettrica.

Premesso lo specifico iter di erogazione dei presidi protesici, compiutamente descritto nella perizia medico legale, è appena il caso di rilevare che l’attore non solo non ha mai presentato domanda all’ASL di competenza per ottenerne la fornitura (in particolare, della carrozzina elettrica), ma neppure vi ha provveduto privatamente peraltro sottolineando, in sede di esame peritale, la ritenuta superfluità di tale acquisto.

Quanto poi alla circostanza, evidenziata dal consulente di parte attrice, per cui l’inesorabile peggioramento delle condizioni di DA SILVA Oderiano – dato l’avanzare dell’età, le numerose patologie di cui è affetto nonché l’assunzione massiccia di farmaci – lo avrebbero sicuramente portato a necessitare dell’ausilio di tali presidi si osserva che, secondo il costante insegnamento espresso dalla Suprema Corte (Cfr. per tutte Cass., III sez., n. 10072 del 2010) “in ambito risarcitorio, il danno futuro rispetto al momento della decisione, sia esso emergente (quali le spese non ancora affrontate) o da lucro cessante, in realtà non può essere mai declinato in termini di assoluta certezza, che esclusivamente si attaglia al pregiudizio già completamente verificatosi al momento del giudizio. […] Com’è stato efficacemente osservato in dottrina, “la certezza che deve sussistere per rendere risarcibile il danno futuro non è la stessa di quella che caratterizza il danno presente”. E la giurisprudenza ha da tempo chiarito che se non basta la mera eventualità di un pregiudizio futuro per giustificare condanna al risarcimento, per dirlo immediatamente risarcibile è invece sufficiente la fondata attendibilità che esso si verifichi secondo la normalità e la regolarità dello sviluppo causale (ex multis, Cass., nn. 1637/2000, 1336/1999, 495/1987, 2302/1965)”.

Ed invero, l’argomentazione prospettata in merito dal CTU e fatta propria da questo Tribunale, appare logica, motivata nonché aderente con l’orientamento poc’anzi esposto.

Osserva infatti il prof. Vasapollo che “per potersi affermare un eventuale danno futuro è indispensabile la sua prevedibilità con certezza o grande probabilità. In altri termini, al momento non sappiamo se tutto ciò che viene affermato (a causa delle varie patologie di cui è portatore e sia per la massiccia quantità di farmaci che assume) si verificherà con certezza o grande probabilità secondo l’ordine naturale delle cose, essendo peraltro ininfluente “la massiccia quantità di farmaci che assume”. Analogo ragionamento vale per la carrozzina per la balneazione e per il lettino per la fisioterapia, non ravvedendosi per quest’ultimo una necessità assoluta”.

Si ritiene altresì di poter riconoscere come dovute le spese descritte in perizia a titolo di esborsi per adeguamento dell’abitazione dell’attore alle proprie mutate esigenze, per complessivi € 27.000,00 ad oggi senza necessità di una nuova consulenza tecnica specifica.

In merito all’esigenza di assistenza personale di DA SILVA Oderiano, il Tribunale condivide e fa proprie le valutazioni svolte in perizia: nello specifico, si ritengono puntualmente indicati e motivati i criteri utilizzati per addivenire alla stima del numero di ore necessarie (4-6 ore giornaliere) nonché i metodi di calcolo dei relativi costi.

Considerata l’individuazione in via equitativa del numero delle ore giornaliere necessarie nella misura mediana di 5, la liquidazione del relativo costo viene effettuata in riferimento a un valore annuo di circa 12.000,00 €, moltiplicato in relazione alla presumibile della vita residua dell’invalido (44 anni come indicato in atto introduttivo), e considerando un tasso medio d’interesse indicativo compreso tra 1 e 2%, avuto riguardo alla attualizzazione del totale di € 528.000, e da operarsi secondo gli indici valevoli per le rendite finanziarie (con indici compresi, secondo tavole, tra lo 0,6 e lo 0,3 per le rendite comprese tra i 40 e i 50 anni di durata), stimabile in un totale di 284.000,00 €.

Dall’importo così calcolato, così come correttamente osservato da parte convenuta, deve necessariamente esser scomputata l’indennità di accompagnamento derivante dall’invalidità civile (che l’attore percepisce o cui, in ogni caso, ha diritto in ogni momento), la quale spetta ad ogni soggetto grande invalido civile ed impossibilitato a deambulare autonomamente, senza l’aiuto permanente di un accompagnatore, ovvero a compiere gli atti quotidiani della vita senza una forma di assistenza continua, come nel caso di DA SILVA Oderiano e ciò in virtù del principio espresso dalle Sezioni Unite del 2018, già ampiamente illustrato in precedenza.

Conseguentemente, dato l’ammontare della suddetta somma indennitaria, pari ad € 520,29 nell’anno 2020, moltiplicato in relazione alla durata media della vita, per tale tipo di necessità, per un totale complessivo pari a circa € 142.000,00, da sottrarsi al riconosciuto importo di 284.000,00 €, si ottiene un differenziale finale di circa 142.000,00 €, da porsi integralmente a carico di tutti i convenuti, in solido tra loro.

Infine, dal totale del danno risarcibile deve pacificamente detrarsi quanto già ricevuto da DA SILVA Oderiano a titolo di acconto dalla compagnia assicuratrice convenuta (€ 50.000 aprile 2013, € 120.000,00 giugno 2013, € 50.000,00 marzo 2014, € 1.100.00,00 aprile 2014) per un totale di € 1.320.000,00, ad oggi rivalutato in € 1.346.462,74.

2.4 Liquidazione del danno

Sulla somma definitiva come infra determinata, che rappresenta debito di valore ad oggi cristallizzato in debito di valuta, spettano gli interessi legali in funzione compensativa, anziché sulla somma devalutata alla data dell’illecito e poi via via rivalutata, sulla somma come determinata ad oggi, ma con decorrenza da una data intermedia tra quella dell’illecito e la data della presente sentenza, che viene equitativamente fissata il 16.11.2016.

Calcolo Danno Non Patrimoniale
Tabella di riferimento: Tribunale di Milano 2018
Età del danneggiato alla data del sinistro 34 anni
Percentuale di invalidità permanente 95%
Punto base danno non patrimoniale € 12.171,38
Giorni di invalidità temporanea totale 240
Giorni di invalidità temporanea parziale al 75% 0
Giorni di invalidità temporanea parziale al 50% 0
Giorni di invalidità temporanea parziale al 25% 0
Punto base I.T.T. € 147,00
Danno risarcibile € 965.495,00
Aumento personalizzato (max 25%) € 1.206.869,00
Invalidità temporanea totale € 35.280,00
Totale danno biologico temporaneo € 35.280,00
TOTALE GENERALE: € 1.000.775,00
Totale con personalizzazione massima € 1.242.149,00
Perdita capacità lavorativa generica € 300.000,00
Spese mediche € 16.026, 43
Spese mediche future € 87.450,00
Spese mediche future per farmaci € 7.500,00
Spese consulenza medico legale € 3.100,00
Spese di assistenza personale € 284.000,00
Spese adeguamento abitazione € 27.000,00
TOTALE VOCI POSITIVE (arrotondate) € 1.960.000
Detrazione indennità INPS (rivalutata) – € 210.714,00
Detrazione indennità di accompagnamento per invalidità civile INPS – € 142.000,00
Detrazione acconto ricevuto (rivalutato) – € 1.346.462,74
TOTALE GENERALE DOVUTO (arrotondato) calcolato ad oggi € 271.000,00

3. IL DANNO PATITO DAI PROSSIMI CONGIUNTI FARKAS MARIA JANA, DA SILVA EVA, DA SILVA ELENA, DA SILVA GOMEZ, DA SILVA ANDREAS

Quanto al danno di riflesso patito dai prossimi congiunti di DA SILVA Oderiano, quale conseguenza diretta e immediata delle gravissime limitazioni funzionali allo stesso esitate per effetto della condotta contra legem di CARDOSO Carlos, si rende necessario premettere talune considerazioni.

Una liquidazione finalisticamente unitaria del danno alla persona importa di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto di ogni sfaccettatura del prisma del danno non patrimoniale, che consideri quindi il pregiudizio complessivamente ed effettivamente subìto, senza limitazioni alla sola lesione dell’integrità psicofisica, quale danno alla salute, bensì in una dimensione omnicomprensiva, in grado di accordare adeguato ristoro ad ogni vulnus arrecato ad un altro valore/interesse costituzionalmente tutelato tanto in termini di sofferenza morale, quanto di privazione/diminuzione/modificazione delle attività dinamico-relazionali precedentemente esplicate dal soggetto danneggiato (Cfr. per tutte Cass., III sez., sent. del 17/01/2018 n. 901).

Quanto poi alla specifica risarcibilità del danno riflesso sub specie da lesione del rapporto parentale, si considera opportuno anticipare alcune brevi considerazioni di portata generale e, come tali, valevoli per ciascun familiare intervenuto.

In punto di legittimazione di tutti i congiunti di DA SILVA ODERIANO a domandare il ristoro del danno da lesione del rapporto parentale si osserva che questo Tribunale, già con altre precedenti pronunce, richiamando numerosi arresti di legittimità e di merito, ha ritenuto ragionevole riconoscere il danno di riflesso per macrolesioni in capo ai congiunti dell’infortunato soltanto nei casi, come il presente, in cui le lesioni siano di particolare gravità, almeno pari, orientativamente, al 60%: soltanto oltre tale entità, infatti, appare sostenibile che la convivenza o la vicinanza con il congiunto siano fonte di sofferenza, disagio psicologico, sconvolgimento delle abitudini.

Sgombrato il campo da qualunque dubbio sulla legittimazione ad instare per il riconoscimento di tale tipologia di danno, da un punto di vista definitorio, sebbene con riferimento al caso di morte del congiunto, legittimamente paragonabile al caso che occupa vista la quasi totale compromissione dell’integrità fisica dell’infortunato, come si ricava infra, si rileva che “il pregiudizio da perdita del rapporto parentale rappresenta un peculiare aspetto del danno non patrimoniale e consiste non già nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità, bensì nello sconvolgimento dell’esistenza, rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, nonché nella sofferenza interiore derivante dal venir meno del rapporto. Trattasi di danno non patrimoniale iure proprio del congiunto il quale è ristorabile in caso non solo di perdita, ma anche di mera lesione del rapporto parentale” (Cfr. Cass. SEZ. III, ord. del 28.9.2018, n. 23469; Cass. 31 maggio 2003, n. 8827; 20 agosto 2015, n. 16992).

Per quel che riguarda, invece, il grado e l’onere della prova richiesti ai prossimi congiunti del macroleso, attraverso l’utilizzo del meccanismo presuntivo (artt. 2727 e 2729 c.c.) il più recente orientamento della Suprema Corte di Cassazione statuisce che “Il danno non patrimoniale, consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa in modo non lieve dall’altrui illecito, può essere dimostrato con ricorso alla prova presuntiva ed in riferimento a quanto ragionevolmente riferibile alla realtà dei rapporti di convivenza ed alla gravità delle ricadute della condotta.”” (Cass. n. 2788 del 31/01/2019).

Esaurite le doverose premesse, si procede alla specifica valutazione e relativa liquidazione dei danni subìti dai prossimi congiunti di DA SILVA ODERIANO.

A tal fine si riportano di seguito le osservazioni svolte dal CTU, coadiuvato dal proprio ausiliario prof. Marziano CERISOLI, che ha sottoposto a visita peritale FARKAS MARIA JANA, DA SILVA EVA, DA SILVA ELENA e ha periziato DA SILVA GOMEZ, quest’ultimo attraverso un attento esame e valutazione della relativa documentazione medica, presente in atti.

Su FARKAS MARIA JANA, moglie di DA SILVA Oderiano:

“Richiesta di descrivere i cambiamenti eventualmente sopraggiunti a seguito dell’incidente del marito e soprattutto a seguito delle gravi disabilità che lo stesso ha esitato, la Sig.ra Maria Jana ha voluto ripercorrere il faticoso e doloroso iter sanitario e riabilitativo del marito, unitamente alla sua assidua presenza assistenziale che ancora in continuità condizionerebbe tutto il suo stile di vita.

Richiesta di descrivere la sua quotidianità, la Sig.ra Maria Jana ha dichiarato che, al risveglio, si occupa dell’accudimento della figlia e del suo accompagnamento a scuola, poi rientra in casa e si occupa del marito partecipando attivamente a tutte le necessità assistenziali e terapeutiche, ivi compresa la gestione della “stomia” (della quale è portatore) e dei cateterismi.

Contestualmente si occupa della gestione della casa e della preparazione dei pasti. Poi, nel pomeriggio, si alterna nella gestione dei bisogni del marito e delle richieste/necessità della bimba.

Denuncia difficoltà relazionali, condizionate dalle disabilità del marito ed una attività sessuale decisamente “mortificata”.

A precisa domanda ha risposto affermando di non essere mai ricorsa ad interventi terapeutici specifici in quanto ho sempre cercato di “controllarmi da sola”, anche se incorrerebbe in saltuarie crisi di pianto ma “sempre da sola e quando non mi vede nessuno.”

Non vi è dubbio alcuno sull’efficienza lesiva dell’accadimento (che ha visto protagonista il marito) che ha causato e mantiene un rilevante sovvertimento dell’assetto esistenziale della Sig.ra Maria Jana.

Se il disagio esistenziale risulta decisamente prevalente, dal colloquio sono emersi anche aspetti di sofferenza psicologica che, seppure contenuti e compressi nella loro rappresentazione, risultano evidenti, come testimonianza di una manifestazione psicopatologica reattiva, di tipo riflesso.

Nel caso della Sig.ra Farkas Maria Jana il Disturbo dell’Adattamento con Umore Depresso, di Tipo Cronico, può essere valutato quale danno biologico psichico attorno al 10%.”.

Su DA SILVA EVA, figlia minore di DA SILVA Oderiano (9 anni):

“Eva è stata intrattenuta a colloquio in presenza della madre alla quale, successivamente e senza la presenza di Eva, sono state richieste informazioni circa il comportamento abituale della bimba.

Infatti il colloquio ha evitato accuratamente di fare riferimenti specifici all’accadimento (modalità di approccio concordata e condivisa dal CTU e dai CCTTPP presenti) ma si è limitato a valutare il comportamento, la gestualità, l’eloquio e l’interazione della minore, riuscendo in tal modo ad apprezzare una bimba vivace, serena, disposta ad interagire adeguatamente con le sollecitazioni proposte, partecipando attivamente allo scherzo ed al gioco.

Non sono emersi aspetti regressivi né nella gestualità, né nel rapporto con la madre rispetto alla quale è parsa assolutamente indipendente e per nulla condizionata.

Ha descritto la sua attività scolastica ed il rapporto amicale con puntualità e sottolineandone in maniera “arguta” gli aspetti per lei più significativi. La madre ha confermato che Eva è una bimba serena che non sembra patire della difficile condizione del padre, non sottraendosi neppure ad intervenire in suo aiuto nei momenti più “difficili”. Dal settembre u.s. è tornata a dormire da sola nella sua cameretta, non si sveglia la notte, ha un buon rendimento scolastico ed ottime disponibilità/capacità di socializzazione.

Alla luce di queste osservazioni, condivise dai CCTTPP convenuti, si è concordemente pervenuti alla conclusione che Eva non presenta segni e/o sintomi di sofferenza psicologica riconducibili all’evento traumatico del quale è stato vittima il padre.

Nel caso in esame, sulla base delle risultanze psicodiagnostiche condivise, non sussiste alcun danno psichico.”

Su DA SILVA ELENA, madre di DA SILVA Oderiano:

“La Sig.ra Da Silva si è disposta al colloquio in maniera adeguata nei modi e nell’abbigliamento, esprimendo un eloquio rappresentato secondo cultura e scolarità, sostenuto da una ideazione lucida e coerente. Critica e giudizio sono apparsi conservati.

Il racconto è stato declinato con una partecipazione emotiva intensa e sofferta, ma senza pretestuose amplificazioni.

La Sig.ra Da Silva è portatrice di crolli vertebrali ed indossa busto a dimora. Invalida al 100% necessita di adeguati supporti assistenziali.

La Sig.ra Da Silva ha rappresentato vissuti di significativa sofferenza psicologica, con un atteggiamento dimesso e sofferente e sottolineando una specie di centralità relativamente all’incidente del figlio, aggravata dalla sua impossibilità di fornirgli i necessari supporti assistenziali.

Ha dichiarato di avere fatto il possibile per aiutare il figlio e la nipote, ma dopo i crolli vertebrali (circa un anno fa) tutto ciò non le è stato più possibile. Tutto ciò le ingenera sentimenti di insufficienza e inadeguatezza, anche se la sig.ra Da Silva non nasconde come a questi vissuti concorrano e patologie delle quali è portatrice, così come la mortificazione per la carcerazione e la collocazione in una comunità terapeutica degli altri due figli. A suo dire, tuttavia, l’incidente di Oderiano e le conseguenze derivate sarebbero state e sarebbero ancora la causa prevalente della sua sofferenza psicologica.

Dichiara di avere ricorrenti momenti di sconforto ed un sonno irregolare e poco riposante, anche a causa della presenza della “sacca” a seguito della ileostomia.

Una penosa demoralizzazione è risultata l’espressione più evidente di una sofferenza psicologica che si rappresenta con un atteggiamento dimesso, impoverito e decisamente anergico.

Non vi è dubbio alcuno che l’evento traumatico del figlio e le gravi disabilità residuate si inscrivono in un percorso esistenziale, quello della Sig.ra Da Silva, già connotato di altri, rilevanti e ripetuti eventi stressanti, realizzandosi in tal modo una embricatura nella quale gli stessi accadimenti concorrono significativamente, rendendo difficile una loro delimitazione specifica, ma soprattutto laddove diventa difficile una “pesatura” differenziale degli stessi.

Nel vissuto attuale della Sig.ra Da Silva emerge soprattutto una penosa condizione di inutilità e di inefficienza che si proietta inevitabilmente sulla condizione del figlio conferendo in tal modo alla stessa una specie di prevalenza nella sua indubbia sofferenza psicologica. Se, infatti, la carcerazione e la collocazione in una comunità terapeutica degli altri due figli sono evidenti condizioni di sofferenza psicologica, le stesse la rendono in qualche misura incapace, concretamente, di operare nel tentativo di migliorare la loro condizione, diversamente dalla condizione di Oderiano che, se nella disponibilità di adeguate risorse, potrebbe contribuire a migliorare, almeno in termini assistenziali.

Ricorrendo ad un esercizio sicuramente arbitrario, ma nella necessità di enucleare da una significativa sofferenza “depressiva” espressione di diverse situazioni “stressanti”, quanto di questa può esser attribuita all’evento traumatico qui in discussione, riteniamo che la stessa possa essere riconosciuta nei termini di un Disturbo dell’Adattamento con Umore Depresso, di tipo cronico, valutazione diagnostica che così definita e delimitata al contesto causale in discussione, è stata condivisa dalle parti convenute.

In conclusione, sulla base di quanto in precedenza ricordato a proposito della Sig.ra FarkasMaria Jana, anche nel caso della Sig.ra Da Silva Elena sussiste un Disturbo dell’Adattamento con Umore Depresso di Tipo Cronico, che può essere valutato quale danno biologico psichico, attorno al 10%.”

Su DA SILVA GOMEZ, fratello di DA SILVA Oderiano:

“Come noto, il periziando non si è presentato alla visita peritale nei diversi incontri avuti con i rappresentanti della famiglia Da Silva. Per tale motivo qualsivoglia interpretazione medico-legale che sarà svolta nelle pagine seguenti risente di tale importante mancanza in quanto non è stato possibile sottoporre a consulenza psichiatrica il Sig. Gomez. Le note che seguiranno, pertanto, si basano esclusivamente sull’esame della documentazione sanitaria allegata al fascicolo processuale e riportata in precedenza.

Sintetizzando al massimo i dati documentali è possibile affermare che il sig. Da Silva Gomez, dopo l’evento traumatico del fratello avvenuto in data 16.11.2012, fu ricoverato una prima volta dal 10.01 al 06.02.2013 presso la Casa di Cura Ai Colli di Bologna; una seconda volta dal 09.04.2013 al 02.05.2013 presso la Casa di Cura Villa Baruzziana; una terza volta dal 26.06 al 19.07.2013 preso la stessa struttura.

Sulla base dei dati clinici desunti dall’esame della documentazione sanitaria è possibile affermare che Gomez risulta affetto da un disturbo di personalità borderline.

Secondo il DSM-5 gli individui affetti da questo disturbo presentano, fra le caratteristiche peculiari, una instabilità affettiva dovuta ad una marcata reattività dell’umore che in periodi di particolare stress, soprattutto interpersonale, può determinare un’intensa disforia, deflessione dell’umore, ansia intensa e anche la comparsa di ideazione paranoide transitoria o sintomi dissociativi.

Appare pertanto probabile, in relazione alla correlazione temporale fra l’incidente del fratello e i successivi tre ricoveri, che l’evento traumatico accaduto ad Oderiano abbia rappresentato per il sig. Gomez un carico allostatico tale da determinare uno scompenso psicopatologico su di una situazione premorbosa labile. Considerando la tipologia della patologia psichiatrica di cui risulta affetto, essa rappresenta una preesistenza assai rilevante che tuttavia, per le sue peculiarità psicopatologiche, non porta ad escludere il nesso concausale (sia riguardo all’idoneità lesiva che al criterio cronologico) fra l’incidente accaduto al fratello e il peggioramento psicopatologico che poi ha portato ai ricoveri il periziando. Trattasi pertanto di una condizione in cui il peggioramento psicopatologico che ha portato ai tre ricoveri rappresenta l’estrinsecazione, in forma clinicamente manifesta, di una preesistente alterazione, e in tal senso quindi predisponente, dell’assetto psichico dell’individuo, in cui l’evento traumatico del fratello ha determinato un viraggio in pejus del predetto stato. E’ chiaro però che l’insorgenza di un rilevante scompenso psichico tale da necessitare ben tre ricoveri a breve tempo l’uno dall’altro in presenza di un live event la cui portata psico-lesiva viene considerata generalmente come non rilevante -facendo riferimento alle scale degli eventi di rilevanza psico-traumatogena degli Autori che si sono occupati dell’argomento (Holmes e Rahe, 1967; Payke et al., 1971; Miller e Rahe, 1997)- sottolinea la rilevanza preponderante del ruolo della preesistenza, che, se pur non elimina la possibilità di riconoscere un nesso concausale all’evento traumatico in causa, condiziona però una significativa riduzione in termini valutativi relativamente al quantum.

Giunti a questo punto è possibile valutare il danno, con i limiti in precedenza indicati, orientativamente nei seguenti termini:

Inabilità temporanea totale: 77 giorni

Inabilità temporanea al 75%: 20 giorni

Inabilità temporanea al 50%: 20 giorni

Inabilità temporanea al 25: 20 giorni

Per quanto riguarda il danno permanente psichico può indicarsi un tasso approssimativo del 7-8%.

Le spese sostenute dal periziando ammontano a Euro 904,00.”

Orbene, le considerazioni psico-diagnostiche svolte dal prof. CERISOLI in uno con le valutazioni medico-legali svolte dal CTU VASAPOLLO (con opportuna indicazione, in premessa, dei criteri di valutazione adoperati) si presentano coerenti ed esaustive e il Tribunale non ravvisa alcun motivo per doversene discostare.

Del resto, non vi sarebbe, francamente, alcun ragionevole motivo per ritenere che il tono depressivo dell’umore riscontrato in FARKAS MARIA JANA e DA SILVA ELENA non derivi, in via esclusiva per la prima e in via prevalente per la seconda, già pesantemente segnata da dolorose vicende familiari, dal sinistro occorso ad DA SILVA Oderiano e dalle gravissime conseguenze traumatiche dallo stesso esitate, così come puntualmente riscontrato in perizia e condiviso, peraltro, dai CTP di entrambe le parti.

Lo stesso dicasi per il danno biologico accertato sulla persona di DA SILVA GOMEZ, a nulla rilevando la circostanza che lo stesso non si sia potuto sottoporre a visita medico legale dal CTU.

Disattendendo quanto eccepito sul punto dalla difesa di parte convenuta, si osserva infatti che la posizione di DA SILVA GOMEZ è stata comunque interessata da puntuali osservazioni peritali, basate non già su un esame clinico di tipo visivo bensì su un’attenta analisi di tutta la relativa documentazione medica sulla cui veridicità ovvero attendibilità, peraltro, non sono stati sollevati dubbi alcuni da parte dei CTP i quali, del resto, in sede di esame, hanno condiviso la predetta metodologia d’indagine.

Per quel che concerne la valutazione del danno da lesione del rapporto parentale, richiamati integralmente tutti gli orientamenti e le considerazioni evidenziati in premessa, preme rilevare che la gravità dell’evento lesivo subìto da DA SILVA ODERIANO e le conseguenze pressoché totalmente invalidanti riportate in seguito, in misura pari al 95%, consentirebbero per ciò solo di ritenere presuntivamente provato il conseguente sconvolgimento della dimensione affettiva ed esistenziale a danno della moglie FARKAS MARIA JANA e della figlia DA SILVA EVA.

Nello specifico, il danno riportato da FARKAS MARIA JANA appare ictu oculi agevolmente desumibile dal rapporto di coniugo con DA SILVA ODERIANO e dalle gravissime conseguenze invalidanti dallo stesso riportate. A ciò si aggiunga quanto compiutamente allegato dalla stessa nei propri atti difensivi, da cui è possibile ricostruire una vita matrimoniale precedentemente serena e appagante, densa di relazioni sociali e aspettative per il futuro, quadro ad oggi irrimediabilmente sconvolto e compromesso in cui la donna, pur non avendo “clinicamente” perso il marito, di fatto ha perduto la persona che aveva accanto sino a quel momento.

Come anche osservato dal CTU, una quotidianità così totalmente stravolta che ora, all’età di soli 38 anni, vede FARKAS MARIA JANA divisa tra l’assistenza continua al marito e la cura, totalmente da sola, della figlia minore, non ha potuto che determinare una rilevante compromissione nella propria vita di relazione, di fatto inibita sotto molteplici aspetti unita ad un’intima sofferenza che ha spaziato dall’angoscia iniziale di perder il proprio compagno sino all’attuale e consapevole dolore dell’irreversibilità, se non in senso peggiorativo, della propria condizione.

In tal senso, parte convenuta non ha mai allegato circostanze di segno contrario né ha mai smentito quelle allegate da controparte riconoscendole, per vero, una forma di lesione del rapporto parentale quasi in re ipsa desumibile anche solo dalla gravità delle lesioni riportate dal marito e da tutto l’indotto che la presenza di tali lesioni comporta per la quotidianità, senza speranza alcuna di miglioramento o ripresa, ma semmai di peggioramento.

Analoghe considerazioni sono del resto spendibili per la figlia minore DA SILVA EVA. Preme infatti osservare che, seppur la stessa non abbia e si aggiunge, fortunatamente, riportato una forma di lesione all’integrità psicofisica medicalmente apprezzabile in termini di danno biologico, nondimeno la portata delle conseguenze lesive occorse al padre, quando la stessa aveva poco più di 2 anni, hanno avuto e avranno, sicuramente e più che in via presuntiva, rilevanti riflessi nel rapporto padre-figlia. Come opportunamente allegato nelle proprie difese, in seguito all’incidente che l’ha privata del padre per lungo tempo e parzialmente anche della madre che gli prestava assistenza durante i lunghi ricoveri, la piccola Eva ha attraversato sinceri e innegabili momenti di smarrimento, manifestando rabbia, dolore e confusione, comprensibilmente identificandosi, data la tenera età, con i sentimenti materni. Pur non potendosi escludere a priori la persistente attualità di un’intima sofferenza emotiva per le condizioni del padre, nondimeno lo scenario attuale evidenzia, di fatto, una modificazione, oggettiva e in pejus, degli aspetti dinamico-relazionali della minore.

Date le proprie condizioni, il padre non può più occuparsi materialmente di lei come prima, necessitando lui per primo delle cure di terze persone (a volte della stessa figlia, come emerso in perizia); compromesso è anche l’aspetto ludico, la materialità dei quotidiani gesti d’affetto (es. prenderla in braccio) ovvero ancora le semplici uscite familiari, a lato pratico notevolmente difficoltose.

Per quel che riguarda il riconoscimento del danno parentale in capo agli altri congiunti di DA SILVA ODERIANO, è appena il caso di sgombrare immediatamente il campo dalle censure mosse da parte convenuta le quali si basano, per vero, unicamente sul mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte dei predetti intervenuti.

Richiamando quanto già osservato sul punto in premessa e in applicazione di un regime presuntivo che, per vero, parte convenuta ha già di fatto utilizzato per FARKAS MARIA JANA e DA SILVA EVA, si osserva come in termini ancor più significativi si sia recentemente espressa la Suprema Corte di Cassazione, (ordinanza del 31.7.2018 n. 18541) secondo cui “la prova del danno non patrimoniale patito dai prossimi congiunti di persona resa invalida dall’altrui illecito, può esser desunta presuntivamente anche soltanto dalla gravità delle lesioni (cfr. Cass. del 16.2.2012 n. 2228; in seguito Cass. 11.7.2017 n. 17058)”.

E ciò, invero, senza che possano farsi aprioristiche esclusioni basate sulla diversa natura ovvero intensità dei rapporti che legano il danneggiato ai propri congiunti (siano essi, come nel caso di specie, coniuge, figlia ovvero madre e fratelli) ovvero su un’eventuale non convivenza tra gli stessi. Osservando anche solo la struttura delle Tabelle Milanesi di riferimento è infatti agevole rilevare come tali fattori incidano solo sul quantum in concreto liquidabile, non già sull’an del risarcimento.

Ciò premesso, si osserva come la madre DA SILVA ELENA abbia compiutamente allegato e descritto, e controparte nulla ha provato in contrario né ha puntualmente smentito, la forza della relazione affettiva che intercorre con il figlio Oderiano e lo stravolgimento che ne sia seguito a causa del sinistro. Si apprezza, infatti, come DA SILVA ODERIANO rappresentasse per la madre un sicuro punto di riferimento e serenità: considerato il più fortunato tra i figli, circondato da affetti importanti, lavoratore e, soprattutto, presenza di grande conforto e sostegno nel travaglio della malattia materna. Se prima la stessa godeva di assistenza pressoché costante da parte del figlio, a seguito dell’incidente le parti si sono invertite: DA SILVA ODERIANO si è trasformato da assistente ad assistito e tutte le cure e le attenzioni familiari si sono comprensibilmente riversate su di lui, ivi comprese quelle materne tale per cui, anche in questo caso, l’irreversibile sconvolgimento degli equilibri di relazione intra familiare è innegabile.

Parimenti, anche per i fratelli DA SILVA GOMEZ e DA SILVA ANDREAS deve riconoscersi l’effettiva lesione del rapporto parentale. Per il primo, ferma restando l’incidenza reattiva della propria patologia psichiatrica, che innegabilmente ne amplifica la risposta emotiva agli eventi traumatici, è stato allegato, e clinicamente evidenziato nella consultazione psicologica del prof. Stella, come in seguito al sinistro occorso al fratello Oderiano lo stesso si sia completamente chiuso in se stesso, ritirando buona parte degli investimenti affettivi che aveva faticosamente conquistato nel mondo esterno. Negli atti, si legge come Gomez abbia sempre visto nel fratello Oderiano un sicuro punto di riferimento, soprattutto in seguito alla morte del padre. Le gravi lesioni subite dal fratello hanno repentinamente catapultato DA SILVA GOMEZ in un drastico cambiamento esistenziale in relazione all’impegno a tutto campo che egli ha deciso di offrire al fratello, in una dimensione di assoluta abnegazione. L’assistenza continua al fratello nel periodo di ricovero e il tentativo di gestione dell’officina di cui Oderiano era titolare, in risposta al forte carico di sofferenza e smarrimento provati per la sorte di quest’ultimo, hanno conseguentemente determinato per DA SILVA GOMEZ forti scompensi psichici per i quali si sono resi necessari svariati ricoveri.

Nel caso di DA SILVA ANDREAS, pur non avendo riportato conseguenze lesive “di riflesso” in termini di danno biologico, è stato parimenti allegato il forte legame affettivo col fratello Oderiano, fatto di complicità e solidarietà che si sono mantenute anche in seguito alla cessata convivenza, continuando a frequentarsi assiduamente e dandosi reciproco sostegno per la difficile condizione della madre e del fratello maggiore Gomez. La simmetrica solidarietà in ambito familiare è stata fortemente compromessa dall’evento lesivo che ha colpito Oderiano e le forti incidenze che si sono sviluppate, in conseguenza di esso, nella sfera psichica e relazionale di tutti i congiunti hanno determinato, anche per DA SILVA GOMEZ, una rilevante lesione dell’interesse all’intangibilità della sfera degli affetti, costituzionalmente tutelata.

Di fronte a un quadro così dettagliatamente circostanziato, parte convenuta basandosi ancora su un’errata inversione dell’onere probatorio, non ha né allegato circostanze obiettive di segno contrario né ha anche solo in parte smentito quanto ex adverso dedotto dagli intervenuti. Come tale e per tutte le argomentazioni svolte in precedenza, ogni doglianza mossa sul punto deve considerarsi integralmente respinta.

Si procede pertanto alla liquidazione dei relativi danni riflessi sulla base dei valori indicati dalle Tabelle di Milano 2018, applicabili ratione temporis, con la precisazione che, per la liquidazione del danno da lesione del rapporto parentale, in assenza di specifica tabellazione, si è fatto riferimento a quanto previsto dalle tabelle del Tribunale di Milano per il danno da morte del congiunto, operate le opportune riduzioni e i necessitati adattamenti.

FARKAS MARIA JANA ha riportato danno biologico del 10% per un importo base risarcibile di € 23.844,00; avuto riguardo alla giovane età della donna al momento del sinistro (30 anni), al marcato disagio esistenziale di cui è vittima, cui va ad aggiungersi la mortificazione della propria sfera sessuale, collegate alla disabilità del marito, si reputa equo procedere a una personalizzazione del danno nella misura massima del 49%, liquidando l’importo massimo previsto, pari ad € 35.000,00 con un riconoscimento del danno parentale nella misura di € 250.000,00 pari a circa 2/3 dell’importo massimo previsto in Tabella.

Per DA SILVA EVA, nulla viene liquidato a titolo di danno biologico. Si riconosce un danno parentale per un importo di € 250.000,00 pari a circa 2/3 dell’importo massimo previsto in Tabella.

Per DA SILVA Elena, pur non negandosi la preesistenza di situazioni fortemente stressanti in grado di elevarsi a concausa dell’attuale accertata sofferenza depressiva, nondimeno le risultanze della CTU, che di tali pregressi hanno ben tenuto conto, hanno posto concretamente in evidenza la prevalente rilevanza causale dell’evento traumatico subìto dal figlio DA SILVA ODERIANO, sulla cui condizione fortemente menomata la stessa proietta il proprio senso di inutilità e inadeguatezza, aggravando un quadro personale già di per sé penoso, cui va accordata tutta l’umana comprensione. Pertanto, partendo da un importo base risarcibile di € 19.544,00, si reputa equo riconoscere una personalizzazione del 20%, pari a € 23.500,00, con un riconoscimento del danno parentale di € 170.000,00 pari a circa 1/2 dell’importo massimo previsto in Tabella.

Fermo, in ogni caso, quanto osservato sull’efficacia probatoria dell’accertamento svolto in perizia, anche per DA SILVA GOMEZ, la cui pregressa condizione patologica e di dipendenza è stata oggetto di attenzione del CTU, è emersa l’incidenza peggiorativa dell’incidente e delle rilevanti conseguenze lesive occorsi al fratello. Conseguentemente, avuto riguardo all’età del danneggiato alla data del sinistro (40 anni), si procede alla stima del danno come segue:

Percentuale di invalidità permanente 8%: € 15.467,00
Invalidità temporanea totale (77 giorni): € 9.240,00
Invalidità temporanea parziale al 75% (20 giorni): € 1.800,00
Invalidità temporanea parziale al 50% (20 giorni): € 1.200,00
Invalidità temporanea parziale al 25% (20 giorni): € 600,00
Totale danno biologico temporaneo

cui va aggiunto il riconosciuto danno da lesione del rapporto parentale per € 40.000,00, pari a circa ¼ dell’importo massimo previsto in Tabella.

Nulla viene riconosciuto a titolo di danno biologico in favore di DA SILVA ANDREAS, non avendo la parte allegato e prodotto nulla in termini documentazione medica idonea a fornire quantomeno un principio di prova sul punto. Viene invece liquidato il patito danno parentale per € 30.000,00, pari a circa 1/5 dell’importo massimo previsto in Tabella.

Sugli importi come sopra riconosciuti a favore dei congiunti di DA SILVA ODERIANO, trattandosi di debito di valore ad oggi cristallizzato in debito di valuta, sono dovuti interessi legali a far tempo dalla data della presente sentenza e fino al saldo.

Quanto ai rapporti interni tra ALFA S.P.A. e DONAU, vi è da osservare che la pretesa, inizialmente avanzata da ALFA, e da ultimo ribadita con note in data 20 febbraio 2020, di essere tenuta manlevata ed indenne da parte di DONAU, sia per carenza di legittimazione passiva, sia perché DONAU si sarebbe “riconosciuta” debitrice degli importi richiesti dall’attore corrispondendogli un consistente anticipo, non appare fondata sulla scorta dei chiari principi di cui all’art. 2054 c.c., sopra richiamati e non derogabili nella fattispecie, giacché il contenuto del rapporto negoziale in virtù del quale ALFA ha concesso l’uso del mezzo al guidatore, oltre che non dimostrato con il dovuto rigore (i moduli contrattuali versati in atti sono generici e neppure riferiti al CARDOSO personalmente), non porta comunque all’assimilabilità di esso alla locazione finanziaria.

Sulle spese di lite, da porsi a carico di tutti i convenuti in solido, è dato osservare che il notevole ridimensionamento della pretesa attorea, unito alla considerazione che la soccombenza di parte convenuta in merito al dedotto concorso di colpa di DA SILVA ODERIANO è avvenuto sulla scorta di ragionamento giuridico complesso, che ha avuto in considerazione i profili etiologici di una grave violazione indubbiamente ascrivibile a parte attrice, giustifica la compensazione di esse nella misura di un mezzo, comprendendo nella compensazione sia le spese di consulenza tecnica d’ufficio, ed altresì le spese di consulenza tecnica di parte, seguendo la liquidazione secondo i parametri di cui al DM. n. 55/2014 e s.m.i.

In proposito, si richiama quanto statuito, recentemente, da Cass. SS. UU., 19/03/2020, (ud. 11/02/2020, dep. 19/03/2020), n.7454, la quale ha testualmente motivato:

“Ora, mette conto rilevare che l’art. 92 c.p.c., comma 2, dispone per quel che qui importa che “Se vi è soccombenza reciproca (…) il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti.”. La norma, pertanto, consente al giudice di compensare, in tutto o in parte, le spese di lite tra le parti in caso di reciproca soccombenza, sicchè anche nell’ipotesi di soccombenza reciproca, il limite di fronte al quale si arresta la discrezionalità del giudice riguardo alla distribuzione dell’onere delle spese di lite – altrimenti non soggetta a sindacato di questa Corte – è rappresentato dall’impossibilità di addossarne, in tutto o in parte, il carico alla parte interamente vittoriosa, poiché ciò si tradurrebbe in un’indebita riduzione delle ragioni sostanziali della stessa, ritenute fondate nel merito. Si è infatti ritenuto che in tema di condanna alle spese processuali, il principio della soccombenza va inteso nel senso che soltanto la parte interamente vittoriosa non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse. Con riferimento al regolamento delle spese, il sindacato della Corte di cassazione è pertanto limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, con la conseguenza che esula da tale sindacato, e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, sia la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, tanto nell’ipotesi di soccombenza reciproca, quanto nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi, sia provvedere alla loro quantificazione, senza eccedere i limiti – minimi, ove previsti e – massimi fissati dalle tabelle vigenti – cfr. Cass. n. 19613/2017; Cass. n. 26918/2018″.

E quanto al notevole ridimensionamento dell’entità della somma richiesta con la domanda giudiziale, era da tempo principio consolidato quello secondo il quale esso, pur non integrando gli estremi della soccombenza reciproca, ugualmente, con valutazione discrezionale, incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivata, il giudice ne può tenere conto, ai fini – per l’appunto – della compensazione, totale o parziale, delle spese di lite (cfr. Cass. Sent. 5.8.2005 n. 16526 in motivazione; Cass. 12295/01; Cass. 23.6.2000, n. 8352; Cass. 13/88).

La valutazione di soccombenza reciproca, che vede oltretutto un significativo discostamento tra l’entità delle somme originariamente richieste dall’attore, quelle fatte oggetto di proposta conciliativa da parte del precedente giudice assegnatario e quelle infine riconosciute in sede di decisione, non consente di valutare il comportamento delle convenute alla stregua degli artt. 91 comma primo e 96 c.p.c., così come richiesto da parte attrice, la quale ha viceversa dichiarato di aderire alla suddetta proposta.

A tale proposito, è appena il caso di rilevare che nessun rilievo può attribuirsi al discostamento notevole, da parte di questo giudice, rispetto a quella proposta, anche se formulata ad istruttoria esaurita: come infatti chiarisce autorevole giurisprudenza di merito (Trib. Fermo, 21 novembre 2013 in www.ilcaso.it), il potere del giudice di formulare proposta transattiva ai sensi dell’art. 185 bis c.p.c. – in specie se all’esito dell’istruttoria – non impone allo stesso di “anticipare” il proprio pensiero su quello che sarà l’esito finale della causa.

Ed anzi, è parere dottrinario condivisibile quello secondo cui nonostante la formulazione di proposta transattiva che avvenga all’esito dell’istruttoria, che possa dunque fondarsi su una prognosi sull’esito della controversia, ben è possibile che questa sia rivista in sede di decisione, atteso che il giudice conserva la facoltà e il dovere di rivalutare il materiale istruttorio e le questioni sollevate fino all’ultimo momento utile.

Afferma infatti il Tribunale di Fermo “nessuno dice che il giudice deve fare delle proposte da cui decisamente traspaia come la pensa . Ciò è evidente in limine litis, ma anche a fine istruttoria è così, in quanto l’unico vero ostacolo – in cui è in gioco il diritto costituzionale di difesa – è che il giudice, con la sua proposta, non deve spingere la parte che , per motivi psicologici e/o economici , non è in grado di “reggere” i tempi di un processo medio, ad accettare una proposta che le dia molto di meno di quanto le spetta o le imponga molto di più di quanto deve dare”.

La soccombenza è invece totale per quanto concerne gli intervenuti, e la liquidazione avviene, come da dispositivo, in considerazione del valore di lite e dell’attività difensiva svolta, in favore di più parti.

Nei rapporti interni tra attore, intervenuti e convenuti, le spese di consulenza tecnica d’ufficio rimarranno a carico di parte attrice per il 25% e di parte convenuta, in ragione della disposta compensazione di spese nei rapporti con l’attore e della soccombenza invece totale nei confronti degli intervenuti, per il 75% (parte convenuta considerata come parte complessa).

Nulla sulle spese tra DONAU e ALFA, in difetto di domanda sul punto da parte di DONAU.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza disattesa o assorbita, così dispone:

– Dichiara tenuti e condanna i convenuti, in solido tra loro, al pagamento, in favore di DA SILVA ODERIANO, per i titoli di cui in motivazione, della somma di € 271.000,00 oltre interessi legali in funzione compensativa a far tempo dal 16 novembre 2016 e fino al saldo, oltre interessi dalla data della presente sentenza e fino al saldo;

– Dichiara tenuti e condanna i convenuti, in solido tra loro, al pagamento, a favore degli intervenuti, delle seguenti somme, maggiorate di interessi legali a far tempo dalla data della presente sentenza e fino al saldo:

– € 285.000,00 a favore di FARKAS MARIA JANA;

– € 250.000,00 a favore di DA SILVA EVA;

– € 183.500,00 a favore di DA SILVA ELENA;

– € 68.307,00 a favore di DA SILVA GOMEZ;

– € 30.000,00 a favore di DA SILVA ANDREAS.

– Condanna altresì i convenuti, in solido tra loro, a rimborsare a parte attrice la metà delle spese di lite, che si liquidano per l’intero in € 1.748 per anticipazioni, € 40.000 per compensi, oltre i.v.a., c.p.a. e 15 % per spese generali, oltre al rimborso, nella misura di un mezzo, delle spese di CTP come anticipate e documentate.

– Condanna ancora i convenuti al pagamento, in favore degli intervenuti, delle spese di lite relative all’intervento che liquida in € 1.742,20 per anticipazioni, € 40.000 per compensi, oltre IVA, CPA e spese generali come per legge, oltre al rimborso delle spese di CTU e di CTP anticipate e documentate;

– Dispone, in via definitiva, che nei rapporti interni le spese di CTU restino al 75% a carico di parte convenuta intesa come parte complessa e al 25% a carico dell’attore.

Sentenza resa ex articolo 281 sexies c.p.c., pubblicata mediante allegazione al verbale, chiuso ad ore 11,26.

Bologna, 28/04/2020

Il Giudice

  • assistenza immediata e gratuita ai parenti del defunto per fornire ogni spiegazione;
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Il danno da perdita parentale viene quantificato generalmente sulla base di Tabelle di liquidazione, che sono state, negli anni adottate e poi nel tempo aggiornate, tanto dal Tribunale di Milano

In concreto, le predette Tabelle di quantificazione del danno da perdita parentale costituiscono il punto di partenza per effettuare un calcolo, che altrimenti risulterebbe difficoltoso, se non addirittura impossibile.

Tuttavia, il calcolo alla luce delle predette Tabelle deve necessariamente personalizzarsi, in quanto queste andranno interpretate alla luce delle evidenze risultanti nel caso concreto.

Qualora si tratti di decesso, per fare in modo che nessuno perda il proprio diritto, ci occupiamo noi di istruire tutta la documentazione necessaria anche recandoci nel paese di origine della vittima per ottenere quanto serve , offrire garanzie di serietà e referenze sul territorio  per  comprendere approfonditamente la situazione specifica al fine di risarcire ogni frangia di danno.

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SEPARAZIONI-BOLOGNA

Il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni :art 480 cc

Il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni :art 480 cc

Il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione [456 c.c.] e, in caso d’istituzione condizionale [633 ss. c.c.], dal giorno in cui si verifica la condizione [1353, 1359, 2935 c.c.](2). In caso di accertamento giudiziale della filiazione il termine decorre dal passaggio in giudicato della sentenza che accerta la filiazione stessa(3).

Il termine non corre per i chiamati ulteriori [688 c.c.], se vi è stata accettazione da parte di precedenti chiamati e successivamente il loro acquisto ereditario è venuto meno [525 c.c.](4).

Il termine di prescrizione del diritto di accettare l’eredità iure rapraesentationis (dieci anni decorrenti dal giorno dell’apertura della successione) viene sospeso, ai sensi dell’art. 480 c.c. durante il tempo intercorso fra l’accettazione di precedenti chiamati ed il venir meno del loro acquisto. Pertanto, ove il rappresentato che abbia originariamente rinunziato all’eredità (Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6032 del 14 novembre 1981

revochi la rinunzia ed agisca per la divisione ereditaria nei confronti del coerede, il giudicato formatosi sull’efficacia della revoca, equivalendo all’accertamento dell’inesistenza dell’acquisto del chiamato stesso, ha l’effetto di far ritenere come mai sospeso il termine suddetto che, conseguentemente, per i chiamati in via ulteriore deve ritenersi spirato con il compimento del decennio decorrente dall’apertura della successione, restando unicamente rilevante la rinunzia del precedente chiamato.

  1. In mancanza di limitazioni normative, la prescrizione del diritto di accettare l’eredità, ex art. 480 c.c., opera a favore di chiunque vi abbia interesse, anche se estraneo all’eredità: pertanto, il convenuto che sia nel possesso dei beni ereditari può, in virtù di tale sola circostanza e senza che sia necessario che in proprio favore si sia compiuta l’usucapione, opporre la relativa eccezione a qualunque chiamato all’eredità.
  2. In materia di successioni, la prescrizione del diritto di accettare l’eredità, di cui all’articolo 480 del Cc, in mancanza di limitazioni normative, opera a favore di chiunque vi abbia interesse, anche se estraneo all’eredità. Di conseguenza, la relativa eccezione può essere opposta al chiamato all’eredità dal convenuto che sia nel possesso dei beni ereditari, senza che sia necessario che si sia compiuta l’usucapione in suo favore.
  3. In tema di accettazione della eredità non operano gli atti interruttivi della prescrizione, attesa la natura potestativa del diritto, che si realizza con il compimento dell’atto Cassazione civile sez. II  14 ottobre 2014 n. 21687
  4. in cui si concreta l’accettazione. Detto termine è invece soggetto alle cause ordinarie di sospensione e agli impedimenti legali, non ricorrendo altri fatti impeditivi del suo decorso.
  5. La prescrizione del diritto di accettare l’eredità, di cui all’art. 480 cod. civ., rimane sospesa nei soli casi espressamente stabiliti da detta norma, non sussistendo altri fatti impeditivi del suo decorso. (Nella specie, la S.C., alla luce dell’enunciato principio, ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto inapplicabile alla prescrizione del diritto di accettazione ereditaria la causa di sospensione di cui all’art. 2941, n. 8, cod. civ
  6. cause civili complesse
  7. Al termine di prescrizione, previsto dall’art. 480 c.c. per l’accettazione dell’eredità,

sono inapplicabili, salvo determinati specifici casi espressamente stabiliti da detta norma, gli istituti dell’interruzione e della sospensione; infatti, mentre il termine fissato dal giudice per l’accettazione dell’eredità, nell’ipotesi di cui all’art. 481 c.c., è un termine di decadenza, quello entro il quale il diritto di accettare si estingue per il mancato esercizio è un termine di prescrizione, tale essendo espressamente dichiarato dalla legge e, trattandosi di prescrizione, al di fuori delle previste cause di sospensione,non vi sono altri fatti impeditivi del suo decorso per quanto concerne l’esercizio del diritto di accettazione dell’eredità.

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termine decennale di prescrizione per l’accettazione dell’eredità decorre per i figli naturali non riconosciuti e dichiarati tali giudizialmente dopo la morte del genitore, solo dal passaggio in giudicato della decisione di accertamento del loro status:

  • Per il combinato disposto degli artt. 2935 e 480 c.c., nel testo risultante dall’intervento interpretativo della Corte costituzionale (sentenza n. 191 del 1983) il termine decennale di prescrizione per l’accettazione dell’eredità decorre per i figli naturali non riconosciuti e dichiarati tali giudizialmente dopo la morte del genitore, solo dal passaggio in giudicato della decisione di accertamento del loro status, trovandosi essi fino a tale accertamento nell’impossibilità giuridica, e non di mero fatto, di accettare l’eredità.
  • Il termine di prescrizione del diritto di accettare l’eredità iure rapraesentationis (dieci anni decorrenti dal giorno dell’apertura della successione) viene sospeso, ai sensi dell’art. 480 c.c. durante il tempo intercorso fra l’accettazione di precedenti chiamati ed il venir meno del loro acquisto. Pertanto, ove il rappresentato che abbia originariamente rinunziato all’eredità revochi la rinunzia ed agisca(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6032 del 14 novembre 1981)
  •  per la divisione ereditaria nei confronti del coerede, il giudicato formatosi sull’efficacia della revoca, equivalendo all’accertamento dell’inesistenza dell’acquisto del chiamato stesso, ha l’effetto di far ritenere come mai sospeso il termine suddetto che, conseguentemente, per i chiamati in via ulteriore deve ritenersi spirato con il compimento del decennio decorrente dall’apertura della successione, restando unicamente rilevante la rinunzia del precedente chiamato.

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Bologna AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Imola AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Casalecchio di Reno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
San Lazzaro di Savena AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Valsamoggia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Giovanni in Persiceto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Castel San Pietro Terme AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Zola Predosa AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Budrio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Castel Maggiore AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Pianoro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Medicina AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Molinella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castenaso AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sasso Marconi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Ozzano dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Crevalcore AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Calderara di Reno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Pietro in Casale AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Anzola dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Granarolo dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monte San Pietro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Argelato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Malalbergo AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Minerbio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Giorgio di Piano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sala Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Vergato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sant’Agata Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Pieve di Cento AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Baricella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Alto Reno Terme AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Marzabotto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Dozza AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castello d’Argile AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monzuno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monterenzio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castiglione dei Pepoli AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Bentivoglio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Galliera AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Gaggio Montano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Mordano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel Guelfo di Bologna AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Loiano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Benedetto Val di Sambro
Grizzana Morandi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monghidoro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Casalfiumanese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel di Casio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Borgo Tossignano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Lizzano in Belvedere AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Fontanelice AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel d’Aiano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Camugnano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
SEPARAZIONE DIVORZIO BOLOGNA competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale   RAPPORTI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA  UN CITTADINO ITALIANO E  UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE  UE

ACCETTAZIONE EREDITA’ 475 CC

ACCETTAZIONE EREDITA’ 475 CC

L’accettazione è espressa quando, in un atto pubblico [2699 c.c.] o in una scrittura privata [2702 c.c.], il chiamato all’eredità ha dichiarato di accettarla oppure ha assunto il titolo di erede [2648, 2685 c.c.]

È nulla la dichiarazione di accettare sotto condizione o a termine(3).

Parimenti è nulla la dichiarazione di accettazione parziale di eredità(.

Ai sensi dell’art. 934 c.c. 1865, come ai sensi dell’art. 475 c.c. vigente, si ha accettazione espressa dell’eredità ogni qualvolta il chiamato assuma il titolo di erede in una scrittura privata. Trattasi di autonomo negozio giuridico unilaterale e non ricettizio, che conserva appieno la sua validità, ancorché, per effetto della mancata registrazione ai sensi del r.d.l. 27 settembre 1941, n. 1015, sia stata colpita da nullità la distinta convenzione, eventualmente contenuta nello stesso documento.

 

 

A tal riguardo la cassazione chiarisce che Cass. civ. n. 4426/2009 a norma dell’art. 475 cod. civ, l’atto pubblico o la scrittura privata in cui il chiamato all’eredità assume il titolo di erede deve consistere in un atto scritto che provenga personalmente dal chiamato stesso o nella cui formazione questi abbia avuto parte; ne consegue che non comporta accettazione dell’eredità la mera circostanza che l’erede abbia sottoscritto la relazione di notificazione di un atto giudiziario a lui notificato “nella qualità” di erede.

 

Secondo Cass. n. 14766 del 2007, il limite della responsabilità intra vires non può essere rilevato d’ufficio, ma va tempestivamente dedotto e provato da chi vi abbia interesse. ‘Non si è mai dubitato’, vi si legge, ‘che la questione di diritto, relativa ai limiti della responsabilità dell’erede, che abbia accettato con beneficio di inventario, per l’adempimento dei debiti ereditari, costituisce oggetto di un’eccezione in senso stretto e non può, pertanto, essere proposta per la prima in volta in sede di legittimità (Cass. 18 giugno 2002, n. 8818) nè, a seguito del nuovo art. 345 c.p.c., per la prima volta in grado di appello’.

Anche la sentenza del 2002 si era fatta forte della regola di ‘fedeltà ai precedenti’ – invocata, a riguardo di questa materia, da Cass. 28381/05 – per affermare che la questione de qua ‘è oggetto di eccezione in senso proprio (Cass. 9 luglio 1980 n. 4373) e che il giudice non può dunque prendere in esame di ufficio’.

Si risale per questa via ad un precedente remoto, di epoca sensibilmente anteriore a quella in cui le Sezioni Unite hanno regolato la distinzione tra eccezioni in senso lato ed eccezioni in senso stretto.

avvocato per risolvere eredita’ Bologna

6.1) L’ordinanza 4852/12, ben cogliendo l’evoluzione che ha segnato la giurisprudenza di legittimità a partire da SU n.1099 del 1998, ha chiamato le Sezioni Unite a interrogarsi sulla compatibilità, con i principi in essa sanciti, dell’inquadramento come eccezione in senso stretto della eccezione relativa ai limiti di responsabilità nel regime di eredità beneficiata.

Si intrecciano qui i temi della natura di tale eccezione e della sua rilevabilità.

Conviene svolgerli seguendo il filo processuale più immediato, che condurrebbe a escludere, secondo le tesi del ricorrente, la rilevabilità di ufficio di un’eccezione non proposta dall’interessato nel primo grado di giudizio.

6.1.1) La sentenza da ultimo citata ha stabilito che il regime normale delle eccezioni è quello della rilevabilità di ufficio, in funzione dell’assolvimento del compito primario del processo, di ‘servire all’attuazione di diritti esistenti e non alla creazione di diritti nuovi’.

Ha quindi confinato l’ambito della rilevabilità a istanza di parte ai casi specificamente previsti dalla legge e alle eccezioni corrispondenti alla titolarità di un’azione costitutiva (es. annullamento).[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Come segnalato dalla dottrina, Cass. 1099/98 recava un limite incisivo. Riteneva cioè che la rilevabilità d’ufficio dell’eccezione fosse soggetta alla tempestiva allegazione e prova del fatto estintivo, modificativo, impeditivo esclusivamente a cura della parte interessata.

Con la sentenza 226/01 le Sezioni Unite hanno negato che il rilievo d’ufficio dell’eccezione sia subordinato ad una tempestiva allegazione di essa.

Poichè la pronuncia era resa in tema di rilevabilità d’ufficio del giudicato e talune sfumature della motivazione potevano essere interpretate ambiguamente, in dottrina, non senza riflessi giurisprudenziali, è rimasta incertezza circa la portata di questa affermazione.

A placare i dissensi non è valsa neppure altra pronuncia delle S.U., la n. 15661/05, secondo la quale, in applicazione dei principi già posti da SU 1099/98, l’eccezione di interruzione della prescrizione integra un’eccezione in senso lato e non in senso stretto e, pertanto, ‘può essere rilevata d’ufficio dal giudice in qualunque stato e grado del processo sulla base di prove ritualmente acquisite agli atti’.

