Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

CORTE DEI CONTI EMILIA PROCEDURE DECRETO LEGISLATIVO 26 agosto 2016, n. 174

CORTE DEI CONTI EMILIA PROCEDURE

DECRETO LEGISLATIVO 26 agosto 2016, n. 174

Codice di giustizia contabile, adottato ai sensi dell’articolo 20 della legge 7 agosto 2015, n. 124.

Sommario:

  • PARTE I – DISPOSIZIONI GENERALITITOLO I – PRINCIPI GENERALI E ORGANI DELLA GIURISDIZIONE(artt. 1-27)TITOLO II – PARTI E DIFENSORI (artt. 28-31)TITOLO III – ATTI PROCESSUALI (artt. 32-37)TITOLO IV – DEI PROVVEDIMENTI (artt. 38-50)

  • PARTE II – GIUDIZI DI RESPONSABILITÀTITOLO I – FASE PREPROCESSUALE(artt. 51-72)TITOLO II – AZIONI A TUTELA DELLE RAGIONI DEL CREDITO ERARIALE (artt. 73-82)TITOLO III – RITO ORDINARIO (artt. 83-113)TITOLO IV – GIUDIZI INNANZI LE SEZIONI RIUNITE (artt. 114-129)TITOLO V – RITI SPECIALI (artt. 130-136)

  • PARTE III – GIUDIZIO SUI CONTI(artt. 137-150)

  • PARTE IV – GIUDIZI PENSIONISTICI(artt. 151-171)

  • PARTE V – ALTRI GIUDIZI AD ISTANZA DI PARTE(artt. 172-176)

  • PARTE VI – IMPUGNAZIONI(artt. 177-210)

  • PARTE VII – INTERPRETAZIONE DEL TITOLO GIUDIZIALE ED ESECUZIONE(artt. 211-218)

  • PARTE VIII – DISPOSIZIONI FINALI(art. 219)

  • Allegato – Norme di attuazione del Codice della Giustizia contabile(artt. 1-25)

  • Allegato – Norme transitorie e abrogazioni(artt. 1-4)

PARTE I 

DISPOSIZIONI GENERALI 

TITOLO I 

PRINCIPI GENERALI E ORGANI DELLA GIURISDIZIONE 

CAPO I 

Principi generali 

Art. 1

(Ambiti della giurisdizione contabile)

  1. La Corte dei conti ha giurisdizione nei giudizi di conto, di responsabilita’ amministrativa per danno all’erario e negli altri giudizi in materia di contabilita’ pubblica.
    2. Sono devoluti alla giurisdizione della Corte dei conti i giudizi in materia pensionistica, i giudizi aventi per oggetto l’irrogazione di sanzioni pecuniarie e gli altri giudizi nelle materie specificate dalla legge.
    3. La giurisdizione della Corte dei conti e’ esercitata dai giudici contabili secondo le norme del presente codice.

Art. 2

(Principio di effettivita’)

  1. La giurisdizione contabile assicura una tutela piena ed effettiva secondo i principi della Costituzione e del diritto europeo.

Art. 3

(Principio di concentrazione)

  1. Nell’ambito della giurisdizione contabile, il principio di effettivita’ e’ realizzato attraverso la concentrazione davanti al giudice contabile di ogni forma di tutela degli interessi pubblici e dei diritti soggettivi coinvolti, a garanzia della ragionevole durata del processo contabile.

Art. 4

(Giusto processo)

  1. Il processo contabile attua i principi della parita’ delle parti, del contraddittorio e del giusto processo previsto dall’articolo 111, primo comma, della Costituzione.
    2. Il giudice contabile e le parti cooperano per la realizzazione della ragionevole durata del processo.

Art. 5

(Dovere di motivazione e sinteticita’ degli atti)

  1. Ogni provvedimento decisorio del giudice e ogni provvedimento del pubblico ministero sono motivati.
    2. Il giudice, il pubblico ministero e le parti redigono gli atti in maniera chiara e sintetica.

Art. 6

(Digitalizzazione degli atti e informatizzazione delle attivita’)

  1. I giudizi dinanzi alla Corte dei conti sono svolti mediante le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
    2. Gli atti processuali, i registri, i provvedimenti del giudice, dei suoi ausiliari, del personale degli uffici giudiziari, dei difensori, delle parti e dei terzi sono previsti quali documenti informatici e sono validi e rilevanti a tutti gli effetti di legge, purche’ sia garantita la riferibilita’ soggettiva e l’integrita’ dei contenuti, in conformita’ ai principi stabiliti nel decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82.
    3. I decreti di cui all’articolo 20-bis del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221 e successive modificazioni, che stabiliscono indicazioni tecniche, operative e temporali, disciplinano, in particolare, le modalita’ per la tenuta informatica dei registri, per l’effettuazione delle comunicazioni e notificazioni mediante posta elettronica certificata o altri strumenti di comunicazione telematica, le modalita’ di autenticazione degli utenti e di accesso al fascicolo processuale informatico, nonche’ le specifiche per la formazione, il deposito, lo scambio e l’estrazione di copia di atti processuali digitali, con garanzia di riferibilita’ soggettiva, integrita’ dei contenuti e riservatezza dei dati personali.
    4. Il pubblico ministero contabile puo’ effettuare, in conformita’ ai decreti di cui al comma 3, le notificazioni degli atti direttamente agli indirizzi di posta elettronica certificata contenuti in pubblici elenchi o registri.
    5. Si applicano, ove non previsto diversamente, le disposizioni di legge e le regole tecniche relative al processo civile telematico.

Art. 7

(Disposizioni di rinvio)

  1. Il processo contabile si svolge secondo le disposizioni della Parte II, Titolo III del presente codice che, se non espressamente derogate, si applicano anche alle impugnazioni e ai riti speciali.
    2. Per quanto non disciplinato dal presente codice si applicano gli articoli 99, 100, 101, 110 e 111 del codice di procedura civile e le altre disposizioni del medesimo codice, in quanto espressione di principi generali.

CAPO II 

Organi 

 

Art. 8

(Organi della giurisdizione contabile)

  1. La giurisdizione contabile e’ esercitata dalle sezioni giurisdizionali regionali, dalle sezioni di appello, dalle sezioni riunite in sede giurisdizionale e dalle sezioni riunite in speciale composizione della Corte dei conti.

Art. 9

(Sezioni giurisdizionali regionali)

  1. Sono organi di giurisdizione contabile di primo grado le sezioni giurisdizionali regionali, con sede nel capoluogo di regione, con competenza estesa al territorio regionale. Nella regione Trentino-Alto Adige sono organi di giurisdizione contabile di primo grado la sezione giurisdizionale con sede in Trento e la sezione giurisdizionale con sede in Bolzano, con competenza estesa al rispettivo territorio provinciale.
    2. Le sezioni giurisdizionali regionali e le sezioni giurisdizionali di Trento e di Bolzano decidono con l’intervento di tre magistrati, compreso il presidente. In caso di assenza o impedimento del presidente, il collegio e’ presieduto dal magistrato con maggiore anzianita’ nel ruolo. In materia di ricorsi pensionistici e negli altri casi espressamente previsti, la Corte dei conti, in primo grado, giudica in composizione monocratica, attraverso un magistrato assegnato alla sezione giurisdizionale regionale competente per territorio, in funzione di giudice unico.
    3. Le sezioni giurisdizionali di Trento e di Bolzano restano disciplinate dallo statuto speciale e dalle relative norme di attuazione nel rispetto della normativa vigente in materia di tutela delle minoranze linguistiche.

Art. 10

(Sezioni giurisdizionali di appello)

  1. Sono organi di giurisdizione contabile di secondo grado le sezioni giurisdizionali centrali di appello, con sede in Roma, con competenza estesa al territorio nazionale e la sezione giurisdizionale di appello per la Regione siciliana, con sede a Palermo, con competenza estesa al territorio regionale. Le sezioni giurisdizionali di appello decidono con l’intervento di cinque magistrati compreso un presidente. Il collegio e’ presieduto da un presidente o dal magistrato con maggiore anzianita’ nel ruolo.
    2. All’inizio di ogni anno, il Presidente della Corte dei conti, con proprio decreto, fissa i criteri di distribuzione dei giudizi tra le sezioni centrali di appello, nel rispetto del principio di rotazione.

Art. 11

(Sezioni riunite)

  1. Le sezioni riunite in sede giurisdizionale della Corte dei conti, quali articolazione interna della medesima Corte in sede d’appello, sono l’organo che assicura l’uniforme interpretazione e la corretta applicazione delle norme di contabilita’ pubblica e nelle altre materie sottoposte alla giurisdizione contabile.
    2. Esse sono presiedute dal Presidente della Corte dei conti o da uno dei presidenti di sezione di coordinamento. Ad esse e’ assegnato un numero di consiglieri determinato all’inizio di ogni anno dal Presidente della Corte dei conti, sentito il consiglio di presidenza.
    3. Le sezioni riunite in sede giurisdizionale decidono sui conflitti di competenza e sulle questioni di massima deferiti dalle sezioni giurisdizionali d’appello, dal Presidente della Corte dei conti, ovvero a richiesta del procuratore generale.
    4. Le sezioni riunite in sede giurisdizionale decidono altresi’ sui regolamenti di competenza avverso le ordinanze che, pronunciando sulla competenza, non decidono il merito del giudizio e avverso i provvedimenti che dichiarino la sospensione del processo.
    5. Il collegio delle sezioni riunite in sede giurisdizionale e’ composto, oltre che dal presidente, da sei magistrati, individuati all’inizio di ogni anno preferibilmente tra quelli in servizio presso le sezioni giurisdizionali di appello, sulla base di criteri predeterminati, predisposti dal Presidente della Corte dei conti sentito il consiglio di presidenza e tenendo conto del principio di rotazione.
    6. Le sezioni riunite in speciale composizione, nell’esercizio della propria giurisdizione esclusiva in tema di contabilita’ pubblica, decidono in unico grado sui giudizi:
    a) in materia di piani di riequilibrio degli enti territoriali e ammissione al Fondo di rotazione per assicurare la stabilita’ finanziaria degli enti locali;
    b) in materia di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata dall’ISTAT;
    c) in materia di certificazione dei costi dell’accordo di lavoro presso le fondazioni lirico-sinfoniche;
    d) in materia di rendiconti dei gruppi consiliari dei consigli regionali;
    e) nelle materie di contabilita’ pubblica, nel caso di impugnazioni conseguenti alle deliberazioni delle sezioni regionali di controllo;
    f) nelle materie ulteriori, ad esse attribuite dalla legge.
    7. Il collegio delle sezioni riunite in speciale composizione e’ composto, oltre che dal presidente, da sei magistrati, in pari numero tra i consiglieri componenti il collegio delle sezioni riunite in sede giurisdizionale e in sede di controllo individuati, sulla base di criteri predeterminati, sentito il consiglio di presidenza e tenendo conto del principio di rotazione con decreto presidenziale all’inizio di ogni anno.

Art. 12

(Ufficio del pubblico ministero)

  1. Le funzioni del pubblico ministero innanzi alle sezioni giurisdizionali regionali sono esercitate dal procuratore regionale o da altro magistrato assegnato all’ufficio.
    2. Le funzioni di pubblico ministero innanzi alle sezioni riunite e alle sezioni giurisdizionali d’appello della Corte dei conti sono esercitate dal procuratore generale o da altro magistrato assegnato all’ufficio.
    3. Il procuratore generale coordina, anche dirimendo eventuali conflitti di competenza, l’attivita’ dei procuratori regionali e questi ultimi quella dei magistrati assegnati ai loro uffici.

CAPO III 

Giurisdizione 

Art. 13

(Momento determinante la giurisdizione)

  1. La giurisdizione si determina con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, e non hanno rilevanza rispetto ad essa i successivi mutamenti della legge o dello stato medesimo.

Art. 14

(Questioni riguardanti lo stato e la capacita’ delle persone)

  1. Sono riservate all’autorita’ giudiziaria ordinaria le questioni pregiudiziali concernenti lo stato e la capacita’ delle persone, salvo che si tratti della capacita’ di stare in giudizio, e la risoluzione dell’incidente di falso.

Art. 15

(Difetto di giurisdizione)

  1. Il difetto di giurisdizione e’ rilevato in primo grado anche d’ufficio.
    2. Nei giudizi di impugnazione, il difetto di giurisdizione e’ rilevato se dedotto con specifico motivo avverso il capo della pronuncia impugnata che, in modo implicito o esplicito, ha statuito sulla giurisdizione.

Art. 16

(Regolamento preventivo)

  1. Nel giudizio davanti alle sezioni giurisdizionali regionali e’ ammesso il ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione previsto dall’articolo 41 del codice di procedura civile. Si applica il primo comma dell’articolo 367 dello stesso codice.
    2. Nel giudizio sospeso possono essere chieste dal pubblico ministero le misure cautelari di cui al Titolo II della Parte II.

Art. 17

(Decisione su questioni di giurisdizione)

  1. Il giudice contabile, quando declina la propria giurisdizione, indica, se esistente, il giudice che ne e’ fornito.
    2. Quando la giurisdizione e’ declinata dal giudice contabile in favore di altro giudice, o viceversa, ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute, sono fatti salvi gli effetti processuali e sostanziali della domanda se il processo e’ riassunto innanzi al giudice indicato nella pronuncia che declina la giurisdizione, entro il termine perentorio di tre mesi dalla comunicazione del passaggio in giudicato della sentenza.
    3. Quando il giudizio e’ tempestivamente riproposto davanti al giudice contabile, quest’ultimo, alla prima udienza, puo’ sollevare anche d’ufficio il conflitto di giurisdizione.
    4. Se in una controversia introdotta davanti ad altro giudice le sezioni unite della Corte di cassazione, investite della questione di giurisdizione, attribuiscono quest’ultima al giudice contabile, ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute, sono fatti salvi gli effetti processuali e sostanziali della domanda, se il giudizio e’ riproposto dalla parte che vi ha interesse nel termine di tre mesi dalla pubblicazione della decisione delle sezioni unite.
    5. Nei giudizi riproposti, il giudice, con riguardo alle preclusioni e decadenze intervenute, puo’ concedere la rimessione in termini per errore scusabile ove ne ricorrano i presupposti.
    6. Nel giudizio riproposto davanti al giudice contabile, le prove raccolte nel processo davanti al giudice privo di giurisdizione possono essere valutate come argomenti di prova.
    7. Le misure cautelari perdono la loro efficacia trenta giorni dopo la pubblicazione del provvedimento che dichiara il difetto di giurisdizione del giudice che le ha emanate. Le parti possono riproporre le domande cautelari al giudice munito di giurisdizione.
    8. Nei giudizi di responsabilita’ patrimoniale amministrativa di danno, quando la giurisdizione e’ declinata dal giudice contabile, ovvero quando le sezioni unite della Corte di cassazione, investite della questione di giurisdizione, statuiscono il difetto di giurisdizione del giudice contabile, l’amministrazione danneggiata ripropone la causa dinanzi al giudice che e’ munito di giurisdizione entro sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza. Nel giudizio riproposto davanti al giudice munito di giurisdizione, le prove raccolte nel processo davanti al giudice privo di giurisdizione possono essere valutate come argomenti di prova.

CAPO IV 

Competenza

 

Art. 18

(Competenza territoriale)

  1. Sono attribuiti alla sezione giurisdizionale regionale territorialmente competente:
    a) i giudizi di conto e di responsabilita’ e i giudizi a istanza di parte in materia di contabilita’ pubblica riguardanti i tesorieri e gli altri agenti contabili, gli amministratori, i funzionari e gli agenti della regione, delle citta’ metropolitane, delle province, dei comuni e degli altri enti locali nonche’ degli enti regionali;
    b) i giudizi di conto e di responsabilita’ e i giudizi a istanza di parte riguardanti gli agenti contabili, gli amministratori, i funzionari, gli impiegati e gli agenti di uffici e organi dello Stato e di enti pubblici aventi sede o uffici nella regione, quando l’attivita’ di gestione di beni pubblici si sia svolta nell’ambito del territorio regionale, ovvero il fatto dannoso si sia verificato nel territorio della regione; quando il danno e’ conseguenza di una pluralita’ di condotte poste in essere in piu’ ambiti regionali la sezione giurisdizionale competente si individua in ragione del luogo della condotta causalmente prevalente;
    c) i giudizi sui ricorsi e sulle istanze in materia di pensioni, assegni o indennita’ civili, militari e di guerra a carico totale o parziale dello Stato o degli enti pubblici previsti dalla legge, quando il ricorrente, all’atto della presentazione del ricorso o dell’istanza, abbia la residenza anagrafica in un comune della regione;
    d) altri giudizi interessanti la regione in materia contabile e pensionistica, attribuiti dalla legge alla giurisdizione della Corte dei conti.
    2. Le disposizioni di cui al comma 1, lettere a) e b) e all’articolo 19, si applicano anche ai giudizi relativi all’applicazione di sanzioni pecuniarie.
    3. La competenza territoriale relativa alle istruttorie e ai giudizi contabili di qualsiasi natura, nei quali un magistrato della Corte dei conti assume comunque la qualita’ di parte, che a norma del comma 1 sarebbe attribuita alla sezione giurisdizionale nell’ambito della cui competenza territoriale il magistrato esercita le proprie funzioni, o le esercitava al momento dei fatti o della domanda, e’ attribuita alla sezione giurisdizionale che ha sede nel capoluogo di regione determinato in base alla tabella A allegata al presente codice.
    4. I procedimenti connessi a quelli in cui un magistrato della Corte dei conti assume la qualita’ di parte in un giudizio contabile sono di competenza della sezione giurisdizionale territoriale individuata a norma del comma 3.
    5. Nei casi di cui al comma 1, lettere a) e b), in presenza di una pluralita’ di condotte poste in essere in piu’ ambiti regionali, il criterio della individuazione della sezione giurisdizionale competente e’ quello della condotta causalmente prevalente.

Art. 19

(Competenza funzionale)

  1. Sono devoluti alla competenza della sezione giurisdizionale regionale del Lazio i giudizi di responsabilita’ relativi a fatti dannosi verificatisi all’estero.
    2. Tutti i giudizi pensionistici relativi ai residenti all’estero sono di competenza della sezione giurisdizionale regionale del Lazio.
    3. Restano ferme le disposizioni in materia di competenza territoriale delle sezioni giurisdizionali delle province autonome di Trento e di Bolzano.

Art. 20

(Rilievo dell’incompetenza)

  1. Il difetto di competenza, salvo quanto previsto dall’articolo 151, comma 2, e’ rilevato d’ufficio finche’ la causa non e’ decisa, ovvero puo’ essere eccepito dalla parte, entro il termine assegnato per il deposito della comparsa di costituzione e risposta. Nei giudizi di impugnazione, esso e’ rilevato se dedotto con specifico motivo avverso il capo della pronuncia impugnata che abbia statuito sulla competenza.
    2. Il giudice decide sulla competenza prima di provvedere sulla eventuale richiesta di misure cautelari.
    3. Il giudice, se dichiara la propria incompetenza, indica con ordinanza il giudice ritenuto territorialmente competente. Quando la causa e’ riassunta nei termini di cui all’articolo 118 davanti al giudice indicato, questo, se ritiene di essere a sua volta incompetente, richiede d’ufficio il regolamento di competenza.
    4. In pendenza del regolamento di competenza, la richiesta di eventuali misure cautelari si propone al giudice territoriale indicato come competente nell’ordinanza di cui al comma 3, che decide in ogni caso; si applica l’articolo 17, comma 7, con riferimento al giudice dichiarato competente.

CAPO V 

Astensione e ricusazione del giudice 

Art. 21

(Astensione)

  1. Al giudice contabile e al pubblico ministero si applicano le cause e le modalita’ di astensione previste dall’articolo 51 del codice di procedura civile. L’astensione non ha effetto sugli atti anteriori.

Art. 22

(Ricusazione)

  1. Al giudice contabile si applicano le cause di ricusazione previste dall’articolo 52 del codice di procedura civile.
    2. La ricusazione si propone, almeno tre giorni prima dell’udienza, con ricorso, quando sono noti i magistrati che prendono parte all’udienza; in caso contrario puo’ proporsi oralmente prima della discussione.
    3. Il ricorso indica i motivi specifici e i mezzi di prova ed e’ sottoscritto dalla parte o dal difensore.
    4. La decisione e’ pronunciata, previa sostituzione del giudice ricusato che deve essere udito, con ordinanza non impugnabile, entro trenta giorni dalla proposizione del ricorso, assunte, quando occorre, le prove offerte.
    5. Il giudice chiamato a decidere sulla ricusazione non e’ ricusabile.
    6. Sulla ricusazione decide il presidente della sezione, se e’ ricusato il giudice monocratico; decide il collegio se e’ ricusato uno dei componenti del collegio.
    7. Il giudice, con l’ordinanza che definisce il ricorso per ricusazione, provvede sulle spese e puo’ condannare la parte che l’ha proposta ad una sanzione pecuniaria non superiore a 250 euro.
    8. In caso di manifesta inammissibilita’ o infondatezza, la sanzione pecuniaria e’ stabilita tra un minimo di 500 e un massimo di 1.500 euro.

CAPO VI 

Ausiliari del giudice 

Art. 23

(Consulente tecnico)

  1. Il giudice puo’ farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, quando e’ necessario, da uno o piu’ consulenti.
    2. Il consulente ha l’obbligo di prestare il proprio ufficio tranne che il giudice riconosca l’esistenza di un giustificato impedimento.
    3. L’incarico di consulenza puo’ essere affidato a professionisti iscritti negli albi di cui all’articolo 13 delle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile. Possono altresi’ essere incaricati di svolgere consulenza tecnica gli appartenenti alle strutture e agli organismi di pubbliche amministrazioni. Non possono essere nominati coloro che prestano attivita’ in favore delle parti del giudizio.
    4. Il consulente, all’esito del suo incarico, riferisce per iscritto in merito ai quesiti e alle questioni richiestegli ai sensi dell’articolo 97 e puo’ essere chiamato a fornire anche in pubblica udienza chiarimenti e osservazioni. Il compenso del consulente e’ stabilito dal giudice che l’ha nominato nel rispetto delle disposizioni di cui all’articolo 27, comma 1.

Art. 24

(Astensione e ricusazione del consulente)

  1. Si applicano al consulente le cause di astensione e di ricusazione previste dagli articoli 51 e 52 del codice di procedura civile. Della ricusazione conosce il giudice che l’ha nominato.

Art. 25

(Commissario ad acta)

  1. Per l’esecuzione delle decisioni in materia pensionistica, in caso di inadempimento dell’amministrazione, il giudice contabile puo’ nominare un commissario ad acta.

Art. 26

(Custode)

  1. La conservazione e l’amministrazione dei beni sequestrati sono affidate ad un custode, quando la legge non dispone diversamente. Il compenso del custode e’ stabilito dal giudice che l’ha nominato, nel rispetto delle disposizioni di cui all’articolo 27, comma 1. Si applicano gli articoli 66 e 67 del codice di procedura civile.

Art. 27

(Liquidazione compensi)

  1. La disciplina della liquidazione dei compensi del consulente e del custode nominati dal pubblico ministero e’ regolata dall’articolo 63.

TITOLO II 

PARTI E DIFENSORI

 

CAPO I 

Parti e difensori 

 

Art. 28

(Patrocinio)

  1. Nei giudizi davanti alla Corte dei conti e’ obbligatorio il patrocinio di un avvocato, ove non diversamente previsto dalla legge.
    2. Per i giudizi dinanzi alle sezioni di appello e alle sezioni riunite e’ obbligatorio il ministero di avvocato ammesso al patrocinio innanzi alle giurisdizioni superiori. Nei ricorsi, negli appelli e nelle comparse di risposta deve essere fatta elezione di domicilio nel luogo in cui ha sede il giudice adito, ovvero indicato un indirizzo di posta elettronica certificata presso il quale effettuare le comunicazione e le notificazioni; in mancanza, l’elezione si presume fatta presso la segreteria del giudice adito.
    3. L’avvocato puo’ compiere e ricevere, nell’interesse della parte, tutti gli atti del processo che dalla legge non sono ad essa espressamente riservati.
    4. In ogni caso non puo’ compiere atti che importano disposizione del diritto controverso, se non ne ha ricevuto espressamente il potere.
    5. La procura puo’ essere sempre revocata e l’avvocato puo’ sempre rinunciarvi, ma la revoca e la rinuncia non hanno effetto nei confronti dell’altra parte, finche’ non sia avvenuta la sostituzione dell’avvocato.
    6. La parte puo’ farsi assistere da uno o piu’ avvocati, e anche da un consulente tecnico nei casi e con i modi stabiliti nel presente codice.
    7. La parte o la persona che la rappresenta, quando ha la qualita’ necessaria per esercitare l’ufficio di avvocato con procura presso il giudice adito, puo’ stare in giudizio senza il ministero di altro difensore.

Art. 29

(Procura alle liti)

  1. Per la procura alle liti si applicano le disposizioni di cui agli articoli 83 e 182 del codice di procedura civile.

Art. 30

(Doveri delle parti)

  1. Il pubblico ministero, le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi con lealta’ e probita’. In caso di inosservanza di tale dovere il presidente della sezione ne riferisce alle autorita’ che esercitano il potere disciplinare su di essi.
    2. Il pubblico ministero, le parti e i loro difensori non devono usare espressioni sconvenienti od offensive negli scritti e negli interventi orali pronunciati davanti al giudice. Si applicano le disposizioni dell’articolo 89 del codice di procedura civile.

Art. 31

(Regolazione delle spese processuali)

  1. Il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa.
    Con la sentenza che esclude definitivamente la responsabilità amministrativa per accertata insussistenza del danno, ovvero, della violazione di obblighi di servizio, del nesso di causalità, del dolo o della colpa grave, il giudice non può disporre la compensazione delle spese del giudizio e liquida, a carico dell’amministrazione di appartenenza, l’ammontare degli onorari e dei diritti spettanti alla difesa.
    3. Il giudice puo’ compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, quando vi e’ soccombenza reciproca ovvero nel caso di assoluta novita’ della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, ovvero quando definisce il giudizio decidendo soltanto questioni pregiudiziali o preliminari.
    4. Il giudice, quando pronuncia sulle spese, puo’ altresi’ condannare la parte soccombente al pagamento in favore dell’altra parte, o se del caso dello Stato, di una somma equitativamente determinata, quando la decisione e’ fondata su ragioni manifeste o orientamenti giurisprudenziali consolidati.
    5. Le spese della sentenza sono liquidate dal funzionario di segreteria con nota in margine alla stessa.
    6. Per quanto non espressamente disciplinato dai commi da 1 a 5, il giudice nel regolare le spese applica gli articoli 92, 93, 94, 96 e 97 del codice di procedura civile.

  2. TITOLO III 
  3. ATTI PROCESSUALI 
  4. CAPO I 
  5. Atti del processo  
  6. 32
  7. (Liberta’ di forme)
  8. Gli atti del processo, per i quali la legge non richiede forme determinate, possono essere compiuti nella forma piu’ idonea al raggiungimento del loro scopo.
  • 33
  • (Uso della lingua italiana. Nomina dell’interprete)
  1. In tutto il processo e’ prescritto l’uso della lingua italiana, fatta salva la tutela delle minoranze linguistiche.
    2. Quando deve essere sentito chi non conosce la lingua italiana, il giudice puo’ nominare un interprete. Questi, prima di esercitare le sue funzioni, presta giuramento davanti al giudice di adempiere fedelmente il suo ufficio.
  • 34
  • (Nomina del traduttore)
  1. Quando occorre procedere all’esame di documenti che non sono scritti in lingua italiana, il giudice puo’ nominare un traduttore, il quale presta giuramento a norma dell’articolo 33, comma 2.
  • 35
  1. (Interrogazione della persona sorda o muta)
  2. Se nel procedimento deve essere sentita una persona sorda o muta, le interrogazioni e le risposte possono essere fatte per iscritto.
    2. Quando occorre, il giudice nomina un interprete, il quale presta giuramento a norma dell’articolo 33, comma 2.
  • 36
  • (Contenuto e sottoscrizione degli atti di parte)
  1. Salvo che la legge disponga altrimenti, la citazione, il ricorso, la comparsa, il controricorso e il precetto indicano il giudice adito, le parti, l’oggetto, le ragioni della domanda e le conclusioni o l’istanza; l’originale e le copie da notificare, sono sottoscritti dalla parte, se essa sta in giudizio personalmente, oppure dal difensore che indica il proprio codice fiscale e l’indirizzo di posta elettronica certificata.
    2. La procura al difensore dell’attore puo’ essere rilasciata in data posteriore alla notificazione dell’atto, purche’ anteriormente alla costituzione della parte rappresentata.
    3. La disposizione del comma 2 non si applica quando la legge richiede che la citazione sia sottoscritta dal difensore munito di mandato speciale.
  • 37
  1. (Contenuto del processo verbale)
  2. Il processo verbale deve contenere l’indicazione delle persone intervenute e delle circostanze di luogo e di tempo nelle quali gli atti che documenta sono compiuti; deve inoltre contenere la descrizione delle attivita’ svolte e delle rilevazioni fatte, nonche’ le dichiarazioni ricevute.
    2. Il processo verbale e’ sottoscritto dal segretario e dal presidente. Se vi sono altri intervenuti, il segretario, quando la legge non dispone altrimenti, da’ loro lettura del processo verbale.

TITOLO IV 

DEI PROVVEDIMENTI 

CAPO I 

Dei provvedimenti

Art. 38

(Forma dei provvedimenti in generale)

  1. La legge prescrive in quali casi il giudice pronuncia sentenza, ordinanza o decreto.
    2. In mancanza di tali prescrizioni, i provvedimenti sono dati in qualsiasi forma idonea al raggiungimento del loro scopo.
    3. Dei provvedimenti collegiali puo’, se uno dei componenti l’organo collegiale lo richiede, essere compilato sommario processo verbale, il quale deve contenere la menzione della unanimita’ della decisione o del dissenso, succintamente motivato, che uno o piu’ dei componenti del collegio, da indicarsi nominativamente, abbia eventualmente espresso su ciascuna delle questioni decise. Il verbale, redatto dal meno anziano dei componenti del collegio e sottoscritto da tutti i componenti del collegio stesso, e’ conservato a cura del presidente in plico sigillato presso la segreteria dell’ufficio.

Art. 39

(Contenuto della sentenza)

  1. Le sentenze della Corte dei conti sono pronunciate “In nome del popolo italiano”.
    2. Esse, definitive o non definitive, devono contenere:
    a) l’indicazione del giudice che ha pronunciato;
    b) il nome e cognome delle parti e dei difensori quando nominati;
    c) la concisa esposizione delle conclusioni del pubblico ministero e delle parti;
    d) la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, anche con rinvio a precedenti cui si intende conformare;
    e) il dispositivo;
    f) la data della pronuncia;
    g) la sottoscrizione del presidente del collegio e dell’estensore.
    3. La decisione e’ nulla se mancano le indicazioni di cui alle lettere e) e g),del comma 2, nonche’ se mancano, e non risultano dal verbale di udienza, le indicazioni di cui alle lettere a), b), d) ed f) del comma 2 e l’indicazione che e’ stato sentito il pubblico ministero.
    4. Qualora, dopo la pronuncia della sentenza, si verifichi l’impossibilita’ assoluta a firmarla da parte di alcuna delle persone che debbono sottoscriverla, alla firma mancante si supplisce con dichiarazione apposta in calce alla sentenza, firmata dal presidente del collegio o, in mancanza di questi, dal magistrato con maggiore anzianita’ nel ruolo.

Art. 40

(Forma, contenuto e comunicazione dell’ordinanza)

  1. L’ordinanza e’ succintamente motivata. Se e’ pronunciata in udienza, e’ inserita nel processo verbale; se e’ pronunciata fuori dell’udienza, e’ scritta in calce al processo verbale oppure in foglio separato, munito della data e della sottoscrizione del giudice o, quando questo e’ collegiale, del presidente.
    2. Il segretario comunica alle parti l’ordinanza pronunciata fuori dell’udienza, salvo che la legge ne prescriva la notificazione.

Art. 41

(Forma e contenuto del decreto)

  1. Il decreto e’ pronunciato d’ufficio o su istanza, anche verbale, della parte.
    2. Se e’ pronunciato su ricorso, il decreto e’ scritto in calce al medesimo.
    3. Quando l’istanza e’ proposta verbalmente, se ne redige processo verbale e il decreto e’ inserito nello stesso.
    4. Il decreto non e’ motivato, salvo che per quelli a carattere decisorio o per i quali la motivazione sia prescritta espressamente dalla legge; e’ datato ed e’ sottoscritto dal giudice o, quando questo e’ collegiale, dal presidente.

Art. 42

(Notificazioni e comunicazioni)

  1. Le notificazioni e le comunicazioni degli atti del processo contabile, comprese quelle effettuate nel corso del procedimento, sono disciplinate dal codice di procedura civile e dalle leggi speciali concernenti la notificazione degli atti giudiziari in materia civile e contabile, ove non previsto diversamente dal presente codice. Il Presidente della sezione puo’ autorizzare, su motivata richiesta del pubblico ministero, la notifica a mezzo delle forza di polizia.

Art. 43

(Termini e preclusioni)

  1. I termini per il compimento degli atti del processo contabile sono stabiliti dalla legge; possono essere stabiliti dal giudice, anche a pena di decadenza, soltanto se la legge lo permette espressamente.
    2. I termini stabiliti dalla legge sono ordinatori, tranne che la legge stessa li dichiari espressamente perentori.
    3. I termini stabiliti per la proposizione di gravami sono perentori; le decadenze hanno luogo di diritto e devono essere pronunciate d’ufficio.
    4. Il giudice, prima della scadenza, puo’ abbreviare, o prorogare anche d’ufficio, il termine che non sia stabilito a pena di decadenza. La proroga non puo’ avere una durata superiore al termine originario. Non puo’ essere consentita proroga ulteriore, se non per motivi particolarmente gravi e con provvedimento motivato.
    5. I termini perentori non possono essere abbreviati o prorogati, nemmeno in base ad accordo tra le parti.
    6. La parte che dimostra di essere incorsa in decadenza per causa ad essa non imputabile puo’ chiedere al giudice di essere rimessa in termini; il giudice provvede ai sensi dell’articolo 93, commi 11 e 12.
    7. Per il computo dei termini si applicano le disposizioni dell’articolo 155 del codice di procedura civile.

Art. 44

(Rilevanza della nullita’)

  1. Non puo’ essere pronunciata la nullita’ per inosservanza di forme di alcun atto del processo, se la nullita’ non e’ comminata dalla legge.
    2. Puo’ tuttavia essere pronunciata quando l’atto manca dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento dello scopo.
    3. La nullita’ non puo’ mai essere pronunciata se l’atto ha raggiunto lo scopo a cui e’ destinato.

Art. 45

(Rilevabilita’ e sanatoria della nullita’)

  1. Non puo’ pronunciarsi la nullita’ senza istanza di parte se la legge non dispone che sia pronunciata d’ufficio.
    2. Soltanto la parte nel cui interesse e’ stabilito un requisito puo’ opporre la nullita’ dell’atto per la mancanza del requisito stesso, ma deve farlo nella prima istanza o difesa successiva all’atto o alla notizia di esso.
    3. La nullita’ non puo’ essere opposta dalla parte che vi ha dato causa, ne’ da quella che vi ha rinunciato anche tacitamente.

Art. 46

(Nullita’ derivante dalla costituzione del giudice)

  1. La nullita’ derivante da vizi relativi alla costituzione del giudice o all’intervento del pubblico ministero e’ insanabile e deve essere rilevata d’ufficio, salvo quanto previsto dall’articolo 49.

Art. 47

(Estensione della nullita’)

  1. La nullita’ di un atto non importa quella degli atti precedenti, ne’ di quelli successivi che ne sono indipendenti.
    2. La nullita’ di una parte dell’atto non colpisce le altre parti che ne sono indipendenti.
    3. Se il vizio impedisce un determinato effetto, l’atto puo’ tuttavia produrre gli altri effetti ai quali e’ idoneo.

Art. 48

(Nullita’ della notificazione)

  1. La notificazione e’ nulla se non sono osservate le disposizioni circa la persona alla quale deve essere consegnata la copia, o se vi e’ incertezza assoluta sulla persona a cui e’ fatta o sulla data, salva l’applicazione degli articoli 44 e 45.

Art. 49

(Nullita’ della sentenza)

  1. La nullita’ delle sentenze soggette ad appello puo’ essere fatta valere soltanto nei limiti e secondo le regole proprie di questo mezzo di impugnazione.
    2. La disposizione di cui al comma 1 non si applica quando la sentenza manca della sottoscrizione del giudice.

Art. 50

(Pronuncia sulla nullita’)

  1. Il giudice che pronuncia la nullita’ deve disporre, quando sia possibile, la rinnovazione degli atti ai quali la nullita’ si estende.
    2. Se la nullita’ degli atti del processo e’ imputabile al segretario, all’ufficiale giudiziario o alle parti il giudice, con il provvedimento con il quale la pronuncia, pone le spese della rinnovazione a carico della parte che ha dato luogo alla nullita’.
  2. Lo scorso 7 ottobre è entrato in vigore il Codice di Giustizia Contabile (Dlgs. n. 174/2016) adottato ai sensi della c.d. legge Madia. Lo scopo del Codice è di riordinare la disciplina processuale dei giudizi che si svolgono dinanzi alla Corte dei Conti relativamente alle materie riguardanti, tra gli altri, i giudizi di responsabilità amministrativa di pubblici dipendenti (o incaricati di un pubblico servizio) per danno erariale, i giudizi aventi per oggetto l’irrogazione di sanzioni pecuniarie e altri giudizi nelle materie specificate dalla legge.DECRETO LEGISLATIVO 26 agosto 2016, n. 174

    Codice di giustizia contabile, adottato ai sensi dell’articolo 20 della legge 7 agosto 2015, n. 124.

    Sommario:

    • PARTE I – DISPOSIZIONI GENERALI
      TITOLO I – PRINCIPI GENERALI E ORGANI DELLA GIURISDIZIONE(artt. 1-27)
      TITOLO II – PARTI E DIFENSORI (artt. 28-31)
      TITOLO III – ATTI PROCESSUALI (artt. 32-37)
      TITOLO IV – DEI PROVVEDIMENTI (artt. 38-50)
    • PARTE II – GIUDIZI DI RESPONSABILITÀ
      TITOLO I – FASE PREPROCESSUALE(artt. 51-72)
      TITOLO II – AZIONI A TUTELA DELLE RAGIONI DEL CREDITO ERARIALE (artt. 73-82)
      TITOLO III – RITO ORDINARIO (artt. 83-113)
      TITOLO IV – GIUDIZI INNANZI LE SEZIONI RIUNITE (artt. 114-129)
      TITOLO V – RITI SPECIALI (artt. 130-136)
    • PARTE III – GIUDIZIO SUI CONTI(artt. 137-150)
    • PARTE IV – GIUDIZI PENSIONISTICI(artt. 151-171)
    • PARTE V – ALTRI GIUDIZI AD ISTANZA DI PARTE(artt. 172-176)
    • PARTE VI – IMPUGNAZIONI(artt. 177-210)
    • PARTE VII – INTERPRETAZIONE DEL TITOLO GIUDIZIALE ED ESECUZIONE(artt. 211-218)
    • PARTE VIII – DISPOSIZIONI FINALI(art. 219)
    • Allegato – Norme di attuazione del Codice della Giustizia contabile(artt. 1-25 bis)
    • Allegato – Norme transitorie e abrogazioni(artt. 1-4)

    PARTE I 

    DISPOSIZIONI GENERALI 

    TITOLO I 

    PRINCIPI GENERALI E ORGANI DELLA GIURISDIZIONE 

     

    CAPO I 

    Principi generali 

     

    Art. 1

    (Ambiti della giurisdizione contabile)

    1. La Corte dei conti ha giurisdizione nei giudizi di conto, di responsabilita’ amministrativa per danno all’erario e negli altri giudizi in materia di contabilita’ pubblica.
      2. Sono devoluti alla giurisdizione della Corte dei conti i giudizi in materia pensionistica, i giudizi aventi per oggetto l’irrogazione di sanzioni pecuniarie e gli altri giudizi nelle materie specificate dalla legge.
      3. La giurisdizione della Corte dei conti e’ esercitata dai giudici contabili secondo le norme del presente codice.

    Art. 2

    (Principio di effettivita’)

    1. La giurisdizione contabile assicura una tutela piena ed effettiva secondo i principi della Costituzione e del diritto europeo.

    Art. 3

    (Principio di concentrazione)

    1. Nell’ambito della giurisdizione contabile, il principio di effettivita’ e’ realizzato attraverso la concentrazione davanti al giudice contabile di ogni forma di tutela degli interessi pubblici e dei diritti soggettivi coinvolti, a garanzia della ragionevole durata del processo contabile.

    Art. 4

    (Giusto processo)

    1. Il processo contabile attua i principi della parita’ delle parti, del contraddittorio e del giusto processo previsto dall’articolo 111, primo comma, della Costituzione.
      2. Il giudice contabile e le parti cooperano per la realizzazione della ragionevole durata del processo.

    Art. 5

    (Dovere di motivazione e sinteticita’ degli atti)

    1. Ogni provvedimento decisorio del giudice e ogni provvedimento del pubblico ministero sono motivati.
      2. Il giudice, il pubblico ministero e le parti redigono gli atti in maniera chiara e sintetica.

    Art. 6

    (Digitalizzazione degli atti e informatizzazione delle attività)

    1. I giudizi dinanzi alla Corte dei conti sono svolti mediante le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
      2. Gli atti processuali, i registri, i provvedimenti del giudice, dei suoi ausiliari, del personale degli uffici giudiziari, dei difensori, delle parti e dei terzi sono previsti quali documenti informatici e sono validi e rilevanti a tutti gli effetti di legge, purché sia garantita la riferibilità soggettiva e l’integrità dei contenuti, in conformità ai principi stabiliti nel decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82.
      3. I decreti di cui all’articolo 20-bis del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221 e successive modificazioni, che stabiliscono indicazioni tecniche, operative e temporali, disciplinano, in particolare, le modalità per la tenuta informatica dei registri, per l’effettuazione delle comunicazioni e notificazioni mediante posta elettronica certificata o altri strumenti di comunicazione telematica, le modalità di autenticazione degli utenti e di accesso al fascicolo processuale informatico, nonché le specifiche per la sottoscrizione in forma digitale degli atti e dei provvedimenti del giudice e per la formazione, il deposito, lo scambio e l’estrazione di copia di atti processuali digitali, con garanzia di riferibilità soggettiva, integrità dei contenuti e riservatezza dei dati personali. (1)
      4. Il pubblico ministero contabile e le parti possono effettuare, in conformità ai decreti di cui al comma 3, le notificazioni degli atti direttamente agli indirizzi di posta elettronica certificata contenuti in pubblici elenchi o registri. (2)
      5. Si applicano, ove non previsto diversamente, le disposizioni di legge e le regole tecniche relative al processo civile telematico.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 1, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma così modificato dall’ art. 1, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 7

    (Disposizioni di rinvio)

    1. Il processo contabile si svolge secondo le disposizioni della Parte II, Titolo III, del presente codice, le quali, se non espressamente derogate, si applicano anche al giudizio pensionistico, alle impugnazioni e ai riti speciali. (1)
      2. Per quanto non disciplinato dal presente codice si applicano gli articoli 99, 100, 101, 110 e 111 del codice di procedura civile e le altre disposizioni del medesimo codice, in quanto espressione di principi generali.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 2, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Capo II

     

    Organi

     

    Art. 8

    (Organi della giurisdizione contabile)

    1. La giurisdizione contabile è esercitata dalle sezioni giurisdizionali regionali, dalle sezioni giurisdizionali di appello, dalle sezioni riunite in sede giurisdizionale e dalle sezioni riunite in speciale composizione della Corte dei conti. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 98, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 9

    (Sezioni giurisdizionali regionali) (1)

    1. Sono organi di giurisdizione contabile di primo grado le sezioni giurisdizionali regionali, con sede nel capoluogo di regione, con competenza estesa al territorio regionale. Nella regione Trentino-Alto Adige sono organi di giurisdizione contabile di primo grado la sezione giurisdizionale con sede in Trento e la sezione giurisdizionale con sede in Bolzano, con competenza estesa al rispettivo territorio provinciale.
      2. Le sezioni giurisdizionali regionali e le sezioni giurisdizionali di Trento e di Bolzano decidono con l’intervento di tre magistrati, compreso il presidente. In caso di assenza o impedimento del presidente titolare e di quello aggiunto, il collegio è presieduto dal magistrato con maggiore anzianità di ruolo. Nei giudizi pensionistici e negli altri casi espressamente previsti, la Corte dei conti, in primo grado, giudica in composizione monocratica, attraverso un magistrato assegnato alla sezione giurisdizionale regionale competente per territorio. (2)
      3. Le sezioni giurisdizionali di Trento e di Bolzano restano disciplinate dallo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige e dalle relative norme di attuazione nel rispetto della normativa vigente in materia di tutela delle minoranze linguistiche. (3)

    (1) Rubrica così modificata dall’ art. 98, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così modificato dall’ art. 3, comma 1, lett. a) e b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (3) Comma così modificato dall’ art. 3, comma 1, lett. c), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 10

    (Sezioni giurisdizionali di appello)

    1. Sono organi di giurisdizione contabile di secondo grado le sezioni giurisdizionali centrali di appello, con sede in Roma, con competenza estesa al territorio nazionale e la sezione giurisdizionale di appello per la Regione siciliana, con sede a Palermo, con competenza estesa al territorio regionale. Le sezioni giurisdizionali di appello decidono con l’intervento di cinque magistrati compreso un presidente. Il collegio è presieduto dal presidente o dal presidente aggiunto, o, in caso di loro assistenza o impedimento, dal magistrato con maggiore anzianità nel ruolo. (1)
      2. All’inizio di ogni anno, il Presidente della Corte dei conti, con proprio decreto, fissa i criteri di distribuzione dei giudizi tra le sezioni giurisdizionali centrali di appello, nel rispetto del principio di rotazione. (2)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 4, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così modificato dall’ art. 98, comma 1, lett. c), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 11

    (Sezioni riunite)

    1. Le sezioni riunite in sede giurisdizionale della Corte dei conti, quali articolazione interna della medesima Corte in sede d’appello, sono l’organo che assicura l’uniforme interpretazione e la corretta applicazione delle norme di contabilità pubblica e nelle altre materie sottoposte alla giurisdizione contabile.
      2. Esse sono presiedute dal Presidente della Corte dei conti o da uno dei presidenti di sezione di coordinamento. Ad esse è assegnato un numero di magistrati determinato all’inizio di ogni anno dal Presidente della Corte dei conti, sentito il consiglio di presidenza. (1)
      3. Le sezioni riunite in sede giurisdizionale decidono sui conflitti di competenza e sulle questioni di massima deferiti dalle sezioni giurisdizionali d’appello, dal Presidente della Corte dei conti, ovvero a richiesta del procuratore generale.
      4. Le sezioni riunite in sede giurisdizionale decidono altresì sui regolamenti di competenza avverso le ordinanze che, pronunciando sulla competenza, non decidono il merito del giudizio e avverso i provvedimenti che dichiarino la sospensione del processo.
      5. Il collegio delle sezioni riunite in sede giurisdizionale è composto, oltre che dal presidente, da sei magistrati, individuati all’inizio di ogni anno, preferibilmente tra quelli in servizio presso le sezioni giurisdizionali di appello, sulla base di criteri predeterminati, mediante interpello. (2)
      6. Le sezioni riunite in speciale composizione, nell’esercizio della propria giurisdizione esclusiva in tema di contabilità pubblica, decidono in unico grado sui giudizi:
      a) in materia di piani di riequilibrio degli enti territoriali e ammissione al Fondo di rotazione per assicurare la stabilità finanziaria degli enti locali;
      b) in materia di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata dall’ISTAT;
      c) in materia di certificazione dei costi dell’accordo di lavoro presso le fondazioni lirico-sinfoniche;
      d) in materia di rendiconti dei gruppi consiliari dei consigli regionali;
      e) nelle materie di contabilità pubblica, nel caso di impugnazioni conseguenti alle deliberazioni delle sezioni regionali di controllo;
      f) nelle materie ulteriori, ad esse attribuite dalla legge.
      7. Il collegio delle sezioni riunite in speciale composizione è composto, oltre che dal presidente, da sei magistrati, in pari numero tra quelli assegnati alle sezioni giurisdizionali e quelli assegnati alle sezioni di controllo, centrali e regionali, individuati sulla base di criteri predeterminati, mediante interpello. (3)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 5, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così sostituito dall’ art. 5, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (3) Comma così sostituito dall’ art. 5, comma 1, lett. c), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 12

    Ufficio del pubblico ministero

    1. Le funzioni del pubblico ministero innanzi alle sezioni giurisdizionali regionali sono esercitate dal procuratore regionale o da altro magistrato assegnato all’ufficio.
      1-bis. Le funzioni di procuratore regionale comportano l’esercizio di funzioni direttive e sono conferite esclusivamente ai magistrati che hanno conseguito la qualifica di presidente di sezione. (1)
      2. Le funzioni di pubblico ministero innanzi alle sezioni riunite e alle sezioni giurisdizionali d’appello della Corte dei conti sono esercitate dal procuratore generale o da altro magistrato assegnato all’ufficio.
      3. Il procuratore generale coordina, anche dirimendo eventuali conflitti di competenza, l’attività dei procuratori regionali e questi ultimi quella dei magistrati assegnati ai loro uffici.

    (1) Comma inserito dall’ art. 6, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Capo III

     

    Giurisdizione

     

    Art. 13

    (Momento determinante la giurisdizione)

    1. La giurisdizione si determina con riguardo alla legge vigente e allo stato di fatto esistente al momento della proposizione della domanda, e non hanno rilevanza rispetto ad essa i successivi mutamenti della legge o dello stato medesimo.

     

    Art. 14

    (Questioni riguardanti lo stato e la capacità delle persone)

    1. Sono riservate all’autorità giudiziaria ordinaria le questioni pregiudiziali concernenti lo stato e la capacità delle persone, salvo che si tratti della capacità di stare in giudizio, e la risoluzione dell’incidente di falso.

    Art. 15

    (Difetto di giurisdizione)

    1. Il difetto di giurisdizione è rilevato in primo grado anche d’ufficio.
      2. Nei giudizi di impugnazione, il difetto di giurisdizione è rilevato se dedotto con specifico motivo avverso il capo della pronuncia impugnata che, in modo implicito o esplicito, ha statuito sulla giurisdizione.

     

    Art. 16

    (Regolamento preventivo)

    1. Nel giudizio davanti alle sezioni giurisdizionali regionali è ammesso il ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione previsto dall’articolo 41 del codice di procedura civile. Si applica il primo comma dell’articolo 367 dello stesso codice.
      2. Nel giudizio sospeso possono essere chieste dal pubblico ministero le misure cautelari di cui al Titolo II della Parte II.

     

    Art. 17

    (Decisione su questioni di giurisdizione)

    1. Il giudice contabile, quando declina la propria giurisdizione, indica, se esistente, il giudice che ne è fornito.
      2. Quando la giurisdizione è declinata dal giudice contabile in favore di altro giudice, o viceversa, ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute, sono fatti salvi gli effetti processuali e sostanziali della domanda la medesima è riproposta innanzi al giudice indicato nella pronuncia che declina la giurisdizione, entro il termine perentorio di tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza. (1)
      3. Quando il giudizio è tempestivamente riproposto davanti al giudice contabile, quest’ultimo, alla prima udienza, può sollevare anche d’ufficio il conflitto di giurisdizione.
      4. Se in una controversia introdotta davanti ad altro giudice le sezioni unite della Corte di cassazione, investite della questione di giurisdizione, attribuiscono quest’ultima al giudice contabile, se il giudizio è riproposto dalla parte che vi ha interesse nel termine di tre mesi dalla pubblicazione della decisione delle sezioni unite e ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute, sono fatti salvi gli effetti sostanziali e processuali che la domanda avrebbe prodotto se proposta fin dall’instaurazione del primo giudizio. (2)
      5. Nei giudizi riproposti, il giudice, con riguardo alle preclusioni e decadenze intervenute, può concedere la rimessione in termini per errore scusabile ove ne ricorrano i presupposti.
      6. Nel giudizio riproposto davanti al giudice contabile, le prove raccolte nel processo davanti al giudice privo di giurisdizione possono essere valutate come argomenti di prova.
      7. Le misure cautelari perdono la loro efficacia trenta giorni dopo la pubblicazione del provvedimento che dichiara il difetto di giurisdizione del giudice che le ha emanate. Nel caso di difetto di giurisdizione del giudice contabile, per la dichiarazione di inefficacia della misura cautelare su ricorso della parte interessata si applica la disposizione di cui al comma 2 dell’articolo 78. Le parti possono riproporre le domande cautelari al giudice munito di giurisdizione. (3)
      8. Nei giudizi di responsabilità amministrativa per danno all’erario, quando la giurisdizione è declinata dal giudice contabile, ovvero quando le sezioni unite della Corte di cassazione, investite della questione di giurisdizione, statuiscono il difetto di giurisdizione del giudice contabile, l’amministrazione danneggiata ripropone la causa dinanzi al giudice che è munito di giurisdizione entro tre mesi dal passaggio in giudicato della provincia. Nel giudizio riproposto davanti al giudice munito di giurisdizione, le prove raccolte nel processo davanti al giudice privo di giurisdizione possono essere valutate come argomenti di prova. (4)
      8-bis. Nei giudizi nei quali si controverte su una pretesa per danno all’erario, quando la giurisdizione è declinata in favore del giudice contabile, i soggetti indicati dall’articolo 52, comma 1, trasmettono la relativa sentenza senza ritardo, e comunque entro un mese dalla pubblicazione, al procuratore regionale della Corte dei conti. Resta fermo quanto previsto dall’articolo 52, comma 6. (5)
      8-ter. Fuori dai casi di cui al comma 2, se il pubblico ministero notifica l’invito a dedurre di cui all’articolo 67 entro tre mesi dal passaggio in giudicato della pronuncia e ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute, sono comunque fatti salvi gli effetti sostanziali e processuali della domanda. (5)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 7, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così modificato dall’ art. 7, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (3) Comma così modificato dall’ art. 7, comma 1, lett. c), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (4) Comma così modificato dall’ art. 7, comma 1, lett. d), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (5) Comma aggiunto dall’ art. 7, comma 1, lett. e), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Capo IV

     

    Competenza

     

    Art. 18

    (Competenza territoriale)

    1. Sono attribuiti alla sezione giurisdizionale regionale territorialmente competente:
      a) i giudizi di conto e di responsabilità e i giudizi a istanza di parte in materia di contabilità pubblica riguardanti i tesorieri e gli altri agenti contabili, gli amministratori, i funzionari e gli agenti della regione, delle città metropolitane, delle province, dei comuni e degli altri enti locali nonché degli enti regionali;
      b) i giudizi di conto e di responsabilità e i giudizi a istanza di parte riguardanti gli agenti contabili, gli amministratori, i funzionari, gli impiegati e gli agenti di uffici e organi dello Stato e di enti pubblici aventi sede o uffici nella regione, quando l’attività di gestione di beni pubblici si sia svolta nell’ambito del territorio regionale, ovvero il fatto dannoso si sia verificato nel territorio della regione; (1)
      c) i giudizi sui ricorsi e sulle istanze in materia di pensioni, assegni o indennità civili, militari e di guerra a carico totale o parziale dello Stato o degli enti pubblici previsti dalla legge, quando il ricorrente, all’atto della presentazione del ricorso o dell’istanza, abbia la residenza anagrafica in un comune della regione;
      d) altri giudizi interessanti la regione in materia contabile e pensionistica, attribuiti dalla legge alla giurisdizione della Corte dei conti.
      2. Le disposizioni di cui al comma 1, lettere a) e b) e all’articolo 19, si applicano anche ai giudizi relativi all’applicazione di sanzioni pecuniarie.
      3. La competenza territoriale relativa alle istruttorie e ai giudizi contabili di qualsiasi natura, nei quali un magistrato della Corte dei conti assume comunque la qualità di parte, che a norma del comma 1 sarebbe attribuita alla sezione giurisdizionale nell’ambito della cui competenza territoriale il magistrato esercita le proprie funzioni, o le esercitava al momento dei fatti o della domanda, è attribuita alla sezione giurisdizionale che ha sede nel capoluogo di regione determinato in base alla tabella A allegata al presente codice.
      4. I procedimenti connessi a quelli in cui un magistrato della Corte dei conti assume la qualità di parte in un giudizio contabile sono di competenza della sezione giurisdizionale territoriale individuata a norma del comma 3.
      5. Nei casi di cui al comma 1, lettere a) e b), in presenza di una pluralità di condotte poste in essere in più ambiti regionali, il criterio della individuazione della sezione giurisdizionale competente è quello della condotta causalmente prevalente.

