avvocati matrimonialisti separazione giudiziale con addebito

avvocati matrimonialisti

separazione giudiziale con addebito

AVVOCATO DIVORZISTA: DIRITTO DI FAMIGLIA

La materia del diritto di famiglia include tutte le questioni attinenti alla separazione (consensuale o giudiziale), il divorzio (congiunto o giudiziale), l’adozione, la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio, la richiesta di alimenti, l’assegno di mantenimento/divorzile e l’affidamento dei minori.

L’avvocato esperto in diritto di famiglia fornisce altresì pareri pro veritate riferiti ai diritti ed obblighi nascenti dal matrimonio e dall’eventuale separazione o divorzio.

Attività di consulenza e assistenza, giudiziale e stragiudiziale, per separazioni e divorzi (consensuali, giudiziali e in negoziazione assistita), affidamento dei figli minorenni, assegno di mantenimento, modifica delle condizioni di separazione e divorzio, ; ricorsi in Appello e in Cassazione; mantenimento del convivente e mantenimento nelle unioni civili. 

Con la separazione si sospendono gli obblighi del matrimonio (fedeltà, coabitazione, comunione legale), nell’attesa di un provvedimento di divorzio o di una riconciliazione.

La separazione può essere consensuale o giudiziale. Alla consensuale si ricorre quando è possibile trovare un accordo sulle condizioni di separazione.

Nell’impossibilità ad addivenire ad un accordo sui punti principali (mantenimento, assegnazione della casa coniugale, ecc.) si procede con la separazione giudiziale in cui il giudice non si limita a omologare le decisioni delle parti come nella consensuale, bensì prende parte attiva al processo decisionale.

Durante la prima udienza (presidenziale) vengono assunti i provvedimenti provvisori atti a disciplinare le situazioni più urgenti, e spesso restano in vigore fino alla conclusione del giudizio.

DIRITTO PENALE:

Redazione di denunce e querele, costituzione di parte civile, difesa nel giudizio penale, ricorsi in Appello e in Cassazione. Viene dedicata una particolare attenzione alle vittime di reati commessi nell’ambito della famiglia (Stalking, Maltrattamenti in famiglia, Violazione degli obblighi di assistenza DIRITTO DI FAMIGLIA:familiare,

Mancato pagamento dell’assegno di mantenimento, ecc.).

Se devi richiedere la separazione giudiziale con addebito non è una cosa facile te lo premetto

La separazione con addebito per infedelta’ coniugale si ha quando  un coniuge tradito (o molto piu’ spesso quando suppone di essere tradito) ricorre alla separazione giudiziale per far dichiarare l’addebito a carico dell’altro coniuge.

Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento     Condotta del genitore pregiudizievole ai figliDei diritti e doveri del figlio
Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento
 
 
Condotta del genitore pregiudizievole ai figliDei diritti e doveri del figlio

La pronuncia di addebito comporta conseguenze di tipo economico nei confronti del coniuge al quale la separazione è stata addebitata.

Quest’ultimo, infatti, perde il diritto all’assegno di mantenimento conservando solo il diritto agli alimenti, laddove ne sussistano i presupposti. 

 

Rivolgiti allora a un avvocato matrimonialista a Bologna, ovvero un avvocato divorzista  che conosca la materia e sappia come farti ottenere  la giusta separazione giudiziale con addebito. avvocato divorzista.

Fin dal lontano  1970 il diritto di famiglia introduce un’importantissima novità: l’introduzione del divorzio (legge n. 898/1970), la cui disciplina venne modificata nel 1987 (legge n. 74/1987);l’introduzione dell’istituto del divorzio ha determinato anche la nascita di diritti accessori allo stesso, quali l’obbligo della corresponsione dell’assegno divorzile a beneficio del coniuge più debole).

La differenza tra separazione giudiziale e separazione consensuale sta nel fatto che nella prima i coniugi non hanno alcun accordo tra loro (né sulla decisione della richiesta di separazione né sui rapporti che ne conseguono), nella seconda, invece, i coniugi concordano sia nella decisione di adire il tribunale sia sulla regolamentazione dei loro rapporti circa le questioni economiche, l’affidamento dei figli e l’assegnazione della casa coniugale.

Il ricorso per separazione giudiziale può contenere la richiesta di addebito , qualora l’altro coniuge, in corso di matrimonio, abbia avuto comportamenti contrari agli obblighi coniugali.

 il coniuge a cui è addebitata la separazione, non potrà godere né del diritto di attribuzione dell’assegno di mantenimento, in alcuni casi, gli può essere riconosciuto quello agli alimenti e subirà anche una limitazione dei diritti successori nei confronti dell’altro coniuge.

L’avvocato divorzista Bologna  ha il compito di redigere la richiesta di separazione, chiamata tecnicamente “ricorso”, e di proporla al tribunale competente, nella prassi, nel luogo dell’ultima residenza di entrambi i coniugi.

In questa fase, il Presidente tenterà una conciliazione tra le parti e qualora questa fallisse, fisserà l’udienza successiva di comparizione davanti al Giudice Istruttore.

Nel 1985 (n. 121/1985) viene modificata la disciplina del matrimonio concordatario; 

 Con la legge 40/2004 il diritto di famiglia subisce un ulteriore evoluzione normativa con la legge sulla procreazione medicalmente assistita; 

 

separazione con addebito, infedelta’ coniugale-AVVOCATO BOLOGNA

separazione con addebito, infedelta’ coniugale

cosa è la separazione con addebito per infedelta’ coniugale?

La separazione con addebito per infedelta’ coniugale si ha quando  un coniuge tradito (o molto piu’ spesso quando suppone di essere tradito) ricorre alla separazione giudiziale per far dichiarare l’addebito a carico dell’altro coniuge.

La pronuncia di addebito comporta conseguenze di tipo economico nei confronti del coniuge al quale la separazione è stata addebitata.

Quest’ultimo, infatti, perde il diritto all’assegno di mantenimento conservando solo il diritto agli alimenti, laddove ne sussistano i presupposti.

Chi pronuncia la separazione con addebito ?

La stessa  può essere pronunciata dal giudice, in presenza dei comportamenti tenuti da uno o entrambi i coniugi che denotano la palese violazione dei doveri che nascono per effetto del matrimonio.

L’art. 143 cod. civ. prevede che, col matrimonio, i coniugi sono tenuti all’obbligo reciproco della fedeltàall’assistenza morale e materialea collaborare per l’interesse della famiglia ed infine all’obbligo della coabitazione.

Avvocato per separarsi Bologna, avvocato per convivenze

Avvocato per separarsi Bologna,avvocato per convivenze

Se cerchi un avvocato per Separarti a Bologna, come a Imola come a Porretta chiama lo studio legale dell’avvocato Sergio Armaroli esperto matrimonialista, è esperto delle tematiche giuridiche relative alle convivenza more uxorio, alle adozioni fra cui le cosiddette stepchild adoptions, ed alle vicende successorie del partner nelle relazioni non fondate sul matrimonio.

 

  • Diritto di famiglia 
  • Diritto Civile
  • Divorzio breve
  • Divorzio congiunto
  • Separazione e divorzio con negoziazione assistita
  • Separazione consensuale

 

 

 

 

Alcune domande e ne parleremo quando verrai che piu di frequente pongono   clienti?

 

  • GENITORI SEPARATI O DIVORZIATI: CHI PAGA LE VACANZE DEI FIGLI?
  • IL MANTENIMENTO FIGLI PUO’ ESSERE SOSPESO DURANTE LA VACANZA CON IL GENITORE OBBLIGATO?
  • SEPARAZIONE E MANTENIMENTO FIGLI: SPESE EXTRA ASSEGNO OBBLIGATORIE.
  • NIENTE SANZIONI SE L’AUTOVELOX NON E’ OMOLOGATO.
  • ASSEGNO DI DIVORZIO: HA RILEVANZA ANCHE L’ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE.
  • CHI MANTIENE DA SOLO IL FIGLIO HA DIRITTO DI REGRESSO VERSO L’ALTRO GENITORE.
  • NIENTE TENORE DI VITA PER L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO.
  • SEPARAZIONE CONIUGI CON FIGLI: LE SPESE COMPRESE NELL’ASSEGNO DI MANTENIMENTO.
  • Avvocati Matrimonialista Bologna vi seguira’ passo per passo nelle battute iniziali di una separazione, un momento delicato dove é necessaria la massima esperienza per non commettere errori che potrebbero avere effetti negativi dinanzi al giudice.

 

  • Avvalersi di un avvocato matrimonialistaBologna in questi casi é una scelta oculata in quanto significa contare su professionisti specializzati in una materia tra le più complesse del diritto.

 

CASA CONSEGNATA PRIMA DEL ROGITO COSA SUCCEDE?

 

CASA CONSEGNATA PRIMA DEL ROGITO COSA SUCCEDE?

AFFERMA LA CASSAZIONE: Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, nella promessa di vendita, quando viene convenuta la consegna del bene prima della stipula del contratto definitivo, la relazione che si instaura tra la cosa e il promissario acquirente è qualificabile esclusivamente come detenzione qualificata e non come possesso (Sez. 2, Sentenza n. 5211 del 16/03/2016, Rv. 639209; Sez. U, Sentenza n. 7930 del 27/03/2008, Rv. 602815).

Sul punto, va ricordato che questa Suprema Corte ha affermato che la sopravvenuta inefficacia di un contratto preliminare di compravendita, a seguito della prescrizione del diritto da esso derivante alla stipulazione del contratto definitivo, comporta, per il promissario acquirente che abbia ottenuto dal promittente venditore la consegna e la detenzione anticipate della cosa, l’obbligo di restituzione, a norma dell’art. 2033 c.c., della cosa stessa e degli eventuali frutti (condictio indebiti ob causam finitam), non un’obbligazione risarcitoria per il mancato godimento del bene nel periodo successivo al compimento della prescrizione (Sez. 2, Sentenza n. 16629 del 03/07/2013, Rv. 626935).

CASA CONSEGNATA PRIMA DEL ROGITO COSA SUCCEDE?
CASA CONSEGNATA PRIMA DEL ROGITO COSA SUCCEDE?

Cassazione civile, sez. II, 14/03/2017, (ud. 01/12/2016, dep.14/03/2017),  n. 6575

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 10722-2012 proposto da:

D.G.I., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PAOLO EMILIO

34, presso lo studio dell’avvocato QUIRINO D’ANGELO, rappresentato e

difeso dall’avvocato CARLO MONTANINO;

– ricorrente –

R.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO

172, presso lo studio dell’avvocato LETIZIA TILLI, rappresentato e

difeso dall’avvocato SABATINO CIPRIETTI;

– ricorrente e controricorrente incidentale –

contro

D.G.I., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PAOLO EMILIO

34, presso lo studio dell’avvocato QUIRINO D’ANGELO, rappresentato e

difeso dall’avvocato CARLO MONTANINO;

– controricorrente all’incidentale –

avverso la sentenza n. 523/2005 del 16/5/2005 e avverso la sentenza

  1. 1138/2011 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il
CASA CONSEGNATA PRIMA DEL ROGITO COSA SUCCEDE?
CASA CONSEGNATA PRIMA DEL ROGITO COSA SUCCEDE?

28/11/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/12/2016 dal Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO;

udito l’Avvocato SAGNA Alberto, con delega depositata in udienza

dell’Avvocato CIPRIETTI Sabatino, difensore del resistente che si

riporta agli atti depositati;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per

quanto di ragione inammissibilità o in subordine, rigetto del

ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

  1. – Il Tribunale di Pescara, in accoglimento delle domande proposte da D.G.I. nei confronti di R.M., dichiarò risolto per colpa di quest’ultimo il contratto preliminare col quale lo stesso si era impegnato a vendere all’attore il secondo piano di un edificio per civile abitazione e condannò lo stesso R. a restituire al D.G. la caparra ricevuta, maggiorata degli interessi legali e della rivalutazione monetaria, nonchè a corrispondergli il risarcimento dei danni da liquidarsi in separata sede.
  2. – Sul gravame proposto dal R., la Corte di Appello di L’Aquila prima con sentenza non definitiva, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, dichiarò che sull’importo della caparra da restituire al D.G. non era dovuta rivalutazione monetaria e condannò altresì lo stesso D.G. a rilasciare l’immobile promessogli in vendita del quale aveva ottenuto la detenzione; poi, con sentenza definitiva, in accoglimento della riconvenzionale proposta dal convenuto, condannò il D.G. al risarcimento del danno in favore del R. per l’occupazione dell’immobile.
  1. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorre D.G.I. sulla base di quattro motivi.

Resiste con controricorso R.M., che propone altresì ricorso incidentale condizionato affidato a un motivo.

Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. – Preliminarmente va ritenuta l’ammissibilità del ricorso proposto dal D.G. avverso la sentenza non definitiva di appello, avendo lo stesso precisato le circostanze nelle quali ha formulato riserva di impugnazione ai sensi dell’art. 361 c.p.c. (cfr. p. 5 del controricorso avverso il ricorso incidentale), non contestate peraltro dal resistente.
  2. – Come si è detto, il ricorso principale si articola in quattro motivi.

2.1. – Col primo motivo, si deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., per avere la Corte di Appello, con la sentenza definitiva, qualificato la somma liquidata a carico del D.G. e in favore del R. come dovuta a titolo di “risarcimento del danno per illegittima occupazione”, violando così il giudicato interno formatosi con la sentenza non definitiva, che aveva ritenuto impropria la qualificazione della domanda del R. come risarcitoria; si lamenta ancora che la Corte territoriale avrebbe pronunciato sulle domande di restituzione dell’immobile e di “risarcimento del danno per occupazione illegittima” nonostante che tali domande fossero state rigettate dal giudice di primo grado con statuizioni che non erano state oggetto di impugnazione.

CASA CONSEGNATA PRIMA DEL ROGITO COSA SUCCEDE?
CASA CONSEGNATA PRIMA DEL ROGITO COSA SUCCEDE?

Entrambi i profili della censura sono infondati.

E’ infondato innanzitutto il primo profilo della censura. Non sussiste alcuna violazione del giudicato interno formatosi con la sentenza non definitiva: sia perchè l’espressione contenuta tra parentesi nella sentenza non definitiva, secondo cui la corresponsione dell’equivalente pecuniario del godimento dell’immobile promesso in vendita era stata chiesto “(sebbene sotto l’impropria qualificazione di un risarcimento del danno)”, costituisce un obiter della sentenza impegnata, non esistendo una pronuncia ex professo in proposito; sia perchè, in ogni caso, la sentenza non definitiva si è limitata a pronunciare l’accoglimento della domanda come formulata dalla parte (“accoglie il capo della domanda in ordine al risarcimento dei danni per illegittima occupazione”), senza affrontare il tema della qualificazione giuridica della domanda.

E’ infondato anche il secondo profilo della censura, secondo cui il rigetto delle domande di restituzione dell’immobile e di corresponsione dei frutti, pronunciato dal primo giudice, non sarebbe stato oggetto di impugnazione in appello. Invero, dalla sentenza non definitiva (tanto a p. 2 ove sono riportate le conclusioni dell’appellante, che a p. 20 ove il motivo di appello è preso in esame) risulta che l’impugnazione vi fu.

2.2. – Col secondo motivo, si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1148, 2033 e 2037 c.c., per avere la Corte territoriale riconosciuto il diritto del R. alla corresponsione dei frutti per l’anticipato godimento dell’immobile nonostante che il promissario acquirente non potesse qualificarsi possessore del predio (essendo mero detentore) e non potesse pertanto applicarsi l’art. 1148 c.c..

Anche questo motivo è infondato.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, nella promessa di vendita, quando viene convenuta la consegna del bene prima della stipula del contratto definitivo, la relazione che si instaura tra la cosa e il promissario acquirente è qualificabile esclusivamente come detenzione qualificata e non come possesso (Sez. 2, Sentenza n. 5211 del 16/03/2016, Rv. 639209; Sez. U, Sentenza n. 7930 del 27/03/2008, Rv. 602815).

La Corte di Appello, contrariamente a quello che assume il ricorrente, non ha violato tale principio, non avendo affatto ritenuto sussistente il possesso in capo al promissario acquirente, nè avendo applicato l’art. 1148 c.c. (relativo al possesso).

La Corte territoriale ha, invece, implicitamente fatto applicazione dell’art. 2033 c.c., che disciplina l’indebito oggettivo, a tenore del quale “Chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere ciò che ha pagato. Ha inoltre diritto ai frutti e agli interessi dal giorno del pagamento, se chi lo ha ricevuto era in mala fede, oppure, se questi era in buona fede, dal giorno della domanda”.

Sul punto, va ricordato che questa Suprema Corte ha affermato che la sopravvenuta inefficacia di un contratto preliminare di compravendita, a seguito della prescrizione del diritto da esso derivante alla stipulazione del contratto definitivo, comporta, per il promissario acquirente che abbia ottenuto dal promittente venditore la consegna e la detenzione anticipate della cosa, l’obbligo di restituzione, a norma dell’art. 2033 c.c., della cosa stessa e degli eventuali frutti (condictio indebiti ob causam finitam), non un’obbligazione risarcitoria per il mancato godimento del bene nel periodo successivo al compimento della prescrizione (Sez. 2, Sentenza n. 16629 del 03/07/2013, Rv. 626935).

Il principio vale certamente anche per il caso di risoluzione del contratto preliminare per inadempimento, dovendosi ritenere che la retroattività della pronuncia costitutiva di risoluzione stabilita dall’art. 1458 c.c., in ragione del venir meno della causa giustificatrice delle prestazioni già eseguite, comporta l’insorgenza, a carico di ciascun contraente, dell’obbligo di restituire le prestazioni ricevute, rimaste prive di causa, secondo i principi sulla ripetizione dell’indebito (richiamano la disciplina dell’indebito oggettivo, tra le altre, Sez. 1, Sentenza n. 17558 del 02/08/2006, Rv. 593493; Sez. 3, Sentenza n. 7083 del 28/03/2006, Rv. 588672).

Dovendosi inquadrare la fattispecie nella figura dell’indebito oggettivo, ne consegue l’insorgenza dell’obbligo di corrispondere i frutti per l’anticipato godimento dell’immobile promesso in vendita, a norma dell’art. 2033 c.c..

2.3. – Col terzo motivo, si deduce poi la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1148, 2033, 2037 e 1227 c.c., per avere la Corte di Appello riconosciuto al promittente venditore il diritto all’equivalente pecuniario del godimento dell’immobile, nonostante si trattasse di immobile privo di abitabilità, e per avere riconosciuto sulla somma liquidata, commisurata al valore locativo e già comprensiva di rivalutazione, l’ulteriore rivalutazione monetaria, nonostante che si trattasse di debito di valuta e non di valore.

Il primo profilo della censura non è fondato. La Corte territoriale ha spiegato come la mancanza di licenza di abitabilità dell’immobile fosse irrilevante nella specie, essendo l’appartamento di fatto abitabile ed essendo stato in concreto goduto dal promissario acquirente. Alla stregua di tale accertamento di fatto, non sussiste la dedotta violazione o falsa applicazione di norme di diritto.

E’ fondato, invece, il secondo profilo della censura.

Il corrispettivo del valore locativo dell’immobile di cui il promissario acquirente ha ottenuto la detenzione costituisce debito di valuta, come tale non soggetto a rivalutazione monetaria, se non nei termini del maggior danno – da provarsi dal creditore – rispetto a quello soddisfatto dagli interessi legali, ai sensi dell’art. 1224 c.c. (Sez. 3, Sentenza n. 5639 del 12/03/2014, Rv. 630187; Sez. 3, Sentenza n. 255 del 11/01/2006, Rv. 586609; v. anche Sez. U, Sentenza n. 5743 del 23/03/2015, Rv. 634625Va infatti osservato che il diritto al compenso per il godimento dell’immobile è stato riconosciuto al R. con la sentenza non definitiva della Corte di Appello (vedasi p. 20 della detta sentenza); mentre il motivo si rivolge avverso la sentenza definitiva, senza attaccare la statuizione contenuta nella sentenza non definitiva.

Si è formato, pertanto, il giudicato interno sull’an dell’obbligazione, che preclude l’esame della questione sottoposta con la censura.

  1. – Quanto al ricorso incidentale condizionato, fondato sull’unico motivo col quale si lamenta l’omessa e insufficiente motivazione della sentenza impugnata relativamente al ritenuto inadempimento del promittente venditore, lo stesso è infondato e va rigettato.

La Corte territoriale ha ampiamente motivato in ordine al ritenuto inadempimento del R. (v. pp. 1-19 della sentenza non definitiva impugnata); la motivazione della sentenza impugnata sul punto è esente da vizi logici e giuridici e supera, pertanto, il vaglio di legittimità.

  1. – In definitiva, va accolto il terzo motivo del ricorso principale per quanto di ragione; vanno rigettati gli altri motivi del ricorso principale nonchè il ricorso incidentale; va cassata la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e, decidendo nel merito, va eliminata la rivalutazione monetaria sulla somma liquidata in favore del R..

Quanto alle spese processuali, quelle relative al presente giudizio di legittimità vanno compensate tra le parti in ragione della soccombenza reciproca; mentre vanno confermate le statuizioni dei giudici di merito in ordine alle spese relative ai precedenti gradi di giudizio.

PQM

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

accoglie il terzo motivo del ricorso principale per quanto di ragione; rigetta gli altri motivi dello stesso ricorso nonchè il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e, decidendo la causa nel merito, elimina la rivalutazione monetaria sulla somma liquidata in favore del R.; compensa tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità, confermando le statuizioni sulle spese relative ai precedenti gradi di merito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 1 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 marzo 2017

LIQUIDAZIONE MINIMA ASSEGNO DIVORZILE

 

LIQUIDAZIONE MINIMA ASSEGNO DIVORZILE

 

LIQUIDAZIONE MINIMA ASSEGNO DIVORZILE
LIQUIDAZIONE MINIMA ASSEGNO DIVORZILE

 

Ai fini della decisione è necessario soffermarsi sulla pronuncia delle Sezioni Unite, che, con la sentenza n. 18287/2018 depositata l’11 luglio 2018, ha ridefinito i principi in materia. 

LIQUIDAZIONE MINIMA ASSEGNO DIVORZILE
LIQUIDAZIONE MINIMA ASSEGNO DIVORZILE

Partendo dall’esame del dato normativo di cui all’art. 5 L. Div., nella sua formulazione originaria e poi nella sua versione ultima, come modificata dall’intervento legislativo del 1987, le Sezioni Unite hanno richiamato il proprio iniziale pronunciamento del 1990 (sentenza n. 11490/1990), nel quale era stato affermato che l’assegno divorzile aveva carattere esclusivamente assistenziale, dal momento che il presupposto per la sua concessione doveva essere rinvenuto nella inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità disponibili, a conservargli un “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio“.

A tale affermazione di principio, rimasta ferma per quasi un trentennio, si era recentemente contrapposto altro orientamento, cui aveva dato avvio la sezione prima civile della Cassazione con la sentenza n. 11504 del 2017, che, pur condividendo la premessa sistematica della rigida distinzione tra criterio attributivo (fondato sulla verifica della sussistenza della inadeguatezza di mezzi del coniuge richiedente, di cui all’ultima parte dell’art. 5, comma 6, L. Div.) e criterio determinativo (fondato sugli elementi di cui alla prima parte della norma cit.), aveva individuato come parametro della inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante – non più il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio quanto piuttosto – la “non autosufficienza economica” dello stesso, rimarcando come solo all’esito del positivo accertamento di tale presupposto potevano essere esaminati i criteri determinativi dell’assegno indicati nella prima parte della norma. 

