Avvocato a Bologna Sergio Armaroli
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Il comma 4 dell’art. 337-ter c.c. dispone che ciascuno dei genitori debba provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, considerando i seguenti elementi: 

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1) le attuali esigenze del figlio;

2) il tenore di vita goduto in costanza di convivenza con entrambi i genitori; 

3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore

4) le risorse economiche di entrambi i genitori; 

5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore .

La separazione comporta la prima rottura del vincolo matrimoniale, il primo passo verso il divorzio  .

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  2.  qui nascono le problematiche, spesso i coniugi non vogliono cedere, ma oggi esiste l’affido ocndiviso ,che è la prassi-
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  5. La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 32529/18, ha affermato che l’eventuale rinuncia del figlio al mantenimento, anche a prescindere dalla sua invalidità, dovuta alla indisponibilità del relativo diritto, non può in nessun caso spiegare effetto sulla posizione giuridico – soggettiva del genitore affidatario quale autonomo destinatario dell’assegno.
  6. La  necessità  di  perequare  le  risorse  dei  genitori  sussiste  ed  è  pertanto  obbligatorio  prevedere  un assegno di mantenimento per i figli: 1.ove vi siano differenze tra le risorse (ricchezza potenziale) dei due genitori e/o 2.se il tempo di permanenza della prole con ciascun genitore crea una sperequazione di dette risorse.

L’obbligo di mantenere il figlio, infatti, non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma si protrae, qualora questi, senza sua colpa, divenuto maggiorenne, sia tuttavia ancora dipendente dai genitori.

Il coniuge separato o divorziato, già affidatario, è quindi legittimato, “iure proprio” (in via concorrente con il figlio), ad ottenere dall’altro coniuge un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne.

E’ appena il caso di ricordare le c.d. coordinate per il riconoscimento e per la determinazione di detto assegno sulla base dei quali è stato espresso il suesposto principio:1)le attuali esigenze del figlio ;2) il tenore di vita goduto dallo stesso in costanza di convivenza con entrambi i genitori;3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore ;4) le risorse economiche di entrambi ; 5) la valenza economica dei compiti domestici assunti da ciascun genitore.

I primi due criteri, non a caso collocati ai primi posti, assumono preminente valore mentre l’aumento delle esigenze economiche del figlio, essendo notoriamente legato alla crescita, non ha bisogno di specifica dimostrazione.
V’è da dire, inoltre, che una stratificata giurisprudenza (v. da ultimo Cass. 16.05.2017 n. 12063) da tempo ritiene che l’obbligo di mantenimento cessa con il raggiungimento della autosufficienza economica del minore divenuto maggiorenne : condizione ricorrente anche se lo stesso allo stato sia disoccupato ma in passato abbia iniziato ad espletare una attività lavorativa dimostrando il raggiungimento di una adeguata capacità, idonea quindi a determinare la cessazione del corrispondente obbligo di mantenimento (se previsto) ad opera del genitore, non assumendo rilievo il sopravvenire di circostanze ulteriori ( ad es. il licenziamento, come nella vicenda decisa con la pronuncia appena ricordata, ma anche lo svolgimento di un rapporto di lavoro a tempo determinato, come nel caso deciso da Cass. 22.11.2010 n.23590), le quali non possono far risorgere un obbligo di mantenimento i cui presupposti siano già venuti meno. 

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La legge dice che i bambini,

la separazione dei genitori, hanno “il DIRITTO di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. 
Allora, i genitori, che hanno “l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli” (art. 147 codice civile), quando si separano, hanno il DOVERE, nonostante la separazione, DI COLLABORARE nella cura, educazione ed istruzione dei figli, secondo le regole convenute o date dal giudice della separazione, e queste regole devono essere osservate.


Se un genitore si disinteressa del figlio, non può pretendere l’affidamento condiviso. Per esempio, è stato disposto l’affido esclusivo alla madre di una figlia, poiché era emerso nel giudizio che il padre non la vedeva da oltre due anni, si era disinteressato completamente di lei, non provvedeva al suo mantenimento, teneva condotte di ostacolo alle iniziative della madre. 

Sempre in merito ai principali elementi ritenuti dalla pronuncia della Suprema Corte, i giudici sottolineano come in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico del giudice – che non potrà che avere come esclusivo interesse morale e materiale quello della prole – deve operare circa le capacità dei genitori di crescere e di educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione, e debba essere formulato tenendo in considerazione, sulla base di concreti elementi, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di garantire al minore.

Indagini preliminari – Arresto in flagranza – Stato di flagranza

Indagini preliminari – Arresto in flagranza – Stato di flagranza

Indagini preliminari - Arresto in flagranza - Stato di flagranza
Indagini preliminari – Arresto in flagranza – Stato di flagranza

In tema di arresto operato d’iniziativa dalla polizia giudiziaria nella quasi flagranza del reato, il requisito – previsto dall’art. 382, comma primo, cod. proc. pen. – della “sorpresa” dell’indiziato “con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima” non richiede che la P.G. abbia diretta percezione dei fatti, né che la sorpresa avvenga in modo non casuale, correlandosi invece alla diretta percezione da parte della stessa soltanto degli elementi idonei a farle ritenere sussistente, con altissima probabilità, la responsabilità del medesimo, nei limiti temporali determinati dalla commissione del reato “immediatamente prima”, locuzione dal significato analogo a quella (“poco prima”) utilizzata dal previgente codice di rito, di cui rappresenta una mera puntualizzazione quanto alla connessione temporale tra reato e sorpresa. (Fattispecie in cui la Corte, in riforma dell’impugnata ordinanza, ha ritenuto che legittimamente i carabinieri avessero proceduto all’arresto, nella quasi flagranza del reato di furto aggravato, di un soggetto – peraltro reo confesso – sorpreso, durante un normale controllo al confine di Stato, alla guida di un’autovettura risultata rubata poche ore prima in una città vicina).
•Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 26 aprile 2017 n. 19948

Il principio affermato dalle Sezioni unite e da quelle ordinarie e’ che e’ illegittimo l’arresto qualificato come in flagranza, se operato dalla polizia giudiziaria sulla base delle informazioni fornite dalla vittima o da terzi nell’immediatezza del fatto, poiche’ tale ipotesi non integra la condizione di “quasi flagranza”, che a sua volta presuppone la immediata e autonoma percezione, da parte di chi proceda all’arresto, delle tracce del reato e del loro collegamento inequivocabile con l’indiziato; nel caso trattato dalle Sezioni Unite, l’arresto era stato eseguito sulla base delle sole indicazioni della persona offesa, riguardanti le generalita’ dell’aggressore. Il fatto all’esame di questa Corte appare differente rispetto a quello deciso dalle Sezioni Unite: queste ultime hanno sottolineato che per procedere all’arresto di un soggetto deve esservi “la coessenziale correlazione tra la percezione diretta del fatto delittuoso (quantomeno attraverso le tracce rivelatrici della immediata consumazione, recate dal reo) e il successivo intervento di privazione della liberta’ dell’autore del reato”. Cio’ perche’ “la eccezionale attribuzione alla polizia giudiziaria (o al privato) del potere di privare della liberta’ una persona trova concorrente giustificazione nella altissima probabilita’ (e, praticamente, nella certezza) della colpevolezza dell’arrestato. Ebbene, sono proprio la diretta percezione e constatazione della condotta delittuosa da parte degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria procedenti all’arresto, che possono suffragare, nel senso indicato, la sicura previsione dell’accertamento giudiziario della colpevolezza”.

L’elemento rilevante ai fini della flagranza e’ dunque che la polizia giudiziaria percepisca in modo diretto gli elementi che inducano a ritenere con elevata probabilita’ la responsabilita’ dell’arrestato. La percezione diretta rinvia a una immediatezza di intervento rispetto al fatto-reato, e quindi a seguito delle primissime indagini, in assenza della sorpresa del responsabile da parte della polizia giudiziaria nell’atto di commettere l’illecito. Nella specie l’immediatezza e’ costituita dal brevissimo intervallo temporale – riassunto nell’espressione “immediatamente dopo la consumazione del fatto” – che il GIP ha descritto essere intercorso fra l’aggressione subita da (OMISSIS) all’interno della propria vettura, la telefonata che da quella posizione ella ha fatto al fratello, la successiva telefonata che il padre di lei, cui il fratello l’aveva subito comunicato, ha indirizzato alla Questura, l’intervento degli agenti della P.S., le ricerche da costoro effettuate con successo sulla base delle indicazioni relative al vestiario fornite dalla donna: all’incirca cinque minuti fra la richiesta di intervento alla Questura e il momento in cui (OMISSIS) e’ stato fermato dalla Polizia, come emerge dagli atti di p.g. allegati all’ordinanza, e in particolare dal verbale di perquisizione personale.

Le “cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima” sono costituite nella vicenda in esame non gia’ dalla identificazione operata dalla parte offesa che indichi le generalita’ del presunto autore del delitto, come era nell’ipotesi considerata dalle Sezioni Unite, bensi’ dal vestiario indossato da (OMISSIS) nel momento in cui la Polizia lo ha individuato, come descritto dalla vittima: la nozione di cose o tracce dalle quali emerga che egli abbia commesso il reato poco prima non fa coincidere necessariamente quelle cose o quelle tracce con il compendio del reato. Al vestiario si affianca la stessa borsa, rinvenuta sulla via percorsa per allontanarsi dal parcheggio teatro della rapina e il luogo di rintraccio del ricorrente, quale elemento di materiale conferma del tragitto di rapido allontanamento, e infine il diretto riconoscimento della persona offesa. La linea di ininterrotta e rapida continuita’ spazio-temporale, nella quale trovano collocazione le “cose” costituite dalla borsa abbandonata sulla via di fuga e dal vestiario indossato, integrano un profilo di elevatissima probabilita’ che (OMISSIS) sia l’autore del fatto, tale da fondare la sussistenza nel caso concreto della quasi-flagranza.

Indagini preliminari – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – Arresto operato a seguito di informazioni di terzi – “Quasi flagranza” – Sussistenza – Esclusione – Illegittimità dell’arresto – Sussistenza – Ragioni – Fattispecie. 
È illegittimo l’arresto in flagranza operato dalla polizia giudiziaria sulla base delle informazioni fornite dalla vittima o da terzi nell’immediatezza del fatto, poiché, in tale ipotesi, non sussiste la condizione di “quasi flagranza”, la quale presuppone la immediata e autonoma percezione, da parte di chi proceda all’arresto, delle tracce del reato e del loro collegamento inequivocabile con l’indiziato. (Nella specie l’arresto era stato eseguito sulla base delle sole indicazioni della persona offesa, riguardanti le generalità dell’aggressore).
•Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 21 settembre 2016 n. 39131

Indagini preliminari – Polizia giudiziaria – Attività – Arresto in flagranza – Quasi flagranza – Nozione – Fattispecie. 

 

In tema di arresto da parte della polizia giudiziaria, lo stato di quasi flagranza non sussiste nell’ipotesi in cui l’inseguimento dell’indagato da parte della polizia giudiziaria sia stato iniziato per effetto e solo dopo l’acquisizione di informazioni da parte della vittima o di terzi, dovendosi in tal caso escludere che gli organi di polizia giudiziaria abbiano avuto diretta percezione del reato. La nozione di inseguimento, caratterizzata dal requisito cronologico dell’immediatezza (subito dopo il reato), postula, quindi, la necessità della diretta percezione e constatazione della condotta delittuosa da parte degli operanti della polizia giudiziaria procedenti all’arresto: l’attribuzione dell’eccezionale potere di privare della libertà una persona si spiega proprio in ragione di tale situazione idonea a suffragare la sicura previsione dell’accertamento giudiziario della colpevolezza (da queste premesse, la Corte ha rigettato il ricorso del pubblico ministero avverso il provvedimento del giudice che aveva escluso la quasi flagranza, in una vicenda in cui la polizia giudiziaria aveva proceduto all’arresto per il reato di lesioni personali aggravate dall’uso di un coltello dopo alcune ore dalla commissione del reato ed esclusivamente sulla base delle dichiarazioni rese dalla vittima e dalle persone informate dei fatti nonché degli esiti obiettivi delle lesioni rilevati sul corpo della persona offesa: in una situazione in cui, quindi, secondo le sezioni Unite, non poteva ricorrere l’ipotesi dell’inseguimento inteso nei termini di cui sopra).
•Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 21 settembre 2016 n. 39131

DIVORZIARE COME SI FA? PERCHE’ E COME SEPARARSI?

  • RISOLVERE UNA SEPARAZIONE SENZA DISSANGUARSI?

  • DIVORZIARE COME SI FA? PERCHE’ E COME SEPARARSI?
    DIVORZIARE COME SI FA? PERCHE’ E COME SEPARARSI?
  • DIVORZIARE COME SI FA?
  •  
  • PERCHE’ E COME SEPARARSI?
  •  
  • QUALI DIRITTI NELLA SPARAZIONE?
  • A CHI VANNO I FIGLI NELLA SEPARAZIONE?
  • QUALI OBBLIGHI NELLA SEPARAZIONE?
  •  
  • POSSO NON SEPARARMI SE IL CONIUGE ME LO CHIEDE?
  • COME SI CALCOLA L’ASSEGNO DIVRZILE ?

    DIVORZIARE COME SI FA? PERCHE’ E COME SEPARARSI?
    DIVORZIARE COME SI FA? PERCHE’ E COME SEPARARSI?
  • COME SI CALCOLA L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO ?
  • Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Competenza del giudice della separazione – Provvedimenti per i figli – Accordi tra i coniugi – Non vincolanti

    Separazione e divorzio - Mantenimento dei figli - Domanda delle parti - Irrilevanza - Obbligo del coniuge non affidatario della prole di provvedere al pagamento della rata di mutuo della abitazione familiare - In assenza di domanda della parte - Ammissibilità.  A norma dell'articolo 155 del Cc il giudice stabilisce la misura e il modo con cui il coniuge non affidatario deve contribuire al mantenimento dei figli, senza essere vincolato dalle domande delle parti o dagli accordi eventualmente intervenuti tra esse.
    Separazione e divorzio – Mantenimento dei figli – Domanda delle parti – Irrilevanza – Obbligo del coniuge non affidatario della prole di provvedere al pagamento della rata di mutuo della abitazione familiare – In assenza di domanda della parte – Ammissibilità.  A norma dell’articolo 155 del Cc il giudice stabilisce la misura e il modo con cui il coniuge non affidatario deve contribuire al mantenimento dei figli, senza essere vincolato dalle domande delle parti o dagli accordi eventualmente intervenuti tra esse.

 l’art. 337 ter c.p.c., nel disciplinare l’adozione dei provvedimenti riguardo ai figli, stabilisce che spetta al giudice, al fine di realizzare “il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.”, adottare “i provvedimenti relativi alla prole” che vanno stabiliti “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa”, tanto che il giudice può prendere atto degli accordi intervenuti tra i genitori solo se gli stessi risultano “non contrari all’interesse dei figli”.

In proposito questa Corte ha chiarito che “In tema di separazione personale tra coniugi e di divorzio – ed anche con riferimento ai figli di genitori non coniugati – il criterio fondamentale cui devono ispirarsi i relativi provvedimenti è rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale dei figli (previsto in passato dall’art. 155 c.c. e ora dall’art. 337 ter c.c.) con la conseguenza che il giudice non è vincolato alle richieste avanzate ed agli accordi intercorsi tra le parti e può quindi pronunciarsi anche “ultra petitum”.” (Cass. n. 25055 del 23/10/2017; Cass. n. 11412 del 22/05/2014).

Invero, e ciò va sottolineato, anche un formale accordo intervenuto tra i genitori, pur sintomatico della positiva collaborazione tra gli stessi, non potrebbe essere trasfuso nel provvedimento giudiziale relativo alla prole se non previa verifica della sua rispondenza all’interesse del figlio.

In tema di separazione personale tra coniugi e di divorzio – ed anche con riferimento ai figli di genitori non coniugati – il criterio fondamentale cui devono ispirarsi i relativi provvedimenti è rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale dei figli (previsto in passato dall’art. 155 c.c. e ora dall’art. 337-ter c.c.) con la conseguenza che il giudice non è vincolato alle richieste avanzate ed agli accordi intercorsi tra le parti e può quindi pronunciarsi anche “ultra petitum”. Invero, e va sottolineato, anche un formale accordo intervenuto tra i genitori, pur sintomatico della positiva collaborazione tra gli stessi, non potrebbe essere trasfuso nel provvedimento giudiziale relativo alla prole se non previa verifica della rispondenza all’interesse del figlio.
• Corte di cassazione, sezione VI – I, ordinanza 6 settembre 2019 n. 22411 

In tema di separazione personale tra coniugi e di divorzio – ed anche con riferimento ai figli di genitori non coniugati – il criterio fondamentale cui devono ispirarsi i relativi provvedimenti è rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale dei figli (previsto in passato dall’art. 155 c.c. e ora dall’art. 337 ter c.c.) con la conseguenza che il giudice non è vincolato alle richieste avanzate ed agli accordi intercorsi tra le parti e può quindi pronunciarsi anche “ultra petitum”. (Nella specie, la S.C. ha confermato il decreto della corte d’appello che aveva ritenuto di includere fra le spese straordinarie da concordare preventivamente fra i genitori, oltre alle spese sportive e ricreative, anche quelle mediche e scolastiche, ancorché non costituissero oggetto del reclamo).
• Corte di cassazione, sezione VI-I, ordinanza 23 settembre 2017 n. 25055 

Separazione e divorzio – Mantenimento dei figli – Domanda delle parti – Irrilevanza – Obbligo del coniuge non affidatario della prole di provvedere al pagamento della rata di mutuo della abitazione familiare – In assenza di domanda della parte – Ammissibilità. 
A norma dell’articolo 155 del Cc il giudice stabilisce la misura e il modo con cui il coniuge non affidatario deve contribuire al mantenimento dei figli, senza essere vincolato dalle domande delle parti o dagli accordi eventualmente intervenuti tra esse. Correttamente, pertanto, il giudice del merito pone – pur in essenza di una esplicita richiesta dell’altro coniuge – a carico del genitore non affidatario della prole minore l’obbligo del pagamento delle rate di mutuo, costituendo le stesse una modalità di adempimento dell’obbligo contributivo a favore dei figli.
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 3 settembre 2013, n. 20139 

Famiglia – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti
Il giudice che pronunzia la separazione dei coniugi, nel procedere all’affidamento della prole ad uno di essi, nonché nel determinare la misura ed il modo circa il contributo, cui è tenuto il coniuge non affidatario, per il mantenimento, l’istruzione e l’educazione dei figli, non ha bisogno di una domanda dei coniugi, né è vincolato agli accordi degli stessi, essendo titolare di un potere-dovere improntato a difesa di un superiore interesse dello stato alla tutela e alla cura dei minori. Nell’esercizio di tale potere, il giudice non ha altro vincolo che quello della propria scienza e della propria coscienza improntate alle prove dedotte dalle parti o disposte d’ufficio, dopo di aver tenuto conto dell’accordo fra le parti stesse.
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 7 giugno 1982, n. 3438

SPESE-NELLA-SEPARAZIONE-F

SEPARAZIONE BOLOGNA !) TRADIMENTO SUFFICIENTE PER ADDEBITO SEPARAZIONE BOLOGNA !) TRADIMENTO SUFFICIENTE PER ADDEBITO ?ritenersidi regolacircostanza sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ed a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabilesempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniuga

SEPARAZIONE BOLOGNA !) TRADIMENTO SUFFICIENTE PER ADDEBITO ?

l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ed a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale

Occorre premettere che secondo consolidata giurisprudenza: a) l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ed a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618; ed ancora, più di recente, Cass., ord. 14 agosto 2015, n. 16859; n. 917 del 2017); b) la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e, quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. (Cass. n. 15557 del 2008; n. 8929 del 2013; n. 21657 del 2017); c) grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà (Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059).

RICONOSCIMENTO PATERNiTA’ ATTENZIONE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA OBBLIGHI AVVOCATO ESPERTO Per quanto attiene dunque alla violazione degli obblighi
RICONOSCIMENTO PATERNiTA’ ATTENZIONE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA OBBLIGHI AVVOCATO ESPERTO Per quanto attiene dunque alla violazione degli obblighi
SEPARAZIONI BOLOGNA DIVORZI BOLOGNA SEPARAZIONI PROVINCIA DI BOLOGNA
ASEPARAZIONI BOLOGNA DIVORZI BOLOGNA SEPARAZIONI PROVINCIA DI BOLOGNA

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA CIVILE SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente – Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – rel. Consigliere –

Svolgimento del processo
Il Tribunale di Napoli ha pronunciato la separazione personale dei coniugi S.G. e M.M., addebitandola al marito, ha assegnato alla moglie la casa coniugale e previsto un contributo per il mantenimento della figlia minore A., affidata ad entrambi i genitori e con domicilio prevalente presso la madre. La Corte d’appello di Napoli con sentenza del 10.6.2016, ha addebitato la separazione anche alla moglie, che ha proposto ricorso, sulla base di tre motivi, con cui deduce, rispettivamente la violazione degli artt. 2697, 143 e 151 c.c., ed omesso esame di un punto decisivo. Il

  1. non ha svolto difese.

Motivi della decisione
1. Il Collegio ha deliberato la redazione della motivazione in forma

semplificata.

  1. I motivi, attinenti tutti alla ricorrenza del nesso eziologico tra violazione del dovere di fedeltà (che si afferma non provato in maniera puntuale) ed intollerabilità della prosecuzione della convivenza, sono inammissibili. Occorre premettere che secondo consolidata giurisprudenza: a) l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ed a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618; ed ancora, più di recente, Cass., ord. 14 agosto 2015, n. 16859; n. 917 del 2017); b) la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e, quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. (Cass. n. 15557 del 2008; n. 8929 del 2013; n. 21657 del 2017); c) grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà (Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059).
  2. Tali principi risultano osservati dalla Corte territoriale laddove, nel valutare le risultanze processuali (puntuali e circostanziate annotazioni contenute nel diario della ricorrente, telefonate e “squilli” durante le giornate) ha ritenuto provata nel senso sub b) la relazione della moglie, ed ha affermato che la separazione non è stata determinata dalla mediocrità della storia coniugale ma da tale relazione – qualificata come un evento recente ed emotivamente duro, intervenuto mentre il marito ancora tentava in modo grossolano approcci con la moglie – oltre che dalle inammissibili aggressioni fisiche del marito, in ragione delle quali la separazione gli era stata, correttamente, addebitata già dal Tribunale.
  3. Le censure della ricorrente, volte a negare il nesso causale tra presunto tradimento e crisi del rapporto coniugale ed a sottolineare la gravità della condotta del M., sotto le mentite spoglie di denunce di violazione di legge, attingono, quindi, inammissibilmente, al merito, dovendo, in conclusione, ribadirsi che la condotta violenta di un coniuge non può esser mai giustificata da comportamenti dell’altro, ma che tale condotta

 (qui non in discussione) non vale, a sua volta, a giustificare la violazione dei doveri che sorgono dal matrimonio.

  1. Non va provveduto sulle spese, in assenza di attività difensiva dell’intimato.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis. In caso di diffusione del presente provvedimento, dispone omettersi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma del D.Lgs. n.

Così deciso in Roma, il 16 gennaio 2018. Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2018

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SEPARAZIONE BOLOGNA !) TRADIMENTO SUFFICIENTE PER ADDEBITO ?

l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ed a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale

Occorre premettere che secondo consolidata giurisprudenza: a) l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ed a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618; ed ancora, più di recente, Cass., ord. 14 agosto 2015, n. 16859; n. 917 del 2017); b) la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e, quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. (Cass. n. 15557 del 2008; n. 8929 del 2013; n. 21657 del 2017); c) grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà (Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059).

RICONOSCIMENTO PATERNiTA’ ATTENZIONE AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA OBBLIGHI AVVOCATO ESPERTO Per quanto attiene dunque alla violazione degli obblighi
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SEPARAZIONI BOLOGNA DIVORZI BOLOGNA SEPARAZIONI PROVINCIA DI BOLOGNA
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REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA CIVILE SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente – Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – rel. Consigliere –

Svolgimento del processo
Il Tribunale di Napoli ha pronunciato la separazione personale dei coniugi S.G. e M.M., addebitandola al marito, ha assegnato alla moglie la casa coniugale e previsto un contributo per il mantenimento della figlia minore A., affidata ad entrambi i genitori e con domicilio prevalente presso la madre. La Corte d’appello di Napoli con sentenza del 10.6.2016, ha addebitato la separazione anche alla moglie, che ha proposto ricorso, sulla base di tre motivi, con cui deduce, rispettivamente la violazione degli artt. 2697, 143 e 151 c.c., ed omesso esame di un punto decisivo. Il

  1. non ha svolto difese.

Motivi della decisione
1. Il Collegio ha deliberato la redazione della motivazione in forma

semplificata.

  1. I motivi, attinenti tutti alla ricorrenza del nesso eziologico tra violazione del dovere di fedeltà (che si afferma non provato in maniera puntuale) ed intollerabilità della prosecuzione della convivenza, sono inammissibili. Occorre premettere che secondo consolidata giurisprudenza: a) l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza ed a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass. 7 dicembre 2007, n. 25618; ed ancora, più di recente, Cass., ord. 14 agosto 2015, n. 16859; n. 917 del 2017); b) la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e, quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. (Cass. n. 15557 del 2008; n. 8929 del 2013; n. 21657 del 2017); c) grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà (Cass. 14 febbraio 2012, n. 2059).
  2. Tali principi risultano osservati dalla Corte territoriale laddove, nel valutare le risultanze processuali (puntuali e circostanziate annotazioni contenute nel diario della ricorrente, telefonate e “squilli” durante le giornate) ha ritenuto provata nel senso sub b) la relazione della moglie, ed ha affermato che la separazione non è stata determinata dalla mediocrità della storia coniugale ma da tale relazione – qualificata come un evento recente ed emotivamente duro, intervenuto mentre il marito ancora tentava in modo grossolano approcci con la moglie – oltre che dalle inammissibili aggressioni fisiche del marito, in ragione delle quali la separazione gli era stata, correttamente, addebitata già dal Tribunale.
  3. Le censure della ricorrente, volte a negare il nesso causale tra presunto tradimento e crisi del rapporto coniugale ed a sottolineare la gravità della condotta del M., sotto le mentite spoglie di denunce di violazione di legge, attingono, quindi, inammissibilmente, al merito, dovendo, in conclusione, ribadirsi che la condotta violenta di un coniuge non può esser mai giustificata da comportamenti dell’altro, ma che tale condotta

 (qui non in discussione) non vale, a sua volta, a giustificare la violazione dei doveri che sorgono dal matrimonio.

  1. Non va provveduto sulle spese, in assenza di attività difensiva dell’intimato.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis. In caso di diffusione del presente provvedimento, dispone omettersi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma del D.Lgs. n.

Così deciso in Roma, il 16 gennaio 2018. Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2018

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    L’apprezzamento circa la responsabilità di un coniuge nel determinarsi della intollerabilità della convivenza in ragione della violazione dei doveri matrimoniali è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di motivazione congrua e logica (ex multis, Cass. 18074/2014). In riferimento all’istruttoria svolta in primo grado è emerso, infatti, che il Pa. si era allontanato dalla casa familiare, aveva una relazione extra-coniugale e non aveva prestato alla moglie la necessaria assistenza materiale e morale, anche in relazione alle accertate condizioni di salute della In. mancando invece la prova da parte sua che la violazione dei doveri coniugali fosse successiva alla crisi matrimoniale.

  2.  I fatti, così come insindacabilmente accertati dal giudice del merito, possono giustificare una pronuncia di addebito, non configurandosi la denunciata violazione di legge. Peraltro la prova del nesso causale può essere fornita con qualsiasi mezzo, anche per presunzioni tenuto conto dei principi espressi dalla Suprema Corte.
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In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale”.

 

 

AFFIDO FIGLI

separazione casa coniugale
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Nella giurisprudenza di legittimità è, infatti, costante l’orientamento secondo cui l’affidamento condiviso dei figli minori a entrambi i genitori (che non esclude che essi siano collocati presso uno di essi con previsione di uno specifico regime di visita con l’altro) rappresenta il regime ordinario di affidamento che non è impedito dall’esistenza di una conflittualità tra i coniugi, che spesso caratterizza i procedimenti di separazione.

Si può derogare alla regola solo se tale regime sia pregiudizievole per l’interesse dei figli, e per il loro equilibrio e sviluppo psico-fisico.

In queste situazioni la pronuncia di affidamento esclusivo deve essere puntualmente motivata non solo riguardo al danno potenzialmente arrecato ai figli, ma anche alla capacità del genitore affidatario e all’inidoneità educativa o sulla manifesta carenza dell’altro genitore (Cfr. Cass. Civ. n. 1777/2012 e Cass. Civ. n. 27/2017)

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Danno da tradimento tra i coniugi e separazione e addebito cosa  prevede e decide : Cass. civ., sez. I, 15 settembre 2011, n. 18853, pres. Luccioli, rel Felicetti –

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La violazione dei doveri coniugali può, infatti, ledere diritti costituzionalmente protetti qualora si dimostri che la condotta illecita -nella specie l’infedeltà- abbia dato vita ad una lesione dell’integrità psicofisica, oppure si sia concretizzata in atti specificamente lesivi della dignità della persona.

Danno da tradimento tra i coniugi  separazione e addebito
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Ai fini del risarcimento del danno intrafamiliare a nulla rileverebbe, dunque, l’eventuale rinuncia alla pronuncia di addebito da parte del coniuge tradito, né il fatto che tra le parti sia intervenuta una separazione consensuale, anziché giudiziale. 

I doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non trova necessariamente sanzione unicamente nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’articolo 2059 del c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a detti danni. 

In proposito deve muoversi dai principi già affermati da questa Corte nella sentenza 
quali la stessa sentenza 10 maggio 2005 n. 9801, ai quali la stessa sentenza impugnata si richiama condividendoli. Secondo quella sentenza i doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio 
non sono di carattere esclusivamente morale ma hanno natura giuridica, come si desume dal riferimento contenuto nell’art. 143 cod. civ. alle nozioni di dovere, di obbligo e di diritto e 
dall’espresso riconoscimento nell’art. 160 cod. civ. della loro inderogabilità, nonché dalle conseguenze di ordine giuridico che l’ordinamento fa derivare dalla loro violazione, cosicché deve ritenersi che l’interesse di ciascun coniuge nei confronti dell’altro alla loro osservanza abbia valenza di diritto soggettivo. Ne deriva che la violazione di quei doveri non trova necessariamente la propria sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quali la sospensione del diritto all’assistenza morale e materiale nel caso di allontanamento senza giusta causa dalla residenza familiare ai sensi dell’art. 146 cod. civ., l’addebito della separazione, con i suoi riflessi in tema di perdita del diritto all’assegno e dei diritti successori, il divorzio e il relativo assegno, con gl’istituti connessi. Discende infatti dalla natura giuridica degli obblighi su detti che il comportamento di un coniuge non soltanto può costituire una causa di separazione o di divorzio, ma può anche, ove ne sussistano tutti i presupposti secondo le regole generali, integrare gli estremi di un illecito civile. In proposito si è rilevato che la separazione e il divorzio costituiscono 
strumenti accordati dall’ordinamento per porre rimedio a situazioni di impossibilità di prosecuzione della convivenza o di definitiva dissoluzione del vincolo; che l’assegno di separazione e di divorzio hanno funzione assistenziale e non risarcitoria; che la perdita del diritto all’assegno di separazione a causa dell’addebito può trovare applicazione soltanto in via eventuale, in quanto colpisce solo il coniuge che ne avrebbe diritto e non quello che deve corrisponderlo. 
La natura, la funzione ed i limiti di ciascuno dei su detti istituti rendono evidente che essi sono strutturalmente compatibili con la tutela generale dei diritti, tanto più se costituzionalmente garantiti, non escludendo la rilevanza che un determinato comportamento può rivestire ai fini della separazione o della cessazione del vincolo coniugale e delle conseguenti statuizioni di natura patrimoniale. La concorrente rilevanza dello stesso comportamento quale fatto generatore di responsabilità aquiliana. Anche nell’ambito della famiglia i diritti inviolabili della persona rimangono infatti tali, cosicché la loro lesione da parte di altro componente della famiglia può costituire presupposto di responsabilità civile. Fermo restando che, la mera violazione dei doveri matrimoniali, o anche la pronuncia di addebito della separazione, non possono di per sé ed automaticamente integrare una responsabilità risarcitoria, dovendo, in particolare, quanto ai 
danni non patrimoniali, riscontrarsi la concomitante esistenza di tutti i presupposti ai quali l’art. 2059 cod. civ riconnette detta responsabilità, secondo i principi da ultimo affermati nella sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 delle Sezioni Unite, la quale ha ricondotto sotto la categoria e la disciplina dei danni non patrimoniali tutti i danni risarcibili non aventi contenuto economico e, quindi, entrambi i tipi di danno in relazione ai quali è stata formulata la domanda dell’odierna ricorrente.

Danno da tradimento tra i coniugi  separazione e addebito
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2.4. Dovrà pertanto considerarsi al riguardo – in conformità à quanto statuito in detta sentenza delle 
Sezioni Unite – che l’art 2059 cod. civ. non prevede un’autonoma fattispecie di illecito, distinta da quella di cui all’art. 2043, ma si limita a disciplinare i limiti e le condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali di ogni tipo, sul presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito richiesti dall’art. 2043 cod. civ. e cioè la condotta illecita, l’ingiusta lesione di diritti tutelati dall’ordinamento, il nesso causale tra la prima e la seconda, la sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso. L’unica differenza tra il danno non 
patrimoniale e quello patrimoniale consiste pertanto nel fatto che quest’ultimo è risarcibile in tutti i casi in cui ricorrano gli elementi di un fatto illecito, mentre il primo lo è nei soli casi previsti dalla legge. Cioè, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art 2059 cod, civ: a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato: in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale; b) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche al di fuori di una ipotesi di reato: in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno 
non patrimoniale scaturente dalla lesione dei soli interessi della persona che il legislatore ha inteso 
tutelare attraverso la norma attributiva del diritto al risarcimento; c) quando, al di fuori delle due ipotesi precedenti, il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non 
patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, che, al contrario delle prime due ipotesi, non sono individuati ex ante dalla legge, ma dovranno essere selezionati, caso per caso, dal giudice. 
In tale ultima ipotesi il danno non patrimoniale sarà risarcibile ove ricorrano contestualmente le seguenti oondizioni: a) che l’interesse leso (e non il pregiudizio sofferto) abbia rilevanza costituzionale; b) che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità, come impone il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. o che il danno non sia futile, ma abbia una consistenza che possa considerarsi giuridicamente rilevante. 
2.5. Con specifico riferimento al caso di specie, in cui la condotta illecita in relazione alla quale è chiesto il risarcimento del danno è costituita dalla violazione del dovere di fedeltà nascente dal matrimonio, va specificamente osservato quanto segue. Nel vigente diritto di famiglia, contrassegnato dal diritto di ciascun coniuge, a prescindere dalla volontà o da colpe dell’altro, di separarsi e divorziare, in attuazione di un diritto individuale di libertà riconducibile all’art. 2 della 
Costituzione, ciascun coniuge può legittimamente far cessare il proprio obbligo di fedeltà proponendo domanda di separazione, ovvero, ove ne sussistano i presupposti, direttamente di divorzio. Con il matrimonio, infatti, secondo la concezione normativamente sancita del legislatore, i coniugi non si concedono un irrevocabile, reciproco ed esclusivo “ius in corpus” – da intendersi come comprensivo della correlativa sfera affettiva valevole per tutta la vita, al quale possa corrispondere un ‘diritto inviolabile” di ognuno nei confronti dell’altro, potendo far cessare ciascuno i doveri relativi in ogni momento con un atto unilaterale di volontà espresso nelle forme di legge. 
Nell’ottica di tale assetto normativo, se l’obbligo di fedeltà viene violato in costanza di convivenza matrimoniale, la sanzione tipica prevista dall’ordinamento è costituita dall’addebito con le relative conseguenze giuridiche, ove la relativa violazione si ponga come causa determinante della separazione fra i coniugi, non essendo detta violazione idonea e sufficiente di per sé a integrare una responsabilità risarcitoria del coniuge che l’abbia compiuta, né tanto meno del terzo, che al su detto obbligo è del tutto estraneo. In particolare, quanto alla responsabilità per danni non patrimoniali, ai quali è limitato il tema del decidere, sulla base dei principi già sopra esposti, perché possa sussistere una responsabilità risarcitoria, accertata la violazione del dovere di fedeltà, al di fuori dell’ipotesi di reato dovrà accertarsi anche la lesione, in conseguenza di detta violazione, di un diritto costituzionalmente protetto. Sarà inoltre necessaria la prova del nesso di causalità fra detta violazione ed il danno, che per essere a detto fine rilevante non può consistere nella sola sofferenza psichica causata dall’infedeltà e dalla percezione dell’offesa che ne deriva – obbiettivarnente insita nella violazione dell’obbligo di fedeltà – di per sé non risarcibile costituendo pregiudizio derivante da violazione di legge ordinaria, ma deve concretizzarsi nella compromissione di un interesse costituzionalmente protetto. Evenienza che può verificarsi in casi e contesti del tutto particolari, ove si dimostri che l’infedeltà, per le sue modalità e in relazione alla specificità della fattispecie, abbia dato luogo a lesione della salute del coniuge (lesione che dovrà essere dimostrata anche sotto il profilo del nesso di causalità). Ovvero ove l’infedeltà per le sue modalità abbia trasmodato in comportamenti che, oltrepassando i limiti dell’offesa di per sé insita nella violazione dell’obbligo in questione, si siano concretizzati in atti specificamente lesivi della dignità della persona, costituente bene costituzionalmente protetto. 

                  ***
Corte di Cassazione Sez. Prima Civ. – Sent. del 15.09.2011, n. 18853 

Svolgimento del processo 

1. La sig.ra con citazione del 22 giugno 2001 convenne dinanzi al tribunale di Savona il marito 
chiedendone la condanna al risarcimento dei danni (biologico ed esistenziale) causatile dalla violazione dei doveri nascenti dal matrimonio e, in particolare, dall’obbligo di fedeltà, avvenuto con modalità per lei particolarmente frustranti, stante la notorietà della relazione da lui intrattenuta con altra donna, anch’essa sposata. Il convenuto si costituì chiedendo che la domanda fosse dichiarata inammissibile, trovando la violazione dei doveri coniugali tutela unicamente attraverso il 
procedimento di separazione personale, e comunque infondata. Istruita la causa anche con Ctu sulle condizioni di salute dell’attrice, il tribunale respinse la domanda. L’attrice propose appello e il convenuto propose appello incidentale relativamente alla compensazione delle spese di primo grado. La Corte di Appello di Genova, con sentenza depositata il 20 maggio 2006, rigettò entrambi gli appelli. La sig.ra ha proposto ricorso per Cassazione con atto notificato il 29 giugno 2007 alla controparte, formulando due motivi, ai quali il sig. resiste con coritroricorso notificato il 4 settembre 2007, entrambe le parti hanno depositato memorie. 