    (1) Lettera così modificata dall’ art. 8, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 19

    (Competenza funzionale)

    1. Sono devoluti alla competenza della sezione giurisdizionale regionale del Lazio i giudizi di responsabilità relativi a fatti dannosi verificatisi all’estero.
      2. Tutti i giudizi pensionistici relativi ai residenti all’estero sono di competenza della sezione giurisdizionale regionale del Lazio.
      3. Restano ferme le disposizioni in materia di competenza territoriale delle sezioni giurisdizionali delle province autonome di Trento e di Bolzano.

    Art. 20

    (Rilievo dell’incompetenza)

    1. Il difetto di competenza, salvo quanto previsto dall’articolo 151, comma 2, è rilevato d’ufficio finché la causa non è decisa in primo grado, ovvero può essere eccepito dalla parte, entro il termine assegnato per il deposito della comparsa di costituzione e risposta. Nei giudizi di impugnazione, esso è rilevato se dedotto con specifico motivo avverso il capo della pronuncia impugnata che abbia statuito sulla competenza. (1)
      2. Il giudice decide sulla competenza prima di provvedere sulla eventuale richiesta di misure cautelari.
      3. Il giudice, se dichiara la propria incompetenza, indica con ordinanza il giudice ritenuto competente. Quando la causa è riassunta nei termini di cui all’articolo 118 davanti al giudice indicato se ritiene di essere a sua volta incompetente, richiede d’ufficio il regolamento di competenza alle sezioni riunite. (2)
      4. In pendenza del regolamento di competenza, la richiesta di eventuali misure cautelari si propone al giudice indicato come competente nell’ordinanza di cui al comma 3, che decide in ogni caso; esse perdono la loro efficacia trenta giorni dopo la pubblicazione del provvedimento che dichiara il difetto di competenza del giudice che le ha emanate. Le parti possono riproporre le domande cautelari al giudice competente. (3)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 9, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così modificato dall’ art. 9, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (3) Comma così modificato dall’ art. 9, comma 1, lett. c), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Capo V

     

    Astensione e ricusazione del giudice

     

    Art. 21

    (Astensione)

    1. Al giudice contabile si applicano le cause e le modalità di astensione previste dall’articolo 51 del codice di procedura civile. L’astensione non ha effetto sugli atti anteriori. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 10, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 22

    (Ricusazione)

    1. Al giudice contabile si applicano le cause di ricusazione previste dall’articolo 52 del codice di procedura civile.
      2. La ricusazione si propone, almeno tre giorni prima dell’udienza, con ricorso, quando sono noti i magistrati che prendono parte all’udienza; in caso contrario può proporsi oralmente prima della discussione.
      3. Il ricorso indica i motivi specifici e i mezzi di prova ed è sottoscritto dalla parte o dal difensore.
      4. La decisione è pronunciata in Camera di consiglio, previa sostituzione del giudice nei cui confronti sia stata proposta la ricusazione che deve essere udito, con ordinanza non impugnabile, entro trenta giorni dalla proposizione del ricorso, assunte, quando occorre, le prove offerte. (1)
      5. Il giudice chiamato a decidere sulla ricusazione non è ricusabile.
      6. Sulla ricusazione decide il presidente della sezione, se è ricusato il giudice monocratico; sulla ricusazione del presidente di una sezione giurisdizionale di primo o di secondo grado decide il collegio di una delle sezioni centrali o della sezione di appello siciliana, secondo criteri predeterminati all’inizio di ciascun anno dal Presidente della Corte dei conti; decide il collegio se è ricusato uno dei componenti del collegio. (2)
      7. Il giudice, con l’ordinanza che definisce il ricorso per ricusazione, provvede sulle spese e può condannare la parte che l’ha proposta ad una sanzione pecuniaria non superiore a 250 euro.
      8. In caso di manifesta inammissibilità o infondatezza, la sanzione pecuniaria è stabilita tra un minimo di 500 e un massimo di 1.500 euro.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 11, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così modificato dall’ art. 11, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Capo VI

     

    Ausiliari del giudice

     

    Art. 23

    (Consulente tecnico)

    1. Il giudice può farsi assistere, per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, quando è necessario, da uno o più consulenti.
      2. Il consulente ha l’obbligo di prestare il proprio ufficio tranne che il giudice riconosca l’esistenza di un giustificato impedimento.
      3. L’incarico di consulenza può essere affidato a professionisti iscritti negli albi di cui all’articolo 13 delle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile. Possono altresì essere incaricati di svolgere consulenza tecnica gli appartenenti alle strutture e agli organismi di pubbliche amministrazioni. Non possono essere nominati coloro che prestano attività in favore delle parti del giudizio.
      4. Il consulente, all’esito del suo incarico, riferisce per iscritto in merito ai quesiti e alle questioni richiestegli ai sensi dell’articolo 97 e può essere chiamato a fornire anche in pubblica udienza chiarimenti e osservazioni. Il compenso del consulente è stabilito dal giudice che l’ha nominato nel rispetto delle disposizioni di cui all’articolo 27, comma 1.

    Art. 24

    (Astensione e ricusazione del consulente)

    1. Si applicano al consulente le cause di astensione e di ricusazione previste dagli articoli 51 e 52 del codice di procedura civile. Della ricusazione conosce il giudice che l’ha nominato.

    Art. 25

    (Commissario ad acta)

    1. Per l’esecuzione delle decisioni in materia pensionistica, in caso di inadempimento dell’amministrazione, il giudice contabile può nominare un commissario ad acta.
      1-bis. Nei giudizi di conto, il collegio può nominare un commissario ad acta in ipotesi di inadempimento dell’amministrazione a fornire i documenti o gli elementi di giudizio necessari al fine di decidere, stabilendone il compenso. (1)

    (1) Comma aggiunto dall’ art. 12, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 26

    (Custode)

    1. La conservazione e l’amministrazione dei beni sequestrati sono affidate ad un custode, quando la legge non dispone diversamente. Il compenso del custode è stabilito dal giudice che l’ha nominato, nel rispetto delle disposizioni di cui all’articolo 27, comma 1. Si applicano gli articoli 66 e 67 del codice di procedura civile.

     

    Art. 27

    (Liquidazione compensi)

    1. La disciplina della liquidazione dei compensi del consulente e del custode nominati dal pubblico ministero è regolata dall’articolo 63.

    TITOLO II 

    PARTI E DIFENSORI

     

    CAPO I 

    Parti e difensori 

     

    Art. 28

    (Patrocinio)

    1. Nei giudizi davanti alla Corte dei conti è obbligatorio il patrocinio di un avvocato, ove non diversamente previsto dalla legge.
      2. Per i giudizi davanti alle sezioni giurisdizionali di appello e alle sezioni riunite è obbligatorio il ministero di avvocato ammesso al patrocinio innanzi alle giurisdizioni superiori. Nei ricorsi, negli appelli e nelle comparse di costituzione e risposta deve essere fatta elezione di domicilio nel comune in cui ha sede il giudice adito, ovvero indicato un indirizzo di posta elettronica certificata presso il quale effettuare le comunicazioni e le notificazioni; in mancanza, la parte si intende domiciliata, ad ogni effetto, presso la segreteria del giudice adito. (1)
      3. L’avvocato può compiere e ricevere, nell’interesse della parte, tutti gli atti del processo che dalla legge non sono ad essa espressamente riservati.
      4. In ogni caso non può compiere atti che importano disposizione del diritto controverso, se non ne ha ricevuto espressamente il potere.
      5. La procura può essere sempre revocata e l’avvocato può sempre rinunciarvi, ma la revoca e la rinuncia non hanno effetto nei confronti dell’altra parte, finché non sia avvenuta la sostituzione dell’avvocato.
      6. La parte può farsi assistere da uno o più avvocati, e anche da un consulente tecnico nei casi e con i modi stabiliti nel presente codice.
      7. La parte o la persona che la rappresenta, quando ha la qualità necessaria per esercitare l’ufficio di avvocato con procura presso il giudice adito, può stare in giudizio senza il ministero di altro difensore.

    (1) Comma così sostituito dall’ art. 13, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 29

    (Procura alle liti)

    1. Per la procura alle liti si applicano le disposizioni di cui agli articoli 83 e 182 del codice di procedura civile.
      1-bis. La procura alle liti, contenente comunque l’elezione di domicilio, nella fase preprocessuale si rilascia in calce o a margine dell’invito o delle deduzioni di cui al comma 1 dell’articolo 67 e ha effetto anche per la fase del giudizio instaurato con atto di citazione di cui all’articolo 86. (1)

    (1) Comma aggiunto dall’ art. 14, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 30

    (Doveri delle parti)

    1. Il pubblico ministero, le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi con lealtà e probità. In caso di inosservanza di tale dovere il presidente della sezione ne riferisce alle autorità che esercitano il potere disciplinare su di essi.
      2. Il pubblico ministero, le parti e i loro difensori non devono usare espressioni sconvenienti od offensive negli scritti e negli interventi orali pronunciati davanti al giudice. Si applicano le disposizioni dell’articolo 89 del codice di procedura civile.

    Art. 31

    (Regolazione delle spese processuali)

    1. Il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa.
      2. Con la sentenza che esclude definitivamente la responsabilità amministrativa per accertata insussistenza del danno, ovvero, della violazione di obblighi di servizio, del nesso di causalità, del dolo o della colpa grave, il giudice non può disporre la compensazione delle spese del giudizio e liquida, a carico dell’amministrazione di appartenenza, l’ammontare degli onorari e dei diritti spettanti alla difesa.
      3. Il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, quando vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, ovvero quando definisce il giudizio decidendo soltanto questioni pregiudiziali o preliminari.
      4. Il giudice, quando pronuncia sulle spese, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento in favore dell’altra parte, o se del caso dello Stato, di una somma equitativamente determinata, quando la decisione è fondata su ragioni manifeste o orientamenti giurisprudenziali consolidati.
      5. Le spese della sentenza sono liquidate dal funzionario di segreteria con nota in margine alla stessa.
      6. Per quanto non espressamente disciplinato dai commi da 1 a 5, il giudice nel regolare le spese applica gli articoli 92, 93, 94, 96 e 97 del codice di procedura civile.

    TITOLO III 

    ATTI PROCESSUALI 

     

    CAPO I 

    Atti del processo  

     

    Art. 32

    (Libertà di forme)

    1. Gli atti del processo, per i quali la legge non richiede forme determinate, possono essere compiuti nella forma più idonea al raggiungimento del loro scopo.

    Art. 33

    (Uso della lingua italiana. Nomina dell’interprete)

    1. In tutto il processo è prescritto l’uso della lingua italiana, fatta salva la tutela delle minoranze linguistiche.
      2. Quando deve essere sentito chi non conosce la lingua italiana, il giudice può nominare un interprete. Questi, prima di esercitare le sue funzioni, presta giuramento davanti al giudice di adempiere fedelmente il suo ufficio.

     

    Art. 34

    (Nomina del traduttore)

    1. Quando occorre procedere all’esame di documenti che non sono scritti in lingua italiana, il giudice può nominare un traduttore, il quale presta giuramento a norma dell’articolo 33, comma 2.

    Art. 35

    (Interrogazione della persona sorda o muta)

    1. Se nel procedimento deve essere sentita una persona sorda o muta, le interrogazioni e le risposte possono essere fatte per iscritto.
      2. Quando occorre, il giudice nomina un interprete, il quale presta giuramento a norma dell’articolo 33, comma 2.

    Art. 36

    (Contenuto e sottoscrizione degli atti di parte)

    1. Salvo che la legge disponga altrimenti, la citazione, il ricorso e la comparsa indicano il giudice adito, le parti, l’oggetto, le ragioni della domanda e le conclusioni o l’istanza; l’originale è sottoscritto dalla parte, se essa sta in giudizio personalmente, oppure dal difensore che indica il proprio codice fiscale e l’indirizzo di posta elettronica certificata. (1)
      2. La procura al difensore dell’attore può essere rilasciata in data posteriore alla notificazione dell’atto, purché anteriormente alla costituzione della parte rappresentata.
      3. La disposizione del comma 2 non si applica quando la legge richiede che la citazione sia sottoscritta dal difensore munito di mandato speciale.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 15, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 37

    (Contenuto del processo verbale)

    1. Il processo verbale deve contenere l’indicazione delle persone intervenute e delle circostanze di luogo e di tempo nelle quali gli atti che documenta sono compiuti; deve inoltre contenere la descrizione delle attività svolte e delle rilevazioni fatte, nonché le dichiarazioni ricevute.
      2. Il processo verbale è sottoscritto da chi presiede l’udienza e dal segretario. Se vi sono altri intervenuti, il segretario, quando la legge non dispone altrimenti, dà loro lettura del processo verbale. (31)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 16, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    TITOLO IV 

    DEI PROVVEDIMENTI 

     

    CAPO I 

    Dei provvedimenti

     

    Art. 38

    (Forma dei provvedimenti in generale)

    1. La legge prescrive in quali casi il giudice pronuncia sentenza, ordinanza o decreto.
      2. In mancanza di tali prescrizioni, i provvedimenti sono dati in qualsiasi forma idonea al raggiungimento del loro scopo.
      3. Dei provvedimenti collegiali può, se uno dei componenti l’organo collegiale lo richiede, essere compilato sommario processo verbale, il quale deve contenere la menzione della unanimità della decisione o del dissenso, succintamente motivato, che uno o più dei componenti del collegio, da indicarsi nominativamente, abbia eventualmente espresso su ciascuna delle questioni decise. Il verbale, redatto dal meno anziano dei componenti del collegio e sottoscritto da tutti i componenti del collegio stesso, è conservato a cura del presidente in plico sigillato presso la segreteria dell’ufficio.

     

    Art. 39

    (Contenuto della sentenza)

    1. Le sentenze della Corte dei conti sono pronunciate “In nome del popolo italiano” e recano l’intestazione “Repubblica italiana”. (1)
      2. Esse, definitive o non definitive, devono contenere:
      a) l’indicazione del giudice che ha pronunciato;
      b) il nome e cognome delle parti e dei difensori quando nominati;
      c) la concisa esposizione delle conclusioni del pubblico ministero e delle parti;
      d) la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, anche con rinvio a precedenti cui si intende conformare;
      e) il dispositivo;
      f) la data della pronuncia;
      g) la sottoscrizione del presidente del collegio e dell’estensore o del giudice monocratico (2).
      3. La decisione è nulla se mancano gli elementi di cui alle lettere e) e g) del comma 2, nonché se mancano, e non risultano dal verbale di udienza, gli elementi di cui alle lettere a), b), d) e f) del comma 2 e l’indicazione che è stato sentito il pubblico ministero. (3)
      4. Se, dopo la pronuncia della sentenza, il presidente non la può sottoscrivere per morte o altro impedimento, essa è sottoscritta dal componente più anziano del collegio, purché prima della sottoscrizione sia menzionato l’impedimento; se l’estensore non può sottoscrivere la sentenza per morte o altro impedimento, è sufficiente la sottoscrizione del presidente, purché prima della sottoscrizione sia menzionato l’impedimento. (4)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 17, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Lettera così modificata dall’ art. 17, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (3) Comma così sostituito dall’ art. 17, comma 1, lett. c), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (4) Comma così sostituito dall’ art. 17, comma 1, lett. d), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 40

    (Forma, contenuto e comunicazione dell’ordinanza)

    1. L’ordinanza è succintamente motivata. Se è pronunciata in udienza, è inserita nel processo verbale; se è pronunciata fuori dell’udienza, è scritta in calce al processo verbale oppure in foglio separato, munito della data e della sottoscrizione del giudice o, quando questo è collegiale, del presidente.
      2. Il segretario comunica alle parti l’ordinanza pronunciata fuori dell’udienza, salvo che la legge ne prescriva la notificazione.

    Art. 41

    (Forma e contenuto del decreto)

    1. Il decreto è pronunciato d’ufficio o su istanza, anche verbale, della parte.
      2. Se è pronunciato su ricorso, il decreto è scritto in calce al medesimo.
      3. Quando l’istanza è proposta verbalmente, se ne redige processo verbale e il decreto è inserito nello stesso.
      4. Il decreto non è motivato, salvo che per quelli a carattere decisorio o per i quali la motivazione sia prescritta espressamente dalla legge; è datato ed è sottoscritto dal giudice o, quando questo è collegiale, dal presidente.

    Art. 42

    (Notificazioni e comunicazioni)

    1. Le notificazioni e le comunicazioni degli atti del processo contabile, comprese quelle effettuate nel corso del procedimento, sono disciplinate dal codice di procedura civile e dalle leggi speciali concernenti la notificazione degli atti giudiziari in materia civile e contabile, ove non previsto diversamente dal presente codice. Il Presidente della sezione può autorizzare, su motivata richiesta del pubblico ministero, la notifica a mezzo delle forza di polizia. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 98, comma 1, lett. e), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 43

    (Termini e preclusioni)

    1. I termini per il compimento degli atti del processo contabile sono stabiliti dalla legge; possono essere stabiliti dal giudice, anche a pena di decadenza, soltanto se la legge lo permette espressamente.
      2. I termini stabiliti dalla legge sono ordinatori, tranne che la legge stessa li dichiari espressamente perentori.
      3. I termini stabiliti per la proposizione di gravami sono perentori; le decadenze hanno luogo di diritto e devono essere pronunciate d’ufficio.
      4. Il giudice, prima della scadenza, può abbreviare, o prorogare anche d’ufficio, il termine che non sia stabilito a pena di decadenza. La proroga non può avere una durata superiore al termine originario. Non può essere consentita proroga ulteriore, se non per motivi particolarmente gravi e con provvedimento motivato.
      5. I termini perentori non possono essere abbreviati o prorogati, nemmeno in base ad accordo tra le parti.
      6. La parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice di essere rimessa in termini; il giudice provvede ai sensi dell’articolo 93, commi 12 e 13. (1)
      7. Per il computo dei termini si applicano le disposizioni dell’articolo 155 del codice di procedura civile.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 98, comma 1, lett. f), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 44

    (Rilevanza della nullità)

    1. Non può essere pronunciata la nullità per inosservanza di forme di alcun atto del processo, se la nullità non è comminata dalla legge.
      2. Può tuttavia essere pronunciata quando l’atto manca dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento dello scopo.
      3. La nullità non può mai essere pronunciata se l’atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato.

    Art. 45

    (Rilevabilità e sanatoria della nullità)

    1. Non può pronunciarsi la nullità senza istanza di parte se la legge non dispone che sia pronunciata d’ufficio.
      2. Soltanto la parte nel cui interesse è stabilito un requisito può opporre la nullità dell’atto per la mancanza del requisito stesso, ma deve farlo nella prima istanza o difesa successiva all’atto o alla notizia di esso.
      3. La nullità non può essere opposta dalla parte che vi ha dato causa, né da quella che vi ha rinunciato anche tacitamente.

    Art. 46

    (Nullità derivante dalla costituzione del giudice)

    1. La nullità derivante da vizi relativi alla costituzione del giudice o all’intervento del pubblico ministero è insanabile e deve essere rilevata d’ufficio, salvo quanto previsto dall’articolo 49.

     

    Art. 47

    (Estensione della nullità)

    1. La nullità di un atto non importa quella degli atti precedenti, né di quelli successivi che ne sono indipendenti.
      2. La nullità di una parte dell’atto non colpisce le altre parti che ne sono indipendenti.
      3. Se il vizio impedisce un determinato effetto, l’atto può tuttavia produrre gli altri effetti ai quali è idoneo.

    Art. 48

    (Nullità della notificazione)

    1. La notificazione è nulla se non sono osservate le disposizioni circa la persona alla quale deve essere consegnata la copia, o se vi è incertezza assoluta sulla persona a cui è fatta o sulla data, salva l’applicazione degli articoli 44 e 45.

    Art. 49

    (Nullità della sentenza)

    1. La nullità delle sentenze soggette ad appello può essere fatta valere soltanto nei limiti e secondo le regole proprie di questo mezzo di impugnazione.
      2. La disposizione di cui al comma 1 non si applica quando la sentenza manca della sottoscrizione del giudice.

    Art. 50

    (Pronuncia sulla nullità)

    1. Il giudice che pronuncia la nullità deve disporre, quando sia possibile, la rinnovazione degli atti ai quali la nullità si estende.
      2. Se la nullità degli atti del processo è imputabile al segretario, all’ufficiale giudiziario o alle parti il giudice, con il provvedimento con il quale la pronuncia, pone le spese della rinnovazione a carico del responsabile. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 18, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    PARTE II 

    GIUDIZI DI RESPONSABILITÀ 

     

    TITOLO I 

    FASE PREPROCESSUALE 

     

    CAPO I 

    Denuncia di danno

     

    Art. 51

    (Notizia di danno erariale)

    1. Il pubblico ministero inizia l’attività istruttoria, ai fini dell’adozione delle determinazioni inerenti l’esercizio dell’azione erariale, sulla base di specifica e concreta notizia di danno, fatte salve le fattispecie direttamente sanzionate dalla legge.
      2. La notizia di danno, comunque acquisita, è specifica e concreta quando consiste in informazioni circostanziate e non riferibili a fatti ipotetici o indifferenziati.
      3. Qualsiasi atto istruttorio o processuale posto in essere in violazione delle disposizioni di cui al presente articolo è nullo e la relativa nullità può essere fatta valere in ogni momento, da chi vi abbia interesse, innanzi alla competente sezione giurisdizionale della Corte dei conti. (2)
      4. Se la nullità di cui al comma 3 è fatta valere con istanza proposta prima della pendenza del giudizio, sono comunque tenute riservate le generalità del denunciante. La sezione decide, in camera di consiglio, entro il termine di trenta giorni dal deposito dell’istanza e sentite le parti, con sentenza. (3)
      5. Diversamente, la sezione decide sull’eccezione di nullità con la sentenza che definisce il giudizio di primo grado.
      6. La nullità per violazione delle norme sui presupposti di proponibilità dell’azione per danno all’immagine è rilevabile anche d’ufficio. (1)
      7. La sentenza irrevocabile di condanna pronunciata nei confronti dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nonché degli organismi e degli enti da esse controllati, per i delitti commessi a danno delle stesse, è comunicata al competente procuratore regionale della Corte dei conti affinché promuova l’eventuale procedimento di responsabilità per danno erariale nei confronti del condannato. Resta salvo quanto disposto dall’articolo 129 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271. (1)

    (1) La Corte costituzionale, con sentenza 4 – 19 luglio 2019, n. 191 (Gazz. Uff. 24 luglio 2019, n. 30, 1ª Serie speciale), ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 51, commi 6 e 7, dell’Allegato 1, sollevate in relazione agli artt. 3, 76, 97 e 103 della Costituzione.
    (2) Comma così modificato dall’ art. 98, comma 1, lett. g), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (3) Comma così modificato dall’ art. 19, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 52

    (Obbligo di denuncia di danno e onere di segnalazione)

    1. Ferme restando le disposizioni delle singole leggi di settore in materia di denuncia di danno erariale, i responsabili delle strutture burocratiche di vertice delle amministrazioni, comunque denominate, ovvero i dirigenti o responsabili di servizi, in relazione al settore cui sono preposti, che nell’esercizio delle loro funzioni vengono a conoscenza, direttamente o a seguito di segnalazione di soggetti dipendenti, di fatti che possono dare luogo a responsabilità erariali, devono presentarne tempestiva denuncia alla procura della Corte dei conti territorialmente competente. Le generalità del pubblico dipendente denunziante sono tenute riservate; sono comunque riservate le generalità dei soggetti pubblici o privati che segnalano al procuratore regionale eventi di danno, anche se non sottoposti all’obbligo di cui al presente comma. (1)
      2. Gli organi di controllo e di revisione delle pubbliche amministrazioni, nonché i dipendenti incaricati di funzioni ispettive, ciascuno secondo la normativa di settore, nonché gli incaricati della liquidazione di società a partecipare pubblica, sono tenuti a fare immediata denuncia di danno direttamente al procuratore regionale competente, informandone i responsabili delle strutture di vertice delle amministrazioni interessate. (2)
      3. L’obbligo di denuncia riguarda anche i fatti dai quali, a norma di legge, può derivare l’applicazione, da parte delle sezioni giurisdizionali territoriali, di sanzioni pecuniarie.
      4. I magistrati della Corte dei conti assegnati alle sezioni e agli uffici di controllo segnalano alle competenti procure regionali i fatti dai quali possano derivare responsabilità erariali che emergano nell’esercizio delle loro funzioni.
      5. Resta fermo quanto previsto dall’articolo 129, comma 3, delle norme di attuazione di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale.
      6. Resta fermo l’obbligo per la pubblica amministrazione denunciante di porre in essere tutte le iniziative necessarie a evitare l’aggravamento del danno, intervenendo ove possibile in via di autotutela o comunque adottando gli atti amministrativi necessari a evitare la continuazione dell’illecito e a determinarne la cessazione.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 20, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così modificato dall’ art. 20, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 53

    (Contenuto della denuncia di danno)

    1. La denuncia di danno contiene una precisa e documentata esposizione dei fatti e delle violazioni commesse, l’indicazione ed eventualmente la quantificazione del danno, nonché, ove possibile, l’individuazione dei presunti responsabili, l’indicazione delle loro generalità e del loro domicilio.

     

    Art. 54

    (Apertura del procedimento istruttorio)

    1. Il procuratore regionale, a seguito di notizia di danno, comunque acquisita, ove non ritenga di provvedere alla sua immediata archiviazione per difetto dei requisiti di specificità e concretezza o per manifesta infondatezza, dispone l’apertura di un procedimento istruttorio ed assegna, secondo criteri oggettivi e predeterminati, la trattazione del relativo fascicolo.
      1-bis. Fermo restando quanto previsto dall’articolo 57, il procuratore regionale non comunica al soggetto denunciante le proprie determinazioni in ordine all’eventuale apertura del procedimento istruttorio. (1)

    (1) Comma aggiunto dall’ art. 21, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 54-bis

    (Astensione e sostituzione del pubblico ministero contabile) (1)

    1. Ai magistrati del pubblico ministero si applicano le disposizioni del presente codice relative all’astensione dei giudici, ma non quelle relative alla ricusazione.
      2. Sulla dichiarazione di astensione decidono, nell’ambito degli uffici di rispettiva competenza, il procuratore regionale ed il procuratore generale, il quale è competente anche in ipotesi di astensione del procuratore regionale.
      3. Con il provvedimento che accoglie la dichiarazione di astensione, il magistrato del pubblico ministero astenuto è sostituito con un altro magistrato del pubblico ministero appartenente al medesimo ufficio ovvero indicato dal procuratore generale nell’ipotesi di astensione di un procuratore regionale.

    (1) Articolo inserito dall’ art. 21, comma 2, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Capo II

     

    Attività istruttoria del pubblico ministero presso la Corte dei conti

     

    Art. 55

    (Richieste istruttorie)

    1. Il pubblico ministero compie ogni attività utile per l’acquisizione degli elementi necessari all’esercizio dell’azione erariale e svolge, altresì, accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona individuata quale presunto responsabile.
      2. Il pubblico ministero può richiedere documenti e informazioni e, altresì, disporre:
      a) l’esibizione di documenti;
      b) audizioni personali;
      c) ispezioni e accertamenti diretti presso le pubbliche amministrazioni e i terzi contraenti o beneficiari di provvidenze finanziarie a carico dei bilanci pubblici;
      d) il sequestro di documenti;
      e) consulenze tecniche.

     

    Art. 56

    (Deleghe istruttorie)

    1. Il pubblico ministero può svolgere attività istruttoria direttamente, ovvero può delegare gli adempimenti istruttori alla Guardia di Finanza o ad altre Forze di polizia, anche locale, agli uffici territoriali del Governo, nonché, per specifiche esigenze, ai dirigenti o funzionari di qualsiasi pubblica amministrazione individuati in base a criteri di professionalità e, ove possibile, di territorialità; può, altresì, avvalersi di consulenti tecnici. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 22, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 57

    (Riservatezza della fase istruttoria)

    1. Le attività di indagine del pubblico ministero, anche se delegate agli organi di cui all’articolo 56, comma 1, sono riservate fino alla notificazione dell’invito a dedurre.
      2. Quando è necessario per la prosecuzione delle indagini, il pubblico ministero può consentire, con decreto motivato, la visione di singoli atti o parti di essi.
      3. Nei casi di cui all’articolo 58, comma 1, anche dopo la notificazione dell’invito a dedurre, il pubblico ministero contabile dispone il differimento della visione e dell’estrazione di copia di singoli atti dell’indagine preliminare penale, fino a che non sia rilasciato nulla osta dal pubblico ministero penale. Durante il periodo di differimento, il termine per la presentazione delle deduzioni ai sensi dell’articolo 67 è interrotto e inizia nuovamente a decorrere dal perfezionarsi della notificazione dell’atto con cui il pubblico ministero revoca il decreto di differimento. Il termine non è interrotto qualora il pubblico ministero contabile ritenga inutilizzabili, ai fini dell’invito a dedurre, gli atti dell’indagine preliminare penale. La valutazione di inutilizzabilità non è rivedibile, salvo che ne faccia richiesta la parte interessata.

     

    Art. 58

    (Richieste di documenti e informazioni)

    1. Il pubblico ministero può chiedere alla autorità giudiziaria l’invio degli atti e dei documenti da essa detenuti. Gli atti e i documenti restano coperti da segreto investigativo, anche nei confronti dei destinatari di richieste istruttorie del pubblico ministero contabile, salvo nulla osta del pubblico ministero penale.
      2. Il pubblico ministero dispone, con decreto motivato contenente anche i termini e le modalità di trasmissione, che le pubbliche amministrazioni, gli enti pubblici ovvero gli enti a prevalente partecipazione pubblica, nonché i soggetti con essi contraenti o beneficiari di provvidenze finanziarie a carico di bilanci pubblici, provvedono ad inviare atti e documenti da essi detenuti in originale o in copia autentica, nonché informazioni, notizie e relazioni documentate.
      2-bis. Il pubblico ministero può accedere, anche mediante collegamento telematico diretto, alla sezione dell’anagrafe tributaria di cui all’articolo 7, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605. (1)

    (1) Comma aggiunto dall’ art. 23, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 59

    (Esibizione di documenti)

    1. Il pubblico ministero può, con decreto motivato, disporre l’esibizione di atti e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni e dai soggetti di cui all’articolo 58, comma 2, ai fini della loro presa visione, dell’estrazione di copia o del loro eventuale sequestro. Si applicano gli articoli 256, 256-bis e 256-ter del codice di procedura penale.
      2. I soggetti di cui al comma 1 dell’articolo 56, provvedono ad acquisire gli atti e la documentazione contestualmente alla notificazione del decreto d’esibizione al titolare dell’ufficio che li detiene; in caso di giustificati motivi, la consegna può essere differita, previa autorizzazione, anche orale, del pubblico ministero contabile.
      3. In caso di mancata esibizione, il pubblico ministero dispone, con decreto reclamabile ai sensi dell’articolo 62, il sequestro degli atti e dei documenti non esibiti. (1)
      4. Gli atti e i documenti pubblicati su siti Internet delle pubbliche amministrazioni sono acquisiti mediante accesso ai medesimi siti.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 24, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 60

    (Audizioni personali di soggetti informati) (1)

    1. Il pubblico ministero può disporre o delegare con decreto motivato l’individuazione e l’audizione di soggetti informati, al fine di acquisire elementi utili alla ricostruzione dei fatti e alla emersione delle personali responsabilità. (2)
      2. Il decreto è notificato unitamente all’invito a presentarsi nel luogo in cui sarà esperita l’audizione personale, con l’avvertenza della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia. Si applica l’articolo 249 del codice di procedura civile.
      3. Le audizioni personali sono sempre verbalizzate a cura di un funzionario della Corte dei conti o di un appartenente agli organi di cui al comma 1 dell’articolo 56.
      4. Il soggetto sottoposto ad audizione ha l’obbligo di presentarsi al pubblico ministero o all’organo delegato e di riferire sui fatti e di rispondere alle domande che gli sono rivolte. Egli non può essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità; in tal caso, deve essere avvertito che se intende rispondere ha facoltà di essere assistito da un difensore di fiducia, la cui assenza impedisce la prosecuzione dell’audizione che è rinviata a nuova data.
      5. Ai soggetti che non aderiscono senza giustificato motivo alla convocazione del pubblico ministero è applicata una sanzione pecuniaria inflitta dalla sezione su richiesta del pubblico ministero non inferiore a 100 euro e non superiore a 1.000 euro.

    (1) Rubrica così modificata dall’ art. 25, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così modificato dall’ art. 25, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 61

    (Ispezioni e accertamenti)

    1. L’ispezione consiste nell’accesso, anche senza preavviso, a sedi o uffici dei soggetti di cui all’articolo 58, comma 2, per reperire, prendere visione, estrarre copia di documenti e assumere informazioni da soggetti a conoscenza dei fatti oggetto dell’indagine, nei limiti previsti dagli articoli 58, comma 1, e 59, allo scopo di ricostruire storicamente e documentalmente i fatti oggetto di istruttoria. Si applica l’articolo 103 del codice di procedura penale.
      2. Nel corso dell’ispezione possono essere disposti esibizione di atti e documenti, audizioni personali, rilievi fotografici e accertamenti diretti.
      3. L’accertamento diretto consiste nell’accesso a luoghi specifici o a cose individuate, al fine di acquisire elementi informativi e fonti di prova utili alle indagini.
      4. L’ispezione e l’accertamento diretto sono disposti con decreto motivato; copia del decreto è consegnata al soggetto che ha l’attuale disponibilità del luogo o della cosa ispezionati.
      5. Delle operazioni compiute e delle risultanze dell’ispezione e dell’accertamento viene redatto processo verbale sottoscritto dal personale operante; copia del verbale è rilasciata al soggetto di cui al comma 4.
      6. Il pubblico ministero può altresì delegare le attività di cui ai commi 1, 2 e 3 ai soggetti di cui all’articolo 56, comma 1.
      7. Per le ispezioni e gli accertamenti delegati a dirigenti o funzionari regionali occorre la previa intesa con il presidente della regione.

    Art. 62

    (Sequestro documentale)

    1. Il pubblico ministero, con decreto motivato, può disporre il sequestro di atti o documenti necessari all’accertamento dei fatti, anche su supporto informatico, nei limiti previsti dagli articoli 58, comma 1, e 59, presso i soggetti di cui all’articolo 58, comma 2, qualora vi sia pericolo per l’acquisizione o per la genuinità e integrità degli stessi.
      2. Copia del decreto motivato è consegnata al responsabile dell’ufficio o al soggetto che ha l’attuale disponibilità della documentazione oggetto di sequestro, se presenti. Alle operazioni ha facoltà di assistere, ove presente, senza diritto di essere avvisato, il responsabile dell’area legale dei soggetti presso i quali si compie il sequestro, purché prontamente reperibile.
      3. Per lo svolgimento delle operazioni di cui al presente articolo, il pubblico ministero si avvale della Guardia di Finanza, ovvero di altre Forze di polizia, anche locale, che ricercano e acquisiscono immediatamente gli atti o documenti da sequestrare, e redigono processo verbale delle operazioni compiute. Copia del verbale e copia dei documenti sequestrati sono consegnati ai soggetti di cui al comma 2, se presenti. Qualora, in ragione del volume degli atti, non sia possibile la contestuale consegna dei documenti sequestrati, questa avviene in un momento successivo, su richiesta della pubblica amministrazione.
      4. In caso di delega, quando sono oggetto di sequestro lettere, pieghi, pacchi, valori, telegrammi e altri oggetti di corrispondenza, anche se inoltrati per via telematica, tali documenti devono essere consegnati al pubblico ministero senza aprirli o alterarli e senza prendere altrimenti conoscenza del loro contenuto.
      5. I documenti sequestrati sono affidati in custodia alla segreteria della procura regionale, ovvero ad altro soggetto se la custodia deve avvenire in luogo diverso e con le modalità determinate dal pubblico ministero. All’atto della consegna, il custode è avvertito dell’obbligo di conservare le cose e tenerle a disposizione del pubblico ministero, nonché delle pene previste dalla legge penale per chi trasgredisce ai doveri della custodia.
      6. Cessate le esigenze sottese al provvedimento di sequestro, anche su istanza dell’amministrazione interessata, il pubblico ministero dispone il dissequestro della documentazione, restituendola all’amministrazione.
      7. Contro il decreto del pubblico ministero, chi ha interesse può proporre reclamo con ricorso alla sezione, nel termine perentorio di dieci giorni dalla conoscenza dell’avvenuto sequestro. (1)
      8. La sezione decide in camera di consiglio, entro dieci giorni dal deposito del reclamo, con ordinanza non impugnabile; della camera di consiglio è dato avviso alle parti almeno tre giorni prima, affinché possano parteciparvi svolgendo difese orali. Quando l’atto o il documento sequestrato risulta manifestamente estraneo all’oggetto dell’istruttoria, la sezione annulla, in tutto o in parte, il decreto e dispone l’immediato dissequestro degli atti e documenti.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 26, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 63

    (Consulenze tecniche)

    1. Il pubblico ministero, quando deve procedere ad accertamenti per cui sono necessarie specifiche competenze, può nominare e avvalersi di consulenti tecnici.
      2. La nomina del consulente tecnico avviene nel rispetto delle disposizioni di cui all’articolo 73 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, approvate con il decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.
      3. Con provvedimento del Segretario generale della Corte dei conti, nella qualità di responsabile del centro di spesa, sono dettate le disposizioni di carattere generale per la liquidazione dei compensi del consulente e del custode.

    Art. 64

    (Procedimenti d’istruzione preventiva)

    1. Qualora vi sia fondato motivo di temere che venga meno la possibilità di fare assumere in giudizio uno dei mezzi di prova, o in caso di eccezionale urgenza, il presidente della sezione o il giudice da lui delegato, su istanza di parte, provvede all’assunzione preventiva del mezzo richiesto. (1)
      2. L’assunzione preventiva dei mezzi di prova non pregiudica le questioni relative alla loro ammissibilità e rilevanza, né impedisce la loro rinnovazione nel giudizio di merito.
      3. I processi verbali delle prove non possono essere prodotti, né richiamati, né riprodotti in copia nel giudizio di merito, prima che i mezzi di prova siano stati dichiarati ammissibili nel giudizio stesso.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 27, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 65

    (Nullità degli atti istruttori del pubblico ministero)

    1. La omessa o apparente motivazione dei provvedimenti istruttori del pubblico ministero, ove espressamente prevista, ovvero l’audizione assunta in violazione dell’articolo 60, comma 4, secondo periodo, costituiscono causa di nullità dell’atto istruttorio e delle operazioni conseguenti. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 28, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Capo III

     

    Conclusione della fase istruttoria

     

    Art. 66

    (Atti interruttivi della prescrizione)

    1. Con l’invito a dedurre ai sensi dell’articolo 67, comma 8, ovvero con formale atto di costituzione in mora ai sensi degli articoli 1219 e 2943 del codice civile, il termine quinquennale di prescrizione può essere interrotto per una sola volta.
      2. A seguito dell’interruzione di cui al comma 1, al tempo residuo per raggiungere l’ordinario termine di prescrizione quinquennale si aggiunge un periodo massimo di due anni; il termine complessivo di prescrizione non può comunque eccedere i sette anni dall’esordio dello stesso.
      3. Il termine di prescrizione è sospeso per il periodo di durata del processo.

     

    Art. 67

    (Invito a fornire deduzioni)

    1. Prima di emettere l’atto di citazione in giudizio, il pubblico ministero notifica al presunto responsabile un atto di invito a dedurre, nel quale sono esplicitati gli elementi essenziali del fatto, di ciascuna condotta contestata e del suo contributo causale alla realizzazione del danno contestato, fissando un termine non inferiore a quarantacinque giorni, che decorre dal perfezionamento dell’ultima notificazione dell’invito, entro il quale il presunto responsabile può esaminare tutte le fonti di prova indicate a base della contestazione formulata e depositare le proprie deduzioni ed eventuali documenti.
      2. Nello stesso termine il presunto responsabile, con istanza da formulare in calce alle deduzioni di cui al comma 1, ovvero in separato atto, da depositare nella segreteria del pubblico ministero, può chiedere di essere sentito personalmente; in tal caso l’omessa audizione personale, determina l’inammissibilità della citazione.
      3. Il pubblico ministero fissa il luogo e il giorno dell’audizione che, ad istanza del presunto responsabile, per motivate e comprovate ragioni, può essere differito comunque entro il termine di cui al comma 1.
      4. Le audizioni personali, alle quali il presunto responsabile ha la facoltà di farsi assistere dal difensore, sono sempre verbalizzate a cura di un funzionario della Corte dei conti o da un appartenente agli organi di cui al comma 1, dell’articolo 56.
      5. Il procuratore regionale deposita l’atto di citazione in giudizio, a pena di inammissibilità dello stesso, entro centoventi giorni dalla scadenza del termine per la presentazione delle deduzioni da parte del presunto responsabile del danno, salvo quanto disposto dall’articolo 68. (1)
      6. Nel caso l’invito a dedurre sia stato emesso contestualmente nei confronti di una pluralità di soggetti, il termine di cui al comma 5 decorre dal momento del perfezionamento della notificazione per l’ultimo invitato; in tutti gli altri casi, decorre autonomamente per ciascun invitato dal momento del perfezionamento della notificazione nei suoi confronti.
      7. Successivamente all’invito a dedurre, il pubblico ministero non può svolgere attività istruttorie, salva la necessità di compiere accertamenti sugli ulteriori elementi di fatto emersi a seguito delle controdeduzioni ovvero nel caso che ricorrano situazioni obiettivamente nuove rispetto alla fase istruttoria precedente, che non richiedono l’emissione di un nuovo invito a dedurre e salva la comunicazione dei nuovi elementi istruttori ai soggetti invitati. (2)
      8. Nell’invito a dedurre, il pubblico ministero può costituire in mora il presunto responsabile, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1219 e 2943 del codice civile.
      9. I termini di cui al presente articolo sono sospesi dal primo agosto al trentuno agosto e riprendono a decorrere dalla fine del periodo di sospensione. Ove il decorso abbia inizio durante il periodo di sospensione, l’inizio dello stesso è differito alla fine di detto periodo.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 29, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma così modificato dall’ art. 29, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 68

    (Istanza di proroga)

    1. Il pubblico ministero, con istanza motivata, può chiedere alla sezione la concessione di eventuali proroghe del termine di cui all’articolo 67, comma 5; l’istanza non può essere presentata per più di due volte.
      2. Le proroghe sono autorizzate dal giudice all’uopo designato dal presidente della sezione, nella camera di consiglio a tal fine convocata.
      3. La mancata autorizzazione obbliga il pubblico ministero ad emettere l’atto di citazione ovvero a disporre l’archiviazione entro i successivi quarantacinque giorni.
      4. Quando accoglie l’istanza di proroga, il giudice fissa il termine finale della proroga e quello di comunicazione dell’ordinanza ai destinatari di invito a dedurre.
      5. Avverso l’ordinanza che consente o nega la proroga è ammesso reclamo alla sezione, nel termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione dell’ordinanza a cura della segreteria della stessa. (1)
      6. La sezione decide in camera di consiglio con ordinanza non impugnabile; in caso di accoglimento del reclamo presentato dal pubblico ministero, l’ordinanza fissa un nuovo termine per il deposito dell’atto di citazione; in caso di accoglimento del reclamo presentato dal presunto responsabile, fissa un termine non superiore a quarantacinque giorni al pubblico ministero per emettere l’atto di citazione ovvero disporre l’archiviazione.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 30, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 69

    (Archiviazione)

    1. Quando, anche a seguito di invito a dedurre, la notizia di danno risulta infondata o non vi sono elementi sufficienti a sostenere in giudizio la contestazione di responsabilità, il pubblico ministero dispone l’archiviazione del fascicolo istruttorio. (1)
      2. Il pubblico ministero dispone altresì l’archiviazione per assenza di colpa grave ove valuti che l’azione amministrativa si sia conformata al parere reso dalla Corte dei conti in via consultiva, in sede di controllo e in favore degli enti locali nel rispetto dei presupposti generali per il rilascio dei medesimi. (2)
      3. Il decreto di archiviazione, debitamente motivato, è sottoposto al visto del procuratore regionale.
      4. Il decreto di archiviazione, vistato dal procuratore regionale, è tempestivamente comunicato al destinatario dell’invito a dedurre. (3)
      5. Qualora il procuratore regionale non condivida le motivazioni dell’archiviazione, formula per iscritto le proprie motivate osservazioni, comunicandole al pubblico ministero assegnatario del fascicolo.
      6. Nel caso permanga il dissenso, il procuratore regionale avoca il fascicolo istruttorio, adottando personalmente le determinazioni inerenti l’esercizio dell’azione erariale.

     

    (1) Comma così modificato dall’ art. 98, comma 1, lett. h), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma così modificato dall’ art. 31, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (3) Comma così modificato dall’ art. 31, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 70

    (Riapertura del fascicolo istruttorio archiviato)

    1. I fascicoli istruttori archiviati possono essere riaperti, con decreto motivato del procuratore regionale, se dopo l’emanazione del formale provvedimento di archiviazione emergono elementi nuovi consistenti in fatti sopravvenuti, ovvero preesistenti ma dolosamente occultati. (1)
      1-bis. Della riapertura del fascicolo è data notizia ai soggetti ai quali sia stata precedentemente comunicata l’archiviazione. (2)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 32, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma aggiunto dall’ art. 32, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    Capo IV

     

    Attività preprocessuali di parte

     

    Art. 71

    (Accesso al fascicolo istruttorio)

    1. Il destinatario dell’invito a dedurre e, se nominato, il difensore dotato di procura alle liti hanno il diritto di visionare e di estrarre copia di tutti documenti inseriti nel fascicolo istruttorio depositato presso la segreteria della procura regionale, previa presentazione di apposita istanza, salva la tutela della riservatezza di cui all’articolo 52, comma 1. (1)
      2. La visione dei documenti è consentita, ove possibile, al momento della presentazione della domanda.
      3. Il destinatario dell’invito a dedurre ha il diritto di accedere ai documenti ritenuti rilevanti per difendersi e detenuti dalle pubbliche amministrazioni, dagli enti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti e dai terzi contraenti o beneficiari di provvidenze finanziarie a carico di bilanci pubblici. L’ente che non detiene i documenti richiesti deve indicare il diverso ente o soggetto che li detiene e comunque deve collaborare con il destinatario dell’invito a dedurre al fine del loro reperimento.
      4. In deroga alla disciplina vigente, nelle ipotesi di cui al precedente comma tutti i termini dei procedimenti di diritto di accesso ai documenti amministrativi e di diritto di accesso civico, compresi quelli per l’opposizione dei controinteressati, sono ridotti della metà.
      5. Fatti salvi i mezzi di tutela previsti dalla disciplina di settore, in caso di provvedimento di diniego all’accesso o decorsi inutilmente i termini per l’adozione del provvedimento espresso, il destinatario dell’invito a dedurre può chiedere al pubblico ministero che provveda ai sensi degli articoli 58 e 62, motivando in ordine alla rilevanza dei documenti non già acquisiti al fascicolo istruttorio, specificamente individuati per la sua difesa. Quando ne viene in possesso, il pubblico ministero dà immediata comunicazione al destinatario dell’invito a dedurre che i documenti richiesti sono disponibili presso la segreteria della procura regionale. Se il pubblico ministero non ritiene di accogliere la richiesta è tenuto a trasmetterla entro tre giorni e dandone comunicazione al richiedente al presidente della sezione giurisdizionale competente, che decide entro cinque giorni. A decorrere dalla richiesta al pubblico ministero il termine per la presentazione delle deduzioni e dei documenti è sospeso fino alla comunicazione di disponibilità dei documenti o del decreto del presidente della sezione giurisdizionale. (2)

     

    (1) Comma così modificato dall’ art. 33, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma così modificato dall’ art. 33, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 72

    (Deduzioni scritte e documentazione)

    1. Entro il termine perentorio di quarantacinque giorni o il maggior termine indicato dal pubblico ministero, il destinatario dell’invito a dedurre può presentare, anche senza l’assistenza di un difensore, deduzioni scritte, corredate dai documenti e dalle fonti di prova poste a base delle deduzioni, mediante deposito presso la segreteria della procura regionale.
      2. Il destinatario dell’invito a dedurre può presentare al pubblico ministero, non oltre quindici giorni prima della scadenza del termine di cui al comma 1, istanza motivata di proroga del termine stesso. L’istanza di proroga è depositata presso la segreteria del pubblico ministero ed è decisa entro tre giorni con decreto motivato; l’istanza non può essere presentata per più di due volte. (1)
      3. In caso di accoglimento della richiesta di proroga, il procuratore regionale fissa un nuovo termine per il deposito delle deduzioni e dei documenti; in caso di diniego, fissa un termine non inferiore a quello fissato nell’invito a dedurre.
      4. Contro il decreto di diniego dell’istanza di proroga può essere proposto reclamo motivato entro il termine perentorio di cinque giorni dalla sua comunicazione. Il reclamo è presentato alla sezione giurisdizionale competente mediante deposito in segreteria, che deve darne immediatamente avviso al pubblico ministero, che può presentare memorie e documenti entro i cinque giorni successivi. Nel termine di quindici giorni dalla comunicazione, il presidente della sezione o il giudice delegato decide con decreto che è comunicato al destinatario dell’invito a dedurre e al pubblico ministero.
      5. In caso di accoglimento della richiesta di proroga, il presidente o il giudice delegato fissa un nuovo termine per il deposito delle deduzioni e dei documenti; in caso di diniego, fissa un termine non inferiore a quaranta giorni.
      5-bis. In caso di pluralità di destinatari di invito a dedurre il nuovo termine di cui ai commi 3 e 5 è ad essi comunicato ai soli effetti della proroga della scadenza per il deposito dell’atto di citazione. (2)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 34, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma aggiunto dall’ art. 34, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    TITOLO II 

    AZIONI A TUTELA DELLE RAGIONI DEL CREDITO ERARIALE 

     

    CAPO I 

    Azioni a tutela delle ragioni del credito erariale 

    Art. 73

    (Mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale e altre azioni)

    1. Il pubblico ministero, al fine di realizzare la tutela dei crediti erariali, può esercitare tutte le azioni a tutela delle ragioni del creditore previste dalla procedura civile, ivi compresi i mezzi di conservazione della garanzia patrimoniale di cui al libro VI, Titolo III, Capo V, del codice civile.

    Art. 74

    (Sequestro conservativo prima della causa)

    1. Quando ricorrono le condizioni, anche contestualmente all’invito a dedurre, il pubblico ministero può chiedere, al presidente della sezione competente a conoscere del merito del giudizio, il sequestro conservativo di beni mobili e immobili del presunto responsabile, comprese somme e cose allo stesso dovute, nei limiti di legge.
      2. Sulla domanda il presidente della sezione giurisdizionale regionale provvede con decreto motivato e procede contestualmente a:
      a) fissare l’udienza di comparizione delle parti innanzi al giudice designato, entro un termine non superiore a quarantacinque giorni;
      b) assegnare al procuratore regionale un termine perentorio non superiore a trenta giorni per la notificazione della domanda e del decreto.
      3. Nel caso in cui la notificazione debba effettuarsi all’estero, i termini di cui al comma 2 sono quadruplicati.
      4. All’udienza di cui alla lettera a) del comma 2, il giudice, omessa ogni formalità non necessaria al contraddittorio e svolti gli atti di istruzione ritenuti indispensabili in relazione ai presupposti e alle finalità del sequestro, con ordinanza, conferma, modifica o revoca il decreto presidenziale.
      4-bis. Il terzo può sempre opporsi al provvedimento di sequestro, che assume essere lesivo nei suoi confronti, intervenendo all’udienza di cui alla lettera a) del comma 2. (1)
      5. Con l’ordinanza di accoglimento, ove la domanda sia stata proposta prima dell’inizio della causa di merito, viene fissato un termine non superiore a sessanta giorni per il deposito, presso la segreteria della sezione giurisdizionale regionale, dell’atto di citazione per il relativo giudizio di merito. Il termine decorre dalla data di comunicazione del provvedimento al pubblico ministero.

    (1) Comma inserito dall’ art. 35, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 75

    (Sequestro conservativo in corso di causa e durante la pendenza dei termini per l’impugnazione)

    1. Il sequestro conservativo può essere richiesto contestualmente all’atto di citazione, ovvero, in corso di causa, con separato ricorso, al presidente della sezione che decide del merito del giudizio; in pendenza dei termini per l’impugnazione, la domanda si propone al presidente della sezione che ha pronunciato la sentenza.
      2. Si applica l’articolo 74, commi 2, 3 e 4.
      3. Salvo che sia stato proposto reclamo, nel corso del giudizio il collegio può, su istanza di parte o del terzo che, venuto a conoscenza del provvedimento cautelare in un momento successivo alla scadenza del termine di cui all’articolo 76, comma 1, assume di esserne pregiudicato, modificare o revocare con ordinanza il provvedimento cautelare, anche se emesso anteriormente alla causa, se si verificano mutamenti nelle circostanze o se si allegano fatti anteriori di cui si è acquisita conoscenza successivamente al provvedimento cautelare. In tale caso, l’istante deve fornire la prova del momento in cui ne è venuto a conoscenza. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 36, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 76

    (Reclamo contro i provvedimenti cautelari)

    1. L’ordinanza di cui agli articoli 74, comma 4, e 75, è reclamabile davanti al collegio dalle parti e dal terzo che assume di essere pregiudicato dal provvedimento cautelare nel termine perentorio di venti giorni dalla comunicazione della stessa o dalla notificazione se anteriore. Il giudice designato ai sensi dell’articolo 74, comma 2, lettera a), non fa parte del collegio che decide sul reclamo. (1)
      2. Le circostanze e i motivi sopravvenuti al momento della proposizione del reclamo debbono essere proposti, nel rispetto del principio del contraddittorio, nel relativo procedimento. Il collegio può sempre assumere informazioni e acquisire nuovi documenti.
      3. Il collegio, convocate le parti, omessa ogni formalità non necessaria al contraddittorio e svolti gli atti di istruzione ritenuti indispensabili in relazione ai presupposti e alle finalità del sequestro, decide in camera di consiglio non oltre venti giorni dal deposito del reclamo, pronunciando ordinanza non impugnabile con la quale conferma, modifica o revoca l’ordinanza del giudice designato. (2)
      4. Il reclamo non sospende il provvedimento tuttavia il collegio, quando per motivi sopravvenuti il provvedimento arrechi grave danno, può disporre con ordinanza non impugnabile la sospensione dell’esecuzione o subordinarla alla prestazione di congrua cauzione.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 37, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così modificato dall’ art. 37, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 77

    (Sequestro conservativo in appello)

    1. Quando vi sia il fondato timore che nelle more della decisione di appello le garanzie patrimoniali del credito vengano meno, il pubblico ministero, contestualmente alla proposizione del gravame, o con separato atto, può chiedere alla sezione d’appello davanti alla quale pende il giudizio il sequestro conservativo dei beni mobili e immobili della controparte, comprese somme e cose alla stessa dovute, nei limiti di legge. (1)
      2. Quando la convocazione della controparte potrebbe pregiudicare l’attuazione del provvedimento, sulla domanda provvede il presidente della sezione d’appello, con decreto motivato, procedendo contestualmente a fissare l’udienza di comparizione delle parti innanzi al giudice monocratico designato entro un termine non superiore a quarantacinque giorni, nonché ad assegnare al procuratore generale un termine perentorio non superiore a trenta giorni per la notificazione della domanda e del decreto. Si applicano i termini e le modalità di cui all’articolo 74, commi 3 e 4. (2)
    2. L’ordinanza del giudice designato è reclamabile al collegio secondo le modalità e i termini previsti dall’articolo 76. (2)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 38, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.
    (2) Comma così sostituito dall’ art. 38, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 78

    (Inefficacia del sequestro)

    1. Se il giudizio di merito non è iniziato nel termine perentorio di cui all’articolo 74, comma 5, ovvero si estingue successivamente al suo inizio, il provvedimento cautelare perde efficacia.
      2. In entrambi i casi, il presidente della sezione, su ricorso della parte interessata, convocate le parti con decreto in calce al ricorso, dichiara, se non c’è contestazione, con ordinanza non impugnabile, che il provvedimento è divenuto inefficace e dà le disposizioni necessarie per ripristinare la situazione precedente. In caso di contestazione non manifestamente infondata, il presidente della sezione deferisce l’esame della questione al collegio, che decide con ordinanza. (72)
      3. Il provvedimento cautelare perde altresì efficacia se con sentenza, anche non passata in giudicato, è dichiarato inesistente il diritto a cautela del quale era stato concesso, ovvero se con la sentenza che definisce il giudizio è stata respinta la domanda risarcitoria riguardante la parte nei cui confronti è stato eseguito il sequestro conservativo.
      4. I provvedimenti di cui al comma 3 sono pronunciati con la sentenza che definisce il giudizio o, in mancanza, con ordinanza a seguito di ricorso al giudice che ha emesso il provvedimento.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 39, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 79

    (Esecuzione del sequestro e gestione di beni sequestrati e nomina di custode)

    1. Per l’attuazione, l’esecuzione del sequestro conservativo e la gestione dei beni sequestrati si applicano gli articoli 669-duodecies, 675, 678, 679 e 685 del codice di procedura civile. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 40, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 80

    (Conversione del sequestro conservativo in pignoramento)

    1. Il sequestro conservativo si converte in pignoramento, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 686 del codice di procedura civile.

