Stalking, circostanze aggravanti, strumenti telematici, social media, whatsapp,  

 

 

Stalking, circostanze aggravanti, strumenti telematici, social media, whatsapp,

 

 

 

 

FATTO

. Con sentenza del 27/04/2017 il Tribunale di Verbania ha applicato, ai sensi dell’art. 444 c.p.p., a D.L.D. la pena di sei mesi di reclusione, in relazione al reato di cui all’art. 612 bis c.p., rilevando: a) che la circostanza aggravante dell’uso del mezzo informatico, in ragione dell’impiego di whatsapp, faceva parte del contenuto descrittivo dell’imputazione e doveva essere ritenuta subvalente rispetto alle concordate circostanze attenuanti generiche; b) che l’imputato doveva essere condannato alla rifusione delle spese di assistenza e di rappresentanza, liquidate in Euro 2.300,00 per compensi, oltre accessori di legge.

RICETTAZIONE ? ACQUISTO PER SE DI ANABOLIZZANTI

Con sentenza del 27/04/2017 il Tribunale di Verbania ha applicato, ai sensi dell’art. 444 c.p.p., a D.L.D. la pena di sei mesi di reclusione, in relazione al reato di cui all’art. 612 bis c.p., rilevando: a) che la circostanza aggravante dell’uso del mezzo informatico, in ragione dell’impiego di whatsapp, faceva parte del contenuto descrittivo dell’imputazione e doveva essere ritenuta subvalente rispetto alle concordate circostanze attenuanti generiche; b) che l’imputato doveva essere condannato alla rifusione delle spese di assistenza e di rappresentanza, liquidate in Euro 2.300,00 per compensi, oltre accessori di legge

MODIFICA CONDIZIONI DIVORZIO:CAMBIO REGIONE DELLA MADRE COLLOCATARIA :TRIBUNALE BOLOGNA
MODIFICA CONDIZIONI DIVORZIO:CAMBIO REGIONE DELLA MADRE COLLOCATARIA :TRIBUNALE BOLOGNA

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 11 ottobre 2018 – 28 gennaio 2019, n. 3989

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PEZZULLO Rosa – Presidente –

Dott. SETTEMBRE Antonio – Consigliere –

Dott. MICHELI Paolo – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. BORRELLI Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

D.L.D., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27/04/2017 del GIP TRIBUNALE di VERBANIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE DE MARZO;

udito il Procuratore Generale, in persona del dott. PASQUALE FIMIANI, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del 27/04/2017 il Tribunale di Verbania ha applicato, ai sensi dell’art. 444 c.p.p., a D.L.D. la pena di sei mesi di reclusione, in relazione al reato di cui all’art. 612 bis c.p., rilevando: a) che la circostanza aggravante dell’uso del mezzo informatico, in ragione dell’impiego di whatsapp, faceva parte del contenuto descrittivo dell’imputazione e doveva essere ritenuta subvalente rispetto alle concordate circostanze attenuanti generiche; b) che l’imputato doveva essere condannato alla rifusione delle spese di assistenza e di rappresentanza, liquidate in Euro 2.300,00 per compensi, oltre accessori di legge.
  2. Nell’interesse dell’imputato è stato proposto ricorso per cassazione, affidato ai seguenti motivi.

2.1. Con il primo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, rilevando: a) che la motivazione adoperata dal giudice in sentenza, per giustificare l’ammissione della parte civile, non era coerente con quella contenuta nell’ordinanza; b) che, in particolare, in quest’ultima si rilevava che la somma di Euro 1.500,00 non risultava che fosse stata versata ad integrale risarcimento del danno subito; c) che peraltro la parte civile, oltre a non esporre le ragioni giustificative della domanda, non aveva quantificato il danno nell’atto di costituzione nè aveva argomentato in ordine all’inadeguatezza della somma sopra indicata a ristorare il pregiudizio subito; d) che, quanto alle argomentazioni sviluppate in sentenza, la parte civile non può intervenire sulla congruità della pena o sulla concedibilità della sospensione condizionale della pena.

2.2. Con il secondo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge in relazione alla liquidazione delle spese di assistenza e di rappresentanza della parte civile, non sorretta da alcuna argomentazione, tanto più necessaria, in quanto, nella specie, l’entità della somma non corrispondeva all’attività svolta secondo le voci e le tariffe di cui al D.M. n. 55 del 2014.

2.3. Con il terzo motivo si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, per avere il Tribunale pronunciato la sentenza, nonostante l’assenza di consenso dell’imputato all’applicazione della pena in relazione ad un’imputazione modificata e resa più grave dal P.M. per effetto della contestazione di una circostanza aggravante, peraltro del tutto insussistente, non potendo essere qualificata la messaggistica telefonica tra solo due utenti come mezzo informatico.

Motivi della decisione

  1. Il terzo motivo, da esaminare preliminarmente per ragioni di ordine logico, è infondato, dal momento che, come puntualmente rilevato dalla sentenza impugnata, nel caso di specie, non vi è stata alcuna modifica della fattispecie contestata, ma la mera esplicitazione, rispetto al fatto specificamente descritto nel capo di imputazione, della necessità di considerare la circostanza aggravante dell’uso del mezzo informatico – quale puntualmente ritenuto l’impiego del sistema di messaggistica whatsapp – come subvalente, in modo da conservare il risultato sanzionatorio concordato dalle parti.
  2. Il primo motivo è, nel suo complesso, infondato.

Il provvedimento che ammette la costituzione di parte civile è inoppugnabile e preclude ogni contestazione in ordine alla legitimatio ad processum, restando solo la possibilità di esaminare la legitimatio ad causam e, in particolare, la configurabilità e sussistenza del diritto sostanziale azionato dalla parte civile nel giudizio penale (Sez. 2, n. 17108 del 22/03/2011, Muscariello, Rv. 250326).

In ogni caso, in tema di costituzione di parte civile, l’indicazione delle ragioni che giustificano la domanda risarcitoria è funzionale esclusivamente all’individuazione della pretesa fatta valere in giudizio, non essendo necessaria un’esposizione analitica della causa petendi, sicchè per soddisfare i requisiti di cui all’art. 78 c.p.p., lett. d), è sufficiente il mero richiamo al capo di imputazione descrittivo del fatto, allorquando il nesso tra il reato contestato e la pretesa risarcitoria azionata risulti con immediatezza (Sez. 6, n. 32705 del 17/04/2014, Coccia, Rv. 260325).

In siffatta cornice di riferimento, la contestazione della sussistenza di un diritto risarcitorio, per effetto della idoneità della somma versata in favore della persona offesa a riparare il danno, è del tutto generica e non riesce a superare il rilievo motivazionale per cui la dazione neppure risultava essere stata effettuata a titolo di integrale ristoro del pregiudizio arrecato.

  1. Il secondo motivo è infondato, dal momento che la critica del ricorrente, ancorata ai parametri del D.M. n. 55 del 2014, fa riferimento ai compensi medi previsti per la fase istruttoria (Euro 810,00) e alla fase introduttiva (Euro 720,00), ma trascura del tutto la voce concernente la partecipazione alla fase decisionale (Euro 1.350,00), che, sia pure con riguardo allo specifico apporto che può essere fornito dalla parte civile, non può essere semplicisticamente ed immotivatamente disconosciuta.
  2. Alla pronuncia di rigetto consegue, ex art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento, si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, il 11 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria, il 28 gennaio 2019.

 AVVOCATO ESPERTO AGENTI COMMERCIO    

 AVVOCATO ESPERTO AGENTI COMMERCIO

 

 AVVOCATO ESPERTO AGENTI COMMERCIO      
 AVVOCATO ESPERTO AGENTI COMMERCIO    

AGENTI COMMERCIO:ALIQUOTA PROVVIGIONI INFERIORE

 

PRECISA LA SUPREMA CORTE

 

La Corte di Appello di Reggio Calabria, con sentenza depositata il 21 aprile 2011, accogliendo il gravame interposto da Salumificio F.S. S.p.A. avverso la pronunzia emessa dal Tribunale della stessa sede, nei confronti di F.R., in riforma della sentenza di prime cure, rigettava le originarie domande del F., condannando quest’ultimo alla restituzione delle somme erogategli dall’appellante in esecuzione della sentenza del primo giudice. Il F., in qualità di agente di commercio per conto della società, lamentava l’incompleto pagamento delle provvigioni, essendo stata, a suo parere, applicata a diversi affari, un’aliquota inferiore a quella dovuta. Aveva quindi chiesto la condanna della società al pagamento delle differenze provvigionali nonché dei maggiori importi sulle spettanze di fine rapporto conseguenti all’aumento del monte provvigioni..

 

 

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 16 ottobre 2017, n. 24348

Agente di commercio – lncompleto pagamento delle provvigioni – Aliquota inferiore a quella dovuta

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Reggio Calabria, con sentenza depositata il 21 aprile 2011, accogliendo il gravame interposto da Salumificio F.S. S.p.A. avverso la pronunzia emessa dal Tribunale della stessa sede, nei confronti di F.R., in riforma della sentenza di prime cure, rigettava le originarie domande del F., condannando quest’ultimo alla restituzione delle somme erogategli dall’appellante in esecuzione della sentenza del primo giudice. Il F., in qualità di agente di commercio per conto della società, lamentava l’incompleto pagamento delle provvigioni, essendo stata, a suo parere, applicata a diversi affari, un’aliquota inferiore a quella dovuta. Aveva quindi chiesto la condanna della società al pagamento delle differenze provvigionali nonché dei maggiori importi sulle spettanze di fine rapporto conseguenti all’aumento del monte provvigioni..

Per la cassazione della sentenza ricorre il F. articolando tre motivi, cui resiste con controricorso la S.p.A. Salumificio F.S. che spiega, a sua volta, ricorso incidentale condizionato.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo il ricorrente deduce che la motivazione risulta resa in violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dell’AEC di settore, poiché i giudici di merito avrebbero erroneamente valorizzato la mera condotta delle parti nell’esecuzione del contratto senza tenere in alcun conto la normativa di legge e di contrattazione collettiva, nonché le pattuizioni del contratto individuale disciplinanti la forma del contratto di agenzia e delle eventuali modifiche allo stesso.

1.1. Il motivo non è fondato.

Va innanzitutto premesso che il ricorrente non indica espressamente in quali errori logico-giuridici sarebbe incorsa la Corte di merito né quali siano state le pretese violazioni di legge o di A.E.C. invocate, essendosi lo stesso limitato a sostenere che l’esatta interpretazione delle clausole contrattuali sarebbe stata fornita dal giudice di prima istanza (favorevoli al F.) e che a quella interpretazione la Corte d’Appello avrebbe dovuto uniformarsi.

Orbene, in ordine all’interpretazione del contratto, basti ricordare i consolidati arresti giurisprudenziali di legittimità (per tutti: Cass. n. 25517/2010), alla stregua dei quali “l’interpretazione del contratto e degli atti di autonomia privata costituisce un’attività riservata al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale ovvero per vizi di motivazione, qualora la stessa risulti contraria a logica o incongrua, cioè tale da non consentire il controllo del procedimento logico seguito per giungere alla decisione. “Ai fini della violazione dei canoni ermeneutici non è peraltro sufficiente l’astratto riferimento alle regole legali di interpretazione, ma è necessaria la specificazione dei canoni in concreto violati, con la precisazione del modo e delle considerazioni attraverso i quali il giudice se ne è discostato. In particolare, quando di una clausola siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte che aveva proposto l’interpretazione disattesa dal giudice di dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra”. E. nel caso di specie, il ricorrente si è limitato a proporre considerazioni di merito, senza assolvere agli oneri che allo stesso incombevano, ben riassunti nella massima sopra riportata.

La Corte di merito, peraltro, ha pienamente rispettato, con argomentazioni logico-giuridiche del tutto ineccepibili, i canoni che presiedono all’interpretazione del contratto (si veda, in particolare, l’ultima parte della sentenza) ed ha altresì correttamente osservato che .“l’art. 7 del contratto prevede espressamente che le provvigioni fossero calcolate nella misura minima per le vendite ai clienti con listino ingrosso. media per quelle ai clienti con listino supermercato e massima per quelle ai clienti con listino a dettaglio” e che “la lettera del contratto è dunque assolutamente chiara nell’operare il distinguo sulla base della natura non del cliente, ma del listino”.

Pertanto, nessuna violazione o travisamento della norma contrattuale può ravvisarvi nella sussunzione operata dalla Corte distrettuale.

  1. Con il secondo motivo il F. deduce che la motivazione della sentenza impugnata risulta omessa o, comunque insufficiente circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, poiché la Corte di merito non avrebbe motivato sulla tipologia di listino applicato dalla società mandante e consegnato al ricorrente per promuovere le vendite.

2.2. Il motivo è inammissibile, poiché attiene a valutazioni di fatto sulla esistenza o meno di listini differenziati, su cui, peraltro, i giudici di seconda istanza hanno compiutamente argomentato a pag. 4 della sentenza oggetto del presente giudizio.

Inoltre, tale motivo, che denuncia il vizio motivazionale, non indica con precisione il fatto storico (Cass. n. 10551 del 2016), con carattere di decisività, che sarebbe stato oggetto di discussione tra le parti e che la Corte di Appello avrebbe omesso di esaminare o rispetto al quale sussisterebbe insufficienza e contraddittorietà della motivazione, posto che l’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c.. nella formulazione che risulta dalle modifiche apportate dal d.l.gvo n. 40/2006, applicabile alla fattispecie ratione temporis, prevede “l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione” con riferimento ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, laddove il testo previgente riferiva il medesimo vizio ad un “punto decisivo della controversia”. Ed i “fatti” relativamente ai quali assume rilievo il vizio di motivazione sono “i fatti principali”, ossia i fatti costitutivi, impeditivi, modificativi o estintivi del diritto controverso come individuati all’art. 2967 c.c., ovvero i fatti secondari” (Cass. n. 10551 del 2016, cit.); ma, in ogni caso, non può ritenersi che il “fatto” sia equivalente ad una questione o argomentazione, perché queste ultime non attengono ad un preciso accadimento o ad una circostanza precisa “da intendersi in senso storiconaturalistico” e, dunque, appaiono irrilevanti, con conseguente inammissibilità delle censure irritualmente formulate al riguardo.

  1. Con il terzo motivo si denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 4, per omessa motivazione sulla eccezione di mancata prova, da parte del mandante, sulla tipologia di listino applicato dalla stessa sulla scorta del quale l’agente promuoveva le vendite.

3.3. Il motivo è assorbito alla stregua di quanto innanzi argomentato.

Il ricorso principale deve, pertanto, essere respinto.

  1. Con l’unico motivo articolato nel ricorso incidentale condizionato si lamenta la omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., in ordine al mancato accoglimento dell’eccezione di improponibilità della domanda per intervenuta transazione e/o rinuncia o comunque acquiescenza, nonché, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c., la violazione degli artt. 1965, 1966, 1967, 1236, 2113 c.c.

4.4. Tale motivo risulta assorbito, essendo stato rigettato il ricorso principale.

Le spese del presente giudizio, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale; assorbito il ricorso incidentale; condanna il ricorrente principale al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. Liquidate in Euro 4.100.00, di cui Euro 100.00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

AGENTI ASSICURATIVI APPROPRIAZIONE INDEBITA

AGENTI ASSICURATIVI APPROPRIAZIONE INDEBITA

L’art. 646 c.p. indica, quali possibili oggetti dell’appropriazione indebita, il denaro o le cose mobili.

Come recentemente osservato da questa Corte, “per cosa mobile deve intendersi qualsiasi entità di cui sia possibile la fisica detenzione, sottrazione, impossessamento od appropriazione e che sia in grado di spostarsi autonomamente ovvero di essere trasportata da un luogo ad un altro, compresa quella che, pur non mobile originariamente, sia resa tale mediante l’avulsione o l’enucleazione dal complesso immobiliare di cui faceva parte” (Cass. 11 maggio 2010, n. 20647). La nozione penalistica di cosa mobile non coincide quindi con quella civilistica, rivelandosi per certi aspetti più ridotta, in particolare laddove non considera cose mobili le entità immateriali – come le opere dell’ingegno ed i diritti soggettivi – che, invece, l’art. 813 c.c., assimila ai beni mobili. Tale nozione non è dunque comprensiva dei diritti soggettivi in genere e dei crediti in particolare che, in quanto beni immateriali, non sono suscettibili di fisica appropriazione.

L’espressa menzione del denaro potrebbe, a rigor di termini, apparire pleonastica, essendo anch’esso una cosa mobile. Ed invece, questa specificazione serve a chiarire che anche il danaro può costituire oggetto del reato di appropriazione indebita, nonostante la sua ontologica fungibilità che, sotto il profilo degli effetti civili, comporta l’immediato trasferimento della proprietà unitamente al possesso, con l’obbligo eventualmente previsto dal titolo di restituire il tantundem. Dal punto di vista penalistico, invece, proprio in virtù della precisazione contenuta nell’art. 646 c.p. al trasferimento del possesso non si accompagna necessariamente anche quello della proprietà, come accade nei casi di deposito, di custodia o di consegna del danaro con un preciso vincolo di scopo: in questi casi il possesso del danaro non conferisce il potere di compiere atti di disposizione non autorizzati o, comunque, incompatibili con il diritto poziore del titolare del denaro e ove ciò avvenga si commette il delitto di appropriazione indebita (Cass. 25 ottobre 1972, n. 4584).

 

avvocato penalista Bologna
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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE – SENTENZA 13 settembre 2011, n.33839 – Pres. Fiandanese – est. D’Arrigo

Fatto e diritto

Con sentenza del 12 ottobre 2010 la Corte d’appello di Bari – riformando in toto la sentenza pronunciata in data 30 aprile 2008 dal Tribunale di Trani – assolveva S.P. dal reato di appropriazione indebita dell’importo di Euro 73.262,16 consistente in premi assicurativi riscossi dai propri subagenti e che, nella qualità di agente, avrebbe dovuto corrispondere alla compagna assicurativa Progress Assicurazioni s.p.a. La corte territoriale osservava, in particolare, che non vi era prova che il S. avesse mai incassato quei premi assicurativi – risultando, al contrario, che i subagenti erano stati inadempienti – e che quindi non sarebbe ravvisabile l’indebita appropriazione degli stessi.

Avverso tale pronunzia ha proposto appello la parte civile Progress Assicurazioni s.p.a. (nel frattempo posta in l.c.a.), allegando due motivi. Col primo, la parte civile contesta il concetto restrittivo e strettamente materiale di ‘possesso’ fatto proprio dalla Corte d’appello, osservando che il S., pur non detenendole materialmente, aveva comunque la giuridica disponibilità di quelle somme, in quanto vantava corrispondenti crediti nei confronti dei subagenti obbligati nei suoi confronti.

Col secondo motivo il provvedimento impugnato è censurato sub specie di vizio di motivazione, per il fatto di aver prestato maggior credito alla versione dei fatti fornita dall’imputato – secondo cui i subagenti erano a loro volta tutti inadempimenti -piuttosto che a quanto dichiarato in proposito da alcuni dei testimoni escussi (in particolare, i testi R.L. e C.N.).

Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

I due motivi devono essere esaminati in ordine invertito, in quanto non vi sarebbe ragione di discutere dell’ampiezza del concetto di ‘possesso’ penalmente rilevante se si ritenesse comprovato che il S. ricevette materialmente il denaro da parte dei suoi subagenti. La questione assumerebbe rilievo solamente se si prestasse fede alla versione opposta, fatta propria dai giudici di appello, secondo cui l’imputato non incassò mai dai subagenti le somme che avrebbe dovuto riversare alla compagnia assicurativa.

Ciò posto, il denunciato vizio di motivazione non sussiste. La deposizione dei testi R. e C., di cui la Corte d’appello non avrebbe tenuto debito conto, non avalla in modo univoco la tesi sostenuta dalla parte civile. In particolare, il teste R., ispettore amministrativo della Progress Assicurazioni s.p.a., ha dichiarato di aver accertato che l’agenzia di S. presentava “un saldo di cassa per rimesse di polizze pagate dai clienti è non versate alla compagnia” di circa Euro 73.263,00. La deposizione nulla dice circa i rapporti fra il S. ed i subagenti ed il teste non precisa se gli importi riscontrati contabilmente erano nella materiale disponibilità dell’imputato. L’uso dell’espressione “saldo di cassa” non è, da solo, indicativo della disponibilità di denaro contante, non essendo certo che l’espressione sia stata usata in senso tecnico ed anzi trasparendo dal tenore complessivo della deposizione che quell’importo costituiva solo una risultanza contabile.