Nella specie regolata dalle Sezioni Unite del 2005 l’appellante, pur avendo tempestivamente prodotto il documento, aveva sollevato solo in sede di gravame la controeccezione di interruzione, con l’allegazione e il rilievo del caso. La sentenza non richiedeva pertanto di prendere espressamente posizione sulla possibilità che il rilievo di ufficio si fondi su una prova prodotta in corso di causa dalla parte interessata. Ciò ha consentito di continuare a sostenere che l’eccezione in senso lato (con riguardo sempre a quella di interruzione della prescrizione, cfr. Cass. 2035/06) deve essere sorretta da allegazioni e prove, ‘incluse quelle documentali, ritualmente acquisite al processo, nonchè di fatti anch’essi ritualmente acquisiti al contraddittorio’.

 E’ pertanto in questa sede da risolvere esplicitamente il problema della rilevabilità d’ufficio della eccezione in senso lato che si fondi su risultanze, pur non prodotte dalla parte interessata, ma comunque disponibili negli atti di causa (in quanto provenienti da produzioni dello stesso attore o di altri convenuti, ovvero da esiti di consulenza tecnica o da dichiarazioni spontanee dei testimoni).

Persistono infatti nella giurisprudenza di legittimità contrasti tra chi subordina il rilievo d’ufficio di ogni eccezione alla tempestiva allegazione, proveniente dalla parte, nel giudizio di primo grado, entro il termine posto dall’art. 183 c.p.c., (cfr. esemplificativamente Cass. 5333/11) e fautori della tesi opposta, che giunge fino all’affermazione che la deducibilità in appello di eccezioni in senso lato è ammessa non solo se i fatti sono per la prima volta allegati in sede di impugnazione, ma anche se in questa sede debbano essere accertati ‘con i mezzi di prova che il giudice di appello ritenga ammissibili e rilevanti’ (Cass. 10918/05).

7) Le Sezioni Unite, dando continuità all’orientamento già insito nelle citate sentenze del 2001 e 2005, ritengono corretta la tesi che ammette la possibilità di rilevare di ufficio le eccezioni in senso lato, anche in appello, che risultino documentate ex actis, indipendentemente da specifica allegazione di parte.

Questa è la circoscritta materia del caso di specie, che non chiede di pronunciarsi anche sulla possibilità di articolare nuovi mezzi di prova e produrre documenti allorquando la parte faccia valere oltre il limite delle preclusioni istruttorie, o in appello, eccezioni rilevabili di ufficio o il giudice rilevi tardivamente tali questioni.

L’adesione alla tesi anzidetta nasce dalla distinzione tra: a) l’azione che viene meno perchè il convenuto vuoi valersi di un ‘diritto di impugnarla’ – vuoi perchè ciò è sancito espressamente dal regime della specifica eccezione, vuoi perchè l’eccezione amplia i limiti della cognizione fondando una diversa fattispecie costitutiva – riservato dalla legge alla parte e cui la parte può quindi rinunciare, omettendo di valersi del suo diritto di eccepire, senza che il giudice possa rilevare alcunchè (è questa l’eccezione in senso stretto);

  1. b) l’azione che non nasce o non potrebbe mai sorgere, perchè incontra un limite già formatosi, quale il pagamento del debito azionato (eccezione in senso lato), il che comporta il dovere del giudice di rilevare le circostanze favorevoli al convenuto, foss’anche contumace, se risultino dagli atti.

La rilevabilità d’ufficio delle eccezioni in senso lato, con la loro ampia nozione, è posta in funzione di una concezione del processo che talora semplicisticamente è stata definita come pubblicistica, ma che, andando al fondo, fa leva sul valore della giustizia della decisione.

Rispetto a questo valore, le preclusioni operano su altro piano, poichè queste ultime sono essenzialmente un criterio di ordine, una tecnica per regolare il processo, sempre con il fine di pervenire a una decisione giusta, pur prevedendo un meccanismo per disciplinare l’attività delle parti.

Occorre allora in primo luogo ribadire che qualora prevalesse la tesi opposta in ordine alle regole di allegazione e prova, resterebbe di modesto rilievo la distinzione tra eccezioni in senso stretto ed eccezioni in senso lato.

Il regime di queste ultime, da allegare e provare entro il limite delle preclusioni istruttorie, verrebbe, nel rito ordinario, quasi a coincidere con quello delle prime, restando solo la differenza in ordine alla anticipata rilevazione in comparsa di risposta delle eccezioni in senso stretto.

In realtà, vincolare la rilevabilità delle eccezioni in senso lato ai limiti del regime delle preclusioni conduce a sovrapporre due piani che sono sempre rimasti distinti nel testo normativo.

7.2) Solo in questo modo si spiegano le scelte fatte del legislatore con la riforma di cui alla L. n. 353 del 1990, e successive modifiche.

E’ stato ricordato in dottrina che il testo dell’art. 183, nel disegno di legge originario prevedeva la possibilità di modificare la domanda solo tenendo ‘ferma l’allegazione dei fatti storici’, formula che venne abbandonata per la rigidità che avrebbe conferito al sistema, ostacolando ogni allegazione nuova, ancorchè mirante a valorizzare risultanze acquisite agli atti.

7.2.1) Va poi considerato che proprio l’introduzione del sistema di preclusioni ha reso più vivido il senso dell’obbligo del giudice di indicare alle parti le questioni rilevabili di ufficio di cui ritiene opportuna la trattazione (art. 183 c.p.c., comma 3, ora 4).

Tale obbligo si traduce in una tecnica di conduzione del processo che impone al giudice, oltre che di acquisire i chiarimenti richiesti dai fatti allegati, di far emergere fatti rilevanti, possibilmente mediante il libero interrogatorio delle parti (art. 183 c.p.c., comma 1, ora art. 185 c.p.c.); di evidenziare le questioni rilevabili di ufficio prima del maturare delle preclusioni istruttorie.

La disposizione ha trovato nuovo impulso nella valorizzazione – a questo riguardo – del principio del contraddittorio, dovuta sia alla giurisprudenza (c.f.r. da ultimo S.U. 4213/13; ma v. soprattutto Cass. 21108/05, richiamata da S.U. 14828/12), sia alla modifica dell’art. 101 c.p.c., varata dalla L. n. 69 del 2009. Questa disposizione ha conservato la formulazione che in precedenza era nell’art. 384, comma 3, ma esige di volta in volta di essere applicata secondo le esigenze della fase in cui è svolto il rilievo officioso.

7.2.2) Ancor più significativa è la scelta di ribadire espressamente, nell’art. 345 c.p.c., comma 2, che nel giudizio di appello possono proporsi nuove eccezioni purchè siano rilevabili anche d’ufficio.

Ciò, si badi, sebbene al comma 3, sia stata stabilita l’inammissibilità di nuovi mezzi di prova, ove non indispensabili ai fini della decisione della causa.

Quest’ultimo inciso è venuto meno nella modifica normativa del 2009, che ha esplicitato anche il divieto, di conio giurisprudenziale (SU. n. 8202 e 8203 del 2005), di produrre nuovi documenti in appello; ciononostante il legislatore ha lasciato intatto il potere della parte di proporre nuove eccezioni rilevabili d’ufficio e, con esso, l’omologo dovere del giudice.

Giova osservare che gli interventi legislativi da fine 2005 in poi sono sopraggiunti alla risistemazione della distinzione tra eccezioni rilevabili d’ufficio ed eccezioni in senso stretto maturata tra il 1999 e il 2005, ma il legislatore ha tenuto ferma la scelta preesistente, pur avendo adeguato il regime dei nova in sede di gravame.

Dunque è confermato che deve essere ammessa in appello la rilevabilita di eccezioni in senso lato, che ha senso preminente quando è basata su allegazioni nuove, quantomeno se già documentate ex actis.

7.3) Si coglie in tal modo che il regime delle eccezioni è in funzione del valore primario del processo costituito dalla giustizia della decisione e che non deve esser dato spazio a un effetto contrario, che sì verificherebbe se ogni questione, anche per sua natura rilevabile d’ufficio, fosse sottoposta ai limiti preclusivi di allegazione e prova a cura di parte che sono esposti dalla tesi che si intende definitivamente superare.

8) Sulla scorta di queste considerazioni, occorre tornare alla questione da cui è scaturita l’odierna controversia, per sancire che la esistenza, già documentata in atti, dell’accettazione con beneficio d’inventario e del conseguente limite di responsabilità dell’erede appartiene al novero delle eccezioni rilevabili d’ufficio, come tale liberamente invocabile dalla parte in grado di appello e correttamente rilevata dal giudice.

E’ sufficiente riprendere i passaggi esplicativi di S.U. 15661/05 per accorgersi che, contrariamente a quanto ritenuto dalle tralaticie affermazioni delle sentenze di cui al paragrafo 6, il rilievo dell’accettazione con beneficio di inventario non è catalogabile come eccezione in senso stretto.

La condizione dell’erede con beneficio non corrisponde infatti – come avviene nel caso del diritto di annullamento, di rescissione, di risoluzione – all’esercizio di un diritto potestativo del convenuto, da esercitare in giudizio necessariamente, ‘perchè si verifichi il mutamento della situazione giuridica’. Non è configurabile un’azione costitutiva della qualità di erede beneficiato, conseguibile solo attraverso un accertamento giudiziale.

L’aver accettato l’eredità con la dichiarazione di cui all’art. 484 c.p.c., rileva come un fatto, che da solo è sufficiente ad impedire la confusione del patrimonio del defunto con quello dell’erede, con le conseguenze, qui rilevanti, di cui all’art. 490 c.c., n. 2. (cfr., similmente, quanto all’accettazione dell’eredità, la ricordata Cass. 10918/05, in Riv. dir. proc. 2006, 733).

Questo fatto impeditivo opera per il solo suo emergere nel processo, poichè il legislatore non ha escluso espressamente la rilevabilità d’ufficio, come accaduto per altre ipotesi (art. 2938 in tema di prescrizione; art. 1242 in tema di eccezione di compensazione).

Non può quindi parlarsi di eccezione in senso stretto, poichè, come anticipato sub 6.1.1, non si rientra nei casi specificamente previsti dalla legge e non v’è eccezione correlata alla titolarità di un’azione costitutiva.

9) Resta da esaminare un altro profilo controverso.

L’art. 510 c.c., stabilisce che l’accettazione con beneficio d’inventario fatta da uno dei chiamati giova a tutti gli altri, anche se l’inventario è compiuto da un chiamato diverso da quello che ha fatto la dichiarazione’.

Come rilevato dai giudici di appello, questa disposizione, grazie al suo effetto espansivo, era già sufficiente a fondare il dovere del giudice di rilevare d’ufficio la limitazione di responsabilità di P.R. nei limiti dell’eredità beneficiata.

La norma attuale deriva dall’art. 958 del codice previgente, che vincolava tutti i chiamati ad accettare con beneficio di inventario, ove anche uno soltanto di essi avesse optato per questo regime.

Il nuovo codice ha inteso alleggerire (cfr. la Relazione al progetto definitivo) o forse soltanto meglio interpretare questa previsione vincolante, statuendo che i favorevoli effetti del beneficio si estendano – questo è il senso della forma verbale giova – a tutti i chiamati, restando però salva la loro facoltà di rinunciare all’eredità o di accettare puramente e semplicemente.

Ne consegue che qualora siano convenuti in giudizio più soggetti, in relazione a debito ereditario, e dalla documentazione disponibile risulti in causa che anche uno solo di essi ha accettato con beneficio di inventario, il giudice deve rilevare d’ufficio in favore anche degli altri l’eccezione che si fonda su tale fatto impeditivo della maggior pretesa, a meno che non sia dimostrato che essi abbiano rinunciato all’eredità o l’abbiano già accettata quali eredi puri e semplici (su quest’ultimo punto cfr. Cass. 782/82) o siano decaduti dal beneficio.

Non confligge con questa interpretazione l’affermazione, ineccepibile, che l’accettazione con beneficio di inventario da parte di uno dei chiamati ad un’eredità non determina l’acquisto della medesima anche per gli altri (Cass. 2532/99 e anche 22286/08), giacchè una cosa è il vantaggio della limitazione di responsabilità espressamente voluto dalla legge per il chiamato, altro è il decidere di acquistare l’eredità.

9.1) Mette conto chiarire che la Corte intende qui prendere le distanze da letture restrittive della norma, pur autorevolmente prospettate in dottrina, secondo le quali il chiamato, per giovarsi dell’accettazione beneficiata di altro chiamato, dovrebbe a sua volta compiere la dichiarazione formale.

In tal modo si deprime la portata dell’art. 510 c.c., il cui unico effetto sarebbe, come è stato sostenuto, soltanto di sottrarre il chiamato all’onere di rinnovare le formalità di trascrizione e inventario già da altri attuate. Questi effetti sarebbero stati conseguibili, si è osservato, anche in via sistematica, senza bisogno di una norma dal tenore così marcatamente protettivo, quale riscontrabile nel testo dell’art..

Un inciso di Cass. 8034/93 (la quale in realtà si doveva pronunciare solo sull’utilizzabilità dell’inventario) è parso avallare tale lettura, ma la più recente Cass. 22286/08 ha precisato che la volontà di giovarsi di tale forma di accettazione, sebbene debba essere espressa ‘in maniera chiara ed univoca’, non esige le forme indicate dall’art. 484 cod. civ., poichè, ‘se in ogni caso fosse necessaria l’accettazione formale, nessun giovamento deriverebbe dall’accettazione dell’altro chiamato’. E’ questo il caso del chiamato che, convenuto in giudizio, resista e invochi il beneficio e la qualità di erede.

9.2) Per approfondire la riflessione, occorre chiarire che, sebbene l’efficacia estensiva prevista dall’art. 510 c.c. non si traduca nell’attribuire ai chiamati (non va trascurata la scelta codicistica di usare questo termine) la qualità di eredi beneficiati, come pure è stato suggestivamente sostenuto cogliendo alcuni profili qui recepiti, sono tuttavia da ascrivere a questa disposizione effetti espansivi di protezione della sfera giuridica del chiamato.

Poichè la norma non subordina all’iniziativa di questi il vantaggio dell’accettazione beneficiata di altro chiamato (vi si legge che l’accettazione ‘giova’ e non che ‘può giovare’ o altra espressione meno pregnante), è da credere che il legislatore abbia voluto che per il chiamato si dispieghino comunque effetti favorevoli.

Questo effetto si traduce nell’operare della separazione patrimoniale, che è generata dall’accettazione beneficiata, in favore di qualunque chiamato, fino a quando, secondo le forme di legge (si veda anche il disposto dell’art. 481 c.c.), non sia manifestata la di lui accettazione pura e semplice o la decadenza dal beneficio e salva la facoltà di accettare, avvalendosi espressamente del beneficio stesso, o di rinunciare all’eredità.

 

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eredità devolute alle persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti

eredità devolute alle persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti

L’accettazione delle eredità devolute alle persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti non può farsi che col beneficio d’inventario.

ART 473 CC: eredità devolute alle persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti eredità devolute alle persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti

Il giudicato bene può spiegare efficacia riflessa anche nei confronti di soggetti estranei al rapporto processuale, quando esso contenga una affermazione obiettiva di verità, che non ammette la possibilità di un diverso accertamento.

Deriva da quanto precede, pertanto, che qualora sia stato accertato con sentenza passata in giudicato che l’ente beneficiario di una devoluzione ereditaria è decaduto dal diritto di accettare l’eredità (decadenza che non ammette la possibilità di un diverso accertamento) tale giudicato è opponibile all’erede legittimo (non parte in quel giudizio), specie atteso che lo stesso non si risolve in un pregiudizio giuridico, ma addirittura in un beneficio per il terzo estraneo.

(Nella specie la Corte di appello, nel contraddittorio di soli due degli eredi legittimi, aveva dichiarato che un ente benefico, nominato erede, era decaduto dal diritto di accettare l’eredità, e che l’eredità si era devoluta secondo le regole della successione legittima.

Presentata, da uno dei coeredi, denuncia di successione anche in favore dell’erede legittimo che non aveva partecipato al giudizio, nelle more del giudizio di cassazione, avverso la sentenza ricordata, le parti avevano concluso una transazione con la quale tutti gli eredi legittimi si impegnavano a rinunciare agli effetti della sentenza della Corte di appello, a fronte della attribuzione in proprietà di un certo numero di immobili facenti parte dell’asse ereditario.

Intimato il pagamento dell’imposta principale di successione anche nei confronti dell’erede non parte del giudizio come sopra definito, quest’ultimo aveva opposto e che la denuncia di successione, presentata da altro coerede non era a lui opponibile e che la sentenza della Corte di appello non aveva efficacia nei suoi confronti, e che, ancora, nella transazione non era ravvisabile una accettazione dell’eredità. Avendo i giudici di merito accolto tali difese sul rilievo che nella specie era insussistente il requisito fondamentale di un’estensione della portata soggettiva del giudicato, atteso che l’azione concernente l’intervenuta perdita del diritto di accettare l’eredità era volta a far valere una decadenza e, pertanto, atteneva a materia rientrante nella disponibilità delle parti, in applicazione del principio di cui sopra, la Suprema Corte ha cassato tale pronuncia).

Art 473 cc

L’obbligo di accettare l’eredità con beneficio d’inventario non si estende alle fondazioni costituite per testamento con contestuale nomina dell’ente in qualità di erede universale

Perché il patrimonio della fondazione, destinato a formarsi solo con la disposizione testamentaria, ovvero in modo inscindibile e contestuale rispetto all’istituzione dell’ente, non può confondersi con quello del de cuius. Trovano, invece, applicazione, come per tutti gli atti a titolo gratuito, le disposizioni lesive della legittima e l’azione di separazione prevista dall’art. 512 c.c. a tutela dei creditori del de cuius.

Secondo la Suprema corte le persone giuridiche diverse dalle società, ai sensi dell’art. 473 c.c., non possono accettare le eredità loro devolute Cassazione civile sez. II  29 settembre 2004 n. 19598 se non con il beneficio d’inventario (e per le eredità devolute prima dell’entrata in vigore dell’art. 13 della l. n. 127 del 1997, se non ottenendo, altresì, l’autorizzazione governativa prescritta dall’art. 17 c.c.). Di conseguenza, qualora l’accettazione, nell’unica forma consentita dalla legge, sia divenuta inefficace, si deve ritenere che, non potendo trovare applicazione, per evidente incompatibilità, la diversa disposizione in forza della quale il beneficiario è da considerare erede puro e semplice, si deve escludere che sussista alcuna accettazione.

In tema di accettazione dell’eredità, poiché le persone giuridiche diverse dalle società non possono, ai sensi dell’art. 473 c.c., accettare le eredità loro devolute se non con il beneficio d’inventario (e, per le eredità devolute prima dell’entrata in vigore dell’art. 13 l. 15 maggio 1997 n. 127, se non munendosi altresì dell’autorizzazione governativa di cui all’art. 17 c.c.), qualora l’accettazione, nell’unica forma consentita dalla legge, sia divenuta inefficace (nella specie, per mancata redazione dell’inventario entro tre mesi dall’accettazione, in assenza di richiesta di proroga del termine), si deve ritenere che, non potendo trovare applicazione, per evidente incompatibilità, la diversa disposizione in forza della quale il chiamato è da considerare erede puro e semplice, va esclusa l’esistenza stessa dell’accettazione.

Codice civile

LIBRO SECONDO

TITOLO I DISPOSIZIONI

 CAPO V DELL’ACCETTAZIONE

  Sezione I

Art. 470. Accettazione pura e semplice e accettazione col beneficio d’inventario.
Art. 471. Eredita’ devolute a minori o interdetti.
Art. 472. Eredita’ devolute a minori emancipati o a inabilitati.
Art. 473. Eredita’ devolute a persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti.
Art. 474. Modi di accettazione.
Art. 475. Accettazione espressa.
Art. 476. Accettazione tacita.
Art. 477. Donazione, vendita e cessione dei diritti di successione.
Art. 478. Rinunzia che importa accettazione.
Art. 479. Trasmissione del diritto di accettazione.
Art. 480. Prescrizione.
Art. 481. Fissazione di un termine per l’accettazione.
Art. 482. Impugnazione per violenza o dolo.
Art. 483. Impugnazione per errore.

 ^   Art. 470. Accettazione pura e semplice e accettazione col beneficio d’inventario.

Art. 470. 

(Accettazione pura e semplice e accettazione col beneficio d’inventario).

L’eredita’ puo’ essere accettata puramente e semplicemente o col beneficio d’inventario.

L’accettazione col beneficio d’inventario puo’ farsi nonostante qualunque divieto del testatore.

 ^   Art. 471. Eredita’ devolute a minori o interdetti.

Art. 471. 

(Eredita’ devolute a minori o interdetti).

Non si possono accettare le eredita’ devolute ai minori e agli interdetti, se non col beneficio d’inventario, osservate le disposizioni degli articoli 321 e 374.

 ^   Art. 472. Eredita’ devolute a minori emancipati o a inabilitati.

Art. 472. 

(Eredita’ devolute a minori emancipati o a inabilitati).

I minori emancipati e gli inabilitati non possono accettare le eredita’, se non col beneficio d’inventario; osservate le disposizioni dell’art. 394.

 ^   Art. 473. Eredita’ devolute a persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti.

Art. 473. 

(( (Eredita’ devolute a persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti). ))

((L’accettazione delle eredita’ devolute alle persone giuridiche o ad associazioni, fondazioni ed enti non riconosciuti non puo’ farsi che col beneficio d’inventario.

Il presente articolo non si applica alle societa’)).

 ^   Art. 474. Modi di accettazione.

Art. 474. 

(Modi di accettazione).

L’accettazione puo’ essere espressa o tacita.

 ^   Art. 475. Accettazione espressa.

Art. 475. 

(Accettazione espressa).

L’accettazione e’ espressa quando, in un atto pubblico o in una scrittura privata, il chiamata all’eredita’ ha dichiarato di accettarla oppure ha assunto il titolo di erede.

E’ nulla la dichiarazione di accettare sotto condizione o a termine.

Parimenti e’ nulla la dichiarazione di accettazione parziale di eredita’.

 ^   Art. 476. Accettazione tacita.

Art. 476. 

(Accettazione tacita).

L’accettazione e’ tacita quando il chiamato all’eredita’ compie un atto che presuppone necessariamente la sua volonta’ di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualita’ di erede.

 ^   Art. 477. Donazione, vendita e cessione dei diritti di successione.

Art. 477. 

(Donazione, vendita e cessione dei diritti di successione).

La donazione, la vendita o la cessione, che il chiamato all’eredita’ faccia dei suoi diritti di successione a un estraneo o a tutti gli altri chiamati o ad alcuno di questi, importa accettazione dell’eredita’.

 ^   Art. 478. Rinunzia che importa accettazione.

Art. 478. 

(Rinunzia che importa accettazione).

La rinunzia ai diritti di successione, qualora sia fatta verso corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei chiamati, importa accettazione.

 ^   Art. 479. Trasmissione del diritto di accettazione.

Art. 479. 

(Trasmissione del diritto di accettazione).

Se il chiamato all’eredita’ muore senza averla accettata, il diritto di accettarla si trasmette agli eredi.

Se questi non sono d’accordo per accettare o rinunziare, colui che accetta l’eredita’ acquista tutti i diritti e soggiace a tutti i pesi ereditari, mentre vi rimane estraneo chi ha rinunziato.

La rinunzia all’eredita’ propria del trasmittente include rinunzia all’eredita’ che al medesimo e’ devoluta.

 ^   Art. 480. Prescrizione.

Art. 480. 

(Prescrizione).

Il diritto di accettare l’eredita’ si prescrive in dieci anni.

Il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione e, in caso d’istituzione condizionale, dal giorno in cui si verifica la condizione.((In caso di accertamento giudiziale della filiazione il termine decorre dal passaggio in giudicato della sentenza che accerta la filiazione stessa.))

Il termine non corre per i chiamati ulteriori, se vi e’ stata accettazione da parte di precedenti chiamati e successivamente il loro acquisto ereditario e’ venuto meno.

 ^   Art. 481. Fissazione di un termine per l’accettazione.

Art. 481. 

(Fissazione di un termine per l’accettazione).

Chiunque vi ha interesse puo’ chiedere che l’autorita’ giudiziaria fissi un termine entro il quale il chiamato dichiara se accetta o rinunzia all’eredita’. Trascorso questo termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare.

 ^   Art. 482. Impugnazione per violenza o dolo.

Art. 482. 

(Impugnazione per violenza o dolo).

L’accettazione dell’eredita’ si puo’ impugnare quando e’ effetto di violenza o di dolo.

L’azione si prescrive in cinque anni dal giorno in cui e’ cessata la violenza o e’ stato scoperto il dolo.

 ^   Art. 483. Impugnazione per errore.

Art. 483. 

(Impugnazione per errore).

L’accettazione dell’eredita’ non si puo’ impugnare se e’ viziata da errore.

Tuttavia, se si scopre un testamento del quale non si aveva notizia al tempo dell’accettazione, l’erede non e’ tenuto a soddisfare i legati scritti in esso oltre il valore dell’eredita’, o con pregiudizio della porzione legittima che gli e’ dovuta. Se i beni ereditari non bastano a soddisfare tali legati, si riducono proporzionalmente anche i legati scritti in altri testamenti. Se alcuni legatari sono stati gia’ soddisfatti per intero, contro di loro e’ data azione di regresso.

L’onere di provare il valore dell’eredita’ incombe all’erede.

AVVOCATO-ESPERTO

EREDITA’ AI MINORI OBBLIGATORIO L’ACCETTAZIONE CON BENEFICIO ART 472 CC

EREDITA’ AI MINORI OBBLIGATORIO L’ACCETTAZIONE CON BENEFICIO ART

472 CC

L’art. 471 c.c., disponendo che le eredità devolute ai minori e agli interdetti non si possono accettare se non con il beneficio di inventario, esclude che il rappresentante legale dell’incapace possa accettare l’eredità in modo diverso da quello prescritto dall’art. 484 c.c., che consiste in una dichiarazione espressa di volontà volta a fare acquistare all’incapace la qualità di erede con limitazione della responsabilità ai debiti e ai pesi intra vires hereditatis. Ne consegue che l’accettazione tacita, fatta con il compimento di uno degli atti previsti dall’art. 476 c.c. (nella specie, trattavasi di una divisione amichevole dei beni ereditari), non rientra nel potere del rappresentante legale e perciò non produce alcun effetto giuridico nei confronti dell’incapace, che resta nella posizione di chiamato all’eredità fino a quando egli stesso o il suo rappresentante eserciti il diritto di accettare o di rinunziare all’eredità entro il termine della prescrizione.

 

EREDITA’ AI MINORI OBBLIGATORIO L’ACCETTAZIONE CON BENEFICIO ART 471 CC
EREDITA’ AI MINORI OBBLIGATORIO L’ACCETTAZIONE CON BENEFICIO ART 471 CC

 

 

Non si possono accettare le eredità devolute ai minori( e agli interdetti, se non col beneficio d’inventario, osservate le disposizioni degli articoli 321 e 374 

 

PERCHE’ QUESTO?

 

PERCHE’ UNA EREDITA’ PUO’ ESSER EPASSIVA CIOE’ AVERE PIU’ DEBITI CHE BENI, QUINDI IL MINORE E GLI INTERDETTI VANNO TUTELATI!!

 

L’accettazione tacita dell’eredità non rientra nei poteri del rappresentante legale e, pertanto, è improduttiva di effetti giuridici nei confronti dell’incapace, che rimane nella posizione di chiamato all’eredità fino a quando egli stesso o il suo rappresentante eserciti il diritto di accettare l’eredità o di rinunziare alla stessa entro il termine di prescrizione.

 

 

1)Ai sensi dell’art. 471 c.c., l’eredità devoluta ai minori deve essere accettata con il beneficio di inventario e che non possono essere ammesse modalità di accettazione diverse da quella beneficiata, a prescindere dal valore del compendio ereditario, di guisa che ogni altra e diversa forma di accettazione espressa o tacita è nulla e improduttiva di effetti.

2)  L‘art. 471 c.c., disponendo che le eredità devolute ai minori e agli interdetti non si possono accettare se non con il beneficio di inventario, esclude che il rappresentante legale dell’incapace possa accettare l’eredità in modo diverso da quello prescritto dall’art. 484 c.c., che consiste in una dichiarazione espressa di volontà volta a fare acquistare all’incapace la qualità di erede con limitazione della responsabilità ai debiti e ai pesi intra vires hereditatis.

3) Ne consegue che l’accettazione tacita, fatta con il compimento di uno degli atti previsti dall’art. 476 c.c., non rientra nel potere del rappresentante legale e perciò non produce alcun effetto giuridico nei confronti dell’incapace, che resta nella posizione di chiamato all’eredità fino a quando egli stesso o il suo rappresentante eserciti il diritto di accettare o di rinunziare all’eredità entro il termine della prescrizione.

4) L’eredità devoluta ai minori può essere accettata soltanto con beneficio di inventario, mentre ogni altra forma di accettazione espressa o tacita è nulla ed improduttiva di effetti, non conferendo al minore la qualità di erede. Da ciò consegue che, nel caso di chiamata di un minore, non può verificarsi la decadenza dello stesso dalla possibilità di accettazione con beneficio di inventario, prevista dall’art. 485 c.c. allorché questa norma stabilisce che il chiamato all’eredità, quando a qualsiasi titolo è nel possesso dei beni ereditari, deve fare l’inventario entro tre mesi dal giorno dell’apertura della successione o dalla notizia della devoluta eredità, in difetto di che si considera erede puro e semplice.

5) Più in particolare, nel caso di successione di un minore, la decadenza dal beneficio di inventario potrà verificarsi unicamente ai sensi dell’art. 489 c.c., che prevede la diversa ipotesi del mancato compimento dell’inventario entro il termine di un anno dal compimento della maggiore età.

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Donazione

L’art. 471 c.c. disponendo che le eredità devolute ai minori e agli interdetti non si possono accettare se non con beneficio di inventario, esclude che il rappresentante legale dell’incapace possa accettare l’eredità in modo diverso da quello prescritto dall’art. 484 c.c. Deriva da quanto precede, pertanto, che la accettazione tacita, fatta con il compimento di uno degli atti previsti dall’art. 476 c.c., non rientra nel potere del rappresentante legale e perciò non produce effetti giuridici nei confronti dell’incapace.

Cassazione civile sez. II  03 marzo 2009 n. 5111

Successione

Ai sensi dell’art. 471 c.c., l’eredità devoluta ai minori deve essere accettata con il beneficio di inventario e che non possono essere ammesse modalità di accettazione diverse da quella beneficiata, a prescindere dal valore del compendio ereditario, di guisa che ogni altra e diversa forma di accettazione espressa o tacita è nulla e improduttiva di effetti.

Tribunale Asti  13 maggio 2011

L’accettazione tacita dell’eredità non rientra nei poteri del rappresentante legale e, pertanto, è improduttiva di effetti giuridici nei confronti dell’incapace, che rimane nella posizione di chiamato all’eredità fino a quando egli stesso o il suo rappresentante eserciti il diritto di accettare l’eredità o di rinunziare alla stessa entro il termine di prescrizione. Cassa App. Catanzaro 26 novembre 2002

Cassazione civile sez. I  01 febbraio 2007 n. 2211  

L’art. 471 c.c., disponendo che le eredità devolute ai minori e agli interdetti non si possono accettare se non con il beneficio di inventario, esclude che il rappresentante legale dell’incapace possa accettare l’eredità in modo diverso da quello prescritto dall’art. 484 c.c., che consiste in una dichiarazione espressa di volontà volta a fare acquistare all’incapace la qualità di erede con limitazione della responsabilità ai debiti e ai pesi intra vires hereditatis. Ne consegue che l’accettazione tacita, fatta con il compimento di uno degli atti previsti dall’art. 476 c.c., non rientra nel potere del rappresentante legale e perciò non produce alcun effetto giuridico nei confronti dell’incapace, che resta nella posizione di chiamato all’eredità fino a quando egli stesso o il suo rappresentante eserciti il diritto di accettare o di rinunziare all’eredità entro il termine della prescrizione.

Cassazione civile sez. I  01 febbraio 2007 n. 2211  

L’eredità devoluta ai minori può essere accettata soltanto con beneficio di inventario, mentre ogni altra forma di accettazione espressa o tacita è nulla ed improduttiva di effetti, non conferendo al minore la qualità di erede. Da ciò consegue che, nel caso di chiamata di un minore, non può verificarsi la decadenza dello stesso dalla possibilità di accettazione con beneficio di inventario, prevista dall’art. 485 c.c. allorché questa norma stabilisce che il chiamato all’eredità, quando a qualsiasi titolo è nel possesso dei beni ereditari, deve fare l’inventario entro tre mesi dal giorno dell’apertura della successione o dalla notizia della devoluta eredità, in difetto di che si considera erede puro e semplice. Più in particolare, nel caso di successione di un minore, la decadenza dal beneficio di inventario potrà verificarsi unicamente ai sensi dell’art. 489 c.c., che prevede la diversa ipotesi del mancato compimento dell’inventario entro il termine di un anno dal compimento della maggiore età.

Cassazione civile sez. II  24 luglio 2000 n. 9648  EREDITA’ MINORI OBBLIGATORIO L’ACCETTAZIONE CON BENEFICIO

Qualora il genitore esercente la potestà sul figlio minore chiamato all’eredità faccia l’accettazione prescritta dall’art. 471 c.c. da cui deriva l’acquisto da parte del minore della qualità di erede (art. 470 e 459 c.c.), ma non compia l’inventario – necessario per poter usufruire della limitazione della responsabilità – e questo non sia redatto neppure dal minore entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, l’eredità resta acquisita da quest’ultimo, che però considerato erede puro e semplice (art. 489 c.c.).

Cassazione civile sez. II  23 agosto 1999 n. 8832 EREDITA’ MINORI OBBLIGATORIO L’ACCETTAZIONE CON BENEFICIO

DIRITTO-IMMOBILIARE-5

ART 470 CC ACCETTAZIONE EREDITA’ CON O SENZA BENEFICIO INVENTARIO

ART 470 CC ACCETTAZIONE EREDITA’ CON O SENZA BENEFICIO INVENTARIO

L’eredità può essere accettata puramente e semplicemente [475, 476 c.c.] o col beneficio d’inventario [484 ss. c.c.]

  • L’accettazione col beneficio d’inventario può farsi nonostante qualunque divieto del testatore [634 c.c.].
  • In tema di successioni mortis causa, la delazione che segue l’apertura della successione Cassazione civile sez. lav.  30 aprile 2010 n. 10525
  • , pur rappresentandone un presupposto, non è di per sé sola sufficiente all’acquisto della qualità di erede, essendo a tale effetto necessaria anche, da parte del chiamato, l’accettazione, mediante aditio oppure per effetto di pro herede gestio oppure per la ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 485 c.c.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Ne consegue che, in ipotesi di giudizio instaurato nei confronti del preteso erede per debiti del de cuius, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 c.c., l’onere di provare l’assunzione da parte del convenuto della qualità di erede Cassazione civile sez. III  04 settembre 2012 n. 14821

, la quale non può desumersi dalla mera chiamata all’eredità, non essendo prevista alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta, quindi, un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità.

  1. L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario è pur sempre un’accettazione dell’eredità, sicché l’erede beneficiato, quale successore nel debito ereditario, può essere condannato al pagamento dell’intero, fermo che, in concreto, la sua responsabilità resta limitata “intra vires hereditatis” ove egli faccia valere il beneficio con l’apposita eccezione.
  2. Ne consegue che, in caso di esecuzione forzata avviata da un creditore del “de cuius”, l’erede beneficiato non ha interesse ad opporre che il bene staggito è estraneo all’asse ereditario per averne il “de cuius” disposto in vita.
  3. Secondo Cass. n. 14766 del 2007, il limite della responsabilità intra vires non può essere rilevato d’ufficio, ma va tempestivamente dedotto e provato da chi vi abbia interesse. ‘Non si è mai dubitato’, vi si legge, ‘che la questione di diritto, relativa ai limiti della responsabilità dell’erede, che abbia accettato con beneficio di inventario, per l’adempimento dei debiti ereditari, costituisce oggetto di un’eccezione in senso stretto e non può, pertanto, essere proposta per la prima in volta in sede di legittimità (Cass. 18 giugno 2002, n. 8818) nè, a seguito del nuovo art. 345 c.p.c., per la prima volta in grado di appello’.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]
  4. Anche la sentenza del 2002 si era fatta forte della regola di ‘fedeltà ai precedenti’ – invocata, a riguardo di questa materia, da Cass. 28381/05 – per affermare che la questione de qua ‘è oggetto di eccezione in senso proprio (Cass. 9 luglio 1980 n. 4373) e che il giudice non può dunque prendere in esame di ufficio’.

Si risale per questa via ad un precedente remoto, di epoca sensibilmente anteriore a quella in cui le Sezioni Unite hanno regolato la distinzione tra eccezioni in senso lato ed eccezioni in senso stretto.

6.1) L’ordinanza 4852/12, ben cogliendo l’evoluzione che ha segnato la giurisprudenza di legittimità a partire da SU n.1099 del 1998, ha chiamato le Sezioni Unite a interrogarsi sulla compatibilità, con i principi in essa sanciti, dell’inquadramento come eccezione in senso stretto della eccezione relativa ai limiti di responsabilità nel regime di eredità beneficiata.

Si intrecciano qui i temi della natura di tale eccezione e della sua rilevabilità.

Conviene svolgerli seguendo il filo processuale più immediato, che condurrebbe a escludere, secondo le tesi del ricorrente, la rilevabilità di ufficio di un’eccezione non proposta dall’interessato nel primo grado di giudizio.

6.1.1) La sentenza da ultimo citata ha stabilito che il regime normale delle eccezioni è quello della rilevabilità di ufficio, in funzione dell’assolvimento del compito primario del processo, di ‘servire all’attuazione di diritti esistenti e non alla creazione di diritti nuovi’.

Ha quindi confinato l’ambito della rilevabilità a istanza di parte ai casi specificamente previsti dalla legge e alle eccezioni corrispondenti alla titolarità di un’azione costitutiva (es. annullamento).

Come segnalato dalla dottrina, Cass. 1099/98 recava un limite incisivo. Riteneva cioè che la rilevabilità d’ufficio dell’eccezione fosse soggetta alla tempestiva allegazione e prova del fatto estintivo, modificativo, impeditivo esclusivamente a cura della parte interessata.

Con la sentenza 226/01 le Sezioni Unite hanno negato che il rilievo d’ufficio dell’eccezione sia subordinato ad una tempestiva allegazione di essa.

Poichè la pronuncia era resa in tema di rilevabilità d’ufficio del giudicato e talune sfumature della motivazione potevano essere interpretate ambiguamente, in dottrina, non senza riflessi giurisprudenziali, è rimasta incertezza circa la portata di questa affermazione.

A placare i dissensi non è valsa neppure altra pronuncia delle S.U., la n. 15661/05, secondo la quale, in applicazione dei principi già posti da SU 1099/98, l’eccezione di interruzione della prescrizione integra un’eccezione in senso lato e non in senso stretto e, pertanto, ‘può essere rilevata d’ufficio dal giudice in qualunque stato e grado del processo sulla base di prove ritualmente acquisite agli atti’.

Nella specie regolata dalle Sezioni Unite del 2005 l’appellante, pur avendo tempestivamente prodotto il documento, aveva sollevato solo in sede di gravame la controeccezione di interruzione, con l’allegazione e il rilievo del caso. La sentenza non richiedeva pertanto di prendere espressamente posizione sulla possibilità che il rilievo di ufficio si fondi su una prova prodotta in corso di causa dalla parte interessata. Ciò ha consentito di continuare a sostenere che l’eccezione in senso lato (con riguardo sempre a quella di interruzione della prescrizione, cfr. Cass. 2035/06) deve essere sorretta da allegazioni e prove, ‘incluse quelle documentali, ritualmente acquisite al processo, nonchè di fatti anch’essi ritualmente acquisiti al contraddittorio’.

6.1.2) E’ pertanto in questa sede da risolvere esplicitamente il problema della rilevabilità d’ufficio della eccezione in senso lato che si fondi su risultanze, pur non prodotte dalla parte interessata, ma comunque disponibili negli atti di causa (in quanto provenienti da produzioni dello stesso attore o di altri convenuti, ovvero da esiti di consulenza tecnica o da dichiarazioni spontanee dei testimoni).

Persistono infatti nella giurisprudenza di legittimità contrasti tra chi subordina il rilievo d’ufficio di ogni eccezione alla tempestiva allegazione, proveniente dalla parte, nel giudizio di primo grado, entro il termine posto dall’art. 183 c.p.c., (cfr. esemplificativamente Cass. 5333/11) e fautori della tesi opposta, che giunge fino all’affermazione che la deducibilità in appello di eccezioni in senso lato è ammessa non solo se i fatti sono per la prima volta allegati in sede di impugnazione, ma anche se in questa sede debbano essere accertati ‘con i mezzi di prova che il giudice di appello ritenga ammissibili e rilevanti’ (Cass. 10918/05).

7) Le Sezioni Unite, dando continuità all’orientamento già insito nelle citate sentenze del 2001 e 2005, ritengono corretta la tesi che ammette la possibilità di rilevare di ufficio le eccezioni in senso lato, anche in appello, che risultino documentate ex actis, indipendentemente da specifica allegazione di parte.

Questa è la circoscritta materia del caso di specie, che non chiede di pronunciarsi anche sulla possibilità di articolare nuovi mezzi di prova e produrre documenti allorquando la parte faccia valere oltre il limite delle preclusioni istruttorie, o in appello, eccezioni rilevabili di ufficio o il giudice rilevi tardivamente tali questioni.

7.1) L’adesione alla tesi anzidetta nasce dalla distinzione tra: a) l’azione che viene meno perchè il convenuto vuoi valersi di un ‘diritto di impugnarla’ – vuoi perchè ciò è sancito espressamente dal regime della specifica eccezione, vuoi perchè l’eccezione amplia i limiti della cognizione fondando una diversa fattispecie costitutiva – riservato dalla legge alla parte e cui la parte può quindi rinunciare, omettendo di valersi del suo diritto di eccepire, senza che il giudice possa rilevare alcunchè (è questa l’eccezione in senso stretto);

  1. b) l’azione che non nasce o non potrebbe mai sorgere, perchè incontra un limite già formatosi, quale il pagamento del debito azionato (eccezione in senso lato), il che comporta il dovere del giudice di rilevare le circostanze favorevoli al convenuto, foss’anche contumace, se risultino dagli atti.

La rilevabilità d’ufficio delle eccezioni in senso lato, con la loro ampia nozione, è posta in funzione di una concezione del processo che talora semplicisticamente è stata definita come pubblicistica, ma che, andando al fondo, fa leva sul valore della giustizia della decisione.

Rispetto a questo valore, le preclusioni operano su altro piano, poichè queste ultime sono essenzialmente un criterio di ordine, una tecnica per regolare il processo, sempre con il fine di pervenire a una decisione giusta, pur prevedendo un meccanismo per disciplinare l’attività delle parti.

Occorre allora in primo luogo ribadire che qualora prevalesse la tesi opposta in ordine alle regole di allegazione e prova, resterebbe di modesto rilievo la distinzione tra eccezioni in senso stretto ed eccezioni in senso lato.

Il regime di queste ultime, da allegare e provare entro il limite delle preclusioni istruttorie, verrebbe, nel rito ordinario, quasi a coincidere con quello delle prime, restando solo la differenza in ordine alla anticipata rilevazione in comparsa di risposta delle eccezioni in senso stretto.

In realtà, vincolare la rilevabilità delle eccezioni in senso lato ai limiti del regime delle preclusioni conduce a sovrapporre due piani che sono sempre rimasti distinti nel testo normativo.

7.2) Solo in questo modo si spiegano le scelte fatte del legislatore con la riforma di cui alla L. n. 353 del 1990, e successive modifiche.

E’ stato ricordato in dottrina che il testo dell’art. 183, nel disegno di legge originario prevedeva la possibilità di modificare la domanda solo tenendo ‘ferma l’allegazione dei fatti storici’, formula che venne abbandonata per la rigidità che avrebbe conferito al sistema, ostacolando ogni allegazione nuova, ancorchè mirante a valorizzare risultanze acquisite agli atti.

7.2.1) Va poi considerato che proprio l’introduzione del sistema di preclusioni ha reso più vivido il senso dell’obbligo del giudice di indicare alle parti le questioni rilevabili di ufficio di cui ritiene opportuna la trattazione (art. 183 c.p.c., comma 3, ora 4).

Tale obbligo si traduce in una tecnica di conduzione del processo che impone al giudice, oltre che di acquisire i chiarimenti richiesti dai fatti allegati, di far emergere fatti rilevanti, possibilmente mediante il libero interrogatorio delle parti (art. 183 c.p.c., comma 1, ora art. 185 c.p.c.); di evidenziare le questioni rilevabili di ufficio prima del maturare delle preclusioni istruttorie.

L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario,

determinando la limitazione della responsabilità dell’erede per i debiti del “de cuius” entro il valore dei beni a lui pervenuti, va eccepita nel giudizio di cognizione promosso dal creditore del defunto che faccia valere per intero la sua pretesa Cassazione civile sez. III  16 aprile 2013 n. 9158

, in modo da contenere quantitativamente l’estensione e gli effetti dell’invocata pronuncia giudiziale; ne consegue che, ove non sia stata proposta la relativa eccezione nel processo di cognizione, la qualità di erede con beneficio d’inventario non è deducibile per la prima volta in sede esecutiva. Cassa con rinvio, Trib. Milano, 17/07/2006

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ART 457 CC DEVOLUZIONE EREDITA’ : LEGGE O TESTAMENTO ? GUARDIAMO

 

 

ART 457 CC DEVOLUZIONE EREDITA’ : LEGGE O TESTAMENTO GUARDIAMO

  • L’eredità si devolve per legge [565 c.c.] o per testamento [587 c.c.](1).

  • Non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca, in tutto o in parte, quella testamentaria(2).

  • Le disposizioni testamentarie non possono pregiudicare i diritti che la legge riserva ai legittimari [536 c.c.](3).

  • COSA VUOL DIRE?

  • CHE L’EREDITA’ E’ DEVOLUTA  O DATA PER LEGGE CON LE NORME PREVISTE DAL CODICE CIVILE O PER TESTAMENTO CON LE LIMITAZIONI PREVISTE DA CODICE CIVILE CON ATTENZIONE AI LEGGITTIMARI .

  • Secondo la suprema corte di cassazione Cass. civ. n. 15239/2017:

  • la successione legittima può coesistere con quella testamentaria nell’ipotesi in cui il “de cuius” non abbia disposto con il testamento della totalità del suo patrimonio ed in particolare, nel caso di testamento che, senza recare istituzione di erede, contenga soltanto attribuzione di legati. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che, in applicazione di detto principio ed in mancanza di formale istituzione di erede, aveva qualificato come legatario il beneficiario “mortis causa” di una specifica consistenza immobiliare, non rilevando, in senso contrario, che lo stesso fosse stato altresì onerato di partecipare alle spese funerarie del “de cuius” né, tantomeno, la mancata menzione, nel testamento, di altri soggetti o di altri beni, la cui inesistenza non era stata dimostrata).
  • La delazione che segue l’apertura della successione, pur rappresentandone un presupposto, non è di per sé sola sufficiente all’acquisto della qualità di erede, essendo a tale effetto necessaria anche, da parte del chiamato, l’accettazione, mediante “aditio” oppure per effetto di “pro herede gestio” oppure per la ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 485 c.c.
  • Ne consegue che, in ipotesi di giudizio instaurato nei confronti del preteso erede per debiti del “de cuius”, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 c.c., l’onere di provare l’assunzione da parte del convenuto della qualità di erede, la quale non può desumersi dalla mera chiamata all’eredità, non essendo prevista alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta, quindi, un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità.

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Secondo cass Cass. civ. n. 3696/2003:

 

  • la semplice delazione che segue l’apertura della successione, pur rappresentandone un presupposto, non è di per sè sufficiente per l’acquisto della qualità di erede, ma diventa operativa soltanto se il chiamato alla successione accetta di essere erede o mediante una dichiarazione di volontà (aditio), oppure in dipendenza di un comportamento obiettivamente acquiescente (pro herede gestio), laddove, in ipotesi di chiamato che sia nel possesso dei beni, l’accettazione ex lege dell’eredità è determinata dall’apertura della successione, dalla delazione ereditaria, dal possesso dei beni e dalla mancata tempestiva redazione dell’inventario.
  • In materia di successione a causa di morte, nell’ipotesi in cui il de cuius abbia disposto con il testamento della totalità del suo patrimonio, la successione legittima non può coesistere con quella testamentaria (Nell’affermare il suindicato principio la S.C. ha affermato che, nel caso, l’espresso richiamo del giudice di merito all’art. 582 c.c. andasse correttamente inteso come operato al limitato fine di individuare i soggetti della disposizione testamentaria, e non anche per determinare il contenuto del diritto attribuito).

 

Secondo Cass. civ. n. 21436/2018

  • Nelle successioni “mortis causa”, la delazione che segue l’apertura della successione,
  • pur rappresentandone un presupposto, non è da sola sufficiente all’acquisto della qualità di erede, essendo necessaria l’accettazione da parte del chiamato, mediante “aditio” o per effetto di una “pro herede gestio“, oppure la ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 485 c.c.; nell’ipotesi di giudizio instaurato nei confronti del preteso erede per debiti del “de cuius”, incombe su chi agisce, in applicazione del principio generale di cui all’art. 2697 c.c., l’onere di provare l’assunzione della qualità di erede, che non può desumersi dalla mera chiamata all’eredità, non operando alcuna presunzione in tal senso, ma consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio nella predetta qualità. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione di merito che aveva ritenuto provata l’assunzione della qualità di erede del convenuto in forza della mancata risposta all’invito di pagare il debito ovvero della mancata allegazione da parte di quest’ultimo della rinuncia all’eredità).

In tema di delazione dell’eredità, non vi è luogo alla successione legittima agli effetti dell’art. 457, comma 2, c.c.,

in presenza di disposizione testamentaria a titolo universale, sia pur in forma di istituzione “ex re certa”, tenuto conto della forza espansiva della stessa per i beni ignorati dal testatore o sopravvenuti. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che l’erede testamentario fosse succeduto nella proprietà della cappella realizzata in esecuzione di un onere apposto all’istituzione di erede ed al legato, essendo indifferente chi, tra erede e legatario, l’avesse concretamente realizzata).

AVVOCATO-ESPERTO

Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI BOLOGNA

Apertura della successione.

Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI BOLOGNA: La successione si apre al momento della morte, nel luogo dell’ultimo domicilio del defunto.

ELEMENTO  fondamentale delle successioni è che sono aperte  al momento della morte.

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  1. Ai sensi degli artt. 456 e 484 c.c., il luogo in cui va fatta la dichiarazione di accettazione dell’eredità con beneficio di inventario si determina in base all’ultimo domicilio del defunto.

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Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI BOLOGNA
SEPARAZIONE E SOLDI

  1. E sono aperte nell’ultimo domicilio del defunto, attenzione ultimo domicilio e non residenza !!
  • Secondo Consiglio di Stato sez. V  05 marzo 2014 n. 1050  In caso di decesso di un soggetto l’acquisto della qualifica di successore a titolo universale non può ricollegarsi automaticamente al mero evento della morte del dante causa, ma necessita della previa acquisizione della qualità di erede per accettazione espressa o tacita, non essendo sufficiente la semplice chiamata all’eredità, nemmeno nella ipotesi in cui il soggetto rivesta la qualifica di erede necessario del de cuius, occorrendo comunque la materiale accettazione; anche se la qualità di erede consegue alla vocazione testamentaria o legale nella universalità dei beni o in una quota di essi, comportandone la messa a disposizione a favore del chiamato dal momento dell’apertura della successione ex art. 456 c.c., che precede l’acquisto dell’eredità, tuttavia solo la accettazione di questa, ex art. 459 c.c., perfeziona la successione ereditaria. (AnnullaTarLiguria, sez. II, n. 96 del 2002).

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avvocato successioni Bologna / esperto . specializzato avvocato successioni
avvocato successioni Bologna / esperto . specializzato avvocato successioni

Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA : Cassazione civile sez. II  08 gennaio 2013 n. 264 per le  successioni “mortis causa“, è manifestamente infondata la q.l.c., per contrasto con gli art. 3 e 24 cost., dell’art. 480 comma 2 c.c., interpretato nel senso che il termine decennale di prescrizione del diritto di accettare l’eredità decorre unitariamente dal giorno dell’apertura della successione, pure nel caso di successiva scoperta di un testamento del quale non si aveva notizia. Invero, detta disciplina si rivela frutto di una scelta ragionevole del legislatore, in quanto finalizzata, come in tutte le ipotesi di prescrizione, al perseguimento della certezza delle situazioni giuridiche, e quindi ispirata dall’esigenza di cristallizzare in modo definitivo, dopo un certo lasso di tempo, la regolamentazione dei diritti ereditari tra le diverse categorie di successibili, in maniera da accordare specifica tutela a chi abbia accettato, nell’indicato termine di dieci anni, l’eredità devolutagli per legge o per testamento, ed anche a chi, dopo aver accettato nel termine l’eredità legittima, abbia fatto valere un testamento successivamente scoperto, rispetto a colui che, chiamato per testamento e non pure per legge all’eredità, non abbia potuto accettare la stessa nel termine di prescrizione per mancata conoscenza dell’esistenza di tale scheda testamentaria; d’altra parte, prevedendo l’art. 480 c.c. un termine prescrizionale, cui va riconosciuta natura sostanziale e non processuale, esso rimane per sua natura estraneo all’ambito di tutela dell’art. 24 cost., in quanto non volto all’esercizio del diritto di difesa.

Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA : diritti contemplati dall’art. 540, comma 2, c.c. si costituiscono automaticamente in capo al coniuge superstite all’apertura della successione, anche in presenza di un’attribuzione testamentaria della casa familiare o dei mobili che la arredano in favore di terzi; ne consegue che il coniuge superstite potrà invocare “ipso iure” l’acquisto di tali diritti, senza dover ricorrere all’azione di riduzione.

I debiti tributari della massa ereditaria- Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI BOLOGNA

Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA : tema di imposta sulle successioni, i debiti tributari della massa ereditaria sono deducibili purché il presupposto per la loro insorgenza, inteso come evento storico, si sia già verificato al momento dell’apertura della successione, ancorché sia stato accertato solo successivamente, fermo restando, quanto alla dimostrazione della loro esistenza, il sistema di prova legale previsto dall’art. 23, comma 1, del d.lgs. n. 346 del 1990.

  1. In caso di successione nel possesso ex art. 1146 cc, occorre che, oltre al possesso del dante causa, sia positivamente riscontrato anche il possesso del successore che agisce in giudizio. Mentre, occorre rilevare, che l’apertura della successione in sé considerata è atto prodromico al trasferimento del diritto ma non del possesso che è una situazione di fatto.
  2. In tema di circonvenzione di incapace, non è necessario che, al momento dell’accertamento del fatto, non vi sia stata apertura della successione, atteso che, con riguardo alla tutela dei terzi, non è necessario che sia leso un loro diritto attuale ma è sufficiente un danno anche solo potenziale e indiretto. Pertanto, gli eredi legittimi di un soggetto che, per effetto dell’abuso del suo stato d’infermità o deficienza psichica, sia stato indotto a testare a favore dell’agente, debbono ritenersi danneggiati dall’attività illecita di quest’ultimo.
  3. In tema di legato in favore di ente di assistenza che sia stato soppresso dopo l’apertura della successione e le cui funzioni amministrative e relativo patrimonio siano stati trasferiti “ex lege” ad altri enti, l’espressa definizione, ad opera del testatore, dello scopo perseguito dal predetto legato, imprimendo un vincolo di destinazione alle somme di denaro derivanti dalla vendita dei cespiti immobiliari che ne sono oggetto, può efficacemente assumere connotazione modale decisiva per l’individuazione dell’ente legittimamente chiamato alla successione, perché deputato ad assolvere tale scopo nel più ampio quadro dei propri fini istituzionali.
  4. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che all’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia, in favore della quale era stato legato un immobile perché, col ricavato della sua vendita, venisse realizzata una struttura a tutela della maternità e dell’infanzia, fosse succeduto, ai sensi dell’art. 5 l. n. 698 del 1975, il Comune, rientrando tra le sue attribuzioni le funzioni relative agli asili nido e ai consultori familiari).

Premesso che ai fini dell’accertamento della qualità di legittimari occorre far riferimento alla data di apertura della successione, il rapporto di filiazione è, nell’ordinamento attuale, costituito automaticamente per effetto dell’indicazione del nome della madre nell’atto di nascita, senza necessità di un ulteriore atto di riconoscimento formale.

L’azienda ereditaria deve ritenersi oggetto di comunione se vi sia la finalità del solo godimento in comune secondo la sua consistenza al momento dell’apertura della successione. Tuttavia, se viene esercitata per finalità speculative con nuovi conferimenti in vista di ulteriori utili, sulla base dell’incremento degli elementi aziendali, può verificarsi che: o l’impresa è esercitata da tutti i coeredi, e in tal caso l’originaria comunione incidentale si trasforma in una società (sia pure irregolare o di fatto); ovvero l’impresa viene esercitata da uno o più eredi, e in tal caso la comunione incidentale è limitata all’azienda così come relitta dal “de cuius”, con gli elementi esistenti all’apertura della successione, mentre l’impresa esercitata dal singolo o da parte dei coeredi è riferibile soltanto ad esso o ad essi con gli utili e le perdite relativi.

Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNAFattispecie in cui un solo erede aveva esercitato un’azienda farmaceutica cedutagli da padre in virtù di atto dichiarato nullo e il relativo compendio era entrato a far parte della comunione ereditaria, con la conseguenza che, a fini divisionali, la consistenza dell’azienda doveva essere quella dell’apertura della successione, mentre le spese, gli incrementi e i decrementi, essendo ascrivibili al solo imprenditore che aveva esercitato l’azienda, non potevano essere considerati comuni).