Le Sezioni Unite del 2018 hanno sottoposto a revisione critica entrambi gli orientamenti richiamati, evidenziando, da un lato, che il criterio attributivo dell’assegno cristallizzato nella sentenza n. 11490/1990 (fondato – come detto – sul mantenimento del tenore di vita matrimoniale) si espone oggettivamente ad un forte rischio di creare indebite rendite di posizione; dall’altro, che l’impostazione prospettata dalla sentenza n. 11504/2017, nel suo dare rilievo esclusivo alla astratta condizione economico-patrimoniale soggettiva dell’ex coniuge richiedente, sconta il fatto di essere del tutto scollegata dalla relazione matrimoniale che pure c’è stata tra i coniugi, e che ha comportato scelte di vita, frutto di decisioni libere e condivise, che possono aver impresso alle condizioni personali ed economiche dei coniugi un corso irreversibile. 

Le rilevanti modificazioni sociali che hanno inciso sulla rappresentazione simbolica del legame matrimoniale e sulla disciplina giuridica dell’istituto” hanno, dunque, indotto le Sezioni Unite del 2018 ad offrire una nuova soluzione interpretativa, fondata sulla necessità di “abbandonare la rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell’assegno di divorzio, alla luce di una interpretazione dell’art. 5, comma 6, più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito … dagli artt. 2, 3 e 29 Cost.“. 

 

LIQUIDAZIONE MINIMA ASSEGNO DIVORZILE
LIQUIDAZIONE MINIMA ASSEGNO DIVORZILE

 

REPUBBLICA ITALIANA

In nome del popolo italiano

Il Tribunale Ordinario di Bologna

PRIMA SEZIONE CIVILE

in persona dei magistrati 

dott. Bruno Perla Presidente 

dott.ssa Sonia Porreca Relatore 

dott.ssa Francesca Neri Componente 

ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

nella causa di primo grado iscritta al n. 5244 del Ruolo Generale degli affari contenziosi per l’anno 2017 

promossa da

X (C.F. ***), rappresentato e difeso dall’Avvocato POZZI SIMONE DOMENICO del Foro di Bologna 

parte attrice 

contro

Y (C.F. ***), rappresentata e difesa dall’Avvocato AMOROSI MANUELA del Foro di Bologna 

parte convenuta 

con l’intervento del P.M. presso il Tribunale Ordinario di Bologna 

OGGETTO: Divorzio contenzioso – Scioglimento matrimonio 

CONCLUSIONI DELLE PARTI COSTITUITE: come in verbale di udienza in data 7 febbraio 2019

FATTO E DIRITTO

Con ricorso depositato il 30.3.2017 X chiedeva all’intestato Tribunale di pronunciare lo scioglimento del matrimonio civile contratto con Y in (omissis) (LO) il 31/10/2009, unione dalla quale, in data 6.4.2010, nasceva la figlia N. Il ricorrente invocava l’applicazione dell’art. 3 n. 2 L. 1.12.1970 n. 898, come successivamente modificato dalla Legge n. 55/2015, dando conto del fatto che i coniugi vivevano separati dal 4.5.2011, data nella quale erano comparsi dinanzi al Presidente del Tribunale nel contesto del giudizio di separazione definito dal Tribunale di Lodi con sentenza parziale sul vincolo n. 385/2015 in data 3.4.2015 e poi con sentenza n. 728/2016 in data 5.7.2016, pronuncia definitiva che statuiva, oltre all’addebito della separazione allo stesso X, l’affido esclusivo della figlia minore della coppia alla madre, con collocamento presso quest’ultima, la delega ai Servizi Sociali per la predisposizione di un calendario di visite paterne e un contributo paterno di € 450,00 mensili per il mantenimento della figlia, oltre al 50% delle spese straordinarie, riconoscendo altresì in favore della moglie un assegno maritale di mantenimento di € 100,00 mensili.

Ciò posto, il ricorrente lamentava di non essere in grado di sostenere l’impegno economico posto a suo carico in sede separativa, rappresentando di aver dovuto vendere la propria attività di ristorazione nel 2012 ricavandone un corrispettivo insufficiente a coprire i debiti già maturati; di aver reperito successivamente solo impieghi saltuari e poco remunerativi; di aver dovuto far fronte ad un procedimento giudiziario instaurato dalla moglie dinanzi al giudice del lavoro di Lodi avente ad oggetto pretese economiche poi rivelatesi infondate e di essersi dovuto difendere anche in sede penale dall’imputazione (conseguente ad una denuncia querela della moglie) di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali dolose gravissime, procedimento poi conclusosi in secondo grado con la sentenza della Corte di appello di Milano con la quale, derubricati i fatti, veniva condannato per il solo reato di minacce. Il X spiegava, altresì, che il clima di estrema tensione nei rapporti con la moglie aveva inciso negativamente anche sulla relazione con la figlia, che non riusciva a vedere da anni sia per la distanza tra la propria residenza (a Lodi) e la residenza della minore (a San Lazzaro di Savena con la madre) sia per inadeguatezza dei Servizi Sociali incaricati in sede separativa, non in grado – a suo dire – di predisporre un adeguato calendario di visite paterne. Il X concludeva, quindi, chiedendo disporsi l’affido condiviso della figlia minore, fermo il collocamento prevalente della stessa presso la madre, con predisposizione di un regime di visite paterne libere; chiedeva altresì la riduzione del proprio contributo al mantenimento della minore ad € 300,00 mensili, in aggiunta al 50% delle spese straordinarie; nulla, infine, si dichiarava disponibile a versare in favore del coniuge, non ritenendone sussistenti i relativi presupposti. 

Si costituiva in giudizio Y, la quale aderiva alla domanda di scioglimento del matrimonio; relativamente alle questioni accessorie, rappresentava che il marito, oltre ad essere stato colpevolmente assente dalla vita della figlia minore, come riscontrato negli anni dagli stessi Servizi Sociali, aveva omesso anche di contribuire economicamente alle necessità di cura e di crescita della piccola, costringendo la madre ad agire ex art. 316 bis c.c. nei confronti dei nonni paterni per ottenere quanto dovuto. La Y concludeva, dunque, chiedendo la conferma di quanto già disposto in sede separativa in merito all’affido (esclusivo) della figlia a sé e alla collocazione della stessa presso la madre, con delega ai Servizi Sociali di San Lazzaro di Savena (territorialmente competenti) per la predisposizione del calendario di visite paterne; chiedeva, altresì, la conferma dell’importo di € 450,00 mensili quale contributo paterno al mantenimento ordinario della minore, oltre al 50% delle spese straordinarie; chiedeva, infine, per sé la conferma dell’assegno maritale di € 100,00 mensili a titolo di proprio mantenimento, formulando espressa istanza ex art. 156 c.c. per il pagamento diretto da parte del datore di lavoro del X di tutto quanto dovuto dal ricorrente. 

Con ordinanza del 14.7.2017, resa all’esito dell’udienza presidenziale, il Presidente delegato, dato atto del fallimento del tentativo di riconciliazione dei coniugi, assumeva i provvedimenti provvisori ed urgenti di propria competenza: in particolare, riduceva ad € 300,00 mensili il contributo paterno per la figlia minore, accogliendo la domanda ex art. 156 c.c. della convenuta nei confronti del datore di lavoro del X (GI Group s.p.a.), revocava ogni obbligo economico posto a carico del ricorrente in favore della moglie, confermando, per il resto, il regime separativo in vigore tra le parti. 

Disposto il passaggio alla fase di merito del giudizio, la causa era istruita solo documentalmente con acquisizione delle Relazioni dei Servizi Sociali tempo per tempo aggiornate in merito all’evoluzione dei rapporti genitoriali con la minore N. 

All’udienza del 5.7.2018 la difesa della convenuta, unica ad aver depositato le memorie istruttorie, rinunciava espressamente alle proprie istanze di prova formulate in atti; entrambi i difensori chiedevano, quindi, fissarsi udienza per la precisazione delle conclusioni. 

All’udienza del 7.2.2019 venivano precisate le conclusioni a verbale e la causa era, quindi, rimessa al Collegio per la decisione, con assegnazione di termini ridotti ex art. 190 c.p.c.. 

La domanda principale volta ad ottenere la dichiarazione di scioglimento del matrimonio è fondata e va accolta. 

Invero i coniugi, che hanno celebrato matrimonio civile il 31/10/2009 in LODI (LO), hanno definito la vicenda separativa dinanzi al Tribunale lodigiano, che ha pronunciato sentenza parziale sul vincolo n. 385/2015 in data 3.4.2015 e poi, in data 5.7.2016, la sentenza definitiva n. 728/2016. 

Protraendosi lo stato di separazione legale tra gli stessi per il tempo previsto dalla legge e non essendo stata eccepita una intervenuta riconciliazione, ricorrono pertanto gli estremi previsti dall’art. 3 n. 2 lett. b) L. n. 898/70 e succ. mod. per la pronuncia di scioglimento del matrimonio, dovendosi ritenere accertato, alla luce delle risultanze istruttorie, che la comunione materiale e spirituale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita. 

Venendo alle domande accessorie, si osserva quanto segue. 

– Sull’affido e sul collocamento della prole 

  1. Preliminarmente occorre dare atto del fatto che in atti risulta che la Y in data 23.12.2010 aveva presentato dinanzi al Tribunale per i Minorenni di Bologna ricorso ex art. 330 c.c. per la declaratoria di decadenza del X dalla responsabilità genitoriale (cfr. doc. n. 11 fasc. Avv. Pozzi): nulla è dato sapere, tuttavia, degli esiti finali del predetto procedimento presso l’ufficio minorile. 
  2. In ogni caso, trattandosi di procedimento instaurato prima dell’entrata in vigore (in data 1.1.2013) della novella dell’art. 38 disp. att. cod. civ. disposta dall’art. 3 della legge 10 dicembre 2012, n. 219, la competenza a conoscere della domanda ex art. 330 c.c. di decadenza dalla potestà del X rimane radicata presso il Tribunale per i Minorenni, sebbene medio tempore sia iniziato il procedimento di separazione coniugale, definito nel 2016, e poi il divorzio, di cui si discute in questa sede (cfr., al riguardo, Cass. n. 21633/2014). 
  3. Tanto premesso, la domanda della convenuta di affido esclusivo della minore alla madre (regime già disposto in sede separativa dal Tribunale di Lodi) è fondata e merita accoglimento. 
  4. In giudizio sono state acquisite agli atti due Relazioni dei Servizi Sociali di San Lazzaro di Savena, l’una del marzo 2018 e l’altra del gennaio 2019. 
  5. In entrambe le Relazioni si dà conto del sostanziale disinteresse del padre nei confronti della figlia. 
  6. In particolare, nella prima Relazione datata 14.3.2018 gli assistenti sociali hanno riferito che, dopo un periodo di incontri padre/figlia con andamento altalenante nel 2012 in ragione delle difficoltà rappresentate dal X correlate alla distanza tra le residenze (Lodi-San Lazzaro), a partire da marzo 2013 il X non ha più contattato il Servizio per consentire di organizzare incontri con la minore. 
  7. Nella successiva Relazione datata 18.1.2019 gli assistenti sociali hanno dato atto del fatto che la situazione per quanto riguarda il X è rimasta sostanzialmente invariata: il padre, infatti, dopo aver inizialmente chiesto di fissare gli incontri nella giornata del sabato, ha successivamente revocato la propria disponibilità anche per la predetta (unica) giornata, senza più rispondere ai contatti telefonici tentati dagli assistenti per ridefinire un calendario possibile di visite. 
  8. In sostanza, da circa 6 anni, ormai, il padre della minore non ha rapporti con la figlia se non telefonici, continuando, peraltro, “a far promesse di incontri che non si realizzano, creando continue delusioni alla bambina” (così a pag. 1 della Relazione dei Servizi Sociali datata 18.1.2019 cit.). 

Ad ulteriore conferma del totale disinteresse paterno per la crescita ed il reale benessere della minore, significativo è l’episodio riportato nell’ultima Relazione dei Servizi del gennaio 2019 in merito al viaggio in Australia che il fratello della madre di N aveva proposto alla sorella e alla nipote, pagando loro i biglietti di andata e ritorno, in occasione delle vacanze di Natale: il X ha negato il consenso all’espatrio, tanto che la Y ha dovuto rivolgersi al Giudice Tutelare per ottenere l’autorizzazione, consentendo, così, alla figlia di fare una bellissima vacanza e di rivedere lo zio, a cui è sempre stata molto legata sin da piccola. 

Se le capacità genitoriali paterne risultano con evidenza carenti, la Y ha invece dimostrato nel corso degli anni di saper comprendere i bisogni della bambina, anche anteponendoli alle conflittualità legate alla separazione dal marito, come rimarcato nella Relazione dei Servizi del marzo 2018. 

Le visite domiciliari effettuate dagli operatori hanno dato conto del fatto che l’appartamento in cui vivono madre e figlia è “accogliente e in buone condizioni igieniche” e che è proprio grazie alla madre, alla sua costante presenza, alle sue cure e ai suoi sacrifici, anche economici, che la minore oggi è una bambina descritta come serena, nonostante le problematiche correlate alla mancanza della figura paterna, educata e rispettosa delle regole, creativa, piena di interessi ed amata dai compagni di classe, con i quali ha un ottimo rapporto, oltre che un rendimento scolastico sempre buono e costante negli anni. 

Alla luce dell’insieme delle risultanze istruttorie sin qui richiamate deve ritenersi che l’affidamento che meglio corrisponde all’interesse della minore è ancora oggi quello esclusivo alla madre, la quale da sempre assiste la minore quotidianamente, prendendosi cura di tutti i suoi bisogni e necessità. Considerata l’assenza paterna da oltre 6 anni ormai, si ritiene opportuno consentire alla madre di assumere, da sola, in conformità all’art. 337-quater c.c., le decisioni di maggiore interesse per la figlia, relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale, tendendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni della minore.

Nessun dubbio (e neanche nessun contrasto, invero) sussiste in merito alla necessità di mantenere il collocamento di N presso la madre, sicchè, al riguardo, si dispone in conformità alla congiunta richiesta delle parti. 

Considerato che il X non vede la figlia da tanti anni, le visite paterne, se e quando il padre dimostrerà di avere un serio interesse a stare con la minore, vanno previste previo accordo con la madre: viene confermata la delega ai Servizi Sociali per sollecitare la riattivazione del rapporto genitoriale con previsione di un calendario di incontri almeno un pomeriggio a settimana; ai Servizi è delegato altresì il compito di vigilanza e supporto alla genitorialità paterna per almeno 3 anni, con onere di relazionale senza ritardo alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni in caso di necessità, per eventuali provvedimenti a tutela della minore. 

– Sulle questioni economiche 

Per quanto concerne il mantenimento indiretto da parte del padre a favore della figlia minore, vanno fatte le seguenti considerazioni. 

La Y non ha una occupazione stabile. In sede presidenziale aveva dichiarato di lavorare a chiamata per alcuni bar di Bologna per qualche ora, non potendo dare disponibilità piena in ragione delle necessità di accudimento della figlia minore, con guadagni così limitati a poche centinaia di euro al mese. 

Dall’ultima Relazione dei Servizi Sociali datata 18.1.2019 risulta che dal 3 settembre 2018 la convenuta aveva cominciato a lavorare presso un bar di San Lazzaro di Savena, dove il datore di lavoro le aveva garantito che l’avrebbe agevolata rispetto agli orari lavorativi ed ai suoi impegni di unico genitore, salvo poi ripensarci ed assumere un’altra collaboratrice, circostanza che ha messo particolarmente in difficoltà l’odierna convenuta, ritrovatasi ancora una volta senza lavoro; per questo motivo, oltre all’aiuto e al sostegno della sorella, che ad oggi garantisce alla Y la disponibilità gratuita di un alloggio, sono intervenuti anche i Servizi Sociali, che, a decorrere dalla fine di gennaio 2019, hanno attivato per la convenuta un tirocinio formativo, sollecitando anche la partecipazione della stessa ad un bando per l’assegnazione di alloggio pubblico, dove la Y pare si trovi in “buona posizione“.

Quanto al X, agli atti del presente giudizio risulta prodotto unicamente il CUD2017 (in allegato al foglio di PC attoreo depositato telematicamente in data 28.1.2019), dal quale si desume che per 127 giorni lavorativi alle dipendenze della GI Group s.p.a. a decorrere dal 7.6.2016 il X ha guadagnato l’importo complessivo netto di € 6.719,08 (calcolato sottraendo al reddito lordo le ritenute Irpef e le addizionali ivi indicate), pari circa ad € 1.600,00 mensili. 

Il documento n. 10 attoreo prodotto in atti, oltre a documentare le plurime esperienze lavorative maturate dall’attore nel corso degli anni (alcune delle quali anche con contratti a tempo indeterminato che sono cessati per dimissione del lavoratore stesso), comprova che il rapporto lavorativo con la GI Group s.p.a., iniziato nel giugno 2016, ha natura di contratto di somministrazione lavoro, con iniziale servizio di inserimento e avvio al lavoro per il periodo dal 4.10.2016 sino 1.4.2017 e retribuzione base di € 1.053,00; dalla ricevuta di “invio comunicazione di somministrazione” allegata al foglio di PC depositato dalla difesa attorea in data 28.1.2019 risulta inoltre che il X continua tuttora a lavorare per conto della GI Group s.p.a., quale agenzia di somministrazione, per la quale ha svolto un’ultima missione presso la ditta utilizzatrice Faster s.r.l. con contratto a tempo pieno dal 18.1.2018 sino al 12.1.2019. 

Non è dato sapere quale sia la retribuzione netta guadagnata in questi anni dal X nelle missioni svolte presso le società utilizzatrici cui la GI Group s.p.a. lo ha inviato in qualità di società di somministrazione lavoro, ma deve presumersi che l’attore abbia una capacità reddituale che, a seconda delle differenti tipologie di lavoro di volta in volta svolte presso ditte terze, può variare da un importo minimo di € 1.053,00 mensili (di cui al doc. n. 10 cit.) ad € 1.600,00 mensili (di cui all’unico CUD che il X ha prodotto in atti sopra cit.), redditi sostanzialmente pari (se non addirittura superiori) a quelli attribuiti al X all’epoca della separazione, corrispondenti a circa € 1.150,00 mensili, secondo quanto riportato nella motivazione della sentenza del Tribunale di Lodi n. 728/2016. E ciò fermo restando, ora come allora, l’onere correlato alla rata di mutuo di € 800,00 mensili acceso per l’acquisto dell’attività di bar-ristorante, poi ceduta nel 2012 in ragione delle perdite maturate (cfr. doc. n. 9 fasc. Avv. Pozzi).

Alla luce delle considerazioni che precedono non può che essere confermato in questa sede l’importo di € 300,00 mensili posto in fase presidenziale a carico del X quale somma, annualmente rivalutabile in base agli indici Istat, da corrispondere alla Y entro il giorno 5 di ogni mese con decorrenza dal 30.3.2017 a titolo di contributo al mantenimento ordinario della figlia minore della coppia, oltre al 50% delle spese straordinarie disciplinate secondo il Protocollo dell’agosto 2017 in uso presso questo Tribunale. L’ammontare del mantenimento così individuato pare obiettivamente il minimo necessario a far fronte alle esigenze di crescita di N, anche in considerazione del fatto che – come detto – la minore, stante la perdurante assenza del padre, trascorre tutto il suo tempo con la mamma, che deve quindi provvedere ad ogni bisogno della bambina. 

– Sull’assegno divorzile

Ai fini della decisione è necessario soffermarsi sulla pronuncia delle Sezioni Unite, che, con la sentenza n. 18287/2018 depositata l’11 luglio 2018, ha ridefinito i principi in materia. 

Partendo dall’esame del dato normativo di cui all’art. 5 L. Div., nella sua formulazione originaria e poi nella sua versione ultima, come modificata dall’intervento legislativo del 1987, le Sezioni Unite hanno richiamato il proprio iniziale pronunciamento del 1990 (sentenza n. 11490/1990), nel quale era stato affermato che l’assegno divorzile aveva carattere esclusivamente assistenziale, dal momento che il presupposto per la sua concessione doveva essere rinvenuto nella inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità disponibili, a conservargli un “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio“. 

A tale affermazione di principio, rimasta ferma per quasi un trentennio, si era recentemente contrapposto altro orientamento, cui aveva dato avvio la sezione prima civile della Cassazione con la sentenza n. 11504 del 2017, che, pur condividendo la premessa sistematica della rigida distinzione tra criterio attributivo (fondato sulla verifica della sussistenza della inadeguatezza di mezzi del coniuge richiedente, di cui all’ultima parte dell’art. 5, comma 6, L. Div.) e criterio determinativo (fondato sugli elementi di cui alla prima parte della norma cit.), aveva individuato come parametro della inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante – non più il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio quanto piuttosto – la “non autosufficienza economica” dello stesso, rimarcando come solo all’esito del positivo accertamento di tale presupposto potevano essere esaminati i criteri determinativi dell’assegno indicati nella prima parte della norma. 

Le Sezioni Unite del 2018 hanno sottoposto a revisione critica entrambi gli orientamenti richiamati, evidenziando, da un lato, che il criterio attributivo dell’assegno cristallizzato nella sentenza n. 11490/1990 (fondato – come detto – sul mantenimento del tenore di vita matrimoniale) si espone oggettivamente ad un forte rischio di creare indebite rendite di posizione; dall’altro, che l’impostazione prospettata dalla sentenza n. 11504/2017, nel suo dare rilievo esclusivo alla astratta condizione economico-patrimoniale soggettiva dell’ex coniuge richiedente, sconta il fatto di essere del tutto scollegata dalla relazione matrimoniale che pure c’è stata tra i coniugi, e che ha comportato scelte di vita, frutto di decisioni libere e condivise, che possono aver impresso alle condizioni personali ed economiche dei coniugi un corso irreversibile. 

Le rilevanti modificazioni sociali che hanno inciso sulla rappresentazione simbolica del legame matrimoniale e sulla disciplina giuridica dell’istituto” hanno, dunque, indotto le Sezioni Unite del 2018 ad offrire una nuova soluzione interpretativa, fondata sulla necessità di “abbandonare la rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell’assegno di divorzio, alla luce di una interpretazione dell’art. 5, comma 6, più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito … dagli artt. 2, 3 e 29 Cost.“. 

Alla compiuta ed analitica spiegazione della “soluzione interpretativa adottata” i giudici di legittimità hanno dedicato l’intero paragrafo 10 della sentenza qui in commento. 

L’art. 5 c. 6 – scrivono le Sezioni Unite – attribuisce all’assegno di divorzio una funzione assistenziale, riconoscendo all’ex coniuge il diritto all’assegno di divorzio quando non abbia mezzi “adeguati” e non possa procurarseli per ragioni obiettive. Il parametro dell’adeguatezza ha, tuttavia, carattere intrinsecamente relativo ed impone una valutazione comparativa che entrambi gli orientamenti illustrati [delle Sezioni Unite del 1990 e della sezione I civile del 2017] traggono al di fuori degli indicatori contenuti nell’incipit della norma“, esegesi in quanto tali insoddisfacenti, che hanno imposto un radicale ripensamento. 

Il fondamento costituzionale dei criteri indicati nell’incipit della norma – si legge nella sentenza in esame – conduce ad una valutazione concreta ed effettiva dell’adeguatezza dei mezzi e dell’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti, da accertarsi anche utilizzando i poteri istruttori officiosi attribuiti espressamente al giudice della famiglia a questo specifico scopo. Tale verifica è da collegare causalmente alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, c.6, al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di cruciale importanza nella valutazione del contributo di ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell’altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in relazione all’età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro“. 