    Art. 81

    (Cauzione o fideiussione in luogo del sequestro)

    1. Nel caso in cui sia stato già disposto il sequestro conservativo, la parte può chiedere, in luogo del sequestro, di versare una cauzione in denaro, ovvero offrire una fideiussione bancaria, per l’importo che è stabilito, in camera di consiglio, dal giudice designato o dal collegio, in misura non superiore alla richiesta risarcitoria formulata nell’invito a dedurre o nell’atto introduttivo del giudizio.
      2. Se la richiesta è accolta, viene fissato un termine perentorio all’istante per depositare idonea prova del contratto di fideiussione stipulato nell’interesse dell’amministrazione in favore della quale il giudizio è stato promosso, ovvero dell’avvenuto versamento della cauzione effettuato in un apposito conto corrente infruttifero intestato al Ministero dell’economia e delle finanze, che provvede al successivo versamento al bilancio dello Stato o alla diversa amministrazione in favore della quale il giudizio è stato promosso. (1)
      3. L’efficacia del sequestro è temporaneamente sospesa con decreto del giudice designato dal momento del deposito dei documenti di cui al comma 2.
      4. Nel caso in cui la fideiussione non sia rinnovata alla scadenza, torna ad essere efficace il provvedimento di sequestro.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 41, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    Art. 82

    (Ritenuta cautelare)

    1. Qualora l’amministrazione o l’ente danneggiati abbiano, in virtù di sentenza di condanna passata in giudicato per responsabilità amministrativa, ragione di credito verso aventi diritto a somme dovute da altre amministrazioni o enti, possono richiedere la sospensione del pagamento; questa deve essere eseguita in attesa del provvedimento definitivo. (1)
      2. Avverso il provvedimento di ritenuta è ammesso ricorso nelle forme e nei termini previsti dalla Parte V.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 42, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.


    TITOLO III 

    RITO ORDINARIO 

     

    Capo I

    Disposizioni generali (1)

    (1) Rubrica così sostituita dall’ art. 43, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114. Precedentemente la rubrica era la seguente: «Generalità».

     

    Art. 83

    (Pluralità di parti)  (1)

     

    1. Nel giudizio per responsabilità amministrativa è preclusa la chiamata in causa per ordine del giudice. (2)
    2. Quando il fatto dannoso è causato da più persone ed alcune di esse non sono state convenute nello stesso processo, se si tratta di responsabilità parziaria, il giudice tiene conto di tale circostanza ai fini della determinazione della minor somma da porre a carico dei condebitori nei confronti dei quali pronuncia sentenza. (3)
    3. Soltanto qualora nel corso del processo emergano fatti nuovi rispetto a quelli posti a base dell’ atto introduttivo del giudizio, il giudice ordina la trasmissione degli atti al pubblico ministero per le valutazioni di competenza, senza sospendere il processo. Il pubblico ministero non può comunque procedere nei confronti di soggetto già destinatario di formale provvedimento di archiviazione, ovvero di soggetto per il quale, nel corso dell’attività istruttoria precedente l’adozione dell’invito a dedurre, sia stata valutata l’infondatezza del contributo causale della condotta al fatto dannoso, salvo che l’elemento nuovo segnalatogli consista in un fatto sopravvenuto, ovvero preesistente, ma dolosamente occultato, e ne sussistano motivate ragioni.
      4. Nei casi di cui all’ultimo periodo del comma 3, il pubblico ministero non può comunque disporre la citazione a giudizio, se non previa notifica dell’invito a dedurre di cui all’articolo 67.

     

    (1) Rubrica così sostituita dall’ art. 44, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma così sostituito dall’ art. 44, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (3) Comma così modificato dall’ art. 44, comma 1, lett. c), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    Art. 84

    (Riunione delle cause)

    1. Quando più giudizi relativi alla stessa causa ovvero relativi a cause connesse per l’oggetto o per il titolo pendono davanti ad una stessa sezione, il presidente, anche d’ufficio, con decreto ne può ordinare la trattazione nella medesima udienza. (1)
      2. Il collegio decide sulla riunione dei giudizi.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 98, comma 1, lett. i), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    Art. 85

    (Intervento di terzi in giudizio)

    1. Chiunque intenda sostenere le ragioni del pubblico ministero può intervenire in causa , quando vi ha un interesse qualificato meritevole di tutela, con atto notificato alle parti e depositato nella segreteria della sezione. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 45, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Capo II

     

    Introduzione del giudizio

     

    Art. 86

    (Citazione)

     

    1. Il pubblico ministero, salvo proroga disposta ai sensi dell’articolo 68, deposita nella segreteria della sezione giurisdizionale territorialmente competente l’atto di citazione in giudizio entro i termini di cui all’articolo 67, commi 5 e 6.
    2. L’atto di citazione contiene:
    3. a) l’indicazione della sezione territoriale davanti alla quale la domanda è proposta;
    4. b) le generalità, il codice fiscale e la residenza o il domicilio o la dimora del convenuto; se convenuto è una persona giuridica, la denominazione, con l’indicazione dell’organo o ufficio che ne ha la rappresentanza in giudizio;
    5. c) l’individuazione e la quantificazione del danno o l’indicazione dei criteri per la sua determinazione;
    6. d) l’individuazione del soggetto cui andranno corrisposte le somme a titolo di risarcimento del danno erariale;
    7. e) l’esposizione dei fatti, della qualità nella quale sono stati compiuti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda, con le relative conclusioni;
    8. f) l’indicazione degli elementi di prova che supportano la domanda e l’elenco dei documenti offerti in comunicazione;
    9. g) l’invito al convenuto a comparire all’udienza che verrà fissata dal presidente della sezione e a costituirsi nel termine da quest’ultimo indicato, con l’avvertimento che la costituzione oltre il suddetto termine implica le decadenze di cui all’articolo 90;
    10. h) l’istanza al presidente della sezione di fissare la data della prima udienza;
    11. i) la data e la sottoscrizione del pubblico ministero.
    12. La citazione è nulla se è omessa o risulta assolutamente incerta l’identificazione del convenuto ai sensi della lettera b) del comma 2 o la sottoscrizione del pubblico ministero.
    13. Se il convenuto non si costituisce in giudizio, il giudice, rilevata la nullità della citazione ai sensi del comma 3, dispone d’ufficio la rinnovazione della citazione entro un termine perentorio. Questa sana i vizi e gli effetti sostanziali e processuali della domanda si producono sin dal momento dell’originario deposito, che determina la pendenza del processo.
    14. Se la rinnovazione non viene eseguita, il giudice ordina la cancellazione della causa dal ruolo e il processo si estingue.

    5-bis. La costituzione del convenuto sana i vizi della citazione e restano salvi gli effetti sostanziali e processuali della domanda secondo quanto disposto al comma 4. (1)

    1. La citazione è altresì nulla se è omesso o risulta assolutamente incerto il requisito stabilito dal comma 2, lettera c), ovvero se manca l’esposizione dei fatti di cui al comma 2, lettera e).
    2. Il giudice, rilevata la nullità ai sensi del comma 6, fissa al pubblico ministero un termine perentorio per rinnovare la citazione o, se il convenuto si è costituito, per integrare la domanda. Restano ferme le decadenze maturate e salvi i diritti quesiti anteriormente alla rinnovazione o alla integrazione.
    3. Nel caso di integrazione della domanda, il giudice fissa nuova udienza e si applica l’articolo 90, commi 2 e 3.

    [9. La costituzione del convenuto sana i vizi della citazione e restano salvi gli effetti sostanziali e processuali della domanda secondo quanto disposto al comma 4. (2) ]
    10. Il mancato rispetto del termine di comparizione di cui all’articolo 88, comma 3, rilevato d’ufficio dal giudice se il convenuto non si costituisce in giudizio, ovvero eccepito dal convenuto con la comparsa di costituzione, comporta la fissazione di una nuova udienza nel rispetto dei termini.

    (1) Comma inserito dall’ art. 46, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma abrogato dall’ art. 46, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 87

    (Rapporti tra invito a dedurre e citazione)

     

    1. La citazione è altresì nulla, qualora non sussista corrispondenza tra i fatti di cui all’articolo 86 comma 2, lettera e), e gli elementi essenziali del fatto esplicitati nell’invito a dedurre, tenuto conto degli ulteriori elementi di conoscenza acquisiti a seguito delle controdeduzioni.

     

     

    Art. 88

    (Fissazione dell’udienza)

     

    1. Il presidente della sezione, con decreto da emanarsi entro dieci giorni dal deposito dell’atto di citazione, fissa l’udienza e contestualmente assegna un termine non inferiore a venti giorni prima della medesima per la costituzione del convenuto e per il deposito di memorie e documenti, con l’avvertimento che la costituzione oltre i suddetti termini implica le decadenze di cui all’articolo 90.
    2. Con il medesimo decreto, il presidente assegna al pubblico ministero un termine ordinatorio non inferiore a trenta giorni per la notificazione dell’atto di citazione.
    3. Tra il giorno della notificazione della citazione e quello della udienza devono intercorrere termini liberi non minori di novanta giorni se il luogo della notificazione si trova in Italia e di centocinquanta giorni se si trova all’estero.
    4. Con separato provvedimento il presidente nomina il relatore della causa almeno trenta giorni prima dell’udienza di merito.
    5. Il decreto di fissazione dell’udienza di discussione, a cura del pubblico ministero, unitamente all’atto di citazione introduttivo del giudizio, è notificato al presunto responsabile nel domicilio eventualmente eletto in fase di istruttoria o, in assenza, alla residenza anagrafica.
    6. La notificazione, ove risulti un valido indirizzo di posta elettronica certificata del presunto responsabile, può essere effettuata a mezzo PEC ai sensi dell’articolo 6.

     

    Art. 89

    (Abbreviazione dei termini e istanza di accelerazione)

     

    1. Il presidente, su motivata istanza di parte e nei casi di urgenza, con decreto può abbreviare fino alla metà i termini previsti per la fissazione di udienza. Sono proporzionalmente ridotti i termini per le difese.
    2. Il decreto di abbreviazione, ove redatto in calce ad autonoma istanza, a cura della parte che lo ha richiesto è notificato alle altre parti, anche a mezzo PEC. Il termine abbreviato inizia a decorrere dall’avvenuta notificazione del decreto.
    3. Il convenuto ha diritto di depositare presso la sezione giurisdizionale giudicante, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, istanza di accelerazione ai sensi dell’articolo 1-ter della legge 24 marzo 2001, n. 89, almeno sei mesi prima che siano trascorsi i termini di cui all’articolo 2, comma 2-bis, della stessa legge.

     

     

    Art. 90

    (Costituzione del convenuto e comparsa di risposta)

     

    1. Il convenuto deve costituirsi a mezzo del procuratore, o personalmente nei casi consentiti dalla legge, almeno venti giorni prima dell’udienza fissata in calce all’atto di citazione, o almeno dieci giorni prima nel caso di abbreviazione di termini a norma dell’articolo 89, depositando in cancelleria il proprio fascicolo contenente comparsa di risposta, con la copia della citazione notificata, la procura e l’elenco dei documenti che offre in comunicazione.
    2. Nella comparsa di risposta il convenuto deve proporre tutte le sue difese prendendo posizione sui fatti posti a fondamento della domanda, indicare le proprie generalità e il codice fiscale, i mezzi di prova di cui intende valersi, specificare i documenti che offre in comunicazione e formulare le conclusioni.
    3. A pena di decadenza, il convenuto deve proporre le eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio tra cui la non corrispondenza tra invito a dedurre e citazione di cui all’articolo 87.

     

    Capo III

     

    Trattazione

     

    Art. 91

    (Udienza pubblica)

     

    1. L’udienza di discussione della causa è pubblica, a pena di nullità.
    2. Il presidente o il giudice monocratico può disporre che essa si svolga a porte chiuse, se ricorrono ragioni di sicurezza dello Stato, di ordine pubblico o di buon costume; esercita i poteri di polizia per il mantenimento dell’ordine e del decoro; può avvalersi della collaborazione del pubblico ministero e delle forze di polizia se presenti, per fare o prescrivere quanto occorre affinché la trattazione avvenga in modo ordinato e proficuo.
    3. All’udienza, verificata d’ufficio la regolarità del contraddittorio, anche ai sensi dell’articolo 29, dell’articolo 86, commi 4, 7 e 10 e dell’articolo 93, si fissa, se del caso, una nuova udienza.
    4. All’udienza, il presidente o il giudice monocratico, regola la discussione, determina i punti sui quali essa deve svolgersi e l’ordine degli interventi orali e di eventuali repliche; dichiara chiusa la discussione quando la ritiene sufficiente.
    5. Si applica l’articolo 101 del codice di procedura civile.
    6. Salvo che non sia diversamente previsto, nelle udienze interviene il pubblico ministero, che è sempre udito nelle sue conclusioni.
    7. Dopo la relazione della causa, il pubblico ministero e i difensori delle parti enunciano le rispettive conclusioni svolgendone i motivi. (1)
    8. Assiste all’udienza il segretario del collegio, che redige il processo verbale, sul medesimo trascrivendo le dichiarazioni espressamente richieste dal pubblico ministero e dalle altre parti.
      9. Il processo verbale è sottoscritto da chi presiede l’udienza e dal segretario.
    9. Del verbale non si dà lettura, salvo espressa e motivata istanza di parte.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 47, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    Art. 92

    (Rinvii dell’udienza)

     

    1. L’udienza di discussione della causa ha luogo in un unico giorno e, se necessario, è aggiornata ad una udienza immediatamente successiva.
    2. Il presidente, di ufficio in caso di impedimento organizzativo, ovvero su motivata istanza di parte e sentito il pubblico ministero, può rinviarla ad altra data.
    3. Il rinvio è disposto con ordinanza a verbale o con decreto.
    4. Se il rinvio è disposto d’ufficio prima della data di udienza, di esso è data comunque preventiva comunicazione al pubblico ministero e alle parti, a cura della segreteria della sezione.
    5. Il rinvio deliberato a verbale è considerato noto alle parti presenti e a quelle che dovevano comparire.

     

     

    Art. 93

    (Contumacia del convenuto)

     

    1. Se il convenuto non si costituisce, il collegio che rileva, anche d’ufficio, un vizio che importi la nullità della notificazione della citazione fissa al pubblico ministero, con ordinanza, un termine perentorio per rinnovarla e una nuova udienza.
    2. Il pubblico ministero notifica copia autentica dell’atto di citazione unitamente all’ordinanza.
    3. La rinnovazione impedisce ogni decadenza.
    4. Se l’ordine di rinnovazione non è eseguito, il giudice ordina la cancellazione della causa dal ruolo e il processo si estingue.
    5. Se il convenuto non si costituisce neppure all’udienza fissata ai sensi del comma 1, il collegio ne dichiara la contumacia e ne dà espressamente atto nei provvedimenti successivi e nella sentenza che definisce il giudizio.
    6. Le comparse si considerano comunicate al contumace con il deposito in segreteria della sezione e con l’apposizione del visto del segretario sull’originale.
    7. Tutti gli altri atti non sono soggetti a notificazione o comunicazione.
    8. Le sentenze sono notificate alla parte personalmente.
    9. La parte che è stata dichiarata contumace può costituirsi, fino all’udienza di discussione, mediante deposito di una comparsa, della procura e dei documenti che offre in comunicazione in segreteria o mediante comparizione all’udienza.
    10. In ogni caso il contumace che si costituisce può disconoscere, a pena di decadenza nella comparsa di costituzione, le scritture contro di lui prodotte.
    11. Il contumace che si costituisce può chiedere al collegio di essere ammesso a compiere attività che gli sarebbero precluse, se dimostra che la nullità della citazione o della sua notificazione gli ha impedito di avere conoscenza del processo o che la costituzione è stata impedita da causa a lui non imputabile.
    12. Il collegio, se ritiene verosimili i fatti allegati, ammette, quando occorre, la prova dell’impedimento, e quindi provvede sulla rimessione in termini.
    13. I provvedimenti previsti nel comma 12 sono pronunciati con ordinanza.

     

     

    Capo IV

     

    Ammissione e assunzione di mezzi di prova

     

    Art. 94

    (Mezzi di prova)

     

    1. Fermo restando a carico delle parti l’onere di fornire le prove che siano nella loro disponibilità concernenti i fatti posti a fondamento delle domande e delle eccezioni, il giudice anche d’ufficio può disporre consulenze tecniche, nonché ordinare alle parti di produrre gli atti e i documenti che ritiene necessari alla decisione.
    2. Il giudice può richiedere d’ufficio alla pubblica amministrazione le informazioni scritte relative ad atti e documenti che siano nella disponibilità dell’amministrazione stessa, che ritiene necessario acquisire al processo.
    3. Il giudice può procedere in qualunque stato e grado del processo all’interrogatorio non formale del convenuto, assistito dal difensore se costituito.
    4. Il giudice può ammettere i mezzi di prova previsti dal codice di procedura civile, esclusi l’interrogatorio formale e il giuramento.

     

     

    Art. 95

    (Disponibilità e valutazione della prova)

     

    1. Nel decidere sulla causa il giudice pronuncia secondo diritto e, quando la legge lo consente, secondo equità e pone a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti o dal pubblico ministero, nonché i fatti non specificatamente contestati dalle parti costituite.
    2. Il giudice può tuttavia, senza bisogno di prova, porre a fondamento della decisione le nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza.
    3. Il giudice valuta le prove secondo il suo prudente apprezzamento e può desumere argomenti di prova dal comportamento tenuto dalle parti nel corso del processo.
    4. Il giudice, ai fini della valutazione dell’effettiva sussistenza dell’elemento soggettivo della responsabilità e del nesso di causalità, considera, ove prodotti in causa, anche i pareri resi dalla Corte dei conti in via consultiva, in sede di controllo e in favore degli enti locali, nel rispetto dei presupposti generali per il rilascio dei medesimi.

     

     

    Art. 96

    (Istruttoria collegiale e giudice delegato)

     

    1. All’udienza di discussione, il collegio provvede sulle richieste istruttorie, disponendo l’immediata assunzione dei mezzi di prova ritenuti ammissibili e rilevanti; i modi di assunzione sono regolati secondo il codice di procedura civile e le relative disposizioni di attuazione.
    2. Se non può assumerli nella stessa udienza, il collegio fissa il termine entro il quale essi devono essere assunti e delega per la loro esecuzione uno dei componenti il collegio il quale procede con l’assistenza del segretario che redige i relativi verbali.
    3. In caso di assunzione del mezzo istruttorio fuori dal territorio della regione, il collegio delega il presidente della sezione giurisdizionale regionale competente per territorio, con facoltà di subdelega ad altro giudice della sezione medesima.
    4. Se il luogo ove si deve eseguire il mezzo istruttorio è fuori dal territorio della Repubblica, la richiesta viene fatta nelle forme diplomatiche ai sensi dell’articolo 204 codice di procedura civile ovvero in quelle previste dalle convenzioni internazionali.

     

     

    Art. 97

    (Consulenza tecnica d’ufficio)

     

    1. Con l’ordinanza con cui dispone la consulenza tecnica d’ufficio, il collegio nomina il consulente con le modalità di cui all’articolo 23, comma 3, o si avvale di strutture e organismi tecnici di amministrazioni pubbliche.
    2. Con la medesima ordinanza, il collegio formula i quesiti e fissa il termine entro cui il consulente incaricato deve comparire dinanzi al giudice, a tal fine delegato, per assumere l’incarico e prestare giuramento ai sensi dell’articolo 193 del codice di procedura civile.
    3. L’ordinanza è comunicata al consulente tecnico e alle parti a cura della segreteria.
    4. Le eventuali istanze di astensione e ricusazione del consulente sono proposte, a pena di decadenza, entro il termine di cui al comma 2.
    5. Il collegio, con la stessa ordinanza di cui al comma 1, assegna termini successivi, prorogabili ai sensi dell’articolo 154 del codice di procedura civile, per:
    6. a) la corresponsione al consulente tecnico di un anticipo sul suo compenso;
    7. b) l’eventuale nomina, con dichiarazione ricevuta dal segretario, di consulenti tecnici delle parti, i quali, oltre a poter assistere alle operazioni del consulente del giudice e a interloquire con questo, possono partecipare all’udienza e alla camera di consiglio ogni volta che è presente il consulente del giudice per chiarire e svolgere, con l’autorizzazione del presidente, le loro osservazioni sui risultati delle indagini tecniche;
    8. c) la trasmissione, ad opera del consulente tecnico d’ufficio, di uno schema della propria relazione alle parti ovvero, se nominati, ai loro consulenti tecnici;
    9. d) la trasmissione al consulente tecnico d’ufficio delle eventuali osservazioni e conclusioni dei consulenti tecnici di parte;
    10. e) il deposito in segreteria della relazione finale, in cui il consulente tecnico d’ufficio dà altresì conto delle osservazioni e delle conclusioni dei consulenti di parte e prende specificamente posizione su di esse.
    11. Il compenso complessivamente spettante al consulente d’ufficio è liquidato, al termine delle operazioni, dal presidente con decreto, ponendolo provvisoriamente a carico di una delle parti. Con la sentenza che definisce il giudizio il collegio regola definitivamente il relativo onere.

     

     

    Art. 98

    (Prova per testimoni)

     

    1. La prova testimoniale è assunta ai sensi del codice di procedura civile e delle relative disposizioni di attuazione.
    2. Durante l’escussione del teste, le parti, per il tramite del presidente, possono formulare domande per ulteriormente chiarire gli articoli di prova.

     

     

    Art. 99

    (Termini e modalità di istruttoria in corso di giudizio)

     

    1. Il giudice che procede all’assunzione dei mezzi di prova, anche se delegato, pronuncia con ordinanza su tutte le questioni che sorgono nel corso della stessa.
    2. Su istanza di parte il giudice delegato fissa il giorno, l’ora e il luogo dell’assunzione con ordinanza, che è comunicata dalla segreteria alle altre parti e al pubblico ministero almeno cinque giorni prima dell’inizio delle operazioni.
    3. Le parti possono assistere personalmente all’assunzione dei mezzi di prova.
    4. Dell’assunzione dei mezzi di prova si redige processo verbale sotto la direzione del giudice.
    5. Le dichiarazioni delle parti e dei testimoni sono riportate in prima persona e sono lette al dichiarante.
    6. Il giudice, quando lo ritiene opportuno, nel riportare le dichiarazioni descrive il contegno della parte e del testimone.
    7. Decorso il termine prefisso per l’assunzione ovvero se la parte su istanza della quale deve iniziarsi o proseguirsi la prova non si presenta, il giudice dichiara la parte istante decaduta dal diritto di fare assumere la prova, salvo che l’altra parte presente non ne chieda l’assunzione.
    8. La parte interessata può chiedere al giudice, nell’udienza successiva, la revoca dell’ordinanza che ha pronunciato la sua decadenza dal diritto di assumere la prova. Il giudice dispone la revoca con ordinanza quando riconosce che la mancata comparizione è stata cagionata da causa non imputabile alla stessa parte.
    9. Il giudice dichiara chiusa l’assunzione quando sono eseguiti i mezzi ammessi o quando, dichiarata la decadenza di cui al comma 8, non vi sono altri mezzi da assumere.
    10. Eseguita l’istruttoria, ad istanza della parte più diligente il presidente fissa la nuova udienza per la discussione della causa con decreto comunicato dalla segreteria alle parti.
    11. I provvedimenti istruttori, che non contengono la fissazione dell’udienza successiva o del termine entro il quale le parti debbono compiere gli atti processuali, possono essere integrati, su istanza di parte o d’ufficio, entro il termine perentorio di sei mesi dall’udienza in cui i provvedimenti furono pronunciati, oppure dalla loro notificazione o comunicazione se prescritte.
    12. L’integrazione è disposta dal presidente con decreto che è comunicato a tutte le parti a cura della segreteria della sezione.

     

    Capo V

     

    Decisione della causa

     

    Art. 100

    (Decisione del collegio)

     

    1. Terminata l’udienza di discussione il collegio giudicante, in camera di consiglio, pronuncia la sentenza.
    2. La sentenza è depositata in segreteria entro sessanta giorni dalla conclusione della camera di consiglio nella quale è stata deliberata.

     

     

    Art. 101

    (Deliberazione)

     

    1. La decisione è deliberata in segreto nella camera di consiglio. Ad essa possono partecipare soltanto i giudici che hanno assistito alla discussione.
    2. Il collegio, sotto la direzione del presidente, decide gradatamente le questioni pregiudiziali proposte dalle parti o rilevabili d’ufficio e quindi il merito della causa.
    3. Il collegio, nel deliberare sul merito, decide su tutte le domande proposte e non oltre i limiti di esse e sulle relative eccezioni; non può pronunciare d’ufficio su eccezioni che possono essere proposte soltanto dalle parti.
    4. La decisione è presa a maggioranza dei voti. Il primo a votare è il relatore, quindi l’altro o gli altri giudici e infine il presidente.
    5. Quando su una questione si prospettano più soluzioni e non si forma la maggioranza alla prima votazione, il presidente mette ai voti due delle soluzioni per escluderne una, quindi mette ai voti la non esclusa e quella eventualmente restante, e così successivamente finché le soluzioni siano ridotte a due, sulle quali avviene la votazione definitiva.
    6. Chiusa la votazione, il presidente scrive e sottoscrive il dispositivo. La motivazione è quindi stesa dal relatore, a meno che il presidente non creda di stenderla egli stesso o affidarla all’altro giudice.

     

     

    Art. 102

    (Forma dei provvedimenti del collegio)

     

    1. Il collegio pronuncia ordinanza quando provvede soltanto su questioni relative all’istruzione della causa, senza definire il giudizio.
    2. I provvedimenti del collegio, che hanno forma di ordinanza, comunque succintamente motivati, non possono mai pregiudicare la decisione della causa; essi sono modificabili e revocabili dallo stesso collegio, e non sono soggetti ai mezzi di impugnazione previsti per le sentenze.
    3. L’ordinanza se pronunciata in udienza è inserita nel processo verbale e si intende per conosciuta dalle parti presenti e da quelle che dovevano comparirvi; se pronunciata fuori dell’udienza, è comunicata alle parti costituite a cura della segreteria della sezione.
    4. Il collegio pronuncia, altresì, ordinanza quando decide soltanto questioni di competenza. In tal caso, se non definisce il giudizio, impartisce con la stessa i provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa.
    5. L’ordinanza che, decidendo soltanto questioni di competenza, definisce il giudizio è appellabile.
    6. Il collegio pronuncia sentenza:
    7. a) quando definisce il giudizio, decidendo questioni di giurisdizione;
    8. b) quando definisce il giudizio decidendo questioni pregiudiziali attinenti al processo o questioni preliminari di merito;
    9. c) quando definisce il giudizio, decidendo totalmente il merito;
    10. d) quando, decidendo alcune delle questioni di cui alle lettere a), b) e c), non definisce il giudizio e impartisce con separata ordinanza distinti provvedimenti per l’ulteriore istruzione della causa.
    11. Le ordinanze del collegio sono immediatamente esecutive. Tuttavia, quando sia stato proposto appello immediato contro una delle sentenze previste dalla lettera d) del comma 6, il collegio, su istanza concorde delle parti, qualora ritenga che i provvedimenti dell’ordinanza siano dipendenti da quelli contenuti nella sentenza impugnata, può disporre con ordinanza non impugnabile che l’esecuzione o la prosecuzione dell’ulteriore istruttoria sia sospesa sino alla definizione del giudizio di appello.

     

     

    Art. 103

    (Pubblicazione e comunicazione della sentenza)

     

    [1. La sentenza deve essere redatta non oltre il quarantacinquesimo giorno da quello della decisione della causa. (1) ]

    1. La sentenza è resa pubblica mediante deposito nella segreteria del giudice che l’ha pronunciata.3. Il segretario dà atto del deposito in calce alla sentenza e vi appone la data e la firma, ed entro cinque giorni, mediante biglietto contenente il testo integrale della sentenza, ne dà notizia alle parti che si sono costituite. La comunicazione non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’articolo 178.

    (1) Comma abrogato dall’ art. 48, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    Capo VI

     

    Incidenti nel processo

     

    Art. 104

    (Incidenti formali in udienza)

     

    1. Se una delle parti propone in udienza un formale incidente processuale, questo viene risolto dal collegio con ordinanza.
    2. Ove sia stata sospesa l’udienza, l’ordinanza è letta dal presidente alla riapertura dell’udienza stessa.

     

     

    Art. 105

    (Incidente di falso)

     

    1. Chi deduce in giudizio la falsità di un documento deve provare che sia stata già proposta la querela di falso o domandare la prefissione di un termine entro cui possa proporla innanzi al tribunale ordinario competente.
    2. Qualora il giudizio possa essere deciso indipendentemente dal documento del quale è dedotta la falsità, il collegio pronuncia sulla controversia principale.
    3. La prova dell’avvenuta proposizione della querela di falso è depositata presso la segreteria della sezione entro trenta giorni dalla scadenza del termine fissato ai sensi del comma 1. In mancanza, il presidente fissa l’udienza di discussione.
    4. Proposta la querela, il collegio sospende la decisione fino alla definizione del giudizio di falso.
    5. La sentenza che ha definito il giudizio di falso è depositata in copia autentica presso la segreteria della sezione, dalla parte che ha dedotto la falsità, unitamente all’istanza di fissazione di udienza. (1)
    6. Se nessuna parte deposita la copia della sentenza nel termine di tre mesi dal suo passaggio in giudicato, il giudizio è dichiarato estinto anche d’ufficio. (2)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 49, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma così sostituito dall’ art. 49, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    Art. 106

    Sospensione del processo (1)

     

    1. Il giudice ordina la sospensione del processo quando la previa definizione di altra controversia, pendente davanti a sé o ad altro giudice, costituisca, per il suo carattere pregiudiziale, il necessario antecedente dal quale dipenda la decisione della causa pregiudicata ed il cui accertamento sia richiesto con efficacia di giudicato. (2)
    2. La sospensione può essere altresì disposta, su istanza concorde di tutte le parti e ove sussistano giustificati motivi, per una sola volta e per un periodo non superiore a tre mesi. L’ordinanza, in questo caso fissa l’udienza per la prosecuzione del giudizio ed è comunicata alle parti a cura della segreteria della sezione.
    3. Avverso la sospensione disposta ai sensi del comma 1 è ammesso il regolamento di competenza di cui all’articolo 119.

    (1) Rubrica così sostituita dall’ art. 50, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma così modificato dall’ art. 50, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 107

    Prosecuzione o riassunzione di processo sospeso

     

    1. Salva l’ipotesi di regolamento di competenza proposto ai sensi dell’articolo 119, se con il provvedimento di sospensione non è stata fissata l’udienza in cui il processo deve proseguire, entro il termine perentorio di tre mesi dalla conoscenza della cessazione della causa di sospensione o dal passaggio in giudicato della sentenza che definisce la controversia di cui all’articolo 106, comma 1, le parti debbono chiedere al giudice, che provvede con decreto, la fissazione d’udienza in prosecuzione. (1)
    2. Durante la sospensione non possono essere compiuti atti del procedimento.
    3. E’ fatta salva l’autorizzazione da parte del giudice del compimento di atti urgenti e la proposizione di domande cautelari.
    4. La sospensione del giudizio interrompe i termini in corso, i quali ricominciano a decorrere dal giorno della nuova udienza fissata nel provvedimento di sospensione o nel decreto di fissazione udienza di cui al comma 1.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 51, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    Art. 108

    (Interruzione del processo) (1)

     

    1. Se prima della costituzione o all’udienza, sopravviene la morte oppure la perdita della capacità di stare in giudizio di una delle parti o del suo rappresentante legale o la cessazione di tale rappresentanza, il processo è interrotto, salvo che coloro ai quali spetta di proseguirlo si costituiscano volontariamente, oppure l’altra parte provveda a citarli in riassunzione.
    2. Se alcuno degli eventi interruttivi di cui al comma 1 si avvera nei riguardi della parte che si è costituita a mezzo di procuratore, questi lo dichiara in udienza o lo notifica alle altre parti.
    3. Dal momento di tale dichiarazione o notificazione il processo è interrotto, salvo che avvenga la costituzione volontaria o la riassunzione.
    4. Se la parte è costituita personalmente, il processo è interrotto al momento dell’evento.
    5. Se l’evento riguarda la parte dichiarata contumace, il processo è interrotto dal momento in cui il fatto interruttivo è documentato dall’altra parte, o è notificato ovvero è certificato dall’ufficiale giudiziario nella relazione di notificazione di uno dei provvedimenti di cui all’articolo 93, comma 5.
    6. Nell’udienza di discussione, il pubblico ministero, se ritiene non sussistere i presupposti per la riassunzione nei confronti degli eredi può chiedere l’immediata declaratoria di estinzione del processo nei confronti della parte colpita dall’evento interruttivo. (2)
    7. Se la parte è costituita a mezzo di procuratore, il processo è interrotto dal giorno della morte, radiazione o sospensione del procuratore stesso. In tal caso si applica la disposizione del comma 1. Non sono cause d’interruzione la revoca della procura o la rinuncia ad essa.
    8. Se alcuno degli eventi interruttivi si avvera o è notificato dopo la chiusura della discussione davanti al collegio, esso non produce effetto se non nel caso di nuova udienza di discussione.

    (1) Rubrica così sostituita dall’ art. 52, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Comma così modificato dagli artt. 52, comma 1, lett. b), e 98, comma 1, lett. l), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    Art. 109

    (Prosecuzione o riassunzione di processo interrotto)

     

    1. La prosecuzione del giudizio può avvenire all’udienza o mediante deposito in segreteria di una comparsa contenente l’istanza di fissazione d’udienza in prosecuzione.
    2. Il giudice, con decreto da emanarsi entro dieci giorni dal deposito della comparsa, fissa la data della udienza e contestualmente assegna un termine per la notificazione e per il deposito di memorie e documenti.
    3. La comparsa, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, è notificata alle altre parti a cura dell’istante.
    4. Se non avviene la prosecuzione del processo a norma dei commi precedenti, l’altra parte può riassumere il processo ai sensi e con le modalità di cui all’articolo 303 del codice di procedura civile.
    5. In caso d’interruzione del processo si applicano le disposizioni dei commi 2, 3 e 4 dell’articolo 107.
    6. Il processo deve essere proseguito o riassunto entro il termine perentorio di tre mesi dall’interruzione, altrimenti si estingue.

     

     

    Art. 110

    (Rinunzia agli atti del processo)

     

    1. La rinunzia agli atti del processo può essere fatta dalle parti in qualunque stato e grado della causa.
    2. Il pubblico ministero può, anche mediante dichiarazione in udienza, rinunziare motivatamente agli atti del processo.
    3. La rinunzia produce i suoi effetti solo dopo l’accettazione fatta dalla controparte nelle debite forme.
    4. L’accettazione non è efficace se contiene riserve o condizioni.
    5. Le dichiarazioni di accettazione sono fatte dalle parti o da loro procuratori speciali, verbalmente all’udienza o con atti sottoscritti e notificati alle altre parti.
    6. Il giudice, se la rinuncia e l’accettazione sono regolari, dichiara l’estinzione del processo.
    7. La declaratoria di estinzione del processo non dà luogo a pronuncia sulle spese.

     

     

    Art. 111

    (Estinzione del processo)

     

    1. Oltre che nei casi previsti dall’articolo 110, e salvo diverse disposizioni di legge, il processo si estingue qualora le parti alle quali spetta di rinnovare la citazione, o di proseguire, riassumere o integrare il giudizio, non vi abbiano provveduto entro il termine perentorio stabilito dalla legge, o dal giudice che dalla legge sia autorizzato a fissarlo.
    2. Quando la legge autorizza il giudice a fissare il termine, questo non può essere inferiore ad un mese né superiore a tre.
    3. Il processo si estingue, altresì, se per un anno non si sia presentata domanda di fissazione udienza o non si sia fatto alcun altro atto di procedura.
    4. L’estinzione opera di diritto ed è dichiarata, anche d’ufficio, con sentenza.
    5. L’estinzione del processo non estingue l’azione.
    6. L’estinzione rende inefficaci gli atti compiuti, ma non le sentenze di merito pronunciate nel corso del processo e le pronunce che regolano la competenza.
    7. Dalle prove raccolte il giudice può desumere argomenti di prova ai sensi dell’articolo 95, comma 3.
    8. Le spese del giudizio estinto restano a carico delle parti che le hanno sostenute.

     

     

    Capo VII

     

    Correzione di errore materiale dei provvedimenti del giudice

     

    Art. 112

    (Casi di correzione di errori materiali)

     

    1. Le sentenze e le ordinanze non revocabili possono essere corrette, su ricorso di parte, dallo stesso giudice che le ha pronunciate, qualora egli sia incorso in omissioni o in errori materiali o di calcolo.
    2. L’ordinanza di correzione è notificata alle altre parti a cura del ricorrente. A seguito della notifica la sentenza è ordinariamente impugnabile relativamente alle parti corrette.
    3. Nel caso di sentenze che siano state impugnate in appello, la correzione può essere devoluta in gravame ed effettuata dal giudice dell’appello.

     

     

    Art. 113

    (Procedimento di correzione)

     

    1. Il procedimento di correzione ha natura amministrativa e non costituisce giudizio autonomo.
    2. Se tutte le parti concordano nel chiedere la stessa correzione, il giudice provvede con decreto.
    3. Se la correzione è chiesta da una delle parti, il giudice, con decreto da notificarsi, insieme con il ricorso e a cura del richiedente, al procuratore costituito delle altre parti oppure alla residenza dichiarata o al domicilio eletto nel caso di parti costituite personalmente, fissa l’udienza nella quale le parti debbono comparire davanti a lui.
    4. Se la correzione di una sentenza è chiesta dopo un anno dalla pubblicazione, il ricorso e il decreto debbono essere notificati alle altre parti personalmente.
    5. Sull’istanza il giudice, all’esito dell’udienza, provvede con ordinanza, che è annotata sull’originale del provvedimento.

    TITOLO IV 

    GIUDIZI INNANZI LE SEZIONI RIUNITE 

     

    CAPO I 

    Questioni di massima e questioni di particolare importanza

     

    Art. 114

    (Deferimento della questione)

    1. Le sezioni giurisdizionali d’appello possono deferire alle sezioni riunite in sede giurisdizionale la soluzione di questioni di massima, d’ufficio o anche a seguito di istanza formulata da ciascuna delle parti (1).
      2. La sezione, con l’ordinanza di deferimento, dispone la rimessione del fascicolo d’ufficio alla segreteria delle sezioni riunite.
      3. Il presidente della Corte dei conti e il procuratore generale possono deferire alle sezioni riunite in sede giurisdizionale la risoluzione di questioni di massima oppure di questioni di diritto che abbiano dato luogo, già in primo grado, ad indirizzi interpretativi o applicativi difformi.

    (1) Comma così modificato dall’ art. 53, comma 1, D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 115

    (Fissazione dell’udienza)

    1. L’udienza è fissata con decreto presidenziale da emanarsi entro dieci giorni dalla comunicazione dell’ordinanza o dal deposito dell’atto di deferimento alla segreteria delle sezioni riunite.
      2. Almeno venti giorni prima dell’udienza, il decreto è comunicato, a cura della segreteria delle sezioni riunite, al procuratore generale e alle parti costituite nella causa in relazione alla quale la questione è sollevata.
      3. L’atto di deferimento del presidente della Corte dei conti è comunicato, a cura della segreteria delle sezioni riunite, unitamente al decreto di fissazione d’udienza, al procuratore generale e agli avvocati delle parti costituite.
      4. L’atto di deferimento del procuratore generale è notificato a cura di quest’ultimo, unitamente al decreto di fissazione d’udienza, agli avvocati delle parti costituite.
      5. Il procuratore generale e le parti hanno facoltà di presentare memorie non oltre cinque giorni prima dell’udienza.
      6. L’atto di deferimento è comunicato, altresì, al giudice della causa in relazione alla quale la questione è sollevata; il giudice sospende il giudizio e trasmette, su richiesta della segreteria delle sezioni riunite, il fascicolo processuale.

    Art. 116

    (Risoluzione della questione e prosecuzione della causa)

    1. Le modalità di svolgimento dell’udienza, della decisione e della deliberazione sono disciplinate dalle disposizioni previste per l’appello, in quanto applicabili.
      2. La sentenza che risolve la questione deferita è depositata in segreteria entro sessanta giorni dalla conclusione della camera di consiglio nella quale è stata deliberata.
      3. La segreteria comunica la sentenza al procuratore generale e agli avvocati delle parti costituite, nonché al giudice della causa in relazione alla quale la questione è sollevata il quale, con decreto da emanarsi entro dieci giorni dalla comunicazione della sentenza delle sezioni riunite, fissa la data dell’udienza di discussione e contestualmente assegna alle parti un termine non inferiore a venti giorni per il deposito di memorie e documenti.

    Art. 117

    (Riproposizione di questione in caso di motivato dissenso)

    1. La sezione giurisdizionale di appello che ritenga di non condividere un principio di diritto di cui debba fare applicazione, già enunciato dalle sezioni riunite, rimette a queste ultime, con ordinanza motivata, la decisione dell’impugnazione.

     

    Capo II

     

    Regolamenti di competenza

     

    Art. 118

    (Conflitto di competenza territoriale)

    1. Quando, in seguito alla ordinanza che dichiara la incompetenza territoriale del giudice adito, la causa è riassunta nei termini fissati dal giudice nell’ordinanza medesima o, in mancanza, in quello di tre mesi dalla comunicazione, davanti al giudice dichiarato competente, questi, se ritiene di essere a sua volta incompetente, richiede d’ufficio il regolamento di competenza dinanzi alle sezioni riunite. (1)

    (1) Comma così modificato dall’ art. 98, comma 1, lett. m), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

    Art. 119

    (Regolamento di competenza in caso di sospensione del processo)

    1. Il pubblico ministero e le parti costituite in giudizio, nel quale sia stata disposta ordinanza di sospensione del processo ai sensi dell’articolo 106, possono proporre alle sezioni riunite istanza di regolamento di competenza.
      2. L’istanza si propone con ricorso sottoscritto dal pubblico ministero ovvero dal difensore che assiste la parte o dalla parte se questa è costituita personalmente.
      3. Il giudice del processo sospeso può autorizzare il compimento di atti che ritiene urgenti ed adottare misure cautelari.

     

    Art. 120

    (Procedimento del regolamento di competenza)

    1. L’ordinanza che propone d’ufficio il regolamento di competenza territoriale dispone la rimessione del fascicolo d’ufficio alla segreteria delle sezioni riunite ed è comunicata alle parti costituite che possono, nei venti giorni successivi, depositare nella segreteria delle sezioni riunite memorie e documenti.
      2. Il ricorso per regolamento di competenza concernente l’ordinanza di sospensione del giudizio deve essere notificato, a cura della parte che lo propone, entro il termine perentorio di trenta giorni dalla comunicazione dell’ordinanza che ha sospeso il processo.
      3. La parte che propone l’istanza, nei venti giorni successivi alla notificazione, che nel caso di pluralità di parti decorre dall’ultima notificazione, provvede al deposito del ricorso.
      4. La segreteria della sezione giurisdizionale davanti alla quale pende il processo sospeso trasmette il relativo fascicolo alla segreteria delle sezioni riunite.
      5. Il presidente, con decreto da emanarsi entro dieci giorni dal deposito, fissa la data dell’udienza di discussione e contestualmente assegna alle parti un termine non inferiore a venti giorni per il deposito di memorie e documenti.
      6. Il decreto di fissazione dell’udienza di discussione è comunicato alle parti a cura della segreteria delle sezioni riunite.

     

    Art. 121

    (Ordinanza di regolamento della competenza)

    1. Le sezioni riunite pronunciano il regolamento di competenza con ordinanza.
      2. L’ordinanza di regolamento è pubblicata entro sessanta giorni dalla conclusione della camera di consiglio nella quale è stata deliberata ed è comunicata alle parti a cura della segreteria delle sezioni riunite.

    Art. 122

    (Riassunzione della causa)

    1. La causa che ha dato origine a regolamento di competenza è riassunta, a cura della parte più diligente, innanzi al giudice dichiarato territorialmente competente ovvero, nel caso di regolamento che abbia pronunciato su ordinanza di sospensione necessaria, innanzi al giudice del giudizio sospeso, entro il termine perentorio di tre mesi dalla comunicazione dell’ordinanza di regolamento.
      2. La mancata riassunzione in termini comporta, in ogni caso, l’estinzione del processo.

    Capo III

     

    Giudizi in unico grado

     

    Art. 123

    (Ricorso)

    1. I giudizi elencati nell’articolo 11, comma 6, promuovibili ad istanza di parte, in unico grado e innanzi alle sezioni riunite in speciale composizione, sono introdotti mediante ricorso.
      2. Il ricorso deve contenere:
      a) gli elementi identificativi del ricorrente, del suo difensore e delle parti nei cui confronti il ricorso è proposto;
      b) l’indicazione dell’oggetto della domanda, ivi compreso l’atto o il provvedimento impugnato e la data della sua notificazione, comunicazione o comunque della sua conoscenza;
      c) l’esposizione sommaria dei fatti;
      d) i motivi specifici su cui si fonda il ricorso;
      e) l’indicazione dei provvedimenti chiesti al giudice;
      f) la sottoscrizione del difensore, con indicazione della procura speciale rilasciata dal ricorrente nelle forme previste dal rispettivo ordinamento.
      3. I motivi proposti in violazione del comma 2, lettera d), sono inammissibili.

     

    Art. 124

    (Notificazione del ricorso)

    1. Il ricorso avverso la deliberazione della sezione regionale dì controllo è proposto, a pena di inammissibilità, entro trenta giorni dalla conoscenza legale della delibera impugnata ed è notificato, nelle forme della citazione in ogni caso al procuratore generale della Corte dei conti e, ai fini conoscitivi, alla sezione del controllo che ha emesso la delibera impugnata nonché:
      a) nei giudizi sui piani di riequilibrio:
      1) alla Commissione per stabilità finanziaria degli enti locali presso il Ministero dell’interno che sia intervenuta nel procedimento conclusosi con la deliberazione della sezione di controllo della Corte dei conti oggetto del giudizio; (1)
      2) al prefetto ovvero alla autorità territoriale istituzionalmente competente, nell’ipotesi in cui dalla deliberazione di controllo derivino effetti incidenti su atti consequenziali di spettanza delle prefetture o di altra autorità istituzionale; (2)
      b) nei giudizi sui rendiconti consiliari, ai Presidenti della Giunta regionale e del Consiglio regionale;
      c) in ogni caso, agli eventuali ulteriori controinteressati.
      2. Gli altri tipi di ricorso sono proponibili finché l’atto oggetto del giudizio produce effetti giuridici e sussista interesse all’impugnativa.

    (1) Numero così modificato dall’ art. 54, comma 1, lett. a), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

    (2) Numero così sostituito dall’ artt. 54, comma 1, lett. b), D.Lgs. 7 ottobre 2019, n. 114.

     

     

    Art. 125

    (Deposito del ricorso)

    1. Il ricorso, con la relativa documentazione e con la prova delle avvenute notificazioni, è depositato nella segreteria delle sezioni riunite entro dieci giorni decorrenti dall’ultima notificazione, a pena di inammissibilità.
      2. E’ fatta salva la facoltà della parte di effettuare il deposito dell’atto, anche se non ancora pervenuto al destinatario, sin dal momento in cui la notificazione dell’atto si perfeziona per il notificante.
      3. La parte che si avvale della facoltà di cui al comma 2 è tenuta a depositare la documentazione comprovante la data in cui la notificazione si è perfezionata anche per il destinatario. In assenza di tale prova l’impugnazione è inammissibile.

     

    Art. 126

    (Fissazione dell’udienza di trattazione)

    1. Il presidente, con decreto emesso non oltre dieci giorni dall’avvenuto deposito del ricorso, fissa l’udienza di discussione, dispone l’acquisizione a cura della segreteria delle sezioni riunite del fascicolo d’ufficio della sezione regionale di controllo e assegna alle parti il termine di dieci giorni prima dell’udienza per il deposito di memorie, atti e documenti. Il decreto è comunicato alle parti a cura della segreteria delle sezioni riunite.
      2. La segreteria delle sezioni riunite, contestualmente al decreto di fissazione dell’udienza, comunica all’ente che ha emesso l’atto impugnato e al procuratore generale copia digitalizzata del ricorso e della documentazione allegata e richiede alla segreteria della sezione regionale di controllo la trasmissione del fascicolo d’ufficio.

    Art. 127

    (Costituzione delle parti)

    1. Le parti intimate possono costituirsi mediante comparsa di risposta, nonché fare istanze e produrre documenti entro il termine di cui all’articolo 126, comma 1.
      2. Il procuratore generale, quale parte necessaria interveniente nel giudizio, entro lo stesso termine di cui al comma 1 può presentare memorie conclusionali; in mancanza, conclude oralmente all’udienza di discussione.

     

    Art. 128

    (Decisione)

    1. Le sezioni riunite, entro trenta giorni dal deposito del ricorso, decidono in camera di consiglio, al termine dell’udienza di discussione.
      2. Ove, ai fini della decisione, si renda necessario un supplemento istruttorio, le sezioni riunite adottano ordinanza e fissano, con la stessa, la parte onerata, il termine per l’espletamento degli incombenti e la data di udienza in prosecuzione.
      3. Il dispositivo della sentenza, oppure dell’ordinanza istruttoria, è letto al termine della camera di consiglio e si considera reso noto alle parti costituite.
      4. La sentenza che definisce il giudizio, regola le spese di giustizia e se del caso quelle di difesa sostenute dalle parti ai sensi dell’articolo 31. La sentenza è pubblicata entro quarantacinque giorni dalla camera di consiglio nella quale è stata deliberata.
      5. La segreteria dà comunicazione dell’avvenuta pubblicazione della sentenza a tutte le parti legittimate al giudizio o comunque intervenute nello stesso.

    Art. 129

    (Rinvio)

    1. Per quanto non diversamente disciplinato nel presente Capo, si applicano le disposizioni di cui alla Parte VI relativa alle impugnazioni.

     

     

CORTE DEI CONTI EMILIA ROMAGNA E MEDICI

CORTE DEI CONTI EMILIA ROMAGNA E MEDICI

avvocato esperto CORTE DEI CONTI EMILIA ROMAGNA E MEDICI
CORTE DEI CONTI EMILIA ROMAGNA E MEDICI

1)La contestazione di responsabilità amministrativa per un danno indiretto da malpractice sanitaria, sulla quale la Sezione è tenuta a pronunciarsi nell’odierno giudizio, origina dal risarcimento versato in favore degli eredi del Sig. F. E., deceduto nel Pronto Soccorso dell’Ospedale di Montecchio Emilia (RE) il 12.05.2009, presso il quale si era recato accusando forti dolori addominali, dopo che la convenuta XX V., medico addetto al predetto reparto ospedaliero, aveva disposto la somministrazione di un farmaco a base di ketoprofene che, come sembrerebbe emergere dal referto autoptico, ha provocato uno shock anafilattico al paziente con conseguente arresto respiratorio e decesso.

2)Gli eredi hanno ottenuto complessivamente la somma di euro 300.00,00, oltre ad euro 37.440,00 per l’assistenza legale (come si evince dall’atto di transazione e quietanza, redatto su prestampato della compagnia di assicurazione ASSIMOCO S.p.A. del 24-29.03.2010) al fine di evitare un giudizio avanti all’Autorità Giudiziaria Ordinaria che si sarebbe potuto concludere con esborsi maggiormente gravosi in caso di soccombenza. Detta somma è stata ritenuta congrua dalla Commissione Valutazione Sinistri nella seduta del 23.02.2010.

3)Nel presente giudizio contabile l’unica convenuta è XX V., medico del Pronto Soccorso che ha visitato il Sig. F. E. il giorno dell’accoglienza nel reparto, che la Procura attrice identifica come unica responsabile del decesso del paziente per colpa grave, avendo disposto la somministrazione di un farmaco a base di un principio attivo che avrebbe determinato una reazione allergica e il conseguente shock anafilattico.

CORTE DEI CONTI EMILIA ROMAGNA E MEDICI
CORTE DEI CONTI EMILIA ROMAGNA E MEDICI

a)La Sezione è tenuta, innanzi tutto, a pronunciarsi sull’eccezione difensiva, di natura preliminare d’intervenuta prescrizione dell’azione di responsabilità amministrativa per decorso del termine quinquennale dalla data in cui si è verificato l’evento dannoso (12.05.2009), come previsto dall’art.1, comma 2, legge n. 20/1994.

L’eccezione è infondata.

b)Il termine prescrizionale decorre, per giurisprudenza pressoché costante di questa Corte, dal momento in cui l’amministrazione danneggiata ha sofferto l’effettiva diminuzione patrimoniale, che s’identifica nel momento in cui è avvenuto l’esborso concreto (Sez. II App., n. 129/2017).

c)Nel caso di specie ASSIMOCO S.p.A. ha formulato all’AUSL di Reggio Emilia, con lettera raccomandata A.R. del 13.12.2010, la richiesta di rimborso della somma complessiva di euro 703.855,12 ai sensi dell’art. 31 delle condizioni particolari del contratto di assicurazione intercorrente tra le parti. Detta somma costituiva l’importo complessivo delle franchigie dovute dall’azienda sanitaria alla compagnia di assicurazione per una serie di sinistri avvenuti tra il 28.11.2008 e il 7.12.2010, tra cui anche il sinistro di cui è causa, indicato con una franchigia di ammontare pari ad euro 237.500,00.

d)La somma complessivamente richiesta di euro 703.855,12 è stata versata, a mezzo bonifico bancario, in data 15.04.2011, come emerge dall’ordinativo di pagamento n. 1434 dell’AUSL di Reggio Emilia (allegato sub. doc. 3 della Procura attrice), e, pertanto, solo da quella data decorrono i cinque anni, previsti dall’art. 1, comma 2, legge n. 20/1994, per l’esercizio dell’azione del Pubblico Ministero contabile.

La notificazione dell’invito a fornire deduzioni è stato notificato a XX V. in data 26.02.2016, quindi prima del decorso del termine di prescrizione.

La seconda eccezione preliminare riguarda la nullità dell’atto di citazione per violazione dell’art. 86, comma 2, lett. c), e) ed f) del D.lgs. n. 174/2016 nella parte in cui la Procura attrice omette di esplicitare i criteri in base ai quali giunge ad una quantificazione del danno per euro 237.500,00.

In effetti, la determinazione del danno erariale indiretto del quale si chiede ristoro nel presente giudizio è apparsa di difficile inquadramento anche da parte del Collegio che, peraltro, ha ricostruito la somma oggetto dell’effettivo esborso dell’AUSL di Reggio Emilia sulla base della corrispondenza intercorsa tra la compagnia di assicurazione ASSIMOCO S.p.A. e la Direzione Generale della predetta azienda sanitaria, i cui passaggi fondamentali sono stati già in precedenza esplicitati (valore della transazione pari ad euro 337.440,00 liquidata direttamente dall’assicurazione agli eredi F., richiesta complessiva per franchigie complessivamente dovute dall’AUSL di Reggio Emilia all’assicurazione per euro 703.855,12, valore della franchigia specifica per il caso concreto pari ad euro 237.500,00).

Vi è da dire, inoltre, che l’atto di citazione introduttivo del presente giudizio è stato depositato nella Segreteria della Sezione Giurisdizionale il 16.05.2016, quando il D.lgs. n. 174/2016 non era ancora in vigore e quando vigeva il rinvio dinamico alle disposizioni corrispondenti del codice di procedura civile, tra cui, in particolare, gli artt. 163 e 164 c.p.c.

Pertanto, indipendentemente dall’identificazione delle norme che disciplinano la forma dell’atto di citazione della Procura contabile, il Collegio non ritiene che siano stati omessi elementi fondamentali per la quantificazione del danno erariale o che non siano stati illustrati i criteri per la sua quantificazione, posto che appare semplice, sulla base degli enunciati contenuti nell’atto introduttivo, ripercorrere i principali fatti che hanno condotto alla quantificazione della pretesa attorea e dell’identificazione della presunta responsabile.

