AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA CAPARRA PROPOSTE IMMOBILIARI  

PRELIMINARE DI VENDITA – RISOLUZIONE PER INADEMPIMENTO DEL VENDITORE

 

 

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È, invece, controverso se sia sufficiente che il nuncius si limiti a comunicare al proponente di essere in possesso della accettazione scritta del destinatario della proposta o se debba anche trasmettere al proponente tale accettazione.

Ritiene il collegio che la prima soluzione sia proferibile.

Appare decisiva in proposito la formulazione dell’art. 1326, primo comma, cod. civ. in base al quale se il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha “conoscenza” dell’accettazione dell’altra parte e tale conoscenza si può realizzare anche senza la sua trasmissione al proponente.

Se il legislatore avesse ritenuto indispensabile tale ultima circostanza, la previsione della “conoscenza”, di cui all’art. 1326, primo comma, cod. civ., sarebbe superflua, in quanto inutile ripetizione dell’art. 1335 cod. civ..

Ciò porta a ritenere che l’art. 1326, primo comma, cod. civ. deroga in parte all’art. 1335 cod. civ., nel senso che, fermo restando che l’accettazione, ove diretta al proponente si reputa conosciuta nel momento cui giunge all’indirizzo del destinatario, se questi non prova di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia, il contratto si deve ritenere ugualmente concluso quando, pur non essendo stata l’accettazione indirizzata al proponente, questi ne abbia comunque avuto conoscenzaSUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE

Sentenza 4 novembre – 9 dicembre 2014, n. 25923

(Presidente/Relatore Triola)

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 12 dicembre 2002 L.F. conveniva T.U. davanti al Tribunale di Milano, chiedendo che venisse accertato che lo stesso si era reso inadempiente in ordine al contratto preliminare concluso in data 25 gennaio 2002 e che conseguentemente venisse dichiarato legittimo il suo recesso ai sensi dell’art. 1385 cod. civ., con condanna del convenuto al pagamento della caparra confirmatoria di Euro 5.164,57.

L’attore esponeva in particolare che, avendo, tramite l’intermediario Immobiliare Studio Sarpi s.a.s., posto in vendita un appartamento di sua proprietà ed avendo il convenuto sottoscritto proposta irrevocabile fino al 25 aprile 2002, contestualmente consegnando all’agente immobiliare un assegno dell’importo di lire 10.000.000 a lui intestato, a seguito dell’accettazione dalla proposta intervenuta in data 22 gennaio 2002 e comunicata a mezzo telegramma inviato dall’intermediario al convenuto in data 25 gennaio 2002, il contratto preliminare poteva dirsi validamente concluso.

Il convenuto, costituitosi, chiedeva il rigetto della domanda, deducendo che tra le parti non si era mai concluso alcun contratto, non essendo pervenuta accettazione scritta del proponente e non potendo, a tal fine, essere ritenuta sufficiente la comunicazione scritta effettuata dall’intermediario.

Con sentenza in data 19 aprile 2004 il Tribunale di Milano, ritenuto che il telegramma trasmesso da un nuncius, vale a dire l’agenzia immobiliare, aveva costituito adeguata forma scritta per la comunicazione, la cui finizione non era quella di esprimere l’adesione alla proposta, ma quella di portare a conoscenza del proponente la notizia dell’intervenuta accettazione, e ritenuto inoltre che il telegramma contenesse sintetica indicazione dei termini di accettazione e che proveniva da soggetto indicato dallo stesso proponente ed a tal fine abilitato, dichiarava l’inadempimento del convenuto e pertanto legittimo il recesso dell’attore.

Contro tale decisione T.U. proponeva appello, che veniva accolto dalla Corte di appello di Milano, con sentenza in data 28 gennaio 2009, in base alla seguente motivazione:

…trattandosi di proposta concernente la stipula di un contratto preliminare di vendita di un immobile, l’accettazione del L. non doveva essere solo espressa ad substantiam in forma scritta, ma doveva altresì pervenire in tale forma entro il termine irrevocabile (25.1.2002) di efficacia. Invece, entro tale termine è stato inviato all’odierno appellante una comunicazione di accettazione (telegramma) e non l’accettazione del L. .

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La clausola della proposta, secondo cui l’accettazione poteva pervenire al proponente anche tramite l’agente immobiliare, fa riferimento appunto all’accettazione del L. e non alla comunicazione che questi avesse accettato. Una sua diversa interpretazione non potrebbe che comportare la nullità della clausola stessa perché la renderebbe idonea a perfezionare il contrato preliminare con la semplice comunicazione dell’accettazione e non anche con l’accettazione per iscritto della proposta, così come espressamene statuito dall’art. 1351 c.c..

Contro tale decisione ha proposto ricorso per cassazione, con due motivi, L.F.

T.U. resiste con controricorso.

Svolgimento

Da un punto di vista logico va esaminato per primo il secondo motivo, con il quale il ricorrente deduce che nella specie le parti avevano espressamente previsto al punto 4 della proposta irrevocabile di acquisto che l’accettazione della stessa avrebbe potuto essere trasmessa dall’intermediario.

Il motivo è infondato, in quanto non viene spiegato come si possa parlare di “parti”, in relazione ad un contatto non ancora concluso.

Con il primo motivo il ricorrente sostanzialmente deduce che avendo la controparti avuto notizia della accettazione della proposta a seguito del telegramma dell’intermediario, che aveva agito quale semplice nuncius, il contratto doveva ritenersi concluso.

Il motivo è fondato.

Rileva il collegio che non è contestato che la trasmissione della accettazione (scritta) al proponente possa essere effettuata dal nuncius.

È, invece, controverso se sia sufficiente che il nuncius si limiti a comunicare al proponente di essere in possesso della accettazione scritta del destinatario della proposta o se debba anche trasmettere al proponente tale accettazione.

Ritiene il collegio che la prima soluzione sia proferibile.

Appare decisiva in proposito la formulazione dell’art. 1326, primo comma, cod. civ. in base al quale se il contratto è concluso nel momento in cui chi ha fatto la proposta ha “conoscenza” dell’accettazione dell’altra parte e tale conoscenza si può realizzare anche senza la sua trasmissione al proponente.

Se il legislatore avesse ritenuto indispensabile tale ultima circostanza, la previsione della “conoscenza”, di cui all’art. 1326, primo comma, cod. civ., sarebbe superflua, in quanto inutile ripetizione dell’art. 1335 cod. civ..

Ciò porta a ritenere che l’art. 1326, primo comma, cod. civ. deroga in parte all’art. 1335 cod. civ., nel senso che, fermo restando che l’accettazione, ove diretta al proponente si reputa conosciuta nel momento cui giunge all’indirizzo del destinatario, se questi non prova di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia, il contratto si deve ritenere ugualmente concluso quando, pur non essendo stata l’accettazione indirizzata al proponente, questi ne abbia comunque avuto conoscenza. Il ricorso, pertanto, va accolto nei limiti esposti, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano, che provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il secondo motivo del ricorso; accoglie il primo motivo; cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Milano, anche in merito alle spese del giudizio di legittimità.

 

Cassazione, sentenza 29 maggio 2008, n. 14424, sez. II civile

In tema di preliminare di compravendita immobiliare, l’inadempimento del promittente venditore all’obbligo di provvedere alla cancellazione di una ipoteca iscritta sul bene oggetto del contratto, anche agli effetti del regolamento della caparra confirmatoria (articolo 1385 cod. civ.), non viene meno per la sola circostanza del pagamento del debito garantito in quanto il permanere dell’iscrizione ipotecaria determina un intralcio al commercio giuridico del bene non potendo, il promissario acquirente, invocare il pagamento come fatto estintivo della garanzia reale.

Cassazione, sentenza 22 maggio 2008, n. 13225, sez. II civile

In tema di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto, non può essere pronunciata sentenza di trasferimento coattivo prevista dall’art. 2932 cod. civ. in assenza della dichiarazione, contenuta nel preliminare, o successivamente prodotta in giudizio, degli estremi della concessione edilizia, trattandosi di un requisito richiesto a pena di nullità dall’art. 17 legge n. 47 del 1985, ora sostituita dall’art. 46 del d.P.R. n. 380 del 2001.
(Nella fattispecie è stata cassata la sentenza del giudice di merito che aveva disposto il trasferimento ex art. 2932 cod. civ. di appartamento con annesso box nonostante la mancanza del certificato di abitabilità, la realizzazione dell’edificio in difformità della concessione edilizia e l’assenza di sanatoria, respinta dalla P.A.).

Cassazione, sentenza 16 aprile 2008, n. 9970, sez. III civile

Non sono soggetti a revoca ai sensi dell’art. 2901 cod. civ. gli atti compiuti in adempimento di un’obbligazione (cosiddetti atti dovuti) e, quindi, anche i contratti conclusi in esecuzione di un contratto preliminare o di un negozio fiduciario, salvo che sia provato il carattere fraudolento del negozio con cui il debitore abbia assunto l’obbligo poi adempiuto, essendo la stipulazione del negozio definitivo l’esecuzione doverosa di un “pactum de contrahendo” validamente posto in essere (“sine fraude”) cui il promissario non potrebbe unilateralmente sottrarsi.
(Nella specie la S.C., in applicazione del riportato principio, ha confermato la sentenza impugnata di rigetto della domanda ex art. 2901 cod. civ. proposta in relazione ad un contratto di vendita di un immobile stipulato in esecuzione di un precedente contratto preliminare, evidenziando che la verifica della sussistenza dell'”eventus damni” va compiuta con riferimento alla stipulazione definitiva mentre il presupposto soggettivo del “consilium fraudis” va valutato con riferimento al contratto preliminare).

Cassazione, sentenza 16 giugno 2008, n. 16216, sez. II civile

La consegna del certificato di abitabilità dell’immobile oggetto del contratto, ove questo riguardi un appartamento da adibire ad abitazione, pur non costituendo di per sé condizione di validità della compravendita, integra un’obbligazione legalmente incombente sul venditore ai sensi dell’art. 1477, ultimo comma, c.c., attenendo ad un requisito essenziale della cosa venduta, in quanto incidente sulla possibilità di adibire legittimamente la stessa all’uso contrattualmente previsto.
(Nel caso di specie sulla scorta della testimonianza del notaio davanti al quale il promissario acquirente era stato convocato per la stipulazione dell’atto pubblico, a tale stipula non si addivenne, non essendo stato ancora ottenuto dal costruttore il suddetto certificato di abitabilità).

Cassazione, sentenza 9 giugno 2008, n. 15198, sez. II civile

I) L’interpretazione dell’atto negoziale costituisce un accertamento di fatto che, come tale, è demandato in via esclusiva alla competenza del giudice di merito e che appare censurabile nel giudizio di cassazione soltanto sotto il profilo della violazione delle regole ermeneutiche e dell’obbligo di motivazione. La denunzia della violazione delle regole di ermeneutica contrattuale richiede la specifica indicazione dei canoni in concreto inosservati e del modo attraverso cui si è realizzata la violazione, mentre la denunzia del vizio di motivazione esige la puntualizzazione dell’obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento svolto dal giudice di merito e che, per sottrarsi a censura, quella data dal giudice non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni. Contrapporre a quella fornita dal giudice di merito una diversa ed opposta interpretazione del contratto si risolve in una mera richiesta di nuova interpretazione, vale a dire di un nuovo accertamento di fatto, che non è ammessa dinanzi alla Corte di Cassazione, che è giudice del diritto e non del fatto.
II) L’interpretazione dei documenti sottoposti alla Corte di merito, volti a dimostrare che il promissario acquirente non intendeva destinare l’immobile ad un’attività commerciale in via esclusiva, che sola avrebbe richiesto il mutamento di destinazione d’uso, deve essere sia rispondente a dati di fatto che giuridicamente corretta. In tal senso deve essere tenuto in considerazione anche il comportamento complessivo delle parti contraenti, anche successivo al contratto, che, ai sensi dell’art. 1362 c.c., integra una canone interpretativo necessario ed indefettibile per determinare la comune intenzione delle parti manifestatasi nel testo contrattuale.

Cassazione, sentenza 5 giugno 2008, n. 14938, sez. II civile

Il promissario acquirente di immobile oggetto di contratto preliminare di compravendita può rinunciare alla condizione sospensiva convenuta nel suo esclusivo interesse e detta rinuncia non deve necessariamente risultare da atto scritto, ma può essere desunta anche da “facta concludentia”.
(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva implicitamente desunto, dalle conclusioni rassegnate nell’atto di appello dal promissario acquirente di un appezzamento di terreno, la rinuncia della medesima parte ad avvalersi della condizione sospensiva stipulata nel suo esclusivo interesse, avendo questi chiesto il trasferimento dell’immobile indipendentemente dalla verificazione dell’evento dedotto in condizione e cioè dell’acquisto da parte del promissario alienante di una particella di terreno di proprietà di una Comunità Montana al fine di adempiere all’assunto obbligo spostare il percorso di una strada vicinale).

Come precisato dalla Corte di Cassazione sentenza n. 11012 depositata il 8 maggio 2018

FATTO

Con contratto preliminare dell’11 settembre 2008 C.P. prometteva di vendere a D.M.L. un appartamento in (omissis), al prezzo di Euro 115.000,00, prevedendo la stipula del definitivo entro il 31 marzo 2009.

Contestualmente era versata dal promissario acquirente una caparra di Euro 35.000,00.

In seguito però il C. alienava lo stesso immobile promesso in vendita, ai coniugi C.M. e T.A..

Per l’effetto, il D.M. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Larino il promittente venditore ed i successivi acquirenti del bene, chiedendo accertarsi la simulazione del contratto di compravendita, e che fosse quindi disposto il trasferimento in suo favore della proprietà del bene ex art. 2932 c.c..

In subordine chiedeva pronunziarsi la risoluzione del contratto per inadempimento del promittente venditore.

Il Tribunale adito con la sentenza n. 198 dell’8 giugno 2010 rigettava la domanda di simulazione, ma accoglieva la domanda di trasferimento coattivo della proprietà del bene, condannando l’attore al pagamento del residuo prezzo e C.P. al risarcimento dei danni quantificati in Euro 18.150,00, di cui Euro 3.150,00 per rimborso di spese di agenzia ed Euro 15.000,00 quale ristoro per il mancato godimento del bene.

A seguito di appello principale dei convenuti ed appello incidentale dell’attore, la Corte d’Appello di Campobasso con la sentenza n. 156 del 30 giugno 2015, rigettava la domanda di esecuzione in forma specifica dell’obbligo a contrarre, atteso che C.M. e T.A. erano proprietari del bene promesso in vendita; per l’effetto condannava il D.M. al rilascio del bene in favore dei proprietari; rigettava la domanda risarcitoria correlata al mancato godimento del bene, ed in parziale accoglimento dell’appello incidentale, dichiarava risolto il preliminare per inadempimento di C.P., che era altresì condannato alla restituzione della somma di Euro 77.850,00 nonché al risarcimento del danno pari ad altri Euro 3.150,00 per spese di agenzia, in aggiunta a quelle già riconosciute in primo grado.

La Corte d’Appello, in primo luogo confermava il rigetto della domanda di simulazione promossa dall’attore (statuizione questa che non è investita dai motivo di ricorso, ed è quindi coperta dal giudicato), e tenuto conto quindi della validità della vendita, riteneva erroneo l’accoglimento della domanda proposta ex art. 2932 c.c., da parte del D.M., non essendo possibile adottare una pronuncia costitutiva del trasferimento della proprietà nel caso in cui il bene sia stato alienato dal promittente venditore.

Tuttavia l’alienazione de qua costituiva un grave inadempimento del C. che giustificava quindi la risoluzione del contratto.

Passando alla quantificazione dei danni, riteneva che non potesse essere confermata la condanna del convenuto alla restituzione del doppio della caparra, atteso che il D.M. non aveva esercitato il recesso di cui all’art. 1385 c.c., ma aveva agito per la risoluzione del contratto, istando per il riconoscimento di un danno di entità ben più considerevole dell’ammontare del doppio della caparra.

Ne derivava quindi che, una volta accolta la domanda di risoluzione, al D.M. andava restituita la complessiva somma di Euro 77.850,00 corrispondente a quanto versato a titolo di saldo del prezzo.

Non poteva invece trovare accoglimento la domanda di risarcimento dei danni correlata al mancato incasso dei ratei mensili del reddito che l’attore avrebbe potuto trarre dal bene, laddove fosse stato concluso il definitivo (danno che invece il Tribunale aveva liquidato nell’importo di Euro 15.000,00, e ciò perché laddove la parte adempiente agisca per la risoluzione del contratto, tra i danni non è possibile includere anche quelli correlati al mancato reddito del bene per il periodo successivo alla proposizione della domanda di risoluzione giudiziale.

Quanto alla diversa domanda di risarcimento del danno corrispondente alla differenza di valore commerciale del bene al momento del definitivo, riteneva che non fosse stata offerta la prova circa l’effettivo incremento di valore del bene tra la data della stipula del preliminare e quella in cui si era realizzato l’inadempimento del promittente venditore.

La Corte d’Appello riteneva poi di dover riconoscere all’attore l’intero importo delle provvigioni richieste dalle agenzie di mediazione, sia in relazione al contratto preliminare oggetto di causa che in ordine al diverso contratto con il quale il D.M. si era impegnato a vendere un proprio immobile, al fine di procurarsi i mezzi economici per far fronte alle obbligazioni scaturenti dal contratto concluso con il C..

In relazione invece alla diversa somma di Euro 80.000,00, richiesta dall’attore quale conseguenza della risoluzione del preliminare concernente il bene di sua proprietà sito in (omissis), la sentenza osservava che il rigetto era stato motivato dal Tribunale sulla base di una pluralità di rationes, ognuna delle quali doveva essere autonomamente contestata con l’atto di appello.

Ed, infatti, la considerazione secondo cui non vi era prova del fatto che il D.M. avesse effettivamente dovuto corrispondere il doppio della caparra al promissario acquirente del suo bene, non era stata in alcun modo oggetto di contestazione.

In ordine alla diversa richiesta concernente l’acquisto del mobilio destinato all’appartamento oggetto del contratto preliminare, i giudici di appello rilevavano che l’ordinativo era avvenuto allorquando l’attore era già al corrente della volontà del C. di sottrarsi al preliminare il che escludeva la risarcibilità di tale pregiudizio.

Quanto infine alla richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale, la domanda era rigettata, non ricorrendo i presupposti dettati dall’art. 2059 c.c..

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso D.M.L. sulla base di tre motivi.

C.P., C.M. e T.A. resistono con controricorso.

2. Il primo motivo di ricorso denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1385 c.c., comma 2, artt. 1453, 1455, 1458, 1218, 1223 e 1224 c.c..

Si evidenzia che la sentenza impugnata ha escluso il diritto dell’attore ad ottenere il doppio della caparra versata, avendo agito con l’azione di risoluzione ordinaria, ed ha condannato la controparte alla restituzione della sola somma versata quale saldo del prezzo, omettendo altresì di disporre la restituzione della somma di Euro 15.000,00 versata a titolo di caparra confirmatoria.

A tale deduzione in controricorso si replica che correttamente la somma de qua non è stata inclusa nella condanna, posto che la sua restituzione non era mai stata richiesta dall’attore.

IL RAGIONAMENTO DELLA CORTE DI CASSAZIONE

Il motivo è fondato.

Non ignora il Collegio che secondo la pacifica opinione della giurisprudenza (cfr. ex multis Cass. n. 10953/2012) in tema di caparra confirmatoria, qualora la parte non inadempiente, invece di recedere dal contratto, preferisca domandarne la risoluzione, ai sensi dell’art. art. 1385, terzo comma, cod. civ., la restituzione di quanto versato a titolo di caparra è dovuta dalla parte inadempiente quale effetto della risoluzione stessa, in conseguenza della caducazione della sua causa giustificativa, trattandosi di statuizione (così Cass. n. 8881/2000) ricollegabile agli effetti restitutori propri della risoluzione negoziale come conseguenza del venir meno della causa della corresponsione (conf. Cass. n. 8630/1998; Cass. n. 11356/2006).

Tuttavia non appare possibile sostenere che, laddove la richiesta di pagamento del doppio della caparra sia stata comunque avanzata dalla parte, sebbene erroneamente cumulata con la domanda di risarcimento del danno e con la pronuncia della risoluzione del contratto, la condanna presupponga la specifica proposizione di una domanda di indebito che sia supportata dal richiamo alle obbligazioni restitutorie scaturenti dall’intervenuta declaratoria di inefficacia del contratto, ritenendo il Collegio di dover assicurare continuità al più recente orientamento di questa Corte che valorizza la verifica in punto di omogeneità della richiesta della parte rispetto a quanto in concreto accordato.

In tal senso Cass. n. 23490/2009 ha appunto affermato che non sussiste violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato allorché il giudice, qualificando giuridicamente in modo diverso rispetto alla prospettazione della parte i fatti da questa posti a fondamento della domanda, le attribuisca un bene della vita omogeneo, ma ridimensionato, rispetto a quello richiesto, così che, proposta in primo grado una domanda di risoluzione per inadempimento di contratto preliminare, e di conseguente condanna del promittente venditore alla restituzione del doppio della caparra ricevuta, non pronunzia “ultra petita” il giudice il quale ritenga che il contratto si sia risolto non già per inadempimento del convenuto, ma per impossibilità sopravvenuta di esecuzione derivante dalle scelte risolutorie di entrambe le parti (ex art. 1453, secondo comma, cod. civ.) e condanni il promittente venditore alla restituzione della sola caparra (la cui ritenzione è divenuta “sine titulo”) e non del doppio di essa.

Ed, infatti, va considerato che la restituzione della caparra, costituisce un effetto inevitabile della risoluzione, comunque motivata, del contratto, essendo venute meno le finalità alle quali assolveva (v., tra le altre, Cass. 8310/03, 13828/00, 8630/98, 10217/94), sicché la sua pronuncia costituisce un minus rispetto alla domanda del controricorrente, che nonostante avesse chiesto la risoluzione del contratto, aveva indebitamente richiesto la restituzione del doppio, significando in ogni caso che non sussisteva più alcun titolo per la controparte per trattenere la caparra già versata.

In termini analoghi si è poi di recente pronunciata Cass. n. 19502/2015 che ha, infatti, affermato che non sussiste violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato allorché il giudice, qualificando giuridicamente in modo diverso rispetto alla prospettazione della parte i fatti da questa posti a fondamento della domanda, le attribuisca un bene della vita omogeneo, ma ridimensionato, rispetto a quello richiesto, sicché, proposta azione di risoluzione per inadempimento di contratto preliminare e di conseguente condanna del promittente venditore alla restituzione del doppio della caparra ricevuta, non pronunzia “ultra petita” il giudice che accerti la nullità del contratto e condanni il promittente venditore alla restituzione della caparra stessa, producendo, del resto, la risoluzione e la nullità effetti diversi quanto alle obbligazioni risarcitorie, ma identici quanto agli obblighi restitutori delle prestazioni (in termini analoghi, Cass. n. 20965/2017, non massimata).

Facendo applicazione di tali principi al caso di specie, appare quindi possibile affermare che, pur avendo il giudice di merito correttamente qualificato la domanda come di risoluzione ordinaria, ritenendo quindi non legittima la pretesa di ottenere il doppio della caparra, tuttavia avrebbe dovuto altresì disporre la restituzione della caparra versata, trattandosi del riconoscimento di un bene della vita omogeneo rispetto a quanto ab initio richiesto, essendo peraltro pacifico che non sussista più alcun diritto della controparte a trattenerla.

Per l’effetto la sentenza deve essere cassata in parte qua, ma non essendo necessari accertamenti in fatto, può essere decisa nel merito, disponendo che le somme al cui pagamento deve essere condannato a titolo restitutorio C.P. in favore del ricorrente, ammontano ad Euro 92.850,00 (Euro 77.850,00 già oggetto della condanna della Corte d’Appello oltre Euro 15.000,00 pari all’importo della caparra versata) con interessi al tasso legale dalla domanda al saldo.

3. Il secondo motivo di ricorso lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1223, 1226, in combinato disposto con gli artt. 1453 e 1455, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

In primo luogo ci si duole del mancato riconoscimento del danno correlato alla mancata percezione dei frutti che il bene avrebbe prodotto, ove fosse stato concluso il definitivo, e precisamente in misura pari ai canoni che sarebbero stati incassati per la locazione dell’immobile nei mesi estivi.

Il motivo è infondato avendo i giudici di appello fatto corretta applicazione dei principi espressi da questa Corte nella sentenza n. 5063/1993, citata anche in motivazione, a mente della quale il danno da risarcire al compratore adempiente che ha chiesto la risoluzione del contratto per inadempimento del venditore non può comprendere i frutti della cosa venduta successivi alla domanda di risoluzione perché questa, comportando la rinuncia definitiva alla prestazione del venditore (art. 1453 c.c., comma 3), preclude anche al compratore di lucrare i frutti ulteriori che dalla cosa avrebbe tratto dopo la rinuncia (conf. Cass. n. 894/1981).

In secondo luogo si contesta il rigetto della domanda risarcitoria legata alla differenza del valore commerciale del bene tra la data del preliminare e quella del definitivo inadempimento della controparte.

La doglianza non appare meritevole di accoglimento, atteso che la Corte di merito, oltre a richiamare il pacifico principio secondo cui la prova del danno incombe su chi lo richiede, ha ritenuto con accertamento in fatto che l’attore non avesse fornito la dimostrazione dell’incremento di valore dell’immobile sottolineando anche il breve lasso di tempo intercorso tra la conclusione del preliminare e la successiva vendita a terzi del bene, circostanza questa che non consentiva nemmeno di poter far riferimento al notorio per giustificare una lievitazione del valore del bene.

In terzo luogo si contesta il mancato accoglimento della domanda risarcitoria correlata alle somme versate, quale restituzione del doppio della caparra, in conseguenza dell’inadempimento del diverso preliminare concluso dal D.M. in relazione ad un proprio immobile in (omissis).

Il motivo, che contiene essenzialmente censure in fatto circa il corretto apprezzamento della relazione causale tra l’inadempimento del convenuto e la risoluzione del secondo preliminare, non si confronta tuttavia con la ratio effettiva della sentenza appellata che, sul punto, ha ritenuto inammissibile il motivo di appello formulato dal ricorrente, rilevando che non risultava contestata una delle plurime, ed autonome, motivazioni adottate dal Tribunale a sostegno della propria decisione, costituita appunto dalla mancata prova dell’effettivo esborso delle somme richieste.

Ne consegue che il ricorso per risultare ammissibile in parte qua avrebbe dovuto a monte confutare la correttezza della soluzione in rito adottata dal giudice di appello, ma di tale doglianza non si rinviene traccia nel motivo in esame.

In quarto luogo si contesta il mancato riconoscimento delle somme spese per l’acquisto del mobilio destinato ad arredare l’appartamento nel caso di conclusione del definitivo, lamentandosi un’errata valutazione delle risultanze istruttorie nella parte in cui la Corte di merito ha ritenuto che tale acquisto fosse avvenuto allorquando il D.M. era già a conoscenza della volontà del C. di sottrarsi agli impegni scaturenti dal definitivo.

Anche tale deduzione non appare meritevole di accoglimento.

Il giudice di merito ha ritenuto di escludere il diritto al risarcimento di tali pretesi danni ravvisando nella sostanza gli estremi della fattispecie di cui all’art. 1227 c.c., comma 2, sostenendo che, essendo noto al ricorrente l’effettivo intento della controparte, avrebbe dovuto astenersi dal comprare dei mobili destinati ad arredare un bene che era fortemente dubbio o addirittura quasi certo potesse essere effettivamente acquistato per la recisa resistenza del promittente venditore.

A tal fine va ricordato che, in linea con il costante principio per il quale l’accertamento del nesso di causalità costituisce oggetto dell’insindacabile accertamento del giudice di merito, la giurisprudenza di questa Corte a più riprese ha affermato che (cfr. Cass. n. 5511/2003) in tema di risarcimento del danno, l’art. 1227 c.c., comma 1, attiene all’ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell’evento dannoso, mentre il secondo comma ha riguardo a situazione in cui il danneggiato sia estraneo alla produzione dell’evento ma abbia omesso, dopo la relativa verificazione, di fare uso della normale diligenza per circoscriverne l’incidenza; l’accertamento dei presupposti per l’applicabilità della suindicata disciplina integra indagine di fatto, come tale riservata al giudice di merito e sottratta al sindacato di legittimità se assistita da motivazione congrua (conf., con specifico riferimento all’art. 1227 c.c., comma 1, Cass. n. 774/14969; Cass. n. 2141/1970, e con riferimento al comma 2, dello stesso articolo, Cass. n. 15231/2007; Cass. n. 6735/2005).

4. Infine il terzo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2059, e degli artt. 1174, 1218 e 1226 c.c., nonché dell’art. 115 c.p.c., nella parte in cui è stato negato il diritto al ristoro del danno non patrimoniale.

Si sostiene che atteso l’oggetto del preliminare, rappresentato da un immobile in località balneare, la mancata stipula del definitivo ha pregiudicato aspetti esistenziali, legittimando quindi la richiesta risarcitoria del danno non patrimoniale. Il motivo deve essere disatteso, dovendosi a tal fine far richiamo a quanto precisato dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 26972/2008, con la quale, oltre ad escludersi l’autonoma risarcibilità del cd. danno esistenziale, sono state poste le condizioni per la risarcibilità del danno in oggetto, condizioni che nel caso di specie non è dato ravvisare.

5. Atteso il parziale accoglimento del ricorso, si ritiene che sussistano le condizioni per confermare la compensazione delle spese dei giudizi di merito e di quelle di legittimità tra il ricorrente e C.P..

Quanto invece ai rapporti tra il ricorrente ed i controricorrenti C.M. e T.A., deve ritenersi che, non essendo stata posta in discussione la decisione di rigetto della domanda di simulazione, la notificazione del ricorso sia avvenuta solo ai sensi ed agli effetti dell’art. 332 c.p.c., rivelandosi quindi superflua la loro costituzione in questo grado, il che legittima anche la compensazione delle spese.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo, e rigettati il secondo ed il terzo, cassa in relazione al motivo accolto la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, condanna C.P. alla restituzione in favore di D.M.L. della somma di Euro 92.850 con gli interessi legali dalla domanda al saldo; compensa integralmente tra le parti le spese di lite dei vari gradi di giudizio.

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La giurisprudenza di legittimità è univocamente orientata nel senso che l’impegno del venditore a riparare il bene implica il riconoscimento del vizio da cui esso è affetto e impedisce quindi la decadenza comminata al compratore dall’art. 1495 c.c. per il caso di mancata tempestiva denuncia; l’obbligazione assunta è autonoma e distinta della garanzia che legittima l’esercizio delle azioni di riduzione del prezzo o di risoluzione del contratto, soggette alla prescrizione di un anno dalla consegna, stabilita dalle stesso art. 1495 c.c.; il consenso del compratore (che può essere dato eventualmente per facta concludentia, ma è comunque necessario, trattandosi di operare su un bene ormai di sua proprietà) fa sorgere quindi un nuovo e differente diritto, la cui prescrizione, appunto in ragione di tale diversità, non è disciplinata dalla norma sopra citata e si compie pertanto nel termine ordinario di dieci anni (v., per tutte, Cass. 2, sez. 12 maggio 2000 n. 6089).

E’ stato altresì precisare, da Cass. sez. un. 21 giugno 2005 n. 13294, che l’impegno a eliminare i vizi non determina di per sè la sostituzione della nuova obbligazione alla precedente e l’estinzione di questa, poichè un tale effetto novativo, per il disposto dell’art. 1230 c.c., conseguire soltanto a una espressa volontà manifestata in tal senso dalle parti, sicchè di regola le due obbligazioni coesistono.

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Con riferimento a questa ipotesi, con la stessa sentenza, si è altresì affermato – ma il tema era estraneo alla materia del contendere devoluta in quella sede “che il termine di prescrizione decennale si applica anche alle azioni di riduzione del prezzo e di risoluzione del contratto, poichè “si tratta di assegnare un significato, ai fini dell’esercizio delle azioni edilizie e del relativo termine prescrizionale, alla circostanza che fra le parti è in corso, un tentativo di far ottenere dal compratore il risultato che egli aveva il diritto di conseguire fin dalla conclusione del contratto di compravendita.

 

 

E altro significato non può essere che quello di svincolare il compratore dai termini e condizioni per l’esercizio delle azioni edilizie, atteso che queste non vengono da lui esercitate in pendenza degli interventi del venditore finalizzati all’eliminazione dei vizi redibitori, al fine di evitare di frapporre ostacoli, secondo le regole della correttezza (art. 1175 c.c.), alla realizzazione della prestazione cui il venditore è tenuto”.

Alla stessa conclusione è poi pervenuta anche Cass. sez. 3, 14 gennaio 2011 n. 747 – ugualmente in via di obiter dictum – ma per ragioni diverse: sulla scorta di una concezione procedimentale della garanzia dei vizi, caratterizzata “da un suo momento genetico (la stipula della convenzione negoziale di compravendita), da un suo (eventuale) momento attuativo/correttivo (l’offerta/richiesta sostitutivo/riparatoria), da un suo momento “processuale attuativo/risarcitorio/caducatorio (richiesta di esatto adempimento/riduzione del prezzo/risoluzione speciale)”, si è ritenuto “evidente come il riconoscimento operoso del venditore sia idoneo ad esaurire definitivamente, sul piano funzionale, una fase del rapporto inter partes, ivi comprese le limitazioni temporali, affatto eccezionali, connesse con le esigenze di stabilità negoziale…, onde la sostituzione, a quegli originari termini iugulatori, dell’ordinanza regula iuris della prescrizione ordinaria, una volta emersa, in via definitiva e con l’accordo delle parti, la nuova e reale giustapposizione di diritti e obblighi (alla riparazione/sostituzione) del compratore e del venditore”, con conseguente esclusione della “perdurante operatività dei limiti (decadenziali e) prescrizionali stabiliti, in via eccezionalmente derogativa, dall’art. 1495 c.c. per tutte le azioni “di garanzia”, e dunque tanto per le azioni edilizie che per quella di esatto adempimento”.

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La Seconda sezione – nell’affrontare, con la richiamata ordinanza interlocutoria, la questione implicata dal secondo motivo di ricorso, con il quale si contestava che le comunicazioni con cui l’acquirente aveva manifestato alla venditrice l’esistenza di vizi dei beni venduti, prospettando, mediante tali atti, il ricorso alla tutela giudiziaria, poi effettivamente esperito, costituissero atti idonei ad interrompere, la prescrizione della garanzia del venditore, di cui all’art. 1490 c.c., e delle azioni di risoluzione del contratto o di riduzione del prezzo che da essa derivano ex art. 1492 c.c. – ha osservato come su tale questione si siano essenzialmente formati due orientamenti contrastanti nella giurisprudenza della Corte.

 

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Secondo un primo indirizzo, la prescrizione della garanzia, stabilita dall’art. 1495 c.c., comma 3, in un anno, è interrotta dalla manifestazione stragiudiziale al venditore della volontà – del compratore – di volerla esercitare, anche se il medesimo riservi ad un momento successivo la scelta tra la tutela alternativa di riduzione del prezzo o di risoluzione del contratto. Ai fini interruttivi, peraltro, non sarebbe necessaria la precisazione del tipo di tutela giudiziaria che il compratore intende richiedere nè risulterebbe rilevante che egli riservi ad un momento successivo tale scelta. In tal senso si è espressa Cass., sez. 2, 10 settembre 1999, n. 9630 e, ancor prima, si era pronunciata nello stesso senso Cass., sez. 2, 6 giugno 1977, n. 2322. Tale orientamento è stato poi ripreso da Cass., Sez. 2, 8 luglio 2010, n. 18035 e da Cass., Sez. 2, 10 novembre 2015, n. 22903.

 

L’interpretazione accolta da tali pronunce – osserva la Seconda Sezione postula la distinzione tra la garanzia, intesa quale situazione giuridica autonoma suscettibile di distinti atti interruttivi della prescrizione, e le azioni edilizie di cui all’art. 1492 c.c., che da essa derivano. Tale distinzione sarebbe alla base della sentenza di queste Sezioni unite n. 13294 del 2005, la quale ha affermato che l’impegno del venditore di eliminare i vizi della cosa venduta non costituisce una nuova obbligazione estintivo-satisfattiva dell’originaria obbligazione di garanzia, ma consente al compratore di essere svincolato dai termini di decadenza e dalle condizioni di cui all’art. 1495 c.c., ai fini dell’esercizio delle azioni di cui al citato art. 1492 c.c., costituendo riconoscimento del debito interruttivo della prescrizione. Secondo un diverso orientamento, invece, la facoltà riconosciuta al compratore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo ha natura di diritto potestativo a fronte del quale la posizione del venditore è di mera soggezione. Conseguentemente, si è ritenuto che il termine di prescrizione per l’esercizio di tali azioni possa essere interrotto unicamente attraverso la domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora ex art. 1219 c.c., comma 1, i quali si attagliano ai diritti di credito ma non ai diritti potestativi.

 

Quale espressione di questo orientamento sono richiamate le pronunce della Seconda sezione n. 18477 del 2003, n. 20332 del 2007 e n. 20705 del 2017. Tale ricostruzione – osserva l’ordinanza interlocutoria – non distingue tra prescrizione della garanzia e prescrizione delle azioni edilizie e condurrebbe a ritenere inidoneo ai fini interruttivi l’impegno del venditore di eliminare i vizi, “e ciò senza indagare se detto atto, in quanto idoneo a interrompere la prescrizione della garanzia impedisca pure la prescrizione delle azioni edilizie a valle”. Si pone pertanto, ad avviso della Seconda Sezione, la questione di stabilire quali atti siano idonei ad interrompere il breve termine prescrizionale previsto dall’art. 1495 c.c., e cioè se, a tal fine, valga solo l’azione giudiziale ovvero siano idonei anche altri atti e quale debba essere il loro contenuto, nonchè il rapporto tra la garanzia, intesa quale autonoma posizione sostanziale e processuale, e quali i diritti e le azioni che da essa hanno origine. Tale questione postula a monte la risoluzione di altra controversa problematica relativa alla natura giuridica della garanzia per vizi e del rapporto tra le categorie generali della “garanzia” da una parte e delle situazioni giuridiche passive dall’altra. 2.2. La specifica questione sottoposta all’esame delle Sezioni unite. Da quanto riportato si evince, dunque, che la questione centrale – qualificata come di massima di particolare importanza – prospettata dalla Seconda Sezione previa qualificazione dell’istituto della garanzia per vizi nella compravendita (con esclusione, stante la loro peculiare disciplina, delle fattispecie di compravendita disciplinate dal c.d. codice del consumo), concerne l’individuazione degli atti idonei a interrompere la prescrizione di cui all’art. 1495 c.c., comma 3, ai sensi dell’art. 2943 c.c. e segg., ed in particolare se possa riconoscersi tale effetto anche ad atti diversi dalla proposizione dell’azione giudiziale, e se, ed in quale misura, detti atti interruttivi inibiscano il decorso della prescrizione in relazione alle azioni edilizie di cui all’art. 1492 c.c., comma 1. 2.3.

 

La disciplina della garanzia per vizi della cosa. Si rileva, in primo luogo, l’opportunità di esporre una sintesi di massima sugli aspetti generali maggiormente precipui della regolamentazione che presiede alla tutela della garanzia per i vizi dell’oggetto della compravendita. Una parte rilevante delle disposizioni codicistiche in tema di vendita concerne le garanzie cui il venditore è tenuto nei confronti del compratore e, in particolare, la garanzia per evizione, la garanzia per vizi (artt. 1490 – 1496 c.c.), la mancanza di qualità (art. 1497 c.c.) e la garanzia di buon funzionamento (art. 1512 c.c.). La riconducibilità di tutte tali ipotesi ad un medesimo fondamento è tuttora discussa in dottrina e giurisprudenza, così come non è del tutto pacifica la natura giuridica delle stesse, anche in ragione della disciplina articolata e non univoca predisposta dal legislatore. Le questioni prospettate attengono alla garanzia per il c.d. vizio redibitorio, cioè il vizio che rende la cosa venduta inidonea all’uso cui è destinata o ne diminuisce in modo apprezzabile il valore (art. 1490 c.c.). Tale garanzia è espressamente contemplata dall’art. 1476 c.c., n. 3, che la include tra le obbligazioni principali del venditore. Gli effetti della garanzia sono delineati dall’art. 1492 c.c., comma 1, il quale prevede che, nei casi di cui all’art. 1490 c.c., il compratore può domandare a sua scelta la risoluzione del contratto (azione redibitoria), ovvero la riduzione del prezzo (azione estimatoria, o quanti minoris), salvo che, per determinati vizi, gli usi escludano la risoluzione. La scelta tra le due forme di tutela può avvenire fino al momento della proposizione della domanda giudiziale e da tale momento è irrevocabile. Alla risoluzione del contratto conseguono effetti restitutori in quanto il venditore è tenuto a restituire il prezzo e a rimborsare al compratore le spese e i pagamenti sostenuti per la vendita, mentre il compratore deve restituire la cosa, a meno che questa non sia perita a causa dei vizi (art. 1493 c.c.). L’art. 1494 c.c., riconosce, inoltre, al compratore il diritto al risarcimento del danno, a meno che il venditore non dimostri di aver ignorato senza sua colpa l’esistenza dei vizi. Il venditore è, altresì, tenuto a risarcire i danni derivanti dai vizi (art. 1494 c.c., comma 2). Si ritiene che, mentre la responsabilità risarcitoria del venditore presuppone che egli versi in una situazione di colpa, i rimedi di cui all’art. 1492 c.c., invece, prescindono da questa e sono azionabili per il fatto oggettivo della esistenza dei vizi. La garanzia resta esclusa se, al momento della conclusione del contratto, il compratore era a conoscenza dei vizi o questi erano facilmente riconoscibili secondo l’ordinaria diligenza, a meno che il venditore abbia dichiarato che la cosa ne era esente (art. 1491 c.c.). La garanzia può anche essere esclusa o limitata pattiziamente ma tale patto non vale se il venditore abbia in malafede taciuto al compratore i vizi da cui era affetta la cosa (art. 1490 c.c., comma 2). L’esercizio delle azioni previste dall’art. 1492 c.c. (cc.dd. azioni edilizie) è circoscritto temporalmente attraverso la previsione di un duplice termine, di decadenza e di prescrizione. Infatti, ai sensi dell’art. 1495 c.c., comma 1, il compratore decade dal diritto di garanzia se non denuncia i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta, ma le parti possono stabilire convenzionalmente un termine diverso. Nel caso in cui il venditore abbia riconosciuto l’esistenza del vizio o lo abbia occultato, la denuncia non è necessaria. L’art. 1495 c.c., comma 3, – che rappresenta la norma intorno alla quale ruota la questione rimessa a queste Sezioni unite – prevede, inoltre, un breve termine di prescrizione disponendo che l’azione si prescrive in ogni caso in un anno dalla consegna. Tuttavia, convenuto in giudizio per l’esecuzione del contratto, il compratore può sempre far valere la garanzia, purchè il vizio sia stato denunciato entro il termine di decadenza e prima che sia decorso un anno dalla consegna. Agli stessi termini si ritiene soggetta anche l’azione di risarcimento del danno. L’art. 1497 c.c., contempla, altresì, in favore del compratore un rimedio per la mancanza di qualità promesse o essenziali per l’uso cui è destinata, soggetto anch’esso ai termini di decadenza e prescrizione di cui all’art. 1495. Proprio al fine di svincolare l’acquirente dai limiti imposti dall’art. 1495 c.c., ed assicurargli una tutela più ampia, la giurisprudenza ha elaborato la figura dell’aliud pro alio datum, la quale ricorre quando vi è diversità qualitativa tra la cosa consegnata e quella pattuita, ovvero anche in ipotesi di vizi di particolare gravità. In tal caso la tutela del compratore è assicurata attraverso i rimedi ordinari dell’azione di risoluzione e di esatto adempimento secondo il termine di prescrizione ordinario, oltre che con il risarcimento del danno. Parte della dottrina (seguita pure da un circoscritto filone giurisprudenziale), sempre al fine di garantire una tutela più ampia al compratore e ispirandosi alla normativa comunitaria relativa ai beni di consumo, si era anche orientata a riconoscere al compratore l’azione di esatto adempimento, cioè la possibilità di agire in giudizio per ottenere la riparazione o sostituzione del bene. Tale possibilità è stata, tuttavia, espressamente esclusa da queste Sezioni unite con la sentenza n. 19702 del 2012, secondo cui il compratore, per l’appunto, non dispone – neppure a titolo di risarcimento del danno in forma specifica – di un’azione “di esatto adempimento” per ottenere dal venditore l’eliminazione dei vizi della cosa venduta, rimedio che gli compete soltanto in particolari ipotesi di legge (garanzia di buon funzionamento, vendita dei beni di consumo) o qualora il venditore si sia specificamente impegnato alla riparazione del bene. 2.4. Cenni sul fondamento e sulla natura giuridica della responsabilità della garanzia per vizi. Il recente intervento delle Sezioni unite con la sentenza n. 11748/2019. Così sinteticamente delineata la disciplina positiva codicistica, si rileva come la configurazione dogmatica della garanzia per vizi non sia del tutto pacifica. Essa ha costituito oggetto di ampie e diversificate tesi, che hanno spaziato tra quella che individua nella garanzia una vera e propria assicurazione contrattuale a quella che la colloca nell’ambito della teoria dell’errore, quale vizio del consenso, ovvero da quella che ha posto riferimento all’istituto della presupposizione a quella che ha ravvisato un caso particolare di applicazione delle regole sulla responsabilità precontrattuale. All’interno della dottrina – considerata prevalente – che riconduce le garanzie edilizie ad una ipotesi di responsabilità per inadempimento (intesa nel senso di inesecuzione od inesatta esecuzione del contratto), risultano, poi, diversificate le opinioni in ordine all’identificazione dell’obbligazione da ritenere inadempiuta i nel caso di vizi della cosa oggetto di compravendita. E’ indubbio che il fondamento della responsabilità per vizi e difetti rinviene la sua causa nel fatto che il bene consegnato non corrisponde all’oggetto dovuto alla luce di quanto previsto nell’atto di autonomia privata. Orbene, il collegio, con riferimento a questa problematica (presupposta nella individuazione della questione di massima di particolare importanza sollevata dalla Seconda sezione) che concerne specificamente l’individuazione della natura giuridica di tale forma di responsabilità, si richiama al risolutivo inquadramento operato da queste stesse Sezioni unite con la recente sentenza n. 11748 del 3 maggio 2019. Con essa – pur dovendosi risolvere la diversa questione sul riparto dell’onere probatorio tra venditore e compratore con riferimento all’esercizio di siffatta tutela della garanzia per vizi – è stata ricondotta ad un tipo di responsabilità (contrattuale ma non corrispondente del tutto a quella ordinaria, atteggiandosi come peculiare in virtù della specifica disciplina della vendita) per inadempimento che deriva dall’inesatta esecuzione del contratto sul piano dell’efficacia traslativa per effetto delle anomalie che inficiano il bene oggetto dell’alienazione, ovvero che lo rendano inidoneo all’uso cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore, e sempre che i vizi – ovviamente – siano preesistenti alla conclusione del contratto, tenuto anche conto che – ai sensi dell’art. 1477 c.c., comma 1, – il bene deve essere consegnato dal venditore nello stato in cui si trovava al momento della vendita. E’, in altri termini, solo l’inesistenza di tali tipi di vizi che consente di realizzare oltre che il sinallagma genetico anche quello funzionale, puntualizzandosi, però, che la responsabilità relativa alla loro garanzia prescinde da ogni giudizio di colpevolezza basandosi sul dato oggettivo dell’esistenza dei vizi stessi e traducendosi nella conseguente assunzione del rischio – di origine contrattuale – da parte del venditore di esporsi all’esercizio dei due rimedi edilizi di cui può avvalersi, a sua scelta, il compratore, al quale è riconosciuto anche il diritto al risarcimento dei danni, salvo che il venditore provi di aver senza colpa ignorato i vizi. 2.5. Le conseguenze delle diverse ricostruzioni sui rimedi a tutela del compratore. Esposte le varie posizioni sul fondamento e sulla natura giuridica della garanzia per vizi, bisogna, tuttavia, osservare che la dottrina si è pure occupata – anche se in modo non del tutto approfondito – della collegata problematica relativa agli strumenti rimediali in favore dell’acquirente discendenti dalle richiamate ricostruzioni. La ratio della previsione di un ristretto termine di prescrizione viene prevalentemente rinvenuta nella esigenza di evitare che il decorso del tempo renda eccessivamente gravoso l’accertamento delle cause dei difetti e di salvaguardare la certezza delle sorti del contratto. Tuttavia, proprio la brevità di un tale termine ha posto la questione della individuazione degli atti idonei ad interrompere la prescrizione. In dottrina il dibattito è stato particolarmente intenso allorquando si è messa in evidenza la circostanza – a cui attiene propriamente la questione di massima di particolare importanza da risolvere in questa sede – che l’art. 1495 c.c., comma 3, riferisce i termini di prescrizione all’azione, a differenza dell’art. 2934 c.c., il quale rivolge la prescrizione ai diritti. Da ciò si è ritenuto, per un verso, che ad evitare la perdita della garanzia varrebbe soltanto l’esercizio dei mezzi processuali e, per altro verso ed in senso contrario, altri orientamenti hanno obiettato che il dato letterale del riferimento della prescrizione all’azione anzichè al diritto sarebbe irrilevante posto che la terminologia legislativa non può ritenersi decisiva in quanto anche altre volte esprime la pretesa sostanzialmente in termine di azione (nell’art. 2947 c.c., comma 3, si parla con formule equivalenti di prescrizione dell’azione e di prescrizione del danno). Ma, soprattutto, si rileva come i rimedi edilizi siano rimedi sostanziali in quanto attraverso di essi il compratore fa valere un diritto contrattuale. Conseguentemente, benchè i rimedi previsti a vantaggio dell’acquirente siano indicati come azioni (di risoluzione ed estimatoria), in realtà essi non coinvolgerebbero tematiche processuali ma avrebbero contenuto sostanziale di tutela del diritto. Per tale ragione sarebbero idonei a interrompere la prescrizione non solo il riconoscimento, da parte del venditore, (non del vizio ma) del diritto del compratore alla garanzia, ma anche, in virtù dell’art. 2943 c.c., gli atti di costituzione in mora del venditore e pure l’impegno assunto da quest’ultimo di eliminare i vizi. Meri menzione anche un ulteriore peculiare indirizzo il quale ritiene, invece, che il compratore possa valersi soltanto dell’interruzione della prescrizione derivante o dalla proposizione della domanda giudiziale, cui si equipara l’esperimento del procedimento preventivo ex art. 1513 c.c., o dal riconoscimento da parte del venditore del suo diritto alla garanzia. 2.6. – Le posizioni della pregressa giurisprudenza sulla questione oggetto dell’ordinanza interlocutoria. Come rilevato nell’ordinanza di rimessione della Seconda sezione (cfr. paragr. 2.1), si rinvengono nella giurisprudenza di questa Corte sostanzialmente due distinti orientamenti circa la qualificazione giuridica della garanzia per vizi e, conseguentemente, sulla individuazione degli atti interruttivi della prescrizione. Un primo orientamento configura la garanzia per vizi come un autonomo diritto in forza del quale il compratore può, a sua scelta, domandare la risoluzione del contratto ovvero la riduzione del prezzo. Ne consegue che quando il compratore comunica al venditore che intende far valere il diritto alla garanzia, egli interrompe la prescrizione inerente a tale diritto. A tal fine si ritiene che non sia necessaria la precisazione del tipo di tutela che andrà a chiedere in via giudiziaria ed è altresì irrilevante, ai fini della idoneità della interruzione, la riserva di scelta del tipo di tutela, in quanto – si afferma – non rappresenterebbe comunque riserva di far valere un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione (così Cass., Sez. 2, Sentenza n. 9630 del 1999). Più di recente, Cass., Sez. 2, n. 22903 del 2015, richiamando il precedente del 1999, ha affermato che costituisce atto interruttivo della prescrizione della garanzia per vizi della cosa la manifestazione al venditore della volontà – del compratore – di volerla esercitare, benchè lo stesso differisca ad un momento successivo l’opzione per il tipo di strumento rimediale da esercitare. A tal fine, la Corte ha valutato come idonea l’espressione “con più ampia riserva di azione”, contenuta nel telegramma inviato al venditore, con cui il compratore contestava i vizi dell’immobile acquistato, ritenendo sufficiente la comunicazione della volontà di avvalersi della garanzia suddetta e dovendosi escludere che la riserva di scelta del tipo di tutela sia diretta a far valere un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione (nella pronuncia qui richiamata del 2015, si è anche aggiunto che, ai fini di una valida costituzione in mora e del verificarsi dell’effetto interruttivo della prescrizione, non è necessario che il compratore, insieme con la contestazione dei vizi, eserciti la scelta dell’azione, la quale è procrastinabile fino alla proposizione della domanda giudiziale). Un secondo orientamento (cfr. Cass., Sez. 2, nn. 18477/2003, 20332/2007, 8417/2016 e n. 20705/2017) ha affermato che, siccome l’esercizio delle azioni edilizie in favore del compratore di una cosa affetta da vizi implica la configurazione di una posizione del venditore di mera soggezione, dovrebbe conseguire che la prescrizione dell’azione, fissata in un anno dall’art. 1495 c.c., comma 3, può essere utilmente interrotta soltanto dalla proposizione della domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora. Ciò sul presupposto che gli atti al quale l’art. 2943, comma 4, c.c. connette l’effetto di interrompere la prescrizione sono infatti quelli che valgono a costituire in mora “il debitore” e devono consistere, per il disposto dell’art. 1219 c.c., comma 1, in una “intimazione o richiesta” di adempimento di un’obbligazione (previsioni che si attagliano ai diritti di credito e non a quelli potestativi). E’, peraltro, opportuno mettere in risalto che un tentativo di ricostruzione unitaria dei due orientamenti manifestatisi nella giurisprudenza di legittimità è stato operato da una sentenza della Seconda sezione, la n. 8418 del 2016 (non mass.), la quale ha sostenuto che essi avrebbero riguardo a situazioni distinte. Si è in essa, infatti, sostenuto che la richiamata sentenza n. 9630 del 1999, nel considerare atto interruttivo della prescrizione dell’azione di garanzia la manifestazione della volontà del compratore di volerla esercitare, riguarderebbe l’ipotesi in cui il compratore abbia espresso la volontà di esercitare la garanzia e si sia riservato di effettuare successivamente la scelta tra i rimedi consentiti dall’art. 1492 c.c.. Diversa sarebbe, invece, l’ipotesi in cui il compratore dichiari di avvalersi direttamente dell’azione di risoluzione del contratto. In tal caso differente sarebbe la modalità di interruzione della prescrizione dal momento che la facoltà riconosciuta al compratore di chiedere la risoluzione gli conferirebbe un diritto potestativo a fronte del quale la posizione del venditore sarebbe di mera soggezione, non essendo egli tenuto a compiere alcunchè ma solo a subire gli effetti della sentenza costitutiva. In tale ipotesi, per l’interruzione della prescrizione occorrerebbe dar luogo solo all’esperimento dell’azione giudiziale, non assumendo efficacia a tale scopo l’intimazione riconducibile a meri atti di costituzione in mora. 2.7. La risoluzione della questione di massima di particolare importanza sottoposta all’esame delle Sezioni unite. Ritiene il collegio che la questione individuata nell’ordinanza interlocutoria della Seconda sezione n. 23857/2018 debba essere risolta accedendo all’impostazione e al relativo percorso ermeneutico adottati, in prima battuta, con la sentenza n. 9630/1999 e poi ripresi dalla sentenza n. 22903/2015, con cui si è statuito il principio alla stregua del quale la prescrizione della garanzia per vizi è interrotta dalla comunicazione al venditore della volontà del compratore di esercitarla benchè questi riservi ad un momento successivo la scelta del tipo di tutela, dovendosi escludere che la riserva concerna un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione. Come prevede l’art. 1495 c.c., comma 3, l’azione di garanzia per i vizi e la mancanza di qualità dovute si prescrive in un anno dalla consegna. Questo termine breve (di natura eccezionale – è, perciò, non estensibile al di fuori dei casi previsti – così fissato dal legislatore per garantire la stabilizzazione, in tempi circoscritti, dei rapporti economici riconducibili alle contrattazioni in tema di compravendita), che si collega all’onere della preventiva denuncia il cui assolvimento è prescritto dall’art. 1495 c.c., comma 1, concerne la tutela contrattuale del compratore per far valere l’inesatto adempimento per difettosità del bene oggetto della vendita, a prescindere dal rimedio. Il presupposto di fondo, quindi, consiste nella configurazione di tale responsabilità dell’acquirente come obbligazione derivante “ex contractu” nei termini precedentemente precisati (v. paragr. 2.4). E’ il momento della consegna che individua il “dies a quo” della decorrenza di tale termine di prescrizione. E’, altresì, pacifico che, ove la consegna non sia accettata, il termine prescrizionale abbreviato in questione non decorre, poichè il rifiuto dell’acquirente non consente di considerare eseguita la prestazione. Ai sensi dello stesso art. 1495 c.c., comma 3, il compratore può avvalersi della garanzia in esame anche oltre il suddetto termine prescrizionale allorquando sia il venditore ad agire per l’esecuzione del contratto. Al di là della descritta peculiarità della disciplina della prescrizione in questione, le Sezioni unite ritengono che – per quanto non espressamente previsto – trovi applicazione la disciplina generale in tema di prescrizione, con la conseguente operatività, tra l’altro, delle ordinarie cause di interruzione e di sospensione (con particolare riferimento – per quel che rileva in questa sede – all’art. 2943 c.c. e, specificamente, al suo comma 4). Il diverso indirizzo che ritiene necessario ai fini dell’interruzione del termine prescrizionale annuale l’esercizio dell’azione (a cui pone formale riferimento l’incipit dell’art. 1495 c.c., comma 3, che non discorre del diritto di far valere l’azione entro detto termine ma sancisce testualmente che “l’azione di prescrive…”) in via giudiziale non può essere condiviso. Deve, infatti, osservarsi che, in primo luogo, l’attuale formulazione diverge da quella adottata nel codice civile del 1865 che, invece, lasciava propendere per la necessità dell’esperimento dell’azione giudiziale (l’art. 1505, comma 1, di detto codice prevedeva testualmente che “l’azione redibitoria deve proporsi entro un anno dalla consegna”). La formula ora prevista nell’art. 1495, comma 3, del vigente codice civile si richiama esplicitamente alla prescrizione e, pur discorrendosi di prescrizione dell’azione, va rilevato che il ricorso a tale terminologia non può ritenersi decisivo nel senso che debba ritenersi riferibile esclusivamente all’esercizio dell’azione giudiziale. Su un piano sistematico va, infatti, osservato che, anche in altre disposizioni normative, il legislatore ha posto riferimento – ma in senso atecnico dal punto di vista giuridico – alla pretesa sostanziale in termine di azione (dove si avverte il senso concreto della tutela della posizione soggettiva nell’ordinamento: cfr., ad es., l’art. 2947 c.c., comma 3, in cui si parla, indistintamente e con formule equivalenti, di prescrizione dell’azione e di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, e l’art. 132, comma 4, del c.d. codice del consumo – D.Lgs. n. 206/2005 – laddove, per un verso, si parla di azione e, per altro verso, si parla di “far valere i diritti” correlati ai vizi della cosa venduta). Diversamente, sempre con riferimento alla vendita, l’art. 1497 c.c. – riferito alla risolubilità del contratto per “mancanza di qualità” – sancisce, al comma 2, che il diritto di ottenere la risoluzione (e non, quindi, l’esercizio della relativa azione) è soggetto alla decadenza e alla prescrizione stabilite proprio dal precedente art. 1495. Appare, quindi, incontestabile che, con riguardo al potere di agire, viene in rilievo la pretesa sostanziale del compratore, ovvero la pretesa contrattuale all’esatta esecuzione del contratto, con la conseguenza che, alla tutela di questa pretesa ad essere garantito se insoddisfatta, soccorrono i rimedi sostanziali che non si sostituiscono al diritto primario ma ne perseguono una tutela diretta o indiretta. In sostanza, nella prospettiva generale della questione in esame, deve sottolinearsi che, in effetti, non si verte propriamente nell’ipotesi di esercitare un singolo specifico potere ma di far valere il “diritto alla garanzia” derivante dal contratto, rispetto al quale, perciò, non si frappongono ostacoli decisivi che impediscono l’applicabilità della disciplina generale della prescrizione (e che, invece, in un’ottica sistematica, appare con esso compatibile), ivi compresa quella in materia di interruzione e sospensione. Quando si avvale della “garanzia” il compratore fa valere l’inadempimento di una precisa obbligazione del venditore (contemplata dall’art. 1476 c.c., n. 3)) e, conseguentemente, sul piano generale, deve ammettersi che lo possa fare attraverso una manifestazione di volontà extraprocessuale e ciò si inferisce anche da quanto stabilisce l’art. 1492 c.c., comma 2, il quale, prevedendo che “la scelta è irrevocabile quando è fatta con la domanda giudiziale”, significativamente la prefigura, riconnettendo, invero, alla domanda in sede processuale la sola impossibilità di rimeditare l’opzione tra risoluzione e riduzione del prezzo. Anche questo argomento di tipo logico-sistematico conforta, quindi, l’ammissibilità dell’interruzione della prescrizione con un atto stragiudiziale, fermo rimanendo che l’interruzione si limita a far perdere ogni efficacia al tempo già trascorso prima del compimento dell’atto, senza interferire con il modo di essere del diritto. La soluzione per la quale si propende si lascia preferire anche per una ragione di ordine generale che impatta sul piano socio-economico posto che, per effetto dell’operatività dell’interruzione della prescrizione secondo la disciplina generale (e, quindi, anche mediante atti stragiudiziali), esiste una plausibile possibilità che il venditore intervenga eventualmente – a seguito della costituzione in mora – eliminando i vizi (possibile, se le parti convengano, prima e al di fuori del processo, configurandosi solo in questo senso la limitazione dei rimedi stabilita dall’art. 1490 e segg.), così evitando che il compratore debba rivolgersi necessariamente al giudice esercitando la relativa azione in sede, per l’appunto, giudiziale. Questa possibilità è idonea ad perseguire – in termini certamente più ristretti rispetto a quelli fisiologici di un giudizio – un’efficace tutela delle ragioni dell’acquirente, senza tuttavia penalizzare eccessivamente il venditore, poichè dal momento dell’interruzione della prescrizione ricomincia a decorrere il termine originario: in tal modo è, altresì, assicurato alle parti un congruo spatium deliberandi e si evita la conseguenza di una inutile proliferazione di giudizi, così rimanendo realizzato un ragionevole bilanciamento tra tutti gli interessi coinvolti. In definitiva, il collegio ritiene che non sussistano ragioni impeditive determinanti per negare al compratore di avvalersi della disciplina generale in tema di prescrizione – con correlata applicabilità anche dell’art. 2943 c.c., comma 4, – e, quindi, per imporgli di agire necessariamente in via giudiziale al fine di far valere la garanzia per vizi in tema di compravendita. Da ciò consegue che non solo le domande giudiziali ma anche gli atti di costituzione in mora (ai sensi dell’appena citato art. 2943 c.c., comma 4, che si concretano – in relazione al disposto di cui all’art. 1219 c.c., comma 1, – in qualsiasi dichiarazione formale che, in generale, esprima univocamente la pretesa del creditore all’adempimento) da parte del compratore costituiscono cause idonee di interruzione della prescrizione: l’effetto che ne deriva è che, una volta che si faccia ricorso a tali atti entro l’anno dalla consegna, inizia a decorrere un nuovo periodo di prescrizione di un anno (ai sensi della norma generale di cui all’art. 2945 c.c., comma 1) e l’idoneità interruttiva di tali atti persegue, come già evidenziato, anche lo scopo – in presenza, peraltro, di un termine così breve – di favorire una risoluzione (stragiudiziale) preventiva della possibile controversia rispetto all’opzione, a tutela delle ragioni del compratore, per la scelta di vedersi riconosciuto il diritto alla garanzia (e di ottenere uno degli effetti giuridici favorevoli previsti dalla legge) solo mediante l’esercizio dell’azione in via giudiziale. In definitiva, quale principio di diritto risolutivo della prospettata questione di massima di particolare importanza, deve affermarsi che: nel contratto di compravendita, costituiscono – ai sensi dell’art. 2943 c.c., comma 4, – idonei atti interruttivi della prescrizione dell’azione di garanzia per vizi, prevista dall’art. 1495 c.c., comma 3, le manifestazioni extragiudiziali di volontà del compratore compiute nelle forme di cui all’art. 1219 c.c., comma 1, con la produzione dell’effetto generale contemplato dall’art. 2945 c.c., comma 1.