La teste C., direttore commerciale della Progress Assicurazioni s.p.a., ha invece espressamente dichiarato di aver avuto notizie di problemi intercorsi fra il S. ed almeno uno dei suoi subagenti, ma ha liquidato la questione osservando “comunque questi sono fatti che alla Compagnia non riguardano perché il rapporto è diretto con l’agente e l’agente risponde dei suoi rapporti con il subagente”. La tesi è stata poi avallata dal giudice di primo grado, che ha ritenuto l’irrilevanza dei rapporti interni fra l’agente ed i subagenti sulla base della clausola contenuta nell’art. 6 del contratto di agenzia. Ma, all’evidenza, la clausola che pone la responsabilità per i fatti dei subagenti in capo all’agente opera sul piano dell’inadempimento civilistico e non interferisce con la ricostruzione in punto di fatto ritenuta dalla Corte d’appello.

Nella sentenza di appello – che ha riformato quella di primo grado – non vi è quindi alcun travisamento dei fatti, dal momento che le risultanze processuali indicate in ricorso non depongono in modo univoco nel senso sostenuto dalla parte civile.

Questa Corte ha, infatti, ripetutamente affermato che ricorre il vizio di motivazione illogica o contraddittoria solo quando emergono elementi di illogicità o contraddizioni di tale macroscopica evidenza da rivelare una totale estraneità fra le argomentazioni adottate e la soluzione decisionale (Cass. 25 maggio 1995, n. 3262).

In altri termini, occorre che sia mancata del tutto, da parte del giudice, la presa in considerazione del punto sottoposto alla sua analisi, talché la motivazione adottata non risponda ai requisiti minimi di esistenza, completezza e logicità del discorso argomentativo su cui la decisione è fondata e non contenga gli specifici elementi esplicativi delle ragioni che possono aver indotto a disattendere le critiche pertinenti dedotte dalle parti (Cass. 15 novembre 1996, n. 10456).

Queste conclusioni restano ferme pur dopo la legge n. 46 del 2000 che, innovando sul punto l’art. 606 lett. e) c.p.c., consente di denunciare i vizi di motivazione con riferimento ad ‘altri atti del processo’: alla Corte di cassazione resta comunque preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l’autonoma adozione di nuovi o diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa, dovendosi essa limitare a controllare se la motivazione dei giudici di merito sia intrinsecamente razionale e capace di rappresentare e spiegare l’iter logico seguito (ex plurimis: Cass. 1 ottobre 2008 n. 38803).

Quindi, pur dopo la novella, non hanno rilevanza le censure che si limitano ad offrire una lettura alternativa delle risultanze probatorie, dal momento che il sindacato della Corte di cassazione si risolve pur sempre in un giudizio di legittimità e la verifica sulla correttezza e completezza della motivazione non può essere confusa con una nuova valutazione delle risultanze acquisite. La Corte, infatti, non deve accertare se la decisione di merito propone la migliore ricostruzione dei fatti, né deve condividerne la giustificazione, ma limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (v. Cass. 3 ottobre 2006, n. 36546; Cass. 10 luglio 2007, n. 35683; Cass. 11 gennaio 2007, n. 7380).

Alla luce di tali principi e considerato l’effettivo contenuto degli elementi di prova indicati in ricorso, deve escludersi che la sentenza di appello contenga vizi di motivazione. La tesi della parte civile ricorrente costituisce solamente una prospettazione alternativa di merito, non rilevante in sede di legittimità.

Il secondo motivo di ricorso deve essere quindi rigettato.

Tali conclusioni impongono l’esame del primo motivo di ricorso che – come s’è detto in precedenza – è in realtà logicamente subordinato al rigetto della censura relativa al vizio di motivazione.

Nella sentenza di primo grado – poi riformata in appello – l’inadempimento civilistico è stato ritenuto perfettamente sovrapponibile alla fattispecie penale di appropriazione indebita. La parte civile sostiene che bene avrebbe deciso il giudice di primo grado ed invece sarebbe erronea la sentenza di appello, in quanto fondata su “un’interpretazione del concetto di possesso estremamente restrittiva e dunque erronea”. In particolare, afferma che l’imputato, pur senza aver riscosso le somme dovutegli dai subagenti, ne avesse comunque la disponibilità giuridica “atteso che le somme di denaro dovute alla compagnia assicurativa offerivano all’insieme dei beni nella disponibilità di quest’ultimo, disponibilità caratterizzata dalla titolarità del diritto di credito vantata nei confronti dei subagenti”. Si afferma, in altri termini, che la conclusione del contratto assicurativo, comprensivo del premio intascato dal subagente, “determina la signoria piena dell’agente sul credito riscosso e dunque sull’esistenza -nel senso giuridico – della somma indicata, indipendentemente dalla materiale apprensione in capo”.

La questione ruota, in apparenza, intorno al concetto giuridico di ‘possesso’ rilevante nella fattispecie di cui all’art. 646 c.p.. Ma, a ben vedere, l’argomento sviluppato dalla parte civile conduce alla domanda conclusiva se ci si possa indebitamente appropriare anche dei crediti altrui nell’ambito di rapporti quali mandato, agenzia ed affini. O, più esattamente, se il potere dell’agente di riscuotere (art. 1744 c.c.) i crediti pecuniari per conto del preponente implichi in capo al primo la giuridica disponibilità della somma, tanto da potersene indebitamente appropriare prima ancora – o comunque a prescindere dal fatto – di aver materialmente riscosso la prestazione.

Al quesito deve essere data risposta negativa.

L’art. 646 c.p. indica, quali possibili oggetti dell’appropriazione indebita, il denaro o le cose mobili.

Come recentemente osservato da questa Corte, “per cosa mobile deve intendersi qualsiasi entità di cui sia possibile la fisica detenzione, sottrazione, impossessamento od appropriazione e che sia in grado di spostarsi autonomamente ovvero di essere trasportata da un luogo ad un altro, compresa quella che, pur non mobile originariamente, sia resa tale mediante l’avulsione o l’enucleazione dal complesso immobiliare di cui faceva parte” (Cass. 11 maggio 2010, n. 20647). La nozione penalistica di cosa mobile non coincide quindi con quella civilistica, rivelandosi per certi aspetti più ridotta, in particolare laddove non considera cose mobili le entità immateriali – come le opere dell’ingegno ed i diritti soggettivi – che, invece, l’art. 813 c.c., assimila ai beni mobili. Tale nozione non è dunque comprensiva dei diritti soggettivi in genere e dei crediti in particolare che, in quanto beni immateriali, non sono suscettibili di fisica appropriazione.

L’espressa menzione del denaro potrebbe, a rigor di termini, apparire pleonastica, essendo anch’esso una cosa mobile. Ed invece, questa specificazione serve a chiarire che anche il danaro può costituire oggetto del reato di appropriazione indebita, nonostante la sua ontologica fungibilità che, sotto il profilo degli effetti civili, comporta l’immediato trasferimento della proprietà unitamente al possesso, con l’obbligo eventualmente previsto dal titolo di restituire il tantundem. Dal punto di vista penalistico, invece, proprio in virtù della precisazione contenuta nell’art. 646 c.p. al trasferimento del possesso non si accompagna necessariamente anche quello della proprietà, come accade nei casi di deposito, di custodia o di consegna del danaro con un preciso vincolo di scopo: in questi casi il possesso del danaro non conferisce il potere di compiere atti di disposizione non autorizzati o, comunque, incompatibili con il diritto poziore del titolare del denaro e ove ciò avvenga si commette il delitto di appropriazione indebita (Cass. 25 ottobre 1972, n. 4584).

Anche il denaro, pertanto, deve essere inteso nella sua accezione materiale di bene mobile, e non come utilità ‘mediata’, ossia quale oggetto della prestazione di un debito pecuniario. La espressa dicitura contenuta nell’art. 646 c.p. trova la sua giustificazione nell’esigenza di superare il principio civilistico valevole per le cose fungibili, ma non sta affatto a significare che l’appropriazione indebita possa riguardare, oltre le cose mobili, anche i crediti pecuniari.

Infatti, poiché la fattispecie di cui all’art. 646 c.p. presuppone – quale elemento minino essenziale della condotta incriminatrice – l’atto materiale dell’appropriazione, l’oggetto dell’azione delittuosa deve essere costituito necessariamente da un bene mobile suscettibile di essere fisicamente appreso. Tali non si rivelano i diritti di credito, a meno che non siano ‘incorporati’ in un documento (come nel caso dei titoli di credito).

La questione illustrata nel ricorso non è quindi pertinente. La delimitazione della nozione penalistica di ‘possesso’ giova a circoscrivere l’area dei beni di cui l’agente si può indebitamente appropriare da quelli che altrimenti costituiscono oggetto di furto. Si tratta, quindi, di una qualificazione che traccia un sottoinsieme all’interno delle cose mobili o del denaro; un concetto che, per dirla in altri termini, deve essere applicato dopo quello di ‘bene mobile’. Non tutti i beni giuridici di cui l’agente ha la disponibilità giuridica sono suscettibili di appropriazione indebita, ma solo i beni mobili ed il denaro.

Il ragionamento esposto nel ricorso in esame non tiene, invece, conto di quest’ultimo passaggio ed indica la relazione di ‘possesso’ fra il soggetto attivo ed il bene come l’unico criterio selettivo delle cose suscettibili di appropriazione indebita; in tal modo si giunge quindi all’inappropriata conclusione che i crediti, di cui l’agente ha la giuridica disponibilità, possono essere indebitamente appresi. Si trascura però di considerare il dato decisivo che il bene, ancor prima che posseduto dall’agente, deve essere astrattamente suscettibile di fisica apprensione e quindi deve essere un bene materiale.

In conclusione, deve essere affermato il seguente principio di diritto. In tema di appropriazione indebita, il bene oggetto del reato deve essere costituito dal denaro o da altro bene mobile comunque suscettibile di fisica apprensione. Pertanto, difettando il carattere della materialità, non sono suscettibili di appropriazione indebita i crediti di cui taluno abbia la giuridica disponibilità per conto d’altri (come può avvenire nei casi di mandato, commissione, agenzia, mediazione, ecc), a meno che tali crediti non siano divenuti equiparabili alle cose mobili per effetto della ‘incorporazione’ in un documento (ad esempio, un titolo di credito).

Piuttosto, commette il reato di cui all’art. 646 c.p. l’agente che, solo dopo aver effettivamente riscosso la prestazione, se ne appropri senza rivolgerla in favore all’avente diritto.

Poiché la sentenza di appello si è sostanzialmente conformata al principio testé esposto, il ricorso deve essere rigettato anche sotto questo profilo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La regola dell’affidamento condiviso non è negoziabile dai genitori

 

La regola dell’affidamento condiviso non è negoziabile dai genitori

e, soprattutto, non è ammissibile una rinuncia all’affido bigenitoriale da parte di uno dei partners, in quanto trattasi di un Diritto del Fanciullo e non dei genitori: quanto è oggi reso evidente e palese dall’art. 315-bis c.c., come introdotto dalla L. 10/12/2012, n. 219, il quale predica che “il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”.

Ne consegue che, dove i genitori intendano stabilire l’affido esclusivo, in sede di separazione consensuale, questi hanno l’onere di specificare quali circostanze concrete, dettagliate e specifiche lo rendano di pregiudizio per il minore o per lo stesso inadeguato. 

 

Non e’ configurabile a carico del coniuge affidatario un obbligo di informazione di concertazione preventiva con l’altro, in ordine alla determinazione delle spese straordinarie

(nella specie, spese di soggiorno negli U.S.A. per la frequentazione di corsi di lingua inglese da parte di uno studente universitario di lingue) costituente decisione “di maggiore interesse” per il figlio, sussistendo, pertanto, a carico del coniuge non affidatario un obbligo di rimborso, qualora non abbia tempestivamente addotto validi motivi di dissenso” (Cass. sez. 1, 19607/2011; conforme, da ultimo, Cass. sez. 6-1, 16175/2015). E’ indubbio che la legislazione sull’affido condiviso privilegia l’accordo dei genitori in materia di scelte educative che riguardano i figli, tanto e’ vero che, se agiscono d’intesa, essi possono in molti casi anche modificare di comune accordo le stesse indicazioni fornite dal giudice, senza necessita’ neppure di comunicazione, come ha gia’ sottolineato la Corte territoriale. Nondimeno, quando il rapporto tra i genitori non consente il raggiungimento di un’intesa, occorre assicurare ancora la tutela del migliore interesse del minore. L’opposizione di un genitore non puo’ paralizzare l’adozione di ogni iniziativa che riguardi un figlio minorenne, specie se di rilevante interesse, e neppure e’ necessario ritrovare l’intesa prima che l’iniziativa sia intrapresa, fermo restando che compete al giudice, ove ne sia richiesto, verificare se la scelta adottata corrisponde effettivamente all’interesse del minore. Nel caso in esame la Corte d’Appello, ed il Tribunale minorile prima, hanno valutato opportuno per la minore, che manifesta pure alcune peraltro non gravi difficolta’, evitare il trauma conseguente al possibile spostamento nella scuola pubblica dopo aver frequentato per un anno una scuola privata. Valutazione adeguata e ragionevole.. percio’ incensurabile in questa sede.

Per residenza abituale deve intendersi il luogo dove il minore trovi e riconosce, anche grazie a una permanenza tendenzialmente stabile,

il centro dei propri legami affettivi, non solo parentali, originati dallo svolgersi della vita di relazione. In altri termini la residenza abituale corrisponde al luogo che denota una certa integrazione del minore in un ambiente sociale e familiare” (Cass. 10 febbraio 2017, n. 3555). – Sia sulla base di una certa razionalità e del buon senso: non ci vuole molto per comprendere il disagio che chiunque di noi avrebbe se tutte le cose sue fossero divise a metà e non esistesse un posto in cui, quando infine si arriva, ci si sente a casa. E l’assegnazione della casa familiare, di cui all’art. 337 sexies c.c., è saldamente ancorata a questa logica, la sua ratio sta proprio nel conservare l’habitat domestico ed evitare che il figlio perda il suo luogo, il suo nido in cui sono ancorate abitudini e certezze. Ciò che veramente rileva è che la cultura dell’affidamento condiviso, con la condivisione delle responsabilità genitoriale, la pari dignità dei genitori ed il libero accesso del minore ad entrambi, continuino ad avanzare e a diffondersi nella società.

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COMUNIONE E DIVISIONE EREDITARIA RISOLVI

COMUNIONE E DIVISIONE EREDITARIA

RISOLVI ORA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA

Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento     Condotta del genitore pregiudizievole ai figliDei diritti e doveri del figlio
Della responsabilità genitoriale e dei diritti e doveri del figlio, Concorso nel mantenimento
 
 
Condotta del genitore pregiudizievole ai figli Dei diritti e doveri del figlio

Nel patrimonio ereditario non rientrano e quindi non cadono in successione il trattamento di fine rapporto di lavoro subordinato e le assicurazioni sulla vita.

COMUNIONE E DIVISIONE EREDITARIA RISOLVI ORA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
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Perché questo stato di necessaria immobilità possa aver termine occorre procedere a spartire i diversi beni e ad assegnarli tra i comproprietari. Solo a seguito di questa operazione, ciascuno tra i soggetti precedentemente facenti parte della comunione può dirsi titolare a tutti gli effetti – fino a poterne disporre come meglio ritiene – di alcuni, ben determinati beni. Solitamente questa spartizione e questa assegnazione è condotta in modo da ripartire uniformemente tra tutti non tanto i beni in sé quanto il valore che questi, complessivamente, contribuivano a formare (ma nulla vieta che i criteri distributivi siano i più vari, salva sempre la volontà delle parti sul punto). 

Le indennità di preavviso e di fine rapporto,

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  1. dovute dal datore di lavoro alla morte del dipendente devono essere corrisposte, ai sensi dell’art. 2122 c.c, al coniuge, ai figli e, qualora vivessero a carico del lavoratore, ai parenti entro il terzo grado e agli affini entro il secondo.
  2. non cadono in successione Il trattamento di fine rapporto e l’indennità di preavviso maturano per fatto della morte e quindi successivamente a questa. Pertanto le indennità non rientrano nell’asse ereditario e non sono soggette ad imposte di successione.

Occorre premettere che la domanda di divisione si propone quando,

avvocato esperto testamenti e impugnazione
avvocato esperto testamenti e impugnazione

 costituitasi la comunione ereditaria in seguito alla apertura della successione legittima o testamentaria, gli eredi chiedono lo scioglimento e le conseguenti assegnazione delle porzioni o attribuzione dei beni. Poiché anche la divisione comporta la collazione e l’imputazione (art. 724 cod. civ.), carattere precipuo della domanda di divisione è che, con questa, nessun erede deduce di aver subito una lesione della quota di riserva: in altre parole, gli eredi tenuti alla collazione ed alla imputazione non affermano che quanto dal defunto, direttamente o indirettamente, è stato donato abbia ecceduto la disponibile. Il petitum, pertanto, consiste nel conseguimento della quota ereditaria, mentre la causa petendi è data dalla semplice qualità di erede legittimo o testamentario.

L’azione di riduzione, invece, si propone nel caso in cui le disposizioni testamentarie o le donazioni siano eccedenti la quota di cui il defunto poteva disporre e ha come scopo, anzitutto, la determinazione dell’ammontare concreto della quota di legittima: vale a dire, della quota di cui il defunto poteva disporre e di stabilire come ed in quale misura le singole disposizioni testamentarie o le donazioni debbano ridursi per integrare la legittima. Essendo stabilito dalla legge il diritto del legittimario ad una determinata quota, con l’azione di riduzione egli mira a conseguire in concreto tale diritto e cioè ad accertare (costitutivamente), nei confronti della successione che lo riguarda, l’ammontare della quota di riserva e, quindi, della lesione che ad essa hanno apportato le disposizioni del de cuius, nonché le modalità e l’ammontare delle riduzioni di dette disposizioni lesive. Contestualmente, l’attuazione della reintegrazione in concreto implica la proposizione delle istanze di restituzione.

Nell’azione di riduzione, quindi, assumono una fisionomia a sé tanto il petitum, quanto la causa petendi. Il primo consiste nel conseguimento della quota di riserva, previa determinazione di essa mediante il calcolo della disponibile e la susseguente riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni compiute in vita dal de cuius; la seconda è data dalla qualità di erede legittimario e dalla asserita lesione della quota di riserva. Nel petitum e nella causa petendi dell’azione di riduzione sono presenti elementi ulteriori e più specifici di quelli costituenti il petitum e la causa petendi della domanda di divisione.

Da questo quadro ricostruttivo, i cui tratti sono costantemente delineati nella giurisprudenza di legittimità (Cass., Sez. 2, 16 novembre 2000, n. 14864; Cass., Sez. 2, 23 gennaio 2007, n. 1408; Cass., Sez. 2, 13 gennaio 2010, n. 368), deriva che è da escludere che il giudicato sullo scioglimento della comunione ereditaria in seguito all’apertura della successione legittima, nella specie limitato al relictum essendo stato il coerede donatario dispensato dalla collazione (cfr. Cass., Sez. 2, 6 marzo 1980, n. 1521), comporti un giudicato implicito sulla insussistenza della lesione della quota di legittima, per effetto della donazione compiuta in vita dal de cuius, in capo a ciascun coerede condividente.

COMUNIONE E DIVISIONE EREDITARIA  RISOLVI ORA AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
COMUNIONE E DIVISIONE EREDITARIA
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Il giudicato implicito postula infatti che tra la questione decisa e quella che si vuole tacitamente risolta sussista un rapporto di dipendenza indissolubile, che determini l’assoluta inutilità di decidere la seconda questione; esso, pertanto, non è configurabile nella specie, in considerazione dell’autonomia e della diversità dell’azione di divisione ereditaria rispetto a quella di riduzione e del fatto che il ‘meno’, costituito dalla domanda di divisione, non contiene ‘il più’, rappresentato dalla proposizione della domanda di riduzione.

CAUSE EREDITARIE? DIVISIONI EREDITARIE ? BOLOGNA PADOVA RAVENNA IMOLA FORLI CESENA
CAUSE EREDITARIE? DIVISIONI EREDITARIE ? BOLOGNA PADOVA RAVENNA IMOLA FORLI CESENA

Ne consegue che il coerede, convenuto nel giudizio di scioglimento della comunione ereditaria, può, dopo il passaggio in giudicato della sentenza di divisione, esperire l’azione di riduzione della liberalità compiuta in vita dal de cuius nei confronti di altro coerede dispensato dalla collazione, lamentando l’eccedenza della donazione rispetto alla disponibile e chiedendo la reintegrazione della quota di riserva, con le conseguenti restituzioni.