L’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi ed all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive deve, dunque, essere saldamente ancorato alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli endofamiliari, i quali, alla luce del principio solidaristico che permea la formazione sociale della famiglia, di rilievo costituzionale, costituiscono attuazione della rete di diritti e doveri fissati dall’art. 143 c.c. 

Questo accertamento, che “non è conseguenza di un’inesistente ultrattività dell’unione matrimoniale, definitivamente sciolta tanto da determinare una modifica irreversibile degli status personali degli ex coniugi“, diviene necessario in quanto è la stessa norma regolatrice del diritto all’assegno che attribuisce rilievo alle scelte e ai ruoli della vita familiare, rilievo che ha “l’esclusiva funzione di accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del richiedente“, di modo che ove la disparità reddituale abbia questa specifica radice causale e sia accertato – con assolvimento di un onere probatorio che le Sezioni Unite richiedono espressamente sia “rigoroso” (cfr. pag. 36 della sentenza in commento) – “che lo squilibrio economico patrimoniale conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull’assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all’interno della famiglia e dal conseguente contribuito fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge“, di tale specifica caratteristica della vita familiare occorre tenere conto “nella valutazione della inadeguatezza dei mezzi e dell’incapacità del coniuge richiedente di procurarseli per ragioni oggettive“. 

In sostanza – proseguono le Sezioni Unite – “la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà e che conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente. Il giudizio di adeguatezza ha, pertanto, anche un contenuto prognostico riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso. Sotto questo specifico profilo il fattore età del richiedente è di indubbio rilievo al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro“. 

In definitiva, e a conclusione della illustrazione della “soluzione interpretativa adottata“, le Sezioni Unite affermano che “l’eliminazione della rigida distinzione tra criterio attributivo e criteri determinativi dell’assegno di divorzio e la conseguente inclusione, nell’accertamento cui il giudice è tenuto, di tutti gli indicatori contenuti nell’art. 5.c. 6 in posizione equiordinata, consente, … senza togliere rilevanza alla comparazione della situazione economico-patrimoniale delle parti, di escludere i rischi d’ingiustificato arricchimento derivanti dalla adozione di tale valutazione comparativa in via prevalente ed esclusiva, ma nello stesso tempo assicura tutela in chiave perequativa alle situazioni, molto frequenti, caratterizzate da una sensibile disparità di condizioni economico-patrimoniali ancorché non dettate dalla radicale mancanza di autosufficienza economica ma piuttosto da un dislivello reddituale conseguente alle comuni determinazioni assunte dalle parti nella conduzione della vita familiare“. 

È sulla base delle approfondite argomentazioni sin qui testualmente richiamate, ritenute coerenti anche con il quadro normativo europeo ed extraeuropeo, che le Sezioni Unite del 2018 sono pervenute, quindi, all’affermazione del principio di diritto enunciato conclusivamente, da leggere alla luce di quanto appunto spiegato al paragrafo 10 della decisione stessa: “Ai sensi dell’art. 5 c. 6 della I. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la I. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto“.

***

Ciò posto, aderendo all’opzione ermeneutica prospettata dalle Sezioni Unite, quanto al caso concreto, si osserva quanto segue. 

La profilazione degli ex coniugi, come sin qui delineata, consente di svolgere alcune finali considerazioni in merito alla questione in esame. 

L’esame comparato della situazione economico-patrimoniale delle parti (sopra compiuto e a cui si rimanda integralmente) attesta una sensibile disparità tra gli ex coniugi. 

La totale assenza di redditi, ad oggi, in capo alla Y rende evidente come l’odierna convenuta versi in una situazione di oggettiva inadeguatezza dei propri mezzi, tenuto anche conto del fatto, pacifico ed incontroverso, che è proprio e solo la convenuta ad occuparsi a tempo pieno, non solo ora ma di fatto da sempre, dell’assistenza e della cura della figlia N, che il padre ha smesso di vedere e tenere con sé da quando la bambina aveva appena 2 anni, funzione accuditiva esclusiva che ha limitato e tuttora limita sensibilmente le possibilità lavorative della odierna convenuta. 

La natura non solo assistenziale ma anche perequativa-compensativa sottesa all’assegno divorzile impone – come detto – una valutazione equiordinata di tutti gli indicatori di cui all’art. 5, comma 6, L. div., valutazione che, nel caso concreto in esame, pur tenendo conto della durata sostanzialmente ridotta del matrimonio tra le parti, induce ad un giudizio di sicura sussistenza del diritto all’emolumento richiesto dalla convenuta, cui va riconosciuto un assegno divorzile nella misura di € 100,00 mensili, somma, annualmente rivalutabile in base agli indici Istat, che il X è tenuto a corrispondere alla Y entro il giorno 5 di ogni mese, con decorrenza dalla data della presente decisione. 

– Sulle spese di lite 

Le spese di lite sono regolate dal principio generale della soccombenza e sono quindi poste a carico dell’attore. La relativa liquidazione è fatta in dispositivo sulla base del valore indeterminato della causa (difficoltà bassa) con applicazione dei nuovi parametri di cui al D.M. n. 55/2014 attualmente in vigore, tenuto conto della natura e del pregio dell’attività difensiva svolta (valori medi per le fasi di studio, introduttiva e istruttoria, con riduzione del 20% per la fase decisionale, stante la mancanza di deposito di comparse ex art. 190 c.p.c. da parte della difesa attorea). 

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, in contraddittorio delle parti, ogni diversa domanda ed eccezione disattesa e respinta: 

1) DICHIARA lo scioglimento del matrimonio civile contratto il 31/10/2009 in (omissis) (LO) tra X (nato a (omissis) (BO) il 21/10/1976) e Y (nata a (omissis) (CS) il 12/01/1981), matrimonio trascritto nei registri dello Stato Civile del Comune di (omissis) (LO), atto n. (omissis), Parte (omissis), anno 2009; 

2) DISPONE che la figlia minore della coppia, N, sia affidata in via esclusiva alla madre, Y, con facoltà per quest’ultima di assumere da sola, ai sensi dell’art. 337 quater, c.c., le decisioni di maggiore interesse per la figlia, relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale, tendendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni della prole; 

3) DISPONE che la minore sia collocata unitamente alla madre presso l’attuale residenza di San Lazzaro di Savena; 

4) STABILISCE che le visite paterne vadano previste previo accordo con la madre, delegandosi i Servizi Sociali per sollecitare la riattivazione del rapporto genitoriale paterno con previsione di un calendario di incontri almeno un pomeriggio a settimana; ai Servizi è delegato altresì il compito di vigilanza e supporto alla genitorialità paterna per 3 anni, con onere di relazionale senza ritardo alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni in caso di necessità, per eventuali provvedimenti a tutela della minore

5) PONE a carico di X l’obbligo di versare a Y la somma di € 300,00 mensili a titolo di contributo al mantenimento ordinario della prole, importo, rivalutabile annualmente secondo gli indici ISTAT, da corrispondere entro il giorno 5 di ogni mese con decorrenza dal 30.3.2017, oltre al 50% delle spese straordinarie disciplinate secondo il Protocollo dell’agosto 2017 in uso presso il Tribunale di Bologna, di seguito riportato: I] spese straordinarie da non concordare preventivamente in quanto ritenute in via generale nell’interesse dei figli: a) spese corrispondenti a scelte già condivise dei genitori e dotate della caratteristica della continuità, a meno che non intervengano tra i genitori – a causa o dopo lo scioglimento dell’unione – documentati mutamenti connessi a primarie esigenze di vita tali da rendere la spesa eccessivamente gravosa. A titolo esemplificativo: spese mediche precedute dalla scelta concordata dello specialista, comprese le spese per i trattamenti e i farmaci prescritti; spese scolastiche costituenti conseguenza delle scelte concordate dai genitori in ordine alla frequenza dell’istituto scolastico; spese sportive, precedute dalla scelta concordata dello sport (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature e del corredo sportivo); spese ludico-ricreativo-culturali, precedute dalla scelta concordata dell’attività (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature); b) campi scuola estivi, baby sitter, pre-scuola e post-scuola se necessitate dalle esigenze lavorative del genitore collocatario e se il genitore non collocatario, anche per tramite della rete famigliare di riferimento (nonni, ecc.) non offre tempestive alternative; c) spese necessarie per il conseguimento della patente di guida; d) abbonamento ai mezzi di trasporto pubblici; e) spese scolastiche di iscrizione e dotazione scolastica iniziale, come da indicazione dell’istituto scolastico frequentato; uscite scolastiche senza pernottamento; f) visite specialistiche prescritte dal medico di base; ticket sanitari e apparecchi dentistici o oculistici, comprese le lenti a contatto, se prescritti; spese mediche aventi carattere d’urgenza. II] Spese straordinarie da concordare preventivamente: Tutte le altre spese straordinarie vanno concordate tra i genitori, con le seguenti modalità: il genitore che propone la spesa dovrà informarne l’altro per iscritto (con raccomandata, fax o e-mail), anche in relazione all’entità della spesa. Il tacito consenso dell’altro genitore sarà presunto decorsi trenta giorni dalla richiesta formale, se quest’ultimo non abbia manifestato il proprio dissenso per iscritto (con raccomandata, fax o e-mail) motivandolo adeguatamente, salvi diversi accordi: III] Rimborso delle spese straordinarie: Il rimborso delle spese straordinarie a favore del genitore anticipatario avverrà dietro esibizione di adeguata documentazione comprovante la spesa. La richiesta di rimborso dovrà avvenire in prossimità dell’esborso. Il rimborso dovrà avvenire tempestivamente dalla esibizione del documento di spesa e non oltre venti giorni dalla richiesta, salvi diversi accordi. La documentazione fiscale deve essere intestata al figlio ai fini della corretta deducibilità della stessa. Gli eventuali rimborsi e/o sussidi disposti dalla Stato e/o da altro ente pubblico o privato per spese scolastiche e/o sanitarie relative alla prole vanno a beneficio di entrambi i genitori nella stessa quota proporzionale di riparto delle spese straordinarie”

6) PONE a carico di X l’obbligo di versare a Y la somma mensile di € 100,00 a titolo di assegno divorzile, importo, rivalutabile annualmente in base all’Istat, da corrispondere alla beneficiaria entro il giorno 5 di ogni mese, con decorrenza dalla data della presente decisione; 

7) CONDANNA X ALESSANRO a rifondere a Y le spese di lite, che liquida in complessive € 5.600,00 per compensi, oltre spese generali al 15%, tributi e contributi come per legge; 

8) MANDA al Cancelliere di trasmettere copia autentica della presente sentenza, limitatamente al capo 1), all’Ufficiale di Stato Civile del Comune di (omissis) (LO) per le annotazioni e le ulteriori incombenze di legge.

Manda alla Cancelleria per la comunicazione della presente sentenza ai Servizi Sociali territorialmente competenti per gli adempimenti di cui al punto 4) del dispositivo

Così deciso in Bologna nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile in data 30/04/2019.

IL GIUDICE ESTENSORE 

dott.ssa Sonia Porreca 

IL PRESIDENTE 

dott. Bruno Perla

CONTRATTI IMMOBILIARI volontà contrattuale – Obbligo informativo

CONTRATTI IMMOBILIARI volontà contrattuale – Obbligo informativo

Il contraente non ha diritto di occultare i fatti la cui conoscenza è indispensabile alla controparte per una corretta formazione della propria volontà contrattuale, ma l’obbligo informativo non può essere esteso fino al punto di imporre al contraente di manifestare i motivi (nella specie il trasferimento dell’edificabilità) per i quali stipula il contratto, così da consentire all’altra parte di trarre vantaggio non dall’oggetto della trattativa, ma dalle altrui motivazioni e dalle altrui risorse.

Cassazione Civile, Sezione II, Sentenza 16-04-2012, n. 5965

ossia che ha violato l'obbligo di buona fede di cui all'art. 1337 c.c.) è responsabile dei danni provocati dal suo comportamento illecito ed i danni vanno commisurati al "minor vantaggio", ovvero al "maggior aggravio economico" prodotto dal comportamento tenuto in violazione dell'obbligo di buona fede (Cass. 29/9/2005 n. 19024; Cass. 8/9/1999 n. 9523).
ossia che ha violato l’obbligo di buona fede di cui all’art. 1337 c.c.) è responsabile dei danni provocati dal suo comportamento illecito ed i danni vanno commisurati al “minor vantaggio”, ovvero al “maggior aggravio economico” prodotto dal comportamento tenuto in violazione dell’obbligo di buona fede (Cass. 29/9/2005 n. 19024; Cass. 8/9/1999 n. 9523).

PRINCIPI DELLA SUPREMA CORTE:

  • Occorre premettere che nella fattispecie non viene in discussione il principio secondo il quale un suolo non edificabile, ma per il quale sia prevista, da strumenti urbanistici non ancora approvati, l’edificabilità costituisce un bene non omogeneo rispetto ad altri terreni non edificabili e che l’ignoranza su tale qualità possa integrare errore su una qualità essenziale (cfr. Cass. Cass. S.U. 1/7/1997 n. 5900, Cass. 11/9/2000 n. 11927).

  • Anzi, non essendo stata proposta domanda di annullamento, ma solo domanda risarcitoria per dolo incidente ed essendo stato richiesto il risarcimento di un danno che deriva da un contratto valido ed efficace ma “sconveniente”, neppure è necessario indagare se l’inganno abbia riguardato una qualità essenziale del bene o se sia stato determinante per il consenso, in quanto l’attività ingannatrice, in questo caso, ha una minore incidenza minore influendo solo su modalità del negozio che la parte non avrebbe accettato se non fosse stata fuorviata dal raggiro. Questa figura di dolo attiene dunque alla formazione del contratto e la sua eventuale esistenza non incide sulla possibilità di far valere i diritti sorti dal medesimo, ma comporta soltanto che il contraente in inala fede (ossia che ha violato l’obbligo di buona fede di cui all’art. 1337 c.c.) è responsabile dei danni provocati dal suo comportamento illecito ed i danni vanno commisurati al “minor vantaggio”, ovvero al “maggior aggravio economico” prodotto dal comportamento tenuto in violazione dell’obbligo di buona fede (Cass. 29/9/2005 n. 19024; Cass. 8/9/1999 n. 9523).

  • Non è neppure posto in discussione il principio per il quale quando debba giudicarsi del requisito di volontà, cioè di libertà nella formazione di un negozio giuridico (o della buona fede di un comportamento) rileva anche l’errore di diritto perchè, dovendosi valutare un atto di un soggetto responsabile, si ha riguardo al fatto in sè dell’ignoranza o della deviata conoscenza, indipendentemente dalla ragione dell’errore.

  • Occorre infine precisare che l’affermazione (del tutto apodittica e indimostrata) dei ricorrenti secondo la quale la destinazione urbanistica del terreno al momento del rogito notarile (14/1/1999)non era più quella (a verde e parcheggi) indicata nel certificato di destinazione urbanistica presentato dalla società acquirente trova smentita nella sentenza impugnata laddove si rileva che alla data del 14 Gennaio 1999 il terreno risultava sempre classificato come zona destinata a verde e parcheggi e che l’area divenne edificabile solo due anni dopo il rogito, a seguito di variante al P.R.G., come accertato dal CTU e non contestato dalle parti (v. pag. 12 della sentenza). La Corte di Appello, come già riferito nella parte in fatto, ha ritenuto insussistente il dolo incidente perchè:

– nessun inganno o raggiro era ravvisabile nella condotta della società acquirente;

Nè potrebbe invocarsi il principio per il quale l’ambito di rilevanza della regola posta dall’art. 1337 c.c., va oltre l’ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative e assume il valore di una clausola generale che implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o anche solo reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o anche solo conoscibile con l’ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto(Cass. 29/9/2005 n. 19024).

E’ pur corretto affermare che il contraente non ha diritto di occultare i fatti la cui conoscenza è indispensabile alla controparte per una corretta formazione della propria volontà contrattuale (Cass. 5/2/2007 n. 2479), ma l’obbligo informativo non può essere esteso fino al punto di imporre al contraente di manifestare i motivi (nella specie il trasferimento dell’edificabilità) per i quali stipula il contratto, così da consentire all’altra parte di trarre vantaggio non dall’oggetto della trattativa, ma dalle altrui motivazioni e dalle altrui risorse.

Imposte indirette – IVA – Reati penali – Sanzioni

Imposte indirette – IVA – Reati penali – Sanzioni – Fatture per operazioni inesistenti – Evasione d’imposta

Anche in considerazione del fatto che la società non disponeva di stabilimenti dove esercitare l’attività di fabbricazione di automobili, veniva dunque accertato che la S. era in realtà una società di comodo

AVVOCATO PENALISTA 

ESPERTO CASSAZIONISTA 

BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA  

MILANO PADOVA VICENZA TEVISO

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, sezione penale, sentenza n. 18591 depositata il 3 maggio 2019

Imposte indirette – IVA – Reati penali – Sanzioni – Fatture per operazioni inesistenti – Evasione d’imposta

 

I FATTI RIPORTATI IN SENTENZA

 

  1. Con sentenza del 30 novembre 2017, la Corte di appello di Firenze confermava la sentenza del 3 maggio 2016, con cui il G.U.P. presso il Tribunale di Livorno, all’esito del rito abbreviato, aveva condannato S. Q. alla pena di anni 2 di reclusione in ordine a due episodi del reato di cui all’art. 8 del d. lgs. 74/2000 (capi A e B) e al reato di cui all’art. 11 del d. lgs. 74/2000 (capo E).

In particolare, secondo la prospettiva accusatoria recepita dai giudici di merito, Q., in qualità di amministratore di fatto della società E. Finanziaria S.p.A., emetteva nei confronti della società S. Fabbrica Automobili S.r.l., a lui riconducibile essendone l’amministratore, una fattura per operazioni inesistenti datata 5 ottobre 2012 per un importo di euro 400.000 di imponibile ed euro 84.000 di Iva, al fine di consentire a terzi di evadere l’imposta sul valore aggiunto (capo A); l’ulteriore episodio contestato si riferisce invece all’emissione da parte dell’imputato, stavolta in qualità di amministratore di fatto della società I. S.r.l., ma sempre nei confronti della società S. Fabbrica Automobili S.r.l., della fattura per operazioni inesistenti datata 13 novembre 2013 per un importo di euro 1.811.758 di imponibile ed euro 398.586,76 di Iva, al fine di consentire a terzi di evadere l’imposta sul valore aggiunto; la condotta di cui al capo E, invece, si concretizzava nell’avere Q., in qualità di procuratore speciale della S. Fabbrica Automobili S.r.l., società di comodo senza capacità finanziaria ed economica, falsificato la firma di A. B., amministratore unico della società acquirente, all’insaputa di quest’ultimo e di aver utilizzato le fotocopie dei documenti personali di B., in tal modo acquistando dal coimputato G. D., per cui si è proceduto separatamente, l’autovettura Mercedes AMG di proprietà di D., gravata da fermo amministrativo da parte di Equitalia per euro 19.171,45, a un prezzo di euro 500 a fronte del reale valore di circa euro 31.000, essendo lo scopo di tale alienazione quello di consentire a D. di rendere inefficace, in tutto o in parte, una procedura di riscossione coattiva dell’Erario per euro 200.000.

  1. Avverso la sentenza della Corte di appello fiorentina, Q., tramite il difensore, ha proposto ricorso per cassazione, sollevando tre motivi.

Con il primo, la difesa censura l’erronea applicazione dell’art. 8 del d.lgs. 74/2000 in relazione ai capi A e B, evidenziando che Q. era stato condannato sebbene fosse pacifico che egli non fosse né il regista né l’attore principale dei fatti accertati, non avendo la Corte di appello considerato che l’imputato non era amministratore e non ricopriva alcun ruolo nelle società che hanno emesso le fatture oggetto delle ipotesi delittuose, essendo legale rappresentante solo della S. s.r.I., nei cui confronti le fatture sono state emesse, per cui non poteva ritenersi sussistente il reato previsto dall’art. 8 del d. lgs. 74/2000.

Con il secondo motivo, il ricorrente deduce l’erronea applicazione dell’art. 11 del d.lgs. 74/2000, in relazione al capo E, osservando che il reato non poteva ritenersi configurabile, non esistendo nell’ordinamento italiano alcuna norma che vieti la compravendita di un’automobile sottoposta a fermo amministrativo, accadendo anzi molto spesso che alcuni concessionari o soggetti non cessionari, approfittando della situazione in cui si trova chi non ha i soldi per pagare le cartelle esattoriali e quindi cancellare il fermo amministrativo, si offrono di acquistare le auto sottoposte a fermo pagando prezzi bassi e poi, una volta estinto il debito, le rivendono ovvero le tengono per sé; in ogni caso, la difesa sottolinea che in realtà l’auto sottoposta a fermo era stata acquistata da Q. a un prezzo ben maggiore di 500 euro, poiché a tale somma devono essere aggiunti i 19.171,45 euro corrispondenti al valore del fermo, oltre ai costi del passaggio di proprietà e quelli per la revoca e la cancellazione del fermo. Con il terzo motivo, infine, viene lamentata la carenza della motivazione in relazione alla prova dello status di amministratore di fatto di Q., non avendo la Corte territoriale fornito alcuna motivazione né del perché Q. debba essere considerato amministratore di fatto della E. Finanziaria S.p.A. e della I. S.r.l., nonostante tali società avessero altri soggetti che svolgessero tale carica, né quali fossero i veri rapporti intercorrenti tra Q. da un lato e B., C. e D. dall’altro, per cui non poteva ritenersi giustificata l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato per i reati ex art. 8 e 11 del d.lgs. 74/2000.

Le considerazioni  in diritto

Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato.

  1. A differenza di quanto dedotto dalla difesa, il giudizio di colpevolezza dell’imputato rispetto ai reati ascrittigli non presta il fianco alle censure difensive.

Ed invero le due sentenze di merito, le cui argomentazioni sono destinate a integrarsi per formare un corpus motivazionale unitario, hanno operato una attenta ricostruzione dei fatti di causa, richiamando in primo luogo gli esiti della verifica fiscale svolta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Livorno nel 2015 nei confronti della società S. Fabbrica Automobili s.r.I., società di cui S.Q. è divenuto amministratore l’8 ottobre 2013, subito dopo la revoca nei suoi confronti della misura cautelare degli arresti domiciliari, disposta nell’ambito di altro procedimento penale in ordine ai reati di bancarotta fraudolenta. Orbene, dal controllo fiscale, riferito agli anni 2012 e 2013, emergeva che la società S., costituita a Livorno con altra denominazione nel 2004 e divenuta nel 2012 “S. Fabbrica Automobili s.r.l.”, di fatto non era operativa, avendo contabilizzato poche fatture solo di acquisto, peraltro prive di alcuna attinenza con l’oggetto della società e comunque da questa non pagate.

Anche in considerazione del fatto che la società non disponeva di stabilimenti dove esercitare l’attività di fabbricazione di automobili, veniva dunque accertato che la S. era in realtà una società di comodo,

QUINDI

 così come lo erano le due società che hanno avuto apparenti legami commerciali con la stessa, ovvero la E. Finanziaria e la I. s.r.l.; queste due società avevano emesso in particolare nei confronti della S., tra il 2012 e il 2013, due fatture, rispettivamente la fattura n. 1 del 5 ottobre 2012 per un importo di euro 400.000 di imponibile ed euro 84.000 di iva, e la fattura n. 1 recante la data del 13 novembre 2013, per un importo di euro 1.811.758 di imponibile ed euro 398.586,76 di Iva.