VIZI CASE DA IMPRESA ACQUISTATI CASS SEZ UNITE

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Sentenza 27 marzo 2017, n. 7756

l’ art. 1669 c.c. , è applicabile, ricorrendone tutte le altre condizioni, anche alle opere di ristrutturazione edilizia e, in genere, agli interventi manutentivi o modificativi di lunga durata su immobili preesistenti, che (rovinino o) presentino (evidente pericolo di rovina o) gravi difetti incidenti sul godimento e sulla normale utilizzazione del bene, secondo la destinazione propria di quest’ultimo”.

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Di segno opposto la sentenza più recente, n. 22553/15, secondo cui risponde ai sensi dell’art. 1669 c.c. , anche l’autore di opere realizzate su di un edificio preesistente, allorchè queste incidano sugli elementi essenziali dell’immobile o su elementi secondari rilevanti per la funzionalità globale. In quella fattispecie, le opere avevano riguardato lavori di straordinaria manutenzione presso uno stabile condominiale, consistiti nel rafforzamento dei solai e delle rampe delle scale (queste ultime ricostruite completamente).

Nel darsi carico dei due precedenti massimati di segno contrario all’avviso espresso, detta sentenza ravvisa una “diversa valutazione complessiva delle emergenze fattuali”, più che un “contrasto sincrono di giurisprudenza”. Afferma, quindi, che la lettura della norma giustifica una diversa impostazione ermeneutica, “perchè non a caso il legislatore discrimina tra edificio o altra cosa immobile destinata a lunga durata, da un lato, e opera, dall’altro. L’opera cui allude la norma non si identifica necessariamente con l’edificio o con la cosa immobile destinata a lunga durata, ma ben può estendersi a qualsiasi intervento, modificativo o riparativo, eseguito successivamente all’originaria costruzione dell’edificio, con la conseguenza che anche il termine compimento, ai fini della delimitazione temporale decennale della responsabilità, ha ad oggetto non già l’edificio in sé considerato, bensì l’opera, eventualmente realizzata successivamente alla costruzione dell’edificio”. Ha osservato, inoltre, che “l’etimologia del termine costruzione non necessariamente deve essere ricondotta alla realizzazione iniziale del fabbricato, ma ben può riferirsi alle opere successive realizzate sull’edificio pregresso, che abbiano i requisiti dell’intervento costruttivo”. Pertanto, anche “gli autori di tali interventi di modificazione o riparazione possono rispondere ai sensi dell’art. 1669 c.c., allorché le opere realizzate abbiano una incidenza sensibile sugli elementi essenziali delle strutture dell’edificio ovvero su elementi secondari od accessori, tali da compromettere la funzionalità globale dell’immobile stesso”. Per contro, prosegue la sentenza, “nessun valore può essere attribuito con riguardo alla responsabilità di cui all’art. 1669 c.c., alle classificazioni urbanistiche predisposte dal legislatore al diverso fine del recupero di manufatti preesistenti: la differenza dei parametri di riferimento giustifica l’integrale responsabilità dell’appaltatore sia in presenta di interventi di manutenzione straordinaria sia in ipotesi di manutenzione ordinaria ai sensi della L. n. 457 del 1978, art. 31”.

Invece, Cass. n. 18046/12, richiamata tra altre nel motivo di ricorso, non pare prendere posizione nell’un senso piuttosto che nell’altro, sebbene in quel caso fosse sul tappeto, perchè dedotta dalla ricorrente venditrice – (ri)costruttrice, la differenza tra l’imperfetta realizzazione di immobili di nuova costruzione, rientrante nell’art. 1669 c.c. , e i difetti di specifici lavori di ristrutturazione, che sosteneva non riconducibili alla norma. In detta sentenza, infatti, questa Corte ha ritenuto la censura non accoglibile in parte per difetto di autosufficienza, e in parte perché la pronuncia impugnata faceva riferimento all’inadeguatezza sia dei lavori di completa ristrutturazione compiuti dai venditori a stregua della concessione, sia di quelli di rifinitura, mentre le censure della ricorrente attenevano alla configurabilità, affermata dalla Corte territoriale, della violazione dell’art. 1669 c.c. , in relazione solo a tali ultimi lavori.

  1. – Queste Sezioni unite aderiscono all’orientamento meno restrittivo, ritenendolo sostenibile sulla base di ragioni d’interpretazione storico-evolutiva, letterale e teleologica.

Come si è visto, però, la postulata eccezionalità dell'art. 1669 c.c. , non è valsa ad arginarne l'applicazione. Chiamata a dotare il sintagma "gravi difetti" di un orizzonte di senso, la giurisprudenza ha ovviamente seguito l'unica strada percorribile, quella di stemperare la vaghezza del concetto giuridico al calore dei fatti.
Come si è visto, però, la postulata eccezionalità dell’art. 1669 c.c. , non è valsa ad arginarne l’applicazione. Chiamata a dotare il sintagma “gravi difetti” di un orizzonte di senso, la giurisprudenza ha ovviamente seguito l’unica strada percorribile, quella di stemperare la vaghezza del concetto giuridico al calore dei fatti.

4.1. – In primo luogo vale premettere e chiarire che anche opere più limitate, aventi ad oggetto riparazioni straordinarie, ristrutturazioni, restauri o altri interventi di natura immobiliare, possono rovinare o presentare evidente pericolo di rovina del manufatto, tanto nella porzione riparata o modificata, quanto in quella diversa e preesistente che ne risulti altrimenti coinvolta per ragioni di statica. L’attenzione va, però, soffermata principalmente sull’ipotesi dei “gravi difetti”, sia perchè confinaria rispetto al regime ordinario degli artt. 1667 e 1668 c.c. , sia per il rilievo specifico che i “gravi difetti” assumono nel caso in oggetto, sia per le ragioni di carattere generale che emergeranno più chiaramente di seguito.

4.2. – Innumerevoli altre volte la giurisprudenza di questa Corte, pur non esaminando in maniera immediata e consapevole la questione in esame, si è occupata dell’art. 1669 c.c. , presupponendone (per difetto di contrasto fra le parli o per altre ragioni) l’applicabilità anche in riferimento ad opere limitate. Ed è pervenuta a soluzioni applicative di detta norma che appaiono poter prescindere dalla necessità logica di un’edificazione ab imo o di una costruzione ex novo.

Si è ritenuto, infatti, che sono gravi difetti dell’opera, rilevanti ai fini dell’art. 1669 c.c. , anche quelli che riguardano elementi secondari ed accessori (come impermeabilizzazioni, rivestimenti, infissi ecc.) purchè tali da compromettere la funzionalità globale dell’opera stessa e che, senza richiedere opere di manutenzione straordinaria, possono essere eliminati solo con interventi di manutenzione ordinaria ai sensi della L. n. 457 del 1978, art. 31, e cioè con “opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture degli edifici” o con “opere necessarie per integrare o mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti” (sentenze nn. 1164/95 e 14449/99; in senso del tutto analogo e con riferimento a carenze costruttive anche di singole unità immobiliari, v. n. 8140/04, che ha ritenuto costituire grave difetto lo scollamento e la rottura, in misura percentuale notevole rispetto alla superficie rivestita, delle mattonelle del pavimento dei singoli appartamenti; da premesse conformi procedono le nn. 11740/03, 81/00, 456/99, 3301/96 e 1256/95; di un apprezzabile danno alla funzione economica o di una sensibile menomazione della normale possibilità di godimento dell’immobile, in relazione all’utilità cui l’opera è destinata, parlano le sentenze nn. 1393/98, 1154/02, 7992/97, 5103/95, 1081/95, 3644/89, 6619/88, 6229/83, 2523/81, 1178/80, 839/80, 1472/75 e 1394/69).

Esemplificando, sono stati inquadrati nell’ambito della norma in oggetto i gravi difetti riguardanti: la pavimentazione interna ed esterna di una rampa di scala e di un muro di recinzione (sentenza n. 2238/12); opere di pavimentazione e di impiantistica (n. 1608/00); infiltrazioni d’acqua, umidità nelle murature e in generale problemi rilevanti d’impermeabilizzazione (nn. 84/13, 21351/05, 117/00, 4692/99, 2260/98, 2775/97, 3301/96, 10218/94, 13112/92, 9081/92, 9082/91, 2431/86, 1427/84, 6741/83, 2858/83, 3971/81, 3482/81, 6298/80, 4356/80, 206/79, 2321/77, 1606/76 e 1622/72); un ascensore panoramico esterno ad un edificio (n. 20307/11); l’inefficienza di un impianto idrico (n. 3752/07); l’inadeguatezza recettiva d’una fossa biologica (n. 13106/95); l’impianto centralizzato di riscaldamento (nn. 5002/94, 7924/92, 5252/86 e 2763/84); il crollo o il disfacimento degli intonaci esterni dell’edificio (nn. 6585/86, 4369/82 e 3002/81, 1426/76); il collegamento diretto degli scarichi di acque bianche e dei pluviali discendenti con la condotta fognaria (n. 5147/87); infiltrazioni di acque luride (n. 2070/78).

Se ne ricava, inconfutabile nella sua oggettività, un dato di fatto.

Nell’economia del ragionamento giuridico sotteso ai casi sopra menzionati, che fa leva sulla compromissione del godimento dell’immobile secondo la sua propria destinazione, è del tutto indifferente che i gravi difetti riguardino una costruzione interamente nuova. La circostanza che le singole fattispecie siano derivate o non dall’edificazione primigenia di un fabbricato non muta i termini logico-giuridici dell’operazione ermeneutica compiuta in ormai quasi mezzo secolo di giurisprudenza, perché non preordinata al (nè dipendente dal) rispetto dell’una o dell’altra opzione esegetica in esame. Spostando l’attenzione sulle componenti non strutturali del risultato costruttivo e sull’incidenza che queste possono avere sul complessivo godimento del bene, la giurisprudenza ha mostrato di porsi dall’angolo visuale degli elementi secondari ed accessori. Questo non implica di necessità propria che si tratti della prima realizzazione dell’immobile, essendo ben possibile che l’opus oggetto dell’appalto consista e si esaurisca in questi stessi e soli elementi. Ferma tale angolazione, a fortiori deve ritenersi che ove l’opera appaltata consista in un intervento di più ampio respiro edilizio (come, appunto, una ristrutturazione), quantunque non in una nuova costruzione, l’art. 1669 c.c. , sia ugualmente applicabile.

In conclusione, considerare anche gli elementi “secondari” ha significato distogliere il focus dal momento “fondativo” dell’opera per direzionarlo sui “gravi difetti” di essa; per desumere i quali è stato necessario indagare altro, vale a dire l’aspetto funzionale del prodotto conseguito.

  1. – Come la previsione dei “gravi difetti” dell’opera sia il risultato d’un progressivo allontanamento del precetto dal suo nucleo originario, lo dimostra la storia della norma.

Derivata dall’art. 1792 del codice napoleonico (il quale stabiliva che “Si l’edifice construit a prix fait, perit en tout ou en partie par le vice de la construction, meme par le vice du sol, les architecte et entrepreneur en sont roonsables pendant dix ans”), essa così recitava sotto l’art. 1639 c.c. del 1865: “Se nel corso di dieci anni dal giorno in cui fu compiuta la fabbricazione di un edificio o di altra opera notabile, l’uno o l’altra rovina in tutto o in parte, o presenta evidente pericolo di rovinare per difetto di costruzione o per vizio del suolo, l’architetto e l’imprenditore ne sono responsabili”. Rispetto all’ascendente francese, la norma aveva, dunque, aggiunto un quid pluris (cioè le altre opere notabili e il pericolo di rovina). Ma – si noti – aveva mantenuto inalterato il soggetto della seconda proposizione subordinata (“…l’uno o l’altra…”), cioè l’edificio, cui appunto aveva aggiunto “altra opera notabile”.

Un ulteriore e consapevole passo in avanti è stato operato dal codice civile del 1942, il quale prevede che quando si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per la loro natura a lunga durata, se, nel corso di dieci anni dal compimento, l’opera, per vizio del suolo o per difetto della costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente pericolo di rovina o gravi difetti, l’appaltatore è responsabile nei confronti del committente e dei suoi aventi causa, purchè sia fatta la denunzia entro un anno dalla scoperta.

Si legge nella relazione del Guardasigilli (par. 704): “Innovando poi al codice del 1865 si è creduto di non dover limitare la sfera di applicazione della norma in questione alle sole ipotesi di rovina di tutto o parte dell’opera o di evidente pericolo di rovina, ma si è estesa la garanzia anche alle ipotesi in cui l’opera presenti gravi difetti. Naturalmente questi difetti devono essere molto gravi, oltre che riconoscibili al momento del collaudo, e devono incidere sempre sulla sostanza e sulla stabilità della costruzione, anche se non minacciano immediatamente il crollo di tutta la costruzione o di una parte di essa o non importano evidente pericolo di rovina. Non vi è dubbio che la giurisprudenza farà un’applicazione cauta di questa estensione, in conseguenza del carattere eccezionale della responsabilità dell’appaltatore”. (Il riferimento alla riconoscibilità dei gravi difetti al momento del collaudo è, ad evidenza, un fuor d’opera. Concessa per un decennio, la garanzia ex art. 1669 c.c. copre anche e soprattutto i gravi difetti che si manifestino soltanto in progresso di tempo).

Come si è visto, però, la postulata eccezionalità dell’art. 1669 c.c. , non è valsa ad arginarne l’applicazione. Chiamata a dotare il sintagma “gravi difetti” di un orizzonte di senso, la giurisprudenza ha ovviamente seguito l’unica strada percorribile, quella di stemperare la vaghezza del concetto giuridico al calore dei fatti.

5.1. – Il mutamento di prospettiva nel codice del 1942 è evidente per due ragioni. La prima, d’ordine logico, è che la nozione di “gravi difetti” per la sua ampiezza è omogenea a qualunque opera, edilizia e non, per cui meglio si presta al riferimento, del pari generico, alle altre cose immobili. In secondo luogo, e l’argomento è di indole letterale, mentre nel testo del 1865 il soggetto della seconda proposizione subordinata era l’edificio o altra opera notabile (“l’uno o l’altra”), nella frase che vi corrisponde nell’art. 1669 c.c. , il soggetto diviene “l’opera”, nozione che rimanda al risultato cui è tenuto l’appaltatore ( art. 1655 c.c.). E dunque qualsiasi opera su di un immobile destinato a lunga durata, a prescindere dal fatto che, ove di natura edilizia, essa consista o non in una nuova fabbrica.

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art. 643 c.p PENALE PROCESSO REATO, AVVOCATO PENALISTA

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art. 643 c.p PENALE PROCESSO REATO, AVVOCATO PENALISTA

il delitto di circonvenzione di incapace non esige che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente anche una minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione e pressione' (Sez. 2, n. 3209 del 20/12/2013 - dep. 23/01/2014, P.O. in proc. De Mauro Luigi e altro, Rv. 25853701).
il delitto di circonvenzione di incapace non esige che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente anche una minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione e pressione’ (Sez. 2, n. 3209 del 20/12/2013 – dep. 23/01/2014, P.O. in proc. De Mauro Luigi e altro, Rv. 25853701).

art. 643 c.p PENALE PROCESSO REATO, AVVOCATO PENALISTA

il delitto previsto dall’art. 643 c.p. può essere commesso in danno – oltre che di minori – di persona in stato di infermità psichica, cioè affetta da un vero e proprio stato patologico, conosciuto e codificato dalla scienza medica o da una condizione soggettiva, che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive e volitive del soggetto quale conseguenza di una anomalia mentale, non importa se in modo definitivo o temporaneo; ovvero in danno di un soggetto in stato di deficienza psichica, intendendosi per tale sia una alterazione dello stato mentale, ontologicamente meno grave e aggressiva dell’infermità, dipendente da particolari situazioni fisiche (età avanzata, fragilità di carattere), o da anomale dinamiche relazionali, idonee a determinare una incisiva menomazione delle facoltà intellettive e volitive, inficiando il potere di autodeterminazione, di critica e di difesa del soggetto passivo dall’altrui opera di suggestione. (Sez. 2, n. 36424 del 26/05/2015 – dep. 09/09/2015, P.0 in proc. Damascelli, Rv..

In tanto il reato di circonvenzione di incapace può essere configurato in quanto si dimostri l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima ed agente, nel senso che deve trattarsi di un rapporto in cui l’agente abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima a causa del fatto che costei si trova, per determinate situazioni da verificare caso per caso, in una minorata situazione e, quindi, incapace di opporre alcuna resistenza a causa della mancanza o diminuita capacità critica oggettiva e riconoscibile da parte di tutti in modo che, chiunque possa abusarne per raggiungere il suoi fini illeciti (Cass. 15/10/1987, Rv 175682).

 

 

Di contro per la configurabilità del reato di truffa rileva solo la condotta dell’agente, essendo indifferente lo stato di vulnerabilità della vittima; l’inquadramento di condotte manipolative, anche grossolane, nel reato di truffa trova il solo limite della incapacità della vittima, condizione patologica che impone il diverso inquadramento della condotta nella fattispecie della circonvenzione di incapace. (Sez. 2, n. 30952 del 15/06/2016 – dep. 20/07/2016, Beltrami e altro, Rv. 26738001).

Rientra pertanto nella nozione di 'deficienza psichica' ex art. 643 cod. pen. la minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione,
Rientra pertanto nella nozione di ‘deficienza psichica’ ex art. 643 cod. pen. la minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione,

In punto di configurabilità del reato di cui all’art. 643 cod. pen. occorre richiamare i seguenti principi che l’odierno collegio condivide integralmente: ‘Ai fini dell’integrazione dell’elemento materiale del delitto di circonvenzione di incapace, devono concorrere: (a) la minorata condizione di autodeterminazione del soggetto passivo (minore, infermo psichico e deficiente psichico) in ordine ai suoi interessi patrimoniali: (b) l’induzione a compiere un atto che comporti, per il soggetto passivo e/o per terzi, effetti giuridici dannosi di qualsiasi natura, che deve consistere in un’apprezzabile attività di pressione morale e persuasione che si ponga, in relazione all’atto dispositivo compiuto, in rapporto di causa ad effetto; (c) l’abuso dello stato di vulnerabilità del soggetto passivo, che si verifica quando l’agente, ben conscio della vulnerabilità del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il fine di procurare a sé o ad altri un profitto (Cass. Sez. 2, sent. n. 39144 del 20/06/2013, dep. 23/09/2013, Rv. 257068).

Pacifico è, poi, in punto di diritto che ‘il delitto di circonvenzione di incapace non esige che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente anche una minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione e pressione’ (Sez. 2, n. 3209 del 20/12/2013 – dep. 23/01/2014, P.O. in proc. De Mauro Luigi e altro, Rv. 25853701).

Rientra pertanto nella nozione di ‘deficienza psichica’ ex art. 643 cod. pen. la minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione, perché è ‘deficienza psichica’ qualsiasi minorazione della sfera volitiva ed intellettiva che agevoli la suggestionabilità della vittima e ne riduca i poteri di difesa contro le altrui insidie (Cass. Sez. 2, sent. n. 24192 del 05/03/2010, dep. 23/06/2010, Rv. 247463).

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 Tutti i familiari della vittima hanno diritto al risarcimento del proprio danno morale ed esistenziale[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Molto traumatico nella vita di una persona e di una famiglia, l’incidente stradale ci strappa via, in un lasso di tempo brevissimo, un nostro caro e ci troviamo in una realtà di burocrazia e scelte a cui bisogna rispondere velocemente.

AVVOCATO DETERMINATO CHE NON PERDE TEMPO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA 051 6447838

CHIAMA SUBITO AFFIDATI A  UN AVVOCATO MOLTO ESPERTO

RISOLVI, LA DECISIONE E FERMEZZA E VELOCITA’ DI INTERVENTO  E’ LA MIA FORZA 

Nessuno è preparato a una perdita simile e quindi ci si trova a doversi organizzare e a dover affrontare tante incombenze in pochissimo tempo.

All’ingiusta perdita si somma così la necessità di rimanere lucidi e saper procedere in modo repentino.

Vittime di grave incidente  ? siete stati coinvolti in un incidente stradale, è chiaro che vi stiate preoccupando di riuscire ad ottenere il risarcimento danni che vi spetta.

EQUITA’ DEL RISARICMENTO

rispetto a quello che è accaduto, e ciò significa che l’importo risarcitorio deve essere il più alto possibile alla luce delle concrete circostanze del caso di specie

TRATTO SOLO DANNI CON FERITI GRAVI O MORTALI

NON SPRECARE LA TUA OCCASIONE SFRUTTA FINO IN FONDO IL TUO DIRITTO AL RISARCIMENTO DANNI

Con il sussidio di un legale, a seconda del sinistro verificatosi, la compagnia di Assicurazione può risarcire le seguenti tipologie di danni:

  1. a) danni materiali (alle cose e più specificatamente al veicolo coinvolto);
  2. b) danni fisici (alle persone, compresi i terzi trasportati).
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  •  Tutti i familiari della vittima hanno diritto al risarcimento del proprio danno morale ed esistenziale
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La tradizionale interpretazione che negava la generale risarcibilita’ del danno

 non patrimoniale in ragione della insuscettibilita’ di valutazione economica degli interessi personali lesi, limitandola ad ipotesi eccezionali, risulta da tempo superata.

Essa si basava sulla concezione paneconomica del diritto privato, sulla quale ha peraltro decisivamente inciso l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che anche nei rapporti della vita comune di relazione ha determinato l’assunzione di preminente rilievo del principio della centralita’ della persona e della tutela dei suoi valori.

La coscienza sociale ha avvertito l’insopprimibile esigenza

 di non lasciare priva di ristoro la lesione di valori costituzionalmente garantiti, dei diritti inviolabili e dei diritti fondamentali della persona, in particolare i diritti all’integrita’ psico-fisica e alla salute, all’onore e alla reputazione, all’integrita’ familiare (v. Cass., 31/5/2003, n. 8827 e Cass., 31/5/2003, n. 8828; Corte Cost., 14/7/1986, n. 184. V. altresi’ Cass., 7/11/2003, n. 16716; Cass., 14/6/2007, n. 13953), allo svolgimento della personalita’ e alla dignita’ umana.

Il ristoro della lesione dei diritti inviolabili e dei diritti fondamentali mediante l’attribuzione di una somma di denaro non assolve ad una funzione punitiva, propria invero di altri settori dell’ordinamento (cfr. Cass., 8/2/2012, n. 1781; Cass., 12/6/2008, n. 15814; Cass., 19/1/2007, n. 1183), e nemmeno deterrente, ne’ costituisce la reintegrazione di una diminuzione patrimoniale, ma vale a compensare un pregiudizio non economico (v. Cass., 8/8/2007, n. 17395; Cass., 31/5/2003, n. 8827).

L’indennizzo non ha e non puo’ avere funzione reintegrativa nemmeno delle sofferenze morali e dei ‘torti giuridici’ subiti, essendo invero volto a tutelare l’esigenza di assicurare al danneggiato un’adeguata riparazione come utilita’ sostitutiva (cfr. Cass., 14/2/2000, n. 1633; Cass., 25/2/2000, n. 2134; Cass., 2/4/2001, n. 4783; Cass., 30/7/2002, n. 11255; Cass., 23/2/2005, n. 3766; Cass., 25/5/2007, n. 12253).

La non patrimonialita’ ‘ per non avere il bene persona un prezzo ‘ del diritto leso,

che va tenuta distinta dalla natura patrimoniale o non patrimoniale del danno, comporta che, diversamente da quello patrimoniale, del danno non patrimoniale il ristoro pecuniario non puo’ mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, imponendosene pertanto la valutazione equitativa (V. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit.; Cass., 31/5/2003, n. 8828. E gia’ Cass., 5/4/1963, n. 872. Cfr. altresi’ Cass., 10/6/1987, n. 5063; Cass., l/4/1980, n. 2112; Cass., 11/7/1977, n. 3106).

La valutazione equitativa e’ diretta a determinare ‘la compensazione economica socialmente adeguata’ del pregiudizio, quella che ‘l’ambiente sociale accetta come compensazione equa’ (in ordine al significato che nel caso assume l’equita’ v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).

Subordinata all’esistenza del danno risarcibile e alla circostanza dell’impossibilita’ o estrema difficolta’ di prova nel suo preciso ammontare,

 attenendo pertanto alla quantificazione e non gia’ all’individuazione del danno (non potendo valere a surrogare il mancato assolvimento dell’onere probatorio imposto all’articolo 2697 c.c.: v., da ultimo, Cass., 11/5/2010, n. 11368; Cass., 6/5/2010, n. 10957; Cass., 10/12/2009, n. 25820), la valutazione equitativa deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravita’ della lesione.

Come avvertito anche in dottrina,

  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO
FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO

l’esigenza di una tendenziale uniformita’ della valutazione di base della lesione non puo’ d’altro canto tradursi in una preventiva tariffazione della persona, rilevando aspetti personalistici che rendono necessariamente individuale e specifica la relativa quantificazione nel singolo caso concreto (cfr. Cass., 31/5/2003, n. 8828).

AVVOCATO DETERMINATO CHE NON PERDE TEMPO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA 051 6447838

CHIAMA SUBITO AFFIDATI A  UN AVVOCATO MOLTO ESPERTO

RISOLVI, LA DECISIONE E FERMEZZA E VELOCITA’ DI INTERVENTO  E’ LA MIA FORZA 

Il danno non patrimoniale

non puo’ essere liquidato in termini puramente simbolici o irrisori o comunque non correlati all’effettiva natura o entita’ del danno (v. Cass., 12/5/2006, n. 11039; Cass., 11/1/2007, n. 392; Cass., 11/1/2007, n. 394), ma deve essere congruo.

Per essere congruo il ristoro deve tendere, in considerazione della particolarita’ del caso concreto e della reale entita’ del danno, alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740. Nel senso che il risarcimento deve essere senz’altro ‘integrale’ v. peraltro Cass., 17/4/2013, n. 9231).

Si profila altrimenti l’operare dell’istituto del danno differenziale, proprio dei sistemi indennitari e di dubbia compatibilita viceversa con quello della r.c.a., prospettandosi a tale stregua il rischio che vengano a risultare (quantomeno parzialmente) vanificate le ragioni che di quest’ultimo hanno a suo tempo determinato l’introduzione nell’ordinamento.

Nell’operare la ricostruzione del sistema dei danni con indicazione delle ‘regole generali della tutela risarcitoria non patrimoniale’ alla stregua di una lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 c.c. (cfr. Corte Cost., 11/7/2003, n. 233),

costituente principio informatore della materia, fondamentale rilievo le Sezioni Unite del 2008 hanno assegnato al principio della integrante del risarcimento, sottolineando la necessita’ che si pervenga a ‘ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre’ (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).

Emerge a tale stregua, da un canto, l’illegittimita’ dell’apposizione di una limitazione massima non superabile alla quantificazione del ristoro dovuto (v. infra); e, per altro verso, la indefettibile necessita’ che nessuno degli aspetti di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale, la cui sussistenza risulti nel caso concreto accertata, rimanga priva di ristoro, dovendo essere essi presi tutti in considerazione a fini della determinazione dell’ammontare complessivo del risarcimento conseguentemente dovuto al danneggiato/creditore (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 7/6/2011, n. 12273; Cass., 9/5/2011, n. 10108; Cass., 6/4/2011, n. 7844; Cass., 13/5/2011, n. 10527).

Come questa Corte ha gia’ avuto modo di porre in rilievo (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844), all’esito delle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008 la categoria del danno non patrimoniale

risulta delineata in termini di categoria concernente ipotesi di lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, di natura composita, articolantesi in una pluralita’ di aspetti (o voci), con funzione meramente descrittiva, quali il danno morale, il danno biologico e il danno da perdita del rapporto parentale o cd. danno esistenziale (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, cit. v. altresi’ Cass., Sez. Un., 19/8/2009, n. 18356, e, da ultimo, Cass., 19/2/2013, n. 4043).

Le Sezioni Unite del 2008 hanno inteso il danno morale quale patema d’animo o sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale soggettivo), a tale stregua recependo la relativa tradizionale concezione affermatasi in dottrina e consolidatasi in giurisprudenza (in precedenza volta a limitare la risarcibilita’ del danno non patrimoniale alla sola ipotesi di ricorrenza di una fattispecie integrante reato).

Con riferimento all’articolo 2059 c.c., ribadendo l’impossibilita’ di prescindersi dal dato normativo (in tali termini v. gia’ Cass., 12/6/2006, n. 13546) e dalla relativa interpretazione andata maturando nel tempo (cfr. Cass., 11/6/2009, n. 13547), si e’ dalle Sezioni Unite escluso che la formula danno morale individui ‘una autonoma sottocategoria di danno’.

Sottolineandosi che ne’ l’articolo 2059 c.c. ne’ l’articolo 185 c.p. ne fanno menzione, e ‘tantomeno lo dicono rilevante solo se sia transitorio’, il danno morale si e’ ravvisato indicare solamente uno dei molteplici, possibili pregiudizi di tipo non patrimoniale, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in se’ considerata, la cui intensita’ e durata nel tempo rilevano non gia’ ai fini della esistenza del danno, bensi’ della mera quantificazione del relativo ristoro.

Facendo richiamo a pronunzie (in particolare a Cass., 9/11/2005, n. 21683 e a Cass., 25/2/2004, n. 3806) che del danno morale (cosi’ come di quello biologico) avevano accordato il risarcimento in correlazione con il tempo di vita effettiva, a tale stregua ‘postulandone la permanenza’ in vita, le Sezioni Unite del 2008, innovando al precedente orientamento maturato nella giurisprudenza di legittimita’, sono pervenute a negare che la sofferenza morale sia necessariamente transeunte, ben potendo l’effetto penoso protrarsi anche per lungo tempo, superando pertanto la tesi che restringeva o limitava la categoria del danno non patrimoniale alla mera figura del cd. danno morale soggettivo transeunte.

In epoca successiva alle sentenze delle Sezioni Unite del 2008, il danno morale e’ stato dal legislatore definito quale ‘sofferenza e turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignita’ della persona’ Decreto del Presidente della Repubblica 3 marzo 2009, n. 37, articolo 5, comma 1, lettera c), (recante ‘Regolamento per la disciplina dei termini e delle modalita’ di riconoscimento di particolari infermita’ da cause di servi’zio per il personale impiegato nelle missioni militari all’estero, nei conflitti e nelle basi militari nazionali, a norma della Legge 24 dicembre 2007, n. 244, articolo 2, commi 78 e 79?), poi abrogato dal Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66, articolo 2269, comma 1, n. 385, (Codice dell’Ordinamento militare), con la decorrenza prevista dal medesimo Decreto Legislativo n. 66 del 2010, articolo 2272, comma 1, nonche’ quale ‘pregiudizio non patrimoniale costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal fatto lesivo in se’ considerato’ Decreto del Presidente della Repubblica 30 ottobre 2009, n. 181 (‘Regolamento recante i criteri medico-legali per l’accertamento e la determinazione dell’individualita’ e del danno biologico e morale a carico delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, a norma della Legge 3 agosto 2004, n. 206, articolo 6?).

La qualificazione del danno morale

in termini di dignita’ o integrita’ morale, quale massima espressione della dignita’ umana, desumibile dall’articolo 2 Cost. in relazione all’articolo 1 della Carta di Nizza, contenuta nel Trattato di Lisbona (ratificato dall’Italia con Legge 2 agosto 2008, n. 190), risulta peraltro gia’ da tempo recepita (anche) dalla giurisprudenza di legittimita’ (v. Cass., 12/12/2008, n. 29191; Cass., 11/6/2009, n. 13530; Cass., 10/3/2010, n. 5770), che nel segnalarne l’ontologica autonomia, in ragione della diversita’ del bene protetto, attinente alla sfera della dignita’ morale della persona, ha sottolineato la conseguente necessita’ di tenersene autonomamente conto, rispetto agli altri aspetti in cui si sostanzia la categoria del danno non patrimoniale, sul piano liquidatorio.

Laddove i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti

in caso di liquidazione del danno biologico, avente tendenzialmente portata onnicomprensiva (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972, e, successivamente, Cass., 13/5/2011, n. 10527), sotto quest’ultimo profilo si e’ escluso che il valore della integrita’ morale possa stimarsi in una mera quota minore del danno alla salute, e di potersi fare ricorso a meccanismi semplificativi di tipo automatico (v. Cass., 26/6/2013, n. 16041; Cass., 13/12/2012, n. 22909; Cass., 12/9/2011, n. 18641; Cass., 19/1/2010, n. 702), in quanto inidonei a consentire di cogliere il punto di riferimento dai giudici di merito in concreto preso in considerazione nel caso di specie ai fini della debita personalizzazione della liquidazione del danno morale; nonche’ di far intendere in quali termini si sia al riguardo tenuto conto della gravita’ del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entita’ della relativa sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, al fine di potersi essa considerare congrua e adeguata risposta satisfattiva alla lesione della dignita’ umana (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228).

La definizione del danno morale e’ pertanto venuta ormai a connotarsi di significati ulteriori rispetto al mero patema d’animo, alla sofferenza interiore o perturbamento psichico, secondo la relativa accezione come detto accolta dalle Sezioni Unite del 2008. E il danno morale, inteso quale lesione della dignita’ o integrita’ morale, massima espressione della dignita’ umana, assume specifico e autonomo rilievo nell’ambito della composita categoria del danno non patrimoniale, anche laddove la sofferenza interiore non degeneri in danno biologico o in danno esistenziale (v. Cass., 26/6/2013, n. 16041; Cass., 16/2/2012, n. 2228. V. altresi’ Cass., 20/11/2012, n. 20292, e, da ultimo, Cass., 3/10/2013, n. 22585).

L’autonomo rilievo del danno morale, ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale, rispetto al danno biologico e al danno esistenziale, trova significativa espressione pure sotto il profilo del danno morale terminale (v. infra).

Come questa Corte ha gia’ avuto modo di affermare, la natura non patrimoniale del danno morale non osta alla cedibilita’ dell’acquisito diritto di credito al relativo risarcimento e alla sua trasmissibilita’ iure hereditatis (v. Cass., 3/10/2013, n. 22601).

Il danno biologico costituisce aspetto, ulteriore e diverso dal danno morale, che della categoria generale prevista dall’articolo 2059 c.c. concorre ad integrare il contenuto.

Dalle Sezioni Unite del 2008 si e’ preso atto che il danno biologico e’ normativamente definito in termini di lesione psicofisica (temporanea o permanente) accertabile in sede medico-legale (Legge n. 57 del 2001, articolo 5, comma 3, in tema di responsabilita’ civile auto; Decreto Legislativo 23 febbraio 2000, n. 38, articolo 13, in tema di assicurazione obbligatoria degli infortuni sul lavoro e degli infortuni professionali; Decreto Legislativo 7 settembre 2005, n. 209, articoli 138 e 139, cd. Codice delle assicurazioni private).

Osservando che nel Codice delle assicurazioni private (Decreto Legislativo n. 209 del 2005) viene fatto espressamente riferimento (anche) alla negativa incidenza di tale lesione sulle attivita’ quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, le Sezioni Unite hanno al riguardo sottolineato la generale valenza e il carattere vincolante di tale figura, sintesi dei ‘risultati ormai definitivamente acquisiti di una lunga elaborazione dottrinale e giurisprudenziale’ (cosi’ Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).

Originariamente dalla Corte Costituzionale considerato risarcibile ex articolo 2059 c.c. (v. Corte Cost., 26/7/1979, n. 88), il danno biologico e’ stato dalla stessa Corte Costituzionale, al fine di sottrarlo ai limiti risarcitori posti da tale norma, successivamente ritenuto risarcibile ai sensi dell’articolo 2043 c.c., ravvisato applicabile a tutti i pregiudizi di carattere non patrimoniale subiti in dipendenza dell’illecito, ivi ricompresi quelli corrispondenti alla menomazione dell’integrita’ fisica in se’ e per se’ considerata (v. Corte Cost., 14/7/1986, n. 184).

Nel superare la relativa configurazione in termini di danno-evento (elaborata da Corte Cost. n. 184 del 1986 e accolta quindi nella giurisprudenza di legittimita’: v. Cass., 23/6/1990, n. 6366), e affermare la risarcibilita’ dei soli danni-conseguenza, il danno biologico e’ stato quindi sempre dalla Corte Costituzionale nuovamente ricondotto nell’ambito dell’articolo 2059 c.c. (v. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).

Orientamento quest’ultimo dapprima confermato dalle sentenze gemelle Cass. n. 8827 del 2003 e Cass. n. 8828 del 2003, e quindi posto dalle Sezioni Unite del 2008 a base, come assioma, dell’operata ricostruzione sistematica del danno non patrimoniale.

Nel danno biologico si considerano ormai da tempo ricomprese numerose figure, quali il cd. ‘danno estetico’ (v., da ultimo, Cass., 16/5/2013, n. 11950) e il cd. ‘danno alla vita di relazione’, anch’esso ritenuto (dopo essere stato originariamente considerato un aspetto del danno patrimoniale, quale impossibilita’ o anche mera difficolta’, per colui che ha subito menomazioni fisiche, di reinserirsi nei rapporti sociali e di mantenere questi ad un livello normale, si’ da diminuire o annullare, secondo i casi, le possibilita’ di collocamento e di sistemazione del danneggiato: v. Cass., 10/3/1992, n. 2840; Cass., 9/11/1977, n. 4821; Cass., 3/6/1976, n. 2002; Cass., 5/12/1975, n. 4032; Cass., 11/5/1971, n. 1346; Cass., 24/4/1971, n. 1195) rientrante nel concetto di danno alla salute, e pertanto solo a tale titolo liquidabile (v. Cass., 21/3/1995, n. 3239; e, da ultimo, Cass., 16/8/2010, n. 18713; Cass., 13/7/2011, n. 15414). Ancora, il danno da impotenza sessuale, da malattie nervose, insonnia, alterazioni mentali: figure tutte elaborate dalla giurisprudenza al fine di ovviare ai limiti risarcitori imposti dalla tradizionale rigorosa interpretazione dell’articolo 2059 c.c..

Con riferimento al danno biologico, la natura non patrimoniale si e’ escluso essere ostativa alla cedibilita’ dell’acquisito diritto di credito al relativo risarcimento e alla sua trasmissibilita’ iure hereditatis (v. Cass., 3/10/2013, n. 22601).

Terzo aspetto o voce di danno non patrimoniale e’ rappresentato dal danno da perdita del rapporto parentale o cd. danno esistenziale.

Come la Suprema  Corte ha gia’ avuto modo di osservare, le Sezioni Unite del 2008

hanno in proposito significativamente precisato che:a) in presenza di reato (e’ sufficiente che il fatto illecito si configuri anche solo astrattamente come reato: v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. E gia’ Cass., Sez. Un., 6/12/1982, n. 6651. Da ultimo v. Cass., 6/4/2011, n. 7844), superato il tradizionale orientamento che limitava il risarcimento al solo danno morale soggettivo, identificato con il patema d’animo transeunte, ed affermata la risarcibilita’ del danno non patrimoniale nella sua piu’ ampia accezione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare rectius, nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) e’ risarcibile, ove costituisca conseguenza della lesione almeno di un interesse giuridicamente protetto, desunto dall’ordinamento positivo, ivi comprese le Convenzioni internazionali (come la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo), e cioe’ purche’ sussista il requisito dell’ingiustizia generica secondo l’articolo 2043 c.c., la tutela penale costituendo sicuro indice di rilevanza dell’interesse lesb) in assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purche’ conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona.

Fattispecie quest’ultima considerata integrata ad esempio in caso di sconvolgimento della vita familiare provocato dalla perdita di un congiunto (cd. danno da perdita del rapporto parentale), in quanto il ‘pregiudizio di tipo esistenziale’ consegue alla lesione dei ‘diritti inviolabili della famiglia (articoli 2, 29 e 30 Cost.)’.

In tali ipotesi, hanno precisato le Sezioni Unite, vengono in considerazione pregiudizi che, attenendo all’esistenza della persona, per comodita’ di sintesi possono essere descritti e definiti come esistenziali, senza che cio’ possa tuttavia riverberare in termini di configurazione di una ‘autonoma categoria di danno’ (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. Conformemente, nel senso che il ‘danno cd. esistenziale non costituisce voce autonomamente risarcibile, ma e’ solo un aspetto dei danni non patrimoniali di cui il giudice deve tenere conto nell’adeguare la liquidazione alle peculiarita’ del caso concreto, evitando peraltro duplicazioni risarcitorie, v., da ultimo, Cass., 30/11/2011, n. 25575; Cass., 9/3/2012, n. 3718, Cass., 12/2/2013, n. 3290).

Altri pregiudizi di tipo esistenziale, si e’ dalle Sezioni Unite sottolineato, attinenti alla sfera relazionale della persona ma non conseguenti a lesione psicofisica, e quindi non rientranti nell’ambito del danno biologico, sono risarcibili ove siano conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona diverso dal diritto alla integrita’ psicofisica.

Al contrario di quanto da alcuni dei primi commentatori sostenuto, e anche in giurisprudenza di legittimita’ a volte affermato (v. Cass., 13/5/2009, n. 11048, e, da ultimo, Cass., 12/2/2013, n. 3290), deve escludersi che le Sezioni Unite del 2008 abbiano negato la configurabilita’ e la rilevanza a fini risarcitori (anche) del cd. danno esistenziale.