Bologna AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Imola AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI Apertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Casalecchio di Reno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
San Lazzaro di Savena AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Valsamoggia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Giovanni in Persiceto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Castel San Pietro Terme AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Zola Predosa AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Budrio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALApertura della successione. AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Castel Maggiore AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Pianoro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Medicina AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Molinella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castenaso AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sasso Marconi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Ozzano dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Crevalcore AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Calderara di Reno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Pietro in Casale AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Anzola dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Granarolo dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monte San Pietro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Argelato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Malalbergo AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Minerbio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Giorgio di Piano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sala Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Vergato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sant’Agata Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Pieve di Cento AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Baricella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Alto Reno Terme AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Marzabotto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Dozza AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castello d’Argile AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monzuno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monterenzio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castiglione dei Pepoli AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Bentivoglio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Galliera AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Gaggio Montano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Mordano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel Guelfo di Bologna AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Loiano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Benedetto Val di Sambro
Grizzana Morandi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monghidoro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Casalfiumanese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel di Casio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Borgo Tossignano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Lizzano in Belvedere AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Fontanelice AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel d’Aiano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Camugnano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel del Rio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE

SEPARAZIONE DIVORZIO BOLOGNA competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale   RAPPORTI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA  UN CITTADINO ITALIANO E  UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE  UE

FIGLI E QUOTA DI RISERVA EREDITA’ art 537 cc

FIGLI E QUOTA DI RISERVA EREDITA’ art 537 cc

I FIGLI SEMPRE  HANNO DIRITTO A  UNA QUOTA DI EREDITA’ ,QUESTO IN ITALIA AVVIAMENTE

Salvo quanto disposto dall’articolo 542(1) se il genitore lascia un figlio solo(2), a questi è riservata la metà del patrimonio.

Se i figli sono più, è loro riservata la quota dei due terzi, da dividersi in parti uguali tra tutti i figli(2)(3).

[I figli legittimi possono soddisfare in danaro o in beni immobili ereditari la porzione spettante ai figli naturali che non vi si oppongano. Nel caso di opposizione decide il giudice [38 disp. att. c.c.], valutate le circostanze personali e patrimoniali[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Per determinare le quote di riserva spettanti ai legittimari di una successione testamentaria, va calcolato nel numero degli eredi anche il legittimario, che ha accettato un legato in sostituzione di legittima. Il legato sostitutivo grava sulla porzione indisponibile, ma per l’eccedenza sulla disponibile, sicché l’obbligo normativamente previsto è di rapportare la misura del legato stesso alla definizione della quota del legittimario. Ne deriva l’ineludibile corollario che l’entità della quota di riserva sia stabilita per tutti i legittimari, avendo riguardo alle quote previste per il caso teorico di concorso tra il legittimario accettante il legato e gli altri legittimari eredi.

avvocato per risolvere eredita’ Bologna

Corte appello Milano  14 aprile 2011

È infondata la q.l.c. dell’art. 537, comma 3, c.c., nella parte in cui prevede che i figli legittimi possano soddisfare in denaro o in beni immobili ereditari la porzione spettante ai figli naturali che non vi si oppongano, in riferimento agli art. 3 e 30, comma 3, cost.

Corte Costituzionale  18 dicembre 2009 n. 335

Non è fondata, in riferimento agli art. 3 e 30, comma 3, cost., la q.l.c. dell’art. 537, comma 3, c.c., il quale stabilisce che “i figli legittimi possono soddisfare in denaro o in beni immobili ereditari la porzione spettante ai figli naturali che non vi si oppongano. Nel caso di opposizione decide il giudice, valutate le circostanze personali e patrimoniali”. Invero, se la completa equiparazione nel quantum dei diritti successori dei figli legittimi e naturali, stabilita dai primi due commi dell’art. 537 c.c. attua il principio della necessaria uguaglianza delle posizioni dei figli nel rapporto con il genitore dante causa (deceduto ab intestato), la scelta del legislatore di conservare in capo ai figli legittimi la possibilità di richiedere la commutazione, condizionata dalla previsione della facoltà di opposizione da parte del figlio naturale e dalla valutazione delle specifiche circostanze posta a base della decisione del giudice, non contraddice la menzionata aspirazione alla tendenziale parificazione della posizione dei figli naturali, giacché non irragionevolmente si pone ancor oggi (quale opzione costituzionalmente non obbligata né vietata) come termine di bilanciamento (compatibilità) dei diritti del figlio naturale in rapporto con i figli membri della famiglia legittima, risultando la (volutamente) elastica formula linguistica adoperata dal legislatore teleologicamente coerente al sistema, poiché lascia tutto il dovuto spazio all’apprezzamento discrezionale del giudice (le cui decisioni, peraltro, sono soggette, come le altre, ai normali rimedi processuali), e idonea a consentire il recepimento nel suo ambito dispositivo (di volta in volta, e secondo il sentire dei tempi) delle singole fattispecie, commisurate proprio a quella dinamica evolutiva dei rapporti sociali, che attualizza il precetto costituzionale (sentt. n. 54 del 1960, 168 del 1984, 184 del 1990, 377 del 1994, 532 del 2000, 494 del 2002).

Corte Costituzionale  18 dicembre 2009 n. 335

ART 551 CC

Se a un legittimario è lasciato un legato in sostituzione della legittima, egli può rinunziare al legato e chiedere la legittima (1).

Se preferisce di conseguire il legato, perde il diritto di chiedere un supplemento, nel caso che il valore del legato sia inferiore a quello della legittima, e non acquista la qualità di erede. Questa disposizione non si applica quando il testatore ha espressamente attribuito al legittimario la facoltà di chiedere il supplemento (2).

Successioni

Ai fini della configurabilità del legato in sostituzione di legittima occorre che risulti l’intenzione del testatore di soddisfare il legittimario con l’attribuzione di beni determinati senza chiamarlo all’eredità.

Cassazione civile sez. II  03 novembre 2014 n. 23371

[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Ai fini dell’individuazione del legato in sostituzione di legittima, non occorre che la scheda testamentaria usi formule sacramentali,

 essendo sufficiente che risulti l’intenzione del “de cuius” di soddisfare il legittimario con l’attribuzione di beni determinati senza chiamarlo all’eredità (come nella specie, avendo il testatore attribuito al legittimario “la sola casa… quale sua stretta legittima… a titolo di legittima che neanche merita”). Rigetta, App. Catania, 24/06/200

Cassazione civile sez. II  16 gennaio 2014 n. 824

Il legato in sostituzione di legittima, previsto dall’art. 551 c.c., è una disposizione a titolo particolare sottoposta a condizione risolutiva, nel senso che l’eventuale rinuncia determina il venire meno della sostituzione e consente al legittimario di reclamare la quota di riserva spettantegli per legge sui beni ereditari. Ne consegue che il legatario, che abbia rinunciato al legato tacitativo in denaro, può conseguire la quota di legittima in natura, in base alla regola generale dettata dall’art. 718 c.c. Rigetta, App. Milano, 02/02/2007

Cassazione civile sez. II  27 giugno 2013 n. 16252

In materia di successione testamentaria, nell’ipotesi in cui il testatore non manifesta con assoluta chiarezza l’intendimento di attribuire il legato in sostituzione o in conto di legittima, e dunque la volontà di estromettere il legittimario dalla successione ereditaria, ovvero di fare sì che il legato venga ricompreso e computato nella quota spettante a titolo di successione legittima,

quest’ultima concorre con la successione testamentaria. In entrambi i casi, a ogni modo, l’intenzione del testatore deve emergere in maniera non equivoca sia da una espressa proposizione, sia dal complesso delle proposizioni nelle quali si articola la scheda testamentaria. In assenza di una tale espressa manifestazione di volontà del testatore, il legato deve ritenersi non attribuito né in sostituzione, né in conto di legittima. Nella specie, affermata, ma non supportata da alcun elemento concreto, la ritenuta sussistenza nel testamento di una disposizione costituente fegato in sostituzione di legittima, l’argomentazione non può essere condivisa, non emergendo la circostanza né da una clausola specifica, né dal tenore complessivo della scheda testamentaria.

Tribunale Trento  03 gennaio 2012 n. 1

la natura di legato in sostituzione di legittima,

Va cassata, “in parte qua”, la pronuncia di merito che, in relazione alle disposizioni testamentarie con cui il “de cuius” lasciava alla moglie l’usufrutto di alcuni immobili, oltre alla proprietà dei beni mobili e del denaro, abbia escluso la natura di legato in sostituzione di legittima, non tenendo conto del mancato riconoscimento alla moglie della facoltà, attribuita invece alla figlia, di scegliere tra legittima e legato, espressivo dell’intenzione del testatore di garantire alla prima soltanto ciò di cui ella aveva sempre fruito sin dall’epoca del matrimonio, senza chiamarla all’eredità (nella specie, si è negato che, a fronte dell’evidenziata circostanza, potesse in senso contrario valorizzarsi la circostanza che il testatore fosse convinto di aver disposto in conformità alle previsioni legislative sui diritti successori della moglie). Cassa App. Venezia 1 marzo 2006

Cassazione civile sez. II  10 giugno 2011 n. 12854

Al fine della configurabilità del legato in sostituzione di legittima, occorre che risulti l’intenzione del testatore di soddisfare il legittimario con l’attribuzione di beni determinati senza chiamarlo all’eredità, intenzione che, in mancanza di formule sacramentali, peraltro non richieste, può desumersi anche dal complessivo contenuto dell’atto attraverso l’opportuna indagine interpretativa, sicché, in difetto di tale volontà, il legato deve ritenersi in conto di legittima. Lo stabilire se una disposizione testamentaria in favore di un legittimario integri un legato in sostituzione o in conto di legittima, implicando un apprezzamento dei fatti, è demandato al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se correttamente motivato.avvocato-erede-legittimo-9

Cassazione civile sez. II  09 settembre 2011 n. 18583

Lo stato di figlio legittimo non è incompatibile con una indagine incidenter tantum,

 

 ai fini dell’esercizio dei diritti successori, di cui agli artt. 537, 580 e 594 c.c., su una diversa procreazione naturale (salvo che non si profili l’incesto) purché si versi in una situazione di impossibilità assoluta, cioé originaria, e non relativa, in quanto sopravvenuta, di proporre l’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità. Non ricorre, pertanto, tale presupposto (la cui prova è a carico del richiedente) nel caso del figlio naturale che, divenuto maggiorenne, abbia omesso di esperire, nel termine di decadenza all’uopo fissato, l’azione di disconoscimento del padre legittimo, sempre che ciò configuri una volontaria scelta circa l’incontestabilità dello stato di figlio legittimo, compiuta nella consapevolezza della diversa filiazione naturale e nella ricorrenza delle condizioni previste per l’azione di disconoscimento del padre legittimo, nonché in assenza di cause di forza maggiore impeditive del tempestivo esercizio di detta azione.

Ai fini della determinazione della quota di riserva spettante al discendente legittimo (o naturale), in relazione alle varie ipotesi di concorso con altri legittimari, non va fatto riferimento alla situazione teorica, al momento dell’apertura della successione, che è suscettibile di mutare in conseguenza di eventuali rinunzie con effetto retroattivo, sibbene alla situazione concreta degli eredi legittimi che effettivamente concorrono alla ripartizione dell’asse ereditario. Pertanto, la misura di detta quota non va desunta dall’art. 542 c.c., in tema di concorso tra coniuge e figli, sibbene dall’art. 537, relativo al concorso tra soli figli, nell’ipotesi in cui il coniuge superstite, per aver accettato un legato in sostituzione della legittima, abbia abdicato alla qualità di erede, ex art. 551 c.c.

IMPORTANTE SENTENZA CASSAZIONE SEZ UNITE

Cassazione Civile, SS.UU., sentenza 12/06/2006 n° 13524

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Sentenza 12 giugno 2006, n. 13524

Svolgimento del processo

Con atto notificato l’01-04 luglio 1987 C.M. conveniva davanti al Tribunale di Torino il fratello C.V., nonchè i nipoti E., A. e K.M.R., ed esponeva:

– che in data (OMISSIS) era deceduta B.L., madre di essa attrice e di C.V. e di C.T., quest’ultima premorta lasciando a succederle per rappresentazione alla madre i figli E., A. e K.M.R.;

che con atto in data (OMISSIS) B.L. aveva venduto a C.V. la nuda proprietà su un l’immobile costituente il suo intero patrimonio;

– che tale atto dissimulava una donazione nulla per difetto di forma o comunque una donazione lesiva della propria quota di legittima;

sulla base di tali premesse l’attrice chiedeva che venisse dichiarata la nullità della donazione, con conseguente apertura anche in suo favore della successione legittima o che, nell’ipotesi di validità dell’atto in questione, ne venisse disposta la riduzione nella misura necessaria ad assicurarle la quota di legittima cui aveva diritto.

C.V., costituitosi, contestava il fondamento delle domande.

E., A. e K.M.R. rimanevano contumaci.

Con sentenza non definitiva in data 3 novembre 1992 il Tribunale di Torino rigettava le domande proposte dall’attrice, che proponeva appello, che veniva rigettato dalla Corte di Appello di Torino con sentenza in data 8 febbraio 1995.

C.M. proponeva ricorso per Cassazione, che questa S.C. accoglieva con sentenza in data 18 marzo 1997, n. 2885, ritenendo insufficiente la motivazione con la quale era stata esclusa la simulazione dell’atto in data 6 agosto 1980 ed insussistente in ordine alla subordinata ipotesi della configurabilità di un negotium mixtum cum donatione.

C.M. provvedeva alla riassunzione del giudizio davanti alla Corte di Appello di Torino, che con sentenza non definitiva in data 6 agosto 2001 escludeva la sussistenza della simulazione dell’atto in data 6 agosto 1980 e disponeva l’ulteriore corso del giudizio al fine di accertare la sussistenza o meno di un negotium mixtum cum donatione.

Contro tale decisione C.M., dopo avere fatto riserva di impugnazione, proponeva ricorso immediato e tale ricorso è stato dichiarato inammissibile da questa S.C. con sentenza in data 30 marzo 2006 n. 7502.

Con sentenza in data 15 novembre 2002 la Corte di Appello di Torino, frattanto, aveva ritenuto, sulla base della C.T.U. all’uopo disposta, che con l’atto in data 6 agosto 1980 era stato realizzato un negotium mixtum cum donatione, che, costituendo donazione indiretta, non era soggetto ai requisiti di forma previsti per le donazioni dirette.

A questo punto si poneva il problema di individuare la quota di riserva spettante a C.M. in una situazione caratterizzata dal fatto che la legittima nel suo complesso era pari ai due terzi dell’asse ereditario, avendo B.L. lasciato due figli superstiti e tre nipoti destinati a subentrare per rappresentazione alla terza figlia, ma questi ultimi non erano venuti alla successione.

In sostanza, si trattava di stabilire se la quota pari ai 2/9 in teoria spettante a E., A. e K.M.R. si doveva accrescere in favore delle altre due quote pari a 2/9 ciascuna spettanti a C.M. e C.V..

La Corte di Appello di Torino dava risposta negativa a tale quesito in base alla seguente motivazione:

E’ vero che la mancata accettazione dell’eredità dei nipoti K. è venuta ad equivalere ad una rinuncia, ma la quota di legittima che è riservata dalla legge non può essere modificata dalla rinuncia di altri eredi. E questo per una serie di ragioni tra loro autonome.

In primo luogo il dato letterale della disposizione normativa.

L’art. 537 c.c., che dispone la riserva a favore dei legittimar parla di figli e non di eredi accettanti.

In secondo luogo vale la “ratio” della disposizione normativa.

Riservando ai figli una parte del patrimonio la legge ha per, per così dire, posto un limite inderogabile alla volontà del testatore, nel senso che gli ha impedito di escludere totalmente il passaggio dei suoi beni ai figli col predeterminare a favore di questi ultimi delle quote minime di riserva.

Peraltro la mancata accettazione di un erede non può costituire un ulteriore elemento di coartazione della volontà del testatore.

In terzo luogo, se è vero che la mancata accettazione dei nipoti K. ha comportato la prescrizione decennale del diritto, tuttavia la prescrizione non può essere rilevata di ufficio.

Contro tale decisione, nonchè contro la sentenza non definitiva in 6 agosto 2001, C.M. ha proposto ricorso per Cassazione, ripetendo, per quanto riguarda la sentenza non definitiva, il motivo del ricorso già proposto contro la stessa sentenza ed investendo con tre motivi la sentenza definitiva.

C.V. ha resistito con controricorso ed ha anche proposto ricorso incidentale, con un unico motivo, al quale resiste con controricorso C.M..

Con ordinanza in data 22 aprile 2005 la Sezione Seconda Civile di questa S.C. ha rimesso gli atti al Primo Presidente al fine di valutare l’opportunità di assegnare la causa alle Sezioni Unite, in considerazione del fatto che ai fini della decisione occorre risolvere alcune questioni di particolare rilevanza giuridica, cui la dottrina da contrastanti soluzioni e che non sono state affrontate ex professo da questa S.C.; in particolare occorre stabilire: a) quale sia il criterio di determinazione della quota di riserva nella ipotesi in cui vi siano più legittimari pretermessi, dei quali uno solo abbia esperito l’azione di riduzione delle disposizioni testamentarie; b) se a tale ipotesi possa ritenersi applicabile l’art. 522 cod. civ..

Motivi della decisione

Va preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi.

Con l’unico motivo del ricorso principale diretto contro la sentenza non definitiva C.M. censura la motivazione con la quale la Corte di Appello di Torino ha escluso che la vendita effettuata in data 6 agosto 1980 da B.M.L. a C.V. dissimulasse una donazione nulla per difetto di forma.

La doglianza è infondata.

La ricorrente in via principale, infatti, da un lato, propone una diversa valutazione delle prove testimoniali rispetto a quella effettuata dai Giudici di merito, mentre, invece, ai fini della sussistenza del denunciato vizio di motivazione avrebbe dovuto chiarire come le conclusioni cui la Corte di Appello di Torino è pervenuta non siano congruenti, dal punto di vista logico, con il contenuto delle prove testimoniali ritenute attendibili; dall’altro, pretende che assurgano al livello di presunzioni elementi indiziari dal valore probatorio non univoco.

Con il primo dei motivi del ricorso principale diretti contro la sentenza definitiva C.M. censura la valutazione del donatimi data dai Giudici di merito e deduce testualmente:

Con riferimento alla sentenza n. 1609/2002 occorre quindi osservare come la Corte di Appello di Torino ha, a sommesso parere dell’esponente, omesso di considerare che l’operazione posta in essere, cioè la vendita a prezzo vile della nuda proprietà dell’immobile, abbia comportato un duplice beneficio in favore del C.V.: uno immediato cioè l’acquisto a prezzo di gran lunga inferiore al reale della nuda proprietà dell’immobile, il secondo differito al momento in cui, con il decesso della de cuius, il V. sarebbe divenuto nudo proprietario dell’immobile.

Per calcolare quindi correttamente il beneficio ricevuto la Corte di Appello avrebbe dovuto relazionare il prezzo pattuito e ritenuto pagato nell'(OMISSIS) al valore della piena proprietà dell’immobile al tempo dell’apertura della successione.

La Corte di Appello ha invece effettuato un calcolo aritmetico attraverso il quale viene semplicemente trasposta la percentuale del prezzo asseritamele pagato nel (OMISSIS) sul valore della nuda proprietà a quella data per concludere che nella medesima percentuale è da considerare il beneficio ricevuto dal donatario al momento in cui l’usufrutto si consolidò nella nuda proprietà.

In realtà sarebbe stato corretto, giusto il disposto della norma di cui all’art. 747 c.c., in punto momento che deve aversi presente per la valutazione del valore dell’immobile, calcolare il valore della donazione e quindi la quota del bene immobile oggetto di donazione alla data dell’apertura della successione.

Poichè nel tempo la svalutazione del denaro e la rivalutazione dei beni immobili in termini di valore nominale non ha andamento sempre coincidente (e poi ogni immobile – bene in fungibile per eccellenza – fa storia a sè), e in ogni caso, poichè con la consolidazione dell’usufrutto il beneficio ricevuto dal donatario è individuabile nella piena proprietà del bene, la quota del donatum doveva essere effettuata parametrando il sacrificio economico sopportato dal C.V. ((OMISSIS)) al beneficio ricevuto all’apertura della successione (ovvero il valore della piena proprietà dell’immobile al tempo dell’apertura della successione).

La Corte di Appello di Torino ha invece del tutto omesso detta operazione trasfondendo la percentuale del “pagato” sul valore della nuda proprietà al (OMISSIS) alla quota ideale di donazione (e infatti (OMISSIS) rappresentano proprio il 22,22% – la Corte ha finito con l’arrotondare a 22,25% – di 168.750.000 valore della nuda proprietà al (OMISSIS) secondo il seguente calcolo aritmetico 168.750.00/100 = 1.687.500; 37.500.000/1.687.500 = 22,22).

Il Giudice del merito ha quindi concluso che il donatum fosse una quota ideale pari al 77,75% (100-22,25) dell’immobile.

Detto criterio di calcolo non tiene in nessun conto il criterio di cui al citato art. 747 c.c. e soprattutto non considera che con il decesso dell’usufruttuaria il donante ha conseguito l’ulteriore beneficio della consolidazione dell’usufrutto.

L’esponente aveva proposto invece il seguente diverso criterio di calcolo: somma di 37.500.000; rivalutata al (OMISSIS) pari a L. 76.500.000;=.

Detta somma rivaluta rappresenta una percentuale del 12,96% del valore alla stessa data della piena proprietà del compendio immobiliare (590.000.000).

Ne derivava quindi che la percentuale del donatum era da individuarsi nell’87,04% e non già nella minore percentuale del 77,75.

Anche a non voler condividere detto criterio di calcolo, in ogni caso, il Giudice del merito avrebbe dovuto individuare criteri atti a rapportare, come sopra visto, il presunto sacrificio economico del C.V. al (OMISSIS) con il beneficio complessivo da calcolarsi al momento dell’apertura della successione.

Il motivo, a prescindere dalla sua teorica fondatezza o meno, è inammissibile, in quanto investe una questione che non risulta trattata nella sentenza impugnata, nè viene espressamente denunciata una omessa pronuncia, il che sarebbe stato necessario, in considerazione delle conclusioni che risultano formulate nell’epigrafe della sentenza impugnata.

Con il secondo dei motivi del ricorso principale diretti contro la sentenza definitiva C.M. sostiene che nella specie il negotium mixtum cum donatione doveva considerarsi nullo per difetto di forma, in applicazione del criterio della c.d. prevalenza.

Il motivo è infondato, alla stregua quantomeno della più recente giurisprudenza di questa S.C., la quale ha affermato che per il negotium mixtum cum donatione non è necessaria la forma dell’atto pubblico richiesta per la donazione diretta, essendo, invece, sufficiente la forma dello schema negoziale adottato, senza far menzione del criterio della c.d. prevalenza (cfr. sent. 21 gennaio 2000 n. 642; 10 aprile 1999 n. 3499).

Con il terzo dei motivi del ricorso principale diretti contro la sentenza definitiva C.M. ripropone la tesi secondo la quale il mancato esercizio dell’azione di riduzione da parte dei nipoti ex sorore comportava l’accrescimento (anche) in suo favore della quota di legittima agli stessi in teoria spettante.

Si tratta del problema con riferimento al quale la causa è stata assegnata a queste Sezioni Unite.

Questa S.C. ha avuto occasione di affermare che se più sono i legittimari (nell’ambito della categoria dei discendenti), ciascuno ha diritto ad una frazione della quota di riserva e non all’intera quota, o comunque ad una frazione più ampia di quella che gli spetterebbe se tutti gli altri (non) facessero valere il loro diritto (sent. 22 ottobre 1975 n. 3500, 1978 n. 5611).

Tale orientamento, peraltro, si pone in implicito contrasto con la giurisprudenza formatasi con riferimento alla ipotesi in cui disponibile e legittima variano in funzione della esistenza di più categorie di legittimari o del numero di legittimari nell’ambito di una stessa categoria.

Ad es., in base all’art. 542 cod. civ., comma 1, se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio, legittimo o naturale, a quest’ultimo è riservato un terzo del patrimonio ed un altro terzo spetta al coniuge; in base all’art. 542 cod. civ., comma 2, quando, invece, i figli, legittimi o naturali, sono più di uno, ad essi è complessivamente riservata la metà del patrimonio ed al coniuge spetta un altro quarto.

Con riferimento ad entrambe le ipotesi si pone il problema se il mancato esercizio dell’azione di riduzione da parte del coniuge pretermesso comporta che la legittima dell’unico figlio o dei piùfigli si “espanda”, diventando rispettivamente pari alla metà o ai due terzi del patrimonio del de cuius, secondo quando previsto dall’art. 537 cod. civ., comma 1 e 2.

Con riferimento alla ipotesi prevista dal primo comma dell’art. 542 cod. civ., si pone il problema se il mancato esercizio dell’azione di riduzione da parte dell’unico figlio comporta la espansione della legittima del coniuge, in modo da farle raggiungere la misura prevista dall’art. 540 cod. civ., comma 1.

Con riferimento, infine all’ipotesi prevista dall’art. 542 cod. civ., comma 2, si pone il problema se l’esperimento dell’azione di riduzione da parte di uno solo dei figli comporta che la legittima allo stesso spettante debba essere determinata secondo quanto disposto dal comma 1.

La giurisprudenza di questa S.C. si è mostrata favorevole alla tesi della c.d. espansione della quota di riserva con riferimento all’ipotesi di mancato esercizio dell’azione di riduzione da parte del coniuge superstite (sent. 26 ottobre 1976 n. 3888; 9 marzo 1987 n. 2434; 11 febbraio 1995 n. 1529).

Si è, in proposito, affermato (sent. 9 marzo 1987, cit. ) che .. occorre tenere presente che, a norma dell’art. 521 c.c., la rinunzia all’eredità è retroattiva nel senso che l’erede rinunziante si considera come se non fosse mai stato chiamato all’eredità. E’ dunque impossibile far riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione, dal momento che tale situazione è soggetta a mutare, per effetto di eventuali rinunzie, con effetto retroattivo. E’ quindi alla situazione concreta che occorre far riferimento, e non a quella teorica, riferita al momento dell’apertura della successione, indipendentemente dalle vicende prodottesi in seguito; devesi dunque far riferimento agli eredi che concretamente concorrono nella ripartizione dell’asse ereditario e non a quelli che in teoria a tale riparto avrebbero potuto partecipare.

Tale orientamento è conforme a quanto sostenuto in dottrina, in cui ugualmente si è invocato il principio della retroattività della rinuncia fissato nell’art. 521 c.c. e si è sostenuto che un argomento a favore dello stesso sarebbe desumibile dall’art. 538 cod. civ., che regola la riserva spettante agli ascendenti “se chi muore non lascia figli legittimi”, in quanto la norma dovrebbe applicarsi soltanto nel caso in cui l’ereditando non abbia avuto figli o questi siano tutti presenti o assenti; se invece sopravvivessero figli capaci di succedere e tutti rinunziassero, si dovrebbe concludere nel senso che o rimane ferma a beneficio degli ascendenti la quota riservata di due terzi stabilita dall’art. 537 c.c., oppure che non sorge alcun diritto di riserva in favore degli ascendenti, conclusioni, l’una e l’altra, evidentemente inammissibili.

Si tratta di un orientamento che il collegio ritiene di non poter condividere.

Appare, in primo luogo, inopportuno il richiamo agli effetti della rinuncia di uno dei chiamati in tema di successione legittima, secondo quanto previsto dagli artt. 521 e 522 cod. civ., per vari motivi.

Nella successione legittima il c.d. effetto retroattivo della rinuncia di uno dei chiamati e il conseguente accrescimento in favore degli accettanti trovano una spiegazione logica nel fatto che, diversamente, non si saprebbe quale dovrebbe essere la sorte della quota del rinunciante.

La situazione è ben diversa con riferimento alla c.d. successione necessaria.

Il legislatore, infatti, si è preoccupato di far sì che ad ognuno dei legittimari considerati venga garantita una porzione del patrimonio del de cuius anche contro la volontà di quest’ultimo.

Mancando una chiamata congiunta ad una quota globalmente considerata con riferimento alla ipotesi di pluralità di riservatari (ed anzi essendo proprio la mancanza di chiamata ereditaria il fondamento della successione necessaria), da un lato, viene a cadere il presupposto logico di un teorico accrescimento, e, dall’altro, non esistono incertezze in ordine alla sorte della quota (in teoria) spettante al legittimario che non eserciti l’azione di riduzione: i donatari o gli eredi o i legatari, infatti, conservano una porzione dei beni del de cuius maggiore di quella di cui quest’ultimo avrebbe potuto disporre.

La lettera della legge, poi, costituisce un ostacolo insormontabile per l’adesione alla tesi finora sostenuta in dottrina ed in giurisprudenza.

Dalla formulazione degli artt. 537 c.c., comma 1 (“se il genitore lascia”), 538 c.c., comma 1 (“se chi muore non lascia”), 542 c.c., comma 1 (“se chi muore lascia”), 542 c.c., comma 2 (“quando chi muore lascia”), risulta chiaramente che si deve fare riferimento, ai fini del calcolo della porzione di riserva, alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione; non viene preso, invece, in considerazione, a tal fine, l’esperimento dell’azione di riduzione da parte di alcuno soltanto dei legittimari.

Mancano, pertanto, le condizioni essenziali (esistenza di una lacuna da colmare e possibilità di applicare il principio ubi eadem ratio ibi eadem legis dispositio) per una estensione in via analogica delle norme in tema di successione legittima.

La tesi criticata, poi, sembra in contrasto con la ratio ispiratrice della successione necessaria, che non è solo quella di garantire a determinati parenti una porzione del patrimonio del de cuius, ma anche (come rovescio della medaglia) quella di consentire a quest’ultimo di sapere entro quali limiti, in considerazione della composizione della propria famiglia, può disporre del suo patrimonio può disporre in favore di terzi. E’ evidente che l’esigenza di certezza in questione non verrebbe soddisfatta ove tale quota dovesse essere determinata, successivamente all’apertura della successione, in funzione del numero di legittimar che dovessero esperire l’azione di riduzione.

Non possono, poi, essere taciuti gli inconvenienti pratici connessi alla adesione della c.d. espansione della quota di riserva.

Occorre, a tal fine, partire dalla considerazione che l’esercizio dell’azione di riduzione è soggetto all’ordinario termine di prescrizione decennale e che non è prevista una actio interrogatoria, al contrario di quanto avviene con riferimento all’accettazione dell’eredità ( art. 481 cod. civ.). Ne consegue che all’apertura della successione ogni legittimario può esperire l’azione di riduzione solo con riferimento alla porzione del patrimonio del de cuius che gli spetterebbe in base alla situazione familiare di quest’ultimo a tale momento. Solo dopo la rinunzia all’esercizio dell’azione di riduzione da parte degli altri legittimari o la maturazione della prescrizione in danno degli stessi potrebbe agire per ottenere un supplemento di legittima, con evidente incertezza medio tempore in ordine alla sorte di una quota dei beni di cui il de cuius ha disposto per donazione o per testamento a favore di terzi.

Nè utili argomenti a favore della tesi criticata possono desumersi dall’art. 538 cod. civ..

In primo luogo, nel ragionamento sopra trascritto è incomprensibile il riferimento ad una quota pari a due terzi riservata in favore dagli ascendenti dall’art. 537 cod. civ., dal momento che tale disposizione fa riferimento alla quota riservata ai figli legittimi o naturali.

Non si comprende, poi, perchè sarebbe inammissibile la conclusione (cui si perverrebbe aderendo alla tesi che il collegio ritiene preferibile) secondo la quale, ove sopravvivessero al de cuius figli legittimi e tutti rinunziassero non sorgerebbe alcun diritto di legittima a favore degli ascendenti.

Va, innanzitutto, rilevato che non è chiaro se la rinunzia viene riferita all’accettazione dell’eredità o all’esperimento dell’azione di riduzione.

Nel primo caso un problema di tutela degli ascendenti non si porrebbe neppure, in quanto in loro favore di aprirebbe la successione legittima ex art. 569 cod. civ., dovendo i figli legittimi, a seguito della rinunzia all’eredità, considerarsi come mai chiamati alla successione.

Nel secondo caso la esclusione della configurabilità di una quota di riserva in favore degli ascendenti sarebbe espressione della scelta del legislatore di garantire il conseguimento di una quota del patrimonio del de cuius solo ai parenti più prossimi (oltre che al coniuge) esistenti al momento dell’apertura della successione. I parenti di grado successivo, che sono considerati come legittimar solo in mancanza di quelli di grado più vicino, pertanto, non possono essere rimessi in corsa in caso di mancato esercizio dell’azione di riduzione da parte di questi ultimi.

In definitiva, il legislatore ha considerato iniquo il fatto che il de cuius disponga dell’intero suo patrimonio a favore di estranei nel caso in cui abbia solo discendenti o solo ascendenti; non ha considerato, invece, iniquo il fatto che rimangano fermi gli atti con i quali il de cuius, il quale lasci discendenti e ascendenti, abbia disposto dell’intero suo patrimonio a favore di estranei, nel caso in cui i discendenti (unici legittimari considerati) non esperiscano l’azione di riduzione.

Alla luce delle considerazioni svolte si può, pertanto, concludere che ai fini della individuazione della quota di riserva spettante alle singole categorie di legittimari e ai singoli legittimari nell’ambito della stessa categoria occorre fare riferimento alla situazione esistente al momento dell’apertura della successione e non a quella che si viene a determinare per effetto del mancato esperimento (per rinunzia o prescrizione) dell’azione di riduzione da parte di qualcuno dei legittimari.

Alla luce delle considerazioni svolte è evidente che anche il terzo dei motivi del ricorso principale diretti contro la sentenza definitiva va rigettato.

Con l’unico motivo del ricorso incidentale C.V. si duole del fatto che la Corte di Appello di Torino, per quanto riguarda la valutazione dell’immobile oggetto della vendita in data (OMISSIS), nella quale è stata individuato un negotium mixtum cum donatione, e la rivalutazione dello stesso al momento dell’apertura della successione, abbia recepito le conclusioni del C.T.U., senza tenere conto delle critiche rivolte all’operato dello stesso.

Il motivo è infondato, in quanto non viene specificamente censurata la esattezza dell’elemento decisivo sul quale si sono fondate le valutazioni del C.T.U. recepite dalla sentenza impugnata e cioè i dati compartivi desumibili dal mercato immobiliare per costruzioni similari, in base anche alle concrete risultanze ancora in possesso delle agenzie immobiliari operanti in loco.

In definitiva, entrambi i ricorsi vanno rigettati.

In considerazione della problematicità della questione con riferimento alla quale il ricorso è stato assegnato alla Sezioni Unite di questa S.C., ritiene il collegio che sussistano giusti motivi per la compensazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

la Corte riunisce e li rigetta; compensa le spese.

Così deciso in Roma, il 27 aprile 2006.

Depositato in Cancelleria il 12 giugno 2006.

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LEGGE CONVIVENZE  76/2016 ECCOLA !  BASTA? AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

LEGGE CONVIVENZE  76/2016 ECCOLA !  

convivenze rottura- avvocato Bologna

 

BASTA? AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

 

 

SIAMO SICURI CHE I CONVIVENTI SIANO

 

TUTELATI ADESSO ?

La presente legge istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione e reca la disciplina delle convivenze di fatto.

Due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni.

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato; IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Promulga la seguente legge: Art. 1 1. La presente legge istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione e reca la disciplina delle convivenze di fatto.

 

 

 

 

2. Due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni.

 

 

3. L’ufficiale di stato civile provvede alla registrazione degli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso nell’archivio dello stato civile. 4. Sono cause impeditive per la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso: a) la sussistenza, per una delle parti, di un vincolo matrimoniale o di un’unione civile tra persone dello stesso sesso; b) l’interdizione di una delle parti per infermita’ di mente; se l’istanza d’interdizione e’ soltanto promossa, il pubblico ministero puo’ chiedere che si sospenda la costituzione dell’unione civile; in tal caso il procedimento non puo’ aver luogo finche’ la sentenza che ha pronunziato sull’istanza non sia passata in giudicato; c) la sussistenza tra le parti dei rapporti di cui all’articolo 87, primo comma, del codice civile; non possono altresi’ contrarre unione civile tra persone dello stesso sesso lo zio e il nipote e la zia e la nipote; si applicano le disposizioni di cui al medesimo articolo 87; d) la condanna definitiva di un contraente per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte; se e’ stato disposto soltanto rinvio a giudizio ovvero sentenza di condanna di primo o secondo grado ovvero una misura cautelare la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso e’ sospesa sino a quando non e’ pronunziata sentenza di proscioglimento.

 

 

5. La sussistenza di una delle cause impeditive di cui al comma 4 comporta la nullita’ dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.

 

 

All’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano gli articoli 65 e 68, nonche’ le disposizioni di cui agli articoli 119, 120, 123, 125, 126, 127, 128, 129 e 129-bis del codice civile. 6. L’unione civile costituita in violazione di una delle cause impeditive di cui al comma 4, ovvero in violazione dell’articolo 68 del codice civile, puo’ essere impugnata da ciascuna delle parti dell’unione civile, dagli ascendenti prossimi, dal pubblico ministero e da tutti coloro che abbiano per impugnarla un interesse legittimo e attuale.

 

 

 

 

 

 

L’unione civile costituita da una parte durante l’assenza dell’altra non puo’ essere impugnata finche’ dura l’assenza. 7. L’unione civile puo’ essere impugnata dalla parte il cui consenso e’ stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravita’ determinato da cause esterne alla parte stessa. Puo’ essere altresi’ impugnata dalla parte il cui consenso e’ stato dato per effetto di errore sull’identita’ della persona o di errore essenziale su qualita’ personali dell’altra parte.

 

 

 

 

 

L’azione non puo’ essere proposta se vi e’ stata coabitazione per un anno dopo che e’ cessata la violenza o le cause che hanno determinato il timore ovvero sia stato scoperto l’errore. L’errore sulle qualita’ personali e’ essenziale qualora, tenute presenti le condizioni dell’altra parte, si accerti che la stessa non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente conosciute e purche’ l’errore riguardi: a) l’esistenza di una malattia fisica o psichica, tale da impedire lo svolgimento della vita comune; b) le circostanze di cui all’articolo 122, terzo comma, numeri 2), 3) e 4), del codice civile.

 

 

 

8. La parte puo’ in qualunque tempo impugnare il matrimonio o l’unione civile dell’altra parte. Se si oppone la nullita’ della prima unione civile, tale questione deve essere preventivamente giudicata. 9. L’unione civile tra persone dello stesso sesso e’ certificata dal relativo documento attestante la costituzione dell’unione, che deve contenere i dati anagrafici delle parti, l’indicazione del loro regime patrimoniale e della loro residenza, oltre ai dati anagrafici e alla residenza dei testimoni.

 

 

 

10. Mediante dichiarazione all’ufficiale di stato civile le parti possono stabilire di assumere, per la durata dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi.

 

 

 

La parte puo’ anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome, se diverso, facendone dichiarazione all’ufficiale di stato civile.

 

 

 

11. Con la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacita’ di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.

 

 

 

 

 

12. Le parti concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza comune; a ciascuna delle parti spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.

 

 

 

 

13. Il regime patrimoniale dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, in mancanza di diversa convenzione patrimoniale, e’ costituito dalla comunione dei beni. In materia di forma, modifica, simulazione e capacita’ per la stipula delle convenzioni patrimoniali si applicano gli articoli 162, 163, 164 e 166 del codice civile. Le parti non possono derogare ne’ ai diritti ne’ ai doveri previsti dalla legge per effetto dell’unione civile.

 

 

 

Si applicano le disposizioni di cui alle sezioni II, III, IV, V e VI del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile. 14. Quando la condotta della parte dell’unione civile e’ causa di grave pregiudizio all’integrita’ fisica o morale ovvero alla liberta’ dell’altra parte, il giudice, su istanza di parte, puo’ adottare con decreto uno o piu’ dei provvedimenti di cui all’articolo 342-ter del codice civile. 15. Nella scelta dell’amministratore di sostegno il giudice tutelare preferisce, ove possibile, la parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. L’interdizione o l’inabilitazione possono essere promosse anche dalla parte dell’unione civile, la quale puo’ presentare istanza di revoca quando ne cessa la causa. 16. La violenza e’ causa di annullamento del contratto anche quando il male minacciato riguarda la persona o i beni dell’altra parte dell’unione civile costituita dal contraente o da un discendente o ascendente di lui. 17. In caso di morte del prestatore di lavoro, le indennita’ indicate dagli articoli 2118 e 2120 del codice civile devono corrispondersi anche alla parte dell’unione civile. 18. La prescrizione rimane sospesa tra le parti dell’unione civile.

 

 

 

 

19. All’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano le disposizioni di cui al titolo XIII del libro primo del codice civile, nonche’ gli articoli 116, primo comma, 146, 2647, 2653, primo comma, numero 4), e 2659 del codice civile. 20. Al solo fine di assicurare l’effettivita’ della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonche’ negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. La disposizione di cui al periodo precedente non si applica alle norme del codice civile non richiamate espressamente nella presente legge, nonche’ alle disposizioni di cui alla legge 4 maggio 1983, n. 184. Resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti. 21. Alle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano le disposizioni previste dal capo III e dal capo X del titolo I, dal titolo II e dal capo II e dal capo V-bis del titolo IV del libro secondo del codice civile. 22. La morte o la dichiarazione di morte presunta di una delle parti dell’unione civile ne determina lo scioglimento. 23. L’unione civile si scioglie altresi’ nei casi previsti dall’articolo 3, numero 1) e numero 2), lettere a), c), d) ed e), della legge 1° dicembre 1970, n. 898. 24. L’unione civile si scioglie, inoltre, quando le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volonta’ di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile. In tale caso la domanda di scioglimento dell’unione civile e’ proposta decorsi tre mesi dalla data della manifestazione di volonta’ di scioglimento dell’unione. 25. Si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 4, 5, primo comma, e dal quinto all’undicesimo comma, 8, 9, 9-bis, 10, 12-bis, 12-ter, 12-quater, 12-quinquies e 12-sexies della legge 1° dicembre 1970, n. 898, nonche’ le disposizioni di cui al Titolo II del libro quarto del codice di procedura civile ed agli articoli 6 e 12 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162. 26. La sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso determina lo scioglimento dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. 27. Alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volonta’ di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. 28. Fatte salve le disposizioni di cui alla presente legge, il Governo e’ delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o piu’ decreti legislativi in materia di unione civile tra persone dello stesso sesso nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi: a) adeguamento alle previsioni della presente legge delle disposizioni dell’ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni; b) modifica e riordino delle norme in materia di diritto internazionale privato, prevedendo l’applicazione della disciplina dell’unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all’estero matrimonio, unione civile o altro istituto analogo; c) modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la presente legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti.

 

 

 

 

29. I decreti legislativi di cui al comma 28 sono adottati su proposta del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’interno, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. 30. Ciascuno schema di decreto legislativo di cui al comma 28, a seguito della deliberazione del Consiglio dei ministri, e’ trasmesso alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica perche’ su di esso siano espressi, entro sessanta giorni dalla trasmissione, i pareri delle Commissioni parlamentari competenti per materia. Decorso tale termine il decreto puo’ essere comunque adottato, anche in mancanza dei pareri.

 

 

 

Qualora il termine per l’espressione dei pareri parlamentari scada nei trenta giorni che precedono la scadenza del termine previsto dal comma 28, quest’ultimo termine e’ prorogato di tre mesi. Il Governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, trasmette nuovamente i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni, corredate dei necessari elementi integrativi di informazione e motivazione. I pareri definitivi delle Commissioni competenti per materia sono espressi entro il termine di dieci giorni dalla data della nuova trasmissione. Decorso tale termine, i decreti possono essere comunque adottati. 31. Entro due anni dalla data di entrata in vigore di ciascun decreto legislativo adottato ai sensi del comma 28, il Governo puo’ adottare disposizioni integrative e correttive del decreto medesimo, nel rispetto dei principi e criteri direttivi di cui al citato comma 28, con la procedura prevista nei commi 29 e 30. 32. All’articolo 86 del codice civile, dopo le parole: «da un matrimonio» sono inserite le seguenti: «o da un’unione civile tra persone dello stesso sesso». 33. All’articolo 124 del codice civile, dopo le parole: «impugnare il matrimonio» sono inserite le seguenti: «o l’unione civile tra persone dello stesso sesso». 34.

 

 

 

Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell’archivio dello stato civile nelle more dell’entrata in vigore dei decreti legislativi adottati ai sensi del comma 28, lettera a). 35.

 

 

 

 