È bensì vero che, morto il de cuius, il legittimario leso può rinunciare all’azione di riduzione delle disposizioni lesive della sua quota di riserva, ma è necessario, a tal fine, che egli manifesti positivamente la volontà di rinunciare al suo diritto di conseguire l’integrazione spettantegli. Ove manchi una rinuncia espressa in tal senso, si può giungere a ritenere l’esistenza di una rinuncia tacita solo in base ad un comportamento inequivoco e concludente del soggetto interessato, che sia incompatibile con la volontà di far valere il diritto alla reintegrazione. Ma è da escludere che la mancata costituzione nel giudizio di scioglimento della comunione ereditaria promosso da altro coerede esprima l’inequivoca volontà della parte convenuta contumace di rinunciare a far valere, in separato giudizio, il suo diritto alla reintegrazione della quota di eredità riservatale per legge (cfr. Cass., Sez. 2, 7 maggio 1987, n. 4230; Cass., Sez. 2, 21 maggio 2012, n. 8001).

A ciò aggiungasi che il diritto alla reintegrazione della quota, vantato da ciascun legittimario, è autonomo nei confronti dell’analogo diritto degli altri legittimari, non essendo espressione di un’azione collettiva spettante complessivamente al gruppo dei legittimari (Cass., Sez. 2, 11 luglio 1969, n. 2546; Cass., Sez. 2, 13 dicembre 2005, n. 27414; Cass., Sez. 2, 20 dicembre 2011, n. 27770); sicché il giudicato sull’azione di riduzione promossa vittoriosamente da uno di essi – se non può avere l’effetto di operare direttamente la reintegrazione spettante ad altro legittimario che abbia preferito, pur essendo presente nel processo di divisione contemporaneamente promosso, rimanere per questa parte inattivo (Cass., Sez. 2, 28 novembre 1978, n. 5611) – neppure preclude a quest’ultimo di agire separatamente, nell’ordinario termine di prescrizione, con l’azione di reintegrazione della sua quota di riserva.

Questa conclusione è conforme al principio secondo cui, nel caso di pluralità di legittimare, ciascuno ha diritto ad una frazione della quota di riserva e non già all’intera quota, o, comunque, ad una frazione più ampia di quella che gli spetterebbe se tutti gli altri facessero valere il loro diritto e, quindi, ciascun legittimario può ottenere soltanto la parte a lui spettante della quota di riserva e non pure quella di coloro che sono rimasti inattivi o che hanno rinunciato all’azione di riduzione (Cass., Sez. 2, 22 ottobre 1975, n. 3500; Cass., Sez. 2, 28 novembre 1978, n. 5611).

la collazione avrebbe ad oggetto il valore di mercato del bene, nel caso in cui questo sia rimasto nella disponibilità del donatario
la collazione avrebbe ad oggetto il valore di mercato del bene, nel caso in cui questo sia rimasto nella disponibilità del donatario

L’art. 720 c.c., ammette l’assegnazione dell’intero immobile, non comodamente divisibile, a più coeredi che ne abbiano fatto richiesta congiunta. Va osservato, in proposito, che lo scioglimento della comunione ereditaria non è incompatibile con il perdurare di uno stato di comunione ordinaria rispetto a singoli beni già compresi nell’asse ereditario in divisione (Cass. 23 febbraio 2007, n. 4224): quando infatti siano state compiute le operazioni divisionali, dirette ad eliminare la maggior parte delle varie componenti dell’asse ereditario, indiviso al momento dell’apertura della successione, la comunione residuale sui beni ereditari si trasforma in comunione ordinaria (Cass. 15 febbraio 2010, n. 3470; Cass. 9 gennaio 2007, n. 215; Cass. 6 maggio 2005, n. 9522).

Poichè, dunque, la volontà dei condividenti di ottenere la proprietà indivisa di un immobile che è parte del compendio ereditario non contraddice l’intendimento di porre fine alla comunione ereditaria, è privo di fondamento l’assunto secondo cui la Corte di appello, a fronte della dichiarazione di M.S. e F. di restare comproprietari dell’immobile ubicato in (OMISSIS), avrebbe dovuto prendere atto che gli stessi avevano rinunciato all’azione di divisione ereditaria.

la collazione avrebbe ad oggetto il valore di mercato del bene, nel caso in cui questo sia rimasto nella disponibilità del donatario
la collazione avrebbe ad oggetto il valore di mercato del bene, nel caso in cui questo sia rimasto nella disponibilità del donatario

La pronuncia impugnata ha quindi correttamente disposto nel senso dell’attribuzione del cespite ai coeredi che ne avevano fatto richiesta, a norma dell’art. 720 c.c..

Per il resto, mette conto di osservare che, in tema di giudizio di divisione, la richiesta di attribuzione di beni determinati può essere proposta per la prima volta in appello, poichè attiene alle modalità di attuazione dello scioglimento della comunione e non costituisce domanda in senso proprio (Cass. 14 agosto 2012, n. 14521; Cass. 28 maggio 2008, n. 14008; Cass. 11 giugno 2007, n. 13654). In particolare, la richiesta di assegnazione integra una mera specificazione di una pretesa rivolta a porre fine allo stato di comunione, che è ammissibile, in appello, ove si correli alla domanda di divisione che sia stata già introdotta in giudizio (Cass. 28 maggio 2008, n. 14008 cit., in motivazione).

 

la collazione avrebbe ad oggetto il valore di mercato del bene, nel caso in cui questo sia rimasto nella disponibilità del donatario
la collazione avrebbe ad oggetto il valore di mercato del bene, nel caso in cui questo sia rimasto nella disponibilità del donatario

 

 Vero è che, ove sia mancata la tempestiva attivazione del contraddittorio su di una tale richiesta di assegnazione, imputabile alla parte, tardivamente attivatasi oltre il limite della precisazione delle conclusioni, il giudice non è tenuto a esaminare specificamente la deduzione di parte, sicchè la richiesta di attribuzione è inammissibile se formulata soltanto con la comparsa conclusionale del giudizio di secondo grado, e, quindi, al di fuori di ogni possibilità di discussione nel contraddittorio tra le parti (così Cass. 14 agosto 2012, n. 14521). Ma è altrettanto vero che nella fattispecie è stata la stessa Corte di merito – nel quadro di un mutato convincimento circa l’accoglibilità della domanda di divisione, rigettata in prime cure – a sollecitare gli appellanti ad un chiarimento circa la loro volontà di restare comproprietari dell’immobile: chiarimento che è stato reso in udienza, a seguito di rimessione della causa sul ruolo. Non vi è dunque ragione per escludere che la richiesta di assegnazione congiunta da parte degli odierni controricorrenti sia inammissibile: per un verso, infatti, tale richiesta è stata formulata a seguito del doveroso attivarsi officioso dell’organo giudicante, che era tenuto a verificare se procedere alla vendita all’incanto del bene (soluzione, questa, che, come è noto, costituisce rimedio residuale cui ricorrere quando nessuno dei condividenti voglia giovarsi della facoltà di attribuzione dell’intero: per tutte, Cass. 13 maggio 2010, n. 11641); per altro verso, la richiesta è stata formulata in una fase processuale in cui il potere delle parti non era limitato alla mera illustrazione, attraverso gli scritti conclusionali, delle deduzioni già svolte, posto che la richiesta degli appellanti avrebbe potuto essere discussa dalle parti nel quadro del contraddittorio che l’udienza assicurava.

Stabilisce l’art. 747 c.c., che la collazione per imputazione si fa avuto riguardo al valore dell’immobile al tempo del aperta successione.

La collazione per imputazione costituisce una fictio iuris, per effetto della quale il coerede che, a seguito di donazione operata in vita dal de cuius, abbia già anticipatamente ricevuto una parte dei beni a lui altrimenti destinati solo con l’apertura della successione, ha diritto a ricevere beni ereditari in misura ridotta rispetto agli altri coeredi, tenuto conto del valore di quanto precedentemente donatogli: valore determinato al detto momento dell’apertura della successione, senza che i beni oggetto della collazione tornino materialmente e giuridicamente a far parte della massa ereditaria, incidendo i medesimi esclusivamente nel computo aritmetico delle quote da attribuire ai singoli coeredi secondo la misura del diritto di ciascuno (Cass. 30 luglio 2004, n. 14553, in motivazione; Cass. 27 febbraio 1998, n. 2163).

Se il valore del bene donato va quantificato al momento dell’apertura della successione, non sono però irrilevanti, ai fini del computo del detto valore, i miglioramenti che abbiano interessato l’immobile fino a quel momento. Stabilisce infatti l’art. 748 c.c., che si deve dedurre a favore del donatario il valore delle migliorie apportate al fondo nei limiti del loro valore al tempo dell’aperta successione. Ciò significa, in concreto, che il valore del bene al momento dell’apertura della successione debba essere ridotto in ragione del valore delle migliorie apportate al bene. Nel caso di alienazione l’art. 749 c.c., dispone, poi, che i miglioramenti fatti dall’acquirente vadano computati nei termini indicati.

Le regole poste dagli artt. 748 e 749 c.c. (che riguardano anche le spese straordinarie e deterioramenti occorsi per colpa del donatario, che qui non rilevano) sono comunemente ritenute espressione dei principi generali che reggono il possesso di buona fede (art. 1150 c.c.) e, più in generale, di quelli in tema di indebito arricchimento. In particolare, il rimborso dei miglioramenti è reso necessario dal rilievo per cui non sarebbe ragionevole imporre al donatario di conferire un valore che non è riferito all’originaria consistenza della res donata, ma che dipende, piuttosto, da iniziative da lui assunte (nel caso di miglioramenti eseguiti a sua cura e spese) o da interventi di terzi che abbiano inteso favorirlo (nel caso in cui i miglioramenti siano apportati da altri: la giurisprudenza – cfr. Cass. 18 giugno 1981, n. 4009 – infatti riconosce che la norma di cui all’art. 748 c.c., trovi applicazione anche nel caso di migliorie eseguite da terzi).

Le migliorie di cui agli artt. 748 e 749 c.c., si identificano in quelle opere che si incorporino nel fondo ed aumentino le opere esistenti, ovvero ne migliorino l’efficienza (Cass. 5 ottobre 1974, n. 2621); movendo poi dal rilievo per cui la relazione al libro III del codice civile indica come miglioramenti la liberazione della cosa da pegni, ipoteche, oneri reali, servitù (e che si era perciò ritenuto superfluo riprodurre nel codice l’art. 546 del progetto della commissione reale che riconosceva al possessore di diritto a indennità per le spese fatte per realizzare tali liberazioni), questa S.C. ha identificato una miglioria anche nell’affrancazione del fondo enfiteutico, semprechè il donatario provi di avervi provveduto a propria cura e spese (Cass. 23 gennaio 1991, n. 649). E’ escluso, invece, che possano costituire migliorie le vicende che non abbiano alcuna attinenza alle evenienze descritte, come l’acquisizione, da parte del fondo, di una attitudine edificatoria prima mancante. Il mutamento della destinazione urbanistica del fondo non dipende da un’attività del donatario o del terzo che è diretta a incrementare il valore del bene: non è correlativo a un esborso del donatario o all’arricchimento, corrispondente al valore delle opere realizzate, che il terzo abbia voluto porre in essere in favore di quel soggetto; essa non risponde, quindi, alla finalità che sottende il regime dei miglioramenti della res donata.

la collazione avrebbe ad oggetto il valore di mercato del bene, nel caso in cui questo sia rimasto nella disponibilità del donatario
la collazione avrebbe ad oggetto il valore di mercato del bene, nel caso in cui questo sia rimasto nella disponibilità del donatario

Vero è, invece, che tale mutamento della destinazione del bene costituisce una variabile economica da tenere in conto ai fini della stima del bene al momento dell’apertura della successione. Sul punto, questa Corte ha infatti ritenuto che poichè ai fini della determinazione della quota di eredità riservata al legittimario il valore dell’asse ereditario residuo e dei beni donati in vita dal de cuius va calcolato al momento dell’apertura della successione, anche l’inizio di un procedimento di trasformazione urbanistica è di per sè sufficiente ad incidere sul valore di mercato di un immobile compreso nell’area oggetto dello strumento urbanistico (Cass. 24 novembre 2009, n. 24711).

D’altro canto, la soluzione indicata da parte ricorrente conduce alla inaccettabile conseguenza per cui, a fronte di un medesimo fatto (il mutamento della destinazione urbanistica del fondo), la collazione avrebbe ad oggetto il valore di mercato del bene, nel caso in cui questo sia rimasto nella disponibilità del donatario, e il valore del bene al netto dell’incremento determinato dalla sopraggiunta vocazione edificatoria del fondo, nel caso in cui questo sia stato invece alienato.

Rimane quindi confermato che, anche nell’ipotesi di alienazione del bene – il quale abbia subito un incremento di valore per effetto di una destinazione edificatoria insussistente al momento del trasferimento – il bene debba essere stimato, ai fini della collazione, facendo riferimento al momento in cui si apre la successione.

Nè è fondata la questione di costituzionalità oggetto del sesto motivo. La violazione del principio di eguaglianza non sussiste, dal momento che l’alienazione del fondo (situazione che l’istante lamenta essere associata nel medesimo trattamento normativo riservato alla conservazione del bene da parte del donatario) è vicenda che dipende da una evenienza estrinseca e occasionata dalla libera scelta dell’interessato. Va qui rammentato che non danno luogo a un problema di costituzionalità le disparità derivanti da circostanze contingenti e accidentali, riferibili non alla norma considerata nel suo contenuto precettivo, ma semplicemente alla sua concreta applicazione (C. cost. 13 giugno 1997, n. 175).

ritardata diagnosi di carcinoma mammario

 

ritardata diagnosi di carcinoma mammario

ritardata diagnosi di carcinoma mammario
ritardata diagnosi di carcinoma mammario

 

1)La Corte, , ha avuto modo di ribadire, dando costante continuità al principio enunciato da Cass. SU 576/2008, che “in tema di responsabilità civile, il nesso causale è regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 c.p.

2) per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonchè dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiano – ad una valutazione “ex ante” – del tutto inverosimili, ferma restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori sottesi ai due processi: nel senso che, nell’accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”, mentre nel processo penale vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio”.

3)Ne consegue, con riguardo alla responsabilità professionale del medico, che, essendo quest’ultimo tenuto a espletare l’attività professionale secondo canoni di diligenza e di perizia scientifica, il giudice, accertata l’omissione di tale attività, può ritenere, in assenza di altri fattori alternativi, che tale omissione sia stata causa dell’evento lesivo e che, per converso, la condotta doverosa, se fosse stata tenuta, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento stesso” (cfr. ex multis Cass. 16123/2010 ed, in termini, Cass. 12686/2011 e Cass. 6698/2018).

Ed è stato altresì affermato che

 

“anticipare il decesso di una persona già destinata a morire perchè afflitta da una patologia, costituisce pur sempre una condotta legata da nesso di causalità rispetto all’evento morte, ed obbliga chi l’ha tenuta al risarcimento del danno. (Cass. 20996/2012).

 

AVVOCATO ESPERTO RISARICMENTO DANNI ritardata diagnosi di carcinoma mammario
ritardata diagnosi di carcinoma mammario

 

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Sentenza 5 dicembre 2018 – 27 marzo 2019, n. 8461 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2728-2017 proposto da:

M.E., MA.GI. in qualità di tutore di M.L., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA MUZIO CLEMENTI, 70, presso lo studio dell’avvocato PIERA AMALIA CARTONI MOSCATELLI, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato ADRIANO MARTINI giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

e contro

L.M., AUSL (OMISSIS);

– intimati –

nonchè da:

AZIENDA USL (OMISSIS) (già AUSL (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante pro tempore Dott.ssa D.L.M.T., nella sua qualità di Direttore Generale, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUSEPPE MERCALLI 80, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO ROMEO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato MASSIMILIANO SCIPIONI giusta procura speale in calce al controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

M.E., M.L. già rappresentato dal tutore MA.GI. che si costituisce in giudizio in quanto divenuto maggiorenne, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA MUZIO CLEMENTI, 70, presso lo studio dell’avvocato PIERA AMALIA CARTONI MOSCATELLI, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato ADRIANO MARTINI giusta procura speciale in calce al ricorso per il primo e giusta procura speciale in calce al controricorso per il secondo;

– controricorrenti all’incidentale –

e contro

L.M.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 902/2016 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 08/08/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/12/2118 dal Consigliere Dott. ANTONELLA DI FLORIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PEPE Alessandro, che ha concluso per l’accoglimento del 1, 2 e 3 motivo del ricorso principale, assorbito il 4, infondati il 5 e 6; per il ricorso incidentale rigetto o inammissibilità;

udito l’Avvocato PIERA AMALIA CARTONI MOSCATELLI;

udito l’Avvocato MASSIMO ROMEO.

Svolgimento del processo

  1. M.E. e L. ricorrono, affidandosi a sei motivi, per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello di Genova che, pur riformando la pronuncia di rigetto del Tribunale di Massa e Carrara, aveva solo parzialmente accolto la domanda proposta per il risarcimento dei danni subiti, iure proprio e iure aereditatis, a causa della malattia e del successivo decesso (avvenuto in corso di causa) della madre Ma.De., circostanze ascritte alla ritardata diagnosi di carcinoma mammario da parte del medico chirurgo L.M. ed alla Ausl di (OMISSIS) (da ora Ausl) presso la quale egli prestava servizio.
  1. Ha resistito la Ausl proponendo altresì ricorso incidentale sulla scorta di nove motivi, al quale i ricorrenti hanno resistito con controricorso.
  1. Il Procuratore Generale ha concluso come in epigrafe.

Motivi della decisione

  1. La complessità della controversia impone, in premessa, una breve sintesi delle circostanze di fatto utili ad inquadrare le questioni di diritto prospettate.

1.1. Si rileva infatti che:

  1. Ma.De., dopo una prima ecografia alla mammella effettuata in uno studio privato nel gennaio 2003 con diagnosi che escludeva la presenza di carcinomi e/o masse tumorali, a distanza di pochi giorni si era recata presso la Ausl di (OMISSIS), richiedendo un controllo senologico che veniva effettuato dal medico L.M.: questi, dopo aver visionato l’esame ecografico già eseguito ed aver effettuato visita specialistica, aveva confermato la natura “benigna” delle due formazioni riscontrate, escludendo la necessità di ulteriori approfondimenti diagnostici e/o dell’asportazione dei noduli, suggerendo alla paziente un ulteriore controllo a distanza di sei mesi;
  1. nel successivo mese di ottobre, ella si era recata presso un altro studio diagnostico per rinnovare l’ecografia e, in ragione dell’esito preoccupante dell’esame, veniva sollecitata a recarsi presso l’Istituto Tumori di Milano per un intervento con biopsia che aveva rivelato la natura maligna ed aggressiva della patologia, con necessaria asportazione radicale della mammella, intervento al quale seguivano cure chemioterapiche invasive oltre che due ulteriori interventi di chirurgia plastica;
  1. nella controversia, inizialmente proposta dalla Ma. per il risarcimento del pregiudizio complessivamente subito per la ritardata diagnosi e per tutte le conseguenze che ne erano derivate (e cioè la necessaria mastectomia radicale, al posto di un intervento meno invasivo; la necessità di chemioterapia e successiva terapia ormonale nonchè l’aumento delle prospettive di recidiva), intervenivano volontariamente anche il marito ed i figli minori da lei rappresentati che chiedevano il riconoscimento del danno patito, iure proprio, sia per aver dovuto accudire la madre sia per aver dovuto rinunciare alla sua assistenza parentale, in ragione della malattia e delle precarie condizioni fisiche conseguenti alle cure alle quali si era dovuta sottoporre. In corso di causa, decedeva prima il padre dei minori e poi la stessa Ma., per recidiva della malattia;
  1. il Tribunale, a seguito di CTU, respingeva la domanda, ritenendo che, pur riscontrata la negligenza del medico, non erano emerse prove sufficienti a dimostrare il nesso etiologico con la patologia e con il seguente decesso della paziente che si sarebbe, in ogni caso, verificato.
  1. la Corte d’Appello di Genova, rinnovato l’accertamento peritale, riformava la sentenza, confermando la sussistenza della colpa medica del L. e condannandolo in solido con la ASL, in favore dei figli, al parziale risarcimento dei danni non patrimoniali (vantati iure proprio e iure ereditatis) e del danno patrimoniale corrispondente al reddito medio che la Ma. avrebbe loro garantito per il periodo (di due anni) di sopravvivenza di cui ella avrebbe potuto godere nel caso di tempestiva diagnosi.
  1. Tanto premesso, il Collegio osserva quanto segue.