Sempre in via preliminare, non può trovare accoglimento l’osservazione, di parte convenuta, che vorrebbe attribuire ad altrui condotta il danno erariale cagionato all’AUSL di Reggio Emilia, partendo dal presupposto che XX V. aveva sottoscritto la clausola di estensione della copertura denominata “Garanzia per la copertura della colpa grave” per la quale versava un premio fisso mediante trattenuta stipendiale, clausola che non sarebbe stata attivata dall’azienda sanitaria.
In effetti, il danno erariale di cui si discute è l’esborso che l’azienda sanitaria di Reggio Emilia ha disposto nella fattispecie agli eredi del paziente deceduto in sede transattiva, e che è stato quantificato, come detto, nella somma di euro 237.500,00. Tale dato numerico non è in discussione, posto che spetta alla Sezione stabilire se la convenuta sia il soggetto cui attribuire la condotta contestata che ha portato a detto esborso, e se detta condotta sia connotata dall’elemento soggettivo minimo per la configurazione della responsabilità amministrativa.

Peraltro, nell’ambito della responsabilità medica per malpractice avanti alla Corte dei conti, non trovano ingresso rapporti strettamente civilistici tra il presunto responsabile e la compagnia di assicurazione, la quale non potrebbe esser chiamata in causa a garanzia dell’assicurato, posto che detta chiamata comporterebbe la sottoposizione al giudizio contabile di profili inerenti il rapporto interno tra assicurazione e assicurato governato da regole civilistiche e sottoposto alla giurisdizione ordinaria, trattandosi di soggetto privato nei confronti del quale la Corte non può giudicare (Sez. Calabria n. 111/2015). Allo stesso modo non rileva, nel presente giudizio, l’attivazione o meno della garanzia specifica per il medico ospedaliero da copertura per colpa grave, posto che detta clausola potrà essere attivata avanti al Giudice Ordinario civile successivamente all’eventuale condanna inferta dalla Corte dei conti per colpa grave, sia perché l’eventuale condanna avanti al Giudice contabile ne costituisce il formale presupposto giuridico (essendo la Corte dei conti l’unica autorità giudiziaria che può accertare detto elemento soggettivo), sia anche perché, come detto, le ricadute civilistiche nel rapporto trilaterale azienda sanitaria/assicurazione/medico vanno sottoposte alla giurisdizione ordinaria del Giudice civile.

Passando al merito, la Sezione ritiene che la domanda della Procura Regionale non sia fondata, e come tale debba essere rigettata.

Si premette che, come giustamente evidenziato da parte della difesa della XX, la consulenza del Dott. Giorgio Gualandri, resa nel corso del procedimento penale n. 3791/09 R.G.N.R. avanti la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Emilia, non può essere considerata una consulenza tecnica d’ufficio proprio perché si tratta, come detto, di una consulenza di parte del Pubblico Ministero penale nel procedimento per il reato di cui all’art. 589 c.p. per l’omicidio colposo del paziente Sig. F. E..

Per tale motivo la consulenza del Dott. Gualandri è un atto di parte, ordinato dal titolare dell’indagine penale ad un esperto di sua fiducia, ed elaborato in assenza di qualsivoglia contraddittorio in virtù della connotazione di parte (pubblica, ma sempre parte) del Pubblico Ministero.

Tale documento, quindi, non può minimamente assumere il valore chiarificatore e probatorio della perizia esperita in dibattimento penale, dopo il rinvio a giudizio, avanti al Collegio giudicante ai sensi degli artt. 220 c.p.p., ove vige la possibilità per entrambe le parti (sia per il Pubblico Ministero che per l’imputato) di nominare propri consulenti ai sensi dell’art. 225 c.p.p.

Né la consulenza tecnica in questione, disposta durante le indagini preliminari, può avere lo stesso valore probatorio che nel processo civile assume una C.T.U., proprio per la strutturale mancanza di contraddittorio che, invece, si avrebbe nella consulenza d’ufficio, avanti al Giudice civile, disposta ai sensi degli artt. 191 e ss. c.p.c.

Riportata nella dimensione processuale che le appartiene, il Collegio osserva, tuttavia, che detta relazione, contenente il referto autoptico sul paziente deceduto, possa esser valutata liberamente dalla Sezione giudicante, secondo prudente apprezzamento ai sensi dell’art. 95, terzo comma, D.lgs. n. 174/2016, quale allegazione probatoria di parte da cui poter trarre elementi di giudizio, soprattutto per quanto attiene alla valutazione della causa del decesso, da attribuirsi effettivamente all’insorgenza improvvisa di uno shock anafilattico da somministrazione di un farmaco non tollerato.

L’accertamento della causa del decesso, tuttavia, non elimina la necessità di verificare se lo stesso è stato determinato da colpa grave del medico che ha materialmente prescritto il farmaco nel corso della visita al Pronto Soccorso il 12.05.2009.

Infatti, è onere dell’attrice dimostrare compiutamente tutti gli elementi della responsabilità amministrativa della convenuta, con particolare riferimento all’elemento soggettivo.

Il richiamo alle linee guida che, nella fattispecie, non sarebbero state osservate da XX V., secondo la ricostruzione della Procura attrice, non è sufficiente a dimostrare la sussistenza dell’elemento soggettivo minimo per configurare una responsabilità erariale del medico (Sez. Emilia Romagna, n. 49/2016 e 74/2016).
A giudizio del Collegio non convince l’assioma secondo il quale qualsiasi condotta del medico difforme da linee guida di per sé dimostra l’esistenza dell’elemento soggettivo della colpa grave.

La posizione della scrivente Sezione nasce dalla precisa convinzione che la disciplina contenuta nelle norme in materia di esercizio delle professioni sanitarie non imponga l’osservanza assoluta e acritica delle linee guida riconosciute dalla comunità scientifica, a pena di incorrere in automatiche quanto pericolose responsabilità sul piano amministrativo, quanto piuttosto voglia offrire un modello comportamentale, a vantaggio del medico o dell’operatore sanitario, opponibile da quest’ultimo in caso d’imputazione per un reato colposo, al fine di confutare la contestazione di responsabilità penale.

CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIUR. REG. PER L’EMILIA ROMAGNA

Sentenza 11 maggio 2017, n. 100

SENTENZA

nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 44502 proposto ad istanza del Procuratore Regionale presso la Sezione Giurisdizionale per la Regione Emilia Romagna della Corte dei conti nei confronti di XX V.;

Visto l’atto di citazione;

Visti gli altri atti e documenti di causa;

Uditi nella pubblica udienza del giorno 8.03.2017 il relatore Cons. Alberto Rigoni, il Pubblico Ministero nella persona del S.P.G. Filippo Izzo, e l’Avv. L. Cicognani per la convenuta XX V.;

FATTO

Con atto di citazione regolarmente notificato la Procura Contabile cita in giudizio XX V., medico presso l’AUSL di Reggio Emilia, Ospedale di Montecchio Emilia (RE), per sentirla condannare al risarcimento del danno erariale quantificato in euro 237.500,00 per un caso di malpractice sanitaria.

La Procura Regionale, nel ricostruire i fatti di causa, riferisce che in data 12.05.2009 il sig. F. E. si era presentato, accompagnato dalla moglie, al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Montecchio (RE), accusando forti dolori addominali.

Secondo la ricostruzione operata dalla Procura attrice, XX V. avrebbe disposto la somministrazione di un farmaco contente ketoprofene, il quale avrebbe provocato uno shock anafilattico al paziente, fino al decesso intervenuto nel volgere di pochi minuti.

La Procura contabile riferisce che nella consulenza richiesta dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Emilia nel corso delle indagini preliminari (indicata come CTU nell’atto di citazione) era emersa l’allergia all’acido acetilsalicilico e ketoprofene, desumibile da una dichiarazione del medico curante, e che pertanto il decesso sarebbe stato causato dall’assunzione della predetta sostanza.

Tra gli eredi e l’azienda sanitaria si giungeva, in data 21.03.2010, ad un accordo transattivo, in base al quale l’AUSL di Reggio Emilia si impegnava a versare la somma di euro 300.000,00, oltre spese legali, onde evitare un giudizio avanti al Giudice civile per il risarcimento del danno.

Il procedimento penale terminava con la sentenza ex artt. 444 e ss. c.p.p. nei confronti della convenuta XX V. del G.I.P. del Tribunale di Reggio Emilia del 20.10.2010, divenuta irrevocabile il 10.02.2011, con la quale veniva applicata alla convenuta la pena di mesi sei di reclusione, con la sospensione condizionale, per il reato di omicidio colposo.

In base a quanto esposto in atto di citazione, il menzionato accordo transattivo con gli eredi del Sig. F. E. avrebbe generato, al netto della franchigia contrattuale prevista con la compagnia di assicurazione dell’AUSL di Reggio Emilia, un esborso effettivo di euro 237.500,00 (somma comprensiva delle spese legali liquidate al difensore delle parti private) che rappresenta l’ammontare del danno erariale contestato alla convenuta XX.

La Procura Regionale ritiene esistente la responsabilità amministrativa della convenuta a titolo di colpa grave.

Ritiene applicabile alla fattispecie l’art. 2236 c.c. in tema di responsabilità professionale, per il quale l’azienda ospedaliera non risponde dei danni derivanti da prestazioni che comportino la soluzione di problemi di particolare difficoltà, salvo i limiti necessariamente connessi al dolo ed alla colpa grave.
Contesta la colpa grave sotto il profilo dell’incapacità nella gestione del caso, di difetto di comunicazione con il personale infermieristico, d’insufficiente attenzione alle dichiarazioni del paziente deceduto che aveva dichiarato l’allergia, e richiama linee guida dalle quali sembra emergere la necessità di richiedere al paziente eventuali allergie e di annotare le risposte in cartella clinica.

La Procura attrice trova conferma delle predette deduzioni sulla base dell’avvenuta irrogazione della sanzione penale a seguito di giudizio ex artt. 444 e ss. c.p.p., che confermerebbe il nesso causale tra la condotta del medico e il fatto letale poi risarcito.

Richiamando l’art. 3, legge n. 189/2012, l’attrice, sostenendo che il mancato rispetto delle linee guida dimostri la colpa grave del medico, sul presupposto che detta norma esclude la responsabilità penale per colpa lieve, individuata come pedissequo rispetto delle linee guida medesime, rileva come la convenuta XX non abbia rispettato le minime regole di prudenza e perizia.

Conclude chiedendo la condanna della convenuta al risarcimento del danno erariale quantificato nella somma di euro 237.500,00, oltre interessi, rivalutazione e spese di giustizia.

Si costituisce in giudizio XX V. con gli avv.ti L. Cicognani del Foro di Bologna e C. Abbiati del Foro di Parma.

Dopo aver dettagliatamente ricostruito la vicenda, la convenuta si sofferma sul fatto che la scheda di Triage era stata compilata dalla caposala raccogliendo le informazioni dalla moglie del paziente e che non era stata immediatamente consegnata alla convenuta quando il paziente era entrato in ambulatorio per la visita.

In tal senso, XX V. afferma di aver effettuato l’anamnesi sulle dichiarazioni del solo paziente, il quale aveva riferito, come da attestazioni contenute nella cartella clinica, di non aver mai avuto problemi legati alla somministrazione di ASA, orientandosi, quindi, per la somministrazione di 2 fiale di 250 cc di fisiologica di Artrosilene, derivato del ketoprofene, quale farmaco utilizzato in via primaria nel trattamento della patologia rappresentata dal paziente.

Riferisce che, nonostante l’estensione della garanzia da polizza assicurativa, l’AUSL di Reggio Emilia non comunicava alla convenuta l’avvio della procedura di transazione.

La convenuta osserva come non esiste agli atti alcun documento che attesti le modalità di calcolo per le quali l’AUSL di Reggio Emilia avrebbe rimborsato la somma di euro 237.500,00 all’assicurazione sul maggior risarcimento di euro 337.400,00 (importo comprensivo di interessi e spese legali), concretamente versato agli eredi del Sig. F. E.. Infatti agli atti di causa risulta un bonifico da parte dell’azienda ospedaliera reggiana di rimborso del complessivo valore di € 703.855,12 per franchigia integrata.

Eccepisce la nullità della citazione per carente indicazione dei criteri per la determinazione del danno, nonché la prescrizione del credito erariale, poiché il pagamento sembrerebbe avvenuto nel marzo 2010, 
mentre la costituzione in mora, avvenuta il 10.08.2015, risulterebbe emessa fuori termine.

Afferma di aver sottoscritto la clausola di estensione delle coperture denominata “Garanzia per la copertura della colpa grave”, il cui premio veniva regolarmente pagato dalla XX mediante una trattenuta stipendiale mensile. In questo senso non vi sarebbero i presupposti per l’avvio dell’azione erariale, atteso che l’azienda reggiana non avrebbe dovuto rimborsare l’assicurazione per alcuna franchigia in relazione al sinistro occorso al Sig. F., tanto che si potrebbe ipotizzare un danno erariale in capo all’AUSL di Reggio Emilia per l’avvenuto rimborso di somme a titolo di franchigia alla compagnia di assicurazione aziendale in realtà non dovute per la previsione contrattuale descritta.

Contesta, nel merito, la sussistenza della colpa grave.

La difesa della convenuta fonda detta considerazione su alcuni punti fermi che sarebbero emersi sulla vicenda.

In particolare, la consulenza citata in atto di citazione non proviene da un consulente tecnico d’ufficio nominato dal Giudice, e non è stata resa nel contraddittorio tra le parti nel corso del dibattimento penale, ma si tratta di una relazione del perito di parte, nominato dal Pubblico Ministero penale nel corso delle indagini preliminari, senza alcun contraddittorio.

Inoltre XX V. osserva che il certificato del medico curante del paziente deceduto il 12.05.2009, che attesta l’allergia agli ASA, non era presente nella scheda di Triage, né era nella disponibilità della convenuta, essendo stato redatto successivamente alla data del decesso, come si evince dalla stessa consulenza del Pubblico Ministero penale laddove si fa riferimento alla nota del medico di base del Sig. F. rilasciata dopo l’avvenuto decesso, e quindi successiva ai fatti del 12.05.2009.

Rileva che il personale addetto alla Triage era assente al momento della visita nell’ambulatorio, per la stessa ammissione della caposala, che ha dichiarato di non essere stata presente alla visita perché impegnata in reparto.

Riferisce che la scheda di Triage è stata depositata nella cartella clinica dopo la visita del paziente, come emerge da una consulenza di parte allegata alla memoria di costituzione, da cui si evince che tale modulo, sebbene riporti orario elaborazione delle ore 08,54.41, sarebbe stato materialmente portato nell’ambulatorio del medico solo in un momento successivo rispetto alla visita che la XX ha svolto sul paziente. A dimostrazione di ciò, la scheda sanitaria di accettazione al pronto Soccorso porta l’orario delle 9,05, momento nel quale l’anamnesi familiare del paziente era stata realizzata dalla convenuta basandosi sulle sue dichiarazioni orali all’interno dell’ambulatorio, quando la scheda di Triage non era ancora stata trasmessa dall’accettazione.

Rileva altresì che, durante l’anamnesi, la XX chiedeva espressamente al paziente se questi soffrisse di eventuali allergie, ottenendo in risposta dal Sig. F., vigile e collaborante, una sola indicazione di generica intolleranza all’ASA, se ingerito, con effetti di solo bruciore gastrico, tant’è che la convenuta attestava: “intolleranza ad ASA, non vengono riferiti dal paziente problemi in passato legati alla somministrazione di ASA”. Detta circostanza sarebbe attestata dalla scheda di dimissione ospedaliera (SDO), che è atto di pubblico ufficiale e fa fede fino a querela di falso.

Ritiene che la propria condotta sia stata conforme alle linee guida fornite in tema di somministrazione di FANS dall’Agenzia del Farmaco, e come tale priva di negligenza, imprudenza o imperizia.

Rileva l’esistenza di deficit organizzativi dell’AUSL di Reggio Emilia, Ospedale di Montecchio Emilia (RE), in materia di accoglienza dei pazienti del Pronto Soccorso, che incide sul nesso causale.

Contesta il quantum per l’assenza di dimostrazione, da parte della Procura Contabile, dell’effettivo esborso da parte dell’azienda per il fatto sottoposto a giudizio.
In subordine, chiede la riduzione dell’addebito.

All’udienza del 8.03.2017 erano presenti per la Procura Regionale il S.P.G. F. Izzo e per la convenuta XX V. l’Avv. L. Cicognani, i quali si sono riportati alle rispettive conclusioni in atti.

DIRITTO

La contestazione di responsabilità amministrativa per un danno indiretto da malpractice sanitaria, sulla quale la Sezione è tenuta a pronunciarsi nell’odierno giudizio, origina dal risarcimento versato in favore degli eredi del Sig. F. E., deceduto nel Pronto Soccorso dell’Ospedale di Montecchio Emilia (RE) il 12.05.2009, presso il quale si era recato accusando forti dolori addominali, dopo che la convenuta XX V., medico addetto al predetto reparto ospedaliero, aveva disposto la somministrazione di un farmaco a base di ketoprofene che, come sembrerebbe emergere dal referto autoptico, ha provocato uno shock anafilattico al paziente con conseguente arresto respiratorio e decesso.

Gli eredi hanno ottenuto complessivamente la somma di euro 300.00,00, oltre ad euro 37.440,00 per l’assistenza legale (come si evince dall’atto di transazione e quietanza, redatto su prestampato della compagnia di assicurazione ASSIMOCO S.p.A. del 24-29.03.2010) al fine di evitare un giudizio avanti all’Autorità Giudiziaria Ordinaria che si sarebbe potuto concludere con esborsi maggiormente gravosi in caso di soccombenza. Detta somma è stata ritenuta congrua dalla Commissione Valutazione Sinistri nella seduta del 23.02.2010.

Nel presente giudizio contabile l’unica convenuta è XX V., medico del Pronto Soccorso che ha visitato il Sig. F. E. il giorno dell’accoglienza nel reparto, che la Procura attrice identifica come unica responsabile del decesso del paziente per colpa grave, avendo disposto la somministrazione di un farmaco a base di un principio attivo che avrebbe determinato una reazione allergica e il conseguente shock anafilattico.

La Sezione è tenuta, innanzi tutto, a pronunciarsi sull’eccezione difensiva, di natura preliminare d’intervenuta prescrizione dell’azione di responsabilità amministrativa per decorso del termine quinquennale dalla data in cui si è verificato l’evento dannoso (12.05.2009), come previsto dall’art.1, comma 2, legge n. 20/1994.

L’eccezione è infondata.

Il termine prescrizionale decorre, per giurisprudenza pressoché costante di questa Corte, dal momento in cui l’amministrazione danneggiata ha sofferto l’effettiva diminuzione patrimoniale, che s’identifica nel momento in cui è avvenuto l’esborso concreto (Sez. II App., n. 129/2017).

Nel caso di specie ASSIMOCO S.p.A. ha formulato all’AUSL di Reggio Emilia, con lettera raccomandata A.R. del 13.12.2010, la richiesta di rimborso della somma complessiva di euro 703.855,12 ai sensi dell’art. 31 delle condizioni particolari del contratto di assicurazione intercorrente tra le parti. Detta somma costituiva l’importo complessivo delle franchigie dovute dall’azienda sanitaria alla compagnia di assicurazione per una serie di sinistri avvenuti tra il 28.11.2008 e il 7.12.2010, tra cui anche il sinistro di cui è causa, indicato con una franchigia di ammontare pari ad euro 237.500,00.

La somma complessivamente richiesta di euro 703.855,12 è stata versata, a mezzo bonifico bancario, in data 15.04.2011, come emerge dall’ordinativo di pagamento n. 1434 dell’AUSL di Reggio Emilia (allegato sub. doc. 3 della Procura attrice), e, pertanto, solo da quella data decorrono i cinque anni, previsti dall’art. 1, comma 2, legge n. 20/1994, per l’esercizio dell’azione del Pubblico Ministero contabile.

La notificazione dell’invito a fornire deduzioni è stato notificato a XX V. in data 26.02.2016, quindi prima del decorso del termine di prescrizione.

La seconda eccezione preliminare riguarda la nullità dell’atto di citazione per violazione dell’art. 86, comma 2, lett. c), e) ed f) del D.lgs. n. 174/2016 nella parte in cui la Procura attrice omette di esplicitare i criteri in base ai quali giunge ad una quantificazione del danno per euro 237.500,00.

In effetti, la determinazione del danno erariale indiretto del quale si chiede ristoro nel presente giudizio è apparsa di difficile inquadramento anche da parte del Collegio che, peraltro, ha ricostruito la somma oggetto dell’effettivo esborso dell’AUSL di Reggio Emilia sulla base della corrispondenza intercorsa tra la compagnia di assicurazione ASSIMOCO S.p.A. e la Direzione Generale della predetta azienda sanitaria, i cui passaggi fondamentali sono stati già in precedenza esplicitati (valore della transazione pari ad euro 337.440,00 liquidata direttamente dall’assicurazione agli eredi F., richiesta complessiva per franchigie complessivamente dovute dall’AUSL di Reggio Emilia all’assicurazione per euro 703.855,12, valore della franchigia specifica per il caso concreto pari ad euro 237.500,00).

Vi è da dire, inoltre, che l’atto di citazione introduttivo del presente giudizio è stato depositato nella Segreteria della Sezione Giurisdizionale il 16.05.2016, quando il D.lgs. n. 174/2016 non era ancora in vigore e quando vigeva il rinvio dinamico alle disposizioni corrispondenti del codice di procedura civile, tra cui, in particolare, gli artt. 163 e 164 c.p.c.

Pertanto, indipendentemente dall’identificazione delle norme che disciplinano la forma dell’atto di citazione della Procura contabile, il Collegio non ritiene che siano stati omessi elementi fondamentali per la quantificazione del danno erariale o che non siano stati illustrati i criteri per la sua quantificazione, posto che appare semplice, sulla base degli enunciati contenuti nell’atto introduttivo, ripercorrere i principali fatti che hanno condotto alla quantificazione della pretesa attorea e dell’identificazione della presunta responsabile.

Sempre in via preliminare, non può trovare accoglimento l’osservazione, di parte convenuta, che vorrebbe attribuire ad altrui condotta il danno erariale cagionato all’AUSL di Reggio Emilia, partendo dal presupposto che XX V. aveva sottoscritto la clausola di estensione della copertura denominata “Garanzia per la copertura della colpa grave” per la quale versava un premio fisso mediante trattenuta stipendiale, clausola che non sarebbe stata attivata dall’azienda sanitaria.
In effetti, il danno erariale di cui si discute è l’esborso che l’azienda sanitaria di Reggio Emilia ha disposto nella fattispecie agli eredi del paziente deceduto in sede transattiva, e che è stato quantificato, come detto, nella somma di euro 237.500,00. Tale dato numerico non è in discussione, posto che spetta alla Sezione stabilire se la convenuta sia il soggetto cui attribuire la condotta contestata che ha portato a detto esborso, e se detta condotta sia connotata dall’elemento soggettivo minimo per la configurazione della responsabilità amministrativa.

Peraltro, nell’ambito della responsabilità medica per malpractice avanti alla Corte dei conti, non trovano ingresso rapporti strettamente civilistici tra il presunto responsabile e la compagnia di assicurazione, la quale non potrebbe esser chiamata in causa a garanzia dell’assicurato, posto che detta chiamata comporterebbe la sottoposizione al giudizio contabile di profili inerenti il rapporto interno tra assicurazione e assicurato governato da regole civilistiche e sottoposto alla giurisdizione ordinaria, trattandosi di soggetto privato nei confronti del quale la Corte non può giudicare (Sez. Calabria n. 111/2015). Allo stesso modo non rileva, nel presente giudizio, l’attivazione o meno della garanzia specifica per il medico ospedaliero da copertura per colpa grave, posto che detta clausola potrà essere attivata avanti al Giudice Ordinario civile successivamente all’eventuale condanna inferta dalla Corte dei conti per colpa grave, sia perché l’eventuale condanna avanti al Giudice contabile ne costituisce il formale presupposto giuridico (essendo la Corte dei conti l’unica autorità giudiziaria che può accertare detto elemento soggettivo), sia anche perché, come detto, le ricadute civilistiche nel rapporto trilaterale azienda sanitaria/assicurazione/medico vanno sottoposte alla giurisdizione ordinaria del Giudice civile.

Passando al merito, la Sezione ritiene che la domanda della Procura Regionale non sia fondata, e come tale debba essere rigettata.

Si premette che, come giustamente evidenziato da parte della difesa della XX, la consulenza del Dott. Giorgio Gualandri, resa nel corso del procedimento penale n. 3791/09 R.G.N.R. avanti la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Emilia, non può essere considerata una consulenza tecnica d’ufficio proprio perché si tratta, come detto, di una consulenza di parte del Pubblico Ministero penale nel procedimento per il reato di cui all’art. 589 c.p. per l’omicidio colposo del paziente Sig. F. E..

Per tale motivo la consulenza del Dott. Gualandri è un atto di parte, ordinato dal titolare dell’indagine penale ad un esperto di sua fiducia, ed elaborato in assenza di qualsivoglia contraddittorio in virtù della connotazione di parte (pubblica, ma sempre parte) del Pubblico Ministero.

Tale documento, quindi, non può minimamente assumere il valore chiarificatore e probatorio della perizia esperita in dibattimento penale, dopo il rinvio a giudizio, avanti al Collegio giudicante ai sensi degli artt. 220 c.p.p., ove vige la possibilità per entrambe le parti (sia per il Pubblico Ministero che per l’imputato) di nominare propri consulenti ai sensi dell’art. 225 c.p.p.

Né la consulenza tecnica in questione, disposta durante le indagini preliminari, può avere lo stesso valore probatorio che nel processo civile assume una C.T.U., proprio per la strutturale mancanza di contraddittorio che, invece, si avrebbe nella consulenza d’ufficio, avanti al Giudice civile, disposta ai sensi degli artt. 191 e ss. c.p.c.

Riportata nella dimensione processuale che le appartiene, il Collegio osserva, tuttavia, che detta relazione, contenente il referto autoptico sul paziente deceduto, possa esser valutata liberamente dalla Sezione giudicante, secondo prudente apprezzamento ai sensi dell’art. 95, terzo comma, D.lgs. n. 174/2016, quale allegazione probatoria di parte da cui poter trarre elementi di giudizio, soprattutto per quanto attiene alla valutazione della causa del decesso, da attribuirsi effettivamente all’insorgenza improvvisa di uno shock anafilattico da somministrazione di un farmaco non tollerato.

L’accertamento della causa del decesso, tuttavia, non elimina la necessità di verificare se lo stesso è stato determinato da colpa grave del medico che ha materialmente prescritto il farmaco nel corso della visita al Pronto Soccorso il 12.05.2009.

Infatti, è onere dell’attrice dimostrare compiutamente tutti gli elementi della responsabilità amministrativa della convenuta, con particolare riferimento all’elemento soggettivo.

Il richiamo alle linee guida che, nella fattispecie, non sarebbero state osservate da XX V., secondo la ricostruzione della Procura attrice, non è sufficiente a dimostrare la sussistenza dell’elemento soggettivo minimo per configurare una responsabilità erariale del medico (Sez. Emilia Romagna, n. 49/2016 e 74/2016).
A giudizio del Collegio non convince l’assioma secondo il quale qualsiasi condotta del medico difforme da linee guida di per sé dimostra l’esistenza dell’elemento soggettivo della colpa grave.

La posizione della scrivente Sezione nasce dalla precisa convinzione che la disciplina contenuta nelle norme in materia di esercizio delle professioni sanitarie non imponga l’osservanza assoluta e acritica delle linee guida riconosciute dalla comunità scientifica, a pena di incorrere in automatiche quanto pericolose responsabilità sul piano amministrativo, quanto piuttosto voglia offrire un modello comportamentale, a vantaggio del medico o dell’operatore sanitario, opponibile da quest’ultimo in caso d’imputazione per un reato colposo, al fine di confutare la contestazione di responsabilità penale.

Tale modello comportamentale può essere fatto valere solamente dal medico o dall’operatore sanitario a proprio vantaggio per contrastare la pretesa punitiva in ipotesi accusatoria di un reato colposo, laddove egli ritenga di aver seguito norme comportamentali valide a escluderne la punibilità (Cass. Pen. n. 16237/2013), e non certo a discapito dello stesso, sul piano della responsabilità civile o ammnistrativa, qualora la condotta del sanitario non sia stata aderente a dette “guidelines”.
Si osserva, infatti, che l’art. 3, primo comma, D.L. n. 158/2012, convertito in legge n. 189/2012, ora abrogato dall’art. 6, comma 2, legge n. 24/2017, richiamato in atto di citazione e assunto a parametro normativo dall’accusa quale valutazione dell’elemento soggettivo nei casi di malpractice, si riferisce espressamente alle ipotesi colpose delle fattispecie penali cui possono incorrere i medici, e non può trovare acritica applicazione anche nel giudizio di valutazione della colpa grave avanti alla Corte dei conti.

La norma citata affermava che il medico non rispondeva penalmente per la colpa lieve se si attiene: “ … a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica …”.

Secondo la prospettazione attorea questa disciplina, nel distinguere tra i vari gradi della colpa, introdurrebbe un precetto normativo che farebbe scattare la colpa grave in caso di mancata osservanza delle linee guida e dei consueti protocolli di approccio al paziente.

In altri termini l’ipotesi accusatoria, enunciata in atto di citazione, induce a ritenere gravemente colpevole il medico che non si sia attenuto alle linee guida, facendo sorgere, di fatto, in maniera automatica, la dimostrazione dello stato soggettivo minimo per la perseguibilità in sede contabile unicamente a seguito alla semplice inosservanza di dette raccomandazioni.

A giudizio del Collegio questo paradigma non può essere condiviso, per una serie di ragioni.

In primo luogo, come detto, l’art. 3, primo comma, legge n. 189/2012, introduceva nell’Ordinamento Giuridico una valutazione che operava solamente nell’ambito della responsabilità penale e unicamente per le fattispecie colpose (per le quali, in ambito sanitario, con la legge n. 24/2017 è stato inserito il nuovo art. 590 sexies c.p., che prevede la non punibilità, limitatamente a condotte connotate da imperizia, se sono state seguite linee guida o buone pratiche clinico-assistenziali), maggiormente frequenti nella professione sanitaria.

In questo senso, nella vigenza del citato art. 3, primo comma, legge n. 189/2012, spettava al medico cui fosse attribuita una responsabilità penale colposa allegare le linee guida alle quali la sua condotta si sarebbe conformata, al fine di consentire al Giudice, nel processo penale, di verificare la correttezza e l’accreditamento presso la comunità scientifica delle pratiche mediche indicate dalla difesa, e l’effettiva conformità ad esse della condotta tenuta dal medico nel caso di specie (Cass. Pen. n. 21243/2014).

La funzione delle linee guida, ad oggi sottoposte alla nuova disciplina di riordino formulata dalla legge n. 24/2017, si manifestava sul piano meramente difensivo, nel senso che esse potevano costituire un valido argomento per far attivare, sempre nel caso di un procedimento penale, l’esimente di cui all’art. 3, primo comma, legge n. 189/2012.

È dunque opinione del Collegio che detta esimente poteva e possa tutt’oggi (nella nuova formulazione di cui all’art. 590 sexies, secondo comma, c.p.) operare solamente sul piano della responsabilità penale, invocabile unicamente dal sanitario cui sia imputato un reato colposo conseguente all’esercizio della professione medica onde contrastare la pretesa punitiva del Pubblico Ministero ordinario.

In più, spetta alla parte che le allega e che intende valersene in giudizio (nel nostro caso dalla Procura contabile attrice) dimostrare che le raccomandazioni diagnostiche di cui si chiede la valutazione e l’applicazione alla fattispecie concreta siano accreditate presso la comunità scientifica e che siano provenienti da fonti autorevoli, nonché conformi alle regole della migliore scienza medica e non ispirate ad esclusiva logica commerciale (Cass. Pen., Sez. IV, n. 35922/2012).
Pertanto appare illogico che l’esimente di cui all’art. 3, primo comma, legge 189/2012, sia invocata a contrariis per affermare una responsabilità non solo di contenuto diverso da quello penalistico, ma per confermarne positivamente l’esistenza, da parte della pubblica accusa, laddove detta esimente non possa operare.

Ne consegue che nel caso della responsabilità amministrativa per danno sanitario va dimostrata la colpa grave del convenuto nel caso specifico, e pertanto vanno indicati gli elementi di prova in base ai quali, sul caso concreto, l’accusa ritiene che vi sia stata violazione delle buone pratiche mediche. Non appare, dunque, corretto ritenere che l’esistenza di particolari linee guida che si pongono, in astratto, in contrasto con la condotta del medico nel fatto che ha determinato una lesione al paziente sia di per sé sufficiente a dimostrare che la condotta del sanitario sia sicuramente connotata da colpa grave.

In secondo luogo va evidenziato che il concetto di colpa grave si differenzia tra l’ambito penalistico (dove per l’esimente in parola viene in rilievo la sola imperizia, non estendendosi anche ad errori diagnostici per negligenza o imprudenza; Cass. Pen., n. 26996/2015) e l’ambito giuscontabile (dove la colpa grave del medico sussiste anche per errori non scusabili per la loro grossolanità o l’assenza delle cognizioni fondamentali attinenti alla professione o il difetto di un minimo di perizia tecnica e ogni altra imprudenza che dimostri superficialità; Sez. III App., n. 601/2004), con ciò introducendo una valutazione ad ampio spettro dell’elemento soggettivo nella responsabilità medica sul piano erariale.

In terzo luogo, ai fini della valutazione del nesso causale tra la condotta dei sanitari e il danno indiretto per malpractice medica, non è sufficiente contestare una condotta difforme dalle linee guida prodotte in giudizio dalla parte pubblica (nel caso in cui si dimostri che le stesse sono accreditate presso la comunità scientifica), ma spetta al Pubblico Ministero la dimostrazione positiva che le scelte diagnostiche e chirurgiche operate nel caso concreto si sono poste quale causa efficiente diretta del disagio arrecato al paziente, che ha portato alla richiesta di risarcimento del danno liquidato dalla struttura aziendale pubblica.
In altri termini, la sola condotta difforme alle linee guida che il P.M. indica come violate o non rispettate appieno, non è sufficiente per sostenere che vi sia nesso causale tra il loro mancato rispetto e l’evento dannoso.

Tale dimostrazione, invece, deve essere calata nel caso concreto di cui si discute, ove la semplice difformità tra linee guida allegate in atto di citazione e la condotta tenuta dal medico o dai suoi collaboratori non basta a ritenere sussistente un valido nesso causale ma può, al più, ritenersi un indice rivelatore che va corroborato con altre risultanze di fatto da verificarsi nell’evento storico che ha determinato la fattispecie dannosa.

Pertanto, alla luce delle considerazioni che precedono, ai fini dell’affermazione della responsabilità amministrativa della convenuta XX V. andrebbero dimostrati dall’attrice, all’interno della fattispecie, la sussistenza di tutti gli elementi oggettivi e soggettivi che ne stanno alla base, in particolare la colpa grave che va verificata sulla condotta concretamente tenuta dalla convenuta in occasione del ricovero del 12.05.2009.

Per quanto riguarda la conclusione della vicenda penale con sentenza emessa a seguito di applicazione della pena su richiesta della parte ex art. 444 e ss. c.p.p. del G.U.P. presso il Tribunale di Reggio Emilia, n. 1548/10 del 20.10.2010, irrevocabile dal 10.02.2011, la Sezione, nel riconoscere l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario, in base al quale la sentenza di “patteggiamento”, pur non avendo gli effetti di cui all’art. 651 c.p.p. sul processo contabile come per le sentenze penali emesse a seguito di dibattimento, pone a carico di parte convenuta l’obbligo di dimostrare l’inattendibilità dei fatti contestati e i motivi per cui è stato chiesto di patteggiare la pena pur non essendo autore del fatto illecito (Sez. Campania, n. 113/2017), ritiene che detta sentenza non sia sufficiente a dimostrare l’effettiva colpa grave della XX.

I motivi che inducono a richiedere l’applicazione della pena, secondo il rito alternativo di cui agli artt. 444 e ss. c.p.p., possono essere molteplici anche a prescindere dall’effettiva responsabilità penale del richiedente. Infatti la sentenza di “patteggiamento”, pur essendo equiparata ad una sentenza di condanna, non può essere ritenuta tale perché l’accordo tra l’imputato e il P.M. non può costituire prova di ammissione di responsabilità, tanto che detta sentenza non costituisce prova, in base ad un orientamento condivisibile, nel processo civile per il risarcimento danni (Cass. Civ., ord. n. 27071/2013). Ne consegue che i motivi che spingono il soggetto sottoposto a procedimento penale a chiedere l’applicazione di una pena pur di chiudere rapidamente la vertenza penale, che non si limitano alla sola riduzione quantitativa di un terzo, prescindono dall’effettiva colpevolezza. Ciò accade, a maggior ragione, nei reati di cui agli artt. 589 e 590 c.p. contestati nell’ambito dell’esercizio di una professione sanitaria, proprio per la natura colposa del reato in questione (la cui condanna comporta un minor discredito sul piano sociale) e per gli indubbi vantaggi conseguenti all’accordo, che si sostanziano, nel caso di cui si discute, principalmente nella mancata applicazione delle pene accessorie, in particolare l’interdizione dalla professione (art. 19, comma primo, n. 2, c.p.) che, nel caso di un medico ospedaliero, costituisce un rischio grave per la continuazione del proprio rapporto di lavoro con la struttura pubblica.

Tornando, quindi, all’effettiva condotta tenuta dalla convenuta in occasione della visita del defunto Sig. F. E. presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Montecchio Emilia il 12.05.2009, la Sezione ritiene che la colpa grave di XX V. non sia stata dimostrata dall’accusa per vari aspetti in fatto che sono emersi nel corso del giudizio.

In particolare il Collegio ritiene determinanti le seguenti circostanze di fatto per ritenere insussistente la colpa grave della convenuta:

a) tra il momento dell’accettazione del paziente, avvenuta secondo la scheda Triage alle 8.49, l’ingresso in ambulatorio alle 9,05 e l’applicazione della terapia con ketoprofene alle 9,25, l’intera vicenda si è consumata nel giro di pochi minuti, nell’ambito di un reparto d’urgenza ospedaliero, dove notoriamente le prestazioni dei medici, degli infermieri e di tutto il personale di supporto devono esser rese in tempi rapidi e nei confronti di numerosi utenti e familiari, comprensibilmente in stato d’agitazione collegato alla patologia insorta repentinamente o alla gravità dei sintomi percepiti;

b) è emerso in maniera incontrovertibile che la scheda di Triage non era in possesso di XX V. al momento della visita del Sig. F.. Questo dato di fatto affiora chiaramente dalle dichiarazioni di Brozzi Maura, operatrice di Triage in Pronto Soccorso il 12.05.2009, laddove afferma, nella relazione consegnata alla Direzione Generale del nosocomio, che il Sig. F. aveva a lei dichiarato “…allergia ad Aspirina e derivati”, e che si era alternata tra l’attività di Triage e l’ambulatorio e aveva apportato modifiche ortografiche alla predetta scheda, e solo successivamente a detti concitati incombenti aveva consegnato detto documento nell’ambulatorio ove si trovava la XX, dopo che la visita al Sig. F. si era conclusa, essendo lo stesso presente già in sala d’attesa alle 9,39, al momento in cui ha presentato i primi sintomi di shock anafilattico. Questo dato di fatto è altresì confermato dalla scheda di accesso al Pronto Soccorso, da cui si evince che il paziente è entrato effettivamente in ambulatorio alle ore 9,05, e che in quella sede l’anamnesi, attività tipica del Triage, è stata ripetuta dalla stessa XX in quanto la stessa riporta una riferita (dal paziente e in quel contesto) intolleranza agli ASA, e che lo stesso Sig. F. le aveva comunicato che, in passato, non aveva avuto problemi legati alla somministrazione di ASA;

c) è indubitabile che le annotazioni del medico di base del paziente deceduto, Dott. Mitaritonna, indicanti le allergie sofferte dal Sig. F., non fossero nella disponibilità della XX al momento della visita, sia perché detto documento viene indicato dal Dott. Gualandri tra la documentazione che aveva disponibile al momento dell’autopsia, e quindi dopo diversi giorni dal fatto, sia perché di tale documento non viene fatta alcuna menzione nella scheda di accesso al Pronto Soccorso né nella scheda di Triage che, come detto, riportano annotazioni di intolleranze meramente riferite dal paziente, ma non supportate dalla descrizione, da parte dello stesso, di episodi acuti a seguito dell’effettiva somministrazione di queste molecole.

In conclusione, non sembra al Collegio che la gestione del paziente da parte della XX sia stata superficiale o priva delle attenzioni che rientrano nel normale esercizio della professione medica, tenuto conto della fisiologica concitazione del reparto in cui la convenuta ha prestato la propria attività professionale. La prescrizione del ketoprofene è stata decisa in assenza della scheda di Triage, ma sulla base dell’anamnesi effettuata in prima persona dal medico sulla base delle dichiarazioni del Sig. F., il quale, nel riferire una generica intolleranza, ha altresì rassicurato i sanitari affermando di non aver mai avuto in passato problemi legati alla somministrazione di detti farmaci.

Queste circostanze inducono ad escludere la esistenza della colpa grave, e a determinare il rigetto delle domande della Procura attrice, per l’insussistenza della responsabilità amministrativa della convenuta XX V. dovuta alla mancanza dell’elemento soggettivo minimo richiesto.

In conclusione va rigettata la domanda attorea, e conseguentemente la convenuta XX V. va assolta dagli addebiti attribuiti in citazione, liquidando nel dispositivo della presente sentenza l’ammontare degli onorari e dei diritti per la difesa costituita.

P.Q.M.

La Corte dei conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Emilia Romagna, definitivamente pronunciando,

RIGETTA

La domanda attorea nei confronti di XX V.

CORTE CONTI EMILIA ROMAGNA CONCETTO DI DANNO IMMAGINE DEL DIPENDENTE PUBBLICO

CORTE CONTI EMILIA ROMAGNA CONCETTO DI DANNO IMMAGINE DEL DIPENDENTE PUBBLICO

TROVO DI ASSOLUTO GRANDE INTERESSE LA SEGUENTE SENTENZA, PERCHE’ ANALIZZA IN MODO COMPLETO E CON ATTENZIONE ECCELLENTI IL CONCETTO DI DANNO DA IMMAGINE DAL DIPENDENTE PUBBLICO

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CORTE CONTI EMILIA ROMAGNA AVVOCATO ESPERTO
Anche in relazione a tale fattispecie, pertanto, il riferimento al danno all’immagine, in assenza di una specifica disposizione derogatoria, si inserisce nella disciplina propria del danno all’immagine della pubblica amministrazione, sopra descritta, in quanto presuppone la commissione del delitto previsto dal comma 1 dell’art. 55 quinquies. Affinché il danno all’immagine sia in concreto perseguibile, deve quindi realizzarsi la seconda delle condizioni previste dal menzionato art. 1, comma 1 sexies, legge n. 20/1994, introdotto dalla legge n. 190/2012: il reato deve essere accertato con sentenza del giudice ordinario penale passata in giudicato.

AFFERMA LA SENTENZA

1)La Sezione ritiene che la Procura abbia fornito piena prova della condotta illecita tenuta dal convenuto che, nel periodo di osservazione, si è assentato dal lavoro nei periodi specificati a pag. 1 della citazione, facendo dolosamente risultare la propria presenza in servizio. Le condotte tenute consistevano, principalmente, nel timbrare l’entrata ed uscire immediatamente dal posto di lavoro per accompagnare il figlio a scuola, ovvero uscire nel corso della giornata, senza timbrare l’uscita né l’entrata al ritorno in ufficio, per recarsi presso supermercati limitrofi, ovvero per effettuare altre uscite di carattere personale. Tali fatti, che nel loro materiale accadimento non sono contestati dal convenuto, appaiono ampiamente documentati dalle riprese fotografiche, filmati e pedinamenti registrati nelle annotazioni di polizia giudiziaria svolti nel corso dell’indagine penale, realizzata dalla polizia municipale su delega del pubblico ministero penale (nota dep. 1, all. 4, doc. 14).

Di contro, risultano infondate le argomentazioni dedotte dalla difesa del convenuto.

2)In primo luogo, si osserva che il comune di Omissis aveva emanato precise disposizioni attuative in materia di orario di lavoro del personale dipendente, dolosamente violate dal convenuto, con regolamento allegato alla determinazione n. 1383/E del 30 dicembre 2003, modificata dalla determinazione n. 1332 del 30 dicembre 2005: “Durante l’attività lavorativa il dipendente non può assentarsi senza essere preventivamente autorizzato dal Responsabile del settore/servizio.

3)Al dipendente possono essere concessi, per particolari esigenze personali, brevi permessi – vedi art. 20 CCNL 6/7/95 – di durata non superiore alla meta` dell’orario di lavoro giornaliero. I permessi complessivamente concessi non possono eccedere le 36 ore nel corso dell’anno e devono essere recuperati entro il mese successivo. Spetta al Responsabile la relativa autorizzazione (modulo B).

4)In caso di mancato recupero entro il mese successivo si provvederà ad effettuare una trattenuta sulla retribuzione pari alle ore non recuperate” (pagg. 4 e ss.: nota dep. 1, doc. 14, all. 3).

Nessun permesso per motivi personali risulta essere mai stato chiesto né concesso né prima, come previsto dalla disposizione, né successivamente, in relazione alle assenze documentate in atti, che, pertanto, devono essere qualificate quali assenze ingiustificate.

Neppure risulta il malfunzionamento dell’apparato marcatempo. Eventuali malfunzionamenti sarebbero comunque dovuti essere tempestivamente segnalati e le uscite debitamente giustificate dal convenuto al servizio competente, cosa che non ha fatto.

Inoltre, dal verbale di sommarie informazione rese in data 8 giugno 2015 dalla dipendente Ba.Si., in servizio presso l’ufficio del personale e addetta all’elaborazione delle buste paga e al controllo delle presenze del personale comunale, risulta che l’Ag. non ha computato, nei riepiloghi mensili, le assenze oggetto del giudizio. Il riepilogo di maggio, al tempo dello svolgimento delle indagini, era provvisorio (nota dep. 1, doc. 14, all. 6). Ciò nonostante, l’Ag. non ha segnalato le uscite per motivi personali nemmeno successivamente, né ha provato nel corso del giudizio che queste erano state autorizzate. A tal fine appare irrilevante la mera elencazione in astratto delle mansioni esterne attribuite al dipendente, posto che queste dovevano comunque essere di volta in volta registrate sull’apposito registro, cosa che l’Ag. non ha fatto, come non ha segnato le uscite con l’apparato marcatempo, facendo così risultare, con artifici e raggiri, una presenza in servizio che non era vera, presenza poi falsamente attestata nei riepiloghi mensili. Si ribadisce che le prove offerte dalla Procura dimostrano con certezza che tali uscite sono state tutte effettuate per motivi personali mentre il convenuto risultava regolarmente in servizio.

  1. La condotta illecita tenuta dall’Ag. è imputabile a titolo di dolo, in quanto lo stesso ha volutamente fatto risultare le presenze in servizio, per esempio timbrando l’entrata la mattina ed uscendo immediatamente dalla sede di servizio per accompagnare il figlio a scuola o per andare a fare la spesa, al fine di ricevere la normale retribuzione per le ore illecitamente non lavorate e senza recuperare le ore di lavoro non effettuate.
  2. Sussiste anche il nesso di causalità tra la condotta dolosa accertata ed il danno contestato, in quanto la conseguenza dannosa subita dal comune è direttamente correlata alla condotta assenteistica nella consapevolezza che la sistematicità delle condotte assenteistiche provoca anche ulteriori pregiudizi all’amministrazione comunale ad ai servizi da essa erogati.
  3. Poiché l’attore ha fornito la prova che le uscite sono state fatte per motivi personali senza le timbrate in uscita e senza avere chiesto e ottenuto il permesso, quindi il dipendente risultava presente ed in servizio, il convenuto avrebbe dovuto fornire la prova contraria consistente nell’aver ottenuto i prescritti permessi, o che le uscite erano per servizio, e di avere segnalato l’uscita, in modo da porre l’amministrazione in condizione di tenere una corretta contabilità delle ore lavorate. Questa prova avrebbe dovuto essere specifica e relativa a ciascuna delle uscite documentate.

Neppure assume rilevanza scriminante la circostanza che i dipendenti del servizio biblioteca comunicavano tra loro con “WhatsApp” i permessi e le assenze temporanee. Trattasi, infatti, di mere comunicazioni informali, che peraltro non si riferiscono alle assenze contestate. Tali messaggi, inoltre, sono di dubbia riferibilità soggettiva, come è dubbia la fondatezza dei fatti imputati al responsabile del servizio, che comunque esulano dall’oggetto del giudizio (doc. 11 e 12 allegati alla memoria).

CORTE DEI CONTI EMILIA ROMAGNA – BOLOGNA
SENTENZA 16 NOVEMBRE 2017, N. 225
DATA UDIENZA 27 GIUGNO 2017

INTEGRALE

DANNO ERARIALE – DIPENDENTE COMUNALE – RESPONSABILITÀ – ORE ILLECITAMENTE NON LAVORATE – SEDE DI SERVIZIO – ASSENZE INGIUSTIFICATE 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIURISDIZIONALE

PER LA REGIONE EMILIA – ROMAGNA

Composta dai magistrati

Dr. Donato Mario FINO Presidente

Dr. Marco PIERONI Consigliere

Dr. Claudio CHIARENZA Consigliere relatore

Ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 44541 del registro di segreteria proposto ad istanza della Procura Regionale presso la Sezione Giurisdizionale per la Regione Emilia – Romagna, in persona del S.P.G. Dr. Attilio BECCIA nei confronti di:

1) Ag. An. nato a Omissis il (…), residente in Omissis(BO) alla via (…), C.F. (…), rappresentato e difeso dagli Avv.ti St.SC. e Ma.PA. del Foro di Bologna, ed elettivamente domiciliato presso il loro studio in Bologna, Piazza (…), come da procura alle liti in calce alla comparsa depositata il 25 maggio 2017;

Visto l’atto di citazione;

Visti gli altri atti e documenti di causa;

Uditi nella pubblica udienza del 14 giugno 2017, con l’assistenza della Dott.ssa Lucia Caldarelli, il relatore Cons. Claudio Chiarenza, il Pubblico Ministero nella persona del S.P.G. Dr. Roberto Angioni e l’Avv. St.Sc. per il convenuto An.Ag.;

CONCLUSIONI DELLE PARTI

Per il Pubblico Ministero:

1) Rigettare le avverse difese ed eccezioni e condannare il convenuto Ag. An.al pagamento, in favore del Comune di Omissis(BO), della complessiva somma di E. 12.458,46, o della diversa somma che la Corte riterrà di giustizia, oltre a rivalutazione e interessi legali dalla data delle singole maturazioni dei crediti erariali fino al soddisfo e delle spese di giudizio.

Per il convenuto Ag. An.(Avv. St.Sc. e Ma.Pa.):

1) Respingere tutte le eccezioni, difese e conclusioni formulate dal Pubblico Ministero nell’atto di citazione, in quanto infondate in fatto e in diritto;

2) Con vittoria delle spese del presente giudizio.

MOTIVAZIONE

Si espongono concisamente le ragioni di fatto e di diritto della decisione, i sensi dell’art. 5, comma 2, e dell’art. 39, comma 2, lett. d) del codice di giustizia contabile.

  1. La Procura regionale ha promosso l’azione di responsabilità nei confronti di Ag. An., in qualità di dipendente del Comune di Omissis(BO) con la qualifica di istruttore amministrativo e mansioni di bibliotecario, in relazione alla dolosa condotta assenteistica dallo stesso tenuta in più occasioni dal 29 aprile 2015 al 10 giugno 2015 (specificate a pag. 1 della citazione in giudizio), periodo in cui si assentava ingiustificatamente dal servizio senza effettuare le relative timbrature in uscita o le previste registrazioni sul registro delle uscite per servizio, ma attestando falsamente, nel riepilogo mensile delle presenze, ore lavorate mai effettuate.

La Procura riferisce che le assenze dal servizio sono state effettuate per motivi personali (principalmente per accompagnare il figlio a scuola e per fare la spesa nei supermercati limitrofi). Una volta, il 7 maggio 2015, il convenuto ha attestato falsamente, sull’apposito registro, di essere uscito per esigenze di servizio, essendosi invece recato al supermercato “Coop”.

In relazione a tale condotta, espressamente sanzionata dall’art. 55 quinquies del D. Lgs. vo n. 165/2001, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna ha aperto il procedimento penale R.G.N.R. n. 7209/2015. Ad esito delle indagini svolte, il Pubblico Ministero penale ha emesso l’avviso di conclusioni delle indagini nei confronti dell’Ag. per i reati di cui agli artt. 81, 479 (falsità ideologica in atti pubblici), 491 bis (falsità in documento informatico) e 640, comma 2, n. 1, (truffa a danno dello Stato o di altro ente pubblico) c.p.. Il PM penale, con atto in data 1° marzo 2015, ha quindi chiesto il rinvio a giudizio del Sig. Ag. per i fatti sopra descritti (nota dep. 1, doc. 1 e doc. 4, all. 3), richiesta accolta dal GUP, previa costituzione del comune in qualità di parte civile, per l’udienza del 17 maggio 2017 (nota dep. 1, doc. 4, all. 10).

A seguito di segnalazione del responsabile del settore Servizi generali e Comunicazione del Comune, l’Ufficio procedimenti disciplinari dell’Unione dei Comuni della Bassa Emilia procedeva alla contestazione degli addebiti e, ad esito del procedimento disciplinare, procedeva a risolvere il rapporto di lavoro ai sensi dell’art. 55 quater, comma 1, lett. a), del D. Lgs. vo n. 165/2001, nel testo al tempo vigente. Il Tribunale di Bologna, Sez. Lavoro, con ordinanza in data 7 giugno 2016, n. 4910, ha respinto il ricorso proposto dall’Ag. avverso il licenziamento per giusta causa, ordinanza confermata dal Tribunale di Bologna, Sez. Lavoro, con sentenza 16 febbraio 2017, n. 171.

Secondo la Procura, le condotte illecite contestate ed imputate a titolo di dolo risultano comprovate dalle complesse indagini svolte dalla polizia municipale del Comune di Omissis, che ha documentato le uscite non giustificate con riprese video, fotografiche e annotazioni di polizia giudiziaria effettuate a seguito di pedinamenti, da cui è risultato che l’allontanamento dal luogo di lavoro è avvenuto per motivi personali. Tali prove dimostrerebbero anche l’abitualità della condotta illecita, posto che su otto giorni in cui sono stati effettuati gli appostamenti in ben 4 giorni l’Ag. si è allontanato illecitamente dal posto di lavoro, omettendo le prescritte registrazioni delle uscite previste dalle disposizioni comunali ed attestando falsamente la presenza in ufficio.

La procura imputa tali condotte a titolo di dolo, tenuto anche conto della sistematicità della condotta, in quanto il convenuto, con artifici e raggiri, ha tratto in inganno il proprio datore di lavoro, che, sulla base delle timbrature e delle annotazioni sul registro delle uscite per servizio, ha ritenuto che lo stesso fosse presente in servizio, mentre non lo era.

La Procura imputa al convenuto tre voci di danno:

1) il danno diretto, relativo alla retribuzione percepita per le ore non lavorate, e connessi oneri previdenziali ed assistenziali, che, a seguito del recupero effettuato dall’amministrazione, residua in E. 30,46, pari all’indebita contribuzione CPDEL e INADEL;

2) il danno da disservizio, pari ad E. 2.428,00, consistente nei costi sostenuti dall’amministrazione conseguenti alla sua condotta illecita ed identificabili nell’impiego di parte del personale per attività ulteriori a quelle proprie ed ordinarie, correlate principalmente agli adempimenti istruttori finalizzati all’accertamento dei fatti e all’approntamento dei provvedimenti e della documentazione necessari a sostenere sia il giudizio penale, nel quale il Comune si è costituito parte civile, sia il giudizio del lavoro, promosso dal convenuto per l’annullamento del provvedimento disciplinare del licenziamento senza preavviso adottato dal Comune (il danno è stato parametrato, in via equitativa, ai costi che sono stati analiticamente calcolati dal Comune, sulla base delle ore – lavoro occorse al personale per gli specifici adempimenti, indicati nelle note in data 18 febbraio 2016, prot. n. 4620, ed in data 23 marzo 2016, prot. n. 7958: nota dep. 1, doc. 4 e 7);

3) il danno all’immagine, quantificato in via equitativa, sulla base dei parametri generalmente utilizzati dalla giurisprudenza della Corte dei conti, in E. 10.000,00, considerata anche la notevole eco che i fatti oggetto del giudizio hanno avuto sulla stampa sia locale sia nazionale. La Procura rileva l’ammissibilità della domanda, nonostante il convenuto non sia ancora stato condannato in sede penale con sentenza passata in giudicato, in quanto la giurisprudenza esclude che per la specifica fattispecie di assenteismo fraudolento disciplinata dall’art. 55 quinquies del D. Lgs. vo n. 165/2001 il danno all’immagine sia condizionato dal previo accertamento delle condotte illecite con sentenza penale di condanna passata in giudicato, come prescritto dall’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 1° luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, nella L. 3 agosto 2009, n. 102, nel testo al tempo vigente.