Si trattava tuttavia di fatture relative a operazioni inesistenti

 

 non solo perché risultavano inattive sia la E. che la I., come emerso anche dalle loro dichiarazioni dei redditi, ma anche perché le fatture non sono state mai pagate, non avendone peraltro la S. la possibilità economica, fermo restando che delle prestazioni sottese a tali fatture non è stata rinvenuta alcuna traccia.

Del resto, un indizio dell’inesistenza delle operazioni era già ravvisabile nel fatto che entrambe le fatture, pur essendo state emesse tra ottobre e novembre, recavano il n. 1 del rispettivo anno, ciò a conferma dell’inattività delle società.

La natura fittizia delle operazioni ha comunque trovato ulteriore e definitiva conferma nel fatto che le compagini societarie coinvolte erano in realtà riconducibili a un medesimo soggetto, cioè all’imputato S.Q..

Questi, infatti, oltre a essere amministratore formale della S., era anche pienamente inserito nella gestione delle altre due società: in particolare, Q. era stato amministratore della E. Finanziaria dal 7 agosto al 3 agosto 2012 e inoltre era stato direttore generale del gruppo T., di cui faceva parte la “Y. Immobiliare s.r.l.”, divenuta poi E. Finanziaria, avendo peraltro l’imputato tenuto a Milano, il 14 marzo 2014, l’assemblea ordinaria dei soci presso la sede della E. rappresentando la V. A.S., società slovacca facente capo ad A. B., che era proprietaria del 100% delle quote della S. Fabbrica Automobili, nonché del 40% del capitale sociale della E..

Quanto alla I., lo stretto rapporto con il ricorrente era dimostrato dal fatto che la stessa aveva la stessa sede della E. Finanziaria e, come quest’ultima, è stata amministrata per un periodo da quell’A.B., legale rappresentante della V., nonchè fiscalmente domiciliato presso l’abitazione di Q..

Peraltro, nel verbale di sommarie informazioni del 19 febbraio 2015, B. ha rilasciato dichiarazioni coerenti con gli esiti delle acquisizioni investigative, confermando sostanzialmente l’inesistenza dei descritti legami commerciali.

Dunque, alla stregua di questi intrecci di rapporti interpersonali e dell’inesistenza delle operazioni sottese alle due fatture prima richiamate, i giudici di merito sono pervenuti alla ragionevole conclusione secondo cui Q. aveva creato un articolato meccanismo di evasione fiscale consistito nella realizzazione di un inesistente credito di imposta ai fini Iva in capo alla S., poi ceduto a una società terza (la R.M. Bank s.p.a.) mediante atto di cessione di ramo d’azienda del 31 marzo 2014, così da consentire al terzo un indebito rimborso o comunque il riconoscimento di un inesistente credito di imposta.

  1. In questo contesto si inserisce poi anche l’operazione cristallizzata al capo E della rubrica, avendo il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Livorno altresì accertato che, in data 18 aprile 2014, la S. acquistava da tale G. D. l’autovettura di sua proprietà Mercedes AMG al prezzo di 500 euro, con atto sottoscritto, oltre che da D., apparentemente anche da A. B., in qualità di amministratore della società acquirente.

Tale autovettura, tuttavia, sin dal 16 ottobre 2012, risultava sottoposta a fermo amministrativo da parte di Equitalia Centro s.p.a. per l’importo di euro 19.171,45 in ordine a una pluralità di iscrizioni a ruolo emesse nei confronti di D..

Nel menzionato verbale di sommarie informazioni del 19 febbraio 2015, B. ha disconosciuto senza ombra di dubbio l’autenticità della sua apparente sottoscrizione, precisando che Q., all’epoca procuratore della società, aveva libero e completo accesso ai suoi dati personali; che fosse l’imputato ad aver falsificato la sua firma, è del resto stato desunto dal fatto che questi era in stretti rapporti con D., con il quale è stato coinvolto nella vicenda giudiziaria che ha portato al suo arresto nella ricordata inchiesta in tema di bancarotta fraudolenta.

L’operazione in questione è stata dunque, in maniera tutt’altro che illogica, ricondotta allo schema del delitto di cui all’art. 11 del d. lgs. n. 74 del 2000, rivelando la natura irrisoria del prezzo di cessione (500 euro, a fronte di un valore di mercato di almeno 31.000 euro) il carattere simulato dell’alienazione, finalizzata in via esclusiva a sottrarre D. al pagamento delle imposte sui redditi a suo carico, non potendosi sottacere che, in ogni caso, la società acquirente, essendo priva di alcuna consistenza patrimoniale, non aveva la capacità finanziaria di poter adempiere all’eventuale pagamento del debito erariale pari al valore del fermo amministrativo iscritto sull’autovettura de qua.

  1. Orbene, a fronte delle argomentazioni razionali dei giudici di merito, scaturite peraltro da una disamina scrupolosa delle risultanze investigative acquisite, ciascun motivo di ricorso si concretizza nella sostanziale riproposizione di questioni fattuali, come ad esempio quella sulla gestione di fatto dell’imputato delle società E. Finanziaria e della I. s.r.I., che nelle sentenze di primo e secondo grado hanno già trovato risposte pertinenti, logiche e adeguate.

Con le considerazioni del G.U.P. prima e della Corte territoriale poi, il ricorso non si confronta, fondando il proprio percorso argomentativo su affermazioni generiche e apodittiche, peraltro rimaste prive di alcun conforto probatorio, per cui  deve ribadirsi che il giudizio di colpevolezza dell’imputato rispetto a entrambi i reati a lui contestati non presenta vizi di legittimità rilevabili in questa sede.

  1. In conclusione, stante la manifesta infondatezza delle doglianze sollevate, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per il ricorrente, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del procedimento. Tenuto conto infine della sentenza della Corte costituzionale n. 186 del 13 giugno 2000, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di € 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.

AVVOCATO PENALISTA 

ESPERTO CASSAZIONISTA 

BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA  

MILANO PADOVA VICENZA TEVISO

LITE PER I FIGLI SEPARAZIONE E DIVORZIO BOLOGNA RAVENNA FORLI COMPETENZA

SAPEVI CHE NELLE SEPARAZIONI LE MAGGIORI LITI AVVENGONO PER AFFIDO E GESTIONE DEI FIGLI? FORSE NO!

LITE PER I FIGLI SEPARAZIONE E DIVORZIO BOLOGNA RAVENNA FORLI COMPETENZA

LITE PER I FIGLI GENITORI IN LITE SEPARAZIONE E DIVORZIO BOLOGNA RAVENNA FORLI COMPETENZA
LITE PER I FIGLI GENITORI IN LITE SEPARAZIONE E DIVORZIO BOLOGNA RAVENNA FORLI COMPETENZA

 

Il minore ha il diritto, tutelato dal diritto sovranazionale e, nel nostro

ordinamento, dall’art. 1 della legge 4 maggio 1983 n. 184, di crescere

nell’ambito della propria famiglia d’origine, che

va considerata l’ambiente più

idoneo al suo armonico sviluppo psicofisiche

l’art. 38, primo comma, disp. alt. cod. civ. (come modificato dall’art. 3, comma

1, della legge 10 dicembre 2012, n. 219, applicabile ai giudizi instaurati a

decorrere dall’9 gennaio 2013), si interpreta nel senso che,

per i procedimenti di cui agli arti. 330 e 333 cod. civ, la competenza è attribuita in

via generale al tribunale dei minorenni, ma, quando sia pendente un giudizio di

separazione, di divario o ex art. 316 cod. civ., e fino alla sua definitiva conclusione,

in deroga a questa attribuzione, le azioni dirette ad ottenere provvedimenti

limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale, proposte successivamente e

richieste con unico atto introduttivo dalle parti (così determinandosi un’ipotesi di

connessione oggettiva e soggettiva), spettano al giudice del conflitto familiare,

individuabile nel tribunale ordinario, se sia ancora in corso il giudizio di primo

grado, ovvero nella corte d’appello in composi-ione ordinaria, se penda il termine

per l’impugnazione o sia stato interposto appello»;[wpforms id=”21592″]

 

circa sulle nuove regole in materia di competenza del Tribunale dei Minori dettate dall’art. 38 disp. att. c.c. così come modificato dal D.lgs n. 219/2012.

sulle nuove regole in materia di competenza del Tribunale dei Minori dettate dall’art. 38 disp. att. c.c. così come modificato dal D.lgs n. 219/2012. Secondo il disposto dell’art. 38 disp. att. c.c. antecedente alla citata riforma “sono di competenza del tribunale per i minorenni i provvedimenti contemplati dagli articoli 84, 90, 171, 194, comma secondo, 250, 252, 262, 264, 316, 317-bis, 330, 332, 333, 334, 335 e 371, ultimo comma, nonché nel caso di minori dall’articolo 269, primo comma, del codice civile. Sono emessi dal tribunale ordinario i provvedimenti per i quali non è espressamente stabilita la competenza di una diversa autorità giudiziaria. In ogni caso il tribunale provvede in camera di consiglio sentito il pubblico ministero. Quando il provvedimento è emesso dal tribunale per i minorenni il reclamo si propone davanti alla sezione di corte di appello per i minorenni”. Senza entrare nel merito delle discrasie processuali difficilmente giustificabili sotto il profilo dell’uguaglianza e in riferimento alle esigenze di coerenza ed efficienza processuali, si deve comunque sottolineare che nel regime ante riforma vi era una netta differenza di trattamento tra i casi di filiazione legittima e quella di filiazione naturale (termini ormai definitivamente espunti dal linguaggio legislativo) anche per quanto attiene la ripartizione della competenza. In particolare il Tribunale ordinario era competente per le azioni di disconoscimento di paternità, di contestazione e di reclamo di legittimità, mentre il Tribunale dei minorenni lo era per tutti i giudizi relativi alla filiazione naturale, con la limitazione, per quanto riguarda le azioni di dichiarazione giudiziale di paternità o maternità, alle ipotesi in cui le stesse riguardassero soggetti ancora minori di età, nonché per le decisioni relative alla potestà dei genitori e per i procedimenti di adozione.

Nel momento in cui il legislatore è finalmente intervenuto eliminando ogni disparità di trattamento, anche lessicale, tra figli legittimi, legittimati e naturali si è rea necessaria una riscrittura dell’art. 38 disp. att. c.c., riforma per altro auspicata da tempo da dottrina e giurisprudenza per le ragioni di ordine processuale cui si è fatto riferimento sopra. Attualmente detto articolo prevede: “Sono di competenza del tribunale per i minorenni i provvedimenti contemplati dagli articoli 84, 90,330, 332, 333, 334, 335 e 371, ultimo comma, del codice civile. Per i procedimenti di cui all’articolo 333resta esclusa la competenza del tribunale per i minorenni nell’ipotesi in cui sia in corso, tra le stesse parti, giudizio di separazione o divorzio o giudizio ai sensi dell’articolo 316, del codice civile; in tale ipotesi per tutta la durata del processo la competenza, anche per i provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo, spetta al giudice ordinario. Sono, altresì, di competenza del tribunale per i minorenni i provvedimenti contemplati dagli articoli 251 e 317-bis del codice civile. Sono emessi dal tribunale ordinario i provvedimenti relativi ai minori per i quali non è espressamente stabilita la competenza di una diversa autorità giudiziaria. Nei procedimenti in materia di affidamento e di mantenimento dei minori si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 737 e seguenti del codice di procedura civile. Fermo restando quanto previsto per le azioni di stato, il tribunale competente provvede in ogni caso in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero, e i provvedimenti emessi sono immediatamente esecutivi, salvo che il giudice disponga diversamente. Quando il provvedimento è emesso dal tribunale per i minorenni, il reclamo si propone davanti alla sezione di corte di appello per i minorenni”.

LITE PER I FIGLI GENITORI IN LITE SEPARAZIONE E DIVORZIO BOLOGNA RAVENNA FORLI COMPETENZA
LITE PER I FIGLI GENITORI IN LITE SEPARAZIONE E DIVORZIO BOLOGNA RAVENNA FORLI COMPETENZA

La riduzione della competenza del Tribunale dei minori

La riduzione della competenza del Tribunale dei minori risponde non solo ad una logica di ricerca della parità di trattamento tra tutte le ipotesi di filiazione, ma anche ad esigenze di coerenza ed efficienza in riferimento al prioritario interesse del minore che funge da faro per l’intero sistema. L’intenzione del legislatore del 2012 non era infatti quella di escludere dalle controversie in materia di responsabilità e potestà genitoriale il giudice specializzato, bensì quella di evitare che su di uno stesso oggetto venissero adottati provvedimenti contrastanti e che potessero essere presentate istanze al solo fine di spostare la competenza. Si evidenzia infatti che interesse del minore è anche quello di veder sottratte le regole in materia di competenza al mero arbitrio delle parti così che venga garantito un assetto stabile e coerente di regole in materia.

l’art. 38, primo comma, primo periodo, disp. att. c.c. – nel testo sostituito dall’art. 3, comma 1, della legge 10 dicembre 2012, n. 219, applicabile ai giudizi instaurati a decorrere dal 1° gennaio 2013

, la Suprema Corte ha affermato che “l’art. 38, primo comma, primo periodo, disp. att. c.c. – nel testo sostituito dall’art. 3, comma 1, della legge 10 dicembre 2012, n. 219, applicabile ai giudizi instaurati a decorrere dal 1° gennaio 2013 (si veda l’art. 4, comma 1, della stessa legge 219 del 2012), come nella specie – attribuisce tra l’altro, in via generale, al tribunale per i minorenni la competenza per i provvedimenti previsti dagli artt. 330 e 333 c.c.. In deroga a tale attribuzione di competenza, quando sia in corso un giudizio di separazione, divorzio o un giudizio ai sensi dell’art. 316 c.c., anche in pendenza dei termini per le impugnazioni e nelle altre fasi di quiescenza, fino al passaggio in giudicato, la competenza in ordine alle azioni dirette ad ottenere provvedimenti limitativi od ablativi della responsabilità genitoriale, proposte successivamente e richieste con unico atto introduttivo dalle parti (così determinandosi un’ipotesi di connessione oggettiva e soggettiva) deve attribuirsi al giudice del conflitto familiare (Tribunale ordinario e Corte d’Appello). L’identità delle parti dei due giudizi non è esclusa dalla partecipazione del p.m. Ne consegue che nel caso, quale quello di specie, in cui, successivamente all’instaurazione di un giudizio di separazione o di divorzio, o del giudizio di cui all’art. 316 c.c., siano state proposte azioni dirette ad ottenere provvedimenti limitativi od ablativi della responsabilità genitoriale quando sia pendente il termine per l’impugnazione o sia stato interposto appello avverso la decisione di primo grado, la competenza a conoscere tali azioni è attribuita alla corte d’appello in composizione ordinaria” (C. Cass. n. 1349/2015).

Quando sia pendente un giudizio di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c. innanzi al giudice ordinario e sorgano questioni attinenti all’esercizio della potestà genitoriale non si può ritenere opportuna la proposizione di tali questioni davanti ad altro giudice rispetto a quello che sta già conoscendo del conflitto familiare

Nel momento in cui sia pendente un giudizio di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c. innanzi al giudice ordinario e sorgano questioni attinenti all’esercizio della potestà genitoriale non si può ritenere opportuna la proposizione di tali questioni davanti ad altro giudice rispetto a quello che sta già conoscendo del conflitto familiare. Vi è infatti tra le due questioni un rapporto di sostanziale inscindibilità tale per cui è necessario vi sia un unico giudice a decidere del procedimento, tale giudice non potrà che essere quello ordinario precedentemente adito e ciò per ragioni di coerenza logica ed in applicazione del principio processuale di concentrazione delle tutele: si parla in proposito di competenza per attrazione.

 

Pertanto il giudice di merito deve, prioritariamente, verificare, qualora si manifestino situazioni di grave carenza del ruolo genitoriale, se possa essere utilmente fornito un intervento di sostegno diretto a rimuovere le situazioni di difficoltà o disagio che possono ledere gravemente lo sviluppo del minore. Tuttavia, laddove risulti impossibile, quand’anche in base ad un criterio di grande probabilità, prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittimo e corretto l’accertamento dello stato di abbandono (cfr. fra le altre Cass. civ., sezione I, n. 6137 del 26 marzo 2015).

avvocato per LITE PER I FIGLI GENITORI IN LITE SEPARAZIONE E DIVORZIO BOLOGNA RAVENNA FORLI COMPETENZA
avvocato per LITE PER I FIGLI GENITORI IN LITE SEPARAZIONE E DIVORZIO BOLOGNA RAVENNA FORLI COMPETENZA

Infatti il diritto del minore ad essere educato nella propria famiglia di origine incontra i suoi limiti là dove questa non sia in grado di prestare, in via non transitoria, le cure necessarie, né di assicurare l’obbligo di mantenere, educare ed istruire la prole, con conseguente configurabilità dello stato di abbandono, il quale non viene meno per il solo fatto che al minore siano prestate le cure materiali essenziali da parte di genitori o di taluno dei parenti entro il quarto grado, risultando necessario, in tal caso, accertare che l’ambiente domestico sia in grado di garantire un equilibrato ed armonioso sviluppo della personalità del minore, senza che, in particolare, la valutazione di idoneità dei medesimi parenti alla di lui assistenza possa prescindere dalla considerazione della loro pregressa condotta, come evidenziato dall’art. 12 della legge 4 maggio 1983, n. 184, che espressamente richiede il mantenimento di rapporti significativi con il minore (Cass. civ., sezione I, n. 16280 del 16 luglio 2015).[wpforms id=”21592″]

 

MALASANITA-AVVOCATO-ESPERTO

RISARCIMENTO PER MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI


Malasanità e responsabilità medica

.ESPERTO IN RISARCIMENTO /DANNI GRAVE MORTALI DA COLPA MEDICA ,INFEZIONE OSPEDALIERA, DANNO COLPA MEDICA GRAVE

AVVOCATO-ESPERTO-MALASANITA-BOLOGNA-RAVENNA-FORLI-CESENA
news/responsabilita-medica-e-struttura-sanitaria-ricorso-ex-art-702-cpc.html

CHIAMA 051 6447838

RAVENNA IMOLA FORLI CESENA DANNO MALASANITA’

CHIAMA SUBITO NON ASPETTARE SOLO DI PERSONA POSSIAMO DISCUTERE  LA TUA POSIZIONE IN MODO APPROFONDITO IL DIRITTO E L’ASCOLTO DEL CLIENTE E’ UNA COSA MOLTO SERIA E DELICATA

051 6447838

RISARCIMENTO PER MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI

AVVOCATO-ESPERTO-MALASANITA-BOLOGNA-RAVENNA-FORLI-CESENA
news/responsabilita-medica-e-struttura-sanitaria-ricorso-ex-art-702-cpc.html

FRANCO. Avvocato molto esperto di Malasanita’ pe ri gravi danni consigliatissimo

Angela: ero stata vittima di infezione ospedaliera e rischiavo la morte l ‘avvocato ha fatto miracoli ottenendo per me il giusto danno

Giovanni: in materia di malasanita’ molto preparato  e bravo mi ha dato ottimi consigli, molto scrupoloso e preparato


Lo studio avvocato malasanita’ sergio armaroli bologna ravenna forli ha maturato particolare esperienza nel settore del diritto sanitario e della responsabilità medica, sia con riferimento al tema della malpractice medica (danni da errata, tardiva od omessa diagnosi, infezioni ospedaliere, errate prestazioni sanitarie, danni da parto), sia con riguardo ai casi di responsabilità per danni da contagio, da vaccino e da trasfusioni di sangue infetto, occupandosi sia della vittima primaria dell’illecito sia delle vittime secondarie (danni riflessi dei congiunti). Lo studio avvocato malasanita’ sergio armaroli bologna ravenna forli cesena vanta di una pluriennale esperienza in casi di responsabilità civile e medica, qualora vi siano controversie, ed offre altresì assistenza stragiudiziale, privilegiando, anche in questo caso, una soluzione che non comporti eccessivi oneri a carico del proprio assistito. Lo studio ha prestato assistenza in ambito sanitario sia a soggetti privati che ad enti ospedalieri.

Operiamo attraverso azioni stragiudiziali di mediazione nonché con azioni giudiziali mirate. Lo studio si avvale della consulenza di medici legali e specialisti di comprovata esperienza e consente al cliente di valutare sin da subito l’entità  offre ai propri assistiti assistenza legale in materia di responsabilità medica, più comunemente conosciuta come “malasanità”, su tutto il territorio nazionale. Attraverso l’ausilio di consulenti medico-legali di parte, associati alla propria struttura, lo studio fornisce una precisa quantificazione del danno subito dai propri clienti, accompagnando le vittime di un errore medico (e/o i loro eredi ed aventi diritto) durante l’intero iter per ottenere un congruo risarcimento. Ho seguito varie questioni sia a favore di privati (strutture private accreditate, RSA, case di cura)

Le ampie competenze del nostro studio legale malasanita’ sergio armaroli bologna ravenna forli campo sono particolarmente ed efficacemente valorizzate da una efficace rete di strette conoscenze e collaborazioni in campo medico e soprattutto medico-legale che ci hanno concesso di acquisire profonde esperienze e consapevolezza nel settore medico di particolare efficacia e vantaggio per accompagnare il cliente verso scelte corrette e giustificate.

del danno e l’opportunità di procedere con la richiesta di risarcimento sia nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche o private sia nei confronti dei sanitari.

FRANCO. Avvocato molto esperto di Malasanita’ pe ri gravi danni consigliatissimo

Angela: ero stata vittima di infezione ospedaliera e rischiavo la morte l ‘avvocato ha fatto miracoli ottenendo per me il giusto danno

Giovanni: in materia di malasanita’ molto preparato  e bravo mi ha dato ottimi consigli, molto scrupoloso e preparato


La richiesta di assistenza che mi perviene con frequenza, anche privatamente, è corposa e relativa a sinistri medio gravi. Proprio a breve avvierò un accertamento tecnico preventivo. presta specifica assistenza, e consulenza in sede giudiziaria, nell’interesse di chiunque, professionista o paziente, risulti coinvolto nella realizzazione di erronei interventi dovuti a colpa dell’operatore sanitario, ovvero, in seno a procedimenti penali chiamati a titolo di lesioni personali colpose, od omicidio colposo, strettamente connessi a fatti derivanti da malpractice in ambito sanitario.

L’avvocato Sergio Armaroli esperto malasanita’ Bologna esercita da oltre 20 anni con successo nel campo della responsabilità professionale medica, dando assistenza legale e medico legale a chi è incorso in errore sanitario, ai suoi parenti ed eredi, al fine dell’accertamento della responsabilità del medico e della inefficienza della struttura sanitaria per l’ottenimento dell’integrale risarcimento del danno, affrontando le questioni giuridiche inerenti tematiche principali del settore: consenso informato, l’onere della prova in relazione all’errato intervento medico, diritto di autodeterminazione del paziente, obbligo dell’ adempimento sanitario.

 Presto assistenza giudiziale e stragiudiziale nel settore del contenzioso derivante da responsabilità professionale del medico.


Diritto civile

RISARCIMENTO PER MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI

La mia attività giudiziaria è in buona parte occupata proprio dalla tutela del danneggiato che non sempre trova il giusto risarcimento o, peggio, una risposta alle proprie legittime pretese. La conoscenza dei criteri di liquidazione del DANNO BIOLOGICO rappresenta il mio strumento essenziale.