Motivi della decisione 

1. All’esame dei motivi va premessa la reiezione delle eccezioni di inammissibilità del ricorso nel suo insieme prospettate dal controricorrente risultando, contrariamente a quanto dedotto con esse, il ricorso autosufficiente, essendo chiaramente indicate nei motivi le ragioni della decisione impugnata che s’intendono censurare ed i necessari riferimenti agli atti del processo, mentre del tutto irrilevante ai fini della eccepita inammissibilità è la citazione (in memoria) di sentenze di merito (di alcuni tribunali) conformi alla decisione impugnata 
2. Con il primo motivo si denuncia insufficiente e/o illogica e/o contraddittoria motivazione su fatto controverso e decisivo per il giudizio. Si deduce al riguardo che la Corte di appello, dopo avere affermato di condividere la tesi secondo la quale le regole che disciplinano la materia familiare non costituiscono un sistema chiuso che impedisca alla violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio l’applicabilità delle norme generali in tema di responsabilità aquiliana, ha poi affermato che, nel caso di specie mancherebbe il presupposto per il diritto al risarcimento. Tale mancanza emergerebbe dall’avere la ricorrente in un primo tempo proposto domanda di separazione con addebito, successivamente abbandonando la procedura per addivenire alla separazione consensuale. Secondo la ricorrente detta motivazione sarebbe incongrua, non comprendendosi in che cosa consista quel “presupposto”, né perché mancherebbe la prova di esso. Con il secondo motivo si denuncia la violazione o falsa applicazione di norme di diritto (artt. 2043 – 2059 – 151 cod. civ.), Si deduce al riguardo che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere non risarcibile il danno ove non vi sia, come nella specie, una pronuncia di addebito in sede di separazione. Il diritto al risarcimento, infatti, trova fondamento nel caso di specie nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto e sarebbe indipendente dalla pronuncia di addebito in sede di separazione personale. Avrebbe pertanto errato la Corte d’appello nel ritenere che l’abbandono della domanda di addebito presupporrebbe la volontà, da parte dei coniugi, di non accertare la causa della crisi coniugale “così erroneamente trasponendo in un giudizio risarcitorio le regole e i limiti specificamente, ad altro fine dettati dall’art. 151 cod. civ.” . Regole e limiti validi per la pronuncia di separazione con addebito e comportanti il divieto di mutamento del titolo, ma non la proponibilità di una domanda di risarcimento, come quella proposta dalla ricorrente. L’addebito, infatti, comporta conseguenze del tutto peculiari e limitate, e in certi casi può essere anche privo di conseguenze pratiche, come lo sarebbe stato nel caso di specie per la ricorrente la quale, rinunciando al giudizio di separazione, non aveva espresso alcuna rinuncia al diritto al risarcimento dei danni, l’azione di risarcimento pertanto, secondo la ricorrente, era comunque esercitabile, in relazione ad una condotta dell’altro coniuge posta in essere nella consapevolezza della sua attitudine a recarle pregiudizio, in quanto contraria ai doveri nascenti dal matrimonio e produttiva di un danno ingiusto. Ciò troverebbe conferma sia nei principi affermati da questa Corte nella sentenza n 9801 del 2005, circa la concorrente rilevanza di determinati comportamenti sia ai fini della separazione o della cessazione del vincolo coniugale e delle pertinenti statuizioni di natura patrimoniale, sia quale fatto generatore di responsabilità aquiliana; sia nella dottrina la quale ha evidenziato la frequente sussistenza, nella disciplina codicistica e della legislazione speciale, di 
tutele concorrenti con l’azione risarcitoria. Il motivo si conclude con il seguente quesito : “Posto che la ricorrente ha proposto domanda giudiziale nei confronti del coniuge al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti per effetto dei di lui comportamenti violativi dei doveri nascenti 
dal matrimonio e lesivi di diritti assoluti e costituzionalmente protetti (salute, immagine, riservatezza, relazioni sociali, dignità del coniuge, ecc.) affermi la Corte il principio che la mancanza di addebito in sede di separazione per mutuo consenso non è preclusiva di separata azione per il risarcimento dei danni prodotti dalla violazione dei doveri nascenti dal matrimonio e riguardanti diritti costituzionalmente protetti”. 
2.2. Deve premettersi che la “ratio” della decisione impugnata va ravvisata nella statuizione in essa contenuta secondo la quale la domanda di risarcimento proposta in relazione alla violazione di un dovere nascente dal matrimonio “non può trovare accoglimento” in mancanza della pronuncia di addebito in sede di giudizio di separazione. In relazione a tale “ratio” va esaminato con precedenza il secondo motivo. 
2.3. In proposito deve muoversi dai principi già affermati da questa Corte nella sentenza 
quali la stessa sentenza 10 maggio 2005 n. 9801, ai quali la stessa sentenza impugnata si richiama condividendoli. Secondo quella sentenza i doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio 
non sono di carattere esclusivamente morale ma hanno natura giuridica, come si desume dal riferimento contenuto nell’art. 143 cod. civ. alle nozioni di dovere, di obbligo e di diritto e 
dall’espresso riconoscimento nell’art. 160 cod. civ. della loro inderogabilità, nonché dalle conseguenze di ordine giuridico che l’ordinamento fa derivare dalla loro violazione, cosicché deve ritenersi che l’interesse di ciascun coniuge nei confronti dell’altro alla loro osservanza abbia valenza di diritto soggettivo. Ne deriva che la violazione di quei doveri non trova necessariamente la propria sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quali la sospensione del diritto all’assistenza morale e materiale nel caso di allontanamento senza giusta causa dalla residenza familiare ai sensi dell’art. 146 cod. civ., l’addebito della separazione, con i suoi riflessi in tema di perdita del diritto all’assegno e dei diritti successori, il divorzio e il relativo assegno, con gl’istituti connessi. Discende infatti dalla natura giuridica degli obblighi su detti che il comportamento di un coniuge non soltanto può costituire una causa di separazione o di divorzio, ma può anche, ove ne sussistano tutti i presupposti secondo le regole generali, integrare gli estremi di un illecito civile. In proposito si è rilevato che la separazione e il divorzio costituiscono 
strumenti accordati dall’ordinamento per porre rimedio a situazioni di impossibilità di prosecuzione della convivenza o di definitiva dissoluzione del vincolo; che l’assegno di separazione e di divorzio hanno funzione assistenziale e non risarcitoria; che la perdita del diritto all’assegno di separazione a causa dell’addebito può trovare applicazione soltanto in via eventuale, in quanto colpisce solo il coniuge che ne avrebbe diritto e non quello che deve corrisponderlo. 
La natura, la funzione ed i limiti di ciascuno dei su detti istituti rendono evidente che essi sono strutturalmente compatibili con la tutela generale dei diritti, tanto più se costituzionalmente garantiti, non escludendo la rilevanza che un determinato comportamento può rivestire ai fini della separazione o della cessazione del vincolo coniugale e delle conseguenti statuizioni di natura patrimoniale. La concorrente rilevanza dello stesso comportamento quale fatto generatore di responsabilità aquiliana. Anche nell’ambito della famiglia i diritti inviolabili della persona rimangono infatti tali, cosicché la loro lesione da parte di altro componente della famiglia può costituire presupposto di responsabilità civile. Fermo restando che, la mera violazione dei doveri matrimoniali, o anche la pronuncia di addebito della separazione, non possono di per sé ed automaticamente integrare una responsabilità risarcitoria, dovendo, in particolare, quanto ai 
danni non patrimoniali, riscontrarsi la concomitante esistenza di tutti i presupposti ai quali l’art. 2059 cod. civ riconnette detta responsabilità, secondo i principi da ultimo affermati nella sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 delle Sezioni Unite, la quale ha ricondotto sotto la categoria e la disciplina dei danni non patrimoniali tutti i danni risarcibili non aventi contenuto economico e, quindi, entrambi i tipi di danno in relazione ai quali è stata formulata la domanda dell’odierna ricorrente. 
2.4. Dovrà pertanto considerarsi al riguardo – in conformità à quanto statuito in detta sentenza delle 
Sezioni Unite – che l’art 2059 cod. civ. non prevede un’autonoma fattispecie di illecito, distinta da quella di cui all’art. 2043, ma si limita a disciplinare i limiti e le condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali di ogni tipo, sul presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito richiesti dall’art. 2043 cod. civ. e cioè la condotta illecita, l’ingiusta lesione di diritti tutelati dall’ordinamento, il nesso causale tra la prima e la seconda, la sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso. L’unica differenza tra il danno non 
patrimoniale e quello patrimoniale consiste pertanto nel fatto che quest’ultimo è risarcibile in tutti i casi in cui ricorrano gli elementi di un fatto illecito, mentre il primo lo è nei soli casi previsti dalla legge. Cioè, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art 2059 cod, civ: a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato: in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale; b) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche al di fuori di una ipotesi di reato: in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno 
non patrimoniale scaturente dalla lesione dei soli interessi della persona che il legislatore ha inteso 
tutelare attraverso la norma attributiva del diritto al risarcimento; c) quando, al di fuori delle due ipotesi precedenti, il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non 
patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, che, al contrario delle prime due ipotesi, non sono individuati ex ante dalla legge, ma dovranno essere selezionati, caso per caso, dal giudice. 
In tale ultima ipotesi il danno non patrimoniale sarà risarcibile ove ricorrano contestualmente le seguenti oondizioni: a) che l’interesse leso (e non il pregiudizio sofferto) abbia rilevanza costituzionale; b) che la lesione dell’interesse sia grave, nel senso che l’offesa superi una soglia minima di tollerabilità, come impone il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. o che il danno non sia futile, ma abbia una consistenza che possa considerarsi giuridicamente rilevante. 
2.5. Con specifico riferimento al caso di specie, in cui la condotta illecita in relazione alla quale è chiesto il risarcimento del danno è costituita dalla violazione del dovere di fedeltà nascente dal matrimonio, va specificamente osservato quanto segue. Nel vigente diritto di famiglia, contrassegnato dal diritto di ciascun coniuge, a prescindere dalla volontà o da colpe dell’altro, di separarsi e divorziare, in attuazione di un diritto individuale di libertà riconducibile all’art. 2 della 
Costituzione, ciascun coniuge può legittimamente far cessare il proprio obbligo di fedeltà proponendo domanda di separazione, ovvero, ove ne sussistano i presupposti, direttamente di divorzio. Con il matrimonio, infatti, secondo la concezione normativamente sancita del legislatore, i coniugi non si concedono un irrevocabile, reciproco ed esclusivo “ius in corpus” – da intendersi come comprensivo della correlativa sfera affettiva valevole per tutta la vita, al quale possa corrispondere un ‘diritto inviolabile” di ognuno nei confronti dell’altro, potendo far cessare ciascuno i doveri relativi in ogni momento con un atto unilaterale di volontà espresso nelle forme di legge. 
Nell’ottica di tale assetto normativo, se l’obbligo di fedeltà viene violato in costanza di convivenza matrimoniale, la sanzione tipica prevista dall’ordinamento è costituita dall’addebito con le relative conseguenze giuridiche, ove la relativa violazione si ponga come causa determinante della separazione fra i coniugi, non essendo detta violazione idonea e sufficiente di per sé a integrare una responsabilità risarcitoria del coniuge che l’abbia compiuta, né tanto meno del terzo, che al su detto obbligo è del tutto estraneo. In particolare, quanto alla responsabilità per danni non patrimoniali, ai quali è limitato il tema del decidere, sulla base dei principi già sopra esposti, perché possa sussistere una responsabilità risarcitoria, accertata la violazione del dovere di fedeltà, al di fuori dell’ipotesi di reato dovrà accertarsi anche la lesione, in conseguenza di detta violazione, di un diritto costituzionalmente protetto. Sarà inoltre necessaria la prova del nesso di causalità fra detta violazione ed il danno, che per essere a detto fine rilevante non può consistere nella sola sofferenza psichica causata dall’infedeltà e dalla percezione dell’offesa che ne deriva – obbiettivarnente insita nella violazione dell’obbligo di fedeltà – di per sé non risarcibile costituendo pregiudizio derivante da violazione di legge ordinaria, ma deve concretizzarsi nella compromissione di un interesse costituzionalmente protetto. Evenienza che può verificarsi in casi e contesti del tutto particolari, ove si dimostri che l’infedeltà, per le sue modalità e in relazione alla specificità della fattispecie, abbia dato luogo a lesione della salute del coniuge (lesione che dovrà essere dimostrata anche sotto il profilo del nesso di causalità). Ovvero ove l’infedeltà per le sue modalità abbia trasmodato in comportamenti che, oltrepassando i limiti dell’offesa di per sé insita nella violazione dell’obbligo in questione, si siano concretizzati in atti specificamente lesivi della dignità della persona, costituente bene costituzionalmente protetto. 
2.6. In relazione ai su detti principi deve darsi risposta positiva al quesito posto dalla ricorrente, con il quale si è chiesto a questa Corte di affermare che la mancanza di addebito della separazione non è preclusiva di separata azione per il risarcimento dei danni prodotti dalla violazione dei doveri nascenti dal matrimonio e riguardanti diritti costituzionalmente protetti. 
Deve intatti ritenersi incompatibile con i principi sopra enunciati l’affermazione della sentenza impugnata (che ne costituisce la “ratio decidendi”) censurata con il motivo, secondo il quale la prova della colpevole violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, ai fini dell’esperibilltà dell’azione di risarcimento, sarebbe preclusa ove i coniugi , come nel caso di specie, siano addivenuti a separazione consensuale, rinunciando il coniuge interessato alla pronuncia di addebito, dovendosi tale rinuncia interpretare come rinuncia all’accertamento delle cause della crisi del matrimonio, in quanto giudizialmente accertabili solo nel giudizio di separazione con specifica domanda di addebito. 
Tale statuizione viene erroneamente collegata alla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la dichiarazione di addebito della separazione può essere richiesta e adottata solo nell’ambito del giudizio di separazione, dovendosi escludere l’esperibilità di domande di addebito fuori da tale giudizio (ex multis Cass. sez. un. 4 dicembre 2001, n. 15279; 29 marzo 2005, n. 6625) 
Quella giurisprudenza pone a fondamento del su detto principio la statuizione dell’art. 151, comma 2, cod. civ., che attribuisce espressamente la cognizione della domanda di addebito al giudice della separazione. Ma ai fini che qui interessano va rilevato che l’art. 151 cod. civ. attribuisce al giudice della separazione la cognizione sulla violazione dei doveri nascenti dal matrimonio unicamente in relazione alla pronuncia sull’addebito, che in essi trova la “causa petendi”. Cioè in relazione a quello specifico “petiturn”, costituito dalle conseguenze giuridiche che si collegano alla pronuncia di addebito e che sono, per il coniuge a carico del quale venga presa, l’esclusione del diritto al mantenimento (con salvezza del solo credito alimentare ove ne ricorrano i requisiti) e la perdita della qualità di erede riservatario e di erede legittimo, con salvezza del diritto ad un assegno vitalizio in caso di godimento degli alimenti al momento dell’apertura della successione (artt. 155, 549 e 585 cod. civ.). “Petitum” al quale si può non avere interesse, avendo invece interesse, sussistendone i presupposti, al diritto al risarcimento. 
Non essendo rinvenibile una norma di diritto positivo, né essendo rinvenibili ragioni di ordine sistematico che rendano la pronuncia sull’addebito (inidonea di per sé a dare fondamento all’azione di risarcimento) pregiudiziale rispetto alla domanda di risarcimento, una volta affermato 
– come sopra si è fatto – che la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio non trova necessariamente la propria sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, ma, ove ne sussistano i presupposti secondo le regole generali, può integrare gli estremi di un illecito civile, la relativa azione deve ritenersi del tutto autonoma rispetto alla domanda di separazione e di addebito ed esperibile a prescindere da dette domande, ben potendo la medesima “causa petendi” dare luogo a una pluralità di azioni autonome contrassegnate ciascuna da un diverso “petitum”. Ne deriva, inoltre, che ove nel giudizio di separazione non sia stato domandato l’addebito, o si sia rinunciato alla pronuncia di addebito, il giudicato si forma, coprendo il dedotto e il deducibile, unicamente in relazione al “petitum” azionato e non sussiste pertanto alcuna preclusione all’esperimento dell’azione di risarcimento per violazione dei doveri nascenti dal matrimonio, così come nessuna preclusione si forma in caso di separazione consensuale. 
Ciò trova ulteriore conferma sistematica per un verso nella considerazione che, come sopra si è osservato con specifico riferimento alla violazione dell’obbligo di fedeltà, diverse sono anche la rilevanza e le caratteristiche fattuali che tale violazione può avere ai fini dell’addebitabilità della separazione rispetto a quelle che deve avere per dare fondamento ad un’azione di risarcimento. Per altro verso, nella considerazione che sarebbe del tutto al di fuori della logica del sistema 
subordinare – risultato al quale condurrebbe la “ratio” della decisione impugnata – alla dichiarazione di addebito il risarcimento del danno per violazione di obblighi nascenti dal matrimonio ove tale violazione costituisca reato e abbia dato luogo a condanna penale. 
Il secondo motivo del ricorso va pertanto accolto – dichiarandosi assorbito il primo – e la sentenza va cassata con rinvio anche per le spese alla Corte d’appello di Genova in diversa composizione che farà applicazione del principio secondo il quale: “I doveri che derivano ai coniugi dal matrimonio hanno natura giuridica e la loro violazione non trova necessariamente sanzione unicamente nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi su detti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’art. 2059 cod. civ. senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a detti danni”. 
P. Q. M. 
La Corte di cassazione 
Accoglie il secondo motivo. Dichiara assorbito il primo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte di appello di Genova in diversa composizione. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere il nome delle parti e delle altre persone in esso indicate. 

Depositata in Cancelleria il 15.09.2011 

BOLKESTEIN DIRETTIVA EUROPEA E BAGNI AL MARE CONCESSIONI

BOLKESTEIN DIRETTIVA EUROPEA E BAGNI AL MARE CONCESSIONI

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E I TITOLARI DEI BAGNI CHE HANNO SPESE CIFRE CONSIDEREVOLI PER ALLESTIMENTI,BAR RISTORNATI PISCINE ECC CC COME FARANNO

La Bolkestein è una delle «leggi» più importanti dell’Unione europea: è quella che ha, nel concreto, riconosciuto la libera circolazione dei servizi e il diritto dei cittadini di stabilirsi in un altro Stato membro per aprirvi una attività. È grazie alla Bolkenstein se, quando vogliamo avviare un’attività, dobbiamo solo comunicarla alla pubblica amministrazione, o se non sono più necessarie le licenze per aprire un negozio, o se la prestazione di un professionista può essere esercitata in qualsiasi paese dell’Unione. Questi tre primi esempi rendono chiaro quanto profondamente la direttiva abbia inciso sulla nostra quotidianità. 

VI è STATA  UN PROROGA AL 2034 PER I BAGNI E LE AREE DEMANIALI  MA TALE PROROGA PARE ESSERE MOLTO IN FORSE, AMCHE ALLA LUCE DI UN RECENTE EPISODIO DI GENOVA

Ecco l’articolo del 2018 Legge di bilancio 2019

) che ha concesso la proroga fino al 2034, in evidente contrato con le direttive europee:

 

  1. Concessioni demaniali marittime  

(art. 1, commi 246, 682 – 684)

  1. I titolari delle concessioni demaniali marittime ad uso turistico ricreativo e dei punti di approdo con medesime finalità turistico ricreative, che utilizzino manufatti amovibili di cui alla lettera e. 5) del comma 1 dell’articolo 3 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380possono mantenere installati i predetti manufatti fino al 31 dicembre 2020, nelle more del riordino della materia previsto dall’articolo 1, comma 18, del decreto-legge 30 dicembre 2009, n. 194, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2010, n. 25.
  2. Le concessioni disciplinate dal comma 1 dell’articolo 01 del decreto-legge 5 ottobre 1993, n. 400, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 1993, n. 494, vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge hanno una durata, con decorrenza dalla data di entrata in vigore della presente legge, di anni quindici. Al termine del predetto periodo, le disposizioni adottate con il decreto di cui al comma 677, rappresentano lo strumento per individuare le migliori procedure da adottare per ogni singola gestione del bene demaniale.
  3. Le concessioni delle aree di demanio marittimo per finalità residenziali e abitative, già oggetto di proroga ai sensi del decreto-legge 19 giugno 2015, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n. 125, hanno durata di quindici anni a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge.
  4. Conformemente alle disposizioni del trattato in materia di libera circolazione dei servizi, le discriminazioni fondate sulla cittadinanza o sulla residenza, a livello nazionale o locale, del destinatario sono vietate. Tali discriminazioni potrebbero assumere la forma di un obbligo, imposto sol- tanto ai cittadini di un altro Stato membro, di fornire documenti originali, copie autenticate, un certificato di cit- tadinanza o traduzioni ufficiali di documenti per poter fruire di un servizio o di condizioni o tariffe più vantag- giose. Tuttavia, il divieto di applicare requisiti discrimina- tori non dovrebbe ostare a che possano essere riservati a taluni destinatari determinati vantaggi, soprattutto tarif- fari, se ciò avviene in base a criteri oggettivi e legittimi.
  5. (95)  Il principio di non discriminazione nel mercato interno implica che l’accesso di un destinatario, in particolare di un consumatore, a un servizio offerto al pubblico non possa essere negato o reso più difficile in base al criterio della nazionalità o del luogo di residenza del destinatario contenuto nelle condizioni generali a disposizione del pubblico. Ciò non impedisce di prevedere, in queste con- dizioni generali, tariffe e condizioni variabili per la presta- zione di un servizio se direttamente giustificate da fattori oggettivi che possono variare da paese a paese, quali i costi supplementari derivanti dalla distanza, le caratteristiche tecniche della prestazione, le diverse condizioni del mer- cato, come una domanda maggiore o minore influenzata dalla stagionalità, i periodi di ferie diversi negli Stati mem- bri e i prezzi diversi della concorrenza, o i rischi aggiun- tivi in relazione a normative diverse da quelle dello Stato membro di stabilimento. Ciò non implica neanche che la mancata prestazione di un servizio ad un consumatore perché non si detengono i diritti di proprietà intellettuale richiesti in un particolare territorio costituisca una discri- minazione illegittima.
  6. (96)  Tra i mezzi con i quali il prestatore può rendere facil- mente accessibili al destinatario le informazioni che è tenuto a fornire è opportuno prevedere la comunicazione del suo indirizzo di posta elettronica, compreso il suo sito web. Inoltre, le informazioni che il prestatore ha l’obbligo di rendere disponibili nella documentazione con cui illu- stra in modo dettagliato i suoi servizi non dovrebbero con- sistere in comunicazioni commerciali di carattere generale come la pubblicità, ma piuttosto in una descrizione detta- gliata dei servizi proposti, anche tramite documenti pre- sentati su un sito web.

(97) Occorre prevedere nella presente direttiva delle norme relative all’alta qualità dei servizi, che soddisfino in parti- colare requisiti di informazione e trasparenza. Tali norme dovrebbero applicarsi sia nel caso di prestazioni di servizi transfrontalieri tra Stati membri, sia nel caso di servizi offerti da un prestatore all’interno dello Stato membro in cui egli è stabilito senza imporre inutili oneri alle piccole e medie imprese. Esse non dovrebbero impedire in nes- sun caso agli Stati membri di applicare, conformemente alla presente direttiva e ad altre norme comunitarie, requi- siti di qualità supplementari o diversi.

(98) Gli operatori che prestano servizi che presentano un rischio diretto e particolare per la salute o la sicurezza o un rischio finanziario per il destinatario o terzi dovreb- bero in linea di principio essere coperti da un’adeguata assicurazione di responsabilità professionale o da un’altra forma di garanzia equivalente o comparabile; ciò implica, in particolare, che di norma tale operatore dovrebbe avere un’adeguata copertura assicurativa per i servizi che forni- sce in uno o più Stati membri diversi dallo Stato membro di stabilimento.

(99) L’assicurazione o garanzia dovrebbe essere adeguata alla natura e alla portata del rischio. I prestatori dovrebbero disporre pertanto di una copertura transfrontaliera solo se effettivamente prestano servizi in altri Stati membri. Gli Stati membri non dovrebbero stabilire norme più partico- lareggiate in materia di copertura assicurativa e fissare ad esempio soglie minime per il capitale assicurato o limiti per le esclusioni dalla copertura assicurativa. I prestatori e le imprese di assicurazione dovrebbero mantenersi flessi- bili in modo da negoziare polizze assicurative mirate in funzione della natura e della portata esatte del rischio. Inoltre, non è necessario stabilire per legge l’obbligo di contrarre un’assicurazione adeguata. Dovrebbe essere suf- ficiente che l’obbligo di assicurazione faccia parte delle regole deontologiche stabilite dagli ordini o organismi pro- fessionali. Infine, le imprese di assicurazione non dovreb- bero essere sottoposte all’obbligo di fornire una copertura assicurativa.

(100) Occorre sopprimere i divieti totali in materia di comuni- cazioni commerciali per le professioni regolamentate, revocando non i divieti relativi al contenuto di una comu- nicazione commerciale bensì quei divieti che, in generale e per una determinata professione, proibiscono una o più forme di comunicazione commerciale, ad esempio il divieto assoluto di pubblicità in un determinato o in deter- minati mezzi di comunicazione. Per quanto riguarda il contenuto e le modalità delle comunicazioni commerciali, occorre incoraggiare gli operatori del settore ad elaborare, nel rispetto del diritto comunitario, codici di condotta a livello comunitario.

27.12.2006 IT Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 376/49

  1. (101)  È necessario ed è nell’interesse dei destinatari, in partico- lare dei consumatori, assicurare che i prestatori abbiano la possibilità di fornire servizi multidisciplinari e che le restrizioni a questo riguardo siano limitate a quanto neces- sario per assicurare l’imparzialità nonché l’indipendenza e l’integrità delle professioni regolamentate. Ciò lascia impregiudicati le restrizioni o i divieti relativi all’esercizio di particolari attività intesi ad assicurare l’indipendenza nei casi in cui uno Stato membro affida ad un prestatore un particolare compito, segnatamente nel settore dello svi- luppo urbano e non dovrebbe incidere sull’applicazione delle norme in materia di concorrenza.
  2. (102)  Al fine di migliorare la trasparenza e di favorire valuta- zioni fondate su criteri comparabili per quanto riguarda la qualità dei servizi offerti e forniti ai destinatari, è impor- tante che le informazioni sul significato dei marchi di qua- lità e di altri segni distintivi relativi a tali servizi siano facilmente accessibili. L’obbligo di trasparenza riveste par- ticolare importanza in settori quali il turismo, in partico- lare il settore alberghiero, per i quali il ricorso a sistemi di classificazione è generalizzato. Inoltre, occorre analizzare in che misura la normalizzazione europea può contribuire a favorire la compatibilità e la qualità dei servizi. Le norme europee sono elaborate dagli organismi europei di norma- lizzazione, ossia il Comitato europeo di normazione (CEN), il Comitato europeo di normalizzazione elettronica (CENELEC) e l’Istituto europeo per le norme di telecomu- nicazione (ETSI). Se necessario, la Commissione può, con- formemente alle procedure previste dalla direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, che prevede una procedura d’informa- zione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tec- niche e delle regole relative ai servizi della società dell’informazione (1), affidare un mandato per l’elabora- zione di specifiche norme europee.
  3. (103)  Per risolvere potenziali problemi di esecuzione delle deci- sioni giudiziarie, è opportuno prevedere che gli Stati mem- bri riconoscano garanzie equivalenti costituite presso istituzioni o organismi quali banche, assicuratori o altri prestatori di servizi finanziari stabiliti in un altro Stato membro.
  4. (104)  Lo sviluppo di una rete di autorità degli Stati membri pre- poste alla tutela dei consumatori, oggetto del regolamento (CE) n. 2006/2004, è complementare alla cooperazione prevista nella presente direttiva. L’applicazione della legi- slazione in materia di tutela dei consumatori alle situa- zioni transfrontaliere, in particolare in relazione alle nuove pratiche di marketing e di vendita, come pure la necessità di eliminare alcuni ostacoli specifici alla cooperazione in questo settore, richiedono un maggior grado di coopera- zione fra Stati membri. In questo settore occorre in parti- colare provvedere affinché gli Stati membri impongano agli operatori di cessare sul loro territorio le pratiche

(1) GU L 204 del 21.7.1998, pag. 37. Direttiva modificata da ultimo dal- l’atto di adesione del 2003.

illegali a scapito dei consumatori di un altro Stato membro.

SEPARAZIONE TRADIMENTO CORNA RISARCIMENTO BOLOGNA

SEPARAZIONE TRADIMENTO CORNA RISARCIMENTO BOLOGNA

051 6447838  051 6447838 051 6447838  051 6447838   051 6447838  051 6447838  051 6447838   051 6447838 051 6447838 

SEPARAZIONE TRADIMENTO CORNA RISARCIMENTO BOLOGNA
SEPARAZIONE TRADIMENTO CORNA RISARCIMENTO BOLOGNA
  1. la mera violazione dei doveri matrimoniali non integra di per sé ed automaticamente una responsabilità risarcitoria, dovendo riscontrarsi la concomitante esistenza di tutti i presupposti ai quali l’art. 2059 c.c. riconnette detta responsabilità”.
    Tale principio è stato affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 delle Sezioni Unite.

SECONDO CASS. CIV. SEZ. III, 7 MARZO 2019, N. 6598

Sebbene dalla violazione del dovere di fedeltà possa indubbiamente derivare un dispiacere per l’altro coniuge e discendere la disgregazione del nucleo familiare, questo non sarà automaticamente risarcibile, ma solo quando l’afflizione superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca nell’altro coniuge, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, primi tra tutti quelli alla salute, alla dignità personale e all’onore.

  1. La risarcibilità di tali violazioni esula e prescinde dall’ambito dei rimedi endofamiliari, quindi da un lato la mera violazione di tale dovere, o anche l’addebito della separazione in conseguenza della violazione di tale dovere non sono automaticamente fonte di responsabilità aquiliana, e per contro l’azione risarcitoria può essere promossa anche autonomamente ed a prescindere dal giudizio di addebito della responsabilità della separazione personale.

    DEVI SEPARARTI A BOLOGNA O PROVINCIA DI BOLOGNA?
    DEVI SEPARARTI A BOLOGNA O PROVINCIA DI BOLOGNA?
  1. L’autonomia delle due forme di tutela non implica naturalmente una impermeabilità delle circostanze eventualmente accertate in un giudizio rispetto all’altro, nel senso che i fatti che vengono in considerazione all’interno del giudizio di separazione personale, possono essere gli stessi, per la loro offensività, a rilevare nel diverso giudizio risarcitorio. Il bene tutelato è però diverso: nel primo caso, ad essere invocate sono le conseguenze giuridiche che l’ordinamento specificamente ricollega alla pronuncia di addebito (e che sono, per il coniuge a carico del quale venga presa, l’esclusione del diritto al mantenimento -con salvezza del solo credito alimentare, ove ne ricorrano i requisiti- e la perdita della qualità di erede riservatario e di erede legittimo, con salvezza del diritto ad un assegno vitalizio in caso di godimento degli alimenti al momento dell’apertura della successione -artt. 156, 548 e 585 c.c.-); nel secondo, invece, viene in rilievo il risarcimento del pregiudizio non patrimoniale da lesione di diritti costituzionalmente garantiti.
  1. «La violazione dei doveri discendenti dal matrimonio rileva in primo luogo all’interno del rapporto matrimoniale stesso.
  2. Anche nell’ambito della famiglia i diritti inviolabili della persona rimangono tali, e danno diritto alla protezione prevista dall’ordinamento, cosicché la loro lesione da parte di altro componente della famiglia può costituire presupposto di responsabilità civile.
    I doveri che derivano dal matrimonio non costituiscono però in capo a ciascun coniuge e nei confronti dell’altro coniuge automaticamente altrettanti diritti, costituzionalmente protetti, la cui violazione è di per sé fonte di responsabilità aquiliana per il contravventore, ma la violazione di essi può rilevare, oltre che in ambito familiare, come presupposto di fatto della responsabilità aquiliana, qualora ne discenda la violazione di diritti costituzionalmente protetti, che si elevi oltre la soglia della tollerabilità e possa essere in tal modo fonte di danno non patrimoniale.
    La mera violazione dei doveri matrimoniali non integra quindi di per sé ed automaticamente una responsabilità risarcitoria, dovendo, in particolare, quanto ai danni non patrimoniali, riscontrarsi la concomitante esistenza di tutti i presupposti ai quali l’art. 2059 c.c. riconnette detta responsabilità, secondo i principi affermati nella sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 delle Sezioni Unite, la quale ha ricondotto sotto la categoria e la disciplina dei danni non patrimoniali tutti i danni risarcibili non aventi contenuto economico.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Avvocato successioni ? CAUSE EREDITARIE BOLOGNA

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Tutte le problematiche concernenti la morte di una persona ed il passaggio delle sue sostanze e dei suoi beni agli eredi legittimi o testamentari, richiedono lo svolgimento di attività legali (in primis: la Dichiarazione di Successione) che devono essere compiute entro periodi di tempo determinati dalla legge.

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Quando un testamento è invalido?-Avvocato successioni EREDITI ? CAUSE EREDITARIE BOLOGNA

Un testamento è nullo quando è contrario a norme di legge  imperative. Ad esempio, se il testamento condiziona l’eredità ad una figlia alla circostanza che sposi una persona da lui  designata. Ciò lede una libertà fondamentale della persona. Oppure se il testamento presenta difetti di forma che ne rendono incerta l’autenticità. E’ così nullo un testamento olografo che non è stato scritto interamente dal defunto di suo pugno o non è firmato.
Diversamente un testamento è solo annullabile quando il testatore era incapace di intendere e di volere.

Quando è impugnabile una disposizione testamentaria?

In altri casi ancora, ci troviamo di fronte a un testatore che nomina erede una persona estranea alla famiglia o alla sua rete di affetti. Il che richiede di esaminare se si siamo di fronte a una disposizione testamentaria captatoria. Questa altro non è che  un vero e proprio  raggiro o altre manifestazioni fraudolente che ingannano il testatore. Egli è convinto, in conseguenza del raggiro, a disporre dei propri beni in modo diverso da come avrebbe fatto in piena libertà. Un’indagine è sicuramente opportuna.

La violazione della legittima -Avvocato successioni EREDITI ? CAUSE EREDITARIE BOLOGNA

Vi sono casi invece in cui le disposizioni contenute nel testamento violano i diritti garantiti dalla legge a protezione del coniuge o dei figli. In questi casi, non siamo di fronte a un vera impugnazione di testamento. Si tratta di una ipotesi di lesione di legittima. La legge prevede allora l’esercizio dell’azione di riduzione per riequilibrare la situazione tra eredi e consentire ai legittimari di poter godere della quota ad essi riservata. Devi dunque verificare qual’è la quota minima che ti spetta. E se questa è stata violata.

Avvocato successioni EREDITI ? CAUSE EREDITARIE BOLOGNA: Studio Legale Avvocato a Bologna Sergio Armaroli si occupa sia di contenzioso giudiziale sia di consulenza legale in materia contrattualistica, locazioni, diritto di famiglia (separazioni, divorzi, accordi su assegni di mantenimento, regolamentazione delle condizioni personali e patrimoniali relative a figli minori anche di coppie di fatto), infortunistica stradale (impugnazioni di multe per violazioni al Codice della Strada), responsabilità civile, recupero crediti e pratiche di successione (impugnazioni di testamenti).

La persona fisica mediante disposizione testamentaria può destinare i propri beni, che costituiranno l’asse ereditario al momento dell’apertura della successione (che coincide con la dipartita) liberamente secondo la propria volontà. Il testamento produce effetti nella sfera giuridica degli eredi con la semplice pubblicazione ex art. 620, comma 6, c.c., senza alcuna necessità di un accertamento della sua autenticità o trascrizione.

Le Sezioni Unite, con sentenza 15 giugno 2015 n. 12307 (rimarcando quanto affermato nella Sent. Cass. 15 giugno 1951 n. 1545), hanno affermato il principio secondo il quale, ove la parte contesti l’autenticità del testamento olografo, la stessa è tenuta a proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura e, quindi, su di essa grava l’onere della relativa prova.

Le Sezioni Unite hanno superato il contrasto esistente nella Corte di legittimità. Più precisamente, tra l’indirizzo che riteneva necessaria la proposizione della querela di falso e quello che, invece, considerava sufficiente il mero disconoscimento della autenticità del testamento. 

In base ai principi generale, l’onere della prova grava in capo a colui che contesta la validità del testamento olografo. Ciò è anche in linea con la disposizione dell’art 456 c.c. che afferma che non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca, in tutto o in parte, quella testamentaria: ne consegue, quindi, che colui che si afferma successore ex lege dovrà esercitare un’azione di accertamento negativo – volta a far valere la nullità del testamento e, quindi, il verificarsi della delazione legale – il cui onere della prova ricade su di lui, in conformità ai principi generali (in tal senso Corte di Cassazione, 1545/51).

Il nostro Ordinamento prevede tuttavia che alcuni soggetti con un legame familiare particolarmente stretto con il de cuiusabbiano diritto a ricevere una quota di eredità, anche in contrasto con la volontà della persona deceduta.

  • Avvocato successioni EREDITI ? CAUSE EREDITARIE BOLOGNA ipotesi di testamento, infatti, i figli, il coniuge e gli ascendenti sono c.d. titolari di una quota di riserva, ovvero quella porzione dell’eredità che è destinata a questi.
  • Ove il testatore destini una quota di patrimonio ad un terzo e questa disposizione comporti una lesione della quota di riserva, il chiamato all’eredità titolare di tale quota può impugnare il testamento, invocando il rispetto della stessa e quindi riducendo la disposizone in favore del beneficiario.
  • Se il titolare della quota di riserva non impugna il testamento, quindi non intende beneficiare della porzione riconosciutagli dalla legge, la disposizone testamentaria è pienamente efficace e svolge i suoi effetti così come disposta dal testatore.
  • Lo Studio Legale Avvocato Sergio Armaroli offre alla propria clientela consulenza nel diritto ereditario, per una maggiore comprensione e conoscenza dei diritti che sorgono in capo all’erede in occasione della morte dei propri congiunti. 
  • In presenza di conflitti tra gli eredi ci occupiamo della soluzione delle problematiche familiari tipiche del diritto successorio, attraverso la mediazione stragiudiziale e, se necessario, il ricorso l”Autorità giudiziaria per il riconoscimento dei diritti ereditari.Successione legittima

Nel caso in cui il defunto non abbia lasciato alcuna disposizione riguardante i propri beni (nella totalità o in parte), si applica il principio di successione legittima, secondo il quale l’eredità viene devoluta al coniuge e ai parenti fino al sesto grado, in base a criteri di assegnazione dell’eredità stabiliti per legge. Secondo il Diritto Ereditario, coniugi, discendenti e ascendenti ricevono una quota di legittima (o di riserva) e in alcuni casi possono far valere i loro diritti anche andando contro le disposizioni testamentarie, chiedendone la riduzione. Nel caso in cui non siano presenti eredi o testamento, i beni del defunto vanno allo Stato.

Successione testamentaria

Questa modalità di successione ha ragione di essere nella presenza di un testamento, nel quale sono indicati gli eredi del defunto e l’attribuzione dei delegati, per quanto concerne le disposizioni patrimoniali. Nell’atto possono essere anche contenute disposizioni di tipo non patrimoniale, come la nomina di esecutori testamentari, riconoscimento di un figlio naturale, etc.. 

Tale documento ha tre forme principali, può essere infatti olografo, segreto oppure pubblico.

Avvocato successioni EREDITI ? CAUSE EREDITARIE BOLOGNA
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Strategia chiara e condivisa- Avvocato successioni EREDITI ? CAUSE EREDITARIE BOLOGNA

Le tematiche e le controversie legali spesso toccano temi non sempre semplici da capire e che richiedono una valutazione d’insieme per trovare la giusta soluzione. 

Inoltre, il sistema giudiziario italiano non è sempre in grado di dare risposte definitive in tempi certi ai cittadini, rendendo ancora più complicato decidere quale strada seguire, se cerchi Avvocato successioni EREDITI ? CAUSE EREDITARIE BOLOGNA chiama subito!! 

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In questo contesto diviene cruciale che l’avvocato presenti le tematiche nella maniera più chiara possibile ed esegua un’attenta e corretta valutazione d’insieme tra costi e benefici legati alla scelta strategica da condividere con il cliente.

Esperti nel diritto di famiglia e successioni

Lo Studio Legale Avvocato A Bologna Sergio Armaroli si qualifica nell’assistenza legale in fase contenziosa e precontenziosa negli ambiti:

  • del diritto di famiglia e tutela del minore (separazione consensuale e giudiziale, divorzio congiunto e giudiziale, comunione legale, separazione dei beni e fondo patrimoniale, contenzioso sull’affidamento del minore, consulenza psicologico forense sull’affidamento dei figli ecc.).
  • delle successioni (assistenza e consulenza nel diritto ereditario, assistenza nelle successioni e nelle dispute ereditarie, redazione di dichiarazione di successione e pratiche relative alla conseguente.);

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Avvocato successioni EREDITI ? CAUSE EREDITARIE BOLOGNA: PRIMO LUOGO BUROCRAZIA, CONTEGGIO DELLE IMPOSTE, DICHIARAZIONI, ATTI, NON E’ FACILE PER NIENTE

La parte che intenda contestare l’autenticità del testamento olografo prodotto in giudizio per far valere posizioni successorie ad esso ricollegabili ha l’onere di proporre la relativa domanda di accertamento negativo circa la provenienza della scrittura testamentaria, a cui è correlato, quindi, alla stregua dei principi generali in materia, anche quello di provarne i fatti dedotti a suo fondamento. Infatti, è risaputo che, in tema di riparto dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c.c., l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto grava sempre su colui che si afferma titolare del diritto stesso ed intende farlo valere, ancorché sia convenuto in giudizio di accertamento negativo, con la conseguenza che – in sede di giudizio successorio in cui venga dedotto il difetto del requisito dell’olografia (previsto dall’art. 602 c.c.) – la sussistenza dell’esclusione del fatto implicante l’eccepita non autenticità di tale particolare tipo di scrittura privata deve essere riscontrata probatoriamente dalla parte che adduce detta circostanza. Ciò significa che, a fronte di una domanda giudiziale basata sulla dedotta autenticità di un testamento olografo per far valere i connessi diritti di erede, chi – sul versante processuale contrapposto – ne eccepisce la falsità è tenuto anche a provare tale fatto per impedire l’accoglimento dell’azione di parte avversa.