2.1 Sul ricorso principale.

Con il primo motivo, i ricorrenti, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deducono l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, nonchè il travisamento della CTU rinnovata in grado d’appello, accertamento costituito oltre che dalla relazione depositata il 14.4.2015 anche dai chiarimenti successivamente resi dall’ausiliare in data 15.10.2015 che la Corte aveva omesso di valutare.

Assumono che la motivazione della sentenza aveva confuso la risposta al quesito concernente la possibilità, in termini percentuali, che la Ma. morisse per la neoplasia contratta ove la cura fosse stata adeguata e tempestiva fon il responso riguardante il margine di maggiore sopravvivenza garantito da una diagnosi formulata a tempo debito nel caso in cui la patologia che affliggeva la paziente fosse rientrata nella percentuale di casi con esito infausto delle cure, pur sollecitamente somministrate: in tal modo, la Corte territoriale era giunta a conclusioni erronee ed illogiche, fondate su una lettura parziale della CTU che ne aveva stravolto il complessivo significato.

Con il secondo motivo, i ricorrenti deducono la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 per violazione dell’art. 2043 c.c. e degli artt. 40 e 41 c.p.c.:

lamentano, in particolare, che la Corte d’Appello non si era attenuta al principio del “più probabile che non”, visto che dopo aver ritenuto sussistente la colpa del medico (dando atto, oltretutto, che essa era stata già accertata in primo grado) aveva omesso di verificare se la morte della Ma. doveva essere ascritta alla condotta negligente del L., avvalendosi dei complessivi accertamenti peritali espletati.

Con il terzo motivo, lamentano, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’ex art. 2043 c.c. per omesso riconoscimento del pregiudizio subito dalla madre – ed a loro trasmesso iure aereditatis – per i due anni di sopravvivenza trascorsi nella consapevolezza della morte imminente: precisano che le conclusioni da lei formulate nell’atto introduttivo erano omnicomprensive ed includevano tutti gli aspetti del danno non patrimoniale da ritardata diagnosi. Con il quarto motivo, i ricorrenti deducono, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, il travisamento della CTU e la mancata liquidazione del “danno da riduzione del tempo di vita”.

Lamentano inoltre, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 la falsa applicazione degli artt. 40 e 41 c.p. in relazione al nesso di causalità.

Con il quinto motivo, ancora, i ricorrenti si dolgono, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, della violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 c.c., criticando il mancato riconoscimento della responsabilità contrattuale della ASL n(OMISSIS).

Con il sesto motivo, infine, deducono, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 2043 c.c. e dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia sulla domanda di liquidazione del danno biologico in loro favore per la condizione psicofisica della madre durante i due anni di malattia ed il periodo di cure che aveva dovuto subire.

  1. I primi due motivi devono essere congiuntamente esaminati per la intrinseca connessione logica.

3.1. Essi sono entrambi fondati, con la precisazione che la seconda censura costituisce l’antecedente logico della prima.

I ricorrenti assumono, infatti, che pur essendo stata accertata (fin dal primo grado di giudizio) la condotta negligente del L., la Corte territoriale, riformando la sentenza, non aveva applicato correttamente i principi civilistici in materia di nesso di causalità: lamentano che la motivazione era riferita non alle conseguenze della condotta negligente costituita dall’evento morte, ma soltanto all’ipotetica maggiore durata della vita di cui la Ma. avrebbe potuto godere, fondando tale statuizione su una erronea e lacunosa interpretazione della CTU rinnovata in grado d’appello.

3.2. Deve premettersi che questa Corte, al riguardo, ha avuto modo di ribadire, dando costante continuità al principio enunciato da Cass. SU 576/2008, che “in tema di responsabilità civile, il nesso causale è regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 c.p., per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonchè dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiano – ad una valutazione “ex ante” – del tutto inverosimili, ferma restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori sottesi ai due processi: nel senso che, nell’accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”, mentre nel processo penale vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio”. Ne consegue, con riguardo alla responsabilità professionale del medico, che, essendo quest’ultimo tenuto a espletare l’attività professionale secondo canoni di diligenza e di perizia scientifica, il giudice, accertata l’omissione di tale attività, può ritenere, in assenza di altri fattori alternativi, che tale omissione sia stata causa dell’evento lesivo e che, per converso, la condotta doverosa, se fosse stata tenuta, avrebbe impedito il verificarsi dell’evento stesso” (cfr. ex multis Cass. 16123/2010 ed, in termini, Cass. 12686/2011 e Cass. 6698/2018).

Ed è stato altresì affermato che “anticipare il decesso di una persona già destinata a morire perchè afflitta da una patologia, costituisce pur sempre una condotta legata da nesso di causalità rispetto all’evento morte, ed obbliga chi l’ha tenuta al risarcimento del danno. (Cass. 20996/2012).

3.3. Tanto premesso, si osserva che la Corte territoriale, pur enunciando il principio del “più probabile che non” (cfr. pag. 14 u.cpv) risulta non averne fatto corretta applicazione in quanto ha statuito che la morte della Ma. non sarebbe stata evitata dalla diagnosi tempestiva del medico la quale avrebbe consentito soltanto una sopravvivenza più lunga di due anni (cfr. pag. 14 della sentenza); ed ha applicato il principio di causalità esclusivamente in relazione al lasso temporale di vita non vissuta.

La decisione – che. focalizza il danno non sull’evento morte ma sul probabile tempo di sopravvivenza – configura il vizio di violazione di legge denunciato con il secondo motivo, intrinsecamente collegato alla critica contenuta nel primo,ò rispetto al quale si ritiene che ricorra l’ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

3.4. I ricorrenti contestano, infatti, la decisione della Corte territoriale che, travisando le risultanze peritali, aveva affermato che neppure in presenza di diagnosi tempestiva al gennaio 2003 sarebbe stato possibile evitare la morte della Ma.: assumono che la statuizione si fondava sulle conclusioni del CTU riportate in sentenza che prospettavano valutazioni estrapolate soltanto dalla relazione tecnica del 14.4.2015 e non tenevano conto dell’integrazione del 15.10.2015: si dolgono, in particolare, del fatto che non tenendo conto dei chiarimenti resi dall’ausiliare, i giudici d’appello erano giunti alla erronea convinzione secondo cui in presenza di una tempestiva diagnosi, la Ma. avrebbe potuto godere soltanto di due anni di vita in più, mentre le maggiori percentuali di sopravvivenza indicate nell’accertamento peritale (oltre i dieci anni dal 75 all’80/85 % dei casi) ed il minore rischio di morte (a dieci anni, dal 21 al 7%) avevano valorizzato una possibilità di sopravvivenza, in termini percentuali, ben superiore senza limiti di tempo scientificamente apprezzabili. 4. La censura risulta complessivamente fondata, oltre che strettamente connessa con quella precedentemente esaminata.

La decisione della Corte territoriale in punto di nesso di causalità presenta infatti, profili di criticità determinati da una valutazione solo parziale dell’accertamento peritale rinnovato: è stato valutato, infatti, esclusivamente il dato percentuale riferito all’evento morte che si era verificato dopo 10 anni dalla tardiva diagnosi e si è affermato che, in considerazione delle caratteristiche del tumore riscontrato, un accertamento tempestivo della malattia avrebbe potuto garantire esclusivamente una ulteriore sopravvivenza di due anni, statuizione che risulta contrastante con il complessivo esito della CTU. 4.1. I giudici d’appello, al riguardo, hanno omesso di riportare i chiarimenti contenuti nella parte integrativa di essa (resi in data 15.10.2015) nella quale l’ausiliare aveva esplicitato che “la prognosi della signora al momento della mancata diagnosi nel gennaio 2003 era la seguente: una probabilità di essere viva a 10 anni compresa tra il 75% e l’85% (1-4) ed un rischio morte compreso fra il 7 ed il 13%(5-6)”(cfr. doc. 7 fasc. ricorrente, risposta al primo quesito).

Tali precisazioni non sono state collegate a quanto affermato dal medesimo CTU nella relazione tecnica del 14.4.2015 (” se la malattia fosse stata diagnosticata ed adeguatamente curata a gennaio 2003 il rischio morte a 10 anni si sarebbe ridotto dal 21% al 7%. Anche nel caso la malattia fosse già con linfonodi positivi a gennaio 2003 (reperto meno probabile) il rischio morte a 10 anni si sarebbe ridotto dal 13% al 7% per effetto della diagnosi tempestiva”:cfr. doc. 6 pag. 3 fasc. ricorrente): l’aver riportato in sentenza (e conseguentemente l’aver posto a base della statuizione) soltanto il passaggio dell’elaborato del 14.4.2015, neanche adeguatamente valutato, sul “vantaggio di circa due anni di vita in più, considerando il rischio morte aggiuntivo del 57%” (cfr. pag. 4 u. cpv doc 6 fascicolo ricorrente) induce a ritenere che ricorra il vizio dedotto con il primo motivo in quanto la Corte territoriale ha omesso di valutare una parte del complessivo accertamento peritale dal quale era desumibile il dato maggiormente rilevante in relazione allo specifico nesso di causalità e cioè la possibilità di sopravvivenza della Ma. ove la diagnosi fosse stata tempestiva (cioè formulata nel gennaio 2003 e non nell’ottobre dello stesso anno), a prescindere dalla durata di essa.

Al riguardo, questa Corte ha avuto modo di affermare che il mancato esame delle complete risultanze della consulenza tecnica d’ufficio integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere, nel giudizio di cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (cfr. ex multis Cass. 13922/016; Cass. 13399/2018; Cass. 13770/2018): a tale orientamento questo Collegio intende dare seguito con accoglimento dei motivi sopra esaminati.

  1. Alla luce delle argomentazioni sviluppate in relazione alle prime due censure – alle quali consegue la cassazione della sentenza impugnata – il terzo motivo, concernente la violazione dell’art. 2043 c.c. per omesso riconoscimento del danno -catastrofale, deve ritenersi logicamente assorbito.
  1. La medesima decisione di assorbimento involge anche il quarto motivo con il quale i ricorrenti deducono, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la mancata liquidazione del danno da riduzione del tempo di vita ed, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 40 e 41 c.p.c..

La critica, infatti, riguarda una voce di danno sovrapponibile a quello catastrofale: il riesame della controversia dovrà pertanto ricomprendere anche tale censura.

  1. Il quinto ed il sesto motivo, infine, sono inammissibili.

7.1. Quanto alla violazione della norma sulla responsabilità contrattuale della ASL (quinto motivo), infatti, i ricorrenti non hanno colto la ratio decidendi della sentenza impugnata che contiene, nei limiti di quanto accertato, la condanna in solido del L. e della ASL Toscana: tenuto conto del decisum, la critica avanzata risulta generica in relazione alla pretesa responsabilità contrattuale e ciò non ne consente l’esame nel merito.

7.2. Quanto all’ultima censura (sesto motivo), infine, si osserva che la doglianza incorre nel medesimo vizio logico, in quanto lamenta l’omesso riconoscimento di una posta risarcitoria sulla quale la Corte si è espressamente e favorevolmente pronunciata, in quanto:

  1. ha specificamente richiamato le conclusioni degli odierni ricorrenti dalle quali aveva desunto l’esistenza della domanda, iure proprio,in termini omnicomprensivi (“il diritto al risarcimento per i fatti esposti ed in particolare l’aggravamento della malattia cagionato dall’errore diagnostico”);
  1. ha altresì statuito “la risarcibilità del danno non patrimoniale patito per la minor durata della vita della madre che li ha privati dell’affetto e del sostentamento materni in anni cruciali della crescita” (cfr. pag. 17 della sentenza impugnata);
  1. ha condannato le controparti al risarcimento in loro favore di una somma di danaro che risulta determinata in via equitativa e risponde alla riparazione di tutti gli aspetti del pregiudizio subito per aver dovuto assistere alla malattia della Ma. e per essersi dovuti privare della sua assistenza materna.
  1. Sul ricorso incidentale della ASL Toscana.

8.1. Con il primo motivo, il ricorrente incidentale deduce ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 320 c.c. e art. 374 c.c., n. 5 nonchè la dichiarazione di improcedibilità.

Lamenta che la Corte territoriale aveva omesso di rilevare l’assenza di autorizzazione del giudice tutelare alla costituzione in giudizio, sia prima della morte dei genitori sia dopo il loro decesso a seguito del quale si era costituito il tutore.

8.2. La censura è manifestamente infondata.

Questa Corte ha avuto modo di chiarire, infatti, che “in tema di amministrazione dei beni dei figli ex art. 320 c.c., al di fuori dei casi specificamente individuati ed inquadrati nella categoria degli atti di straordinaria amministrazione dal legislatore, vanno considerati di ordinaria amministrazione gli atti che presentino tutte e tre le seguenti caratteristiche: 1) siano oggettivamente utili alla conservazione del valore e dei caratteri oggettivi essenziali del patrimonio in questione; 2) abbiano un valore economico non particolarmente elevato in senso assoluto e soprattutto in relazione al valore totale del patrimonio medesimo; 3) comportino un margine di rischio modesto in relazione alle caratteristiche del patrimonio predetto. Vanno invece considerati di straordinaria amministrazione gli atti che non presentino tutte e tre queste caratteristiche.” (Cass. 7546/2003; Cass. 1614 /2004; Cass. 8720/2010).

L’azione risarcitoria proposta tendendo a ricostituire il patrimonio leso, può essere annoverata fra gli atti di ordinaria amministrazione, oltretutto con valenza accrescitiva, per cui non necessitava dell’autorizzazione del giudice tutelare.

8.3. Con il secondo motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 183 c.p.c., comma 5 (nella formulazione antecedente alla L. n. 80 del 2005), per omessa dichiarazione di inammissibilità della domanda di risarcimento di Ma.De. e di M.E. e L. in relazione alla ridotta durata della vita della madre: il ricorrente incidentale lamenta che nessuna domanda era stata in tal senso formulata dalle parti, nè dalla Ma. nell’atto di citazione (visto che all’epoca era ancora in vita) nè dai figli intervenuti.

8.4. Il motivo è infondato in relazione alla domanda che ebbe ad avanzare in corso di causa (e prima del decesso) la stessa Ma., ed inammissibile in relazione alle pretese vantate dai figli nel medesimo giudizio, nel quale intervennero volontariamente.

Quanto al primo profilo, si osserva che questa Corte ha avuto modo di affermare con orientamento al quale questo collegio intende dare seguito, che “nel giudizio di risarcimento del danno è consentito all’attore chiedere per la prima volta in appello un risarcimento degli ulteriori danni, provocati dal medesimo illecito, manifestatisi solo in corso di causa” (cfr. Cass. 9453/2016): le conclusioni omnicomprensive dell’attrice riferite a “tutti i danni” subiti includono certamente quelli che dal medesimo fatto si erano manifestati con progressiva gravità nel corso del processo.

Quanto al secondo, riferito alla domanda dei figli, la censura è inammissibile in quanto maschera una richiesta di rivalutazione di merito della controversia in relazione ad una questione compiutamente esaminata dalla Corte territoriale con la congrua e logica motivazione già vagliata nel corso dell’esame del sesto motivo del ricorso principale: la censura pertanto maschera la richiesta di rivalutazione di una questione di merito preclusa in sede di legittimità (cfr. al riguardo Cass. 8758/2017; Cass. 18721/2018).

8.5. Con il terzo, il quarto ed il quinto motivo, in parte sovrapponibili, il ricorrente incidentale deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 2056, 1223 e 1225 c.c. e degli artt. 40 e 41 c.p.: lamenta la violazione del principio di causalità nel ritenere che la tardiva diagnosi abbia determinato una riduzione di due anni di vita.

Contesta anche la congruità della motivazione e l’assenza di ogni argomentazione in ordine alla adesione alla CTU di secondo grado, piuttosto che a quella di primo grado, in relazione al nesso etiologico fra la condotta negligente del medico ed il danno; lamenta inoltre che non era stato considerato che la diagnosi, anche se formulata nel gennaio 2003, non avrebbe consentito una migliore efficacia della cura, tenuto conto delle conoscenze scientifiche dell’epoca che dovevano essere ricondotte ai parametri nazionali e non a quelli, più avanzati ma “astratti”, dell’Istituto Tumori di Milano;

assume, con riferimento alla quinta censura, “il mancato esame di un fatto decisivo relativo al nesso causale ed alla inevitabilità dell’evento” (cfr. rubrica pag. 29 del ricorso).

8.6. Tutte le censure devono ritenersi assorbite dalla motivazione resa sul primo ed il secondo motivo del ricorso principale.

  1. Con il sesto motivo, il ricorrente incidentale deduce, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la violazione e falsa applicazione degli artt. 2056, 1223, 1227, 40 e 41 c.p. per mancato esame della condotta negligente della paziente che, nonostante il suggerimento di effettuare il controllo entro sei mesi, lo aveva effettuato a distanza di nove mesi dal primo esame ecografico, aggravando con ciò la possibilità di una anticipata diagnosi e concorrendo alla causazione del danno nella misura del 30%.

9.1. Il motivo è inammissibile.

Premesso, infatti, che nella consulenza tecnica d’ufficio rinnovata in grado d’appello (cfr. doc. 7 fascicolo ricorrente, relazione del 15.10.2015) l’ausiliare ha precisato – richiamando il contenuto della certificazione visionata e risultante fra i documenti tempestivamente prodotti – che un nuovo controllo (ecografico con visita) era stato sollecitato dal L. alla paziente “fra sei mesi” e non “entro sei mesi” con indicazione, dunque, solo indicativa (rispetto alla quale il termine di nove mesi osservato dalla Ma., di poco più lungo, si colloca nell’ambito della ragionevolezza), si osserva che del rilievo – che doveva essere riproposto in appello – non vi è alcuna traccia nel corpo del ricorso: ragione per cui la censura non può essere esaminata in questa sede per mancanza di autosufficienza e per novità della questione.

  1. Con il settimo e l’ottavo motivo da esaminarsi congiuntamente, il ricorrente, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2056, 2059, 1223, 1225 e 1226 c.c. in relazione all’art. 2697 c.c., nonchè la mancanza di motivazione circa l’esistenza del danno parentale; propone la medesima censura anche in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 assumendo che la motivazione era carente in relazione ai criteri utilizzati per la liquidazione del danno per il quale il criterio equitativo enunciato non era accompagnato dall’indicazione dei parametri utilizzati.

10.1. I motivi sono inammissibili.

Si osserva, infatti, che, in ordine alla critica riferita alla violazione di legge, la motivazione resa dalla Corte sul punto risulta incensurabile: la prova del pregiudizio subito dai figli di minore età conviventi per la malattia della madre è presuntiva e la liquidazione equitativa – che prende le mosse dalle caratteristiche del pregiudizio (“importanza della presenza materna per un periodo più lungo, che avrebbe consentito di affrontare il suo decesso con maggiore maturità”) – risulta insindacabile, perchè si risolve in una questione di fatto, il cui esame è precluso in sede di legittimità.

10.2. Con riferimento, poi, al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si osserva che non è stato affatto indicato il fatto storico di cui sarebbe stato omesso l’esame.

  1. Con il nono motivo, infine, il ricorrente deduce ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 la violazione e falsa applicazione degli artt. 2056, 2059, 1226 e 1227 c.c. in relazione all’art. 2697 c.c. e la mancanza di motivazione circa l’esistenza di prova di danni patrimoniali. Lamenta inoltre la mancata valutazione del preteso concorso di colpa della paziente.

11.1. La censura è inammissibile sia perchè la motivazione sulla determinazione di tale posta risarcitoria è congrua e contiene una logica spiegazione del calcolo formulato con riferimento al reddito medio annuo documentato (cfr. pag. 18 della sentenza), sia per difetto di autosufficienza in relazione alla mancata decurtazione derivante dall’applicazione dell’art. 1227 c.c. sulla quale si richiama quanto già argomentato nella motivazione del sesto motivo sopra esaminato: la critica, pertanto, si risolve in una richiesta di rivalutazione di una questione di fatto, inammissibile in questa sede.