Al di la’ della qualificazione in termini di categoria, nelle pronunzie del 2008 risulta infatti confermato che, quale sintesi verbale (in tali termini v. gia’ Cass., 12/6/2006, n. 13546), gli aspetti o voci di danno non patrimoniale non rientranti nell’ambito del danno biologico, in quanto non conseguenti a lesione psico-fisica, ben possono essere definiti come esistenziali, attenendo alla sfera relazionale della persona, autonomamente e specificamente configurabile allorquando la sofferenza e il dolore non rimangano piu’ allo stato intimo ma evolvano, seppure non in ‘degenerazioni patologiche’ integranti il danno biologico, in pregiudizi concernenti aspetti relazionali della vita v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. Nel senso che il danno biologico puo’ sostanziarsi nel ‘danno alla salute’ che risulti ‘il momento terminale di un processo patogeno originato dal medesimo turbamento dell’equilibrio psichico che sostanzia il danno morale soggettivo, e che in persone predisposte da particolari condizioni (debolezza cardiaca, fragilita’ nervosa, ecc.), anziche’ esaurirsi in un patema d’animo o in uno stato di angoscia transeunte, puo’ degenerare in un trauma fisico o psichico permanente, alle cui conseguenze in termini di perdita di qualita’ personali, e non semplicemente al pretium doloris in senso stretto, va allora commisurato il i risarcimento’, v. gia’ Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).

Il danno esistenziale si e’ dunque ravvisato costituire un peculiare aspetto del danno non patrimoniale, distinto sia dal danno morale che dal danno biologico, con i quali concorre a compendiare il contenuto della generale ed unitaria categoria del danno non patrimoniale.

Essendo il cd. danno esistenziale privo di fonte normativa (a meno di non voler in proposito valorizzare il richiamato riferimento agli aspetti relazionali contenuti definizione normativa del danno biologico, con la conseguenza peraltro di ancorarne la considerazione al mero ricorrere di quest’ultimo, laddove il danno esistenziale puo’ invero ricorrere anche in assenza di danno biologico e di danno morale: v. oltre), le Sezioni Unite del 2008 hanno ripreso la nozione da esse stesse posta nel 2006.

Del tutto correttamente, non apparendo revocabile in dubbio che e’ il principio di effettivita’ il quale designa la regola che vive nella realta’ dell’ordinamento, come essa e’ applicata nella risoluzione dei casi concreti della vita di relazione, il significato che ne emerge alla stregua della evoluzione conseguente al relativo affinamento in ragione del costante adeguamento al sentire sociale (regola effettiva): cfr. Cass., Sez. Un., 11 luglio 2011, n. 15144, del quale la giurisprudenza costituisce naturale e principale indice (v. Cass., 11/5/2009, n. 10741), a dover in tal caso orientare l’interprete (v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572).

Orbene, il danno esistenziale si e’ dalle Sezioni Unite ravvisato consistere nel pregiudizio di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini di vita e gli assetti relazionali che gli erano propri, inducendolo a scelte di vita diversa quanto alla espressione e realizzazione della sua personalita’ nel mondo esterno. In altri termini, nel ‘danno conseguenza della lesione’, sostanziantesi nei ‘riflessi pregiudizievoli prodotti nella vita dell’istante attraverso una negativa alterazione dello stile di vita’ (cosi’ Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572).

Per aversi danno esistenziale e’ quindi indefettibilmente necessario che la lesione riverberi sul soggetto danneggiato/creditore in termini tali da alterarne la personalita’, inducendolo a cambiare (stile di) vita, a scelte di vita diversa (in tali termini v. Cass., 5/10/2009, n. 21223), in senso ovviamente peggiorativo (per il riferimento al mero peggioramento della qualita’ della vita conseguente allo stress ed al turbamento per il rischio del verificarsi di gravi malattie v. invero Cass., Sez. Un., 15/1/2009, n. 794), rispetto a quelle che avrebbe adottato se non si fosse verificato l’evento dannoso.

  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO
FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO

Siffatto aspetto risulta nelle sentenze delle Sezioni Unite del 2008 tenuto invero pienamente in considerazione, potendo allora ben dirsi che alla stregua della regola vigente in base al principio di effettivita’ e’ l’alterazione/cambiamento della personalita’ del soggetto, lo sconvolgimento (il riferimento allo ‘sconvolgimento delle abitudini di vita’ si rinviene gia’ in Cass., 31/5/2003, n. 8827) foriero di ‘scelte di vita diverse’, in altre parole lo sconvolgimento dell’esistenza, a peculiarmente connotare il cd. danno esistenziale, caratterizzandolo in termini di autonomia rispetto sia alla nozione di danno morale elaborata dall’interpretazione dottrinaria e giurisprudenziale (e successivamente recepita dal legislatore) sia a quella normativamente fissata di danno biologico (a tale stregua cogliendosi una sicura diversita’ con quanto al riguardo indicato dalla norma del Codice delle assicurazioni).

In alcuni passaggi dello snodo motivazionale le Sezioni Unite del 2008 sembrano voler restringere invero la considerazione del pregiudizio di tipo esistenziale alla mera ipotesi della lesione del ‘rapporto parentale’, formula rievocante quella adoperata da Cass. n. 8827 del 2003.

Non sembra peraltro revocabile in dubbio che lo ‘sconvolgimento’ connotante il danno esistenziale ben puo’ conseguire anche laddove un rapporto di parentela invero difetti, come ad esempio in caso di convivenza more uxorio per l’affermazione che il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito concretatosi in un evento mortale va riconosciuto ‘ con riguardo sia al danno morale, sia a quello patrimoniale, che presuppone, peraltro, la prova di uno stabile contributo economico apportato, in vita, dal defunto al danneggiato ‘ anche al convivente more uxorio del defunto stesso, quando risulti dimostrata tale relazione caratterizzata da tendenziale stabilita’ e da mutua assistenza morale e materiale, v. Cass., 7/6/2011, n. 12278; Cass., 16/9/2008, n. 23725. E gia’ Cass., 28/3/1994, n. 2988. V. altresi’, in giurisprudenza di merito, Trib. Milano, 13/11/2009, in Resp. civ., 2010, 409 ss. Nel senso che il danno non patrimoniale va ristorato pure in caso di mero ‘rapporto affettivo’, avente carattere di ‘serieta’ e stabilita”, anche a prescindere dalla coabitazione v. Cass., 21/3/2013, n. 7128. Con riferimento al danno da perdita del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora), per la ritenuta necessita’ di una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimita’ delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarieta’ e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonche’ la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalita’ di ciascuno, ai sensi dell’articolo 2 Cost., v. Cass., 16/3/2012, n. 4253. Anteriormente alla recentissima riforma della filiazione di cui alla Legge n. 219 del 2012 e al relativo decreto delegato, di attuazione (Decreto Legislativo n. 154 del 2013), per l’interpretazione secondo cui i fratelli naturali non sono parenti v. Corte Cost., 15/11/2000, n. 532.

Il pregiudizio esistenziale o da rottura del rapporto parentale non consiste allora nella mera perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianita’ della vita, ma si sostanzia nello sconvolgimento dell’esistenza rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, in scelte di vita diversa (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844. Diversamente v. Cass., 8/10/2007, n. 20987, peraltro anteriore alle sentenze delle Sezioni Unite del 2008).

Nella norma di cui all’articolo 612 bis c.p., ove al di la’ della sofferenza interiore risulta presa specificamente in considerazione l’alterazione delle abitudini di vita, questa Corte (v. Cass., 20/11/2012, n. 20292, e, da ultimo, Cass., 3/10/2013, n. 22585) ha di siffatta interpretazione ravvisato indiretto e sintomatico riscontro.

Ribadendosi che il danno non patrimoniale iure proprio del congiunto e’ ristorabile in caso non solo di perdita ma anche di mera lesione del rapporto parentale (con riferimento al danno morale in favore dei prossimi congiunti della vittima di lesioni colpose v. Cass., 3/4/2008, n. 8546; Cass., 14/6/2006, n. 13754; Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass., Sez. Un., l/7/2002, n. 9556; Cass., 1/12/1999, n. 13358. E gia’ Cass., 2/4/1998, n. 4186), il danno esistenziale o da sconvolgimento dell’esistenza e’ stato nella giurisprudenza di legittimita’ in particolare ravvisato integrato dall’abbandono del lavoro per potersi dedicare esclusivamente alla cura del figlio, bisognevole di assistenza in ragione della gravita’ delle riportate lesioni psicofisiche (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., 6/4/2011, n. 7844); dall”assolutezza del sacrificio di se” nell’assistenza verso il piccolo figlio macroleso (v. Cass., 12/9/2011, n. 18641; Cass., 13/1/2009, n. 469); dall’impossibilita’ per una ragazza ventenne di fare la modella all’esito di intervento di chirurgia plastica con effetti deturpanti sul seno (v. Cass., 28/8/2009, n. 18805); dall’impossibilita’ di realizzare la propria ‘opzione di vita’ consistente nell’ottenere il collocamento a riposo in ragione del mancato accredito di contributi da parte del datore di lavoro (v. Cass., 10/2/2010, n. 3023); dall’impossibilita’ di espletare l’attivita’ di imprenditore per illegittima revoca di autorizzazione di polizia (v. Cons. Stato, sez. 6, 8/9/2009, n. 5266).

Si e’ invece escluso che il cd. danno esistenziale rimanga integrato da meri disagi, fastidi, disappunti, ansie e ‘ogni altro tipo di insoddisfazione concernente gli aspetti piu’ disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale’ (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974; Cass., 13/11/2009, n. 24030), in stress o violazioni del diritto alla tranquillita’ (v. Cass., 9/4/2009, n. 8703. Contra, per la risarcibilita’ del danno da stress a causa della ricerca del proprio veicolo oggetto di rimozione forzata, v. peraltro Cass., 23/3/2011, n. 6712) ovvero ad altri diritti ‘immaginari’ (per la qualificazione in tali termini del diritto al ‘tempo libero’ v. Cass., 4/12/2012, n. 21725).

Va al riguardo ulteriormente osservato che il danno esistenziale da perdita del rapporto parentale si e’ da questa Corte invero ritenuto configurabile e rilevante non solo quale degenerazione del danno morale ma anche in termini meramente oggettivi, in quanto di per se’ indice di sconvolgimento della vita meritevole di ristoro autonomamente e a prescindere dalla ricorrenza del danno morale, dalla sofferenza inferiore cioe’ per la perdita del rapporto parentale.

Tale ipotesi si e’ in particolare ravvisata ricorrere in caso di determinatasi necessita’ di iniziare a lavorare per far fronte ad una situazione di indigenza insorta in conseguenza della morte del congiunto che in precedenza aveva assicurato una condizione di agiatezza (per il riferimento al ‘danno esistenziale’ derivato ‘dall’improvviso e radicale mutamento delle loro condizioni di vita e dall’essersi trovati in una grave situazione d’indigenza’ a causa dell”improvvisa perdita di qualsiasi fonte di reddito’ v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974, ove si fa peraltro riferimento ai ‘patimenti e alle angosce’ derivate ai danneggiati dalla sopravvenuta situazione d’indigenza, cui la compagnia assicuratrice non aveva posto rimedio, colposamente tardando per oltre 5 anni la corresponsione dell’indennizzo); ovvero di aver dovuto abbandonare il lavoro svolto da anni per adattarsi a svolgerne un altro del tutto diverso (v. Cass., 9/3/2012, n. 3718).

Come questa Corte ha gia’ avuto piu’ volte modo di affermare, il danno esistenziale da perdita del rapporto parentale non puo’ in ogni caso considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno (per il rilievo che ben puo’ accadere, sia pur non frequentemente, che la perdita di un congiunto non cagioni danno relazionale o danno morale o alcuno di essi v. Cass., 7/6/2011, n. 12273; Cass., 20/11/2012, n. 20292, e, da ultimo, Cass., 3/10/2013, n. 22585) bensi’ quale pena privata per un comportamento lesivo (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26975).

Esso va dal danneggiato allegato e provato, secondo la regola generale ex articolo 2697 c.c. (v. Cass., 16/2/2012, n. 2228; Cass., 13/5/2011, n. 10527).

L’allegazione a tal fine necessaria, si e’ da questa Corte precisato, deve in realta’ concernere fatti precisi e specifici del caso concreto, essere cioe’ circostanziata e non gia’ purchessia formulata, non potendo invero risolversi in mere enunciazioni di carattere del tutto generico e astratto, eventuale ed ipotetico (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 25 settembre 2012, n. 16255).

Anche per il danno esistenziale da perdita del rapporto parentale va osservato che la natura non patrimoniale non osta alla cedibilita’ dell’acquisito diritto di credito al relativo risarcimento e alla sua trasmissibilita’ iure hereditatis (cfr. Cass., 3/10/2013, n. 22601).

Come gia’ piu’ sopra ribadito, la diversita’ ontologica dei suindicati aspetti (o voci) di cui si compendia la categoria generale del danno non patrimoniale impone che, in ossequio al principio (dalle Sezioni Unite del 2008 assunto ad assioma) della integralita’ del risarcimento dei danni nello specifico caso concreto subiti dal danneggiato (o dal creditore) in conseguenza del fatto illecito extracontrattuale (ovvero dell’inadempimento delle obbligazioni), essi, in quanto sussistenti e provati, vengano tutti risarciti, e nessuno sia lasciato privo di ristoro (v., da ultimo, Cass., 23/4/2013, n. 9770; Cass., 17/4/2013, n. 9231; Cass., 7/6/2011, n. 12273; Cass., 9/5/2011, n. 10108).

Lo stesso fenomeno si verifica d’altro canto relativamente al danno patrimoniale.

E’ noto che quest’ultimo si scandisce in danno emergente e lucro cessante, e ciascuna di queste ‘categorie’ o ‘sottocategorie’ e’ a sua volta compendiata da una pluralita’ di voci o aspetti o sintagmi, quali ad esempio il mancato conseguimento del bene dovuto o la perdita di beni integranti il proprio patrimonio, il cd. fermo tecnico, le spese (di querela per l’avvocato difensore, per il C.T., funerarie, ecc.) (danno emergente); o la perdita della clientela, la irrealizzazione di rapporti contrattuali con terzi, il discredito professionale, la perdita di prestazioni alimentari o lavorative, la perdita della capacita’ lavorativa specifica (lucro cessante).

Aspetti o voci che ovviamente non ricorrono tutti sempre e comunque in ogni ipotesi di illecito o di inadempimento, e il cui ristoro dipende dalla verifica della loro sussistenza, con conseguente differente entita’ del quantum da liquidarsi al danneggiato/creditore nel singolo caso concreto.

Senza che la relativa considerazione ai fini della determinazione del complessivo aumentare dovuto dal danneggiante/debitore si consideri per cio’ stesso una duplicazione risarcitoria.

Perplessita’ evoca, a tale stregua, la riduttiva interpretazione secondo cui ‘la piu’ recente giurisprudenza di questa Corte ha precisato che i danni non patrimoniali di cui all’articolo 2059 c.c. comprendono tutti i pregiudizi non connotati dalla patrimonialita’, e che la categoria non puo’ essere suddivisa in diverse sottovoci suscettibili di autonomo risarcimento (danno esistenziale, danno alla vita di relazione, estetico, morale, biologico, ecc), come si e’ spesso verificato in passato nella prassi giurisprudenziale’ (in tali termini v. Cass., 28/8/2009, n. 18805).

Una siffatta lettura delle sentenze del 2008 e’ in realta’ smentita, oltre che da altra sentenza della stessa 3 Sezione v. Cass., 30/10/2009, n. 23056, ove si afferma che ‘le sezioni unite di questa Corte, nella sentenza 11/11/2008, n. 26973, hanno chiarito in termini definitivi ed appaganti che il danno non patrimoniale di cui all’articolo 2059 c.c. e’ categoria generale, non suscettibile di divisione in sottocategorie variamente etichettate, di modo che il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il risarcimento di distinte categorie di danno’. Analogamente v., da ultimo, Cass., 9/3/2012, n. 3718), da decisioni di altre sezioni semplici (v. la citata Cass., 5/10/2009, n. 21223) e delle stesse Sezioni Unite.

Va al riguardo per converso sottolineato che, al di la’ di affermazioni di principio secondo cui il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex articolo 2059 c.c. precluderebbe la possibilita’ di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (v. Cass., 12/2/2013, n. 3290; Cass., 14/5/2013, n. 11514), viene poi generalmente (in anche in tali decisioni) a darsi comunque rilievo alla circostanza che nel liquidare l’ammontare dovuto a titolo di danno non patrimoniale il giudice abbia invero tenuto conto di tutte le peculiari modalita’ di atteggiarsi dello stesso nel singolo caso concreto, facendo luogo, in sede di personalizzazione della liquidazione, al correlativo incremento del dato tabellare di partenza (cfr., da ultimo, Cass., 23/9/2013, n. 21716).

AVVOCATO DETERMINATO CHE NON PERDE TEMPO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA 051 6447838

CHIAMA SUBITO AFFIDATI A  UN AVVOCATO MOLTO ESPERTO

RISOLVI, LA DECISIONE E FERMEZZA E VELOCITA’ DI INTERVENTO  E’ LA MIA FORZA 

Emerge evidente come rimanga a tale stregua invero sostanzialmente osservato il principio dell’integralita’ del ristoro, sotto il suindicato profilo della necessaria considerazione di tutti gli aspetti o voci in cui la categoria del danno non patrimoniale si scandisce nel singolo caso concreto, non essendovi in realta’ differenza tra la determinazione dell’ammontare a tale titolo complessivamente dovuto mediante la somma dei vari ‘addendi’, e l’imputazione di somme parziali o percentuali del complessivo determinato ammontare a ciascuno di tali aspetti o voci.

Nella giurisprudenza di legittimita’ si e’ per altro verso sottolineato che il principio della integralita’ del ristoro subito da quest’ultimo non si pone invero in termini antitetici ma trova per converso correlazione con il principio in base al quale il danneggiante/debitore e’ tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone invero di evitarsi anche duplicazioni risarcitorie (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 14/9/2010, n. 19517).

Duplicazioni risarcitorie si configurano solo allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o piu’ volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito o dall’inadempimento e incidenti sulla persona del danneggiato/creditore.

In tema di liquidazione del danno non patrimoniale, al fine di stabilire se il risarcimento sia stato duplicato ovvero sia stato erroneamente sottostimato, rileva non gia’ il ‘nome’ assegnato dal giudicante al pregiudizio lamentato dall’attore (‘biologico’, ‘morale’, ‘esistenziale’), ma unicamente il concreto pregiudizio preso in esame dal giudice.

Si ha, pertanto, duplicazione di risarcimento solo quando il medesimo pregiudizio sia liquidato due volte, sebbene con l’uso di nomi diversi (v. Cass., 30/6/2011, n. 14402; Cass., 6/4/2011, n. 7844. In tal senso deve intendersi invero anche quanto affermato anche da Cass., Sez. Un., 16/2/2009, n. 3677: ‘Il cd. danno esistenziale ‘ costituisce solo un ordinario danno non patrimoniale, che non puo’ essere liquidato separatamente sol perche’ diversamente denominato’).

E’ invero compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore persona si siano verificate, e provvedendo alla relativa integrale riparazione (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972).

Le Sezioni Unite del 2008 avvertono che i patemi d’animo e la mera sofferenza psichica interiore sono normalmente assorbiti in caso di liquidazione del danno biologico, cui viene riconosciuta ‘portata tendenzialmente onnicomprensiva’.

In tal senso e’ da intendersi la statuizione secondo cui la sofferenza morale non puo’ risarcirsi piu’ volte, allorquando essa non rimanga allo stadio interiore o intimo ma si obiettivizzi, degenerando in danno biologico o in danno esistenziale.

Non condivisibile e’ invece l’assunto secondo cui, allorquando vengano presi in considerazione gli aspetti relazionali, il danno biologico assorbe sempre e comunque il cd. danno esistenziale (in tal senso v. invece Cass., 10/2/2010, n. 3906; Cass., 30/11/2009, n. 25236).

E’ infatti necessario verificare quali aspetti relazionali siano stati valutati dal giudice,

e se sia stato in particolare assegnato rilievo anche al (radicale) cambiamento di vita, all’alterazione/cambiamento della personalita’ del soggetto, in cui di detto aspetto (o voce) del danno non patrimoniale si coglie il significato pregnante per un’ipotesi di ritenuta esaustivita’ della liquidazione operata dal giudice di merito del danno non patrimoniale (subito da gestante non posta in condizione, per errore diagnostico, di decidere se interrompere la gravidanza) utilizzando, come parametro di riferimento, quello di calcolo del danno biologico, espressamente al riguardo indicando in motivazione che ‘la fattispecie costituiva un caso paradigmatico di lesione di un diritto della persona, di rilievo costituzionale, che indipendentemente da un danno morale o biologico, peraltro sempre possibile, impone comunque al danneggiato di condurre giorno per giorno, nelle occasioni piu’ minute come in quelle piu’ importanti, una vita diversa e peggiore, di quella che avrebbe altrimenti condotto’, v. Cass., 4 gennaio 2010, n. 13.

In presenza di una liquidazione del danno biologico che contempli in effetti anche siffatta negativa incidenza sugli aspetti dinamico-relazionali del danneggiato, e’ correttamente da escludersi la possibilita’ che, in aggiunta a quanto a tale titolo gia’ determinato, venga attribuito un ulteriore ammontare a titolo (anche) di danno esistenziale.

Analogamente deve dirsi allorquando la liquidazione del danno morale sia stata espressamente estesa anche ai profili relazionali nei termini propri del danno esistenziale (cfr. Cass., 15/4/2010, n. 9040, ove si e’ ravvisato essere indubbio che il giudice del merito, nel liquidare il ‘danno morale’ dei genitori per la morte del figlio all’esito di sinistro stradale, avesse nel caso tenuto in considerazione anche la ‘perdita del rapporto parentale’, sottolineando non assumere al riguardo ‘rilievo il nomen iuris adottato dal giudice e dalle parti’ bensi’ ‘i tipi di pregiudizio che vengono complessivamente risarciti nella liquidazione del danno non patrimoniale da fatto configurabile come reato’; Cass., 16/9/2008, n. 23275).

Laddove siffatti aspetti relazionali non siano stati invece presi in considerazione (del tutto ovvero secondo i profili peculiarmente connotanti il cd. danno esistenziale), dal relativo ristoro non puo’ invero prescindersi corretta appare l’affermazione, nel caso peraltro riferita al ‘comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato’, secondo cui i danni ex articolo 2059 c.c. debbono essere liquidati ‘in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.)’, che si rinviene in Cass., 17 settembre 2010, n. 19816.

Come gia’ piu’ sopra osservato, il ristoro del danno non patrimoniale e’ imprescindibilmente rimesso alla relativa valutazione equitativa.

Con particolare riferimento alla liquidazione del danno alla salute, si e’ in giurisprudenza costantemente affermata la necessita’ per il giudice di fare luogo ad una valutazione che, movendo da una ‘uniformita’ pecuniaria di base’, la quale assicuri che lo stesso tipo di lesione non sia valutato in maniera del tutto diversa da soggetto a soggetto, risponda altresi’ a criteri di elasticita’ e flessibilita’, per adeguare la liquidazione all’effettiva incidenza della menomazione subita dal danneggiato a tutte le circostanze del caso concreto (cfr. in particolare Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. E gia’ Corte Cost., 14/7/1986, n. 184).

Si e’ a tale stregua esclusa la possibilita’ applicarsi in modo ‘puro’ parametri rigidamente fissati in astratto, giacche’ non essendo in tal caso consentito discostarsene, risulta garantita la prevedibilita’ delle decisioni ma assicurata invero una uguaglianza meramente formale, e non gia’ sostanziale.

Del pari inidonea si e’ ravvisata una valutazione rimessa alla mera intuizione soggettiva del giudice, e quindi, in assenza di qualsiasi criterio generale valido per tutti i danneggiati a parita’ di lesioni, sostanzialmente al suo mero arbitrio.

Se una siffatta valutazione vale a teoricamente assicurare un’adeguata personalizzazione del risarcimento, non altrettanto puo’ infatti dirsi circa la parita’ di trattamento e la prevedibilita’ della decisione (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, ove si sottolinea come la circostanza che lesioni della stessa entita’, patite da persone della stessa eta’ e con conseguenze identiche, siano liquidate in modo fortemente difforme non possa ritenersi una mera circostanza di fatto ma integra una vera e propria ‘violazione della regola di equita”).

I criteri di valutazione equitativa, la cui scelta ed adozione e’ rimessa alla prudente discrezionalita’ del giudice, devono essere idonei a consentire altresi’ la cd. personalizzazione del danno (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., 29/3/2007, n. 7740; Cass., 12/6/2006, n. 13546), al fine di addivenirsi ad una liquidazione congrua, sia sul piano dell’effettivita’ del ristoro del pregiudizio che di quello della relativa perequazione ‘ nel rispetto delle diversita’ proprie dei singoli casi concreti ‘ sul territorio nazionale (v. Cass., 12/7/2006, n. 15760).

In tema di liquidazione del danno, e di quello non patrimoniale in particolare,

l’equita’ si e’ in giurisprudenza intesa nel significato di ‘adeguatezza’ e di ‘proporzione’, assolvendo alla fondamentale funzione di ‘garantire l’intima coerenza dell’ordinamento, assicurando che casi uguali non siano trattati in modo diseguale’, con eliminazione delle ‘disparita’ di trattamento’ e delle ‘ingiustizie’ cosi’ Cass., 7/6/2011, n. 12408: ‘equita’ non vuoi dire arbitrio, perche’ quest’ultimo, non scaturendo da un processo logico-deduttivo, non potrebbe mai essere sorretto da adeguata motivazione. Alla nozione di equita’ e’ consustanziale l’idea di adeguatezza e di proporzione. Ma anche di parita’ di trattamento. Se infatti in casi uguali non e’ realizzata la parita’ di trattamento, neppure puo’ dirsi correttamente attuata l’equita’, essendo la disuguaglianza chiaro sintomo della inappropriatezza della regola applicata. Cio’ e’ tanto piu’ vero quando, come nel caso del danno non patrimoniale, ontologicamente difetti, per la diversita’ tra l’interesse leso (ad esempio, la salute o l’integrita’ morale) e lo strumento compensativo (il denaro), la possibilita’ di una sicura commisurazione della liquidazione al pregiudizio areddituale subito dal danneggiato; e tuttavia i diritti lesi si presentino uguali per tutti, sicche’ solo un’uniformita’ pecuniaria di base puo’ valere ad assicurare una tendenziale uguaglianza di trattamento, ad un tempo sintomo e garanzia dell’adeguatezza della regola equitativa applicata nel singolo caso, salva la flessibilita’ imposta dalla considerazione del ‘particolare'”.

I criteri da adottarsi al riguardo debbono consentire pertanto una valutazione che sia equa, e cioe’ adeguata e proporzionata (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408), in considerazione di tutte le circostanze concrete del caso specifico, al fine di ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato, a tale stregua pertanto del pari aliena da duplicazioni risarcitorie (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844), in ossequio al principio per il quale il danneggiante e il debitore sono tenuti al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito o l’inadempimento ad essi causalmente ascrivibile (v. Cass., 13/5/2011, n. 10527; Cass., 6/4/2011, n. 7844).

Ne consegue che la quantificazione di un ammontare che si prospetti non congruo rispetto al caso concreto, in quanto irragionevole e sproporzionato per difetto o per eccesso (v. Cass., 31/8/2011, n. 17879), e pertanto sotto tale profilo non integrale, il sistema di quantificazione verrebbe per cio’ stesso a palesarsi inidoneo a consentire al giudice di pervenire ad una valutazione informata ad equita’, legittimando i dubbi in ordine alla sua legittimita’.

Valida soluzione si e’ ravvisata essere invero quella costituita dal sistema delle tabelle (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972. V. altresi’ Cass., 13/5/2011, n. 10527).

Pur se oggetto di forti critiche in dottrina, essendosi il sistema tabellare ritenuto lesivo della dignita’ umana, da epoca risalente il giudice, anche laddove non imposto dalla legge, fa ricorso all’ausilio di tabelle (v. Cass., 9/1/1998, n. 134).

Tale sistema d’altro canto costituisce solo una modalita’ di calcolo tra le molteplici utilizzabili (per l’adozione, quanto al danno morale da reato, del criterio della odiosita’ della condotta lesiva, e quanto al cd. danno esistenziale, del criterio al clima di intimidazione creato nell’ambiente lavorativo dal comportamento del datore di lavoro e al peggioramento delle relazioni interne al nucleo familiare in conseguenza di esso, v. Cass., 19/5/2010, n. 12318).

Le tabelle, siano esse giudiziali o normative, sono uno strumento idoneo a consentire al giudice di dare attuazione alla clausola generale posta all’articolo 1226 c.c. (v. Cass., 19/5/1999, n. 4852), non gia’ di derogarvi; e di addivenire ad una quantificazione del danno rispondente ad equita’, nell’effettiva esplicazione di poteri discrezionali, e non gia’ rispondenti ad arbitrio (quand’anche ‘equo’).

  • Lo stesso legislatore, oltre alla giurisprudenza, ha fatto ad esse espressamente riferimento.
  • In tema di responsabilita’ civile da circolazione stradale, il Decreto Legislativo n. 209 del 2005 ha introdotto la tabella unica nazionale per la liquidazione delle invalidita’ cd. micropermanenti (i cui importi sono stati da ultimo aggiornati con Decreto Ministeriale 6 giugno 2013, in G.U. 14 giugno 2013, n. 138).
  • Gia’ anteriormente era stato previsto (con Decreto Ministeriale 3 luglio 2003, e a far data dall’11 settembre 2003) un regime speciale per il danno biologico lieve o da micropermanente (fino a 9 punti).
  • In assenza di tabelle normativamente determinate, come ad esempio per le cd. macropermanenti e per le ipotesi diverse da quelle oggetto del suindicato decreto legislativo, il giudice fa normalmente ricorso a tabelle elaborate in base alle prassi seguite nei diversi tribunali (per l’affermazione che tali tabelle costituiscono il cd. ‘notorio locale’ v. in particolare Cass., 1 giugno 2010, n. 13431), la cui utilizzazione e’ stata dalle Sezioni Unite avallata nei limiti in cui, nell’avvalersene, il giudice proceda ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno non patrimoniale, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, al fine ‘di pervenire al ristoro del danno nella sua interezza’ (v. Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972).
  • Preso atto che le Tabelle di Milano sono andate nel tempo assumendo e palesando una ‘vocazione nazionale’, in quanto recanti i parametri maggiormente idonei a consentire di tradurre il concetto dell’equita’ valutativa, e ad evitare (o quantomeno ridurre) ‘ al di la’ delle diversita’ delle condizioni economiche e sociali dei diversi contesti territoriali ‘ ingiustificate disparita’ di trattamento che finiscano per profilarsi in termini di violazione dell’articolo 3 Cost., comma 2, questa Corte e’ pervenuta a ritenerle valido criterio di valutazione equitativa ex articolo 1226 c.c. delle lesioni di non lieve entita’ (dal 10% al 100%) conseguenti alla circolazione (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408; Cass., 30/6/2011, n. 14402).
  • Essendo l’equita’ il contrario dell’arbitrio, la liquidazione equitativa operata dal giudice di merito e’ sindacabile in sede di legittimita’ (solamente) laddove risulti non congruamente motivata, dovendo di essa ‘darsi una giustificazione razionale a posteriori’ (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).

Si e’ al riguardo per lungo tempo esclusa la necessita’ per il giudice di motivare in ordine all’applicazione delle tabelle in uso presso il proprio ufficio giudiziario, essendo esse fondate sulla media dei precedenti del medesimo, e avendo la relativa adozione la finalita’ di uniformare, quantomeno nell’ambito territoriale, i criteri di liquidazione del danno (v. Cass., 2/3/2004, n. 418), dovendo per converso adeguatamente motivarsi la scelta di avvalersi di tabelle in uso presso altri uffici (v. Cass., 21/10/2009, n. 22287; Cass., 1/6/2006, n. 13130; Cass., 20/10/2005, n. 20323; Cass., 3/8/2005, n. 16237).

Essendo la liquidazione del quantum dovuto per il ristoro del danno non patrimoniale inevitabilmente caratterizzata da un certo grado di approssimazione, si escludeva altresi’ che l’attivita’ di quantificazione del danno fosse di per se’ soggetta a controllo in sede di legittimita’, se non sotto l’esclusivo profilo del vizio di motivazione, in presenza di totale mancanza di giustificazione sorreggente la statuizione o di macroscopico scostamento da dati di comune esperienza o di radicale contraddittorieta’ delle argomentazioni (cfr., da ultimo, Cass., 19/5/2010, n. 12918; Cass., 26/1/2010, n. 1529). In particolare laddove la liquidazione del danno si palesasse manifestamente fittizia o irrisoria o simbolica o per nulla correlata con le premesse in fatto in ordine alla natura e all’entita’ del danno dal medesimo giudice accertate (v. Cass., 16/9/2008, n. 23725; Cass., 2/3/2004, n. 4186; Cass., 2/3/1998, n. 2272; Cass., 21/5/1996, n. 4671).

La Corte Suprema di Cassazione e’ peraltro recentemente pervenuta a radicalmente mutare tale orientamento.

La mancata adozione da parte del giudice di merito delle Tabelle di Milano in favore di altre, ivi ricomprese quelle in precedenza adottate presso la diversa autorita’ giudiziaria cui appartiene, si e’ ravvisato integrare violazione di norma di diritto censurabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408, ove si e’ altresi’ precisato che al fine di evitarsi la declaratoria di inammissibilita’ del ricorso per la novita’ della questione non e’ sufficiente che in appello sia stata prospettata l’inadeguatezza della liquidazione operata dal primo giudice, ma occorre che il ricorrente si sia specificamente doluto, sotto il profilo della violazione di legge, della mancata liquidazione del danno in base ai valori delle tabelle elaborate a Milano; e che, inoltre, nei giudizi svoltisi in luoghi diversi da quelli nei quali le tabelle milanesi sono comunemente adottate, quelle tabelle abbia anche versato in atti. In tanto, dunque, la violazione della regola iuris puo’ essere fatta valere in sede di legittimita’ ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto la questione sia gia’ stata specificamente posta nel giudizio di merito. Conformemente v. Cass., 22/12/2011, n. 28290).

Si e’ quindi al riguardo ulteriormente precisato che i parametri delle Tabelle di Milano sono da prendersi a riferimento da parte del giudice di merito ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale, ovvero quale criterio di riscontro e verifica di quella di inferiore ammontare cui sia diversamente pervenuto, sottolineandosi che incongrua e’ la motivazione che non dia conto delle ragioni della preferenza assegnata ad una quantificazione che, avuto riguardo alle circostanze del caso concreto, risulti sproporzionata rispetto a quella cui l’adozione dei parametri esibiti dalle dette Tabelle di Milano consente di pervenire v. Cass., 30/6/2011, n. 14402. Per l’adozione di Tabelle diverse da quelle di Milano v. Trib. Roma, 9/1/2012; Trib. Roma, 5/11/2012 (inedita).

Va peraltro osservato che l’applicazione delle Tabelle di Milano non e’ invero aliena dal porre alcune problematiche interpretative e applicative.

Una prima questione concerne la nozione di danno morale presa in considerazione.

Diversamente da quanto pure da alcuni in dottrina osservato, non sembra che esse contemplino il danno morale inteso quale dolore fisico, semmai proprio del danno biologico, dovendo ritenersi viceversa accolta la tradizionale nozione in termini di patema d’animo o sofferenza interiore o turbamento psichico.

I parametri tabellari non risultano per altro verso riferirsi (anche) al pregiudizio alla integrita’ morale, massima espressione della dignita’ umana, la cui valutazione nella quantificazione del danno morale e’, come piu’ sopra osservato, del pari imprescindibile.

Ulteriore questione emerge laddove, quantificato sulla base delle Tabelle di Milano l’ammontare del risarcimento del danno non patrimoniale per le sofferenze fisiche o psichiche patite dal soggetto leso, ai fini dell’attivita’ di cd. personalizzazione del danno e’ consentita la possibilita’ di superarsi i limiti tabellari, avvalendosi degli elementi gia’ considerati ai fini dell’elaborazione della tabella (es., eta’ della vittima e dei danneggiati superstiti, stato di convivenza, presenza di altri familiari conviventi, abitudini di vita), e in particolare i limiti massimi (in presenza di situazioni di fatto che si discostino in modo apprezzabile da quelle ordinarie, sia per elementi non considerati ai fini dell’elaborazione delle tabelle sia per il peculiare atteggiarsi nel caso concreto di quelli viceversa valutati: v. Cass., 17/4/2013, n. 9231; Cass., 14/6/2011, n. 12953), con la previsione tuttavia di un tetto massimo, in particolare per i pregiudizi esistenziali conseguenti alla menomazione psicofisica che non siano standard, da applicarsi nelle ipotesi di massimo sconvolgimento della vita familiare.

Orbene, laddove il limite massimo dei parametri tabellari di base o il limite di oscillazione (in difetto e a fortiori) in aumento dei medesimi si configuri come non superabile, la determinazione dell’ammontare di risarcimento puo’ invero risultare non congrua in riferimento al caso concreto, in quanto irragionevole e sproporzionata per difetto (v. Cass., 31/8/2011, n. 17879), e pertanto sotto tale profilo non integrale.

Il sistema di quantificazione si prospetta allora in tal caso inidoneo a consentire al giudice di pervenire ad una valutazione informata ad equita’, sollevando dubbi in ordine alla sua legittimita’, in quanto in contrasto con il principio in base al quale il ristoro del pregiudizio alla persona non tollera astratte limitazioni massime.

Questione che si pone anche con riferimento alla Tabella unica nazionale ai fini della liquidazione delle invalidita’ cd. micropermanenti, introdotta con Decreto Legislativo n. 209 del 2005 nel settore della responsabilita’ civile da circolazione stradale, in attuazione di quanto previsto all’articolo 139 Cod. ass..

Nello stabilire che ‘per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrita’ psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attivita’ quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacita’ di produrre reddito’, l’articolo 139, comma 2, Cod. ass. ha in realta’ riguardo ad una superata concezione del danno biologico, diversa dalla nozione recepita dalle Sezioni Unite del 2008, e fissa, quanto alla personalizzazione del risarcimento del danno non patrimoniale, il limite di aumento massimo (con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato) dell’ammontare quantificato alla stregua del dato tabellare nella misura del quinto, e cioe’ del 20% (articolo 139, comma 3, Cod. ass.) (cfr. Cass., 7/6/2011, n. 12408).

Relativamente a siffatto limite massimo di oscillazione e’ stata sollevata questione di legittimita’ costituzionale, in particolare sotto il profilo dell’irragionevolezza di tale soglia e della sua idoneita’ a rappresentare un vulnus in ordine all’integrale riparazione del danno G. di P. Torino, 21/10/2011 (in Danno e resp., 2012, 439 ss. e in Resp. civ., 2012, 70 ss.). La questione era stata gia’ sollevata da G. di P. Torino, 30/11/2009 (in Resp. civ., 2010, 920 ss.), in riferimento agli articoli 2, 3, 24 e 76 Cost., del Decreto Legislativo n. 209 del 2005, (Cod. ass.), articolo 139 nella parte in cui tale norma, prevedendo un risarcimento del danno biologico basato su rigidi parametri fissati da tabelle ministeriali, non consentirebbe di giungere ad un’adeguata personalizzazione del danno, e dichiarata manifestamente inammissibile, per ravvisate carenze di prospettazione, da Corte Cost. (ord.), 28/4/2011, n. 157. V. altresi’ gia’ G. di P. Roma, 14/1/2001 (in Danno e resp., 2002, 309 ss.), nonche’ a violare il principio di uguaglianza laddove allo stesso tipo di lesioni possa essere attribuito un diverso risarcimento v. Trib. Tivoli, 21/3/2012 e Trib. Brindisi, 3/4/2012 (in Danno e resp., 2012, 1002 ss. e in Resp., 2012, 1294 ss. e in Vita not., 2012, 1607 ss.).

Si e’ in dottrina obiettato che la riparazione integrale del danno non costituisce principio costituzionalmente garantito.

La stessa Corte Costituzionale ha in effetti in piu’ di un’occasione escluso che la regola generale di integralita’ della riparazione ed equivalenza al pregiudizio cagionato al danneggiato abbia copertura costituzionale da ultimo v. Corte Cost. (ord.), 28/4/2011, n. 157, ponendo in rilievo che in casi eccezionali il legislatore ben puo’ ritenere equa e conveniente una limitazione del risarcimento del danno, sia nel campo della responsabilita’ contrattuale (v. ad es., articoli 1784 e 1786 c.c. e articoli 275, 412 e 423 c.n.), che in materia di responsabilita’ extracontrattuale, in considerazione delle particolari condizioni dell’autore del danno (v. Corte Cost., 6/5/1985, n. 132).

Va al riguardo peraltro sottolineato come la Corte Costituzionale abbia recentemente affermato l’illegittimita’ dell’apposizione di una limitazione massima non superabile alla quantificazione del ristoro per danni alla persona v. Corte Cost., 30/3/2012, n. 75, che ha dichiarato l’illegittimita’ costituzionale del Decreto Legislativo n. 111 del 1995, articolo 15, comma 1, nella parte in cui ha fissato un limite all’obbligo risarcitorio per danni alla persona. Pur se emessa con riferimento alla responsabilita’ da inadempimento di contratto di viaggio vacanza ‘tutto

compreso’ (cd. ‘pacchetto turistico’ o ‘package’), e fondata sulla ravvisata violazione dei criteri posti dalla legge delega, tale principio la pronunzia sembra invero sostanzialmente sottendere.

Orbene, la corte di merito ha nella specie disatteso invero i suindicati principi.

In particolare la’ dove si e’ limitata a confermare ‘le statuizioni del primo giudice’, dopo avere:

  1. a) accolto la domanda di ristoro pecuniario del danno non patrimoniale proposta dal (OMISSIS) e dalla (OMISSIS), figli dei defunti (OMISSIS) e (OMISSIS), riconoscendo ad essi rispettivamente dovuta la somma di euro 111.495,5 risultante ‘dalla sommatoria delle seguenti voci: euro 31.000,00 per danno morale iure hereditatis; euro 10.000,00 per danno biologico psichico iure hereditatis; euro 8.495,5 per danno biologico fisico iure hereditatis; euro 62.000,00 per danno morale personale’;

  2. b) accolto la doglianza dei predetti (OMISSIS) e (OMISSIS) circa la ‘liquidazione meramente equitativa’ effettuata dal giudice di prime cure ‘senza dare conto dei criteri adottati’ nonche’ in forma ”cumulativa’”, con conseguente lamentata impossibilita’ di ‘comprendere quali siano le voci di danno riconosciute e le loro entita”;
  3. c) riconosciuto ai medesimi spettare altresi’ i ‘danni non patrimoniali derivanti dalla morte del padre (OMISSIS) per suicidio, in riforma della sentenza di 1 grado sul punto ritenendo essere stata ‘indubbia concausa il trauma psichico conseguente al decesso della moglie nel sinistro de quo’, al riguardo precisando che ‘l’accertato collegamento; tra la morte del (OMISSIS) e quella della moglie a seguito dell’incidente incide sulla quantificazione del danno’;
  4. d) provveduto alla ‘liquidazione delle singole voci di danno secondo le tabelle in uso del Tribunale di Milano, la cui applicazione viene invocata dagli appellanti’;
  5. e) osservato che ‘agli appellanti’ e’ stato peraltro dal giudice di prime cure riconosciuto ‘un importo superiore (euro 250.000,00 a (OMISSIS) ed euro 170.000,00 a (OMISSIS))’.

La corte di merito ha disatteso i suindicati principi in particolare la’ dove ha confermato il rigetto operato dal giudice di prime cure ‘della domanda di risarcimento danni iure hereditatis formulata dagli appellanti’ sigg. (OMISSIS) e (OMISSIS) ‘per il ristoro dei danni personali (da ‘. lesioni mortali) subiti dalla loro madre (OMISSIS), in quanto deceduta dopo circa tre ore e mezzo dal sinistro, dopo cioe’ un lasso di tempo insufficiente a far sorgere in capo alla vittima il diritto ad indennizzi di sorta’.

Nel far proprie le argomentazioni del primo giudice senza esprimere invero le ragioni della conferma della pronunzia in relazione ai motivi di impugnazione proposti in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto, la laconicita’ sul punto della motivazione dell’impugnata sentenza appalesandosi pertanto inidonea a rivelare la ratio deciderteli e a consentire di ritenere che all’affermazione di condivisione del giudizio di primo grado essa sia pervenuta attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di impugnazione, sicche’ la motivazione si rivela sul punto come meramente apparente (v. Cass., 20/7/2012, n. 12664; Cass., 23/2/2011, n. 4377; Cass., 23/2/2011, n. 4375; Cass., 8/1/2009, n. 161; Cass., 11/6/2008, n. 15483), la corte di merito ha a tale stregua immotivatamente rigettato, oltre a quella di ristoro del danno cd. tanatologico, la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale, nei molteplici aspetti dei quali tale categoria generale si compone, cui il riferimento al ‘lasso di tempo insufficiente a far sorgere in capo alla vittima il diritto ad indennizzi di sorta’ si appalesa impropriamente operato.

Orbene, a parte il rilievo che come questa Corte ha gia’ avuto modo di precisare ai fini dell’accoglimento della domanda e’ irrilevante l’erronea denominazione del tipo di pregiudizio non patrimoniale di cui si chiede il risarcimento se ad esso sia stato fatto riferimento in un contesto nel quale era stato richiesto il risarcimento del danno non patrimoniale, evidentemente senza limitazioni connesse solo ad alcune e non ad altre conseguenze pregiudizievoli derivatene (v. Cass., 9/3/2012, n. 3718; Cass., 17/7/2012, n. 12236, e da ultimo, Cass., 6/8/2013, n. 18659), in presenza di una domanda sin dall’origine dagli odierni ricorrenti ed originari attori estesa a tutti i danni (patrimoniali e non patrimoniali) subiti in conseguenza del sinistro de quo (‘voglia il Tribunale ‘ condannare i convenuti a risarcire agli attori tutti i danni da costoro subiti in seguito ai fatti di causa, iure proprio e iure successionis, cosi’ come azionati e sotto tutti gli aspetti risarcibili, patrimoniali e non patrimoniali, nella misura che sara’ ritenuta di giustizia in esito agli accertamenti istruttori’: v. atto di citazione in primo grado dei sigg. (OMISSIS) e (OMISSIS), (OMISSIS) ed (OMISSIS), in atti, riprodotto anche dai controricorrenti e ricorrenti incidentali nel rispettivo controricorso e ricorso incidentale), in particolare, la corte di merito, dopo averne correttamente riconosciuto la ricorrenza nella specie, ha immotivatamente e contraddittoriamente non quantificato l’incidenza del danno esistenziale sofferto dal (OMISSIS) nella determinazione del complessivo ammontare del danno non patrimoniale al medesimo spettante e trasmissibile iure hereditatis ai figli, la relativa valutazione d’altro canto non emergendo operata nei suoi propri termini di sconvolgimento dell’esistenza dal medesimo sofferto (e invero nemmeno altrimenti considerata sotto il profilo degli aspetti relazionali connessi al danno biologico), al riguardo essendosi essa limitata a valutare l”aggravamento’ dello ‘stato di depressione, documentata dalle cartelle cliniche in atti’.

I suindicati profili risultano disattesi altresi’ la’ dove la corte di merito ha del pari confermato la liquidazione effettuata dal giudice di 1 grado in favore della (OMISSIS) e del (OMISSIS), invero genericamente e immotivatamente ritenendola ‘congrua in relazione ai normali parametri liquidatori’, nonche’ apoditticamente osservando che, ‘al di la’ di una generica censura’, i medesimi non hanno fornito ‘alcun elemento utile per discostarsene’.

Va ulteriormente osservato che, se da un canto ha effettuato la liquidazione del danno non patrimoniale prendendo correttamente a riferimento (trattandosi di debito di valore) le Tabelle in vigore al momento della liquidazione (v. Cass., 17/4/2013, n. 9231; Cass., 11/5/2012, n. 7272) e ‘in valori monetari attuali, gia’ comprensivi quindi di rivalutazione e interessi’, sicche’ infondate al riguardo risultano le doglianze mosse dai ricorrenti con il 4 motivo, come dai medesimi lamentato nell’impugnata sentenza non risulta essere stato dalla corte di merito dato viceversa pienamente conto della personalizzazione del dato tabellare assunto a base di calcolo, e in particolare della considerazione di indici altri e diversi dall’eta’ della vittima, quali ad esempio il sesso, il grado di sensibilita’ dei danneggiati superstiti, la situazione di convivenza, la gravita’ del fatto e dell’entita’ della sofferenza della vittima (cfr. Cass., 2/7/1997, n. 5944; Cass., l/3/1993, n. 2491).

Sofferenza nella specie particolarmente grave e degenerata in sconvolgimento dell’esistenza, essendo rimasto nel corso del giudizio di merito accertato (come emerge in particolare dal tenore delle cartelle cliniche, in ossequio al principio di autosufficienza riportate a pag. 85 ss. del ricorso) che nei circa due anni di sopravvivenza dopo la morte della moglie il (OMISSIS) ha sempre palesato ‘chiusura verso l’esterno’ (‘dove non puo’ piu’ incontrare la moglie che, invece, puo’ convivere nel suo animo’); non e’ piu’ riuscito ‘a superare la perdita della moglie’ venuta a mancare quando aveva appena superato un ‘precedente periodo depressivo’, ripetutamente manifestando ‘idee di inutilita’ e di incapacita’ ad affrontare il futuro’ senza di lei e in un’occasione (a fine luglio 1988) essendosi addirittura ‘chiuso in un armadio tra gli abiti della moglie morta’; ha smesso di ‘frequentare amici, parenti e vicini’; si e’ infine indotto al suicidio.

Di tale danno la corte di merito non risulta avere tenuto invero conto nella determinazione del danno non patrimoniale ritenuto spettante agli odierni ricorrenti (OMISSIS) e (OMISSIS).

Del pari immotivato risulta l’abbattimento dalla corte di merito operato, in misura indicata dapprima come ‘considerevole’ e quindi come ‘massima’ del dato tabellare assunto a base di calcolo, ‘in considerazione del fatto che (OMISSIS) e’ sopravvissuto solo due anni’.

Quanto al danno morale, nell’impugnata sentenza non risulta dalla corte di merito dato conto della gravita’ del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entita’ della relativa sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, al fine di potersi essa considerare congrua ed adeguata risposta satisfattiva alla lesione (anche) della dignita’ umana (cfr. Cass., 16/2/2012, n. 2228).

Non risulta infine essere stato dalla corte di merito in alcun modo valutato il danno non patrimoniale (nei diversi aspetti in cui esso si scandisce) dagli odierni ricorrenti (OMISSIS) e (OMISSIS) iure proprio rispettivamente sofferto in conseguenza della morte del padre (OMISSIS).

In ordine al pure domandato ristoro pecuniario del danno iure proprio e iure hereditatis da perdita della vita della (OMISSIS) e del (OMISSIS) va osservato quanto segue.

La risarcibilita’ del danno da perdita della vita e’ stata dalla Corte Costituzionale negata sulla base del rilievo che oggetto di risarcimento puo’ essere solo la ‘perdita cagionata dalla lesione di una situazione giuridica soggettiva’, laddove la morte immediata non e’ invero una ‘perdita’ a carico ‘della persona offesa’, in quanto la stessa e’ ‘non piu’ in vita’ cosi’ Corte Cost., 27/10/1994, n. 372, che nel dichiarare la non fondatezza, in riferimento agli articoli 2 e 32 Cost., della questione di costituzionalita’ dell’articolo 2043 c.c., nella parte in cui non consente il risarcimento iure hereditatis del ‘danno biologico da morte’, ha affermato il principio in base al quale, diversamente dalla lesione del diritto alla salute, la lesione immediata del diritto alla vita (senza una fase intermedia di malattia) non puo’ configurare una perdita (e cioe’ una diminuzione o privazione di un valore personale) a carico della vittima ormai non piu’ in vita, onde e’ da escludere che un diritto al risarcimento del cd. ‘danno biologico da morte’ entri nel patrimonio dell’offeso deceduto e sia, quindi, trasmissibile ai congiunti in qualita’ di eredi, in ragione non gia’ del carattere non patrimoniale del danno suddetto bensi’ del limite strutturale della responsabilita’ civile, nella quale sia l’oggetto del risarcimento che la liquidazione del danno devono riferirsi non alla lesione per se stessa, ma alle conseguenti perdite a carico della persona offesa.

A tale stregua la Corte di legittimita’ costituzionale delle leggi ha fatto ricorso all”argomento, risalente a una non recente sentenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione (n. 3475 del 1925), secondo cui un diritto di risarcimento puo’ sorgere in capo alla persona deceduta limitatamente ai danni verificatisi dal momento della lesione a quello della morte, e quindi non sorge in caso di morte immediata, la quale impedisce che la lesione si rifletta in una perdita a carico della persona offesa, ormai non piu’ in vita’ (v. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372).

All’esito della detta affermazione e’ andata nella giurisprudenza di legittimita’ consolidandosi la massima secondo cui la lesione dell’integrita’ fisica con esito letale intervenuta immediatamente o a breve distanza dall’evento lesivo non e’ configurabile quale danno biologico, giacche’ la morte non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute ma incide sul diverso bene giuridico della vita, la cui perdita, per il definitivo venir meno del soggetto, non puo’ tradursi nel contestuale acquisto al patrimonio della vittima di un corrispondente diritto al risarcimento, trasferibile agli eredi, non rilevando in contrario la mancanza di tutela privatistica del diritto alla vita (invero protetto con il diverso strumento della sanzione penale), attesa la funzione non sanzionatoria ma di reintegrazione e riparazione di effettivi pregiudizi svolta dal risarcimento del danno, e la conseguente impossibilita’ che, con riguardo alla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del suo titolare e da questi fruibile solo in natura, esso operi quando tale persona abbia cessato di esistere (v. Cass., 25/2/1997, n. 1704, e, conformemente, Cass., 30/6/1998, n. 6404; Cass., 25/2/2000, n. 2134; Cass., 2/4/2001, n. 4783; Cass., 30/7/2002, n. 11255; Cass., 23/2/2005, n. 3766; Cass., 2/7/2010, n. 15706).