Secondo un primo indirizzo, poiché il testamento olografo è un documento che non perde la sua natura di scrittura privata per il fatto che deve rispondere ai requisiti di forma imposti dalla legge (art. 602 cod. civ.) e che deriva la sua efficacia dal riconoscimento, espresso o tacito, che ne faccia il soggetto contro il quale la scrittura è prodotta, quest’ultimo, ove voglia impedire tale riconoscimento e contesti globalmente l’intera scheda testamentaria, deve proporre il disconoscimento, che pone a carico della controparte l’onere di dimostrare, in contrario, che la scrittura non è stata contraffatta e proviene, invece, effettivamente dal suo autore apparente (Sez. 2, 16 ottobre 1975, n. 3371; Sez. 2, 5 luglio 1979, n. 3849);

che – in questa linea – si è precisato che qualora sia fatta valere la falsità del testamento olografo, l’azione – che ha ad oggetto l’accertamento dell’inesistenza dell’atto — soggiace allo stesso regime probatorio stabilito nel caso di nullità prevista dall’art. 606 cod. civ. per la mancanza dei requisiti estrinseci del testamento, sicché – avuto riguardo agli interessi dedotti in giudizio dalle parti – nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e chi vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe sul secondo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sull’erede legittimo: pertanto sulla ripartizione dell’onere probatorio non ha alcuna influenza la posizione processuale assunta dalle parti, essendo irrilevante se l’azione sia stata esperita dall’erede legittimo (per fare valere, in via principale, la falsità del documento) ovvero dall’erede testamentario che, agendo per il riconoscimento dei diritti ereditari, abbia visto contestata l’autenticità del testamento da parte dell’erede legittimo (Sez. 2, 12 aprile 2005, n. 7475; Sez. 2, 11 novembre 2008, n. 26943);

che, secondo un altro indirizzo, la contestazione dell’autenticità del testamento olografo si risolve in un’eccezione di falso e deve essere sollevata (tenuto conto dell’idoneità del testamento olografo a devolvere l’eredità quale effetto immediato conseguente alla pubblicazione, ai sensi dell’art. 620, sesto comma, cod. civ., e dell’equiparazione che, a certi fini, la legge penale ne fa agli atti pubblici) solo nei modi e con le forme di cui all’art. 221 e ss. cod. proc. civ. (Sez. 2, 3 agosto 1968, n. 2793; Sez. 2, 30 ottobre 2003, n. 16362);

che quest’ultimo indirizzo ha trovato un avallo in un obiter delle Sezioni Unite contenuto nella recente sentenza 23 giugno 2010, n. 15169;

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Avvocati divorzisti Bologna : mantenimento dell’ ex coniuge

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Avvocati divorzisti Bologna, approfondimento sul mantenimento dell’ex coniuge

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assegno di mantenimento
assegno di mantenimento

Quando si parla di assegno di mantenimento, nel linguaggio comune, si fa riferimento – in realtà – a due tipologie di assegni differenti: nel caso in cui la coppia sia solo separata, l’assegno da versare all’ex coniuge è, appunto, un assegno di mantenimento; nel caso in cui la coppia sia anche divorziata, invece, l’assegno è un assegno divorzile, che prende il posto di quello di mantenimento.

L’assegno di mantenimento e l’assegno divorzile

Il mio studio di avvocato divorzista Bologna ci tiene a specificare che la differenza tra le due tipologie  non è solo di carattere terminologico, ma ha anche delle implicazioni pratiche significative. Nel momento in cui due coniugi sono separati, in particolare, il vincolo del matrimonio non è da ritenere rotto in maniera definitiva: in tal caso lo scopo dell’assegno di mantenimento è quello di fare in modo che l’ex coniuge possa essere sostenuto come se i due partner vivessero ancora insieme. L’ex coniuge, dunque, ha diritto all’assegno per poter conservare il medesimo tenore di vita di cui beneficiava nel corso del matrimonio e della convivenza. Nel momento in cui la separazione si trasforma in un divorzio, però, non esiste più alcun motivo per il quale questo livello di reddito debba essere ancora assicurato, dal momento che scompaiono i vincoli coniugali; e tra i vincoli che vengono meno c’è anche l’impegno di garantire un tenore di vita equiparabile a quello di cui si beneficiava nel corso dell’unione. Ciò non toglie che l’assegno debba comunque avere una funzione assistenziale, così che il coniuge che non è autosufficiente dal punto di vista economico possa comunque mantenersi e riuscire a sopravvivere.

Dopo la separazione

Nel caso di una separazione i coniugi continuano a rimanere tali, in quanto il rapporto matrimoniale non viene meno: ecco perché il reciproco obbligo di assistenza materiale si conserva. La separazione determina unicamente una sospensione del dovere di fedeltà, del dovere di convivenza e del dovere di collaborazione reciproca; non viene sospeso, invece, il dovere di natura patrimoniale. Lo scopo dell’assegno di mantenimento è quello di fare sì che il coniuge che si trova in una posizione economica più sfavorevole riesca a usufruire di redditi adeguati se da solo non riesce a conservare lo stesso tenore di vita che caratterizzava la convivenza. Il tenore di vita è rappresentato dalla somma dei redditi di tutti e due i coniugi: ciò vuol dire, per esempio, che se uno dei due coniugi è disoccupato e l’altro lavora, il reddito di quest’ultimo deve essere diviso con l’altro. Il giudice della separazione ha il compito di accertare che i mezzi economici del coniuge che presenta istanza di mantenimento sia effettivamente non sufficienti per permettergli di mantenere il tenore di vita in questione.

Dopo il divorzio

assegno di mantenimento
assegno di mantenimento

Nel caso di un divorzio, d’altro canto, la situazione è del tutto differente: gli effetti civili del matrimonio, infatti, terminano, e i coniugi ormai sono ex. Tra i due soggetti non c’è più alcun legame, e scompaiono anche gli obblighi che durante la separazione erano ancora vigenti. Il solo vincolo che resta è quello di solidarietà post-coniugale: una recente sentenza della Cassazione ha specificato che l’assegno divorzile non deve più essere adeguato al tenore di vita che caratterizzava la vita coniugale, ma deve comunque servire al mantenimento dell’ex, se questi non riesce a mantenersi da solo. Dopo il divorzio, pertanto, è indispensabile verificare l’autosufficienza e l’indipendenza economica dell’ex coniuge che presenta la richiesta per ottenere un assegno periodico. Se uno dei due coniugi è molto ricco, l’assegno divorzile può comunque essere basso, paragonabile all’assegno divorzile previsto per una coppia in cui il coniuge più benestante ha un reddito medio.

A che cosa serve l’assegno di mantenimento

I presupposti su cui si basa l’assegno divorzile, in sintesi, sono diversi da quelli su cui si basa l’assegno di mantenimento: quest’ultimo, in particolare, è uno dei cardini del matrimonio e serve a fare in modo che la coppia possa essere traghettata al divorzio senza che i vincoli economici siano compromessi. Non sono più intatti, ma vengono sospesi, i vincoli di carattere personale che hanno a che fare con la convivenza e con la fedeltà. Il divorzio è l’evento che fa venire meno qualsiasi legame, così che non sia più contemplato l’obbligo di assicurare all’ex coniuge il tenore di vita di cui poteva beneficiare mentre il matrimonio era ancora in vigore.

Rivolgiti al nostro studio di avvocati divorzisti a Bologna per una consulenza!

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COME OTTENERE UN SEPARAZIONE DAL VALORE LEGALE SE SI E’ SEPARATI DI FATTO, PARLIAMONE

 

SEPARATI DI FATTO COSA VUOL DIRE?

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Quando si parla di separazione di fatto, si fa riferimento

a una interruzione effettiva della vita matrimoniale da

parte di un coniuge.

Se si ha una separazione consensuale, ecco che si ha la possibilità di richiedere poi il divorzio in appena 6 mesi.

 

  • Mentre se non esiste questa prerogativa si deve poi agire con separazione giudiziarie per giungere a veri e propri processi che si protraggono per qualche anno.
  • Praticamente, se i coniugi sono d’accordi su più punti e quindi è possibile che ci sia una piena soddisfazione già in fase di stesura di questa pratica da verbalizzare, ecco che in 6 mesi potete avere il divorzio e essere totalmente liberi da una unione “sbagliata” o semplicemente esaurita.
  • Se avete intenzione di sapere come mai sono cambiate le cose e quello che potrebbe succedere, ecco che un avvocato separazione consensuale è a vostra disposizione. Magari, proprio grazie alle sue competenze, potreste convincere anche l’altro coniuge a eseguire una serie di “incontri” legali per poter avere tale consenso.
  • In effetti la consulenza privata con un Avvocato Separazione Consensuale Bologna  vi porta comunque ad avere diversi vantaggi e anche a sapere molte cose che sono cambiate nel corso del 2019.

Coniuge o di tutti e due, che comporta anche il venir meno del contributo del coniuge o dei coniugi alla vita psicologica e morale della famiglia. Essa si concretizza anche senza un provvedimento specifico da parte del giudice: i coniugi, quindi, non devono essere autorizzati a vivere in maniera separati. Nel testo originario la locuzione utilizzata dal legislatore era “separazione legale”, con la novella tale locuzione è stata modificata con “separazione personale”.

La correzione è stata del tutto opportuna dal momento che l’espressione “separazione legale” risulta atecnica rispetto all’altra “separazione personale” utilizzata dal legislatore nel titolo dell’art. 150, nel corpus dell’art. 154 relativo alla riconciliazione e nel testo previgente art. 155 (oggi abrogato in virtù dell’omologazione del regime giuridico relativo ai figli nati nel matrimonio e fuori di esso e sostituito dalla disciplina normativa contenuta nel Capo II del titolo IX).

 

Proprio questo è il discrimine tra la separazione di fatto e la separazione legale: nel secondo caso non si può fare a meno di un vaglio da parte dell’autorità giudiziaria, attraverso cui le parti possono sapere quali sono le condizioni da rispettare, sia nel caso di una separazione consensuale (per cui è sufficiente un decreto di omologazione degli accordi che i partner hanno già raggiunto), sia nel caso di una separazione giudiziale (per cui c’è bisogno di una sentenza vera e propria).

Cosa succede se si va via di casa

In seguito a una separazione di fatto, uno dei due coniugi potrebbe andare via di casa: questo tipo di comportamento non può essere sanzionato da nessun provvedimento di natura giudiziaria, ma in realtà l’abbandono del tetto coniugale (cioè l’allontanamento dalla casa familiare) potrebbe rappresentare un motivo di addebito (e lo stesso dicasi per l’instaurazione di una relazione sentimentale al di fuori del matrimonio), innescando conseguenze specifiche dal punto di vista giuridico. Se uno dei due coniugi decide di trasferirsi, in effetti, una circostanza del genere si può configurare addirittura come una violazione degli obblighi di assistenza morale che il matrimonio comporta. D’altro canto, si potrebbe concretizzare una violazione del dovere di fedeltà se un coniuge non separato legalmente ma solo di fatto avvia un rapporto affettivo con una persona diversa dal coniuge.

Cosa succede se ci sono dei figli?

  1. Il ricorso a un bravo avvocato a Bologna come Sergio Armaroli per ottenere una consulenza attendibile si rivela indispensabile soprattutto nel caso in cui la separazione di fatto coinvolga un nucleo familiare in cui sono presenti dei figli. Come ci si deve comportare in questo caso? Prima di tutto, una eventuale interruzione della convivenza deve essere comunicata in modo ufficiale, inviando all’altro coniuge una raccomandata con ricevuta di ritorno attraverso la quale viene esplicitata l’intenzione di andare via di casa, con la segnalazione delle ragioni che hanno portato alla crisi del matrimonio.
  2. La scelta di abbandonare il tetto coniugale potrebbe essere originata, per esempio, da una continua litigiosità tra le parti, oppure da una evidente assenza di compatibilità dal punto di vista caratteriale, o ancora dalla mancanza di un comune progetto di vita. Tale comunicazione deve includere anche un recapito a cui si possa risultare reperibili per soddisfare le esigenze dei figli, con l’indicazione del nuovo indirizzo. Adottando questa accortezza, il coniuge che se ne va di casa può essere certo di non vedersi attribuire la colpa della crisi matrimoniale nel caso in cui in seguito si dovesse procedere con una separazione legale. La colpa scaturirebbe proprio dalla decisione di aver lasciato il tetto coniugale in assenza di giustificato motivo: la conseguenza più rischiosa sarebbe la perdita del diritto a beneficiare di un eventuale assegno di mantenimento previsto.

Il mantenimento dell’altro

In sintesi, la separazione di fatto è una realtà che non è prevista dal Codice Civile, e che quindi non è disciplinata civilmente, come avviene – invece – per la separazione legale. Essa, pertanto, non genera alcun tipo di effetto giuridico e non può essere considerata come un presupposto valido per quel che concerne la decorrenza dei termini in relazione a una richiesta di divorzio. I partner coinvolti in una separazione di fatto non sono legittimati a chiedere che il vincolo matrimoniale venga sciolto, anche se tale separazione dura per sei mesi o per un anno in maniera ininterrotta.

ALLONTAMENTO DALLA CASA CONIUGALE

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Allontanamento dalla casa coniugale

In tema di separazione giudiziale dei coniugi costituisce di per sé motivo di addebito l’abbandono del domicilio coniugale volontario, unilaterale e definitivo, che non sia stato preceduto dalla proposizione della domanda di separazione, atteso che tale condotta pone fine alla convivenza, salvo che il coniuge responsabile non offra, a propria giustificazione, la prova di una preesistente situazione di intollerabilità della convivenza stessa. Infatti, la proposizione della domanda di separazione costituisce giusta causa dell’allontanamento dalla residenza familiare. In tal modo è legittimato un comportamento in precedenza giudicato di regola illecito, perché in violazione dell’art. 143 c.c., ed è consentito al coniuge, che giudichi anche solo soggettivamente intollerabile la prosecuzione della convivenza, di sottrarsi a essa con decisione unilaterale, all’unica condizione di proporre la domanda di separazione. Ma tale agevolazione comporta conseguenze di rilievo nel caso in cui, immotivatamente, quella condizione non sia stata soddisfatta. L’art. 143 c.c. comporta, infatti, il principio di diritto in forza del quale il coniuge, il quale provi che l’altro ha volontariamente e definitivamente abbandonato la residenza familiare senza aver proposto domanda di separazione personale, non deve ulteriormente provare l’incidenza causale di quel comportamento illecito sulla crisi del matrimonio, implicando esso la cessazione della convivenza e degli obblighi a essa connaturati, e gravando sull’altra parte l’onere di offrire la prova contraria, che quel comportamento fosse giustificato dalla preesistenza di una situazione d’intollerabilità della coabitazione, nonostante l’assenza della giusta causa prevista dall’art. 146 c.c. c.p.v.. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 14-02-2012, n. 2059)

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Allontanamento dalla casa coniugale

Non può esserci addebito della separazione al coniuge che abbandona la casa coniugale a causa dei continui dissidi con la suocera convivente. (Cass. civ. Sez. I, Ord., 24 febbraio 2011, n. 4540)

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Allontanamento dalla casa coniugale

Non può esserci addebito della separazione al coniuge che abbandona la casa coniugale a causa dei continui dissidi con la suocera convivente. (Cass. civ. Sez. I, Ord., 24 febbraio 2011, n. 4540)

Separazione e divorzio – Addebitabilità – Comportamenti dei coniugi rilevanti ai fini dell’addebito – Nesso di causalità tra comportamento di un coniuge e intollerabilità della convivenza – fattispecie

Ai fini dell’addebitabilità della separazione è necessario accertare se la crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento di uno o entrambi i coniugi e se sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il verificarsi dell’intollerabilità della convivenza. Risulta, nella specie, fattore integrante il nesso di casualità, rispetto all’insorgere di detta intollerabilità, il comportamento del coniuge il quale, con atteggiamento dispotico e non rispettoso della dignità della moglie, cerchi di impedire alla stessa di frequentare un corso professionale, rifiutandole ogni finanziamento al riguardo, utilizzando violenza fisica, nonché ostacolando i suoi rapporti con la famiglia di origine. Tali valutazioni, risultano inoltre circostanziate, congrue e specifiche, e considerano il comportamento del marito abituale, per cui ne risulta implicito l’accertamento della predetta causalità. (Cass. civ. Sez. I, 03/04/2009, n. 8124)

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SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA – avvocati diritto di famiglia

A   ciascuno   dei   coniugi   spetta   il potere di attuare l’indirizzo concordato.Art. 145 Intervento del giudice In  caso  di  disaccordo  ciascuno  dei coniugi    può    chiedere,    senza    formalità, l’intervento  del  giudice  il  quale,  sentite  le opinioni  espresse  dai  coniugi  e,  per  quanto opportuno,  dai  figli  conviventi  che  abbiano compiuto    il    sedicesimo    anno,    tenta    di raggiungere una soluzione concordata.Ove   questa   non   sia   possibile   e   il disaccordo    concerne    la    fissazione    della

Doveri verso i figli Il  matrimonio  impone  ad  ambedue i   coniugi   l’obbligo   di   1)   mantenere,   2) istruire   ed   3)   educare   la   prole   tenendo conto     delle     capacità,     dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.Art. 148 Concorso negli oneriI      coniugi      devono      adempiere l’obbligazione         prevista         nell’articolo precedente   in   proporzione   alle   rispettive sostanze   e   secondo   la   loro   capacità   di lavoro professionale o casalingo.

Quando  i  genitori  non  hanno  mezzi sufficienti,  gli  altri  ascendenti  legittimi  o naturali,   in   ordine   di   prossimità,   sono tenuti  a  fornire  ai  genitori  stessi  i  mezzi necessari   affinché   possano   adempiere   i loro doveri nei confronti dei figli.

 

SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA

Quando moglie e marito decidono di porre fine alla loro unione hanno due opzioni:
la separazione consensuale 
o la separazione giudiziale. La separazione giudiziale dovrebbe essere “l’ultima spiaggia”.
Si ricorre a questa procedura quando le parti non vogliono o non riescono a trovare un accordo, e quindi si delega al giudice la decisione sulle condizioni della loro separazione.

Si tratta di una causa vera e propria, dove ognuno dei coniugi ha il proprio avvocato.
Viene introdotta con un atto che uno dei due avvocati deposita in tribunale e poi notifica all’altra parte.

Si sviluppa con una serie di udienze e lo scambio di atti, in cui – nella miglior ipotesi – i legali si limitano a sostenere le ragioni del proprio assistito e a smontare quelle di controparte e – nell’ipotesi più deplorevole – si scambiano anche critiche e offese più o meno esplicite nei confronti dei reciproci assistiti.

In cosa si differenziano le due procedure e quale scegliere?

Cominciamo sfatando il mito del “non ti concedo la separazione”. LA SEPARAZIONE E’ UN DIRITTO E NON LA SI PUO’ NEGARE AL CONIUGE.

 

SEPARAZIONI E DIVORZI?AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA MALALBERGO ALTEDO IMOLA
SEPARAZIONI E DIVORZI?AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA MALALBERGO ALTEDO IMOLA

 

 Si fa ricorso alla separazione giudiziale tutte le volte in cui i coniugi non hanno raggiunto un accordo di separazione  e non può, pertanto, addivenirsi ad una separazione di tipo pacifico.

In ogni caso, la separazione giudiziale può essere chiesta da uno dei coniugi tutte le volte in cui si verificano determinati fatti che rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave pregiudizio all’educazione della prole.

I presupposti sono:

  • Intollerabilità della convivenza che tra l’altro può anche non dipendere dal comportamento di uno dei coniugi.

  • Grave pregiudizio per l’educazione dei figli.

  • E’ anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè far accertare al Giudice che vi sia stata effettivamente da parte dell’altro coniuge una violazione di uno o più doveri nascenti dal matrimonio e che tale comportamento illecito abbia determinato la l’intollerabilità della convivenza.
  • Separarsi è un diritto di ciascuno dei coniugi che non può essere limitato né dall’altro coniuge, né dal giudice.
    Ciò che fa la differenza è invece e appunto il come giungere a simile epilogo: d’accordo o in lotta.
  • La separazione giudiziale 
  • La separazione giudiziale  è la separazione personale pronunciata dal Tribunale  su richiesta di uno o di entrambi i coniugi  a seguito di fatti  che rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave danno ai figli (art. 151 Codice Civile).

La separazione giudiziale dovrebbe essere “l’ultima spiaggia”.
Si ricorre a questa procedura quando le parti non vogliono o non riescono a trovare un accordo, e quindi si delega al giudice la decisione sulle condizioni della loro separazione.

Si tratta di una causa vera e propria, dove ognuno dei coniugi ha il proprio avvocato.
Viene introdotta con un atto che uno dei due avvocati deposita in tribunale e poi notifica all’altra parte.

Qualora ne ricorrano i presupposti e se richiesto, il Giudice, pronunciando la separazione giudiziale, dichiara a quale coniuge  va addebitata la separazione  stessa in considerazione  del suo comportamento  contrario ai doveri del matrimonio. 

ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?
ALTEDO MALALBERGO BARICELLA DEVI SEPARARTI?

 L’addebito della separazione comporta  la perdita del diritto al mantenimento ancorché ci si trovi  nella situazione di non poter mantenere lo stesso tenore vita goduto durante il matrimonio, la perdita dei diritti successori, nonché  la perdita dei diritti sulla pensione di reversibilità.

A   ciascuno   dei   coniugi   spetta   il potere di attuare l’indirizzo concordato.Art. 145 Intervento del giudice In  caso  di  disaccordo  ciascuno  dei coniugi    può    chiedere,    senza    formalità, l’intervento  del  giudice  il  quale,  sentite  le opinioni  espresse  dai  coniugi  e,  per  quanto opportuno,  dai  figli  conviventi  che  abbiano compiuto    il    sedicesimo    anno,    tenta    di raggiungere una soluzione concordata.Ove   questa   non   sia   possibile   e   il disaccordo    concerne    la    fissazione    della

Doveri verso i figliIl  matrimonio  impone  ad  ambedue i   coniugi   l’obbligo   di   1)   mantenere,   2) istruire   ed   3)   educare   la   prole   tenendo conto     delle     capacità,     dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.Art. 148 Concorso negli oneriI      coniugi      devono      adempiere l’obbligazione         prevista         nell’articolo precedente   in   proporzione   alle   rispettive sostanze   e   secondo   la   loro   capacità   di lavoro professionale o casalingo.

Quando  i  genitori  non  hanno  mezzi sufficienti,  gli  altri  ascendenti  legittimi  o naturali,   in   ordine   di   prossimità,   sono tenuti  a  fornire  ai  genitori  stessi  i  mezzi necessari   affinché   possano   adempiere   i loro doveri nei confronti dei figli.

Come  si propone la domanda di separazione giudiziale ?

 La domanda di separazione giudiziale  deve essere presentata al  Tribunale ordinario civile competente mediante ricorso.

L’eventuale richiesta di addebito  deve essere effettuata, a pena di decadenza,  contestualmente alla presentazione del ricorso introduttivo. 

Diversamente la richiesta di addebito domandata dal coniuge resistente deve essere presentata in via riconvenzionale entro i termini indicati nell’ordinanza presidenziale .

ADDEBITO SEPARAZIONE

Con    riferimento    alla    violazione    dell’“obbligo    di    assistenza    morale”    (art.lo    143    c.c.),    durante l’istruttoria,  in  genere,  entrambe  i  coniugi  sono  in  grado  di  lamentare  simmetricamente  condotte  improbe da  parte  dell’altro  e  pertanto  i  giudici  tendono  a  considerare  come  causa  della  separazione  un’emersa incompatibilità  di  carattere  e  a  non  ad  ascrivere  esclusivamente  ad  un  coniuge  la  colpa  della  separazione.

 

Separazione Giudiziale:

è quella pronunciata dal Tribunale su richiesta di uno o di entrambi i coniugi a seguito di fatti che rendano intollerabile la convivenza o che possano danneggiare o pregiudicare l’educazione dei figli.

In particolare, per effetto della separazione cessano il dovere di coabitazione ed alla collaborazione, mentre rimangono gli obblighi di assistenza morale ed al mantenimento.

 

Il Giudice, su richiesta di uno dei coniugi, può (se ci sono i presupposti) dichiarare a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione.

Presupposto per l’addebito della separazione è un comportamento cosciente e volontario contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

La dichiarazione di addebito ha due conseguenze:

1) Il diritto dell’altro coniuge di ricevere il mantenimento;

2) La perdita dei diritti successori (eredità).

Con    riferimento    alla    violazione    dell’“obbligo    di    assistenza    morale”    (art.lo    143    c.c.),    durante l’istruttoria,  in  genere,  entrambe  i  coniugi  sono  in  grado  di  lamentare  simmetricamente  condotte  improbe da  parte  dell’altro  e  pertanto  i  giudici  tendono  a  considerare  come  causa  della  separazione  un’emersa incompatibilità  di  carattere  e  a  non  ad  ascrivere  esclusivamente  ad  un  coniuge  la  colpa  della  separazione.

 

  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO

All’origine del contrasto giurisprudenziale che ha determinato la rimessione alle Sezioni Unite vi è la promulgazione della legge 8 marzo 2017, n. 24 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie), entrata in vigore il 1 aprile 2017, nota come ‘legge Gelli-Bianco’ in ragione dei nomi dei rispettivi relatori di maggioranza alla Camera e al Senato. Questa, proseguendo nella volontà manifestatasi nella presente legislatura, di tipizzazione di modelli di colpa all’interno del codice penale, ha disposto, all’art. 6, nel primo comma, la formulazione dell’art. 590-sexies cod. pen. contenente la nuova disciplina speciale sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario e, nel secondo comma, la contestuale abrogazione della previgente disciplina extra-codice della materia. E cioè del comma 1 dell’art. 3, d.l. 13 settembre 2012, n. 158, recante disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute, decreto convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189 e conosciuto come ‘decreto Balduzzi’, dal nome del Ministro della Salute del Governo che lo aveva presentato.

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  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO
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FORLI RAVENNA CESENA MALASANITA DANNO

 in ambito di responsabilità professionale sanitaria, la previsione dell’art. 1218 c.c. solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento (cfr., ex multis, Cass. n. 18392/2017 e Cass. n. 29315/2017).

 

Invero, in presenza di una situazione in cui risultava quantomeno un principio di prova, offerto dagli attori, in ordine alla ricorrenza del nesso causale tra condotta dei sanitari (e, per essi, della struttura convenuta) e l’evento dannoso, il ricorso ad un simile accertamento tecnico si palesava come necessario, e ciò sulla scorta del principio secondo cui, “in tema di risarcimento del danno, è possibile assegnare alla consulenza tecnica d’ufficio ed alle correlate indagini peritali funzione “percipiente””, purchè a condizione che “essa verta su elementi già allegati dalla parte, ma che soltanto un tecnico sia in grado di accertare, per mezzo delle conoscenze e degli strumenti di cui dispone”

Responsabilità medica, comportamento omissivo, nesso causale’

Cassazione civile, sez. III, Ordinanza 26/02/2019 n° 5487

 

 

 

  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO
FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO

 

 

 

 

SECONDO LA CASSAZIONE nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria, si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle. Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di

Sotto questo profilo, dunque, non coglie nel segno la censura dei ricorrenti secondo cui, nei giudizi per “malptractice” sanitaria, l’incertezza sulla sussistenza del nesso causale tra evento dannoso e condotta dei sanitari grava sul presunto danneggiante (struttura/medico) e non sul paziente.

Nondimeno, la sentenza impugnata è egualmente incorsa in una falsa applicazione delle norme in tema di accertamento del nesso causale, avendo operato – erratamente – una “segmentazione” della complessiva condotta omissiva della struttura sanitaria, indicata dagli attori come potenzialmente idonea a cagionare il decesso del G.. La Corte lagunare ha, infatti, incentrato la propria valutazione esclusivamente sull’ultimo episodio – quello del (OMISSIS) – in cui l’uomo ebbe a rivolgersi ai medici del Presidio della Guardia Medica di (OMISSIS), limitando la propria indagine alla verifica se, prontamente inviato lo stesso presso il Pronto Soccorso, sarebbe stato possibile sottoporlo ad un intervento “salvifico”, mediante defibrillazione.

Quello su cui si è focalizzata l’attenzione del giudice di appello non è, però, che un singolo episodio, inserito in una sequenza più ampia, considerato che il G., già il (OMISSIS) ed il (OMISSIS), ebbe a rivolgersi ai sanitari di quella stessa struttura, per lamentare, anche in quei casi, “dolore al fianco sinistro” anche da “digitocompressione dell’emicostato sinistro”. In entrambe tali occasioni, tuttavia, il solo intervento praticato consistette nella somministrazione, in via intramuscolare, di un antidolorifico, con prescrizione di un controllo dal medico curante, senza che si fosse reputato necessario disporre ulteriori accertamenti di natura cardiologica.

  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO
FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO

Errato è, dunque, considerare – come ha fatto la decisione impugnata – la mancata presenza del G. presso la struttura di Pronto Soccorso come una mera “occasione mancata”, per giunta affermando che essa “non si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento di danno”.

Quello indicato è stato, infatti, solo l’ultimo anello di una catena di omissioni che andavano tutte adeguatamente indagate, specie di fronte delle risultanze della consulenza tecnica disposta in sede penale, ritenuta, peraltro, sufficiente dal primo giudice per l’accoglimento della domanda risarcitoria. Nella stessa, infatti, il tecnico d’ufficio, pur escludendo – ma sulla scorta del criterio penalistico di ricostruzione del nesso causale, ovvero quello che impone il suo accertamento “oltre ogni ragionevole dubbio” – che fossero ipotizzabili, con riferimento alla morte del G., profili di responsabilità per il delitto ex art. 589 c.p., riteneva che le risultanze dell’indagine tecnica espletata potessero “trovare ampia dignità in responsabilità civile, a fronte dell’assunto giuridico del cosiddetto “più probabile che non””. E se tale conclusione era stata formulata con riferimento al solo (e terminale) episodio del (OMISSIS), la sua attendibilità risultava, vieppiù, ipotizzabile alla luce di una ricostruzione non “atomistica” dell’intera vicenda, accreditando l’idea che la tempestiva sottoposizione del G. ad accertamenti più approfonditi – già nella fase iniziale, o comunque in quella intermedia, dell’intera catena di accadimenti – avrebbe potuto scongiurarne il decesso.

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  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO
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La Corte di Appello di Venezia, pertanto, di fronte a simili risultanze non ha fatto, come detto, corretta applicazione delle norme in tema in tema di accertamento del nesso causale tra condotta ed evento. Essa ha operato un’indebita “parcellizzazione” dei singoli episodi in cui si articolava l’unitario contegno omissivo addebitato alla struttura sanitaria, ignorando del tutto i due che hanno preceduto quello del (OMISSIS), sul quale ha concentrato la propria attenzione, disattendo, per giunta, le risultanze di un elaborato (quello predisposto in sede penale) che offriva elementi idonei a riscontrare positivamente l’ipotesi della sussistenza del nesso causale, senza fare neppure ricorso ad un’ulteriore indagine tecnica che potesse affiancare, integrandola, la prima.

Al riguardo, non sembra inutile rammentare che in materia di responsabilità sanitaria, “la consulenza tecnica è di norma “consulenza percipiente” a causa delle conoscenze tecniche specialistiche necessarie, non solo per la comprensione dei fatti, ma per la rilevabilità stessa dei fatti, i quali, anche solo per essere individuati, necessitano di specifiche cognizioni e/o strumentazioni tecniche; atteso che, proprio gli accertamenti in sede di consulenza offrono al giudice il quadro dei fattori causali entro il quale far operare la regola probatoria della certezza probabilistica per la ricostruzione del nesso causale” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, sent. 20 ottobre 2014, n. 22225).

Invero, in presenza di una situazione in cui risultava quantomeno un principio di prova, offerto dagli attori, in ordine alla ricorrenza del nesso causale tra condotta dei sanitari (e, per essi, della struttura convenuta) e l’evento dannoso, il ricorso ad un simile accertamento tecnico si palesava come necessario, e ciò sulla scorta del principio secondo cui, “in tema di risarcimento del danno, è possibile assegnare alla consulenza tecnica d’ufficio ed alle correlate indagini peritali funzione “percipiente””, purchè a condizione che “essa verta su elementi già allegati dalla parte, ma che soltanto un tecnico sia in grado di accertare, per mezzo delle conoscenze e degli strumenti di cui dispone” (Cass. Sez. 2, sent. 22 gennaio 2015, n. 1190, Rv. 633974-01), giacché, anche quando la consulenza “può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova”, resta pur sempre “necessario che le parti stesse deducano quantomeno i fatti e gli elementi specifici posti a fondamento di tali diritti” (Cass. Sez. 3, sent. 26 novembre 2007, n. 24620, Rv. 600467-01).

 

  FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO
FORLI RAVENNA CESENA : 1) MALASANITA’ DANNO

‘Quale sia, in tema di responsabilità colposa dell’esercente la professione sanitaria per morte o lesioni, l’ambito applicativo della previsione di ‘non punibilità’ prevista dall’art. 590-sexies cod. pen., introdotta dalla legge 8 marzo 2017, n. 24′.

  1. All’origine del contrasto giurisprudenziale che ha determinato la rimessione alle Sezioni Unite vi è la promulgazione della legge 8 marzo 2017, n. 24 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie), entrata in vigore il 1 aprile 2017, nota come ‘legge Gelli-Bianco’ in ragione dei nomi dei rispettivi relatori di maggioranza alla Camera e al Senato. Questa, proseguendo nella volontà manifestatasi nella presente legislatura, di tipizzazione di modelli di colpa all’interno del codice penale, ha disposto, all’art. 6, nel primo comma, la formulazione dell’art. 590-sexies cod. pen. contenente la nuova disciplina speciale sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario e, nel secondo comma, la contestuale abrogazione della previgente disciplina extra-codice della materia. E cioè del comma 1 dell’art. 3, d.l. 13 settembre 2012, n. 158, recante disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute, decreto convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189 e conosciuto come ‘decreto Balduzzi’, dal nome del Ministro della Salute del Governo che lo aveva presentato.

2.1. L’art. 3 del d.l. Balduzzi era stato concepito per normare i limiti della responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria a fronte di un panorama giurisprudenziale divenuto sempre più severo nella delineazione della colpa medica punibile, salvo il mantenimento di una certa apertura all’utilizzo della regola di esperienza ricavabile dall’art. 2236 cod. civ., per la stessa individuabilità della imperizia, nei casi in cui si fosse imposta la soluzione di problemi di specifica difficoltà di carattere tecnico-scientifico (fra le molte, Sez. 4, n. 16328 del 05/04/2011, Montalto, Rv. 251960; Sez. 4, n. 39592 del 21/06/2007, Buggé, Rv. 237875).

Si era, invero, pervenuti nel volgere di un ventennio – dopo un passato di approdi giurisprudenziali più indulgenti che ricavavano direttamente dall’art. 2236 cod. civ. la possibilità di punire il solo errore inescusabile derivante dalla mancata applicazione delle cognizioni generali – ad un assetto interpretativo in base al quale la colpa medica non veniva di regola esclusa, una volta accertato che l’inosservanza delle linee-guida era stata determinante nella causazione dell’evento lesivo, essendo rilevante in senso liberatorio soltanto che questo, avuto riguardo alla complessiva condizione del paziente, fosse, comunque, inevitabile e, pertanto, ascrivibile al caso fortuito (Sez. 4, n. 35922 del 11/07/2012, Ingrassia, Rv. 254618).

Ebbene, l’art. 3 citato era stato congegnato nel senso di sancire la esclusione della responsabilità per colpa lieve, quando il professionista, nello svolgimento delle proprie attività, non ulteriormente perimetrate con riferimento alla idoneità dell’evento ad integrare specifiche figure di reato né quanto alla afferibilità alla negligenza, imprudenza o imperizia, si fosse ‘attenuto’ a linee-guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica.

2.2. Dal canto suo, l’art. 6 della legge Gelli-Bianco, volto ad incidere con la previsione di una causa di non punibilità sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali da parte degli esercenti la professione sanitaria, la ha introdotta come specificazione ai precetti penali generali in tema di lesioni personali colpose (art. 590 cod. pen.) o omicidio colposo (art. 589), con espressa limitazione agli eventi verificatisi a causa di ‘imperizia’ e sul presupposto che siano state ”rispettate’ le raccomandazioni previste dalle linee-guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee-guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto’.

È comunque fatta salva, dall’art. 7, la responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria, ai sensi dell’articolo 2043 cod. civ..

2.3. Il precetto dell’art. 6 deve essere letto alla luce degli artt. 1, 3 e 5 che lo precedono: norme che costituiscono uno dei valori aggiunti della novella, nella ottica di una migliore delineazione della colpa medica, poiché pongono a servizio del fine principale dell’intervento legislativo – la sicurezza delle cure unitamente ad una gestione consapevole e corretta del rischio sanitario (art. 1), a sua volta anticipato nel disegno dell’art. 1, commi 538 e segg. della legge 28 dicembre 2015, n. 208 (legge di stabilità per il 2016) – un metodo nuovo di accreditamento delle linee-guida. Queste ambiscono così a costituire non solo, per i sanitari, un contributo autorevole per il miglioramento generale della qualità del servizio, essendo, tutti gli esercenti le numerose professioni sanitarie riconosciute, chiamati ad attenervisi (art. 5, comma 1), ma anche, per il giudizio penale, indici cautelari di parametrazione, anteponendosi alla rilevanza delle buone pratiche clinico-assistenziali, che, elemento valorizzato nel decreto Balduzzi, assumono oggi rilievo solo sussidiario per il minor grado di ponderazione scientifica che presuppongono, pur rimanendo comunque da individuare in modelli comportamentali consolidati oltre che accreditati dalla comunità scientifica.

È qui sufficiente rammentare che dall’art. 3 è prevista la istituzione di un Osservatorio delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità destinato a raccogliere dati utili per la gestione del rischio sanitario e quelli concernenti le buone pratiche per la sicurezza delle cure, predisponendosi linee di indirizzo con l’ausilio delle società scientifiche e delle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie. Oltre a ciò, viene regolamentata la creazione di un elenco delle predette società e associazioni, aventi peculiari caratteristiche idonee a garantirne la trasparenza e la capacità professionale scientifica; enti deputati ad elaborare, unitamente alle istituzioni pubbliche e private, le raccomandazioni da includere in linee-guida che hanno la finalità di fungere da parametro per la corretta esecuzione delle prestazioni sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale.

Tali linee-guida sono recepite attraverso un sistema di pubblicità garantito dall’Istituto superiore di sanità pubblica che lo realizza nel proprio sito internet, previa una ulteriore verifica della conformità della metodologia adottata a standard definiti resi pubblici dello stesso Istituto.

È sicuramente rimarchevole che tanto l’istituzione dell’Osservatorio quanto la formazione del predetto elenco siano ufficialmente avvenuti mediante la pubblicazione di due decreti del Ministero della Salute in date, rispettivamente, 2 agosto e 29 settembre 2017 (in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 186 del 10 agosto 2017 e n. 248 del 23 ottobre 2017).

  1. Va osservato preliminarmente che, sul tema della natura, finalità e cogenza delle linee-guida – che hanno assunto rilevanza centrale nel costrutto della intera impalcatura della legge – non vi è motivo per discostarsi dalle condivisibili conclusioni maturate in seno alla giurisprudenza delle sezioni semplici della Cassazione, icasticamente riprese e sviluppate, anche dopo la introduzione della novella, dalla sentenza Sez. 4, n. 28187 del 20/04/2017, nota nel dibattito giurisprudenziale e dottrinale col riferimento al nome, Tarabori, della parte civile ricorrente contro il proscioglimento dell’imputato De Luca: sentenza che costituisce uno dei due poli del contrasto sottoposto alle Sezioni Unite, ma non sul tema della natura delle linee-guida, che non risulta investito da divergenza di interpretazioni.

Ebbene, può convenirsi con il rilievo che, anche a seguito della procedura ora monitorata e governata nel suo divenire dalla apposita istituzione governativa, e quindi tendente a formare un sistema con connotati pubblicistici, le linee-guida non perdono la loro intrinseca essenza, già messa in luce in passato con riferimento alle buone pratiche. Quella cioè di costituire un condensato delle acquisizioni scientifiche, tecnologiche e metodologiche concernenti i singoli ambiti operativi, reputate tali dopo un’accurata selezione e distillazione dei diversi contributi, senza alcuna pretesa di immobilismo e senza idoneità ad assurgere al livello di regole vincolanti.