Le disposizioni di cui ai commi da 1 a 34 acquistano efficacia a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge. 36. Ai fini delle disposizioni di cui ai commi da 37 a 67 si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinita’ o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. 37. Ferma restando la sussistenza dei presupposti di cui al comma 36, per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223. 38. I conviventi di fatto hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario. 39. In caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza nonche’ di accesso alle informazioni personali, secondo le regole di organizzazione delle strutture ospedaliere o di assistenza pubbliche, private o convenzionate, previste per i coniugi e i familiari. 40. Ciascun convivente di fatto puo’ designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati: a) in caso di malattia che comporta incapacita’ di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute; b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalita’ di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie. 41. La designazione di cui al comma 40 e’ effettuata in forma scritta e autografa oppure, in caso di impossibilita’ di redigerla, alla presenza di un testimone. 42. Salvo quanto previsto dall’articolo 337-sexies del codice civile, in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni. 43. Il diritto di cui al comma 42 viene meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto. 44. Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facolta’ di succedergli nel contratto. 45. Nel caso in cui l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parita’ di condizioni, i conviventi di fatto. 46. Nella sezione VI del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile, dopo l’articolo 230-bis e’ aggiunto il seguente: «Art. 230-ter (Diritti del convivente). – Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonche’ agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di societa’ o di lavoro subordinato». 47. All’articolo 712, secondo comma, del codice di procedura civile, dopo le parole: «del coniuge» sono inserite le seguenti: «o del convivente di fatto». 48. Il convivente di fatto puo’ essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, qualora l’altra parte sia dichiarata interdetta o inabilitata ai sensi delle norme vigenti ovvero ricorrano i presupposti di cui all’articolo 404 del codice civile. 49. In caso di decesso del convivente di fatto, derivante da fatto illecito di un terzo, nell’individuazione del danno risarcibile alla parte superstite si applicano i medesimi criteri individuati per il risarcimento del danno al coniuge superstite. 50. I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza. 51. Il contratto di cui al comma 50, le sue modifiche e la sua risoluzione sono redatti in forma scritta, a pena di nullita’, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestano la conformita’ alle norme imperative e all’ordine pubblico. 52. Ai fini dell’opponibilita’ ai terzi, il professionista che ha ricevuto l’atto in forma pubblica o che ne ha autenticato la sottoscrizione ai sensi del comma 51 deve provvedere entro i successivi dieci giorni a trasmetterne copia al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe ai sensi degli articoli 5 e 7 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223. 53. Il contratto di cui al comma 50 reca l’indicazione dell’indirizzo indicato da ciascuna parte al quale sono effettuate le comunicazioni inerenti al contratto medesimo. Il contratto puo’ contenere: a) l’indicazione della residenza; b) le modalita’ di contribuzione alle necessita’ della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacita’ di lavoro professionale o casalingo; c) il regime patrimoniale della comunione dei beni, di cui alla sezione III del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile. 54. Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza puo’ essere modificato in qualunque momento nel corso della convivenza con le modalita’ di cui al comma 51. 55. Il trattamento dei dati personali contenuti nelle certificazioni anagrafiche deve avvenire conformemente alla normativa prevista dal codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, garantendo il rispetto della dignita’ degli appartenenti al contratto di convivenza. I dati personali contenuti nelle certificazioni anagrafiche non possono costituire elemento di discriminazione a carico delle parti del contratto di convivenza. 56. Il contratto di convivenza non puo’ essere sottoposto a termine o condizione. Nel caso in cui le parti inseriscano termini o condizioni, questi si hanno per non apposti. 57. II contratto di convivenza e’ affetto da nullita’ insanabile che puo’ essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse se concluso: a) in presenza di un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di un altro contratto di convivenza; b) in violazione del comma 36; c) da persona minore di eta’; d) da persona interdetta giudizialmente; e) in caso di condanna per il delitto di cui all’articolo 88 del codice civile. 58. Gli effetti del contratto di convivenza restano sospesi in pendenza del procedimento di interdizione giudiziale o nel caso di rinvio a giudizio o di misura cautelare disposti per il delitto di cui all’articolo 88 del codice civile, fino a quando non sia pronunciata sentenza di proscioglimento. 59. Il contratto di convivenza si risolve per: a) accordo delle parti; b) recesso unilaterale; c) matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona; d) morte di uno dei contraenti. 60. La risoluzione del contratto di convivenza per accordo delle parti o per recesso unilaterale deve essere redatta nelle forme di cui al comma 51. Qualora il contratto di convivenza preveda, a norma del comma 53, lettera c), il regime patrimoniale della comunione dei beni, la sua risoluzione determina lo scioglimento della comunione medesima e si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui alla sezione III del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile. Resta in ogni caso ferma la competenza del notaio per gli atti di trasferimento di diritti reali immobiliari comunque discendenti dal contratto di convivenza. 61. Nel caso di recesso unilaterale da un contratto di convivenza il professionista che riceve o che autentica l’atto e’ tenuto, oltre che agli adempimenti di cui al comma 52, a notificarne copia all’altro contraente all’indirizzo risultante dal contratto. Nel caso in cui la casa familiare sia nella disponibilita’ esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullita’, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione. 62. Nel caso di cui alla lettera c) del comma 59, il contraente che ha contratto matrimonio o unione civile deve notificare all’altro contraente, nonche’ al professionista che ha ricevuto o autenticato il contratto di convivenza, l’estratto di matrimonio o di unione civile. 63. Nel caso di cui alla lettera d) del comma 59, il contraente superstite o gli eredi del contraente deceduto devono notificare al professionista che ha ricevuto o autenticato il contratto di convivenza l’estratto dell’atto di morte affinche’ provveda ad annotare a margine del contratto di convivenza l’avvenuta risoluzione del contratto e a notificarlo all’anagrafe del comune di residenza. 64. Dopo l’articolo 30 della legge 31 maggio 1995, n. 218, e’ inserito il seguente: «Art. 30-bis (Contratti di convivenza). – 1. Ai contratti di convivenza si applica la legge nazionale comune dei contraenti. Ai contraenti di diversa cittadinanza si applica la legge del luogo in cui la convivenza e’ prevalentemente localizzata. 2. Sono fatte salve le norme nazionali, europee ed internazionali che regolano il caso di cittadinanza plurima». 65. In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente e gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile. Ai fini della determinazione dell’ordine degli obbligati ai sensi dell’articolo 433 del codice civile, l’obbligo alimentare del convivente di cui al presente comma e’ adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle. 66. Agli oneri derivanti dall’attuazione dei commi da 1 a 35 del presente articolo, valutati complessivamente in 3,7 milioni di euro per l’anno 2016, in 6,7 milioni di euro per l’anno 2017, in 8 milioni di euro per l’anno 2018, in 9,8 milioni di euro per l’anno 2019, in 11,7 milioni di euro per l’anno 2020, in 13,7 milioni di euro per l’anno 2021, in 15,8 milioni di euro per l’anno 2022, in 17,9 milioni di euro per l’anno 2023, in 20,3 milioni di euro per l’anno 2024 e in 22,7 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2025, si provvede: a) quanto a 3,7 milioni di euro per l’anno 2016, a 1,3 milioni di euro per l’anno 2018, a 3,1 milioni di euro per l’anno 2019, a 5 milioni di euro per l’anno 2020, a 7 milioni di euro per l’anno 2021, a 9,1 milioni di euro per l’anno 2022, a 11,2 milioni di euro per l’anno 2023, a 13,6 milioni di euro per l’anno 2024 e a 16 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2025, mediante riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica, di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307; b) quanto a 6,7 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2017, mediante corrispondente riduzione delle proiezioni, per gli anni 2017 e 2018, dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2016-2018, nell’ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2016, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero. 67. Ai sensi dell’articolo 17, comma 12, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sulla base dei dati comunicati dall’INPS, provvede al monitoraggio degli oneri di natura previdenziale ed assistenziale di cui ai commi da 11 a 20 del presente articolo e riferisce in merito al Ministro dell’economia e delle finanze. Nel caso si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alle previsioni di cui al comma 66, il Ministro dell’economia e delle finanze, sentito il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, provvede, con proprio decreto, alla riduzione, nella misura necessaria alla copertura finanziaria del maggior onere risultante dall’attivita’ di monitoraggio, delle dotazioni finanziarie di parte corrente aventi la natura di spese rimodulabili, ai sensi dell’articolo 21, comma 5, lettera b), della legge 31 dicembre 2009, n. 196, nell’ambito dello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali. 68. Il Ministro dell’economia e delle finanze riferisce senza ritardo alle Camere con apposita relazione in merito alle cause degli scostamenti e all’adozione delle misure di cui al comma 67. 69. Il Ministro dell’economia e delle finanze e’ autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara’ inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Data a Roma, addi’ 20 maggio 2016 MATTARELLA Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri Visto, il Guardasigilli: Orlando   Avvertenza: Il testo delle note qui pubblicato e’ stato redatto dall’amministrazione competente per materia, ai sensi dell’art. 10, commi 2 e 3, del testo unico delle disposizioni sulla promulgazione delle leggi, sull’emanazione dei decreti del Presidente della Repubblica e sulle pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana, approvato con D.P.R. 28 dicembre 1985, n. 1092, al solo fine di facilitare la lettura delle disposizioni di legge modificate o alle quali e’ operato il rinvio. Restano invariati il valore e l’efficacia degli atti legislativi qui trascritti. Note all’art. 1: Comma 1: – Si riporta il testo degli articoli 2 e 3 della Costituzione: «Art. 2. – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita’, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarieta’ politica, economica e sociale.». «Art. 3. – Tutti i cittadini hanno pari dignita’ sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione; di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta’ e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.». Comma 4: – Si riporta il testo dell’art. 87 del Codice civile: «Art. 87 (Parentela, affinita’, adozione). – Non possono contrarre matrimonio fra loro: 1) gli ascendenti e i discendenti in linea retta; 2) i fratelli e le sorelle germani, consanguinei o uterini; 3) lo zio e la nipote, la zia e il nipote; 4) gli affini in linea retta; il divieto sussiste anche nel caso in cui l’affinita’ deriva da matrimonio dichiarato nullo o sciolto o per il quale e’ stata pronunziata la cessazione degli effetti civili; 5) gli affini in linea collaterale in secondo grado; 6) l’adottante, l’adottato e i suoi discendenti; 7) i figli adottivi della stessa persona; 8) l’adottato e i figli dell’adottante; 9) l’adottato e il coniuge dell’adottante, l’adottante e il coniuge dell’adottato. Il tribunale, su ricorso degli interessati, con decreto emesso in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero, puo’ autorizzare il matrimonio nei casi indicati dai numeri 3 e 5, anche se si tratti di affiliazione. L’autorizzazione puo’ essere accordata anche nel caso indicato dal numero 4, quando l’affinita’ deriva da un matrimonio dichiarato nullo. Il decreto e’ notificato agli interessati e al pubblico ministero. Si applicano le disposizioni dei commi quarto, quinto e sesto dell’art. 84.». Comma 5: – Si riporta il testo degli articoli 65, 68, 119, 120, 123, 125, 126, 127, 128, 129 e 129-bis del Codice civile: «Art. 65 (Nuovo matrimonio del coniuge). – Divenuta eseguibile la sentenza che dichiara la morte presunta, il coniuge puo’ contrarre nuovo matrimonio.». «Art. 68 (Nullita’ del nuovo matrimonio). – Il matrimonio contratto a norma dell’art. 65 e’ nullo, qualora la persona della quale fu dichiarata la morte presunta ritorni o ne sia accertata l’esistenza. Sono salvi gli effetti civili del matrimonio dichiarato nullo. La nullita’ non puo’ essere pronunziata nel caso in cui e’ accertata la morte, anche se avvenuta in una data posteriore a quella del matrimonio.». «Art. 119 (Interdizione). – Il matrimonio di chi e’ stato interdetto per infermita’ di mente puo’ essere impugnato dal tutore, dal pubblico ministero e da tutti coloro che abbiano un interesse legittimo se, al tempo del matrimonio, vi era gia’ sentenza di interdizione passata in giudicato, ovvero se l’interdizione e’ stata pronunziata posteriormente ma l’infermita’ esisteva al tempo del matrimonio. Puo’ essere impugnato, dopo revocata l’interdizione, anche dalla persona che era interdetta. L’azione non puo’ essere proposta se, dopo revocata l’interdizione, vi e’ stata coabitazione per un anno.». «Art. 120 (Incapacita’ di intendere o di volere). – Il matrimonio puo’ essere impugnato da quello dei coniugi che, quantunque non interdetto, provi di essere stato incapace di intendere o di volere, per qualunque causa, anche transitoria, al momento della celebrazione del matrimonio. L’azione non puo’ essere proposta se vi e’ stata coabitazione per un anno dopo che il coniuge incapace ha recuperato la pienezza delle facolta’ mentali.». «Art. 123 (Simulazione). – Il matrimonio puo’ essere impugnato da ciascuno dei coniugi quando gli sposi abbiano convenuto di non adempiere agli obblighi e di non esercitare i diritti da esso discendenti. L’azione non puo’ essere proposta decorso un anno dalla celebrazione del matrimonio ovvero nel caso in cui i contraenti abbiano convissuto come coniugi successivamente alla celebrazione medesima.». «Art. 125 (Azione del pubblico ministero). – L’azione di nullita’ non puo’ essere promossa dal pubblico ministero dopo la morte di uno dei coniugi.». «Art. 126 (Separazione dei coniugi in pendenza del giudizio). – Quando e’ proposta domanda di nullita’ del matrimonio, il tribunale puo’, su istanza di uno dei coniugi, ordinare la loro separazione temporanea durante il giudizio; puo’ ordinarla anche d’ufficio, se ambedue i coniugi o uno di essi sono minori o interdetti.». «Art. 127 (Intrasmissibilita’ dell’azione). – L’azione per impugnare il matrimonio non si trasmette agli eredi se non quando il giudizio e’ gia’ pendente alla morte dell’attore.». «Art. 128 (Matrimonio putativo). – Se il matrimonio e’ dichiarato nullo, gli effetti del matrimonio valido si producono, in favore dei coniugi, fino alla sentenza che pronunzia la nullita’, quando i coniugi stessi lo hanno contratto in buona fede, oppure quando il loro consenso e’ stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravita’ derivante da cause esterne agli sposi. Il matrimonio dichiarato nullo ha gli effetti del matrimonio valido rispetto ai figli. Se le condizioni indicate nel primo comma si verificano per uno solo dei coniugi, gli effetti valgono soltanto in favore di lui e dei figli. Il matrimonio dichiarato nullo, contratto in malafede da entrambi i coniugi, ha gli effetti del matrimonio valido rispetto ai figli nati o concepiti durante lo stesso, salvo che la nullita’ dipenda da incesto. Nell’ipotesi di cui al quarto comma, rispetto ai figli si applica l’art. 251.». «Art. 129 (Diritti dei coniugi in buona fede). – Quando le condizioni del matrimonio putativo si verificano rispetto ad ambedue i coniugi, il giudice puo’ disporre a carico di uno di essi e per un periodo non superiore a tre anni l’obbligo di corrispondere somme periodiche di denaro, in proporzione alle sue sostanze, a favore dell’altro, ove questi non abbia adeguati redditi propri e non sia passato a nuove nozze. Per i provvedimenti che il giudice adotta riguardo ai figli, si applica l’art. 155.». «Art. 129-bis (Responsabilita’ del coniuge in mala fede e del terzo). – Il coniuge al quale sia imputabile la nullita’ del matrimonio, e’ tenuto a corrispondere all’altro coniuge in buona fede, qualora il matrimonio sia annullato, una congrua indennita’, anche in mancanza di prova del danno sofferto. L’indennita’ deve comunque comprendere una somma corrispondente al mantenimento per tre anni. E’ tenuto altresi’ a prestare gli alimenti al coniuge in buona fede, sempre che non vi siano altri obbligati. Il terzo al quale sia imputabile la nullita’ del matrimonio e’ tenuto a corrispondere al coniuge in buona fede, se il matrimonio e’ annullato, l’indennita’ prevista nel comma precedente. In ogni caso il terzo che abbia concorso con uno dei coniugi nel determinare la nullita’ del matrimonio e’ solidalmente responsabile con lo stesso per il pagamento dell’indennita’.». Comma 7: Si riporta il testo dell’art. 122, comma 3, numeri 2), 3) e 4), del Codice civile: «Art. 122 (Violenza ed errore). – Commi 1. e 2. (Omissis). L’errore sulle qualita’ personali e’ essenziale qualora, tenute presenti le condizioni dell’altro coniuge, si accerti che lo stesso non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente conosciute e purche’ l’errore riguardi: 1) (Omissis). 2) l’esistenza di una sentenza di condanna per delitto non colposo alla reclusione non inferiore a cinque anni, salvo il caso di intervenuta riabilitazione prima della celebrazione del matrimonio. L’azione di annullamento non puo’ essere proposta prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile; 3) la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale; 4) la circostanza che l’altro coniuge sia stato condannato per delitti concernenti la prostituzione a pena non inferiore a due anni. L’azione di annullamento non puo’ essere proposta prima che la condanna sia divenuta irrevocabile; (Omissis).». Comma 13: – Si riporta il testo degli articoli 162, 163, 164 e 166 del Codice civile: «Art. 162 (Forma delle convenzioni matrimoniali). – Le convenzioni matrimoniali debbono essere stipulate per atto pubblico sotto pena di nullita’. La scelta del regime di separazione puo’ anche essere dichiarata nell’atto di celebrazione del matrimonio. Le convenzioni possono essere stipulate in ogni tempo, ferme restando le disposizioni dell’art. 194. Le convenzioni matrimoniali non possono essere opposte ai terzi quando a margine dell’atto di matrimonio non risultano annotati la data del contratto, il notaio rogante e le generalita’ dei contraenti, ovvero la scelta di cui al secondo comma.». «Art. 163 (Modifica delle convenzioni). – Le modifiche delle convenzioni matrimoniali, anteriori o successive al matrimonio, non hanno effetto se l’atto pubblico non e’ stipulato col consenso di tutte le persone che sono state parti nelle convenzioni medesime, o dei loro eredi. Se uno dei coniugi muore dopo aver consentito con atto pubblico alla modifica delle convenzioni, questa produce i suoi effetti se le altre parti esprimono anche successivamente il loro consenso, salva l’omologazione del giudice. L’omologazione puo’ essere chiesta da tutte le persone che hanno partecipato alla modificazione delle convenzioni o dai loro eredi. Le modifiche convenute e la sentenza di omologazione hanno effetto rispetto ai terzi solo se ne e’ fatta annotazione in margine all’atto del matrimonio. L’annotazione deve inoltre essere fatta a margine della trascrizione delle convenzioni matrimoniali ove questa sia richiesta a norma degli articoli 2643 e seguenti.». «Art. 164 (Simulazione delle convenzioni matrimoniali). – E’ consentita ai terzi la prova della simulazione delle convenzioni matrimoniali. Le controdichiarazioni scritte possono aver effetto nei confronti di coloro tra i quali sono intervenute, solo se fatte con la presenza ed il simultaneo consenso di tutte le persone che sono state parti nelle convenzioni matrimoniali.». «Art. 166 (Capacita’ dell’inabilitato). – Per la validita’ delle stipulazioni e delle donazioni, fatte nel contratto di matrimonio dall’inabilitato o da colui contro il quale e’ stato promosso giudizio di inabilitazione, e’ necessaria l’assistenza del curatore gia’ nominato. Se questi non e’ stato ancora nominato, si provvede alla nomina di un curatore speciale.». – Si riporta la rubrica relativa alle sezioni II, III, IV, V e VI del capo IV del titolo VI del primo libro del Codice civile: «Titolo VI – Del matrimonio Capo VI – Del regime patrimoniale della famiglia Sezione II – Del fondo patrimoniale; Sezione III – Della comunione legale; Sezione IV – Della comunione convenzionale; Sezione V – Del regime di separazione dei beni; Sezione VI – Dell’impresa familiare.». Comma 14: – Si riporta il testo dell’art. 342-ter del Codice civile: «Art. 342-ter (Contenuto degli ordini di protezione). – Con il decreto di cui all’art. 342-bis il giudice ordina al coniuge o convivente, che ha tenuto la condotta pregiudizievole, la cessazione della stessa condotta e dispone l’allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole prescrivendogli altresi’, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’istante, ed in particolare al luogo di lavoro, al domicilio della famiglia d’origine, ovvero al domicilio di altri prossimi congiunti o di altre persone ed in prossimita’ dei luoghi di istruzione dei figli della coppia, salvo che questi non debba frequentare i medesimi luoghi per esigenze di lavoro. Il giudice puo’ disporre, altresi’, ove occorra l’intervento dei servizi sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare, nonche’ delle associazioni che abbiano come fine statutario il sostegno e l’accoglienza di donne e minori o di altri soggetti vittime di abusi e maltrattati; il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto dei provvedimenti di cui al primo comma, rimangono prive di mezzi adeguati, fissando modalita’ e termini di versamento e prescrivendo, se del caso, che la somma sia versata direttamente all’avente diritto dal datore di lavoro dell’obbligato, detraendola dalla retribuzione allo stesso spettante. Con il medesimo decreto il giudice, nei casi di cui ai precedenti commi, stabilisce la durata dell’ordine di protezione, che decorre dal giorno dell’avvenuta esecuzione dello stesso. Questa non puo’ essere superiore a un anno e puo’ essere prorogata, su istanza di parte, soltanto se ricorrano gravi motivi per il tempo strettamente necessario. Con il medesimo decreto il giudice determina le modalita’ di attuazione. Ove sorgano difficolta’ o contestazioni in ordine all’esecuzione, lo stesso giudice provvede con decreto ad emanare i provvedimenti piu’ opportuni per l’attuazione, ivi compreso l’ausilio della forza pubblica e dell’ufficiale sanitario.». Comma 17: – Si riporta il testo degli articoli 2118 e 2120 del Codice civile: «Art. 2118 (Recesso dal contratto a tempo indeterminato). – Ciascuno dei contraenti puo’ recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando il preavviso nel termine e nei modi stabiliti [dalle norme corporative], dagli usi o secondo equita’. In mancanza di preavviso, il recedente e’ tenuto verso l’altra parte a un’indennita’ equivalente all’importo della retribuzione che sarebbe spettata per il periodo di preavviso. La stessa indennita’ e’ dovuta dal datore di lavoro nel caso di cessazione del rapporto per morte del prestatore di lavoro.». «Art. 2120 (Disciplina del trattamento di fine rapporto). – In ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, il prestatore di lavoro ha diritto ad un trattamento di fine rapporto. Tale trattamento si calcola sommando per ciascun anno di servizio una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5. La quota e’ proporzionalmente ridotta per le frazioni di anno, computandosi come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni. Salvo diversa previsione dei contratti collettivi la retribuzione annua, ai fini del comma precedente, comprende tutte le somme, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto e’ corrisposto a titolo di rimborso spese. In caso di sospensione della prestazione di lavoro nel corso dell’anno per una delle cause di cui all’art. 2110, nonche’ in caso di sospensione totale o parziale per la quale sia prevista l’integrazione salariale, deve essere computato nella retribuzione di cui al primo comma l’equivalente della retribuzione a cui il lavoratore avrebbe avuto diritto in caso di normale svolgimento del rapporto di lavoro. Il trattamento di cui al precedente primo comma, con esclusione della quota maturata nell’anno, e’ incrementato, su base composta, al 31 dicembre di ogni anno, con l’applicazione di un tasso costituito dall’1,5 per cento in misura fissa e dal 75 per cento dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, accertato dall’ISTAT, rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente. Ai fini della applicazione del tasso di rivalutazione di cui al comma precedente per frazioni di anno, l’incremento dell’indice ISTAT e’ quello risultante nel mese di cessazione del rapporto di lavoro rispetto a quello di dicembre dell’anno precedente. Le frazioni di mese uguali o superiori a quindici giorni si computano come mese intero. Il prestatore di lavoro, con almeno otto anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro, puo’ chiedere, in costanza di rapporto di lavoro, una anticipazione non superiore al 70 per cento sul trattamento cui avrebbe diritto nel caso di cessazione del rapporto alla data della richiesta. Le richieste sono soddisfatte annualmente entro i limiti del 10 per cento degli aventi titolo, di cui al precedente comma, e comunque del 4 per cento del numero totale dei dipendenti. La richiesta deve essere giustificata dalla necessita’ di: a) eventuali spese sanitarie per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche; b) acquisto della prima casa di abitazione per se’ o per i figli, documentato con atto notarile. L’anticipazione puo’ essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro e viene detratta, a tutti gli effetti, dal trattamento di fine rapporto. Nell’ipotesi di cui all’art. 2122 la stessa anticipazione e’ detratta dall’indennita’ prevista dalla norma medesima. Condizioni di miglior favore possono essere previste dai contratti collettivi o da patti individuali. I contratti collettivi possono altresi’ stabilire criteri di priorita’ per l’accoglimento delle richieste di anticipazione.». Comma 19: Il Titolo XIII del primo libro del Codice civile reca: «Degli alimenti». – Si riporta il testo degli articoli 116, comma 1, 146, 2647, 2653, comma 1, numero 4), e 2659 del Codice civile: «Art. 116 (Matrimonio dello straniero nella Repubblica). – Lo straniero che vuole contrarre matrimonio nella Repubblica deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorita’ competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui e’ sottoposto nulla osta al matrimonio nonche’ un documento attestante la regolarita’ del soggiorno nel territorio italiano. Commi 2. e 3. (Omissis).». «Art. 146 (Allontanamento dalla residenza familiare). – Il diritto all’assistenza morale e materiale previsto dall’art. 143 e’ sospeso nei confronti del coniuge che, allontanatosi senza giusta causa dalla residenza familiare rifiuta di tornarvi. La proposizione della domanda di separazione o di annullamento o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare. Il giudice puo’, secondo le circostanze, ordinare il sequestro dei beni del coniuge allontanatosi, nella misura atta a garantire l’adempimento degli obblighi previsti dagli articoli 143, terzo comma, e 147.». «Art. 2647 (Costituzione del fondo patrimoniale e separazione di beni). – Devono essere trascritti, se hanno per oggetto beni immobili, la costituzione del fondo patrimoniale, le convenzioni matrimoniali che escludono i beni medesimi dalla comunione tra i coniugi, gli atti e i provvedimenti di scioglimento della comunione, gli atti di acquisto di beni personali a norma delle lettere c), d), e) ed f) dell’art. 179, a carico, rispettivamente, dei coniugi titolari del fondo patrimoniale o del coniuge titolare del bene escluso o che cessa di far parte della comunione. Le trascrizioni previste dal precedente comma devono essere eseguite anche relativamente ai beni immobili che successivamente entrano a far parte del patrimonio familiare o risultano esclusi dalla comunione tra i coniugi. La trascrizione del vincolo derivante dal fondo patrimoniale costituito per testamento deve essere eseguita d’ufficio dal conservatore contemporaneamente alla trascrizione dell’acquisto a causa di morte.». «Art. 2653 (Altre domande e atti soggetti a trascrizione a diversi effetti). – Devono parimenti essere trascritti: 1) – 2) – 3) (Omissis). 4) le domande di separazione degli immobili dotali e quelle di scioglimento della comunione tra coniugi avente per oggetto beni immobili. La sentenza che pronunzia la separazione o lo scioglimento non ha effetto a danno dei terzi che, anteriormente alla trascrizione della domanda, hanno validamente acquistato dal marito diritti relativi a beni dotali o a beni della comunione; 5) (Omissis).». «Art. 2659 (Nota di trascrizione). – Chi domanda la trascrizione di un atto tra vivi deve presentare al conservatore dei registri immobiliari, insieme con la copia del titolo, una nota in doppio originale, nella quale devono essere indicati: 1) il cognome ed il nome, il luogo e data di nascita e il numero di codice fiscale delle parti, nonche’ il regime patrimoniale delle stesse, se coniugate, secondo quanto risulta da loro dichiarazione resa nel titolo o da certificato dell’ufficiale di stato civile; la denominazione o la ragione sociale, la sede e il numero di codice fiscale delle persone giuridiche, delle societa’ previste dai capi II, III e IV del titolo V del libro quinto e delle associazioni non riconosciute, con l’indicazione, per queste ultime e per le societa’ semplici, anche delle generalita’ delle persone che le rappresentano secondo l’atto costitutivo. Per i condominii devono essere indicati l’eventuale denominazione, l’ubicazione e il codice fiscale; 2) il titolo di cui si chiede la trascrizione e la data del medesimo; 3) il cognome e il nome del pubblico ufficiale che ha ricevuto l’atto o autenticato le firme, o l’autorita’ giudiziaria che ha pronunziato la sentenza; 4) la natura e la situazione dei beni a cui si riferisce il titolo, con le indicazioni richieste dall’art. 2826, nonche’, nel caso previsto dall’art. 2645-bis, comma 4, la superficie e la quota espressa in millesimi di cui a quest’ultima disposizione. Se l’acquisto, la rinunzia o la modificazione del diritto sono sottoposti a termine o a condizione, se ne deve fare menzione nella nota di trascrizione. Tale menzione non e’ necessaria se, al momento in cui l’atto si trascrive, la condizione sospensiva si e’ verificata o la condizione risolutiva e’ mancata ovvero il termine iniziale e’ scaduto.». – La legge 4 maggio 1983, n. 184 (Diritto del minore ad una famiglia), e’ pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 17 maggio 1983, n. 133, S.O. Comma 21: – Si riporta la rubrica del capo III e X del titolo I, del titolo II e del capo II e V-bis del titolo IV del libro secondo del Codice civile: «TITOLO I – Disposizioni generali sulle successioni Capo III – Dell’indegnita’; Capo X – Dei legittimari TITOLO II – Delle successioni legittime TITOLO IV – Della divisione Capo II – Della collazione; Capo V-bis. – Del patto di famiglia.». Comma 23: – Si riporta il testo dell’art. 3, numero 1) e numero 2), lettere a), c), d) ed e), della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio): «Art. 3 – 1. Lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio puo’ essere domandato da uno dei coniugi: 1) quando, dopo la celebrazione del matrimonio, l’altro coniuge e’ stato condannato, con sentenza passata in giudicato, anche per fatti commessi in precedenza: a) all’ergastolo ovvero ad una pena superiore ad anni quindici, anche con piu’ sentenze, per uno o piu’ delitti non colposi, esclusi i reati politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale; b) a qualsiasi pena detentiva per il delitto di cui all’art. 564 del codice penale e per uno dei delitti di cui agli articoli 519, 521, 523 e 524 del codice penale, ovvero per induzione, costrizione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione; c) a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato omicidio a danno del coniuge o di un figlio; d) a qualsiasi pena detentiva, con due o piu’ condanne, per i delitti di cui all’art. 582, quando ricorra la circostanza aggravante di cui al secondo comma dell’art. 583, e agli articoli 570, 572 e 643 del codice penale, in danno del coniuge o di un figlio. Nelle ipotesi previste alla lettera d) il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta, anche in considerazione del comportamento successivo del convenuto, la di lui inidoneita’ a mantenere o ricostituire la convivenza familiare. Per tutte le ipotesi previste nel n. 1) del presente articolo la domanda non e’ proponibile dal coniuge che sia stato condannato per concorso nel reato ovvero quando la convivenza coniugale e’ ripresa; 2) nei casi in cui: a) l’altro coniuge e’ stato assolto per vizio totale di mente da uno dei delitti previsti nelle lettera b) e c) del numero 1) del presente articolo, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio accerta l’inidoneita’ del convenuto a mantenere o ricostituire la convivenza familiare; b) (Omissis); c) il procedimento penale promosso per i delitti previsti dalle lettere b) e c) del n. 1) del presente articolo si e’ concluso con sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato, quando il giudice competente a pronunciare lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ritiene che nei fatti commessi sussistano gli elementi costitutivi e le condizioni di punibilita’ dei delitti stessi; d) il procedimento penale per incesto si e’ concluso con sentenza di proscioglimento o di assoluzione che dichiari non punibile il fatto per mancanze di pubblico scandalo; e) l’altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o ha contratto all’estero nuovo matrimonio; f) – g) (Omissis).». Comma 25: – Si riporta il testo degli articoli 4, 5, commi 1 e da 5 a 11, degli articoli 8, 9, 9-bis, 10, 12-bis, 12-ter, 12-quater, 12-quinquies e 12-sexies della citata legge 1° dicembre 1970, n. 898: «Art. 4. – 1. La domanda per ottenere lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio si propone al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio. Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche questi e’ residente all’estero, a qualunque tribunale della Repubblica. La domanda congiunta puo’ essere proposta al tribunale del luogo di residenza o di domicilio dell’uno o dell’altro coniuge. 2. La domanda si propone con ricorso, che deve contenere l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali la domanda di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso e’ fondata. 3. Del ricorso il cancelliere da’ comunicazione all’ufficiale dello stato civile del luogo dove il matrimonio fu trascritto per l’annotazione in calce all’atto. 4. Nel ricorso deve essere indicata l’esistenza di figli di entrambi i coniugi. 5. Il presidente del tribunale, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria, fissa con decreto la data di comparizione dei coniugi davanti a se’, che deve avvenire entro novanta giorni dal deposito del ricorso, il termine per la notificazione del ricorso e del decreto ed il termine entro cui il coniuge convenuto puo’ depositare memoria difensiva e documenti. Il presidente nomina un curatore speciale quando il convenuto e’ malato di mente o legalmente incapace. 6. Al ricorso e alla prima memoria difensiva sono allegate le ultime dichiarazioni dei redditi rispettivamente presentate. 7. I coniugi devono comparire davanti al presidente del tribunale personalmente, salvo gravi e comprovati motivi, e con l’assistenza di un difensore. Se il ricorrente non si presenta o rinuncia, la domanda non ha effetto. Se non si presenta il coniuge convenuto, il presidente puo’ fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata. All’udienza di comparizione, il presidente deve sentire i coniugi prima separatamente poi congiuntamente, tentando di conciliarli. Se i coniugi si conciliano, il presidente fa redigere processo verbale della conciliazione. 8. Se la conciliazione non riesce, il presidente, sentiti i coniugi e i rispettivi difensori nonche’, disposto l’ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di eta’ inferiore ove capace di discernimento, da’, anche d’ufficio, con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole, nomina il giudice istruttore e fissa l’udienza di comparizione e trattazione dinanzi a questo. Nello stesso modo il presidente provvede, se il coniuge convenuto non compare, sentito il ricorrente e il suo difensore. L’ordinanza del presidente puo’ essere revocata o modificata dal giudice istruttore. Si applica l’art. 189 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile. 9. Tra la data dell’ordinanza, ovvero tra la data entro cui la stessa deve essere notificata al convenuto non comparso, e quella dell’udienza di comparizione e trattazione devono intercorrere i termini di cui all’art. 163-bis del codice di procedura civile ridotti a meta’. 10. Con l’ordinanza di cui al comma 8, il presidente assegna altresi’ termine al ricorrente per il deposito in cancelleria di memoria integrativa, che deve avere il contenuto di cui all’art. 163, terzo comma, numeri 2), 3), 4), 5) e 6), del codice di procedura civile e termine al convenuto per la costituzione in giudizio ai sensi degli articoli 166 e 167, primo e secondo comma, dello stesso codice nonche’ per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio. L’ordinanza deve contenere l’avvertimento al convenuto che la costituzione oltre il suddetto termine implica le decadenze di cui all’art. 167 del codice di procedura civile e che oltre il termine stesso non potranno piu’ essere proposte le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio. 11. All’udienza davanti al giudice istruttore si applicano le disposizioni di cui agli articoli 180 e 183, commi primo, secondo, quarto, quinto, sesto e settimo, del codice di procedura civile. Si applica altresi’ l’art. 184 del medesimo codice. 12. Nel caso in cui il processo debba continuare per la determinazione dell’assegno, il tribunale emette sentenza non definitiva relativa allo scioglimento o alla cessazione degli effetti civili del matrimonio. Avverso tale sentenza e’ ammesso solo appello immediato. Appena formatosi il giudicato, si applica la previsione di cui all’art. 10. 13. Quando vi sia stata la sentenza non definitiva, il tribunale, emettendo la sentenza che dispone l’obbligo della somministrazione dell’assegno, puo’ disporre che tale obbligo produca effetti fin dal momento della domanda. 14. Per la parte relativa ai provvedimenti di natura economica la sentenza di primo grado e’ provvisoriamente esecutiva. 15. L’appello e’ deciso in camera di consiglio. 16. La domanda congiunta dei coniugi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio che indichi anche compiutamente le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici, e’ proposta con ricorso al tribunale in camera di consiglio. Il tribunale, sentiti i coniugi, verificata l’esistenza dei presupposti di legge e valutata la rispondenza delle condizioni all’interesse dei figli, decide con sentenza. Qualora il tribunale ravvisi che le condizioni relative ai figli sono in contrasto con gli interessi degli stessi, si applica la procedura di cui al comma 8.». «Art. 5. – 1. Il Tribunale adito, in contraddittorio delle parti e con l’intervento obbligatorio del pubblico ministero, accertata la sussistenza di uno dei casi di cui all’art. 3, pronuncia con sentenza lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ed ordina all’ufficiale dello stato civile del luogo ove venne trascritto il matrimonio di procedere alla annotazione della sentenza. Commi da 2. a 4. (Omissis). 5. La sentenza e’ impugnabile da ciascuna delle parti. Il pubblico ministero puo’ ai sensi dell’art. 72 del codice di procedura civile, proporre impugnazione limitatamente agli interessi patrimoniali dei figli minori o legalmente incapaci. 6. Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non puo’ procurarseli per ragioni oggettive. 7. La sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. Il Tribunale puo’, in caso di palese iniquita’, escludere la previsione con motivata decisione. 8. Su accordo delle parti la corresponsione puo’ avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal Tribunale. In tal caso non puo’ essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico. 9. I coniugi devono presentare all’udienza di comparizione avanti al presidente del Tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il Tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria. 10. L’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze. 11. Il coniuge, al quale non spetti l’assistenza sanitaria per nessun altro titolo, conserva il diritto nei confronti dell’ente mutualistico da cui sia assistito l’altro coniuge. Il diritto si estingue se egli passa a nuove nozze.». «Art. 8. – 1. Il Tribunale che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio puo’ imporre all’obbligato di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6. 2. La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’art. 2818 del codice civile. 3. Il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, dopo la costituzione in mora a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento del coniuge obbligato e inadempiente per un periodo di almeno trenta giorni, puo’ notificare il provvedimento in cui e’ stabilita la misura dell’assegno ai terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro al coniuge obbligato con l’invito a versargli direttamente le somme dovute, dandone comunicazione al coniuge inadempiente. 4. Ove il terzo cui sia stato notificato il provvedimento non adempia, il coniuge creditore ha azione diretta esecutiva nei suoi confronti per il pagamento delle somme dovutegli quale assegno di mantenimento ai sensi degli articoli 5 e 6. 5. Qualora il credito del coniuge obbligato nei confronti dei suddetti terzi sia stato gia’ pignorato al momento della notificazione, all’assegnazione e alla ripartizione delle somme fra il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, il creditore procedente e i creditori intervenuti nell’esecuzione, provvede il giudice dell’esecuzione. 6. Lo Stato e gli altri enti indicati nell’art. 1 del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1950, n. 180, nonche’ gli altri enti datori di lavoro cui sia stato notificato il provvedimento in cui e’ stabilita la misura dell’assegno e l’invito a pagare direttamente al coniuge cui spetta la corresponsione periodica, non possono versare a quest’ultimo oltre la meta’ delle somme dovute al coniuge obbligato, comprensive anche degli assegni e degli emolumenti accessori. 7. Per assicurare che siano soddisfatte o conservate le ragioni del creditore in ordine all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6, su richiesta dell’avente diritto, il giudice puo’ disporre il sequestro dei beni del coniuge obbligato a somministrare l’assegno. Le somme spettanti al coniuge obbligato alla corresponsione dell’assegno di cui al precedente comma sono soggette a sequestro e pignoramento fino alla concorrenza della meta’ per il soddisfacimento dell’assegno periodico di cui agli articoli 5 e 6.». «Art. 9. – 1. Qualora sopravvengono giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, in camera di consiglio e, per i provvedimenti relativi ai figli, con la partecipazione del pubblico ministero, puo’, su istanza di parte, disporre la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli e di quelle relative alla misura e alle modalita’ dei contributi da corrispondere ai sensi degli articoli 5 e 6. 2. In caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilita’, il coniuge rispetto al quale e’ stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilita’, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza. 3. Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilita’, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti e’ attribuita dal Tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale e’ stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui all’art. 5. Se in tale condizione si trovano piu’ persone, il Tribunale provvede a ripartire fra tutti la pensione e gli altri assegni, nonche’ a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze. 4. Restano fermi, nei limiti stabiliti dalla legislazione vigente, i diritti spettanti a figli, genitori o collaterali in merito al trattamento di reversibilita’. 5. Alle domande giudiziali dirette al conseguimento della pensione di reversibilita’ o di parte di essa deve essere allegato un atto notorio, ai sensi della legge 4 gennaio 1968, n. 15, dal quale risultino tutti gli aventi diritto. In ogni caso, la sentenza che accoglie la domanda non pregiudica la tutela, nei confronti dei beneficiari, degli aventi diritto pretermessi, salva comunque l’applicabilita’ delle sanzioni penali per le dichiarazioni mendaci.». «Art. 9-bis. – 1. A colui al quale e’ stato riconosciuto il diritto alla corresponsione periodica di somme di denaro a norma dell’art. 5, qualora versi in stato di bisogno, il Tribunale, dopo il decesso dell’obbligato, puo’ attribuire un assegno periodico a carico dell’eredita’ tenendo conto dell’importo di quelle somme, della entita’ del bisogno, dell’eventuale pensione di reversibilita’, delle sostanze ereditarie, del numero e della qualita’ degli eredi e delle loro condizioni economiche. L’assegno non spetta se gli obblighi patrimoniali previsti dall’art. 5 sono stati soddisfatti in unica soluzione. 2. Su accordo delle parti la corresponsione dell’assegno puo’ avvenire in unica soluzione. Il diritto all’assegno si estingue se il beneficiario passa a nuove nozze o viene meno il suo stato di bisogno. Qualora risorga lo stato di bisogno l’assegno puo’ essere nuovamente attribuito.». «Art. 10. – 1. La sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, quando sia passata in giudicato, deve essere trasmessa in copia autentica, a cura del cancelliere del tribunale o della Corte che l’ha emessa, all’ufficiale dello stato civile del comune in cui il matrimonio fu trascritto, per le annotazioni e le ulteriori incombenze di cui al regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238. 2. Lo scioglimento e la cessazione degli effetti civili del matrimonio, pronunciati nei casi rispettivamente previsti dagli articoli 1 e 2 della presente legge, hanno efficacia, a tutti gli effetti civili, dal giorno dell’annotazione della sentenza.». «Art. 12-bis. – 1. Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, ad una percentuale dell’indennita’ di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro anche se l’indennita’ viene a maturare dopo la sentenza. 2. Tale percentuale e’ pari al quaranta per cento dell’indennita’ totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro e’ coinciso con il matrimonio.». «Art. 12-ter. – 1. In caso di genitori rispetto ai quali sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la pensione di reversibilita’ spettante ad essi per la morte di un figlio deceduto per fatti di servizio e’ attribuita automaticamente dall’ente erogante in parti eguali a ciascun genitore. 2. Alla morte di uno dei genitori, la quota parte di pensione si consolida automaticamente in favore dell’altro. 3. Analogamente si provvede, in presenza della predetta sentenza, per la pensione di reversibilita’ spettante al genitore del dante causa secondo le disposizioni di cui agli articoli 83 e 87 del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092.». «Art. 12-quater. – 1. Per le cause relative ai diritti di obbligazione di cui alla presente legge e’ competente anche il giudice del luogo in cui deve essere eseguita l’obbligazione dedotta in giudizio.». «Art. 12-quinquies. – 1. Allo straniero, coniuge di cittadina italiana, la legge nazionale del quale non disciplina lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, si applicano le disposizioni di cui alla presente legge.». «Art. 12-sexies. – 1. Al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione dell’assegno dovuto a norma degli articoli 5 e 6 della presente legge si applicano le pene previste dall’art. 570 del codice penale. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara’ inserita nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.». – Si riporta il testo degli articoli 6 e 12 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162 (Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile): «Art. 6 (Convenzione di negoziazione assistita da uno o piu’ avvocati per le soluzioni consensuali di separazione personale, di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio). – 1. La convenzione di negoziazione assistita da almeno un avvocato per parte puo’ essere conclusa tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio nei casi di cui all’art. 3, primo comma, numero 2), lettera b), della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. 2. In mancanza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero economicamente non autosufficienti, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita e’ trasmesso al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente il quale, quando non ravvisa irregolarita’, comunica agli avvocati il nullaosta per gli adempimenti ai sensi del comma 3. In presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita deve essere trasmesso entro il termine di dieci giorni al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, quando ritiene che l’accordo risponde all’interesse dei figli, lo autorizza. Quando ritiene che l’accordo non risponde all’interesse dei figli, il procuratore della Repubblica lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, che fissa, entro i successivi trenta giorni, la comparizione delle parti e provvede senza ritardo. All’accordo autorizzato si applica il comma 3. 3. L’accordo raggiunto a seguito della convenzione produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono, nei casi di cui al comma 1, i procedimenti di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. Nell’accordo si da’ atto che gli avvocati hanno tentato di conciliare le parti e le hanno informate della possibilita’ di esperire la mediazione familiare e che gli avvocati hanno informato le parti dell’importanza per il minore di trascorrere tempi adeguati con ciascuno dei genitori. L’avvocato della parte e’ obbligato a trasmettere, entro il termine di dieci giorni, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto, copia, autenticata dallo stesso, dell’accordo munito delle certificazioni di cui all’art. 5. 4. All’avvocato che viola l’obbligo di cui al comma 3, terzo periodo, e’ applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 2.000 ad euro 10.000. Alla irrogazione della sanzione di cui al periodo che precede e’ competente il Comune in cui devono essere eseguite le annotazioni previste dall’art. 69 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396. 5. Al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’art. 49, comma 1, dopo la lettera g) e’ inserita la seguente: «g-bis) gli accordi raggiunti a seguito di convenzione di negoziazione assistita da uno o piu’ avvocati ovvero autorizzati, conclusi tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di cessazione degli effetti civili del matrimonio e di scioglimento del matrimonio»; b) all’art. 63, comma 2, dopo la lettera h) e’ aggiunta la seguente: «h-bis) gli accordi raggiunti a seguito di convenzione di negoziazione assistita da uno o piu’ avvocati conclusi tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio, nonche’ di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio»; c) all’art. 69, comma 1, dopo la lettera d) e’ inserita la seguente: «d-bis) degli accordi raggiunti a seguito di convenzione di negoziazione assistita da uno o piu’ avvocati ovvero autorizzati, conclusi tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio;»». «Art. 12 (Separazione consensuale, richiesta congiunta di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e modifica delle condizioni di separazione o di divorzio innanzi all’ufficiale dello stato civile). – 1. I coniugi possono concludere, innanzi al sindaco, quale ufficiale dello stato civile a norma dell’art. 1 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, del comune di residenza di uno di loro o del comune presso cui e’ iscritto o trascritto l’atto di matrimonio, con l’assistenza facoltativa di un avvocato, un accordo di separazione personale ovvero, nei casi di cui all’art. 3, primo comma, numero 2), lettera b), della legge 1° dicembre 1970, n. 898, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nonche’ di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. 2. Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano in presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero economicamente non autosufficienti. 3. L’ufficiale dello stato civile riceve da ciascuna delle parti personalmente, con l’assistenza facoltativa di un avvocato, la dichiarazione che esse vogliono separarsi ovvero far cessare gli effetti civili del matrimonio o ottenerne lo scioglimento secondo condizioni tra di esse concordate. Allo stesso modo si procede per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. L’accordo non puo’ contenere patti di trasferimento patrimoniale. L’atto contenente l’accordo e’ compilato e sottoscritto immediatamente dopo il ricevimento delle dichiarazioni di cui al presente comma. L’accordo tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono, nei casi di cui al comma 1, i procedimenti di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. Nei soli casi di separazione personale, ovvero di cessazione degli effetti civili del matrimonio o di scioglimento del matrimonio secondo condizioni concordate, l’ufficiale dello stato civile, quando riceve le dichiarazioni dei coniugi, li invita a comparire di fronte a se’ non prima di trenta giorni dalla ricezione per la conferma dell’accordo anche ai fini degli adempimenti di cui al comma 5. La mancata comparizione equivale a mancata conferma dell’accordo. 4. All’art. 3, al secondo capoverso della lettera b) del numero 2 del primo comma della legge 1° dicembre 1970, n. 898, dopo le parole “trasformato in consensuale” sono aggiunte le seguenti: “, ovvero dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.”. 5. Al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396 sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’art. 49, comma 1, dopo la lettera g-bis), e’ aggiunta la seguente lettera: “g-ter) gli accordi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ricevuti dall’ufficiale dello stato civile”; b) all’art. 63, comma 1, dopo la lettera g), e’ aggiunta la seguente lettera: “g-ter) gli accordi di separazione personale, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ricevuti dall’ufficiale dello stato civile, nonche’ di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio”; c) all’art. 69, comma 1, dopo la lettera d-bis), e’ aggiunta la seguente lettera: “d-ter) degli accordi di separazione personale, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ricevuti dall’ufficiale dello stato civile”. 6. Alla Tabella D), allegata alla legge 8 giugno 1962, n. 604, dopo il punto 11 delle norme speciali inserire il seguente punto: “11-bis) Il diritto fisso da esigere da parte dei comuni all’atto della conclusione dell’accordo di separazione personale, ovvero di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nonche’ di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio, ricevuto dall’ufficiale di stato civile del comune non puo’ essere stabilito in misura superiore all’imposta fissa di bollo prevista per le pubblicazioni di matrimonio dall’art. 4 della tabella allegato A) al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 642.”. 7. Le disposizioni del presente articolo si applicano a decorrere dal trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.». Comma 32: – Si riporta il testo dell’art. 86 del Codice civile, come modificato dalla presente legge: «Art. 86 (Liberta’ di stato). – Non puo’ contrarre matrimonio chi e’ vincolato da un matrimonio o da un’unione civile tra persone dello stesso sesso precedente.». Comma 33: – Si riporta il testo dell’art. 124 del Codice civile, come modificato dalla presente legge: «Art. 124 (Vincolo di precedente matrimonio). – Il coniuge puo’ in qualunque tempo impugnare il matrimonio o l’unione civile tra persone dello stesso sesso dell’altro coniuge; se si oppone la nullita’ del primo matrimonio, tale questione deve essere preventivamente giudicata.». Comma 37: – Si riporta il testo degli articoli 4 e 13, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223 (Approvazione del nuovo regolamento anagrafico della popolazione residente): «Art. 4 (Famiglia anagrafica). – 1. Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinita’, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune. 2. Una famiglia anagrafica puo’ essere costituita da una sola persona.». «Art. 13 (Dichiarazioni anagrafiche). – 1. Le dichiarazioni anagrafiche da rendersi dai responsabili di cui all’art. 6 del presente regolamento concernono i seguenti fatti: a) (Omissis); b) costituzione di nuova famiglia o di nuova convivenza, ovvero mutamenti intervenuti nella composizione della famiglia o della convivenza; (Omissis).». Comma 42: – Si riporta il testo dell’art. 337-sexies del Codice civile: «Art. 337-sexies (Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza). – Il godimento della casa familiare e’ attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprieta’. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’art. 2643. In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori e’ obbligato a comunicare all’altro, entro il termine perentorio di trenta giorni, l’avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficolta’ di reperire il soggetto.». Comma 47: – Si riporta il testo dell’art. 712 del Codice di procedura civile, come modificato dalla presente legge: «Art. 712 (Forma della domanda). – La domanda per interdizione o inabilitazione si propone con ricorso diretto al tribunale del luogo dove la persona nei confronti della quale e’ proposta ha residenza o domicilio. Nel ricorso debbono essere esposti i fatti sui quali la domanda e’ fondata e debbono essere indicati il nome e il cognome e la residenza del coniuge o del convivente di fatto, dei parenti entro il quarto grado, degli affini entro il secondo grado e, se vi sono, del tutore o curatore dell’interdicendo o dell’inabilitando.». Comma 48: – Si riporta il testo dell’art. 404 del Codice civile: «Art. 404 (Amministrazione di sostegno). – La persona che, per effetto di una infermita’ ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilita’, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, puo’ essere assistita da un amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio.». Comma 52: – Si riporta il testo degli articoli 5 e 7 del citato decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223: «Art. 5 (Convivenza anagrafica). – 1. Agli effetti anagrafici per convivenza s’intende un insieme di persone normalmente coabitanti per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena e simili, aventi dimora abituale nello stesso comune. 2. Le persone addette alla convivenza per ragioni di impiego o di lavoro, se vi convivono abitualmente, sono considerate membri della convivenza, purche’ non costituiscano famiglie a se stanti. 3. Le persone ospitate anche abitualmente in alberghi, locande, pensioni e simili non costituiscono convivenza anagrafica.». «Art. 7 (Iscrizioni anagrafiche).- 1. L’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente viene effettuata: a) per nascita, presso il comune di residenza dei genitori o presso il comune di residenza della madre qualora i genitori risultino residenti in comuni diversi, ovvero, quando siano ignoti i genitori, nel comune ove e’ residente la persona o la convivenza cui il nato e’ stato affidato; b) per esistenza giudizialmente dichiarata; c) per trasferimento di residenza dall’estero dichiarato dall’interessato non iscritto, oppure accertato secondo quanto e’ disposto dall’art. 15, comma 1, del presente regolamento, anche tenuto conto delle particolari disposizioni relative alle persone senza fissa dimora di cui all’art. 2, comma terzo, della legge 24 dicembre 1954, n. 1228, nonche’ per mancanza di precedente iscrizione. 2. Per le persone gia’ cancellate per irreperibilita’ e successivamente ricomparse devesi procedere a nuova iscrizione anagrafica. 3. Gli stranieri iscritti in anagrafe hanno l’obbligo di rinnovare all’ufficiale di anagrafe la dichiarazione di dimora abituale nel comune di residenza, entro sessanta giorni dal rinnovo del permesso di soggiorno, corredata dal permesso medesimo e, comunque, non decadono dall’iscrizione nella fase di rinnovo del permesso di soggiorno. Per gli stranieri muniti di carta di soggiorno, il rinnovo della dichiarazione di dimora abituale e’ effettuato entro sessanta giorni dal rinnovo della carta di soggiorno. L’ufficiale di anagrafe aggiornera’ la scheda anagrafica dello straniero, dandone comunicazione al questore. 4. Il registro di cui all’art. 2, comma quinto, della legge 24 dicembre 1954, n. 1228, e’ tenuto dal Ministero dell’interno presso la prefettura di Roma. Il funzionario incaricato della tenuta di tale registro ha i poteri e i doveri dell’ufficiale di anagrafe.». Comma 55: – Il decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati personali), e’ pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 29 luglio 2003, n. 174, S.O. Comma 57: – Si riporta il testo dell’art. 88 del Codice civile: «Art. 88 (Delitto). – Non possono contrarre matrimonio tra loro le persone delle quali l’una e’ stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra. Se ebbe luogo soltanto rinvio a giudizio ovvero fu ordinata la cattura, si sospende la celebrazione del matrimonio fino a quando non e’ pronunziata sentenza di proscioglimento.». Comma 64: – La legge 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato), e’ pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 3 giugno 1995, n. 128, S.O. Comma 65: – Si riporta il testo degli articoli 433 e 438, comma 2, del Codice civile: «Art. 433 (Persone obbligate). – All’obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell’ordine: 1) il coniuge; 2) i figli, anche adottivi, e, in loro mancanza, i discendenti prossimi; 3) i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi; gli adottanti; 4) i generi e le nuore; 5) il suocero e la suocera; 6) i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali.». «Art. 438 (Misura degli alimenti). – 1. (Omissis). Essi devono essere assegnati in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli. Non devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando, avuto pero’ riguardo alla sua posizione sociale. 3. (Omissis).». Comma 66: – Si riporta il testo dell’art. 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307 (Disposizioni urgenti in materia fiscale e di finanza pubblica): «Art. 10 (Proroga di termini in materia di definizione di illeciti edilizi). – Commi da 1. a 4. (Omissis). 5. Al fine di agevolare il perseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, anche mediante interventi volti alla riduzione della pressione fiscale, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze e’ istituito un apposito “Fondo per interventi strutturali di politica economica”, alla cui costituzione concorrono le maggiori entrate, valutate in 2.215,5 milioni di euro per l’anno 2005, derivanti dal comma 1.». Comma 67: – Si riporta il testo dell’art. 17, comma 12, della citata legge 31 dicembre 2009, n. 196: «Art. 17 (Copertura finanziaria delle leggi). – Commi da 1. a 11. (Omissis). 12. La clausola di salvaguardia di cui al comma 1 deve essere effettiva e automatica. Essa deve indicare le misure di riduzione delle spese o di aumenti di entrata, con esclusione del ricorso ai fondi di riserva, nel caso si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alle previsioni indicate dalle leggi al fine della copertura finanziaria. In tal caso, sulla base di apposito monitoraggio, il Ministro dell’economia e delle finanze adotta, sentito il Ministro competente, le misure indicate nella clausola di salvaguardia e riferisce alle Camere con apposita relazione. La relazione espone le cause che hanno determinato gli scostamenti, anche ai fini della revisione dei dati e dei metodi utilizzati per la quantificazione degli oneri autorizzati dalle predette leggi. Commi 13. e 14. (Omissis).». – Si riporta il testo dell’art. 21, comma 5, della citata legge 31 dicembre 2009, n. 196: «Art. 21 (Bilancio di previsione). – Commi da 1. a 4. (Omissis). 5. Nell’ambito di ciascun programma le spese si ripartiscono in: a) spese non rimodulabili; b) spese rimodulabili. Commi da 6. a 18. (Omissis).

SEPARAZIONI-BOLOGNA

La nullità comminata dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, e dalla L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40, va ricondotta nell’ambito dell’art. 1418 c.c  

La nullità comminata dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, e dalla L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40, va ricondotta nell’ambito dell’art. 1418 c.c

PRINCIPIO

La nullità comminata dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, e dalla L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40, va ricondotta nell’ambito dell’art. 1418 c.c., comma 3, di cui costituisce una specifica declinazione, e deve qualificarsi come nullità “testuale”, con tale espressione dovendo intendersi, in stretta adesione al dato normativo, un’unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell’immobile, titolo che, tuttavia, deve esistere realmente e deve esser riferibile, proprio, a quell’immobile.” “In presenza nell’atto della dichiarazione dell’alienante degli estremi del titolo urbanistico, reale e riferibile all’immobile, il contratto è valido a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo menzionato”.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

FATTO

 

– con atto in Notar S.A. del 23.10.2001, aveva acquistato due distinti appezzamenti di terreno, intestandone fittiziamente la nuda proprietà alla moglie M.A.D. e l’usufrutto alla suocera Ar.Ro., ed aveva, poi, curato la ristrutturazione totale del fatiscente fabbricato rurale insistente su uno di detti fondi, sostenendo, da solo, l’intera spesa;

– andato in crisi il matrimonio ed in pendenza di giudizio di separazione personale, aveva agito nei confronti della M. e della Ar. per ottenere, tra l’altro, la declaratoria della simulazione dei suddetti acquisti, ed aveva appreso, in sede di trascrizione di tale domanda, che le convenute avevano venduto i predetti immobili a C.D. e Se.Gi., per atto in notar S. dell’1.6.2005;

conveniva in giudizio innanzi davanti al Tribunale di Nola venditrici, compratori e notaio rogante per sentir dichiarare che l’atto di compravendita dell’1.6.2005 era nullo, perchè il fabbricato ceduto era stato interessato da vari e consistenti lavori, non regolarmente assentiti, ovvero inefficace nei suoi confronti, ai sensi dell’art. 2901 c.c., in quanto compiuto in pregiudizio delle sue ragioni creditorie.

Il Tribunale adito rigettava ogni domanda e la decisione veniva integralmente confermata, con sentenza n. 3253 del 2013, dalla Corte di appello di Napoli, che, ribadita l’infondatezza dell’azione revocatoria, escludeva, per quanto ancora interessa, la dedotta nullità del contratto impugnato, nonostante la difformità del fabbricato rispetto al progetto assentito, e ciò in quanto gli estremi della concessione edilizia risultavano menzionati nel contratto stesso, avendo ivi le venditrici reso le dichiarazioni previste dalla L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40. Tali articoli, rilevava la Corte distrettuale, non riguardavano, infatti, la regolarità urbanistica sostanziale dell’immobile dedotto in contratto (ossia l’effettiva conformità dell’opera edilizia allo strumento concessorio menzionato nell’atto di trasferimento), ma sanzionavano la sola violazione dell’obbligo, di natura meramente formale, di indicare nel contratto gli estremi della concessione o della domanda di sanatoria, al fine di disincentivare l’abusivismo e di tutelare l’affidamento della parte acquirente.

Per la cassazione di tale sentenza, A.S. ha proposto ricorso sulla base di due motivi, con cui ha dedotto la violazione di legge (L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40) ed il vizio di omesso esame del fatto decisivo per il giudizio. relativo all’abusività degli immobili oggetto del contratto di compravendita.

Il notaio S. ed coniugi C. – Se. hanno resistito con controricorso, gli ultimi due proponendo, a loro volta, ricorso incidentale con tre motivi concernenti, rispettivamente, l’omessa pronuncia sul motivo dell’appello incidentale con cui avevano dedotto la carenza di interesse ad agire dell’ A., che non aveva dimostrato la pendenza o l’esito della lite relativa alla domanda di simulazione dell’atto di acquisto delle loro danti causa, o, nel caso in cui si fosse ritenuta implicita una statuizione di rigetto di tale motivo, la violazione di legge (artt. 81 e 100 c.p.c., e art. 1421 c.c.) e l’omesso esame di un fatto decisivo.

MOTIVAZIONE

 

La L. 28 febbraio 1985, n. 47, denominata “Norme in materia di controllo dell’attività urbanistico – edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere edilizie” ed emanata appunto al duplice scopo di reprimere il fenomeno dell’abusivismo e di sanare il pregresso, ha rimodulato la sanzione di nullità, disponendo all’art. 17, comma 1, che: “gli atti tra vivi, sia in forma pubblica, sia in forma privata, aventi per oggetto trasferimento o costituzione o scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici, o loro parti, la cui costruzione è iniziata dopo l’entrata in vigore della presente legge, sono nulli e non possono essere stipulati ove da essi non risultino, per dichiarazione dell’alienante, gli estremi della concessione ad edificare o della concessione in sanatoria rilasciata ai sensi dell’art. 13. Tali disposizioni non si applicano agli atti costitutivi, modificativi o estintivi di diritti reali di garanzia o di servitù”. Analogamente ha disposto il successivo art. 40, comma 2, che, in relazione agli atti aventi per oggetto diritti reali (esclusi diritti di garanzia e servitù) riferiti a costruzioni realizzate prima dell’entrata in vigore della legge stessa, ha previsto quali titoli abilitativi oggetto di dichiarazione dell’alienante la licenza e la concessione in sanatoria (che la legge introduceva), la domanda di concessione corredata dalla prova del versamento delle prime due rate dell’oblazione o la dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante che l’opera era stata iniziata prima del 2 settembre 1967.

Entrambe tali disposizioni hanno previsto (art. 17, comma 4, e art. 40, comma 3) la possibilità della “conferma” delle comminate nullità, nel caso in cui la mancata indicazione della concessione edilizia, ovvero la mancanza di dichiarazione o il mancato deposito di documenti, non fossero dipesi dall’inesistenza, al tempo della stipula, della concessione, o della domanda di concessione in sanatoria, o, ancora dal fatto che la costruzione sia stata iniziata dopo il 2 settembre 1967: in tal caso, è stata prevista la possibilità della conferma degli atti, anche da una sola delle parti, mediante atto successivo, redatto nella stessa forma del precedente, contenente la menzione omessa o al quale siano allegate la dichiarazione sostitutiva di atto notorio o la copia della domanda di concessione in sanatoria.

3.3. La menzionata L. n. 47 del 1985, art. 17, è stato abrogato (l’art. 40 è invece rimasto in vigore) dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 136, a far data dalla sua entrata in vigore, ma è stato sostanzialmente riprodotto dal medesimo D.P.R. n. 380, art. 46, intitolato “Nullità degli atti giuridici relativi ad edifici la cui costruzione abusiva sia iniziata dopo il 17 marzo 1985 (L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 17; D.L. n. 23 aprile 1985, n. 146, art. 8)” secondo cui: “Gli atti tra vivi, sia in forma pubblica, sia in forma privata, aventi per oggetto trasferimento o costituzione o scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici, o loro parti, la cui costruzione è iniziata dopo il 17 marzo 1985, sono nulli e non possono essere stipulati ove da essi non risultino, per dichiarazione dell’alienante, gli estremi del permesso di costruire o del permesso in sanatoria. Tali disposizioni non si applicano agli atti costitutivi, modificativi o estintivi di diritti reali di garanzia o di servitù”. Il comma 4, della norma in esame prevede, anch’esso, la possibilità di conferma nell’ipotesi in cui la mancata indicazione nell’atto degli estremi del titolo non sia dipesa dall’inesistenza del titolo stesso.

3.4. Va aggiunto che il discrimen temporale tra la L. n. 47 del 1985, ed il TU sull’edilizia (costruzioni realizzate prima e dopo il 17.3.1985) è stato superato per effetto di due successivi condoni, introdotti con L. n. 724 del 1994 (art. 39) e col D.L. n. 269 del 2003, convertito dalla L. n. 326 del 2003 (art. 32, comma 25) per alcune tipologie di fabbricati ed irregolarità edilizie in riferimento ad abusi, rispettivamente, commessi fino al 31 dicembre 1993 e fino al 31 marzo 2003.

  1. La giurisprudenza sulla legge Bucalossi.

4.1. Val bene rilevare che, nonostante la realizzazione di lavori senza licenza costituisse, come si è visto, un illecito sanzionato penalmente dalla L. 17 agosto del 1942, n. 1150, art. 41, (anche prima delle sue modifiche da parte della L. n. 765 del 1967 art. 13), la giurisprudenza di questa Corte ha escluso l’invalidità dei rapporti che avevano ad oggetto edifici realizzati in assenza di licenza, o la relativa incommerciabilità, reputando che, in assenza di espressa comminatoria, la nullità della compravendita non poteva ritenersi integrata sotto il profilo della illiceità dell’oggetto del contratto, per essere oggetto di tale negozio il trasferimento della proprietà della cosa, insuscettibile, nella sua essenza, in termini di valutazione di illiceità, attenendo tale qualificazione all’attività della sua produzione, in sè estranea al contenuto tipico delle prestazioni oggetto della compravendita (cfr. Cass. n. 2631 del 1984; n. 6466 del 1990), sicché la costruzione di un immobile senza licenza edilizia comportava unicamente l’illiceità dell’attività del costruttore, e poteva dar luogo ai rimedi civilisti della risoluzione per inadempimento, dell’actio quanti minoris o della garanzia per evizione, (in ipotesi di sanzione pecuniaria o di demolizione del bene, Cass. n. 6399 del 1984; n. 11218 del 1991; n. 4786 del 2007), ma non impediva che il proprietario del suolo acquistasse il diritto dominicale dell’edificio costruito e ne potesse liberamente disporre nei confronti dei terzi (Cass. n. 4096 del 1980; n. 6063 del 1995).

4.2. In tale contesto, la disposizione di cui alla L. n. 10 del 1977, art. 15, che, come si è sopra esposto, ha introdotto la comminatoria di nullità degli atti aventi ad oggetto unità edilizie costruite in assenza di concessione, semprecché dagli stessi non risultasse che l’acquirente era a conoscenza della mancanza della concessione, è stata valutata, come pure rammenta l’ordinanza di rimessione, in termini di invalidità relativa, deducibile solo dal contraente in buona fede ignaro dell’abuso edilizio, e volto a tutelarne, ulteriormente, le ragioni e così consentirgli di ripetere il corrispettivo pagato, o di evitarne, comunque, il pagamento qualora non fosse stato ancora versato (cfr. Cass. n. 3350 del 1992; n. 4926 del 1993; n. 8685 del 1999).

  1. La giurisprudenza sulla L. n. 47 del 1985 e sul TU n. 380 del 2001.

Teoria c.d. formale.

5.1. In riferimento alle disposizioni della L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40, la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 8685 del 1999) nel rimarcare la differenza col pregresso regime, ha sottolineato che dette norme mirano a reprimere e a scoraggiare gli abusi edilizi e, derivando dalla mancata indicazione nell’atto, da parte dell’alienante, degli estremi della concessione (ad edificare o in sanatoria), non hanno alcun riguardo allo stato di buona o mala fede dell’acquirente. La nuova sanzione, da esse prevista, costituisce un’ipotesi di nullità assoluta, come tale suscettibile di esser fatta valere da chiunque vi abbia interesse, rilevabile d’ufficio dal giudice ex art. 1421 c.c., e riconducibile all’art. 1418 c.c., u.c., quale ipotesi di nullità formale e non virtuale, conclusione che non è smentita dalla possibilità di successiva conferma degli atti viziati mediante la redazione di altro atto, reputato un semplice rimedio convalidante, “consentito soltanto nel caso che le carenze della precedente stipulazione siano meramente formali e non siano dipese, quindi, dall’insussistenza, all’epoca di essa, dei requisiti sostanziali per la commerciabilità del bene”.

La natura formale della nullità è stata confermata da Cass. n. 8147 del 2000, che, dopo averne posto in evidenza il duplice obiettivo di soddisfare l’esigenza di tutela dell’affidamento dell’acquirente e l’esigenza di prevenzione degli abusi, ha osservato che le prescritte dichiarazioni costituiscono requisito formale del contratto, sicché è la loro assenza “che di per sè comporta la nullità dell’atto, a prescindere cioè dalla regolarità dell’immobile che ne costituisce l’oggetto”, in altri termini: “l’irregolarità del bene non rileva di per sè, ma solo in quanto preclude la conferma dell’atto. Simmetricamente, la regolarità del bene sotto il profilo urbanistico non rileva in sè, ma solo in quanto consente la conferma dell’atto”. In tale arresto, è stata, in particolare, esclusa la fondatezza della tesi, secondo cui accanto a tale nullità avrebbe dovuto ravvisarsi una nullità sostanziale (per la difformità della costruzione rispetto al titolo abilitativo), sul rilevo che ove “il legislatore avesse voluto attribuire diretta rilevanza alla non conformità dei beni alla normativa urbanistica, con o senza il “filtro” della prescrizione di forma, si dovrebbe finire per considerare valido, al di là delle indicazioni, l’atto che riguardi beni comunque in regola con le norme urbanistiche”, evidenziando che, in tal modo, si sarebbe svuotata la portata precettiva della previsione della conferma degli atti e così vanificato “l’apprezzabile tentativo operato dal legislatore di trovare una soluzione che non solo costituisca uno strumento di lotta contro l’abusivismo, ma che soddisfi anche l’interesse dell’acquirente alla (esatta) conoscenza delle condizioni del bene oggetto del contratto”.

5.2. Tale ricostruzione sistematica è stata poi seguita dalla giurisprudenza successiva, tra le altre: la sentenza n. 5068 del 2001 (rigettando il motivo di ricorso avverso una sentenza emessa ex art. 2932 c.c.) ha riaffermato il principio della natura formale delle nullità in esame; la sentenza n. 5898 del 2004, ne ha ribadito la riconducibilità all’art. 1418 c.c., u.c., e la sua configurabilità nella mancata indicazione nell’atto degli estremi della concessione, confermando che la sanzione non prende in considerazione l’ipotesi della conformità o meno dell’edificio rispetto al titolo urbanistico, e che la nullità del contratto di compravendita è prevista a prescindere dalla regolarità dell’immobile che ne costituisce l’oggetto; la sentenza n. 26970 del 2005 ha aggiunto che tale conclusione consegue alla rigidità della previsione normativa; la sentenza n. 7534 del 2004 ha sottolineato il principio secondo cui le norme che sanciscono la nullità degli atti sia in base alla L. n. 10 del 1977, art. 15, che in base alla L. n. 47 del 1985, art. 40, ponendo limiti all’autonomia privata e divieti alla libera circolazione dei beni, debbono ritenersi di stretta interpretazione, sicché esse non possono applicate ad ipotesi diverse da quelle espressamente previste; la sentenza n. 16876 del 2013, pur ritenendo interessante la tesi della c.d. nullità sostanziale, ha confermato che i canoni normativi dell’interpretazione della legge non consentono di attribuire al testo normativo un significato che prescinda o superi le espressioni formali in cui si articola, e che i casi di nullità previsti dalla norma di cui all’art. 40 – mancata indicazione degli estremi della licenza edilizia, ovvero dell’inizio della costruzione prima del 1967 – sono tassativi e non estensibili per analogia.