Siffatta negazione, unitamente alla considerazione che ‘per il bene della vita e’ inconcepibile una forma di risarcimento anche solo per equivalente’ (cosi’ Cass., 14/2/2000, n. 1633; Cass., 20/1/1999, n. 491), ha indotto la giurisprudenza ad ammettere la ristorabilita’ di altri e diversi ‘beni’.

Movendo dalla configurazione della morte quale piu’ grave stadio di lesione o lesione massima ‘ in quanto integrale ‘ del bene salute; dalla distinzione tra danno biologico da invalidita’ permanente e danno biologico da invalidita’ temporanea; dalla ritenuta relativa inconfigurabilita’ per definizione in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, giacche’ in tal caso la malattia non si risolve con esiti permanenti ma determina la morte dell’individuo, si e’ nella giurisprudenza di legittimita’ pervenuti ad affermare che ‘quando la morte e’ causata dalle lesioni’, e tra le lesioni colpose e la morte intercorra un ‘apprezzabile lasso di tempo’, e’ invero risarcibile il danno biologico terminale (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163, nel senso che l’ammontare del danno biologico terminale va commisurato soltanto all’inabilita’ temporanea, ma ai fini della liquidazione il giudice deve tenere conto, nell’adeguare l’ammontare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che pur se temporaneo tale danno e’ massimo nella sua entita’ ed intensita’, tanto che la lesione alla salute e’ cosi’ elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte), e ‘per il tempo di permanenza in vita’ (v. Cass., 16/5/2003, n. 7632), e a considerare il diritto di credito al relativo risarcimento trasmissibile iute hereditatis (v. Cass., l/2/2003, n. 18305; Cass., 16/6/2003, in 9620; Cass., 14/3/2003, n. 3728; Cass., 2/4/2001, n. 4783; Cass., 10/2/1999, n. 1131; Cass., 29/9/1995, n. 10271).

Il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che pur se temporaneo e’ massimo nella sua entita’ ed intensita’ (v. Cass., 23/2/2004, n. 3549) in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limitato ma apprezzabile lasso di tempo (v. Cass., 23/2/2005, n. 3766), si e’ ravvisato come ‘sempre esistente’, per effetto della ‘percezione’, ‘anche non cosciente’, della gravissima lesione dell’integrita’ personale della vittima nella fase terminale della sua vita (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163).

La brevita’ del periodo di sopravvivenza alle lesioni ha peraltro indotto ad escludersi la sussistenza del danno biologico laddove risulti non apprezzabile, ai fini risarcitori, il deterioramento della qualita’ della vita a cagione del pregiudizio alla salute.

Si e’ cioe’ ritenuto che in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte la sofferenza non sia suscettibile di degenerare in danno biologico.

Si e’ peraltro affermato che, se non il danno biologico, in tal caso puo’ ritenersi senz’altro integrato il danno morale terminale, dalla vittima subito per la sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine.

Danno morale terminale per la cui configurabilita’, in luogo dell’apprezzabile intervallo di tempo tra lesioni e decesso della vittima, assume rilievo il diverso criterio dell’intensita’ della sofferenza provata (v. Cass., 8/4/2010, n. 8360; Cass., 23/2/2005, n. 3766; Cass., l/12/2003, n. 18305; Cass., 19/10/2007, n. 21976; Cass., 24/5/2001, n. 7075; Cass., 6/10/1994, n. 8177; Cass., 14/6/1965, n. 1203. In tema di cd. danno catastrofico v. gia’ Cass., 2/4/2001, n. 4783).

Anche in tal caso la risarcibilita’ e’ ammessa solamente al ricorrere del presupposto della permanenza in vita (v. Cass., 25/2/1997, n. 1704; Cass., 6/10/1994, n. 8177), in ragione della sofferenza, rilevante sotto il profilo del danno morale, provocata dalla cosciente percezione da parte della vittima delle ‘conseguenze catastrofiche delle lesioni’ (v. Cass., 31/5/2005, n. 11601; Cass., 6/8/2007, n. 17177). E al riguardo si e’ parlato anche di danno ‘biologico di natura psichica’ (v. Cass., 14/2/2007, n. 3260).

Le Sezioni Unite del 2008 hanno quindi ammesso la risarcibilita’ della ‘sofferenza psichica, di massima intensita’ anche se di durata contenuta, nel caso di morte che segua le lesioni dopo breve tempo’, quale ‘danno morale inteso nella sua nuova piu’ ampia accezione’, altrimenti indicato come danno da lucida agonia o catastrofale o catastrofico (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26772; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26773).

Pur continuando a qualificarsi a volte la lucida percezione dell’approssimarsi della propria fine in termini di danno biologico di natura psichica (v. Cass., 18/1/2011, n. 1072. V. altresi’ Cass., 13/1/2009, n. 458, di conferma della sentenza impugnata, che aveva qualificato la sofferenza della vittima come danno morale, e non gia’ come danno biologico terminale, in ragione della ravvisata inidoneita’ dell’intervallo di tempo di tre giorni tra il sinistro e la morte ad integrare gli estremi di quest’ultimo), tale ricostruzione e’ stata prevalentemente confermata dalle Sezioni semplici della Corte Suprema di Cassazione, che considera catastrofale il ‘danno non patrimoniale conseguente alla sofferenza patita dalla persona sopravvissuta per un lasso di tempo apprezzabile in condizioni di lucidita’ tali da consentirle di percepire la gravita’ della propria condizione e di soffrirne’ (v. Cass., 21/3/2013, n. 7126).

In dottrina si e’ al riguardo criticamente osservato che il riferimento ai ‘danni terminali (biologico, morale o da ‘lucida agonia’)’ costituisce il ‘frutto’ di ‘acrobazie logiche e concettuali’, e di ‘intenzioni sostanzialmente compensative della totale assenza di risarcimento per la perdita della vita’.

A tale stregua, piuttosto che al decorso di un apprezzabile intervallo di tempo tra l’evento lesivo e la morte decisivo rilievo risulta assegnato alla sofferenza psichica e alla disperazione, di ‘massima intensita”, che provoca la percezione, pur se di breve durata, dell’approssimarsi della propria morte, la ‘sofferenza patita dalla vittima che sia rimasta lucida durante l’agonia, in consapevole attesa della fine’ (v. Cass., 13/1/2009, n. 458. V. altresi’ Cass., 8/4/2010, n. 8360. E gia’ Cass., 2/4/2001, n. 4783).

Danno da tenersi invero distinto dal ‘danno biologico’, il quale si ha allorquando la vittima sia sopravvissuta ‘per un considerevole lasso di tempo ad un evento poi rivelatosi mortale’ ed abbia in tale periodo ‘sofferto una lesione della propria integrita’ psico-fisica autonomamente considerabile come danno biologico ‘, quindi accertabile con valutazione medicolegale e liquidabile alla stregua dei criteri adottati per la liquidazione del danno biologico vero e proprio’ (v. Cass., 21/3/2013, n. 7126).

Pregiudizio che va del pari tenuto distinto dal cd. danno tanatologico inteso quale ‘danno connesso alla perdita della vita’ (v., da ultimo, Cass., 21/3/2013, n. 7126).

Si e’ in dottrina da alcuni sostenuto che le Sezioni Unite del 2008 hanno negato la risarcibilita’ del danno tanatologico o da perdita della vita in favore del soggetto deceduto.

In realta’ nelle richiamate pronunzie le Sezioni Unite non si sono espresse al riguardo, limitandosi a fare il punto in ordine all’orientamento interpretativo maturato (in particolare nella giurisprudenza di legittimita’) in argomento, pervenendo ad ammettere la risarcibilita’ del danno subito dalla persona danneggiata, rimasta lucida durante l’agonia in consapevole attesa della fine, allorquando la morte segua ‘dopo breve tempo’ dall’evento dannoso, atteso che la vittima soffre una ‘sofferenza psichica ‘ di massima intensita”, pur se di ‘durata contenuta’, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973, che ha nella specie riconosciuto la configurabilita’ del danno morale da danno cd. catastrofale in un caso di agonia protrattasi per undici ore).

A tale stregua Le Sezioni Unite hanno fatto in realta’ riferimento al cd. danno catastrofale, quale particolare espressione del danno morale.

Pur segnando tale affermazione un progresso sul piano interpretativo, non sfugge che rimane a tale stregua priva di tutela l’ipotesi dell’agonia inconsapevole, peraltro in passato dalla giurisprudenza ritenuta ristorabile (con riferimento al danno biologico e al danno morale v., da ultimo, Cass., 19/10/2007, n. 21976. Per la risarcibilita’ del danno non patrimoniale sofferto anche se in stato di incoscienza v. altresi’ Cass., 19/2/2007, n. 3760; Cass., 24/5/2001, n. 7075; Cass., 6/10/1994, n. 8177; Cass., 14/6/1965, n. 1203).

Successivamente alla pronunzia delle Sezioni Unite del 2008, mentre la risarcibilita’ iure hereditatis della perdita del congiunto ha trovato riconoscimento nella giurisprudenza di merito per la risarcibilita’ del danno da morte, non gia’ quale lesione della salute, bensi’ quale danno da perdita del bene vita v., in giurisprudenza di merito, Trib. Venezia 15/6/2009 (in Danno e resp., 2010, 1013 ss.). Anteriormente al 2008, v. in particolare Trib. Terni, 20/4/2005 (in Giur. it., 2005, 2281 ss.); Trib. S. Maria C.V., 14/5/2003 (in Giur. it., 2004, 495 ss.); Trib. Foggia, 28/6/2002 (in Foro it., 2002, 1, 3494 ss.); Trib. Civitavecchia, 26/2/1996 (in Ass., 1997, 2, 2, 85 ss.); App. Roma, 4/6/1992 (in Resp. civ., 1992, 597 ss.); Trib. Roma, 24/5/1988 (in Dir. pratica ass., 1988, 379 ss.), nella giurisprudenza di legittimita’ si e’ ribadito che il cd. danno tanatologico, o da morte avvenuta a breve distanza di tempo da lesioni personali, deve essere ricondotto al danno morale, concorrendo alla relativa liquidazione, non potendo ritenersi riconducibile alla nozione di danno biologico cd. terminale (v. Cass., 13/1/2009, n. 458; Cass., 27/5/2009, n. 12326; Cass., 8/4/2010, n. 8360; e, da ultimo, Cass., 7/6/2011, n. 12273; Cass., 29/5/2012, n. 8575. La risarcibilita’ del danno non patrimoniale morale cd. catastrofale e’ stato negata, in mancanza di prova in ordine alla lucidita’ della vittima durante l’agonia, da Cass., 28/11/2008, n. 28433).

Si e’ al riguardo altresi’ precisato che il risarcimento del cd. danno catastrofale puo’ essere fatto valere iure hereditario a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754. Conformemente v. Cass., 9/5/2011, n. 10107).

Pur riconoscendosi che in una virtuale scala gerarchica il diritto alla vita e’ sicuramente il primo tra tutti i diritti inviolabili dell’essere umano, nel sottolinearsi come esso risulti ‘in ogni contesto e con le piu’ variegate modalita” tutelato, se ne esclude invero la ristorabilita’ in favore dello stesso soggetto che la vita abbia perso, appunto morendo all’esito di lesioni inferte da terzi (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).

Del tutto improduttive, si afferma (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754), si palesano le disquisizioni sul se la morte faccia parte della vita o se, contrassegnando la sua fine, sia alla stessa estranea (per tale tesi v. Cass., 16/5/2003, n. 7632).

Mero artifizio retorico viene qualificata (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754) l’obiezione secondo cui, essendo il risarcimento del danno da lesioni gravissime assai oneroso per l’autore dell’illecito, ed escludendosi per converso la risarcibilita’ del danno da soppressione della vita a favore dello stesso soggetto di cui sia provocata la morte, viene paradossalmente a risultare ‘economicamente piu’ ‘conveniente’ uccidere che ferire’.

‘Improprio’ si considera il rilievo secondo cui, essendo quella risarcitoria la tutela minima di ogni diritto, la negazione della risarcibilita’ del danno da lesione del diritto alla vita a favore del soggetto stesso la cui vita e’ stata spenta da terzi viene a porsi in intima contraddizione con il riconoscimento della tutela propria del primo tra tutti i diritti dell’uomo.

Il vero problema, si osserva, e’ che il risarcimento costituisce solo una forma di tutela conseguente alla lesione di un ‘diritto di credito, diverso dal diritto inciso, ad essere tenuto per quanto e’ possibile indenne dalle conseguenze negative che dalla lesione del diritto derivano, mediante il ripristino del bene perduto, la riparazione, la eliminazione della perdita o la consolazione-soddisfazione-compensazione se la riparazione non sia possibile’ (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).

Non e’ allora ‘giuridicamente concepibile’, si conclude, che dal soggetto che muore venga acquisito un diritto derivante dal fatto stesso della sua morte (‘chi non e’ piu’ non puo’ acquistare un diritto che gli deriverebbe dal non essere piu”), essendo ‘logicamente inconfigurabile’ la stessa funzione del risarcimento che, nel diritto civile, non ha nel nostro ordinamento natura sanzionatoria bensi’ riparatoria o consolatoria, che in caso di morte che si e’ ravvisata ‘per forza di cose’ non attuabile ‘a favore del defunto’ (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).

Si e’ ulteriormente asserito che il ‘Pretendere che tutela sia data (oltre che ai congiunti) ‘anche’ al defunto’ risponda in realta’ al mero ‘contingente obiettivo di far conseguire piu’ denaro ai congiunti’, giacche’ non si sostiene ‘da alcuno che sia in linea col comune sentire o col principio di solidarieta’ l’erogazione del risarcimento da perdita della vita agli eredi ‘anziche” ai congiunti (se, in ipotesi, diversi), o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato’ (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).

Il risarcimento, si osserva, assumerebbe in tal caso una ‘funzione meramente punitiva, viceversa assolta dalla sanzione penale. E si risolverebbe in breve, come l’esperienza insegna, in una diminuzione di quanto riconosciuto iure proprio ai congiunti, cui viene ora riconosciuto un ristoro corrispondente ad un’onnicomprensiva valutazione equitativa, con la conseguenza che verrebbe a risultare frustrata anche la finalita’ di innalzamento dell’ammontare del risarcimento’ (v. Cass., 24/3/2011, n. 6754).

I suindicati argomenti sono stati dalla giurisprudenza di legittimita’ anche recentemente ribaditi (v., da ultimo, Cass., 17/7/2012, n. 12236).

In una non risalente occasione, nel fare richiamo alla pronunzia Corte Cost., 6/5/1985, n. 132 e ricordando come parte della dottrina (italiana ed Europea) suggerisca il riconoscimento della lesione come momento costitutivo di un diritto di credito che entra istantaneamente, al momento della lesione mortale, nel patrimonio della vittima quale corrispettivo del danno ingiusto, senza che rilevi la distinzione tra evento di morte mediata o immediata, questa Corte ha peraltro sottolineato come la ristorabilita’ anche del danno da morte, inteso come lesione del diritto inviolabile alla vita, in favore di chi la perde, si appalesi in realta’ imprescindibile, in quanto tutelato dall’articolo 2 Cost., e ora anche dalla Costituzione Europea (v. Cass., 12/7/2006, n. 15760).

Tale affermazione costituisce invero un obiter dictum, che nella stessa pronunzia viene definito ‘sistematico’ e necessitato dall’essere la Corte Suprema di Cassazione ‘vincolata dal motivo del ricorso’.

AVVOCATO DETERMINATO CHE NON PERDE TEMPO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA 051 6447838

CHIAMA SUBITO AFFIDATI A  UN AVVOCATO MOLTO ESPERTO

RISOLVI, LA DECISIONE E FERMEZZA E VELOCITA’ DI INTERVENTO  E’ LA MIA FORZA 

In dottrina si e’ per altro verso suggerito di configurare la perdita della vita in termini di perdita della chance di sopravvivenza.

Movendo dalla qualificazione giurisprudenziale della chance quale ‘entita’ patrimoniale giuridicamente ed economicamente valutabile’, che fa parte del soggetto la cui ‘perdita produce un danno attuale e risarcibile’; nonche’ argomentando dalla ammissione della risarcibilita’ del danno (conseguente ad errata diagnosi medica) consistente nelle chances di vivere di piu’ e meglio v. Cass., 16/10/2007, n. 21619. In giurisprudenza di merito v. Trib. Monza, 30/1/1998 (in Resp. civ., 1998, 696 ss.), si sostiene che, intendendo il dictum della Suprema Corte in una accezione piu’ ampia, come se dicesse ‘alla vittima che, per effetto di un comportamento (illecito/negligente, omissivo o attivo) di un dato soggetto, abbia perduto la chance di vivere piu’ a lungo, spetta il risarcimento del danno’, debba riconoscersi che allorquando viene colpito un bene gia’ parte del patrimonio della vittima rappresentato dalla ‘aspettativa di vita media’, non puo’ negarsene il ristoro.

Alla stessa stregua di quanto invero avviene, a prescindere dalla sua sopravvivenza per un apprezzabile arco temporale, per le cose materiali appartenenti alla vittima medesima, come ad esempio il diritto di proprieta’ sul veicolo distrutto in conseguenza del comportamento illecito altrui.

La suddetta ricostruzione e’ in effetti (anch’essa) sintomatica dell’avvertita esigenza di superare in qualche modo il recepito assunto della irrisarcibilita’ del danno da perdita della vita.

Proprio l’individuazione della chance quale entita’ patrimoniale giuridicamente ed economicamente valutabile, la cui perdita determina un danno attuale e risarcibile, depone peraltro per la relativa autonoma considerazione rispetto al bene vita, che, come da tempo in dottrina del resto sottolineato, e’ bene altro e diverso, in se’ anche la prima in realta’ racchiudendo.

Se ne trae comunque la conferma che la perdita della vita, bene massimo della persona, non puo’ lasciarsi invero priva di tutela (anche) civilistica.

Orbene, il risultato ermeneutico raggiunto dal prevalente orientamento giurisprudenziale appare non del tutto rispondente all’effettivo sentire sociale nell’attuale momento storico.

Il ricorso a soluzioni indirette, la cui strumentante traspare evidente, testimonia la necessita’ di ammettersi senz’altro la diretta ristorabilita’ del bene vita in favore di chi l’ha perduta in conseguenza del fatto illecito altrui.

Movendo dalla considerazione della morte quale massima lesione del bene salute si e’ nella giurisprudenza di merito e in dottrina segnalata l’incongruenza di un’interpretazione che riconosce ristorabile la compromissione anche lieve della integrita’ psico-fisica e la nega viceversa quando essa raggiunge appunto la massima espressione, a fortiori in ragione della circostanza che per quanto breve possa essere il lasso di tempo in cui sopraggiunge, la morte costituisce pur sempre conseguenza della lesione (in giurisprudenza di merito v. Trib. Venezia, 15/6/2009, cit.: ‘in ogni caso quel che si trasmette non e’ il diritto assoluto della persona, ma quello patrimoniale al risarcimento del danno. Si e’ ancora osservato che i diritti non sono azioni umane o beni che vivono in tempo, ma sono in uno spazio logico: ‘tra fatto e diritto esiste una relazione logica (istituita dall’ordinamento), ma non una relazione temporale’. In altri termini, se la morte determina una lesione della salute, nel senso che elimina alla radice, l’evento morte determina sul piano logico giuridico, la nascita di una pretesa risarcitoria spettante agli eredi in virtu’ dell’apertura della successione al momento della morte come stabilito dall’articolo 456 c.c.’. Negli stessi termini v. Trib. Venezia, 15/3/2004, in Arch. circolaz., 2004, 1013 ss. e in Danno e resp., 2005, 1137 ss.. Nel senso che la morte e’ da intendersi quale massima lesione del bene salute v. altresi’, in giurisprudenza di legittimita’, Cass., 7/6/2010, n. 13672; Cass., 12/2/2010, n. 3357; Cass., 8/4/2010, n. 8360; Cass., 2/4/2012, n. 6273, e, da ultimo, Cass., 21/3/2013, n. 7126; e, in giurisprudenza di merito, Trib. S. Maria C.V., 14/5/2003, cit.; Trib. Brindisi, 5/8/2002; Trib. Messina 17/7/2002; Trib. Foggia 28/6/2002; Trib. Vibo Valentia, 28/5/2001 (in Danno e resp., 2001, 1095 ss.); Trib. Cassino, 8/4/1999 (in Giur. it., 2000, 1200 ss.); Trib. Massa Carrara, 19/12/1996 (in Danno e resp., 1997, 354 ss.); Trib. Civitavecchia, 26/2/1996 (in Riv. circ. e trasp., 1996, 958); Trib. Vasto, 17/7/1996; Pret. Montella, 12/4/1996 (in Nuovo dir., 1998, 855 ss.); Trib. Napoli, 6/2/1991 (in Arch. circolaz., 1991, 586 ss.).

Orbene, che il diritto alla vita sia altro e diverso dal diritto alla salute costituisce dato invero inconfutabile, quest’ultima rappresentando un minus rispetto alla prima, che ne costituisce altresi’ il presupposto.

Siffatta distinzione non comporta tuttavia necessariamente la conclusione che della perdita della vita debba negarsi la ristorabilita’.

In dottrina si e’ di recente autorevolmente suggerito di mutare l’impostazione del problema.

Nel sottolinearsi che le categorie giuridiche non costituiscono un dato oggettivo esistente in rerum natura, come il fatto che nelle stesse l’interprete si sforza di sussumere ai fini dell’applicazione del diritto, ma e’ uno strumento che lo stesso interprete a tale scopo crea, si e’ osservato, evocando in particolare la recente Cass., 17/7/2012, n. 12236, che non essendo entita’ oggettiva ne’ costituendo a priori concettuale ben possono le categorie essere dall’interprete poste ‘in qualunque momento in discussione’, e cio’ ‘al di la’ della forza attrattiva di sedimentazioni storiche che ci conducono ad utilizzare certi paradigmi’.

Si e’ criticamente osservato che ‘Pretendere di giustificare le soluzioni in funzione di categorie classificatorie preconfezionate (e il limite risulta tanto piu’ paradossale in quanto nella specie si tratta di categorie di derivazione giurisprudenziale), se puo’ risultare indifferente nella maggior parte dei casi, quando si tratta di risolvere problemi in qualche modo consueti, e rispetto ai quali il profilo qualificativo puo’ ritenersi scontato ed e’ comunque pacificamente accolto in base a criteri di valore condivisi, appare invece ingiustificato ed ambiguo quando si tratta di dare soluzione a problemi nuovi, dietro i quali pulsano contrasti in chiave assiologica e rispetto ai quali il pacifico riferimento ad una categoria classificatoria del passato risulterebbe inevitabilmente riduttivo e condizionante. E’ necessario allora mettere in discussione i nostri schemi tradizionali modificandone la struttura o forgiandone di nuovi. Perche’ le categoria non sono trovate dall’operatore giuridico, ma sono da lui (consapevolmente o inconsapevolmente) costruite in vista del caso pratico che si tratta di risolvere’.

Si e’ per altro verso posto in rilievo come sia invero ‘aprioristico sostenere che, essendo, nell’ordinamento civile, la funzione del risarcimento di segno riparatorio o consolatorio, ne sarebbe impensabile un’attuazione a favore del defunto’.

Si e’ proposto di considerare allora la vita come ‘riconducibile alla sfera dei diritti e alla loro relativa tutela finche’ appartiene al suo titolare’, e di intenderla viceversa ‘nell’ottica dei beni nel momento in cui viene distrutta’, rimarcando che all’esito della relativa estinzione, la vita ‘non e’ piu’ riconducibile ad un titolare, ma non per questo, nella sua oggettivita’, immeritevole di tutela nell’interesse della collettivita”.

L’ordito argomentativo risulta muovere anzitutto dal rilievo che ‘la qualificazione (e conseguentemente la tutela) in termini oggettivi non e’ alternativa ad una tutela in termini ‘ soggettivi (essendo per esempio consentito al titolare del nome di reagire contro una sua infondata contestazione o contro una sua pregiudizievole usurpazione)’.

Si e’ sottolineato, ancora, come in un ordinamento in cui il diritto alla salute e’ definito dalla giurisprudenza quale ‘situazione resistente a tutta oltranza’ (formulazione utilizzata da Cass., Sez. Un., 6/10/1979, n. 5172), sia ‘impensabile che invece il diritto alla vita possa degradare ad una tutela meno penetrante e diretta, finendo in qualche modo per dipendere dalla garanzia del primo’ (e si evidenzia che tale e’ sostanzialmente l’assunto di Cass., 24/3/2011, n. 6754).

Privo di fondamento si e’ altresi’ ravvisata la tesi secondo cui la vita non sarebbe protetta (almeno nell’ottica della tutela risarcitoria) in quanto tale, ma solo in quanto la sua ‘perdita derivi da una lesione del diritto alla salute’, obiettandosi essere ‘invero difficile pensare che un’ impostazione di questo tipo non dipenda dal modo con cui vengono aprioristicamente assunte, ai fini della soluzione, le categorie qualificanti’.

Si e’ stigmatizzato che la giurisprudenza, pur avendo ‘concorso a modificare, in tema di responsabilita’ civile, gli angusti schemi di derivazione codicistica’, degli stessi abbia poi finito per rimanere ‘(almeno entro certi limiti) schiava’.

Si e’ osservato che il problema risulta ‘non direttamente affrontato nei suoi profili qualificanti’ ma ‘aggirato’ la’ dove, ‘anziche’ circoscrivere il danno tanatologico alla sola lesione del bene vita, lo si sposta sul terreno di un danno ulteriore (ed eventuale) qual e’ la sofferenza che la vittima ha subito nel percepire la fine della propria esistenza’, a tale stregua addivenendosi ad ‘artificiose enfatizzazioni’, quali l’individuazione del cd. danno catastrofico o del cd. danno biologico terminale, nonche’ a figure frutto della ‘fantasia della giurisprudenza’ quali il ‘danno al rapporto parentale’ e il ‘danno edonistico’ (figura quest’ultima di diritto americano, concernente il ‘piu’ ampio valore della vita’, comprendente ‘il profilo economico, quello morale, quello fisiologico; insomma (a) tutto il valore che si puo’ attribuire alla vita’: v. Corte distr. Illinois, 15/11/1995 (Sherrod v. Berry, Breen and City of Joiliet), in Foro it., 1987, 4, 71 ss.).

Si e’ invitato a ‘rompere’ allora ‘postulati categoriali’, e in particolare quello della ‘scontata coincidenza tra il punto di incidenza del danno e il titolare dell’azione risarcitoria’, mutando la prospettiva in modo da avere riguardo non piu’ alla posizione del titolare bensi’ a quello dell’intera collettivita’, alla stregua di quanto avviene relativamente in tema di interessi diffusi e di tutela di consumatore.

Si e’ proposto di considerare quindi la perdita del bene vita quale danno non gia’ del singolo individuo che la subisce bensi’ dell’intera collettivita’, in quanto ‘la morte rappresenta certo un danno (il piu’ grave fra quelli possibili) per la persona, ma anche un costo per la societa’ al quale deve corrispondere un risarcimento capace (sul terreno civilistico e non solo quindi sul versante delle sanzioni penali) di trasmettere ai consociati il disvalore dell’uccisione e la deterrenza della reazione dell’ordinamento’, sottolineandosi che ‘ridurre tutto al profilo della soggettivita’ e delle sue tutele e’ certamente riduttivo e per tanti versi distorcente’.

Diversamente, in dottrina si e’ del pari autorevolmente da altri sottolineata la possibilita’ e la necessita’ di non abbandonare i tradizionali schemi argomentativi e di trarre piuttosto da essi nuovi e differenti corollari.

Si e’ posto in rilievo come l’assunto della assenza di capacita’ giuridica della vittima si profili carente laddove non considera che al momento della lesione mortale la medesima e’ ancora in vita, ed e’ in tale momento che acquista il diritto al risarcimento (principio rispondente, secondo alcuni, al brocardo momentum mortis vitae tribuitur).

Si e’ ulteriormente osservato che tra fatto e diritto esiste una relazione ‘logica’ e non gia’ ‘temporale’, sicche’ nel determinare la scomparsa della persona la morte determina contestualmente anche l’insorgenza della pretesa risarcitoria e del relativo trapasso agli eredi.

Si e’ negato, sotto altro profilo, validita’ all’assunto che solo il danno conseguenza, e non anche il danno evento, debba ritenersi risarcibile, non trovando esso riscontro nel dato normativo e risultando smentito dalla stessa giurisprudenza.

Si e’ avvertito, con riguardo ad ulteriore aspetto, come la tesi dell’incedibilita’ e intrasmissibilita’ del diritto al risarcimento del danno non patrimoniale in ragione del relativo carattere strettamente personale sia stata superata dalla giurisprudenza (v. Cass., 3/10/2013, n. 22601), e si profili ormai generalmente recessiva sia nei sistemi di common law, ivi compreso quelli di diritto americano, che nei sistemi di diritto continentale, nello stesso ordinamento tedesco riconoscendosi agli eredi la pretesa al risarcimento del danno non patrimoniale (Schmerzengeld) acquistata in vita dal de cuius.

Al rilievo che il risarcimento non puo’ giovare alla vittima ormai defunta si obietta che la circostanza per la quale la prestazione e’ percepita da altri non tocca il titolo dell’obbligazione ne’ estingue la sua funzione risarcitoria, giacche’ anche attraverso la trasmissione per via ereditaria la vittima trae vantaggio dall’acquisizione del relativo credito, contribuendo esso ad accrescere l’eredita’ lasciata ai propri congiunti.

Si evidenzia, ancora, la fallacia dell’argomento secondo cui la morte non provoca sofferenza morale, atteso che la vittima comunque subisce il danno della perdita di un bene essenziale, senza altresi’ considerarsi che esso invero contrasta con il compiuto riconoscimento della risarcibilita’ del danno non patrimoniale in favore del neonato e del nascituro, e a fortiori dell’ente giuridico per violazione del diritto al nome, all’onore, all’immagine, alla reputazione, all’identita’.

Orbene, la tesi del danno collettivo e’ indubbiamente suggestiva.

Va senz’altro condivisa l’osservazione che le categorie dogmatiche create e poste dagli interpreti a base dell’argomentare non possono divenire delle ‘gabbie argomentative’ di cui risulti impossibile liberarsi anche quando conducano ad un risultato interpretativo non rispondente o addirittura in contrasto con il prevalente sentire sociale, in un determinato momento storico.

Degli schemi tradizionali si profila peraltro prodromicamente necessario verificare se sia possibile confermarne la validita’ e utilita’ nel quadro della ricostruzione sistematica compiuta dalle Sezioni Unite nel 2008, prima di darsi ingresso a soluzioni radicali come quella del danno collettivo, che prospetta aspetti di indubbia problematicita’, al di la’ del risultare connotata da profili di deterrenza e carattere sanzionatorio.

Va anzitutto posto in rilievo che un fondamentale principio dalle Sezioni Unite del 2008 posto a base, quale assioma o postulato, dell’argomentare e’ che solamente il danno conseguenza e’ risarcibile, non anche il danno evento.

Si e’ al riguardo in dottrina criticamente sottolineato che tale principio costituisce in realta’ esso stesso il risultato di un oscillante orientamento interpretativo, essendo stato in un primo tempo abbandonato e quindi riproposto all’esito dell’accoglimento da parte della giurisprudenza di legittimita’ della figura del danno biologico (v. Cass., 10/3/1992, n. 2840).

Costituendo quello secondo cui risarcibili sono solo i danni-conseguenza, e non anche il danno-evento, un principio basilare dell’architettura argomentativa su cui si sorregge la rilettura del sistema dei danni operata dalle Sezioni Unite del 2008 alla stregua dell’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 c.c. (cfr. Corte Cost., 27/10/1994, n. 372), non appare invero consentito quantomeno allo stato, a fortiori a distanza di si’ breve arco temporale, avuto riguardo alle esigenze di certezza del diritto, ‘conoscibilita” della regola di diritto e ragionevole prevedibilita’ della sua applicazione (cfr, Cass., Sez. Un., 11/7/2011, n. 15144) su cui si fonda (anche) il valore del giusto processo ex articolo Ili Cost. (cfr. Cass., 7/6/2011, n. 12408) farsi luogo in ordine al medesimo a un revirement interpretativo che la suindicata ricostruzione sistematica minerebbe alle fondamenta.

E’ invece ben possibile argomentare alla stregua della ‘logica interna’ di tale principio.

Orbene, esso non appare di per se’ idoneo ad escludere la ristorabilita’ del danno da perdita della propria vita.

Tale perdita non ha invero, per antonomasia, conseguenze inter vivos per l’individuo che appunto cessa di esistere, ma cio’ non puo’ e non deve tuttavia condurre a negarne in favore del medesimo il ristoro, giacche’ la perdita della vita, bene supremo dell’uomo e oggetto di primaria tutela da parte dell’ordinamento, non puo’ rimanere priva di conseguenze anche sul piano civilistico.

Vale al riguardo osservare che giusta incontrastato dato di esperienza ogni principio ha invero le sue eccezioni.

Orbene, non e’ chi non veda che il ristoro del danno da perdita della vita costituisce in realta’ ontologica ed imprescindibile eccezione al principio della risarcibilita’ dei soli danni-conseguenza.

La morte ha infatti per conseguenza ‘ la perdita non gia’ solo di qualcosa bensi’ di tutto. Non solo di uno dei molteplici beni, ma del bene supremo, la vita, che tutto il resto racchiude. Non gia’ di qualche effetto o conseguenza, bensi’ di tutti gli effetti e conseguenze.

Non si tratta quindi di verificare quali conseguenze conseguano al danno evento, al fine di stabilire quali siano risarcibili e quali no.

Nel piu’ sta il meno.

La morte determina la perdita di tutto cio’ di cui consta(va) la vita della (di quella determinata) vittima, che avrebbe continuato a dispiegarsi in tutti i molteplici effetti suoi propri se l’illecito dell’autore non ne avesse determinato la soppressione.

Come correttamente osservato in dottrina, la perdita della vita va in realta’ propriamente valutata ex ante e non gia’ ex post rispetto all’evento che la determina.

E’ allora proprio l’eccezione che vale a confermare la regola, evitando che la stessa risulti fallace in quanto insuscettibile di generare applicazione, si’ da legittimarne la revoca in dubbio.

Altra e diversa questione costituisce d’altro canto la definizione dell’ambito dell’eccezione, se cioe’ anche la perdita di altri diritti inviolabili e beni essenziali dell’uomo, oltre a quello alla vita, legittimi di per se’ l’attribuzione di un ristoro, a prescindere dalle conseguenze personali ed economiche che possano derivarne.

Vale al riguardo osservare come nella stessa giurisprudenza di legittimita’ si afferma, a volte, che la mera violazione di diritti inviolabili o di diritti fondamentali integra danno in re ipsa (in particolare, per l’affermazione che l’accertamento del superamento della soglia di normale tollerabilita’ di cui all’articolo 844 c.c. comporta, nella liquidazione del danno da immissioni, sussistente in re ipsa, l’esclusione di qualsiasi criterio di contemperamento di interessi contrastanti e di priorita’ dell’uso, in quanto venendo in considerazione, in tale ipotesi, unicamente l’illiceita’ del fatto generatore del danno arrecato a terzi, si rientra nello schema dell’azione generale di risarcimento danni di cui all’articolo 2043 c.c., e specificamente, per quanto concerne il danno alla salute, nello schema del danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’articolo 2059 c.c., v. Cass., 9/5/2012, n. 7048).

Deve in proposito peraltro ribadirsi che il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non puo’ considerarsi in re ipsa, risultando altrimenti snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno bensi’ quale pena privata per un comportamento lesivo (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, nn. 26972, 26973, 26974, 26975), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex articolo 2697 c.c..

A tale stregua, (pure) il danno non patrimoniale deve essere allora sempre allegato e provato, in quanto l’onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di ‘danno-conseguenza’, ma tutti i danni extracontrattuali sono da provarsi da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, la prova potendo essere d’altro canto data con ogni mezzo, anche per presunzioni (v. Cass., 3/10/2013, n. 22585; Cass., 20/11/2012, n. 20292; Cass., 16/2/2012, n. 2228. V. altresi’, successivamente alle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, Cass., 6/4/2011, n. 7844; Cass., 5/10/2009, n. 21223; Cass., 22/7/2009, n. 17101; Cass., l/7/2009, n. 1540).

Negare alla vittima il ristoro per la perdita della propria vita significa determinare una situazione effettuale che in realta’ rimorde alla coscienza sociale, costituendo ipotesi che del principio in argomento viene invero a minare la bonta’, dando adito ad aneliti di relativo abbandono o superamento in quanto divenuto una ‘gabbia interpretativa’ inidonea a consentire di pervenire a legittimi risultati ermeneutici, rispondenti al comune sentire sociale dell’attuale momento storico.

Deve pertanto revocarsi in dubbio l’assunto secondo cui, pur essendo superata da norme internazionali ed Europee, la discrasia tra ‘morte immediata’ e ‘lesioni mortali’ non costituisce invero lacuna o discriminazione costituzionalmente rilevante per il nostro ordinamento interno, posto che comunque il legislatore appresta mezzi di tutela, giurisdizionalmente azionabili (in sede penale e civile), sicche’ solo ‘de iure condendo’ appare auspicabile ‘una riforma che possa allineare il sistema italiano a quello internazionale o di diritto comune’ (cosi’ Cass., 2/4/2001, n. 4783).

Perde invero pregnanza il rilievo che il risarcimento del danno da perdita della vita assumerebbe una funzione meramente punitiva, propria invero della sanzione penale (in tal senso v. in particolare Cass., 24/3/2011, n. 6754), giacche’ la funzione compensativa risulta per converso pienamente assolta dall’obiettiva circostanza che il credito alla vittima spettante per la perdita della propria vita a causa dell’altrui illecito accresce senz’altro il suo patrimonio ereditario.

Vano risulta fare ricorso al presupposto del ‘lasso di tempo non trascurabile’ o al criterio dell’intensita’ della sofferenza, meri escamotages interpretativi per superare le iniquita’ scaturenti dalla negazione del risarcimento del danno da perdita della vita, e superare le disparita’ di trattamento derivanti dalla necessita’ di stabilire quale esso sia.

Inutile si appalesa il sopperire alla mancanza di ristoro della perdita della vita mediante l”attribuzione ai familiari ‘ iure proprio ‘ del diritto di risarcimento di tutti i danni non patrimoniali, comprensivi non delle sole sofferenze fisiche (eventuali danni biologici) o psichiche (danni morali o soggettivi), ma anche dei cd. danni esistenziali, consistenti nell’irredimibile, oggettiva e peggiorativa alterazione degli assetti affettivi e relazionali all’interno della famiglia (e che di un tanto si tratti emerge evidente dalla relativa ristorabilita’ riconosciuta anche in caso ‘ come piu’ sopra evidenziato ‘ di sopravvivenza protrattasi solamente per mezz’ora o per pochi attimi dopo il sinistro), derivante dalla morte’.

Soluzione che pone il rischio di confusioni concettuali ovvero di avallare l’idea dell’uso strumentale di determinati istituti per sopperire al mancato riconoscimento di altri.

Vengono meno anche le ragioni delle (peraltro condivisibili) perplessita’ emergenti in ordine alla persistente affermazione dell’irrisarcibilita’ dell’agonia inconsapevole (v. Trib. Venezia, 6/7/2009, cit; Trib. Venezia, 15/3/2004, cit.), le cui incongruenze argomentative emergono evidenti in ragione del segnalato riconoscimento della risarcibilita’ del danno non patrimoniale in favore del neonato e del nascituro v. Cass., 3/5/2011, n. 9700: ‘la mancanza del rapporto intersoggettivo che connota la relazione tra padre e figlio e’ divenuta attuale quando la figlia e’ venuta alla luce. In quel momento s’e’ verificata la propagazione intersoggettiva dell’effetto dell’illecito per la lesione del diritto della figlia (non del feto) al rapporto col padre; e nello stesso momento e’ sorto il suo diritto di credito al risarcimento, del quale e’ dunque diventato titolare un soggetto fornito della capacita’ giuridica per essere nato’; Cass., 11/5/2009, n. 10741, e a fortiori della persona giuridica e dell’ente per l’affermazione della risarcibilita’ del danno non patrimoniale allorquando il fatto lesivo incida su una situazione giuridica della persona giuridica o dell’ente che sia ‘equivalente’ ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla Costituzione, come il diritto all’immagine, alla reputazione, all’identita’ della persona giuridica o dell’ente, v. Cass., 4/6/2007, n. 12929; Cass., 9/5/2001, n. 10125. Nel senso che spetta alla persona giuridica e all’ente non patrimoniale, inteso come danno morale soggettivo, sofferto per la durata irragionevole del processo v. Cass., 4/6/2013, n. 13986; Cass., 1V12/2011, n. 25730; Cass., 29/3/2006, n. 7145; Cass., 18/2/2005, n. 3396; Cass., 16/7/2004, n. 13163. In ordine alla risarcibilita’ del danno all’immagine della P.A. v. Cass., 22/3/2012, n. 4542 e Cass., 4/6/2007, n. 12929, nonche’ Corte Cost., 15/12/2010, n. 355. Per l’affermazione che anche nei confronti delle persone giuridiche, e in genere degli enti collettivi, e’ configurabile il risarcimento del danno non patrimoniale, che non coincide con la pecunia doloris (danno morale), bensi’ ricomprende qualsiasi conseguenza pregiudizievole ad un illecito che, non prestandosi ad una valutazione monetaria basata su criteri di mercato, non possa essere oggetto di risarcimento ma di riparazione, v. Cass., 12/12/2008, n. 29185.

La perdita del bene vita, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile, e’ allora ex se risarcibile, nella sua oggettivita’, a prescindere pertanto dalla consapevolezza che il danneggiato/vittima ne abbia.

La giurisprudenza di legittimita’ ha d’altro canto gia’ avuto modo di affermare che la percezione della gravita’ della lesione dell’integrita’ personale della vittima nella fase terminale della sua vita puo’ essere anche ‘non cosciente’, il danno essendo anche in tal caso pur ‘sempre esistente’ (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163. V. altresi’ Cass., 19/10/2007, n. 21976; e, da ultimo, con riferimento al danno morale, Cass., 7/2/2012, n. 1716: sarebbe iniquo riconoscere il diritto soggettivo al risarcimento di un danno non patrimoniale diverso dal pregiudizio alla salute e consistente in sofferenze morali, e negarlo quando queste sofferenze non siano neppure possibili a causa dello stato di non lucidita’ del danneggiato. V. altresi’ Cass., 11/6/2009, n. 13530; Cass., 15/3/2007, n. 5987).

Va conclusivamente affermato che il danno non patrimoniale da perdita della vita consiste nella perdita del bene vita, bene supremo dell’individuo oggetto di un diritto assoluto e inviolabile dall’ordinamento garantito in via primaria, anche sul piano della tutela civile.

Trattasi di danno altro e diverso, in ragione del diverso bene tutelato, dal danno alla salute, e si differenzia pertanto dal danno biologico terminale e dal danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico) della vittima, rilevando ex se, nella sua oggettivita’ di perdita del bene vita, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile.

La perdita della vita va ristorata a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia, anche in caso di morte cd. immediata o istantanea, senza che assumano pertanto rilievo ne’ il presupposto della persistenza in vita per un apprezzabile lasso di tempo successivo al danno evento ne’ il criterio dell’intensita’ della sofferenza subita dalla vittima per la cosciente e lucida percezione dell’ineluttabile sopraggiungere della propria fine.

Il diritto al ristoro del danno da perdita della vita si acquisisce dalla vittima istantaneamente al momento della lesione mortale, e quindi anteriormente all’exitus, costituendo ontologica, imprescindibile eccezione al principio dell’irrisarcibilita’ del danno-evento e della risarcibilita’ dei soli danni-conseguenza, giacche’ la morte ha per conseguenza la perdita non gia’ solo di qualcosa bensi’ di tutto; non solamente di uno dei molteplici beni, ma del bene supremo della vita; non gia’ di qualche effetto o conseguenza, bensi’ di tutti gli effetti e conseguenze, di tutto cio’ di cui consta (va) la vita della (di quella determinata) vittima e che avrebbe continuato a dispiegarsi in tutti i molteplici effetti suoi propri se l’illecito non ne avesse causato la soppressione.

Il ristoro del danno da perdita della vita ha funzione compensativa, e il relativo diritto (o ragione di credito) e’ trasmissibile iure hereditatis (cfr. Cass., 3/10/2013, n. 22601), non patrimoniale essendo il bene protetto (la vita), e non gia’ il diritto al ristoro della relativa lesione.

Orbene, nel respingere ‘la domanda di risarcimento iure hereditario formulata dagli appellanti per il ristoro dei danni personali (da morte e da lesioni mortali) subiti dalla loro madre (OMISSIS), in quanto deceduta dopo circa tre ore e mezzo dal sinistro, dopo cioe’ un lasso di tempo insufficiente a far sorgere in capo alla vittima il diritto ad indennizzi di sorta’, la corte di merito ha disatteso i principi da questa Corte ‘ anche a Sezioni Unite ‘ posti gia’ in tema di danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico), ravvisato ristorabile anche in caso di sopravvivenza della vittima per poche ore (v. Cass., 21/3/2013, n. 7126), anche solo due (v. Cass., 22/3/2007, n. 6946; Cass., 31/5/2005, n. 11601), e financo per una mera mezz’ora (v. Cass., 8/4/2010, n. 8360) o addirittura pochi attimi (v. Cass., 7/6/2010, n. 13672) dopo il sinistro.

Alla stregua di quanto sopra osservato in ordine alle incongruenze e agli aspetti ingiustificatamente discriminatori che (cosi’ come quella del danno biologico terminale) la figura del danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico) prospetta (si pensi, ad esempio, con riferimento all’ipotesi di aereo dirottato da terroristi e lanciato verso un preannunziato attacco terroristico, al differente trattamento della vittima inconsapevole, in quanto affetta da malattia o perche’ neonata, cui essa conduce rispetto alla vittima rimasta viceversa lucidamente in attesa dell’evento mortale), e a fortiori della segnalata diversita’ dell’oggetto del bene vita, la perdita della vita deve ritenersi dunque di per se’ ristorabile in favore della vittima che la subisce, irrilevanti al riguardo invero essendo sia il presupposto della permanenza in vita per un apprezzabile lasso di tempo successivo al danno evento che il criterio dell’intensita’ della sofferenza della vittima per la cosciente e lucida percezione dell’ineluttabile sopraggiungere della propria fine.

Deve a tale stregua nel caso senz’altro riconoscersi (anche) il danno da perdita della vita sia della (OMISSIS) che del (OMISSIS) dagli odierni ricorrenti (OMISSIS) e (OMISSIS) sia iure proprio che iure hereditatis subito.

E’ al riguardo appena il caso di rilevare che non si prospetta nella specie l’applicazione del principio della cd. prospective overruling, secondo cui, facendo eccezione al principio in base al quale la pronunzia con cui il giudice della nomofilachia muta la propria precedente interpretazione si applica retroattivamente (sicche’ anche il caso portato alla sua attenzione viene deciso in base alla nuova regola), in ragione del carattere lungamente consolidato nel tempo del pregresso indirizzo tale da indurre la parte a un ragionevole affidamento su di esso, il relativo abbandono si connoti del carattere della (assoluta) imprevedibilita’, nel qual caso la norma non si applica secondo il nuovo significato attribuitale nei confronti della parte che abbia confidato incolpevolmente (e cioe’ non oltre il momento di oggettiva conoscibilita’ dell’arresto nomofilattico correttivo, da verificarsi in concreto) nella consolidata precedente interpretazione della regola stessa (v. Cass., Sez. Un., 11 luglio 2011, n. 15144).

Come questa Corte ha gia’ avuto modo di affermare, il suindicato principio dell’overruling opera infatti in caso di mutamento di consolidata interpretazione di norma processuale, comportante un effetto preclusivo del diritto di azione o di difesa in danno di una parte del giudizio v. Cass., 27/12/2011, n. 28967. Conformemente v. Cass., 11/3/2013, n. 5962. Cfr. altresi’ Cass., 17/5/2012, n. 7755; Cass., 4/5/2012, n. 6801; Cass., 28/2/2012, n. 3042; Cass., 30/12/2011, n. 30111; Cass., 7/2/2011, n. 3030, e non anche in ipotesi di (radicale) mutamento di orientamento interpretativo in ordine a norma come nella specie di diritto sostanziale cfr. Corte Europea dei diritti dell’uomo, 18 dicembre 2008, n. 20153/04, Unedic c. Francia; Cass., 17/5/2012, n. 7755; Cass., 4/5/2012, n. 6801; Cass., 3/11/2011, n. 22799.

In ordine alla quantificazione del danno da perdita del bene vita in favore della persona che appunto la perde va osservato che esso (come del resto il danno biologico terminale e il danno morale terminale della vittima), non e’ contemplato dalle Tabelle di Milano.

Il danno biologico terminale o il danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico), sono stati quantificati con applicazione del criterio equitativo cd. puro (v. Cass., 21/3/2013, n. 7126) ovvero, e piu’ frequentemente, movendo dal dato tabellare dettato per il danno biologico, e procedendo alla relativa personalizzazione (v., in particolare, Cass., 8/4/2010, n. 8360).

Anche allorquando si e’ in giurisprudenza di merito fatto riferimento alla lesione del bene vita in se’ considerato, ai fini liquidatori si e’ del pari solitamente utilizzato il criterio tabellare, riferito a soggetto con invalidita’ al 100% (v. in particolare la citata Trib. Venezia, 15/6/2009).

Idoneo parametro di liquidazione e’ stato altresi’ ritenuto l’indennizzo previsto dalla Legge n. 497 del 1999 per i parenti delle vittime del disastro del Cermis (v. Trib. Roma, 27/11/2008, in Danno e resp., 2010, 533 ss.).

Come correttamente osservato in dottrina, l’autonomia del bene vita rispetto al bene salute/integrita’ psico-fisica impone peraltro di individuarsi un sistema di quantificazione particolare e specifico, diverso da quello dettato per il danno biologico.

Si e’ al riguardo evocato il criterio del rischio equivalente, elaborato dalla dottrina nordamericana.

Nel sottolinearsi le perplessita’ che esso peraltro suscita laddove, nella versione ‘soggettivistica’ (che ai fini della determinazione della somma dovuta rimette all’indicazione della stessa vittima di quanto sarebbe disposta a pagare o ad accettare al fine di evitare o di sostenere il rischio dell’illecito) prospetta un rischio di ‘sovrastima’ che ciascuno puo’ assegnare al valore della propria vita, e in quella statistico-oggettiva di cd. salutazione sociale che rimette a quanto una data collettivita’ (categoria di lavoratori, abitanti di una certa area geografica, ecc.) sarebbe disposta a pagare per ridurre le probabilita’ di morte di un soggetto, di identita’ non nota, alla stessa appartenente prospetta un rischio di ‘indifferenza’ nei confronti della vittima e delle circostanze del caso concreto, si e’ invero adombrata la possibilita’ di farsi riferimento a quest’ultimo criterio ‘correggendolo con riferimenti legati al caso di specie, quali l’eta’ della vittima e, quando sussistano elementi idonei, il valore indicativo attribuito dal danneggiato alla propria vita (ad es., gli oneri assicurativi sopportati in proporzione alla sua capacita’ patrimoniale)’.

Come gia’ con riferimento alla liquidazione del danno non patrimoniale e al sistema delle tabelle, va ribadito che la valutazione equitativa spetta al giudice di merito ed e’ rimessa alla sua prudente discrezionalita’ l’individuazione dei criteri di relativa valutazione.

La stessa indicazione delle Tabelle di Milano e’ stata da questa Corte operata non gia’ contrapponendo ‘una propria scelta a quella gia’ effettuata dai giudici di merito’ ma limitandosi a prendere atto della relativa pregressa diffusione e della conseguentemente palesata ‘vocazione nazionale’ (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).

Essendo la vita in se’ e per se’ insuscettibile di valutazione economica in un determinato preciso ammontare, appare imprescindibile che il diritto privato consenta di riconoscersi alla vittima per la perdita del suo bene supremo un ristoro che sia equo, nel significato delineato dalla giurisprudenza di legittimita’ (v. Cass., 7/6/2011, n. 12408).

Deve ritenersi allora ammissibile qualsiasi modalita’ che consenta di addivenire ad una valutazione equa.

Non appare a tal fine invero idonea una soluzione di carattere meramente soggettivo, ne’ la determinazione di un ammontare uguale per tutti, a prescindere cioe’ dalla relativa personalizzazione (in considerazione ad esempio dell’eta’ delle condizioni di salute e delle speranze di vita futura, dell’attivita’ svolta, delle condizioni personali e familiari della vittima).

Vale al riguardo altresi’ segnalare che dal riconoscimento della ristorabilita’ della perdita del bene vita in se’ e per se’ considerato, anche in caso di immediatezza o istantaneita’ della morte, deriva, quale corollario, la necessita’ di procedere alla relativa quantificazione senza dare in ogni caso ingresso a duplicazioni risarcitorie.