La utilità della descritta introduzione delle linee-guida, pubblicate a cura del competente istituto pubblico, resta indubbia.

Da un lato, una volta verificata la convergenza delle più accreditate fonti del sapere scientifico, esse servono a costituire una guida per l’operatore sanitario, sicuramente disorientato, in precedenza, dal proliferare incontrollato delle clinical guidelines. Egli è oggi posto in grado di assumere in modo più efficiente ed appropriato che in passato, soprattutto in relazione alle attività maggiormente rischiose, le proprie determinazioni professionali. Con evidenti vantaggi sul piano della convenienza del servizio valutato su scala maggiore, evitandosi i costi e le dispersioni connesse a interventi medici non altrettanto adeguati, affidati all’incontrollato soggettivismo del terapeuta, nonché alla malpractice in generale.

Dall’altro lato, la configurazione delle linee-guida con un grado sempre maggiore di affidabilità e quindi di rilevanza – derivante dal processo di formazione – si pone nella direzione di offrire una plausibile risposta alle istanze di maggiore determinatezza che riguardano le fattispecie colpose qui di interesse. Fattispecie che, nella prospettiva di vedere non posto in discussione il principio di tassatività del precetto, integrato da quello di prevedibilità del rimprovero e di prevenibilità della condotta colposa, hanno necessità di essere etero-integrate da fonti di rango secondario concernenti la disciplina delle cautele, delle prescrizioni, degli aspetti tecnici che in vario modo fondano il rimprovero soggettivo.

Con una espressione sintetica, proprio attraverso tali precostituite raccomandazioni si hanno parametri tendenzialmente circoscritti per sperimentare l’osservanza degli obblighi di diligenza, prudenza, perizia. Ed è in relazione a quegli ambiti che il medico ha la legittima aspettativa di vedere giudicato il proprio operato, piuttosto che in base ad una norma cautelare legata alla scelta soggettiva, a volte anche estemporanea e scientificamente opinabile, del giudicante. Sempre avendo chiaro che non si tratta di veri e propri precetti cautelari, capaci di generare allo stato attuale della normativa, in caso di violazione rimproverabile, colpa specifica, data la necessaria elasticità del loro adattamento al caso concreto.

Così come è da escludere che il nuovo sistema introdotto, pur sembrando formalmente sollecitare alla esatta osservanza delle linee-guida, anche al fine di ottenere il beneficio previsto in campo penale, possa ritenersi agganciato ad automatismi.

Non si tratta, infatti, di uno ‘scudo’ contro ogni ipotesi di responsabilità, essendo la loro efficacia e forza precettiva comunque dipendenti dalla dimostrata ‘adeguatezza’ alle specificità del caso concreto (art. 5), che è anche l’apprezzamento che resta, per il sanitario, il mezzo attraverso il quale recuperare l’autonomia nell’espletare il proprio talento professionale e, per la collettività, quello per vedere dissolto il rischio di appiattimenti burocratici. Evenienza dalla quale riemergerebbero il pericolo per la sicurezza delle cure e il rischio della ‘medicina difensiva’, in un vortice negativo destinato ad autoalimentarsi.

Non, dunque, norme regolamentari che specificano quelle ordinarie senza potervi derogare, ma regole cautelari valide solo se adeguate rispetto all’obiettivo della migliore cura per lo specifico caso del paziente e implicanti, in ipotesi contraria, il dovere, da parte di tutta la catena degli operatori sanitari concretamente implicati, di discostarsene.

Tutto ciò premesso, può ora più efficacemente riassumersi il senso del contrasto giurisprudenziale rilevato

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 Il primo orientamento è sostenuto dalla sentenza De Luca-Tarabori sopra citata, concernente il caso di un medico psichiatra, responsabile del piano riabilitativo redatto per un paziente e chiamato a rispondere, a titolo di colpa, dell’omicidio volontario da questi compiuto, con un mezzo contundente, nella occasione della convivenza con la futura vittima, posta unitamente all’imputato in una struttura residenziale a bassa soglia assistenziale: posizione, quella del medico prosciolto dal Gip ai sensi dell’art. 425 cod. proc. pen., che la Cassazione ha fatto oggetto di annullamento con rinvio, tra l’altro, per il necessario raffronto con le linee-guida del caso concreto, anche nella prospettiva della operatività del decreto Balduzzi quale legge più favorevole.

Tale decisione, confrontandosi con le potenzialità apparentemente liberatorie della novella, muove dal preliminare rilievo di incongruenze interne alla formulazione del precetto dell’art. 6 cit. che porrebbero in crisi la possibilità stessa di comprendere la ratio della norma e poi quella di applicarla, se dovesse darsi corso ad una adesione acritica alla lettera della legge.

Questa, infatti, con l’enunciato della non punibilità dell’agente che rispetti le linee-guida accreditate, nel caso in cui esse risultino adeguate alle specificità del caso concreto, sarebbe una norma quantomeno inutile perché espressione dell’ovvio; e cioè del fatto che chi rispetta le linee-guida scelte in modo appropriato non può che essere riconosciuto esente da responsabilità, sia a titolo di imperizia che ad altro titolo, perché non ha tenuto alcun comportamento rimproverabile.

La sentenza ripudia anche la interpretazione della norma secondo cui l’ambito della imperizia esclusa dall’area della colpevolezza sarebbe quello che vede prodotto l’evento lesivo in una situazione nella quale, almeno ‘in qualche momento della relazione terapeutica’, il sanitario ‘abbia comunque fatto applicazione di direttive qualificate’.

Infatti, ove tale evento lesivo fosse legato causalmente ad un comportamento in sé connotato da imperizia ed esulasse dall’ambito specificamente regolato dalle linee-guida adottate dal sanitario nel caso concreto, sarebbero traditi, con l’applicazione della causa di non punibilità, lo stesso principio costituzionale di colpevolezza e i connotati generali della colpa. Questa, pur non estendendosi a tutti gli eventi che comunque siano derivati dalla violazione di una prescrizione, è tuttavia inscindibilmente connessa ai risultati che la regola mira a prevenire e, soggettivamente, alla prevedibilità e prevenibilità oltre che, in sintesi, alla rimproverabilità.

In conclusione, per l’orientamento in esame, non è consentito invocare l’utilizzo di direttive non pertinenti rispetto alla causazione dell’evento, per vedere esclusa la responsabilità colpevole, non dovendosi per giunta dimenticare il carattere non esaustivo e non cogente delle linee-guida.

La scelta contraria sarebbe in violazione dell’art. 32 Cost., implicando un radicale depotenziamento della tutela della salute, e del principio di uguaglianza, ove stabilisse uno statuto normativo irrazionalmente diverso rispetto a quello di altre professioni altrettanto rischiose e difficili.

Secondo la sentenza De Luca-Tarabori, dunque, va escluso che il sintagma enunciativo della ‘causa di non punibilità’ possa davvero reputarsi riferibile dogmaticamente a tale istituto, dovendo piuttosto essere inteso come un atecnico quanto ripetitivo riferimento al giudizio di responsabilità con riguardo alla parametrazione della colpa.

Ne discende che, in primo luogo, va dato per certo che la nuova disciplina specificatrice dei precetti generali in tema di colpa comunque non è destinata ad operare negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee-guida, rientrando in questa ipotesi anche il caso di linee-guida pertinenti ma aventi ad oggetto regole di diligenza o prudenza e non di perizia; né nelle situazioni concrete nelle quali le raccomandazioni dipendenti da quelle debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiarità della condizione del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate (la previsione della possibile inadeguatezza, nella relazione terapeutica esecutiva, peraltro, è essa stessa evidenza della impossibilità di qualificare la linea-guida come fonte di colpa specifica); né in relazione alle condotte che, sebbene poste in essere nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee-guida pertinenti ed appropriate (con riferimento, dunque, al momento della scelta delle linee stesse), non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo.

Negli altri casi, il riferimento alle linee-guida è null’altro che il parametro per la individuazione-graduazione-esclusione della colpa secondo le regole generali, quando quella dipenda da imperizia.

Dal punto di vista del regime intertemporale, la previgente disciplina – che pure abrogata continuerebbe ad operare se risultasse essere legge sostanziale più favorevole – appare avere tale connotato alla stregua della novella del 2017. Essa infatti, come interpretata dalla giurisprudenza maggioritaria di legittimità, introduceva una ipotesi di decriminalizzazione delle condotte connotate da colpa lieve, a prescindere dal tipo di colpa, evenienza invece cancellata dalla legge Gelli-Bianco, con la conseguenza della impossibilità di continuare a distinguere, per i comportamenti futuri, ai fini della esclusione della responsabilità penale, la colpa lieve da quella grave.

In chiusura, la sentenza De Luca-Tarabori auspica che possa continuare a rappresentare un valido contributo la tradizione ermeneutica che accredita la possibile rilevanza, in ambito penale, dell’art. 2236 cod. civ., quale regola di esperienza cui attenersi nel valutare, in ambito penalistico, l’addebito di imperizia.

4.2. La sentenza Cavazza che sostiene l’orientamento opposto è della Sez. 4, n. 50078 del 19/10/2017, intervenuta in un caso di doppia pronuncia conforme di condanna, nei confronti di un medico che aveva effettuato un intervento di ptosi (lifting) del sopracciglio, cagionando al paziente una permanente diminuzione della sensibilità in un punto della zona frontale destra per la lesione del corrispondente tratto di nervo. Tale decisione ha dichiarato la prescrizione del reato rilevando che la condotta del sanitario, descritta dai giudici del merito come gravemente imperita, non poteva godere della novella causa di non punibilità sol perché nella motivazione della sentenza non si affrontava il tema dell’eventuale individuazione di corrette linee-guida, omissione non più emendabile per il sopravvenire della causa di estinzione; non poteva neppure beneficiare della previsione liberatoria della legge Balduzzi, data la accertata ‘gravità’ della colpa e dell’’errore inescusabile’, come plasmato dalla giurisprudenza della Cassazione con riferimento tanto alla scelta del sapere appropriato quanto al minimo di correttezza della fase esecutiva.

In essa si sostiene il carattere innovativo e in discontinuità col passato, sul versante penalistico, della legge Gelli-Bianco.

Questa viene recepita eminentemente in base al criterio della interpretazione letterale, il quale evidenzia che si è voluta adottare una causa di esclusione della punibilità per la sola imperizia, la cui operatività è subordinata al rispetto delle linee-guida ufficiali. Non manca, nella stessa sentenza, l’inquadramento sistematico di tale conclusione, basato sulla considerazione della finalità perseguita e cioè quella di attenuare specifici profili della colpa medica, favorendo tale professione di cui il legislatore ha inteso diminuire l’ambito della responsabilità penale, ferma restando quella civile.

Tale rispetto viene però preteso soltanto nella fase della selezione delle stesse, cosicché resta fuori dalla gamma delle condotte punibili la ‘imperita applicazione’ di esse, cioè la imperizia che cada nella fase esecutiva.

Si tratterebbe di una previsione, quella della non punibilità, che opera al di fuori delle categorie dogmatiche della colpevolezza e della causalità colposa e trova giustificazione nell’intento del legislatore di non vedere mortificata la professionalità medica dal timore di ingiuste rappresaglie e, con una sola espressione, di prevenire la c.d. medicina difensiva.

  1. Ritengono le Sezioni Unite che in ciascuna delle due contrastanti sentenze in esame siano espresse molteplici osservazioni condivisibili, in parte anche comuni, ma manchi una sintesi interpretativa complessiva capace di restituire la effettiva portata della norma in considerazione. Sintesi che richiede talune puntualizzazioni sugli elementi costitutivi della nuova previsione, da individuare attraverso una opportuna attività ermeneutica che tenga conto, da un lato, della lettera della legge e, dall’altro, di circostanze anche non esplicitate ma necessariamente ricomprese in una norma di cui può dirsi certa la ratio, anche alla luce del complesso percorso compiuto negli anni dal legislatore sul tema in discussione. Percorso al quale non risultano estranei il contributo della Corte costituzionale né gli approdi della giurisprudenza di legittimità, di cui, dunque, ci si gioverà.

Infatti, val la pena osservare che il canone interpretativo posto dall’art. 12, comma primo, delle preleggi prevede la valorizzazione del significato immediato delle parole, di quello derivante dalla loro connessione nonché della ‘intenzione del legislatore’. E da tale disposizione – che va completata con la verifica di compatibilità coi principi generali che regolano la ricostruzione degli elementi costitutivi dei precetti – si evince un solo vincolante divieto per l’interprete, che è quello riguardante l’andare ‘contro’ il significato delle espressioni usate, con una modalità che sconfinerebbe nell’analogia, non consentita nella interpretazione del comando penale. Non gli è invece vietato andare ‘oltre’ la letteralità del testo, quando l’opzione ermeneutica prescelta sia in linea con i canoni sopra indicati, a maggior ragione quando quella, pur a fronte di un testo che lascia aperte più soluzioni, sia l’unica plausibile e perciò compatibile col principio della prevedibilità del comando; sia, cioè, il frutto di uno sforzo che si rende necessario per giungere ad un risultato costituzionalmente adeguato, candidandosi così a dare luogo, in presenza di una divisione netta nella giurisprudenza delle sezioni semplici, al ‘diritto vivente’ nella materia in esame.

Il tentativo di sperimentare una interpretazione costituzionalmente conforme è, d’altro canto, il passaggio necessario e, se come nella specie concluso con esito positivo, ostativo all’investitura della Corte costituzionale, in contrasto con quanto auspicato dal Procuratore generale.

Ed è, quella anticipata, l’elaborazione che le Sezioni Unite intendono rendere, essendo proprio compito, nell’esercizio della funzione nomofilattica, individuare il significato più coerente del dato precettivo, anche scegliendo tra più possibili significati e plasmando la regola di diritto la quale deve mantenere il carattere generale ed astratto.

Ciò, in altri termini, senza che sia riconducibile alla attività interpretativa che ci si accinge a compiere un’efficacia sanante di deficit di tassatività della norma, non condividendosi il sospetto che la scelta sulla portata normativa dell’art. 6 sia sospinta dalla esistenza di connotati di incertezza e di imprevedibilità delle conseguenze del precetto, le quali, se ravvisate, avrebbero condotto alla sola possibile soluzione di sollevare, nella sede propria, il dubbio di costituzionalità.

  1. È utile premettere, all’analisi degli enunciati delle due sentenze in contrasto, che la ricostruzione del sistema di esenzione da pena della legge Gelli-Bianco usufruisce in maniera consistente del dibattito già avviato su temi affacciatisi alla disamina della giurisprudenza e della dottrina in relazione al decreto Balduzzi, essendo presente anche in questo la previsione del raffronto del comportamento medico con il complesso di linee-guida o buone pratiche oggetto di accreditamento da parte della comunità scientifica e scaturendo da esso la necessità di confrontarsi col problema delle diverse forme di colpa generica.

6.1. Occorre ribadire che la valutazione da parte del giudice sul requisito della rispondenza (o meno) della condotta medica al parametro delle linee-guida adeguate (se esistenti) può essere soltanto quella effettuata ex ante, alla luce cioè della situazione e dei particolari conosciuti o conoscibili dall’agente all’atto del suo intervento, altrimenti confondendosi il giudizio sulla rimproverabilità con quello sulla prova della causalità, da effettuarsi ex post. Ma con la ulteriore puntualizzazione che il sindacato ex ante non potrà giovarsi di una soglia temporale fissata una volta per sempre, atteso che il dovere del sanitario di scegliere linee-guida ‘adeguate’ comporta, per il medesimo così come per chi lo deve giudicare, il continuo aggiornamento della valutazione rispetto alla evoluzione del quadro e alla sua conoscenza o conoscibilità da parte del primo. Attività, quella qui descritta, destinata a rimanere estranea al pericolo di vedere confuso il giudizio sulla ‘adeguatezza’ delle linee-guida (ex ante) con quello sulle modalità e gli effetti della loro concreta ‘attuazione’ che, essendo necessariamente postumo, non è incluso fra i criteri di individuazione della condotta esigibile.

6.2. Nella stessa ottica di fissazione delle linee generali lungo le quali sviluppare la disamina qui richiesta, va anche ribadita la consapevolezza della estrema difficoltà, che talvolta si presenta, nel riuscire ad operare una plausibile distinzione tra colpa da negligenza e colpa da imperizia. Distinzione comunque da non potersi omettere in quanto richiesta dal legislatore del 2017 che, consapevolmente, ha regolato solo il secondo caso, pur in presenza di un precedente, articolato dibattito giurisprudenziale sulla opportunità di non operare la detta differenziazione quando non espressamente richiesta dalla lettera della legge (come avveniva per il decreto Balduzzi) per la estrema fluidità dei confini fra le dette nozioni.

La distinzione riacquista oggi una peculiare rilevanza perché, nell’ipotesi di colpa da negligenza o imprudenza, la novella causa di non punibilità è destinata a non operare; mentre la semplice constatazione della esistenza di linee-guida attinenti al caso specifico non comporta che la loro violazione dia automaticamente luogo a colpa da imperizia.

Si è già rilevato che non può escludersi che le linee-guida pongano regole rispetto alle quali il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza, come nel caso in cui siano richieste prestazioni che riguardino più la sfera della accuratezza di compiti magari particolarmente qualificanti, che quella della adeguatezza professionale (Sez. 4, n. 45527 del 01/07/2015, Cerracchio, non massimata sul punto).

È da citare il caso paradigmatico della omessa valutazione del sintomo e della conseguente omessa o ritardata diagnosi: una ipotesi da ascrivere, di regola, all’imperizia per inosservanza delle leges artis che disciplinano tale settore della attività sanitaria, salvo il caso che il comportamento del sanitario sia improntato ad indifferenza, scelleratezza o comunque assoluta superficialità e lassismo, sicché possa escludersi di essere nel campo della negligenza propria dell’agire del sanitario o specifica di esso e dunque della imperizia.

Il superamento di tali difficoltà che attengono, in genere, all’inquadramento del caso concreto più che alle categorie astratte, va perseguito mediante il ricorso agli ordinari criteri sulla prova, sul dubbio e sulla ripartizione dell’onere relativo che, nella fattispecie qui in discussione, hanno condotto più che plausibilmente alla delineazione di un caso di negligenza, dal quale non vi è ragione di prescindere, anche per mancanza di specifiche contestazioni sul punto da parte dell’interessato. Con la conseguenza che anche la prospettazione della questione di legittimità costituzionale sull’art. 590-sexies, da parte del Procuratore generale, è destinata a mostrare la sua irrilevanza, non venendo in considerazione l’ipotesi della imperizia.

  1. Può ora entrarsi nel merito del contrasto giurisprudenziale.

7.1. La sentenza Tarabori-De Luca ha il pregio di richiamare alla necessità di perimetrazione dell’ambito di operatività della novella, in modo da evidenziarne la notevole efficacia riduttiva rispetto al passato, pur non facendo a meno, nel prosieguo, di criticare in radice la eventualità stessa di trovarsi al cospetto di una vera e propria causa di non punibilità.

È condivisibile la prima parte del ragionamento seguito, laddove si pongono in luce gli evidenti limiti applicativi alla causa di non punibilità enunciati dall’art. 590-sexies, posto che la dipendenza di questa dal rispetto delle linee-guida adeguate allo specifico caso in esame, nell’ipotesi di responsabilità da imperizia, non consente di sfuggire alla esatta osservazione che lo speciale abbuono non può essere invocato nei casi in cui la responsabilità sia ricondotta ai diversi casi di colpa, dati dalla imprudenza e dalla negligenza; né quando l’atto sanitario non sia per nulla governato da linee-guida o da buone pratiche; né quando queste siano individuate e dunque selezionate dall’esercente la professione sanitaria in maniera inadeguata con riferimento allo specifico caso. Evenienza, quest’ultima, comprensiva sia della ipotesi in cui la scelta è stata del tutto sbagliata, sia della ipotesi in cui la scelta sia stata incompleta per non essersi tenuto conto di fattori di co-morbilità che avrebbero richiesto il ricorso a più linee-guida regolatrici delle diverse patologie concomitanti o comunque la visione integrata del quadro complesso, sia, infine, della ipotesi in cui il caso avrebbe richiesto il radicale discostarsi dalle linee-guida regolatrici del trattamento della patologia, in ragione della peculiarità dei fattori in esame.

Situazioni, quelle descritte, che danno conto della incompatibilità della novella con qualsiasi forma di appiattimento dell’agente su linee-guida che a prima vista possono apparire confacenti al caso di specie (e magari risultano, in rapporto al caso specifico, sbilanciate verso la tutela del generale contrasto del rischio clinico e quindi verso interessi aziendalistici piuttosto che verso la tutela della sicurezza della cura del singolo paziente) e conseguentemente con ipotesi di automatismo fra applicazione in tale guisa delle linee-guida ed operatività della causa di non punibilità.

Una conclusione che consente anche di escludere che il precetto in esame possa essere sospettato di tensione col principio costituzionale di libertà della scienza e del suo insegnamento (art. 33 Cost.), come pure di quello dell’assoggettamento del giudice soltanto alla legge (art. 101 Cost.).

Ciò posto, va tuttavia osservato che la sentenza richiamata commette l’errore di non rinvenire alcun residuo spazio operativo per la causa di non punibilità, giungendo alla frettolosa conclusione circa l’impossibilità di applicare il precetto, negando addirittura la capacità semantica della espressione ‘causa di non punibilità’ e così offrendo, della norma, una interpretazione abrogatrice, di fatto in collisione con il dato oggettivo della iniziativa legislativa e con la stessa intenzione innovatrice manifestata in sede parlamentare. Senza considerare che la principale obiezione della sentenza in questione, e cioè la confusione della formulazione legislativa e la sua incongruenza interna, avrebbero dovuto trovare sfogo nella denuncia di incostituzionalità per violazione del principio di legalità.

7.2. Dal canto suo, la sentenza Cavazza ha il pregio di non discostarsi in modo patente dalla lettera della legge, ma, per converso, nel valorizzarla in modo assoluto, cade nell’errore opposto perché attribuisce ad essa una portata applicativa impropriamente lata: quella di rendere non punibile qualsiasi condotta imperita del sanitario che abbia provocato la morte o le lesioni, pur se connotata da colpa grave. E ciò, sul solo presupposto della corretta selezione delle linee-guida pertinenti in relazione al caso di specie, sì da rendere più che concreti i profili di illegittimità della interpretazione stessa, quantomeno per violazione del divieto costituzionale di disparità ingiustificata di trattamento rispetto ad altre categorie di professionisti che parimenti operano con alti coefficienti di difficoltà tecnica.

  1. Invero, proprio a partire dalla interpretazione letterale, non può non riconoscersi che il legislatore ha coniato una inedita causa di non punibilità per fatti da ritenersi inquadrabili – per la completezza dell’accertamento nel caso concreto – nel paradigma dell’art. 589 o di quello dell’art. 590 cod. pen., quando l’esercente una delle professioni sanitarie abbia dato causa ad uno dei citati eventi lesivi, versando in colpa da imperizia e pur avendo individuato e adottato, nonché, fino ad un certo punto, bene attualizzato le linee-guida adeguate al caso di specie.

8.1. Il comportamento dell’esercente la professione sanitaria oggetto di scrutinio è quello che ha prodotto un evento causalmente connesso ad un errore colpevole, a sua volta dipendente dalla violazione di una prescrizione pertinente. Sono destinati a rimanere esclusi i casi di eventi lesivi o letali connessi a comportamenti in relazione ai quali la violazione di prescrizioni potrebbe non essere per nulla ravvisabile o comunque potrebbe non essere stata qualificante, avendo il sanitario, ad esempio, fatto ricorso, pur senza l’esito sperato, e fatti salvi i principi in materia di consenso del paziente, a raccomandazioni o approdi scientifici di dimostrato, particolare valore i quali, pur sperimentati con successo dalla comunità scientifica, non risultino ancora avere superato le soglie e le formalità di accreditamento ufficiale descritte dalla legge.

8.2. La previsione della causa di non punibilità è esplicita, innegabile e dogmaticamente ammissibile non essendovi ragione per escludere apoditticamente – come fa la sentenza De Luca-Tarabori – che il legislatore, nell’ottica di porre un freno alla medicina difensiva e quindi meglio tutelare il valore costituzionale del diritto del cittadino alla salute, abbia inteso ritagliare un perimetro di comportamenti del sanitario direttamente connessi a specifiche regole di comportamento a loro volta sollecitate dalla necessità di gestione del rischio professionale: comportamenti che, pur integrando gli estremi del reato, non richiedono, nel bilanciamento degli interessi in gioco, la sanzione penale, alle condizioni date.

Semmai, è da sottolineare che era il decreto Balduzzi, non messo in discussione dalla giurisprudenza passata sotto il profilo della tecnica legislativa, ad agire sul terreno della delimitazione della colpa che dà luogo a responsabilità, circoscrivendo la operatività dei principi posti dall’art. 43 cod. pen. e dunque derogando ad essa, tanto che il risultato è stato ritenuto quello della parziale abolitio criminis. Viceversa, la legge Gelli-Bianco non si muove in senso derogatorio ai detti principi generali, bensì sul terreno della specificazione, ricorrendo all’inquadramento nella non punibilità, sulla base di un bilanciamento ragionevole di interessi concorrenti.

La possibile disparità di trattamento dovuta a tale opzione, rispetto ad altre categorie di professionisti che pure siano esposti alla gestione di peculiari rischi, non è automaticamente evocabile, una volta che l’intera operazione si riveli, anche per la delimitazione enucleata dallo stesso precetto, non irragionevole ed anzi in linea con uno schema già collaudato dalla Corte costituzionale (sent. n. 166 del 1973; ord. n. 295 del 2013).

Anche la modifica in senso limitativo, rispetto all’art. 3 del decreto Balduzzi, della esenzione da pena ai soli comportamenti che causano uno degli eventi descritti dagli artt. 589 e 590 cod. pen. fa ritenere più adeguatamente finalizzato il nuovo precetto al contrasto del sospetto – che si materializzò con riferimento al citato art. 3 – di incompatibilità con il divieto costituzionale di disparità di trattamento (art. 3 Cost.), data l’ampiezza allora reputata ingiustificata, dal giudice che sottopose la norma allo scrutinio costituzionale, della platea dei soggetti che potevano avvantaggiarsene.

Appare infatti oggi, diversamente che in passato, direttamente connesso, l’intervento protettivo del legislatore, con la ragione ispiratrice della novella, che è quella di contrastare la c.d. ‘medicina difensiva’ e con essa il pericolo per la sicurezza delle cure, e dunque creare – in relazione ad un perimetro più circoscritto di operatori ed atti sanitari che si confrontano con la necessità della gestione di un rischio del tutto peculiare in quanto collegato alla mutevolezza e unicità di ognuna delle situazioni patologiche da affrontare – un’area di non punibilità che valga a restituire al sanitario la serenità dell’affidarsi alla propria autonomia professionale e, per l’effetto, ad agevolare il perseguimento di una garanzia effettiva del diritto costituzionale alla salute.

  1. La formulazione della causa di non punibilità nell’art. 590-sexies sollecita dunque a sperimentare una interpretazione della norma che consenta di darle concreta applicazione.

Non è condivisibile, in senso ostativo, il rilievo contenuto nella sentenza De Luca-Tarabori, anche sulla scia di una parte della dottrina, secondo cui la formulazione lessicale del precetto creerebbe un corto circuito capace di renderlo inservibile.

La norma descrive un presupposto per la operatività della causa di non punibilità – quella del versare, il sanitario, nella situazione di avere cagionato per colpa da imperizia l’evento lesivo o mortale, pur essendosi attenuto alle linee-guida adeguate al caso di specie – che non è incongruente con la soluzione che promette. Le fasi della individuazione, selezione ed esecuzione delle raccomandazioni contenute nelle linee-guida adeguate sono, infatti, articolate al punto che la mancata realizzazione di un segmento del relativo percorso giustifica ed è compatibile tanto con l’affermazione che le linee-guida sono state nel loro complesso osservate, quanto con la contestuale rilevazione di un errore parziale che, nonostante ciò, si sia verificato, con valenza addirittura decisiva per la realizzazione di uno degli eventi descritti dagli artt. 589 e/o 590 cod. pen..

Si tratta, d’altro canto, di una struttura del precetto che ricalca quella dell’art. 3 del decreto Balduzzi il quale, allo stesso modo, ricavava un’area di irresponsabilità a favore del sanitario che, pur rispettoso (‘si attiene’) delle linee-guida, potesse riconoscersi in colpa nella causazione dell’evento lesivo dipendente dalla propria professione. Una struttura, cioè, metabolizzata dalla giurisprudenza che su di essa ha edificato un complesso apparato ricostruttivo del precetto.

In tal senso, la sentenza Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, nel commentare la portata dell’art. 3 del decreto Balduzzi, aveva osservato, con una affermazione utile anche relativamente alla formulazione dell’art. 590-sexies, che ‘il professionista (che) si orienti correttamente in ambito diagnostico o terapeutico, si affidi cioè alle strategie suggeritegli dal sapere scientifico consolidato, inquadri correttamente il caso nelle sue linee generali e tuttavia, nel concreto farsi del trattamento, commetta qualche errore pertinente proprio all’adattamento delle direttive di massima alle evenienze ed alle peculiarità che gli si prospettano nello specifico caso clinico’ è l’agente che in base al decreto del 2012 non rispondeva per colpa lieve

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9.1. L’errore non punibile non può, però, alla stregua della novella del 2017, riguardare – data la chiarezza dell’articolo al riguardo – la fase della selezione delle linee-guida perché, dipendendo il ‘rispetto’ di esse dalla scelta di quelle ‘adeguate’, qualsiasi errore sul punto, dovuto a una qualsiasi delle tre forme di colpa generica, porta a negare l’integrazione del requisito del ‘rispetto’.

Ne consegue che la sola possibilità interpretativa residua non può che indirizzarsi sulla fase attuativa delle linee-guida, sia pure con l’esigenza di individuare opportuni temperamenti che valgano a non esporre la conclusione a dubbi o censure sul piano della legittimità costituzionale, per irragionevolezza o contrasto con altri principi del medesimo rango.

La ratio di tale conclusione si individua nella scelta del legislatore di pretendere, senza concessioni, che l’esercente la professione sanitaria sia non solo accurato e prudente nel seguire la evoluzione del caso sottopostogli ma anche e soprattutto preparato sulle leges artis e impeccabile nelle diagnosi anche differenziali; aggiornato in relazione non solo alle nuove acquisizioni scientifiche ma anche allo scrutinio di esse da parte delle società e organizzazioni accreditate, dunque alle raccomandazioni ufficializzate con la nuova procedura; capace di fare scelte ex ante adeguate e di personalizzarle anche in relazione alle evoluzioni del quadro che gli si presentino. Con la conseguenza che, se tale percorso risulti correttamente seguito e, ciononostante, l’evento lesivo o mortale si sia verificato con prova della riconduzione causale al comportamento del sanitario, il residuo dell’atto medico che appaia connotato da errore colpevole per imperizia potrà, alle condizioni che si indicheranno, essere quello che chiama in campo la operatività della novella causa di non punibilità.

Infatti, nel caso descritto, che è indispensabile contemplare per dare attuazione alla nuova riforma, può dirsi che si rimanga nel perimetro del ‘rispetto delle linee guida’, quando cioè lo scostamento da esse è marginale e di minima entità.

9.2. Viene di nuovo in considerazione, per tale via, la necessità di circoscrivere un ambito o, se si vuole, un grado della colpa che, per la sua limitata entità, si renda compatibile con la attestazione che il sanitario in tal modo colpevole è tributario della esenzione dalla pena per avere rispettato, nel complesso, le raccomandazioni derivanti da linee-guida adeguate al caso di specie.

Tanto più ove si consideri contestualmente che, come sottolineato nel parere espresso dalla Commissione giustizia del Senato sul disegno di legge approvato dalla Camera in prima lettura, il testo è volto ad assicurare una tutela effettiva della salute del paziente anche nello specifico ambito del processo civile garantendogli il risarcimento dovutogli in base ad una sentenza, attraverso una serie di strumenti disciplinati dall’art. 7, oltre, tra l’altro, la previsione del sistema di assicurazione obbligatoria (art. 9) accompagnato dalla azione diretta nei confronti della compagnia assicuratrice (art. 12).

A ciò va aggiunto che la contemplazione di un errore lieve (da imperizia) esente da sanzione penale ha, come pendant e rafforzamento sul piano sistemico, all’interno della legge Gelli-Bianco, la disciplina (art. 16) che favorisce i flussi informativi volti a far emergere le criticità nel compimento della ordinaria attività professionale, onde elaborarle e superarle, con divieto di utilizzazione di quei flussi nel processo penale: un insieme coordinato di regole, cioè, finalizzato ad una gestione del rischio clinico sempre più responsabilizzante per la stessa struttura organizzativa e senza la frustrante ricerca, in ogni caso, di un capro espiatorio.

È necessario peraltro sottolineare che non osta a tale scelta interpretativa l’obiezione di fondo, scaturente dalla giurisprudenza passata in tema di esclusione della operatività in ambito penale dell’art. 2236 cod. civ., nonché da una parte dalla dottrina, secondo cui non è consentita e comunque non ha senso la distinzione tra colpa lieve e colpa grave nel diritto penale ove, applicando rigorosamente il criterio della valutazione ex ante ed in concreto il giudizio di prevedibilità ed evitabilità proprio della colpa, sono già presenti tutti gli strumenti per la risoluzione dei casi liminari, potendosi giungere, per essi, alla esclusione, in radice, della ravvisabilità della colpa.

Invero, non solo la previsione esplicita della ‘colpa lieve’ come ambito di esclusione della responsabilità, nel decreto Balduzzi, ha dimostrato che è già stato legittimato, dal legislatore, un approccio dogmatico diverso, apprezzabile non solo come opzione meramente interpretativa o ricognitiva dei termini generali di definizione della colpa, ma come possibilità aggiuntiva di misurazione di questa a fini diversi da quelli – già previsti dall’art. 133, primo comma, n. 3, cod. pen. – di commisurazione della pena. In più, l’interpretazione qui accolta, rispetto a quella appena ricordata, è destinata ad ampliare il novero dei comportamenti che si sottraggono legittimamente all’intervento del giudice penale e a far risaltare concretamente la intuibile volontà del legislatore di proseguire lungo la direttrice segnata dal decreto Balduzzi; soprattutto con la finalità di impedire che l’abrogazione di questo apra scenari di automatica reviviscenza dei pregressi indirizzi interpretativi che, per la loro estrema severità nel passato, sono all’origine del porsi del tema delle risposte difensive dei sanitari.

D’altra parte, il timore che la distinzione tra colpa lieve e colpa grave possa essere anche fonte di scelte non prevedibili e ondivaghe, dipendenti dalla ampiezza della valutazione del giudice e quindi in contrasto con la necessaria tassatività del precetto, non tiene conto che analogo timore sarebbe ravvisabile, a monte, riguardo al giudizio sulla ‘esigibilità’ della condotta, ossia al momento valutativo, qualificante per la individuazione stessa della colpevolezza: timori da sempre adeguatamente contrastati dalla complessa opera ricostruttiva, in seno alla dottrina e alla giurisprudenza, riguardo ai criteri utili per la tendenziale definizione dei giudizi in esame e, nella presente decisione, utilmente richiamati.

  1. La ricerca ermeneutica conduce a ritenere che la norma in esame continui a sottendere la nozione di ‘colpa lieve’, in linea con quella che l’ha preceduta e con la tradizione giuridica sviluppatasi negli ultimi decenni. Un complesso di fonti e di interpreti che ha mostrato come il tema della colpa medica penalmente rilevante sia sensibile alla questione della sua graduabilità, pur a fronte di un precetto, quale l’art. 43 cod. pen., che scolpisce la colpa senza distinzioni interne.

Dal punto di vista teorico non si individua alcuna ragione vincolante per la quale tale conclusione debba essere scartata, diversamente da quanto ritenuto da entrambe le sentenze che hanno dato luogo al contrasto.

Queste, peraltro, proprio sulla base di una conclusione di tal genere, fatta discendere dal silenzio della legge, si sono trovate a polarizzare in modo opposto le relative conclusioni, avendo osservato, la sentenza De Luca-Tarabori, che l’esonero complessivo da pena, destinato ad inglobare anche il responsabile di colpa grave da imperizia, non è praticabile perché genera una situazione in contrasto con il principio di colpevolezza e, la sentenza Cavazza, che la novella causa di non punibilità è destinata a operare senza distinzione del grado della colpa.

Al contrario, ritengono le Sezioni Unite che la mancata evocazione esplicita della colpa lieve da parte del legislatore del 2017 non precluda una ricostruzione della norma che ne tenga conto, sempre che questa sia l’espressione di una ratio compatibile con l’esegesi letterale e sistematica del comando espresso.

10.1. In tale prospettiva appare utile giovarsi, in primo luogo, dell’indicazione proveniente dall’art. 2236 cod. civ..

L’articolazione colpa grave/altre tipologie di condotte rimproverabili, pur causative dell’evento, è presente nelle valutazioni giurisprudenziali sui limiti della responsabilità penale del sanitario che, sotto diversi profili, hanno valorizzato nel tempo i principi e la ratio della disposizione contenuta nella norma citata, plasmata, invero, nell’ambito civilistico del riconoscimento del danno derivante da prestazioni che implichino soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà e che lo esclude, appunto, salvo il caso di dolo o colpa grave.

Ebbene, tralasciando l’ormai sopito dibattito sulla non diretta applicabilità del precetto al settore penale per la sua attinenza alla esecuzione del rapporto contrattuale o al danno da responsabilità aquiliana, merita di essere valorizzato il condivisibile e più recente orientamento delle sezioni penali che hanno comunque riconosciuto all’art. 2236 la valenza di principio di razionalità e regola di esperienza cui attenersi nel valutare l’addebito di imperizia, qualora il caso concreto imponga la soluzione del genere di problemi sopra evocati ovvero qualora si versi in una situazione di emergenza.

Ciò che del precetto merita di essere ancor oggi valorizzato è il fatto che, attraverso di esso, già prima della formulazione della norma che ha ancorato l’esonero da responsabilità al rispetto delle linee-guida e al grado della colpa, si fosse accreditato, anche in ambito penalistico, il principio secondo cui la condotta tenuta dal terapeuta non può non essere parametrata alla difficoltà tecnico-scientifica dell’intervento richiesto ed al contesto in cui esso si è svolto (Sez. 4, n. 4391 del 12/11/2011, dep. 2012, Di Lella, Rv.251941; Sez. 4, n. 16328 del 05/04/2011, Montalto, Rv. 251960; Sez. 4, n. 39592 del 21/06/2007, Buggé, Rv. 237875; Sez. 4, n. 1693 del 29/09/1997, dep. 1998, Azzini, non massimata sul punto). Sicché l’eventuale addebito di colpa era destinato a venire meno nella gestione di un elevato rischio senza errori rimproverabili connotati da gravità. Viceversa, quando non si fosse presentata una situazione emergenziale o non fossero da affrontare problemi di particolare difficoltà, non sarebbe venuto in causa il principio dell’art. 2236 cod. civ. e non avrebbe avuto base normativa la distinzione della colpa lieve. Ne conseguiva che il medico in tali ipotesi, come in quelle nelle quali venivano in considerazione le sole negligenza o imprudenza, versava in colpa, essendo pacifico che in queste si dovesse sempre attenere ai criteri di massima cautela.

Un precetto, quello appena analizzato, che mostra di reputare rilevante, con mai perduta attualità, la considerazione per cui l’attività del medico possa presentare connotati di elevata difficoltà per una serie imprevedibile di fattori legati alla mutevolezza del quadro da affrontare e delle risorse disponibili. Sicché, vuoi sotto un profilo della non rimproverabilità della condotta in concreto tenuta in tali condizioni, vuoi sotto quello della mera opportunità di delimitare il campo dei comportamenti soggetti alla repressione penale, sono richieste misurazioni e valutazioni differenziate da parte del giudice.

Non è marginale, del resto, l’avallo dato a tale interpretazione da parte della Corte costituzionale, con sentenza n. 166 del 1973, per taluni aspetti ribadita dalla ordinanza n. 295 del 2013. Un avallo cui, viceversa, va riconosciuta riacquisita rilevanza ai fini che ci occupano, soprattutto a seguito della scelta, operata dalla legge Gelli-Bianco, di rendere la causa di non punibilità operativa soltanto in relazione alla colpa da imperizia, pur dopo che, nel recente passato, la giurisprudenza di legittimità applicativa del sopravvenuto decreto Balduzzi, aveva invece mostrato di propendere per la estensione della irresponsabilità da colpa lieve a tutte le forme di colpa generica. La prima pronuncia del Giudice delle leggi aveva, infatti, ammesso che gli artt. 589 e 42 cod. pen. potessero essere integrati dall’art. 2236 cod. civ., così da ricavarsene il principio, costituzionalmente compatibile, della graduabilità della colpa da ‘imperizia’ del sanitario impegnato nella soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà e il riconoscimento della possibilità di esenzione di una parte di essa dal rilievo pena listico.