5.3. In base a tale impostazione, la questione della negoziabilità di immobili affetti da irregolarità urbanistiche, non sanate o non sanabili, è stata risolta nella giurisprudenza di questa Corte sul piano dell’inadempimento, in modo in sostanza non difforme da quanto si era ritenuto in riferimento alle disposizioni della legge Bucalossi. In particolare, in tema di preliminare, la sentenza n. 27129 del 2006 ha ritenuto inadempimento di non scarsa importanza – tale da giustificare il recesso dal contratto del promittente acquirente e la restituzione del doppio della caparra versata – il comportamento del promittente alienante che prometta in vendita un immobile costruito in violazione di un vincolo di inedificabilità assoluta e al di fuori di ogni possibilità di regolarizzazione; e la sentenza n. 20714 del 2012 ha affermato che la presentazione dell’istanza di condono edilizio e del pagamento delle prime due rate dell’oblazione presuppone che la domanda in questione sia connotata dai requisiti minimi perché possa essere presa in esame, con probabilità di accoglimento, dalla P.A., in difetto delle quali il preliminare di vendita può essere risolto per colpa del promittente venditore. In tema di vendita, poi, la sentenza n. 25357 2014 (in fattispecie in cui il convenuto con azione di evizione aveva chiamato in manleva i propri venditori) ha affermato che la responsabilità dell’alienante di un immobile affetto da irregolarità edilizie si applica, indipendentemente dalla prestazione di una garanzia in tal senso, salva l’ipotesi della conoscenza della medesima irregolarità.

Teoria c.d. sostanziale 5.4. Il primo segnale del diverso orientamento, richiamato nell’ordinanza di rimessione, va individuato nella sentenza n. 20258 del 2009, che, nel valutare la fondatezza di una domanda di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto, pur richiamando il precedente consolidato indirizzo, non ha mancato di precisare che la strumentazione prevista dalla L. n. 47 del 1985, ha lo scopo di garantire che il “bene nasca e si trasmetta nella contrattazione soltanto se privo di determinati caratteri di abusivismo”, aggiungendo che il prescritto obbligo di dichiarazione in seno all’atto degli estremi della licenza o della concessione edilizia (ovvero della concessione in sanatoria) presuppone che detta documentazione vi sia effettivamente e riguardi la costruzione in concreto realizzata.

5.5. Il diverso indirizzo si è, però, concretizzato con la sentenza n. 23591 del 2013. Con tale decisione, si è, appunto, affermato che il contratto avente ad oggetto un bene irregolare dal punto di vista edilizio è affetto da nullità sostanziale. Ciò è stato ritenuto, anzitutto, sulla base dello scopo perseguito dalla norma, che è stato individuato in quello di rendere incommerciabili gli immobili non in regola dal punto di vista urbanistico; inoltre, è stata posta in evidenza l’incongruità di un sistema che sanzioni con la nullità per motivi meramente formali atti di trasferimento di immobili regolari dal punto di vista urbanistico, o in corso di regolarizzazione, e consenta, invece, il valido trasferimento di immobili non regolari, lasciando alle parti interessate la possibilità di assumere l’iniziativa di risolverli sul piano dell’inadempimento contrattuale, o, addirittura, di eludere consensualmente lo scopo perseguito dal legislatore, stipulando il contratto ed immediatamente dopo concludendo una transazione con la quale il compratore rinunziasse al diritto a far valere l’inadempimento della controparte. Si è sottolineato, ancora, che il maggior rigore voluto dal legislatore, con L. n. 47 del 1985, rispetto a quello previsto dalla legge Ponte – che prevedeva la nullità degli atti giuridici aventi per oggetto unità edilizie costruite in assenza di concessione, ove da essi non risultasse che l’acquirente era a conoscenza della mancata concessione – resterebbe vanificato se, per gli atti in questione, si riconoscesse all’acquirente la sola tutela prevista per l’inadempimento. La sentenza in esame ha poi evidenziato che, nonostante la sua “non perfetta formulazione”, la lettera della L. n. 47 del 1985, art. 40, consente di desumere “l’affermazione del principio generale della nullità (di carattere sostanziale) degli atti di trasferimento di immobili non in regola con la normativa urbanistica, cui si aggiunge una nullità (di carattere formale) per gli atti di trasferimento di immobili in regola con la normativa urbanistica o per i quali è in corso la regolarizzazione, ove tali circostanze non risultino dagli atti stessi”. Conclusione avvalorata dal comma 3, del medesimo articolo, che consente la conferma dell’atto, con conseguente salvezza dalla nullità, solo, nel caso in cui la mancanza delle dichiarazioni o il deposito dei documenti non siano dipesi dall’insussistenza della licenza o della concessione o dall’inesistenza della domanda di concessione in sanatoria al tempo in cui gli atti medesimi sono stati stipulati; conferma che non avrebbe senso se tali atti fossero ab origine validi, e ferma restando la responsabilità per inadempimento del venditore.

5.6. Tale decisione è stata recepita nella sentenza n. 28194 del 2013, adottata in pari data, di analogo tenore, ed è stata seguita dalle sentenze n. 25811 del 2014e n. 18261 del 2015, prive in parte qua di specifiche argomentazioni.

  1. La natura della nullità.

6.1. Come si è detto in narrativa, l’ordinanza di rimessione invita queste Sezioni Unite a riconsiderare l’indirizzo più recente, non mancando di sottolineare come la tesi della nullità virtuale da esso propugnato: a) non trova un solido riscontro nella lettera della legge; b) può risultare foriera di notevoli complicazioni nella prassi applicativa, con conseguente rischio per la parte acquirente, esposta alla declaratoria di nullità pur in situazioni in cui aveva fatto incolpevole affidamento sulla validità dell’atto; c) impone, in tal caso, di precisare la nozione di irregolarità urbanistica che dà luogo alla nullità, ed eventualmente di chiarire se sia applicabile alla materia degli atti ad effetti reali, la nozione tra variazione essenziale e non essenziale elaborata in tema di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto.

6.2. Il contrasto, che non è solo diacronico, constando esser stata di recente ribadita la tesi della nullità formale (sentenza n. 14804 del 2017, che richiama la n. 8147 del 2000, sopra citata al p. 5.1.), attiene invero alla possibilità di ravvisare accanto alla nullità formale dovuta alla mancata inclusione nell’atto della dichiarazione dell’alienante, che è unanimemente riconosciuta, anche, l’esistenza di una nullità sostanziale dell’atto ad effetti reali per l’irregolarità urbanistica della costruzione, affermata dalla giurisprudenza più recente ed in precedenza negata.

6.3. A fronte del sostanziale distacco mostrato in passato rispetto al tema della rispondenza del bene al titolo abilitativo, la cui nunciazione in seno all’atto è stata nei fatti considerata un mero requisito formale e l’esigenza di prevenzione degli abusi concorrente, se non secondaria, rispetto alla tutela dell’affidamento dell’acquirente, gli argomenti a sostegno dell’interpretazione c.d. rigorista sopra riassunti, sono, per contro, mossi dal chiaro intento di supportare, anche da un punto di vista schiettamente civilistico, il disvalore espresso dall’ordinamento rispetto al diffuso fenomeno dell’abusivismo edilizio.

Tale disvalore, in effetti, si coglie non solo in riferimento alle sanzioni penali ed amministrative variamente graduate che reprimono direttamente la commissione di abusi edilizi (di cui si è già detto e su cui infra), ma, in generale, in relazione alla percezione negativa di ciò che circonda il bene abusivo. Tanto si desume dalla giurisprudenza che ritiene nulli per illiceità dell’oggetto i contratti d’appalto aventi ad oggetto la costruzione di un immobile senza titolo abilitativo (Cass. n. 7961 del 2016; n. 13969 del 2011 e cfr., pure, n. 3913 del 2009; n. 2187 del 2011; n. 30703 del 2018), o non suscettibili di indennizzo espropriativo gli edifici costruiti abusivamente (a meno che, alla data dell’esproprio, sia stata avanzata domanda di sanatoria, pur non ancora scrutinata dalla P.A., ma con favorevole valutazione prognostica, D.P.R. n. 327 del 2001, art. 38, comma 2 bis, Cass. n. 18694 del 2016; n. 10458 del 2017; n. 645 del 2018), ed, in assoluto, in relazione al valore conformativo della proprietà riconosciuto alla disciplina urbanistica (Cass. SU n. 183 del 2001 e successive conformi). Inoltre, l’importanza della veridicità delle dichiarazioni dell’alienante, affermata dalla menzionata sentenza n. 20258 del 2009, ha trovato seguito nella successiva giurisprudenza in tema di contratto preliminare (Cass. n. 52 del 2010; n. 8081 del 2014).

L’esegesi propugnata dalla teoria c.d. sostanziale, pur mossa da un intento commendevole, non può tuttavia prescindere dagli specifici dati normativi di riferimento, ed al cui esame non può essere qui avallata.

6.4. Il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, dichiara, infatti, invalidi quegli atti da cui non constino (ove da essi non risultino) gli estremi del permesso di costruire o del permesso in sanatoria, ovvero gli estremi della segnalazione certificata di inizio attività, con la precisazione che tali elementi devono risultare per dichiarazione dell’alienante. Nella disposizione di cui alla L. n. 47 del 1985, art. 17, la dichiarazione deve avere ad oggetto, coerentemente alla disciplina abilitativa allora vigente, gli estremi della concessione ad edificare o della concessione in sanatoria, laddove l’art. 40, della menzionata L. n. 47, consente di stipulare validamente, oltre che con l’indicazione degli estremi della licenza o della concessione in sanatoria, anche con l’allegazione della relativa domanda e versamento delle prime rate di oblazione, o con la dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante l’inizio della costruzione in epoca anteriore al 2 settembre 1967.

Nell’ipotesi qui in rilievo di compravendita di edifici o parte di essi (ed a parte le allegazioni di cui all’art. 40), le norme pongono, dunque, un medesimo, specifico, precetto: che nell’atto si dia conto della dichiarazione dell’alienante contenente gli elementi identificativi dei menzionati titoli, mentre la sanzione di nullità e l’impossibilità della stipula sono direttamente connesse all’assenza di siffatta dichiarazione (o allegazione, per le ipotesi di cui all’art. 40). Null’altro.

6.5. Pare, dunque, che il principio generale di nullità riferita agli immobili non in regola urbanisticamente che la giurisprudenza c.d. sostanzialista ritiene di poter desumere da tale contesto normativo, sottolineando l’intenzione del legislatore di renderli tout court incommerciabili, costituisca un’opzione esegetica che ne trascende il significato letterale e che non è, dunque, ossequiosa del fondamentale canone di cui all’art. 12 preleggi, comma 1, che impone all’interprete di attribuire alla legge il senso fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la loro connessione. La lettera della norma costituisce, infatti, un limite invalicabile dell’interpretazione, che è uno strumento percettivo e recettivo e non anche correttivo o sostitutivo della voluntas legis (cfr. Cass. n. 12144 del 2016), tanto che, in tema di eccesso di potere giurisdizionale riferito all’attività legislativa, queste Sezioni Unite hanno affermato che l’attività interpretativa è, appunto, segnata dal limite di tolleranza ed elasticità del significante testuale (cfr. Cass. S.U. n. 15144 del 2011; n. 27341 del 2014).

La tesi della nullità generalizzata non è neppure in linea col criterio di interpretazione teleologica, di cui all’ultima parte dell’art. 12, comma 1, citato, che non consente all’interprete di modificare il significato tecnico giuridico proprio delle espressioni che la compongono, ove ritenga che l’effetto che ne deriva sia inadatto rispetto alla finalità pratica cui la norma è intesa (cfr. Cass. n. 3495 del 1996; n. 9700 del 2004 e giurisprudenza ivi citata) e ciò in quanto la finalità di una norma va, proprio al contrario, individuata in esito all’esegesi del testo oggetto di esame e non già, o al più in via complementare, in funzione dalle finalità ispiratrici del più ampio complesso normativo in cui quel testo è inserito (cfr. Cass. n. 24165 del 2018).

Inoltre, come ricordato dal PG nella sua requisitoria, la lettera della norma costituisce il limite cui deve arrestarsi, anche, l’interpretazione costituzionalmente orientata dovendo, infatti, esser sollevato l’incidente di costituzionalità ogni qual volta l’opzione ermeneutica supposta conforme a costituzione sia incongrua rispetto al tenore letterale della norma stessa (Corte Cost. sentenze n. 78 del 2012; n. 49 del 2015; n. 36 del 2016 e n. 82 del 2017).

Del resto, lo scarto dialettico della tesi si coglie, anche, dalla prospettiva delle decisioni che la hanno sostenuta, laddove hanno ritenuto “imperfetta” la formulazione della norma.

6.6. In base a tali principi, e specie al lume della consolidata ed univoca interpretazione giurisprudenziale delle disposizioni in tema di ricadute civilistiche relative ad atti aventi ad oggetto immobili abusivi e nonostante la relativa edificazione, come si è ricordato, fosse sanzionata penalmente, l’ipotizzato scopo avrebbe potuto esser agevolmente perseguito mediante una semplice previsione di nullità degli atti aventi ad oggetto siffatti immobili o d’incommerciabilità degli stessi.

Il che non è stato fatto. Al contrario, la nullità risulta comminata per specifici atti ad effetti reali inter vivos, sicchè ne restano fuori non solo quelli mortis causa, e gli atti ad effetti obbligatori, ma ne sono espressamente esclusi i diritti reali di garanzia e le servitù, ed inoltre, gli atti derivanti da procedure esecutive immobiliari, individuali o concorsuali, ai quali le nullità, appunto, non si applicano (artt. 46, comma 5, TU n. 380 del 2001; L. n. 47 del 1985, art. 17, comma 5 e art. 40, comma 5).

6.7. Da tanto, consegue che la nullità comminata dalle disposizioni in esame non può esser sussunta nell’orbita della nullità c.d. virtuale di cui all’art. 1418 c.c., comma 1, che presupporrebbe l’esistenza di una norma imperativa ed il generale divieto di stipulazione di atti aventi ad oggetto immobili abusivi al fine di renderli giuridicamente non utilizzabili, e tale divieto, proprio come registra l’ordinanza di rimessione, non trova riscontro in seno allo jus positum, che, piuttosto, enuncia specifiche ipotesi di nullità. Nè la conclusione può fondarsi nella previsione della conferma degli atti nulli, mediante la redazione di un atto aggiuntivo, contemplata per l’ipotesi in cui la mancata indicazione dei prescritti elementi non sia dipesa dalla insussistenza del permesso di costruire al tempo in cui gli atti medesimi sono stati stipulati (di cui si è detto ai p.p. 3.2. e 3.3.), in quanto tale conferma e l’atto aggiuntivo che la contiene presuppongono, bensì, che il titolo e la documentazione sussistano (cfr. infra), ma, di per sè, non implicano che l’edificio oggetto del negozio ne rispecchi fedelmente il contenuto.

6.8. Per completezza d’indagine, ancorché la giurisprudenza qui esaminata non ne tratti, va aggiunto che la tesi sostanzialista non può fondarsi sul disposto di cui all’art. 1418 c.c., comma 2. La consentita disposizione testamentaria in ordine ad immobili non regolari urbanisticamente, e comunque la possibilità del loro trasferimento per successione mortis causa, la loro attitudine a costituire garanzie reali, la loro idoneità, inoltre, ad esser contemplati in seno agli atti inter vivos (valga per tutti la locazione) ed in seno ad atti costituenti diritti reali di servitù escludono che il loro modo di atteggiarsi possa di per sè solo valere ad integrare le vietate ipotesi d’illiceità o d’impossibilità dell’oggetto, o, ancora d’illiceità della prestazione (che, in tesi, dovrebbero colpire tutti gli atti e, dunque, anche quelli esentati) o della causa per contrarietà a norme imperative o al buon costume, dovendo, peraltro, confermarsi l’esattezza della giurisprudenza richiamata al p. 4.1. (Cass. n. 6466 del 1990; n. 2631 del 1984) che per l’ipotesi qui in esame (e che peraltro è quella più rilevante nella pratica) evidenzia che l’oggetto della compravendita, secondo la definizione data dall’art. 1470 c.c., è il trasferimento della proprietà della res, che, in sè, non è suscettibile di valutazione in termini di liceità o illiceità, attenendo l’illecito all’attività della sua produzione, e, considerato che la regolarità urbanistica del bene è estranea alla causa della compravendita, tradizionalmente definita nello scambio – cosa contro prezzo – che ne costituisce la sua funzione economica e sociale, ed altresì il suo effetto essenziale.

  1. La composizione del contrasto. La nullità testuale.

7.1. Muovendo doverosamente dal dato normativo, secondo quanto si è sopra esposto, ritiene il Collegio di dover, anzitutto, affermare al lume delle considerazioni sopra svolte ai p.p. 6.7. e 6.8., che si è in presenza di una nullità che va ricondotta nell’ambito dell’art. 1418 c.c., comma 3, secondo quanto ritenuto dalla teoria c.d. formale, con la precisazione essa ne costituisce una specifica declinazione, e va definita “testuale” (secondo una qualificazione pure datane in qualche decisione), essendo volta a colpire gli atti in essa menzionati.

Procedendo, poi, all’analisi congiunta del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, commi 1 e 4, (ma il discorso vale in riferimento alle analoghe disposizioni della L. n. 47 del 1985, art. 17, commi 1 e 4, nonchè mutatis mutandis della medesima L. n. 47 del 1985, art. 40, commi 2, e 3), emerge che, a fronte del comma 1, che sanziona con la nullità specifici atti carenti della dovuta dichiarazione, il comma 4, ne prevede, come si è detto, la possibilità di “conferma”, id est di convalida, nella sola ipotesi in cui la mancata indicazione dei prescritti elementi non sia dipesa dalla insussistenza del titolo abilitativo.

Il dettato normativo indica, quindi, che il titolo deve realmente esistere e, quale corollario a valle, che l’informazione che lo riguarda, oggetto della dichiarazione, deve esser veritiera: ipotizzare, infatti, la validità del contratto in presenza di una dichiarazione dell’alienante che fosse mendace, e cioè attestasse la presenza di un titolo abilitativo invece inesistente, svuoterebbe di significato i termini in cui è ammessa la previsione di conferma e finirebbe col tenere in non cale la finalità di limite delle transazioni aventi ad oggetto gli immobili abusivi che la norma, pur senza ritenerli tout court incommerciabili, senz’altro persegue, mediante la comminatoria di nullità di alcuni atti che li riguardano.

Se ciò è vero, ne consegue che la dichiarazione mendace va assimilata alla mancanza di dichiarazione, e che l’indicazione degli estremi dei titoli abilitativi in seno agli atti dispositivi previsti dalla norma non ne costituisce un requisito meramente formale, secondo quanto ritenuto da parte della giurisprudenza sopra richiamata ai p.p. 5.1 e 5.2. che va in parte qua superata, essa rileva piuttosto, come pure affermato in altre decisioni adesive alla teoria formale e sottolineato da un’accorta dottrina, quale veicolo per la comunicazione di notizie e per la conoscenza di documenti, o in altri termini, essa ha valenza essenzialmente informativa nei confronti della parte acquirente, e, poichè la presenza o la mancanza del titolo abilitativo non possono essere affermate in astratto, ma devono esserlo in relazione al bene che costituisce l’immobile contemplato nell’atto (cfr. Cass. 20258 del 2009 cit.), la dichiarazione oltre che vera, deve esser riferibile, proprio, a detto immobile.

In costanza di una dichiarazione reale e riferibile all’immobile, il contratto sarà in conclusione valido, e tanto a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo in esso menzionato, e ciò per la decisiva ragione che tale profilo esula dal perimetro della nullità, in quanto, come si è esposto al p. 6.5., non è previsto dalle disposizioni che la comminano, e tenuto conto del condivisibile principio generale, affermato nei richiamati, precedenti, arresti della Corte, secondo cui le norme che, ponendo limiti all’autonomia privata e divieti alla libera circolazione dei beni, sanciscono la nullità degli atti debbono ritenersi di stretta interpretazione, sicché esse non possono essere applicate, estensivamente o per analogia, ad ipotesi diverse da quelle espressamente previste.

7.2. La distinzione in termini di variazioni essenziali e non essenziali, elaborata dalla giurisprudenza di questa Corte in tema di contratto preliminare ed alla quale si riferisce l’ordinanza di rimessione, non è pertanto utile al fine di definire l’ambito della nullità del contratto, tenuto conto, peraltro, che la moltiplicazione dei titoli abilitativi, cui si è sopra accennato al p. 2.4., previsti in riferimento all’attività edilizia da eseguire (minuziosamente indicata), comporterebbe, come correttamente rilevato dal PG nelle sue conclusioni, un sistema sostanzialmente indeterminato, affidato a graduazioni di irregolarità urbanistica di concreta difficile identificazione ed, in definitiva, inammissibilmente affidato all’arbitrio dell’interprete. Il che mal si concilia con le esigenze di salvaguardia della sicurezza e della certezza del traffico giuridico e spiega la cautela dalla prevalente giurisprudenza di questa Corte, da ultimo ricordata da Cass. n. 11659 del 2018, all’uso dello strumento civilistico della nullità quale indiretta forma di controllo amministrativo sulla regolarità urbanistica degli immobili.

7.3. La tesi qui adottata non è, peraltro, dissonante rispetto alla finalità di contrasto al fenomeno dell’abusivismo edilizio, cui pure tende la disposizione in esame, e che è meritevole di massima considerazione. Pare infatti che la ricostruzione nei termini di cui si è detto della nullità concorra a perseguirlo, costituendo uno dei mezzi predisposti dal legislatore per osteggiare il traffico degli immobili abisuvi: per effetto della prescritta informazione, l’acquirente, utilizzando la diligenza dovuta in rebus suis, è, infatti, posto in grado di svolgere le indagini ritenute più opportune per appurare la regolarità urbanistica del bene, e così valutare la convenienza dell’affare, anche, in riferimento ad eventuale mancata rispondenza della costruzione al titolo dichiarato.

In tale valutazione, potrà, ben a ragione, incidere la sanzione della demolizione che il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 31, commi 2 e 3, prevede nei confronti sia del costruttore che del proprietario in caso d’interventi edilizi eseguiti non solo in assenza di permesso, ma anche in totale difformità dal medesimo, ovvero con variazioni essenziali, determinate ai sensi dell’art. 32. Tale sanzione, come chiarito dalla giurisprudenza amministrativa (Ad Plenaria Cons. Stato n. 9 del 2017), ha, infatti, carattere reale e non incontra limiti per il decorso del tempo e ciò in quanto l’abuso costituisce un illecito permanente, e l’eventuale inerzia dell’Amministrazione non è idonea nè a sanarlo o ad ingenerare aspettative giuridicamente qualificate, nè a privarla del potere di adottare l’ordine di demolizione, configurandosi, anzi, la responsabilità (art. 31 cit., comma 4 bis) in capo al dirigente o al funzionario responsabili dell’omissione o del ritardo nell’adozione di siffatto atto, che resta, appunto, doveroso, nonostante il decorso del tempo.

7.4. In conclusione, mentre la nullità del contratto è comminata per il solo caso della mancata inclusione degli estremi del titolo abilitativo, che abbia le connotazioni di cui si è detto, l’interesse superindividuale ad un ordinato assetto di territorio resta salvaguardato dalle sanzioni di cui si è dato conto al p. 3.1. e, nel caso degli abusi più gravi, dal provvedimento ripristinatorio della demolizione.

Tale approdo ermeneutico, che ha il pregio di render chiaro il confine normativo dell’area della non negoziabilità degli immobili, a tutela dell’interesse alla certezza ed alla sicurezza della loro circolazione, appare, quindi, al Collegio quello che meglio rappresenta la sintesi tra le esigenze di tutela dell’acquirente e quelle di contrasto all’abusivismo: in ipotesi di difformità sostanziale tra titolo abilitativo enunciato nell’atto e costruzione, l’acquirente non sarà esposto all’azione di nullità, con conseguente perdita di proprietà dell’immobile ed onere di provvedere al recupero di quanto pagato, ma, ricorrendone i presupposti, potrà soggiacere alle sanzioni previste a tutela dell’interesse generale connesso alle prescrizioni della disciplina urbanistica.

A soluzione del contrasto, vanno, pertanto, affermati i seguenti principi di diritto:

“La nullità comminata dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, e dalla L. n. 47 del 1985, artt. 17 e 40, va ricondotta nell’ambito dell’art. 1418 c.c., comma 3, di cui costituisce una specifica declinazione, e deve qualificarsi come nullità “testuale”, con tale espressione dovendo intendersi, in stretta adesione al dato normativo, un’unica fattispecie di nullità che colpisce gli atti tra vivi ad effetti reali elencati nelle norme che la prevedono, volta a sanzionare la mancata inclusione in detti atti degli estremi del titolo abilitativo dell’immobile, titolo che, tuttavia, deve esistere realmente e deve esser riferibile, proprio, a quell’immobile.” “In presenza nell’atto della dichiarazione dell’alienante degli estremi del titolo urbanistico, reale e riferibile all’immobile, il contratto è valido a prescindere dal profilo della conformità o della difformità della costruzione realizzata al titolo menzionato”.

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Dispositivo art. 873 Codice civile

Le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute(1) a distanza non minore di tre metri(2). Nei regolamenti locali può essere stabilita una distanza maggiore [878

La condizioni di legittimità delle deroghe alla disciplina statale delle distanze fra costruzioni nei rapporti tra privati introdotte dalle Regioni nell’ambito della propria competenza legislativa concorrente – da individuarsi nell’inserimento della prescrizione derogatoria in strumenti urbanistici e nella funzionalità della stessa rispetto alla conformazione dell’assetto urbanistico, complessivo ed unitario, di determinate zone del territorio – operano anche per i regolamenti attuativi della legge regionale, i quali solo entro tali limiti possono dettare una disciplina direttamente incidente sulla materia delle distanze in deroga a quanto previsto dagli artt. 873 e ss. c.c. e dal d.m. n. 1444/1968. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che dovesse essere disapplicata la disposizione di cui all’art. 24, lett. a), del regolamento n. 9 del 2008 di attuazione della legge regionale dell’Umbria n. 1 del 2004 che, al di fuori di uno strumento urbanistico, aveva disposto che non fossero previste distanze minime dai confini per la realizzazione dei muri di contenimento).[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

UN PO’ DI GIURISPRUDENZA

Cass. civ. n. 30708/2018

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Nelle distanze legali tra edifici, costituisce volume tecnico, non computabile nella volumetria della costruzione, solo l’opera edilizia priva di autonomia funzionale, anche potenziale, perché destinata a contenere impianti serventi di un edificio principale, per esigenze tecnico funzionali dell’abitazione, che non possono essere ubicati nello stesso (come quelli connessi alla condotta idrica e termica). Pertanto, non rientra in tale nozione il vano scale, il quale è parte integrante del fabbricato, ossia corpo di fabbrica.

Inoltre n tema di distanze tra costruzioni, la deroga alla disciplina stabilita dalla normativa statale realizzata dagli strumenti urbanistici regionali deve ritenersi legittima quando faccia riferimento ad una pluralità di fabbricati (“gruppi di edifici”) che siano oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche che evidenzino una capacità progettuale tale da definire i rapporti spazio-dimensionali e architettonici delle varie costruzioni, considerate come fossero un edificio unitario, e siano finalizzate a conformare un assetto complessivo di determinate zone, poiché la legittimità di tale deroga è strettamente connessa al governo del territorio e non, invece, ai rapporti fra edifici confinanti isolatamente intesi.

In materia di rispetto delle distanze, lo “ius superveniens” che contenga prescrizioni più restrittive incontra la limitazione dei diritti quesiti e non trova applicazione con riferimento alle costruzioni che, al momento della sua entrata in vigore, possono considerarsi già sorte, in ragione dell’avvenuta realizzazione delle strutture organiche, costituenti punti di riferimento essenziali per la misurazione delle distanze. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata in cui il giudice di merito aveva ritenuto che solo la posa del solaio di copertura consentisse di ritenere eseguita la costruzione e impedisse, perciò, l’applicazione delle norme sopravvenute, affermando che, a tal fine, fosse sufficiente l’avvenuta edificazione delle mura perimetrali, le quali consentono di verificare il rispetto delle distanze).

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 26886 del 23 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 26783/2018

Quando due edifici su fondi finitimi si trovano a distanza inferiore a quella legale, quello dei due frontisti che per primo sopraelevi, ove non provi il diritto a ottenere l’arretramento del fabbricato dell’altro, deve osservare nella sopraelevazione la distanza legale (art. 873 c.c.), arretrandosi sul proprio edificio quanto necessario per rispettarla, essendo irrilevante che la sopraelevazione risulti ad altezza maggiore dell’edificio vicino.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 26783 del 23 ottobre 2018)

 (Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 26518 del 19 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 24206/2018

Le disposizioni in materia edilizia, nell’ipotesi di successione di norme nel tempo, sono di immediata applicazione poiché i piani regolatori, come i regolamenti edilizi comunali, essendo essenzialmente diretti alla tutela dell’interesse generale nel campo urbanistico, prescindono dall’interesse del privato. Ne deriva che se, dopo la concessione della licenza edilizia, sopravviene una diversa regolamentazione sulle distanze fra edifici, le costruzioni devono adeguarsi alla disciplina vigente al momento della loro realizzazione, a nulla rilevando la legittimità della precedente autorizzazione a costruire, mentre, qualora l’esercizio dello “ius aedificandi” abbia già avuto inizio e concreta attuazione alla data di entrata in vigore della normativa sopravvenuta, ha rilievo l’epoca dell’inizio dell’opera e, quindi, la disposizione edilizia che stabilisce distanze maggiori, sopraggiunta nel corso della costruzione anteriormente iniziata, è inapplicabile, non potendo avere efficacia retroattiva ed incidere su situazioni pregresse, neppure ove l’esecuzione dei lavori si sia protratta oltre il termine previsto dalla suddetta licenza edilizia.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 24206 del 4 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 24076/2018

La distanza minima di dieci metri tra le costruzioni stabilita dall’art. 9 del d.m. n. 1444 del 1968 deve osservarsi in modo assoluto, essendo “ratio” della norma non la tutela della riservatezza, bensì quella della salubrità e sicurezza. Detta norma va, pertanto, applicata indipendentemente dall’altezza degli edifici antistanti e dall’andamento parallelo delle loro pareti, purché sussista almeno un segmento di esse tale che l’avanzamento di una o di entrambe le facciate porti al loro incontro, sia pure per quel limitato segmento.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 24076 del 3 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 29732/2017

Lo strumento urbanistico comunale che individui le zone territoriali omogenee di cui all’articolo 2 del d. m. n. 1444 del 1968 deve osservare le prescrizioni in materia di distanze minime tra fabbricati previste, per ciascuna di dette zone, dall’articolo 9, comma 1, del medesimo decreto ministeriale, trattandosi di disposizione di immediata ed inderogabile efficacia precettiva. Ne consegue che, qualora nel regolamento comunale non sia stabilita alcuna distanza tra fabbricati relativamente ad una o più zone territoriali omogenee, o ne sia prevista una inferiore a quella minima prevista nel citato d.m., la disciplina dettata dal citato articolo 9 sostituirà “ipso iure” quella difforme contenuta in origine in tale regolamento, divenendone automaticamente parte integrante e da subito operante senza che possano, invece, trovare applicazione gli articoli 873 c.c. e 17, comma 1, della l. n. 765 del 1967.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 29732 del 12 dicembre 2017)

Cass. civ. n. 23986/2017

In tema di distanze nelle costruzioni, non vi sono ragioni per negare la possibilità di costruire un manufatto in aderenza ad un fabbricato realizzato dal vicino sul confine, per il solo fatto che tale manufatto costituisca addizione di un fabbricato preesistente – non importa se realizzato prima o dopo quello del vicino – purché la situazione lo consenta e la soluzione originaria sia legittima.

(Cassazione civile, Sez. II, ordinanza n. 23986 del 12 ottobre 2017)

Cass. civ. n. 4190/2017

In virtù della “ratio” dell’art. 873 c.c., volto ad evitare la formazione di intercapedini dannose, nella nozione di “costruzione”, rispetto alle quali il secondo costruttore può edificare in aderenza o a distanza legale, rientra ogni opera edilizia che, oltre a presentare carattere di consistenza e stabilità, emerga in modo sensibile al di sopra del livello del suolo, sicché la mancanza di destinazione o di utilità economica di un manufatto (nella specie: rudere di un fabbricato) non esonera dall’osservanza, rispetto ad esso, della distanza suddetta.

In tema di distanze legali, Cass. civ. n. 23856/2018 precisa:

la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio:

ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato avente i caratteri della solidità, stabilità ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio o incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica contestualmente realizzato o preesistente, e ciò indipendentemente dal livello di posa ed elevazione dell’opera stessa.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 23856 del 2 ottobre 2018)

Cass. civ. n. 11320/2018

SEPARAZIONE DIVORZIO BOLOGNA competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale   RAPPORTI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA  UN CITTADINO ITALIANO E  UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE  UE

PROGETTISTA RESPONSABILITA’ CON APPALTATORE

PROGETTISTA RESPONSABILITA’ CON APPALTATORE

PUO’ ESSERE  IL PROGETTISTA RITENUTO

RESPONSABILE CON L’IMPRESA ESECUTRICE?

il progettista ha assicurato che si poteva realizzare un muro, idoneo a svolgere funzione di sostegno, ad un costo contenuto secondo il progetto da lui elaborato;

l’appaltatore si è limitato ad eseguire il muro in conformità al progetto.

Da questa ricostruzione discende la diversa attribuzione delle responsabilità nei rapporti interni tra i danneggianti che può dedursi dalla soluzione data dalla sentenza impugnata alle questioni affrontate: si è ritenuto che l’appaltatore risponda per il danno causato dalla rovina del muro, e cioè per i costi legati alla realizzazione di un muro inidoneo e alla sua necessaria eliminazione, non essendo sanabili i difetti del muro stesso, mentre il progettista è stato ritenuto responsabile per ciò che si era impegnato a realizzare, ovvero un muro non con funzione di semplice delimitazione, ma idoneo a svolgere la funzione di muro di contenimento. Se la realizzazione di un effettivo muro di contenimento, dotato della specifiche tecniche indicate dal CTU costa non l’esigua cifra preventivata, ma l’importo ben più cospicuo indicato dallo stesso consulente, questa differenza, nella ricostruzione della corte d’appello, rimane ad esclusivo carico del progettista.

Sulla base di questa ricostruzione assume una sua logica (benchè fallace, per quello che si dirà) la conclusione della corte territoriale nel senso che, nel caso di specie, la responsabilità del progettista fosse più gravosa rispetto a quella dell’appaltatore (che in quest’ottica viene visto come il mero esecutore di un progetto inidoneo allo scopo) e che abbia concluso rigettando l’appello sul presupposto che l’opera prevista dal CTU, i cui costi il ricorrente è stato condannato a corrispondere al committente a titolo di risarcimento del danno, non fosse “un’opera di maggior pregio, bensì quella oggetto della prestazione non esattamente adempiuta” (pag. 9 della sentenza di appello).

Premette che il danneggiato Roberto Poggio, oltre a non aver contestato di aver corrisposto l’importo di € 18.500,00 all’Impresa Solia per la realizzazione del muro (come indicato dall’Ivaldi già in comparsa di costituzione), non ha neppure provato l’ammontare delle spese sostenute, come sarebbe stato suo onere. Afferma quindi che il danno effettivo e risarcibile subito dal committente sia costituito esclusivamente dai costi sostenuti per la realizzazione del muro in conformità al progetto (€ 18.500,00) e dai costi di demolizione dello stesso (€ 6.273,21), per una somma complessiva pari a € 24.773,21, e che non potesse essere comprensivo, come ritenuto dai giudici di merito, del costo integrale di realizzazione di un nuovo muro di tipologia differente rispetto a quello realizzato. Evidenzia che la soluzione prescelta dai giudici di merito dà luogo ad un enorme ed inammissibile arricchimento indebito del danneggiato. 

Osserva che, stante il reale ammontare del danno subito, il Poggio è già stato integralmente risarcito in virtù dell’accordo transattivo con l’impresa Solia; mentre la Corte d’Appello, riconoscendogli il diritto a percepire, oltre a tale somma, l’ulteriore somma di 65.000,000 € per la realizzazione di un nuovo e differente muro, gli avrebbe in sostanza riconosciuto il diritto di acquisire nella sua sfera di disponibilità un muro di contenimento realizzato a regola d’arte senza nulla spendere (e senza dover neppure sostenere i costi legati alla realizzazione del precedente muro inidoneo).

Lamenta che la Corte non abbia applicato il principio secondo il quale la “garanzia” ex art. 1669 c.c. comprende sia il risarcimento del danno, sia l’eliminazione dei vizi dell’opera (quest’ultima coincidente con il risarcimento del danno in forma specifica ex art. 2058 c.c., salvo che il committente richieda che tale eliminazione avvenga per equivalente monetario); e che abbia applicato invece l’art. 1668 c.c., giungendo così ad affermare che il geometra progettista (e non l’appaltatore) dovesse essere condannato, oltre che a sostenere i costi della demolizione del muro inidoneo, addirittura a sostenere i costi della realizzazione del nuovo muro.

Osserva che la Corte d’Appello abbia violato il disposto degli artt. 1669, 2056, 1218 e 1223 c.c., in quanto non ha semplicemente condannato il geometra all’eliminazione dei vizi dell’opera, ma alla realizzazione di un nuovo e diverso bene, con ciò determinando un indebito arricchimento vietato a norma dell’art. 2041 c.c. e violando anche l’art. 1223 c.c. (richiamato dall’art. 2056 c.c.), in quanto nel nostro ordinamento il risarcimento del danno deve essere volto alla restitutio in integrum (comprensiva di danno emergente e lucro cessante), e non può risolversi invece in un vantaggio per il danneggiato.

Osserva che altra sarebbe la responsabilità del soggetto che contrattualmente si fosse obbligato a realizzare un muro idoneo per un determinato prezzo (in quanto in questo caso l’eventuale inidoneità del muro realizzato non libererebbe l’impresa dall’obbligo, contrattuale, di realizzare un diverso muro idoneo per il prezzo originariamente concordato); altra è l’obbligazione del progettista, che sarà quella, extracontrattuale, della restitutio in integrum del patrimonio del danneggiato (anche nella forma della eliminazione dei vizi, ma non tale da cagionare un arricchimento indebito). Adduce peraltro che, anche a voler considerare l’obbligazione del geometra progettista e direttore dei lavori come contrattuale, non potrebbe comunque porsi a carico di quest’ultimo l’obbligo di realizzare il muro a regola d’arte, posto che tale obbligazione è stata assunta dalla sola impresa appaltatrice, la quale sola, ove condannata a realizzare il muro a regola d’arte, avrebbe eventualmente potuto rivolgersi, a titolo di risarcimento danni per inadempimento contrattuale, nei confronti del progettista.

Rappresenta che, nel caso di responsabilità (extracontrattuale) ex art. 1669 c.c. del progettista e/o direttore dei lavori, una applicazione disattenta del principio del risarcimento inteso come eliminazione dei vizi dell’opera possa condurre a risultati aberranti e in contrasto con la funzione del risarcimento danni in quanto, anziché reintegrare il patrimonio del committente ingiustamente depauperato in conseguenza del fatto illecito, andrebbe ad attribuirgli un vantaggio, a titolo di risarcimento danni, ben superiore al danno economico subito, generando così un arricchimento indebito.

Indica che il procedimento logico da seguire, al fine di non cadere nell’equivoco in cui assume siano incorsi Tribunale e Corte d’Appello, dovrebbe essere quello del raffronto tra la situazione creatasi in conseguenza del fatto illecito e quella che si sarebbe verificata in assenza dello stesso. In particolare, in assenza dell’errata progettazione, integrante l’illecito del geometra, il Poggio non avrebbe avuto diritto alla realizzazione del muro di contenimento del valore indicato dal CTU per il minor prezzo concordato; ma il prezzo del muro sarebbe stato invece quello ben maggiore da ultimo individuato dal CTU. Infine aggiunge che, diversamente opinando, si finirebbe per ritenere responsabile il geometra del fatto che non si sia potuto realizzare un muro con determinate caratteristiche per il minor prezzo individuato dall’impresa in sede di appalto; e che le argomentazioni svolte valgano anche ove la condanna fosse intervenuta per responsabilità contrattuale del geometra (in tal caso vi sarebbe comunque violazione dell’art. 1218 c.c., in quanto non era obbligo del geometra la realizzazione del muro, e pertanto dovrà rispondere solamente ai sensi dell’art. 1223 c.c.).

  1. Il motivo è fondato e va accolto, per le ragioni di seguito esposte.

Va premesso che non emerge con chiarezza, nel ricorso, e neppure nella sentenza impugnata, se l’incarico relativo alla progettazione e direzione dei lavori per la costruzione del muro sia stato conferito al progettista geom. lvaldi dal committente, o dalla ditta appaltatrice, e di conseguenza se l’azione risarcitoria sia stata proposta a titolo di responsabilità contrattuale o extracontrattuale del progettista da parte del committente o del proprietario del terreno ove l’opera è stata realizzata.

Dalla motivazione della sentenza, sembra di poter inferire che la corte d’appello abbia ritenuto l’esistenza di un rapporto contrattuale diretto tra progettista e committente (v. pag. 8 e 9, e il richiamo all’art. 1668 c.c.), in conseguenza del quale il committente abbia agito non per la risoluzione del contratto ma per ottenere il solo risarcimento del danno.

La motivazione della corte d’appello, laddove reputa più estesa la responsabilità del progettista rispetto a quella dell’appaltatore (e quindi non coperta dall’accordo transattivo che ha estinto l’obbligazione risarcitoria dell’appaltatore), si fonda su alcuni passaggi inespressi, che si possono così ricostruire in base all’esito del ragionamento decisorio:

Il committente ha incaricato il progettista di progettare un muro di sostegno;

il progettista ha assicurato che si poteva realizzare un muro, idoneo a svolgere funzione di sostegno, ad un costo contenuto secondo il progetto da lui elaborato;

l’appaltatore si è limitato ad eseguire il muro in conformità al progetto.

Da questa ricostruzione discende la diversa attribuzione delle responsabilità nei rapporti interni tra i danneggianti che può dedursi dalla soluzione data dalla sentenza impugnata alle questioni affrontate: si è ritenuto che l’appaltatore risponda per il danno causato dalla rovina del muro, e cioè per i costi legati alla realizzazione di un muro inidoneo e alla sua necessaria eliminazione, non essendo sanabili i difetti del muro stesso, mentre il progettista è stato ritenuto responsabile per ciò che si era impegnato a realizzare, ovvero un muro non con funzione di semplice delimitazione, ma idoneo a svolgere la funzione di muro di contenimento. Se la realizzazione di un effettivo muro di contenimento, dotato della specifiche tecniche indicate dal CTU costa non l’esigua cifra preventivata, ma l’importo ben più cospicuo indicato dallo stesso consulente, questa differenza, nella ricostruzione della corte d’appello, rimane ad esclusivo carico del progettista.

Sulla base di questa ricostruzione assume una sua logica (benchè fallace, per quello che si dirà) la conclusione della corte territoriale nel senso che, nel caso di specie, la responsabilità del progettista fosse più gravosa rispetto a quella dell’appaltatore (che in quest’ottica viene visto come il mero esecutore di un progetto inidoneo allo scopo) e che abbia concluso rigettando l’appello sul presupposto che l’opera prevista dal CTU, i cui costi il ricorrente è stato condannato a corrispondere al committente a titolo di risarcimento del danno, non fosse “un’opera di maggior pregio, bensì quella oggetto della prestazione non esattamente adempiuta” (pag. 9 della sentenza di appello).

Non verrà in questa sede affrontata la problematica, pur esistente ma non toccata dal ricorso né dal controricorso, dell’esistenza di un obbligo in capo all’appaltatore, a fronte di un progetto che sia visibilmente contrario alle regole dell’arte, di individuarne le criticità e farle presenti al committente, rifiutandosi di realizzare un’opera che ad un professionista non possa non apparire non rispondente alle regole dell’arte. L’appaltatore, dovendo assolvere al proprio dovere di osservare i criteri generali della tecnica relativi al particolare lavoro affidatogli, è infatti obbligato a controllare, nei limiti delle sue cognizioni, la bontà del progetto o delle istruzioni impartite dal committente e, ove queste siano palesemente errate, può andare esente da responsabilità soltanto se dimostri di avere manifestato il proprio dissenso e di essere stato indotto ad eseguirle, quale “nudus minister”, per le insistenze del committente ed a rischio di quest’ultimo. In mancanza di tale prova, l’appaltatore è tenuto, a titolo di responsabilità contrattuale, derivante dalla sua obbligazione di risultato, all’intera garanzia per le imperfezioni o i vizi dell’opera, senza poter invocare il concorso di colpa del progettista o del committente, né l’efficacia esimente di eventuali errori nelle istruzioni impartite dal direttore dei lavori.: v. in questo senso Cass. n. 23594 del 2017. L’appaltatore, essendo tenuto alla realizzazione di un’opera tecnicamente idonea a soddisfare le esigenze del committente risultanti dal contratto, ha il conseguente dovere di rendere edotto il committente medesimo di eventuali obiettive situazioni o carenze del progetto, rilevate o rilevabili con la normale diligenza, ostative all’utilizzazione dell’opera ai fini pattuiti (Cass. n. 1981 del 2016). Le considerazioni che precedono inducono comunque a mettere in discussione in linea teorica la correttezza dell’affermazione contenuta nella sentenza impugnata che ricostruisce come più grave la responsabilità in capo al progettista per un progetto palesemente inidoneo rispetto a quella addebitabile all’appaltatore.

Il ragionamento seguito dalla corte d’appello, anche a prescindere dalla necessità di integrarlo completando deduttivamente passaggi inespressi, è errato nella sua premessa, laddove individua l’oggetto della obbligazione a carico del progettista, che era appunto quella di progettare un’opera con determinate caratteristiche, non anche quella di realizzarla. Il danno conseguente alla errata progettazione, se l’opera realizzata non può essere utilizzata per lo scopo per la quale è stata realizzata e se produce danni a terzi, non può essere in ogni caso comprensivo dei costi di esecuzione dell’opera, con caratteristiche diverse, a regola d’arte.

Anche volendo prescindere dalla qualificazione del rapporto e quindi della responsabilità che ne discende, la decisione impugnata è comunque errata, perché si pone in contrasto con il fondamentale e comune principio secondo il quale ciò che spetta al danneggiato è il diritto all’integrale risarcimento del danno subito e non altro.

Sotto il profilo della responsabilità contrattuale, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, il risarcimento del danno per inadempimento contrattuale deve comprendere sia la perdita subita dal creditore, sia il mancato guadagno, quale conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento, al fine di ristabilire l’equilibrio economico turbato, mettendo il creditore nella stessa situazione economica nella quale si sarebbe trovato se il fatto illecito (inadempienza) non si fosse verificato, e, quindi, la somma liquidata a titolo di risarcimento deve essere equivalente all’effettivo valore dell’utilità perduta (Cass. n. 2458 del 1980; Cass. n.12578 del 1995).

Nel caso di specie, il danno effettivamente patito dal proprietario committente e che possa causalmente ricondursi all’operato del progettista è costituito dai costi di realizzazione dell’opera (il muro) da questi progettata, inidonea all’uso, e dai costi necessari per l’eliminazione dei danni provocati, costituiti nel caso di specie nei consti necessari per l’eliminazione del predetto muro.

Diversamente opinando, ossia addebitando al ricorrente il costo integrale di realizzazione di un muro nuovo e avente caratteristiche tecniche differenti rispetto a quello progettato e realizzato, ovvero avente le effettive caratteristiche tecniche necessarie per poter svolgere una funzione di contenimento, per un verso si incorrerebbe nella violazione del principio per cui il risarcimento del danno deve tendere alla mera restitutio in integrum (art. 1223 c.c.), e per l’altro si accorderebbe al danneggiato un vantaggio indebito (in violazione dell’art. 2041 c.c.), consistente nell’ottenere un quid pluris rispetto alla sua situazione antecedente, ossia nel venire a fruire gratuitamente della realizzazione di un’opera.

In definitiva, il progettista, in conseguenza della sua errata progettazione, può essere chiamato a rispondere dei costi della progettazione e della realizzazione dell’opera che ha effettivamente progettato, del risarcimento dei danni a terzi eventualmente provocati dall’opera realizzata non a regola d’arte in conformità dell’errore nella progettazione (siano essi terzi estranei o, come in questo caso, lo stesso committente che ha dovuto rimuovere il muro inidoneo alla funzione di contenimento), ma non anche dei diversi costi di esecuzione dell’opera a regola d’arte, perché ciò non costituisce oggetto della prestazione pattuita, né è un danno conseguente all’illecito. Il ricorso pertanto deve essere accolto, e la sentenza cassata in applicazione del principio sopra espresso.

 

Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, questa Corte, avvalendosi dei poteri di cui all’art. 384, secondo comma c.p.c., può decidere la causa nel merito. Devono a questo scopo essere presi in considerazione, in quanto fondati, i rilievi mossi dal ricorrente alla sentenza impugnata, laddove essa ha ritenuto che non potesse utilmente avvalersi, al fine di accertare l’intervenuta estinzione della propria obbligazione risarcitoria, della transazione conclusa tra l’appaltatore, suo obbligato solidale, e il committente, ai sensi dell’art. 1304 c.p.c..

 

Della responsabilità solidale di appaltatore e progettista o direttore dei lavori non si dubita: è consolidata affermazione nella giurisprudenza della Corte (da ultimo, Cass. n. 3651 del 2016), quella per cui in tema di responsabilità risarcitoria, contrattuale ed extracontrattuale, se l’unico evento dannoso è imputabile a più persone, è sufficiente, al fine di ritenere la solidarietà di tutte nell’obbligo al risarcimento, che le azioni e le omissioni di ciascuna abbiano concorso in modo efficiente a produrre l’evento, a nulla rilevando che costituiscano autonomi e distinti fatti illeciti, o violazioni di norme giuridiche diverse. Pertanto nel caso di danno risentito dal committente di un opera, per concorrenti inadempimenti del progettista e dell’appaltatore, sussistono le condizioni di detta solidarietà, con la conseguenza che il danneggiato può rivolgersi indifferentemente all’uno o all’altro per il risarcimento dell’intero danno e che il debitore escusso ha verso l’altro corresponsabile azione per la ripetizione della parte da esso dovuta.

 

Ciò premesso in ordine al legame di solidarietà che lega i due professionisti, questa Corte ha recentemente puntualizzato (Cass. n. 23418 del 2016, che richiama la pronuncia a Sezioni Unite n. 30174 del 2011) che in presenza di una transazione tra il creditore ed uno dei debitori in solido, è anzitutto da accertare se la transazione abbia riguardato l’intero debito o, invece, abbia avuto ad oggetto unicamente la quota del debitore con cui essa è stata stipulata, riferendosi la previsione dell’art. 1304 c.c. alla prima fattispecie. Mentre nel primo caso – transazione per l’intero – gli altri debitori possono dichiarare di volerne profittare, come previsto dalla menzionata disposizione, con l’effetto che anche per essi opera l’estinzione del debito, nel secondo caso – transazione pro quota – si determina lo scioglimento della solidarietà passiva unicamente rispetto al debitore che vi aderisce, corrispondentemente riducendosi il debito per gli altri. La ratio di tale norma, allorchè il negozio transattivo riguardi l’intero debito, risiede nella comunanza dell’oggetto della transazione, che consente al condebitore in solido di avvalersene, pur non avendo partecipato alla sua stipulazione e, quindi, in deroga al principio dell’art. 1372 c.c. secondo cui il contratto produce effetto solo tra le parti. Viceversa, tale fondamento non sussiste in presenza di una transazione interna per la singola quota, la quale non può coinvolgere gli altri condebitori, che non avrebbero alcun titolo per profittarne e per vedere estendere nei loro confronti l’effetto estintivo della obbligazione: ma, in ogni caso, ne consegue la riduzione del loro debito per effetto di quanto pagato dal debitore transigente.

 

Nel nostro caso, all’accoglimento del motivo di ricorso consegue la caducazione dell’accertamento, contenuto nella sentenza impugnata, secondo la quale l’appaltatore avrebbe transatto non l’intero debito ma solo la quota di sua spettanza, ed anche la conseguente esclusione dell’applicabilità dell’art. 1304 c.c.

 

Deve al contrario affermarsi che, poiché nel caso di specie l’obbligazione risarcitoria del progettista comprende le stesse voci risarcitorie a carico dell’appaltatore, che sono comprese nell’accordo transattivo e coperte dalla transazione (pari ai costi sostenuti per la costruzione del muro, conforme al progetto ma inidoneo all’uso e per la sua eliminazione), il progettista si possa utilmente giovare – come richiesto fin dal primo grado – della transazione conclusa dal suo condebitore solidale onde ritenere estinta anche nei suoi confronti l’obbligazione risarcitoria. Conseguentemente, decidendo nel merito, la domanda risarcitoria del Poggio verso il progettista va rigettata, in quanto il suo credito risarcitorio si è integralmente estinto, anche nei confronti dell’Ivaldi, in virtù della transazione conclusa con la impresa Solia già prima dell’inizio del giudizio di merito, in applicazione dell’art. 1304 c.c.

 

CORTE DI CASSAZIONE CIVILE, Sez. 3^ 21/06/2018 (Ud. 14/03/2018), Ordinanza n.16323 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

omissis

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

sul ricorso 13382-2016 proposto da:

IVALDI SERGIO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA F. DENZA 15, presso lo studio dell’avvocato STEFANO MASTROLILLI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARLO TRAVERSO giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

  

contro

POGGIO ROBERTO, elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA DEL POPOLO, 18, presso lo studio dell’avvocato MARIA ELENA RIBALDONE, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato VALERIO GIUSEPPE FERRARI giusta procura in calce al controricorso; 

– controricorrente – 

avverso la sentenza n. 98/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 21/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 14/03/2018 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

I FATTI DI CAUSA 

  1. Nel 2009 Roberto Poggio conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Acqui Terme il geometra Sergio Ivaldi, rappresentando di essere proprietario di un capannone ad uso agricolo su un terreno delimitato da un muro di contenimento, realizzato dall’impresa Solia Lorenzo, con progettazione e direzione dei lavori affidati, nel 2002, al geometra Ivaldi; di aver riscontrato, nel 2008, un cedimento del predetto muro di contenimento; di aver richiesto quindi un accertamento tecnico preventivo nei confronti dell’impresa Solia e del geometra, all’esito del quale il CTU affermava che il manufatto realizzato era privo delle caratteristiche tecniche di cui deve essere dotato un muro di contenimento (in quanto privo di opere di drenaggio, di armature in ferro, dotato di fondazioni sottodimensionate), ed indicava come unica soluzione possibile la demolizione del muro con conseguente realizzazione ex novo di un muro dotato di differenti e idonee caratteristiche tecniche (per un costo pari a 96.786,00 €, oltre IVA e spese tecniche); di aver raggiunto un accordo transattivo con l’Impresa Solia (in virtù del quale essa gli corrispondeva l’importo di 27.000 € a titolo di risarcimento del danno).

Tutto ciò premesso, agiva nei confronti del geometra Ivaldi, progettista e direttore dei lavori, per il risarcimento integrale dei danni, quantificati nell’importo indicato dal CTU per la realizzazione di un muro dotato delle necessarie specifiche tecniche e costruito a regola d’arte.

Sergio Ivaldi si costituiva in giudizio, chiedendo il rigetto della domanda avversaria e proponendo a sua volta domanda riconvenzionale di condanna del committente al pagamento dei compensi per alcune prestazioni professionali svolte; nell’eventualità che fosse giudizialmente accertata la sua responsabilità, chiedeva di essere manlevato da due compagnie assicurative che chiamava in causa previa autorizzazione.

Si costiturvano UGF Assicurazioni s.p.a. e FONDIARIA-SAI s.p.a., eccependo preliminarmente l’inoperatività delle rispettive polizze e chiedendo entrambe il rigetto della domanda attorea.

  1. Esperita l’istruttoria ammessa e la CTU, il Tribunale di Alessandria pronunciava sentenza n. 37/2014 con cui condannava Sergio Ivaldi al pagamento in favore dell’attore della somma di € 65.556,00 oltre oneri accessori ed interessi legali (quantificandone il credito risarcitorio in € 92.556,00 pari all’importo di spesa necessario per la costruzione di un muro di contenimento a regola d’arte, dai quali detraeva € 27 .000 già percepiti dal Poggio in forza dell’accordo transattivo con l’Impresa Solia); condannava Roberto Poggio al pagamento in favore del convenuto della somma di€ 6.824,00 oltre accessori per altre prestazioni dallo stesso eseguite e rigettava le domande di manleva nei confronti delle compagnie di assicurazione.
  1. Contro tale sentenza, nel 2014 proponeva appello l’Ivaldi non contestando la propria corresponsabilità nel cedimento del muro, ma lamentando l’erroneità della quantificazione del danno, in suo pregiudizio, in quanto tale da determinare un indebito arricchimento a suo danno del danneggiato, che avrebbe goduto della realizzazione di un’opera qualitativamente diversa e di ben maggior valore rispetto a quella che l’Ivaldi era stato incaricato di progettare. Con altro motivo di appello, l’odierno ricorrente sosteneva che la transazione conclusa prima dell’inizio della causa tra il committente e la società appaltatrice avesse ad oggetto l’intero danno, e non solo la quota corrispondente alla responsabilità propria della ditta appaltatrice, e ribadiva la sua domanda di volerne profittare, quale obbligato solidale, ai sensi dell’art. 1304 c.c..

Si costituiva in giudizio Roberto Poggio. La UnipolSai Assicurazioni s.p.a., incorporante le due compagnie di assicurazioni, si costituiva in giudizio con due distinte comparse di costituzione e risposta.