  1. Il Sig. Ag. rileva, in primo luogo, di avere proposto appello, per violazione del procedimento disciplinare, avverso la sentenza del Tribunale di Bologna che ha confermato il licenziamento senza preavviso. Anche il procedimento penale a suo carico risulta essere ancora pendente. Ritiene, pertanto, che sia opportuno attendere l’esito di entrambi i giudizi.

Nel merito, osserva che nessun danno erariale è stato prodotto, in quanto la condotta dell’Ag. è lecita, essendo giustificate tutte le assenze dal servizio documentate. Infatti, lo stesso svolgeva molteplici mansioni al di fuori della sede comunale, elencate a pag. 5 e ss. della comparsa.

Inoltre, rileva che il Comune aveva adottato una singolare organizzazione nella gestione dei riepiloghi mensili e il non corretto funzionamento dell’apparato marcatempo. Vi era la prassi che i permessi venivano richiesti oralmente e poi consolidati nei riepiloghi mensili anche dopo due mesi averne fruito. Le annotazioni sul registro (il “brogliaccio”) utilizzato per le uscite di servizio non erano né precise né puntuali. Le ferie e i permessi erano comunicati informalmente tra i dipendenti tramite messaggi telefonici, senza alcuna formalità (comparsa, pag. 10 e ss.). Chiede, quindi, di tener conto di tali circostanze nella valutazione della complessiva fattispecie.

Chiede, inoltre, che le ore di permesso accertate siano compensate con le ore di lavoro straordinario, sei, effettuate a gennaio e mai pagate, e con le ulteriori ore in eccedenza, 20, fatte nei mesi successivi, mai chieste e monetizzate dal convenuto.

Per quanto riguarda il danno da disservizio, il convenuto ritiene che le ore di lavoro utilizzate per la quantificazione siano eccessive e che non costituiscano prova della realizzazione del danno, in quanto le attività valutate sono attività istituzionali e ordinarie degli uffici che hanno svolto i vari adempimenti.

In ordine al danno all’immagine, questo non è imputabile al convenuto, in quanto è derivato dall’illegittimo provvedimento di licenziamento e la risonanza mediatica è stata originata dalle notizie diffuse dal sindaco e dalla Dott.ssa Kr., che hanno rilasciato le interviste sul “Omissis”.

Il danno all’immagine, secondo il convenuto, sarebbe anche da escludere perché l’Ag. non rivestiva posizioni di vertice, ma semplici mansioni di bibliotecario, i comportamenti illeciti attribuiti sono sporadici e, se non fossero state rilasciate le interviste, non ci sarebbe stata esposizione mediatica.

  1. L’azione di responsabilità proposta dalla Procura merita parziale accoglimento, nei limiti di seguito specificati.
  2. La Sezione ritiene che la Procura abbia fornito piena prova della condotta illecita tenuta dal convenuto che, nel periodo di osservazione, si è assentato dal lavoro nei periodi specificati a pag. 1 della citazione, facendo dolosamente risultare la propria presenza in servizio. Le condotte tenute consistevano, principalmente, nel timbrare l’entrata ed uscire immediatamente dal posto di lavoro per accompagnare il figlio a scuola, ovvero uscire nel corso della giornata, senza timbrare l’uscita né l’entrata al ritorno in ufficio, per recarsi presso supermercati limitrofi, ovvero per effettuare altre uscite di carattere personale. Tali fatti, che nel loro materiale accadimento non sono contestati dal convenuto, appaiono ampiamente documentati dalle riprese fotografiche, filmati e pedinamenti registrati nelle annotazioni di polizia giudiziaria svolti nel corso dell’indagine penale, realizzata dalla polizia municipale su delega del pubblico ministero penale (nota dep. 1, all. 4, doc. 14).

Di contro, risultano infondate le argomentazioni dedotte dalla difesa del convenuto.

In primo luogo, si osserva che il comune di Omissis aveva emanato precise disposizioni attuative in materia di orario di lavoro del personale dipendente, dolosamente violate dal convenuto, con regolamento allegato alla determinazione n. 1383/E del 30 dicembre 2003, modificata dalla determinazione n. 1332 del 30 dicembre 2005: “Durante l’attività lavorativa il dipendente non può assentarsi senza essere preventivamente autorizzato dal Responsabile del settore/servizio.

Al dipendente possono essere concessi, per particolari esigenze personali, brevi permessi – vedi art. 20 CCNL 6/7/95 – di durata non superiore alla meta` dell’orario di lavoro giornaliero. I permessi complessivamente concessi non possono eccedere le 36 ore nel corso dell’anno e devono essere recuperati entro il mese successivo. Spetta al Responsabile la relativa autorizzazione (modulo B).

In caso di mancato recupero entro il mese successivo si provvederà ad effettuare una trattenuta sulla retribuzione pari alle ore non recuperate” (pagg. 4 e ss.: nota dep. 1, doc. 14, all. 3).

Nessun permesso per motivi personali risulta essere mai stato chiesto né concesso né prima, come previsto dalla disposizione, né successivamente, in relazione alle assenze documentate in atti, che, pertanto, devono essere qualificate quali assenze ingiustificate.

Neppure risulta il malfunzionamento dell’apparato marcatempo. Eventuali malfunzionamenti sarebbero comunque dovuti essere tempestivamente segnalati e le uscite debitamente giustificate dal convenuto al servizio competente, cosa che non ha fatto.

Inoltre, dal verbale di sommarie informazione rese in data 8 giugno 2015 dalla dipendente Ba.Si., in servizio presso l’ufficio del personale e addetta all’elaborazione delle buste paga e al controllo delle presenze del personale comunale, risulta che l’Ag. non ha computato, nei riepiloghi mensili, le assenze oggetto del giudizio. Il riepilogo di maggio, al tempo dello svolgimento delle indagini, era provvisorio (nota dep. 1, doc. 14, all. 6). Ciò nonostante, l’Ag. non ha segnalato le uscite per motivi personali nemmeno successivamente, né ha provato nel corso del giudizio che queste erano state autorizzate. A tal fine appare irrilevante la mera elencazione in astratto delle mansioni esterne attribuite al dipendente, posto che queste dovevano comunque essere di volta in volta registrate sull’apposito registro, cosa che l’Ag. non ha fatto, come non ha segnato le uscite con l’apparato marcatempo, facendo così risultare, con artifici e raggiri, una presenza in servizio che non era vera, presenza poi falsamente attestata nei riepiloghi mensili. Si ribadisce che le prove offerte dalla Procura dimostrano con certezza che tali uscite sono state tutte effettuate per motivi personali mentre il convenuto risultava regolarmente in servizio.

  1. La condotta illecita tenuta dall’Ag. è imputabile a titolo di dolo, in quanto lo stesso ha volutamente fatto risultare le presenze in servizio, per esempio timbrando l’entrata la mattina ed uscendo immediatamente dalla sede di servizio per accompagnare il figlio a scuola o per andare a fare la spesa, al fine di ricevere la normale retribuzione per le ore illecitamente non lavorate e senza recuperare le ore di lavoro non effettuate.
  2. Sussiste anche il nesso di causalità tra la condotta dolosa accertata ed il danno contestato, in quanto la conseguenza dannosa subita dal comune è direttamente correlata alla condotta assenteistica nella consapevolezza che la sistematicità delle condotte assenteistiche provoca anche ulteriori pregiudizi all’amministrazione comunale ad ai servizi da essa erogati.
  3. Poiché l’attore ha fornito la prova che le uscite sono state fatte per motivi personali senza le timbrate in uscita e senza avere chiesto e ottenuto il permesso, quindi il dipendente risultava presente ed in servizio, il convenuto avrebbe dovuto fornire la prova contraria consistente nell’aver ottenuto i prescritti permessi, o che le uscite erano per servizio, e di avere segnalato l’uscita, in modo da porre l’amministrazione in condizione di tenere una corretta contabilità delle ore lavorate. Questa prova avrebbe dovuto essere specifica e relativa a ciascuna delle uscite documentate.

Neppure assume rilevanza scriminante la circostanza che i dipendenti del servizio biblioteca comunicavano tra loro con “WhatsApp” i permessi e le assenze temporanee. Trattasi, infatti, di mere comunicazioni informali, che peraltro non si riferiscono alle assenze contestate. Tali messaggi, inoltre, sono di dubbia riferibilità soggettiva, come è dubbia la fondatezza dei fatti imputati al responsabile del servizio, che comunque esulano dall’oggetto del giudizio (doc. 11 e 12 allegati alla memoria).

Si ribadisce che, in relazione alle uscite contestate, l’Ag. non mai chiesto permessi per motivi personali né tali uscite sono mai state autorizzate, nemmeno ex post, né ha fornito alcuna plausibile giustificazione per la condotta tenuta.

  1. Per quanto concerne il danno che le condotte sopra descritte hanno procurato al Comune di Omissis, il collegio osserva quanto segue.

8.1. La prima posta di danno contestata consiste negli emolumenti, comprensivi degli oneri previdenziali ed assistenziali, che il Comune, tratto in inganno dalla condotta dolosa del convenuto, ha corrisposto per le ore non lavorate. Poiché il Comune ha effettuato la trattenuta di quanto indebitamente corrisposto ad eccezione dell’indebita contribuzione CPDEL e INADEL, pari ad E. 30,46, la domanda merita accoglimento, con conseguente condanna del convenuto a risarcire tale posta di danno.

8.2. La seconda posta di danno consiste nel c.d. “danno da disservizio”, che la procura ha quantificato, in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c., in E. 2.428,00, utilizzando, quale parametro di riferimento, i costi sostenuti dal Comune in relazione alle ore lavorate dai propri dipendenti per effettuare le complesse indagini volte all’accertamento dei fatti e agli adempimenti conseguenti al loro disvelamento, costi rilevati dall’amministrazione comunale al netto degli adempimenti che rientrano nelle ordinarie competenze degli uffici comunali.

La Sezione ritiene di accogliere anche questa posta di danno, in attuazione degli orientamenti giurisprudenziali formatisi in materia, dai quali non vi è ragione di discostarsi.

In particolare, questa Sezione, con sentenza in data 15 maggio 2017, n. 106, ha statuito che “Relativamente a tale voce di danno, la giurisprudenza della Corte dei conti (ex multis Sezione Giurisdizionale Umbria, Sentenze nr. 371 del 2004 e nr. 346 del 2005, Sezione Giurisdizionale Piemonte, Sentenza nr. 138 del 2006) da tempo ha avuto modo di precisare che i connotati del danno all’erario possono essere rinvenuti anche nei casi di disservizio, sotto il profilo del disservizio da illecito esercizio di pubbliche funzioni, ovvero del disservizio da mancata resa del servizio, ovvero del disservizio da mancata resa della prestazione dovuta, causato da un amministratore, da un dipendente o da un agente pubblico con una condotta dolosa o gravemente colposa produttiva di effetti negativi sull’esercizio della pubblica funzione o sulla gestione di un pubblico servizio, consistendo siffatto pregiudizio, in presenza di strutture pubbliche con investimenti e costi di gestione giustificati dalle attese di utilità dei previsti corrispondenti benefici da parte dei cittadini, nel mancato raggiungimento delle utilità che erano state preventivate nella misura e qualità ordinariamente ritraibile dalla quantità delle risorse, umane, strumentali e finanziarie, investite dall’Amministrazione, e perciò nei maggiori costi dovuti a spreco di denaro pubblico o nella mancata utilità ritraibile dalle somme spese. Il tratto comune unificante delle varie fattispecie di danno da disservizio, in sostanza, risiede nell’effetto esiziale cagionato all’organizzazione ed allo svolgimento dell’attività di una pubblica Amministrazione, determinato dalla minore fecondità dei fattori economici e produttivi profusi dal bilancio dell’Ente; limitata redditività, fonte del descritto nocumento, ravvisabile sia nel mancato conseguimento della legalità dell’azione amministrativa, sia nell’inefficacia e nell’inefficienza dell’attività pubblica. Il danno da disservizio, sintetizzando i concetti espressi in precedenza, è identificato, quindi, dai maggiori costi generali sopportati dall’Amministrazione pubblica in conseguenza del mancato conseguimento della legalità, dell’efficienza, dell’efficacia, dell’economicità e della produttività dell’azione amministrativa, tenuto conto che tali canoni di buona gestione sono stati elevati, dalla legislazione intervenuta a partire dalla Legge nr. 241 del 1990, a criteri fondamentali cui deve uniformarsi l’attività pubblica, soggetta all’immanente vincolo di scopo rappresentato dalla tutela dell’interesse generale, in aderenza al principio del buon andamento fissato dall’articolo 97 della Costituzione” (motivazione, punto 15.1).

La condotta tenuta dal convenuto ha generato il danno da disservizio, la cui prova, sia dell’an sia del quantum, è stata fornita dalla Procura. In primo luogo, ha provato la condotta fraudolenta posta in essere dall’Ag., che ha minato l’economicità del servizio comunale.

L’attore ha anche documentato i maggiori costi generali sostenuti dal comune in conseguenza delle condotte illecite poste in essere dall’Ag., come specificamente richiesto dalla sentenza di questa sezione n. 106/2017 citata (Cfr., da ultimo, Sez. Emilia – Romagna, 28 luglio 2017, n. 172).

Sussiste quindi la prova dell’esistenza del danno da disservizio di cui è chiesta condanna, danno che è suscettibile di valutazione economico – patrimoniale in via equitativa, ai sensi dell’art. 1226 c.c. Il Collegio condivide anche il criterio di valutazione proposto dalla Procura per la quantificazione del danno, parametrato ai costi effettivi che il Comune ha dovuto sostenere quale diretta conseguenza delle condotte illecite contestate.

In ordine alla determinazione dell’ammontare del danno da recare in condanna, si ritiene, però, condivisile l’osservazione effettuata dal convenuto in ordine all’eccessiva quantificazione del danno indicato in citazione, in quanto si ritiene che parte delle ore – lavoro utilizzate per la commisurazione siano ascrivibili alle ordinarie funzioni svolte dagli uffici amministrativi, quali, ad esempio, l’attività della commissione di gara per la scelta dei legali. Risultano, al contrario, sicuramente eccedenti l’ordinaria attività, tra l’altro, quella svolta dal servizio di polizia municipale, soprattutto di un piccolo comune, concernente l’ingente attività di indagine svolta, con appostamenti, pedinamenti, riprese fotografiche, ecc…, e tutta l’attività di verifica straordinaria della rilevazione delle presenze e dei riepiloghi mensili, nonché le ulteriori attività giudiziarie richieste agli uffici e documentate in atti.

Il Collegio ritiene, pertanto, di accogliere la domanda di danno da disservizio formulata dalla Procura nei limiti di E. 2.000,00, tenuto conto, nella valutazione equitativa, delle osservazioni svolte dalla difesa, nei termini sopra descritti.

8.3 Non può, invece, trovare accoglimento la domanda di condanna per danno all’immagine, in quanto il convenuto non è stato ancora condannato in sede penale con sentenza passata in giudicato.

Questa Sezione ha già precisato che “Per quanto riguarda la voce “danno all’immagine”, il Collegio richiama un proprio recente orientamento di cui alla sentenza n°73/2017 del 24/03/2017, secondo il quale, con l’entrata in vigore del D. L.vo n. 174/2016 (c.d. “nuovo codice della giustizia contabile”), sono stati ridefiniti i presupposti dell’azione del danno all’immagine della pubblica amministrazione.

Infatti l’art. 4 all. 3 del D. L.vo n. 174/2016 espressamente abroga, alla lett. g), l’art. 7, legge n. 97/2001, e, alla lett. h), il primo periodo dell’art. 17, comma 30 ter, D.L. n. 78/2009, conv. in legge n. 102/2009.

L’immediata conseguenza sull’assetto normativo in esame è lo svuotamento del richiamo alle fattispecie penali che, in base all’art. 17, comma 30 ter, D.L. 78/2009, consentivano alla Procura l’apertura delle indagini per danno all’immagine.

Pertanto, le uniche norme attualmente in vigore, relativamente al danno all’immagine, sono contenute nell’art. 1, comma 1 sexies, legge n. 20/1994, introdotto dalla legge n. 190/2012 in tema di misure anticorruzione, che indica un criterio quantificativo del danno medesimo e nell’art. 51, comma 6, del D. L.vo n. 174/2016, che statuisce: “La nullità per violazione delle norme sui presupposti di proponibilità dell’azione per danno all’immagine è rilevabile anche d’ufficio”.

Per questo motivo l’unica fonte normativa da cui si possono trarre indicazioni per disciplinare l’azione erariale per il danno all’immagine resta il menzionato art. 1, comma 1 sexies, legge n. 20/1994, introdotto dalla legge n. 190/2012 che, pur fornendo all’interprete un criterio di quantificazione della tipologia di danno in parola, in realtà statuisce due importanti e basilari condizioni imperative per la perseguibilità e la condanna dei dipendenti pubblici per il danno all’immagine, che si pongono come vere e proprie condizioni per l’azione contabile.

La norma, infatti, fa espresso riferimento al danno all’immagine come “…derivante dalla commissione di un reato contro la stessa pubblica amministrazione accertato con sentenza passata in giudicato”.

Quindi le condizioni, cumulative e non alternative, sono le seguenti: 1) si deve trattare di un reato contro la pubblica amministrazione; 2) tale reato deve essere accertato con sentenza del giudice ordinario penale passata in giudicato” (Sez. Emilia – Romagna, n. 106/2017, cit.; id., n. 172/2017, cit.; n 98/17; n. 105/17).

La fattispecie disciplinata dall’art. 55 quinquies del D. Lgs. vo n. 165/2001, al tempo vigente, prevede, al primo comma, il delitto di false attestazioni o certificazione: “il lavoratore dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente, ovvero giustifica l’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 400 ad euro 1.600”.

Il secondo comma della norma disciplina in modo specifico il risarcimento del danno a cui è tenuto il lavoratore che abbia commesso il delitto di cui al comma 1: “Nei casi di cui al comma 1, il lavoratore, ferme la responsabilità penale e disciplinare e le relative sanzioni, è obbligato a risarcire il danno patrimoniale, pari al compenso corrisposto a titolo di retribuzione nei periodi per i quali sia accertata la mancata prestazione, nonché il danno all’immagine subiti dall’amministrazione”.

Anche in relazione a tale fattispecie, pertanto, il riferimento al danno all’immagine, in assenza di una specifica disposizione derogatoria, si inserisce nella disciplina propria del danno all’immagine della pubblica amministrazione, sopra descritta, in quanto presuppone la commissione del delitto previsto dal comma 1 dell’art. 55 quinquies. Affinché il danno all’immagine sia in concreto perseguibile, deve quindi realizzarsi la seconda delle condizioni previste dal menzionato art. 1, comma 1 sexies, legge n. 20/1994, introdotto dalla legge n. 190/2012: il reato deve essere accertato con sentenza del giudice ordinario penale passata in giudicato.

Coerentemente con la predetta interpretazione, l’art. 17, comma 30 ter, del D.L. 1° luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, nella L. 3 agosto 2009, n. 109, prevede che, per il danno all’immagine, “il decorso del termine di prescrizione di cui al comma 2 dell’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, è sospeso fino alla conclusione del procedimento penale”.

L’attesa del verificarsi della condizione di procedibilità non va quindi a discapito dell’effettiva risarcibilità del danno: il diritto al risarcimento, infatti, nel frattempo non si prescrive.

Poiché la condizione non si è ancora verificata, risultando pendente il giudizio penale di cui il convenuto è imputato, peraltro per reati diversi da quello previsto dall’art. 55 quinquies, comma 1, cit., la domanda di risarcimento del danno all’immagine non può attualmente trovare accoglimento.

  1. Infine, non può essere accolta la richiesta, formulata dal convenuto, di compensazione del danno con il credito derivante da ulteriori ore lavorate in eccedenza e non monetizzate, in quanto dalla documentazione in atti non si evince la certezza e l’attualità del credito, né che le ore eccedenti siano state effettivamente rese, accertamento che per altro esula dall’ambito di giurisdizione di questo giudice.

***

P.Q.M.

***

La Corte dei conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Emilia – Romagna, definitivamente pronunciando

***

CONDANNA

***

Ag. An. al pagamento, a favore del Comune di Omissis(BO), della somma di E. 2.030,46 (duemilatrenta/46), già rivalutata, e al pagamento degli interessi legali dal deposito della sentenza sino al soddisfo.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate in euro 328,35 (trecentoventotto/35).

Manda alla Segreteria per i conseguenti adempimenti.

Così deciso in Bologna, nelle camere di consiglio del 14 e del 27 giugno 2017.

Depositata in Segreteria il giorno 16 novembre 2017

CORTE DEI CONTI DANNO ERARIALE CONCETTO

CORTE DEI CONTI DANNO ERARIALE CONCETTO

Brekaup marriage couple with divorce certification

AVVOCATO DIFENDE CORTE DEI CONTI

CONCETTO TRA RIPARTIZIONE GIURISDIZIONE

ORDINARIA E CORTE DEI CONTI

– che ormai il baricentro per discriminare la giurisdizione ordinaria da quella contabile si è spostato dalla qualità del soggetto (che può ben essere un privato od un ente pubblico non economico) alla natura del danno e degli scopi perseguiti, cosicché ove il privato, per sue scelte, incida negativamente sul modo d’essere del programma imposto dalla Pubblica Amministrazione, alla cui realizzazione egli è chiamato a partecipare con l’atto di concessione del contributo, e la incidenza sia tale da poter determinare uno sviamento dalle finalità perseguito, egli realizza un danno per l’ente pubblico (anche sotto il mero profilo di sottrarre ad altre imprese il finanziamento che avrebbe potuto portare alla realizzazione dei piano così come concretizzato ed approvato dall’ente pubblico con il concorso dello stesso imprenditore), di cui deve rispondere dinanzi al giudice contabile (ex plurimis Cassazione, Su 8450/98, 926/99, 11309/95);

– che, pertanto, va dichiarata la giurisdizione della Corte dei conti anche con riguardo al giudizio nei confronti della S., non essendo ovviamente in discussione tale giurisdizione nei confronti della Spa Intesa medio credito, anch’essa convenuta in giudizio di responsabilità nella qualità di

avvocato esperto bologna
avvocato esperto bologna

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

SENTENZA 1 marzo 2006 n. 4511

(Presidente Carbone – Relatore Marrone)

La Corte 

PREMETTE IN FATTO

ECCO LA DESCRIZIONE DEL FATTO

Con atto di citazione in data 8 maggio 2003, la Procura Regionale della Corte dei Conti .- Sezione giurisdizionale per l’Abruzzo, contestava l’illegittima erogazione di fondi pubblici, intervenuta nel luglio 1999, nell’ambito del finanziamento finalizzato all’attuazione del programma operativo multiregionale Patti territoriali per l’occupazione, a valere sugli accordi con l’Unione Europea nel contesto dell’obiettivo 1, sottoprogramma n. 9 Sangro – Aventino di cui al decreto 967/99 del 29/1/99 del Ministero del tesoro, bilancio e programmazione economica, già approvato dalla commissione della comunità europea.

  1. In particolare, le contestazioni della Procura Generale avevano ad oggetto l’indebita richiesta e conseguente corresponsione del finanziamento di lire 355.200.000 alla società S. per la realizzazione di un impianto per l’innevamento programmato da eseguirsi in Roccaraso (AQ).
  2. Dagli accertamenti eseguiti era, infatti, emerso che, nonostante il progetto ammesso al finanziamento prevedesse l’installazione di macchinari nuovi di fabbrica, 24 macchine erano state, invece, acquistate dalla S. sin dal 2 dicembre 1997 e, successivamente, previo finalizzato ristorno, simulatamene riacquistate in data 23 novembre 1996.
  3. Ciò premesso, considerato che il danno denunciato era stato reso possibile anche per la carente attività di controllo dell’istituto di credito concessionario, il P.R. conveniva in giudizio la società S. quale responsabile diretta a titolo di dolo e l’Intesa Bci Mediocredito Spa quale responsabile in via sussidiaria, chiedendone la condanna al pagamento, in favore della Regione Abruzzo, ciascuno della medesima somma di euro 183.455,50.
  4. Con atto notificato il 10 dicembre 2003 la società S. ha proposto istanza di regolamento di giurisdizione, deducendo l’insussistenza della giurisdizione contabile stante la sua estraneità al l’organizzazione amministrativa e, comunque, ritenendo escluso il rapporto di servizio in quanto l’erogazione di fondi pubblici costituiva semplicemente lo strumento per lo svolgimento di un’attività privata, in tale modo sovvenzionata.

Ha resistito la Procura Regionale con controricorso. La ricorrente ha depositato memoria.

OSSERVA IN DIRITTO

– che secondo il P.G. presso questa Corte il ricorso è fondato poiché nel caso di finanziamenti a soggetti privati, che conservano completa autonomia nell’organizzazione dell’attività imprenditoriale, sia pure con l’obbligo di destinare le somme erogate all’acquisto di macchinari nuovi, il soggetto privato non assume la posizione di ente strumentale dell’ente pubblico, specialmente quando – come nella specie – l’unica forma di controllo cui è sottoposto il soggetto beneficiario riguarda soltanto la corretta contabilizzazione delle operazioni di acquisto (tra l’altro ad opera di una banca concessionaria e non direttamente ad opera dell’ente pubblico), (cosicché) quando il rapporto tra l’ente erogante e il soggetto beneficiario si esaurisce nella mera destinazione delle somme erogate alla finalità prevista (nella specie: acquisto di macchinari), l’obbligo sinallagmatico a carico del soggetto privato si configura come il presupposto dell’erogazione e non come l’espletamento di un’attività rientrante tra i compiti della pubblica amministrazione;

– che la tesi non è condivisibile siccome estranea alla sviluppo dell’interpretazione giurisprudenziale nella materia, maturato in relazione al progressivo operare dell’Amministrazione tramite soggetti non organicamente inseriti nella stessa e del sempre più frequente operare di questa al di fuori degli schemi del – per molti versi superato – regolamento dì contabilità di Stato, che ai fini del riconoscimento della giurisdizione della Corte dei conti, ritiene del tutto irrilevante, il titolo in base al quale la gestione del pubblico denaro è svolta, potendo consistere in un rapporto dì pubblico impiego o di servizio, ma anche in una concessione amministrativa od in un contratto privato;

– che ormai il baricentro per discriminare la giurisdizione ordinaria da quella contabile si è spostato dalla qualità del soggetto (che può ben essere un privato od un ente pubblico non economico) alla natura del danno e degli scopi perseguiti, cosicché ove il privato, per sue scelte, incida negativamente sul modo d’essere del programma imposto dalla Pubblica Amministrazione, alla cui realizzazione egli è chiamato a partecipare con l’atto di concessione del contributo, e la incidenza sia tale da poter determinare uno sviamento dalle finalità perseguito, egli realizza un danno per l’ente pubblico (anche sotto il mero profilo di sottrarre ad altre imprese il finanziamento che avrebbe potuto portare alla realizzazione dei piano così come concretizzato ed approvato dall’ente pubblico con il concorso dello stesso imprenditore), di cui deve rispondere dinanzi al giudice contabile (ex plurimis Cassazione, Su 8450/98, 926/99, 11309/95);

– che, pertanto, va dichiarata la giurisdizione della Corte dei conti anche con riguardo al giudizio nei confronti della S., non essendo ovviamente in discussione tale giurisdizione nei confronti della Spa Intesa medio credito, anch’essa convenuta in giudizio di responsabilità nella qualità di

concessionaria, per omessa vigilanza;

– che non vi è luogo a pronuncia sulle spese, stante la qualità di parte formule della Procura Generale contabile;

P.Q.M.

la Corte, pronunciando sull’istanza di regolamento, dichiara la giurisdizione della Corte dei Conti; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 2 febbraio 2006, nella camera di consiglio delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA Oggi 1 marzo 2006.

CORTE DEI CONTI UN ORGANO DI ASSOLUTA IMPORTANZA :COME DIFENDERSI

CORTE DEI CONTI UN ORGANO DI ASSOLUTA IMPORTANZA :COME DIFENDERSI

AVVOCATO PER CORTE DEI CONTI
CORTE DEI CONTI UN ORGANO DI ASSOLUTA IMPORTANZA :COME DIFENDERSI

FUNZIONI DI CONTROLLO CORTE DEI CONTI

La legge 14 gennaio 1994 n. 20 ha attuato una riforma completa delle funzioni di controllo della Corte dei conti, riducendo il numero degli atti sottoposti al controllo preventivo di legittimità, limitato agli atti fondamentali del Governo, ed estendendo a tutte le amministrazioni il controllo successivo sulla gestione e sul patrimonio, comprendendo anche il controllo sulle gestioni fuori bilancio e sui fondi di provenienza comunitaria. Inoltre, viene attribuito alla Corte dei conti il compito di verificare il funzionamento dei controlli interni a ciascuna amministrazione.

INTERVENTO CORTE DEI CONTI PER DANNO ERARIALE

Il concetto di danno, che compare nella definizione, deve essere inteso in senso civilistico, e può quindi consistere in:

  • undanno emergente, ossia una perdita per una cosa distrutta o perduta, una spesa sostenuta o un’entrata non acquisita;
  • unlucro cessante, ossia un mancato guadagno.

Il danno erariale è uno dei presupposti per la sussistenza della responsabilità amministrativa-contabile, su cui giudica la Corte dei conti. A tal fine deve essere certo, attuale (sussistente nel momento della domanda di risarcimento e in quello della sentenza di condanna), concreto (non ipotetico) e di entità determinata o determinabile.

Il danno erariale si distingue in:

Funzioni di controllo

  1. In base alla Costituzione (art. 100),la Corte dei conti svolge:
    1. un controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo;
    2. un controllo successivo sulla gestione del bilancio dello Stato;
    3. un controllo sulla gestione finanziaria degli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria

LA CORTE DEI CONTI. FUNZIONI E STRUTTURA

informazioni aggiornate a lunedì, 7 luglio 2014

Funzioni

La Corte dei conti svolge funzioni di controllo (art. 100 Costituzione) e funzioni giurisdizionali nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge (art. 103 Costituzione).

Accanto a queste, svolge anche funzioni consultive (pareri al Governo ed ai Ministri in ordine ad atti normativi e provvedimenti; pareri in materia di contabilità pubblica a richiesta di regioni, comuni ed enti locali).

Funzioni di controllo

In base alla Costituzione (art. 100), la Corte dei conti svolge:

  • un controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo;
  • un controllo successivo sulla gestione del bilancio dello Stato;
  • un controllo sulla gestione finanziaria degli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria.
CORTE DEI CONTI UN ORGANO DI ASSOLUTA IMPORTANZA :COME DIFENDERSI
CORTE DEI CONTI UN ORGANO DI ASSOLUTA IMPORTANZA :COME DIFENDERSI

Il controllo di legittimità serve ad assicurare che un atto o un’attività siano conformi alla legge. Il controllo sulla gestione serve invece a verificare l’efficacia, l’efficienza e l’economicità dell’azione amministrativa rispetto agli obiettivi posti dalla legge. A differenza del controllo preventivo di legittimità, il cui esito incide sul perfezionamento dell’efficacia di un atto, l’esito del controllo sulla gestione del bilancio consiste nella predisposizione di relazioni e osservazioni destinate alle amministrazioni controllate.

Un tipo particolare di controllo è costituito dalla verifica di parificazione sul rendiconto generale dello Stato, volto ad accertare la conformità dei risultati del rendiconto dello Stato alla legge di bilancio (Art. 39 del Regio decreto 12 luglio 1934 n. 1214).

COME E’ FORMATA

Il Consiglio di Presidenza è l’organo di autogoverno della magistratura contabile (L. 117/1988, art. 10 e L. 9/2009, art. 11).

Il Consiglio di Presidenza è composto:

  • dal Presidente della Corte dei conti, che lo presiede;
  • dal Procuratore Generale della Corte dei conti;
  • dal Presidente aggiunto della Corte dei conti o, in sua vece, dal Presidente di sezione più anziano;
  • da quattro membri eletti, due dalla Camera dei deputati e due dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, tra i professori ordinari in materie giuridiche o gli avvocati con venti anni di esercizio professionale;
  • da quattro membri eletti da e tra i magistrati della Corte dei conti, ripartiti tra le diverse qualifiche in proporzione alla rispettiva effettiva consistenza numerica quale risulta dal ruolo alla data del 1° gennaio dell’anno di costituzione dell’organo.

I componenti elettivi durano in carica quattro anni e non sono nuovamente eleggibili per i successivi otto anni dalla scadenza dell’incarico.

Funzioni giurisdizionali

L’art. 103 della Costituzione assegna alla Corte la giurisdizione nelle “materie di contabilità pubblica” ossia in materia di responsabilità amministrativa e contabile.

In primo luogo la Corte giudica sulla responsabilità amministrativa che è la responsabilità a contenuto patrimoniale di amministratori o dipendenti pubblici per i danni causati all’ente nell’ambito o in occasione del rapporto d’ufficio. L’accertamento della responsabilità comporta la condanna al risarcimento del danno a favore dell’amministrazione danneggiata.

In secondo luogo, giudica sulla responsabilità contabile, ossia sulla responsabilità di quei soggetti (agenti contabili) che avendo avuto in consegna (a vario titolo) denaro, beni o altri valori pubblici, o comunque avendone avuto la disponibilità materiale, non adempiano all’obbligo di restituzione che a loro incombe.

Inoltre, la Corte ha giurisdizione nella materia delle pensioni a totale carico dello Stato e su quelle a carico degli enti previdenziali confluiti nell’INPDAP. Le controversie possono avere ad oggetto sia l’esistenza del diritto alla pensione sia il suo ammontare. La Corte giudica sia in materia di pensioni ordinarie (civili e militari) che di pensioni di guerra.

CONVIVENZE UNIONI CIVILI STATUIZIONI ECONOMICHE TRIB PORDENONE

CONVIVENZE UNIONI CIVILI STATUIZIONI ECONOMICHE TRIB PORDENONE

Statuizioni economiche nello scioglimento delle Unioni Civili: Tribunale di Pordenone, ordinanza 13.3.2019.

Il fatto.

Una donna che era unita civilmente a un’altra donna depositava ricorso dinanzi al Tribunale di Pordenone per ottenere il divorzio da quest’ultima.

 Protagoniste della vicenda due donne – le chiameremo Clara e Nadia , utilizzando nomi di fantasia – che, legate sentimentalmente da tempo, decidono alla fine del 2016 di ufficializzare il loro legame e di “unirsi civilmente” – come previsto dalla ‘legge Cirinnà’ – con «atto trascritto nel registro degli atti di matrimonio» del loro Comune di residenza.
Qualche tempo dopo, però, il rapporto tra Clara e Nadiia comincia a subire qualche incrinatura, che non riesce ad essere sanata e si trasforma in una rottura non più rimediabile. Obbligata, quindi, la decisione di chiedere ai Giudici di ufficializzare lo scioglimento del loro legame

La Ordinanza rende applicabile alle Unioni civili la noram e le regole del divorzio,

In punto di diritto: lo scioglimento delle unioni civili.

Nel disciplinare lo scioglimento delle unioni civili, la legge 20 maggio 2016, n. 76 prevede significativi elementi di omologia e altrettanto notevoli differenze rispetto al matrimonio disciplinato all’interno del codice civile.

art. 3, comma 3, lett. b), l. n. 898/1970,
art. 3, comma 3, lett. b), l. n. 898/1970,

NELLE UNIONI CIVILI A DIFFERENZA DEL MATRIMONIO :

non risulta contemplata la separazione personale di cui all’art. 3, comma 3, lett. b), l. n. 898/1970, la cui ininterrotta durata per il tempo minimo previsto per legge (in oggi ridotto a seguito della l. n. 55/2015, a sei o dodici mesi), costituisce la prevalente causa di divorzio. In altri termini, nell’unione civile si procede allo scioglimento «diretto» del vincolo”, avendo il Legislatore previsto una disciplina molto più simile a quella, ad esempio, di molti Paesi anglosassoni rispondendo a sentite “esigenze di snellezza delle relazioni giuridiche”

L’ordinanza in commento (Tribunale di Pordenone, 13 marzo 2019) è degna di nota per il fatto di avere, per la prima volta, applicato allo scioglimento dell’unione civile di una coppia omosessuale, non tanto la l. 898/1970 (che, lo si ricorda, è espressamente richiamata dalla l. 76/2016), quanto i medesimi principi interpretativi affermati dalla giurisprudenza in tema di riconoscimento e di quantificazione dell’assegno divorzile per le coppie eterosessuali.

“All’esito, ritenuto che le parti allo stato non intendono pervenire ad un accordo, ritenuto del tutto improprio e non applicabile, neppure per analogia, un provvedimento che autorizzi le

parti a vivere separate e sciolga la comunione delle unioniste (manca nella legge istitutiva delle unioni civili il richiamo all’art. 2 L. 55/15), pur riservandosi eventuali approfondimenti in sede istruttoria, rileva il giudicante:
– che appare opportuno applicare, anche per ragioni di pari trattamento, costituzionalmente orientato, all’assegno a seguito dello scioglimento dell’unione civile le medesime argomentazioni interpretative espresse dalle Sezioni Unite con la nota sentenza n. 18287/2018 in tema di assegno divorzile;

– che nel caso di specie è assolutamente pacifico lo squilibrio tra le condizioni economico- patrimoniali delle parti. Sul punto basti richiamare le dichiarazioni dei redditi depositate e la ricostruzione dei rispettivi patrimoni come lealmente tratteggiati dalle parti nel corso dell’udienza;

– che tale squilibrio, per quanto in misura marginale, appare, allo stato, riconducibile a scelte di vita assunte nel corso della relazione delle parti. A tale scopo ritiene il giudicante valorizzare anche la fase di convivenza “di fatto” prima della celebrazione dell’unione civile. Invero, detta fase pregressa non solo nei suoi connotati costituitivi è assolutamente identica alle modalità di gestione dell’unione civile post celebrazione; quanto poi è opportuno sottolineare che la coppia solo con la promulgazione della legge Cirinnà ha potuto “legalizzare” il proprio rapporto, non essendo possibile in epoca precedente contrarre in Italia tra loro una qualsiasi forma di “matrimonio”. Appare pertanto altamente verosimile che nel corso della stabile convivenza delle parti in causa, con inizio già nell’autunno del 2013, siano state adottate dalla signora X decisioni in ordine al trasferimento della propria residenza ed alla attività lavorativa dettate non solo dalla maggior comodità del posto di lavoro rispetto ai luoghi di convivenza (Pordenone piuttosto che Mira), ma anche dalla necessità di coltivare al meglio la relazione e trascorrere quanto più tempo possibile con la propria compagna, non comprimendo il tempo libero con le ore necessarie per il trasferimento da Pordenone a Venezia per almeno due volte al giorno. Deve, quindi, ritenersi, in relazione a scelte riconducibili alla vita comune, che la signora X abbia costituito un nuovo proprio centro di interessi in Pordenone ed abbia rinunciato, per le ragioni sopra esposte, ad una attività lavorativa leggermente meglio remunerata rispetto a quella attuale;

– che circa la quantificazione dell’assegno, non può ignorarsi che il rapporto tra le due partner sia durato un quinquennio e che allo stato non sembrano emergere convincenti elementi da giustificare una componente compensativa dell’assegno dovuto alla signora X. Sussiste senz’altro un effetto perequativo per perdita di chance. Se a tale elemento si

aggiungono anche gli effetti fiscali favorevoli per colei che sarà tenuta al versamento di un assegno e sfavorevoli per chi lo riceve;

ritiene

il giudicante equo e proporzionale fissare in € 350,00 mensili l’importo provvisorio dell’assegno posto a carico della signora Y ed in favore della signora X. L’assegno sarà versato con decorrenza marzo 2019, il giorno 27 di ogni mese ed in forma tracciabile, con rivalutazione annuale automatica in base alle variazioni degli indici ISTAT se in aumento (primo aggiornamento automatico marzo 2020).

Si segnala che il presente provvedimento provvisorio “

Alla parte dell’unione civile economicamente più debole, è stato riconosciutoriconosciuto un assegno periodico. La decisione considera che il «pacifico» squilibrio tra le condizioni economiche delle due donne è riconducibile a scelte di vita fatte nel corso della relazione: il giudice considera non solo il periodo successivo all’unione civile, ma anche quello di convivenza che lo ha preceduto. In particolare, la donna economicamente più debole ha cambiato città per vivere con la compagna e ha anche lasciato il lavoro, optando per uno meno retribuito. Il Tribunale rileva quindi (richiamando la sentenza a Sezioni unite della Cassazione 18287/2018) una perdita di chance.

All’art. 1, comma 24 della legge 76/2016 è infatti previsto che l’unione civile si sciolga “quando le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volontà di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile”. E’ perciò necessario che le Parti, congiuntamente o disgiuntamente, manifestino la propria volontà di interrompere il vincolo.
All’art. 1, comma 24 della legge 76/2016 è infatti previsto che l’unione civile si sciolga “quando le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volontà di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile”. E’ perciò necessario che le Parti, congiuntamente o disgiuntamente, manifestino la propria volontà di interrompere il vincolo.

All’art. 1, comma 24 della legge 76/2016 è infatti previsto che l’unione civile si sciolga “quando le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volontà di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile”. E’ perciò necessario che le Parti, congiuntamente o disgiuntamente, manifestino la propria volontà di interrompere il vincolo.
A far data dal momento della manifestazione della volontà delle Parti, decorre un termine trimestraledopo il quale “potrà essere presentata la domanda «diretta» di scioglimento dell’unione civile… Il termine di tre mesi rappresenta uno spatium deliberandi, finalizzato a verificare la serietà dell’intendimento di sciogliere l’unione, piuttosto che di tentare una riconciliazione; esso è, per molti aspetti assimilabile, alla prolungata ed ininterrotta separazione legale” (2).
L’inammissibilità dell’addebito non svuota, in ogni caso, di significato il progetto condiviso di vita di coppia: la violazione dei doveri derivanti dall’impegno sancito dall’unione civile, come è facile intuire, può rilevare ai fini di un eventuale diverso procedimento volto ad ottenere il risarcimento del c.d. “danno endofamiliare”, consistente nella violazione dei diritti di rango costituzionale della persona, come la reputazione, la libertà personale, finanche la salute.

All’art. 1, comma 24 della legge 76/2016 è infatti previsto che l’unione civile si sciolga “quando le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volontà di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile”. E’ perciò necessario che le Parti, congiuntamente o disgiuntamente, manifestino la propria volontà di interrompere il vincolo.
All’art. 1, comma 24 della legge 76/2016 è infatti previsto che l’unione civile si sciolga “quando le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volontà di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile”. E’ perciò necessario che le Parti, congiuntamente o disgiuntamente, manifestino la propria volontà di interrompere il vincolo.

Nell’attribuire il contributo economico alla partner Resistente, il Giudice ha utilizzato gli argomenti esplicitati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel luglio 2018, nella sentenza n. 18287.

 Come ormai noto, gli ermellini erano stati chiamati a pronunciarsi sulle condizioni di attribuibilità dell’assegno di divorzio, in particolare dopo la sentenza di legittimità n. 11504/2017 che aveva defalcato il granitico parametro del tenore di vita in favore del diverso indice, di natura squisitamente assistenziale, rappresentato dalla mancanza di autonomia economica.

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REZULTOHEN NJ SE SHPATIONRNDARJE PA SHPRNDARJES?

  • REZULTOHEN NJ SE SHPATIONRNDARJE PA SHPRNDARJES?

  • T D DIVOROHET SI ISSHT?
  •  
  • PSE DHE SI T TO SHPRNDET?
  •  
  • KU T R DREJTAT N IN SHTYP?
  • KUSH DUHET F CHMIJT T G SHKEMBEN?
  • FAR D DETYET N SE SEPARIM?
  •  
  • MUND T MUND TP SHPRNI N IFSE NDJRMJET ME LEJOJM?
  • SI KONGJOHEN KECRKESN DIVRILE?
  • SI KONGJOHEN K CHRKESA E MIRMBAJTJES?
  • Familja – Martesa – Ndarja personale e bashkëshortëve – Juridiksioni i gjykatësit për ndarje – Masat për fëmijë – Marrëveshjet midis bashkëshortëve – Jo detyruese

    Separazione e divorzio - Mantenimento dei figli - Domanda delle parti - Irrilevanza - Obbligo del coniuge non affidatario della prole di provvedere al pagamento della rata di mutuo della abitazione familiare - In assenza di domanda della parte - Ammissibilità.  A norma dell'articolo 155 del Cc il giudice stabilisce la misura e il modo con cui il coniuge non affidatario deve contribuire al mantenimento dei figli, senza essere vincolato dalle domande delle parti o dagli accordi eventualmente intervenuti tra esse.

    Ndarja dhe shkurorëzimi – Mbështetja e fëmijëve – Kërkesa e palëve – Irrelevance – Detyrimi i bashkëshortit që nuk iu besohet pasardhësve për të parashikuar pagesën e këstit të hipotekës së shtëpisë së familjes – Në mungesë të kërkesës së palës – Pranueshmëria. Në përputhje me nenin 155 të KP, gjyqtari përcakton shkallën dhe mënyrën në të cilën bashkëshorti jo-kujdestar duhet të kontribuojë në mirëmbajtjen e fëmijëve, pa qenë i detyruar nga pyetjet e palëve ose nga ndonjë marrëveshje midis tyre.

Neni. 337 ter Kodi i Procedurës Civile, në rregullimin e miratimit të masave në lidhje me fëmijët, përcakton se i takon gjykatësit, në mënyrë që të arrihet “e drejta për të mbajtur një marrëdhënie të ekuilibruar dhe të vazhdueshme me secilin nga prindërit, për të marrë kujdes, arsim, arsim dhe ndihmë morale nga të dy dhe për të mbajtur marrëdhënie domethënëse me ngjitësit dhe të afërmit e secilës degë prindërore. “, miratoni” dispozitat në lidhje me pasardhësit “të cilat duhet të përcaktohen” me referencë ekskluzive të interesit të tij moral dhe material “, në mënyrë që gjyqtari mund të marrë parasysh marrëveshjet e bëra midis prindërve vetëm nëse “nuk janë në kundërshtim me interesat e fëmijëve”.

Në këtë drejtim, Gjykata sqaroi se “Në lidhje me ndarjen personale të bashkëshortëve dhe divorcin – dhe gjithashtu në lidhje me fëmijët e prindërve të pamartuar – kriteri themelor i cili duhet të frymëzohet nga masat relative është interesi ekskluziv moral dhe material i fëmijëve. (parashikuar në të kaluarën nga neni 155 i Kodit Civil dhe tani nga neni 337 ter i Kodit Civil) me pasojë që gjyqtari nuk është i detyruar nga kërkesat e bëra dhe marrëveshjet midis palëve dhe për këtë arsye mund të shqiptojë një “ultra petitum”. (Gjykata e Kasacionit nr. 25055 e datës 10/23/2017; Cass. N. 11412 e 22/05/2014).

Në të vërtetë, dhe kjo duhet të nënvizohet, madje edhe një marrëveshje zyrtare midis prindërve, edhe nëse simptomatike e bashkëpunimit pozitiv midis të njëjtit, nuk mund të shpërfillet në dispozitën gjyqësore në lidhje me pasardhësit, përveç nëse verifikimi paraprak i pajtueshmërisë së tij me interesin e fëmijës.

Për temën e ndarjes personale midis bashkëshortëve dhe divorcit – dhe gjithashtu në lidhje me fëmijët e prindërve të pamartuar – kriteri themelor i cili duhet të frymëzohet nga masat relative është interesi ekskluziv moral dhe material i fëmijëve (parashikuar në të kaluarën nga arti). 155 i Kodit Civil dhe tani i nenit 337-ter të Kodit Civil) me pasojë që gjykatësi nuk është i detyruar nga kërkesat e bëra dhe marrëveshjet midis palëve, prandaj mund të shqiptojë edhe “ultra petitum”. Në të vërtetë, dhe duhet theksuar, edhe një marrëveshje zyrtare midis prindërve, megjithëse simptomatike e bashkëpunimit pozitiv midis tyre, nuk mund të shpërfillet në urdhrin gjyqësor në lidhje me pasardhësit, përveç nëse verifikimi paraprak i pajtueshmërisë me interesin e fëmijës.
• Gjykata e Kasacionit, Seksioni VI – I, Urdhëresë 6 Shtator 2019 n. 22411

Për temën e ndarjes personale midis bashkëshortëve dhe divorcit – dhe gjithashtu në lidhje me fëmijët e prindërve të pamartuar – kriteri themelor i cili duhet të frymëzohet nga masat relative është interesi ekskluziv moral dhe material i fëmijëve (parashikuar në të kaluarën nga arti). 155 i Kodit Civil dhe tani i nenit 337 ter të kodit civil) me pasojë që gjykatësi nuk është i detyruar nga kërkesat e bëra dhe marrëveshjet midis palëve, prandaj mund të shqiptojë edhe “ultra petitum”. (Në këtë rast, KK konfirmoi dekretin e gjykatës së apelit i cili kishte vendosur të përfshijë shpenzime të jashtëzakonshme për t’u rënë dakord paraprakisht ndërmjet prindërve, përveç shpenzimeve sportive dhe rekreative, përfshirë shpenzimet mjekësore dhe shkollore, edhe nëse ato nuk ishin objekt i ankesës ).
• Gjykata e Kasacionit, Seksioni VI-I, Urdhri i 23 Shtator 2017, Nr.25055

Ndarja dhe shkurorëzimi – Mbështetja e fëmijëve – Kërkesa e palëve – Irrelevance – Detyrimi i bashkëshortit që nuk iu besohet pasardhësve për të parashikuar pagesën e këstit të hipotekës së shtëpisë së familjes – Në mungesë të kërkesës së palës – Pranueshmëria.
Në përputhje me nenin 155 të KP, gjyqtari përcakton shkallën dhe mënyrën në të cilën bashkëshorti jo-kujdestar duhet të kontribuojë në mirëmbajtjen e fëmijëve, pa qenë i detyruar nga pyetjet e palëve ose nga ndonjë marrëveshje midis tyre. Në mënyrë korrekte, pra, gjyqtari i vendeve të meritës – megjithëse në rastin e një kërkese të qartë të bashkëshortit tjetër – përgjegjësinë e pagimit të kësteve të kredisë, duke përbërë të njëjtin një modalitet të përmbushjes së detyrim kontributiv në favor të fëmijëve.
• Gjykata e Kasacionit, seksioni I, fjalia 3 shtator 2013, n. 20139

Familja – Martesa – Ndarja personale e bashkëshortëve – Efekt i
Gjyqtari që shqipton ndarjen e bashkëshortëve, në procedimin për t’ia besuar pasardhësve njërit prej tyre, si dhe në përcaktimin e masës dhe mënyrës së kontributit, të cilën e mban bashkëshorti jo-kujdestar, për mirëmbajtje, arsimim dhe education edukimi i fëmijëve, nuk ka nevojë për një kërkesë nga bashkëshortët, as nuk është i detyruar nga marrëveshjet e të njëjtit, duke qenë mbajtës i një detyre pushteti, bazuar në mbrojtjen e një interesi superior të shtetit në mbrojtjen dhe kujdesin e të miturve. Në ushtrimin e këtij pushteti, gjykatësi nuk ka asnjë kufizim tjetër përveç asaj të vetë shkencës dhe ndërgjegjes së tij bazuar në provat e nxjerra nga palët ose të rregulluar sipas detyrës zyrtare, pasi të ketë marrë parasysh marrëveshjen midis vetë palëve.
• Gjykata e Kasacionit, pjesa I, fjalia 7 qershor 1982, n. 3438

Nga Sergio Armaroli Shtator, 2019 BOLOGNA ATTORNEY , avokat civil i Bolonjës , Lajme

IL VICINO FA RUMORI NOTTURNI? NON LASCIA RIPOSARE:DANNO  

IL VICINO FA RUMORI NOTTURNI? NON LASCIA RIPOSARE:DANNO

 

I PRINCIPI ESPRESSI DA CASSAZIONE

Sentenza 16 ottobre 2015, n. 20927

Brekaup marriage couple with divorce certification

 

IL d.P.C.M. 14 novembre 1997 non faccia venir meno la possibilità che essa possa esser ritenuta responsabile sotto il profilo civilistico, in caso di violazione dei sopra ricordati artt. 844 e 2043 c.c. laddove sia riscontrato, come accertato dal consulente tecnico, che vi siano state ripetute immissioni sonore in orario dedicato al riposo notturno che superavano i tre dB(A) Leq di rumore di fondo, soglia fissata da un consolidato orientamento giurisprudenziale come tetto massimo di tollerabilità in orario notturno.

 

La Suprema Corte ha avuto infatti più volte modo di affermare, con affermazioni rispetto alle quali non vi è ragione di discostarsi, che nell’ambito, non già della tutela della quiete pubblica ovvero del rapporto tra privati e P.A., bensì dei rapporti tra privati, l’osservanza delle normative tecniche speciali, quali quelle qui invocate, non è dirimente nell’escludere l’intollerabilità delle immissioni (v. da ultimo Cass. n. 8474 del 2015); che la fattispecie deve essere vagliata secondo l’ordinario criterio di cui alla disposizione generale dell’art. 844 cit., nel senso che il superamento della soglia codicistica di tollerabilità delle immissioni ben può essere riscontrata pur nell’accertato rispetto dei limiti di cui alla normativa tecnica. Si è in proposito affermato (Cass. n. 1151 del 2003; Cass. n. 1418 del 2006; Cass. n. 939 del 2011; Cass. n. 17051 del 2011 e, più recentemente, in materia di rumorosità da sorvolo aereo: Cass. n. 15233 del 2014) che: in materia di immissioni, mentre è illecito il superamento dei livelli di accettabilità stabiliti dalle leggi e dai regolamenti che, disciplinando le attività produttive, fissano nell’interesse della collettività le modalità di rilevamento dei rumori ed i limiti massimi di tollerabilità, l’eventuale rispetto degli stessi non può fare considerare senz’altro lecite le immissioni, dovendo il giudizio sulla loro tollerabilità formularsi in concreto alla stregua dei principi di cui all’art. 844 c.c.; che alla materia delle immissioni sonore o da vibrazioni o scuotimenti atte a turbare il bene della tranquillità nel godimento degli immobili adibiti ad abitazione non è applicabile la l. 26 ottobre 1995, n. 447, sull’inquinamento acustico, poiché tale normativa, come quella contenuta nei regolamenti locali, persegue interessi pubblicistici disciplinando, in via generale ed assoluta, e nei rapporti c.d. verticali fra privati e la P.A., i livelli di accettabilità delle immissioni sonore al fine di assicurare alla collettività il rispetto di livelli minimi di quiete; che la disciplina delle immissioni moleste in alieno nei rapporti fra privati va sempre rinvenuta nell’art. 844 c.c., sulla cui base, quand’anche dette immissioni non superino i limiti fissati dalle norme di interesse generale, il giudizio in ordine alla loro tollerabilità va compiuto secondo il prudente apprezzamento del giudice, che tenga conto di tutte le peculiarità della situazione concreta. Analogamente è a dire per la normativa secondaria e regolamentare di attuazione la quale, nel determinare le modalità di rilevamento dei rumori ed i limiti di tollerabilità in materia di immissioni rumorose, non può per sua natura che perseguire finalità meramente esecutive di carattere pubblicistico, così incidendo sui soli rapporti fra i privati e la P.A.; sicché i limiti tecnici in essa contenuti non escludono l’applicabilità dell’art. 844 c.c., nei rapporti tra i proprietari di fondi vicini. Va inoltre ribadito che la valutazione imposta al giudice ex art. 844 c.c., risponde – nel contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà – alla tutela di preminenti diritti di rilievo costituzionale, come quello alla salute ed alla qualità della vita.

 

Art. 6-ter. – (Normale tollerabilità delle immissioni acustiche). 1. Nell’accertare la normale tollerabilità delle immissioni e delle emissioni acustiche, ai sensi dell’articolo 844 del codice civile, sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti e la priorità di un determinato uso.