  1. In conclusione, il ricorso incidentale – per la parte non assorbita – deve essere rigettato.
  1. La sentenza, pertanto, va cassata in relazione ai motivi di ricorso principale accolti con rinvio alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione che dovrà riesaminare la controversia alla luce dei seguenti principi di diritto:
  1. “è configurabile il nesso causale tra il comportamento omissivo del medico ed il pregiudizio subito dal paziente qualora attraverso un criterio necessariamente probabilistico, si ritenga che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno verificatosi: laddove il danno dedotto sia costituito anche dall’evento morte sopraggiunto in corso di causa ed oggetto della domanda in quanto riconducibile al medesimo illecito, il giudice di merito, dopo aver provveduto alla esatta individuazione del petitum, dovrà applicare la regola della preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non al nesso di causalità fra la condotta del medico e tutte le conseguenze dannose che da essa sono scaturite” :
  1. “ove la decisione del giudice sia fondata sulle risultanze di una CTU, l’accertamento tecnico svolto deve essere valutato nel suo complesso, tenendo conto anche dei chiarimenti integrativi prestati sui rilievi dei consulenti di parte: il mancato e completo esame delle risultanze della CTU integra un vizio della sentenza che può essere fatto valere, nel giudizio di cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, risolvendosi nell’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

La Corte di rinvio dovrà altresì decidere in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il primo ed il secondo motivo di ricorso principale; dichiara assorbito il terzo ed il quarto ed inammissibili il quinto ed il sesto; dichiara altresì assorbiti il terzo, quarto e quinto motivo di ricorso incidentale che rigetta per il resto.

Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’Appello di Genova per il riesame della controversia ed anche per la decisione in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 5 dicembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 27 marzo 2019.

RESPONSABILITA’ OMISSIVA

La Corte di cassazione, giudicando di un’ipotesi di errore diagnostico rispetto a un carcinoma mammario, ha ritenuto opportuno anche ricordare quali sono le regole che governano l’accertamento della responsabilità in caso di comportamento omissivo.

In caso di comportamento omissivo, l’accertamento della responsabilità e, in particolare, la verifica della sussistenza del nesso di causalità sono sottoposti a regole identiche a quelle applicabili in caso di comportamento commissivo, essendo i due tipi di comportamento strettamente connessi, dato che, nella condotta omissiva, nel violare le regole cautelari, il soggetto non sempre è  assolutamente inerte, ma non infrequentemente pone in essere un comportamento diverso da quello dovuto, cioè da quello che sarebbe stato doveroso secondo le regole della comune prudenza, perizia e diligenza”.

Secondo la Cassazione l’unica distinzione è nella necessità, in caso di comportamento omissivo, di fare ricorso, per verificare il nesso di causalità, a un giudizio controfattuale “meramente ipotetico (dandosi per verificato il comportamento invece omesso), anziché fondato sui dati della realtà; infatti, nel caso di comportamento omissivo, è solo con riferimento alle regole cautelari inosservate che può formularsi un concreto rimprovero nei confronti del soggetto e verificarsi, con giudizio controfattuale ipotetico, la sussistenza del nesso di causalità”.

Occorre prendere le mosse, ad avviso del Collegio, da alcuni principi giuridici affermati da questa Corte di legittimità e che si ritengono tuttora condivisibili. Innanzitutto in tema di errore diagnostico, questa Corte ha chiarito (Sez. 4, n. 50975 del 19/07/2017, P.G., P.C. in proc. Memeo e altro, Rv. 271533) – e va qui ribadito- che, in tema di colpa professionale medica, l’errore diagnostico si configura non solo quando, in presenza di uno o più sintomi di una malattia, non si riesca ad inquadrare il caso clinico in una patologia nota alla scienza o si addivenga ad un inquadramento erroneo, ma anche quando si ometta di eseguire o disporre controlli ed accertamenti doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi [Sez. 4, n. 21243 del 18/12/2014 (dep. 21/05/2015), Pulcini, Rv. 263492; così Sez. 4, n. 46412 del 28/10/2008, Calò, Rv. 242250, fattispecie nella quale una diagnosi errata e superficiale, formulata senza disporre ed eseguire tempestivamente accertamenti assolutamente necessari, era risultata esiziale]. Nel solco di tale giurisprudenza è stato perciò ritenuto che rispondesse di lesioni personali colpose il medico ospedaliero che, omettendo di effettuare i dovuti esami clinici, aveva dimesso con la diagnosi errata di gastrite un paziente affetto da patologia tumorale, così prolungando per un tempo significativo le riscontrate alterazioni funzionali (nella specie, vomito, acuti dolori gastrici ed intestinali) ed uno stato di complessiva sofferenza, di natura fisica e morale, che favorivano un processo patologico che, se tempestivamente curato, sarebbe stato evitato o almeno contenuto [Sez. 4, n. 2474 del 14/10/2009 (dep. il 20/01/2010, Vancheri ed altro, Rv. 246161). Questa Corte di legittimità ha già affermato in passato alcuni principi che il Collegio condivide e che intende ribadire. Tra questi, quello per cui l’errore diagnostico del medico che consiste nell’intempestiva diagnosi tumorale è causa dell’evento dannoso in quanto “la stessa scienza medica (…) sostiene la necessità di una sollecita diagnosi delle patologie tumorali e rileva come la prognosi della malattia vari a seconda della tempestività dell’accertamento” (così la sentenza n. 36603 del 5.5.2011, Faldetta, non massimata) e che c’è responsabilità penale anche quando l’omissione del sanitario contribuisca alla progressione del male.

E’ stato anche condivisibilmente evidenziato che, in tema di omicidio colposo, sussiste il nesso di causalità tra l’omessa adozione da parte del medico specialistico di idonee misure atte a rallentare il decorso della patologia acuta, colposamente non diagnosticata, ed il decesso del paziente, quando risulta accertato, secondo il principio di controfattualità, condotto sulla base di 4 Corte di Cassazione – copia non ufficiale una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica, universale o statistica, che la condotta doverosa avrebbe inciso positivamente sulla sopravvivenza del paziente, nel senso che l’evento non si sarebbe verificato ovvero si sarebbe verificato in epoca posteriore o con minore intensità lesiva (Sez. 4, n. 18573 del 14/02/2013, Meloni, Rv. 256338, fattispecie nella quale il sanitario di turno presso il pronto soccorso non aveva disposto gli accertamenti clinici idonei ad individuare una malattia cardiaca in corso e, di conseguenza, non era intervenuto con una efficace terapia farmacologica di contrasto che avrebbe rallentato significativamente il decorso della malattia, così da rendere utilmente possibile il trasporto presso struttura ospedaliera specializzata e l’intervento chirurgico risolutivo).

Anche le Sezioni Unite (Sez. U, n. 30328 del 10/7/2002, Franzese, Rv. 222138), peraltro, concludevano che, nel reato colposo omissivo, il rapporto di causalità è configurabile quando si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione che sarebbe stata doverosa, l’evento avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva. In proposito, inoltre, gioverà ricordare che, in caso di comportamento omissivo, l’accertamento della responsabilità e, in particolare, la verifica della sussistenza del nesso di causalità sono sottoposti a regole identiche a quelle applicabili in caso di comportamento commissivo, essendo i due tipi di comportamento strettamente connessi, dato che, nella condotta omissiva, nel violare le regole cautelari, il soggetto non sempre è assolutamente inerte, ma non infrequentemente pone in essere un comportamento diverso da quello dovuto, cioè da quello che sarebbe stato doveroso secondo le regole della comune prudenza, perizia e diligenza.

L’unica distinzione attiene soltanto alla necessità, in caso di comportamento omissivo, di fare ricorso, per verificare la sussistenza del nesso di causalità, ad un giudizio controfattuale meramente ipotetico (dandosi per verificato il comportamento invece omesso), anziché fondato sui dati della realtà; infatti, nel caso di comportamento omissivo, è solo con riferimento alle regole cautelari inosservate che può formularsi un concreto rimprovero nei confronti del soggetto e verificarsi, con giudizio controfattuale ipotetico, la sussistenza del nesso di causalità (cfr. sul punto Sez. 4, n. 3380 del 15/11/2005 dep. il 2006, Fedele, Rv. 233237, ove è stato valutato penalmente rilevante il comportamento omissivo del medico che, in presenza di un esame mammografico dal quale risultavano sintomi di una possibile malattia neoplastica non dispose alcun esame più specifico ovvero un nuovo controllo ravvicinato, ma solo un ulteriore controllo mammografico da effettuarsi a distanza di un anno, così contribuendo alla progressione del male). In tema di nesso causale nei reati omissivi, in altri termini, non può escludersi la responsabilità del medico il quale colposamente non si attivi e contribuisca con il proprio errore u, diagnostico a che il paziente venga conoscenza di una malattia tumorale, anche a fronte di una prospettazione della morte ritenuta inevitabile, laddove, nel giudizio controfattuale, vi è l’alta probabilità logica che il ricorso ad altri rimedi terapeutici, o all’intervento chirurgico, avrebbe determinato un allungamento della vita, che è un bene giuridicamente rilevante anche se temporalmente non molto esteso. Punto di riferimento rimane sempre la già ricordata sentenza 5 Corte di Cassazione – copia non ufficiale Franzese, per cui nel reato colposo omissivo improprio il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, sicché esso è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l’interferenza di decorsi causali alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.

Le Sezioni Unite, nel caso appena citato, hanno affermato la responsabilità di un sanitario per omicidio colposo dipendente dall’omissione di una corretta diagnosi, dovuta a negligenza e imperizia, e del conseguente intervento che, se effettuato tempestivamente, avrebbe potuto salvare la vita del paziente.

Nel solco di tale pronuncia è stato anche affermato che il nesso di causalità deve essere accertato non sulla base dei soli coefficienti di probabilità statistica, bensì mediante l’utilizzo degli strumenti di cui il giudice penale ordinariamente dispone per le valutazioni probatorie, e può ritenersi sussistente quando, considerate tutte le circostanze del caso concreto, possano escludersi processi causali alternativi e si possa affermare in termini di “certezza processuale”, ossia di alta credibilità razionale o probabilità logica, che sia stata proprio quella condotta omissiva a determinare l’evento lesivo. (Sez. 4, n. 38334 del 3/10/2002, Albissini, Rv. 222862, fattispecie di colpa professionale medica per omessa, precoce, diagnosi di neoplasia polmonare determinata da superficiale o errata lettura del referto radiologico, per la quale la Corte ha ritenuto sussistente il nesso di causalità pure in mancanza di indagine autoptica).

In tema di nesso causale nei reati omissivi – prosegue la Cassazione – non può escludersi la responsabilità del medico il quale colposamente non si attivi e contribuisca con il proprio errore diagnostico a che il paziente venga a conoscenza di una malattia tumorale, anche a fronte di una prospettazione della morte ritenuta inevitabile, laddove, nel giudizio controfattuale, vi è l’alta probabilità logica che il ricorso ad altri rimedi terapeutici, o all’intervento chirurgico, avrebbe determinato un allungamento della vita, che è un bene giuridicamente rilevante anche se temporalmente non molto esteso”.

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COME INTERVIENE SPECIFICATAMENTE AVVOCATO SERGIO ARMAORLI BOLOGNA LUGO RAVENNA CESENA FORLI TREVISO VICENZA IN CASO DI ERRORE MEDICO?

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Analizza in via preliminare le eventuali responsabilità dei singoli medici e sanitari, oltre che delle stesse strutture ospedaliere per capire se trattasi di episodi di malasanità;
interviene direttamente, qualora sussistano i presupposti, con la richiesta risarcitoria per malasanità nei confronti dei responsabili.

  • Il risarcimento per malasanità trova accoglimento quando:
  • Si accerta un errore medico
  • L’errore medico ha causato un danno
  • Il danno ha causato danni gravi e/o permanenti al paziente
  • Questi elementi vanno comprovati  e dimostrati, e quindi rivolgersi a un qualsiasi avvocato può rivelarsi un errore: meglio farsi assistere da uno studio legale preparato a seguire casi di malasanità,
  • Qui di seguito trovi solo alcuni dei casi, individuati per area medica, per cui è possibile intentare una causa e per cui rivolgerti all’avvocato esperto in responsabilità medica dell’avvocato Sergio Armaroli .
  • SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUARTA PENALE  Sentenza 19 luglio – 4 settembre 2018, n. 39733

ritardi ed errori di diagnosi e terapia

interventi chirurgici ed endoscopici sbagliati

infezioni ospedaliere

errori ortopedici

errore medico nella diagnosi prenatale ecografica e genetica e problemi durante il parto sia naturale che cesareo

errori trasfusionali con trasmissione di infezioni come l’ epatite HCV (legge 210)

vaccinazioni inopportune e loro conseguenze

danni da chirurgia plastica e medicina estetica

violazione del consenso informato

Per altre esigenze relative a risarcimenti per errore medico e danni da malasanità, Anestesia: morte sopraggiunta nel corso dell’anestesia lesioni dovute all’intubazione

GINECOLOGIA Danni alla madre durante il parto.

Diagnosi errate per malattie ginecologiche.

Distocia della spalla.

Errate terapie per la cura della infertilità.

Erronea diagnosi prenatale.

Fratture della clavicola.

Ipossia del bambino al momento del parto.

Lesioni del plesso brachiale.

Mancata effettuazione di manovre rianimatorie sul bambino.

Mancata diagnosi di malformazioni fetali durante l’esecuzione di ecografie in epoca prenatale in tempo utile per effettuare l’interruzione di gravidanza.

Chirurgia: errata esecuzione dell’intervento inefficacia dell’intervento comunicazioni incomplete sul consenso informato scarsa assistenza post-operatoria esecuzione di interventi inadeguati errata o mancata diagnosi patologica Gli errori più frequenti in tale ambito sono:
•    Errata esecuzione di interventi chirurgici.
•    Aderenze post-operatorie.

RISARCIMENTO MALASANITÁ: A CHI RIVOLGERSI COME INTERVIENE SPECIFICATAMENTE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA LUGO RAVENNA CESENA FORLI TREVISO VICENZA IN CASO DI ERRORE MEDICO? Risarcimento danno da errore medico Se non riusciremo a raggiungere un accordo bonario, avvieremo il giudizio nei confronti della struttura ospedaliera e del personale che ha prestato l’attività sanitaria per ottenere il risarcimento da responsabilità medica che ti compete. La prova della responsabilità dell’ ente o del medico Ecco quali sono gli eventi più frequenti: ANESTESIA CHIRURGIA GENERALE NEUROCHIRURGIA ONCOLOGIA ORTOPEDIA OSTETRICIA E GINECOLOGIA Quanto asserito in ordine alla responsabilità di natura contrattuale dell’ente, riveste notevole importanza relativamente al così detto onere della prova a carico del paziente di dimostrare la responsabilità dei sanitari in ordine al peggioramento delle proprie condizioni di salute. Ecco quali sono gli eventi più frequenti: 1. ANESTESIA 2. CHIRURGIA GENERALE 3. NEUROCHIRURGIA 4. ONCOLOGIA 5. ORTOPEDIA 6. OSTETRICIA E GINECOLOGIA 7. L’art.7 com.3 della Legge 24/2017 (Gelli-Bianco) prevede che il singolo medico risponderà del proprio operato ai sensi dell’art. 2043 cc (responsabilità fatto illecito) salvo che abbia agito nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale assunta con il paziente. I casi di responsabilità extracontrattuale ben potrebbero rinvenirsi per esempio negli interventi di urgenza o comunque in stato di incoscienza della vittima, ma anche nei confronti del medico di base, insomma dove manca il contratto con l’ospedale. Quali sono le prove da fornire nei giudizi contro il medico? In questo caso l’onere probatorio è più gravoso per il paziente che agisce in giudizio perché deve dimostrare: – il danno subito; – il nesso causale tra condotta del sanitario ed evento dannoso; – la colpa o dolo del sanitario. Al paziente spetterà soltanto l’onere di provare l’esistenza del contratto con il medico o del “contatto sociale” con l’ospedale, l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato (Cassazione 23562/11). "In tema di colpa medica, in presenza di una condotta colposa posta in essere da un determinato soggetto, non può ritenersi interattiva del nesso di causalità (art. 41, comma secondo, cod. pen.) una successiva condotta parimenti colposa posta in essere da altro soggetto, quando essa non abbia le caratteristiche dell'assoluta imprevedibilità e inopinabilità; condizione, questa, che non può, in particolare configurarsi quando, nel caso di colpa medica, tale condotta sia consistita nell'inosservanza, da parte di soggetto successivamente intervenuto, di regole dell'arte medica già disattese da quello che lo aveva preceduto (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6215 del 10/12/2009 Ud. (dep. 16/02/2010), Rv. 246421; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9967 del 18/01/2010 Ud. (dep. 11/03/2010), Rv. 246797; Cass. Sez. 47 Sentenza n. 13939 del 30/01/2008 Ud. (dep. 03/04/2008), Rv. 239593; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 20272 del 16/05/2006 Ud. (dep. 14/06/2006), Rv. 234596). L'infondatezza del ricorso del P. impone, pertanto, il suo rigetto. "In tema di colpa medica, in presenza di una condotta colposa posta in essere da un determinato soggetto, non può ritenersi interattiva del nesso di causalità (art. 41, comma secondo, cod. pen.) una successiva condotta parimenti colposa posta in essere da altro soggetto, quando essa non abbia le caratteristiche dell'assoluta imprevedibilità e inopinabilità; condizione, questa, che non può, in particolare configurarsi quando, nel caso di colpa medica, tale condotta sia consistita nell'inosservanza, da parte di soggetto successivamente intervenuto, di regole dell'arte medica già disattese da quello che lo aveva preceduto (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6215 del 10/12/2009 Ud. (dep. 16/02/2010), Rv. 246421; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9967 del 18/01/2010 Ud. (dep. 11/03/2010), Rv. 246797; Cass. Sez. 47 Sentenza n. 13939 del 30/01/2008 Ud. (dep. 03/04/2008), Rv. 239593; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 20272 del 16/05/2006 Ud. (dep. 14/06/2006), Rv. 234596). L'infondatezza del ricorso del P. impone, pertanto, il suo rigetto. “Questa corte regolatrice ha difatti avuto modo di affermare (Cass. 21619/07; Cass. ss. uu. 576/2008 nonchè, nella sostanza, Cass. 4400/04) come la disomogenea morfologia e la disarmonica funzione del torto civile rispetto al reato consenta – e addirittura imponga – l’adozione di un diverso criterio di analisi della causalità materiale, quello, cioè, della probabilità relativa, criterio altrimenti definito del “più probabile che non”, rettamente inteso come analisi specifica e puntuale di tutte le risultanze probatorie del singolo processo – nella sua dimensione di “unicità” non ripetibile), della singola vicenda di danno, della singola condotta causalmente efficiente alla produzione dell’evento, tutte a loro volta permeate di una non ripetibile unicità (di talché la conseguente svalutazione della regola statistica e sovente di quella scientifica non appare un metagiuridico cedimento ad ideali aneliti riparatori cui dar respiro tout court in seno al processo, quanto piuttosto una attenta valorizzazione e valutazione della specificità del caso concreto, onde la concorrenza di cause di diversa incidenza probabilistica non conduca ipso facto alla aberrante regola del 50% plus unum, bensì alla compiuta valutazione dell’evidenza del probabile (così, esemplificando, se, in tema di danni da trasfusione di sangue infetto, le possibili concause appaiono plurime e quantificabili in misura di dieci, ciascuna con un’incidenza probabilistica pari al 3%, mentre la trasfusione attinge al grado di probabilità pari al 40%, non per questo la domanda risarcitoria sarà per ciò solo rigettata – o geneticamente trasmutata in risarcimento da chance perduta -, dovendo viceversa il giudice, secondo il suo prudente apprezzamento che trova la sua fonte nella disposizione di legge di cui all’art. 116 c.p.c., valutare la complessiva evidenza probatoria del caso concreto e addivenire, all’esito di tale giudizio comparativo, alla più corretta delle soluzioni possibili, pur nella non confortante consapevolezza della natura di malinconico ossimoro del sintagma “accertamento del nesso causale”, la cui “incertezza” trova una assai felice rappresentazione nel verso virgiliano felix qui potuit rerum cognoscere causa…)” Cass. III, 21 luglio 2011, n. 15991     Ti senti vittima di un errore medico per un intervento chirurgico sbagliato o hai subito un danno per negligenza medica? Hai il diritto e anche il dovere di segnalarlo, per evitare che casi analoghi si ripetano.   COME INTERVIENE SPECIFICATAMENTE AVVOCATO SERGIO ARMAORLI BOLOGNA LUGO RAVENNA CESENA FORLI TREVISO VICENZA IN CASO DI ERRORE MEDICO? Analizza in via preliminare le eventuali responsabilità dei singoli medici e sanitari, oltre che delle stesse strutture ospedaliere per capire se trattasi di episodi di malasanità; interviene direttamente, qualora sussistano i presupposti, con la richiesta risarcitoria per malasanità nei confronti dei responsabili. Il risarcimento per malasanità trova accoglimento quando: Si accerta un errore medico L’errore medico ha causato un danno Il danno ha causato danni gravi e/o permanenti al paziente Questi elementi vanno comprovati  e dimostrati, e quindi rivolgersi a un qualsiasi avvocato può rivelarsi un errore: meglio farsi assistere da uno studio legale preparato a seguire casi di malasanità, Qui di seguito trovi solo alcuni dei casi, individuati per area medica, per cui è possibile intentare una causa e per cui rivolgerti all’avvocato esperto in responsabilità medica dell’avvocato Sergio Armaroli . Per altre esigenze relative a risarcimenti per errore medico e danni da malasanità, Anestesia: morte sopraggiunta nel corso dell’anestesia lesioni dovute all’intubazione GINECOLOGIA Danni alla madre durante il parto. Diagnosi errate per malattie ginecologiche. Distocia della spalla. Errate terapie per la cura della infertilità. Erronea diagnosi prenatale. Fratture della clavicola. Ipossia del bambino al momento del parto. Lesioni del plesso brachiale. Mancata effettuazione di manovre rianimatorie sul bambino. Mancata diagnosi di malformazioni fetali durante l’esecuzione di ecografie in epoca prenatale in tempo utile per effettuare l’interruzione di gravidanza. Chirurgia: errata esecuzione dell’intervento inefficacia dell’intervento comunicazioni incomplete sul consenso informato scarsa assistenza post-operatoria esecuzione di interventi inadeguati errata o mancata diagnosi patologica Gli errori più frequenti in tale ambito sono: •    Errata esecuzione di interventi chirurgici. •    Aderenze post-operatorie. •    Emboli, tromboembolie per mancata terapia anticoagulante. •    Errato approccio terapeutico alla patologia con esecuzioni di interventi non necessari alla risoluzione del problema. •    Garze e ferri chirurgici dimenticati in corpo dopo gli interventi. •    Infezioni post-operatorie. •    Lesioni di nervi, vasi, organi adiacenti, durante interventi chirurgici. •    Mancata diagnosi di patologie. •    Mancata informazione o mancata acquisizione del consenso informato. •    Mancata risoluzione del problema per il quale è stato programmato l’intervento. •    Scarsa assistenza nel post-operatorio. •    Suture (abnormi, tolte troppo precocemente). •    Lesioni durante le intubazioni oro-tracheali. Chirurgia Estetica: errata esecuzione dell’intervento Medicina Interna: errata o mancata diagnosi patologica errato approccio terapeutico Oculistica: infezioni contratte durante gli interventi errata esecuzione di interventi di cataratta e di correzione laser della miopia Infezioni durante l’esecuzione di interventi. Errata esecuzione di interventi di cataratta e di correzione laser della miopia. Errata esecuzione di iniezioni intravitreali. Colpevole ritardo nel trattamento di patologie oculari. Omessa prescrizione di controlli in fase post-operatoria Odontoiatria: mancato raggiungimento dei risultati sperati Oncologia: diagnosi ritardata dei tumori trattamento tumorale ritardato Interventi eccessivamente demolitivi rispetto alla diagnosi. Interventi incompleti, che rendono necessari nuovi interventi chirurgici. Perdita di chance di guarigione o di sopravvivenza per omessa o ritardata diagnosi. Prescrizione di accertamenti non idonei. Radio e chemioterapia effettuata con ritardo o in dosi non adatte. Ritardo nella diagnosi o nell’esecuzione delle terapie di trattamento. Ortopedia: errata diagnosi presso il Pronto Soccorso , errata esecuzione dell’intervento per la sintesi delle fratture, sopraggiungere di infezioni nosocomiali, mancata diagnosi dell’infarto del miocardio, errato approccio terapeutico per le fratture, Responsabilità della Struttura Ospedaliera Errata esecuzione di interventi chirurgici per la sintesi delle fratture. Infezione ospedaliera ed emorragie post-operatorie. Inserimento di protesi di dimensioni errate. Lesioni alle terminazioni nervose o al nervo motorio durante le operazioni all’ernia del disco. Lesioni al midollo spinale dovute alla non immobilizzazione della colonna vertebrale dopo una caduta. Mancato recupero della gamba per un intervento errato sui legamenti. Mancato riconoscimento di fratture. Presenza di infezioni nosocomiali dovute alla mancata sterilizzazione dei ferri di sala operatoria o scarsa igiene delle sale.
RISARCIMENTO MALASANITÁ: A CHI RIVOLGERSI
COME INTERVIENE SPECIFICATAMENTE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA LUGO RAVENNA CESENA FORLI TREVISO VICENZA IN CASO DI ERRORE MEDICO?