  1. La Corte d’Appello di Torino rigettava l’impugnazione. In particolare, premesso che i manufatti che l’Ivaldi aveva accettato di progettare avrebbero dovuto essere muri di contenimento, che il muro effettivamente progettato e poi realizzato non aveva caratteristiche tali da renderlo idoneo a svolgere tale funzione; che la demolizione del manufatto edificato e la realizzazione di un effettivo muro di contenimento fossero necessarie al fine di vedere realizzato quanto promesso al Poggio; che, avendo il Poggio chiesto il solo risarcimento del danno (e non la risoluzione del contratto), per compensare il pregiudizio arrecatogli dall’inadempimento e la restaurazione della sua situazione patrimoniale fosse quindi necessario quantificare il costo della realizzazione del medesimo muro di contenimento, con la previsione delle caratteristiche prescritte dalla regola dell’arte; che l’opera prevista dal CTU non fosse altro che un muro di contenimento idoneo, e dunque non un’opera di maggior pregio rispetto a quanto pattuito (determinante pertanto l’acquisizione di una utilità economica eccedente) ma quella oggetto della prestazione non esattamente adempiuta e che, laddove più costosa, lo sarebbe stata solo in quanto realizzata a regola d’arte.

Rigettava anche il motivo di appello relativo alla volontà del progettista di avvalersi della transazione conclusa tra committente ed appaltatore, confermando sul punto la decisione di primo grado, in base alla quale, pur non avendo il committente contestato che fosse intervenuta la transazione e neppure di aver ricevuto dalla ditta appaltatrice l’importo concordato nella transazione a titolo di risarcimento del danno prima dell’inizio del giudizio nei confronti dell’Ivaldi, in mancanza di una copia in atti della transazione dalla quale poter desumere il suo effettivo oggetto, dovesse ritenersi non provato che la transazione riguardasse l’intera pretesa risarcitoria del committente e non piuttosto la sola quota di responsabilità della ditta appaltatrice, di ben minore entità rispetto a quella addebitabile al professionista. Di conseguenza, pur ribadendo che si dovesse tener conto dell’importo transatto (come del resto aveva fatto il giudice di primo grado) per decurtarlo dalla somma che il progettista dovesse essere concretamente condannato a pagare, escludeva che il progettista appellante si potesse giovare, per ritenere integralmente estinta la propria obbligazione risarcitoria, della transazione conclusa dagli altri due soggetti in quanto non estintiva dell’intero credito risarcitorio del committente.

  1. Contro la sentenza n. 98/2016, depositata il 21.1.2016, della Corte d’Appello di Torino Sezione Quarta propone ricorso per Cassazione, con un unico motivo, Sergio lvaldi.

Resiste con controricorso Roberto Poggio.

La causa è stata avviata alla trattazione in adunanza camerale non partecipata.

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con l’unico motivo di ricorso, il ricorrente denuncia la violazione o falsa applicazione di norme di diritto (artt. 1669, 2041, 1218, 2056 e 1223 c.c., art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.).

Premette che il danneggiato Roberto Poggio, oltre a non aver contestato di aver corrisposto l’importo di € 18.500,00 all’Impresa Solia per la realizzazione del muro (come indicato dall’Ivaldi già in comparsa di costituzione), non ha neppure provato l’ammontare delle spese sostenute, come sarebbe stato suo onere. Afferma quindi che il danno effettivo e risarcibile subito dal committente sia costituito esclusivamente dai costi sostenuti per la realizzazione del muro in conformità al progetto (€ 18.500,00) e dai costi di demolizione dello stesso (€ 6.273,21), per una somma complessiva pari a € 24.773,21, e che non potesse essere comprensivo, come ritenuto dai giudici di merito, del costo integrale di realizzazione di un nuovo muro di tipologia differente rispetto a quello realizzato. Evidenzia che la soluzione prescelta dai giudici di merito dà luogo ad un enorme ed inammissibile arricchimento indebito del danneggiato. 

Osserva che, stante il reale ammontare del danno subito, il Poggio è già stato integralmente risarcito in virtù dell’accordo transattivo con l’impresa Solia; mentre la Corte d’Appello, riconoscendogli il diritto a percepire, oltre a tale somma, l’ulteriore somma di 65.000,000 € per la realizzazione di un nuovo e differente muro, gli avrebbe in sostanza riconosciuto il diritto di acquisire nella sua sfera di disponibilità un muro di contenimento realizzato a regola d’arte senza nulla spendere (e senza dover neppure sostenere i costi legati alla realizzazione del precedente muro inidoneo).

Lamenta che la Corte non abbia applicato il principio secondo il quale la “garanzia” ex art. 1669 c.c. comprende sia il risarcimento del danno, sia l’eliminazione dei vizi dell’opera (quest’ultima coincidente con il risarcimento del danno in forma specifica ex art. 2058 c.c., salvo che il committente richieda che tale eliminazione avvenga per equivalente monetario); e che abbia applicato invece l’art. 1668 c.c., giungendo così ad affermare che il geometra progettista (e non l’appaltatore) dovesse essere condannato, oltre che a sostenere i costi della demolizione del muro inidoneo, addirittura a sostenere i costi della realizzazione del nuovo muro.

Osserva che la Corte d’Appello abbia violato il disposto degli artt. 1669, 2056, 1218 e 1223 c.c., in quanto non ha semplicemente condannato il geometra all’eliminazione dei vizi dell’opera, ma alla realizzazione di un nuovo e diverso bene, con ciò determinando un indebito arricchimento vietato a norma dell’art. 2041 c.c. e violando anche l’art. 1223 c.c. (richiamato dall’art. 2056 c.c.), in quanto nel nostro ordinamento il risarcimento del danno deve essere volto alla restitutio in integrum (comprensiva di danno emergente e lucro cessante), e non può risolversi invece in un vantaggio per il danneggiato.

Osserva che altra sarebbe la responsabilità del soggetto che contrattualmente si fosse obbligato a realizzare un muro idoneo per un determinato prezzo (in quanto in questo caso l’eventuale inidoneità del muro realizzato non libererebbe l’impresa dall’obbligo, contrattuale, di realizzare un diverso muro idoneo per il prezzo originariamente concordato); altra è l’obbligazione del progettista, che sarà quella, extracontrattuale, della restitutio in integrum del patrimonio del danneggiato (anche nella forma della eliminazione dei vizi, ma non tale da cagionare un arricchimento indebito). Adduce peraltro che, anche a voler considerare l’obbligazione del geometra progettista e direttore dei lavori come contrattuale, non potrebbe comunque porsi a carico di quest’ultimo l’obbligo di realizzare il muro a regola d’arte, posto che tale obbligazione è stata assunta dalla sola impresa appaltatrice, la quale sola, ove condannata a realizzare il muro a regola d’arte, avrebbe eventualmente potuto rivolgersi, a titolo di risarcimento danni per inadempimento contrattuale, nei confronti del progettista.

Rappresenta che, nel caso di responsabilità (extracontrattuale) ex art. 1669 c.c. del progettista e/o direttore dei lavori, una applicazione disattenta del principio del risarcimento inteso come eliminazione dei vizi dell’opera possa condurre a risultati aberranti e in contrasto con la funzione del risarcimento danni in quanto, anziché reintegrare il patrimonio del committente ingiustamente depauperato in conseguenza del fatto illecito, andrebbe ad attribuirgli un vantaggio, a titolo di risarcimento danni, ben superiore al danno economico subito, generando così un arricchimento indebito.

Indica che il procedimento logico da seguire, al fine di non cadere nell’equivoco in cui assume siano incorsi Tribunale e Corte d’Appello, dovrebbe essere quello del raffronto tra la situazione creatasi in conseguenza del fatto illecito e quella che si sarebbe verificata in assenza dello stesso. In particolare, in assenza dell’errata progettazione, integrante l’illecito del geometra, il Poggio non avrebbe avuto diritto alla realizzazione del muro di contenimento del valore indicato dal CTU per il minor prezzo concordato; ma il prezzo del muro sarebbe stato invece quello ben maggiore da ultimo individuato dal CTU. Infine aggiunge che, diversamente opinando, si finirebbe per ritenere responsabile il geometra del fatto che non si sia potuto realizzare un muro con determinate caratteristiche per il minor prezzo individuato dall’impresa in sede di appalto; e che le argomentazioni svolte valgano anche ove la condanna fosse intervenuta per responsabilità contrattuale del geometra (in tal caso vi sarebbe comunque violazione dell’art. 1218 c.c., in quanto non era obbligo del geometra la realizzazione del muro, e pertanto dovrà rispondere solamente ai sensi dell’art. 1223 c.c.).

  1. Il motivo è fondato e va accolto, per le ragioni di seguito esposte.

Va premesso che non emerge con chiarezza, nel ricorso, e neppure nella sentenza impugnata, se l’incarico relativo alla progettazione e direzione dei lavori per la costruzione del muro sia stato conferito al progettista geom. lvaldi dal committente, o dalla ditta appaltatrice, e di conseguenza se l’azione risarcitoria sia stata proposta a titolo di responsabilità contrattuale o extracontrattuale del progettista da parte del committente o del proprietario del terreno ove l’opera è stata realizzata.

Dalla motivazione della sentenza, sembra di poter inferire che la corte d’appello abbia ritenuto l’esistenza di un rapporto contrattuale diretto tra progettista e committente (v. pag. 8 e 9, e il richiamo all’art. 1668 c.c.), in conseguenza del quale il committente abbia agito non per la risoluzione del contratto ma per ottenere il solo risarcimento del danno.

La motivazione della corte d’appello, laddove reputa più estesa la responsabilità del progettista rispetto a quella dell’appaltatore (e quindi non coperta dall’accordo transattivo che ha estinto l’obbligazione risarcitoria dell’appaltatore), si fonda su alcuni passaggi inespressi, che si possono così ricostruire in base all’esito del ragionamento decisorio:

Il committente ha incaricato il progettista di progettare un muro di sostegno;

il progettista ha assicurato che si poteva realizzare un muro, idoneo a svolgere funzione di sostegno, ad un costo contenuto secondo il progetto da lui elaborato;

l’appaltatore si è limitato ad eseguire il muro in conformità al progetto.

Da questa ricostruzione discende la diversa attribuzione delle responsabilità nei rapporti interni tra i danneggianti che può dedursi dalla soluzione data dalla sentenza impugnata alle questioni affrontate: si è ritenuto che l’appaltatore risponda per il danno causato dalla rovina del muro, e cioè per i costi legati alla realizzazione di un muro inidoneo e alla sua necessaria eliminazione, non essendo sanabili i difetti del muro stesso, mentre il progettista è stato ritenuto responsabile per ciò che si era impegnato a realizzare, ovvero un muro non con funzione di semplice delimitazione, ma idoneo a svolgere la funzione di muro di contenimento. Se la realizzazione di un effettivo muro di contenimento, dotato della specifiche tecniche indicate dal CTU costa non l’esigua cifra preventivata, ma l’importo ben più cospicuo indicato dallo stesso consulente, questa differenza, nella ricostruzione della corte d’appello, rimane ad esclusivo carico del progettista.

Sulla base di questa ricostruzione assume una sua logica (benchè fallace, per quello che si dirà) la conclusione della corte territoriale nel senso che, nel caso di specie, la responsabilità del progettista fosse più gravosa rispetto a quella dell’appaltatore (che in quest’ottica viene visto come il mero esecutore di un progetto inidoneo allo scopo) e che abbia concluso rigettando l’appello sul presupposto che l’opera prevista dal CTU, i cui costi il ricorrente è stato condannato a corrispondere al committente a titolo di risarcimento del danno, non fosse “un’opera di maggior pregio, bensì quella oggetto della prestazione non esattamente adempiuta” (pag. 9 della sentenza di appello).

Non verrà in questa sede affrontata la problematica, pur esistente ma non toccata dal ricorso né dal controricorso, dell’esistenza di un obbligo in capo all’appaltatore, a fronte di un progetto che sia visibilmente contrario alle regole dell’arte, di individuarne le criticità e farle presenti al committente, rifiutandosi di realizzare un’opera che ad un professionista non possa non apparire non rispondente alle regole dell’arte. L’appaltatore, dovendo assolvere al proprio dovere di osservare i criteri generali della tecnica relativi al particolare lavoro affidatogli, è infatti obbligato a controllare, nei limiti delle sue cognizioni, la bontà del progetto o delle istruzioni impartite dal committente e, ove queste siano palesemente errate, può andare esente da responsabilità soltanto se dimostri di avere manifestato il proprio dissenso e di essere stato indotto ad eseguirle, quale “nudus minister”, per le insistenze del committente ed a rischio di quest’ultimo. In mancanza di tale prova, l’appaltatore è tenuto, a titolo di responsabilità contrattuale, derivante dalla sua obbligazione di risultato, all’intera garanzia per le imperfezioni o i vizi dell’opera, senza poter invocare il concorso di colpa del progettista o del committente, né l’efficacia esimente di eventuali errori nelle istruzioni impartite dal direttore dei lavori.: v. in questo senso Cass. n. 23594 del 2017. L’appaltatore, essendo tenuto alla realizzazione di un’opera tecnicamente idonea a soddisfare le esigenze del committente risultanti dal contratto, ha il conseguente dovere di rendere edotto il committente medesimo di eventuali obiettive situazioni o carenze del progetto, rilevate o rilevabili con la normale diligenza, ostative all’utilizzazione dell’opera ai fini pattuiti (Cass. n. 1981 del 2016). Le considerazioni che precedono inducono comunque a mettere in discussione in linea teorica la correttezza dell’affermazione contenuta nella sentenza impugnata che ricostruisce come più grave la responsabilità in capo al progettista per un progetto palesemente inidoneo rispetto a quella addebitabile all’appaltatore.

Il ragionamento seguito dalla corte d’appello, anche a prescindere dalla necessità di integrarlo completando deduttivamente passaggi inespressi, è errato nella sua premessa, laddove individua l’oggetto della obbligazione a carico del progettista, che era appunto quella di progettare un’opera con determinate caratteristiche, non anche quella di realizzarla. Il danno conseguente alla errata progettazione, se l’opera realizzata non può essere utilizzata per lo scopo per la quale è stata realizzata e se produce danni a terzi, non può essere in ogni caso comprensivo dei costi di esecuzione dell’opera, con caratteristiche diverse, a regola d’arte.

Anche volendo prescindere dalla qualificazione del rapporto e quindi della responsabilità che ne discende, la decisione impugnata è comunque errata, perché si pone in contrasto con il fondamentale e comune principio secondo il quale ciò che spetta al danneggiato è il diritto all’integrale risarcimento del danno subito e non altro.

Sotto il profilo della responsabilità contrattuale, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, il risarcimento del danno per inadempimento contrattuale deve comprendere sia la perdita subita dal creditore, sia il mancato guadagno, quale conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento, al fine di ristabilire l’equilibrio economico turbato, mettendo il creditore nella stessa situazione economica nella quale si sarebbe trovato se il fatto illecito (inadempienza) non si fosse verificato, e, quindi, la somma liquidata a titolo di risarcimento deve essere equivalente all’effettivo valore dell’utilità perduta (Cass. n. 2458 del 1980; Cass. n.12578 del 1995).

Nel caso di specie, il danno effettivamente patito dal proprietario committente e che possa causalmente ricondursi all’operato del progettista è costituito dai costi di realizzazione dell’opera (il muro) da questi progettata, inidonea all’uso, e dai costi necessari per l’eliminazione dei danni provocati, costituiti nel caso di specie nei consti necessari per l’eliminazione del predetto muro.

Diversamente opinando, ossia addebitando al ricorrente il costo integrale di realizzazione di un muro nuovo e avente caratteristiche tecniche differenti rispetto a quello progettato e realizzato, ovvero avente le effettive caratteristiche tecniche necessarie per poter svolgere una funzione di contenimento, per un verso si incorrerebbe nella violazione del principio per cui il risarcimento del danno deve tendere alla mera restitutio in integrum (art. 1223 c.c.), e per l’altro si accorderebbe al danneggiato un vantaggio indebito (in violazione dell’art. 2041 c.c.), consistente nell’ottenere un quid pluris rispetto alla sua situazione antecedente, ossia nel venire a fruire gratuitamente della realizzazione di un’opera.

In definitiva, il progettista, in conseguenza della sua errata progettazione, può essere chiamato a rispondere dei costi della progettazione e della realizzazione dell’opera che ha effettivamente progettato, del risarcimento dei danni a terzi eventualmente provocati dall’opera realizzata non a regola d’arte in conformità dell’errore nella progettazione (siano essi terzi estranei o, come in questo caso, lo stesso committente che ha dovuto rimuovere il muro inidoneo alla funzione di contenimento), ma non anche dei diversi costi di esecuzione dell’opera a regola d’arte, perché ciò non costituisce oggetto della prestazione pattuita, né è un danno conseguente all’illecito. Il ricorso pertanto deve essere accolto, e la sentenza cassata in applicazione del principio sopra espresso.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, questa Corte, avvalendosi dei poteri di cui all’art. 384, secondo comma c.p.c., può decidere la causa nel merito. Devono a questo scopo essere presi in considerazione, in quanto fondati, i rilievi mossi dal ricorrente alla sentenza impugnata, laddove essa ha ritenuto che non potesse utilmente avvalersi, al fine di accertare l’intervenuta estinzione della propria obbligazione risarcitoria, della transazione conclusa tra l’appaltatore, suo obbligato solidale, e il committente, ai sensi dell’art. 1304 c.p.c..

Della responsabilità solidale di appaltatore e progettista o direttore dei lavori non si dubita: è consolidata affermazione nella giurisprudenza della Corte (da ultimo, Cass. n. 3651 del 2016), quella per cui in tema di responsabilità risarcitoria, contrattuale ed extracontrattuale, se l’unico evento dannoso è imputabile a più persone, è sufficiente, al fine di ritenere la solidarietà di tutte nell’obbligo al risarcimento, che le azioni e le omissioni di ciascuna abbiano concorso in modo efficiente a produrre l’evento, a nulla rilevando che costituiscano autonomi e distinti fatti illeciti, o violazioni di norme giuridiche diverse. Pertanto nel caso di danno risentito dal committente di un opera, per concorrenti inadempimenti del progettista e dell’appaltatore, sussistono le condizioni di detta solidarietà, con la conseguenza che il danneggiato può rivolgersi indifferentemente all’uno o all’altro per il risarcimento dell’intero danno e che il debitore escusso ha verso l’altro corresponsabile azione per la ripetizione della parte da esso dovuta.

Ciò premesso in ordine al legame di solidarietà che lega i due professionisti, questa Corte ha recentemente puntualizzato (Cass. n. 23418 del 2016, che richiama la pronuncia a Sezioni Unite n. 30174 del 2011) che in presenza di una transazione tra il creditore ed uno dei debitori in solido, è anzitutto da accertare se la transazione abbia riguardato l’intero debito o, invece, abbia avuto ad oggetto unicamente la quota del debitore con cui essa è stata stipulata, riferendosi la previsione dell’art. 1304 c.c. alla prima fattispecie. Mentre nel primo caso – transazione per l’intero – gli altri debitori possono dichiarare di volerne profittare, come previsto dalla menzionata disposizione, con l’effetto che anche per essi opera l’estinzione del debito, nel secondo caso – transazione pro quota – si determina lo scioglimento della solidarietà passiva unicamente rispetto al debitore che vi aderisce, corrispondentemente riducendosi il debito per gli altri. La ratio di tale norma, allorchè il negozio transattivo riguardi l’intero debito, risiede nella comunanza dell’oggetto della transazione, che consente al condebitore in solido di avvalersene, pur non avendo partecipato alla sua stipulazione e, quindi, in deroga al principio dell’art. 1372 c.c. secondo cui il contratto produce effetto solo tra le parti. Viceversa, tale fondamento non sussiste in presenza di una transazione interna per la singola quota, la quale non può coinvolgere gli altri condebitori, che non avrebbero alcun titolo per profittarne e per vedere estendere nei loro confronti l’effetto estintivo della obbligazione: ma, in ogni caso, ne consegue la riduzione del loro debito per effetto di quanto pagato dal debitore transigente.

Nel nostro caso, all’accoglimento del motivo di ricorso consegue la caducazione dell’accertamento, contenuto nella sentenza impugnata, secondo la quale l’appaltatore avrebbe transatto non l’intero debito ma solo la quota di sua spettanza, ed anche la conseguente esclusione dell’applicabilità dell’art. 1304 c.c.

Deve al contrario affermarsi che, poiché nel caso di specie l’obbligazione risarcitoria del progettista comprende le stesse voci risarcitorie a carico dell’appaltatore, che sono comprese nell’accordo transattivo e coperte dalla transazione (pari ai costi sostenuti per la costruzione del muro, conforme al progetto ma inidoneo all’uso e per la sua eliminazione), il progettista si possa utilmente giovare – come richiesto fin dal primo grado – della transazione conclusa dal suo condebitore solidale onde ritenere estinta anche nei suoi confronti l’obbligazione risarcitoria. Conseguentemente, decidendo nel merito, la domanda risarcitoria del Poggio verso il progettista va rigettata, in quanto il suo credito risarcitorio si è integralmente estinto, anche nei confronti dell’Ivaldi, in virtù della transazione conclusa con la impresa Solia già prima dell’inizio del giudizio di merito, in applicazione dell’art. 1304 c.c.

La non piena chiarezza nella esposizione dei rapporti tra le parti, che può aver pregiudicato la adeguata ricostruzione giuridica della fattispecie, induce a compensare le spese di giudizio tra le parti.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di Poggio Roberto nei confronti di Ivaldi Sergio.

Spese compensate.

Così deciso nella camera di consiglio della Corte di cassazione il 14.3.2018

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REATI EDILIZI  : SANATORIA PAESAGGISTICA

REATI EDILIZI  :

SANATORIA

PAESAGGISTICA

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L’autorizzazione paesaggistica in sanatoria estingue il reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1, solo se espressamente rilasciata all’esito della speciale procedura di cui all’art. 181, comma 1 quater, stesso decreto (cfr. sul punto, Sez. 3, n. 16574 del 06/03/2007, Drago, Rv. 236495; Sez. 3, n. 37318 del 03/07/2007, Carusotto, Rv. 237562; Sez. 3, n. 12951 del 07/03/2008, Scalia, Rv. 239355) e non ha equipollenti (Sez. 3, n. 889 del 29/11/2011, Falconi, Rv. 251639). Non ha dunque efficacia sanante il parere favorevolmente espresso dal soprintendente in sede di (e al fine del) separato procedimento amministrativo per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 36, (Sez. 3, n. 47331 del 16/11/2007, Minaudo, Rv. 238531), o in sede di conferenza di servizi ai sensi della L. n. 241 del 1990, art. 14, comma 3 bis.

7.2. Si aggiunga, inoltre, che l’errata qualificazione giuridica del fatto nei termini indicati al 6.4, se impedisce che agli imputati possa essere riservato un trattamento sanzionatorio peggiore o di qualificare come delitto il reato contravvenzionale, paralizza, perchè contraria alla legge, l’efficacia estintiva del reato che non può conseguire ad un provvedimento amministrativo illegittimo (e dunque disapplicabile) per gli immobili che ricadono in aree dichiarate di notevole interesse pubblico.

7.3. Il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica postuma, così come il parere favorevolmente espresso in sede di rilascio del permesso di costruire in sanatoria, comportando la qualificata ricognizione dell’assenza di conseguenze dannose o pericolose per l’ambiente, inibisce solo la demolizione e/o la riduzione in pristino dello stato dei luoghi che ha funzione direttamente ripristinatoria del bene offeso (Sez. 3, n. 37318 del 03/07/2007, Sez. 3, n. 40269 del 26/11/2002, Nucci, Rv. 222703).

7.4. Erroneamente, dunque, i Giudici territoriali hanno ordinato la riduzione in pristino dello stato dei luoghi.

7.5. La fondatezza “in parte qua” dei ricorsi di P.F. e P.M.R. non ha impedito la maturazione del tempo necessario a prescrivere il reato contravvenzionale (così come contestato) di cui al capo A della rubrica (considerata la data di consumazione contestata: febbraio 2010, e in ogni caso quella del sequestro: 13/12/2010), sicchè, per esso, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perchè il reato è estinto per prescrizione (con conseguente superfluità dell’esame del primo motivo di ricorso del M.).

  1. Con riferimento ai motivi di doglianza che hanno specificamente ad oggetto la “segnalazione certificata di inizio attività”, la sentenza impugnata così motiva: “la falsità delle dichiarazioni ed attestazioni è chiaramente evincibile dalle risultanze della consulenza dell’ing. F., oltre che da quanto emerso in seguito al sopralluogo cui seguì il sequestro”.

8.1. La segnalazione certificata di inizio attività è atto proprio del committente dei lavori (nel caso di specie la P.M. R.) che la sottoscrive e la presenta allo sportello unico e risponde della corrispondenza al vero di quanto in essa contenuto; b) nel caso di specie il P.F. ha incontestabilmente falsificato la firma apparentemente apposta dalla M.R. su alcuni documenti allegati, concorrendo così a far proprio l’atto e dando prova di ben conoscerne il contenuto e la portata; c) il committente dei lavori, inoltre, risponde direttamente della conformità dell’opera alla normativa urbanistica (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 29, comma 1) e non può perciò addurre a propria discolpa l’affidamento al tecnico progettista; d) quest’ultimo assume a sua volta la qualità di persona esercente un servizio di pubblica necessità e risponde della veridicità del contenuto della relazione di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 23, comma 1, (art. 29, comma 5, stesso D.P.R.).

8.2. Ne deriva che i motivi di ricorso che riguardano l’astratta riconducibilità delle false asseverazioni alla responsabilità di tutti gli imputati (alcuni dei quali attingono anche a dati estranei al testo del provvedimento impugnato) si fondano sull’errata applicazione delle norme citate.

8.3. E’ evidente, però, il deficit motivazionale che attiene all’oggetto stesso della falsa rappresentazione non essendo chiaro in cosa essa consista (precisazione ancor più necessaria dalla totale mancanza di indicazioni in tal senso nella sentenza di assoluzione di primo grado e dal rilascio del permesso di costruire in sanatoria che attesta la doppia conformità dell’opera agli strumenti urbanistici vigenti e a quelli adottati), nè se si riferisca, in particolare e solo, alla preesistenza dell’immobile al 1967, nè quale sia il contenuto della prova solo indicata, ma non illustrata, nella sentenza impugnata.

Cass. pen. Sez. III, Sent. 13-06-2016, n. 24410

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ROSI Elisabetta – Presidente –
Dott. MANZON Enrico – Consigliere – Dott. SOCCI Angelo Matteo – Consigliere – Dott. ACETO Aldo – rel. Consigliere – Dott. GENTILI Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:
1. M.G., nato a (OMISSIS);
2. P.F., nato a (OMISSIS);
3. P.M.R., nata a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 06/05/2015 della Corte di appello di Lecce; visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Aldo Aceto;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. ROMANO Giulio, che ha concluso chiedendo l’annullamento, senza rinvio, in ordine al reato di cui al capo A perchè estinto per prescrizione e, con rinvio, limitatamente al reato di cui al capo B;

uditi per gli imputati gli avv.ti Francesco Galluccio Mezio, difensore di fiducia di P.F. e P.M.R., e Odette Frattarelli, sostituto processuale dell’avv. Stefania Mangia, difensore di fiducia di M.G., che hanno chiesto l’accoglimento dei rispettivi ricorsi.

Svolgimento del Processo

  1. I sigg.ri M.G., P.F. e P.M. R. ricorrono per l’annullamento della sentenza del 06/05/2015 della Corte di appello di Lecce che, in totale riforma della pronuncia assolutoria del 24/10/2013 del Tribunale di quello stesso capoluogo, li ha dichiarati responsabili del reato continuato di cui agli artt. 110 e 81 cpv. c.p., D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, art. 181, (capo A) e L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 19, comma 6, (capo B) loro ascritto, e, ritenuto più grave il delitto di cui al capo B, li ha condannati alla pena, condizionalmente sospesa per i soli M. e la P.M.R., di un anno e due mesi di reclusione ciascuno, oltre alla riduzione in pristino dello stato dei luoghi entro novanta giorni dalla irrevocabilità della sentenza.

1.1. Si contesta agli imputati di aver eseguito lavori di ristrutturazione di un fabbricato sito in località (OMISSIS), zona sottoposta a vincolo paesaggistico, senza la necessaria autorizzazione dell’autorità preposta alla tutela del vincolo e in forza di una segnalazione certificata di inizio attività, falsa nella parte in cui attestava la assoggettabilità dell’intervento a SCIA, la sua conformità agli strumenti urbanistici vigenti e la preesistenza dell’immobile al 1967; nonchè di aver realizzato “ex novo” un piccolo manufatto adibito a lavanderia delle dimensioni in pianta di 7 mq..

1.2. In primo grado tutti gli imputati furono assolti dal reato di cui al capo A (che inizialmente comprendeva anche la contravvenzione di cui al D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 44, lett. c) in conseguenza del rilascio del permesso di costruire in sanatoria rilasciato ai sensi del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, artt. 36 e 45, e dal reato di cui al capo B perchè non v’è prova della consapevole perpetrazione di false attestazioni da parte degli imputati.

1.3. Su impugnazione del Procuratore Generale presso la Corte di appello, la Corte territoriale è pervenuta alle conclusioni oggi contestate sul rilievo che: a) il permesso di costruire in sanatoria non estingue il reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181; b) gli interventi descritti nella rubrica, fotorilevati e oggetto di consulenza tecnica, non sono mai stati autorizzati dall’autorità preposta al vincolo paesaggistico; c) la SCIA era stata firmata da tutti gli imputati, compreso il P.F. che aveva materialmente contraffatto la firma di M.R. apposta su alcuni documenti meglio indicati nella sentenza.

  1. P.F. e P.M.R. articolano, per il tramite del difensore di fiducia, sei motivi di ricorso.

2.1. Con il primo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), il vizio di totale motivazione in ordine alla affermazione della loro penale responsabilità per i fatti loro ascritti.

Deducono, al riguardo, che si è trattato esclusivamente di un intervento di manutenzione straordinaria che ha comportato la sola sostituzione di alcuni elementi senza alcun aumento di superficie e volumetria nè modificazione della sagoma e dell’aspetto esteriore dell’edificio, e che è stato effettuato in conformità alle prescrizioni del regolamento edilizio comunale di Lecce (art. 2.7) e alle norme tecniche di attuazione del Piano Urbanistico Tematico Territoriale per la Puglia (art. 5.02 del P.U.T.T.), come peraltro attestato dall’avvenuto rilascio del permesso di costruire in sanatoria. L’intervento, inoltre, ha riguardato immobili oggetto di decreto di trasferimento di proprietà adottato dal Tribunale di Lecce all’esito di procedura esecutiva immobiliare che comprendeva anche il piccolo vano adibito a lavanderia (erroneamente contestato come realizzato ex novo, tema ripreso anche dal M. nel primo motivo di ricorso).

2.2.Con il secondo motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b), l’erronea e falsa applicazione del D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 49, e art. 5, comma 2 delle N.T.A. del P.U.T.T..

Sulla ribadita premessa che si è tratto di ristrutturazione edilizia senza alcun aumento di superficie e volumetria, deducono che l’art. 5, comma 2, delle N.T.A. del P.U.T.T. esclude, per tali interventi, la necessità dell’autorizzazione paesaggistica e la sufficienza del ricorso alla semplice S.C.I.A..

2.3.Con il terzo motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b), l’inosservanza e l’erronea applicazione del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, sotto il duplice profilo dell’affermazione della loro responsabilità e dell’ordine di riduzione in pristino perchè, affermano, la Corte di appello non ha considerato che la Sovrintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Lecce, in sede di istruttoria per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria, aveva comunque espresso il proprio favorevole parere al mantenimento delle opere. Si tratta, dunque, di “condono ambientale”.SEPARAZIONE E SOLDI

2.4.Con il quarto motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), vizio di carenza, manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato e dalle prove assunte in dibattimento.

Deducono, al riguardo, che, con riferimento al reato di cui al capo B della rubrica, la sentenza omette completamente di indicare le prove in base alle quali sono stati condannati, non essendo sufficiente il generico riferimento alla consulenza dell’ing. F. poichè non consente di rilevare per quale delle dichiarazioni contenute nella S.C.I.A. sarebbe ravvisabile la contestata falsità (se cioè la data di realizzazione dell’immobile, o l’esistenza del vano lavanderia, o la conformità della predisposizione degli elaborati alle norme urbanistiche).

2.5. Con il quinto motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato e dalle prove assunte in dibattimento.

Riprendendo il tema difensivo già affrontato con il quarto motivo, deducono che il reato di cui alla L. n. 241 del 1990, art. 19, è proprio del tecnico progettista, non essendo nemmeno astrattamente ipotizzabile che possa essere commesso anche da chi non ha le competenze tecniche per asseverare il falso. I due ricorrenti, una casalinga e un pensionato, si sono limitati a sottoscrivere la documentazione loro sottoposta senza alcuna possibilità di controllo e senza la consapevolezza di ciò che sottoscrivevano.

2.6.Con il sesto motivo eccepiscono, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), sotto un ulteriore profilo manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato e dalle prove assunte in dibattimento.

Chiudendo il tema aperto con il quarto motivo, lamentano la generalizzata affermazione della loro responsabilità anche per il reato di cui al capo B, senza che la Corte di appello avesse accertato la paternità delle sottoscrizioni incriminate e benchè risultasse per certo che la M.R. non avesse apposto alcuna sottoscrizione.

  1. Il M. articola, per il tramite del difensore di fiducia, tre motivi di ricorso.

3.1. Con il primo eccepisce, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), l’erronea applicazione del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, (avuto riguardo alla sanatoria dell’opera in presenza dell’autorizzazione paesaggistica) e l’omessa motivazione sul punto;

nonchè l’omessa motivazione circa il mancato coinvolgimento del direttore dei lavori e della ditta esecutrice.

Deduce, al riguardo, che il fabbricato oggetto degli interventi era stato oggetto di autorizzazione paesaggistica n. 2011/0171 del 23/09/2011 acquisita agli atti del processo e di cui la Corte di appello non ha tenuto conto. Tale autorizzazione corredava la pratica di condono edilizio definita con il rilascio del permesso di costruire in sanatoria n. 88 del 05/06/2013.

Si tratta, inoltre, di una ristrutturazione di un fabbricato preesistente (compreso il vano lavanderia) che non ha comportato aumenti o variazioni degli indici plano-volumetrici, nè la modifica della sagoma dell’immobile, e che ricadeva in zona B2 del P.R.G. ove gli interventi di ristrutturazione sono consentiti senza necessità di autorizzazione paesaggistica.

Egli, inoltre, non era il direttore dei lavori, ma il solo progettista che non ha concorso all’esecuzione di alcunchè (di qui la doglianza circa il mancato coinvolgimento del direttore dei lavori e della impresa esecutrice).

3.2. Con il secondo motivo eccepisce l’errata applicazione della L. n. 241 del 1990, art. 19, e art. 43 c.p., posto che: a) egli non può rispondere delle sottoscrizioni apparentemente apposte dalla P. M.R.; b) non v’è prova alcuna contraria alla preesistenza dell’immobile al 1967; c) non v’è prova alcuna che intendesse attestare il falso.

3.3. Con l’ultimo motivo eccepisce la mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale finalizzata a integrare le lacune delle relazioni peritali alle quali la Corte territoriale ha fatto esclusivo riferimento.

Motivi della decisione

  1. I ricorsi sono fondati limitatamente al reato di cui al capo B, ma non a quello di cui al capo A, che comunque è estinto per prescrizione.
  2. Le questioni poste dai ricorrenti hanno punti in comune che comportano la necessità di un loro esame congiunto, in particolare circa la natura dell’intervento, la necessità dell’autorizzazione paesaggistica, gli effetti dell’autorizzazione postuma o comunque del parere favorevole rilasciato in sede di istruttoria per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria.
  3. Quanto al primo aspetto, osserva il Collegio che non v’è dubbio che l’intervento edilizio in questione debba essere qualificato alla stregua di una ristrutturazione edilizia.

6.1. E’ ben vero che nè la (del tutto scarna) sentenza di primo grado, nè quella impugnata descrivono in cosa siano materialmente consistiti gli interventi sull’edificio preesistente acquistato all’asta immobiliare dalla P.M.R.. Tuttavia, che si tratti di una ristrutturazione è chiaramente evincibile: a) dal fatto che è stato chiesto e ottenuto il permesso di costruire in sanatoria (titolo non richiesto per gli interventi minori); b) dalla circostanza che gli stessi imputati più volte fanno espresso riferimento alla “ristrutturazione”, sia pure per escludere che abbia comportato aumenti e modifiche di superficie, volumetria e sagoma degli edifici preesistenti.

6.2. A norma del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 149, comma 1, lett. a), gli interventi di ristrutturazione edilizia da eseguire in area di notevole interesse pubblico ai sensi dell’art. 136, sono sempre soggetti ad autorizzazione della Regione il cui rilascio subordina espressamente la possibilità di procedere agli interventi, anche se realizzabili in base a segnalazione certificata di inizio attività (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 22, comma 6; cfr., altresì, Sez. 3, n. 8739 del 21/01/2010, Perna, Rv. 246218). La necessità dell’autorizzazione non è esclusa, nel caso di specie, nemmeno dall’art. 5, comma 2, delle NTA del PUTT della Regione Puglia pubblicate sul B.U.R.P. n. 8 del 17 gennaio 2002, che fa salvi solo gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici (in linea, peraltro, con quanto prevede il D.Lgs. n. 42, cit., art. 149).

6.3. Il che rende del tutto irrilevante stabilire se il piccolo locale destinato a lavanderia preesistesse oppure no all’intervento perchè in ogni caso la sua ristrutturazione effettuata in assenza di autorizzazione paesaggistica conserverebbe per intero la sua penale rilevanza ai fini del residuo reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181.

6.4. La località (OMISSIS) è, ai sensi del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 136, lett. c), (già L. 29 giugno 1939, n. 1497, art. 1, comma 3), di notevole interesse pubblico in conseguenza del D.M. (Ministro per i beni culturali e ambientali) 16 settembre 1975, pubblicato nella G.U. n. 267 del 16/09/1975 (il che rende difficilmente spiegabile l’inquadramento della condotta nell’ipotesi contravvenzionale di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1).

  1. L’autorizzazione paesaggistica costituisce atto autonomo e presupposto rispetto agli altri titoli edilizi legittimanti l’intervento edilizio e, al di fuori dei casi previsti dal D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 167, commi 4 e 5, non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi (art. 146, comma 4, d.lgs. n. 42, cit.; Cons. St., Sez. 6, n. 5327 del 24/11/2015).

7.1. L’autorizzazione paesaggistica in sanatoria estingue il reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1, solo se espressamente rilasciata all’esito della speciale procedura di cui all’art. 181, comma 1 quater, stesso decreto (cfr. sul punto, Sez. 3, n. 16574 del 06/03/2007, Drago, Rv. 236495; Sez. 3, n. 37318 del 03/07/2007, Carusotto, Rv. 237562; Sez. 3, n. 12951 del 07/03/2008, Scalia, Rv. 239355) e non ha equipollenti (Sez. 3, n. 889 del 29/11/2011, Falconi, Rv. 251639). Non ha dunque efficacia sanante il parere favorevolmente espresso dal soprintendente in sede di (e al fine del) separato procedimento amministrativo per il rilascio del permesso di costruire in sanatoria di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 36, (Sez. 3, n. 47331 del 16/11/2007, Minaudo, Rv. 238531), o in sede di conferenza di servizi ai sensi della L. n. 241 del 1990, art. 14, comma 3 bis.

7.2. Si aggiunga, inoltre, che l’errata qualificazione giuridica del fatto nei termini indicati al 6.4, se impedisce che agli imputati possa essere riservato un trattamento sanzionatorio peggiore o di qualificare come delitto il reato contravvenzionale, paralizza, perchè contraria alla legge, l’efficacia estintiva del reato che non può conseguire ad un provvedimento amministrativo illegittimo (e dunque disapplicabile) per gli immobili che ricadono in aree dichiarate di notevole interesse pubblico.

7.3. Il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica postuma, così come il parere favorevolmente espresso in sede di rilascio del permesso di costruire in sanatoria, comportando la qualificata ricognizione dell’assenza di conseguenze dannose o pericolose per l’ambiente, inibisce solo la demolizione e/o la riduzione in pristino dello stato dei luoghi che ha funzione direttamente ripristinatoria del bene offeso (Sez. 3, n. 37318 del 03/07/2007, Sez. 3, n. 40269 del 26/11/2002, Nucci, Rv. 222703).

7.4. Erroneamente, dunque, i Giudici territoriali hanno ordinato la riduzione in pristino dello stato dei luoghi.

7.5. La fondatezza “in parte qua” dei ricorsi di P.F. e P.M.R. non ha impedito la maturazione del tempo necessario a prescrivere il reato contravvenzionale (così come contestato) di cui al capo A della rubrica (considerata la data di consumazione contestata: febbraio 2010, e in ogni caso quella del sequestro: 13/12/2010), sicchè, per esso, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perchè il reato è estinto per prescrizione (con conseguente superfluità dell’esame del primo motivo di ricorso del M.).

  1. Con riferimento ai motivi di doglianza che hanno specificamente ad oggetto la “segnalazione certificata di inizio attività”, la sentenza impugnata così motiva: “la falsità delle dichiarazioni ed attestazioni è chiaramente evincibile dalle risultanze della consulenza dell’ing. F., oltre che da quanto emerso in seguito al sopralluogo cui seguì il sequestro”.

8.1. La segnalazione certificata di inizio attività è atto proprio del committente dei lavori (nel caso di specie la P.M. R.) che la sottoscrive e la presenta allo sportello unico e risponde della corrispondenza al vero di quanto in essa contenuto; b) nel caso di specie il P.F. ha incontestabilmente falsificato la firma apparentemente apposta dalla M.R. su alcuni documenti allegati, concorrendo così a far proprio l’atto e dando prova di ben conoscerne il contenuto e la portata; c) il committente dei lavori, inoltre, risponde direttamente della conformità dell’opera alla normativa urbanistica (D.P.R. n. 380 del 2001, art. 29, comma 1) e non può perciò addurre a propria discolpa l’affidamento al tecnico progettista; d) quest’ultimo assume a sua volta la qualità di persona esercente un servizio di pubblica necessità e risponde della veridicità del contenuto della relazione di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 23, comma 1, (art. 29, comma 5, stesso D.P.R.).

8.2. Ne deriva che i motivi di ricorso che riguardano l’astratta riconducibilità delle false asseverazioni alla responsabilità di tutti gli imputati (alcuni dei quali attingono anche a dati estranei al testo del provvedimento impugnato) si fondano sull’errata applicazione delle norme citate.

8.3. E’ evidente, però, il deficit motivazionale che attiene all’oggetto stesso della falsa rappresentazione non essendo chiaro in cosa essa consista (precisazione ancor più necessaria dalla totale mancanza di indicazioni in tal senso nella sentenza di assoluzione di primo grado e dal rilascio del permesso di costruire in sanatoria che attesta la doppia conformità dell’opera agli strumenti urbanistici vigenti e a quelli adottati), nè se si riferisca, in particolare e solo, alla preesistenza dell’immobile al 1967, nè quale sia il contenuto della prova solo indicata, ma non illustrata, nella sentenza impugnata.

8.4. Ne consegue che la sentenza deve essere annullata, in parte qua, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Lecce perchè colmi la lacuna.

PQM

Annulla, senza rinvio, la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui al capo A perchè estinto per prescrizione e alle statuizioni relative all’ordine di ripristino dello stato dei luoghi, statuizioni che elimina; annulla con rinvio la sentenza impugnata in ordine al residuo reato di cui capo B ad altra Sezione della Corte di appello di Lecce.

Così deciso in Roma, il 9 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 giugno 2016

AVVOCATO-ESPERTO-RESPONSABILITA-ARCHITETTO-1

INGEGNERE RESPONSABILITA’ AVVOCATO ESPERTO Obbligazione dei progettista,

INGEGNERE RESPONSABILITA’ Obbligazione dei progettista

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Obbligazione dei progettista,

1)Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

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2)Dall’altro, evidenziato come il precedente orientamento dia luogo, per i progettisti, ad uno snaturamento del rapporto, configurando come di risultato un’obbligazione viceversa ritenuta tipicamente di mezzo per tutte le altre libere professioni, ai E, per contro, considerata anche l’obbligazione in esame come di mezzo, appunto, ed il prodotto della prestazione come l’esito d’un lavoro intellettuale oggetto del contratto, che resta un bene immateriale benché si estrinsechi in una cosa la quale tuttavia, costituisce un mero strumento d’espressione. cioè il corpus mechanicum in cui l’opera intellettuale si estrinseca

3)per poter essere utilizzala dal committente (Casa. 23.7.2005 n. 10741; 27.5.1997, n.4704; 22.12.1994, n.11067; 201 1993, n. 8799; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1981, n. 2334).

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Con la conseguenza dell’inapplicabilità della disciplina e: art. 2226 c.c. (v., in particolare, Cass. 27.5.1997, n. 4704.

Tra i due indirizzi può ritenersi intermedio quello per cui la norma in discussione potrebbe trovare applicazione anche nel contratto di prestazione d’opera intellettuale, in forze del richiamo contenuto nella prima parte del primo comma dell’art. 2230 c.c., ove e nei limiti in cui anche tale contratto implichi la realizzazione d’un risultato materiale, la cui consistenza possa essere colte senza k specifiche cognizioni c facoltà intellettive del professionista (Case. 7.5.1984, n. 2757; 7.5. 1988, n. 3389).

Analoghe considerazioni si rinvengono nelle pronunce con le quali è stato ritenuto l’eccezionale concorso della responsabilità del committente con quella dell’appaltatore, oltre che nelle ipotesi riconducibili agli arti. 2043 ss, c.a o di disposizioni vincolanti impartite dal primo tali da rendere il secondo un nudus minister, anche quando il fatto dannoso aia stato posto in essere a seguito di errori o carenze nel progetto o nella direzione dei lavori, sempre che al committente stesso siano imputabili, congiuntamente ai professionisti incaricati, per difetto di diligenza nel controllare che l’opera intellettuale, commessa

a soggetto idoneo, sia stata realizzato nel rispetto delle particolari norme tecniche delle disciplina e sempre che si versi nell’ipotesi di vizi e violazioni facilmente riconoscibili anche de parte di un profano (Cass. 26.7.1999, n. 8075; 2.2.1999, n. 851).

Obbligazione del direttore dei lavori.

Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

1.12.1992, n. 12820; 21.10.1991, n. 11116) ed applicabilità, invece, dell’ ordinaria prescrizione decennale ex art. 2946 c.c. (Casa.8.11. 1985, n. 5463; 7.12.1976, n. 4559; 8.3.1975, n. 873).

Obbligazione del progettista – direttore dei lavori.

Nel caso di cumulo della funzione di progettista con quella di direttore dei lavori (l’art. 27 della 1. 11.2.1994, n. 109, legge quadro in teme di lavori pubblici, espressamente prevede il cumulo delle due prestazioni), la giurisprudenza ritiene generalmente che si tratti di obbligazione di “mezzi”, con conseguente esclusione dell’applicazione dell’art. 2226 c.c. (Caa 29.1.2003, n. 1294; 1-12-1992 n. 12820; 28.1.1983 n. 48t 29.10.1965, n. 2292).

Solo in due pronunce (l’obbligazione del progettista associata a quella della direzione dei lavori dell’opera) viene qualificata di risultato (Case, 27.10.1984, n. 5509; 22.4.1974, r. 1156).

  1. Ritengono le Sezioni Unite, al fine di risolvere la questione di diritto e definire il contrasto, che debba privilegiarsi l’interpretazione secondo la quale sono inapplicabili alla prestazione d’opera intellettuale, in particolare a quelle del progettista, anche nell5potesi in cui cumuli le funzioni di direttore dei lavori, le disposizioni dell’art. 2226 c.c. in tema di difformità e vizi dell’opera, in base alle seguenti considerazioni.

8.1. Innanzitutto è opinione della Corte che la distinzione, finora seguita dalla giurisprudenza, fra obbligazioni di mezzi e dì risultato non possa continuare ancora a costituire il criterio risolutivo della problematica relativa all’applicabilità dell’art. 2226 c.c. alle obbligazioni d’indole intellettuale, alla luce dei principi in tema di responsabilità contrattuale del professioni sta intellettuale, della disamina dei casi più salienti portati all’emme del giudice di legittimità, della posizione della dottrina e della legislazione comperata, tenuto conto anche, in riferimento alle prestazioni professionali d’indole conforme a quel

le oggetto di controversia, le frequenti possibilità di commistione delle diverse obbligazioni (in capo al medesimo o a diversi soggetti) in vista del medesimo scopo finale, rispetto al quale diversità di disciplina normativa e conseguenti responsabilità, relativi limiti e oneri probatori potrebbero apparire ingiustificati e forieri di confusione.

Come è noto, la rcsponsabilità contrattuale dell’ appaltatore è regolata dagli artt.16fi7 e 1668 e c., collocati nei capi del codice civile dedicato al contratto d’appalto, mentre, sic come tali articoli nulla dispongono sulla posizione del progettista e del direttore dei lavori, la responsabilità contrattuale d: costoro c‘ regolata in base alle norme generali sull’ inadempi- mento dei contratti e, per quanto siano applicabili, dalle norme stilla prestazione d’opera e sulle professioni intellettuali (arti. 2222 – 2238 c.c.). Il professionista deve comportersi se- condo le comuni regole di correttezza e di diligenza. In particolare, per quanto attiene alla diligenza, Part. I t76, comma 2, c.c. ne qualifica il contenuto allorché si tratti di valutare il comportamento del professionista (la cui diligenza deve essere conforme alla natura dell’attività professionale da svolgere), con la conseguenza che al rapporto scaturante dal contratto di prestazione d’opera intellettuale debbono essere applicate, in linea generale e di tendenza (salvo quanto previsto dalle specifica normative dettata per tale tipo di rapporto), le norme che determinano le conseguenze dell’inadempimento (art. 1218 c.c.) e che consentono di operare le definizione di inadempimento nel quadro della attuazione del

rapporto.

li regime di responsabilità del professionista (la ed. colpa professionale) è sempre il medesimo. per cui, 1’ inadempimento, oltre che totale o dovuto a incuria o disattenzione, consiste generalmente nell’imperizia. ossia ne8’errore determinato da ignoranza di cognizioni tecniche o da inesperienza professionale, sia quando il professionista risponde solo per dolo o colpa grave (art. 2236 c.c.) sia quando – secondo le regole comuni – deve rispondere anche di colpa (art 1176, comma 2, c.c.)

La distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato-Obbligazione dei progettista

non ha, quindi, alcuna incidenza sul regime di responsabilità, ove è richiesto al professionista di attenersi a parametri molto rigidi di professionalità, notandosi in proposito come lo stesso standard di diligenza del professionista sia cresciuto sensibilmente, comprimendo di conseguenza l’arca della colpa grave nei confronti di problemi tecnici di speciale difficoltà di cui all’ art 2236 c.c. (cfr. Cass. 11.8.1990,n. 8218).

l,a distinzione sembra inoltre perdere ogni peso. sempre nell’ambito della responsabilità professionale, in materia di eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., trovando tale eccezione accoglimento a prescindere dalla natura dell’ obbligazione da adempiere (v. Casa. 5.8-2002, n. 11728; 23-4.200 n. 5928).

Dalla casistica giurisprudenziale emergono spunti interessanti in ordine alla dicotomia tra obbligazione di mezzi e di risultato, appare utilizzata al fine di risolvere problemi di ordine pratico, quali la distribuzione dell’onere della prova e l’individuazione dei contenuto dell’obbligo, ai fini del giudizio d responsabilità, operandosi non di rodo, per ampliare la responsabilità contrattuale del professionista, una sorta di metamorfosi dell’obbligazione di mezzi in quella di risultato, al traverso l’individuazione di doveri di informazione e di avviso (cfr., per quanto riguarda in particolare la responsabilità professionale del medico: Casa. 8.4.1997, n. 3tM6), definiti accessori ma integrativi rispetto all’obbligo primario della prestazio- ne, ed ancorati a principi di buona fede, quali obblighi di protezione, indispensabili per il corretto adempimento delle prestazione professionale in senso proprio.

Così, pur trattandosi di prestazione intellettuale, 1’ obbligazione del progettista 2 stata ritenuta dalla giurisprudenza un’obbligazione di risultato, ai fini della responsabilità del professionista, in quanto è stato affermato che tra i suoi doveri rientra anche quello di accertare con precisione i confini, le dimensioni a le altre caratteristiche dell’arca sulla quale le costruzione dovrà essere realizzate pass. 21.7. 1989, n.

3476; 29.3. 1979, n. 1818), avverti di sondare il suolo o il sottosuolo su cui deve sorgere l’opera (Cass. 16.9.1993, n. 11290; 5.1.1976, n. 1).

Inoltre, l’ingegnere o architetto progettista é tenuto a redigere un progetto conforme, oltre che alle regole tecniche, anche alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione su un dato territorio, in modo da non compromettere il conseguimento del provvedimento amministrativo che abilita all’esecuzione dell’opera, con la conseguenza che gli errori di progettazione concernenti la mancata adeguazione degli edifici previsti alla normativa vigente, compromettendo il rilascio della concessione, non possono che costituire inadempimento caratterizzato da colpa grave e quindi fonte di responsabilità del progettista

(Casa. 16.2.1996, n. 1208; 19.7.1993, n. 8033).

In particolare, poiché l’obbligazione dei professionista di redigere un progetto edilizio destinato all’esecuzione è di risultato perché ha per oggetto la sua realizzabilità, il committen- te, in base al principio inadempienti non est adtmplendum, ha diritto di rifiutare il compenso al professionista che abbia fornito il progetto di un’opera non realizzabile (Cass. 21.3.1997, n. 2540).

In tal modo si perviene al superamento della dicotomia in esame: l’obbligazione di redigere un progetto di ingegneria o di architettura, pur avendo per oggetto una prestazione d’opera intellettuale., costituisce un’obbligazione di risultato.

La dottrina ha assunto posizioni critiche sull’utilizzo della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, la quale, ancorché operante soltanto all’interno della categoria delle obbligazioni di tare (a differenza che in Francia dove rappresenta una summa ditrisio valida per tutte le obbligazioni), ha originato una diatriba senza fine sia in ordine all’oggetto o contenuto dell’obbligazione, sia in relazione all’onere della prova e, quindi, in definitiva, allo stesso fondamento della responsabilità del professionista.

Come insegna la definizione tradizionale, nelle obbligazioni di mezzi la prestazione dovuta prescinde da un particolare esito positivo dell’attività del debitore, che adempie e- sattamente ove svolga l’attività richiesta nel modo dovuto. In tali obbligazioni è il comportamento del debitore ad essere in obbligazione, nel senso che la diligenza é tendenzialmente considerata quale criterio determinativo del contenuto del vincolo, con l’ulteriore corollario che il risultato é caratterizzato dall’ aleatorietà, perché dipende, oltre che dal comportamento del debitore, de altri fattori esterni oggettivi o soggettivi.

Nelle obbligazioni di risultato, invece, ciò che importa é il conseguimento del risultato stesso, essendo indifferente il mezzo utilizzato per raggiungerlo. La diligenza opera solo come parametro. ovvero come criterio di controllo e valutazione del comportamento del debitore: in altri termini, è il risultato cui mira il creditore, e non il comportamento, ad essere direttamente in obbligazione.

Tale impostazione non è immune da profili problematici, specialmente se applicata proprio alle ipotesi di prestano ne d’opera intellettuale, in considerazione della struttura ateo sa del rapporto obbligatorio e tenendo conto, altresì, che ur risultato é dovuto in tutte le obbligazioni.

In realtà, in ogni obbligazione si richiede la compresenza del comportamento del debitore che del risultato, anche se in proporzione variabile, sicché molti autori criticano la distinzione poiché in ciascuna obbligazione assumono rilievo cosi il risultato pratico da raggiungere attraverso il vincolo, come I’ impegno che il debitore deve porre per ottenerlo. In tal senso la dottrina porta ad esempio proprio l’obbligazione dell’appaltatore, che deve in ogni caso utilizzare idonee procedure e modalità di esecuzione.

Si è visto, d’altra parte, come la giurisprudenza. pur utilizzando frequentemente la distinzione, non esita a convertire l’obbligazione di mezzi in obbligazione di risultato, dando luogo ad una sorta di metamorfosi, quando afferma che se è vero che obbligazioni inerenti

all’esercizio dl un’attività professionale sono generalmente obbligazioni di mezzi, tuttavia pos- sono assumere anche le caratteristiche delle obbligazioni di risultato in cui il professionista ai impegna a conseguire un determinato opus.

Sotto il profilo dell’onere della prove, la distinzione (talvolta costruita con prevalente attenzione alla responsabilità dei professionisti intellettuali e dei medici in particolare) é stata utilizzata per sostenere che mentre nelle obbligazioni di mezzi, essendo aleatorio il risultato, sul creditore incombe l’onere della prova che il manca il risultato è dipeso da scarsa diligenza, nelle obbligazioni di risultato, invece, sul debitore incombe l’onere della prova che un mancato risultato é dipeso da causa a lui non imputabile.

Ma anche sotto tale profilo la distinzione è stata sottoposta a revisione aia da parte della giurisprudenza che delta dottrina.

Infatti, questa Corte ha affermato che il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c.c. in materia di responsabilità contrattuale (in conformità a criteri di ragionevolezza per identità di situazioni probatorie, di riferibilità in concreto dell’onere probatorio alla sfera di azione dei singoli soggetti e di distinzione strutturale tra responsabilità contrattuale e da fatto illecito) é identico, sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione. ex art. 1453 c.c., sia che domandi il risarcimento per l’inadempimento contrattuale, ex art. 1218 c.c., senza richiamarsi in alcun modo alla distinzione tra obbligazioni di mezzi c di risultato (pur essendo pacifico che nella specie veniva dedotto un risultato connesso al contratto di trasporto: Cass. 7.2.1996, n. 973).

A sua volta, le dottrina, sia civilistica che processualistica, tende ad un’applicazione unitaria dei principi generali in materia di onere della prova, sia in tema di inadempimento, sia di risarcimento del danno, che infine in tema di risoluzione del contratto, indipendentemente dalla natura dell’ obbligazione (se di mezzi o di risultato).