 

 

La ricorrente sostiene che con questo articolo, in materia di immissioni ed emissioni acustiche, il legislatore ha superato tutto il dibattito dottrinario e giurisprudenziale e i criteri elaborati dalla giurisprudenza a tutela del privato a fronte delle immissioni, chiarendo definitivamente che i valori limite da rispettare sono semplicemente ed unicamente, senza alcuna differenziazione tra tutela privatistica ed amministrativa, quelli indicati dal d.P.C.M. 19 novembre 1997. Ritiene che, trattandosi di norma di interpretazione autentica, essa sia immediatamente applicabile al caso di specie.

Il motivo è infondato.

La normativa in questione, diversamente da quanto opinato dalla Corte d’appello (e quindi intervenendo a correggere sul punto la motivazione) potrebbe anche essere ritenuta immediatamente applicabile in quanto, benché costituisca ius superveniens, sembra esprimere un portato di interpretazione autentica, argomentabile dal riferimento alle disposizioni di legge e ai regolamenti vigenti.

 

Tuttavia, come già osservato da Cass. n. 8474 del 2015, valorizzando anche le affermazioni della Corte costituzionale che si è già espressa sulla conformità della disciplina stessa ai principi costituzionali, alla norma deve necessariamente data una interpretazione costituzionalmente orientata, e non necessariamente derogatoria del principio di accertamento in concreto della normale tollerabilità da parte del giudice, tenuto anche conto del principio generale per cui “il limite della tutela della salute è da ritenersi ormai intrinseco nell’attività di produzione oltre che nei rapporti di vicinato, alla luce di una interpretazione costituzionalmente orientata, dovendo considerarsi prevalente, rispetto alle esigenze della produzione, il soddisfacimento ad una normale qualità della vita” (Cass. n. 5564 dell’8 marzo 2010). La Corte costituzionale, con ordinanza n. 103 del 2011 con la quale ha ritenuto inammissibile la questione di legittimità costituzionale su di essa dedotta, ha affermato proprio che dal solo dettato dell’art. 6-ter cit. non può aprioristicamente evincersi una portata derogatoria e limitativa dell’art. 844 c.c., senza prima tentare di sperimentare diverse interpretazioni idonee a preservare la norma stessa dai sollevati profili di denunciata incostituzionalità. Aggiunge che alla assai generica locuzione “sono fatte salve in ogni caso le disposizioni di legge e di regolamento vigenti che disciplinano specifiche sorgenti e la priorità di un determinato uso”, contenuta nella norma in esame, non debba necessariamente riconoscersi una portata derogatoria rispetto alla disciplina codicistica in tema di immissioni. Nell’identificare il significato della norma e nel vagliare l’eventuale influenza di tale clausola di salvezza rispetto ai criteri civilistici di accertamento del limite della normale tollerabilità delle immissioni acustiche il giudice delle leggi segnala che non si possa prescindere dal criterio guida della protezione del diritto alla salute (al quale si aggiunge, come meglio si vedrà in riferimento al motivo n. 5 del presente ricorso, la necessità di tutelare il diritto al rispetto della vita privata e familiare, imposto dall’art. 8 Cedu); sulla base, però, non già del mero rispetto di un limite tabellare assoluto, bensì della concreta incidenza (id est: tollerabilità) delle immissioni nello specifico e mutevole contesto della loro manifestazione, così come imposto dall’ormai consolidata interpretazione, giurisprudenziale dell’art. 844 c.c., disposizione che lo stesso art. 6-ter prevede che continui ad essere applicata. Pertanto, anche a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 6-ter, mantiene la sua attualità l’ormai pacifico orientamento di legittimità che differenzia – quanto ad oggetto, finalità e sfera di applicazione – la disciplina contenuta nel codice civile dalla normativa di diritto pubblico.

 

 

 

Con il terzo motivo, la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. nonché l’esistenza del vizio di motivazione apparente.

Il motivo è inammissibile, in quanto non contiene una critica puntuale alla motivazione della sentenza, che fa proprie motivatamente le conclusioni del c.t.u., ma la critica è rivolta direttamente ai criteri di calcolo adottati dallo stesso consulente; in questi termini si traduce nel tentativo di indurre la corte ad un nuovo giudizio di fatto, inammissibile in questa sede.

Rientra poi legittimamente nella libera formazione del convincimento del giudice la scelta, tra varie risultanze di accertamenti peritali, alcune favorevoli ad una parte ed altre alla controparte, di quella che per motivi che è tenuto ad esporre ritiene più convincente. I motivi della scelta sono peraltro puntualmente enunciati a pag. 25 della sentenza (concordanza tra le risultanze della c.t.u. e le deposizioni dei testi, preferenza per le consulenze espletate nel contraddittorio tra le parti rispetto all’altro elaborato peritale depositato dalla Flex).

All’interno del quarto motivo, la ricorrente lamenta anche che la corte territoriale non abbia tenuto affatto in conto, quanto meno per eliminare il divieto a svolgere l’attività per il futuro, che nel 2009, quindi nel corso del giudizio di appello, la ricorrente abbia messo in opera un costoso sistema di insonorizzazione, che ha modificato in maniera consistente la rumorosità prodotta dal locale. La doglianza non può essere presa in considerazione in mancanza di una adeguata censura, riconducibile non alla violazione dell’art. 844 c.c. e quindi ad un neppure ben esplicitato vizio di violazione di legge, ma al vizio processuale di omessa pronuncia, riconducibile all’ipotesi di cui all’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c.

  1. È ben vero che la Corte ha inteso in questi ultimi anni ridisegnare l’area del danno non patrimoniale risarcibile espungendone i pregiudizi inconsistenti che avevano trovato occasionalmente tutela nei giudizi di merito pur non potendo assurgere a lesioni meritevoli di tutela e le duplicazioni ingiustificate delle voci di danno.

  2. Da ciò non si può far discendere però, quale automatica conseguenza, la conclusione per cui il danno non patrimoniale sarebbe risarcibile soltanto qualora ad esso si associ una lesione del diritto alla salute ovvero un vero e proprio danno biologico. La stessa sentenza n. 26972 del 2008 ha chiarito che il danno alla qualità dell’esistenza trova tutela soltanto quando esso si verifichi in conseguenza della lesione di un diritto costituzionalmente garantito (escludendo in tal modo i danni bagatellari) con ciò non precludendo però la strada alla possibilità di porre a fondamento della risarcibilità del danno non patrimoniale un diritto fondamentale diverso rispetto al diritto alla salute (e alla lesione di interessi costituzionalmente protetti, quali l’inviolabilità del domicilio e la tutela della famiglia fa riferimento la sentenza impugnata).

  3. Proprio in tema di risarcibilità del pregiudizio per immissioni che superino la soglia di tollerabilità, questa Corte ha più volte affermato già in passato che pur quando non risulti integrato un danno biologico, la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria casa di abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane sono pregiudizi apprezzabili in termini di danno non patrimoniale (v. Cass. n. 7875 del 2009).

  4. n. 26899 del 2014 ha affermato che l’accertata esposizione ad immissioni sonore intollerabili può determinare una lesione del diritto al riposo notturno e alla vivibilità della propria abitazione, la cui prova può essere fornita dal danneggiato anche mediante presunzioni sulla base delle nozioni di comune esperienza (Nella specie, le immissioni sonore – costituite da musica ad alto volume e altri schiamazzi “clamorosamente eccedenti la normale tollerabilità” in orario serale e notturno – avevano determinato una lesione, non futile, al diritto al riposo notturno per un periodo di almeno tre anni).

  5. A ciò deve aggiungersi che il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare è uno dei diritti protetti dalla Convenzione europea dei diritti umani (art. 8). La Corte di Strasburgo ha fatto più volte applicazione di tale principio anche a fondamento della tutela alla vivibilità dell’abitazione e alla qualità della vita all’interno di essa, riconoscendo alle parti assoggettate ad immissioni intollerabili un consistente risarcimento del danno morale, e tanto pur non sussistendo alcuno stato di malattia. La Corte ha più volte condannato, per violazione dell’art. 8, gli Stati che, in presenza di livelli di rumore significantemente superiori al livello massimo consentito dalla legge, non avessero adottato misure idonee a garantire una tutela effettiva del diritto al rispetto della vita privata e familiare: sentenza Deés v. Ungheria del 9 novembre 2010; sentenze Oluic v. Croazia n. 61260 del 2008 (§§ da 48 a 66) e Moreno Gómez v. Spagna, n. 4143/02 (§§ da 57 a 63).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI INTERNAZIONALI SERGIO ARMAROLI

AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI INTERNAZIONALI

AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI INTERNAZIONALI SERGIO ARMAROLI
AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI INTERNAZIONALI SERGIO ARMAROLI

L’avv Sergio Armaroli con passione e impegno si dedica alla tutela delle persone e soggetti che hanno problematiche di eredita’ internazionale.

Materia assai complessa che coinvolge il diritto interno e il diritto privato internazionale, oltre che norme Europee.

Testamento Internazionale

Sia in caso di successione per legge (ab intestato) che testamentaria, è frequente che sia necessario l’intervento di un avvocato civilista esperto di eredità al fine di risolvere problematiche quali la nullita’ del testamento anche internazionale , divisione delle quote tra coeredi, tutela dei legittimari pretermessi o lesi nelle loro quote di riserva.

AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI INTERNAZIONALI SERGIO ARMAROLI
AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI INTERNAZIONALI SERGIO ARMAROLI

Lo studio dell’avv Sergio Armaroli con anni di studio e successi fornisce  consulenza legale in materia di diritto delle successioni relativa a tutti gli aspetti successori, tra cui: la redazione della dichiarazione di successione; l’accettazione dell’eredità e l’accettazione con beneficio di inventario; rinuncia all’eredità; redazione del testamento e degli atti dispositivi di ultima volontà; interpretazione delle clausole testamentarie; impugnazione del testamento; successioni internazionali; donazioni; divisione ereditaria; mediazione e contenzioso ereditario.

si applica nei casi in cui un cittadino italiano si trovi all’estero, oppure si tratta del testamento di un cittadino straniero in Italia.

 

 

 

REGOLAMENTO (UE) N. 650/2012 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO

del 4 luglio 2012

relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e all’accettazione e all’esecuzione degli atti pubblici in materia di successioni e alla creazione di un certificato successorio europeoavvocato specializzato cause-eredtarie-eredtarie

IL PARLAMENTO EUROPEO E IL CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA,

visto il trattato sul funzionamento dell’Unione europea, in par­ ticolare l’articolo 81, paragrafo 2,

vista la proposta della Commissione europea,
visto il parere del Comitato economico e sociale europeo (1), deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria (2), considerando quanto segue:

  1. (1)  L’Unione si è prefissata l’obiettivo di mantenere e svilup­ pare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone. Per realiz­ zare gradualmente tale spazio, l’Unione deve adottare misure nel settore della cooperazione giudiziaria in ma­ teria civile con implicazioni transnazionali, in particolare se necessario al corretto funzionamento del mercato in­
  2. (2)  A norma dell’articolo 81, paragrafo 2, lettera c) del trat­ tato sul funzionamento dell’Unione europea, tali misure possono includere misure volte ad assicurare la compa­ tibilità delle regole applicabili negli Stati membri ai con­ flitti di leggi e di giurisdizione.
  3. (3)  Il Consiglio europeo di Tampere del 15 e 16 ottobre 1999 ha approvato il principio del reciproco riconosci­ mento delle sentenze e altre decisioni delle autorità giu­ diziarie in quanto fondamento della cooperazione giudi­ ziaria in materia civile, invitando il Consiglio e la Com­ missione ad adottare un programma di misure per l’at­ tuazione di tale principio.
  4. (4)  Il 30 novembre 2000 è stato adottato un programma di misure sull’attuazione del principio di riconoscimento

    AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI INTERNAZIONALI SERGIO ARMAROLI
    AVVOCATO ESPERTO SUCCESSIONI INTERNAZIONALI SERGIO ARMAROLI

(1) GU C 44 dell’11.2.2011, pag. 148.
(2) Posizione del Parlamento europeo del 13 marzo 2012 (non ancora

pubblicata nella Gazzetta ufficiale) e decisione del Consiglio del 7 giugno 2012.

reciproco delle decisioni in materia civile e commercia­ le (3), comune alla Commissione e al Consiglio. Tale pro­ gramma ravvisa nelle misure relative all’armonizzazione delle norme sul conflitto di leggi misure che facilitano il reciproco riconoscimento delle decisioni e prevede l’ela­ borazione di uno strumento in materia di testamenti e successioni.

  1. (5)  Il Consiglio europeo, riunito a Bruxelles il 4 e 5 novembre 2004, ha adottato un nuovo programma, dal titolo «Pro­ gramma dell’Aia: rafforzamento della libertà, della sicu­ rezza e della giustizia nell’Unione europea» (4). Tale pro­ gramma sottolinea la necessità di adottare uno strumento in materia di successioni che tratti, in particolare, le que­ stioni del conflitto di leggi, della competenza del reci­ proco riconoscimento e dell’esecuzione delle decisioni nel settore delle successioni e un certificato successorio europeo.
  2. (6)  Nella riunione tenutasi a Bruxelles il 10 e l’11 dicembre 2009, il Consiglio europeo ha adottato un nuovo pro­ gramma pluriennale, denominato «Programma di Stoc­ colma – Un’Europa aperta e sicura al servizio e a tutela dei cittadini»(5). Nel programma secondo il Consiglio europeo si dovrebbe estendere il riconoscimento reci­ proco a materie non ancora contemplate che tuttavia rivestono un ruolo centrale nella vita di tutti i giorni, quali successioni e testamenti, tenendo conto nel con­ tempo degli ordinamenti giuridici degli Stati membri, tra cui l’ordine pubblico, e delle tradizioni nazionali in questo settore.
  3. (7)  È opportuno contribuire al corretto funzionamento del mercato interno rimuovendo gli ostacoli alla libera circo­ lazione di persone che attualmente incontrano difficoltà nell’esercizio dei loro diritti nell’ambito di una succes­ sione con implicazioni transfrontaliere. Nello spazio eu­ ropeo di giustizia, i cittadini devono poter organizzare in anticipo la propria successione. I diritti di eredi e legatari, di altre persone vicine al defunto nonché dei creditori dell’eredità devono essere garantiti in maniera efficace.
  4. (8)  Per conseguire tali obiettivi è opportuno che il presente regolamento raggruppi le disposizioni relative alla com­ petenza, alla legge applicabile, al riconoscimento — o, secondo il caso, all’accettazione, — all’esecutività e all’ese­ cuzione di decisioni, atti pubblici e transazioni giudiziarie e alla creazione di un certificato successorio europeo.

IT

L 201/108 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea 27.7.2012

  1. (9)  L’ambito d’applicazione del presente regolamento do­ vrebbe estendersi a tutti gli aspetti di diritto civile della successione a causa di morte, ossia qualsiasi modalità di trasferimento di beni, diritti e obbligazioni a causa di morte, che si tratti di un atto volontario per disposizione a causa di morte ovvero di un trasferimento per effetto di successione legittima.
  2. (10)  Il presente regolamento non dovrebbe applicarsi alla ma­ teria fiscale, né alla materia amministrativa di diritto pub­ Pertanto dovrebbe spettare alla legislazione nazio­ nale determinare, per esempio, le modalità di calcolo e versamento delle imposte e degli altri tributi di diritto pubblico, se dette imposte siano a carico del defunto al momento della morte o ogni altro tipo di tassa di suc­ cessione da riscuotere dal patrimonio ereditario o dai beneficiari. Dovrebbe anche spettare al diritto nazionale determinare se il rilascio di beni della successione ai beneficiari ai sensi del presente regolamento o l’iscrizione di beni della successione in un registro possano essere soggetti al pagamento di imposte.
  3. (11)  Il presente regolamento non dovrebbe applicarsi a settori del diritto civile diversi dalla successione. A fini di chia­ rezza, diverse questioni che si potrebbero ritenere legate alla materia successoria dovrebbero essere esplicitamente escluse dall’ambito d’applicazione del presente regola­
  4. (12)  Il presente regolamento non si dovrebbe pertanto appli­ care alle questioni inerenti ai regimi patrimoniali tra co­ niugi, comprese le convenzioni matrimoniali riconosciute in alcuni sistemi giuridici nella misura in cui non trattino questioni di successione, e i regimi patrimoniali relativi a rapporti che si considera abbiano effetti comparabili al matrimonio. Le autorità che, a norma del presente rego­ lamento, sono competenti per una determinata succes­ sione dovrebbero tener conto, in funzione della situazio­ ne, dello scioglimento del regime patrimoniale tra co­ niugi o del regime patrimoniale assimilabile del defunto ai fini della determinazione dell’eredità del defunto e delle rispettive quote dei beneficiari.
  5. (13)  Anche le questioni inerenti alla costituzione, al funziona­ mento e allo scioglimento di trust dovrebbero essere escluse dall’ambito d’applicazione del presente regola­ mento, senza che ciò sia inteso come un’esclusione ge­ nerale dei trust. In caso di costituzione di trust testamen­ tari o legali in connessione con una successione legittima si dovrebbe applicare la legge applicabile alla successione in forza del presente regolamento per quanto riguarda la devoluzione dei beni e la determinazione dei beneficiari.
  6. (14)  I diritti di proprietà, gli interessi e i beni creati o trasferiti con strumenti diversi dalla successione, per esempio a titolo di donazione, dovrebbero essere altresì esclusi dal­ l’ambito di applicazione del presente regolamento. Tutta­ via, dovrebbe spettare alla legge designata dal presente regolamento, quale legge applicabile alla successione, de­ terminare se le donazioni o altre forme di disposizioni inter vivos che comportano l’acquisizione precedente alla

morte di un diritto reale debbano essere oggetto di col­ lazione e riduzione ai fini del calcolo delle quote dei beneficiari secondo la legge applicabile alla successione.

(15) Il presente regolamento dovrebbe consentire la creazione o il trasferimento per successione di un diritto su un bene immobile o mobile secondo la legge applicabile alle successioni. Non dovrebbe tuttavia incidere sul nu­ mero limitato («numerus clausus») dei diritti reali conosciuti nel diritto nazionale di taluni Stati membri. Uno Stato membro non dovrebbe essere tenuto a riconoscere un diritto reale su un bene situato in tale Stato membro se il diritto reale in questione non è contemplato dal suo diritto patrimoniale.

(16) Per consentire tuttavia ai beneficiari di godere in un altro Stato membro dei diritti che sono stati creati o trasferiti loro per successione, il presente regolamento dovrebbe prevedere l’adattamento di un diritto reale non ricono­ sciuto al diritto reale equivalente più vicino previsto dalla legge di tale altro Stato membro. Nel procedere all’adat­ tamento occorre tener conto degli obiettivi e degli inte­ ressi perseguiti dal diritto reale in questione nonché dei suoi effetti. Ai fini della determinazione del diritto reale nazionale equivalente più vicino, le autorità o le persone competenti dello Stato la cui legge si applica alla succes­ sione possono essere contattate per ulteriori informazioni sulla natura e sugli effetti del diritto. A tale scopo, si potrebbero utilizzare le reti esistenti nel settore della coo­ perazione giudiziaria in materia civile e commerciale nonché qualsiasi altro mezzo disponibile che agevoli la comprensione di una legge straniera.

(17) L’adattamento di diritti reali non riconosciuti come espli­ citamente previsto dal presente regolamento non do­ vrebbe precludere altre forme di adattamento nel conte­ sto dell’applicazione del presente regolamento.

(18) I requisiti relativi all’iscrizione in un registro di un diritto su beni immobili o mobili dovrebbero essere esclusi dal­ l’ambito di applicazione del presente regolamento. Spet­ terebbe pertanto alla legge dello Stato membro in cui è tenuto il registro determinare (per i beni immobili, la lex rei sitae) le condizioni legali e le modalità dell’iscrizione nonché le autorità incaricate, come registri fondiari o notai, di verificare che tutti i requisiti siano rispettati e che la documentazione presentata o prodotta sia suffi­ ciente o contenga le informazioni necessarie. In partico­ lare, le autorità possono verificare che il diritto del de­ funto ai beni della successione di cui al documento pre­ sentato per la registrazione sia un diritto iscritto in quanto tale nel registro o sia altrimenti dimostrato in conformità alla legge dello Stato membro in cui è tenuto il registro. Per evitare la duplicazione dei documenti, le autorità preposte alla registrazione dovrebbero accettare i documenti redatti dalle autorità competenti di un altro Stato membro la cui circolazione è prevista dal presente regolamento. In particolare, il certificato successorio eu­ ropeo rilasciato in applicazione del presente regolamento dovrebbe costituire un documento idoneo per l’iscrizione dei beni della successione nel registro di uno Stato mem­ bro. Ciò non dovrebbe tuttavia precludere alle autorità

IT

27.7.2012 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 201/109

preposte alla registrazione la facoltà di chiedere alla per­ sona che sollecita la registrazione di fornire ulteriori in­ formazioni o di presentare documenti aggiuntivi richiesti in virtù della legge dello Stato membro in cui è tenuto il registro, per esempio informazioni o documenti relativi ai pagamenti fiscali. L’autorità competente può indicare alla persona che chiede la registrazione le modalità per fornire le informazioni o i documenti mancanti.

MODENA AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  EMORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

Bastiglia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bomporto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Campogalliano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Camposanto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Carpi AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castelfranco Emilia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castelnuovo Rangone AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castelvetro di Modena AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Cavezzo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Concordia sulla Secchia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fanano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Finale Emilia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fiorano Modenese AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fiumalbo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Formigine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Frassinoro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Guiglia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Lama Mocogno AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Maranello AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Marano sul Panaro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Medolla AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Mirandola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
MODENA AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Montecreto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Montefiorino AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Montese AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Nonantola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Novi di Modena AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Palagano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Pavullo nel Frignano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Pievepelago AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Polinago AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Prignano sulla Secchia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Ravarino AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Riolunato AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
San Cesario sul Panaro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
San Felice sul Panaro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
San Possidonio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
San Prospero AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Sassuolo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Savignano sul Panaro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Serramazzoni AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Sestola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Soliera AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Spilamberto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Vignola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Zocca AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

 

RAVENNA

Ravenna AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Faenza AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Lugo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Cervia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bagnacavallo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Russi AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Alfonsine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Massa Lombarda AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Conselice AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castel Bolognese AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fusignano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Brisighella AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Cotignola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Riolo Terme AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Solarolo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Sant’Agata sul Santerno AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Casola Valsenio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bagnara di Romagna AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

 

FORLI

Forlì AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Cesena AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Cesenatico AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Savignano sul Rubicone AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Forlimpopoli AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
San Mauro Pascoli AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bertinoro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Gambettola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Meldola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Gatteo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Longiano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Mercato Saraceno AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castrocaro Terme e Terra del Sole AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Predappio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bagno di Romagna AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Modigliana AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Santa Sofia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Civitella di Romagna AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Sarsina AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Roncofreddo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Sogliano al Rubicone AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Borghi AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Galeata AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Rocca San Casciano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Verghereto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Montiano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Dovadola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Tredozio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Premilcuore AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Portico e San Benedetto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

 

 

 

 

Rovigo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Adria AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Porto Viro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Occhiobello AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Lendinara AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Badia Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Porto Tolle AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Taglio di Po AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Rosolina AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Villadose AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

Ariano nel Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castelmassa AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fiesso Umbertiano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Polesella AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
San Martino di Venezze AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Ceregnano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Lusia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Loreo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Stienta AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Canaro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Trecenta AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castelnovo Bariano AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Arquà Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fratta Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Costa di Rovigo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bergantino AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Ficarolo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Corbola AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Pontecchio Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Giacciano con Baruchella AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Villanova del Ghebbo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Crespino AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Melara AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Ceneselli AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Pettorazza Grimani AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Castelguglielmo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Gavello AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Papozze AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bosaro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Frassinelle Polesine AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bagnolo di Po AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Villamarzana AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Salara AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Guarda Veneta AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Pincara AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
San Bellino AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Gaiba AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Villanova Marchesana AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Canda AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Calto AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

 

 

FERRARA AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

Cento AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Comacchio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Argenta AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Copparo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bondeno AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Codigoro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Portomaggiore AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Poggio Renatico AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Fiscaglia AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Cento AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Comacchio AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Argenta AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Copparo AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Bondeno AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Codigoro AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Portomaggiore AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE
Poggio Renatico AVVOCATO INCIDENTI GRAVI  E MORTALI, RESPONSABILITA’ MEDICA, CAUSE EREDITARIE, DIVISIONI EREDITARIE

 

ADDEBITO SEPARAZIONE : PUBBLICITA RELAZIONE CLANDESTINA

ADDEBITO SEPARAZIONE:PUBBLICITA RELAZIONE CLANDESTINA

ADDEBITO SEPARAZIONE:PUBBLICITA RELAZIONE CLANDESTINA
ADDEBITO SEPARAZIONE:PUBBLICITA RELAZIONE CLANDESTINA

FATTO: che il matrimonio era entrato in crisi a seguito di una relazione extraconiugale del marito, resa pubblica su un noto social network, con conseguente grave offesa alla propria dignità, ha chiesto, pertanto, la dichiarazione di addebito della separazione al coniuge, nonché l’assegnazione della casa familiare, l’affido condiviso delle figlie minori, con collocamento prevalente presso la madre, con previsione di un regime di visita per il padre, e la determinazione dell’assegno di mantenimento delle figlie in euro 1.400 mensili, oltre il 50% delle spese straordinarie

Tribunale di Roma

Sezione I Civile

Sentenza 12 gennaio 2016, n. 456

 

AFFERMA LA SENTENZA Deve pertanto pronunciarsi la separazione con addebito al marito per violazione del dovere di fedeltà, tenuto conto delle modalità con cui è stata coltivata la relazione extraconiugale, che hanno comportato offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.

Le questioni patrimoniali sono incentrate esclusivamente sulla determinazione del contributo paterno per il mantenimento per la figlia maggiorenne, convivente con la madre.

 

ADDEBITO SEPARAZIONE:PUBBLICITA RELAZIONE CLANDESTINA
ADDEBITO SEPARAZIONE:PUBBLICITA RELAZIONE CLANDESTINA

 

 

Deve premettersi, in linea generale, che grava sulla parte che richieda l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare sia la contrarietà del comportamento di costui ai doveri che derivano dal matrimonio, sia l’efficacia causale di questi comportamenti nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza (cfr. Cass. n. 14840/06; n. 12383/05); tuttavia, laddove la ragione dell’addebito sia costituita dall’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale, questo comportamento, rappresentando una violazione particolarmente grave che determina normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, se provato, giustifica l’addebito della separazione al coniuge responsabile (cfr Cass. n. 8512/06; n. 13592/06; n. 25618/07; n. 21245/10); in questo caso, i fatti che escludono il nesso di causalità tra la violazione accertata e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza devono essere allegati e provati dalla parte che resiste alla domanda di addebito della separazione (cfr. Cass. n. 2059/12).

Nel caso in esame, può ritenersi dimostrato sia dalla produzione documentale (cfr allegati al ricorso n. 12-18) che dall’istruttoria svolta (cfr dichiarazione dei testi C. e P.) che il T. aveva instaurato una relazione extraconiugale con un’altra donna nel corso del matrimonio, precisamente nell’estate 2012, rendendola finanche pubblica su un noto social network. Al riguardo, i testi escussi (cognata e amica della ricorrente), della cui attendibilità non vi è motivo di dubitare, hanno confermato, rendendo deposizioni concordi e puntuali (sul punto è bene evidenziare che lo stesso resistente ha rinunciato alla prova contraria sulle medesime circostanze), che tra settembre e ottobre 2012 il T. aveva frequentato la donna e le aveva pubblicamente dichiarato il suo amore su facebook, prima dell’allontanamento dalla casa coniugale, come dimostrano le foto allegate al ricorso, che le stesse testi hanno dichiarato di aver visionato sul social network.

Ciò posto, non risultano, invece, provati i fatti che escludono il nesso di causalità tra l’accertata violazione all’obbligo di fedeltà e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

In vero, il resistente ha sostenuto che il venir meno dell’affectio coniugalis fosse dovuto al disegno fraudolento perpetrato alle sue spalle dalla moglie, la quale, in accordo con i suoi familiari, aveva intestato solo a se stessa la nuda proprietà di due delle tre ville realizzate anche con le risorse economiche del marito (tra cui la casa coniugale). Tuttavia, tale condotta fraudolenta, che, a detta del marito, avrebbe incrinato il rapporto tra i coniugi ancora prima del proprio comportamento infedele, non può reputarsi provata, in quanto gli elementi posti a fondamento di tale asserzione risultano contraddittori, prima ancora che generici.

Separazione e divorzio – Trasferimento coniuge separato – Affidamento figlio minore – Idoneità – Sussiste – Verifica interesse del minore – Necessità. 
Il coniuge separato che intenda trasferire la residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde l’idoneità ad avere in affidamento, o in prevalente collocazione presso di sé, i figli minori, sicché il giudice deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario.
•Corte di cassazione, sezione I civile, ordinanza 18 luglio 2019 n. 119455 

Famiglia, maternità e infanzia – Assistenza alla famiglia – Affidamento congiunto – Collocamento presso la madre – Magistrato – Concorso – Sede lontana – Interesse del minore.
In un affidamento congiunto i figli restano collocati presso la madre anche se questa, vinto il concorso in magistratura, sceglie una sede lontanissima. Per la Cassazione la decisione di trasferirsi non può essere condizionata e resta al giudice valutare l’interesse del minore. Nel caso esaminato il giudice respinge la tesi del padre sui danni dall’eccessivo pendolarismo e sulle ripercussioni negative nel rapporto con il genitore lontano.
•Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 14 maggio 2016 n. 18087 

Separazione e divorzio – Separazione – Provvedimenti relativi ai figli – Affidamento condiviso – Collocamento presso un genitore – Maternal preference – Trasferimento di residenza del genitore collocatario – Diritto di rango costituzionale – Rilevanza ai fini del collocamento – Esclusione – Verifica della corrispondenza all’interesse del minore – Necessità. 
Il coniuge separato che intenda trasferire la sua residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde l’idoneità ad avere in affidamento i figli minori o a esserne collocatario poiché stabilimento e trasferimento della propria residenza e sede lavorativa costituiscono oggetto di libera e non conculcabile opzione dell’individuo, espressione di diritti fondamentali di rango costituzionale. Sulla scorta di tali principi il giudice deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario.
•Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 14 maggio 2016 n. 18087 

Separazione e divorzio – Separazione – Affidamento dei figli minori – Trasferimento di residenza del genitore collocatario – Conseguenze. (Convenzione di Strasburgo, articoli 3 e 6) 
Di fronte alle scelte insindacabili sulla propria residenza compiute dai coniugi separati, i quali non perdono, per il solo fatto che intendono trasferire la propria residenza lontano da quella dell’altro coniuge, l’idoneità a essere collocatari dei figli minori, il giudice ha esclusivamente il dovere di valutare se sia più funzionale al preminente interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò incida negativamente sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non collocatario: conseguenza, questa, comunque ineluttabile, sia nel caso di collocamento presso il genitore che si trasferisce, sia nel caso di collocamento presso il genitore che resta. 
•Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 12 maggio 2015 n. 9633

 

reati tributari di cui all’art. 10 ter d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 – omesso versamento IVA

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reati tributari di cui all’art. 10 ter d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 – omesso versamento IVA
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reati tributari di cui all’art. 10 ter d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 – omesso versamento IVA

 

rimarranno sottoposti a vincolo sino alla sentenza definitiva del giudice civile, operando soltanto in tal momento la conversione laddove sia accertato e liquidato il danno. Ed invero, ai sensi del già richiamato art. 320, comma 1, cod. proc. pen., la conversione del sequestro conservativo in pignoramento, a seguito del passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna al risarcimento in favore della parte civile, presuppone che la pronuncia abbia dichiarato l’esistenza di un credito certo, liquido ed esigibile, così da costituire titolo esecutivo; di talché, nel caso di condanna generica, detta conversione si verifica solo in seguito al passaggio in giudicato della sentenza del giudice civile, il quale, sulla base della certezza del danno acquisita in sede penale, abbia proceduto alla sua liquidazione. (Sez. 4, n. 9851 del 19/01/2015, Biagini, Rv. 262439).

 

 

reati tributari di cui all’art. 10 ter d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 – omesso versamento IVA
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Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 17060 depositata il 10 gennaio 2019

reati tributari di cui all’art. 10 ter d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 – omesso versamento IVA – confisca per equivalente – competenza per territorio

PRINCIPIU ESPRESSI DALLA SENTENZA DELLA SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE:

in tema di reati tributari, la competenza per territorio in relazione al reato di omesso versamento di IVA di cui all’art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000 va individuata nel luogo in cui si verifica l’omissione del versamento del tributo ex art. 8 cod. proc. pen., che coincide con quello ove si trova la sede effettiva dell’azienda, nel senso di centro della attività amministrativa e direttiva dell’impresa, attesa la non applicabilità del criterio di cui all’art. 18, comma secondo, del d.lgs. n. 74 del 2000, riferito ai soli delitti da esso previsti al capo I del titolo II (Sez. 3, n. 27701 del 01/04/2014, Sxxxxx, Rv. 260110; nello stesso senso, con riguardo al reato di cui all’art. 10 bis d.lgs. 74 del 2000, Sez. 3, n. 23784 del 16/12/2016, dep. 2017, Mosetter, Rv. 269983).

In particolare, la citata giurisprudenza merita certamente adesione laddove rileva che, essendo il reato di omesso versamento dell’IVA collocato nel capo secondo del titolo secondo del decreto, non viene in rilievo la speciale regola sulla competenza per territorio stabilita dall’art 18, comma 2, d.lgs. 74 del 2000, giusta la quale, «per i delitti previsti dal capo I del titolo II il reato si considera consumato nel luogo in cui il contribuente ha il domicilio fiscale» e deve invece farsi applicazione della generale previsione, contenuta nel primo comma della disposizione, secondo cui «se la competenza per territorio per i delitti previsti dal presente decreto non può essere determinata a norma dell’art.8 del codice di procedura penale, è competente il giudice del luogo di accertamento del reato». Essendo il delitto previsto dall’art. 10 ter d.lgs. 74 del 2000 un reato omissivo istantaneo, il rinvio al codice di rito contenuto nella richiamata disposizione va necessariamente operato all’art. 8, comma 1, cod. proc. pen., a mente del quale «la competenza per territorio è determinata dal luogo in cui il reato è stato consumato» e, trattandosi di condotta omissiva, tale luogo coincide con quello in cui si sarebbe dovuta compiere l’azione doverosa, vale a dire il versamento al Fisco dell’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale presentata per il precedente anno d’imposta.

Appare allora più corretto – e dev’essere qui ribadito – l’orientamento secondo cui, in tema di delitto di omesso versamento dell’Iva, ai fini della individuazione della competenza per territorio, non può farsi riferimento al criterio del domicilio fiscale del contribuente, ma deve ricercarsi il luogo di consumazione del reato ai sensi dell’art. 8 cod. proc. pen.; ne consegue che, essendo impossibile individuare con certezza il suddetto luogo di consumazione, siccome l’adempimento dell’obbligazione tributaria può essere effettuato anche presso qualsiasi concessionario operante sul territorio nazionale, va applicato il criterio sussidiario del luogo dell’accertamento del reato indicato dall’art. 18, comma primo, d.lgs. 10 marzo 2000 n. 74, prevalente, per la sua natura speciale, rispetto alle regole generali dettate dall’art. 9 cod. proc. pen. (Sez. 1, n. 44274 del 24/09/2014, Tirabasso, Rv. 260801).

Nella motivazione di detta condivisibile sentenza, che del pari consapevolmente si discosta dal diverso precedente affermato con la decisione Sxxxxx sopra citata, si legge che tale ultima pronuncia «riconosce che “formalmente” il reato di cui all’art. 10 ter non è soggetto alla regola di cui all’art. 18, comma 2, perché inserito nel capo 2″ del titolo 1^, ma ravvisa profili di analogia con i reati di dichiarazione e ritiene di poter applicare lo stesso criterio di collegamento per la determinazione della competenza territoriale in assenza di una puntuale analisi delle fattispecie criminose, che per la verità soltanto all’apparenza sono accomunate nelle caratteristiche fattuali, mentre divergono quanto alla condotta materiale non compiuta, – da un lato la presentazione di una dichiarazione o di una dichiarazione veritiera negli elementi attivi o passivi esposti, dall’altro il versamento all’Erario degli importi dovuti a titolo di imposta sul valore aggiunto» (Sez. 1, n. 44274 del 24/09/2014, Tirabasso). Dovendo farsi applicazione dell’art. 18, comma 1, d.lgs. 74 del 2000, la sentenza prosegue affermando che «va dunque ricercato il luogo di consumazione del reato secondo le indicazioni dettate dall’art. 8 c.p.p. Nel caso specifico l’omissione si è perfezionata alla scadenza del termine prescritto nel luogo ove avrebbe dovuto eseguirsi l’obbligazione tributaria sotto forma di versamento dell’importo spettante all’Erario, che però, secondo la regolamentazione introdotta dal D.P.R. n. 322 del 1998, art. 3 avrebbe potuto avvenire in via telematica mediante intermediari appositamente incaricati, oppure presso qualsiasi concessionario operante sul territorio nazionale, stante l’avvenuta eliminazione dell’obbligo di effettuare il versamento all’esattoria nella cui circoscrizione il contribuente ha il domicilio fiscale… Tali rilievi impediscono di individuare con certezza il luogo di consumazione del reato, per cui va applicato il criterio sussidiario di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 18, comma 1, prevalente per la sua natura speciale rispetto alle regole generali dell’art. 9 c.p.p.» (Sez. 1, n. 44274 del 24/09/2014, Tirabasso).

La disciplina fiscale di riferimento al momento della commissione dei fatti, tuttora vigente, è quella di cui all’art. 37, comma 49, dl. 4 luglio 2006, n. 223, conv., con modiff., in l. 4 agosto 2006, n. 248, secondo cui, «a partire dal 1° ottobre 2006, i soggetti titolari di partita IVA sono tenuti ad utilizzare, anche tramite intermediari, modalità di pagamento telematiche delle imposte, dei contributi e dei premi di cui all’articolo 17, comma 2, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e delle entrate spettanti agli enti ed alle casse previdenziali di cui all’articolo 28, comma 1, dello stesso decreto legislativo n. 241 del 1997». Questa disciplina – che ha integrato il disposto contenuto nell’art. 38 d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 – prevede dunque il pagamento delle imposte unicamente a mezzo del c.d. modello F24 telematico, direttamente dal contribuente, attraverso qualsiasi sportello delle aziende di credito abilitate, oppure, come ricorda la sentenza Tirabasso, attraverso gli intermediari di cui all’art. 3 d.P.R. 22 luglio 1998, n. 322, che, oltre a provvedere all’inoltro delle dichiarazioni, sono altresì autorizzati ad effettuare i versamenti (cfr. art. 2, comma 10-bis, d.l. 30 settembre 2005, n. 203, conv., con modiff., in l 2 dicembre 2005, n. 248)

 In particolare, quanto alla confisca per equivalente del profitto del reato all’epoca dei fatti stabilita dall’art. 322 ter cod. pen. in forza dell’art. 1, comma 143, l 24 dicembre 2007, n. 244 – che, diversamente da quanto si opina in ricorso, richiamando la citata disposizione penale sia nel primo, sia nel secondo comma, imponeva la confisca per equivalente del profitto anche anteriormente alle modifiche apportate a detta disposizione dalla l. 190 del 2012 (cfr., di recente, Sez. 6, n. 10598 del 30/01/2018, Cristaudo, Rv. 272720) – basti richiamare il principio secondo cui, il giudice, nel dichiarare la estinzione del reato per intervenuta prescrizione, non può disporre, atteso il suo carattere afflittivo e sanzionatorio, la confisca per equivalente delle cose che ne costituiscono il prezzo o il profitto (Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264435). La confisca del profitto per equivalente, dunque, non era nella specie consentita.

Quanto alla confisca dei beni sottoposti a sequestro conservativo – ciò che, a ben vedere, risulta essere stato effettuato nel caso di specie in difetto di diversa argomentazione, senza che possa in questa sede porsi in discussione la sussistenza dei presupposti per disporre il sequestro conservativo, semmai da contestarsi a suo tempo ai sensi dell’art. 318 cod. proc. pen. – reputa il Collegio che si tratti di misura illegittima. Non solo non v’è alcuna norma di legge che imponga – o consenta – la confisca dei beni sottoposti a sequestro conservativo, ma tale conclusione contrasta con la lettera e con la ratio della specifica disciplina.

Ed invero, l’art. 320, comma 1, cod. proc. pen. stabilisce che «il sequestro conservativo si converte in pignoramento quando diventa irrevocabile la sentenza di condanna al pagamento di una pena pecuniaria ovvero quando diventa esecutiva la sentenza che condanna l’imputato e il responsabile civile al risarcimento del danno in favore della parte civile» e in tali casi – aggiunge il capoverso della disposizione – «l’esecuzione forzata sui beni sequestrati ha luogo nelle forme prescritte dal codice di procedura civile». Si comprende, pertanto, come il legislatore – implicitamente, ma chiaramente – escluda che il sequestro conservativo, a differenza di quello preventivo disposto ai sensi dell’art. 321, comma 2, cod. proc. pen., abbia il suo naturale epilogo nella confisca dei beni sottoposti a vincolo, ciò che impedirebbe il soddisfacimento degli interessi a tutela dei quali la cautela reale viene dispostaIl trasferimento dei beni confiscati in favore dello Stato, di fatti, impedirebbe che sugli stessi possano soddisfarsi, ad es., i danneggiati costituiti parte civile, ai quali, ex art. 316, comma 3, cod. proc. pen., il sequestro conservativo giova anche laddove sia stato richiesto dal pubblico ministero. 

Nel caso di specie viene proprio in rilievo la situazione da ultimo descritta, poiché lo stesso ricorrente riferisce (p. 8 ricorso) che il sequestro dei beni immobili dell’imputato è stato concesso esclusivamente a garanzia del credito dell’Agenzia delle Entrate in relazione all’ipotesi delittuosa di evasione fiscale per l’anno 2007 imputabile alla N. Sri. La sentenza di primo grado ha disposto la condanna generica dell’imputato in favore dell’Agenzia delle Entrate costituita parte civile e, ai sensi dell’art. 578 cod. proc. pen., il giudice d’appello, nel dichiarare i reati estinti per prescrizione, ha nel resto confermato la sentenza appellata, facendo dunque riferimento anche a tale statuizione, senza che ciò abbia peraltro formato oggetto di specifico motivo di ricorso in questa sede. Le doglianze al proposito proposte dall’imputato, di fatti, si limitano a contestare la legittimità di tale statuizione con riguardo alla dedotta – e già esclusa – nullità della sentenza per incompetenza territoriale, nonché ad un generico riferimento al fatto che, trattandosi di debito tributario della società, l’imputato non sarebbe in proprio obbligato, così trascurando il fatto che Eugenio Lupo è stato condannato al risarcimento del danno derivante dal reato di omesso versamento dell’IVA a lui imputabile non già in forza di una preesistente obbligazione civile fondata sulla disciplina tributaria, ma, ai sensi dell’art. 185, secondo comma, cod. pen., quale autore della condotta illecita delittuosa da cui il danno è derivato.

Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento     Condotta del genitore pregiudizievole ai figliDei diritti e doveri del figlio
Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento
 
 
Condotta del genitore pregiudizievole ai figliDei diritti e doveri del figlio

La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata senza rinvio limitatamente alla disposta confisca – qui da eliminarsi – dei beni in sequestro, i quali, pertanto, rimarranno sottoposti a vincolo sino alla sentenza definitiva del giudice civile, operando soltanto in tal momento la conversione laddove sia accertato e liquidato il danno. Ed invero, ai sensi del già richiamato art. 320, comma 1, cod. proc. pen., la conversione del sequestro conservativo in pignoramento, a seguito del passaggio in giudicato della sentenza penale di condanna al risarcimento in favore della parte civile, presuppone che la pronuncia abbia dichiarato l’esistenza di un credito certo, liquido ed esigibile, così da costituire titolo esecutivo; di talché, nel caso di condanna generica, detta conversione si verifica solo in seguito al passaggio in giudicato della sentenza del giudice civile, il quale, sulla base della certezza del danno acquisita in sede penale, abbia proceduto alla sua liquidazione. (Sez. 4, n. 9851 del 19/01/2015, Biagini, Rv. 262439).

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separazione spese condominiali straordinarie, concordate 

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La legge n. 54 del 2006 dispone che il regime preferibile nel mantenimento della prole sia quello diretto, cioè mediante rimborso all’occorrenza dei singoli costi, nella prassi consolidata da tempo e tutt’ora prevalente,

Dai tribunali viene disposto un obbligo di pagamento di mantenimento ordinario (per le spese quotidiane, quali vitto, alloggio, utenze, vestiario) e una misura in percentuale per la partecipazione alle spese straordinarie, che sono quelle spese non preventivabili per il loro carattere oneroso o occasionale.

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Le scelte di istruzione, educazione e salute relative al minore devono essere sempre concordate dai genitori salvo che ci sia un affido super esclusivo; in caso di figlio divenuto maggiorenne tali scelte devono essere necessariamente concordate anche dal figlio con ambedue i genitori

Come noto, nel corso di una separazione, o di un divorzio, in presenza di difficoltà comunicative e/o di difficoltà economiche dei genitori, l’individuazione delle spese tra quelle ordinarie e quelle straordinarie, e l’eventuale ripartizione in percentuale di esse tra i genitori, può essere fonte di eterne discussioni e conseguenti contenziosi.

L’adozione dei Protocolli, frutto di convergenza tra l’autorità giudiziaria e quella forense locale, mirerebbe, proprio all’elisione, in funzione preventiva, o quantomeno, alla loro riduzione, delle suddette controversie.

 

L’assegno  di mantenimento periodico è destinato a coprire tutti i costi connessi alle esigenze ordinarie di vita del minore, devono ritenersi nello stesso incluse,  a titolo esemplificativo le seguenti spese: il vitto, la mensa scolastica, il concorso alle spese di casa (canone di locazione, utenze, consumi), l’abbigliamento ordinario inclusi i cambi di stagione, le spese di cancelleria scolastica ricorrenti nell’anno, i medicinali da banco.

Gli assegni familiari devono essere corrisposti al genitore collocatario (o affidatario) dei figli e rappresentano una voce aggiuntiva rispetto all’assegno di mantenimento, anche se erogati dal datore di lavoro dell’altro genitore, salvi diversi accordi fra le parti o diversa indicazione giudiziale.

Per spese straordinarie (extra assegno) si intendono  quelle che presentano almeno  uno dei seguenti requisiti: occasionalità o sporadicità  (requisito temporale), la gravosità (requisito quantitativo) o  la voluttuarietà (funzionale).

Conseguentemente ciascun genitore dovrà contribuire al pagamento, nella percentuale concordata dalle parti o disposta con provvedimento giudiziale, delle spese extra assegno che si rendessero necessarie per la prole secondo il seguente schema:

Altra spesa che suscita perplessità per la sua classificazione tra le spese straordinarie per le quali non è richiesto il preventivo consenso è quella per la patente di guida.

Infatti, a parte il fatto che oggi frequentare i relativi corsi (di teoria e di pratica) per conseguire la patente di guida, normalmente è una spesa piuttosto ingente (anche perchè di solito è preliminare alla successiva spesa per lo scooter, la moto, se non l’auto), sorprende che per essa non si preveda il preventivo assenso di entrambi i genitori, e sorprende perché, in verità, la decisione dovrebbe presupporre, prima ancora che una valutazione di ordine economico, quella di natura personale del tipo: nostro figlio è abbastanza maturo e consapevole per circolare nel traffico, ed affrontare i relativi pericoli?

 

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L’art. 1477, 1° comma, C.C. AVVOCATI BOLOGNA

L’art. 1477, 1° comma, C.C.

L’art. 1477, 1° comma, C.C. stabilisce che «la cosa deve essere consegnata nello stato in cui si trovava al momento della vendita». A sua volta l’art. 1490, 1° comma, C.C. definisce il contenuto della garanzia per vizi, sancendo che «il venditore e’ tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso cui e’ destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore». Ai sensi del 1° comma dell’art. 1492 C.C. (effetti della garanzia) «nei casi indicati dall’art. 1490 il compratore puo’ domandare a sua scelta la risoluzione del contratto (art. 1453 ss.) ovvero la riduzione del prezzo salvo che, per determinati vizi, gli usi escludano la risoluzione».

 Secondo giurisprudenza, l’obbligazione di garanzia discende dal fatto oggettivo del trasferimento di un bene affetto da vizi che lo rendano inidoneo all’uso cui i destinato o ne diminuiscano in misura apprezzabile il valore, mentre possibili profili di colpa del venditore rilevano, ex art. 1494 C.C., ai soli eventuali (e diversi) fini risarcitori (Cass. 8/3/2001, n. 3425; 12/5/2000, n. 6089; 22/8/1998, n. 8338).

In alcune sentenze e’ detto che l’azione di inadempimento del contratto di compravendita e’ regolata non gia’ dalla disciplina generale dettata dagli art. 1453 e ss. C.C., ma dalle norme speciali di cui agli art. 1492 e ss. C.C., che prevedono specifiche limitazioni rispetto alla disciplina generale, ed in particolare l’onere di denuncia dei vizi nel termine di otto giorni dalla scoperta, che condiziona sia l’esercizio dell’azione di risoluzione e dell’azione di riduzione del prezzo previste dall’art. 1492 C.C., sia quella di risarcimento dei danni prevista dall’art. 1494 c.c. (Cass. 5/5/2000, n. 6234; Cass. 4/9/1991, n. 9352).

 In dottrina, il fondamento dell’istituto e’ controverso, anche se gli autori sono concordi nel ritenere che, nonostante l’espressione letterale, l’art. 1476 n. 3) C.C., non configura, acconto a quelle di cui ai numeri 1) e 2), una autonoma obbligazione avente ad oggetto la prestazione di garanzia: le obbligazioni del venditore sono quelle di trasferire la proprieta’ della cosa e di consegnarla nello stato di fatto in cui si trovava al momento della conclusione del contratto. Qualora la cosa risulti difettosa, la garanzia di cui agli artt. 1490 e 1492 C.C., nel prevedere la soggezione del venditore ai rimedi della risoluzione del contratto o della riduzione del prezzo, da’ luogo a un’ipotesi di responsabilita’ per inadempimento indipendentemente da colpa, in considerazione dello squilibrio fra le attribuzioni patrimoniali derivanti dall’obiettiva esistenza dei vizi al momento della conclusione del contratto.

Secondo alcuni autori, la specialita’ e la esclusivita’ della garanzia per vizi opera nel senso che il compratore, nel caso in cui il venditore non sia in colpa, non possa esperire l’azione di adempimento per ottenere dal venditore la riparazione o la sostituzione della cosa difettosa: unici rimedi esperibili sono la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo. La consegna di cosa affetta da vizi o priva delle qualita’ promesse e’ stata da altri ricondotta all’ipotesi della responsabilita’ contrattuale per inadempimento e da taluni all’inesatta esecu- zione del rapporto.

Secondo alcuni autori, la specialita’ e la esclusivita’ della garanzia per vizi opera nel senso che il compratore, nel caso in cui il venditore non sia in colpa, non possa esperire l'azione di adempimento per ottenere dal venditore la riparazione o la sostituzione della cosa difettosa: unici rimedi esperibili sono la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo. La consegna di cosa affetta da vizi o priva delle qualita’ promesse e’ stata da altri ricondotta all'ipotesi della responsabilita’ contrattuale per inadempimento e da taluni all'inesatta esecu- zione del rapporto.
Secondo alcuni autori, la specialita’ e la esclusivita’ della garanzia per vizi opera nel senso che il compratore, nel caso in cui il venditore non sia in colpa, non possa esperire l’azione di adempimento per ottenere dal venditore la riparazione o la sostituzione della cosa difettosa: unici rimedi esperibili sono la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo. La consegna di cosa affetta da vizi o priva delle qualita’ promesse e’ stata da altri ricondotta all’ipotesi della responsabilita’ contrattuale per inadempimento e da taluni all’inesatta esecu- zione del rapporto.

La responsabilità dell’appaltatore per gravi difetti dell’opera sancita dall’art. 1669 cc – (difetti ravvisabili in qualsiasi alterazione dell’opera, conseguente ad un’inadeguata sua realizzazione, che, pur non riguardando parti essenziali della stessa e non determinandone, pertanto, la rovina od il pericolo di rovina, si traducano, tuttavia, in vizi funzionali di quegli elementi accessori o secondari che dell’opera stessa consentono l’impiego duraturo cui è destinata e tali, quindi, da incidere negativamente ed in considerevole misura sul godimento di essa, ciò che li distingue nettamente dai vizi e dalle difformità denunziabili, ex art. 1667 CC, con l’azione di responsabilità contrattuale e per i quali non è richiesto che necessariamente incidano in misura rilevante sull’efficienza e la durata dell’opera) – non è affatto di natura contrattuale, bensì extracontrattuale, in quanto intesa a garantire la stabilità e la solidità degli edifici e delle altre cose immobili destinate per loro natura a lunga durata per la tutela dell’incolumità personale dei cittadini, e, quindi, d’interessi generali inderogabili, che trascendono i confini ed i limiti dei rapporti negoziali tra le parti (e pluribus Cass. 6.12.00 n. 15488, 2.10.00 n. 13003, 14.2.00 n. 1608, 7.1.00 n. 81).

Secondo alcuni autori, la specialita’ e la esclusivita’ della garanzia per vizi opera nel senso che il compratore, nel caso in cui il venditore non sia in colpa, non possa esperire l'azione di adempimento per ottenere dal venditore la riparazione o la sostituzione della cosa difettosa: unici rimedi esperibili sono la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo. La consegna di cosa affetta da vizi o priva delle qualita’ promesse e’ stata da altri ricondotta all'ipotesi della responsabilita’ contrattuale per inadempimento e da taluni all'inesatta esecu- zione del rapporto.
Secondo alcuni autori, la specialita’ e la esclusivita’ della garanzia per vizi opera nel senso che il compratore, nel caso in cui il venditore non sia in colpa, non possa esperire l’azione di adempimento per ottenere dal venditore la riparazione o la sostituzione della cosa difettosa: unici rimedi esperibili sono la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo. La consegna di cosa affetta da vizi o priva delle qualita’ promesse e’ stata da altri ricondotta all’ipotesi della responsabilita’ contrattuale per inadempimento e da taluni all’inesatta esecu- zione del rapporto.

L’art. 1669 cc, benché collocato tra le norme disciplinanti il contratto di appalto, è diretto alla tutela dell’esigenza di carattere generale della conservazione e funzionalità degli edifici e di altri immobili destinati per loro natura a lunga durata. Conseguentemente, l’azione di responsabilità prevista da detta norma ha natura extracontrattuale e, trascendendo il rapporto negoziale (appalto o vendita) in base al quale l’immobile è pervenuto nella sfera di un soggetto diverso dal costruttore, può essere esercitata nei confronti di quest’ultimo, quando abbia veste di venditore, anche da parte degli acquirenti, i quali in tema di gravi difetti dell’opera possono fruire dei termini decennale di prescrizione ed annuale di decadenza, (e pluribus: Cass. 31.3.06 n. 7634, 13.1.05 n. 567, 29.3.02 n. 4622,10.4.00 n. 4485, 6.2.98 n. 1203, 19.9.97 n. 9313, 27.8.97 n. 8109, 14.12.93 n. 12304).

Per costante insegnamento di questa Corte, l’identificazione degli elementi conoscitivi necessari e sufficienti onde possa individuarsi la ‘scoperta’ del vizio ai fini del computo dei termini annuali posti dall’art. 1669 cc – il primo di decadenza per effettuare la ‘denunzia’ ed il secondo, che dalla denunzia stessa prende a decorrere, di prescrizione per promuovere l’azione – deve effettuarsi con riguardo tanto alla gravità dei vizi dell’opera quanto al collegamento causale di essi con l’attività progettuale e costruttiva espletata, sì che, non potendosi onerare il danneggiato di proporre senza la dovuta prudenza azioni generiche a carattere esplorativo o comunque suscettibili di rivelarsi infondate, la conoscenza completa, idonea a determinare il decorso del doppio termine, dovrà ritenersi conseguita, in assenza di convincenti elementi contrari anteriori, solo all’atto dell’acquisizione d’idonei accertamenti tecnici; per il che, nell’ipotesi di gravi vizi dell’opera la cui entità e le cui cause, a maggior ragione ove già oggetto di contestazioni tra le parti, abbiano, anche per ciò, rese necessarie indagini tecniche, è consequenziale ritenere che una denunzia di gravi vizi da parte del committente possa implicare un’idonea ammissione di valida scoperta degli stessi tale da costituire il dies a quo per la decorrenza del termine di prescrizione ed, a maggior ragione, tale da far supporre una conoscenza dei difetti di tanto antecedente da implicare la decadenza, solo quando, in ragione degli effettuati accertamenti, risulti dimostrata la piena comprensione dei fenomeni e la chiara individuazione ed imputazione delle loro cause, per l’un effetto, alla data della denunzia e, per l’altro, a data ad essa convenientemente anteriore (cfr. Cass. 9.3.99 n. 1993, 18.11.98 n. 11613, 20.3.98 n. 2977, 94 n. 8053).

