Avvocato a Bologna Sergio Armaroli

LEGATARIO ED EREDE CHE DIFFERENZA C’E’? RISOLVI SUCCESSIONE BOLOGNA PER EREDI

Legatario ed erede: che differenza c’è? RISOLVI SUCCESSIONE BOLOGNA PER EREDI

 

 

 

 

 

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SUCCESSIONI E DIVISIONI

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Lo studio legale dell’Avvocato Sergio Armaroli presta la propria assistenza in particolare:

in ambito testamentario, sia per quanto concerne la redazione di testamenti e legati, sia nel caso di atti di donazione;

in caso di impugnazione di testamenti per lesione di quota legittima o per invalidità;

in ambito giudiziale e stragiudiziale per eventuali divisioni ereditarie;

per l’individuazione di quote ereditarie.

L’Avvocato Sergio Armaroli segue tutte le fasi della procedura di successione anche nel caso in cui non sia stato disposto un regolare testamento. In questo caso vengono applicate tutte le regole della successione legittima: dalla determinazione dell’entità della successione (stabilite l’entità della successione e le singole quote ereditarie), alla liquidazione del regime matrimoniale dei beni, fino al ricorso al giudice se non viene raggiunto un accordo tra gli eredi.

L’avvocato Sergio Armaroli Bologna operante da anni nel settore delle successioni ereditarie e testamentarie, offre assistenza legale qualificata, consulenze e pareri in materia successoria ed in relazione alla redazione di testamenti.
Scrivere il proprio testamento è un atto di grande responsabilità che ciascuno di noi deve avere nei confronti della propria famiglia e delle proprie persone care.

Il lasciare che sia la legge a regolare il destino dei nostri beni, quando non ci saremo più, può generare situazioni di comunione e di conflitto tra i chiamati alla nostra eredità.

La successione si apre al momento della morte di una persona, nel luogo del suo ultimo domicilio e può essere di due tipi:

successione testamentaria: quando vi è un testamento;

successione legittima: quando non vi è un testamento, ed in questo caso occorre far riferimento alle disposizioni di legge.

Quando, invece, si parla di legittimari (o riservatari o eredi necessari) si intendono coloro che hanno diritto ad una quota parte del patrimonio del defunto (cd.quota di riserva), indipendentemente dalla volontà manifestata dal testatore. Ricordiamo, infatti che, nonostante le espressioni colorite che spesso usano i nostri parenti più prossimi in occasione di qualche discussione famigliare, nel nostro ordinamento non è prevista la diseredazione. Il defunto non può escludere dalla successione chi abbia diritto alla quota di riserva. Se infatti il defunto, per qualsiasi motivo, non contempla nel proprio testamento chi ha diritto ad una quota della sua eredità, questi potrà agire in giudizio, con la cd. azione di riduzione, al fine di far valere il proprio diritto a ricevere parte del patrimonio del defunto.

 

 

 

I legittimari sono, secondo il nostro ordinamento, il coniuge, i figli, gli ascendenti legittimi.

Ricordiamo che il coniuge cui non sia stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato, ha gli stessi diritti successori del coniuge non separato. Il coniuge divorziato perde invece i diritti successori.

Il testamento può essere olografo, pubblico, segreto nonché speciale. Il testamento orale è nullo, o meglio inesistente.

L’avvocato Sergio Armaroli Bologna offre assistenza stragiudiziale e giudiziale a 360° in materia successoria, a titolo esemplificativo: impugnazione di testamenti; lesione dei diritti ereditari; falsificazione o distruzione di testamenti; interpretazione di clausole testamentarie complesse, ovvero nella valutazione della liceità o nullità delle medesime; scioglimento della comunione ereditaria, etc.

Il nostro ordinamento prevede due forme di successione ereditaria, successione legittima e successione testamentaria. La successione legittima trova titolo nella legge ed è volta a tutelare i diritti di determinate categorie di persone (c.d. legittimari), regolamentando la devoluzione delle situazioni giuridiche facenti capo al de cuius tutte le volte in cui manca (totalmente o solo in parte) un testamento.

 

 

 

La successione necessaria, che non è un terzo tipo di successione, prevede diritti intangibili per i c.d. legittimari e costituisce un limite alla volontà del testatore.

 L’avvocato Sergio Armaroli Bologna  le seguenti attività:

 ► Assistenza per rinuncia all’eredità

► Assistenza per accettazione dell’eredità con beneficio di inventario

► Ricorso per autorizzazione ad incassare la liquidazione (TFR) in caso di cessazione di rapporto di lavoro a causa del decesso del genitore a favore del minore

► Ricorso per autorizzazione ad incassare polizza assicurativa a favore del minore

► Ricorso per autorizzazione a prelevare dalla banca somme intestate al minore

► Ricorso per autorizzazione ad accettare una donazione fatta al minore

► Procedure/attività legate alla materia delle successioni

Circa i testamenti olografi, L’avvocato Sergio Armaroli Bologna ha maturato una significativa esperienza in materia di analisi della scrittura, essendosi avvalso più volte della consulenza di periti  calligrafi, con i quali ha instaurato un fiduciario e duraturo rapporto di collaborazione.
Lo studio, inoltre, offre servizio di analisi delle singole situazioni personali al fine di programmare successioni personali e aziendali, mediante l’utilizzo degli istituti giuridici previsti dall’ordinamento (ad esempio, trust, patti di famiglia, testamenti, donazioni, ecc.).

L’avvocato Sergio Armaroli Bologna offre  un servizio completo in materia di diritto delle successioni, materia molto specifica e complessa, spesso misconosciuta dagli eredi ai quali è sempre consigliato rivolgersi ad un professionista esperto anche solo per richiedere un parere legale e conoscere come poter operare in maniera legittima e tutelare i propri diritti.

patrimonio ereditario
patrimonio ereditario

L’ordinamento italiano prevede due differenti tipologie di successori: il legatario e l’erede. Si tratta di due figure differenti, che presuppongono conseguenze diverse. Quando si parla di erede, infatti, si fa riferimento a un successore a titolo universale: in pratica, il soggetto che subentra nella titolarità di una quota del patrimonio ereditario o di tutto il patrimonio. Il legatario, a differenza dell’erede, non dispone di una quota del patrimonio ereditario, dal momento che è il successore a titolo particolare che subentra solo in un rapporto giuridico attivo (o anche più di uno). Al legatario viene attribuito dal testatore – attraverso il legato, che è una specifica disposizione testamentaria – un diritto che ha natura patrimoniale. Il caso classico è quello nel quale un soggetto viene nominato da un testatore come suo erede universale, mentre un altro soggetto diventa legatario per un bene specifico (un quadro di famiglia, per esempio).avvocato-p-separazione-e-divorzio
Come può ben spiegare un avvocato per successioni di Bologna o di qualsiasi altra città italiana, l’istituzione ereditaria è ritenuta necessaria dal nostro ordinamento giuridico. Nel caso in cui non vi siano eredi, e cioè non ci siano parenti entro il sesto grado o eredi istituiti tramite un testamento, è previsto che il patrimonio ereditario sia versato allo Stato. Diverso è il caso dei legati, che non sono necessari ma eventuali, eccezion fatta per i diritti di abitazione della casa che è stata adibita a residenza coniugale, a favore del coniuge superstite.

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Altre differenze tra i legatari e gli eredi

Un’altra differenza che intercorre tra lo status di erede e quello di legatario riguarda le modalità di acquisizione: il legato, infatti, si acquista di diritto, il che vuol dire che non c’è bisogno di un atto di accettazione formale, mentre l’eredità va accettata dal chiamato – sia che l’accettazione sia tacita, sia che l’accettazione sia esplicita -.

Ne conseguono circostanze diverse anche per ciò che concerne la rinuncia: un erede ha il diritto di rifiutare di diventare tale prima che intervenga l’accettazione, mentre un legatario non può evitare di acquistare di diritto il lascito; al massimo può rifiutarlo anche se è entrato di diritto nel suo patrimonio. Un avvocato per successioni di Bologna può spiegare anche che il legatario comincia un nuovo possesso del bene, mentre l’erede prosegue nel possesso del soggetto defunto. Per ciò che riguarda le tempistiche e i termini, un legatario può essere beneficiato di una proprietà che è solo temporanea, con un termine iniziale (da una certa data in poi) o con un termine finale (fino a una certa data); un erede, invece, non è mai a termine, secondo il principio semel heres semper heres.

Cosa fare in caso di debiti

patrimonio ereditario
patrimonio ereditario

I problemi potrebbero sorgere in presenza di debiti: in questo caso la consulenza fornita da un avvocato per successioni di Bologna (per esempio lo Studio dell’Avvocato Sergio Armaroli) si può rivelare molto preziosa. Sono soprattutto gli eredi a doverci pensare, dal momento che essi subentrano in tutti i rapporti del soggetto defunto: ecco perché, a meno che non abbiano accettato con beneficio di inventario, sono tenuti a rispondere dei debiti senza limiti. Più semplice, invece, la vita dei legatari, i quali non rispondono dei debiti ereditari, sempre che il testatore non abbia espresso una volontà differente, ma in ogni caso entro il limite della cosa legata.

Per quel che concerne l’usufrutto universale, ci si potrebbe chiedere se una disposizione di questo tipo integri un’istituzione a titolo di legato o a titolo di erede. In realtà una risposta definitiva a questo interrogativo non c’è, come dimostra anche l’orientamento oscillante della giurisprudenza da questo punto di vista: la sentenza n. 207 del 21 gennaio del 1985 della Cassazione ha qualificato l’istituzione a titolo di legato, mentre la sentenza n. 13310 del 12 settembre del 2002 ha parlato di istituzione di erede.avvocato-erede-legittimo-4
Infine, l’ultimo aspetto che merita di essere preso in esame nella distinzione tra legatario ed erede riguarda l’institutio ex re certa: si tratta dell’indicazione di un complesso di beni o di specifici beni che integrerebbero un’istituzione di legato, ma che in realtà attribuiscono la qualità di erede perché si ritengono a titolo universale nel caso in cui dalla scheda testamentaria si deduca che il testatore ha voluto attribuire i beni in questione come quota del proprio patrimonio, secondo quanto stabilito dall’articolo 588 del codice civile.

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San Lazzaro di Savena AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE

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San Giovanni in Persiceto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE

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Borgo Tossignano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE

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TESTAMENTO NULLO COME QUANDO BOLOGNA

Il testamento, come noto, è lo strumento attraverso il quale una persona dispone dei propri diritti, di solito quando sente vicina la conclusione della propria vita terrena, deferendo tali diritti ai propri successori. Si tratta di un atto non recettizio mortis causa, che può essere pubblico od olografo: nel primo caso le volontà del soggetto vengono raccolte da un notaio in qualità di pubblico ufficiale, mentre nel primo caso l’atto viene redatto direttamente dal testatore, di proprio pugno. A volte, però, può accadere che un testamento venga considerato non valido, a causa di vizi specifici.TESTAMENTO NULLO COME QUANDO BOLOGNAavvocato-successioni-nuove-4

Quali vizi rendono un testamento non valido

I cosiddetti vizi di forma essenziali possono rendere non valido un testamento: accade quanto l’atto non è firmato, oppure non è autografo (per esempio se il testamento non è scritto interamente dal testatore di proprio pugno). Non è valido nemmeno un testamento in cui siano presenti disposizione a favore di soggetti che sono indicati in maniera generica e quindi non individuabili. In più, sono non validi i cosiddetti testamenti reciproci e i testamenti congiunti: nel primo caso due soggetti con un testamento unico dispongono l’uno a favore dell’altro, mentre nel secondo caso due soggetti con un testamento unico dispongono a favore di un soggetto terzo. Per essere certi della validità di un testamento si può richiedere la consulenza di un avvocato per impugnazione testamento Bologna, o comunque di un esperto del settore, magari rivolgendosi allo Studio dell’Avvocato Sergio Armaroli.
Sono nulli anche quei testamenti attraverso i quali il soggetto defunto attribuisce a un arbitro la facoltà di nominare l’erede, così come i testamenti al cui interno sono presenti delle disposizioni illecite. Il testamento pubblico è valido, se il notaio menziona una dichiarazione del testatore relativa a una causa impeditiva della sottoscrizione del testamento stesso (per esempio se il testatore non sa scrivere), unicamente nel caso in cui questa causa sussista effettivamente; se così non fosse si parla di difetto di sottoscrizione, un difetto di un requisito formale che – come è stato specificato dalla sentenza n. 27824 della sez. II della Cassazione civile del 21 novembre del 2008 – determina la nullità del testamento.

NULITA’ DEL TESTAMENTO

Il testamento olografo è nullo quando mancano i requisiti del testamento olografo, indicati nell’art. 606 c.c. (autografia e sottoscrizione) ed è annullabile nel caso in cui sia carente del requisito della data.

Il testamento pubblico è nullo quando manca la redazione per iscritto, da parte del notaio, delle dichiarazioni del testatore o la sottoscrizione del testatore e/o del notaio: per altri problemi formali esso può essere annullato su istanza di chiunque vi abbia interesse.

1– nullità formali: Ai sensi dell’art. 606 del Codice Civile il testamento ( olografo ) è nullo per mancanza di autografia, vale a dire quando non è stato interamente scritto di pugno dal testatore, o per mancanza di sottoscrizione.

 

2– nullità sostanziali (in questo caso il Codice elenca espressamente i vari casi): rientrano tra le nullità sostanziali i patti successori, il testamento congiuntivo, testamento reciproco, il testamento a favore di persone incapaci a ricevere, la disposizione rimessa all’arbitrio del terzo, il testamento a condizione di reciprocità.

I responsi della giurisprudenza

Il regime di nullità del testamento
Il regime di nullità del testamento
Il regime di nullità del testamento- TESTAMENTO NULLO COME QUANDO AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA
Il regime di nullità del testamento

La Corte, pertanto, pare essere incline ad accettare che se il notaio cita una circostanza impeditiva della sottoscrizione del testamento l’atto è da ritenersi valido unicamente nel caso in cui la circostanza in questione sia realmente sussistente. Un testamento olografo, invece, è da considerarsi nullo se esiste un’ipotesi di sostituzione fedecommissaria: il riferimento della sentenza n. 267 del 30 luglio del 2004 del Tribunale di Sulmona precisa che non si può parlare di una vocazione testamentaria ma di una vocazione legittima; al di là di questa distinzione, però, si perde il diritto di accettare l’eredità in maniera definitiva se nel termine di dieci anni l’eredità non viene accettata o se gli eredi designati non mettono in atto un comportamento da cui si possa dedurre una tacita accettazione. L’ipotesi di sostituzione fedecommissoria che viene menzionata dal tribunale abruzzese è vietata dall’ultimo comma dell’articolo 692 del codice civile e, come detto, implica la nullità del testamento: è ciò che avviene, per esempio, con il fedecommesso de residuo, attraverso cui all’istituito viene imposto dal testatore l’obbligo di restituire al sostituto unicamente i beni ereditari che rimangono alla sua morte.

AVVOCATO-ESPERTO-RESPONSABILITA-ARCHITETTO-2La sentenza del tribunale di Savona-TESTAMENTO NULLO COME QUANDO BOLOGNA

Per districarsi tra tutte le sentenze che hanno fatto giurisprudenza in materia di nullità del testamento appare indispensabile la competenza di un avvocato per impugnazione testamento Bologna. Degna di nota è, per esempio, la sentenza del Tribunale di Savona del 18 giugno del 2004, che sancisce che l’età avanzata del testatore non può implicare in maniera automatica la nullità di un testamento pubblico. La sentenza indica che solo perché il testatore è un soggetto molto in là con gli anni non si può considerare nullo un testamento realizzato con un atto pubblico. Le disposizioni testamentarie possono essere annullate – infatti – solo nel caso in cui venga provato che la persona sia stata del tutto priva della capacità di autodeterminarsi, ovvero della coscienza dei propri atti, nel momento in cui ha redatto il testamento, per esempio per colpa di un’infermità permanente o transitoria o di un’altra causa perturbatrice.

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Responsabilità medica e assicurazioni, quando si può fare causa

Responsabilità medica assicurazioni
Responsabilità medica e assicurazioni, quando si può fare causa

SAPEVI CHE PER LA RESPONSABILITA’ MEDICA SI PUO’ FARE UNA CAUSA PER DANNI? MA DEVE ESSERE FONDATA !!

Responsabilità medica e assicurazioni :  riforma della responsabilità medica che è stata approvata di recente prevede che una persona malata che sia stata danneggiata a causa di un errore medico abbia la possibilità di fare causa direttamente contro la compagnia assicurativa, un po’ come succede nel caso degli incidenti stradali. Lo scopo di questa norma è duplice: da un lato garantisce la tutela dei pazienti, mentre dall’altro lato consente di ridurre i tempi dei processi. La procedura che deve essere seguita dal soggetto danneggiato impone che egli provi, in primo luogo, a eseguire un tentativo di conciliazione di fronte a un organismo di mediazione nel luogo in cui si trova il tribunale di competenza per la lite. Nel caso in cui non si arrivi ad alcun accordo e la mediazione abbia esito negativo, il danneggiato può scegliere se citare in giudizio il medico responsabile e l’ospedale (o la struttura sanitaria) o rivalersi contro la loro compagnia assicurativa. Le regole nuove, per altro, hanno reso obbligatoria l’assicurazione sia per le strutture private che per le strutture pubbliche.

Cosa prevede la nuova legge-Responsabilità medica e assicurazioniì

Con la nuova legge relativa alla riforma della responsabilità medica,tutte le aziende sanitarie sono tenute a sottoscrivere un’assicurazione; la clinica o l’ospedale, comunque, possono decidere se stipulare una polizza sulla responsabilità civile o auto-assicurarsi, vale a dire predisporre in bilancio una riserva speciale che alimenti un fondo per i risarcimenti. Nel caso in cui una struttura sanitaria non disponga di un’assicurazione oppure la compagnia assicurativa sia in liquidazione, il risarcimento che spetta al danneggiato deriva da un particolare Fondo di Garanzia che è destinato a chi subisce danni dovuti a responsabilità sanitaria.

In seguito all’entrata in vigore della nuova legge, il malato danneggiato che è rimasto vittima di un errore medico ha l’opportunità di agire direttamente nei confronti della compagnia assicurativa, senza che sia costretto a citare prima la clinica o l’ospedale, in modo tale da ottenere la condanna al risarcimento, sulla falsariga di quello che accade nel caso della responsabilità civile automobilistica. Tale normativa si applica non solo se la responsabilità è di un’azienda sanitaria, privata o pubblica che sia, ma anche se è di un medico che opera intra moenia in regime libero professionale. Già nel corso del tentativo di conciliazione, con lo scopo di risolvere le liti sul nascere e di evitare il contenzioso in tribunale, la compagnia assicurativa davanti all’organismo di mediazione deputato a sciogliere la contesa è obbligata a formulare al paziente un’offerta per il risarcimento del danno; nel caso in cui tale obbligo non venga rispettato, è prevista una sanzione, a meno che l’assicurazione non comunichi le ragioni per le quali sostenga che non possa essere previsto un obbligo di risarcimento.

Come si deve comportare un paziente danneggiato-Responsabilità medica e assicurazioniì

Il consiglio, per una persona che ha subìto un danno a causa di un errore medico, è quello di rivolgersi a uno studio legale per ottenere l’assistenza di cui ha bisogno, magari facendo riferimento allo Studio dell’Avvocato Sergio Armaroli. Il soggetto che ha intenzione di agire contro la compagnia assicurativa è tenuto a chiamare in causa anche il medico o la struttura, vale a dire l’assicurato, sulla base del cosiddetto litisconsorzio necessario. Così facendo, il giudice – se dovesse essere evidenziata una responsabilità medica – potrebbe disporre la condanna al risarcimento dei danni in solido da parte di tutti i soggetti coinvolti.
Una volta che è stato erogato il pagamento al paziente, ad ogni modo, la struttura sanitaria può esercitare il diritto di rivalsa, rivalendosi contro il medico e/o contro qualunque altro membro del suo staff che sia ritenuto responsabile, solo a patto che sia stata rilevata la colpa grave o che sia stato riscontrato il dolo. Ciò rappresenta una evidente differenza rispetto al passato, quando era possibile esercitare sempre l’azione di rivalsa. Per quel che concerne la rivalsa, il medico può essere condannato a pagare una cifra massima che corrisponde a tre volte il suo reddito lordo annuale.

La Legge Gelli – Responsabilità medica e assicurazioniì

La Legge Gelli prevede che chi vuole esercitare un’azione in materia di responsabilità medica davanti al giudice civile deve prima proporre ricorso per l’esecuzione di una preventiva consulenza tecnica che abbia lo scopo di provare a ricomporre la lite. Questo ricorso, che costituisce una soluzione alternativa rispetto alla mediazione, rappresenta una condizione di procedibilità della domanda giudiziale.

Come funziona la divisione ereditaria giudiziale

Come funziona la divisione ereditaria giudiziale
Come funziona la divisione ereditaria giudiziale

La divisione ereditaria giudiziale non è altro che la divisione dei beni ereditari: si tratta, in sostanza, dello strumento attraverso il quale è possibile sciogliere la comunione ereditaria che riguarda tutto il patrimonio del soggetto defunto, che comprende non solo i crediti al netto dei debiti, ma anche i diritti sui beni. Il riferimento normativo in proposito va individuato nel titolo IV del libro II, che disciplina la divisione dei beni ereditari e regolamenta le successioni per causa di morte. Nel momento in cui interviene un procedimento di divisione ereditaria, si concretizza l’esclusiva intestazione di singoli diritti per ciascuno degli eredi in una misura proporzionale rispetto al valore della quota che deriva dallo stato di indivisione. Per evitare situazioni spiacevoli, con liti o malintesi tra gli eredi, non è da escludere l’opportunità di ricorrere a un avvocato divisione ereditaria.

Cosa prevede il codice civile

  1. L’articolo 727 del codice civile prevede la necessità di eseguire la stima dei beni del soggetto defunto, includendo una quantità di crediti, di immobili e di mobili di uguale qualità e natura; a quel punto è possibile procedere con la formazione della porzione che spetta a ciascun erede. Nel caso in cui del patrimonio ereditario facciano parte proprietà immobili che non possono essere divise agevolmente, tali immobili devono essere compresi interamente all’interno della porzione che spetta al coerede che dispone nella quota maggiore; se più coeredi ne hanno chiesto l’attribuzione in maniera congiunta, invece, le proprietà immobili vanno incluse nella loro porzione. Se ciò non è possibile o fattibile, l’immobile deve essere venduto, in virtù di quanto previsto dall’articolo 720 del codice civile. Attenzione, però: la vendita costituisce solo l’extrema ratio, un’ipotesi che deve essere presa in considerazione unicamente nel caso in cui le altre non si possano verificare.

    Se i coeredi sono il coniuge e i figli del soggetto defunto (siano essi naturali o legittimi, inclusi i loro discendenti naturali e legittimi), essi sono tenuti ad attuare la collazione: vuol dire che nell’asse ereditario deve essere conferito quello che hanno ricevuto eventualmente per donazione dal de cuius quando era in vita. Come si può notare, la divisione ereditaria non è semplice: ecco perché può essere indispensabile la consulenza di un avvocato divisione ereditaria, magari come quella che si può ottenere contattando lo Studio dell’Avvocato Sergio Armaroli.
    Vale la pena di ricordare che per la divisione dei beni ereditari è prevista la retroattività: in altri termini, i beni si considerano pervenuti direttamente non in forza di divisione – giudiziale o convenzionale che sia – ma per causa di morte. Sono tre le modalità differenti attraverso le quali è possibile procedere alla suddivisione dei beni ereditari: per testamento, per divisione contrattuale o per divisione giudiziale ereditaria. Nel caso della divisione contrattuale, è indispensabile un accordo tra i coeredi, mentre nel caso della divisione giudiziale ereditaria ciascun coerede ha la facoltà di promuovere il giudizio di divisione dell’eredità cui tutti i condividenti sono sottoposti.

La divisione ereditaria giudiziale

La divisione ereditaria giudiziale entra in gioco nel momento in cui il de cuius non ha indicato in maniera precisa e accurata quali beni vanno attribuiti a ogni soggetto chiamato all’eredità, o più semplicemente nel caso in cui gli eredi non riescono a trovare un accordo a proposito della ripartizione dei beni. A questo punto il giudice provvede allo scioglimento della comunione e alla ripartizione dell’eredità; l’intervento del giudice può essere richiesto e diventare effettivo anche per iniziativa di un solo coerede.
In questo caso il procedimento giudiziale viene avviato solo dopo che di fronte a un organismo di conciliazione riconosciuto dal Ministero è stata tentata la mediazione. Se questa non ha successo, ecco che prende il via il procedimento nel tribunale del luogo in cui la successione è stata aperta. Lo scopo è quello di sciogliere la comunione ereditaria: è sufficiente un ricorso sottoscritto dagli interessati, con la divisione che viene delegata a un avvocato o a un notaio. L’assistenza di un avvocato è sempre obbligatoria.
Sono due i momenti nei quali si svolge il procedimento di divisione ereditaria giudiziale. In una prima fase si verifica il diritto ereditario di ogni coerede (ci pensa il giudice), mentre nella fase successiva si formano le singole porzioni (ci pensa un notaio, che definisce la massa che deve essere divisa, forma i lotti e assegna ogni porzione a un coerede). Se le porzioni sono della stessa entità, si può ricorrere a un sorteggio per l’attribuzione a ciascun coerede.

Nell’adìre il giudice per la divisione di comunione ereditaria, è indispensabile l’allegazione alla domanda dei certificati storici catastali e della documentazione concernente le iscrizioni e le trascrizioni relativamente ai beni nell’ultimo ventennio, quanto meno della relazione notarile in sostituzione, attestante le risultanze delle visure catastali e dei registri immobiliari. Ciò per consentire al giudice di verificare la presenza di condizioni ostative dell’azione divisoria, quali quelle afferenti alla sussistenza del diritto dominicale in capo alle parti del giudizio, nonché l’esistenza eventuale di altri litisconsorti necessari (creditori o aventi causa da un partecipante alla comunione) a norma degli artt. 1113 c.c e 784 c.p.c.

separazione figli come affrontarla ?

ATTENTO PRESTA ATTENZIONE: I FIGLI SONO LE PIU’ GRANDI PROBLEMATICHE QUANDO CI SI SEPARA CI AVEVI PENSATO?

CERTO SONO UNA GIAIA IMMENSA MA I CONIUGI SPESSO LITIGANO PER AFFIDO FIGLI

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BOLOGNA separazione con figli ?
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SE MI SEPARO A CHE VANNO I FIGLI PICCOLI?
Quasi la totalità delle decisioni opta se non vi sono indicazioni contrarie per l’affido condiviso , con collocazione prevalente  presso la madre se i figli sono piccoli
mantenimento
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SE MI SEPARO QUALE CONTRIBUTO DEVE VERSARE IL MARITO?
Dipende dai redditi del marito e dai redditi della moglie, dipende se vi sono figli, e se occorre pagare un affitto o un mutuo della casa coniugale.
Alcuni esempi:
1)Marta è sposata con un notaio che ha redditi per oltre trecentomila euro all’anno, Marta non lavora e ha tre figli.
In questo caso viene deciso un mensile di cinquemila euro mensili di cui due per Marta e Mille euro al mese per figlio, oltre alla casa coniugale e un contributo di diecimila euro per le ferie.
2) Giovanna è dipendente di banca reddito trentamila euro annui, il marito Paolo è funzionario della pubblica amministrazione reddito di cinquantamila euro annui,
Hanno due figli
La separazione prevede con accordo consensualeche  Paolo versi alla moglie millecinquecento euro mensili considerato anche il mantenimento per i due figli.
Insomma tutto dipende dai redditi della coppia, se vi sono redditi lati alto sara’ l’ assegno di mantenimento
SE MI  SEPARO A CHI VA LA CASA CONIUGALE?
Su questo vi è abbastanza  accordo nel sentenze :
Il problema dell’assegnazione della casa coniugale si pone solo quando la stessa sia di proprietà di entrambi i coniugi o del coniuge diverso da quello che ne chiede l’assegnazione.
A decidere l’assegnazione della casa coniugale è il giudice, ma solo se la coppia abbia avuto figli e questi siano minorenni o maggiorenni non autosufficienti, o portatori di handicap.
Il giudice assegna la casa coniugale al coniuge presso cui vengono collocati i figli (ossia quello presso cui i ragazzi vanno a vivere stabilmente). La legge infatti stabilisce che, quando la casa coniugale è di proprietà esclusiva di un coniuge (o quando un solo coniuge ha la titolarità esclusiva di un diritto reale) il giudice deve comunque attribuire il godimento dell’abitazione familiare a quello convivente con i figli (minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti).
 separazione figli come affrontarla ? NON LAVORO E MI SEPARO COSA SUCCEDE?
Il marito dovra’ provvedere al mantenimento a meno che  la separazione non venga addebitata alla moglie che  chiede la separazione
In caso di addebito della separazione non si ha diritto al mantenimento
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SE MI SEPARO PERCHE’ MIA MOGLIE O MIO MARITO MI HA TRADITO COSA POSSO FARE?
Puoi chiedere l’addebito della separazione se ve ne sono i presupposti, non sempre il tradimento è sufficiente.
Alcune sentenze riconoscono il risarcimento danni al coniuge tradito.
separazione con figli coppie non sposate….
Nonostante le novità introdotte dalla Legge n. 76/2016, o Legge Cirinnà, che ha notevolmente ampliato i diritti dei conviventi di fatto anche in caso di cessazione del rapporto, le coppie non sposate che decidono di separarsi non godono degli stessi benefici che sarebbero concessi a due coniugi.
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eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI  TRIBUNALE DI BOLOGNA?

A VOLTE EREDITARE E’ UNA COSA POSITIVA , A VOLTE APRE SCENARI SPESSO SCONOSCIUTI  E LITI CHE NON CI SI IMMAGINAVA !!

CAUSE EREDITARIE FRATELLI NIPOTI PARENTI  TRIBUNALE DI BOLOGNA? DIVISIONE EREDITARIE BOLOGNA? AFFRETTATI A RISOLVERE ADESSO! SI PUO’!! eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI 

CAUSE EREDITARIE FRATELLI NIPOTI PARENTI  TRIBUNALE DI BOLOGNA? DIVISIONE EREDITARIE BOLOGNA? AFFRETTATI A RISOLVERE ADESSO! SI PUO’!! HAI MAI PENSATO CHE SI PUO’ ARRIVARE A UN ACCORDO PER TE VANTAGGIOSO?
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HAI MAI PENSATO CHE SI PUO’ ARRIVARE A UN ACCORDO PER TE VANTAGGIOSO?

  • La materia delle successioni è generalmente complessa, oltre che molto delicata perché si occupa della trasmissione di patrimoni tra familiari o comunque in favore di persone care, con inevitabile ripercussione sugli equilibri familiari, specie quando la posta in gioco è molto alta.

  • Spesso, infatti, a causa di un testamento e/o di donazioni fatte in vita dalde cuius, si verificano delle vere e proprie faide tra gli eredi che culminano in complessi giudizi, che talvolta possono essere anche molto lunghi e costosi. Per tale motivo, l’assistenza di un buon avvocato diventa indispensabile per la tutela dei propri interessi.

  • L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna esperto di divisioni e successioni tra parenti e fratelliconsulenza e assistenza nella redazione di testamenti, nella liquidazione e divisione del lascito ereditario, assiste i clienti nella preparazione e collazione dei documenti relativi alla successione, quali: certificato di morte; dichiarazione sostitutiva atto di notorietà attestante la situazione di famiglia originaria del de cuius; certificati o visure catastali; documentazioni riguardanti eventuali variazioni dei fabbricati (condono – ampliamento – planimetrie – frazionamenti); certificazioni bancarie .

  • Aiuta nelle questioni di successione necessaria e legittima, successione del coniuge, eventuale lesione dei diritti dei congiunti, scioglimento della comunione ereditaria. Il tutto servendosi di collaborazione con diversi studi notarili importanti di Bologna

 

  • La successione di un rapporto giuridico, esiste in una diversa tipologia di casi. Il diritto distingue tra successione universale e particolare, in base alla portata del trasferimento di poteri da un soggetto giuridico all’altro. Più nello specifico, si può individuare un’ampia casistica nell’ambito delle successioni. Il diritto distingue tra:

  • dichiarazione di successione-eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI 

  • successione a causa di morte . eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI 

  • successione legittima -eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI 

  • successione necessaria- eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI 

  • successione testamentaria- eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI 

  • retratto successorio- eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI 

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 8053 del 29 marzo 2017 intervenendo in tema di imposte di successioni ha affermato che l’assunzione della qualità di erede non può certamente desumersi dalla mera chiamata all’eredità, né dalla denuncia di successione che si configura come un atto di natura meramente fiscale che non ha rilievo ai fini dell’assunzione della qualità di erede. Per cui nè consegue che “solo l’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio quale successore del de cuius (Cass. n. 6479 del 2002, Cass. n. 2849 del 1992)”

Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 22 ottobre 2014, n. 22456 
Successione – Successione legittima – Coniuge superstite – Diritto di abitazione sulla casa coniugale – Coniugi separati senza addebito – Assenza di una casa coniugale – Spettanza del diritto – Esclusione. (Cc, articoli 540 e 548) 
Il diritto reale di abitazione, riservato per legge al coniuge superstite, ha a oggetto la casa coniugale, ossia l’immobile che in concreto sia adibito a residenza familiare e si identifica con l’immobile in cui i coniugi – secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi – vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare. Ancorché l’articolo 548, comma 1, del Cc equipari – quanto ai diritti successori attribuiti dalla legge – il coniuge separato senza addebito al coniuge non separato, la impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare, fa venire meno il presupposto oggettivo richiesto, ai fini della attribuzione del diritto in parola. Deve concludersi, pertanto, che l’applicabilità dell’articolo 540 del Cc è condizionata alla effettiva esistenza, al momento della apertura della successione, di una casa adibita a abitazione familiare, evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi.

Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 30 giugno 2015, n. 13407 
SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – SUCCESSIONE NECESSARIA – REINTEGRAZIONE DELLA QUOTA DI RISERVA DEI LEGITTIMARI – AZIONE DI RIDUZIONE (LESIONE DELLA QUOTA DI RISERVA) – IN GENERE – Donazione lesiva della legittima – Termine di prescrizione – Decorrenza – Dalla data di apertura della successione – Azione di riduzione proposta dall’erede del legittimario – Irrilevanza ai fini della decorrenza del termine di prescrizione – Fondamento. 
In tema di successione necessaria, qualora la lesione della legittima derivi da donazioni, il termine decennale di prescrizione dell’azione di riduzione decorre dalla data di apertura della successione non essendo sufficiente il “relictum” a garantire al legittimario il soddisfacimento della quota di riserva, senza che rilevi, a tal fine, che la riduzione sia domandata, ai sensi dell’art. 557, primo comma, cod. civ., dall’erede del legittimario, a cui non spetta un diritto autonomo rispetto al suo dante causa, sicché, ove al momento dell’apertura della successione del legittimario risulti già maturata la prescrizione dell’azione di riduzione, resta preclusa all’erede la possibilità di domandare utilmente la stessa, non potendo la morte del legittimario comportare la reviviscenza di un diritto che quest’ultimo aveva già perduto.

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna esperto di divisioni e successioni tra parenti e fratelli assiste i propri clienti in tutte le problematiche connesse alle successioni mortis causa, con speciale riferimento al calcolo delle quote ereditarie, all’analisi delle diverse questioni giuridiche che possono sorgere in forza di diversi orientamenti giurisprudenziali, nella tutela dei diritti degli eredi, e per le divisioni ereditarie stragiudiziali.

L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna esperto di divisioni e successioni tra parenti e fratelli ha specifica esperienza nell’assistenza dei clienti, sia nelle pratiche successorie.

Il nostro ordinamento prevede che alla morte di un soggetto, il c.d. “de cuius”, i diritti di cui è titolare siano trasferiti ai membri della sua famiglia con il grado di parentela più vicino.

In linea generale, si possono trasferire tutti i beni del defunto o una quota a titolo di successione universale in favore dei c.d. eredi. Altrimenti, può attuarsi il trasferimento di uno o più obblighi determinati a titolo di successione particolare in favore dei c.d. legatari.

eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI  La successione può essere:

    • legittima ossia regolamentata dalla legge, in assenza di testamentoeredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI 

    • testamentaria, se il de cuius ha stabilito tramite un apposito atto, il testamento, a chi saranno trasferiti i propri rapporti giuridicieredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI 

In sede giudiziale, L’avvocato Sergio Armaroli di Bologna esperto di divisioni e successioni tra parenti e fratelli ha maturato negli anni una solida esperienza in tema di complesse cause successorie e nell’assistenza in contenziosi ereditari, quali ad esempio:

eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI azioni di riduzione, finalizzate alla reintegrazione della quota di eredità spettante agli eredi legittimari (coniuge-figli-ascendenti),

eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI azioni di impugnazione di testamenti

eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI azioni di circonvenzione

eredita’ FRATELLI NIPOTI PARENTI procedure di divisione giudiziale dei beni ereditari. 

Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 15 marzo 2016, n. 5068. La donazione di un bene altrui, anche se non sia espressamente vietata, deve ritenersi nulla per difetto di causa. A meno che, nell’atto di donazione, si affermi espressamente che il donante sia consapevole dell’attuale non appartenenza del bene al suo patrimonio. Ne consegue che la donazione, da parte del coerede, della quota di un bene indiviso compreso in una massa ereditaria è nulla: non si può, prima della divisione, ritenere che quel singolo bene entri a far parte del patrimonio del coerede donante

Suprema Corte di Cassazione

sezioni unite

sentenza 15 marzo 2016, n. 5068

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Primo Presidente f.f.

Dott. CICALA Mario – Presidente Sezione

Dott. RORDORF Renato – Presidente Sezione

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere

Dott. PETITTI Stefano – rel. Consigliere

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e quali eredi di (OMISSIS) ved. (OMISSIS), rappresentati e difesi, per procura speciale a margine del ricorso, dall’Avvocato (OMISSIS), presso lo studio del quale in (OMISSIS), sono elettivamente domiciliati;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) in (OMISSIS), rappresentata e difesa, per procura speciale a margine del controricorso, dagli Avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS), presso lo studio dei quali in (OMISSIS), e’ elettivamente domiciliata;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), rappresentate e difese, per procura speciale in calce al controricorso, dall’Avvocato (OMISSIS), elettivamente domiciliate presso lo studio dell’Avvocato (OMISSIS) in (OMISSIS);

– controricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), (OMISSIS), Curatela dei Fallimenti di (OMISSIS) e di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), gli ultimi tre in qualita’ di eredi di (OMISSIS);

– intimati –

nonche’ nei confronti di

(OMISSIS), quale erede di (OMISSIS), rappresentata e difesa, per procura a margine della memoria di costituzione, dall’Avvocato (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’Avvocato (OMISSIS);

– resistente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Reggio Calabria n. 232 depositata il 23 novembre 2006;

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 10 marzo 2015 dal Consigliere relatore Dott. PETITTI Stefano;

sentiti gli Avvocati (OMISSIS), per parte ricorrente, e (OMISSIS), anche per delega, per parte resistente;

sentito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. APICE Umberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

(OMISSIS) adiva il Tribunale di Reggio Calabria con citazione del gennaio 1989 chiedendo che venisse: a) dichiarata aperta la successione di (OMISSIS), da devolversi secondo le norme della successione legittima per 1/4 in favore del fratello (OMISSIS), per 1/4 in favore di (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) (in rappresentazione di (OMISSIS), fratello di (OMISSIS)), per 1/4 in favore della sorella (OMISSIS) e per 1/4 In favore dei figli e dei discendenti dell’altra sorella (OMISSIS); b) dichiarata aperta, altresi’, la successione di (OMISSIS), da devolversi secondo le norme della successione legittima per 1/3 in favore dei figli del fratello (OMISSIS), per 1/3 in favore dei figli della sorella premorta (OMISSIS) (a lei subentrati per rappresentazione) e per 1/3 in favore dei figli e dei discendenti della sorella premorta (OMISSIS) (a lei subentrati per rappresentazione); 3) disposta la formazione delle masse ereditarie comprendendo in esse tutti i beni relitti risultanti dalle dichiarazioni di successione; 4) disposta la divisione dei beni relitti e lo scioglimento della comunione; 5) disposta la divisione per stirpi, attribuendo a ciascuna stirpe beni corrispondenti alle quote di diritto di ciascuna; 6) ordinata la formazione del progetto divisionale e gli adempimenti consequenziali.

Instauratosi il contraddittorio, si costituivano le germane (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) (aventi causa di (OMISSIS)), le quali aderivano alla domanda di divisione e chiedevano che tra i beni da dividere fossero inclusi anche quelli oggetto della donazione fatta da (OMISSIS) al nipote (OMISSIS) con atto pubblico del 1987, deducendone la nullita’ per inesistenza dei beni donati nella sfera giuridica del donante, nonche’ che venisse ordinato a (OMISSIS) di rendere il conto della gestione degli immobili facenti parte dell’eredita’ di (OMISSIS) e di (OMISSIS).

Si costituiva anche (OMISSIS), che aderiva alla domanda di divisione, nonche’ i germani (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), i quali pur non opponendosi alla divisione, chiedevano che dalla eredita’ venissero detratti i beni oggetto della donazione per atto notaio (OMISSIS) del 1987.

Nel giudizio si costituivano anche i germani (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), figli di (OMISSIS), avente causa di (OMISSIS), aderendo alla domanda principale, nonche’ (OMISSIS) e (OMISSIS), in qualita’ di eredi di (OMISSIS), quest’ultima in proprio e quale esercente la potesta’ sulla figlia minore (OMISSIS), che ugualmente facevano proprie le domande dell’attrice.

Nel processo interveniva la curatela del fallimenti di (OMISSIS) e (OMISSIS) che, oltre a costituirsi in qualita’ di eredi di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), ribadiva le richieste gia’ formulate.

Con sentenza non definitiva del 30 aprile 2004, il Tribunale adito dichiarava aperta la successione di (OMISSIS) e devoluta secondo le norme della successione legittima la sua eredita’, nonche’ quella di (OMISSIS), parimenti devoluta secondo le norme della successione legittima.

Il Tribunale dichiarava, altresi’, la nullita’ dell’atto di donazione per atto notaio (OMISSIS) del 1 ottobre1987 e rimetteva la causa sul ruolo con separata ordinanza per il prosieguo.

Avverso la sentenza non definitiva i germani (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e nella qualita’ di eredi di (OMISSIS), censurando il capo della sentenza con cui era stata dichiarata la nullita’ dell’atto di donazione del 1987.

Nella resistenza di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), nonche’ di (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), contumaci le restanti parti, la Corte di appello di Reggio Calabria rigettava il gravame e per l’effetto confermava integralmente la sentenza impugnata.

A sostegno della decisione adottata la Corte distrettuale evidenziava che avendo il defunto (OMISSIS) donato al nipote (OMISSIS) la nuda proprieta’ della sua quota (corrispondente ai 5/12 indivisi dell’intero) dei due appartamenti costituenti l’intero secondo piano del fabbricato di vecchia costruzione a sei piani sito in via (OMISSIS), dalla lettura sistematica degli articoli 769 e 771 codice civile, doveva ritenersi la nullita’ dell’atto di donazione, potendo costituire oggetto di donazione solo ed esclusivamente i beni facenti parte del patrimonio del donante al momento in cui veniva compiuto l’atto di liberalita’, tali non potendosi ritenere quelli di cui il donante era comproprietario pro indiviso di una quota ideale.

Avverso tale sentenza i (OMISSIS) hanno proposto ricorso per cassazione, articolato su quattro motivi, al quale hanno resistito gli (OMISSIS) e l’originaria attrice con separati controricorsi.

Con ordinanza interlocutoria n. 11545 del 2011, emessa all’esito dell’udienza del 13 febbraio 2013, la Seconda Sezione di questa Corte, disattese le eccezioni di inammissibilita’ formulate dai controricorrenti e ritenuto non fondato il primo motivo di ricorso, ha, in relazione al secondo, al terzo e al quarto motivo di ricorso, rimesso gli atti al Primo Presidente della Corte per la eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite, ravvisando nella questione oggetto del ricorso una questione di massima di particolare importanza.

Disposta la trattazione del ricorso presso queste Sezioni Unte, in vista dell’udienza del 10 marzo 2015 i ricorrenti e la controricorrente (OMISSIS) hanno depositato memoria ai sensi dell’articolo 378 codice procedura civile.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Deve preliminarmente essere dichiarata la inammissibilita’ della costituzione di (OMISSIS), per difetto di procura speciale, essendo la stesa intervenuta in un giudizio iniziato prima del 4 luglio 2009 (Cass. n. 7241 del 2010; Cass. n. 18323 del 2014).

  2. – Come gia’ rilevato, il primo motivo di impugnazione e’ stato gia’ disatteso dalla Seconda Sezione.

2.1. – Con il secondo motivo di ricorso i ricorrenti deducono vizio di motivazione sul rilievo che, non essendo stato acquisito il fascicolo di primo grado ed avendo la Corte d’appello esaminato l’atto di donazione solo per la parte riportata nell’atto di appello, il convincimento del giudice di appello sarebbe il frutto di una presunzione non vera, essendo il tenore della donazione molto piu’ esteso rispetto ai brani esaminati in sede di gravarne. Prosegue parte ricorrente che la lettura integrale dell’atto di liberalita’ avrebbe consentito di rilevare che l’oggetto della donazione era costituito, in parte, da un diritto proprio di (OMISSIS), e cioe’ della quota di comproprieta’ degli immobili di cui (OMISSIS) era titolare in modo esclusivo, per avere ciascuno dei fratelli (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) la piena disponibilita’ di una quota pari ad 1/3 degli immobili di cui al rogito; per altra parte, dalla quota di 1/3 a lui pervenuta dalla eredita’ del fratello (OMISSIS): circostanza, questa, di cui non vi era alcun cenno nella sentenza impugnata. La Corte d’appello avrebbe quindi errato nell’accomunare i due cespiti in una indistinta “quota ereditaria”.

2.2. – Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano la violazione degli articoli 769 e 771 codice civile, in combinato disposto con l’articolo 1103 codice civile, oltre alla illegittimita’ della sentenza impugnata per difetto di motivazione ed errata valutazione dei presupposti di fatto, per non avere i giudici di merito riconosciuto che (OMISSIS) poteva validamente donare al nipote la quota di proprieta’ di cui era esclusivo titolare con riferimento all’immobile di via (OMISSIS), essendo tale bene nella sua piena disponibilita’, potendo essere le argomentazioni del Tribunale riferite semmai alla residua quota di 1/12 pervenuta al donante per successione ereditaria dal fratello (OMISSIS). A conclusione del motivo i ricorrenti formulano il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte di Cassazione se il divieto di cui all’articolo 771 codice civile, puo’ essere legittimamente esteso anche ai beni di cui il donante e’ titolare in comunione ordinarla con i propri fratelli”.

2.3. – Con il quarto motivo i ricorrenti lamentano la violazione ed erronea applicazione degli articoli 771 e 769 codice civile, in combinato disposto con gli articoli 1103 e 757 codice civile, nonche’ carenza assoluta di motivazione, per avere ritenuto i giudici di merito “beni altrui”, fino al momento della divisione, anche i beni in comproprieta’ ordinaria, in aperto contrasto con i principi che regolano l’istituto della comproprieta’ e dell’articolo 1103 codice civile, che sancisce il principio della piena disponibilita’ dei beni in comproprieta’ nei limiti della quota di titolarita’ del disponente. Ad avviso dei ricorrenti eguali considerazioni varrebbero anche per la c.d. quota ereditaria. Quanto alla conclusione del giudice di appello circa l’irrilevanza della qualificazione della fattispecie quale condizione sospensiva, i ricorrenti rilevano che la divisione dei beni ereditari, seppure avvenga dopo il decesso di uno dei coeredi, non cancella i diritti nascenti sui beni ereditari.

A conclusione del motivo i ricorrenti formulano il seguente quesito di diritto: “Dica la Suprema Corte di Cassazione se l’articolo 771 codice civile, puo’ essere legittimamente interpretato equiparando a tutti gli effetti la categoria dei “beni futuri” con quella dei “beni altrui”.

  1. – La Seconda Sezione, con l’ordinanza interlocutoria n. 11545 del 2014 ha innanzi tutto ricordato come, nonostante l’articolo 769 codice civile, abbia assoggettato la donazione al principio consensualistico, sia risultato prevalente In giurisprudenza, in via di interpretazione analogica dell’articolo 771 codice civile, la tesi della nullita’ della donazione di bene altrui, assumendosi il carattere della necessaria immediatezza dell’arricchimento altrui e, dunque, dell’altrettanto necessaria appartenenza del diritto al patrimonio del donante al momento del contratto (sono in proposito richiamate Cass. 23 maggio 2013, n. 12782; Cass. 5 maggio 2009, n. 10356; Cass. 18 dicembre 1996, n. 1131; Cass. 20 dicembre 1985, n. 6544). La Seconda Sezione ha, per contro, ricordato, da un lato, le critiche di parte della dottrina, fondate sullo stesso testo dell’articolo 769 codice civile, il quale contempla l’arricchimento della parte donataria operato “assumendo verso la stessa un’obbligazione”; e, dall’altro, Cass. 5 febbraio 2001, n. 1596, che ha considerato la donazione di cosa altrui non nulla, ma semplicemente inefficace, con conseguente sua idoneita’ a valere quale titolo per l’usucapione immobiliare abbreviata. La Seconda Sezione ha quindi aggiunto che la soluzione della questione posta e’ evidentemente correlata alla ratio dell’articolo 771 codice civile.

Nella specie, la questione non riguarderebbe la donazione dei quattro dodicesimi di cui il donante era titolare inter vivos, dovendosi in parte qua la liberalita’ Intendere come di cosa propria, in quanto relativa alla quota del partecipante in comunione ordinaria, alienata ai sensi e nei limiti dell’articolo 1103 codice civile. La questione si porrebbe, piuttosto, quanto all’ulteriore dodicesimo del bene di provenienza ereditaria, e per il quale il donante intendeva trasferire il proprio diritto di coerede, ricadente, tuttavia, sulla quota ex articolo 727 codice civile, e non (ancora) su quel determinato Immobile compreso nell’asse.

3.1. – In conclusione, la Seconda Sezione ha rimesso all’esame di queste Sezioni Unite la seguente questione: “Se la donazione dispositiva di un bene altrui debba ritenersi nulla alla luce della disciplina complessiva della donazione e, in particolare, dell’articolo 771 codice civile, poiche’ il divieto di donazione dei beni futuri ricomprende tutti gli atti perfezionati prima che il loro oggetto entri a comporre il patrimonio del donante e quindi anche quelli aventi ad oggetto i beni altrui, oppure sia valida ancorche’ inefficace, e se tale disciplina trovi applicazione, o no, nel caso di donazione di quota di proprieta’ pro indiviso”.

  1. – Come riferito, sulla questione se la donazione di cosa altrui sia nulla o no, la giurisprudenza di questa Corte si e’ reiteratamente espressa, nel senso della nullita’.

4.1. – Secondo Cass. n. 3315 del 1979, “la convenzione che contenga una promessa di attribuzione dei propri beni a titolo gratuito configura un contratto preliminare di donazione che e’ nullo, in quanto con esso si viene a costituire a carico del promittente un vincolo giuridico a donare, il quale si pone in contrasto con il principio secondo cui nella donazione l’arricchimento del beneficiario deve avvenire per spirito di liberalita’, in virtu’ cioe’ di un atto di autodeterminazione del donante, assolutamente libero nella sua formazione”. La successiva Cass. n. 6544 del 1985, ha affermato che la donazione di beni altrui non genera a carico del donante alcun obbligo poiche’, giusta la consolidata interpretazione dell’articolo 771 codice civile, dal sancito divieto di donare beni futuri deriva che e’ invalida anche la donazione nella parte in cui ha per oggetto una cosa altrui; a differenza di quanto avviene, ad esempio, nella vendita di cosa altrui, che obbliga il non dominus alienante a procurare l’acquisto al compratore. Tale decisione ha quindi affermato che “ai fini dell’usucapione abbreviata a norma dell’articolo 1159 codice civile non costituisce titolo astrattamente idoneo al trasferimento la donazione di un bene altrui, attesa l’invalidita’ a norma dell’articolo 771 codice civile, di tale negozio”.

Sempre nell’ambito della nullita’ si colloca Cass. n. 11311 del 1996, cosi’ massimata: “l’atto con il quale una pubblica amministrazione, a mezzo di contratto stipulato da un pubblico funzionario, si obblighi a cedere gratuitamente al demanio dello Stato un’area di sua proprieta’, nonche’ un’altra area che si impegni ad espropriare, costituisce una donazione nulla, sia perche’, pur avendo la pubblica amministrazione la capacita’ di donare, non e’ ammissibile la figura del contratto preliminare di donazione, sia perche’ l’atto non puo’ essere stipulato da un funzionario della pubblica amministrazione (possibilita’ limitata dal Regio Decreto n. 2440 del 1923, articolo 16, ai soli contratti a titolo oneroso), sia perche’ l’articolo 771 codice civile, vieta la donazione di beni futuri, ossia dell’area che non rientra nel patrimonio dell’amministrazione “donante” ma che la stessa si impegna ad espropriare”.

Particolarmente significativa e’ poi Cass. n. 10356 del 2009, secondo cui “la donazione dispositiva di un bene altrui, benche’ non espressamente disciplinata, deve ritenersi nulla alla luce della disciplina complessiva della donazione e, in particolare, dell’articolo 771 codice civile, poiche’ il divieto di donazione dei beni futuri ricomprende tutti gli atti perfezionati prima che il loro oggetto entri a comporre il patrimonio del donante; tale donazione, tuttavia, e’ idonea ai fini dell’usucapione decennale prevista dall’articolo 1159 codice civile, poiche’ il requisito, richiesto da questa norma, dell’esistenza di un titolo che legittimi l’acquisto della proprieta’ o di altro diritto reale di godimento, che sia stato debitamente trascritto, deve essere inteso nel senso che il titolo, tenuto conto della sostanza e della forma del negozio, deve essere suscettibile in astratto, e non in concreto, di determinare il trasferimento del diritto reale, ossia tale che l’acquisto del diritto si sarebbe senz’altro verificato se l’alienante ne fosse stato titolare”.

Da ultimo, Cass. n. 12782 del 2013 si e’ espressa in senso conforme alla decisione da ultimo richiamata.

4.2. – In senso difforme si rinviene Cass. n. 1596 del 2001, che ha affermato il principio per cui “la donazione di beni altrui non puo’ essere ricompresa nella donazione di beni futuri, nulla ex articolo 771 codice civile, ma e’ semplicemente inefficace e, tuttavia, idonea ai fini dell’usucapione abbreviata ex articolo 1159 codice civile, in quanto il requisito, richiesto dalla predetta disposizione codicistica, della esistenza di un titolo che sia idoneo a far acquistare la proprieta’ o altro diritto reale di godimento, che sia stato debitamente trascritto, va inteso nel senso che il titolo, tenuto conto della sostanza e della forma del negozio, deve essere idoneo in astratto, e non in concreto, a determinare il trasferimento del diritto reale, ossia tale che l’acquisto del diritto si sarebbe senz’altro verificato se l’alienante ne fosse stato titolare”.

4.3. – A ben vedere, il contrasto tra i due orientamenti giurisprudenziali non coinvolge il profilo della efficacia dell’atto a costituire titolo idoneo per l’usucapione abbreviata, ma, appunto, la ascrivibilita’ della donazione di cosa altrui nell’area della invalidita’, e segnatamente della nullita’, ovvero in quella della inefficacia.

  1. Il Collegio ritiene che alla questione debba essere data risposta nel senso che la donazione di cosa altrui o anche solo parzialmente altrui e’ nulla, non per applicazione in via analogica della nullita’ prevista dall’articolo 771 codice civile, per la donazione di beni futuri, ma per mancanza della causa del negozio di donazione.

5.1. – Deve innanzi tutto rilevarsi che la sentenza n. 1596 del 2001 evoca la categoria della inefficacia, che presuppone la validita’ dell’atto, e si limita ad affermare la non operativita’ della nullita’ in applicazione analogica dell’articolo 771 codice civile, comma 1, in considerazione di una pretesa natura eccezionale della causa di nullita’ derivante dall’avere la donazione ad oggetto beni futuri, ma non verifica la compatibilita’ della donazione di cosa altrui con la funzione e con la causa del contratto di donazione. La soluzione prospettata appare, quindi, non condivisibile, vuoi perche’ attribuisce al divieto di cui alla citata disposizione la natura di disposizione eccezionale, insuscettibile di interpretazione analogica; vuoi e soprattutto perche’ non considera la causa del contratto di donazione.

Al contrario, una piana lettura dell’articolo 769 codice civile, dovrebbe indurre a ritenere che l’appartenenza del bene oggetto di donazione al donante costituisca elemento essenziale del contratto di donazione, in mancanza del quale la causa tipica del contratto stesso non puo’ realizzarsi. Recita, infatti, la citata disposizione: “La donazione e’ il contratto col quale, per spirito di liberalita’, una parte arricchisce l’altra, disponendo a favore di questa di un suo diritto o assumendo verso la stessa una obbligazione”.

Elementi costitutivi della donazione sono, quindi, l’arricchimento del terzo con correlativo depauperamento del donante e lo spirito di liberalita’, il c.d. animus donandi, che connota il depauperamento del donante e l’arricchimento del donatario e che, nella giurisprudenza di questa Corte, va ravvisato “nella consapevolezza dell’uno di attribuire all’altro un vantaggio patrimoniale in assenza di qualsivoglia costrizione, giuridica o morale” (Cass. n. 8018 del 2012; Cass. n. 12325 del 1998; Cass. n. 1411 del 1997; Cass. n. 3621 del 1980).

Appare evidente che, in disparte il caso della donazione effettuata mediante assunzione di una obbligazione, nella quale oggetto dell’obbligazione del donante sia il trasferimento al donatario di un bene della cui appartenenza ad un terzo le parti siano consapevoli, l’esistenza nel patrimonio del donante del bene che questi intende donare rappresenti elemento costitutivo del contratto; e la consustanzialita’ di tale appartenenza alla donazione e’ delineata in modo chiaro ed efficace dalla citata disposizione attraverso il riferimento all’oggetto della disposizione, individuato in un diritto del donante (“un suo diritto”). La non ricorrenza di tale situazione – certamente nel caso in cui ne’ il donante ne’ il donatario ne siano consapevoli, nel qual caso potrebbe aversi un’efficacia obbligatoria della donazione – comporta la non riconducibilita’ della donazione di cosa altrui allo schema negoziale della donazione, di cui all’articolo 769 codice civile. In altri termini, prima ancora che per la possibile riconducibilita’ del bene altrui nella categoria dei beni futuri, di cui all’articolo 771 codice civile, comma 1, la altruita’ del bene incide sulla possibilita’ stessa di ricondurre il trasferimento di un bene non appartenente al donante nello schema della donazione dispositiva e quindi sulla possibilita’ di realizzare la causa del contratto (incremento del patrimonio altrui, con depauperamento del proprio).

5.2. – La mancanza, nel codice del 1942, di una espressa previsione di nullita’ della donazione di cosa altrui, dunque, non puo’ di per se’ valere a ricondurre la fattispecie nella categoria del negozio inefficace. Invero, come si e’ notato in dottrina, il fatto stesso che il legislatore del codice civile abbia autonomamente disciplinato sia la compravendita di cosa futura che quella di cosa altrui, mentre nulla abbia stabilito per la donazione a non domino, dovrebbe suggerire all’interprete di collegare il divieto di liberalita’ aventi ad oggetto cose d’altri alla struttura e funzione del contratto di donazione, piuttosto che ad un esplicito divieto di legge. Pertanto, posto che l’articolo 1325 codice civile, individua tra i requisiti del contratto “la causa”; che, ai sensi dell’articolo 1418 codice civile, comma 2, la mancanza di uno dei requisiti indicati dal’articolo 1325 codice civile, produce la nullita’ del contratto; e che l’altruita’ del bene non consente di ritenere integrata la causa del contratto di donazione, deve concludersi che la donazione di un bene altrui e’ nulla.

5.3. – Con riferimento alla donazione deve quindi affermarsi che se il bene si trova nel patrimonio del donante al momento della stipula del contratto, la donazione, in quanto dispositiva, e’ valida ed efficace; se, invece, la cosa non appartiene al donante, questi deve assumere espressamente e formalmente nell’atto l’obbligazione di procurare l’acquisto dal terzo al donatario.

La donazione di bene altrui vale, pertanto, come donazione obbligatoria di dare, purche’ l’altruita’ sia conosciuta dal donante, e tale consapevolezza risulti da un’apposita espressa affermazione nell’atto pubblico (articolo 782 c.c.). Se, invece, l’altruita’ del bene donato non risulti dal titolo e non sia nota alle parti, il contratto non potra’ produrre effetti obbligatori, ne’ potra’ applicarsi la disciplina della vendita di cosa altrui.

5.4. – La sanzione di nullita’ si applica normalmente alla donazione di beni che il donante ritenga, per errore, propri, perche’ la mancata conoscenza dell’altruita’ determina l’impossibilita’ assoluta di realizzazione del programma negoziale, e, quindi, la carenza della causa donativa. La donazione di bene non appartenente al donante e’ quindi affetta da una causa di nullita’ autonoma e indipendente rispetto a quella prevista dall’articolo 771 codice civile, ai sensi del combinato disposto dell’articolo 769 codice civile (il donante deve disporre “di un suo diritto”) e dell’articolo 1325 codice civile, e articolo 1418 codice civile, comma 2. In sostanza, avendo l’animus donandi rilievo causale, esso deve essere precisamente delineato nell’atto pubblico; in difetto, la causa della donazione sarebbe frustrata non gia’ dall’altruita’ del diritto in se’, quanto dal fatto che il donante non assuma l’obbligazione di procurare l’acquisto del bene dal terzo.

5.5. – Alle medesime conclusioni deve pervenirsi per il caso in cui, come nella specie, oggetto della donazione sia un bene solo in parte altrui, perche’ appartenente pro indiviso a piu’ comproprietari per quote differenti e donato per la sua quota da uno dei coeredi. Non e’, Infatti, dato comprendere quale effettiva differenza corra tra i “beni altrui” e quelli “eventualmente altrui”, trattandosi, nell’uno e nell’altro caso, di beni non presenti, nella loro oggettivita’, nel patrimonio del donante al momento dell’atto, l’unico rilevante al fine di valutarne la conformita’ all’ordinamento.

In sostanza, la posizione del coerede che dona uno dei beni compresi nella comunione (ovviamente, nel caso in cui la comunione abbia ad oggetto una pluralita’ di beni) non si distingue in nulla da quella di qualsivoglia altro donante che disponga di un diritto che, al momento dell’atto, non puo’ ritenersi incluso nel suo patrimonio.

Ne’ una distinzione puo’ desumersi dall’articolo 757 codice civile, in base al quale ogni coerede e’ reputato solo e immediato successore in tutti i beni componenti la sua quota o a lui pervenuti dalla successione anche se per acquisto all’incanto e si considera come se non avesse mai avuto la proprieta’ degli altri beni ereditari. Invero, proprio la detta previsione impedisce di consentire che il coerede possa disporre, non della sua quota di partecipazione alla comunione ereditaria, ma di una quota del singolo bene compreso nella massa destinata ad essere divisa, prima che la divisione venga operata e il bene entri a far parte del suo patrimonio.

  1. – In conclusione, deve affermarsi il seguente principio di diritto: “La donazione di un bene altrui, benche’ non espressamente vietata, deve ritenersi nulla per difetto di causa, a meno che nell’atto si affermi espressamente che il donante sia consapevole dell’attuale non appartenenza del bene al suo patrimonio. Ne consegue che la donazione, da parte del coerede, della quota di un bene indiviso compreso in una massa ereditaria e’ nulla, non potendosi, prima della divisione, ritenere che il singolo bene faccia parte del patrimonio del coerede donante”.

  2. In applicazione di tale principio, il ricorso deve essere quindi rigettato. Non possono essere infatti condivise le deduzioni dei ricorrenti in ordine alla circostanza che l’atto di donazione riguardava non solo una quota ereditarla del bene specificamente oggetto di donazione, ma anche una quota della quale il donante era gia’ titolare per averla acquistata per atto inter vivos. Invero, posto che e’ indiscutibile che l’atto di donazione aveva ad oggetto la quota di un dodicesimo dei beni immobili indicati nell’atto stesso rientrante nella comunione ereditaria, deve ritenersi che non sia possibile operare la prospettata distinzione tra la donazione dei quattro dodicesimi riferibili al donante e del restante dodicesimo, comportando l’esistenza di tale quota la attrazione dei beni menzionati nella disciplina della comunione ereditaria. Ne consegue che la nullita’ dell’atto di donazione per la parte relativa alla quota ereditaria comporta la nullita’ dell’intero atto, ai sensi dell’articolo 1419 codice civile, non risultando che nei precedenti gradi di giudizio sia emersa la volonta’ del donatario di affermare la validita’ della donazione per la quota spettante al donante.

D’altra parte, non puo’ non rilevarsi che l’inclusione, anche se solo in parte, degli immobili oggetto di donazione nella comunione ereditaria comportava la astratta possibilita’ della loro assegnazione, in sede di divisione, a soggetto diverso dal donante; con cio’ dimostrandosi ulteriormente la sostanziale inscindibilita’ della volonta’ negoziale manifestatasi con l’atto di donazione dichiarato nullo dal Tribunale di Reggio Calabria, con sentenza confermata dalla Corte d’appello.

  1. – In conclusione, il ricorso va rigettato.

In considerazione della complessita’ della questione e dei diversi orientamenti giurisprudenziali, che hanno reso necessario l’intervento delle Sezioni Unite, le spese del giudizio possono essere interamente compensate tra le parti.

P.Q.M.

La Corte, pronunciando a Sezioni Unite, rigetta il ricorso; compensa le spese del giudizio di cassazione.

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La separazione può essere consensuale o giudiziale .

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Quindi, la separazione consensuale presuppone l’incontro delle volontà mentre la separazione giudiziale presuppone divergenze che solamente un giudice potrà risolvere con una sentenza. Separarsi consensualmente, infatti, significa proprio raggiungere un accordo sulle questioni fondamentali (casa, assegno, figli) e su come esse saranno disciplinate.

La separazione consensuale ha molti vantaggi, non ultimo quello di avere dei costi alquanto ridotti rispetto alla separazione giudiziale. Una delle ragioni del risparmio si deve al fatto che entrambi i coniugi possono farsi seguire da un unico avvocato.

La separazione giudiziale è un procedimento attraverso il quale uno solo dei coniugi o ciascuno di essi con proprio ricorso autonomo (in questo caso si hanno due iniziative distinte che verranno riunite) chiedono al Tribunale competente di pronunciare una sentenza di separazione che regoli i loro rapporti dopo la cessazione della convivenza.

 La separazione giudiziale, a differenza di quella consensuale, è necessaria allorquando i coniugi non siano d’accordo sia nel richiedere al Tribunale la separazione,

I coniugi chiedono inoltre al Tribunale con la separazione giudiziale  su come regolare i loro rapporti circa l’affidamento e la frequentazione dei figli, l’assegnazione della casa coniugale e le questioni economiche e patrimoniali. La separazione, consensuale o giudiziale, si chiede, attraverso un avvocato matrimonialista, al Tribunale di residenza di almeno uno dei coniugi.La separazione, che giunga al termine di un procedimento consensuale o contezioso, ha l’effetto di attenuare il vincolo matrimoniale e fa assumere ai coniugi lo status giuridico di coniugi separati, facendo venir meno alcuni diritti e doveri tipici del matrimonio e facendone invece proseguire altri con modificazioni.

La separazioneseparazione casa coniugale di proprietà del marito Bologna protratta per sei mesi se consensuale o per un anno se giudiziale, permette di accedere al divorzio, che consiste nella cessazione definitiva degli effetti civili del matrimonio.

Tanto il termine avvocato divorzista quanto avvocato matrimonialista vengono ad essere utilizzati al fine di indicare la figura professionale di un avvocato che svolge prevalentemente la propria attività forense in quello che è definito diritto di famiglia e diritto minorile.