Ulteriori elementi si possono trarre da un confronto con i modelli esistenti negli altri paesi europei, in assenza di una direttiva tesa a ravvicinare le soluzioni nazionali (come é notti, la proposta di direttiva 9 novembre 1990 della Commissione Cee non si è mai tradotta in provvedimento finale) .

In Francia, la responsabilità del professionista è regolata dalla legge speciale 4 gennaio 1978, n. 78-12, in base alla quale 1’ architetto è tenuto al risarcimento dei danni, entro il termine di prescrizione di dieci anni, verso il committente o l’acquirente nelle ipotesi in cui vi siano vizi dell’opera o altri che ne compromettano le sua destinazione e, poiché i giudici ammettono in maniera molto rigorosa l’esistenza della cause etrangère, la responsabilità può dirsi quasi oggettiva, ancorché l’obbligazione del professionista edile, secondo la summa divisio, sia un’obbligazione di risultato.

Nel diritto tedesco, dove la responsabilità dei professionista edile è costruita in maniera rigorosa rispetto agli altri professionisti (avvocati, medici), si ha la collocazione del)’ Ar- chitektenvertrag ora entro il contratto di servizio ora entro il contratto d’opera, con conseguenze rilevanti sotto il profilo della responsabilità del professionista, nel senso di caricare quest’ultimo rispettivamente di obblighi di diligenza o di risultato.

Anche in Austria la natura dell’ Archifektenoertrag oscilla fra il contratto d’opera, quando il contratto ha ad oggetto la pura redazione dei progetto, e il contratto misto, dove prevale l’elemento del mandato, nei casi in cui le prestazioni del professionista siano molteplici. La responsabilità del professionista è fondata essenzialmente sulla colpa.

Analoga situazione si registra in Svizzera, dove I’ ArchitelUenvertrag integra ora un contratto d’opera ora un mandato oneroso, e la responsabilità contrattuale del professionista edile scatta allorquando questi abbia agito con colpa, cagionando un danno al cornmittente in via casualmente adeguata.

15.5. Nel sistema inglese, invece, vi è stato il passaggio dalla esclusiva responsabilità contrattuale del professionista edile all’ammissibilità dell’azione per illecito civile. Il common law, pur non conoscendo in via extracontrattuale, il principio della risarcibilità dei puri danni patrimoniali, ammette l’esistenza di exelusionary rules, fra le quali vi rientra appunto la responsabilità professionale.

  1. L’esame di diritto comparato, secondo l’opinione prevalente in dottrina, porte a privilegiare la tesi di coloro che ritengono che tutti i profili di responsabilità contrattuale del professionista intellettuale, siano essi connessi ad obbligazioni di mezzi o di risultato, possono essere esaustivamente ricondotti nell’ambito della disciplina generale dell’inadempimento delle obbligazioni (artt. 2236, 2232, 1218, 1176, secodo comma, c.c.; come sopra evidenziato sub 9).

Vero è che la verifica del nesso di compatibilità fra gli artt. 2230 e 2226 del codice civile, da effettuarsi in base alla .natura del rapporto contrattuale dei professionista, richiede une valutazione riferita a dati concreti e diversa da quella propria del procedimento analogico (art. 12, secondo comma. c.c.), onde potrebbe ntenerai, a stretto rigore esegetico. 1’ in- compatibilità della sola parte dell’art. 2226 c.c. relativa alla garanzia per vizi occulti, esprimendosi il primo comma della disposizione in termini generali ed autonomi di liberazione della responsabilità per difformità e per vizi noti o facilmente

riconoscibili dell’open, a seguito di accettazione espressa o tacita da parte dei committente.

Ma per contro deve puro considerarsi che, quando 1’ opus consista nel risultato della progettazione tecnica, la configurabilità dei vizi e difetti contemplati dall’art. 2726 c.c., siano essi d’indole palese, facilmente riconoscibile , o occulta, ha come implicazione, anche a prescindere delle forzatura lessicale, la riconduzione a tali due ambiti di tutta la gamme delle carenze che impediscono un’esatta esecuzione dell’opera, e quindi, oltre a quelle riferibili alla stessa attività ideativa, per essere il progetto in tutto o in parte ineseguibile, ovvero eseguibile ma inutilizzabile sia pure per contrasto con la normativa urbanistica o perché non corrispondente all’uso convenuto, anche quelle che ai risolvano in meri errori materiali, quali pure quelli di calcolo, nella redazione degli elaborati tecnici, suscettibili di autonomo rilievo pregiudizievole per il committente.

In tal caso, appare evidente che, ne fosse applicabile il termine professionale imposto dall’art. 2226, secondo comma, c.c., ossia quello di un anno della consegna degli elaborati, da un canto si imporrebbe al committente la tempestiva c completa verifica dell’attuabilità o utilizzabilità della progettazione quando l’attuazione di casa non fosse prevista in termini

corrispondenti, e dall’altro il professionista verrebbe esonerato

dalla relativa garanzia, qualora le medesime carenze si evidenziassero solo nelle successive fase dell’esecuzione dell’opera progettata, posteriore alla scadenza del termine prescrizionale, compatibile con iniziative costruttive di non eccessiva importanza.

17.3. Va, infine, considerato che é senz’altro da escludere 1’ applicabilità della disciplina di cui all’art. 2226 c.c. nel caso in cui la redazione del progetto sia affidata a società di ingegneri (art. 2238 c.c.), in considerazione della natura del rapporto contrattuale, della sua fonte (appalto, privato o pubblico, di opera c/o di servizi) c dell’organizzazione imprenditoriale.

Pertanto, in base alle considerazioni svolte, il contrasto giurisprudenziale va risolto affermandosi che le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c. in tema di decadenza e prescrizione delf azione di garanzia per vizi non sono applicabili alla prestazione d’opere intellettuale, in particolare alla prestazione del professionista che abbia assunto l’obbligazione della redazione di un progetto d’ingegneria o della direzione dei lavori ovvero dell’ uno e dell’altro compito, cumulando nella propria persona i ruoli di progettista e direttore dei lavori.

 

 

 

 

 

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI

SENTENZA 15781 del 28 luglio 2005
(Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore A. Elefante)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. B.. , con atto di citazione del ‘21.12.81, esponeva che, con contratto di appalto del 26.07.1976, aveva affidato all’impresa edile M A la costruzione di un fabbricato, all’ing. Adriano Panelli 1’incarico della progettazione e direzione dei lavori strutturati in cemento armato e allo Studio Tecnico H Giuliano la progettazione c direzione dei lavori concernenti la parte architettonica. Dopo che i lavori erano stati ultimati (luglio 1976), collaudati (marzo 1977) e consegnati (aprile 1977), aveva rilevato vizi e lesioni ai pavimenti, alle pareti e ai solai. Alla denuncia dei vizi aveva fatto seguito un accordo in data 29.10.1979 che prevedeva sia il risanamento delle strutture, con attuazione degli interventi progettati da un diverso professionista, l’ing. Collina, sia l’eliminazione di ogni difetto. Il collaudo dei lavori di ripristino era stato effettuato in data 22.10.1980 c successivamente, con lettera del 30.07.1981, aveva chiesto il risarcimento dei danni, ma senza alcun esito. Pertanto, il B. conveniva dinanzi al Tribunale di Forli 1’impresa M., l’ing. Z. e lo Studio Tecnico H al fine di ottenere il risarcimento del danno subito, costituito nel diminuito valore dell’edificio emendato dai vizi.

Il Tribunale, con sentenza non definitiva (n. 490/ 1987), respingeva le eccezioni di decadenze e prescrizione sollevate dai convenuti in riferimento agli artt. 2226 e 1667 c.c., c, con sentenza definitiva (39119), escludeva ogni addebito dello Studio Tecnico H ed affermava la corresponsabilità dell’ing. Z e dell’impresa M, determinando in misura prevalente e pari all’ 80% la percentuale di colpa del professionista, riferita sia ed errore nei calcoli delle opere in cemento armato quale progettista, sia ad omissione delle verifiche sulla qualità dei materiali, oltre che a mancata acquisizione della documentazione prescritta dall’art. 4 della legge n. 1086/71, in relazione alla diversa e ulteriore veste di direttore dei lavori afferenti le parti in cemento armato. Condannava, pertanto, l’ing. Z e l’impresa M, in misura del rispettivo apporto causale (g0°U e 205’0), a pagare al B, a ti tolo dì risarcimento danni, la somma di £. 170 milioni, con rivalutazione secondo indici ISTAT dal 16 giugno 1993 alla data della sentenza, oltre agli interessi legali, calcolati anno per anno sulla somma capitale.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Con sentenza n. 1261199 del 5.11/2.12.1999, la Corte d’appello di Bologna, in parziale accoglimento dell’appello principale proposto dall’ing. Z, riduceva l’entità del danno risarcibile da £. 170 milioni a £. 136 milioni dovuto al B e confermava nel resto la decisione dei Tribunale, respingendo l’appello incidentale del B nei confronti dello Studio Tecnica H.

Per quanto è rilcvantc in queste sede, in relazione all’appello principale dell’ing. Z c alle eccezioni di decadenza e prescrizione dallo stesso sollevate, la Corte bolognese, premesso che in primo grado la responsabilità dell’ing. Z tra stata affermata in relazione ad entrambi gli incarichi ricevuti di progettazione e di direzione dei lavori in cemento armato, dopo aver richiamati gli orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilità del professionista intellettuale per difformità e vizi occulti dell’opera. osservava, innanzitutto, che, secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c., in tema di lavoro autonomo c di decadenza (per mancata denuncia nel termine di otto giorni) e pre- scrizione annuale dell’azione di garanzia, spettante al committente in caso di difformità c vizi occulti dell’opera, avrebbero potuto applicarsi solo alla prestazione progettuale dell’ing. Z, qualificabile come obbligazione di risultato e non anche all’attività di direzione dei lavori, inquadrabile fra le obbligazioni di mezzi.

Riteneva che tale orientamento non era condivisibile, in quanto la valutazione di compatibilità prescritta dall’art. 2230 c.c., avrebbe dovuto portare ad escludere in ogni caso I’ applicabilità dell’art. 2226 c.c. sul lavoro autonomo, inconciliabile con l’essenza stessa delle prestazioni d’indole intellettuale.

Osservava, in particolare, che la distinzione delle obbligazioni d’opera intellettuale a seconda che fossero o meno produttive di un opus era frutto di un equivoco, consistente nel confondere il supporto del prodotto dell’obbligazione con il prodotto stesso, equivoco e sua volta dovuto e due ragioni, ossia alla non sempre agevole possibilità di attribuire prevalenza a] profilo intellettuale piuttosto che al risultato materiale della prestazione ed alla necessità di trasfondere su supporto materiale il prodotto dell’attività ideativa.

Concludeva che nelle prestazioni intellettuali ‘…l’attività mentale assume netta prevalenza su quella fisica” sicché «la trasformazione della materia o manca del tutto …o assume un ruolo del tutto marginale e secondario».

Contro tale sentenza l’ing. Z ha proposto ricorso per cassazione, formulando nove motivi di censura.

Il B ha resistito con controricorso, svolgendo altresì due motivi di ricorso incidentale. Gli altri intimati non si sono costituiti.

La seconda sezione civile, con ordinanza del 29.04.2003/ 20.01.2004, riuniti i ricorsi, in ordine al primo motivo del ricorso principale, con il quale si deducono due profili di censura, ha rilevato la presenza di orientamenti giurisprudenziali divergenti.

Quanto al primo profilo, l’ordinanza interlocutoria ha osservato che l’obbligazione del progettista, secondo l’indirizzo maggioritario (Cass. 27 .2.1996, n. 1530; 28.1.1995, n. 1040; 1.12. 19(32, n. 12820; 28.1.1985, n. 488; 8.4.1977, n. 1346; 7.2.1975, n. 475; 10.12.1974, n. 4159) avrebbe natura di obbligazione di risultato; secondo quello minoritario (Cass. 27.5. 1497, n. 4704; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1481, n. 234) sarebbe, invece, un’obbligazione di mezzi.

Quanto al secondo profilo, ha evidenziato due precedenti contrastanti: uno (Cass. 22.4.1974,

  1. Il 56) ha ritenuto che il cumulo delle funzioni di progettista e direttore dei lavori può, tenuto conto delle caratteristiche del caso concreto, dare luogo ad un’obbligazione di risultato; l’altro (Cass. 29.1.2003, n. 1294) ha affermato che anche nel caso di cumulo dei due ruoli, l’obbligazione dei direttore dei lavori resta un’obbligazione di mezzi, a differenza di quella del progettista che é un’obbligazione di risultato.

Per la composizione del contrasto, il Primo Presidente, ai sensi dell’art. 374, 2°comma, c.p.c., ha rimesso la questione alle sezioni unite.

Le parti hanno depositato memoria. MOTIVI DELLA DECISIONE

1 due ricorsi, principale e incidentale. sono stati già riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c, con l’ordinanza del 29.4.2003.

  1. 11 ricorso principale dell’ing. Z contiene nove motivi. a) Il primo motivo riguarda la ‘violazione e falsa applicazione dell’art. 2230 c.c. in relazione all’art. 2226 c.c. e 360 n. 3 c.p.c. c 360 n. 5 c.p.c. per aver l’impugnata sentenza ritenuto inapplicabili le sollevate eccezioni di decadenza e di prescrizione ad un’opera intellettuale del progettista e direttore dei lavori, senza considerare che nel caso specifico l’ing. Z aveva assommato la funzione e la prestazione di progettista c di direttore dei lavori in cemento armato.”

Si censura la sentenza impugnata sotto due profili, adducendo che: a) il giudice d’appello, seguendo t’indirizzo giurisprudenziale minoritario, ha errato nel negare valore di opus

al progetto di opere edilizie: b) la sentenza impugnata, trascurando di considerare che nel caso in esame nell’unico professionista sì assommavano i ruoli di progettista e, direttore dei lavori, si E allontanata dall’indirizzo giurisprudenziale secondo cui in tale caso l’obbligazione del professionista, unitariamente considerata, costituisce un’obbligazione di risultato.

  1. b) II secondo motivo denuncia la ‘violazione ed errata interpretazione del contratto d’opera professionale e della responsabilità del ricorrente come direttore dei lavori con violazione dell’art. 2230 c.c. e 360 n. 3 c.p.c, ed omessa o insufficiente motivazione su un punto essenziale della controversia, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c. nonché sulla legge 1086/71.”

Si assume che erroneamente l’impugnata sentenza ha al fermato la responsabilità dell’ing. Z anche come direttore dei lavori, senza considerare che non rientra tra i compiti del direttore dei lavori la verifica della correttezza del progetto, consistendo le sue funzioni nell’assicurare che l’opera realizzata sia conforme alle specifiche progettuali.

  1. c) li terzo motivo concerne la “violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c e 2226 c.c. per aver l’impugnata sentenza determinato con ricorso all’equità la riduzione del valore dell’immobile senza adeguata motivazione.”

Si sostiene che nella varietà delle opinioni dei tecnici, la Corte d’appello avrebbe dovuto scegliere. uno dei criteri di determinazione del danno e, in ogni caso, mai avrebbe dovuto considerare, in mancanza di prova al riguardo, come ulteriore componente del danno la notorietà che la vicenda aveva assunto in loco.

  1. d) Il quarto motivo denuncia “errata ed immotivata determinazione del danno risarcibile con violazione dell’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. e dei limiti della condanna.”

Si afferma che l’iperbolico risarcimento (L. 136 milioni) non ha alcuna spiegazione logica, atteso che era stato acclarato e dato per cerio che gli interventi strutturali eseguiti avevano ri- pristinato la statica dell’immobile. Inoltre, una svalutazione commerciale del 25°ro, ancorché ridotta dalla Corte d’appello al 20%, rapportata al valore commerciale dell’immobile e non a1 suo costo, resta oltre che immotivata, esagerate, considerato che un immobile che abbisogni di una ristrutturazione integrale ha un valore commerciale ridotto del 50%.

  1. e) 11 quinto motivo denuncia la «violazione ed erronea applicazione dell’art. 2230 e segg- c.c. e 360 n. 3 e S c.p.c. per avere l’impugnata sentenza immotivatamente attribuito una re- sponsabilità del progettista e direttore dei lavori ad una percentuale prevalente di sua colpa senza avere individuato ed adeguatamente motivato i fatti cd i comportamenti addebitabili a lui, male rapportandoli altresì agli obblighi che gravavano sulla impresa appaltatrice.*

Con tale motivo, dopo un lunga e analitica esposizione delle varie consulenze, si sostiene 1’incnmplcter2.a ed erroneità degli elaborati peritali, dolendosi che i giudici di primo e secondo grado non abbiano accolto la richiesta di espletamento di ulteriore c.t.u. per 1’esame dei materiali impiegati per la costruzione del fabbricato e per la realizzazione del solaio: esame che se effettuato avrebbe comportato 1’attribuibilità dei vizi lamentati a causa diversa dal ritenuto errore di progettazione dell’ing. Z.

Nell’ultima parte di detto motivo, si deduce che la sentenza d’appello sarebbe carente di motivazione in ordine alla distribuzione delle colpe e degli oneri risarcitori, dovendo l’ing. Z, quale progettista, rispondere solo delle proprie colpe contrattuali, ammesso che ci fossero.

0 II sesto motivo denuncia la “violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c. e 2226 c.c. per avere la Corte d’appello immotivatamente assolto da ogni colpa e quindi da un concorso risarcitorio il geom. Villi.’

Si sostiene che la responsabilità dello Studio Tecnico Linea 5 del geom. Villi emergeva dalla prima consulenza tecnica dell’ ing. Santini ed il parere del tutto discorde del secondo consu- lente tecnico ing. B., al quale i giudici di merito si sono uniformati, non sarebbe giustificato né plausibile.

  1. g) Il settimo motivo riguarda la “violazione ed erronea applicazione degli artt. 1655 e scgg. c.c. e 1218 c.c. con riferimento all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. per avere I’impugnata sentenza omesso ogni indagine ed ogni motivazione sugli obblighi ed i doveri inseguiti della impresa appaltatrice, gravando sul progettista conseguenze economiche per colpe e responsabilità che erano e restavano di questa, se pure si fosse prescritto il diritto o verificatesi decadenze in ordine ad un diritto risarcitorio dell’appaltante.”

Si censura l’impugnata sentenza per aver ritenuto non più perseguibile dal B. l’impresa appaltatrice dr A M, perché il relativo diritto rìsarcitorio “sarebbe comunque prescritto per il decorso del termine annuale di denuncia». Si sostiene che nessuna prescrizione e decadenza si sarebbero maturate nei confronti del prestatore d’opera professionale e che

l’impresa appaltatrice non sarebbe esonerala da responsabilità anche nel caso di presenza di un direttore dei lavori e di imperfezioni progettuali, essendo tenute a rilevare eventuali carenze ed errori.

  1. h) L’ottavo motivo denuncia la *violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., con riguardo all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c., per non aver dato la Corte d’appello accesso alla istruttoria ri- chiesta e ritualmente proposta, senza motivare il perché della mancata indagine, del tutto conferente e puntuale al fine di

stabilire l’assenza di colpe del progettista c le diverse cause del danno.”

Si assume che immotivatamente t’impugnata sentenza non ha ammesso la richiesta prova tecnica volta ad accertare la insussistenza della colpa del progettista e direttore dei lavori ing. Z.

  1. i) 11 nono motivo riguarda la “violazione o erronea applicazione degli ant. 1218-1224 c.c. e 360 n. 5 c.p.c. nella determinazione del danno inteso come rivalutazione ed interessi sulla somma rivalutata anno per anno con erronea motivazione sul punto.”

Premesso che i vizi strutturali sono stati tutti eliminati nel 1979 c che l’unico danno del B rimasto da risarcire è quello derivante dalla svalutazione dell’immobile, si sostiene che la attualizzazione del danno stesso è gia stata effettuata dal secondo c.t.u. ing. B., sicché non d giustificato aggiungere alla svalutazione gli interessi al tesso legale.

  1. Il ricorso incidentale del B si articola in due motivi.
  2. I) Col primo motivo (correlato al terzo motivo del ricorso principale), denunciando omessa o, comunque, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art, 360 n. 5 c.p.c., il ricorrente incidentale contesta le ragioni dì riduzione dell’entità del ristoro, perché la Corte d’appello, dopo aver affermato di doversi attenere alla valutazione effettuata dal c.t u. ing. B, ha poi ritenuto di dover diminuire il danno al 20% senza alcuna motivazione riguardo alla percentuale prescelta.

Con il secondo motivo (correlato al settimo del ricorso principale), denunciando omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia e in particolare circa l’appello inciden- tale del B., in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., il ricorrente incidentale censura l’impugnata sentenza per non aver dichiarato la solidarietà della condanna fra l’impresa M. e l’ing. Z.

  1. R contrasto giurisprudenziale rilevato con l’ordinanza di remissione, in relazione al primo motivo del ricorso principale, è sorto in relazione alle disposizioni in terna di decadenza e prescrizione dell’azione di garanzia per vizi e difetti dell’opera, dettate dall’art.. 2226 c.c., in riferimento al contratto d’opera manuale (che ha ad oggetto, secondo l’art. 2222 c.c., l’obbli- gazione di compiere un’opera o un servizio) c specificamente in ordine all’applicabilità di tale norma, inserita nel capo I del titolo 111 del libro quinto del codice civile, sul lavoro autonomo, alla diversa ipotesi in cui i vizi e i difetti si manifestino in relazione al contratto d’opera intellettuale, regolato dal capo li, relativo alle professioni intellettuali, del medesimo titolo III, sul lavoro autonomo.

Pertanto, il contrasto giurisprudenziale riguarda la questione di diritto se le disposizioni in tema di decadenza e prescrizione dell’azione di garanzia per vizi siano applicabili ella prestazione d’opera intellettuale, in particolare all’ipotesi in cui i professionista abbia assunto l’obbligazione: a) della redazione di un progetto d’ingegneria; b ( della direzione dei lavori; c) dell assolvimento dell’uno e dell’altro compito, cumulando i ruoli di progettista c direttore dei lavori.

  1. Prima di procedere all’esame del contrasto è bene premettere che la questione circa 1’applicabilità o meno dell’art. 2226 c.c. al diverso ambito delle professioni intellettuali ha come parametro di riferimento l’art. 2230 c.c., contenuto nel menzionato capo II, il quale dispone: “11 contratto che ha per oggetto una prestazione di opera intellettuale c regolato dalle norme seguenti e, in quanto compatibili con queste c con la natura del rapporto, dalle disposizioni del capo precedente…», fra le quali é appunto ricompreso, come detto, il citato art. 2226 c.c..

4.1. Tele articolo, relativo a difformità e vizi dell’opera, sancisce che:

“L’accettazione espressa o tacita dell’opera da parte del committente libera il prestatore d’opera dalla responsabilità per difformità o per vizi della medesima, se all’atto dell’ accet- tazione questi erano noti al committente n facilmente riconoscibili, purché in questo caso non siano stati dolosamente occultati.

Il committente deve, a pena dì decadenza, denunziare le difformità e i vizi occulti al prestatore d’opera entro otto giorni dalla scoperta. L’azione si prescrive entro un anno dalla consegna.

I diritti del committente nel caso di difformità o di vizi dell’ opere sono regolati dall’art. 1168.

  1. Il denunciato contrasto giurisprudenziale, con specifico riguardo all’ambito controverso, concernente prestazioni professionali consistite nella progettatone delle strutture in cemento armato di un edificio privato e nella direzione dei relativi lavori affidati in appalto, ha fatto leva sulla distinzione (influente anche sul regime probatorio della responsabilità del professionista) tra le cc. dd. obbligazioni di mezzi e le obbligazioni di risultato (alle quali ultime cono ricondotte le obbligazioni del preatatore d’opera manuale) ed è sintetizzabile nei seguenti termini.

5.1. Obbligazione dei progettista,

Da un lato sì L ritenuto che, sebbene l’obbligazione inerente alfeacroizio dì un’attività professionale aia generalmente obbligazione di mezzi, in determinate circostanze essa assume la caratteristica dell’obbligazione di risultato, nella quale il professionista si impegna a realizzare un determinato opus; come,

appunto, nel ceno dell’obbligazione di redigere un progetto d’ingegneria, che ha per oggetto un risultato ben definito e dotato d’una sua autonoma utilità qual c la sua realizzabili (Cane. 5.8.2002, n. 11728; 27.2.1996, n. 1530; 28.1.1995, n 1040; 22.12.1994, n. 11067; 19.7.1993, n, 8033; 21.7. 1989,

  1. 3476; 7.5.1988, n. 3389; 8 n. 1346; 7.2- 1975, n. 475; 10.12.1974, n. 4159;

22.4.1974, n. 1156; 22.3. 1968, n. 905;16.10.1961,n.2169)

8°ne tratta la conseguenza dell’applicabilità dell e disposizioni poste dall’art. 2226 c.c., m particolare quelle sulla prescrizione e la decadenza in relazione alla denunzie dei vizi, »ache alla prestazione d’opera intellettuale (Casa. 29-1.2003, a 1294; 27.4.1996, n. 3876; 1.12.1992, n. 12820; 28.1.1985, n. 488; 7.5.1984, n. 2757; 29.10. 1965, n. 2292).

5.2. Dall’altro, evidenziato come il precedente orientamento dia luogo, per i progettisti, ad uno snaturamento del rapporto, configurando come di risultato un’obbligazione viceversa ritenuta tipicamente di mezzo per tutte le altre libere professioni, ai E, per contro, considerata anche l’obbligazione in esame come di mezzo, appunto, ed il prodotto della prestazione come l’esito d’un lavoro intellettuale oggetto del contratto, che resta un bene immateriale benché si estrinsechi in una cosa la quak, tuttavia, costituisce un mero strumento d’espressione. cioè il corpus mechanicum in cui l’opera intellettuale si estrinseca

per poter essere utilizzala dal committente (Casa. 23.7.2005 n. 10741; 27.5.1997, n.4704; 22.12.1994, n.11067; 201 1993, n. 8799; 9.3.1985, n. 1917; 17.4.1981, n. 2334).

Con la conseguenza dell5napplicabilità della disciplina e: art. 2226 c.c. (v., in particolare, Cass. 27.5.1997, n. 4704.

5.3. Tra i due indirizzi può ritenersi intermedio quello per cui la norma in discussione potrebbe trovare applicazione anche nel contratto di prestazione d’opera intellettuale, in forze del richiamo contenuto nella prima parte del primo comma dell’art. 2230 c.c., ove e nei limiti in cui anche tale contratto implichi la realizzazione d’un risultato materiale, la cui consistenza possa essere colte senza k specifiche cognizioni c facoltà intellettive del professionista (Case. 7.5.1984, n. 2757; 7.5. 1988, n. 3389).

Analoghe considerazioni si rinvengono nelle pronunce con le quali è stato ritenuto l’eccezionale concorso della responsabilità del committente con quella dell’appaltatore, oltre che nelle ipotesi riconducibili agli arti. 2043 ss, c.a o di disposizioni vincolanti impartite dal primo tali da rendere il secondo un nudus minister, anche quando il fatto dannoso aia stato posto in essere a seguito di errori o carenze nel progetto o nella direzione dei lavori, sempre che al committente stesso siano imputabili, congiuntamente ai professionisti incaricati, per difetto di diligenza nel controllare che l’opera intellettuale, commessa

a soggetto idoneo, sia stata realizzato nel rispetto delle particolari norme tecniche delle disciplina e sempre che si versi nell’ipotesi di vizi e violazioni facilmente riconoscibili anche de parte di un profano (Cass. 26.7.1999, n. 8075; 2.2.1999, n. 851).

  1. Obbligazione del direttore dei lavori.

Partendo dalla premessa che il contratto che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (inquadrabile nelle categorie del lavoro autonomo) comporta normalmente per il professionista un’obbligazione di ‘mezzi’, detta anche obbligazione di diligenza o di comportamento, le giurisprudenza è costante nel ricondurre l’obbligazione del direttore dei lavori nell’ ambito delle obbligazioni di mezzi (Casa. 28.1.2001, n. 15124; 29.3.1979, n. 1818), con inapplicabilità dell’art. 2226 c.c. (Casa. 29.1.2003, n. 1294; 22.3.1995, n. 3264;

1.12.1992, n. 12820; 21.10.1991, n. 11116) ed applicabilità, invece, dell’ ordinaria prescrizione decennale ex art. 2946 c.c. (Casa.8.11. 1985, n. 5463; 7.12.1976, n. 4559; 8.3.1975, n. 873).

  1. Obbligazione del progettista – direttore dei lavori.

Nel caso di cumulo della funzione di progettista con quella di direttore dei lavori (l’art. 27 della 1. 11.2.1994, n. 109, legge quadro in teme di lavori pubblici, espressamente prevede il cumulo delle due prestazioni), la giurisprudenza ritiene generalmente che si tratti di obbligazione di “mezzi”, con conseguente esclusione dell’applicazione dell’art. 2226 c.c. (Caa 29.1.2003, n. 1294; 1-12-1992 n. 12820; 28.1.1983 n. 48t 29.10.1965, n. 2292).

Solo in due pronunce (l’obbligazione del progettista associata a quella della direzione dei lavori dell’opera) viene qualificata di risultato (Case, 27.10.1984, n. 5509; 22.4.1974, r. 1156).

  1. Ritengono le Sezioni Unite, al fine di risolvere la questione di diritto e definire il contrasto, che debba privilegiarsi l’interpretazione secondo la quale sono inapplicabili alla prestazione d’opera intellettuale, in particolare a quelle del progettista, anche nell5potesi in cui cumuli le funzioni di direttore dei lavori, le disposizioni dell’art. 2226 c.c. in tema di difformità e vizi dell’opera, in base alle seguenti considerazioni.

8.1. Innanzitutto è opinione della Corte che la distinzione, finora seguita dalla giurisprudenza, fra obbligazioni di mezzi e dì risultato non possa continuare ancora a costituire il criterio risolutivo della problematica relativa all’applicabilità dell’art. 2226 c.c. alle obbligazioni d’indole intellettuale, alla luce dei principi in tema di responsabilità contrattuale del professioni sta intellettuale, della disamina dei casi più salienti portati all’emme del giudice di legittimità, della posizione della dottrina e della legislazione comperata, tenuto conto anche, in riferimento alle prestazioni professionali d’indole conforme a quel

le oggetto di controversia, le frequenti possibilità di commistione delle diverse obbligazioni (in capo al medesimo o a diversi soggetti) in vista del medesimo scopo finale, rispetto al quale diversità di disciplina normativa e conseguenti responsabilità, relativi limiti e oneri probatori potrebbero apparire ingiustificati e forieri di confusione.

  1. Come è noto, la rcsponsabilità contrattuale dell’ appaltatore è regolata dagli artt.16fi7 e 1668 e c., collocati nei capi del codice civile dedicato al contratto d’appalto, mentre, sic come tali articoli nulla dispongono sulla posizione del progettista e del direttore dei lavori, la responsabilità contrattuale d: costoro c‘ regolata in base alle norme generali sull’ inadempi- mento dei contratti e, per quanto siano applicabili, dalle norme stilla prestazione d’opera e sulle professioni intellettuali (arti. 2222 – 2238 c.c.). Il professionista deve comportersi se- condo le comuni regole di correttezza e di diligenza. In particolare, per quanto attiene alla diligenza, Part. I t76, comma 2, c.c. ne qualifica il contenuto allorché si tratti di valutare il comportamento del professionista (la cui diligenza deve essere conforme alla natura dell’attività professionale da svolgere), con la conseguenza che al rapporto scaturante dal contratto di prestazione d’opera intellettuale debbono essere applicate, in linea generale e di tendenza (salvo quanto previsto dalle specifica normative dettata per tale tipo di rapporto), le norme che determinano le conseguenze dell’inadempimento (art. 1218 c.c.) e che consentono di operare le definizione di inadempimento nel quadro della attuazione del

rapporto.

9.1. li regime di responsabilità del professionista (la ed. colpa professionale) è sempre il medesimo. per cui, 1’ inadempimento, oltre che totale o dovuto a incuria o disattenzione, consiste generalmente nell’imperizia. ossia ne8’errore determinato da ignoranza di cognizioni tecniche o da inesperienza professionale, sia quando il professionista risponde solo per dolo o colpa grave (art. 2236 c.c.) sia quando – secondo le regole comuni – deve rispondere anche di colpa (art 1176, comma 2, c.c.)

92 La distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato non ha, quindi, alcuna incidenza sul regime di responsabilità, ove è richiesto al professionista di attenersi a parametri molto rigidi di professionalità, notandosi in proposito come lo stesso standard di diligenza del professionista sia cresciuto sensibilmente, comprimendo di conseguenza l’arca della colpa grave nei confronti di problemi tecnici di speciale difficoltà di cui all’ art 2236 c.c. (cfr. Cass. 11.8.1990,n. 8218).

9.3. l,a distinzione sembra inoltre perdere ogni peso. sempre nell’ambito della responsabilità professionale, in materia di eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., trovando tale eccezione accoglimento a prescindere dalla natura dell’ obbligazione da adempiere (v. Casa. 5.8-2002, n. 11728; 23-4.200 n. 5928).

  1. Dalla casistica giurisprudenziale emergono spunti interessanti in ordine alla dicotomia tra obbligazione di mezzi e di risultato, appare utilizzata al fine di risolvere problemi di ordine pratico, quali la distribuzione dell’onere della prova e l’individuazione dei contenuto dell’obbligo, ai fini del giudizio d responsabilità, operandosi non di rodo, per ampliare la responsabilità contrattuale del professionista, una sorta di metamorfosi dell’obbligazione di mezzi in quella di risultato, al traverso l’individuazione di doveri di informazione e di avviso (cfr., per quanto riguarda in particolare la responsabilità professionale del medico: Casa. 8.4.1997, n. 3tM6), definiti accessori ma integrativi rispetto all’obbligo primario della prestazio- ne, ed ancorati a principi di buona fede, quali obblighi di protezione, indispensabili per il corretto adempimento delle prestazione professionale in senso proprio.

10.1. Così, pur trattandosi di prestazione intellettuale, 1’ obbligazione del progettista 2 stata ritenuta dalla giurisprudenza un’obbligazione di risultato, ai fini della responsabilità del professionista, in quanto è stato affermato che tra i suoi doveri rientra anche quello di accertare con precisione i confini, le dimensioni a le altre caratteristiche dell’arca sulla quale le costruzione dovrà essere realizzate pass. 21.7. 1989, n.

3476; 29.3. 1979, n. 1818), avverti di sondare il suolo o il sottosuolo su cui deve sorgere l’opera (Cass. 16.9.1993, n. 11290; 5.1.1976, n. 1).

Inoltre, l’ingegnere o architetto progettista é tenuto a redigere un progetto conforme, oltre che alle regole tecniche, anche alle norme giuridiche che disciplinano le modalità di edificazione su un dato territorio, in modo da non compromettere il conseguimento del provvedimento amministrativo che abilita all’esecuzione dell’opera, con la conseguenza che gli errori di progettazione concernenti la mancata adeguazione degli edifici previsti alla normativa vigente, compromettendo il rilascio della concessione, non possono che costituire inadempimento caratterizzato da colpa grave e quindi fonte di responsabilità del progettista

(Casa. 16.2.1996, n. 1208; 19.7.1993, n. 8033).

In particolare, poiché l’obbligazione dei professionista di redigere un progetto edilizio destinato all’esecuzione è di risultato perché ha per oggetto la sua realizzabilità, il committen- te, in base al principio inadempienti non est adtmplendum, ha diritto di rifiutare il compenso al professionista che abbia fornito il progetto di un’opera non realizzabile (Cass. 21.3.1997, n. 2540).

10.2. In tal modo si perviene al superamento della dicotomia in esame: l’obbligazione di redigere un progetto di ingegneria o di architettura, pur avendo per oggetto una prestazione d’opera intellettuale., costituisce un’obbligazione di risultato.

  1. La dottrina ha assunto posizioni critiche sull’utilizzo della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, la quale, ancorché operante soltanto all’interno della categoria delle obbligazioni di tare (a differenza che in Francia dove rappresenta una summa ditrisio valida per tutte le obbligazioni), ha originato una diatriba senza fine sia in ordine all’oggetto o contenuto dell’obbligazione, sia in relazione all’onere della prova e, quindi, in definitiva, allo stesso fondamento della responsabilità del professionista.

11.1. Come insegna la definizione tradizionale, nelle obbligazioni di mezzi la prestazione dovuta prescinde da un particolare esito positivo dell’attività del debitore, che adempie e- sattamente ove svolga l’attività richiesta nel modo dovuto. In tali obbligazioni è il comportamento del debitore ad essere in obbligazione, nel senso che la diligenza é tendenzialmente considerata quale criterio determinativo del contenuto del vincolo, con l’ulteriore corollario che il risultato é caratterizzato dall’ aleatorietà, perché dipende, oltre che dal comportamento del debitore, de altri fattori esterni oggettivi o soggettivi.

Nelle obbligazioni di risultato, invece, ciò che importa é il conseguimento del risultato stesso, essendo indifferente il mezzo utilizzato per raggiungerlo. La diligenza opera solo come parametro. ovvero come criterio di controllo e valutazione del comportamento del debitore: in altri termini, è il risultato cui mira il creditore, e non il comportamento, ad essere direttamente in obbligazione.

11.2. Tale impostazione non è immune da profili problematici, specialmente se applicata proprio alle ipotesi di prestano ne d’opera intellettuale, in considerazione della struttura ateo sa del rapporto obbligatorio e tenendo conto, altresì, che ur risultato é dovuto in tutte le obbligazioni.

In realtà, in ogni obbligazione si richiede la compresenza del comportamento del debitore che del risultato, anche se in proporzione variabile, sicché molti autori criticano la distinzione poiché in ciascuna obbligazione assumono rilievo cosi il risultato pratico da raggiungere attraverso il vincolo, come I’ impegno che il debitore deve porre per ottenerlo. In tal senso la dottrina porta ad esempio proprio l’obbligazione dell’appaltatore, che deve in ogni caso utilizzare idonee procedure e modalità di esecuzione.

11.3. Si è visto, d’altra parte, come la giurisprudenza. pur utilizzando frequentemente la distinzione, non esita a convertire l’obbligazione di mezzi in obbligazione di risultato, dando luogo ad una sorta di metamorfosi, quando afferma che se è vero che obbligazioni inerenti

all’esercizio dl un’attività professionale sono generalmente obbligazioni di mezzi, tuttavia pos- sono assumere anche le caratteristiche delle obbligazioni di risultato in cui il professionista ai impegna a conseguire un determinato opus.

  1. Sotto il profilo dell’onere della prove, la distinzione (talvolta costruita con prevalente attenzione alla responsabilità dei professionisti intellettuali e dei medici in particolare) é stata utilizzata per sostenere che mentre nelle obbligazioni di mezzi, essendo aleatorio il risultato, sul creditore incombe l’onere della prova che il manca il risultato è dipeso da scarsa diligenza, nelle obbligazioni di risultato, invece, sul debitore incombe l’onere della prova che un mancato risultato é dipeso da causa a lui non imputabile.

14.1. Ma anche sotto tale profilo la distinzione è stata sottoposta a revisione aia da parte della giurisprudenza che delta dottrina.

Infatti, questa Corte ha affermato che il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c.c. in materia di responsabilità contrattuale (in conformità a criteri di ragionevolezza per identità di situazioni probatorie, di riferibilità in concreto dell’onere probatorio alla sfera di azione dei singoli soggetti e di distinzione strutturale tra responsabilità contrattuale e da fatto illecito) é identico, sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione. ex art. 1453 c.c., sia che domandi il risarcimento per l’inadempimento contrattuale, ex art. 1218 c.c., senza richiamarsi in alcun modo alla distinzione tra obbligazioni di mezzi c di risultato (pur essendo pacifico che nella specie veniva dedotto un risultato connesso al contratto di trasporto: Cass. 7.2.1996, n. 973).

14.2. A sua volta, le dottrina, sia civilistica che processualistica, tende ad un’applicazione unitaria dei principi generali in materia di onere della prova, sia in tema di inadempimento, sia di risarcimento del danno, che infine in tema di risoluzione del contratto, indipendentemente dalla natura dell’ obbligazione (se di mezzi o di risultato).

  1. Ulteriori elementi si possono trarre da un confronto con i modelli esistenti negli altri paesi europei, in assenza di una direttiva tesa a ravvicinare le soluzioni nazionali (come é notti, la proposta di direttiva 9 novembre 1990 della Commissione Cee non si è mai tradotta in provvedimento finale) .

15.1. In Francia, la responsabilità del professionista è regolata dalla legge speciale 4 gennaio 1978, n. 78-12, in base alla quale 1’ architetto è tenuto al risarcimento dei danni, entro il termine di prescrizione di dieci anni, verso il committente o l’acquirente nelle ipotesi in cui vi siano vizi dell’opera o altri che ne compromettano le sua destinazione e, poiché i giudici ammettono in maniera molto rigorosa l’esistenza della cause etrangère, la responsabilità può dirsi quasi oggettiva, ancorché l’obbligazione del professionista edile, secondo la summa divisio, sia un’obbligazione di risultato.

15.2. Nel diritto tedesco, dove la responsabilità dei professionista edile è costruita in maniera rigorosa rispetto agli altri professionisti (avvocati, medici), si ha la collocazione del)’ Ar- chitektenvertrag ora entro il contratto di servizio ora entro il contratto d’opera, con conseguenze rilevanti sotto il profilo della responsabilità del professionista, nel senso di caricare quest’ultimo rispettivamente di obblighi di diligenza o di risultato.

15.3. Anche in Austria la natura dell’ Archifektenoertrag oscilla fra il contratto d’opera, quando il contratto ha ad oggetto la pura redazione dei progetto, e il contratto misto, dove prevale l’elemento del mandato, nei casi in cui le prestazioni del professionista siano molteplici. La responsabilità del professionista è fondata essenzialmente sulla colpa.

15.4. Analoga situazione si registra in Svizzera, dove I’ ArchitelUenvertrag integra ora un contratto d’opera ora un mandato oneroso, e la responsabilità contrattuale del professionista edile scatta allorquando questi abbia agito con colpa, cagionando un danno al cornmittente in via casualmente adeguata.

15.5. Nel sistema inglese, invece, vi è stato il passaggio dalla esclusiva responsabilità contrattuale del professionista edile all’ammissibilità dell’azione per illecito civile. Il common law, pur non conoscendo in via extracontrattuale, il principio della risarcibilità dei puri danni patrimoniali, ammette l’esistenza di exelusionary rules, fra le quali vi rientra appunto la responsabilità professionale.

  1. L’esame di diritto comparato, secondo l’opinione prevalente in dottrina, porte a privilegiare la tesi di coloro che ritengono che tutti i profili di responsabilità contrattuale del professionista intellettuale, siano essi connessi ad obbligazioni di mezzi o di risultato, possono essere esaustivamente ricondotti nell’ambito della disciplina generale dell5nsdempimcnto delle obbligazioni (artt. 2236, 2232, 1218, 1176, secodo comma, c.c.; come sopra evidenziato sub 9).
  2. Vero è che la verifica del nesso di compatibilità fra gli artt. 2230 e 2226 del codice civile, da effettuarsi in base alla .natura del rapporto contrattuale dei professionista, richiede une valutazione riferita a dati concreti e diversa da quella propria del procedimento analogico (art. 12, secondo comma. c.c.), onde potrebbe ntenerai, a stretto rigore esegetico. 1’ in- compatibilità della sola parte dell’art. 2226 c.c. relativa alla garanzia per vizi occulti, esprimendosi il primo comma della disposizione in termini generali ed autonomi di liberazione della responsabilità per difformità e per vizi noti o facilmente

riconoscibili dell’open, a seguito di accettazione espressa o tacita da parte dei committente.

17.1. Ma per contro deve puro considerarsi che, quando 1’ opus consista nel risultato della progettazione tecnica, la configurabilità dei vizi e difetti contemplati dall’art. 2726 c.c., siano essi d’indole palese, facilmente riconoscibile , o occulta, ha come implicazione, anche a prescindere delle forzatura lessicale, la riconduzione a tali due ambiti di tutta la gamme delle carenze che impediscono un’esatta esecuzione dell’opera, e quindi, oltre a quelle riferibili alla stessa attività ideativa, per essere il progetto in tutto o in parte ineseguibile, ovvero eseguibile ma inutilizzabile sia pure per contrasto con la normativa urbanistica o perché non corrispondente all’uso convenuto, anche quelle che ai risolvano in meri errori materiali, quali pure quelli di calcolo, nella redazione degli elaborati tecnici, suscettibili di autonomo rilievo pregiudizievole per il committente.

17.2. In tal caso, appare evidente che, ne fosse applicabile il termine professionale imposto dall’art. 2226, secondo comma, c.c., ossia quello di un anno della consegna degli elaborati, da un canto si imporrebbe al committente la tempestiva c completa verifica dell’attuabilità o utilizzabilità della progettazione quando l’attuazione di casa non fosse prevista in termini

corrispondenti, e dall’altro il professionista verrebbe esonerato

dalla relativa garanzia, qualora le medesime carenze si evidenziassero solo nelle successive fase dell’esecuzione dell’opera progettata, posteriore alla scadenza del termine prescrizionale, compatibile con iniziative costruttive di non eccessiva importanza.

17.3. Va, infine, considerato che é senz’altro da escludere 1’ applicabilità della disciplina di cui all’art. 2226 c.c. nel caso in cui la redazione del progetto sia affidata a società di ingegneri (art. 2238 c.c.), in considerazione della natura del rapporto contrattuale, della sua fonte (appalto, privato o pubblico, di opera c/o di servizi) c dell’organizzazione imprenditoriale.

  1. Pertanto, in base alle considerazioni svolte, il contrasto giurisprudenziale va risolto affermandosi che le disposizioni di cui all’art. 2226 c.c. in tema di decadenza e prescrizione delf azione di garanzia per vizi non sono applicabili alla prestazione d’opere intellettuale, in particolare alla prestazione del professionista che abbia assunto l’obbligazione della redazione di un progetto d’ingegneria o della direzione dei lavori ovvero dell’ uno e dell’altro compito, cumulando nella propria persona i ruoli di progettista e direttore dei lavori.
  2. 11 principio comporta, quindi, il rigetto del primo motivo di ricorso.
  3. Anche il secondo motivo va rigettato, in quanto infondato, perché la Corte d’appello ha individuato la responsabilità

dell’ing. Z, quale progettista, per errore di calcolo delle strutture in cemento armato; e, quale direttore dei lavori, per omesso controllo sulla consistenza e qualità dei materiali usati.

  1. Il terzo e quarto motivo, da esaminare congiuntamente perché strettamente connessi, non possono trovare ingresso, risolvendosi in censure di merito in ordine alla valutazione dei danno, atteso che la Corte d’appello lo ha determinato sulla scorta della c.t.u. effettuata dall’ing. B., il cui valore di mercato dell’immobile non è stato sottoposto a particolari critiche e sostanzialmente accettato dalle parti, procedendo poi ad una riduzione percentuale, ritenuta congrua fissare nel 2lY/o (disattendendo la valutazione minimale del 15% compiuta dall’ing. L.) in considerazione dell’entità dei vizi e deficienze dell’opera, nonché della notorietà della vicenda.
  2. Il quinto motivo è inammissibile laddove denuncia omesso accoglimento dell’istanza di nuova consulenza tecnica, in quanto rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito la valutazione dell’opportunità dì disporre indagini tecniche suppletive o integrative dì quelle già espletate, di sentire a chiarimenti il consulente tecnico di ufficio ovvero di disporre la rinnovazione delle indagini, con la nomina di altri consulenti, e l’esercizio di un tale potere, così come il mancato esercizio

di esso, non è censurabile in sede di legittimità (v. Cass. 6.4.2001, n. 5142; 10.6. 1998, n. 5777).

Parimenti é inammissibile nella seconda pane laddove critica la ripartizione della colpa tra l’ing. Z e l’impresa M. perché deduce circostanze e [atti del tutto nuovi mai prima dedotti.

  1. Il sesto motivo é infondato perché la Corte d’appello ha indicato le ragioni per le quali il geom. Villi andava esente da responsabilità per assenze di specifiche colpe, come era emer- so dalla consulenza d’ufficio dell’ing. B., sul punto precisa, dettagliata, esaustiva.
  2. Il settimo motivo non ha pregio, perché si basa su una lettura riduttiva dell9mpugnata sentenza, che ha riformato quella di primo grado unicamente in relazione alla determinazione del quantum risarcibile, confermandola per il resto, e, quindi, anche relativamente al riconoscimento della responsabilità oltre che dell’ing. Z anche dell’impresa appaltatrice Morgaqni. La critica non coglie nel segno, atteso che il diritto al risarcimento del danno non risulta affatto prescritto né riguardo al prestatore d’opera professionale ing. Z, né riguardo all’impresa. appaltatrice M., ma affermato a carico dell’uno e dell’altra.
  3. L’ottavo motivo è infondato, osservandosi, da un lato, che (come sopra evidenziato sub 22) la scelta di disporre, o

meno, una c.t.u. rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito; dall’altro, che la Corte d’appello ha dato conto del propri o convincimento, indicando gli mori di calcolo dell’ing. Z, quale progettista, c le carenze dello stesso, quale direttore dei lavori, nonché l’ambito di responsabilità dell’impresa appaltatrice.

  1. Anche il nono motivo è infondato, perché l’impugnata sentenza ha correttamente motivato in ordina alla scelta dei criteri di determinazione del danno risarcibile, conformandosi al principio affermato da questa Corte che quando l’intervallo di tempo fra 1’illecito c il suo risarcimento é cospicuo e I’ in0azione ragguardevole, del graduale mutamento del potere d’acquisto della moneta deve tenersi conto calcolando gli interessi sul valore della somme via via rivalutata nell’arco del suddetto ritardo, oppure calcolando indici medi di valutazione, essendo invero precluso computarli unicamente con riguardo alla somma rivalutata al momento della liquidazione (Sez. Un. 17.2.1995, n. 1712).
  2. 11 primo motivo del ricorso incidentale del B va disatteso per le ragioni sopra indicate sub 21), risolvendosi la censura in doglianza di merito. Né è ravvisabile il prospettato vizio motivazionale, perché la Corte d’appello con discorso logico e coerente ha esposto le argomentazioni in base alle quali

ha ritenuto di dover diminuire il quantum al 20%, con riferimento a circostanze concrete e dati fattuali.

  1. 11 secondo motivo dei ricorso incidentale E inammissibile. perché la questione della condanna in via solidale dell’ing. Z e dell’impresa M. al risarcimento dei danni non ha formato oggetto di trattazione nel giudizio d’appello, secondo quanto risulta dalle conclusioni delle parti riportate nell’ epigrafe, dall’esposizione del fatto e dalla motivazione della sentenza impugnata, contro la quale non è stata specificamente e ritualmente formulata censura alcuna per omessa pronuncia su di una questione posta al riguardo, dacché al giudice di merito si è imputato soltanto vizio di motivazione in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c., e non anche, espressamente ex art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 4 c.p-c-, l’ error in procedendo eventualmente comune per la mancata valutazione e decisione della questione da qua in quanto effettivamente dedotta con l’appello.

Invero, perché possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio d’omessa pronuncia, é necessario, da un lato, che al giudice di merito fossero state rivolte una domanda o un’ ec- cezione autonomamente apprezzabili, e, dall’altro, che tali domande o eccezione siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini nel ricorso per cassazione, per il principio dell’ autosufficienza, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo c/o verbale d’udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, in primis, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività (v. fra tante Casa. 27.9.2000, n. 12790; 28.8.2000, n. 11260).

Nel motivo in esame, per contro, non solo non E formalmente dedotto 11 vizio di omessa pronunzia, ma neppure é fatto tiferimento alcuno alla formulata riproposizione della questione in appello, onde la questione risulta sollevata per le prima volta soltanto in questa sede di legittimità ed é, quindi, inammissibile (cfr., ex plurimis, Case. 22.10.2002, n. 14905; 16.9, 2002, n. 13470)

  1. In conclusione, entrambi ì ricorsi vanno rigettati. Sussistono giusti motivi, anche in considerazione dell’esito della lite, per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese del presente giudizio,
  2. Q. M.
    La Corte, riuniti i ricorsi, li rigetta
    Dichiara interamente compensate tra le pari le spese del giudizio di cassazione.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

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AVVOCATO ESPERTO DIFESA ARCHITETTI E INGEGNERI

AVVOCATO ESPERTO DIFESA ARCHITETTI E INGEGNERI

La limitazione di responsabilità prevista per il professionista dall’art. 2236 cod. civ. con riferimento al caso di prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà è prevista per le sole ipotesi di imperizia, che possano essere giustificate dalla particolare complessità o novità dell’opera richiesta, e non si estende alle ipotesi in cui la prestazione del professionista sia stata viziata da negligenza o imprudenza, cioè vi sia stata una violazione del dovere della normale diligenza professionale media esigibile ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., rispetto alla quale rileva anche la colpa lieve (in questo senso, tra le altre, Cass. n. 22398 del 2011).

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE – SENTENZA 10 marzo 2014, n.5506 – Pres. Salmè – est. Rubino

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 2232 c.c. e 116 c.p.c., negando che dalle risultanze processuali emerga la prova di un formale conferimento di incarico da parte dei signori C. e F. al geom. G. e all’architetto Co. , e sottopone alla Corte il seguente quesito di diritto: ‘Dica la Corte se sia conforme a legge la statuizione che nega che gli ausiliari nominati da un prestatore d’opera intellettuale ai sensi dell’art. 2232 c.c. sono legati da un rapporto contrattuale solo con il professionista e non con il suo committente’.

Il motivo di ricorso è inammissibile, in quanto il quesito di diritto formulato è totalmente astratto dalla fattispecie concreta sottoposta all’esame della corte, sia pure nell’ambito del giudizio di legittimità( nel senso della inammissibilità del motivo di ricorso il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale e astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente v. Cass. S.U. n. 6420 del 2008).

Con il secondo motivo di ricorso, il G. lamenta la violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 2236 c.c. e 116 c.p.c. per aver la corte d’appello fondato la propria valutazione in ordine alla responsabilità professionale dei due professionisti esclusivamente sulla consulenza tecnica, senza tener conto della particolari difficoltà incontrate dai professionisti a causa della errata indicazione del nome proprio del B. ricevuta e della impossibilità di ricercare tramite Conservatoria e Catasto gli eventuali omonimi, il che avrebbe dovuto portare all’applicazione dell’esimente prevista dall’art. 2236 c.c. che prevede la limitazione di responsabilità ai soli casi di dolo e colpa grave qualora la prestazione da compiere trascenda la prestazione professionale media.

Il motivo è infondato.

La limitazione di responsabilità prevista per il professionista dall’art. 2236 cod. civ. con riferimento al caso di prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà è prevista per le sole ipotesi di imperizia, che possano essere giustificate dalla particolare complessità o novità dell’opera richiesta, e non si estende alle ipotesi in cui la prestazione del professionista sia stata viziata da negligenza o imprudenza, cioè vi sia stata una violazione del dovere della normale diligenza professionale media esigibile ai sensi dell’art. 1176, secondo comma, cod. civ., rispetto alla quale rileva anche la colpa lieve (in questo senso, tra le altre, Cass. n. 22398 del 2011).[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

  • Come emerge chiaramente dalla sentenza impugnata, l’attività che i due professionisti erano stati incaricati di compiere era del tutto ruotinaria, consistendo semplicemente nella stima di un immobile indicato dai committenti e nella verifica della sua esatta intestazione e della sussistenza di inscrizioni e trascrizioni pregiudizievoli, e come tale non meritevole di alcuna restrizione dei limiti della responsabilità professionale sotto il profilo della particolare difficoltà dell’incarico.
  • Per contro, dalla sentenza di appello, che riporta e fa propri condividendone il metodo e gli esiti, larghi passi dell’analisi eseguita dal c.t.u., emerge una macroscopica mancanza di diligenza in capo ai professionisti (analiticamente descritta in ben dodici punti, da pag. 8 a pag. 10 della sentenza di appello), tra i quali vale ricordare che i professionisti incaricati non si sono avveduti né del fatto che nella proprietà era presente un box, né del suo ampliamento con conseguente incremento del valore commerciale, né della divisione intervenuta nel 1990 tra i coniugi B. – O. , né della donazione di 1/2 della proprietà, sempre nel 1990, alla figlia del B. , né la vendita nel 1994 di 1/2 del box alla moglie, impedendo di fatto ai contro ricorrenti non solo di intraprendere utilmente l’esecuzione immobiliare, ma anche di poter intraprendere, per intervenuta scadenza dei termini, l’azione revocatoria.

Infine, con il terzo motivo di ricorso il G. lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c. da parte della corte d’appello, per aver la corte liquidato il risarcimento del danno in Euro 150.000,00, ovvero in misura esorbitante e coincidente con l’intero ammontare del credito dei controricorrenti nei confronti del loro originario debitore, il B. , e ben superiore rispetto a quanto avrebbero potuto recuperare a mezzo di una espropriazione nei suoi confronti, tenuto anche conto del valore dell’immobile come risultante dai precedenti atti traslativi di esso.

Inoltre, con lo stesso motivo il ricorrente lamenta che la corte non abbia preso in considerazione la colpa concorrente dei F. — C. , essendo questi ancora in tempo, quando nel 1998 intrapresero l’azione di risarcimento dei danni nei suoi confronti, a promuovere l’azione revocatoria nei confronti del B. quanto meno in relazione alla vendita del 50% del box ed inoltre per non aver informato i G. e Co. delle ‘problematiche’ legate al nome del B. .

Il motivo proposto, con il quale vengono formulate due diverse censure, va rigettato. Innanzitutto il ricorrente fa valere, all’interno dello stesso motivo, senza neppure indicare quali delle ipotesi tassative di ricorso per cassazione dettate dall’art. 360 c.p.c. intenda promuovere, due censure del tutto autonome.

La prima censura non può essere presa in considerazione, in quanto il quesito di diritto relativo al terzo motivo è esclusivamente il seguente: ‘Dica la Corte se sia conforme a legge la liquidazione dei danni che non consideri il concorso di colpa nel danno degli evenienti creditori’. Esso fa riferimento soltanto alla seconda censura contenuta nel terzo motivo. Pertanto, sul punto manca un idoneo quesito di diritto, necessario a pena di inammissibilità essendo il ricorso pro tempore soggetto alla disciplina introdotta con il D. Lgs. 15 febbraio 2006, n. 40, ed in particolare alla previsione contenuta nell’art. 366 bis c.p.c..