 

CONVIVENZA CASSAZIONE  PENALE RICONOSCIMENTO avvocato Bologna  

CONVIVENZA CASSAZIONE  PENALE RICONOSCIMENTO

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Alle norme della Convenzione EDU è, ormai, pacificamente riconosciuto il rango di “fonti interposte”, destinate ad integrare il parametro indicato dall’art. 117 Cost., il cui comma 1 impone al legislatore di conformare ìl prodotto normativo agli obblighi internazionali, fra i quali vanno annoverati anche quelli derivanti dalla richiamata Convenzione; tuttavia, proprio perché si tratta di norme che integrano i parametri costituzionali, ma rimangono pur sempre a livello sub-costituzionale, è necessario che esse stesse siano conformi a Costituzione, non sottraendosi, dunque, al relativo sindacato da parte del Giudice delle leggi.,

 

RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI DI ESTREMA IMPORTANZA DALLA CASSAZIONE PENALE SULL AAPPLICABILITA’ DELLA NUOVA LEGGE SULLA CONVIVENZA CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 14 marzo 2019, n.11476 – Pres. Paoloni – est. Silvestri

 

FATTO

All’imputato è contestato di aver aiutato l’evaso Ca.Ma. a sottrarsi alle ricerche dei carabinieri, ospitandolo all’interno della propria abitazione, e, successivamente, fornendo false informazioni ai carabinieri in ordine alla presenza dello stesso Ca. all’interno della sua abitazione.

 

 

OSSERVAZIONI:

Secondo il ricorrente, l’affermazione della Corte di merito, che ha ritenuto non configurabile la esimente facendo riferimento alla nozione di famiglia legittima, non terrebbe conto delle recenti riforme intervenute nel diritto di famiglia e, in particolare, delle L. 20 maggio 2016, n. 76 che, all’art. 1, lett. a), avrebbe esteso l’esimente alle unioni civili; si valorizza anche l’art. 8 Cedu che farebbe riferimento ad una nozione onnicomprensiva di famiglia, alla cui tutela accederebbero anche i c.d. rapporti di fatto.

Ciò che tuttavia non pare essere stato compiuto con la L. n. 76 del 2016 è il coordinamento del diritto penale con le convivenze di fatto; ci si riferisce a quelle preesistenti situazioni di disparità di trattamento, che sono state verosimilmente acuite proprio a seguito dell’introduzione delle unioni civili. In tal senso, sono significativi casi della scusante di cui all’art. 384 c.p. e della causa di non punibilità di cui all’art. 649 c.p. che sono ora configurabili per le parti delle unioni civili, ma continuano a non essere formalmente riferibili ai fatti commessi dai conviventi ‘more uxorio’.

L’applicazione della L. n. 76 del 2016 nel settore penalistico, si è osservato, incontra obiettive difficoltà che derivano dalla contrapposizione, o dalla divergenza di disciplina, tra coppie ‘unite civilmente’ e ‘conviventi di fatto’.

Si è segnalata una rilevante frattura tra la regolamentazione delle ‘unioni civili’ rispetto alla disciplina delle ‘convivenze di fatto’, dal momento che la legge distingue, sul piano qualitativo, i due legami, applicando solo alle parti di un’unione civile una serie di disposizioni analoghe a quelle previste nel codice civile per la disciplina del matrimonio (art. 143).

 

In via di principio – e con alcune significative esclusioni, a partire dalla disciplina in materia di adozione – la ‘ratio’ della Legge Cirinnà sembra essere quella di operare un riconoscimento sistemico di effetti – all’interno della coppia, nei rapporti con la pubblica amministrazione e con i terzi in genere – che colloca le unioni civili in posizione sostanzialmente equiparata al matrimonio.

Quanto alle convivenze di fatto, la legge ha regolamentato, inoltre, la convivenza di fatto al comma 36 dell’art. 1, ai sensi del quale si intendono per ‘conviventi di fatto’ due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza, non vincolate da rapporti di parentela, affinità, adozione, matrimonio o unione civile: ‘queste convivenze si distinguono da quelle di mero fatto, in quanto la formalizzazione della convivenza è data dalla dichiarazione anagrafica D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223, ex art. 4 e art. 13, comma 1, lett. b), (v. L. n. 76 del 2016, art. 1, comma 37)’.

La legge indubbiamente amplia in maniera rilevante i diritti e le facoltà riconosciute dall’ordinamento ai conviventi, definiti come ‘due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile’; senza nessuna pretesa di esaustività, si è sottolineato come il riconoscimento attenga a diversi ambiti e, in particolare, quelli dell’assistenza sanitaria, della casa e del lavoro.

In particolare, in caso di malattia e di ricovero, la L. n. 76 del 2016 prevede non solo il diritto reciproco di visita, di assistenza e di accesso alle informazioni personali, secondo le stesse regole previste per i coniugi e i familiari, ma si spinge ben oltre, attribuendo a ciascun convivente la facoltà di designare l’altro convivente quale rappresentante per le decisioni in materia di salute – in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere – e per la donazione degli organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie, in caso di morte.

Quanto alla casa di comune residenza, la legge attribuisce al convivente il diritto a continuare ad abitarvi per un certo periodo, in caso di morte del partner che ne sia proprietario, nonché il diritto a subentrare nel contratto di locazione, in ipotesi di morte del convivente-conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione.

Ancora, in materia di lavoro la L. n. 76 del 2016 ha inserito nel codice civile un nuovo art. 230 ter, ai sensi del quale al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato (il diritto di partecipazione non spetta peraltro qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato).

Quanto infine ai rapporti tra i conviventi, la legge stessa ha previsto la possibilità di regolare i rapporti patrimoniali attraverso un contratto di convivenza.

  1. Il tema, sul quale si riflette in dottrina, attiene tuttavia al se, a fronte del riconoscimento, ad ampio spettro, di diritti e obblighi connessi a rapporti di coppia ulteriori e diversi rispetto a quello, tradizionale, del matrimonio, la Legge Cirinnà abbia dispiegato i propri effetti anche in rami dell’ordinamento diversi da quello civile e, quindi, anche nel diritto penale.

I riflessi penalistici derivanti dall’istituzione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso sono stati molteplici e di indubbio rilievo: a) si è prevista la costituzione di una posizione di garanzia ex art. 40 c.p., comma 2, analoga a quella istituita in relazione ai coniugi dall’art. 143 c.c., atteso che la L. n. 76 del 2016, art. 1, comma 11 stabilisce che ‘dall’unione deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione’; b) l’art. 1, comma 20, detta una clausola generale di adeguamento automatico, stabilendo che ‘al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole coniuge, coniugi o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso (…)’; c) l’art. 1, comma 28, lett. c) delega il Governo ad apportare con un decreto legislativo – limitatamente alle unioni civili – ‘modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la presente legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti’.

In tale quadro di riferimento è intervento il D.Lgs. n. 19/01/2017, n. 6 con cui è stata modificata (art. 1, lett. a) la definizione legale di ‘prossimi congiunti’, dettata agli effetti della legge penale dall’art. 307 c.p., comma 4, inserendo nel relativo novero ‘la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso’.

Questa modifica, si legge nella Relazione, sarebbe necessaria in vista dell’attuazione della Direttiva UE 2015/849, relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo, che all’art. 3 ‘fa propria una definizione rilevante ai fini penali di familiari, che espressamente contempla accanto al coniuge una persona equiparata’, con un ‘chiaro riferimento alla parte di un rapporto matrimoniale o para-matrimoniale analogo a quello derivante dall’unione civile…..

La modifica della definizione di cui all’art. 307 c.p., come si legge nella Relazione, si riflette sulle disposizioni penali nelle quali ricorre il concetto di ‘prossimo congiunto’; vengono in rilievo, quanto agli effetti ‘in bonam partem’: le circostanze attenuanti per la procurata evasione (art. 386 c.p., comma 4) e per la procurata inosservanza di pene o misure di sicurezza (art. 390 c.p., comma 2, e art. 391 c.p., comma 1); la citata scusante relativa ai delitti contro l’amministrazione della giustizia (ad es., falsa testimonianza) commessi a favore di un prossimo congiunto (art. 384 c.p.); le cause di non punibilità relative ai fatti di assistenza ai partecipi di cospirazione o banda armata, o agli associati per delinquere (art. 307 c.p., comma 3, e art. 418 c.p., comma 3).

Nell’ambito dei molteplici interventi compiuti con il D.Lgs. in questione, deve essere segnalato quello relativo al disposto del nuovo art. 574 ter c.p..

(rubricato Costituzione di un’unione civile agli effetti della legge penale) secondo cui: ‘Agli effetti della legge penale il termine matrimonio si intende riferito anche alla costituzione di un’unione civile tra persone dello stesso sesso. Quando la legge penale considera la qualità di coniuge come elemento costitutivo o come circostanza aggravante di un reato essa si intende riferita anche alla parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso’.

Non diversamente, si è intervenuti sull’art. 649 c.p., comma 1, ampliando l’ambito applicativo della causa di esclusione della punibilità prevista dal comma 1, che viene estesa a favore di chi commette un delitto contro il patrimonio ai danni della parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.

  1. È stato acutamente notato come l’effetto della riforma sul piano delle norme penali sia stato duplice: ‘da un lato, attrarre le unioni civili nello statuto penale della tradizionale famiglia legittima eterosessuale; dall’altro lato, non intervenire sulle coppie di fatto, rispetto alle quali rimane fermo lo stato della discussione antecedente alla riforma’; prescindendo dai casi nei quali il legislatore vi ha dato espressa rilevanza come, ad esempio, nell’ipotesi del reato di maltrattamenti, sono infatti minime nella Legge Cirinnà le novità che interessano il ramo penalistico dell’ordinamento relativamente alle convivenze di fatto.

L’unica espressa disposizione in qualche modo relativa al diritto penale (inteso in senso lato) è contenuta nell’art. 1, comma 38, ai sensi del quale ‘i conviventi di fatto hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario’.

Il riferimento è alla L. 26 luglio 1975, n. 354 e al relativo regolamento di esecuzione; si tratta di un’affermazione certamente importante, che però non è sostanzialmente innovativa, atteso che, si è correttamente osservato, l’ordinamento penitenziario parifica già parificava a diversi effetti i diritti del convivente a quelli del coniuge.

  1. Ciò che tuttavia non pare essere stato compiuto con la L. n. 76 del 2016 è il coordinamento del diritto penale con le convivenze di fatto; ci si riferisce a quelle preesistenti situazioni di disparità di trattamento, che sono state verosimilmente acuite proprio a seguito dell’introduzione delle unioni civili. In tal senso, sono significativi casi della scusante di cui all’art. 384 c.p. e della causa di non punibilità di cui all’art. 649 c.p. che sono ora configurabili per le parti delle unioni civili, ma continuano a non essere formalmente riferibili ai fatti commessi dai conviventi ‘more uxorio’.

L’applicazione della L. n. 76 del 2016 nel settore penalistico, si è osservato, incontra obiettive difficoltà che derivano dalla contrapposizione, o dalla divergenza di disciplina, tra coppie ‘unite civilmente’ e ‘conviventi di fatto’.

Si è segnalata una rilevante frattura tra la regolamentazione delle ‘unioni civili’ rispetto alla disciplina delle ‘convivenze di fatto’, dal momento che la legge distingue, sul piano qualitativo, i due legami, applicando solo alle parti di un’unione civile una serie di disposizioni analoghe a quelle previste nel codice civile per la disciplina del matrimonio (art. 143).

  1. È stato correttamente osservato come, all’interno del quadro teorico e normativo sopra delineato, ci siano due condizioni di ‘convivenza di fatto’: l’una di fatto ‘in senso stretto’, in cui manca un atto formale per qualificarlo giuridicamente, la quale si configura come un’ipotesi di relazione di coppia (non matrimoniale), di costruzione dottrinaria e giurisprudenziale; l’altra, quella disciplinata dalla nuova legge che ha, dunque, un riconoscimento ufficiale da parte dell’ordinamento (così testualmente in dottrina).

È diffusa tuttavia l’opinione secondo cui, al di là di tali distinzioni, l’espressione ‘convivenza di fatto’ debba essere intesa, agli effetti penali, nel significato più ampio, corrispondente a quello che tradizionalmente assume il concetto di ‘convivenza more uxorio’: una situazione ‘fattuale’ omogenea a quella consacrata da vincolo matrimoniale; una situazione caratterizzata da una comunione materiale e spirituale paragonabile a quella prevista per il rapporto coniugale, con esclusione dell’’unione civile’.

Ciò che resta sullo sfondo attiene al se, davvero, con la legge c.d. Cirinnà il processo di tendenziale parificazione del convivente al coniuge, cui anche la Corte Costituzionale ha mostrato di non essere ‘indifferente’, abbia subito un arresto o addirittura un’inversione, ove si consideri il fermento legislativo, giurisprudenziale e dottrinario che negli ultimi anni ha invece interessato, in ambito penale (ma non solo), proprio le convivenze ‘di fatto’ non definite, nè regolate, sul piano normativo.

In tal senso è condivisibile l’opinione dottrinaria secondo cui la novità legislativa non può costituire un insormontabile impedimento per estendere a ogni altra forma di convivenza la disciplina che si ricava, in tema di equivalenza della figura del convivente a quella del coniuge, dal complesso quadro storico-evolutivo della materia.

Ci si riferisce al quadro ed ai principi cui la giurisprudenza di legittimità e costituzionale erano già pervenuti, prima della legge c.d. Cirinnà, in relazione a casi specifici e a singole norme.

Si può fare riferimento, quanto alla giurisprudenza di legittimità a Sez. 2, n. 34147 del 30/04/2015, Agostino, Rv. 246630 che dopo un’attenta analisi, ha esteso, in un caso del tutto sovrapponibile a quello in esame, al convivente ‘more uxorio’ la causa di non punibilità di cui all’art. 384 c.p., comma 1, di chi commette taluni reati contro l’amministrazione della giustizia per salvare il ‘prossimo congiunto’ dal pericolo per la libertà e l’onore; non diversamente (in senso non difforme, Sez.4, n. 22398 del 22/01/2004, Esposito, Rv. 229676; nello stesso senso, sul piano sistematico, Sez. 4, n. 32190 del 21/05/2009, Rv. 244682 che ha riconosciuto l’operatività della causa di esclusione della punibilità prevista dall’art. 649 c.p.p. anche in favore del convivente more uxorio). Si può fare riferimento, quanto alla giurisprudenza costituzionale, a Corte Cost., n. 416 del 1996 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 384 c.p., comma 2, nella parte in cui non prevede che la violazione dell’obbligo di informazione previsto dall’art. 199 c.p.p., comma 2 comporta l’esclusione della punibilità per false o reticenti informazioni assunte dalla polizia giudiziaria fornite da chi avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di astenersi dal renderle a norma dello stesso art. 199 c.p.p., dunque anche dal convivente more uxorio per i fatti verificatisi o appresi durante la convivenza.

Anche dopo la legge Cirinnà e il decreto di attuazione in materia penale, la questione della rilevanza penalistica della convivenza ‘more uxorio’ resta immutata e, per certi versi, più stringente, in quanto l’assimilazione al coniuge della sola parte dell’unione civile può condurre a decidere in maniera radicalmente diversa forme di convivenza, certamente diverse sul piano formale da quelle espressamente regolamentate, ma sostanzialmente analoghe.

  1. Più stringente è dunque l’esigenza, segnalata – come detto- dalla Corte Costituzionale, di considerare nella materia in esame se la giustificazione originaria della disciplina derogatoria prevista dalle varie norme e fondata sul dato formale del vincolo matrimoniale, continui a giustificare la difformità di trattamento tra consociati – tutti responsabili di un medesimo fatto obiettivo- e, soprattutto, se essa conservi la propria valenza alla luce di un cospicuo mutamento della situazione di fatto e del relativo complesso di norme regolatrici, di cui si è detto.

Il tema è di obiettivo rilievo soprattutto per quanto riguarda le disposizioni penali che producono effetti ‘in bonam partem’ (attenuanti, scusanti, cause di non punibilità); la questione della parificazione giuridica di un consolidato rapporto di fatto – che deve essere provato in maniera rigorosa- a quello di coniugio potrebbe essere risolta con una previsione di carattere generale, cioè con regole (necessariamente) comuni alle ‘unioni civili’ e alle ‘convivenze di fatto, e alle coppie di fatto libere (cioè di fatto, per dir così, ‘in senso stretto’), ma è indubbio, come si è detto, che già prima della L. n. 76 del 2016, il legislatore, con riguardo a situazioni di convivenza non occasionali costituite dai partners senza alcuna formalità, dunque giuridicamente non regolamentate, e la stessa giurisprudenza, ordinaria e costituzionale, abbiano equiparato, ai fini penali, e con effetti ‘in bonam partem’, il convivente al coniuge.

Una diversa impostazione, fondata sul dato formale, obiettivamente significativo, ma, tuttavia, non conformata con il sistema normativo di riferimento – quanto meno con riguardo agli istituti per i quali si era già pervenuti, non senza incertezze, ad una equiparazione tra situazioni di convivenza stabile di fatto e matrimonio – porta con sé il rischio di implicare – quanto meno con riguardo agli effetti ‘in bonam partem’ profili di incerta compatibilità costituzionale (con riferimento all’art. 3 Cost.), in punto di diversificazione delle tutele offerte alla parte dell’unione civile rispetto al convivente di fatto.

Si tratta di rapporti rispetto ai quali è possibile tendere, quanto agli effetti di favore derivanti dalla parificazione del convivente al coniuge, ad una parità di trattamento sul terreno penale; se si cerca una coerenza complessiva del sistema e si respinge l’esclusione dei rapporti fattuali, il binomio famiglia giuridica-famiglia di fatto va ricondotto in via tendenziale ad unità sul piano penalistico, ed è la famiglia di fatto che si deve espandere (così testualmente in dottrina).

Ne discende che una interpretazione valoriale, non in contrasto con la Costituzione, consente di ritenere applicabile l’istituto di cui all’art. 384 c.p., comma 1, anche ai rapporti di convivenza ‘more uxorio’, pur dopo la legge c.d. Cirinnà.

  1. Una tale interpretazione sembra peraltro conforme all’8 della Convenzione EDU. La giurisprudenza della Corte EDU accoglie una nozione sostanziale, onnicomprensiva di matrimonio senz’altro ricomprendente anche i rapporti di fatto, privi di formalizzazione legale, ai quali sì ritiene che l’art. 8 cit. assicuri incondizionata tutela (cfr., sentenza 13 giugno 1979, Marckx contro Belgio; nello stesso senso sentenza 13 dicembre 2007, Emonet ed altri contro Svizzera, per la quale ‘La nozione di famiglia accolta dall’art. 8 CEDU non si basa necessariamente sul vincolo del matrimonio, ma anche su ulteriori legami di fatto particolarmente stretti e fondati su una stabile convivenza. La durata della convivenza e l’eventuale nascita di figli sono elementi ulteriormente valutabili’.

Alle norme della Convenzione EDU è, ormai, pacificamente riconosciuto il rango di “fonti interposte”, destinate ad integrare il parametro indicato dall’art. 117 Cost., il cui comma 1 impone al legislatore di conformare ìl prodotto normativo agli obblighi internazionali, fra i quali vanno annoverati anche quelli derivanti dalla richiamata Convenzione; tuttavia, proprio perché si tratta di norme che integrano i parametri costituzionali, ma rimangono pur sempre a livello sub-costituzionale, è necessario che esse stesse siano conformi a Costituzione, non sottraendosi, dunque, al relativo sindacato da parte del Giudice delle leggi.,

Correttamente dunque si è ritenuto che ‘il contrasto tra la rilevanza, agli effetti penali, della famiglia di fatto nell’ordinamento interno e l’art. 8 Conv, EDU, come interpretato dalla Corte di Strasburgo, (senz’altro nel segno di una tutela maggiore rispetto al livello garantito dalla Costituzione Italiana) appare di solare evidenza; e, d’altro canto, con specifico riguardo agli istituti di cui agli artt. 384 e 649 c.p., non può omettersi di considerare che le fonti internazionali aventi efficacia penale in bonam partem sono immediatamente cogenti per l’interprete, a meno che non si pongano in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, e non ne è questo il caso. Nondimeno, ritiene il Collegio, l’evidenziato contrasto possa essere senz’altro risolto in via interpretativa, poiché li necessario adeguamento…della normativa interna a quella sovranazionale (nel senso della completa equiparazione in bonam partem, ad ogni effetto penale, della famiglia pieno iure a quella di fatto) non risulta contrario al principi costituzionali fondamentali interni, e, d’altro canto, proprio il contrasto insorto nell’ambito della giurisprudenza di legittimità sul tema, impedisce di ravvisare l’esistenza di un diritto vivente assolutamente ostativo’ (così testualmente Sez. 2, n. 34147 del 30/04/2015, cit.).

BOLOGNA FIGLI MOGLIE E FRATELLI CHE EREDITANO COSA? COME?

 

BOLOGNA FIGLI MOGLIE E FRATELLI CHE EREDITANO COSA? COME?

BOLOGNA FIGLI MOGLIE E FRATELLI CHE EREDITANO COSA? COME?

Bologna presentazione della denuncia di Bologna successione testamentaria o legittima; Bologna accettazione o rinuncia all’eredità; Bologna fissazione del termine agli altri eredi per Bologna l’accettazione o la rinuncia; Bologna rivendica dell’eredità o dei beni ereditari detenuti da altri; Bologna impugnazione di testamenti falsi o alterati; Bologna tutela dei legittimari; Bologna rivendica della quota di “legittima”; Bologna riduzione delle disposizioni testamentarie e delle donazioni lesive della quota “legittima”; Bologna riscossione dei crediti verso terzi; estinzione dei rapporti bancari e riscossione dei depositi; Bologna divisione del patrimonio mobiliare e immobiliare; Bologna regolamentazione dell’uso del patrimonio comune; Consulenza testamentaria Contenzioso successorio Divisione ereditaria Dichiarazione di successione successioni internazionali contenzioso fiscale internazionale pianificazione patrimoniale protezione patrimoniale diseredare un erede legittimo La successione può essere legittima ossia devoluta agli e
Bologna presentazione della denuncia di Bologna successione testamentaria o legittima; Bologna accettazione o rinuncia all’eredità; Bologna fissazione del termine agli altri eredi per Bologna l’accettazione o la rinuncia; Bologna rivendica dell’eredità o dei beni ereditari detenuti da altri; Bologna impugnazione di testamenti falsi o alterati; Bologna tutela dei legittimari; Bologna rivendica della quota di “legittima”; Bologna riduzione delle disposizioni testamentarie e delle donazioni lesive della quota “legittima”; Bologna riscossione dei crediti verso terzi; estinzione dei rapporti bancari e riscossione dei depositi; Bologna divisione del patrimonio mobiliare e immobiliare; Bologna regolamentazione dell’uso del patrimonio comune; Consulenza testamentaria Contenzioso successorio Divisione ereditaria Dichiarazione di successione successioni internazionali contenzioso fiscale internazionale pianificazione patrimoniale protezione patrimoniale diseredare un erede legittimo La successione può essere legittima ossia devoluta agli e

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In altri casi abbiamo difeso i diritti dei nostri clienti da chi voleva appropriarsi delle parti dell’eredità che gli spettavano.

Inoltre ci occupiamo di assistere coloro i quali vogliono accettare l’eredità, spiegando quali siano i vantaggi e gli svantaggi dell’accettazione integrale o di quella con beneficio d’inventario.

Nella situazione in cui una persona venga a mancare, viene avviata una procedura di ricerca e apertura del testamento ma, come ci si comporta nel caso in cui il testamento non sia stato fatto oppure anche in sua presenza, non tutti i beni in vita del defunto siano compresi in esso?

Ci può aiutare il concetto di “Successione legittima” e cioè, una regolamentazione atta alla protezione degli interessi dei cosiddetti beneficiari.

Il riferimento normativo in casi come questo è il codice civile che indica i più stretti congiunti quali soggetti cui andranno in eredità i beni della persona defunta; facendo un esempio:

il coniuge ancora in vita e i figli (se presenti)

ASCOLTAMI CHIAMAMI DIRITTO EREDI E SUCCESSIONI BOLOGNA COME FARE
DIRITTO EREDI E SUCCESSIONI BOLOGNA COME FARE
  • Bologna presentazione della denuncia di Bologna successione testamentaria o legittima;
  • Bologna accettazione o rinuncia all’eredità;
  • Bologna fissazione del termine agli altri eredi per Bologna l’accettazione o la rinuncia;
  • Bologna rivendica dell’eredità o dei beni ereditari detenuti da altri;
  • Bologna impugnazione di testamenti falsi o alterati;
  • Bologna tutela dei legittimari;
  • Bologna rivendica della quota di “legittima”;
  • Bologna riduzione delle disposizioni testamentarie e delle donazioni lesive della quota “legittima”;
  • Bologna riscossione dei crediti verso terzi;
  • estinzione dei rapporti bancari e riscossione dei depositi;
  • Bologna divisione del patrimonio mobiliare e immobiliare;
  • Bologna regolamentazione dell’uso del patrimonio comune;
  1. Consulenza testamentaria
    Contenzioso successorio
    Divisione ereditaria
    Dichiarazione di successione
    successioni internazionali
    contenzioso fiscale internazionale
    pianificazione patrimoniale
    protezione patrimoniale
    diseredare un erede legittimo
  • La successione può essere legittima ossia devoluta agli eredi in forza delle quote previste dalla legge, oppure testamentaria cioè disciplinata da un testamento.

    La successione legittima si avrà non solo in caso di mancanza di testamento, ma anche nell’ipotesi in cui il testamento non sia valido oppure non abbia disposto dell’intero patrimonio.

    I chiamati all’eredità, in tale tipo di successione, vengono espressamente indicati dal codice civile, in base ad un preciso ordine dipendente dal grado di parentela degli stessi con il de cuius.

    L’art. 565 c.c. prevede, infatti, che “nella successione legittima, l’eredità di devolve al coniuge, ai discendenti, legittimi e naturali, agli ascendenti (legittimi), ai collaterali, agli altri parenti e allo Stato, nell’ordine e secondo le regole stabilite nel presente titolo”.

    L’art. 540 c.c. stabilisce, inoltre, che al coniuge “anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni”.

BOLOGNA DIVORZIO BREVE , PER LA CASA, PER I FIGLI PER VOI

BOLOGNA DIVORZIO BREVE , PER LA CASA, PER I FIGLI PER VOI

BOLOGNA DIVORZIO BREVE , PER LA CASA, PER I FIGLI PER VOI
BOLOGNA DIVORZIO BREVE , PER LA CASA, PER I FIGLI PER VOI
  • L’avvocato Sergio Armaroli avvocato divorzista di Bologna  vi dara’ spunti pe rindividuar eil nuovo divorzio, cioè cosa stabilisce la LEGGE 6 maggio 2015, n. 55 circa
  • Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonche’ di comunione tra i coniugi.
  • Si sente  parlare tanto di questo divorzio breve ma cosa è?
  • E’ una  nuova legge che ha accorciato i tempi del divorzio dopo la separazione!!

Nel divorzio dopo la separazione viene di nuovo affrontata la questione dei rapporti tra ciniugi, spesso il divorzio ha meno ocmliczioni  della separazione i coniugi spesso si sono abituati al distacco alla lontananza a una vita individuale.

Quando si può divorziare?

  1. Dopo sei mesi dall’intervenuta separazione consensuale dei coniugi;

  2. Dopo dodici mesi dall’intervenuta separazione giudiziale dei coniugi;

  3. Immediatamente al verificarsi di determinate situazioni con rilevanza penale;

  4. Immediatamente se il matrimonio non è stato consumato;

  5. Immediatamente quando sia passata in giudicato una sentenza per la rettifica di attribuzione di sesso;

BOLOGNA DIVORZIO BREVE , PER LA CASA, PER I FIGLI PER VOI
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Lo scioglimento ha efficacia ex nunc, quindi non retroagisce fino al momento della domanda di separazione personale. Ciò comportava molteplici conseguenze di ordine negativo. In primo luogo il rischio che il patrimonio comune rimanesse immobilizzato, almeno per tutta la durata del giudizio di 1° grado per la separazione giudiziale, se non addirittura per altri due gradi di giudizio.

  • Gli acquisti compiuti da un solo coniuge in questo lasso di tempo potevano cadere in comunione, anche se i coniugi ormai non coabitavano più ed era venuta meno la comunione morale e spirituale che li univa, ed era, infine, possibile per un coniuge disporre dei beni comuni sottraendo sostanze al patrimonio familiare.
  • E’ finalmente entrata in vigore in Italia con la Legge 6 maggio 2015 n. 55 la nuova normativa sul divorzio. Vediamo brevemente cosa cambia:
  •  Scendono da tre anni a 1 anno (in procedimenti in cui la separazione è stata giudiziale, cioè senza accordo) e a 6 mesi (con separazioni consensuali) i tempi di attesa tra la separazione e l’avvio del procedimento di divorzio.
BOLOGNA DIVORZIO BREVE , PER LA CASA, PER I FIGLI PER VOI
BOLOGNA DIVORZIO BREVE , PER LA CASA, PER I FIGLI PER VOI

La Cassazione aveva riconosciuto la possibilità di avanzare la domanda di divisione anche se non fosse ancora formato il giudicato sulla sentenza di separazione, purché questo requisito sussistesse al momento della pronuncia di divisione (Cass. Civ. n. 4757/2010).

Nelle separazioni consensuali, anche in caso di trasformazione da giudiziale in consensuale:

  • si riduce asei mesi la durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che permette la proposizione della domanda di divorzio;

  • il termine decorre analogamente dalla comparsa dei coniugi di fronte al presidente del tribunale nella procedura di separazione personale.

Quanto tempo passa dall’udienza alla trascrizione del divorzio?

Anche qui, varia molto da tribunale a tribunale. Mediamente passeranno altri 5-6 mesi dall’udienza al divorzio effettivo.

RISARCIMENTO AI PARENTI INCIDENTE MORTALE PADOVA VICENZA TREVISO  VERONA

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COME OTTENERE IL GIUSTO DANNO PER MORTE FAMIGLIARE IN INCIDENTE?

PARTENDO SUBITO CON LE RICHIESTE DANNI CHIAMA SUBITO UN AVVOCATO ESPERTO A LIVELLO NAZIONALE  051 6447838  URGENZE 335 8174816

 

CHI HA DIRITTO AL RISARCIMENTO?

I FAMIGLIARI:CONIUGE ,GENITORI ,FIGLI A VOLTE NIPOTI 

 

SONO PRATICHE MOLTO COMPLESSE?

ASSOLUTAMENTE SI , VI E’ SIA DEL PENALE CHE CIVILE

 

CI VUOLE UN AVVOCATO ESPERTO?

 

SOLO UN AVVOCATO ESPERTO PUO’ FARTI OTTENR EIL GIUSTO DANNO SONO PRATICHE SULLE QUALI NON BISOGNA DORMIRE 

RISARCIMENTO AI PARENTI INCIDENTE MORTALE PADOVA VICENZA TREVISO  VERONA
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INCIDENTE MORTALE RISARCIMENTO AI PARENTI FIRENZE, AREZZO, GROSSETO, LIVORNO, LUCCA, PISA, PISTOIA, PRATO, SIENA.

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RISARCIMENTO AI PARENTI INCIDENTE MORTALE PADOVA VICENZA TREVISO  VERONA
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PURTROPPO UN LUTTO NON VERRA’ MAI ABBASTANZA RISARCITO !!

AFFIDATI A CHI HA ESPERIENZA !!

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 INCIDENTE MORTALE RISARCIMENTO AI PARENTI PADOVA VICENZA TREVISO  VERONA

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Come avvocato p mi occupo da anni di incidenti mortali e voglio condividere con te alcune considerazioni e articoli che possono interessarti, qui di seguito potrai trovare tutto il materiale riguardante il risarcimento per danni da incidente mortale.

LEGGI IN MATERIA DI INCIDENTE MORTALE RISARCIMENTO AI PARENTI

MORTE FAMIGLIARE IN INCIDENTE DANNO PARENTALE

viene a configurarsi come un danno di natura non patrimoniale che un soggetto subisce, in conseguenza dell’attività illecita posta in essere da un terzo ai danni di altra persona legata alla prima da un rapporto di natura familiare e/o affettiva,

I giudici di legittimità precisano che i familiari della vittima di un fatto illecito altrui possono subire:

un danno morale, consistente nella sofferenza d’animo

un danno biologico, ad esempio una malattia.

Ambedue le poste di danno non necessariamente producono uno sconvolgimento delle abitudini di vita. Infatti, il danno risarcibile ai congiunti per le lesioni patite dal parente non si esauriscono nel “totale sconvolgimento delle abitudini di vita”. Il pregiudizio sofferto dai familiari è un danno diretto: spesso si parla impropriamente di danno riflesso, facendo riferimento alla vittima primaria (la vittima delle lesioni) e alle vittime secondarie (i congiunti). Invero, «il danno subito dai familiari è diretto, non riflesso, ossia è la diretta conseguenza della lesione inferta al parente prossimo». Infatti, la lesione è un fatto plurioffensivo, che produce vittime diverse, ma parimenti dirette. Nella prassi, per mere esigenze descrittive, si parla impropriamente di vittime secondarie e di danno riflesso.

In virtù del principio di unitarietà e onnicomprensività del risarcimento del danno non patrimoniale, deve escludersi che al prossimo congiunto di persona deceduta in conseguenza del fatto illecito di un terzo possano essere liquidati sia il danno da perdita del rapporto parentale che il danno esistenziale, poiché il primo già comprende lo sconvolgimento dell’esistenza, che ne costituisce una componente intrinseca (Cass. n. 30997/2018, conforme a Cass. n. 25351/2015), atteso che, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale, in assenza di lesione alla salute, ogni “vulnus” arrecato ad altro valore costituzionalmente tutelato va valutato ed accertato, all’esito di compiuta istruttoria, in assenza di qualsiasi automatismo, sotto il duplice aspetto risarcibile sia della sofferenza morale che della privazione

I giudici di legittimità precisano che i familiari della vittima di un fatto illecito altrui possono subire:

un danno morale, consistente nella sofferenza d’animo

un danno biologico, ad esempio una malattia.

Ambedue le poste di danno non necessariamente producono uno sconvolgimento delle abitudini di vita. Infatti, il danno risarcibile ai congiunti per le lesioni patite dal parente non si esauriscono nel “totale sconvolgimento delle abitudini di vita”. Il pregiudizio sofferto dai familiari è un danno diretto: spesso si parla impropriamente di danno riflesso, facendo riferimento alla vittima primaria (la vittima delle lesioni) e alle vittime secondarie (i congiunti). Invero, «il danno subito dai familiari è diretto, non riflesso, ossia è la diretta conseguenza della lesione inferta al parente prossimo». Infatti, la lesione è un fatto plurioffensivo, che produce vittime diverse, ma parimenti dirette. Nella prassi, per mere esigenze descrittive, si parla impropriamente di vittime secondarie e di danno riflesso.

il che ha determinato lo stravolgimento di un sistema di vita che trovava le sue fondamenta nell’affetto e nella quotidianità di tale rapporto, nonché una sofferenza interiore derivante dal venir meno dello stesso (Cass. civ., sez. III, n. 23469/2018; Cass. civ., sez. III, n. 901/2018; Cass. civ., sez. III, n. 7513/2018)

il danno non patrimoniale da uccisione di un congiunto, quale tipico danno-conseguenza, non coincide con la lesione dell’interesse (ovvero non è in re ipsa) e, pertanto, deve essere allegato e provato da chi chiede il relativo risarcimento, anche se, trattandosi di un pregiudizio proiettato nel futuro, è consentito il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni sulla base di elementi obbiettivi che è onere del danneggiato fornire” (Cass. civ., sez. III, n. 907/2018).

La liquidazione del risarcimento del danno da lesione del rapporto parentale, trattandosi di danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c., avviene “in base a valutazione equitativa che tenga conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore circostanza utile, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti ed ogni altra circostanza allegata” (Cass. civ., sez. III, ord. n. 907/2018). In particolare nel procedere all’accertamento ed alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito deve valutare tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (c.d. danno morale, sub specie del dolore, della vergogna, della disistima di sé, della paura, della disperazione) quanto quello dinamico-relazionale (destinato ad incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto). Vi è da sottolineare che la misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito può essere aumentata, nella sua componente dinamico-relazionale, solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale ed eccezionali (Cass. civ., sez. III, n. 23469/2018).

Nella recente sentenza n. 28989/2019, la Corte di Cassazione, dopo aver rigettato numerosi punti del ricorso di un’azienda sanitaria, ha accolto la doglianza inerente la locupletazione, poiché la Corte d’Appello che aveva emesso la sentenza impugnata, aveva riconosciuto agli eredi di una persona defunta per errore medico, il danno da perdita del rapporto parentale oltre ad un’ulteriore maggiorazione a titolo di danno morale soggettivo.

Ora, in disparte che la corrispondenza a un’indistinta e difficilmente individuabile coscienza sociale, se può avere rilievo sul piano assiologico e delle modifiche normative, più o meno auspicabili, secondo le diverse opzioni culturali, non è criterio che possa legittimamente guidare l’attività dell’interprete del diritto positivo, deve rilevarsi che, secondo l’orientamento che queste sezioni unite intendono confermare, la morte provoca una perdita, di natura patrimoniale e non patrimoniale, ai congiunti che di tal perdita sono risarciti, mentre non si comprende la ragione per la quale la coscienza sociale sarebbe soddisfatta solo se tale risarcimento, oltre che ai congiunti (per tali intendendo tutti i soggetti che, secondo gli orientamenti giurisprudenziali attuali, abbiano relazioni di tipo familiare giuridicamente rilevanti, con la vittima) per le perdite proprie, fosse corrisposto anche agli eredi (e in ultima analisi allo Stato).

Come è stato osservato (Cass. n. 6754 del 2011), infatti, pretendere che la tutela risarcitoria “sia data anche al defunto corrisponde, a ben vedere, solo al contingente obiettivo di far conseguire più denaro ai congiunti”.

Coglie il vero, peraltro, il rilievo secondo cui oltre che oggetto di un diritto del titolare, insuscettibile di tutela per il venir meno del soggetto nel momento stesso in cui sorgerebbe il credito risarcitorio, la vita è bene meritevole di tutela nell’interesse della intera collettività, ma tale rilievo giustifica e anzi impone, come è ovvio, che sia prevista la sanzione penale, la cui funzione peculiare è appunto quella di soddisfare esigenze punitive e di prevenzione generale della collettività nel suo complesso, senza escludere il diritto ex art. 185 c.p., comma 2, al risarcimento dei danni in favore dei soggetti direttamente lesi dal reato, ma non impone necessariamente anche il riconoscimento della tutela risarcitoria di un interesse che forse sarebbe più appropriato definire generale o pubblico, piuttosto che collettivo, per l’evidente difficoltà, tutt’ora esistente per quanto riguarda la tutela giurisdizionale amministrativa, di individuare e circoscrivere l’ambito della “collettività” legittimate a invocare la tutela.

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RISARCIMENTO AI PARENTI INCIDENTE MORTALE PADOVA VICENZA TREVISO  VERONA
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ì Ulteriore rilievo, frequente in dottrina, è che sarebbe contraddittorio concedere onerosi risarcimenti dei danni derivanti da lesioni gravissime e negarli del tutto nel caso di illecita privazione della vita, con ciò contraddicendo sia il principio della necessaria integralità del risarcimento che la funzione deterrente che dovrebbe essere riconosciuta al sistema della responsabilità civile e che dovrebbe portare a introdurre anche nel nostro ordinamento la categoria dei danni punitivi.
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L’argomento , di indubbia efficacia retorica, è in realtà solo suggestivo, perchè non corrisponde al vero che, ferma la rilevantissima diversa entità delle sanzioni penali, dall’applicazione della disciplina vigente le conseguenze economiche dell’illecita privazione della vita siano in concreto meno onerose per l’autore dell’illecito di quelle che derivano dalle lesioni personali, essendo indimostrato che la sola esclusione del credito risarcitorio trasmissibile agli eredi, comporti necessariamente una liquidazione dei danni spettanti ai congiunti di entità inferiore.


Peraltro è noto che secondo la giurisprudenza costituzionale (Corte cost. n. 132 del 1985, n. 369 del 1996, n. 148 del 1999) il principio dell’integrale risarcibilità di tutti i danni non ha copertura costituzionale ed è quindi compatibile con l’esclusione del credito risarcitorio conseguente alla stessa struttura della responsabilità civile dalla quale deriva che il danno risarcibile non può che consistere che in una perdita che richiede l’esistenza di un soggetto che tale perdita subisce.
Del pari non appare imposta da alcuna norma o principio costituzionale un obbligo del legislatore di prevedere che la tutela penale sia necessariamente accompagnata da forme di risarcimento che prevedano la riparazione per equivalente di ogni perdita derivante da reato anche quando manchi un soggetto al quale la perdita sia riferibile.
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Da quanto già rilevato, inoltre, la progressiva autonomia della disciplina della responsabilità civile da quella penale ha comportato l’obliterazione della funzione sanzionatoria e di deterrenza (v., tra le tante, Cass. n. 1704 del 1997, n. 3592 del 1997, n. 491 del 1999, n. 12253 del 2007, n. 6754/2011) e l’affermarsi della funzione reintegratoria e riparatoria (oltre che consolatoria), tanto che si è ritenuto non delibabile, per contrarietà all’ordine pubblico interno, la sentenza statunitense di condanna al risarcimento dei danni “punitivi” (Cass. n. 1183 del 2007, n. 1781 del 2012), i quali si caratterizzano per un’ingiustificata sproporzione tra l’importo liquidato ed il danno effettivamente subito.
3.5. Pur non contestando il principio pacificamente seguito dalla giurisprudenza di questa Corte (in adesione a un’autorevole dottrina e in conformità con quanto affermato da Corte cost. n. 372 del 1994) secondo il quale i danni risarcibili sono solo quelli che consistono nelle perdite che sono conseguenza della lesione della situazione giuridica soggettiva e non quelli consistenti nell’evento lesivo, in sè considerato, si è affermato con la sentenza n. 1361 del 2014 che il credito risarcitorio del danno da perdita della vita si acquisirebbe istantaneamente al momento dell’evento lesivo che, salvo rare eccezioni, precede sempre cronologicamente la morte cerebrale, ponendosi come eccezione a tale principio della risarcibilità dei soli “danni conseguenza”.

L’unica distinzione che si registra negli orientamenti giurisprudenziali riguarda la qualificazione, ai fini della liquidazione, del danno da risarcire che, da un orientamento, con “mera sintesi descrittiva” (Cass. n. 26972 del 2008), è indicato come “danno biologico terminale” (Cass. n. 11169 del 1994, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 1704 del 1997, n. 24 del 2002, n. 3728 del 2002, n. 7632 del 2003, n 9620 del 2003, n. 11003 del 2003, n. 18305 del 2003, n. 4754 del 2004, n. 3549 del 2004, n. 1877 del 2006, n. 9959 del 2006, n. 18163 del 2007, n. 21976 del 2007, n. 1072 del 2011) – liquidabile come invalidità assoluta temporanea, sia utilizzando il criterio equitativo puro che le apposite tabelle (in applicazione dei principi di cui alla sentenza n. 12408 del 2011) ma con il massimo di personalizzazione in considerazione della entità e intensità del danno – e,da altro orientamento, è classificato come danno “catastrofale” (con riferimento alla sofferenza provata dalla vittima nella cosciente attesa della morte seguita dopo apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni). Il danno “catastrofale”, inoltre, per alcune decisioni, ha natura di danno morale soggettivo (Cass. n. 28423 del 2008, n. 3357 del 2010, n. 8630 del 2010, n. 13672 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 19133 del 2011, n. 7126 del 2013, n. 13537 del 2014) e per altre, di danno biologico psichico (Cass. n. 4783 del 2001, n. 3260 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 1072 del 2011). Ma da tali incertezze non sembrano derivare differenze rilevanti sul piano concreto della liquidazione dei danni perchè, come già osservato, anche in caso di utilizzazione delle tabelle di liquidazione del danno biologico psichico dovrà procedersi alla massima personalizzazione per adeguare il risarcimento alle peculiarità del caso concreto, con risultati sostanzialmente non lontani da quelli raggiungibili con l’utilizzazione del criterio equitativo puro utilizzato per la liquidazione del danno morale.3.2. Nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni, invece, si ritiene che non possa essere invocato un diritto al risarcimento dei danno iure hereditatis. Tale orientamento risalente (Cass. sez. un. 22 dicembre 1925, n. 3475: “se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone appunto e necessariamente l’esistenza di un subbietto di diritto”) ha trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994 e, come rilevato, anche nella più recente sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 (che ne ha tratto la conseguenza dell’impossibilità di una rimeditazione della soluzione condivisa) e si è mantenuto costante nella giurisprudenza di questa Corte (tra le più recenti, successivamente alla citata sentenza della Corte costituzionale: Cass. n. 11169 del 1994, n. 10628 del 1995, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 3592 del 1997, n. 1704 del 1997, n. 9470 del 1997, n. 11439 del 1997, n. 5136 del 1998, n. 6408 del 1998, n. 12083 del 1998, n. 491 del 1999, n. 1633 del 2000, n. 2134 del 2000, n. 4729 del 2001, 4783 del 2001, n. 887 del 2002, n. 7632 del 2003, n. 9620 del 2003, n. 517 del 2006, n. 3760 del 2007, n. 12253 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 15706 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 2654 del 2012, n. 12236 del 2012, n. 17320 del 2012).A tale risalente e costante orientamento le sezioni unite intendono dare continuità non essendo state dedotte ragioni convincenti che ne giustifichino il superamento.

Certamente tali ragioni non sono state neppure articolate con la sentenza n. 15760 del 2006 (pronunciata su ricorso avente ad oggetto la domanda di risarcimento dei danni da morte di congiunto avanzata iure proprio) che, con affermazione avente dichiarata natura di obiter “sistematico”, si è limitata ad auspicare che, in conformità con orientamenti dottrinari italiani ed Europei, sia riconosciuto quale momento costitutivo del credito risarcitorio quello della lesione, indipendentemente dall’intervallo di tempo con l’evento morte causalmente collegato alla lesione stessa. Ma anche l’ampia motivazione della sentenza n. 1361 del 2014, che ha effettuato un consapevole revirement, dando luogo al contrasto in relazione al quale è stato chiesto l’intervento di queste sezioni unite, non contiene argomentazioni decisive per superare l’orientamento tradizionale, che, d’altra parte, risulta essere conforme agli orientamenti della giurisprudenza Europea con la sola eccezione di quella portoghese.La premessa del predetto orientamento, peraltro non sempre esplicitata, sta nell’ormai compiuto superamento della prospettiva originaria secondo la quale il cuore del sistema della responsabilità civile era legato a un profilo di natura soggettiva e psicologica, che ha riguardo all’agire dell’autore dell’illecito e vede nel risarcimento una forma di sanzione analoga a quella penale, con funzione deterrente (sistema sintetizzato dal principio affermato dalla dottrina tedesca “nessuna responsabilità senza colpa” e corrispondente alle codificazioni ottocentesche per giungere alle stesse impostazioni teoriche poste a base del codice del ’42).L’attuale impostazione, sia dottrinaria che giurisprudenziale, (che nelle sue manifestazioni più avanzate concepisce l’area della responsabilità civile come sistema di responsabilità sempre più spesso oggettiva, diretto a realizzare una tecnica di allocazione dei danni secondo i principi della teoria dell’analisi economica del diritto) evidenzia come risulti primaria l’esigenza (oltre che consolatoria) di riparazione (e redistribuzione tra i consociati, in attuazione del principio di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost.) dei pregiudizi delle vittime di atti illeciti, con la conseguenza che il momento centrale del sistema è rappresentato dal danno, inteso come “perdita cagionata da una lesione di una situazione giuridica soggettiva ” (Corte cost. n. 372 del 1994).

Nel caso di morte cagionata da atto illecito, il danno che ne consegue è rappresentato dalla perdita del bene giuridico “vita” che costituisce bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente (Cass. n. 1633 del 2000; n. 7632 del 2003; n. 12253 del 2007).

La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene “salute”, pregiudicato dalla lesione dalla quale sia derivata la morte, diverse essendo, ovviamente, le perdite di natura patrimoniale o non patrimoniale che dalla morte possono derivare ai congiunti della vittima, in quanto tali e non in quanto eredi (Corte cost. n. 372 del 1994; Cass. n. 4991 del 1996; n. 1704 del 1997; n. 3592 del 1997; n. 5136 del 1998; n. 6404 del 1998; n. 12083 del 1998, n. 491 del 1999, n. 2134 del 2000; n. 517 del 2006, n. 6946 del 2007, n. 12253 del 2007). E poichè una perdita, per rappresentare un danno risarcibile, è necessario che sia rapportata a un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio, nel caso di morte verificatasi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, l’irrisarcibilità deriva (non dalla natura personalissima del diritto leso, come ritenuto da Cass. n. 6938 del 1998, poichè, come esattamente rilevato dalla sentenza n. 4991 del 1996, ciò di cui si discute è il credito risarcitorio, certamente trasmissibile, ma) dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo (Cass. n. 4991 del 1996).

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– redazione della dichiarazione di successione;
– accettazione dell’eredità, accettazione con beneficio di inventario;
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– interpretazione delle clausole testamentarie;
– impugnazione del testamento;
– mediazione e contenzioso ereditario;
– divisione ereditaria;
– donazioni;
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SENTENZE IN MATERIA DI INCIDENTE MORTALE RISARCIMENTO AI PARENTI

Incidente mortale risarcimento ai parenti Firenze, Arezzo, Grosseto, Livorno, Lucca, Pisa, Pistoia, Prato, Siena.

“Non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria del ‘danno esistenziale’, inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona, atteso che: ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme a Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria; ove nel ‘danno esistenziale’ si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all’art. 2059 c.c. (Cass., 11 novembre 2008, n. 26972).” Nella fattispecie in esame il danno esistenziale non poteva essere liquidato come voce autonoma, essendo stato già liquidato agli attori il risarcimento del danno non patrimoniale, comprensivo sia della sofferenza soggettiva che del danno costituito dalla lesione del rapporto parentale e dal conseguente sconvolgimento dell’esistenza. INCIDENTE MORTALE RISARCIMENTO AI PARENTI FIRENZE, AREZZO, GROSSETO, LIVORNO, LUCCA, PISA, PISTOIA, PRATO, SIENA.

RISARCIMENTO AI PARENTI INCIDENTE MORTALE PADOVA VICENZA TREVISO  VERONA
RISARCIMENTO AI PARENTI INCIDENTE MORTALE PADOVA VICENZA TREVISO  VERONA

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III SENTENZA 13 gennaio 2016, n. 336

Ritenuto in fatto

Con atto di citazione notificato il 12 febbraio 2001 V.A.M. in R. , R.E. e R.C. convennero in giudizio B.G. , D.A. e le compagnie assicuratrici Axa Assicurazioni spa e Sai Assicurazione (ora Fondiaria – Sai) dinanzi al Tribunale di Firenze per accertare le responsabilità concorrenti di B.G. e D.A. nella causazione dell’incidente stradale verificatosi nel comune di (OMISSIS) nel quale perse la vita R.S. ; per condannare gli stessi e le rispettive compagnie assicuratrici in solido al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti da essi attori.
Il Tribunale di Firenze, sezione distaccata di Pontassieve, accolse la domanda di risarcimento del danno formulata dagli attori e, accertata l’esclusiva responsabilità di B.G. nella produzione del sinistro, condannò lo stesso e la Axa Assicurazioni, in solido, al risarcimento dei danni.
Avverso la relativa sentenza proposero appello congiunto B.G. e la Axa Assicurazioni chiedendo di accertare la concorrente responsabilità del convenuto D.A. e l’eccessiva liquidazione del danno morale, nonché la liquidazione del danno esistenziale non richiesta dagli attori.
Resistettero R.C. , R.E. ed V.A.M. che contestarono le censure mosse dall’appellante nei confronti della sentenza impugnata e proposero appello incidentale.


La Corte d’appello ha rigettato l’appello incidentale e, in parziale accoglimento di quello principale, ha riliquidato il danno subito dagli attori nelle seguenti somme, in luogo di quelle determinate dal primo giudice: per R.C. la somma complessiva di Euro 198.710,61 dei quali Euro 190.000,00 per il danno non patrimoniale; Euro 4.276,15 per il danno biologico; Euro 4.434,46 per le spese funerarie, oltre accessori; per V.A.M. Euro 190.000,00 e per R.E. Euro 80.000,00, oltre accessori.
Avverso la suddetta sentenza propongono ricorso per cassazione V.A.M. , in proprio e in qualità di erede di R.C. ed R.E. , in proprio e nella qualità di erede di R.C. , che presentano memoria.


Con separato ricorso V.A.M. , in proprio e nella qualità di erede di R.C. ed R.E. in proprio e nella qualità di erede di R.C. , impugnano l’ordinanza con la quale la Corte d’appello ha corretto la sentenza impugnata, laddove nel dispositivo era stato omesso l’ordine di restituzione delle somme anticipate in eccesso dalla compagnia.
Resiste con separati controricorsi Axa Assicurazioni.
Gli altri intimati non svolgono attività difensiva

Motivi della decisione

Con il primo motivo del primo ricorso i ricorrenti denunciano “art. 360 n. 3 c.p.c.: violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2043, 2056, 2059, artt. 3 e 32 della costituzione. Violazione delle tabelle per il calcolo del danno alla persona del Tribunale di Firenze. Art. 360 n. 5 c.p.c.: per insufficiente e contraddittoria motivazione (in riferimento al danno morale)”. Sostengono i ricorrenti che la Corte d’appello, con la sentenza impugnata, da una parte non ha sufficientemente motivato la non adeguatezza del criterio applicato dal giudice di primo grado e dall’altra ha semplicemente affermato, senza alcuna spiegazione, l’opposto di quanto dichiarato dal Tribunale e cioè che il criterio utilizzato nel distretto era quello della liquidazione del danno da morte di un congiunto e non quello utilizzato dal Tribunale.

AVVOCATOESPERTO INCIDENTI GRAVI E MROTALI BOLOGNA RAVENNA FORLI REGGIO EMILIA CESENA RIMINI

Da qui la richiesta dei ricorrenti di cassazione della sentenza della Corte d’appello, sia perché quest’ultima viola i criteri equitativi e di parità del trattamento, sia perché la motivazione adottata per discostarsi dal Tribunale di Firenze è del tutto insufficiente. Il motivo è infondato. La liquidazione del danno morale iure proprio sofferto per il decesso di un familiare causato del fatto illecito altrui (nella specie per sinistro stradale) sfugge necessariamente ad una previa valutazione analitica e resta affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi del giudice di merito, come tali non sindacabili in sede di legittimità, perché, nonostante l’inquadramento del diritto all’integrità psicofisica della persona nell’ambito esclusivo del combinato disposto degli artt. 2059 c.c. e 32 Cost. (nonché delle altre norme costituzionali poste a presidio della detta integrità personale), rimangono validi tutti i principi generali elaborati in tema di quantificazione del danno morale, oltre che di quello biologico (Cass., 30 ottobre 2009, n. 23053). La decisione in oggetto è dunque suscettibile di censura solo sotto il profilo di eventuali vizi di motivazione, ove i criteri adottati per la liquidazione appaiano intrinsecamente illogici o gravemente contrastanti con le leggi o la prassi giurisprudenziale e non siano illustrati i principi o le peculiarità del caso concreto che abbiano indotto a giustificare lo scostamento.