La stessa sentenza De Luca-Tarabori evoca tale soluzione sia pure per presentarla come strumento tecnico residuo per perseguire il pur meritevole fine di mandare esente da rimproverabilità l’errore colpevole del sanitario contestato a titolo di imperizia.

10.2. In secondo luogo, è un dato di fatto che il legislatore del 2012 abbia espressamente utilizzato e disciplinato l’ipotesi della ‘colpa lieve’ del sanitario come quella da sottrarre, a condizioni date, alla responsabilità penale.

Tale opzione legislativa prescindeva dalla pregiudiziale della dimostrata situazione di particolare difficoltà tecnica ed era invece plasmata sul criterio della conformazione alle linee-guida, con riferimento a situazioni che potevano sottrarsi alla repressione penale anche quando non qualificate da speciale difficoltà. Con l’avvertenza che se, da un lato, tale ultima condizione è quella che, di regola, ha minore attitudine a generare ‘colpa lieve’, dall’altro possono darsi condotte del sanitario che, pur rientranti agevolmente in linee-guida standardizzate, risultano di difficile esecuzione per la urgenza o per l’assenza di presidi adeguati.

Quella opzione ha dato luogo ad una cospicua elaborazione giurisprudenziale volta a fissare i criteri utili per individuare preventivamente e, quindi, in sede giudiziaria riconoscere il grado lieve della colpa, del quale – stante l’esplicito testo normativo sopravvenuto – non sembra ragionevole negarsi la idoneità alla convivenza con i principi generali dettati dall’art. 43 cod. pen..

Questi, peraltro, continuano ad avere piena applicazione con riferimento alla colpa da negligenza e da imprudenza.

Basterà, al fine di dare pratica attuazione alla lettura dell’art. 590-sexies qui accreditata, rievocare i canoni maggiormente condivisi nel recente passato, sollecitati dall’esigenza di contrastare gli effetti di interpretazioni eccessivamente severe, nella cui filigrana traspariva una non condivisibile tendenza a fare della relazione sanitaria una ‘obbligazione di risultato’, laddove il fine di garantire la ‘sicurezza delle cure’ ne ribadisce la natura di ‘obbligazione di mezzi’.

È da ribadire, cioè, quanto già sostenuto in molte sentenze pubblicate sotto la vigenza del decreto Balduzzi (tra le molte, Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, Rv. 255105; Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri) in ordine al fatto che la colpa sia destinata ad assumere connotati di grave entità solo quando l’approccio terapeutico risulti marcatamente distante dalle necessità di adeguamento alle peculiarità della malattia, al suo sviluppo, alle condizioni del paziente. Ovvero, per converso, quando i riconoscibili fattori che suggerivano l’abbandono delle prassi accreditate assumano rimarchevole, chiaro rilievo e non lascino residuare un dubbio plausibile sulla necessità di un intervento difforme e personalizzato rispetto alla peculiare condizione del paziente: come nel caso di ‘patologie concomitanti’ emerse alla valutazione del sanitario, e indicative della necessità di considerare i rischi connessi.

Nella demarcazione gravità/lievità rientra altresì la misurazione della colpa sia in senso oggettivo che soggettivo e dunque la misura del rimprovero personale sulla base delle specifiche condizioni dell’agente e del suo grado di specializzazione; la problematicità o equivocità della vicenda; la particolare difficoltà delle condizioni in cui il medico ha operato; la difficoltà obiettiva di cogliere e collegare le informazioni cliniche; il grado di atipicità e novità della situazione; la impellenza; la motivazione della condotta; la consapevolezza o meno di tenere una condotta pericolosa (oltre alle precedenti, Sez. 4, n. 22405 del 08/05/2015, Piccardo, Rv. 263736; Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, Rv. 260740).

In altri termini, è da condividere l’assunto consolidato nella giurisprudenza di legittimità secondo cui la valutazione sulla gravità della colpa (generica) debba essere effettuata ‘in concreto’, tenendo conto del parametro dell’homo eiusdem professionis et condicionis, che è quello del modello dell’agente operante in concreto, nelle specifiche condizioni concretizzatesi.

Meritano di essere ricordati, tali criteri, non sempre in relazione diretta al loro contenuto, riferito anche alla rimproverabilità del momento di ‘scelta’ delle linee-guida adeguate al caso concreto che, come si è visto, esorbita dal perimetro di operatività della novella causa di non punibilità. Piuttosto è utile richiamare l’elaborazione del metodo ‘quantitativo’, del quantum dello scostamento dal comportamento che ci si sarebbe attesi come quello utile, per determinare il grado della colpa.

La discrezionalità del giudice, ravvisabile nel dare pratica attuazione ai detti criteri nel contesto del decreto Balduzzi che li connetteva a linee-guida e buone pratiche di non univoca individuazione, risulta oggi drasticamente ricomposta attraverso la novella che riguarda il procedimento pubblicistico per la formalizzazione delle linee-guida rilevanti.

Oltre a ciò, la circoscrizione, dovuta alla legge Gelli-Bianco, della causa di non punibilità alla sola imperizia spinge ulteriormente verso l’opzione di delimitare il campo di operatività della causa di non punibilità alla ‘colpa lieve’, atteso che ragionare diversamente e cioè estendere il riconoscimento della esenzione da pena anche a comportamenti del sanitario connotati da ‘colpa grave’ per imperizia – come effettuato dalla sentenza Cavazza – evocherebbe, per un verso, immediati sospetti di illegittimità costituzionale per disparità di trattamento ingiustificata rispetto a situazioni meno gravi eppure rimaste sicuramente punibili, quali quelle connotate da colpa lieve per negligenza o imprudenza; determinerebbe, per altro verso, un evidente sbilanciamento nella tutela degli interessi sottesi, posto che la tutela contro la ‘medicina difensiva’ e, in definitiva, il miglior perseguimento della salute del cittadino ad opera di un corpo sanitario non mortificato né inseguito da azioni giudiziarie spesso inconsistenti non potrebbero essere compatibili con l’indifferenza dell’ordinamento penale rispetto a gravi infedeltà alle leges artis, né con l’assenza di deroga ai principi generali in tema di responsabilità per comportamento colposo, riscontrabile per tutte le altre categorie di soggetti a rischio professionale; determinerebbe, infine, rilevanti quanto ingiuste restrizioni nella determinazione del risarcimento del danno addebitabile all’esercente una professione sanitaria ai sensi dell’art. 7 della legge Gelli-Bianco, poiché è proprio tale articolo, al comma 3, a stabilire una correlazione con i profili di responsabilità ravvisabili ex art. 590-sexies cod. pen..

10.3. È indicativa, in terzo luogo, l’evoluzione dei lavori parlamentari.

L’originario testo della legge approvato dalla Camera mostrava di volere differenziare, ai fini della esenzione da responsabilità, la colpa grave (da imperizia) dagli altri minori gradi della (stessa tipologia di) colpa, in una prospettiva specifica. Nel senso, cioè, che la colpa non grave (da imperizia) era automaticamente inclusa in detta esenzione anche a prescindere dal raffronto con linee-guida, mentre quella grave dello stesso tipo lo era alla condizione del rispetto delle stesse linee-guida.

La scomparsa della detta previsione dal testo successivamente passato al vaglio dell’altro ramo del Parlamento non può però dirsi un ripudio tout court della differenziazione del grado della colpa, non risultando in tal senso esplicitata la volontà del legislatore in alcun passo dei lavori preparatori, quanto piuttosto, come auspicato nel citato Parere della Commissione Giustizia del Senato, l’espressione della rinuncia a quella peculiare distinzione che si poneva come tendenzialmente apparente e quindi fortemente a rischio di censura per incostituzionalità, perché garantiva una tutela eccessivamente e irragionevolmente estesa alla colpa tecnica del sanitario in tutte le sue espressioni, essendo per di più, la esclusione della imperizia grave in caso di rispetto delle linee-guida, conformata in una sorta di presunzione che poteva essere vinta soltanto con la prova delle ‘rilevanti specificità del caso concreto’.

Si apprende, dai resoconti delle discussioni della Commissione giustizia del Senato del 7, 8 e 21 giugno 2016 – mostratasi interessata a cristallizzare certi approdi della giurisprudenza di legittimità e a sollecitare una apposita riformulazione dell’art. 6 poi realizzata -, semmai un reiterato ed esplicitato timore del legislatore che il comma 2 del precetto della legge in itinere si prestasse, attraverso la condizione del rispetto delle linee-guida, ad una interpretazione aperta alla esclusione della responsabilità penale anche per imperizia grave; evenienza non perseguita, oltre che in aperta discontinuità con i principi del decreto Balduzzi, nel cui solco, tanto nei lavori della Camera in prima lettura quanto in quelli del Senato, si dichiara di volersi mantenere.

Specularmente, può dunque ammettersi che la colpa lieve è rimasta intrinseca alla formulazione del nuovo precetto, posto che la costruzione della esenzione da pena per il sanitario complessivamente rispettoso delle raccomandazioni accreditate in tanto si comprende in quanto tale rispetto non sia riuscito ad eliminare la commissione di errore colpevole non grave, eppure causativo dell’evento.

In conclusione, la colpa dell’esercente la professione sanitaria può essere esclusa in base alla verifica dei noti canoni oggettivi e soggettivi della configurabilità del rimprovero e altresì in ragione della misura del rimprovero stesso. Ma, in quest’ultimo caso – e solo quando configurante ‘colpa lieve’ -, le condizioni richieste sono il dimostrato corretto orientarsi nel campo delle linee-guida pertinenti in relazione al caso concreto ed il progredire nella fase della loro attuazione, ritenendo l’ordinamento di non punire gli adempimenti che si rivelino imperfetti.

  1. Sul quesito proposto devono quindi affermarsi i seguenti principi di diritto:

‘L’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica:

  1. a) se l’evento si è verificato per colpa (anche ‘lieve’) da negligenza o imprudenza;
  2. b) se l’evento si è verificato per colpa (anche ‘lieve’) da imperizia quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali;
  3. c) se l’evento si è verificato per colpa (anche ‘lieve’) da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche clinico-assistenziali non adeguate alla specificità del caso concreto;
  4. d) se l’evento si è verificato per colpa ‘grave’ da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle speciali difficoltà dell’atto medico’.
  5. Il connesso tema concernente la individuazione della legge più favorevole, in dipendenza dai principi posti dall’art. 2, quarto comma, cod. pen. sulla successione delle leggi penali nel tempo, trova il proprio naturale sviluppo raffrontando il contenuto precettivo dell’art. 590-sexies cod. pen., come individuato, con quello dell’art. 3, abrogato.

Si enucleano soltanto i casi immediatamente apprezzabili.

In primo luogo, tale ultimo precetto risulta più favorevole in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario – commessi prima della entrata in vigore della legge Gelli-Bianco – connotati da negligenza o imprudenza, con configurazione di colpa lieve, che solo per il decreto Balduzzi erano esenti da responsabilità quando risultava provato il rispetto delle linee-guida o delle buone pratiche accreditate.

In secondo luogo, nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve, che sia caduto sul momento selettivo delle linee-guida e cioè su quello della valutazione della appropriatezza della linea-guida era coperto dalla esenzione di responsabilità del decreto Balduzzi (v. Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, non massimata sul punto), mentre non lo è più in base alla novella che risulta anche per tale aspetto meno favorevole.

In terzo luogo, sempre nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve nella sola fase attuativa andava esente per il decreto Balduzzi ed è oggetto di causa di non punibilità in base all’art. 590-sexies, essendo, in tale prospettiva, ininfluente, in relazione alla attività del giudice penale che si trovi a decidere nella vigenza della nuova legge su fatti verificatisi antecedentemente alla sua entrata in vigore, la qualificazione giuridica dello strumento tecnico attraverso il quale giungere al verdetto liberatorio.

Analogamente, agli effetti civili, l’applicazione dell’art. 3, comma 1, del decreto Balduzzi prevedeva un coordinamento con l’accertamento del giudice penale, nella cornice dell’art. 2043 cod. civ., ribadito dall’art. 7, comma 3, della legge Gelli-Bianco. La responsabilità civile anche per colpa lieve resta ferma (v. Sez. 3 civ., n. 4030 del 19/02/2013; Sez. 4 civ., ord. n. 8940 del 17/04/2014) a prescindere, dunque, dallo strumento tecnico con il quale il legislatore regoli la sottrazione del comportamento colpevole da imperizia lieve all’intervento del giudice penale.

  1. In ordine ai motivi di ricorso, deve rilevarsene la inammissibilità perché diversi da quelli che possono legittimamente fondare l’impugnazione dinanzi a questa Corte di legittimità. La inammissibilità del ricorso impedisce, altresì, la rilevazione della prescrizione atteso che il termine per la estinzione del reato non è più decorso dalla data della pronuncia della sentenza impugnata, che non può dirsi seguita dalla valida instaurazione di un rapporto processuale in prosecuzione.

13.1. La prima doglianza viene prospettata come vizio di motivazione anche nella forma del travisamento della prova (quella dichiarativa della teste A. ) con riferimento alla ricostruzione dei fatti che precedettero il finale ricovero della persona offesa. In altri termini, posto che la rimproverabilità della condotta del neurochirurgo, censurata dai giudici di merito come ingiustificatamente manchevole, si fonda sull’assunto della sua piena consapevolezza dei gravissimi sintomi neurologici, comunicatigli dallo stesso P. la mattina del 24 ottobre 2008, il punto toccato dalla difesa è quello del mancato raggiungimento della prova – e a maggior ragione di una plausibile motivazione – riguardo alla effettività e pienezza di detta conoscenza.

Per far ciò, il difensore ricorrente aggredisce la motivazione nel punto riguardante la asserita attendibilità della persona offesa – che tanto ha sostenuto – nonché il giudizio della Corte di merito riguardo alla idoneità della testimonianza della A. a costituire valido riscontro e comunque prova aggiuntiva della bontà del costrutto del denunciante: tale prova dichiarativa sarebbe, sul punto, frutto di domande suggestive della accusa.

Si tratta di censure volte, in realtà, a criticare inammissibilmente il punto di vista accolto e ampiamente motivato nella sentenza impugnata, sul piano della opinabilità piuttosto che su quello della decisiva carenza o manifesta illogicità.

La evenienza di domande suggestive da parte del pubblico ministero risulta dedotta per la prima volta con il ricorso e in nessun modo riesce a dare corpo a una ammissibile censura sulla illogicità della motivazione riguardante la credibilità della teste, la quale è stata fondata su una serie di ulteriori elementi di fatto valorizzati in sentenza e non contestati nel ricorso.

Anche il tema della prova oggettiva della effettiva manifestazione, sin dal 24 ottobre, dei sintomi della cauda per i quali le linee-guida prescrivono un intervento di decompressione nelle 24-48 ore, risulta congruamente affrontato nella sentenza impugnata ove sono posti in evidenza i numerosi e gravi elementi (la certificazione rilasciata dal dott. D.B. ; la assoluta non significatività della diversa data riportata nella relazione di dimissione del paziente dal C.T.O. di Firenze l’11 novembre; il grado di recupero incompleto del paziente, dopo l’intervento, come accertato dal c.t. della persona offesa) dimostrativi della correttezza della ricostruzione sostenuta dalla accusa e del tutto razionalmente condivisa dai giudici, con una motivazione alla quale la difesa ricorrente oppone soltanto diversi elementi di fatto, considerazioni congetturali e, in definitiva, una alternativa ricostruzione di quelli, che è prospettiva non perseguibile nella sede di legittimità.

13.2. Il secondo motivo è inammissibile per analoghe considerazioni.

La contestazione della motivazione sul nesso di causalità ha natura e valenza meramente fattuali, fondandosi sul presupposto della preferibilità della tesi dell’imputato circa il momento in cui ebbe effettivamente conoscenza della gravità dei sintomi e della condizione del paziente e, conseguentemente spostata in avanti di una settimana tale evenienza -, sulla richiesta che sia riconosciuta la assenza di qualsiasi rimproverabilità nelle sue scelte diagnostiche e terapeutiche. Il tutto, con sollecitazione, altresì, del riconoscimento che il rapporto di causalità con l’evento andrebbe ridelineato, dovendo esso essere riferito all’unica condotta colpevole individuabile: quella della persona offesa che, pure invitata tempestivamente a recarsi al pronto soccorso, avrebbe lasciato trascorrere numerosi giorni prima di sottoporsi all’intervento chirurgico.

Ebbene, va ribadito che la proposta di alternativa ricostruzione delle emergenze fattuali non è ricevibile dalla Cassazione, dovendosi piuttosto notare che il rapporto di causalità è stato razionalmente delineato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, nel rispetto degli approdi condivisi della giurisprudenza di legittimità (Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002, Franzese, Rv. 22213). Con riferimento, cioè, alla natura della patologia accertata; alla gravità dei relativi sintomi che danno indicazione di intervento urgente nelle 48 ore secondo le acquisizioni scientifiche non contestate nemmeno dalla difesa; al momento di acquisizione della conoscenza dei sintomi da parte del sanitario cui il paziente si era affidato; al comportamento gravemente negligente e ingiustificatamente omissivo, motivo dell’inescusabile ritardo che ha dato luogo al non tempestivo riconoscimento della patologia, al suo aggravamento e all’instaurarsi dei postumi neurologici accertati.

Un comportamento che la giurisprudenza costante di questa Corte inquadra nella cornice della negligenza avendo il medico l’obbligo di seguire, appunto con diligenza, il decorso della sintomatologia del paziente che a lui si affida ed essendo suo dovere assicurare, attraverso i concordati controlli periodici, nonché interpretando e valorizzando le sintomatologie riferite, o comunque apprese, che l’intervento eventualmente richiesto con urgenza abbia luogo o venga indicato come indifferibile, mediante le necessarie comunicazioni (vedi, tra le molte, Sez. 4, n. 40703 del 14/06/2016, Roggia, Rv. 267778).

Cartella clinica lacunosa: la struttura sanitaria risponde delle complicanze post-operatorie

Tribunale, Como, sez. II civile, sentenza 23/04/2018

Sul punto va fatta applicazione dei principi sanciti dalla giurisprudenza di legittimità – in materia di responsabilità del medico ma ugualmente applicabili anche ai casi, come quello di specie, di responsabilità della struttura sanitaria – secondo cui “in tema di responsabilità professionale sanitaria, l’eventuale incompletezza della cartella clinica è circostanza di fatto che il giudice può utilizzare per ritenere dimostrata l’esistenza di un valido nesso causale tra l’operato del medico e il danno patito dal paziente soltanto quando proprio tale incompletezza abbia reso impossibile l’accertamento del relativo nesso eziologico e il professionista abbia comunque posto in essere una

condotta astrattamente idonea a provocare il danno” (Cass. 27561/2017, Cass. 12218/2015). Del pari, è stato affermato che “la difettosa tenuta della cartella clinica da parte dei sanitari non può pregiudicare sul piano probatorio il paziente, cui anzi, in ossequio al principio di vicinanza della prova, è dato ricorrere a presunzioni se sia impossibile la prova diretta a causa del comportamento della parte contro la quale doveva dimostrarsi il fatto invocato. Tali principi operano non solo ai fini dell’accertamento dell’eventuale colpa del medico, ma anche in relazione alla stessa individuazione del nesso eziologico fra la sua condotta e le conseguenze dannose subite dal paziente” (Cass. 6209/2016).

In definitiva, nel caso di specie deve ritenersi accertata la responsabilità dell’Istituto Clinico S.p.a., responsabilità che trae fondamento sia, ai sensi dell’art. 1228 c.c., per l’inadempimento del personale sanitario della struttura, sia, ai sensi dell’art. 1218 c.c., per l’inadempimento, proprio e diretto, degli obblighi contrattuali ricadenti sulla struttura stessa, laddove il pregiudizio patito dalla paziente risulti causalmente riconducibile ad una inadempienza alle obbligazioni ad essa facenti carico, tra le quali, come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, vi è quella principale di approntare le necessarie cure attraverso personale medico preparato ed adeguato alla patologia (ex pluribus, Cass. Sez. Un. 1 luglio 2002 n. 9556, 14 luglio 2004 n. 13066, v. anche Cass. 28 novembre 2007 n. 24759; Cass. 10743/2009). Infatti, all’esito

dell’istruttoria di causa è emerso che l’Istituto è incorso nell’inadempimento dei suddetti obblighi, in quanto il personale sanitario della struttura, in occasione dell’intervento del 20.10.2011 non ha eseguito correttamente il posizionamento della paziente sul tavolo operatorio, non tenendo conto del fattore di rischio riportato dalla stessa (rischio di lesione da malposizionamento per obesità). E’ altresì emerso il nesso di causa tra tale condotta del personale sanitario e i danni lamentati dall’attrice, poiché tale nesso è stato ravvisato dal CTU e, in applicazione dei summenzionati principi giurisprudenziali, può altresì desumersi dalla incompletezza della cartella clinica sul punto.

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Il nesso causale che deve provare il paziente si configura come il collegamento che deve intercorrere tra la condotta imprudente, imperita o negligente del medico e la patologia o il suo aggravamento che da questa è conseguita.

Occorre cioè dimostrare che la lesione che il paziente patisce sia la conseguenza della cattiva condotta del sanitario.

Per compiere tale accertamento, è necessario eliminare alcuni comportamenti per verificare se, in assenza di questi, la lesione si sarebbe comunque verificata. Viene dunque applicata la cosiddetta teoria condizionalistica, ben nota in ambito penale.

Ciò che distingue l’accertamento del nesso causale in ambito civile è però l’applicazione della regola del “più probabile che non”. Mentre il penale occorre un accertamento che vada oltre “ogni ragionevole dubbio”, in ambito civile un evento potrà dirsi causato da una determinata condotta se è più probabile che, senza di essa, questo non si sarebbe verificato (Cass. S.U.  n. 581/2008).

Ciò che appare problematico nell’accertamento del nesso causale è che, come ricostruito dalla Corte di Cassazione, esso si configura come una relazione tra due fatti da accertare a posteriori.

Non si tratta di per sé di un fatto, ma di un giudizio. Un ragionamento che si ricostruisce sulla base di dati fattuali.

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GIUSTO RISARCIMENTO CHIAMA L’AVVOCATO

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Sul punto va fatta applicazione dei principi sanciti dalla giurisprudenza di legittimità – in materia di responsabilità del medico ma ugualmente applicabili anche ai casi, come quello di specie, di responsabilità della struttura sanitaria – secondo cui “in tema di responsabilità professionale sanitaria, l’eventuale incompletezza della cartella clinica è circostanza di fatto che il giudice può utilizzare per ritenere dimostrata l’esistenza di un valido nesso causale tra l’operato del medico e il danno patito dal paziente soltanto quando proprio tale incompletezza abbia reso impossibile l’accertamento del relativo nesso eziologico e il professionista abbia comunque posto in essere una

condotta astrattamente idonea a provocare il danno”

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prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defunto

SOLDI PRELEVATI PRIMA DAL CONTO DEL DEFUNTO, SI POSSONO RECLAMARE?

SUCCEDE MOLTO SPESSO CHE GLI EREDI SIA DUBBIOSI L’UNO DELL’ALTRO PENSANDO CHE IL PARENTE ABBIA PRELEVATO DAL CONTO DEL DEFUNTO PRIMA DELLA MORTE 

Vi è un’azione attraverso cui chiunque affermi di essere erede può chiedere il riconoscimento della qualità ereditaria contro chiunque possegga tutti o parte dei beni ereditari a titolo successorio che non compete (possessor pro herede) o senza alcun titolo (possessor pro possessore) al fine di ottenere il rilascio dei beni stessi.

prelievi effettuati dal conto corrente del de cuius, prima del decesso. La Suprema Corte ha affermato che tali somme non costituiscono beni ereditari e che, di conseguenza, le controversie relative non spettano al tribunale competente per la successione.

BOLOGNA MILANO PAVIA  VICENZA PADOVA ROVIGO BELLUNO PORDENONE

AVVOCATO ESPERTO SERGIO ARMAROLI CHIAMA 051 6447838 SEDE  UNICA A BOLOGNA 

Con sentenza n. 8611 del 9 aprile scorso, la Corte di Cassazione si è pronunciata in materia di successione, con particolare riferimento alla natura dei beni ereditari.

 

Titolare conto corrente – Decesso – Delegati – Esecuzione di operazioni bancarie in danno dell’unico erede legittimo

SEPARAZIONE DIVORZIO BOLOGNA competenza, al riconoscimento e all'esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale   RAPPORTI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA  UN CITTADINO ITALIANO E  UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE  UE
decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale RAPPORTI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA UN CITTADINO ITALIANO E UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE UE

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prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defunto

 

UNA DELLE PROBLEMATICHE MAGGIORI NELLA SUCCESSIONE E’ VALUTARE  SE I COEREDI HANNO FATTO PRELIEVI O HANNO RICEVUTO DONAZIONI DAL DE CUIS PRIMA DELLA MORTE DELLO STESSO

AVVOCATO ESPERTO VALUTAZIONE E RINTRACCIO ASSE EREDITARIO BOLOGNA, VICENZA TREVISO PADOVA, RAVENNA FORLI 051 6447838 051 6447838 051 644783

conto cointestato:

secondo cassazione la solidarietà attiva permane anche dopo la morte del contitolare

La Corte di Cassazione civile, Sez. II, con ordinanza del 19 marzo 2021 n. 7862, stablisce : 

nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio, e l’adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell’altro contitolare

La Cassazione ha  precisato come, nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone con facoltà per le medesime di compiere operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizzi una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari che non determina l’estinzione del rapporto.

Per effetto del principio di solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione ciascuno dei cointestatari ha diritto di pretendere la prestazione per l’intero, cioè a dire, il contitolare superstite può chiedere l’adempimento dell’intero saldo e l’istituto è legittimato a liquidarlo al cointestatario superstite.

 
 

 

prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defunto

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  • UNA DELLE PROBLEMATICHE MAGGIORI NELLA SUCCESSIONE E’ VALUTARE  SE I COEREDI HANNO FATTO PRELIEVI O HANNO RICEVUTO DONAZIONI DAL DE CUIS PRIMA DELLA MORTE DELLO STESSO
  • AVVOCATO ESPERTO VALUTAZIONE E RINTRACCIO ASSE EREDITARIO BOLOGNA, VICENZA TREVISO PADOVA, RAVENNA FORLI
  • CASO CLASSICO, IL DE CUIUS O DEFUNTO AVEVA ESEMPIO TRECENTOMILA EURO NEL CONTO CORRENTE, E NEI MEDI PRIMA DEL DECESSO SONO SPARITI, OVVIO CHE QUALCUNO L IHA PRESI, OCCORRE INDAGARE, STUDIARE ANALIZZARE I MOVIMENTI DEL CONTO CORRENTE E RISALIRE A CHI SONO ANDATI QUEI SOLDI PE RCHIEDERNE LA RIPETIZIONE O IL CONTEGGI NELLE QUOTE EREDITARIE
  •  
  • PER ESEMPIO CAIO HA TRE  FIGLI E SEI MESI PRIMA DELLA MORTE AVEVA TRA CONTO CORENTE E TITOLI 800.000 ,OO0 EURO.
  • ALLA MORTE NE HA SOLO DUECENTO ,OCCORRE VALUTARE CHI LI HA PRESI O A CHI LE HA DATI CAIO PRIMA DI MORIRE
  •  
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AVVOCATO ESPERTO DI EREDITA’ E CAUSE EREDITARIE

FAI VALERE I TUOI DIRITTI

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  • L'erede (1) può chiedere il riconoscimento della sua qualità ereditaria contro chiunque possiede tutti o parte dei beni ereditari (2) a titolo di erede o senza titolo alcuno (3), allo scopo di ottenere la restituzione dei beni medesimi

L’erede (1) può chiedere il riconoscimento della sua qualità ereditaria contro chiunque possiede tutti o parte dei beni ereditari (2) a titolo di erede o senza titolo alcuno (3), allo scopo di ottenere la restituzione dei beni medesimi

Cosa succede delle somme che uno degli eredi o un terzo ha prelevato dal conto del defunto prima della sua morte?
Se le somme vengano prelevati dal conto corrente intestato al de cuius prima dell’apertura della successione, questi non si considerano ricompresi nell’asse ereditario (Cassazione Civile, Sezione Terza, ordinanza n. 8611 del 9 aprile 2018), dunque, non potranno considerarsi beni ereditari: ciò che l’erede può reclamare con l’hereditatis petitio – azione nella quale l’erede non subentra al de cuius, ma che a lui viene attribuita ex novo – sono i beni nei quali egli è succeduto mortis causa al defunto, ossia i beni che, al tempo dell’apertura della successione,

erano compresi nell’asse ereditario (cfr. Cass., Sez. 2, 2 agosto 2001, n. 10557; Cass., Sez. 2, 16 gennaio 2009, n. 1074); ne consegue che l’azione non può essere esperita per far ricadere in successione somme di denaro che l’ereditando abbia, prima della sua morte, rimesso a mezzo assegni bancari, senza una apparente causa giustificativa, al futuro erede e che questi abbia o abbia avuto nella disponibilità, non già a titolo di erede o senza titolo alcuno, bensì in forza di un titolo giuridico preesistente ed indipendente rispetto alla morte del de cuius (cfr. Cass., Sez. 2, 23 ottobre 1974, n. 3067; Cass., Sez. 2, 19 marzo 2001, n. 3939)…”. – deve dunque affermarsi la competenza per territorio del Tribunale di Chieti – Sezione distaccata di Ortona, avanti il quale la causa dovrà essere riassunta nel termine previsto dall’art. 50 c.p.c. e che provvederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento     Condotta del genitore pregiudizievole ai figliDei diritti e doveri del figlio

  • Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento
     
     
    Condotta del genitore pregiudizievole ai figliDei diritti e doveri del figlio

Anche i prelievi effettuati prima della morte del de cuius possono essere contestati dagli eredi.

SI PUO’ ESPERIRE L’AZIONE DI CUI ALL’ART 533 CC?

 

AZIONE PETIZIONE EREDITA’ ART 533 CODICE CIVILE

Secondo Cassazione civile sez. II  31 gennaio 2014 n. 2148   la petizione di eredità e l’azione di accertamento della qualità di erede

 differiscono tra loro in quanto, pur condividendo l’accertamento della qualità ereditaria, la prima è azione necessariamente recuperatoria, volta ad ottenere la restituzione dei beni ereditari da chi li possegga a titolo di erede o senza titolo, mentre l’altra è azione essenzialmente dichiarativa, eventualmente corredata da domanda accessoria di condanna non attinente alla restituzione dei beni ereditari. Pertanto, l’azione di accertamento della qualità di coerede, proposta nei confronti di chi possegga i beni ereditari a titolo di erede, corredata dalla domanda di rendiconto della gestione e corresponsione dei relativi frutti, non integra “petitio hereditatis”, ma costituisce azione di accertamento con domanda accessoria di condanna. 

La suprema corte con sentenza Cassazione civile sez. II  14 gennaio 2014 n. 640   afferma

l‘art. 535, primo comma, cod. civ.,

che rinvia alle disposizioni sul possesso in ordine a restituzione dei frutti, spese, miglioramenti e addizioni, si riferisce al possessore di beni ereditari convenuto in petizione di eredità ex art. 533 cod. civ., mentre è estraneo allo scioglimento della comunione ereditaria; esso non si applica, quindi, al condividente che, avendo goduto il bene comune in via esclusiva senza titolo giustificativo, è tenuto alla corresponsione dei frutti civili agli altri condividenti, quale ristoro della privazione del godimento “pro quota”. Rigetta, App. Roma, 08/11/2011

La petizione di eredità Cassazione civile sez. II  14 gennaio 2014 n. 640

ha come presupposto indefettibile che la qualità di erede, al cui riconoscimento è preordinata, sia oggetto di contestazione da

parte di chi detiene i beni ereditari a titolo di erede o senza titolo alcuno, poiché, ove tale contestazione manchi, vengono meno le ragioni di specificità dell’azione di petizione rispetto alla comune rivendicazione, che ha, invero, lo stesso “petitum”.

Deve essere respinta l’azione di petizione di eredità ai sensi dell’art. 533 c.c. nei confronti di soggetti che possiedono Cassazione civile sez. VI  08 ottobre 2013 n. 22915   

 i beni del “de cuius”, quando essa è promossa senza dedurre che tali soggetti possiedono i beni in forza di un titolo successorio inesistente oppure in assenza di titolo.

Con riferimento ad un’azione di petizione ereditaria promossa dal figlio naturale del “de cuius” in epoca successiva al passaggio in giudicato della sentenza Cassazione civile sez. II  05 settembre 2012 n. 14917

di riconoscimento della paternità, il mutamento da buona fede a mala fede, della condizione soggettiva dei chiamati immessi nel possesso dei beni ereditari coincide con la proposizione della predetta azione. 

In ipotesi di azione di petizione di eredità proposta da un figlio naturale del de cuius successivamente al passaggio in giudicato della sentenza di riconoscimento del proprio status, gli eredi, che erano stati immessi nel possesso dei beni ereditari in buona fede, permangono in tale condizione sino al momento della notificazione della domanda di restituzione dei beni medesimi, avendo portata generale il principio della presunzione di buona fede, di cui all’art. 1147 c.c., e determinando la proposizione nei confronti del possessore di una domanda volta ad ottenere la restituzione delle cose il mutamento della situazione di buona fede in mala fede, con conseguente obbligo di rispondere dei frutti successivamente percepiti

prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defunto

Poiché il principio della presunzione di buona fede di cui all’art. 1147 c.c. ha portata generale e non limitata all’istituto del possesso in relazione al quale è enunciato e poiché il possessore di buona fede è tenuto alla restituzione dei frutti

a far tempo dalla domanda giudiziale con la quale il titolare del diritto ha chiesto la restituzione della cosa, il mutamento della condizione del possessore da buona fede a mala fede presuppone la proposizione nei suoi confronti di una domanda volta ad ottenere la restituzione del bene posseduto; ne consegue che, con riferimento ad azione di petizione ereditaria proposta da figlio naturale successivamente al passaggio in giudicato della sentenza di riconoscimento del proprio status, gli eredi che erano stati immessi nel possesso dei beni ereditari in buona fede permangono nella condizione di buona fede sino al momento della notificazione della domanda di restituzione dei beni ereditari.

successione di morte genitore, successione morte parente apertura della successione

PER RISOLVERE NON BASTA LEGGERE DEVI CHIAMARE

CHIAMARE EPRENDERE APPUNTAMENTO ,LE COSE SI RISOLVONO INCONTRANDO L’AVVOCATO ESPERTO E PARLANDO A TU PER TU  VISU VISU E STUDIANDO LA SITUAZIONE

SIA CHE TU SIA DI BOLOGNA, DI RAVENNA DI FORLI ,DI VICENZA  O ALTRA PARTE CHIAMA SUBITO

 

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Quando viene a mancare un proprio caro la sorte dei beni e del patrimonio appartenutogli è, quasi sempre, l’ultimo pensiero dei familiari. Tuttavia, poco dopo il triste evento, è bene preoccuparsi delle conseguenze legali che porta con sé, per evitare spiacevoli inconvenienti in futuro.

Eredità e successioni

Analisi delle conseguenze patrimoniali e personali da Successioni causa di morte e da Eredità, tutela per i chiamati o eredi od i terzi coinvolti nel fenomeno successorio e soluzione delle controversie in via stragiudiziale o giudiziale.

 

PER RISOLVERE NON BASTA LEGGERE DEVI CHIAMARE

CHIAMARE EPRENDERE APPUNTAMENTO ,LE COSE SI RISOLVONO INCONTRANDO L’AVVOCATO ESPERTO E PARLANDO A TU PER TU  VISU VISU E STUDIANDO LA SITUAZIONE

SIA CHE TU SIA DI BOLOGNA, DI RAVENNA DI FORLI ,DI VICENZA  O ALTRA PARTE CHIAMA SUBITO

 

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Quanto si paga per la successione di morte?

AVVOCATO BOLOGNA SUCCESSION IE TESTAMENTI CAUSE E PRATICHE BOLOGNA VICENZA TREVISO PADOVA RIMINI RAVENNA FORLI CESENA

 

Coniuge
(in mancanza di figli, fratelli e ascendenti)

Coniuge

Intera eredità

Coniuge + Figlio unico
(anche se viventi fratelli e ascendenti)

Coniuge

50% eredità + diritto abitazione

Figlio unico

50% eredità

Coniuge + 2 o più figli
(anche se viventi fratelli e ascendenti)

Coniuge

33,33% eredità +dir. abitazione

Figli

66,66% in parti uguali

Coniuge + Ascendente/i
(senza figli e fratelli)

Coniuge

66,66% eredità +dir. abitazione

Ascendente/i

33,33% eredità in parti uguali

Coniuge + 1 o più fratelli
(senza figli e ascendenti)

Coniuge

66,66% eredità +dir. abitazione

Fratelli

33,33% eredità in parti uguali

Coniuge + Ascendente/i + 1 o più fratelli
(senza figli)

Coniuge

66,66% eredità + dir. abitazione

Ascendente/i

25% in parti uguali

Fratelli

8,33% in parti uguali

SUCCESSIONE LEGITTIMARI O EREDI NECESSARI CIOE’ COLO CHE NON POSSONO ESSERE eSCLUSI DAL TESTAMENTO


DIPENDE DAL COMPENDIO EREDITARIO E DAL GRADO DI PARENTELA

 

Se il defunto lascia solo il coniuge

1/2

Coniuge più un figlio

1/3 al coniuge e 1/3 al figlio

Coniuge più due o più figli

1/4 al coniuge e 2/4 ai figli

Solo un figlio

1/2

Solo due o più figli

2/3

Solo ascendenti

1/3

Coniuge più ascendenti

1/2 al coniuge e 1/4 agli ascendenti

 

 

 

Chi può fare la successione?

 

GLI EREDI LEGITTIMI E QUANTI SONO STATI NOMINATI EREDI NELL’EVENTUALE TESTAMENTO

 

tutela dei diritti successori e quote spettanti al coniuge, ai figli, ai parenti, ai terzi

redazione di testamenti

accordi relativi al patto di famiglia

accettazione di eredità con beneficio di inventario, per minori e persone incapaci

curatela dell’eredità giacente, in assenza di eredi

accettazione di eredità e pratiche connesse

esecuzione delle disposizioni testamentarie

divisione dei beni tra gli eredi

impugnazione di testamento

prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defunto
prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defunto

L’erede (1) può chiedere il riconoscimento della sua qualità ereditaria contro chiunque possiede tutti o parte dei beni ereditari (2) a titolo di erede o senza titolo alcuno (3), allo scopo di ottenere la restituzione dei beni medesimi
L’azione è imprescrittibile [948, 2934 c.c.], salvi gli effetti dell’usucapione rispetto ai singoli beni (5).
Infatti La petizione di eredità e l’azione di accertamento della qualità di erede differiscono tra loro in quanto, pur condividendo l’accertamento della qualità ereditaria, la prima è azione necessariamente recuperatoria, volta ad ottenere la restituzione dei beni ereditari da chi li possegga a titolo di erede o senza titolo, mentre l’altra è azione essenzialmente dichiarativa, eventualmente corredata da domanda accessoria di condanna non attinente alla restituzione dei beni ereditari. Pertanto, l’azione di accertamento della qualità di coerede, proposta nei confronti di chi possegga i beni ereditari a titolo di erede, corredata dalla domanda di rendiconto della gestione e corresponsione dei relativi frutti, non integra “petitio hereditatis”, ma costituisce azione di accertamento con domanda accessoria di condanna

È noto in merito il dibattito dottrinale sul punto se il chiamato sia da considerarsi possessore in senso proprio dei beni dell’asse, in virtù di un meccanismo che richiama ancora la saisine francese (così tra gli altri Ferri, Disposizioni generali sulle successioni, 3a ed., in Comm. Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1997, p. 125, il quale sottolinea che la trasmissione avverrebbe ipso iure come per l’erede, indipendentemente dal fatto che vi sia stato un materiale impossessamento; cfr. anche Cass. n. 1741/2005), o se sia semplicemente legittimato all’esercizio delle azioni possessorie a prescindere dalla materiale apprensione dei beni dell’asse, come sembra potersi dedurre dal tenore letterale dell’art. 460, comma 1°, c.c., e dalla relazione al codice (Bonilini, op. cit., p. 98; e, in giurisprudenza, Cass. n. 3018/2005; Cass. n. 4991/2002; Cass. 11831/1992; v. anche Cass. n. 5747/1987). Q

l’ obbligo di collazione sorge automaticamente al momento dell’apertura della successione, a prescindere da un’espressa domanda dei condividenti e si realizza per i mobili, mediante imputazione e, per il denaro, mediante il prelievo di una minor quantità di denaro che si trova nell’eredità da parte del soggetto tenuto al conferimento; nel caso di insufficienza delle somme, mediante il prelevamento da parte degli altri coeredi, di beni mobili o immobili ereditari, in proporzione delle quote rispettive, sempre che il donatario non intenda conferire altro denaro o titoli di Stato.