Di fatto, non vi è una incontroversa, oltre che evidente, definizione per questi due termini che siamo soliti frequentemente utilizzare. Di conseguenza, è assai difficile andare ad identificare quelle che possono essere sostanziali differenze.

 

SEPARAZIONE CONSENSUALE TRIBUNALE BOLOGNA cosa e’ e come si svolge  una separazione consensuale

LA PROCEDURA DI SEPARAZIONE CONSENSUALE .

L’art. 158 c.c. disciplina l’istituto della separazione consensuale che permette ai coniugi di addivenire un accordo congiunto in merito alla cessazione del loro rapporto matrimoniale. Detto accordo ha come contenuto il reciproco consenso a vivere separati e laregolamentazione delle questioni derivanti dallacessazione dell’unione familiare ed è soggetto all’omologazione da parte del Tribunale.

 

 

  • Elemento essenziale dell’istituto è quindi il consenso espresso dai coniugi, rispetto al quale l’omologa del Tribunale costituisce mera condizione di efficacia dell’accordo raggiunto.

  • In tema di separazione consensuale, dottrina e giurisprudenza si sono più volte pronunciate in merito alla validità delle pattuizione concordate dai coniugi e successivamente non trasfuse nell’accordo omologato. Sul punto vanno distinte le pattuizioni che attengono a diritti indisponibili (in primis l’affidamento e il mantenimento dei figli) da quelle che attengono a diritti disponibili.

  • Se con riferimento alle prime la giurisprudenza è unanime nel ritenere le stesse non solo prive di effetti ma radicalmente nulle, per quanto riguarda le altre, si ritiene che a esse possa riconoscersi validità solo in quanto risultino tali da assicurare una maggiore vantaggiosità all’interesse protetto dalla norma (ad esempio prevedendo una misura dell’assegno di mantenimento superiore a quella sottoposta ad omologazione), ovvero concernano un aspetto non preso in considerazione dall’accordo omologato e sicuramente compatibile con questo in quanto non modificativo della sua sostanza e dei suoi equilibri, o ancora costituiscano clausole meramente specificative dell’accordo stesso, non essendo altrimenti consentito ai coniugi incidere sull’accordo omologato con soluzioni alternative di cui non sia certa a priori l’uguale o migliore rispondenza all’interesse tutelato attraverso il controllo giudiziario di cui all’art. 158 c.c. (sul punto Cass. civ. sent. 21736/2013, Trib. Milano Sez. III, 20/09/2011).
  • La procedura “tradizionale” che consente di separarsi consensualmente è dunque quella attraverso la quale i coniugi si rivolgono al Tribunale competente. A seguito della proposizione della domanda, il procedimento si articola in due fasi quella presidenziale e la successiva che si concluderà con l’omologazione della separazione.

SEPARAZIONE CONSENSUALE TRIBUNALE BOLOGNA :

I FIGLI

  1. Le condizioni della separazione, in presenza di figli minorenni,  devono rispettare il principio della bigenitorialità. I minori hanno diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori,  di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale. In particolare, per quanto riguarda la misura e il modo con cui ciascun genitore deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’educazione e all’istruzione dei figli, salvo accordi accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede in misura proporzionale al proprio reddito; ove necessario il giudice stabilisce la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità.

  2. Nei procedimenti di cui si tratta (in cui si omologa o si prende atto di un accordo dei genitori relativo alle condizioni di affidamento dei figli) il giudice non procede all’ascolto del figlio minore (che abbia  compiuto gli anni 12 e anche di età inferiore ove capace di discernimento) se in contrasto con l’interesse del minore o manifestamente superfluo.

SEPARAZIONE CONSENSUALE IN TRIBUNALE.

INSTAURAZIONE DEL PROCEDIMENTO.

  1. Il primo passo è la redazione di un ricorso congiunto dei coniugi che va depositato in tribunale.
  2. L’atto dovrà essere corredato dei seguenti documenti: estratto per sunto dell’atto di matrimonio, stato di famiglia, certificato di residenza di entrambi i coniugi.

  3. L’addebito può essere chiesto a carico di chi ha assunto comportamenti contrari ai doveriche nascono dal matrimonio, come la fedeltà, ma ogni caso deve essere valutato autonomamente perché deve essere provata l’incidenza del fatto sull’intollerabilità della convivenza.
  4. Quando una coppia si separa consensualmente, invece, i diritti dei coniugi rimangono sempre i medesimi di quelli acquisiti dopo la celebrazione del matrimonio.
  5. SEPARAZIONE CONSENSUALE TRIBUNALE BOLOGNA

 UDIENZA INNAZI PRESIDENTE DEL TRIBUNALE

  • Il Presidente del Tribunale fissa la data dell’udienza in cui dovranno comparire personalmente i coniugi assistiti dai rispettivi difensori, in occasione della quale verrà esperito un tentativo di conciliazione.
  • Quando (quasi sempre) il tentativo non riesce  “si darà atto, nel processo verbale, del consenso dei coniugi alla separazione e delle condizioni riguardanti i coniugi stessi e la prole” (art. 711, 3° comma).
  • Nella separazione consensuale il coniuge economicamente più debole ha diritto a percepire un assegno di mantenimentoda determinarsi in base ai redditi ed allo stato del patrimonio di ciascuna delle parti, alla durata del matrimonio, alla capacità lavorativa del richiedente ed al tenore di vita goduto dalla coppia durante l’unione.
  • Documenti richiesti

Il procedimento di separazione necessita dei seguenti documenti:

  • Certificato di matrimonio e/o estratto integrale dell’atto di matrimonio;
  • Certificato di residenza e stato di famiglia, anche contestuale, di entrambi i coniugi (non è possibile utilizzare l’autocertificazione);
  • Dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni di entrambi i coniugi;
  • Copia di un documento di identità di entrambi i coniugi;

  • Copia del codice fiscale di entrambi i coniugi

La separazione giudiziale 

La separazione giudiziale  è la separazione personale pronunciata dal Tribunale  su richiesta di uno o di entrambi i coniugi  a seguito di fatti  che rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave danno ai figli (art. 151 Codice Civile).

Qualora ne ricorrano i presupposti e se richiesto, il Giudice, pronunciando la separazione giudiziale, dichiara a quale coniuge  va addebitata la separazione  stessa in considerazione  del suo comportamento  contrario ai doveri del matrimonio. 

 L’addebito della separazione comporta  la perdita del diritto al mantenimento ancorché ci si trovi  nella situazione di non poter mantenere lo stesso tenore vita goduto durante il matrimonio, la perdita dei diritti successori, nonché  la perdita dei diritti sulla pensione di reversibilità.

Come  si propone la domanda di separazione giudiziale ?

  •  La domanda di separazione giudiziale  deve essere presentata al  Tribunale ordinario civile competente mediante ricorso.
  • L’eventuale richiesta di addebito  deve essere effettuata, a pena di decadenza,  contestualmente alla presentazione del ricorso introduttivo. 
  • Diversamente la richiesta di addebito domandata dal coniuge resistente deve essere presentata in via riconvenzionale entro i termini indicati nell’ordinanza presidenziale .

 

AVVOCATI PER SUCCESSIONI BOLOGNA - AVVOCATI PER TESTAMENTO BOLOGNA AVVOCATI PER EREDI È possibile disporre in via contrattuale della propria successione? Che cos'è l'indegnità a succedere ed in quali ipotesi si prefigura? Come si acquista l'eredità? Che cosa comporta l'accettazione dell'eredità con il beneficio dell'inventario?
AVVOCATI PER SUCCESSIONI BOLOGNA – AVVOCATI PER TESTAMENTO BOLOGNA AVVOCATI PER EREDI È possibile disporre in via contrattuale della propria successione? Che cos’è l’indegnità a succedere ed in quali ipotesi si prefigura? Come si acquista l’eredità? Che cosa comporta l’accettazione dell’eredità con il beneficio dell’inventario?

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Dal 2006 vige in Italia il regime di affidamento condiviso dei figli. Entrambi i genitori mantengono la potestà sui figli per le questioni di maggiore importanza (e sono quindi chiamati a collaborare). Inoltre il giudice deve fare in modo di garantire un rapporto continuato dei figli con ciascun genitore e prevedere tempi di permanenza presso ciascuno di loro.

Non si scherza per niente con la separazione , soprattutto quando in mezzo ci sono figli o beni immobili da dividere.

  • Avvocato matrimonialista separazioni Bologna , e il nuovo compagno come va presentato ai figli? Va presentato?
  • Logico che una volta separati ognuno prende la propria strada, cerca   un nuovo compagno o compagna e allora ?
  •  Come presentare si figli il nuovo compagno?
  • “I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi. I figli hanno bisogno di tempo per elaborare la separazione, per comprendere la nuova situazione, per adattarsi a vivere nel diverso equilibrio familiare. I figli hanno bisogno di tempo per abituarsi ai cambiamenti, per accettare i nuovi fratelli, i nuovi partner e le loro famiglie. Hanno il diritto di essere rassicurati rispetto alla paura di perdere l’affetto di uno o di entrambi i genitori, o di essere posti in secondo piano rispetto ai nuovi legami dei genitori” è quanto recita l’art. 8 della Carta dei diritti dei figli (ottobre 2018).
  • Un principio, questo, già implicitamente espresso dalla Suprema Corte di Cassazione nella sentenza n. 11448/2017.
  • Certo è assolutamente normale che  i figli conoscano e vengano a contatto con i nuovi compagni dei genitori separati, addirittura in molti casi è un’opportunita’ , doppie coccole, doppie feste, doppie attenzioni, a volte pero’ no, vi sono gelosie, repicche, il vecchio coniuge non vuole che  i figli conoscano il nuovo compagno o la nuova compagna, capita assai spesso.
  • T non devi portarli, tu non devi presentarli, tu non devi vederla con i figli, repicche ansie e nuove liti tra ex coniugi!!
  • La Cassazione ha rammentato, in tale sede, che non basta la mera censura di una violazione dei doveri sanciti dall’art. 143 c.c. in vista dell’accoglimento di un addebito di separazione, ma è necessario che tale violazione abbia assunto una efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale o che sia stata la causa del fallimento del matrimonio, contribuendo ad inasprire definitivamente una pregressa situazione di intollerabilità nella convivenza dei coniugi.
  •  avvocato matrimonialista Bologna  chi devo scegliere?Avvocato matrimonialista Famoso?
  • Avvocato matrimonialista per la tua separazione e divorzio Bologna : come sceglierlo? Come scegliere un buon avvocato per la separazione e divorzio Bologna ? 

Non è certo un’impresa semplice, per chi non ha mai dovuto affrontare problemi di coppia.L’avvocato Matrimonialista  è come il cardiologo tra i medici che è esperto di cuore, l’’avvocato Matrimonialista è esperto di problematiche di coppia e di rottura di coppia .

Al di là della sussistenza di un nesso causale, non può essere pronunciata alcuna separazione con addebito. Nel caso di specie, continua il Supremo Consesso, è assente qualsivoglia prova della decisività e della stessa esistenza di una nuova relazione prodromica alla rottura dei rapporti matrimoniali e va accolto il motivo teso a contrastare l’addebito di separazione.

Ciò che rileva è, invece, esclusivamente la condotta della signora che, dopo la separazione dal marito, aveva intrapreso una nuova stabile convivenza, creando disagi e turbamenti ai figli, non pronti a tale situazione.

In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non puo’ fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’articolo 143 c.c., pone a carico dei coniugi, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, ovvero se essa sia intervenuta quando era gia’ maturata una situazione di intollerabilita’ della convivenza. Pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa del fallimento della convivenza, deve essere pronunciata la separazione senza addebito (ex multis, Cass. 28/09/2001, n. 12130; 16/11/2005, n. 23071; 27/06/2006, n. 14840).

Il fatto poi che non si controverta anche sullo stabilito regime di affidamento condiviso, non attinto dalle contrapposte domande di modifica, rende quanto meno non condivisibile il rilievo del C. di non pertinenza della sentenza di legittimità n. 9633 del 2015 richiamata nel decreto e che invece sostanzialmente pertiene a temi analoghi ai controversi; al riguardo anzi vanno condivisi e ribaditi i principi riaffermati in quel precedente, secondo cui stabilimento e trasferimento della propria residenza e sede lavorativa costituiscono oggetto di libera e non conculcabile opzione dell’individuo, espressione di diritti fondamentali di rango costituzionale, e secondo cui il coniuge separato che intenda trasferire la sua residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde per ciò l’idoneità ad avere in affidamento i figli minori o ad esserne collocatario, sicché il giudice, ove il primo aspetto non sia in discussione, come nel caso, deve esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario

Nelle separazioni diventa essenziale essere assistiti da uno studio legale che si occupa di diritto di famiglia, per difendere e far valere le ragioni e le pretese del Cliente, sempre nell’ottica di raggiungere una soluzione soddisfacente e condivisibile. Il consenso delle parti può essere originario se il ricorso è presentato da tutte e due le parti ma può anche essere successivo, nel senso che la separazione può partire come giudiziale (istanza di una sola parte) e poi divenire consensuale successivamente.

  • l’assistenza legale fornita in questo settore si realizza prestando scrupolosa attenzione ai problemi relativi all’affidamento della prole, connotandosi per il costante interesse verso tutte le questioni sottese alla continua evoluzione degli istituti giuridici in materia.
  • Se si intende avviare una pratica per la separazione coniugale:

  •  è bene tener presente le molteplici implicazioni di carattere personale e patrimoniale che occorre affrontare.

  • Se la coppia ha figli, occorrerà prevederne il regime di affidamento e la collocazione, regolamentare i rapporti con entrambi i genitori e stabilire l’entità dell’assegno di contributo al mantenimento. Misure che dovranno privilegiare l’interesse dei minori, affinché sui figli non ricada in modo traumatico il peso della separazione.
  • 1)Nei rapporti fra i coniugi, occorrerà definire le questioni patrimoniali mediante l’assegnazione della casa coniugale, la determinazione dell’assegno di mantenimento per il coniuge economicamente più debole e l’eventuale divisione dei beni comuni.
  • 2)Su tutte le questioni indicate, è possibile raggiungere un accordo che soddisfi entrambe le parti per addivenire a una separazione consensuale, attraverso una trattativa stragiudiziale nella quale l’avvocato Sergio Armaroli  mette a disposizione la pluriennale esperienza dei suoi professionisti.
  • 3)L’accordo tra i due coniugi deve essere sottoposto all’analisi del tribunale che, con le formalità della camera di consiglio, valuta che l e condizioni siano coerenti con la legge e che vengano rispettati i diritti della prole.
SEPARAZIONE BUDRIO FUNO ARGELATO CASTELLO D’ARGILE BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA ? 3 COSE DA VALUTARE 3 COSE DA CONSIDERARE 3 PRINCIPI DA SEGUIRE !AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI BOLOGNAL’affidamento condiviso dei figli: come funziona?
SEPARAZIONE BUDRIO FUNO ARGELATO CASTELLO D’ARGILE BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA ? 3 COSE DA VALUTARE 3 COSE DA CONSIDERARE 3 PRINCIPI DA SEGUIRE !AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI BOLOGNAL’affidamento condiviso dei figli: come funziona?

Se la coppia ha figli, occorrerà prevederne il regime di affidamento e la collocazione, regolamentare i rapporti con entrambi i genitori e stabilire l’entità dell’assegno di contributo al mantenimento.

Misure che dovranno privilegiare l’interesse dei minori, affinché sui figli non ricada in modo traumatico il peso della separazione.

Nei rapporti fra i coniugi, occorrerà definire le questioni patrimoniali mediante l’assegnazione della casa coniugale, la determinazione dell’assegno di mantenimento per il coniuge economicamente più debole e l’eventuale divisione dei beni comuni.

L’avvocato separazioni Bologna Sergio Armaroli sulla base di una consolidata esperienza maturata in questo ambito, fornisce ai propri Assistiti una consulenza valida, fidata ed efficace, mettendo sempre al centro del proprio lavoro e delle proprie prerogative i diritti e la tutela del proprio Cliente.

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SEPARAZIONE BUDRIO FUNO ARGELATO CASTELLO D’ARGILE BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA ? 3 COSE DA VALUTARE 3 COSE DA CONSIDERARE 3 PRINCIPI DA SEGUIRE !AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI BOLOGNAL’affidamento condiviso dei figli: come funziona?

AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI TRIBUNALE DI BOLOGNA CORTE APPELLO BOLOGNA

  1. Non sono certo l’avvocato che prende sotto gamba una separazione di un cliente, perché ogni separazione è a se ogni separazione anche la piu’ semplice ha sempre della problematiche…..
  2. La separazione consensuale si fonda sull’accordo dei coniugi su alcuni elementi fondamentali; essi sono, tra gli altri, l’assegnazione della casa coniugale, la quantificazione degli assegni di mantenimento dei coniugi e dei figli, l’affidamento dei figli, la spartizione dei beni comuni tra i coniugi.
  3. L’accordo di separazione non ha alcun effetto se non redatto secondo determinate forme e senza che vi sia l’omologazione del Tribunale.
    L’avvocato Separazioni e divorzi Bologna tribunale di Bologna puo’ assistervi per arrivare a un accordo sulla separazione su tutte le condizioni di separazione, anche attraverso sedute di mediazione e consulenza finalizzate ad una maggiore comprensione dei vostri diritti.

Quando è bene rivolgersi all’avvocato?

Naturalmente il prima possibile, anche solo per un consiglio. Che siate voi a voler chiedere la separazione o sia il coniuge, un avvocato esperto in questi problemi vi può consigliare sul percorso da seguire in modo da evitare che l’emotività vi faccia compiere delle scelte sbagliate.

Quando può essere richiesta la separazione?

La separazione può essere richiesta se entrambi i coniugi sono d’accordo a vivere separati oppure: a) per fatti che rendono intollerabile la convivenza; 2) se la convivenza può arrecare un pregiudizio ai figli.

Impossibile e pensare che  una separazione non abbia conseguenze, conseguenze emotive e patrimoniali!!!!

 

Cosa è un un avvocato matrimonialista?

 è un’avvocato che ha sviluppato una specifica competenza su tutte le tematiche connesse al matrimonio e ai suoi diritti e doveri in caso di separazione e divorzio, soprattutto nel caso di disaccordi inerenti l’affidamento e il mantenimento dei figli,

Cosa è un un avvocato matrimonialista?

Tratta il mantenimento o meno del coniuge più debole, l’assegnazione della casa coniugale e la spartizione del patrimonio sia in caso di comunione dei beni sia in caso di separazione dei beni.

MASSIMA ATTENZIONE

va sempre riservata ai diritti dei minori, area di appartenenza del piu’ ampio diritto di famiglia e che comprende anche la tutela, l’adozione, i rapporti di convivenza tra coppie non sposate c.d. convivenza more uxorio), la filiazione, ecc.

SEPARAZIONE BUDRIO FUNO ARGELATO CASTELLO D’ARGILE BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA ? 3 COSE DA VALUTARE 3 COSE DA CONSIDERARE 3 PRINCIPI DA SEGUIRE !AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI BOLOGNAL’affidamento condiviso dei figli: come funziona?
SEPARAZIONE BUDRIO FUNO ARGELATO CASTELLO D’ARGILE BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA ? 3 COSE DA VALUTARE 3 COSE DA CONSIDERARE 3 PRINCIPI DA SEGUIRE !AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI BOLOGNAL’affidamento condiviso dei figli: come funziona?

AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI TRIBUNALE DI BOLOGNA CORTE APPELLO BOLOGNA

cosa deve fare  un bravo avvocato matrimonialista?

 deve saper gestire la fase patologica del rapporto coniugale favorendo sempre l’interesse primario della tutela del minore, cercando di fare del suo meglio per evitare l’esasperazione della conflittualità tra i coniugi.

L’avvocato matrimonialista non ha solo una competenza specifica che gli deriva dalla conoscenza del diritto e della legge in materia ma deve possedere anche una solida esperienza acquisita sul campo e maturata con il tempo, attraverso l’esperienza giudiziale, la formazione e l’aggiornamento e l’approfondimento relativo alle tematiche connesse alle fasi fisiologiche e patologiche del matrimonio e del suo scioglimento.

La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione (diritti patrimoniali, mantenimento del coniuge debole, diritti di visita e mantenimento della prole, assegnazione della casa coniugale).

Si può procedere alla separazione consensuale solo se marito e moglie hanno trovato il pieno accordo su tutti gli aspetti della separazione e, in particolar modo:

  • sull’assegnazione della casa coniugale e degli altri immobili
  • sulla misura del mantenimento per l’altro coniuge
  • sull’affidamento e mantenimento dei figli (se ve ne sono), nonché su tutte le altre questioni attinenti alla loro gestione (per esempio, le condizioni e le date delle visite ecc.)

L’apprezzamento circa la responsabilità di un coniuge nel determinarsi della intollerabilità della convivenza

 in ragione della violazione dei doveri matrimoniali è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di motivazione congrua e logica (ex multis, Cass. 18074/2014).

In riferimento all’istruttoria svolta in primo grado è emerso, infatti, che il Pa. si era allontanato dalla casa familiare, aveva una relazione extra-coniugale e non aveva prestato alla moglie la necessaria assistenza materiale e morale, anche in relazione alle accertate condizioni di salute della In. mancando invece la prova da parte sua che la violazione dei doveri coniugali fosse successiva alla crisi matrimoniale.

Peraltro la prova del nesso causale può essere fornita con qualsiasi mezzo, anche per presunzioni tenuto conto dei principi di recente affermati da questa Corte nella sentenza n.16859 del 2015 così massimati:
“In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale”.

AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI TRIBUNALE DI BOLOGNA CORTE APPELLO BOLOGNA

l parere di un avvocato si può rivelare utilissimo anche dopo l’omologazione della separazione, infatti può accadere che le condizioni economiche o fisiche di uno dei due coniugi mutino drasticamente al punto di dover richiedere una revisione delle condizioni separatorie, diventa quindi necessario trovare un nuovo accordo. L’avvocato divorzista e matrimonialista Bologna , esperta in separazioni e divorzi, protra prestare assistenza legale qualificata, per l’eventuale azione di la modifica delle condizioni di separazione

Per quanto riguarda i termini per procedere, fino a poco tempo fa, decorsi tre anni dalla separazione le parti potevano ricorrere al Tribunale per ottenere lo scioglimento del matrimonio (in caso di rito civile) oppure la cessazione degli effetti civili del matrimonio (in caso di rito concordatario).
Tale ricorso poteva essere congiunto, in caso di accordo tra le parti, oppure giudiziale, qualora venisse presentato da una soltanto di queste.
Le modifiche apportate negli ultimi anni al procedimento di divorzio hanno riguardato oltre i termini anche le modalità.
Ad oggi, infatti, è possibile procedere una volta decorsi solo sei o dodici mesi, termini questi riferiti però a ipotesi diverse:
– sei mesi, in caso di separazione consensuale. Tale termine decorre dalla data di comparizione dei coniugi dinanzi al Presidente del Tribunale o dalla data dell’accordo concluso in sede di negoziazione assistita o dinanzi all’Ufficiale dello Stato Civile
– dodici mesi, in caso di separazione giudiziale. In questo il termine decorre ovviamente unicamente dalla comparizione delle parti dinanzi al Presidente del Tribunale all’udienza presidenziale ove questo tenterà la conciliazione tra i coniugi.

SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA QUANDO COME

SEPARAZIONE ANCORA SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA QUANDO COME E LA CASA IN COMUNE? E I FIGLI? – SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA

SEPARAZIONE ANCORA SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA QUANDO COME E LA CASA IN COMUNE? E I FIGLI? Non si scherza per niente con la separazione , soprattutto quando in mezzo ci sono figli o beni immobili da dividere.
SEPARAZIONE ANCORA SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA QUANDO COME E LA CASA IN COMUNE? E I FIGLI? Non si scherza per niente con la separazione , soprattutto quando in mezzo ci sono figli o beni immobili da dividere.

Non si scherza per niente con la separazione , soprattutto quando in mezzo ci sono figli o beni immobili da dividere.

AVVOCATO ESPERTO SEPARAZIONI TRIBUNALE DI BOLOGNA CORTE APPELLO BOLOGNA-SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA-SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA

Non sono certo l’avvocato che prende sotto gamba una separazione di un cliente, perché ogni separazione è a se ogni separazione anche la piu’ semplice ha sempre della problematiche…..

La separazione consensuale si fonda sull’accordo dei coniugi su alcuni elementi fondamentali; essi sono, tra gli altri, l’assegnazione della casa coniugale, la quantificazione degli assegni di mantenimento dei coniugi e dei figli, l’affidamento dei figli, la spartizione dei beni comuni tra i coniugi.

L’accordo di separazione non ha alcun effetto se non redatto secondo determinate forme e senza che vi sia l’omologazione del Tribunale.
L’avvocato Separazioni e divorzi Bologna tribunale di Bologna puo’ assistervi per arrivare a un accordo sulla separazione su tutte le condizioni di separazione, anche attraverso sedute di mediazione e consulenza finalizzate ad una maggiore comprensione dei vostri diritti.

Impossibile e pensare che  una SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO URGENTE BOLOGNA  AFFRETTATI assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia     Al riguardo, noto che l’art. 143 c.c.. nell’individuare gli obblighi reciproci dei coniugi che discendono dal matrimonio, prevede, oltre a quelli di fedeltà e di coabitazione, anche quelli di assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia, dove per assistenza morale e materiale deve intendersi una solidarietà vigile e attenta ai vari bisogni di tutto il nucleo familiare e l’aiuto nel sostenere i pesi della vita quotidiana, anche, se necessario, sotto forma patrimoniale.non abbia conseguenze, conseguenze emotive e patrimoniali!!!!

  • avvocato matrimonialista Bologna  chi devo scegliere?Avvocato matrimonialista Famoso?
  • Avvocato matrimonialista per la tua separazione e divorzio Bologna : come sceglierlo? Come scegliere un buon avvocato per la separazione e divorzio Bologna ? 
  • Non è certo un’impresa semplice, per chi non ha mai dovuto affrontare problemi di coppia.L’vvocato Matrimonialista  è come il cardiologo tra i medici che è esperto di cuore, l’’avvocato Matrimonialista è esperto di problematiche di coppia e di rottura di coppia .

 

 

 

E’ il dilemma che coglie ciascuno di noi quando sopravviene un problema di salute: a chi mi rivolgo?

SE HO BISOGNO DI UN BRAVO MEDICO DA CHI ANDARE?

A VOLTE TI CONSULTI CON CONOSCENTI MA POTREBBE  NON BASTARE

SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA QUANDO COME
SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA QUANDO COME

L’avvocato matrimonialista deve essere  preparato su tutte le problematiche di diritto di famiglia e pronto a consigliare i clienti quando si trovano ad affrntar e una problematica di separazione o divorzio .

Avvocato matrimonialista per la tua separazione e divorzio Bologna : come sceglierlo? Come scegliere un buon avvocato per la separazione e divorzio Bologna ?

 

Premetto che  occorre  molta attenzione nella scelta dell’avvocato matrimonialista per la propria separazione o divorzio .

In primo luogo occorre rivolgersi a  un avvocato che  abbia esperienza in materia, questo vuol dire che abbia trattato molti casi di separazione  o divorzio sia consensuali che giudiziali.

 

Oggi guardando su internet, possiamo notare avvocati che hanno pubblicato molto e che masticano con facilita’ la materia

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Cosa è un un avvocato matrimonialista?

 è un’avvocato che ha sviluppato una specifica competenza su tutte le tematiche connesse al matrimonio e ai suoi diritti e doveri in caso di separazione e divorzio, soprattutto nel caso di disaccordi inerenti l’affidamento e il mantenimento dei figli,

SEPARAZIONE CONIUGI URGENTE BOLOGNA QUANDO COME
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Cosa è un un avvocato matrimonialista?

Tratta il mantenimento o meno del coniuge più debole, l’assegnazione della casa coniugale e la spartizione del patrimonio sia in caso di comunione dei beni sia in caso di separazione dei beni.

MASSIMA ATTENZIONE

va sempre riservata ai diritti dei minori, area di appartenenza del piu’ ampio diritto di famiglia e che comprende anche la tutela, l’adozione, i rapporti di convivenza tra coppie non sposate c.d. convivenza more uxorio), la filiazione, ecc.
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L’avvocato matrimonialista non ha solo una competenza specifica che gli deriva dalla conoscenza del diritto e della legge in materia ma deve possedere anche una solida esperienza acquisita sul campo e maturata con il tempo, attraverso l’esperienza giudiziale, la formazione e l’aggiornamento e l’approfondimento relativo alle tematiche connesse alle fasi fisiologiche e patologiche del matrimonio e del suo scioglimento.

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 in ragione della violazione dei doveri matrimoniali è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di motivazione congrua e logica (ex multis, Cass. 18074/2014).

In riferimento all’istruttoria svolta in primo grado è emerso, infatti, che il Pa. si era allontanato dalla casa familiare, aveva una relazione extra-coniugale e non aveva prestato alla moglie la necessaria assistenza materiale e morale, anche in relazione alle accertate condizioni di salute della In. mancando invece la prova da parte sua che la violazione dei doveri coniugali fosse successiva alla crisi matrimoniale.

Peraltro la prova del nesso causale può essere fornita con qualsiasi mezzo, anche per presunzioni tenuto conto dei principi di recente affermati da questa Corte nella sentenza n.16859 del 2015 così massimati:
“In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale”.

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l parere di un avvocato si può rivelare utilissimo anche dopo l’omologazione della separazione, infatti può accadere che le condizioni economiche o fisiche di uno dei due coniugi mutino drasticamente al punto di dover richiedere una revisione delle condizioni separatorie, diventa quindi necessario trovare un nuovo accordo. L’avvocato divorzista e matrimonialista Bologna , esperta in separazioni e divorzi, protra prestare assistenza legale qualificata, per l’eventuale azione di la modifica delle condizioni di separazione,

abbandono tetto coniugale separazione

MOLTI CONIUGI CHE STANNO PER SEPARARSI MI DOMANDANO SE E’ LECITO ABBANDONARE IL TETTO CONIUGALE E IN QUALI SITUAZIONI-  abbandono tetto coniugale separazione

  • L’ALLONTANAMENTO QUALE VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI MATRIMONIALI COSTITUISCE MOTIVO DI ADDEBITO – PERDITA DEL MANTENIMENTO
    Un altro profilo di estrema importanza che sconsiglia il rilascio dell’abitazione comune prima dell’udienza presidenziale nella quale la casa viene assegnata al coniuge con prole e viene estromesso l’altro, è quello che scaturisce dalle conseguenze delle violazioni di cui agli articoli 142 e seguenti del codice civile.

    Espressamente l’art. 146 c.c. prevede che “..il diritto all’assistenza morale e materiale previsto dall’art. 143 è sospeso nei confronti del coniuge che allontanatosi senza giusta causa dalla residenza familiare rifiuti di tornarvi”.

    L’art. 143 c.c. al secondo comma prevede inoltre espressamente che dal matrimonio deriva “…l’obbligo reciproco della fedeltà, l’assistenza morale e materiale, la collaborazione nell’interesse della famiglia e la coabitazione”.

    L’abbandono della residenza comune dunque, nella successiva fase istruttoria, può essere valutato come motivo di addebito della separazione, semprechè non sia giustificato realmente dalla necessità di sottrarsi a situazioni di pericolo o comunque di stress rilevante.

  • Con la sentenza n. 14591 del 28.05.2019, la Corte di Cassazione ha ribadito che “l’abbandono del tetto coniugale non giustifica l’addebito ove sia motivato da una giusta causa costituita dal determinarsi di una situazione di intollerabilità della convivenza coniugale”.
    Chiarito quanto avviene in ambito civilistico, vi è da chiedersi se l’abbandono del tetto coniugale può avere conseguenze penali.
    Ebbene, l’allontanamento dalla casa coniugale non costituisce di per sé un reato, nel senso che uscire definitivamente dalla casa coniugale non comporta automaticamente un processo penale.
    Tuttavia, è bene sapere che l’art. 570 del codice penale punisce chi, “abbandonando il domicilio domestico”, si sottrae agli obblighi di assistenza morale e materiale della famiglia. Ciò significa che l’allontanamento dalla cosa coniugale è punibile solo nel caso in cui il coniuge che si allontana non provveda comunque a sostenere economicamente e moralmente l’altro coniuge e/o i figli ove questi ne abbiano effettivo bisogno.
  • COSA VUOLE DIRE ABBANDONARE IL TETTO CONIUGALE? QUANDO SI INCORRE IN SANZIONI?

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L’abbandono del tetto coniugale è un comportamento che viene punito non solo dal codice civile, ma anche dal codice penale: il primo inserisce la convivenza tra i doveri implicati dal matrimonio, mentre il secondo prevede sanzioni per chi viola gli obblighi di assistenza familiare. Nel caso in cui si abbandoni la casa coniugale in assenza di un giustificato motivo quando il matrimonio è ancora valido, quindi, si corre il rischio di essere puniti con una duplice sanzione, di carattere civile e di carattere penale. La sanzione civile è rappresentata dalla perdita al diritto di mantenimento e dal cosiddetto addebito, che consiste nella responsabilità per la separazione, mentre la sanzione penale è rappresentata dalla reclusione per un periodo fino a un anno o da una multa compresa tra 103 e 1.032 euro, per il reato di abbandono di domicilio domestico.

Cosa fare se il matrimonio non va bene  abbandono tetto coniugale separazione

Se si è in crisi con il proprio partner e si ha in mente di lasciare casa, dunque, è meglio pensarci un po’, o magari chiedere la consulenza di un avvocato per separazione a Bologna, per esempio rivolgendosi allo studio dell’Avvocato Sergio Armaroli. Attenzione, però: non si deve commettere l’errore di pensare che la casa coniugale non possa mai essere abbandonata: occorre, però, che ci sia una ragione valida affinché questo avvenga, e che tale ragione costituisca il solo e reale motivo della separazione in corso.
In tale circostanza l’abbandono del tetto non può che essere considerato legittimo: giusto per fare qualche esempio, si pensi alla situazione di un uomo che se ne va di casa perché ha scoperto che la moglie ha una relazione extra-coniugale, o a quella di una donna che è costretta a scappare perché il marito la picchi. Nel momento in cui l’abbandono del tetto si configura come la conseguenza di un comportamento precedente, proprio tale comportamento è la causa effettiva della separazione e legittima l’abbandono stesso.