Incidenti stradali

Grazie a quanto già descritto, è diventata una branca che padroneggio in ogni suo aspetto: dall’analisi cinematica del sinistro, a quella dinamica, allo stato dei luoghi e tutti gli elementi invetigativi, alle responsabilità, alle diverse tipologie di danno che ne derivano (patrimoniale, biologico, esistenziale, da mancato guadagno, da lucro cessante,.etc,..). Non solo, buona parte degli eventi traumatici che coinvolgono la persona (ivi compresi gli incidenti) hanno molte volte un risvolto penale che si trasforma in un processo.

Molti casi risolti con successo, chiama l’avvocato Sergio Arrmaroli adesso 051 6447838.

Per ottenere il giusto danno occorre muoversi con precisione determinazione e preparazione

GUARDA TE LO DICO CHIARAMENTE SOLO CONFERENDOMI INCARICO TELEFONANDO E VENENDO IN STUDIO POTRO’ ESSERTI VERAMENTE UTILE E RAGGIUNGERE UN RISULTATO CHE TI SODDISFI

CHIAMA SUBITO L’AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA CHIAMA ORA ADESSO 051 6447838 MUOVIAMOCI SUBITO ADESSO 051 6447838

RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente

RISARCIMENTO PER MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI
RISARCIMENTO PER MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI
  • RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: CHIAMA SENZA IMPEGNO UN AVVOCATO ESPERTO A BOLOGNA 051 6447838
  • RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente
  • RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente

LO STUDIO LEGALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

  1. RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente

  2. CHIAMA SUBITO NON ASPETTARE SOLO DI PERSONA POSSIAMO DISCUTERE  LA TUA POSIZIONE IN MODO APPROFONDITO IL DIRITTO E L’ASCOLTO DEL CLIENTE E’ UNA COSA MOLTO SERIA E DELICATA

    051 6447838

051 6447838

In punto di nesso di causalità, è noto l’approdo della giurisprudenza assolutamente dominante, secondo cui è ‘causa’ di un evento quell’antecedente senza il quale l’evento stesso non si sarebbe verificato: un comportamento umano è dunque causa di un evento solo se, senza di esso, l’evento non si sarebbe verificato (formula positiva); non lo è se, anche in mancanza di tale comportamento, l’evento si sarebbe verificato egualmente (formula negativa).

Da questo concetto nasce la nozione di giudizio controfattuale (‘contro i fatti’), che è l’operazione intellettuale mediante la quale, pensando assente una determinata condizione (la condotta antigiuridica tenuta dell’imputato), ci si chiede se, nella situazione così mutata, si sarebbe verificata, oppure no, la medesima conseguenza: se dovesse giungersi a conclusioni positive, risulterebbe, infatti, evidente che la condotta dell’imputato non costituisce causa dell’evento. Il giudizio controfattuale costituisce, pertanto, il fondamento della teoria della causalità accolta dal nostro codice e cioè della teoria condizionalistica.RISARCIMENTO PER MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI

Naturalmente esso, imponendo di accertare se la condotta doverosa omessa, qualora eseguita, avrebbe potuto evitare l’evento, richiede preliminarmente l’accertamento di ciò che è effettivamente accaduto e cioè la formulazione del c.d. giudizio esplicativo (Cass., Sez. 4, n. 23339 del 31-1-2013, Rv. 256941). Per effettuare il giudizio controfattuale, è quindi necessario ricostruire,

con precisione, la sequenza fattuale che ha condotto all’evento, chiedendosi poi se, ipotizzando come realizzata la condotta dovuta dall’agente, l’evento lesivo sarebbe stato o meno evitato o posticipato (Cass., Sez. 4, n. 43459 del 4-10-2012, Rv. 255008). In tema di responsabilità medica, è dunque indispensabile accertare il momento iniziale e la successiva evoluzione della malattia, in quanto solo in tal modo è possibile verificare se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta dal sanitario, l’evento lesivo sarebbe stato evitato o differito (Cass., Sez. 4, n. 43459 del 4-10-2012, Rv. 255008).

L’importanza della ricostruzione degli anelli determinanti della sequenza eziologica è stata sottolineata, in giurisprudenza, laddove si è affermato che, al fine di stabilire se sussista o meno il nesso di condizionamento tra la condotta del medico e l’evento lesivo, non si può prescindere dall’individuazione di tutti gli elementi rilevanti in ordine alla ‘causa’ dell’evento stesso, giacché solo conoscendo in tutti i suoi aspetti fattuali e scientifici la scaturigine e il decorso della malattia è possibile analizzare la condotta omissiva colposa addebitata al sanitario per effettuare il giudizio controfattuale, avvalendosi delle leggi scientifiche e/o delle massime di esperienza che si attaglino al caso concreto (Cass., Sez. 4, 25.5.2005, Lucarelli).

Le Sezioni unite, con impostazione sostanzialmente confermata dalla giurisprudenza successiva, hanno enucleato, per quanto attiene alla responsabilità professionale del medico, relativamente al profilo eziologico, i seguenti principi di diritto: il nesso causale può essere ravvisato quando, alla stregua del giudizio controfattuale, condotto sulla base di una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica – universale o statistica -, si accerti che, ipotizzandosi come realizzata dal medico la condotta doverosa, l’evento non si sarebbe verificato, ovvero si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.

Non è però consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma, o meno, dell’ipotesi accusatoria sull’esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve verificarne la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza disponibile, cosicché, all’esito del ragionamento probatorio, che abbia altresì escluso l’interferenza di fattori eziologici alternativi, risulti giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con ‘alto grado di credibilità razionale’.

L’insufficienza, la contraddittorietà e l’incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso causale, quindi il ragionevole dubbio, in base all’evidenza disponibile, sulla reale efficacia condizionante della condotta del medico rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell’evento lesivo, comportano la neutralizzazione dell’ipotesi prospettata dall’accusa e l’esito assolutorio del giudizio (Sez. U. 10.7.2002, Franzese).

AVVOCATO-DANNO-DA-MALASANITA-1-

Ne deriva che, nelle ipotesi di omicidio o lesioni colpose in campo medico, il ragionamento controfattuale deve essere svolto dal giudice in riferimento alla specifica attività (diagnostica, terapeutica, di vigilanza e salvaguardia dei parametri vitali del paziente o altro) che era specificamente richiesta al sanitario e che si assume idonea, se realizzata, a scongiurare o ritardare l’evento lesivo, come in concreto verificatosi, con alto grado di credibilità razionale (Cass., Sez. 4, n. 30649 del 13-6-2014, Rv. 262239).

Sussiste, pertanto, il nesso di causalità tra l’omessa adozione, da parte del medico, di misure atte a rallentare o bloccare il decorso della patologia e il decesso del paziente, allorché risulti accertato, secondo il principio di controfattualità, condotto sulla base di una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica, universale o statistica, che la condotta doverosa avrebbe inciso positivamente sulla sopravvivenza del paziente, nel senso che l’evento non si sarebbe verificato ovvero si sarebbe verificato in epoca posteriore o con modalità migliorative, anche sotto il profilo dell’intensità della sintomatologia dolorosa (Cass., Sez. 4, n. 18573 del 14-2-2013, Rv. 256338).

RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente
RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente

PRINCIPIO

Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente, che, in ambito civilistico, consiste nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso secondo il criterio ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”, restando a carico della struttura sanitaria la prova che la prestazione professionale è stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile (Cass. n. 975/09).

consulenza-legale avvocato bologna

UN TERRIBILE CASO DI MALASANITA’

VITTIMA di caso di malasanità? Se anche tu hai subito un danno, non aspettare oltre, chiedi giustizia e contattami subito 051 6447838.

Malasanità: Ecco come richiedere il risarcimento dei danni

avvocato bologna

Risarcimento danni da malasanità?

MEGLIO AFFIDARSI A  UN AVVOCATO ESPERTO DELLA
RESPONSABILITÀ MEDICO – SANITARIA

BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA AVVOCATO ESPERTO PER I TUOI DANNI MALASANITA’ 

AVVOCATO ATTIVO  NEL SETTORE DELLA MALASANITÀ AL TUO SERVIZIO

Hai avuto un problema

di malasanità ?

  • la diagnosi si è rivelata errata oppure è stata posta in grave ritardo;
  • l’intervento medico è stato eseguito in modonegligente o imprudente;
  • le cure ricevute sono state inadeguate o la struttura sanitaria aveva delle carenze strutturali e organizzative;
  • è stata contratta una graveinfezione ospedaliera o un contagio con sangue infetto;

Malasanità avvocato Sergio Armaroli di Bologna si occupa di assistenza legale alle vittime di malasanità per errori medici.

SPACCIO-DROGHE-
news/responsabilita-medica-e-struttura-sanitaria-ricorso-ex-art-702-cpc.html

PENSI di aver subito un danno fisico dovuto ad un errore medico, se un tuo familiare è deceduto a causa di un errore commesso da un medico, rivolgiti a noi

1)Errata o tardiva diagnosi malattie oncologiche

2)Interventi chirurgici eccessivamente invasivi o non necessari

3)Interventi chirurgici inefficaci perché non completi

4)Terapie oncologiche (chemioterapie, radioterapie, ecc) inadatte

5)Accanimento terapeutico

6)Consenso informato: pazienti mal edotti delle eventuali complicazioni derivanti dall’intervento

7)Scarsa assistenza post-operatoria

8)Lesioni colpose di organi, terminazioni nervose, legamenti in corso di intervento

9)Suturazioni errate

10)Lesioni causate da intubazione oro-tracheale

11)Errori in fase di anestesia con lesioni cerebrali o decesso del paziente

  • carenze organizzative nosocomiali delle strutture, che incidono sulla efficienza e sulla salubrità degli ambienti sanitari (cfr. infezioni), oppure sulla ripetizione di errori professionali (si pensi alla maggiore esposizione al rischio di sanitari costretti ad orari di lavoro eccessivamente onerosi);

Qualora una persona abbia riportato lesioni o problemi gravi a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo , in seguito ad interventi chirurgici o cure non adatte al tipo di patologia, derivanti dall’imperizia e della disattenzione di medici o personale infermieristico, può chiedere assistenza legale per far accertare le responsabilità di chi gli ha cagionato il danno

Ma come denunciare un caso di malasanità a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo , ed ottenere un giusto risarcimento? Denunciare un caso di malasanità ed ottenere un giusto risarcimento è un diritto di ogni cittadino ed un’occasione anche per far aumentare la vigilanza sull’operato dei medici e sulla loro efficienza. Infatti secondo le normative italiana i soggetti che hanno subito conseguenze da un errore medico Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo

 o i suoi eredi in caso di morte, possono agire contro la struttura sanitaria o il suo personale medico e paramedico, entro 10 anni dall’evento occorso ed hanno diritto al risarcimento danni e dal rimborso di tutte le spese a a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo

Per poter ottenere  il proprio risarcimento  di malasanità a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo ,

occorre avere tutta la documentazione sanitaria e le ricevute delle spese sostenute.

Cartelle cliniche,

certificati,

esami diagnostici

e qualsiasi altro documento da cui risulti sia la patologia che il danno derivante dall’intervento o dalla cura sbagliata sono fondamentali per poter verificare le effettive conseguenze imputabili ad errori medici e poter agire contro di essi.

Richiedi assistenza per il risarcimento malasanità a BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA VICENZA TREVISO ROVIGO PADOVA
Richiedi assistenza per il risarcimento malasanità a BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA VICENZA TREVISO ROVIGO PADOVA

Per fare il calcolo del danno biologico e determinare quindi l’entità del risarcimento danni ci si basa su tabelle elaborate da vari tribunali, in particolare sulla tabella del Tribunale di Milano.

Richiedi assistenza per il risarcimento malasanità a BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA VICENZA TREVISO ROVIGO PADOVA

Offriamo assistenza medica e legale 

Analisi del caso – Perizia medico legale – Quantificazione dei danni – Pratiche di risarcimento

negligenze / imperizie / imprudenze da parte di medici ed infermieri, talvolta nel corso di prestazioni (soprattutto diagnostiche) routinarie, senz’altro evitabili alla luce delle conoscenze scientifiche, delle linee guida e dei protocolli in vigore;

QUALI I SETTORI PIU’ ESPOSTI PER LA MASANITA’ ? RISARCIMENTO PER MALASANITA’ 

, ma non solo, sono generalmente i seguenti:

Anestesia; RISARCIMENTO PER MALASANITA’ 

Chirurgia generale ed estetica; RISARCIMENTO PER MALASANITA’ 

Ginecologia e ostetricia; RISARCIMENTO PER MALASANITA’ 

Oculistica;

Oncologia RISARCIMENTO PER MALASANITA’ 

Gli errori medici più comuni, invece, riguardano:

diagnosi errata o tardiva; RISARCIMENTO PER MALASANITA’ 

mancata esecuzione di esami che pregiudica lo stato di salute del paziente;

intervento chirurgico eseguito senza le opportune attenzioni del caso; RISARCIMENTO PER MALASANITA’ 

cattiva gestione della fase post-operatoria RISARCIMENTO PER MALASANITA’ 

Sono esperto in responsabilità professionale medica e delle strutture sanitarie pubbliche e private.

Hai subito un danno da responsabilità medica?

Lo sapevi che una diagnosi sbagliata o tardiva può essere  causa di conseguenze gravissime ed in alcuni casi anche di morte?

Se sei vittima vittima di un errore medico raccontaci la tua storia e ti aiuteremo a difendere i tuoi diritti!

BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

AVVOCATO ESPERTO PER I TUOI DANNI

MALASANITA’ 

FORLI CESENA RAVENNA BOLOGNA LO SO

COSA TI SERVE  PER OTTENERE IL

GIUSTO RISARCIMENTO CHIAMA L’AVVOCATO

SERGIO ARMAROLI TELEFONA AL

NUMERO 051 6447838  PARLERAI CON L’

AVVOCATO

DIRETTAMENTE E SPIEGHERAI IL TUO

PROBLEMA

RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente

In particolare, il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale (come relazione tra la condotta e l’evento di danno, alla stregua di quanto disposto dall’art. 1227, primo comma, cod. civ.), l’efficienza eziologica della condotta rispetto all’evento in applicazione della regola di cui all’art. 41 c.p., così da ascrivere l’evento di danno interamente all’autore della condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (come relazione tra l’evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all’esito prodottesi) onde ascrivere all’autore della condotta, responsabile “tout court” sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all’evento di danno, bensì determinate dal fortuito, come tale da reputarsi la pregressa situazione patologica del danneggiato che, a sua volta, non sia eziologicamente riconducibile a negligenza, imprudenza ed imperizia del sanitario (Cass., sez. III, Sentenza n. 15991 del 21/07/2011). 

RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente
RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI: Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente

I FATTI

il 1.8.2013, a seguito di ingresso al Pronto soccorso, Oderiano Deville è stato ricoverato presso l’Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia, nel Reparto Medicina 1 High care; il 5.8.13, trasferito a quello di Nefrologia con diagnosi di “insufficienza renale acuta e acidosi lattica in corso di trattamento con metformina in portatore di diabete mellito di tipo 2, ipertensione arteriosa, sindrome di Brugada con defibrillatore automatico impiantato” (doc. 2 att.); 

– il 19.8.2013, il paziente è stato dimesso con diagnosi di “insufficienza renale acuta (necessità di temporaneo trattamento emodialitico) con gravissima acidosi lattica in diabetico (in terapia anche con metformina), iperteso, affetto da sindrome di Brugada (defibrillatore automatico impiantato), artrite gottosa acuta” (doc. 3 att.);

– il 7.11.13, a seguito di forte dolore al torace e allo stomaco, il Deville è stato condotto al Pronto soccorso del detto Arcispedale e, quindi, ricoverato presso il Dipartimento Cardio-toraco-vascolare e di area critica con ipotesi di “STEMI anteriore”; il giorno successivo, il paziente è deceduto (doc. 4 att.). 

Parte attrice addebita ai sanitari dell’Arcispedale S. Maria Nuova di avere omesso di formulare la diagnosi di infarto miocardico il 2.8.2013 e somministrato, quindi, da subito la necessaria terapia, così cagionando una perdita di chance di sopravvivenza del paziente da quantificarsi almeno in misura del 20%.

malasanita' ritardi ed errori di diagnosi e terapia interventi chirurgici ed endoscopici sbagliati infezioni ospedaliere errori ortopedici (protesi di anca e di ginocchio) errore medico nella diagnosi prenatale ecografica e genetica e problemi durante il parto sia naturale che cesareo errori trasfusionali con trasmissione di infezioni come l' epatite HCV (legge 210) vaccinazioni inopportune e loro conseguenze danni da chirurgia plastica e medicina estetica violazione del consenso informato

Giova ricordare l’orientamento giurisprudenziale in tema di responsabilità medica formatosi prima dell’entrata in vJane del D.L. n. 158/2011, convertito con modificazioni dalla Legge n. 189/2012, che in ogni caso non ha modificato la natura del rapporto fra paziente e struttura sanitaria, come è nel caso che ne occupa. 

Secondo la giurisprudenza dominante, la fattispecie è ricondotta nell’alveo della responsabilità di tipo contrattuale; la relazione paziente – ospedale è ricostruita nelle forme di un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo (cosiddetto contratto di spedalità), da cui, “a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal servizio sanitario nazionale o da altro ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze” (Cass., sez. III, sent. n. 13953 del 14/06/2007; conforme Cass., sez. III, Sentenza n. 18610 del 22/09/2015). 

Ne consegue che la responsabilità dell’ente nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario anche in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale. 

La responsabilità dell’ente ex art. 1228 c.c. per l’attività del medico, inserito organicamente nella struttura sanitaria, è disciplinata dalle norme che regolano la responsabilità in tema di prestazione professionale medica in esecuzione di un contratto d’opera professionale ex artt. 1176, 1218 e 2236 c.c.(in senso conforme, Cass. sez. III, 2/12/1998 n. 12223; sez. III, 8/5/2001 n. 6386; sez. III, 28/5/2004 n. 10297; sez. III, 24/5/2006 n. 12362; sez. III, 13/4/2007 n. 8826; sez. III, 14/6/2007 n. 13953). 

Si applica, quindi, il regime della responsabilità contrattuale, in primo luogo quanto alla distribuzione dell’onere probatorio, sancita, proprio in tema contrattuale, dalla nota decisione delle Sezioni Unite del 30.10.2001, n. 13533 e definitivamente avallata dalle Sezioni Unite con dieci pronunce coeve in data 11 gennaio 2008. Si ricorda, tra le altre, Cass. S.U. 11 gennaio 2008 n. 577: “In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante” (in senso conforme, tra le altre, Cass. sez. III 16/1/2009 n. 975; n. 27855 del 12/12/2013).

Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente, che, in ambito civilistico, consiste nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso secondo il criterio ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”, restando a carico della struttura sanitaria la prova che la prestazione professionale è stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile (Cass. n. 975/09).

‘In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalità tra l’evento di danno (aggravamento della patologia preesistente ovvero insorgenza di una nuova patologia) e l’azione o l’omissione dei sanitari, non potendosi predicare, rispetto a tale elemento della fattispecie, il principio della maggiore vicinanza della prova al debitore, in virtù del quale, invece, incombe su quest’ultimo l’onere della prova contraria solo relativamente alla colpa ex art. 1218 c.c.’ (Cass., ord., 20/08/2018, n. 20812; Cass. 7/12/2017, n. 29315) e che

‘Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere del paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del ‘più probabile che non’, causa del danno, sicchè, ove la stessa sia rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata’ (Cass. 15/02/2018, n. 3704; Cass. 26/07/2017, n. 18392).

Tali principi vanno ribaditi in questa sede; pertanto, va affermato che, nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere dell’attore, paziente danneggiato, provare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento, onere che va assolto dimostrando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del ‘più probabile che non’, la causa del danno, con la conseguenza che, se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il suddetto nesso tra condotta ed evento, la domanda dev’essere rigettata.

Va evidenziato che questa conclusione non si pone in contrasto con quanto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass., sez. un., 11/1/2008, n. 577, pure richiamata dalla ricorrente), secondo cui ‘in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante’.

Questo principio venne, infatti, affermato a fronte di una situazione in cui l’inadempimento ‘qualificato’, allegato dall’attore (ossia l’effettuazione di un’emotrasfusione) era tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi ‘più probabili’, nel caso singolo di specie, la presunzione della derivazione del contagio dalla condotta.

 La prova della prestazione sanitaria conteneva già, in questa chiave di analisi, quella del nesso causale, sicchè non poteva che spettare al convenuto l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2, e non la prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c..

In particolare, il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale (come relazione tra la condotta e l’evento di danno, alla stregua di quanto disposto dall’art. 1227, primo comma, cod. civ.), l’efficienza eziologica della condotta rispetto all’evento in applicazione della regola di cui all’art. 41 c.p., così da ascrivere l’evento di danno interamente all’autore della condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (come relazione tra l’evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all’esito prodottesi) onde ascrivere all’autore della condotta, responsabile “tout court” sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all’evento di danno, bensì determinate dal fortuito, come tale da reputarsi la pregressa situazione patologica del danneggiato che, a sua volta, non sia eziologicamente riconducibile a negligenza, imprudenza ed imperizia del sanitario (Cass., sez. III, Sentenza n. 15991 del 21/07/2011). 

Ciò detto, non sono stati allegati elementi a fondamento di una fattispecie di inadempimento di obbligazioni direttamente a carico della struttura ex art. 1218 c.c. 

Per converso, è applicabile la disciplina ex art. 1228 c.c., in base alla quale è sufficiente il collegamento tra la prestazione effettuata e l’organizzazione aziendale; come affermato dalla Sez. III, nella sentenza n. 8826 del 13/04/2007, “a questi fini è sufficiente che la struttura sanitaria comunque si avvalga dell’opera di un medico”. 

Non è contestato che i sanitari che hanno assistito Oderiano Deville in occasione dei due ricoveri fossero inseriti nella stabile organizzazione dell’Arcispedale di Reggio Emilia. Da questo punto di vista, perciò, non si può escludere la responsabilità della convenuta derivante dalla negligente omissione delle prestazioni riconducibile agli ausiliari della cui opera si è avvalsa. 

Si guardi, quindi, agli esiti della c.t.u. svolta dalla dott.ssa Monica Patria – con l’ausilio dello specialista cardiologo dott.ssa Tiziana Giovannini – nel procedimento di accertamento tecnico preventivo n. R.G. 1279/2016 (doc. 18 att.), che questo giudice condivide perché esauriente, motivata e priva di vizi logici. Solo parte convenuta ha formulato osservazioni, su cui il perito ha preso compiutamente posizione. Parte convenuta ha chiesto la ripetizione della c.t.u., limitandosi a dedurre che l’elaborato peritale è contraddittorio in relazione al profilo del nesso eziologico ed incomprensibile per avere riconosciuto un periodo di inabilità temporanea. 

Si premette che Oderiano Deville era da anni affetto da ipertensione, sindrome di Brugada (sottoposto, nel 2004, ad impianto di defibrillatore cardiaco impiantabile, era portatore di ICD Medtronic funzionante) e diabete mellito tipo 2. L’analisi dei dati di laboratorio ha poi evidenziato valori di creatinina superiori alla norma già dal 2010. 