 
•    Emboli, tromboembolie per mancata terapia anticoagulante.
•    Errato approccio terapeutico alla patologia con esecuzioni di interventi non necessari alla risoluzione del problema.
•    Garze e ferri chirurgici dimenticati in corpo dopo gli interventi.
•    Infezioni post-operatorie.
•    Lesioni di nervi, vasi, organi adiacenti, durante interventi chirurgici.
•    Mancata diagnosi di patologie.
•    Mancata informazione o mancata acquisizione del consenso informato.
•    Mancata risoluzione del problema per il quale è stato programmato l’intervento.
•    Scarsa assistenza nel post-operatorio.
•    Suture (abnormi, tolte troppo precocemente).
•    Lesioni durante le intubazioni oro-tracheali.

Chirurgia Estetica: errata esecuzione dell’intervento

 

RISOLVI OTTIENI CI VUOLE ESPERIENZA AFFIDATI A CHI DA 30 ANNI TRATTA LA MATERIA CHIAMA ADESSO SUBITO SENZA ESITAZIONE 051 6447838
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in caso di intervento chirurgico in equipe:

 

RAVENNA CESENA FORLI RESPONSABILITA' MEDICA DANNO I principi espressi in campo di responsabilita’ medica di equipe da CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUARTA PENALESentenza 19 luglio - 4 settembre 2018, n. 39733  
RAVENNA CESENA FORLI RESPONSABILITA’ MEDICA DANNO I principi espressi in campo di responsabilita’ medica di equipe da CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUARTA PENALESentenza 19 luglio – 4 settembre 2018, n. 39733  

 il principio per cui ogni sanitario è tenuto a vigilare sulla correttezza dell’attività altrui, se del caso ponendo rimedio ad errori che siano evidenti e non settoriali, rilevabili ed emendabili con l’ausilio delle comuni conoscenza scientifiche del professionista medio, non opera in relazione alle fasi dell’intervento in cui i ruoli e i compiti di ciascun operatore sono nettamente distinti, dovendo trovare applicazione il diverso principio dell’affidamento per cui può rispondere dell’errore o dell’omissione solo colui che abbia in quel momento la direzione dell’intervento o che abbia commesso un errore riferibile alla sua specifica competenza medica, non potendosi trasformare l’onere di vigilanza in un obbligo generalizzato di costante raccomandazione al rispetto delle regole cautelari e di invasione negli spazi di competenza altrui (Sez. 4, n. 27314 del 20/04/2017, Puglisi, Rv. 27018901).

Il principio ora richiamato risulta coerente con l’insegnamento giurisprudenziale in base al quale :

  1. l’obbligo di diligenza che grava su ciascun componente dell’equipe medica concerne non solo le specifiche mansioni a lui affidate ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui che siano evidenti e non settoriali, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio. L’assunto è stato espresso nel confermare la sentenza di condanna per il reato di omicidio colposo nei confronti, oltre che del ginecologo, anche delle ostetriche, in considerazione del fatto che l’errore commesso dal ginecologo nel trascurare i segnali di sofferenza fetale non esonerava le ostetriche dal dovere di segnalare il peggioramento del tracciato cardiotocografico, in quanto tale attività rientrava nelle competenze di entrambe le figure professionali operanti in equipe (Sez. 4, n. 53315 del 18/10/2016, Paita, Rv. 26967801).

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  2. Giova, altresì, ricordare che la Suprema Corte ha affermato che:
  3.  il medico componente della equipe chirurgica in posizione di secondo operatore che non condivide le scelte del primario adottate nel corso dell’intervento operatorio, ha l’obbligo, per esimersi da responsabilità, di manifestare espressamente il proprio dissenso, senza che tuttavia siano necessarie particolari forme di esternazione dello stesso (Sez. 3, n. 43828 del 29/09/2015, Cavone, Rv. 26526001).

le Sezioni Unite hanno chiarito che

 l’art. 590-sexies cod. pen., prevede una causa di non punibilità applicabile ai fatti inquadrabili nel paradigma dell’art. 589 o di quello dell’art. 590 cod. pen., operante nei soli casi in cui l’esercente la professione sanitaria abbia individuato e adottato linee guida adeguate al caso concreto e versi in colpa lieve da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni previste dalle stesse. Ai fini di interesse, si osserva in particolare che secondo diritto vivente la suddetta causa di non punibilità non è applicabile ai casi di colpa da imprudenza e da negligenza, nè in ipotesi di colpa grave da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni previste dalle stesse (Sez. U, n. 8770 del 21/12/2017, dep. 22/02/2018, Mariotti, Rv. 27217401).

Per completezza argomentativa, è appena il caso di rilevare che le Sezioni Unite, con la sentenza sopra citata, hanno pure precisato che, in tema di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, l’abrogato D.L. n. 158 del 2012, art. 3 comma 1, convertito dalla L. 8 novembre 2012, n. 189, si configura come norma più favorevole rispetto all’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla L. n. 24 del 2017, sia in relazione alle condotte connotate da colpa lieve da negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve da imperizia intervenuto nella fase della scelta delle linee-guida adeguate al caso concreto (Sez. U, n. 8770 del 21/12/2017, dep. 2018, Mariotti, cit.).

Come si vede, le svolte considerazioni, circa l’elevato grado di colpa per negligenza rinvenibile nella condotta posta in essere dall’odierno imputato, conducono ad apprezzare pure l’inapplicabilità al caso di giudizio della previgente disciplina in materia di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria.

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La Suprema Corte ha già avuto modo di affermare che: ‘In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalità tra l’evento di danno (aggravamento della patologia preesistente ovvero insorgenza di una nuova patologia) e l’azione o l’omissione dei sanitari, non potendosi predicare, rispetto a tale elemento della fattispecie, il principio della maggiore vicinanza della prova al debitore, in virtù del quale, invece, incombe su quest’ultimo l’onere della prova contraria solo relativamente alla colpa ex art. 1218 c.c.’ (Cass., ord., 20/08/2018, n. 20812; Cass. 7/12/2017, n. 29315) e che ‘Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere del paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del ‘più probabile che non’, causa del danno, sicchè, ove la stessa sia rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata’ (Cass. 15/02/2018, n. 3704; Cass. 26/07/2017, n. 18392).

Tali principi vanno ribaditi in questa sede; pertanto, va affermato che, nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere dell’attore, paziente danneggiato, provare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento, onere che va assolto dimostrando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del ‘più probabile che non’, la causa del danno, con la conseguenza che, se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il suddetto nesso tra condotta ed evento, la domanda dev’essere rigettata.

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 Va evidenziato che questa conclusione non si pone in contrasto con quanto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass., sez. un., 11/1/2008, n. 577, pure richiamata dalla ricorrente), secondo cui ‘in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante’.

Questo principio venne, infatti, affermato a fronte di una situazione in cui l’inadempimento ‘qualificato’, allegato dall’attore (ossia l’effettuazione di un’emotrasfusione) era tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi ‘più probabili’, nel caso singolo di specie, la presunzione della derivazione del contagio dalla condotta. La prova della prestazione sanitaria conteneva già, in questa chiave di analisi, quella del nesso causale, sicchè non poteva che spettare al convenuto l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2, e non la prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c..

MILANO BOLOGNA  BERGAMO PAVIA   BANCAROTTA AVVOCATO

MILANO BOLOGNA  BERGAMO PAVIA

Deve, infatti, reputarsi sufficiente, per la configurabilità del reato in questione la rappresentazione dell’azione nei suoi elementi naturalistici e nel suo contrasto con i doveri propri del soggetto societario a fronte degli interessi della societa’ (Sez. 5, n. 17690 del 18.2.2010, rv. 247315).
Deve, infatti, reputarsi sufficiente, per la configurabilità del reato in questione la rappresentazione dell’azione nei suoi elementi naturalistici e nel suo contrasto con i doveri propri del soggetto societario a fronte degli interessi della societa’ (Sez. 5, n. 17690 del 18.2.2010, rv. 247315).

BANCAROTTA: “operazioni” postula una modalità di pregiudizio patrimoniale discendente non già, direttamente, dall’azione dannosa del soggetto attivo (distrazione, dissipazione, occultamento, distruzione), bensì da un fatto di maggiore complessità strutturale

 

AVVOCATO ESPERTO BANCAROTTA DIFESA TRIBUNALE APPELLO CASSAZIONE
AVVOCATO ESPERTO BANCAROTTA DIFESA TRIBUNALE APPELLO CASSAZIONE

 

Nel ribadire l’accezione lata della locuzione “operazioni dolose” va precisato che a differenza delle ipotesi generali di bancarotta fraudolenta patrimoniale c.d. impropria, nella specifica fattispecie in esame la nozione di “operazioni” postula una modalità di pregiudizio patrimoniale discendente non già, direttamente, dall’azione dannosa del soggetto attivo (distrazione, dissipazione, occultamento, distruzione), bensì da un fatto di maggiore complessità strutturale riscontrabile in qualsiasi iniziativa societaria implicante un procedimento o, comunque, una pluralità di atti coordinati all’esito divisato (così Sez. 5, n. 17690 del 18/02/2010, Rv. 247314).

Non e’, del resto, revocabile in dubbio che, in mancanza di puntualizzazione normativa del relativo concetto, l’individuazione dell’essenza precipua della norma incriminatrice vada effettuata per esclusione rispetto ad altre ipotesi incriminatrici meglio definite o di più immediata percezione. Così rispetto all’analoga, diversa, fattispecie prevista nello stesso capoverso dell’articolo 223, al n. 2, ossia la causazione volontaria del fallimento, balza evidente che alla sostanziale identità, o possibile sovrapponibilità sul piano oggettivo, fa riscontro una netta divaricazione della componente soggettiva. Infatti, in tema di fallimento determinato da operazioni dolose, configurabile come eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale, l’elemento soggettivo risiede nella mera dimostrazione della consapevolezza e volontà della natura “dolosa” dell’operazione alla quale segue il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento quale effetto dell’azione antidoverosa, non essendo necessarie, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, la rappresentazione e la volontà dell’evento fallimentare. Deve, infatti, reputarsi sufficiente, per la configurabilità del reato in questione la rappresentazione dell’azione nei suoi elementi naturalistici e nel suo contrasto con i doveri propri del soggetto societario a fronte degli interessi della societa’ (Sez. 5, n. 17690 del 18.2.2010, rv. 247315

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Deve, infatti, reputarsi sufficiente, per la configurabilità del reato in questione la rappresentazione dell’azione nei suoi elementi naturalistici e nel suo contrasto con i doveri propri del soggetto societario a fronte degli interessi della societa’ (Sez. 5, n. 17690 del 18.2.2010, rv. 247315).

Suprema Corte di Cassazione

sezione V

sentenza 23 settembre 2014, n. 38728

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRUA Giuliana – Presidente

Dott. FUMO Maurizio – rel. Consigliere

Dott. BRUNO Paolo Antonio – Consigliere

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

Dott. CAPUTO Angelo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza della Corte d’Appello di Lecce del 31 ottobre 2012;

visti gli atti, la sentenza impugnata ed il ricorso;

letta la memoria difensiva contenente motivi nuovi, depositata dall’avv. (OMISSIS) in favore del ricorrente;

udita la relazione del consigliere dr. Paolo Antonio BRUNO;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VOLPE Giuseppe, che ha chiesto l’inammissibilità del ricorso;

sentito, infine, l’avv. (OMISSIS), che si e’ riportato al ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte d’appello di Lecce confermava la sentenza del 18 dicembre 2009 con la quale il Tribunale di quella stessa città aveva dichiarato (OMISSIS) – nella qualità di amministratore, prima formale e, poi, di fatto, della società fallita ” (OMISSIS) S.r.l.” – colpevole del reato di cui alla L.F., articolo 223, comma 2, n. 2, e, concesse attenuanti generiche, l’aveva condannato alla pena condizionalmente sospesa di anni due di reclusione, oltre consequenziali statuizioni.2. Avverso l’anzidetta pronuncia l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando violazione dell’articolo 606, lettera b) c) ed e), in relazione agli articoli 125, 127, 191, 197 e 192 c.p.p.. Si duole, al riguardo, dell’assoluto difetto di motivazione e dell’erronea valutazione delle risultanze processuali. Sostiene, inoltre, la mancanza dei presupposti della contestata fattispecie delittuosa e del rapporto di causalità.

Con la memoria in epigrafe indicata, l’avv. (OMISSIS) ha proposto motivi nuovi, con i quali ha eccepito violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera b) ed e), in relazione alla L.F., articolo 223, comma 2, n. 2, ribadendo la mancanza degli elementi costitutivi della stessa fattispecie delittuosa.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Le censure del ricorrente sono destituite di fondamento. Ed invero, la sentenza impugnata non può, di certo, ritenersi priva di compiuta motivazione a sostegno del ribadito il giudizio di colpevolezza a carico dell’imputato. Non può neppure dirsi che la stessa sia affetta da errori di diritto o da distorta valutazione delle risultanze di causa. E’, invece, ineccepibile il percorso giustificativo che ha portato all’individuazione, nella fattispecie in esame, dei presupposti necessari ai fini della relativa riconducibilità al paradigma del reato di cui all’articolo 223, comma 2, sub specie dell’aver cagionato il fallimento della società “per effetto di operazioni dolose”. Le premesse metodologiche di tale sviluppo argomentativo sono del tutto corrette, posto che il giudice di appello ha preso le mosse da ineccepibile puntualizzazione in diritto degli elementi strutturali e soggettivi dell’ipotesi di reato in questione, sulla base di indiscussa lezione giurisprudenziale di questa Corte di legittimita’; per poi condividere la corretta sussumibilità della fattispecie concreta nell’alveo dell’ipotizzata norma incriminatrice.

Così e’ del tutto corretto il richiamo alla nozione di “operazioni dolose”; tratteggiata dalla giurisprudenza di legittimita’, in termini di ampia accezione, che prescinde da qualsivoglia riferimento a fatti costituenti reato o comunque illeciti, in chiave civilistica, per ricomprendere in essa qualsiasi comportamento del soggetto agente (tra quelli espressamente indicati dallo stesso L.F., articolo 223), che, concretandosi in un abuso od in un’infedeltà delle funzioni e nella violazione dei doveri derivanti dalla relativa qualità, cagioni lo stato di decozione della societa’, con pregiudizio della stessa, dei soci, dei creditori e di terzi interessati. Alla corretta individuazione della componente obiettiva, ha fatto poi riscontro l’esatta focalizzazione del requisito soggettivo, consistente nella volontà diretta non già al fallimento (a differenza della diversa ipotesi, prevista dalla stessa norma, della causazione dolosa del fallimento), bensì alla stessa “operazione” dalla quale poi consegua, sul piano della mera causalità materiale, il dissesto fallimentare, che si ponga, dunque, come conseguenza prevedibile e persino accettata nel rischio del suo verificarsi.

All’indubbia giustezza di siffatte affermazioni, possono solo aggiungersi i seguenti rilievi.

Nel ribadire l’accezione lata della locuzione “operazioni dolose” va precisato che a differenza delle ipotesi generali di bancarotta fraudolenta patrimoniale c.d. impropria, nella specifica fattispecie in esame la nozione di “operazioni” postula una modalità di pregiudizio patrimoniale discendente non già, direttamente, dall’azione dannosa del soggetto attivo (distrazione, dissipazione, occultamento, distruzione), bensì da un fatto di maggiore complessità strutturale riscontrabile in qualsiasi iniziativa societaria implicante un procedimento o, comunque, una pluralità di atti coordinati all’esito divisato (così Sez. 5, n. 17690 del 18/02/2010, Rv. 247314).