Lasciare casa si può: ecco come e quando abbandono tetto coniugale separazione

Informandosi da un avvocato per separazione a Bologna si può verificare quali sono le situazioni nelle quali si ha la possibilità di abbandonare il tetto coniugale senza subire le conseguenze di tale azione. L’abbandono è reputato legittimo in tutte le circostanze in cui sia determinato da un avvenimento, da una situazione di fatto o da un comportamento di un’altra persona (non solo il coniuge, ma anche i suoi familiari) che si dimostrano non compatibili con la prosecuzione della convivenza. L’abbandono non è sanzionato nemmeno se esso è dovuto a una crisi matrimoniale che è già in corso, tale da produrre una situazione compromessa o addirittura impossibile da tollerare, così da non permettere il prosieguo di una vita in comune.
Spetta alla persona che se ne va di casa l’onere della prova, e cioè il compito di dimostrare che è stato un comportamento colpevole altrui a determinare l’abbandono del tetto. Nel caso in cui non ci siano prove, pertanto, è consigliabile valutare in maniera preventiva la decisione, dal momento che essa potrebbe rivoltarsi contro chi la prende. Ovviamente, la sanzione civile e quella penale non scattano nel momento in cui l’abbandono del tetto domestico è supportato da una valida giustificazione.

abbandono tetto coniugale separazione: quali  sono le cause giustificatrici dell’abbandono

Nel corso del tempo i giudici hanno riconosciuto e identificato diverse cause giustificatrici per l‘abbandono del tetto coniugale, come per esempio una convivenza con i suoceri che diventa complicata e impossibile da tollerare o una convivenza ormai intollerabile. Non solo: l’abbandono è consentito anche se la convivenza è in grado di causare un grave pregiudizio all’istruzione e all’educazione dei figli o se ci sono motivi di carattere economico che rendono consigliabile o obbligano a una residenza differente, al di là del fatto che l’altro coniuge non sia intenzionato a spostarsi nella sistemazione nuova.
Per quel che riguarda la comunicazione della scelta di abbandonare il tetto coniugale, essa non può essere effettuata con una lettera, a meno che la fuga da casa non sia determinata da circostanze che possono essere addebitate al partner. In questo caso, la sola via che può essere seguita prima di andarsene da casa consiste nel depositare un ricorso per la separazione. Si entra nel penale, e cioè si è autori di un reato, se si lascia la casa coniugale con l’intenzione di non tornarvi per un periodo di tempo molto lungo, mentre il reato non è integrato nella circostanza di un allontanamento solo momentaneo.

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COSA DEVI ASPETTARTI DA UN AVVOCATO MATRIMONIALISTA? COSA DEVI CHIEDERGLI?

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Se si è in cerca di un avvocato matrimonialista di Bologna è indispensabile trovare un professionista che sia in grado di assicurare la migliore assistenza legale possibile alle coppie o ai coniugi che hanno intenzione di percorrere la via della separazione, sia essa giudiziale o consensuale, anche quando ci sono dei figli in gioco. Non di rado un avvocato impegnato in questo settore è affiancato da uno staff che comprende altri avvocati, ma anche psicologi, impegnati nel tenere sotto controllo la stabilità effettiva della coppia e pronti ad adottare tutte le precauzioni che si dovessero rendere eventualmente necessarie per evitare circostanze drammatiche.
Rivolgendosi allo studio dell’Avvocato Sergio Armaroli, avvocato matrimonialista di Bologna, si ha la possibilità di entrare in contatto con un professionista capace di far sentire chiunque a proprio agio. Occorre che chi svolge questo lavoro, infatti, metta le persone nelle condizioni di descrivere la propria storia con la massima libertà e senza timore di essere giudicato; è indispensabile che tutte le problematiche siano illustrate con dovizia di partic

La famiglia di fatto rappresenta un nucleo familiare non fondato sul matrimonio.

In giurisprudenza si dibatte ampiamente in merito alla tutela dei conviventi nonché degli eventuali figli.

Vi sono alcuni diritti riconosciuti ai conviventi di fatto, quali il diritto alla procreazione assistita (Legge n. 40 del 2004), il diritto alle informazioni sulla salute, altri diritti riconosciuti sia dal codice civile sia dal codice di procedura penale.

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L’avvocato matrimonialista e il divorzio

Un avvocato matrimonialista può essere contattato anche nel caso in cui si sia alle prese con un divorzio. Esso rappresenta il definitivo scioglimento dei vincoli matrimoniali: affinché possa essere reputato valido deve essere pronunciato tramite una sentenza di un tribunale. Le vie per arrivare al divorzio sono molteplici: in alcuni casi esso viene richiesto in maniera congiunta da entrambi i coniugi, mentre in altre circostanze è solo uno dei due partner a volerlo. Comunque, è sempre indispensabile che tutte e due le parti in causa siano assistite da un legale.

Come si può ben immaginare, nel caso di un divorzio richiesto congiuntamente l’iter è molto breve, dal momento che il procedimento si risolve subito, in un’udienza nella quale viene accertata – da parte del presidente del tribunale – l’impossibilità di ricomporre il matrimonio: a quel punto viene emessa la sentenza di divorzio. Se è solo uno dei due partner a voler divorziare, invece, la situazione è più complicata, e le tempistiche si allungano in maniera inevitabile. Il presidente del tribunale, in questo caso, deve prima di tutto provare a rinsaldare il vincolo matrimoniale; una volta che ha appurato che non esiste questa possibilità, emette tutti i provvedimenti del caso, sia per ciò che riguarda la tutela dei figli sia per ciò che riguarda il patrimonio. Se l’istruttoria si rivela molto elaborata e si prolunga nel tempo, è prevista la possibilità che sia emessa una sentenza provvisoria attraverso la quale ai coniugi venga restituito lo stato di libertà.

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Che cosa sono gli accordi raggiunti in sede di divorzio

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Gli accordi relativi all’affidamento dei minori o agli aspetti economici che vengono raggiunti in sede di divorzio o in sede di separazione possono essere modificati nel corso del tempo e rinegoziati dopo che la sentenza è stata emessa se le condizioni economiche di un coniuge cambiano in modo sostanziale. Affinché ciò sia possibile, tuttavia, occorre rivolgersi di nuovo al tribunale, in modo tale che si arrivi a una nuova pattuizione.
Un avvocato matrimonialista può prestare la propria opera e garantire assistenza legale anche nel caso in cui uno dei due coniugi sia vittima di stalking da parte dell’altro: ciò avviene nel momento in cui viene messa in atto una condotta persecutoria che va a ledere la libertà personale della vittima, o addirittura la sua salute, per colpa degli stati di ansia e delle situazioni di terrore che si generano.

Come scegliere un avvocato matrimonialista

A questo punto ci si potrebbe chiedere come si fa a essere certi della validità e della professionalità dell’avvocato matrimonialista a cui si è intenzionati a rivolgersi. Va detto che, attualmente, quasi tutti i professionisti dispongono di un sito Internet in cui propongono il proprio curriculum; in alternativa, si può fare riferimento all’Ordine degli Avvocati della provincia di riferimento per ottenere indicazioni e informazioni sui nominativi più affidabili e validi a cui rivolgersi.

SEPARAZIONE DIVORZIO ASSEGNO AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA

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 L’assegno di mantenimento è una somma di denaro che spetta al coniuge o ai figli in seguito a separazione e divorzio.

L’assegno di mantenimento è un provvedimento economico che viene assunto dal giudice (ma può anche essere rimesso ad accordi liberamente sottoscritti dai coniugi) in sede di separazione tra i coniugi e consiste nel versamento di una somma didenaro, suscettibile di revisione nel tempo, al coniuge economicamente debole. La domanda solitamente più ricorrente riguarda l’esatta quantificazione dell’ assegno di mantenimento. Non esiste un criterio matematico o tabelle precise

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A partire dalla sentenza n. 11490 del 1990 delle SU della suprema   Corte,

la giurisprudenza ha affermato il carattere esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile, individuandone il presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge istante a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, e prevedendo che la relativa liquidazione dovesse essere effettuata in base alla valutazione ponderata dei criteri enunciati dalla legge (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio), con riguardo al momento della pronuncia di divorzio. Tale orientamento, rimasto fermo per un trentennio, è stato modificato con la sentenza n. 11504 del 2017, con cui questa sezione, muovendo anch’essa dalla premessa sistematica relativa alla distinzione tra criterio attributivo e determinativo, ha affermato che il parametro dell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante deve essere valutato al lume del principio dell’autoresponsabilità economica di ciascun coniuge ormai “persona singola” e che, all’esito dell’accertamento della condizione di non autosufficienza economica, vanno esaminati in funzione determinativa del quantum i criteri indicati dalla norma.

Con la recente n. 18287 del 2018 sono nuovamente intervenute le Sezioni Unite di questa Corte, che, nell’ambito di una riconsiderazione dell’intera materia, hanno ritenuto che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi o all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive del coniuge richiedente sia da riconnettere alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli durante lo svolgimento della vita matrimoniale e da ricondurre a determinazioni comuni, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età di detta parte, affermando i seguenti principi di diritto, così riportati nelle massime ufficiali:

  1. a) all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate;

  2. b) la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi;

  3. c) il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonchè di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto.

SEPARAZIONE DIVORZIO ASSEGNO BOLOGNA DIVORZIO ASSEGNO BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO DIRITTO FAMIGLIA
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Cassazione Civile

sez. I

Ordinanza 29/01/2019, n. 2480

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SEPARAZIONE DIVORZIO ASSEGNO BOLOGNA DIVORZIO ASSEGNO BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO DIRITTO FAMIGLIA
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ORDINANZA

sul ricorso 10681/2015 proposto da:

C.P., elettivamente domiciliata in Roma, Largo Luigi Antonelli n. 27, presso lo studio dell’avvocato Ubaldi Patrizia che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

E.O., elettivamente domiciliato in Roma, Via Del Tritone n. 169, presso lo studio dell’avvocato Martucci Clavica Stefania che lo rappresenta e difende, per delega a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 2288/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 07/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 13/12/2018 dal Cons. Dott. SAMBITO MARIA GIOVANNA C..

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Ravenna, definitamente pronunciando sulla domanda di divorzio proposta da E.O. nei confronti C.P., determinava, all’esito degli accertamenti disposti tramite la GdiF, in Euro 1.000,00 l’assegno divorzile a carico dell’ E. ed in Euro 1.300,00 l’importo da lui dovuto per il contributo al mantenimento del figlio M., classe (OMISSIS), affetto sin dalla nascita da grave malattia e convivente con la madre.

Con sentenza del 7.11.2014, la Corte d’Appello di Bologna, riduceva in Euro 600,00 l’assegno in favore della C., di cui evidenziava le poliedriche capacità imprenditoriali e la percezione di un reddito superiore a quello dichiarato, ritenendo tale minor importo sufficiente a garantirle il tenore di vita goduto durante la vita matrimoniale. Rigettava, per contro, la domanda di riduzione dell’assegno in favore del figlio.

Avverso detta sentenza, ha proposto ricorso C.P. sulla base di quattro motivi, ai quali E.O. ha resistito con controricorso, con cui ha riproposto ricorso incidentale per tre motivi. In esito all’adunanza del 17.1.2018, la causa è stata rinviata a nuovo ruolo in attesa della decisione delle Sezioni Unite su natura e presupposti dell’assegno divorzile. La ricorrente ha depositato memoria. 

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. I quattro motivi dedotti dalla C. sono volti ad infirmare la statuizione di riduzione dell’assegno divorzile, rispettivamente, per: a) violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., per esser stata ritenuta la sua disponibilità di redditi maggiori rispetto a quelli dichiarati, nonostante le indagini della Guardia di Finanza non avessero autorizzato tale conclusione; b) violazione e falsa applicazione dell’art. 437 c.p.c., per esser stata valutata documentazione tardivamente prodotta; c) violazione e falsa applicazione dell’art. 2729 c.c. e art. 116 c.p.c., per esser stata fatta erronea applicazione delle regole in tema di prova presuntiva; d) omesso esame di fatto decisivo e violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, per esser stato fatto riferimento al principio della conservazione del pregresso tenore di vita, senza considerare la situazione di fortissimo squilibrio reddituale e patrimoniale e la rilevanza del suo apporto nell’accumulo patrimoniale del marito, in violazione del principio perequativo, previsto in tema d’assegno divorzile.
  2. Alla medesima statuizione si rivolgono i motivi secondo e terzo del ricorso incidentale, con i quali, rispettivamente si denuncia, da opposta prospettiva: 1) la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., per non avere la Corte valutato la documentazione versata in atti, che attesta l’autonomia economica della ricorrente e l’adeguatezza dei suoi mezzi a sua disposizione; 2) omesso esame del fatto decisivo relativo alla mancata previsione di un assegno di mantenimento in sede di separazione consensuale e la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, secondo cui occorre tener conto del tenore di vita goduto in costanza di convivenza.
  3. Le contrapposte censure in diritto, riferite ai presupposti dell’assegno divorzile, sono fondata quella della moglie ed infondata quella del marito per le seguenti considerazioni.

A partire dalla sentenza n. 11490 del 1990 delle SU di questa Corte, la giurisprudenza ha affermato il carattere esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile, individuandone il presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge istante a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, e prevedendo che la relativa liquidazione dovesse essere effettuata in base alla valutazione ponderata dei criteri enunciati dalla legge (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio), con riguardo al momento della pronuncia di divorzio. Tale orientamento, rimasto fermo per un trentennio, è stato modificato con la sentenza n. 11504 del 2017, con cui questa sezione, muovendo anch’essa dalla premessa sistematica relativa alla distinzione tra criterio attributivo e determinativo, ha affermato che il parametro dell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante deve essere valutato al lume del principio dell’autoresponsabilità economica di ciascun coniuge ormai “persona singola” e che, all’esito dell’accertamento della condizione di non autosufficienza economica, vanno esaminati in funzione determinativa del quantum i criteri indicati dalla norma.

Con la recente n. 18287 del 2018 sono nuovamente intervenute le Sezioni Unite di questa Corte, che, nell’ambito di una riconsiderazione dell’intera materia, hanno ritenuto che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi o all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive del coniuge richiedente sia da riconnettere alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli durante lo svolgimento della vita matrimoniale e da ricondurre a determinazioni comuni, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età di detta parte, affermando i seguenti principi di diritto, così riportati nelle massime ufficiali:

  1. a) all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate;

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  2. b) la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi;
  3. c) il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonchè di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto.

  4. La statuizione va dunque cassata per i dovuti accertamenti, dovendo aggiungersi che la mancata richiesta di assegno di mantenimento in sede di separazione non preclude di certo il suo riconoscimento in sede divorzile, ma può rappresentare un valido indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione relativi alle condizioni economiche dei coniugi (Cass. 11686 del 2013), sicchè il fatto oggetto del terzo motivo del ricorso incidentale, in tesi non considerato dalla Corte del merito, non è decisivo. Gli ulteriori motivi del ricorso principale, e la censura di quello incidentale relativa al quantum restano assorbiti.

  5. Col primo motivo del ricorso incidentale, l’ E. censura il rigetto della sua istanza di riduzione dell’assegno in favore del figlio per violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., artt. 2697 e 2729 c.c., non avendo la Corte tenuto conto che la patologia del figlio, pur invalido al 100% non comporta la preclusione allo svolgimento di attività lavorative e non avendo considerato il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, nè l’assegno pensionistico di cui gode.
  6. Il motivo è inammissibile. A parte la genericità della censura, va rilevato che la capacità lavorativa del ragazzo è stata esclusa in concreto dalla Corte territoriale, che ha al riguardo ritenuto sufficiente la documentazione prodotta, ritenendo, espressamente, non necessario acquisire una CTU ritenuta ingiustificata da “generiche deduzioni di attività ludiche o poco più”, con una valutazione in fatto che non può costituire oggetto di censura in questa sede; dovendo comunque aggiungersi che è incontroverso che il ragazzo, oggi di 23 anni, non presti attività lavorativa, e che si tratta di statuizioni determinative. La critica inerente alla determinazione del quantum attiene al merito ed è anch’essa incensurabile.
  7. Il giudice del rinvio, che si indica nella Corte d’Appello di Bologna, in diversa composizione, provvederà, anche, a liquidare le spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie nei sensi di cui in motivazione il quarto motivo del ricorso principale, rigetta il primo ed il terzo del ricorso incidentale, assorbiti tutti gli altri, cassa e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.

Dispone che in caso di diffusione del presente del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi.

Così deciso in Roma, il 13 dicembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 29 gennaio 2019

Divorzio : come si fa per l’assegno divorzile ?

Divorzio, avvocato matrimonialista, assegno di mantenimento: un po’ di chiarezza-Divorzio : come si fa per l’assegno divorzile Divorzio : come si fa per l’assegno divorzile ?

 

  1. Divorzio : come si fa per l’assegno divorzile ? la  legge infatti che “Questa Corte ritiene di dover abbandonare la rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell’assegno di divorzio[…]. L’art. 5 c. 6 attribuisce all’assegno di divorzio una funzione assistenziale, riconoscendo all’ex coniuge il diritto all’assegno di divorzio quando non abbia mezzi “adeguati” e non possa procurarseli per ragioni obiettive. Il parametro dell’adeguatezza ha, tuttavia, carattere intrinsecamente relativo ed impone un giudizio comparativo. […]Il fondamento costituzionale dei criteri indicati nell’incipit della norma conduce ad una valutazione concreta ed effettiva dell’adeguatezza dei mezzi e dell’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti, da accertarsi anche utilizzando i poteri istruttori officiosi attribuiti espressamente al giudice della famiglia a questo specifico scopo. Tale verifica è da collegare causalmente alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, c.6, al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare […] Il richiamo all’attualità, avvertito dalla sentenza n. 11504 del 2017, in funzione della valorizzazione dell’autoresponsabilità di ciascuno degli ex coniugi deve, pertanto, dirigersi verso la preminenza della funzione equilibratrice-perequativa dell’assegno di divorzio. Il principio di solidarietà, posto a base del riconoscimento del diritto, impone che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi ed all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive sia saldamente ancorato alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli endofamiliari.”

2) Divorzio : come si fa per l’assegno divorzile ? La SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE I CIVILE Sentenza 6 novembre 2019 – 20 gennaio 2020, n. 1119 ha osservato che Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, “la revisione dell’assegno divorzile di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 9, postula l’accertamento di una sopravvenuta modifica delle condizioni economiche degli ex coniugi idonea a mutare il pregresso assetto patrimoniale realizzato con il precedente provvedimento attributivo dell’assegno, secondo una valutazione comparativa delle condizioni suddette di entrambe le parti. In particolare, in sede di revisione, il giudice non può procedere ad una nuova ed autonoma valutazione dei presupposti o della entità dell’assegno, sulla base di una diversa ponderazione delle condizioni economiche delle parti già compiuta in sede di sentenza divorzile, ma, nel pieno rispetto delle valutazioni espresse al momento della attribuzione dell’emolumento, deve limitarsi a verificare se, ed in che misura, le circostanze, sopravvenute e provate dalle parti, abbiano alterato l’equilibrio così raggiunto e adeguare l’importo, o lo stesso obbligo della contribuzione, alla nuova situazione patrimoniale-reddituale accertate(Cass. n. 787 del 20917 e n. 11177 del 2019). 14.

 

3)Il principio si coniuga con quello secondo cui in tema di statuizioni c.d. determinative il giudicato si forma sempre rebus sic stantibus e cioè esso è modificabile in caso di successive variazioni di fatto, le quali, per avere rilevanza, devono, poi, esser dedotte mediante l’esperimento dell’apposito procedimento di revisione, fermo restando che il diritto a percepirlo di un ex coniuge ed il corrispondente obbligo dell’altro a versarlo, nella misura e nei modi stabiliti dalla sentenza di divorzio, conservano la loro efficacia sino a quando non intervenga la modifica di tale provvedimento, rimanendo del tutto ininfluente il momento in cui di fatto sono maturati i presupposti per la modificazione o la soppressione dell’assegno, talchè “in mancanza di specifiche disposizioni, in base ai principi generali relativi all’autorità, intangibilità e stabilità, per quanto temporalmente limitata (rebus sic stantibus), del precedente giudicato impositivo del contributo di mantenimento, la decisione giurisdizionale di revisione non può avere decorrenza anticipata al momento dell’accadimento innovativo, rispetto alla data della domanda di modificazione (Cass. n. 16173 del 2015; cfr. pure Cass. n. 17689 del 2019, in tema di opposizione a precetto).

 

4) Va, per altro verso, sottolineato che la funzione della giurisprudenza è meramente ricognitiva dell’esistenza e del contenuto della regula iuris, non già creativa della stessa, e che, come di recente affermato dalle SU di questa Corte, con la sentenza n. 4135 del 2019, l’interpretazione delle norme giuridiche da parte della Corte di Cassazione e, in particolare, delle Sezioni Unite mira ad una tendenziale stabilità e valenza generale, sul presupposto, tuttavia, di una efficacia non cogente ma solo persuasiva, trattandosi di attività consustanziale all’esercizio stesso della funzione giurisdizionale, sicchè un mutamento di orientamento reso in sede di nomofilachia non soggiace al principio di irretroattività, non è assimilabile allo ius superveniens ed è suscettibile di essere disatteso dal giudice di merito. Deve, ancora, aggiungersi che un orientamento del giudice della nomofilachia cessa di essere retroattivo come, invece, dovrebbe essere in forza della natura formalmente dichiarativa degli enunciati giurisprudenziali, e può quindi parlarsi di prospective overruling, a condizione determinate, prima tra di esse che si verta in materia di mutamento della giurisprudenza di legittimità su norme regolatrici del processo, e non anche, come nella specie, su disposizioni di natura sostanziale (Cass. SU n. 4135 del 2019, cit. Cass. 13 settembre 2018, n. 22345; 18 luglio 2016, n. 14634; 24 marzo 2014, n. 6862; 3 settembre 2013, n. 20172; 11 marzo 2013, n. 5962).

 

Da quanto sin qui esposto, discende che il mutamento sopravvenuto delle condizioni patrimoniali delle parti attiene agli elementi di fatto ed è necessario, a monte, che esso sia accertato dal giudice perchè possa procedersi al giudizio di revisione dell’assegno divorzile, da rendersi, poi, al lume dei rinnovati principi giurisprudenziali. Pur considerando l’ampiezza della formula adottata dal legislatore, consentire, come auspica parte della dottrina, l’accesso al rimedio della revisione dando alla formula dei “giustificati motivi” un significato che si riferisca alla sopravvenienza di tutti quei motivi che possano far sorgere l’interesse ad agire per il mutamento, tra i quali, quindi, anche a una diversa interpretazione avallata dal diritto vivente giurisprudenziale, pare al Collegio opzione esegetica non percorribile, in quanto non considera che l’interpretazione giurisprudenziale costituisce una chiave di lettura dei dati di fatto rilevanti per il diritto e non li produce essa stessa nè nel mondo fenomenico nè, come si è visto, quale fonte normativa. Il timore che in tal modo possono ingenerarsi differenze nel trattamento dei destinatari dei comandi giudiziari, a seconda che il giudizio di revisione trovi o meno base nel verificarsi di fatti sopravvenuti, non ha ragion d’essere tenuto conto che in assenza di essi il diritto all’assegno poggia sul giudicato rebus sic stantibus, che comprende i parametri complessivi al riguardo valutati, e considerato, peraltro, che, anche, nel diverso caso di successione della legge nel tempo, l’applicazione della nuova legge trova, com’è noto, il suo limite nell’intervenuto giudicato sul rapporto dedotto in giudizio, senza che ciò comporti un vulnus al principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., rientrando nella discrezionalità del legislatore di modificare nel tempo la disciplina giuridica degli istituti (salvo l’ambito penale in considerazione della gravità con cui le sanzioni penali incidono sulla libertà o su altri interessi fondamentali della persona, cfr. in tema di retroattività degli effetti delle pronunce di illegittimità costituzionale Corte Cost. n. 43 del 2017 e n. 10 del 2015).

 

 

avvocato per separazione
avvocato per separazione

Il parametro a cui si deve fare riferimento per determinare l’entità di un  assegno di divorzio  è l’autosufficienza economica del destinatario, vale a dire la sua capacità di essere indipendente economicamente: e ciò perché l’assegno in questione ha una  natura assistenziale. A precisarlo è stata la prima sezione civile della Cassazione attraverso una sentenza che è stata depositata il 10 maggio del 2017: una sentenza che supera l’orientamento di giurisprudenza precedente, secondo il quale la misura dell’assegno doveva essere collegata al criterio del tenore di vita goduto durante il matrimonio. La Corte ha specificato che il parametro del  tenore di vita  al giorno d’oggi non può più essere considerato un orientamento attuale.

Sempre riprendendo le osservazioni della  prima sezione civile, in seguito a una sentenza di divorzio il rapporto di matrimonio si conclude sia sotto il profilo personale che dal punto di vista patrimoniale ed economico. Proprio per questo motivo qualsiasi tipo di riferimento al rapporto matrimoniale  non può essere preso in considerazione, o finisce con il ripristinarlo in modo non legittimo, anche se solo per quel che concerne la dimensione economica correlata al tenore di vita dei due coniugi. Pensare al tenore di vita per decidere l’entità dell’assegno, in sostanza, vuol dire assumere una prospettiva indebita di  ultrattività del vincolo matrimoniale, che – invece – con il divorzio si deve estinguere in tutto e per tutto.

Cosa hanno scritto i supremi giudici- Divorzio : come si fa per l’assegno divorzile ?

L’opinione dei supremi giudici è che debba essere identificato un criterio differente, e che tale criterio sia rappresentato dalla capacità di conseguirel’indipendenza economica  del coniuge che riceve l’assegno di mantenimento. Nella sentenza “rivoluzionaria” dello scorso mese di maggio si legge che il diritto all’assegno non deve essere riconosciuto nel caso in cui venga accertato che il coniuge a cui dovrebbe essere destinato è indipendente sotto il profilo economico o comunque in grado di esserlo effettivamente. Gli indici più importanti che sono stati individuati dalla Cassazione per un corretto  accertamento  dell’indipendenza economica di un soggetto divorziato sono la disponibilità stabile di una casa, le possibilità e le capacità effettive di lavoro personale e il possesso di patrimonio immobiliare, di patrimonio mobiliare e di redditi.

Le conseguenze della sentenza-Divorzio : come si fa per l’assegno divorzile ?

La  sentenza  è a tutti gli effetti storica, come potrebbe confermare qualsiasi  avvocato matrimonialista, ma apre la porta anche a una lunga teoria di conseguenze problematiche, dal momento che in futuro nella maggior parte dei casi verrà ridotto il contributo versato dal coniuge economicamente forte al  coniuge economicamente debole. Anche il presidente dell’associazione degli avvocati matrimonialisti italiani Gian Ettore Gassani è intervenuto sull’argomento, evidenziando il cambiamento apportato dalla Cassazione.

Il caso-Divorzio : come si fa per l’assegno divorzile ?

Uno degli aspetti curiosi della vicenda riguarda il protagonista del caso che ha dato origine alla sentenza: si tratta di un  banchiere  che in passato ha ricoperto anche il ruolo di ministro nel governo italiano. Il banchiere ha manifestato, attraverso il suo  avvocato matrimonialista, soddisfazione per il verdetto che è stato pronunciato, ma ha volutotutelare la propria privacy  annunciando addirittura azioni legali verso coloro che diffonderanno il suo nome: sulla sentenza della Cassazione, in effetti, è stampigliata una richiesta di anonimato, che – di conseguenza – non può essere violata.

L’ex ministro non dovrà più versare un  assegno a vita  alla sua ex moglie, che per altro aveva fatto salire agli onori delle cronache nazionali le loro disavventure sentimentali. La donna, infatti, in un’inchiesta condotta da un quotidiano economico aveva fatto sapere che l’ex marito, già alto funzionario dello Stato, aveva comprato una casa di lusso a Roma usando dei fondi provenienti da paradisi fiscali: l’uomo si era giustificato sottolineando che i conti erano stati aperti in un periodo in cui non risiedeva in Italia.   L’ex ministro nel corso della separazione consensuale  aveva dato all’ex moglie 2 milioni di euro, anche per ripianare i debiti della donna.

Chi volesse ottenere  approfondimenti  e informazioni su divorzi e assegni di mantenimento, invece, si può rivolgere allo studio legale dell’Avvocato Sergio Armaroli. Certo è che la sentenza può essere considerata come il traguardo di un percorso iniziato da qualche decennio e che è destinata a diventare un punto di riferimento per tutte le sentenze riguardanti le situazioni diindebito arricchimento  che avvengono alle spalle di ex coniugi.

 

 

 

 SEPARAZIONE BOLOGNA :assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia

https://www.diritto.it/addebito-della-separazione-e-sufficiente-il-tradimento-presunto/ 

Cos’è l’addebito della separazione ?

 è una conseguenza giuridica della violazione da parte di uno dei due coniugi dei doveri di cui all’articolo 143 del codice civile. Dal matrimonio infatti derivano, secondo l’articolo 143 del codice civile, i seguenti obblighi:

Di assistenza materiale;

Alla collaborazione nell’interesse della famiglia;

Alla coabitazione.

 fedeltà reciproca;

All’assistenza morale;

 

 

L’inadempimento di uno solo dei predetti doveri coniugali determinerà la possibilità per il coniuge che ne faccia richiesta, di chiedere ed ottenere l’addebito. Ciò è possibile, come specificato, soltanto nell’ambito di un procedimento di separazione giudiziale, non in quella consensuale.

SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO URGENTE BOLOGNA  AFFRETTATI assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia- SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO BOLOGNA 

negli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge rientrano anche quelli di assistenza materiale concernenti il rispetto e l’appagamento delle esigenze economicamente valutabili dell’altro coniuge (aiuto nel lavoro, nello studio, nella malattia, etc.) Secondo l’insegnamento della cassazione sentenza 47139 del 2014 Ne discende, ancora, che non è necessaria, per l’integrazione della fattispecie incriminatrice de qua, diversamente da quella contemplata dall’art. 570, comma 2, c.p., la determinazione di uno stato di bisogno della persona avente diritto quale conseguenza della condotta violativa dei doveri di assistenza materiale di coniuge e di genitore. secondo la cui linea interpretativa la violazione dei doveri di assistenza materiale di coniuge e di genitore, previsti dalle norme del codice civile, integra, ricorrendo tutti gli altri elementi costitutivi della fattispecie, il reato previsto e punito dall’art. 570, comma primo, cod. pen. Si è invero affermato, in questa Sede, che negli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge rientrano anche quelli di assistenza materiale concernenti il rispetto e l’appagamento delle esigenze economicamente valutabili dell’altro coniuge (aiuto nel lavoro, nello studio, nella malattia, etc.) e la corresponsione dei mezzi economici necessari per condurre il tenore di vita della famiglia. Obblighi che, pur attenuati, permangono anche in caso di separazione personale dei coniugi, prevedendo l’art. 146 c.c., la sospensione del diritto all’assistenza morale e materiale nei confronti del coniuge che, allontanatosi senza giusta causa dalla residenza familiare, rifiuta di tornarvi.
 SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO URGENTE BOLOGNA  AFFRETTATI assistenza morale e materiale e di collaborazione nell'interesse della famiglia
SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO URGENTE BOLOGNA  AFFRETTATI assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia
 

Al riguardo, noto che l’art. 143 c.c.. nell’individuare gli obblighi reciproci dei coniugi- SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO BOLOGNA 

che discendono dal matrimonio, prevede, oltre a quelli di fedeltà e di coabitazione, anche quelli di assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia, dove per assistenza morale e materiale deve intendersi una solidarietà vigile e attenta ai vari bisogni di tutto il nucleo familiare e l’aiuto nel sostenere i pesi della vita quotidiana, anche, se necessario, sotto forma patrimoniale.

E’ altresi noto che, anche secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, in caso di crisi coniugale, un coniuge può chiedere l’addebito della separazione all’altro per la violazione di tali obblighi. Sulla parte che richiede l’addebito grava poi l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nei rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza (Cass. civile, sez. VI, 19/02/2018, n_ 3923; Cass. civile, sez. VI, 23/10/2017, n. 25072; Cass. civile, sei.. 1, 10/95/2017, n. 1[448).

 SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO URGENTE BOLOGNA  AFFRETTATI assistenza morale e materiale e di collaborazione nell'interesse della famiglia
SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO URGENTE BOLOGNA  AFFRETTATI assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia

 

 SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO BOLOGNA  
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
* * *
Il Tribunale Civile di Piacenza, Sezione Unica, riunito in Camera di Consiglio nelle persone dei Sigg. Magistrati:
Dott.ssa Marisella GATTI Presidente Rel. Est.
Dott.ssa M. Beatrice Gigli Giudice
Dott.ssa Giorgia Demaldi Giudice GOT
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa civile di 1 ° grado promossa con ricorso depositato in data 21.05.2014
DA
C.F. *** , nata l’ 11.12.1961 a (omissis), ivi residente in via (omissis) n. (omissis), rappresentata e difesa dall’AVV. Barbara Filippi, presso il cui studio in Piacenza, via S. Donnino n.23, ha eletto domicilio in forza di procura a margine dei ricorso.
– RICORRENTE –
contro
C.F. ***, nato il 18.04.1958 a (omissis), ivi residente in via (omissis) n. (omissis), rappresentato e difeso dagli Avv.ti Emanuele Solari, Giuseppe Dametti e S. Covini, con domicilio eletto presso lo studio del primo in Piacenza via Santa Franca n.23, come da procura in atti.
– RESISTENTE –
con l’intervento del
PUBBLICO MINISTERO in persona del Procuratore della Repubblica Dott. Salvatore Cappelleri.
– INTERVENUTO –
All’udienza del 12/12/2017 la causa veniva posta in decisione alle seguenti
CONCLUSIONI
PER LA RICORRENTE:
“Piaccia al Tribunale Ill.mo, contrariis rejectis:
  1. a) accertato che il signor Y ha violato gli obblighi di assistenza morale e materiale, e di collaborazione nell’interesse della famiglia previsti dalla Legge, così definitivamente compromettendo l’unità coniugale, dichiarare la separazione giudiziale della signora X dal signor Y con addebito a carico del signor Y;
  2. b) assegnare la casa coniugale – che e di proprietà del padre dell’attrice – alla signora X che vi dimorerà con le figlie F. ed E., studentesse universitarie e maggiorenni ma non economicamente indipendenti;
  3. c) porre a carico del signor Y, quale contributo per il mantenimento delle figlie F. cd E., il versamento, entro il giorno 10 di ogni mese, della somma che Codesto Tribunale riterrà congrua anche all’esito dell’istruttoria, nonch6 il contributo nella misura del 50% delle spese straordinarie mediche e scolastiche, sportive e ricreative necessarie e/o utili per i] bene delle figlie, sino a che non saranno economicamente autosufficienti;
  4. d) con vittoria di spese, diritti e onorari di causa.”
PER IL RESISTENTE:
“Piaccia al Tribunale Ill.mo, contrariis reiectis:
– Dichiarare la separazione giudiziale dei coniugi Y e X con addebito a carico della moglie X.
– Dire tenuta e condannare, anche in via riconvenzionale, la sig.ra X a corrispondere al marito Y un assegno mensile di mantenimento di euro 1.000,00, o la diversa somma che l’Ill.mo Tribunale riterrà congrua e/o di giustizia.
– Assegnare alla sig.ra X la casa coniugale sita in (omissis), via (omissis), (omissis), in quanto di proprietà del di lei padre, ad eccezione degli arredi, di proprietà comune dei coniugi.
– Dichiarare e dire tenuti entrambi i coniugi a contribuire al mantenimento delle figlie maggiorenni F. ed E. fino a quando non saranno economicamente autosufficienti, stabilendo la misura de] mantenimento a carico dei coniugi in misura differenziata ed in proporzione alle loro capacità economiche e redittuali.
Con ogni altro provvedimento e/o declaratoria del caso. Con vittoria di spese e competenze di lite”.
PER IL P.M:
“Voglia il Tribunale Ill.mo dichiarare la separazione dei coniugi di cui è causa, con tutte le conseguenze e gli adempimenti di legge, alle condizioni di cui all’ordinanza presidenziale del 12/03/2015.”
FATTO E DIRITTO
Con ricorso depositato in data 21.5.2014 e regolarmente notificato X chiedeva la separazione personale con addebito dal marito Y , con il quale aveva contratto matrimonio concordatario in Piacenza il 16.9.1989, dal quale erano nate le figlie E. (il ….1991) ed F. (il …1993), entrambe maggiorenni e studentesse universitarie.
A sostegno del ricorso la ricorrente esponeva:
di essere impiegata presso la società Alfa srl di Podenzano, mentre il marito era libero professionista svolgendo l’attività di agente di commercio di apparecchiature per filtrazione/climatizzazione;
che, nell’ambito della vita matrimoniale, il marito era stato pressoché assente,
dedicando ogni momento del suo tempo libero all’hobby del softair e del paracadutismo, tanto da essere divenuto presidente della sezione di (omissis) dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia; inoltre, la passione per le attività e l’addestramento militare lo portava ad organizzare e partecipare a missioni ed eventi quali “la Staffetta degli ideali” o le “Missioni ad El Alamein”, che richiedevano anche viaggi all’estero; nel contempo collezionava oggetti “militareschi”, come pistole e fucili da softair, abbigliamento mimetico, attrezzature per corsi di sopravvivenza, casi sottraendo tempo e risorse alla famiglia;
che, in particolare il convenuto, si era sempre disinteressato della vita delle figlie, violando gli obblighi di assistenza morale, materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia.
Si costituiva il resistente, contestando tutto quanto dedotto dalla ricorrente e chiedendo, a sua volta, la separazione con addebito a carico della moglie, deducendo, in particolare, che questa, da quando praticava yoga, aveva manifestato progressivo disinteresse nei confronti del marito, fino ad interrompere ogni rapporto intimo, venendo meno ai doveri coniugali, escludendo il marito dalla vita familiare ed influenzando anche le figlie.
All’udienza presidenziale del 18.9.2014 comparivano entrambi i coniugi, assistiti dai rispettivi difensori. Dato atto dell’esito negativo del tentativo di conciliazione, venivano sentite le parti, che confermavano i rispettivi atti. La ricorrente, inoltre, precisava di percepire uno stipendio mensile di Euro 1.800,00 come impiegata di una ditta privata, mentre la casa coniugale era concessa in comodato d’uso ai coniugi dal padre della stessa ricorrente. Il resistente, a sua volta, dichiarava di essere disponibile a mettere in discussione i suoi comportamenti per cercare di salvare il matrimonio, aggiungendo peraltro che da tempo si sentiva isolato in famiglia e che ciò gli cagionava sofferenza. Precisava inoltre di essere agente di commercio e di avere contratti di agenzia nel settore della climatizzazione; era poi accomandatario di una ditta, con partecipazione della moglie per l’uno%, che però si apprestava a chiudere per la mancanza di lavoro.
Seguivano alcuni rinvii dell’udienza presidenziale per permettere ai coniugi di intraprendere un percorso di mediazione familiare, data l’alta conflittualità ancora presente fra gli stessi, finché all’udienza del 12,3.2015 venivano pronunciati i provvedimenti presidenziali: i coniugi venivano autorizzati a vivere separati; preso atto della disponibilità manifestata dalla ricorrente di provvedere interamente al mantenimento delle due figlie E. ed F. – nell’attualità ed al fine di sollevare il marito dal relativo onere, così da consentirgli una riorganizzazione della vita a seguito della separazione – non veniva previsto alcun contributo a carico del marito per il mantenimento delle figlie, maggiorenni ma non economicamente indipendenti, così come nessun contributo veniva previsto a carico della ricorrente per il mantenimento del marito, considerato che la ricorrente già si faceva carico del mantenimento per intero delle figlie e che comunque il resistente risultava titolare di reddito e di specifica professionalità; la casa familiare veniva assegnata alla moglie per abitarvi con le figlie, maggiorenni ma non economicamente autosufficienti.
Rimesse le parti davanti al G.I., all’udienza dell’ 11.6.2015 il Giudice, su concorde richiesta delle parti, concedeva i termini ex art. 183, c.6, c.p.c.
La causa veniva istruita con l’assunzione delle prove testimoniali dedotte dalle parti.
Precisate le conclusioni, all’udienza del 12.12.2017 la causa veniva rimessa al Collegio per la decisione, con l’assegnazione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.
Ciò premesso, sussistono i presupposti per la pronuncia della separazione personale dei coniugi X e Y .
Nella specie, gli elementi che emergono dagli atti del giudizio confermano l’esistenza di una grave e irrimediabile rottura del vincolo coniugale, tosi da doversi ritenere che sia venuta a mancare ogni comunione materiale e spirituale tra i coniugi.
Con riguardo alle domande di addebito reciprocamente proposte dai coniugi, all’esito dell’espletata istruttoria ritiene il Collegio che risulti raggiunta la prova dell’addebito della separazione in via esclusiva a carico del resistente.
Nella specie, la domanda di addebito proposta dalla ricorrente si fonda principalmente sull’assunto che il resistente, nel corso della convivenza matrimoniale, avrebbe sempre manifestato un atteggiamento di pressoché totale disinteresse nei confronti della vita familiare, sia nella quotidianità sia nei passaggi importanti della crescita delle figlie, trascurando sia la vicinanza affettiva sia i doveri di assistenza morale e materiale verso la moglie e le figlie, attualmente maggiorenni ma non economicamente autosufficienti in quanto studentesse.
Al riguardo, noto che l’art. 143 c.c.. nell’individuare gli obblighi reciproci dei coniugi che discendono dal matrimonio, prevede, oltre a quelli di fedeltà e di coabitazione, anche quelli di assistenza morale e materiale e di collaborazione nell’interesse della famiglia, dove per assistenza morale e materiale deve intendersi una solidarietà vigile e attenta ai vari bisogni di tutto il nucleo familiare e l’aiuto nel sostenere i pesi della vita quotidiana, anche, se necessario, sotto forma patrimoniale.
E’ altresi noto che, anche secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, in caso di crisi coniugale, un coniuge può chiedere l’addebito della separazione all’altro per la violazione di tali obblighi. Sulla parte che richiede l’addebito grava poi l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nei rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza (Cass. civile, sez. VI, 19/02/2018, n_ 3923; Cass. civile, sez. VI, 23/10/2017, n. 25072; Cass. civile, sei.. 1, 10/95/2017, n. 1[448).
Nel caso in esame, è vero che dall’espletata istruttoria, con l’audizione di numerosi testi. é emerso come la storia matrimoniale delle parti sia stata caratterizzata da un progressivo deterioramento della qualità delle relazioni familiari, iniziato in epoca risalente, deterioramento che i testi dedotti dalla parte ricorrente hanno imputato al pressoché totale disinteresse di Y alla vita della famiglia, mentre i testi dedotti dal resistente hanno inteso motivare essenzialmente con la circostanza che quest’ultimo, all’interno della famiglia, tra osi sentiva isolato dalla moglie e dalle figlie.
Pur a fronte di divergenze nella ricostruzione delle ragioni dell’allontanamento trai coniugi ed, addirittura, della distanza tra il padre e le figlie, sulla base delle testimonianze assunte risulta, in ogni caso, accertato come Y, già a partire da molti anni orsono, quando ancora le figlie erano piccole e per tutto il progredire nel corso degli anni fino alla loro attuale età adulta, abbia omesso di partecipare attivamente alla vita della famiglia, interessandosi pochissima delle questioni familiari, sia sotto il profilo della collaborazione personale sia sotto quello della contribuzione economica, dedicandosi comunque ai suoi vari hobbies, e lasciando che fosse la moglie a farsi carico pressoché interamente dei problemi della famiglia e delle figlie, tanto da che le stesse ricorrevano, in caso di necessita, all’aiuto ed al sostegno del nonno e dello zio materno.
Al riguardo, particolarmente significative risultano le testimonianze rese oltre che dal fratello della ricorrente, Andrea – proprio dalle figlie della coppia, F. ed E. , che, ormai adulte e laureate, si sono espresse con equilibrio e pacatezza, descrivendo lucidamente un quadro familiare, che ha trovato ampio riscontro nelle ulteriori risultanze processuali e che non risulta contrastato da clementi di segno contrario, all’interno del quale l’apporto del resistente risultava del tutto marginale.
In particolare, le testimoni F. ed E. , così come il teste Andrea Antoniazzi, hanno confermato come fosse X, che pur lavorava come impiegata presso una ditta fuori città, ad occuparsi di tutte le esigenze familiari: pensava alla casa e alle figlie, senza mai trascurare la famiglia, anche negli ultimi anni, quando il rapporto con il marito era diventato sempre più difficile, determinandosi a chiedere la separazione dal marito solo dopo molto tempo rispetto al perdurare di siffatta situazione, “per non creare problemi nella crescita delle figlie”.
Sul punto, la teste F. (nata nel 1993) si è cosa espressa: “Io posso dire che il rapporto tra i miei genitori da quando ho memoria non è mai stato un gran bel rapporto nel senso che mio padre faceva le sue cose e non trascorreva tempo con noi tanto che quando mia madre non c’era io stavo con i nonni ma non ricordo di avere trascorso del tempo con mio padre. L’immagine che ho di mio padre è disteso sul divano con le cuffiette. Ad un certo punto però ritengo che mia madre, nel momento in cui noi figlie eravamo cresciute, abbia deciso di separarsi comunicandoglielo. A quel punto mio padre ha cominciato ad avere comportamenti di pressione psicologica sia nei confronti della mamma sia quando lei non c’era nei confronti di noi figlie. Ritengo che mio padre non volesse separarsi non tanto perché voleva bene alla mamma, ma perché lui vivesse in una situazione di comodo, in quanto la mamma pensava alla situazione della famiglia e lui faceva i suoi comodi … Io non ho mai potuto contare sull’aiuto di mio padre né su gesti di tenerezza e affetto in quanto mio padre non si dedicava alle situazioni familiari ed io quando avevo bisogno di qualcosa da uomini chiedevo a mio nonno o a mio zio. E’ vero che si cenava insieme, ma guardavamo la televisione e parlavamo del più e del meno tanto che non mi ricordo di aver parlato con mio padre delle scelte scolastiche o delle mie esigenze. E’ altrettanto vero che io non mi interessavo della vita di mio padre né dei suoi hobby, sapevo che ne aveva ma pensavo che per seguire quelli non faceva le cose che doveva fare per la famiglia”.
Le stesse circostanze risultano confermate dall’altra figlia dei coniugi, E. (nata nel 1991, laureata in scienze della formazione e dell’educazione), che ha inteso, tra l’altro, precisare: “…Confermo che io ho sempre fatto riferimento per ogni mia esigenza solo alla mamma. Per come la vedo io è stato mio padre che non ha saputo creare un rapporto con noi figlie. Quando rientravo dall’Università ed avevo preso un buon voto, lui mi rispondeva solo che avevo fatto il mio dovere. Anche quando uscivo la sera non si interessava e in una sola occasione è venuto a riprendermi perché l’aveva mandato la mamma. Era sempre la mamma a darmi i soldi per le mie spese…”.
Dalle stesse testimonianze di F. ed E. , così come di A, é inoltre emerso come Y non partecipasse alla vita familiare, ma dedicasse molto del suo tempo alla coltivazione di hobbies quali paracadutismo, “guerre finte”, volontariato presso la Croce Rossa ecc., e ciò anche quando le figlie erano piccole, e come, soprattutto negli ultimi tempi della vita matrimoniale, trascorresse molti giorni della settimana, dal giovedì al lunedì, fuori casa, verosimilmente in (omissis) dalla sorella. Il teste A ha inoltre inteso precisare che i coniugi non uscivano mai insieme e anche quando ricevevano visite il resistente “si estraniava”, mentre la ricorrente “ha sempre cercato di mantenere un atteggiamento tranquillizzante soprattutto nell’interesse delle bambine”, chiedendo aiuto al fratello o ai genitori “quando non poteva contare sull’aiuto del marito ma cercava sempre di tenere calme le acque” c chiedendo altresì un aiuto economico agli stessi parenti “quando non riusciva a far fronte a tutte le spese per la casa e per le figlie in quanto il marito non contribuiva in alcun modo”, posto che, a dire della ricorrente, “l’attività del marito produceva scarsi introiti e quelli che venivano percepiti erano dallo stesso utilizzati per i suoi hobbies”.
A fronte di ciò, è vero che, con riguardo alle dichiarazioni rese dai testi dedotti dalla parte resistente, la teste S., sorella di Y , ha inteso sostenere come il fratello non fosse adeguatamente considerato nell’ambito della sua famiglia e subisse l’ingerenza della famiglia d’origine della moglie, così come il teste E.Q. (amico di Y per aver condiviso dal 2004 interessi comuni come il paracadutismo ed il volontariato, con frequentazione assidua) ha riferito di aver ricevuto confidenze dal resistente, negli ultimi tre anni della convivenza matrimoniale, in ordine al suo disagio in ambito familiare, sentendosi allontanato dalla moglie, con la quale non aveva più rapporti sessuali, ed emarginato anche dalle figlie, delle quali peraltro manifestava, in pubblico, di essere orgoglioso. Analogamente si espresso anche il teste Stefano Lavelli, anch’egli amico del resistente.
In realtà, se c senz’altro vero che – conte si è detto — la ricostruzione della storia matrimoniale delle parti rivela un progressivo ed, ad un certo punto, irreversibile deterioramento delle relazioni familiari, con una sempre maggiore stratificazione di incomprensioni e di reciproci risentimenti, è dei pari vero che ciò appare univocamente riconducibile. in via esclusiva o del tutto prevalente, alla mancanza in capo al resistente della volontà e dell’impegno di assumere su di ad le responsabilità connesse all’esercizio del ruolo di marito e padre, partecipando in maniera attiva alla vita familiare.
Nella specie, il quadro familiare che emerge dalle testimonianze acquisite è univocamente significativo del fatto che il resistente, nel corso dei lunghi anni della vita matrimoniale, abbia tenuto un atteggiamento di sempre maggiore estraneità alla vita familiare, che dava origine e causa ad una convivenza caratterizzata dall’assenza di un’effettiva condivisione morale e materiale, non solo fra i coniugi, ma – ciò che é ancora più grave – anche fra il padre e le figlie (che chiamavano il genitore per nome, come testimoniato da S. ), che, fin da piccole e durante tutto il progredire dell’età e degli studi, non trovavano nel padre un sicuro riferimento familiare, sia sotto il profilo della partecipazione personale alla loro vita sia sotto quello del sostegno economico alle loro necessità.
In tal senso, a fronte di un sempre maggiore estraniarsi del marito alla vita familiare -anche coltivando molteplici interessi extrafamiliari – in un contesto in cui sarebbe stato ben possibile e doveroso per Y comportarsi in maniera coerente con i valori che fondano l’unione matrimoniale, tra cui rientra un atteggiamento di impegno attivo nel concordare l’indirizzo della vita familiare e la condivisione del progetto educativo della prole, amiche perseguire una progressiva deresponsabilizzazione dalla vita familiare, nonostante la presenza di due figlie (prima bambine, poi adolescenti, poi giovani donne laureate), non vi è dubbio che si giustifichi anche l’atteggiamento della ricorrente, di non volere più, ad un certo punto della convivenza matrimoniale, condividere rapporti di intimità con il marito, Né può, in alcun modo, ricollegarsi a ciò il perdurante atteggiamento di distacco tenuto dal resistente durante tanti anni di vita familiare verso tutti i componenti della famiglia e verso i parenti della moglie, come emerso, in particolare, dalle lucide testimonianze rese dalle figlie ormai adulte e laureate.
Ed invero, non pare allora potersi fondatamente dubitare che il quadro probatorio che emerge dalle testimonianze assunte presenti natura concludente al fine di ritenere provata la risalente e perdurante violazione da parte di Y degli obblighi di assistenza morale e materiale nonché di solidarietà e collaborazione all’interno della famiglia, violazione che risulta aver spiegato efficacia causale esclusiva al fine di determinare il venir meno dell’unione familiare, in assenza di alcuna prova che il perdurante atteggiamento di disinteresse familiare tenuto da Y sia conseguenza di una precedente situazione di intollerabilità della convivenza, non avendo il resistente neppure dimostrato di aver posto in essere alcun concreto sforzo o tentativo di partecipazione attiva e di collaborazione, sotto il profilo dell’impegno personale e/o della contribuzione economica, alla vita ed ai bisogni della famiglia.
Non risulta peraltro provato che la X, anche nell’ultimo periodo della convivenza matrimoniale, abbia trascurato la cura dell’intera famiglia, laddove dalle testimonianze assunte è invece emerso come la stessa fosse la sola ad occuparsi di ogni esigenza familiare (tanto che, nonostante la separazione in corso, continuava a preparare la cena per tutti, mentre aveva smesso di tornare a casa nella pausa pranzo per preparare il pasto al marito solo nel momento in cui aveva letto le recriminazioni dei coniuge sulle sue asserite mancanze). Al riguardo, è solo i] caso di evidenziare come anche dalle dichiarazioni rese dai testi dedotti dal resistente non sia emersa la prova di condotte della X tali da integrare violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio, al di là di sporadici episodi oggetto di diversa interpretazione tra le parti (quale la circostanza riferita dalla teste S. , sorella del resistente, di aver essa stessa assistito il fratello in occasione di un incidente d’auto occorsogli nel 2014 a Sondrio, circostanza che le figlie delle parti hanno motivato sulla base della considerazione delle modeste conseguenze riportate dal padre a seguito del tamponamento e che comunque s’inserisce in un periodo in cui i rapporti familiari erano giù inesorabilmente compromessi).
Da tutto ciò consegue che deve trovare accoglimento la domanda della ricorrente diretta a sentire addebitare la separazione al resistente, mentre deve essere rigettata la domanda di addebito proposta da quest’ultimo nei confronti della moglie.
Ne consegue altresì che, a fronte dell’addebito della separazione al resistente, non può essere allo stesso riconosciuta una somma a titolo di mantenimento a carico dell’altro coniuge, secondo quanto previsto dall’art. 156, c. 1, c.c., rilevando peraltro evidenziare come Y sia titolare di reddito e di specifica professionalità lavorativa.
Quanto alla casa coniugale, completa di arredi e suppellettili, questa va assegnata alla ricorrente, che vi abita con entrambe le figlie, che, seppur maggiorenni, non sono ancora economicamente autosufficienti.
Con riguardo al mantenimento delle figlie, pur alla luce del superiore obbligo dei genitori di contribuire al mantenimento dei figli, anche se maggiorenni ma non autosufficienti, rileva evidenziare che la ricorrente in sede di udienza presidenziale ha manifestato la disponibilità a provvedere al mantenimento delle figlie, di tal che, anche in considerazione del maggior reddito dalla stessa dichiarato rispetto a quello del marito (la ricorrente ha un lavoro stabile e uno stipendio mensile di circa Euro 1.800,00, mentre il convenuto lavora come agente di commercio, con ricavi variabili e un reddito che attualmente pare attestarsi intorno a Euro 900,00 mensili), si ritengono sussistenti i presupposti per confermare a carico della ricorrente il mantenimento ordinario delle figlie, mentre le spese straordinarie occorrenti per le stesse saranno divise al 50% fra i genitori.
Quanto alle spese processuali, in considerazione delle ragioni della decisione e del comportamento processuale del resistente, che non ha consentito di evitare la prosecuzione del procedimento di separazione giudiziale, sussistono i presupposti per la condanna del resistente al pagamento a favore della ricorrente delle spese di giudizio, che si liquidano come da dispositivo.
P.Q.M.
Il Tribunale di Piacenza, definitivamente pronunciando, ogni diversa domanda ed eccezione disattesa, coli decide:
– Dichiara la separazione personale dei coniugi X e Y ;
– Dichiara che la separazione è addebitabile a Y ;
– Rigetta la domanda di addebito proposta da] resistente;
– Stabilisce le seguenti condizioni:
  1. I coniugi vivranno separati con obbligo di reciproco rispetto;
  2. Pone a carico della ricorrente il mantenimento ordinario delle due figlie maggiorenni, ma non autosufficienti economicamente, mentre le spese straordinarie occorrenti per ie stesse (sanitarie non coperte dal SSN, scolastiche, sportive, ricreative) sono poste a carico di entrambi i genitori, nella misura dei 50% ciascuno;
3.Assegna la casa familiare alla ricorrente, che vi abiterà con le figlie;
– Condanna Y al pagamento a favore di X delle spese processuali, che si liquidano in lauro 7.000,00 per compensi, oltre spese gen. 15%, IVA e CPA.
Piacenza, 10.10.2018
Il Presidente rel. est SEPARAZIONE BOLOGNA ADDEBITO BOLOGNA 

AFFIDO ESCLUSIVO BOLOGNA QUANDO ? COME ?PERCHE? NELLE COPPIE DI FATTO FIGLI NATURALI CONVEVENZE

 

 

AFFIDO ESCLUSIVO BOLOGNA QUANDO ? COME ? PERCHE? NELLE COPPIE DI FATTO FIGLI NATURALI CONVEVENZE

 

Va richiamata la giurisprudenza :affido esclusivo figli Bologna

affido esclusivo figli Bologna cui occorre muovere dal presupposto che il diritto al nome costituisce uno dei diritti fondamentali di ciascun individuo, avente copertura costituzionale assoluta, sicché il giudice deve avere riguardo al modo più conveniente di individuare il minore in relazione all’ambiente in cui è cresciuto fino al momento del riconoscimento da parte del padre, prescindendo, anche a tutela dell’eguaglianza fra i genitori, da qualsiasi meccanismo di automatica attribuzione del cognome. Il provvedimento deve, in definitiva, tutelare l’interesse del figlio minore non ad avere un’apparenza di filiazione regolare, ma a conservare il cognome originario se questo sia divenuto autonomo segno distintivo della sua identità personale in una determinata comunità (Cass. 12641/2006).

In tema di affidamento del minore, invero, il Collegio novarese assume che la regola da seguire sia quella dell’affidamento condiviso il figlio ad entrambi i genitori, nel rispetto del tenore letterale della norma vigente, lasciando l’affidamento esclusivo all’ipotesi in cui l’affidamento condiviso si palesi contrario all’interesse dei minori. Con ciò conformandosi l’orientamento assunto dalla Suprema Corti (cfr., ex multis, Cass. civ. Sez. I, 17/12/2009, n. 2658).

In ipotesi di conflittualità tra i genitori, l’orientamento mostrato dalla giurisprudenza è stato quello di ritenere che la conflittualità non possa essere di ostacolo ad un affidamento condiviso dei figli minori (cfr. App. Napoli Sez. minori, 19/03/2010; Cass. civ. Sez. I, 18/06/2008, n. 16593).

Vale però la pena di osservare che, pur nel rispetto di tale premessa ma specie a fronte di una Ctu, disposta in giudizio, la quale, proprio per l’elevata conflittualità tra i coniugi ha ritenuto che l’affidamento condiviso fosse sconsigliabile e che fosse invece preferibile l’affidamento esclusivo ad uno solo dei genitori, il Tribunale di Novara abbia invece preferito appunto l’affidamento esclusivo, ritenendolo più tutelante, nella fattispecie, dei figli minori, proprio in considerazione della conflittualità dei medesimi genitori.

aseparazione-marito-moglie- 

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

Prima Sezione Civile

riunita in camera di consiglio nelle persone dei seguenti Magistrati:

dott. Giovanni Benassi – Presidente

dott.ssa Carla Fazzini – Consigliere relatore

dott. Andrea Lama – Consigliere

all’esito dell’udienza del 23/11/2018 ha pronunciato il seguente

D E C R E T O

nel procedimento per reclamo iscritto al n. r.g.v. 338/2018 

promosso da

YY, con il patrocinio dell’avv. Chiara Dore con domicilio in via Rubbiani, 1 Bologna

– reclamante – 

contro

XX, con il patrocinio dell’avv. Giovanna Fava con domicilio in via Della Veza, 3 Reggio nell’Emilia

– reclamata – 

e con

PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA

– intervenuto – 

La Corte, decidendo a scioglimento della riserva sul reclamo contro il provvedimento del Tribunale di Reggio Emilia del 20.03.18

OSSERVA

1.

Il sig. YY impugna il provvedimento con cui sono stati regolati l’affidamento e il mantenimento del minore J nato il (omissis).(omissis).2010 dalla sua relazione con la sig.ra XX.

Afferma che il Tribunale di Reggio Emilia, pur rilevando che dalla relazione del CTU emergeva il miglioramento del rapporto tra i genitori, la loro collaborazione vicendevole nell’interesse del figlio, l’esistenza di un buon rapporto tra padre e figlio, e pur ritenendo che la situazione di conflittualità tra i genitori fosse in fase di completo recupero, con un dispositivo non conforme alle premesse affidava il minore in via esclusiva alla madre.

Con il primo motivo chiede l’affido condiviso, affermando che l’affido esclusivo alla madre non corrisponde agli interessi del minore; richiama la giurisprudenza secondo cui l’affidamento condiviso costituisce il regime ordinario, derogabile solo nei casi in cui sia pregiudizievole per l’interesse dei figli, potendo alterare o mettere in pericolo il loro equilibrio e sviluppo psicofisico, ipotesi qui non sussistente.

Lamenta che il Tribunale non ha motivato in ordine ad una sua eventuale incapacità genitoriale né in ordine all’interesse preminente del figlio, poggiando invece la decisione su argomenti insufficienti, ossia la litigiosità dei genitori (che, per stessa ammissione del giudicante, è notevolmente diminuita) e le convinzioni religiose, alimentari o sanitarie del padre, del tutto ininfluenti sui rapporti padre-figlio, scevre da rischi per l’equilibrata crescita del piccolo J. 

Con il secondo motivo impugna la decisione del Tribunale laddove dispone che il cognome “Y” sia aggiunto a quello della madre, cosicché il bambino ha assunto il cognome “X-Y”.

Afferma che:

– il Tribunale ha omesso di valutare la sua richiesta di attribuire a J il proprio cognome o, in subordine, il cognome “Y-X”;

– la richiesta era stata ben motivata in ricorso ed avrebbe meritato un’analisi approfondita, che non si limitasse ad affermare che il percorso di avvicinamento padre-figlio meritasse anche un riconoscimento esteriore;

– frettolosamente, il Tribunale afferma che il CTU si è espresso favorevolmente all’aggiunta del cognome paterno, mentre, sul punto, la dottoressa Cassani dava preferenza al cognome paterno;

– la Cassazione ha da tempo chiarito che la scelta del cognome da attribuire al figlio, ai sensi dell’art. 262 c. II e III c.c., è operata dal Giudice di merito, anche officiosamente, avendo quale solo criterio per la decisione l’interesse del minore: nessun criterio predefinito può essere posto a base della decisione, né il favor per il cognome già attribuito, né per il patronimico;

– il Tribunale non ha attentamente vagliato l’interesse del minore, anzi, sembra quasi, che abbia voluto dare un “contentino” al padre, perché ha instaurato un buon rapporto col figlio, come se questi non avesse lottato otto anni per potersi rapportare al proprio figlio, stante l’ostilità e opposizione della madre;

– che la scelta del cognome è importante per J, perché deve recuperare il senso di appartenenza alla famiglia paterna che gli è stata negata per anni; il cognome, così come determinato dal Tribunale, farà sì che a breve il secondo cognome venga abbandonato.

Con l’ultimo motivo rileva come “..il calendario degli incontri, tra padre e figlio, potrebbe essere meglio distribuito e avere maggior respiro..”. Chiede che, nella settimana in cui vede il figlio due giorni, le giornate siano quelle del martedì e giovedì, e non due giorni consecutivi; chiede di prevedere qualche pernottamento infrasettimanale, proponendo il martedì, e chiede che nelle domeniche di spettanza del padre il bambino possa restare anche a dormire, o almeno sino a dopo cena.

Il sig. YY ha così concluso:

– disporre l’affidamento condiviso del figlio con esercizio congiunto della responsabilità genitoriale su ogni aspetto della vita del figlio;

– attribuire a J il cognome “Y”, in subordine il cognome “Y-X”;

– modificare i tempi di permanenza di J presso il padre disponendo che questi passi con lo stesso il martedì di ogni settimana, con pernottamento, ed un giovedì su due, in aggiunta, che i fine settimana del padre abbiano inizio il venerdì e fine il lunedì, con l’accompagnamento a scuola del bambino o, in subordine, con rientro a casa dalla madre dopo la cena.

2.

Si è costituita la sig.ra XX, affermando:

– che J è nato da una breve relazione presto interrotta per le profonde divergenze nel credo e nelle convinzioni personali;

– che il YY ha avuto sempre un atteggiamento contraddittorio, reagendo negativamente

alla notizia della gravidanza, rifiutando la proposta della XX di sperimentare una convivenza, per le proprie convinzioni religiose, esprimendo senso di colpa per aver avuto rapporti fuori dal matrimonio;

– che alla nascita del bambino la XX avvertiva il YY, il quale si presentava ma dichiarava che non si sarebbe più fatto vedere, e dopo dieci mesi si faceva risentire per esprimere il dubbio che J fosse suo;

– che il YY, aderente alla dottrina dei “Testimoni di Geova“, proponeva alla madre di crescere lei il figlio per i primi anni, mentre dai sei anni in poi avrebbe provveduto lui “..secondo i giusti principi religiosi..”;

che il YY aveva ripetutamente pronunciato frasi farneticanti, offese e minacce, anche davanti al figlio, opponendosi alla richiesta della XX di sottoporsi ad un percorso di mediazione familiare;

– che il YY si era poi rivolto al Tribunale, il quale aveva incaricato i Servizi Sociali di verificare le competenze genitoriali del padre, di eventualmente effettuare incontri del padre con il figlio, di verificare l’opportunità di avviare un percorso di mediazione familiare, o di sostegno psicologico individuale;

– che le prime relazioni dei Servizi evidenziavano un atteggiamento di reticenza e ipercontrollo del padre, una forte rigidità del pensiero, la presenza di convinzioni devianti e la tendenza ad attribuire agli altri la colpa dei suoi problemi, con incapacità ad esplorare l’ambito del contatto emotivo, per cui la psicologa della ASL concludeva: “..Al momento lo spazio necessario al riconoscimento di un rapporto reale di contatto con J è occupato più dai bisogni di affermazione di sé e delle proprie scelte religiose, propri del signor YY, nonché dalla forte rabbia per l’offesa ricevuta, piuttosto che da un interesse/curiosità di vicinanza emotiva al bambino..”;

– che nella relazione di approfondimento del 25.6.2013 si evidenziava: “..L’esame di realtà presenta gravi deficit che possono portarlo a comportamenti disfunzionali e poco adattivi: l’analisi degli stimoli che peggiorano la sua lucidità evidenzia come le funzioni cognitive siano compromesse in tutti i contesti emozionali, elemento che potrebbe spiegare la forte coartazione emotiva che egli ha mantenuto lungo tutta la somministrazione del protocollo. … . Egli tende a mediare le risposte in maniera poco convenzionale e molto individualistica, anche in situazioni semplici o altamente strutturate. … . La presenza congiunta di questa variabile con lo scarso esame di realtà conferma il rischio di comportamenti atipici e inappropriati..”;

– che in seguito al supporto psicologico intrapreso dal YY, venivano ripristinati i rapporti con il figlio;

– che, quanto alla madre, le relazioni erano ampiamente positive, avendo l’assistente sociale e la psicologa messo in evidenza “..il lavoro svolto dalla madre per preservare il bambino dalla conflittualità tra i genitori..”, a smentire la dedotta opposizione ed ostilità della madre verso un proficuo rapporto padre-figlio, il cui tardivo inizio era dipeso solo dalla condotta del YY;

– che anche la CTU, disposta dal Tribunale per decidere sull’affidamento, aveva dato importanti elementi di conferma della capacità genitoriale della madre, giudicata consapevole e coerente, e aveva consigliato la prosecuzione degli incontri con i genitori con i propri consulenti di parte (sollecitata anche dal Tribunale nel provvedimento reclamato);

– che il YY, appena definito il procedimento, aveva ripreso i suoi comportamenti prepotenti ed autoritari, svalutando agli occhi del figlio la figura materna e il compagno della madre, le funzioni religiose cristiane, i sacramenti, l’alimentazione, creando nel bambino confusione e disagio, tenendo una condotta che non è stata condivisa neppure dal suo consulente di parte, che ha rinunciato all’incarico;

– che le convinzioni alimentari del YY vanno in senso contrario alle indicazioni del medico del bambino, mentre quelle religiose vanno in senso contrario alle chiare indicazioni della CTU nel senso di rispettare i riti e l’adesione di J e la partecipazione ai festeggiamenti quali Natale, Pasqua, compleanno, mentre il signor YY continua nell’opera di demolizione di ogni tipo di educazione (ivi compresa quella religiosa) che la madre sta dando al figlio e già ora, nonostante la cosa sia prematura, ha cominciato a dire a J, che lui non andrà alla sua comunione e a chiedergli se gli dispiace, creando ansia nel bambino e ovvi conflitti di lealtà.