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L’impugnata sentenza ha ritenuto che la liquidazione del danno morale effettuata dal Tribunale non è adeguata, avendo liquidato 1/3 e un 1/4 della somma che sarebbe spettata a R.S. per una invalidità del 100%, invece di adoperare le apposite tabelle che prevedono un limite minimo ed uno massimo per la liquidazione del danno per la morte di un congiunto. Pertanto, entro i ristretti limiti in cui l’ordinamento giuridico può fare fronte a vicende dolorose e tragiche come quella in esame, si deve ritenere che la decisione impugnata non si sia discostata dai criteri in base ai quali il risarcimento dei danni morali può essere quantificato ed ha a ciò provveduto con valutazione equitativa adeguatamente motivata e non suscettibile di riesame in questa sede. E comunque le doglianze del ricorrente, relative alla quantificazione del danno morale, non trovano riscontro nella congruità del percorso fondativo del convincimento reso per altro in conformità agli approdi nomofilattici di cui a Cass., 11 novembre 2008, n. 26972. Con il secondo motivo del primo ricorso i ricorrenti denunciano: “art. 360 n. 3 c.p.c. Violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2043, 2056, 2059, artt. 2, 29, 30 e 32 costituzione. Art. 360 n. 5 c.p.c.: per insufficiente e contraddittoria motivazione (in riferimento al danno esistenziale)”. Sostengono i ricorrenti che il danno esistenziale è stato da loro provato come dimostra la decisione del Tribunale di Firenze, mentre la Corte d’appello, con una insufficiente motivazione, ha escluso il suddetto danno. Il motivo è infondato. Non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria del ‘danno esistenziale’, inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona, atteso che: ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme a Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria; ove nel ‘danno esistenziale’ si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all’art. 2059 c.c. (Cass., 11 novembre 2008, n. 26972). Nella fattispecie in esame il danno esistenziale non poteva essere liquidato come voce autonoma, essendo stato già liquidato agli attori il risarcimento del danno non patrimoniale, comprensivo sia della sofferenza soggettiva che del danno costituito dalla lesione del rapporto parentale e dal conseguente sconvolgimento dell’esistenza. Con il terzo motivo si sostiene “art. 360 n. 3 c.p.c.: violazione e falsa applicazione ed interpretazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.”. Ritengono i ricorrenti che la Corte d’appello ha respinto il loro ricorso incidentale su aspetti marginali, mentre ha riconfermato la responsabilità del B. nella causazione del sinistro dichiarando infondato il primo motivo d’appello e accogliendo in parte il secondo e terzo motivo in punto di quantum. Ad avviso dei ricorrenti del tutto ingiustificata e priva di motivazione è la compensazione delle spese del giudizio di secondo grado. Il motivo è infondato. Premesso infatti che nella fattispecie si applica l’art. 92 nell’originaria formulazione, non viola tale norma, né quella di cui all’art. 91 c.p.c., la disposta compensazione delle spese effettuata dal giudice in appello, con riferimento al ridotto accoglimento della domanda.

La nozione di soccombenza reciproca, che consente la compensazione parziale o totale tra le parti delle spese processuali (art. 92, secondo comma, c.p.c.), sottende – anche in relazione al principio di causalità – una pluralità di domande contrapposte, accolte o rigettate e che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti, ovvero anche l’accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorché essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati gli altri, ovvero quando la parzialità dell’accoglimento sia meramente quantitativa e riguardi una domanda articolata in un unico capo (Cass., 21 ottobre 2009, n. 22381). In tema di regolamento delle spese processuali, il sindacato della corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa. Pertanto, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare a norma dell’originaria formulazione dell’art. 92 c.p.c (applicabile nella fattispecie ratione temporis) in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi (Cass., 14 novembre 2002, n. 16012; Cass., 1 ottobre 2002, n. 14095; Cass., 11 novembre 1996, n. 9840). Nel caso in esame il giudice d’appello non ha emesso alcuna condanna alle spese nei confronti degli attuali ricorrenti, avendo respinto il loro appello incidentale ed accolto parzialmente l’appello principale. Pertanto esula dal sindacato di questa Corte e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto od in parte le spese di lite. Con il quarto motivo si denuncia “in via ipotetica, qualora le controparti, in sede di eventuale ricorso incidentale chiedessero in punto di an debeatur che venga cassata la sentenza della Corte d’appello e quindi affermato un concorso causale nella produzione dell’incidente stradale de quo a carico del sig. D.A. e quindi una responsabilità solidale e diretta della Fondiaria – Sai s.p.a. e codesta Corte affermasse un contributo eziologico anche di D.A. e quindi una responsabilità solidale e diretta della Fondiaria – Sai s.p.a. nel sinistro ove ha perso la vita il giovane R.S. , fermo restante ogni riserva in punto di eventuali eccezioni di inammissibilità improcedibilità dell’eventuale ricorso incidentale, si chiede fin d’ora che il maggior danno eventualmente riconosciuto venga posto a carico solidale di B.G. e Axa Assicurazioni da una parte e D.A. e Fondiaria – Sai dall’altra e che nessun rimborso venga ordinato ai ricorrenti provvedendo quindi le compagnie a ripartirsi le percentuali di responsabilità sul presupposto della solidarietà del debito risarcitorio”. Il motivo deve ritenersi assorbito in assenza di ricorso incidentale da parte dell’Axa Assicurazioni

GUIDA STATO EBREZZA ,ALCOLTEST AVVOCATO PENALISTA

Con il secondo ricorso, articolato in sei motivi, i ricorrenti rispettivamente denunciano: 1) “violazione dell’art. 288 c.p.c. (art. 360 n. 3)”; 2) “omesso esame dell’eccezione formulata dalla difesa circa l’esistenza o meno della domanda restitutoria (art. 360 n. 5)”; 3) “violazione dei principi in materia di onere della prova”; 4) “violazione del giudicato – art. 324 c.p.c. (art. 360 n. 3); 5) “violazione del diritto di difesa delle sig.re R. ”; 6) “violazione degli artt. 288 e 170 c.p.c. (art. 360 n. 3)”. Con l’istanza di correzione i ricorrenti avevano contestato che l’Axa non aveva depositato né l’atto di citazione in appello, né il verbale di precisazione delle conclusioni con il quale era stata formulata la domanda di restituzione delle somme percepite in eccesso. Ritengono pertanto i ricorrenti che l’impugnata sentenza non si è limitata ad emendare un errore materiale ma è andata ben oltre, violando la procedura prevista dall’art. 288 c.p.c.. I motivi sono inammissibili. Il provvedimento di correzione di errore materiale, avendo natura ordinatoria, non è suscettibile di ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. neppure per violazione del contraddittorio, in quanto non realizza una statuizione sostitutiva di quella corretta e non ha, quindi, rispetto ad essa, alcuna autonoma rilevanza, ripetendo invece da essa medesima la sua validità, così da non esprimere un suo proprio contenuto precettivo rispetto al regolamento degli interessi in contestazione: dall’art. 288, quarto comma, c.p.c. è, infatti, espressamente prevista l’impugnabilità delle parti corrette, che costituisce rimedio diretto esclusivamente al controllo della legittimità della disposta correzione (Cass., 17 maggio 2010, n. 12034). In conclusione, la Corte rigetta il primo ricorso, depositato il 6 dicembre 2012; dichiara inammissibile il secondo ricorso, depositato il 24 marzo 2014 e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che liquida come in dispositivo, tenendo conto della difesa svolta dalla compagnia per rispondere ai ricorsi di controparte. PER QUESTI MOTIVI La Corte rigetta il primo ricorso, dichiara inammissibile il secondo e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che liquida in Euro 10.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge. Questa Corte riconosce e valorizza sotto il profilo della intensità della sofferenza patita, il diritto del soggetto gravemente danneggiato in un incidente, dal quale consegua a breve distanza di tempo la morte, al risarcimento quanto meno del danno morale c.d. catastrofale, per tale intendendosi il danno morale puro subito dalla vittima che è consapevole della gravità delle sue condizioni e attende lucidamente, benché atterrita, l’approssimarsi ineluttabile della morte. Lo riconosce a condizione che la vittima stessa, nell’apprezzabile lasso di tempo che ha preceduto la morte, si sia mantenuta lucida ed abbia così potuto preconizzarsi l’incombenza dell’inevitabile evento catastrofico a suo danno, con conseguente sofferenza morale massima, benché concentrata in quel breve lasso di tempo, perché correlata alla prossima perdita della vita (Cass. n. 23183 del 2014, Cass. n. 7126 del 2013, Cass. n. 11601 del 2005, che puntualizza che ‘In caso di morte della vittima a seguito di sinistro stradale, la brevità del periodo di sopravvivenza alle lesioni (nel caso, due ore), se esclude l’apprezzabilità ai fini risarcitori del deterioramento della qualità della vita in ragione del pregiudizio della salute, ostando alla configurabilità di un danno biologico risarcibile, non esclude viceversa che la medesima abbia potuto percepire le conseguenze catastrofiche delle lesioni subite e patire sofferenza, il diritto al cui risarcimento, sotto il profilo del danno morale, risulta pertanto già entrato a far parte del suo patrimonio al momento della morte, e può essere conseguentemente fatto valere ‘iure hereditatis’). La verifica se sia configurabile o meno la violazione di legge denunciata in riferimento al primo motivo per aver considerato la corte d’appello in ogni caso troppo breve e non rapportabile all’’apprezzabile lasso di tempo’ individuato dalla giurisprudenza di legittimità come soglia minima per l’insorgenza in capo al danneggiato del diritto al risarcimento del danno morale cd. catastrofale il tempo di sopravvivenza del C.D. è condizionata quindi all’accoglimento del secondo motivo, in quanto solo in presenza di un lucido, per quanto breve, intervallo di tempo in cui il danneggiato possa aver percepito in tutta la sua drammaticità la condizione in cui si trova, il diritto al danno morale può sorgere, mentre la corte d’appello, con motivazione impugnata con il secondo motivo di ricorso, ha escluso che risultasse provata proprio la lucidità della vittima nello spazio di tempo tra l’incidente e la morte. Il secondo motivo di ricorso non può essere accolto. Esso appare incentrato sul vizio di motivazione, anche se contiene l’indicazione di alcune norme di legge, tra le quali l’art. 2697 c.c. che regola la ripartizione dell’onere probatorio, che sarebbe superflua all’interno di un motivo volto a censurare esclusivamente il profilo motivazionale. Il punto controverso della motivazione è quello in cui la corte d’appello ha affermato la mancanza di prova sullo stato di lucidità nel periodo intercorso tra la lesione e la morte, fondando il proprio convincimento in ordine alla mancanza di lucidità della vittima esclusivamente sulla circostanza di fatto che questa fosse stata trasportata in rianimazione, mentre i ricorrenti evidenziano che questa circostanza di per sé non fosse inequivoca. E tuttavia, tenuto conto dei limiti del controllo del giudice di legittimità sulla motivazione, all’interno dei quali non è consentito cassare una motivazione perché non è la migliore possibile o la più articolata, ma soltanto quando presenti delle falle nel percorso logico o della patenti contraddizioni tali da minare la coerenza del ragionamento che ha portato il giudice ad un certo esito, la motivazione della corte d’appello sul punto, benché sintetica, è completa e coerente, laddove argomenta nel senso che il tempo di sopravvivenza dopo l’incidente è stato di poco più di un’ora, e, soprattutto, che non vi fosse prova della sussistenza di uno stato di lucidità della vittima in quell’intervallo di tempo. Aggiunge poi, ad abundantiam, che il fatto che l’infortunato fosse stato ricoverato in rianimazione costituisce al più un elemento probatorio in senso contrario, né la coerenza della motivazione è scalfita dalla circostanza di fatto allegata dai ricorrenti e ad avviso degli stessi trascurata dalla corte d’appello, costituita dall’iniziale ricovero in pronto soccorso, prima del trasporto in rianimazione. Il punto centrale di questo passaggio della motivazione, non scalfito dalle considerazioni dei ricorrenti, è costituito dal fatto che non sia stata fornita la prova di una condizione di lucidità della vittima successiva all’incidente, onere probatorio che, essendo attinente ad uno dei fatti costitutivi dell’azione, gravava su chi agisce in giudizio per il risarcimento del danno e quindi era a carico degli eredi, che agiscono per il riconoscimento del relativo diritto. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE III SENTENZA 19 giugno 2015, n. 12722 Ritenuto in fatto C.D. , C.E.C.E. e S.L.M.A.G. propongono ricorso per cassazione articolato in due motivi per la riforma della sentenza n. 2655 del 2011 emessa dalla Corte d’Appello di Venezia il 18 dicembre 2011, nei confronti di R.A.S. s.p.a., di P.E. e di P.E. .
Resiste la Allianz s.p.a. (già R.A.S. s.p.a.) con controricorso, gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.
Entrambe le parti hanno anche depositato memoria illustrativa.
I ricorrenti espongono che nel 2002 essi, in qualità rispettivamente di padre, sorella e madre del defunto C.D. , convenivano in giudizio P.E. e la sua compagnia di assicurazioni per la r.c.a., R.A.S. s.p.a., per sentir dichiarare la responsabilità esclusiva del P. nello scontro tra veicoli a seguito del quale aveva perso la vita C.D. , all’epoca di ventisette anni, e sentirli condannare al risarcimento di tutti i danni subiti in proprio e quali eredi del C. dai prossimi congiunti. Il contraddittorio veniva integrato nei confronti del proprietario del veicolo, P.E. .
Il Tribunale di Verona in primo grado condannava i convenuti in solido a risarcire ai familiari di C.D. la somma capitale complessiva di Euro 300.000,000 a titolo di risarcimento del danno biologico e morale subito dal defunto, oltre interessi e rivalutazione dal dì del sinistro al saldo, nonché a corrispondere agli attori iure proprio Euro 55.000 ciascuno per i genitori a titolo di danno morale e Euro 50.000 ciascuno a titolo di danno esistenziale, e per la sorella rispettivamente Euro 35.000,00 e 30.000,00. All’esito del giudizio di secondo grado la Corte d’Appello di Venezia ridimensionava l’ammontare del risarcimento complessivo spettante ai C. in Euro 275.000,00 e detratto l’acconto già percepito di Euro 200.000,00 condannava gli appellanti in solido a corrispondere la somma residua di Euro 75.000,00 oltre interessi e rivalutazione, esclusivamente a titolo di danno iure proprio riportato dai congiunti della vittima. Essa accoglieva in parte l’appello dichiarando che ai C. non spettasse alcunché a titolo di risarcimento iure hereditatis del danno morale e del danno biologico subiti dalla vittima in conseguenza del sinistro, atteso che nessun danno non patrimoniale era sorto in capo alla vittima stessa, per essere sopraggiunta la morte a distanza soltanto di un’ora e quindici minuti dall’incidente, senza che vi fosse prova che il C. , trasportato subito in rianimazione, fosse rimasto lucido in quel breve lasso di tempo tra l’incidente e la morte. Richiamava la giurisprudenza di questa Corte di legittimità che richiede, perché possa sorgere (e sia poi trasmissibile agli eredi) in capo alla vittima di un grave incidente con postumi mortali non immediati il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, che ci sia stato un apprezzabile lasso di tempo tra l’incidente ed il sopravvenire della morte in cui la vittima abbia potuto lucidamente rendersi conto delle sue condizioni e dell’approssimarsi della fine. Le ragioni della decisione Con il primo motivo di ricorso i ricorrenti denunciano la violazione dell’art. 360 n. 3 c.p.c. in relazione agli artt. 1223, 1224, 2034, 2056, 2043 e 2059 c.c. da parte della sentenza d’appello laddove ha accolto l’appello dei responsabili escludendo il diritto degli eredi del defunto C.D. al risarcimento iure hereditatis del danno biologico e morale subito dal defunto a causa della morte pressocchè immediata di questi, o meglio ha escluso la stessa configurabilità del danno in capo alla vittima, che pertanto non si è trasmesso agli eredi. Sostengono che è sufficiente l’esistenza di un pur breve lasso di tempo per far sorgere il diritto in capo al danneggiato al risarcimento delle su accennate voci di danno, in quanto egli ha la concreta possibilità di apprezzare la modifica irreversibile delle sue condizioni di salute e di vita (cd. danno catastrofale), non rilevando la brevità della durata di questa parentesi temporale. Con il secondo motivo si dolgono della violazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c. in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c. e 2697 c.c. laddove la corte d’appello ha argomentato sulla mancanza di prova della lucidità dell’infortunato nello spazio temporale tra l’incidente e la morte, richiamando la giurisprudenza di legittimità (in particolare, S.U. n. 26972 del 2008) che ha ritenuto risarcibile la sofferenza psichica provata dalla vittima delle lesioni, nel caso sia sopravvenuta a breve distanza di tempo la morte, purché questa sia rimasta lucida durante l’agonia in consapevole attesa della fine. La censura è rivolta in particolare verso il passo della motivazione della sentenza che ha dato per provato un fatto che ad avviso dei ricorrenti non lo era (ovvero che l’infortunato avesse perso conoscenza a seguito dell’incidente e non l’abbia recuperata fino al momento della morte) contrastante con la normale condizione delle persone (che sono lucide, finché non sopravvenga un fatto comprovatamente idoneo a privarle di tale condizione) sulla base di un dato di fatto inidoneo a costituirne prova e quindi a supportare, come unico riferimento fattuale, la motivazione, ovvero il fatto che il C. fosse stato trasportato in rianimazione. Aggiungono che, come risulta dal rapporto delle forze dell’ordine intervenute (allegato agli atti del giudizio di merito e il cui contenuto riportano) la vittima dell’incidente venne trasportata dapprima al pronto soccorso dell’ospedale di Verona e poi, viste le sue gravi condizioni, i medici lo indirizzarono al reparto rianimazione dove a breve distanza di tempo morì per arresto cardiocircolatorio. I due motivi vanno esaminati congiuntamente in quanto strettamente connessi, e l’apprezzamento della fondatezza del secondo motivo di ricorso deve logicamente precedere l’esame della fondatezza del primo motivo. Questa Corte riconosce e valorizza sotto il profilo della intensità della sofferenza patita, il diritto del soggetto gravemente danneggiato in un incidente, dal quale consegua a breve distanza di tempo la morte, al risarcimento quanto meno del danno morale c.d. catastrofale, per tale intendendosi il danno morale puro subito dalla vittima che è consapevole della gravità delle sue condizioni e attende lucidamente, benché atterrita, l’approssimarsi ineluttabile della morte. Lo riconosce a condizione che la vittima stessa, nell’apprezzabile lasso di tempo che ha preceduto la morte, si sia mantenuta lucida ed abbia così potuto preconizzarsi l’incombenza dell’inevitabile evento catastrofico a suo danno, con conseguente sofferenza morale massima, benché concentrata in quel breve lasso di tempo, perché correlata alla prossima perdita della vita (Cass. n. 23183 del 2014, Cass. n. 7126 del 2013, Cass. n. 11601 del 2005, che puntualizza che ‘In caso di morte della vittima a seguito di sinistro stradale, la brevità del periodo di sopravvivenza alle lesioni (nel caso, due ore), se esclude l’apprezzabilità ai fini risarcitori del deterioramento della qualità della vita in ragione del pregiudizio della salute, ostando alla configurabilità di un danno biologico risarcibile, non esclude viceversa che la medesima abbia potuto percepire le conseguenze catastrofiche delle lesioni subite e patire sofferenza, il diritto al cui risarcimento, sotto il profilo del danno morale, risulta pertanto già entrato a far parte del suo patrimonio al momento della morte, e può essere conseguentemente fatto valere ‘iure hereditatis’). La verifica se sia configurabile o meno la violazione di legge denunciata in riferimento al primo motivo per aver considerato la corte d’appello in ogni caso troppo breve e non rapportabile all’’apprezzabile lasso di tempo’ individuato dalla giurisprudenza di legittimità come soglia minima per l’insorgenza in capo al danneggiato del diritto al risarcimento del danno morale cd. catastrofale il tempo di sopravvivenza del C.D. è condizionata quindi all’accoglimento del secondo motivo, in quanto solo in presenza di un lucido, per quanto breve, intervallo di tempo in cui il danneggiato possa aver percepito in tutta la sua drammaticità la condizione in cui si trova, il diritto al danno morale può sorgere, mentre la corte d’appello, con motivazione impugnata con il secondo motivo di ricorso, ha escluso che risultasse provata proprio la lucidità della vittima nello spazio di tempo tra l’incidente e la morte. Il secondo motivo di ricorso non può essere accolto. Esso appare incentrato sul vizio di motivazione, anche se contiene l’indicazione di alcune norme di legge, tra le quali l’art. 2697 c.c. che regola la ripartizione dell’onere probatorio, che sarebbe superflua all’interno di un motivo volto a censurare esclusivamente il profilo motivazionale. Il punto controverso della motivazione è quello in cui la corte d’appello ha affermato la mancanza di prova sullo stato di lucidità nel periodo intercorso tra la lesione e la morte, fondando il proprio convincimento in ordine alla mancanza di lucidità della vittima esclusivamente sulla circostanza di fatto che questa fosse stata trasportata in rianimazione, mentre i ricorrenti evidenziano che questa circostanza di per sé non fosse inequivoca. E tuttavia, tenuto conto dei limiti del controllo del giudice di legittimità sulla motivazione, all’interno dei quali non è consentito cassare una motivazione perché non è la migliore possibile o la più articolata, ma soltanto quando presenti delle falle nel percorso logico o della patenti contraddizioni tali da minare la coerenza del ragionamento che ha portato il giudice ad un certo esito, la motivazione della corte d’appello sul punto, benché sintetica, è completa e coerente, laddove argomenta nel senso che il tempo di sopravvivenza dopo l’incidente è stato di poco più di un’ora, e, soprattutto, che non vi fosse prova della sussistenza di uno stato di lucidità della vittima in quell’intervallo di tempo. Aggiunge poi, ad abundantiam, che il fatto che l’infortunato fosse stato ricoverato in rianimazione costituisce al più un elemento probatorio in senso contrario, né la coerenza della motivazione è scalfita dalla circostanza di fatto allegata dai ricorrenti e ad avviso degli stessi trascurata dalla corte d’appello, costituita dall’iniziale ricovero in pronto soccorso, prima del trasporto in rianimazione. Il punto centrale di questo passaggio della motivazione, non scalfito dalle considerazioni dei ricorrenti, è costituito dal fatto che non sia stata fornita la prova di una condizione di lucidità della vittima successiva all’incidente, onere probatorio che, essendo attinente ad uno dei fatti costitutivi dell’azione, gravava su chi agisce in giudizio per il risarcimento del danno e quindi era a carico degli eredi, che agiscono per il riconoscimento del relativo diritto. A ciò si aggiunga che come è noto il giudice nel suo percorso motivazionale può selezionare gli elementi dell’istruttoria sui quali ha fondato il suo convincimento e non è tenuto né ad esporre tutti i dettagli di fatto né a rispondere espressamente ad ogni rilievo delle parti, costituendo risposta idonea e complessiva una motivazione logica e coerente: l’omessa indicazione del fatto che dapprima C.D. sia stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale non sposta l’equilibrio della motivazione in quanto non contiene alcuna indicazione, tanto meno inequivoca, sulla lucidità della vittima al momento di accesso presso l’ospedale. Il rigetto del secondo motivo esime dall’esaminare la fondatezza o meno del primo motivo laddove la corte d’appello ha ritenuto il lasso di tempo di sopravvivenza troppo breve per essere apprezzabile sotto il profilo del sorgere del diritto al risarcimento del danno morale. Il ricorso va pertanto rigettato. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso. Pone a carico dei ricorrenti le spese di giudizio sostenute dalla controricorrente e le liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui 200,00 per spese, oltre accessori e contributo spese generali.

Art. 269 del codice civile. Dichiarazione giudiziale di paternità e maternità.

La paternità e la maternità naturale possono essere giudizialmente dichiarate nei casi in cui il riconoscimento è ammesso.

La prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo.

La maternità è dimostrata provando la identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre.

La sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale.

Art. 273 del codice civile. Azione nell’interesse del minore o dell’interdetto.

L’azione per ottenere che sia giudizialmente dichiarata la paternità o la maternità naturale può essere promossa, nell’interesse del minore, dal genitore che esercita la potestà prevista dall’articolo 316 o dal tutore. Il tutore però deve chiedere l’autorizzazione del giudice, il quale può anche nominare un curatore speciale.

Occorre il consenso del figlio per promuovere o per proseguire l’azione se egli ha compiuto l’età di sedici anni.

Per l’interdetto l’azione può essere promossa dal tutore previa autorizzazione del giudice.

Il tribunale dei minorenni ordinerà al presunto padre di sottoporsi al Test del DNA, al fine di accertare la paternità. Il rifiuto da parte del padre, a sottoporsi al test del DNA (con prelievo del sangue) comporta in concreto, l’ammissione di paternità, per giurisprudenza consolidata (vedi ad esempio sentenza del tribunale dei minorenni di L’Aquila del 19/04/2007).

La madre non può impedire al padre di riconoscere il figlio; il figlio ha diritto di avere un padre ed una madre. Ha diritto di essere educato e mantenuto da un padre ed una madre !!!

Ai sensi dell’articolo 250, comma 4 del codice civile, la madre non può impedire il riconoscimento del padre, laddove questo comportamento non risponda all’interesse del figlio.

pietro nucera

una settimana fa

Son ricorso, quest’anno, all’avvocato Sergio Armaroli per la gestione di una importante controversia bancaria. Mi avevano parlato benissimo di questo professionista, esperto in molte competenze legali, tra cui grossi risarcimenti di sinistri, esposizioni debitorie importanti con banche, fisco ecc…, divorzi…Il mio problema era però di difficile soluzione ma le alte referenze dell’avvocato mi davano fiducia. Ebbene, in meno di 6 mesi ha risolto la vertenza in una maniera incredibile e vantaggiosissima: un colpo da maestro. Ed oggi, quell’enorme peso quotidiano, è sparito per sempre.

Non ho parole per ringraziarlo.

E per gli amici che ne avessero bisogno, vi consiglio di contattarlo subito.

Dott. Pietro Nucera

arianna montanaro

arianna montanaro

9 mesi fa

Una consulenza senza pari quella che ho avuto con l’avvocato Armaroli : esplicativo, chiaro e professionale su ogni aspetto.Non potrei far altro che consigliarvi un esperto a livello nazionale del suo calibro, peraltro onesto e molto …Altro

Michele Rutigliano

Michele Rutigliano

11 mesi fa-

L’avvocato Armaroli si è dimostrato un professionista serio e preparato, con una attenzione ai particolari ed una perseveranza veramente lodevoli. Inoltre i suoi consigli sono stati molto utili e gli sono riconoscente ancora oggi. Decisamente consigliato.

Cristina

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VERCELLI CUNEO ALESSANDRIA ASTI INCIDENTE MORTALE RISARCIMENTO AI PARENTI 

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MORTE INCIDENTE DANNO CATASTROFALE

L’unica distinzione che si registra negli orientamenti giurisprudenziali riguarda la qualificazione, ai fini della liquidazione, del danno da risarcire che, da un orientamento, con “mera sintesi descrittiva” (Cass. n. 26972 del 2008), è indicato come “danno biologico terminale” (Cass. n. 11169 del 1994, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 1704 del 1997, n. 24 del 2002, n. 3728 del 2002, n. 7632 del 2003, n 9620 del 2003, n. 11003 del 2003, n. 18305 del 2003, n. 4754 del 2004, n. 3549 del 2004, n. 1877 del 2006, n. 9959 del 2006, n. 18163 del 2007, n. 21976 del 2007, n. 1072 del 2011) – liquidabile come invalidità assoluta temporanea, sia utilizzando il criterio equitativo puro che le apposite tabelle (in applicazione dei principi di cui alla sentenza n. 12408 del 2011) ma con il massimo di personalizzazione in considerazione della entità e intensità del danno – e,da altro orientamento, è classificato come danno “catastrofale” (con riferimento alla sofferenza provata dalla vittima nella cosciente attesa della morte seguita dopo apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni).

Il danno “catastrofale”, inoltre, per alcune decisioni, ha natura di danno morale soggettivo (Cass. n. 28423 del 2008, n. 3357 del 2010, n. 8630 del 2010, n. 13672 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 19133 del 2011, n. 7126 del 2013, n. 13537 del 2014) e per altre, di danno biologico psichico (Cass. n. 4783 del 2001, n. 3260 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 1072 del 2011).

Ma da tali incertezze non sembrano derivare differenze rilevanti sul piano concreto della liquidazione dei danni perchè, come già osservato, anche in caso di utilizzazione delle tabelle di liquidazione del danno biologico psichico dovrà procedersi alla massima personalizzazione per adeguare il risarcimento alle peculiarità del caso concreto, con risultati sostanzialmente non lontani da quelli raggiungibili con l’utilizzazione del criterio equitativo puro utilizzato per la liquidazione del danno morale.

Nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni, invece, si ritiene che non possa essere invocato un diritto al risarcimento dei danno iure hereditatis.

Tale orientamento risalente (Cass. sez. un. 22 dicembre 1925, n. 3475: “se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone appunto e necessariamente l’esistenza di un subbietto di diritto”) ha trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994 e, come rilevato, anche nella più recente sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 (che ne ha tratto la conseguenza dell’impossibilità di una rimeditazione della soluzione condivisa) e si è mantenuto costante nella giurisprudenza di questa Corte (tra le più recenti, successivamente alla citata sentenza della Corte costituzionale: Cass. n. 11169 del 1994, n. 10628 del 1995, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 3592 del 1997, n. 1704 del 1997, n. 9470 del 1997, n. 11439 del 1997, n. 5136 del 1998, n. 6408 del 1998, n. 12083 del 1998, n. 491 del 1999, n. 1633 del 2000, n. 2134 del 2000, n. 4729 del 2001, 4783 del 2001, n. 887 del 2002, n. 7632 del 2003, n. 9620 del 2003, n. 517 del 2006, n. 3760 del 2007, n. 12253 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 15706 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 2654 del 2012, n. 12236 del 2012, n. 17320 del 2012).

A tale risalente e costante orientamento le sezioni unite intendono dare continuità non essendo state dedotte ragioni convincenti che ne giustifichino il superamento. Certamente tali ragioni non sono state neppure articolate con la sentenza n. 15760 del 2006 (pronunciata su ricorso avente ad oggetto la domanda di risarcimento dei danni da morte di congiunto avanzata iure proprio) che, con affermazione avente dichiarata natura di obiter “sistematico”si è limitata ad auspicare che, in conformità con orientamenti dottrinari italiani ed Europei, sia riconosciuto quale momento costitutivo del credito risarcitorio quello della lesione, indipendentemente dall’intervallo di tempo con l’evento morte causalmente collegato alla lesione stessa.

Ma anche l’ampia motivazione della sentenza n. 1361 del 2014, che ha effettuato un consapevole revirement, dando luogo al contrasto in relazione al quale è stato chiesto l’intervento di queste sezioni unite, non contiene argomentazioni decisive per superare l’orientamento tradizionale, che, d’altra parte, risulta essere conforme agli orientamenti della giurisprudenza Europea con la sola eccezione di quella portoghese.

La premessa del predetto orientamento, peraltro non sempre esplicitata, sta nell’ormai compiuto superamento della prospettiva originaria secondo la quale il cuore del sistema della responsabilità civile era legato a un profilo di natura soggettiva e psicologica, che ha riguardo all’agire dell’autore dell’illecito e vede nel risarcimento una forma di sanzione analoga a quella penale, con funzione deterrente (sistema sintetizzato dal principio affermato dalla dottrina tedesca “nessuna responsabilità senza colpa” e corrispondente alle codificazioni ottocentesche per giungere alle stesse impostazioni teoriche poste a base del codice del ’42).

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SCRIVO PER TE CHE HAI UN GROSSO DANNO E NON TI HANNO ANCORA RISARCITO

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Legale presso i Tribunali di tutta Italia, in quanto, per le cause di risarcimento danni da sinistro stradale, la competenza è data dal luogo del sinistro o dalla sede della compagnia di assicurazioni che copre il rischio per RCA del veicolo che ci ha cagionato un danno .

Per gli incidenti automobilistici ad esempio Trieste ha una moltitudine di cause di risarcimento per sinistri stradali , anche per sinistri avvenuti in altre città Italiane, in quanto sede di molte grandi assicurazioni (come le assicurazioni Generali o le assicurazioni Allianz). 
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La causa di risarcimento danni per gli incidenti automobilistici può però essere radicata anche nel Tribunale ove è avvenuto il sinistro.

Molto spesso si sente dire che le cause per il risarcimento danni da sinistro stradale, comprensive di danno morale e danno biologico e danno incidente sull’attività lavorativa durino molti anni. Non bisogna però dimenticare che si può ottenere in poche udienze una provvisionale per risarcimento danni per gravi danni, che può essere anche del 50% del danno subito.

Questo in modo particolare quando è certa la responsabilità della controparte e quando le assicurazioni pur sapendo di dover risarcire un danno temporeggiano, sperando che il danneggiato, spaventato dalla causa, vi rinunci.

Il danno biologico assume grande importanza, in modo particolare nei grossi danni!

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I Tribunali sono molto attenti al risarcimento danni da sinistri stradali e hanno indubbiamente una grande sensibilità nel riconoscere il giusto danno al danneggiato da incidenti della strada. Se hai subito un incidente stradale e devi chiedere il risarcimento danni rivolgiti a me telefona all’avvocatoSergio Armaroli di Bologna senza indugio, anche compilando il modulo di richiesta di consulenza legale online, Troverai un Avvocato pronto ad ascoltarti e a consigliarti al meglio.

Ovviamente l’avvocato Sergio Armaroli assiste anche quanto hanno subito incidenti in moto o incidenti in bicicletta che purtroppo spesso sono incidenti con la maggior percentuale di gravi lesioni alla persona. Assistenza legale qualificata verrà fornita anche per sinistri mortali, ovvero incidenti in auto ove la persona ha perso un proprio congiunto in un sinistro stradale.


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Ti fornirò una qualificata assistenza legale. In casi particolari, nei quali riconosco la ragione del danneggiato, posso anticipare le spese di causa per un, incidenti stradale previo accordo con il cliente, nel caso lo stesso non abbia i mezzi economici per affrontare un giudizio. Diverse sono state le vittorie dello Studio Legale nella tutela del danneggiato da sinistri stradali in diversi Tribunali italiani, in modo particolare ottimi risultati si sono ottenuti nei casi di sinistri con gravi lesioni e nei casi di sinistri mortali.


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vittima di un brutto incidente stradale, ci siamo rivolti all’avvocato Sergio Armaroli e in tempi ragionevoli ci ha fatto vere il risarcimento, tenendoci sempre informati sull’andamento della pratica” Rosa: L’avvocato Sergio Armaroli mi ha assistito per un gravissimo incidente stradale ove ho riportato diverse fratture. Mi ha meravigliato la sua gentilezza e il suo pronto intervento professionale che hanno portato al risarcimento integrale del danno da parte dell’assicurazione in tempi brevi. Salve mi chiamo Annamaria,mi rivolgo a tutte le persone che hanno bisogno di un avvocato che sappia risolvere con concretezza il proprio problema,problema di qualsiasi causa si tratti! Ebbene io personalmente mi sono rivolta ad un grande Avvocato Sergio Armaroli, per un incidente sulla strada dove io personalmente sono stata investita,l’Avv.Sergio Armaroli ha risolto il mio caso in maniera eccellente. Sono una mamma, e vorrei dare una “mano” a chi potrebbe trovarsi in difficoltà. Questa è la mia esperienza: ho avuto bisogno di rivolgermi ad un avvocato per un problema alquanto delicato che riguardava la serenità scolastica di mio figlio. L’ Avv. Sergio Armaroli di Bologna si è dimostrato, un ottimo professionista molto determinato, preparato e sensibile al mio caso, che per me, era di fondamentale importanza. Ha agito tempestivamente, spiegandomi come era meglio procedere per il bene del mio adorato bambino, dimostrando la massima attenzione ad ogni minimo dettaglio, al fine di risolvere nel migliore dei modi la questione. Anche nei giorni successivi, al primo appuntamento mi ha tenuta costantemente informata dell’evolversi della situazione, senza che io dovessi mai sollecitare, anzi mi ha suggerito preziosissimi consigli. Questo comportamento l’ho tovato di altissima professionalità e mi ha completamente rassicurata. La problematica l’ha risolta con pieno successo e in tempi strettissimi , fatto più unico che raro, dimostrando eccellenti doti professionali. Voglio evidenziare anche la sua correttezza e serietà professionale specificandomi subito sia i costi, sia gli atti che avrebbe predisposto. Lo ringrazio sentitamente e consiglio di rivolgersi all’avv. Sergio Armaroli a chiunque abbia un problema da risolvere. Beatrice Un utente Google Ho avuto modo di conoscere l’Avvocato Armaroli di Bologna per motivi di lavoro e l’ho trovato preparato e determinato. In particolare per quanto riguarda il supporto alle aziende per quanto riguarda la contrattualistica internazionale e …Altro Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti. 5)Anna Maria: ero stata investita come pedone e avevo riportato gravi lesioni con un punteggio del 24 % del danno biologico.. L’avvocato Sergio Armaroli con cortesia e professionalità mi ha seguito nel lungo percorso risarcitorio riuscendo a farmi pagare il danno MICHELE: Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. 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Legale presso i Tribunali di tutta Italia, in quanto, per le cause di risarcimento danni da sinistro stradale, la competenza è data dal luogo del sinistro o dalla sede della compagnia di assicurazioni che copre il rischio per RCA del veicolo che ci ha cagionato un danno .

Per gli incidenti automobilistici ad esempio Trieste ha una moltitudine di cause di risarcimento per sinistri stradali , anche per sinistri avvenuti in altre città Italiane, in quanto sede di molte grandi assicurazioni (come le assicurazioni Generali o le assicurazioni Allianz). 
Insieme otterremo per te il giusto risarcimento ,chiama 051/6447838 
La causa di risarcimento danni per gli incidenti automobilistici può però essere radicata anche nel Tribunale ove è avvenuto il sinistro.

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Molto spesso si sente dire che le cause per il risarcimento danni da sinistro stradale, comprensive di danno morale e danno biologico e danno incidente sull’attività lavorativa durino molti anni. Non bisogna però dimenticare che si può ottenere in poche udienze una provvisionale per risarcimento danni per gravi danni, che può essere anche del 50% del danno subito. Questo in modo particolare quando è certa la responsabilità della controparte e quando le assicurazioni pur sapendo di dover risarcire un danno temporeggiano, sperando che il danneggiato, spaventato dalla causa, vi rinunci. 
 Il danno biologico assume grande importanza, in modo particolare nei grossi danni!

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I Tribunali sono molto attenti al risarcimento danni da sinistri stradali e hanno indubbiamente una grande sensibilità nel riconoscere il giusto danno al danneggiato da incidenti della strada. Se hai subito un incidente stradale e devi chiedere il risarcimento danni rivolgiti a me telefona all’avvocatoSergio Armaroli di Bologna senza indugio, anche compilando il modulo di richiesta di consulenza legale online, Troverai un Avvocato pronto ad ascoltarti e a consigliarti al meglio. Ovviamente l’avvocato Sergio Armaroli assiste anche quanto hanno subito incidenti in moto o incidenti in bicicletta che purtroppo spesso sono incidenti con la maggior percentuale di gravi lesioni alla persona. Assistenza legale qualificata verrà fornita anche per sinistri mortali, ovvero incidenti in auto ove la persona ha perso un proprio congiunto in un sinistro stradale

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Diverse sono state le vittorie dello Studio Legale nella tutela del danneggiato da sinistri stradali in diversi Tribunali italiani, in modo particolare ottimi risultati si sono ottenuti nei casi di sinistri con gravi lesioni e nei casi di sinistri mortali.

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“Il mio papa’ è stato vittima di un brutto incidente stradale, ci siamo rivolti all’avvocato Sergio Armaroli e in tempi ragionevoli ci ha fatto vere il risarcimento, tenendoci sempre informati sull’andamento della pratica”   Rosa: L’avvocato Sergio Armaroli mi ha assistito per un gravissimo incidente stradale ove ho riportato diverse fratture. Mi ha meravigliato la sua gentilezza e il suo pronto intervento professionale che hanno portato al risarcimento integrale del danno da parte dell’assicurazione in tempi brevi. Salve mi chiamo Annamaria,mi rivolgo a tutte le persone che hanno bisogno di un avvocato che sappia risolvere con concretezza  il proprio problema,problema di qualsiasi causa si tratti! Ebbene io personalmente mi sono rivolta ad un grande Avvocato Sergio Armaroli, per un incidente sulla strada dove io personalmente sono stata investita,l’Avv.Sergio Armaroli ha risolto il mio caso in maniera eccellente. Sono una mamma, e vorrei dare una “mano” a chi potrebbe trovarsi in difficoltà. Questa è la mia esperienza: ho avuto bisogno di rivolgermi ad un avvocato per un problema alquanto delicato che riguardava la serenità scolastica di mio figlio. L’ Avv. Sergio Armaroli di Bologna si è dimostrato, un ottimo professionista molto determinato, preparato e sensibile al mio caso, che per me, era di fondamentale importanza. Ha agito tempestivamente, spiegandomi come era meglio procedere per il bene del mio adorato bambino, dimostrando la massima attenzione ad ogni minimo dettaglio, al fine di risolvere nel migliore dei modi la questione. Anche nei giorni successivi, al primo appuntamento mi ha tenuta costantemente informata dell’evolversi della situazione, senza che io dovessi mai sollecitare, anzi mi ha suggerito preziosissimi consigli. Questo comportamento l’ho tovato di altissima professionalità e mi ha completamente rassicurata. La problematica l’ha risolta con pieno successo e in tempi strettissimi , fatto più unico che raro, dimostrando eccellenti doti professionali. Voglio evidenziare anche la sua correttezza e serietà professionale specificandomi subito sia i costi, sia gli atti che avrebbe predisposto. Lo ringrazio sentitamente e consiglio di rivolgersi all’avv. Sergio Armaroli a chiunque abbia un problema da risolvere. Beatrice   Un utente Google   Ho avuto modo di conoscere l’Avvocato Armaroli di Bologna per motivi di lavoro e l’ho trovato preparato e determinato. In particolare per quanto riguarda il supporto alle aziende per quanto riguarda la contrattualistica internazionale e …Altro     Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti.         5)Anna Maria: ero stata investita come pedone e avevo riportato gravi lesioni con un punteggio del 24 % del danno biologico.. L’avvocato Sergio Armaroli con cortesia e professionalità mi ha seguito nel lungo percorso risarcitorio riuscendo a farmi pagare il danno   MICHELE: Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti. Anna: mi sono rivolta all’avvocato Sergio Armarol idi Bologna per un difficile caso di separazione, mio marito non voleva darmi nulla perché se ne era andato di casa e mi aveva lasciato con tre figli. Con molta cortesia e preparazione l’avvocato Sergio Armaroli mi ha assistita affinchè io potessi avere i miei giusti diritti.   Carlo:In un difficile caso di divorzio l’avvocato Sergio Armaroli mi ha assistito con cortesia e professionalità ,riuscendo a far valer ei miei diritti  Paola: mi sono rivolta all’avvocato Sergio Armaroli pe runa separazione ho trovato un avvocato attento e preparato che mi ha dato i giusti consigli   COMPILA IL MODULO SOTTOSTANTE SE VUOI IL MIO AIUTO

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Michele Rutigliano

4 mesi fa

L’avvocato Armaroli si è dimostrato un professionista serio e preparato, con una attenzione ai particolari ed una perseveranza veramente lodevoli. Inoltre i suoi consigli sono stati molto utili e gli sono riconoscente ancora oggi. Decisamente consigliato.

Foto del profilo di tèperme Bologna

tèperme Bologna

3 mesi fa

Ottimo legale, con professionalità e serietà. Competenza e cortesia.

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arianna montanaro

un mese fa

Una consulenza senza pari quella che ho avuto con l’avvocato Armaroli : esplicativo, chiaro e professionale su ogni aspetto.Non potrei far altro che consigliarvi un esperto a livello nazionale del suo calibro, peraltro onesto e molto disponibile. Grazie avvocato, il suo aiuto è stato prezioso per la mia famiglia.

Un utente Google

4 anni fa

Ho avuto modo di conoscere l’Avvocato Armaroli di Bologna per motivi di lavoro e l’ho trovato preparato e determinato. In particolare per quanto riguarda il supporto alle aziende per quanto riguarda la contrattualistica internazionale e immobiliari e per recupero crediti e ristrutturazione del debito, ha dimostrato spiccate doti professionali. Ho visto che sul sito web fornisce anche consulenze legali online: mi sembra un’iniziativa interessante.

FEDERICO

Mi sono rivolto all’avvocato Sergio Armaroli per una difesa penale in un’altra città.

Lo stesso avvocato mi è sembrato molto tenace, attento , non molla mai il pezzo

Lo consiglio vivamente

Lello

Avevo un problema che mi dava molte preoccupazioni, in poco tempo l’avvocato Sergio Armaroli ha risolto il mio problema ridandomi la tranquillità

04 April 2014 – Carlo

Mi sono rivolta all’avvocato Sergio Armaroli pe runa separazione ho trovato un avvocato attento e preparato che mi ha dato i giusti consigli…

04 April 2014 – Paola

Mi sono rivolta all’avvocato Sergio Armaroli pe runa separazione ho trovato un avvocato attento e preparato che mi ha dato i giusti consigli…

04 April 2014 – Fabiola

Ringrazio l’Avv. Sergio Armaroli per l’attività svolta nella compra-vendita immobiliare che mi ha consentito di diventare proprietaria dell’immobile in cui abito.

Grazie alla sua professionalità ho potuto acquistare la casa, per cui avevo già stipulato preliminare di vendita, ed andare regolarmente a rogito, cosa che appariva veramente proibitiva per gli ostacoli che interponeva l’impresa costruttrice.

L’indubbia professionalità è stata supportata da un’attività incisiva e da una tenacia non comuni, volte al conseguimento di un risultato che ritenevo impossibile ottenere. Ringrazio anche per le informazioni sempre puntualmente fornitemi riguardo ai singoli atti compiuti, in modo da farmi avere sempre un quadro dettagliato e reale riguardo allo stato della pratica.

Ringrazio, infine e soprattutto, per l’umanità la cortesia e la disponibilità, per aver saputo fornire quel sostegno, che costituisce un grosso supporto nei momenti di incertezza.

Ho trovato, veramente, il massimo di una professionalità ineccepibilmente esercitata e sostenuta da rare doti umane.

Esprimo con tutto il cuore il mio ringraziamento.

P.s. non è retorica, ma il risultato c’è ed è tangibile: casa mia, che ho il piacere di godermi ogni giorno

Fabiola

04 April 2014 – Anna

Mi sono rivolta all’avvocato Sergio Armarol idi Bologna per un difficile caso di separazione, mio marito non voleva darmi nulla perché se ne era andato di casa e mi aveva lasciato con tre figli. Con molta cortesia e preparazione l’avvocato Sergio Armaroli mi ha assistita affinchè io potessi avere i miei giusti diritti….

04 April 2014 – Utente Google

Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti….

08 April 2014 – Sabrina

Buongiorno avv., Mi sono rivolta a Lei xke’ ho alcune cose da sistemare in merito alla mia separazione. Dal colloquio ke abbiamo avuto posso dire di essere stata molto soddisfatta grazie alla sua competenza e disponibilita’ nel venire a capo alle grosse problematiche ke questa situazione crea….

04 April 2014 – Michele

Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti….

04 April 2014 – Rosa

L’avvocato Sergio Armaroli mi ha assistito per un gravissimo incidente stradale ove ho riportato diverse fratture. Mi ha meravigliato la sua gentilezza e il suo pronto intervento professionale che hanno portato al risarcimento integrale del danno da parte dell’assicurazione in tempi brevi….

04 April 2014 – Anna Maria

Ero stata investita come pedone e avevo riportato gravi lesioni con un punteggio del 24 % del danno biologico.. L’avvocato Sergio Armaroli con cortesia e professionalità mi ha seguito nel lungo percorso risarcitorio riuscendo a farmi pagare il danno…

Bologna 05/02/2016 Pietro – Medico-Primario

Son ricorso, quest’anno, all’avvocato Sergio Armaroli per la gestione di una importante controversia bancaria. Mi avevano parlato benissimo di questo professionista, esperto in molte competenze legali, tra cui grossi risarcimenti di sinistri, esposizioni debitorie importanti con banche, fisco ecc…, divorzi…Il mio problema era però di difficile soluzione ma le alte referenze dell’avvocato mi davano fiducia. Ebbene, in meno di 6 mesi ha risolto la vertenza in una maniera incredibile e vantaggiosissima: un colpo da maestro. Ed oggi, quell’enorme peso quotidiano, è sparito per sempre.

Non ho parole per ringraziarlo.

E per gli amici che ne avessero bisogno, vi consiglio di contattarlo subito.

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  • RISARCIMENTO AI PARENTI INCIDENTE MORTALE PADOVA VICENZA TREVISO  VERONA
  • RECENSIONIGOOGLE DEI CLIENTI 
  • 4 mesi fa
  • L’avvocato Armaroli si è dimostrato un professionista serio e preparato, con una attenzione ai particolari ed una perseveranza veramente lodevoli. Inoltre i suoi consigli sono stati molto utili e gli sono riconoscente ancora oggi. Decisamente consigliato.
  • Foto del profilo di tèperme Bologna
  • tèperme Bologna
  • 3 mesi fa
  • Ottimo legale, con professionalità e serietà. Competenza e cortesia.
  • chiama-adesso
  • • •
  • Foto del profilo di arianna montanaro
  • arianna montanaro
  • un mese fa
  • Una consulenza senza pari quella che ho avuto con l’avvocato Armaroli : esplicativo, chiaro e professionale su ogni aspetto.Non potrei far altro che consigliarvi un esperto a livello nazionale del suo calibro, peraltro onesto e molto disponibile. Grazie avvocato, il suo aiuto è stato prezioso per la mia famiglia.
  • Un utente Google
  • 4 anni fa
  • Ho avuto modo di conoscere l’Avvocato Armaroli di Bologna per motivi di lavoro e l’ho trovato preparato e determinato. In particolare per quanto riguarda il supporto alle aziende per quanto riguarda la contrattualistica internazionale e immobiliari e per recupero crediti e ristrutturazione del debito, ha dimostrato spiccate doti professionali. Ho visto che sul sito web fornisce anche consulenze legali online: mi sembra un’iniziativa interessante.
  • FEDERICO
  • Mi sono rivolto all’avvocato Sergio Armaroli per una difesa penale in un’altra città.
  • Lo stesso avvocato mi è sembrato molto tenace, attento , non molla mai il pezzo
  • Lo consiglio vivamente
  • Lello
  • Avevo un problema che mi dava molte preoccupazioni, in poco tempo l’avvocato Sergio Armaroli ha risolto il mio problema ridandomi la tranquillità
  • 04 April 2014 – Carlo
  • Mi sono rivolta all’avvocato Sergio Armaroli pe runa separazione ho trovato un avvocato attento e preparato che mi ha dato i giusti consigli…
  • 04 April 2014 – Paola
  • Mi sono rivolta all’avvocato Sergio Armaroli pe runa separazione ho trovato un avvocato attento e preparato che mi ha dato i giusti consigli…
  • 04 April 2014 – Fabiola
  • Ringrazio l’Avv. Sergio Armaroli per l’attività svolta nella compra-vendita immobiliare che mi ha consentito di diventare proprietaria dell’immobile in cui abito.
  • Grazie alla sua professionalità ho potuto acquistare la casa, per cui avevo già stipulato preliminare di vendita, ed andare regolarmente a rogito, cosa che appariva veramente proibitiva per gli ostacoli che interponeva l’impresa costruttrice.
  • L’indubbia professionalità è stata supportata da un’attività incisiva e da una tenacia non comuni, volte al conseguimento di un risultato che ritenevo impossibile ottenere. Ringrazio anche per le informazioni sempre puntualmente fornitemi riguardo ai singoli atti compiuti, in modo da farmi avere sempre un quadro dettagliato e reale riguardo allo stato della pratica.
  • Ringrazio, infine e soprattutto, per l’umanità la cortesia e la disponibilità, per aver saputo fornire quel sostegno, che costituisce un grosso supporto nei momenti di incertezza.
  • Ho trovato, veramente, il massimo di una professionalità ineccepibilmente esercitata e sostenuta da rare doti umane.
  • Esprimo con tutto il cuore il mio ringraziamento.
  • P.s. non è retorica, ma il risultato c’è ed è tangibile: casa mia, che ho il piacere di godermi ogni giorno
  • Fabiola
  • 04 April 2014 – Anna
  • Mi sono rivolta all’avvocato Sergio Armarol idi Bologna per un difficile caso di separazione, mio marito non voleva darmi nulla perché se ne era andato di casa e mi aveva lasciato con tre figli. Con molta cortesia e preparazione l’avvocato Sergio Armaroli mi ha assistita affinchè io potessi avere i miei giusti diritti….
  • 04 April 2014 – Utente Google
  • Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti….
  • 08 April 2014 – Sabrina
  • Buongiorno avv., Mi sono rivolta a Lei xke’ ho alcune cose da sistemare in merito alla mia separazione. Dal colloquio ke abbiamo avuto posso dire di essere stata molto soddisfatta grazie alla sua competenza e disponibilita’ nel venire a capo alle grosse problematiche ke questa situazione crea….
  • 04 April 2014 – Michele
  • Salve a tutti, mi sono trovato di recente a dover affrontare diverse problematiche relative al mondo del lavoro. Fortunatamente ho incontrato l’ Avv. Sergio Armaroli il quale ha saputo guidarmi nelle varie situazioni con grande calma e professionalità. La pratica è stata risolta in poco tempo e con soddisfazione di tutti….
  • 04 April 2014 – Rosa
  • L’avvocato Sergio Armaroli mi ha assistito per un gravissimo incidente stradale ove ho riportato diverse fratture. Mi ha meravigliato la sua gentilezza e il suo pronto intervento professionale che hanno portato al risarcimento integrale del danno da parte dell’assicurazione in tempi brevi….
  • 04 April 2014 – Anna Maria
  • Ero stata investita come pedone e avevo riportato gravi lesioni con un punteggio del 24 % del danno biologico.. L’avvocato Sergio Armaroli con cortesia e professionalità mi ha seguito nel lungo percorso risarcitorio riuscendo a farmi pagare il danno…
  • PIETRO 5/2/2016
  •  
  • Son ricorso, quest’anno, all’avvocato Sergio Armaroli per la gestione di una importante controversia bancaria. Mi avevano parlato benissimo di questo professionista, esperto in molte competenze legali, tra cui grossi risarcimenti di sinistri, esposizioni debitorie importanti con banche, fisco ecc…, divorzi…Il mio problema era però di difficile soluzione ma le alte referenze dell’avvocato mi davano fiducia. Ebbene, in meno di 6 mesi ha risolto la vertenza in una maniera incredibile e vantaggiosissima: un colpo da maestro. Ed oggi, quell’enorme peso quotidiano, è sparito per sempre.
  • Non ho parole per ringraziarlo.
  • E per gli amici che ne avessero bisogno, vi consiglio di contattarlo subito.
  • RISARCIMENTO AI PARENTI INCIDENTE MORTALE PADOVA VICENZA TREVISO  VERONA
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DIVORZIO TRIBUNALE FORLI ASSEGNO DIVORZIO

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DIVORZIO TRIBUNALE FORLI ASSEGNO DIVORZIO
DIVORZIO TRIBUNALE FORLI ASSEGNO DIVORZIO

Sentenza assai importante del Tribunale di Forli numero 476/2019

La quale richiamando i seguenti principi

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DIVORZIO TRIBUNALE FORLI ASSEGNO DIVORZIO

Accertata la sussistenza dei presupposti previsti dall’art. 3, n. 2, lett. b), legge 898/1970 e succ. modifiche, va dunque dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto tra le parti, e trascritto nei registri dello Stato Civile del Comune di Dipignano (anno1981, parte II, serie A, n 82.), con ordine al competente Ufficiale di Stato Civile di procedere all’annotazione della presente sentenza a margine dell’atto di matrimonio.

Quanto ai rapporti economici tra le parti, in relazione al contributo di mantenimento della moglie, si osserva che, con la sentenza del 10.04.2018, n. 18287, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la natura composita dell’assegno divorzile, al quale deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi dell’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà.

In particolare, la Suprema Corte ha chiarito che: “il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi dell’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sull’attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto”.( cfr. Cass., sentenza n.18287 del 11/07/2018).

Ha richiamato il principio cardine espresso dalla cassazione :

A tal proposito, si osserva quanto precisato dalla Suprema Corte con ordinanza n. 7239 resa in data 22.03.2018, laddove ha avuto modo di chiarire che “l’art. 12-bis della l. n. 898 del 1970 – nella parte in cui stabilisce, in favore del coniuge titolare dell’assegno divorzile, il diritto ad una quota dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge, “anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza”, deve essere interpretato nel senso che tale diritto può sorgere anche prima della sentenza di divorzio, ma dopo la proposizione della relativa domanda, coerentemente con la natura costitutiva della sentenza sullo “status” e con la possibilità, ai sensi dell’art. 4 della l. n. 898 del 1970, di stabilire la retroattività degli effetti patrimoniali della sentenza a partire dalla data della domanda”.