Rigettati i ricorsi proposti in via incidentale, l’accoglimento nei suindicati termini del ricorso proposto dai sigg. (OMISSIS) e (OMISSIS) nonche’ dai sigg. (OMISSIS) e (OMISSIS) comporta, assorbita ogni altra e diversa questione, la cassazione in relazione dell’impugnata sentenza e il rinvio alla Corte d’Appello di Milano, che in diversa composizione procedera’ a nuovo esame, facendo applicazione dei seguenti principi:

– la categoria generale del danno non patrimoniale, che attiene alla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da valore di scambio, e’ di natura composita e (cosi’ come il danno patrimoniale si scandisce in danno emergente e lucro cessante) si articola in una pluralita’ di aspetti (o voci), con funzione meramente descrittiva, quali il danno morale, il danno biologico e il danno da perdita del rapporto parentale o cd. esistenziale;

– il danno morale va inteso a) come patema d’animo o

sofferenza interiore o perturbamento psichico nonche’ b) come lesione alla dignita’ o integrita’ morale, quale massima espressione della dignita’ umana;

– del danno non patrimoniale il ristoro pecuniario non puo’ mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, sicche’ se ne impone la valutazione equitativa;

– la valutazione equitativa, che attiene alla quantificazione e non gia’ all’individuazione del danno, deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravita’ della lesione;

– i criteri di valutazione equitativa, la cui scelta e adozione e’ rimessa alla prudente discrezionalita’ del giudice, devono essere idonei a consentire altresi’ la cd. personalizzazione del danno, al fine di addivenirsi ad una liquidazione equa, e cioe’ congrua, adeguata e proporzionata;

– la liquidazione deve rispondere ai principi dell’integralita’ del ristoro, e pertanto:

  1. a) non deve essere puramente simbolica o irrisoria o comunque non correlata all’effettiva natura o entita’ del danno ma tendere, in considerazione della particolarita’ del caso concreto e della reale entita’ del danno, alla maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento;
  2. b) deve concernere tutti gli aspetti (o voci) di cui la generale ma composita categoria del danno non patrimoniale si compendia;

– il principio della integralita’ del ristoro subito dal danneggiato non si pone in termini antitetici ma trova per converso correlazione con il principio in base al quale il danneggiante e’ tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito a lui causalmente ascrivibile, l’esigenza della cui tutela impone di evitarsi altresi’ duplicazioni risarcitorie, le quali si configurano (solo) allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o piu’ volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito ed incidenti sulla persona del danneggiato;

– nel liquidare il danno morale il giudice deve dare motivatamente conto del relativo significato al riguardo considerato, e in particolare se lo abbia valutato non solo quale patema d’animo o sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale soggettivo), ma anche in termini di dignita’ o integrita’ morale, quale massima espressione della dignita’ umana;

– il danno da perdita del rapporto parentale o cd. esistenziale (che consiste nello sconvolgimento dell’esistenza sostanziatesi nello sconvolgimento delle abitudini di vita, con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione ‘ sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare -; in fondamentali e radicali scelte di vita diversa) risulta integrato in caso come nella specie di sconvolgimento della vita subito dal coniuge (nel caso, il marito) a causa della morte dell’altro coniuge (nel caso, la moglie);

– costituisce danno non patrimoniale altresi’ il danno da perdita della vita, quale bene supremo dell’individuo, oggetto di un diritto assoluto e inviolabile garantito in via primaria da parte dell’ordinamento, anche sul piano della tutela civilistica;

– il danno da perdita della vita e’ altro e diverso, in ragione del diverso bene tutelato, dal danno alla salute, e si differenzia dal danno biologico terminale e dal danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico) della vittima, rilevando ex se nella sua oggettivita’ di perdita del principale bene dell’uomo costituito dalla vita, a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia, e dovendo essere ristorato anche in caso di morte cd. immediata o istantanea, senza che assumano pertanto al riguardo rilievo la persistenza in vita all’esito del danno evento da cui la morte derivi ne’ l’intensita’ della sofferenza interiore patita dalla vittima in ragione della cosciente e lucida percezione dell’ineluttabile sopraggiungere della propria fine;

– il diritto al ristoro del danno da perdita della vita si acquisisce dalla vittima istantaneamente al momento della lesione mortale, e quindi anteriormente all’exitus, costituendo ontologica, imprescindibile eccezione al principio dell’irrisarcibilita’ del danno-evento e della risarcibilita’ dei soli danni-conseguenza, giacche’ la morte ha per conseguenza la perdita non gia’ solo di qualcosa bensi’ di tutto; non solamente di uno dei molteplici beni, ma del bene supremo della vita; non gia’ di qualche effetto o conseguenza, bensi’ di tutti gli effetti e conseguenze, di tutto cio’ di cui consta (va) la vita della (di quella determinata) vittima e che avrebbe continuato a dispiegarsi in tutti i molteplici effetti suoi propri se l’illecito non ne avesse causato la soppressione;

– il ristoro del danno da perdita della vita ha funzione compensativa, e il relativo diritto (o ragione di credito) e’ trasmissibile iure hereditatis;

– il danno da perdita della vita e’ imprescindibilmente rimesso alla valutazione equitativa del giudice;

– non essendo il danno da perdita della vita della vittima contemplato dalle Tabelle di Milano, e’ rimessa alla prudente discrezionalita’ del giudice di merito l’individuazione dei criteri di relativa valutazione che consentano di pervenire alla liquidazione di un ristoro equo, nel significato delineato dalla giurisprudenza di legittimita’, non apparendo pertanto idonea una soluzione di carattere meramente soggettivo, ne’ la determinazione di un ammontare uguale per tutti, a prescindere cioe’ dalla relativa personalizzazione, in considerazione in particolare dell’eta’ delle condizioni di salute e delle speranze di vita futura, dell’attivita’ svolta, delle condizioni personali e familiari della vittima.

audizione del minore nei procedimenti di famiglia Bologna  

 

audizione del minore nei procedimenti di famiglia Bologna

in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale.” (Cass. Sez. U. n. 22238 del 21/10/2009) e che l’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento puo’ avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore (Cass.n. 3913 del 16/02/2018, tra molte).
in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale.” (Cass. Sez. U. n. 22238 del 21/10/2009) e che l’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento puo’ avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore (Cass.n. 3913 del 16/02/2018, tra molte).

audizione del minore nei procedimenti di famiglia Bologna   
audizione del minore nei procedimenti di famiglia Bologna  

in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale.” (Cass. Sez. U. n. 22238 del 21/10/2009) e che l’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento puo’ avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore (Cass.n. 3913 del 16/02/2018, tra molte).
in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale.” (Cass. Sez. U. n. 22238 del 21/10/2009) e che l’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento puo’ avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore (Cass.n. 3913 del 16/02/2018, tra molte).

DEVI SEPARARTI? CHE FUNZIONE E QUANDO PUO’ ESSERE SENTITO IL MINORE .,GUARDIAMOLO INSIEME

Una serie di commenti a sentenze di avvocato a Bologna Sergio Armaroli per dare una prima idea degli orientamenti di giurisprudenza, si tratta di articoli sulle successioni, sulla separazione e divorzio, e sul danno alla persona da incidente  stradale a responsabilita' medica.

  1. “L’audizione dei minori, già prevista nell’articolo 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario, nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ed in particolare in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell’articolo 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. n. 77 del 2003, e dell’articolo 155-sexies c.c., introdotto dalla L. n. 54 del 2006, salvo che l’ascolto possa essere in contrasto con gli interessi superiori del minore.

 

  1. Costituisce, pertanto violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto che non sia sorretto da espressa motivazione sull’assenza di discernimento che ne puo’ giustificare l’omissione, in quanto il minore è portatore d’interessi contrapposti e diversi da quelli del genitore, in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale.” (Cass. Sez. U. n. 22238 del 21/10/2009) e che l’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento puo’ avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore (Cass.n. 3913 del 16/02/2018, tra molte).

 

avvocato AVVOCATO A BOLOGNA
avvocato Sergio Armaroli

 

  1. Come è stato chiarito, con specifico riferimento alla funzione ed agli obiettivi perseguiti “… l’ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le piu’ rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonchè elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse.” (Cass. n. 6129 del 26/03/2015), anche se le sue dichiarazioni non vincolano il giudice nell’adozione dei provvedimenti nel superiore interesse del minore.

Cassazione civile, sez. I, 07 Maggio 2019, n. 12018. Est. Tricomi.

Procedimenti in materia di famiglia – Ascolto del minore

L’audizione dei minori, già prevista nell’articolo 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario, nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ed in particolare in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell’articolo 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. n. 77 del 2003, e dell’articolo 155-sexies c.c., introdotto dalla L. n. 54 del 2006 (v. oggi art. 336-bis c.c.), salvo che l’ascolto possa essere in contrasto con gli interessi superiori del minore. Costituisce, pertanto violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto che non sia sorretto da espressa motivazione sull’assenza di discernimento che ne puo’ giustificare l’omissione, in quanto il minore è portatore d’interessi contrapposti e diversi da quelli del genitore, in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale. L’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento puo’ avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore. L’ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le piu’ rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonchè elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse, anche se le sue dichiarazioni non vincolano il giudice nell’adozione dei provvedimenti nel superiore interesse del minore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

RITENUTO

CHE:(*) ricorre per cassazione avverso il decreto della Corte di appello di Venezia che, in procedimento concernente – tra l’altro – la richiesta di modifica delle condizioni di divorzio congiunto concernenti la collocazione del minore (*) (nato il (*)) – già disposta presso la madre (*) in Treviso, ove questa si era trasferita come da accordi, con affidamento al Servizio sociale di detto Comune di Treviso dal Tribunale – a proprio favore in Milano, aveva respinto tale richiesta.

Il ricorso consta di cinque motivi, corredati da memoria. (*) ha replicato con controricorso corroborato da memoria. Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi dell’articolo 375 c.p.c., u.c., e articolo 380 bis 1 c.p.c.. Il P.G. ha chiesto il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO

CHE:

1.1. Preliminarmente va respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso proposta dalla (*) giacchè anche in relazione alle condizioni di divorzio afferenti i figli trova applicazione il principio secondo il quale “Il decreto pronunciato dalla corte d’appello in sede di reclamo avverso il provvedimento del tribunale in materia di modifica delle condizioni della separazione personale concernenti l’affidamento dei figli ed il rapporto con essi, ovvero la revisione delle condizioni inerenti ai rapporti patrimoniali fra i coniugi ed il mantenimento della prole ha carattere decisiorio e definitivo ed è, pertanto, ricorribile in cassazione ai sensi dell’articolo 111 Cost.” (Cass. n. 11218 del 10/05/2013).

1.2. Va altresi’ dichiarata irricevibile la documentazione depositata in uno alla memoria della (*) (plurime relazioni dei Servizi sociali cronologicamente successive al decreto impugnato e decreto del Tribunale di Treviso relativo a diverso procedimento, sia pure tra le stesse parti): tale documentazione non rientra tra quella afferente alla nullità della sentenza impugnata, all’ammissibilità del ricorso e del controricorso, consentita ai sensi e con le modalità di cui all’articolo 372 c.p.c..

2.1. Con il primo motivo si denuncia la nullità della pronuncia e la violazione dell’articolo 112 c.p.c., la violazione e falsa applicazione degli articoli 336 bis e 337 octies c.c., dell’articolo 12 della Convenzione di New York 20 novembre 1989, ratificata con L. 27 maggio 1991, n. 176 e dell’articolo 3 della Convenzione di Strasburgo 25 gennaio 1996, ratificata con L. 2 marzo 2003, n. 77.

Il ricorrente, rammentando di avere richiesto con il reclamo che venisse disposto dalla Corte di appello l’ascolto diretto del figlio, oltre che la rinnovazione della CTU, si duole che la Corte di appello non solo non vi abbia provveduto, ma non abbia nemmeno illustrato le ragioni per le quali non aveva inteso dare seguito alla richiesta.

2.2. Con il secondo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione degli articoli 337 ter e 337 octies c.c..

Il ricorrente si duole che la Corte di appello abbia omesso di prendere in considerazione la volontà del figlio, favorevole ad un rientro a Milano per vivere con il padre e la sua nuova famiglia, manifestata nel corso della CTU, e di motivare sulle ragioni della non condivisione nell’adozione del provvedimento impugnato.

2.3. I motivi vanno trattati congiuntamente perchè strettamente connessi. Sono inammissibili e vanno disattesi.

2.4. In proposito va rammentato che “L’audizione dei minori, già prevista nell’articolo 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario, nelle procedure giudiziarie che li riguardino, ed in particolare in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell’articolo 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. n. 77 del 2003, e dell’articolo 155-sexies c.c., introdotto dalla L. n. 54 del 2006, salvo che l’ascolto possa essere in contrasto con gli interessi superiori del minore. Costituisce, pertanto violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto che non sia sorretto da espressa motivazione sull’assenza di discernimento che ne puo’ giustificare l’omissione, in quanto il minore è portatore d’interessi contrapposti e diversi da quelli del genitore, in sede di affidamento e diritto di visita e, per tale profilo, è qualificabile come parte in senso sostanziale.” (Cass. Sez. U. n. 22238 del 21/10/2009) e che l’audizione del minore infradodicenne capace di discernimento puo’ avvenire direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore (Cass.n. 3913 del 16/02/2018, tra molte).

Come è stato chiarito, con specifico riferimento alla funzione ed agli obiettivi perseguiti “… l’ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età minore ove capace di discernimento, costituisce una modalità, tra le piu’ rilevanti, di riconoscimento del suo diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, nonchè elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse.” (Cass. n. 6129 del 26/03/2015), anche se le sue dichiarazioni non vincolano il giudice nell’adozione dei provvedimenti nel superiore interesse del minore.

2.5. Tanto premesso, osserva la Corte che tali principi risultano rispettati nella decisione impugnata e che quanto prospettato dal ricorrente non trova riscontro in atti.

Innanzi tutto va osservato che, dalla lettura del decreto si evince – come rimarcato nel controricorso e nelle conclusioni rassegnate dal PG – che il minore fu ascoltato nel corso del primo grado a cura del CTU e che questi tenne conto delle sue dichiarazioni nell’ambito dell’approfondito esame delle risultanze istruttorie confluite nell’elaborato peritale, posto a fondamento dei provvedimenti adottati dal giudice.

Risultano espresse anche le ragioni per cui la Corte di appello ha disatteso il desiderio manifestato dal figlio di rientrare in Milano dal padre: segnatamente, viene rimarcato che tale desiderio appariva conseguire al comportamento tenuto dal padre in opposizione alla madre, comportamento tale da indurre il minore “a schierarsi nel conflitto fra i genitori a favore del padre” ed a “manifestare l’insistente desiderio del suo rientro a Milano e la sua impossibilità di inserirsi nell’ambiente materno” e da coinvolgerlo “in un ruolo ed in scelte e decisioni che competono agli adulti” (fol.2).

Da cio’ si desume che entrambe le doglianze risultano assertive, non si confrontano con l’effettivo decisum e con i profili motivazionali chiaramente esplicitati, nè illustrano con la dovuta specificità – come era onere della parte (Cass. n. 7177 del 2/8/1997) – in che termini ed in che modo la questione sia stata posta: vanno pertanto dichiarate inammissibili.

3.1. Con il terzo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione del’articolo 709 ter c.p.c.in merito alla conferma della misura dell’ammonimento inflitta dal Tribunale di Treviso a carico del (*).

3.2. Anche questo motivo è inammissibile perchè il ricorrente, lungi dal criticare la decisione impugnata, si limita a riproporre la propria tesi ed i propri convincimenti.

4.1. Con il quarto motivo si denuncia l’omessa pronuncia e la violazione e falsa applicazione del’articolo 91 c.p.c..

Il ricorrente si duole che, a fronte del reclamo proposto in merito alla condanna alle spese con parziale compensazione pronunciata a suo carico dal primo giudice, la Corte di appello abbia omesso di pronunciarsi e cio’ nonostante egli avesse evidenziato che la (*) doveva ritenersi la parte maggiormente soccombente.

4.2. Con il quinto motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione degli articoli 91 c.p.c. e ss. quanto alla condanna alle spese di lite. Il ricorrente si duole che la Corte di appello abbia compensato le spese di lite, dovendo invece, a suo dire, disporre la condanna a carico della (*) in ragione della soccombenza.

4.3. Il quarto motivo è infondato, quanto all’omessa pronuncia. Invero il rigetto del reclamo del (*) è comprensivo anche del rigetto dell’impugnazione sulla statuizione circa le spese di giudizio del primo grado.

4.4. I motivi quarto e quinto sono inammissibili, quanto alla violazione degli articoli 91 c.p.c. e ss. giacchè, come questa Corte ha già affermato, “In tema di spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le stesse non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, per cui vi esula, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di compensarle in tutto o in parte, sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca che in quella di concorso di altri giusti motivi.” (Cass. n. 24502 del 17/10/2017): posto che la reciproca soccombenza non è in discussione, il ricorrente sostanzialmente mira ad ottenere una nuova valutazione di merito.

5.1. In conclusione, il ricorso va rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza nella misura liquidata in dispositivo. Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.

Sussistono i presupposti per l’applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

– Rigetta il ricorso;

– Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità che liquida nel compenso di Euro 4.000,00, oltre spese generali liquidate forfettariamente nella misura del 15%, Euro 200,00 per esborsi ed accessori di legge;

– Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52;

– Dà atto, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo 

Il patto che limita la concorrenza da parte dell’agente di commercio

Il patto che limita la concorrenza da parte dell’agente di commercio

Il patto che limita la concorrenza da parte dell’agente di commercio
Il patto che limita la concorrenza da parte dell’agente di commercio

  • norme di riferimento sono l’art. 1751 bis c.c., introdotto dal D.Lgs 10/9/91 n°303 e dalla legge 422/2000, nonché l’art. 14 dell’A.E.C. del 20/3/02 del settore industriale.
  • Per la validità del patto di non concorrenza post contrattuale è sufficiente che la pattuizione del divieto risulti da atto scritto, senza cioè che sia necessario specificare, anche la zona, la clientela, il genere di prodotti, la durata, e la relativa indennità, in quanto essi sono determinabili per relationem.
  • Il patto che limita la concorrenza da parte dell’agente di commercio
    Il patto che limita la concorrenza da parte dell’agente di commercio

Assolutamente deve esser per iscritto ai sensi dell’articolo 1751 bis del Codice Civile. Il patto deve riguardare la medesima zona territoriale, la clientela e i prodotti per i quali era stato concluso il precedente contratto di agenzia. Inoltre, la durata massima del patto di non concorrenza, può essere di 2 anni. 

Dal 2001 l’agente per il patto di non concorrenza deve avere un corrispettivo perché tale patto limita in futuro la sua attvita’ (entrata in vigore della legge 422/2000 articolo 23), riguarda l’obbligo di un corrispettivo da liquidarsi all’atto dello scioglimento del rapporto lavorativo, nell’ipotesi che l’agent eaccetti tale patto.

 (Modifica all’articolo 1751-bis del codice civile).

  1. In attuazione dell’articolo 20 della direttiva 86/653/CEE del Consiglio, del 18 dicembre 1986, all’artico1o 1751-bis del codice civile è aggiunto il seguente comma:
    “L’accettazione del patto di non concorrenza comporta, in occasione della cessazione del rapporto, la corresponsione all’agente commerciale di una indennità di natura non provvigionale. L’indennità va commisurata alla durata, non superiore a due anni dopo l’estinzione del contratto, alla natura del contratto di agenzia e all’indennità di fine rapporto. La determinazione della indennità in base ai parametri di cui al precedente periodo è affidata alla contrattazione tra le parti tenuto conto degli accordi economici nazionali di categoria. In difetto di accordo l’indennità è determinata dal giudice in via equitativa anche con riferimento:
    1) alla media dei corrispettivi riscossi dall’agente in pendenza di contratto ed alla loro incidenza sul volume d’affari complessivo nello stesso periodo;
    2) alle cause di cessazione del contratto di agenzia;
    3) all’ampiezza della zona assegnata all’agente;
    4) all’esistenza o meno del vincolo di esclusiva per un solo preponente”.
  2. Le disposizioni di cui al comma 1 si applicano esclusivamente agli agenti che esercitano in forma individuale, di società di persone o di società di capitali con un solo socio, nonché, ove previsto da accordi economici nazionali di categoria, a società di capitali costituite esclusivamente o prevalentemente da agenti commerciali. Le disposizioni di cui al comma 1 acquistano efficacia dal 1° giugno 2001.

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RAVENNA DANNO PER  MORTE CONGIUNTO OTTIENI ORA DANNO

RAVENNA DANNO PER  MORTE CONGIUNTO RISARCITO

 

danno biologico risarcibile
danno biologico risarcibile

 

 

AVVOCATO CHE NON SI ARRENDE MAI AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838 3358174816  051 6447838  3358174816  

Espone che, in conseguenza della commorienza della moglie e dei due figli, aveva patito una malattia psichica; che l’esistenza di tale malattia era stata accertata dal consulente tecnico d’ufficio nominato dal Tribunale, e che la suddetta malattia aveva lasciato postumi permanenti stimati dall’ausiliario del giudice in misura pari ad una compromissione del 50% della complessiva validità dell’individuo. Soggiunge che, in applicazione dei criteri uniformi per la stima del danno alla salute adottati dal Tribunale adito (le c.d. tabelle milanesi), un’invalidità di tale grado, in un soggetto della sua età (31 anni al momento del fatto), si sarebbe dovuta monetizzare con la somma di 361.920 Euro, mentre il Tribunale aveva ritenuto di liquidare il danno alla salute patito dall’odierno ricorrente in soli 50.000 Euro.

 

Risarcimento danni morali in un incidente stradale mortale

Il danno che di diritto spetta ai parenti prossimi del deceduto a causa di un incidente stradale mortaleviene valutato seguendo tabelle pubblicate dai vari tribunali italiani ed è soggetta a variazioni come ad esempio l’età del defunto e la parentela degli eredi.

euro. danno biologico risarcibile

danno biologico risarcibile

Consegue che, in difetto di una apprezzabile protrazione della vita successivamente alle lesioni, pur risultando lesa l’integrità fisica del soggetto offeso, non è configurabile un danno biologico risarcibile, in assenza di una perdita delle potenziali utilità connesse al bene salute suscettiva di essere valutata in termini economici” (così già, tra le prime, Sez. 3, Sentenza n. 1704 del 25/02/1997, Rv. 502664 – 01). La conclusione è che nel caso di morte causata da lesioni personali, e sopravvenuta a distanza di tempo da queste, un danno biologico permanente è inconcepibile.

Quanto al danno biologico temporaneo, per potersene predicare l’esistenza sarà necessario che la lesione della salute si sia protratta per un tempo apprezzabile, perchè solo un tempo apprezzabile consente quell'”accertabilità medico legale” che costituisce il fondamento del danno biologico temporaneo.

Normalmente tale “lasso apprezzabile di tempo” dovrà essere superiore alle 24 ore, giacchè come accennato è il “giorno” l’unità di misura medico legale della invalidità temporanea; ma in astratto non potrebbe escludersi a priori l’apprezzabilità del danno in esame anche per periodi inferiori.

  • Nell’uno, come nell’altro caso, lo stabilire se la vittima abbia patito un danno biologico “suscettibile di accertamento medico legale” è un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, e non sindacabile in questa sede.
  • Naturalmente, una volta accertata la sussistenza di un danno biologico temporaneo provocato da una lesione mortale, esso sarà risarcibile a prescindere dalla consapevolezza che la vittima ne abbia avuto, dal momento che quel pregiudizio consiste nella oggettiva perdita delle attività quotidiane (Sez. 3 -, Sentenza n. 21060 del 19/10/2016, Rv. 642934 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 2564 del 22/02/2012, Rv. 621706 – 01).

6.6. La vittima di lesioni che, a causa di esse, deceda dopo una sopravvivenza

quodam tempore, può poi patire, come accennato, un pregiudizio non patrimoniale di tipo diverso: la sofferenza provocata dalla consapevolezza di dovere morire.

Questa sofferenza potrà essere multiforme, e potrà consistere nel provare – ad esempio – la paura della morte; l’agonia provocata dalle lesioni; il dispiacere di lasciar sole le persone care; la disperazione per dover abbandonare le gioie della vita; il tormento di non sapere chi si prenderà cura dei propri familiari, e così via, secondo le purtroppo infinite combinazioni di dolore che il destino può riservare al genere umano. Si tratta, insomma, di quel tipo di sofferenza che più e meglio d’ogni giurista seppe descrivere Luigi Pirandello nella celebre novella Il marito di mia moglie.

L’esistenza stessa, e non la risarcibilità, del pregiudizio in esame, al contrario del danno alla salute, presuppone che la vittima sia cosciente.

Se la vittima non sia consapevole della fine imminente, infatti, non è nemmeno concepibile che possa prefigurarsela, e addolorarsi per essa.

AVVOCATOESPERTO INCIDENTI GRAVI E MROTALI BOLOGNA RAVENNA FORLI REGGIO EMILIA CESENA RIMINI
RAVENNA DANNO PER  MORTE CONGIUNTO OTTIENI ORA DANNO

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Ordinanza 5 luglio 2019, n. 18056

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente – Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere – Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere – Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere – ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA sul ricorso 16907/2017 proposto da:

E.L., in qualità di procuratore speciale di T.N. e T.G. rispettivamente padre e fratello della defunta G.M., nonchè per G.C., in proprio e nella qualità di erede di G.M., GH.DA.SE., G.B., rispettivamente moglie e figli, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DELLA GIULIANA 70, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO MASSATANI, che li rappresenta e difende;

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RAVENNA DANNO PER  MORTE CONGIUNTO OTTIENI ORA DANNO

– ricorrenti –

contro

SOCIETA’ CATTOLICA DI ASSICURAZIONE COOP ARL, in persona del suo procuratore speciale Dott. B.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MENDOLA 198, presso lo studio dell’avvocato MARIO MATTICOLI, che la rappresenta e difende;

ALLIANZ SPA, in persona del legale rappresentante Dott. CO.PI.AN., elettivamente domiciliata in ROMA, VICOLO ORBITELLI 31, presso lo studio dell’avvocato MICHELE CLEMENTE, che la rappresenta e difende;

– controricorrenti –
e contro
ATIS SNC DI P.C.M.F., C.I.; – intimati –

avverso la sentenza n. 2282/2016 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 08/06/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 21/02/2019 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI.

Svolgimento del processo
1. Il (OMISSIS) a (OMISSIS) si verificò un sinistro stradale che coinvolse:

(a) un autoveicolo Ford Fiesta, del quale erano comproprietari G.C. e C.I., condotto da quest’ultima, assicurato contro i rischi della responsabilità civile dalla Società Cattolica di Assicurazione coop. a r.l. (d’ora innanzi, “la Cattolica”), sul quale erano trasportati i coniugi G.C. e G.M. ed i loro due figli, G.D.S. e G.B.;

(b) l’autobus Iveco di proprietà della società ATIS di P.C.M. e F. s.n.c. (d’ora innanzi, “la ATIS”), assicurato contro i rischi della responsabilità civile dalla società RAS s.p.a. (poi divenuta Allianz s.p.a., e come tale d’ora innanzi sempre indicata).

Il sinistro consistette in un urto antero-posteriore tra l’autobus e l’autoveicolo, in prossimità d’uno svincolo autostradale.

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  1. In conseguenza dell’urto:
    – G.C. (trasportato) patì lesioni personali;
    – sua moglie ( G.M.) e i suoi due figli ( D.S. e B.), tutti trasportati, morirono. 3. Da questo sinistro scaturirono due processi.
  2. Un primo giudizio venne introdotto dalla società ATIS dinanzi al Tribunale di Arezzo, al fine di ottenere il risarcimento dei danni derivanti dal danneggiamento del mezzo di sua proprietà, e si concluse con una sentenza definitiva della Corte d’appello di Firenze, che attribuì a C.I. una responsabilità dell’80% nella causazione del sinistro, ed al conducente dell’autobus il restante 20%.
  3. Il secondo giudizio è il presente, che venne introdotto nel 2005 dinanzi al Tribunale di Milano da G.C. (come s’è detto, trasportato sul veicolo Ford Fiesta, nonchè marito e padre delle altre tre vittime), da T.N. e da T.G., che erano rispettivamente padre e fratello di G.M..
  4. Gli ultimi due agirono per il tramite d’un rappresentante volontario, E.L..
  5. Tutti costoro domandarono il risarcimento dei danni rispettivamente patiti tanto nei confronti del proprietario (ATIS) e dell’assicuratore (Allianz) del veicolo antagonista (l’autobus); sia nei confronti dell’assicuratore del veicolo sul quale viaggiavano le vittime (Cattolica).
  6. Tutti i convenuti si costituirono, contestando le rispettive responsabilità.
  7. In corso di causa venne chiamata in giudizio anche C.I., come s’è detto comproprietaria del veicolo Ford Fiesta.
  8. Con sentenza 8 agosto 2010 n. 10535 il Tribunale di Milano attribuì la responsabilità esclusiva del sinistro a C.I., conducente e comproprietaria dell’autoveicolo Ford Fiesta.

Accolse, di conseguenza, le domande attoree nei soli confronti di C.I. e della Cattolica.

  1. La sentenza fu appellata in via principale dalla Cattolica, che si dolse sia dell’attribuzione alla propria assicurata ( C.I.) dell’intera responsabilità per l’accaduto, sia della stima dei danni, ritenuta eccessiva.

A questo processo fu attribuito il numero di ruolo 4621/10.

  1. Con autonomo e successivo atto d’appello (da qualificare quindi come appello incidentale) la sentenza di primo grado fu appellata altresì da G.C., T.N. e T.G., i quali domandarono:

-) l’attribuzione anche alla ATIS ed al suo assicuratore di un concorso di colpa; -) la condanna della Allianz oltre il massimale assicurato, per mala gestio;

-) l’accoglimento della domanda di risarcimento del danno patrimoniale proposta da G.C., e consistito:

– -) nella perdita della capacità di lavoro;

– -) nella perdita dell’apporto economico della moglie, e di quello che avrebbe ricevuto dai figli;

-) l’incremento della stima del danno non patrimoniale patito da tutti e tre gli appellanti.

A questo processo fu attribuito il numero di r.g. 4700/10.

In questo secondo processo la Cattolica, che aveva già proposto appello principale, si costituì e propose appello incidentale, reiterando le censure già proposte su an e quantum, e invocando il limite del massimale.

  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO
FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO

  1. Riuniti i due appelli, con sentenza 8.6.2016 n. 2282 la Corte d’appello di Milano:

-) attribuì a C.I., conducente dell’autoveicolo, un concorso di colpa dell’80%, mentre attribuì al conducente dell’autobus il restante 20% di responsabilità;

-) rigettò la domanda di risarcimento del danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro proposta da G.C., sul presupposto che questi non avesse provato l’entità del reddito percepito al momento dell’infortunio; rigettò altresì le richieste istruttorie

formulate dal danneggiato, reputandole “del tutto generiche, non contenendo se non la sola indicazione della retribuzione percepita all’epoca”;

-) rigettò la domanda di risarcimento del danno patrimoniale proposta da G.C., e concernente la perdita del contributo economico da parte della moglie ed, in futuro, dei figli, ritenendola non provata;

-) ritenne corretta la stima del danno biologico patito da G.C. compiuta dal primo giudice (che lo aveva liquidato in Euro 50.000); ritenne in particolare la Corte d’appello che tale valutazione fosse corretta osservando che “non si è in presenza di una lesione comportante una incidenza sulla complessiva integrità psicofisica del danneggiato quanto di una lesione comportante la riduzione della capacità lavorativa dell’interessato”;

-) negò che G.B., figlia del ricorrente sopravvissuta per tre giorni al sinistro, avesse acquisito in vita e trasmesso al padre il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale patito nel periodo di sopravvivenza, a causa della brevità dello stesso;

-) per quanto riguarda il danno non patrimoniale da uccisione dei prossimi congiunti, la Corte d’appello lo liquidò come segue:

– -) assunse a base di calcolo i criteri uniformi adottati dal Tribunale di Milano (c.d. “Tabelle”) del 2010;

– -) devalutò i valori delle tabelle del 2010 “per praticità di calcolo” alla data del sinistro (2003);

– -) in considerazione del fatto che G.C. aveva perso contestualmente l’intero nucleo familiare, aumentò il risarcimento del 25%;

-) rigettò la domanda di mala gestio nei confronti “della società assicuratrice” (non si precisa, in sentenza, quale delle due società convenute) sul presupposto che “la particolarità dell’evento imponeva una valutazione ponderata del caso”, e che di conseguenza il ritardo dell’assicuratore nell’adempimento delle proprie obbligazioni non fosse ingiustificato.

  1. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da G.C., T.N. e T.G., con un ricorso unitario basato formalmente su cinque motivi, contenenti però plurime censure.

Hanno resistito con controricorso sia la Cattolica che la Allianz, la quale ha altresì depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

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Motivi della decisione

  1. Il primo motivo di ricorso.
    1.1. Il primo motivo di ricorso è riferibile alla posizione del solo G.C. .
    Con tale motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, che la

sentenza sia nulla in quanto poggiante su una motivazione “irrazionale e contraddittoria”, e che di conseguenza l’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, sia stato violato.

Il motivo, se pur formalmente unitario, contiene tre censure.

1.2. Con una prima censura (pp. 9-14 del ricorso) G.C. lamenta che la Corte d’appello avrebbe rigettato la sua domanda di risarcimento del danno patrimoniale da perdita della capacità lavorativa adottando una motivazione tautologica, e perciò nulla.

Espone che la Corte d’appello ha rigettato la sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale da perdita della capacità di lavoro ritenendola non provata.

Deduce, in contrario, che:

(-) egli era un operaio, e che tale circostanza era stata provata attraverso il deposito, avvenuto nei gradi di merito, della certificazione previdenziale e di una lettera del datore di lavoro;

(-) a causa del triplice lutto familiare aveva patito una grave sindrome neurologica (“disturbo depressivo maggiore”), e tale circostanza era emersa dalla consulenza tecnica d’ufficio.

Dinanzi a questi elementi di fatto – prosegue il ricorrente – la Corte d’appello “avrebbe dovuto fare ricorso alla prova presuntiva” per liquidare il danno patrimoniale da perdita del reddito da lavoro, ovvero applicare il criterio del triplo dell’assegno sociale.

Conclude il ricorrente osservando che il mancato ricorso all’una od all’altro, da parte della Corte d’appello, costituirebbe una “motivazione tautologica”.

1.2.1. La censura è infondata.

La motivazione della sentenza impugnata esiste ed è limpida: l’attore, sul quale incombeva il relativo onere, non ha dimostrato il proprio reddito.

Si tratta d’una motivazione non solo ben chiara, ma anche ineccepibile.

Infatti colui il quale assume che, in conseguenza d’un fatto illecito, ha perduto in tutto od in parte il proprio reddito da lavoro, ha l’onere di provare quale fosse tale reddito.

In mancanza di tale prova, a poco serve invocare l’indiscussa esistenza tanto d’una invalidità permanente, quanto della sua derivazione causale dal fatto illecito: per l’ovvia ragione che la vittima d’un fatto illecito ha l’onere di provare non solo l’esistenza del danno, ma anche il suo ammontare.

1.2.2. Tanto meno la motivazione della sentenza può dirsi “tautologica” sol perchè il giudice di merito non abbia fatto ricorso alla prova presuntiva invocata da una delle parti, od al criterio sussidiario del triplo dell’assegno sociale, come invocato dal

ricorrente (p. 14 del ricorso).

In primo luogo, infatti, la motivazione con la quale il giudice di merito affermi non esservi prova d’un fatto fondativo della domanda (nel nostro caso, la misura del reddito perduto dalla vittima) non è tautologica: si ha infatti tautologia quando una affermazione non faccia che replicare nel predicato quanto già detto nel soggetto.

L’affermazione “rigetto la domanda perchè non ho la prova del danno” non è dunque tautologica, in quanto in essa la causa (mancanza di prova) e l’effetto (rigetto della domanda) non si identificano.

Va da sè che lo stabilire, poi, se sia stata corretta o scorretta la valutazione con cui il giudice di merito ha escluso la sussistenza della prova del reddito percepito dalla vittima, esula dal perimetro del sindacato di legittimità.

Non sarà tuttavia superfluo rilevare come lo stesso ricorrente, pur nel contesto di un ricorso assai prolisso, non sia stato mai in grado di indicare quale fosse davvero il suo reddito, e come fosse stato dimostrato: mare verborum, gutta rerum.

1.2.3. In secondo luogo, la scelta del giudice di merito di fare o non fare ricorso alla prova presuntiva è insindacabile in sede di legittimità, e comunque quella scelta potrebbe essere censurata al massimo come omesso esame d’un fatto decisivo – nella ricorrenza degli altri presupposti di legge -, non certo assumendo che il mancato ricorso alla prova presuntiva sia causa di nullità della sentenza.

1.2.4. In terzo luogo, non pertinente è il richiamo al criterio del triplo della pensione sociale (oggi assegno sociale), di cui all’art. 137 cod. ass..

Tale criterio, infatti è alternativo (e non “residuale”, come preteso dal ricorrente), in quanto dettato dalla legge per disciplinare i casi in cui la vittima non abbia un reddito, e non certo per sopperire alle negligenze istruttorie delle parti o dei loro procuratori (ex multis, Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 8896 del 04/05/2016, Rv. 639896 – 01; Sez. 3, Ordinanza n. 25370 del 12/10/2018, Rv. 651331 – 01).

  1. Con la seconda censura (pp. 15-17 del ricorso) inglobata nel primo motivo il ricorrente G.C. si duole del rigetto della sua domanda di risarcimento del danno patrimoniale, consistito nella perdita dell’apporto economico a lui fornito dall’attività lavorativa della moglie.

Deduce che la moglie lavorava come collaboratrice domestica “in nero”, e che di conseguenza non era in grado di documentare i redditi della scomparsa; che aveva chiesto di provare per testimoni l’ammontare di tali redditi, ma tale richiesta era stata ingiustificatamente rigettata; che avrebbe avuto comunque diritto al risarcimento del danno consistito quanto meno nella perdita dell’utilità preveniente dal lavoro domestico svolto anche in suo favore dalla moglie deceduta; che, in ogni caso, la prova dell’esistenza dello svolgimento di lavoro domestico da parte della persona scomparsa in favore di esso ricorrente poteva desumersi in via presuntiva dal fatto che la vittima primaria ed i suoi familiari erano di nazionalità rumena, e che nella loro cultura “alla donna viene affidato in via esclusiva il compito di gestione di tutte le faccende domestiche”.

2.1. Nella parte in cui lamenta il rigetto della prova testimoniale intesa a dimostrare l’apporto economico della scomparsa in favore del ricorrente, la censura è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

Denunciare, infatti, l’illegittimo rigetto della richiesta d’una prova testimoniale da parte del giudice di merito è un motivo di ricorso che, per usare le parole della legge, “si fonda” sull’atto processuale contenente la richiesta istruttoria del cui mancato esame il ricorrente si duole.

Quando il ricorso si fonda su atti processuali, il ricorrente ha l’onere di “indicarli in modo specifico” nel ricorso, a pena di inammissibilità (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6).

“Indicarli in modo specifico” vuol dire, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte:

(a) trascriverne il contenuto, oppure riassumerlo in modo esaustivo;

(b) indicare in quale fase processuale siano stati prodotti;

(c) indicare a quale fascicolo siano allegati, e con quale indicizzazione (in tal senso, ex multis, Sez. 6 – 3, Sentenza n. 19048 del 28/09/2016; Sez. 5, Sentenza n. 14784 del 15/07/2015; Sez. U, Sentenza n. 16887 del 05/07/2013; Sez. L, Sentenza n. 2966 del 07/02/2011).

Di questi tre oneri, il ricorrente non ne ha assolto alcuno. Il ricorso, infatti, non riassume nè trascrive il contenuto delle richieste istruttorie; nè indica con quale atto ed in quale fase processuale siano state formulate; nè indica in quale fascicolo e con quale indicizzazione si trovi allegato l’atto suddetto.

2.2. Nella parte in cui lamenta il mancato ricorso, da parte del giudice di merito, alla prova presuntiva per ritenere dimostrato lo svolgimento di lavoro domestico da parte della scomparsa, il motivo è parimenti inammissibile.

Il giudizio sulla sussistenza dei presupposti per il ricorso alla prova presuntiva; sulla gravità, precisione e concordanza degli indizi che la giustificano; sulla sufficienza della prova presuntiva; forma oggetto di altrettanti apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito e non sindacabili in sede di legittimità (ex multis, Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 1234 del 17/01/2019, Rv. 652672 – 01; Sez. 5, Sentenza n. 8315 del 04/04/2013, Rv. 626129 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 237 del 10/01/1995, Rv. 489602 – 01).

  1. Con la terza censura contenuta nel primo motivo di ricorso, infine, il ricorrente si duole del rigetto della propria domanda di risarcimento del danno patrimoniale patito, in tesi, in conseguenza della perdita dei due figli minorenni.

Il ricorrente muove dall’assunto che i due figli minori, se fossero restati in vita, una volta raggiunta l’età adulta avrebbero economicamente sovvenuto l’anziano genitore; deduce che erroneamente la Corte d’appello avrebbe ritenuto non provata l’esistenza di questo pregiudizio; sostiene che l’esistenza di esso si sarebbe dovuta

ritenere dimostrata in base alla considerazione che secondo gli usi e costumi rumeni, “contrariamente ai costumi italiani”, le relazioni familiari sono fondate sulla mutua cooperazione “ma sempre nel rigido rispetto dei ruoli e dei gradi”, con la conseguenza che la Corte d’appello avrebbe dovuto ritenere verosimile che “i figli, educati secondo i dettami della tradizione su riferita, non appena ne fossero stati in grado, avrebbero contribuito economicamente ai bisogni della famiglia”.

3.1. Anche questa terza censura non sfugge al vizio delle prime due: ovvero che il ricorrente prospetta come “motivazione insanabilmente contraddittoria” quella che fu, più semplicemente, una motivazione a lui non gradita.

La Corte d’appello, infatti, ha rigettato la domanda in esame con una motivazione di inequivoco tenore: ovvero che “per quanto attiene al danno per mancata percezione del contributo economico da parte (…) in futuro dei figli (…) non vi è stata prova di nessun genere”.

La Corte d’appello ha dunque ritenuto non provato che i figli della vittima, se fossero sopravvissuti e divenuti adulti, avrebbero contribuito economicamente al sostentamento del padre.

Il ricorrente si duole di questa valutazione sostenendo che la Corte d’appello avrebbe dovuto prendere in esame le circostanze di fatto rappresentate dalla nazionalità e dai costumi sociali delle vittime: ma questa, com’è evidente, costituisce una censura che investe la valutazione delle prove e il giudizio prognostico sulla probabile esistenza futura del danno, e cioè apprezzamenti di puro fatto, riservati al giudice di merito.

  1. Il secondo motivo di ricorso.

4.1. Anche col secondo motivo il ricorrente, da un punto di vista formale, invoca la nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ovvero per inesistenza della motivazione.

L’illustrazione del motivo contiene tuttavia due distinte censure.

4.2. Con una prima censura il ricorrente investe la stima del danno biologico compiuta dalla Corte d’appello.

Espone che, in conseguenza della commorienza della moglie e dei due figli, aveva patito una malattia psichica; che l’esistenza di tale malattia era stata accertata dal consulente tecnico d’ufficio nominato dal Tribunale, e che la suddetta malattia aveva lasciato postumi permanenti stimati dall’ausiliario del giudice in misura pari ad una compromissione del 50% della complessiva validità dell’individuo. Soggiunge che, in applicazione dei criteri uniformi per la stima del danno alla salute adottati dal Tribunale adito (le c.d. tabelle milanesi), un’invalidità di tale grado, in un soggetto della sua età (31 anni al momento del fatto), si sarebbe dovuta monetizzare con la somma di 361.920 Euro, mentre il Tribunale aveva ritenuto di liquidare il danno alla salute patito dall’odierno ricorrente in soli 50.000 Euro.

Soggiunge che la Corte d’appello, chiamata a stabilire se tale valutazione del

Tribunale fosse stata corretta, rispose in modo affermativo, osservando: “non si è in presenza di una lesione comportante una incidenza sulla complessiva integrità psicofisica del danneggiato, quanto di una lesione comportante la riduzione della sola capacità lavorativa dell’interessato.

Per quanto (…) tale lesione non abbia comportato un danno patrimoniale, non può negarsi che da essa possa derivare un maggiore sforzo per il danneggiato nel conseguire in futuro lo stesso reddito che egli conseguiva o poteva conseguire in precedenza”.

Conclude il ricorrente sostenendo che tale motivazione non sia intelligibile, in quanto pur ammettendo in fatto l’esistenza della malattia psichica, nega che essa abbia inciso “sulla complessiva integrità psicofisica dell’individuo”, nè ha liquidato il pur accertato danno alla salute in base ai criteri comunemente adottati dalla giurisprudenza di merito.

4.3. Il motivo è fondato.

Il passo della sentenza d’appello trascritto al p. che precede non è, infatti, razionalmente comprensibile, sotto due diversi aspetti.

4.4. In primo luogo è inesplicabile, su piano della logica formale, l’affermazione secondo cui nel caso di specie non si sarebbe “in presenza di una lesione comportante una incidenza sulla complessiva integrità psicofisica del danneggiato, quanto di una lesione comportante la riduzione della sola capacità lavorativa dell’interessato”.

Tale affermazione, infatti, proclama la possibile autonomia di due concetti (la validità fisica e la capacità lavorativa) che sono invece legati, per secolare insegnamento della medicina legale, da un nesso di implicazione unilaterale.

Come noto, il danno alla salute o danno biologico consiste nelle conseguenze non patrimoniali derivanti da una lesione dell’integrità psicofisica, suscettibile di accertamento medico-legale.

Le conseguenze d’una lesione dell’integrità psicofisica, non aventi ripercussioni patrimoniali, sono quelle che incidono sulla validità dell’individuo.

La validità dell’individuo è la sua efficienza sociale, ovvero l’idoneità a svolgere una qualsiasi attività – lavorativa o meno – coerente con la sua età, il suo sesso, le sue conoscenze.

Fra le infinite attività che un individuo valido è in grado di svolgere vi è il lavoro produttivo di reddito.

L’idoneità a svolgere un lavoro remunerato è anche definita efficienza lavorativa, la quale si inscrive, come circonferenza di minor raggio, nella generale efficienza sociale di cui s’è appena detto.

Essa è tradizionalmente designata come capacità o abilità, lemmi che

etimologicamente esprimono l’idea dell’homo habilis, ovvero dell’individuo in grado di manipolare il mondo esterno per trarne un vantaggio.

Ecco spiegata la ragione per la quale i concetti di validità (biologica) e di capacità (lavorativa) si sono detti, poc’anzi, vincolati da un nesso di implicazione unilaterale: la capacità lavorativa presuppone infatti la, e si fonda sulla, validità biologica, mentre non è vera la reciproca.

Una persona invalida potrà infatti pur sempre conservare una residua capacità di lavoro (si pensi ad un lavoratore sedentario che patisca l’amputazione d’un arto inferiore); mentre una persona divenuta inabile al lavoro, nel senso sopra indicato, è per ciò solo biologicamente invalida.

I concetti appena riassunti costituiscono insegnamento risalente e consolidato della medicina-legale.

Sostenere, pertanto, che la vittima d’un trauma psichico (la Corte d’appello riferisce espressamente dell’esistenza d’una “lesione”) non abbia patito un danno alla salute, ma abbia patito una riduzione della capacità di lavoro, è affermazione insanabilmente contraddittoria, in quanto postula l’esistenza dell’effetto (la perdita della capacità) dopo aver negato l’esistenza della causa (l’invalidità).

4.5. La motivazione sopra trascritta, oltre che insanabilmente illogica per quanto appena detto, presenta poi un secondo ed indipendente profilo di nullità: ovvero l’inintelligibilità della ratio che la sottende.

La Corte d’appello, infatti, era chiamata a stabilire se fosse stata corretta o sbagliata la decisione con cui il Tribunale stimò nella misura di 50.000 Euro il danno alla salute psichica patito dall’attore.

Per la stima di tale danno, nel corso del giudizio di primo grado era stato nominato un consulente tecnico medico-legale, cui venne chiesto di stabilire se G.C. avesse patito un danno alla salute permanente, e di che entità.

Il consulente tecnico medico-legale, anche sulla scorta del parere d’un ausiliario psicologo, concluse che la vittima, in conseguenza della perdita contemporanea della moglie e dei due figli, aveva patito un “disturbo depressivo maggiore cronico”, e che questa malattia comportava una riduzione della validità biologica del 50%.

La Corte d’appello, nonostante queste conclusioni, ha tuttavia negato che la lesione patita da G.C. “comportasse una incidenza sulla complessiva integrità psicofisica del danneggiato”.

Ora, se è indubbio che la Corte d’appello non era affatto vincolata alle conclusioni del consulente, e restava sovrana nel decidere di disattenderle, non è men vero che una scelta di quest’ultimo tipo avrebbe richiesto una adeguata esposizione delle ragioni che la giustificavano.

La motivazione adottata dalla Corte d’appello, e sopra trascritta, genera invece nel lettore un irresolubile dubbio buridaneo, giacchè delle due l’una:

-) se la Corte d’appello avesse inteso disattendere le conclusioni del c.t.u., nella parte in cui ha ritenuto che G.C. fosse invalido al 50%, essa non ha esposto le ragioni di tale dissenso;

-) se, al contrario, la Corte d’appello avesse inteso condividere le conclusioni del consulente d’ufficio, essa non ha esposto le ragioni per le quali non ha liquidato il danno biologico in coerenza con le indicazioni dell’ausiliario.

Nell’uno, come nell’altro caso, la sentenza non sfuggirebbe ad un severo giudizio di nullità: per” mancanza totale di motivazione sinanche come segno grafico nella prima ipotesi; per insanabile contraddittorietà nella seconda ipotesi.

4.6. La sentenza impugnata va dunque cassata sotto questo aspetto, con rinvio al giudice di merito, il quale nell’esaminare il corrispondente motivo d’appello di G.C., sanerà le mende motivazionali sopra rilevate, ed in particolare:

-) valuterà se condividere o meno la relazione di consulenza d’ufficio nella parte in cui afferma esistere un danno psichico, e che questo abbia comportato una invalidità permanente pari al 50% (valutazione, quest’ultima, che è mancata nella sentenza impugnata, e che si imporrà anche alla luce dell’evidente iato tra la gravità del caso e lo scarno approfondimento clinico compiuto dal consulente d’ufficio e dal suo ausiliario sul piano dell’indagine psicologica);

-) in caso di dissenso dalla consulenza, esporrà le ragioni della propria scelta;

-) in caso di condivisione della consulenza, esporrà i criteri di monetizzazione del danno alla salute.

Resta solo da aggiungere, per maggior chiarezza ed a prevenzione di eventuali qui pro quo in sede di rinvio, che l’invalidità biologica di cui s’è appena detto può scaturire tanto da una lesione fisica, quanto da una lesione psichica. L’una e l’altra costituiscono infatti, dal punto di vista giuridico, un “danno biologico”. Il c.d. “danno psichico” non è un pregiudizio diverso dal danno biologico: è, più semplicemente, un danno biologico consistente nella alterazione o soppressione delle facoltà mentali. Si tratta dunque d’una categoria descrittiva e non giuridica, così come – ad esempio -, se si parlasse di “danno neurologico” o di “danno cardiovascolare”.

Anche il danno psichico, pertanto, come qualsiasi altra lesione della salute, va accertato in corpore con criteri medico-legali, e va valutato in punti percentuali in base ad un accreditato bareme medico-legale. Ove, poi, una lesione della salute psichica venga a cumularsi con un evento stressogeno quale il lutto, spetterà al giudice di merito stabilire in concreto se il dolore causato dalla perdita d’un familiare sia o non sia degenerato in una sindrome di rilievo neurologico: accertamento, quest’ultimo, da compiere con metodo accurato e scientificamente valido, consistente nel far somministrare al danneggiato adeguati test psicologici; nel farlo sottoporlo a reiterati colloqui con uno specialista psichiatra; e finalmente nel comparare la sintomatologia presentata dalla vittima con le descrizioni nosografiche delle malattie psichiche contenute nei testi scientifici, e principalmente nell’universalmente utilizzato Diagnostic and Statiscal Manual of Mental Disorders, o

“DSM-5”.

Nel compiere tali operazioni, il giudice di merito ovviamente dovrà astenersi sia dal ritenere che la stima del danno morale causato dalla morte d’un congiunto possa ristorare di per sè anche l’eventuale malattia psichica patita dal superstite; sia – all’opposto dall’indulgere a frettolose “panpsichiatrizzazioni” d’ogni moto dell’animo, pervenendo a concludere che qualsiasi turbamento costituisca per ciò solo un danno alla salute.

4.7. La seconda delle censure contenute nel secondo motivo di ricorso è riferibile a tutti e tre i ricorrenti.

Con essa i ricorrenti lamentano che la Corte d’appello avrebbe sottostimato il danno non patrimoniale da loro rispettivamente sofferto in conseguenza della morte dei rispettivi congiunti.