Sul secondo motivo di reclamo la sig.ra XX insiste per la conferma del provvedimento, deducendo che dopo la nascita di J il padre è sparito per 10 mesi; che, anche dopo la sentenza che ha autorizzato il riconoscimento, egli era ancora indeciso se riconoscere o meno il figlio; che il piccolo è cresciuto nella famiglia della madre e si riconosce e identifica nel cognome “X”; che il padre pensa solo a se stesso e alla propria affermazione personale.

La sig.ra XX così concludeva:

Voglia la Corte d’Appello:

1) respingere il reclamo presentato da YY;

2) confermare il decreto del Tribunale di Reggio Emilia e, attesa la condotta tenuta da YY ed il suo rifiuto a seguire i consigli del consulente di parte, ripristinare la supervisione dei Servizi Sociali sui rapporti padre-figlio.

Vinte le spese dei due gradi di giudizio e CTU.

Il Procuratore Generale ha concluso per il rigetto del reclamo.

SUL PRIMO MOTIVO DI RECLAMO

Ritiene la Corte che il primo motivo di reclamo debba essere respinto.

Le ragioni esposte dal consulente, recepite dal Tribunale, sono da condividere; rileva il CTU che nonostante il percorso di supporto svolto durante il processo, “..è ancora presente tra i genitori la difficoltà a negoziare, prendere accordi, affrontare le decisioni congiuntamente, in particolare su alcune questioni che necessitano guida e supporto esterno per essere affrontate … (pag. 30). L’esercizio della bigenitorialità (alla base del regime di affidamento condiviso) è praticabile da pochissimo tempo e soprattutto in forme non autonome, ma attraverso il supporto costante di un lavoro mirato in tal senso. Limiti personologici in particolare del padre, si riflettono in comportamenti genitoriali inadeguati e alcune aree della genitorialità risultano ancora molto intaccate dal conflitto e costituiscono un irrisolto – fuori controllo – dalla ragionevolezza necessaria per condividere le scelte educative. A fronte quindi di una precarietà ancora significativa (seppur oggi non più pervasiva ma piuttosto selettiva), l’affidamento esclusivo non è da intendersi come un atto punitivo nei confronti del padre, quanto piuttosto una modalità di affidamento che, tutelando il diritto di J e del padre alla continuità del loro rapporto, interviene maggiormente ad abbassare la contrattazione sulle scelte educative, ovviando alla necessità di pervenire ad accordi sulla totalità delle questioni, ancor più se non si è raggiunto il livello di maturità genitoriale che prevede l’interiorizzazione stabile dei modelli adeguati di interazione con il figlio. Il passaggio ad un regime di affidamento condiviso potrà a mio parere realizzarsi a fronte di una maggior solidità dei cambiamenti che sono iniziati da poco tempo, coerentemente con il raggiungimento di un livello di autonomia nell’esercizio genitoriale che non contempla più la necessità di aiuti esterni e con una capacità degli individui-genitori di regolare e subordinare le proprie istanze individuali a quelle prioritarie dei figli minori. ..”. (pag. 29).

La consulenza rende evidente che la madre è, allo stato, il genitore più idoneo all’affidamento; essa (pag. 19) “si presenta globalmente attrezzata e competente. Soddisfa tutti i criteri di buona genitorialità, mostrandosi un genitore presente sul piano dei bisogni fisici e psicologici del proprio figlio, nelle funzioni considerate – di base – nell’esercizio genitoriale. In differenti misure, presenta competenze relativamente a funzioni quali la comprensione delle esigenze primarie del figlio e capacità di chiedere e affidarsi all’aiuto esterno, supporto allo sviluppo cognitivo, all’apprendimento sociale e scolastico, promozione accompagnamento e sostegno ai processi di sviluppo e di socializzazione, riconoscimento dei bisogni emotivi e contenimento delle richieste, accudimento. Si dimostra inoltNel provvedimento reclamato effettivamente sono riconosciuti i progressi fatti dai genitori nel corso del procedimento giudiziale, ed è evidenziata l’instaurazione di un buon rapporto padre-figlio “..che ha visto una proficua regolamentazione degli incontri tra gli stessi e l’introduzione del pernottamento presso l’abitazione del padre..”.

Osserva tuttavia il Tribunale che, in base alla consulenza, permane un rilevante dissidio tra i genitori, soprattutto in ordine alle scelte religiose e medico-sanitarie riguardanti il figlio, dissidio che necessita di altro tempo per poter essere superato e allo stato costituisce motivo per il riaccendersi di reazioni eccessive da parte del padre e per il riproporsi di modalità relazionali conflittuali pregiudizievoli per il minore; il primo Giudice ha quindi condiviso le conclusioni cui è pervenuta la CTU in ordine all’opportunità, nell’interesse del figlio, dell’affidamento esclusivo alla madre, onde abbassare la contrattazione sulle scelte educative.

re capace di riflettere sulla storia personale, di coppia e sul rapporto con J, con un atteggiamento aperto al dubbio e alla messa in discussione di sé, disponendosi nelle diverse occasioni in cui si è verificato, a un confronto con figure esterne (operatori SS, Psicologa infantile), non ultimo con i consulenti in CTU, con interesse e apertura alle soluzioni proposte e alle indicazioni impartite, fiduciosa nel poter apprendere e accogliere contributi orientati al cambiamento di modalità considerate non consone. ..”.

La valutazione positiva della madre trova pieno riscontro nella descrizione del bambino, a pag. 23 della CTU, ove si legge che J è un bambino intelligente, molto aperto, disponibile al dialogo e interessato all’interazione con l’interlocutore, che si rapporta adeguatamente con l’adulto, che non è prolisso ma risponde alle domande, che mantiene costante attenzione al dialogo senza chiedere di fare altro o mostrare segni di stanchezza, con sviluppo verbale superiore ai parametri di età; la serenità del bambino è certamente dovuta alle capacità affettive ed educative della madre, avendo essa da sola cresciuto il figlio. Al corretto e maturo esercizio della genitorialità da parte della madre è anche dovuto il positivo atteggiamento di J verso il padre, evidenziato prima dai Servizi (“..fin dai primi incontri il minore non ha avuto difficoltà a relazionarsi con la figura paterna, riconoscendola ed esprimendo il piacere di poter passare del tempo insieme. Data la tenera età del bambino è risultato evidente il lavoro svolto dalla madre di J per preservare il bambino dalla conflittualità tra i genitori..”) poi dal CTU (“..La figura del padre è ben presente nella sua mente e non confusa con quella del compagno della mamma con cui lui vive. … . Esprime affetto ed orgoglio nei confronti del papà..”.).

Non altrettanto positiva la valutazione del padre, che “..presenta caratteristiche di personalità che descrivono un quadro di funzionamento non francamente psicopatologico, ma comunque indicativo di un’organizzazione di personalità non matura, con problematiche importanti nell’area affettiva, dell’identità e delle relazioni interpersonali. Spicca la caratteristica di rigidità del pensiero, di adesione totalmente acritica dei propri punti di vista con inevitabile chiusura al dialogo e all’ascolto delle idee altrui; spesso il sig. YY, si esprime muovendo forti opposizioni in situazioni di confronto, con picchi emotivi di rabbia e collera ingiustificati per misura e per ragioni di contesto. In momenti e in setting di forte carica stressogena, come anche si è potuto riscontrare negli incontri di CTU, la modalità con cui si esprime la rigidità cognitiva comprende comportamenti poco adattivi e/o francamente disfunzionali, che in coincidenza con carica emotiva intensa, si esprimono con rotture momentanee dell’esame di realtà (può arrivare a dire assurdità e/o le manifestazioni emotive risultano incongrue al contesto e per intensità). Tali modalità originano da un senso del valore di sé deficitario (bassa autostima), che trova compenso nell’assumere rigidamente posizioni in contrasto a quelle altrui, fino al punto da adottare stili autoritari e svalutanti, presumibilmente difensivi al senso profondo della propria fragilità e vulnerabilità identitaria. Sembra infatti che necessiti di creare contesti di sfida, provocazione e lotta, più di quanto la realtà non lo richieda, al solo scopo di sentir affermata la propria identità (pag. 14). … La funzione empatica è la funzione che risulta più compromessa. Per quanto il sig. YY ami il proprio figlio e sia molto impegnato ad offrirgli tutto ciò che è necessario, presenta serie difficoltà nell’operazione di decentramento da se stesso e quindi nel riconoscimento degli autentici bisogni emotivi/affettivi del figlio. Il padre sembra riconoscere le difficoltà, gli stati emotivi, i bisogni che J esprime, ma tali condizioni sono interpretate in modo distorto e unilaterale, a conferma delle proprie teorie. Respinge e/o aderisce solo superficialmente ad una visione più complessa del funzionamento infantile e dei comportamenti di J che vengono analizzati, esponendosi a letture distorte e parziali che impediscono una autentica empatia, venendo a mancare il presupposto di base, nella possibilità di accogliere profondamente l’altro attraverso il riconoscimento della sua diversità. ..”. (pag. 18).

Le conclusioni della CTU non sono state efficacemente contestate, e neppure sono state contestate le affermazioni della madre circa l’abbandono, da parte del padre, del supporto psicologico che era stato fondamentale, durante il processo, per la buona riuscita dell’instaurazione del rapporto padre-figlio, e che era necessario proseguire (come concordemente ritenuto dal CTU, dai CCTTPP e dal Tribunale), in ragione della situazione di conflitto tra i genitori, pregiudizievole per il minore, attenuata ma non scomparsa, causata in gran parte dalla rigidità del funzionamento mentale e dalle reazioni eccessive del padre.

Si può aggiungere, in conclusione, che neppure è stata contestata l’affermazione della madre secondo cui il padre non ha mai versato alcuna somma per il mantenimento del figlio.

L’affidamento esclusivo alla madre va dunque, allo stato, confermato.

SUL SECONDO MOTIVO DI RECLAMO

Va richiamata la giurisprudenza secondo cui occorre muovere dal presupposto che il diritto al nome costituisce uno dei diritti fondamentali di ciascun individuo, avente copertura costituzionale assoluta, sicché il giudice deve avere riguardo al modo più conveniente di individuare il minore in relazione all’ambiente in cui è cresciuto fino al momento del riconoscimento da parte del padre, prescindendo, anche a tutela dell’eguaglianza fra i genitori, da qualsiasi meccanismo di automatica attribuzione del cognome. Il provvedimento deve, in definitiva, tutelare l’interesse del figlio minore non ad avere un’apparenza di filiazione regolare, ma a conservare il cognome originario se questo sia divenuto autonomo segno distintivo della sua identità personale in una determinata comunità (Cass. 12641/2006).

Va allora considerato che nel momento in cui si è posta la questione del cognome il piccolo J era già abbastanza grande da riconoscersi con il cognome materno che aveva sempre portato; aveva già iniziato la scuola elementare, ed era quindi identificato con quel cognome non solo nel contesto personale e familiare, ma anche in quello sociale ed esterno, degli insegnanti, dei compagni di classe, dei genitori dei compagni.

Il fatto, dunque, che il cognome del padre sia stato aggiunto a quello della madre, e non ad esso anteposto o sostituito, non solo corrisponde al tempo (diverso) del riconoscimento (potendosi escludere che il riconoscimento da parte del padre sia stato impedito dalla madre, come risulta anche dalle considerazioni svolte a pag. 12 della CTU), ma appare rispettoso di un’identità già formata e consolidata anche nelle relazioni sociali.

SUL TERZO MOTIVO DI RECLAMO

Va rilevato, quanto alle modalità di frequentazione padre-figlio, che soltanto il conflitto genitoriale — acuito dopo la pronuncia, per l’abbandono, da parte del padre, della necessaria attività di supporto e mediazione del consulente — impedisce quella libertà di “diversi accordi” che il Tribunale indica nella premessa al calendario.

Ciò significa che il regime di incontri dettagliato nel provvedimento ben poteva essere modificato per accordo tra i genitori, continuando, però, l’attività di mediazione intrapresa.

Ad avviso della Corte, deve allo stato escludersi la possibilità di un regime più libero, rimesso, appunto, ad improbabili accordi tra i genitori, e deve anche escludersi ogni modifica, almeno sino a quando non sarà ripristinato quel sostegno che ha consentito l’instaurarsi di un sano e proficuo rapporto del padre con il figlio, e, allo stesso tempo, la diminuzione del conflitto genitoriale.

A tal fine, va accolta la richiesta dalla madre di monitoraggio del rapporto padre-figlio attraverso i Servizi Sociali, al fine di proseguire l’opera di mediazione parentale, anche allo scopo di pervenire, in futuro, ad una maggiore frequentazione padre-figlio, anche più elastica, ed eventualmente ad un affido congiunto.

Le spese del grado seguono la soccombenza e sono liquidate in € 980,00 per fase di studio, € 675,00 per introduzione, € 900,00 per fase decisoria semplificata.

P.Q.M.

la Corte rigetta il reclamo; dispone che i Servizi Sociali competenti effettuino il monitoraggio della frequentazione di YY con il figlio J, riferendo ogni sei mesi al Giudice Tutelare presso il Tribunale di Reggio Emilia; condanna il reclamante al pagamento delle spese del grado. che liquida in € 2.555,00 oltre accessori di legge.

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della Prima Sezione Civile il 23 novembre 2018.

Il Presidente

dott. Giovanni Benassi

Il Consigliere estensore

dott.ssa Carla Fazzini

 

Depositato in Cancelleria il \ Pubblicazione del 3 Dicembre 2018

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Successioni

La data del testamento olografo può essere apposta in ogni parte della scheda, non prescrivendo la legge che essa debba precedere o seguire le disposizioni di ultima volontà. Cassa con rinvio, App. Torino, 08/08/2008

Cassazione civile sez. II  03 settembre 2014 n. 18644

Avendo la data soltanto la funzione di indicare il momento di manifestazione della volontà del testatore,

 essa non rientra nelle disposizione di ultima volontà come prevista dall’art. 587 c.c., che si configura come la manifestazione di una volontà definitiva dell’autore nel senso che essa sia compiutamente ed incondizionatamente formata e manifestata e sia diretta a disporre attualmente, in tutto o in parte, dei propri beni per il tempo successivo alla morte; conseguentemente la data, non facendo parte delle disposizioni, non deve necessariamente precedere la sottoscrizione (come invece espressamente previsto per le disposizioni dall’art. 602 secondo comma c.c.), ed anzi, se segue la sottoscrizione, indica il momento cronologico preciso in cui la scheda testamentaria è stata definitivamente ultimata e sottoscritta.

Cassazione civile sez. II  03 settembre 2014 n. 18644  

sottoscrizione non apposta in calce al testo del testamento, può ritenersi rispettato il dettato normativo dell’art. 602 c.c.,

 

 quando la sottoscrizione delle disposizioni di ultima volontà è stata apposta a margine o in altra parte della scheda, anziché in calce alla medesima, a causa della mancanza di spazio su cui apporla.

Cassazione civile sez. II  20 giugno 2014 n. 14119  

Il testamento olografo non perde il requisito dell’autografia seppure il testatore vi alleghi planimetrie redatte da terzi (nella specie, da un geometra) per meglio descrivere gli immobili ereditari, già compiutamente indicati nella scheda testamentaria. Rigetta, App. Venezia, 20/09/2006

Cassazione civile sez. II  25 febbraio 2014 n. 4492  

Perché un atto costituisca manifestazione di ultima volontà, riconducibile ai negozi “mortis causa”, non è necessario che il dichiarante faccia espresso riferimento alla sua morte ed all’intento di disporre dei suoi beni dopo la sua scomparsa, essendo sufficiente che lo scritto sia espressione di una volontà definitiva dell’autore, compiutamente e incondizionatamente manifestata allo scopo di disporre attualmente dei suoi beni, in tutto o in parte, per il tempo successivo alla propria morte. (Nella specie, in applicazione del principio, la S.C. ha respinto il ricorso avverso la decisione di merito che aveva qualificato come testamento olografo un biglietto autografo del “de cuius” recante la clausola “nessuno faccia osservazione a questo biglietto essendo scritto di sua propria mano”). Rigetta, App. Sassari, 21/11/2006

Cassazione civile sez. II  08 gennaio 2014 n. 150

La guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia,

indispensabile per la validità del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda rispetto alla volontà del testatore ed essendo ultroneo verificare se la “mano guidante” sia intervenuta (come nella specie) su tutta la scheda testamentaria o se la parte non interessata dal suo intervento rappresenti una compiuta manifestazione di volontà. Rigetta, App. Genova, 06/12/2011

Cassazione civile sez. VI  06 novembre 2013 n. 24882

Le conseguenze della mancanza della sottoscrizione di un testamento olografo – requisito prescritto dall’art. 602 c.c., distintamente dall’autografia delle disposizioni in esso contenute, per l’imprescindibile esigenza di avere l’assoluta certezza non solo della loro riferibilità al testatore, già assicurata dall’olografia, ma anche dell’inequivocabile paternità e responsabilità del medesimo nel disporre del suo patrimonio – non sono ovviabili da una firma apposta dal testatore sul plico contenente la scheda testamentaria, non rivelandosi essa sufficiente a collegare, logicamente e sostanzialmente, lo scritto della scheda con quello del plico stesso. Cassa con rinvio, App. Milano, 05/04/2011

Cassazione civile sez. VI  01 ottobre 2013 n. 22420  

La validità del testamento olografo esige, ai sensi dell’art. 602 c.c., l’autografia della sottoscrizione, della data e del testo del documento,

essendo sufficiente ad escluderla ogni intervento di terzi, indipendentemente dal tipo e dall’entità, anche se il terzo abbia scritto una sola parola durante la confezione del testamento (nella specie, la parola “lasciare”, in sostituzione della parola cancellata “donare”), senza che assuma rilievo, peraltro, l’importanza sostanziale della parte eterografa ai fini della nullità dell’intero testamento in forza del principio “utile per inutile non vitiatur”. Cassa con rinvio, App. Firenze, 11/12/2007

Cassazione civile sez. II  10 settembre 2013 n. 20703  

Allorchè venga accertata mediante ctu la veridicità della data apposta su una disposizione testamentaria, in assenza d’altra parte della prova della sua non verità nei limiti previsti dall’art. 602 terzo comma c.c.,

 

 resta incomprensibile su un piano logico concludere che, in evidente contrasto con tale elemento, il testamento in oggetto sia stato in realtà redatto in epoca antecedente alla data apposta e, quindi, anteriore ad altra scheda testamentaria; invero le considerazioni in ordine alle caratteristiche del tratto grafico del testamento che hanno indotto il giudicante a ritenerlo redatto prima di altra scheda non sono di per sé sufficienti, in assenza di ulteriori o comunque non chiariti elementi di giudizio, a superare quantomeno la presunzione, derivante dalla relativa data di esso, riguardo all’epoca effettiva della sua redazione (nella specie, la Corte ha ritenuto illegittima la sentenza con cui, accertata la provenienza dell’atto mortis causa, era stato qualificato come anteriormente redatto il secondo testamento rispetto al primo).

Cassazione civile sez. II  19 dicembre 2012 n. 23443  

Nel testamento pubblico le operazioni attinenti al ricevimento delle disposizioni testamentarie e quelle relative alla confezione della scheda sono idealmente distinte e, pertanto, possono svolgersi al di fuori di un unico contesto temporale;

in tal caso, qualora la scheda sia predisposta dal notaio, condizione necessaria e sufficiente di validità del testamento è che egli, prima di dare lettura della scheda stessa, faccia manifestare di nuovo al testatore la sua volontà in presenza dei testi.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1649 del 23 gennaio 2017)

L‘obbligo del notaio di menzionare, prima della lettura del testamento pubblico, ai sensi dell’art. 603, terzo comma, c.c. e delle connesse disposizioni della legge 16 febbraio 1913, n. 89,

 

la dichiarazione del testatore che si trovi in grave difficoltà di firmare l’atto, sussiste solamente nell’ipotesi che il testatore non sottoscriva il documento e non già anche nel caso in cui, sia pure con grave difficoltà, egli apponga effettivamente la sua firma. Infatti, la formalità della dichiarazione e della menzione costituisce un equipollente della sottoscrizione mancante, mirante ad attestare che l’impedimento dichiarato, e realmente esistente, è l’unica causa per cui non si sottoscrive e ad evitare che la mancanza di firma possa essere intesa come rifiuto di assumere la paternità del contenuto dell’atto.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2743 del 23 febbraio 2012)

L’efficacia probatoria del testamento pubblico di persona cieca ed assai debole d’udito,

redatto non alla presenza di quattro testimoni — come prescritto dall’art. 603 c.c. — e recante l’attestazione del notaio che il testatore, pur essendo cieco, era comunque in grado di udire — seppure con il supporto di apposito apparecchio acustico — può essere rimossa solamente con la proposizione della querela di falso ex art. 2700 c.c.

La produzione in giudizio di un testamento pubblico non è assoggettabile al rispetto della procedura prevista all’art. 61 L. n. 1989 del 1913, concernente le modalità di custodia di tale atto pubblico da parte del notaio rogante, dopo la morte del testatore.

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4777 del 28 febbraio 2007)

Nel testamento pubblico quando il notaio fa menzione di una dichiarazione del testatore riguardante una causa impeditiva della sottoscrizione dell’atto

 (la quale può essere costituita da qualsiasi impedimento fisico anche temporaneo e quindi anche da una difficoltà di grafia derivante dall’estrema debolezza in cui il testatore si trovi o dalla sua età avanzata) il testamento è valido solo se tale causa effettivamente sussista, derivandone in caso contrario il difetto di sottoscrizione e quindi la nullità del testamento ai sensi dell’art. 606 primo comma c.c. Peraltro, non essendo prevista una forma particolare o termini tassativi per la dichiarazione della parte o per la menzione che il notaio deve farne, spetta al giudice di merito stabilire (con apprezzamento incensurabile se adeguatamente motivato) se il contenuto della dichiarazione, in relazione all’oggetto e alla portata della stessa, come indicati dalla legge, soddisfi obiettivamente l’esigenza da questa contemplata. (Nella specie il giudice del merito — con sentenza confermata dalla S.C. — in un caso in cui la testatrice aveva dichiarato di non poter sottoscrivere perché analfabeta, aveva ritenuto tale dichiarazione perfettamente conforme alla situazione determinatasi al momento della sottoscrizione, non rilevando in contrario che la dichiarante, sostanzialmente analfabeta, fosse generalmente in grado di vergare seppur con difficoltà la propria firma, giacché risultava provato che per lo stato emotivo in cui essa si trovava in quel momento era venuta temporaneamente meno anche tale ridotta capacità).

(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 9674 del 6 novembre 1996)

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L’avvocato a Bologna Sergio Armaroli è esperto in diritto successorio, cioè quel diritto che tratta la materia delle successioni!!

Lo Studio avvocato successioni Bologna avvocato Sergio Armaroli si occupa di tutte le attività relative agli aspetti successori, tra le quali: redazione della dichiarazione di successione; accettazione dell’eredità, accettazione con beneficio di inventario; rinuncia all’eredità; redazione del testamento e degli atti dispositivi di ultima volontà; interpretazione delle clausole testamentarie; impugnazione del testamento; mediazione e contenzioso ereditario; divisione ereditaria; donazioni; successioni internazionali.

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Alla morte di una persona da cui si eredita bisogna essere preaprati su una serie di aspetti e percio’ meglio rivolgersi all’avvocato successione Bologna Sergio Armaroli.

E’ fondamentale valutare il patrimonio ereditario, compresa l’esistenza di eventuali debiti, prima di accettare l’eredità. Infatti, in caso di accettazione tacita dell’eredità, si trasmetteranno all’erede sia i beni che i debiti del defunto.

Bisogna sapere  dove e come sono i conti correnti del defunto e eventuali polizze, così come occorre regolarizzare la posizione del defunto con gli enti previdenziali e con il Fisco. Molto meglio rivolgersi ad un avvocato esperto in successioni per chiarire la strada da intraprendere ed ottenere un sicuro trasferimento dei beni.

Lo Studio avvocato successioni Bologna avvocato Sergio Armaroli svolge consulenza ed assistenza in ambito successorio, sia in fase di trasmissione patrimoniale, testamentaria e non, che in sede di apertura di successioni ereditarie.Lo studio svolge attività di assistenza giudiziale al fine di promuovere le azioni a tutela di eredi, creditori di eredità, gestione e divisione dei patrimoni ereditari.

Coniuge e figli, parenti stretti: possono usufruire di una franchigia di 1.000.000 di euro.

Cosa vuol dire?

Se riceviamo ad esempio una casa, non devono pagare l’imposta di successione se il valore catastale dell’immobilenon supera la sopracitata soglia relativamente alla propria quota ereditaria. Se questa supera la franchigia si dovrà pagare la tassa sulla parte eccedente. In questo caso, l’aliquota da applicare è del 4%. A questa vanno aggiunte l’imposta catastale e ipotecaria, quando si tratta di immobile in successione che è del 3% del valore catastale

EREDI Fratelli e sorelle: la franchigia è di 100.000 euro.

Ma se si supera la quota si dovrà pagare la tassa relativa all’importo in eccesso e verrà applicata un’aliquota pari al 6%.

Altri parenti fino al 4° grado, affini in linea retta, affini in linea correlata entro il 3°(zii, nipoti, cugini di primo grado, suoceri e cognati): non si applica alcuna franchigia e l’aliquota fissata è al 6%.

Altri soggetti eredi :

non è prevista una franchigia e si applica aliquota dell’8%.L’8 % deve intendersi la normale tassa di succesisone!1 ad esempio la paga la badante se riceve una successione da una persona che accudiva.

Eredi disabili:la franchigia è di 1.500.000 euro, indipendentemente dal grado di parentela che lega il defunto e l’erede.

L’avvocato successioni Bologna Sergio Armaroli con molta esperienza possiamo seguirti nella gestione della tua pratica di successione fornendoti un’assistenza legale completa ed il supporto umano necessario per affrontare un momento così delicato.

L’avvocato Successioni Bologna offre assistenza stragiudiziale e giudiziale a 360° in materia successoria, a titolo esemplificativo: impugnazione di testamenti; lesione dei diritti ereditari; falsificazione o distruzione di testamenti; interpretazione di clausole testamentarie complesse, ovvero nella valutazione della liceità o nullità delle medesime; scioglimento della comunione ereditaria, etc.

L’avvocato Successioni Bologna con particolare riferimento ai testamenti olografi, lo studio ha maturato una significativa esperienza in materia di analisi della scrittura,

essendosi avvalso più volte della consulenza di periti  calligrafi, con i quali ha instaurato un fiduciario e duraturo rapporto di collaborazione.

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La dichiarazione di successione

è un atto di natura fiscale che deve essere presentato all’Agenzia delle Entrate dagli eredi, dai chiamati all’eredità, dai legatari o dagli altri soggetti indicati dalla legge entro 12 mesi dalla data di apertura della successione che coincide, generalmente, con la data del decesso del contribuente.

La legge prevede tuttavia un’ipotesi di esenzione dall’obbligo di presentazione della dichiarazione di successione al verificarsi di determinati requisiti.

Successione legittima

Si è in presenza di successione legittima quando la persona che è mancata non ha lasciato un testamento oppure ha lasciato un testamento con il quale ha disposto solo in parte dei suoi beni.

La legge prevede che solo i parenti fino al sesto grado di parentela e il coniuge hanno il diritto di succedere, secondo un determinato ordine (in mancanza di tali soggetti eredita lo Stato).

Vi sono regole specifiche per la ripartizione dell’eredità a seconda dei casi che possono presentarsi nella pratica: presenza di soli figli, presenza del solo coniuge, presenza del coniuge e uno o più figli, ecc.

In presenza di coniuge e figli, tutti concorrono all’eredità, con quote diverse secondo il numero dei figli.

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Con particolare riferimento ai testamenti olografi, lo studio ha maturato una significativa esperienza in materia di analisi della scrittura, essendosi avvalso più volte della consulenza di periti  calligrafi, con i quali ha instaurato un fiduciario e duraturo rapporto.

Le norme in materia di successione distinguono tra eredi legittimi e legittimari, stabiliscono la disciplina nel caso di concorso tra eredi (ascendenti, coniuge, figli, fratelli e sorelle) e le quote di riserva dei legittimari, quote che, se violate in conseguenza di una donazione diretta o indiretta o di una disposizione un testamentaria, possono dare luogo ad impugnazione di tali atti al fine di sentire disporre la riduzione della disposizione lesiva.

L’eredità può essere accettata tacitamente, espressamente o con beneficio d’inventario, così come può essere rinunciata.

L’eredità una volta rinunciata, a certe condizioni, può essere accettata, ma se accettata non può più essere rinunciata.

Sarà corretto parlare di eredi legittimi solo in quei casi in cui il defunto non abbia lasciato alcuna disposizione testamentaria, così che la ripartizione dei beni avverrà secondo i criteri stabiliti dal codice civile.

Si parla in questo caso di successione legittima, e in questo contesto, sono, quindi, indicati come eredi legittimi coloro i quali sono designati destinatari dei beni, per espressa previsione della legge. I criteri di assegnazione sono differenti e variano in virtù del numero e del grado di parentela di ciascun erede legittimo.

Proprio per rispondere alle tante differenti situazioni possibili, la legge prevede una fitta rete di criteri a cui dover fare riferimento, per poter individuare in ogni situazione chi siano gli eredi legittimi.

QUOTE EREDITA’ LEGITTIMA (SENZA TESTAMENTO)

Superstiti al defunto:
– Solo il coniuge: beneficia di tutto il patrimonio ereditario;
– Il coniuge ed un solo figlio: beneficiano ciascuno di metà del patrimonio ereditario;
– Il coniuge e due figli: beneficiano ciascuno di un terzo del patrimonio ereditario;
– Il coniuge e più di due figli: il coniuge beneficia di un terzo e i restanti due terzi saranno divisi tra i figli in parti uguali;
– Il coniuge e fratelli e sorelle: il coniuge beneficia dei due terzi, il restante terzo sarà diviso in parti uguali tra i fratelli e le sorelle

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Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali

MALASANITA’ BOLOGNA AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI- Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali

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  • MALASANITA’ BOLOGNA BOLOGNA MALASANITA’ AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI Quando un medesimo danno è provocato da più soggetti anche se per inadempimenti di contratti diversi intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato tali soggetti devono essere considerati corresponsabili in solido non tanto sulla base dell’estensione alla responsabilità contrattuale della norma dell’art. 2055 cc dettata per la responsabilità extracontrattuale quanto perché sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale "se un unico evento dannoso è imputabile a più persone al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali del resto l’art. 2055 cc costituisce un’esplicitazione) che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrli (Cass. Sez. III N. 23919/2006).
    MALASANITA’ BOLOGNA BOLOGNA MALASANITA’ AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI Quando un medesimo danno è provocato da più soggetti anche se per inadempimenti di contratti diversi intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato tali soggetti devono essere considerati corresponsabili in solido non tanto sulla base dell’estensione alla responsabilità contrattuale della norma dell’art. 2055 cc dettata per la responsabilità extracontrattuale quanto perché sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale “se un unico evento dannoso è imputabile a più persone al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali del resto l’art. 2055 cc costituisce un’esplicitazione) che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrli (Cass. Sez. III N. 23919/2006).

Quando un medesimo danno è provocato da più soggetti anche se per inadempimenti di contratti diversi intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato tali soggetti devono essere considerati corresponsabili in solido non tanto sulla base dell’estensione alla responsabilità contrattuale della norma dell’art. 2055 cc dettata per la responsabilità extracontrattuale quanto perché sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale “se un unico evento dannoso è imputabile a più persone al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali del resto l’art. 2055 cc costituisce un’esplicitazione) che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrli (Cass. Sez. III N. 23919/2006). Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali

MALASANITA’ BOLOGNA BOLOGNA MALASANITA’ AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI
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Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali   L’attività medica rientra tradizionalmente e concettualmente a pieno titolo nell’ambito delle “professioni intellettuali”, alla cui disciplina il codice civile vigente dedica un autonomo capo, il II°, del III° titolo del libro V°, agli artt. 2229 e ss. 

Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali  quadro codicistico, condizionato dal periodo storico di redazione, è plasmato intorno alla figura del “prestatore d’opera intellettuale”, e quindi del medicosingolarmente operante, a prescindere dalla struttura organizzativa in cui la sua attività viene prestata, ma consente comunque di enucleare le norme ed i principi applicabili alle vicende del moderno rapporto medico-clinico, caratterizzato da una consolidata – e da molti criticata – sostituzione del rapporto medico-paziente con quello struttura sanitaria-utente. 

In campo legislativo tale sostituzione è segnalata con palmare evidenza dall’art. 1 della L. 23 dicembre 1978 n.833 che, al fine di dare una forma concreta all’attuazione amministrativa del dettato di cui all’art. 32 della Carta Costituzionale, premesso e ribadito al primo comma il riconoscimento della salute quale “fondamentale diritto dell’individuo”, costituiva il servizio sanitario nazionale quale “complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”, con ciò significativamente escludendo dal novero dei soggetti operanti nel S.S.N., organizzato allora su base territoriale nelle Unità Sanitarie Locali, il medico in sé e per sé considerato.