Al momento del primo ricovero il 1.8.13, il quadro clinico rappresentava un disordine metabolico grave, condizione normalmente associata ad un elevato rischio di mortalità. In tal caso, una diagnosi precisa e celere ed una terapia emodialitica precoce possono risolvere l’acidosi e ripristinare la funzione renale, anche in un paziente con comorbilità (come il Deville). 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di REGGIO EMILIA

SEZIONE II CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Camilla Sommariva, ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. R.G. 3590/2017 promossa da: 

xxx, quali eredi di xxx, elettivamente domiciliati in Reggio Emilia, Via Modena n. 23, presso lo studio dell’Avv. PITTONE MARZIA, che li rappresenta e difende in forza delle procure in calce all’atto di citazione ed allegata al ricorso per riassunzione; 

ATTORI (anche) in RIASSUNZIONE 

Contro

AZIENDA USL DI REGGIO EMILIA, elettivamente domiciliata in VIA EMILIA S.PIETRO N. 27, REGGIO EMILIA, presso lo studio dell’Avv. MAZZA FRANCO, che la rappresenta e difende in forza di procura allegata alla comparsa di costituzione e risposta; 

CONVENUTA 

CONCLUSIONI

Per parte attrice

“Piaccia all’Ecc.mo Tribunale adito, respinta ogni contraria istanza, eccezione e deduzione, in accoglimento della presente domanda, 

NEL MERITO: 

  1. a) accertare la veridicità dei fatti esposti in narrativa, e per l’effetto condannare l’azienda ospedaliera convenuta “AZIENDA OSPEDALIERA DI REGGIO EMILIA- ARCISPEDALE SANTA MARIA NUOVA, oggi Azienda Usl di Reggio Emilia” all’integrale rifusione in favore degli attori, a titolo di iure ereditatis, di tutti i danni patiti e patendi, dal sig. , che ammontano ad € 174.103,00=, oltre interessi legali dal fatto all’effettivo soddisfo e rivalutazione monetaria o quella somma maggiore o minore che risulterà di giustizia;
  2. b) accertare la veridicità dei fatti esposti in narrativa, e per l’effetto si chiede all’Ill.mo Giudice adito di condannare in via equitativa l’azienda ospedaliera convenuta “AZIENDA OSPEDALIERA DI REGGIO EMILIA- ARCISPEDALE SANTA MARIA NUOVA, oggi Azienda Usl di Reggio Emilia” all’integrale rifusione in favore degli attori, a titolo di iure proprio, di tutti i danni non patrimoniali patiti e patendi ;
  3. c) accertare la veridicità dei fatti esposti in narrativa, e per l’effetto condannare l’azienda ospedaliera convenuta “xxxx, oggi Azienda Usl di Reggio Emilia” a rifondere agli attori le spese sostenute dagli attori per la procedura di ATP ed in particolare per la relazione di consulenza tecnica della Dott.ssa Monica Patria, che ammontano ad € 4.916,00= (cfr. doc. n. 20 -21).
  4. d) accertare la veridicità dei fatti esposti in narrativa, e per l’effetto condannare l’azienda ospedaliera convenuta “, oggi Azienda Usl di Reggio Emilia” a rifondere agli attori le spese legale sostenute nel procedimento per accertamento tecnico preventivo rubricato al n. 1279/2016 R.G. Tribunale di Reggio Emilia che ammontano ad € 3.045,12= (cfr. doc. n. 22) e le spese per costituirsi nel predetto giudizio per accertamento tecnico preventivo che ammontano ad € 286,00=;
  5. e) accertare la veridicità dei fatti esposti in narrativa e per l’effetto condannare altresì l’azienda ospedaliera convenuta “AZIENDA OSPEDALIERA DI REGGIO EMILIA- ARCISPEDALE SANTA MARIA NUOVA, oggi Azienda Usl di Reggio Emilia” ai sensi dell’art. 96 c.p.c. al risarcimento dei danni da “lite temeraria” da liquidarsi d’ufficio in via equitativa.

In ogni caso: con vittoria di spese, compensi e altri oneri accessori. 

In via istruttoria: parte attrice insiste per l’accoglimento delle istanze istruttorie, come richieste nella memoria ex art. 183 VI comma n. 2 c.p.c. del 19.04.2018″. 

Per parte convenuta

“Voglia l’On.le Tribunale adito, in composizione monocratica, ogni contraria e diversa istanza, eccezione, deduzione disattesa così provvedere: 

  1. a) in via principale di merito:

Respingere le domande tutte, nessuna eccettuata o esclusa, formulate dai  agenti nella loro qualità di eredi del defunto Sig.nei confronti dell’Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia – Arcispedale ” in quanto radicalmente ed integralmente infondate, in fatto ed in diritto, non dimostrate e, comunque, viziate per eccesso ed ingiustificatamente afflittive. 

  1. b) in ogni caso:

Con vittoria di spese, competenze ed onorari di lite.”.

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

– Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia, chiedendo che si condanni la convenuta alla rifusione in favore degli attori iure ereditatis dei danni patiti dal de cuius Oderiano Deville, quantificati in euro 174.103,00, di quelli iure proprio, da liquidare in via equitativa, delle spese sostenute per il compenso del c.t.u., pari ad euro 4.916,00, e delle spese legali (inclusi gli esborsi) sostenute nel procedimento di accertamento tecnico preventivo. 

Azienda USL di Reggio Emilia, quale ente incorporante per fusione dell’Azienda ospedaliera, si è costituita, chiedendo il rigetto di tutte le domande attoree. 

Alla prima udienza di comparizione, a seguito del decesso dell’attore Luigi Deville, è stata dichiarata l’interruzione del giudizio, poi riassunto per iniziativa di Rodion Deville, Jan Deville e Lorella Bertrand, quali eredi del de cuius. 

Le istanze istruttorie proposte dalle parti non sono state accolte. 

  1.  

Di seguito i fatti documentati o non contestati: 

– il 1.8.2013, a seguito di ingresso al Pronto soccorso, nel Reparto Medicina 1 High care; il 5.8.13, trasferito a quello di Nefrologia con diagnosi di “insufficienza renale acuta e acidosi lattica in corso di trattamento con metformina in portatore di diabete mellito di tipo 2, ipertensione arteriosa, sindrome di Brugada con defibrillatore automatico impiantato” (doc. 2 att.); 

– il 19.8.2013, il paziente è stato dimesso con diagnosi di “insufficienza renale acuta (necessità di temporaneo trattamento emodialitico) con gravissima acidosi lattica in diabetico (in terapia anche con metformina), iperteso, affetto da sindrome di Brugada (defibrillatore automatico impiantato), artrite gottosa acuta” (doc. 3 att.); 

– il 7.11.13, a seguito di forte dolore al torace e allo stomaco, ilxxx è stato condotto al Pronto soccorso del detto Arcispedale e, quindi, ricoverato presso il Dipartimento Cardio-toraco-vascolare e di area critica con ipotesi di “STEMI anteriore”; il giorno successivo, il paziente è deceduto (doc. 4 att.). 

Parte attrice addebita ai sanitari dell’Arcispedale S. Maria Nuova di avere omesso di formulare la diagnosi di infarto miocardico il 2.8.2013 e somministrato, quindi, da subito la necessaria terapia, così cagionando una perdita di chance di sopravvivenza del paziente da quantificarsi almeno in misura del 20%. 

Giova ricordare l’orientamento giurisprudenziale in tema di responsabilità medica formatosi prima dell’entrata in vJane del D.L. n. 158/2011, convertito con modificazioni dalla Legge n. 189/2012, che in ogni caso non ha modificato la natura del rapporto fra paziente e struttura sanitaria, come è nel caso che ne occupa. 

Secondo la giurisprudenza dominante, la fattispecie è ricondotta nell’alveo della responsabilità di tipo contrattuale; la relazione paziente – ospedale è ricostruita nelle forme di un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo (cosiddetto contratto di spedalità), da cui, “a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal servizio sanitario nazionale o da altro ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze” (Cass., sez. III, sent. n. 13953 del 14/06/2007; conforme Cass., sez. III, Sentenza n. 18610 del 22/09/2015). 

Ne consegue che la responsabilità dell’ente nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario anche in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale. 

La responsabilità dell’ente ex art. 1228 c.c. per l’attività del medico, inserito organicamente nella struttura sanitaria, è disciplinata dalle norme che regolano la responsabilità in tema di prestazione professionale medica in esecuzione di un contratto d’opera professionale ex artt. 1176, 1218 e 2236 c.c.(in senso conforme, Cass. sez. III, 2/12/1998 n. 12223; sez. III, 8/5/2001 n. 6386; sez. III, 28/5/2004 n. 10297; sez. III, 24/5/2006 n. 12362; sez. III, 13/4/2007 n. 8826; sez. III, 14/6/2007 n. 13953). 

Si applica, quindi, il regime della responsabilità contrattuale, in primo luogo quanto alla distribuzione dell’onere probatorio, sancita, proprio in tema contrattuale, dalla nota decisione delle Sezioni Unite del 30.10.2001, n. 13533 e definitivamente avallata dalle Sezioni Unite con dieci pronunce coeve in data 11 gennaio 2008. Si ricorda, tra le altre, Cass. S.U. 11 gennaio 2008 n. 577: “In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante” (in senso conforme, tra le altre, Cass. sez. III 16/1/2009 n. 975; n. 27855 del 12/12/2013).

Il danneggiato, perciò, deve fornire la prova del rapporto di causalità tra l’azione del sanitario ed il danno allegato dal paziente, che, in ambito civilistico, consiste nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso secondo il criterio ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”, restando a carico della struttura sanitaria la prova che la prestazione professionale è stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile (Cass. n. 975/09). 

In particolare, il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale (come relazione tra la condotta e l’evento di danno, alla stregua di quanto disposto dall’art. 1227, primo comma, cod. civ.), l’efficienza eziologica della condotta rispetto all’evento in applicazione della regola di cui all’art. 41 c.p., così da ascrivere l’evento di danno interamente all’autore della condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (come relazione tra l’evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all’esito prodottesi) onde ascrivere all’autore della condotta, responsabile “tout court” sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all’evento di danno, bensì determinate dal fortuito, come tale da reputarsi la pregressa situazione patologica del danneggiato che, a sua volta, non sia eziologicamente riconducibile a negligenza, imprudenza ed imperizia del sanitario (Cass., sez. III, Sentenza n. 15991 del 21/07/2011). 

Ciò detto, non sono stati allegati elementi a fondamento di una fattispecie di inadempimento di obbligazioni direttamente a carico della struttura ex art. 1218 c.c. 

Per converso, è applicabile la disciplina ex art. 1228 c.c., in base alla quale è sufficiente il collegamento tra la prestazione effettuata e l’organizzazione aziendale; come affermato dalla Sez. III, nella sentenza n. 8826 del 13/04/2007, “a questi fini è sufficiente che la struttura sanitaria comunque si avvalga dell’opera di un medico”. 

Non è contestato che i sanitari che hanno assistito Oderiano Deville in occasione dei due ricoveri fossero inseriti nella stabile organizzazione dell’Arcispedale di Reggio Emilia. Da questo punto di vista, perciò, non si può escludere la responsabilità della convenuta derivante dalla negligente omissione delle prestazioni riconducibile agli ausiliari della cui opera si è avvalsa. 

Si guardi, quindi, agli esiti della c.t.u. svolta dalla dott.ssa Monica Patria – con l’ausilio dello specialista cardiologo dott.ssa Tiziana Giovannini – nel procedimento di accertamento tecnico preventivo n. R.G. 1279/2016 (doc. 18 att.), che questo giudice condivide perché esauriente, motivata e priva di vizi logici. Solo parte convenuta ha formulato osservazioni, su cui il perito ha preso compiutamente posizione. Parte convenuta ha chiesto la ripetizione della c.t.u., limitandosi a dedurre che l’elaborato peritale è contraddittorio in relazione al profilo del nesso eziologico ed incomprensibile per avere riconosciuto un periodo di inabilità temporanea. 

Si premette che xxxera da anni affetto da ipertensione, sindrome di Brugada (sottoposto, nel 2004, ad impianto di defibrillatore cardiaco impiantabile, era portatore di ICD Medtronic funzionante) e diabete mellito tipo 2. L’analisi dei dati di laboratorio ha poi evidenziato valori di creatinina superiori alla norma già dal 2010. 

Al momento del primo ricovero il 1.8.13, il quadro clinico rappresentava un disordine metabolico grave, condizione normalmente associata ad un elevato rischio di mortalità. In tal caso, una diagnosi precisa e celere ed una terapia emodialitica precoce possono risolvere l’acidosi e ripristinare la funzione renale, anche in un paziente con comorbilità (come il Deville). 

Ora, il paziente lamentava epigastralgia e pirosi gastrica da circa due giorni, complicata da nausea e vomito, sintomi coerenti con una diagnosi di insufficienza renale acuta con acidosi metabolica e iperlattacidemia, eventualmente coincidenti anche con gli effetti collaterali della metformina (terapia assunta dal paziente) e con la sintomatologia tipica della sola insufficienza renale severa. 

Dall’accentuazione del dolore con irradiazione dorsale (rilevato in Pronto soccorso) poteva sorgere un dubbio in ordine alla presenza di una componente cardiovascolare ischemica. Ciò nonostante, il c.t.u. ha precisato che: 

– tale sintomo non è di chiara matrice, né di univoca interpretazione; 

– sebbene, nella cartella clinica, non siano stati riportati i dati emersi dall’ECOFAST per valutazione diametri dell’aorta, non risulta che quel tipo di dolore sia stato nuovamente avvertito dal paziente; 

– i tracciati ECG (all’ingresso e successivi) non supportano una diagnosi di ischemia miocardica acuta. 

Sulla base di tali fattori, la dott.ssa Patria ha sostanzialmente escluso la fondatezza di una diagnosi di “infarto miocardico acuto” il 2 agosto 2013 (invocata da parte attrice). 

Ciò chiarito, le alterazioni ECG all’ingresso erano coerenti con la sindrome di Brugada, di cui il Deville era portatore da anni, ed anche indotte dall’insufficienza renale acuta e dalla lattacidemia. 

Si consideri, poi, che, tra la permanenza in Pronto soccorso e il trasferimento al Reparto Nefrologia, sono stati riscontrati i seguenti valori di Troponina I (TnI) (valori normali 0-0,034 ng/ml; cut off per infarto miocardico acuto 0,120 ng/ml): il 2.8.13, alle ore 00.29, TnI 0,638; il 2.8.13, alle ore 5.09, TnI 1,770 ng/ml; l’8.8.13, alle ore 7.07, TnI 0,505 ng/ml. 

I dati – assolutamente fuori norma – potevano trovare giustificazione nel quadro renale del paziente. Pur tuttavia, frequentemente nei pazienti con insufficienza renale cronica (IRC) si osserva un rialzo persistente dei valori di troponina I, il quale è espressione di danno miocardico, non necessariamente legato ad occlusione coronarica. In soggetti asintomatici per cardiopatia ischemica, ma affetti da CKD (Chronic Kidney Disease) o da ERD (End stage Renal Disease) la presenza di valori elevati di troponina è associata ad un rischio maggiore di eventi avversi e di mortalità. Da uno studio caso-controllo ricordato dal c.t.u. apparirebbe, poi, che l’IRC non è correlata solo ad una maggiore prevalenza di aterosclerosi coronarica, ma anche ad un maggior rischio di instabilità di placca. 

Tutto considerato, il rilievo di positività della troponina in pazienti con IRC individua pazienti con maggior rischio di morte cardiovascolare. 

Nel caso di specie, il rischio di Cardiopatia Ischemica Arteriosclerotica (CAD) si rivelava elevato non solo per il detto quadro renale, bensì anche per ulteriori fattori di rischio ovverosia familiarità, diabete ed ipertensione arteriosa. 

Orbene, una volta riscontrati i valori di TnI ed il loro andamento ascendente-decrescente con delta-Tn significativo (tipico per SCA), proprio la valutazione ponderata di tutti questi fattori doveva almeno far sospettare la diagnosi di Sindrome Coronarica Acuta – Non-ST Elevation Myocardial Infarction (SCA–NSTEMI) o, comunque, di cardiopatia ischemica sintomatica: era, quindi, “doveroso e necessario” porre in diagnosi differenziale un movimento aspecifico da danno miocardico non ischemico in corso di IRA, con possibile complicanza di SCA-NSTEMI. 

Come affermato chiaramente dalla dott.ssa Patria, “già il solo dubbio avrebbe dato indicazione ad una consulenza specialistica cardiologica nel corso del ricovero o anche in post-ricovero seguita da approfondimento diagnostico, quale ecocardiogramma, eventuale test provocativo a distanza e naturalmente terapia medica o strumentale appropriata”. 

Di più; l’ipotesi di malattia coronarica (SCA-NSTEMI) in atto era alquanto probabile per altri fattori, il rischio altissimo per Cardiopatia Ischemica Arteriosclerotica portato dal Deville in quanto diabetico e l’andamento dei valori tipici di TnI, con delta significativo anche di Sindrome Coronarica Acuta (SCA). Altri fattori indicativi di una diagnosi di SCA non sono stati rilevati nella documentazione clinica, perché non indagati nel corso dei ricoveri ospedalieri. 

L’ipotesi formulata dal perito è confermata dal reperto coronografico di malattia coronarica trivasale estesa a sede prossimale e distale, rilevata dopo soli tre mesi dalla dimissione del 19.8.13. 

Il c.t. di parte convenuta dott. xxxi ha sostenuto che nei sanitari insorse il sospetto di diagnosi di SCA-NSTEMI, il quale, però, fu preso in considerazione ed escluso in ragione dei rilievi clinico-strumentali. Ora, il c.t.p. ha fatto riferimento, quali elementi indicativi di infarto del miocardio previsti dalla definizione universale del 2012, a 1) dolore toracico o comunque assimilabile ad ischemia miocardica; 2) alterazioni ECG per ischemia miocardica; 3) alterazioni dei markers cardiaci e, in particolare, della troponina, sostenendo che nessuno di essi sussistesse nell’agosto 2013. 

In replica a tali osservazioni, il c.t.u. ha precisato che, in ragione proprio della terza definizione universale di infarto miocardico acuto, pubblicata su EHJ (European Heart Journal) del 2012, un quadro di necrosi miocardica attribuibile ad ischemia acuta del miocardio (patologia coronarica) è individuato a mezzo di incremento e/o riduzione dei marker di citonecrosi miocardica (preferibilmente TnI) con almeno un valore sopra il 99esimo percentile al di sopra upper reference limit (elemento primario) associato ad almeno una delle seguenti situazioni: sintomi di ischemia; nuove (o presunte tali) modificazioni del tratto ST o onda T o la comparsa di BBsx non noto; sviluppo di onde Q patologiche; imaging di una nuova perdita di miocardio vitale o una nuova anormalità cinetica regionale; identificazione di un trombo intracoronarico attraverso angiografia o autopsia. Ora – come argomentato efficacemente dall’ausiliario dott.ssa Giovannini – solo l’esclusione di tutti i punti descritti avrebbe permesso di ritenere il movimento di troponina non indicativo di CAD regionale e quindi aspecifico e legato solo alla situazione clinica di ingresso (insufficienza renale acuta). 

Nella specie, il dolore toracico come sintomo di ischemia era dubbio e di non univoca interpretazione; l’ECG era muto; in stretta prossimità ad episodio di insufficienza renale acuta severa non vi erano sufficienti indicazioni per la procedura coronografica. Ciò confermato, vi era, però, la possibilità di ricercare perdita di miocardio vitale o presenza di nuova anormalità cinetica regionale tramite un esame ecocardiografico, peraltro rapido, del tutto efficace e ripetibile anche al letto del paziente, necessario per valutare la frazione di eiezione (indice prognostico di eccellenza nel paziente cardiopatico) ed individuare la presenza o meno di alterazioni segmentarie della cinetica del ventricolo sinistro. 

Proprio in ordine alla necessità di diagnosi differenziale e, quindi, di approfondimenti diagnostici è la convenuta stessa a rilevare (richiamando le Linee Guida della Società europea di Cardiologia) che “nel contesto di un quadro di ischemia miocardica (dolore toracico, alterazioni elettrocardiografiche o nuove anomalie della cinesi parietale) elevati livelli di troponina depongono per una diagnosi di IM [n.d.r. insufficienza della valvola mitralica]. Anche altre condizioni minacciose possono determinare un incremento dei livelli di troponina e, pertanto, devono essere attentamente prese in considerazione nella diagnosi differenziale (ns. sott.)”, ammettendo poi che “i marcatori cardiaci, pur riducendosi nettamente rispetto alla prima rilevazione, rimanevano persistentemente sopra i limiti di normalità” (pag. 20 comparsa). 

Quanto alla verifica del regolare funzionamento del defibrillatore cardioversore impiantabile (ICD) avvenuta il 6.11.13 (il giorno prima del secondo ricovero), è il c.t.p. stesso a definirla (mero) “controllo aritmologico del defibrillatore”. Intanto, quindi, non pare che in tale sede siano stati effettuati esami diagnostici cardiologici utili a rilevare la perdita di miocardio vitale o la presenza di anormalità cinetiche regionali, sicchè non si può escludere che fosse già in essere la Sindrome coronarica che ha dato adito all’infarto (visti anche i consistenti dolori anginosi che affliggevano il Deville da circa un mese). In conclusione, pare fuor di luogo la definizione dell’infarto miocardico mortale come “evento improvviso, a rapida insorgenza e cronologicamente inaspettato rispetto al decorso precedente”. 

Orbene, come detto, il sospetto di diagnosi di SCA–NSTEMI avrebbe imposto accertamenti cardiologici adeguati, possibili anche in fase non acuta; il riconoscimento tempestivo della patologia avrebbe comportato, poi, l’immediato inizio della terapia antiaggregante piastrinica, che non risulta essere stata mai prescritta al Deville, deceduto circa tre mesi dopo il probabile insorgere della malattia coronarica. 

In conclusione, i sanitari della struttura ospedaliera hanno del tutto mancato di formulare la diagnosi di SCA-NSTEMI; di più, è stata riscontrata una condotta di inadempimento già nella fase cronologicamente e logicamente anteriore, atteso che, pur a fronte di consistenti elementi di sospetto emersi nel corso del primo ricovero, non è stata data indicazione per una consulenza specialistica cardiologica (con relativo approfondimento diagnostico) durante il ricovero od almeno in seguito al medico curante. 

Che il significato dei valori di troponina I sia sfuggito trova riscontro nel fatto che, nella lettera di trasferimento del 5.8.13 dall’U.O. di Medicina interna 1° alla Struttura complessa di Nefrologia, alla voce “esami di laboratorio” neanche sono stati riportati i relativi dati. Parimenti nella lettera di dimissione del 19.8.2013 (sub doc. 2, 3 att.). 

Quanto al nesso eziologico tra la condotta addebitata e (quanto meno) una più rapida verificazione dell’evento morte, non potendosi revocare in dubbio che dalla diagnosi sarebbe conseguita l’automatica somministrazione della terapia, la dott.ssa Patria ha ricordato che, già dal 1994, in letteratura si ha certezza che la terapia antiaggregante piastrinica sia protettiva nei pazienti ad alto rischio per SCA. In particolare, “la terapia con aspirina si è rivelata in grado di ridurre di circa il 30% il rischio di infarto e ictus non fatali e di ridurre il rischio di morte per cause cardiovascolari del 15%”. 

Inoltre, le Linee guida relative ai pazienti con SCA consigliano la somministrazione precoce di statina ad alta dose durante il ricovero. 

Il c.t.u. ha riportato anche dati (non contestati) relativi alla riduzione del rischio di mortalità per impiego preventivo di farmaci dopo infarto miocardico (ad es., bassa dose di aspirina: riduzione del 18% (1-30%); statine: 21% (14-28%); BB: 23% (15-31%); ACE inibitori: 26% (16-35%). 