Non e’, del resto, revocabile in dubbio che, in mancanza di puntualizzazione normativa del relativo concetto, l’individuazione dell’essenza precipua della norma incriminatrice vada effettuata per esclusione rispetto ad altre ipotesi incriminatrici meglio definite o di più immediata percezione. Così rispetto all’analoga, diversa, fattispecie prevista nello stesso capoverso dell’articolo 223, al n. 2, ossia la causazione volontaria del fallimento, balza evidente che alla sostanziale identità, o possibile sovrapponibilità sul piano oggettivo, fa riscontro una netta divaricazione della componente soggettiva. Infatti, in tema di fallimento determinato da operazioni dolose, configurabile come eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale, l’elemento soggettivo risiede nella mera dimostrazione della consapevolezza e volontà della natura “dolosa” dell’operazione alla quale segue il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento quale effetto dell’azione antidoverosa, non essendo necessarie, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, la rappresentazione e la volontà dell’evento fallimentare. Deve, infatti, reputarsi sufficiente, per la configurabilità del reato in questione la rappresentazione dell’azione nei suoi elementi naturalistici e nel suo contrasto con i doveri propri del soggetto societario a fronte degli interessi della societa’ (Sez. 5, n. 17690 del 18.2.2010, rv. 247315).

  1. Così delineata la corretta cornice giuridica di riferimento, non v’e’ dubbio che l’inquadramento in essa della concreta fattispecie non appare ne’ erroneo ne’ implausibile. Ed infatti, con insindacabile apprezzamento di merito, tale in quanto congruamente motivato, il giudice di appello ha ritenuto che l’accensione di un ingente mutuo, al fine dichiarato del consolidamento di posizione debitoria nei confronti di due istituti di credito, che, singolarmente, prestavano onerose fideiussioni bancarie a garanzia dello stesso finanziamento; il pagamento delle sole due prime rate del piano di ammortamento, nonostante la societa’ avesse liquidità per farvi fronte; la custodia, assolutamente imprudente ed irragionevole di tali liquidità non già in banca, bensì nella cassaforte della sede sociale ed il successivo furto delle stesse ad opera di ignoti, sono state ritenute integranti la nozione di operazioni dolose, caratterizzate da abusività degli elementari doveri inerenti alla qualità di amministratore. Con apprezzamento, parimenti, insindacabile e’ stato ritenuto che tali dolose condotte abbiano causato il dissesto della societa’, le cui condizioni economiche, peraltro, erano tutt’altro che floride, avendo presentato, nelle ultime annualità, bilanci sempre in perdita.

In piena coerenza con quanto in precedenza affermato, in ordine all’irrilevanza delle illiceità delle dette condotte sotto il profilo civilistico, e’ stato correttamente ritenuto irrilevante l’esito positivo del giudizio civile di responsabilità a carico dell’odierno ricorrente, posto che la prospettiva penalistica risponde a logiche diverse, nei termini sopra puntualizzati.

  1. Per quanto precede, il ricorso – globalmente considerato – deve essere rigettato, con le consequenziali statuizioni dettate in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna ricorrente al pagamento delle spese processuali.

dichiarazione di fallimento condizione obiettiva BancaroTTA

 

dichiarazione di fallimento è rispetto al reato di bancarotta patrimoniale pre-fallimentare, condizione obiettiva (estrinseca) di punibilità, ai sensi dell’art. 44 c.p.

la sentenza dichiarativa di fallimento integra una condizione di esistenza del reato, che ne segna il momento consumativo,

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. Per affrontare, come è necessario, ab imis la problematica, occorre prendere le mosse dal consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la sentenza dichiarativa di fallimento rientra tra gli elementi integranti la fattispecie di reato.

PRIMA GIURISPUDENZA

Tale affermazione trova la sua origine presso questa Corte nella sentenza di Sez. U, n. 2 del 25/01/1958, Mezzo, Rv. 980040, nella quale si legge che, a differenza delle condizioni obiettive di reato, che presuppongono un reato già strutturalmente perfetto, la sentenza dichiarativa di fallimento costituisce una condizione di esistenza del reato o, per meglio dire, un elemento al cui concorso è collegata l’esistenza del reato, relativamente a quei fatti commissivi od omissivi anteriori alla sua pronuncia.

SUCCESSIVAMENTE MENT E LA GIURISPRUDENZA  ha tratto da tale indicazione la conseguenza che la dichiarazione di fallimento, pur essendo elemento costitutivo della fattispecie di bancarotta fallimentare prevista dall’ art. 216 L. Fall., non ne rappresenta l’evento e non deve necessariamente essere collegata da nesso psicologico al soggetto agente

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(Sez. 5, n. 15850 del 26/06/1990, Bordoni, Rv. 185883, la quale ha aggiunto che il principio della responsabilità personale in materia penale non presuppone che tutti gli elementi della fattispecie siano dipendenti dall’atteggiamento psichico dell’agente), come pure da un nesso eziologico con la condotta (v., ad es., Sez. 5, n. 36088 del 27/09/2006, Corsatto, Rv. 235481). Dall’orientamento indicato si è discostata la sentenza n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, citata dal ricorrente, la quale, muovendo dalla premessa che, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in quanto evento dello stesso, ha ritenuto che esso deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo.

Siffatta ricostruzione è rimasta isolata nella giurisprudenza di legittimità, (si vedano, infatti, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793/14 del 05/12/2013, Marafioti, Rv. 260199; Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro, Rv. 254061).

In particolare, è stato reiteratamente affermato che il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 3229/13 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 21846 del 13/02/2014, Bergamaschi, Rv. 260407).

La critica alle conclusioni raggiunte da Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta cit. possono sostanzialmente riassumersi nei seguenti rilievi: a) il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria ex art. 223, comma 2, L. Fall.; b) il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; c) la, del tutto problematica, ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr. tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, Rv. 261988, in motivazione; Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi, Rv. 263805, in motivazione).

In particolare, si è ritenuto, da parte della giurisprudenza di legittimità sinora largamente prevalente:

che la sentenza dichiarativa di fallimento integra una condizione di esistenza del reato, che ne segna il momento consumativo, senza, tuttavia, che le si possa attribuire la qualifica di evento, come se non fosse data via di uscita rispetto all’alternativa tra condizione obiettiva di punibilità ed evento del reato: al contrario, può certamente affermarsi che è facoltà del legislatore inserire nella struttura dell’illecito penale elementi costitutivi estranei alla cennata dicotomia (Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi cit.). Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, cit., dal canto suo, ha osservato che la qualificazione, da parte della citata sentenza n. 2 del 25/01/1958, della dichiarazione di fallimento come “condizione di esistenza del reato” manifesti chiaramente l’intento di denotare una realtà diversa da quella dell’elemento costitutivo del reato, quanto meno nel significato proprio del termine, indicando essa una componente necessaria perchè il fatto sia penalmente rilevante, ma, come evidenziato dal termine condizione, distinta dai dati costitutivi della struttura essenziale del reato: di qui il riferimento ad una nozione di elemento costitutivo in senso assolutamente improprio, riferimento, questo, ripreso anche da Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi cit.

  1. Le conclusioni operative rivenienti dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte sono state di recente ribadite, sia pure con la significativa precisazione concettuale della quale si dirà (v, infra, p. 6), da Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804, le quali hanno rilevato che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, sicché, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza.

E’, dunque, l’effettiva offesa alla conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, costituente la garanzia per i creditori della medesima (Corte cost., ord. n. 268 del 1989) che funge da parametro della concreta applicazione della norma incriminatrice e consente di configurare il reato in esame come di pericolo concreto.

Conferma di tale conclusione si trae dalla costante giurisprudenza di legittimità in tema di bancarotta cd. “riparata”, che si configura, determinando l’insussistenza dell’elemento materiale del reato, quando la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della soglia cronologica costituita dalla dichiarazione di fallimento, così annullando il pregiudizio per i creditori o anche solo la potenzialità di un danno (Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014, Lelli, Rv. 261347).

avvocato penalista Bologna
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Sempre nella prospettiva del reato di pericolo concreto, si apprezzano anche gli approdi in tema di elemento psicologico, la cui sussistenza richiede la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la rappresentazione del rischio di lesione degli interessi creditori tutelati dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, cit.).

In definitiva, il dolo di bancarotta investe anche la pericolosità di tale condotta rispetto alla preservazione della garanzia patrimoniale dei creditori, in tal modo rivelando la fraudolenza degli atti posti in essere (Sez. 5, n. 9807 del 13/02/2006, Caimmi, Rv. 234232, in motivazione).

  1. Questo essendo il panorama giurisprudenziale, si osserva che la qualificazione della dichiarazione di fallimento come elemento costitutivo improprio, per un verso, esprime il comprensibile tentativo di risolvere, attraverso un’agevole ricostruzione del momento consumativo del reato, una serie di problemi processuali (tra i quali spicca, per la sua importanza, quello della individuazione del locus commissi delicti, ai fini della dell’individuazione della competenza territoriale), ma, per altro verso, tradisce la difficoltà di giustificare l’irrilevanza dell’accertamento del nesso causale e psicologico tra la condotta dell’agente e la dichiarazione di fallimento (di qui l'”improprietà” del requisito) e soprattutto di spiegarne la compatibilità con i principi costituzionali in materia di personalità della responsabilità penale.

E’, infatti, evidente che il fallimento in quanto tale non costituisce oggetto di rimprovero per l’agente nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale. Certo, il legislatore potrebbe configurare elementi costitutivi estranei alla dicotomia evento – condizione obiettiva di punibilità, ma tale scelta dovrebbe essere esplicita, a fronte della disciplina codicistica di parte generale, e soprattutto dovrebbe accompagnarsi ad una – invece inesistente – puntualizzazione delle regole applicabili.

Peraltro, per quanti sforzi potrebbe fare tale ipotetico legislatore, non si vede in che modo potrebbe qualificare come elemento costitutivo di una fattispecie criminosa quello che è un provvedimento del giudice: la dichiarazione di fallimento, appunto.

In tal modo evidenziata l’inadeguatezza della ricostruzione tradizionale a giustificare, anche sul piano della coerenza con il principio di responsabilità penale personale, le conclusioni raggiunte, se non a prezzo di artificiose forzature concettuali, occorre premettere che la questione che viene in rilievo nel presente procedimento riguarda i reati di bancarotta prefallimentare.

A tale tipologia di reati conviene in questa sede limitare la riflessione.

Invero, l’esigenza di una soluzione omogenea non ha alcuna base normativa e inverte i termini del problema, in quanto si fonda sul postulato indimostrato della necessaria parificazione delle ipotesi di bancarotta, che, al contrario, è smentito dalla disciplina positiva.

Al riguardo, Sez. U, n. 21039 del 27/01/2011, Loy, Rv. 249665 hanno puntualizzato che la bancarotta fraudolenta patrimoniale, quella fraudolenta documentale, quella preferenziale, le plurime e diverse ipotesi di bancarotta semplice, la bancarotta pre-fallimentare e quella post-fallimentare si concretizzano attraverso condotte diverse, determinano eventi diversi, hanno gradi di offensività non omologhi, sono sanzionate in modo differenziato, non tutte coincidono come tempo e luogo di consumazione (la bancarotta pre-fallimentare si consuma nel momento e nel luogo in cui interviene la sentenza di fallimento, mentre la consumazione di quella post-fallimentare si attua nel tempo e nel luogo in cui vengono posti in essere i fatti tipici).

Ora, iniziando a considerare, anche per la stretta pertinenza con l’oggetto del presente procedimento, il caso della bancarotta fraudolenta patrimoniale, è innegabile che l’oggettività giuridica si colga nell’esigenza di tutelare l’interesse patrimoniale dei creditori, a fronte degli atti con i quali l’imprenditore provochi un depauperamento dei mezzi destinati all’esercizio dell’attività economica, attraverso l’impiego di risorse per fini estranei all’attività stessa (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804).

A tal proposito, è bene ricordare che il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri (art. 2740 cod. civ.). A siffatta funzione di garanzia patrimoniale corrispondono, già su un piano generale, rimedi specifici posti dall’ordinamento per reagire all’inerzia del debitore nell’esercitare i diritti e le azioni che gli spettano nei confronti dei terzi ( art. 2900 cod. civ. : azione surrogatoria) e per ottenere la declaratoria di inefficacia degli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore stesso rechi pregiudizio alle ragioni dei creditori (art. 2901 cod. civ. : azione revocatoria).

A tali considerazioni concernenti, come si rilevava, la generalità dei debitori, devono poi aggiungersi le indicazioni normative specificamente riguardanti gli imprenditori, le quali trovano il loro fondamento costituzionale nell’art. 41 Cost. , a mente del quale l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. E’ in tale contesto che si colloca il rilievo per il quale l’imprenditore, contrariamente a quanto si sostiene in ricorso (egli disponendo ad libitum dei beni aziendali porrebbe in essere “condotte in sé neutre ed anzi lecite, in quanto espressive della libertà dell’imprenditore di gestire i propri beni”), non è il dominus assoluto e incontrollato del patrimonio aziendale. Egli, pertanto, non ha una sorta di jus utendi et abutendi sui beni aziendali, i quali, viceversa, pur essendo strumentali al legittimo obiettivo del raggiungimento del profitto dell’imprenditore me esimo, sono finalisticamente vincolati, per così dire, “in negativo”, nel senso egli stessi non può farsi un utilizzo che leda o metta in pericolo gli interessi costituzionalmente tutelati cui sopra si è fatto cenno. Ed è in tale prospettiva che si inseriscono, ad es., gli obblighi strumentali di trasparenza finalizzati a rendere ostensibili la consistenza e le vicende delle risorse destinate all’attività economica.

Tenuto conto delle finalità della presente analisi e nella consapevolezza della più ampia portata dei doveri gravanti sull’imprenditore, è sufficiente, al riguardo, considerare gli obblighi di regolare tenuta delle scritture contabili e i doveri di rappresentazione, in modo veritiero e corretto, della situazione patrimoniale e finanziaria e del risultato economico dell’esercizio ( art. 2423 cod. civ. ), sui quali ha particolarmente insistito di recente la citata Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli. In altre parole, la libertà di intrapresa è disciplinata dal legislatore nella consapevolezza della pluralità di interessi che vengono coinvolti, quando l’attività economica organizzata si alimenta del credito e implica una rilevante responsabilità sociale per l’intero sistema produttivo e lavorativo.

Da tali premesse discende che l’offesa agli interessi patrimoniali dei creditori si realizza indubbiamente già con l’atto depauperativo dell’imprenditore.

E, infatti, non casualmente, in tema di misure cautelari personali, ai fini della valutazione delle esigenze di cui all’art. 274 c.p.p. , in relazione al delitto di bancarotta fraudolenta, il tempo trascorso dalla commissione del fatto viene determinato dalla giurisprudenza di questa Corte, avendo riguardo all’epoca in cui le condotte illecite sono state poste in essere e non al momento in cui è intervenuta la dichiarazionegiudiziale di insolvenza (v., ad es., Sez. 5, n. 9280 del 14/10/2014 – dep. 03/03/2015, Cassina, Rv. 263586).

A questo riguardo, può essere opportuno sviluppare la considerazione secondo cui, in realtà, le varie fattispecie di bancarotta pre-fallimentare sono chiamate a proteggere vari interessi, attesa la rilevata loro autonomia.

Accanto all’interesse dei creditori a conservare la garanzia patrimoniale, è ravvisabile l’interesse degli stessi a conoscere la consistenza del patrimonio e del movimento degli affari dell’imprenditore (bancarotta documentale), come pure l’interesse al rapido e paritetico trattamento nel caso di insolvenza (bancarotta preferenziale).

A fronte di tale costellazione di fattispecie e di interessi protetti, la premessa dalla quale si sono prese le mosse, ossia il carattere antigiuridico della condotta depauperativa incriminata dal reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, a prescindere dall’intervento della dichiarazione di fallimento, non è messa in discussione dalle specificità della bancarotta preferenziale.

Il fatto che quest’ultima presupponga un contesto di insolvenza (v., ad es., Sez. 5, n. 16983 del 05/03/2014, Liori, Rv. 262903; Sez. 5, n. 13318 del 14/02/2013, Viale, Rv. 254985; Sez. 5, n. 1793 del 10/11/2011 – dep. 17/01/2012, N., Rv. 252003) deriva dalle specifiche finalità perseguite dal legislatore, che, in questo caso, mira proprio ad evitare un pregiudizio per le ordinarie regole del concorso tra i creditori (del resto, per la configurabilità della bancarotta preferenziale è richiesta la sussistenza del dolo specifico, che, invece, non è necessario nel caso della bancarotta fraudolenta patrimoniale: Sez. 5, n. 31894 del 26/06/2009, Petrone, Rv. 244498).

Eppure, anche in questa ipotesi, il pagamento preferenziale eseguito in una situazione di insolvenza (al pari della simulazione di titoli di prelazione), nella misura in cui tende ad alterare le ordinarie quote di soddisfazione delle ragioni creditorie, comunque si qualifica come atto pregiudizievole e idoneo a legittimare l’esperimento degli ordinari rimedi civilistici (in particolare, l’azione revocatoria). Ne discende che, anche per questo profilo, resta confermato che l’offensività tipica dei fatti previsti dal legislatore sussiste a prescindere dalla dichiarazione di fallimento, la quale, precludendo all’imprenditore ogni margine di autonoma capacità di risoluzione della crisi, rende semplicemente applicabile (perché ritenuta necessaria dal legislatore) la sanzione penale.

La miglior riprova di tale rilievo si coglie nel fatto che l’azione penale può essere esercitata, ai sensi dell’ art. 238, comma 2, L. Fall., anche prima della dichiarazione di fallimento, in presenza degli indici qualificati della oggettiva situazione di insolvenza previsti dall’ art. 7 L. Fall. o di altri gravi motivi.

  1. In definitiva, la dichiarazione di fallimento non aggrava in alcun modo l’offesa che i creditori soffrono per effetto delle condotte dell’imprenditore; anzi, se mai, garantisce una più efficace protezione delle ragioni dei creditori stessi.

In realtà, a tutto voler concedere, il mero aggravamento degli effetti dell’offesa può derivare dall’insolvenza, ossia dall’incapacità del debitore di adempiere le proprie obbligazioni. Ma è evidente che altro è l’insolvenza, altro è la dichiarazione di fallimento, che, infatti, potrebbe anche non seguire alla prima, quando l’imprenditore dimostri il possesso congiunto dei requisiti di cui all’ art. 1, comma 2, L. Fall..

La dichiarazione di fallimento, in definitiva, in quanto evento estraneo all’offesa tipica e alla sfera di volizione dell’agente, rappresenta una condizione estrinseca di punibilità (e del resto, per quanto può rilevare l’intenzione storica del legislatore, nei termini della condizione obiettiva si era espressa la Relazione del Guardasigilli al R.D. n. 267 del 1942 : par. 48), che restringe l’area del penalmente illecito, imponendo la sanzione penale solo in quei casi nei quali alle condotte del debitore, di per sè offensive degli interessi dei creditori, segua la dichiarazione di fallimento.

Siffatta ricostruzione appare, peraltro, in linea con la giurisprudenza della Corte costituzionale, la quale ha osservato che il fatto offensivo costituente reato è, in quanto tale, meritevole di pena, nel senso che sono in esso presenti i requisiti sufficienti per tracciare il confine tra la sfera del lecito e quella dell’illecito e per giustificare il ricorso alla sanzione criminale, con la conseguenza che la previsione normativa deve essere, pertanto, espressa e resa in forma determinata, per assicurare, attraverso la certezza dell’incriminazione, la libertà dei cittadini. Non in tutti i fatti meritevoli di pena è però rinvenibile anche un’esigenza effettiva di pena: la punibilità del reato può (allora) essere subordinata ad elementi di varia natura, nei quali si cristallizza una valutazione d’opportunità politica, estranea al contenuto dell’offesa e dipendente dal modo con cui è apprezzata la sua rilevanza in concreto per l’ordinamento. Tali elementi condizionanti fungono, in pratica, da filtro selettivo nel ricorso alla sanzione criminale per fatti pur (astrattamente) meritevoli di pena; ma, non concorrendo a definire il discrimine fra lecito ed illecito, non devono sottostare ad un’esigenza di determinatezza in funzione di garanzia della libertà (assicurata con la previsione di un’offesa dal contenuto tipico tassativamente definito), bensì in funzione della parità di trattamento tra gli autori del fatto illecito, la cui selezione repressiva non può porsi in contrasto con il principio d’uguaglianza (Corte cost. 16/05/1989, n. 247).