Tale realtà, favorita naturalmente dalla progressiva specializzazione e spedalizzazione del trattamento sanitario, fa sì che la persona necessitante di trattamento clinico – sia esso diagnostico o terapeutico – si rivolge ed entra a contatto, nella maggioranza dei casi, non con un singolo medico da cui è legato da un rapporto fiduciario, bensì con una struttura clinica, costituita dai mezzi, dalle strutture e dagli uomini organizzati per la fornitura della prestazione richiesta. 

Danni alla madre durante il parto.
· Diagnosi errate per malattie ginecologiche.
· Distocia della spalla.
· Errate terapie per la cura della infertilità.
· Erronea diagnosi prenatale.
· Fratture della clavicola.
· Ipossia del bambino al momento del parto.
Danni alla madre durante il parto.
· Diagnosi errate per malattie ginecologiche.
· Distocia della spalla.
· Errate terapie per la cura della infertilità.
· Erronea diagnosi prenatale.
· Fratture della clavicola.
· Ipossia del bambino al momento del parto.

REPUBBLICA ITALIANA Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di RAVENNA

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Alessia Vicini 

ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 1673/2016 promossa da: 

X  (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. ESIBIZIONE GENNARO, elettivamente domiciliato in Indirizzo Telematicopresso il difensore avv. ESIBIZIONE GENNARO 

(C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. ESIBIZIONE GENNARO, elettivamente domiciliato in Indirizzo Telematicopresso il difensore avv. ESIBIZIONE GENNARO 

ATTORI 

contro

(C.F. ), con il patrocinio dell’avv. BARBIERI SABRINA, elettivamente domiciliato in Via Flaminia, 185/B 47923 Rimini presso il difensore avv. BARBIERI SABRINA 

AZIENDA UNITÀ SANITARIA LOCALE DELLA ROMAGNA (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. MINARDI GIULIO, elettivamente domiciliato in C.SO.L.C.FARINI N. 28 48026 RUSSI presso il difensore avv. MINARDI GIULIO 

CONVENUTI 

GENERALI ITALIA SPA (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. COLELLA ANTONIO, elettivamente domiciliato in VIA FLAMINIA 163 E 47923 RIMINI presso il difensore avv. COLELLA ANTONIO 

TERZO CHIAMATO 

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da fogli allegati al verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.

MOTIVI IN FATTO E DIRITTO DELLA DECISIONE Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali

Giova premettere alla decisione della presente controversia una esposizione – sia pur schematica – della natura e del regime della responsabilità della struttura sanitaria, pubblica e privata, e del personale medico in essa a qualsiasi titolo operante, a fronte del danno lamentato dal paziente ricoverato per l’inefficacia delle cure ricevute o addirittura – come nel caso di specie – per il peggioramento delle proprie condizioni di salute. 

Le ipotesi di peggioramento della condizioni di salute possono essere ricomprese nella definizione sintetica di “danno iatrogeno”, da intendersi quale “reazione avversa all’organismo, causata da un trattamento o da un procedimento diagnostico, inavvertitamente causata da un medico“. 

L’attività medica rientra tradizionalmente e concettualmente a pieno titolo nell’ambito delle “professioni intellettuali”, alla cui disciplina il codice civile vigente dedica un autonomo capo, il II°, del III° titolo del libro V°, agli artt. 2229 e ss. 

MALASANITA’ BOLOGNA BOLOGNA MALASANITA’ AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI
MALASANITA’ BOLOGNA BOLOGNA MALASANITA’ AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

Il quadro codicistico, condizionato dal periodo storico di redazione, è plasmato intorno alla figura del “prestatore d’opera intellettuale”, e quindi del medico singolarmente operante, a prescindere dalla struttura organizzativa in cui la sua attività viene prestata, ma consente comunque di enucleare le norme ed i principi applicabili alle vicende del moderno rapporto medico-clinico, caratterizzato da una consolidata – e da molti criticata – sostituzione del rapporto medico-paziente con quello struttura sanitaria-utente. 

In campo legislativo tale sostituzione è segnalata con palmare evidenza dall’art. 1 della L. 23 dicembre 1978 n.833 che, al fine di dare una forma concreta all’attuazione amministrativa del dettato di cui all’art. 32 della Carta Costituzionale, premesso e ribadito al primo comma il riconoscimento della salute quale “fondamentale diritto dell’individuo”, costituiva il servizio sanitario nazionale quale “complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”, con ciò significativamente escludendo dal novero dei soggetti operanti nel S.S.N., organizzato allora su base territoriale nelle Unità Sanitarie Locali, il medico in sé e per sé considerato.

Tale realtà, favorita naturalmente dalla progressiva specializzazione e spedalizzazione del trattamento sanitario, fa sì che la persona necessitante di trattamento clinico – sia esso diagnostico o terapeutico – si rivolge ed entra a contatto, nella maggioranza dei casi, non con un singolo medico da cui è legato da un rapporto fiduciario, bensì con una struttura clinica, costituita dai mezzi, dalle strutture e dagli uomini organizzati per la fornitura della prestazione richiesta. 

La responsabilità della struttura sanitaria, pubblica e privata. Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali

Il rapporto nascente dall’accettazione in cura del paziente-utente da parte della struttura (pubblica o privata) deputata a fornire assistenza sanitaria ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto di prestazione d’opera atipico di spedalità, essendo essa tenuta ad una prestazione complessa che non si esaurisce nella prestazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche (generali e specialistiche) ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonché di quelle latu sensu alberghiere. 

La responsabilità della struttura sanitaria pubblica o privata nei confronti del paziente ha quindi natura contrattuale e può conseguire ai sensi dell’art. 1218 cc all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico nonché ai sensi dell’art. 1228 cc all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato(così Cass. 8826/2007; Cass. 13066/2004; Cass. S.U. 581/2008; Cass. 1698/2006). 

La responsabilità dell’Ente Ospedaliero o della AUSL o della struttura privata nei confronti dei pazienti ricoverati ha natura contrattuale pertanto anche quando attiene al comportamento dei propri dipendenti medici e tale responsabilità trova fondamento non già nella colpa (nella scelta degli ausiliari o nella vigilanza) bensì nel rischio connaturato all’utilizzazione dei terzi nell’adempimento dell’obbligazione (Cass. 4400/04; Cass. 6756/01; Cass. 5329/03).

In particolare quanto concerne le prestazioni di natura sanitaria è regolato dalle norme che disciplinano la corrispondente attività del medico nell’ambito del contratto di prestazione d’opera professionale (Cass Pen. 6.04.2005/16.06.2005 n. 22579) 

Pertanto dall’accettazione del ricovero da parte della casa di cura o struttura, pubblica o privata, sorge comunque da una parte il diritto e dall’altra l’obbligo contrattuale di assicurare al paziente una prestazione medica di natura professionale, disciplinata quindi dagli artt. 1176 e ss. e 2229 e ss. del cod. civ. 

La responsabilità del medico operante. Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali

Ciò premesso quanto al regime di responsabilità della struttura sanitaria, rimane da chiarire qual è invece la natura della responsabilità del medico operante nell’ambito della medesima struttura. 

A riguardo si precisa che non pare trovare applicazione nel caso de quo la Legge n. 24 dell’8.03.2017 entrata in vigore il 1° aprile 2017 quando le parti avevano già introdotto il presente giudizio con atto notificato l’8.06.2016 in ordine a fatti del resto anteriori alla entrata in vigore del nuovo testo normativo che abroga sostanzialmente all’art. 6 comma 2 l’art. 3 comma 1 del d.l. 158/2012 convertito in Legge 189/2012 (c.d. Legge Balduzzi) in ordine alla responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria e attribuisce, all’art. 7, natura extracontrattuale alla responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria in strutture pubbliche o private salvo che lo stesso avesse agito nell’adempimento di una obbligazione contrattuale assunta con il paziente. 

MALASANITA’ BOLOGNA BOLOGNA MALASANITA’ AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI
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Anteriormente alla Legge 24 del 2017 ed anche in vigenza della c.d. Legge Balduzzi la più avveduta giurisprudenza di legittimità, superando le precedenti ricostruzioni fondate sulla natura aquiliana di tale responsabilità, si era da tempo orientata a favore della natura contrattuale della responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria, a ciò indotta dalla ovvia considerazione della irriducibilità della posizione del medico a quella di un qualsiasi altro soggetto giuridico, tenuto unicamente ad astenersi dal ledere l’altrui sfera giuridica. 

Il contatto sociale tra medico e paziente, anche nell’ambito ospedaliero, pubblico o privato, non si configurerebbe infatti quale rapporto paritario, tra soggetti portatori di analoghi obblighi e diritti, bensì quale situazione di affidamento del paziente alla posizione di protezione del medico, soggetto esercente un servizio di pubblica necessità (art. 359 n. 1) cod. pen.) a tutela di una bene di elevato rango costituzionale (art. 32 Cost.). 

La fonte di tale obbligazione contrattuale di protezione è stata rinvenuta nel “rapporto contrattuale di fatto” nascente tra medico e paziente per effetto del mero “contatto sociale” (Cass. 22.1.1999 n. 589; Cass. 11488/2004; Cass. 19564/04 Cass. 9085/2006; Cass. S.U. 577/2008). 

La responsabilità del medico nei confronti del paziente secondo tale dominante orientamento giurisprudenziale aveva dunque, sino all’introduzione della Legge n. 24/2017, natura contrattuale, sorgente dallo svolgimento di un’attività professionale, che ne connota la disciplina. 

Conseguenze della natura della responsabilità sull’onere probatorio. Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali

La natura contrattuale della responsabilità del medico e della struttura al cui interno questo opera per errata prestazione sanitaria comporta quanto all’onere probatorio che il paziente, deducente l’inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria, deve provare il contratto ed allegare l’inadempimento del sanitario nonché fornire prova del nesso causale esistente tra inadempimento ed evento dannoso, mentre resta a carico del debitore l’onere di provare l’esatto adempimento. 

In particolare il paziente deve provare l’esistenza del contratto e l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento, restando a carico del sanitario o dell’ente ospedaliero la prova che la prestazione professionale è stata eseguita in modo diligente e che gli esiti peggiorativi sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile (Cass. S.U. 13533/2001; Cass. 16092/2002; Cass. 6395/2004; Cass. 9351/2007; Cass. 22361/2007; Cass. SU 577/2008). 

In particolare il riparto dell’onere probatorio segue quindi i criteri fissati in materia contrattuale alla luce del principio enunciato in termini generali dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 13533 in tema di onere della prova dell’inadempimento e dell’inesatto adempimento. 

Ove pertanto sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e/o del medico, per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del contatto) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, restando a carico dell’obbligato sia esso il sanitario o la struttura la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un’evento imprevisto ed imprevedibile (Cass. 975/2009). 

Natura solidale della responsabilità.  Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali

Quando un medesimo danno è provocato da più soggetti anche se per inadempimenti di contratti diversi intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato tali soggetti devono essere considerati corresponsabili in solido non tanto sulla base dell’estensione alla responsabilità contrattuale della norma dell’art. 2055 cc dettata per la responsabilità extracontrattuale quanto perché sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale “se un unico evento dannoso è imputabile a più persone al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dell’evento (dei quali del resto l’art. 2055 cc costituisce un’esplicitazione) che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrli (Cass. Sez. III N. 23919/2006). 

Il fatto. 

MALASANITA’ BOLOGNA BOLOGNA MALASANITA’ AVVOCATO PER RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI
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Nel caso oggetto della presente controversia risulta dalla ricostruzione attorea contenuta in atto di citazione che X e Y , in proprio ed in qualità di esercenti la potestà genitoriale sul figlio minore A, allegavano la responsabilità di AUSL della Romagna e del ginecologo dott. Z per la mancata informazione circa le gravi malformazioni cerebrali delle quali era affetto il feto portato in grembo da Y accertate a seguito di risonanza magnetica cerebrale fetale cui la gestante si era sottoposta alcuni mesi prima del parto, la quale aveva loro impedito di autodeterminarsi in ordine all’interruzione della gravidanza dopo i primi 90 giorni ex art. 6 lett.b) Legge 22.05.1978 n. 194. 

  • Adducevano pertanto gli attori come gli stessi avessero subito per malasanità un danno patrimoniale e non patrimoniale da nascita indesiderata e come il minore, gravemente handicappato, fosse stato danneggiato nel suo diritto a nascere sano.
  • Affermava in particolare parte attrice che nel corso del 2012 Y, quando era in stato di gravidanza, si era affidata alle cure del dott. Z , ostetrico-ginecologo in servizio all’epoca presso AUSL di Rimini, il quale aveva eseguito diverse ecografie ostetriche ed in particolare in data 19.5.2012 e 28.06.12. 
  • Adduceva parte attrice che sia dalla ecografia ostetrica eseguita il 28.6.12 presso la Clinica Ostetrica e Ginecologica degli Ospedali Riuniti di Ancona alla settimana 21+6 giorni sia dalla ecografia eseguita in pari data dal dott. Z si era evidenziata la presenza di ventricolometria cerebrale bilaterale fetale. 
  • Allegava l’attrice che il dott. Z aveva valutato la possibilità con i due genitori di approfondire il percorso diagnostico tramite amniocentesi, risonanza magnetica del feto in vivo finalizzata volta allo studio della anatomia cranio-encefalica fetale e controllo della sierologia materna (doc. 3). 
  1. Affermava parte attrice che la gestante era stata quindi sottoposta ad amniocentesi in data 5.07.12 ed a risonanza magnetica cerebrale fetale presso la U.O. Neuroradiologia dell’AUSL di Rimini in data 10.7.12 alla settimana gestazionale 23+4 giorni (doc. 6 e doc. 7). 
  2. Adduceva parte attrice come l’AUSL di Rimini le avesse peraltro consegnato il referto della risonanza magnetica cerebrale solo dopo un mese dalla esecuzione e come nonostante dal referto emergessero alcuni elementi che facevano sospettare l’esistenza di un difetto di migrazione neuronale né il dr. Z né gli altri sanitari dell’AUSL di Rimini che avevano visionato lo stesso avevano informato i genitori che il feto risultava affetto da gravi malformazioni cerebrali ovvero avevano suggerito alla gestante di sottoporsi ad ulteriori approfondimenti diagnostici precludendole la possibilità di interrompere la gravidanza. 
  3. Aggiungeva parte attrice che non avendo i genitori le competenze per capire il significato del referto predetto datato 10.7.12 non avevano effettuato altri esami e che il piccolo A. era nato in data 31.10.12 . 
  4. Affermava parte attrice che il bambino era stato subito ricoverato in terapia intensiva neonatale ed era stato poi dimesso il 24.11.12 con diagnosi di sospetta sindrome malformativa.

    Rilevava parte attrice che in seguito ad accertamenti eseguiti presso l’Ospedale Mayer di Firenze era risultato che il bambino era affetto da sindrome megaencefalia-polimicrogiria-polidattilia con epilessia e grave ritardo psico-motorio con invalidità psico-fisica del 100%. 

    Chiedevano pertanto gli attori il risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali presenti e futuri dagli stessi e dal minore patiti a causa della nascita indesiderata. 

    Orbene per quanto concerne la richiesta risarcitoria avanzata da X e Y quali esercenti la potestà del figlio minore A. per lesione del diritto dello stesso a nascere sano si osserva quanto segue. 

    La Corte di Cassazione a Sezioni Unite con sentenza n. 25767/2015 ha negato l’esistenza di un diritto del nascituro a non nascere se non sano astrattamente tutelabile nel nostro ordinamento. 

  5. La Corte ha addotto che se da un lato “l’astratta riconoscibilità della titolarità di un diritto (oltre che della legittimazione attiva) del figlio handicappato non trova un ostacolo insormontabile nell’anteriorità del fatto illecito alla nascita. Giacchè si può essere destinatari di tutela anche senza essere soggetti dotati di capacità giuridica ai sensi dell’art. 1 cc” dall’altro lato “occorre scrutinare a fondo il contenuto stesso del diritto che si assume leso ed il rapporto di causalità tra la condotta del medico ed evento di danno. Sotto il primo profilo, in un approccio metodologico volto a mettere tra parentesi tutto ciò che concretamente non è indispensabile, per cogliere l’essenza di ciò che si indaga, si deve partire dal concetto di danno-conseguenza, consacrato dall’art. 1223 cc e riassumibile con espressione empirica nell’avere di meno a seguito dell’illecito. In siffatta ricostruzione dogmatica, il danno riuscirebbe pertanto legato alla stessa vita del bambino e l’assenza di danno alla sua morte. Ed è qui che la tesi ammissiva, in subiecta materia, incorre in una contraddizione insuperabile: dal momento che il secondo termine di paragone, nella comparazione tra le due situazioni alternative, prima e dopo l’illecito, è la non vita, da interruzione della gravidanza. E la non vita non può essere un bene della vita, per la contraddizion che nol consente.Tanto meno può esserlo, per il nato, retrospettivamente, l’omessa distruzione della propria vita (in fieri) che è il bene per eccellenza al vertice della scala assiologica dell’ordinamento. Anche considerando norma primaria l’art. 2043 cc, infatti, viene meno, il concetto stesso di danno ingiusto; oltre che reciso il nesso eziologico, sia pure inteso in base ai principi della causalità giuridica e nella sua ampiezza più estesa, propria della teoria della condicio sine qua non (generalmente rifiutata, peraltro, in materia di illecito civile). Non si può dunque parlare di un diritto a non nascere; tale, occorrendo ripetere, è l’alternativa; e non certo quella di nascere sani, una volta esclusa alcuna responsabilità, commissiva o anche omissiva, del medico nel danneggiamento del feto. ..Del resto il presupposto stesso del diritto è la vita del soggetto e la sua centralità affermata fin dal diritto romano (“Cum igitur hominum causa omne ius constitutum sit..” D. 1, 5, 2 Hermogenianus libro primo iuris epitomarum). Il supposto interesse a non nascere, come è stato detto efficacemente in dottrina, mette in scacco il concetto stesso di danno. Tanto più che di esso si farebbero interpreti unilaterali i genitori nell’attribuire alla volontà del nascituro il rifiuto di una vita segnata dalla malattia e come tale indegna di essere vissuta (quasi un corollario estremo del c.d. diritto alla felicità)”. 
  6. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha quindi escluso che la vita di un bambino disabile possa nel nostro ordinamento considerarsi un danno, sul presupposto implicito che abbia minor valore di quella di un bambino sano. 

      Bologna Risarcimento Malasanita’ Ospedali   La relativa domanda attorea deve pertanto ritenersi infondata. 

    Con riguardo alla domanda risarcitoria svolta invece iure proprio dai genitori del bambino nato disabile per non essere stati messi in grado, stante l’omessa informativa circa le condizioni del feto da parte dei sanitari, di esercitare il proprio diritto alla interruzione della gravidanza dopo i novanta giorni dal concepimento si osserva quanto segue. 

    Orbene la legge 22 maggio 1978 n. 194 ha introdotto nell’ordinamento la possibilità legale per la donna di ricorrere all’aborto, naturalmente nel rispetto di condizioni rigorose al di fuori delle quali l’aborto resta un delitto. 

    In particolare dopo il novantesimo giorno, come nel caso di specie, la presenza delle condizioni ivi rigorosamente tipizzate ha non solo efficacia esimente da responsabilità penale ma genera un vero e proprio diritto all’autodeterminazione della gestante di optare per l’interruzione della gravidanza.

  7. L’art. 6 della legge 174/78 stabilisce: “L’interruzione volontaria della gravidanza dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. 
  8. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite sempre nella citata sentenza n. 25767/15 afferma che “l’impossibilità della scelta della madre, pur nel concorso delle condizioni di cui all’art. 6, imputabile a negligente carenza informativa da parte del medico curante è fonte di responsabilità civile. La gestante, profana della scienza medica, si affida, di regola, ad un professionista, sul quale grava l’obbligo di rispondere in modo tecnicamente adeguato alle sue richieste senza limitarsi a seguire le direttive della paziente, che abbia espresso, in ipotesi, l’intenzione di sottoporsi ad un esame da lei stessa prescelto, ma tecnicamente inadeguato a consentire una diagnosi affidabile sulla salute del feto. 
  9. Occorre però che l’interruzione sia legalmente consentita e dunque che sussistano e siano accertabili mediante appropriati esami clinici, le rilevanti anomalie del nascituro e il loro nesso eziologico con un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, giacchè senza il concorso di tali presupposti, l’aborto integrerebbe un reato; con la conseguente esclusione della stessa antigiuridicità del danno, dovuto non più a colpa professionale bensì a precetto imperativo di legge. 
  10. Oltre a ciò deve essere altresì provata la volontà della donna di non portare a termine la gravidanza, in presenza delle specifiche condizioni facoltizzanti. 

    Sotto questo profilo il thema probandum è costituito da un fatto complesso e cioè da un accadimento composto da molteplici circostanze e comportamenti proiettati nel tempo: la rilevante anomalia del nascituro,, l’omessa informazione da parte del medico, il grave pericolo per la salute psicofisica della donna, la scelta abortiva di quest’ultima…la prova verte anche su un fatto psichico: e cioè su uno stato psicologico, un’intenzione, un atteggiamento volitivo della donna che la legge considera rilevanti. 

    L’ovvio problema che ne scaturisce è che del fatto psichico non si può fornire rappresentazione immediata e diretta; sicchè non si può dire che esso sia oggetto di prova in senso stretto. In tal caso l’onere probatorio, senza dubbio gravoso, vertendo su un’ipotesi, e non su un fatto storico, può essere assolto tramite dimostrazione di altre circostanze, dalle quali si possa ragionevolmente risalire, per via induttiva, all’esistenza del fatto psichico che si tratta di accertare” (praesumptio hominis) (così anche Cassazione n. 9251/2017). 

  11. Nel caso di specie risulta pacifico si versi nell’ipotesi di cui all’art. 6, in quanto ormai decorso, al momento dell’effettuazione della risonanza magnetica cerebrale fetale il 10.07.12, il termine di 90 giorni indicati dal precedente art. 4 della Legge 194/78. 
  12. Mentre entro i primi 90 giorni l’interruzione della gravidanza può essere ammessa quando, anche in ragione di “previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”, la prosecuzione della gravidanza o il parto comportino un serio pericolo per la salute fisica o psichica della gestante, dopo i primi 90 giorni essa può essere eccezionalmente consentita solo quando a) la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna ovvero b) siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un “grave pericolo” per la salute fisica o psichica della donna. 
  13. Ciò in quanto l’interruzione volontaria di gravidanza è finalizzata solo ad evitare un pericolo per la salute della gestante, serio (entro i primi 90 giorni di gravidanza) o grave (successivamente); le eventuali malformazioni o anomalie del feto rilevano solo nei termini in cui possano cagionare il danno alla salute della gestante medesima, e non in sé e per sé considerate con riferimento al nascituro (così Cass. 14488/2004). 

    L’art. 7 della Legge 194/78 precisa peraltro che “quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso della lettera a) dell’art. 6” (ovvero in caso di grave pericolo per la vita della madre) “e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare il feto”. 

    Ove astrattamente ammessa l’interruzione di gravidanza l’attore secondo il riparto dell’onere probatorio è poi tenuto a provare, secondo i dettati della Suprema Corte, che la madre avrebbe esercitato la facoltà di interrompere la gravidanza ove fosse stata tempestivamente informata dell’anomalia fetale gravando sul medico la prova contraria che la donna non si sarebbe determinata all’aborto per qualsivoglia ragione personale (Cass. S.U. 25767/15; Cass. 9251/17).

    Orbene è notorio che la percentuale di sopravvivenza dei bambini nati prematuramente negli ultimi anni si è notevolmente alzata grazie al miglioramento delle terapie intensive neonatali. In particolare nel parto prematuro a 23 settimane risulta che il feto abbia una possibilità di vita autonoma e di sopravvivenza del 10-40%, a 24 settimane del 40-70%, a 25 settimane del 50-80% e a 26 settimane dell’80-90%. 

  14. Nel caso di specie la risonanza magnetica cerebrale fetale del 10.7.2012 veniva effettuata dalla gestante alla settimana 23+4 giorni. 
  15. L’eventuale interruzione di gravidanza non sarebbe mai potuta pertanto essere posta in essere prima della ventiquattresima o venticinquesima settimana di gestazione quando cioè il feto avrebbe avuto ampie possibilità di vita autonoma e quando pertanto ai sensi dell’art. 7 della Legge 194/78 l’aborto sarebbe stato consentito solo in ipotesi di grave pericolo di vita della madre, circostanza non sussistente e neppure allegata nel caso de quo. 
  16. Quanto poi alla contestata omissione informativa dei sanitari si osserva che Y veniva informata dal dott. Z, in qualità di professionista non ospedaliero, della situazione del feto in occasione della ecografia ostrica effettuata alla ventiduesima settimana il 28.06.12 quando, per stessa ammissione dell’attrice, il ginecologo confermava quanto rilevato in pari data presso l’ospedale di Ancona circa la presenza nel feto di ventricolomegalia border-line bilaterale e concordava con i due genitori l’effettuazione di più approfondite analisi tra cui la risonanza magnetica del feto “in vivo” finalizzata allo studio della anatomia cranio-encefalica fetale (doc. 3 fascicolo attoreo). 
  17. Le risultanze della ecografia effettuata sia presso l’ospedale di Ancona che presso lo studio privato del dott. Z in data 28.6.12 e le analisi concordate con i due genitori in ordine ad accertamenti circa l’anatomia cranio-encefalica del feto costituivano evidente informativa circa possibili problematiche encefaliche del nascituro. 

    La risonanza magnetica cerebrale fetale del 10.7.12 effettuata presso l’Ospedale di Rmini ed il relativo referto non hanno fatto altro che confermare i già esistenti sospetti circa l’esistenza di una migrazione neuronale e di un connesso problema encefalico del feto (doc. 7 e 8 attorei).

    Parti attrici peraltro neppure hanno allegato di avere successivamente sottoposto gli esiti della risonanza magnetica del 10.7.12 ed il relativo referto all’esame del dott. Z o di altri sanitari esperti in diagnosi prenatale e medicina fetale ovvero di avere richiesto ulteriori accertamenti od esami o consulti presso strutture sanitarie pubbliche. 

    I due genitori allertati in modo palese circa sospette problematiche encefaliche del feto sin dal 28.06.12 sia dalla struttura ospedaliera di Ancona che dal dott. Z sparivano nonostante gli esiti della risonanza magnetica cerebrale effettuata presso la U.O. di Neuroradiologia dell’Ospedale di Rimini il 10.07.12 e non si attivavano per chiedere eventuali spiegazioni o chiarimenti sulla stessa al dott. Z o ad altri sanitari del settore pubblico o privato facendo nuovamente comparsa presso l’Ospedale di Rimini, solo in data 30.10.12, per rottura prematura delle membrane alla trentottesima settimana + 4 giorni cui seguiva parto spontaneo il successivo 31.10.12. 

  18. Non risulta pertanto riscontrabile alcuna colpevole omissione informativa né in capo 
  19. al dott. Z né in capo ai sanitari del reparto di Neuroradiologia dell’Ospedale di Rimini ma appare sussistere esclusivamente un incomprensibile inattività dei due genitori preavvertiti sin dal 28.6.12 di sospetti problemi encefalici del feto. 
  20. Allo stesso modo non risulta provato che Y ove informata (se astrattamente possibile) in data 28.06.12 ovvero in data 10.7.12 della possibilità che il feto alla nascita avrebbe potuto riportare “sindrome megancefalia-polimicrogiria-polidattilia (tra l’altro compiutamente diagnosticata solo in data 5.02.13) avrebbe deciso di interrompere la gravidanza. 
  21. Al contrario sussistono elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti circa il fatto che l’aborto non sarebbe stata all’epoca la scelta della gestante. 
  22. In particolare il mancato ricorso al consulto medico specialistico sugli esiti della risonanza magnetica cerebrale del 10.7.12, il mancato ricorso a nuove risonanze magnetiche cerebrali in successiva epoca gestazionale o ad esami specialistici ulteriori per conoscere le reali condizioni di salute del nascituro dopo i risultati della ecografia del 28.6.12 e dell’esame del 10.7.12, le condizioni psico-fisiche normali della gestante sino al parto, l’assenza di pregresse manifestazioni di pensiero, in ipotesi, sintomatiche di una propensione all’opzione abortiva in caso di grave malformazione del feto portano ad escludere che in epoca consentita dalla Legge 194/78 la gestante avrebbe optato per l’interruzione di gravidanza. 
  23. La domanda attorea pertanto in quanto destituita di fondamento dovrà essere respinta. 
  24. Le spese di lite, tenuto conto dell’oggetto del giudizio e dei contrasti giurisprudenziali in materia, devono essere compensate tra le parti. 
  25. PQM
  26. Il Tribunale di Ravenna definitivamente pronunciando nella causa RG n. 1673/2016 ogni contraria domanda, eccezione, deduzione disattesa così decide: 
  27. – respinge la domanda attorea in quanto infondata; 
  28. – compensa tra le parti le spese di lite. 
  29. Ravenna, 14 gennaio 2019
  30. Il Giudice 
  31. Dott.ssa Alessia Vicini 

SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?

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La separazione giudiziale è traumatica perché porta a uno scontro giudiziale tra i coniugi con ripercussioni economiche, ripercussioni personali e spesso sui figli .

SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?
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1)SCONTRO GIUDIZIALE

si la separazione giudiziale è una normale causa , con i suoi tempi, udienze memorie, occorrono almeno due avvocati

2)COSTI

Come ogni causa la separazione giudiziale ha un costo  a volte elevato dipende dalle udienze da cosa si discute dal patrimonio dalle problematiche

3) RIPERCUSSIONI PERSONALI E SPESSO SUI FIGLI

Anni di preoccupazioni di spese di tensioni di prove  di circostanze possono portare tensione forte che viene avvertita anche dai figli .

DIRITTO DI FAMIGLIA: separazione consensuale, giudiziale – divorzio congiunto, giudiziale – modifica delle condizioni di separazione – divorzio (riduzione – aumento, estinzione assegno di mantenimento) – negoziazione assistita per separazione e divorzio – riconoscimento di paternità.

La separazione giudiziale prevede l’assistenza legale di un solo coniuge che non ha raggiunto un accordo per la separazione, ovvero non ha nessuna intenzione di separarsi sebbene sia stato convenuto nel procedimento, ovvero ritiene opportuno instaurare un procedimento litigioso con il partner per la richiesta di addebito, assegno, assegnazione casa coniugale e altro.

dovere di fedeltà e la richiesta di addebito della separazione giudiziale Bologna ,dai che non è facile

SEPARAZIONI BOLOGNA, SEPARAZIONI BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO, PER SEPARAZONE BOLOGNA, SEPARAZIONE BOLOGNA CHIAMA 

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838 

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  • La separazione giudiziale può essere accompagnata da una domanda accessoria: l’addebito.
  • L’addebito in sostanza ha sostituito “la colpa”, termine abrogato con la riforma del 1975.
  • L’addebito viene attribuito al coniuge che abbia violato le norme che regolano il matrimonio (art.143 c.c. e segg.).
  • La prova di tali violazioni deve essere rigorosa, altrimenti la pronuncia di addebito viene rigettata dal Giudice.
  • L’addebito produce effetti giuridici negativi su chi lo subisce (perdita dell’assegno di mantenimento e diritti successori).
  • Separarsi giudizialmente vuol dire iniziare un processo individuale volto al cambiamento totale della propria vita, delle proprie abitudini, dei rapporti con i componenti della famiglia. La separazione giudiziale è il procedimento a cui fa ricorso uno dei coniugi quando sopraggiungono fatti gravi tali da pregiudicare il prosieguo di qualsivoglia convivenza o da arrecare pregiudizio all’educazione dei figli.
  • L’Avvocato Matrimonialista Bologna Sergio Armaroli ci ricorda che la separazione giudiziale può essere richiesta autonomamente da un solo coniuge, definita giuridicamente “parte”, cioè indipendentemente dalla volontà dell’altro coniuge.

RISOLVI

SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA

  1. Se i coniugi non riescono a trovare un accordo sulle condizioni della loro separazione, ciascuno di essi può attivare la procedura della separazione giudiziale.

  2. La separazione giudiziale è altresì necessaria quando uno dei coniugi intenda addebitare all’altro la responsabilità per la fine del matrimonio, per aver questi mancato a taluni doveri fondamentali del vincolo, come la fedeltà, la mutua assistenza morale e materiale o la coabitazione (cd.separazione con addebito).

  3. La separazione giudiziale è pronunciata su ricorso di uno dei coniugi, depositato presso il Tribunale del luogo di ultima residenza dei coniugi o, in mancanza, del luogo dove il coniuge convenuto ha la residenza o il domicilio [Se il convenuto ha la residenza all’estero o risulti irreperibile, la competenza è del Tribunale del luogo di residenza o domicilio del ricorrente o, se anche questo si trovi all’estero, di qualsiasi Tribunale della Repubblica.]

  4. Se il convenuto ha la residenza all’estero o risulti irreperibile, la competenza è del Tribunale del luogo di residenza o domicilio del ricorrente o, se anche questo si trovi all’estero, di qualsiasi Tribunale della Repubblica .

COME FUNZIONA LA PROCEDURA DI SEPARAZIONE GIUDIZIALE?Chi  vuole  separarsi  contro  la  volontà  dell’altro  coniuge  o  se  manca  con  questi  un  accordo  sulla disciplina  dei  rapporti  successiva  alla  separazione  (ad  es.  manca  l’accordo  sulla  misura  degli  assegni  di mantenimento  o  sui  tempi  di  permanenza  dei  figli  con  l’uno  e  l’altro  dei  genitori)  si  rivolge  ad  unavvocato  il  quale  scrive  una  lettera  all’altro  coniuge  con  invito  ad  essere  contattato  (personalmente  o  perl  tramite  di  un  legale  di  sua  fiducia)  e  l’avviso  che  in  difetto,  verrà  iniziata  una  procedura  di  separazione giudiziale. Una   volta   che   l’altro   coniuge   o   il   suo   avvocato   hanno   preso   contatti,   vengono   eseguite   delle negoziazioni  nel  tentativo  di  trovare  un  accordo  che  consenta  ai  coniugi  di  accedere  ad  una  procedura  di separazione  consensuale.  Gli  avvocati  infatti,  anche  se  incaricati  di  iniziare  un  procedura  di  separazione giudiziale,  sono  deontologicamente  tenuti  a  verificare  se  è  comunque  possibile  evitare  ai  coniugi  i  costi  e  i tempi  di  una  procedura  contenziosa  ed  ottenere  lo  stesso  risultato:  un  disciplina  dei  rapporti  della  coppia che  soddisfi  i  propri  clienti,  fruendo  della  più  breve  ed  economica  procedura  di  separazione  consensuale. Se  le  trattative  non  danno  buon  esito,  l’avvocato  incaricato  procede  a  redigere  un  ricorso  per  separazione giudiziale   nel   quale   espone   i   fatti   per   cui   viene   chiesta   la   separazione:   la   c.d.   causa   petendi,   conl’indicazione  della  disciplina  dei  rapporti  della  coppia  che  si  chiede  al  giudice  di  disporre  nella  sentenza:  il c.d. petitum

SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?
SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?