 

Chi agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, quindi, non solo del “corpus”, ma anche dell'”animus”; quest’ultimo elemento, tuttavia, può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se vi è stato svolgimento di attività corrispondenti all’esercizio del diritto di proprietà, sicché è allora il convenuto a dover dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall’attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale. Pertanto, per stabilire se in conseguenza di una convenzione (anche se nulla per difetto di requisiti di forma) con la quale un soggetto riceve da un altro il godimento di un immobile si abbia possesso idoneo all’usucapione, ovvero mera detenzione, occorre fare riferimento all’elemento psicologico del soggetto stesso ed a tal fine stabilire se la convenzione sia un contratto ad effetti reali o ad effetti obbligatori, in quanto solo nel primo caso il contratto è idoneo a determinare l'”animus possidendi” nell’indicato soggetto. Chi agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, quindi, non solo del “corpus”, ma anche dell”animus”; quest’ultimo elemento, tuttavia, può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se vi è stato svolgimento di attività corrispondenti all’esercizio del diritto di proprietà, sicché è allora il convenuto a dover dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall’attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale. Pertanto, per stabilire se in conseguenza di una convenzione (anche se nulla per difetto di requisiti di forma) con la quale un soggetto riceve da un altro il godimento di un immobile si abbia possesso idoneo all’usucapione, ovvero mera detenzione, occorre fare riferimento all’elemento psicologico del soggetto stesso ed a tal fine stabilire se la convenzione sia un, contratto ad effetti reali o ad effetti obbligatori, in quanto solo nel primo caso il contratto è idoneo a determinare l”‘animus possidendi” nell’indicato soggetto.

In tema di azione di rivendicazione, nel caso in cui il convenuto non contesti l’originaria appartenenza del bene conteso ad un comune dante causa, l’onere probatorio a carico dell’attore si riduce alla prova di un valido titolo di acquisto da parte sua e dell’appartenenza del bene medesimo al suo dante causa in epoca anteriore a quella in cui il convenuto assume di avere iniziato a possedere, ed alla prova che quell’appartenenza non è stata interrotta da un possesso idoneo ad usucapire da parte del convenuto.

In tema di azione di rivendicazione, di cui all’articolo 948 c.c., per l’individuazione del bene rivendicato, del quale si chiede il rilascio (ovvero per stabilire esattamente l’unità immobiliare contesa), la base primaria dell’indagine del giudice di merito è costituita dall’esame e dalla valutazione dei titoli di acquisto delle rispettive proprietà, quando essi sono stati esibiti in giudizio. Difatti solo la mancanza o l’insufficienza di indicazioni sui dati di individuazione delle unità rilevabile dai titoli, ovvero la loro mancata produzione, giustifica il ricorso ad altri mezzi di prova, ivi comprese le mappe catastali. (Nella fattispecie, relativa alla rivendicazione di una cantina occupata dal proprietario di altro appartamento dello stesso fabbricato, è stato ritenuto che gli attori non avessero fornito la prova precisa che la cantina da essi acquistata fosse proprio quella da loro pretesa, e non altra, giacché il loro atto di acquisto conteneva dati identificativi diversi rispetto a quelli di cui al rogito di acquisto dei propri danti causa, né avevano allegato le schede di frazionamento catastale).

 

L’azione di rivendicazione esige che l’attore provi il proprio diritto di proprietà risalendo sino all’acquisto a titolo originario attraverso i propri danti causa, o dimostrando il compimento dell’usucapione in suo favore, mentre il convenuto può limitarsi a formulare l’eccezione “possideo quia possideo”, senza onere di prova. Quando tuttavia il convenuto rinunci a questa posizione, opponendo, ad esempio, un proprio diverso diritto, senza contestare quello affermato dall’attore, il giudice del merito non può respingere la domanda per difetto di prova, ma deve tener conto delle ammissioni del convenuto e degli altri fatti di causa, ricavandone possibili elementi presuntivi.

prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defunto

 

In tema di azioni a difesa della proprietà, le difese di carattere petitorio opposte, in via di eccezione o con domande riconvenzionali, ad un’azione di rilascio o consegna non comportano – in ossequio al principio di disponibilità della domanda e di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato – una “mutatio” od “emendatio libelli”, ossia la trasformazione in reale della domanda proposta e mantenuta ferma dell’attore come personale per la restituzione del bene in precedenza volontariamente trasmesso al convenuto, né, in ogni caso, implicano che l’attore sia tenuto a soddisfare il correlato gravoso onere probatorio inerente le azioni reali (cosiddetta “probatio diabolica”), la cui prova, idonea a paralizzare la pretesa attorea, incombe solo sul convenuto in dipendenza delle proprie difese

prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defunto

 

In tema di azione di rivendicazione, ai fini dell’individuazione del bene conteso, la base primaria dell’indagine del giudice è costituita dall’esame e dalla valutazione dei titoli di acquisto delle rispettive proprietà, costituendo peraltro, il giudizio sulla corrispondenza o meno del bene domandato con quello descritto nel titolo un accertamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità, qualora risultino verificate la correttezza dei criteri ermeneutici adottati dal giudice del merito e l’adeguatezza logico-giuridica della motivazione che ne giustifica i risultati.

La domanda con cui l’attore chieda di dichiarare abusiva ed illegittima l’occupazione di un immobile di sua proprietà da parte del convenuto, con conseguente condanna dello stesso al rilascio del bene ed al risarcimento dei danni da essa derivanti, senza ricollegare la propria pretesa al venir meno di un negozio giuridico, che avesse giustificato la consegna della cosa e la relazione di fatto sussistente tra questa ed il medesimo convenuto, non dà luogo ad un’azione personale di restituzione, e deve qualificarsi come azione di rivendicazione; né può ritenersi che detta domanda sia qualificabile come di restituzione, in quanto tendente al risarcimento in forma specifica della situazione possessoria esistente in capo all’attore prima del verificarsi dell’abusiva occupazione, non potendo il rimedio ripristinatorio ex art. 2058 c.c. surrogare, al di fuori dei limiti in cui il possesso è tutelato dal nostro ordinamento, un’azione di spoglio ormai impraticabile.

L’attore che proponga una domanda di accertamento della proprietà ed abbia la materiale disponibilità della cosa oggetto del preteso diritto, in virtù di un possesso acquistato con violenza o clandestinità, ovvero sulla cui legittimità sussista uno stato di obiettiva e seria incertezza, in relazione alle particolarità del caso concreto, ha l’onere di offrire la stessa prova rigorosa richiesta per la rivendica, non ricorrendo in tali ipotesi la presunzione di legittimità del possesso, che giustifica l’attenuazione del rigore probatorio qualora l’azione di accertamento della proprietà sia proposta da colui che sia nel possesso del bene. (Nella specie, in applicazione dell’enunciato principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito, che, avendo erroneamente qualificato come azione di rivendicazione la domanda proposta, non aveva affrontato la questione circa l’onere probatorio in materia di azione di accertamento della proprietà, né compiuto alcuna indagine sulla natura del possesso esercitato dall’attore, il quale assumeva di essere nella materiale disponibilità del bene per averne conseguito un sequestro giudiziario, volto a paralizzare un interdetto possessorio ottenuto dai convenuti).

prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defuntoIl rigore del principio secondo il quale l’attore in rivendica deve provare la sussistenza dell’asserito diritto di proprietà sul bene anche attraverso i propri danti causa fino a risalire ad un acquisto a titolo originario, ovvero dimostrando il compimento dell’usucapione, risulta attenuato in caso di mancata contestazione da parte del convenuto dell’originaria appartenenza del bene ad un comune dante causa, ben potendo in tale ipotesi il rivendicante assolvere l’onere probatorio su di lui incombente limitandosi a dimostrare di avere acquistato tale bene in base ad un valido titolo di acquisto.

 

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prelievo dal conto corrente prima del decesso, indagine bancaria defunto

In tema di azione di rivendicazione, di cui all’articolo 948 c.c., per l’individuazione del bene rivendicato, del quale si chiede il rilascio (ovvero per stabilire esattamente l’unità immobiliare contesa), la base primaria dell’indagine del giudice di merito è costituita dall’esame e dalla valutazione dei titoli di acquisto delle rispettive proprietà, quando essi sono stati esibiti in giudizio. Difatti solo la mancanza o l’insufficienza di indicazioni sui dati di individuazione delle unità rilevabile dai titoli, ovvero la loro mancata produzione, giustifica il ricorso ad altri mezzi di prova, ivi comprese le mappe catastali. (Nella fattispecie, relativa alla rivendicazione di una cantina occupata dal proprietario di altro appartamento dello stesso fabbricato, è stato ritenuto che gli attori non avessero fornito la prova precisa che la cantina da essi acquistata fosse proprio quella da loro pretesa, e non altra, giacché il loro atto di acquisto conteneva dati identificativi diversi rispetto a quelli di cui al rogito di acquisto dei propri danti causa, né avevano allegato le schede di frazionamento catastale).

 

L’azione di rivendicazione esige che l’attore provi il proprio diritto di proprietà risalendo sino all’acquisto a titolo originario attraverso i propri danti causa, o dimostrando il compimento dell’usucapione in suo favore, mentre il convenuto può limitarsi a formulare l’eccezione “possideo quia possideo”, senza onere di prova. Quando tuttavia il convenuto rinunci a questa posizione, opponendo, ad esempio, un proprio diverso diritto, senza contestare quello affermato dall’attore, il giudice del merito non può respingere la domanda per difetto di prova, ma deve tener conto delle ammissioni del convenuto e degli altri fatti di causa, ricavandone possibili elementi presuntivi

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RIFIUTO SOTTOPORSI ALCOLTEST E CONFISCA VEICOLO

 

 

RIFIUTO SOTTOPORSI ALCOLTEST E CONFISCA VEICOLO

GUIDA STATO EBREZZA ,ALCOLTEST AVVOCATO PENALISTA SOTTOPORSI ALCOLTEST E CONFISCA VEICOLO
RIFIUTO SOTTOPORSI ALCOLTEST E CONFISCA VEICOLO

TRIBUNALE DI MILANO,TRIBUNALE COLLEGIALE MILANO. CORTE APPELLO MILANO, TRIBUNALE DI BOLOGNA,TRIBUNALE COLLEGIALE DI BOLOGNA, CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA, TRIBUNALE DI RAVENNA, TRIBUNALE COLLEGIALE DI RAVENNA, TRIBUNALE DI FORLI, TRIBUNALE COLLEGIALE DI FORLI, TRIBUNALE DI FERRARA, TRIBUNALE COLLEGIALE DI FERRARA,TRIBUNALE DI CREMONA, TRIBUNALE COLLEGIALE DI CREMONA, TRIBUNALE DI PAVIA, TRIBUNALE COLLEGIALE DI PAVIA ,TRIBUNALE DI BRESCIA, TRIBUNALE COLLEGIALE DI BRESCIA, CORTE APPELLO BRESCIA .TRIBUNALE DI RIMINI,TRIBUNALE COLLEGIALE RIMINI.TRIBUNALE DI FERRARA TRIBUNALE COLLEGIALE DI FERRARA ,TRIBUNALE DI ROVIGO,TRIBUNALE DI VENEZIA CORT APPELLO VENEZIA ,TRIBUNALE DI VICENZA, TRIBUNALE DI PADOVA, TRIBUNALE DI TREVISO

 

 

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Two miniature cars simulate a traffic accident circulating above euro bills background.

 

 

Il rinvio alle stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione, contenuto nel secondo periodo del comma 7 dell’art. 186 cod. strada, dopo le previsioni relative alla sospensione della patente di guida ed alla confisca del veicolo, deve intendersi limitato alle sole modalità e procedure, contenute nell’art. 186, comma 2, lett. c), cod. strada, che regolano il sistema della confisca del veicolo, con esclusione del rinvio alla disciplina del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida, qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato; conseguentemente, la durata della sospensione della patente di guida, quale sanzione amministrativa che accede al reato di rifiuto, compresa, ai sensi dell’art. 186, comma 7, secondo periodo, tra il minimo di sei mesi ed il massimo di due anni, non deve essere raddoppiata nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato”.

RIFIUTO SOTTOPORSI ALCOLTEST E CONFISCA VEICOLO
RIFIUTO SOTTOPORSI ALCOLTEST E CONFISCA VEICOLO

Quanto al rifiuto di sottoporsi agli accertamenti per verificare l’eventuale stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, il comma ottavo previsto dall’art. 5 del citato decreto-legge rinviava alla nuove previsioni del comma 7 dell’art. 186 e, dunque, anche il rifiuto di sottoporsi alle verifiche finalizzate all’accertamento dell’uso di sostanze stupefacenti integrava un mero illecito amministrativo.
L’art. 4 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito dalla legge 24 luglio 2008, n. 125, modificava nuovamente l’art. 186 (oltre agli artt. 187, 189 e 222) cod. strada e ripristinava, tra l’altro, la sanzione penale per il rifiuto opposto dal guidatore all’accertamento alcolimetrico, parificando nella risposta sanzionatoria il rifiuto dell’accertamento alla più grave violazione delle ipotesi contemplate nell’art. 186, comma 2, vale a dire quella contenuta nella lett. c) della disposizione. In quell’occasione il legislatore si limitava ad adattare il regime delle sanzioni accessorie alla nuova incriminazione della condotta di rifiuto, con la seguente previsione: “La condanna per il reato di cui al periodo che precede comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”.
Il citato decreto-legge rafforzava ulteriormente l’apparato sanzionatorio della più grave delle fattispecie di guida in stato di ebbrezza di cui alla lett. c) dell’art. 186, comma 2.
Infatti, l’art. 4, comma 1, lett. b), ha imposto che alla condanna o al patteggiamento della pena per tale fattispecie consegua obbligatoriamente la confisca del veicolo “con il quale è stato commesso il reato”.
La norma ha richiamato il disposto dell’art. 240, secondo comma, cod. pen., prevedendo altresì che la confisca dovesse essere disposta anche in caso di sospensione condizionale della pena. Precisazione invero superflua, atteso che già l’art. 164, terzo comma, cod. pen. esclude che questa causa di estinzione del reato possa influire sull’applicabilità della misura di sicurezza patrimoniale.
L’unico limite previsto alla confiscabilità del veicolo riguardava (e riguarda) l’ipotesi che quest’ultimo appartenesse a persona estranea al reato. In tal caso era previsto che lo stesso fosse comunque sottoposto al fermo amministrativo per il periodo di centottanta giorni, misura che poteva essere anticipata a fini cautelari per sessanta giorni su iniziativa dell’organo che aveva accertato la violazione attraverso un provvedimento di fermo provvisorio reclamabile dinanzi al tribunale.
La legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), con l’art. 3, comma 45, inseriva nell’articolo 186, comma 2, lett. c), dopo il secondo periodo, la previsione che la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata nella ipotesi che il veicolo appartenga a persona estranea al reato.
L’art. 33 della legge n. 120 del 2010 modificava anche la lett. c) del comma 2 dell’art. 186, con riferimento al trattamento sanzionatorio per la più grave delle tre contravvenzioni di guida in stato di ebbrezza, innalzando il minimo edittale da tre a sei mesi di arresto, lasciando però immutati il limite massimo di un anno e la misura dell’ammenda (da 1.500 a 6.000 Euro) introdotti dalla citata legge n. 125/2008.
È da sottolineare, altresì, che la nuova disposizione contenuta nell’art. 186-bis, inserita dall’art. 33, comma 2, della legge n. 120 del 2010 – con la quale il legislatore ha inteso accentuare la repressione nei confronti di alcune particolari categorie di conducenti ivi indicati – prevede il trattamento sanzionatorio della contravvenzione di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti alcolimetrici – in gran parte mutuato dal comma 7 dell’art. 186 – in termini più rigorosi, essendo previsto l’aumento da un terzo alla metà delle pene previste dal comma 2, lett. c), dello stesso art. 186 e, soprattutto, con immediata rilevanza ai fini della presente decisione, stabilisce che, qualora non sia possibile confiscare il veicolo perché appartenente a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida (da sei mesi a due anni) è raddoppiata (art. 186-bis, comma 6).
Ben più rilevanti le modifiche apportate dalla legge n. 120 del 2010 in materia di confisca del veicolo con cui è stato commesso il reato, previsione introdotta nella lett. c) dell’art. 186 dal d.l. n. 92/2008.
Rimane fermo che la misura debba essere obbligatoriamente disposta in caso di condanna ovvero di patteggiamento per la contravvenzione di cui alla disposizione in commento, anche nel caso in cui venga concessa la sospensione condizionale della pena e salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato (per tale dovendosi intendere chi non sia concorso nel reato e, rispetto al medesimo, sappia dimostrare l’insussistenza di profili di colpa dai quali sia derivata la possibilità di uso illecito del veicolo: cfr. in proposito, Sez. 4, n. 15898 del 18/12/2012, dep. 2013, Janusz, n.m.; Sez. 4, n. 16553 del 26/01/2011, Pasolini, n.m. sul punto; Sez. 4, n. 11230 del 14/01/2010, Pagano, n.m).
È stato, invece, eliminato l’inciso secondo cui la confisca doveva essere disposta ai sensi del secondo comma dell’art. 240 cod. pen., modifica imposta dall’intervento della Corte Costituzionale, che, con la sentenza 4 giugno 2010, n. 196, ha dichiarato l’illegittimità parziale della lett. c) del comma 2 dell’art. 186 proprio in riferimento al citato rinvio all’art. 240 cod. pen., affermando la violazione dell’art. 117 Cost. in riferimento all’art. 7 CEDU.

RIFIUTO SOTTOPORSI ALCOLTEST E CONFISCA VEICOLO
RIFIUTO SOTTOPORSI ALCOLTEST E CONFISCA VEICOLO

In particolare – per quanto riguarda la confisca del veicolo appartenente alla persona cui sia addebitato il reato previsto dall’art. 186, comma 2, cod. strada (guida in stato di ebbrezza) o quello previsto dall’art. 187 del medesimo codice (guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti) – l’art. 33, comma 1, della legge 120 del 2010 ha modificato l’art. 186, comma 2, lett. c) inserendo un ultimo periodo che contiene la previsione che, ai fini del sequestro (disciplinato della medesima norma che prevede anche la confisca del veicolo), si applichino le disposizioni di cui all’art. 224-ter cod. strada.
L’art. 224-ter, introdotto dalla medesima legge, qualifica espressamente la confisca come “sanzione amministrativa accessoria”. La stessa norma prevede che nelle ipotesi di reato cui consegue tale sanzione (e quindi non solo artt. 186 e 187 ma, per esempio, l’art. 9-ter in tema di divieto di gareggiare in velocità con veicoli a motore) l’agente o l’organo accertatore, procedano al sequestro ai sensi dell’art. 213 cod. strada.

  1. Tanto premesso non convince nella sentenza Bianchi, innanzitutto, la premessa che richiama la distinzione tra rinvio recettizio (o statico) da quello formale (dinamico), arrivando alla conclusione che i rinvii, inseriti nel primo e nel secondo periodo del comma 7 dell’art. 186 cod. strada, alle pene di cui al comma 2, lett. c) ed “alle modalità e procedure”, previste dal comma 2, lett. c) del medesimo art. 186, rientrino nell’ambito del rinvio formale (dinamico), atteso che il legislatore, nel reintrodurre la rilevanza penale della condotta di rifiuto, ha inteso richiamare la disciplina sanzionatoria prevista dalla più grave ipotesi di guida in stato di ebbrezza, sia in riferimento alla pena principale sia con riguardo alle “modalità e procedure” afferenti alla sospensione della patente di guida ed alla confisca del veicolo.
    Proprio il dato letterale dell’art. 186, comma 7, come introdotto dal decreto-legge 92/2008-convertito dalla legge 125/2008 – nella parte in cui tiene distinti i rinvii, inseriti nel primo e nel secondo periodo del comma 7 dell’art. 186, cod. strada, rispettivamente alle “pene di cui al comma 2, lettera c)” ed alle “modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c)” del medesimo art. 186 -non consente di ritenere che il regime sanzionatorio concernente la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida possa mutuarsi dall’art. 186, comma 2, lett. c), cod. strada, essendo prevista un’autonoma disciplina che rinvia a quest’ultima norma con esclusivo riferimento “alle modalità e procedure” previste a proposito della confisca. In tal senso va precisato che il comma 7 esplicitamente prevede che con la sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti, anche se è stata concessa la sospensione condizionale della pena, è sempre disposta la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato e dispone, altresì, che ai fini del sequestro si applicano le disposizioni di cui all’art. 224-ter stesso codice.

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    Va rimarcato, invece, che la norma alla quale viene fatto il rinvio non contiene alcun riferimento alle “modalità e procedure” attinenti alla sospensione della patente di guida.
    In altri termini, per il reato di cui all’art. 186, comma 7, cod. strada, con riferimento alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, non può parlarsi né di rinvio formale né ricettizio, giacché il legislatore ha espressamente disciplinato tale sanzione con autonoma cornice edittale. È da escludere, pertanto, una cristallizzazione della disposizione normativa recepita, come pure l’adeguamento della stessa all’evoluzione della norma richiamata. Ne consegue che non è applicabile all’ipotesi del reato di cui all’art. 186, comma 7 (ed a quella di cui all’art. 187, comma 8, che rinvia alla prima per le sanzioni), la sanzione del raddoppio della sospensione della patente di guida, introdotta, come sopra precisato, con la legge n. 94 del 2009.

7.1. Il rinvio che l’art. 186, comma 7, effettua al comma 2, lett. c), dello stesso articolo, sia con riferimento alla pena principale sia con riguardo alle “modalità e procedure” afferenti alla confisca del veicolo deve, invece, qualificarsi, come rinvio formale (o dinamico).
Si è già accennato il significato normativo da attribuirsi alle diverse tecniche di rinvio.
Il rinvio recettizio (o statico) recepisce per intero, senza che ne sia riprodotto il testo, il contenuto di un altro articolo, vale a dire la disposizione normativa; quello formale (o dinamico), al contrario, fa riferimento alla norma in sé, cioè al principio contenuto nella formula verbale dell’articolo del codice e ne segue, dunque, inevitabilmente la eventuale evoluzione, di talché, mutato il contenuto della norma di riferimento, muta inevitabilmente il significato della norma di rinvio (v., tra le altre, Sez. U, n. 26268 del 28/03/2013, cit.).
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 315 del 2004, ha affermato che, in presenza di un rinvio recettizio (o statico), il contenuto della disposizione richiamata diviene parte del contenuto della norma richiamante, restando le successive vicende della norma richiamata prive di effetto ai fini della esistenza ed efficacia della norma richiamante.
È stato altresì precisato (v. la citata sentenza delle Sezioni Unite) che, in mancanza di formule chiarificatrici, il rinvio operato a diversa disposizione di legge deve intendersi come rinvio statico. Il rinvio operato da una norma può essere considerato dinamico (formale) solo qualora esso si riferisca, non già ad una disposizione determinata, ma a un istituto o a una normativa complessivamente considerati, oggetto di un separato atto normativo e dotati di una propria autonoma rilevanza. In questo senso è stato ritenuto, in tema di processo minorile, l’applicabilità della custodia cautelare in carcere in ipotesi di furto in abitazione in quanto l’art. 23 del d.P.R. n. 448 del 1988 – ancorché non preveda tra i casi in cui può essere applicata la custodia cautelare in carcere nei confronti di minorenni, l’ipotesi di cui all’art. 380, comma 2, lett. e-bis, cod. proc. pen. – richiama, tuttavia, l’art. 380, comma 2, lett. e), cod. proc. pen., che prevede l’ipotesi di furto aggravato, ex art. 625, primo comma, n. 2, prima parte, cod. pen., che corrisponde esattamente all’ipotesi di cui all’art. 624-bis, terzo comma, cod. pen. (furto in abitazione o con strappo aggravato da una o più delle circostanze di cui all’art. 625, primo comma, cod. pen.), introdotta quale autonoma figura di reato dalla legge 26 marzo 2001, n. 128 (v., tra le altre, Sez. 4, n. 48436 del 17/10/2012, V., Rv. 255010; Sez. 4, n. 19680 del 09/04/2009, G., Rv.243509).

 

CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Sentenza 29 ottobre – 24 novembre 2015, n. 46624

Ritenuto in fatto

  1. Il Tribunale di Treviso, con sentenza in data 17 ottobre 2014, resa ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen., applicava la pena concordata dalle parti nei confronti di B.L. , chiamato a rispondere del reato di rifiuto di sottoposizione ad esame alcolemico di cui all’art. 186, comma 7, d.lgs 30 aprile 1992, n. 285 (cod. strada), con l’aggravante ex comma 2-sexies dello stesso articolo, nella misura di sei mesi di arresto e 3.000 Euro di ammenda.Il giudicante sostituiva la pena con il lavoro di pubblica utilità ai sensi dell’art. 186, comma 9-bis, cod. strada, disponendo la sospensione della patente di guida per 4 anni.Con riferimento a tale ultimo profilo il Tribunale rilevava che, in considerazione dell’esistenza di cinque precedenti condanne per guida in stato di ebbrezza, la durata della sospensione doveva essere determinata nel massimo (anni 2) e che andava disposto il raddoppio della sanzione così determinata, appartenendo l’autovettura a persona estranea al reato.
  2. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, che, nel chiederne l’annullamento, ha dedotto con un unico motivo l’erronea applicazione delle legge penale con riferimento alla disposizione di cui al comma 7 dell’art. 186, cod. strada. Il ricorrente osserva che il giudice ha erroneamente statuito il raddoppio della durata della sospensione della patente di guida, previsto nel caso in cui il veicolo appartenga ad un terzo, come nel caso in esame. A fondamento del ricorso si argomenta che il richiamo operato dall’art. 186, comma 7 al precedente comma 2, lett. c), va interpretato come riferito alla sola misura delle sanzioni penali, ritenendosi la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida sottoposta ad un regime autonomo rispetto a quello previsto dal precedente comma 2.
  3. Il Procuratore generale aderisce, con le conclusioni scritte, alla tesi del ricorrente, specificando che la determinazione della sanzione accessoria amministrativa della sospensione della patente di guida è sottoposta ad un regime autonomo in considerazione della diversa misura del minimo edittale di sei mesi in caso di rifiuto all’accertamento, rispetto al periodo minimo di un anno previsto per la guida in stato di ebbrezza, di cui all’ipotesi prevista dall’art. 186, comma 2, cod. strada. La clausola di esclusione (“salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”), legata all’appartenenza a terzi del veicolo, va stimata, pertanto, come collegata direttamente alla sola sanzione accessoria della confisca e non anche alla sospensione della patente di guida, per cui non è previsto il raddoppio della durata di tale sanzione accessoria.
  4. La Quarta Sezione penale, assegnataria del ricorso, con ordinanza in data 10 aprile 2015, depositata il 24 aprile, ne ha disposto la rimessione alle Sezioni Unite, sulla base di un ravvisato contrasto di giurisprudenza nel caso in cui il veicolo appartenga ad un terzo.

4.1. Secondo un primo orientamento, richiamato dal ricorrente e dal Procuratore generale in sede, nel caso di rifiuto a sottoporsi all’esame alcolemico previsto dall’art. 186, comma 7, cod. strada, il rinvio operato dalla norma all’art. 186, comma 2, lett. c), è limitato al trattamento sanzionatorio ivi previsto per la più grave delle fattispecie di guida in stato di ebbrezza, mentre, in relazione alle sanzioni amministrative accessorie, il legislatore, nel corpo del citato art. 186, comma 7, ha espressamente disciplinato sia la sospensione della patente di guida, con autonoma cornice edittale (tra un minimo di sei mesi ed un massimo di due anni), sia la confisca, rinviando, solo limitatamente a quest’ultima, alle “stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”.

4.2 Secondo l’opposta linea interpretativa, la durata della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida trova una sua autonoma regolamentazione quanto alla durata (da sei mesi a due anni: cfr. art. 186, comma 7, richiamato dall’art. 187, comma 8), ma, in forza del rinvio al trattamento sanzionatorio dell’art. 186, comma 2, lett. c), deve ritenersi operante il raddoppio di tale durata nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato e non possa procedersi alla confisca.
Tale conclusione è fondata sul riconoscimento della natura “formale” (o “dinamica”) del rinvio operato dal comma 7, secondo periodo – dopo la previsione delle sanzioni accessorie della sospensione della patente e della confisca del veicolo – “alle modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c) del medesimo art. 186”, con la conseguente applicabilità alla fattispecie del rifiuto della disciplina sanzionatoria prevista dalla più grave ipotesi di guida in stato di ebbrezza, sia con riferimento alla “pena principale”, sia con riguardo alle “modalità e procedure” afferenti alla sospensione della patente di guida ed alla confisca del veicolo.

  1. Con decreto in data 20 febbraio 2015 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissando per la trattazione l’odierna udienza in camera di consiglio.

Considerato in diritto

  1. La questione della quale sono investite le Sezioni Unite è enunciabile nei seguenti termini: “Se, nel caso di rifiuto a sottoporsi all’esame alcolemico previsto dall’art. 186, comma 7, del codice della strada, il rinvio operato dalla norma all’art. 186, comma 2, lettera c), è limitato al trattamento sanzionatorio ivi previsto per la più grave delle fattispecie di guida in stato di ebbrezza o sia esteso anche alla previsione del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato“.
  2. Sul tema, un primo orientamento giurisprudenziale è nel senso che il rinvio operato dall’art. 186, comma 7, cod. strada, all’art. 186, comma 2, lett. c), dello stesso codice, è limitato al trattamento sanzionatorio ivi previsto per la più grave delle fattispecie di guida in stato di ebbrezza, mentre, in relazione alle sanzioni amministrative accessorie, il legislatore, nel corpo del citato articolo 186, comma 7, ha espressamente disciplinato la sospensione della patente di guida, con autonoma cornice edittale (tra un minimo di sei mesi ed un massimo di due anni), e la confisca, rinviando limitatamente a quest’ultima ad altra disposizione di legge solo con esclusivo riferimento alle “stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”.
    In altri termini, secondo questa tesi, tale rinvio, contenuto nel secondo periodo del comma 7 dell’art. 186, dopo le previsioni relative alla sospensione della patente di guida ed alla confisca del veicolo, dovrebbe intendersi limitato alle sole modalità e procedure che regolano il sistema della confisca del veicolo, non estendendosi alla disciplina del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato. Conseguentemente, la durata della sospensione della patente di guida, quale sanzione amministrativa che accede al reato di rifiuto, compresa, ai sensi dell’art. 186, comma 7, secondo periodo, tra il minimo di sei mesi ed il massimo di due anni, non dovrebbe essere raddoppiata nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato (Sez. 4, n. 15184 del 24/03/2015, Vaglia, Rv. 263277; Sez. 6, n. 36396 del 10/07/2014, Farinelli, Rv. 263254).
    A tale orientamento se ne oppone uno di segno diametralmente contrario, in forza del quale il rinvio al trattamento sanzionatorio dell’art. 186, comma 2, lett. c), contenuto nell’art. 186, comma 7, legittima la conclusione dell’applicabilità del raddoppio della durata della pena accessoria della sospensione della patente di guida, nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato e non possa quindi procedersi alla confisca: ciò in ragione del fatto che tale rinvio sarebbe da qualificare come “formale” (o “dinamico”) e ciò importerebbe la conseguenza di dover individuare la disciplina applicabileper relationemavendo i riguardo a quella attualmente vigente contenuta nell’art. 186, comma 2, lett. c), che comprende l’espressa previsione del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida, qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato (Sez. 4, n. 46390 del 16/10/2014, Bianchi, Rv. 263275; Sez. 4, n. 14169 del 16/10/2014, dep. 2015, De Berardinis, n.m.).
  3. In via preliminare è opportuno ricordare il quadro normativo di riferimento, costituito dagli artt. 186, commi 7 e comma 2, lett. c) e dall’art. 187, comma 8, cod. strada.
    L’art. 186, comma 7, così recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4, o 5, il conducente è punito con le pene di cui al comma 2, lettera c). La condanna per il reato di cui al periodo che precede comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”.
    L’art. 187, comma. 8, dispone che, in caso di rifiuto, “il conducente è soggetto alle sanzioni di cui all’art. 186, comma 7”, rinviando quindi alla corrispondente fattispecie contravvenzionale di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti previsti agli effetti della verifica dello stato di ubriachezza per colui che si ponga alla guida di veicolo.
    Entrambe tali disposizioni fanno rinvio, pertanto, “alle pene” di cui all’art. 186, comma 2, lett. c), che prevede, quanto alla sanzione principale, “l’ammenda da Euro 1.500 a Euro 6.000 e l’arresto da sei mesi ad un anno”, e, relativamente a quelle accessorie, che all’accertamento del reato consegue in ogni caso la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a due anni; sanzione, quest’ultima, la cui durata è raddoppiata se il veicolo appartiene a persona estranea al reato. La norma, poi, stabilisce la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato, salvo che lo stesso appartenga a persona estranea al reato.
  4. Tanto posto, vanno esaminate in dettaglio le decisioni più significative a supporto dei due distinti orientamenti che hanno originato il contrasto.

4.1. In una decisione particolarmente articolata, conforme alla prima linea interpretativa (Sez. 4, n. 15184 del 24/03/2015, Vaglia, Rv. 263277), si sostiene che a tale conclusione conducono valutazioni interpretative di natura letterale, diacronica e sistematica.
Sotto il profilo letterale, la sentenza in esame sottolinea che il legislatore, con la norma incriminatrice in esame, ha proceduto alla diretta selezione della condotta penalmente rilevante, che è stata individuata nel rifiuto, opposto dal conducente del veicolo, all’invito a sottoporsi all’accertamento strumentale del tasso alcolemico rivolto dagli organi di polizia stradale. E, per quanto concerne le pene principali, da applicarsi alla fattispecie de qua, lo stesso legislatore ha effettuato il riferimento alle pene di cui al comma 2, lett. c), cioè a dire al trattamento sanzionatorio previsto per la più grave delle fattispecie di guida in stato di ebbrezza.
In relazione alle sanzioni amministrative accessorie, invece, secondo il Collegio decidente, il legislatore ha espressamente disciplinato la sospensione della patente di guida con autonoma cornice edittale (tra un minimo di sei mesi ed un massimo di due anni), e rinviato solo limitatamente alla confisca alle “stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”.
Il riferimento, operato nel comma 7, secondo periodo, dell’art. 186, cod. strada – dopo la previsione delle sanzioni accessorie della sospensione della patente e della confisca del veicolo – alle “modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c)” del medesimo art. 186, risulterebbe così limitato, secondo l’interpretazione letterale del testo normativo, alla sola confisca, non essendo presenti, nella norma alla quale viene fatto il rinvio, “modalità e procedure” attinenti alla sospensione della patente di guida ed essendovi, al contrario, espresso riferimento a modalità e procedure che regolano la confisca del veicolo sia laddove è stabilito che “con la sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti, anche se è stata applicata la sospensione condizionale della pena, è sempre disposta la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato”, sia laddove si dispone che “ai fini del sequestro si applicano le disposizioni di cui all’articolo 224-ter”.
Sotto un profilo diacronico, la citata sentenza si è soffermata sulla tortuosa evoluzione legislativa cui si è assistito nel corso di questi ultimi anni con riferimento alla disciplina dell’art. 186 cod. strada ed ha rilevato l’infelice formulazione dell’art. 186, comma 7, derivante dalla genesi legislativa dei due testi normativi: il vigente testo dell’art. 186, comma 7, cod. strada, è stato infatti inserito dal decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 125, mentre in precedenza la condotta del rifiuto di sottoporsi all’accertamento strumentale del tasso alcolemico aveva rilevanza solo amministrativa, per effetto di modifiche introdotte al codice della strada dal decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 ottobre 2007, n. 170.
La Corte rimarca, alla luce del dato letterale della norma relativa alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida – già presente nel previgente testo normativo e rimasta immutata – che il legislatore del 2008, nell’attribuire nuovamente rilevanza penale alla condotta di rifiuto, ha escluso che il regime sanzionatorio concernente le sanzioni amministrative accessorie possa mutuarsi dall’art. 186, comma 2, lett. c), cod. strada, essendo prevista un’autonoma disciplina (su cui non occorre qui soffermarsi) che rinvia a quest’ultima norma con esclusivo riferimento alle modalità e procedure stabilite a proposito della confisca.

4.2. In senso contrario a questo indirizzo si pone, oltre Sez. 4, n. 14169 del 16/10/2014, dep.2015, De Berardinis, n.m., anche Sez. 4, n. 46390 del 16/10/2014, Bianchi, Rv. 263275, in cui si è ritenuto che nel caso di rifiuto a sottoporsi agli accertamenti finalizzati alla verifica dello stato di alterazione derivante dall’uso di sostanze stupefacenti previsto dall’articolo 187, comma 8, cod. strada (e lo stesso vale per il rifiuto a sottoporsi all’esame alcolemico previsto dall’articolo 186, comma 7, dello stesso codice), la durata della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, pur trovando una sua autonoma regolamentazione quanto alla durata (da sei mesi a due anni: cfr. articolo 186, comma 7, richiamato dall’articolo 187, comma 8), in forza del rinvio al trattamento sanzionatorio dell’articolo 186, comma 2, lett. c) (contenuto nell’articolo 186, comma 7, richiamato, a sua volta, dall’art. 187, comma 8), deve ritenersi operante il raddoppio di tale durata nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato e non possa procedersi alla confisca.
La sentenza, in via preliminare, a sostegno della tesi interpretativa esposta procede ad un’analisi della lettera della norma incriminatrice e, con riferimento alla individuazione delle sanzioni amministrative accessorie da applicarsi alla fattispecie in esame, afferma che il legislatore ha adottato una tecnica mista: il comma 7 dell’art. 186 cod. strada, oltre a prevedere espressamente sia la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, con la relativa cornice edittale, sia la confisca del veicolo, contiene – nel secondo periodo – un ulteriore rinvio ad altra disposizione di legge, concludendosi con il riferimento alle “stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”.
La Corte si interroga sulla natura del rinvio operato dalla norma, alla luce della distinzione tra rinvio recettizio (o statico) e rinvio formale (o dinamico) che ha trovato riconoscimento nella giurisprudenza di legittimità (v. Sez. U, n. 26268 del 28/03/2013, Cavalli, Rv. 255582): il primo recepisce per intero, senza che ne sia prodotto il testo, il contenuto di un altro articolo, vale a dire la stessa disposizione normativa (si tratta in sintesi, di una tecnica di stesura della norma, ispirata al principio di “economia redazionale”); il secondo, invece, fa riferimento alla norma in sé, cioè al principio contenuto nella formula verbale dell’articolo e ne segue, inevitabilmente la eventuale evoluzione, di talché, mutato il contenuto della norma di riferimento, muta inevitabilmente il significato della norma di rinvio.
Ciò premesso, la sentenza, dopo aver ripercorso il travagliato iter di formazione delle norme oggetto di interpretazione, ritiene che i rinvii, inseriti nel primo e nel secondo periodo del comma 7 dell’art. 186 cod. strada alle “pene di cui al comma 2, lett. c)” ed alle “modalità e procedure”, previste dal comma 2, lett. c) del medesimo art. 186, rientrino nell’ambito della nozione di rinvio formale (dinamico), atteso che il legislatore, nel reintrodurre la rilevanza penale della condotta di rifiuto, ha richiamato la disciplina sanzionatoria prevista dalla più grave ipotesi di guida in stato di ebbrezza, sia con riferimento alla “pena” principale, sia con riguardo alle “modalità e procedure” afferenti la sospensione della patente di guida ed alla confisca del veicolo.
Sul tema specifico della durata della sospensione della patente di guida, è stato così rilevato che la disposizione normativa richiamata non risulta “cristallizzata”, nel corpo della fattispecie di rifiuto di cui al comma 7, dell’art. 186 cod. strada, nei termini testuali vigenti al momento di entrata in vigore del d.lgs 285/1992, con il quale il legislatore ha inserito, nel secondo periodo del comma 7, il rinvio di cui si tratta; e che le modifiche che hanno interessato le “modalità” e “le procedure” previste dal comma 2, lett. c) dell’art. 186 cod. strada, intervenute successivamente, risultano, pertanto a loro volta oggetto del richiamo operato dalla norma di rinvio e concorrono a delinearne il portato normativo.