In conclusione, non si può ragionevolmente dubitare che la tempestiva somministrazione di almeno uno di questi farmaci avrebbe aumentato le chance di sopravvivenza del de cuius

Peraltro, l’incertezza circa l’effettiva derivazione del danno dal comportamento negligentemente omissivo del sanitario grava non a carico del danneggiato, bensì a carico del soggetto – in questo caso certamente – inadempiente (così Cass., n. 7354/2015). E nella specie, si ribadisce, vi sono elementi di forte probabilità che consentono di porre in correlazione la mancata diagnosi di SCA-NSTEMI nell’agosto 2013 con un più rapido aggravamento delle condizioni e il conseguente decesso del paziente nel novembre 2013. 

A fronte di tali risultanze, poi, parte convenuta non ha allegato alcun elemento di fatto che giustifichi (quanto meno) la mancata predisposizione di visita cardiologica, né ha fornito alcuna prova in ordine ad eventuale interruzione del nesso causale, limitandosi ad affermare (come meglio detto supra) che “il sospetto diagnostico di SCA-NSTEMI o comunque di cardiopatia ischemica sintomatica venne preso in considerazione e venne escluso sulla base dei rilievi clinico-strumentali”.

Acquisito, quindi, che la mancata indicazione di approfondimenti cardiologici e, quindi, l’omessa diagnosi di SCA-NSTEMI hanno rappresentato condotta colposa omissiva in capo ai sanitari dell’Arcispedale S.Maria Nuova e che, sulla base di un giudizio probabilistico, per le ragioni sopra illustrate, essa si è posta in rapporto di causa effetto con il rapido aggravamento della patologia determinante la morte del Deville, l’obbligo al risarcimento per i conseguenti danni grava in capo alla stessa struttura ospedaliera ai sensi dell’art. 1228 c.c. – come anticipato – applicabile comunque anche al caso in cui alcuna imperizia o negligenza alla stessa sia direttamente imputabile. 

  1.  

In ordine ai danni azionabili iure hereditatis, gli attori, nella loro qualità di eredi del fratello e nipoti in via collaterale di Oderiano Deville, hanno chiesto il risarcimento di danno per perdita di chance e danno non patrimoniale da inabilità temporanea. 

Non è contestato né che  siano eredi di Luigi, tenuto conto che comunque l’acquisto della qualità d’erede si è avuto tacitamente ex art. 476 c.c. con lo stesso esercizio dell’azione giudiziale. 

Il danno non patrimoniale subito dal de cuius si determina (come indicato dal perito) sulla base del calcolo che segue: 

Inv. Temp. totale = € 110,00 x gg. 20 = € 2.200,00; 

Inv. Temp. parz. = € 110,00 al 50% x gg. 15 = € 825,00; 

Inv. Temp. parz. = € 110,00 al 25% x gg. 15 = € 412,50. 

Si rammenta che le tabelle milanesi 2018 prevedono un minimo di liquidazione pari ad € 98,00, comprensivo sia delle menomazioni anatomo-funzionali che delle sofferenze oggettive “standard”, presumendosi, in base ad una massima d’esperienza, che la vittima di un illecito patisca sempre, nella vicinanza dello stesso, quanto meno una sofferenza dell’animo correlata all’ansia della guarigione e alla compromissione delle attività della vita ordinaria. Detto importo può essere personalizzato fino al 50% e quindi incrementato fino al massimo di € 147,00 in presenza di interventi chirurgici, periodi di ricovero o di immobilizzazione, che abbiano aggravato l’obiettiva lesività del fatto nel periodo considerato e la sofferenza soggettiva della vittima. 

Nella specie, il Deville è stato ricoverato dal 1 al 18 agosto 2013, sicchè l’importo può essere aumentato ad euro 110,00. 

Secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, mentre non è possibile risarcire il c.d. danno tanatologico o da morte, inteso quale lesione definitiva ed immediata del diritto alla vita (diverso in quanto tale dal diritto alla salute), è però ammesso il risarcimento del c.d. danno terminale biologico ossia del danno che è maturato in capo alla vittima (trasmissibile agli eredi) ove la morte della stessa non sia seguita immediatamente alle lesioni, ma tra l’infortunio e la morte sia intercorso un apprezzabile lasso temporale, ancorché minimo (tra le altre, Cass., sez. III, 13.1.09 n. 458; n. 10608 del 30/04/2010). 

Pertanto, soltanto ove sia fornita la prova del decorso di un apprezzabile lasso di tempo tra il verificarsi dell’evento lesivo ed il sopraggiungere della morte, nella sfera patrimoniale del de cuius sorge una posta risarcitoria come tale trasmissibile iure successionis ai suoi eredi, da determinarsi considerando i criteri di liquidazione utilizzati per il calcolo della inabilità temporanea. Non è ammissibile, invero, prendere a riferimento le tabelle per l’invalidità permanente, essendo queste formate sulla base della vita media futura presunta, sicchè il risarcimento va commisurato al numero dei giorni di sopravvivenza della persona, tenendo conto che le lesioni ne hanno provocato la morte. 

Il giudice di merito, ai fini della liquidazione, dovrà tenere conto, nell’adeguare l’ammontare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che, se pure temporaneo, tale danno è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte (cfr. Cass., sez. III, n. 21497/09; n. 9959/2006). In merito al danno non patrimoniale iure hereditatis, dunque, nell’intervallo – anche di sole 24 ore (Cass. n. 21976/07) – tra la lesione e la morte, la persona poi deceduta può acquistare nella propria sfera giuridica un autonomo diritto al risarcimento del danno biologico, trasmissibile agli eredi pro quota. 

Nel caso in esame, alla luce degli esiti peritali le condizioni cliniche si sono effettivamente e definitivamente aggravate alla mattina del 7 novembre 2013 (dall’anamnesi cardiologica nella cartella clinica 7.11.13: “Questa mattina, ore 7.30, comparsa di dolore toracico e stante la persistenza del sintomo è stato allertato il 118”); invero, il Deville è stato ricoverato con diagnosi di “STEMI anteriore” e subito sottoposto ad ecocardiografia e coronarografia, quindi ad angioplastica percutanea coronarica transluminale (PTCA) ed introduzione di stent medicato nell’arteria coronarica. L’8 novembre, alle h. 18.30, il paziente è deceduto con diagnosi principale “infarto miocardico acuto della parete anterolaterale”. 

Tra l’aggravarsi delle condizioni cliniche quale evento lesivo e la morte è apprezzabile l’intervallo temporale, sicchè è configurabile un danno biologico terminale risarcibile, da quantificare in relazione all’effettiva menomazione della integrità psicofisica patita dalla vittima, nell’ampia accezione sopra precisata, comprensiva vuoi delle sofferenze fisiche subite nell’indicato intervallo di tempo, vuoi soprattutto di quelle psichiche, per l’attesa (se consapevole) della morte. 

Orbene, alla mattina del 7 novembre il quadro era chiaramente critico, gravemente compromesso. Tenuto conto dell’intensità del danno biologico da inabilità temporanea assoluta che ha contribuito a deteriorare le condizioni di salute di Oderiano Deville (il quale all’epoca del fatto aveva 57 anni), considerato che egli non poteva non essere consapevole del peggioramento avvenuto e soprattutto dell’inutilità dei trattamenti ricevuti, si stima equo liquidare, in base alle Tabelle di Milano del 2018, un importo giornaliero per l’invalidità temporanea assoluta massimo (euro 147,00), e così: euro 147,00 X 2 = euro 294,00. 

Sommano euro 3.731,50. 

  1.  

Passando al danno da perdita di chance, esso rappresenta figura di matrice giurisprudenziale, nata in ambito lavoristico e successivamente sviluppatasi nella responsabilità professionale e medica. L’operazione teorica su cui s’impernia consiste nell’elevazione della possibilità di ottenimento di un’utilità futura a bene giuridico attuale, dalla cui lesione scaturisce il diritto al risarcimento del danno. La chance, quindi, è un’entità patrimoniale a sé stante, autonoma rispetto ad un risultato (il bene giuridico finale) che non v’è alcuna certezza si realizzerà. Come tale, la chance, nel momento in cui l’evento dannoso si verifica, è (di già) presente nella sfera giuridica del danneggiato. 

Ora, per la tesi cosiddetta ontologica, la chance deve intendersi riferita ad un danno emergente comunque attuale e concreto, trattandosi di bene suscettibile di valutazione patrimoniale in se´ e per se´: viene cosi` risarcita la perdita della mera opportunità, possibilità, ed anche solo speranza, di conseguire un’utilità, con la conseguenza che la probabilità di verificazione dell’utilità incide solo sul quantum risarcitorio, non sull’an. Ciò è stato sostenuto inizialmente dalla Sezione Lavoro della Cassazione per risarcire i dipendenti illegittimamente esclusi dalla partecipazione ad un concorso interno (tra le più recenti, Cass. n. 5119/2010 e Cass. n. 14820/2007), ma il principio è stato utilizzato anche da diverse sentenze civili (ad es., Cass. Sez. Un. n. 1850/2009, Cass. n. 23846/2008). Rappresentando, quindi, la lesione della chance danno emergente, la liquidazione sarebbe commisurata al risultato utile e ridotta proporzionalmente in relazione alle possibilità del soggetto di conseguire quel risultato; in tal senso si richiede, dunque, che la chance esprima una probabilità di conseguimento del risultato superiore al 50%. Di fronte, però, all’obiezione che, in tal modo, si facevano refluire sul “giudizio di spettanza” (l’an debeatur) problemi afferenti al successivo momento della liquidazione del danno (quantum debeatur), si sostenne che “nell’ipotesi di inadempimento del datore di lavoro che abbia comportato la perdita della “chance” di promozione, il danno risarcibile al lavoratore va ragguagliato alla probabilità di conseguire il risultato utile – al qual fine è sufficiente la ragionevole certezza dell’esistenza di una non trascurabile probabilità favorevole (non necessariamente superiore al cinquanta per cento) – e può essere determinato applicando al parametro costituito dalle retribuzioni che sarebbero spettate in caso di promozione un coefficiente di riduzione che tenga conto di quella probabilità, oppure, ove questo o altro criterio risulti di difficile utilizzazione, ricorrendo alla valutazione equitativa, la quale esige una congrua ed adeguata motivazione, che non può esaurirsi nell’apodittica e tautologica affermazione della giustezza od equità della determinazione adottata” (Cass. n. 4725/93). 

Secondo altro orientamento, trattandosi di lucro cessante, la risarcibilità della perdita di chance sarebbe ammissibile provando che la chance perduta era assistita da una ragionevole probabilità di verificarsi, desumibile da dati obiettivi e certi(v. Cass. n. 9598/98). 

Nella sentenza che segna il debutto della categoria del danno da perdita di chance nell’ambito della responsabilità sanitaria (Cass. n. 4400/04), la Suprema Corte ha affermato, in primo luogo, che “in una situazione in cui è certo che il medico ha dato alla patologia sottopostagli una risposta errata o in ogni caso inadeguata, è possibile affermare che, in presenza di fattori di rischio, detta carenza (che integra l’inadempimento della prestazione sanitaria) aggrava la possibilità che l’esito negativo si produca”; ribadendo, di poi, che “la chance, o concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato, non è una mera aspettativa di fatto, ma un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde la sua perdita, id est la perdita della possibilità consistente di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale”. 

Il profilo più discusso è rappresentato sicuramente dal modo in cui si declina il nesso eziologico nel danno da perdita di chance. 

Ora, a partire dalla sentenza n. 21619/2007, la Cassazione civile si è discostata dal modello delineato dalle Sezioni Unite penali nella nota pronuncia n. 30328/2002, per rimanere aderente ai tradizionali principi della responsabilità civile, atipicità dell’illecito, ingiustizia del danno, centralità della figura del danneggiato, rilievo dell’aumento del rischio. La detta pronuncia (relativa proprio ad una fattispecie di responsabilità medica) ha prospettato una gradazione che dalla “quasi certezza” penalistica muove verso la “causalità civile ordinaria”, attestata “sul versante della probabilità relativa (o “variabile”), caratterizzata (..) dall’accedere ad una soglia meno elevata di probabilità rispetto a quella penale” (la regola del “più probabile che non”); per approdare infine alla causalità da perdita di chance, “attestata tout court sul versante della mera possibilità di conseguimento di un diverso risultato terapeutico, da intendersi, rettamente, non come mancato conseguimento di un risultato soltanto possibile, bensì come sacrificio della possibilità di conseguirlo, inteso tale aspettativa (la guarigione da parte del paziente) come “bene”, come diritto attuale, autonomo e diverso rispetto a quello alla salute”. La regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non” è stata, poi, definitivamente consacrata dalle Sezioni unite con la sentenza n. 567/08. L’interferenza tra chance e causalità si apprezza, dunque, sul terreno della probabilità, che, da un lato, sostanzia “ontologicamente” la chance e, dall’altro, esprime il parametro di riferimento elettivo per l’accertamento del nesso causale (“più probabile che non”). 

Proprio questo è l’approdo del ragionamento della Corte nella sentenza n. 12961/11, nella quale si legge che, “quando sia stata fornita la dimostrazione, anche in via presuntiva e di calcolo probabilistico, dell’esistenza di una chance di consecuzione di un vantaggio in relazione ad una determinata situazione giuridica, la perdita di tale chance è risarcibile come danno alla situazione giuridica di cui trattasi indipendentemente dalla dimostrazione che la corretta utilizzazione della chance avrebbe presuntivamente o probabilmente determinato la consecuzione del vantaggio, essendo sufficiente anche la sola possibilità di tale consecuzione. La idoneità della chance a determinare presuntivamente ovvero solo possibilmente la detta consecuzione è, viceversa, rilevante, soltanto ai fini della concreta individuazione e quantificazione del danno, da effettuarsi eventualmente in via equitativa, posto che nel primo caso il valore della chance è certamente maggiore che nel secondo e, quindi, lo è il danno per la sua perdita, che, del resto, in presenza di una possibilità potrà anche essere escluso, all’esito di una valutazione in concreto della prossimità della chance rispetto alla consecuzione del risultato e della sua idoneità ad assicurarla“. Si è ritenuto, perciò, di potere “accedere ad un risultato per cui probabilità di esito favorevole dell’intervento medico e la sua sola possibilità non siano che gradazioni di una stessa affermazione di pregiudizio, risentito a causa dell’omissione colposa del comportamento dovuto. Ciò comporta optare, nelle situazioni caratterizzate dal più probabile che non, ma anche da una non eliminabile porzione di incertezza, per una applicazione generalizzata degli esiti della tecnica risarcitoria della chance e quindi nel senso di distribuire il peso del danno tra le parti in misura proporzionale all’apporto causale della colpa e dei fattori di rischio presenti nel paziente (cfr. Cass. 16.1.2009, n. 975)”. 

Ancora, nella sent. n. 7195 del 27.3.2014: “il modello d’indagine del nesso causale in caso di perdita di chance è si fondato sulla regola probatoria c.d. del “più probabile che non” (..), ma non nel senso in cui l’ha intesa la sentenza impugnata, bensì nel senso che è l’evento perdita di chance a costituire il termine di riferimento della causalità, quale evento di danno risarcibile […] Pertanto, una volta individuata una chance, per definizione consistente in mera possibilità (la cui esistenza sia però provata, sia pure in base a dati scientifici o statistici, come nel caso di specie), va indagato il nesso causale della perdita di tale possibilità con la condotta riferita al responsabile, prescindendo dalla maggiore o minore idoneità della chance a realizzare il risultato sperato (cfr. Cass. n. 23846/08), ma reputandola di per sé come “bene”, cioè un diritto attuale autonomo e diverso dagli altri, ivi compreso il diritto alla salute”. Continua la motivazione: “nel caso della responsabilità medica, in particolare per intervento terapeutico o chirurgico errato, occorre verificare se questo abbia comportato, per quanto qui rileva, la perdita della possibilità di vivere più a lungo, anche soltanto per poco tempo; nel caso di specie, si è considerato ragionevole parametro di riferimento il quinquennio, in quanto fatto oggetto di indagini statistico-epidemiologiche, ritenute attendibili dalla Corte d’Appello. Una volta accertato il nesso causale tra l’errore medico ed il mancato rallentamento della progressione della malattia o comunque tra l’errore medico e l’accorciamento della possibile durata della vita, secondo quanto sopra, la perdita di questa chance è comunque, in ipotesi, risarcibile, quale entità a sé, giuridicamente ed economicamente valutabile. La percentuale astratta di realizzabilità della chance, nel caso di specie il 41%, diventa oggetto di indagine, in un secondo momento, quando, tenuto conto della particolare situazione concreta, si dovrà addivenire alla quantificazione del risarcimento”. 

Il risarcimento da lesione di chance presuppone, quindi, la prova, anche solo presuntiva o secondo un calcolo di probabilità, della realizzazione in concreto di alcuni presupposti per il raggiungimento del risultato sperato e impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile dev’essere conseguenza diretta e immediata (tra le altre, Cass. n. 11353/2010, Cass. n. 5119/2010, Cass. n. 4052/2009, Cass. Sez. Un. n. 1850/2009). Invero, “la perdita di chance è risarcibile indipendentemente dalla dimostrazione che la concreta utilizzazione della chance avrebbe presuntivamente o probabilmente determinato la consecuzione del vantaggio, essendo sufficiente anche la sola possibilità di tale consecuzione. L’idoneità della chance a determinare presuntivamente o probabilmente ovvero solo possibilmente la detta conseguenza è, viceversa, rilevante soltanto ai fini della concreta individuazione e quantificazione del danno, da effettuarsi eventualmente in via equitativa, posto che nel primo caso il valore della chance è certamente maggiore che nel secondo e, quindi, lo è il danno per la sua perdita, che, del resto, in presenza di una possibilità potrà anche essere escluso, all’esito di una valutazione in concreto della prossimità della chance rispetto alla consecuzione del risultato e della sua idoneità ad assicurarla” (Cass. n. 23846/2008; negli stessi termini, Cass. n. 12961/2011). 

Nel caso in esame, non si verte in tema di danno da perdita del bene vita per effetto di una condotta colposa dei sanitari intervenuti, atteso che neppure una tempestiva diagnosi e la somministrazione di cure adeguate avrebbero verosimilmente evitato l’exitus, stante la gravità del quadro clinico del de cuius; si controverte, invece, della perdita di possibilità di sopravvivenza precluse per effetto dell’omessa tempestiva diagnosi di SCA-NSTEMI. 

Si ricorda che nel caso di perdita di chance il termine di riferimento della causalità ai fini dell’individuazione dell’evento dannoso non può essere la morte e, per contro, la mancata guarigione del paziente, bensì la perdita della possibilità, da parte di quest’ultimo, di vedere rallentare il decorso della malattia e quindi aumentata la durata della sopravvivenza. In altri termini, non si discute se l’evento morte si sarebbe verificato, quanto piuttosto della perdita, per effetto dell’inadempimento accertato a carico del debitore, della possibilità statistica che il paziente aveva, tenendo in conto tutti gli indici della situazione concreta, di conseguire un risultato utile (Cass. n. 4400/2004). L’esistenza della possibilità può essere provata anche attraverso il ricorso a dati scientifici o statistici e, in base ad essa, deve essere indagato il nesso causale tra la condotta medicale e la perdita di tale possibilità. 

Comunque, per l’accertamento del nesso eziologico “come per la causalità ordinaria, anche per la causalità da chances perduta, da intendersi come possibilità di un risultato diverso e migliore, l’accertamento del nesso di causalità materiale implica sempre l’applicazione della regola causale di funzione, cioè probatoria, del più probabile che non; sicchè, in questo caso, la ricorrenza del nesso causale può affermarsi allorchè il giudice accerti che quella diversa e migliore possibilità si sarebbe verificata piu` probabilmente che non” (Cass. n. 21255/2013). Ne deriva la necessità di indagare il rapporto tra la situazione fattuale di cui si controverte e la perdita della possibilità di ottenere un risultato utile (maggiore sopravvivenza e migliore qualità della vita) applicando gli ordinari criteri di verifica della causalità materiale e giuridica, come riconosciuto in ambito civile, secondo la regola del più probabile che non. La Suprema Corte ha affermato che “in tema di responsabilità medica, dà luogo a danno risarcibile l’errata esecuzione di un intervento chirurgico praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della “chance” di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto“. 

Il principio può agevolmente essere applicato alla fattispecie concreta, avendo l’omessa tempestiva diagnosi della SCA-NSTEMI impedito la somministrazione di una terapia (quella antiaggregante piastrinica) in grado di consentire una maggiore sopravvivenza a breve e medio termine ed anche di migliorare la qualità di vita del paziente, evitandogli la sofferenza patita circa da un mese prima del decesso e legata ai frequenti dolori anginosi, da sforzo e a riposo, della durata anche di 15-30 minuti. Sussiste, quindi, il nesso causale, atteso che l’errore medico ha comportato “più probabilmente che non” la perdita della possibilità di una vita più lunga da parte del paziente, statisticamente accertata. 

Ciò detto, considerato che le possibilità di sopravvivenza debbono essere “misurate in astratto secondo criteri percentuali”, l’idoneità della chance a produrre in quelle circostanze fattuali il risultato utile rileva in sede di quantificazione del risarcimento. 

Nel caso in esame, al fine di formulare una risposta fondata scientificamente, la dott.ssa Patria si è chiaramente rifatta alla (media) delle percentuali di riduzione della mortalità a seguito di impiego preventivo di determinati farmaci (aspirina, statine, BB, ACE inibitori) dopo infarto miocardico, indicati come antiaggreganti dalla letteratura scientifica, criterio dotato di logica e comunque non specificamente contestato. 

Il c.t.u. ha, quindi, concluso che un pronto riconoscimento della patologia e il suo tempestivo trattamento farmacologico avrebbero ridotto del 20% il rischio di mortalità, da leggersi in termini di possibilità di più lunga sopravvivenza. 

Si sottolinea che il parametro quantifica la perdita di chance di sopravvivenza, non certamente la probabilità in termini percentuali dal punto di vista del collegamento eziologico tra l’inadempimento e la riduzione di chance di sopravvivenza. 

Pare utile ricordare che la rilevanza dell’elemento tempo quale componente essenziale del bene della vita, con la conseguente rilevanza di ogni fatto imputabile che ne determini l’anticipata cessazione, è stata oggetto di riconoscimento in plurime pronunce del giudice di legittimità in ipotesi speculari, sia per comportamenti omissivi anticipatori di un decesso comunque inevitabile, sia per condotte omissive che ne avrebbero ritardato la sopravvenienza (Cass. nn. 23846/2008; 20996/2012). La stessa giurisprudenza ha chiarito, al contempo, che, proprio perché il fatto illecito non è stato causa della morte in se´, ma solo della morte in quella data e non successivamente, il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale in favore degli aventi diritto non potrà che investire detta anticipazione della morte ed avere quindi come termini di riferimento il lasso di tempo intercorrente tra la data in cui l’evento (exitus) si è effettivamente verificato e quello in cui si sarebbe presumibilmente verificato se il fatto illecito (omesso rallentamento della malattia o acceleratore di fattori patogeni preesistenti) non fosse stato commesso. 

Deve dunque procedersi alla liquidazione del danno in conformità ai principi espressi dalle Sezioni Unite in ordine al carattere unitario del danno non patrimoniale (cfr. sent. n. 26972/2008). Si pone ora il problema dei criteri di liquidazione del danno richiesto, da effettuarsi necessariamente in via equitativa, in assenza di parametri normativi ed anche di costanti e solidi riscontri giurisprudenziali. 

Si ritiene comunque di adottare un criterio che guidi l’esercizio dell’equità. In difetto di previsioni normative, può richiamarsi quale primo criterio orientativo, quanto elaborato nelle Tabelle milanesi per la liquidazione del danno non patrimoniale. All’interno di esse può assumersi, quale punto valutativo di partenza, il danno da perdita parentale, rielaborato in aderenza alla peculiarità della lesione. 