In tale prospettiva si comprende la considerazione secondo cui soltanto gli elementi estranei alla materia del divieto (come le condizioni estrinseche di punibilità che, restringendo l’area del divieto, condizionano, appunto, quest’ultimo o la sanzione alla presenza di determinati elementi oggettivi) si sottraggono alla regola della rimproverabilità ex art. 27 Cost. , comma 1, (Corte cost. 13/12/1988, n. 1085).

Peraltro, la qualificazione della dichiarazione di fallimento come condizione obiettiva di punibilità rende più rispondente al principio di colpevolezza l’affermazione secondo cui tale dichiarazione assume valore, ai fini che qui interessano, per gli effetti giuridici che essa produce e non per i fatti da essa accertati (Sez. U, n. 19601 del 28/02/2008, Niccoli, Rv. 239398).

E del resto, la Corte costituzionale, con la sentenza 22/07/2005, n. 301, ha mostrato una posizione di neutralità rispetto alla qualificazione della scelta discrezionale del legislatore di configurare la sentenza di fallimento (o di accertamento dello stato di insolvenza di impresa) come elemento costitutivo del reato (secondo la prevalente giurisprudenza), o come condizione obiettiva del reato, ovvero come condizione per la produzione dell’evento costituito dalla lesione o messa in pericolo dell’interesse tutelato dalla norma penale (secondo diverse impostazioni della dottrina). In merito, si deve osservare che, pur nella consapevolezza della portata del giudizio demandato alla Corte nel caso di specie, non può sottacersi il significato di una puntualizzazione altrimenti singolare, se si fossero avvertiti in tale costruzione profili di evidente frizione con le regole costituzionali.

Ma, soprattutto, rispetto alla qualificazione della sentenza dichiarativa di fallimento come condizione di punibilità, va considerata l’esplicita presa di posizione di Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli cit., la quale, dopo avere ribadito, come già anticipato, alla stregua della costante giurisprudenza di questa Corte, che non si richiede alcun nesso (causale o psichico) tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, ha poi significativamente aggiunto che la condotta si Perfeziona con la distrazione, mentre la punibilità della stessa è subordinata alla dichiarazione di fallimento, che, ovviamente, consistendo in una pronunzia giudiziaria, si pone come evento successivo (in caso, appunto, di bancarotta distrattiva pre-fallimentare) e comunque esterno alla condotta stessa.

Si può dunque affermare che le stesse Sezioni Unite, con la ricordata sentenza Passarelli, pur non qualificando nominatim la dichiarazione di fallimento come condizione obiettiva di punibilità, tale ruolo le hanno, inequivocamente, assegnato (evento successivo ed estraneo cui è subordinata la punibilità), così superando l’antica sentenza n. 2 del 25/01/1958, Mezzo cit. e la più recente affermazione contenuta in Sez. U, n. 24468 del 26/02/2009, Rizzoli, Rv. 243587, che, aderendo alla giurisprudenza sino ad allora stratificatasi, ebbero a confermare la natura di elemento costitutivo del reato (e non di condizione obiettiva di punibilità) della dichiarazione di fallimento.

  1. Passando ad esaminare le implicazioni della ricostruzione qui accolta, si osserva che la qualificazione della dichiarazione di fallimento come condizione estrinseca di punibilità spiega, in termini coerenti con il sistema, le conclusioni raggiunte dalla giurisprudenza sopra ricordata e soprattutto la piena rispondenza di queste ultime alle regole costituzionali in tema di responsabilità penale ( art. 27 Cost., comma 1).

Essa, peraltro, non è suscettibile di determinare alcun significativo mutamento nelle regole operative sin qui seguite.

Ciò è senz’altro vero, con riferimento alla disciplina della prescrizione, alla luce dell’art. 158 c.p. , comma 2, a mente del quale, quando la legge fa dipendere la punibilità del reato dal verificarsi di una condizione, il termine della prescrizione decorre dal giorno in cui la condizione si è verificata.

  1. Quest’ultima previsione (al pari dell’art. 44 c.p.) sembra confermare, sul piano dogmatico, che la condizione obiettiva di punibilità viene vista dal legislatore come elemento estraneo al reato, inteso nella sua dimensione di condotta già espressiva in termini compiuti di disvalore e, per quanto sopra ricordato (in particolare, v. Corte cost. n. 247 del 1989), meritevole di pena, sebbene ancora non necessitante di quest’ultima, secondo le indicate valutazioni di opportunità. Tuttavia, lo stesso art. 158 c.p., comma 2, dimostra che, nel dettare la disciplina delle questioni che presuppongono la consumazione del reato, è proprio il verificarsi della condizione che assume rilievo determinante.

Siffatta considerazione consente di affermare che il concetto di consumazione del reato di cui all’art. 8 c.p.p. , in assenza di vincolanti e diverse prescrizioni normative, deve appunto essere ricostruito nei termini di completa realizzazione della fattispecie incriminatrice (e si è sopra visto, come anche per Corte cost. n. 247 del 1989, la condizione obiettiva di punibilità rientri nella fattispecie). La conclusione, oltre a garantire una piena equiparazione delle soluzioni in tema di tempus e di locus commissi delicti, la cui diversificazione non avrebbe senso alcuno, è coerente con le finalità delle norme che assumono la consumazione del reato a presupposto della loro applicabilità, giacchè la condizione di punibilità, pur estranea, nella accezione che qui assume rilievo, all’offesa, comunque rappresenta il dato che giustifica l’intervento sanzionatorio dello Stato.

In altri termini, se pure è vero che, dal punto di vista dell’offesa, la massima gravità concreta del fatto si è raggiunta, in termini di disvalore, in epoca anteriore alla realizzazione della condizione, è però anche vero che, secondo quanto lo stesso legislatore mostra di ritenere, in presenza di una condizione di punibilità, occorre attribuire rilievo anche al momento (e quindi al luogo) in cui si realizza l’opportunità della punizione. E ciò, secondo quanto osservato in dottrina, anche per l’esigenza di uno snello ed efficace funzionamento del sistema giurisdizionale, in quanto la soluzione attribuisce l’accertamento delle condizioni che rendono opportuna l’applicazione della sanzione – e quindi il processo – al giudice del luogo in cui tali condizioni si sono verificate.

Del resto, in un precedente di questa Corte che ha avuto modo di occuparsi della questione, si è osservato che il reato non si esaurisce nella condotta umana imposta o vietata, ma comprende altresì tutte le componenti essenziali che integrano la fattispecie, ivi comprese le condizioni obiettive, non facenti parte del precetto, con la conseguenza che il reato stesso si consuma allorquando tutti i predetti elementi vengono realizzati e nel luogo e momento in cui si realizza l’ultima componente (Sez. 1, n. 888 del 11/05/1973, Tintinero, Rv. 124698). A proposito di tale decisione, che valorizza appunto il momento di realizzazione della fattispecie, va solo osservato che non deve trarre in inganno l’esclusione, affermata in motivazione, dell’operatività del principio ai casi di condizioni aventi natura estrinseca, giacchè, come reso palese dall’esame del testo e dalla esemplificazioni svolte (querela, richiesta e istanza), la Corte intendeva in realtà riferirsi, in quel caso, alle condizioni di procedibilità e non di punibilità Peraltro, non mancano indici che consentono di rinvenire nel sistema della legge fallimentare la volontà di radicare la competenza territoriale presso il tribunale del luogo nel quale è stato dichiarato il fallimento. A parte riferimenti normativi non più attuali (come l’originario art. 16, u.c., L. Fall. , che consentiva al tribunale, con la sentenza dichiarativa di fallimento o con successivo decreto, di ordinare la cattura del fallito, per poi comunicare il provvedimento al procuratore della Repubblica, chiamato a curarne l’esecuzione), soccorrono riferimenti impliciti (come l’ art. 17, comma 1, L. Fall. che si raccorda al successivo art. 238 del medesimo R.D. n. 267 del 1942 ; o quelli che si possono trarre dall’esigenza di concentrare nel medesimo circondario il luogo in cui devono essere depositate le scritture contabili e quello nel quale compiere l’accertamento dei fatti di penale rilevanza), tutti espressivi del medesimo principio di prossimità sul quale riposa la regola dettata dall’art. 8 c.p.p..

Quanto poi ai profili dell’amnistia e dell’indulto ( art. 79 Cost. , comma 3, che si sovrappone all’art. 151 c.p. , comma 3 e art. 174 c.p. , comma 3), l’unitaria considerazione degli istituti e il fatto che, come puntualmente rilevato in dottrina, anche l’amnistia, che pure costituisce causa di estinzione del reato, ha riguardo non all’aspetto offensivo di quest’ultimo, ma alla sua punibilità, giustificano la conclusione in base alla quale assume valore determinante il momento del verificarsi della condizione obiettiva di punibilità (e anche questa conclusione è coerente con i risultati raggiunti dalla giurisprudenza di questa Corte: v. Sez. 5, n. 7814 del 22/03/1999, Di Maio, Rv. 213867).

Vi è poi la questione del rapporto tra momento consumativo del reato e successione delle leggi penali nel tempo del quale si sono occupate, in ambito finitimo, le Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza Rizzoli cit., con riferimento all’intervenuta abrogazione dell’istituto dell’amministrazione controllata da parte del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, art. 147 e delle sue implicazioni sull’art. 236, comma 2, n. 1, L. Fall. 

Tuttavia, in tal caso le Sezioni Unite hanno puntualizzato che la soluzione raggiunta della abolitio criminis non involgeva la tematica della modifica ‘mediatà della fattispecie penale, vale a dire di quelle norme extrapenali richiamate dall’elemento normativo ‘amministrazione controllata, e ciò perchè il D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 147 non si è limitato ad intervenire sulla normativa ‘esternà relativa a tale istituto, ma ha eliminato ogni riferimento a questo presente nella disposizione incriminatrice, risultata, quindi, amputata di un suo elemento strutturale.

Per queste ragioni, questa Corte ha avuto modo di concludere per la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 150 del medesimo D.Lgs. n. 5 del 2006 , secondo cui i ricorsi e le procedure fallimentari pendenti al momento della entrata in vigore del decreto indicato continuano ad essere definiti secondo la legge anteriore, nella parte in cui consente, in relazione ai ricorsi già presentati, la pronuncia dichiarativa di fallimento nei confronti di soggetti che, in applicazione del nuovo regime, non sarebbero assoggettabili a tale tipo di decisione, non rinvenendosi alcuna disparità di trattamento tra colui che, in base alla precedente normativa, si trovava in condizione di essere dichiarato fallito, e colui che, a seguito della disciplina sopravvenuta, non lo è più, posto che nella struttura delle fattispecie previste dagli artt. 216 e ss. L. Fall. la dichiarazione di fallimento assume rilevanza nella sua natura di provvedimento giurisdizionale e non per i fatti con essa accertati (Sez. 5, n. 19889 del 24/10/2013 – dep. 14/05/2014, Raponi, Rv. 259837).

Alle stesse conclusioni è giunta Sez. 5, n. 44838 del 11/07/2014 – dep. 27/10/2014, Nicosia, Rv. 261309, la quale, nel dichiarare la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dello stesso art. 150 cit., nella parte in cui non prevede l’abolitio criminis del reato di bancarotta del piccolo imprenditore – sottratto alla procedura fallimentare dal D.Lgs. n. 5 del 2006, in relazione a fatti commessi sotto la previgente normativa, ha aggiunto, in coerenza con la sentenza n. 24468 del 26/02/2009, Rizzoli cit., che la tecnica legislativa, servente rispetto alla volontà del legislatore, ha tradotto questa nel senso di disciplinare del tutto diversamente – ma razionalmente – la sorte assegnata alla procedura concorsua/e riguardante il fallimento del piccolo imprenditore e quella che riguardava l’amministratore di società in amministrazione controllata.

E’ agevole intendere che siffatte conclusioni restano valide anche nel quadro della ricostruzione in questa sede accolta, giacchè l’interpretazione della nozione di fatto commesso, assunta dall’art. 2 c.p. e ricostruita in funzione della garanzia di irretroattività, se, da un lato, resta insensibile alle modifiche della disciplina dell’istituto del fallimento, assunto, come detto supra, come mero provvedimento giurisdizionale, dall’altro, non potrebbe non tenere conto dell’eventuale abrogazione di siffatto elemento strutturale (ed è appena il caso di rilevare che non sarebbe rilevante il mutamento del nomen o della disciplina, ma la radicale soppressione di un procedimento concorsuale finalizzato al soddisfacimento delle ragioni dei creditori).

COLLOCAZIONE PRESSO IL PADRE SEPARAZIONI DIVORZI BOLOGNA

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1)È stato, infatti, affermato il principio secondo cui (Cass., 10 dicembre 2014, n. 26060; Cass., 29 luglio 2011, n. 16376; Cass., 18 agosto 2006 n. 18187) l’affidamento congiunto dei figli ad entrambi i genitori – previsto dalla legge sul divorzio, art. 6 (1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 11), analogicamente applicabile anche alla separazione personale dei coniugi – è istituto che, in quanto fondato sull’esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l’obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l’istituto stesso implichi, come conseguenza ‘automatica’, che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto ed autonomo, alle predette esigenze. È stato altresì precisato che il richiamato principio trova conferma nelle nuove previsioni in tema di affido condiviso di cui alla L. n. 54 del 2006.

2)la regolamentazione dei rapporti fra genitori non conviventi e figli minori non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori ma deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice del merito che, partendo dalla esigenza di garantire al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena, tenga anche conto del suo diritto a una significativa e piena relazione con entrambi i genitori e del diritto di questi ultimi a una piena realizzazione della loro relazione con i figli e all’esplicazione del loro ruolo educativo.

 

 3)È stato poi precisato che l’assegno disposto in favore del genitore presso il quale la prole è prevalentemente collocata non contrasta con il contenuto dell’art. 155 cod. civ., che fornisce alcune indicazioni sui presupposti e caratteri dell’assegno, introducendo il principio generale, già elaborato dalla giurisprudenza di questa Corte, per cui ciascun genitore provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. L’ulteriore previsione che il giudice possa disporre, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico, al fine di realizzare tale principio di ‘proporzionalità’, esclude che la Corte territoriale abbia violato detta disposizione, in quanto la previsione di un assegno si rivela quantomeno opportuna, se non necessaria, quando, come nella specie, l’affidamento condiviso preveda un collocamento prevalente presso uno dei genitori: assegno da porsi a carico del genitore non collocatario. Del resto il ricordato art. 155 c.c., fornisce indicazioni specifiche sulla determinazione dell’assegno, considerando, tra l’altro, ‘i tempi di permanenza presso ciascun genitore’.

la regolamentazione dei rapporti fra genitori non conviventi e figli minori non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori ma deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice del merito che, partendo dalla esigenza di garantire al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena, tenga anche conto del suo diritto a una significativa e piena relazione con entrambi i genitori e del diritto di questi ultimi a una piena realizzazione della loro relazione con i figli e all'esplicazione del loro ruolo educativo.
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Questa Corte ha per altro precisato (Cass., 4 novembre 2009, n. 23411) che il genitore collocatario, essendo più ampio il tempo di permanenza presso di lui, avrà necessità di gestire, almeno in parte, il contributo al mantenimento da parte dell’altro genitore, dovendo provvedere in misura più ampia alle spese correnti e all’acquisto di beni durevoli che non attengono necessariamente alle spese straordinarie (indumenti, libri, ecc.).

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE – SENTENZA 1 luglio 2015, n.13504 – Pres. Forte – est. Campanile

Considerato in diritto

2 – Preliminarmente deve rilevarsi l’inammissibilità della memoria depositata nell’interessa della T. , in applicazione del principio secondo cui la parte contro la quale il ricorso è diretto, se intende contraddirvi, deve farlo mediante controricorso contenente, ai sensi dell’art. 366 cod. proc. civ. (richiamato dall’art. 370, comma secondo, stesso codice), l’esposizione delle ragioni atte a dimostrare l’infondatezza delle censure mosse alla sentenza impugnata dal ricorrente. In mancanza di tale atto, essa non può presentare memoria, ma solamente partecipare, come nella specie è avvenuto, alla discussione orale (Cass., 20 aprile 2012, n. 6222).

2.1 – Con il primo motivo, denunciandosi violazione degli artt. 147, 148 e 155 cod. civ., si afferma che la corte territoriale avrebbe disatteso il principio secondo cui la previsione di un assegno periodico è correlata alla necessità di realizzare il principio di proporzionalità nei casi in cui vi siano delle sperequazione nel mantenimento in via diretta da parte di ciascun genitore.

2.2 – Con il secondo mezzo si deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio: la corte territoriale avrebbe erroneamente determinato le posizioni reddituali di ciascuno dei genitori e, sotto altro profilo, avrebbe fra la stabile coabitazione (presso la madre) e il ‘pernottamento’ presso il padre, senza tener conto dei periodi di permanenza presso lo stesso, come già stabiliti e di fatto rispettati.

3 – Per ragioni di ordine logico va esaminata preliminarmente la seconda censura, con la quale inammissibilmente, denunciandosi vizio motivazionale, si propone una diversa e più favorevole valutazione delle risultanze processuali, non consentita in sede di legittimità, soprattutto quando, come nella specie, il giudice del merito ha reso ampia e articolata giustificazione in merito al proprio convincimento.

4 – Avuto riguardo, quindi, alla ricostruzione operata nella sentenza impugnata, va osservato che, indipendentemente dalle distinzioni di natura terminologica fra il ‘dormire presso l’abitazione del padre’ e la ‘coabitazione con la madre’, il quadro delineato dallo stesso ricorrente non si discosta, nella sostanza, dalla collocazione prevalente della prole presso la madre, con alcuni periodi di permanenza presso l’altro genitore.

5 – Non esistono ragioni – con riferimento al primo motivo – per discostarsi dall’orientamento più volte espresso da questa Corte al riguardo, ed al quale la corte territoriale risulta essersi sostanzialmente conformata.

È stato, infatti, affermato il principio secondo cui (Cass., 10 dicembre 2014, n. 26060; Cass., 29 luglio 2011, n. 16376; Cass., 18 agosto 2006 n. 18187) l’affidamento congiunto dei figli ad entrambi i genitori – previsto dalla legge sul divorzio, art. 6 (1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 11), analogicamente applicabile anche alla separazione personale dei coniugi – è istituto che, in quanto fondato sull’esclusivo interesse del minore, non fa venir meno l’obbligo patrimoniale di uno dei genitori di contribuire, con la corresponsione di un assegno, al mantenimento dei figli, in relazione alle loro esigenze di vita, sulla base del contesto familiare e sociale di appartenenza, rimanendo per converso escluso che l’istituto stesso implichi, come conseguenza ‘automatica’, che ciascuno dei genitori debba provvedere paritariamente, in modo diretto ed autonomo, alle predette esigenze. È stato altresì precisato che il richiamato principio trova conferma nelle nuove previsioni in tema di affido condiviso di cui alla L. n. 54 del 2006.

6 – È stato poi precisato che l’assegno disposto in favore del genitore presso il quale la prole è prevalentemente collocata non contrasta con il contenuto dell’art. 155 cod. civ., che fornisce alcune indicazioni sui presupposti e caratteri dell’assegno, introducendo il principio generale, già elaborato dalla giurisprudenza di questa Corte, per cui ciascun genitore provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. L’ulteriore previsione che il giudice possa disporre, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico, al fine di realizzare tale principio di ‘proporzionalità’, esclude che la Corte territoriale abbia violato detta disposizione, in quanto la previsione di un assegno si rivela quantomeno opportuna, se non necessaria, quando, come nella specie, l’affidamento condiviso preveda un collocamento prevalente presso uno dei genitori: assegno da porsi a carico del genitore non collocatario. Del resto il ricordato art. 155 c.c., fornisce indicazioni specifiche sulla determinazione dell’assegno, considerando, tra l’altro, ‘i tempi di permanenza presso ciascun genitore’.

Questa Corte ha per altro precisato (Cass., 4 novembre 2009, n. 23411) che il genitore collocatario, essendo più ampio il tempo di permanenza presso di lui, avrà necessità di gestire, almeno in parte, il contributo al mantenimento da parte dell’altro genitore, dovendo provvedere in misura più ampia alle spese correnti e all’acquisto di beni durevoli che non attengono necessariamente alle spese straordinarie (indumenti, libri, ecc.).

7 – In definitiva, il ricorso va rigettato. Il regolamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, segue la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati significativi.

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