  1. La soluzione indicata dalla sentenza Bianchi non può essere accolta, dovendosi privilegiare l’opposta soluzione ermeneutica.
    Per un corretto approccio interpretativo, occorre prendere le mosse dalla lettura delle modifiche apportate all’originaria formulazione dell’art. 186, comma 7, cod. strada e del comma 2, lett. c), alla quale lo stesso rinvia.
    È, innanzitutto, il caso di evidenziare la faticosa lettura delle norme richiamate a causa dei reiterati interventi del legislatore che hanno modificato la disciplina normativa della materia negli ultimi anni, in assenza di un coordinamento testuale degli articoli oggetto di modifiche ed integrazioni.
    Già immediatamente dopo l’emanazione del d.l. 3 agosto 2007, n. 117 (Disposizioni urgenti del codice della strada per incrementare i livelli di sicurezza della circolazione stradale), convertito, con modificazioni, dalla legge 2 ottobre 2007, n. 160, la dottrina stigmatizzava il ricorso alla decretazione d’urgenza, che in materia penale pone sempre delicatissimi problemi di diritto transitorio – soprattutto nella materia in esame, quando le norme vengono poi convertite con significative modifiche – apparendo tale strumento in realtà avulso dalla ricorrenza di quei casi straordinari di necessità e d’urgenza, richiesti dall’art. 77 Cost., e piuttosto riconducibile all’onda emotiva sollevata dalle notizie di cronaca di alcuni eclatanti incidenti stradali.
    È pienamente condivisibile il dubbio, infatti, che l’estemporaneo inasprimento sanzionatorio connesso alle violazioni che comportino maggiore incidenza di rischio per la sicurezza stradale sia davvero idoneo ad avere una qualche efficacia preventiva, in mancanza di un disegno razionalizzatore del sistema.
    La scarsa efficacia dissuasiva di questa politica sembra aver determinato il legislatore ad un mutamento di strategia, concretizzatosi con l’introduzione nell’art. 186, ad opera dell’art. 33 della legge n. 120 del 2010, del comma 9- bis, che attribuisce al giudice il potere di sostituire per non più di una volta la pena (sia detentiva che pecuniaria) applicata per le contravvenzioni di guida in stato di ebbrezza con quella del lavoro di pubblica utilità, salvo nel caso in cui il conducente abbia provocato un incidente.
    Ai sensi del comma in esame l’effettivo svolgimento del lavoro sostitutivo non comporta la mera espiazione della pena, ma costituisce una vera e propria causa di estinzione del reato. Ed in tal senso al giudice viene imposto di fissare una “nuova udienza” proprio per dichiarare l’avvenuta estinzione del reato, riducendo obbligatoriamente della metà la sanzione della sospensione della patente di guida e revocando quella della confisca del veicolo, che deve essere restituita al suo proprietario.
  2. Ebbene, limitando l’indagine alla modifiche di rilievo ai fini della soluzione del caso in esame, va rilevato che la fattispecie di cui all’art. 186, comma 7, cod. strada, è stata depenalizzata dal decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 ottobre 2007, n. 160, che ha introdotto in luogo della contravvenzione previgente un illecito amministrativo punito con la sanzione pecuniaria (da Euro 2.500 a Euro 10.000; da Euro 3.000 ad Euro 12.000 se la violazione era commessa in occasione di un incidente stradale) e la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e del fermo amministrativo del veicolo, con la clausola di salvaguardia “salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”, da intendersi chiaramente riferita all’inapplicabilità della seconda sanzione, qualora il veicolo non fosse appartenuto a persona coinvolta nell’illecito amministrativo.
    Quanto al rifiuto di sottoporsi agli accertamenti per verificare l’eventuale stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti, il comma ottavo previsto dall’art. 5 del citato decreto-legge rinviava alla nuove previsioni del comma 7 dell’art. 186 e, dunque, anche il rifiuto di sottoporsi alle verifiche finalizzate all’accertamento dell’uso di sostanze stupefacenti integrava un mero illecito amministrativo.
    L’art. 4 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito dalla legge 24 luglio 2008, n. 125, modificava nuovamente l’art. 186 (oltre agli artt. 187, 189 e 222) cod. strada e ripristinava, tra l’altro, la sanzione penale per il rifiuto opposto dal guidatore all’accertamento alcolimetrico, parificando nella risposta sanzionatoria il rifiuto dell’accertamento alla più grave violazione delle ipotesi contemplate nell’art. 186, comma 2, vale a dire quella contenuta nella lett. c) della disposizione. In quell’occasione il legislatore si limitava ad adattare il regime delle sanzioni accessorie alla nuova incriminazione della condotta di rifiuto, con la seguente previsione: “La condanna per il reato di cui al periodo che precede comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione”.
    Il citato decreto-legge rafforzava ulteriormente l’apparato sanzionatorio della più grave delle fattispecie di guida in stato di ebbrezza di cui alla lett. c) dell’art. 186, comma 2.
    Infatti, l’art. 4, comma 1, lett. b), ha imposto che alla condanna o al patteggiamento della pena per tale fattispecie consegua obbligatoriamente la confisca del veicolo “con il quale è stato commesso il reato”.
    La norma ha richiamato il disposto dell’art. 240, secondo comma, cod. pen., prevedendo altresì che la confisca dovesse essere disposta anche in caso di sospensione condizionale della pena. Precisazione invero superflua, atteso che già l’art. 164, terzo comma, cod. pen. esclude che questa causa di estinzione del reato possa influire sull’applicabilità della misura di sicurezza patrimoniale.
    L’unico limite previsto alla confiscabilità del veicolo riguardava (e riguarda) l’ipotesi che quest’ultimo appartenesse a persona estranea al reato. In tal caso era previsto che lo stesso fosse comunque sottoposto al fermo amministrativo per il periodo di centottanta giorni, misura che poteva essere anticipata a fini cautelari per sessanta giorni su iniziativa dell’organo che aveva accertato la violazione attraverso un provvedimento di fermo provvisorio reclamabile dinanzi al tribunale.
    La legge 15 luglio 2009, n. 94 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), con l’art. 3, comma 45, inseriva nell’articolo 186, comma 2, lett. c), dopo il secondo periodo, la previsione che la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata nella ipotesi che il veicolo appartenga a persona estranea al reato.
    L’art. 33 della legge n. 120 del 2010 modificava anche la lett. c) del comma 2 dell’art. 186, con riferimento al trattamento sanzionatorio per la più grave delle tre contravvenzioni di guida in stato di ebbrezza, innalzando il minimo edittale da tre a sei mesi di arresto, lasciando però immutati il limite massimo di un anno e la misura dell’ammenda (da 1.500 a 6.000 Euro) introdotti dalla citata legge n. 125/2008.
    È da sottolineare, altresì, che la nuova disposizione contenuta nell’art. 186-bis, inserita dall’art. 33, comma 2, della legge n. 120 del 2010 – con la quale il legislatore ha inteso accentuare la repressione nei confronti di alcune particolari categorie di conducenti ivi indicati – prevede il trattamento sanzionatorio della contravvenzione di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti alcolimetrici – in gran parte mutuato dal comma 7 dell’art. 186 – in termini più rigorosi, essendo previsto l’aumento da un terzo alla metà delle pene previste dal comma 2, lett. c), dello stesso art. 186 e, soprattutto, con immediata rilevanza ai fini della presente decisione, stabilisce che, qualora non sia possibile confiscare il veicolo perché appartenente a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida (da sei mesi a due anni) è raddoppiata (art. 186-bis, comma 6).
    Ben più rilevanti le modifiche apportate dalla legge n. 120 del 2010 in materia di confisca del veicolo con cui è stato commesso il reato, previsione introdotta nella lett. c) dell’art. 186 dal d.l. n. 92/2008.
    Rimane fermo che la misura debba essere obbligatoriamente disposta in caso di condanna ovvero di patteggiamento per la contravvenzione di cui alla disposizione in commento, anche nel caso in cui venga concessa la sospensione condizionale della pena e salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato (per tale dovendosi intendere chi non sia concorso nel reato e, rispetto al medesimo, sappia dimostrare l’insussistenza di profili di colpa dai quali sia derivata la possibilità di uso illecito del veicolo: cfr. in proposito, Sez. 4, n. 15898 del 18/12/2012, dep. 2013, Janusz, n.m.; Sez. 4, n. 16553 del 26/01/2011, Pasolini, n.m. sul punto; Sez. 4, n. 11230 del 14/01/2010, Pagano, n.m).
    È stato, invece, eliminato l’inciso secondo cui la confisca doveva essere disposta ai sensi del secondo comma dell’art. 240 cod. pen., modifica imposta dall’intervento della Corte Costituzionale, che, con la sentenza 4 giugno 2010, n. 196, ha dichiarato l’illegittimità parziale della lett. c) del comma 2 dell’art. 186 proprio in riferimento al citato rinvio all’art. 240 cod. pen., affermando la violazione dell’art. 117 Cost. in riferimento all’art. 7 CEDU.
    In particolare – per quanto riguarda la confisca del veicolo appartenente alla persona cui sia addebitato il reato previsto dall’art. 186, comma 2, cod. strada (guida in stato di ebbrezza) o quello previsto dall’art. 187 del medesimo codice (guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti) – l’art. 33, comma 1, della legge 120 del 2010 ha modificato l’art. 186, comma 2, lett. c) inserendo un ultimo periodo che contiene la previsione che, ai fini del sequestro (disciplinato della medesima norma che prevede anche la confisca del veicolo), si applichino le disposizioni di cui all’art. 224-ter cod. strada.
    L’art. 224-ter, introdotto dalla medesima legge, qualifica espressamente la confisca come “sanzione amministrativa accessoria”. La stessa norma prevede che nelle ipotesi di reato cui consegue tale sanzione (e quindi non solo artt. 186 e 187 ma, per esempio, l’art. 9-ter in tema di divieto di gareggiare in velocità con veicoli a motore) l’agente o l’organo accertatore, procedano al sequestro ai sensi dell’art. 213 cod. strada.
  3. Tanto premesso non convince nella sentenza Bianchi, innanzitutto, la premessa che richiama la distinzione tra rinvio recettizio (o statico) da quello formale (dinamico), arrivando alla conclusione che i rinvii, inseriti nel primo e nel secondo periodo del comma 7 dell’art. 186 cod. strada, alle pene di cui al comma 2, lett. c) ed “alle modalità e procedure”, previste dal comma 2, lett. c) del medesimo art. 186, rientrino nell’ambito del rinvio formale (dinamico), atteso che il legislatore, nel reintrodurre la rilevanza penale della condotta di rifiuto, ha inteso richiamare la disciplina sanzionatoria prevista dalla più grave ipotesi di guida in stato di ebbrezza, sia in riferimento alla pena principale sia con riguardo alle “modalità e procedure” afferenti alla sospensione della patente di guida ed alla confisca del veicolo.
    Proprio il dato letterale dell’art. 186, comma 7, come introdotto dal decreto-legge 92/2008-convertito dalla legge 125/2008 – nella parte in cui tiene distinti i rinvii, inseriti nel primo e nel secondo periodo del comma 7 dell’art. 186, cod. strada, rispettivamente alle “pene di cui al comma 2, lettera c)” ed alle “modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c)” del medesimo art. 186 -non consente di ritenere che il regime sanzionatorio concernente la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida possa mutuarsi dall’art. 186, comma 2, lett. c), cod. strada, essendo prevista un’autonoma disciplina che rinvia a quest’ultima norma con esclusivo riferimento “alle modalità e procedure” previste a proposito della confisca. In tal senso va precisato che il comma 7 esplicitamente prevede che con la sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti, anche se è stata concessa la sospensione condizionale della pena, è sempre disposta la confisca del veicolo con il quale è stato commesso il reato e dispone, altresì, che ai fini del sequestro si applicano le disposizioni di cui all’art. 224-ter stesso codice.
    Va rimarcato, invece, che la norma alla quale viene fatto il rinvio non contiene alcun riferimento alle “modalità e procedure” attinenti alla sospensione della patente di guida.
    In altri termini, per il reato di cui all’art. 186, comma 7, cod. strada, con riferimento alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, non può parlarsi né di rinvio formale né ricettizio, giacché il legislatore ha espressamente disciplinato tale sanzione con autonoma cornice edittale. È da escludere, pertanto, una cristallizzazione della disposizione normativa recepita, come pure l’adeguamento della stessa all’evoluzione della norma richiamata. Ne consegue che non è applicabile all’ipotesi del reato di cui all’art. 186, comma 7 (ed a quella di cui all’art. 187, comma 8, che rinvia alla prima per le sanzioni), la sanzione del raddoppio della sospensione della patente di guida, introdotta, come sopra precisato, con la legge n. 94 del 2009.

7.1. Il rinvio che l’art. 186, comma 7, effettua al comma 2, lett. c), dello stesso articolo, sia con riferimento alla pena principale sia con riguardo alle “modalità e procedure” afferenti alla confisca del veicolo deve, invece, qualificarsi, come rinvio formale (o dinamico).
Si è già accennato il significato normativo da attribuirsi alle diverse tecniche di rinvio.
Il rinvio recettizio (o statico) recepisce per intero, senza che ne sia riprodotto il testo, il contenuto di un altro articolo, vale a dire la disposizione normativa; quello formale (o dinamico), al contrario, fa riferimento alla norma in sé, cioè al principio contenuto nella formula verbale dell’articolo del codice e ne segue, dunque, inevitabilmente la eventuale evoluzione, di talché, mutato il contenuto della norma di riferimento, muta inevitabilmente il significato della norma di rinvio (v., tra le altre, Sez. U, n. 26268 del 28/03/2013, cit.).
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 315 del 2004, ha affermato che, in presenza di un rinvio recettizio (o statico), il contenuto della disposizione richiamata diviene parte del contenuto della norma richiamante, restando le successive vicende della norma richiamata prive di effetto ai fini della esistenza ed efficacia della norma richiamante.
È stato altresì precisato (v. la citata sentenza delle Sezioni Unite) che, in mancanza di formule chiarificatrici, il rinvio operato a diversa disposizione di legge deve intendersi come rinvio statico. Il rinvio operato da una norma può essere considerato dinamico (formale) solo qualora esso si riferisca, non già ad una disposizione determinata, ma a un istituto o a una normativa complessivamente considerati, oggetto di un separato atto normativo e dotati di una propria autonoma rilevanza. In questo senso è stato ritenuto, in tema di processo minorile, l’applicabilità della custodia cautelare in carcere in ipotesi di furto in abitazione in quanto l’art. 23 del d.P.R. n. 448 del 1988 – ancorché non preveda tra i casi in cui può essere applicata la custodia cautelare in carcere nei confronti di minorenni, l’ipotesi di cui all’art. 380, comma 2, lett. e-bis, cod. proc. pen. – richiama, tuttavia, l’art. 380, comma 2, lett. e), cod. proc. pen., che prevede l’ipotesi di furto aggravato, ex art. 625, primo comma, n. 2, prima parte, cod. pen., che corrisponde esattamente all’ipotesi di cui all’art. 624-bis, terzo comma, cod. pen. (furto in abitazione o con strappo aggravato da una o più delle circostanze di cui all’art. 625, primo comma, cod. pen.), introdotta quale autonoma figura di reato dalla legge 26 marzo 2001, n. 128 (v., tra le altre, Sez. 4, n. 48436 del 17/10/2012, V., Rv. 255010; Sez. 4, n. 19680 del 09/04/2009, G., Rv.243509).

7.2. La diversa disciplina della sanzione amministrative della sospensione della patente afferente al reato in esame trova, del resto, la sua giustificazione, come rileva la sentenza Vaglia, nell’intento del legislatore di mantenere entro limiti edittali più contenuti, in ragione della distinta oggettività giuridica dei reati contemplati dall’art. 186, comma 2, e dall’art. 186, comma 7 (nonché dall’art. 187, comma 8) la durata della stessa nell’ipotesi in cui la condotta criminosa non sia strettamente correlata all’utilizzo del veicolo ma si sostanzi nella frapposizione di un ostacolo all’accertamento di altro reato.
Come chiaramente indicato nella relazione di accompagnamento al d.l. n. 92 del 2008, il legislatore ha inteso intervenire con decretazione di urgenza per fronteggiare l’incremento “esponenziale” delle vittime di incidenti stradali cagionati dall’abuso di alcool e stupefacenti; e, in tale prospettiva finalistica, ha voluto introdurre significative modifiche agli artt. 186, 187 e 222 cod. strada, tra le quali il ripristino della rilevanza penale delle condotte di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti relativi allo stato di ebbrezza alcolica od all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope.
Nella relazione, sul punto di interesse, si osserva che “la depenalizzazione delle condotte in parola ha infatti portato alla materiale impossibilità di addivenire a condanne per il reato di cui all’art. 187 cod. strada, risultando impossibile accertare aliunde la circostanza che il soggetto controllato sia sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope e rendendo, inoltre, molto difficile ed in ogni caso suscettibile di contestazioni altrimenti evitabili il medesimo accertamento in relazione ai soggetti postisi alla guida in stato di ebbrezza”.
Il perseguimento dei richiamati obiettivi è stato quindi tecnicamente realizzato già con la previsione, contenuta nel primo periodo dell’art. 186, comma 7, cod. strada, relativa alla applicazione, in caso di rifiuto, come sopra si è evidenziato, delle “pene di cui al comma 2, lett. c)”, lasciando immutato il regime della sanzione accessoria in questione.
L’art. 4, lett. d), del decreto non si è peraltro limitato a ristabilire la rilevanza penale della fattispecie, ma ha altresì recuperato la filosofia che aveva ispirato l’incriminazione fino alla depenalizzazione con il decreto-legge 117/2007, e cioè quella di parificare nella risposta sanzionatoria il rifiuto dell’accertamento alla violazione del divieto di guidare in stato di ebbrezza, prevenendo in tal modo potenziali sacche di impunità. Ed in tal senso per la “nuova” contravvenzione viene previsto lo stesso trattamento sanzionatorio riservato alla più grave delle ipotesi contemplata nell’art. 186, comma 2, vale a dire quella contenuta nella lett. e) della disposizione.
In tal modo viene rovesciata la situazione creatasi a seguito del precedente intervento normativo: mentre il conducente prima poteva vantare un interesse a rifiutare di sottoporsi al test alcolimetrico, accettando l’irrogazione della sanzione amministrativa nella consapevolezza che senza la misurazione strumentale egli poteva essere al più riconosciuto colpevole della meno grave delle ipotesi di guida in stato di ebbrezza, ora lo stesso conducente ha esattamente l’interesse contrario, giacché se non si sottopone agli accertamenti si vedrà applicare la sanzione penale più elevata e perderà così l’opportunità di veder eventualmente dimostrato che il suo tasso alcolemico è inferiore agli 1,5 grammi per litro, circostanza che gli garantirebbe invece l’irrogazione delle più miti sanzioni previste dalle lett. a) e b) dell’art. 186, comma 2 (la prima di natura amministrativa).

  1. Tale soluzione trova ulteriore conforto nell’art. 186-bis, inserito dall’art. 33, comma 2, della legge n. 120 del 2010, con il quale il legislatore, nell’accentuare la repressione nei confronti di alcune particolari categorie di conducenti ivi indicati, non solo ha previsto il trattamento sanzionatorio della contravvenzione di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti alcolimetrici – in gran parte mutuato dal comma 7 dell’art. 186 – in termini più rigorosi, essendosi stabilito l’aumento da un terzo alla metà delle pene previste dal comma 2, lett. c), dello stesso art. 186, ma, con immediato rilievo in questa sede, ha stabilito che, qualora non sia possibile confiscare il veicolo perché appartenente a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida (da sei mesi a due anni) è raddoppiata (art. 186-bis, comma 6).
    Ciò significa che quando il legislatore ha inteso determinare la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida con limiti edittali superiori rispetto a quelli indicati nell’art. 186, comma 7, cod. strada, lo ha esplicitamente previsto. Il che lascia ragionevolmente presumere che lo stesso legislatore nella fattispecie in esame abbia operato una precisa scelta e non abbia inteso procedere ad un rinvio ad altra norma.
  2. Da tale impostazione costruttiva discende ilseguente principio di diritto:“Il rinvio alle stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione, contenuto nel secondo periodo del comma 7 dell’art. 186 cod. strada, dopo le previsioni relative alla sospensione della patente di guida ed alla confisca del veicolo, deve intendersi limitato alle sole modalità e procedure, contenute nell’art. 186, comma 2, lett. c), cod. strada, che regolano il sistema della confisca del veicolo, con esclusione del rinvio alla disciplina del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida, qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato; conseguentemente, la durata della sospensione della patente di guida, quale sanzione amministrativa che accede al reato di rifiuto, compresa, ai sensi dell’art. 186, comma 7, secondo periodo, tra il minimo di sei mesi ed il massimo di due anni, non deve essere raddoppiata nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato”.
  3. Le considerazioni che precedono comportano, pertanto, l’accoglimento del ricorso.
    Applicando i richiamati principi di diritto al caso di specie, deve osservarsi che la durata della sospensione della patente di guida ex art. 186, comma 7, cod. strada, risulta compresa tra il minimo di sei mesi al massimo di due anni, non avendo rilievo, ai fini della determinazione della durata della sanzione, alla luce delle considerazioni sopra esposte, la circostanza che l’autovettura utilizzata dall’imputato, autore del rifiuto, risulta appartenere a persona estranea al reato.
    Deve ritenersi, pertanto, fondato il rilievo attinente all’erroneità della determinazione della sanzione accessoria, applicata dal giudice nella misura del doppio del massimo, in ragione dell’erronea interpretazione del duplice rinvio contenuto nella disposizione incriminatrice di cui all’art. 186, comma 7, cod. strada, alle “pene di cui al comma 2, lett. c)” ed alle “modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c)”, cod. strada.
    È dato quindi procedere all’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, contestualmente determinandone la durata nella misura di anni due.
    La predetta sanzione va direttamente applicataci sensi dell’art. 620, comma 1, lett. I), cod. proc. pen., in misura corrispondente al massimo legale previsto per la fattispecie in esame, giacché il giudicante, nel raddoppiare la durata della sanzione, era partito dal massimo edittale di anni due.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla durata della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, che determina in anni due.

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diritti in caso separazione coppie conviventi – AVVOCATO A BOLOGNA

diritti in caso separazione coppie conviventi - AVVOCATO A BOLOGNA
diritti in caso separazione coppie conviventi – AVVOCATO A BOLOGNA

CERTO LA CONVIVENZA RISPETTO AL MATRIMONIO HA MOLTI MENO DIRITTI MA NON VUOL DIRE CHE NON SE NE HANNO

Tra i doveri dei conviventi previsti dalla Legge Cirinnà è importante invece ricordare cosa succede in caso di separazione della coppia. Il giudice, su richiesta di uno degli ex conviventi, può infatti stabilire l’obbligo al versamento degli alimenti. Tale obbligo è però valido solo se l’ex partner versa in stato di bisogno. A differenza di quanto succede per le coppie sposate, non è invece possibile richiedere il “mantenimento” I diritti dei figli Ad oggi i diritti dei figli nati dalle convivenze sono equiparati a quelli dei figli nati da coppie sposate: è infatti venuta meno la differenza tra figli naturali e figli legittimi. I genitori hanno quindi l’obbligo di educare, istruire e mantenere i proprio figli indipendentemente dal tipo di unione in cui questi sono nati. In caso di fine della convivenza l’affidamento viene stabilito in base al criterio dell’interesse del minore. Se c’è contrasto, a decidere sarà il Tribunale dei Minori sull’affidamento; per quanto riguarda il mantenimento, invece, il tribunale competente è quello ordinario. Quali diritti sulla casa? La Corte Costituzionale ha riconosciuto al convivente il diritto di subentrare nel contratto di locazione in caso di morte del conduttore; Si ricorda che in ogni caso, il comma 43 dell'articolo 1 della Legge 76/2016 prevede che in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza "il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni." Inoltre qualora il convivente, invece, ha in affidamento i figli ha il diritto di subentrare anche qualora cessi la convivenza.
Tra i doveri dei conviventi previsti dalla Legge Cirinnà è importante invece ricordare cosa succede in caso di separazione della coppia. Il giudice, su richiesta di uno degli ex conviventi, può infatti stabilire l’obbligo al versamento degli alimenti. Tale obbligo è però valido solo se l’ex partner versa in stato di bisogno. A differenza di quanto succede per le coppie sposate, non è invece possibile richiedere il “mantenimento” I diritti dei figli Ad oggi i diritti dei figli nati dalle convivenze sono equiparati a quelli dei figli nati da coppie sposate: è infatti venuta meno la differenza tra figli naturali e figli legittimi. I genitori hanno quindi l’obbligo di educare, istruire e mantenere i proprio figli indipendentemente dal tipo di unione in cui questi sono nati. In caso di fine della convivenza l’affidamento viene stabilito in base al criterio dell’interesse del minore. Se c’è contrasto, a decidere sarà il Tribunale dei Minori sull’affidamento; per quanto riguarda il mantenimento, invece, il tribunale competente è quello ordinario. Quali diritti sulla casa? La Corte Costituzionale ha riconosciuto al convivente il diritto di subentrare nel contratto di locazione in caso di morte del conduttore; Si ricorda che in ogni caso, il comma 43 dell’articolo 1 della Legge 76/2016 prevede che in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza “il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.” Inoltre qualora il convivente, invece, ha in affidamento i figli ha il diritto di subentrare anche qualora cessi la convivenza.

diritti in caso separazione coppie conviventi-Secondo la Suprema Corte “la famiglia di fatto è compresa tra le formazioni sociali che l’art. 2 della Costituzione considera la sede di svolgimento della personalità individuale, il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna, per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto e matrice personale la cui rilevanza sul piano della giuridicità è custodita dalla Costituzione, sì da assumere i connotati tipici della detenzione qualificata”.

 

 

ESAMINIAMO I DIRITTI DELLE COPPIE DI FATTO CIOE’ QUELLE COPPIE NON UNITE DA MATRIMONIO

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Possesso dell’abitazione:
Nel caso di convivenza nell’immobile di proprietà di uno dei due conviventi, qualora si verificasse la rottura dell’unione di fatto,

. La Legge n. 219 del 10/12/2012, pubblicata in Gazzetta ufficiale il 17/12/2012 ed entrata in vigore il 1° gennaio 2013, ha eliminato qualsiasi forma discriminatoria tra figli legittimi, ossia nati all’interno di un matrimonio, e figli naturali, ossia nati fuori dal matrimonio.
Tale Legge ha stabilito la competenza del Tribunale Ordinario anche per la separazione delle coppie di fatto che hanno figli e vogliono tutelare i rapporti di questi con entrambi i genitori.

– Affidamento dei figli:
vige lo stesso principio del matrimonio cioe’ l’affido a entrambi salvo casi particolari
Il dovere di mantenimento, il diritto di visita e l’affidamento condiviso non conoscono differenza tra coppie di fatto e coppie sposate..
– Violazione degli obblighi familiari

Per quanto riguarda il mantenimento dei figli minori dopo la separazione dei genitori, oggi la legge impone il dovere di contribuire alle esigenze dei figli ad entrambi i genitori in proporzione al proprio reddito. Questi debbono provvedervi non solo con le rispettive sostanze ma anche con la capacità di lavoro, professionale o casalingo

La legge n. 76 del 20 maggio 2016, famosa come legge Cirinnà, dà alle coppie di fatto la possibilità di rendere giuridicamente rilevante il legame affettivo anche in assenza di un vincolo legale. Per diventare una coppia di fatto occorre perfezionare una specifica dichiarazione all’anagrafe del comune di residenza, dalla quale discendono precisi diritti.

Tra i doveri dei conviventi previsti dalla Legge Cirinnà è importante invece ricordare cosa succede in caso di separazione della coppia. Il giudice, su richiesta di uno degli ex conviventi, può infatti stabilire l’obbligo al versamento degli alimenti. Tale obbligo è però valido solo se l’ex partner versa in stato di bisogno.

A differenza di quanto succede per le coppie sposate, non è invece possibile richiedere il “mantenimento”

I diritti dei figli

Ad oggi i diritti dei figli nati dalle convivenze sono equiparati a quelli dei figli nati da coppie sposate: è infatti venuta meno la differenza tra figli naturali e figli legittimi. I genitori hanno quindi l’obbligo di educare, istruire e mantenere i proprio figli indipendentemente dal tipo di unione in cui questi sono nati. In caso di fine della convivenza l’affidamento viene stabilito in base al criterio dell’interesse del minore.

 

In caso di contrasto  a decidere sarà il Tribunale dei Minori sull’affidamento; per quanto riguarda il mantenimento, invece, il tribunale competente è quello ordinario.

Quali diritti sulla casa?

La Corte Costituzionale ha riconosciuto al convivente il diritto di subentrare nel contratto di locazione in caso di morte del conduttore; Si ricorda che in ogni caso, il comma 43 dell’articolo 1 della Legge 76/2016 prevede che in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza “il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.”

Inoltre qualora  il convivente, invece, ha in affidamento i figli ha il diritto di subentrare anche qualora cessi la convivenza.

QUALI DIRITTI NON HANNO LE COPPIE DI FATTO.

Le coppie  di  fatto non godono di tutti i diritti delle coppie sposate però di alcuni «privilegi» delle coppie sposate.

 Non esiste il «dovere di fedeltà».

diritti in caso separazione coppie conviventi - AVVOCATO A BOLOGNA
diritti in caso separazione coppie conviventi – AVVOCATO A BOLOGNA

Quindi, in caso di tradimento, nella procedura di separazione non è possibile chiedere a favore del convivente tradito la dichiarazione di addebito contro l’altro, né alcun genere di risarcimento.

Sempre in caso di separazione, non è riconosciuto l’assegno di mantenimento, a meno che non sia previsto nel contratto di convivenza o in altra scrittura.
In caso di successione mortis causa, i conviventi non sono eredi legittimi. È quindi possibile destinare loro solo una parte o tutta la quota disponibile.

Fedeltà:
Il più incisivo dei doveri che non spettano alle coppie di fatto è il dovere di fedeltà.

Il convivente tradito non può chiedere addebiti e risarcimenti di alcun tipo.
Mantenimento:
In caso di cessazione della convivenza non vi è alcun obbligo di mantenimento dell’altro ex convivente.

TUTELA RAPPORTI PATRIMONIALI TRA CONVIVENTI

La convivenza more uxorio determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su un interesse proprio ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità; conseguentemente, l’estromissione violenta o clandestina del convivente dall’unità abitativa, compiuta dal partner, giustifica il ricorso alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio nei confronti dell’altro quand’anche il primo non vanti un diritto di proprietà sull’immobile che, durante la convivenza, sia stato nella disponibilità di entrambi.

La tesi secondo cui la relazione di fatto del convivente sarebbe un mero strumento del possesso o della detenzione di altro soggetto, paragonabile a quella dell’ospite o del tollerato, è contraria alla rilevanza giuridica e alla dignità stessa del rapporto di convivenza di fatto, la quale – con il reciproco rispettivo riconoscimento di diritti del partner, che si viene progressivamente consolidando nel tempo, e con la concretezza di una condotta spontaneamente attuata – da vita, anch’essa, ad un autentico consorzio familiare, investito di funzioni promozionali.

Pur mancando una legge organica sulla convivenza non fondata sul matrimonio, il legislatore nazionale non ha mancato di disciplinare, e con accresciuta intensità in tempi recenti, settori di specifica rilevanza della stessa, anche al di là della filiazione (dove l’eliminazione di ogni residua discriminazione tra i figli è stata sancita, nel rispetto dell’art. 30 Cost., dalla legge 10 dicembre 2012, n. 219). Basti pensare – sole per citare alcuni esempi – all’art. 199 cod. proc. pen., per la facoltà di astenersi dal deporre concessa al convivente dell’imputato; agli artt. 342-bis e 343-ter cod. civ., introdotti dalla legge 4 aprile 2001, n. 154, sull’estensione al convivente degli ordini di protezione contro gli abusi familiari; all’art. 6 della legge 4 maggio 1983, n. 184, cosi come sostituito ad o-pera della legge 28 marzo 2001, n. 149, per gli effetti della convivenza precedente al matrimonio sulla stabilità del vincolo ai fini dell’adozione; all’art. 408 cod. civ., cosi come novellato dalla legge 9 gennaio 1994, n. 6, per la scelta dell’amministratore di sostegno, che può cadere anche sulla persona stabilmente convivente; all’art. 129 del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, in tema soggetti che non possono essere considerati terzi e che non hanno diritto ai benefici derivanti dall’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, limitatamente ai danni alle cose.

Soprattutto, è stata la giurisprudenza costituzionale a sottolineare che ‘un consolidato rapporto, ancorché di fatto, non appare – anche a sommaria indagine – costituzionalmente irrilevante quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (art. 2 Cost.)’ (sentenza n. 237 del 1986); e a ribadire, di recente, che ‘per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico’ (sentenza n. 138 del 2010). In questo contesto si colloca la declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 6 della legge sulla locazione d’immobili urbani 27 luglio 1978, n. 392 (sentenza n. 404 del 1988), con cui la Corte costituzionale ha posto il convivente more uxorio tra i successibili nella locazione, in caso di morte del conduttore, e ha stabilito che il convivente medesimo, affidatario di prole naturale, succede al conduttore che abbia cessato la convivenza.

La qualità di formazione sociale della convivenza more uxorio (Cass., Sez. III, 19 giugno 2009, n. 14343) ha consentito a questa Corte di guardare alla stessa come fonte di doveri morali e sociali di ciascun convivente nei confronti dell’altro; con l’effetto, tra l’altro: (a) di escludere il diritto del convivente more uxorio di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso delle convivenza (Sez. III, 20 gennaio 1989, n. 285; Sez. II, 13 marzo 2003, n. 3713; Sez. III, 15 maggio 2009, n. 11330); (b) di riconoscere il diritto del convivente al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale per la morte del compagno o della compagna provocata da un terzo (Sez. III, 28 marzo 1994, n. 2988; Sez. III, 16 settembre 2008, n. 23725); (c) di dare rilevanza alla convivenza intrapresa dal coniuge separato o divorziato ai fini dell’assegno di mantenimento o di quello di divorzio (Sez. I, 10 novembre 2006, n. 24056; Sez. I, 10 agosto 2007, n. 17643; Sez. I, 11 agosto 2011, n. 17195; Sez. I, 12 marzo 2012, n. 3923).

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 21 marzo 2013, n.7214 – Pres. Bursese – est. Giusti

Ritenuto in fatto

    1. – Il Tribunale di Roma, in accoglimento della domanda possessoria presentata da G..M. in data 6 luglio 1998, accertato il lamentato spoglio, condannò L.L. a reintegrare il ricorrente nel compossesso dell’appartamento sito in (omissis), oltre al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede.
    2. – Con sentenza depositata in data 31 gennaio 2006, la Corte d’appello ha confermato la sentenza di primo grado, rigettando il gravame della L. .

La Corte territoriale – premesso che il M. aveva venduto in data 24 marzo 1998 l’immobile in questione alla L. , sua convivente more uxorio, con rogito notarile per notar Alfonsi di Latina – ha confermato la qualificazione della situazione di fatto del M. in termini di compossesso e non di mera detenzione. Infatti, nonostante la dichiarazione di trasferimento del possesso resa dallo stesso M. nell’atto di alienazione, per un verso la convivenza more uxorio era continuata anche dopo il 24 marzo 1998 e, per l’altro verso, il M. aveva continuato ad utilizzare l’appartamento in questione (al quale aveva libero accesso, avendone le chiavi e tenendovi mobili ed effetti personali), sia pernottandovi, sia usandolo in appoggio ad altro sottostante appartamento in cui esercitava la professione medica.

Il giudice di secondo grado ha poi sottolineato come la L. avesse ‘colto l’occasione per estromettere il M. dal compossesso dell’appartamento’ a seguito dell’intervento dei carabinieri, da lei stessa richiesto per il sospetto della flagrante commissione di reati. La consegna delle chiavi dell’immobile, da parte del M. , ai militari non poteva considerarsi indice della volontà di questo di dismettere il compossesso, essendo dettata dal timore conseguente alla prospettazione di ipotesi criminose (tentativo di furto o violazione di domicilio) nelle quali avrebbe potuto altrimenti incorrere.

La Corte romana ha infine rigettato la censura in ordine alla inammissibilità della domanda di condanna al risarcimento dei danni, formulata dal M. soltanto in sede di precisazione delle conclusioni, rilevando che la tardività della domanda risultava comunque sanata dall’accettazione implicita della stessa, in assenza di un rifiuto del contraddittorio, avendo anzi la L. interloquito sul merito della richiesta risarcitoria nella comparsa conclusionale di primo grado.

    1. – Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello la L. ha proposto ricorso, con atto notificato il 2 marzo 2007, sulla base di quattro motivi.

Vi ha resistito con controricorso il M. .

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La ricorrente ha depositato una memoria illustrativa in prossimità dell’udienza.

Considerato in diritto

    1. – Va, in primo luogo, respinta l’eccezione preliminare, sollevata dalla difesa del controricorrente, di inammissibilità dei motivi di ricorso perché non corredati dai conclusivi quesiti di diritto. Infatti, la sentenza impugnata è stata depositata il 31 gennaio 2006, e quindi il ricorso per cassazione proposto contro di essa non ricade nell’ambito di operatività dell’art. 366-bis cod. proc. civ., inserito dall’art. 6 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, a far data dal 2 marzo 2006.
    2. – Con il primo motivo, rubricato ‘violazione e falsa applicazione degli artt. 1140, 1141, 1142, 1143, 1144, 1146, 1168, 1417, 2696, 2721, 2722, 2723, 2729 cod. civ. e 115 e 116 cod. proc. civ., ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.’, si contesta la sussistenza della situazione di compossesso in capo al M. , poiché non sarebbe stata tenuta in adeguata considerazione la dichiarazione, resa nell’atto di compravendita del 24 marzo 1998, di trasferimento del possesso alla L. . Ad avviso della ricorrente, la situazione di compossesso non sarebbe compatibile con la cessione della proprietà tramite stipula di contratto di compravendita, che sottintenderebbe l’inesistenza di qualsiasi altra situazione di fatto in capo all’alienante. Erroneamente la Corte di merito avrebbe ‘dato ingresso a una prova testimoniale volta a dimostrare la simulazione parziale dell’atto pubblico di vendita… nella parte in cui l’alienante si sarebbe in realtà riservato il possesso ed il compossesso’.

Con il secondo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 1140, 1141, 1142, 1143, 1144, 1146, 1168 e 2727 cod. civ. e 115 e 116 cod. proc. civ., ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un fatto controverso – la presunta convivenza more uxorio tra le parti – e ritenuto decisivo ai fini del decidere, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ.) si sostiene che dalle allegazioni acquisite all’istruttoria emergerebbe ‘che la situazione personale tra le parti aveva avuto termine prima dei fatti di causa e, soprattutto, che essa aveva luogo e sfondo non nell’appartamento (OMISSIS) , ma in quello di proprietà di G..M. e sito in XXXXXX’. Ad avviso della ricorrente, la situazione di compossesso non potrebbe dedursi dalla convivenza more uxorio fra le parti, giacché la libera convivenza è una unione basata sulla affectio e, in mancanza dei caratteri propri del matrimonio, non si potrebbero ricollegare ad essa gli effetti giuridici propri del possesso. La situazione di fatto del convivente more uxorio sarebbe caratterizzata da precarietà, e la sua relazione con la cosa sarebbe assimilabile a quella di un ospite. In ogni caso, il compossesso del M. , anche ove fosse mai esistito, si sarebbe estinto automaticamente per effetto della fine della convivenza, perché l’unione more uxorio della coppia cesserebbe di produrre i suoi effetti con la semplice manifestazione di volontà del convivente di volerla sciogliere o con attività incompatibili con la prosecuzione del rapporto.