Si dolgono del fatto che la Corte d’appello avrebbe posto a base del risarcimento un valore intermedio, tra quello minimo a quello massimo previsto dalla c.d. tabella milanese per la stima del danno non patrimoniale derivante dall’uccisione d’un prossimo congiunto. Sostengono che tale scelta fu erronea, perchè nel caso di specie ricorrevano tutte e tre le circostanze suggerite “dall’Osservatorio di Milano” per aumentare l’aestimatio del danno in questione, e cioè l’assenza di altri familiari superstiti, la convivenza tra vittima e superstite, la giovane età delle vittime.

4.8. Il motivo è inammissibile.

Lo stabilire, infatti, quale sia il “prezzo del dolore” patito da chi abbia perso un prossimo congiunto è una valutazione di puro fatto, riservata al giudice di merito: lo ammette, del resto, la difesa degli stessi ricorrenti, la quale a pagina 23, ultimo capoverso, del ricorso, si lascia andare freudianamente alla seguente affermazione: “è evidente che la Corte d’appello non abbia correttamente valutato come nel caso in esame esistessero tutti i requisiti (…) per giustificare la liquidazione nella forma massima dei valori stabiliti dalle tabelle”.

Inoltre, i ricorrenti non espongono a quale diverso risultato, ed attraverso quali diversi criteri di calcolo, sarebbe dovuta pervenire la Corte d’appello, per decidere conformemente a diritto, nè indicano in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, – dove e quando, nei gradi di merito, abbiano dedotto le circostanze prospettate con la censura qui in esame.

  1. Il terzo motivo di ricorso.

5.1. Col terzo motivo tutti e tre i ricorrenti lamentano che la sentenza impugnata sia da un lato nulla, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4; e dall’altro lato violi, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, gli artt. 1226, 1227, 2043, 2056 e 2059 c.c..

Lamentano che la Corte d’appello abbia erroneamente applicato, per liquidare nell’anno 2016 il danno non patrimoniale da essi patito, le tabelle diffuse dal Tribunale di Milano nell’anno 2010, nonostante sin dal 2014 queste tabelle fossero state aggiornate, e gli importi ivi previsti aumentati.

5.2. Il motivo è fondato, nella parte in cui lamenta la violazione dell’art. 1226 c.c..

Questa Corte ha già stabilito che, quando la legge non detti criteri per la liquidazione del danno non patrimoniale, questo non possa che avvenire in via equitativa.

La liquidazione equitativa è imposta in tali casi dall’art. 1226 c.c.; ma l’equità di cui alla norma suddetta non costituisce una aequitas rudis, ma una ben più articolata nozione (la ETCLEIKEUX aristotelica), i cui fondamenti sono due: l’adeguata considerazione delle specificità del caso concreto, e la garanzia della parità di trattamento a parità di danno (così Sez. 3, Sentenza n. 12408 del 07/06/2011, in motivazione).

Al solo fine di garantire il secondo dei suddetti requisiti, e non per altre ragioni, questa Corte ha indicato nei criteri uniformi applicati dal Tribunale di Milano il criterio idoneo a garantire la parità di trattamento: con la conseguenza che il giudice di merito, per garantire la correttezza della liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c., dovrà applicare in linea di massima quel criterio, a meno che non indichi le ragioni per le quali, nel caso concreto, quel criterio risulterebbe iniquo.

5.3. Corollario di tale principio è che, se nelle more del giudizio il criterio indicato da questa Corte come idoneo a garantire la parità di trattamento venga a mutare, il giudice di merito dovrà liquidare il danno in base ai nuovi criteri condivisi e generalmente applicati al momento della decisione, e non in base a criteri risalenti ed oramai abbandonati (ex multis, Sez. 3 -, Sentenza n. 24155 del 04/10/2018, Rv. 650934 – 02; Sez. 3 -, Ordinanza n. 22265 del 13/09/2018, Rv. 650595 – 01;Sez.3 -, Sentenza n. 25485 del 13/12/2016, Rv. 642330 – 01;Sez.3 -, Sentenza n. 21245 del 20/10/2016 (Rv. 642948- 01),salva l’ipotesi in cui il debitore, al momento della decisione, non abbia già adempiuto spontaneamente la propria obbligazione: in tal caso soltanto l’esattezza dell’adempimento va valutata in base al criterio di liquidazione generalmente applicato al momento della solutio spontanea, e non al momento – successivo della decisione sulla esattezza dell’adempimento (Sez. 3 -, Sentenza n. 5013 del 28/02/2017, in motivazione).

5.4. I rilievi che precedono non sono superati dalle deduzioni svolte dalla controricorrente Allianz, alle pp. 22-26 del proprio controricorso. Ivi la Allianz ha eccepito che:

-) il motivo sarebbe inammissibile, perchè il ricorrente non ha indicato a quale diverso e più vantaggioso risultato sarebbe pervenuta la decisione, se avesse fatto applicazione dei diversi e più aggiornati criteri da lui invocati;

-) in ogni caso questa Corte avrebbe già stabilito che è consentito al giudice d’appello liquidare il danno non patrimoniale in base ai criteri giurisprudenziali “vigenti” alla data della decisione di primo grado, anche quando tali criteri siano mutati prima della conclusione del giudizio d’appello. Invoca, al riguardo, la decisione pronunciata da Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 1305 del 25.1.2016.

5.4.1. La prima delle suddette eccezioni è infondata.

La giurisprudenza di merito cominciò a diffondere i suoi criteri uniformi per la stima del danno non patrimoniale da lesione della salute o da morte nel 1974 (Tribunale di Genova); seguito nel 1982 dal Tribunale di Pisa, nel 1995 dal Tribunale di Milano, e poi via via da tutti gli altri uffici giudiziari. Tali criteri sono stati nel corso degli anni ora abbandonati, ora aggiornati, ora modificati: ma mai le fonti di cognizione della giurisprudenza di merito (banche dati, riviste e repertori) hanno fatto registrare, in quarantacinque anni, una evoluzione riduttiva dei suddetti criteri, i quali sono andati sempre crescendo.

Costituisce, pertanto, nozione di fatto rientrante nella comune esperienza, non impedita a questa Corte, quella secondo cui l’aggiornamento periodico delle tabelle giurisprudenziali per la stima del danno non patrimoniale comporta un innalzamento dei valori ivi previsti. Sarebbe stato, dunque, onere della controricorrente Allianz dedurre, e dimostrare, che solo nel 2016 il Tribunale di Milano avrebbe deciso di diffondere nuove tabelle, riduttive dei risarcimenti per l’innanzi liquidati.

5.4.2. La seconda delle suddette eccezioni è, del pari, infondata.

Si è già dato conto dei precedenti con cui questa Corte ha ripetutamente affermato il principio secondo cui il giudice d’appello, quando debba liquidare un danno non patrimoniale con criteri pretori, debba tenere conto degli aggiornamenti medio tempore sopravvenuti dopo la decisione di primo grado.

Non contrasta con tali decisioni il precedente invocato dalla controricorrente Allianz (come s’è detto, , cit.), il quale aveva ad oggetto una fattispecie ben diversa rispetto a quella oggi in esame.

Nel caso deciso da quell’ordinanza, infatti, l’appellante aveva chiesto alla Corte d’appello unicamente di stabilire se il giudice di primo grado avesse o non avesse liquidato il danno non patrimoniale in base a tabelle aggiornate: questo soltanto era l’oggetto di quel giudizio, sicchè la Corte d’appello, una volta accertato che il Tribunale aveva utilizzato le ultime tabelle rilasciate prima del momento della decisione di primo grado, null’altro aveva da stabilire, nè le venne chiesto dall’appellante di applicare tabelle più recenti rispetto a quelle utilizzate dal giudice di primo grado.

  1. Il quarto motivo di ricorso.
    6.1. Il quarto motivo di ricorso è riferibile al solo G.C. .

Con esso il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione degli artt. 1226, 1227, 2043, 2056 e 2059 c.c..

Sostiene che erroneamente la Corte d’appello avrebbe rigettato la sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale patito dalla propria figlia B. nei tre giorni di sopravvivenza intercorsi fra il sinistro e la morte, danno il cui credito risarcitorio, sorto in capo alla piccola vittima, sarebbe stato da lui acquistato jure haereditario.

Assume che la Corte d’appello non avrebbe “fornito alcuna seria risposta” alla relativa domanda; che il risarcimento del danno in esame spetta alla vittima – e, per

essa, ai suoi eredi – in tutte i casi in cui vi sia stato un apprezzabile lasso di tempo tra il ferimento e la morte; che nel caso di specie una sopravvivenza di tre giorni doveva ritenersi “apprezzabile”.

6.1.1. La controricorrente società Allianz ha eccepito l’inammissibilità del motivo, per novità della questione in essa prospettata.

L’eccezione è infondata: avendo infatti la Corte d’appello deciso su tale domanda (p. 8 della sentenza d’appello), non si vede come essa possa ritenersi “nuova” e formulata in questa sede per la prima volta. Ove, poi, la Allianz a p. 27 del proprio controricorso avesse inteso dolersi (il controricorso non è del tutto chiaro su questo punto) che la domanda di risarcimento del danno patito da G.B., ed il cui credito fu acquisito jure haereditario dal padre, non era stata prospettata nemmeno in primo grado, essa avrebbe dovuto proporre un ricorso incidentale condizionato, inteso a censurare l’ultrapetizione in cui, in tesi, sarebbe incorsa la Corte d’appello.

6.2. Nel merito, il quarto motivo di ricorso è fondato, ma l’esame di esso impone una premessa di metodo.

La tragica eventualità in cui una persona venga dapprima ferita in conseguenza d’un fatto illecito, ed in seguito muoia a causa delle lesioni, è stata in passato designata con varie espressioni, coniate dalla troppo fervida fantasia di taluni interpreti, e talora non rifiutate da questa Corte (“danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno catastrofale”, “danno esistenziale”).

Queste espressioni non hanno alcuna dignità scientifica; sono usate in modo polisemico; sono talora anche etimologicamente scorrette (come l’espressione “danno tanatologico”).

L’impiego di lemmi dal contenuto così ambiguo ingenera somma confusione ed impedisce qualsiasi seria dialettica, dal momento che ogni discussione scientifica è impossibile in assenza d’un lessico condiviso.

L’esigenza del rigore linguistico come metodo indefettibile nella ricostruzione degli istituti è stata già segnalata dalle Sezioni Unite di questa Corte, allorchè hanno indicato, come precondizione necessaria per l’interpretazione della legge, la necessità di “sgombrare il campo di analisi da (…) espressioni sfuggenti ed abusate che hanno finito per divenire dei mantra ripetuti all’infinito senza una preventiva ricognizione e condivisione di significato (…), (che) resta oscuro e serve solo ad aumentare la confusione ed a favorire l’ambiguità concettuale nonchè la pigrizia esegetica” (sono parole di Sez. U, Sentenza n. 12310 del 15/06/2015).

L’esame del quarto motivo di ricorso esige dunque, preliminarmente, la messa a fuoco di alcuni concetti fondamentali nella materia del danno non patrimoniale da uccisione.

6.3. La persona che, ferita, sopravviva quodam tempore, e poi muoia a causa delle lesioni sofferte, può patire un danno non patrimoniale. Questo danno può teoricamente manifestarsi in due modi, ferma restando la sua unitarietà quale concetto giuridico.

Il primo è il pregiudizio derivante dalla lesione della salute; il secondo è costituito dal turbamento e dallo spavento derivanti dalla consapevolezza della morte imminente.

Ambedue questi pregiudizi hanno natura non patrimoniale, come non patrimoniali sono tutti i pregiudizi che investono la persona in sè e non il suo patrimonio.

Quel che li differenzia non è la natura giuridica, ma la consistenza reale: infatti il primo (lesione della salute):

-) ha fondamento medico legale;

-) consiste nella forzosa rinuncia alle attività quotidiane durante il periodo della invalidità;

-) sussiste anche quando la vittima sia stata incosciente. Il secondo, invece: -) non ha fondamento medico legale;
-) consiste in un moto dell’animo;
-) sussiste solo quando la vittima sia stata cosciente e consapevole.

6.4. Il danno alla salute che può patire la vittima di lesioni personali, la quale sopravviva quodam tempore e poi deceda a causa della gravità delle lesioni, dal punto di vista medico-legale può consistere solo in una invalidità temporanea, mai in una invalidità permanente.

Il lemma “invalidità”, infatti, per secolare elaborazione medico-legale, designa uno stato menomativo che può essere transeunte (invalidità temporanea) o permanente (invalidità permanente). L’espressione “invalidità temporanea” designa lo stato menomativo causato da una malattia, durante il decorso di questa. L’espressione “invalidità permanente” designa invece lo stato menomativo che residua dopo la cessazione d’una malattia.

L’esistenza d’una malattia in atto e l’esistenza di uno stato di invalidità permanente non sono tra loro compatibili: sinchè durerà la malattia, permarrà uno stato di invalidità temporanea, ma non v’è ancora invalidità permanente; se la malattia guarisce con postumi permanenti si avrà uno stato di invalidità permanente, ma non vi sarà più invalidità temporanea; se la malattia dovesse condurre a morte l’ammalato, essa avrà causato solo un periodo di invalidità temporanea (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018; Sez. 3, Sentenza n. 5197 del 17/03/2015, Rv. 634697 – 01; così pure Sez. 3 Sentenza n. 7632 del 16/05/2003, Rv. 563159, p. 3.3 dei “Motivi della decisione”).

6.5. Il danno biologico causato dall’invalidità temporanea consiste nella forzosa rinuncia, durante il periodo di malattia, alle ordinarie attività non spiacevoli cui la vittima si sarebbe altrimenti dedicata, se fosse rimasta sana.

Per risalente convenzione medico-legale, il danno alla salute da invalidità

temporanea si apprezza in giorni, mai in frazioni di giorni: sarebbe, infatti, un esercizio puramente teorico pretendere di dare un peso monetario alle attività di cui la vittima è stata privata, durante un periodo di sopravvivenza protrattosi per poche ore o per pochi minuti.

Da quanto esposto consegue che in tanto la vittima di lesioni potrà acquistare il diritto al risarcimento del danno alla salute, in quanto abbia sofferto un danno alla salute medico legalmente apprezzabile, dal momento che per espressa definizione normativa, oltre che per risalente insegnamento della dottrina, il danno biologico è solo quello “suscettibile di accertamento medico legale” (così l’art. 138 cod. ass.; conforme è la dottrina e l’ormai pluridecennale giurisprudenza di questa Corte).

Ciò sul presupposto che il danno biologico non consiste nella mera lesione dell’integrità psicofisica, ma presuppone che tale lesione abbia compromesso l’esplicazione piena ed ottimale delle attività realizzatrici dell’individuo nel suo ambiente di vita, sicchè “una concreta perdita o riduzione di tali potenzialità può concretizzarsi soltanto nell’eventualità della prosecuzione della vita, in condizioni menomate, per un apprezzabile periodo di tempo successivamente alle lesioni.

Consegue che, in difetto di una apprezzabile protrazione della vita successivamente alle lesioni, pur risultando lesa l’integrità fisica del soggetto offeso, non è configurabile un danno biologico risarcibile, in assenza di una perdita delle potenziali utilità connesse al bene salute suscettiva di essere valutata in termini economici” (così già, tra le prime, Sez. 3, Sentenza n. 1704 del 25/02/1997, Rv. 502664 – 01). La conclusione è che nel caso di morte causata da lesioni personali, e sopravvenuta a distanza di tempo da queste, un danno biologico permanente è inconcepibile.

Quanto al danno biologico temporaneo, per potersene predicare l’esistenza sarà necessario che la lesione della salute si sia protratta per un tempo apprezzabile, perchè solo un tempo apprezzabile consente quell'”accertabilità medico legale” che costituisce il fondamento del danno biologico temporaneo.

Normalmente tale “lasso apprezzabile di tempo” dovrà essere superiore alle 24 ore, giacchè come accennato è il “giorno” l’unità di misura medico legale della invalidità temporanea; ma in astratto non potrebbe escludersi a priori l’apprezzabilità del danno in esame anche per periodi inferiori.

Nell’uno, come nell’altro caso, lo stabilire se la vittima abbia patito un danno biologico “suscettibile di accertamento medico legale” è un giudizio di fatto riservato al giudice di merito, e non sindacabile in questa sede.

Naturalmente, una volta accertata la sussistenza di un danno biologico temporaneo provocato da una lesione mortale, esso sarà risarcibile a prescindere dalla consapevolezza che la vittima ne abbia avuto, dal momento che quel pregiudizio consiste nella oggettiva perdita delle attività quotidiane (Sez. 3 -, Sentenza n. 21060 del 19/10/2016, Rv. 642934 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 2564 del 22/02/2012, Rv. 621706 – 01).

6.6. La vittima di lesioni che, a causa di esse, deceda dopo una sopravvivenza

quodam tempore, può poi patire, come accennato, un pregiudizio non patrimoniale di tipo diverso: la sofferenza provocata dalla consapevolezza di dovere morire.

Questa sofferenza potrà essere multiforme, e potrà consistere nel provare – ad esempio – la paura della morte; l’agonia provocata dalle lesioni; il dispiacere di lasciar sole le persone care; la disperazione per dover abbandonare le gioie della vita; il tormento di non sapere chi si prenderà cura dei propri familiari, e così via, secondo le purtroppo infinite combinazioni di dolore che il destino può riservare al genere umano. Si tratta, insomma, di quel tipo di sofferenza che più e meglio d’ogni giurista seppe descrivere Luigi Pirandello nella celebre novella Il marito di mia moglie.

L’esistenza stessa, e non la risarcibilità, del pregiudizio in esame, al contrario del danno alla salute, presuppone che la vittima sia cosciente.

Se la vittima non sia consapevole della fine imminente, infatti, non è nemmeno concepibile che possa prefigurarsela, e addolorarsi per essa.

In questa seconda ipotesi, poichè il danno risarcibile è rappresentato non dalla perdita delle attività cui la vittima si sarebbe dedicata, se fosse rimasta sana, ma da una sensazione dolorosa, la durata della sopravvivenza non è un elemento costitutivo del danno, nè incide necessariamente sulla sua gravità.

Anche una sopravvivenza di pochi minuti, infatti, può consentire alla vittima di percepire la propria fine imminente, mentre – al contrario una lunga sopravvivenza in totale stato di incoscienza non consentirebbe di affermare che la vittima abbia avuto consapevolezza della propria morte (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018; nonchè Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008, Rv. 605494 – 01). Così, ad esempio, i passeggeri del volo GermanWings, che il 24.3.2015 la lucida follia d’un pilota condusse a schiantarsi sui Pirenei, trascorsero solo sei minuti in cui ebbero la chiara percezione che il velivolo su cui si trovavano stava precipitando, e non v’era scampo: ma nessuno oserebbe negare che il timor panico da essi provato in quella manciata di minuti non costituisca, per il nostro ordinamento, un danno risarcibile.

6.7. In conclusione:

-) le espressioni “danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno catastrofale” non corrispondono ad alcuna categoria giuridica, ma possono avere al massimo un valore descrittivo, e neanche preciso;

-) il danno da invalidità temporanea patito da chi sopravviva quodam tempore ad una lesione personale mortale è un danno biologico, da accertare con gli ordinari criteri della medicina legale. Di norma, esso sarà dovuto se la sopravvivenza supera le 24 ore, ed andrà comunque liquidato avendo riguardo alle specificità del caso concreto;

-) la sofferenza patita da chi, cosciente e consapevole, percepisca la morte imminente, è un danno non patrimoniale, da accertare con gli ordinari mezzi di prova, e da liquidare in via equitativa avendo riguardo alle specificità del caso concreto.

6.8. E’ alla luce di questi principi che può ora scrutinarsi il fondo del quarto motivo di ricorso.

La Corte d’appello ha rigettato la domanda di risarcimento proposta da G.C., ed avente ad oggetto il ristoro del pregiudizio patito dalla figlia nei tre giorni di sopravvivenza trascorsi tra il sinistro e la morte, con la seguente motivazione: “nulla va riconosciuto (a G.C.) per la morte della minore B., figlia, dato il breve periodo di sopravvivenza della stessa post evento, di circa tre giorni”.

Siffatta decisione viola effettivamente gli artt. 1223, 1226 e 2059 c.c..

6.8.1. In primo luogo, infatti, essa ancora la sussistenza del danno alla durata della sopravvivenza. Ma nella giurisprudenza di questa Corte, per quanto sopra esposto, la durata della sopravvivenza non è elemento costitutivo del danno consistente nell’aver provato la formido mortis. La paura di morire può provarla anche chi sopravviva pochi minuti alla lesione; così come può restarne immune chi sia sopravvissuto per lungo tempo.

La durata della sopravvivenza può essere un elemento indiziario dal quale desumere l’esistenza del pregiudizio (in base al rilievo che una sopravvivenza di pochi istanti, ad esempio, difficilmente lascia alla vittima la consapevolezza della propria sorte); e costituisce certamente un parametro di valutazione del quantum debeatur. Non costituisce, invece, elemento costitutivo dell’an debeatur.

6.8.2. In secondo luogo, per escludere l’esistenza del danno patito da G.B. il giudice di merito avrebbe dovuto accertare non già e non solo per quanto tempo sopravvisse, ma avrebbe dovuto accertare:

-) se la sopravvivenza superò le 24 ore, al fine di stabilire se si era prodotto un danno biologico da invalidità temporanea;

-) se la vittima conservò coscienza e consapevolezza della propria sorte, al fine di stabilire se vi fosse stato un danno non patrimoniale da lucida agonia.

6.9. La sentenza impugnata va dunque cassata anche sotto questo aspetto; il giudice del rinvio, nel tornare ad esaminare il gravame, applicherà il seguente principio di diritto:

la persona che, ferita, non muoia immediatamente, può acquistare e trasmettere agli eredi il diritto al risarcimento di due pregiudizi: il danno biologico temporaneo, che di norma sussisterà solo per sopravvivenze superiori alle 24 ore (tale essendo la durata minima, per convenzione medico-legale, di apprezzabilità dell’invalidità temporanea), che andrà accertato senza riguardo alla circostanza se la vittima sia rimasta cosciente; ed il danno non patrimoniale consistito nella formido mortis, che andrà accertato caso per caso, e potrà sussistere solo nel caso in cui la vittima abbia avuto la consapevolezza della propria sorte e della morte imminente.

  1. Il quinto motivo di ricorso.
    – 7.1. Il quinto motivo è riferibile a tutti e tre i ricorrenti.

Con esso si lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per mancanza di motivazione Sostengono i ricorrenti che la Corte d’appello non avrebbe motivato in modo chiaro, logico e non contraddittorio il rigetto della domanda di accertamento della mala gestio delle due compagnie assicuratrici, e della conseguente responsabilità ultramassimale.

7.2. Prima di esaminare il motivo nel merito, va rilevato come esso sia ammissibile, sebbene i ricorrenti non abbiano indicato nel ricorso quale fosse il massimale previsto dalle polizze stipulate dai due assicuratori convenuti.

Infatti, essendo stati accolti in questa sede i motivi di ricorso concernenti la stima del danno alla salute patito da G.C., la stima del danno non patrimoniale patito da G.B., e la stima del danno non patrimoniale da uccisione patito da tutti e tre i ricorrenti, e dovendo il giudice di merito procedere per tutti tre ad una nuova valutazione e liquidazione, sarebbe stato impossibile per il ricorrente (e sarebbe impossibile anche per questa Corte) antivedere come si orienterà il giudice di rinvio, per poi stabilire se nel caso di specie sussista o non sussista un problema di incapienza del massimale.

Il motivo in esame è dunque ammissibile perchè la questione della responsabilità ultramassimale dei due assicuratori convenuti è potenzialmente rilevante nel giudizio di rinvio, e tanto basta per scrutinare nel merito la censura, come da tempo ritenuto da questa corte (ex multis, tra le più risalenti, già Sez. 3, Sentenza n. 1182 del 18/02/1980, Rv. 404672 – 01).

7.3. Nel merito, il motivo è fondato.

Gli odierni ricorrenti chiesero alla Corte d’appello la condanna dei due assicuratori convenuti (la Cattolica, assicuratore del vettore; e la Allianz, assicuratore del veicolo antagonista) sul presupposto che essi avessero colposamente ritardato l’adempimento delle rispettive obbligazioni (c.d. mala gestio impropria).

La Corte d’appello, confermando la decisione di primo grado, rigettò il relativo motivo di gravame, affermando che non sussisteva la mala gestio “da parte della società assicuratrice” (non è chiaro a quale delle due società convenute intendesse riferirsi la Corte d’appello), giacchè il ritardo dell’assicuratore nell’adempimento della propria obbligazione nel caso di specie era giustificato, alla luce della “particolarità dell’evento (che) imponeva una valutazione ponderata del caso”.

7.4. La motivazione sopra trascritta incorre effettivamente nel vizio di nullità, ex art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4. Essa, infatti, è tautologica per un verso, e inintelligibile per altro verso.

7.4.1. La motivazione della sentenza impugnata è, in primo luogo, tautologica.

I motivi di una sentenza devono infatti consistere in ragioni, non in affermazioni: nel caso di specie, invece, la Corte d’appello si è limitata ad affermare che il ritardato adempimento degli assicuratori era giustificato dalla “particolarità del caso”, senza tuttavia spiegare qual fosse tale particolarità, e perchè questo sinistro fosse “particolare” rispetto agli altri.

7.4.2. La motivazione sopra trascritta, in secondo luogo, è inintelligibile. Essa, infatti, non spiega nè quali fossero le “particolarità dell’evento” giustificative del ritardato adempimento da parte dei due assicuratori convenuti, nè di qual genere di ponderazione questi avessero bisogno, ed in special modo quello del vettore.

Nel caso di specie, infatti, sono decedute tre persone che erano trasportate su un autoveicolo venuto a collisione con altro mezzo: e secondo la legislazione e la giurisprudenza vigenti all’epoca del fatto (2003) i congiunti delle vittime potevano invocare la responsabilità solidale cumulativa tanto del vettore, quanto del veicolo antagonista, ai sensi del combinato disposto dell’art. 2054 c.c., comma 1, e art. 2055 c.c..

L’assicuratore della r.c.a., inoltre, deve fornire anche nei confronti del terzo danneggiato una prestazione connotata dalla diligenza professionale rafforzata da lui esigibile, ai sensi dell’art. 1176 c.c., comma 2.

Di conseguenza, qualunque assicuratore mediamente diligente, ai sensi della norma appena indicata, deve sapere che, in presenza della morte d’una persona trasportata:

(a) il suo assicurato è gravato dalla presunzione di colpa di cui all’art. 2054 c.c., comma 1;

(b) in ogni caso, quand’anche l’apporto del proprio assicurato alla verificazione del danno sia stato minimo, egli è comunque tenuto per l’intero ai sensi dell’art. 2055 c.c., salvo regresso nei confronti del corresponsabile o del suo assicuratore della r.c.a..

Nè a giustificazione della mora debendi in cui sono incorsi i due assicuratori convenuti sarebbe valso invocare l’eventuale incertezza nella ricostruzione della dinamica del sinistro.

Tale incertezza, infatti, in presenza della morte d’una persona trasportata, aggrava, invece che attenuare, la responsabilità dell’assicuratore in caso di ritardato adempimento.

Infatti quanto più sia problematica la ricostruzione della dinamica di fatti, tanto più sarà presumibile che difficilmente le parti coinvolte nel sinistro riusciranno a vincere la presunzione di corresponsabilità posta a loro carico dall’art. 2054 c.c., comma 2.

Di conseguenza l’assicuratore il quale, dinanzi ad un sinistro dalla dinamica controvertibile, neghi caparbiamente la responsabilità del proprio assicurato nei confronti della pretesa avanzata da persona trasportata, affida le proprie difese ad una eccezione di incerto fondamento, e si espone per ciò solo al rischio di condanna per mala gestio impropria.

7.5. In conclusione, nel caso di morte d’una persona trasportata su un veicolo a motore in conseguenza d’uno scontro tra veicoli:

-) se non vi è incertezza sulla dinamica del sinistro, gli assicuratori dei veicoli coinvolti, una volta spirato lo spatium deliberandi di cui alla L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 22, si presumono per ciò solo in mora culpata;

-) se vi è incertezza sulla dinamica del sinistro, i due assicuratori dei veicoli coinvolti debbono, ai sensi dell’art. 1176 c.c., comma 2prefigurarsi l’ipotesi della corresponsabilità dei rispettivi assicurati, ex artt. 2054 e 2055 c.c., ed il non farlo costituisce per ciò solo una mora culpata.

Questi essendo i criteri da applicare per l’accertamento della mala gestio impropria dell’assicuratore della r.c.a., ne consegue che nel caso di specie la Corte d’appello, dichiarando giustificato il ritardo dei due assicuratori in un caso di morte di tre persone trasportate sul presupposto che il caso concreto presentava delle “particolarità”, ha effettivamente adottato una motivazione imperscrutabile, non spiegando quali fossero tali “particolarità”.

  1. Le spese.
    Le spese del presente giudizio di legittimità saranno liquidate dal giudice del rinvio.

P.Q.M.

(-) accoglie, nei limiti e nei sensi di cui in motivazione, il secondo, il terzo, il quarto ed il quinto motivo di ricorso;

(-) cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 21 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 5 luglio 2019

Agazzano
Albareto
Albinea
Alfonsine
Alseno
Alta Val Tidone
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Requisito del carattere prevalentemente personale dell’attività dell’agente

Requisito del carattere prevalentemente personale dell’attività dell’agente – Ipotesi in cui l’agente eserciti un’opera di reclutamento, formazione e coordinamento dell’attività di altri agenti

 

avvocato AVVOCATO A BOLOGNA
avvocato Sergio Armaroli

 

Orbene, questa Corte già con sentenza n. 6482 del 01/04/2004 ha avuto modo di affermare che nel contratto di agenzia la prestazione dell’agente consiste in atti di contenuto vario e non predeterminato che tendono tutti alla promozione della conclusione di contratti in una zona determinata per conto del preponente, quali il compito di propaganda, la predisposizione dei contratti, la ricezione e la trasmissione delle proposte al preponente per l’accettazione;l’attività tipica dell’agente di commercio non richiede, quindi, necessariamente la ricerca del cliente ed è sempre riconducibile alla prestazione dedotta nel contratto di agenzia anche quando il cliente, da cui proviene la proposta di contratto trasmessa dall’agente, non sia stato direttamente ricercato da quest’ultimo ma risulti acquisito su indicazioni del preponente o in qualsiasi altro modo, purché tuttavia sussista nesso di causalità tra l’opera promozionale svolta dall’agente nei confronti del cliente e la conclusione dell’affare cui si riferisce la richiesta di provvigione; condizione questa però evidentemente mancante nel caso di specie qui in esame.

Inoltre (v. Cass. lav. n. 6291 del 22/06/1990), l’attività di promozione della conclusione di contratti per conto del preponente, che costituisce l’obbligazione tipica dell’agente, non può consistere in una mera attività di propaganda, da cui possa solo indirettamente derivare un incremento delle vendite, ma deve consistere nell’attività di convincimento del potenziale cliente ad effettuare delle ordinazioni dei prodotti del preponente, atteso che è proprio con riguardo a questo risultato che viene attribuito all’agente il compenso, consistente nella provvigione sui contratti conclusi per suo tramite e andati a buon fine, e che è configurabile l’obbligo – a carico dell’agente medesimo – allo star del credere

 

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 agosto 2018, n. 20453

 

Contratto di agenzia – Configurabilità – Incarichi accessori non snaturano il rapporto – Requisito del carattere prevalentemente personale dell’attività dell’agente – Ipotesi in cui l’agente eserciti un’opera di reclutamento, formazione e coordinamento dell’attività di altri agenti

Fatti di causa

Il giudice del lavoro di Modena rigettava la domanda proposta da M. S., volta ad ottenere la condanna della convenuta G. s.a. al pagamento dell’indennità di fine rapporto e dei danni da recesso illegittimo, sul presupposto della conclusione tra le parti di un contratto di agenzia. Tale rigetto veniva appellato dalla M., sostenendo l’erroneità della gravata pronuncia, che senza adeguata motivazione aveva escluso nella specie la configurabilità di un rapporto di agenzia desumibile, invece, dal contenuto del contratto di prestazione di servizi, dai servizi resi e dalle modalità di calcolo del compenso.

La Corte d’Appello di Bologna con sentenza n. 675 in data 11 ottobre / 13 novembre 2012 rigettava l’interposto gravame, disattendendo in via preliminare l’eccezione di nullità dell’impugnazione, osservando tra l’altro che nella specie era pacifico che l’attività principale e assolutamente prevalente espletata dall’attrice fosse la creazione, l’organizzazione e il controllo della rete commerciale, laddove i contatti con i clienti, e quindi lo specifico lavoro di promozione delle vendite, aveva carattere residuale ed anzi sporadico, all’uopo richiamando l’interrogatorio libero reso dalla stessa M.. Né d’altra parte era possibile configurare un contratto di agenzia in presenza di incarichi accessori ed in cui mancava il contenuto principale dell’attività di promozione della vendita presso i clienti. Gli incarichi accessori, come il coordinamento di altri agenti, non snaturavano il rapporto di agenzia, per la cui configurabilità non poteva comunque prescindersi dalla prestazione principale, però nel caso di specie mancante. Al riguardo venivano richiamati il principio secondo cui il requisito del carattere prevalentemente personale dell’attività dell’agente – con conseguente riconducibilità del rapporto nello schema della parasubordinazione ai sensi dell’articolo 409 numero tre c.p.c. – è configurabile anche nel caso in cui il preposto associ alla propria prestazione personale di agente una ulteriore prestazione, costituita dall’attività di coordinamento di altri agenti dello stesso preponente (ai cui scopi è funzionale tale ulteriori attività) e compensata con una percentuale sulle provvigioni dovute agli agenti coordinati (Cass. n. 687/94). Inoltre, con particolare riferimento all’ipotesi in cui l’agente eserciti un’opera di reclutamento, formazione e coordinamento dell’attività di altri agenti e questi siano legati da diretto rapporto non con il coordinatore, ma con la società preponente, si è ritenuto di poter ravvisare una prestazione di carattere personale, “configurandosi l’opera predetta come integrativa di quella principale (diretta alla conclusione degli affari nella preponente)” (Cass. 8148/92). Pertanto, risultava infondata la pretesa dell’appellante di qualificare come agenzia il rapporto in questione. Ed in considerazione del pacifico difetto dell’attività principale, qualificante il contratto di agenzia, correttamente erano già state ritenute irrilevanti le prove testimoniali dedotte.

Avviso la sentenza di appello M. S., quale titolare della Agenzia Commerciale Moda A.C.M., con sede in Roma al viale Regina Margherita 1, ha proposto ricorso per cassazione come da atto notificato il 9 maggio 2013, affidato a quattro motivi, cui ha resistito la società G. S.A. con sede in Erandio – Bilbao (Spagna), mediante controricorso in data 18 giugno 2013 (procura speciale autenticata da notaio spagnolo – traduzione italiana asseverata presso ufficio giudice di pace Verona il 4 giugno 2013 – con apostille ex convenzione de L’Aja 5 ottobre 1961). Le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Ragioni della decisioneAVVOCATO PER EREDI E DIVISIONI EREDITA' LITI EREDI BOLOGNA

Prima ancora di esaminare i motivi di ricorso, va respinta la preliminare eccezione opposta dalla controricorrente, secondo cui mancherebbe la firma della ricorrente in calce alla procura speciale come da copia del ricorso notificato alla società. Infatti, l’originale dell’atto, depositato per l’ufficio (cfr. in part. pagine da 70 a 72), datato sei maggio 2013 reca la sottoscrizione dell’avv. Corrado Spaggiari del foro di Reggio Emilia (cassazionista), seguita da Procura Speciale con domicilio eletto in Roma presso lo studio dell’avv. Maurizio de Stefano, cui ampio mandato veniva conferito disgiuntamente insieme all’avv. Marzia Fusi del foro di Modena ed al suddetto avv. C. Spaggiari, con il calce altresì la firma autografa di M. S., quale titolare dell’agenzia commerciale Moda di Musi S., autenticata quindi mediante sottoscrizioni dei suddetti avv.ti C. Spaggiari e M. Musi, il tutto seguito dalla relata di notifica in data 9 maggio 2013.

Ciò premesso, con il 1° motivo di ricorso è stato denunciato l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 n. 5 c.p.c. (contestandosi la motivazione dell’impugnata sentenza, nonché con la seconda parte B la omessa analisi /valutazione circa la creazione da parte ricorrente del mercato italiano e circa la corresponsione di provvigioni sulla merce venduta – era stata ACM ad introdurre G. nel mercato italiano, impresa del tutto assente in precedenza, prima dell’anno 1999 – vendite operate sul territorio nazionale a mezzo ACM secondo gli importi specificante indicati dal 2000 per ciascun anno sino alla primavera / estate del 2006. Inoltre, ai sensi dell’art. III comma I del contratto era previsto che ACM percepisse esclusivamente come remunerazione per la creazione della Rete Commerciale Agenti e per la sua gestione, controllo e motivazione, una percentuale in conformità con l’indicata scaletta, sul prezzo delle vendite, in condizione ex-works, perfezionata e pagata da G., che fossero state concluse grazie al lavoro svolto per la rete di Agenti captati da ACM per G.; percentuale nella quale era incluso l’importo corrispondente ad ogni nuovo contratto di agenzia firmato da G. e concluso grazie la lavoro svolto da ACM. Per di più la stessa G. non aveva mai smentito o contestato tali circostanze e all’udienza del 20 giugno 2007 aveva anche versato la somma di € 34.586,21 a titolo di provvigioni – fatti omessi dalla Corte territoriale. Dunque, era stato omesso l’esame della circostanza per cui era stata ACM ad introdurre nel mercato italiano la ditta mandante, nonché del fatto che la M. veniva retribuita con provvigioni sulla merce venduta, sicché con motivazione viziata era stata esclusa l’esistenza del contratto di agenzia C omessa analisi / valutazione del testo inerente al “contratto di prestazione di servizi”, laddove l’omessa analisi del suo contenuto aveva quindi indotto la Corte d’Appello ad una erronea valutazione del rapporto negoziale in questione).

Con 2° motivo la ricorrente ha denunciato la Insufficiente, contraddittoria ed illogica motivazione – art. 360 n. 4 – in relazione all’art. 132 c.p.c.. Tra l’altro, la ricorrente aveva avuto modo di precisare personalmente nel corso del primo grado di giudizio, senza essere smentita, che lavoro svolto a favore della G. per sei anni consecutivi aveva impegnato circa il 70% della sua intera attività; che detta attività veniva svolta dalla propria agenzia in piena autonomia e che il rischio di tali attività gravava tutto sull’agente.

Se, quindi, la Corte di merito avesse considerato e valorizzato i fatti di causa sarebbe certamente giunta alla conclusione che la ricorrente svolgeva prevalentemente, stabilmente ed in piena autonomia organizzativa, nonché con rischio reddituale a proprio carico, attività di promozione delle vendite, sicché era da considerarsi a tutti gli effetti una agente ai sensi dell’articolo 1742 del codice civile.Una serie di commenti a sentenze di avvocato a Bologna Sergio Armaroli per dare una prima idea degli orientamenti di giurisprudenza, si tratta di articoli sulle successioni, sulla separazione e divorzio, e sul danno alla persona da incidente  stradale a responsabilita' medica.

Con il 3° la ricorrente ha lamentato violazione o falsa applicazione dell’articolo 1742 c.c., in relazione all’articolo 360 n. 3 c.p.c., censurando l’argomentazione svolta dalla Corte territoriale, secondo cui l’operato di essa M. non era riconducibile a quanto previsto dall’articolo 1742, pur avendo la stessa creato, organizzato e controllato la rete commerciale di G., perché non vi era stata un’attività di convincimento del potenziale cliente, all’attività di promozione, dietro corrispettivo, in ordine alla conclusione di contratti in una certa zona, contratti quindi anche diversi dalla compravendita, sicché la promozione può aver luogo in qualunque forma ed anche in modo indiretto. L’attività tipica dell’agente non richiede quindi, necessariamente, la ricerca del cliente ed è sempre riconducibile la prestazione dedotta nel contratto, anche quando il cliente, da cui proviene la proposta di contratto trasmessa dall’agente, non sia stato direttamente ricercato da quest’ultimo, ma risulti acquisito tramite altri agenti individuati coordinati dallo stesso. Di conseguenza, secondo parte ricorrente, ai sensi del citato art. 1742 non rilevano le particolari modalità di acquisizione della clientela, a favore della preponente, potendo l’agente provvedere a contattare i potenziali clienti tanto con la loro ricerca attraverso visite personali quanto a mezzo della rete di agenti dallo stesso creata. Nel caso in esame il contratto intercorso tra le parti prevedeva all’articolo 1, relativamente all’oggetto dello stesso, la creazione, lo sviluppo e il controllo nonché il seguimento della rete commerciale di G. in Italia mediante la ricerca la selezione e la presentazione di agenti da parte di A.C.M. a G., con la finalità che dopo l’approvazione e la conformità da parte della società dei corrispondenti contratti, (tali agenti) passassero ad integrare la rete di agenti G. in Italia. A.C.M. ugualmente si impegnava a realizzare il controllo, seguimento e motivazione della rete di agenti in Italia, tutto ciò con la finalità di incrementare la presenza e la vendita di G. in detto territorio tramite la rete commerciale a tal fine creata. Inoltre, A.C.M. non avrebbe potuto esercitare l’attività e le funzioni definite nel contratto fuori dal territorio compreso in Italia. Pertanto, alla stregua di quanto previsto in contratto, secondo la ricorrente era evidente che lo stesso rientrava a pieno titolo tra quelli di agenzia, poiché l’attività promozionale della M. a favore di G. veniva esercitata attraverso altri agenti ricercati e selezionati dalla ricorrente, in base a quanto in proposito ritenuto certamente possibile da dottrina e giurisprudenza.

Con il 4° motivo di ricorso è stata, infine, dedotta la nullità del procedimento – art. 360 n. 4 c.p.c. – omesso esame della domanda di pagamento relativa a provvigioni dovute in ragione di complessivi 410.784,77 euro (da cui detrarre la somma di 34.586,21 euro versati da G. all’udienza del 20-06-2007 in primo grado, trattenuti dalla ricorrente a titolo di acconto, con conseguente differenza a credito pari a 376.198,56 euro), essendosi limitata a esaminare la domanda di condanna la pagamento dell’indennità di per cessazione del dedotto rapporto di agenzia, così restringendo il suo esame al problema della qualificazione del rapporto contrattuale. Le provvigioni rivendicate traevano origine e titolo dal contratto a suo tempo sottoscritto dalle parti e non dipendevano dalla qualificazione del rapporto negoziale, sicché tali provvigioni erano dovute da parte convenuta a prescindere dalla qualificazione giuridica del rapporto. Non vi era stata comunque alcuna contestazione circa la validità del contratto sottoscritto dalle parti.

Tanto premesso, il ricorso va disatteso, risultando l’atto in larga parte inammissibile ed in parte altresì infondato, alla luce delle seguenti considerazioni.

L’atto difetta, in primo luogo, di adeguate e sufficienti allegazioni, in violazione in particolare di quanto invece prescritto a pena d’inammissibilità dall’art. 366, co. 1 nn. 3 e 6, c.p.c.. Mancano, in particolare, una esauriente esposizione di quanto dedotto con il ricorso introduttivo del giudizio (non bastando di certo le sole conclusioni di merito ed istruttorie ivi formulate), con la memoria difensiva della convenuta (di modo che non è nemmeno possibile desumere significative e rilevanti omesse contestazioni) e con la sentenza (di rigetto) pronunciata dal giudice di primo grado (anch’essa rilevante per poter appieno comprendere le ragioni della pronuncia di appello, che la confermava con il rigetto dell’interposto gravame, sicché le argomentazioni svolte con la prima vanno necessariamente lette insieme alle motivazioni integratrici della seconda – v. sul punto in part. Cass. sez. un. civ. n. 7074 del 20/03/2017, secondo cui ove la sentenza di appello sia motivata “per relationem” alla pronuncia di primo grado, al fine ritenere assolto l’onere ex art. 366, n. 6, c.p.c. occorre che la censura identifichi il tenore della motivazione del primo giudice specificamente condivisa dal giudice di appello, nonché le critiche ad essa mosse con l’atto di gravame, che è necessario individuare per evidenziare che, con la resa motivazione, il giudice di secondo grado ha, in realtà, eluso i suoi doveri motivazionali.

Parimenti, secondo Cass. lav. n. 25482 del 02/12/2014, il principio di autosufficienza del motivo di ricorso per cassazione trova applicazione anche con riferimento alla violazione di norme processuali – v. ancora Cass. Ili civ. n. 10605 del 30/04/2010, secondo cui ai fini della ammissibilità del motivo con il quale si lamenta un vizio del procedimento ex art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ. è necessario che il ricorrente, alla luce del principio di autosufficienza dell’impugnazione, indichi le espressioni con cui detta deduzione è stata formulata nel giudizio di merito, non potendo a tal fine limitarsi ad asserire che si tratti di fatto pacifico, allorché neppure individui l’allegazione con la quale esso sarebbe stato introdotto e mantenuto nella controversia, posto che è pacifico soltanto il fatto che la parte abbia allegato, in modo tale che la controparte possa ammetterlo direttamente ed espressamente oppure in modo indiretto, attraverso l’affermazione di un fatto che lo presupponga – Cass. V civ. n. 12664 del 20/07/2012: il ricorrente, ove censuri la statuizione della sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso l’inammissibilità, per difetto di specificità, di un motivo di appello, ha l’onere di trascrivere il contenuto del mezzo di impugnazione nella misura necessaria ad evidenziarne la genericità, e non può limitarsi a rinviare all’atto medesimo – Cass. lav. n. 896 del 17/01/2014 in tema di errores in procedendo ha inoltre chiarito che il potere di esaminare direttamente gli atti e i documenti sui quali il ricorso si fonda presuppone ad ogni modo la rituale formulazione della censura, rispettando, in particolare, il principio di autosufficienza del ricorso, da intendere come un corollario del requisito di specificità dei motivi di impugnazione, in quanto l’esame diretto degli atti e dei documenti è circoscritto a quelli che la parte abbia specificamente indicato ed allegato).

Nella specie, inoltre, l’anzidetto principio di autosufficienza non risulta osservato nemmeno riguardo al ricorso d’appello (che devolve la cognizione della causa nei soli limiti di quanto all’uopo dedotto nei relativi motivi, tenuto conto delle previsioni di legge in materia, specialmente agli artt. 112 e 434 c.p.c., di guisa che l’appello costituisce rimedio processuale da intendere soltanto come revisio prioris instantiae e non già quale novum judicium. Cfr. Cass. lav. n. 4854 del 28/02/2014. V. inoltre, tra le altre, Cass. IlI civ. n, 1108 del 20/01/2006: anche nel rito del lavoro l’appello non ha effetto pienamente devolutivo, e, pertanto, ai sensi degli artt. 434, 342 e 346 cod. proc. civ., il giudice del gravame può conoscere della controversia dibattuta in primo grado solo attraverso l’esame delle specifiche censure mosse dall’appellante, attraverso la cui formulazione si consuma il diritto di impugnazione, e non può estendere l’indagine su punti della sentenza di primo grado che non siano stati investiti, neanche implicitamente, da alcuna doglianza, per cui deve ritenersi formato il giudicato interno – rilevabile anche d’ufficio – in ordine alle circostanze poste dal giudice di primo grado alla base della sua decisione in relazione alle quali non siano stati formulati specifici motivi di appello. Conformi Cass. nn. 10937 e 14507 del 2003. V. altresì Cass. II civ. n. 11935 in data 08/08/2002 e Cass. lav. n. 18722 del 16/09/2004 nonché n. 7208 del 15/04/2004. Cfr. inoltre Cass. IlI civ. n. 85 del 10/01/1975: i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, statuizioni e questioni che hanno formato oggetto di gravame con l’atto di appello, talché nel giudizio di cassazione non possono essere prospettate per la prima volta questioni nuove o nuovi temi di contestazione involgenti accertamenti di fatto non compiuti dal giudice di merito. In senso analogo Cass. lav. n. 1170 – 08/03/1978, Cass. II civ. n. 402 del 19/01/1979, id. n. 4486 del 08/07/1981, id. n. 188 del 14/01/1977).

Né alcuna sanatoria è in proposito ricavabile dalla lettura della sentenza impugnata, ovvero di altri atti processuali. Infatti, per soddisfare il requisito imposto dall’articolo 366, comma primo n. 3, cod. proc. civ. il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione a porre il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, di cogliere il significato e la portata delle censure rivolte alle specifiche argomentazioni della sentenza impugnata, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza stessa (Cass. II civ. n. 7825 del 04/04/2006, conformi Cass. nn. 16360 del 2004, 12166 e 19788 del 2005. V. altresì più recentemente in senso analogo Cass. VI civ. – 3 n. 1926 del 03/02/2015,1 civ. n. 19018 del 31/07/2017, id. n. 12688 del 30/05/2007). Parimenti dicasi per le memorie ex art. 378 c.p.c., che come è noto hanno funzione soltanto illustrativa rispetto a quanto però già in precedenza ritualmente e tempestivamente dedotto.

Sono, dunque, in primo luogo palesemente inammissibili le doglianze mosse con il secondo e con il quarto motivo, siccome attinenti a pretesi errores in procedendo, per difetto dei requisiti richiesti dall’art. 366 comma 1 nn. 3 e 6 del codice di rito, non essendo stati forniti idonei e sufficienti elementi di cognizione da cui poter rilevare, eventualmente, i vizi ivi denunciati, tanto più poi in relazione all’asserita omessa pronuncia di cui all’ultima censura, che risulta chiaramente contraddetta dalle risultanze della sentenza de qua, laddove si legge che l’interposto gravame era fondato essenzialmente su un unico motivo, circa la ritenuta esclusione di un rapporto di agenzia. Ne derivava, ovviamente, alla stregua dell’anzidetto limitato effetto devolutivo che la Corte di merito doveva pronunciarsi unicamente sul punto, senza quindi dover riesaminare l’intero contenzioso alla luce pure del diverso rapporto contrattuale opposto da parte convenuta, già resistente a tutte le pretese creditorie ex adverso azionate.

Ed analoghe considerazioni, in termini d’inammissibilità, possono valere per i primi due motivi, con i quali in effetti la ricorrente contesta il ragionamento decisorio, peraltro coerente e logico nella sua esposizione, in forza del quale i giudici di merito hanno ritenuto di dover rigettare la domanda dell’attrice, che però irritualmente in questa sede di legittimità tende in concreto a svilirne il fondamento; pretesa tanto più nella specie inammissibile nella operano i limiti maggiormente rigorosi imposti dall’attuale e vigente ‘art. 360 n. 5 c.p.c., qui applicabile in relazione a sentenza pronunciata nell’ottobre dell’anno 2012 e pubblicata mediante deposito il successivo 13 novembre (cfr. tra l’altro Cass. IlI civ. n. 11892 del 10/06/2016, secondo cui pure il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. -che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio-, né in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132, n. 4, c.p.c. – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante. Ed in senso analogo su quest’ultimo punto, circa il solo c.d. minimo costituzionale, rilevante ex art. 360 n. 5, v. altresì Cass. sez. un. civ. nn. 8053 e 8054 del 2014).

Va infatti ricordato (cfr. Cass. I civ. n. 16526 del 5/8/2016) che in tema di ricorso per cassazione per vizi della motivazione della sentenza, il controllo di logicità del giudizio del giudice di merito non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto tale giudice ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe, pur a fronte di un possibile diverso inquadramento degli elementi probatori valutati, in una nuova formulazione del giudizio di fatto in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità (v. altresì Cass. sez. 6 – 5, n. 91 del 7/1/2014, secondo cui per l’effetto la Corte di Cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, né porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito. Conformi Cass., n. 15489 del 2007 e n. 5024 del 28/03/2012. V. altresì Cass. I civ. n. 1754 del 26/01/2007, secondo cui il vizio di motivazione che giustifica la cassazione della sentenza sussiste solo qualora il tessuto argomentativo presenti lacune, incoerenze e incongruenze tali da impedire l’individuazione del criterio logico a fondamento della decisione impugnata, restando escluso che la parte possa far valere il contrasto della ricostruzione con quella operata dal giudice di merito e l’attribuzione agli elementi valutati di un valore e di un significato difformi rispetto alle aspettative e deduzioni delle parti. Conforme Cass. n. 3881 del 2006. V. ancora Cass. n. 7394 del 26/03/2010, secondo cui è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ., qualora esso intenda far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, prospetti un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione citata. In caso contrario, infatti, tale motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e perciò in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione. In senso analogo v. anche Cass. n. 6064 del 2008 e n. 5066 del 5/03/2007.

Cfr. ancora Cass. II civ. n. 24434 del 30/11/2016: in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360, comma 1, numero 5), c.p.c., e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità. Id. n. 11176 – 08/05/2017: nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove – salvo che non abbiano natura di prova legale -, il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti. Il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purché risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati.

Cass. IlI civ. n. 11892 del 10/06/2016: la violazione dell’art. 115 c.p.c. può essere dedotta come vizio di legittimità solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre.