Il dato relativo va adeguatamente rimodulato in considerazione della vicenda clinica, delle condizioni familiari e sociali del danneggiato e di ogni altro indice presente nella situazione concreta della parte lesa, apprezzabile in funzione della perimetrazione del contenuto specifico delle possibilità (di guarigione o di sopravvivenza) perdute, da valutarsi sotto ogni profilo rilevante e attinente ai riflessi sulla sua integrità psico-biologica, al condizionamento e al pregiudizio nello svolgimento delle sue attività areddituali, ad ogni ulteriore aspetto morale che concorre a descrivere il danno non patrimoniale, e, necessariamente, sulla base delle risultanze e delle allegazioni anche presuntive offerte dalla parte. Tale rimodulazione risponde a quell’esigenza di “personalizzazione” del danno che la stessa Suprema Corte ha posto ripetutamente quale operazione imprescindibile in sede di risoluzione della singola controversia. 

Analogo parametro può, invero, essere adottato per la perdita delle possibilità di sopravvivenza del paziente, potendosi ravvisare in capo ad esso una sofferenza per la perdita delle possibilità di sopravvivere alla patologia riportata per un tempo significativamente più lungo, speculare a quella vissuta dai propri cari in correlazione alla medesima vicenda. 

Fatta applicazione dei criteri illustrati, le componenti offerte dalla valutazione tabellare rappresentano parametro condiviso per procedere ad una liquidazione equitativa del danno da perdita di chance di sopravvivenza che, tenendo conto dell’età e delle condizioni generali di salute del paziente, consenta di procedere ad un ragionato abbattimento dei valori tabellarmente previsti. 

In conclusione, si può prendere come parametro di riferimento l’importo medio previsto dalle Tabelle 2018 per il danno derivante dalla perdita di un congiunto (diverso da fratello o nipote) ridotto del 50%, atteso che il danno da perdita di chance di aspettativa di vita è ovviamente inferiore a quello minimo da perdita del bene vita e ragionevolmente minore della metà di esso. 

Tenuto conto dell’età del Deville (anni 57) al momento del decesso, della situazione clinica comunque compromessa del medesimo e del fatto che le possibilità di sopravvivenza sono state ridotte al più in misura del 20%, si stima equo individuare il danno non patrimoniale da perdita di chance di sopravvivenza del de cuius in complessivi euro 40.000.00, da riconoscersi agli attori. 

Secondo i criteri della successione legittima di cui all’art. 581 c.c., il danno biologico trasmissibile jure hereditario va riconosciuto a tutti gli attori. 

  1.  

Parte attrice ha dedotto che la “progressione del dolore psicofisico ha influito notevolmente sulla capacità lavorativa del sig. xxxe e ciò ha comportato una drastica riduzione del proprio fatturato”. 

Si rammenta preliminarmente che, per avere diritto al risarcimento del danno da riduzione della capacità lavorativa specifica, non è sufficiente dimostrare che, a seguito del sinistro, il danneggiato ha cessato l’attività lavorativa precedentemente svolta ovvero ha subito una riduzione dei redditi già percepiti; invero, tra lesione della salute e diminuzione della capacità di guadagno non sussiste alcun rigido automatismo. In presenza di una lesione all’integrità fisica, anche di non modesta entità, non può ritenersi ridotta in egual misura la capacità di produrre reddito, avendo il soggetto leso sempre l’onere di allegare e provare, anche mediante presunzioni, che l’invalidità permanente abbia inciso sulla capacità di guadagno (Cass. 14/6/2007 n. 13953; v. anche Cass. 29/4/2006 n. 10031; ord. n. 23468 del 4/11/2014). E’ necessario, poi, dimostrare, che sia l’assenza dal lavoro, sia la contrazione del reddito sono in rapporto di causa effetto rispetto alla lesione della salute. 

Nel caso di specie, non è stata formulata alcuna compiuta deduzione in ordine all’an e al quantum del danno preteso. L’allegazione (generica) non è, poi, comprovata dai modelli Unico PF prodotti sub doc. 12, 13, 14 att.: nel 2011 il reddito complessivo dichiarato da Oderiano Deville era pari ad euro 22.505,00; nel 2012, ad euro 16.209,00 e nel 2013 (anno dei fatti) ad euro 15.964,00, abbattuto ad euro 7.643,00 per oneri deducibili (non riconducibili al caso di specie). 

Non vi è prova, quindi, di una “drastica riduzione del fatturato” rispetto all’anno precedente. 

Inoltre, nessun elemento si riscontra in ordine al nesso eziologico tra l’asserita riduzione del reddito e la lesione del diritto alla salute. 

  1.  

Quanto al danno da perdita parentale (ovverosia da perdita di chances di godere degli anni di sopravvivenza del proprio congiunto che una tempestiva terapia di contrasto alla malattia avrebbe potuto garantire) in favore del fratello (poi anch’egli deceduto) e delle nipoti, il soggetto che chiede iure proprio il risarcimento del danno subito a seguito della morte di un congiunto lamenta un pregiudizio concernente un interesse giuridico diverso dal bene salute di cui è titolare (e la cui ratio trova tutela nell’articolo 32 Cost.), in quanto l’interesse fatto valere attiene all’intangibile sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, nonché all’inviolabile libertà di piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana all’interno della famiglia, così come intese dagli artt. 2, 29 e 30 Cost. Trattasi di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’articolo 2059 c.c. (così Cass. N. 2557/2011; N. 1072/2011; N. 26972/2008). 

Ormai consolidato è l’orientamento secondo cui ai prossimi congiunti della vittima di un fatto illecito spetti un risarcimento iure proprio per i danni subiti (v. Cass. S.U. 1/07/2002 n. 9556; Cass. 28/11/2007 n. 24745, oltre le decisioni già citate), il quale, come già sottolineato, deve comprendere ogni aspetto del pregiudizio in modo tale da non creare duplicazioni, ma nemmeno vuoti risarcitori (ex multis v. Cass. 22/08/2013 n. 19402). “Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti” (Cass. 9 maggio 2011, n. 10107).[wpforms id=”21592″]

In ordine alla prova del danno, come statuito dalla Suprema Corte nella sent. n. 16912 del 20/8/2015, “il pregiudizio da perdita del rapporto parentale, da allegarsi e provarsi specificamente dal danneggiato ex art. 2697 CC, rappresenta un peculiare aspetto del danno non patrimoniale, distinto dal danno morale e da quello biologico, con i quali concorre a compendiarlo e consta non già nella mera perdita delle abitudini di vita e dei riti propri della quotidianità, bensì nello sconvolgimento della esistenza, rivelato da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita”. 

E’ utile ricordare anche i principi espressi nella sent. n. 2130/2016: “Se dunque la convivenza non può assurgere a connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali ovvero a presupposto dell’esistenza del diritto in parola, la stessa costituisce elemento probatorio utile, unitamente ad altri elementi, a dimostrare l’ampiezza e la profondità del vincolo affettivo che lega tra loro i parenti e a determinare anche il quantum debeatur. Va da sé che ad evitare quanto già paventato da questa Corte (dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari e possibilità di prove compiacenti) è sufficiente che sia fornita la prova rJanosa degli elementi idonei a provare la lamentata lesione e l’entità dei danni (v. Cass. 22/10/2013, n. 23917; Cass. 21/01/2011, n. 1410) e che tale prova sia correttamente valutata dal giudice”. 

Ora, quanto al rapporto tra il de cuius e il fratello, parte attrice ha messo in evidenza solo il legame di convivenza tra gli stessi (comprovato da doc. 1, 2 att.), in essere dal matrimonio di Luigi con Lorella Bertrand, deducendo che tra loro vi fosse “un ottimo rapporto affettivo”. 

Parte attrice ha assunto poi che il rapporto con le nipoti Ginevra e Germana (figlie del fratello premorto Ramiro) fosse ottimo, rappresentando Oderiano per loro “un punto di riferimento”. Il de cuius avrebbe contribuito alle spese del nucleo familiare di appartenenza, facendo sovente regali al fratello, alla cognata ed anche alle nipoti,; Oderiano “era una presenza fissa nelle vacanze estive e nei week end dell’intero nucleo familiare”. 

A supporto di tali allegazioni parte attrice ha prodotto alcune fotografie relative a feste di compleanno, matrimoni, genericamente scene di vita familiare. I capitoli di prova testimoniale relativi al rapporto con i familiari sono stati stimati generici e valutativi (v. ordinanza del 26.6.18). 

In base ai criteri già espressi, tenuto conto della percentuale di perdita di chance, dell’età del de cuius al momento del decesso in relazione anche all’età dei familiari, considerato che parte attrice non ha allegato, né provato specifici elementi in ordine alla natura e all’intensità dei rapporti tra di essi, se non la relazione di coabitazione con il nucleo familiare del fratello Luigi (si sottolinea che Ginevra e Germana non facevano parte di esso e da tempo sono coniugate), si stima congrua la somma di euro 15.000,00 per il fratello e di euro 7.000,00 per ciascuna delle nipoti. L’importo riconosciuto in favore del fratello Luigi – deceduto il 22.9.17 – è dovuto agli attori in riassunzione Rodion Deville, Jan Deville e Lorella Bertrand, quali eredi del de cuius. 

Le somme cosi` liquidate devono intendersi comprensive, avendone tenuto conto, degli aspetti non solo contingenti, in quanto legati alla sofferenza acuta conseguente alla condotta lesiva, ma anche del più ampio pregiudizio determinatosi in tutti gli aspetti della vita del paziente e dei parenti in relazione all’ampio contesto affettivo relazionale del soggetto leso, ricomprendendosi ogni vulnus direttamente derivante dall’evento lesivo in esame, in una valutazione unitaria del danno non patrimoniale connesso alla perdita delle chances di sopravvivenza. 

In conclusione, è riconosciuto: 

– il danno non patrimoniale – nelle componenti di danno biologico e da perdita di chance di sopravvivenza – trasmesso agli eredi complessivamente pari ad euro 43.731,50; 

– il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale iure proprio in misura di euro 15.000,00 in favore del fratello e di euro 7.000,00 per ciascuna delle nipoti. 

Riguardo agli accessori sulle somme risarcitorie riconosciute è dovuta, conformemente ai principi generali sui debiti di valore, la rivalutazione monetaria maturata dalla data dell’omessa diagnosi (2.8.2013) fino all’odierna liquidazione (data sentenza), da calcolarsi applicando gli indici ISTAT del costo della vita. Per il calcolo degli interessi compensativi, occorre applicare il criterio messo a punto nella sentenza della Corte di Cassazione a Sezione Unite 17.2.1995 n. 1712, secondo cui gli interessi sui debiti di valore vanno calcolati sulla somma corrispondente al valore della somma al momento dell’illecito, via via rivalutata anno per anno sulla base dei noti indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati. In applicazione di tale criterio, al fine del calcolo degli interessi, la somma capitale come sopra determinata deve essere previamente devalutata in base ai detti indici ISTAT fino alla data dell’illecito e sulla stessa, progressivamente rivalutata anno per anno, devono calcolarsi gli interessi al tasso legale. 

Le spese di lite sia del presente giudizio, sia del procedimento di accertamento tecnico preventivo n. 1279/2016 seguono la soccombenza e sono liquidate – come in dispositivo – in base a parametri prossimi ai medi (minimi, invece, per l’a.t.p.) di cui al D.M. 55/14, sulla base della somma riconosciuta, tenuto conto delle questioni trattate e della durata del processo. 

Parimenti le spese della c.t.u. – già liquidate nel procedimento di a.t.p. (cfr. doc. 21 att.). – sono poste definitivamente a carico della convenuta. 

Parte attrice ha proposto domanda di condanna ex art. 96 c.p.c. in ragione del fatto che l’Azienda ha contestato l’addebito di responsabilità, nonostante gli esiti dell’accertamento tecnico preventivo. Sarebbe a dire che la convenuta deve essere sanzionata per avere articolato una difesa in opposizione alle domande attoree (invece di ammettere pianamente la propria responsabilità), tesi che non si sposa con il legittimo diritto di difesa della parte evocata in giudizio e, quindi, non condivisibile. 

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone: 

  1. condanna l’Azienda USL di Reggioxxxx, dei danni non patrimonialiiure proprioper complessivi euro 15.000,00 e in favore di Ginevra Deville e Germana Deville per euro 7.000,00 ciascuno, nonche´ del danno non patrimoniale iure hereditatis in misura di complessivi euro 43.731,50 in favore di tutti gli attori, il tutto oltre interessi legali e rivalutazione, come detto in motivazione; 
  2. rigetta per il resto;
  3. condanna la convenuta a rifondere a parte attrice le spese del presente giudizio e del procedimento di accertamento tecnico preventivo, che liquida (le prime) in euro 11.000,00 per compensi ed euro 797,40 per esborsi, (le seconde) in euro 2.140,00 per compensi ed euro 286,00 per esborsi, sempre oltre rimborso 15% per spese forfettarie, I.v.a. e c.p.a. come per legge;
  4. pone definitivamente a carico della convenuta le spese di c.t.u.
  5. rigetta la [wpforms id=”21592″] ex art. 96 c.p.c.

Reggio Emilia, 14 febbraio 2019 

Il Giudice

Camilla Sommariva

BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA AVVOCATO ESPERTO PER I TUOI DANNI MALASANITA’ 

SE VUOI RISOLVRE DOBBIAMO VEDERCI CHIAMA E PRENDI APPUNTAMENTO

051 6447838

RISARCIMENTO PER MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI

CHIAMA SUBITO 051 6447838

In punto di nesso di causalità, è noto l’approdo della giurisprudenza assolutamente dominante, secondo cui è ‘causa’ di un evento quell’antecedente senza il quale l’evento stesso non si sarebbe verificato: un comportamento umano è dunque causa di un evento solo se, senza di esso, l’evento non si sarebbe verificato (formula positiva); non lo è se, anche in mancanza di tale comportamento, l’evento si sarebbe verificato egualmente (formula negativa).

Da questo concetto nasce la nozione di giudizio controfattuale (‘contro i fatti’), che è l’operazione intellettuale mediante la quale, pensando assente una determinata condizione (la condotta antigiuridica tenuta dell’imputato), ci si chiede se, nella situazione così mutata, si sarebbe verificata, oppure no, la medesima conseguenza: se dovesse giungersi a conclusioni positive, risulterebbe, infatti, evidente che la condotta dell’imputato non costituisce causa dell’evento. Il giudizio controfattuale costituisce, pertanto, il fondamento della teoria della causalità accolta dal nostro codice e cioè della teoria condizionalistica.

Naturalmente esso, imponendo di accertare se la condotta doverosa omessa, qualora eseguita, avrebbe potuto evitare l’evento, richiede preliminarmente l’accertamento di ciò che è effettivamente accaduto e cioè la formulazione del c.d. giudizio esplicativo (Cass., Sez. 4, n. 23339 del 31-1-2013, Rv. 256941). Per effettuare il giudizio controfattuale, è quindi necessario ricostruire, con precisione, la sequenza fattuale che ha condotto all’evento, chiedendosi poi se, ipotizzando come realizzata la condotta dovuta dall’agente, l’evento lesivo sarebbe stato o meno evitato o posticipato (Cass., Sez. 4, n. 43459 del 4-10-2012, Rv. 255008). In tema di responsabilità medica, è dunque indispensabile accertare il momento iniziale e la successiva evoluzione della malattia, in quanto solo in tal modo è possibile verificare se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta dal sanitario, l’evento lesivo sarebbe stato evitato o differito (Cass., Sez. 4, n. 43459 del 4-10-2012, Rv. 255008).

Visualizza articolo

Giova ricordare l’orientamento giurisprudenziale in tema di responsabilità medica formatosi prima dell’entrata in vJane del D.L. n. 158/2011, convertito con modificazioni dalla Legge n. 189/2012, che in ogni caso non ha modificato la natura del rapporto fra paziente e struttura sanitaria, come è nel caso che ne occupa. 

Secondo la giurisprudenza dominante, la fattispecie è ricondotta nell’alveo della responsabilità di tipo contrattuale; la relazione paziente – ospedale è ricostruita nelle forme di un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo (cosiddetto contratto di spedalità), da cui, “a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal servizio sanitario nazionale o da altro ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze” (Cass., sez. III, sent. n. 13953 del 14/06/2007; conforme Cass., sez. III, Sentenza n. 18610 del 22/09/2015). 

Ne consegue che la responsabilità dell’ente nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario anche in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale.

CHIAMA SUBITO NON ASPETTARE SOLO DI PERSONA POSSIAMO DISCUTERE  LA TUA POSIZIONE IN MODO APPROFONDITO IL DIRITTO E L’ASCOLTO DEL CLIENTE E’ UNA COSA MOLTO SERIA E DELICATA

051 6447838

apparecchiatura alcol-blow: accertamenti

apparecchiatura detta alcol-blow: accertamenti non invasivi non necessita il previo avvertimento all’assistenza difensiva, richiamando pertinente giurisprudenza di legittimità (Sez. U, n. 5396 del 29/01/2015, P.G. in proc. Bianchi, Rv. 263025

 relazione agli accertamenti non invasivi con l’apparecchiatura detta alcol-blow, non necessita il previo avvertimento, richiamando pertinente giurisprudenza di legittimità (Sez. U, n. 5396 del 29/01/2015, P.G. in proc. Bianchi, Rv. 263025, secondo cui “In tema di disciplina della circolazione stradale, la polizia giudiziaria non ha l’obbligo di dare avviso della facoltà di nominare un difensore di fiducia alla persona sottoposta agli accertamenti qualitativi non invasivi e alle prove previsti dall’art. 186 C.d.S.,

 

comma 3, in quanto gli stessi hanno funzione meramente preliminare rispetto a quelli eseguiti mediante etilometro e, come tali, restano estranei alla categoria degli accertamenti di cui all’art. 354 cod. proc. pen.”), e che, quanto alla verifica successiva, essa è sicuramente avvenuta previo avviso delle facoltà difensive, come si desume dal contenuto del relativo verbale che, in effetti redatto dopo, “è tutto impostato con riferimento a quanto accaduto pochi minuti prima (accertamenti compresi)” (così alla p. 2 della sentenza di appello).

AVVOCATO PENALISTA 

ESPERTO CASSAZIONISTA 

BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA  

MILANO PADOVA VICENZA TREVISO

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SEZIONE QUARTA PENALE

Sentenza 11 luglio – 19 ottobre 2018, n. 47761

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IZZO Fausto – Presidente –

Dott. TORNESI Daniela Rita – Consigliere –

Dott. BELLINI Ugo – Consigliere –

Dott. CENCI Daniele – rel. Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SEPARAZIONE ANCORA SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA QUANDO COME E LA CASA IN COMUNE? E I FIGLI? Non si scherza per niente con la separazione , soprattutto quando in mezzo ci sono figli o beni immobili da dividere.
SEPARAZIONE ANCORA SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA QUANDO COME E LA CASA IN COMUNE? E I FIGLI? Non si scherza per niente con la separazione , soprattutto quando in mezzo ci sono figli o beni immobili da dividere.

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.P., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27/03/2018 della CORTE APPELLO di CATANIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. DANIELE CENCI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. LIGNOLA Ferdinando, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso.

 

Svolgimento del processo

1.La Corte di appello di Catania il 27 marzo 2018 ha integralmente confermato la decisione emessa il 15 ottobre 2015 con cui il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Catania, all’esito del giudizio abbreviato, ha ritenuto P.P. responsabile del reato di guida in stato di ebbrezza (D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 186, comma 2, lett. c), con l’aggravante dell’ora notturna, fatto commesso il (OMISSIS), condannando l’imputato alla pena ritenuta di giustizia.

2.Ricorre per la cassazione della sentenza l’imputato, tramite difensore, affidandosi a tre motivi, con i quali denunzia violazione di legge (tutti e tre i motivi) e difetto motivazionale (il primo).

2.1. Con il primo motivo, in particolare, censura violazione degli artt. 354 e 356 c.p.p. e art. 114 disp. att. c.p.p. e mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione a quella parte della sentenza che disattende la eccezione, avanzata dalla difesa già sin dalla opposizione a decreto penale a suo tempo emesso e ribadita anche nei motivi di appello, circa la nullità / inutilizzabilità del risultato dell’alcooltest per mancanza del previo avviso circa il diritto all’assistenza difensiva,

 

avviso che deriva dall’avere segnato con una crocetta l’apposito spazio (“NO”) su di un mero verbale precompilato, redatto in orario successivo (ore 4.45) a quello dei due controlli sulla presenza di alcool nell’organismo (prima verifica ore 4.24, con esito 1,88 grammi / litro; seconda verifica alle ore 4.34, con esito 1.84 g / l): la irregolarità era talmente evidente – osserva il ricorrente – che P.P. si è rifiutato di firmare il terzo verbale in ordine cronologico.

2.2. Con il secondo motivo lamenta la mancata applicazione dell’art. 131-bis c.p., di cui ricorrerebbero, ad avviso del ricorrente, nel caso di specie i presupposti.

2.3. Mediante l’ultimo motivo, infine, denunzia l’essere stata la sentenza di appello pronunziata nonostante la prescrizione fosse già maturata nel lasso temporale intercorso tra le decisioni di merito.

 

Motivi della decisione

1.Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

1.1.Quanto al primo motivo, è infondato.

La Corte territoriale, infatti, ha adeguatamente spiegato (p. 2), in conformità alla decisione di primo grado (p. 2) che, in relazione agli accertamenti non invasivi con l’apparecchiatura detta alcol-blow, non necessita il previo avvertimento, richiamando pertinente giurisprudenza di legittimità (Sez. U, n. 5396 del 29/01/2015, P.G. in proc. Bianchi, Rv. 263025, secondo cui :

“In tema di disciplina della circolazione stradale, la polizia giudiziaria non ha l’obbligo di dare avviso della facoltà di nominare un difensore di fiducia alla persona sottoposta agli accertamenti qualitativi non invasivi e alle prove previsti dall’art. 186 C.d.S., comma 3,

 

in quanto gli stessi hanno funzione meramente preliminare rispetto a quelli eseguiti mediante etilometro e, come tali, restano estranei alla categoria degli accertamenti di cui all’art. 354 cod. proc. pen.”), e che, quanto alla verifica successiva, essa è sicuramente avvenuta previo avviso delle facoltà difensive, come si desume dal contenuto del relativo verbale che, in effetti redatto dopo, “è tutto impostato con riferimento a quanto accaduto pochi minuti prima (accertamenti compresi)” (così alla p. 2 della sentenza di appello).

Si tratta di un accertamento in punto di fatto che risulta logico ed incensurabile in sede di legittimità.

1.2. Il secondo motivo è parimenti infondato, non risultando l’applicazione dell’art. 131-bis cod. pen. richiesta dalla difesa nè nelle conclusioni rassegnate in primo grado nè nell’atto di appello.

1.3. In relazione, infine, alla prescrizione, si osserva che, risalendo il fatto al (OMISSIS) e dovendosi calcolare anche la sospensione per due mesi e sedici giorni (rinvio disposto all’udienza dell’11 gennaio 2018), la prescrizione maturerà, ipoteticamente, il 21 luglio 2018 (infatti: (OMISSIS) + 5 anni = (OMISSIS) + 2 mesi e 16 giorni = (OMISSIS)).

2.Consegue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.


Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 11 luglio 2018.

Depositato in Cancelleria il 19 ottobre 2018.

AVVOCATO PENALISTA 

ESPERTO CASSAZIONISTA 

BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA  

MILANO PADOVA VICENZA TEVISO

Call Now Buttonchiama subito cosa aspetti?