Con il terzo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 1147, 1168, 2699, 2700, 2701, 2702 cod. civ. e 115, 116, 221, 246, 247 cod. proc. civ. ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio – il contenuto del verbale dei Carabinieri del 19 luglio 1998 -, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ.) si sostiene che il giudice, pur in assenza di querela di falso, avrebbe contraddetto quanto scritto nel verbale dei carabinieri, avente forza di atto pubblico in ordine alle circostanze della riconsegna delle chiavi di casa e a talune affermazioni della L. . La L. non avrebbe ingenerato nei carabinieri il sospetto che il M. fosse un ladro. Ci si lamenta anche della mancanza di motivazione in ordine alla ritenuta inattendibilità delle testimonianze dello zio e del padre della ricorrente. Il giudice di secondo grado lascerebbe tra l’altro intendere la malafede della L. relativamente alla circostanza in cui questa richiese l’intervento dei carabinieri. Poiché mancherebbero le prove che l’intervento delle forze dell’ordine sia stato strumentalizzato dalla L. ai fini dello spoglio del M. , si doveva presumere la buona fede della ricorrente, che in ogni caso è sufficiente sussista al momento dell’acquisto, ai sensi dell’art. 1147 cod. civ..

2.1. – I tre motivi – i quali, per la loro stretta connessione, possono essere esaminati congiuntamente – sono infondati.

2.2. – Nella giurisprudenza di questa Corte è stato più volte affermato il principio secondo cui il solo fatto della convivenza, anche se determinata da rapporti intimi, non pone di per sé in essere nelle persone che convivono con chi possiede il bene un potere sulla cosa che possa essere configurato come possesso autonomo sullo stesso bene o come una sorta di compossesso (Sez. II, 2 ottobre 1974, n. 2555; Sez. II, 14 giugno 2001, n. 8047). In questa prospettiva, il consolidamento della relazione tra i conviventi non darebbe luogo, in capo al soggetto non proprietario dell’immobile, ad una situazione tutelabile con l’azione di spoglio. Il convivente non proprietario sarebbe relegato nell’indifesa posizione dell’ospite, del tollerato o del detentore per ragioni di servizio.

Non mancano, tuttavia, pronunce di segno diverso. Da un lato, infatti, ma in relazione a ‘persone legate da rapporti di parentela o di affinità e conviventi’, si è osservato che ‘un rapporto di condetenzione tutelabile con l’azione di spoglio anche nei riguardi del condetentore titolare del rapporto di locazione non si può escludere’ (Sez. II, 7 ottobre 1971, n. 2753); dall’altro, nel negarsi la rilevanza della disponibilità della rea in capo al convivente more uxorio ai fini dell’usucapione, si è tuttavia sottolineato (Sez. II, 14 giugno 2012, n. 9786) che al convivente che goda con il partner possessore iure proprietatis del medesimo bene va riconosciuta una posizione ‘riconducibile alla detenzione autonoma (qualificata dalla stabilità della relazione familiare e protetta dal rilievo che l’ordinamento a questa riconosce)’.

2.3. – II Collegio intende porsi in continuità con l’indirizzo espresso dalla sentenza da ultimo citata.

La convivenza more uxorio determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su un interesse proprio ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità; conseguentemente, l’estromissione violenta o clandestina del convivente dall’unità abitativa, compiuta dal partner, giustifica il ricorso alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio nei confronti dell’altro quand’anche il primo non vanti un diritto di proprietà sull’immobile che, durante la convivenza, sia stato nella disponibilità di entrambi.

La tesi secondo cui la relazione di fatto del convivente sarebbe un mero strumento del possesso o della detenzione di altro soggetto, paragonabile a quella dell’ospite o del tollerato, è contraria alla rilevanza giuridica e alla dignità stessa del rapporto di convivenza di fatto, la quale – con il reciproco rispettivo riconoscimento di diritti del partner, che si viene progressivamente consolidando nel tempo, e con la concretezza di una condotta spontaneamente attuata – da vita, anch’essa, ad un autentico consorzio familiare, investito di funzioni promozionali.

Pur mancando una legge organica sulla convivenza non fondata sul matrimonio, il legislatore nazionale non ha mancato di disciplinare, e con accresciuta intensità in tempi recenti, settori di specifica rilevanza della stessa, anche al di là della filiazione (dove l’eliminazione di ogni residua discriminazione tra i figli è stata sancita, nel rispetto dell’art. 30 Cost., dalla legge 10 dicembre 2012, n. 219). Basti pensare – sole per citare alcuni esempi – all’art. 199 cod. proc. pen., per la facoltà di astenersi dal deporre concessa al convivente dell’imputato; agli artt. 342-bis e 343-ter cod. civ., introdotti dalla legge 4 aprile 2001, n. 154, sull’estensione al convivente degli ordini di protezione contro gli abusi familiari; all’art. 6 della legge 4 maggio 1983, n. 184, cosi come sostituito ad o-pera della legge 28 marzo 2001, n. 149, per gli effetti della convivenza precedente al matrimonio sulla stabilità del vincolo ai fini dell’adozione; all’art. 408 cod. civ., cosi come novellato dalla legge 9 gennaio 1994, n. 6, per la scelta dell’amministratore di sostegno, che può cadere anche sulla persona stabilmente convivente; all’art. 129 del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209, in tema soggetti che non possono essere considerati terzi e che non hanno diritto ai benefici derivanti dall’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, limitatamente ai danni alle cose.

Soprattutto, è stata la giurisprudenza costituzionale a sottolineare che ‘un consolidato rapporto, ancorché di fatto, non appare – anche a sommaria indagine – costituzionalmente irrilevante quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (art. 2 Cost.)’ (sentenza n. 237 del 1986); e a ribadire, di recente, che ‘per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico’ (sentenza n. 138 del 2010). In questo contesto si colloca la declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 6 della legge sulla locazione d’immobili urbani 27 luglio 1978, n. 392 (sentenza n. 404 del 1988), con cui la Corte costituzionale ha posto il convivente more uxorio tra i successibili nella locazione, in caso di morte del conduttore, e ha stabilito che il convivente medesimo, affidatario di prole naturale, succede al conduttore che abbia cessato la convivenza.

La qualità di formazione sociale della convivenza more uxorio (Cass., Sez. III, 19 giugno 2009, n. 14343) ha consentito a questa Corte di guardare alla stessa come fonte di doveri morali e sociali di ciascun convivente nei confronti dell’altro; con l’effetto, tra l’altro: (a) di escludere il diritto del convivente more uxorio di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso delle convivenza (Sez. III, 20 gennaio 1989, n. 285; Sez. II, 13 marzo 2003, n. 3713; Sez. III, 15 maggio 2009, n. 11330); (b) di riconoscere il diritto del convivente al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale per la morte del compagno o della compagna provocata da un terzo (Sez. III, 28 marzo 1994, n. 2988; Sez. III, 16 settembre 2008, n. 23725); (c) di dare rilevanza alla convivenza intrapresa dal coniuge separato o divorziato ai fini dell’assegno di mantenimento o di quello di divorzio (Sez. I, 10 novembre 2006, n. 24056; Sez. I, 10 agosto 2007, n. 17643; Sez. I, 11 agosto 2011, n. 17195; Sez. I, 12 marzo 2012, n. 3923).

2.4. – Poiché, dunque, la famiglia di fatto è compresa tra le formazioni sociali che l’art. 2 Cost. considera la sede di svolgimento della personalità individuale, il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna, per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto e matrice personale la cui rilevanza sul piano della giuridicità è custodita dalla Costituzione, si da assumere i connotati tipici della de-tenzione qualificata.

2.5. – Ciò, beninteso, non significa – come assume la ricorrente – pervenire ad un completo pareggiamento tra la convivenza more uxorio ed il matrimonio, contrastante con la stessa volontà degli interessati, che hanno liberamente scelto di non vincolarsi con il matrimonio proprio per evitare, in tutto o in parte, le conseguenze legali che discendono dal coniugio.

È e rimane infatti ferma la diversità della convivenza di fatto, fondata sull’affectio quotidiana – liberamente e in ogni istante revocabile – di ciascuna delle parti, rispetto al rapporto coniugale, caratterizzato da stabilità e certezza e dalla reciprocità e corrispettività di diritti e doveri che nascono soltanto dal matrimonio; come pure la distinta considerazione dei rapporti personali e patrimoniali di coppia nelle due diverse situazioni, stante il maggior spazio da riconoscersi, nella convivenza, alla soggettività individuale dei conviventi ed il più ampio rilievo, nel rapporto di coniugio, alle esigenze obiettive della famiglia come tale, cioè come stabile istituzione sovraindividuale (Corte cost., sentenza n. 8 del 1996).

Ma questa distinzione non comporta che, in una u-nione libera che tuttavia abbia assunto – per durata, stabilità, esclusività e contribuzione – i caratteri di comunità familiare, il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, ma di proprietà dell’altro convivente, si fondi su un titolo giuridicamente irrilevante quale l’ospitalità, anziché sul negozio a contenuto personale alla base della scelta di vivere insieme e di instaurare un consorzio familiare, come tale anche socialmente riconoscibile.

D’altra parte, l’assenza di un giudice della dissoluzione del ménage non consente al convivente proprietario di ricorrere alle vie di fatto per estromettere l’altro dall’abitazione, perché il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che, cessata l’affectio, intenda recuperare, com’è suo diritto, l’esclusiva disponibilità dell’immobile, di avvisare il partner e di concedergli un termine congruo per reperire altra sistemazione.

Nella specie la Corte d’appello – pur discorrendo, nei passaggi argomentativi, di compossesso del convivente anziché di detenzione qualificata autonoma fondata su un negozio giuridico di tipo familiare – è pervenuta, comunque, ad una soluzione della controversia conforme al diritto, riconoscendo in capo al convivente non proprietario la legittimazione ad agire in reintegrazione, ex art. 1168 cod. civ., al fine di essere riammesso, dopo uno spoglio violento, nell’abitazione ove si è svolta la relazione familiare di fatto, e negando che in costanza di coabitazione e convivenza more uxorio nello stesso immobile possa parlarsi di mera ospitalità o di tolleranza nei confronti del partner non proprietario.

Ed a tale conclusione in punto di diritto la Corte territoriale è giunta dopo avere rilevato, con congruo e logico apprezzamento delle risultanze di causa, previo adeguato giudizio sull’attendibilità delle testimonianze, e confermando la valutazione al riguardo già espressa dal Tribunale:

che la convivenza more uxorio tra il M. e la L. era proseguita fino alla data del 17 giugno 1998, epoca dei fatti di causa;

che la relazione di fatto tra i due partners rispetto all’immobile di via (OMISSIS) (di comune godimento e di libera utilizzazione) era rimasta immutata per tutto il periodo della convivenza, anche dopo che, in data 24 marzo 1998, il M. aveva venduto l’appartamento in questione alla sua convivente (con un atto nel quale è menzionata, oltre al trasferimento della proprietà, anche la cessione del possesso); che la L. aveva ottenuto fraudolentemente la riconsegna delle chiavi davanti ai carabinieri, in caserma, ove i contendenti si erano recati, inducendo in errore i militari, il cui intervento era stato chiesto per il timore della presenza di ladri in casa: invece di chiarire, doverosamente, che non si trattava di un ladro, bensì del convivente (che non si era introdotto in casa furtivamente, ma utilizzando, come sempre, le chiavi di cui era in possesso), costei aveva fatto credere ai carabinieri, esibendo una copia del contratto di acquisto dell’immobile, di trovarsi di fronte ad un intruso, ad un usurpatore che aveva commesso violazione di domicilio a suo danno; che il M. aveva acceduto, per motivi di opportunità, alla richiesta di consegna delle chiavi alla L. , senza che ciò, tuttavia, significasse minimamente volontaria abdicazione e rinuncia alla situazione di fatto, cioè restituzione spontanea e libera determinazione al rilascio.

Nel contestare la ricostruzione data dal giudice del merito, la ricorrente, pur lamentando formalmente una plurima violazione di legge e un decisivo difetto di motivazione, tende, in realtà, ad una (non ammissibile in sede di legittimità) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze ormai definitivamente accertati in sede di merito.

Sotto questo profilo la ricorrente, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante ai sensi dell’art. 360, nn. 3 e 5, cod. proc. civ., invoca, piuttosto, una diversa lettura delle risultanze procedimentali cosi come accertate e ricostruite dalla Corte territoriale, muovendo cosi all’impugnata sentenza censure che non possono trovare ingresso in questa sede, perché la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle fra esse ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involge apprezzamenti di fatti riservati in via esclusiva al giudice del merito.

Questa diversa ricostruzione del fatto è prospettata dalla ricorrente ora valorizzando la clausola del contratto di compravendita inter partes di trasferimento della piena proprietà e del possesso dell’immobile alla L. , senza considerare che, ai fini della tutela possessoria, quel che conta è la situazione di fatto e che nella specie, pur dopo la vendita, il M. aveva continuato ad abitare e a convivere nell’immobile di cui è causa, tenendovi anche effetti personali, mobili e strumenti di lavoro di sua proprietà; ora sostenendo (ma soltanto attraverso un generico richiamo a non meglio precisati fatti pacifici o non contestati) che la convivenza tra il M. e la L. si sarebbe svolta in una casa in Provincia di Latina, e non nell’immobile di Roma; infine richiamando il verbale dei carabinieri relativo alla consegna delle chiavi da parte del M. , senza tuttavia tener conto che la Corte del merito non ne ha prescisso, ma ha ritenuto, con apprezzamento tipicamente di fatto, che l’intervento dei carabinieri era stato strumentalizzato dalla L. per attuare una estromissione violenta del compagno e che questi aveva riconsegnato le chiavi alla presenza dei militari spinto non dalla volontà di dismissione della sua situazione di fatto, ma dal timore della prospettazione di ipotesi criminose.

In definitiva, la ricorrente sollecita questa Corte ad effettuare una nuova valutazione di risultanze di fatto si come emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, cosi mostrando di anelare ad una surretti-zia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito giudizio di merito, nel quale ridiscutere tanto il contenuto di fatti e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella risultanza processuale, quanto ancora le opinioni espresse dal giudice di appello non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata, quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa potessero ancora legittimamente porsi dinanzi al giudice di legittimità.

    1. – Con il quarto motivo (violazione o falsa applicazione degli artt. 183 e 184 cod. proc. civ., 101 cod. proc. civ.; 111 Cost.; ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ.) si censura che la Corte d’appello abbia confermato la ritualità della domanda di risarcimento del danno, nonostante questa fosse stata proposta soltanto all’udienza di precisazione delle conclusioni. La ricorrente evidenzia la non configurabilità di un’accettazione implicita della tardiva richiesta di risarcimento del danno. Non si potrebbe in alcun modo rintracciare nella comparsa conclusionale alcun riferimento da cui possa trarsi un’accettazione del contraddittorio in merito alla richiesta della controparte di risarcimento del danno, e di conseguenza una possibile sanatoria della sua tardiva proposizione.

3.1. – Il motivo è fondato.

È assorbente rilevare che nel vigore del regime delle preclusioni di cui al nuovo testo degli artt. 183 e 184 cod. proc. civ., introdotto dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, ratione temporis applicabile, la questione della novità della domanda risulta del tutto sottratta alla disponibilità delle parti, e pertanto pienamente ed esclusivamente ricondotta al rilievo officioso del giudice, essendo l’intera trattazione improntata al perseguimento delle esigenze di concentrazione e speditezza che non tollerano – in quanto espressione di un interesse pubblico – l’ampliamento successivo del thema decidendi, anche se su di esso si venga a registrare il consenso del convenuto (Cass., Sez. II, 30 novembre 2011, n. 25598).

Ha pertanto errato la Corte d’appello a confermare la rituale introduzione della domanda risarcitoria, formulata in primo grado soltanto in sede di precisazione delle conclusioni all’udienza del 17 giugno 1999, dando rilievo all’implicita accettazione del contraddittorio da parte della convenuta.

    1. – Il ricorso, rigettato nei primi tre motivi, è accolto limitatamente al quarto mezzo.

Cassando senza rinvio la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta, va dichiarata inammissibile la domanda di condanna al risarcimento del danno.

Le altre statuizioni della sentenza della Corte d’appello, ivi compresa quella relativa alle spese, restano ferme.

Le spese del giudizio di cassazione devono essere compensate, sia per la complessità delle questioni trattate, sia perché il ricorso è accolto soltanto in parte.

P.Q.M.

La Corte rigetta i primi tre motivi del ricorso e accoglie il quarto; cassa senza rinvio la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e, ferme le altre statuizioni, dichiara inammissibile la domanda risarcitoria. Dichiara integralmente compensate tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

 

AVVOCATO A BOLOGNA

 

Cosa vi è da premettere: il convivente per sè non ha diritto a differenza del  matrimono  a un assegno di mantenimento !!

Va precisato   che la recente riforma sulle convivenze ha riconosciuto una maggiore tutela economica ai conviventi di fatto(definito come due persone maggiorenni, anche gay, unite da stabili legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela.

Tra i doveri dei conviventi previsti dalla Legge Cirinnà è importante invece ricordare cosa succede in caso di separazione della coppia. Il giudice, su richiesta di uno degli ex conviventi, può infatti stabilire l’obbligo al versamento degli alimenti. Tale obbligo è però valido solo se l’ex partner versa in stato di bisogno. A differenza di quanto succede per le coppie sposate, non è invece possibile richiedere il “mantenimento” I diritti dei figli Ad oggi i diritti dei figli nati dalle convivenze sono equiparati a quelli dei figli nati da coppie sposate: è infatti venuta meno la differenza tra figli naturali e figli legittimi. I genitori hanno quindi l’obbligo di educare, istruire e mantenere i proprio figli indipendentemente dal tipo di unione in cui questi sono nati. In caso di fine della convivenza l’affidamento viene stabilito in base al criterio dell’interesse del minore. Se c’è contrasto, a decidere sarà il Tribunale dei Minori sull’affidamento; per quanto riguarda il mantenimento, invece, il tribunale competente è quello ordinario. Quali diritti sulla casa? La Corte Costituzionale ha riconosciuto al convivente il diritto di subentrare nel contratto di locazione in caso di morte del conduttore; Si ricorda che in ogni caso, il comma 43 dell'articolo 1 della Legge 76/2016 prevede che in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza "il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni." Inoltre qualora il convivente, invece, ha in affidamento i figli ha il diritto di subentrare anche qualora cessi la convivenza.
Tra i doveri dei conviventi previsti dalla Legge Cirinnà è importante invece ricordare cosa succede in caso di separazione della coppia. Il giudice, su richiesta di uno degli ex conviventi, può infatti stabilire l’obbligo al versamento degli alimenti. Tale obbligo è però valido solo se l’ex partner versa in stato di bisogno. A differenza di quanto succede per le coppie sposate, non è invece possibile richiedere il “mantenimento” I diritti dei figli Ad oggi i diritti dei figli nati dalle convivenze sono equiparati a quelli dei figli nati da coppie sposate: è infatti venuta meno la differenza tra figli naturali e figli legittimi. I genitori hanno quindi l’obbligo di educare, istruire e mantenere i proprio figli indipendentemente dal tipo di unione in cui questi sono nati. In caso di fine della convivenza l’affidamento viene stabilito in base al criterio dell’interesse del minore. Se c’è contrasto, a decidere sarà il Tribunale dei Minori sull’affidamento; per quanto riguarda il mantenimento, invece, il tribunale competente è quello ordinario. Quali diritti sulla casa? La Corte Costituzionale ha riconosciuto al convivente il diritto di subentrare nel contratto di locazione in caso di morte del conduttore; Si ricorda che in ogni caso, il comma 43 dell’articolo 1 della Legge 76/2016 prevede che in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza “il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.” Inoltre qualora il convivente, invece, ha in affidamento i figli ha il diritto di subentrare anche qualora cessi la convivenza.

 

Divorso il discorso per i figli, il padre o la madre comunque devono provvedere al loro mantenimento

Coppie di fatto: non esistono obblighi al mantenimento?

Non esistono nelle coppie di fatto obblighi di mantenimento

Puo’ esistere solo un obbligo alimentare se uno dei due si trova in stato di bisogno.

Attenzione l’obbligo alimentare è molto inferiore all’obbligo degli alimenti o assegno di mantenimento

soltanto nel caso in cui uno dei 2 partner dovesse trovarsi in una condizione di bisogno il giudice potrà disporre il versamento di un assegno alimentare a suo favore.

La registrazione anagrafica facilita invece la prova della convivenza, ed è necessaria solo in caso si voglia stipulare un contratto di convivenza.

 

CONVIVENTI E DIRITTI SUCCESSORI

 

I semplici conviventi non hanno diritti successori in caso di morte del compagno

 

A meno che non abbiano regolato la loro unione civile

 

diritti in caso separazione coppie conviventi - AVVOCATO A BOLOGNA
diritti in caso separazione coppie conviventi – AVVOCATO A BOLOGNA

Le unioni civili sono vicine a un normale matrimonio  pertanto il partner superstite ha diritto alla cd. Legittima, al pari di una coppia civilmente sposata. In particolare l’eredità è divisa nel seguente modo:

  • 50% al partner superstite
  • 50% ad eventuali figli

la casa dove abitavano i conviventi

 

va assegnata al convivente che avrà l’affido dei figli minori come  nel matrimonio

 

 

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MALASANITA-AVVOCATO-ESPERTO

TABELLE MILANO DANNO MORALE OTTIENI RISARCIMENTO

TABELLE MILANO DANNO MORALE

TABELLE MILANO DANNO MORALE
TABELLE MILANO DANNO MORALE

LE TABELLE DI MILANO non hanno cancellato il danno morale per riassorbirlo nel danno biologico, ma hanno provveduto ad una liquidazione congiunta della fattispecie “danno non patrimoniale” per la parte derivante dalla lesione permanente all’integrità psicofisica collegata, in termini di dolore e sofferenza soggettiva, al danno biologico;

BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI
BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

 le tabelle del Tribunale di Milano – che a seguito del noto arresto di questa Corte portato da Cass. 12408/2011 sono state ritenute come quelle idonee a garantire l’uniformità di trattamento su tutto il territorio nazionale – non hanno cancellato il danno morale per riassorbirlo nel danno biologico, ma hanno provveduto ad una liquidazione congiunta della fattispecie “danno non patrimoniale” per la parte derivante dalla lesione permanente all’integrità psicofisica collegata, in termini di dolore e sofferenza soggettiva, al danno biologico;

TABELLE MILANO DANNO MORALE
TABELLE MILANO DANNO MORALE

  1. la fattispecie del danno morale, da intendersi come “voce” integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale, ha trovato conferma e rinnovata espressione già in risalenti interventi normativi, quali il D.P.R. 3 marzo 2009, n. 37 e il D.P.R. n. 30 ottobre 2009, n. 181, che distinguono, concettualmente ancor prima che giuridicamente, tra la “voce” di danno c.d. biologico e la “voce” di danno morale;
  2. da tale distinzione il giudice del merito non può prescindere, trovando essa la sua giustificazione in una fonte abilitata a produrre diritto (cfr. al riguardo anche Cass. 18641/2011);

  3. tale principio è stato anche ribadito nella più recente L. n. 124 del 2017 (cfr. art. 1, comma 17) che ha modificato l’art. 138 C.d.A, prevedendo distintamente, nella declinazione della fattispecie del “danno non patrimoniale da lesioni di non lieve entità” il danno biologico (lett. a) come la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale, che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito), ed il danno morale (lett. e) quale conseguenza derivante da lesione all’integrità fisica, prevedendo tuttavia che “qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali documentati e obiettivamente accertati, l’ammontare del risarcimento del danno, calcolato secondo quanto previsto dalla tabella unica nazionale di cui al comma 2, può essere aumentato dal giudice, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, fino al 30 per cento” (cfr. art. 138, comma 3 Codice delle Assicurazioni, come modificato dalla L. n. 124 del 2017, art. 1, comma 17).

Ed è stato ribadito che il danno morale, pur costituendo un pregiudizio non patrimoniale al pari di quello biologico, non è ricompreso in quest’ultimo e va liquidato autonomamente, non solo in forza di quanto normativamente stabilito dalle disposizioni sopra richiamate, ma in ragione della differenza ontologica fra le due voci di danno, che corrispondono a due momenti essenziali della sofferenza dell’individuo: il dolore interiore e la significativa alterazione della vita quotidiana che, ove non sia direttamente ascrivibile al pregiudizio fisico riportato ma configuri un danno ulteriore ad esso conseguente (Cass. civ. Sez. 3, 3 ottobre 2013 n. 22585; Cass. civ. Sez. Lav. 16 ottobre 2014 n. 21917) ben può essere oggetto di ulteriore quantificazione. In sostanza, le tabelle di liquidazione offrono i parametri di base ai quali attenersi, in vista di valutazioni tendenzialmente unitarie; ma l’esigenza dell’integrale e adeguato risarcimento dei danni impedisce di attribuire loro efficacia vincolante e inderogabile ed impone di valutarne l’adeguatezza ad assicurare al danneggiato l’integrale risarcimento, tenuto conto delle peculiarità del caso concreto (cfr. Cass. 16197/2015).

Tale principio deve ritenersi ormai consolidato essendo stato definitivamente chiarito che “la liquidazione unitaria del danno non patrimoniale (come quella prevista per il danno patrimoniale) deve essere intesa nel senso di attribuire al soggetto danneggiato una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subito tanto sotto l’aspetto della sofferenza interiore (cui potrebbe assimilarsi, in una ipotetica simmetria legislativa, il danno emergente, in guisa di “vulnus” “interno” al patrimonio del creditore), quanto sotto il profilo dell’alterazione o modificazione peggiorativa della vita di relazione, considerata in ogni sua forma ed in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche “(cfr. Cass. 901/2018); e che “non costituisce duplicazione la congiunta attribuzione del “danno biologico” e di una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perchè non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico-legale del grado di percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sè, la paura, la disperazione). Ne deriva che, ove sia dedotta e provata l’esistenza di uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione (cfr. Cass. 7593/2018; Cass. civ. n. 27482/2018).

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Casola Valsenio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
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Savignano sul Rubicone AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Forlimpopoli AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
San Mauro Pascoli AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bertinoro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Gambettola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
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Gatteo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Longiano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Mercato Saraceno AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castrocaro Terme e Terra del Sole AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Predappio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bagno di Romagna AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Modigliana AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Santa Sofia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Civitella di Romagna AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
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Roncofreddo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Sogliano al Rubicone AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Borghi AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Galeata AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Rocca San Casciano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Verghereto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Montiano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Dovadola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Tredozio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Premilcuore AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Portico e San Benedetto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

 

 

 

 

Rovigo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Adria AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Porto Viro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Occhiobello AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Lendinara AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Badia Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Porto Tolle AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Taglio di Po AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Rosolina AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Villadose AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

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Ariano nel Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castelmassa AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fiesso Umbertiano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Polesella AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
San Martino di Venezze AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Ceregnano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Lusia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Loreo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Stienta AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Canaro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Trecenta AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castelnovo Bariano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Arquà Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fratta Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Costa di Rovigo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bergantino AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Ficarolo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Corbola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Pontecchio Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Giacciano con Baruchella AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Villanova del Ghebbo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
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San Bellino AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Gaiba AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Villanova Marchesana AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Canda AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Calto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

 

 

FERRARA AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

Cento AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Comacchio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Argenta AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Copparo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bondeno AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Codigoro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Portomaggiore AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Poggio Renatico AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
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avvocati divorzista, assegni di mantenimento, diritto di famiglia,

avvocati divorzista, assegni di mantenimento, diritto di famiglia, avvocati matrimonialista

LA NUOVA CONVIVENZA DEL CONIUGE

Affrontando una tematica del diritto di famiglia  riguardo al versamento assegno mantenimento all’ex in presenza di nuova convivenza del coniuge beneficiato si ha in giurisprudenza i seguenti orientamenti :

  1. Nella giurisprudenza di legittimità è acquisito il condivisibile principio secondo il quale l’instaurazione da parte del coniuge di una nuova famiglia, ancorché di fatto, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno a carico dell’altro coniuge, rescindendo ogni connessione con il modello di vita caratterizzante la pregressa fase di convivenza matrimoniale; il relativo diritto rimane definitivamente escluso, essendo la formazione di una famiglia di fatto – costituzionalmente tutelata ai sensi dell’art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole (Cass. n. 2466/2016, n. 6855/2015).

  1. Il suddetto principio è stato enunciato in tema di assegno divorzile, cioè in una materia in cui la solidarietà post coniugale trova giustificazione nei limiti, costituzionalmente accettabili (ex art. 23 Cost.), previsti e conformati dalla legge (n. 898 del 1970, succ. mod., art. 5, comma 6) in considerazione dello stato libero delle persone (ex coniugi).
  1. Diversamente dallo scioglimento e dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio, la separazione presuppone la permanenza del vincolo coniugale e l’attualità del dovere di assistenza materiale, realizzandosi solo la sospensione degli obblighi di natura personale di fedeltà, convivenza e collaborazione; diversamente dalla solidarietà postconiugale, che è presupposto dell’assegno di divorzio, la separazione instaura un regime che tende a conservare il più possibile gli effetti propri di un matrimonio che è ancora in vita, compatibili con la cessazione della convivenza, e per questo può dirsi che l’assegno di mantenimento sia astrattamente dovuto come continuazione dell’obbligo di assistenza materiale tra i coniugi, a norma dell’art. 143 c.c. (Cass. n. 12196/2017, n. 11504/2017).

  1. La decisione di intraprendere una nuova convivenza è assunta da una persona che è ancora coniugata, in una fase delicata e temporanea della vita che potrebbe ancora sfociare nella riconciliazione dei coniugi, quindi non sempre è espressione di una compiuta scelta esistenziale implicante una reale progettualità di vita, qual è quella propria della convivenza con altra persona, la quale fa sorgere obblighi di ‘reciproca assistenza morale e materiale’ (v. art. 1, comma 36, della legge n. 76 del 2017).
  1. L’assegno deve essere idoneo ad assicurare al coniuge separato tendenzialmente un tenore di vita analogo a quello che egli aveva prima della separazione (Cass. n. 12196/2017) e tuttavia esso è dovuto ‘sempre che (il coniuge richiedente) non fruisca di redditi propri tali da fargli mantenere una simile condizione’ (Cass. n. 14840/2006), dovendo l’assegno essere pur sempre ‘necessario al suo mantenimento’, ai sensi dell’art. 156 c.c..
  1. Ciò induce a ritenere che il diritto all’assegno di mantenimento possa essere negato o eliminato se il coniuge debitore (convenuto nel giudizio per l’attribuzione dell’assegno o attore in quello per l’eliminazione o la revisione dello stesso) dimostri che l’altro coniuge abbia instaurato una convivenza more uxorio con altra persona che assuma i caratteri della stabilità, continuatività ed effettiva progettualità di vita, presumendosi in tal caso che le disponibilità economiche di ciascun convivente siano messe in comune nell’interesse del nuovo nucleo familiare.
  1. La convivenza stabile e continuativa con altra persona deve ragionevolmente assumersi come fattore la cui prova è a carico del coniuge che si oppone all’attribuzione dell’assegno, trattandosi di un fatto potenzialmente impeditivo o estintivo del diritto azionato -che fa presumere la cessazione o l’interruzione dell’obbligo di mantenimento. La convivenza, diversamente che in passato (v. Cass. n. 12557/2004), non può ritenersi ‘di per sé neutra’, incidendo direttamente sulla valutazione dell’adeguatezza dei mezzi e sulla quantificazione dell’assegno eventualmente riconosciuto.
  • Resta ferma, come si è detto, la facoltà del coniuge richiedente l’assegno anche per il principio di vicinanza della prova – di allegare e dimostrare che quella convivenza non influisca in melius sulle proprie condizioni economiche, restando i suoi redditi complessivamente ‘inadeguati’ a fargli conservare tendenzialmente il tenore di vita coniugale.
  • Tale prova può essere data dal medesimo coniuge con ogni mezzo anche in via presuntiva che possa fare ritenere – soprattutto con riferimento al tenore di vita e ai redditi della persona convivente, secondo il prudente apprezzamento del giudice – che dalla convivenza egli non tragga benefici economici idonei a giustificare il diniego, l’eliminazione o la riduzione dell’assegno, in relazione al complesso delle circostanze del caso concreto.

Avvocato affidamento figli naturali Bologna figli minori

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Hai una problamatica per affido figli minori? oppure  non sai come gestire una fine convivenza con figli minori?

Allora chiama l’avvocato esperto Avvocato affidamento figli minori naturali Bologna al numero 051 /6447838.

Entrambi i genitori hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio. I genitori di comune accordo stabiliscono la residenza abituale del minore.

In caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al Giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei. Nel caso in cui venga a cessare la convivenza tra i genitori o questa non sia mai iniziata, il Giudice, su richiesta del genitore interessato, adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori, diversamente stabilisce a quale di essi i figli siano affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli.

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Alcuni sono erroneamente convinti che la convivenza sia come un matrimonio ma con meno formalita’, ma attenzione anche con molte meno tutele se la convivenza finisce non occorre andare da un legale e avviare una procedura di separazione in quanto è sufficiente che uno dei due lasci la casa e vada a vivere altrove portando con sé i propri beni e i propri effetti personali, non occorre cimentarsi in discorsi relativi al “mantenimento del coniuge” o all’assegnazione della casa coniugale.

Molto diverso se la coppia convivente ha, nel frattempo, messo al mondo dei figli: in tal caso non sarà sufficiente una stretta di mano per porre fine ad ogni rapporto ma occorrerà prendere dei provvedimenti per tutelare i figli con la conseguenza che le parti avranno (almeno come genitori) un legame che durerà in eterno. La Legge 219/2012 ha introdotto il cd. il «rito partecipativo» per la regolamentazione in giudizio dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio e delle coppie di fatto, conviventi, non sposate.

Quando le coppie non sposate si lasciano solitamente non pensano nell’immediato a come regolamentare l’affido dei figli, probabilmente perché non devono passare dal Tribunale per la separazione, né devono seguire alcuna procedura particolare affinché la fine del loro rapporto sia resa ufficiale ed effettiva di fronte alla legge.

 Le coppie di fatto sono libere di lasciarsi senza alcuna formalità. Quindi è forse e soprattutto per questo motivo che quasi sempre automaticamente i figli restano con la mamma e il papà li incontra una o due volte a settimana, prendendo prima accordi con la ex compagna.

Dopo che il legislatore, nella logica dell’equiparazione dei figli nati da coppie conviventi di fatto a quelli delle coppie sposate, ha spostato la competenza per la materia dal Tribunale per i Minorenni (che oramai ha una competenza residuale) al Tribunale Ordinario (le cui cause vengono trattate dalla Sezione Famiglia), è stato introdotto un procedimento particolare detto appunto “partecipativo” perchè consente ai genitori alla partecipazione alla formazione del procedimento che regolamenterà i rapporti con i figli.

  1. L’interesse esclusivo dei minori quale criterio per definirne l’affidamento

Quando una famiglia (legittima o naturale che sia) si disgrega, in presenza di minori emerge il “problema” del loro affidamento, ovvero di definire le modalità di loro gestione e, de relato, del loro mantenimento.

Più riforme si sono susseguite negli anni, che hanno modificato l’originario schema disegnato dalla L. 19/05/1975, n. 151, e consentito all’ordinamento di adeguarsi ai cambiamenti sociali e di costume che nel tempo si sono verificati. 

E’ stato ad esempio stabilito l’obbligo di sentire il minore nei procedimenti che lo riguardano, al fine di tutelarne il diritto fondamentale ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni1.

In caso di genitori conflittuali il tribunale può, peraltro, ricorrere anche a soluzioni alternative, come ad esempio: 

  • ad un affido condiviso con collocamento alternato a rotazione dei periodi presso entrambi i genitori, con obbligo per ciascun genitore di provvedere al mantenimento diretto dei figli nei periodi di rispettiva permanenza, ad eccezione delle spese di natura straordinaria che gravano sui genitori in parti uguali18;
  • all’affidamento esclusivo ad uno dei genitori ed alla collocazione temporanea presso un centro di accoglienza, se soluzione più idonea a recuperare gradualmente la relazione genitoriale19;

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Disconoscimento di paternità: contestazione termini

Disconoscimento di paternità: contestazione termini

Affrontare la problematica di disconoscimento di paternita’ è sicuramente una questione assai delicata e molto complessa.

In effetti si tratta di sostenere che il figlio avuto dalla propria moglie non è il tuo, quindi di fatto accusare la moglie di avere  avuto altra relazione e che il figlio è nato da altro uomo .

 

INVITO SEMPRE ALLA MASSIMA CAUTELA  PRIMA DI INTRAPRENDERE TALE AZIONE PER I RISVOLTI PERSONALI E MATRIMONIALI ALLA QUALE L’AZIONE SICURAMENTE CONDUCE

 

Nell’azione di disconoscimento di paternità, a seguito delle pronunce della Corte costituzionale (Corte cost. 6 maggio 1985, n. 134), il termine annuale di decadenza dell’azione, di cui all’art. 244 c.c., nel testo anteriore al D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, art. 18, decorre dal giorno in cui il marito sia venuto a conoscenza dell’adulterio della moglie.

Questa Corte (cfr. Cass. 26 giugno 2014, n. 14556) ha sancito il principio che la regola posta dall’art. 244 c.c., comma 2, novellato dal D.Lgs. n. 154 del 2013, art. 18 predetto – secondo cui il marito può disconoscere il figlio nel termine di un anno, che decorre, nel caso in cui egli provi di aver ignorato l’adulterio della moglie al momento del concepimento, dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza si applica anche ai giudizi pendenti al momento dell’entrata in vigore della riforma.

La norma, peraltro, ha recepito un principio costituente ormai “diritto vivente” (sin da Cass. 30 maggio 2013, n. 13638).

Inoltre, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento va intesa come acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto – non riducibile, perciò, a mera infatuazione, o a mera relazione sentimentale, o a mera frequentazione della moglie con un altro – rappresentato o da una e propria uomo vera relazione, o da un incontro idoneo a determinare il concepimento del figlio: il termine di decadenza per l’esercizio dell’azione è correlato alla scoperta in maniera certa dell’adulterio (Cass. 26 giugno 2014, n. 14556; 23 aprile 2003, n. 6477).

Che non possa parlarsi tout court di “materia indisponibile” con riguardo a qualsiasi elemento oggetto di prova in giudizio, invero, è stato già chiarito da questa Corte, la quale ha precisato che, se è vero che l’azione di disconoscimento della paternità verte in materia di diritti indisponibili in relazione ai quali non è ammesso alcun tipo di negoziazione o di rinunzia, nondimeno “l’indagine sull’epoca della conoscenza dell’adulterio, ai fini della prova della tempestività dell’azione di disconoscimento della paternità fondata sull’adulterio della moglie, inerisce a un dato cronologico ed oggettivamente neutro che va autonomamente provato con ogni mezzo di prova consentito dall’ordinamento, quale evento condizionante l’ammissibilità dell’azione e quindi estraneo alla materia attinente allo status” (così, in motivazione, Cass. 26 giugno 2014, n. 14556).

Inoltre, si è già chiarito che, in tema di azione di disconoscimento di paternità, trova applicazione, ai fini dell’individuazione del thema probandum, il principio di non contestazione, dovendosi ritenere tale condotta idonea ad escludere, in via immediata, i fatti non contestati dal novero di quelli bisognosi di prova, anche se “l’effetto della non contestazione non può essere lo stesso che essa produce in presenza di situazioni giuridiche di cui le parti possono liberamente disporre: l’interesse pubblico che sta alla base dell’indisponibilità della situazione giuridica dedotta in giudizio, se da un lato non impedisce al giudice di avvalersi di tutti gli elementi e degli argomenti di prova di cui dispone ai fini dell’accertamento dei fatti, ivi compresi quelli desumibili dalla condotta processuale delle parti, dall’altro però esclude che egli possa ritenersi vincolato a ritenere sussistenti o insussistenti determinati fatti in virtù di dichiarazioni o ammissioni delle stesse, la cui valutazione resta pertanto devoluta al suo prudente apprezzamento” (Cass. 11 giugno 2014, n. 13217).

Ciò conduce al parziale superamento di un orientamento meno recente, secondo cui “l’attore deve dare la prova che l’azione è stata promossa entro il termine senza che alcun rilievo possa avere in proposito la circostanza che nessuna parte abbia eccepito il decorso del termine” (Cass. 11 febbraio 2000, n. 1512), posto che non era stato all’epoca ancora sancito il principio di cui all’art. 115 c.p.c.; mentre, come subito si dirà, non si pone qui in discussione la regola del rilievo d’ufficio della decadenza, che non è soggetta invero ad eccezione di parte.

Con riguardo al termine di decadenza dall’azione di disconoscimento della filiazione, invero, occorre ora operare alcune precisazioni.

L’efficacia del principio di non contestazione, pure da affermarsi al riguardo, non vuol dire però che sul punto la regola divenga assimilabile a quella dell’eccezione di parte, restando, invece, la decadenza sempre rilevabile d’ufficio, ove emerga dagli atti (nota essendo la differenza concettuale tra eccezione in senso stretto e principio di non contestazione, posti su piani diversi), in ragione della preminenza dell’interesse pubblico nelle questioni di stato delle persone.

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