In senso analogo si esprimeva anche la più risalente giurisprudenza di legittimità. V. infatti Cass. II civ. n. 2093 del 05/07/1971: il principio sancito dall’art. 115 c.p.c., per cui il giudice deve decidere iuxta alligata et probata, non può dirsi violato quando le prove siano state valutate in un modo piuttosto che in un altro, ovvero quando, nell’esporre le ragioni del suo convincimento, il giudice non richiami e discuta puntualmente tutte le risultanze contrarie a quelle ritenute decisive. Né il travisamento dei fatti può costituire motivo di censura in sede di legittimità se non si risolve in omessa, deficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia.

Cfr. altresì Cass. II civ. n. 2707 del 12/02/2004, secondo cui le norme – art. 2697 ss.- poste dal Libro VI, Titolo II del Codice civile regolano le materie: a) dell’onere della prova; b) dell’astratta idoneità di ciascuno dei mezzi in esse presi in considerazione all’assolvimento di tale onere in relazione a specifiche esigenze; c) della forma che ciascuno di essi deve assumere; non anche la materia della valutazione dei risultati ottenuti mediante l’esperimento dei mezzi di prova, che è viceversa disciplinata dagli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., e la cui erroneità ridonda quale vizio ex art. 360, primo comma n. 5, cod. proc. civ.). Pertanto, si appalesa l’inammissibilità delle varie doglianze al riguardo mosse da parte ricorrente.

Parimenti, infine, va osservato in relazione al terzo motivo, una volta accertato il corretto percorso argomentativo seguito dalla Corte di merito circa la reputata insussistenza nella specie dei caratteri tipici dell’agenzia ex art. 1742 c.c., contratto che tra l’altro “deve essere di, inammissibile la prova testimoniale -salvo che per dimostrare la perdita incolpevole del documento – e quella per presunzioni. Nella specie, quindi, in applicazione dell’enunciato principio, veniva confermata la sentenza di merito, la quale aveva escluso che la prova del contratto di agenzia potesse ricavarsi dai documenti comprovanti l’effettuazione delle prestazioni riconducibili al rapporto).

Al riguardo, inoltre – rilevato preliminarmente che non risulta formulata alcuna specifica censura in relazione alla mancata ammissione della prova testimoniale, con riferimento alle previsioni di cui all’art. 244 e ss. c.p.c., e che il principio di autosufficienza – specificità, richiesto dall’art. 366 co. 1 n. 6 c.p.c. non risulta comunque essere stato rispettato riguardo alla non meglio indicata (né altrimenti riassunta nel suo effettivo contenuto e circa la sua provenienza) documentazione contabile, sulla quale pure l’attrice ha fondato la sua pretesa creditoria in relazione al dedotto rapporto contrattuale, che assume doversi qualificare come di agenzia – l’anzidetta doglianza oltre che di conseguenza in parte qua inammissibile, risulta pure infondata per difetto di corrispondenti elementi probatori (cfr. tra le altre Cass. VI civ. 3 n. 19048 del 28/09/2016: il ricorrente per cassazione, il quale intenda dolersi dell’omessa od erronea valutazione di un documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere – imposto dall’art. 366, comma 1, n. 6), c.p.c. – di produrlo agli atti e di indicarne il contenuto – trascrivendolo o riassumendolo nel ricorso – sicché la violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile. In senso analogo v. pure Cass. lav. n. 2966 del 07/02/2011 con riferimento alle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4 del codice di rito. (Conformi Cass. nn. 22303 del 2008 e 15628 del 2009).

La Corte bolognese, comunque, ha correttamente rilevato, in punto di diritto, richiamando la giurisprudenza, che l’attività di promozione rilevante ai fini del contratto di agenzia non può equipararsi a mera propaganda, da cui possa derivare solo indirettamente un incremento delle vendite, ma consistere nell’attività di convincimento del potenziale cliente ad effettuare ordinazioni di prodotti del preponente, poiché è proprio con riguardo queste risultato che viene riconosciuto il compenso, consistente nella provvigione sui contratti conclusi pel tramite dell’agente ed andati a buon fine, ciò del resto in aderenza al dettato normativo ex art. 1742 c.c. (Col contratto di agenzia una parte assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto dell’altra, verso retribuzione, la conclusione di contratti in una zona determinata). Ne deriva che tale tipica configurazione non si attaglia al caso di specie, laddove l’incarico (principale) conferito alla M. consisteva nella creazione di una rete commerciale mediante il reclutamento e la formazione di agenti, i quali di conseguenza avrebbero operato per conto della preponente G., mentre la ricorrente avrebbe avuto in effetti l’ulteriore compito (accessorio), di propaganda e di supporto nei confronti degli agenti. Ed invero il corrispettivo pattuito, in base al contratto di prestazione servizi stipulato il 2 novembre 2000 con la società controricorrente, prevedeva esclusivamente per ACM la remunerazione per la creazione della rete commerciale di agenti e la sua gestione, il controllo e la motivazione, secondo le percentuali di cui alla scala allegata, inerente all’importo delle vendite annuali, sicché le commissioni erano commisurate al volume delle vendite annuali, concluse e perfezionate grazie al lavoro svolto dalla rete di agenti captati da ACM per G., ivi compreso l’importo corrispondente ad ogni nuovo contratto di agenzia firmato da G. e concluso grazie ad ACM. Dunque, il corrispettivo è stato concordato in misura onnicomprensiva, anche per la gestione della rete commerciale, ma senza nessuno specifico e diretto riferimento ai singoli affari conclusi dagli agenti, bensì in relazione all’importo globale delle vendite annuali (per cui in ordine agli scaglioni ivi considerati erano indicate altrettante distinte percentuali di commissioni).

Orbene, questa Corte già con sentenza n. 6482 del 01/04/2004 ha avuto modo di affermare che nel contratto di agenzia la prestazione dell’agente consiste in atti di contenuto vario e non predeterminato che tendono tutti alla promozione della conclusione di contratti in una zona determinata per conto del preponente, quali il compito di propaganda, la predisposizione dei contratti, la ricezione e la trasmissione delle proposte al preponente per l’accettazione;l’attività tipica dell’agente di commercio non richiede, quindi, necessariamente la ricerca del cliente ed è sempre riconducibile alla prestazione dedotta nel contratto di agenzia anche quando il cliente, da cui proviene la proposta di contratto trasmessa dall’agente, non sia stato direttamente ricercato da quest’ultimo ma risulti acquisito su indicazioni del preponente o in qualsiasi altro modo, purché tuttavia sussista nesso di causalità tra l’opera promozionale svolta dall’agente nei confronti del cliente e la conclusione dell’affare cui si riferisce la richiesta di provvigione; condizione questa però evidentemente mancante nel caso di specie qui in esame.

Inoltre (v. Cass. lav. n. 6291 del 22/06/1990), l’attività di promozione della conclusione di contratti per conto del preponente, che costituisce l’obbligazione tipica dell’agente, non può consistere in una mera attività di propaganda, da cui possa solo indirettamente derivare un incremento delle vendite, ma deve consistere nell’attività di convincimento del potenziale cliente ad effettuare delle ordinazioni dei prodotti del preponente, atteso che è proprio con riguardo a questo risultato che viene attribuito all’agente il compenso, consistente nella provvigione sui contratti conclusi per suo tramite e andati a buon fine, e che è configurabile l’obbligo – a carico dell’agente medesimo – allo star del credere (di conseguenza, con riferimento al caso nella specie esaminato, quando l’ausiliare di un’impresa farmaceutica si limita a propagandare il prodotto pressi i medici, e quindi a promuovere solo indirettamente – giacché i farmaci non sono acquistati dagli stessi medici- gli affari del preponente, tale ausiliare, comunque venga definito dalle parti, non è un agente, ma un propagandista scientifico, la cui attività può formare oggetto di lavoro subordinato od autonomo, a seconda che siano riscontrabili o meno i caratteri della subordinazione. In senso analogo Cass. lav. n. 6355 del 22/06/1999, secondo cui l’ausiliare di un’impresa farmaceutica si limita a propagandare il prodotto presso i medici, e quindi a promuovere solo indirettamente gli affari del preponente, sicché tale ausiliare non è un agente ma un propagandista scientifico, la cui attività può formare oggetto di lavoro subordinato od autonomo o talora può aggiungersi a quella di agente, Quando Questi curi anche la stipulazione dei singoli contratti. Parimenti, secondo Cass. lav. n. 18686 – 08/07/2008, che quindi escludeva il diritto alle provvigioni ove i prodotti della preponente vengano offerti a enti e soggetti pubblici, nella specie, strutture ospedaliere o aziende sanitarie pubbliche, non essendo ipotizzabile un convincimento ad ordinare il prodotto, ma mera propaganda, atteso il vincolo delle amministrative di evidenza pubblica in materia di conclusione di contratti.

Cfr. peraltro anche Cass. lav. n. 2514 del 17/04/1980 con riferimento alla figura del procacciatore di affari, si concreta nella più limitata attività di chi raccoglie le ordinazioni dei clienti, trasmettendole alla ditta dalla quale ha ricevuto l’incarico di procurare tali commissioni, ma senza vincolo di stabilita ed in via del tutto occasionale, anche se, poi, per la relativa disciplina, può farsi ricorso analogico, alla normativa concernente il contratto di agenzia. In senso conforme Cass. n. 870 del 1977 e n. 5849 del 08/10/1983).

Pertanto, appaiono infondate anche le doglianze svolte per il terzo motivo.

Dunque, il ricorso va respinto, con conseguente condanna della soccombente al rimborso delle relative spese. Stante l’esito del tutto negativo dell’impugnazione, la società è tenuta anche al versamento dell’ulteriore contributo unificato, ricorrendone i presupposti di legge.

P.Q.M.

la Corte RIGETTA il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese, che liquida a favore della parte controricorrente in euro 8.000,00 (ottomila/00) per compensi professionali ed in euro 200,00 (duecento/00) per esborsi, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. n. 115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.

CAPARRA CONFIRMATORIA ART 1350 CC QUANDO SI PERDE?

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risulterebbe preclusa dalla statuizione sul punto della Corte di Appello nella sentenza n. 2396 del 1998. Piuttosto, tale domanda non incontrava alcun tipo di preclusione nel giudicato formatosi, viceversa, esclusivamente in relazione alla domanda di recesso ex art. 1385 cc

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che se il danno accertato è superiore all’importo della caparra a questo importo deve essere aggiunta la differenza fra lo stesso danno e l’importo della caparra: b) se il danno accertato è inferiore all’importo della caparra, il danno da risarcire viene a corrispondere non al minore importo accertato nel giudizio, ma all’importo della caparra, che costituisce, perciò, la misura minima del danno risarcibile derivante dall’inadempimento.

 

 

  • Pertanto, conclude la ricorrente, sulla base delle considerazioni svolte apparirebbe del tutto illegittimo sostenere che la domanda di riconoscimento del diritto alla ritenzione definitiva della caparra, a titolo di risarcimento, risulterebbe preclusa dalla statuizione sul punto della Corte di Appello nella sentenza n. 2396 del 1998. Piuttosto, tale domanda non incontrava alcun tipo di preclusione nel giudicato formatosi, viceversa, esclusivamente in relazione alla domanda di recesso ex art. 1385 cc. La ricorrente conclude formulando il seguente quesito di diritto: Il risarcimento del danno derivante dalla pronuncia di risoluzione del contratto può essere liquidato a tale titolo e ferma restando la sua autonomia e diversità rispetto alla domanda di recesso ex art. 1385 cc. in favore della parte adempiente con riferimento ed in misura pari all’importo della caparra confirmatoria versata dalla parte inadempiente? 1.1.- Il motivo è infondato.

 

 

È giusto il caso di evidenziare che la Corte romana, intanto, ha correttamente richiamato i principi espressi dalla Corte di Cassazione con la sentenza di rinvio ed, ad un tempo, ha correttamente evidenziato le esigenze di fatto e di diritto che il Giudice del rinvio avrebbe dovuto soddisfare. In particolare, la Corte romana ha chiarito che la Corte di Cassazione, avendo accertato che la S. sia in primo che in secondo grado aveva chiesto la condanna della D.R. al risarcimento dei danni nella misura della caparra versata o in quella che sarebbe stata accertata in corso di causa, ha affermato che il giudice di appello non poteva emanare una condanna generica e rimettere ad un separato giudizio la liquidazione se non violando il principio prescritto dall’art. 112 cpc, ma doveva liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova.

 

Pertanto, la Corte di Cassazione demandava al Giudice del rinvio di liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova. Ora, la Corte romana ha riscontrato che con l’atto di riassunzione la S. ha riformulato la domanda di risarcimento riproponendo: a) in via principale, la domanda di liquidazione del danno in separato giudizio: b) in subordine, la domanda di liquidazione del danno nella forma di ritenzione della caparra. Epperò, come correttamente ha evidenziato la Corte romana, la domanda in via principale non poteva esser accolta perché avrebbe comportato una disapplicazione della statuizione della Suprema Corte, espressa con la sentenza di rinvio e oggetto del presente giudizio. D’altra parte, era del tutto evidente che l’accoglimento di quella domanda avrebbe comportato lo stesso errore in cui era incorsa la sentenza che era stata cassata. Tale affermazione – come pure è stato evidenziato dalla stessa Corte romana – risponde pienamente al principio più volte espresso da questa Corte secondo cui nei casi in cui il Giudice di legittimità decida questioni di fatto o di diritto che si presentano come necessarie ed inderogabili rispetto alla valutazione dei criteri in procedendo e in iudicando di cui è stata assunta la violazione il giudice del rinvio, non potrà discostarsi non solo da questa, ma anche dall’accertato presupposto, il cui riesame tenderebbe a porre nel nulla o a limitare l’effetto della sentenza della Cassazione. 1.1.a).-

 

Non merita alcuna censura neppure l’affermazione della Corte romana con la quale ha ritenuto preclusa l’altra domanda avanzata dalla S. con l’atto di riassunzione e, cioè, la domanda di riconoscimento del diritto alla ritenzione definitiva della caparra a titolo di risarcimento del danno, perché sulla stessa si era formato il giudicato. A ben vedere, la Corte romana ha correttamente evidenziato che la domanda di risoluzione del contratto proposta dalla S. era stata accompagnata dalla richiesta di condanna della D.R. al risarcimento da soddisfare alternativamente attraverso la ritenzione della caparra versata, ovvero nel pagamento della somma da accertare. Sennonché la domanda al risarcimento da soddisfare con la ritenzione della caparra era stata esclusa dalla sentenza parzialmente annullata dalla Corte di cassazione e tale statuizione non era stata censurata e non aveva formato oggetto di esame da parte della stessa Corte di Cassazione, con l’ineludibile conseguenza che quella statuizione era divenuta definitiva. Pertanto, tale domanda non poteva essere riproposta, neppure con l’atto di riassunzione. Né quella domanda, di ritenere la caparra a titolo di risarcimento del danno, integrava gli estremi di una domanda volta al concreto ed effettivo accertamento del danno e alla sua liquidazione non fosse altro perché la richiesta di trattenere la caparra a titolo di risarcimento del danno darebbe per affermato ma, non dimostrato che il danno subito fosse eguale all’ammontare della caparra. Piuttosto, correttamente la sentenza impugnata ha evidenziato che la S. avrebbe dovuto – ma non lo ha fatto – riformulare la domanda di risarcimento del danno nella forma della liquidazione con l’impegno della stessa S. di dimostrare l’an e il quantum del danno di cui chiedeva la liquidazione, che però, come afferma la sentenza impugnata non sembra lo abbia fatto né abbia dimostrato o abbia chiesto di dimostrare il danno subito. 1.1.b).- Per altro è convincimento di queste Sez. Un. che del tutto destituita di fondamento (benché suggestivamente sostenuta in dottrina e motivatamente fatta propria da una recente giurisprudenza di legittimità e di merito) risulti la teoria della caparra intesa quale misura minima del danno risarcibile da riconoscersi, comunque, alla parte non inadempiente, benché questa si sia avvalsa, in sede di introduzione del giudizio, dei rimedi ordinari di tutela” (Cass. n. 553 del 2009).

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 9 aprile 2013 depositata  1° agosto 2013, n. 18423 Presidente Oddo – Relatore Scalisi

Svolgimento del processo

D.R.C. con atto di citazione del 6 luglio 1992 conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Roma S.A. e S.P. , premesso di aver stipulato il (omissis) un preliminare di vendita con il quale aveva promesso di acquistare un appartamento in (omissis) per il prezzo di un miliardo e 500 milioni di lire; che aveva corrisposto L.700.000.000 e si era obbligato al pagamento del residuo alla stipulazione dell’atto notarile nel termine di sei mesi, con possibilità di proroga di altri sei mesi, previa corresponsione degli interessi del 12%, che i convenuti non si erano presentati davanti al notaio il giorno 2 luglio 1992 per la stipulazione dell’atto definitivo di compravendita chiedeva il trasferimento coattivo ex art. 1932 cod. civ. e il risarcimento del danno. Si costituivano: S.A. , il quale eccepiva la sua estraneità al contratto preliminare e S.P. , la quale sosteneva l’inadempimento della D.R. , inutilmente da lei diffidata alla stipulazione del contratto definitivo entro il (OMISSIS) e chiedeva, pertanto il rigetto della domanda attorca e in via riconvenzionale che accertato l’inadempimento della D.R. si dichiarasse la legittimità del suo recesso e il suo diritto di ritenzione della caparra o in subordine la risoluzione del contratto con condanna della D.R. al risarcimento del danno attraverso la ritenzione della caparra ovvero con pagamento di una somma da determinarsi nel corso di causa. Il Tribunale di Roma, con sentenza del 5 giugno 1995, rigettava la domanda della D.R. nei confronti di S.A. e la accoglieva nei confronti di S.P. risolvendo il preliminare in inadempimento di quest’ultima (S.P. ) che condannò alla restituzione della caparra con gli interessi legali, rigettava la domanda risarcitoria della D.R. per mancanza di prova. Avverso questa sentenza, proponeva appello S.P. e la Corte di Appello di Roma con sentenza del 7 luglio 1978 riformava la sentenza di primo grado, ritenendo che la diffida della S. avesse prodotto la risoluzione ai sensi dell’art. 1454 c.c. e dichiarava il contratto risolto di diritto, confermava la restituzione dei 700.000.000 di lire, fissando la decorrenza degli interessi dalla domanda e condannava la D.R. al risarcimento del danno alla S. da liquidarsi in separata sede. Avverso questa sentenza proponeva ricorso per cassazione la D.R. , cui resisteva la S. . La Corte Suprema di Cassazione con sentenza del 26 marzo 2002 rigettò tutti i motivi ad eccezione del quarto relativo alla statuizione sul risarcimento, rimettendo alla Corte di Appello di Roma per un nuovo esame della questione. La Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza di rinvio, ha affermato che il giudice d’appello non poteva emanare una condanna generica e rimettere ad un separato giudizio la liquidazione, se non violando il principio prescritto dall’art. 112 cpc, ma doveva liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova. Il processo veniva riassunto, separatamente dalla D.R. e dalla S. il 26 e 27 marzo 2003. I processi venivano riuniti.

La Corte di appello di Roma con sentenza n. 153 del 2006 riformava la sentenza del Tribunale di Roma e rigettava la domanda di risarcimento del danno proposta da S.P. . Compensava le spese sia del giudizio di secondo grado e sia del giudizio di legittimità. La Corte romana ha ritenuto opportuno, anzitutto, precisare che la S. correlò, alla domanda di risoluzione del contratto, la richiesta di condanna della D.R. al risarcimento da soddisfare alternativamente attraverso la ritenzione della caparra, ovvero nel pagamento della somma da accertare e la sentenza parzialmente annullata statuì sulla prima delle richieste alternative quella, cioè, tendente all’affermazione del diritto della S. di ritenere la caparra e la rigettò in applicazione dell’art. 1385 terzo comma, secondo il quale nell’ipotesi in cui la parte non inadempiente non eserciti il recesso, ma agisca per la risoluzione del contratto il diritto al risarcimento rimane regolata dalle norme generali e va, quindi, dimostrato nell’an e nel quantum. Tale statuizione non è stata censurata e non ha, quindi, formato oggetto di esame da parte della cassazione, limitato esclusivamente alla decisione sulla domanda alternativa di risarcimento quella volta all’effettivo risarcimento del danno e alla sua liquidazione. Ora nella fase di rinvio la S. non ha invero formulato la domanda di risarcimento nella forma della liquidazione del danno, né la S. ha dimostrato o ha chiesto di dimostrare il danno subito, né ha allegato alcuna specificazione e, dunque, la domanda della S. va rigettata. La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da S.P. con atto di ricorso affidato ad un unico motivo, illustrato con memoria. D.R.C. , in questa fase non ha svolto alcuna attività giudiziale.

Motivi della decisione
1.- Con l’unico motivo di ricorso S.P. lamenta la violazione e falsa applicazione dei principi vigenti in tema di risarcimento e liquidazione dei danni derivanti da risoluzione del contratto, artt. 1385, 1453, 1452, 1455 e ss. cc. in relazione all’art. 360 n. 3 cpc, nonché la violazione dei principi in sede di giudizio di rinvio e d’interpretazione e qualificazione della domanda, anche in rapporto alla funzione del giudicato art. 392 e ss. cpc. art. 163 e ss. cpc. in relazione all’art. 360 n. 3 e 4 cpc. Avrebbe errato la Corte romana, secondo la ricorrente, nell’aver rigettato le domande avanzate con l’atto di riassunzione dalla S. e, cioè sia la domanda di risarcimento del danno con liquidazione in separato giudizio sia la domanda subordinata di liquidazione del danno nella forma della ritenzione della caparra perché ritenendo che la prima (la domanda di risarcimento del danno con liquidazione in separato giudizio) non potesse essere accolta atteso che, in sostanza, avrebbe disapplicato la statuizione della Corte Suprema espressa con la sentenza di rinvio e oggetto del presente giudizio, mentre la seconda (la domanda subordinata di liquidazione del danno nella forma della ritenzione della caparra) non poteva essere accolta atteso che il diritto alla ritenzione della caparra a titolo di risarcimento escluso dalla Corte di Appello con la sentenza del 7 luglio 1998, ormai divenuta definitiva, non avrebbe tenuto conto dell’intera vicenda processuale. La Corte romana, secondo la ricorrente non avrebbe tenuto conto che la sig.ra S. con l’atto di appello aveva chiesto contestualmente all’annullamento e/o alla riforma della sentenza di primo grado l’accoglimento di tutte le domande proposte in primo grado che venivano a tal fine integralmente ed espressamente richiamate; pertanto, sia pure in torma gradata e alternativa, la sig.ra S. aveva ritualmente proposto sia la domanda di recesso ex art. 1385 secondo comma cc. (con conseguente ritenzione della caparra) sia in via subordinata la risoluzione del contratto per grave ed incolpevole inadempimento della D.R. con richiesta di risarcimento danni commisurato e riferito o alla perdita della caparra confirmatoria, già versata, ovvero alla somma che sarebbe stata accertata in corso di causa o in separato giudizio. Se, dunque questa era la realtà degli atti di causa, specifica la ricorrente, assume rilievo determinante proprio in rapporto alla decisione emessa dalla Corte Suprema di rinvio che la liquidazione del danno fosse stata espressamente ancorata dall’attuale ricorrente alla misura della caparra versata all’atto del preliminare. Come affermato dalla Corte di Cassazione, specifica ancora la ricorrente, non sarebbe precluso nemmeno alla parte che si sia avvalsa della risoluzione stragiudiziale ex art. 1454 cc, richiedere giudizialmente il risarcimento, utilizzando la caparra nella sua funzione di preventiva liquidazione del danno, atteso che il diritto alla caparra può essere fatto valere, anche, nell’ambito della domanda di risoluzione quale entità del danno da risarcire. Insomma, ritiene la ricorrente, qualora la parte non inadempiente chiede la risoluzione del contratto ex art. 1453 cc, la stessa, conserva il diritto di ritenere la caparra ricevuta con questa conseguenza: a) che se il danno accertato è superiore all’importo della caparra a questo importo deve essere aggiunta la differenza fra lo stesso danno e l’importo della caparra: b) se il danno accertato è inferiore all’importo della caparra, il danno da risarcire viene a corrispondere non al minore importo accertato nel giudizio, ma all’importo della caparra, che costituisce, perciò, la misura minima del danno risarcibile derivante dall’inadempimento. Pertanto, conclude la ricorrente, sulla base delle considerazioni svolte apparirebbe del tutto illegittimo sostenere che la domanda di riconoscimento del diritto alla ritenzione definitiva della caparra, a titolo di risarcimento, risulterebbe preclusa dalla statuizione sul punto della Corte di Appello nella sentenza n. 2396 del 1998. Piuttosto, tale domanda non incontrava alcun tipo di preclusione nel giudicato formatosi, viceversa, esclusivamente in relazione alla domanda di recesso ex art. 1385 cc. La ricorrente conclude formulando il seguente quesito di diritto: Il risarcimento del danno derivante dalla pronuncia di risoluzione del contratto può essere liquidato a tale titolo e ferma restando la sua autonomia e diversità rispetto alla domanda di recesso ex art. 1385 cc. in favore della parte adempiente con riferimento ed in misura pari all’importo della caparra confirmatoria versata dalla parte inadempiente? 1.1.- Il motivo è infondato. È giusto il caso di evidenziare che la Corte romana, intanto, ha correttamente richiamato i principi espressi dalla Corte di Cassazione con la sentenza di rinvio ed, ad un tempo, ha correttamente evidenziato le esigenze di fatto e di diritto che il Giudice del rinvio avrebbe dovuto soddisfare. In particolare, la Corte romana ha chiarito che la Corte di Cassazione, avendo accertato che la S. sia in primo che in secondo grado aveva chiesto la condanna della D.R. al risarcimento dei danni nella misura della caparra versata o in quella che sarebbe stata accertata in corso di causa, ha affermato che il giudice di appello non poteva emanare una condanna generica e rimettere ad un separato giudizio la liquidazione se non violando il principio prescritto dall’art. 112 cpc, ma doveva liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova. Pertanto, la Corte di Cassazione demandava al Giudice del rinvio di liquidare il danno in base agli elementi acquisiti, oppure rigettare per difetto di prova. Ora, la Corte romana ha riscontrato che con l’atto di riassunzione la S. ha riformulato la domanda di risarcimento riproponendo: a) in via principale, la domanda di liquidazione del danno in separato giudizio: b) in subordine, la domanda di liquidazione del danno nella forma di ritenzione della caparra. Epperò, come correttamente ha evidenziato la Corte romana, la domanda in via principale non poteva esser accolta perché avrebbe comportato una disapplicazione della statuizione della Suprema Corte, espressa con la sentenza di rinvio e oggetto del presente giudizio. D’altra parte, era del tutto evidente che l’accoglimento di quella domanda avrebbe comportato lo stesso errore in cui era incorsa la sentenza che era stata cassata. Tale affermazione – come pure è stato evidenziato dalla stessa Corte romana – risponde pienamente al principio più volte espresso da questa Corte secondo cui nei casi in cui il Giudice di legittimità decida questioni di fatto o di diritto che si presentano come necessarie ed inderogabili rispetto alla valutazione dei criteri in procedendo e in iudicando di cui è stata assunta la violazione il giudice del rinvio, non potrà discostarsi non solo da questa, ma anche dall’accertato presupposto, il cui riesame tenderebbe a porre nel nulla o a limitare l’effetto della sentenza della Cassazione. 1.1.a).- Non merita alcuna censura neppure l’affermazione della Corte romana con la quale ha ritenuto preclusa l’altra domanda avanzata dalla S. con l’atto di riassunzione e, cioè, la domanda di riconoscimento del diritto alla ritenzione definitiva della caparra a titolo di risarcimento del danno, perché sulla stessa si era formato il giudicato. A ben vedere, la Corte romana ha correttamente evidenziato che la domanda di risoluzione del contratto proposta dalla S. era stata accompagnata dalla richiesta di condanna della D.R. al risarcimento da soddisfare alternativamente attraverso la ritenzione della caparra versata, ovvero nel pagamento della somma da accertare. Sennonché la domanda al risarcimento da soddisfare con la ritenzione della caparra era stata esclusa dalla sentenza parzialmente annullata dalla Corte di cassazione e tale statuizione non era stata censurata e non aveva formato oggetto di esame da parte della stessa Corte di Cassazione, con l’ineludibile conseguenza che quella statuizione era divenuta definitiva. Pertanto, tale domanda non poteva essere riproposta, neppure con l’atto di riassunzione. Né quella domanda, di ritenere la caparra a titolo di risarcimento del danno, integrava gli estremi di una domanda volta al concreto ed effettivo accertamento del danno e alla sua liquidazione non fosse altro perché la richiesta di trattenere la caparra a titolo di risarcimento del danno darebbe per affermato ma, non dimostrato che il danno subito fosse eguale all’ammontare della caparra. Piuttosto, correttamente la sentenza impugnata ha evidenziato che la S. avrebbe dovuto – ma non lo ha fatto – riformulare la domanda di risarcimento del danno nella forma della liquidazione con l’impegno della stessa S. di dimostrare l’an e il quantum del danno di cui chiedeva la liquidazione, che però, come afferma la sentenza impugnata non sembra lo abbia fatto né abbia dimostrato o abbia chiesto di dimostrare il danno subito. 1.1.b).- Per altro è convincimento di queste Sez. Un. che del tutto destituita di fondamento (benché suggestivamente sostenuta in dottrina e motivatamente fatta propria da una recente giurisprudenza di legittimità e di merito) risulti la teoria della caparra intesa quale misura minima del danno risarcibile da riconoscersi, comunque, alla parte non inadempiente, benché questa si sia avvalsa, in sede di introduzione del giudizio, dei rimedi ordinari di tutela” (Cass. n. 553 del 2009). In definitiva, il ricorso va rigettato. Non occorre provvedere al regolamento delle spese del presente giudizio di cassazione atteso che D.R.C. , in questa fase non ha svolto alcuna attività giudiziale.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Immobili vendita termine vizi cass sez unite  importantissima

 

Immobili vendita termine vizi cass sez unite  importantissima

avvocato specializzato cause-eredtarie-eredtarie

Come prevede l’art. 1495 c.c., comma 3, l’azione di garanzia per i vizi e la mancanza di qualità dovute si prescrive in un anno dalla consegna. Questo termine breve (di natura eccezionale – è, perciò, non estensibile al di fuori dei casi previsti – così fissato dal legislatore per garantire la stabilizzazione, in tempi circoscritti, dei rapporti economici riconducibili alle contrattazioni in tema di compravendita), che si collega all’onere della preventiva denuncia il cui assolvimento è prescritto dall’art. 1495 c.c., comma 1, concerne la tutela contrattuale del compratore per far valere l’inesatto adempimento per difettosità del bene oggetto della vendita, a prescindere dal rimedio. Il presupposto di fondo, quindi, consiste nella configurazione di tale responsabilità dell’acquirente come obbligazione derivante “ex contractu” nei termini precedentemente precisati (v. paragr. 2.4).

 

Secondo un primo indirizzo,

la prescrizione della garanzia, stabilita dall’art. 1495 c.c., comma 3, in un anno, è interrotta dalla manifestazione stragiudiziale al venditore della volontà – del compratore – di volerla esercitare, anche se il medesimo riservi ad un momento successivo la scelta tra la tutela alternativa di riduzione del prezzo o di risoluzione del contratto. Ai fini interruttivi, peraltro, non sarebbe necessaria la precisazione del tipo di tutela giudiziaria che il compratore intende richiedere nè risulterebbe rilevante che egli riservi ad un momento successivo tale scelta.

In tal senso si è espressa Cass., sez. 2, 10 settembre 1999, n. 9630 e, ancor prima, si era pronunciata nello stesso senso Cass., sez. 2, 6 giugno 1977, n. 2322. Tale orientamento è stato poi ripreso da Cass., Sez. 2, 8 luglio 2010, n. 18035 e da Cass., Sez. 2, 10 novembre 2015, n. 22903.

L’interpretazione accolta da tali pronunce – osserva la Seconda Sezione postula la distinzione tra la garanzia, intesa quale situazione giuridica autonoma suscettibile di distinti atti interruttivi della prescrizione, e le azioni edilizie di cui all’art. 1492 c.c., che da essa derivano.

Tale distinzione sarebbe alla base della sentenza di queste Sezioni unite n. 13294 del 2005, la quale ha affermato che l’impegno del venditore di eliminare i vizi della cosa venduta non costituisce una nuova obbligazione estintivo-satisfattiva dell’originaria obbligazione di garanzia, ma consente al compratore di essere svincolato dai termini di decadenza e dalle condizioni di cui all’art. 1495 c.c., ai fini dell’esercizio delle azioni di cui al citato art. 1492 c.c., costituendo riconoscimento del debito interruttivo della prescrizione.

Secondo un diverso orientamento,

invece, la facoltà riconosciuta al compratore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo ha natura di diritto potestativo a fronte del quale la posizione del venditore è di mera soggezione. Conseguentemente, si è ritenuto che il termine di prescrizione per l’esercizio di tali azioni possa essere interrotto unicamente attraverso la domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora ex art. 1219 c.c., comma 1, i quali si attagliano ai diritti di credito ma non ai diritti potestativi.

Quale espressione di questo orientamento sono richiamate le pronunce della Seconda sezione n. 18477 del 2003, n. 20332 del 2007 e n. 20705 del 2017. Tale ricostruzione – osserva l’ordinanza interlocutoria – non distingue tra prescrizione della garanzia e prescrizione delle azioni edilizie e condurrebbe a ritenere inidoneo ai fini interruttivi l’impegno del venditore di eliminare i vizi, “e ciò senza indagare se detto atto, in quanto idoneo a interrompere la prescrizione della garanzia impedisca pure la prescrizione delle azioni edilizie a valle”.

Si pone pertanto, ad avviso della Seconda Sezione, la questione di stabilire quali atti siano idonei ad interrompere il breve termine prescrizionale previsto dall’art. 1495 c.c., e cioè se, a tal fine, valga solo l’azione giudiziale ovvero siano idonei anche altri atti e quale debba essere il loro contenuto, nonché il rapporto tra la garanzia, intesa quale autonoma posizione sostanziale e processuale, e quali i diritti e le azioni che da essa hanno origine. Tale questione postula a monte la risoluzione di altra controversa problematica relativa alla natura giuridica della garanzia per vizi e del rapporto tra le categorie generali della “garanzia” da una parte e delle situazioni giuridiche passive dall’altra.

 La specifica questione sottoposta all’esame delle Sezioni unite.

Da quanto riportato si evince,

oggetto della compravendita e, perciò, delle inerenti risultanze istruttorie, con particolare riferimento agli esiti dell'esperita prova testimoniale, senza che - nella fattispecie - si sia comunque venuta a configurare la supposta violazione dell'art. 2697 c.c., avendo la parte acquirente assolto all'onere probatorio - sulla medesima gravante - di riscontrare l'esistenza dei vizi e la loro idoneità a rendere inservibile ed inutilizzabile allo scopo per il quale era stato comprato il quantitativo di piante fornitogli (in conformità al principio in proposito affermato da queste Sezioni unite con la recente sentenza n. 11748/2019, già richiamata in precedenza).
oggetto della compravendita e, perciò, delle inerenti risultanze istruttorie, con particolare riferimento agli esiti dell’esperita prova testimoniale, senza che – nella fattispecie – si sia comunque venuta a configurare la supposta violazione dell’art. 2697 c.c., avendo la parte acquirente assolto all’onere probatorio – sulla medesima gravante – di riscontrare l’esistenza dei vizi e la loro idoneità a rendere inservibile ed inutilizzabile allo scopo per il quale era stato comprato il quantitativo di piante fornitogli (in conformità al principio in proposito affermato da queste Sezioni unite con la recente sentenza n. 11748/2019, già richiamata in precedenza).

dunque, che la questione centrale – qualificata come di massima di particolare importanza – prospettata dalla Seconda Sezione previa qualificazione dell’istituto della garanzia per vizi nella compravendita (con esclusione, stante la loro peculiare disciplina, delle fattispecie di compravendita disciplinate dal c.d. codice del consumo), concerne l’individuazione degli atti idonei a interrompere la prescrizione di cui all’art. 1495 c.c., comma 3, ai sensi dell’art. 2943 c.c. e segg., ed in particolare se possa riconoscersi tale effetto anche ad atti diversi dalla proposizione dell’azione giudiziale, e se, ed in quale misura, detti atti interruttivi inibiscano il decorso della prescrizione in relazione alle azioni edilizie di cui all’art. 1492 c.c., comma 1.

2.3. La disciplina della garanzia per vizi della cosa.

Si rileva, in primo luogo, l’opportunità di esporre una sintesi di massima sugli aspetti generali maggiormente precipui della regolamentazione che presiede alla tutela della garanzia per i vizi dell’oggetto della compravendita.

Una parte rilevante delle disposizioni codicistiche in tema di vendita concerne le garanzie cui il venditore è tenuto nei confronti del compratore e, in particolare, la garanzia per evizione, la garanzia per vizi (artt. 1490 – 1496 c.c.), la mancanza di qualità (art. 1497 c.c.) e la garanzia di buon funzionamento (art. 1512 c.c.).

La riconducibilità di tutte tali ipotesi ad un medesimo fondamento è tuttora discussa in dottrina e giurisprudenza, così come non è del tutto pacifica la natura giuridica delle stesse, anche in ragione della disciplina articolata e non univoca predisposta dal legislatore.

Le questioni prospettate attengono alla garanzia per il c.d. vizio redibitorio, cioè il vizio che rende la cosa venduta inidonea all’uso cui è destinata o ne diminuisce in modo apprezzabile il valore (art. 1490 c.c.). Tale garanzia è espressamente contemplata dall’art. 1476 c.c., n. 3, che la include tra le obbligazioni principali del venditore.

  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO
FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO

Gli effetti della garanzia sono delineati dall’art. 1492 c.c., comma 1, il quale prevede che, nei casi di cui all’art. 1490 c.c., il compratore può domandare a sua scelta la risoluzione del contratto (azione redibitoria), ovvero la riduzione del prezzo (azione estimatoria, o quanti minoris), salvo che, per determinati vizi, gli usi escludano la risoluzione. La scelta tra le due forme di tutela può avvenire fino al momento della proposizione della domanda giudiziale e da tale momento è irrevocabile.

Alla risoluzione del contratto conseguono effetti restitutori in quanto il venditore è tenuto a restituire il prezzo e a rimborsare al compratore le spese e i pagamenti sostenuti per la vendita, mentre il compratore deve restituire la cosa, a meno che questa non sia perita a causa dei vizi (art. 1493 c.c.).

L’art. 1494 c.c., riconosce, inoltre, al compratore il diritto al risarcimento del danno, a meno che il venditore non dimostri di aver ignorato senza sua colpa l’esistenza dei vizi. Il venditore è, altresì, tenuto a risarcire i danni derivanti dai vizi (art. 1494 c.c., comma 2).

Si ritiene che, mentre la responsabilità risarcitoria del venditore presuppone che egli versi in una situazione di colpa, i rimedi di cui all’art. 1492 c.c., invece, prescindono da questa e sono azionabili per il fatto oggettivo della esistenza dei vizi.

La garanzia resta esclusa se, al momento della conclusione del contratto, il compratore era a conoscenza dei vizi o questi erano facilmente riconoscibili secondo l’ordinaria diligenza, a meno che il venditore abbia dichiarato che la cosa ne era esente (art. 1491 c.c.).

La garanzia può anche essere esclusa o limitata pattiziamente ma tale patto non vale se il venditore abbia in malafede taciuto al compratore i vizi da cui era affetta la cosa (art. 1490 c.c., comma 2).

L’esercizio delle azioni previste dall’art. 1492 c.c. (cc.dd. azioni edilizie) è circoscritto temporalmente attraverso la previsione di un duplice termine, di decadenza e di prescrizione.

Infatti, ai sensi dell’art. 1495 c.c., comma 1, il compratore decade dal diritto di garanzia se non denuncia i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta, ma le parti possono stabilire convenzionalmente un termine diverso. Nel caso in cui il venditore abbia riconosciuto l’esistenza del vizio o lo abbia occultato, la denuncia non è necessaria.

L’art. 1495 c.c., comma 3, – che rappresenta la norma intorno alla quale ruota la questione rimessa a queste Sezioni unite – prevede, inoltre, un breve termine di prescrizione disponendo che l’azione si prescrive in ogni caso in un anno dalla consegna. Tuttavia, convenuto in giudizio per l’esecuzione del contratto, il compratore può sempre far valere la garanzia, purchè il vizio sia stato denunciato entro il termine di decadenza e prima che sia decorso un anno dalla consegna. Agli stessi termini si ritiene soggetta anche l’azione di risarcimento del danno.

L’art. 1497 c.c., contempla, altresì, in favore del compratore un rimedio per la mancanza di qualità promesse o essenziali per l’uso cui è destinata, soggetto anch’esso ai termini di decadenza e prescrizione di cui all’art. 1495.

Proprio al fine di svincolare l’acquirente dai limiti imposti dall’art. 1495 c.c., ed assicurargli una tutela più ampia, la giurisprudenza ha elaborato la figura dell’aliud pro alio datum, la quale ricorre quando vi è diversità qualitativa tra la cosa consegnata e quella pattuita, ovvero anche in ipotesi di vizi di particolare gravità. In tal caso la tutela del compratore è assicurata attraverso i rimedi ordinari dell’azione di risoluzione e di esatto adempimento secondo il termine di prescrizione ordinario, oltre che con il risarcimento del danno.

avvocato specializzato cause-eredtarie-eredtarieParte della dottrina (seguita pure da un circoscritto filone giurisprudenziale), sempre al fine di garantire una tutela più ampia al compratore e ispirandosi alla normativa comunitaria relativa ai beni di consumo, si era anche orientata a riconoscere al compratore l’azione di esatto adempimento, cioè la possibilità di agire in giudizio per ottenere la riparazione o sostituzione del bene. Tale possibilità è stata, tuttavia, espressamente esclusa da queste Sezioni unite con la sentenza n. 19702 del 2012, secondo cui il compratore, per l’appunto, non dispone – neppure a titolo di risarcimento del danno in forma specifica – di un’azione “di esatto adempimento” per ottenere dal venditore l’eliminazione dei vizi della cosa venduta, rimedio che gli compete soltanto in particolari ipotesi di legge (garanzia di buon funzionamento, vendita dei beni di consumo) o qualora il venditore si sia specificamente impegnato alla riparazione del bene.

2.4. Cenni sul fondamento e sulla natura giuridica della responsabilità della garanzia per vizi. Il recente intervento delle Sezioni unite con la sentenza n. 11748/2019.

Così sinteticamente delineata la disciplina positiva codicistica, si rileva come la configurazione dogmatica della garanzia per vizi non sia del tutto pacifica. Essa ha costituito oggetto di ampie e diversificate tesi, che hanno spaziato tra quella che individua nella garanzia una vera e propria assicurazione contrattuale a quella che la colloca nell’ambito della teoria dell’errore, quale vizio del consenso, ovvero da quella che ha posto riferimento all’istituto della presupposizione a quella che ha ravvisato un caso particolare di applicazione delle regole sulla responsabilità precontrattuale.

All’interno della dottrina – considerata prevalente – che riconduce le garanzie edilizie ad una ipotesi di responsabilità per inadempimento (intesa nel senso di inesecuzione od inesatta esecuzione del contratto), risultano, poi, diversificate le opinioni in ordine all’identificazione dell’obbligazione da ritenere inadempiuta i nel caso di vizi della cosa oggetto di compravendita.

E’ indubbio che il fondamento della responsabilità per vizi e difetti rinviene la sua causa nel fatto che il bene consegnato non corrisponde all’oggetto dovuto alla luce di quanto previsto nell’atto di autonomia privata.

Orbene, il collegio, con riferimento a questa problematica (presupposta nella individuazione della questione di massima di particolare importanza sollevata dalla Seconda sezione) che concerne specificamente l’individuazione della natura giuridica di tale forma di responsabilità, si richiama al risolutivo inquadramento operato da queste stesse Sezioni unite con la recente sentenza n. 11748 del 3 maggio 2019.

Con essa – pur dovendosi risolvere la diversa questione sul riparto dell’onere probatorio tra venditore e compratore con riferimento all’esercizio di siffatta tutela della garanzia per vizi – è stata ricondotta ad un tipo di responsabilità (contrattuale ma non corrispondente del tutto a quella ordinaria, atteggiandosi come peculiare in virtù della specifica disciplina della vendita) per inadempimento che deriva dall’inesatta esecuzione del contratto sul piano dell’efficacia traslativa per effetto delle anomalie che inficiano il bene oggetto dell’alienazione, ovvero che lo rendano inidoneo all’uso cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore, e sempre che i vizi – ovviamente – siano preesistenti alla conclusione del contratto, tenuto anche conto che – ai sensi dell’art. 1477 c.c., comma 1, – il bene deve essere consegnato dal venditore nello stato in cui si trovava al momento della vendita.

E’, in altri termini, solo l’inesistenza di tali tipi di vizi che consente di realizzare oltre che il sinallagma genetico anche quello funzionale, puntualizzandosi, però, che la responsabilità relativa alla loro garanzia prescinde da ogni giudizio di colpevolezza basandosi sul dato oggettivo dell’esistenza dei vizi stessi e traducendosi nella conseguente assunzione del rischio – di origine contrattuale – da parte del venditore di esporsi all’esercizio dei due rimedi edilizi di cui può avvalersi, a sua scelta, il compratore, al quale è riconosciuto anche il diritto al risarcimento dei danni, salvo che il venditore provi di aver senza colpa ignorato i vizi.

2.5. Le conseguenze delle diverse ricostruzioni sui rimedi a tutela del compratore.

Esposte le varie posizioni sul fondamento e sulla natura giuridica della garanzia per vizi, bisogna, tuttavia, osservare che la dottrina si è pure occupata – anche se in modo non del tutto approfondito – della collegata problematica relativa agli strumenti rimediali in favore dell’acquirente discendenti dalle richiamate ricostruzioni.

La ratio della previsione di un ristretto termine di prescrizione viene prevalentemente rinvenuta nella esigenza di evitare che il decorso del tempo renda eccessivamente gravoso l’accertamento delle cause dei difetti e di salvaguardare la certezza delle sorti del contratto.

Tuttavia, proprio la brevità di un tale termine ha posto la questione della individuazione degli atti idonei ad interrompere la prescrizione.

In dottrina il dibattito è stato particolarmente intenso allorquando si è messa in evidenza la circostanza – a cui attiene propriamente la questione di massima di particolare importanza da risolvere in questa sede – che l’art. 1495 c.c., comma 3, riferisce i termini di prescrizione all’azione, a differenza dell’art. 2934 c.c., il quale rivolge la prescrizione ai diritti.

Da ciò si è ritenuto, per un verso, che ad evitare la perdita della garanzia varrebbe soltanto l’esercizio dei mezzi processuali e, per altro verso ed in senso contrario, altri orientamenti hanno obiettato che il dato letterale del riferimento della prescrizione all’azione anzichè al diritto sarebbe irrilevante posto che la terminologia legislativa non può ritenersi decisiva in quanto anche altre volte esprime la pretesa sostanzialmente in termine di azione (nell’art. 2947 c.c., comma 3, si parla con formule equivalenti di prescrizione dell’azione e di prescrizione del danno). Ma, soprattutto, si rileva come i rimedi edilizi siano rimedi sostanziali in quanto attraverso di essi il compratore fa valere un diritto contrattuale. Conseguentemente, benchè i rimedi previsti a vantaggio dell’acquirente siano indicati come azioni (di risoluzione ed estimatoria), in realtà essi non coinvolgerebbero tematiche processuali ma avrebbero contenuto sostanziale di tutela del diritto. Per tale ragione sarebbero idonei a interrompere la prescrizione non solo il riconoscimento, da parte del venditore, (non del vizio ma) del diritto del compratore alla garanzia, ma anche, in virtù dell’art. 2943 c.c., gli atti di costituzione in mora del venditore e pure l’impegno assunto da quest’ultimo di eliminare i vizi.

Meri menzione anche un ulteriore peculiare indirizzo il quale ritiene, invece, che il compratore possa valersi soltanto dell’interruzione della prescrizione derivante o dalla proposizione della domanda giudiziale, cui si equipara l’esperimento del procedimento preventivo ex art. 1513 c.c., o dal riconoscimento da parte del venditore del suo diritto alla garanzia.

2.6. – Le posizioni della pregressa giurisprudenza sulla questione oggetto dell’ordinanza interlocutoria.

Come rilevato nell’ordinanza di rimessione della Seconda sezione (cfr. paragr. 2.1), si rinvengono nella giurisprudenza di questa Corte sostanzialmente due distinti orientamenti circa la qualificazione giuridica della garanzia per vizi e, conseguentemente, sulla individuazione degli atti interruttivi della prescrizione. Un primo orientamento configura la garanzia per vizi come un autonomo diritto in forza del quale il compratore può, a sua scelta, domandare la risoluzione del contratto ovvero la riduzione del prezzo. Ne consegue che quando il compratore comunica al venditore che intende far valere il diritto alla garanzia, egli interrompe la prescrizione inerente a tale diritto. A tal fine si ritiene che non sia necessaria la precisazione del tipo di tutela che andrà a chiedere in via giudiziaria ed è altresì irrilevante, ai fini della idoneità della interruzione, la riserva di scelta del tipo di tutela, in quanto – si afferma – non rappresenterebbe comunque riserva di far valere un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione (così Cass., Sez. 2, Sentenza n. 9630 del 1999).

Più di recente, Cass., Sez. 2, n. 22903 del 2015, richiamando il precedente del 1999, ha affermato che costituisce atto interruttivo della prescrizione della garanzia per vizi della cosa la manifestazione al venditore della volontà – del compratore – di volerla esercitare, benchè lo stesso differisca ad un momento successivo l’opzione per il tipo di strumento rimediale da esercitare. A tal fine, la Corte ha valutato come idonea l’espressione “con più ampia riserva di azione”, contenuta nel telegramma inviato al venditore, con cui il compratore contestava i vizi dell’immobile acquistato, ritenendo sufficiente la comunicazione della volontà di avvalersi della garanzia suddetta e dovendosi escludere che la riserva di scelta del tipo di tutela sia diretta a far valere un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione (nella pronuncia qui richiamata del 2015, si è anche aggiunto che, ai fini di una valida costituzione in mora e del verificarsi dell’effetto interruttivo della prescrizione, non è necessario che il compratore, insieme con la contestazione dei vizi, eserciti la scelta dell’azione, la quale è procrastinabile fino alla proposizione della domanda giudiziale).

Un secondo orientamento (cfr. Cass., Sez. 2, nn. 18477/2003, 20332/2007, 8417/2016 e n. 20705/2017) ha affermato che, siccome l’esercizio delle azioni edilizie in favore del compratore di una cosa affetta da vizi implica la configurazione di una posizione del venditore di mera soggezione, dovrebbe conseguire che la prescrizione dell’azione, fissata in un anno dall’art. 1495 c.c., comma 3, può essere utilmente interrotta soltanto dalla proposizione della domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora. Ciò sul presupposto che gli atti al quale l’art. 2943, comma 4, c.c. connette l’effetto di interrompere la prescrizione sono infatti quelli che valgono a costituire in mora “il debitore” e devono consistere, per il disposto dell’art. 1219 c.c., comma 1, in una “intimazione o richiesta” di adempimento di un’obbligazione (previsioni che si attagliano ai diritti di credito e non a quelli potestativi).

E’, peraltro, opportuno mettere in risalto che un tentativo di ricostruzione unitaria dei due orientamenti manifestatisi nella giurisprudenza di legittimità è stato operato da una sentenza della Seconda sezione, la n. 8418 del 2016 (non mass.), la quale ha sostenuto che essi avrebbero riguardo a situazioni distinte. Si è in essa, infatti, sostenuto che la richiamata sentenza n. 9630 del 1999, nel considerare atto interruttivo della prescrizione dell’azione di garanzia la manifestazione della volontà del compratore di volerla esercitare, riguarderebbe l’ipotesi in cui il compratore abbia espresso la volontà di esercitare la garanzia e si sia riservato di effettuare successivamente la scelta tra i rimedi consentiti dall’art. 1492 c.c.

Diversa sarebbe, invece, l’ipotesi in cui il compratore dichiari di avvalersi direttamente dell’azione di risoluzione del contratto. In tal caso differente sarebbe la modalità di interruzione della prescrizione dal momento che la facoltà riconosciuta al compratore di chiedere la risoluzione gli conferirebbe un diritto potestativo a fronte del quale la posizione del venditore sarebbe di mera soggezione, non essendo egli tenuto a compiere alcunchè ma solo a subire gli effetti della sentenza costitutiva. In tale ipotesi, per l’interruzione della prescrizione occorrerebbe dar luogo solo all’esperimento dell’azione giudiziale, non assumendo efficacia a tale scopo l’intimazione riconducibile a meri atti di costituzione in mora.

2.7. La risoluzione della questione di massima di particolare importanza sottoposta all’esame delle Sezioni unite.

Ritiene il collegio che la questione individuata nell’ordinanza interlocutoria della Seconda sezione n. 23857/2018 debba essere risolta accedendo all’impostazione e al relativo percorso ermeneutico adottati, in prima battuta, con la sentenza n. 9630/1999 e poi ripresi dalla sentenza n. 22903/2015, con cui si è statuito il principio alla stregua del quale la prescrizione della garanzia per vizi è interrotta dalla comunicazione al venditore della volontà del compratore di esercitarla benché questi riservi ad un momento successivo la scelta del tipo di tutela, dovendosi escludere che la riserva concerna un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione.