Inoltre, con essa il ricorrente contesta la misura del risarcimento in quanto troppo elevata, richiamando come norma asseritamente violata una norma non pertinente, ovvero l’art. 1227 c.c.; infine, la censura consiste esclusivamente in una mera recriminazione sulla valutazione di fatto compiuta dal giudice di merito, rispetto alla quale il giudice di legittimità deve rimanere estraneo.

Con la seconda censura contenuta nel terzo motivo, il ricorrente contesta che non sia stato considerato il concorso di colpa dei C. e F. , che non indicarono con esattezza le generalità complete del soggetto sulle cui proprietà volevano acquisire informazioni funzionalizzate ad una eventuale espropriazione. La possibilità di un concorso di colpa dei committenti era già stata dedotta tra i motivi di appello e considerata dalla corte nella sentenza che l’ha motivatamente esclusa, dopo aver fatto una elencazione delle numerose imprecisioni e dei marchiani errori effettuati dai due professionisti incaricati di una attività semplice e routinaria quale verificare che un determinato bene, sito in un paese di provincia ad un indirizzo esattamente indicato fosse o meno nella disponibilità del soggetto che a loro risultava esserne il proprietario, del quale indicarono esattamente il cognome e quale ne potesse essere orientativamente il valore. Quest’attività, la corte d’appello ha ritenuto correttamente potesse essere portata a termine dai professionisti stessi senza risentire di eventuali indicazioni inesatte fornite dai committenti (e relative al solo fatto che il nome proprio del possibile proprietario fosse stato da essi indicato come Gi. invece che come Gi.Ba. ) e quindi che eventuali imprecisioni da parte dei committenti nell’indicare il nome proprio del presunto titolare del bene non avessero un valore concausale rispetto al negligente lavoro svolto dai professionisti. La decisione impugnata appare esente da vizi. La corte d’appello ha correttamente preso in considerazione il comportamento dei committenti, che nel conferire l’incarico professionale diedero alcune indicazioni in merito al soggetto ed ai beni sui quali erano interessati ad acquisire informazioni, al fine di verificare l’eventuale lacunosità o erroneità delle indicazioni fornite e l’eventuale incidenza concausale delle stesse in ordine al danno loro provocato dalle numerose imprecisioni contenute nell’elaborato, per ritenere sostanzialmente marginale ed irrilevante una mera imprecisione nella indicazione del patronimico del soggetto.

Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Pone a carico del ricorrente le spese del presente grado di giudizio sostenute da C.A. , F.R. e F.A. e le liquida in Euro 8.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre accessori di legge.

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RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE E CIVILE ARCHITETTO

 

RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE E CIVILE ARCHITETTO

 

AVVOCATO ESPERTO CIVILE

 

 

PENALE  DISCIPLINARE

 

 

 

ARCHITETTI 051 6447838

 

RESPONSABILITA’ DISCIPLINARE ARCHITETTI LA CASSAZIONE:

 

 

La ricorrente sostiene che l’art. 78, comma 3, TUEL sarebbe una norma di stretta interpretazione, sicche’ in tanto sussisterebbe l’obbligo di astensione in quanto si sia in presenza di una correlazione immediata e diretta tra contenuto dell’atto e l’interesse dell’amministratore. Ma questa correlazione nella specie difetterebbe, essendo l’arch. B. sindaco e non assessore del Comune ed avendo provveduto a delegare le competenze in materia di urbanistica, edilizia e lavori pubblici all’assessore. In capo alla ricorrente quale sindaco non sussisteva, con riguardo alla contestata condotta riguardante la sottoscrizione della pratica edilizia, alcuna competenza, nemmeno mediata o di riferimento, in materia di edilizia ed urbanistica, tale da obbligarla all’astensione dall’attivita’ professionale. Il terzo motivo lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6, avuto riguardo alla omessa motivazione in ordine alle contestate violazioni al codice deontologico, nonche’ violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine all’omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti. 2.1. – Il secondo ed il terzo motivo – da esaminare congiuntamente, stante la stretta connessione – sono infondati. Quanto alla partecipazione alla fase iniziale del procedimento disciplinare dell’arch. G.P. valgono le considerazioni espresse in sede di scrutinio del primo motivo di ricorso. In relazione all’altro profilo preliminare e formale (con il quale si lamenta che l’incolpazione non sia stata “riportata e/o esplicitata in alcuna parte della decisione avversata”), si tratta di una censura che non tiene conto del fatto che la decisione del Consiglio nazionale indica con chiarezza l’addebito che e’ stato contestato all’arch. B., nelle sue componenti sia fattuali che giuridiche. Nel merito, l’art. 78, comma 3, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, approvato con il D.Lgs. n. 267 del 2000, prevede che “i componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici devono astenersi dall’esercitare attivita’ professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrato”.

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SECONDA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente – Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere – Dott. MANNA Felice – Consigliere – Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere – Dott. FALASCHI Milena – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso proposto da: Arch. B.C., rappresentata e difesa, in forza di procura speciale a margine del ricorso, dall’Avv. Alberto D. Zanetta, con domicilio eletto in Roma, via Valsavaranche, n. 46 (studio legale Corradi); – ricorrente – contro CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI, PIANIFICATORI, PAESAGGISTI E CONSERVATORI DI NOVARA; PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI NOVARA; – intimati – avverso la decisione del Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori in data 15 giugno 2015. Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 22 giugno 2016 dal Consigliere relatore dott. Alberto Giusti; udito l’Avv. Alberto Zanetta; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso. Svolgimento del processo 1. – Il Consiglio dell’ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Novara ha irrogato all’arch. B.C. la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione per tre mesi, per violazione del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, art. 78 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), e di disposizioni del codice deontologico degli architetti italiani, perche’, quale sindaco del Comune di Gozzano, l’iscritta aveva firmato e presentato una segnalazione certificata di inizio attivita’ (SCIA) presso lo stesso Comune. 2. – Il Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, con decisione depositata il 15 giugno 2015, ha respinto l’impugnazione dell’incolpata. Il Consiglio nazionale ha escluso l’eccezione di nullita’ del procedimento per mancata astensione dell’arch. G.P., sia perche’ non risulta che costui abbia comunque partecipato alla fase deliberativa, sia perche’ la sua posizione non sembra configurare una ipotesi di conflitto di interessi. Secondo il Consiglio nazionale, “il sindaco doveva astenersi dal firmare una SCIA e a nulla rileva la delega agli assessori poiche’ tale delega riguarda semmai la determinazione dell’ente locale su quella SCIA, non gia’ la sua presentazione al Comune da parte di un libero professionista”; e il D.Lgs. n. 267 del 2000, art. 78, comma 3, “e’ norma applicabile al caso di specie, non essendo dubbio che l’obbligo di astensione ivi disciplinato riguardi anche il sindaco”. 3. – Per la cassazione della decisione del Consiglio nazionale l’arch. B. ha proposto ricorso, con atto notificato il 22 luglio 2015, sulla base di cinque motivi. Nessuno degli intimati ha svolto attivita’ difensiva in questa sede. In prossimita’ dell’udienza la ricorrente ha depositato una memoria illustrativa. Motivi della decisione 1. – Con il primo motivo si deduce la nullita’ della decisione e del procedimento per mancata astensione dell’arch. G.P., violazione degli artt. 24 e 25 Cost. e art. 111 Cost., comma 2, per difetto di valida costituzione (D.P.R. 7 agosto 2012, n. 137, e regolamento di disciplina 16 novembre 2012), terzieta’ ed imparzialita’ del giudice con lesione del diritto di difesa, nonche’ violazione dell’art. 111 Cost., comma 6, per violazione del dovere di motivazione. Preliminarmente la ricorrente deduce che la sanzione e’ stata a lei irrogata dal Consiglio dell’ordine costituito in Commissione di disciplina ai sensi del D.P.R. n. 137 del 2012, art. 8, comma 10, e dell’art. 6, comma 1, delregolamento 16 novembre 2012, quando, secondo la normativa applicabile, l’Ordine era tenuto ad istituire la Commissione di disciplina. Non averlo fatto – ed avere utilizzato la disciplina transitoria – avrebbe comportato che la ricorrente e’ stata privata del suo giudice naturale precostituito per legge. La nullita’ del procedimento deriverebbe inoltre dal fatto che l’arch. G.P., pur non avendo partecipato alla fase deliberativa, si e’ astenuto tardivamente, solo a seguito di eccezione dell’arch. Ga.Pi., primo difensore della ricorrente, ma intanto lo stesso ha curato la documentazione fotografica posta a base dell’esposto, ha partecipato all’elaborazione dell’incolpazione ed stato attivo protagonista dell’istruttoria. Atteso che il Collegio di disciplina e’ un collegio perfetto, la presenza, nella maggior parte delle attivita’ finalizzate alla decisione, dell’arch. G.P. e la sua astensione, su eccezione di parte e solo in fase deliberativa, comprometterebbe la valida costituzione del giudice e la regolarita’ del procedimento, quest’ultimo viziato da quanto svolto dal membro del collegio solo successivamente astenutosi. Vi sarebbero gravi ragioni di convenienza che imponevano l’astensione dell’arch. G., in ragione della contrapposizione politico-elettorale tra questo e la ricorrente. La decisione impugnata non avrebbe svolto alcuna motivazione per escludere l’esistenza di quel conflitto, provato dall’avere l’arch. G. scattato la fotografia allegata all’esposto dell’Associazione Ernesto Regazzoni. Non avrebbe tenuto conto il Consiglio nazionale della dichiarazione di S.S., al quale l’arch. G. riferi’ che era sua ferma volonta’ di adoperarsi perche’ l’arch. B. fosse espulsa dall’Ordine: il che paleserebbe la sussistenza di una grave inimicizia. 1.1. – Il motivo e’ infondato, sotto entrambi i profili. Quanto alla denuncia di invalida costituzione dell’organo che ha irrogato la sanzione disciplinare (il Consiglio territoriale dell’ordine costituito in Commissione di disciplina), occorre precisare che la legittimita’ della costituzione dell’organo disciplinare deriva proprio dalla disposizione regolamentare – il D.P.R. n. 137 del 2012, recante riforma degli ordinamenti professionali, a norma del D.L. 13 agosto 2011, n. 138, art. 3, comma 5, convertito, con modificazioni, dalla L. 14 settembre 2011, n. 148 – di cui la ricorrente lamenta l’avvenuta violazione. Infatti, il D.P.R. n. 137 del 2012, art. 8 cit., nel dettare disposizioni sul procedimento disciplinare delle professioni regolamentate diverse da quelle sanitarie, ha si’ previsto l’istituzione presso i Consigli dell’ordine territoriali di Consigli di disciplina territoriali cui sono affidati compiti di istruzione e decisione delle questioni disciplinari riguardanti gli iscritti all’albo, con l’incompatibilita’ tra la carica di consigliere dell’ordine e la carica di consigliere del corrispondente consiglio di disciplina; ma ha anche stabilito – al comma 10 – che fino all’insediamento dei nuovi Consigli di disciplina territoriali, “le funzioni disciplinari restano interamente regolate dalle disposizioni vigenti”. Ne consegue che, in applicazione della prevista disciplina transitoria, in attesa della istituzione del Consiglio di disciplina territoriale, le funzioni disciplinari legittimamente sono state esercitate dal Consiglio dell’ordine costituito in Commissione di disciplina, secondo la disciplina vigente. Quanto, poi, alla nullita’ procedimentale derivante dalla partecipazione al procedimento dell’arch. G.P., componente del Consiglio dell’ordine di Novara, ogni questione al riguardo resta superata dal fatto che questi si e’ astenuto nel corso del procedimento e non ha partecipato alla deliberazione con cui, in esito al procedimento disciplinare, e’ stata irrogata la sanzione. La validita’ di questa deliberazione finale – resa da un organo collegiale a composizione variabile che non si presenta come un collegio perfetto (Cass., Sez. 3, 14 aprile 2005, n. 7765), ed in esito ad un procedimento al quale non si estendono in via analogica le disposizioni del codice di procedura penale (Cass., Sez. Un., 7 maggio 1998, n. 4627; Cass., Sez. 3, 7 luglio 2006, n. 15523) – non e’ inficiata dalla partecipazione del componente poi astenutosi alle precedenti attivita’ di apertura del procedimento disciplinare e di formalizzazione dell’incolpazione, ne’ dal fatto che lo stesso fosse presente all’attivita’ istruttoria svolta dal Consiglio dell’ordine. D’altra parte, non si vede come ed in che termini l’avere l’arch. G.P. realizzato l’allegato fotografico della segnalazione iniziale abbia alterato il contraddittorio e le garanzie dell’interessata, che mai ha negato il fatto storico, difendendosi esclusivamente in punto di diritto. 2. – Il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 111 Cost. e art. 360 c.p.c., n. 4, avuto riguardo alla valida contestazione dell’incolpazione, alla responsabilita’ deontologica e alla violazione del codice deontologico, violazione dell’art. 111, secondo comma, Cost. per errata applicazione del disposto dell’art. 78, comma 3, TUEL, e violazione dell’art. 111 Cost., comma 6, per omissione del dovere di motivazione. La ricorrente sostiene che l’art. 78, comma 3, TUEL sarebbe una norma di stretta interpretazione, sicche’ in tanto sussisterebbe l’obbligo di astensione in quanto si sia in presenza di una correlazione immediata e diretta tra contenuto dell’atto e l’interesse dell’amministratore. Ma questa correlazione nella specie difetterebbe, essendo l’arch. B. sindaco e non assessore del Comune ed avendo provveduto a delegare le competenze in materia di urbanistica, edilizia e lavori pubblici all’assessore. In capo alla ricorrente quale sindaco non sussisteva, con riguardo alla contestata condotta riguardante la sottoscrizione della pratica edilizia, alcuna competenza, nemmeno mediata o di riferimento, in materia di edilizia ed urbanistica, tale da obbligarla all’astensione dall’attivita’ professionale. Il terzo motivo lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6, avuto riguardo alla omessa motivazione in ordine alle contestate violazioni al codice deontologico, nonche’ violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine all’omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti. 2.1. – Il secondo ed il terzo motivo – da esaminare congiuntamente, stante la stretta connessione – sono infondati. Quanto alla partecipazione alla fase iniziale del procedimento disciplinare dell’arch. G.P. valgono le considerazioni espresse in sede di scrutinio del primo motivo di ricorso. In relazione all’altro profilo preliminare e formale (con il quale si lamenta che l’incolpazione non sia stata “riportata e/o esplicitata in alcuna parte della decisione avversata”), si tratta di una censura che non tiene conto del fatto che la decisione del Consiglio nazionale indica con chiarezza l’addebito che e’ stato contestato all’arch. B., nelle sue componenti sia fattuali che giuridiche. Nel merito, l’art. 78, comma 3, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, approvato con il D.Lgs. n. 267 del 2000, prevede che “i componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici devono astenersi dall’esercitare attivita’ professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrato”. La citata disposizione contempla un obbligo di astensione dall’esercizio di attivita’ professionali in materia di edilizia privata e pubblica nell’ambito del territorio amministrato, essendo tali attivita’ ritenute incompatibili con la carica pubblica ricoperta. Tale obbligo di astensione – diretto non solo ad evitare che il professionista tragga vantaggio nella sua attivita’ professione dal mandato pubblico rivestito, ma anche a precludere, per ragioni di trasparenza e buon andamento dell’amministrazione dell’ente territoriale, che l’esercizio delle funzioni collegate a tale mandato sia sviato dall’interesse personale dell’amministratore – grava sui “componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici”. Tra i destinatari dell’obbligo di astensione dall’esercitare attivita’ professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio comunale rientrano non solo gli assessori cui siano state conferite deleghe nei settori dell’urbanistica, dell’edilizia e dei lavori pubblici, ma anche lo stesso sindaco, sul quale, come organo responsabile dell’amministrazione del Comune e presidente della giunta comunale, grava l’onere di sovrintendere su tutte le attivita’ del Comune, anche su quelle delegate. Tale interpretazione trova conferma nella stessa lettera della disposizione dell’art. 78, comma 3, del testo unico, il quale, per indicare i destinatari dell’obbligo di astensione, impiega la locuzione “componenti la giunta comunale competenti in materia di urbanistica, di edilizia e di lavori pubblici”, non quella di assessori all’urbanistica, all’edilizia e ai lavori pubblici. Da un punto di vista sistematico, inoltre, occorre considerare che, anche nelle ipotesi in cui si avvalga della facolta’ di delega, il sindaco conserva, in ogni caso, la titolarita’ delle competenze, mantenendo verso il delegato l’assessore – i poteri di direttiva e di vigilanza, oltre a quelli di nomina e di revoca. Va pertanto escluso che, per il fatto di essersi avvalso della facolta’ di delega ad un assessore nella materia urbanistica, edilizia e lavori pubblici, il sindaco possa ritenersi esonerato dall’osservanza dell’obbligo di astensione dall’esercitare, nel territorio da lui amministrato, attivita’ professionale di architetto in materia di edilizia privata e pubblica. Di questo principio ha fatto puntuale applicazione il Consiglio nazionale degli architetti, riconoscendo la responsabilita’ disciplinare dell’arch. B. per avere firmato e presentato una segnalazione certificata di inizio attivita’ (SCIA) presso lo stesso Comune in cui era sindaco. E correttamente il Consiglio nazionale ha ritenuto la condotta dell’iscritta in contrasto anche con le norme del codice deontologico degli architetti, posto che l’architetto e’ tenuto a svolgere la sua attivita’ con lealta’ e correttezza, s rispettare la legge nell’esercizio della professione e nell’organizzazione della sua attivita’ e, in particolare, a curare che le modalita’ con cui svolge il proprio mandato presso le istituzioni siano improntate a non conseguire utilita’ di qualsiasi natura per se’ o per altri (artt. 3, 9 e 21 del codice deontologico ratione temporis applicabile). 3. – Con il quarto mezzo la ricorrente censura violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6, avuto riguardo alla omessa motivazione in ordine alla sanzione irrogata, nonche’ violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine all’omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti. 3.1. – Il motivo e’ infondato. Il Consiglio nazionale, nel confermare la sanzione della sospensione applicata dal Consiglio dell’ordine territoriale, ha correttamente deciso la questione di diritto sottoposta al suo esame, posto che l’art. 47 del codice deontologico prevede la sanzione della sospensione per ogni infrazione relativa ad incompatibilita’, ed in tale ipotesi ricade la condotta – mancata astensione dall’esercizio di attivita’ professionale incompatibile con il mandato pubblico rivestito – di cui l’arch. B. e’ stata riconosciuta responsabile. 4. – Il quinto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., commi 2 e 6, in relazione all’avvenuta acquisizione integrale, rilevante ai fini del decidere, della deposizione resa dinanzi al Consiglio dell’ordine dall’arch. Gu.Fa.. Secondo la ricorrente, la decisione impugnata sarebbe viziata da omessa pronuncia sull’istanza di rinnovazione dell’istruttoria e da omessa motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti. 4.1. – Il motivo e’ inammissibile per difetto di specificita’ e decisivita’, perche’ non spiega quale rilevanza ai fini del decidere rivestirebbe l’acquisizione integrale della deposizione dell’arch. Gu.. E anche a volere integrare il motivo con quanto trascritto a pag. 21-22, non si comprende in che termini la specificazione delle pratiche pendenti ovvero l’opinione “liberatoria” del teste possano alterare la decisione resa. 5. – Il ricorso e’ rigettato. Non vi e’ luogo a pronuncia sulle spese, non avendo l’intimato Consiglio dell’ordine svolto attivita’ difensiva in questa sede. 6. – Poiche’ il ricorso e’ stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed e’ respinto, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilita’ 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione integralmente rigettata. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13. Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda Sezione civile, il 22 giugno 2016. Depositato in Cancelleria il 19 luglio 2016

 

 

 

FATTO

era da considerarsi consapevole dell’attività professionale svolta dall’architetto S., avuto riguardo alla testimonianza di M.R., alla sentenza penale di patteggiamento emessa nei confronti dell’appellante, all’autorizzazione chiesta dalla stessa M.C. al Comune e dalla stessa impugnata di falso ed, anzi, doveva ritenersi “che tra committenti e professionista fosse stato stipulato un contratto contra legem al fine di perpetrare un abuso, quale l’ampliamento di un manufatto, la demolizione ed il rifacimento di una copertura”; era preclusa, quindi, la richiesta di risoluzione del contratto e di risarcimento del danno da parte di chi versava in illecito ed era superflua ogni decisione sulla querela di falso, risultando da altri elementi la consapevolezza della M. in ordine all’abuso edilizio in questione. Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la M. formulando due motivi di ricorso. Resiste con controricorso il S., proponendo, altresì, ricorso incidentale condizionato, in relazione al mancato accoglimento dell’eccezione di difetto di legittimazione della M. ed alla sussistenza dell’obbligo di manleva della compagnia Fondiaria SAI s.p.a.; quest’ultima e la M. resistono con controricorso. Le parti hanno successivamente depositato memorie

DECISIONE

AVVOCATO PER CAUSE CIVILI BOLOGNA

1) violazione o falsa applicazione degli artt.1218 e 2226 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3;

contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte di merito, l’oggetto del contratto concluso col S. era da ritenersi lecito, dovendosi ritenere illecite solo le relative modalità esecutive, configuranti obbligazioni del prestatore d’opera, del cui inadempimento doveva rispondere esclusivamente il S. in quanto il vizio dell’opera, consistente nella qualificazione giuridica dell’intervento edilizio come manutenzione straordinaria, anzichè come ristrutturazione, non era facilmente riconoscibile da essa committente e, in secondo luogo, perchè la firma in calce alla domanda di autorizzazione, a nome ” M.C.”, era apocrifa;

2) violazione dell’art. 91 c.p.c. e dell’art. 92 c.p.c., comma 2 in punto di regolamento delle spese nei confronti della Fondiaria -SAI s.p.a.; erroneamente tali spese erano state poste a carico della M., pur non avendo la stessa proposto domande nei confronti di detta compagnia assicuratrice in relazione al rapporto di garanzia tra questa ed il S..

Il primo motivo del ricorso principale è fondato. Con l’atto di appello la M. lamentava, fra l’altro, che il Tribunale avesse escluso l’inadempimento dell’Arch. S., consistente nell’avere questi rappresentato in progetto l’opera da eseguire in modo difforme dall’affettiva realizzazione, senza considerare che la doglianza investiva anche l’erroneo iter urbanistico seguito dal professionista stesso, per aver egli richiesto l’autorizzazione per la manutenzione straordinaria di un edificio, anzichè quella gratuita per la ristrutturazione.

In particolare, si evidenziava nel motivo di appello che, quand’anche la M. fosse stata al corrente del progetto, doveva ugualmente ravvisarsi la responsabilità del S., posto che la relazione da questi redatta e sottoscritta, al fine di richiedere la dovuta autorizzazione comunale per l’esecuzione dei lavori progettati, facevano riferimento ad opere di manutenzione straordinaria e non, invece, alla diversa ipotesi di ristrutturazione (come correttamente indicata nella successiva relazione per arch. Y., incaricato di portare a termine le opere sottoposte a sequestro), nè tale errore era percepibile da persona “profana” in materia, quale la M..

La Corte di merito si è limitata a respingere tale censura ribadendo le argomentazioni del giudice di prime cure sulla consapevolezza della M. in ordine all’esecuzione dei lavori previsti nel progetto del S., omettendo di considerare che l’istruttoria della pratica amministrativa, diretta ad ottenere la necessaria autorizzazione per l’esecuzione delle opere progettate,rientra nelle competenze del progettista e nell’incarico a lui conferito e che , in ogni caso, la “relazione tecnica sulle opere di manutenzione straordinaria”, in data 16.2.06 (timbro di protocollo n. 4941), descrittiva dello stato dell’immobile da ristrutturare nonchè delle opere da eseguire, risulta sottoscritta dal S. ed ha, evidentemente, carattere strumentale per il rilascio del necessario titolo autorizzativo da parte del Comune di Roma.

Va rammentato al riguardo, in aderenza a quanto affermato dalle S.U. di questa Corte (Cass. n. 15781/2005), che la distinzione tra obbligazioni “di mezzi” e “di risultato” è ininfluente ai fini della valutazione della responsabilità di chi è incaricato di redigere un progetto di ingegneria o architettura in quanto il mancato conseguimento dello scopo pratico avuto di mira dal cliente è, comunque, addebitabile al professionista ove sia conseguenza dei suoi errori che rendano le previsioni progettuali inidonee ad essere attuate.

La Cassazione a S.U.(Cass. n. 577/2008) ha successivamente ribadito il superamento della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, specie nelle ipotesi di prestazione d’opera intellettuale, tenuto conto che un risultato è dovuto in tutte le obbligazioni, richiedendosi in ogni obbligazione la compresenza sia del comportamento del debitore che del risultato, sia pure in proporzione variabile. Ha precisato, inoltre, la S.C. che il comportamento rilevante, nell’ipotesi di azione di responsabilità per risarcimento del danno nelle obbligazioni cosiddette di comportamento, è quello integrante causa o concausa efficiente del danno e che spetta al debitore dimostrare che tale inadempimento non vi è stato o che, pur esistendo, non è stato, nella fattispecie concreta, causa dell’evento dannoso lamentato. Con riferimento al caso in esame va chiarito che, se è vero che il progetto sino a quando non sia materialmente realizzato, costituisce una fase preparatoria, strumentalmente preordinata alla concreta attuazione dell’opera, è anche vero che, sul piano tecnico e giuridico, il progettista deve assicurare la conformità del progetto alla normativa urbanistica ed individuare in termini corretti la procedura amministrativa da utilizzare, così da assicurare la preventiva e corretta soluzione dei problemi che precedono e condizionano la realizzazione dell’opera richiesta dal committente (Cfr. Cass. n. 2257/2007; n. 11728/2002 ;

  1. 22487/2004). La scelta, quindi, del titolo autorizzativo all’esecuzione di opere, in relazione al tipo di intervento edilizio progettato, non può automaticamente rientrare nell’accordo illecito fra le parti per porre in essere un abuso edilizio, spettando al professionista effettuare tale scelta in quanto qualificata da una specifica competenza tecnica.

Nella specie non, può, di conseguenza, trovare applicazione l’esimente di cui all’art. 2226 c.c., comma 1, essendo, comunque, irrilevante che la committente M. avesse o meno apposto la propria firma sul progetto redatto dal S. o che la stessa fosse stata falsificata. Tale firma non valeva, infatti, ad escludere in tutto o in parte la responsabilità del S. per l’attività professionale da lui espletata nella fase antecedente alla esecuzione delle opere, rientrando nell’obbligo di diligenza a carico del prestatore di opera professionale, ex art. 1176 c.c., comma 2, sia il risultato finale mirante a soddisfare l’interesse del creditore (committente)e sia i mezzi necessari per realizzarlo, tramite l’adozione di determinate modalità di attuazione che esigono il rispetto delle regole professionali in funzione del raggiungimento del risultato finale.

L’accoglimento del primo motivo di ricorso per il difetto di argomentazioni della Corte territoriale su detto motivo di appello, comporta il riesame, in sede di rinvio, della relativa questione, in conformità dei principi enunciati. Rimane, sul piano logico, assorbito il secondo motivo formulato nel ricorso principale e del secondo motivo dedotto con il ricorso incidentale, con cui il S. chiede, nell’ipotesi di una sua condanna, affermarsi la validità della polizza assicurativa stipulata con la Fondiaria SAI s.p.a. e l’obbligo della stessa di manlevarlo per quanto eventualmente egli fosse condannato a pagare alla M..

Deve, infine, rigettarsi il primo motivo del medesimo ricorso incidentale, relativo al difetto di legittimazione attiva della M., avendo la Corte di appello dichiarato non luogo a provvedere sull’appello subordinato proposto da S.M., una volta rigettato nel merito l’appello proposto da M.C., implicitamente ritenuta assorbita tale eccezione, anche sulla base della richiamata motivazione della sentenza di primo grado in ordine alla sussistenza della prova sul conferimento dell’incarico professionale al S. anche da parte di M.C., come emerso dalle prove testimoniali. Il S., come riportato a pag.

4 della sent. impugnata, in un momento successivo al conferimento dell’incarico professionale di cui alla lettera del 2.8.1995, aveva preteso che la stessa fosse firmata oltre che da M.G., padre di M.C., pure da quest’ultima, quale proprietaria dell’immobile oggetto di detto incarico.

In conclusione, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, e la causa deve essere rinviata,anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio,ad altra sezione della Corte di Appello di Roma.

 

 

 

Cass. civ. Sez. II, Sent., 21-05-2012, n. 8014 Responsabilità civile

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 23.12.1998, M.C. conveniva in giudizio, innanzi alla ex Pretura di Roma L’arch.

S.M. per sentire dichiarare la risoluzione del contratto con lui concluso e per sentirlo condannare al risarcimento dei danni subiti per l’inadempimento all’incarico professionale conferitogli per la ristrutturazione dell’immobile sito in (OMISSIS). Assumeva che le opere eseguite sotto la direzione del convenuto erano state sottoposte a sequestro per mancanza di concessione edilizia e di aver appreso, in occasione del giudizio penale a suo carico, che i progetti redatti dal convenuto non corrispondevano alle opere in corso per cui era stata costretta a demolire quelle realizzate e ad eseguire le relative ricostruzioni.

Si costituiva in giudizio il S. eccependo, preliminarmente, la carenza di legittimazione attiva dell’attrice, avendo egli ricevuto l’incarico professionale da M.G..

Con successivo atto di citazione il S. conveniva, innanzi al medesimo Tribunale, la s.p.a. La Fondiaria Assicurazioni (oggi s.p.a.

Fondiaria-SAI) al fine di essere manlevato e garantito da ogni avversa pretesa risarcitoria.

La società assicuratrice, costituitasi in giudizio, eccepiva la non operatività della garanzia assicurativa per violazione, da parte dell’assicurato, della normativa contrattuale. Riunite le cause,con sentenza 20.10.2003, il Tribunale rigettava le domande proposte dalla M.C. nei confronti del S., compensando fra le parti stesse le spese processuali per metà e ponendo la residua metà a carico della M.; condannava, inoltre, quest’ultima, al pagamento delle spese di lite nei confronti della Fondiaria- SAI s.p.a.

Avverso tale decisione la M. proponeva appello cui resisteva, con impugnazione incidentale subordinata il S. e la società assicuratrice.

Con sentenza depositata il 20.7.2010 la Corte di appello di Roma rigettava l’appello, condannando la M. al pagamento delle spese processuali del grado in favore del S. e della Fondiaria Sai S.P.A..

Osservava la Corte di merito che M.C. era da considerarsi consapevole dell’attività professionale svolta dall’architetto S., avuto riguardo alla testimonianza di M.R., alla sentenza penale di patteggiamento emessa nei confronti dell’appellante, all’autorizzazione chiesta dalla stessa M.C. al Comune e dalla stessa impugnata di falso ed, anzi, doveva ritenersi “che tra committenti e professionista fosse stato stipulato un contratto contra legem al fine di perpetrare un abuso, quale l’ampliamento di un manufatto, la demolizione ed il rifacimento di una copertura”; era preclusa, quindi, la richiesta di risoluzione del contratto e di risarcimento del danno da parte di chi versava in illecito ed era superflua ogni decisione sulla querela di falso, risultando da altri elementi la consapevolezza della M. in ordine all’abuso edilizio in questione. Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la M. formulando due motivi di ricorso. Resiste con controricorso il S., proponendo, altresì, ricorso incidentale condizionato, in relazione al mancato accoglimento dell’eccezione di difetto di legittimazione della M. ed alla sussistenza dell’obbligo di manleva della compagnia Fondiaria SAI s.p.a.; quest’ultima e la M. resistono con controricorso. Le parti hanno successivamente depositato memorie.

Motivi della decisione

La M. deduce:

1) violazione o falsa applicazione degli artt.1218 e 2226 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3;

contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte di merito, l’oggetto del contratto concluso col S. era da ritenersi lecito, dovendosi ritenere illecite solo le relative modalità esecutive, configuranti obbligazioni del prestatore d’opera, del cui inadempimento doveva rispondere esclusivamente il S. in quanto il vizio dell’opera, consistente nella qualificazione giuridica dell’intervento edilizio come manutenzione straordinaria, anzichè come ristrutturazione, non era facilmente riconoscibile da essa committente e, in secondo luogo, perchè la firma in calce alla domanda di autorizzazione, a nome ” M.C.”, era apocrifa;

2) violazione dell’art. 91 c.p.c. e dell’art. 92 c.p.c., comma 2 in punto di regolamento delle spese nei confronti della Fondiaria -SAI s.p.a.; erroneamente tali spese erano state poste a carico della M., pur non avendo la stessa proposto domande nei confronti di detta compagnia assicuratrice in relazione al rapporto di garanzia tra questa ed il S..

Il primo motivo del ricorso principale è fondato. Con l’atto di appello la M. lamentava, fra l’altro, che il Tribunale avesse escluso l’inadempimento dell’Arch. S., consistente nell’avere questi rappresentato in progetto l’opera da eseguire in modo difforme dall’affettiva realizzazione, senza considerare che la doglianza investiva anche l’erroneo iter urbanistico seguito dal professionista stesso, per aver egli richiesto l’autorizzazione per la manutenzione straordinaria di un edificio, anzichè quella gratuita per la ristrutturazione.

In particolare, si evidenziava nel motivo di appello che, quand’anche la M. fosse stata al corrente del progetto, doveva ugualmente ravvisarsi la responsabilità del S., posto che la relazione da questi redatta e sottoscritta, al fine di richiedere la dovuta autorizzazione comunale per l’esecuzione dei lavori progettati, facevano riferimento ad opere di manutenzione straordinaria e non, invece, alla diversa ipotesi di ristrutturazione (come correttamente indicata nella successiva relazione per arch. Y., incaricato di portare a termine le opere sottoposte a sequestro), nè tale errore era percepibile da persona “profana” in materia, quale la M..

La Corte di merito si è limitata a respingere tale censura ribadendo le argomentazioni del giudice di prime cure sulla consapevolezza della M. in ordine all’esecuzione dei lavori previsti nel progetto del S., omettendo di considerare che l’istruttoria della pratica amministrativa, diretta ad ottenere la necessaria autorizzazione per l’esecuzione delle opere progettate,rientra nelle competenze del progettista e nell’incarico a lui conferito e che , in ogni caso, la “relazione tecnica sulle opere di manutenzione straordinaria”, in data 16.2.06 (timbro di protocollo n. 4941), descrittiva dello stato dell’immobile da ristrutturare nonchè delle opere da eseguire, risulta sottoscritta dal S. ed ha, evidentemente, carattere strumentale per il rilascio del necessario titolo autorizzativo da parte del Comune di Roma.

Va rammentato al riguardo, in aderenza a quanto affermato dalle S.U. di questa Corte (Cass. n. 15781/2005), che la distinzione tra obbligazioni “di mezzi” e “di risultato” è ininfluente ai fini della valutazione della responsabilità di chi è incaricato di redigere un progetto di ingegneria o architettura in quanto il mancato conseguimento dello scopo pratico avuto di mira dal cliente è, comunque, addebitabile al professionista ove sia conseguenza dei suoi errori che rendano le previsioni progettuali inidonee ad essere attuate.

La Cassazione a S.U.(Cass. n. 577/2008) ha successivamente ribadito il superamento della distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, specie nelle ipotesi di prestazione d’opera intellettuale, tenuto conto che un risultato è dovuto in tutte le obbligazioni, richiedendosi in ogni obbligazione la compresenza sia del comportamento del debitore che del risultato, sia pure in proporzione variabile. Ha precisato, inoltre, la S.C. che il comportamento rilevante, nell’ipotesi di azione di responsabilità per risarcimento del danno nelle obbligazioni cosiddette di comportamento, è quello integrante causa o concausa efficiente del danno e che spetta al debitore dimostrare che tale inadempimento non vi è stato o che, pur esistendo, non è stato, nella fattispecie concreta, causa dell’evento dannoso lamentato. Con riferimento al caso in esame va chiarito che, se è vero che il progetto sino a quando non sia materialmente realizzato, costituisce una fase preparatoria, strumentalmente preordinata alla concreta attuazione dell’opera, è anche vero che, sul piano tecnico e giuridico, il progettista deve assicurare la conformità del progetto alla normativa urbanistica ed individuare in termini corretti la procedura amministrativa da utilizzare, così da assicurare la preventiva e corretta soluzione dei problemi che precedono e condizionano la realizzazione dell’opera richiesta dal committente (Cfr. Cass. n. 2257/2007; n. 11728/2002 ;

  1. 22487/2004). La scelta, quindi, del titolo autorizzativo all’esecuzione di opere, in relazione al tipo di intervento edilizio progettato, non può automaticamente rientrare nell’accordo illecito fra le parti per porre in essere un abuso edilizio, spettando al professionista effettuare tale scelta in quanto qualificata da una specifica competenza tecnica.

Nella specie non, può, di conseguenza, trovare applicazione l’esimente di cui all’art. 2226 c.c., comma 1, essendo, comunque, irrilevante che la committente M. avesse o meno apposto la propria firma sul progetto redatto dal S. o che la stessa fosse stata falsificata. Tale firma non valeva, infatti, ad escludere in tutto o in parte la responsabilità del S. per l’attività professionale da lui espletata nella fase antecedente alla esecuzione delle opere, rientrando nell’obbligo di diligenza a carico del prestatore di opera professionale, ex art. 1176 c.c., comma 2, sia il risultato finale mirante a soddisfare l’interesse del creditore (committente)e sia i mezzi necessari per realizzarlo, tramite l’adozione di determinate modalità di attuazione che esigono il rispetto delle regole professionali in funzione del raggiungimento del risultato finale.

L’accoglimento del primo motivo di ricorso per il difetto di argomentazioni della Corte territoriale su detto motivo di appello, comporta il riesame, in sede di rinvio, della relativa questione, in conformità dei principi enunciati. Rimane, sul piano logico, assorbito il secondo motivo formulato nel ricorso principale e del secondo motivo dedotto con il ricorso incidentale, con cui il S. chiede, nell’ipotesi di una sua condanna, affermarsi la validità della polizza assicurativa stipulata con la Fondiaria SAI s.p.a. e l’obbligo della stessa di manlevarlo per quanto eventualmente egli fosse condannato a pagare alla M..

Deve, infine, rigettarsi il primo motivo del medesimo ricorso incidentale, relativo al difetto di legittimazione attiva della M., avendo la Corte di appello dichiarato non luogo a provvedere sull’appello subordinato proposto da S.M., una volta rigettato nel merito l’appello proposto da M.C., implicitamente ritenuta assorbita tale eccezione, anche sulla base della richiamata motivazione della sentenza di primo grado in ordine alla sussistenza della prova sul conferimento dell’incarico professionale al S. anche da parte di M.C., come emerso dalle prove testimoniali. Il S., come riportato a pag.

4 della sent. impugnata, in un momento successivo al conferimento dell’incarico professionale di cui alla lettera del 2.8.1995, aveva preteso che la stessa fosse firmata oltre che da M.G., padre di M.C., pure da quest’ultima, quale proprietaria dell’immobile oggetto di detto incarico.

In conclusione, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, e la causa deve essere rinviata,anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio,ad altra sezione della Corte di Appello di Roma.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso principale, assorbito il secondo motivo del ricorso stesso ed il secondo motivo del ricorso incidentale; rigetta il primo motivo del ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma.

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RESPONSABILITA’ PROGETTUALE INGEGNERE  

RESPONSABILITA’ PROGETTUALE INGEGNERE

– Livelli della progettazione) del Capo IV (Servizi attinenti all’architettura e all’ingegneria) del D. Lgs. n. 163/2006 (Codice degli appalti pubblici), tre sono gli stadi della progettazione (intesi quali processi tecnicamente autonomi ma comunque succedentisi senza soluzione di continuità): preliminare, definitivo ed esecutivo.

Art. 93. Livelli della progettazione per gli appalti e per le concessioni di lavori 

  1. La progettazione in materia di lavori pubblici si articola, nel rispetto dei vincoli esistenti, preventivamente accertati, laddove possibile fin dal documento preliminare, e dei limiti di spesa prestabiliti, secondo tre livelli di successivi approfondimenti tecnici, in preliminare, definitiva ed esecutiva, in modo da assicurare:
  2. a) la qualità dell’opera e la rispondenza alle finalità relative;
    b) la conformità alle norme ambientali e urbanistiche;
    c) il soddisfacimento dei requisiti essenziali, definiti dal quadro normativo nazionale e comunitario.
  3. Le prescrizioni relative agli elaborati descrittivi e grafici contenute nei commi 3, 4 e 5 sono di norma necessarie per ritenere i progetti adeguatamente sviluppati. Il responsabile del procedimento nella fase di progettazione qualora, in rapporto alla specifica tipologia e alla dimensione dei lavori da progettare, ritenga le prescrizioni di cui ai commi 3, 4 e 5 insufficienti o eccessive, provvede a integrarle ovvero a modificarle. E’ consentita altresì l’omissione di uno dei primi due livelli di progettazione purché il livello successivo contenga tutti gli elementi previsti per il livello omesso e siano garantiti i requisiti di cui al comma 1, lettere a), b) e c).
    (comma così modificato dall’art. 52, comma 1, lettera a), legge n. 27 del 2012)
  4. Il progetto preliminare definisce le caratteristiche qualitative e funzionali dei lavori, il quadro delle esigenze da soddisfare e delle specifiche prestazioni da fornire e consiste in una relazione illustrativa delle ragioni della scelta della soluzione prospettata in base alla valutazione delle eventuali soluzioni possibili, anche con riferimento ai profili ambientali e all’utilizzo dei materiali provenienti dalle attività di riuso e riciclaggio, della sua fattibilità amministrativa e tecnica, accertata attraverso le indispensabili indagini di prima approssimazione, dei costi, da determinare in relazione ai benefici previsti, nonché in schemi grafici per l’individuazione delle caratteristiche dimensionali, volumetriche, tipologiche, funzionali e tecnologiche dei lavori da realizzare; il progetto preliminare dovrà inoltre consentire l’avvio della procedura espropriativa.
  5. Il progetto definitivo individua compiutamente i lavori da realizzare, nel rispetto delle esigenze, dei criteri, dei vincoli, degli indirizzi e delle indicazioni stabiliti nel progetto preliminare e contiene tutti gli elementi necessari ai fini del rilascio delle prescritte autorizzazioni e approvazioni. Esso consiste in una relazione descrittiva dei criteri utilizzati per le scelte progettuali, nonché delle caratteristiche dei materiali prescelti e dell’inserimento delle opere sul territorio; nello studio di impatto ambientale ove previsto; in disegni generali nelle opportune scale descrittivi delle principali caratteristiche delle opere, e delle soluzioni architettoniche, delle superfici e dei volumi da realizzare, compresi quelli per l’individuazione del tipo di fondazione; negli studi e indagini preliminari occorrenti con riguardo alla natura e alle caratteristiche dell’opera; nei calcoli preliminari delle strutture e degli impianti; in un disciplinare descrittivo degli elementi prestazionali, tecnici ed economici previsti in progetto nonché in un computo metrico estimativo. Gli studi e le indagini occorrenti, quali quelli di tipo geognostico, idrologico, sismico, agronomico, biologico, chimico, i rilievi e i sondaggi, sono condotti fino ad un livello tale da consentire i calcoli preliminari delle strutture e degli impianti e lo sviluppo del computo metrico estimativo.
  6. 5. Il progetto esecutivo, redatto in conformità al progetto definitivo, determina in ogni dettaglio i lavori da realizzare e il relativo costo previsto e deve essere sviluppato ad un livello di definizione tale da consentire che ogni elemento sia identificabile in forma, tipologia, qualità, dimensione e prezzo. In particolare il progetto è costituito dall’insieme delle relazioni, dei calcoli esecutivi delle strutture e degli impianti e degli elaborati grafici nelle scale adeguate, compresi gli eventuali particolari costruttivi, dal capitolato speciale di appalto, prestazionale o descrittivo, dal computo metrico estimativo e dall’elenco dei prezzi unitari. Esso è redatto sulla base degli studi e delle indagini compiuti nelle fasi precedenti e degli eventuali ulteriori studi e indagini, di dettaglio o di verifica delle ipotesi progettuali, che risultino necessari e sulla base di rilievi planoaltimetrici, di misurazioni e picchettazioni, di rilievi della rete dei servizi del sottosuolo. Il progetto esecutivo deve essere altresì corredato da apposito piano di manutenzione dell’opera e delle sue parti da redigersi nei termini, con le modalità, i contenuti, i tempi e la gradualità stabiliti dal regolamento di cui all’articolo 5.
  7. In relazione alle caratteristiche e all’importanza dell’opera, il regolamento, con riferimento alle categorie di lavori e alle tipologie di intervento e tenendo presenti le esigenze di gestione e di manutenzione, stabilisce criteri, contenuti e momenti di verifica tecnica dei vari livelli di progettazione.
  8. Gli oneri inerenti alla progettazione, alla direzione dei lavori, alla vigilanza e ai collaudi, nonché agli studi e alle ricerche connessi, gli oneri relativi alla progettazione dei piani di sicurezza e di coordinamento[e dei piani generali di sicurezza]quando previsti ai sensi del decreto legislativo 14 agosto 1996, n. 494 (ora d.lgs. n. 81 del 2008), gli oneri relativi alle prestazioni professionali e specialistiche atte a definire gli elementi necessari a fornire il progetto esecutivo completo in ogni dettaglio, ivi compresi i rilievi e i costi riguardanti prove, sondaggi, analisi, collaudo di strutture e di impianti per gli edifici esistenti, fanno carico agli stanziamenti previsti per la realizzazione dei singoli lavori negli stati di previsione della spesa o nei bilanci delle stazioni appaltanti.

7-bis. A valere sugli stanziamenti di cui al comma 7, le amministrazioni pubbliche destinano ad un fondo per la progettazione e l’innovazione risorse finanziarie in misura non superiore al 2 per cento degli importi posti a base di gara di un’opera o di un lavoro; la percentuale effettiva è stabilita da un regolamento adottato dall’amministrazione, in rapporto all’entità e alla complessità dell’opera da realizzare. 
(comma introdotto dall’art. 13-bis della legge n. 114 del 2014)[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

7-ter. L’80 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l’innovazione è ripartito, per ciascuna opera o lavoro, con le modalità e i criteri previsti in sede di contrattazione decentrata integrativa del personale e adottati nel regolamento di cui al comma 7-bis, tra il responsabile del procedimento e gli incaricati della redazione del progetto, del piano della sicurezza, della direzione dei lavori, del collaudo, nonché tra i loro collaboratori; gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell’amministrazione. Il regolamento definisce i criteri di riparto delle risorse del fondo, tenendo conto delle responsabilità connesse alle specifiche prestazioni da svolgere, con particolare riferimento a quelle effettivamente assunte e non rientranti nella qualifica funzionale ricoperta, della complessità delle opere, escludendo le attività manutentive, e dell’effettivo rispetto, in fase di realizzazione dell’opera, dei tempi e dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo. Il regolamento stabilisce altresì i criteri e le modalità per la riduzione delle risorse finanziarie connesse alla singola opera o lavoro a fronte di eventuali incrementi dei tempi o dei costi previsti dal quadro economico del progetto esecutivo, redatto nel rispetto dell’articolo 16 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207, depurato del ribasso d’asta offerto. Ai fini dell’applicazione del terzo periodo del presente comma, non sono computati nel termine di esecuzione dei lavori i tempi conseguenti a sospensioni per accadimenti elencati all’articolo 132, comma 1, lettere a), b), c) e d). La corresponsione dell’incentivo è disposta dal dirigente o dal responsabile di servizio preposto alla struttura competente, previo accertamento positivo delle specifiche attività svolte dai predetti dipendenti. Gli incentivi complessivamente corrisposti nel corso dell’anno al singolo dipendente, anche da diverse amministrazioni, non possono superare l’importo del 50 per cento del trattamento economico complessivo annuo lordo. Le quote parti dell’incentivo corrispondenti a prestazioni non svolte dai medesimi dipendenti, in quanto affidate a personale esterno all’organico dell’amministrazione medesima, ovvero prive del predetto accertamento, costituiscono economie. Il presente comma non si applica al personale con qualifica dirigenziale. 
(comma introdotto dall’art. 13-bis della legge n. 114 del 2014)

7-quater. Il restante 20 per cento delle risorse finanziarie del fondo per la progettazione e l’innovazione è destinato all’acquisto da parte dell’ente di beni, strumentazioni e tecnologie funzionali a progetti di innovazione, di implementazione delle banche dati per il controllo e il miglioramento della capacità di spesa per centri di costo nonché all’ammodernamento e all’accrescimento dell’efficienza dell’ente e dei servizi ai cittadini. 
(comma introdotto dall’art. 13-bis della legge n. 114 del 2014)

7-quinquies. Gli organismi di diritto pubblico e i soggetti di cui all’articolo 32, comma 1, lettere b) e c), possono adottare con proprio provvedimento criteri analoghi a quelli di cui ai commi 7-bis, 7-ter e 7-quater del presente articolo.
(comma introdotto dall’art. 13-bis della legge n. 114 del 2014)

  1. I progetti sono redatti in modo da assicurare il coordinamento dell’esecuzione dei lavori, tenendo conto del contesto in cui si inseriscono, con particolare attenzione, nel caso di interventi urbani, ai problemi della accessibilità e della manutenzione degli impianti e dei servizi a rete.
  2. L’accesso per l’espletamento delle indagini e delle ricerche necessarie all’attività di progettazione è autorizzato ai sensi dell’articolo 15 del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327.

Ai sensi dell’art. 93, «[…] 3. Il progetto preliminare definisce le caratteristiche qualitative e funzionali dei lavori, il quadro delle esigenze da soddisfare e delle specifiche prestazioni da fornire e consiste in una relazione illustrativa delle ragioni della scelta della soluzione prospettata in base alla valutazione delle eventuali soluzioni possibili, anche con riferimento ai profili ambientali e all’utilizzo dei materiali provenienti dalle attività di riuso e riciclaggio, della sua fattibilità amministrativa e tecnica, accertata attraverso le indispensabili indagini di prima approssimazione, dei costi, da determinare in relazione ai benefici previsti, nonché in schemi grafici per l’individuazione delle caratteristiche dimensionali, volumetriche, tipologiche, funzionali e tecnologiche dei lavori da realizzare; il progetto preliminare dovrà inoltre consentire l’avvio della procedura espropriativa. 4.

Il progetto definitivo individua compiutamente i lavori da realizzare, nel rispetto delle esigenze, dei criteri, dei vincoli, degli indirizzi e delle indicazioni stabiliti nel progetto preliminare e contiene tutti gli elementi necessari ai fini del rilascio delle prescritte autorizzazioni e approvazioni. . Il progetto definitivo individua compiutamente i lavori da realizzare, nel rispetto delle esigenze, dei criteri, dei vincoli, degli indirizzi e delle indicazioni stabiliti nel progetto preliminare e contiene tutti gli elementi necessari ai fini del rilascio delle prescritte autorizzazioni e approvazioni. Esso consiste in una relazione descrittiva dei criteri utilizzati per le scelte progettuali, nonché delle caratteristiche dei materiali prescelti e dell’inserimento delle opere sul territorio; nello studio di impatto ambientale ove previsto; in disegni generali nelle opportune scale descrittivi delle principali caratteristiche delle opere, e delle soluzioni architettoniche, delle superfici e dei volumi da realizzare, compresi quelli per l’individuazione del tipo di fondazione; negli studi e indagini preliminari occorrenti con riguardo alla natura e alle caratteristiche dell’opera; nei calcoli preliminari delle strutture e degli impianti; in un disciplinare descrittivo degli elementi prestazionali, tecnici ed economici previsti in progetto nonché in un computo metrico estimativo. Gli studi e le indagini occorrenti, quali quelli di tipo geognostico, idrologico, sismico, agronomico, biologico, chimico, i rilievi e i sondaggi, sono condotti fino ad un livello tale da consentire i calcoli preliminari delle strutture e degli impianti e lo sviluppo del computo metrico estimativo.

  1. Il progetto esecutivo, redatto in conformità al progetto definitivo, determina in ogni dettaglio i lavori da realizzare e il relativo costo previsto e deve essere sviluppato ad un livello di definizione tale da consentire che ogni elemento sia identificabile in forma, tipologia, qualità, dimensione e prezzo. In particolare il progetto è costituito dall’insieme delle relazioni, dei calcoli esecutivi delle strutture e degli impianti e degli elaborati grafici nelle scale adeguate, compresi gli eventuali particolari costruttivi, dal capitolato speciale di appalto, prestazionale o descrittivo, dal computo metrico estimativo e dall’elenco dei prezzi unitari. Esso è redatto sulla base degli studi e delle indagini compiuti nelle fasi precedenti e degli eventuali ulteriori studi e indagini, di dettaglio o di verifica delle ipotesi progettuali, che risultino necessari e sulla base di rilievi planoaltimetrici, di misurazioni e picchettazioni, di rilievi della rete dei servizi del sottosuolo.

Esso consiste in una relazione descrittiva dei criteri utilizzati per le scelte progettuali, nonché delle caratteristiche dei materiali prescelti e dell’inserimento delle opere sul territorio; nello studio di impatto ambientale ove previsto; in disegni generali nelle opportune scale descrittivi delle principali caratteristiche delle opere, e delle soluzioni architettoniche, delle superfici e dei volumi da realizzare, compresi quelli per l’individuazione del tipo di fondazione; negli studi e indagini preliminari occorrenti con riguardo alla natura e alle caratteristiche dell’opera; nei calcoli preliminari delle strutture e degli impianti; in un disciplinare descrittivo degli elementi prestazionali, tecnici ed economici previsti in progetto nonché in un computo metrico estimativo […]. 5.

CORTE DI CASSAZIONE Sentenza n. 13533 del 30 ottobre 2001

(Sezioni Unite Civili – Presidente A. Vela – Relatore R. Preden)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 16.5.1991, L. G. conveniva davanti al Tribunale di Roma il Centro Culturale (omissis) in persona del legale rappresentante D. R., e quest’ultimo in proprio, per sentirli condannare all’adempimento dell’obbligazione, assunta con scrittura del 26.1.1989, avente ad oggetto l’insonorizzazione della parete divisoria tra l’albergo gestito dall’attore e la sede dell’associazione entro il 15.8.1989, con previsione di una penale di L. 100.000 per ogni giorno di ritardo.

I convenuti resistevano, deducendo che l’associazione aveva cessato l’attività.
L’attore, modificando la domanda, chiedeva la condanna della convenuta al pagamento della penale.
Il tribunale, con sentenza dell’1.10.1993, condannava il Centro Culturale ed il Rolla al pagamento della somma di L. 14.800.000 ed al rimborso delle spese.
Avverso la sentenza proponevano appello i soccombenti, chiedendone la riforma.
La Corte d’appello di Roma, con sentenza del 3.4.1996, accoglieva l’appello; rigettava la domanda; condannava il G. al pagamento delle spese del doppio grado.
Considerava:
– che correttamente il tribunale aveva qualificato come “penale” la clausola, inserita nella scrittura del 26.1.1989, recante la predeterminazione del danno conseguente all’inadempimento dell’obbligazione di insonorizzare i locali nella misura di f. 100.000 giornaliere;
– che, peraltro, il tribunale aveva errato nel fare applicazione dei principi che regolano l’onere della prova, atteso che la clausola penale ha soltanto la funzione di predeterminare l’entità del danno, in caso di inadempimento, ma non sottrae il soggetto che la invoca all’onere di fornire la prova dell’inadempimento; – che erroneamente, quindi, il tribunale aveva fondato l’accoglimento della domanda di risarcimento sulla mancata prova dell’adempimento entro il termine pattuito da parte dei convenuti, poiché, a fronte della contestazione della controparte, gravava sull’attore l’onere di dimostrare sia il mancato adempimento entro il termine pattuito, sia il periodo di protrazione del medesimo;
– che, in mancanza dell’assolvimento del detto onere probatorio, la domanda doveva essere rigettata. – Avverso la sentenza il G. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi. – Non hanno svolto difese gli intimati.
Il ricorso è stato assegnato alla terza sezione civile, che, con ordinanza del 29.4.1998, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni unite. Ha considerato la terza sezione:

– –

che oggetto del giudizio è la richiesta di pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno conseguente ad inadempimento contrattuale;

che il ricorso ripropone la questione se sia il creditore agente, che lamenta la violazione del suo diritto, ad essere gravato dell’onere di dimostrare il mancato o inesatto adempimento dell’obbligazione, quale fondamento dell’azione di esatto adempimento, di risoluzione o di risarcimento del danno, ovvero se incomba al debitore resistente, che eccepisca l’estinzione dell’obbligazione per adempimento, la prova dell’avvenuto compimento dell’attività solutoria;

che sulla questione esiste contrasto nella giurisprudenza della Corte di cassazione, tra due indirizzi: uno, maggioritario, che diversifica il regime probatorio secondo che il creditore agisca per l’adempimento, nel qual caso si ritiene sufficiente che l’attore fornisca la prova del titolo che costituisce la fonte del diritto vantato, ovvero per la risoluzione, nel qual caso si ritiene che il creditore debba provare, oltre al titolo, anche l’inadempimento, integrante anch’esso fatto costitutivo della pretesa; ed un altro orientamento, minoritario, che tende ad unificare il regime probatorio gravante sul creditore, senza distinguere tra le ipotesi in cui agisca per l’adempimento, per la risoluzione o per il risarcimento del danno, ritenendo in ogni caso sufficiente la prova del titolo che costituisce la fonte dell’obbligazione che si assume inadempiuta, spettando al debitore provare il fatto estintivo dell’avvenuto adempimento.

Il ricorso è stato assegnato alle Sezioni unite per la composizione del contrasto.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il denunciato contrasto riguarda la posizione del creditore e del debitore, in tema di onere della prova, a norma dell’art. 2697 c.c., relativamente ai rimedi offerti al creditore dall’art. 1453 c.c., nel caso di inadempimento del debitore nei contratti a prestazioni corrispettive. E’ opportuno richiamare il dato normativo di riferimento. Recita l’art. 1218 c.c.: “Il debitore che non esegue esattamente la

1.