 Si fa ricorso alla separazione giudiziale tutte le volte in cui i coniugi non hanno raggiunto un accordo di separazione  e non può, pertanto, addivenirsi ad una separazione di tipo pacifico.

In ogni caso, la separazione giudiziale può essere chiesta da uno dei coniugi tutte le volte in cui si verificano determinati fatti che rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave pregiudizio all’educazione della prole.

I presupposti sono:

Intollerabilità della convivenza che tra l’altro può anche non dipendere dal comportamento di uno dei coniugi.

Grave pregiudizio per l’educazione dei figli.

  1. E’ anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè far accertare al Giudice che vi sia stata effettivamente da parte dell’altro coniuge una violazione di uno o più doveri nascenti dal matrimonio e che tale comportamento illecito abbia determinato la l’intollerabilità della convivenza.

SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?
SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?

  1. Separarsi è un diritto di ciascuno dei coniugi che non può essere limitato né dall’altro coniuge, né dal giudice.

    L’unica condizione posta dal nostro codice civile affinché il giudice possa dichiarare la separazione è l’esistenza di fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza.

    Ma, nell’applicazione pratica, questa condizione risulta ridotta ad una mera clausola di stile.

  2. Ciò che fa la differenza è invece e appunto il come giungere a simile epilogo: d’accordo o in lotta.

La separazione giudiziale 

  1. La separazione giudiziale è la separazione personale pronunciata dal Tribunale  su richiesta di uno o di entrambi i coniugi  a seguito di fatti  che rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o recano grave danno ai figli (art. 151 Codice Civile).

  2. La separazione giudiziale dovrebbe essere “l’ultima spiaggia”.

    Si ricorre a questa procedura quando le parti non vogliono o non riescono a trovare un accordo, e quindi si delega al giudice la decisione sulle condizioni della loro separazione.

  3. Si tratta di una causa vera e propria, dove ognuno dei coniugi ha il proprio avvocato.

    Viene introdotta con un atto che uno dei due avvocati deposita in tribunale e poi notifica all’altra parte.

SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?
SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?

Qualora ne ricorrano i presupposti e se richiesto, il Giudice, pronunciando la separazione giudiziale, dichiara a quale coniuge  va addebitata la separazione  stessa in considerazione  del suo comportamento  contrario ai doveri del matrimonio. 

 L’addebito della separazione comporta  la perdita del diritto al mantenimento ancorché ci si trovi  nella situazione di non poter mantenere lo stesso tenore vita goduto durante il matrimonio, la perdita dei diritti successori, nonché  la perdita dei diritti sulla pensione di reversibilità.

  1. A   ciascuno   dei   coniugi   spetta   il potere di attuare l’indirizzo concordato.Art. 145 Intervento del giudice In  caso  di  disaccordo  ciascuno  dei coniugi    può    chiedere,    senza    formalità, l’intervento  del  giudice  il  quale,  sentite  le opinioni  espresse  dai  coniugi  e,  per  quanto opportuno,  dai  figli  conviventi  che  abbiano compiuto    il    sedicesimo    anno,    tenta    di raggiungere una soluzione concordata.Ove   questa   non   sia   possibile   e   il disaccordo    concerne    la    fissazione    della

  2. SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?
    SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA  3 MOTIVI PERCHE’ E’ COSI’ TRAUMATICA ?

Quando  i  genitori  non  hanno  mezzi sufficienti,  gli  altri  ascendenti  legittimi  o naturali,   in   ordine   di   prossimità,   sono tenuti  a  fornire  ai  genitori  stessi  i  mezzi necessari   affinché   possano   adempiere   i loro doveri nei confronti dei figli.

Come  si propone la domanda di separazione giudiziale ?

 La domanda di separazione giudiziale  deve essere presentata al  Tribunale ordinario civile competente mediante ricorso.

L’eventuale richiesta di addebito  deve essere effettuata, a pena di decadenza,  contestualmente alla presentazione del ricorso introduttivo. 

Diversamente la richiesta di addebito domandata dal coniuge resistente deve essere presentata in via riconvenzionale entro i termini indicati nell’ordinanza presidenziale .

ADDEBITO SEPARAZIONE

Con    riferimento    alla    violazione    dell’“obbligo    di    assistenza    morale”    (art.lo    143    c.c.),    durante l’istruttoria,  in  genere,  entrambe  i  coniugi  sono  in  grado  di  lamentare  simmetricamente  condotte  improbe da  parte  dell’altro  e  pertanto  i  giudici  tendono  a  considerare  come  causa  della  separazione  un’emersa incompatibilità  di  carattere  e  a  non  ad  ascrivere  esclusivamente  ad  un  coniuge  la  colpa  della  separazione.

EFFETTI SEPARAZIONE CONSENSUALE

cosa comporta la richiesta di addebito della separazione:

  • , maltrattamenti e ogni altra violenza, fisica o psicologica consumatasi tra le mura domestiche.Tornando alle conseguenze patrimoniali, occorre inoltre rilevare che:

    • il coniuge su cui grava l’addebito della separazione perde i diritti successori, per cui non avrà diritto a percepire alcun lascito in via ereditaria da parte dell’altro coniuge defunto;
      – a norma dell’art. 5 della Legge sul divorzio, anche l’addebito della separazione influisce nella determinazione dell’assegnodi divorzio (da non confondere con quello di mantenimento che vale per la separazione);

  • Viceversa, l’addebito della separazione non versa alcun effetto circa:
    – il diritto a corrispondere gli alimenti, anche in favore del coniuge “colpevole” (sempre che ne ricorrano gi altri presupposti);
    – il diritto a percepire la pensione di reversibilità(anche in questo caso, sempre che ne ricorrano gi altri presupposti)
    – il diritto ad ottenere l’affidamento dei figli.

Cosa bisogna sapere prima di recarsi dagli avvocati divorzisti a Bologna

Avvocato per divorzio Bologna Ravenna Forli  ,assegno divorzile alla luce nuovo orientamento

 

Accordo tra le parti circa condizioni di separazione

Separazione ed immobile in comodato d’uso

Domanda di modifica assegno di mantenimento

Fissazione decorrenza data assegno divorzile

Domanda azione responsabilità genitoriale

Esclusione residua Solidarietà post matrimoniale

Matrimonio regolato dalle leggi nazionali

Patto accordo separazione omologato

SEPARAZIONE DIVORZIO BOLOGNA competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale   RAPPORTI DI SEPARAZIONE E DIVORZIO TRA  UN CITTADINO ITALIANO E  UN CONIUGE APPARTENENTE A ALTRO PAESE  UEsenza recarsi al tribunale

Assegno di mantenimento nella separazione

AVVOCATO-RECUPERO-CREDITI-BOLOGNA-AZIENDE-18
avvocati divorzisti Bologna

Al di là delle diverse opinioni che si possono avere sulla rilevanza ermeneutica dei lavori preparatori della L. n. 74 del 1987 (che inserì nell’art. 5 il fondamentale riferimento alla mancanza di “mezzi adeguati” e alla “impossibilità di procurarseli”) in senso innovativo (come sosteneva una parte della dottrina che imputava alla giurisprudenza precedente di avere favorito una concezione patrimonialistica della condizione coniugale) o sostanzialmente conservativo del precedente assetto (si legga in tal senso il brano della sentenza delle Sezioni Unite n. 11490/1990 che considerava non giustificato “l’abbandono di quella parte dei criteri interpretativi adottati in passato per il giudizio sull’esistenza del diritto all’assegno”), non v’è dubbio che chiara era la volontà del legislatore del 1987 di evitare che il giudizio sulla “adeguatezza dei mezzi” fosse riferito “alle condizioni del soggetto pagante” anzichè “alle necessità del soggetto creditore”: ciò costituiva “un profilo sul quale, al di là di quelle che possono essere le convinzioni personali del relatore, qui irrilevanti, si è realizzata la convergenza della Commissione” (cfr. intervento del relatore, sen. N. Lipari, in Assemblea del Senato, 17 febbraio 1987, 561a sed. pom., resoconto stenografico, pag. 23). Nel giudizio sull’an debeatur, infatti, non possono rientrare valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni economiche degli ex coniugi, dovendosi avere riguardo esclusivamente alle condizioni del soggetto richiedente l’assegno successivamente al divorzio.

Cosa bisogna sapere prima di recarsi dagli avvocati divorzisti a Bologna

Caro signore o signora state per divorziare, o separarvi a Bologna chiamate un avvocato esperto :avvocato Sergio Armaroli

Il matrimonio dovrebbe durare per sempre, almeno in teoria e nei sogni degli sposi: la pratica e la realtà, però, suggeriscono che la situazione è diversa. Stando ai dati dell’Istat, sono nel 2014 nel nostro Paese ci sono state più di 89mila separazioni, mentre i divorzi hanno superato quota 52mila. Le statistiche rivelano che ci si separa, in media, dopo 16 anni di matrimonio, ma questo dato è destinato a cambiare nei prossimi anni: i matrimoni più recenti, infatti, durano sempre di meno. Grandi affari per gli avvocati divorzisti a Bologna e nelle altre città italiane, dunque, ma si tratta di un fenomeno che non è solo economico: è anche culturale, sociale e religioso. Se tra i matrimoni che sono stati celebrati nel 1985 si è assistito al 4.5% di separazioni dopo 10 anni, tra i matrimoni che sono stati celebrati nel 2005 la percentuale di separazioni dopo 10 anni è quasi il triplo, dal momento che raggiunge l’11%.

Cosa sapere prima di avventurarsi in un divorzio

Prima di avventurarsi in un divorzio, è consigliabile provare a percorrere tutte le strade possibili che consentano di salvare il rapporto, fermo restando che un matrimonio che non va più bene rischia di essere controindicato e controproducente non solo per i due sposi, ma anche e soprattutto per i figli, se ce ne sono. Come possono spiegare con chiarezza tutti gli avvocati divorzisti a Bologna, sono due le tipologie di divorzio tra cui si può scegliere: il divorzio giudiziale e il divorzio congiunto. Il primo caso si verifica nel momento in cui gli sposi non riescono a trovare da soli un accordo relativo alle condizioni, anche se il ricorso viene inoltrato solo da uno dei due coniugi; il secondo caso, invece, si concretizza quando i coniugi destinati a diventare ex trovano un accordo su tutte le condizioni da mettere in pratica.

Il divorzio e la separazione

Quando si parla di separazione e di divorzio si fa riferimento a due eventi ben diversi. Nel caso di una separazione legale, infatti, il matrimonio non si conclude in modo definitivo, ma semplicemente vengono sospesi i suoi effetti, fino a quando si arriverà a un provvedimento di divorzio o a una riconciliazione. Da qualche tempo, inoltre, è possibile esperire la strada del divorzio breve, il cui disegno di legge è stato approvato il 22 aprile del 2015 dalla Camera dei Deputati in via ufficiale. In virtù di questa soluzione, vengono diminuiti i tempi necessari per la separazione consensuale, che passano a 6 mesi dai 3 anni di prima, mentre le tempistiche per le separazioni giudiziali arrivano al massimo a 1 anno.

Il divorzio breve

Anche per il divorzio breve è possibile rivolgersi agli avvocati divorzisti a Bologna. I coniugi compaiono davanti all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza per sottoscrivere un accordo di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento dello stesso, di separazione o di modifica delle condizioni di divorzio. Vale la pena di notare, tuttavia, che in questa eventualità non è obbligatoria l’assistenza dei difensori. I coniugi hanno l’opportunità di scegliere questa modalità semplificata unicamente nel caso in cui in famiglia non vi siano figli portatori di handicap grave, non vi siano figli minori e non vi siano figli non autosufficienti dal punto di vista economico, sempre a patto che nell’accordo non siano compresi degli atti con i quali viene ordinato il trasferimento di diritti patrimoniali.

Per fare sì che i coniugi possano riflettere in modo più approfondito sul passo che stanno intraprendere, è previsto un passaggio duplice di fronte al sindaco, a distanza di 1 mese l’uno dall’altro. Anche per la comunione dei beni sono state introdotte delle novità, nel senso che attualmente è possibile svincolarsene quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o nel momento in cui la separazione consensuale viene sottoscritta.

Chiedendo informazioni allo Studio legale dell’Avvocato Sergio Armaroli, infine, è possibile conoscere tutti i dettagli a proposito dell’assegno divorzile. Quest’ultimo non è altro che l’assegno assistenziale che viene previsto in caso di divorzio: si tratta di un assegno di mantenimento che ha carattere compensativo e risarcitorio e che viene concesso al coniuge che viene ritenuto titolare del diritto di mantenere un tenore di vita simile a quello che poteva vantare durante il matrimonio. Questo assegno può essere liquidato in unica soluzione o erogato a rate mensili.

Avvocato per divorzio Bologna Ravenna Forli  ,assegno divorzile alla luce nuovo orientamento

 

  1. Accordo tra le parti circa condizioni di separazione
  2. Separazione ed immobile in comodato d’uso
  3. Domanda di modifica assegno di mantenimento
  4. Fissazione decorrenza data assegno divorzile
  5. Domanda azione responsabilità genitoriale
  6. Esclusione residua Solidarietà post matrimoniale
  7. Matrimonio regolato dalle leggi nazionali
  8. Patto accordo separazione omologato
  9. Separazione e divorzio senza recarsi al tribunale
  10. Assegno di mantenimento nella separazione

Nel divorzio, una delle maggiori problematiche rigua4da l’assegno divorzile su cui è intervenuta recentemente la Suprema Corte cambiando oreitamento che era vigente da 27 anni, cioè togliendo il criterio del tenore di vita

 

Ripercorriamo i passaggi recenti della cassazione sull’assegno divorzile

Per l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno, che l’eventuale prova delle condotte allegate circa il mancato reperimento, da parte del coniuge, di una entrata economica frutto della propria individuale attività lavorativa, deve avere sulla decisione in discorso, alla stregua del consolidato principio secondo cui deve trovare adeguata considerazione, nella decisione del giudice del merito, l’attitudine a procurarsi un reddito da lavoro (insieme ad ogni altra situazione suscettibile di valutazione economica) da parte del coniuge che pretenda l’assegno di mantenimento a carico dell’altro, tenendo quindi conto della effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, pur senza che assumano rilievo mere situazioni astratte o ipotetiche (Cass., ord. 4 aprile 2016, n. 6427; Cass. 13 febbraio 2013, n. 3502; Cass. 25 agosto 2006, n. 18547, ed altre; nonchè, di recente, Cass. 10 maggio 2017, n. 11504), principio che tanto più rileva in sede non di prima separazione, ma di definitiva cessazione della relazione coniugale in seguito al divorzio, e, come nella specie, di figli ormai grandi (nati nel 1998 e nel 2000), i quali dunque non necessitino della costante presenza fisica di un adulto; e, dall’altro lato, la completa pretermissione di tale elemento, pur oggetto di discussione, nella motivazione della sentenza impugnata;

 

Una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso – sulla base dell’accertamento giudiziale, passato in giudicato, che “la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle cause previste dall’art. 3” (cfr. artt. 1 e 2, mai modificati, nonchè la L. n. 898 del 1970, art. 4, commi 12 e 16) -, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi “persone singole”, sia dei loro rapporti economico-patrimoniali ( art. 191 c.c., comma 1) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale ( art. 143 c.c. , comma 2), fermo ovviamente, in presenza di figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale, con i relativi doveri e diritti, da parte di entrambi gli ex coniugi (cfr. art. 317 c.c. , comma 2, e da artt. 337-bis a 337-octies c.c.).

Perfezionatasi tale fattispecie estintiva del rapporto matrimoniale, il diritto all’assegno di divorzio – previsto dalla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, nel testo sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art. 10 – è condizionato dal previo riconoscimento di esso in base all’accertamento giudiziale della mancanza di “mezzi adeguati” dell’ex coniuge richiedente l’assegno o, comunque, dell’impossibilità dello stesso “di procurarseli per ragioni oggettive”.

La piana lettura di tale comma 6 dell’art. 5 – “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive” – mostra con evidenza che la sua stessa “struttura” prefigura un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, il cui oggetto è costituito, rispettivamente, dall’eventuale riconoscimento del diritto (fase dell’an debeatur) e – solo all’esito positivo di tale prima fase – dalla determinazione quantitativa dell’assegno (fase del quantum debeatur).

La complessiva ratio della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, (diritto condizionato all’assegno di divorzio e – riconosciuto tale diritto determinazione e prestazione dell’assegno) ha fondamento costituzionale nel dovere inderogabile di “solidarietà economica” (art. 2, in relazione all’art. 23, Cost. ), il cui adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali “persone singole”, a tutela della “persona” economicamente più debole (cosiddetta “solidarietà post-coniugale”): sta precisamente in questo duplice fondamento costituzionale sia la qualificazione della natura dell’assegno di divorzio come esclusivamente “assistenziale” in favore dell’ex coniuge economicamente più debole ( art. 2 Cost. ) – natura che in questa sede va ribadita -, sia la giustificazione della doverosità della sua “prestazione” ( art. 23 Cost.).

Sicchè, se il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto alla “persona” dell’ex coniuge nella fase dell’an debeatur, l’assegno è “determinato” esclusivamente nella successiva fase del quantum debeatur, non già “in ragione” del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensì “in considerazione” di esso nel corso di tale seconda fase (cfr. l’incipit del comma 6 dell’art. 5 cit.: “(….) il tribunale, tenuto conto (….)”), avendo lo stesso rapporto, ancorchè estinto pure nella sua dimensione economico-patrimoniale, caratterizzato, anche sul piano giuridico, un periodo più o meno lungo della vita in comune (“la comunione spirituale e materiale”) degli ex coniugi.

Deve, peraltro, sottolinearsi che il carattere condizionato del diritto all’assegno di divorzio – comportando ovviamente la sua negazione in presenza di “mezzi adeguati” dell’ex coniuge richiedente o delle effettive possibilità “di procurarseli”, vale a dire della “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso – comporta altresì che, in carenza di ragioni di “solidarietà economica”, l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in una locupletazione illegittima, in quanto fondata esclusivamente sul fatto della “mera preesistenza” di un rapporto matrimoniale ormai estinto, ed inoltre di durata tendenzialmente sine die: il discrimine tra “solidarietà economica” ed illegittima locupletazione sta, perciò, proprio nel giudizio sull’esistenza, o no, delle condizioni del diritto all’assegno, nella fase dell’an debeatur.

 

A distanza di quasi ventisette anni, il Collegio ritiene tale orientamento, per le molteplici ragioni che seguono, non più attuale, e ciò lo esime dall’osservanza dell’art. 374 c.p.c. , comma 3.

Il parametro del “tenore di vita” – se applicato anche nella fase dell’an debeatur – collide radicalmente con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti, come già osservato (supra, sub n. 2.1), con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale – a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all’art. 143 cod. civ. -, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo sia pure limitatamente alla dimensione economica del “tenore di vita matrimoniale” ivi condotto – in una indebita prospettiva, per così dire, di “ultrattività” del vincolo matrimoniale.

Sono oltremodo significativi al riguardo: 1) il brano della citata sentenza delle Sezioni Unite n. 11490 del 1990, secondo cui “(….) è utile sottolineare che tutto il sistema della legge riformata (….) privilegia le conseguenze di una perdurante (….) efficacia sul piano economico di un vincolo che sul piano personale è stato disciolto (….)” (pag. 38); 2) l’affermazione della “funzione di riequilibrio” delle condizioni economiche degli ex coniugi attribuita da tale sentenza all’assegno di divorzio: “(….) poichè il giudizio sull’an del diritto all’assegno è basato sulla determinazione di un quantum idoneo ad eliminare l’apprezzabile deterioramento delle condizioni economiche del coniuge che, in via di massima, devono essere ripristinate, in modo da ristabilire un certo equilibrio (….), è necessaria una determinazione quantitativa (sempre in via di massima) delle somme sufficienti a superare l’inadeguatezza dei mezzi dell’avente diritto, che costituiscono il limite o tetto massimo della misura dell’assegno” (pagg. 24-25: si noti l’evidente commistione tra gli oggetti delle due fasi del giudizio).

  1. B) La scelta di detto parametro implica l’omessa considerazione che il diritto all’assegno di divorzio è eventualmente riconosciuto all’ex coniuge richiedente, nella fase dell’an debeatur, esclusivamente come “persona singola” e non già come (ancora) “parte” di un rapporto matrimoniale ormai estinto anche sul piano economico-patrimoniale, avendo il legislatore della riforma del 1987 informato la disciplina dell’assegno di divorzio, sia pure per implicito ma in modo inequivoco, al principio di “autoresponsabilità” economica degli ex coniugi dopo la pronuncia di divorzio.
  2. C) La “necessaria considerazione”, da parte del giudice del divorzio, del preesistente rapporto matrimoniale anche nella sua dimensione economico-patrimoniale (“(….) il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio (….)”) è normativamente ed esplicitamente prevista soltanto per l’eventuale fase del giudizio avente ad oggetto la determinazione dell’assegno (quantum debeatur), vale a dire – come già sottolineato – soltanto dopo l’esito positivo della fase precedente (an debeatur), conclusasi cioè con il riconoscimento del diritto all’assegno.

Il parametro del “tenore di vita” induce inevitabilmente ma inammissibilmente, come già rilevato (cfr., supra, sub n. 2.1), una indebita commistione tra le predette due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti.

E’ significativo, al riguardo, quanto affermato dalle Sezioni Unite, sempre nella sentenza n. 11490 del 1990: “(….) lo scopo di evitare rendite parassitarie ed ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto personale sciolto può essere raggiunto utilizzando in maniera prudente, in una visione ponderata e globale, tutti i criteri di quantificazione supra descritti, che sono idonei ad evitare siffatte rendite ingiustificate, nonchè a responsabilizzare il coniuge che pretende l’assegno, imponendogli di attivarsi per realizzare la propria personalità, nella nuova autonomia di vita, alla stregua di un criterio di dignità sociale (…)”.

Le menzionate sentenze delle Sezioni Unite del 1990 si fecero carico della necessità di contemperamento dell’esigenza di superare la concezione patrimonialistica del matrimonio “inteso come “sistemazione definitiva”, perchè il divorzio è stato assorbito dal costume sociale” (così la sentenza n. 11490 del 1990) con l’esigenza di non turbare un costume sociale ancora caratterizzato dalla “attuale esistenza di modelli di matrimonio più tradizionali, anche perchè sorti in epoca molto anteriore alla riforma”, con ciò spiegando la preferenza accordata ad un indirizzo interpretativo che “meno traumaticamente rompe(sse) con la passata tradizione” (così ancora la sentenza n. 11490 del 1990). Questa esigenza, tuttavia, si è molto attenuata nel corso degli anni, essendo ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile (matrimonio che – oggi – è possibile “sciogliere”, previo accordo, con una semplice dichiarazione delle parti all’ufficiale dello stato civile, a norma del D.L. 12 settembre 2014, n. 132, art. 12, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 10 novembre 2014, n. 162, art. 1, comma 1).

 

 

Ed è coerente con questo approdo sociale e legislativo l’orientamento di questa Corte, secondo cui la formazione di una famiglia di fatto da parte del coniuge beneficiario dell’assegno divorzile è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale da parte dell’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo (cfr. le sentenze nn. 6855 del 2015 e 2466 del 2016). In proposito, un’interpretazione delle norme sull’assegno divorzile che producano l’effetto di procrastinare a tempo indeterminato il momento della recisione degli effetti economico-patrimoniali del vincolo coniugale, può tradursi in un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia successivamente alla disgregazione del primo gruppo familiare, in violazione di un diritto fondamentale dell’individuo (cfr. Cass. n. 6289/2014) che è ricompreso tra quelli riconosciuti dalla Cedu (art. 12) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 9). Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile come detto – non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica, in tal senso dovendo intendersi la funzione – esclusivamente – assistenziale dell’assegno divorzile.

 

 

Al di là delle diverse opinioni che si possono avere sulla rilevanza ermeneutica dei lavori preparatori della L. n. 74 del 1987 (che inserì nell’art. 5 il fondamentale riferimento alla mancanza di “mezzi adeguati” e alla “impossibilità di procurarseli”) in senso innovativo (come sosteneva una parte della dottrina che imputava alla giurisprudenza precedente di avere favorito una concezione patrimonialistica della condizione coniugale) o sostanzialmente conservativo del precedente assetto (si legga in tal senso il brano della sentenza delle Sezioni Unite n. 11490/1990 che considerava non giustificato “l’abbandono di quella parte dei criteri interpretativi adottati in passato per il giudizio sull’esistenza del diritto all’assegno”), non v’è dubbio che chiara era la volontà del legislatore del 1987 di evitare che il giudizio sulla “adeguatezza dei mezzi” fosse riferito “alle condizioni del soggetto pagante” anzichè “alle necessità del soggetto creditore”: ciò costituiva “un profilo sul quale, al di là di quelle che possono essere le convinzioni personali del relatore, qui irrilevanti, si è realizzata la convergenza della Commissione” (cfr. intervento del relatore, sen. N. Lipari, in Assemblea del Senato, 17 febbraio 1987, 561a sed. pom., resoconto stenografico, pag. 23). Nel giudizio sull’an debeatur, infatti, non possono rientrare valutazioni di tipo comparativo tra le condizioni economiche degli ex coniugi, dovendosi avere riguardo esclusivamente alle condizioni del soggetto richiedente l’assegno successivamente al divorzio.

 

 

 

 

Il parametro del “tenore di vita” induce inevitabilmente ma inammissibilmente, come già rilevato (cfr., supra, sub n. 2.1), una indebita commistione tra le predette due “fasi” del giudizio e tra i relativi accertamenti.

E’ significativo, al riguardo, quanto affermato dalle Sezioni Unite, sempre nella sentenza n. 11490 del 1990: “(….) lo scopo di evitare rendite parassitarie ed ingiustificate proiezioni patrimoniali di un rapporto personale sciolto può essere raggiunto utilizzando in maniera prudente, in una visione ponderata e globale, tutti i criteri di quantificazione supra descritti, che sono idonei ad evitare siffatte rendite ingiustificate, nonchè a responsabilizzare il coniuge che pretende l’assegno, imponendogli di attivarsi per realizzare la propria personalità, nella nuova autonomia di vita, alla stregua di un criterio di dignità sociale (…)”.

Quando chiamare un avvocato per separazione a Bologna

Quando c’è bisogno di chiamare un avvocato per separazione a Bologna

Quando c'è bisogno di chiamare un avvocato per separazione a Bologna
Quando c’è bisogno di chiamare un avvocato per separazione a Bologna

Quando un matrimonio giunge al capolinea, è sempre difficile prendere consapevolezza della conclusione di un rapporto: affrontare la fine di un amore non è semplice, ma al di là del dolore emotivo a cui si deve far fronte è necessario preoccuparsi anche delle conseguenze pratiche che ne derivano. Che si tratti di pensare all’assegno di mantenimento, all’affidamento dei figli o a qualunque procedura legale, è indispensabile essere consapevoli delle proprie possibilità e dei propri diritti: per questo è consigliabile chiedere il supporto di un professionista come Sergio Armaroli, avvocato per separazione a Bologna, così da non farsi trovare impreparati.

Il divorzio non è la separazione

Prima di tutto, è bene tenere presente che la separazione e il divorzio sono due realtà ben diverse: la prima è propedeutica al secondo, nel senso che nel nostro Paese, a differenza di quel che avviene altrove, non è possibile optare per il divorzio diretto. Attenzione, comunque: se è vero che la separazione è un passaggio indispensabile e inevitabile per il divorzio, ciò non vuol dire che dopo essersi separati si sia costretti a divorziare: volendo i coniugi possono arrivare a una riconciliazione.

Quali sono le scelte possibili per una separazione consensuale

Contattando un avvocato per separazione a Bologna si può verificare che sono diverse le scelte possibili a disposizione nel caso di una separazione, a seconda che la stessa sia conflittuale o consensuale. Nel caso di una separazione consensuale, infatti, marito e moglie sono in grado di arrivare a un accordo da soli, o comunque con il supporto dei rispettivi avvocati. La presenza dei legali dipende dal tribunale, ma non è escluso che uno stesso avvocato possa lavorare per tutti e due i coniugi. L’accordo che viene ricavato prevede l’affidamento dei figli condiviso, fermo restando che la prole sarà collocata in modo prevalente presso un genitore mentre l’altro potrà sfruttare il diritto di visita. La casa familiare, di solito, rimane al coniuge che ha la locazione. Una volta che l’accordo è stato raggiunto, anche con la definizione di un contributo necessario per il mantenimento dei figli, le parti confermano la negoziazione in tribunale.

Un’altra strada che si può percorrere è quella della negoziazione assistita: lo scopo è sempre quello di arrivare a una separazione consensuale, ma in questo caso le parti non possono non essere rappresentate da un avvocato. La negoziazione ha dei tempi ben precisi che devono essere rispettati, che non possono essere inferiori a 1 mese né superiori a 3 mesi. Dopo che si è arrivati all’accordo, lo stesso viene presentato alla Procura della Repubblica: a questo punto il pubblico ministero controlla che l’accordo rispetti l’interessi di entrambi i coniugi, oltre che dei figli, e se l’esito è positivo fornisce la necessaria autorizzazione. Con l’autorizzazione, si provvede alla trasmissione dell’accordo al Comune di residenza della famiglia, in modo tale che la separazione possa essere annotata dall’ufficiale di stato civile. Da questo momento in avanti, le parti avranno a disposizione un tempo massimo di 6 mesi per chiedere il divorzio.

Quando c'è bisogno di chiamare un avvocato per separazione a Bologna
Quando c’è bisogno di chiamare un avvocato per separazione a Bologna

La pratica collaborativa e la separazione giudiziale

La pratica collaborativa è una pratica che è stata introdotta nel nostro Paese da poco tempo, e presuppone un cambiamento dell’impostazione del modo di affrontare la separazione. Chi intende optare per la pratica è tenuto a rispettare gli obblighi di impegno, di buona fede, di trasparenza delle informazioni e di riservatezza. Occorre tener presente, però, che nel caso in cui la pratica fallisca i clienti non possono essere patrocinati dagli avvocati nella causa contenziosa, a differenza di quel che avviene con la negoziazione assistita.

Infine, ecco il caso della separazione giudiziale, che si concretizza in presenza di una separazione conflittuale: come si può scoprire chiedendo informazioni a un avvocato per separazione a Bologna, in questa circostanza si presenta in tribunale un deposito di ricorso. Di fronte al giudice, in occasione dell’udienza presidenziale, si accerta che non sussista la possibilità di pervenire a un accordo; dopodiché con provvedimenti urgenti e provvisori si decide a quale dei due coniugi spettano l’affidamento dei figli, la casa e l’assegno di mantenimento della prole. Per quel che riguarda le tempistiche, in media ci vogliono più di 2 anni per arrivare alla conclusione del procedimento, sempre che non vengano introdotti testimonianze, consulenze o interventi di psicologi o psichiatri.

 

 

 

 

 

 

DIVORZIO E TENORE DI VITA , E’ UN ADDIO?

 

 

DIVORZIO E TENORE DI VITA , E’ UN ADDIO? AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

Anche  l’ordinanza n. 5975/2019 aveva detto addio al tenore di vita,

In particolare, adesso nella valutazione dell’ammontare dell’assegno divorzile, il giudice di merito deve prendere in considerazione il concreto contributo, economico e non, che l’ex ha apportato alla vita di coppia o familiare.

DIVORZIO E TENORE DI VITA , E’ UN ADDIO? AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA
DIVORZIO E TENORE DI VITA , E’ UN ADDIO? AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

PARAMETRO DEL TENORE DI VITA!

Il parametro del “tenore di vita” – se applicato anche nella fase dell’an debeatur – collide radicalmente con la natura stessa dell’istituto del divorzio e con i suoi effetti giuridici: infatti, come già osservato (supra, sub n. 2.1), con la sentenza di divorzio il rapporto matrimoniale si estingue sul piano non solo personale ma anche economico-patrimoniale – a differenza di quanto accade con la separazione personale, che lascia in vigore, seppure in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all’art. 143 cod. civ. -, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo sia pure limitatamente alla dimensione economica del “tenore di vita matrimoniale” ivi condotto – in una indebita prospettiva, per così dire, di “ultrattività” del vincolo matrimoniale.

 

COME SI SONO ESPRESSE LE SEZIONI UNITE?

sottrazione internazionale minori
sottrazione internazionale minori

Sezioni Unite n. 11490 del 1990, secondo cui “(….) è utile sottolineare che tutto il sistema della legge riformata (….) privilegia le conseguenze di una perdurante (….) efficacia sul piano economico di un vincolo che sul piano personale è stato disciolto (….)” (pag. 38); 2) l’affermazione della “funzione di riequilibrio” delle condizioni economiche degli ex coniugi attribuita da tale sentenza all’assegno di divorzio: “(….) poichè il giudizio sull’an del diritto all’assegno è basato sulla determinazione di un quantum idoneo ad eliminare l’apprezzabile deterioramento delle condizioni economiche del coniuge che, in via di massima, devono essere ripristinate, in modo da ristabilire un certo equilibrio (….), è necessaria una determinazione quantitativa (sempre in via di massima) delle somme sufficienti a superare l’inadeguatezza dei mezzi dell’avente diritto, che costituiscono il limite o tetto massimo della misura dell’assegno” (pagg. 24-25: si noti l’evidente commistione tra gli oggetti delle due fasi del giudizio).