Come prevede l’art. 1495 c.c., comma 3, l’azione di garanzia per i vizi e la mancanza di qualità dovute si prescrive in un anno dalla consegna. Questo termine breve (di natura eccezionale – è, perciò, non estensibile al di fuori dei casi previsti – così fissato dal legislatore per garantire la stabilizzazione, in tempi circoscritti, dei rapporti economici riconducibili alle contrattazioni in tema di compravendita), che si collega all’onere della preventiva denuncia il cui assolvimento è prescritto dall’art. 1495 c.c., comma 1, concerne la tutela contrattuale del compratore per far valere l’inesatto adempimento per difettosità del bene oggetto della vendita, a prescindere dal rimedio. Il presupposto di fondo, quindi, consiste nella configurazione di tale responsabilità dell’acquirente come obbligazione derivante “ex contractu” nei termini precedentemente precisati (v. paragr. 2.4).

E’ il momento della consegna che individua il “dies a quo” della decorrenza di tale termine di prescrizione.

E’, altresì, pacifico che, ove la consegna non sia accettata, il termine prescrizionale abbreviato in questione non decorre, poiché il rifiuto dell’acquirente non consente di considerare eseguita la prestazione. Ai sensi dello stesso art. 1495 c.c., comma 3, il compratore può avvalersi della garanzia in esame anche oltre il suddetto termine prescrizionale allorquando sia il venditore ad agire per l’esecuzione del contratto.

Al di là della descritta peculiarità della disciplina della prescrizione in questione, le Sezioni unite ritengono che – per quanto non espressamente previsto – trovi applicazione la disciplina generale in tema di prescrizione, con la conseguente operatività, tra l’altro, delle ordinarie cause di interruzione e di sospensione (con particolare riferimento – per quel che rileva in questa sede – all’art. 2943 c.c. e, specificamente, al suo comma 4).

Il diverso indirizzo che ritiene necessario ai fini dell’interruzione del termine prescrizionale annuale l’esercizio dell’azione (a cui pone formale riferimento l’incipit dell’art. 1495 c.c., comma 3, che non discorre del diritto di far valere l’azione entro detto termine ma sancisce testualmente che “l’azione di prescrive…”) in via giudiziale non può essere condiviso.

Deve, infatti, osservarsi che, in primo luogo, l’attuale formulazione diverge da quella adottata nel codice civile del 1865 che, invece, lasciava propendere per la necessità dell’esperimento dell’azione giudiziale (l’art. 1505, comma 1, di detto codice prevedeva testualmente che “l’azione redibitoria deve proporsi entro un anno dalla consegna”). La formula ora prevista nell’art. 1495, comma 3, del vigente codice civile si richiama esplicitamente alla prescrizione e, pur discorrendosi di prescrizione dell’azione, va rilevato che il ricorso a tale terminologia non può ritenersi decisivo nel senso che debba ritenersi riferibile esclusivamente all’esercizio dell’azione giudiziale.

Su un piano sistematico va, infatti, osservato che, anche in altre disposizioni normative, il legislatore ha posto riferimento – ma in senso atecnico dal punto di vista giuridico – alla pretesa sostanziale in termine di azione (dove si avverte il senso concreto della tutela della posizione soggettiva nell’ordinamento: cfr., ad es., l’art. 2947 c.c., comma 3, in cui si parla, indistintamente e con formule equivalenti, di prescrizione dell’azione e di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, e l’art. 132, comma 4, del c.d. codice del consumo – D.Lgs. n. 206/2005 – laddove, per un verso, si parla di azione e, per altro verso, si parla di “far valere i diritti” correlati ai vizi della cosa venduta). Diversamente, sempre con riferimento alla vendita, l’art. 1497 c.c. – riferito alla risolubilità del contratto per “mancanza di qualità” – sancisce, al comma 2, che il diritto di ottenere la risoluzione (e non, quindi, l’esercizio della relativa azione) è soggetto alla decadenza e alla prescrizione stabilite proprio dal precedente art. 1495.

Appare, quindi, incontestabile che, con riguardo al potere di agire, viene in rilievo la pretesa sostanziale del compratore, ovvero la pretesa contrattuale all’esatta esecuzione del contratto, con la conseguenza che, alla tutela di questa pretesa ad essere garantito se insoddisfatta, soccorrono i rimedi sostanziali che non si sostituiscono al diritto primario ma ne perseguono una tutela diretta o indiretta.

In sostanza, nella prospettiva generale della questione in esame, deve sottolinearsi che, in effetti, non si verte propriamente nell’ipotesi di esercitare un singolo specifico potere ma di far valere il “diritto alla garanzia” derivante dal contratto, rispetto al quale, perciò, non si frappongono ostacoli decisivi che impediscono l’applicabilità della disciplina generale della prescrizione (e che, invece, in un’ottica sistematica, appare con esso compatibile), ivi compresa quella in materia di interruzione e sospensione.

Quando si avvale della “garanzia” il compratore fa valere l’inadempimento di una precisa obbligazione del venditore (contemplata dall’art. 1476 c.c., n. 3)) e, conseguentemente, sul piano generale, deve ammettersi che lo possa fare attraverso una manifestazione di volontà extraprocessuale e ciò si inferisce anche da quanto stabilisce l’art. 1492 c.c., comma 2, il quale, prevedendo che “la scelta è irrevocabile quando è fatta con la domanda giudiziale”, significativamente la prefigura, riconnettendo, invero, alla domanda in sede processuale la sola impossibilità di rimeditare l’opzione tra risoluzione e riduzione del prezzo.

Anche questo argomento di tipo logico-sistematico conforta, quindi, l’ammissibilità dell’interruzione della prescrizione con un atto stragiudiziale, fermo rimanendo che l’interruzione si limita a far perdere ogni efficacia al tempo già trascorso prima del compimento dell’atto, senza interferire con il modo di essere del diritto.

La soluzione per la quale si propende si lascia preferire anche per una ragione di ordine generale che impatta sul piano socio-economico posto che, per effetto dell’operatività dell’interruzione della prescrizione secondo la disciplina generale (e, quindi, anche mediante atti stragiudiziali), esiste una plausibile possibilità che il venditore intervenga eventualmente – a seguito della costituzione in mora – eliminando i vizi (possibile, se le parti convengano, prima e al di fuori del processo, configurandosi solo in questo senso la limitazione dei rimedi stabilita dall’art. 1490 e segg.), così evitando che il compratore debba rivolgersi necessariamente al giudice esercitando la relativa azione in sede, per l’appunto, giudiziale. Questa possibilità è idonea ad perseguire – in termini certamente più ristretti rispetto a quelli fisiologici di un giudizio – un’efficace tutela delle ragioni dell’acquirente, senza tuttavia penalizzare eccessivamente il venditore, poichè dal momento dell’interruzione della prescrizione ricomincia a decorrere il termine originario: in tal modo è, altresì, assicurato alle parti un congruo spatium deliberandi e si evita la conseguenza di una inutile proliferazione di giudizi, così rimanendo realizzato un ragionevole bilanciamento tra tutti gli interessi coinvolti.

In definitiva, il collegio ritiene che non sussistano ragioni impeditive determinanti per negare al compratore di avvalersi della disciplina generale in tema di prescrizione – con correlata applicabilità anche dell’art. 2943 c.c., comma 4, – e, quindi, per imporgli di agire necessariamente in via giudiziale al fine di far valere la garanzia per vizi in tema di compravendita.

Da ciò consegue che non solo le domande giudiziali ma anche gli atti di costituzione in mora (ai sensi dell’appena citato art. 2943 c.c., comma 4, che si concretano – in relazione al disposto di cui all’art. 1219 c.c., comma 1, – in qualsiasi dichiarazione formale che, in generale, esprima univocamente la pretesa del creditore all’adempimento) da parte del compratore costituiscono cause idonee di interruzione della prescrizione: l’effetto che ne deriva è che, una volta che si faccia ricorso a tali atti entro l’anno dalla consegna, inizia a decorrere un nuovo periodo di prescrizione di un anno (ai sensi della norma generale di cui all’art. 2945 c.c., comma 1) e l’idoneità interruttiva di tali atti persegue, come già evidenziato, anche lo scopo – in presenza, peraltro, di un termine così breve – di favorire una risoluzione (stragiudiziale) preventiva della possibile controversia rispetto all’opzione, a tutela delle ragioni del compratore, per la scelta di vedersi riconosciuto il diritto alla garanzia (e di ottenere uno degli effetti giuridici favorevoli previsti dalla legge) solo mediante l’esercizio dell’azione in via giudiziale.

In definitiva, quale principio di diritto risolutivo della prospettata questione di massima di particolare importanza, deve affermarsi che:

nel contratto di compravendita, costituiscono – ai sensi dell’art. 2943 c.c., comma 4, – idonei atti interruttivi della prescrizione dell’azione di garanzia per vizi, prevista dall’art. 1495 c.c., comma 3, le manifestazioni extragiudiziali di volontà del compratore compiute nelle forme di cui all’art. 1219 c.c., comma 1, con la produzione dell’effetto generale contemplato dall’art. 2945 c.c., comma 1.

Sulla base, quindi, dell’argomentato percorso logico-giuridico fin qui compiuto, il secondo motivo, nella parte in cui con lo stesso risulta denunciata la violazione dell’art. 1495 c.c., comma 3, (specificamente interessato dalla risolta questione di massima di particolare importanza), deve essere respinto, risultando corretta l’impugnata sentenza nella parte in cui ha ritenuto che la prescrizione dell’azione di garanzia per vizi in discorso poteva essere interrotta con atto stragiudiziale.

Il motivo è, invece, inammissibile con riferimento alla seconda parte in cui è stato dedotto l’omesso esame circa fatti decisivi in ordine alla circostanza che dalle missive indicate nella stessa censura non sarebbe stata desumibile l’inequivocabile manifestazione di volontà dell’acquirente di far valere il proprio diritto alla garanzia necessaria per riconoscere alle stesse efficacia interruttiva. Osserva il collegio che per questa parte il mezzo ha inteso, in effetti, porre in discussione l’interpretazione del contenuto delle citate missive (quali atti di autonomia privata), la cui attività costituisce un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità ove adeguatamente e logicamente motivato, come verificatosi nel caso di specie.

 

Cassazione Civile

sez. Unite

Sentenza 11/07/2019, n. 18672

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni – Primo Presidente –

Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente di Sezione –

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente di Sezione –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23154/2014 proposto da:

VIVAI COOPERATIVI RAUSCEDO S.C. A R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VITTORIO II 18, presso lo STUDIO GREZ & ASSOCIATI, rappresentata e difesa dall’avvocato STEFANO PACIFICI;

– ricorrente –

contro

AZIENDA AGRICOLA SAN DONATO DI G.D.L. & C. S.A.S., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 38, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO BOGGIA, rappresentata e difesa dall’avvocato NICOLA MAZZIA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1449/2013 del TRIBUNALE di TARANTO, depositata il 3/7/2013;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 9/4/2019 dal Consigliere ALDO CARRATO;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale LUIGI SALVATO, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

FATTI DI CAUSA

  1. Con atto di citazione notificato il 2 gennaio 2006, l’Azienda Agricola San Donato conveniva in giudizio dinanzi al giudice di pace di Lizzano la Vivai Cooperativi Rauscedo scarl, per sentir pronunciare – ai sensi degli artt. 1490 e 1492 c.c. – la riduzione del prezzo di una partita di piante acquistate dalla convenuta il 29 febbraio 2004, salvo il risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio. L’attrice esponeva, al riguardo, di aver provveduto alla restituzione di una parte delle piante in data 8 marzo 2004, in quanto palesemente affette da virosi, e di aver reiterato la denuncia per vizi con quattro raccomandate, cui la venditrice non aveva dato alcun riscontro, procedendo esecutivamente per il recupero del credito residuo.

La convenuta, costituitasi in giudizio, eccepiva la tardività della denuncia e la conseguente decadenza dalla garanzia per vizi e, in ogni caso, la prescrizione dell’azione.

L’adito giudice di pace – con sentenza n. 118/2009 – accolse la domanda di riduzione del prezzo.

La sentenza fu confermata – con sentenza n. 1449/2013 – dal Tribunale di Taranto che respinse le eccezioni di decadenza e prescrizione riproposte in appello dalla venditrice, ritenendo, quanto alla decadenza, che l’acquirente aveva avuto piena contezza dei vizi nel corso del tempo, e che, per effetto delle note inviate nel 2004 e 2005, poteva ritenersi osservato il termine decadenziale; quanto alla prescrizione, rilevò che l’azione di garanzia poteva ritenersi utilmente interrotta dalle diverse comunicazioni, con le quali l’acquirente aveva manifestato per iscritto alla venditrice l’inidoneità delle piante all’innesto, prospettando, in tali missive, il ricorso alla tutela giudiziaria poi concretamente attuato.

  1. Avverso detta sentenza di appello, la Vivai Cooperativi Rauscedo scarl ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, resistito con controricorso dall’Azienda Agricola San Donato.

Il difensore della società controricorrente ha anche depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

2.1. Con il primo motivo la ricorrente Vivai Cooperativi Rauscedo scarl ha dedotto la violazione e falsa applicazione dell’art. 1495 c.c., nonché, sotto diverso profilo, degli artt. 2697 e 1491 c.c., congiuntamente all’omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che avevano costituito oggetto della controversia, avuto riguardo all’esclusione – nell’impugnata sentenza – della fondatezza della formulata eccezione di decadenza dal diritto alla garanzia.

2.2. Con il secondo motivo la stessa ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 1495 c.c., comma 3, in uno alla prospettazione del vizio di omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che avevano costituito oggetto della controversia, con riferimento alla statuizione contenuta nella sentenza del Tribunale di Taranto con la quale era stata ritenuta l’idoneità di preventivi atti di costituzione in mora quali atti utili ad interrompere la prescrizione annuale di cui alla norma ritenuta violata, non rilevandosi l’indispensabilità – a tal fine – di dover ricorrere all’esercizio dell’azione giudiziale in senso proprio.

2.3. Con il terzo motivo la ricorrente ha dedotto la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., sotto diverso profilo, ancora congiuntamente all’omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che avevano costituito oggetto della controversia, in ordine all’asserita confusione dei vizi originari delle piante oggetto della compravendita con il pregiudizio subito dal compratore ritenuto riconducibile a tali vizi, con la mancata valutazione di circostanze che avrebbero potuto condurre ad una diversa decisione.

  1. Con ordinanza n. 23857/2018, depositata il 31 gennaio 2018, la Seconda Sezione civile ha rilevato l’emergenza di una questione di massima di particolare importanza riferita all’istituto della garanzia per vizi nel contratto di compravendita e, specificamente, sull’aspetto se siano configurabili idonei atti interruttivi della prescrizione prevista dall’art. 1495 c.c., comma 3, ai sensi dell’art. 2943 c.c. e segg., diversi dalla proposizione dell’azione giudiziale, e se, ed in quale misura, detti atti interruttivi inibiscano il decorso della prescrizione in relazione alle azioni edilizie.

Il Primo Presidente ha disposto – ai sensi dell’art. 374 c.p.c., comma 2, – la decisione sul ricorso, implicante la risoluzione della prospettata questione di massima di particolare importanza, da parte delle Sezioni unite. 

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Rileva il collegio che, prima di esaminare la questione di massima di particolare importanza, posta con l’ordinanza interlocutoria n. 23857/2018 della Seconda Sezione in riferimento al secondo motivo, occorre farsi carico della valutazione del primo motivo formulato dalla ricorrente siccome attinente al profilo preliminare della prospettata erroneità dell’impugnata sentenza circa la ritenuta tempestività della denuncia dei vizi operata dalla società Azienda Agricola San Donato (oggi controricorrente).

1.1. La censura è inammissibile perché – diversamente dall’indicazione delle violazioni assunte in rubrica – essa si risolve, in effetti, nella sollecitazione a sindacare le valutazioni di merito compiute dal Tribunale di Taranto in ordine alla denuncia tempestiva dei vizi della partita di piante oggetto di compravendita, su cui, invece, detto Tribunale ha motivato adeguatamente ed in conformità al dettato di cui all’art. 1495 c.c., comma 1, avuto in particolare riguardo all’individuazione della decorrenza del previsto termine di otto giorni per procedere alla relativa denuncia con riferimento all’accertata condizione della effettiva “scoperta” dei vizi.

A tal proposito il giudice di appello – conformemente a quello di primo grado ha ritenuto, con adeguato apprezzamento di fatto immune da vizi logici o giuridici (e, perciò, non sindacabile in sede di legittimità), che tale tempestività avrebbe dovuto farsi decorrere dal momento in cui la società acquirente aveva acquisito la certezza oggettiva dell’esistenza del vizio per gradi ed in tempi diversi e che, solo all’esito degli accertamenti eseguiti dal proprio perito, era stato possibile avere piena contezza del vizio medesimo.

In particolare, il Tribunale tarantino ha sul punto attestato che la società acquirente, anche per effetto dei contrasti valutativi che avevano riguardato l’eziologia delle caratteristiche negative che afferivano alle piante (per come emerso dagli esiti dell’espletata prova orale), aveva avuto una completa ed effettiva cognizione dei vizi in concreto incidenti sulla qualità e sull’idoneità del prodotto alla specifica funzione cui era preposto nel corso del tempo, in ragione dei tempi colturali e degli accertamenti compiuti dal proprio tecnico.

In tal modo il suddetto Tribunale si è uniformato alla pacifica giurisprudenza di questa Corte, alla stregua della quale, in tema di compravendita, il termine di decadenza dalla garanzia per vizi occulti decorre solo dal momento in cui il compratore abbia acquisito la certezza oggettiva dell’esistenza e della consistenza del vizio lamentato, non essendo sufficiente il semplice sospetto (cfr., ad es., Cass. n. 8183/2002, relativa ad una fattispecie simile in tema di acquisto di piantine di vite rivelatesi inidonee all’uso dopo alcuni mesi dall’acquisto; v., anche, Cass. n. 5732/2011). Ed è importante puntualizzare come sia anche stato condivisibilmente affermato il principio secondo cui il termine di decadenza per la denunzia dei vizi della cosa venduta ai sensi dell’art. 1495 c.c., pur dovendo essere riferito alla semplice manifestazione del vizio e non già alla sua individuazione causale, decorre tuttavia solo dal momento in cui il compratore abbia acquisito la piena cognizione sul piano oggettivo dell’esistenza del vizio, con la conseguenza che ove la scoperta avvenga in via graduale ed in tempi diversi e successivi, in modo da riverberarsi sull’entità del vizio stesso, occorre fare riferimento al momento in cui sia effettivamente e compiutamente emersa la relativa scoperta (v. Cass. n. 1458/1994 e Cass. n. 12011/1997).

  1. A questo punto si può passare all’esame del secondo motivo che involge propriamente la questione di massima di particolare importanza sottoposta al vaglio di queste Sezioni unite.

2.1. L’ordinanza interlocutoria.

La Seconda sezione – nell’affrontare, con la richiamata ordinanza interlocutoria, la questione implicata dal secondo motivo di ricorso, con il quale si contestava che le comunicazioni con cui l’acquirente aveva manifestato alla venditrice l’esistenza di vizi dei beni venduti, prospettando, mediante tali atti, il ricorso alla tutela giudiziaria, poi effettivamente esperito, costituissero atti idonei ad interrompere, la prescrizione della garanzia del venditore, di cui all’art. 1490 c.c., e delle azioni di risoluzione del contratto o di riduzione del prezzo che da essa derivano ex art. 1492 c.c. – ha osservato come su tale questione si siano essenzialmente formati due orientamenti contrastanti nella giurisprudenza della Corte.

Secondo un primo indirizzo, la prescrizione della garanzia, stabilita dall’art. 1495 c.c., comma 3, in un anno, è interrotta dalla manifestazione stragiudiziale al venditore della volontà – del compratore – di volerla esercitare, anche se il medesimo riservi ad un momento successivo la scelta tra la tutela alternativa di riduzione del prezzo o di risoluzione del contratto. Ai fini interruttivi, peraltro, non sarebbe necessaria la precisazione del tipo di tutela giudiziaria che il compratore intende richiedere nè risulterebbe rilevante che egli riservi ad un momento successivo tale scelta.

In tal senso si è espressa Cass., sez. 2, 10 settembre 1999, n. 9630 e, ancor prima, si era pronunciata nello stesso senso Cass., sez. 2, 6 giugno 1977, n. 2322. Tale orientamento è stato poi ripreso da Cass., Sez. 2, 8 luglio 2010, n. 18035 e da Cass., Sez. 2, 10 novembre 2015, n. 22903.

L’interpretazione accolta da tali pronunce – osserva la Seconda Sezione postula la distinzione tra la garanzia, intesa quale situazione giuridica autonoma suscettibile di distinti atti interruttivi della prescrizione, e le azioni edilizie di cui all’art. 1492 c.c., che da essa derivano.

Tale distinzione sarebbe alla base della sentenza di queste Sezioni unite n. 13294 del 2005, la quale ha affermato che l’impegno del venditore di eliminare i vizi della cosa venduta non costituisce una nuova obbligazione estintivo-satisfattiva dell’originaria obbligazione di garanzia, ma consente al compratore di essere svincolato dai termini di decadenza e dalle condizioni di cui all’art. 1495 c.c., ai fini dell’esercizio delle azioni di cui al citato art. 1492 c.c., costituendo riconoscimento del debito interruttivo della prescrizione.

Secondo un diverso orientamento, invece, la facoltà riconosciuta al compratore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo ha natura di diritto potestativo a fronte del quale la posizione del venditore è di mera soggezione. Conseguentemente, si è ritenuto che il termine di prescrizione per l’esercizio di tali azioni possa essere interrotto unicamente attraverso la domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora ex art. 1219 c.c., comma 1, i quali si attagliano ai diritti di credito ma non ai diritti potestativi.

Quale espressione di questo orientamento sono richiamate le pronunce della Seconda sezione n. 18477 del 2003, n. 20332 del 2007 e n. 20705 del 2017. Tale ricostruzione – osserva l’ordinanza interlocutoria – non distingue tra prescrizione della garanzia e prescrizione delle azioni edilizie e condurrebbe a ritenere inidoneo ai fini interruttivi l’impegno del venditore di eliminare i vizi, “e ciò senza indagare se detto atto, in quanto idoneo a interrompere la prescrizione della garanzia impedisca pure la prescrizione delle azioni edilizie a valle”.

Si pone pertanto, ad avviso della Seconda Sezione, la questione di stabilire quali atti siano idonei ad interrompere il breve termine prescrizionale previsto dall’art. 1495 c.c., e cioè se, a tal fine, valga solo l’azione giudiziale ovvero siano idonei anche altri atti e quale debba essere il loro contenuto, nonché il rapporto tra la garanzia, intesa quale autonoma posizione sostanziale e processuale, e quali i diritti e le azioni che da essa hanno origine. Tale questione postula a monte la risoluzione di altra controversa problematica relativa alla natura giuridica della garanzia per vizi e del rapporto tra le categorie generali della “garanzia” da una parte e delle situazioni giuridiche passive dall’altra.

2.2. La specifica questione sottoposta all’esame delle Sezioni unite.

Da quanto riportato si evince, dunque, che la questione centrale – qualificata come di massima di particolare importanza – prospettata dalla Seconda Sezione previa qualificazione dell’istituto della garanzia per vizi nella compravendita (con esclusione, stante la loro peculiare disciplina, delle fattispecie di compravendita disciplinate dal c.d. codice del consumo), concerne l’individuazione degli atti idonei a interrompere la prescrizione di cui all’art. 1495 c.c., comma 3, ai sensi dell’art. 2943 c.c. e segg., ed in particolare se possa riconoscersi tale effetto anche ad atti diversi dalla proposizione dell’azione giudiziale, e se, ed in quale misura, detti atti interruttivi inibiscano il decorso della prescrizione in relazione alle azioni edilizie di cui all’art. 1492 c.c., comma 1.

2.3. La disciplina della garanzia per vizi della cosa.

Si rileva, in primo luogo, l’opportunità di esporre una sintesi di massima sugli aspetti generali maggiormente precipui della regolamentazione che presiede alla tutela della garanzia per i vizi dell’oggetto della compravendita.

Una parte rilevante delle disposizioni codicistiche in tema di vendita concerne le garanzie cui il venditore è tenuto nei confronti del compratore e, in particolare, la garanzia per evizione, la garanzia per vizi (artt. 1490 – 1496 c.c.), la mancanza di qualità (art. 1497 c.c.) e la garanzia di buon funzionamento (art. 1512 c.c.).

La riconducibilità di tutte tali ipotesi ad un medesimo fondamento è tuttora discussa in dottrina e giurisprudenza, così come non è del tutto pacifica la natura giuridica delle stesse, anche in ragione della disciplina articolata e non univoca predisposta dal legislatore.

Le questioni prospettate attengono alla garanzia per il c.d. vizio redibitorio, cioè il vizio che rende la cosa venduta inidonea all’uso cui è destinata o ne diminuisce in modo apprezzabile il valore (art. 1490 c.c.). Tale garanzia è espressamente contemplata dall’art. 1476 c.c., n. 3, che la include tra le obbligazioni principali del venditore.

Gli effetti della garanzia sono delineati dall’art. 1492 c.c., comma 1, il quale prevede che, nei casi di cui all’art. 1490 c.c., il compratore può domandare a sua scelta la risoluzione del contratto (azione redibitoria), ovvero la riduzione del prezzo (azione estimatoria, o quanti minoris), salvo che, per determinati vizi, gli usi escludano la risoluzione. La scelta tra le due forme di tutela può avvenire fino al momento della proposizione della domanda giudiziale e da tale momento è irrevocabile.

Alla risoluzione del contratto conseguono effetti restitutori in quanto il venditore è tenuto a restituire il prezzo e a rimborsare al compratore le spese e i pagamenti sostenuti per la vendita, mentre il compratore deve restituire la cosa, a meno che questa non sia perita a causa dei vizi (art. 1493 c.c.).

L’art. 1494 c.c., riconosce, inoltre, al compratore il diritto al risarcimento del danno, a meno che il venditore non dimostri di aver ignorato senza sua colpa l’esistenza dei vizi. Il venditore è, altresì, tenuto a risarcire i danni derivanti dai vizi (art. 1494 c.c., comma 2).

Si ritiene che, mentre la responsabilità risarcitoria del venditore presuppone che egli versi in una situazione di colpa, i rimedi di cui all’art. 1492 c.c., invece, prescindono da questa e sono azionabili per il fatto oggettivo della esistenza dei vizi.

La garanzia resta esclusa se, al momento della conclusione del contratto, il compratore era a conoscenza dei vizi o questi erano facilmente riconoscibili secondo l’ordinaria diligenza, a meno che il venditore abbia dichiarato che la cosa ne era esente (art. 1491 c.c.).

La garanzia può anche essere esclusa o limitata pattiziamente ma tale patto non vale se il venditore abbia in malafede taciuto al compratore i vizi da cui era affetta la cosa (art. 1490 c.c., comma 2).

L’esercizio delle azioni previste dall’art. 1492 c.c. (cc.dd. azioni edilizie) è circoscritto temporalmente attraverso la previsione di un duplice termine, di decadenza e di prescrizione.

Infatti, ai sensi dell’art. 1495 c.c., comma 1, il compratore decade dal diritto di garanzia se non denuncia i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta, ma le parti possono stabilire convenzionalmente un termine diverso. Nel caso in cui il venditore abbia riconosciuto l’esistenza del vizio o lo abbia occultato, la denuncia non è necessaria.

L’art. 1495 c.c., comma 3, – che rappresenta la norma intorno alla quale ruota la questione rimessa a queste Sezioni unite – prevede, inoltre, un breve termine di prescrizione disponendo che l’azione si prescrive in ogni caso in un anno dalla consegna. Tuttavia, convenuto in giudizio per l’esecuzione del contratto, il compratore può sempre far valere la garanzia, purchè il vizio sia stato denunciato entro il termine di decadenza e prima che sia decorso un anno dalla consegna. Agli stessi termini si ritiene soggetta anche l’azione di risarcimento del danno.

L’art. 1497 c.c., contempla, altresì, in favore del compratore un rimedio per la mancanza di qualità promesse o essenziali per l’uso cui è destinata, soggetto anch’esso ai termini di decadenza e prescrizione di cui all’art. 1495.

Proprio al fine di svincolare l’acquirente dai limiti imposti dall’art. 1495 c.c., ed assicurargli una tutela più ampia, la giurisprudenza ha elaborato la figura dell’aliud pro alio datum, la quale ricorre quando vi è diversità qualitativa tra la cosa consegnata e quella pattuita, ovvero anche in ipotesi di vizi di particolare gravità. In tal caso la tutela del compratore è assicurata attraverso i rimedi ordinari dell’azione di risoluzione e di esatto adempimento secondo il termine di prescrizione ordinario, oltre che con il risarcimento del danno.

Parte della dottrina (seguita pure da un circoscritto filone giurisprudenziale), sempre al fine di garantire una tutela più ampia al compratore e ispirandosi alla normativa comunitaria relativa ai beni di consumo, si era anche orientata a riconoscere al compratore l’azione di esatto adempimento, cioè la possibilità di agire in giudizio per ottenere la riparazione o sostituzione del bene. Tale possibilità è stata, tuttavia, espressamente esclusa da queste Sezioni unite con la sentenza n. 19702 del 2012, secondo cui il compratore, per l’appunto, non dispone – neppure a titolo di risarcimento del danno in forma specifica – di un’azione “di esatto adempimento” per ottenere dal venditore l’eliminazione dei vizi della cosa venduta, rimedio che gli compete soltanto in particolari ipotesi di legge (garanzia di buon funzionamento, vendita dei beni di consumo) o qualora il venditore si sia specificamente impegnato alla riparazione del bene.

2.4. Cenni sul fondamento e sulla natura giuridica della responsabilità della garanzia per vizi. Il recente intervento delle Sezioni unite con la sentenza n. 11748/2019.

Così sinteticamente delineata la disciplina positiva codicistica, si rileva come la configurazione dogmatica della garanzia per vizi non sia del tutto pacifica. Essa ha costituito oggetto di ampie e diversificate tesi, che hanno spaziato tra quella che individua nella garanzia una vera e propria assicurazione contrattuale a quella che la colloca nell’ambito della teoria dell’errore, quale vizio del consenso, ovvero da quella che ha posto riferimento all’istituto della presupposizione a quella che ha ravvisato un caso particolare di applicazione delle regole sulla responsabilità precontrattuale.

All’interno della dottrina – considerata prevalente – che riconduce le garanzie edilizie ad una ipotesi di responsabilità per inadempimento (intesa nel senso di inesecuzione od inesatta esecuzione del contratto), risultano, poi, diversificate le opinioni in ordine all’identificazione dell’obbligazione da ritenere inadempiuta i nel caso di vizi della cosa oggetto di compravendita.

E’ indubbio che il fondamento della responsabilità per vizi e difetti rinviene la sua causa nel fatto che il bene consegnato non corrisponde all’oggetto dovuto alla luce di quanto previsto nell’atto di autonomia privata.

Orbene, il collegio, con riferimento a questa problematica (presupposta nella individuazione della questione di massima di particolare importanza sollevata dalla Seconda sezione) che concerne specificamente l’individuazione della natura giuridica di tale forma di responsabilità, si richiama al risolutivo inquadramento operato da queste stesse Sezioni unite con la recente sentenza n. 11748 del 3 maggio 2019.

Con essa – pur dovendosi risolvere la diversa questione sul riparto dell’onere probatorio tra venditore e compratore con riferimento all’esercizio di siffatta tutela della garanzia per vizi – è stata ricondotta ad un tipo di responsabilità (contrattuale ma non corrispondente del tutto a quella ordinaria, atteggiandosi come peculiare in virtù della specifica disciplina della vendita) per inadempimento che deriva dall’inesatta esecuzione del contratto sul piano dell’efficacia traslativa per effetto delle anomalie che inficiano il bene oggetto dell’alienazione, ovvero che lo rendano inidoneo all’uso cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore, e sempre che i vizi – ovviamente – siano preesistenti alla conclusione del contratto, tenuto anche conto che – ai sensi dell’art. 1477 c.c., comma 1, – il bene deve essere consegnato dal venditore nello stato in cui si trovava al momento della vendita.

E’, in altri termini, solo l’inesistenza di tali tipi di vizi che consente di realizzare oltre che il sinallagma genetico anche quello funzionale, puntualizzandosi, però, che la responsabilità relativa alla loro garanzia prescinde da ogni giudizio di colpevolezza basandosi sul dato oggettivo dell’esistenza dei vizi stessi e traducendosi nella conseguente assunzione del rischio – di origine contrattuale – da parte del venditore di esporsi all’esercizio dei due rimedi edilizi di cui può avvalersi, a sua scelta, il compratore, al quale è riconosciuto anche il diritto al risarcimento dei danni, salvo che il venditore provi di aver senza colpa ignorato i vizi.

2.5. Le conseguenze delle diverse ricostruzioni sui rimedi a tutela del compratore.

Esposte le varie posizioni sul fondamento e sulla natura giuridica della garanzia per vizi, bisogna, tuttavia, osservare che la dottrina si è pure occupata – anche se in modo non del tutto approfondito – della collegata problematica relativa agli strumenti rimediali in favore dell’acquirente discendenti dalle richiamate ricostruzioni.

La ratio della previsione di un ristretto termine di prescrizione viene prevalentemente rinvenuta nella esigenza di evitare che il decorso del tempo renda eccessivamente gravoso l’accertamento delle cause dei difetti e di salvaguardare la certezza delle sorti del contratto.

Tuttavia, proprio la brevità di un tale termine ha posto la questione della individuazione degli atti idonei ad interrompere la prescrizione.

In dottrina il dibattito è stato particolarmente intenso allorquando si è messa in evidenza la circostanza – a cui attiene propriamente la questione di massima di particolare importanza da risolvere in questa sede – che l’art. 1495 c.c., comma 3, riferisce i termini di prescrizione all’azione, a differenza dell’art. 2934 c.c., il quale rivolge la prescrizione ai diritti.

Da ciò si è ritenuto, per un verso, che ad evitare la perdita della garanzia varrebbe soltanto l’esercizio dei mezzi processuali e, per altro verso ed in senso contrario, altri orientamenti hanno obiettato che il dato letterale del riferimento della prescrizione all’azione anzichè al diritto sarebbe irrilevante posto che la terminologia legislativa non può ritenersi decisiva in quanto anche altre volte esprime la pretesa sostanzialmente in termine di azione (nell’art. 2947 c.c., comma 3, si parla con formule equivalenti di prescrizione dell’azione e di prescrizione del danno). Ma, soprattutto, si rileva come i rimedi edilizi siano rimedi sostanziali in quanto attraverso di essi il compratore fa valere un diritto contrattuale. Conseguentemente, benchè i rimedi previsti a vantaggio dell’acquirente siano indicati come azioni (di risoluzione ed estimatoria), in realtà essi non coinvolgerebbero tematiche processuali ma avrebbero contenuto sostanziale di tutela del diritto. Per tale ragione sarebbero idonei a interrompere la prescrizione non solo il riconoscimento, da parte del venditore, (non del vizio ma) del diritto del compratore alla garanzia, ma anche, in virtù dell’art. 2943 c.c., gli atti di costituzione in mora del venditore e pure l’impegno assunto da quest’ultimo di eliminare i vizi.

Meri menzione anche un ulteriore peculiare indirizzo il quale ritiene, invece, che il compratore possa valersi soltanto dell’interruzione della prescrizione derivante o dalla proposizione della domanda giudiziale, cui si equipara l’esperimento del procedimento preventivo ex art. 1513 c.c., o dal riconoscimento da parte del venditore del suo diritto alla garanzia.

2.6. – Le posizioni della pregressa giurisprudenza sulla questione oggetto dell’ordinanza interlocutoria.

Come rilevato nell’ordinanza di rimessione della Seconda sezione (cfr. paragr. 2.1), si rinvengono nella giurisprudenza di questa Corte sostanzialmente due distinti orientamenti circa la qualificazione giuridica della garanzia per vizi e, conseguentemente, sulla individuazione degli atti interruttivi della prescrizione. Un primo orientamento configura la garanzia per vizi come un autonomo diritto in forza del quale il compratore può, a sua scelta, domandare la risoluzione del contratto ovvero la riduzione del prezzo. Ne consegue che quando il compratore comunica al venditore che intende far valere il diritto alla garanzia, egli interrompe la prescrizione inerente a tale diritto. A tal fine si ritiene che non sia necessaria la precisazione del tipo di tutela che andrà a chiedere in via giudiziaria ed è altresì irrilevante, ai fini della idoneità della interruzione, la riserva di scelta del tipo di tutela, in quanto – si afferma – non rappresenterebbe comunque riserva di far valere un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione (così Cass., Sez. 2, Sentenza n. 9630 del 1999).

Più di recente, Cass., Sez. 2, n. 22903 del 2015, richiamando il precedente del 1999, ha affermato che costituisce atto interruttivo della prescrizione della garanzia per vizi della cosa la manifestazione al venditore della volontà – del compratore – di volerla esercitare, benchè lo stesso differisca ad un momento successivo l’opzione per il tipo di strumento rimediale da esercitare. A tal fine, la Corte ha valutato come idonea l’espressione “con più ampia riserva di azione”, contenuta nel telegramma inviato al venditore, con cui il compratore contestava i vizi dell’immobile acquistato, ritenendo sufficiente la comunicazione della volontà di avvalersi della garanzia suddetta e dovendosi escludere che la riserva di scelta del tipo di tutela sia diretta a far valere un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione (nella pronuncia qui richiamata del 2015, si è anche aggiunto che, ai fini di una valida costituzione in mora e del verificarsi dell’effetto interruttivo della prescrizione, non è necessario che il compratore, insieme con la contestazione dei vizi, eserciti la scelta dell’azione, la quale è procrastinabile fino alla proposizione della domanda giudiziale).

Un secondo orientamento (cfr. Cass., Sez. 2, nn. 18477/2003, 20332/2007, 8417/2016 e n. 20705/2017) ha affermato che, siccome l’esercizio delle azioni edilizie in favore del compratore di una cosa affetta da vizi implica la configurazione di una posizione del venditore di mera soggezione, dovrebbe conseguire che la prescrizione dell’azione, fissata in un anno dall’art. 1495 c.c., comma 3, può essere utilmente interrotta soltanto dalla proposizione della domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora. Ciò sul presupposto che gli atti al quale l’art. 2943, comma 4, c.c. connette l’effetto di interrompere la prescrizione sono infatti quelli che valgono a costituire in mora “il debitore” e devono consistere, per il disposto dell’art. 1219 c.c., comma 1, in una “intimazione o richiesta” di adempimento di un’obbligazione (previsioni che si attagliano ai diritti di credito e non a quelli potestativi).

E’, peraltro, opportuno mettere in risalto che un tentativo di ricostruzione unitaria dei due orientamenti manifestatisi nella giurisprudenza di legittimità è stato operato da una sentenza della Seconda sezione, la n. 8418 del 2016 (non mass.), la quale ha sostenuto che essi avrebbero riguardo a situazioni distinte. Si è in essa, infatti, sostenuto che la richiamata sentenza n. 9630 del 1999, nel considerare atto interruttivo della prescrizione dell’azione di garanzia la manifestazione della volontà del compratore di volerla esercitare, riguarderebbe l’ipotesi in cui il compratore abbia espresso la volontà di esercitare la garanzia e si sia riservato di effettuare successivamente la scelta tra i rimedi consentiti dall’art. 1492 c.c.

Diversa sarebbe, invece, l’ipotesi in cui il compratore dichiari di avvalersi direttamente dell’azione di risoluzione del contratto. In tal caso differente sarebbe la modalità di interruzione della prescrizione dal momento che la facoltà riconosciuta al compratore di chiedere la risoluzione gli conferirebbe un diritto potestativo a fronte del quale la posizione del venditore sarebbe di mera soggezione, non essendo egli tenuto a compiere alcunchè ma solo a subire gli effetti della sentenza costitutiva. In tale ipotesi, per l’interruzione della prescrizione occorrerebbe dar luogo solo all’esperimento dell’azione giudiziale, non assumendo efficacia a tale scopo l’intimazione riconducibile a meri atti di costituzione in mora.

2.7. La risoluzione della questione di massima di particolare importanza sottoposta all’esame delle Sezioni unite.

Ritiene il collegio che la questione individuata nell’ordinanza interlocutoria della Seconda sezione n. 23857/2018 debba essere risolta accedendo all’impostazione e al relativo percorso ermeneutico adottati, in prima battuta, con la sentenza n. 9630/1999 e poi ripresi dalla sentenza n. 22903/2015, con cui si è statuito il principio alla stregua del quale la prescrizione della garanzia per vizi è interrotta dalla comunicazione al venditore della volontà del compratore di esercitarla benché questi riservi ad un momento successivo la scelta del tipo di tutela, dovendosi escludere che la riserva concerna un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione.

Come prevede l’art. 1495 c.c., comma 3, l’azione di garanzia per i vizi e la mancanza di qualità dovute si prescrive in un anno dalla consegna. Questo termine breve (di natura eccezionale – è, perciò, non estensibile al di fuori dei casi previsti – così fissato dal legislatore per garantire la stabilizzazione, in tempi circoscritti, dei rapporti economici riconducibili alle contrattazioni in tema di compravendita), che si collega all’onere della preventiva denuncia il cui assolvimento è prescritto dall’art. 1495 c.c., comma 1, concerne la tutela contrattuale del compratore per far valere l’inesatto adempimento per difettosità del bene oggetto della vendita, a prescindere dal rimedio. Il presupposto di fondo, quindi, consiste nella configurazione di tale responsabilità dell’acquirente come obbligazione derivante “ex contractu” nei termini precedentemente precisati (v. paragr. 2.4).

E’ il momento della consegna che individua il “dies a quo” della decorrenza di tale termine di prescrizione.

E’, altresì, pacifico che, ove la consegna non sia accettata, il termine prescrizionale abbreviato in questione non decorre, poiché il rifiuto dell’acquirente non consente di considerare eseguita la prestazione. Ai sensi dello stesso art. 1495 c.c., comma 3, il compratore può avvalersi della garanzia in esame anche oltre il suddetto termine prescrizionale allorquando sia il venditore ad agire per l’esecuzione del contratto.

Al di là della descritta peculiarità della disciplina della prescrizione in questione, le Sezioni unite ritengono che – per quanto non espressamente previsto – trovi applicazione la disciplina generale in tema di prescrizione, con la conseguente operatività, tra l’altro, delle ordinarie cause di interruzione e di sospensione (con particolare riferimento – per quel che rileva in questa sede – all’art. 2943 c.c. e, specificamente, al suo comma 4).

Il diverso indirizzo che ritiene necessario ai fini dell’interruzione del termine prescrizionale annuale l’esercizio dell’azione (a cui pone formale riferimento l’incipit dell’art. 1495 c.c., comma 3, che non discorre del diritto di far valere l’azione entro detto termine ma sancisce testualmente che “l’azione di prescrive…”) in via giudiziale non può essere condiviso.

Deve, infatti, osservarsi che, in primo luogo, l’attuale formulazione diverge da quella adottata nel codice civile del 1865 che, invece, lasciava propendere per la necessità dell’esperimento dell’azione giudiziale (l’art. 1505, comma 1, di detto codice prevedeva testualmente che “l’azione redibitoria deve proporsi entro un anno dalla consegna”). La formula ora prevista nell’art. 1495, comma 3, del vigente codice civile si richiama esplicitamente alla prescrizione e, pur discorrendosi di prescrizione dell’azione, va rilevato che il ricorso a tale terminologia non può ritenersi decisivo nel senso che debba ritenersi riferibile esclusivamente all’esercizio dell’azione giudiziale.

Su un piano sistematico va, infatti, osservato che, anche in altre disposizioni normative, il legislatore ha posto riferimento – ma in senso atecnico dal punto di vista giuridico – alla pretesa sostanziale in termine di azione (dove si avverte il senso concreto della tutela della posizione soggettiva nell’ordinamento: cfr., ad es., l’art. 2947 c.c., comma 3, in cui si parla, indistintamente e con formule equivalenti, di prescrizione dell’azione e di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, e l’art. 132, comma 4, del c.d. codice del consumo – D.Lgs. n. 206/2005 – laddove, per un verso, si parla di azione e, per altro verso, si parla di “far valere i diritti” correlati ai vizi della cosa venduta). Diversamente, sempre con riferimento alla vendita, l’art. 1497 c.c. – riferito alla risolubilità del contratto per “mancanza di qualità” – sancisce, al comma 2, che il diritto di ottenere la risoluzione (e non, quindi, l’esercizio della relativa azione) è soggetto alla decadenza e alla prescrizione stabilite proprio dal precedente art. 1495.

Appare, quindi, incontestabile che, con riguardo al potere di agire, viene in rilievo la pretesa sostanziale del compratore, ovvero la pretesa contrattuale all’esatta esecuzione del contratto, con la conseguenza che, alla tutela di questa pretesa ad essere garantito se insoddisfatta, soccorrono i rimedi sostanziali che non si sostituiscono al diritto primario ma ne perseguono una tutela diretta o indiretta.

In sostanza, nella prospettiva generale della questione in esame, deve sottolinearsi che, in effetti, non si verte propriamente nell’ipotesi di esercitare un singolo specifico potere ma di far valere il “diritto alla garanzia” derivante dal contratto, rispetto al quale, perciò, non si frappongono ostacoli decisivi che impediscono l’applicabilità della disciplina generale della prescrizione (e che, invece, in un’ottica sistematica, appare con esso compatibile), ivi compresa quella in materia di interruzione e sospensione.

Quando si avvale della “garanzia” il compratore fa valere l’inadempimento di una precisa obbligazione del venditore (contemplata dall’art. 1476 c.c., n. 3)) e, conseguentemente, sul piano generale, deve ammettersi che lo possa fare attraverso una manifestazione di volontà extraprocessuale e ciò si inferisce anche da quanto stabilisce l’art. 1492 c.c., comma 2, il quale, prevedendo che “la scelta è irrevocabile quando è fatta con la domanda giudiziale”, significativamente la prefigura, riconnettendo, invero, alla domanda in sede processuale la sola impossibilità di rimeditare l’opzione tra risoluzione e riduzione del prezzo.

Anche questo argomento di tipo logico-sistematico conforta, quindi, l’ammissibilità dell’interruzione della prescrizione con un atto stragiudiziale, fermo rimanendo che l’interruzione si limita a far perdere ogni efficacia al tempo già trascorso prima del compimento dell’atto, senza interferire con il modo di essere del diritto.

La soluzione per la quale si propende si lascia preferire anche per una ragione di ordine generale che impatta sul piano socio-economico posto che, per effetto dell’operatività dell’interruzione della prescrizione secondo la disciplina generale (e, quindi, anche mediante atti stragiudiziali), esiste una plausibile possibilità che il venditore intervenga eventualmente – a seguito della costituzione in mora – eliminando i vizi (possibile, se le parti convengano, prima e al di fuori del processo, configurandosi solo in questo senso la limitazione dei rimedi stabilita dall’art. 1490 e segg.), così evitando che il compratore debba rivolgersi necessariamente al giudice esercitando la relativa azione in sede, per l’appunto, giudiziale. Questa possibilità è idonea ad perseguire – in termini certamente più ristretti rispetto a quelli fisiologici di un giudizio – un’efficace tutela delle ragioni dell’acquirente, senza tuttavia penalizzare eccessivamente il venditore, poichè dal momento dell’interruzione della prescrizione ricomincia a decorrere il termine originario: in tal modo è, altresì, assicurato alle parti un congruo spatium deliberandi e si evita la conseguenza di una inutile proliferazione di giudizi, così rimanendo realizzato un ragionevole bilanciamento tra tutti gli interessi coinvolti.

In definitiva, il collegio ritiene che non sussistano ragioni impeditive determinanti per negare al compratore di avvalersi della disciplina generale in tema di prescrizione – con correlata applicabilità anche dell’art. 2943 c.c., comma 4, – e, quindi, per imporgli di agire necessariamente in via giudiziale al fine di far valere la garanzia per vizi in tema di compravendita.

Da ciò consegue che non solo le domande giudiziali ma anche gli atti di costituzione in mora (ai sensi dell’appena citato art. 2943 c.c., comma 4, che si concretano – in relazione al disposto di cui all’art. 1219 c.c., comma 1, – in qualsiasi dichiarazione formale che, in generale, esprima univocamente la pretesa del creditore all’adempimento) da parte del compratore costituiscono cause idonee di interruzione della prescrizione: l’effetto che ne deriva è che, una volta che si faccia ricorso a tali atti entro l’anno dalla consegna, inizia a decorrere un nuovo periodo di prescrizione di un anno (ai sensi della norma generale di cui all’art. 2945 c.c., comma 1) e l’idoneità interruttiva di tali atti persegue, come già evidenziato, anche lo scopo – in presenza, peraltro, di un termine così breve – di favorire una risoluzione (stragiudiziale) preventiva della possibile controversia rispetto all’opzione, a tutela delle ragioni del compratore, per la scelta di vedersi riconosciuto il diritto alla garanzia (e di ottenere uno degli effetti giuridici favorevoli previsti dalla legge) solo mediante l’esercizio dell’azione in via giudiziale.

In definitiva, quale principio di diritto risolutivo della prospettata questione di massima di particolare importanza, deve affermarsi che:

nel contratto di compravendita, costituiscono – ai sensi dell’art. 2943 c.c., comma 4, – idonei atti interruttivi della prescrizione dell’azione di garanzia per vizi, prevista dall’art. 1495 c.c., comma 3, le manifestazioni extragiudiziali di volontà del compratore compiute nelle forme di cui all’art. 1219 c.c., comma 1, con la produzione dell’effetto generale contemplato dall’art. 2945 c.c., comma 1.

2.8. Sulla base, quindi, dell’argomentato percorso logico-giuridico fin qui compiuto, il secondo motivo, nella parte in cui con lo stesso risulta denunciata la violazione dell’art. 1495 c.c., comma 3, (specificamente interessato dalla risolta questione di massima di particolare importanza), deve essere respinto, risultando corretta l’impugnata sentenza nella parte in cui ha ritenuto che la prescrizione dell’azione di garanzia per vizi in discorso poteva essere interrotta con atto stragiudiziale.

Il motivo è, invece, inammissibile con riferimento alla seconda parte in cui è stato dedotto l’omesso esame circa fatti decisivi in ordine alla circostanza che dalle missive indicate nella stessa censura non sarebbe stata desumibile l’inequivocabile manifestazione di volontà dell’acquirente di far valere il proprio diritto alla garanzia necessaria per riconoscere alle stesse efficacia interruttiva. Osserva il collegio che per questa parte il mezzo ha inteso, in effetti, porre in discussione l’interpretazione del contenuto delle citate missive (quali atti di autonomia privata), la cui attività costituisce un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità ove adeguatamente e logicamente motivato, come verificatosi nel caso di specie.

In particolare, con riferimento al prospettato vizio formalmente ricondotto all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è certamente insussistente l’omesso esame del fatto decisivo in questione, essendo il nucleo centrale della motivazione adottata dal Tribunale di Taranto incentrato proprio sull’esame di tale aspetto. Peraltro, nell’articolazione della censura qui in discorso, la ricorrente non ha precisato nemmeno quali canoni ermeneutici non sarebbero stati osservati e non ha neanche riportato adeguatamente ed in modo integrale il contenuto delle due contestate missive, finendo, in sostanza, con il censurare inammissibilmente il risultato ermeneutico in sè, che appartiene pacificamente all’ambito dei giudizi di fatto riservati dal giudice di merito.

  1. Rileva, poi, il collegio che il terzo complessivo motivo è anch’esso inammissibile, poiché si risolve – all’evidenza – in una sollecitazione ad una globale rivalutazione di merito sul nesso eziologico tra i vizi originariamente constatati e la successiva accertata deficienza vegetativa della partita di piante (barbatelle) oggetto della compravendita e, perciò, delle inerenti risultanze istruttorie, con particolare riferimento agli esiti dell’esperita prova testimoniale, senza che – nella fattispecie – si sia comunque venuta a configurare la supposta violazione dell’art. 2697 c.c., avendo la parte acquirente assolto all’onere probatorio – sulla medesima gravante – di riscontrare l’esistenza dei vizi e la loro idoneità a rendere inservibile ed inutilizzabile allo scopo per il quale era stato comprato il quantitativo di piante fornitogli (in conformità al principio in proposito affermato da queste Sezioni unite con la recente sentenza n. 11748/2019, già richiamata in precedenza).

Quanto all’omesso esame del fatto decisivo attinente alla suddetta circostanza sulla individuazione della causa determinatrice dei vizi è fin troppo palese osservare che, in effetti, con esso la ricorrente ha inteso – ancora una volta inammissibilmente – contestare l’apprezzamento di merito svolto, invece adeguatamente, dal giudice di appello in ordine alle complessive emergenze istruttorie acquisite al processo.

  1. In definitiva, il ricorso deve essere integralmente respinto.

Sussistono, tuttavia, in virtù della obiettiva controvertibilità della esaminata questione di massima di particolare importanza riferita al secondo motivo, idonei e giustificati motivi per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese del presente giudizio di legittimità.

Ricorrono, infine, le condizioni per dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della soccombente ricorrente, del raddoppio del contributo unificato ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater. 

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso e compensa integralmente tra le spese del presente giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio delle Sezioni Unite Civili, il 9 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2019